Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

 

 

 

ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2023

IL GOVERNO

SECONDA PARTE

 


 

DI ANTONIO GIANGRANDE


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 

IL GOVERNO

INDICE PRIMA PARTE


 


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

LA POVERTA’

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE. (Ho scritto un saggio dedicato)

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Storia d’Italia.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

LA SOLITA ITALIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Italianità.

Gli Antifascisti.

Italiani scommettitori.

Italioti Retrogradi.

Gli Arraffoni.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITA LADRONIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Italioti corrotti e corruttori.

La Questione Morale.

Tangentopoli Italiana.

Tangentopoli Europea.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Potere.

La Geopolitica.

Nazi-fascismo e Comunismo: Economia pianificata.

I Conservatori.

Il Capitalismo.

Il Sovranismo.

Il Riformismo.

I Liberali.

I Popolari.

L’Opinionismo.

Il Populismo.

Il Complottismo.

Politica e magistratura, uno scontro lungo 30 anni.

Una Costituzione Catto-Comunista.

Democrazia: La Dittatura delle minoranze.

Democrazia: Il potere oscuro ed occulto. I Burocrati. Il Partito dello Stato: Deep State e Spoils system

Il Presidenzialismo.

L’astensionismo.

I Brogli.

Lo Stato di Emergenza.

Quelli che…la Prima Repubblica.

Quelli che…la Seconda Repubblica.

Trasformisti e Voltagabbana.

Le Commissioni Parlamentari.

La Credibilità.

I Sondaggisti.

Il finanziamento pubblico.

I redditi dei politici.

I Privilegiati.

I Portavoce.

Servi di…

Un Popolo di Spie.


 

INDICE QUINTA PARTE


 

SOLITA APPALTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Resistenza Morale.

Gli Appalti Pubblici.

La Normativa Antimafia.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Impuniti.

Ignoranti e Magistrati.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ignoranti ed avvocati.  

SOLITO SPRECOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Sprechi Vari.

Le Multe UE.

Le Auto: blu e grigie.

Le Regioni.

L’Alitalia.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

L’Oro.

La Ricchezza.

I Ricconi alle nostre spalle.

I Bonus.

La Partita Iva.

Quelli che…Evasori Fiscali: Il Pizzo di Stato.

Il POS.

Il Patto di Stabilità.

Il MES.

Il PNRR.

Il ricatto del gas.

La Telefonia.

Bancopoli.


 


 

IL GOVERNO

SECONDA PARTE


 

LA SOLITA ITALIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Moralisti.

In Declino.

Cambiare gli italiani?

La bandiera.

Mafiosi.

Insabbiatori.

Disonesti.

Fluidi e contro i bambini.

Questione di Genere.

Giustizialisti.

Stinchi di Santo.

I Tabù.

Meticci.

Immigrazionisti.

Emigranti.

Eroi.

Divisi.

Disorganizzati.

Mantenuti.

Oziosi.

Antipolitici.

Delatori.

Complottisti.

Inventori.

Moralisti.

C’E’ GROSSA CRISI (DELLA MORALE). Estratto dell’articolo di Lucetta Scaraffia per “la Stampa” lunedì 11 dicembre 2023.

Dopo l'efferato omicidio di Giulia Cecchettin si è verificato, come al solito, l'effetto imitazione: si susseguono violenze e femminicidi, in alcuni casi chiaramente collegati al delitto di Giulia dal colpevole stesso. Si tratta di un fenomeno che si è più volte presentato nella nostra società mediatica: le denunce, le manifestazioni di solidarietà alle vittime, la ricerca dei metodi utili a frenare questo o quel tipo di violenza si rovesciano nel loro contrario. 

Troppo spesso tutti i discorsi, le manifestazioni, le condanne suscitate dai femminicidi, così come succede del resto per le continue condanne dell'antisemitismo, sembrano non servire ad altro che a favorire la diffusione degli uni e dell'altro. Non solo però continuiamo a praticare le forme più estreme di voyeurismo nei confronti dell'ultimo delitto con il loro indubbio effetto imitativo, ma quel che più conta non tentiamo neppure di spiegarci le ragioni di questo effetto paradossale.

Che forse sta in una mutazione decisiva lentamente e inavvertitamente prodottasi nelle nostre società. Nel fatto cioè che sembra esserci sempre più difficile, più estraneo culturalmente, condividere una morale universale, fondata su obblighi e divieti validi nei confronti di chiunque, di qualsiasi essere umano. 

La crisi di una morale siffatta si manifesta concretamente nella pratica diffusa per cui, da anni, nell'arena pubblica la richiesta di rispetto umano, la difesa della dignità dovute ad ogni essere umano, vengono declinate soprattutto in riferimento a categorie ritenute fragili e comunque particolarmente meritevoli di protezione: i gay, gli handicappati, le donne, gli immigrati e gli ebrei. Categorie considerate vittime o possibili vittime di violenza e/o di discriminazione e per questo bisognose di protezione. Intendiamoci bene: ciò è assolutamente vero, questo bisogno è reale, ma ciò non toglie che questa categorizzazione […] risulti priva di quel valore astratto sul quale necessariamente si fonda l'universalizzazione della morale.

In questo modo nella quotidianità della vita sociale finisce dunque per accadere che il rispetto dovuto a tutti gli esseri umani venga presentato come obbligatorio se esercitato nei confronti delle vittime, o di categorie che sanno presentarsi come tali e non già come un valore assoluto in quanto tale, come un obbligo a cui si è tenuti verso ogni essere umano, indipendentemente dal suo statuto storico-ideologico. Le conseguenze di questa realtà sono gravi.

Infatti la corsa alla moltiplicazione delle categorie diciamo così protette non arriverà mai a coprire il concetto generale di umanità, e rivelerà sempre, quindi, l'inevitabile debolezza di una morale siffatta. Chiunque tra l'altro può sentirsi più vittima delle vittime, e quindi sentirsi autorizzato a farsi giustizia anche da solo. In un gran numero di casi ad esempio anche i violenti contro le donne si sentono – naturalmente a torto – vittime magari del rifiuto delle donne stesse, e in questo cercare una giustificazione per le loro malefatte. 

