Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2023

IL GOVERNO

QUARTA PARTE



 

DI ANTONIO GIANGRANDE


 


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 


 

IL GOVERNO

INDICE PRIMA PARTE


 


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

LA POVERTA’

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE. (Ho scritto un saggio dedicato)

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Storia d’Italia.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

LA SOLITA ITALIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Italianità.

Gli Antifascisti.

Italiani scommettitori.

Italioti Retrogradi.

Gli Arraffoni.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITA LADRONIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Italioti corrotti e corruttori.

La Questione Morale.

Tangentopoli Italiana.

Tangentopoli Europea.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Potere.

La Geopolitica.

Nazi-fascismo e Comunismo: Economia pianificata.

I Conservatori.

Il Capitalismo o Liberismo.

Il Sovranismo.

Il Riformismo.

I Liberali e il Liberalismo.

I Popolari.

L’Opinionismo.

Il Populismo.

Il Complottismo.

Politica e magistratura, uno scontro lungo 30 anni.

Una Costituzione Catto-Comunista.

Democrazia: La Dittatura delle minoranze.

Democrazia: Il potere oscuro ed occulto. I Burocrati. Il Partito dello Stato: Deep State e Spoils system

Il Presidenzialismo.

L’astensionismo.

I Brogli.

Lo Stato di Emergenza.

Quelli che…la Prima Repubblica.

Quelli che…la Seconda Repubblica.

Trasformisti e Voltagabbana.

Le Commissioni Parlamentari.

La Credibilità.

I Sondaggisti.

Il finanziamento pubblico.

I redditi dei politici.

I Privilegiati.

I Portavoce.

Servi di…

Un Popolo di Spie.


 

INDICE QUINTA PARTE


 

SOLITA APPALTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Resistenza Morale.

Gli Appalti Pubblici.

La Normativa Antimafia.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Impuniti.

Ignoranti e Magistrati.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ignoranti ed avvocati.  

SOLITO SPRECOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Sprechi Vari.

Le Multe UE.

Le Auto: blu e grigie.

Le Regioni.

L’Alitalia.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

L’Oro.

La Ricchezza.

I Ricconi alle nostre spalle.

I Bonus.

La Partita Iva.

Quelli che…Evasori Fiscali: Il Pizzo di Stato.

Il POS.

Il Patto di Stabilità.

Il MES.

Il PNRR.

Il ricatto del gas.

La Telefonia.

Bancopoli.
 


 


 

IL GOVERNO

QUARTA PARTE



 

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

LE IDEOLOGIE ANTIUOMO.

SOCIALISMO:

Lavoro ed assistenzialismo, ambiente, libertà sessuale e globalizzazione sono i miti dei comunisti.

Dio, Patria e Famiglia sono i miti dei fascisti.

Sovranismo e populismo sono i miti dei leghisti.

Assistenzialismo, populismo e complottismo sono i miti dei 5 stelle.

LIBERALISMO (LIBERISMO):

Egoismo e sopraffazione sono i miti dei liberali.

ECCLESISMO:

Il culto di Dio e della sua religione è il mito degli ecclesiastici.

MONARCHISMO:

Il culto del Sovrano.

Nessuna di queste ideologie è fattrice rivoluzionaria con l'ideale della Libertà, dell'Equità e della Giustizia.

Per il Socialismo le norme non bastano mai per renderti infernale la vita, indegna di essere vissuta.

Per il Liberalismo occorrono poche norme anticoncorrenziali per foraggiare e creare l'elìte.

Per Dio bastano 10 regole per essere un buon padre di famiglia.

Per il sovrano basta la sua volontà per regolare la vita dei sottoposti.

Noi, come essere umani, dovremmo essere regolati dal diritto naturale: Libertà, Equità e Giustizia.

Liberi di fare quel che si vuole su se stessi e sulla propria proprietà.

Liberi di realizzare le aspettative secondo i propri meriti e capacità.

Liberi di rispettare e far rispettare leggi chiare che si contano su due mani: i 10 comandamenti o similari. Il deviante viene allontanato.

Antonio Giangrande: Cosa vorrei?

Vorrei una Costituzione, architrave di poche leggi essenziali, civili e penali, che come fondamento costitutivo avesse il principio assoluto ed imprescindibile della Libertà e come obiettivo per i suoi cittadini avesse il raggiungimento di felicità e contentezza. Vivere come in una favola: liberi, felici e contenti. Insomma, permettere ai propri cittadini di fare quel che cazzo gli pare sulla propria persona e sulla propria proprietà, senza, però, dare fastidio agli altri, di cui si risponderebbe con pene certe. E per il bene comune vorrei da cittadino poter nominare direttamente governanti, amministratori e giudici, i quali, per il loro operato, rispondano per se stessi e per i propri collaboratori, da loro stessi nominati. Niente più concorsi truccati…, insomma, ma merito! E per il bene comune sarei contento di contribuire con prelievo diretto dal mio conto, secondo quanto stabilito in modo proporzionale dal mio reddito conosciuto al Fisco e da questi rendicontatomi il suo impiego.

Invece...

L'influsso (negativo) di chi vuole dominare l'altro. Ci sono persone che sembrano dare energia. Altre, invece, sembra che la tolgano, scrive Francesco Alberoni, Domenica 01/07/2018, su "Il Giornale".

Ci sono persone che sembrano darti energia, che ti arricchiscono.

Altre, invece, sembra che te la prendano, te la succhino come dei vampiri. Dopo un colloquio con loro ti senti svuotato, affaticato, insoddisfatto. Che cosa fanno per produrre su di noi un tale effetto? Alcune ci parlano dei loro malanni, dei loro bisogni e lo fanno in modo tale che tu ti senti ingiustamente privilegiato ed è come se avessi un debito verso di loro.

C'è un secondo tipo di persone che ti sfibra, perché trasforma ogni incontro in un duello. Non appena aprite bocca sostengono la tesi contraria, vi sfidano, vi provocano. Lo fanno perché vogliono mostrare la loro capacità dialettica ma soprattutto per mettersi in evidenza davanti agli altri. Se gli date retta, vi logorano discutendo su cose che non vi interessano.

Ci sono poi quelli che fanno di tutto per farvi sentire ignoranti. Qualunque tesi voi sosteniate, anche l'idea più brillante e ragionevole ecco costoro che arrivano citando una ricerca americana che dice il contrario. Magari qualcosa che hanno letto in un rotocalco, ma tanto basta per rovinare il vostro discorso. Ricordo invece il caso di un mio collega che, per abitudine, nella conversazione, faceva solo domande. All'inizio gli raccontavo le mie ricerche, gli fornivo i dati, gli mostravo i grafici, le tabelle, mi sgolavo e lui, dopo avere ascoltato, faceva subito un'altra domanda su un particolare secondario. E io giù a spiegare di nuovo e lui, alla fine, un'altra domanda...

Abbiamo poi quelli che, quando vi incontrano, vi riferiscono sempre qualche cosa di spiacevole che la gente ha detto su di voi: mai un elogio, mai un apprezzamento, solo critiche, solo pettegolezzi negativi. E, infine, i pessimisti che quando esponete loro un progetto a cui tenete molto, vi mostrano i punti deboli, vi fanno ogni sorta di obiezioni, vi fanno capire che sarà un fallimento. Voi lo difendete ma loro insistono e, alla fine, restate sempre con dei dubbi. Un istante prima eravate pieno di slancio, ottimista, entusiasta e ora siete come un cane bastonato. Cosa hanno in comune tutti questi tipi umani? La volontà di competere, di affermarsi, di dominare, di opprimere.

Estratto dell’articolo di Filippo Ceccarelli per “La Repubblica” mercoledì 8 novembre 2023.

Se le mura dei palazzi hanno un’anima e i loro ricordi un qualche effetto sugli individui, una tempesta emotiva attende i giornalisti dell’Associazione della stampa estera, circa 300 iscritti, che fra un paio di mesi andranno a lavorare al piano nobile di Palazzo Grazioli, la cui denominazione e la cui spaziosa memoria sono indissolubilmente legate al periodo aureo del berlusconismo. 

Lavori di ristrutturazione quasi compiuti; trasloco in itinere; affitto a carico (da sempre) del governo italiano, più o meno 5 mila euro al mese; escluso purtroppo dall’affitto il locale al piano terra dove, con scranni in miniatura, era insediato il cosiddetto “parlamentino”. [...]

Per cui sarebbe bello che i nuovi arrivati, da tutto il mondo, trovassero nelle varie stanze delle illuminanti targhe: qui Putin lanciò la palletta a Dudù; qui Berlusconi fece ostensione dell’improbabile cimicione; qui il ministro La Russa battezzò uno dei brani dei premiati autori Silvione-Apicella; qui consumavano pizzette e champagne le benemerite dell’ordine presidenziale delle farfalle; da qui vennero fatti defluire i presenti la notte dell’abdicazione, 12 novembre 2011, con la folla pericolosamente assiepata davanti al portone, per paura di un saccheggio.

Palazzo romano polveroso e appena un po’ tetro: meno bello del vicino Palazzo Bonaparte e a due passi dal fatidico Palazzo Venezia, dove lavorava (e non solo) il duce. Conclamata reggia di Sua Maestà il Cavaliere, ma a seconda dei momenti anche sede del governo ombra e dimora della corte in esilio, comunque con bandiere al balcone, gatta egizia sul cornicione (dietro la finestra della fida segretaria Marinella) e indiscutibile rilievo nella storia politica italiana. 

Perché mai come in queste stanze ha avuto luogo la compiuta privatizzazione del potere, con il che assai più che a Palazzo Chigi nella sua propria casa il sovrano convocava, nutriva, incontrava, si proteggeva e si dilettava; d’altra parte era fermamente convinto di incarnare il Popolo e quindi lo Stato – e tuttora è aperta la questione se fosse un salto della post-politica, una regressione a regimi pre-democratici o magari tutte e due le cose. […]

Dentro, l’arredamento richiamava la catastrofe estetica e casalinga del berlusconismo in un caotico ammucchiarsi di obelischi, arazzi, ninnoli, bei quadri che convivevano con evidentissime croste e coppe del Milan. Una porta scorrevole separava, per modo di dire, il pubblico dal privato. E su questo scivolosissimo confine i giornalisti stranieri non potranno fare a meno di ricordare anche l’epopea orgiastica di palazzo Grazioli: il reclutamento massivo di escort sull’asse Roma-Bari, il severo dress code (tubino nero, eccetera) di cui si fece garante Giampi Tarantini, la sua auto dai vetri abbrunati.

Fino al sancta sanctorum dell’erotica di palazzo: il lettone di Putin, che in realtà a dar retta a un incrocio di testimonianze (Vespa-Ape regina) non esisterebbe proprio, era un giaciglio king size che il Cavaliere si era fatto costruire sulla base di un quadro, questo sì regalato dall’autocrate russo. 

Di quella stagione, unico documento resta la formidabile foto-ricordo che alcune ragazzette pugliesi si fecero diciamo pure nel cesso: perché la storia è fatta di cose nobili e basse, il potere consuma le une e le altre – e gli spasmi dopo tutto ci appartengono.

 Egomania culturale. Tranquilli, non c’è nessuna nuova narrazione egemonica: è solo fame. Francesco Cundari su L'Inkiesta il 9 Novembre 2023

Dal piccolo La Russa al Piccolo fino all’interminabile disfida tra Sgarbi e Sangiuliano, nel nuovo potere c'è molto di antico, con una dose aggiuntiva di ridicolo

Il primo anno di governo meloniano è stato segnato dalla grande lotta per l’egemonia sulla cultura, l’immaginario, la narrazione. O almeno così è stato raccontato da giornali e tv, in positivo e in negativo: come svolta epocale, portatrice di un salutare rinnovamento (secondo i sostenitori) o al contrario come dimostrazione di un’insaziabile volontà di potenza, con conseguente allarme democratico (secondo gli avversari). Ma non era nessuna delle due cose.

Potremmo dilettarci a lungo declamando l’improbabile elenco di tutti gli intellettuali organici chiamati in questi mesi a riscrivere l’autobiografia della nazione, e certamente passeremmo ore assai liete nel rievocare gli innumerevoli episodi di cui si sono resi protagonisti, peraltro con scarsi riconoscimenti di critica e di pubblico, ma per dimostrare una tesi la via più breve è sempre preferibile. E da questo punto di vista mi pare che la nomina di Geronimo La Russa, figlio maggiore dell’attuale presidente del Senato, come rappresentante del ministero della Cultura nel cda del Piccolo teatro di Milano dica già tutto circa l’ampiezza del disegno politico, il respiro del progetto culturale, l’ampiezza delle ambizioni coltivate dal nuovo potere. O c’è qualcuno davvero convinto che il giovane Geronimo possa essere l’alfiere di una spregiudicata sfida egemonica, il sottile tessitore di quella nuova narrazione di cui tanto si discute?

Mi pare piuttosto evidente che moventi e obiettivi di simili nomine siano assai più elementari. Talmente terra terra che già mi sarebbe passata la fantasia di occuparmene, se non fosse per il mio innato spirito di contraddizione, oltre che per il modo surreale in cui anche questa vicenda è andata a intrecciarsi alla tragicomica disfida tra il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, e il suo sottosegretario ribelle, Vittorio Sgarbi.

Per chi si fosse perso le puntate precedenti, qualche settimana fa un’inchiesta del Fatto quotidiano aveva rivelato che il sottosegretario Sgarbi, soltanto negli ultimi sei mesi, avrebbe incassato – direttamente o attraverso società intestate al suo principale collaboratore e a una sua storica fidanzata – trecentomila euro in cachet per la partecipazione a mostre, premi e inaugurazioni, compresa la presidenza della giuria per la finale di Miss Italia del prossimo 11 novembre. Notizie delle quali il ministro si era detto indignato, definendo il comportamento del suo sottosegretario «illegale», e denunciandolo pure all’Antitrust.

A suo tempo i giornali spiegarono che Giorgia Meloni si sarebbe occupata del caso non appena tornata dal Cairo, dove era impegnata in un vertice sulla crisi mediorientale, ma quale sia stato il frutto dei suoi sforzi non è dato sapere. Fatto sta che il sottosegretario è ancora al suo posto, dice che con Sangiuliano non ci parla e andrà pure a Miss Italia.

Siccome viviamo nell’epoca della post-verità, ma soprattutto nell’era della post-ironia, sfido il lettore a capire come debba essere dunque interpretata la seguente dichiarazione, realmente pronunciata dal sottosegretario Sgarbi in merito alla nomina del giovane La Russa al Piccolo teatro: «Conosco Geronimo La Russa e ne ammiro l’esemplare conduzione dell’Automobile Club d’Italia. Per questo ritengo che l’indicazione del ministro Sangiuliano sia apprezzabile ed espressa con piena convinzione e totale autonomia».

Personalmente, mi sono da tempo arreso all’impossibilità di distinguere quando parlano sul serio da quando scherzano (o pensano di scherzare). Ma comunque si vogliano prendere questi scampoli di dibattito sulle politiche culturali dentro al governo Meloni, e comunque se ne vogliano spiegare le singole nomine, per acclarata competenza nel settore automobilistico, per indiscutibili meriti civili o per chiara fama, mi pare ampiamente confermata la tesi che non ci sia dietro nessuna minacciosa ambizione egemonica. È solo fame.

Estratto dell'articolo di Paolo Berizzi per repubblica.it mercoledì 8 novembre 2023. 

Il più grande dei tre piccoli “indiani”. E anche il più navigato. Uomo di numeri, ma soprattutto di relazioni, aperitivi e sorrisi. Geronimo La Russa, per gli amici “il presidente” (come papà, in fondo). Del primo dei tre figli che Ignazio Benito Maria ha voluto battezzare con nomi da nativi […] raccontano che il talento più riconoscibile, affinato negli anni, ma chissà, magari anche innato, sia quello più consono al tempi complessi e spiazzanti di oggi. Farsi trovare al posto giusto nel momento giusto.

[…]  In scia ovviamente agli spazi aperti dal padre, quella Milano del potere finanziario e clientelare sulla quale il primo a mettere le mani fu il capostipite, nonno Antonino. “Assomiglio tanto a mio nonno”, raccontò anni fa Geronimo a un’amica carissima figlia di tanto padre. Ne avrà anche molti altri di meriti, per carità, il 43enne avvocato Antonino Geronimo Giovanni Maria La Russa – così all’anagrafe. E però il presenzialismo spicca. Lo impone pure il ruolo che ha.

Da presidente dell’Automobile Club Milano e Lombardia – un incarico di potere nella regione locomotiva d’Italia – il 3 settembre scorso è lui, anche ribattezzato con enfasi patriottica “il re dell’Autodromo di Monza”, che accoglie la premier Giorgia Meloni al box Alfa Romeo prima del Gp di Formula 1. […] La Russa jr, che della velocità è sempre stato innamorato. “A bordo di qualunque mezzo a motore”, raccontò in un’intervista-intima. Pure troppo, innamorato. Molti anni fa uscì indenne da un incidente in macchina con degli amici. Dall’auto saltò fuori anche della droga, ma per GL, anche da quel punto di vista, non ci fu nessuna conseguenza.

[…] E’ lui che al Gp favorisce l’incontro tra Meloni e Barbara Berlusconi che di Geronimo è amica da una vita e pure socia (hanno fondato insieme la onlus Milano Young, poi c’è anche H14, la holding dei tre berluschini Barbara, Eleonora e Luigi). Al centro di quella chiacchierata tra la presidente del Consiglio e Barbara ci fu il tema, oggi arrivato a tombola, del premierato forte […] Ma restiamo a Geronimo. E’ in effetti una notizia che l’avvocato collezionista di poltrone sia dia ora anche al teatro, terreno fin qui a lui poco conosciuto.

Entrando nel cda del Piccolo in rappresentanza del ministero della Cultura guidato dall’ex missino almirantiano Sangiuliano, GL aggiunge un posto in più alla sua già lunga sfilza di incarichi. ACI e studio legale di famiglia a parte, sono tutti scranni in consigli di amministrazione. Elencarli è una mezza maratona. M4 Spa (linea blu della MM), Sara Assicurazioni, Milano Real Estate, M-1 Stadio srl, la già citata H14 e un’infilata di altre finanziarie, vecchio giro Ligresti e dintorni. […]

 Ha combinato anche qualche casino ed è sempre lui, sempre in un’intervista, a ripercorrere quelle tappe di crescita. “Ho avuto un’adolescenza molto agitata e con un po’ di problemi”.

Non è elegante ma occorrerebbe ricordare che il fratello trapper Leonardo Apache, accusato di stupro, lo ha già superato. Ma questa è cronaca, sono atti giudiziari che Geronimo mastica di mestiere. Di inciampi, anche al maggiore dei La Russa, ne capitarono. Fu il cantante Roberto Vecchioni a raccontare di un blitz vandalico a casa durante la festa di compleanno della figlia. A disfargli l’appartamento e a razziare gioielli e soprammobili e vestiti, un gruppo di fighetti che passavano le serate in giro a far casino. Nel gruppo c’era anche Geronimo. […]

Oggi tra gli amici e “colleghi” di partito più vicini a GL c’è l’europarlamentare Carlo Fidanza, che ha recentemente patteggiato 1 anno e 4 mesi per corruzione. E’ il Fidanza del saluto romano e del “Heil Hitler” ripresi da una telecamera di Fanpage a una cena elettorale di camerati vicini a FdI. […]na volta chiesero a Geronimo La Russa se avesse mai fatto il saluto romano. Rispose così: “Una volta, quando mi sono vestito da Balilla a Carnevale. E un’altra volta quando mi mascherai da Giulio Cesare”. Due volte accertate, non male. Difficile pensare che il padre Ignazio lo abbia rimproverato. Lui il braccio teso lo mostrò in parlamento. […]

Estratto dell’articolo di Andrea Montanari per repubblica.it mercoledì 8 novembre 2023.

Da Fratelli d’Italia a figli, cognati, parenti, collaboratori fedelissimi. In Lombardia, è lunga la lista di nomine eccellenti sponsorizzate dal partito di Giorgia Meloni, che hanno fatto discutere e in qualche occasione creato perfino imbarazzo. A partire da Romano La Russa, assessore regionale alla Sicurezza e fratello del presidente del Senato Ignazio, che finì nella bufera per un saluto romano durante i funerali del cognato. […] 

Che dire poi di Francesca Caruso, che lavorava come avvocata nello studio La Russa? Appena nominata assessora lombarda alla Cultura non trovò di meglio che dichiarare candidamente: «La cultura l’ho respirata in famiglia. Mia nonna era la sorella di Fausto Papetti».

Un capitolo a parte […] è quello degli eredi La Russa. Geronimo, primogenito del presidente del Senato, è da anni il titolare dello studio legale di famiglia, ma anche presidente dell’Aci Lombardia e siede in una vera miriade di altri consigli d’amministrazione. Invece il secondogenito Lorenzo Cochis lavora come Cerimonies Coordinator presso la fondazione Milano-Cortina 2026 presieduta dal numero uno del Coni Giovanni Malagò. 

Parenti, ma anche amici. Lucia Lo Palo, candidata di Fratelli d’Italia a Brescia alle ultime elezioni regionali e non eletta, è stata ricompensata con la nomina a presidente di Arpa Lombardia. Nella sua prima uscita ha messo in imbarazzo il centrodestra sostenendo che «il cambiamento climatico non è causato dall’uomo».

Il governatore Attilio Fontana non l’ha presa bene. «Bisogna vedere se è negazionista, lei ha negato di esserlo. Cercare di capire e contestualizzare il tutto». Lo Palo, però, non cambia idea. Precisa solo di aver parlato a titolo personale. […] 

Tornando alla cultura, se la Regione ha nominato nei board del Piccolo Teatro e della Triennale, rispettivamente, gli ex assessori comunali Massimiliano Finazzer Flory e Stefano Zecchi, quest’ultimo anche lui tra i candidati non eletti alle ultime Regionali nella lista di Fratelli d’Italia, c’è un altro nome che ha fatto rumore.

Quello del direttore d’orchestra Alberto Veronesi, uno dei figli del celebre oncologo Umberto, che nel 2016 si era candidato in Comune nella lista di Beppe Sala: alle Regionali di febbraio però era in lista con FdI, non è stato eletto e il governatore lo ha ricompensato nominandolo nel cda dell’Accademia delle Arti e dello Spettacolo della Scala. 

Tutto dopo che il maestro era stato duramente contestato quest’estate per aver scelto di dirigere bendato la prima della Boheme al festival di Torre del Lago per protesta contro la regia del francese Christophe Gayral, che aveva ambientato il capolavoro di Giacomo Puccini nel ‘68. Sempre FdI ha fatto fuoco e fiamme per piazzare al Corecom Veronica Cella e Maurizio Gussoni, quest’ultimo ammiratore di Giorgio Almirante e della Decima Mas, per anni al vertice della Croce Rossa.

Con i nuovi assetti di potere c’è chi corre. Anche troppo, come nel caso di Beniamino Lo Presti, commercialista di fiducia di Ignazio La Russsa, che da presidente della società autostradale Milano-Serravalle […] ha provocato imbarazzo postando sui social un video che lo ritraeva mentre sfrecciava a 150 chilometri l’ora a bordo di una Porsche […]. Pochi mesi prima aveva promosso una campagna sulla sicurezza alla guida.

La logica del dominio è davvero intramontabile? Gian Paolo Caprettini su L'Indipendente sabato 2 settembre 2023.

Ma questo mondo del 2023 è ancora una terra da conquistare? Come nel passato fecero Ramesse II, Alessandro Magno, Cesare, Costantino il Grande, Federico Barbarossa, Gengis Khan, Carlo Magno, Tamerlano, Carlo V d’Asburgo, Pietro il Grande di Russia, Napoleone, la Regina Vittoria, Stalin, Hitler, Mao Zedong o gli Usa coi suoi presidenti  Roosevelt, Wilson, Eisenhower, Bush…

Il Novecento ha visto la formazione di organismi sovranazionali, come l’Onu, il cui significato, letto a posteriori, è quello di una ipocrisia ideologica fondata sul compito di garantire la legalità e il rispetto dei diritti sul piano internazionale senza però una visione di futuro e con pochissima efficacia sul campo.

L’attuale prevalenza di logiche nazionaliste o sovraniste mostra che lentamente ci si sposta dall’obiettivo del dominio a quello della sopravvivenza e l’Occidente si sente ormai una vetusta fortezza assediata che non riesce a dettare legge nemmeno al proprio interno. Dunque, fine dei conquistatori, serie minacce alla sopravvivenza dei colonizzatori grazie alla volontà di ribellione, ad esempio in Africa, Paesi alleati dall’unico obiettivo di farla pagare agli Usa e al dollaro.

Nessuna alternativa alla solita logica della rivalsa o, al contrario, dell’arroganza. Mettere a confronto Usa con Non-Usa non genererà niente di effettivamente nuovo, lascerà al centro la vecchia idea del confronto di forze. Con la sola apparente alternativa di un unico governo e ordine mondiale, come se si trattasse di mettere ordine nelle aspirazioni contraddittorie delle genti e delle nazioni. Senza valorizzare quel pluralismo, quella varietà di presupposti e orizzonti che arricchisce la nostra intelligenza sociale.

Qualcosa cambierà invece quando al centro non si metterà più la finanza e l’economia, ma che cosa?

Prendiamo il paragone della famiglia, anzi, meglio della persona, dell’individuo, nozione quest’ultima presente in Europa da non più di ottocento anni. Le tribù, i clan, le famiglie, i gruppi, le società, le organizzazioni, le squadre… Come si aggregherà domani l’umanità, sentirà ancora in comune un passato, qualche tradizione o costume, sentirà il bisogno di progettare qualcosa di nuovo, vorrà dare finalmente importanza alle relazioni umane, alla solidarietà, alle alleanze per superare ostacoli, difficoltà, emergenze, tragedie?

Gli anni recenti ci hanno messo alla prova ma sono emerse pretestuose tensioni oppure profondissimi silenzi obbedienti. L’unico egoismo giusto che dovrebbe permanere sarebbe quello che comporta da parte di ciascuno il massimo degli sforzi per vincere le difficoltà. Ma poi deve ricominciare la alleanza umana, non la cieca obbedienza fondata sulle paure ma l’assunzione di un comune compito speciale. E un grande bisogno e senso di verità e di giustizia.

Vincere i sentimenti negativi reciproci, smontare il meccanismo perverso del dominio e del potere che si perpetua sulla base dei conflitti internazionali e interpersonali.

Diminuire la quota dell’odio, cioè cominciare una terapia sociale che dovrà fare sentire inadeguata ogni forma di governo fondata sulle divisioni, su presupposti di inconciliabilità, su pure volontà di prevalenza.

Ma quanto c’è ancora da fare! [di Gian Paolo Caprettini]

Da Hitler a Kim Jong-un vita e morte della tirannia. Su History una settimana dedicata ad analizzare l'origine (e il fascino) del male che diventa potere. Matteo Sacchi il 15 Luglio 2023 su Il Giornale.

Conclusa la Prima guerra mondiale, i trattati di pace e la Società delle nazioni venivano accreditate come capaci di garantire la pace. E non solo la pace, ma anche il trionfo della democrazia, sebbene con la tabe non risolta del colonialismo. Ma non andò affatto così: Stalin, Mussolini, Hitler, Franco E poi Mao, Pol Pot, Saddam Hussein, la dinastia dei Kim in Corea, e anche la decolonizzazione trasformata rapidamente nell'ascesa di dittature sanguinarie. Ed è solo un florilegio dei dittatori che hanno avuto il potere assoluto, tenendo sotto scacco con la violenza intere popolazioni, perfezionando le tecniche di comunicazione e ottenendo il controllo delle masse.

Come sia stato possibile è una delle grandi domande irrisolte della Storia, se la sono posta decine e decine di studiosi, partendo dagli storici per arrivare agli psicologi che hanno indagato l'infanzia dei dittatori. Su History Channel (411 di Sky) da lunedì 17 luglio Dictators week fa una silloge di alcuni dei migliori documentari che raccontano la storia di alcuni di questi dittatori che hanno cambiato il nostro passato condizionando anche il nostro presente. Questa programmazione speciale ripercorre gli atti di violenza e oppressione, le politiche di propaganda e repressione, ma esplora in particolare, con due produzioni francesi, l'infanzia di questi despoti e le vicende che dopo la loro fine hanno visto protagonisti i loro stessi resti.

In prima visione, lunedì alle 22,40, apre la programmazione il documentario Come nasce un dittatore in cui storici, giuristi e giornalisti ripercorrono l'infanzia e la giovinezza di Mussolini, Hitler, Mao, Stalin e compagnia per comprendere se esistano collegamenti, o un fil rouge, tra le loro storie - nell'educazione familiare così come nel contesto politico e culturale - che possano aver influito sulle motivazioni e sulla psicologia di questi personaggi che uniscono quasi sempre una mentalità criminale a una grandissima capacità di influenzare le masse. I tratti comuni indubbiamente ci sono, lo schema del padre violento e della madre fortemente idealizzatasi nella sua bontà e fragilità si ripete da Hitler a Saddam Hussein passando per Mao. Ma forse la parte più interessante della narrazione sono i piccoli dettagli, le differenze. Incredibilmente una trincea della prima guerra mondiale nel il caso di Hitler, e un collegio svizzero in quello del dittatore coreano Kim Jong-un possono produrre sentimenti di alienazione e di rivalsa simili. Ed è altrettanto stupefacente vedere quanto sia fondamentale per i dittatori trasformare la loro infanzia in leggenda. Lo fece Stalin nascondendo sempre la propria fragilità fisica, che lo segnò sin da quand'era un ragazzino.

Ma se le dittature hanno una culla, hanno anche una tomba. Il 18 luglio, sempre alle 22,40, è la volta di Cadaveri dei dittatori. Dopo la caduta e la morte per esecuzione, linciaggio o suicidio, sepolti in grandi mausolei, quando il regime sopravvive, o in anonime fosse quando il regime viene abbattuto, i corpi fisici dei dittatori diventano «corpi politici». E in quanto tali contesi da ammiratori e avversari, oggetto di fanatismo o ancora, e questo è un fatto comunissimo, protagonisti di teorie cospiratorie. Ovviamente il caso più emblematico è quello di tutti i dubbi relativi al corpo bruciato di Adolf Hitler che ha suscitato un gran numero di leggende che arrivano alle improbabili fughe in Sud America o sotto i ghiacci del Polo Nord. Ma anche il Palazzo del Sole di Kumsusan dove riposa la salma di Kim Il-sung, il «Presidente eterno» della Corea del Nord, è sufficiente a dare i brividi.

La fine di un dittatore, per quanto spesso violenta e frutto di una vendetta, non necessariamente pacifica la società che ne ha sofferto la crudeltà, mentre, al contrario, anche dopo la morte la sua figura può sempre trovare linfa vitale, trasformarsi in un feticcio carico di potere. Poteva succedere solo nel passato o accade anche oggi, in luoghi rimasti isolati dalla globalizzazione? Guardando questi documentari e le scene di isteria di massa che ogni tanto presentano, viene da pensare che le dittature fortunatamente cadono, ma i meccanismi che le creano purtroppo finiscono solo sotto traccia.

La calma ancestrale, la rabbia del potere. Gianpaolo Caprettini su L'Indipendente l'1 luglio 2023.

L’olio attrae potenti valori simbolici. Uno fra i primi è legato al concetto di stasi: il mare è calmo come l’olio, un altro al concetto di cura, di salute: l’olio sulle ferite, ma la storia antica ha conosciuto l’olio bollente gettato sui nemici o fatto da loro ingurgitare. Quindi, ancora una volta: la pace e la guerra.

C’è poi un’idea di forza, di calma potente che permea l’immaginario intorno all’olivo: la sacralità, la durata nel tempo che la secolare età raggiungibile dalla pianta suggerisce. L’olio e l’olivo contengono dunque insieme una forte connotazione di persistenza e potere e un legame con le forze arcane, con un senso che viene da lontano. 

Luigi Pirandello, in una celebre novella, La giara (1909), ha drammatizzato la inconciliabilità fra l’esibizione tracotante del potere di Don Lollò e la saggezza magica e povera di Zi’ Dima. La giara nuova da olio, di Don Lollò, “badessa” di tutte le altre, era stata trovata rotta e Zi’ Dima venne chiamato a ripararla per mezzo di un mastice miracoloso, ma finì “imprigionato nella giara da lui stesso sanata”, senza la possibilità di venirne fuori a meno di non romperla nuovamente.

L’icona del filosofo cinico Diogene di Sìnope (IV sec.a.C.), schivo e mendicante, irriverente spregiatore delle convenzioni, leggendario e saggio abitatore di una botte, viene rinnovata da Pirandello con quella di Zi’ Dima, sapiente e grottesco artigiano, umile stregone che ripara i guasti e rimette in ordine il mondo con conoscenze semplici e ancestrali. Egli entra in lite con Don Lollò, padrone del podere, che assume invece il ruolo di avvocato da strapazzo, infuriato nel tentare di risolvere la contraddizione fra il merito da riconoscere al conciabrocche che ha svolto il suo compito e la inevitabile decisione di rompere la giara per farlo uscire.

Nel racconto di Pirandello misuriamo la incompatibilità di un sapere artigianale e tradizionale, tramandato da “un vecchio sbilenco”, oggetto di diffidenza ma anche di ammirazione, e l’ostentazione di un potere che sembra infrangere le tradizioni, facendo costruire una giara di grandezza esagerata, da mostrare sì con orgoglio, ma troppo stretta nell’imboccatura.

Don Lollò sferrerà alla fine un poderoso calcio di rabbia alla giara che andrà a sfasciarsi contro un albero, offrendo in tal modo uno strumento – artistico, cognitivo e perché no anche politico – per risolvere il conflitto fra il rispetto dovuto alla sapienza dei poveri e quello preteso dal potere costituito.

Nel 1954 Giorgio Pàstina realizzò, insieme con Mario Soldati, Luigi Zampa e Aldo Fabrizi un film ad episodi – Questa è la vita – in cui venivano trasposte alcune novelle pirandelliane (celebre il Totò de La patente). Nell’episodio relativo a La giara è interessante osservare in apertura un furioso temporale che tormenta gli olivi carichi. Questo fatto è assente nel racconto di Pirandello ma in compenso il padrone del podere viene descritto dallo scrittore come un uomo sempre pronto alla collera, alla lite, che “bestemmiava come un turco e minacciava di fulminare questi e quelli, se un’oliva, che fosse un’oliva, gli fosse mancata”. 

Ecco l’origine dell’immagine di quel temporale: la prepotenza del padrone si trasfigura in una forza naturale che minaccia il raccolto.

Nell’episodio del film sarà invece poi la calma a vincere la contesa, una calma arcaica, popolaresca, inattaccabile, quella che ha superato la tempesta, quella stessa dell’olivo florido sul quale Ulisse edificò, secondo Omero, il talamo nuziale, la calma della divina alleanza rinnovata, invocata da Dante nel Purgatorio. Il rispetto dovuto a ciò che è sacro, come l’olivo al cospetto di Atena, dèa appunto della guerra ma anche della magnificenza, di una sapienza fuori dal tempo e dalle contese transitorie di chi usa in modo meschino e aggressivo il proprio potere. [di Gianpaolo Caprettini]

Altro che derive, ecco perché a questo Paese serve più autorità. Spartaco Pupo su Libero Quotidiano il 10 giugno 2023

Nella vicenda del Pnrr, Giorgia Meloni sta dimostrando che non ha alcuna intenzione di sottrarsi a quello che è un dovere etico, prima che politico: pretendere chiarezza e trasparenza. La premier, infatti, è partita, qualche mese fa, dalla necessità di rivedere il piano in base alle concrete possibilità che i progetti enunciati hanno di essere eseguiti nei tempi stabiliti dall’accordo con l’Ue. Ed è giunta, in questi ultimi giorni, alla stretta sul controllo concomitante della Corte dei Conti proprio per far fronte a questa esigenza. Sa bene che i “sogni” non progettabili andranno in soffitta insieme alle aspirazioni irrealizzabili di molti politici, nazionali e locali, e ai malcelati “appetiti” delle opposizioni. D’altronde, ad essere scarsamente funzionale al processo di rapida “decisione” imposto dall’Ue non è affatto il tanto biasimato “autoritarismo” della Meloni, bensì proprio la pretesa delle opposizioni di un “posto a tavola”. Dai tagli mirati, dalle necessarie potature e dalla velocizzazione dipenderà il successo del piano, e la premier dimostra, forse con eccesso di zelo, di voler agire alla luce del sole.

Gli esperti sanno che il Pnrr non è realizzabile senza la “centralizzazione” in un’unica autorità politica, la premiership, appunto, che Giorgia Meloni fa bene ad accentuare per una ragione molto semplice, e tutta politica: nessuno, né dell’opposizione né della maggioranza, e forse nemmeno del suo partito, le perdonerebbe un passo falso nella gestione del compito che è chiamata a svolgere. È quindi sacrosanto, oltre che lecito, agire con uno spiccato senso di autorità, che nulla c’entra con la “deriva autoritaria” denunciata dalle opposizioni. L’autorità, in effetti, ben lungi dall’essere un’offesa, come ritengono certi solo ni della sinistra, è il sale della politica, giacché è il fondamento che legittima e istituzionalizza il potere. È la fiducia nella legittimità del potere, infatti, a trasformare l’ordine in diritto e l’obbedienza in dovere, conferendo efficacia e stabilità alla relazione tra governanti e cittadini. L’autorità diventa “autoritarismo” solo quando che la detiene nega la legittimità e pretende di dare ordini senza giustificato motivo.

E non è certo questo il caso dell’attuale Presidente del Consiglio, democraticamente eletto e legittimamente incaricato a svolgere le sue funzioni. Se non si ha voglia di riguardarsi qualche testo giuridico – anche perché la letteratura sul tema è molto vasta – i censori dell’operato della premier potrebbero andare a rileggersi qualche classico di teoria politica, se non di Roberto Michels o Carl Schmitt, almeno di Hannah Arendt, autrice non certamente di destra. Ebbene, in Che cos'è l'autorità? (1970), proprio Arendt definiva l’autorità, in forza della quale agisce un politico legittimamente deputato a governare, come «la pietra angolare che ha reso il mondo durevole e permanente» e che, nientemeno, garantisce «la continuità, la solidità e le fondamenta del mondo». Una lezione per molti! 

Autocrazie in crisi. Tutti i luoghi comuni alimentati dalla propaganda illiberale. Francesco Cundari su L'Inkiesta il 5 Maggio 2023.

La democrazia è in affanno, ma regge meglio degli altri sistemi. Se ne stanno accorgendo in Russia, in Iran e in Cina. Chissà che nel 2023 la notizia non arrivi perfino negli studi tv italiani 

Questo è un articolo dell’ultimo numero di Linkiesta Magazine + New York Times Turning Points 2023 in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia da oggi in edicola. E ordinabile qui.

Le notizie sulla ritirata della democrazia nel mondo da tempo non sono più una novità. Ogni anno si susseguono rilevazioni, dati e analisi che confermano una tendenza angosciante. A febbraio del 2022 il Democracy Index dell’Economist, che misura lo stato della democrazia globale, registrava per l’anno precedente il calo più pesante dal 2010, quando il mondo faceva i conti con le conseguenze della crisi finanziaria, e il risultato più basso dall’inizio delle rilevazioni, nel 2006. Il rapporto 2022 di Freedom House, ong che si occupa dello stato della democrazia e delle libertà civili, descrive l’espansione dell’autoritarismo. Un quadro inquietante che è il frutto di sedici anni consecutivi di declino dei dati sulla libertà globale. «A oggi», dice il rapporto, «circa il 38 per cento della popolazione mondiale vive in Paesi non liberi, la più alta percentuale dal 1997».

Dare una misura esatta a concetti sfuggenti come libertà e democrazia può suscitare legittimi dubbi; ma comunque si giudichino metodologie e risultati delle singole rilevazioni, quello che colpisce è la tendenza, su cui tutti i dati e tutte le analisi convergono ormai da moltissimo tempo. La democrazia sembra essere in ritirata, e così le libertà civili e i diritti umani, anche all’interno dei Paesi democratici, mentre crescono simmetricamente il numero e l’influenza dei Paesi non democratici, solo parzialmente democratici o apertamente dittatoriali. 

Sebbene, come si vede, il processo sia cominciato molto prima, non c’è bisogno di molti grafici e percentuali per spiegare come la pandemia abbia accelerato questa deriva. Figuriamoci quando alla pandemia, alle conseguenti misure restrittive e ai loro pesanti effetti economici si sono sommate le tensioni, i disagi e le paure suscitate nelle opinioni pubbliche di tutto il mondo dalla guerra in Ucraina, dall’inflazione e dalla crisi energetica. Sembrerebbe la ricetta perfetta, a quasi cento anni di distanza, per un revival degli anni Trenta del Novecento. 

Non per niente – come è ormai quasi obbligatorio sin dal primo apparire di qualunque genere di crisi – analisti e commentatori hanno ricominciato a prendersela con Francis Fukuyama, per ripetere che la storia non è affatto finita e il suo ottimismo sulla vittoria definitiva del modello liberaldemocratico occidentale completamente infondato. 

A conferma di questa tesi hanno avuto ampia circolazione diversi pericolosi e molto antichi luoghi comuni. Quante volte ci siamo sentiti dire che i regimi autoritari, a cominciare dalla Cina, si stavano dimostrando meglio attrezzati per affrontare la pandemia, che tutto sommato la popolazione era ben felice di cedere un po’ di libertà in cambio di sicurezza, crescita economica e benessere, tutte cose che le fiacche, litigiose, deboli democrazie occidentali non erano più in grado di garantire a nessuno. E tantomeno l’Unione europea, con le sue farraginose procedure democratiche, la sua stentata crescita economica, i suoi asfissianti vincoli di bilancio (almeno per noi italiani). 

Oggi vediamo però che, mentre il resto del mondo, noi compresi, conduce una vita pressoché normale, la televisione cinese deve censurare persino i Mondiali, stringendo le inquadrature sui giocatori e tagliando tutte le immagini degli stadi pieni e dei tifosi accalcati, affinché i loro cittadini non vedano come stanno le cose altrove, e non possano fare paragoni. Ma come stanno le cose lo sanno già, i paragoni li fanno e il risultato sono proteste contro il regime mai viste per estensione e radicalità dai tempi di piazza Tian An Men. 

Oggi vediamo che sono i cittadini della democratica, pro-europeista e pro-occidentale Ucraina a dimostrare una forza e un coraggio insospettati, mentre sono i soldati russi a disertare, ad abbandonare i carri armati sul campo di battaglia o prima ancora di esserci arrivati. Sono i giovani russi, timorosi di essere arruolati, a lasciare il loro Paese, mentre tanti ucraini che all’estero già ci stavano, al sicuro, fanno ritorno in patria per difenderla dall’invasore. 

Oggi vediamo che persino la teocrazia iraniana fa sempre più fatica a contenere le proteste che hanno preso avvio dalla scomparsa di Mahsa Amini, morta dopo essere stata arrestata dalla polizia religiosa per come indossava il velo.

La Cina è il principale alleato della Russia, sebbene sia stata ben attenta a non farsi trascinare nella guerra contro Kyjiv. L’Iran, sebbene ufficialmente neghi ogni coinvolgimento, non ha esitato a fornire a Vladimir Putin i droni utilizzati contro le città ucraine.  

Certo, in Italia, leggendo i giornali e guardando la tv, è difficile rendersene conto. Qui, per molte ragioni, continua a prevalere una narrazione del tutto opposta – opposta alla realtà, s’intende – in cui sono i sostenitori dell’Ucraina a essere dipinti come servi degli Stati Uniti, come gli ultimi fanatici esponenti di un imperialismo americano ormai in disarmo, come i disperati propagandisti di una civiltà occidentale in declino – priva di valori, senza identità e senza radici, abitata solo da gente rammollita dal consumismo e rincretinita dalla televisione – destinata inevitabilmente all’estinzione. Mentre i deliri nazionalisti, omofobi e oscurantisti di Putin e del patriarca Kirill sarebbero l’esempio di una nazione unita, forte dei propri valori, della propria tradizione e della propria identità.

Naturalmente, nulla può più essere dato scontato. Dopo aver visto Donald Trump incitare i suoi sostenitori ad assaltare il Congresso nel tentativo di rovesciare l’esito del voto, il 6 gennaio 2021, dobbiamo sempre domandarci cosa sarebbe successo se quel risultato non fosse stato nettissimo e ben distribuito tra diversi Stati americani. Se cioè quella di Joe Biden fosse stata una vittoria di misura, appesa a pochi voti contestati, come accadde nel 2001 con la vittoria di George W. Bush su Al Gore: è più che lecito domandarsi se la democrazia americana sarebbe oggi ancora in piedi, se non avremmo assistito a una vera e propria guerra civile e quali conseguenze avrebbe avuto un simile scenario nel resto del mondo (a cominciare proprio dall’Ucraina).

Sta di fatto che oggi anche la stella di Trump, il principale agente del caos che la democrazia occidentale abbia dovuto fronteggiare al proprio interno, appare decisamente in declino. Così come decisamente più deboli di un anno fa appaiono Putin, gli ayatollah iraniani e persino il potentissimo Xi Jinping.

Il 2022 ha smentito tutti i luoghi comuni alimentati, sui nostri mezzi di comunicazione, dalla propaganda illiberale. Come si è visto, anche dinanzi alle minacce mortali della pandemia e della guerra, non sono i regimi autocratici a essersi dimostrati capaci di garantire maggiore sicurezza, tranquillità, ricchezza e benessere alle loro popolazioni.

Sono state le democrazie capitaliste occidentali, con tutti i loro limiti, a dimostrarsi capaci di trovare le soluzioni più efficaci, i vaccini migliori, i compromessi più ragionevoli tra libertà, diritti individuali e salute pubblica.

È stato il desiderio di entrare nell’Unione europea, consolidando l’evoluzione del Paese verso una compiuta democrazia occidentale, ad animare l’eroica resistenza degli ucraini. Ideali e desideri che alla prova dei fatti, sul campo di battaglia, si sono dimostrati assai più forti del richiamo alla retorica del sangue e del suolo, dell’oscurantismo religioso e del fanatismo nazionalista agitato contro di loro in Russia. Una retorica che fa sempre meno presa a Mosca, come sembra fare sempre meno presa a Teheran e persino a Pechino, e forse un giorno, chissà, perderà il suo slancio anche sulle tv italiane.

Linkiesta Magazine + New York Times Turning Points 2023 in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia da mercoledì 28 dicembre. E ordinabile qui.

Egoismo altruistico. Il salto di qualità nella leadership è convincere gli altri a lottare per uno scopo più elevato. Stewart D. Friedman su L'Inkiesta il 24 Aprile 2023

Come spiega Stewart Friedman in ”Total Leadership” (Egea), bisogna allenare la capacità di ottenere un sostegno esterno. E soprattutto far capire loro che ciò che state cercando di raggiungere riguarda qualcosa più grande di voi stessi

È molto facile rimanere intrappolati nelle proprie idee su come dovrebbero essere fatte le cose e perdere la possibilità di focalizzarsi su ciò che gli altri vogliono da voi. Ma il mondo reale è fatto da persone interdipendenti e dovete trovare un modo per connettere le vostre idee con i bisogni delle persone dalle quali voi stessi dipendete per realizzare ciò che è importante. E quando riuscirete a farlo – quando vi prenderete del tempo per scoprire in che modo i vostri interessi si sovrappongono con quelli degli altri e agirete di conseguenza – avrete molte più possibilità di realizzare le vostre ambizioni.

I leader vedono il mondo attraverso gli occhi degli altri, così come avete fatto voi nei dialoghi con i vostri interlocutori. Lo scopo dei leader è rendere il mondo migliore per le persone che li circondano, proprio come state facendo con i vostri esperimenti. Può sembrare un paradosso, ma più riuscirete a togliere i vostri interessi egoistici dal quadro generale, agendo piuttosto per gli altri, e più finirete con l’avvantaggiare i vostri interessi, nel breve e nel lungo termine.

I leader vedono il «noi» dove gli altri si accorgono solo dell’«io». Il concetto di «noi» si espande oltre le persone a noi più care e intime, e quindi può ispirare cambiamenti grandiosi. Bono, cantante e frontman degli U2 oltre che attivista di fama mondiale per i diritti civili, rimane una rock star, ma gran parte della sua musica e di tutto il resto del suo lavoro è proprio dedicata a migliorare la vita delle persone in difficoltà. Indra Nooyi, all’epoca CEO di PepsiCo, ha dichiarato di essere alla ricerca di «performance con uno scopo». L’obiettivo di Nooyi era certamente fare soldi, ma in modo da soddisfare il bisogno di alimenti sani nel mondo; secondo lei, questo avrebbe a sua volta finito per arricchire tutti.

Prendiamo in considerazione un esperimento in cui progettate di lavorare da casa un giorno a settimana. Quante probabilità di successo avrete se il vostro capo ha un ruolo diretto nel responsabilizzarvi a rimanere a casa e fa il tifo per voi? Per lui o lei la nuova disposizione, concordata in un esperimento ben congegnato, dovrebbe essere buona o addirittura migliore di quanto non sia per voi! Elemento essenziale perché questo accada è che voi crediate che sarà davvero una soluzione positiva per il vostro capo e per le altre parti interessate. Se non riuscirete a convincere voi stessi che questo è proprio vero, allora non potrete essere molto persuasivi.

(…)

Quando siamo convinti di fare qualcosa per gli altri non ci si sentiamo in colpa se facciamo qualcosa che potrebbe sembrare solo per noi stessi. In Work and Family. Allies or Enemies? Jeff Greenhaus e io abbiamo osservato che un tempo maggiore dedicato dalle madri a sé stesse si traduce in una migliore salute emotiva dei figli. Questo significa anche andare alle terme senza sensi di colpa perché sappiamo di fare qualcosa di positivo anche per i nostri figli.

2014 Stewart D. Friedman, Published by arrangement with Harvard Business Review Press through Berla & Griffini Rights Agency 

Da “Total Leadership” di Stewart D. Friedman, Egea, 248 pagine, 30,90 euro

Renzusconi. Edoardo Sirignano su L’Identità il 14 Aprile 2023

Forza Matteo! Così si chiamerà il nuovo soggetto liberal-democratico pensato da Renzi. Non basta neanche una telefonata di Macron a salvare il Terzo Polo. Le uscite di Carlo Calenda sono insopportabili per il giglio, che non vuole più stare ai diktat del romano. Salta, quindi, l’ennesimo confronto richiesto dal capogruppo alla Camera Richetti. Il superamento della Leopolda è solo la goccia che fa traboccare il vaso. La verità è piuttosto quella rivelata dall’ormai ex alleato: “Non faremo il partito unico perché Matteo non lo vuole”. L’ex presidente del Consiglio, uno dei pochi in Italia che di politica ne capisce, intravede uno spazio politico, che non può essere lasciato vuoto. Stiamo parlando del campo occupato da Berlusconi. Il Cav continuerà a dare consigli, a lottare contro ogni malattia, a dettare la strategia dietro le quinte, ma certamente non può permettersi più il lusso di guidare uno schieramento. Per quello non basta una comparsata in una manifestazione, come dice qualche colonnello azzurro. Considerando i tempi attuali della politica, dei social, occorre dedicarsi ventiquattro ore su ventiquattro. Il numero uno di Italia Viva lo sa bene. Ecco perché vuole, per l’ennesima volta, anticipare la mossa e mettersi a capo di un mondo, che non avrebbe alcuna difficoltà a ritrovarsi intorno a un moderato, a un indiscusso comunicatore, a un profilo riconosciuto nel mondo, proprio come il leader di Arcore.

Il piano di Matteo

Basta, d’altronde, analizzare le ultime mosse del giglio per capire la strategia. La nomina di Andrea Ruggieri, fedelissimo del leader di Arcore, a direttore responsabile del Riformista, vale più di mille parole. Si vuole dare un’impronta chiara nella comunicazione. Stesso discorso vale per le interlocuzioni tra Italia Viva e alcuni big azzurri. Secondo voci di palazzo, ci sarebbe stata più di una telefonata tra Renzi, Ronzulli, Cattaneo e Mulé. Questi ultimi nel caso in cui dovessero essere scaricati dal ministro Tajani, candidatosi a diventare “corrente” del partito della Meloni, avrebbero già un nuovo padre pronti ad accoglierli. Il tutto ovviamente sarà concordato con Berlusconi. Matteo non ha mai dimenticato il Patto del Nazareno, né ha alcuna intenzione di rompere con l’amico Silvio. Il divorzio con Calenda, non a caso, avviene proprio quando il politico romano, nel momento più difficile per il Cav, parla di “fine della seconda repubblica”. Una cosa è certa, le similitudini sono tante tra Italia Viva e Forza Italia. Un esempio è la battaglia garantista, su cui i due leader si sono sempre ritrovati. Sul punto, Renzi avrebbe trovato un accordo sia con +Europa che con quel che resta del mondo liberale. Queste forze avrebbero scelto da tempo con chi collocarsi e non certamente con “Carletto de Roma”. L’ultimo cinguettio di Emma Bonino, che dice di non essere sorpresa dalle scelte di Calenda, vale più di mille parole. Qualche malpensante sostiene che siano gli stati gli stessi radicali a dire agli amici della Leopolda di rompere con Azione. La strategia è unire le forze, dagli scontenti del Pd ai berluscones, per tornare a essere centrali in Europa. Per riuscire nella sfida non basta certamente il partititino che alle ultime regionali ha preso il 2 per cento in Friuli. Quel progetto, purtroppo, è fallito. A dirlo i numeri e non gli slogan.

 La fase transitoria

L’operazione moderata, immaginata da Renzi, però, richiede tempo. Serve gestire al meglio la fase di transizione. Non dovrebbero esserci particolari problemi per Italia Viva, ma non sono permessi errori. A Bruxelles i due europarlamentari di Renew sono fedelissimi del giglio. “Un percorso importante, come quello che abbiamo avviato in Europa – dichiara il vicepresidente del gruppo Nicola Danti – non può essere fermato per i personalismi di qualcuno”. Stesso discorso vale per Montecitorio, dove Matteo ha i numeri per mantenere il simbolo. Più difficile il quadro a Palazzo Madama, dove Iv ha 5 senatori contro i 6 necessari per il gruppo. Recuperare un parlamentare, però, non è certamente un’impresa impossibile per chi è in grado di convincere chiunque.

La solitudine di Carletto

Più difficile il futuro, invece, per Carlo Calenda. Se Renzi sa dove vuole andare, il romano dovrà inventarsi qualcosa. Il campo della sinistra è ormai occupato da Elly Schlein, mentre i ribelli centristi non possono far altro che tornare da chi li ha creati.

Nel Pd, Calenda non è simpatico a nessuno, neanche a Ernico Letta. L’ex segretario del Pd è tra i primi a mettere il like al tanto discusso tweet della Bonino. I 5 Stelle, poi, certamente non possono caricarsi sulle spalle chi li ha sempre criticati. Un’intesa con Giorgia Meloni è fantapolitica. L’isolamento, pertanto, è la vera ragione dell’ira di Carletto. Renzi, a suo discapito, non “parla solo con Obama e Clinton”.

Gli unici ad aver aderito alla causa di Azione, allo stato, sono le sole Carfagna e Gelmini. Queste ultime non possono essere riaccolte da chi fino a ieri le ha definite “traditrici”. Il Cav non perdona. Ne sanno qualcosa i vari Fini e Alfano. Il Terzo Polo di Calenda, quindi, rischia di trovare un percorso in salita dai blocchi di partenza. Le sigle centriste in Italia abbondano e l’egocentrismo del re dei Parioli non rende attrattivo un progetto, che non è più una novità.

Sangue, merda e Terzo Polo. Il racconto grottesco e impolitico di un fallimento tragicamente politico. Carmelo Palma su L’Inkiesta il 15 Aprile 2023

Quasi tutti i giornali hanno raccontato lo scontro tra Renzi e Calenda come una sorta di rissa di strada. E invece è stato molto di più: un clamoroso tentativo fallito di superare il micro-leaderismo personalistico nell’area liberaldemocratica

Chissà se è nato prima l’uovo o la gallina, prima il malvezzo dei giornalisti di rappresentare la politica come una commedia dell’arte o un’opera dei pupi o prima l’assuefazione dei politici a farsi rappresentare – e ad autorappresentarsi – come tanti Zanni e altrettanti Orlando, un’immensa compagnia di giro di maschere e marionette, impegnata a improvvisare frizzi e lazzi su esili canovacci o a incrociare le lame di latta in infiniti duelli di amore e di virtù.

Azzarderei che sia l’egemonia dell’infotainment e non il narcisismo dei potenti o aspiranti tali a condannarli a rispondere (sventurati) all’«Americà, facce Tarzan», che è il modo più comodo e redditizio con cui l’informazione dalla schiena dritta adempie quotidianamente alla propria imprescindibile funzione democratica contro gli arcana imperii. Ma è un discorso che porterebbe lontano e, probabilmente, in zone infrequentabili per chi voglia sottrarsi all’accusa di attentare alla libertà dell’informazione, che è un feticcio pure più intangibile della rinomatissima autonomia della magistratura.

In ogni caso, per fermarsi più modestamente alle conseguenze, senza risalire alle origini di un meccanismo che sta conformando il funzionamento della democrazia italiana a quello dello showbiz mediatico-politico (showbiz peraltro povero e sfigato), in questi giorni abbiamo avuto una dimostrazione spettacolare di questo fenomeno nella rappresentazione (e autorappresentazione) dell’esplosione del Terzo Polo e della rottura tra Renzi e Calenda.

Si possono avere le più varie opinioni – e mi pare che Linkiesta ne stia raccogliendo di molto diverse e plurali sulle ragioni e sui torti di ciascuna delle parti e sul contributo che protagonisti e comprimari hanno offerto al proprio sputtanamento. Si può avere un’opinione buona o cattiva della moralità e della coerenza di Renzi e di Calenda, della furbizia dell’uno e dell’intemperanza dell’altro o della capacità di entrambi di corrispondere responsabilmente agli impegni che si erano presi con due milioni e mezzo di elettori.

Quello che però onestamente non si può fare è raccontare questo scontro come una sorta di rissa di strada, senza altro contenuto che quello di volere essere il capo del rione. Per tutti i giornali italiani – per la precisione per quasi tutti – si è semplicemente giunti al redde rationem tra i due galli del pollaio centrista. Eppure era chiaro da mesi che il problema – ripeto: qualunque cosa si pensi circa la soluzione – era gigantesco e oggettivo e riguardava il punto su cui sono falliti in questi ultimi trent’anni tutti, dicasi tutti i tentativi compiuti nel mondo liberaldemocratico per fare un vero e autonomo partito di un’area di opinione diffusa ed esigente, storicamente refrattaria all’impegno pubblico e piuttosto incline al mugugno privato, ripetutamente scomposta e ricomposta in formule elettorali rovinose o fortunate (le principali: Lista Bonino 1999, Scelta Civica 2013, Azione-Italia Viva 2022), tutte dissoltesi nello spazio di un’elezione, a prescindere dal risultato conseguito.

I liberaldemocratici italiani, uti singuli, nel frattempo hanno dato buone lezioni di pedagogia civile ed economica e hanno tentato di spiegare agli altri come si sta al mondo, ma non hanno mai accettato di capire come si sta in politica con un’ambizione diversa da quella della neutralità tecnocratica o della rendita parassitaria, sempre con un piede dentro e un piede fuori i confini dei partiti altrui e con una vocazione al marginalismo retribuito con seggi o incarichi ad honorem, che ne ha fatto i cespugli perfetti a destra come a sinistra, i pennacchi da esibire da una parte o dall’altra come prova di serietà, di pluralismo o di attenzione ai contenuti.

Le poche prove di autonomia liberaldemocratica sopravvissute alla prova delle urne non sono sopravvissute alla prova del partito, perché nessuno si era mai spinto finora oltre le colonne d’Ercole del micro-leaderismo personalistico, del situazionismo politico-elettorale e dell’anche oggi decidiamo domani. Il divorzio tra Azione e Italia Viva è un tentativo fallito (nuovamente: non mi importa, qui, discutere ragioni e torti), ma è stato questo tentativo ed è fallito su questo.

Cavillare sulla incomprensibilità di uno scontro tra due leader che sembrano d’accordo su tutto, pure ammettendo e non concedendo che questo sia vero, è poi politicamente una prova di malafede giornalistica e di ruffianeria politica da Guinness dei primati: se il progetto non era quello di presentare emendamenti comuni al decreto milleproroghe o alla legge di bilancio, ma di costruire un partito con ambizioni elettorali a doppia cifra per le prossime europee e una trincea di resistenza al bipopulismo perfetto per l’intera legislatura, come si fa onestamente a considerare irrilevante, dal punto di vista politico, la disponibilità di bruciarsi o meno i ponti alle spalle o l’esigenza di conservare o meno vie di fuga?

Insistere poi sulla diversità e sullo scontro dei caratteri di Renzi e di Calenda, riportando a un dato soggettivo, psicologico e perfino fisiognomico una diversità del tutto oggettiva di idee, convinzioni e ambizioni sarebbe come minimo – direbbero quelli che parlano bene – un cattivo servizio reso alla comprensione del pubblico degli affezionati lettori e telespettatori del circo politico-mediatico. È invece – dicono quelli che parlano male, come me – un modo disonesto per rimuovere il sangue della politica e per rivenderne solo la merda.

Almeno non ci ruberemo i Rolex. La rottura tra Azione e Italia Viva, raccontata da Calenda. su L’Inkiesta il 15 Aprile 2023

Intervistato da Repubblica, il leader dell’ormai fallito Terzo Polo è deluso più che furioso: «Credevo davvero che si potesse fare il partito unico e che Renzi volesse fare un passo di lato, dato che guadagna due milioni di euro in giro per il mondo»

Il Terzo Polo è morto. Eppure in qualche modo continuerà a esistere nella politica italiana, nel lavoro dei gruppi parlamentari, nell’impegno all’opposizione, nel percorso che porterà alle europee. È una consapevolezza che hanno tutti, sia in Azione sia in Italia Viva. Ne ha parlato anche Carlo Calenda in un’intervista a Repubblica, fatta da Lorenzo De Cicco: il leader di Azione dice di sperare che i gruppi parlamentari continuino ad esistere, anche perché altrimenti perderebbero i fondi parlamentari, e aggiunge che nella trattativa aveva fissato regole chiare: sciogliere i partiti e condividere i soldi.

Nella sua conversazione con Repubblica, Calenda sembra deluso più furioso, dispiaciuto per un progetto politico che stava prendendo forma e che invece si è fermato prima di iniziare a vedere risultati concreti. Non si è risparmiato battute – «Almeno non ci siamo fregati i Rolex», inizia così l’intervista a Repubblica, con un non troppo velato riferimento al divorzio dell’anno, quello tra Francesco Totti e Ilary Blasi – e frasi di circostanza per cercare di raffreddare i toni della conversazione: «Siamo seduti molto distanti. Abbiamo scherzato su un errore di Lotito», ha detto Calenda quando De Cicco gli ha chiesto «Ieri in Senato che vi siete detti?».

Il piatto forte, ovviamente, restano i commenti affilati nei confronti di Matteo Renzi: «C’è grande delusione, credevo davvero che si potesse fare il partito unico e che Renzi volesse fare un passo di lato, dato che guadagna due milioni di euro in giro per il mondo». Poi ovviamente rincara la dose quando parla dell’incarico di Renzi come direttore del Riformista. Calenda dice che sarà divertente: «Penso a quei politici che faranno confidenze a Renzi e poi si ritroveranno i virgolettati sui giornali». E ancora, sul personale: «Può essere che io abbia un caratteraccio. Ma mi sento un tipo retto».

L’unico momento in cui nelle parole di Calenda si può percepire la rabbia per quanto accaduto è proprio quando si entra nel merito delle questioni relative all’amministrazione due partiti: «Qualcuno me l’aveva detto che dovevo stare attento. Renzi è uno pirotecnico, che una ne fa e cento ne pensa come è successo con Il Riformista. Se non stai attento è uno che “te se magna”. Ma io sono un boccone indigesto».

Nell’accordo tra Azione e Italia Viva, tra l’altro, c’era anche una clausola anti-lobby. Che non sarebbe valsa solo per Renzi ma per tutti. «Non ci siamo sentiti per due settimane», racconta Calenda. «Intanto i suoi mi attaccavano a mezzo stampa e l’esercito di troll che ha su Twitter me ne diceva di ogni. Ma ho capito il trappolone e non mi sono fatto fregare».

In ultimo, Calenda non esclude di riproporre alleanze a Più Europa. Ma anche al Partito Democratico di Elly Schlein: «Mai dire mai. Ma se fanno asse con i Cinquestelle li vedo lontani da noi. E su troppi nodi come il termovalorizzatore non prendono posizione».

Estratto da repubblica.it il 15 aprile 2023

[…]  Calenda, su Twitter, […] senza mai citare Bonifazi o Renzi, scrive: "Nella vita professionale non ho mai ricevuto avvisi di garanzia/rinvii a giudizio/condanne pur avendo ruoli di responsabilità. Non ho accettato soldi a titolo personale da nessuno, tanto meno da dittatori e autocrati stranieri".

 "Non ho preso finanziamenti per il partito da speculatori stranieri e intrallazzatori. Non ho mai incontrato un magistrato se non per ragioni di servizio. Mai sono entrato nelle lottizzazioni del CSM", aggiunge Calenda. Poi il passaggio più duro: "Non ero a Miami con il genero di Trump o in Arabia a prendere soldi dall'assassino di Khashoggi". "Ho rotto con il PD quando ha tradito la parola alleandosi con Renzi e i 5S. Ho rotto con Letta quando ha trasformato l'agenda Draghi in quella Bonelli/Fratoianni/Di Maio. Non sono caduto nella fregatura di Renzi e Boschi sul finto partito unico", conclude.

Dopo qualche ora arriva una enews di Matteo Renzi per "chiedere scusa a tutti gli amici che credono nel riformismo e nel Terzo Polo per l'indecoroso spettacolo di questa settimana. Ho fatto di tutto per evitare di giungere a questo epilogo. Ci ho creduto ma non ci sono riuscito. Penso che chi ha avuto responsabilità in questo fallimento debba chiedere scusa. E io lo faccio - per la mia quota parte - con la consapevolezza che ho fatto di tutto fino all'ultimo per evitare il patatrac".

 "Nei prossimi giorni partirà il congresso democratico, dal basso, di Italia Viva. - continua Renzi - Quello che volevamo fare insieme ad Azione, in modo civile e libero, lo faremo con chi ci sta. Prima i comuni, poi le province, poi le regioni. Non ci saranno paracadutati o imposti dall'alto.

 Sceglieranno gli iscritti, non Renzi. Faremo la Leopolda l'8-9-10 marzo 2024 cercando di portare tante belle esperienze a discutere, a condividere i sogni, a ragionare di politica. Pensare di vietare la Leopolda è incredibile: significa non aver capito quanto entusiasmo e quanta bellezza ci sia in un popolo che rifiuta il populismo".

Estratto dell’articolo di Thomas Mackinson per ilfattoquotidiano.it il 15 aprile 2023

 “Renzi non ha mai voluto fare un partito. Messo alle strette ha provato a rifilarci una ‘solà e non gli è riuscito. Allora ha fatto saltare tutto. Ora ignoriamo gli insulti, la cagnara dei finti profili di IV etc. e andiamo avanti a fare politica come l’abbiamo sempre fatta: in modo onesto, trasparente e sui contenuti”.

Con un tweet Carlo Calenda tenta di sedare così la montagna di polemiche, insulti e dileggi che accompagnano il naufragio del Terzo Polo, ormai diviso da tutto e unito dall’unico collante della “roba”, cioè i soldi: 14 milioni di spese dei gruppi in 5 anni, 4 milioni già raccolti da finanziatori privati, 1,6 milioni (800mila euro a partito circa) raccolti col 2xmille.

 […] Perché tenere insieme due forze politiche mentre il progetto comune naufraga in una marea di insulti l’abbiamo scritto ieri: per i 14 milioni di euro di fondi che i due partiti perderebbero in cinque anni se si dividessero, perché a quel punto nessuno dei due avrebbe il numero minimo di eletti per formarne uno proprio (20 alla Camera, 6 al Senato) e perderebbe tutti quei soldi. Per dare la misura, sono circa 10mila euro al mese ciascuno tra auto, sondaggi, multe, collaboratori, materiale di comunicazione etc. Anche da qui si capisce l’urgenza della convenienza senza esser convolati a nozze. Scelta imposta anche da un altro problema che già si profila: ma chi li finanzierà più?

Quando Renzi e Calenda si unirono attorno al progetto di un Terzo Polo riformista il ghota dell’imprenditoria e della finanza […] si spellò mani e portafogli per quell’impresa che alle politiche aveva raccolto l’8%. Tanto da versare nelle loro casse 4 milioni di euro a titolo di “erogazione liberale”. […]

 Nell’elenco dei finanziatori spicca il patron Prada Maurizio Bertelli che negli due anni ha versato ad Azione 100mila euro. Sempre nella moda la famiglia Zegna, che al Terzo Polo ne ha donati 60mila, quindi Loro Piana che ne ha versati 130mila, l’ultima tranche a fine marzo. Nel settore sanitario c’è il patron di Technit e Humanitas Gianfelice Rocca che ha versato 100mila euro.

Confindustria aveva scommesso tanto nella convinzione che il progetto di Renzi e Calenda avrebbe fatto molta strada: Alberto Bombassei cala una fishes da 100mila euro sul tavolo dei terzopolisti, insieme all’ex presidente Antonio D’Amato, Ad Alessandro Banzato (già Federacciai) e Giovanni Arvedi, alla guida del colosso dell’imprenditoria siderurgica. Scendono in campo anche i signori del cemento come Pietro Salini (Webuild) che punta al Ponte di Messina. E vede crollare quello tra i due beneficiati.

Terzo polo, sipario con stracci. Renzi: "Carfagna sia la leader". Antonio Fraschilla su La Repubblica il 16 Aprile 2023

L'ultimo affondo di Calenda: "Io mai in Arabia a prendere soldi dall'assassino di Khashoggi". L'ex premier chiede scusa per lo "spettacolo indecoroso". E lancia la nuova provocazione

"Quando Carlo Calenda aveva bisogno, gli andava bene tutto. Oggi insulta per paura di perdere il congresso. Tutto è saltato quando Luigi Marattin ha annunciato che si sarebbe candidato al congresso contro di lui. Ma il progetto Terzo polo va avanti: è maturo il tempo di una leadership femminile, dopo Meloni e Schlein. Dobbiamo fare un passo indietro entrambi, io e Calenda, e lasciare spazio a una candidatura femminile". Matteo Renzi parla con i suoi al telefono e annuncia la sua nuova strategia dopo che con il leader di Azione ormai volano gli stracci: puntare su una donna per mettere Calenda del tutto fuori dai giochi. E in Italia viva si fa il nome di Mara Carfagna come possibile colpo di teatro per tenere in vita il progetto terzopolista e smontare il giocattolo di Azione.

Una strategia, quella di Renzi, illustrata ai suoi alla fine di una giornata di insulti con l'ex ministro.

Calenda ieri mattina ha prima invitato i componenti del suo partito al silenzio stampa per abbassare la tensione, poi proprio il leader di Azione ha colpito Renzi nel suo punto più debole: i rapporti da conferenziere ben retribuito a Riad con Mohammad bin Salman, accusato di essere il mandante dell'omicidio del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi. "Mi si accusa di assenze in Senato, ma quando non c'ero facevo iniziative per Azione e Italia viva, non ero a Miami con il genero di Donald Trump o in Arabia a prendere soldi dall'assassino di Kashoggi", scrive Calenda in un tweet per rispondere al tesoriere di Iv Francesco Bonifazi.

Il segno è stato superato e la frattura tra i due leader nel campo del Terzo polo è ormai insanabile. Calenda ha deciso di "mettere in chiaro le responsabilità del fallimento del partito unico, dopo essermi impegnato sette giorni su sette per creare il vero Terzo polo", dicono da Azione.

Da qui una serie di tweet al veleno contro l'ex alleato: "Nella vita professionale non ho mai ricevuto avvisi di garanzia, rinvii a giudizio e condanne pur avendo ruoli di responsabilità - scrive - non ho accettato soldi a titolo personale da nessuno, tanto meno da dittatori e autocrati stranieri. Non ho preso finanziamenti per il partito da speculatori stranieri e intrallazzatori. Non ho mai incontrato un magistrato se non per ragioni di servizio. Mai sono entrato nelle lottizzazioni del Consiglio superiore della magistratura. Ho rotto con il Partito democratico quando ha tradito la parola alleandosi con Conte e il Movimento 5 stelle. Ho rotto con Enrico Letta quando ha trasformato l'agenda Draghi in quella Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni e Luigi Di Maio. Non sono caduto nella fregatura di Renzi e Boschi sul finto partito unico".

Renzi legge incredulo questi attacchi a mezzo social e ribatte a modo suo: "In queste ore Carlo Calenda sta continuando ad attaccarmi sul piano personale. Sono post e tweet tipici dei grillini, non dei liberal democratici. Tuttavia io non replico. Se sono un mostro oggi, lo ero anche sei mesi fa quando c'era bisogno del simbolo di Italia viva per presentare le liste. Se sono un mostro oggi, lo ero anche quando ho sostenuto Calenda come leader del Terzo Polo, come sindaco di Roma, come membro del Parlamento europeo. O addirittura quando l'ho nominato viceministro, ambasciatore, ministro".

A questo punto il senatore rilancia il congresso di Italia viva nel marzo del 2024 e chiude quindi a qualsiasi possibile intesa con Azione. Ma con la mossa di lanciare Mara Carfagna come possibile leader del Terzo polo prova a piazzare una mina dentro il partito di Calenda. L'ex ministra potrebbe diventare il volto di un partito moderato che guarderebbe verso il centrodestra: prendendosi anche le spoglie di Forza Italia.

Carlo Calenda: «Contro di me i troll di Renzi sui social». Ma i due non si possono separare. Continuano i botta e risposta sui social e sui media. Ma i gruppi parlamentari di Azione e Italia Viva restano uniti, anzi più che saldi: il rischio è quello di perdere un milione e mezzo di finanziamenti l’anno. Simone Alliva su L’Espresso il 14 Aprile 2023

«Se ci siamo sentiti? Ma Renzi parla solo con Obama e Clinton. Intanto i suoi mi attaccavano a mezzo stampa e l'esercito di troll che ha su Twitter mi diceva che ero un assassino o cose del genere. Ma la tecnica è chiara». Parla di tecnica Carlo Calenda intervistato da Repubblica che da giorni vede i suoi social ricoperti di insulti, minacce e frasi che purtroppo non si possono riportare, il garbo non lo consente.

Anche lo "squadrismo social” è un metodo dentro questa storia politica finita malissimo. E non è una novità ma la sua evoluzione. Il passato è dietro di noi, basta voltarsi per guardarlo. Se andiamo molto indietro ricordiamo il “metodo Boffo” ideato da Vittorio Feltri ed entrato nei manuali di storia del giornalismo: l’allora direttore di Avvenire Dino Boffo, reo di aver scritto alcuni editoriali contro Silvio Berlusconi, fu messo alla gogna da Il Giornale, fino al suo licenziamento. Poi è stato il momento del "Giornalista del giorno", rubrica grillina molto in voga fino a qualche anno fa nella quale foto-segnalare un giornalista e riportare un brano critico nei confronti del Movimento 5 stelle.

Restano alle cronache le gaffe di Alessio De Giorgi, responsabile della comunicazione digitale di Renzi, balzato fuori dall’anonimato per aver negato di essere l’amministratore della pagina “Matteo Renzi news” (pagina che elargisce attacchi e propaganda sotto forma di card), con un post scritto proprio mentre utilizzava inavvertitamente l’account da amministratore di “Matteo Renzi news”. Il 5 dicembre 2016 De Giorgi, scottato dalla sconfitta del referendum, scrisse – riferendosi a Pierluigi Bersani – «che ne dite di dire a sto signore che si permette di pontificare, cosa ne pensiamo di lui? Fai un salto sul suo post e via con la tastiera … Dai, che col pop corn siamo solo all’inizio».

Ecco. La tecnica. Il metodo usato da Matteo Renzi non dissimile da quello usato da un altro Matteo e la sua bestia. E questa volta non ha risparmiato neanche il quasi-alleato. Dispetti a mezzo tweet, vendette, scaramucce, succede in politica, caratteri inconciliabili dicono alcuni analisti, soprattutto su Calenda che con i precedenti divorzi dei mesi scorsi con Letta e Bonino, confessa: «Può essere che abbia un caratteraccio, ma mi sento un tipo retto». E però magari fosse solo una questione di caratteri. Magari questa storia dell’ex premier e dell'ex manager si potesse raccontare come quella di una strana coppia di conviventi forzati, così diversi da essere attratti ciascuno da quello che all'altro manca (il potere, la cultura. L’esperienza manageriale, l'esperienza politica), costretti ai sorrisi in pubblico e al braccio di ferro in privato. Magari, invece è una storia di soldi e poltrone. Tragicomica, che al momento costringe i due a una separazione in casa. Di mezzo ci sono circa un milione e mezzo di motivi, o meglio di finanziamento, l’anno. I due sono entrati insieme in Parlamento come ha ricordato sibillino giorni fa Luciano Nobili al capogruppo di Azione/Iv al Senato («Matteo Richetti, ad esempio, senza di noi non sarebbe mai entrato in Parlamento»). Se i due si separano sui social, in Parlamento rischiano grosso, quindi, forse, meglio evitare. Ai gruppi alla Camera, occorrono 15 parlamentari per costruire un gruppo, su 21 deputati i renziani sono nove.

Bisognerebbe chiedere al Presidente di Montecitorio Lorenzo Fontana una deroga, il precedente c’è: Sinistra Italiana e Noi Moderati. Ma al Senato tutto è più fragile: i renziani sono cinque e basterebbe solo un altro senatore per costituire un gruppo, ma il simbolo Azione/Italia Viva è in comune e il regolamento di Palazzo Madama prevede che i gruppi debbano fare riferimento alle liste elettorali.

E allora che si fa? Meglio continuare a fingere. Un democristiano tirare a campare che almeno su questo mette d’accordo i due: «Nei gruppi parlamentari noi siamo per andare avanti insieme, nelle azioni politiche e in Parlamento. Cerchiamo di fare tutto tranne i falli di reazione», suggerisce il leader di Iv, Matteo Renzi, a Radio Leopolda. «Noi terremo i gruppi parlamentari insieme perché sul piano del merito i contenuti li condividiamo», sembra fare eco Carlo Calenda, L'amore se ne è andato da un pezzo, la passione da prima. La stima e il rispetto invece da un po' meno. Separati in casa, senza il coraggio di ammetterlo.

Adesso Calenda fa il giustizialista. Renzi: "Toni grillini. Ma quando serviva il logo per le liste..." Attacco sugli avvisi di garanzia e sui soldi presi dalle lobby e Bin Salman. Laura Cesaretti il 16 Aprile 2023 su Il Giornale

Stavolta i primi a restare basiti per il nuovo round anti-Renzi di Carlo Calenda sono stati proprio i dirigenti ed eletti di Azione.

«Prima ci manda via chat l'ordine di assoluto silenzio stampa. Poi sferra un attacco a Renzi con toni che neanche il Fatto Quotidiano», geme, dietro assoluta garanzia di restare anonimo, uno di loro. «Basta: non dobbiamo partecipare oltre a questo spettacolo indecoroso», è l'invito perentorio del leader di Azione, alle nove del mattino. Un ora dopo, però, è lui stesso a intervenire con una serie di tweet che tirano in ballo contro l'odiato Renzi inchieste, pm, soldi e addirittura assassinii di giornalisti: «Nella mia vita professionale - tuona Calenda - non ho mai ricevuto avvisi di garanzia, rinvii a giudizio o condanne». E ancora: «Non ho accettato soldi a titolo personale da nessuno, tanto meno da dittatori e autocrati stranieri. Non ho preso finanziamenti per il partito da speculatori stranieri e intrallazzatori. Non ho mai incontrato un magistrato se non per ragioni di servizio. E non ero in Arabia a prendere soldi dall'assassino di Khashoggi». Tutto ciò per rivendicare la scelta di rompere con cotanto malfattore: «Non sono caduto nella fregatura di Renzi sul finto partito unico».

La risposta di Matteo Renzi è gelidamente sarcastica: «Se sono un mostro oggi, lo ero anche sei mesi fa quando serviva il simbolo di Iv per presentare le liste», ricorda al leader di Azione. «Se sono un mostro oggi, lo ero anche quando ho sostenuto Calenda come leader del Terzo Polo, come sindaco di Roma, come membro del Parlamento europeo. O addirittura quando l'ho nominato viceministro, ambasciatore, ministro». Renzi spiega: «Non replico a argomentazioni giustizialiste e grilline. Sul garantismo di chi paragona un avviso di garanzia a una condanna non ho nulla da aggiungere. Sull'arte politica di chi distrugge un progetto comune per la propria ira non ho nulla da aggiungere».

A replicare sono ovviamente i dirigenti di Italia viva: «Ormai Calenda sembra Travaglio, se non addirittura Dibba», dice Francesco Bonifazi. Roberto Giachetti parla di «un problema di incontinenza, ma anche di credibilità». Teresa Bellanova denuncia: «Sembra che qualche grillino abbia hackerato l'account di Calenda».

Ma se le reazioni dei renziani sono scontate, dentro Azione si registra smarrimento: «C'è incredulità e sconcerto - confidano dai ranghi calendiani - sapevamo che la strategia di Carlo era di arrivare alla rottura, ma evidentemente gli è sfuggita di mano. Così ci facciamo male tutti, ma Renzi ne esce meglio di noi». Il problema, spiegano, è che «non discute le sue scelte con nessuno, l'unico con cui si consulta è Andrea Mazziotti (ex Scelta Civica, ora vicesegretario di Azione, ndr) che è un brillantissimo avvocato d'affari, ma non sa nulla di politica». Niccolò Carretta, ex responsabile di Azione in Lombardia, da poco dimessosi, è durissimo con il leader: «Chi gli vuol bene lo fermi, e lo convinca a dedicarsi ad altro». Per tutto il giorno nessuno fiata, dal fronte calendiano. A sera, su richiesta del leader, parlano la presidente di Azione Mara Carfagna («Basta offese contro Calenda») e la portavoce Mariastella Gelmini. Che però smorza le polemiche e chiede un disarmo bilaterale: «Le cose rotte, quando hanno valore, si prova ad aggiustarle, non si buttano», dice, invitando a «non disperdere» il sogno di un Terzo polo. E dunque a ricucire, «tanto nè noi nè Iv - ragiona un calendiano - possiamo permetterci di andar soli alle Europee: la speranza è l'ultima a morire».

Il pallone di Calenda. Nel divorzio tra Carlo Calenda e Matteo Renzi, ricco di colpi di scena come una serie tv, la grande assente è la politica. Augusto Minzolini il 14 Aprile 2023 su Il Giornale

Nel divorzio tra Carlo Calenda e Matteo Renzi, ricco di colpi di scena come una serie tv, la grande assente è la politica. Ad analizzare i motivi della rottura, infatti, si trova di tutto: regole congressuali, finanziamenti, ragioni editoriali, profili caratteriali, addirittura ossessioni psichiatriche. Tutti argomenti che farebbero felice qualsiasi sceneggiatore, ma latita in maniera desolante la politica. A sei mesi dalle elezioni non si capisce ancora perché Azione e Italia Viva si siano presentate insieme, quale sia la loro linea politica per l'oggi e per il futuro, il profilo programmatico del partito unico che era nei loro progetti e le possibili alleanze. Nulla di tutto ciò ha caratterizzato il dibattito di questi mesi, al punto che la rottura è avvenuta su altro.

Ora, un partito, o meglio due, può anche avere un'anima dadaista, ma la sua ragion d'essere non può che essere politica. Che, invece, è difficile da ritrovare in quella fiera dell'ego, in quella tensione narcisista che ha accompagnato il tragitto verso il matrimonio di Azione e Italia Viva. Specie l'atteggiamento di Calenda risponde più a categorie psicologiche che non politiche. Il leader di Azione si è sempre presentato come l'uomo del destino, al punto che ha subordinato la nascita della formazione centrista alla sua leadership: o era lui il capo, o non se ne faceva niente. Non per nulla ha preteso che il suo nome fosse scritto nel simbolo del partito. Lo stesso spirito di chi gioca una partita in parrocchia e se non vince si porta via il pallone.

In fondo è quello che ha fatto. Appena è stata ventilata l'ipotesi di una candidatura alternativa, magari al femminile, si è adombrato fino a mandare tutto all'aria. Insomma, più che un congresso vero, sognava un congresso truccato. Il motivo è semplice: una leadership nasce su una politica, giusta o sbagliata che sia. Quella di Calenda è rimasta un rebus. Almeno Renzi, con il suo stile manovriero, qualche segnale sul versante del centrodestra lo ha inviato. Calenda, invece, a sinistra è rimasto del tutto spiazzato dall'avvento della Schlein. Non ha approfittato della svolta radicale del Pd, magari per trasformare il suo porto in un possibile approdo per gli esuli riformisti di quel partito in cerca di una nuova patria. È rimasto afono.

Per cui l'occasione si è trasformata in handicap: il nuovo soggetto stenta ad essere una possibile opzione per gli scontenti del Pd, ma nel contempo verifica giorno dopo giorno come un'alleanza con il partito della Schlein, che compete con il grillismo sul terreno del populismo di sinistra, rischia di essere contro-natura per chi coltiva un'anima riformista o liberaldemocratica. Non avendo una ricetta politica convincente, ha tentato di darsi un'identità nello scontro con Renzi. Un meccanismo perverso in cui la politica, appunto, lascia il campo alla psicologia. Così la kermesse della Leopolda è diventata un problema, la direzione del Riformista di Renzi pure, come se di politici direttori di giornali non fosse piena la storia. Fino al divorzio di ieri e magari alla rappacificazione di dopodomani: in politica contano i numeri e da soli i due duellanti non contano un tubo entrambi. A meno che tutti e due non diventino a loro volta degli esuli alla ricerca di un porto sicuro.