Questo tipo di morale "per categorie" – esposto alle ideologie e per forza di cose in una certa misura anche alle mode – non poggia su fondamenta profonde e condivise, cioè su quella inviolabile dignità di ogni essere umano, che da sola basta a giustificare la difesa di ogni tipo di vittima. Se sono necessarie le campagne per categoria, se è necessario, forse indispensabile, difendere con battaglie apposite ogni categoria percepita come debole, è evidente che questa base comune, questa universalità, non esiste più. Forse non esiste più perché si fondava su un altro tipo di universalità, quella religiosa della tradizione ebraico-cristiana che la secolarizzazione sta cancellando.

Ma anche la morale laica di Kant, è bene ricordarlo, si voleva obbligatoria verso qualunque essere umano. L'una e l'altra hanno fondato una tradizione che ha stabilito con forza i confini fra bene e male, fra ciò che è giusto e ciò che non lo è: una tradizione che ha perso progressivamente forza. Proprio per questo anche la nostra educazione attuale ha perduto la certezza in una moralità universale, e oggi per chiedere giustizia deve ricorrere alla preliminare vittimizzazione di questo o quel gruppo umano. Con tutto quanto di aleatorio può esserci in una moralità del genere, esposta ai mutevoli venti della storia.

In Declino.

Estratto dell'articolo di Paolo Baroni per "La Stampa" sabato 2 dicembre 2023.

L'Italia? È diventato un Paese di sonnambuli. E i suoi abitanti sono, al tempo stesso, ciechi dinanzi ai presagi (a partire dalla crisi demografica che nel 2050 produrrà quasi 8 milioni di persone in età lavorativa in meno), ed intrappolati in una sorta di "mercato dell'emotività". 

Per l'80% degli italiani il Paese è in declino, per il 69% dalla globalizzazione abbiamo avuto più danni che benefici, e adesso il 60% ha paura che scoppierà una guerra mondiale e secondo il 50% non saremo in grado di difenderci militarmente, rileva il 57° rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese.

L'economia dopo la fine dell'espansione monetaria ha prodotto record di occupati, ma la crescita sta rallentando mentre in parallelo monta l'onda delle rivendicazioni dei diritti civili individuali e delle nuove famiglie (è favorevole all'eutanasia il 74% dei cittadini). E nella "siderale incomunicabilità generazionale" va in scena il dissenso senza conflitto dei giovani che diventano "esuli in fuga".

[...] «La società italiana sembra affetta da sonnambulismo, precipitata in un sonno profondo del calcolo raziocinante che servirebbe per affrontare dinamiche strutturali dagli esiti funesti» rileva il Censis. Nel 2050 l'Italia avrà perso complessivamente 4, 5 milioni di residenti (come se le due più grandi città, Roma e Milano insieme, scomparissero). La flessione demografica sarà il risultato di una diminuzione di 9,1 milioni di persone con meno di 65 anni e di un contestuale aumento di 4,6 milioni di persone con 65 anni e oltre. 

Si stimano così quasi 8 milioni di persone in età attiva in meno nel 2050: una scarsità di lavoratori che avrà un impatto inevitabile sul sistema produttivo e sulla nostra capacità di generare valore. Ma il sonnambulismo «non è imputabile solo alle classi dirigenti – sostiene il Censis – è un fenomeno diffuso nella "maggioranza silenziosa» degli italiani"». Resi più fragili dal disarmo identitario e politico, al punto che il 56% (il 61, 4% tra i giovani) è convinto di contare poco nella società.

Nell'ipertrofia emotiva in cui la società italiana si è inabissata, le argomentazioni ragionevoli possono essere capovolte da continue scosse emozionali. Tutto è emergenza: quindi, nessuna lo è veramente. Così trovano terreno fertile paure amplificate, fughe millenaristiche, spasmi apocalittici, l'improbabile e il verosimile. L'84% degli italiani è impaurito dal clima «impazzito», il 73,4% teme che i problemi strutturali irrisolti del nostro Paese provocheranno nei prossimi anni una crisi economica e sociale molto grave con povertà diffusa e violenza, per il 73% gli sconvolgimenti globali sottoporranno l'Italia alla pressione di flussi migratori sempre più intensi e non saremo in grado di gestire l'arrivo di milioni di persone in fuga dalle guerre o per effetto del cambiamento climatico, il 53,1% ha paura che il colossale debito pubblico provocherà il collasso finanziario dello Stato. Il ritorno della guerra ha suscitato nuovi allarmi: il 59, 9% degli italiani ha paura che scoppierà un conflitto mondiale che coinvolgerà anche l'Italia, per il 59,2% non siamo in grado di proteggerci da attacchi terroristici di stampo jihadista, mentre il 49, 9% è convinto che l'Italia non saprebbe difendersi militarmente se aggredita da un Paese nemico.

[...] Il 74% si dice favorevole all'eutanasia, il 70,3% approva l'adozione di figli da parte dei single, il 65, 6% si schiera a favore del matrimonio egualitario tra persone dello stesso sesso, il 54,3% è d'accordo con l'adozione di figli da parte di persone dello stesso sesso. Rimane invece minoritaria la quota di italiani (il 34,4%) che approvano la gestazione per altri (Gpa). Infine, il 72,5% è favorevole all'introduzione dello Ius soli e il 76, 8% è favorevole allo Ius culturae, ovvero la cittadinanza per gli stranieri nati in Italia o arrivati in Italia prima dei 12 anni che abbiano frequentato un percorso formativo nel nostro Paese. Il silenzio tra generazioni. 

La distanza esistenziale dei giovani di oggi dalle generazioni che li hanno preceduti sembra abissale. I 18-34enni sono poco più di 10 milioni, pari al 17, 5% della popolazione totale, mentre nel 2003 superavano i 13 milioni, pari al 23% della popolazione: in vent'anni abbiamo perso quasi 3 milioni di giovani. E le previsioni per il futuro sono negative: nel 2050 i 18-34enni saranno poco più di 8 milioni, appena il 15, 2% della popolazione. I giovani sono pochi, esprimono un peso demografico leggero, inesorabilmente contano poco. E infatti per il 57, 3% degli italiani sono la generazione più penalizzata di tutte. [...]

Cambiare gli italiani?

Cambiare gli italiani chi lo ha fatto, chi no. Storia di Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera venerdì 8 settembre 2023.

Caro Aldo, lei ha distinto tra i politici che volevano cambiare gli italiani e quelli che non ci hanno mai provato. Mi aiuta a capire quello che intendeva? Stefano Sapri, Roma

Caro Stefano, Giovanni Giolitti nel 1896 scriveva in una lettera alla figlia Enrichetta: «Il sarto che ha da vestire un gobbo, se non tiene conto della gobba, non riesce» (concetto su cui tornerà al momento di scrivere le sue Memorie con il giornalista Olindo Malagodi, liberale bastonato dai fascisti, padre di Giovanni, futuro leader del Pli). Giolitti insomma sosteneva la necessità che la politica si adattasse agli italiani. Eppure è stato il leader riformista più importante della storia unitaria: introdusse il suffragio universale (purtroppo solo maschile), varò interventi sociali, tentò invano di fermare l’intervento nella Grande Guerra. Benito Mussolini sognava di fare degli italiani un popolo guerriero, e dopo aver contribuito all’ingresso nella Prima ci ha condotti con la Seconda guerra mondiale alla peggior disfatta militare della nostra storia, su tutti i fronti, contro tutti gli eserciti, inglesi e greci, russi e americani. Silvio Berlusconi non ha mai pensato di cambiare gli italiani, che gli piacevano così come sono; semmai ci ha assecondati, nelle nostre virtù e nei nostri vizi, prima con le tv e il calcio poi con la politica; e così facendo ci ha cambiati più di quanto avessero fatto vent’anni di regime, quello vero. Mario Monti sostenne che gli italiani dovessero cambiare, anche nel loro rapporto con lo Stato; e per quanto il suo governo sarà rivalutato per il modo in cui dovette affrontare una situazione drammatica creata da altri, non si può certo dire che sia riuscito ad aprire una stagione politica duratura. Alcide De Gasperi pianse, nel vedere uomini e animali convivere nei Sassi di Matera, e nel pensare al lavoro che aveva davanti, e che non ebbe tempo di compiere. Qualcuno crede seriamente che il suo giovane sottosegretario Giulio Andreotti volesse cambiare gli italiani? Eppure è stato il politico più longevo della Prima Repubblica, sino a diventarne il simbolo. In sostanza i leader che non intendono cambiare gli italiani finiscono per cambiarli, nel bene o nel male, più di quelli che vorrebbero farlo.

La Bandiera.

Italia di ieri e di oggi: una breve indagine su Patria e Nazione. Gennaro Sangiuliano su Libero Quotidiano il 12 dicembre 2023

Il vocabolario dell’Enciclopedia Treccani definisce il sostantivo Patria come «il territorio abitato da un popolo e al quale ciascuno dei suoi componenti sente di appartenere per nascita, lingua, cultura, storia e tradizioni». L’origine della parola è latina e rimanda a patrius «paterno» ma nell’accezione latina la parola Patria sottintende anche terra. Cicerone già la definisce come un insieme di istituzioni, tradizioni, sentimenti, ideali. L’Encyclopédie francese indica la Patria come pays des pères, la terra dei padri, che per i tedeschi è Vaterland ou Heimat, anche se, quest’ultima parola tedesca, non sarebbe correttamente traducibile con Patria perché indicherebbe un ambito più ristretto, legato al luogo dell’infanzia e alla lingua degli affetti.

Petrarca, fra i primi nella letteratura nazionale, identificherà la sua Patria con l’Italia: Non è questa (l’Italia) la patria in ch’io mi fido, Madre benigna e pia, Che copre l’un e l’altro mio parente? Nell’antica Roma padre della Patria (pater patriae) è il titolo di onore conferito a cittadini particolarmente benemeriti, titolo attribuito ad Augusto nell’anno 2 a.C. e portato da altri imperatori, rinnovato in epoca moderna, fu concesso dai Fiorentini a Cosimo de Medici. Molto suggestivi sono i versi di Giacomo Leopardi ne la Canzione all’Italia, laddove recita: “O patria mia, vedo le mura e gli archi/E le colonne e i simulacri e l’erme/Torri degli avi nostri...”. Giuseppe Mazzini, già nel Manifesto della Giovine Italia, testo morale e programmatico, filosofico e politico, che appare per la prima volta sull’omonimo foglio nell’ottobre del 1831 a Marsiglia, esorta alla consapevolezza che ciascuno doveva avere di essere nazione e per questo predica la necessità di un’educazione nazionale. Gli obiettivi repubblicani, democratici e unitari del suo movimento politico, hanno come ambito di riferimento la Nazione. 

LA SOCIETÀ

Émile Durkheim studiando il livello di coesione di una società afferma che essa può sopravvivere solo se si costituisce come comunità simbolica. Nel saggio “Le regole del metodo sociologico” afferma. «La società non è una semplice somma di individui; al contrario, il sistema formato dalla loro associazione rappresenta una realtà specifica dotata di caratteri propri». Benedetto Croce negli Scritti politici avverte: «L’amore di Patria è un concetto morale. Nel segno della Patria i nostri più nobili ideali e i nostri più austeri doveri prendono una forma particolare e a noi più vicina, una forma che rappresenta l’umanità tutta e attraverso alla quale si lavora effettualmente per l’umanità tutta». Giovanni Papini in un articolo-saggio, del 1904, sul Regno, pone l’alternativa “O la classe o la nazione”. Nella classe, spiega, «tendono a prevalere gli interessi dei particolari, siano questi poveri, i proletari, gli schiavi oppure i ricchi, i mercanti, gli oligarchi», nella nazione, invece, «le singole voci tacciono, si nascondono le brame parziali e tutte le forze, tutte le brame, tutti i voleri si protendono verso la suprema vita armoniosa della polis». Non è possibile lo Stato senza la Nazione, posizione che vede convergere Piero Gobetti che dalle colonne della sua “Rivoluzione Liberale” manifesta il proposito di «venir formando una classe politica che abbia chiara coscienza delle sue tradizioni storiche e delle esigenze sociali nascenti dalla partecipazione del popolo alla vita dello Stato».