Voti e soldi persi. Il crac Terzo polo è anche finanziario. E dopo il divorzio riparte la diaspora. Addio sogni di gloria se si sfaldano i gruppi parlamentari unitari. Pasquale Napolitano il 16 Aprile 2023 su Il Giornale

Carlo Calenda si rifugia nella città della pace in cerca di meditazione. Lo stato maggiore di Azione si raduna ad Assisi per una due giorni di incontri e riflessioni organizzata da Harambee, l'associazione culturale fondata da Matteo Richetti ai tempi del Pd. La terra di San Francesco è il luogo ideale per ricompattarsi dopo il fallimento del progetto di partito unico con Italia Viva. Calenda impone il silenzio stampa ai suoi, ma non rinuncia a un nuovo affondo contro gli ex compagni di viaggio: «Ho rotto con il Pd quando ha tradito la parola alleandosi con Renzi e i 5S. Ho rotto con Letta quando ha trasformato l'agenda Draghi in quella Bonelli/Fratoianni/Di Maio. Non sono caduto nella fregatura di Renzi e Boschi sul finto partito unico».

Il leader di Iv ribatte: «In queste ore Carlo Calenda sta continuando ad attaccarmi sul piano personale, con le stesse critiche che da mesi usano i giustizialisti». «Se sono un mostro oggi, lo ero anche sei mesi fa quando c'era bisogno del simbolo di Italia Viva per presentare le liste», replica insomma Matteo Renzi.

Al netto del botta e risposta, la certezza è la morte del progetto del partito unico. Nonostante in queste ore siano al lavoro i pontieri. Due su tutti: Ettore Rosato e Enrico Costa. Mara Carfagna infrange il silenzio stampa per lanciare accuse contro Renzi: «La trattativa sul partito unico è stata interrotta perché non portava da nessuna parte, e Italia Viva lo sa bene. È inspiegabile l'acrimonia con cui, a tre giorni di distanza, Italia Viva continua a sparare su Carlo Calenda. Non tutte le trattative vanno a buon fine e il diritto a difendere la propria visione esiste per tutti, per loro come per noi. Ne prendano atto, voltino pagina».

Da Forza Italia Maurizio Gasparri infila il dito nella piaga contro gli ex colleghi Fi: «A quanti hanno fatto scelte diverse dalle nostre, illudendosi di vivere nuove stagioni di gloria al seguito di Calenda e nel connubio con Renzi, alla luce dei gravi insulti che si stanno scambiando i due, con accuse da codice penale, viene spontaneo chiedere: ne valeva la pena? Lo dico senza polemica. E penso a persone come Gelmini o Moratti. Non faccio inviti al ritorno, inopportuni e per i quali non dovrei titolo, ma dico, alla Marzullo, fatevi una domanda e datevi una riposta». Dal fronte Pd, Elly Schlein resta defilata. Ora la prima questione da affrontare riguarda i gruppi in Parlamento. Se si sciolgono si perdono milioni di euro. La seconda questione aperta è il futuro dei due partiti. Azione avvierebbe nelle prossime settimane un percorso costituente che porterebbe alla nascita di un nuovo soggetto politico. Del quale Calenda sarà leader. Dovrebbe essere confermata la road map del Terzo Polo: tempi strettissimi, tra giugno e ottobre. Discorso diverso per Italia Viva: da subito scattano i congressi comunali, provinciali e regionali. Per arrivare poi al congresso nazionale, che cadrà però dopo le Europee, per la scelta del leader che avverrà con le primarie. Luigi Marattin ha una visione leggermente diversa sul futuro di Iv: «L'idea di un partito nuovo dei riformisti è intatta. Se gli attuali protagonisti hanno fatto queste scelte, ne troveremo altri». La Leopolda, pomo della discordia tra Renzi e Calenda, si terrà dall'8 al 10 marzo del 2024. Alla vigilia delle Europee.

«Renzi e Calenda? Due egocentrici e nessun leader Ovvio finisse così». Il filosofo Massimo Cacciari

Il filosofo al Dubbio: «Sia che prima o poi finiscano insieme sia che si compirà il divorzio definitivo, ormai è evidente che l'operazione di un "nuovo centro" è del tutto tramontata». Giacomo Puletti Il Dubbio il 14 aprile 2023

Il filosofo Massimo Cacciari, già sindaco di Venezia, analizza il divorzio tra Matteo Renzi e Carlo Calenda, spiega che «non c’è alcun senso nel tentare disperatamente di formare un centro davvero rappresentativo in questo paese», definisce i due leader come «personaggi animati da un egocentrismo scatenato» e giudica «ridicolo pensare che oggi in Italia ci sia un problema di moderazione o di centro».

Cacciari, il progetto del partito unico del terzo polo è definitivamente morto, a detta di Calenda, ma Renzi risponde che è «un autogol clamoroso». Che ne pensa?

Penso che tutto questo sia di scarsissimo interesse. Sia che prima o poi finiscano insieme sia che si compirà il divorzio definitivo, ormai è evidente che l’operazione di un “nuovo centro” è del tutto tramontata. Ma d’altronde si sapeva anche prima che cominciasse. Non c’è alcun senso nel tentare disperatamente di formare un centro davvero rappresentativo in questo paese.

Eppure entrambi, sia Renzi che Calenda, si oppongono a quello che chiamano il bipopulismo di destra e sinistra: non stanno così le cose?

Direi di no e direi anche che la situazione è chiara: da una parte c’è una coalizione di destra, dall’altra devono cercare di fare una coalizione che possa svolgere un’opposizione a chi governa attualmente il paese. Poi che questa coalizione sia di un tipo o di un altro, cioè più spostata verso il centro o verso sinistra, è secondario. Ma certo non si può costruire con personaggi animati da un egocentrismo scatenato come sono Renzi e Calenda.

Crede che in mezzo alle coalizioni che ha appena descritto non ci sia dunque spazio per i cosiddetti “moderati”, magari provenienti anche da Forza Italia e da una parte del Pd?

Se vogliamo parlare di contenuti, parliamone. È ridicolo, e sottolineo ridicolo, pensare che oggi in Italia ci sia un problema di moderazione o di centro. Occorre avviare un percorso di riforme radicali, altro che moderazione. Riconosco che alcune di queste riforme, come quella della Costituzione, provò a farle Renzi negli anni del suo governo, ma bisogna fare quella del mercato del lavoro, quella del fisco, tutte con scelte che devono essere radicali e guardare al futuro, per non aumentare il debito.

Cosa ha portato secondo lei alla rottura tra Renzi e Calenda?

Stiamo parlando di personaggi egocentrici, che hanno una mania di protagonismo e che non sono in grado di fare i capi di partiti o di guidare movimenti. Hanno la loro immagine allo specchio dalla mattina alla sera. Sono la negazione del leader politico, che dovrebbe accentrare e aggregare e non dividere, come invece fanno entrambi.

Ha parlato di una coalizione che unisca le opposizioni al centrodestra, ma come possono andare d’accordo Renzi, Calenda, Conte e Schlein?

Non lo so, ma quel che è certo è che il centrodestra una coalizione ha saputo farla, gli altri no. E così la destra vince e la sinistra perde. È matematica.

Messa così sembrerebbe che Meloni possa governare all’infinito…

Beh ma non ci sono mica soltanto le faccenduole italiane. Ci sono questioni internazionali da affrontare, ci sono le guerre, se dipendesse solo dalle beghe interne Meloni governerebbe 500 anni ma i governi cadono e le coalizioni si disfano per tanti motivi.

Finirà che i voti moderati se li prenderà Schlein?

Si può benissimo formare un partito riformista senza Calenda e Renzi, ma bisogna vedere cosa ha in testa la Schlein. Per il momento rappresenta un’immagine, cioè quella di una donna giovane che ha provocato un rimbalzo nelle intenzioni di voto al Pd rispetto alla debacle dem. Ma bisognerà vedere come funzionerà il gruppo dirigente intorno a lei e quali opposizione si determinano nel Pd rispetto alla segreteria.

Uno dei motivi della rottura tra Renzi e Calenda è la direzione del Riformista assunta dal primo: che effetto le ha fatto?

Un fatto molto strano ma anche divertente. Il mio amico Emanuele Macaluso si rivolterà nella tomba. Ma è anche il segno che evidentemente il rapporto con Calenda non funzionava, ora vediamo se Renzi sarà bravo come giornalista.

Addio partito unico "è un errore di Calenda, un autogol, ma è una scelta unilaterale". Renzi, la rottura con Calenda e le 10 fake news: “Voleva il Riformista giornale del Terzo Polo con abbonamento ai tesserati”. Redazione su il Riformista il 14 Aprile 2023

Il Riformista è “una voce libera” ed è chiaro “che non è il giornale del Terzo Polo come mi aveva detto di fare Calenda“. Queste le parole di Matteo Renzi, leader di Italia Viva e dal prossimo 3 maggio direttore editoriale del Riformista. A radio Leopolda, l’ex premier spiega la rottura con Azione e l’addio al partito unico del Terzo Polo. “L’amarezza dei militanti è anche la mia perché non c’è niente di politico nella divisione che è maturata” sottolinea Renzi. “Io però non intendo alimentare la polemica, ho fatto solo un tweet ieri facendo un appello a non rompere, ad andare avanti tutti insieme, ho dimostrato credo in questi mesi di dare la massima disponibilità e di più non potevo fare. Non c’è una motivazione politica per questa rottura” aggiunge.

Renzi poi va nel dettaglio della rottura, etichettata come una scelta unilaterale di Calenda: “Carlo ha deciso nella sua libertà e autonomia di convocare una riunione, sfissarla, farci sapere via stampa che il partito unico era morto. Direi che è inutile adesso rinfacciarsi le responsabilità o rimpallarsi la colpa, parliamo di futuro”, prima di ribadire che è sfumata “una grande occasione, non ci sarà il partito unico, Calenda ha scelto di non farlo, è un errore, un autogol, ma è una scelta unilaterale”.

Tornando al Riformista, Renzi assicura che “ci divertiremo un sacco”, sottolineando che “chi ha paura delle idee non sono quelli che amano la politica, sono solo populisti e sovranisti. Chi ha voglia di approfondire, dialogare, anche discutere non può aver paura del Riformista o della Leopolda”. Il suo Riformista uscirà “dal 3 maggio e vi posso garantire che sarà una voce libera in più”. Ribadisce che non sarà il giornale del Terzo Polo “come mi aveva detto di fare Calenda. Io gli ho risposto di no perché questa era un’idea di Carlo, che voleva dare a tutti i tesserati l’abbonamento del Riformista. No, il Riformista è uno spazio di libertà”.

E’ un problema che un parlamentare fa il direttore? È sempre stato così – ricorda l’ex premier – lo ha fatto Sergio Mattarella ben più autorevolmente di me con il Popolo, lo ha fatto Massimo D’Alema e qui il ben più autorevolmente non ce lo metto, lo ha fatto Walter Veltroni, lo ha fatto Bettino Craxi. È una tradizione italiana quella di avere leader politici che alimentano il dibattito su un giornale, fin dai tempi di Ricasoli. Anche Spadolini è stato direttore di un giornale”.

Sul governo Meloni rivendica: “Come è possibile che nessuno faccia notare alla Meloni che quando deve fare le nomine mette tutti quelli che avevamo scelto noi, dopo che per anni ci ha accusato di essere schiavi delle lobby? Se oggi noi fossimo in una situazione serena dovremmo dire che il tempo è galantuomo, all’Eni, alle Poste, persino a Leonardo dove è stato chiamato quel Cingolani che aveva fatto il progetto del post Expo quando eravamo al governo. Alla fine noi alla Meloni non chiediamo i diritti d’autore, però il tempo restituisce con gli interessi tutto quello che nel breve periodo sembra che possiamo perdere”.

 LE 10 FAKE NEWS SULLA ROTTURA DEL TERZO POLO – “Non c’è una sola scelta politica che abbia diviso il Terzo polo, ma solo una scelta personale di Carlo Calenda”. È quanto si legge in un documento di Italia Viva – Renew Europe. Tra le altre ‘fake news’ a cui il documento risponde, quella sui ‘problemi personali’ di Renzi con Calenda. Nessun problema personale, assicurano da Italia Viva, sottolineando che “Renzi ha permesso a Calenda di diventare ministro, ambasciatore, leader del terzo polo e lo ha sostenuto sia alle Europee che al Comune di Roma, contribuendo a finanziarne le campagne elettorali. È evidente che Renzi non ha nessun problema personale o caratteriale con Calenda”.

Nel testo si sottolinea che non è stata la Leopolda il pomo della discordia perché “Renzi l’ha sempre organizzata, quando era sindaco, quando era premier, quando era nel Pd, quando era in Iv, perché la Leopolda è uno spazio di libertà” che anche per Calenda era “straordinariamente bella”. Si rimarca che era già stata fissata la data del 29 ottobre per lo scioglimento di Iv, che Italia Viva avrebbe contribuito al 50% di tutte le spese (quindi nessun problema sui soldi), e che il problema non era neanche la direzione del Riformista: “Calenda era entusiasta della scelta di Renzi”, e lo ha manifestato “sia su Twitter che nelle trasmissioni televisive”.

Sono fake news che Renzi “non voleva la norma sul conflitto di interessi”, è “falso” che Renzi “ha votato per La Russa in cambio di una vicepresidenza e della vigilanza”, che non fa il “lobbista” e che la “rottura si è consumata per ragioni politiche”.

Ecco le 10 fake news di Calenda sulla rottura. Il leader di Azione: "Renzi? Sembra quello che ti vende la fontana di Trevi...". Italia Viva risponde svelando le sue dieci fake news sulla rottura. Annarita Digiorgio il 14 aprile 2023 su Il Giornale.

Dopo la rottura tra Matteo Renzi e Carlo Calenda sulla costruzione del partito unico, non si placano le polemiche e le accuse tra i due Azione e Italia Viva.

Se Calenda continua a rilasciare interviste in cui accusa Renzi di averlo voluto "fregare" dall’inizio, e allo stesso tempo di conflitto d’interessi sia per la direzione del Riformista che per le conferenze all’estero, Italia Viva risponde ora con dieci slide modello “governo Renzi” con le fake news sulla rottura del terzo polo. Che però, ricordiamo, resta come gruppo parlamentare per non rinunciare ai privilegi di Camera e Senato.

È vero che Renzi non voleva sciogliere Italia Viva? Falso: si sarebbe sciolta il 29 ottobre 2023, con l’elezione democratica del segretario del partito unico.

È vero che Renzi non voleva Sciogliere Italia Viva? Falso: Italia Viva avrebbe pagato il 50% di tutte le spese (come fatto finora compro le pubblicità personali di Calenda.

È vero che Renzi non voleva la norma sul conflitto d'interesse? Falso: addirittura nel documento proposto da Renzi la norma si applicava non solo ai dirigenti nazionali ma anche a quelli locali.

È vero che il problema è stato la scelta di Renzi di dirigere il Riformista? Falso: Calenda era entusiasta della scelta di Renzi. E qui nelle slide si allega un tweet di Calenda: "Complimenti a Matteo Renzi per il nuovo prestigioso incarico. Il Riformista con Matteo avrà una voce ancora più forte".

È vero che Renzi ha votato per la russa in cambio di una Vicepresidenza o della Vigilanza Rai? Falso: lo dice la matematica e per quello che vale lo dice anche Calenda. E infatti vicepresidenze e vigilanza sono andate a Partito democratico e Cinque Stelle. L’unica presidenza di commissione del Terzo Polo è andata a Enrico Costa (Azione), alla Camera.

È vero che Renzi fa il lobbista? Falso: Renzi siede in diversi consigli d’amministrazione come permesso dalla legge italiana, ma non svolge alcuna attività di Lobbying.

È vero che la rottura si è consumata per ragioni politiche? Falso: non c’è una sola scelta politica che abbia diviso il Terzo Polo ma solo una scelta personale di Calenda.

È vero che Renzi ha problemi personali con Calenda? Falso: Renzi ha permesso a Calenda di diventare ministro, ambasciatore, leader del Terzo Polo e lo ha sostenuto sia alle Europee che al comune di Roma, contribuendo a finanziarne le campagne elettorali. È evidente che Renzi non ha nessun problema caratteriale o personale con Calenda.

È vero che la Leopolda ha causato la rottura? Falso: Renzi ha sempre organizzato la Leopolda, quando era sindaco, quando era premier, quando era nel Partito Democratico, quando era in IV perché la Leopolda è uno spazio di libertà. Calenda stesso intervenendo alla Leopolda diceva che la Leopolda è straordinariamente bella.

È vero che Renzi voleva candidarsi al congresso? Falso: Renzi ha insistito per un congresso democratico, dal basso. Alcuni dirigenti di Italia Viva avevano già annunciato il sostegno a Calenda, altri volevano candidarsi in prima persona. Ma Renzi ha sempre detto che avrebbe dato una mano senza candidarsi in prima persona.

Estratto dell’articolo di Alice Allasia per “Libero quotidiano” il 3 aprile 2023.

[…] Mentre si avvia verso il secolo di vita, Kissinger delinea con sorprendente lucidità e vividezza un insieme affascinante di eventi storici e biografie politiche che si riflettono in un caleidoscopio di immagini, ritratti privati, guerre e accordi epocali che hanno costituito il cuore pulsante del Novecento.

 In Leadership. Sei lezioni di strategia globale (Mondadori, pp.600, euro 26,60) declina le principali dinamiche che nel corso della sua lunghissima esistenza sono passate sotto la sua lente di ingrandimento, sia in qualità degli incarichi istituzionali ricoperti negli anni che in veste di acuto ed instancabile osservatore dello scacchiere internazionale.

[…] Concentrando la propria analisi sulla parabola di sei dei più influenti statisti del secolo scorso, Kissinger sottolinea come ciascuno di loro abbia incarnato un modello di leadership strategica che «può forse somigliare al funambolo che cammina sulla corda: come l’acrobata rischia di cadere se è troppo timido o troppo audace, così il leader è costretto a procedere all’interno di uno stretto corridoio che lo vede sospeso tra le relative certezze del passato e le ambiguità del futuro».

 Tutti i sei personaggi presi in esame in questo volume, per quanto profondamente diversi gli uni dagli altri, furono accomunati da una singolare lungimiranza. Grazie alla loro inconsueta tenacia essi diventarono i capitani coraggiosi che condussero i rispettivi popoli alle frontiere del possibile.

 Konrad Adenauer fu il cancelliere della Repubblica federale tedesca dal 1949 al 1963, nonché il primo successore legittimo di Adolf Hitler. Mettendosi al timone di una Germania pesantemente sconfitta sul piano politico e militare e distrutta nell’anima, seppe gradualmente far risorgere il suo popolo dalle ceneri del secondo conflitto mondiale.

Abbracciando un approccio improntato a una sincera umiltà, riuscì a trasmettere alla propria gente l’importanza di accettare con pazienza le conseguenze della disfatta bellica e di costruire un passo alla volta le fondamenta di una nuova società democratica.

 […] Charles De Gaulle fu invece l’esempio vivente del fatto che spesso i leader che invertono la rotta della storia entrano in scena in modo non convenzionale. Nel 1940, mentre una Francia agonizzante era ormai stretta nella morsa dell’occupazione nazista, da semplice e sconosciuto brigadiere generale qual era all’epoca, fuggì a Londra e fondò Francia Libera, un movimento di resistenza tramite cui «uscì dall’oscurità e si catapultò nelle file dei capi di Stato mondiali».

 […] Sull’altra sponda dell’Atlantico, l’avvento di Richard Nixon al potere si collocò in una congiuntura storica e politica alquanto complicata. Quando nel 1969 entrò nello Studio Ovale per la prima volta in veste di Presidente degli Stati Uniti, trovò ad attenderlo dossier particolarmente scottanti: l’incancrenirsi del conflitto in Vietnam, l’aggravarsi degli scontri in Medio Oriente e l’acutizzarsi della Guerra Fredda erano ai vertici della sua agenda.

 Nonostante fosse un anticomunista convinto, «non giudicava le divergenze ideologiche con i Paesi comunisti delle barriere all’impegno diplomatico». Al contrario, riteneva la diplomazia lo strumento imprescindibile tramite cui preservare il prezioso, benché fragilissimo, equilibrio globale.

 Fu così che nel 1972 aprì alla Cina di Mao Zedong, in modo da rendere tripolare un sistema mondiale altrimenti bipolare, mitigando in tal modo le crescenti minacce sovietiche. Analogamente nel 1973, quando infuriò la guerra arabo-israeliana del Kippur, riuscì ad abbozzare un’apertura strategica e mise gli Stati Uniti nella posizione di negoziare la futura pace tra Egitto ed Israele, che sarebbe stata raggiunta nel 1979.

Inoltre, sempre nel 1973 firmò gli accordi di Parigi, preludio indispensabile alla fine della guerra in Vietnam. L’anno successivo, tuttavia, Nixon fu travolto in patria dall’onda dello scandalo Watergate, che lo costrinse (caso unico per un Presidente USA) alle dimissioni.

[…]  Anwar Sadat rappresentò una novità, schiudendo nuove opportunità per l’Egitto di cui fu Presidente dal 1970 al 1981. Nel 1973, con la guerra del Kippur, vendicò il suo Paese precedentemente sconfitto da Israele nella guerra dei Sei Giorni del 1967. Ciononostante, subito dopo virò con decisione verso lo stile diplomatico occidentale, in clamorosa rottura con i suoi predecessori e con i suoi omologhi regionali contemporanei.

Si avvicinò agli Stati Uniti e, soprattutto, tracciò il sentiero che nel 1979 lo avrebbe portato a firmare lo storico accordo di pace con Israele, tuttora in vigore. Tale evento costituì un traguardo epocale, facendo dell’Egitto il primo Paese a raggiungere una tregua duratura con lo stato ebraico, seguito nel 1994 solo dalla Giordania. Tali coraggiose mosse politiche costarono però molto care a Sadat, che fu assassinato nel 1981.

 Dopo secoli di colonialismo europeo e di dominazioni straniere nel 1965 Singapore divenne indipendente e Lee Kuan Yew ne divenne primo ministro. La sua arte di governare testimoniò uno degli esempi più stupefacenti di come sia possibile creare sviluppo e progresso a partire da situazioni sfavorevoli.

 […] Quando nel 1979 Margaret Thatcher divenne Primo ministro del Regno Unito, le fortune del Paese erano ai minimi storici. […] Con un carisma e un piglio che le valsero il soprannome di “Lady di ferro”, seppe resistere a un turbolento sciopero dei minatori che andò avanti per un anno, assicurò la vittoria britannica nel conflitto con l’Argentina per le isole Falkland e non si piegò mai ai violenti ricatti dell’Ira, il gruppo terroristico che lasciò dietro di sé una scia di morte e distruzione durante la guerra civile in Irlanda del Nord.  […] Thatcher risollevò la nazione all’interno e le restituì un ruolo di primo piano nelle dinamiche internazionali. La sua esperienza governativa dimostrò che la determinazione non rende gli obiettivi facili, bensì possibili.

Ciascuno dei sei leader descritti da Kissinger contribuì in maniera fondamentale ad imprimere una direzione ben precisa al Paese che si trovò a servire, facendone una vera e propria missione di vita.

 Essi furono accomunati dalla schiettezza, da un acuto senso della realtà e dall’audacia di portare in superficie verità scomode. Erano altresì molto divisivi, sia in patria sia all’estero ma, del resto, «un leader non può introdurre riforme economiche radicali come Thatcher, né cercare la pace con avversari storici come Sadat, né creare da zero una riuscita società multietnica come Lee, senza urtare interessi cristallizzati e alienarsi le simpatie di importanti gruppi».

 Di fronte a queste lezioni di leadership strategica, ci si chiede se oggi possano emergere personaggi simili. In un’epoca votata alla spasmodica ricerca del consenso, pare difficile trovare qualcuno dotato del coraggio e del carattere necessari a compiere scelte vincenti anche a costo di apparire impopolari. Inoltre nell’era di Internet, che fa dell’immediatezza della fruizione e della polarità esasperata del confronto le sue cifre stilistiche, risulta alquanto complicato sviluppare visioni strategiche e di ampio respiro.

Troppo spesso, infatti, figure carismatiche si rivelano evanescenti chimere. In un mondo complesso e conflittuale è sempre più urgente la necessità di trovare leader in grado di traghettare un presente traballante verso lidi più sicuri. Solo attraverso una profonda comprensione delle traiettorie storiche e geopolitiche tale obiettivo potrà forse essere raggiunto.

I dittatori cadono quando perdono le guerre. Storia di Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 31 marzo 2023.

Caro Aldo, lei scrive che le dittature cadono quando perdono una guerra. A quali casi pensava? Ne è così sicuro? Non c’è altro modo di abbattere una dittatura? Forse allora i dittatori non sono così impopolari come dicono. Franco Nunziati, Milano

Caro Franco, E’ sempre molto difficile misurare la popolarità di un dittatore, e in genere il consenso a un regime, quando il dissenso non è tollerato, anzi è punito. Non è un’opinione, è storia che quasi sempre le dittature crollano quando perdono una guerra. Il punto è che le dittature, per reggere, hanno spesso bisogno di minacciare e talora di fare una guerra. Qualcuno sostiene che Mussolini sarebbe morto nel suo letto, se non fosse intervenuto nella seconda guerra mondiale. È probabile: basti pensare al caso di Franco, morto appunto nel suo letto il 20 novembre 1975, tenuto in vita sino all’estremo dal «bunker», il giro affarista dei familiari e degli accoliti («que duro es esto» mormorava il Caudillo in agonia con la sua celebre vocina, che in vita contrastava con la sua ferocia). Ma Mussolini avrebbe potuto non fare la guerra, dopo averne parlato per vent’anni? Ovviamente anche il nazismo cade con una guerra perduta. Ma pure il comunismo sovietico, che crolla quando con Gorbaciov è ormai chiaro che l’Urss aveva perso la guerra fredda. La dittatura dei colonnelli greci cade dopo la vittoria turca nella guerra di Cipro, la giunta militare argentina dopo la vittoria britannica alle Falklands/ Malvinas, le isole citate — in ricordo delle vittime—- nella canzone «Muchachos» che è stata l’inno dell’Argentina campione nel mondo in Qatar, e che ai cinefili evocano il film «The iron lady» in cui Margaret Thatcher è magistralmente interpretata da Meryl Streep: «L’incrociatore Belgrano è a tiro, che facciamo?»; «Sink it», affondatelo. Anche la dittatura portoghese cade nel 1974 con la rivoluzione dei garofani, uno dei rari «golpe di sinistra» della storia: i militari come Otelo de Carvalho, mandati a combattere il marxismo nelle colonie africane, divennero marxisti e rovesciarono Caetano, il successore di Salazar (anche se alla lunga prevalse la componente moderata, grazie anche al premier laburista James Callaghan che offrì a Mário Soares la Royal Air Force per tenere a bada i comunisti). Altre dittature si sono estinte. Si pensi a Pinochet, che perse il referendum cileno del 1988, raccontato in uno splendido film politico, «No. I giorni dell’arcobaleno»; a conferma del fatto che i governi, che siano dittatoriali o democratici, di destra o di sinistra, i referendum li perdono quasi sempre, come accadde pure al generale de Gaulle. Per venire all’oggi, sarà molto difficile che l’eroismo dei giovani iraniani faccia cadere il regime; e che la guerra in Ucraina faccia cadere Putin, perché se è possibile fermare l’esercito russo è quasi impossibile debellarlo sul campo.

Motore immobile. Quando ho capito che la politica ci riguarda tutti da vicino (anche se non sembra). Chiara Albanese su L’Inkiesta il 23 Marzo 2023

Complessa, noiosa, ripetitiva, litigiosa e faziosa: la cosa pubblica appare spesso distante anni luce dalle nostre preoccupazioni quotidiane, ma è uno strumento essenziale per far valere i nostri diritti di cittadini. Lo racconta Chiara Albanese, corrispondente di Bloomberg, nel suo libro “That’s Politica!” (Vallardi)

Sono cresciuta pensando che la politica fosse una cosa distante e anche un po’ noiosa: un gruppetto di persone, soprattutto uomini, che parla tanto ma che fa poco, e con poche conseguenze per la mia vita quotidiana. È per questo motivo che non ho mai simpatizzato per un partito, che – confesso – non ho sempre esercitato con costanza il diritto di voto e che ho studiato economia puntando sul giornalismo finanziario e non sulle cronache parlamentari.

Poi, un po’ per caso, mi sono trovata a scrivere di politica e il mio mondo si è spalancato: non solo la politica è alla base di quasi tutto – quante tasse paghiamo, il nome che portiamo sui documenti, quanto costa un filone di pane –, ma imparare le regole ufficiali e quelle informali di dove la politica si esercita (i palazzi del governo, il Parlamento, i bar del centro, i ministeri e le banche centrali…) aiuta a prevedere un po’ il futuro.

I meccanismi in politica si ripetono, come le stagioni, e conoscerli permette di capire se un governo sta per entrare in crisi, su quali leggi e su quali riforme punterà, e che tipo di alleanze faranno i partiti (spoiler: non c’entra la simpatia personale, ma la legge elettorale in vigore).

Scrivo per Bloomberg, una delle maggiori agenzie stampa al mondo, e il mio compito è raccontare la politica italiana agli stranieri traducendo queste dinamiche in conseguenze tangibili sulle loro scelte di investimento.

[…]

Il mio lavoro è quello di raccontare e spiegare le scelte della politica (anche evidenziando qualche paradosso e controsenso), ma sempre da un osservatorio neutrale e privo di giudizi; questa è la lente che ha questo libro, anche nei passaggi che riguardano la mia famiglia.

Ma partiamo dall’inizio: che cos’è la politica? Tutti noi intuitivamente sappiamo cosa vuol dire, ma trovare una definizione unica è quasi impossibile. È un termine che fa parte del vocabolario di base e lo usiamo sia per indicare il governo in carica e i partiti politici che lo compongono, sia per dare un’etichetta alle nostre idee e alla nostra identità.

Anche se a volte la diamo per scontato, «politica» è una parola potente in quanto è sia scienza, quella di governare, sia emozioni, in quanto le leggi approvate dal Parlamento, le decisioni di un governo, e le sentenze dei tribunali hanno un impatto diretto sulla nostra vita. La parola «politica» deriva da quella greca pólis, città-stato, e il percorso dallo Stato – ovvero l’organizzazione politica e giuridica che regola la convivenza di una popolazione in un territorio delimitato da confini – ai cittadini avviene attraverso il governo e le leggi in vigore, che determinano i diritti e i doveri di ognuno di noi. In italiano la stessa parola, «politica», identifica entrambi i concetti, ma basta tradurla in inglese per sdoppiare il significato in due termini ormai entrati nel nostro vocabolario: politics, la politica che indica il consenso popolare, e la policy, la politica pubblica, quella delle decisioni pratiche che risolvono questioni concrete.

Se questa è la definizione teorica, c’è un momento esatto in cui ognuno di noi entra in contatto con la politica per la prima volta. Non è il momento in cui nasciamo, ma quello in cui veniamo registrati con un atto di nascita, e iniziamo a esistere per lo Stato con un nome, un cognome e un codice fiscale. Ogni giorno in Italia si firmano circa mille atti di nascita, e nulla nel processo con cui si redige questo documento è lasciato al caso. Non lo è la dimensione delle pagine del registro in cui l’atto viene conservato – 32 per 44 centimetri come stabilito da un decreto ministeriale del 1958 – e non lo è la procedura, che non è quasi cambiata da quella indicata in un decreto regio del 1939, quando l’Italia è un regno, e a capo del governo c’è Benito Mussolini. Siamo al mondo da poche ore, e la politica ha già una regola che cambia le nostre vite: come registrare la nostra nascita. Quando nasce un bambino, i genitori hanno a disposizione dieci giorni per dichiarare l’evento negli uffici del comune di residenza, dove firmano l’atto insieme all’ufficiale di stato civile, che può essere il sindaco o una persona da lui delegata. Si tratta dello stesso ufficiale che celebra matrimoni e unioni civili, e che firma gli atti di morte. A quel punto, trasmette una copia dell’atto originale che viene depositata nella prefettura che ha competenza nella zona.

Nel 1997 la procedura è stata modificata così che adesso è possibile dichiarare la nascita direttamente nell’ufficio amministrativo dell’ospedale; sì, proprio quella stanzetta difficile da trovare, nascosta in fondo a mille corridoi tutti uguali, tra un ambulatorio e un centro analisi. Questa è ormai la procedura più comune, ma esistono molte eccezioni che riflettono come le regole in vigore in un Paese si plasmino sull’unicità di un cittadino. Le formule utilizzate in un atto di nascita sono standard, ma modulabili in base della famiglia. Se i genitori del neonato sono sposati si usa la formula «nato dalla donna coniugata con», e questo è l’unico caso in cui un atto di nascita può essere firmato solo da un genitore, per esempio il padre, in quanto l’altro genitore è «presunto». In altre parole, se due persone sono sposate si dà per scontato che entrambi siano i genitori. Invece, se un uomo e una donna non sono sposati, devono firmare entrambi e di persona l’atto, che in questo caso usa l’espressione «unione naturale».

È solo dal 2012 che i figli nati da un uomo e una donna non coniugati hanno gli stessi diritti legali dei figli legittimi, quindi nati all’interno del matrimonio, e questo è stato reso possibile con una modifica del Codice civile che ha anche riconosciuto i vincoli parentali derivati, quindi con i nonni e gli zii. In altre parole, fino al 2012 i figli nati da genitori sposati avevano maggiori tutele legali rispetto ai figli nati da un uomo e una donna non sposati.

Se per me ci sono voluti diversi anni per capire quanto la politica cambi la nostra esistenza, a mio figlio sono bastate sei ore di vita. La legge che regola la registrazione dell’atto di nascita di un nuovo nato, infatti, non prevede un caso, ossia quello in cui i genitori siano dello stesso sesso: due mamme o due papà. Non esiste una legge nazionale che contempli la possibilità che due persone dello stesso sesso figurino come genitori, ma non ne esiste neanche una che lo vieti, e in questo caso la decisione spetta all’ufficiale di stato civile, quindi al sindaco. È questo il caso della mia famiglia ed è il motivo per cui, per poter firmare l’atto con cui nostro figlio inizia a esistere per la politica, quando lui ha sei ore di vita io e mia moglie schizziamo a 130 chilometri orari sul grande raccordo per correre negli uffici del comune di Fiumicino, dove risiedo. Il sindaco Esterino Montino è uno dei pochi in Italia a firmare atti di nascita che indicano come genitori due donne. Firmare un atto di nascita con due mamme è un gesto politico, una dichiarazione di intenti che può segnare l’inizio di lunghe battaglie, anche se noi in quel momento ancora non lo sappiamo.

Il 3 gennaio, il giorno della sua nascita, mio figlio viene riconosciuto dalla politica con due mamme come genitori, con i loro due cognomi e con la formula «progetto familiare». La politica italiana è concreta, pratica. È codice fiscale, è fascia di reddito sulla quale sono calcolate le tasse, è sussidio in caso di disoccupazione e maternità, è diritti civili. Circa un anno dopo quella corsa in auto dall’ospedale, la politica vissuta dalla mia famiglia e quella italiana che racconto su Bloomberg come giornalista cambiano contemporaneamente e all’improvviso. Ripercorrere quello che succede nei mesi successivi è un’ottima occasione per scoprire le regole che fanno girare la politica.

Da “That’s Politica!” (Vallardi), di Chiara Albanese, p. 256, 15,90€

La piazza e il regime nel nuovo numero di Scenari. Il Domani il 16 dicembre 2022

Da venerdì 16 dicembre in edicola e in digitale un nuovo numero di SCENARI, venti pagine di approfondimenti firmati da Mattia Ferraresi, Youssef Hassan Holgado, Alice Dominese e tanti altri ricercatori e analisti, oltre alle mappe a cura di Fase2studio Appears. Abbonati per leggerlo online e sulla app di Domani, o compra una copia in edicola. Iscriviti alla newsletter per restare aggiornato su tutte le prossime uscite

La rabbia contro i governi autoritari spinge milioni di persone nelle strade per chiedere democrazia e diritti. Ma le proteste senza leader possono davvero scalfire il potere degli autocrati? Di piazza e regime si parla nel nuovo numero di Scenari, l’inserto settimanale geopolitico di Domani, con gli approfondimenti inediti di Mattia Ferraresi, Youssef Hassan Holgado, Alice Dominese e tanti altri, e le mappe a cura di Daniele Dapiaggi di Fase2studio Appears. Abbonati per leggerlo online e sulla app di Domani, o compra una copia in edicola. Iscriviti alla newsletter per restare aggiornato su tutte le prossime uscite.

Secondo Mattia Ferraresi, se da un lato le proteste degli ultimi vent’anni sono cresciute a dismisura, dall’altro hanno perso progressivamente la capacità di influenzare le decisioni nelle democrazie, e tanto più quella di rovesciare i regimi autoritari: è l’effetto paradossale di una piazza globale che ha fin troppi mezzi per far sentire la propria voce – a partire dall’accresciuta capacità di mobilitazione attraverso i social e altri strumenti digitali – ma che proprio per questo si illude che non ci sia bisogno di una fase “politica”.

Luca Sebastiani fa una panoramica sulle grandi manifestazioni di piazza che si sono susseguite dal Novecento a oggi in tutto il mondo, radunando migliaia e a volte milioni di persone: dalle marce di Gandhi al discorso di Martin Luther King, dal Bloody Sunday nordirlandese alle primavere arabe, fino alle odierne in Cina e in Iran. Il fenomeno delle rivolte si è trasformato nel tempo arrivando fino a noi, ma, sostiene Sebastiani, pur avendo cambiato forma la sostanza spesso non cambia, così come le difficoltà nel raggiungere i risultati sperati. 

Il vicedirettore di Foreign Policy James Palmer si concentra poi sulla Cina dove, nelle ultime settimane, le restrizioni anti Covid sono state il catalizzatore della più grande ondata di proteste nel paese dal 1989. La miccia che ha scatenato le mobilitazioni riguarda un incendio scoppiato in un appartamento di Urumqi, nello stato dello Xinjiang a maggioranza uigura, nel quale hanno perso la vita almeno una decina di persone. Le misure di controllo legate al Covid-19 hanno reso difficoltosa l’uscita dei condomini e ritardato i soccorsi, ma gli studenti sono scesi in piazza anche contro lo strapotere di Xi. La speranza dei manifestanti è che l’incapacità di gestire la crisi alimenti l’opposizione al presidente.

Fausto Della Porta ha intervistato Zhou Fengsuo, leader del movimento di piazza Tiananmen del 1989, che oggi vive negli Stati Uniti. Secondo Fengsuo nelle piazze cinesi è in atto «una rivoluzione che sta cambiando il modo di pensare delle persone». Internet è una formidabile palestra di dissenso contro il regime e «ora tutto può succedere».

L’analista Vincenzo Poti assume invece una linea meno radicale, evidenziando come le recenti proteste infiammate dai network studenteschi non hanno riguardato la natura dello stato cinese né le fondamenta del contratto sociale, bensì l’attuale gestione da parte della leadership in carica di un momento di crisi socioeconomica, e quindi questioni contingenti. Il regime da parte sua ha risposto con tattiche già note, ristabilendo il suo schiacciante potere. Per il popolo cinese, quindi, il “mandato dal cielo” di Xi Jinping non è ancora giunto alla fine.

Youssef Hossan Halgado sposta poi lo sguardo sull’Iran – un altro paese infiammato negli ultimi mesi da violente proteste dopo la morte il 16 settembre scorso di Mahsa Amini –, intervistando Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani, scrittore dissidente iraniano naturalizzato olandese, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Kader Abdolah. Per Abdolah in Iran «sta accadendo qualcosa di bellissimo e tragico allo stesso tempo, ma il fatto che gli ayatollah non abbiano un interlocutore è il tallone d’Achille di queste proteste».

Legandosi al tema della dissidenza, Alice Dominese fa luce sugli attivisti, giornalisti, oppositori politici e disertori che cercano di lasciare la Russia per sfuggire alla repressione dopo l’inizio della guerra in Ucraina. Il flusso si concentra tra Europa e Asia centrale, ma l’assenza di una politica europea comune di accoglienza, le restrizioni in vigore e le difficoltà economiche rendono complicata la vita degli esuli. Ma, spiega Dominese, organizzazioni non governative e comunità nate su iniziativa degli oppositori di Putin che sono riusciti a stabilirsi all’estero sono diventate tra i principali luoghi di rifugio per i dissidenti.

Romane Dideberg ci porta poi in Africa, soffermandosi sul perché né la Francia, né l’Onu, né la Comunità dell'Africa orientale (Eac) riusciranno a sanare le ferite del Congo: la guerra in corso tra la Repubblica democratica e il Ruanda si è infatti intensificata nella regione del Kivu, nel nordest del paese, ma qualsiasi strategia che non inizi a contemplare le dimensioni geopolitiche del conflitto è destinata ancora una volta al fallimento. Il caos economico e di integrazione delle province rimane per ora ancora fuori dalle strategie dei già citati attori internazionali.

Viene infine presentato un estratto dal nuovo libro di Richard Overy, Sangue e rovine. La Grande guerra imperiale.1931-1945, appena pubblicato per Einaudi. La visione convenzionale della guerra considera Hitler, Mussolini e l’esercito giapponese le cause della crisi piuttosto che i suoi effetti ma, per Overy, «non si può dare un senso ragionato alle origini, all’andamento e alle conseguenze della guerra se non si comprendono le più ampie forze storiche che hanno generato le instabilità che hanno infine spinto gli stati dell’Asse a programmi reazionari di conquiste, poi falliti».

L'enigma Robespierre. Come prendere il potere e perdere la testa. L'analisi della caduta dell'"Incorruttibile" svela che non voleva diventare un dittatore. Stenio Solinas il 13 Marzo 2023 su Il Giornale.

Il nove termidoro dell'anno II del calendario rivoluzionario, ovvero il 27 luglio 1794, è noto agli storici come il giorno in cui Robespierre perse d'improvviso il suo potere e, nel giro di ventiquattr'ore, anche la testa. Gliela tagliò la lama della ghigliottina azionata dal boia Sanson, lo stesso che prima di lui aveva decapitato Luigi XVI e prima del re gli avversari della monarchia finché la monarchia era durata... Nata per alleviare le sofferenze degli squartamenti, la ghigliottina, è il caso di dire, non guardò mai in faccia a nessuno, ma rispetto al suo utilizzo al tempo dell'Ancien Régime aristocratico, la democrazia nata con la Rivoluzione francese ne fece un uso ancor più egalitario: ricchi e poveri, nobili e borghesi, colpevoli e innocenti. I «nemici del popolo» nel cui nome venivano messi a morte, erano di fatto più numerosi di quelli semplicemente contrari a un'istituzione, regno o repubblica che fosse, e fra di essi c'era appunto il popolo in quanto tale.

Robespierre si era sempre considerato «l'amico del popolo», ma rispetto a Jean-Paul Marat, che di quell'amicizia si era fatto l'aedo nonché il direttore del giornale da lui fondato con quel titolo, aveva spinto la sua ambizione fino all'idea di esserne l'incarnazione, se non lo spirito. Era ovviamente un'astrazione, perché del popolo Robespierre ignorava tutto: non lo frequentava, non ne conosceva né i vizi né le passioni. La stessa Parigi, del resto, gli era ignota, eccezion fatta per le poche centinaia di metri che dalla sua abitazione in rue Saint-Honoré lo portavano alla sala della Convenzione o al Club dei Giacobini. Viveva nel culto del popolo e ne era l'officiante: non sapeva nulla però dei fedeli che ne facevano parte e lo rendevano possibile.

L'ascesa, il trionfo e la caduta di Robespierre restano uno dei tanti enigmi della Rivoluzione francese. C'era gente più fanatica di lui e anche più ambiziosa e ridurre il suo nome e la sua azione al Terrore, come a lungo venne fatto, storicamente ormai non ha più senso. Gli va anche dato atto che quell'altro soprannome, L'Incorruttibile, di cui in vita si fece vanto, aveva una sua ragion d'essere, anche se in politica i «puri di cuore» sono spesso più un danno che una risorsa.

A cercare se non di risolvere l'enigma, almeno di renderlo il più comprensibile possibile, ci pensa ora un poderoso saggio di uno storico inglese, Colin Jones, con una radicale cambio di prospettiva. Il suo La caduta di Robespierre (Neri Pozza, pagg. 678, euro 38; trad. Alessandra Manzi) ha infatti come sottotitolo «Ventiquattr'ore nella Parigi della Rivoluzione» ed è una sorta di tuffo nel passato andando a verificare, ora per ora, che cosa quel giorno accadde, ma non tanto o non solo nelle cosiddette stanze o aule del potere, quelle del Comitato di Salute Pubblica o della Convenzione, dei tribunali o delle stazioni di polizia ma anche nel cuore e nelle menti di chi in quell'arco di tempo fu a volte protagonista, altre testimone, se non semplice figurante, sempre più teso a rincorrere gli avvenimenti che a governarli, visto che fra causa e effetto non c'era un'unica conseguente logica, ma una serie pressoché infinita di opzioni.

Colin Jones rovescia insomma l'ottica classica con cui la storia si costruisce ex post, ovvero sapendo come il racconto andrà a finire e trovando quindi una coerenza a ciò che coerente non era. Naturalmente, nella ricostruzione operata da Jones, molte pezze d'appoggio, memoriali, commissioni d'inchiesta, testimonianze, dichiarazioni, sono anch'esse il frutto del dopo, quando cioè la tendenza comune è quella di voler apparire non solo come se si fosse capito tutto, ma ci si fosse anche comportati nel modo più nobile, più coraggioso, più adamantino. Ma incrociando fra loro quei documenti e ripescando altresì tutti i dettagli puntualmente registrati sul momento, ordini, contrordini, segnalazioni e proclami, rapporti e resoconti di giornata il quadro che ne vien fuori è quello di una narrazione, osserva ancora Jones, «che sembra più grande della vita reale. Il nove termidoro fu un giorno in cui i fatti si dimostrarono se non più strani della finzione, certamente altrettanto avvincenti e sorprendenti».

Il primo elemento che salta all'occhio è che non ci fu nessun complotto per far fuori Robespierre. Tallien, il deputato che con il suo attacco provocò la valanga successiva, aveva un seguito personale insignificante dentro la Convenzione, e il suo intervento fu talmente estemporaneo che sul momento oltre a spiazzare Robespierre spiazzò la convenzione stessa. Allo stesso modo, non c'era nessuna cospirazione ordita dallo stesso Robespierre per trasformarsi in «dittatore». Non solo non aveva i numeri per epurare dall'interno, ma, come spiega Jones nel constatare «lo stato di confusione in cui precipitò quel giorno», nonché «la disordinata insurrezione della Comune» che a esso fece seguito, «non ci fu alcuna organizzazione congiunta e neppure una qualche concertazione da Robespierre promossa o dai suoi sodali. La sorpresa e la costernazione che le loro azioni provocarono nelle assemblee di sezione e al Club dei Giacobini confermano che né Robespierre né i suoi sostenitori avevano lavorato tra la gente di Parigi per prepararla quel giorno a una sorta di colpo di Stato. I cospiratori come si è visto avrebbero per la verità continuato a improvvisare per l'intera giornata».

Non c'era nemmeno, infine, quella «cospirazione straniera», una sorta di «controrivoluzione», divenuta per Robespierre una sorta di ossessione, ma che in realtà non era altro se non il volere una «repubblica della virtù» in contrapposizione «agli uomini corrotti» che le impedivano di farla passare dalla teoria alla pratica...

Termidoro contribuì a mettere in chiaro alcune cose. La prima è che quando dalle parole si passa ai fatti, quando insomma il gioco si fa duro, sono i duri a scendere in campo, gli uomini d'azione, nella fattispecie. Non ci si riferisce ai violenti, agli esaltati. Quest'ultimi, purtroppo per Robespierre, stavano con lui in quella che era la Comune di Parigi, dal comandante della Guardia nazionale, Henriot, ubriacone inveterato nonché stupido cialtrone, al sindaco Lescot, incapace di gestire una situazione insurrezionale. Sull'altro fronte spiccò invece Barras, che sarà anche stato la sentina di ogni turpitudine, ma era un ufficiale di carriera, aveva valorosamente combattuto, era stato l'artefice della conquista di Tolone. La seconda, e la cosa vale per Robespierre come per Saint-Just e più in generale un po' per tutte quelle persone che credevano in ciò che dicevano, la Rivoluzione, il Popolo, la Francia erano concetti seri, non parole in libertà. L'idea di tradire un mandato, il sospetto che li si potesse tacciare di ambizioni di potere, di smanie dittatoriali, li paralizzava. Nel momento in cui dalla Comune si decide di agire militarmente contro la Convenzione, ritenuta ormai «una manciata di cospiratori», e però in nome della Convenzione stessa di cui ci si ritiene gli unici membri legittimi, è proprio Robespierre a rinculare: l'appello all'esercito è oltretutto l'esatto contrario di quanto ha sempre sostenuto. «La mia opinione è che dovremo scrivere in nome del Popolo» fa sapere e in questo nominalismo legalitario, nell'idea che non bisogna prendere prima il potere e fabbricare poi la legittimità dello stesso, è presente il terribile fascino della politica come puro atto di fede.

Il gioco delle grandi potenze: l’arte del colpo di Stato, il motore della storia. Emanuel Pietrobon il 9 Settembre 2023 su Inside Over. 

Quattro, otto, sei, o meglio quattrocentottantasei, questo è il numero dei colpi di stato, riusciti e tentati, che, secondo una ricerca congiunta dell’Università della Florida centrale e dell’Università del Kentucky, sono stati compiuti nel mondo fra il 1950 e il 2022.

Quattrocentottantasei congiure di palazzo in settantadue anni equivale a dire sette l’anno, ogni anno, dal 1950. Africa e Latinoamerica le aree più colpite: aggregatori di due terzi di tutti i golpe, riusciti e falliti, rilevati dagli studiosi della Florida centrale e del Kentucky. Europa e America settentrionale le aree meno a rischio. Quadro realistico, ma incompleto, perché il golpe, come il Diavolo, è nascosto nei dettagli. 

Non sono 486 i colpi di stato avvenuti nel pianeta dal 1950 a oggi, e non perché nel conteggio dell’indagine delle due università manchino parte dell’anno 2022 e l’intero 2023. Non lo sono perché il golpe, lungi dall’avere le forme di un cesaricidio o di una deposizione manu militari, è un’opera molto più fumosa, evanescente e sfuggevole. Il golpe è, a volte, invisibile agli occhi.

Di golpe in golpe

La storia si ripete sempre due volte: la prima come golpe, la seconda pure. Perché i colpi di stato, destituzioni che sono il frutto di intrighi orditi da sottoposti invidiosi o da re stranieri, spesso dai primi in combutta coi secondi, sono il motore della storia.

Il putsch è con l’uomo dalla notte dei tempi, da quando Iblīs si ribellò alla volontà di Allāh mettendosi a capo di una sedizione destinata a incidere sul destino degli uomini. A partire da quel momento, che è andato perduto nel tempo immemore, lo spodestamento è la spada di Damocle che pende sul capo di ogni sovrano.

Imperi e imperatori sono stati abbattuti dai colpi di stato fin dall’antichità, come ricorda la detronizzazione del duca Hú di Qi nel lontano 860 avanti Cristo, ma il Novecento è stato sicuramente il loro secolo. Si è aperto nel 1900 col violento colpo di maggio in Serbia e si è concluso, la sera del 31 dicembre 1999, col golpe morbido dello stato profondo russo ai danni di Boris Eltsin.

Scrivere del putsch dei siloviki dell’ultimo capodanno del Novecento è il modo migliore per capire dove abbiano sbagliato i ricercatori della Florida centrale e del Kentucky: oltre ai golpe neri, consumati dalle forze armate, e ai golpe istituzionali, compiuti dall’opposizione o da elementi del governo, esistono e vengono attuati con una certa frequenza i golpe bianchi.

Il colpo di stato bianco è indolore e viene venduto all’opinione pubblica, nonché alle istituzioni, come un cambio in cabina di regia dettato da esigenze emergenziali, quali possono essere una guerra civile, una crisi economica o un grave scandalo, e che sarebbe avvenuto per proteggere l’integrità delle istituzioni e della costituzione.

I golpe bianchi, esito delle trame di magistratura, poteri finanziari e/o servizi segreti, quasi mai vengono conteggiati nei registri dei colpi di stato e trattati come tali dagli storici. Golpe bianco è stato Russia 1999. Golpe bianco è stato Italia 2011. E di golpe bianchi, di cui la storia recente è piena, non v’è ombra nella mastodontica ricerca delle università del Kentucky e della Florida centrale.

Cui golpest?

Il Novecento è stato il secolo breve ma intenso che, tra guerre mondiali e competizioni coloniali, non ha dato tregua all’umanità. Tanti sono stati i putsch nel corso del ventesimo secolo che, secondo CoupCast, la probabilità che un anno qualsiasi terminasse con almeno un episodio golpistico registrato da qualche parte nel mondo era del 99% – nel 2018, a titolo esemplificativo, corrispondeva all’88%.

I colpi di stato sono la cifra distintiva delle epoche attraversate da colossali smottamenti geopolitici. Perciò non deve sorprendere che l’aggravamento della competizione tra grandi potenze, scatenata dai conti in sospeso della Guerra fredda, stia venendo accompagnato dal ritorno in auge dei golpe.

Oggi come ieri, nel Duemila come nel Novecento, magistrati, militari, operatori finanziari, politici e securocrati non sono che i meri esecutori di messinscene scritte da registi-sceneggiatori corrispondenti a grandi potenze e corporazioni multinazionali.

Stati Uniti, Unione Sovietica e, per un breve periodo, la Germania nazista, sono stati i burattinai principali del Novecento. I finanziatori di rovesciamenti intrisi di ideologia, ma nell’intimo pianificati per ragioni essenzialmente pragmatiche, che non hanno risparmiato nessuna parte del globo.

La tendenza al putsch di Washington affonda le origini nella dottrina Monroe, avendo inizialmente come focus le terre latinoamericane, ed è stata la causa primaria dell’instabilità sociopolitica che ha caratterizzato a lungo la parte centromeridionale dell’emisfero occidentale. Tra il 1898 e il 1994, secondo uno studio targato Harvard, gli Stati Uniti sarebbero stati dietro almeno quarantuno interventi a scopo cambio di regime nel loro estero vicino.

Berlino, durante la parentesi hitleriana, esportò l’idea nazista in tutto il mondo, rivelandosi un propagatore di destabilizzazione di primo livello. Golpe dai caratteri nazisti furono compiuti, o tentati, dal Cile al Sudafrica.

Mosca, a partire dall’era staliniana e per l’intera durata della Guerra fredda, finanziò colpi di stato nel Terzo mondo e sovvenzionò gli anni di piombo nel Primo nel contesto dello scontro per l’egemonia globale con gli Stati Uniti. Rispetto alla rivale Washington, però, Mosca avrebbe sofferto e infine perso a causa di un grave deficit: l’assenza di partner ai quali esternalizzare, in parte o in tutto, guerre civili, cesaricidi e congiure di palazzo. Partner come le corporazioni multinazionali, lo storico asso nella manica di Washington, come rammentato dai casi delle guerre delle banane, l’operazione PBSUCCESS e il rovesciamento di Salvador Allende.

Oggi è ieri

La competizione tra grandi potenze ha riportato le lancette dell’orologio indietro di alcuni decenni, a un’età che ricorda un po’ il primo preguerra e un po’ l’alba della Guerra fredda, causando il ritorno in scena del golpismo.

A partire dal 2018, l’unico anno del Duemila terminato senza golpe, i rovesciamenti hanno ripreso gradualmente piede. E nessun continente, come ai tempi della Guerra fredda, è completamente al sicuro: lo dimostrano i periodici allarmi putsch in Moldavia, l’emergere della coup belt nell’Africa sahariana e il fermento in Latinoamerica.

Nuovi e vecchi attori sono dietro le destituzioni, bianche e nere, che stanno colpendo le terre emerse. Vecchi come gli Stati Uniti, impegnati nella difesa dello scricchiolante unipolarismo – da Bolivia ’19 a Pakistan ’22 –, e la Francia, alle prese col declino della Françafrique – Gabon ’23. Nuovi come la Cina, la regista di Myanmar ’21, e la Russia, l’artefice della coup belt. Le ragioni son le stesse di sempre: la partecipazione al grande risiko globale. EMANUEL PIETROBON

L’altro 11 settembre: quando un golpe fece del Cile il primo laboratorio del neoliberismo. Andrea Legni e Salvatore Toscano su L'Indipendente lunedì 11 settembre 2023.

Sono le ore 14 dell’11 settembre 1973 a Santiago del Cile. Da alcune ore i militari stanno circondando il palazzo presidenziale per deporre il presidente democraticamente eletto Salvador Allende, ma questi non si arrende e si barrica imbracciando un fucile AK-47. Allende preferisce perdere la vita piuttosto che accettare il colpo di Stato. Sul palazzo presidenziale arrivano i caccia dell’esercito, gentilmente venduti dal Regno Unito, che iniziano a bombardare l’edificio. Preso atto dell’impossibilità di continuare la resistenza, Allende riserva l’ultimo colpo del fucile, regalatogli dal leader cubano Fidel Castro, per sé stesso. Dopo il golpe sale al potere il generale Augusto Pinochet e gli Stati Uniti si affrettano a riconoscerlo come presidente legittimo. Governerà per 17 anni, durante i quali “scompariranno” circa 40.000 persone, tra cui migliaia di oppositori politici. Non a caso, il Cile di Pinochet è ricordato come una delle dittature più sanguinarie del ‘900. Ma non è tutto: c’è un altro motivo che fa del golpe cileno un punto di svolta per il mondo intero. Una volta al potere, il generale chiama infatti ad amministrare l’economia nazionale Milton Friedman e i suoi studenti dell’Università di Chicago, ovvero i teorici del neoliberismo, che in Cile – grazie alla dittatura e ai generosi prestiti di Stati Uniti e Fondo Monetario Internazionale – trovano un primo laboratorio per tradurre in pratica le loro teorie, anticipandone il dominio sui modelli di sviluppo di tutto l’Occidente.

Il Cile di Allende e perché non poteva rimanere al potere

Salvador Allende, candidato del Partito Socialista Cileno, diviene presidente dopo aver vinto le elezioni del 4 settembre 1970, appoggiato da una coalizione comprendente il Partito Comunista del Cile (cui candidato era il poeta Pablo Neruda) e il Partito Democratico Cristiano. A Washinton non prendono bene il risultato democratico delle urne, al punto che il segretario di Stato, Henry Kissinger, dopo le elezioni dichiara: «Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli». Allende non si fa comunque intimidire dalle pressioni e minacce statunitensi, tracciando quella che definisce la via cilena al socialismo. In un’intervista rilasciata al New York Times il 4 ottobre 1970, il neopresidente dichiara: «Noi partiamo da diverse posizioni ideologiche. Per voi essere un comunista o un socialista significa essere totalitario, per me no… Al contrario, io credo che il socialismo liberi l’uomo». In Cile viene avviato un ampio programma di nazionalizzazioni, che in pochi mesi coinvolge tutti gli apparati economici del Paese, dall’industria ai servizi, passando per l’attività estrattiva, assestando un duro colpo al capitale privato statunitense, che soprattutto attraverso la Kennecott e la Anaconda controllava grandi fette del mercato cileno. Un sistema che gli Stati Uniti proponevano in tutta l’America Latina, considerata da Washington come il proprio “cortile di casa”. Si pensi all’impero realizzato negli anni ’50 dalla multinazionale americana United Fruit (oggi Chiquita) in Guatemala; anche in quel caso un leader socialista – Jacobo Árbenz Guzmán – avviò un ampio processo di nazionalizzazione a favore dei campesinos. Di tutta risposta, la CIA organizzò un golpe (Operazione PBSuccess), pose fine alla rivoluzione guatemalteca e fece piombare il Paese in una stagione buia, con il popolo costretto a fare i conti con dittature fedeli alla Casa Bianca.

Nel 1973, dopo tre anni di presidenza Allende, lo Stato controlla il 90% delle miniere, l’85% delle banche, l’84% delle imprese edili, l’80% delle grandi industrie, il 75% delle aziende agricole e il 52% delle imprese medio-piccole. I possedimenti dei latifondisti sono espropriati e affidati a contadini, braccianti e piccoli imprenditori agricoli. Dal punto di vista dei diritti civili, il governo di Unidad Popular introduce il divorzio, legalizza l’aborto e annulla le sovvenzioni alle scuole private, irritando non poco i vertici della Chiesa cattolica presenti nel Paese. Per quanto riguarda le politiche sociali, vengono introdotti ingenti incentivi all’alfabetizzazione, un salario minimo per tutti i lavoratori, il prezzo fisso del pane, la distribuzione gratuita di cibo ai cittadini più indigenti e l’aumento delle pensioni minime. Il governo avvia anche un intenso programma di lavori pubblici, tra i quali la metropolitana di Santiago, inseguendo l’obiettivo della connessione tra periferie e centri. Vengono costruite, inoltre, numerose case popolari e strutture sanitarie come gli ospedali, in particolare nelle zone più povere del Cile. Dunque, la spesa sociale cresce fortemente, bilanciata dalle parallele politiche di redistribuzione della ricchezza. Fino alla realizzazione del colpo di stato, il Paese vede, seppur parzialmente erosa dall’inflazione, una continua crescita economica, soprattutto in termini di salario reale. 

In ambito estero, il Cile di Allende si avvicina particolarmente a Cuba e Unione Sovietica. Nel 1971, il presidente cubano Fidel Castro viene ricevuto al Palacio de La Moneda, residenza presidenziale cilena, per una visita ufficiale che dura 23 giorni. Allende ripristina le relazioni diplomatiche con l’Havana, scavalcando un divieto avanzato da Washington all’interno dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), che sostanzialmente impediva ai Paesi membri di tenere atteggiamenti di apertura verso Cuba. Sempre nel 1971, Allende visita l’Unione Sovietica e incontra il presidente Leonid Brezhnev, firmando diversi accordi di cooperazione economica e tecnica tra i due Paesi. Le relazioni estere di Santiago del Cile, unitamente alle politiche interne di stampo socialista, indispettiscono non poco Washington che dispone l’embargo verso il Paese. Al boicottaggio economico (sul modello cubano) si aggiungono presto i finanziamenti ai gruppi ostili al governo di Allende.

Il Colpo di Stato

Il golpe del 1973 guidato da Augusto Pinochet ha la benedizione della Casa Bianca, come dimostrano i documenti desecretati cinquant’anni dopo dalla National Security Agency, la madre di tutte le agenzie di intelligence statunitensi. Tra le altre cose, appaiono significative le parole del presidente Richard Nixon che durante una riunione del Consiglio di sicurezza dichiara: «Se c’è un modo di rovesciare Allende, è meglio farlo». Washington opta non per un intervento diretto, bensì per la pressione economica, convincendo le principali multinazionali ad abbandonare il Cile e facendo crollare il prezzo del rame, tra i principali prodotti esportati dal Paese. Vengono inoltre promossi scioperi e proteste, a cui si aggiunge il finanziamento a media privati per fomentare disinformazione circa la figura di Allende e il suo governo. Il terreno è fertile per i militari conservatori cileni, guidati da Augusto Pinochet, che la mattina dell’11 settembre 1973 occupano il porto di Valparaíso, sull’Oceano Pacifico. Nel frattempo, a Santiago, le forze aeree e i carri armati dell’esercito chiudono e bombardano le sedi e le antenne di tutte le stazioni radio-televisive: l’unica che riesce a non interrompere le trasmissioni è la radio Magallanes del Partito comunista cileno, la quale trasmette al popolo le ultime parole di Allende, barricatosi nel Palacio de La Moneda. «Non mi sento un martire, sono un lottatore sociale che tiene fede al compito che il popolo gli ha dato. Ma stiano sicuri coloro che vogliono far regredire la storia e disconoscere la volontà maggioritaria del Cile; pur non essendo un martire, non retrocederò di un passo», dice alle 8.45. All’interno de La Moneda, al fianco di Allende sono rimasti la sua segretaria, Miria Contrera, lo scrittore Luis Sepúlveda e altri membri della scorta presidenziale.

Alle 9.10, poco prima che le trasmissioni di radio Magallanes si interrompano, Allende si rivolge per l’ultima volta ai suoi concittadini: «Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!». Il presidente conclude il suo discorso con un incitamento a restare fedeli alla propria libertà e a combattere sempre contro le ingiustizie e i tradimenti. A questo punto ordina a tutte le persone presenti di abbandonare il palazzo presidenziale. Verso mezzogiorno i militari ribelli circondano con i carri armati il Palacio de La Moneda e gli aerei militari iniziarono a bombardarlo. È la fine di Allende e della vía cilena al socialismo.

La feroce repressione

Concluso il golpe, Augusto Pinochet assume la guida del Cile, sciogliendo subito l’Assemblea Nazionale e bandendo tutti i partiti che avevano fatto parte di Unidad Popular. Seguono molte restrizioni alla libertà individuale dei cittadini: lo Stadio Nazionale di Santiago viene trasformato in un enorme campo di concentramento dove, nel corso dei primi mesi della dittatura, vengono interrogate e torturate migliaia di persone. Moltissime donne sono stuprate dai militari addetti al “campo” e centinaia di cittadini – specie studenti universitari – scompaiono nel nulla, dando inizio al fenomeno dei desaparecidos che durante il regime di Pinochet coinvolge circa 40mila persone. Mentre l’avvento del generale cileno provoca reazioni differenti nei Paesi del Centro e Sud America, gli Stati Uniti di Richard Nixon e Henry Kissinger non esitano a congratularsi con Pinochet, tornando a sostenere economicamente il Cile. Washington garantisce un flusso costante di soldi, personale e «consulenze» per assistere il regime nell’opera repressiva. Decenni dopo, il rapporto “Attività della CIA in Cile” rivelerà che i vertici della polizia segreta cilena (DINA) erano sovvenzionati proprio dall’intelligence statunitense. Nel 1974 l’allora direttore della CIA, Vernon Walters, incontra Pinochet: qui il dittatore indica come suo braccio destro il colonnello Manuel Contreras, che avrebbe poi diretto molte operazioni, compreso l’attentato all’ex ambasciatore cileno e leader dell’opposizione in esilio, Orlando Letelier, il quale sarà ucciso a Washington con il suo assistente da alcuni agenti della DINA.

Le eliminazioni politiche saranno una costante nei 17 anni del regime di Pinochet, che prende di mira i sostenitori del presidente Allende. Tra questi, figura Victor Jara, uno dei rappresentanti della Nueva Canción Chilena nonché riferimento internazionale nel mondo delle canzoni di protesta. Jara, militante del Partito comunista cileno, trova la morte il 16 settembre 1973 dopo diversi giorni di torture. «Canto / come mi vieni male quando devo cantare la paura! / Paura come quella che vivo / come quella che muoio / paura di vedermi fra tanti / tanti momenti dell’infinito in cui il silenzio e il grido sono le mete di questo canto», compose nel suo ultimo testo poco prima di essere ucciso dal regime.

Arrivano i “Chicago Boys”

L’America Latina lungo i decenni della guerra fredda è costellata di colpi di stato militari coadiuvati dagli Stati Uniti. Guatemala (1954), Bolivia (1971), El Salvador (1980/1992), Nicaragua (1982/1989), Grenada (1983), Panama (1989): il copione è sempre il medesimo, ovunque si insedia un governo che porta avanti un’agenda economica che preoccupa gli interessi economici e geopolitici americani, da Washington si interviene in maniera diretta oppure indiretta, formando e finanziando frange dell’esercito disposte a intervenire. Anche la brutalità del governo Pinochet non è un unicum, ma trova assonanze in quanto accaduto ad esempio negli stessi anni in Argentina. L’elemento di novità che porta realmente il Cile nella storia è la gestione economica della nazione durante i 17 lunghi anni della dittatura.

Appena preso il potere, Augusto Pinochet contatta l’economista Milton Friedman che invia a Santiago del Cile un gruppo selezionato di suoi studenti, ribattezzati i Chicago Boys, dalla città dove a sede l’Università dove si sono formati. I Chicago Boys sono ferventi liberisti, propugnatori di un’ideologia del libero mercato senza freni. Sintetizzando al massimo, la loro visione prevede che il ruolo di motore dell’economia venga assunto dal mercato, ritenuto capace di autoregolarsi e che quindi deve essere lasciato libero di agire, riducendo al minimo ogni tipo di interferenza statale. Le aziende devono essere privatizzate, le tasse sui profitti ridotte al minimo, lo stato sociale azzerato. Nei primi anni ’70 la loro visione stava prendendo piede nelle università americane, ma era ancora ampiamente minoritaria. In tutto l’Occidente prevaleva infatti l’orientamento economico keynesiano, proprio dei sistemi socialdemocratici e basato sull’idea che la prosperità della società si basasse sulla presenza forte dello Stato come regolatore dell’economia e come garante di un sistema fiscale progressivo dove i profitti delle aziende e dei cittadini più ricchi dovessero essere altamente tassati per finanziare forti sistemi pensionistici, scolastici, sanitari e, in generale, di protezione sociale.

I Chicago Boys si insediano al ministero delle Finanze del governo Pinochet e iniziano a mettere in pratica, per la prima volta, le teorie neoliberiste. Il primo passo è l’abbattimento del ruolo statale nell’economia, attraverso lo smantellamento delle imprese pubbliche, la denazionalizzazione dei settori strategici e la privatizzazione di numerose imprese. Contemporaneamente viene attuato un programma di netta diminuzione della spesa pubblica, che procede attraverso: l’abolizione dei sussidi statali alle imprese e la riduzione della spesa per l’istruzione e il taglio al sistema pensionistico e sanitario. Gli assegni familiari nel 1989 diventano il 28% di quelli del 1970 e i bilanci per l’istruzione, la sanità e l’alloggio diminuiscono in media di oltre il 20%. Le erogazioni sociali dello stato assumono la forma di prestiti, che i cittadini devono restituire attraverso prelievi forzosi in busta paga, in una misura pari al 20% della retribuzione. Le risorse così raccolte vengono affidate alla gestione di fondi d’investimento privati. A tutto questo si accompagna un generale processo di liberalizzazione del mercato del lavoro, dei capitali e dei prezzi, oltre che la soppressione delle attività sindacali promossa dalla giunta militare. Viene inoltre facilitato il rimpatrio dei profitti delle multinazionali e delle imprese straniere, in modo da attrarne gli investimenti.

Il “miracolo” economico cileno

Negli anni successivi i risultati raggiunti dalle politiche neoliberiste in Cile vengono glorificati. E d’altra parte le lodi giungono da componenti della medesima corrente di pensiero, nel frattempo partita alla conquista del mondo. Nel 1979 Margaret Thatcher diventa primo ministro del Regno Unito e adotta le medesime politiche neoliberiste, lo stesso avviene negli Stati Uniti a partire dal 1981, quando diviene presidente Ronald Reagan. In Cile, i Chicago Boys riescono a stabilizzare l’inflazione (passata dal 60% del 1973 all’8.9% del 1981), a diminuire fortemente il debito pubblico e a portare una netta crescita del prodotto interno lordo (PIL) per tutti gli anni di Pinochet si mantiene ad un tasso di crescita medio del 5 – 6% annuo. Certamente un successo, almeno con i criteri con i quali nelle accademie di oggi si misurano i risultati economici di una nazione.

Grattando la superfice della macroeconomia e proiettandosi su quella dell’economia reale i risultati sono però assai diversi. La prima cosa a cui si assiste è l’impoverimento di vasti settori sociali dovuto al crollo dei salari reali (-50%) e l’aumento della disoccupazione, che passa dal 3,1% del 1972 al 28% del 1983. Il risultato è il poderoso aumento del numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà, passate dal 17% del 1970 al 38% nel 1987. Inoltre la diminuzione del debito pubblico dello Stato è solo una partita di giro, perché in misura inversamente proporzionale aumenta a dismisura l’indebitamente privato (quello fatto dai cittadini per permettersi i consumi) che nel 1982 rappresenta il 62% del debito complessivo, rispetto al 16% del 1973. Insomma, il “miracolo economico cileno” lascia sul terreno milioni di poveri.

“Il Cile è stata la culla del neoliberismo, dovrà diventarne anche la tomba”

Privatizzazioni, riduzione della spesa pubblica e delle tasse sui profitti, controllo dell’inflazione: fin troppo facile rileggere gli obiettivi dei Chicago Boys nel Cile di cinquant’anni e trovarvi l’influenza delle teorie neoliberista nell’ordinamento vigente oggi in tutto l’Occidente, specialmente in quelle che sono le linee guida per gli Stati membri dettate da Bruxelles. Si potrebbe dire che l’ideologia economica messa in pratica per la prima volta durante la sanguinaria dittatura cilena ora domini incontrastata. La realtà è al solito più complessa e i cicli della storia compiono alcune volte tragitti sorprendenti. Nel 2022 in Cile si è insediato come nuovo presidente il trentacinquenne Gabriel Boric, ex studente con una storia di militante nei movimenti sociali del Paese andino. Durante il suo discorso d’insediamento, il 22 marzo, Boric cita la parole più forti dell’ultimo discorso di Salvador Allende, quelle che – in un sussulto di speranza – annunciavano che altri dopo di lui avrebbero ripreso il cammino del Cile sulla strada della giustizia sociale. «Come Salvador Allende aveva predetto quasi cinquant’anni fa, siamo ancora una volta connazionali che aprono le grandi strade attraverso le quali può passare l’uomo libero, l’uomo e la donna liberi, per costruire una società migliore», afferma il giovane studente votato come nuovo presidente, e poi scandisce il suo proposito: «Il Cile è stata la culla del neoliberismo, ora dovrà diventare la sua tomba», e per cominciare annuncia la nazionalizzazione delle riserve di Litio, elemento chiave per l’economia del nuovo millennio, di cui il Cile è ricco. Servirà ancora tempo per capire se sarà così, ma ancora una volta il Cile è un laboratorio per una nuova svolta possibile nelle politiche economiche dominanti. [di Andrea Legni e Salvatore Toscano]

Villaggi globali. È da quando esistono che si possono superare gli stati-nazione. Anthony Pagden Linkiesta l'11 Luglio 2023

Serve un’altra geopolitica, oltre i confini di quella tradizionale, perché nessuna delle grandi sfide del presente può essere affrontata da un singolo Paese, per quanto potente. Stiamo cominciando a familiarizzare con l’idea di una società civile mondiale: un saggio del Mulino perché non resti un’utopia

Quali caratteristiche avrebbe una «società civile globale» fatta di nazioni? La serie di istituzioni non governative abbastanza forte da controbilanciare lo stato senza però impedirgli di svolgere il suo ruolo di garante della pace e di arbitro degli interessi principali […] potrebbe nella sua forma attuale rappresentare l’ordine giuridico globale.

Queste istituzioni hanno acquisito una «personalità» giuridica proprio come quelle che le hanno precedute (le chiese, le corporazioni, i comuni medievali e successivamente i sindacati), che hanno assunto o rivendicato un’individualità distinta all’interno dei singoli stati e che inevitabilmente le ha rese rivali degli stati stessi.

Secondo numerosi sostenitori dello stato-nazione sovrano esse sono quello che erano le Corporazioni all’epoca di Hobbes, ovvero «Stati minori nelle viscere di uno più grande, come vermi nelle interiora umane». Tuttavia, come egli temeva, la loro esistenza ha spodestato con successo la concezione dello stato come «persona» – giuridica o politica – unica nella società internazionale.

In casi estremi esse possono persino obbligare gli stati-nazione a rispettare le normative internazionali, come fece il Fondo Monetario Internazionale durante la Grande Recessione. Eppure, nonostante i loro grandi poteri, non hanno ancora la capacità collettiva di opporsi ad eventuali attacchi se non attraverso sanzioni economiche […].

Le istituzioni internazionali naturalmente non forniscono nemmeno i servizi sociali, le pensioni o l’assistenza all’infanzia che offrono gran parte delle nazioni, perlomeno in Occidente, e che i cittadini considerano ormai un diritto. E sebbene l’Organizzazione Mondiale della Sanità eserciti una notevole influenza, essa non può imporre politiche sanitarie né utilizzare strutture mediche comuni.

Pertanto queste istituzioni non sono, o non sono ancora, un adeguato sostituto dello stato. L’idea condivisa da generazioni di teorici dell’internazionalizzazione, da Saint-Simon a Friedrich Engels, che lo stato sarebbe un giorno diventato obsoleto e sarebbe «appassito» sembra oggi ancora più stravagante di allora.

Oggi l’internazionalizzazione, la globalizzazione sembrano smantellare lo stato-nazione. Tuttavia lo stato è una costruzione politica, un corpus giuridico, uno spazio geografico e immaginario in cui gli individui vivono e interagiscono; fornisce una misura di sicurezza, di identità e ci permette di formulare qualche ipotesi sul futuro.

Lo stato mostra un modo di vivere, come in precedenza avevano fatto, su scala più ridotta, il villaggio, la parrocchia e la tribù. Il globale non offre nulla di tutto ciò. Oggi il mondo può essere governato tanto dalle reti sovranazionali e internazionali quanto dai governi degli stati-nazione, ma ciò che queste reti tengono unito sono ancora i cittadini degli stati-nazione.

Per di più le istituzioni internazionali sono ancora amorfe politicamente, culturalmente e persino giuridicamente: possono esserci molte persone che vivono in Italia e sanno qualcosa di come si vive per esempio in Indonesia, ma ciò che accade là avrà un impatto minimo sulle loro vite (a meno che non assuma la forma di una pandemia).

Viviamo tutti, e ne siamo consapevoli, in uno spazio internazionale, tuttavia di rado sentiamo di esserne coinvolti in prima persona. Essere apolide è ancora una condizione indesiderabile. Sebbene molti abbiano affermato di essere «cittadini del mondo» da quando Diogene il Cinico lo fece per primo nel IV secolo a.C., questa è una dichiarazione di identità personale, una metafora, non uno status politico o giuridico.

Nel passato era spesso una questione di estensione. Fino a dove può spingersi la nostra capacità di immaginare l’appartenenza? […] Lo stato-nazione si è sviluppato in un periodo in cui nuove tecnologie come la stampa, la ferrovia, il telefono e il telegrafo hanno reso possibile la comunicazione – almeno virtuale – tra popoli lontani in modi mai conosciuti prima. E, come è noto, questa connessione si è ampliata enormemente negli ultimi decenni grazie all’introduzione di reti elettroniche sempre più estese.

Le distanze non hanno più l’importanza che avevano anche solo un secolo fa. Gli americani si definiscono e si sentono tali anche se essi stessi o la loro famiglia sono nati in Afghanistan o in Germania e non hanno mai visitato gran parte degli stati che compongono la loro nazione. I Galli, sebbene fossero romanizzati, non avrebbero mai detto o provato una cosa del genere rispetto ai territori dell’impero romano – anche se nel periodo della sua massima espansione quest’ultimo era solo poco più grande degli Stati Uniti.

L’estensione non è più un elemento determinante, ma lo sono l’appartenenza politica, la coesione e gli obbiettivi condivisi. Lo stato-nazione ha riprodotto con successo alcune delle caratteristiche del villaggio su più ampia scala, integrandole con un apparato giuridico e una forza coercitiva che esso non aveva mai avuto.

Ora che lo stato comincia a sgretolarsi non ci si dovrebbe adoperare affinché scompaia definitivamente, perché questo non farebbe che accrescere il potere delle multinazionali e di una rete di associazioni internazionali che, per quanto animate da buone intenzioni, non sono in grado di generare cittadinanza, identità, coesione o prestazioni assistenziali adeguate per il pianeta.

Né offrono quello che è stato chiamato «il diritto di occupazione», cioè di possedere uno spazio geografico in cui vivere e dal quale non si possa essere espulsi. Per quanto incoraggiante, la semplice buona volontà non è sufficiente; occorrono potere, autorità e un organismo capace di emanare leggi e di farle rispettare, che attualmente nessuna organizzazione internazionale possiede, nemmeno le Nazioni Unite.

Le capacità diplomatiche, militari e di vigilanza di queste associazioni, con la parziale eccezione dell’Unione Europea, sono sempre mediate dallo stato-nazione, sebbene esso oggi sia un’entità culturale, etnica e politica molto diversa da come era al suo apice nell’Ottocento e nel Novecento. […]

Il loro futuro, e progressivamente il nostro, non risiede in una nazione autonoma né in una nuova generazione imperiale, né in uno «stato civilizzatore» putiniano. Risiede, con ogni probabilità, in una forma di federazione la cui possibilità esiste da quando esiste lo stato-nazione stesso. In un certo senso lo stato-nazione moderno non è altro che il precursore più recente e più importante di un mondo di federazioni.

Sicuramente Ernest Renan la vedeva così. Egli concluse la sua celebre conferenza Qu’est-ce qu’une nation? riconoscendo che le nazioni moderne, sebbene fossero ancora qualcosa di recente nella storia e fossero diffuse ovunque, non sono eterne. «Esse hanno avuto un inizio, avranno una fine. La confederazione europea, probabilmente, prenderà il loro posto». Tuttavia aggiunse: «non è questa la legge del secolo in cui viviamo».

Da quando si è costituito lo stato-nazione sono stati concepiti molti progetti di federazione mondiale, alcuni utopistici e fantasiosi, altri animati da prudente realismo. Finora nessuno, con l’eccezione dell’Unione Europea, si è realizzato pienamente, tuttavia ciascuno di essi ne ha reso più prossima la possibilità. 

Da “Oltre gli Stati” di Anthony Pagden, il Mulino, 156 pagine, 19 euro.

 Quel nesso profondo tra calcio, politica e potere. Narcís Pallarès-Domènech, Valerio Mancini e Alessio Postiglione sono da oggi in libreria con "Calcio, politica e potere. Come e perché i Paesi e le potenze usano il calcio per i loro interessi geopolitici", saggio in cui si analizzano le ricadute globali dello sport più popolare e il ruolo di potere, economia, propaganda nelle sue dinamiche. Narcís Pallarès-Domènech Valerio Mancini Alessio Postiglione Balsamo il 30 Marzo 2023 su Il Giornale.

Diego Armando Maradona e Fidel Castro. Il legame personale che univa il Pibe de Oro e il Lider Maximo è uno degli esempi più noti di osmosi tra calcio e politica

Su gentile concessione degli autori pubblichiamo oggi un estratto del saggio di Narcís Pallarès-Domènech, Valerio Mancini e Alessio Postiglione, edito da "Mondo Nuovo", "Calcio, politica e potere. Come e perché i Paesi e le potenze usano il calcio per i loro interessi geopolitici".

Il calcio non è solo uno sport, ma un vero e proprio strumento di soft power da parte di Stati e gruppi di interesse. Uno strumento geopolitico, utilizzato dalle potenze economiche e politiche, ed esso stesso un attore geopolitico globale. In un mondo in cui le potenze economiche dettano le proprie condizioni agli Stati e alla politica, il calcio, essendo un grande business, domina il mondo.

Il calcio vanta un giro d’affari di 28,4 miliardi di euro1 La Premier League comanda la classifica con 5,5 miliardi di valore complessivo. Seguono, Bundesliga e Liga spagnola, con 3 miliardi e 2,95 miliardi. Il calcio italiano genera invece 2,5 mld; il 12% del PIL del calcio mondiale viene prodotto in Italia: offre lavoro a 40mila persone e un contributo fiscale di 1,2 miliardi. I “big five”, i 5 campionati europei principali – in ordine di grandezza: quello inglese, tedesco, spagnolo, italiano e francese –, hanno prodotto un fatturato di € 15,6 miliardi nel 2022, un risultato inferiore rispetto ai 17 miliardi conseguiti prima che esplodesse la pandemia, nella stagione 2017/2018, ma comunque indicativo della forza del pallone.

In tempi in cui trovare pochi milioni per potenziare la scuola o la sanità è sempre più difficile, l’economia del calcio surclassa quella di molti Stati sovrani. Il calcio muove interessi, fa battere i cuori: è più diffuso delle principali religioni monoteistiche e della democrazia liberale. I telespettatori complessivi dei Mondiali del 2018 sono stati pari a 3.572 miliardi, più della metà della popolazione mondiale di età pari o superiore a quattro anni.

Identità, talento e successo economico: le lezioni del modello Ajax

Gli Stati utilizzano il calcio per affermare la propria esistenza: l’Uruguay, nato come Stato cuscinetto fra Argentina e Brasile per separare le pretese coloniali di spagnoli e portoghesi, alla luce anche del ruolo dell’Impero britannico che ne favorì la nascita, organizzò e vinse il primo mondiale nell’anno del suo centenario, per affermarsi cme nazione, in senso geopolitico e identitario.

Mussolini organizzò il secondo Mondiale per mostrare al mondo i risultati del regime fascista. L’organizzazione del Campionato, che l’Italia vinse, non fu semplice, ma si trattò di un evento a cui il Duce, esperto di comunicazione e manipolazione delle masse, aveva – giustamente –, dato molto peso. Gli azzurri di Pozzo bissarono la vittoria iridata – anche in questo caso connotata politicamente –, quattro anni dopo.

Celebre fu la partita Francia – Italia dei quarti, giocata in casa dei transalpini, a Marsiglia, allorquando tutti gli antifascisti, a cominciare dagli esuli italiani, tifavano per i bleus. L’Italia, provocatoriamente, scese in campo con tanto di maglia nera – succederà nella storia della nazionale italiana 5 volte –, facendo il saluto romano. L’Italia si impose 1–3 e avrebbe concluso il suo percorso trionfale – una vera e propria apoteosi fascista –, battendo in semifinale il Brasile del grande Leonidas, e, in finale, l’Ungheria per 4–2. Per uno scherzo del destino, l’Italia si laurea campione allo Stadio Colombes, quello di Fuga per la Vittoria, il celebre film di John Huston interpretato da Pelé, che, anni dopo, avrebbe narrato la “partita della morte”, fra nazisti ed antifascisti.

L'Italia invincibile di Pozzo e la propaganda fascista

Non è un caso che gli Stati totalitari utilizzassero indifferentemente mezzi di comunicazione, cinema e sport per influenzare le masse. Nei Mondiali di Francia del ’38, comunque, l’Italia ebbe sempre tutto il pubblico di casa e neutrale contro.

Gli Stati utilizzano il calcio per proiettarsi geopoliticamente: il Mondiale in Giappone e Corea del Sud è servito per far emergere la centralità del Pacifico, rispetto ai vecchi assetti atlantici; Brasile, Sud Africa e Russia, economie emergenti del cosiddetto gruppo dei BRICS, hanno organizzato gli ultimi Mondiali per mostrare al mondo il proprio nuovo status. Con il Qatar si afferma il protagonismo dei Paesi del Golfo e, soprattutto, l’Islam politico, rappresentato proprio dal piccolo emirato e dalla Turchia, dove governano forze vicine ai Fratelli Musulmani.