IL DIBATTITO

Il dibattito su Patria e Nazione, due parole che sembravano espunte dal lessico pubblico negli ultimi decenni, riacquistano un doveroso valore. Di recente, perla collana “Voci”, la Treccani ha pubblicato un saggio, dal titolo, appunto, “Nazione” dove ripropone le due voci scritte in fasi storiche diverse. Quella pubblicata nel 1934 dal filosofo del diritto Felice Battaglia per la parte generale e Walter Maturi perla parte storica (Storia del principio di nazionalità). La seconda voce, cui si fa riferimento, è quella pubblicata dallo storico Rosario Romeo nella Enciclopedia del Novecento. Lo Stato non è solo un’entità formale ma è l’organizzazione giuridica di una nazione che per definizione è un’entità linguistica e culturale. Da qualche parte è circolata nella cultura politico-giuridica l’idea di poter concepire una democrazia “agnostica”, basata su regole autonome, universali, sganciate dalla tradizione di un popolo. Lo stesso Hans Kelsen ammette: «La democrazia, sul piano dell’idea, è una forma di Stato o di società in cui la volontà generale o, senza tante metafore, l’ordine sociale, vengono realizzati da chi è a quest’ordine sociale sottomesso, cioè dal popolo. Democrazia significa identità di governanti e governati, di soggetto e di oggetto del potere, governo del popolo sul popolo».

Una democrazia per essere credibile deve essere consensuale e non solo formale, si può aggiungere che è arduo concepire una democrazia, come Sollen giuridico, puramente formale, al di fuori dei giudizi di valore, estraneo a ogni dovere morale. Ciò significa affermare che la legge costituzionale deve dimostrare di mantenere nel tempo una capacità di includere l’intera comunità rispecchiandone l’identità collettiva. Il rischio è che si realizzi una separazione tra legge e identità nazionale che finirebbe per essere un danno alla qualità della democrazia. Non c’è democrazia e non c’è libertà senza il contenuto storico e culturale della nazione che vi è pervenuta. Lo Stato si fonda sull’obbedienza alla legge che si vuole imporre ai cittadini-soci, ma affinché essa funzioni occorre che sia la più condivisa possibile e questa condivisione della necessità e dei modi dell’organizzazione statuale non può poggiare solo su un dato giuridico, deve accompagnarsi a valori morali condivisi. Di qui il passaggio logico ci conduce alla nazione, entità aperta a tutti a patto che i nuovi cittadini ne condividano le fondamenta perché «la storia delle origini dei popoli è, per i costruttori di sistemi, ciò che è la tavolozza per il pittore». L’affermazione della nazionalità significa un processo storico di rinvenimento dell’idem sentire comune di un popolo, la capacità di aggregare quella comunanza divalori, lingua parlata e scritta, religione, consuetudine che è nella tradizione. Se Giambattista Vico parlava del sensus dei popoli, Federico Chabod, partigiano e dirigente del CLN, precisa: «Dire senso di nazionalità, significa dire senso di individualità storica. Si giunge al principio di nazione in quanto si giunge ad affermare il principio di individualità, cioè ad affermare, contro tendenze generalizzatrici e universalizzanti, il principio del particolare, del singolo».

LA MODERNITÀ

La modernità va vissuta senza omettere la trasmissione della memoria, come in Eliot la nazione non è una mera nostalgia, ma una tradizione genuina coniugata col vivere contemporaneo. Augusto Del Noce in un suo celebre saggio conia il termine “transpolitico” per indicare una dimensione profonda che si sedimenta nella coscienza dei popoli. La democrazia costituisce il più elevato risultato della storia dell’Occidente, ma non si può definire la stessa nozione di democrazia se si prescinde dalla storia occidentale, dal travaglio secolare che ci ha condotti a definire la forma politica più vicina alla libertà. Alexis de Toqueville ha chiara questa proposizione quando scrive: «Le leggi sono sempre vacillanti fintanto che non poggiano sui costumi». Le società occidentali, per secoli si sono alimentate della concezione greca e romana della res pubblica, si sono nutrite di un’idea classica che fonda insieme i valori di libertas e virtus, capaci di delimitare un recinto identitario che esalta il valore degli individui nella comunità, definendo quello che Giambattista Vico chiama l’idem sentire comune. E per questo che Osvald Spengler ne Il tramonto dell’Occidente (Der Untergang des Abendlandes), proponendo un’idea faustiana dell’Europa, culla della civiltà, rinviene il tratto della decadenza nel cosmopolitismo che è «l’opposto della vita». Un tema che affascina un intenso intellettuale come Antonio Gramsci che corregge il maxismo classico aprendo al popolo-nazione richiamando il rispetto della volontà collettiva di una nazione.

LA GLOBALIZZAZIONE

La globalizzazione, forse, è un dato ontologico del nostro tempo ma occorre distinguere fra una dimensione globale positiva, dove le pluralità con le loro diversità e le loro tipicità si incontrano e si migliorano, e la “globalizzazione sinistra” prevaricazione di un modello totalizzante e interessato sugli altri. «Le decisioni stanno migrando dallo spazio tradizionale della democrazia», è questo il monito che all’inizio del nostro secolo è stato lanciato da Ralf Dahrendorf, aggiungendo che la democrazia non fosse applicabile «al di fuori dello Stato-Nazione, ai molti livelli internazionali o multinazionali in cui si forma oggi la decisione politica». Da una prospettiva diversa, un altro autore britannico, il filosofo Roger Scruton, ha scritto che le «democrazie devono la loro esistenza alla fedeltà nazionale», perché laddove «l’esperienza di nazionalità sia debole o inesistente, la democrazia ha mancato di attecchire». 

La gaffe durante la visita negli Usa. Video. Gaffe della sovranista Giorgia Meloni che non conosce il significato dei tre colori della bandiera italiana. Redazione su Il Riformista il 28 Luglio 2023

La premier italiana Giorgia Meloni ha incontrato al Campidoglio i vertici del Senato statunitense durante la sua visita istituzionale a Washington, prima del colloquio con il presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Presenti il leader della maggioranza Chuck Schumer, il leader della minoranza Mitch McConnell e altri legislatori. Durante un saluto con i giornalisti per le tradizionali fotografie di gruppo, Schumer ha chiesto alla presidente del Consiglio italiano se potesse illustrargli il significato dei tre colori della bandiera italiana, senza ricevere una risposta molto convinta.

La Premier, dunque, notoriamente sovranista, capo di un partito che nel simbolo contiene i colori della bandiera italiana, pare incerta nel fornire una risposta. Una gaffe, insomma.