Il Marocco guida la "decolonizzazione" del calcio africano

Non sono solo gli Stati ad utilizzare geopoliticamente il calcio ma anche le nazioni senza Stato. È il caso delle nazionali di Catalogna, Québec e Kurdistan. La Palestina, semplice osservatore presso l’ONU, è membro a tutti gli effetti della FIFA, dove siedono anche Macao e Hong Kong, inglobate dalla Cina secon do il principio “un Paese due sistemi”; la FIFA ha concesso una nazionale perfino a Taiwan, la cui indipendenza e sovranità non è stata mai riconosciuta da Pechino. Diverso il caso di Scozia, Galles e Irlanda del Nord, che pur non esistendo più politicamente indipendenti e sovrane, inglobate nel Regno Unito, “rivivono” nel pallone.

Ecco che cos'è davvero la geopolitica. Su gentile concessione dell'autore, pubblichiamo oggi un estratto di "Geopolitica, storia di un'ideologia", saggio di Amedeo Maddaluno edito da "GoWare". Amedeo Maddaluno il 7 Marzo 2023 su Il Giornale.

Il termine "Geopolitica", dopo decenni di oblio è tornato alla ribalta del linguaggio mediatico e della pubblicistica. Ciò è senz’altro dovuto all’esaurirsi delle grandi narrazioni novecentesche – comunismo, socialismo, socialdemocrazia, liberalismo, persino la dottrina sociale cristiana – e al ritorno sulla scena politiche dello Stato che i teorici della “fine della storia” avevano bollato come obsoleto.

La cifra di lettura del XXI secolo sembra essere quella del confronto tra stati in un’anarchia delle potenze, e non del confronto tra ideologie o tra classi – ad esempio delle ultime due ideologie a proprio modo universalistiche affacciatesi sulla scena strategica negli ultimi due decenni e cioè il liberalismo e liberismo occidentale contro l’islamismo radicale, esauritasi la prima nella grande crisi del 2008 e la seconda arretrata proprio sul piano geopolitico.

Il risveglio dalle illusioni universalistiche è stato brusco: il mondo intellettuale si è fatto trovare impreparato ed ha dovuto riattivare una linea di pensiero per troppo tempo trascurata. Il termine geopolitica è diventato così vittima di una vera e propria bulimia, sino ad essere utilizzato quale sinonimo di “Relazioni Internazionali”, “Politica Estera” e financo di “Strategia Militare”, discipline imprescindibili alla geopolitica, sicuramente non separabili da questa ma ad ogni modo ben distinte. Occorre ribadirlo: la geopolitica studia il rapporto tra statualità e spazio: chiaramente per farsi un quadro geopolitico della politica di uno stato non si può prescindere dal quadro economico, sociologico, demografico, militare, culturale, antropologico (come correttamente sottolinea il moderno filone della geopolitica critica).

In queste pagine abbiamo scelto di concentrarci sulla ricerca delle geopolitiche che hanno fornito una base all’ideologia dello stato: abbiamo scelto quindi di parlare di “geopolitiche”, cioè delle prassi dei vari studiosi e delle varie scuole di studio più che di una Geopolitica con maiuscola, ambito scientifico non privo di un suo valore persino spirituale come studio dello “stato organismo nel proprio spazio”.

Per meglio portare a termine questa indagine abbiamo scelto quindi di non proporre al lettore una storia della Geopolitica – non troverete in questo libro i Tucidide e i Machiavelli o tanti studiosi del pensiero militare che hanno lambito intelligentemente la geopolitica – ma di proporgli una disamina delle scuole e delle prassi geopolitiche divise per paesi: non potevamo quindi non partire dall’ottocento e non focalizzarci sulle tradizioni statali a più marcata vocazione imperiale nel mondo contemporaneo, moderno e post-moderno.

Correderemo l’analisi di contesto con un riassunto del pensiero di singoli autori rappresentativi, veri e propri capiscuola. Analizzeremo il pensiero geopolitico partorito dalle culture tedesca, anglosassone, russa e proveremo ad aprire uno squarcio sul pensiero geostrategico cinese. Concluderemo con una riflessione su una nazione che imperiale non lo è mai stata fino in fondo: la nostra Italia, per provare a mettere a fattor comune gli spunti dei capitoli precedenti. Il tutto andando alla ricerca di filoni culturali e dei minimi comuni denominatori delle scuole geopolitiche.

Il nostro fine, in definitiva, è quello di cogliere come le geopolitiche hanno contribuito a costruire le autorappresentazioni e le autonarrazioni delle nazioni. Perché? Perché la geopolitica può fornire, nello smarrimento della post-modernità liquida – per dirla con Bauman – un’interessante chiave di lettura dei rapporti di forza del mondo – anche se non l’unica: sarebbe interessante capire quanto pesino ancora le dialettiche di classe, ad esempio. Per farlo va però salvata in primis dalle confusioni tassonomiche di cui parlavamo in apertura e in secundis da sé stessa, o meglio da quegli autori che ne sviliscono il valore scientifico – e forse spirituale? – per renderla una semplice cassetta degli attrezzi nelle mani del potentato di turno, o peggio ancora la giustificazione ideologica di qualche sciovinismo momentaneo. Cercheremo di essere rigorosi ed oggettivi, ma dovremo per forza effettuare una cernita di autori giocoforza incompleta. Se saremo riusciti a gettare il proverbiale sasso nello stagno, a stimolare un dibattito e a spingere chi ne sa più di noi a correggere le mancanze di questo lavoro avremo senz’altro raggiunto il nostro obiettivo.

Antonio Giangrande: Che governi l'uno, o che governi l'altro, nessuno di loro ti ha mai cambiato la vita e mai lo farà. Perchè? Sono tutti Comunisti e Statalisti. Sono sempre contro qualcuno. Li differenzia il motto: Dio, Patria e Famiglia...e i soldi.

Gli uni sono per il cristianesimo come culto di Stato. Gli altri sono senza Dio e senza Fede, avendo come unico credo l'ideologia, sono per l'ateismo partigiano: contro i simboli e le tradizioni cristiane e parteggiando per l'Islam.

Gli uni sono per la Patria e la difesa dei suoi confini. Gli altri sono senza Patria e, ritenendosi nullatenenti, sono senza terra e senza confini e, per gli effetti, favorevoli all'invasione delle terre altrui.

Gli uni sono per la famiglia naturale. Gli altri sono senza famiglia e contro le famiglie naturali, essendo loro stessi LGBTI. E per i Figli? Si tolgono alle famiglie naturali.

Gli uni sono ricchi o presunti tali e non vogliono dare soldi agli altri tutto ciò che sia frutto del proprio lavoro. Gli altri non hanno voglia di lavorare e vogliono vivere sulle spalle di chi lavora, facendosi mantenere, usando lo Stato e le sue leggi per sfruttare il lavoro altrui. Arrivando a considerare la pensione frutto di lavoro e quindi da derubare.

Alla fine, però, entrambi aborrano la Libertà altrui, difendendo a spada tratta solo l'uso e l'abuso della propria.

Per questo si sono inventati "Una Repubblica fondata sul Lavoro". Un nulla. Per valorizzazione un'utopia e una demagogia e legittimare l'esproprio della ricchezza altrui.

Ecco perchè nessuno si batterà mai per una Costituzione repubblicana fondata sulla "Libertà" di Essere e di Avere. Ed i coglioni Millennials, figli di una decennale disinformazione e propaganda ideologica e di perenne oscurantismo mediatico-culturale, sono il frutto di una involuzione sociale e culturale i cui effetti si manifestano con il reddito di cittadinanza, o altre forme di sussidi. I Millennials non si battono affinchè diventino ricchi con le loro capacità, ma gli basta sopravvivere da poveri.

Avvolti nella loro coltre di arroganza e presunzione, i Millennials, non si sono accorti che non sono più le Classi sociali o i Ceti ad affermare i loro diritti, ma sono le lobbies e le caste a gestire i propri interessi.IL DEBITO DELLA PROSTITUTA

Non so chi sia il genio che l'ha scritto ... ma è eccellente ...

A marzo, in una piccola città, cade una pioggia torrenziale e per diversi giorni la città sembra deserta.

La crisi affligge questo posto da molto tempo, tutti hanno debiti e vivono a credito.

Fortunatamente, un milionario con tanti soldi arriva ed entra nell'unico piccolo hotel sul posto, chiede una stanza, mette una banconota da 100 euro sul tavolo della reception e va a vedere le stanze.

- Il gestore dell'hotel prende la banconota e scappa per pagare i suoi debiti con:

- Il macellaio.

Questo prende i 100 euro e scappa per pagare il suo debito con:

- L'allevatore di maiali.

Quest’ultimo prende la banconota e corre a pagare ciò che deve:

- Il mulino-Fornitore di mangimi per maiali.

Il proprietario del mulino prende 100 euro al volo e corre a saldare il suo debito con:

- Maria, la prostituta che non paga da molto tempo, in tempi di crisi, offre persino servizi a credito ...

La prostituta con la banconota in mano parte per:

- Il piccolo hotel, dove aveva portato i suoi clienti le ultime volte e non aveva ancora pagato e gli consegna 100 euro:

- Al proprietario dell'hotel.

In questo momento il milionario che ha appena dato un'occhiata alle stanze scende, dice di non essere convinto delle stanze, prende i suoi 100 euro e va via.

"Nessuno ha guadagnato un euro, ma ora l'intera città vive senza debiti e guarda al futuro con fiducia" !!!

MORALE:

SE I SOLDI CIRCOLANO, NELL'ECONOMIA LOCALE, LA CRISI È FINITA.

Consumiamo di più nei piccoli negozi e mercati di quartiere

- Consuma ciò che producono i tuoi amici e il tuo paese!!!

- Se il tuo amico ha una micro impresa, compra i suoi prodotti!

- Se il tuo amico vende vestiti, comprali!

- Se il tuo amico vende scarpe, comprale!

- Se la tua amica vende dolciumi, compra!

- Se il tuo amico è un contabile, vai a chiedere consiglio!

- Se il mio amico possedesse un ristorante ... Cosa ne pensi? Vorrei mangiare lì!

- Se un mio amico avesse un negozio, in quello comprerei!

Alla fine della giornata, la maggior parte dei soldi viene raccolta da grandi società e cosa credi? Vanno via dal paese! Ma quando acquisti da un imprenditore, una piccola impresa di medie dimensioni o dai tuoi amici, li aiuti, tutti noi vinciamo e contribuiamo alla nostra economia.

Sosteniamo l'imprenditorialità ...

Vittimismo narcisista. La sfida titanica del liberalismo nell’America Latina. Loris Zanatta su L'Inkiesta il 7 Dicembre 2023

Nel libro "Dal buon selvaggio al buon rivoluzionario. Miti e realtà dell'America Latina" (IBL Libri) Carlos Rangel spiega che il nazionalismo latinoamericano glorifica la povertà, l'autarchia e il populismo per giustificare il fallimento economico attraverso una presunta superiorità morale

Con l’elezione di Javier Milei a presidente dell’Argentina, il Sudamerica è tornato un tema di attualità. Riuscirà Milei, con le sue radicali riforme, a risollevare un Paese con una povertà dilagante e una inflazione a tre cifre? Anche altri Stati di quell’area versano in condizioni di grande instabilità oppure sono stati oggetto di esperimenti sociali che hanno però portato a esiti catastrofici, come nel caso del Venezuela. I mail del Sudamerica hanno radici lontane. Un libro che aiuta a spiegare questi fallimenti è “Dal buon selvaggio al buon rivoluzionario. Miti e realtà dell’America Latina” di Carlos Rangel, pubblicato di recente da IBL Libri. Proponiamo di seguito un brano della prefazione di Loris Zanatta, tra i maggiori studiosi italiani di storia del Sudamerica.

Il tempo passa per tutti, ma se c’è un autore che porta bene gli anni è Carlos Rangel, se c’è un libro che porta con dignità le rughe è questo: il “buon selvaggio” è sempre di moda, “il buon rivoluzionario” non muore mai. Oggi come nel 1976, quando uscì la prima edizione, l’uno è sempre pronto a travasarsi nell’altro, in America Latina e altrove. La miglior prova? Che il vespaio di polemiche, l’indignata intolleranza che sollevò allora tra i benpensanti del mondo accademico e intellettuale, si ripetono ancor oggi a ogni testo che, foss’anche alla lontana, ne calchi le orme, ne rifletta lo spirito, ne raccolga l’eredità.     

Certo, Rangel era più solo che mai: inneggiare alla democrazia liberale, additare gli Stati Uniti a terra di insegnamenti, perorare le virtù del mercato era, nell’America Latina degli anni ’70, come bestemmiare in chiesa. Immagino il suo grado di frustrazione e delusione, impotenza e isolamento. Ma per quanto quell’ottusa e violenta cappa che opprimeva i suoi ideali si sia da allora diradata, c’è ancora. Con buona pace dei tanti che, atteggiandosi a eterne vittime, si credono “contro egemonici” perché invocano la “rivoluzione” e “combattono il capitale”, l’unica corrente ideale che in America Latina vanta tale etichetta è il liberalismo: le ha avute tutte contro! È sempre stato minoritario! Ha dovuto risalire la corrente, piantare radici in un suolo dove l’acqua di cui ha bisogno mancava. Contro egemonico è Carlos Rangel, non certo Ernesto Laclau, Octavio Paz, non certo Eduardo Galeano, Mario Vargas Llosa, non certo Gabriel García Márquez!   Per chi, come me, da trent’anni insegna in un’università italiana, non c’è dubbio: quel che scriveva Rangel, che «essere rivoluzionario in un’università latinoamericana è tanto eretico come essere cattolico in un seminario irlandese», rimane in larga parte vero. Il miracolo del conformismo rivoluzionario si ripete a ogni generazione, puntuale come le tasse, fatale come la morte. I bisnonni credevano nella rivoluzione cubana, i nonni nei sandinisti, i padri in Hugo Chávez, i figli in Evo Morales, i nipoti in Andrés López Obrador. Non sarà un caso, semmai questione di fede: “la rivoluzione è come una religione”, diceva Fidel Castro che se ne intendeva; e la religione è ripetizione, rito, liturgia, dogma. La religione della rivoluzione conserva la sua comunità di credenti, la fede si tramanda e non si estingue.  Rangel aiuta a spiegarlo con coraggiose convinzioni e brillanti intuizioni. La parabola storica dell’America Latina, osservava, è “fallimentare”. Difficile dargli torto: nel 1976 la regione era un cimitero; violenta e povera, iniqua e convulsa, si contorceva quasi per intero sotto il tallone dei militari, sommersa da due decenni di furenti crociate ideologiche. Sviluppo? Poco. Istituzioni? A pezzi. Futuro? Nero. Però fioccavano utopie: tutti agitavano una spada, tutti brandivano una croce, tutti invocavano un Regno di Dio, il loro Regno di Dio. Lo Stato di diritto non importava a nessuno.

Da allora i passi avanti sono stati più di quelli indietro. Ma se accorciamo l’arco temporale, se misuriamo il presente raffrontandolo agli anni ’80 e ’90 dello scorso, alle speranze di quella primavera democratica, i passi indietro sono più di quelli avanti. L’implacabile diagnosi di Rangel, l’amara constatazione del “fallimento storico” dell’America Latina, rimane perciò attuale: rimasta al palo mentre l’Asia decollava, cresce poco e innova meno, combatte la ricchezza più che estirpare la povertà, coltiva l’eguaglianza affondando tutte le navi. Le sue democrazie imbarcano acqua da ogni parte: laddove un tempo si bussava alle porte delle caserme ci si scanna per controllare il potere giudiziario e scriversi Costituzioni su misura. Chi ci riesce, prende tutto il potere e il bottino, chiude la porta e butta via le chiavi. Capita così che mentre speravamo si liberalizzasse Cuba si sono cubanizzate Venezuela e Nicaragua, Argentina e Messico sono di nuovo come già furono i poli del populismo latino, l’asse liberale del Pacifico perde colpi e rischia il crollo. Se poi si pensa che sul fronte opposto s’erge Jair Bolsonaro, siamo fritti: l’involuzione democratica è lampante.      

Mentre l’ennesimo treno perduto lascia la stazione, ecco così elevarsi la consueta sinfonia del nazionalismo latino: che la povertà è “virtù”, che l’autarchia è “identità”, che il populismo è “cultura” del “popolo”, che l’inefficienza, il familismo, il clientelismo sono sane resistenze alla tirannia “economicista”, “tecnocratica”, “neoliberale”. Che la “colpa”, va da sé, è dei ricchi e dell’Impero: la teoria della dipendenza, sommersa dai fatti, sopravvive nei cuori. L’epica nazionalista s’ammanta di vittimismo, narcisismo, spiritualismo: no pasará, urla in cagnesco al demoniaco “materialismo”. È sempre la stessa storia: Davide contro Golia, una compiaciuta narrazione del declino, un’autoindulgente esibizione di presunta superiorità morale utile a giustificare il fallimento materiale.   

La cugina di Gramsci. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 2 dicembre 2023.

Oltre a un cognato del calibro di Lollobrigida, Giorgia Meloni può vantare anche un cugino come Antonio Gramsci. Dobbiamo la sensazionale scoperta ad Alessio Vernetti, analista politico di Youtrend, che si è trasferito per un lungo picnic sotto gli alberi genealogici di Ghilarza, comune di quattromila anime in provincia di Oristano. E lì ha potuto appurare come la nonna del fondatore del partito comunista lasciato marcire in carcere da Mussolini avesse sposato in prime nozze il fratello della nonna della bisnonna dell’attuale premier di destra. Mi gira già troppo la testa per azzardare il grado preciso di parentela: me la caverò con «cugini alla lontana per via della bisarcavola», che in un Paese di familisti accaniti come il nostro è già un legame piuttosto stringente.

Dirà qualcuno: anche Berlinguer e Cossiga erano cugini. Vero, ma la distanza politica tra loro era poco più di un vicoletto, se paragonata al Gran Canyon che separa Gramsci e Meloni. I quali, giusto per completare l’arco costituzionale, risultano imparentati anche con entrambi i Letta: lo zio Gianni e il nipotino Enrico, Forza Italia e Pd. Altro che premierato forte, siamo alla maggioranza bulgara, anzi sarda. In attesa di capire chi esercita l’egemonia culturale sugli altri (ma un sospetto ce l’ho), tornano alla mente le parole definitive di Ennio Flaiano: «In Italia è impossibile fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti».

Giorgia Meloni "discende da Gramsci, come Letta". C'è l'albero genealogico. Il Tempo il 02 dicembre 2023

Legami di famiglia e alberi genealogici impensabili entrano nel dibattito politico, almeno come "curiosità". Giorgia Meloni in qualche modo discende da Antonio Gramsci, nume tutelare della sinistra, così come per un altro ramo della famiglia, Enrico Letta. A fare la curiosa scoperta è Alessio Vernetti, analista politico di YouTrend e appassionato di genealogia. "La nonna di Gramsci sposò in prime nozze il fratello di una 'bisarcavola' (il nonno di un bisnonno, ndr) di Giorgia Meloni. A Ghilarza (Oristano) gli avi di Giorgia Meloni si intrecciano con quelli di Antonio Gramsci e, tramite quest’ultimo, con Gianni ed Enrico Letta. Così ho scoperto il legame familiare tra tutti loro", spiega in una serie di tweet in cui mostra con grafici e collegamenti l'albero genealogico dello storico segretario del Partito comunista italiano.

I legami parentali di Letta con l'intellettuale erano noti, non quelli della premier. "Elsa Bazzoni, nonna materna di Letta, era infatti cognata di Franco Paulesu, che a sua volta aveva come zio Antonio Gramsci - spiega l'analista a Libero - il legame familiare tra Giorgia Meloni e Antonio Gramsci, invece, è più remoto, e per comprenderlo bisogna passare per il nonno paterno della premier, il regista Nino Meloni", nato nel 1899 a Ghilarza, lo stesso paesino dell’entroterra sardo da cui proveniva anche la madre di Gramsci. Tecnicamente, "sono legami non di sangue, ma 'acquisiti'", spiega Vernetti. Tra l'altro, nella tortuosa genealogia gramsciana, potrebbe spuntare un legame anche con Santi Licheri, il giudice scomparso noto ai più per Forum, il programma Mediaset... 

L’albero genealogico che lega Giorgia Meloni, Antonio Gramsci ed Enrico Letta. Il Posta l'1 dicembre 2023

Probabilmente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è imparentata molto alla lontana con il filosofo Antonio Gramsci, storico segretario generale del Partito Comunista d’Italia e fondatore dell’Unità. Lo sostiene l’analista politico di YouTrend Alessio Vernetti, che è anche un appassionato di genealogia e ha fatto una approfondita ricerca per dimostrarlo. In un thread su X (Twitter) Vernetti ha scritto che in base alle sue ricostruzioni la nonna di Gramsci sposò in prime nozze il fratello di una bisarcavola di Meloni, cioè la nonna di una sua bisnonna. Sia Gramsci sia Meloni, poi, sono imparentati alla lontana con l’ex segretario del Partito Democratico Enrico Letta: anche questo legame, di cui si era già parlato in passato, è stato ricostruito da Vernetti.

Vernetti racconta che la sua ricerca era partita con la scoperta che Nino Meloni, il nonno paterno della presidente del Consiglio, era nato a Ghilarza, lo stesso paese dell’entroterra sardo dove crebbe Gramsci. Così, consultando diverse fonti, tra cui l’Archivio di Stato di Oristano, è arrivato a ricostruire l’albero genealogico delle famiglie, che sembra dimostrare il legame. Lo stesso Vernetti sottolinea che comunque la parentela tra Meloni e Gramsci è acquisita, e non deriva da un legame di sangue.
 Vernetti ha ricordato che anche l’ex presidente del Consiglio ed ex segretario del PD Enrico Letta era imparentato con Gramsci, come aveva detto lo stesso Letta nel 2021.

( Alessio Vernetti)

Il fantasma del comunismo è ancora qui. Redazione il 26 Novembre 2023 su Il Giornale.

Il marxismo somiglia come una goccia d'acqua al fantasma del comunismo con cui Marx ed Engels aprivano nel 1848 il loro celeberrimo Manifesto del partito comunista. Il marxismo, difatti, se ne va in giro per l'Europa e dintorni proprio come un fantasma. Non è stato criticato, soprattutto in Italia, ma è stato soltanto rimosso. Così accade che ancora oggi, dopo che è stato smentito sia dalla storia sia dalla teoria, funzioni come ha sempre funzionato: a uso della propaganda politica. Se provate a sostituire la parola borghesia con patriarcato vedrete che l'ossessione di indicare un nemico, perfino inesistente, sul quale far ricadere tutte le colpe c'è ancora. Se rinunciate alla parola comunismo e la rimpiazzate con ambientalismo vedrete che l'ideologia anti-capitalista è ancora tutta in piedi. Persino il merito scolastico è visto tuttora come avveniva nel Sessantotto: la cultura della classe dominante. Ecco perché ci ha visto giusto Giancristiano Desiderio nello scrivere L'Anti-Marx. Anatomia di un fallimento annunciato, ora uscito per Rubbettino.

È molto nota anche la battuta con cui Marx, avvertendo già puzza di bruciato, prendeva le distanze dai marxisti: «Io non sono un marxista, io sono Karl Marx». Proprio su questa battuta di spirito hanno tante volte puntato i marxisti nel tentativo di salvare capre e cavoli: cioè sia Marx sia il marxismo. Il libro di Desiderio, invece, mette in luce proprio l'appartenenza del pensiero di Marx alla sua «falsa coscienza» perché già nell'Ottocento si era capito come mise in luce giustamente Eugenio Duhring che l'idea di Marx di far passare il comunismo dall'utopia alla scienza era insieme falsa e pericolosa. Marx stesso lo capì e non trovò di meglio da fare che ordinare a Engels di seppellire il povero signor Duhring sotto un cumulo di sciocchezze come le trecento pagine dell'Anti-Duhring: un testo anti-scientifico sul quale, osserva giustamente Desiderio, ancora si studiava nelle università italiane negli anni Ottanta del secolo scorso!

Giancristiano Desiderio mette in luce l'arbitraria unione di economia e di filosofia che compie Marx nel tentativo pasticciato di capovolgere il pensiero di Hegel. Il risultato non è né il superamento di Hegel, né dell'economia classica di Smith e Ricardo ma un'ideologia propagandistica che ha sempre spiegato i fallimenti Berlino 1953, Budapest 1956, Praga 1968, Mosca 1989 cambiando i fatti veri per salvare la teoria falsa. È la nascita della mentalità totalitaria tipica del marxismo che, nota Desiderio, non è una «Filosofia del potere» cioè che limita il potere ma una «filosofia di potere» concepita e costruita sull'invidia per conquistare il potere.

Il fallimento annunciato di Marx. Antiscientifico e ideologico: il sistema economico sovietico non poteva stare in piedi. Giuseppe Bedeschi il 17 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Il marxismo, cioè la dottrina economica e politica di Marx, ricevette critiche e attacchi distruttivi già non molti anni dopo la morte del Maestro (avvenuta nel 1883). Nel 1899 Eduard Bernstein già stretto collaboratore di Engels ed eminente personalità della socialdemocrazia tedesca pubblicò un libro destinato ad avere una enorme eco nei movimenti socialisti del mondo intero: I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia. Esso costituiva la prima grande sfida revisionistica, lanciata da un seguace di Marx ed Engels, contro il marxismo. Di quest'ultimo Bernstein non risparmiava nulla: né l'analisi socio-economica del capitalismo e delle sue tendenze di sviluppo, né la teoria e il programma politici, né il metodo (la dialettica).

Bernstein rifiutava in primo luogo la previsione formulata nel Manifesto del Partito comunista e in altri scritti di Marx, secondo la quale la società capitalistica altamente sviluppata avrebbe determinato la scomparsa delle classi intermedie e si sarebbe divisa in due soli campi nemici: uno (relativamente ristretto di capitalisti) e uno (largamente maggioritario) di proletari. «L'acutizzazione dei rapporti sociali diceva Bernstein non si è compiuta nel modo raffigurato dal Manifesto. Nascondersi questo non solo è inutile, ma è una vera e propria follia. Il numero dei possidenti non è diminuito, bensì è aumentato. () Gli strati intermedi mutano il loro carattere ma non scompaiono dalla scala sociale». I tratti dello sviluppo capitalistico sui quali Bernstein più insisteva erano essenzialmente tre: in primo luogo la grandissima estensione della forma della società per azioni, che permetteva la creazione di un numero crescente di azionisti piccoli e medi; in secondo luogo, il fatto che in tutta una serie di branche industriali la grande azienda non assorbiva le piccole e medie aziende (le quali mostravano una indubbia vitalità), bensì si sviluppava convivendo con esse, sicché era illusorio attendersi la loro scomparsa; in terzo luogo, un notevole sviluppo delle classi intermedie, reso possibile dal grande aumento della produttività del lavoro. Da tutto ciò Bernstein ricavava che, «ben lungi dall'essersi semplificata rispetto a quella precedente, la struttura della società si è in larga misura graduata e differenziata, sia per quanto concerne il livello dei redditi, sia per quanto concerne le attività professionali».

È evidente che dopo questo colpo di ariete l'edificio economico-politico costruito da Marx crollava. Ma il pensiero critico avrebbe continuato a corrodere gli schemi marxiani, mostrandone l'inconsistenza e la falsità. Un acuto quadro di tutto ciò è offerto da Giancristiano Desiderio nel suo ultimo saggio: L'AntiMarx. Anatomia di un fallimento annunciato (edito da Rubbettino, pagg. 128, euro 14).

L'Autore mostra assai bene come la marxiana teoria del valore-lavoro sia antiscientifica. «Il valore dei beni prodotti dal lavoro ha scritto Marx è uguale alla quantità di lavoro socialmente necessaria per produrli». A ciò il grande economista Boem-Bawerk obietterà che nell'economia di un paese non rientrano soltanto le merci prodotte dal lavoro, ma hanno un ruolo fondamentale anche beni esistenti in natura come la terra, la legna degli alberi, le risorse idriche, i depositi di carbone, le cave di pietra, i giacimenti di petrolio, le acque minerali, le miniere d'oro... Avere escluso tutto ciò dall'analisi economica è un peccato mortale di metodo. Desiderio, a sua volta, insiste giustamente su un punto: che il lavoro di cui parla Marx non è il lavoro di cui parlano gli economisti, ma è il «lavoro alienato» dei Manoscritti economicofilosofici del 1844, o il «lavoro astratto» del Capitale. Cioè è un lavoro concepito in termini ideologici ricavati dalla filosofia di Hegel, cioè dal concetto hegeliano di alienazione. È questo lavoro ideologizzato che permette a Marx di enunciare concetti come il «plusvalore» (un non senso in economia), lo «sfruttamento», ecc. In realtà, dice giustamente Desiderio, il marxismo non è conoscenza e non è scienza, ma un ibrido: «Quando si crede di avere a che fare con la scienza si ha invece a che fare con l'ideologia, e quando si ritiene di trovarsi dinanzi l'ideologia si ha invece a che fare con descrizioni, osservazioni, ipotesi e analisi politiche. Proprio questo è il carattere fondamentale dell'opera di Marx: la sua natura pubblicistica o giornalistica e polemista».

Ma il pensiero di Marx non è solo fallace, è anche estremamente pericoloso. Perché, come dice Desiderio, la dittatura del proletariato che, secondo il filosofo di Treviri, avrebbe dovuto essere provvisoria, il tempo necessario per traghettare gli uomini dal capitalismo al comunismo, diventa definitiva, e si trasforma in dittatura sul proletariato con tanto di capitalismo di Stato. Uno Stato onnipotente, pronto a calpestare le vite degli individui.

Questo il messaggio salvifico di Marx e del marxismo: un messaggio che, ovunque si è realizzato, ha provocato sofferenze inaudite per i cittadini.

Fabio Martini per huffingtonpost.it - Estratti venerdì 17 novembre 2023.

Sono nove mesi ormai che Elly Schlein guida il Pd, ma il mondo politico-mediatico fatica ancora a riconoscere e definire i tratti assolutamente originali della sua leadership, il “cuore” della sua personalità. Il rifiuto opposto dalla segretaria del Pd all’invito di Giorgia Meloni a partecipare alla prossima festa di Atreju aiuta a sciogliere l’enigma. 

Nei mesi scorsi non sono mancati, da parte del “nuovo” Pd, segnali di settarismo – un approccio che peraltro accomuna tutti i partiti in questa fase – ma Elly Schlein sta sperimentando qualcosa in più. 

Una forma mai vista di partito personale, secondo un adagio che si potrebbe riassumere così: la purezza del capo è tutto, il resto non conta. Qualcosa che va oltre il tradizionale “il partito sono io”, perché la novità sta invece in questa idea di purezza, di procedere incontaminati nel firmamento politico.

Nei mesi questa suggestione di purezza era stata praticata, avvalorando un’idea davvero originale: chi è venuto prima di Schlein sostanzialmente è “superato”.  

(...)

Ora il rifiuto all’invito di Atreju. Naturalmente Schlein è libera di andare dove crede, con chi crede e di negarsi con le ragioni che la paiono giuste. Al tempo stesso liberi tutti di constatare che mentre la festa dei pretesi “fascisti” di Atreju è da sempre aperta a tutti, la Festa dell’Unità è diventata un ritrovo monocorde, dove si canta una sola canzone: puri, purissimi. Ma soli.

Tra l’altro quelle feste in solitudine sono anche l’approdo forastico e finale di una lunga storia, quella della Festa dell’Unità, che ai tempi del Pci e dell’Ulivo era stato luogo di dibattiti a tutto campo con amici e avversari. Ora il no ad Atreju racconta qualcosa in più: la vocazione a preservare la purezza in una torre eburnea. Una rivendicazione di isolamento che ha i suoi rischi ed evoca una deliziosa e profonda riflessione di Stendhal: “Si può acquistare tutto nella solitudine, eccetto un carattere”. 

Da Bertinotti a Veltroni: un promemoria per Elly. I leader che non hanno avuto paura di Atreju. Guido Liberati su Il Secolo d'Italia venerdì 17 novembre 2023.

«C’era un tempo nel quale Fausto Bertinotti non aveva timore a presentarsi e dialogare, pur dall’orgoglio della diversità delle posizioni, ora colgo che le posizioni sono cambiate», osserva Giorgia Meloni commentando l’annunciato “no” di Elly Schlein all’invito formulato dei giovani di Atreju.  «Io – osserva il presidente del Consiglio – mi sono sempre presentata quando sono stata invitata e sono stata io ad aprire agli inviti. Ricordo diversi capi di governo della sinistra, l’attuale commissario europeo (Gentiloni), Enrico Letta. Sarebbe una delle pochissime volte in cui una persona dice di no».

Una posizione ribadita in queste ore anche dall’ex senatore Pd, Carlo Cottarelli. «Schlein doveva andare ad Atreju e invitare Meloni ad andare alla prossima festa dell’Unità», dice a Rai Radio1, ospite di Un Giorno da Pecora, Cottarelli.

Quando Almirante andò a Botteghe Oscure per rendere omaggio a Berlinguer

Il caso di Elly Schlein che ha detto” No, grazie”, ad Atreju, la festa di FdI. I cronisti politici non possono non ricordare a proposito di ben altre scelte, quanto accadde alle esequie del leader comunista Enrico Berlinguer, nel giugno dell’84. Con un raro coraggio, viste le circostanze e le asperità politiche del momento, ai funerali si presenta Giorgio Almirante. «Sono venuto per salutare un uomo onesto», dice il leader Msi varcando la soglia di Botteghe oscure. Massimo Magliaro, ex braccio destro di Almirante, ha ricordato più volte: «All’uscita mi disse, telefona a donna Assunta. Dille che è andato tutto bene». Non molti anni dopo, nell’88, furono Giancarlo Pajetta e Nilde Iotti a rendere omaggio alla salma di Almirante ai suoi funerali. Altri tempi, altri scenari. Altre personalità politiche.

I precedenti nella tana del lupo: da Fini a Bertinotti

Ma la sostanza del leader che decide di varcare la soglia della “tana del lupo” dell’avversario non cambia. Nel ’95 Walter Veltroni invita Gianfranco Fini ad un faccia a faccia alla festa dell’Unità: “Il valore della festa è questo, confrontarsi tra schieramenti avversari con rispetto e nel comune obiettivo di lavorare per il bene del Paese”, dice Veltroni. L’album dell’94 è invece pieno di foto di Indro Montanelli sotto il simbolo della Quercia: il giornalista è ospite d’onore alla festa dell’Unità di Modena, accolto con una standing ovation (Montanelli ha appena litigato con Berlusconi e lasciato il ‘Giornale’). “Vi prego, basta applausi, ve lo chiedo per legittima difesa”, implora il giornalista. Foto per foto, resta negli annali quella del ’96 del Gabibbo con Massimo D’Alema, in visita agli studi Mediaset: “Un’azienda che è un patrimonio per l’Italia”, dice il segretario del Pds. Poi, con il passare degli anni, la politica cambia. Aumenta la quota spettacolo. E i faccia a faccia insoliti tra i leader si moltiplicano.

Atreju e i faccia a faccia: da Berlusconi a Bertinotti, da Fico a Letta

Atreju ne ha fatto un marchio di fabbrica. Alla festa di FdI si sono visti, negli anni, Silvio Berlusconi, Fausto Bertinotti, Rosy Bindi, Walter Veltroni, Luciano Violante, Nicola Zingaretti, Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Matteo Renzi, per citarne alcuni. Tutti, Bertinotti incluso, sono rimasti vittime di scherzi e spietate goliardate dei giovani “fratelli” d’Italia. La Schelin non ci sarà.

Lollobrigida sul No della Schlein: “Atreju era un’opportunità di confronto”

Come osserva il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, «se fosse stata invitata e non volesse partecipare è una scelta libera. Noi siamo sempre aperti al confronto e non abbiamo paura di confrontarci in nessun luogo, abbiamo sempre partecipato alle feste del Pd e ad Atreju abbiamo avuto ministri del Pd e dei Cinque stelle». «Sentivo che lei si confronta solo in Parlamento – aggiunge Lollobrigida – Ci mancherebbe, ciò non toglie che i partiti sono un elemento essenziale della vita democratica e i luoghi in cui ci si confronta sulle differenze e soprattutto sulle convergenze per il sistema Italia penso possano essere un’opportunità». 

Roberto Gressi per il “Corriere della Sera” - Estratti venerdì 17 novembre 2023. 

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Ci vado o non ci vado alla festa di Atreju di Giorgia Meloni? No che non ci va Elly Schlein, che ha preso tempo per rispondere solo per finta, visto che non ha intenzione di cinguettare con la premier, né, tantomeno, di uscirne burattino, o ciuchino, o vassallo, anche se il rischio di finire avvelenata è comunque inesistente. Soprattutto non vuole partecipare al gioco della legittimazione del nemico, che la parola avversario è buona solo per i tempi di pace, e con le elezioni europee alle porte proprio non se ne parla.

Che tanto, per riconoscersi figli di un unico Paese, ci sarà tempo, magari un giorno, quando forse i rapporti di forza si saranno invertiti. 

Non che non si possa andarci lo stesso, quando pare che convenga, alla corte del nemico. Massimo D’Alema ci andò a Mediaset, proprio nella sede e con occhio padronale, a dire che: «Non sono qui per rendere omaggio a Silvio Berlusconi, ma a un’azienda che è un patrimonio per l’Italia». E proprio Berlusconi si autoinvitò a sorpresa sotto casa, alla festa dell’Unità in quel di Arcore, per fare il mattatore, due ore da affabulatore, fino a bamboleggiare: «Vedete, miei cari, sono un compagno anch’io, come voi, però riformista».

E d’altra parte aveva già detto di essere pronto ad iscriversi al Pd, dopo la relazione di Piero Fassino a un congresso. Ma pure Giorgia Meloni, già premier, c’era andata all’assemblea della Cgil a rivendicare il confronto, perché «la ricchezza la creano le aziende con i loro lavoratori». Anche se oggi, dopo la precettazione, sarebbe meno facile. Addirittura, Indro Montanelli salì sul palco di una festa dell’Unità: «Vi prego, basta applausi, ve lo chiedo per legittima difesa». 

La festa di Atreju è l’invenzione geniale di una Giorgia Meloni poco più che ragazzina, debuttò 25 anni fa, nel 1998. Atreju è un bambino Pelleverde nel libro e nel film La storia infinita, e ha occhi scuri che vedono fino all’orizzonte.

Politica e goliardia. Memorabile la «Kazirata» a Gianfranco Fini, quando i giovani di Atreju chiesero all’allora ministro degli Esteri di sostenere la causa dell’inesistente e oppresso popolo kaziro. O quando Berlusconi fu costretto ad inventare per condannare vita e opere di un immaginario dittatore comunista, o quando a La Russa venne chiesto di spiegare la presenza di militari italiani a Paros, o a Veltroni di parlare della borgata Pinarelli. 

Tutto questo prima di finire lei stessa, Giorgia Meloni, infilzata dai due buontemponi russi. Poi sempre meno scherzi e più politica, fino a contendere a Bruno Vespa lo scettro di «Terza Camera» prima dell’elezione del presidente della Repubblica.

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Filippo Ceccarelli per “la Repubblica” - Estratti venerdì 17 novembre 2023. 

Eppure ad Atreju c’è sempre stato posto per tutti: Platinette ed Enrico Letta, la gara di poker con Pupo e il presepe vivente dagli Abruzzi, il cooking show del divo chef e il cane lupo cecoslovacco, accreditata mascotte della kermesse reperibile nell’albo d’oro digitale dei Fratelli d’Italia con il mitologico nome di Thor, divinità germanica fornita di terrificante martellone.

In questo senso Schlein si è sottratta a un astuto e vantaggioso intrattenimento di cui l’attuale premier è da sempre abile impresaria e stratega. Il punto di partenza e un po’ anche la schermatura culturale di Atreju è l’innesto del fantasy pop sugli incerti orizzonti della destra un tempo orfana, oggi addirittura dimentica del nostalgismo neofascista. Come tante altre cose di quel mondo, se l’era inventata alla fine del secolo scorso Fabio Rampelli, ma il prima possibile l’ha fatta sua Giorgia Meloni, poco più che adolescente, che certamente l’ha cresciuta sagomandola a sua immagine e somiglianza fino a trasformarla in palestra, piattaforma, passerella, laboratorio tricolore, salotto televisivo e infine sagra piaciona del sovranismo. 

Invano qualche anno fa Roberto Saviano ha cercato di togliere ad Atreju la patina destrorsa facendo presente che il ragazzo guerriero del cine film d’importazione “La Storia Infinita” che dà il nome alla festa risulterebbe “cresciuto da tutti” e quindi senza il papà, la mamma e la santa famiglia naturale che tanto sta a cuore ai patrioti. In realtà il Mito è appunto un mito, ma soprattutto l’odierna politica privilegia manifestazioni di natura estesa, sincretica e polivalente che, tradotto dal sociologese, sta a significare il minestrone, di tutto un po’, basta che finisca sui giornali, in tv, sui social, eccetera.

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Per quattro anni di seguito Renzi ha rifiutato l’invito per poi cedere nel 2021. Bertinotti e Letta hanno fatto meno storie, Conte è venuto due volte, una con il figlio Nicolò. Marco Minniti ha acceso la platea raccontando della scrivania del duce e solleticandola con il motto scioglilingua di Italo Balbo: «Chi vola vale e chi vale ma non vola è un vile». Da sindaco ecumenico, e quindi con rassegnazione, Walter Veltroni si è sottoposto al rito goliardico della domanda trabocchetto rispondendo sulle cattive condizioni della borgata Pinarelli, che non esiste. 

Nel 2011 fece scalpore l’uniforme dei giovani volontari con badge tricolore e maglietta nera, però furbamente attenuata da scritta gandhiana in lettere d’oro: “Sii il cambiamento che vuoi vedere”.

Per diversi anni il grande mattatore di Atreju è stato il Cavaliere che su questo palco, montato all’ombra del Colosseo, ha fatto il numero della “zanzara comunista”, con volée e finto schiaffone, e pietosamente ha spiegato il baciamano a Gheddafi: «L’ho fatto per educazione, lì si usa così». 

Nel 2017 risuonò il gioioso riconoscimento di Toti: «Sono andato a fare la pipì e ho trovato il bagno pulito come a casa mia». Nel 2018, all’Isola Tiberina, venne Steve Bannon a parlare dei fratelli Gracchi e l’anno seguente Orban. Poi i titoli, un tempo risoluti e marinettiani - “È tempo di patrioti”, “Sfida alle stelle” si sono un po’ smosciati e l’ultimo Atreju era dedicato al “Natale dei conservatori”. Parabola abbastanza scontata. C’erano pure orsi bianchi animati e danzanti, al collo avevano un fazzoletto rosso, ma nessuno ci ha fatto caso.

Estratto dell’articolo di Roberto Gressi per il “Corriere della Sera” martedì 28 novembre 2023.

È un fatto ormai, specie tra i politici che rischiano il fine corsa, che nessuno più voglia andare a dare il pane alle papere al laghetto di villa Borghese. 

[…] Non finché c’è un traditore da buttare nella pattumiera della storia o, meglio, una traditrice, ché nel mirino di Gianni Alemanno c’è proprio lei, Meloni Giorgia. 

Lei, che «ha sfottuto Putin che invoca una soluzione per la pace», lei che guida il governo più atlantista e servo degli Usa che l’Italia abbia mai avuto, lei che si stringe nell’abbraccio con Ursula von der Leyen quando sarebbe bene invece uscire dall’Europa, lei che si è astenuta su Gaza all’Onu, lei che straccia gli accordi con la Cina, lei che affonda il reddito di cittadinanza rinnegando Almirante, che diceva: «L’Msi come valori sta a destra, ma sulla giustizia sociale è vicino alla sinistra».

Ed eccolo qui Gianni, allora, pronto a dar battaglia con una sciarpa palestinese al collo, insieme all’ultimo samurai rosso Marco Rizzo, in due per la riedizione di quello che Antonio Pennacchi faceva tutto da solo: il fasciocomunista. 

Obiettivo: le elezioni europee, piazzandosi a destra della destra e contro Meloni il falso papa, in un’area che, per la verità, si annuncia già molto affollata […]. 

D’istinto, verrebbe da derubricare tutto sotto la voce combattenti e reduci. Non fosse che, nel vasto perimetro post-fascista della Capitale, il nome di Gianni Alemanno vuol dire ancora qualcosa. Nato a Bari quasi 66 anni fa, adottato dalla Lupa quando aveva appena 12 anni.

Rautiano nel Fronte della gioventù con l’amico e concorrente, l’almirantiano Gianfranco Fini. Arrestato tre volte. Per l’aggressione allo studente Dario D’Andrea: assolto. Per aver lanciato una molotov o forse per un parapiglia vicino all’ambasciata dell’Unione Sovietica: assolto. 

Per aver organizzato una contromanifestazione a favore dei combattenti della Repubblica di Salò, mentre Bush deponeva una corona al cimitero militare di Nettuno: prosciolto. In mezzo l’Msi, l’abiura del fascismo e la nascita di An, ministro dell’Agricoltura con Berlusconi, il migliore di quel governo, disse D’Alema. Il matrimonio con Isabella, la figlia di Rauti. La rottura 25 anni dopo e l’unione con Silvia Cirocchi.

Entra ed esci, con Storace e senza, da un’associazione all’altra, sconfitto da Veltroni nella corsa a sindaco di Roma, vincente rovesciando le sorti al ballottaggio contro Rutelli, battuto da Ignazio Marino. 

Una passione per la montagna e le arti marziali. Sospettato di essere lui il super ultra-destro camuffato che scala le istituzioni nel film Caterina va in città . Una lunga catena di disavventure giudiziarie. Per la vicenda Parmalat e per sospette vacanze-merenda: prosciolto dal tribunale dei ministri.

Per finanziamento illecito: prescrizione. Per illeciti sulle nomine: il fatto non sussiste. Per abuso d’ufficio per l’affidamento dell’ippodromo delle Capannelle: archiviazione. Per danno erariale: assolto con formula piena. Unico inciampo l’inchiesta sul «Mondo di mezzo». 

Libero da non provate accuse di corruzione, incappa nella condanna a un anno e dieci mesi, in via definitiva in Cassazione, per traffico di influenze illecite.

L’ex primo cittadino di Roma dovrà scontarla ai servizi sociali, una misura alternativa, concessa dal tribunale di sorveglianza, presso la «Sospe-Solidarietà e Speranza», sotto l’ala di suor Paola. 

«Terrò corsi di italiano ai migranti — racconta Alemanno —. Con la condanna mi è stato imposto un prezzo politico? Penso di sì. La decisione è figlia di una suggestione. Quella per cui la destra romana è vicina ad ambienti malavitosi».

[…] Nulla di strano, perché il segno dei Pesci, che accompagna Alemanno dalla nascita, oltre a spingere al desiderio irrefrenabile di camminare scalzi, è molto altruista: ha una sorta di spirito da crocerossina, o infermieristico, che lo porta ad ascoltare e a comprendere.

 Unico intoppo, specie in campagna elettorale: non si può uscire prima delle sette e bisogna rincasare entro le ventidue. Vietato l’abuso di sostanze alcoliche e non ci si può allontanare dalla Regione senza nullaosta dei magistrati.

(ANSA martedì 14 novembre 2023)  "Smentisco la mia partecipazione al Forum dell'Indipendenza Italiana del 26 novembre p.v., evento fondativi di un nuovo partito di destra. L'invito che mi era stato rivolto si riferiva ad una tavola rotonda sulla questione israelo/palestinese e, essendo io fermamente convinto della necessità di dialogare soprattutto con chi non la pensa come me, avevo accettato". Lo precisa in una nota Moni Ovadia.

Matteo Pucciarelli per repubblica.it - Estratti martedì 14 novembre 2023.

Il rosso e il nero, lo stalinista mai pentito di qui e la croce celtica al collo di là. Eccola la strana coppia, appuntamento a Roma il 26 novembre al Midas: Marco Rizzo e Gianni Alemanno. Il primo ospite del secondo, a dire il vero, per l’assemblea di fondazione del Forum dell’indipendenza italiana, il movimento di opposizione (da destra) del governo Meloni, ispirato dall’ex sindaco di Roma. 

"Tanti dei miei vecchi compagni del Pci oggi sono al servizio dei banchieri e io non posso parlare con Alemanno?”, domanda l’ex parlamentare di Rifondazione e del Pdci, oggi impegnato nella costruzione di Democrazia sovrana popolare. ‘Dai mondi del dissenso all’alternativa politica e sociale’, è il titolo dato alla tavola rotonda, dove sono previsti gli interventi anche di Moni Ovadia, della ex diplomatica Elena Basile e dell’ex finiano Fabio Granata.

Il non detto di tutta la faccenda è che ci sono le Europee in vista e il frastagliato mondo sovranista, di destra e di sinistra per restare nelle ‘vecchie’ categorie, potrebbe coagularsi attorno ad una sola lista. Presto per dirlo, ma le convergenze ci sono tutte e la volontà di andare oltre agli schemi sembra trasversale. "Il mondo cambia velocemente – ragiona Rizzo – e attorno al tema della pace si possono trovare alleanze. Sul fronte delle aziende manca una rappresentanza politica per le piccole e medie imprese, mentre su quello dei lavoratori il sindacalismo concertativo da sé non basta, come Dsp lavoriamo ad un progetto unitario sul lavoro”.

Ma è soprattutto sulla politica estera che le connessioni tra frange neo-comuniste e altre post-fasciste sono palesi: ostilità all’Europa e alla moneta unica, ostilità all’Ucraina, e poi tutti filo-palestinesi se non addirittura simpatizzanti con le ragioni di Hamas 

(…)

Rossobruni alle Europee, Ovadia: “Meglio Rizzo e Alemanno del Pd”. Adolfo Spezzaferro su L'Identità il 14 Novembre 2023

Arrivano i rossobruni per le Europee. Destra delusa dai governisti meloniani e sinistra delusa dal Pd made in Schlein: l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno con il comunista Marco Rizzo, passando per l’artista e attivista Moni Ovadia. Tutti insieme in occasione dell’assemblea di fondazione del Forum dell’indipendenza italiana, domenica 26 novembre al Midas palace hotel di Roma. Obiettivo: togliere voti a Fratelli d’Italia, lo dichiara apertamente Alemanno, leader storico della destra sociale. Un parterre rossobruno appunto (un’alternativa alla obsoleta contrapposizione destra-sinistra) che desta non poche perplessità a sinistra, soprattutto per la presenza di Ovadia. Ma l’attore e cantante taglia corto: “È solo un confronto, mi ha invitato Marco Rizzo. Alemanno ha mostrato delle posizioni molto intelligenti sul Medio Oriente. L’americanismo è il nuovo fascismo. Non è che io faccio un partito con Alemanno, anzi secondo me i partiti oggi non servono a niente”. Ovadia quindi spara a zero contro il Pd, proprio perché assume posizioni atlantiste: “Siamo sottomessi ai diktat degli americani e ai loro desiderata”.

Alemanno vuole togliere voti alla Meloni

“L’ultima volta che ho sentito Giorgia Meloni? Un anno e mezzo fa, dopo che io avevo preso una posizione netta contro lo schieramento pro Ucraina dell’Italia – spiega Alemanno al Corsera -. Abbiamo lealmente preso atto che le nostre visioni politiche erano inconciliabili”. Anche perché l’obiettivo politico di Alemanno è conclamato: cercare di rubare consensi all’ala più a destra di FdI. “C’è un grande malessere e vogliamo dare voce a queste istanze, offrendo un’alternativa – riflette Alemanno -. Tanta gente di destra sta in FdI perché non vede altri sbocchi: noi non crediamo che la storia della destra stia in questo neoconservatorismo ultra-atlantista”. Il suo nuovo progetto politico è la base per un listone per le Europee: “Siamo aperti a tutti, da destra a sinistra, perché tutti i vecchi schemi politici stanno saltando”, afferma convinto.

Il compagno Rizzo ci mette il carico: “Se mi fa strano stare accanto ad Alemanno? Bah, non direi proprio: tanti compagni di strada cresciuti con me nel Pci ora sono servi delle banche – spiega il leader di Democrazia sovrana e popolare -. Perché la gente si scandalizza se parlo con Alemanno, che è contro la guerra in Ucraina, la Ue, la Nato e contro il Green pass?”. E poi: “Sta cambiando il mondo: la sovranità nazionale non è di destra”.

Rossobruni uniti per le Europee

Tra gli altri che parteciperanno all’assemblea, spicca Fabio Granata, ex deputato del Pdl e fautore della scissione con Gianfranco Fini e della sfortunata avventura di Fli. E come sigillo c’è Elena Basile, già diplomatica della Farnesina. A moderare la tavola rotonda intitolata “Dai mondi del dissenso all’alternativa politica e sociale”, Francesco Borgonovo, vicedirettore de La Verità e conduttore della trasmissione “1984: piano di fuga” su Byoblu, salotto televisivo dei rossobruni.

Arrivano i rossobruni. Storia di Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 15 novembre 2023.

Il 26 novembre nascerà il partito degli indipendenti, così chiamati per distinguerli da noi, che siamo pieni di dipendenze: quasi tutte considerate legali, come la Nato, ma non per questo meno nocive. Quando gli indipendenti prenderanno il potere sarà un momento bellissimo. Moni Ovadia alla Cultura. Elena Basile agli Esteri per fondare l’Eurussia e sfrattare finalmente gli americani. Il sinistro-sinistro Marco Rizzo ministro dell’Economia con il ritorno della lira o, meglio ancora, del fiorino. E il destro-destro Gianni Alemanno premier forte-forte con delega agli Interni e all’amministrazione delle città: ruolo nel quale, come sindaco di Roma, ha già dimostrato di saperci fare. Il loro governo durerà tre minuti, dato che l’unica cosa su cui vanno d’accordo è l’odio per il sistema in cui vivono (piuttosto bene). Ma forse non comincerà neppure: ieri si sono già sfilati Ovadia e Basile, dichiarandosi vittime di un malinteso, evidente frutto di un complotto. Non avevano capito di essere stati invitati all’atto fondativo di un nuovo partito di estrema destra: pensavano fosse una pacifica tavola rotonda per discutere se tutto il male del mondo fosse colpa dell’America oppure un po’ anche di Israele.

Una bella fregatura. Perché anche noi servi del sistema, ogni tanto, vorremmo poter valutare un’alternativa. Ma finché gli indipendenti saranno rappresentati da un Alemanno o da un Rizzo, per giunta insieme, ci toccherà restare dipendenti a vita.

Rossobruni uniti contro l’Occidente. Storia di Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera giovedì 16 novembre 2023 

Caro Aldo, un vecchio amico, orecchiante di politica, usava dire «comunisti e fascisti, se non sono fratelli, sono figli di fratelli». Guardate Rizzo e Alemanno! Nino Cinà

Caro Nino, Purtroppo in Italia vige ancora un equivoco: se sei antifascista, allora sei comunista. Come se fossero comunisti Churchill, de Gaulle, Roosevelt, e in Italia Edgardo Sogno, il colonnello Giuseppe Montezemolo, il generale Raffaele Cadorna, il generale Giuseppe Perotti, il maggiore Enrico Martini «Mauri», insomma i capi militari della Resistenza al nazifascismo. Non ho il mito dei documenti, gli attori della storia non avevano come obiettivo la produzione di documenti, e non solo perché per millenni gli attori della storia erano analfabeti (compresi imperatori come Carlo Magno), e semmai la loro preoccupazione era cancellare le tracce, non produrle. Ma ogni tanto i documenti vanno studiati. Nel Manifesto degli intellettuali fascisti, voluto da Giovanni Gentile come risposta a quello di Croce, non si parla affatto di comunismo. Si parla di sconfitta del «demosocialismo». Il nemico era la democrazia, il Parlamento, le istituzioni liberali, e certo i militanti socialisti. Comunisti nell’Italia del 1919 non ce n’erano; e nell’ottobre 1922, al tempo della marcia su Roma, non c’era in Italia alcun pericolo di una rivoluzione bolscevica. È noto che Palmiro Togliatti lanciò un appello ai «fratelli in camicia nera», così come dopo la guerra accolse molti fascisti tra le file del partito comunista, a cominciare dal caso più eclatante, Curzio Malaparte. Il fenomeno dei rossobruni quindi ha radici antiche; ma oggi si manifesta in forme ovviamente diverse. Oggi l’estrema destra e l’estrema sinistra si toccano, perché hanno nemici comuni: il capitalismo, la globalizzazione, gli Stati Uniti d’America, Israele, insomma quello che chiamiamo Occidente. Vale a dire il sistema peggiore e la peggiore parte del mondo in cui vivere; a esclusione di tutte le altre.

Orizzonti politici. Perché il democratico antifascista poteva (e doveva) anche essere anticomunista. Massimo Teodori su Linkiesta il 18 Ottobre 2023

Nel Novecento gran parte degli intellettuali di sinistra descriveva la storia d’Italia come una dialettica tra il rosso e il nero. Nel suo libro “Antitotalitari d’Italia” (Rubbettino Editore), Massimo Teodori spiega perché è importante ridiscutere il ruolo delle forze politiche che hanno contribuito alla nascita della Repubblica 

Perché oggi è necessario ridiscutere delle personalità e dei partiti che nella Repubblica hanno dato vita a una politica antitotalitaria? L’ipotesi qui in discussione è che il singolare caso italiano sia stato segnato dalla mancanza di un dibattito storico e politico sull’antitotalitarismo, in quanto il Partito comunista e l’intellettualità di sinistra sono stati, in buona parte, all’origine dell’emarginazione delle forze e degli esponenti antitotalitari che contrastavano gli autoritarismi d’ogni colore. Infatti, nel venticinquennio postbellico i comunisti hanno avuto un ruolo preminente nella vita culturale nazionale che ha trasformato l’antifascismo e l’anticomunismo da categorie storiche in categorie mitiche consacrate nei templi dell’università, dell’editoria e del cinema.

A sinistra l’antifascismo veniva per lo più declinato come un presupposto del mondo comunista. La sua ideologizzazione affermava che gli oppositori del fascismo dovevano mettere la sordina al loro a-comunismo. E l’anticomunismo era considerato come una sorta di attributo collaterale del fascismo, proprio dei movimenti reazionari. Nella visione di gran parte degli intellettuali di sinistra la storia d’Italia del Novecento veniva rappresentata come una dialettica tra il rosso e il nero, tra i comunisti e i fascisti in cui non c’era posto per altre posizioni come quelle degli anticomunisti democratici che pure avevano giocato un ruolo significativo nella nascita della Repubblica. Si considerava contradditorio il fatto che il democratico antifascista potesse essere anche anticomunista, e magari “antitotalitario”. In Italia sono stati pochi gli intellettuali “progressisti” che hanno apertamente espresso una visione antitotalitaria della realtà nazionale e internazionale.

Negli altri Paesi europei – Francia, Regno Unito e Germania – non poche personalità dell’intellighenzia tra cui Raymond Aron, George Orwell, Albert Camus, Simone Weil, Isaiah Berlin, Hannah Arendt e, più tardi, Tony Judt, sono stati ritenuti “antitotalitari” nel senso che nelle loro opere ritenevano i tre sistemi politici e ideologici affermatisi nel Novecento – fascismo, nazismo e comunismo – antitetici alla democrazia. Eppure, in Italia, nella seconda decade del ’900, di fronte al fascismo alcuni importanti leader politici avevano compreso che il regime che stava sostituendo lo Stato liberale era nuovo e di tipo “totalitario”, come ha ricordato Emilio Gentile nel recente libro “Totalitarismo 100”. Il liberale Giovanni Amendola, il popolare Luigi Sturzo e il democratico Luigi Salvatorelli usarono tutti il termine “totalitario” per connotare il fascismo in parallelo al bolscevismo. E negli anni Trenta, all’esplosione del nazismo, il termine “totalitario” fu esteso al sistema che aveva preso il potere in Germania. […] 

Guglielmo Ferrero, intellettuale liberale, aveva lavorato alle sue ricerche all’Istituto svizzero di alti studi internazionali di guerra dopo essere stato bandito dall’Italia di Mussolini: il suo interesse era la crisi europea dopo la Prima guerra mondiale nella stagione iniziata con la rivoluzione bolscevica e proseguita con il fascismo e il nazismo. In un articolo Le origini del totalitarismo del febbraio 1940 apparso su «La Dépeche de Toulouse», sostenne l’antitesi tra democrazia e totalitarismo: «La questione di sapere se la democrazia è la madre del totalitarismo è di importanza vitale oggi che tre democrazie – la Francia, l’Inghilterra e la Finlandia – sono in guerra contro due Stati totalitari, la Germania e la Russia». Anche il radicale Francesco Saverio Nitti, già presidente del Consiglio nel 1919-1920, aveva compreso la natura del fascismo in partenza per l’esilio in Francia dopo avere respinto l’adesione ai blocchi nazionali. Nel 1938, al momento delle leggi razziali, scrisse che i regimi totalitari – fascismo, nazismo e comunismo – erano accomunati da alcuni elementi distintivi, il partito unico, la divinizzazione del capo, il controllo della cultura nelle università, nel cinema, nella stampa e nella radio, e proponevano la rigenerazione messianica della politica.

Queste e altre personalità provenienti da diversi orizzonti politici – socialista democratico, cristiano, liberale e radicale – già negli anni Venti e Trenta del Novecento avevano individuato nelle dittature fascista e nazista e nello stalinismo comunista caratteri totalitari simili, mentre l’intellighenzia di sinistra proponeva la legittima continuità, per non dire coincidenza, tra antifascismo, democrazia e prospettiva comunista, un teorema che si sarebbe rafforzato nel secondo dopoguerra. È nella Resistenza che sul totalitarismo si divarica la linea politica degli antifascisti a guida comunista da quella degli antifascisti democratici. Sconfitto il nazifascismo, il ruolo del nuovo PCI guidato da Palmiro Togliatti restava ambiguo sulla questione internazionale delle libertà. Furono gli antifascisti democratici a contestare il legame con Mosca di un Partito comunista che presentava il duplice volto nazionale-parlamentare, e internazionale-ossequioso verso l’Unione Sovietica di Stalin.

Il conflitto nelle fila dell’antifascismo era già esploso nella Guerra civile spagnola quando i comunisti avevano colpito i libertari del POUM secondo le direttive del Comintern ai commissari politici delle brigate comuniste, tra cui gli italiani Palmiro Togliatti e Luigi Longo, futuri segretari del PCI. Nel maggio 1937 a Barcellona fu rinvenuto, tra gli altri cadaveri di libertari che mi- litavano nelle fila dei repubblicani, anche quello dell’italiano Camillo Berneri il cui assassinio fu attribuito ai comunisti benché le prove fossero state occultate, al punto che il leader socialista Pietro Nenni scrisse che l’anarchico Berneri non era morto in guerra «ma è stato assassinato, e noi dobbiamo dirlo». Quando nel dopoguerra Salvemini ricordò l’episodio su «Il Mondo», Togliatti reagì con violenza verbale contro colui che ricordava le responsabilità dell’agente moscovita: «Non perdoniamo a Salvemini di portare perfino nelle aule universitarie alcune tra le più infami calunnie della libellistica anticomunista […] non ha egli trovato il modo di ricordare, dopo Rosselli, “assassinato da sicari francesi per mandato italiano”, Camillo Berneri “soppresso in Spagna da comunisti nel 1937”? O quest’uomo le beve veramente tutte le panzane, pur- ché siano di marca americana e anticomunista, o è disonesto».

Nella Resistenza lo scontro tra antifascisti di diverse tendenze si ripeteva fino alla Liberazione e oltre, tanto più che la strategia del PCI puntava su una possibile alleanza con le forze democratiche, innanzitutto con i cattolici. Ma la temporanea convergenza dei comunisti con i democratici, sancita nel Comitato di liberazione nazionale (CLN) e nei governi Bonomi e Parri, lasciò un segno profondo che fu trasformato nel mito dell’antifascismo unitario quale fondamento della Repubblica nata dalla Resistenza. 

Da “Antitotalitari d’Italia” di Massimo Teodori, Rubbettino Editore,  116 pagine, 14,25 euro

Capitalismo magico. L’identità di genere è una distrazione di massa per evitare la lotta di classe Guia Soncini su L'Inkiesta il 22 Settembre 2023

Sui social si è diffuso un marxismo da Wikipedia, a causa del quale i militanti dei cuoricini confondono i pocoricchi con i milionari. Il risultato è che l’Internet se la prende con Bebe Vio, dimostrando ancora una volta che le campagne sulla rete sono il sedativo perfetto per non assaltare la Bastiglia 

Non sarò certo io, dopo essermi lamentata per anni che la militanza dell’internet si concentrasse sui dettagli sbagliati – la razza, la sessualità, l’identità – e mai sull’unico che conta – la classe sociale – non sarò certo io a lamentarmi del fatto che l’Instagram abbia scoperto Marx.

Capiamoci: non intendo che si siano messi a studiare. Figuriamoci. Trattasi di un secolo in cui coloro che si definiscono «divulgatori» pensano che leggere la voce Wikipedia d’un qualche argomento significhi aver approfondito l’argomento stesso.

Però a un certo punto hanno intuìto che la ricchezza e la povertà erano un tema. Che tutto faceva cuoricino, non solo i difetti estetici, non solo l’infanzia infelice, non solo il tizio un po’ stronzo con cui sono stata e che una voce Wikipedia mi svela posso più instagramgenicamente definire «narcisista»: anche il fatto che qualcuna possa permettersi Prada e qualcuna no, anche quello fa storytelling (che è il modo in cui questo secolo chiama la retorica, non avendo intenzione di affaticarsi a capire cosa significhi «retorica» ma trovandosi benissimo a copincollare parole inglesi di cui pure non conosce il significato ma trova più suadente la suggestione).

Lunedì una utente di Twitter (o come si chiama ora) con un seguito che normalmente non va oltre il suo pianerottolo ha ripubblicato due foto prese dall’Instagram di Chiara Ferragni. Sono le foto dei bagni dei bambini nella casa in cui la famiglia Ferragni si trasferirà. La didascalia dell’utente qualunque era: «Leone e Vittoria non sapranno mai quanto cazzo è brutto aspettare tuo fratello che caga quando il bagno è solo uno e devi cagare anche tu».

Nelle prime settantadue ore, il tweet (o come si chiama ora) è stato condiviso con commento da duecentocinquantuno rivoluzionari, ognuno dei quali determinato a dirci che a casa sua il bagno era condiviso da quattordici persone, chi offre di più, noi dormivamo in cinque in un letto, no aspetta, la medaglietta di più povero la vinco io che il bagno neanche ce l’avevamo, twittano primatisti della nullatenenza dai loro telefoni da parecchie centinaia di euro.

Nel frattempo su Instagram si porta assai (o, come dicono sui giornali: è virale) il montaggio di una tizia che, usando sempre le immagini della Ferragni (che a giudicare dai social è la prima e l’ultima capitalista d’occidente), ci fornisce il “Brutti, sporchi e cattivi” che ci possiamo permettere. Prima Chiara che beve un cappuccino con la scritta «Prada» sulla schiuma; poi la tizia di Instagram che c’informa che il latte che sta bevendo l’ha preso in offerta a novantanove centesimi.

Com’è successo che l’idea di ricchezza sia diventata Chiara Ferragni che, pur di scroccare il cappuccino, ci s’instagramma? Com’è successo che l’idea di ricchezza sia diventata Chiara Ferragni che fotografa due bagni dei bambini che, santiddio, sono bagni ciechi? Esiste un segno di pocoricchismo più preciso del bagno cieco? Se fossi cresciuta con un bagno senza finestre, allora sì che scriverei memoir dolenti sulla mia poca ricchezza.

Temo che c’entri la scarsa confidenza che gli italiani hanno con la ricchezza non ereditata. Ci siamo abituati persino meno di quanto lo fossimo nel secolo scorso, in cui il capitalismo era ereditario, ma almeno il mondo dello spettacolo era pieno di figli di gente che aveva fatto la fame divenuti divi miliardari. Adesso, che il fallimentare star-system di questo secolo è costituito pressoché interamente di figli di gente semiricca e famosa, l’ultima rimasta a essere della razza sua la prima con una Lamborghini in garage è la Ferragni.

Ci mancano completamente gli strumenti per riconoscere il poco arricchito (nonché arricchito da poco) che ostenta quel che prima non aveva vestendosi di loghi; e per capire che chi ha case valevoli invidia sociale certo non le fotografa per Instagram. Ce la vedete Ginevra Elkann che posta le foto dei bagni dei bambini? Ce lo vedete Brocco81 in grado d’immaginare quanta gente non divida il bagno e non ritenga questa normalità un lusso valevole una fotografia?

Non è colpa di Brocco81, se non immagina un altrove. Brocco81 non pensa che quelli instagrammabili siano i lussi eccezionali. Brocco81 è abituato a un universo in cui si fotografa anche la pizza, e ignora l’esistenza d’un’umanità che non ritiene sia una notizia ch’essa consumi pasti, e ignora la possibilità di osservare le condivisioni altrui facendosi domande: ma quindi cosa stai cercando di dirmi, che ti puoi permettere la pizza, che hai degli amici con cui andare a cena, che non fai la no carb?

Per anni mi son detta che la classe sociale era il grande rimosso. La spiegazione più convincente della fissazione per l’identità di genere me la diede una tizia che lavorava coi ventenni. Non hanno niente, mi disse. Non hanno un futuro, non avranno carriere, prospettive di ricchezza, welfare, niente. L’unica cosa che hanno è la possibilità di sentirsi speciali cambiandosi i pronomi e il colore di capelli e i gusti sessuali.

L’identità di genere come distrazione di massa per evitare la presa della Bastiglia, come sedativo sociale, come l’eroina, come l’anoressia (mi scuso per la trasformazione dell’aneddotica raccolta tra conoscenti in statistica, ma: a giudicare dal numero di preadolescenti anoressiche di cui sento, la sostituzione non mi sembra aver funzionato benissimo).

Ma non dovrebbero invece fare la rivoluzione proletaria o qualcosa di simile, mi domandavo. Oddio, forse a vent’anni è abbastanza tutto ancora intero da non porti il problema che dovrai lavorare fino a novantacinque: io il fatto che non avrò mai la pensione ho iniziato a prenderlo in considerazione quando ho iniziato a pensare ogni giorno alla morte, verso i quaranta.

Poi i giornali si sono riempiti d’uno slogan che in confronto l’identità di genere era reale e razionale: quiet quitting, scrivono entusiasti gli stessi di storytelling (di solito scrivono «quite quitting», un refuso che avrebbe fatto venire un’erezione a Freud). I giovani non vogliono più essere schiavi del lavoro, ci spiegano, senza spiegarci quale sia l’alternativa (a parte la solita: ereditare).

Temo c’entri la gratuità d’un po’ tutto: se le notizie non si pagano, la musica non si paga, i film non si pagano, l’intrattenimento non si paga, perché uno dovrebbe voler lavorare e guadagnare? Quando Miuccia Prada (ieri, al termine della sfilata) dice a Suzy Menkes che il suo messaggio per le donne è che ci vuole una cultura del lavoro, ha ragione lei, o siamo vecchi arnesi del Novecento che pensano ancora in termini di chi il marxismo non l’ha intravisto su Wikipedia?

Parlare di soldi è molto in voga, accertarsi d’avere qualcosa d’intelligente da dire assai meno: se ne parla con un tasso di delirio paragonabile a quello applicato alle fissazioni instagrammatiche precedenti. L’altro giorno una trentaequalcosenne con centomila follower (e, santiddio, degli studenti cui insegnare non so bene cosa: spero non la disciplina del senso del ridicolo) ha fatto delle storie su Bebe Vio.

Bebe Vio che, dopo essersi laureata mentre è una campionessa paralimpica, ha commesso il massimo peccato possibile nel secolo della lagna perpetua: ha invitato gli studenti a impegnarsi di più e lamentarsi di meno.

Si tratta, ha accusato vibrante la docente di economia politica che questo secolo si può permettere, di capitalismo magico: Bebe Vio viene da una famiglia benestante, ha studiato in un’università costosa, per lei è stato tutto facile.

Siamo talmente prigionieri dei nostri tic culturali che riusciamo davvero a dire che sparecchiare i tavoli mentre dai gli esami all’università sì che fa di te una persona che fatica e che ha dovuto guadagnarsi tutto quel che ha. Altro che Bebe Vio, con la privilegiatissima e avvantaggiata vita di una che non ha le braccia e le gambe.

Antonio Giangrande: Cultura. “Il Comunista Benito Mussolini”.

Quello che la sub cultura post bellica impedisce di far sapere ai retrogradi ed ignoranti italioti.

Non fu lotta di liberazione, ma solo lotta di potere a sinistra.

La sola differenza politica tra Mussolini e Togliatti era che il Benito Leninista espropriò le terre ai ricchi donandola ai poveri, affinchè lavorassero la terra per sé ed i propri cari in una Italia autonoma ed indipendente; il Palmiro Stalinista voleva espropriare le proprietà ai ricchi per far lavorare i poveri a vantaggio della nomenclatura di Stato assoggettata all’Unione Sovietica.

Mussolini è stato più comunista di Fidel Castro. Quel Castro che mai si era dichiarato comunista. Se non che, con l'appellativo di Líder Máximo ("Condottiero Supremo"), a quanto pare attribuitogli quando, il 2 dicembre 1961, dichiarò che Cuba avrebbe adottato il comunismo in seguito allo sbarco della baia dei Porci a sud di L'Avana, un fallito tentativo da parte del governo statunitense di rovesciare con le armi il regime cubano. Nel corso degli anni Castro ha rafforzato la popolarità di quest'appellativo.

“Il Comunista Benito Mussolini”. La nuova fatica di Antonio Giangrande in Book o in E-book sui canali editoriali alternativi: Amazon e Create Space; Lulu e Google Libri.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Libro obbiettivo e non ideologico formato da riferimenti e documenti storici e testimonianze di alternativa fonte.

Brani tratti dal libro.

Ecco chi era “Il Compagno Mussolini”. Il 18 marzo 1904, a Ginevra, Benito Mussolini tenne una conferenza per commemorare la Comune di Parigi. Secondo Renzo De Felice, il più noto biografo di Mussolini, è stata, questa, l’unica occasione in cui il Duce vide Vladimir Ilic Uljanov Lenin, anche lui presente al convegno. Ma Mussolini potrebbe avere incontrato l’esiliato russo anche a Berna, l’anno prima: era solito, infatti, pranzare alla mensa Spysi, dove anche Lenin e Trotsky mangiavano con regolarità. Dopo la Marcia su Roma, il Capo del Cremlino aveva rimproverato una delegazione di comunisti italiani (c’era anche il romagnolo Nicola Bombacci): «Mussolini era l’unico tra voi con la mente e il temperamento adatti a fare una rivoluzione. Perché avete permesso che se ne andasse?».

Viva le bandiere rosse della rivoluzione. Io saluto con ammirazione devota e commossa le bandiere vermiglie, scrive Benito Mussolini il 5 luglio 1917, (pubblicato da "Il Giornale" il 14/08/2016). Io saluto con ammirazione devota e commossa le bandiere vermiglie che dopo aver sventolato una prima volta nelle strade e nelle piazze di Pietrogrado in un pallido nevoso mattino di primavera, sono diventate oggi l'insegna dei reggimenti che il 1° luglio sono andati all'assalto delle linee austro-tedesche in Galizia e le hanno espugnate. Io m'inchino davanti a questa duplice consacrazione vittoriosa, contro lo zar prima, contro il Kaiser oggi.

Amate i profughi, sono l'Italia dolorante. Dobbiamo spezzare con loro il nostro pane. Sono i fratelli percossi dalla sventura, scrive Benito Mussolini il 28 novembre 1917 (pubblicato da "Il Giornale" il 17/08/2016). Non basta soccorrere i profughi che i treni e le tradotte dal Veneto rovesciano ogni giorno a migliaia e migliaia nelle nostre città. Bisogna comprenderli. Non basta comprenderli: bisogna amarli. La ospitalità dev'essere - soprattutto - amore.

«Le conquiste sociali del Fascismo? Non si trattava solo dei treni in orario. Assegni familiari per i figli a carico, borse di studio per dare opportunità anche ai meno abbienti, bonifiche dei territori, edilizia sociale. Questo perché solo dieci anni prima Mussolini era in realtà un Socialista marxista e massimalista che si portò con sé il senso del sociale, del popolo. Le dirò in un certo senso il fascismo modernizzò il paese. Nei confronti del Nazismo fu dittatura all’acqua di rose: se Mussolini non avesse firmato le infamanti leggi razziali, sarebbe morto di morte naturale come Franco. Resta una dittatura, ma anche espressione d’italianità. Bisognerebbe fare un’analisi meno ideologica su questo. Quello che ha ottenuto il fascismo in campo sociale oggi ce lo sogniamo». – Margherita Hack. La celebre astrofisica Margherita Hack candidata nel movimento politico "Democrazia Atea" come capolista alla Circoscrizione Veneto 2, ha rilasciato il 23 marzo 2013 un'intervista alla rivista Barricate che sicuramente farà molto discutere. Margherita Hack nell'intervista però ammette anche di essere comunista nonostante "il Comunismo ha soppresso le libertà. Io sono per la tutela della proprietà privata, il rispetto dell'individuo che non è solo gruppo. Questo è socialismo puro. Poi guardi basterebbe rispettare la Costituzione per avere una società più giusta".

Dr Antonio Giangrande Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Antonio Giangrande: Non mi sento italiano…ma per fortuna o purtroppo lo sono…

A proposito dello sgombero dell’immobile occupato abusivamente da stranieri a Roma:

Perché gli organi di informazione ideologizzati, che hanno perso ogni forma di credibilità, esaltano una frase detta sotto pressione e tensione da un solo poliziotto e sottacciono le violenze a danno degli altri agenti di polizia? E perché gli scribacchini si indignano dello sgombero di un immobile occupato abusivamente e pagato con i fondi pensione dei cittadini italiani, mentre tacciono spudoratamente, quando ad essere cacciati di casa sono quei cittadini italiani vittime di sfratti o di esecuzioni forzate, frutto di usure bancarie impunite o di sentenze vendute?

Antonio Giangrande: Governare e legiferare secondo l’ideologia fascio/comunista? No!

Governare e legiferare secondo i dettati propri di una cattiva fede? No!

Essere liberali vuol dire, in poche parole, che basta agire correttamente ed in buona fede e comportarsi come un buon padre di famiglia.

Agire e comportarsi come un buon padre di famiglia: cosa significa?

In cosa consiste la diligenza del buon padre di famiglia nell’ambito delle obbligazioni del diritto civile: l’obbligo di adempiere alla prestazione in buona fede e in modo corretto.

Adempimento delle obbligazioni: correttezza e buona fede. Il codice civile stabilisce che sia il debitore sia il creditore devono comportarsi correttamente nell’adempimento delle relative obbligazioni, sempre secondo buona fede. La seconda regola imposta dal codice civile in materia di esecuzione del contratto riguarda la diligenza del buon padre di famiglia. Cosa significa e cosa si intende con tale termine? Sicuramente anche in questa ipotesi la legge ha preferito usare un termine generale e astratto. Ma il suo significato è facilmente individuabile. Il “buon padre di famiglia” è colui che “ci tiene” e che è premuroso, colui cioè che fa di tutto pur di realizzare l’interesse dei figli. Il che significa che egli assume l’impegno a conseguire, quanto più possibile, il risultato promesso.

Il codice civile richiama il concetto di buon padre di famiglia in una serie di norme. Eccole qui di seguito elencate:

Art. 382 Codice civile – Responsabilità del tutore e del protutore: «Il tutore deve amministrare il patrimonio del minore con la diligenza del buon padre di famiglia. Egli risponde verso il minore di ogni danno a lui cagionato violando i propri doveri».

Art. 1001 Codice civile – Obbligo di restituzione. Misura della diligenza: «L’usufruttuario deve restituire le cose che formano oggetto del suo diritto, al termine dell’usufrutto, salvo quanto è disposto dall’art. 995».

Art. 1176 Codice civile – Diligenza nell’adempimento: «Nell’adempiere l’obbligazione il debitore deve usare la diligenza del buon padre di famiglia».

Art. 1227 Codice civile – Concorso del fatto colposo del creditore: «Se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate».

Art. 1587 Codice civile – Obbligazioni principali del conduttore: «Il conduttore deve prendere in consegna la cosa e osservare la diligenza del buon padre di famiglia nel servirsene per l’uso determinato nel contratto o per l’uso che può altrimenti presumersi dalle circostanze (…)».

Art. 1710 Codice civile – Diligenza del mandatario: «Il mandatario è tenuto a eseguire il mandato con la diligenza del buon padre di famiglia; ma se il mandato è gratuito, la responsabilità per colpa è valutata con minor rigore».

Art. 1768 Codice civile – Diligenza nella custodia: «Il depositario deve usare nella custodia la diligenza del buon padre di famiglia».

Art. 1804 Codice civile – Obbligazioni del comodatario: «Il comodatario è tenuto a custodire e a conservare la cosa con la diligenza del buon padre di famiglia. Egli non può servirsene che per l’uso determinato dal contratto o dalla natura della cosa».

Art. 1838 Codice civile – Deposito di titoli in amministrazione: «La banca che assume il deposito di titoli in amministrazione deve custodire i titoli, esigerne gli interessi o i dividendi, verificare i sorteggi per l’attribuzione di premi o per il rimborso di capitale, curare le riscossioni per conto del depositante, e in generale provvedere alla tutela dei diritti inerenti ai titoli. Le somme riscosse devono essere accreditate al depositante (…). E’ nullo il patto col quale si esonera la banca dall’osservare, nell’amministrazione dei titoli, l’ordinaria diligenza».

Art. 1957 Codice civile – Scadenza dell’obbligazione principale: «Il fideiussore rimane obbligato anche dopo la scadenza dell’obbligazione principale purchè il creditore entro sei mesi abbia proposto le sue istanze contro il debitore e le abbia con diligenza continuate».

Art. 2104 Codice civile – Diligenza del prestatore di lavoro: «Il prestatore di lavoro deve usare la diligenza richiesta dalla natura della prestazione dovuta, dall’interesse dell’impresa e da quello superiore della produzione nazionale».

Art. 2148 Codice civile – Obblighi di residenza e di custodia: «Il mezzadro ha l’obbligo di risiedere stabilmente nel podere con la famiglia colonica».

Art. 2158 Codice civile – Morte di una delle parti [in tema di mezzadria]: « (….) In tutti i casi, se il podere non è coltivato con la dovuta diligenza il concedente può fare eseguire a sue spese i lavori necessari, salvo rivalsa mediante prelevamento sui prodotti e sugli utili».

Art. 2167 Codice civile – Obblighi del colono: «Il colono deve prestare il lavoro proprio secondo le direttive del concedente e le necessità della coltivazione. Egli deve custodire il fondo e mantenerlo in normale stato di produttività; deve altresì custodire e conservare le altre cose affidategli dal concedente con la diligenza del buon padre di famiglia».

Art. 2174 Codice civile – Obblighi del soccidario: «Il soccidario deve prestare, secondo le direttive del soccidante, il lavoro occorrente per la custodia e l’allevamento del bestiame affidatogli, per la lavorazione dei prodotti e per il trasporto sino ai luoghi di ordinario deposito. Il soccidario deve usare la diligenza del buon allevatore».

Nessuno tocchi il “buon padre di famiglia”. E nessuno tocchi i termini “padre” e “madre”, scrive Silvano Moffa venerdì 24 gennaio 2014 su "Il Secolo D’Italia". Dopo il demenziale scardinamento del valore dei termini padre e madre, sostituibili da quelli di genitore 1 e genitore 2, l’idea francese di cancellare il “buon padre di famiglia” fa drizzare i capelli. L’emendamento approvato dal Parlamento parigino a un progetto di legge sulla pari opportunità tra generi, che elimina dal codice una formula del linguaggio giuridico corrente, non ha senso. Tutto, ovviamente, avviene nel nome di un sessismo e di una presunta modernità nei rapporti relazionali tra le persone, che travalica finanche il senso antico che la locuzione aveva assunto, sopravvivendo al tempo e ai cambiamenti sociali. La questione non è di poco conto, e non va sottovaluta. Non fosse altro che per il fatto che la “diligenza del buon padre di famiglia”, come assioma concettuale e formula di rito nel campo del diritto, è stata abbandonata in Germania in favore di altra considerata più moderna, mentre è sopravvissuta in Italia e, finora, in Francia. La formula compare nelle fonti del diritto romano a partire dal periodo classico. Furono i giuristi dell’epoca a forgiarne il senso, individuando nel bonus, prudens et diligens pater familias il soggetto capace di amministrare accuratamente i propri affari, più o meno come avveniva per il capo dell’azienda agraria domestica, sui cui si basava la civiltà romana dell’epoca. In seguito, con l’introduzione dei codici giustinianei, la nozione si è allargata, fino ad assumere la portata di un criterio generale per individuare i canoni corretti della prestazione, e il comportamento che deve tenere il debitore diligente. Con l’evoluzione dei tempi e della società, la “diligenza del buon padre di famiglia” è arrivata fino ai giorni nostri, scandendo un comportamento medio come sinonimo di saggezza, di legalità, di etica comportamentale. Un criterio applicato in maniera più vasta e diffusa nel corpo legislativo e negli stessi esiti giurisdizionali. Ora, non c’è dubbio che per comprendere la portata di una tale locuzione bisogna risalire alle origini. Come è chiaro che, per il fatto stesso che il concetto sia diventato più diffuso nella sfera del linguaggio giuridico, comporta che le ragioni che ne spiegano l’uso ricorrente e la portata siano fra loro molto differenti. Ma da qui a decretarne l’abolizione per uno scopo di pari opportunità di genere ne corre. Pietro de Francisci, uno dei maggiori storici del diritto romano, spiega nei suoi studi come la struttura della società romana primitiva (comunità di patres) fosse l’architrave su cui poggiava tutto il sistema dell’epoca: lo ius Quiritium. Fino alla fine del V secolo, il pater familias viene visto come un dominus, un soggetto dotato di un potere (potestas) che ha natura originaria, pre-politica e pre-statuale. È un sovrano del gruppo, del quale è reggitore e sacerdote, custode dei sacra e degli auspicia, giudice dei filii familias, con diritto di punire, fino a giungere alla possibilità di infliggere la pena di morte. E’ evidente la forza implicita in una tale figura nell’epoca antica, ai primordi del diritto romano. Ed è del pari evidente, come appare persino ovvio, quanto sia superata, anacronistica, lontana al giorno d’oggi una simile idea di famiglia. Il problema però è un altro. Intanto, la formula, come abbiamo visto, ha assunto un significato del tutto diverso nel tempo, anche all’interno dello stesso diritto romano. In secondo luogo, la diligenza del buon padre di famiglia è un criterio difficilmente sostituibile con una locuzione che possa avere lo stesso effetto e la stessa forza immaginifica. Prendiamo ad esempio una prestazione, nella sua configurazione ordinaria. Attenti giuristi hanno spiegato come nelle moderne codificazioni che regolano i rapporti dei traffici giuridici e commerciali, sia ormai superato il dualismo tra colpa in astratto e colpa in concreto, cui si ricorreva nel determinare la responsabilità della mancata prestazione. Il modello preferito è ormai quello strettamente oggettivo. Insomma, dire che il debitore è tenuto alla diligenza del buon padre di famiglia vuol dire sottolineare che egli è tenuto ad un grado di diligenza media, in quanto il criterio cui ci si ispira è improntato al buon senso, ad un canone di normalità, ad un comportamento usuale e corretto nello stabilire il livello dei rapporti, e nel parametrare il modo in cui non si può non operare nella generalità dei casi. Nel bonus pater familias residuano, insomma, un nucleo di saggezza, oltre che una storia e una cultura giuridica di cui dovremmo menar vanto. Che c’entra con tutto questo il tema delle pari opportunità tra i sessi, è davvero difficile da comprendere. Altro che modernità. Siamo al cospetto di una colossale stupidità.

Lo statalismo in salsa meloniana produce effetti devastanti. Punire le banche e le compagnie aeree, favorire le corporazioni come tassisti e balneari. In economia l’esecutivo interviene secondo un dirigismo ostile al mercato. E finendo per interferire anche nelle scelte del vivere civile. Sergio Rizzo su L'espresso il 29 agosto 2023.

«Chi si scandalizza dovrebbe fare un ripasso di liberalismo. Nel settore bancario non vige il libero mercato. È un settore con forti rigidità, nel quale opera un numero limitato di soggetti». Parola di Giovanbattista Fazzolari, alter ego a Palazzo Chigi di Giorgia Meloni. Di lui la presidente del Consiglio avrebbe detto: «È la persona più intelligente che abbia mai conosciuto». Si comprende dunque la ragione per cui sia lui a dare la linea in decisioni anche controverse, come quella di tassare gli extraprofitti delle banche. Anche se non ci voleva un genio per vedere ciò che stava accadendo con l’aumento dei tassi e l’inflazione: le banche stavano facendo un sacco di soldi.

C’è qualcosa però che non convince nel suo ragionamento, consegnato al quotidiano La Verità. Perché le banche italiane, è vero, di problemi ne hanno a bizzeffe. Ed è anche probabile, per non dire sicuro, che in talune circostanze prevalgano le logiche del cartello o comportamenti vessatori nei confronti della clientela: come stanno a dimostrare le indagini e le sanzioni appioppate dall’Antitrust. Ma affermare che nel settore bancario «non vige il libero mercato» stride apertamente con la fama della «persona più intelligente» che la premier abbia conosciuto. Come se Fazzolari fosse rimasto al tempo della «Foresta pietrificata» di Giuliano Amato, quando le banche italiane erano quasi tutte dello stesso proprietario. Cioè lo Stato, che ne poteva fare ciò che voleva.

Oggi, invece, di banche di proprietà pubblica ne sono rimaste appena tre: il Mediocredito centrale, che controlla anche la Popolare di Bari, e il Monte dei paschi di Siena. Tre su 439 (quattrocentotrentanove), alla faccia del «numero limitato di soggetti». Oggi chiunque disponga delle capacità tecniche e finanziarie necessarie può aprire una banca, o acquistarne le azioni fino a garantirsene il controllo, a differenza di trent’anni fa. E sono proprio le caratteristiche tipiche di un libero mercato, sul quale non a caso vigila anche l’Autorità Garante della Concorrenza. Un mercato che ha certamente forti rigidità e molti vincoli, perché gestisce un bene socialmente sensibilissimo; ma sul fatto che sia un libero mercato non possono esserci dubbi. 

Senza entrare nel merito della questione, se sia giusto o meno tassare gli extraprofitti di un determinato settore (è stato già fatto dal precedente governo per le imprese energetiche) si potrebbe osservare che il sistema scelto non colpisce gli utili finali, ma il margine iniziale: con il risultato che la tassa potrebbe facilmente essere ribaltata su altre voci di bilancio, come le commissioni.

Ma a parte questo, è l’odore che emana questa iniziativa a risvegliare un vecchio fantasma mai completamente addormentato: il fantasma dello statalismo. I primi segnali erano arrivati nelle settimane del debutto del governo Meloni, quando le critiche di Bankitalia alla manovra di bilancio avevano causato una reazione senza precedenti da Palazzo Chigi. Fazzolari l’aveva accusata di fare il gioco delle banche, sue azioniste, ed era rispuntato il manganello. Ossia, l’idea di nazionalizzare per legge la banca centrale: idea cara alla stessa Giorgia Meloni.

Poi è toccato al ministro delle Imprese e del Made in Italy sferrare un attacco alle multinazionali. «Vogliamo valorizzare chi agisce nel nostro Paese, semmai frenare le grandi multinazionali, certamente anche Uber», ha dichiarato Adolfo Urso, prontamente ribattezzato «Urss» durante un confronto (si fa per dire) con la categoria più protetta dalla politica che esista, quella dei tassisti. Il quale «Urss», per non essere smentito, ha ben pensato di affrontare il caro carburanti rinverdendo in modo singolare i fasti dei prezzi amministrati, con l’obbligo per i distributori a esporre i prezzi medi regionali. Con il risultato di far lievitare verso l’alto i prezzi più bassi, facendo così crescere settimana dopo settimana anche i prezzi medi, in una spirale irrefrenabile di aumenti.

Alle proteste («Una scelta sciagurata che ridurrà la concorrenza», secondo l’Unione consumatori) Urso ha replicato invitando i consumatori di prendersela con gli sceicchi che hanno tagliato la produzione di greggio. Fatto sta che da quando è in vigore l’obbligo di esporre le medie si assiste a un livellamento senza precedenti dei prezzi. Ovviamente verso l’alto. E i petrolieri ringraziano.

E fosse solo questo. Il fatto è che lo statalismo in salsa meloniana si presenta in una forma inedita da almeno ottant’anni a questa parte. Una forma che non riguarda solo l’intervento dello Stato nell’economia, peraltro finora con mosse da elefante in cristalleria. Prima la tassa sulle banche che potrebbe perfino danneggiare i risparmiatori e i cartelli ai distributori che fanno salire il prezzo della benzina; quindi l’intervento a gamba tesa sui biglietti aerei (un altro “non libero mercato”?) che ha scatenato una guerra a Bruxelles senza peraltro benefici apprezzabili per il Sud. Dove si continuano a pagare tariffe astronomiche.

Mentre la ministra del Turismo Daniela Garnero Santanchè, già azionista di un importante stabilimento balneare, garantisce che sulla lotta alla riforma delle concessioni inapplicata da quindici anni «seguiremo ciò che la categoria (di cui lei ha fatto parte fino all’altro ieri, ndr) ci chiede. Noi difendiamo i balneari senza se e senza ma…». E il suo collega della Cultura, l’ex direttore del Tg2, Gennaro Sangiuliano fa pagare la concessione statale sull’uso delle immagini dei nostri tesori, resuscitando un principio anacronistico mandato in pensione una decina d’anni fa, quando venne abolito il divieto di fare fotografie alle opere d’arte nei musei.

Un nuovo statalismo che sa però di antico. Uno statalismo per cui uno Stato si arroga il diritto di stabilire anche alcune regole del vivere civile. Francesco Lollobrigida, ministro della Sovranità Alimentare, cognato di Giorgia Meloni, vieta la produzione di carne sintetica: così mortificando, da una prospettiva ottusamente oscurantista, un importantissimo settore di ricerca scientifica, incurante di aggiungere una motivazione in più per l’emigrazione dei nostri giovani scienziati.

Nel frattempo si vieta l’iscrizione all’anagrafe di figli di coppie omogenitoriali. Con la ministra della Famiglia Eugenia Maria Roccella che stigmatizza chi dà agli animali domestici i nomi delle persone. E se la proposta di mandare al gabbio chi nella pubblica amministrazione usa parole straniere, avanzata dall’ex fedelissimo meloniano Fabio Rampelli, ha più sostenitori di quanti se ne possano immaginare, fioriscono le proposte di legge per far rinascere sia pure sotto forme diverse il vecchio servizio militare. L’idea della naia, abolita senza particolari rimpianti dal primo gennaio del 2005, torna così a serpeggiare con uno sponsor d’eccezione: il presidente del Senato Ignazio La Russa.

Ma tant’è. In un Paese che perde popolazione e giovani a rotta di collo, a questo punto non resta che attendere con trepidazione l’introduzione della tassa sul celibato.

L’ostilità verso l’industria ha cambiato in peggio la storia del ‘900 italiano. Un pregiudizio antindustriale ha attraversato indenne il ‘900 e continua a gravare sulla cultura italiana. È l’ipotesi analitica di «La modernità malintesa. Una controstoria dell’industria italiana», un recente, importante saggio dell’italianista e romanziere Giuseppe Lupo. OSCAR IARUSSI su La Gazzetta del Mezzogiorno il 29 Agosto 2023  

Un pregiudizio antindustriale, quindi di fatto antimoderno, ha attraversato indenne il ‘900 e continua a gravare sulla cultura italiana, animato dai nostri letterati, con rare eccezioni fra cui spiccano le personalità di Adriano Olivetti, Elio Vittorini, Leonardo Sinisgalli e Ottiero Ottieri. È l’ipotesi analitica, suffragata da una messe filologica tanto ampia quanto serrata, di La modernità malintesa. Una controstoria dell’industria italiana, un recente, importante saggio dell’italianista e romanziere Giuseppe Lupo, lucano di Atella trapiantato a Milano dove insegna all’Università Cattolica (Marsilio ed., pagg. 362, euro 20,00). Non è una questione da poco, perché tale «ipoteca» sotto il segno del passato respinge continuamente all’indietro l’immaginario del Paese e del Sud in particolare, verso un’arcadia bucolica e la presunta armonia perduta del lavoro contadino.

La fabbrica, invece, è identificata tout court con l’alienazione dei Tempi moderni, ma senza la geniale, leggiadra ironia che fu di Chaplin, anzi, con la gravitas ideologica a lungo egemone nella sinistra italiana. Così, da una parte la catena di montaggio e dall’altra la diffusione del benessere grazie al «miracolo economico» fine anni ’50-primi ’60 vennero ben poco raccontati e mai davvero compresi dagli scrittori dell’epoca (più sveglio nel «decostruire» anche stilisticamente lo spirito del tempo fu invero il cinema di Fellini, Antonioni, Risi). «Mentre in quegli anni una famiglia media italiana inseguiva legittimamente il sogno di cambiare vita... gli intellettuali continuavano a rimanere chiusi in un’anomala torre d’avorio che altro non era se non una latente e paradossale antimodernità». Ecco il vero «tradimento dei chierici».

Questa disattenzione, per usare un eufemismo, contagia persino gli autori più sensibili alle trasformazioni sociali e culturali del dopoguerra come Giudici, Bianciardi, Fortini, Volponi, Eco e lo stesso Calvino con la sua voglia di «leggerezza» che tuttavia non scalfisce, sostiene Lupo, il fondo «apocalittico» evidente per esempio in Marcovaldo. D’altro canto, si legge in La modernità malintesa, il protagonismo/antagonismo operaio, le aporie della massiccia emigrazione da sud a nord, l’autenticità del lavoro fordista rimangono a loro volta sullo sfondo, bene che vada ridotti a terreno di battaglia politica o disputa colta. Tutto ciò permane fino all’epocale crisi degli anni ’80-90, all’impeto del capitale finanziario e all’avvento della globalizzazione (Cina, India, America in casa nostra) che condurranno alla simbolica Dismissione, per dirla col celebre titolo di Ermanno Rea sull’Ilva di Bagnoli (Rizzoli 2002), romanzo portato sullo schermo da Gianni Amelio in La stella che non c’è. Ma anche dove la fabbrica resiste, vedi Taranto, si sviluppa «una letteratura di autorappresentazione apocalittica» che alle contraddizioni del presente predilige il rimpianto pasoliniano o la chimera di un improbabile ritorno alla madre terra. Per quanto non manchino le eccezioni di pregio, fra le quali Lupo allinea con varie sfumature i libri di Carlo Bernari, Luigi Davì, Sergio Civinini, Giovanni Pirelli, Raffaele Nigro, Tommaso Di Ciaula, Edoardo Nesi, Andrea Di Consoli, Antonio Pennacchi, Cosimo Argentina...

Il quid del saggio è la rimozione o l’esorcismo della realtà, cioè dell’incipiente modernità e quindi della sua torsione post-moderna, a dispetto delle visioni di giganti quali Vittorini, Olivetti o il lucano Sinisgalli che consacrò la sua rivista più feconda alla «Civiltà delle macchine» (adesso rinata a cura della Fondazione Leonardo). «Negli anni cinquanta e sessanta, quando il processo di trasformazione del paese coincideva con la realizzazione dell’utopia olivettiana, l’ingegnere Adriano non godeva di particolare simpatie in seno all’establishment industriale, che osservava con sospetto il suo welfare innovativo». Per le leggendarie Edizioni di Comunità, fondate appunto da Olivetti, nel 1961 esce L’eclissi del sacro nella civiltà industriale del sociologo Sabino Acquaviva, tra l’altro a lungo collaboratore della «Gazzetta», che finalmente non demonizzava l’industrializzazione: «altrimenti si cadrebbe nell’errore (purtroppo serpeggiante) di credere che la modernità sia semplicemente la manifestazione di un laicismo anticristiano».

Così non è, difatti. Il progresso, condividiamo l’esergo scelto da Lupo, somiglia alla tempesta che s’impiglia nelle ali dell’Angelus Novus, l’angelo della storia che ascende volgendo le spalle al futuro, nel celebre frammento di Walter Benjamin. Il tormento del secolo XX, «moderno e antimoderno» secondo Cesare De Michelis, è un’eredità che ci riguarda nella temperie di ogni giorno, troppo spesso letta con le lenti deformanti della nostalgia.

È l’utopia la sottile linea rossa: le versioni del comunismo e del fascismo in Italia e la loro storia. Le versioni del comunismo e del fascismo in Italia non vanno considerate solo sulla base delle loro originarie tavole dei valori, ma anche rispetto al loro decorso storico reale. Fabrizio Cicchitto su L'Unità il 26 Agosto 2023 

Caro direttore, sempre stimolante Michele Prospero, a prescindere dagli aspetti più personali della sua polemica con Ernesto Galli Della Loggia. Poi la riflessione diventa ancora più coinvolgente per chi, come il sottoscritto, essendo socialista ovviamente ha una storia ben diversa da quella di tutti voi, di fronte all’articolo di Paolo Franchi che fra l’altro scrive una frase per me del tutto condivisibile: “I socialisti in parte scomparvero per proprie responsabilità, in parte furono fatti scomparire con le cattive”.

A mio avviso (su questo ho scritto un libro dal titolo La linea rossa) di comunismi in Italia ce ne sono stati comunque due, strettamente intrecciati l’uno all’altro, ma in certi momenti anche distinti. Ci fu un comunismo alleato con le altre forze politiche democratiche, laiche, socialiste e cattoliche che portò avanti la battaglia antifascista e antinazista nella Resistenza che in seguito a ciò ha collaborato alla scrittura della stesura per la Costituzione Repubblicana e che conseguentemente ha dato vita con gli altri al Sistema dei partiti che per lunghi anni ha caratterizzato la democrazia italiana.

C’è stato un comunismo staliniano legato a un patto di ferro all’Urss il cui massimo interprete è stato Palmiro Togliatti che ha condiviso tutti gli aspetti del regime totalitario che caratterizzava l’Urss, gulag compresi, la conquista del potere da parte dei locali partiti comunisti nei paesi dell’Est conquistati dall’Armata Rossa, la repressione in Ungheria. Poi, per carità, tutto ciò era sostenuto non da un tipo alla Maurice Thorez segretario del Pcf, ma da un personaggio che aveva letto e assimilato Gentile e Croce e adottava, tranne che per l’Urss il metodo dell’analisi differenziata.

Questo retroterra culturale, però, e questa capacità di analisi però non hanno impedito a Togliatti di sostenere che il sistema comunista era in tutto e per tutto superiore a quello capitalista e che la democrazia in Urss era più piena e completa di quella che c’era negli Usa, nell’Europa occidentale e nella stessa Italia. Comunque, per la fortuna di tutti, dello stesso Togliatti (tant’è che egli rifiutò nel 1951 di tornare in Urss a fare il segretario del Cominform e preferì restare in Italia a svolgere il ruolo del capo rispettato dell’opposizione di sinistra) l’Italia fu liberata dagli eserciti angloamericani e quindi in essa c’è stato un regime liberal-democratico, certamente con mille contraddizioni e anche con illeciti interventi della Cia, di cui hanno potuto usufruire tutti, anche il Pci.

Forse proprio a questa condizione democratica si riferiva Berlinguer nella famosa intervista a Giampaolo Pansa nella quale sosteneva di sentirsi più sicuro se protetto dalla Nato. Sempre tenendo conto di tutto ciò, la parte politica e non ideologica del compromesso storico secondo la quale in Italia non andava perseguita una alternativa di sinistra al 51%, ma una unità nazionale molto più vasta, teneva conto di tutto ciò. Però qualcuno poteva pensare che caduto il Muro di Berlino, per implosione il comunismo in Urss e nei Paesi dell’Est, cambiato anche il nome del Pci, allora fosse possibile raccogliere la proposta dei miglioristi, nel senso che a quel punto l’approdo naturale del comunismo nella duttile versione Italiana fosse appunto la socialdemocrazia, l’unita fra il Pci e il Psi e da lì una alternativa riformista alla Dc.

Non avvenne nulla di tutto ciò perché i “ragazzi di Berlinguer” (con posizioni diverse tra Occhetto, D’Alema, Veltroni con la consulenza tecnico-politica di Luciano Violante) colsero al volo la scelta nuovista, antipolítica e antipartitocratica dei poteri forti (che esistono e che sono costituiti dai gruppi finanziari editoriali come dimostra la stessa storia del giornalismo italiano) i quali, finito il pericolo comunista, tolsero la delega proprio alla Dc e al Psi che erano anche diventati gli scomodi proprietari di fatto di quel sistema a partecipazioni statali che adesso “lorsignori” ritenevano che andasse privatizzato a prezzi stracciati. A quel punto scattò la connessione con la parte più aggressiva e ambiziosa della magistratura saldata ai media giornalistici e televisivi. Così quel Pds puntò non alla unità riformista con il Psi ma a sostituirsi ad esso nella nuova gestione del potere.

Dopo che dal 1945 alla fine degli anni Ottanta il finanziamento irregolare dei partiti era diventato di fatto parte della costituzione materiale della Repubblica, per cui le denunce clamorose di Ernesto Rossi e di don Sturzo, da tutti conosciuti (magistrati e direttori di giornali) e da tutti ignorati, all’improvviso divennero materia di una colossale operazione mediatico-giudiziaria che distrusse larga parte dei partiti esistenti (in primo luogo tutto il Psi, il centrodestra della Dc, i partiti laici) salvò solo il Pds e la sinistra Dc non perché essi fossero “innocenti” ma perché c’era bisogno di qualcuno, dotato di una sufficiente personalità che gestisse il sistema nel suo complesso. Come ha ricordato Paolo Franchi, i socialisti in parte non furono capaci di difendersi, in parte in vennero bombardati da tutti i lati, Craxi fu consegnato ad bestias, e di conseguenza qualsiasi ipotesi di partito socialista è stato distrutto per diverse generazioni.

Però non è che in seguito a tutto ciò il Pd è diventato l’erede politico ed elettorale della storia gloriosa di tutta la sinistra: privo dell’alleanza di un forte partito socialista, quando gli va bene il Pd è il pallido gestore il potere economico finanziario detenuto da lorsignori, ma non sempre però gli va bene. Infatti questa rottura per via giudiziaria del sistema politico italiano con la distruzione della Dc e del Psi ha dato, per reazione, un enorme spazio a molteplici versioni del centro destra, prima quella liberale, populista, moderata alla Berlusconi oggi a quella assai complessa e contraddittoria di Giorgia Meloni che è alla guida di una compagnia dalle molteplici sfaccettature fra cui quella molto negativa di Salvini e di una parte della stessa Fratelli d’Italia.

Quindi, al netto del duello fra Michele Prospero e Ernesto Galli della Loggia, le due opposte versioni di comunismo e di fascismo in Italia, non vanno prese in considerazione solo sulla base del delle loro originarie tavole dei valori (e anche su entrambe ci sarebbe molto da dire), ma anche rispetto al loro decorso storico reale che ha portato, per ciò che riguarda la sinistra italiana, alle conseguenze descritte in modo del tutto condivisibile da Paolo Franchi nella parte finale del suo articolo, non a caso sormontato dal titolo L’utopia. Fabrizio Cicchitto 26 Agosto 2023

Roosevelt cercasi. Fascisti, comunisti e neo, ex, post lanzichenecchi. Christian Rocca su L'Inkiesta il 8 Agosto 2023

I sostenitori dello Stato etico e gli anticapitalisti odierni si infuriano se vengono chiamati come i loro storici predecessori, eppure non esistono definizioni più esatte di quelle. Così come non ci sono alternative credibili al populismo di questi anni, al contrario di quanto accadde negli anni Trenta negli Stati Uniti 

Non si è mai capito perché i fascisti e i comunisti, diciamo le loro caricature di nuovo conio, si infurino ogni qual volta qualcuno gli dia di fascisti e di comunisti, come peraltro succede ormai quotidianamente con i membri della maggioranza di governo da poco riemersi dai sistemi di riciclo delle acque reflue e come capita ormai da decenni con i fanatici delle magnifiche sorti e progressive un tempo consegnati alla spazzatura della storia assieme all’umido.

«Il fascismo è morto» rispondono gli uni, «vedete comunisti ovunque» ridacchiano gli altri, e noi siamo qui in mezzo da trent’anni a dire una cosa diversa. Questa: vivaddio il fascismo storico e il socialismo reale non esistono più, il doppio nemico della civiltà contemporanea è scappato, è vinto, è battuto, dietro il fascio e dietro la cortina non c’è più nessuno, solo reduci e nostalgici e saltimbanchi buoni da scherzare, buoni da twittare, da farci il sugo quando viene Natale.

Epperò la società contemporanea, non solo italiana ma occidentale, oggi è minacciata internamente da chi vuole imporre il pugno di ferro dello Stato etico, in particolare sul tema dei diritti civili e della libertà di espressione, e chi lotta contro il capitalismo demo-pluto-massonico-giudaico.

E, sì, Stato etico e anticapitalismo sono tratti comuni di entrambi gli “ismi” novecenteschi” (e non a caso il primo nasce da una costola del secondo e il secondo si alleò col primo agli inizi del secondo conflitto mondiale).

E quindi come dovremmo chiamare chi nell’agosto 2023 vuole ancora legiferare sul nostro corpo, sulle nostre abitudini e sul nostro linguaggio?

Come dovremmo chiamare chi vuole controllare, spiare e limitare le attività private?

Come dovremmo chiamare, infine, chi scatena la gogna digitale e gli schiavettoni reali e prova a cancellare le garanzie costituzionali perché il proprio tabù è da sfatare senza la misericordia concessa all’incubo che invece tormenta l’avversario?

Parlare di “matrice fascista” è una scemenza madornale, così come “odore di mafia”, visto che né la matrice né l’odore risultano essere reati, ed è ridicolo caricaturizzare come rossi-mangia-bambini chiunque critichi gli eccessi del capitalismo.

Ma qui stiamo parlando di una cultura dominante di destra e di sinistra che vuole sovvertire il sistema capitalista per sostituirlo con il sovranismo etico, con lo smantellamento dello Stato liberale e con il reddito di cittadinanza, spesso di concerto con gli amici ungheresi, russi, venezuelani e trumpiani, per non parlare di chi aggiunge al mazzo anche il no alla globalizzazione, ai vaccini, a Big Pharma, alle multinazionali e al diritto del popolo ucraino di difendersi dall’imperialisno nazibolscevico dei russi. Come andrebbero chiamati questi qui se non “neo, ex, post fascisti” o, nell’altra versione, “neo, ex, post comunisti”?

Definizioni altrettanto esatte non ce ne sono, mentre ci sarebbero le risposte, se non le soluzioni, per provare ad addensare il brodo primordiale che ha infiammato questo ritorno al passato, un passato che si ripete sotto forma di farsa e di tragedia perché senza un impianto ideologico coerente, ma solo con un’imitazione dei bei tempi che furono, anche se furono tutto tranne che bei tempi.

Gli Stati Uniti sono stati l’unico paese del mondo civilizzato che tra gli anni anni Venti e gli anni Trenta è riuscito a non cedere alle tentazioni del fascismo e del comunismo e non solo per le fideistiche ragioni del “qui non può succedere” raccontate da Sinclair Lewis nel suo distopico romanzo del 1935, ma al contrario per alcune scelte politiche precise e lungimiranti.

L’allora presidente Franklin Delano Roosevelt aggiunse le misure sociali del New Deal alle prescrizioni del liberalismo americano di sinistra, politiche volte a mitigare gli effetti perversi del capitalismo negli anni della Grande Depressione e dei forgotten men ma anche, così facendo, volte a scongiurare l’avvento del socialismo.

Bisognerebbe ripartire da qui, da Roosevelt, per evitare in Europa e nel mondo una seconda catastrofe politica come quella degli anni Venti e Trents del secolo scorso. Peccato, però, che alle porte non ci sia nessun Roosevelt, semmai una schiatta di liberali presuntuosi e una masnada di reduci e combattenti delle guerre ideologiche del passato: gli uni e gli altri inadatti a difendere la società contemporanea dai nei, ex, post lanzichenecchi interni ed esterni.

Taxi agli ubriachi, tassa sulle bici: questo governo non è liberale. Nicola Porro il 4 Agosto 2023

È notizia di ieri l’obbligatorietà, voluta dal governo, dell’assicurazione RCA per biciclette elettriche e monopattini. Sapete come cazzo si chiama questa? Tassa. Oggi il Messaggero spiega che la decisione del governo deriva da una direttiva comunitaria. Peccato che sia falso perché la direttiva comunitaria lasciava libertà ai singoli stati di introdurre o meno l’obbligatorietà dell’assicurazione per bici elettriche e monopattini. Ovviamente si dirà che lo si fa per il bene degli italiani, ma basta leggere i dati che trovate sui giornali di oggi per capire cosa è successo: nel 2022 ci sono state 16 vittime in biciclette elettriche o monopattini. Stiamo sicuramente parlando di una cosa tremenda, poiché ogni vittima è gravissima, ma sapete quante sono state le vittime nei weekend dei primi sette mesi dell’anno per incidenti in auto o in moto dove vi è già l’assicurazione obbligatoria? 759. Ma di che cosa stiamo parlando? Veramente pensate che l’assicurazione obbligatoria possa evitare degli incidenti?

Come se non bastasse, l’assicurazione è obbligatoria per il solo possesso di un mezzo. Poco importa se avete un monopattino nel vostro atrio e non lo userete mai in una strada pubblica: l’assicurazione segue l’oggetto, non la sua utilizzabilità e quindi siete tenuti a farla. Dunque si tratta di una tassa. E questa roba chi l’ha decisa? Un governo di destra, che dovrebbe essere liberale, e che dice di volerci bene. Non sono un complottista, ma questa mossa del governo è un assist alle assicurazioni che avranno centinaia di migliaia di persone che dovranno pagare una piccola quota. Chiaramente iniziano piano piano e diranno “l’assicurazione per il monopattino, 80-90 euro all’anno”. Poi diventano 120. Ragazzi, mi fa impazzire questa cosa.

Questo è poi lo stesso governo che decide che ci saranno i taxi gratis all’uscita delle discoteca per quelli che si strafanno. Voi mi dovete spiegare per quale motivo al mondo i contribuenti italiani dovrebbero contribuire a pagare il taxi a dei ragazzini o a dei vecchi rincoglioniti che, dopo essersi fatti di alcol per tutta la serata, chiaramente non devono mettersi a guidare. Siete in grado di comprarvi un drink a 15-30 euro? Siete in grado di spendere 100 euro in Moscow Mule? Spendetene altri 100 per pagarvi un taxi. In un mondo normale, non sono fatti miei se tu sei talmente ubriaco da non poter guidare. E se prendi l’auto dovresti finire in galera per tentato omicidio.

Non possiamo pensare che qualcuno, dopo aver bevuto 100 euro di drink in discoteca, possa tornare a casa comodamente in un taxi pagato dai contribuenti. Oh, ma siamo scemi? E questo sarebbe uno stato liberale? No, questo è uno stato di rincoglioniti.

Nicola Porro, dalla Zuppa di Porro del 4 agosto 2023

A Cernobbio la critica al neoliberismo è stata vietata per “ordine pubblico”. Roberto Demaio su L'Indipendente il 29 Luglio 2023

Ogni anno a Cernobbio, in provincia di Como, le élite del mondo finanziario italiano si ritrovano al Forum Ambrosetti, per tre giorni grandi industriali, rappresentanti politici e economisti di orientamento neoliberista dibattono e realizzano rapporti strategici capaci di influenzare le decisioni pubbliche. Da tredici anni, sempre a Cernobbio e negli stessi giorni, si svolge anche il contro-forum organizzato da Sbilanciamoci!, una rete di associazioni, movimenti ed economisti critici, impegnati sui temi della spesa pubblica e delle alternative di politica economica, con un’attenzione particolare a questioni come beni pubblici, lavoro, ambiente, scuola, pace e disarmo. Ebbene, quest’anno per la prima volta non sarà così: il Comune di Cernobbio ha infatti negato i locali comunali al Forum di Sbilanciamoci!, adottando presunti motivi di “ordine pubblico”.

Il Comune di Cernobbio (CO) ha negato alla campagna Sbilanciamoci! l’utilizzo della sala polifunzionale per il forum di settembre. I motivi sarebbero di “ordine pubblico” e lo svolgimento nello stesso periodo del forum Ambrosetti, la Davos italiana. La vicenda è anche approdata in Senato ma il ministro Matteo Piantedosi si è escluso da ogni responsabilità affermando che la decisione è stata esclusivamente del Comune. Sbilanciamoci! ha risposto in un comunicato stampa sottolineando che è da più di 13 anni che i due forum si svolgono in concomitanza e che si tratta di una decisione ”inospitale ed intollerante”.

Il forum di Sbilanciamoci! sarà organizzato comunque per il prossimo 1 e 2 settembre e si svolgerà a Como. Sbilanciamoci! è una campagna che dal 1999 riunisce 51 organizzazioni e reti impegnate su temi sociali come Emergency, Legambiente, WWF e Unione degli Studenti. Sul sito dell’organizzazione la denuncia: «Si tratta di una motivazione inconsistente e risibile: non si capisce quali siano i motivi di ordine pubblico per una riunione che si svolge al chiuso, già ospitata dal Comune nel 2010 e, che Sbilanciamoci! ha svolto a Cernobbio anche negli anni 2009 e 2022, senza mai alcun problema registrato per lo svolgimento del seminario dello Studio Ambrosetti. È una decisione gravissima: lede l’articolo 17 (diritto di riunione) e l’articolo 21 (diritto d’espressione) della Costituzione repubblicana. Non garantisce l’espressione di punti di vista diversi, discrimina tra soggetti privati e si fonda su una motivazione inesistente, discriminatoria, al limite dell’arbitrio».

Il senatore Giuseppe De Cristofaro ha chiesto spiegazioni al ministro degli Interni Matteo Piantedosi. Il 27 luglio, il ministro ha riferito che avrebbe sostenuto il comune di Cernobbio nella ricerca di uno spazio alternativo, ma l’unica risposta del comune è stata la proposta di una saletta non attrezzata dalla capienza massima di 30 posti, incompatibile quindi con lo svolgimento dell’evento. Il ministro ha poi aggiunto che non è stata data nessuna indicazione da parte sua al Comune di vietare la concessione della sala. Per ora, sembra che la decisione del diniego sia scaturita esclusivamente dal sindaco: alla riunione dell’ultimo comitato per l’ordine pubblico della prefettura di Como, nessuno ha parlato di presunti pericoli legati alla compresenza delle due manifestazioni. Rimangono quindi solo le dichiarazioni del sindaco Matteo Monti, che ha affermato: «Quest’anno l’oratorio è occupato da un campo estivo che si prolunga. Mi era stata chiesta la possibilità di utilizzare il centro civico, ma la struttura è a poca distanza dall’Ambrosetti. Per motivi di ordine pubblico non posso concedere quella sala. Tutte le manifestazioni e gli eventi in concomitanza con l’Ambrosetti in quella zona sono sospesi». Con un comunicato stampa, Sbilanciamoci! ha risposto denunciando una linea inospitale ed intollerante e annunciando che il forum 2023 si svolgerà comunque ma a Como, presso lo Spazio Gloria dell’Arci. [di Roberto Demaio]

 

L'ideologia della sinistra? Penalizza soltanto i poveri. La politica green della «gauche caviar» è un freno alla felicità dei deboli. La lezione della Thatcher. Pier Luigi del Viscovo il 30 Luglio 2023 su Il Giornale.

La sinistra in versione green vede nella decrescita pro-ambiente un modo per far piangere i ricchi, ma a soffrire sarebbero molto di più i poveri. Nel dibattito sulla transizione energetica è emerso che noi europei pesiamo pochissimo e siamo già un sistema piuttosto sostenibile, nonostante i media compiacenti facciano un ottimo lavoro a tenerlo nascosto. I sacerdoti di Greta dovrebbero spostare i loro cortei a Pechino, ma non possono. Di conseguenza, hanno elaborato un'equazione. Visto che quei Paesi con elevate emissioni producono merci che noi importiamo, basta ridurre i nostri consumi per far diminuire quella CO2. Così, l'impatto devastante sull'economia della nostra inutile transizione energetica si trasformerebbe in un proficuo strumento per imporre agli altri di ridurre le emissioni, non comprando i loro prodotti. In effetti, il ragionamento non fa una piega. La sua implementazione invece ne fa e tante.

Innanzitutto, quando la domanda interna si riduce non diminuiscono solo le importazioni ma pure la produzione locale, perché la domanda interna non è regolabile come in un'economia socialista: ognuno consuma ciò che vuole; poi perché oggi i prodotti sono pieni di componenti che vengono da più Paesi; infine perché, anche nel caso dei prodotti importati, una volta entrati si attiva una catena distributiva locale che produce redditi.

Inoltre, se il commercio internazionale si chiama bilancia ci sarà un motivo. È fatto di reciprocità e se compri meno dei miei prodotti, anch'io farò altrettanto coi tuoi: meno produzione interna e meno lavoro.

In ultimo, l'equazione prevede che a ridurre i consumi siano i ricchi, che si concedono spese non essenziali. Nella realtà non è proprio così, in quanto i consumi voluttuari sono molto più trasversali alle fasce di reddito di quanto si immagini.

Il tutto si sintetizza in un tipico slogan ambientalista: la smettessero di cambiarsi il SUV ogni tre anni. Sorvolando sul fatto che se fosse una station wagon sarebbe diverso, il punto centrale è che il SUV potrà anche comprarlo il ricco, ma sono i poveri che li fabbricano, in Europa e di più nei Paesi emergenti. Comprarne meno significa meno lavoro e meno salari per economie che già fanno i salti per far emergere dalla povertà centinaia di milioni di persone.

Scavando e nemmeno tanto, sotto la fede green si scopre quella vecchia idea di tornare alla semplice vita francescana, con meno consumi e solo essenziali. Si scopre pure una visione dirigista dell'economia, che non ha mai digerito il fatto che la gente col proprio reddito possa comprare un nuovo paio di scarpe, anche se le altre ancora vanno bene. A sinistra pensano che la decrescita sarebbe felice e selettiva, colpendo solo alcuni consumi e alcune fasce sociali. Invece sarebbe infelice e indiscriminata, perché un'economia moderna è un sistema integrato. Quando l'economia cresce, i poveri stanno meglio ma i ricchi molto meglio. All'opposto quando l'economia va male, i ricchi stanno peggio ma i poveri molto peggio. È il concetto che espresse la Thatcher nel 1990, a chi le contestava che la sua crescita avesse aumentato il benessere ma ampliato il divario sociale: «Pur di ridurre questo gap, preferireste che i poveri fossero più poveri a patto che i ricchi fossero meno ricchi». Nelle carestie, a morire prima non sono i pasciuti ma i più denutriti.

Il corporativismo classista. Né concorrenza né redistribuzione: la destra è assistenzialista. Questo governo concepisce l’azione pubblica come strumento di tutela di una socialità selettiva, non molto diversamente rispetto al socialismo fascista. Iuri Maria Prado su L'Unità il 26 Luglio 2023

Centocinquant’anni di banalissima letteratura e pratica economica non hanno spiegato alla destra di governo che ci sono due modi con cui si tenta di rimediare alla scarsità di ricchezza che affligge innanzitutto i più bisognosi: far sì che sia prodotta più ricchezza, sicché la quota supplementare ridondi in favore di chi ne ha meno, o redistribuire quella che c’è.

Non importa discutere qui quale sia il modo più efficace: importa osservare che questa destra, nelle soluzioni di cui sinora ha dato prova e in quelle fumose e vaghe che prospetta, dimostra di non aver scelto e di non voler scegliere né un modo né l’altro, e piuttosto fa ricorso a un modulo di sostanziale corporativismo classista.

Quello che denuncia il “pizzo di Stato” non per risolvere un problema effettivo del sistema economico italiano, fondato su una diffusissima economia nera che non cessa di essere patologico solo perché sostiene attività altrimenti impossibili, ma per perpetuarlo onde ottenerne il favore elettorale. Il sostanziale corporativismo classista che, ancora, erode bensì i margini del reddito di cittadinanza, ma senza offrire soluzioni alternative e soprattutto lasciando intonsa l’enorme somma di privilegi accreditata in favore di realtà altrettanto disfunzionali ma ormai socialmente accettate: per capirsi, il padroncino verso le cui disinvolture è bene chiudere un occhio perché rimetterlo sulla riga della legalità di un sistema economicamente sostenibile suppone un impegno più grave e meno capace di consenso rispetto al proclama contro il furbetto da divano.

Un governo che scegliesse – come questo governo sta scegliendo – di non assediare e anzi di tutelare i bastioni anti-concorrenziali e protezionisti cu sui ancora si regge l’economia italiana, avrebbe almeno un pizzico di dignità politica se non si rivolgesse – come invece questo governo si sta rivolgendo – alla cura puramente conservatrice dei diffusi privilegi di classe che provvisoriamente, a non si sa ancora per quanto, sopravvivono alla crisi.

Identicamente statalista, la destra di governo concepisce l’azione pubblica come strumento di tutela di una socialità selettiva, non molto diversamente rispetto al socialismo fascista che tutelava bensì “il lavoro” ma senza toccare la rendita di classe e parassitaria che, non a caso, si sarebbe perpetuata nel corso repubblicano sotto le insegne nominalmente diverse degli ordini professionali, delle associazioni di categoria, del mandarinato burocratico e, soprattutto, delle signorie imprenditoriali colluse con il potere pubblico cui finivano per cedere il 45% di un dominio spartitorio e di libera grassazione delle classi lavoratrici.

Un governo liberista, ma anche solo liberale, sarebbe legittimamente avversato dalle opposizioni. Solo che non è questo governo. Il quale meriterebbe di essere avversato – non solo dalle opposizioni, ma anche dai liberali, se esistessero – perché tira a conservare ciò che di peggio ha questo Paese, ciò che più lo consegna al declino.

Iuri Maria Prado 26 Luglio 2023

Una cultura nazionale da cambiare. Proprietà privata e libertà individuale: le scorciatoie ideologiche di destra e sinistra, incapaci di vivere il presente. La rubrica “L’umanista” di Alessandro Chelo, esperto di leadership e talento. In qualità di executive coach, ha formato centinaia di manager dei principali gruppi industriali e ha lavorato al fianco di alcuni fra i più affermati allenatori di calcio e pallavolo. Alessandro Chelo su Il Riformista il 17 Luglio 2023 

Negli ambienti governativi, si parla con sempre maggiore insistenza di porre dei limiti ai cosiddetti “affitti brevi” delle abitazioni private. Evidentemente, ci si illude di risolvere così il tema generale della “casa” e di favorire in questo modo l’attività turistica delle strutture ricettive. Ancora una volta, si cercano scorciatoie ideologiche per non affrontare i temi con una visione strategica. In questo caso, la scorciatoia ideologica si fonda sull’idea che un cittadino che abbia guadagnato un po’ di soldi (tassati) e li abbia risparmiati (ritassati) e ci abbia acquistato una casa (pagando la tassa sull’acquisto e poi la tassa sulla proprietà), non sia libero di fare l’uso che crede della sua proprietà. Sembrerebbe un atteggiamento più tipico della cultura politica della sinistra che non della destra che governa, ma non è così: quantomeno in Italia, destra e sinistra si assomigliano moltissimo ed entrambe si tengono ben distanti da una logica di tipo liberale.

D’altronde, il governo Renzi (all’epoca segretario del PD e quindi a pieno titolo rappresentante della sinistra) assunse a suo tempo un atteggiamento politico identico a quello adottato oggi dal governo Meloni, quando volle regolamentare (si legga limitare) l’attività cosiddetta home restaurant. Anche in quel caso si riteneva che il privato cittadino non dovesse essere libero di disporre della propria abitazione e che gli individui non dovessero essere liberi di scegliere se mangiare in un ristorante (quindi assoggettato alle normative commerciali) o in un’abitazione privata (quindi assoggettata alle normative civili). In quel caso l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato bocciò lodevolmente l’iniziativa del governo. Confido che sorte analoga avrebbe l’iniziativa meloniana rispetto agli affitti brevi. Questa cultura politica comune a destra e sinistra, viene da lontano. Vediamo quali sono i fattori che l’hanno generata.

Innanzitutto la totale incomprensione dei processi socio-economici indotti dall’epoca 4.0, in particolare rispetto al fenomeno della sharing economy. La sinistra pare tuttora affezionata ai polverosi modelli industriali novecenteschi, la destra guarda con accigliato sospetto ai processi di globalizzazione e digitalizzazione. La sinistra come la destra sono incapaci di vivere il presente.

Il secondo fattore riguarda un lascito culturale fascista: il corporativismo. Tanto a destra quanto a sinistra, si giudica moralisticamente il lobbismo trasparente delle democrazie liberali e si preferisce agire sotto traccia in favore di questa o quella corporazione, sia essa quella degli albergatori, sia essa quella dei ristoratori.

Il terzo fattore, il più significativo, è di natura storica. La Repubblica italiana nacque in un contesto geo-politico che costrinse il mondo cattolico e il mondo comunista a collaborare. Tutto sommato l’impresa si rivelò meno improba del previsto e chi ne fece davvero le spese fu il mondo politico liberale. Così si diede vita a una Costituzione di stampo catto-comunista che caratterizza tuttora la Repubblica e si è sedimentata una cultura nazionale che ha pervaso tutte le aree politiche. Tale cultura nazionale si fonda sull’idea che il lavoro non sia un’opportunità da costruire, ma una pretesa da rivendicare; è una cultura che premia il cittadino-lavoratore sul cittadino-cliente, guarda con diffidenza moralistica al profitto e, di fatto, ripudia la sacralità della proprietà privata, asse intorno al quale vengono costruire le democrazie liberali.

Si tratta di una cultura nazionale che ha permeato larghissima parte della società e che siamo chiamati a superare. In sostanza la rivoluzione liberale di cui parlava Berlusconi negli anni ‘90 va fatta davvero, così come va realizzata davvero quella seconda Repubblica di cui si ciancia, ma che è ancora di là da venire e non può che fondarsi su un profondo riesame costituzionale, non limitato alla seconda parte.

Chi può assumere la leadership di un processo di tale portata? Di certo non gli eredi di quei mondi politici cattolici e comunisti che hanno dato vita a quella prima Repubblica che siamo chiamati a superare. Neanche la destra sembra pronta senza un solido supporto liberale. Per questo è più che mai necessario mettere mano alla generazione di un’area politica liberale e umanistica che sappia parlare il linguaggio della nuova epoca e sia attrattiva per qualunque elettore. Non so grazie a chi, come e quando ciò potrà accadere, so però che di certo non accadrà, come invece ritengono alcuni terzopolisti, grazie a un cartello elettorale di partitini composti prevalentemente da ex-PD allargato agli ex-Radicali.

Alessandro Chelo. Esperto di leadership e talento, ha pubblicato diversi saggi con Sperling & Kupfer, Guerini e Feltrinelli, alcuni dei quali tradotti in più lingue fra cui il coreano e il giapponese. In qualità di executive coach, ha formato centinaia di manager dei principali gruppi industriali italiani e ha lavorato al fianco di alcuni fra i più affermati allenatori di calcio e pallavolo. 

L'itinerario della sinistra europea. Come la democrazia ha trasformato il socialismo e dimostrato che lo Stato non è la panacea di tutti i mali. La rubrica “Lessico riformista” di Alberto De Bernardi, professore e studioso di storia contemporanea. E’ presidente di REFAT, Rete internazionale per la studio del fascismo, autoritarismo, totalitarismo e transizioni verso la democrazia. Alberto De Bernardi su Il Riformista il 17 Luglio 2023 

In un lontanissimo 1875 in un piccolo paese tedesco Gotha si svolse il congresso del Partito operaio tedesco che può essere considerato l’atto di nascita della Socialdemocrazia tedesca, che per oltre un secolo sarebbe rimasta il laboratorio politico più attivo del socialismo europeo e del riformismo.

In esso venne presentato un programma – il “programma di Gotha” appunto – che esplicitamente rompeva con la teoria rivoluzionaria marxista che aveva dominato nella I internazionale e che era stata di fatto sciolta due anni prima, ponendo al centro la questione della democrazia e dello stato democratico. In questo piccolo partito era maturata la convinzione che lo Stato non era “il comitato d’affari della borghesia” come pensava Marx e i suoi seguaci marxisti, né tanto meno che ogni sua forma – autoritario, liberale, democratico – fosse indifferente per l’emancipazione del lavoro.

Lo scopo dello Stato –aveva scritto il suo fondatore Fernand Lassalle (nella foto) – consiste piuttosto, proprio nel mettere in grado i singoli, attraverso l’unione, di raggiungere quegli obbiettivi, e quel tenore di vita, che essi non potrebbero mai raggiungere in quanto singoli, e nel renderli capaci di accumulare un patrimonio di educazione, potere e libertà, che essi, considerati come singoli, non potrebbero possedere”.

Al congresso Marx non partecipò ma scrisse una pamphlet – La critica al programma di Gotha – che può essere considerato il suo più importante scritto politico dopo il manifesto del Partito comunista. In esso ribadiva la sua teoria dello stato ed evocava la dittatura del proletariato come chiave di volta per edificare il socialismo, concludendo in maniera irridente. Le sue rivendicazioni politiche non contengono nulla oltre all’antica ben nota litania democratica: suffragio universale, legislazione diretta, diritto del popolo, armamento del popolo, ecc. Esse sono tutte rivendicazioni che, nella misura in cui non sono esagerate da una rappresentazione fantastica, sono già realizzate.

Perché sono andato così lontano per cercare il bandolo della matassa della riflessione della democrazia? Perche l’itinerario che ha portato la sinistra europea a riconoscersi pienamente nella democrazia è stato molto più complesso del previsto.

Cento anni dopo Norberto Bobbio in un famoso articolo (Quale socialismo?) tornava sull’argomento per dire che il pensiero marxiano non aveva nessuna teoria dello Stato e men che meno della democrazia, mettendo in luce come il movimento operaio in tutte le sue varianti ideologiche avesse dovuto scontare un ritardo teorico e ideologico su un tema cruciale lungo un secolo, per liberarsi a fatica della convinzione che la democrazia liberale non fosse semplicemente una fase di passaggio da utilizzare in tulle le sue potenzialità favorevoli a sostenere gli interessi dei lavoratori e il loro protagonismo politico, ma il contesto istituzionale e giuridico definitivo nel quale fare vivere l’eguaglianza e la giustizia sociale.

Il riconoscimento che pretendeva Bobbio andava ben oltre il riconoscimento della democrazia come spazio vitale della lotta politica e il rifiuto della rivoluzione che si era affermato nei partiti della Seconda internazionale seppur al prezzo di scissioni e di contrapposizioni radicali, ma chiamava in causa l’abbandono della “presa del potere” come esito della liberazione del lavoro dalla schiavitù del capitale, ma anche come scelta irreversibile di sistema.

Tutta la concezione togliattiana della “democrazia progressiva” e delle “riforme di struttura” esprimeva la convinzione che vi fosse un ”oltre” rispetto alla democrazia liberale e l’economia di mercato: nonostante l’accettazione della Costituzione e la convinta partecipazione alla costruzione della Repubblica democratica, per il Pci la scelta democratica si inseriva in una concezione processuale della democrazia come stadio verso la creazione dello stato socialista: uno Stato lontano dal socialismo reale, che conservasse come affermò più volte Berlinguer tutte le garanzie dello Stato di diritto, ma comunque diverso dalla democrazia liberale basato sul primato dell’eguaglianza e su una struttura economica di stampo statalista. Un disegno confuso nel quale il Pci rimase impigliato fino al suo scioglimento, ma che non scomparse con la sua fine e si è presentato attraverso numerose varianti nella cultura politica dei suoi eredi.

Ma anche nelle risoluzioni del famoso congresso di Bad Godesberg del 1958 nel quale la Spd abiurò il marxismo, condannò definitivamente il comunismo e scelse l’economia di mercato statalmente temperata da welfare, la fedeltà totale alla costituzione – non dissimile dal quella del Pci e del Psi in Italia – non si tradusse in una riflessione compiuta sulla democrazia, in virtù della quale il socialismo stesso avrebbe cambiato di natura e destino. Non dobbiamo dimenticare che in quell’occasione i giovani della Lega tedesca degli studenti socialisti (la SDS) rifiutarono quelle scelte, animando dieci anni dopo sotto la guida di Rudi Dutschke il sessantotto in Germania, a dimostrazione di quanto controverso fosse stato quel passaggio storico.

Ma se non c’è più nessun potere da prendere, se non c’è più nessun modello di sviluppo alternativo all’economia di mercato, se non c’è più nessuno “Stato nuovo” da fondare, se la democrazia è l’alfa e l’omega dell’azione dei lavoratori, del socialismo cosa resta? Infatti scegliere la democrazia ha comportato una mutazione sostanziale dei “presupposti del socialismo” nella misura in cui l’impresa, sentina dello sfruttamento, non solo è risultata migliore dello stato a garantire lo sviluppo, ma ha rappresentato una delle forme più alte della “libertà dei moderni”; se il mito dell’eguaglianza deve cedere il passo alla piena valorizzazione della libertà degli individui, se lo Stato non è la panacea di tutti i mali ma spesso è risultato l’esatto contrario, se della lotta di classe si sono perse le tracce.

Ma in questa epoca di crisi della democrazia colpita al cuore dal combinato disposto del populismo e del ritorno del sovranismo nazionalista quella sintesi tra liberalismo e socialismo che ha rappresentato il risultato migliore di due secoli di conflitti e di aporie non basta più ridefinirla e rafforzarla: c’è una nuova ricerca da avviare per trovare in quei due grandi sistemi di idee e valori le condizioni per nuove ricomposizioni.

Alberto De Bernardi. Studioso di storia contemporanea, ha insegnato nelle Università di Bologna, Torino e Milano. E’ stato visiting professor presso la Brown University (Providence RI) e l’Ucla (Università della California) di Berkeley. E’ stato direttore scientifico e poi vicepresidente dell’ Istituto Nazionale Ferruccio Parri. E’ presidente di REFAT, Rete internazionale per la studio del fascismo, autoritarismo, totalitarismo e transizioni verso la democrazia, e della Fondazione PER – Progresso,Europa,Riforme. La sua ultima pubblicazione è Perché il fascismo ha vinto. 1914-1924. Storia di un decennio, Milano, Le Monnier, 2022.

Feudo ereditario. L’ascesa di Afd e le (assurde) ragioni del pensiero anticapitalista di destra. La logica del mercato, Rainer Zitelmann su L'Inkiesta il 6 Luglio 2023

La sintesi tra nazionalismo e socialismo esercita un forte fascino sugli elettori tedeschi, soprattutto nella Germania orientale, dove chi in passato votava per il partito radicale di sinistra Die Linke ora sostiene Alternative für Deutschland

Secondo gli ultimi sondaggi d’opinione, l’Alternativa per la Germania, o AfD, è attualmente la seconda forza politica più forte in Germania dopo la CDU, con circa il 19-20 per cento. Dalle elezioni federali del 2021, quando l’AfD aveva ottenuto il 10,3 per cento, il partito ha quasi raddoppiato il suo consenso nei sondaggi. L’AfD è particolarmente forte nella Germania orientale (cioè nell’ex DDR): in Turingia, ad esempio, l’AfD sta attualmente ottenendo circa il trenta per cento dei voti, risultando il primo tra tutti i partiti del Land.

Le ragioni del successo dell’AfD sono molteplici. Se si chiede agli elettori dell’AfD perché sostengono il partito, è chiaro che l’AfD tragga vantaggio soprattutto dall’insoddisfazione per le politiche sull’immigrazione del governo tedesco e per le politiche ambientali portate avanti dai Verdi. Le politiche di immigrazione di Angela Merkel, che hanno aperto le frontiere del Paese a milioni di immigrati (molti dei quali con motivazioni economiche), sono state a lungo una ragione dell’ascesa dell’AfD.

Ma anche sotto l’attuale Ampelkoalition (Coalizione Semaforo) che unisce i socialdemocratici dell’SPD, i Verdi e i liberali della FDP, milioni di migranti continuano a entrare nel Paese. E non solo dall’Ucraina, i cui rifugiati tendono a essere accettati in Germania in misura molto maggiore rispetto agli altri migranti, ma anche dall’Africa e dai Paesi arabi.

Un’altra causa di malcontento è la politica climatica della coalizione di governo che, nel confronto internazionale, è particolarmente radicale. Di recente, il ministro dell’Economia Robert Habeck, del partito dei Verdi, ha annunciato il suo piano che costerebbe ai cittadini centinaia di miliardi di euro. Il suo piano ha suscitato un enorme clamore in tutto il Paese. L’FDP è riuscita a evitare il peggio, ma in generale la politica per l’ambiente portata avanti dalla Germania è un’altra ragione dell’ascesa dell’AfD.

In molti Paesi europei sono emersi movimenti populisti di destra e di sinistra che, pur con tutte le loro differenze, sono accomunati dall’opposizione al liberalismo economico e al capitalismo. In alcuni casi, i partiti populisti di destra hanno iniziato promuovendo politiche economiche almeno parzialmente liberali, prima di trasformarsi in partiti anticapitalisti. 

Questo è esattamente ciò che è accaduto in Germania, dove l’AfD è stata inizialmente fondata nel 2013 come partito con un programma economicamente liberale. Certo, ci sono ancora membri dell’AfD in Occidente che sono favorevoli al libero mercato. Ma rispetto a dieci anni fa, quando l’AfD è nata, ora sono i populisti e gli anticapitalisti a detenere il maggior peso, mentre molti membri un tempo influenti e pro-mercato hanno lasciato il partito, in preda alla frustrazione.

L’anticapitalismo è particolarmente forte nella Germania orientale, dove si nutre del concetto di patriottismo sociale e conquista così molti elettori che in precedenza votavano per il partito di estrema sinistra Die Linke (l’ultima incarnazione della SED, che in passato governava la Germania dell’Est e che ha cambiato nome diverse volte negli ultimi decenni).

L’anticapitalismo di destra ha anche una base teorica, ad esempio grazie ad autori come Benedikt Kaiser e Götz Kubitschek del think tank di destra Institut für Staatspolitik. Essi si rifanno a una lunga tradizione storica di anticapitalismo di destra in Germania, dalla cosiddetta “rivoluzione conservatrice” della Repubblica di Weimar al nazionalsocialismo.

La critica della destra anticapitalista al capitalismo e alle sue politiche economiche differisce solo leggermente da quella della sinistra. Nei suoi scritti, Kaiser, il più noto teorico di questo movimento, cita ripetutamente autori di sinistra, da Karl Marx e Friedrich Engels a Thomas Piketty, Erich Fromm e Theodor Adorno. I nemici, invece, sono i radicali del mercato, i neoliberali e i libertari, tra cui Ludwig von Mises, Milton Friedman e Friedrich August von Hayek. Per inciso, Kaiser è assistente del deputato AfD Jürgen Pohl dal 2023.

La tesi centrale degli anticapitalisti tedeschi di destra è che gli ideologi multiculturali di sinistra e le grandi imprese sono in combutta. I veri beneficiari dell’immigrazione di massa, sostengono, sono i capitalisti, che beneficiano dell’accesso a un’ampia riserva di manodopera a basso costo. Gli ideologi di sinistra che chiedono frontiere aperte, secondo questa tesi, stanno in realtà perseguendo una politica nell’interesse del capitale. Non è «la sinistra a guidare la migrazione di massa, anche se la approva per motivi ideologici e la acclama nei media. A guidarla è soprattutto quello che una volta veniva chiamato il ’grande capitale’, sotto forma di federazioni industriali e imprenditoriali».

Su questo punto in particolare, però, rimangono degli interrogativi. Non si capisce perché l’immigrazione di massa dovrebbe essere nell’interesse delle grandi imprese. Certo, le imprese vogliono che specialisti qualificati si trasferiscano in Germania, e questo non è solo nell’interesse delle aziende, ma della società nel suo complesso, perché non è chiaro come i problemi demografici possano essere realisticamente superati in altro modo. Ma questa immigrazione di lavoratori qualificati, che i dirigenti d’azienda invocano ripetutamente, incontra molti ostacoli in Germania. 

Gli ostacoli burocratici per i lavoratori qualificati sono innumerevoli, mentre l’immigrazione è relativamente molto più semplice per chi cerca di accedere ai benefici sociali: basta pronunciare la parola «richiesta d’asilo» alla frontiera. Per questo motivo, da anni in Germania si assiste a un’immigrazione di massa da parte di persone che cercano solo di sfruttare il sistema di welfare, il che ovviamente non è né nell’interesse delle grandi imprese né dei lavoratori – ed è anche qualcosa che la maggioranza dei cittadini tedeschi non vuole, come dimostrano tutti i sondaggi. 

In effetti, l’immigrazione di massa da parte di persone che cercano solo di sfruttare il sistema di welfare rende ancora più difficile la necessaria immigrazione di lavoratori qualificati, perché i problemi culturali che ne derivano riducono l’accettazione dell’immigrazione da parte della popolazione nel suo complesso. Come rivela questo esempio, la tesi secondo cui gli ideologi multiculturali di sinistra e le grandi imprese condividerebbero gli stessi obiettivi è assurda perché non fa distinzione tra tipi di immigrazione. Non c’è dubbio che oggi i leader d’azienda si pieghino spesso e volentieri allo Zeitgeist della sinistra ambientalista, ma questo è un segno di opportunismo e non una prova che essi siano la vera forza trainante dello spostamento a sinistra.

Così come gli anticapitalisti di sinistra in Germania sono per l’economia sociale di mercato, gli anticapitalisti di destra dicono di opporsi al capitalismo ma non all’economia di mercato. Ma il loro impegno per l’economia di mercato non può essere preso sul serio, dal momento che le caratteristiche centrali dell’economia di mercato, come la proprietà privata, vengono rifiutate con forza. Naturalmente, sia gli anticapitalisti di sinistra che quelli di destra oggi professano spesso il loro sostegno alla proprietà privata, ma, in base al primato della politica, vogliono che lo Stato ponga limiti molto stretti alla proprietà. 

Kaiser cita con favore Axel Honneth, un teorico della Scuola di Francoforte, che si chiedeva «perché la semplice proprietà dei mezzi di produzione dovrebbe giustificare qualsiasi pretesa sui rendimenti del capitale che genera». Di conseguenza, parti dell’economia dovrebbero essere nazionalizzate. 

Götz Kubitschek, una delle menti della destra anticapitalista, ritiene che «lo Stato dovrebbe garantire la fornitura di servizi di base nei settori dei trasporti, delle banche, delle comunicazioni, dell’istruzione, della sanità, dell’energia, degli alloggi, della cultura e della sicurezza, e non limitarsi a creare un quadro normativo per i fornitori privati, che si preoccupano principalmente di spremere i settori più redditizi». Il compito dello Stato, secondo Kubitschek, è quindi quello di «nazionalizzare e contemporaneamente ridurre la burocrazia» – anche se non sembra capire che più lo Stato interferisce nell’economia, più la burocrazia inevitabilmente prolifera. Kaiser sostiene la nazionalizzazione di tutti i settori economici cruciali per lo sviluppo del Paese, come l’industria pesante, la chimica e i trasporti. Non vede inoltre alcuna giustificazione per le centrali elettriche e gli acquedotti gestiti privatamente, ecc. D’altra parte, concede generosamente che le industrie leggere e dei beni di consumo possano rimanere «campi di attività per l’iniziativa capitalistica cooperativa e privata».

Marx, Engels e Lenin, a cui anche gli anticapitalisti di destra fanno spesso riferimento, avrebbero bollato l’ideologia degli anticapitalisti di destra come una critica reazionaria piccolo-borghese del capitalismo. Tutte le grandi imprese e le corporazioni sono considerate problematiche, mentre vengono idealizzate «le comunità di consumatori, le locande cooperative dei villaggi, che emettono un dividendo sotto forma di festa comunitaria, e le fattorie, che forniscono ai loro piccoli investitori cibo gratuito (rendimento delle azioni)». 

La Germania Est è stata scelta come terreno di prova per questi sogni anticapitalistici. Dopo tutto, sostiene Kaiser, i sondaggi mostrano che il settantacinque per cento dei tedeschi dell’Est è favorevole a un sistema socialista, ma ritiene che non sia mai stato attuato correttamente. Per Otto Strasser, il leader dei nazionalsocialisti di sinistra, Kaiser propone il concetto di «feudo ereditario» che potrebbe sostituire la proprietà privata. Di conseguenza, lo Stato rimarrebbe l’unico proprietario della terra e dei mezzi di produzione, lasciando la gestione all’individuo «in base alle capacità e al valore, come un feudo ereditario».

Sotto tutti gli altri aspetti, queste proposte di politica sociale sono strettamente allineate con quelle dei partiti di sinistra tedeschi. I ricchi devono essere maggiormente gravati sotto tutti i punti di vista, ad esempio aumentando le imposte sul reddito per chi guadagna di più e reintroducendo l’imposta sul patrimonio, che in Germania non è più stata applicata dal 1996. 

L’immagine di una “regolamentata economia sociale di mercato” o “economia sociale di mercato regolamentata del XXI secolo” (Kaiser) ha in realtà ben poco a che fare con una vera economia di mercato. La speranza della destra anticapitalista è di riunire elementi nazionali e sociali in un unico movimento, con un odio per i ricchi comune a entrambi. Kaiser cita con favore la richiesta dell’ex Segretario del Lavoro statunitense Robert B. Reich: «Dobbiamo creare un movimento che unisca destra e sinistra per combattere l’élite dei ricchi». Gli anticapitalisti di destra hanno innanzitutto puntato a respingere gli elementi economici liberali dell’AfD per far posto al patriottismo sociale propagandato da Björn Höcke, leader dell’ala destra dell’AfD in Turingia (Germania orientale). 

È importante non sottovalutare gli anticapitalisti di destra, perché hanno già sfiorato il loro obiettivo. La sintesi tra nazionalismo e socialismo esercita un forte fascino sugli elettori. Lo dimostrano non solo i recenti movimenti in Francia (come il Rassemblement National di destra o il movimento nazionalista di sinistra guidato da Jean-Luc Mélenchon), ma anche la storia tedesca, che mostra quanto possa diventare esplosiva questa miscela di nazionalismo e socialismo. Questo non significa che i nuovi anticapitalisti di destra siano nazionalsocialisti in senso tradizionale, ma il loro movimento combina certamente le ideologie del nazionalismo e del socialismo.

Questa strategia ha avuto particolare successo nella Germania orientale. Dopo oltre mezzo secolo di indottrinamento nazionalsocialista e socialista, l’anticapitalismo è molto più forte negli Stati orientali della Germania che in quelli occidentali, come confermano molti sondaggi. La miscela di anticapitalismo e nazionalismo, propagandata da Björn Höcke e da altri leader dell’AfD nella Germania orientale, ad esempio, ha avuto molto successo in tutta la regione. Molti elettori dell’est che prima votavano per il partito radicale di sinistra Die Linke ora votano AfD.

Die Linke e l’AfD hanno un’altra cosa in comune: l’antiamericanismo. E questo antiamericanismo è uno dei motivi principali per cui entrambi i partiti rifiutano il sostegno militare all’Ucraina e minimizzano l’imperialismo russo. L’amico di Putin, l’ex cancelliere della Germania Gerhard Schröder (SPD) e il leader dell’AfD Tino Chrupalla, hanno partecipato in modo dimostrativo a un ricevimento presso l’ambasciata russa a Berlino per celebrare l’anniversario della vittoria degli Alleati sulla Germania di Hitler.

Una netta maggioranza di tedeschi occidentali si schiera con l’Ucraina, ma nella Germania orientale il sostegno all’Ucraina è accolto con grande scetticismo. Questo è un altro fattore alla base della continua ascesa dell’AfD nell’Est.

Jean-Jacques, il Rousseau buono. E poi c'è "l'altro"...Scaduto il contratto sociale, Rousseau in versione Giano bifronte ruotò di 180 gradi la sua testolina ormai canuta e prese a osservarsi nei panni di Jean-Jacques. Daniele Abbiati il 26 Luglio 2023 su Il Giornale.

Scaduto il contratto sociale, e non più rinnovabile a causa della manifesta insoddisfazione delle (ipotetiche fra le ipoteche) parti contraenti, e chiuso a doppia mandata nel cassetto dei sogni lo stato sociale, Rousseau in versione Giano bifronte ruotò di 180 gradi la sua testolina ormai canuta e prese a osservarsi nei panni di Jean-Jacques. Ciò che vide non gli piacque, dunque lo considerò degno di essere romanzato. L'operazione richiese l'invenzione di un deuteragonista, subito individuato nel presunto (forse persino sperato...) complotto ai suoi danni, sicché Le confessioni e gli altri scritti affini e collaterali assunsero il rango di una diffusa memoria difensiva, peraltro arricchita da abilissime e strategicamente geniali auto-accuse volte a generare il pensiero controdeduttivo del lettore. Inoltre occorrevano due impulsi, uno psicologico e l'altro patologico, che giustificassero le molte azioni riprovevoli di JJ: ed ecco schierati in campo, da un lato lo spirito di emulazione, l'engouement per i cattivi esempi, e dall'altro una sorta di «crisi di assenza» o «crisi epilettica», insomma un momentaneo black out delle capacità di discernimento. Infine serviva ciò che a prima vista parrebbe paradossale, in un contesto memorialistico, ovvero l'oblio, l'arte del dimenticare che desse valore, mimetizzandola nei vari contesti, all'arte della memoria.

Sistemati sulla scrivania i suddetti strumenti di lavoro, il nonno (putativo) dalla Rivoluzione francese impiegò gli anni da pensionato a rivalutarsi come scrittore, dopo aver pagato decenni di contributi volontari da filosofo. E adesso siamo noi a spiare chi spiò se stesso, spesso vedendosi riflesso negli specchi deformanti, per oltre mezzo secolo. Il titolo del saggio di Bartolo Anglani, L'altro Rousseau (Le Lettere, pagg. 622, euro 35), paga il pegno di un aggettivo inflazionato, ma in compenso il sottotitolo acchiappa assai: «La memoria, l'impostura, l'oblio». Perché questo fu il Rousseau autobiografo: un pendolo in moto perpetuo fra ricordo e dimenticanza mosso da menzogne, omissioni, non-c'ero-e-se-c'ero-dormivo, distrazioni di comodo e scene mute. Per cogliere come Rousseau sia agli antipodi rispetto a Proust, basta notare che mentre il secondo alimenta la sua narrazione con cose viste, odorate, mangiate (la celebre madeleine), il primo fa perno su azioni (il nastro rubato, il pettine rotto...), e che mentre Marcel procede, sebbene mai in linea retta, verso un'unica direzione, JJ è maestro del voltafaccia e/o della giravolta, introdotti da un semplice «tuttavia» (cependant).

Anglani, citazionista di vaglia che si tratti del soggetto in questione o dei suoi innumerevoli interpreti e studiosi (al netto degli idillici e degli psicologisti, che aborre), ci suggerisce tre immagini del Rousseau confessionale: lo sbalestrato in lotta contro i mulini a vento da lui stesso inventati, come il Don Chisciotte di Cervantes; il trasformista compulsivo, come il Leonard Zelig di Woody Allen; e soprattutto il geneticamente bugiardo, come Pinocchio. Ma il pezzo forte della sua analisi resta quel magico verbo, oublier. «L'oblio - scrive - è il filtro che rende visibile il passato decomponendolo in frammenti e impedisce all'occhio di essere abbagliato dall'eccesso di presenza». Un filtro che funziona come un caleidoscopio, nel senso che trasforma pezzettini di caso in una sontuosa e simmetrica architettura.

"Anche il populismo della politica di oggi è figlio del 1789". Ci sono teorie e idee che dalla Rivoluzione francese portano sino alla contemporaneità, e alla politica di oggi, attraverso percorsi carsici non sempre evidenti e, spesso, trascurati dalla manualistica storica. Matteo Sacchi l'11 luglio 2023 su Il Giornale. 

Ci sono teorie e idee che dalla Rivoluzione francese portano sino alla contemporaneità, e alla politica di oggi, attraverso percorsi carsici non sempre evidenti e, spesso, trascurati dalla manualistica storica. Eppure l'attuale populismo non potrebbe esistere se non fosse stato coltivato a partire da Rousseau e Robespierre. Ne parliamo con lo storico contemporaneista Marco Gervasoni (tra i suoi libri ricordiamo La Francia in nero. Storia dell'estrema destra dalla Rivoluzione a Marine Le Pen, Marsilio 2017).

Professor Gervasoni, quanto è rimasto di vivo della Rivoluzione francese nella politica di oggi?

«Chiaramente tutta la politica dell'800 e '900 è determinata dalla rivoluzione francese. Basti pensare che la divisione tra destra e sinistra che utilizziamo abitualmente ha origine in quel contesto. Se la democrazia liberale è nata negli Usa e in Gran Bretagna, il concetto di volontà popolare è figlio dell'illuminismo continentale che ha determinato molti esiti della politica europea dalla Rivoluzione in poi. Ma definire cosa sia la volontà popolare è molto complesso. Già Edmund Burke mise in luce che è un'astrazione che può, facilmente, portare alla dittatura».

Quindi la rivoluzione francese è strettamente collegata anche alle dittature del Novecento?

«Indubbiamente c'è un legame diretto con il comunismo che è stato anche rivendicato e molto ben analizzato, ma questo rapporto era molto evidente anche nel caso del fascismo e in qualche modo c'era anche col nazionalsocialismo».

Nel caso del fascismo?

«Mussolini lo spiegò bene anche nella voce della Treccani, a sua firma, sul fascismo: disse che non si trattava affatto di un movimento di matrice reazionaria. De Felice ed Emilio Gentile hanno evidenziato, con cura, tutti i rimandi presenti nel fascismo che arrivavano direttamente dalla rivoluzione francese. Basti pensare al cambio del calendario. I partiti che hanno incarnato un millenarismo, da religione laica, il cui fondamento era pretendere di essere il Bene assoluto hanno ereditato un'attitudine tipica della Rivoluzione francese, figlia di modalità legate soprattutto, ma non solo, al pensiero di Rousseau, o meglio alla versione dei pamphlet giacobini basati su Rousseau».

Questo richiamo alla volontà popolare come strumento politico è ancora presente oggi?

«Era meno usuale durante il lungo periodo della Guerra fredda, dove i partiti e le élite economiche avevano un maggior ruolo di mediazione politica. Ora dalla destra di Le Pen sino alla sinistra di Grillo è tornata di assoluta attualità. Ovviamente è un richiamo che si scontra, molto spesso, con la gestione reale della complessità di governo. Del resto è un concetto così poco definito che molti di quelli che l'hanno usato, a partire da Robespierre, ci hanno messo poco a sovrapporre la volontà dei propri sostenitori a quella del popolo».

La Rivoluzione nata nei café. I social del 1789. Storia di Vittorio Macioce il 3 luglio 2023 su Il Giornale

Le masse si muovono quando inseguono una voce, una rabbia condivisa che si nutre di parole e si diffonde a ritmo esponenziale. Le rivoluzioni, come la musica, hanno bisogno di un'acustica, di amplificazioni. Parigi queste cose le sa, le ha già vissute. Non basta l'inquietudine, la disperazione, il senso d'ingiustizia o quella sensazione di non avere un futuro. Servono le parole. La presa della Bastiglia, in quel 14 luglio del 1789, è stata prima sognata nelle caffetterie. È al Café Procope, battezzato così da Francesco Procopio di Acitrezza, che le idee dell'illuminismo escono di casa. Le idee di un uomo venivano giudicate in base al Caffè che frequentava. C'è sempre qualcuno che trova un pulpito e incarna le paure e il rancore per segnare la strada della rivolta. «Alle armi! Alle armi!» È quello che il poeta Camille Desmoulins urlava, dopo parecchi bicchieri di troppo, il 12 luglio in precario equilibrio su un tavolo del Café de Foy. Non ha mai ricordato bene le parole del suo discorso, ma oltre a qualche passo del suo pamphlet La France libre suggerì di usare una coccarda verde come segno di riconoscimento. Alla fine tutti lo abbracciarono e lui pianse commosso. Due giorni dopo una folla disordinata saccheggiò il deposito di armi dell'Hôtel des Invalides (cannoni e moschetti, ma niente polvere da sparo) e si incamminò verso la Bastiglia. Il resto più o meno si sa. La carriera di rivoluzionario di Desmoulins finì male, fu ghigliottinato dal suo migliore amico e testimone di nozze, Maximilien de Robespierre. Tutto è rumore. Quando le masse entrano nella storia, e questo accade e riaccade nei secoli con sempre più fragore, non c'è più nulla di certo. I vecchi mondi sbandano e le istituzioni si sgretolano. È successo nella Roma repubblicana del primo secolo avanti Cristo, con le guerre civili e la dissacrazione del mos maiorum. E poi con le rivoluzioni mercantili che segnano il lento addio al Medioevo e ancora con la rivoluzione francese, con i café parigini che amplificano le voci degli intellettuali sradicati, fino a sollevare il popolo. Accade all'inizio del vecchio secolo, quando viene battezzata la modernità, in quell'Europa di moltitudini che non piaceva a Ortega y Gasset. L'ultimo arrivo è sotto i nostri occhi e le masse sono esponenziali, tanto da scardinare a colpi di like l'ordine di una civiltà che non crede più in se stessa. È quello che sta accadendo adesso in Francia. I social sono il luogo dove parole e sentimenti si ritrovano e rimbalzano e esondano. È la stessa logica dei café, con amplificatori da concerto heavy metal.

Un fondamento ideale allo stato sociale. Non c’è uguaglianza senza libertà e giustizia sociale: la ‘nascita’ nella rivoluzione francese e l’evoluzione socialista. La rubrica “Lessico riformista” di Alberto De Bernardi, professore e studioso di storia contemporanea. E’ presidente di REFAT, Rete internazionale per la studio del fascismo, autoritarismo, totalitarismo e transizioni verso la democrazia. Alberto De Bernardi su Il Riformista il 25 Giugno 2023

La parola uguaglianza irrompe nel lessico politico occidentale con le rivoluzioni americana e francese. Il primo articolo della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino approvata dall’Assemblea nazionale di Parigi nel 1789 stabiliva che «gli uomini nascono e restano liberi ed uguali nei diritti; quindi le distinzioni sociali non possono esser fondate che sull’utilità comune». Il principio di eguaglianza era in sostanza il riconoscimento che tutti i cittadini erano uguali davanti alla legge indipendentemente dalle differenze di censo e di condizione sociale e rappresentava ilo sostrato materiale della libertà, che senza eguaglianza non poteva sussistere.

Ma già negli anni immediatamente successivi alcuni esponenti del movimento democratico e in particolare Filippo Buonarroti e Gracco Babeuf, organizzano una congiura contro il governo conservatore che si era imposto con la rivoluzione del 9 Termidoro che aveva posto fine al Terrore, in nome di una concezione radicale dell’egualitarismo di stampo comunistico.

L’eguaglianza restava formale per i congiurati che se non si aboliva la proprietà privata che era il luogo genetico della diseguaglianza. «Si strappino i confini delle proprietà, – si leggeva nel Manifesto degli eguali – si riconducano tutti i beni in un unico patrimonio comune, e la patria – unica signora, madre dolcissima per tutti – somministri in misura eguale ai diletti e liberi suoi figli il vitto, l’educazione e il lavoro». In queste poche righe si formulavano alcuni principi che avrebbero nel secolo successivo caratterizzato tutti i movimenti comunistici da Marx a Lenin: la statalizzazione della proprietà era la condizione perché tutti potessero godere in egual misura dei beni comuni. Se si aggiunge che nel Manifesto veniva teorizzata la necessità di un periodo di dittatura della minoranza rivoluzionaria che aveva preso il potere, la straordinaria modernità del pensiero di Babeuf e Buonarroti emerge in tutta evidenza.

Come era prevedibile la congiura fini male con Babeuf ghigliottinato e molti altri congiurati esiliati, ma lanciò un concetto destinato a durare nel tempo fino a giorni nostri, foriero di non poche contraddizioni: le libertà politiche non bastano a fondare l’eguaglianza se essa non è sostenuta dalla giustizia sociale, cioè da istituzioni e leggi che combattano le diseguaglianze che si creano nella società per le differenze di reddito e di ricchezza generati dai sistemi economico. L’estremizzazione di questo concetto ebbe vasta circolazione nei movimenti socialisti fino alla seconda guerra mondiale producendo una polarizzazione negativa tra libertà e eguaglianza, come se la prima fosse non solo un inutile orpello nella lotta dei lavoratori contro lo sfruttamento e l’ingiustizia, ma un insieme di vuoti formalismo e di falsi principi utilizzati da potere per opprimere i lavoratori. La libertà per Marx è una idea astratta, fondamento dell’alienazione, perché nasconde ai lavoratori la materialità della loro iniqua condizione sociale. L’eguaglianza generata dalla rivoluzione comunista che aboliva la proprietà privava e statalizzava i mezzi di produzione rifondava anche una nuova idea di libertà che negava i formalismi dello stato di diritto ma metteva al suo centro il lavoro e la partecipazione alla costruzione dello stato socialista.

Da qui derivava l’idea che fino all’avvento dei totalitarismi ebbe largo seguito, che la lotta per la libertà, per i diritti civili o per la democrazia non appartenesse agli interessi dei lavoratori che si dovevano concentrare solo sulla lotta per l’eguaglianza che avrebbero realizzato solo nel nuovo stato socialista. Lo scontro tra Bernstein, uno dei dirigenti di spicco della socialdemocrazia tedesca e Lenin agli inizi del ‘900 verteva proprio su questo: per Lenin la democrazia e la libertà erano manifestazioni della falsa coscienza che sviava il movimento operaio dalla realizzazione della rivoluzione, mentre per Bernstein esse invece erano parte integrante della lotta per la giustizia sociale, senza le quali esse sarebbe progressivamente scivolata in un universo autoritario. E fu quello che puntualmente avvenne nell’Urss bolscevica o nella Cina maoista: la realizzazione violenta di una società egualitaria e la creazione di uno stato autoritario pensato come strumento che avrebbe dovuto garantirla contro i suoi nemici esterni e interni, produsse l’esatto contrario: una società di sudditi di una burocrazia potente e oppressiva senza libertà e senza eguaglianza.

Il fallimento del comunismo impose di ripensare all’eguaglianza come parte integrante dello stato di diritto. E nel 1931 fu Carlo Rosselli nel suo opuscolo Socialismo liberale a rompere il muro di una rigida polarità tra libertà e eguaglianza quando scrisse: “Il socialismo inteso come ideale di libertà non per pochi ma per i più, non solo non è incompatibile con il liberalismo, ma ne è teoricamente la logica conclusione, praticamente e storicamente la continuazione. Il marxismo, e ancora una volta bisogna intendere per marxismo una visione rigorosamente deterministica della storia, ha condotto il movimento operaio a subire l’iniziativa dell’avversario, e una sconfitta senza precedenti… Il socialismo, colto nel suo aspetto essenziale, è l’attuazione progressiva della idea di libertà e di giustizia tra gli uomini: idea innata che giace, piú o meno sepolta dalle incrostazioni dei secoli, al fondo d’ogni essere umano; sforzo progressivo di assicurare a tutti gli umani una eguale possibilità di vivere la vita che solo è degna di questo nome, sottraendoli alla schiavitú della materia e dei materiali bisogni che oggi ancora domina il maggior numero; possibilità di svolgere liberamente la loro personalità, in una continua lotta di perfezionamento contro gli istinti primitivi e bestiali e contro le corruzioni di una civiltà troppo preda al demonio del successo e del denaro.

Nasce da questa sofferta riflessione nata nell’esilio antifascista e in un confronto serrato con il movimento comunista, la convinzione che il futuro dell’eguaglianza è dentro la libertà, ma anche che quello della libertà non può esistere senza l’eguaglianza. Essa ha tracciato un cammino ideale che non solo ha consentito di rifondare su basi nuove il riformismo, ma anche di dare un fondamento ideale allo stato sociale.

Alberto De Bernardi. Studioso di storia contemporanea, ha insegnato nelle Università di Bologna, Torino e Milano. E’ stato visiting professor presso la Brown University (Providence RI) e l’Ucla (Università della California) di Berkeley. E’ stato direttore scientifico e poi vicepresidente dell’ Istituto Nazionale Ferruccio Parri. E’ presidente di REFAT, Rete internazionale per la studio del fascismo, autoritarismo, totalitarismo e transizioni verso la democrazia, e della Fondazione PER – Progresso,Europa,Riforme. La sua ultima pubblicazione è Perché il fascismo ha vinto. 1914-1924. Storia di un decennio, Milano, Le Monnier, 2022.

 La mano (destra) invisibile. Chi pensa che Adam Smith fosse di sinistra si sbaglia di grosso. Rainer Zitelmann su L'Inkiesta il 16 Giugno 2023

Il grande filosofo morale ed economista scozzese, nato trecento anni fa, criticava commercianti, imprenditori e ricchi ma era mosso da una certa diffidenza nei confronti del governo interventista e credeva che il miglioramento della vita fosse frutto dello sviluppo economico. E non della redistribuzione

Adam Smith è visto nella maggior parte dei casi come il padre del capitalismo moderno. Le sue opere sono citate da Milton Friedman, Friedrich August von Hayek e tanti altri pensatori liberali e libertari. Friedman spiegò che se Adam Smith «non fosse nato nel secolo sbagliato, sarebbe stato indubbiamente un docente dell’università di Chicago». L’università di Chicago è oggi considerata il centro del pensiero liberista. Nonostante l’elogio di Friedman, ci sono diverse opinioni differenti sul filosofo morale scozzese. Emma Rothschild, inglese e storica dell’economia, affermò in un saggio molto citato, che Adam Smith è stato un precursore tanto di quel che viene definita “sinistra” quanto di quella parte politico-culturale che viene chiamata “destra”. In più, il filosofo americano Samuel Fleischacker scrisse nel saggio Adam Smith e la Sinistra che «tanti accademici sono dell’opinione che Smith aveva delle tendenze socialdemocratiche».

La critica libertaria di Adam Smith

La critica più feroce di Smith, espressa da un esponente del libertarismo, è stata quella avanzata dall’economista Murray N. Rothbard, che nella monumentale opera Economic Thought Before Adam Smith: An Austrian Perspective on the History of Economic Thought afferma che, contrariamente a come viene abitualmente raffigurato, Adam Smith non era affatto un sostenitore dell’economia di mercato. Inoltre, sempre Rothbard, a causa dell’erronea teoria del lavoro espressa da Smith, vede quest’ultimo come una sorta di apripista di Karl Marx e sostiene che i marxisti sarebbero giustificati a citarlo e ad acclamarlo come l’ispiratore di Marx. Smith sarebbe stato un sostenitore dell’imposizione di un tetto sul tasso di interessi da parte dello Stato, di alte tasse sul consumo di beni di lusso e di un forte intervento pubblico. Secondo Rothbard, infine, Smith non comprese la funzione economica dell’imprenditore e, da un punto di vista teorico, non è stato all’altezza di economisti come Richard Cantillon. 

La sfiducia dello Stato

Nonostante alcune di queste critiche siano giustificabili, è sbagliato pensare a Adam Smith come a una persona di sinistra, perché era mosso da una certa diffidenza nei confronti del governo interventista e da una marcata fiducia per la “mano invisibile” che dirige il mercato nella direzione giusta. A parere di Smith, l’economia viene sempre danneggiata, non dagli imprenditori o dai commercianti, ma dallo Stato: «Le grandi nazioni non sono mai impoverite per la prodigalità e la cattiva amministrazione privata, sebbene talvolta questo avvenga per la prodigalità e la cattiva amministrazione dello Stato», scrisse nella sua celebre opera La ricchezza delle nazioni. 