La bandiera italiana, nota come il “Tricolore“, è composta da tre bande verticali di uguale dimensione nei colori verde, bianco e rosso. La bandiera italiana ha le sue radici nella Rivoluzione francese e nelle idee di libertà e uguaglianza. Il significato esatto dei colori non è definito ufficialmente e c’è qualche dibattito a riguardo. Alcune interpretazioni includono:

1. Verde: rappresenta le pianure e le colline italiane.

2. Bianco: rappresenta le Alpi coperte di neve.

3. Rosso: rappresenta il sangue versato per l’indipendenza dell’Italia.

Un’altra interpretazione popolare è quella religiosa, con il verde che rappresenta la speranza, il bianco la fede e il rosso la carità.

Infine, alcuni sostengono che i colori siano legati a Napoleone Bonaparte, poiché la bandiera della Repubblica Cisalpina, un’entità statale creata da Napoleone, aveva i stessi colori. Tuttavia, questa interpretazione non è universalmente accettata.

Un bel “paradosso sovranista“, insomma, come fa notare il senatore Enrico Borghi, presidente del gruppo Azione-Iv-Renew Europe, su Twitter.

Mafiosi.

Estratto dell’articolo di Aldo Sarullo* per il “Fatto Quotidiano” il 9 Dicembre 2023

[...] la prova logica di una parte delle sorti della borsa. Ce le raccontano le foto scattate da Luigi Sarullo, ce le racconta la borsa. 

Da essa sappiamo che non era con il Procuratore al momento dell’esplosione. Infatti Borsellino ne fu smembrato, la borsa, invece, ebbe conseguenze molto minori perché era all’interno dell’auto, poggiata su un sedile. Le foto testimoniano che rimase bruciacchiata nella parte anteriore e intatta, proprio intatta, nel retro e all’interno.

Da ciò si deduce che il suo contenuto rimase integro e se vi era anche l’agenda rossa, questa non subì danni. I magistrati di Caltanissetta conoscono bene la borsa. Per analizzarla se la fecero consegnare, molti anni dopo, dal braccio destro di Borsellino, cioè l’allora maresciallo Carmelo Canale oggi colonnello, che la custodisce in una teca, dopo averla ricevuta in dono dalla famiglia del magistrato.

Ai Borsellino la valigetta venne consegnata da Arnaldo La Barbera, l’allora capo della Mobile di Palermo, alcuni mesi dopo la strage. All’interno della borsa – secondo il verbale di apertura della Procura di Caltanissetta, datato 5 novembre 1992 – c’erano due pacchetti di sigarette, un costume, un paio di pantaloncini da tennis, un crest dei carabinieri. Alla famiglia vennero consegnati anche un paio d’occhiali, un mazzo di chiavi e un’agenda telefonica marrone. Nella borsa, però, non c’era quella rossa, come fece notare Lucia Borsellino a La Barbera.

“Quando chiesi che fine avesse fatto, mi fu risposto appunto che non c’era e al mio insistere il questore La Barbera disse a mia madre che io probabilmente avevo bisogno di un supporto psicologico perché ero molto provata. Mi fu detto addirittura che deliravo”, ha raccontato la figlia del giudice al processo. 

*scrittore e regista, ex consulente culturale della presidenza del Senato e del Comune di Palermo. 

Trattativa Stato-mafia: i parenti delle vittime contro i giudici. Stefano Baudino su L'Indipendente il 9 Dicembre 2023.

Con un comunicato durissimo, l’associazione dei familiari delle vittime della strage di Via dei Georgofili – attentato avvenuto a Firenze il 27 maggio 1993 ed eseguito da Cosa Nostra come tassello della campagna stragista del biennio ’92-’94, che provocò 5 morti– ha reagito alle motivazioni con cui la Corte di Cassazione ha chiuso il processo sulla “Trattativa Stato-mafia”, assolvendo gli uomini dello Stato che erano finiti alla sbarra, ovvero gli allora vertici del Ros dei Carabinieri Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno e l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri. Senza mezzi termini, l’associazione ha definito “antigiuridica per violazione di legge”, “manifestamente illogica”, “totalmente mancante di motivazione sui punti determinanti” e “immorale” la decisione della Suprema Corte. Quest’ultima, dopo una sentenza di primo grado caratterizzata da ingenti condanne e una di appello che aveva assolto i Ros “perché il fatto non costituisce reato”, ha chiuso il processo assolvendo i membri dello Stato “per non aver commesso il fatto” e prescrivendo i vertici mafiosi imputati con loro per “violenza o minaccia a corpo politico dello Stato”, dopo aver derubricato il reato in “minaccia tentata”. I familiari delle vittime della strage di Firenze ricordano non solo che la “Trattativa” è stata confermata da moltissime sentenze, ma anche che pronunce da anni definitive hanno attestato che fu proprio l’invito al dialogo lanciato dal Ros a Cosa Nostra il “precedente fattuale causale” delle stragi del ’93.

I familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili definiscono “antigiuridica” la pronuncia degli ermellini poiché, mentre “per costante e assoluto insegnamento della Cassazione questa è solo giudice di legittimità”, tale sentenza “è entrata pesantemente nel fatto-reato dicendo che per lei non c’è reato consumato ma solo tentato” e non rinviando “per nuovo esame” ad altra sezione di Corte di Appello di Palermo, ma annullando senza rinvio la sentenza di secondo grado. La decisione è poi ritenuta “manifestamente illogica” quando si scrive che la “interlocuzione Ros-vertici mafia” – mediata dall’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino – non ha avuto nessuna conseguenza, “omettendo totalmente di valutare la vicenda del ‘papello‘ (insieme di richieste mosse allo Stato dall’allora capo di Cosa Nostra Totò Riina in cambio della fine delle violenze, ndr) e di tutti i testimoni e collaboratori di giustizia che hanno affermato che questa ‘interlocuzione’ ha rafforzato la volontà stragista di Riina e sodali”, come “attestato e confermato” da varie sentenze. Ed effettivamente, per averne contezza, basta leggere la pronuncia di appello, poi passata in giudicato, al processo “Tagliavia” sulla strage di Firenze (2016), in cui i giudici hanno considerato provato che, in seguito alla prima fase della trattativa, che si arenò dopo la strage di via D’Amelio, “la strategia stragista proseguì alimentata dalla convinzione che lo Stato avrebbe compreso la natura dell’obiettivo del ricatto proprio perché vi era stata quella interruzione”. Già nel 1998, i giudici della Corte d’Assise di Firenze che si esprimevano sulla strage di via dei Georgofili avevano scritto che l’effetto che la trattativa ebbe sui capi mafiosi “fu quello di convincerli, definitivamente, che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione”.