In più, aggiunse con un tono ottimista: «Lo sforzo regolare, costante e continuo di ogni individuo per migliorare la propria condizione, principio da cui deriva l’opulenza sia pubblica e nazionale che privata, è spesso abbastanza forte per mantenere il corso naturale delle cose verso il progresso, nonostante la prodigalità del governo e i più gravi errori dell’amministrazione. Analogamente all’ignoto principio della vita animale, esso spesso ristabilisce la salute e il vigore nell’organismo non solo nonostante la malattia, ma anche nonostante le assurde prescrizioni del medico». Questa metafora è estremamente eloquente: i soggetti economici privati rappresentano attività salutari e positive, mentre i politici ostacolano l’economia con le loro assurde normative. Ai nostri giorni, Adam Smith sarebbe molto scettico se potesse vedere il crescente intervento nell’economia da parte dei governi europei e statunitensi, per non parlare di quei politici persuasi di essere più furbi del mercato.

Sempre nella Ricchezza delle nazioni scrisse: «Cercando per quanto può di impiegare il suo capitale a sostegno dell’industria interna e di indirizzare questa industria in modo che il suo prodotto possa avere il massimo valore, ogni individuo contribuisce necessariamente quanto può a massimizzare il reddito annuale della società (…) Perseguendo il proprio interesse, egli spesso promuove quello della società in modo più efficace di quando intende realmente promuoverlo». 

Risentimento per i ricchi, rispetto per i lavoratori

Un motivo per cui Smith può essere ritenuto di sinistra, deriva dal fatto che criticava commercianti, imprenditori e ricchi, mentre difendeva e richiedeva condizioni migliori per i lavoratori. Nella Ricchezza delle nazioni ci sono tanti passaggi che confermano questa sua visione: «I nostri commercianti e i nostri manifattori si lamentano molto dei cattivi effetti degli alti salari nell’aumentare il prezzo, e quindi nel ridurre le loro vendite tanto all’interno che all’estero. Essi non dicono nulla relativamente ai cattivi effetti degli elevati profitti. Essi tacciono sui dannosi effetti dei loro guadagni. Si lamentano soltanto dei guadagni degli altri». Oppure questo: «La gente dello stesso mestiere raramente si incontra, anche solo per divertimento e diporto, senza che la conversazione finisca in una cospirazione contro il pubblico o in qualche escogitazione per aumentare i prezzi».

Chi difende Smith, argomenta che in questi passaggi non esprime risentimento nei confronti dei ricchi o degli imprenditori, piuttosto dimostra il suo sostegno per la libera concorrenza e l’opposizione al monopolio. Nonostante questa argomentazione sia valida, è comunque importante far notare che Smith mostra una certa avversione nei confronti sia dei ricchi, che dei politici. Quindi, neanche Adam Smith, come altri intellettuali e persone istruite, era esente dal risentimento contro i ricchi.

Empatia come punto centrale della filosofia morale di Smith

Un altro punto che Smith non aveva compreso, era la funzione economica dell’imprenditore, aspetto che è stato spiegato successivamente da brillanti pensatori come Joseph Schumpeter. Invece che vedere l’imprenditore come una figura che porta innovazione, Smith erroneamente lo classificava principalmente come un manager e dirigente d’azienda. 

La “simpatia” è centrale nella filosofia morale di Smith e, infatti, nella Teoria dei sentimenti morali sottolinea l’importanza di questo concetto. Oggigiorno, dovremmo utilizzare il termine “empatia”, per descrivere l’abilità di capire e apprezzare i sentimenti degli altri. Smith ha individuato l’importanza dell’empatia, senza mai connettere il concetto all’imprenditorialità. Steve Jobs e altri imprenditori, invece, hanno compreso i bisogni e i sentimenti dei clienti, prima e meglio di loro, confermando che è l’empatia, e non l’avidità, la base per avere successo come imprenditore e il cardine del capitalismo. 

Le caratteristiche che posizionano Smith sulla sinistra dello spettro politico sono: la mancata comprensione del ruolo dell’imprenditore e il suo risentimento nei confronti dei ricchi. Inoltre, si è posto dalla parte dei lavoratori e aveva a cuore le loro condizioni. Ma, secondo Smith, il miglioramento della vita della gente comune non poteva essere raggiunto tramite la redistribuzione delle ricchezze o un eccessivo intervento dello Stato, bensì mediante i frutti dello sviluppo economico, che necessita di libertà economiche. Dunque, con la libertà economica si espande il mercato e di conseguenza aumenta il tenore di vita delle persone. Trecento anni dopo la sua nascita e circa duecentocinquant’anni dopo la pubblicazione della Ricchezza delle nazioni possiamo affermare che Adam Smith aveva ragione. 

Nazismo, Fascismo e Comunismo: la differenza spiegata in parole semplici. Scritto da FISAC CGIL il 23 agosto 2023.

Lo storico Alessandro Barbero spiega, in modo semplice e convincente, le differenze tra Nazismo, Fascismo e Comunismo.

Puoi scegliere in che modo seguire la sua spiegazione: leggendo il testo o guardando il video linkato alla fine dell’articolo.

Il Nazismo è una cosa che è stata inventata in Germania negli anni ‘20 e vent’anni dopo è finita: nel 1945 i capi nazisti sono morti tutti. Chiunque era stato nazista si è affrettato a buttare via il distintivo e a giurare che lui, per carità: “Sì, mi ero iscritto al partito per obbligo, però mai stato nazista in vita mia!” E il Nazismo lì è finito.

Poi voi direte “Ci sono ancora gli Skinheads in Germania Est che si ispirano a queste cose” (non ci stanno simpatici, magari): ma non è qualcosa di profondamente radicato e significativo. Il Nazismo, di per sé, è il Regime nazista: una roba che è stata messa su in Germania, che aveva lo scopo di rendere potente la Germania e sterminare gli Ebrei, scopo dichiarato fin dall’inizio. È stato quello. Tanto che, se voi trovate oggi uno che dice: “Io sono nazista”, è inutile chiedergli: “Ma Hitler ti sta simpatico?” Perché se uno è nazista, Hitler gli sta simpatico.

Il Nazismo aveva come simbolo la croce uncinata, la svastica; e la svastica vuol dire quello. Se uno oggi si volesse mettere una svastica all’occhiello, vuol dire: “Io sono per la dittatura, il militarismo, lo sterminio degli Ebrei, la grande Germania e così via”. Vuol dire quello.

E il Fascismo?

Il Fascismo è nato nel ‘19 e nel ‘45 è morto. È durato poco più di vent’anni anche lui. È morto il Fascismo ma non sono spariti i fascisti. L’Italia era piena di fascisti ed è tutt’ora piena di fascisti, perché il regime ha governato il Paese per lungo tempo, con un consenso diffuso anche se non generalizzato, ha fatto delle cose che una parte del Paese voleva. Nella memoria delle famiglie italiane moltissime famiglie hanno memoria di nonni antifascisti, operai finiti in galera, partigiani. Moltissime altre famiglie, invece, hanno memoria di nonni fascisti che hanno raccontato ai loro figli che nell’Italia fascista si viveva benissimo, non c’era nessun problema e non si capisce perché oggi si deve…. è così, questo è un dato di fatto. Però Il Fascismo in quanto tale, come fenomeno storico, dura dal ‘19 al ‘45. Dopo c’è il Neofascismo che è un’altra cosa. E infatti, se voi trovate qualcuno  (lo trovate di sicuro, anche qui nel quartiere penso sia pieno di persone che dicono “Ah, io sono fascista in realtà”) è inutile chiedergli: “E Mussolini ti sta simpatico?” Perché se uno è fascista, essere fascista vuol dire identificarsi col regime di Mussolini. Quello è. E il fascio littorio è il simbolo di quel regime, di quei valori. Quali sono i valori? Beh, l’Italia dev’essere forte, potente, unita, non bisogna litigare,  non ci devono essere partiti (che litigano fra loro), non ci devono essere giornali che scrivono cose scandalose. Dev’essere un Paese unito, forte, gerarchico. Non bisogna eleggere i Sindaci: decide il Governo chi dev’essere il Sindaco di Roma. Bisogna marciare tutti quanti per le strade, tutti inquadrati, e così l’Italia sarà forte, potente e rispettata. È una roba che piaceva a un sacco di gente. E a me, se qualcuno mi dice: “ Questa roba mi piace” mi sta anche bene. Ha tutto il diritto di dirlo, naturalmente. Però il Fascismo è quello.

Ma il Comunismo?

Ammettiamo pure che sia finito anche lui, perché nel mondo di oggi non lo si vede come una forza organizzata e attiva e neanche come un ideale preciso condiviso, come una cultura diffusa. Ammettiamolo pure. Ammettiamo che sia finito il Comunismo, che i Cinesi non siano comunisti, è tutta un’altra cosa (e lì sarebbe lunga), ma ammettiamo che sia finito.

È nato all’inizio dell’800 il Comunismo. Nel 1848 esce un librino firmato da Marx e Engels che comincia con le parole “Uno spettro si aggira per l’Europa”. E cioè i padroni, i ricchi hanno i brividi perché si sono accorti che i loro operai non si accontentano più di lavorare ed essere sfruttati ma si stanno organizzando e vogliono qualcosa. Vogliono cambiare il mondo.

Comincia nella prima metà dell’800 e dura fino a ieri. Centocinquant’anni. Il Comunismo è esistito in tutti i Paesi, nel senso che in tutti i Paesi del mondo ci sono state persone che dicevano “Io sono comunista, voglio il Comunismo”; ci sono state organizzazioni e partiti comunisti. Nella grande maggioranza dei Paesi non sono mai andati al potere, sono sempre stati perseguitati. Essere comunista voleva dire rischiare la galera o molto peggio. Perché ci sono tanti Paesi dove essere comunista a un certo punto voleva dire: ti sbattono al muro se ti trovano.

Dopodiché i partiti comunisti sono andati al potere in molti Paesi, per primo in Russia nel 1917 e poi, dopo la seconda guerra mondiale, nel ‘45 in tanti altri Paesi. E non c’è nessun dubbio che al governo siano stati disastrosi. Non c’è nessun dubbio sul fatto che i Comunisti, dovunque sono andati al governo, hanno messo in piedi dei regimi fallimentari.

In Unione Sovietica è stato messo in piedi un regime omicida e assassino che ha dato tante cose – molta più eguaglianza che sotto il capitalismo – ma anche molta retorica vuota, molta propaganda insopportabile e molta violenza omicida. Stalin incarna un comunismo al potere che nei suoi anni, in quei vent’anni in cui Stalin è stato al potere in Unione Sovietica, ha fatto più morti di quelli che ha fatto Hitler. Certo!

Dopodiché, il Comunismo è quello?

Vallo un po’ a dire a uno che lottava per organizzare gli operai e farli scioperare nell’Italia appena unita di Vittorio Emanuele II che il Comunismo sono i campi di concentramento. Vallo un po’ a dire a quelli che si son fatti ammazzare in tanti Paesi lottando contro il colonialismo per esempio, e pensando che il Comunismo era una cosa meravigliosa.

Erano degli illusi? Può darsi benissimo. Però essere comunista, per la stragrande maggioranza della gente che per 150 anni è stata comunista, ha voluto dire: “Noi sogniamo un mondo migliore”. E cioè non un mondo dove marciamo tutti inquadrati e invadiamo l’Etiopia o la Polonia, beninteso: un’altra cosa. Un mondo dove sono tutti fratelli, tutti uguali.

Era un’utopia, erano degli illusi? È probabile. Quando hanno avuto la possibilità di applicarlo hanno fatto dei disastri! Verissimo. Dopodiché, la differenza mi pare evidente rispetto al Fascismo e al Nazismo. E se uno ignora questa differenza ignora la verità. Perché  la verità è che tu non puoi dire “Essere comunista è come essere nazista, la falce e martello è come la svastica”. Sono due cose diverse.

Il dibattito sul fascismo e la politica odierna. Sul fascismo antiliberista Canfora sbaglia, Mussolini non fu paladino delle fasce a basso reddito. Michele Prospero su Il Riformista il 13 Aprile 2023

Il Foglio ha segnalato la strana esortazione apparsa sul Corriere affinché Giorgia Meloni, “soggiogata intellettualmente da compagni di strada iperliberisti”, si mostri più coerentemente fascista nelle sue politiche fiscali. La firma autorevole, lo storico Luciano Canfora, ritiene che la destra di oggi, che nel suo afflato liberista dimostra che “la prosapia si è fatta trumpiana”, sia insensibile alle aperture sociali che hanno invece caratterizzato il fascismo nel secolo scorso. Stanno davvero così le cose per i “fratelli in camicia nera”? Che il programma elettorale dei Fasci di combattimento del 1919 contenesse la misura di una tassazione progressiva non costituiva invero una straordinaria novità nella cultura politica del tempo.

La stessa proposta venne formulata anche da Giolitti, il “bolscevico dell’Annunziata”. Nel discorso di Dronero dell’ottobre del 1919, in vista delle elezioni, lo statista liberale «chiedeva una riduzione delle spese militari, un’imposizione fiscale durissima e progressiva sui redditi, e un’imposta straordinaria sul patrimonio» (C. Seton-Watson, L’Italia dal liberalismo al fascismo, vol. II, Laterza, 1999). Quella tassazione progressiva che per Marx rappresentava una misura di riforma molto radicale (ben oltre “l’odore di zolfo giacobino”) divenne, dopo la grande guerra, una misura quasi obbligata. Giunto al potere, però, con le sue aperture liberiste Mussolini dimenticò del tutto le rivendicazioni diciannoviste. Nella concreta azione di governo, si comportò in modo opposto rispetto a un personaggio “filopopolare e antiplutocratico” (insomma un “rossobruno” di tutto rispetto), come invece Canfora lo raffigura. Già nei primi mesi del 1923, aveva mutato registro per sposare il verbo liberista e attrarre il risentimento della piccola impresa contro le tracce di socialismo di Stato contenute tra “le bardature di guerra”.

Il regime fascista, con le sue politiche economiche, sino a metà degli anni Trenta, favorì i grandi produttori e affittuari in virtù del tratto demoniaco della “progressività alla rovescia delle imposte (pari in media al 5 per cento sui redditi più alti contro il 10 per cento su quelli più bassi)” (V. Castronovo, Storia economica d’Italia, Einaudi). L’elevata regressività del sistema tributario liberale non fu certo alterata dal fascismo (che, anzi, pur confermando le imposte sui consumi, abolì la tassa di successione all’interno del nucleo familiare per favorire profi tti e rendite, e ridusse le aliquote nei casi residui). A comprendere perfettamente il significato delle politiche fiscali e di bilancio del ventennio fu Gramsci. Nei Quaderni egli scrisse che «l’indirizzo corporativo sta sempre più diventando, per gli interessi costituiti che sorgono sulla vecchia base, una macchina di conservazione dell’esistente così come è e non una molla di propulsione». Le entrate di bilancio e la tassazione, nelle politiche corporative, miravano al “mantenimento dell’equilibrio essenziale a tutti i costi” e, per scongiurare temibili reazioni di rigetto nella classe media, creavano “occupazioni di nuovo tipo, organizzativo e non produttivo”.

Per sciogliere i nodi di una “materia tecnica” dalle grandi implicazioni teoriche e politiche, l’articolo del Corriere si affida a una ricostruzione storica di più ampia gittata. In essa, però, confonde alcuni concetti di base per cui paradossalmente – ha ragione Il Foglio a rimarcarlo – il proposito di demolire “la demagogia della nostra destra trumpiana” si rovescia nell’esaltazione nientemeno che di varianti storiche del principio “iperliberista” della flat tax, che una volta deliberata azzera tutti gli obiettivi redistributivi delle politiche fiscali. Secondo Canfora, l’attuale valore costituzionale della tassazione “informata” a “criteri di progressività” (un cardine di una Repubblica a forti tinte social-lavoristiche che si spinge oltre il modello di Weimar) «riprende quasi di peso l’articolo 25 dello Statuto Albertino» (una carta, però, dal chiaro fondamento proprietario-agrario), che riconduce il tributo dovuto dai “regnicoli” alla “proporzione dei loro averi”. A sua volta, il documento albertino, nel suo ancoraggio alla proporzionalità, è identico – si legge sempre sul Corriere – alla Costituzione del 1830 di Luigi Filippo.

Entrambe, nella sostanza, hanno “ricopiato di peso” il contenuto fiscale dalla Carta francese del 1814, quella della monarchia restaurata, che si aggrappa alla “proporzione” tra ricchezze e tassazione. Qualcosa, però, non torna: basti leggere il lucidissimo intervento alla Costituente del deputato democristiano Salvatore Scoca, che, tra le perplessità di Corbino, formulò il “sistema” della progressività dell’attuale articolo 53 della Costituzione in esplicita opposizione ai criteri proporzionali zoppicanti dello Statuto Albertino. Il filologo classico si concede una traduzione a senso, molto libera (diciamo pure “liberista”), dei documenti costituzionali sfornati tra Ottocento e Novecento. Non è solo il regime fiscale ad esserne lambito, anche l’istituto dell’espropriazione viene da lui sganciato dalla proclamazione della “funzione sociale” della proprietà privata, scolpita proprio nell’art. 42 della Costituzione italiana del 1948, e annacquato con genealogie dubbie che riconducono sempre alla Carta francese dell’età della Restaurazione, che presenterebbe così gli stessi principi-valori della legge fondamentale firmata da Terracini.

Tassazione proporzionale (orientata ad effetti di efficienza) e tassazione progressiva (finalizzata a scopi di redistribuzione) non sono l’identica cosa, come invece suggerisce il pezzo del Corriere. Una delle prime sistemazioni giuridiche del canone fiscale della proporzionalità si ebbe sotto l’impulso della dottrina cameralistica che, in opposizione all’Antico Regime, suggeriva nei domini asburgici l’adozione di grandi riforme dell’amministrazione e delle materie finanziarie. Anche in Lombardia, nel corso del ‘700, venne introdotta un’imposta fondiaria con “un tributo proporzionale alla ricchezza immobiliare”. La portata della riforma che, attraverso il riferimento al censo, istituiva la figura del proprietario-contribuente, in sostituzione della vecchia suddivisione della società in corpi distinti basata sui privilegi di status, fu notevole. «Con la proporzionalità si affermava il principio dell’equiparazione giuridica, rispetto allo Stato e alle funzioni pubbliche, tra il patriziato e la borghesia. Se ognuno era tenuto a contribuire in proporzione delle proprie rendite, cadeva il presupposto di uno status particolare per la nobiltà» (A. Padoa-Schioppa, Storia del diritto in Europa, Il Mulino, p. 415).

In virtù del suo significato storico, di sicuro innovativo rispetto all’antica società stratificata e corporativa, la tassazione proporzionale “instaura un principio di eguaglianza tributaria che si contrappone al privilegio” (F. Valsecchi, L’Italia nel Settecento, Mondadori, p. 511). L’imposta dovuta proporzionalmente, che assume tutti i contribuenti come soggetti astrattamente uguali, è però altra cosa rispetto ai principi della tassazione progressiva. Proprio la Costituzione francese del 1848, che Canfora rammenta, mentre richiama alla necessità di un versamento “en proportion de ses facultés”, esclude ogni possibilità di una contribuzione progressiva, che in vista del tributo recupera la differenza sociale tra gli attori. Le ragioni dell’avversione al gettito fiscale progressivo le ha ben colte Marx: «dalla tassazione progressiva, in cui la percentuale aumenti con l’aumentare del reddito, si cade direttamente in una sorta di socialismo molto incisivo», egli notava (Opere complete, vol. XII).

Il principio raccolto nella Costituzione italiana, e rimasto purtroppo una raccomandazione etico-politica che non sempre si è tradotta in efficaci disposizioni di legge, salda il richiamo all’eguaglianza sostanziale con l’obiettivo di una funzione redistributiva del tributo. Fatte salve le difficoltà di tracciare una qualificazione giuridica della ricchezza e di precisare una quantificazione delle imposte in un’economia a forte tasso di evasione, la tassazione progressiva disegna un’asticella mobile che, grazie alle differenti aliquote, si ispira a canoni solidaristici e mira a obiettivi autenticamente egualitari. L’opposto dell’imposizione proporzionale richiamata confusamente nell’articolo del Corriere. Nella sua filosofia, quest’ultima è molto vicina alla flat tax di Salvini in quanto contempla una quota fissa e si presenta senza legami con i doveri di solidarietà e con le finalità livellatrici proprie delle politiche fiscali. In un’imposta proporzionale, l’aliquota – come accade nell’Ires, che ne prevede una fissa al 24% – non sale perché non tiene mai conto della dimensione quantitativa delle ricchezze. La differenza è netta.

«Nella tassazione progressiva a mano a mano che aumenta l’imponibile aumenta anche la pressione in termini percentuali. La progressività può essere affidata alla scala delle aliquote, quando all’aumentare dell’imponibile l’aliquota cresca più che proporzionalmente» (M. Beghin, Diritto tributario, Giappichelli, p. 70). Il meccanismo proporzionale di contribuzione, invece, postula una percentuale uniforme, che non si eleva con l’incremento del reddito, e non intende incidere in alcun modo sulle ineguaglianze di mercato. Per questo, esso risulta essere il più simile ai marchingegni della flat tax. Le difficoltà amministrative dell’accertamento dei redditi rendono per taluni versi sterile la tassazione progressiva. La fuga del capitale dalla sovranità fiscale nazionale, d’altra parte, aumenta l’accanimento su alcuni tipi di reddito da lavoro e costringe a puntare sulle più inique imposte indirette. Tuttavia, sul piano teorico, “l’imposta progressiva rappresenta certamente l’imposta ideale dal punto di vista della funzione redistributiva del tributo” (ivi). Lo spiegano bene gli studiosi di scienza delle finanze: con il ricorso al meccanismo proporzionale o «utilizzando delle imposte a somma fissa uniformi, il grado di ineguaglianza generato naturalmente dal mercato rimane invariato. Con l’utilizzazione di imposte progressive l’ineguaglianza diminuisce e tende asintoticamente a 0» (R. Artoni, Lezioni di scienza delle finanze, Il Mulino, p. 261).

Gli epigoni di Reagan, oggi al governo, intendono ridurre le aliquote e, con la tassa piatta, promettono al tempo stesso meno gravami per i cittadini e maggiori entrate per lo Stato. Il presidente americano intervenne sul fisco tagliando di 23 punti il prelievo per ogni scaglione. Il risultato empirico della caduta dell’aliquota massima sulle persone dal 70% al 50% fu una miniera d’oro per i redditi più elevati, ma poco più di un nulla di fatto per le altre fasce sociali. Se, come lamenta Canfora, “la guerra delle tasse l’hanno vinta i privilegiati”, questo scacco avviene anche perché, nella battaglia delle idee, si confondono concetti fondamentali e soprattutto si insegue un fantomatico Mussolini antiliberista da proporre a Meloni come ideologo bizzarro di un immaginario rossobrunismo fiscale. Michele Prospero

Gli aiuti che non aiutano. Redazione L'Identità e Michele Gelardi su L’Identità il 14 Dicembre 2022.

I fautori dell’interventismo dello Stato in ogni campo della vita associata e perfino in quella privata ne sottovalutano le implicazioni perniciose, tra le quali il rallentamento dello sviluppo economico e l’incremento dell’invidia sociale. L’intervento della res publica è vincolato al rispetto della par condicio civium. Quando la pubblica amministrazione si limita a fare ciò che i soggetti privati non possono fare da sé, il canone egualitaristico non turba le relazioni sociali; quando invece lo Stato intende “aiutare” i privati a svolgere i loro compiti, si insinua nel tessuto sociale un veleno latente, perché il criterio della conformità cartolare diventa la chiave d’accesso all’”aiuto” di Stato. Ciò altera le condizioni della competizione economica e sociale, negata in radice dagli utopisti, ma ragionevolmente riconosciuta inevitabile dal buon senso comune, posto che ogni uomo, per sua natura, ambisce a conseguire un determinato successo in seno al consorzio sociale. Con l’invasione dello Stato-certificatore-autorizzatore la competizione si volge al basso, anziché all’alto. La libera concorrenza di mercato premia l’offerta che si adegua alla domanda, cosicché il consumatore è il vero dominus alla cui volontà deve obbedire il produttore. Il successo di quest’ultimo è legato alla sua capacità di offrire un prodotto migliore, rispetto a quello dei suoi competitors. Insomma, il dominio del consumatore indirizza gli sforzi produttivi verso il meglio. Viceversa, quando l’accesso e la permanenza nel mercato sono condizionati da un atto amministrativo, l’obiettivo d’impresa diventa la conquista dell’atto, prim’ancora che il miglioramento del prodotto. Questa dinamica di mercato, falsata e drogata dall’intervento burocratico, è stata ben descritta da Caprotti nel suo famoso libro “Falce e carrello”. L’offerta di “Esselunga”, molto apprezzata dai consumatori, è stata penalizzata dall’autorità politica a vantaggio della catena delle “cooperative rosse”. Supponiamo pure, ma Caprotti lo nega, che quelle cooperative offrissero un prodotto equivalente; sempre e comunque l’intervento pubblico di favore avrebbe comportato un danno per l’intera società, in ragione delle risorse umane sottratte alla ricerca del miglioramento del prodotto. È di tutta evidenza, infatti, che l’ingegno e le energie umane, applicate alla conquista dell’atto amministrativo, non possono al contempo essere impiegate per il miglioramento del prodotto, cosicché il mercato “protetto” dall’amministrazione pubblica rallenta lo sviluppo economico, indirizzando la competizione verso il “certificato”, piuttosto che verso il consumatore. C’è dunque motivo di stupirsi, se l’Italia soffocata dalla burocrazia di Stato perde competitività, a tutto vantaggio di economie meno “protette”? Al contempo la corsa al certificato avvelena i rapporti umani, facendo prevalere l’invidia distruttiva sulla spinta emulativa. Come la libera concorrenza è funzionale al miglioramento del prodotto, così la sana competizione sociale è funzionale al miglioramento delle professionalità della persona. Al contrario, la “droga” del certificato si rivela disfunzionale. La pubblica amministrazione può discriminare i competitors, solo in base ai requisiti “oggettivi” documentati dal certificato, sicché nei campi del suo intervento, la competizione non può che indirizzarsi verso la conquista dell’agognato certificato. Ognuno dei competitors desidera esserne il possessore monopolistico; vuole primeggiare, non già innalzando la propria professionalità, bensì impedendo agli altri di avere il medesimo certificato. Per questa via, l’invasività dello Stato nei campi un tempo regolati dallo jus privatorum, porta con sé inevitabilmente il veleno dell’invidia distruttiva, che volge al basso la competizione sociale.

I professionisti dell’antiliberismo. Lo statalismo autoritario degli ayatollah e la nostra ossessione per una parola che non c’è. Maurizio Stefanini su Linkiesta il 15 Dicembre 2022

L’ottanta per cento dell’economia dell’Iran è pianificata a livello centrale e passa dalle mani del potere dei mullah e dei pasdaran. Pensare che possa esistere un neoliberismo teocratico non ha senso, anche perché in italiano non si dice così

A volte ritornano, è il titolo di un famoso romanzo di Stephen King che è diventato un tormentone, e che parla di fantasmi. È appunto una sorta di fantasma quel «neo-liberismo» che in Italia torna non «a volte» ma abbastanza spesso. Adesso, ad esempio, in un saggio sulla rivista Il Mulino dove si analizzano le proteste in Iran in chiave di rivolta contro «anni di politiche di stampo neoliberista e repressione». Ma l’Iran può essere definito un Paese «neo-liberista»?

In Iran circa il sessanta per cento dell’economia iraniana è pianificata a livello centrale. Secondo la Banca Mondiale, il 17,5 per cento del Pil è costituito dal petrolio, che fornisce il sessanta per cento delle entrate statali, e che è monopolio della National Iranian Oil Company, appartenente al cento per cento allo Stato.

È vero che, dopo l’ondata di nazionalizzazioni seguite alla rivoluzione, le privatizzazioni del 2005-10 hanno ridotto il peso dello Stato sul Pil dall’ottanta al quaranta per cento. In questo senso si potrebbe paradossalmente dire che lo Stato iraniano ha subito un ridimensionamento «neoliberale», ma nello stesso senso in cui sui potrebbe dire che una persona costretta a dimagrire da trecento a centocinquanta chili per chi lo conosceva prima è diventato «secco da far paura».

Attenzione, però, che una caratteristica peculiare dell’economia iraniana è la presenza di grandi fondazioni religiose, i cui bilanci complessivi rappresentano più del trenta per cento della spesa del governo centrale.

Si stima inoltre che il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche controlli circa un terzo dell’economia iraniana attraverso filiali e trust. Si parla di legami con oltre cento aziende e di un fatturato annuo superiore ai dodici miliardi di dollari, in particolare nel settore delle costruzioni. Il ministero del Petrolio assegna alle Guardie miliardi di dollari in contratti senza appalto e in grandi progetti infrastrutturali.

Incaricato del controllo delle frontiere, il Corpo mantiene una sorta di monopolio del contrabbando, che costa alle aziende iraniane miliardi di dollari ogni anno, e che è incoraggiato dal sistema di sussidi generalizzato, con vasti controlli sui prezzi di cibo ed energia. Ma i Pasdaran gestiscono anche la società di telecomunicazioni e le cliniche per la chirurgia oculare con il laser; fabbricano automobili; costruiscono ponti e strade; sviluppano giacimenti di petrolio e gas.

Si potrebbe dunque dire che l’economia in Iran è ancora per oltre l’ottanta per cento sotto il controllo dello Stato. L’intreccio tra religiosi, milizia religiosa, istituzioni e economia rappresenta un sistema di monopoli armati che non c’entra niente con il neo-liberismo. E se le fondazioni religiose sono una caratteristica dell’Iran, il passaggio dell’economia dallo Stato a potentati militari è comune a vari Paesi che non a caso con l’Iran hanno stretti legami: dal Venezuela a Cuba passando per la Russia di Putin o per la Cina di Xi.

Anche a Cuba è in corso un ridimensionamento del ruolo dello Stato accompagnato da precarizzazione e passaggio di settori produttivi ai militari. E anche lì da un paio di anni si susseguono proteste sempre più dure. Pure a Cuba come in Iran è in corso una rivolta contro il neo-liberismo? Dipende ovviamente dalla definizione che si dà di neo-liberismo. Il direttore della rivista il Mulino Mario Ricciardi spiega che «nella letteratura recente neoliberalismo è il nome che è stato dato a una tendenza globale del capitalismo (non del mercato) che subordina – riducendole in modo sostanziale – le esigenze della giustizia sociale e della tutela dell’ambiente a quelle della crescita».

Un duro critico del neo-liberalismo è anche Vittorio Emanuele Parsi, che nel suo recente saggio Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale ha contrapposto il liberalismo doc a neo-liberalismo, proponendo un ritorno a Roosevelt e Churchill. Il passaggio dal primo al secondo, avvenuto con la fine della Guerra Fredda, avrebbe fatto aumentare diseguaglianze, incertezze e povertà, fornendo la base per la crescita di populismo e sovranismo: risposte sbagliate che hanno aggravato il problema, come dimostra il fenomeno Trump.

Il libro però ricorda che si è aperto anche lo spazio per un ritorno massiccio dell’autoritarismo, la cui forma più compiuta è in quello che Parsi definisce il «capitalismo di concessione cinese». Quindi, si può certamente pensare peste e corna del neo-liberalismo, ma non per questo fare di tutta l’erba un fascio.

Assieme a fenomeni che come appunto quelli di Cina, Russia, Iran, Venezuela o Cuba non si basano sulla «idolatria del mercato», ma su un incesto mafioso tra governanti autoritari, privati collusi e prestanome di militari e servizi segreti, dove al taglio di sussidi o garanzie non corrisponde affatto un aumento di libertà sindacali, associative o di informazione, che però in un sistema «neoliberale» dovrebbero essere garantiti.

A proposito di liberalizzazione, potremmo ricordare che ad esempio in Cina tra 1995 e 2001 le imprese a controllo statale scesero da 1,2 milioni a 468mila, e i dipendenti statali dal cinquantanove al trentadue per cento. Ma banche, energia, telecomunicazioni, trasporti restano saldamente statali. Ci sono poi le joint-ventures tra entità statali e privati: in genere, ma non sempre, stranieri. Frequenti nell’industria automobilistica, in logistica e in agricoltura. Ci sono i privati puri; che però dipendono pesantemente dallo Stato per il credito, e c’è il dubbio che i più importanti di loro siano prestanome delle Forze Armate. Ci sono le imprese collegate ai governi locali, specie nelle infrastrutture. E c’è il laogai: universo concentrazionario con almeno 250mila detenuti, da cui verrebbe ad esempio almeno un quarto del tè.

Sicuramente, la precarizzazione è diffusa, e anche parlare di controllo dello Stato non sarebbe del tutto corretto, se si dà al termine un senso occidentale. C’è piuttosto una consorteria che occupa allo stesso modo istituzioni e economia, confondendo i ruoli in modi inestricabili.

In effetti, definire «neoliberali» le varianti del capitalismo di concessione sarebbe più o meno come dare del «comunista» a ogni forma di dirigismo. Cioè, dire che il regime degli ayatollah è «neo-liberale» per il fatto che il novanta per cento dei rapporti di lavoro è temporaneo non è troppo diverso che definire «comunisti» Mussolini e la Democrazia cristiana per il fatto che tra la crisi del 1929 e le privatizzazioni degli anni Novanta attraverso l’Iri l’ottanta per cento del settore bancario italiano era in mano allo Stato.

Questo, sul «neo-liberalismo». Ricciardi e Parsi usano la parola, che è la traduzione letterale del termine inglese. Il saggio, però parla di «neo-liberismo». Appunto, siccome «a volte ritornano», possiamo anche noi tornare a quanto già scritto nel febbraio del 2020, quando il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador twittò «Colpa del neo-liberalismo» per spiegare l’omicidio di Fátima Aldrighett: una bambina di sette anni il cui cadavere era stato ritrovato in un quartiere popolare a sud-est di Città del Messico dentro a un sacchetto di plastica, e con atroci segni di torture. «No, signore, a Fatima non le hanno rubato un portafogli pieno di soldi per mangiare. Non è colpa del modello neoliberale. Non è colpa della povertà. È colpa della disumanizzazione e i suoi commenti non aiutano», gli risposero sui social.

Era una polemica in contemporanea a simili «allarmi» italiani, ed avevamo allora ricordato che, in realtà, in italiano il neo-liberismo non dovrebbe esistere. La distinzione cui Parsi fa riferimento è infatti quella tra il liberalismo come dottrina politica generale ispiratrice di partiti, e il liberismo come pratica di governo basata sul minor intervento possibile dello Stato nella gestione dell’economia. Che è poi un concetto astratto, da tradurre volta per volta in termini concreti. Ad esempio: la Brexit è stata liberista nel senso che ha tolto di mezzo le normative europee, o anti-liberista nel senso che ha frapposto al libero commercio nuove barriere doganali?

In concreto il liberismo è un aspetto del liberalismo: non il solo, visto che oltre alla libertà di azione economica ci sono anche la libertà di azione politica, la libertà di coscienza, più in generale la difesa dell’autonomia dell’individuo rispetto allo Stato.

Storicamente i partiti e i governi liberali storici hanno però spesso preso posizioni che comportavano invece un intervento dello Stato: dai liberali britannici che a inizio ‘900 sposarono quella battaglia di Henry George per la tassa unica sulla terra ancora ricordata nell’inno del partito; a Giolitti che promosse la nazionalizzazione di ferrovie e assicurazioni sulla vita.

Benedetto Croce fu un grande teorico del liberalismo italiano che dopo essere stato ministro di Giolitti ne difese l’operato nei suoi libri di Storia. Luigi Einaudi fu un altro grande teorico del liberalismo italiano che invece rispetto allo statalismo giolittiano era critico, pur se poi alla Costituente propose l’intervento dello Stato con un sistema di anti-trust, appunto per tutelare la concorrenza contro la formazione di monopoli.

Per Croce il liberalismo poteva essere separato dal liberismo: nel senso che il liberalismo era per lui un metodo di governo volto alla ricerca della libertà, e che volta per volta per difendere la libertà poteva anche essere necessario far intervenire lo Stato in economia. Einaudi ribatteva che senza pluralismo economico il pluralismo politico diventa impossibile. Considerazione sempre valida, anche se la condizione necessaria può non essere sufficiente, come dimostra la recente voga di governi autoritari e liberisti allo stesso tempo: dal Cile di Pinochet alla Cina. O, per lo meno, con l’immagine di liberisti.

Abbiamo ricordato come la Cina possa essere definita piuttosto un «capitalismo di concessione», ma anche Pinochet mantenne sempre il monopolio di Stato sul rame della Codelco, prima fonte di entrate per lo Stato in generale e per le Forze Armate in particolare. Proprio Pinochet, anzi, volle che una quota fissa dei proventi della Codelco andasse in spesa militare.

Se ricordiamo ancora che per Einaudi lo Stato poteva benissimo intervenire proprio per difendere il pluralismo economico, ci accorgiamo che in realtà le due posizioni non sono contrapposte in modo così radicale. Il famoso dibattito partì nel 1928 con una recensione di Einaudi ad alcuni scritti di Croce, e dunque acquisì un tono larvatamente polemico. Ma i due comunque si stimavano, erano in contatto epistolare intenso, e dopo il fascismo sarebbero stati entrambi tra i promotori del ricostituito Partito Liberale Italiano.

Ma la stessa distinzione logica che la lingua italiana ha espresso con la coppia di termini liberalismo-liberismo altre lingue la hanno espressa con altre coppie di termini. In inglese, ad esempio, il «liberal» è un liberale in senso crociano. Se si vuole specificare «liberista» si deve aggiungere: «classical liberal», o «free market liberal». In spagnolo, e specie in America Latina, i partiti liberali storici erano caratterizzati dall’anticlericalismo, dalla lotta per la democrazia e anche da richieste di ridistribuzione, più che dal liberismo.

Chi ha letto Cent’anni di solitudine ricorderà che i tre punti per cui combattevano i liberali di Aureliano Buendía nella guerra civile colombiana erano riforma agraria, separazione tra Stato e Chiesa, pari diritti tra figli legittimi e naturali. Per questo il «nuovo» liberalismo di provenienza europea e nord-americana che sull’onda della Scuola di Chicago e della Scuola Austriaca insisteva sulla lotta allo statalismo fu definito «neo-liberalismo». Che è un calco da un inglese «neo-liberalism» che si afferma in particolare dagli anni Cinquanta. Ma dopo l’esperienza di Pinochet il termine fu molto usato in senso critico e polemico in America Latina, e da lì attraverso circuiti terzomondisti rimbalzò nella sinistra mondiale.

Non sappiamo in realtà se perché il liberismo di Einaudi era in realtà più aperto all’intervento dello Stato che non il «neo-liberalism» o per fattori di moda, ormai anche in ambienti accademici italiani si è iniziato a usare «neo-liberalismo» con una sfumatura diversa da «liberismo». Si parla pure di un «ordo-liberalismo» di derivazione tedesca che accetta un intervento statale nell’economia non per correggere le ingiustizie del mercato ma per darvi regole, che è di fatto l’ideologia della Ue, e che forse è la variante più vicina alle posizioni che Einaudi difese alla Costituente.

Ma «neo-liberismo», modesta proposta, è forse un tipo di termine che sarebbe il caso di evitare. Non è traduzione letterale e crea confusione, nel momento in cui mette assieme e confonde i ragionamenti elevati del dibattito Croce-Einaudi con toni chiassosi da populismo latinoamericano.

La forza dei valori conservatori come argine al pensiero unico. "Tu sei il messaggio", ultimo saggio di Alessandro Nardone, spiega come i conservatori possano tracciare una rotta di resistenza alla pressione omologante del globalismo. Andrea Muratore il 23 Giugno 2023 su Il Giornale.

Iper-tecnologizzazione delle società, individualismo diffuso, pensiero unico, politicamente corretto: i quattro cardini del globalismo, secondo l'analisi di "Tu sei il messaggio", ultima fatica editoriale di Alessandro Nardone, sono altrettanti elementi che contribuiscono in un modo o nell'altro a annacquare i valori tradizionali delle società occidentali.

Nardone, consulente di marketing digitale e docente di branding e marketing digitale all’Istituto Europeo di Design e all’International Academy of Tourism and Hospitality, è anche uno studioso di politica internazionale e di pensiero politico. Nel suo saggio edito da You Can Print, parla di come i conservatori e gli esponenti della cultura politica identitaria possano - e debbano - affrontare le sfide della cultura progressista, che tende verso il globalismo, senza battere in ritirata. Anzi, piuttosto che ritirarsi nella torre d'avorio del vittimismo e dell'autoreferenzialità, lamentando la fine dei tempi dei valori passati e accusando il mondo progressista e la sinistra di averlo demolito senza compiere azioni in risposta.

Società moderne sottoposte al dominio degli algoritmi che indicizzano le preferenze, chiamate a un consumismo indifferenziato senza neanche la garanzia della tutela di valori certi, sottoposti alla reprimenda del pensiero unico dei valori progressisti e censurate nella loro possibilità di esprimersi rischiano, nota Nardone, di "intimorire le persone" che non si conformano, "facendole sentire sbagliate per i valori in cui credono e riducendole, infine, al silenzio". Una sorta di "Psicopolizia" alla Orwell, per Nardone, "ha dato vita a una caccia alle streghe costruita ad arte come diversivo per imporre surrettiziamente un modello di società sempre più ibrido e destrutturato nel quale i disvalore soppiantano i valori e la cultura della cancellazione ha la meglio su quella della conservazione". Ogni essere umano, individuo dentro una collettività, è portatore di un messaggio di unicità e di valori che non può essere annacquato tra imposizioni culturali e omologazione dettatata dagli algoritmi e dalla loro spinta uniformatrice su costumi e consumi.

Che fare, dunque? Nardone invita i conservatori a non negare i temi su cui il mondo politicamente corretto e globalista insiste, ma ad affrontarli con spirito critico. La Sinistra parla massicciamente di ambientalismo? I conservatori devono porre l'accento sulla conservazione della natura e su uno sviluppo sostenibile fondato su progresso economico e tecnologia. La Sinistra nega i valori? La Destra deve diventare "la casa di tutti coloro che intendono difendere le nostre radici", in Italia come all'estero. Nel mondo della Silicon Valley divampa il positivismo tecnologico? I veri conservatori dovrebbero mettere tecnologie come l'Ia al servizio dell'uomo. Non "dovremmo limitare le tecnologie", nota Nardone, "ma i pochi uomini che attualmente le governano con l'obiettivo di fagocitare l'Io e il Noi". I progressisti si focalizzano su temi come la sostenibilità in maniera superficiale, ponendo l'enfasi sull'uso delle tecnologie in forma omeopatica per cambiare un sistema problematico? I conservatori dovrebbero pensare a sovranità digitale, progetti ambiziosi e agende per il futuro.

Su questi assi, e si potrebbe continuare, Nardone legge le sfide politiche del futuro. Di cui a suo avviso in Italia può essere interprete il governo di Giorgia Meloni, la quale già nel 2002, giovanissima presidente di Azione Giovani, denunciava l'esistenza di un progetto volto a "imporre a tutti un medesimo modo d'esistenza, una medesima pseudo-civiltà impoverente e distruttiva" a cui bisogna opporre la cultura dei valori e dello sviluppo. Per Nardone il governo Meloni e la destra italiana possono muovere una rivoluzione culturale capace di creare un modello di sviluppo alternativo in Europa capace di fare scuola: l'obiettivo di "costruire il futuro sulla base dei valori del passato, credere nel significato dell'appartenenza nazionale e nel valore della comunità in alternativa a una visione della società basata sempre di più sul relativismo postmoderno" già denunciato da grandi protagonisti del presente come Papa Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI può essere realizzato. L'importante, si capisce dalle tesi di Nardone, è che i conservatori cessino di giocare di rimessa ma costruiscano un'agenda propositiva, che al sistema globalista e globalizzante contrapponga una spinta a essere protagonisti in questo mondo, senza conformarsi al mondo, cioé a un set valoriale omologante e che nega le differenze identitarie.

L’asse liberale. La grandezza di Cavour e l’eredità politica raccolta da De Gasperi. Giuliano Amato Linkiesta il 10 Novembre 2023

Nel libro “C’era una volta Cavour” (Il Mulino), Giuliano Amato introduce dieci grandi discorsi dello statista piemontese. E spiega che il leader della Dc ha dimostrato grande abilità nel consolidare l’Italia come una nazione occidentale, ancorandola solidamente all’Europa

Secondo l’opinione più condivisa fra i nostri storici, nei centosessant’anni successivi a Cavour due soli uomini, Giovanni Giolitti e Alcide De Gasperi sarebbero paragonabili a lui. Personalmente, sono ancora più restrittivo. Non nego a Giolitti di aver attinto anche lui alla grande politica. Si trovò a governare quando era iniziata da poco l’industrializzazione italiana e aveva cominciato a prender piede quella borghesia imprenditoriale sulla cui crescita Cavour aveva scommesso per la modernizzazione del paese.

In un’Italia nella quale da una parte erano ancora assai forti le visioni conservatrici oltre che gli interessi retrivi di larga parte della proprietà terriera, dall’altra cresceva il movimento socialista, con i suoi riformisti moderati, ma anche con i suoi massimalisti. Giolitti fu bravo a navigare al centro; arrivando a riconoscere, di fatto, il diritto di sciopero e a varare riforme istituzionali e sociali, coerenti con il respiro pluriclasse della società industriale.

Nessuno più perseguì gli scioperi non violenti, l’orario di lavoro delle donne e dei fanciulli venne limitato a dodici ore (erano davvero altri tempi!), vennero nazionalizzate le ferrovie, mentre fiorivano sul piano locale le municipalizzate per i servizi pubblici, fu introdotta l’indennità parlamentare, consentendo così anche ai non abbienti di essere eletti. Non solo. Anche sul piano internazionale Giolitti mise l’Italia sulla strada giusta, riconducendola alle alleanze più coerenti con i suoi interessi e creando così le premesse che permisero poi l’ingresso nella Prima guerra mondiale (ingresso peraltro a cui lui era contrario) sul versante che ne sarebbe uscito vincente

Tutto questo è vero, ma purtroppo è anche vero che la sua guida del Partito liberale non riuscì a impedire lo sfaldamento dello stesso partito davanti al conflitto fra massimalisti di sinistra e conservatori di destra, che avrebbe portato all’incoronazione del fascismo. Le circostanze erano certo diverse da quelle nelle quali si era trovato Cavour e forse erano meno governabili. Certo è che non fu la sua visione a imporsi, ma prevalsero due visioni opposte e inconciliabili, che condannarono il paese a una profonda frattura. Né Giolitti sembrò capire, davanti alle prime mosse del movimento fascista, come questo avrebbe proceduto.

Ripenso a una sua frase famosa, quella dei vestiti che lui cuciva con la gobba, perché li faceva per un paese gobbo. In quella cruciale vicenda – come già notavo nel mio vecchio scritto su Cavour – il vestito restò nelle mani del sarto. E il paese si trovò a vivere il ventennio fascista. Non me la sento, in conclusione, di mettere Giolitti al fianco di Cavour.

Alcide De Gasperi si trovò a governare un’Italia ancora segnata dalla frattura di oltre vent’anni prima, ulteriormente alimentata dalla guerra e da quel forte sapore di guerra civile in cui la stessa Resistenza, sul piano interno, aveva finito per tradursi. Guidando un partito cattolico, era di sicuro connotato diversamente da Cavour, ma aveva con lui diverse analogie. Intanto, era similmente orientato da principi liberali e inoltre il contesto che aveva intorno ricordava per più versi i campi minati di Cavour.

Doveva muoversi avendo a destra una parte cospicua di borghesia italiana più reazionaria che conservatrice e fortemente nostalgica del fascismo; a sinistra, al di là di piccole rappresentanze di centro democratico e di sinistra moderata, un forte schieramento di socialisti e comunisti, nel quale prevaleva, per il futuro, la promessa di una vera e propria alternativa di regime. Analogia c’era anche per il contesto internazionale, nel quale anzi la situazione di De Gasperi era forse peggiore: il primo ministro dell’Italia sconfitta – come lui stesso notò parlando alla Conferenza di pace di Parigi – su null’altro sentiva di poter contare, se non sulla «personale cortesia» di chi lo ascoltava.

Ebbene, muovendosi in acque tanto difficili, De Gasperì riuscì ad aprire l’Italia alla vita democratica, ad ancorarla saldamente all’Occidente e addirittura a renderla protagonista dell’integrazione europea. Sul piano interno riassorbì una quota consistente della borghesia nostalgica entro le capaci volute del moderatismo democristiano, ma allo stesso tempo mantenne e anzi valorizzò la collaborazione con i partiti minori del centro.

Era la Democrazia cristiana, «partito di centro che guarda a sinistra» (così una celebre autodefinizione) e che, per questo stesso, ricordava almeno in parte il Connubio. Sul piano internazionale, da un lato seppe conquistare la fiducia degli Stati Uniti (anche se è vero che essi non avevano opzioni diverse per l’Italia), dall’altro compì il capolavoro di partecipare da socio fondatore alla creazione delle prima Comunità europea, quella del carbone e dell’acciaio, nel 1951. Di sicuro lo aiutò la solidarietà che si instaurò con Robert Schuman e con Konrad Adenauer in ragione della loro condivisa fede religiosa. Ma il risultato non è per questo meno rilevante.

Fu in questa cornice, fondata sul libero scambio e sulla conseguente accettazione della sfida della competitività sui mercati occidentali (rispetto ai quali gli anni dell’autarchia avevano fatto accumulare all’Italia un cospicuo ritardo) che l’economia italiana prese a crescere. E lo fece avvalendosi anche di una robusta industria di Stato, partecipe di primo piano, allora, del processo di modernizzazione.

Un dato è certo: quello di De Gasperi e dell’élite che con lui definì le direttrici future del paese fu un ruolo cavouriano, per certi versi ancora più cavouriano di quello di Cavour. Ricordiamoci che all’inizio il futuro da lui disegnato per l’Italia, occidentale, europeo, libero-scambista e ispirato all’economia sociale di mercato, non solo era condiviso da una sola parte degli italiani, ma la parte residua era decisamente contro e guardava alla sua alternativa. Anni dopo, e prima ancora della caduta del Muro di Berlino, la fede in quell’alternativa era caduta e il patrimonio dato all’Italia da De Gasperi divenne patrimonio comune. Per tutto questo considero De Gasperi l’unico statista, e politico, italiano collocabile alla stessa altezza di Cavour.

Da “C’era una volta Cavour”, di Giuliano Amato, Il Mulino, 344 pagine, 20 euro

LIBERISMO e LIBERALISMO…CHE DIFFERENZA C’È? Studente D'Errico Emma su medium.com

Nella lingua italiana i termini liberismo e liberalismo non hanno lo stesso significato: mentre il primo è una dottrina prettamente economica, il secondo è un’ideologia politica; nell’indagare tale distinzione bisogna innanzitutto essere consapevoli della natura prevalentemente italiana di essa.

Per LIBERISMO, si intende essenzialmente la libertà economica, ossia la libertà del mercato, della concorrenza fra industrie, aziende, semplici lavoratori, in qualsiasi condizione storica, geografica e sociale.

Liberismo è il pensiero che lo stato debba lasciare assoluta libertà di produrre e commerciare, quindi è quel pensiero concettualmente opposto al protezionismo.

Il Liberismo nasce da una riflessione sulle condizioni di produzione della ricchezza ed il padre del liberismo è Adam Smith (1776, La ricchezza delle nazioni), il quale teorizza l’importanza dell’accumulo di capitale, dell’investimento e della libera concorrenza, ma anche l’importanza della divisione del lavoro tra capitalisti e salariati: questi elementi, secondo Smith, condurrebbero alla conciliazione dell’interesse individuale e sociale.

Il LIBERALISMO è invece un’ideologia politica, che sostiene l’esistenza di diritti fondamentali e inviolabili facenti capo all’individuo, e che evidenzia l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge (eguaglianza formale). Il padre del liberalismo è sicuramente il filosofo John Locke, seguito da David Hume e dal sopracitato Adam Smith.

Dal liberalismo si genera lo STATO LIBERALE, una forma di Stato che si pone come obiettivo la tutela delle libertà e dei diritti inviolabili dei cittadini attraverso una Carta Costituzionale che riconosce e garantisce tali diritti fondamentali e sottopone la sovranità dello Stato ad una ripartizione dei poteri: nel nostro paese ad esempio, la Costituzione prevede che i tre poteri, quello esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario, siano affidati ad organismi specifici e differenti (per evitare la concentrazione dei poteri che aveva invece caratterizzato la dittatura fascista). Come si è visto, tale tipologia di stato, fu instaurata in Inghilterra con la Gloriosa Rivoluzione, negli Stati Uniti e in Francia in seguito alle rispettive rivoluzioni settecentesche, e nel resto d’Europa con le rivoluzioni liberali.

Secondo il filosofo Benedetto Croce, il liberismo è un concetto inferiore e subordinato a quello di liberalismo, tant’è che il liberismo è anche detto liberalismo economico: va da sé che si possa dunque essere liberisti senza essere liberalisti.

Tuttavia bisogna precisare che il liberalismo può contenere in sé il liberismo, ma non è universalmente confermato che ciò sia necessario.

Infatti, il liberalismo, si può definire come la continua lotta per la limitazione del potere in tutte le sue forme: talvolta vi possono essere momenti della storia in cui il potere da limitare sia proprio il potere dell’economia, ed è proprio questo il caso in cui il liberalismo non desume il liberismo.

La distinzione fra liberalismo e liberismo è tipicamente italiana. Scrive Ernesto Paolozzi.

Liberismo e liberalismo La distinzione fra liberalismo e liberismo è tipicamente italiana e non ha riscontro in altre culture mondiali. Però, a guardare a fondo, appare chiaro che i concetti e le idee che sono a fondamento di tale distinzione sono invece comuni a tutte le culture politiche, almeno del mondo occidentale. Cerchiamo, allora, di essere il più possibile chiari sul significato di tali concetti, senza troppo ricorrere all’antica e nota polemica fra Croce ed Einaudi dalla quale, appunto, ebbe origine la distinzione fra liberalismo e liberismo, almeno così come la conosciamo noi. Per liberismo si intende, essenzialmente, la libertà economica, ossia la libertà del mercato, della concorrenza fra industrie, aziende, semplici lavoratori, in qualsiasi condizione storica, geografica, sociale. Padri nobili del liberismo sono i liberali alla Adam Smith, tutti coloro che fra Settecento e Ottocento, propugnarono, contro i privilegi della nobiltà, dell’alto clero, dell’antico regime, la libera iniziativa economica. Nel nostro secolo, soprattutto, il liberismo lotta contro l’invadenza dell’iniziativa statale nel libero mercato e può essere ricondotta al nome del grande economista e grande studioso Hayek. Ora, bisogna innanzitutto sottolineare che, nel suo sorgere, quello che abbiamo definito liberismo fu un movimento rivoluzionario che intendeva essenzialmente battersi perché si realizzasse, contro vincoli di varia natura e varia provenienza, una libertà fondamentale dell’uomo: la libertà dell’iniziativa economica che già Locke aveva difeso allorché aveva inserito il diritto alla proprietà fra i diritti naturali. Allo stesso modo, anche nei confronti di uno Stato, e soprattutto di uno Stato non democratico, il liberismo più recente ha operato in senso rivoluzionario, intendendo garantire la libera iniziativa economica di gruppi o individui nei confronti di uno Stato troppo spesso oppressore. Sappiamo tutti che nei confronti di queste posizioni si sono generate posizioni polemiche, anche aspramente polemiche, in difesa della socialità, dello Stato inteso come comunità di cittadini, e così via.

Ma a noi interessa, in questa prospettiva, chiarire la differenza tra liberismo e liberalismo. Il punto nodale fondamentale a tal proposito è questo: la libertà dell’economia deve considerarsi come uno dei tanti aspetti con i quali si è presentata nella storia la lotta per la libertà o bisogna considerarla come la premessa indispensabile per ogni altra forma di libertà? Per dirla con una formula: la libertà politica è possibile soltanto in presenza della libertà economica o è possibile ipotizzare una società liberale di tipo diverso? Questo è il vero punto di discussione. E’ evidente che da un punto di vista squisitamente filosofico, così come hanno sostenuto anche i due più autorevoli filosofi liberali del nostro secolo, Croce e Popper, non è possibile legare, meccanicamente determinare, tutte le libertà, etiche, politiche, culturali alla pura libertà economica. Si cadrebbe, paradossalmente, nello stesso errore attribuito a Marx il quale, sia pure con scopi diversi, sembrava sostenere che al fondo di ogni processo sociale vi fosse sempre la struttura economica che determina le sovrastrutture. E’ un punto questo che mi sembra, in verità, innegabile. Non è dunque possibile asserire in maniera assoluta e definitiva né che senza la libertà dell’iniziativa economica non vi possano essere altre forme di libertà, né che, soprattutto, il libero mercato produca di per sé le libertà politiche. Abbiamo avuto esempi anche storici di paesi governati dalla socialdemocrazia nei quali l’intervento dello Stato nell’economia è stato preminente per molti anni, in cui non solo non si sono perse, ma si sono guadagnate molte libertà civili e politiche (penso alla Svezia e alla stessa Inghilterra laburista), ed altri paesi nei quali hanno convissuto il più aperto libero mercato e la dittatura più ripugnante e antiliberale. Dunque, la distinzione italiana fra liberalismo e liberismo può e deve essere mantenuta ed estesa, per la chiarezza della distinzione stessa, anche alle altre culture. Il liberalismo può contenere in sé il liberismo. Ma non può e non deve appiattirsi sul liberismo stesso. Il liberalismo, è stato detto cercando una impossibile definizione, è la continua lotta per la limitazione del potere in tutte le sue forme. Ora, vi possono essere momenti della storia in cui il potere da limitare sia proprio il potere dell’economia. Non voglio negare, né mai i citati Croce e Popper lo hanno fatto, che è difficilmente ipotizzabile, sul piano pratico, una società liberale nella quale non sia assicurato il massimo di libertà economica. Ma questo non è in contraddizione con l’idea che, per usare una vecchia terminologia marxiana, in ultima istanza il governo delle nazioni, il governo delle comunità, spetti all’etico-politico, ossia, nella mia prospettiva, al liberalismo. La questione si fa chiara ed evidente oggi, nel momento in cui ci troviamo a fronteggiare la cosiddetta globalizzazione dell’economia, quella che alcuni chiamano americanizzazione, altri sviluppo incontrollato del capitalismo, altri ancora liberismo selvaggio. Contro questo gigantesco e in apparenza inarrestabile movimento che sembra essere movimento delle cose stesse, si levano forze di varia natura e di diversa provenienza. Sulla sinistra estrema, i movimenti anarchici, ecologisti, veterocomunisti, anarcosocialisti, i quali credono, essenzialmente, che un mercato mondiale libero sia in realtà un mercato nel quale solo i ricchi e i potenti prosperino, a discapito dei milioni di diseredati, a nocumento dell’ambiente, che è un bene comune, a discapito dei valori fondamentali della civiltà nata con il cristianesimo, il liberalismo stesso, l’Illuminismo della Rivoluzione francese e il socialismo, i valori di giustizia e di fratellanza. A destra c’è chi rinviene nel processo di globalizzazione la fonte principale della distruzione di tutti gli antichi valori su cui si fondano le tante comunità sociali, etniche, storiche. Con la vittoria indiscriminata del consumismo capitalista, si distruggerebbero le tradizioni famigliari, le lingue nazionali e i dialetti, le culture e le religioni e perfino le tradizioni alimentari. Da un punto di vista liberale, che potrà sembrare mediocre ma che, se lo è, lo è nel senso aristotelico, si tratta invece di ricondurre lo sviluppo economico del capitalismo mondiale nell’ambito e nell’alveo del giudizio etico e politico. Non si tratta di distruggere un nemico ma di costringerlo a diventare amico. Si tratta di creare ed immaginare, attraverso la lotta politica quotidiana, un sistema di governo della politica mondiale, e dunque delle nuove Istituzioni adatte allo scopo, che siano in grado di governare il processo in modo che le palesi ed evidenti opportunità che il progredire dell’economia e della tecnologia contengono, non si tramutino in una tragedia collettiva, nell’oppressione dei pochi sui molti. Questo mi sembra un punto di vista autenticamente liberale. Rispettoso della libertà economica ma guardingo e preoccupato, pronto sempre a far valere le ragioni della politica sull’economia e, soprattutto, le ragioni dell’impegno etico-politico su quello che sembra essere, e non è detto che sia, e in effetti non è, un processo irreversibile e ingovernabile. Nulla nella storia è irreversibile ed è sempre l’uomo il signore del sabato. Sembrerà, lo ripeto, un punto di vista mediocre, come sempre sembra essere mediocre la ragionevolezza. Ma le gravi difficoltà che questo ragionamento incontra per affermarsi, i tanti nemici che contro esso si muovono, a cominciare dagli ottusi e integralisti liberisti a finire, come si è detto, agli estremisti della nostalgia a destra e ai velletarismi dei nuovi rivoluzionari, mostrano come, ancora una volta, il liberalismo sia destinato a rimanere minoranza benché sia forse il solo punto di vista veramente capace di prefigurare nuove e reali prospettive per il futuro.

Il saggio riproduce una lezione tenuta presso l’Associazione culturale UKMAR ed è pubblicato sulla rivista “C’E corriere d’Europa” (luglio 2002)

Il liberismo (detto anche liberalismo economico, liberismo economico o libertà di mercato) è un sistema economico nel quale lo Stato si limita ad assicurare funzioni pubbliche che non possono essere soddisfatte per iniziativa individuale, e a garantire con norme giuridiche la libertà economica e il libero scambio, e a offrire beni che non sarebbero prodotti a condizioni di mercato per assenza di incentivi.

È considerato il risultato dell'applicazione in ambito economico delle idee politiche e culturali liberali, per il principio secondo cui «democrazia vuol dire anche libertà economica», proposto da Friedrich August Von Hayek. I filosofi del diritto di orientamento liberista, come Bruno Leoni, si ritengono in antitesi col pensiero di quelli di orientamento statalista, come Hans Kelsen.

Storia

Lo stesso argomento in dettaglio: Adam Smith, Laissez faire, Libero mercato e Trattato Cobden-Chevalier.

Il liberismo, nato nel XVIII secolo dalle idee dello scozzese Adam Smith, si sviluppò ampiamente nel corso dell'Illuminismo scozzese, in parziale contrasto con la scuola fisiocratica, trovò forse una sua primordiale formulazione compiuta in Inghilterra nel corso del XIX secolo spinto dalla rivoluzione industriale, dalle battaglie per la pace e per il libero commercio condotte da Richard Cobden, nemico del protezionismo economico (con l'anti-corn-law league che contribuì alla revocazione di dazi e provvedimenti protezionisti in Inghilterra e in Europa) e dell'imperialismo coloniale.

Descrizione

Il liberismo è una filosofia orientata al libero scambio e al libero mercato, in base al quale il sistema economico non appare isolato (come nel caso di una nazione chiusa in un'economia protezionistica o autarchica), bensì come sistema aperto, affermando inoltre la tendenza del mercato medesimo ad evolvere spontaneamente verso una struttura efficiente e stabile, attraverso la "mano invisibile", in modo da massimizzare la soddisfazione di produttori e consumatori. Quindi, per il liberismo il sistema-mercato tende verso una situazione di ordine crescente.

Si oppone fermamente al mercantilismo, al socialismo, al comunismo, al nazismo, al fascismo, alla teocrazia, al verdismo e all'economia keynesiana. Storicamente è dunque una filosofia economica atta a sostenere e promuovere la cosiddetta economia di mercato nelle sue forme più pure. Una sua corrente di pensiero economico-politico contigua, sovente vista come versione più marcatamente anti-statalista del liberalismo e del liberismo, è quella del libertarianismo, che include anche le correnti più "estreme" che sono quella del miniarchismo, quella dell'agorismo e quella dell'anarcocapitalismo (vedi correnti del libertarianismo).

Liberismo e liberalismo

Nella lingua italiana liberismo e liberalismo non hanno lo stesso significato: mentre il primo è una dottrina economica che teorizza il disimpegno dello stato dall'economia (perciò un'economia liberista è un'economia di mercato solo temperata da interventi esterni), il secondo è un'ideologia politica che sostiene l'esistenza di diritti fondamentali e inviolabili facenti capo all'individuo e l'eguaglianza dei cittadini davanti alla legge (eguaglianza formale).

Secondo Antonio Martino «il termine “liberista” (che non esiste in altre lingue) deve il suo successo in Italia a Benedetto Croce, che considerava la libertà economica di rango inferiore rispetto a quella politica. Tale tesi era stata peraltro già criticata anche da Einaudi, che aveva messo in luce che si trattava di una clamorosa svista del grande filosofo».

Nella lingua inglese i due concetti sono infatti sovrapposti nell'unico termine liberalism. Nella tradizione politica degli Stati Uniti, il termine liberal indica un liberalismo progressista molto attento alle questioni sociali, ma nel contempo geloso custode del rispetto dei diritti individuali. Secondo alcuni, i liberal nordamericani sono l'equivalente dei socialdemocratici europei, o, secondo un'accezione diffusa, dei liberali sociali. D'altro canto (von Hayek, La via della schiavitù, trad.it., ed. Rubbettino, Soveria Mannelli, 2011, p. 19), viene ugualmente individuata nella comune accezione statunitense del termine liberal la messa in opera di un mero « ... mascheramento dei movimenti di sinistra ...», i quali, per poter meglio propagandare il socialismo all'interno di ambiti tendenzialmente ostili a tale ideologia, vengono ad esteriormente adottare le terminologie e le parole d'ordine del campo politicamente a loro avverso; questo, dopo averne radicalmente mutato il reale ed originario contenuto concettuale, al fine di poter rendere le relative nozioni effettivamente coincidenti, rispetto ai postulati del socialismo medesimo.

Alcuni danno come analogo inglese di liberismo il termine free trade (libero commercio). Un termine francese spesso usato in modo equivalente è laissez faire (in italiano: lasciate fare).

Neoliberismo

Entrato in difficoltà in seguito alla crisi del 1929 e al diffondersi delle teorie keynesiane e più in generale con il diffondersi di visioni collettiviste, il liberismo ha conosciuto una rinascita negli ultimi anni del XX secolo (neoliberismo) in seguito all'affermazione della globalizzazione e - ancor più - con la rinascita della cosiddetta "Scuola austriaca" (Carl Menger, Ludwig von Mises, Bruno Leoni, Murray N. Rothbard, Friedrich von Hayek). Da notare che tra gli ultimi due ci sono significative differenze: von Hayek sostiene che lo stato deve intraprendere azioni per consentire la concorrenza, mentre Rothbard punta ad una forma estrema di liberismo detta anarco-capitalismo. In realtà, il termine neoliberismo è stato coniato solo molto più tardi per indicare le politiche economiche di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan.

Monetarismo

In alcuni autori, tra i quali il più famoso è Milton Friedman (Premio Nobel per l'economia nel 1976), il liberismo economico si associa al monetarismo, il quale svolge un ruolo che non è esattamente di governo, ma almeno di regolazione dell'economia liberista. Anche Friedman sostiene però la necessità di difesa del libero mercato e l'insostenibilità di una scissione tra liberalismo economico e politico. Nota è la sua precisazione a questo riguardo relativamente alla necessità di una garanzia delle libertà individuali in Cile come base per la sostenibilità delle riforme di tipo economico da lui suggerite al governo di Pinochet in qualità di consulente (in particolare, relative al sistema pensionistico) insieme ad altri esponenti della scuola di Chicago.

Liberismo in Italia

Storicamente una prima forma limitata di liberismo e capitalismo si verificò negli antichi Stati italiani e nei liberi comuni con l'organizzazione delle prime importanti banche e successivamente, nel XIV secolo, con l'avvento dei primi banchieri o capitalisti; tra essi vi furono membri delle famiglie Frescobaldi, Bardi e Peruzzi e, nel secolo successivo, alcuni appartenenti alle stirpi dei Datini, Pazzi e Medici. Costoro, con i loro cospicui prestiti finanziari a sovrani francesi e inglesi, diedero l'impulso essenziale agli scambi commerciali europei. Facoltosi mercanti italiani furono i contribuenti fondamentali dello sviluppo del commercio nordeuropeo: difatti, nel 1487, Anversa si dotò di un edificio costruito per stabilirvi la prima borsa valori del mondo, ed essa fu prevalentemente frequentata da operatori italiani.

Nei secoli successivi, il concretizzarsi del liberismo non ebbe però modo di svilupparsi ulteriormente, sia in Italia che in Europa, questo a causa del succedersi delle numerose guerre e delle politiche economiche protezionistiche adottate dalle più ricche nazioni europee. Rimase perciò fondamentalmente confinato nell'ambito di teoria economica, tanto fortunata che, nel XVIII secolo, economisti e filosofi di vario tipo (come, per esempio, Ludovico Antonio Muratori o Antonio Genovesi) pubblicarono libri che ipotizzavano sistemi liberisti, anche se il termine usato per definirli era rappresentato dall'espressione liberi scambi commerciali internazionali. Questi studi furono presi quale ispirazione dall'economista Vilfredo Pareto, che successivamente analizzò i punti deboli del libero scambio e quelli dell'economia pianificata di tipo socialista, elaborando una propria originale teoria. A livello prettamente attuativo, solo una parte di politici seppe capire e promuovere i programmi liberisti. Tra illustri esponenti del liberismo italiano ricordiamo:

Francesco Ferrara (1810 - 1900) economista e politico di idealità liberali e risorgimentali.

Vilfredo Pareto (1848 - 1923), ingegnere, sociologo e economista (a lui si devono concetti quali il Principio di Pareto e l'ottimo paretiano) di pensiero liberista e anti-protezionista.

Antonio De Viti De Marco (1858 - 1943), economista e politico di pensiero profondamente democratico e liberale (fondatore della Lega Antiprotezionista), fu deputato del Partito Radicale e fermo oppositore del fascismo (si annovera tra i soli 15 docenti italiani che rifiutarono il giuramento di fedeltà al Fascismo).

Gaetano Mosca (1858 - 1941), conservatore, politico e filosofo, fu sostenitore di un liberismo moderato.

Giovanni Agnelli (1866 - 1945), imprenditore industriale tra i fondatori della casa automobilistica FIAT.

Gaetano Salvemini (1873 - 1957), storico, politico antifascista, meridionalista, federalista e precursore del socialismo liberale italiano. La sua sintesi tra pensiero socialista e liberismo è avversaria dell'accertamento e dell'intervenzionismo statale e si richiama alle idee della libertà economica come necessario e unico mezzo contro tutte le forme di protezionismo, di parassitismo politicante e burocratico, oltre che come argine al sorgere di privilegi e di monopoli d'individui, di gruppi e di categorie.

Luigi Einaudi (1874 - 1961), economista e politico liberale (è tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti), difensore del liberismo e antikeynesiano (le cui teorie definì «storia scritta da un Marx in ritardo»). La sua politica economica da Ministro nel IV Governo De Gasperi pose la basi per il boom economico. Fu il secondo Presidente della Repubblica Italiana, dal 1948 al 1955.

Ernesto Rossi (1897 - 1967) politico (aderente al Partito d'Azione e successivamente al Partito Radicale), giornalista e antifascista, tra gli autori del Manifesto di Ventotene e tra i principali promotori del federalismo europeo. Il suo pensiero coniuga liberismo e radicalismo riformatore in chiave fortemente anti-monopolista.

Giovanni Malagodi (1904 - 1991), economista e politico del Partito Liberale Italiano.

Mario Pannunzio (1910 - 1968), giornalista e politico tra i fondatori del Partito liberale italiano e poi del Partito Radicale.

Bruno Leoni (1913 - 1967), filosofo del diritto ed editorialista, fu sostenitore delle idee liberiste in Italia nonché teorico politico il cui valore e fama sono particolarmente riconosciuti soprattutto negli Stati Uniti dove è annoverato tra i padri dell'Analisi economica del diritto.

Riccardo La Conca, pioniere del liberismo libertario in Italia e fondatore di Claustrobia, giornale liberista italiano.

Gianfranco Miglio (1918 - 2001), giurista, politologo, politico, sostenitore di idee liberali e soprattutto federaliste.

Luigi De Marchi, psicanalista, scrittore, ideatore della Teoria liberale della lotta di classe.

Marco Pannella (1930 - 2016), giornalista, politico, fondatore e leader del Partito Radicale, nonviolento, famoso in Italia per le sue lotte e referendum liberisti e anti-proibizionisti.

Nell'Italia dell'ultimo dopoguerra il liberismo ha avuto un ostacolo notevole costituito da una politica economica fondata sulle partecipazioni statali che dipendevano da un apposito ministero, istituito nel 1956 e abrogato da un referendum nel 1993. Successivamente tale tipo di aziende e enti statali (spesso di natura monopolistica) hanno subito forti processi di privatizzazione tramite la loro vendita a imprenditori e finanzieri. Tale fenomeno politico è stato ascritto come adeguamento ad un modello di cultura economica liberista; in realtà molto più che sul concetto di privatizzare, il liberismo è altresì propugnatore di politiche di liberalizzazione e di apertura del mercato alla concorrenza. Difatti, nell'indice della libertà economica, per diversi aspetti considerabile un "indice di liberismo", l'Italia risulta tuttora tra gli Stati meno liberi economicamente d'Europa (al 2020, 37° su 45) e terzultima tra gli Stati dell'Unione Europea.

Attualmente i partiti politici che vi si ispirano senza indugio sono i Radicali Italiani e i Liberisti Italiani]. Per quanto riguarda gli ambienti accademici e culturali i principali studiosi provengono dall'Istituto Bruno Leoni.

Liberismo e globalizzazione

Come sosteneva Marx, oltre alla classe operaia, anche il capitalismo è internazionale, infatti tutte le economie di mercato godono di regole di base molto simili, che favoriscono gli scambi commerciali tra le nazioni aumentandone l'interdipendenza reciproca. Questo fenomeno si è potuto constatare nella grande depressione del primo decennio del XXI secolo, soprattutto in Europa, infatti quando un paese entrava in una situazione di difficoltà arrivavano a sostenerlo aiuti esterni, quando arrivano brutte notizie per un paese vi sono ripercussioni negative nei mercati di tutto il mondo.

Critiche

Pesanti critiche al liberismo sono state mosse dal Premio Nobel per l'economia Amartya Sen, il quale avrebbe dimostrato l'impossibilità del rispetto contemporaneo dell'efficienza paretiana e del liberismo. Una risposta a Sen è venuta dal filosofo della politica Anthony de Jasay che ha contestato il teorema dell'impossibilità del liberale paretiano.

La critica di Keynes

Nella prima metà del XX secolo John Maynard Keynes ha elaborato una forte critica al liberismo classico incapace, a suo dire, di fronteggiare le crisi economiche del sistema laddove sarebbe necessario un intervento statale di regolazione del mercato in caso di squilibri, piuttosto che la cosiddetta mano invisibile e la tendenza ad un presunto equilibrio economico generale mini invece la stabilità del tutto (l'interesse privato distorcerebbe il sistema andando contro l'interesse pubblico). Tale riflessione è alla base dell'economia keynesiana promotrice dunque di una forma di economia mista. I teorici ed economisti liberisti rispondono spesso a questa critica keynesiana col fatto che l'intervento statale nell'economia in caso di "squilibri" porterebbe a monopoli, accrescimento del potere e dell'influenza del governo, deficit, debiti ed instabilità, distorcendo i meccanismi che fissano naturalmente i prezzi nel libero mercato (vedere, ad esempio, la tesi della Scuola austriaca riguardo alla Grande depressione).

L'obiezione di Gomory e Baumol

Nel 2000, MIT Press pubblicò "Commercio globale e interessi nazionali in conflitto" di Ralph Gomory e William Baumol. L'articolo mostra che esiste un termine di correlazione positivo fra la produzione e produttività di una nazione in un certo settore industriale e quelle delle aziende del settore considerato. La teoria del vantaggio comparato afferma che la ricchezza delle nazioni cresce con lo scambio e la specializzazione della produzione nazionale in alcuni settori e la concentrazione in ogni nazione della produzione mondiale di alcuni settori.

Se un'azienda si espande o investimenti stranieri aprono nuove realtà, produzione e produttività della nazione nel settore crescono; se le industrie emigrano in altre nazioni, la delocalizzazione produttiva ha un impatto negativo sulla produttività del settore.

Se un'impresa apre una realtà produttiva in un altro Paese, la produttività nazionale nel relativo settore crescerà anche se l'azienda nel Paese di origine presentava una produttività inferiore a quella del luogo in cui delocalizza. Questo significa che la produttività dell'azienda si allinea con quelle delle altre presenti sul territorio.

Perciò, un'azienda che vuole migliorare la sua produttività, delocalizzerà nella nazione in cui c'è la maggiore produttività nel settore di riferimento. Analogamente, le altre concorrenti delocalizzeranno nel solito territorio, creando "spontaneamente" una concentrazione della produzione mondiale. La nazione che registra la maggiore produttività in un settore, avrà anche la più alta quota della produzione mondiale nel settore di riferimento.

La presenza di un fattore di costo o di qualità che favorisce l'offshoring, crea un vantaggio che vale per tutte le società che operano in un dato settore, e produce nuovamente una specializzazione nazionale e una concentrazione della produzione mondiale nel territorio che offre tale vantaggio.

L'obiezione al libero scambio sollevata è che la presenza di un fattore di costo favorevole induce una delocalizzazione non solo delle società di un settore, ma di tutti i settori, e una concentrazione della produzione mondiale in genere in un solo territorio. In un modello semplificato di due nazioni produttrici e tre merci, la situazione finale è quella "degenere" di una nazione che produce tutto, e l'altra che non esporta niente. Il fattore non è di un solo settore, ma è comune a tutti i settori dell'economia: l'esempio è il fattore del lavoro a basso costo in Cina, che non genera una specializzazione di Cina e Stati Uniti in settori diversi e un libero scambio fra i due, ma una delocalizzazione dagli USA e una concentrazione in Cina della produzione mondiale un po' in tutti i settori.

Interventi governativi come sussidi e altri aiuti di Stato arrivano per compensare i profitti persi dalle aziende che scelgono di non delocalizzare; il costo di questi incentivi è più che ripagato dalla produzione e dalla competitività del settore, che ne sarebbero altrimenti colpite.

I sussidi divengono controproducenti se ogni Stato replica le stesse misure a difesa della propria economia; come non vede trasferimenti di industrie all'estero, nemmeno vedrà più investimenti stranieri nel proprio territorio.

Il commercio globale per una stessa situazione di crescita della ricchezza mondiale, ammette molteplici equilibri nella distribuzione dei profitti e allocazione della produzione fra i Paesi coinvolti nel libero scambio. Tali equilibri sono stabili e perdurano anche dopo la fine di un intervento volto a rendere il Paese il "low-cost global producer". Chi ottiene un vantaggio di costo blocca gli altri Paesi e finisce per attrarre la produzione mondiale di settore; un prezzo più basso aumenta la vendita di beni di quel Paese, accresce le economie di scala e il vantaggio di costo nei settori a monte e a valle di quello coinvolto.

Non necessariamente la produzione si sposta nel Paese più produttivo e il vantaggio di costo deriva dalla migliore tecnologia. Ottiene il vantaggio di costo il Paese che per primo inizia ad abbassare la sua curva di costo, stimolando la domanda interna, oppure la produzione e delocalizzazione dall'estero tramite sussidi.

Inefficienza allocativa di reddito e prodotto finito

Il liberismo è criticato anche per le inefficienze nella distribuzione del reddito e dei prodotti finiti, ossia per la cumulazione di beni invenduti. I marxisti rilevano l'importanza delle crisi da sovrapproduzione e di guerre periodiche per risollevare la domanda e la produzione ai massimi livelli, e prima ancora per trovare uno sbocco sul mercato alla ricchezza prodotta e non venduta.

Errata previsione della domanda

Causa di un incontro inefficiente fra domanda e offerta di mercato, e conseguente accumulo di scorte, può essere un livello di domanda inferiore all'offerta e una domanda poco elastica rispetto al prezzo, al limite a causa di un mercato saturo di un determinato prodotto, generando una situazione in cui nemmeno abbassando i prezzi al costo di produzione e contraendo al minimo i suoi profitti, il produttore riesce a vendere la sua merce.

Massimizzazione del profitto

Un'altra causa di accumulo a scorta può essere il fatto che il produttore abbia interesse a creare una carenza artificiale del bene perché la domanda spinga i prezzi al rialzo, o a mantenerli ai livelli alti raggiunti, evitando che un eccesso di offerta abbassi il prezzo. Può essere conveniente non soddisfare interamente la domanda e accumulare a scorta.

Se la domanda fosse un dato e sia il mercato l'esercitatore di un ruolo guida, è anche vero che il produttore sceglierebbe la combinazione del prodotto prezzo-quantità, che massimizzi il suo profitto. L'incontro fra domanda e offerta avviene quando il produttore decide la quantità da immettere nel mercato e il relativo prezzo. Per disegnare la curva di offerta e stabilirne il prezzo ottimale, si intenda che il produttore già disponga della quantità necessaria a coprire quella massima rappresentata nella curva di offerta, e che i costi totali siano costi affondati al momento dell'incontro domanda-offerta. Essendo i costi totali un dato, massimizzare il profitto significa massimizzare il fatturato, ovvero il prodotto prezzo-quantità.

D'altra parte, anche l'incontro fra domanda e offerta, quando avviene nel mercato puro, secondo la teoria liberista, riguarda un'infinità di piccole imprese che hanno una stessa struttura di costo minimo non migliorabile.

Scorte e utilizzo delle economie legate alla quantità

Il produttore potrebbe lanciare in produzione solamente la quantità che massimizza il suo fatturato, in modo da perseguire questo obiettivo senza avere delle scorte. La presenza delle scorte non è solo legata all'imprevidibilità della domanda, che è nota in modo sufficiente solo dopoché si è iniziato a produrre.

Il produttore ha talora interesse a produrre a scorta, anche merci deperibili che andranno distrutte dopo un certo tempo, pur di sfruttare economie di scala, di scopo e di apprendimento negli approvvigionamenti di materie prime ed energia, e nel fattore lavoro. L'abbattimento dei costi fissi e di taluni variabili sono talmente rilevanti da ripagare il costo variabile (e la perdita) dei prodotti messi a scorta.

Interesse a colludere

È dimostrato che le imprese hanno interesse a colludere, vale a dire non hanno interesse farsi concorrenza quanto a mettersi d'accordo su prezzi e quantità (e qualità) dei prodotti per dividersi le quote di mercato ed evitare una guerra di prezzo, ottenendo profitti mediamente più alti. Dall'incontro delle curve della domanda e offerta di mercato viene fissato un punto di equilibrio stabile in termini di prezzo di vendita e di quantità venduta del bene: (a parità di costo), il prezzo e quindi il ricavo e il profitto risultante per i produttori sono in ordine decrescente: monopolio, duopolio, oligopolio, dalla concorrenza monopolistica, mentre la libera concorrenza si colloca al livello più dei profitti più bassi. Ciò è vero nei mercati in cui la domanda è scarsamente elastica rispetto ad un aumento dei prezzi, in cui un prezzo di equilibrio più alto non determina di contro una contrazione della quantità.

Nel modello delle 5 forze competitive di Porter, l'asprezza della competizione è data dal numero di concorrenti ed è collegata ad una contrazione dei profitti. Pertanto, un singolo produttore ha un interesse teorico a fare concorrenza se questa situazione di libera concorrenza è temporanea per cui la pressione competìtitva tende a ridursi in tempi rapidi, vale a dire se il suo vantaggio sui costi e sulla qualità rispetto ai concorrenti è tale da portarlo in tempi rapidi a sottrarre quote di mercato agli altri produttori, fino a portarne fuori mercato un certo numero (o tutti) per venire a trovarsi in una situazione di oligopolio (o di monopolio).

Diversamente, se una impresa non ha maggiori possibilità di "imporsi" rispetto ad un'altra nel mercato, i produttori hanno un interesse a colludere su quantità e prezzi, e a praticare intese restrìttive alzando barriere all'ingresso di nuovi potenziali concorrenti nel mercato. Se l'impresa tende a massimizzare il profitto, tenderà ad un comportamento anticoncorrenziale, volto a ridurre il numero di concorrenti, e al limite ad arrivare al monopolio. Se questo non le è possibile, la collusione di prezzo e quantità prodotta, garantisce un profitto maggiore del libero mercato, anche fra un numero elevato di imprese come avviene in regime di concorrenza perfetta.

Proprio l'ipotesi di razionalità e simmetria informativa formulate per la concorrenza perfetta, garantiscono che i produttori, ancorché in numero elevato, non hanno grandi difficoltà a conoscere i prezzi dei concorrenti e a colludere, allineandosi con quello più alto presente sul mercato.

Quasi tutto quello che sai sul Neoliberismo è sbagliato. Thomas Fazi su L'Indipendente mercoledì 25 ottobre 2023.

È noto che le origini del neoliberismo siano da rintracciarsi nella crisi, a partire dai primi anni Settanta, del cosiddetto “regime keynesiano” che, pur con significative differenze tra Paesi, aveva dominato le economie occidentali fin dal secondo dopoguerra. Un aspetto che però si tende a sottovalutare di quella crisi, fondamentale per capire la genesi del neoliberismo, è che essa non fu solo una crisi economica ma, dalla prospettiva delle classi dominanti, anche e soprattutto una crisi politica. In breve, negli anni Settanta cominciarono a venire meno le premesse – sia economiche che politiche – su cui si basava la partecipazione delle classi capitalistiche al “compromesso di classe” keynesiano: dal punto di vista economico, la possibilità di coniugare una crescita stabile dei salari con una crescita stabile dei profitti; dal punto di vista politico, la possibilità di coniugare la partecipazione dei lavoratori, tramite i partiti di massa, alla determinazione delle politiche pubbliche, soprattutto di natura economica, con un dominio di fatto delle classi possidenti.

A partire dai primi anni Settanta, come si diceva, entrambe quelle premesse cominciarono a venire meno: dal punto di vista economico, la combinazione di diversi fattori – l’aumento del prezzo delle materie prime, la crescente concorrenza tra potenze capitalistiche, il rallentamento della produttività, ma soprattutto le lotte sindacali per il salario e per il miglioramento delle condizioni di lavoro – cominciarono a esercitare una crescente pressione sulle rendite e i profitti; dal punto di vista politico, la piena occupazione e il rafforzamento senza precedenti delle masse lavoratrici, e la loro integrazione nei sistemi politici tramite i grandi partiti di massa di ispirazione socialcomunista, nonché la fusione del movimento operaio con blocchi sociali di altro tipo (studenti, ecc.), aveva determinato una radicalizzazione delle rivendicazioni non solo in ambito lavorativo ma anche in ambito politico, nella direzione di un superamento, seppur graduale, di certe logiche capitalistiche.