Nelle sue motivazioni, al processo “Trattativa” la Cassazione ha sancito che “l’interlocuzione promossa da Mori e da De Donno con Ciancimino” era “volta a comprendere le condizioni per la cessazione degli omicidi e delle stragi da parte di Cosa Nostra e la ricerca dell’apertura di un dialogo, sia pure con una spietata organizzazione criminale, non può assumere la valenza obiettiva, sulla base di un inammissibile automatismo probatorio, di una istigazione a minacciare lo Stato”, pur ricordando che quella del Ros fu “molto di più che una spregiudicata iniziativa di polizia giudiziaria, assumendo piuttosto la connotazione di un’operazione di intelligence”. Secondo la Suprema Corte, insomma “l’apertura dell’interlocuzione con i vertici di Cosa Nostra” non può “essere considerata quale forma di rafforzamento dell’altrui proposito criminoso, in quanto ha solo creato l’occasione nella quale ha trovato realizzazione l’autonomo intento ricattatorio dei vertici di Cosa Nostra”.

L’associazione dei parenti delle vittime della strage di Firenze, però, non ci sta e alza il tiro della critica affermando che la sentenza sia “antigiuridica, illogica e immorale” ove viene scritto che “’la mera interlocuzione tra i vertici ROS e vertici mafia non è penalmente punibile”, poiché la Corte ometterebbe di valutare come Mario Mori sia “un ufficiale di P.G. che deve operare sotto la direzione e autorizzazione del Pubblico Ministero, e che poi ha sempre l’obbligo di redigere il rapporto di P.G. al giudice”, tutte “attività legali e obbligatorie omesse da Mori”. I familiari delle vittime fiorentine giudicano inoltre “totalmente falso” quanto attestato dalla sentenza quando dice che il Ros “si è limitato ad ascoltare”. Infatti, afferma l’associazione, “fu il Ros a cercare Ciancimino e a chiedere cosa volevano in cambio di cessare le stragi” e “fu lo stesso Mori” a parlare di “trattativa”. Chiudendo la nota, l’associazione ricorda come “74 Giudici Penali nel corso di 24 anni hanno accertato e statuito in sentenze penali” che la Trattativa Ros-mafia “è un fatto storico certo e indiscutibile”, denunciando che, a loro avviso, la pronuncia della Cassazione costituisca “una sentenza solamente ‘politica’, emessa in nome della ragion di Stato, che non scalfisce la verità storica di quanto avvenuto”.

Sull’esistenza e i deleteri effetti della trattativa Stato-mafia si erano già soffermati, in un comunicato congiunto uscito il giorno successivo alla pubblicazione del verdetto della Suprema Corte, i parenti delle vittime di mafia Salvatore Borsellino, Roberta Gatani, Paola Caccia, Angela Manca e Stefano Mormile, che avevano ricordato come “la trattativa tra esponenti apicali del Ros dei Carabinieri e soggetti appartenenti alla mafia corleonese (Vito Ciancimino)” sia stata ammessa in aula “dagli stessi autori, oggi santificati, Mori e De Donno” e che la Cassazione “ha ‘soltanto’ stabilito che le azioni portate avanti con quella trattativa non integravano il reato ex. art. 338, ‘minaccia a corpo politico dello Stato’”. “No, non chiederemo scusa a quegli imputati – hanno aggiunto gli autori della nota – ma, certamente, non finiremo mai di ringraziare Nino Di Matteo e gli altri pm del pool di Palermo, che non hanno avuto paura di indagare alcune tra le persone più potenti d’Italia, incuranti delle prevedibili, e puntualmente avvenute, ritorsioni di certa stampa e di certa politica”. [di Stefano Baudino]

«Punire gli innocenti è giusto», l’Italia difende gli abusi antimafia davanti alla Cedu. L’Avvocatura dello Stato ha trasmesso alla Corte europea dei Diritti umani, lo scorso 30 novembre, le risposte ai quesiti posti dai giudici di Strasburgo nell’ambito del ricorso proposto dai Cavallotti, gli imprenditori che, pur assolti dalle accuse di mafia, hanno visto confiscati tutti i loro beni. Nelle argomentazioni italiane viene rivendicato un principio abominevole. Errico Novi su Il Dubbio il 7 dicembre 2023

In limine mortis. Il 30 novembre lo Stato italiano, attraverso la propria Avvocatura, ha risposto ai quesiti della Corte di Strasburgo relativi agli abusi antimafia. Vogliamo essere precisi: la replica riguarda una causa, generata dal ricorso (numero 29614/16) dei fratelli Cavallotti alla Cedu. E ancora più precisamente: lo Stato italiano era stato chiamato dai giudici europei a spiegare, nell’ambito della causa, se la confisca ai danni di Salvatore Vito, Gaetano e Vincenzo Cavallotti fosse compatibile con la presunzione d’innocenza, considerato che quella spoliazione era stata inflitta nonostante i tre imprenditori palermitani fossero stati assolti con formula piena, nel processo penale, dall’accusa di 416 bis.

In limine mortis, si è detto. In due sensi. Primo: il 30 novembre era l’ultimo giorno che lo Stato italiano aveva a disposizione per replicare agli interrogativi rivoltigli, in seguito al ricorso, dal giudice europeo, dopo che l’Avvocatura di Roma aveva chiesto di prorogare il termine iniziale del 13 novembre. Secondo: in limine mortis anche nel senso che la fragilità delle risposte esibite dallo Stato italiano lascia intravede un esito favorevole ai ricorrenti e, forse, la “morte”, l’inizio delle fine, per un sistema indegno. In virtù dell’eccezionalismo antimafia, quel sistema punisce, con spregio del diritto, le persone innocenti. Forse la possibile vittoria dei Cavallotti nella causa contro lo Stato, la possibile affermazione, da parte della Cedu, del principio per cui i tre fratelli di Belmonte Mezzagno, dichiarati pienamente innocenti nel processo penale, non avrebbero dovuto vedere i loro beni confiscati, travolgerà l’intero abominio delle confische far west. E forse la pronuncia europea interverrà prima ancora che il Parlamento italiano arrivi ad approvare la legge concepita con lo stesso fine – salvare gli innocenti – e messa in calendario a Montecitorio su iniziativa di Forza Italia.