Il terrore della democrazia sostanziale

[Manifestazione di operai in lotta durante l’autunno caldo, 1969]L’Italia è un ottimo esempio. La stagione che va grosso modo dal 1965 al 1975 fu sì caratterizzata da caos e disordini (e, in parte, da violenze, ma quelle arriveranno soprattutto dopo), ma fu anche una grande stagione democratica. Come argomenta il politologo americano Sidney Tarrow nel volume Democrazia e disordine, il “disordine” di quegli anni andrebbe letto soprattutto come il sintomo di un maggiore coinvolgimento dei normali cittadini nella cosa pubblica e dell’emergere di nuovi attori politici, “poiché quando si calmò la polvere del disordine, divenne chiaro che i confini della politica di massa erano stati estesi”. Proprio l’alta conflittualità di quegli anni, insomma, aveva allargato le maglie della democrazia, intesa in senso sostanziale e non solo formale, ovviamente. Come scrisse Romano Prodi in un saggio di inizio anni Settanta, all’epoca “per la prima volta le organizzazioni dei lavoratori entrano tra i protagonisti stabili di avvenimenti che [fino a quel momento] avevano, salvo qualche temporanea eccezione, subìto”.

Non è un caso che quel periodo, nonostante la congiuntura internazionale negativa – ricordiamo che il 1973 fu l’anno della prima crisi petrolifera –, fu anche una stagione di grandi riforme progressive, proprio grazie alla forza del movimento operaio e all’altissimo livello di conflittualità sociale e industriale: l’accordo sulla “scala mobile” (che rendeva automatici aumenti di stipendio in base all’inflazione), la riforma del sistema pensionistico, lo Statuto dei lavoratori, ma soprattutto (anche se ormai la stagione progressiva, a quel punto, volgeva già al termine) l’istituzione del Servizio sanitario nazionale, nel 1978. Ciò che si andava determinando in quegli anni, insomma, era esattamente quella situazione (da incubo, dal loro punto di vista) che i primi teorici del pensiero neoliberale – Hayek, von Mises, Robbins e altri -, negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, avevano prefigurato come prevedibile esito della democrazia di massa e del suffragio universale (fenomeno al tempo abbastanza recente e in realtà neanche pienamente compiuto): ovvero che le masse lavoratrici, una volta integrate nei processi politici e democratici, ed essendo ovviamente la maggioranza in qualunque società, avrebbero finito per utilizzare gli strumenti della democrazia rappresentativa per trascendere le logiche del capitalismo.

In questo senso, sbagliano coloro che vedono nel neoliberismo un’ideologia liberomercatista e antistatalista (interpretazione purtroppo ancora molto diffusa): al contrario, i neoliberisti della prima generazione erano perfettamente consapevoli del fatto che il mercato non si autoregola, ma che anzi il capitalismo necessita di uno Stato forte, anche autoritario – come dimostrato poi dalle varie esperienze golpiste degli anni Settanta, prima fra tutte il Cile di Pinochet – per imporre le logiche di mercato, tutelare gli interessi del capitale e garantire il dominio “di fatto” delle classi possidenti. In questo senso, i neoliberisti non avversavano affatto lo Stato, di cui anzi riconoscevano l’assoluta necessità, ma osteggiavano la democrazia di massa – il fatto che le masse si sarebbero un giorno potute appropriare delle leve dello Stato.

Cominciarono quindi a pensare a delle possibili soluzioni: posto che non disdegnavano soluzioni apertamente autoritarie – come dimostrerà l’esperienza cilena, esplicitamente difesa da Hayek –, sapevano bene che il processo di estensione formale della democrazia era una tendenza ormai iscritta nella storia, quantomeno in Occidente. Avanzarono dunque una soluzione che consisteva nel mantenere inalterati tutti gli aspetti della democrazia formale – libere elezioni, suffragio universale ecc. – ma erodendo la democrazia sostanziale attraverso una separazione tra i meccanismi di rappresentanza popolare e le scelte di carattere macroeconomico, soprattutto, ma non solo, attraverso il trasferimento di prerogative nazionali a istituzionali internazionali e sovranazionali, a-democratiche per definizione. Questa ideologia è quella che oggigiorno va sotto il nome di globalismo.

Il reale scontro di classe, obiettivo: espellere le masse dalla politica reale

[Franco Modigliani, uno dei più famosi neokeynesiani.]Nei primi decenni del secondo dopoguerra le idee dei neoliberisti rimasero piuttosto marginali, perché incompatibili con l’inevitabile allargamento dei margini della democrazia sostanziale conseguente all’integrazione dei lavoratori nei sistemi politici tramite i grandi partiti di massa. Ma furono riscoperte a seguito della crisi – economica ma soprattutto politica, come detto – degli anni Settanta. D’altronde, cosa era quella crisi se non la realizzazione dello scenario preconizzato dai neoliberisti mezzo secolo prima? Uno scenario in cui le masse lavoratrici si erano andate progressivamente rafforzando e politicizzando – tanto nel cuore dell’Occidente, come in Italia, quanto alla sua periferia, in Paesi come il Cile di Allende – al punto da rappresentare una minaccia, se non ancora per l’ordine capitalistico costituito in quanto tale, senz’altro per i rapporti di forza tra le classi.

Ciò che veramente preoccupava le classi dirigenti dell’epoca, insomma, più che la compressione dei profitti in quanto tale, era l’eccessivo peso politico che i lavoratori avevano acquisito all’interno dei processi democratici, al punto da riuscire a orientarne significativamente gli indirizzi politici, come disse Prodi. Furono piuttosto espliciti a questo riguardo. Basti pensare a un testo come La crisi della democrazia, pubblicato nel 1975 dalla Commissione Trilaterale, uno dei tanti centri studi (i cosiddetti think tank) neoliberisti che videro la luce in quegli anni, in cui per crisi della democrazia non si intendeva un deficit di democrazia, come verrebbe logico pensare, ma piuttosto un eccesso di democrazia, come scrivono gli autori. Da risolvere, ovviamente, dal loro punto di vista, con una compressione dei livelli di democrazia e di potere popolare. Compressione che in quegli anni assunse forme diverse: negli Stati della periferia, come in Cile, si passò alla cancellazione tout court della democrazia formale e all’instaurazione di regimi militari di vario tipo (soluzione che, come detto, godette dell’esplicito sostegno degli economisti neoliberisti); nei Paesi del nucleo occidentale, come l’Italia, per quanto non furono mai del tutto escluse soluzioni apertamente golpiste e autoritarie, si privilegiò invece una strategia più raffinata, che si richiamava proprio alle teorie sviluppate dai neoliberisti.

Come veniva indicato esplicitamente ne La crisi della democrazia, si trattava da un lato di minare le basi materiali della democrazia – il potere dei sindacati, i diritti sociali e tutte quelle protezioni che sono condizione necessaria per “l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (come recita l’art. 3 della Costituzione); dall’altro si trattava di ottenere “un grado maggiore di moderazione in democrazia” e una riduzione della partecipazione popolare alla vita politica, grazie anche alla diffusione di “una certa dose di apatia e disimpegno”. Si trattava, insomma, di espellere le masse dalla politica pur mantenendo in piedi gli assetti della democrazia formale. In questo senso, la congiuntura economica negativa degli anni Settanta fornì alle classi dirigenti occidentali l’occasione perfetta per mettere in atto questo progetto; per sferrare cioè un attacco decisivo al regime politico-economico del dopoguerra. Sul piano economico-distributivo questo attacco si caratterizzò per la compressione dei salari e, più in generale, per una riduzione del potere di contrattazione dei sindacati, operazione che politicamente fu “legittimata” da un lato addossando ai soli sindacati (e all’eccessiva spesa pubblica) la responsabilità della spirale prezzi-salari, nonostante la causa principale dell’inflazione risiedesse sul lato dell’offerta, cioè nell’aumento del costo del petrolio e delle materie prime; dall’altro, l’attacco si dipanò attraverso l’evocazione ossessiva del cosiddetto “vincolo esterno della bilancia dei pagamenti”, ossia l’idea che i salari troppo alti impedissero il necessario aggiustamento dei conti esteri dei Paesi in deficit (come era l’Italia in quegli anni) e che tale aggiustamento dovesse passare per una riduzione dei salari stessi.

Sul piano teorico si trattava di un’interpretazione molto discutibile, tuttavia questa ebbe un grande successo sul piano politico, anche per l’incapacità tanto degli economisti neokeynesiani quanto delle sinistre socialcomuniste di offrire un’interpretazione alternativa degli eventi. Un ruolo chiave in questa controffensiva ideologica fu giocato dalla scuola neomonetarista, che poggiava in buona parte sull’impianto monetarista classico di Milton Friedman, estremizzandone però alcuni aspetti. Il neomonetarismo ebbe una notevole influenza in particolare in Italia, anche grazie alla sostanziale convergenza che si venne a determinare tra le idee di Friedman e quelle di uno dei più famosi neokeynesiani dell’epoca: l’italiano Franco Modigliani.

La tesi di Friedman era in sostanza la seguente: esiste un solo livello salariale compatibile con la piena occupazione e, di contro, esiste un solo tasso di disoccupazione – il cosiddetto “tasso naturale di disoccupazione”, ancora oggi utilizzato dalla Commissione europea e altre istituzioni – compatibile con la piena occupazione. Qualunque intervento discrezionale di politica pubblica – di natura monetaria, fiscale o di altro tipo – volto ad aumentare l’occupazione o a difendere il salario avrebbe necessariamente comportato un aumento sia dell’inflazione che della disoccupazione. È evidente la portata politica di questa teoria: siamo di fronte a un ribaltamento radicale del principio keynesiano che aveva ispirato le politiche pubbliche ed economiche nel secondo dopoguerra, ovvero quello secondo cui il capitalismo è un sistema intrinsecamente instabile ed intrinsecamente incapace di garantire la piena occupazione, motivo per cui sono necessari interventi pubblici di vario tipo per garantire la piena occupazione e un’equa distribuzione di reddito e di ricchezza.

Le radici teoriche delle diseguaglianze che viviamo oggi

La teoria (solo apparentemente tecnica) di Friedman rappresentava un ribaltamento radicale di questa impostazione, volto a dimostrare la sostanziale impossibilità della piena occupazione e la dannosità di qualunque forma di intervento pubblico discrezionale. Ma, in un senso ancora più profondo, rappresentava un ritorno alla barbarie del capitalismo ottocentesco, in cui il lavoro era trattato alla stregua di una merce come qualunque altra, di fatto subordinando la vita stessa degli esseri umani, l’essenza stessa della società, alle leggi del mercato. Con l’obiettivo, evidente, di rimettere i lavoratori al loro posto, anche utilizzando lo strumento della disoccupazione. Purtroppo in Italia furono in pochi a comprendere la reale portata di quello che stava avvenendo.

Uno di questi fu l’economista Federico Caffè, che cercò di mettere in guardia soprattutto la sinistra sui rischi insiti nell’accettazione, anche solo parziale, di queste teorie: farlo avrebbe voluto dire spalancare un processo di regressione politica, economica e sociale potenzialmente senza fine – che è ovviamente quello che è successo, come conferma la drammaticità dello stato attuale del nostro Paese. Caffè fu tra i pochi a comprendere che l’enfasi ossessiva di quegli anni sul problema dell’inflazione e soprattutto la lettura antioperaia che veniva data del fenomeno erano da considerarsi funzionali a una strategia che non mirava realmente, o primariamente, a risolvere il problema dell’inflazione stessa – che era meno grave di quanto si voleva far credere, e per il quale esistevano comunque altre soluzioni ipotizzabili – ma piuttosto a sfruttarne lo spauracchio per raggiungere obiettivi politici ed economici di ben altra natura. «Oggi l’inflazione più che essere combattuta viene strumentalizzata, nel senso che evocando questo male dell’inflazione si intendono risolvere molti altri problemi di natura industriale, sindacale, rivendicativa e così via», scriveva Caffè. Qualche lettore noterà una certa assonanza con la situazione attuale. Caffè la chiamava «strategia dell’allarmismo economico»: una sorta di equivalente mediatico-narrativo della strategia della tensione di matrice propriamente terroristica. Proprio perché il nocciolo della questione era di natura politica – o meglio di classe – e non economica, Caffè si prodigò infaticabilmente in quegli anni per cercare di convincere la sinistra a non fare propria la narrazione dell’avversario sull’inevitabilità della disoccupazione. Ma i suoi avvertimenti rimasero perlopiù inascoltati.

Un altro aspetto del neomonetarismo era la sua insistenza sull’adozione del cambio fisso o semifisso – presentato come strumento economico, quale sicuramente era (stabilizzazione del cambio in senso anti-inflazionistico), ma che, come altre misure già discusse, aveva anche un importante componente politica, o meglio di classe: i cambi flessibili permettevano di accomodare le richieste salariali dei lavoratori, scaricando – in parte almeno – sul cambio l’aggiustamento degli squilibri della bilancia dei pagamenti. Proprio per questo i neomonetaristi erano fautori dei cambi fissi, perché, per contro, non permettendo di scaricare gli aggiustamenti sul cambio, lasciavano come unica soluzione la compressione salariale. Ovviamente, nel contesto italiano ed europeo, il momento di svolta è l’introduzione del sistema di cambi fissi del Sistema monetario europeo (SME) nel 1979, che di fatto rappresenta il primo passo nel percorso di unificazione monetaria che porterà poi all’introduzione dell’euro. Non a caso, negli anni Ottanta sarebbe seguito l’attacco alla scala mobile e l’inizio di una drammatica stagnazione salariale e di una erosione dei diritti dei lavoratori che continua fino ai giorni nostri.

L’integrazione europea come realizzazione del progetto

Ma c’è una dimensione più prettamente politica alla radice del processo di integrazione europeo. In ultima analisi, tutto il processo di integrazione economica e monetaria europea può essere visto come la realizzazione di quel progetto teorizzato dai primi neoliberisti nei primi decenni del secolo scorso: trasferendo quote crescenti di sovranità nazionale – fino ad arrivare alla cessione del pilastro fondamentale dell’indipendenza economica di un Paese, la sovranità monetaria -, di fatto si riduce la capacità dei cittadini di influenzare gli orientamenti di politica economica di un Paese, per il semplice fatto che lo Stato è privo di tutti quegli strumenti necessari ad orientare gli indirizzi di politica economica. Si arriva così a recidere definitivamente il legame tra i meccanismi di rappresentanza popolare e le scelte di carattere macroeconomico: dal punto di vista formale, i Paesi rimangono democratici ma nella sostanza la democrazia viene svuotata dall’interno. Se consideriamo tutti questi elementi nel loro complesso, possiamo concludere che l’Italia è stato uno dei Paesi in cui il processo di neoliberalizzazione è stato portato alle sue più estreme conseguenze. È diffusa l’opinione secondo cui il neoliberismo non avrebbe mai preso piede in Italia, essendo il nostro Paese ancora oggi caratterizzato da un vastissimo apparato burocratico e da una spesa pubblica molto significativa in proporzione al PIL. Ma si tratta di lettura fallace della natura del neoliberismo, che si considera erroneamente volto alla minimizzazione del ruolo dello Stato.Come detto, il neoliberismo va inteso innanzitutto come un progetto politico finalizzato a indebolire il mondo del lavoro, a desovranizzare e de-democratizzare gli Stati, a ridurre la capacità delle masse di incidere sui processi economici e a consegnare le leve di politica economica a istituzioni sovranazionali che usano lo Stato per avanzare gli interessi dei ceti dominanti.

In quest’ottica, risulta difficile non concludere che controrivoluzione neoliberista sia stata, in Italia, un successo clamoroso dal punto di vista di chi la propugnava. Basti pensare a quanto siano diffusi nel nostro Paese i sentimenti di disillusione e di apatia nei confronti della politica – ovverosia esattamente lo scenario auspicato ormai cinquant’anni fa nel sopracitato testo La crisi della democrazia. Per concludere con una battuta amara, potremmo dire: l’operazione è stata un successo ma purtroppo il paziente – cioè la Costituzione materiale di questo Paese – è morto. [di Thomas Fazi]

Benessere diffuso. Perché il capitalismo non è responsabile della fame nel mondo. Rainer Zitelmann su L'Inkiesta il 29 Luglio 2023

Negli ultimi decenni il declino della povertà è accelerato a un ritmo senza precedenti nella storia dell'umanità grazie alla crescita dei paesi che hanno accettato il libero mercato. Mentre le più grandi carestie provocate dall'uomo negli ultimi cento anni sono avvenute sotto dittature comuniste e stataliste

Quali sono le critiche che vengono solitamente rivolte al capitalismo? Mantiene povere alcune aree del mondo, crea disuguaglianze, distrugge l’ambiente, produce continue crisi finanziarie, avvantaggia solo i ricchi che dettano l’agenda politica, favorisce la nascita di monopoli, è guidato solamente dall’avidità e dalla ricerca del profitto, ci spinge a un consumismo sfrenato. In otto articoli, pubblicati a cadenza settimanale su Linkiesta, Rainer Zitelmann prova a rispondere a tali critiche, basandosi sui contenuti del suo recente libro, Elogio del capitalismo (IBL Libri, 2023). 

Prima dell’emergere del capitalismo, molte persone nel mondo erano intrappolate in una povertà estrema. Nel 1820, ad esempio, circa il novanta per cento della popolazione globale viveva in condizioni di assoluta povertà. Oggi, la cifra è meno del dieci per cento. E soprattutto: negli ultimi decenni il declino della povertà è accelerato a un ritmo senza precedenti nella storia dell’umanità. Nel 1981, il tasso di povertà assoluta era del 42,7 per cento; dal 2000 è caduto al 27,8 per cento, e nel 2021 è giunto sotto il dieci per cento. Questa tendenza, che è perdurata per decenni, è ciò che realmente conta. È vero che la povertà è cresciuta ancora negli ultimi due anni. Ma questo è ampiamente il risultato della pandemia globale di Covid-19, che ha esacerbato la situazione in nazioni dove la povertà era relativamente elevata.

Per capire la questione della povertà, dobbiamo guardare alla storia. Molte persone credono che il capitalismo sia la causa principale della povertà e della fame nel mondo. Essi hanno un’immagine completamente irrealistica dell’era pre-capitalista, plasmata sulla base di opere classiche, inclusa quella di Friedrich Engels, La condizione della classe operaia in Inghilterra, 1820-1895. 

Engels denunciò le condizioni di lavoro sotto il primo capitalismo nei modi più drammatici e delineò un’immagine idilliaca dei lavoratori a domicilio prima che la nascita delle fabbriche e il capitalismo arrivassero a distruggere il loro armonioso stile di vita: «Così i lavoratori vegetavano in un’esistenza passabilmente confortevole, conducevano una vita di rettitudine e pace, caratterizzata da pietà e probità e la loro posizione materiale era di gran lunga migliore di quella dei loro successori. Essi non avevano bisogno di sovraccaricarsi di lavoro; non facevano più di quello che sceglievano di fare, e tuttavia guadagnavano ciò di cui necessitavano. Avevano tempo libero per un sano lavoro nell’orto o nei campi, lavoro […] e potevano partecipare alle attività ricreative e ai giochi con i loro vicini, e tutte queste attività, bowling, cricket, calcio, ecc. contribuivano alla loro salute fisica e al loro vigore. Essi erano, per la maggior parte, forti, robusti, con un fisico che metteva in evidenza poca o nessuna differenza rispetto a quello dei loro vicini di casa contadini. I loro figli crescevano all’aria aperta, e, se potevano aiutare i genitori al lavoro, lo facevano solo occasionalmente; mentre di otto o dodici ore di lavoro per loro non se ne parlava». 

L’immagine che molte persone hanno della vita prima del capitalismo è stata trasfigurata al di là di ogni riconoscimento da queste e simili rappresentazioni romantiche. Queste persone ritengono che la vita prima del capitalismo assomigliasse a una moderna gita in campagna. 

Diamo allora uno sguardo più obiettivo all’era pre-capitalista, negli anni e nei secoli precedenti al 1820. «I piccoli lavoratori del XVIII secolo», scrive il premio Nobel Angus Deaton nel suo libro The Great Awakening, «erano di fatto bloccati in una trappola nutrizionale: non potevano guadagnare molto perché erano fisicamente deboli e non potevano mangiare a sufficienza perché, senza lavoro, non avevano i soldi per comprare il cibo». 

Alcune persone si dicono entusiaste delle armoniose condizioni pre-capitaliste, quando il ritmo della vita era molto più lento rispetto a oggi, ma questa lentezza era principalmente il risultato di una stanchezza fisica dovuta a una malnutrizione permanente. Si stima che duecento anni fa, circa il venti per cento degli abitanti dell’Inghilterra e della Francia non era in grado di lavorare, semplicemente perché erano fisicamente troppo deboli a causa della malnutrizione. 

Le più grandi carestie provocate dall’uomo negli ultimi cento anni si sono verificate sotto il socialismo. Sulla scia della Rivoluzione Bolscevica, la carestia russa del 1921/22 costò la vita a cinque milioni di persone, secondo i dati ufficiali della Grande Enciclopedia Sovietica del 1927. Secondo altre stime, i morti per carenza di cibo sono stati tra i dieci e i quattordici milioni. Solo un decennio dopo, la collettivizzazione socialista dell’agricoltura voluta da Stalin e la liquidazione dei kulaki ha innescato la successiva grande carestia, che uccise tra i sei e gli otto milioni di persone. E “Il Grande Balzo in Avanti” (1958-1962) di Mao, il più grande esperimento socialista nella storia dell’umanità, costò la vita a quarantacinque milioni di persone in Cina.

Quando si usa il termine carestia, viene subito in mente di ricondurre il termine all’Africa. Nel XX secolo, tuttavia, l’ottanta per cento di tutte le vittime delle carestie è morta in Cina e in Unione Sovietica. È un tipico equivoco il fatto che quando si pensa a fame e povertà si colleghi questi concetti al capitalismo piuttosto che al socialismo, sistema, quest’ultimo, che è stato responsabile delle più grandi carestie del XX secolo.

Il sonno della globalizzazione. L’Italia demonizza il neoliberismo senza essere mai stata liberista. Iuri Maria Prado su L'Inkiesta il 12 Giugno 2023 

Il nostro Paese ha subito contraccolpi economici non certo per l’eccesso di concorrenza sul mercato mondiale, ma per le sue rigidezze. I difetti cronici si sono aggravati con le risposte dei governi: sussidi, aiuti pubblici e politiche sociali pagate non si sa come e da chi

Già trent’anni fa una letteratura seria spiegava che la cosiddetta globalizzazione, mentre avrebbe tirato fuori dalla povertà un paio di miliardi di persone del mondo arretrato, avrebbe impoverito decine, forse centinaia di milioni di individui appartenenti a quello progredito.

Si trattava del lavoro di osservatori non ripiegati ideologicamente in modo illiberale e anzi favorevolissimi al mercato e alla libera concorrenza, le cose che appunto negli ultimi decenni hanno strappato alla povertà tantissimi e impoverito una quota notevole degli altri.

Evidenziavano in buona sostanza che il libero mercato e la concorrenza, come elementi attuatori della globalizzazione, erano necessari ma non sufficienti a dar da mangiare come prima alle fasce sempre crescenti di impoveriti dei Paesi cosiddetti avanzati.

Ma suggerivano che si approntassero rimedi – tanto per intendersi – di compensazione, con investimenti rivolti non a correggere il gioco competitivo, non a limitare i rapporti di concorrenza, ma a rendere più duttili e aggiornati sistemi di welfare ormai incompatibili appunto perché confezionati sulla scorta di un mondo passato.

Il problema è che questo ragionamento molto serio non è mai stato fatto in un Paese come il nostro, nel quale al contrario il discorso pubblico imputa alle sfrenatezze del “neoliberismo” il pregiudizio sofferto da molti a causa dell’urto da globalizzazione. E si spiega.

Perché l’urto non si è qui prodotto su un assetto di compiuto sviluppo di un ordinamento della concorrenza e di mercato bisognoso di quelle compensazioni: si è prodotto su un impianto dell’economia e del lavoro marcatamente anti-concorrenziale, nemmeno sfiorato da qualsiasi insulto neoliberista per la semplice ragione che liberista non è mai stato.

Era bensì vero che la macchina utensile cinese, le valvole indiane, il tessile turco che decenni fa cominciavano ad aggredire i nostri mercati mettevano in crisi le corrispondenti produzioni domestiche e l’indotto interessato: ma era la crisi che si registrava nel Paese in cui l’impresa appartiene per il quarantacinque per cento al potere pubblico, nel sistema in cui è largamente sussidiata l’improduttività d’impresa, nella struttura dei rapporti tra impresa e potere statale in cui l’intermediazione burocratica grava più che ovunque in Occidente sull’iniziativa economica.

Era quindi un impatto tanto più devastante per difetto, non per eccesso di concorrenza della realtà sociale ed economica – la nostra – che lo subiva; per mancanza, non per sregolatezza del mercato; per rigidità, non per sbrigliatezza dell’organizzazione del lavoro.

E sono quelle mancanze e quei difetti, non il “neoliberismo”, ad impedirci di adoperare i frutti del mercato e della concorrenza per renderci compatibili con la cosiddetta globalizzazione: una creatura che infierisce tanto più proprio sui sistemi irrigiditi; quelli che sempre, non a caso, vogliono combatterla con politiche sociali pagate non si sa come e non si sa da chi.

Il capitalismo è democratico: i cittadini più poveri di oggi hanno a disposizione più beni, energia e vantaggi. Riccardo Puglisi su Il Riformista il 3 Giugno 2023 

Ti fideresti di un avvocato che non conosce il concetto di contratto? Oppure di un medico che non conosce il funzionamento dell’apparato cardiocircolatorio? Ebbene, secondo la mia moderata opinione chi non conosce i concetti di prodotto interno lordo (Pil) e di produttività è indegno di usare la qualifica di economista, e pure quella di giornalista economico.

In breve: il Pil rappresenta il valore totale di tutti i beni e servizi finali prodotti in un certo periodo di tempo in un certo paese, di solito un anno o un trimestre. Chi compra questi beni e servizi? Le famiglie li acquistano per i propri consumi, mentre le imprese acquistano impianti e macchinari per rimpiazzare la propria dotazione oppure per aggiungerne di nuovi. Poiché l’economia è aperta agli scambi con l’estero, le esportazioni si aggiungono alla domanda di produzione nazionale (acquisti fatti dall’estero), mentre bisogna sottrarre il valore delle importazioni, in quanto si tratta di acquisti di beni e servizi prodotti altrove, cioè all’estero. E come conteggiare la spesa pubblica?

È facile il caso dell’acquisto di forniture utilizzabili nel breve termine (le famose “siringhe” dal prezzo selvaggiamente variabile da una regione all’altra) e quello delle infrastrutture pubbliche (strade, ponti, telecomunicazioni) mentre gli stipendi pubblici finiscono anch’essi dentro il lato della domanda perché sono una misura del valore dei servizi pubblici prestati alla cittadinanza (ad esempio: sanità e istruzione) quando non esiste un prezzo volontariamente pagato dai cittadini, ovviamente sostituito dal prelievo coercitivo sotto forma di imposte e tasse.

Se poi si divide il Pil totale per la popolazione si ottiene il Pil pro capite, cioè una misura media della produzione e del reddito. Qui spunta il concetto aggiuntivo di reddito, in quanto è piacevole osservare come per ogni acquisto di beni e servizi corrisponde un ricavo per i soggetti che li vendono, tipicamente imprese che utilizzano questi incassi per pagare dipendenti, fornitori, banche creditrici e azionisti. E chi compra la produzione nazionale?

A parte gli scambi con l’estero, il concetto grandioso è quello di “circuito del reddito”: le imprese che vendono con successo beni e servizi danno un reddito a lavoratori e capitalisti, il quale viene utilizzato da costoro per comprare beni e servizi finali, in un circolo virtuoso che diventa più ampio in termini assoluti se il Pil totale cresce, e in termini medi se il Pil pro capite cresce. Qui introduco il concetto di produttività, in quanto essa misura quanto –grazie a tecnologia, capitale umano, impianti e macchinari – in media il singolo cittadino (o lavoratore) è in grado di produrre.

Grazie alla sequenza di rivoluzioni industriali, il benessere medio degli esseri umani nei paesi sviluppati è cresciuto in maniera esponenziale, in quanto la crescita della produttività è stata fenomenale: dunque i cittadini più poveri di oggi hanno a disposizione più beni, energia e vantaggi rispetto a quanto il Re Sole poteva ottenere soltanto grazie al lavoro di migliaia di persone esclusivamente dedite a lui, e a pochi altri. Dunque potrei aumentare l’ansia di qualcuno sottolineando come il capitalismo sia essenzialmente democratico.

Riccardo Puglisi

It's the economy, stupid. Il capitalismo ha successo perché si adatta a ogni epoca e luogo. Riccardo Piccolo su L'Inkiesta l'11 maggio 2023.

Rainer Zitelman, autore di “Elogio del capitalismo. Dieci miti da sfatare”, spiega a Linkiesta che a differenza del socialismo «il libero mercato è un sistema spontaneo che non è stato inventato a tavolino da intellettuali». Per questo è applicabile a qualsiasi latitudine

Mentre lo spettro del socialismo continua ad aggirarsi per l’Europa, c’è chi come Rainer Zitelmann storico, saggista e imprenditore di successo nato a Francoforte sul Meno, si batte per difendere il sistema economico più bistrattato dagli intellettuali di sinistra. Nel suo nuovo libro Elogio del capitalismo. Dieci miti da sfatare, edito dalla casa editrice dell’Istituto Bruno leoni, Zitelmann l’apostata (perchè abbracciò la dottrina marxista in gioventù per poi ripudiarla con decisione), grande studioso dell’utopia socialista, riesce a spiegare con semplicità perché “il capitalismo ha una cattiva reputazione nonostante sia il sistema economico più di successo nella storia umana”. Attraverso poca teoria, ma moltissimi esempi storici che arrivano dritto al punto il professore smonta, dati alla mano, tutte le falsità che si dicono intorno al capitalismo. Riuscendo anche nell’intento, grazie alla sua personalità istrionica che poco si addice ad un carattere teutonico e alle sue t-shirt geniali (“Socialism kills” o “talk to invisible hand” sotto il faccione di Adam Smith), a rendere la scienza triste, ovvero l’economia, un poco più sexy. 

Nel suo libro spiega che molti falsi miti sul capitalismo derivano da un’idea ingenua sulla qualità della vita nelle epoche passate. Che ruolo gioca questa fantasia per criticare l’attuale stato delle cose?

Penso che le persone non conoscano abbastanza bene la storia e non abbiano idea di come vivevano le persone, ad esempio, trecento o quattrocento anni fa. Ma credo anche che tutte le persone istruite, come gli economisti anti-capitalisti, ammettono che ci sono stati enormi progressi avanti negli ultimi duecento anni grazie a questo sistema economico. Ho letto un libro poche settimane fa dell’economista tedesca Sahra Wagenknecht, il cui titolo è “Fine del capitalismo”. Anche lei, pur essendo una radicale di sinistra, ammette apertamente che il capitalismo è responsabile di aver portato fuori moltissime persone da una condizione di povertà. Ci sono alcuni eventi, relativamente recenti, di cui non si parla nemmeno a scuola, come il grande balzo in avanti voluto da Mao in Cina negli anni ’50 e ’60, che è stato il più grande esperimento socialista della storia e ha causato la morte di 45 milioni di persone. Ho notato che quando parlo di questo argomento in giro per il mondo, la maggior parte delle persone non ne ha mai sentito parlare. Questo è uno dei motivi per cui ho incluso il capitolo 11 nel mio libro, in cui parlo di alcuni esempi di cosa significava il socialismo nella storia. 

La continua crescita economica è compatibile con la lotta al cambiamento climatico? 

Secondo me, l’unica soluzione per affrontare il cambiamento climatico è il capitalismo, perché l’alternativa economia pianificata, non ha mai risolto alcun problema nella storia, anzi, ha creato molti problemi, soprattutto per l’ambiente. Se confrontiamo Germania Est e Ovest – che erano lo stesso Paese, con le stesse persone, la stessa lingua, ma sistemi economici diversi – si può vedere che le emissioni di CO2 nella Germania Est erano tre volte più alte rispetto a quelle della Germania Ovest. Inoltre, se paragoniamo l’indice di libertà economica dell’Heritage Foundation con il punteggio ambientale dei paesi, si può notare che quelli economicamente più liberi hanno punteggi ambientali migliori rispetto ai quelli meno liberi. Non è vero che più regolamentazioni e più governo siano meglio per l’ambiente. Ad esempio, in Germania ci sono molte regolamentazioni ambientali ma non abbiamo avuto risultati soddisfacenti nella lotta al cambiamento climatico. Il governo tedesco ha vietato le centrali nucleari, ha fatto dipendere il Paese dal gas russo e ha importato energia sporca da altri paesi, aumentando i prezzi dell’elettricità. Le imprese hanno spostato la loro produzione all’estero dove le condizioni ambientali sono peggiori. Pertanto, l’idea che il governo debba fare qualcosa per salvare l’ambiente non è sempre la risposta giusta. 

Il capitalismo è un sistema in grado di adattarsi ai cambiamenti sociali e alle nuove sfide economiche?

Negli ultimi duecento anni, il capitalismo è sempre mutato e questa è la ragione per cui ha avuto tanto successo. Al contrario, il socialismo è un sistema difficile da modificare. Si è tentato di riformarlo in molti paesi come Ungheria, Polonia e Jugoslavia, ma non ha mai funzionato. L’unico modo per far funzionare il socialismo infatti è corromperlo, come accaduto in Cina o Vietnam, dove hanno adottato una forma di economia di mercato, chiamata socialismo, ma che ovviamente non ha nulla a che fare con il socialismo originale. Il capitalismo, invece, è diverso. Si evolve costantemente ed è una rivoluzione costante, questo perché è un sistema spontaneo che non è stato inventato a tavolino da intellettuali. Adam Smith non ha scritto un libro per i politici perché lo mettessero in pratica: ha solo descritto ciò che accade nella realtà degli scambi sociali. In Cina e Vietnam, il capitalismo è nato dal basso grazie alle iniziative dei piccoli imprenditori. Quando finalmente il governo ha deciso di permettere l’economia di mercato, ha semplicemente permesso ciò che era già presente nella società, non è stato qualcosa di imposto. Gli intellettuali, in genere, preferiscono il socialismo perché in questo sistema hanno un ruolo più importante rispetto al capitalismo: hanno il compito di portare la “coscienza di classe” alle masse e di implementare le loro idee attraverso i politici. Invece, nel capitalismo, gli intellettuali non sono così importanti.  

In molti sostengono che la società capitalista abbia prodotto il culto della performatività, soprattutto nel mondo del lavoro. Non crede che questo possa avere un impatto sul benessere psicologico delle persone?

Penso che sia un modo facile di incolpare il capitalismo per i problemi del mondo. Per questo la chiamo religione politica, perché è simile al bigottismo dei contadini del passato che incolpavano il diavolo per tutti i mali che capitavano. Oggi, se fallisci o hai dei problemi puoi sempre additare il capitalismo come responsabile. Tuttavia, penso che per le giovani generazione, i problemi psicologici siano più causati dal movimento ambientalista che dal capitalismo. In Germania, ad esempio, molti giovani sono pieni di paura per il futuro del pianeta, pensando che la fine del mondo sia alle porte. Non vedo come la libertà economica possa causare problemi psicologici. Anzi, la libertà apre molte possibilità, anche se può portare ad avere paura del futuro. Tuttavia, l’alternativa sarebbe di avere un’economia pianificata e un regime oppressivo. 

Dalla sua idea di capitalismo sembra emergere una filosofia per la condotta del singolo, è d’accordo?

Credo nell’importanza delle responsabilità nella vita. Ci sono molte persone che odiano i ricchi e incolpano le persone benestanti per la loro situazione. Questo è vero, ma la domanda è: quale atteggiamento che aiuta di più? Qualche anno fa hanno messo una ghigliottina di fronte alla casa di Jeff Bezos, fondatore di Amazon, come gesto dimostrativo. Questo atto non risolve il problema della disuguaglianza economica. Al contrario, ritengo che sia meglio imparare dalle persone di successo. Potremmo leggere un libro sulla vita di Jeff Bezos e chiederci: “Cosa posso imparare dal suo successo?”. C’è chi dice che il capitalismo sia il problema principale, e che non valga la pena provare a cambiare le cose. Io invece penso che sia giusto riconoscere che ci sono problemi nella società, ma che bisogna anche prendersi la responsabilità di cambiare la propria vita. Questo messaggio può dare speranza alle persone, al contrario di chi dice loro che non vale la pena provare a cambiare le cose, perché il capitalismo è troppo potente. Questo atteggiamento può solo portare alla frustrazione delle persone. 

Se è vero che i benefici apportati dal capitalismo sono così palesi perché ha una così cattiva reputazione?

Due mesi fa in Grecia c’è stato un terribile incidente ferroviario in cui sono morte cinquanta persone e c’è stata una grande protesta contro il governo capitalista. Ero in un hotel vicino al Parlamento e ho visto manifestanti di sinistra e comunisti protestare e suonare musica. Non riuscivo a capire le loro canzoni perché non conosco il greco, ma mi hanno toccato il cuore tanto erano intense. Allora, mentre li guardavo dal balcone ho pensato che loro sanno parlare ai sentimenti delle persone, mentre io ho solo i fatti dalla mia parte. Il loro metodo è molto più efficace dal punto di vista del marketing, perché sanno toccare l’emotività. Penso che i socialisti siano molto migliori di noi nel marketing e nelle relazioni pubbliche. Altrimenti non si spiegherebbe perché un sistema che ha fallito ben 25 volte nel secolo scorso e ha causato la morte di 100 milioni di persone, venga preferito ad uno che ha ridotto il numero di persone che vivono in povertà dal 90 per cento di cento anni fa al 9 per cento di oggi.

Cosa pensano gli italiani del capitalismo rispetto agli altri paesi?

L’analisi delle risposte ai sondaggi che abbiamo posto ci dicono che le dichiarazioni a favore di un ruolo più incisivo dello Stato nell’economia sono condivise nel 26 per cento dei casi, contro il 21 per cento di approvazione per le dichiarazioni a favore del mercato o della riduzione dell’intervento pubblico. Dividendo la media delle affermazioni positive con la media di quelle negative si ottiene un coefficiente di 0,81 – un coefficiente superiore a 1 significa che prevalgono le posizioni favorevoli alla libertà economica, mentre un coefficiente inferiore a 1 significa che prevalgono gli atteggiamenti contrari alla libertà economica. Seppure in diversi paesi occidentali abbiamo riscontrato un coefficiente minore a uno, abbiamo risultati interessanti e diverse tendenze in altri Stati. Ad esempio, la Polonia, un tempo uno dei Paesi più poveri d’Europa sotto il socialismo, e adesso diventata una storia di successo del capitalismo è la nazione più favorevole al capitalismo che abbiamo preso in esame. Anche la Corea del Sud e il Vietnam hanno subito riforme economiche nella direzione del libero mercato e sono ora più capitalistiche. Inoltre, l’Argentina sta diventando sempre più aperta al mercato, con molti giovani che sono a favore del liberalismo.

Estratto dell’articolo di Roberto Esposito per “la Repubblica” il 3 aprile 2023.

[…] Già nel 1960 Daniel Bell scriveva un libro — La fine delle ideologie — che sembrava chiudere la partita […] È davvero così? L’ideologia è una “parola controtempo”? […] La questione è posta con la solita finezza analitica da Carlo Galli in Ideologia, edito dal Mulino. […] Essa è insieme illuminazione e propaganda, critica e dogmatismo, interpretazione soggettiva e pretesa di oggettività.

 L’ideologia svela i tratti del dominio, ma tende a sostituirli con altri, talvolta anche più marcati. […] È efficace, crea egemonia, mobilita energia contro l’avversario di turno, fin quando non ne subisce la replica, essa stessa inevitabilmente ideologica. Anche se mai dichiarata tale. Ideologia è sempre quella degli altri.

Mai la propria, che si presenta invece come scienza, visione oggettiva delle cose. Per questo parlarne, tentare di definirla, è pericoloso […] Per tutti l’ideologia è uno strumento polemico funzionale all’edificazione di un nuovo ordine. L’intera modernità ne è attraversata, lacerata, ma anche, di volta in volta, ripensata in base a nuove prospettive. Se la modernità è una continua successione di crisi, le ideologie allo stesso tempo ne fanno parte e la interpretano in vista di nuove visioni del mondo.

 Dall’Ideologia tedesca (1945-6) di Marx e Engels a Ideologia e utopia (1929) di Karl Mannheim, la sua critica produce sempre nuove ideologie, a loro volte decostruite da Nietzsche, Lukács, Gramsci, Arendt, Schmitt, Foucault. Tutti, alla fine, presi nel cerchio ideologico che tentano di spezzare. Perciò Galli individua nel metodo genealogico l’unico modo di rapportarsi a una realtà così sfuggente. Più che chiedersi cos’è l’ideologia, o, peggio, come lasciarsela alle spalle, bisogna individuarne la provenienza […]

[…] fascismo, nazismo e comunismo […] sono ideologie scaturite dalle pieghe del Novecento. Dopo la loro sconfitta, i regimi liberaldemocratici e socialdemocratici raffreddano il tasso ideologico, ma non lo spengono. Destra e sinistra continuano ad esserci, malgrado i maldestri tentativi di negarne l’esistenza. […]

 Dopo che il ’68 ha contrapposto i movimenti alle istituzioni, a partire dagli anni Ottanta si è andata diffondendo l’ultima delle ideologie — quella appunto della loro fine. Prodotto dalla globalizzazione e dalla rivoluzione tecnologica, il neoliberalismo è stato, più che una semplice dottrina economica, una vera concezione del mondo. Una macchina ideologica che vede nella società un’arena di competizione tra individui rivolti all’imperativo del guadagno in un mercato finanziario senza limiti spaziali e temporali.

Smaterializzazione virtuale del mondo e riduzione della storia a natura sembrano farla finita con le ideologie. Ma non è andata così. Presto i lampi delle Torri Gemelle, tornati a balenare nella guerra in Ucraina, hanno illuminato sinistramente una realtà diversa. Mostrando che la globalizzazione non porta necessariamente la pace e il mercato non produce solo sviluppo, ma anche ineguaglianza ed esclusione. […]

Estratto dell'articolo di Massimo Basile per “la Repubblica” il 10 gennaio 2023. 

[…] La parte più interessante della nuova Business School della Columbia University, costata 600 milioni di dollari, è dentro la struttura. Qui si prepareranno gli economisti che cercheranno di attaccare il concetto predatorio del capitalismo, dell'autoritarismo 2.0, con l'obiettivo di disossare il mammuth della cultura monopolistica che punta solo allo sfruttamento del singolo, per aumentare i guadagni.

[…]«Le forze in atto nel mondo - spiega al New York Times il presidente della Columbia, Lee C. Bollinger - stanno spingendo a un ripensamento del sistema economico che abbiamo». Dal cambiamento climatico alle questioni di giustizia sociale, per arrivare a progetti economici legati al mondo della solidarietà.

L'idea di Milton Friedman che il business è solo guadagno viene superata. […] L'obiettivo è offrire una visione e mettere insieme persone in grado non solo di guardare il valore dei dollari, ma quello che vive e vegeta attorno. Tra gli economisti c'è chi pensa che una scuola di economia non possa andare oltre un'idea di business consolidata. In fondo si preparano economisti che poi dovranno lavorare in studi affermati e consolidati. […]

In gioco c'è la sfida alle gerarchie del potere. Per ora questa sfida l'hanno vinta gli architetti che hanno progettato la nuova Business School. […] Gli spazi sono immaginati per produrre colloqui informali, come la nuova Geffen Hall, vetri ovunque, strutture bianche e lisce, scale a spirale ma anche sale con soli sei posti per facilitare le interazioni. I professori non occupano posizioni dominanti.

[…] Le idee dei futuri economisti dovranno seguire quelle linee e interrogarsi su temi a cui la gente non pensava venti o cinquant' anni fa. «La visione ora - spiega il preside, Costis Maglaras - è mettere insieme le persone e discutere i temi più attuali nel mondo».

La logica del mercato. La regola bicentenaria. Il capitalismo aumenta la ricchezza di una nazione, e riduce anche la povertà. Rainer Zitelmann su L’Inkiesta il 24 Gennaio 2023

L’economia di mercato e i diritti di proprietà privata hanno creato milionari ma hanno anche aiutato milioni di persone nel mondo a uscire da condizioni di estrema indigenza

Ogni anno, Oxfam pubblica uno studio in concomitanza con il World Economic Forum di Davos. I rapporti precedenti erano spesso basati su dati errati e metodologie non scientifiche. Ciononostante, i media hanno sempre dedicato ampio spazio ai rapporti annuali di Oxfam. Questa volta, però, una delle conclusioni di Oxfam è corretta: per la prima volta in 25 anni, l’estrema ricchezza e l’estrema povertà sono aumentate contemporaneamente, e Oxfam ha puntato il dito contro questo andamento. Negli anni precedenti, tuttavia, è accaduto esattamente il contrario.

Il numero di miliardari è aumentato costantemente negli ultimi decenni, mentre il numero di persone che vivono in estrema povertà è diminuito costantemente.

Prima dell’avvento del capitalismo, la maggior parte delle persone nel mondo viveva in condizioni di estrema povertà. Nel 1820 circa il 90 per cento della popolazione mondiale viveva in condizioni di povertà assoluta. Oggi la percentuale è inferiore al 10 per cento.  E soprattutto: negli ultimi decenni il declino della povertà ha subito un’accelerazione senza precedenti nella storia dell’umanità. Nel 1981, il tasso di povertà assoluta era del 42,7 per cento; nel 2000 era sceso al 27,8 per cento e nel 2021 era inferiore al 10 per cento. Il numero di miliardari, invece, è aumentato di circa cinque volte dal 2000, secondo Forbes. È questa tendenza principale, che persiste da decenni, a essere cruciale.

È vero – contrariamente alle aspettative iniziali della Banca Mondiale, che compila questi dati – che la povertà è aumentata di nuovo negli ultimi due anni. Ma questo è in gran parte il risultato della pandemia globale di Covid-19, che ha esacerbato la situazione nei Paesi in cui la povertà era già relativamente alta. Anche altre tendenze a lungo termine portano all’ottimismo. Per esempio, il numero di bambini che lavorano nel mondo è diminuito in modo significativo, passando da 246 milioni nel 2000 a 160 milioni vent’anni dopo, nel 2020. E questo calo è avvenuto nonostante la popolazione mondiale sia aumentata da 6,1 a 7,8 miliardi nello stesso periodo.

Questo dimostra che ciò in cui credono gli anticapitalisti, cioè che i ricchi si arricchiscono a spese dei poveri, è un’idea sbagliata. In realtà, è vero il contrario: la crescita economica fa sì che all’aumentare del numero di ricchi diminuisca il numero di persone che vivono in povertà, su scala globale. Un esempio è la Cina: nel 1981, l’88 per cento della popolazione cinese viveva ancora in condizioni di estrema povertà. Poi Deng Xiaoping ha avviato le sue riforme pro libero mercato con lo slogan: «Lasciamo che alcuni si arricchiscano per primi». Prima di allora, la Cina non aveva un solo miliardario perché la proprietà privata non era consentita sotto il governo di Mao. Oggi, in Cina ci sono più miliardari che in qualsiasi altra parte del mondo, a eccezione degli Stati Uniti. E il numero di persone che vivono in estrema povertà è sceso a meno dell’1 per cento.

Un altro esempio è il Vietnam: nel 1993, ben l’80 pe cento della popolazione vietnamita viveva in povertà. Nel 2020, la percentuale era scesa ad appena il 5 per cento. Ciò è stato possibile grazie all’introduzione dei diritti di proprietà privata e alle riforme di libero mercato. Allo stesso tempo, questo ha portato alcune persone in Vietnam a diventare molto ricche e oggi ci sono persino diversi miliardari in un Paese che un tempo era uno dei più poveri al mondo.

Come si fa a combattere efficacemente la povertà e la fame? Molti credono che la risposta risieda negli aiuti allo sviluppo, nonostante il fatto che negli ultimi 50 anni questi aiuti non abbiano cambiato nulla in Africa. Ciò che invece ha funzionato molto bene in un gran numero di Paesi è l’introduzione dell’economia di mercato e dei diritti di proprietà privata.

Gli anticapitalisti come l’organizzazione Oxfam vedono il mondo in termini di “somma zero”. Ci dicono che i poveri sono poveri solo perché i ricchi sono ricchi. Ma se questo fosse vero, come si spiega il fatto che mentre il numero di persone estremamente ricche è aumentato, il numero di persone che vivono in estrema povertà è diminuito? Questa è la regola da 200 anni. Un anno in cui si è verificato il contrario, in gran parte a causa degli effetti della pandemia di coronavirus da un lato e di un mercato azionario molto positivo dall’altro, è un’eccezione molto rara.

Dove finisce un Paese. Il sistema degli Stati-nazione non può più essere dato per scontato. Gracie Mae Bradley e Luke De Norohna su L'Inkiesta il 3 Ottobre 2023.

La visione attuale delle frontiere funziona solo se le nazioni sono immaginate uguali e sovrane. Come sostengono Gracie Mae Bradley e Luke De Norohna nel nuovo saggio “Contro i confini”, una tale presunzione richiede un’amnesia storica sulle politiche di dominio

Cosa fanno i confini? Nell’interpretazione convenzionale, stabiliscono dove finisce un Paese e dove ne inizia un altro. Sono linee su una carta, permanenti e, all’apparenza, razionali. I confini delineano il territorio di una nazione e fanno da filtro agli spostamenti in entrata e in uscita di persone e di beni. Tengono fuori ciò che è proibito: somme di denaro non dichiarate, animali, specie vegetali invasive, malattie, droghe e, ovviamente, persone non autorizzate.

I ricchi abitanti del Nord globale attraversano le frontiere con relativa facilità, salvo il breve fastidio del controllo via scanner dei bagagli e del passaporto, prima del caldo abbraccio con la famiglia lontana e del languore delle vacanze. I viaggiatori rispettosi della legge accettano di buon grado le perquisizioni personali e la scansione a raggi x perché ritengono di non avere nulla da nascondere. E, a dirla tutta, perché hanno un desiderio condiviso di controllo, ordine e sicurezza.

È tale bisogno di controllo e sicurezza a definire le politiche sull’immigrazione, e quindi i titoli sui giornali e i discorsi politici contro i pericoli di un’immigrazione incontrollata. Ma a quanto pare questi confini vengono violati di continuo. Da qui le metafore liquide – “diluvio”, “ondate” o “marea” di migranti – superate soltanto dall’espressione, barbarizzante, “orda”. Gli immigrati vengono di solito messi a fuoco come un assortimento delle loro caratteristiche più minacciose, e il loro arrivo e la loro distribuzione sul territorio – troppi, troppo velocemente e del tipo sbagliato – sono visti soltanto come un rischio, che porta con sé insicurezza e declino di una nazione. 

In un contesto simile, i governi sembrano costretti a impegnare risorse sempre maggiori e tecnologie sempre più sofisticate per rafforzare i propri confini. Il recente aumento di governi di destra è stato accompagnato dal proliferare di muri, reticolati, barriere galleggianti, droni destinati alla sorveglianza dei migranti che attraversano deserti e oceani, respingimenti ai confini dell’Europa e valutazione delle richieste di asilo attraverso campi di detenzione offshore. L’intensificarsi di una politica di frontiera violenta e spettacolarizzata è intimamente connesso all’ascesa di governi razzisti e nazionalisti propria dell’attuale momento storico.

Ma non si tratta di un problema della sola destra. Da tutto lo spettro politico si alzano voci che affermano la ragionelezza e la necessità delle frontiere. Molti partiti e diversi sindacati ritengono che i confini proteggano la classe lavoratrice dall’abbassamento dei salari causati da un surplus di lavoro migrante, che evitino di sovraccaricare l’edilizia pubblica e i servizi al cittadino e preservino lo “stile di vita” e la “cultura nazionale” delle società meta di immigrazione. 

Si ritiene, inoltre, che le frontiere servano da contrasto al traffico di esseri umani e a quello a scopo sessuale, oltre a evitare che i talenti migliori abbandonino i Paesi più poveri. In tutte queste narrazioni, le persone in movimento vengono ridotte a numeri, unità di lavoro, minacce razionalizzate, vittime disperate e categorie legali. La loro umanità viene cancellata e i “fattori di spinta” (pushing factors) che guidano la loro decisione di migrare rimangono sullo sfondo: una sorta di miasma fatto di guerre, persecuzioni e collasso ecologico completamente slegato dagli atti e dalle storie dei Paesi del Nord globale.

Parte del problema è che il sistema degli Stati-nazione viene semplicemente dato per scontato, come se i Paesi e le ineguaglianze fossero naturali e permanenti. La cittadinanza – il sistema politico-legale che assegna gli individui agli Stati – non viene messa in discussione. E non solo: la cittadinanza è vista come un bene universale, segno di inclusione politica e soggettività, e si presuppone che ciascun individuo sia un cittadino a “casa propria”, lì dove ha legami culturali e sociali radicati, un luogo a cui, quindi, “appartiene”. 

In un simile contesto, il controllo dell’immigrazione è percepito come mirato esclusivamente all’applicazione di coerenti distinzioni legali e spaziali tra le varie popolazioni nazionali, tramite meccanismi burocratici quali visti, passaporti, controlli alle frontiere e accordi tra gli Stati. I confini tra gli Stati-nazione sono considerati vitali per la democrazia: delimitano il demos. Per sostenere una simile visione delle frontiere, tutti gli Stati-nazione devono essere immaginati come formalmente uguali e sovrani. Ma una tale presunzione richiede un’amnesia storica per quel che riguarda il colonialismo, e una volontà precisa di non tener conto delle attuali relazioni di dominio economico.

Ovviamente le cittadinanze non sono tutte uguali: i cittadini svedesi, neozelandesi o statunitensi hanno maggiori opportunità di una vita migliore e una ben diversa libertà di movimento rispetto ai cittadini del Bangladesh, della Repubblica Democratica del Congo o del Kirghizistan. Dunque, il controllo dell’immigrazione non si limita a dividere il mondo, ma rafforza distinzioni di spazi e diritti tra popolazioni nazionali estremamente ineguali. 

Da “Contro i confini” di Gracie Mae Bradley e Luke De Norohna, Add editore, 208 pagine, 17,10 euro.

Franchising ideologico. La brutale violenza del nazionalismo (post)coloniale. Mahmood Mamdani su L'Inkiesta il 17 Agosto 2023

In “Né coloni né nativi” (Meltemi), Mahmood Mamdani spiega come le società occidentali abbiano fallito nel riprodurre oltremare nazioni simili a quelle europee, adoperando una modernità politica basata sulla civilizzazione violenta, fino a forme di pulizia etnica e genocidio 

Il colonialismo e lo Stato moderno hanno la stessa data di nascita dello Stato-nazione. Il nazionalismo non ha preceduto il colonialismo. Né il colonialismo fu lo stadio più alto o finale nella formazione di una nazione. Si costituirono reciprocamente. La nascita dello Stato moderno tra pulizia etnica e dominio d’oltremare ci consegna una lezione diversa su cosa sia la modernità politica: meno un motore di tolleranza che di conquista.

In Europa la tolleranza emerse dopo Vestfalia come la chiave per assicurare la pace civile all’interno dello Stato-nazione. Le minoranze in patria venivano tollerate in cambio della loro lealtà politica, il che, in pratica, significò che venivano tollerate nella misura in cui erano percepite dalla maggioranza nazionale non come una minaccia. Questo regime di tolleranza ha consolidato la struttura dello Stato-nazione, definendo il rapporto tra maggioranza nazionale e minoranza. È questa struttura di tolleranza a essere considerata la definizione del carattere liberale della modernità politica. Ma questa è la modernità politica in Europa.

Nelle colonie d’oltremare e negli insediamenti di coloni dove non c’era una chiara divisione spaziale tra nazione e non nazione, la modernità politica e il suo liberalismo significarono qualcos’altro. Significarono conquista. In quanto ideologia e discorso politico eurocentrico, la modernità non richiedeva tolleranza fuori dai propri confini. Solo le persone ritenute civili dovevano essere tollerate. Altri, segnati dalle loro differenze culturali rispetto agli europei cristiani, dovevano essere civilizzati prima di guadagnarsi il diritto di essere tollerati. La luce della civiltà poteva risplendere ovunque le popolazioni si adeguassero agli ideali eurocentrici. Così gli europei si rivolsero alle colonie e cercarono di costruirvi l’incarnazione della modernità: lo Stato-nazione, così come esisteva in Europa. I francesi la chiamarono “mission civilisatrice”, che fu poi anglicizzata in “civilizing mission”.

Se la missione civilizzatrice avesse avuto successo, la modernità politica coloniale avrebbe potuto somigliare molto alla sua controparte europea, con Stati-nazione di tipo europeo in tutto il mondo, intenti a praticare il cristianesimo e la tolleranza vestfaliana.

La missione civilizzatrice tuttavia fallì, sfociando in una modernità coloniale che deviò nettamente dalla rotta perseguita dalla modernità europea. Mentre la tolleranza liberale si sviluppava nello Stato-nazione europeo, la conquista liberale infiammava le colonie.

Verso la metà del XIX secolo, l’imposizione forzata da parte del colonizzatore delle sue leggi, dei suoi costumi, delle pratiche educative, della lingua e della vita comunitaria provocò una feroce resistenza tra i nativi, termine che era impiegato per descrivere coloro che erano ritenuti incivili. Come risposta, gli inglesi misero da parte la fiaccola della civiltà per mantenere l’ordine. Il nuovo metodo coloniale prevedeva l’arruolamento di alleati nativi e la pretesa di proteggere i loro modi di vita. Nelle colonie non ci sarebbe stata così una maggioranza indigena costruita per assomigliare al colonizzatore; invece ci sarebbero state minoranze assortite, ciascuna mantenuta sotto la guida di una élite indigena.

Si diceva che il potere dell’élite nativa derivasse dalla consuetudine, ma era il sostegno del colonizzatore a rappresentare la vera fonte di autorità. Separati in così tante razze e tribù distinte, i nativi avrebbero guardato “a sé stessi”, piuttosto che l’uno all’altro in un’eventuale solidarietà che avrebbe potuto sfidare il colonizzatore. Sebbene gli inglesi fossero i più abili in questo metodo, non ne furono gli inventori. Lo furono invece gli americani, nel contesto del controllo del popolo che Colombo aveva chiamato “indiani”.

Abbracciare la modernità politica significa abbracciare la condizione epistemica che gli europei hanno creato per definire una nazione come “civilizzata” e, quindi, giustificare l’espansione della nazione a spese degli incivili. La sostanza di questa condizione epistemica risiede nelle soggettivazioni politiche che essa impone.

La violenza della modernità postcoloniale rispecchia la violenza della modernità europea e del dominio diretto coloniale. La sua manifestazione principale è la pulizia etnica. Poiché lo Stato-nazione cerca di omogeneizzare il proprio territorio, questo scopo è perseguito con l’espulsione di coloro che con la loro sola esistenza introdurrebbero pluralismo.

La pulizia etnica può assumere diverse forme. Queste includono il genocidio, per cui la popolazione minoritaria viene uccisa in massa, e il trasferimento di popolazione, per cui la minoranza viene rimossa dal territorio o concentrata in una parte minima di esso, lontano dalla maggioranza.

La pulizia etnica unisce questi esempi: gli Stati Uniti, che hanno perpetrato sia il genocidio sia il trasferimento di popolazione contro gli indiani d’America; la Germania, che ha perpetrato un genocidio contro gli ebrei ed è stata a sua volta vittima di trasferimenti di popolazione dopo la Seconda guerra mondiale; il Sudafrica, dove i coloni bianchi hanno costretto i neri nelle patrie tribali conosciute come Bantustan; il Sudan, dove gli inglesi segregarono arabi e subsahariani in patrie separate; la Palestina, dove i coloni sionisti hanno esiliato con la forza e concentrato i non-ebrei in un processo ancora in corso.

Armati di dottrine che non riconoscevano i diritti delle minoranze ai non-civilizzati – e giustificavano qualsiasi azione dei civilizzati a proprio vantaggio –, gli europei andavano per il mondo con l’intento di convertire le nazioni native in nazioni costruite a immagine europea. Questo tentativo fallì, ma il progetto dello Stato-nazione sarebbe rimasto nelle ex colonie. I colonizzatori dovettero rinunciare al loro obiettivo di costruzione della nazione nell’interesse di consolidare il potere e mantenere l’ordine in patria. Eppure, dove gli europei se ne andarono, i locali assunsero il modello nazionalista nella propria politica.

Il fallimento del progetto europeo innescò il passaggio dal governo diretto – la missione civilizzatrice – al governo indiretto, che vincolò la “tradizione nativa” al progetto politico coloniale. Il governo diretto cercava di costruire nazioni simili a quelle del colonizzatore, il governo indiretto si limitava a detenere e sfruttare i territori.

Il governo diretto rispecchiava la costruzione della nazione dall’alto in basso in Europa. Proprio come le conversioni forzate e le inquisizioni della Reconquista miravano a rimodellare gli eretici in membri di una nazione identificata come cristiana, il governo diretto nelle colonie cercava di trasformare i colonizzati in “membri” della nazione colonizzatrice.

Le leggi del colonizzatore furono importate in blocco. I costumi locali riguardanti la religione, la lingua, il matrimonio, l’eredità, l’uso della terra e così via furono sostituiti dalle pratiche europee. I colonizzatori non si illudevano di poter trasformare interamente le popolazioni colonizzate, quindi il peso dei loro sforzi era diretto alle élite locali. Inducendo le élite ad assumere il ruolo di nazione colonizzatrice, i colonizzatori speravano di introdurre una sorta di cavallo di Troia nelle società assoggettate.

Nel pensare il governo indiretto del XIX secolo, dobbiamo fare attenzione a distinguerlo dalle sue precedenti applicazioni. La storia del governo indiretto, inteso come governo attraverso la mediazione locale, risale all’Impero romano. Gli inglesi, tuttavia, aggiunsero una sorta di genio ai loro sforzi. Non si limitarono a resuscitare le pratiche romane del divide et impera, ma piuttosto aprirono la strada a una forma completamente diversa dell’arte di governo basata sul rimodellamento delle identità. Mentre i romani davano per scontata l’autocoscienza dei loro sudditi, il governo coloniale britannico cercò di rimodellare l’autocoscienza dei colonizzati. Un altro modo per dirlo è che i romani si accontentarono di governare i popoli come li trovavano, ma i britannici no. In questo senso, il governo indiretto del XIX secolo si rivelò essere un progetto molto più ambizioso di quanto lo fosse stato il governo diretto: mentre il governo diretto mirava a civilizzare le élite, il governo indiretto ricorreva all’imposizione di una soggettività nativa all’intera popolazione.

Ricordo di aver preso un autobus a metà degli anni Settanta da Dar-es-Salaam a Maputo, la capitale del Mozambico appena liberato. Quando l’autobus è entrato nella piazza nel centro della città, ho potuto vedere un enorme striscione su cui era scritta una citazione del rivoluzionario mozambicano Samora Machel: “Perché la nazione viva, la tribù deve morire”. La tribù qui non si riferiva al gruppo etnico, come in un gruppo di persone culturalmente uniche, ma all’identificazione politica con il gruppo etnico.

Come altri progetti nazionalisti, il nazionalismo postcoloniale è stato profondamente violento. In effetti, la violenza del progetto militante nazionalista è spesso percepita come una seconda occupazione coloniale. “Quando finirà questa indipendenza?”, ha chiesto un contadino congolese, in una storia che mi è stata raccontata dal professore dell’Università di Dar-es-Salaam, Ernest Wamba dia Wamba, durante il regno di Mobutu Sese Seko. Fu solo più tardi, durante e dopo il genocidio in Ruanda, che molti di noi studiosi africani iniziarono a pensare sistematicamente al motivo per cui, contrariamente a quanto ci aspettavamo, la violenza politica fosse esplosa anziché diminuire dopo l’indipendenza politica.

Abbiamo già dato. Conte sull’Ucraina e Salvini sui rifugiati, la doppia sfida del nazionalismo Nimby. Carmelo Palma su L'inkiesta il 18 Aprile 2023

L’anti-bellicismo dell’avvocato del populismo e l’anti-immigrazionismo del leader leghista sono due varianti della stessa sciocchezza: l’idea che il rule of law sia un lusso elitario e che dietro lo schermo dell’universalità dei diritti si celino interessi di quattrini del deep state globale

Oggi nell’aula del Senato si aprirà uno scontro sul ritorno alle norme dei decreti sicurezza della coppia Conte-Salvini a proposito della protezione speciale. Giorgia Meloni, cedendo al ricatto del leader leghista, ha deciso alla fine di inserirle nel cosiddetto decreto Cutro, che già di per sé era una combinazione tossica di populismo penale e demagogia securitaria e che ora certifica, a maggior ragione, l’implausibilità di un sovranismo normale.

Sicuramente questa decisione incontrerà la resistenza, nutrita di richiami alti e solenni, di quella sorta di coalizione Conte-ter che è l’opposizione demo-populista, la quale si scaglierà con veemenza contro l’abbandono, anzi contro la consegna ex lege di decine di migliaia di sventurati alla clandestinità criminale.

Eppure la vasta porzione pacifista di questa compagine – quella che «sulle armi all’Ucraina basta, abbiamo già dato», come il capo dei Cinquestelle ripete da un anno – non ha alcun diritto di contestare una posizione, che riflette le stesse doppiezze morali e le stesse ipocrisie politiche di chi oggi vorrebbe disarmare gli ucraini, per scongiurare l’escalation militare russa. Anche sugli immigrati abbiamo già dato, no?

Se si può dire, in nome della pace, che solo smettendo di armare l’Ucraina si farà finire la guerra, perché non si può dire, in nome della sicurezza, che se non si smette di accogliere, anziché rispedire «a casa loro», gli stranieri cui l’Italia riconosce forme di protezione complementare non si porrà mai fine all’invasione di reprobi camuffati da perseguitati?

Se si può dire che dietro la resistenza ucraina e dentro al desiderio di libertà di milioni di cittadini e di indipendenza di uno Stato sovrano, si nasconde una strategia vittimistica di dominio e di sopraffazione, al punto da rubricare l’aggressione russa come mera reazione a una «guerra americana», perché non si può sostenere, con la stessa logica, che dietro la richiesta e la difesa dei diritti umani di migliaia di derelitti che raggiungono le nostre coste c’è in realtà una strategia di killeraggio demografico dell’Italia bianca e cristiana?

Ad accomunare queste due posizioni, solo apparentemente diverse e schierate ai due estremi opposti dello spettro etico-politico, c’è l’idea che il rule of law sia un lusso elitario e una sovrastruttura padronale e che dietro lo schermo dell’universalità dei diritti e delle ragioni delle vittime della violenza si celino i sordidi interessi di quattrini e di potere del deep state globale.

Come Conte sostiene che il bene dell’Ucraina e del mondo vada sottratto alla soggezione bellicista e restituito all’equilibrio di una forza, per casi dire, naturale, di cui le pretese russe sono una rappresentazione forse sproporzionata, ma tutto sommato giustificata, così Matteo Salvini spiega che per il bene dell’Italia e del Terzo mondo occorra contendere alla propaganda buonista il monopolio delle buone ragioni e contrastare l’usurpazione del diritto sovrano degli stati da parte di istanze politiche e giuridiche astrattamente umanitarie, ma surrettiziamente affaristiche.

L’idea che la pace sia semplicemente l’essere lasciati in pace dalle guerre altrui e la sicurezza rimanere al riparo dai disordini del mondo sono due varianti del medesimo nazionalismo Nimby, che come tutte le forme di cattiva coscienza politica gli alibi internazionalistici non solo leniscono, ma accendono di indignate pretese. Anti-bellicismo e anti-immigrazionismo non diventano quindi solo forme di separatismo ideologico (la guerra fatela voi, gli immigrati accoglieteli voi) ma di vera e propria contestazione della legittimità delle questioni di diritto e di emancipazione delle ragioni di vera “giustizia” dalle bellurie leguleie.

Dottrina della decadenza Il sovranismo è un ripiegamento a difesa di ciò che si ha e si teme di perdere. Alessandro Campi su L’Inkiesta il 13 Aprile 2023

Incapace di tradurre il suo sedicente patriottismo in un progetto politico concreto, nel corso dei secoli la destra italiana si è spesso abbandonata a nostalgici elogi della grandezza passata, disancorati da un disegno comunitario convincente

L’idea di nazione, dopo un lungo oblio, è dunque tornata centrale nella politica italiana grazie alla riproposizione che ne hanno fatto i partiti d’ispirazione populista e sovranista?

Da un lato è certamente così. In realtà, nell’uso enfatico e rivendicativo che questi ultimi fanno di termini quali «patria», «interesse nazionale», «lealtà nazionale», «appartenenza», «comunità nazionale» ecc. non mancano, come abbiamo visto, zone d’ombra e contraddizioni; sembrano dunque riproporsi le ambiguità che la destra politico-culturale italiana ha spesso manifestato nel corso della sua storia.

La prima cosa che colpisce nel sovranismo populista, nelle diverse declinazioni che ne sono state offerte dalla politica italiana recente, è il suo carattere meramente difensivo e reattivo. Rispetto al nazionalismo storico al quale viene spesso (e impropriamente) paragonato, che era espansivo e dinamico, che puntava a proiettare fuori dai suoi confini storici la potenza economico-politica del proprio paese, il sovranismo è invece fortemente «protezionista».

Ma più sul piano politico-culturale o della mentalità che in senso tradizionalmente economico-produttivo. Dietro le sue critiche al rigorismo finanziario europeo o alle politiche di libero commercio mondiale, giudicate penalizzanti per l’industria nazionale, esso sembra tradurre soprattutto le paure inconsce e i risentimenti che attraversano ormai da anni la società italiana. […]

Il sovranismo, in altre parole, è l’espressione di un umore collettivo, di un sentimento di massa segnati sempre più da una sensazione di decadenza, debolezza e incertezza: è la traduzione, sul piano elettorale e della comunicazione politica, dell’angoscia e dello smarrimento provocati dal mondo globalizzato nella gran parte delle società europee (dove non a caso negli ultimi anni sono nati e si sono affermati numerosi movimenti nazional-populisti simili alla Lega o a Fratelli d’Italia).

Non per niente la propaganda di questi ultimi – rivelatasi elettoralmente assai efficace – ha giocato molto sul tema delle «frontiere chiuse» e dei confini nazionali da tutelare contro la minaccia degli immigrati e degli stranieri. Si tratta di una retorica difensiva, contro qualunque pericolo proveniente dall’esterno, che è stata applicata dai nazional-populisti, in una logica neo-autarchica, anche alla cucina e ai consumi alimentari, all’energia e al commercio: da qui gli inviti a consumare solo cibi e prodotti agricoli italiani, a preferire sempre e comunque il made in Italy in ogni tipo di produzione.

Un appello che, in un mondo segnato irreversibilmente dalla libera circolazione delle merci e da catene di produzione industriale altamente integrate su base globale, non ha ovviamente alcun senso pratico se non quello di alimentare la sensazione di accerchiamento e l’allarmismo delle fasce sociali più disagiate. Il sovranismo non spinge il proprio paese alla competizione, alla crescita o all’innovazione; suggerisce invece un ripiegamento a difesa di ciò che si ha e di ciò che si è, soprattutto di ciò che si teme di perdere. Il sovranismo, in altre parole, è una dottrina della decadenza, è il nazionalismo dei popoli stanchi.

Ma c’è un altro aspetto che dimostra quanto rischi di essere ideologicamente ambigua e puramente tattico-strumentale, dunque priva di respiro progettuale e politico, anche questa versione contemporanea del patriottismo.

Essa riguarda gli orientamenti di politica estera, la collocazione internazionale del paese e la difesa degli interessi vitali della nazione: un aspetto che nella prospettiva del nazionalismo storico è sempre stato considerato imprescindibile e irrinunciabile e che si è sempre tradotto, pur nel variare dei regimi e delle costellazioni storico-diplomatiche, in un’azione strategicamente finalizzata ad accrescere l’influenza dell’Italia nel bacino mediterraneo, intesa come punta avanzata dell’Europa verso il Nord Africa e il Medioriente.

E ciò sempre nel quadro dei vincoli di alleanza che la legano, a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, all’Europa, agli Stati Uniti e in generale al blocco occidentale. Nel caso del populismo-sovranismo italiano – se si guarda in particolare all’esperienza del governo di coalizione tra Lega e M5S (giugno 2018-agosto 2019) – una propaganda anti-europeista molto accesa si è sommata a un’ambigua vicinanza, ideologica e geopolitica, a Stati e potenze che invece non sono mai stati alleati storici dell’Italia.

In altre parole, con l’idea di contrastare a ogni costo il disegno unificatore dell’Unione europea, considerato lesivo degli interessi italiani e frutto di un disegno globalista finalizzato ad annichilire i particolarismi nazionali attraverso le maglie della moneta unica e di una legislazione comunitaria centralizzata, si è finito per aderire o per simpatizzare, in modo del tutto acritico e ideologico, con il nazionalismo neo-imperiale di Putin, con l’espansionismo commerciale cinese, con l’anti-occidentalismo bolivarista o con il neo-autoritarismo democratico propugnato da Ungheria o Polonia.

Ciò ha comportato non solo un allentamento dei vincoli tra l’Italia e i suoi storici alleati europei, ma anche una pericolosa torsione rispetto alla sua tradizionale collocazione all’interno del sistema politico-militare euro-atlantico. Ne sono derivate, a più riprese, incomprensioni diplomatiche con gli Stati Uniti e un crescente attrito con Bruxelles, che hanno finito per gettare più di un’ombra sulla lealtà nazionale del fronte populista e sulla sua capacità-volontà di difendere realmente gli interessi strategici dell’Italia.

Tra l’altro, la vicinanza ideologica agli altri sovranismi europei (tra analisti e studiosi si è parlato, specie dopo l’elezione di Trump negli Stati Uniti, della nascita di una sorta di «Internazionale nazional-populista») non si è mai tradotta in una forma di solidarietà o di collaborazione politica: sulla questione dell’immigrazione, ad esempio, l’Italia non ha mai trovato il sostegno degli altri paesi europei sulla carta «amici» (Austria, Polonia, Ungheria).

In altre parole, nella pratica politica il sovranismo si è spesso rivelato un danno per l’Italia dal punto di vista politico e dell’immagine. Si è insomma risolto in una rivendicazione puramente verbale di sovranità e autonomia d’azione politica, come tale incapace di salvaguardare concretamente il tanto sbandierato, nei comizi e nei discorsi, «interesse nazionale».

Una rivendicazione al dunque fallimentare e di breve durata, come dimostra il brusco riallineamento geopolitico in senso euro-atlantista cui sono stati costretti sia la Lega salviniana sia il partito di Giorgia Meloni dallo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina.

Da “Il fantasma della nazione. Per una critica del sovranismo” di Alessandro Campi, 208 pagine, 15 euro.

Le figure a confronto. Berlinguer e Matteotti erano più simili di quanto si possa pensare. Si mossero ovviamente in contesti e tempi diversi, ma furono entrambi due riformisti atipici, rispetto al retroterra che li legava a Pci e Psi. E furono accomunati anche dal no al massimalismo. Roberto Morassut su L'Unità il 9 Giugno 2023

 Il 13 giugno, a Roma, la Fondazione Matteotti metterà a confronto, in un convegno originale, le figure di Giacomo Matteotti e di Enrico Berlinguer. I puristi già alzano il sopracciglio. Ma perché questa iniziativa? Giacomo Matteotti ed Enrico Berlinguer sono stati due grandi leader della sinistra e del socialismo italiano del Novecento, di cui stiamo celebrando i centenari, rispettivamente della morte e della nascita. Due leader ancora molto amati nonostante il tempo trascorso.

Due leader molto diversi e lontani sia temporalmente che politicamente; divisi dalla frattura storica tra socialisti e comunisti e da quella della Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, seppur lontani e diversi Matteotti e Berlinguer furono due riformisti atipici nei loro rispettivi partiti. Per Berlinguer si può parlare, più opportunamente, di revisionismo anche se questo termine ha sempre avuto nel vocabolario comunista il senso di un disvalore, oggi fugato. Il riformismo in Matteotti si espresse nel costante tentativo di tenere unite le grandi idealità del socialismo come la giustizia sociale e la pace ed il gradualismo, la concretezza, il pragmatismo, lo studio concreto dei fatti e dei problemi attraverso i quali conseguire conquiste parziali ma fattuali.

Il rifiuto del massimalismo non si scoloriva mai nella svalutazione della frontiera ideale, che restava invece viva e pulsante. Per Matteotti il riformismo non fu mai opportunismo ma scelta ideale e vera strategia di lotta per il raggiungimento finale del socialismo inteso come sintesi di libertà e uguaglianza. Questa considerazione (o costatazione) può apparire banale ma non lo è se si considera invece la modesta fortuna che il riformismo socialista ebbe dagli anni immediatamente successivi alla Prima Guerra Mondiale fino, di fatto, alla fine del secolo XX. Il riformismo socialista italiano si è infatti spesso confuso con l’opportunismo e l’idea che si potessero determinare cambiamenti decisivi degli equilibri sociali gestendo pressoché esclusivamente posizioni di governo o di potere.

Veniamo a Berlinguer. Il revisionismo di Berlinguer fu la continuazione e lo sviluppo di un revisionismo iniziato con Togliatti ed ancor prima con Gramsci sui nodi cruciali della democrazia, delle vie per il raggiungimento del socialismo, del rapporto con l’Unione Sovietica.

Questo non salvò però il Pci da un messianesimo di fondo che lo tenne distante dal nodo del governo, almeno fino alle grandi vittorie nelle città della metà degli anni 70. Berlinguer, divenuto segretario nei primi anni 70, nel pieno di una grave crisi della democrazia italiana che rischiava, tra il terrorismo e le pulsioni golpiste di essere travolta, si trovò in condizioni analoghe a quelle di Turati e Matteotti alla vigilia dell’avvento del fascismo.

E anche se gli esiti delle due situazioni furono diverse entrambi dovettero fare i conti con la potente spinta al cambiamento delle masse, i rischi di divisioni interne e di sviluppo di frange estremiste e con la cecità reazionaria della borghesia italiana – nel primo caso – o della forza soverchiante degli equilibri internazionali nel secondo caso. Tanto i socialisti riformisti, quanto i comunisti italiani dovettero operare per tenere insieme la prospettiva generale del cambiamento e del socialismo con scelte politiche immediate e concrete sotto la pressione di forti spinte massimaliste, ideologiche o eversive capaci di confondersi e saldarsi con il fascismo stesso.

Naturalmente lo fecero in contesti completamente diversi ma in un Paese come l’Italia che sempre ha dimostrato la sua resistenza al cambiamento, la forza del suo retroterra conservatore e reazionario disposto a tutto pur di fermare l’ascesa dei lavoratori. C’è tuttavia un ultimo punto comune che va messo in luce e riguarda il loro profilo morale, assolutamente eccezionale e raro nel panorama politico italiano di sempre. Matteotti individuò subito il fascismo come un avversario irriducibile della democrazia e col quale era impossibile giungere ad alcun compromesso. Egli individuò il rapporto tra il fascismo, come nuova forma politica generata dalla disgregazione della democrazia liberale, l’affarismo della nuova classe politica salita al potere (il caso Sinclair Oil) e l’attacco alle posizioni della classe operaia attraverso l’attacco alla democrazia. La “questione morale” fu per lui una questione politica e sociale al tempo stesso.

Berlinguer fu segretario nel momento più critico della democrazia italiana tra gli anni 70 e 80. Si rese conto di come la condizione di democrazia bloccata stesse logorando le istituzioni repubblicane e i partiti e favorendo l’irruzione della violenza e del terrorismo nella politica; uno scenario simile a quello degli anni Venti con l’aggravante di un degrado morale degli stessi partiti. La paura della borghesia italiana e della Corona, negli anni di Matteotti – da un lato – e il timore di un ingresso dei comunisti al governo da parte del blocco militare occidentale – dall’altro – condussero, per un verso, alla fine della democrazia liberale e – per altro verso – alla crisi della democrazia repubblicana fondata sui partiti di massa, trasformati in macchine di potere.

Ed è qui, in questo nesso tra reazione e illegalità o addirittura crimine, molto simile a quello colto e denunciato da Matteotti, che Berlinguer individuò il valore politico e sociale della “questione morale” nella sua famosa intervista della fine di luglio del 1981. Due leader animati da un senso etico della loro missione e da un profilo ideale limpido accompagnato però da un senso pragmatico che oggi, in un’era di politica debole, li rende ancora moderni, popolari e amati.

*Deputato Pd e Vice presidente della “Fondazione Giacomo Matteotti”

Il destino del riformismo italiano. Matteotti, un uomo solo: un riformista inviso a destra e a sinistra. Riccardo Nencini Il Riformista il 9 Giugno 2023 

All’eroe, al martire, preferisco l’uomo. L’uomo di faccia a una scelta, l’uomo di fronte al destino di uomo. L’uomo che corre dove cova l’incendio per non abbandonare alla sorte i diseredati della sua terra, la provincia più povera d’Italia, la provincia dove il bracciante viene chiamato ‘instrumento vile’, meglio la vacca. L’uomo che, quasi alla cieca, combatte per la sua verità, in solitudine perché nessuno ha annusato il pericolo che dilania il Polesine e, da lì, si sposta in ogni regione d’Italia per mettere in guardia dallo squadrismo agrario che ha ormai i connotati di squadra fascista.

Nel gennaio del 1921, dopo la prima interrogazione su omicidi e bastonature presentata a Montecitorio, viene rapito, seviziato e bandito da una squadraccia. In pochissimi comprendono la gravità della sua denuncia. L’uomo che crede profondamente in un’idea, a tal punto da mettere a rischio la vita. L’uomo che ama un’unica donna fin dal primo incontro all’Abetone, in Toscana, e affida alle lettere sentimenti e passioni perché da anni è un bastardo, un esule inseguito, braccato. L’uomo che abbraccia la vita proprio andando incontro alla morte perché se no non è vita, è rinuncia. L’uomo che lotta contro il ‘mussolinismo’ prima ancora che contro il fascismo, che capisce che Il Duce sta inaugurando una nuova e diversa stagione politica figlia dello spirito germinato nelle trincee e della crisi che ha colpito la piccola e media borghesia privandola di risparmi e soprattutto del ruolo sociale che aveva prima della Grande Guerra.

L’antibolscevico che non crede nell’illusione della rivoluzione e che invece lavora perché vi siano più scuole, più case, più ospedali per alleviare dolore e povertà del proletariato. L’uomo che crede nella democrazia del Parlamento e nella libertà in un’epoca in cui la democrazia è un cane morto, bastonata da fascisti e da comunisti alla stessa maniera. L’uomo è un eretico, un riformista inviso a destra e a sinistra, il destino del riformismo italiano. Una cultura di minoranza che nel pantheon della sinistra comunista non ha mai trovato diritto di cittadinanza.

Quando il cadavere di Giacomo viene scoperto, l’attacco più duro verrà proprio da Antonio Gramsci. Scriverà: “È morto il pellegrino del nulla” che nella vita politica ha sbagliato tutto. Un nemico del proletariato, un socialtraditore, anzi: un socialfascista, l’epiteto usato contro Turati, contro Treves, contro Matteotti, contro i dirigenti riformisti della Cgl, a partire da Buozzi, dai vertici comunisti italiani. Giorni dopo, il comitato centrale del Pcd’I approva all’unanimità un documento che si conclude con una frase di fuoco: i nemici del proletariato sono Mussolini, Sturzo, Turati e Amendola. Tutti incredibilmente allo stesso livello. Perché? Perché i comunisti ritenevano, confidando nella linearità della storia e nella veridicità del marxismo, che il capitalismo fosse in crisi e dietro l’angolo vi fosse la rivoluzione imminente il cui sbocco finale era lo stato comunista. Dunque, chi immaginava accordi parlamentari allo scopo di defenestrare Il Duce altro non era che un traditore della classe operaia. I fatti smentiranno quell’analisi e obbligheranno Gramsci, dal carcere, a fare autocritica.

Oggi sappiamo che Matteotti venne assassinato per la sua irriducibile opposizione politica al Duce e al fascismo e perché aveva scoperto il falso nel bilancio dello Stato – non c’era pareggio tra entrate e uscite ma una voragine di circa due miliardi di lire – e in ultimo per avere raccolto le prove di una tangente di 30 milioni pagata dalla Sinclair Oil ad alti membri delle istituzioni oltre che ad Arnaldo, il fratello del capo. Ne avrebbe parlato alla Camera l’11 giugno 1924. Venne rapito e ucciso il giorno prima.

Un uomo solo, non un eroe lontano dal tempo. Un eretico, una voce fuori dal coro. Sarà per questo che non fu tanto amato, sarà per questo che lo ricordiamo.

Riccardo Nencini

L'assassinio del socialista. L’ultimo discorso di Giacomo Matteotti, il leader socialista ucciso da fascisti. Milizie armate ai seggi per impedire il voto, schede taroccate, minacce e violenze. Il 30 maggio ‘24 il leader del Psi denuncia in Aula il voto farsa. Ecco il discorso che lo portò alla morte per ordine del Duce. Redazione su L'Unità l'11 Giugno 2023

Il 30 maggio del 1924 Giacomo Matteotti, leader socialista, prese la parola nell’aula di Montecitorio e pronunciò un durissimo discorso di condanna del fascismo. Questo discorso gli costò la vita. Dieci giorni più tardi fu rapito accoltellato e ucciso da una squadraccia mandata da Mussolini. Pubblichiamo ampi stralci di quel formidabile discorso. Il presidente della Camera era il giurista Alfredo Rocco, che l’anno successivo diventò ministro della Giustizia.

Presidente.

Ha chiesto di parlare l’onorevole Matteotti. Ne ha facoltà.

Giacomo Matteotti.