Ma quel che potrà accadere tra qualche mese, quando la Corte di Strasburgo emetterà la propria sentenza sul ricorso Cavallotti, resta ovviamente materia per aruspici. Qui interessa altro. E cioè il modo, le argomentazioni con cui l’Avvocatura dello Stato difende gli abusi dell’Antimafia. Argomentazioni che, come detto, sono fragili. Seppure legato alla necessità di motivare scelte compiute da altri (prima dal legislatore e quindi dai singoli magistrati), il filo logico proposto dall’Italia dinanzi ai giudici europei è al limite della provocazione intellettuale.

COSÌ LO STATO HA DIFESO GLI ABUSI DELL’ANTIMAFIA

Di fatto, l’Avvocatura dello Stato ha difeso il principio per cui una persona innocente andrebbe spogliata di tutto perché divenuta vittima dell’estorsione mafiosa. Una sorta di scenario da Superfantozzi: i Cavallotti hanno visto i loro beni confiscati (con la decisione resa definitiva dalla Cassazione il 12 novembre 2015, sentenza numero 4305) perché avevano pagato il pizzo a Bernardo Provenzano e al capomandamento di Belmonte Mezzagno. Prima sono stati spremuti da Cosa nostra e poi, in virtù di questo, depredati di ogni cosa dallo Stato. Incredibile.

È incredibile che lo Stato italiano, pur con le argomentazioni sofisticate dei propri avvocati, difenda un principio così abnorme. Forse è un’autodenuncia che prepara il ravvedimento operoso in arrivo con la riforma del Parlamento. Fatto sta che la difesa dei fratelli Cavallotti avrà tempo fino al 18 gennaio prossimo per controdedurre le argomentazioni dell’Avvocatura pubblica. Poi toccherà alla Corte europea dei Diritti umani.

Gli interrogativi rivolti da Strasburgo erano tre. Il primo è decisivo. In sintesi, la Corte europea dei Diritti dell’uomo ha voluto chiedere all’Italia, prima di emettere la sentenza, se ritenga compatibile con la presunzione d’innocenza una confisca inflitta a persone già precedentemente assolte, per gli stessi fatti, in un processo penale. Ebbene, l’Avvocatura dello Stato ha replicato che sì, la presunzione d’innocenza non è affatto contraddetta, perché le misure di prevenzione, dunque pure le confische ai Cavallotti, non sono inflitte in virtù di un reato, cioè per la sussistenza dell’associazione mafiosa. Derivano piuttosto da quella che nella memoria dell’Avvocatura è qualificata come «appartenenza» o anche «contiguità funzionale». Circostanza che non è reato, non poteva dunque essere oggetto di un processo, e quindi non se ne può essere “innocenti”.

Un dribbling alla Garrincha, o un sofismo alla Protagora, se preferite: in termini più brutali, un artifizio dialettico. Con una sfumatura ai limiti del sadismo: perché quel concetto di «appartenenza», poco più avanti nella memoria dello Stato italiano, si sostanzia in termini di assoggettamento alle prevaricazioni di Cosa nostra, cioè all’imposizione del pizzo mafioso. Nello sviluppo delle memoria, gli avvocati dello Stato ricordano i pizzini di Bernardo Provenzano, le rimembranze di Giovanni Brusca, le testimonianze di Angelo Siino al processo penale che ha visto assolti i Cavallotti: tutti passaggi in cui si invoca la “messa a posto”, cioè la spremitura, delle aziende poi confiscate agli imprenditori palermitani, all’epoca (seconda metà degli anni Novanta) veri leader non solo siciliani nel settore della metanizzazione. In alcun modo l’Avvocatura ha potuto sottoporre alla Corte dei Diritti dell’uomo elementi che attestassero un’appartenenza dei Cavallotti alla mafia, né in termini di «partecipazione» e neppure in quanto strumento con cui i boss realizzavano i loro affari. Semplicemente, emerge l’esazione del pizzo ai danni dei tre fratelli. Non a caso assolti, per gli stessi identici fatti richiamati dall’Avvocatura dello Stato, con formula piena nel processo penale il 4 febbraio 2016.

E qui il (corto) circuito logico dell’Avvocatura prova a chiudersi: la «confisca preventiva», si afferma, non è «punitiva» ma «preventiva e riparatoria». Quindi: sono innocenti, e non potevamo punirli. Perché per lo Stato italiano, privare tre imprenditori dei loro beni, delle loro aziende, financo della casa in cui abitavano, è servito a evitare che la mafia potesse approfittarsi di loro, ma non è una punizione, no, per carità. Ecco il sofisma con cui ci siamo presentati alla Corte dei Diritti umani. Che dovrà decidere se, a furia di giocare con le parole, l’Italia non abbia giocato con la dignità.

PQM - Il calvario di una famiglia di imprenditori. Cavallotti, una tragedia da raccontare nelle scuole: quando mafia e giudici rovinano un impero. A cura di: M.V. Ambrosone, M. Caiazza, L. Finiti su Il Riformista il 10 Dicembre 2023

I fratelli Cavallotti, accusati di aver sostenuto e fiancheggiato il sodalizio criminoso del boss Provenzano e ristretti in carcere per oltre due anni e mezzo, hanno dovuto attendere dodici anni per veder riconosciuta la propria innocenza.

Le dichiarazioni dei pentiti che accusavano i Cavallotti sono risultate non credibili, generiche, non riscontrate e smentite.

Gli imprenditori Cavallotti sono stati riconosciuti come vittime. Non complici, ma «costretti a subire la mafia». È stata dimostrata, secondo i giudici della sentenza definitiva, «la soggezione delle imprese dei Cavallotti alla pressione estorsiva».

Si è ribaltato così il percorso argomentativo – tanto semplice quanto sconcertante – seguito dalla Corte di Appello che per prima si era pronunciata sugli stessi fatti: «Anche ammesso che l’imprenditore non potesse lavorare senza quel patto [il pagamento del pizzo, ndr], nessuno lo obbligava a non cambiare mestiere».