Noi abbiamo avuto da parte della Giunta delle elezioni la proposta di convalida di numerosi colleghi. Nessuno certamente, degli appartenenti a questa Assemblea, all’infuori credo dei componenti la Giunta delle elezioni, saprebbe ridire l’elenco dei nomi letti per la convalida, nessuno, né della Camera né delle tribune della stampa. (Vive interruzioni alla destra e al centro)Ora, contro la loro convalida noi presentiamo questa pura e semplice eccezione: cioè, che la lista di maggioranza governativa, la quale nominalmente ha ottenuto una votazione di quattro milioni e tanti voti… (Interruzioni).

Voci al centro: “Ed anche più!”

cotesta lista non li ha ottenuti, di fatto e liberamente, ed è dubitabile quindi se essa abbia ottenuto quel tanto di percentuale che è necessario (Interruzioni. Proteste) per conquistare, anche secondo la vostra legge, i due terzi dei posti che le sono stati attribuiti! Potrebbe darsi che i nomi letti dal Presidente: siano di quei capilista che resterebbero eletti anche se, invece del premio di maggioranza, si applicasse la proporzionale pura in ogni circoscrizione. Ma poiché nessuno ha udito i nomi, e non è stata premessa nessuna affermazione generica di tale specie, probabilmente tali tutti non sono, e quindi contestiamo in questo luogo e in tronco la validità della elezione della maggioranza (Rumori vivissimi). Vorrei pregare almeno i colleghi, sulla elezione dei quali oggi si giudica, di astenersi per lo meno dai rumori, se non dal voto. (Vivi commenti – Proteste – Interruzioni alla destra e al centro) L’elezione, secondo noi, è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. In primo luogo abbiamo la dichiarazione fatta esplicitamente dal governo, ripetuta da tutti gli organi della stampa ufficiale, ripetuta dagli oratori fascisti in tutti i comizi, che le elezioni non avevano che un valore assai relativo, in quanto che il Governo non si sentiva soggetto al responso elettorale, ma che in ogni caso – come ha dichiarato replicatamente – avrebbe mantenuto il potere con la forza, Nessuno si è trovato libero, perché ciascun cittadino sapeva a priori che, se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c’era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto e il suo responso.

Una voce a destra:

“E i due milioni di voti che hanno preso le minoranze?”

Roberto Farinacci.

Potevate fare la rivoluzione!

Maurizio Maraviglia.

Sarebbero stati due milioni di eroi!

Giacomo Matteotti.

A rinforzare tale proposito del Governo, esiste una milizia armata… (Applausi vivissimi e prolungati a destra e grida di “Viva la milizia”)

Voci a destra: “Vi scotta la milizia!”

Giacomo Matteotti.

… esiste una milizia armata… (Interruzioni a destra, rumori prolungati)

Voci: “Basta! Basta!”

Presidente. Onorevole Matteotti, si attenga all’argomento.

Giacomo Matteotti.

Onorevole Presidente, forse ella non m’intende; ma io parlo di elezioni. Esiste una milizia armata… (Interruzioni a destra) la quale ha questo fondamentale e dichiarato scopo: di sostenere un determinato Capo del Governo bene indicato e nominato nel Capo del fascismo e non, a differenza dell’Esercito, il Capo dello Stato. Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse. In aggiunta e in particolare… (Interruzioni) mentre per la legge elettorale la milizia avrebbe dovuto astenersi, essendo in funzione o quando era in funzione, e mentre di fatto in tutta l’Italia specialmente rurale abbiamo constatato in quei giorni la presenza di militi nazionali in gran numero… (Interruzioni, rumori)

Roberto Farinacci.

Erano i balilla!

Giacomo Matteotti.

È vero, on. Farinacci, in molti luoghi hanno votato anche i balilla! (Approvazioni all’estrema sinistra, rumori a destra e al centro)

Voce al centro: “Hanno votato i disertori per voi!”

Enrico Gonzales.

Spirito denaturato e rettificato!

Giacomo Matteotti.

Dicevo dunque che, mentre abbiamo visto numerosi di questi militi in ogni città e più ancora nelle campagne (Interruzioni), gli elenchi degli obbligati alla astensione, depositati presso i Comuni, erano ridicolmente ridotti a tre o quattro persone per ogni città, per dare l’illusione dell’osservanza di una legge apertamente violata, conforme lo stesso pensiero espresso dal Presidente del Consiglio che affidava ai militi fascisti la custodia delle cabine. (Rumori) A parte questo argomento del proposito del Governo di reggersi anche con la forza contro il consenso e del fatto di una milizia a disposizione di un partito che impedisce all’inizio e fondamentalmente la libera espressione della sovranità popolare ed elettorale e che invalida in blocco l’ultima elezione in Italia, c’è poi una serie di fatti che successivamente ha viziate e annullate tutte le singole manifestazioni elettorali. (Interruzioni)

Paolo Greco.

Voi non rispettate la maggioranza e non avete diritto di essere rispettati.

Giacomo Matteotti.

La presentazione delle liste – dicevo – deve avvenire in ogni circoscrizione mediante un documento notarile a cui vanno apposte dalle trecento alle cinquecento firme. Ebbene, onorevoli colleghi, in sei circoscrizioni su quindici le operazioni notarili che si compiono privatamente nello studio di un notaio, fuori della vista pubblica e di quelle che voi chiamate “provocazioni”, sono state impedite con violenza. (Rumori vivissimi)

Voci dalla destra: “Non è vero, non è vero.”

Giacomo Matteotti.

Volete i singoli fatti? Eccoli: ad Iglesias il collega Corsi stava raccogliendo le trecento firme e la sua casa è stata circondata… (Rumori)

Maurizio Maraviglia.

Non è vero. Lo inventa lei in questo momento.

Roberto Farinacci.

Va a finire che faremo sul serio quello che non abbiamo fatto!

Giacomo Matteotti.

Fareste il vostro mestiere! A Melfi… A Genova (Rumori vivissimi) i fogli con le firme già raccolte furono portati via dal tavolo su cui erano stati firmati

Voci: “Perché erano falsi.”

Giacomo Matteotti.

Se erano falsi, dovevate denunciarli ai magistrati!

Roberto Farinacci.

Perché non ha fatto i reclami alla Giunta delle elezioni?

Giacomo Matteotti.

Ci sono. Io espongo fatti che non dovrebbero provocare rumori. I fatti o sono veri o li dimostrate falsi. Non c’è offesa, non c’è ingiuria per nessuno in ciò che dico: c’è una descrizione di fatti.

Attilio Teruzzi.

Che non esistono!

Giacomo Matteotti.

Da parte degli onorevoli componenti della Giunta delle elezioni si protesta che alcuni di questi fatti non sono dedotti o documentati presso la Giunta delle elezioni. Ma voi sapete benissimo come una situazione e un regime di violenza non solo determinino i fatti stessi, ma impediscano spesse volte la denuncia e il reclamo formale. Voi sapete che persone, le quali hanno dato il loro nome per attestare sopra un giornale o in un documento che un fatto era avvenuto, sono state immediatamente percosse e messe quindi nella impossibilità di confermare il fatto stesso. Già nelle elezioni del 1921, quando ottenni da questa Camera l’annullamento per violenze di una prima elezione fascista, molti di coloro che attestarono i fatti davanti alla Giunta delle elezioni, furono chiamati alla sede fascista, furono loro mostrate le copie degli atti esistenti presso la Giunta delle elezioni illecitamente comunicate, facendo ad essi un vero e proprio processo privato perché avevano attestato il vero o firmato i documenti! In seguito al processo fascista essi furono boicottati dal lavoro o percossi. (Rumori, interruzioni)

Voci: a destra: “Lo provi.”

Giacomo Matteotti.

La stessa Giunta delle elezioni ricevette allora le prove del fatto. Ed è per questo, onorevoli colleghi, che noi spesso siamo costretti a portare in questa Camera l’eco di quelle proteste che altrimenti nel Paese non possono avere alcun’altra voce ed espressione. (Applausi all’estrema sinistra) In sei circoscrizioni, abbiamo detto, le formalità notarili furono impedite colla violenza, e per arrivare in tempo si dovette supplire malamente e come si poté con nuove firme in altre provincie. A Reggio Calabria, per esempio, abbiamo dovuto provvedere con nuove firme per supplire quelle che in Basilicata erano state impedite.

Una voce al banco della giunta: “Dove furono impedite?”

Giacomo Matteotti.

A Melfi, a Iglesias, in Puglia… devo ripetere? Presupposto essenziale di ogni elezione è che i candidati, cioè coloro che domandano al suffragio elettorale il voto, possano esporre, in contraddittorio con il programma del Governo, in pubblici comizi o anche in privati locali, le loro opinioni. In Italia, nella massima parte dei luoghi, anzi quasi da per tutto, questo non fu possibile. Su ottomila comuni italiani, e su mille candidati delle minoranze, la possibilità è stata ridotta a un piccolissimo numero di casi, soltanto là dove il partito dominante ha consentito per alcune ragioni particolari o di luogo o di persona. (Interruzioni, rumori) Volete i fatti? La Camera ricorderà l’incidente occorso al collega Gonzales. L’inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne dunque a Genova, con una conferenza privata e per inviti da parte dell’onorevole Gonzales. Orbene, prima ancora che si iniziasse la conferenza, i fascisti invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all’oratore di aprire nemmeno la bocca. (Rumori, interruzioni, apostrofi)

Enrico Gonzales.

I fatti non sono improvvisati!

Giacomo Matteotti.

Dicevo dunque che ai candidati non fu lasciata nessuna libertà di esporre liberamente il loro pensiero in contraddittorio con quello del Governo fascista e accennavo al fatto dell’onorevole Gonzales, accennavo al fatto dell’onorevole Bentini a Napoli, alla conferenza che doveva tenere il capo dell’opposizione costituzionale, l’onorevole Amendola, e che fu impedita… Non credevamo che le elezioni dovessero svolgersi proprio come un saggio di resistenza inerme alle violenze fisiche dell’avversario, che è al Governo e dispone di tutte le forze armate! (Rumori) Che non fosse paura, poi, lo dimostra il fatto che, per un contraddittorio, noi chiedemmo che ad esso solo gli avversari fossero presenti, e nessuno dei nostri; perché, altrimenti, voi sapete come è vostro costume dire che “qualcuno di noi ha provocato” e come “in seguito a provocazioni” i fascisti “dovettero” legittimamente ritorcere l’offesa, picchiando su tutta la linea! (Interruzioni)

Un’altra delle garanzie più importanti per lo svolgimento di una libera elezione era quella della presenza e del controllo dei rappresentanti di ciascuna lista, in ciascun seggio. Voi sapete che, nella massima parte dei casi, sia per disposizione di legge, sia per interferenze di autorità, i seggi – anche in seguito a tutti gli scioglimenti di Consigli comunali imposti dal Governo e dal partito dominante – risultarono composti quasi totalmente di aderenti al partito dominante. Quindi l’unica garanzia possibile, l’ultima garanzia esistente per le minoranze, era quella della presenza del rappresentante di lista al seggio. Orbene, essa venne a mancare. Infatti, nel 90 per cento, e credo in qualche regione fino al 100 per cento dei casi, tutto il seggio era fascista e il rappresentante della lista di minoranza non poté presenziare le operazioni. Dove andò, meno in poche grandi città e in qualche rara provincia, esso subì le violenze che erano minacciate a chiunque avesse osato controllare dentro il seggio la maniera come si votava, la maniera come erano letti e constatati i risultati. Per constatare il fatto, non occorre nuovo reclamo e documento. Basta che la Giunta delle elezioni esamini i verbali di tutte le circoscrizioni, e controlli i registri. Quasi dappertutto le operazioni si sono svolte fuori della presenza di alcun rappresentante di lista. Veniva così a mancare l’unico controllo, l’unica garanzia, sopra la quale si può dire se le elezioni si sono svolte nelle dovute forme e colla dovuta legalità. Noi possiamo riconoscere che, in alcuni luoghi, in alcune poche città e in qualche provincia, il giorno delle elezioni vi è stata una certa libertà. Ma questa concessione limitata della libertà nello spazio e nel tempo – e l’onorevole Farinacci, che è molto aperto, me lo potrebbe ammettere – fu data ad uno scopo evidente: dimostrare, nei centri più controllati dall’opinione pubblica e in quei luoghi nei quali una più densa popolazione avrebbe reagito alla violenza con una evidente astensione controllabile da parte di tutti, che una certa libertà c’è stata. Ma, strana coincidenza, proprio in quei luoghi dove fu concessa a scopo dimostrativo quella libertà, le minoranze raccolsero una tale abbondanza di suffragi, da superare la maggioranza – con questa conseguenza però, che la violenza, che non si era avuta prima delle elezioni, si ebbe dopo le elezioni. E noi ricordiamo quello che è avvenuto specialmente nel Milanese e nel Genovesato ed in parecchi altri luoghi, dove le elezioni diedero risultati soddisfacenti in confronto alla lista fascista. Si ebbero distruzioni di giornali, devastazioni di locali, bastonature alle persone. Distruzioni che hanno portato milioni di danni…

Una voce, a destra: “Ricordatevi delle devastazioni dei comunisti!”

Giacomo Matteotti.

Onorevoli colleghi, ad un comunista potrebbe essere lecito, secondo voi, di distruggere la ricchezza nazionale, ma non ai nazionalisti, né ai fascisti come vi vantate voi! Si sono avuti, dicevo, danni per parecchi milioni, tanto che persino un alto personaggio, che ha residenza in Roma, ha dovuto accorgersene, mandando la sua adeguata protesta e il soccorso economico. In che modo si votava? La votazione avvenne in tre maniere: l’Italia è una, ma ha ancora diversi costumi. Nella valle del Po, in Toscana e in altre regioni che furono citate all’ordine del giorno dal Presidente del Consiglio per l’atto di fedeltà che diedero al Governo fascista, e nelle quali i contadini erano stati prima organizzati dal partito socialista, o dal partito popolare, gli elettori votavano sotto controllo del partito fascista con la “regola del tre”. Ciò fu dichiarato e apertamente insegnato persino da un prefetto, dal prefetto di Bologna: i fascisti consegnavano agli elettori un bollettino contenente tre numeri o tre nomi, secondo i luoghi (Interruzioni), variamente alternati in maniera che tutte le combinazioni, cioè tutti gli elettori di ciascuna sezione, uno per uno, potessero essere controllati e riconosciuti personalmente nel loro voto. In moltissime provincie, a cominciare dalla mia, dalla provincia di Rovigo, questo metodo risultò eccellente.

Voci: “No! No!”

Giacomo Matteotti.

Nella massima parte dei casi però non vi fu bisogno delle sanzioni, perché i poveri contadini sapevano inutile ogni resistenza e dovevano subire la legge del più forte, la legge del padrone, votando, per tranquillità della famiglia, la terna assegnata a ciascuno dal dirigente locale del Sindacato fascista o dal fascio. (Vivi rumori interruzioni)

Presidente.

Facciano silenzio! Onorevole Matteotti, concluda!

Giacomo Matteotti.

Coloro che ebbero la ventura di votare e di raggiungere le cabine, ebbero, dentro le cabine, in moltissimi Comuni, specialmente della campagna, la visita di coloro che erano incaricati di controllare i loro voti. Se la Giunta delle elezioni volesse aprire i plichi e verificare i cumuli di schede che sono state votate, potrebbe trovare che molti voti di preferenza sono stati scritti sulle schede tutti dalla stessa mano, così come altri voti di lista furono cancellati, o addirittura letti al contrario. Non voglio dilungarmi a descrivere i molti altri sistemi impiegati per impedire la libera espressione della volontà popolare. Il fatto è che solo una piccola minoranza di cittadini ha potuto esprimere liberamente il suo voto: il più delle volte, quasi esclusivamente coloro che non potevano essere sospettati di essere socialisti. I nostri furono impediti dalla violenza; mentre riuscirono più facilmente a votare per noi persone nuove e indipendenti, le quali, non essendo credute socialiste, si sono sottratte al controllo e hanno esercitato il loro diritto liberamente. A queste nuove forze che manifestano la reazione della nuova Italia contro l’oppressione del nuovo regime, noi mandiamo il nostro ringraziamento. (Applausi all’estrema sinistra. Rumori dalle altre parti della Camera) Per tutte queste ragioni, e per le altre che di fronte alle vostre rumorose sollecitazioni rinunzio a svolgere, ma che voi ben conoscete perché ciascuno di voi ne è stato testimonio per lo meno… (Rumori) per queste ragioni noi domandiamo l’annullamento in blocco della elezione di maggioranza.

Voci a destra: “Accettiamo” (Vivi applausi a destra e al centro)

Giacomo Matteotti.

[…] Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente, rovinate quella che è l’intima essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo. (Interruzioni a destra) Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni. (Applausi all’estrema sinistra – Vivi rumori) Redazione - 11 Giugno 2023

99 anni il delitto. Cosa c’era davvero dietro il discorso di Matteotti che gli costò la vita. Dieci giorni prima di essere rapito e ucciso, il deputato e segretario del Partito socialista unitario aveva pronunciato alla Camera un discorso durissimo per denunciare irregolarità e violenze che avevano condizionato le elezioni del 6 aprile. David Romoli su L'Unità il 10 Giugno 2023 

Lo chiamavano “Tempesta” per il carattere focoso e indomabile. Quando fu rapito e ucciso, il 10 giugno 1924, Giacomo Matteotti aveva 39 anni ed era segretario del Partito socialista unificato, l’ala più moderata del Psi, quella che faceva capo a Filippo Turati, espulsa dal Partito socialista nell’ottobre del 1922. Dieci giorni prima aveva pronunciato alla Camera un discorso fiammeggiante, nel quale denunciava le irregolarità e le violenze che avevano condizionato le elezioni del 6 aprile 1924, le ultime prima che fosse instaurata la dittatura.

Era stato un atto d’accusa clamoroso che aveva suscitato massima ira tra i fascisti: nei resoconti parlamentari si contano più o meno 60 interruzioni, sempre più minacciose. Matteotti aveva lasciato la sua abitazione vicino a Lungotevere Arnaldo da Brescia nel pomeriggio, forse diretto verso la Camera, forse verso il fiume allora balneabile. Fu preso e caricato su una Lancia Lambda presa a nolo alle 16.30, sul lungotevere. Si difese, scalciò, ruppe con un calcio il vetro che divideva i sedili posteriori da quelli anteriori, riuscì a lanciare dal finestrino il tesserino di parlamentare. Fu accoltellato a morte nella colluttazione.

Uccidere il leader socialista non era nei progetti dei rapitori: non avevano usato alcuna prudenza, si erano fatti notare sulla stessa auto mentre preparavano il sequestro nei giorni precedenti, dopo il rapimento proseguirono col clacson premuto a tavoletta. Non avevano neppure gli strumenti necessari per seppellire il cadavere: dovettero scavare la fossa con il crick. I fascisti coinvolti nell’azione facevano parte di quella che si definiva “Ceka”, come la polizia segreta bolscevica in Russia. Nome pomposo e inadeguato: in realtà si trattava di gruppi di picchiatori e squadristi, quasi tutti ex arditi, senza una vera struttura, violenti ma dilettanteschi e indisciplinati. Quando il parlamentare rapito si difese misero mano al pugnale come erano abituati a fare sin dalla guerra.

Quanti fossero i “cekisti” coinvolti nell’azione non è mai stato accertato. Di sicuro c’erano Amerigo Dùmini, capo della squadra, 30 anni. E con lui Albino Volpi, squadrista particolarmente feroce, probabilmente l’accoltellatore, poi Giuseppe Viola, Amleto Poveromo e Augusto Malacria alla guida. Quando si ritrovarono con il cadavere in macchina senza averlo preventivato si limitarono a girare per qualche ora aspettando il buio per poi seppellirlo in una radura vicino Sacrofano, in una fossa scavata con mezzi di fortuna destinata a essere scoperta solo mesi dopo, il 16 agosto.

Gli assassini tornarono a Roma intorno alle 22.30 e Dùmini si recò al Viminale con la stessa macchina nella quale era stato appena ucciso Matteotti. I referenti dei sedicenti “cekisti” erano pezzi grossissimi: Cesare Rossi, capo ufficio stampa di palazzo Chigi e uomo di fiducia di Mussolini, Giovanni Marinelli, segretario amministrativo del Pnf, ma anche, meno direttamente coinvolti, Aldo Finzi, sottosegretario e ministro vicario degli Interni, di cui era titolare lo stesso Mussolini, destinato a essere fucilato vent’anni dopo alle Fosse Ardeatine, e il capo della polizia, l’ex quadrumviro Emilio De Bono. A procurare la macchina era stato Filippo Filippelli, direttore di un giornale di recente fondazione e affarista senza scrupoli.

Dùmini e Filippelli, nel cuore della notte del 10 giugno, nascosero la macchina in un garage, progettando di ripulirla e cancellare le tracce nei giorni seguenti. Non ne ebbero il tempo. La Lancia era stata notata mentre sorvegliava la casa di Matteotti nei giorni precedenti l’assassinio, il portiere di uno stabile aveva preso il numero della targa sospettando la preparazione di un furto. Il capo della Ceka fu arrestato il 12 giugno, due giorni dopo l’attentato, in partenza per Milano con nella valigia i pantaloni della vittima tagliati a pezzi e le parti della tappezzeria della Lancia macchiate di sangue. Nei giorni seguenti furono arrestati anche gli altri componenti della squadraccia.

Perché fu decisa l’azione punitiva nei confronti di Matteotti, sfociata poi nell’omicidio? Il deputato socialista aveva chiesto l’invalidazione delle elezioni ma certamente non ci sperava neppure lui. Il 6 aprile si era votato, per la prima e ultima volta, con la legge Acerbo, approvata dal Parlamento l’anno precedente: garantiva un premio di maggioranza sproporzionato, due terzi dei seggi, a chi avesse superato il 25% dei consensi. Il listone nazionale di cui il Pnf era asse portante ottenne il 60,9% e altri seggi furono conquistati grazie a una lista civetta. Nel complesso, anche senza il premio, il listone sarebbe arrivato intorno ai due terzi dei seggi.

Le elezioni si erano effettivamente svolte in un clima minaccioso e violento che aveva sicuramente condizionato il voto, ma non c’è dubbio sul fatto che i fascisti avrebbero comunque vinto nettamente. Il rischio di una invalidazione delle elezioni era inesistente. Matteotti si accingeva a pronunciare un secondo discorso, denunciando la corruzione di alcuni elementi del governo: una storia di tangenti pagati dalla società americana Sinclair per assicurarsi le ricerche petrolifere in Italia. Alcuni storici ritengono che il vero motivo dell’omicidio sia questo ma è un’ipotesi poco convincente, sia per le dimensioni relativamente limitate dell’affare sia perché era un segreto noto già a molti.

Senza contare che, se l’obiettivo fosse stato eliminare l’uomo politico per impedirgli di denunciare il giro di tangenti, l’azione sarebbe stata meno sgangherata e improvvisata. Matteotti decise l’attacco frontale, consapevole dei rischi che ciò comportava, con l’intento di frenare quella che per lui era la deriva più pericolosa, la seduzione delle aree moderate, politiche e sociali, da parte del fascismo. Mirava probabilmente a contrastare proprio l’obiettivo che perseguiva Mussolini in quella fase. L’antifascismo del leader socialista era in un certo senso diverso dall’antifascismo maturato negli anni della dittatura, poi delle leggi razziali e della guerra.

Tutto questo, nel 1924, era di là da venire. Lo Stato liberale esisteva ancora, la sua occupazione da parte del fascismo era appena agli inizi. L’antifascismo di Giacomo Matteotti era quello di chi, prima della dittatura, aveva individuato l’uovo del serpente e prevedeva i tragici sviluppi a venire con una lucidità di cui difettavano anche grandissimi intellettuali come Benedetto Croce. Per impedire la conquista dei moderati da parte del fascismo Matteotti si era esposto così tanto. Per lo stesso motivo, rovesciato, il delitto costituì per Mussolini un problema enorme. La reazione popolare fu imprevista e altissima.

Nonostante nel Paese i morti si fossero contati a decine e centinaia negli anni dello squadrismo all’attacco, l’uccisione di un parlamentare dell’opposizione fu uno shock per gli italiani. La popolarità del fascismo precipitò, la campagna di stampa fu martellante e l’eco del delitto all’estero enorme. Per un momento sembrò che il fascismo fosse destinato a crollare. Era davvero così? Fu davvero un’ultima occasione, sprecata, per evitare la dittatura? Probabilmente no. L’indignazione popolare era reale e diffusa ma priva di sbocco politico.

Il 13 giugno Mussolini parlò alla Camera, negò ogni responsabilità, promise di fare giustizia. Subito dopo il presidente Rocco sospese i lavori sino a novembre. I partiti d’opposizione, nella stessa giornata, annunciarono la decisione di abbandonare l’aula. La scelta, definita poi “Aventino”, sarebbe stata confermata due settimane dopo quando i partiti d’opposizione annunciarono la decisione di non partecipare più ai lavori della Camera sino a che non fosse stata ripristinata la legalità e sciolta la Milizia fascista. Nella stessa giornata ci fu anche il solo sciopero generale dell’intera crisi: per soli 10 minuti.

La strategia dell’opposizione fu certamente inadeguata, debole e insufficiente, ma in ogni caso difficilmente la crisi avrebbe potuto concludersi con l’abbattimento del regime in formazione. Un tentativo di insurrezione sarebbe stato senza dubbio stroncato nel sangue e avrebbe legato ancor di più i moderati al fascismo. Per rovesciare il fascismo in Parlamento sarebbe stato necessario che tutti i non fascisti eletti nel listone e anche alcuni esponenti del fascismo più moderato si schierassero contro Mussolini, cosa che si verificò solo in minima parte. La caduta di Mussolini poteva essere provocata solo da un intervento imperioso e diretto del re. Gli aventiniani ci speravano, ma era una speranza del tutto vana e infondata.

Mussolini, del resto, reagì con l’abilità politica che gli aveva già fruttato l’ingresso a palazzo Chigi nel 1922. Mise subito alla porta Marinelli e Rossi. Quest’ultimo e Filippelli furono poi arrestati. Il capo del fascismo impose le dimissioni di Finzi agli Interni e abbandonò lui stesso il ministero lasciando il posto a Federzoni, nazionalista approdato al fascismo solo di recente, e operò un rimpasto di governo facendo entrare quattro esponenti della destra liberale o conservatrici ma non fascista. Mussolini contava soprattutto sul tempo, convinto che la tensione si sarebbe abbassata col passare dei mesi e vinse la scommessa.

Nel corso dell’estate non successe nulla e già questo fu un successo per il governo. Priva di prospettive politiche l’indignazione popolare, si attenuò, si riaccese per un attimo dopo il ritrovamento del cadavere del leader assassinato a metà agosto, poi si spense. Quando la Camera riaprì, il 12 novembre, Giolitti passò all’opposizione e si formò così un’opposizione non aventiniana alla quale si aggiunsero poi i comunisti, che abbandonarono l’Aventino per rientrare in aula. Gli altri partiti scelsero però di proseguire nella strategia aventiniana e anche la remota possibilità di dar corpo a una opposizione in aula che avrebbe potuto attrarre una parte dei deputati fascisti più moderati si perse così. Il vento era cambiato, Mussolini era uscito indenne dal momento più critico, neppure la pubblicazione dei memoriali dal carcere di Rossi e Filippelli, che lo chiamavano direttamente in causa, lo mise davvero in difficoltà.

A premere, ora, erano i duri del fascismo. Il 31 dicembre, 33 comandanti della Milizia si recarono a palazzo Chigi chiedendo di passare alla controffensiva cosa che peraltro Mussolini aveva già deciso di fare. Il 3 gennaio, in aula, Mussolini passò all’attacco: “Io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto… Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere io sono il capo di questa associazione”. Quello storico discorso, nel quale il duce rivendicava tutto l’operato del fascismo, chiuse la crisi seguita al delitto Matteotti e spalancò le porte alla dittatura, che sarebbe stata formalizzata tra il 1925 e il 1926 con le leggi fascistissime.

I responsabili del delitto furono processati a Chieti, nel marzo 1926, per omicidio preterintenzionale. I mandanti furono tutti assolti e così Malacria e Viola. Dùmini, Volpi e Provenzano furono condannati a 5 anni e 11 mesi ma a tutti e tre furono subito condonati 4 anni per amnistia. Dùmini fu processato di nuovo nel 1947 e condannato all’ergastolo, commutato in una pena di trent’anni per l’amnistia Togliatti. Fu scarcerato nel 1953 per l’amnistia Pella e graziato nel 1956. Subito dopo la grazia si iscrisse al Movimento Sociale Italiano. David Romoli il 10 Giugno 2023

Matteotti riformista del futuro. Pubblicato martedì, 02 aprile 2019 da Corriere.it. Se si domandasse a una persona mediamente informata sulla storia italiana di affrontare il tema «vita e morte di Giacomo Matteotti», quasi sicuramente ci si ritroverebbe di fronte a un interlocutore preparato a parlare più della seconda che della prima. Si sa ciò che avvenne e si sa chi fu il mandante politico e morale — al di là di quanto la richiesta fosse stata esplicita o giocata sulle parole — del delitto. Fu Mussolini, che d’altro canto, nel famoso intervento del 3 gennaio 1925 alla Camera, chiuderà la questione affermando: «Se il fascismo è stato ed è un’associazione a delinquere, io sono a capo di questa associazione a delinquere». A essere conosciuta meno è la vita del Matteotti politico, dell’uomo che al momento dell’omicidio, nel giugno 1924, è davvero «l’oppositore più intelligente e irriducibile» del nascente regime, come lo definirà Piero Gobetti. Giacomo Matteotti, «Un anno di dominazione fascista», con l’introduzione di Walter Veltroni e un saggio di Umberto Gentiloni Silveri (Rizzoli, pagine 264, euro 17) Matteotti, in effetti, vede prima di altri la natura violenta e l’intenzione totalitaria del fascismo, capisce che quella mussoliniana non sarebbe stata una parentesi e che sarebbe diventata una lunga dittatura. E per questo fa ciò che il suo libro Un anno di dominazione fascista dimostra in modo esemplare, ed è per questo che è così importante ripubblicarlo oggi, a quasi un secolo di distanza: mette una determinazione feroce e lucida nel denunciare, in modo tanto puntiglioso quanto coraggioso, le violenze fasciste che si stanno intensificando. Le sue pagine danno ragione alle parole con cui un suo compagno di partito lo descriveva, osservando che «passava ore e ore nella biblioteca della Camera a sfogliare libri, relazioni, statistiche, da cui attingeva i dati che gli occorrevano per lottare con la parola e con la penna, badando a restare sempre fondato sulle cose». Sono pagine straordinarie. Matteotti fa un’analisi precisa della situazione economica e finanziaria, numeri alla mano indica come i conti pubblici stiano peggiorando, soffermandosi sulla bilancia commerciale e sul disavanzo, sulle entrate tributarie, sull’evoluzione di profitti e salari, sulla situazione dell’occupazione e dell’emigrazione.  Giacomo Matteotti (1855-1924) È un libro che è il frutto di una tale concretezza e di una tale radicale e coraggiosa passione politica da non poter appartenere che a un vero riformista. E da questo punto di vista, se contribuisce a spiegare le ragioni di una morte, ancora di più racconta, a mio avviso, il senso di una vita. Proprio l’aspetto che di Matteotti, come dicevamo, meno si conosce. Carlo Rosselli, che un giorno sarebbe andato incontro alla sua stessa sorte insieme al fratello Nello, lo definì «un eroe tutto prosa». Nel senso che al di sopra di ogni altra cosa metteva il pensiero pratico, lo studio concreto della realtà e i numeri e i documenti che la descrivevano. A interessarlo erano i problemi reali delle persone, dei lavoratori, degli ultimi. A cominciare da quelli delle popolazioni del suo Polesine, dei braccianti del delta del Po, costretti a vivere in condizioni di povertà estrema. Per il loro riscatto aveva scelto la politica. Aveva scelto il socialismo, lui che proveniva da una famiglia della borghesia agraria molto più che benestante, ricca. Laureato brillantemente in Giurisprudenza, forte di studi all’estero, avrebbe potuto scegliere — avrebbe potuto anche vivere di rendita, se è per questo — una remunerativa carriera di avvocato o decidere di intraprendere quella accademica. Decise diversamente. E fa effetto, in tal senso, pensare alla lettera con cui un mese prima di essere ucciso rispose a quella inviatagli dal professore di Diritto penale e senatore liberale Luigi Lucchini, che gli chiedeva di essere prudente, di lasciare la politica e di dedicarsi agli studi. «Purtroppo non vedo prossimo», scrive Matteotti al suo interlocutore, «il tempo nel quale ritornerò tranquillo agli studi abbandonati. Non solo la convinzione, ma il dovere oggi mi comanda di restare al posto più pericoloso». Il fatto che non fosse un teorico della politica e che di questo sia stato sempre orgoglioso non vuol dire che la sua cultura, nel campo che decise di mettere al centro della sua vita, non fosse solida. Si può dire, piuttosto, che pur non sottovalutando l’importanza di quelle che allora si definivano le «questioni dottrinarie», la dottrina per la dottrina non lo interessasse: la considerava utile solo se come sbocco, alla fine, c’era la realtà, c’era la possibilità del suo cambiamento. Un atteggiamento di fondo, questo, che peraltro si può ritrovare in tutta la sua attività di parlamentare e prima ancora di amministratore, come consigliere provinciale di Rovigo, come dirigente della Lega dei Comuni socialisti, come sindaco di Villamarzana. Anche da qui, dalla sua profonda conoscenza del ruolo e dell’importanza di quello che noi oggi chiamiamo «governo di prossimità», veniva il suo essere un acceso sostenitore di un rafforzamento delle autonomie locali. Questa sua esperienza, questo suo essere uomo politico «radicato sul territorio», mentre al tempo stesso non aveva nulla di provinciale — possedeva un forte imprinting europeo e fu persino tra i primi a parlare di «Stati Uniti d’Europa» —, rimarrà presente in lui anche negli anni successivi. Ne sono testimonianza i numerosi interventi alla Camera — eletto nelle file del Partito socialista e poi segretario nazionale del Partito socialista unitario, fondato insieme a Filippo Turati — svolti per sostenere la necessità di un più efficiente funzionamento delle amministrazioni locali, innanzitutto attraverso un rigoroso controllo dei loro bilanci e dei controlli per i grandi lavori pubblici, per evitare abusi e illegalità. Distante da ogni forma di massimalismo e di astrattezza, convinto della necessità di un lavoro di organizzazione sociale che partisse dal basso, Giacomo Matteotti era un riformista vero, che credeva in un graduale e progressivo allargamento della cittadinanza politica e sociale e per questo lavorava con un rigore inflessibile, senza risparmiarsi nulla. Concreto, tenace, apparentemente duttile ma irremovibile sui princìpi, come nel caso della scelta della pace e della ferma opposizione all’intervento dell’Italia nella Prima guerra mondiale. Matteotti era pragmatico nella ricerca della risoluzione dei problemi e intransigente, persino radicale, dal punto di vista etico e ideale, con una convergenza tra politica e morale che per lui era imprescindibile. Io sento che la sinistra italiana ha un debito morale nei confronti di Matteotti. Egli fu infatti sistemato nel Pantheon degli eroi della resistenza morale e politica al fascismo più per la brutale efferatezza dello strazio della sua vita che per la lucida forza delle sue idee. Matteotti non è stato solo una vittima della violenza fascista. È stato un leader morale e politico della sinistra italiana. Questo è il ruolo che la storia deve riconoscergli. Più di una volta, una vita fa, ho avuto modo di dire e di scrivere che il riformismo è radicalità, oppure non è. Che non è solo ragionevolezza e razionalità, che non può essere solo calcolo ed efficienza. Che il riformismo è governare e amministrare bene, certo, ma è insieme capacità di accogliere passioni, di muovere sensibilità e sentimento popolare attorno a progetti reali di cambiamento. Non ho cambiato idea. E leggendo queste pagine, pensando alla vita di Giacomo Matteotti, continuo a pensare che sia giusto non cambiarla.

Il racconto del segretario del partito socialista. Giacomo Matteotti, il riformista radicale volontario della morte. Corrado Ocone su Il Riformista il 29 Maggio 2021. Una vita come un romanzo, seppur con esito tragico in questo caso. Non è un modo di dire ma è la modalità narrativa che Riccardo Nencini, senatore socialista nel gruppo di Italia Viva, ha scelto per raccontare la vita pubblica e privata di Giacomo Matteotti: Solo, Mondadori, p. 619, euro 22. Ed è una scelta che, alla prova dei fatti, risulta efficace. Lo è perché ci fa entrare nella psicologia e nel carattere dell’uomo, attraverso la sua semplice vita quotidiana e i suoi affetti e passioni, ma anche perché ci immerge come d’incanto in anni tumultuosi: insieme lontani e vicini (il “noi diviso” dell’Italia sembra essere sempre lo stesso), quelli che vanno dal 1914 al 1924, dai prodromi della Grande Guerra (Matteotti era contro l’intervento) all’affermarsi come regime del fascismo. Perché, anche se la storia raccontata da Nencini si ferma ovviamente a quel 10 giugno dell’agguato fascista al deputato di Fratta Polesine, fu proprio da quell’omicidio, che vasta indignazione e commozione suscitò in tutto il Paese, che gli avvenimenti subirono una rapida e incontrollabile accelerazione. Approdando infine al discorso che Mussolini, il 3 gennaio del 1925, fece alla Camera assumendosi la “responsabilità politica, morale e storica” di quanto accaduto; e alla successiva e definitiva soppressione delle libertà fondamentali garantite dallo Stato liberale. Prima che il romanzo si dipani cronologicamente, Nencini fa un breve prologo; aula di Montecitorio, 30 maggio 1924, il giorno in cui, appena insediatosi il nuovo governo, Matteotti pronuncia un duro e circostanziato discorso sui brogli elettorali che, diffusi un po’ ovunque nel Paese, avevano contrassegnato le elezioni de 6 aprile. È un un discorso duro, circostanziato, pieno di dettagli; interrotto continuamente da fischi e urla; e da un nervosismo mal celato di un Mussolini che ascolta con finta indifferenza. Da quella tornata, anche grazie alla legge elettorale fortemente maggioritaria approvata nel novembre 1923 (la cosiddetta “Legge Acerbo”), era uscita vittoriosa la Lista Nazionale (il “listone”) guidata dal Duce e composta non solo da fascisti ma anche da tutti coloro, pur di altra formazione, che si erano detti disposti a “collaborare” con lui. Questo discorso, con cui Matteotti segnò probabilmente la sua fine (“il volontario della morte” lo definì Gobetti), fu uno degli ultimi atti di un atteggiamento che non aveva fatto mai concessioni al movimento di Mussolini. E che anzi si era battuto pervicacemente, all’interno del Partito Socialista Unitario, di cui era segretario, contro le tendenze collaborazioniste che spesso emergevano. Matteotti conosceva molto bene Mussolini, aveva militato con lui quando il futuro Duce era socialista: entrambi erano figli di una stessa temperie culturale, che però interpretavano in modo del tutto diverso. L’influsso di Sorel e Bergson, quindi l’insistere sull’attivismo e sulla priorità dell’azione, in Mussolini assumeva una spregiudicata curvatura irrazionalistica e nichilistica, che in qualche modo voleva servirsi ecletticamente di un po’ tutte le idee sul campo; mentre in Matteotti si esplicitava in un fastidio per le dispute ideologiche e i dottrinarismi e in un concentrarsi sui problemi concreti delle classi lavoratrici. Da qui la sua straordinaria capacità amministrativa, che gli altri esponenti socialisti, tutti impegnati sui “massimi sistemi” non avevano (la capacità ad esempio di leggere un bilancio e di intervenire con cognizione di causa quando si discuteva quello dello Stato); e da qui anche la sua attenzione ai sindacati, ai corpi intermedi, e alle rivendicazioni salariali che erano per lui il compito impellente che avevano i socialisti. Era sicuramente un riformista, da questo punto di vista, anche se poteva sembrare spesso un radicale per l’intransigenza con cui concepiva le sue idee e combatteva ogni tipo di “cedimento opportunistico”. Era, nello stesso tempo, fra i leader socialisti, il più aperto al mondo (aveva rapporti e viaggiava spesso in tutta Europa) e il più attento al proprio territorio (il Polesine con la sua povertà e le lotte agrarie). Ed era un’altra contraddizione. Come lo era il suo essere di famiglia borghese e benestante, il suo essere intellettuale, ma pure attento e compartecipe ai problemi della povera gente, con cui parlava in dialetto. Tutto questo viene ben tratteggiato nel libro di Nencini, così pure il suo amore per Velia, la donna che sposò e poi ne avrebbe difeso per tanti anni la memoria. Per chi studia gli anni immediatamente seguenti alla prima guerra mondiale, l’impressione è di un intreccio inestricabile di passioni e idee, da cui deriva l’impossibilità di separare con un taglio netto le vicende ma anche le idee dei protagonisti. L’ideologia, in tutte le parti politiche, la faceva da padrona, ottenebrava le menti. Matteotti fa in qualche modo eccezione per coerenza e capacità di visione. Forse fu la capacità di stare coi piedi per terra la cifra ultima del suo riformismo e anche della sua intransigenza antifascista. Il suo radicalismo riformista è molto diverso dal riformismo tout court di Turati. Lo strano impasto di “virtù conservatrici” e “sovversivismo”, per dirla sempre con Gobetti, suscita indubbiamente interesse. E anche un certo fascino intellettuale. Corrado Ocone

Complotti per il Potere. Mussolini, lo storico Petacco sul blog di Grillo: "Non fece uccidere Matteotti, fu un complotto contro Benito", scrive “Libero Quotidiano”. "Mussolini è estraneo al delitto Matteotti": a novant'anni dal delitto dello statista socialista, lo storico Arrigo Petacco, sul blog di Beppe Grillo, lancia nuove teorie sull'omicidio avvenuto nel 1924, che portò alla famosa "secessione sull'Aventino" e di cui Mussolini si professò responsabile il 3 gennaio dell'anno successivo, con un famoso discorso in Parlamento. La ricostruzione dei fatti - "Il fatto è questo", spiega Petacco: "Quel 10 giugno, Matteotti passeggia sul lungo Tevere, e all'improvviso arriva una macchina, una Lancia con tanto di targa che il portiere si affretta anche a registrare. Scendono giù 4 manigoldi, squadristi e lo caricano in macchina, non gli sparano, non lo ammazzano, lo caricano in macchina. Evidentemente è solo un rapimento, solo che durante il tragitto in macchina, il Matteotti cacciato addirittura a forza sotto il seggiolino posteriore della macchina, scalcia: era un uomo forte robusto e coraggioso, scalcia, smadonna, addirittura morde i polpacci di quelli che gli stanno seduti sopra, e alla fine uno dei quattro, con una mano, trova sotto il lunotto posteriore una lima arrugginita e con quella colpisce alla testa Matteotti e lo uccide". Questa la ricostruzione del delitto: e Mussolini? "Il Duce, in quel periodo, voleva agganciare la parte morbida del socialismo, in molti erano già d’accordo con lui a entrare nel governo, solo che la lotta era tra gli estremisti fascisti e gli estremisti socialisti". Alla fine furono proprio loro ad impedire l'apertura di Mussolini ai socialisti: "Lui fu, casomai, vittima di uno scontro tra la destra estremista fascista e la sinistra estremista sociale comunista, che volevano impedire a Mussolini di creare un governo moderato, perché Mussolini in quei giorni sognava ancora di avvicinare i socialisti moderati e fare un partito con loro". E quindi, secondo Petacco, "questo cadavere servì moltissimo alla destra reazionaria, quella per intenderci di Farinacci e altri che volevano impedire a Mussolini di avvicinarsi a socialisti, tanto è vero che dopo poco nacque la dittatura. Quindi Mussolini fu spinto a destra da chi voleva impedirgli il suo avvicinamento ai socialisti, e la situazione fu tale che, ad un certo punto, lui stesso fu costretto a proclamare la dittatura il 3 gennaio del 1925. Visto che non riusciva più a liberarsi di questa colpa, fece un discorso alla camera in cui disse che se i fascisti erano una massa di delinquenti, lui era il comandante di questa banda criminale". Sono almeno tre, secondo Petacco, le ipotesi sul movente dell'omicidio. "Matteotti venne ucciso perché si apprestava a rendere di pubblico dominio intrighi e traffici sporchi di autorevoli personaggi del governo, coperti da potenti coalizioni finanziarie. Oppure Matteotti venne ucciso perché era uno dei principali esponenti del partito socialista, al quale Mussolini meditava di rivolgersi affinché non impedisse la formazione di un nuovo governo basato sulla più stretta collaborazione con la Confederazione generale del lavoro e con le masse operaie. L’ultima per il coraggioso discorso in Parlamento, in cui accusava il fascismo di aver manipolato i risultati elettorali". Insomma, "Mussolini fu coinvolto involontariamente nel delitto Matteotti: lui non c’entrava affatto, non aveva nessun motivo per uccidere il capo dell’opposizione, che aveva battuto clamorosamente alle elezioni di un mese prima. Per il resto è tutta fantasia politica e strumentalizzata che ha praticamente falsato questa vicenda. Comunque il delitto Matteotti fu casuale, non era premeditato, questo è molto chiaro". Ci sono molte perplessità, da parte degli stessi attivisti del blog grillino, sull'intervista a Petacco. Da un "Ci stiamo autodistruggendo", firmato Dino, ad un "Io credo veramente che vi siate bevuti il cervello. Cose incredibili, una giornata in cui si deve solo riflettere e chiedersi come mai abbiamo perso, ve ne uscite con queste troiate: VERGOGNATEVI! C'era gente, tanta, che ha creduto in voi!". Ironico Fausto: "Grazie a questo post risolveremo tutti i problemi del paese. Stiamo proprio perdendo il senno". Ironico anche Bob: "Per la serie 'Caro amico ti scriiivooo, cosi ti distraggo un pò...'". Secondo tanti, l'attenzione di questo post è volta soltanto a spostare l'attenzione dal disastroso risultato delle elezioni regionali, come viene ribadito anche in questo post: "Ho il sospetto che si voglia parare in qualche parte, non sono un complottista, ma questo mi da addito a dei dubbi due o tre, visto l'importanza della giornata odierna... Me li tengo per me, vedremo i prossimi sviluppi, mi sa che qua si è allo sbando".

I riformisti? Sempre animati dalla passione per la realtà, non per l’ideologia. Matteo Renzi su Il Riformista il  2 Maggio 2023 

Chi è il riformista? Uno che non va di moda. Perché oggi funzionano i sovranisti a destra, gli estremisti a sinistra. E i populisti, ovunque. Nel tempo degli slogan il riformista studia, propone, lotta. Poi sbaglia, cade, riparte. Ma sempre a viso aperto, sempre animato dalla passione per la realtà, non per l’ideologia. Il tema di giornata sono le tasse.

La destra sogna la flat tax, la sinistra sogna la patrimoniale. Gli italiani, nel mezzo, vivono l’incubo di un fisco che è complicato prima che esoso. Il riformista chi è? Quello che, passo dopo passo, prova a ridurre le tasse, a semplificare le procedure, a cambiare le cose che si possono cambiare. Il riformista non fa il botto sui social, perché la flat tax e la patrimoniale esaltano le rispettive tifoserie. Ma non cambiano la vita delle persone.

C’è bisogno di riformisti in Italia e in Europa. Persino quando i riformisti stessi non lo capiscono o si attardano a discutere tra di loro su questioni di terz’ordine. Dal buon risultato dei riformisti dipenderà molto delle alleanze europee nel 2024 e molto di come cambierà la politica italiana. Il mondo sembra impazzito. Prima la pandemia, poi la folle decisione russa di invadere i confini ucraini causando una guerra devastante di cui Mosca è responsabile, quindi le tensioni geopolitiche a cominciare da Taiwan fino all’Africa. Siamo cresciuti con il mito di esportare la democrazia e invece oggi rischiamo, anche in Europa, di importare modelli autoritari.

Noi daremo spazio alle idee riformiste. Che vengano dagli amministratori del centrodestra o da Forza Italia (a proposito: un abbraccio e i migliori auguri a Silvio Berlusconi) o che siano espressioni del PD che non si rassegna alla svolta radicale o del Terzo Polo. Ma anche le idee riformiste della società, del mondo dell’impresa, della rappresentanza, dell’associazionismo.

Perché questo è il Riformista. Una casa aperta al confronto. Una palestra di idee. Un luogo di libertà. Ringrazio l’editore, Alfredo Romeo, soprattutto per credere e investire nell’informazione quando non lo fa più nessuno. Ringrazio il direttore, Piero Sansonetti, che è stato l’anima di questo giornale per quasi quattro anni e si accinge a riportare in edicola “L’Unità”. Proveremo a far riflettere e anche a divertirci, insieme al mio amico Andrea Ruggieri e a tutta la redazione.

Chi ha paura del futuro è terrorizzato da ciò che potrà fare l’intelligenza artificiale. Io non riesco a vedere tutte le implicazioni che potrà provocare. Vedo però tutti i giorni le implicazioni che provoca la stupidità naturale, che mi fa molta più paura dell’intelligenza artificiale. E allora cerchiamo di fare del Riformista un luogo dove far crescere le intelligenze. Anche quelle naturali.

Matteo Renzi

Il paradosso del mito del progresso? Ci ha resi incapaci di pensare al futuro. Magnoli Bocchi indaga il senso di impotenza che attanaglia l'Occidente. Luigi Iannone il 26 aprile 2023 su Il Giornale.

Ne Il mito del progresso (Carocci, pagg. 200, euro 22) Giovanni Battista Magnoli Bocchi compie un viaggio nel senso di impotenza e inutilità di questa vocazione ossessiva e lo inaugura con una operazione maieutica di cui ne svela subito gli approdi. Descrive infatti la prima lezione di ogni anno accademico in cui ripercorre la biografia di Alessandro Magno il quale, poco più che ventenne, pur agitandosi fra tormento, incoscienza e ribellione, sfida l'ignoto e si muove con un esercito alla conquista dell'Asia. Infine, rivolgendosi a uno dei suoi studenti, conclude con la medesima domanda: «E tu che progetti hai?».

Da quando Prometeo donò il fuoco, gli uomini si sono sempre mossi fra parole d'ordine e adorazione fanatica del futuro trasformando a poco a poco la forza attrattiva di questo modello in una omologante sintassi planetaria. Ma l'utopia dell'avvenire, partendo da un fondo di realtà e di radicamento, arricchiva e non ingarbugliava i singoli avanzamenti, perché sempre stretti nell'antico legame tra memoria storica e futuro. Odisseo, per esempio, l'eroe che più di tutti volge lo sguardo al futuro, pur bramando la scoperta e il superamento di ogni limite, è avvinto dal desiderio del ritorno a Itaca. Non siamo di certo alla fine degli accadimenti, ma qualche ingranaggio della trionfante narrazione pare essersi inceppato e Bocchi conduce l'interlocutore verso questa verità. Le grandi scoperte, la gestione dell'energia naturale, la contrazione dello spazio e del tempo connessa allo sviluppo delle reti informatiche e la planetarizzazione dell'economia segnalano traguardi collettivi che hanno mutato in meglio il nostro vivere, soprattutto quando queste forme di avanzamento sono diventate generali e distributive e hanno sollecitato un'armonizzazione egualitaria sul fronte sociale.

Ma la condizione straniante di una hybris che assume prerogative divine, che pone gli umani di fronte all'idea di un progresso infinito, ha fatto dimenticare che esistono dei costi e pure degli imprevisti. E così è in crisi l'idea stessa di progresso. In crisi perché contaminata da un astratto giudizio di valore positivo che abbiamo visto sgretolarsi quando sono spuntate emergenze dal nulla (quella pandemica, le crisi finanziarie e la guerra su suolo europeo). Nell'indefinibile ma inebriante spazio postumo del futuro esse hanno evidenziato non solo un senso di impotenza ma la messa in crisi dei processi democratici, di talune sicurezze e libertà individuali. Peraltro, se il futuro viene solo avvertito come fonte di opportunità efficaci e produttive, cresce l'aspettativa, e nel momento in cui queste situazioni inaspettate rallentano la corsa prospera un fattore ansiogeno.

Per rappresentare l'ingovernabile Jünger utilizzerà l'allegoria del Titanic dove «l'hybris del progresso si scontra con il panico, il massimo comfort con la distruzione, l'automatismo con la catastrofe». Ancor prima, nel 1818, il manifesto dolente del Frankenstein di Mary Shelley e poi, le denunce profetiche arrivate nei decenni successivi fino alla distinzione pasoliniana tra sviluppo e progresso perché la discrepanza tra ciò che è miglioramento misurato attraverso una sedimentazione nel tempo e ciò che invece rovina nella teleologia, ha radici profonde e antiche. Ce lo ricorda Berdjaev: non abbandonando mai la dimensione mitica e simbolica, l'adorazione fanatica del futuro diventa religione, una sorta di teoria darwiniana dello sviluppo.

Ciò accade perché la grande e inebriante stagione del progresso si trova di fronte ad un cambio radicale di prospettiva dove la storia non è più magistra vitae, il passato rischia di divenire sempre meno rilevante e, come scrive Hans Jonas, tutto inizia a ruotare intorno «ad una forza senza precedenti e ad un impulso incessante» provocati dal binomio scienza-economia che non di rado «crea disequilibrio e insicurezze». Non è un cambio di prospettiva recente. Reinhart Koselleck colloca questo crinale fra il 1750 e il 1850. Altri, al tempo della rivoluzione scientifica. Taluni, al fermento sociale e politico di fine ottocento, ai nuovi modi di pensare con la psicoanalisi e alla teoria della relatività dove il futuro viene proiettato in una straordinaria dimensione e l'escatologia rivoluzionaria riscrive l'antico rapporto di temporalità.

Bocchi rimarca il definitivo screditamento di questo rapporto e lo pone al centro dell'equivoco della modernità perché senza Filippo non ci sarebbe stato Alessandro Magno, e senza ciò che è stato non sarebbe stata possibile la storia successiva. Ma per tirarci fuori dal ripiegamento della storia e dalle reiterate citazioni sul tramonto dell'occidente e la morte di Dio, bisogna elaborare il lutto del «mito del progresso».

Che fine ha fatto quel coraggio riformatore di trenta anni fa? Il referendum del 1993 segnò l’epilogo della lunga fase di una democrazia bloccata. Giovanni Guzzetta su Il Dubbio il 23 aprile 2023

La politica italiana non brilla per la memoria. Dimenticare presto fa comodo. Eppure il trentesimo anniversario del referendum elettorale del 18 aprile 1993 merita l’ostinazione di ricordare.

Quel giorno la storia della Repubblica è cambiata e si è avviata una lunga transizione tutt’altro che risolta.

La storia cambiò perché venne certificato l’epilogo della lunga fase di una democrazia bloccata, incastrata nella tenaglia della guerra fredda.

Il 60 per cento degli elettori italiani impressero con il loro voto una svolta maggioritaria al sistema politico, consentendo, dopo la caduta del muro di Berlino, la possibilità di una democrazia compiuta, quella democrazia dell’alternanza, preconizzata da Aldo Moro e da Roberto Ruffilli, entrambi vittime del terrorismo brigatista. Purtroppo, allo stato, l’incompiutezza permane.

Ciò non toglie che il referendum del 1993 sia uno spartiacque. È stata l’unica riforma che abbia inciso significativamente sul sistema politico. Quel referendum è un atto d’accusa nei confronti di una politica inconcludente, che da decenni preannunzia riforme che non arrivano mai. Inoltre, l’ispirazione che ne fu alla base non strizzava l’occhio alle derive populiste della democrazia diretta, ma aveva come obiettivo di riqualificare la democrazia rappresentativa, proprio per evitare quelle derive.

La storia di quella vicenda dev’essere ancora completamente scritta, malgrado gli importanti contributi offerti dai suoi protagonisti a cominciare da Mario Segni che ne fu il leader indiscusso.

La cronaca invece fa spesso registrare giudizi liquidatori, così da far diventare quel referendum una sorta di capro espiatorio del nostro declino. Operazione tanto più facile perché non si ha prova del contrario. Di cosa sarebbe cioè successo se esso non ci fosse stato. Ma la storia non si fa con i se e con i ma e dunque vediamo rapidamente che cosa è successo.

Innanzitutto è successo che il movimento referendario con il suo irrompere fu in grado di scrollare la politica dalla palude dell’immobilismo e consentì che venissero approvate riforme come l’elezione diretta dei sindaci e, poi, quella dei presidenti di regione.

La legge elettorale, pur non completamente maggioritaria, consentì di riesumare i collegi uninominali esaltando il ruolo degli elettori nella legittimazione degli eletti. I parlamentari uninominali, persino quando “catapultati” da Roma, erano costretti a fare i conti con il proprio collegio, c’era la loro faccia per le strade delle città, dei paesi e dei quartieri. E questa responsabilità molti la sentivano. I cittadini sceglievano.

Ma legge elettorale non era una legge interamente maggioritaria perché il referendum che la introdusse subiva i vincoli tecnici di ogni referendum abrogativo. Rimase la quota proporzionale senza la quale il referendum non sarebbe mai stato dichiarato ammissibile.

Così, un inconveniente tecnico divenne il cavallo di Troia per sabotare gli effetti del cambiamento. Con la quota proporzionale i partiti si contavano e su quelle basi definivano i rapporti di forza nelle coalizioni, concedendosi ribaltoni e ribaltini.

La verità è che la legge elettorale da sola non basta a cambiare il corso delle cose. Sarebbe stato necessario che le forze politiche raccogliessero la domanda di cambiamento e accompagnassero il referendum con una riforma costituzionale che mettesse in sicurezza la svolta compiuta.

Il paradosso è che i cittadini risposero, ma la politica fece orecchie da mercante.

E così da allora continuano a farsi elezioni dopo le quali gli impegni elettorali vengono traditi, le alleanze continuamente modificate e l’avversario delle urne diviene il sodale del governo di turno. In nessuna grande democrazia sia assiste a una tale disinvoltura. E in nessuna grande democrazia i governi durano mediamente un anno e qualche mese, come accade in Italia dal 1861 a oggi. Che cosa si può realizzare in un anno e tre mesi?

Senza riforme che assicurino stabilità e governabilità l’effetto delle leggi elettorali si arresta alla sera delle elezioni.

Per questo la riforma costituzionale rimane il convitato di pietra della crisi italiana. E per questo c’è da augurarsi che le forze politiche, sia quelle che hanno vinto le elezioni, sia quelle che aspirano a farlo, non rimangano abbagliate dall’illusione di una stabilità, che, come già accaduto in passato, rimane esposta a rischi continui di dissoluzione.

La responsabilità dell’iniziativa spetta alla maggioranza che ha vinto le elezioni. All’opposizione spetta quella di non cadere nella tentazione di scommettere sull’ennesimo fallimento, magari agitando lo spettro di scenari autoritari, con una retorica che rischia di diventare il bene rifugio per nascondere una profonda crisi di identità.

È possibile che prevalga la rassegnata tentazione dello status quo. Ma, come avvenne nel 1993, nella storia arriva sempre il momento in cui accade l’imprevisto. Il cigno nero che non si era visto arrivare. E ci si ritrova travolti da eventi che si sarebbero potuti invece anticipare e guidare.

Ecco. L’ultima postilla. Il referendum del 1993 si fondò su una straordinaria convinzione: l’Italia non è figlia di un dio minore; si merita di più. E non c’è nessun motivo perché non lo possa avere.

Antonio Giangrande: Il dogma del liberale: la Libertà è fare quel che si vuole nel rispetto della Libertà altrui.

La libertà propria è la Libertà altrui sono diritti assoluti e nessuno di questi diritti deve essere limitativo o dannoso all’altro.

Il socialismo (fascio-comunismo) è il potere dato in mano a caste, lobbies, massonerie e mafie.

Antonio Giangrande: Il programma politico di Antonio Giangrande: un Sindaco che Avetrana ha mai voluto…

"Dapprima ti ignorano. Poi ti ridono dietro. Poi cominciano a combatterti. Poi arriva la vittoria". Mahatma Gandhi.

Si deve portare l’attenzione verso i fondamentali concetti della democrazia quali bene comune, cosa pubblica (res publica), trasparenza, legalità, merito, servizio, serietà e mantenimento della parola data, ascolto e partecipazione della cittadinanza. Per essere rappresentanti dei cittadini ed al servizio di tutta la comunità e non solo di una parte, bisogna osteggiare il palesarsi ad una appartenenza politica di vecchio stampo. Chi si dichiara appartenere ad una vecchia ideologia è esso stesso vecchio e stantio oltre che motivo di tensione, attrito e, quindi, di divisione. Il partigiano non può far parte del rinnovamento. Sono le idee vive e geniali che fanno progredire e non le ideologie morte, spesso prone ai Poteri forti. Nelle piccole comunità i capaci ad amministrare son pochi e non bisogna disperderli in sciocche divisioni. Nella amministrazione pubblica non ci sarà posto per chi, egocentrico, ha ambizioni personali e pensa alla politica come strumento di realizzazione. Si dice che un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato da coglioni. Facciamo sì che non ci si debba vergognare, ma essere onorati di chi ci rappresenta. Ci si deve impegnare ad essere di esempio per gli altri.

IL PROGRAMMA.

LA POLITICA, LA PARTECIPAZIONE E LA TUTELA. La politica non è speculazione. La politica deve essere servizio al cittadino ed il cittadino deve partecipare alla politica. Il candidato, sia a Sindaco che a Consigliere Comunale, libero da vincoli di provenienza o appartenenza politica o familiare, deve essere capace, competente, serio, disponibile e non prono ai Poteri Forti. Non deve essere stato condannato in modo definitivo per reati gravi. Il candidato eletto deve lavorare per la comunità ed avere diritto all’equo compenso. Il cittadino, anche associato, deve far sentire i suoi bisogni e proporre le soluzioni. All’associazionismo deve essere dato sostegno ed esso deve aiutare gratuitamente l’Amministrazione alla gestione del bene comune. Per la tutela del cittadino deve essere istituita la figura del Difensore Civico con virtù e qualità maggiori di quelli del Sindaco e del Consigliere Comunale e scelto dal Consiglio Comunale tra i cittadini locali per la tutela dei diritti dei membri della comunità nei confronti della Pubblica Amministrazione locale e nazionale. Il Sindaco, gli Assessori ed il Presidente del Consiglio Comunale devono mettersi in aspettativa per il proprio lavoro o professione ed essere sempre presenti presso la casa comunale per ascoltare le esigenze della gente e controllare il buon andamento della Pubblica Amministrazione. Ognuno di loro, per un contatto immediato e diretto, deve avere un recapito di posta elettronica ed avere una pagina social periodicamente aggiornata.

LA TRASPARENZA ED IL SERVIZIO AI CITTADINI. Si deve istituire l’ufficio dell’URP (Ufficio Relazioni con il Pubblico), al servizio dell’utenza per la conoscenza dell'iter della pratica amministrativa e del rispetto del tempo ad essa riservato dalla legge. Ciò nell’ottica di far percepire il Comune come un servizio al cittadino e non come un esattore e basta. Ai dipendenti deve essere data istruzione di disponibilità relazionale e comunicabilità adeguata rispetto all'utenza. Deve essere dato risalto dell'attività dell'amministrazione e degli eventi organizzati da essa o dalle associazioni locali sul sito web dell'istituzione e su bollettini periodici da distribuire dei punti di ritrovo e commerciali. Si deve verificare il percorso di assunzione dei dipendenti e collaboratori dell'Ente e l'evoluzione dei contratti in essere, scaduti e rinnovati senza gara e con mancanza di verifica di economicità. Si deve controllare modi e costi delle consulenze esterne ed interne. Si deve verificare ogni intervento reso ai cittadini ritenuti disagiati, affinchè non nasconda voto di scambio. Bisogna migliorare la tracciabilità di appalti e subappalti attraverso la pubblicazione online dei bandi di gara e dei risultati delle stesse ed avere l’autorizzazione scritta del Comune per qualsiasi tipo di subappalto. Ogni gara di appalto deve contenere l'impegno ad assumere un numero indeterminato di disoccupati locali, secondo la specializzazione richiesta. Bisogna aumentare le responsabilità degli appaltatori, attraverso regole di appalto che riconducano unicamente all’appaltatore le responsabilità di lavori non eseguiti nei termini od a regola d’arte o di danni provocati dal sub appaltatore, anche durante tutto il periodo di garanzia. Bisogna migliorare il sistema delle gare d’appalto. Rivedere il sistema delle gare economicamente vantaggiose (lo spirito della gara dovrebbe essere di chi fa l’offerta migliore) introducendo, come avviene in molti altri enti pubblici, un sistema di valutazione delle offerte attraverso l’utilizzo di parametri oggettivi e non soggettivi da parte della commissione scelta dalla stazione appaltante. Controllare che i lavori effettuati per conto proprio o per conto delle aziende terze sul suolo comunale siano effettuati a regola d’arte.

RISPETTO DELLA LEGGE, FISCALITA' E LOTTA ALLA EVASIONE. Il cittadino deve rispettare la legge, per la sicurezza, il rispetto dell'ambiente ed il quieto vivere. Bisogna essere inflessibili, ma non fiscali. Per contenere la pressione fiscale e garantire maggiore equità contributiva al cittadino bisogna chiedere il minimo indispensabile, agevolandolo per la riscossione, e il richiesto tradurlo al massimo in termini di servizi ed opere. Per la lotta all'evasione bisogna essere inflessibili, previo tentativo di verifiche e di conciliazione e mediazione. Tutelare la prima casa ed i cittadini poveri. I disoccupati possono pagare i tributi con una prestazione d'opera. Le associazioni devono essere agevolate sulla fiscalità. La Pubblica Amministrazione da parte sua deve rispettare i tempi dei procedimenti amministrativi e pagare i debiti entro 30 giorni dalla fattura.

TUTELA PATRIMONIO COMUNALE. Bisogna censire il patrimonio immobiliare del Comune (canoni riscossi per gli immobili concessi in locazione, canoni corrisposti per quelli di proprietà di terzi acquisiti in locazione). Elaborare un piano pluriennale di utilizzo, razionalizzazione e cessioni del patrimonio comunale. Valutare eventuali riqualificazioni, conversioni, cambi di destinazione d’uso e verificate possibilità di intervento, con riguardo alle priorità dei fabbisogni di spazi idonei e accessibili per sede degli uffici e dei servizi comunali e per sedi e attività delle associazioni.

URBANISTICA E TERRITORIO, AMBIENTE ED AGRICOLTURA. Basare una riqualificazione del territorio concentrata sul recupero e sulla ristrutturazione dell’esistente; agevolare il diritto alla prima casa con nuove costruzioni e la distribuzione dei servizi dal centro alle periferie; una gestione ambientale basata su una mobilità che valorizzi e crei percorsi di viabilità ecologica, ciclabile e podistica; sul valore della forestazione e la piantumazione di piante e la relativa cura; politiche socio culturali ed economiche che promuovano uno stile ambientalista ed allo stesso tempo sfrutti le risorge offerte dal riciclo dei rifiuti, con creazione di posti di lavoro, ed agevolazioni per l'istallazione e lo sfruttamento di fonti di energia alternativa sui propri fabbricati; salvaguardia delle attività agricole, rilanciando la funzione dell’agricoltore e di attività collegate (mercati a filiere corte, promozione di prodotti a km 0, accordi tra agricoltori e proprietari dei fondi agricoli per mantenere i terreni coltivati, etc.). Stop al consumo del territorio per i nuovi impianti con pannelli fotovoltaici e favorire la loro realizzazione su capannoni industriali o fabbricati agricoli. Si deve controllare la viabilità e la salute delle strade, come l’ordinato parcheggio.

LAVORO. Attuare corrette misure di salvaguardia e di intervento e sfruttare le risorse di valore Storico, Archeologico, Paesaggistico e Naturalistico del territorio Comunale. Predisporre luoghi ed aziende per lo sfruttamento del turismo, specialmente dove è maggiore la vocazione turistica. Incentivare gli spostamenti in bicicletta verso le zone turistiche attraverso apposte iniziative comunali. Promuovere e gestire itinerari turistici culturali. Rendere la viabilità ciclabile appetibile grazie a percorsi più sicuri e rapidi. Predisporre un sistema di raccolta porta a porta per tutto il territorio comunale e favorire la crescita di un economia locale legata al recupero, riciclo e riutilizzo dei materiali post consumo, compreso lo sfruttamento del prodotto di sfalci e potature di viti ed ulivi. Predisporre e gestire in modo corretto, etico e trasparente un canile/gattile e favorire l'adozione degli animali. Predisporre le modalità di attuazione delle prestazioni di lavoro occasionale di tipo accessorio come disciplinate dall'art. 4 della L. n.30/03, dal D.Lgs. n. 276/03 (artt. 70-73), e successive integrazioni e modificazioni. Con lo "strumento" voucher si offre la possibilità di occupazioni temporanee a soggetti che si trovano in situazioni di svantaggio economico, di difficoltà finanziaria, di disagio personale e/o familiare. Uno strumento che dà la possibilità a tutti i disoccupati di prestare la loro opera per un dato periodo di tempo per lavori di pubblica utilità. Per incentivare ogni altra forma di impresa e debellare il fenomeno dell'usura, l'amministrazione si farà garante verso gli istituti di credito di ogni progetto presentato ed approvato dal Consiglio Comunale e comunque di favorire l’accesso al credito attraverso il sostegno economico ai Confidi (consorzi di garanzia) o forme similari di categoria o comunque la verifica degli immobili agibili e sfitti di proprietà diretta o indiretta del comune per locazione agevolata alle attività imprenditoriali giovanili (fino a 35 anni). Predisporre un front office turistico multilinguistico di presentazione del territorio, con tour tematici.

SANITA’.

Predisposizione telematica di conoscenza del medico disponibile nel momento del bisogno.

SICUREZZA.

Predisposizione di aree e vie pubbliche videosorvegliate e potenziamento del corpo di Polizia Municipale, con collaborazioni temporanee, coadiuvato da associazioni di cittadini locali per il controllo delle aree rurali.

PROMOZIONE DEL TERRITORIO.

Promuovere e sostenere ovunque ogni eccellenza locale nel settore dello sport, cultura e spettacolo o ogni altra forma di realizzazione e manifestazione. Tutelare la reputazione di Avetrana e della sua comunità con ogni mezzo e senza remore.

SPORT.

Curare e gestire in modo economico ogni struttura comunale e renderla fruibile a tutti.

FINANZIAMENTO.

Vogliamo farci conoscere in Europa per le nostre risorse naturali, storiche, culturali, artistiche. Abbiamo un patrimonio da valorizzare grazie alla progettazione europea. Si dovrà formare un gruppo compatto di professionisti locali o non locali, remunerato per presentare progetti ed accedere ai Fondi strutturali.

Come funziona il libero arbitrio? La ricerca cerca di fare luce su uno dei misteri della mente. Gloria Ferrari su L'Indipendente mercoledì 8 novembre 2023.

Stai navigando online alla ricerca di un tappeto da stendere in salotto, ai piedi del divano. Trovi un modello che ti piace fra centinaia di altre tipologie, ma sei incerto sul colore: rosso o grigio? Opti per il primo, perché ti convince di più. Lo aggiungi al carrello e sei contento di aver preso una decisione autonoma, libera e consapevole. Ma è davvero così?

Chi crede nel libero arbitrio, quindi nel potere di prendere decisioni o eseguire azioni indipendentemente da qualsiasi evento o stato precedente dell’universo, risponderebbe di sì. Ma la questione è molto più complessa di così. Per secoli molti filosofi, fisici e religiosi hanno tentato di dimostrare o smentire l’esistenza della libera decisione, nonostante Noam Chomsky (filosofo, linguista, e scienziato cognitivista) abbia ribadito che tale traguardo potrebbe non essere raggiunto mai. Negli anni nel dibattito si sono inserite anche le neuroscienze. Ma provare a delineare un quadro più chiaro attorno al tema è una questione delicata: arrivare ad una conclusione, in una o nell’altra direzione, cambierebbe drasticamente l’approccio alla vita individuale e quella sociale.

Se infatti gli esperti riuscissero a dimostrare che il libero arbitrio non esiste, significherebbe di fatto che, seppur rinascendo una seconda volta, ci comporteremmo esattamente allo stesso modo, perché così è scritto e così è fatto il nostro cervello (il cosiddetto determinismo). Una dichiarazione che avrebbe enormi implicazioni: se in qualche modo le nostre scelte sono predeterminate e non libere, che senso ha, per esempio, tormentarsi sui dilemmi morali?

La fisica quantistica ha dimostrato che il verificarsi di alcuni eventi è letteralmente casuale. Una scoperta che però non risolve il problema, anzi, lo rende ancora più intricato. Se da una parte il determinismo annulla ogni possibilità che il libero arbitrio esista, dall’altra anche il concetto di casualità lo fa: significherebbe infatti che ogni singola azione non è determinata dalla nostra volontà di scelta, ma, appunto, dal caso. In pratica un cane che si morde la coda e che solo l’intervento della genetica, delle neuroscienze e della biologia evoluzionistica può forse salvare dalla dannazione – ma anche all’interno di questi campi convivono posizioni diverse.

Partiamo dai fatti. Fin dall’inizio delle loro ricerche i neuroscienziati si sono accorti che l’attività cerebrale si mette in moto alcuni secondi prima che il soggetto acquisti la consapevolezza di voler intraprendere quell’azione. Negli anni ’60 infatti alcuni studi avevano scoperto che quando le persone eseguono un movimento semplice e spontaneo, il loro cervello mostra un aumento dell’attività neurale (chiamato “potenziale di prontezza”) prima di compierlo. Un’intuizione confermata negli anni ’80 dal neuroscienziato Benjamin Libet, secondo cui il potenziale di prontezza precedeva addirittura l’intenzione dichiarata di una persona di muoversi, non solo il suo movimento. Più recentemente un gruppo di ricercatori ha scoperto che alcune informazioni su una decisione imminente sono già presenti nel cervello fino a 10 secondi in anticipo rispetto alla presa di posizione su una certa azione. Risultati che, però, non hanno posto fine agli interrogativi – o meglio, hanno comunque diviso le interpretazioni.

La questione di fondo è che gli studi condotti fino ad oggi si sono concentrati principalmente su azioni arbitrarie, ripetitive, che ormai facciamo distrattamente e inconsciamente e che quindi potrebbero essere prive di un vero significato ai fini della comprensione del libero arbitrio – come scegliere di mettere il piede sinistro davanti al destro per camminare o viceversa. Movimenti che la nostra attività cerebrale traccia prima ancora che ci rendiamo conto che stiamo per farli. Cosa avviene invece dentro di noi quando prendiamo decisioni più importanti, che fanno davvero la differenza nelle nostre vite? Quando decidiamo se lasciare il lavoro? O quando valutiamo di trasferirci altrove?

Anche in questo caso due neuroscienziati hanno provato a fornirci una risposta. Nel 2019 gli esperti Uri Maoz, Gedeone Yaffe, Christof Koch e Liad Mudrik hanno chiesto ai partecipanti al loro esperimento di scegliere, premendo il pulsante destro o sinistro, tra due organizzazioni no-profit a cui donare mille dollari. Ad alcuni individui è stato poi specificato che in ogni caso, a prescindere dalla scelta, entrambe le organizzazioni avrebbero ricevuto 500 dollari. Ai restanti è stato invece ribadito l’importanza di ponderare bene tutte le condizioni, perché per via della loro scelta uno dei due gruppi sarebbe rimasto a secco.

Dai risultati è emerso che le scelte prive di significato erano precedute da un potenziale di prontezza, le altre no. In altre parole, quando ci preoccupiamo di una decisione e delle sue conseguenze, il nostro cervello sembra comportarsi in modo diverso rispetto a quando la decisione è arbitraria. Gli esiti sono però incompatibili con i risultati di un sondaggio pubblicato nel 2022, in cui tre esperti hanno chiesto a 600 persone di valutare il grado di libertà delle scelte compiute dagli altri. Queste sono state giudicate tutte tendenzialmente e ugualmente libere, senza distinzione tra quelle più significative e quelle meno importanti.

La questione dunque è tutt’altro che risolta, e gli scenari da indagare sono ancora decisamente ampi, con importanti esperti che si schierano con decisione da una parte (Robert Sapolsky, acclamato biologo e neuroscienziato statunitense, crede che il libero arbitrio non esista e che le nostre scelte siano condizionate dalla biologia, dagli ormoni, dall’infanzia e dalle circostanze della vita) e altri che rimangono nella sfera del possibile. Tuttavia negli anni, oltre ad essere cambiati gli strumenti di indagine, si è evoluta anche la consapevolezza che il libero arbitrio, che esista o meno, non è probabilmente come ce lo siamo immaginato. Ma la partita non è ancora finita. [di Gloria Ferrari]

LIBERISMO e LIBERALISMO…CHE DIFFERENZA C’È? Studente D'Errico Emma su medium.com

Nella lingua italiana i termini liberismo e liberalismo non hanno lo stesso significato: mentre il primo è una dottrina prettamente economica, il secondo è un’ideologia politica; nell’indagare tale distinzione bisogna innanzitutto essere consapevoli della natura prevalentemente italiana di essa.

Per LIBERISMO, si intende essenzialmente la libertà economica, ossia la libertà del mercato, della concorrenza fra industrie, aziende, semplici lavoratori, in qualsiasi condizione storica, geografica e sociale.

Liberismo è il pensiero che lo stato debba lasciare assoluta libertà di produrre e commerciare, quindi è quel pensiero concettualmente opposto al protezionismo.

Il Liberismo nasce da una riflessione sulle condizioni di produzione della ricchezza ed il padre del liberismo è Adam Smith (1776, La ricchezza delle nazioni), il quale teorizza l’importanza dell’accumulo di capitale, dell’investimento e della libera concorrenza, ma anche l’importanza della divisione del lavoro tra capitalisti e salariati: questi elementi, secondo Smith, condurrebbero alla conciliazione dell’interesse individuale e sociale.

Il LIBERALISMO è invece un’ideologia politica, che sostiene l’esistenza di diritti fondamentali e inviolabili facenti capo all’individuo, e che evidenzia l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge (eguaglianza formale). Il padre del liberalismo è sicuramente il filosofo John Locke, seguito da David Hume e dal sopracitato Adam Smith.

Dal liberalismo si genera lo STATO LIBERALE, una forma di Stato che si pone come obiettivo la tutela delle libertà e dei diritti inviolabili dei cittadini attraverso una Carta Costituzionale che riconosce e garantisce tali diritti fondamentali e sottopone la sovranità dello Stato ad una ripartizione dei poteri: nel nostro paese ad esempio, la Costituzione prevede che i tre poteri, quello esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario, siano affidati ad organismi specifici e differenti (per evitare la concentrazione dei poteri che aveva invece caratterizzato la dittatura fascista). Come si è visto, tale tipologia di stato, fu instaurata in Inghilterra con la Gloriosa Rivoluzione, negli Stati Uniti e in Francia in seguito alle rispettive rivoluzioni settecentesche, e nel resto d’Europa con le rivoluzioni liberali.

Secondo il filosofo Benedetto Croce, il liberismo è un concetto inferiore e subordinato a quello di liberalismo, tant’è che il liberismo è anche detto liberalismo economico: va da sé che si possa dunque essere liberisti senza essere liberalisti.

Tuttavia bisogna precisare che il liberalismo può contenere in sé il liberismo, ma non è universalmente confermato che ciò sia necessario.

Infatti, il liberalismo, si può definire come la continua lotta per la limitazione del potere in tutte le sue forme: talvolta vi possono essere momenti della storia in cui il potere da limitare sia proprio il potere dell’economia, ed è proprio questo il caso in cui il liberalismo non desume il liberismo.

La distinzione fra liberalismo e liberismo è tipicamente italiana. Scrive Ernesto Paolozzi.

Liberismo e liberalismo La distinzione fra liberalismo e liberismo è tipicamente italiana e non ha riscontro in altre culture mondiali. Però, a guardare a fondo, appare chiaro che i concetti e le idee che sono a fondamento di tale distinzione sono invece comuni a tutte le culture politiche, almeno del mondo occidentale. Cerchiamo, allora, di essere il più possibile chiari sul significato di tali concetti, senza troppo ricorrere all’antica e nota polemica fra Croce ed Einaudi dalla quale, appunto, ebbe origine la distinzione fra liberalismo e liberismo, almeno così come la conosciamo noi. Per liberismo si intende, essenzialmente, la libertà economica, ossia la libertà del mercato, della concorrenza fra industrie, aziende, semplici lavoratori, in qualsiasi condizione storica, geografica, sociale. Padri nobili del liberismo sono i liberali alla Adam Smith, tutti coloro che fra Settecento e Ottocento, propugnarono, contro i privilegi della nobiltà, dell’alto clero, dell’antico regime, la libera iniziativa economica. Nel nostro secolo, soprattutto, il liberismo lotta contro l’invadenza dell’iniziativa statale nel libero mercato e può essere ricondotta al nome del grande economista e grande studioso Hayek. Ora, bisogna innanzitutto sottolineare che, nel suo sorgere, quello che abbiamo definito liberismo fu un movimento rivoluzionario che intendeva essenzialmente battersi perché si realizzasse, contro vincoli di varia natura e varia provenienza, una libertà fondamentale dell’uomo: la libertà dell’iniziativa economica che già Locke aveva difeso allorché aveva inserito il diritto alla proprietà fra i diritti naturali. Allo stesso modo, anche nei confronti di uno Stato, e soprattutto di uno Stato non democratico, il liberismo più recente ha operato in senso rivoluzionario, intendendo garantire la libera iniziativa economica di gruppi o individui nei confronti di uno Stato troppo spesso oppressore. Sappiamo tutti che nei confronti di queste posizioni si sono generate posizioni polemiche, anche aspramente polemiche, in difesa della socialità, dello Stato inteso come comunità di cittadini, e così via.

Ma a noi interessa, in questa prospettiva, chiarire la differenza tra liberismo e liberalismo. Il punto nodale fondamentale a tal proposito è questo: la libertà dell’economia deve considerarsi come uno dei tanti aspetti con i quali si è presentata nella storia la lotta per la libertà o bisogna considerarla come la premessa indispensabile per ogni altra forma di libertà? Per dirla con una formula: la libertà politica è possibile soltanto in presenza della libertà economica o è possibile ipotizzare una società liberale di tipo diverso? Questo è il vero punto di discussione. E’ evidente che da un punto di vista squisitamente filosofico, così come hanno sostenuto anche i due più autorevoli filosofi liberali del nostro secolo, Croce e Popper, non è possibile legare, meccanicamente determinare, tutte le libertà, etiche, politiche, culturali alla pura libertà economica. Si cadrebbe, paradossalmente, nello stesso errore attribuito a Marx il quale, sia pure con scopi diversi, sembrava sostenere che al fondo di ogni processo sociale vi fosse sempre la struttura economica che determina le sovrastrutture. E’ un punto questo che mi sembra, in verità, innegabile. Non è dunque possibile asserire in maniera assoluta e definitiva né che senza la libertà dell’iniziativa economica non vi possano essere altre forme di libertà, né che, soprattutto, il libero mercato produca di per sé le libertà politiche. Abbiamo avuto esempi anche storici di paesi governati dalla socialdemocrazia nei quali l’intervento dello Stato nell’economia è stato preminente per molti anni, in cui non solo non si sono perse, ma si sono guadagnate molte libertà civili e politiche (penso alla Svezia e alla stessa Inghilterra laburista), ed altri paesi nei quali hanno convissuto il più aperto libero mercato e la dittatura più ripugnante e antiliberale. Dunque, la distinzione italiana fra liberalismo e liberismo può e deve essere mantenuta ed estesa, per la chiarezza della distinzione stessa, anche alle altre culture. Il liberalismo può contenere in sé il liberismo. Ma non può e non deve appiattirsi sul liberismo stesso. Il liberalismo, è stato detto cercando una impossibile definizione, è la continua lotta per la limitazione del potere in tutte le sue forme. Ora, vi possono essere momenti della storia in cui il potere da limitare sia proprio il potere dell’economia. Non voglio negare, né mai i citati Croce e Popper lo hanno fatto, che è difficilmente ipotizzabile, sul piano pratico, una società liberale nella quale non sia assicurato il massimo di libertà economica. Ma questo non è in contraddizione con l’idea che, per usare una vecchia terminologia marxiana, in ultima istanza il governo delle nazioni, il governo delle comunità, spetti all’etico-politico, ossia, nella mia prospettiva, al liberalismo. La questione si fa chiara ed evidente oggi, nel momento in cui ci troviamo a fronteggiare la cosiddetta globalizzazione dell’economia, quella che alcuni chiamano americanizzazione, altri sviluppo incontrollato del capitalismo, altri ancora liberismo selvaggio. Contro questo gigantesco e in apparenza inarrestabile movimento che sembra essere movimento delle cose stesse, si levano forze di varia natura e di diversa provenienza. Sulla sinistra estrema, i movimenti anarchici, ecologisti, veterocomunisti, anarcosocialisti, i quali credono, essenzialmente, che un mercato mondiale libero sia in realtà un mercato nel quale solo i ricchi e i potenti prosperino, a discapito dei milioni di diseredati, a nocumento dell’ambiente, che è un bene comune, a discapito dei valori fondamentali della civiltà nata con il cristianesimo, il liberalismo stesso, l’Illuminismo della Rivoluzione francese e il socialismo, i valori di giustizia e di fratellanza. A destra c’è chi rinviene nel processo di globalizzazione la fonte principale della distruzione di tutti gli antichi valori su cui si fondano le tante comunità sociali, etniche, storiche. Con la vittoria indiscriminata del consumismo capitalista, si distruggerebbero le tradizioni famigliari, le lingue nazionali e i dialetti, le culture e le religioni e perfino le tradizioni alimentari. Da un punto di vista liberale, che potrà sembrare mediocre ma che, se lo è, lo è nel senso aristotelico, si tratta invece di ricondurre lo sviluppo economico del capitalismo mondiale nell’ambito e nell’alveo del giudizio etico e politico. Non si tratta di distruggere un nemico ma di costringerlo a diventare amico. Si tratta di creare ed immaginare, attraverso la lotta politica quotidiana, un sistema di governo della politica mondiale, e dunque delle nuove Istituzioni adatte allo scopo, che siano in grado di governare il processo in modo che le palesi ed evidenti opportunità che il progredire dell’economia e della tecnologia contengono, non si tramutino in una tragedia collettiva, nell’oppressione dei pochi sui molti. Questo mi sembra un punto di vista autenticamente liberale. Rispettoso della libertà economica ma guardingo e preoccupato, pronto sempre a far valere le ragioni della politica sull’economia e, soprattutto, le ragioni dell’impegno etico-politico su quello che sembra essere, e non è detto che sia, e in effetti non è, un processo irreversibile e ingovernabile. Nulla nella storia è irreversibile ed è sempre l’uomo il signore del sabato. Sembrerà, lo ripeto, un punto di vista mediocre, come sempre sembra essere mediocre la ragionevolezza. Ma le gravi difficoltà che questo ragionamento incontra per affermarsi, i tanti nemici che contro esso si muovono, a cominciare dagli ottusi e integralisti liberisti a finire, come si è detto, agli estremisti della nostalgia a destra e ai velletarismi dei nuovi rivoluzionari, mostrano come, ancora una volta, il liberalismo sia destinato a rimanere minoranza benché sia forse il solo punto di vista veramente capace di prefigurare nuove e reali prospettive per il futuro.

Il saggio riproduce una lezione tenuta presso l’Associazione culturale UKMAR ed è pubblicato sulla rivista “C’E corriere d’Europa” (luglio 2002)

L'Occidente è la patria di ogni vera libertà. In un recente saggio Franco Cardini parla di deriva della nostra civiltà. Ma i suoi valori sono universali. Giampietro Berti il 3 Ottobre 2023 su Il Giornale.

La vittoria planetaria dell'Occidente ha diffuso in maniera impressionante la laicità di quella concezione del mondo che principia dall'illuminismo, fonte primaria dei caratteri fondamentali della modernità: razionalismo, diritti naturali, universalismo, unità del genere umano, individualismo; vale a dire quell'insieme riassumibile nel binomio secolarizzazione capitalismo, cioè la forza trainante del processo storico degli ultimi secoli. Ciò ha provocato una reazione di rigetto incontrollabile nei nemici della società aperta che si manifesta in una tendenza all'arroccamento nella propria identità; ha estremizzato il bisogno di un senso esistenziale religiosamente forte, unica diga per far fronte all'avanzata del moderno e alla sua invadenza laico-edonistica, costituita dall'intreccio indissolubile fra nichilismo e libertà. Negli ultimi decenni contro questa realtà si sono scagliate, a ondate successive, tutte le ventate reazionarie di rigetto ieri comunismo, fascismo, nazismo; oggi islamismo jihadista e forme di radicalismo di destra e di sinistra , volte a bloccare o a distruggere il dilagare laico del non senso prodotto da tale processo.

All'interno di questa tendenza storico-culturale va inserito il libro di Franco Cardini, uscito in questi giorni presso Laterza: La deriva dell'Occidente in cui l'autore nega il valore universale della cultura occidentale, contestando la tesi di Fukuyama, secondo cui il mondo ha un solo destino, il capitalismo. La guerra in Ucraina dimostra a suo avviso che la storia non è così univocamente determinata. Per Cardini l'Occidente ha espresso in realtà una volontà di potenza volta a egemonizzare l'intero globo terracqueo. La stessa teoria dei diritti umani altro non sarebbe che un'espressione di questa volontà. E con ciò siamo, come si vede, all'opposto di Max Weber, che si domandava: «per quale concatenamento di circostanze è avvenuto che proprio sul suolo occidentale, e qui soltanto, la civiltà si è espressa con manifestazioni, le quali si sono inserite in uno svolgimento, che ha valore e significato universale»?

Di qui l'obbligata constatazione che la possibilità della libertà e la sua esistenza storica si sono realizzate soltanto nell'Occidente perché la convivenza pluralistica dei valori, delle fedi e delle culture non è qualcosa di spontaneo, ma è una creazione soggetta a determinate coordinate spazio-temporali. Occorrono, cioè, specifiche visioni del mondo (il razionalismo), specifiche istituzioni economiche (il mercato) e, infine, specifiche istituzioni politiche (regimi a struttura liberal-democratica) perché le aspirazioni della libertà possano avere sviluppo e consolidamento effettivo. La libertà, in quanto creazione storica, non si rinviene in tutte le culture e in tutte le civiltà. Essa vive di un paradosso: la sua valenza è universale, ma la sua genesi e la sua determinazione sono particolari.

Dunque, è la libertà la vera e decisiva discriminante che distingue l'Occidente da ogni altra civiltà umana. Solo la libertà ha un valore universale, perché solo essa è l'unica realtà capace di valere per tutti. Come argomenta Edmund Husserl, non si può rinunciare alla libertà perché è la condizione imprescindibile della civiltà umana; questa libertà è autentica solo se è universale; non si può concepire una libertà universale, se non pensandola innanzitutto in senso filosofico; si può rintracciare l'universalità filosofica soltanto nell'unica cultura che l'ha generata e sviluppata: l'Europa. Husserl intreccia la dimensione della libertà con la dimensione della filosofia; un intreccio concepito come la vera e originaria identità spirituale europea. La libertà si incrocia con la filosofia esprimendosi come facoltà critica motivata dalla domanda del dubbio permanente. In tal modo la coscienza europea si legittima nell'autocritica.

Si deve dar conto del perché l'Europa esprima filosoficamente una realtà politico-culturale che ha iscritta in sé stessa la meta finale verso cui tende il divenire spirituale di tutta l'umanità: racchiude, infatti, il telos particolare delle singole nazioni e dei singoli popoli in una prospettiva infinita. È questo il suo destino.

Scrive infatti Husserl: l'idea teleologica della cultura europea mostra che l'Europa è in grado di determinarsi liberamente nell'autonoma ragione. Rispetto all'umanità, essa rappresenta la massima forma di sviluppo perché riassume in sé tutte le formazioni culturali e tutti i sistemi culturali che già sono sorti nel corso della storia.

Si deve pertanto attribuire alla cultura europea la posizione più elevata fra tutte le culture storiche. Husserl afferma la superiorità dell'Europa (e quindi per conseguenza dell'Occidente) su ogni altra civiltà proprio perché solo essa è originariamente filosofica e solo essa reca in sé l'universalismo, che consiste nella volontà di essere un'umanità fondata sulla ragione filosofica e sulla coscienza di non poterlo essere che così. La sua umanizzazione è l'umanizzazione di tutte le umanità pregresse perché annuncia la manifestazione di un senso assoluto rientrante nel senso del mondo. La sua posizione eurocentrica eleva la sua stessa cultura a «lingua universale» come rimedio alle crisi di identità dell'umanità intera.

Arbitrio e Costituzione, i progressisti confondono il "dirittismo" con la libertà. Pietro Di Muccio De Quattro su Libero Quotidiano il 14 settembre 2023

Intervenendo in video al Tempo delle donne nella Triennale di Milano, la presidente Giorgia Meloni, sollecitata dal direttore del Corriere della Sera, ha dichiarato che da sempre interpreta la libertà come impegno e citato Giovanni Paolo II, secondo il quale «La libertà non consiste nel fare ciò che ci piace, ma nell’avere il diritto di fare ciò che si deve».

Anche nel discorso programmatico alle Camere, la presidente Meloni attribuì la frase a papa Wojtyla, che gliel’avrebbe detta in un’udienza privata. Ma la frase non è di quel pontefice, bensì del liberale conosciuto come Lord Acton, che ha incarnato il filone del liberalismo etico: «Liberty is not the power of doing what we like, but the right of being able to do what we ought», cioè «Libertà non è il potere di fare ciò che ci piace, ma il diritto di poter fare ciò che dobbiamo». La presidente Meloni ha precisato: «Libertà non è semplicemente avere dei diritti, è dimostrare di essere in grado di fare sulla base dei diritti che si hanno».

La prima proposizione della precisazione è esatta; la seconda, no. Lo stesso giorno, intervistata pure lei dal direttore del Corriere della Sera, la presidente della Corte costituzionale, professoressa Silvana Sciarra, ha dichiarato tra l’altro, che «le capacità devono diventare diritti... le libertà sono il cuore della democrazia... le libertà aprono all’esercizio dei diritti». Anche la presidente Sciarra, come la presidente Meloni, sembra condividere l’idea diffusa, secondo la quale, se non proprio sinonimi, libertà e diritti sarebbero termini in certo modo intercambiabili: un’idea che rappresenta il portato forse più caratteristico e caratterizzante il “progressismo” politicamente inteso.

Il “progressismo” così concepito, che risale indietro nel tempo, ha fatto nascere negli anni più vicini una specifica dottrina giuridica, che altrove ho voluto chiamare “dirittismo”, così definito: «Ogni pretesto genera la pretesa di un diritto». Ma il dirittismo ha poco e niente a che fare con lo Stato di diritto e il costituzionalismo. 

L’Italia ha purtroppo conosciuto e praticato il dirittismo fin dal 1968, persino contro il semplice buon senso, per esempio il 18 garantito e l’esame di gruppo nei corsi universitari, il salario variabile indipendente del lavoro subordinato. Tra l’altro il dirittismo confligge innanzitutto con la libertà perché ne mina il fondamento, consistente nell’eguale trattamento della legge che i Greci chiamarono isonomia e dalla quale derivarono la democrazia, non viceversa; inoltre, fraziona la società in innumerevoli micro posizioni individuali arbitrarie nella definizione formale e ingiustificate nel contenuto sostanziale; infine, contro le migliori intenzioni, “corporativizza” i rapporti sociali ingessandoli a discapito dell’autonomia personale.

Il IX Emendamento (1791) della Costituzione americana afferma che «L’enumerazione di alcuni diritti fatta nella Costituzione non potrà essere interpretata in modo che ne rimangano negati o menomati gli altri diritti conservati dal popolo». Si riferisce ai diritti naturali, non male intesi alla maniera progressista ma bene intesi come consustanziali alla libertà da restrizioni, costrizioni, interferenze, esterne o governative. È la concezione della libertà come nucleo incomprimibile e indivisibile, espansione massima dell’indipendenza e dell’azione individuali, non già come contenitore delle facoltà di agire accordate dal governo e dalle leggi. La libertà non è partecipazione, la libertà è uno spazio libero: all’opposto, il bravo Gaber impartì la lezione sbagliata. Gli usi della libertà sono molti e, se legali, possiamo pure chiamarli diritti, ma la libertà ha un’altra natura, sebbene adoperiamo la parola per dire che un essere umano è autorizzato a fare determinate cose. Nel qual caso caso possiede una libertà. Mentre nessuno ha espresso, in breve, l’essenziale diversità tra la libertà e le libertà-diritti meglio del più grande pensatore liberale del ventesimo secolo, Friedrich von Hayek: «La differenza fra la libertà e le libertà è quella che c’è fra una condizione nella quale quanto non è proibito da norme generali è consentito, e una in cui è proibito quanto non è esplicitamente permesso».

Il personaggio. Chi era Vilfredo Pareto, il liberale scettico che odiava la democrazia. Inorridito dall’eguaglianza, lo studioso simpatizzante del fascismo vede nel suffragio universale e nelle classi più deboli solo degli intralci. A governare, spiega, devono essere i più ricchi e i più forti.  Michele Prospero su L'Unità (comunista) il 30 Agosto 2023

Negli anni Venti fu agevole per molti liberali convertirsi al fascismo trionfante. Più arduo è percorrere oggi il tragitto inverso e dal postfascismo governante approdare ad un pensiero liberalconservatore. È da poco ricorso il centenario della morte del sociologo ed economista Vilfredo Pareto, che del cedimento dell’aristocrazia post-unitaria dinanzi ai fermenti totalitari rappresentò un esempio significativo.

Indagare lo sviamento di questo “liberale scettico” può aiutare a penetrare in alcuni persistenti enigmi della cultura politica. Secondo Pareto, la democrazia di massa, che venera “questo nuovo dio che ha nome «suffragio universale»”, è solo la forma politica della decadenza dello Stato. La classe politica, con i suoi “elementi scadenti”, rinuncia alla “legge del volume sociale della violenza” come criterio risolutore delle tensioni che attraversano la modernità. Una borghesia irresoluta non garantisce la difesa degli assetti consolidati dagli attacchi delle nuove classi sempre più combattive, disposte a frantumare la stabilità del quadro politico in vista della realizzazione della “tirannide rossa”.

Serve perciò una critica delle ideologie progressive le quali offuscano la politica come fenomenologia della forza e volontà di potenza di una minoranza che ambisce al comando. Contro “i signori metafisici” che discettano di legge, consenso, legittimazione, Rechtsstaat, Pareto adotta parole liquidatorie. Egli così presenta lo “Stato di diritto”: una “bella entità che, per quante ricerche abbia fatto, mi è rimasta perfettamente ignota, e preferirei avere da descrivere la Chimera”. Le forme della moderna statualità non cambiano il volto del potere politico, che, a detta del teorico dell’elitismo, è per sua essenza sempre incentrato sulle dinamiche della forza. Anche negli ordinamenti che riconoscono “la santità della maggioranza”, sono i pochi ad avere lo scettro contando su un’adesione passiva dei molti o sulle prassi di acquisizione di un consenso “guidato, comprato, manipolato”.

Per Pareto, bisogna afferrare le invarianti della politica come influenza e potere, dato che “tutti i governi si basano sulla forza, e tutti asseriscono di avere il fondamento nella ragione”. Non esiste una vera differenza qualitativa tra i regimi politici giacché “nei fatti, con o senza suffragio universale, è sempre un’oligarchia che governa”. Questa verità elementare viene oscurata dalle dottrine democratiche che, negando la politica come potenza e circolazione-conservazione del dominio delle élite, conducono alla dispersione della sovranità, la quale frana al cospetto dei simboli della “moderna teologia proletaria”.

Bersagli prediletti di Pareto sono le credenze politiche edificanti che accarezzano le idee di uguaglianza, cioè “la teologia del Progresso”, le “tabe dell’umanitarismo”, “la pietà pei delinquenti”, i “governi deboli”. Questi sentimentalismi infrangono il valore della gerarchia, la pregnanza della disciplina e dell’obbedienza. L’autorità si rivela una fortezza sguarnita perché da un secolo ormai “la repressione è diventata sempre più mite” e, davanti alla conflittualità più aspra, si replica con “l’indulgenza sempre crescente”. Come emblema di una esiziale caduta delle prerogative sovrane, lo scienziato sociale rammenta gli scontri di Padova tra “rossi e bianchi” dell’aprile del 1920, quando “il potere centrale non si fece vivo per mantenere l’ordine; guardava benigno la guerra privata”. Dietro al disordine cova il rammollimento della minoranza governante, che esita a decidere le controversie con più spiccate “qualità virili”. Accantonato il pugno di ferro, il governo ripara nel clientelismo e nello scambio quali meccanismi di integrazione dei soggetti organizzati.

In Pareto la crisi dello Stato monoclasse è evidenziata dalle “rovine della sovranità centrale”, allorché compaiono “piccole sovranità locali” e strutture quasi feudali, come i sindacati, provviste di “piccole sovranità particolari”. A suo avviso, “oggi il reggimento «democratico» di molti paesi si può definire, sotto alcuni aspetti, una feudalità in gran parte economica. Qui come mezzo di governo si usa principalmente l’arte delle clientele politiche”. Scompare ogni visione pubblica dei problemi sociali, e tutto l’apparato di governo sembra ridotto a pratica di commercio, particolarismo, scivolamento continuo dell’amministrazione nell’allocazione arbitraria delle risorse. “Lo Stato italiano – sostiene Pareto – altro non è se non una grande clientela”, sicché “da quell’edificio non potete togliere una pietra senza sfasciare tutto”.

La dimensione statuale tende ad allargare la propria sfera d’intervento, e il gigantismo burocratico si disvela come l’espressione di una società in cui la libera iniziativa dei privati viene surrogata con la gestione amministrativa della produzione e ripartizione dei beni. La forma partito tratteggiata da Pareto vede al vertice un nucleo assai ristretto di dirigenti con minimi “fini ideali”, e poi uno strato più ampio ricoperto da figure pronte ad accordare il loro supporto perché mosse da convenienze tangibili. Quando i partiti giungono al potere, “gli uomini che mirano risolutamente a fini ideali sono per loro una specie di zavorra che serve a dare una tinta di onestà al partito; ma assai meglio servono gli uomini che si contentano del godimento del potere e degli onori, che sono una merce non tanto abbondante e perciò ricercatissima dai partiti”.

Il politico paretiano è un abile tessitore di legami con i gruppi di interesse: “occorre, con arte sottile, trovare nella parte economica combinazioni di protezione economica, di favori alle banche, ai trusts, di monopoli, di riforme fiscali ecc. e nelle altre parti, distribuzioni di onorificenze, pressioni sui tribunali ecc., che giovino a coloro che assicurano il potere”. Le idealità si affacciano come semplici maschere all’interno di un recinto politico in cui la supremazia è un bene strategico che si conquista solo con l’elargizione di incentivi materiali. La classe dirigente tradizionale, per Pareto, è responsabile del declino della vecchia Italia, priva di energia vitale da esibire in risposta ai sovversivismi operai. L’età liberale ha sottovalutato nel complesso i “profondi mutamenti che la guerra aveva recato nei sentimenti e negli interessi”, cosicché i governi si trovano senza i fondi “per soddisfare i desideri, i bisogni e la cupidigia” della popolazione.

In definitiva, “i bisogni della politica vengono per tal modo a sovrastare a quelli dell’economia”. Entro un clima di perdurante lassismo, di appannamento dei sommi attributi del potere costretto a negoziazioni e baratti, occorre avere il coraggio di affermare che “il dominio dei forti è generalmente migliore del dominio degli imbelli”. La perdita del senso dell’autorità ha conseguenze devastanti in un contesto marcato da contrapposte concezioni del mondo. Di fronte all’impotenza del potere, Pareto auspica che un movimento radicale, con novelle “legioni di Cesare”, spazzi via il decrepito ordinamento costituzionale. Al parlamento, che non si dimostra altro che “una riunione di combriccole”, il fascismo – in certa misura, “gli eredi dei nostri sindacalisti e dei nostri anarchici” – ha il pregio di opporre la vita, la freschezza politica, la violenza risanatrice, il giovanilismo. Questo richiamo alla nazione, al principio gerarchico fornisce un orizzonte di segno opposto capace di sgonfiare le simbologie agitate dalla sovversione sociale.

L’epoca presente appare a Pareto, le cui lezioni a Losanna sono forse saltuariamente frequentate da Mussolini, e che è anche corrispondente di Sorel, come l’era del mito politico (“ora si rinnovano miti e profezie”). Idoli come la democrazia, il governo dei consigli operai, lo sciopero generale, la Società delle nazioni, si manifestano sul proscenio della politica. L’appiglio mitico mostra una indubbia “efficacia per spingere gli uomini ad operare”, ma non è certo uno strumento utile per “conoscere la realtà sperimentale”, per cui i ceti dominanti devono serbare un lucido disincanto nell’analisi. Dunque, contrariamente agli irrazionalisti stregati dalla rivoluzione conservatrice, Pareto propugna un saldo aggancio ai canoni di una sociologia che sposi un rigoroso metodo “esclusivamente sperimentale, come la chimica, la fisica ed altri simili scienze”.

Alla fabbrica delle mitologie spetta sfornare in serie le semplificazioni necessarie per sedurre la moltitudine altrimenti catturata dai sovversivi. L’ordine, la patria, la sicurezza sono i vessilli branditi per spegnere i sogni di cambiamento e l’effervescenza del conflitto sociale. Lo scenario che Pareto dipinge è quello caratteristico di una guerra civile: “si ha un’indulgenza ognora crescente per i delitti commessi in occasione di scioperi o di altre contese economiche, sociali, politiche”; il governo compie un gesto di resa quando “impone agli agenti della forza pubblica di non fare uso delle armi”; svanita la cura armata della polizia, “la repressione per mezzo dei tribunali si fa pure ognor più fiacca”.

L’universalismo democratico, secondo Pareto, prelude al tracollo dello Stato. Egli ribadisce la sua convinzione che “gravissima illusione è quella degli uomini politici che si figurano potere supplire con inermi leggi all’uso della forza armata”. È per lui insostenibile l’assioma secondo cui il sedizioso “non merita la pena di morte”. Da un liberalismo dai tratti conservatori il sociologo sprofonda così in una prospettiva autoritaria, che contesta l’opinione comune secondo la quale “se gli agenti della forza pubblica non si lasciano accoppare senza usare le armi, si dice che mancano di ponderato giudizio, che sono impulsivi, neurastenici”.

Non stupisce la convergenza di un cultore della forza con il fascismo. Denunciato il consenso democratico come una fede falsa, rigettata come mistificazione la “teologia della ragione”, rifiutate le procedure elettorali egualitarie di investitura del potere, non resta che glorificare la rottura della legalità come invariante (“nel mondo non vi è alcun reggimento politico che non abbia per origine l’illegalità”). Tuttavia, in questo modo, la spiegazione causale dei fenomeni sfuma fatalmente in una metafisica degli istinti, nel naturalismo. La psicologia, l’agire puro allontanano dalla regolarità, dalle costanti sistematiche.

Un analista dei comportamenti irrazionali delle masse segue – egli stesso! – l’onda dell’irrazionale dandosi in preda alla terapia fascinosa dell’autoritarismo. Dietro l’abbaglio politico c’è un nodo speculativo ben colto da Parsons, quando scrive che “Pareto aprì la strada allo sviluppo esplicito di una teoria volontaristica dell’azione”. L’accasamento del (solamente nominato) senatore Pareto nel palazzo del fascismo non è il mero deragliamento di uno studioso smarrito. Anche in virtù dell’intreccio concettuale, l’ideatore di un sistema sociale che non si può modificare che per “gradi insensibili” si affida al totalmente altro, ad un fattore di destabilizzazione che, nella sua furia perturbatrice, viene però salutato come opportunità per ristabilire l’equilibrio razionale perduto. Michele Prospero 30 Agosto 2023

 Scettico, cinico, elitario: un Pareto duro da scalare. Anticipò il concetto di conoscenza probabilistica. E lesse la storia come un succedersi di "minoranze". Francesco Perfetti l'1 Settembre 2023 su Il Giornale.

Un autentico ma eccentrico liberale come Paolo Vita-Finzi dedicò a Vilfredo Pareto un intero capitolo di quel suo delizioso libretto intitolato Le delusioni della libertà (IBL Libri) che, apparso nel 1961, offriva una panoramica suggestiva (ma per molti dei lettori dell'epoca alquanto urticante) di intellettuali, francesi e italiani, che sarebbero stati «inconsapevoli precursori del fascismo», avendo messo in discussione principi e meccanismi del parlamentarismo. Egli ci presenta il grande economista e sociologo come «critico implacabile di tutto e di tutti», un personaggio che richiama alla mente «un Longanesi scientifico con la barba bianca alla d'Aragona» il quale «dovunque colpisce lascia il segno» anche se «a dispetto dell'ostentata imparzialità le sue frecce più frequenti e più puntute sono dirette contro la democrazia parlamentare».

In effetti, una caratteristica di Pareto fu proprio quel gusto della polemica e dell'invettiva che egli alternava, o combinava, in maniera apparentemente contraddittoria e paradossale con l'esaltazione della «neutralità» della ricerca scientifica. Scettico con qualche venatura di cinismo, nemico di tutte le ideologie assimilate a religioni laiche, passionale e ironico, cultore della libertà e delle libertà, era, a ben vedere, un vero conservatore.

Rampollo di una famiglia dell'aristocrazia ligure, egli nacque nel 1848 a Parigi, dove il padre si era rifugiato come esule politico perché mazziniano. Compiuti gli studi in Italia si laureò in ingegneria al Politecnico di Torino e si trasferì a Firenze, dove entrò in rapporti di amicizia con i moderati toscani. Qui, accanto all'attività professionale iniziò il lavoro pubblicistico in difesa del libero-scambio e contro le politiche di tipo protezionistico.

Nell'ultimo decennio del secolo decimonono - scoperta l'economia pura e, grazie a Maffeo Pantaleoni, Léon Walras, del quale sarebbe stato successore nell'insegnamento di economia politica all'Università di Losanna - si dedicò alla attività scientifica e accademica abbandonando altri impegni pratici. Apparvero, così, le sue opere più importanti, dal Cours d'Économie politique (1896-1897) al Trattato di sociologia generale (1916) passando per Les systèmes socalistes (1902) e il Manuale di economia politica (1906). E si precisarono le tappe di un edificio teorico e scientifico la cui solidità non è stata intaccata dal trascorrere del tempo.

Indossando le vesti dello scienziato, Pareto sosteneva che l'economia dovesse essere studiata come si studiano le scienze naturali, aggiungendo che, comunque, non sarebbe stata mai possibile la conoscenza, «in tutti i suoi particolari», di «alcun fenomeno concreto», potendosi al più «soltanto conoscere dei fenomeni ideali, che si avvicinano sempre più al fenomeno concreto»: anche le «leggi» scientifiche perdevano, così a suo parere, il carattere di certezze assolute e si trasformavano in «uniformità» destinate a ripetersi rebus sic stantibus, cioè a parità di condizioni. Era, questa, una affermazione rivoluzionaria che introduceva a livello epistemologico quel concetto di conoscenza probabilistica che avrebbe caratterizzato poi - si pensi alla meccanica quantistica e al «principio di indeterminazione» di Werner Karl Heisenberg - le scienze esatte.

Il passaggio dall'economia alla sociologia fu naturale: per esempio la curva di distribuzione dei redditi equivale alla curva di eterogeneità sociale, che illustra la stratificazione sociale, cioè la disposizione dei ceti all'interno della società e mostra anche come il ceto borghese rappresenti il vero e proprio serbatoio delle élites tanto economiche quanto politiche.

Il nome di Pareto sociologo è legato indissolubilmente, insieme a quelli di Gaetano Mosca e di Roberto Michels, alla cosiddetta «teoria delle élites», un filone speculativo che si innesta sulla tradizione «machiavelliana» di realismo politico. A tale teoria egli offrì un contributo fondamentale introducendo i concetti di «circolazione delle élites» e di «velocità di circolazione». Una frase famosa - «la storia è un cimitero di aristocrazie» - sintetizza il suo pensiero e la sua visione della storia che non è affatto «ciclica», ma «ondulatoria» con situazioni che possono riproporsi in circostanze e modalità tuttavia diverse e delle quali sono, comunque, protagoniste le élites. In altre parole la storia è un continuo succedersi di «minoranze», le élites appunto, che, di volta in volta, si formano, entrano in competizione e, ricorrendo alla forza e all'astuzia, conquistano il potere, ne profittano, decadono e sono puntualmente sostituite da altre «minoranze» a loro volta in grado di imporsi.

Indagatore delle «azioni logiche» e di quelle «non logiche» proprie dei comportamenti individuali e collettivi, Pareto sosteneva la «neutralità» e la «avalutatività» della ricerca scientifica. Cionondimeno seguiva la vicende politiche ed economiche con partecipazione e passionalità cercando di spiegarle, a sé e agli altri, con i risultati dei suoi studi. In questo quadro rientra, per esempio, quella lucida analisi della disgregazione dell'autorità statale e della degenerazione della «democrazia» in «plutocrazia demagogica» contenuta negli articoli poi confluiti in Trasformazione della democrazia (1921) che costituiscono una eccellente spiegazione del formarsi delle condizioni favorevoli all'avvento del fascismo al potere.

Al movimento fascista egli guardò con simpatia e attenzione. Nell'aprile del 1923 a un giornalista ch'era andato a intervistarlo nella villetta di Céligny dove viveva in compagnia di tanti adorati gatti, disse che a «questo fenomeno politico di particolare interesse» aveva guardato con «la visione assolutamente obiettiva» usata «nell'esame d'altri molti fenomeni politici, economici e sociali» cioè col suo «solito metodo sperimentale». E il giudizio era stato positivo: all'inizio il fascismo si era presentato come «una reazione spontanea e un po' anarchica d'una parte della popolazione contro la tirannide rossa a cui i precedenti Governi avevano concesso ogni licenza», poi si era affermato perché aveva dato «una meta attiva alla religione nazionalista di difesa dello Stato e di rinnovamento sociale».

Mussolini si considerava suo discepolo, tant'è che lo fece includere nella lista da sottoporsi al Re per la nomina dei senatori del Regno. In realtà quella nomina non andò a buon fine perché Pareto non esibì i documenti richiestigli non già - come è stato erroneamente sostenuto - per antifascismo, ma perché non erano in regola essendo egli nel frattempo divenuto cittadino fiumano per poter divorziare. La verità è che, morto il 19 agosto 1923, egli del fascismo vide solo l'inizio e, al pari di tanti liberali di orientamento conservatore, ne fu sedotto. Forse, se fosse vissuto di più, ne sarebbe diventato un avversario. Ma questo è un altro discorso. Rimane il fatto che la sua opera, tanto economica quanto sociologica, resta un monumento insuperato. E, probabilmente, insuperabile.

La libertà è meglio dell'uguaglianza. Parola di Karl Popper. In "La società aperta e i suoi nemici", il filosofo esorta a non sognare "il paradiso in terra". E a porre al centro di ogni decisione la volontà degli individui. Dario Antiseri il 31 Maggio 2023 su Il Giornale.

Ricorda Ralf Dahrendorf in Erasmiani: «Karl Popper rientrò dall'emigrazione nel 1946 (...). Lavorò alla London School of Economics fino alla pensione e oltre come professore di logica e di metodo scientifico. Rimase un docente spesso arrabbiato, sempre polemico. A mano a mano che i suoi libri allargarono la loro influenza, in particolare fra i leader politici, questi cominciarono a recarsi da lui - o a invitarlo - per riceverne consigli. Era orgoglioso del fatto che a ricercarlo fossero leader politici di ogni orientamento democratico, e per questa via portò molte delle sue opinioni, spesso intransigenti, fra la gente». E proprio qui sta una delle ragioni che ha ravvivato la non mai sopita questione se Popper sia un liberale o un socialista. Ma molti anni prima degli episodi richiamati da Dahrendorf, era stato Rudolf Carnap a chiedere a Popper da quale parte stesse, se fosse cioè un liberale o un socialista.

«Diventai marxista nel 1915, all'età di 13 anni, e antimarxista nel 1919, quando ne avevo 17. Ma rimasi socialista fino all'età di 30 anni, sebbene nutrissi dubbi crescenti sulla possibilità di vedere associati libertà e socialismo». Questo ha dichiarato Popper in una intervista alla televisione bavarese il 5 gennaio del 1971. Dunque, il rifiuto del marxismo non scosse «in un primo tempo» la fede del giovane Popper nel socialismo: «Il socialismo era per me un postulato etico, nient'altro che l'idea della giustizia. Un ordinamento sociale in cui esistevano grande ricchezza e grande povertà mi appariva ingiusto e intollerabile». E così - fa presente Popper nella sua autobiografia - «per diversi anni rimasi socialista, anche dopo il mio ripudio del marxismo; e se ci fosse stato qualcosa come un socialismo combinato con la libertà individuale, sarei ancora oggi un socialista. E, infatti, non potrebbe esserci niente di meglio che vivere una vita modesta, semplice e libera in una società egalitaria. Mi ci volle un po' di tempo per riconoscere che questo non era nient'altro che un sogno meraviglioso; che la libertà è più importante dell'uguaglianza; che il tentativo di attuare l'uguaglianza è di pregiudizio alle libertà; e che se va perduta la libertà, tra non liberi non c'è nemmeno uguaglianza».

«Dev'essere uno dei princìpi di una politica razionale - scrive Popper ne La società aperta e i suoi nemici - la persuasione che noi non possiamo realizzare il cielo in terra». E va, inoltre, subito precisato che - per dirla con Karl Kraus - «ogni politica consiste nello scegliere il male minore. E i politici dovrebbero manifestare il massimo zelo nella ricerca dei mali che le loro azioni devono necessariamente produrre, invece di nasconderli (...)». Per tutto ciò - è sempre Popper a parlare - «penso che, in politica, sia ragionevole adottare il principio di essere pronti al peggio, nella misura del possibile, anche se, naturalmente, dobbiamo nello stesso tempo cercare di ottenere il meglio. Mi sembra stolto basare tutti i nostri sforzi politici sull'incerta speranza che avremo la fortuna di disporre di governanti eccellenti o anche competenti». La domanda che sta a fondamento di una società libera, della società aperta, non è, infatti, Chi deve comandare? ma quest'altra: «Come ci è possibile controllare chi comanda? Attraverso quali istituzioni governanti incapaci e/o corrotti possono venir rimossi senza spargimento di sangue?».

La società aperta è aperta al maggior numero possibile di idee ed ideali diversi e magari contrastanti - è aperta al maggior numero possibile di concezioni sull'uomo, su Dio, sulla storia, sulla politica, sul bene e sul male - ma è chiusa, pena la sua autodissoluzione, ai violenti e agli intolleranti. La società aperta non sarà mai perfetta. E la verità è che in ogni utopista si agita un totalitario assetato di sangue. «In politica e in medicina - annota Popper - chi promette troppo non può essere altro che un ciarlatano. Noi dobbiamo cercar di migliorare le cose, ma dobbiamo sbarazzarci dell'idea di una pietra filosofale, di una formula che converta senz'altro la nostra corrotta società umana in puro oro perenne». Conseguentemente - in una conferenza tenuta a Siviglia nel 1992 - Popper sosterrà che «dovremmo tentare di occuparci di politica al di fuori della polarizzazione sinistra-destra. Penso che questo sia un traguardo difficile da conseguire. Ma sono, tuttavia, sicuro che si tratta di una cosa possibile».

In una lettera del 6 gennaio del 1947 Popper scrive a Rudolf Carnap che in politica è necessario essere «meno religiosi e più concreti» e che il pericolo principale del socialismo è quell'elemento utopico e messianico che «lo spinge così facilmente in una direzione totalitaria». Di contro, l'idea popperiana di un rasoio liberale: «I poteri dello Stato non devono essere moltiplicati oltre necessità». E da qui anche l'idea stando alla quale: liberale è «un uomo che dà importanza alla libertà individuale ed è consapevole dei pericoli inerenti a tutte le forme di potere e di autorità».

E qua giunti, in un orizzonte come quello delineato, la questione inevitabile è: che fare? E dinanzi a tale interrogativo Popper traccia la grande distinzione tra ingegneria gradualista e ingegneria utopica: «Si tratta della differenza tra un metodo ragionevole di migliorare la sorte dell'uomo e un metodo che, se realmente tentato, può facilmente portare ad un intollerabile accrescimento della sofferenza umana». Non esiste un metodo razionale per determinare quale sia la società perfetta e se è impossibile trovare un accordo su quale sia la città ideale, non è invece particolarmente difficile mettersi d'accordo su quelli che sono i mali più intollerabili della società e sulle riforme sociali da intraprendere con la maggiore urgenza. I mali reali e concreti di cui gli uomini soffrono «ci stanno di fronte qui ed ora. Si può averne esperienza, e li sperimentano ogni giorno persone immiserite e umiliate dalla povertà, dalla disoccupazione, dalle persecuzioni, dalla guerra e dalle malattie».

Questo scriveva Popper oltre settanta anni fa ne La società aperta e i suoi nemici e si tratta di una proposta valida ieri come oggi. E se è vero che «se la libertà va perduta, tra non liberi non c'è nemmeno uguaglianza», è anche vero - dirà Popper a Carnap - che «la libertà non possa essere conservata senza migliorare la giustizia distributiva, vale a dire senza aumentare l'uguaglianza economica». Da qui: la razionalità di una ingegneria sociale gradualistica che in una Società aperta, cioè libera, esige il massimo impegno del singolo, dei corpi intermedi e dei partiti (non più sorgenti di Verità, ma di proposte) per la risoluzione di problemi reali e di mali concreti piuttosto che baloccarsi, irresponsabilmente, nei sogni dei visionari, nelle nefaste prediche degli ideologi e in quel sonno della ragione che genera mostri.

Il nuovo assolutismo. "Le minoranze sono sfruttate per eliminare ogni dissenso". Eleonora Barbieri su Il Giornale il 30 Aprile 2023

Michael Walzer è da poco tornato a New York da Princeton, dove è Professore emerito all'Institute of Advanced Study e dove ha trascorso anche il periodo della pandemia, come racconta nel nuovo saggio Che cosa significa essere liberale (Raffaello Cortina, pagg. 182, euro 19), scritto proprio mentre era chiuso in casa a causa del Covid. Nato nel 1935 a New York, direttore per trent'anni della rivista Dissent, si è sempre occupato di filosofia politica e morale da una prospettiva liberale ed è celebre per la teoria della «guerra giusta». Ora, come dice durante una chiacchierata via zoom, il suo saggio riflette su «che cosa significa essere un qualcosa liberale: un democratico liberale, un socialista liberale, un nazionalista liberale, una femminista liberale, un ebreo liberale...».

Professor Walzer, perché «liberale» è diventato un aggettivo, come sostiene nel suo libro?

«Il liberalismo c'è ancora, ci sono persone che si identificano in esso. In Europa è una ideologia più vicina alla destra, ovvero quello che noi americani chiamiamo libertarismo: il laissez-faire, l'orientamento al mercato, l'individualismo radicale. In America è un liberalismo in stile new deal, socialdemocratico. In ogni caso non è una ideologia singola e coerente, perciò credo sia più utile pensarlo come un aggettivo, che qualifica altre ideologie».

Per esempio?

«In democrazia, il governo è determinato dalla maggioranza popolare. Ma i democratici liberali ci dicono che la maggioranza non può fare tutto ciò che vuole: esistono dei limiti, definiti dai diritti umani e dalle libertà».

A quali valori si riferisce l'aggettivo «liberale»?

«Apertura mentale, scetticismo, ironia, non fanatismo, desiderio di andare incontro all'ambiguità, riconoscimento delle pluralità e delle diversità. Tutto questo, appunto, qualifica ideologie come la democrazia, il socialismo e il nazionalismo».

Quella ad aggettivo non è una riduzione?

«Credo di no. È importante, perché le sue risposte sono importanti, tanto da qualificare ideologie diverse».

In America però il neoliberalismo esiste: spiega che è stato declinato sia dai Tea Party, sia nelle politiche di Clinton e Obama.

«In America, il neoliberismo è una ideologia economica orientata al mercato che è stata distruttiva e ha provocato l'ascesa del trumpismo».

Anche Clinton e Obama l'hanno favorita?

«Sì, anche loro: Clinton e Obama hanno abbandonato la classe lavoratrice, sono fuggiti... Hanno vinto le elezioni grazie alla classe media altamente istruita e alle minoranze; e questa è stata una strategia elettorale vincente, che ha avuto successo per un po', ma che ha alienato la vecchia base dal Partito democratico. E il trumpismo ha conquistato questa base».

Qual è la differenza fra democrazia liberale e illiberale?

«In quella illiberale, la maggioranza è incarnata da dei líderes máximos, che possono fare quello che vogliono. La democrazia implica che ci siano dei contenimenti alla maggioranza, dei limiti ai poteri del governo, dei pesi e contrappesi, la separazione dei poteri. E poi il riconoscimento dei diritti dell'opposizione, della libertà di espressione e di stampa, e l'idea che le maggioranze siano tutte temporanee: questa volta hai vinto ma, magari, alla prossima perderai... Questi sono i vari strumenti della democrazia liberale».

Lei sostiene che la sensibilità liberale sia universale...

«Lo sappiamo perché i valori liberali sono sotto attacco dappertutto. L'atteggiamento è universale, poi i nomi che prende sono particolari: per esempio posso parlare di ebreo liberale, come di cristiano liberale, musulmano liberale o buddista liberale, perché se ne vedono anche versioni illiberali».

Se questi valori sono sotto attacco, sono anche da proteggere?

«Dovremmo vivere secondo questi valori, e discutere su che cosa significhino davvero, in un certo luogo e in un certo momento».

Lei però è famoso per la teoria della guerra giusta.

«Se non ci fossero altri mezzi disponibili, anche se rifletterei a lungo prima di usare la forza militare, sì. Valori come quello dell'autodeterminazione dei popoli e dell'integrità del territorio nazionale sono difesi dall'Ucraina in questo momento, e sono dei valori base, liberali ma anche nazionali e democratici: valori che devono essere affermati in casa propria, e anche militarmente, se si viene attaccati dall'esterno. Non sono frettoloso a dire di sì a una guerra, ma credo che la loro sia giustificata».

Nel libro parla anche del movimento woke. Dal punto di vista liberale come lo considera?

«Negli Stati Uniti, woke è un nome non del tutto chiaro: generalmente significa molto consapevole dell'oppressione, molto sensibile all'insulto e molto desideroso di difendere le minoranze. E queste possono essere istanze valide, fino a che non prendono una forma molto illiberale, che si traduce nel reprimere chiunque non sia woke, o non lo sia abbastanza. E non provo nessuna comprensione per questo tentativo di negare il diritto di qualcuno di parlare, solo perché pensi che dirà qualcosa con cui non sei d'accordo... Nel mondo molti vogliono ascoltare soltanto le persone con cui già sanno che concorderanno: non è un atteggiamento liberale, è una imposizione».

È una forma di assolutismo?

«Sì, lo è. È il rifiuto di ammettere la possibilità che esistano altre visioni e posizioni politiche».

Nel libro scrive che gli aggettivi «assoluto e «liberale» non si sposano bene.

«Credo che non vadano d'accordo. Se sei a favore della libertà di espressione, e ne ammetti dei limiti, per esempio nei casi di incitamento alla violenza e all'odio, credo che quello che dovremmo fare sia metterci a discutere su quali siano questi limiti, di volta in volta; e forse scopriremo che non sono gli stessi, in luoghi diversi».

E la cancel culture, che pretende di riscrivere la storia?

«È una nuova forma di censura, che arriva sia da destra, sia da sinistra. Nelle università americane, soprattutto da sinistra: gli studenti si rifiutano di ascoltare quelli con cui non sono d'accordo; in politica, soprattutto da destra: ci sono legislazioni statali che proibiscono i libri e i corsi scolastici che danno un resoconto reale della storia americana. Sono molto, molto contrario a entrambe le versioni».

Chi sono i nazionalisti liberali?

«Questo è vostro, la versione italiana: Giuseppe Mazzini è stato il primo di essi, e lo ha provato, sostenendo l'autodeterminazione degli altri popoli, oltre al suo. Questo lo rende un nazionalista liberale. In Cina, per esempio, lo sarebbe un cinese che affermasse i diritti dei tibetani. Il principio è: è la nazione che viene dopo a costituire il test per le nazioni liberali. Il nazionalismo illiberale è, invece, quello di chi respinge i diritti altrui, ad accezione di quelli della propria nazione».

Dice di avere scritto questo libro per «speranza». Quale?

«Spero nel successo dell'aggettivo liberale nei diversi Paesi; spero in una politica decente, come si intitola il libro in originale».

Che cos'è lo scetticismo liberale?

«È un senso di incertezza rispetto alla vita politica: ci sono persone che pretendono di conoscere il corso della storia e che sono sicure di essere in marcia verso una fine che coincide con il destino... Beh, forse non è così: forse quello che cerchiamo di realizzare sarà qualcosa per la quale combatteremo per sempre, forse è una visione che bisogna sempre inseguire e che non si è mai capaci di attualizzare del tutto».

Sostiene che ai ragazzi vada insegnato l'«empirismo critico». Che cos'è?

«Nel mio Paese, e forse anche nel vostro, un gran numero di persone crede a cose che è chiaramente impossibile che possano essere vere, alle teorie complottiste e alle bugie dei demagoghi; perciò è importante che nelle scuole si insegni l'empirismo critico, ovvero imparare a capire quello che è evidente, che cosa significa e che cosa è una argomentazione coerente, e a porre domande critiche e a cercare le prove».

Lei dice che ci si concentra più su altre cose come l'identità, il genere sessuale, la diversità.

«Sono cose importanti, per esempio la storia americana va insegnata con onestà, per quanto riguarda la schiavitù e la discriminazione. Ma credo che si possa anche esagerare l'importanza della diversità e far concentrare troppo i ragazzi su ciò che hanno di diverso dagli altri, mentre bisognerebbe concentrarsi su ciò che hanno in comune».

Che cosa?

«Sono i futuri cittadini della società democratica: tutti hanno questa identità in comune, qualsiasi siano le loro diversità: e l'enfasi, secondo me, deve essere su questa cittadinanza comune».

Convinzioni morali. Il liberalismo non è più un ismo come tutti gli altri. Michael Walzer su L'inkiesta il 28 Aprile 2023

Questo atteggiamento etico-politico non descrive una specifica ideologia e si comprende meglio come aggettivo anziché come sostantivo, dice Michael Walzer in “Che cosa significa essere liberale” (Raffaello Cortina Editore)

Il liberalismo è un ismo come tutti gli altri ismi? Credo lo sia stato in passato. Nel xix secolo e per alcuni anni, e in alcuni contesti, del xx secolo, il liberalismo è stato un’ideologia che abbracciava il libero mercato, il libero commercio, la libertà di parola, le frontiere aperte, lo Stato minimo, l’individualismo radicale, le libertà civili, la tolleranza religiosa, i diritti delle minoranze. Oggi però questa ideologia viene chiamata libertarismo e la maggior parte degli americani che si identificano come liberali non la accetta o, perlomeno, non del tutto.

Tra i liberali degli Stati Uniti, lo Stato minimo e il libero mercato sono stati sostituiti da differenti versioni della regolamentazione, del welfare garantito e della redistribuzione (assai modesta); l’individualismo radicale è stato sostituito da un grado maggiore o minore (perlopiù minore) di mutuo soccorso e di impegno condiviso.

[…]

Oggi in Europa il liberalismo è rappresentato da pochi partiti politici, come il Partito liberale democratico tedesco (fdp), che è libertario in senso contemporaneo e quindi di destra, ma anche da partiti, come i Liberal Democrats nel Regno Unito, che si collocano a fatica tra i conservatori e i socialisti, prendendo dagli uni e dagli altri politiche e programmi ma senza avere un proprio credo forte. Al contrario, il liberalismo statunitense, come ho già indicato, è la nostra versione della socialdemocrazia: il “liberalismo del New Deal”.

Negli ultimi decenni è stato ferocemente attaccato come ideologia di estrema sinistra, cosa che certamente non è. E non è neppure un credo forte, come abbiamo potuto vedere quando molti liberali che si supponeva fossero fedeli a esso sono diventati neoliberali. Il programma neoliberale degli anni Novanta e degli anni Duemila – austerità economica, deregolamentazione e riduzione del welfare garantito – ha rappresentato un mezzo ritorno alla dottrina del xix secolo. Non era del tutto libertario ma ci andava molto vicino, come suggerisce il successo del Tea Party tra i repubblicani. Gli attivisti del Tea Party hanno descritto la loro critica al big government come una difesa della libertà contro il potere statale, ma non hanno fatto una critica simile alle banche e alle imprese che rappresentano il potere economico.

Di conseguenza, la libertà non ha goduto di una difesa su larga scala, mentre la disuguaglianza è stata promossa in modo efficace e, probabilmente, intenzionale. La versione democratica del neoliberalismo negli anni di Clinton e di Obama è stata una politica tiepida e intermedia: un’austerità dal volto umano; la fine, ma non completa, del welfare come lo conoscevamo (l’Affordable Care Act, con i suoi molti compromessi, è stata una parziale eccezione). I politici democratici hanno più o meno abbandonato l’impegno dei liberali del New Deal per il benessere di quanti stavano in fondo alla gerarchia capitalistica. Hanno assistito al costante declino dei sindacati, facendo ben poco per impedirlo. Hanno reciso, di fatto, i legami instaurati un tempo con la classe lavoratrice e non sono stati in grado di affrontare il populismo e il nazionalismo che le loro politiche hanno contribuito a provocare. Il neoliberalismo non è mai stato un credo duraturo o sostenibile ed è probabile che negli anni a venire lo vedremo abbandonato dalla maggior parte dei suoi difensori.

Il presidente Joe Biden e i suoi consiglieri e alleati hanno provato ad abbandonarlo completamente e a ripristinare il New Deal, ma senza riscuotere il successo che avevano promesso nel 2020. I liberali sono ancora un gruppo identificabile, e presumo che i lettori di questo libro ne facciano parte. Forse ci sfugge l’accezione più antica del termine, che descrive una vita vissuta nell’ozio a coltivare la mente; ma non l’ozio dei ricchi indolenti: semmai, un impegno dal passo lento e riflessivo nelle “arti liberali” e nell’apprendimento della cultura classica.

Il gentiluomo di un tempo – e talvolta anche la gentildonna – non era soltanto il detentore di un certo rango nella gerarchia sociale, ma anche e soprattutto una persona di modi gentili e mente curiosa. Credo che oggi i liberali come noi siano meglio descritti in termini morali anziché in termini politici o culturali: noi siamo, o aspiriamo a essere, di mentalità aperta, generosi e tolleranti. Siamo in grado di convivere con l’ambiguità, siamo pronti ad affrontare dispute che non sentiamo di dover vincere. Qualunque sia la nostra ideologia, qualunque sia la nostra religione, noi non siamo dogmatici, non siamo fanatici. O, come disse l’attrice Lauren Bacall a un intervistatore, un liberale è qualcuno che “non ha una mente piccola”.

La sensibilità liberale che si accompagna alla morale è quasi certamente meglio rappresentata in letteratura che in politica. O, quantomeno, ho imparato a percepire questa sensibilità e a valorizzarla leggendo poeti come la polacca Wisława Szymborska, l’israeliano Yehuda Amichai e tre americani: Philip Levine di Detroit, Philip Schultz di New York e C.K. Williams di Princeton. Ce ne sono anche altri, ma sono loro cinque in particolare ad avermi insegnato qualcosa sulla generosità, sulla compassione, sull’umorismo e sull’ironia gentile che si accompagnano all’aggettivo “liberale” ma che non escludono la rabbia e un feroce realismo.

La morale liberale viene talvolta sintetizzata dal detto “Vivi e lascia vivere”, che però non è del tutto corretto, perché noi non siamo relativisti. Riconosciamo i limiti morali; soprattutto, ci opponiamo a ogni sorta di intolleranza e di crudeltà. La mia maestra e amica Judith Shklar, in un libro delizioso sui sette peccati capitali, sostiene che dovremmo sempre “mettere la crudeltà al primo posto” tra i peccati che cerchiamo di non commettere (Vizi comuni, 1984). È una buona introduzione alla morale liberale. Credo che Democratici e Repubblicani, democratici e repubblicani con la minuscola, libertari e socialisti possano e debbano essere liberali di questo tipo.

Per tutti questi gruppi, considerati al loro meglio, la morale liberale viene con il territorio. Ma né il liberalismo vecchio stile, né il neoliberalismo, né il socialismo democratico, né alcuna ideologia onnicomprensiva sono imposti dalla morale liberale o dalla sensibilità liberale: conosciamo tutti democratici e repubblicani, libertari e socialisti che sono dogmatici e intolleranti.

[…]

Il nostro legame con il liberalismo si manifesta in modo molto differente da quanto suggerito dal sostantivo e dall’ismo. Io lo interpreto come una connessione aggettivale: noi siamo, o dovremmo essere, democratici liberali e socialisti liberali. Io sono anche un nazionalista e un internazionalista liberale, un comunitario liberale, un femminista liberale, un professore e talvolta un intellettuale liberale, un ebreo liberale.

L’aggettivo funziona più o meno allo stesso modo in tutti questi casi, e il mio obiettivo è descrivere la sua forza in ognuno di essi. Come tutti gli aggettivi, “liberale” modifica e complica il sostantivo collegato, con un effetto talora vincolante, talora ravvivante, talora trasformativo. Definisce non le persone che siamo, ma in che modo siamo le persone che siamo, ovvero come mettiamo in atto i nostri impegni ideologici. Nel suo significato originario, il liberalismo era un’ideologia occidentale, il prodotto dell’Illuminismo e il trionfo (in letteratura e in filosofia, se non nella vita quotidiana) dell’individuo emancipato – una figura dell’Occidente.

Ma gli aggettivi “liberale” e “illiberale” possono utilmente descrivere i membri di altre culture che utilizzano sostantivi diversi per dare un nome ai propri impegni e che qualificano tali sostantivi in un idioma differente. Presumo che la morale liberale e la sensibilità liberale siano universali. Devono esserlo, giacché oggi sono visibilmente sotto attacco in tutto il mondo – anche qui negli Stati Uniti. Esaminerò, capitolo per capitolo, i sostantivi che definiscono i miei impegni, e in un capitolo la mia vocazione, e poi cercherò di descrivere esattamente come l’aggettivo “liberale” qualifichi l’impegno.

La mia argomentazione, molto semplicemente, è che l’aggettivo non può stare in piedi da solo come comunemente viene fatto credere (aggiungendo l’“ismo”); ha bisogno dei suoi sostantivi. Ma i sostantivi, gli impegni sostantivati, non saranno mai ciò che dovrebbero essere senza l’aggettivo “liberale”. Senza l’aggettivo, i democratici, i socialisti, i nazionalisti e tutti gli altri possono essere, e spesso lo sono, monisti, dogmatici, intolleranti e repressivi. L’aggettivo, come cercherò di dimostrare, impedisce l’uso della forza e favorisce il pluralismo, lo scetticismo e l’ironia. 

Da “Che cosa significa essere liberale” (Raffaello Cortina editore), di Michael Walzer, p. 171, 19€

I cent'anni vincenti dei liberali. Guarda guarda, chi si rivede: i liberali. Ma non erano estinti? Paolo Guzzanti il 17 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Guarda guarda, chi si rivede: i liberali. Ma non erano estinti? Al contrario, se avete seguito la politica politicante degli ultimi anni, c'è sempre un momento in cui sia a destra che a sinistra e salvo rare eccezioni, tutti si dichiarano liberali. Tanto, che cosa costa? Dichiararsi liberali, è liberatorio. I liberali rappresentano una vera e unica ideologia vincente sulle finte ideologie illiberali derivate dai rimasugli dell'hegelismo un utero comune per comunisti, fascisti, socialisti. Invece, il liberalismo è il pensiero sopravvissuto alle tristi guerre degli illiberali, oggi ancora sparsi e alla ricerca della strada di casa. La novità è che a cento anni dalla nascita il Partito liberale riparte non come vecchiume ma come una necessità già annunciata a Roma con una celebrazione pubblica cui ha partecipato, con il centro destra e Forza Italia promotrici, alla ricerca dei liberali sparsi alla ricerca della via di casa. Oggi, ci sarà un'uscita a Prato con il segretario nazionale Roberto Sorcinelli, il presidente Francesco Pasquali e tanti altri. Perché gioire della rinascita dei liberali? C'è un'Italia che è stata sempre maggioritaria che vuole riconquistare la sua leadership e che ha tutte le energie per farlo, Suona di parte? È vero. I liberali sono di parte e della parte giusta, quella che affiancò Berlusconi nel momento in cui fu impedita la presa del potere dei comunisti guidati da Occhetto, non appena caddero i muri.

Antonio Martino fece conoscere all'Italia Friedman, ispiratore di Reagan e Thatcher. Il ricordo della senatrice Biancofiore: "Siamo cresciuti con la rivoluzione liberale dell'inizio di Forza Italia nel cuore". Il ministro Sangiuliano: "È stato l'unico interprete del pensiero di Milton Friedman". Luca Sablone l’1 Aprile 2023 su Il Giornale.

Un'iniziativa per tramandare il ricordo di idee intramontabili che hanno segnato la cultura liberale del nostro Paese e che ancora oggi rappresentano un patrimonio da salvaguardare. Proprio per questo motivo si è tenuta al Senato della Repubblica, su iniziativa della senatrice Michaela Biancofiore, la conferenza dal titolo La parola a Friedman, ricordando Martino a poche settimane dall'anniversario della morte di Antonio Martino. All'evento hanno preso parte anche parlamentari e accademici.

Il promotore dell'evento è stato Milton Friedman Institute, l'istituto politico-economico italiano che si occupa di promuovere la figura politico-accademica dell'economista e di divulgare le sue teorie liberali e liberiste. Quelle di Martino e Friedman sono due personalità di cui l'Italia ancora oggi avrebbe bisogno.

Biancofiore: "Le radici di Forza Italia"

Importante è stato il ricordo di Michaela Biancofiore, che ha indicato Martino come un prezioso "punto di riferimento per la mia generazione, per noi ragazzi cresciuti con la rivoluzione liberale dell'inizio di Forza Italia nel cuore". La senatrice ha annotato che quella del passato era "la miglior classe dirigente liberale" dell'Italia, che poteva così contare su un livello culturale che allo stato attuale è assai complicato trovare.

Biancofiore ha poi posto l'attenzione sull'importanza delle teorie dell'economista americano, un pensiero che ancora oggi risulta essere molto attuale specialmente se si considera l'assistenzialismo sfrenato ad esempio del reddito di cittadinanza: "Entrambi sostenevano che nei fatti l'assistenzialismo e il socialismo creassero la povertà, come dimostrato tra l'altro dall'aumento esponenziale dei poveri registrato durante il governo delle sinistre, e che invece lo sviluppo venisse portato avanti dall'impresa, la cui etica è quella del profitto".

La senatrice di Forza Italia ha affermato che al centro della visione di ogni governo dovrebbe esserci il pensiero di uomini del liberalismo come Martino e Milton Friedman. A tal proposito si è detta ottimista grazie all'operato dell'esecutivo guidato da Giorgia Meloni: "Con questo governo dobbiamo provare in ogni modo a realizzare la rivoluzione liberale che purtroppo con i precedenti governi di centrodestra è rimasta incompiuta".

Sangiuliano: "Martino l'unico interprete"

Dal suo canto Gennaro Sangiuliano ha riconosciuto ad Antonio Martino quello che può essere considerato un vero e proprio grande merito storico: "È stato l'unico interprete del pensiero di Milton Friedman quando nessuno in Italia sapeva chi fosse". Il ministro della Cultura ha ricordato che Friedman rientra nell'area di quegli economisti che hanno sentito la necessità di rielaborare il pensiero economico in chiave antimarxista per porre l'individuo al centro.

Anche Sangiuliano ha voluto dedicare parte del suo intervento all'attualità delle lezioni di Friedman. Poi ha citato un esempio per quanto riguarda una linea di Martino: "Diceva che si possono fare due cose: o tassare i cittadini e con i proventi delle tasse organizzare degli spettacoli culturali che il cittadino sarà costretto a seguire, oppure lasciare i soldi nelle tasche del cittadino che autonomamente sceglierà quale spettacolo andare a vedere tra i teatri in concorrenza tra loro".

Infine il ministro della Cultura ha invitato a ricordare cosa fosse l'Occidente negli anni Settanta del secolo scorso. "Ipersindacalizzato con una macchina produttiva anchilosata e obsoleta. E fu la rivoluzione di Margaret Thatcher e Ronald Reagan - ha concluso -, ispirata da Milton Friedman, a rimettere in moto l'economia e a modernizzare la società".

"Fu un uomo straordinario". Il ricordo per Antonio Martino. Federico Bini il 28 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Il 5 marzo 2022 moriva Antonio Martino. Economista, politico, intellettuale, è stato uno degli italiani più stimati del XX secolo. Rispettato ma non ascoltato, i suoi insegnamenti sono oggi attualissimi e preziosi

Piccola premessa. Ha ragione Daniele Capezzone quando a metà dell’evento in ricordo di Antonio Martino, in maniera un po’ provocatoria – come tipico del suo stile - ringraziando il presidente della Camera dei Deputati Lorenzo Fontana afferma che nei confronti dell’ex ministro liberale “c’è stata parecchia avarizia in ogni sede istituzionale”. In effetti l’evento di oggi, ha rappresentato un punto importante di svolta nella storia del liberalismo italiano. Martino è tornato a casa, e lo ha fatto dalla porta principale che conduce verso quel Salone della Regina dove lo attendono i vertici militari, uomini dello Stato, parlamentari, esponenti del mondo culturale e giornalistico, nonché tanti estimatori.

In una sala gremita e tirata a lucido dal cerimoniale come per le grandi occasioni, a farla da padrone, con il suo fare garbato, è Gianni Letta. È forse suo il ritratto più bello e commosso che emerge in questa tranquilla e uggiosa mattinata romana. Lui che aveva già conosciuto Gaetano Martino, il padre di Antonio, ministro degli Esteri (Pli), stimatissimo da De Gasperi, e tra i fondatori dell’Europa. All’apparenza poteva essere un’infanzia agiata, ma anche pesante, di mezzo c’era quel cognome che avrebbe spaventato chiunque. Invece lui, in punta di piedi, e sempre con il rispetto e i consigli del padre, suo vero esempio, decise di seguirne le orme. E quando Berlusconi nel 1994 varò il primo governo preferì andare alla Farnesina, divenendo ministro degli Esteri, per onorare la memoria paterna (e della famiglia). Era il raggiungimento e il coronamento di una carriera che fece di questo “figlio d’arte” uno dei più autorevoli economisti, pensatori e politici del ‘900 italiano e internazionale.

Il presidente Fontana lo ha omaggiato come “un anticonformista, rispettoso degli avversari, autorevole economista, dalla battuta ironica e dal sarcasmo amaro”, ma soprattutto ne ha evidenziato il suo profondo amore per quella libertà che fu alla base di ogni scelta della sua vita: “Libertà per la quale aveva un autentico culto”. È proprio dal concetto di libertà che si inserisce l’intervento appassionato di Gianni Letta, segnato da qualche appunto che si era portato con sé, utile giusto per citare alcune frasi di Martino ed altri amici. Per il resto lo storico direttore del Tempo, alla soglia di 90 anni, è un vortice di ricordi, aneddoti e battute, grazie alle quali riesce a prendere lentamente per mano il pubblico rendendolo partecipe del suo sentito e commosso ricordo. “Quella di Antonio è stata una vita straordinaria, di un uomo straordinario… Le sue lezioni erano fuochi d’artificio”, ma aggiunge: “Era un liberale di minoranza che gioiva ad essere controcorrente e per convinzione non si piegava alla cultura dominante e conformista. Fu un liberale autentico, e dopo di lui non ho più trovato uomini così autenticamente liberali”.

E quindi c’è spazio per alcuni episodi poco noti della prestigiosa e impegnata vita intellettuale e politica di Martino, come quando da studente di Giurisprudenza fece una tesi su Keynes. Smontò le sue teorie, prese 110/110 e lode, nonostante il professore fosse uno dei più attenti e impegnati studiosi dell’economista britannico: “Fu un paradosso, eppure ci riuscì” (G. Letta). Fu Fedele Confalonieri, al vertice del gruppo, con Letta vicepresidente, a chiamarlo ad un tavolo settimanale in cui c’erano anche Marconi, Bozzo, Urbani, Del Debbio, per dare maggiore spessore culturale alla comunicazione del gruppo televisivo. Berlusconi, venuto a conoscenza di queste riunioni, si fece mandare le varie schede, ascoltava Martino con attenzione “e forse”, dice Letta, “fu in quel cenacolo che Silvio prese la decisione di scendere in campo…”.

Raimondo Cubeddu, professore di filosofia politica, menziona commosso quando – a Pisa - in occasione di una conferenza “tra amici liberali, si presentò anche Antonio, e per me fu un grandissimo onore. Io e la mia famiglia non dimenticheremo mai”. In quella occasione, ebbe modo di presentargli il suo nipotino di cinque anni a cui disse: “Adesso non lo sai, ma un giorno capirai con chi stai parlando”. La conclusione non poteva non essere affidata ad uno dei migliori allievi di Martino, Nicola Porro, autore del libro Il padreterno è liberale in cui omaggia il suo maestro. Davanti ad una Carol Erickson Martino emozionatissima, il vicedirettore del Giornale, ha riconosciuto una delle principali caratteristiche del politico liberale: il suo essere semplicemente anticonformista. E ha concluso, tra gli applausi: “Il suo grande insegnamento non è tanto di essere liberali, ma quello di essere aderenti alla realtà e non pensare che se tutti dicono una cosa, quella cosa vuol dire che sia giusta”.

Tributo a Martino a un anno dalla morte. Gianni Letta: "L'Europa nacque a casa sua". Il ricordo dell'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio. La commozione di Fontana e gli elogi di Capezzone e Porro. Lanfranco Palazzolo l’1 Marzo 2023 su Il Giornale.

Europeista, filoatlantico, liberale, ma soprattutto un grande uomo. Questo è il ricordo che ha tributato ieri la Camera dei deputati ad Antonio Martino, economista, ministro degli Esteri e della Difesa ed esponente di Forza Italia. Ad un anno dalla scomparsa, a Montecitorio erano presenti la moglie Carol Erickson, le figlie Alberta ed Erica, il nipote Pietro Marcellino e tanti amici e uomini delle istituzioni che si sono uniti alla famiglia Martino. E la commozione del presidente della Camera Lorenzo Fontana ha confermato che quello di ieri non è stato un ricordo convenzionale. La terza carica dello Stato ha definito Martino come un «protagonista della vita politica e intellettuale degli ultimi decenni». Ad introdurre l'evento è stato il giornalista Daniele Capezzone, che ha ringraziato il presidente della Camera Fontana «perché un anno fa, i giorni successivi alla scomparsa di Martino, ci fu molto rispetto ma anche tanta avarizia in ogni sede istituzionale e nei media nel suo ricordo». Gianni Letta, che è stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio del primo governo Berlusconi, ha definito Antonio Martino «un gran signore, una persona spumeggiante che amava la battuta sferzante, ma sempre nel rispetto degli avversari». Letta ha sottolineato che l'ex ministro «ha visto nascere l'Europa a casa sua a 13 anni», quando suo padre Gaetano Martino, da ministro degli Esteri, nel 1955, «invitò i ministri degli Esteri del futuro MEC a Messina» per una Conferenza che segnò la svolta per i trattati di Roma (1957). Letta ha tracciato il coraggio dell'esponente politico di Forza Italia della difesa del «primato della persona» e «contro le politiche dirigiste», definite dallo stesso Martino come «dispotiche».

Il filosofo Raimondo Cubeddu ha illustrato il pensiero di Martino. Prendendo le mosse dal suo liberalismo, il docente ha ricordato un aspetto poco conosciuto della vita accademica di Martino, la presidenza della prestigiosa Mont Pelerin Society, fondata da Friedrich von Hayek, preceduta da quella di Bruno Leoni. Aspetto che è stato ricordato anche dall'economista Guido Stazi. Il vicedirettore de il Giornale Nicola Porro, autore di un saggio su Antonio Martino dal titolo «Il Padreterno è liberale. Antonio Martino e le idee che non muoiono mai» (Piemme), ampiamente citato da Gianni Letta, ha spiegato che su Martino è stato commesso un errore quando è stato definito «iperliberista», solo perché «non era un conformista. Questo non significa affatto che fosse un estremista».

Il padreterno è liberale. Il libro di Nicola Porro su Antonio Martino è un’occasione persa. Beppe Facchetti su L’Inkiesta il 6 Gennaio 2023.

L’intento dichiarato è quello di rendere omaggio all’ex ministro degli Esteri di Berlusconi, intellettuale controcorrente che merita gli elogi dell’autore. Ma gli spunti interessanti vengono nascosti da una serie di divagazioni che mettono in secondo piano la figura principale

Fëdor Dostoevskij l’aveva motivato un po’ meglio di Nicola Porro, nel suo libro “Il padreterno è liberale” (Piemme), perché senza scomodare il Principale, aveva attribuito a Cristo il ruolo del liberale eversivo. È lo straordinario capitolo de “I fratelli Karamazov” dedicato al Grande Inquisitore, che fa incarcerare a Siviglia il Cristo ritornato sulla terra, perché non porti di nuovo scompiglio con le sue idee di libertà.

Ma ignorare il copyright non è il punto critico principale del volume del vicedirettore del Giornale e conduttore di una trasmissione tv che ha qualche merito, ad esempio quello di aver raccontato molto bene, nell’indifferenza degli altri media, la triste vicenda Palamara.

Il problema è che il libro cerca troppi bersagli polemici contemporaneamente e finisce per essere dispersivo. L’intento dichiarato, e cioè un legittimo e commosso omaggio ad Antonio Martino, viene annegato in una serie di divagazioni spesso troppo rancorose, su destra e sinistra, liberismo e liberalismo, che finiscono per mettere in secondo piano la testimonianza sul ministro degli Esteri del primo governo Berlusconi, recentemente scomparso.

È un peccato, perché non mancano approfondimenti e riferimenti anche inediti di indubbio interesse, dato che Porro è stato suo collaboratore diretto alla Farnesina nella breve vicenda di quel Governo, che pagò quasi subito l’azzardo di un progetto che pure aveva sconfitto alle elezioni la macchina da guerra di Achille Occhetto, grazie all’acrobatica alleanza al Nord con i secessionisti bossiani e al Sud con i nazionalisti di Alleanza Nazionale. Un ossimoro politico.

Vero è che in seguito avremmo visto di peggio, con il tutto e contrario di tutto dei due esecutivi di Giuseppe Conte (per non dire dell’attuale tragicomica versione progressista), ma una cosa del genere – a ripensarci – era davvero l’inizio della fine della politica, che tuttora stiamo pagando. Perché quando si abbandonano i fondamentali, inseguendo favole nuoviste, si finisce solo per perdere la bussola e risvegliarsi populisti.

Un tale disinvolto modo di mettere insieme un Governo vincente nelle urne – furono Bossi e Buttiglione ad abbatterlo dopo pochi mesi – dovette comunque piacere molto a Martino, perché il professore siciliano era un delizioso anticonformista, che godeva ad essere controcorrente.

Non a caso, nell’Italia già allora pseudokeynesiana, dominata dal pensiero unico di Franco Modigliani e dei suoi seguaci, fino a Mario Draghi compreso, Martino aveva scelto il posizionamento accademico più scomodo, quello del seguace di Milton Friedman, un premio Nobel mai digerito dall’intellighenzia italiana che disconosceva il liberalismo e in economia aborriva acriticamente il liberismo.

Quando uscì – tanti anni dopo – un libro di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi intitolato “Il liberismo è di sinistra” l’avevamo appena acquistato in libreria quando incontrammo casualmente per strada il professore e sadicamente glielo mostrammo, attenuando l’offesa con un parere negativo sulla scelta del titolo (era meglio dire liberalismo, non liberismo) ma Antonio – che era un gran signore – abbozzò solo un sorriso che nascondeva una smorfia. La parola sinistra lo faceva star male.

Per lui, il liberismo di Friedman, come il Porro biografo racconta bene, era stata una scelta di vita, una sliding door che lo aveva bloccato a Chicago al seguito del grande economista americano.

Antonio Martino, oltre ad essere un gran signore, era una persona davvero di qualità umana e intellettuale straordinaria. Un liberale autentico, anche quando era difficile condividere le sue opinioni, comunque mai banali. Amava forse fin troppo lo scandalo intellettuale e di questo eccesso è prova, soprattutto nell’ultima parte della sua vita, lo scetticismo sull’Europa, che andava ben oltre la giusta critica sulle istituzioni di Bruxelles.

In una delle sue ultime uscite pubbliche, forse proprio l’ultima, invitato da uno pseudo Partito Liberale europeo, uno dei tanti velleitari tentativi di organizzare improbabili liberali, gli sentimmo dire in streaming, cose terribili, che lasciarono sconcertati gli stessi organizzatori, che fino a pochi minuti prima, avevano sciorinato tutto il consueto bagaglio retorico in materia. Sembrava quasi emergere un complesso conflitto psicologico postumo con il grande padre Gaetano Martino, fondatore dell’Europa dei trattati.

Ma Antonio era fatto così, ti disarmava con il suo sorriso gentile, con il suo garbo, con i modi antichi e cortesi. Non potevi non volergli bene, anche se il Martino politico era diverso, forse inadatto a questa funzione, pur esercitata per cinque legislature e tre mandati governativi.

Doveva essere molto arduo conciliare il suo anticonformismo con un partito padronale come Forza Italia, tutto obbedienza, devozione, cori e musichette, quanto di più lontano dalla sua mentalità. Ma la politica, con certe sue comodità se sei nella fase ascendente, è anche dolorosa contraddizione, vedi alla voce Meloni.

Sta di fatto che la parabola da tessera numero 2 del partito all’emarginazione, è stata quella di un progressivo distacco fino alla rinuncia finale. Esito che ha peraltro riguardato un po’ tutta la pattuglia dei liberali del centrodestra, inizialmente blanditi ma poi evocati solo come ipotesi identitaria da sventolare nelle convention.

Nicola Porro nel suo libro, evoca con toni elegiaci il Congresso del Pli del 1988, del quale Antonio Martino fu protagonista con una candidatura improvvisata alla segreteria, contro Renato Altissimo, ma trascura il dato politico della strumentalizzazione di questa scelta da parte della minoranza del partito, che mandò il professore allo sbaraglio. Ciò non toglie che Martino sostenne la parte con grande dignità e alta qualità intellettuale. Il suo fu un discorso di pregio, senza le smussature che avrebbe poi usato nelle battaglie interne di Forza Italia. Accadeva nella Prima Repubblica che i congressi conoscessero momenti di questo valore anche morale, con intensità ed emotività sconosciuti a chi nei decenni successivi li ha sostituiti con le file ai gazebo.

Ma Porro non ricorda come fu sconfitta l’opzione liberista, per quanto apprezzata dalla platea che non era un parco buoi come fa pensare l’autore. Parlò, in replica, Valerio Zanone, ottenendo un’ovazione decisiva quando respinse l’idea che nella società e nell’economia dovesse prevalere il metodo della Rupe Tarpea, che elimina cinicamente chi non ce la fa in una selezione inesorabile e irreversibile.

Un pensiero in continuità con quello di Giovanni Malagodi, che nelle sue relazioni fiume ai convegni giovanili liberali (in una di esse dedicò almeno un’ora all’esegesi di quel Cristo “liberale” che ricordavamo all’inizio) aveva elaborato la tesi della “Libertà nuova” in cui – anni Sessanta del secolo scorso – evocava già la sfida dell’innovazione informatica e climatica.

Ebbene, Malagodi (a lungo presidente dell’Internazionale Liberale ed autore del brillante aggiornamento del relativo Manifesto) in una di quelle occasioni criticò a fondo quelli che definì con efficacia i “liberali oligarcici”, cioè quei liberali elitari e sdegnosi indisponibili al confronto con i diversi da sé. Per questo, appare francamente offensiva non tanto la battuta, molto martiniana, del Malagodi “non liberale”, quanto la sua accettazione da parte di Porro, che defiinisce “deriva socialista” l’atteggiamento dello storico segretario liberale. Una cosa surreale, fuor d’opera.

In quel Congresso, respingendo la “rupe Tarpea”, Valerio Zanone evocava semplicemente un liberalismo diverso, applicato da segreterie che hanno riportato il Partito Liberale Italiano al Governo in nome di un dialogo tra laici e socialisti, ed è singolare che Nicola Porro metta sullo stesso piano l’opzione di stare al Governo, che è la legittima finalità della politica, con l’essere statalisti.

Per non cadere in contraddizione, Porro accompagna la critica aspra e ingenerosa verso un Partito, il Pli, che è stato al governo complessivamente pochi anni, con solo una flebile riserva verso Forza Italia, nonostante il ventennio ministeriale berlusconiano, ma alla fine tutto si risolve troppo semplicisticamente con la motivazione che “non hanno consentito” a Berlusconi di fare come voleva.

Eppure, lo stesso pentapartito molto criticato, è uno sbocco della crisi italiana dopo il fallimento del compromesso storico, dal quale il Partito Liberale di Zanone si era tenuto lontano, unico ad opporsi.

Da un giornalista cresciuto in una redazione guidata dal rigore di Paolo Battistuzzi forse sarebbe stato giusto attendersi una ricostruzione meno faziosa.

Ciò non toglie che il libro meriti attenzione, con alcune chicche molto interessanti, ad esempio l’ultima intervista a Antonio Martino, in cui l’economista inanella una serie di giudizi non proprio ortodossi, sempre stimolanti.

L’ambientalismo? Una «bestia tremenda», peggio del marxismo. Per non dire del «climatismo» e del «sanitarismo», che ha chiuso la gente in casa. Guido Carli? Non certo un liberale e poi «neppure un granché». La Confindustria? Un’accolita di seguaci di Federico Caffè, che a sua volta rincorreva i propri studenti di sinistra. Il Partito Liberale? I veri liberali ne erano fuori, dentro c’erano solo quelli di sinistra, in particolare i giovani. Berlusconi? Inadatto alla politica, intenzionalmente senza buoni collaboratori. La capacità di scegliere imbecilli l’ha sempre avuta. La Fondazione Einaudi? Un’associazione a delinquere, perché Malagodi non era liberale, salvo nel 1963. I cattolici? Sciocchi in politica, confondono la carità con lo statalismo. Olivetti imprenditore illuminato? Le sue macchine da scrivere facevano schifo. Gli intellettuali? Esistono, ma sono antipatici.

Difficile invece provare antipatia con un intellettuale controcorrente come Antonio Martino, che tra le varie attitudini liberali, sceglie forse quella più identitaria, la provocazione come frutto ma anche come premessa del dubbio, il più sicuro indizio del liberale autentico. Lo ricordiamo anche noi con nostalgia.

Da libertari a censori. Così negli anni Novanta la sinistra ha inseguito le sirene del politicamente corretto. Luca Ricolfi su L’Inkiesta il 6 Gennaio 2023.

Come spiega Luca Ricolfi in “La mutazione” (Rizzoli), i dirigenti del PDS-DS-PD costruirono la loro identità essenzialmente su basi etico-morali, in contrapposizione a una supposta grettezza e amoralità dell’elettorato della destra

Gli anni di Moravia e Pasolini, di Visconti e Antonioni, con gli intellettuali e gli artisti compattamente schierati contro la censura e a difesa della libertà di espressione, sono un ricordo lontano. Ormai la mutazione è avvenuta: difendere la libertà di espressione non fa più parte del DNA della sinistra, limitare quella libertà per far valere le ragioni del politicamente corretto è diventata un’opzione possibile.

Ma quando si è prodotta quella mutazione? Quando è accaduto che la sinistra smarrisse la sua vocazione libertaria, e incominciasse a inseguire le sirene del politicamente corretto?

Difficile indicare un momento preciso, ma a me pare che il periodo critico siano stati gli anni Novanta. È in quegli anni, infatti, che la globalizzazione falcidia i ranghi della classe operaia, tradizionale base di consenso della sinistra. È in quegli anni che nella sinistra riformista matura l’illusione che il mercato sia in grado di promuovere equità e merito, e forse pure la credenza che, tutto sommato, agli operai superstiti non sia necessaria una speciale protezione. È in quegli anni, infine, che la presenza e gli arrivi degli immigrati diventano massicci, e offrono alla sinistra una nuova opportunità di definire sé stessa.

È da questi cambiamenti epocali che, verosimilmente, ha preso le mosse il lungo percorso che – complice l’arrivo sulla scena del male assoluto Berlusconi – ha indotto i dirigenti della sinistra ufficiale a costruire l’identità del nuovo soggetto PDS-DS-PD essenzialmente su basi etico-morali, in contrapposizione a una supposta grettezza e amoralità dell’elettorato della destra.

Anziché cercare di darsi una base elettorale a partire da un programma economico-sociale, la sinistra ha provato a ridefinirsi come paladina dei nuovi ultimi (gli immigrati) e dei nuovi diversi (LGBT) e, al tempo stesso, come rappresentante della «parte migliore del Paese». Insomma come custode del Bene, argine insostituibile all’avanzata delle destre, fonte perenne di autostima per i propri elettori, sempre più reclutati fra i ceti medi istruiti e urbanizzati.

E come poteva, una sinistra siffatta, non entrare in sintonia con le istanze del politicamente corretto? Come non aderire a un movimento che proclama rispetto delle minoranze, difesa dei deboli, apertura ai diversi, lotta alle discriminazioni, antirazzismo, antisessismo, giustizia sociale, cultura dei diritti? L’antico riflesso condizionato, che per tanto tempo ha portato la cultura di sinistra a giudicare il comunismo per i suoi (nobili) fini, anziché per gli (ignobili) mezzi con cui ha tentato di imporli, ha condotto e conduce la sinistra attuale a giudicare il politicamente corretto per gli obiettivi di giustizia che proclama, anziché per gli strumenti illiberali che adotta.

(…)

Il vero pericolo che corre la sinistra è che la sua ostinazione nel difendere il politicamente corretto e le sue pulsioni censorie offrano alla destra una insperata occasione di intestarsi la difesa della libertà di espressione: una battaglia storicamente non sua, ma che potrebbe benissimo diventarlo in futuro. Sarebbe un esito paradossale, una sorta di secondo swap dopo quello delle basi sociali di destra e sinistra. Se questo dovesse accadere, ci troveremmo di fronte a un inedito assoluto: una destra che difende la libertà di espressione e raccoglie il voto dei ceti popolari, contro una sinistra che difende la censura e attira il voto dei ceti istruiti e delle élite.

Da “La mutazione – Come le idee di sinistra sono migrate a destra” di Luca Ricolfi (Rizzoli), 256 pagine, 18 euro

Il malessere della politica? Il liberalismo perduto e confuso con il liberismo. L’epoca in cui viviamo da ormai trent’anni ha visto il prevalere di una sola concezione, quella liberista e questa è una delle ragioni della crisi che attanaglia le società e gli individui. Marcello Foa su La Gazzetta del Mezzogiorno il 05 Gennaio 2023

Inizia oggi la collaborazione con la Gazzetta di Marcello Foa, giornalista, saggista e già presidente della Rai dal 2018 al 2021. Il suo ultimo libro è «Il Sistema (in)visibile» (Guerini e associati, 2022)

All’origine del malessere politico che attanaglia la politica italiana c’è un grande equivoco. A sinistra, il PD si dice liberale, Calenda e Renzi pure, la Bonino sicuramente. A destra, Berlusconi non ha mai smesso di predicare una grande rivoluzione liberale, mentre la Lega e Fratelli d’Italia si sono spostate su posizioni moderate. Ma sono tutti davvero liberali? La risposta è no, perché dopo il crollo del Muro di Berlino si è generato un gigantesco equivoco. Con l’avvento della globalizzazione liberalismo è diventato sinonimo di liberismo perpetrando, in termini filosofici, un vero e proprio delitto: perché il liberismo è di fatto una dottrina economica che per sua natura è utilitaristica, si propone di ridurre ai minimi termini il ruolo delle Stato, secondo certi pensatori addirittura azzerandolo, e massimizza la ricerca del profitto economico ovviamente a vantaggio dei privati, confidando nella capacità del mercato di autoregolarsi.

Il liberalismo classico, invece, non è meramente economico ma ha una sua dimensione spirituale, esistenziale, in certi autori addirittura metafisica. Pone l’individuo al centro della propria riflessione ma ritenendolo parte di una comunità e di un processo comunque in divenire, caratterizzato dall’esercizio del dubbio e di continuo perfezionamento interiore. Anche il liberale classico diffida di uno Stato onnisciente, oppressivo ed esalta l’intraprendenza del singolo, anche economica, ma come componente di un approccio più ampio e alto.

L’epoca in cui viviamo da ormai trent’anni ha visto il prevalere di una sola concezione, quella liberista e questa è una delle ragioni della crisi che attanaglia le società e gli individui. Perché l’homo è senza dubbio oeconomicus, ma non solo. E perché la conversione repentina della sinistra non è stata accompagnata da un processo di elaborazione intellettuale e filosofica, ma da una conversione dei fini; il che si è tradotto in una paradossale contaminazione: il massimalismo e la tendenza all’omologazione tipica del marxismo sono stati messi al servizio della nuova «ideologia» - il liberismo, appunto - ignorando le virtù più alte del liberalismo e anche il dibattito che ha animato i pensatori liberali dalla fine del Settecento fino al 1990.

Un dibattito che Corrado Ocone propone con maestria nel suo ultimo saggio Il non detto della libertà (Rubbettino editore), ricordando come John Stuart Mill ritenesse che il nemico della libertà fosse la «tirannia della maggioranza» e individuando nell’omologazione delle società occidentali una delle ragioni della loro decadenza. Mill ammoniva che «l’Europa sta avanzando risolutamente verso l’ideale cinese di rendere simili tutte le persone». Parole scritte nel 1859 con straordinaria preveggenza. E che si ricollegano a Tocqueville e che riecheggiano nell’ultimo grande politico autenticamente liberale del Novecento, Raymond Aron, che riteneva a sua volta come il conformismo, l’appiattimento e il dogmatismo rappresentassero le peggiori insidie alla libertà e al liberalismo stesso. Ma il mondo in cui viviamo è la trasmutazione dei loro timori. Il dibattito politico è sterile, superficiale, strumentale e, soprattutto, sui grandi temi fondamentali della nostra esistenza, massimalista e intollerante fino all’integralismo. Non sono più ammessi né il dialogo, né il confronto e chi osa dissentire o anche solo riflettere viene emarginato e bollato come eretico. Un atteggiamento incoraggiato dal mondo culturale, che è prevalentemente di sinistra, e dai partiti «progressisti», che non hanno ancora capito cosa significa essere davvero liberali. Ma il problema si pone anche a destra, perché quei partiti non hanno saputo mantenere la rotta, non hanno riconquistato la guida culturale, smarrendo la profondità del pensiero liberale e subendo l’agenda stabilita dal matrimonio tra globalisti e post marxisti che si sublima nel vincolo di un liberismo sterile e dogmatico.

Ci troviamo così in una società in cui il liberalismo è diventato un feticcio, mentre dovrebbe rappresentare la soluzione per una società che anela al Bene Comune tramite l’elevazione, la continua crescita dell’Individuo. E che vede nel confronto con chi pensa in modo diverso non una minaccia, ma la salvezza.

Trent'anni fa la Dc decise di sciogliersi: ci fu un solo voto contrario. Orlando Sacchelli il 27 Luglio 2023 su Il Giornale.

Dopo aver governato l'Italia per quasi 50 anni nel luglio 1993 la Democrazia Cristiana decise di scrivere la parola stop, azzerando tutto e cambiando nome e simbolo. Nulla sarebbe più stato come prima

Nel luglio 1993 scompariva un partito che per cinquant'anni aveva guidato l'Italia, traghettandola dalle macerie del dopoguerra al benessere e alla stabilità. Stiamo parlando della Democrazia cristiana, il partito dei cattolici impegnati in politica, nato in clandestinità, negli ultimi anni del fascismo, sulle ceneri del disciolto Partito popolare di don Luigi Sturzo. Con Alcide De Gasperi e diversi altri leader la Dc fu protagonista del "miracolo italiano", in un lungo e faticoso cammino che si snoda su quasi