Cavallotti, la mafia e la condanna perché “nessuno li obbligava a non cambiare mestiere”

Nessuno lo obbligava a non cambiare mestiere. Queste le parole utilizzate dalla Corte di Palermo per condannare gli imprenditori siciliani per il reato di associazione mafiosa. La colpa dei Cavallotti: non aver saputo frapporsi e reagire a un sistema che neppure lo Stato riesce a combattere.

Da una simile accusa la famiglia siciliana ha potuto affrancarsi solo molti anni dopo, quando la Cassazione ha valutato che alla base di quelle sorprendenti affermazioni vi fossero “gravi lacune logiche e giuridiche” e “un giudizio cumulativo e generalizzato, seguendo il noto detto di fare di tutt’erba un fascio”. E così ha richiesto un nuovo giudizio, quello che ha portato – non senza fatica – alla definiva assoluzione da ogni accusa nel 2010.

Cavallotti assolti ma con i beni confiscati

Nel 2011, però, nonostante l’assoluzione, i fratelli Cavallotti si sono visti definitivamente confiscare l’intero patrimonio, aziendale e personale.

È il processo di prevenzione, che corre su un binario parallelo al procedimento penale. Un sistema volto a prevenire la criminalità, in specie quella organizzata, con misure personali e patrimoniali su chi viene individuato come soggetto socialmente pericoloso e dunque potrebbe commettere reati.

È un procedimento autonomo, cui non interessano le assoluzioni per legittimare l’azione preventiva e dove il sospetto prevale sulla prova.

E allora, poiché i Cavallotti non hanno dimostrato il recesso da un’associazione (di cui mai hanno fatto parte, come accertato dalla sentenza di assoluzione definitiva), sono soggetti pericolosi.

Poiché non si sono pentiti, sono soggetti pericolosi.

Poiché non hanno intrapreso “un responsabile percorso di collaborazione con l’Autorità Giudiziaria”, si sono accreditati come “soggetti pienamente affidabili” nei confronti della mafia.

Ma di cosa si sarebbero dovuti pentire ed in che termini avrebbero dovuto o potuto collaborare, se sono stati assolti da ogni accusa?

Il Tribunale di Prevenzione di Palermo ha disposto la confisca sulla base di quegli indizi ritenuti, nel parallelo processo penale, talmente inconsistenti da portare all’assoluzione. Risuonano, così, ancor più ingiuste le parole usate dai giudici per fondare la condanna (poi ribaltata): potevano cambiare mestiere.

La confisca è stata confermata anche da un incredibile provvedimento della Cassazione dove si legge che, nonostante la sentenza di assoluzione abbia accertato l’assenza di ogni collegamento tra i Cavallotti e la mafia, residuerebbe una non meglio specificata “realtà di fondo”, una “vicinanza dei Cavallotti, risalente agli anni ‘80, ai vertici di Cosa Nostra”.

E così, mentre un giudice penale nel 2010 escludeva ogni collegamento della famiglia con la mafia, se non quale vittima di quest’ultima, per i giudici della prevenzione nel 2015 quella stessa famiglia aveva fatto crescere negli anni la propria realtà imprenditoriale grazie all’appoggio di Cosa Nostra.

Oggi, 2023, anche l’onta del processo di prevenzione è stata finalmente rimossa.

Le accuse infamanti sono cadute con l’annullamento, disposto dalla Suprema Corte, di tutti i provvedimenti di sequestro emessi nei confronti della famiglia Cavallotti.

Nell’attesa di questo riconoscimento, però, la famiglia non ha potuto esercitare l’attività imprenditoriale che la aveva resa leader del settore, tanto da assicurare ai suoi membri l’appellativo di “re del metano”.

Al termine del lungo periodo di amministrazione giudiziaria, ed a seguito della restituzione alla famiglia dei complessi aziendali, i Cavallotti si sono trovati di fronte a realtà ormai inoperose e ad aziende abbandonate o poste in liquidazione. Molti fornitori non sono stati pagati e la maggior parte dei dipendenti ha perso il posto di lavoro.

La famiglia ha chiesto alla Corte Europea per i diritti dell’uomo di pronunciarsi. E per tutta risposta, è la CEDU ad aver chiesto all’Italia di motivare l’esistenza di un sistema che contrasta con i nostri principi fondamentali: la presunzione di innocenza, la proporzionalità delle sanzioni e la necessarietà delle stesse.

Nel frattempo, restano le macerie di quello che era un tempo un impero. E allora, forse, conveniva davvero cambiare mestiere.

Misure di prevenzione: quell’inspiegabile distanza tra diritto e buon senso (di Giuseppe Belcastro, avvocato)

Quella delle misure di prevenzione, più che una galassia, è una nebulosa, sfumata nei contorni operativi e affidata nei giudizi a costruzioni logiche e giuridiche nient’affatto serrate. Un luogo processualmente pericoloso, in cui il rischio dell’errore, più in agguato che altrove e foriero di conseguenze devastanti, fa tremare le vene ai polsi proprio a chi col malaffare non ha a che spartire.

Il caso di cui ci occupiamo è emblematico. È un caso, quello dei Cavallotti, che porta sul volto molte delle drammatiche contraddizioni del sistema delle misure di prevenzione, ma che ne dimostra plasticamente una in particolare, essenziale, grottesca e incomprensibile al di fuori dell’iperuranio ove a volte si collocano le cose della giustizia: la potenziale impermeabilità del procedimento di prevenzione agli esiti del giudizio di merito, la quale fa sì, per esser chiari, che, assolto dalle accuse di un delitto, un soggetto possa vedersi confiscato, per rarefatte contiguità col malaffare, l’intero patrimonio.

Mettiamola così: c’è una quota della tecnicità del diritto, non lo si può negare, che non è riducibile. Essa ne misura la distanza dalla vita comune e racconta che non tutto ciò che accade in aula è traducibile nella lingua dei non addetti ai lavori. Ma c’è anche un limite di ragionevolezza a quella distanza e quando diventa impossibile spiegare sufficientemente fuori dall’aula ciò che è appena accaduto dentro, ognuno che col diritto abbia a che fare ha il dovere di interrogarsi se quella distanza tra la vicenda giudiziaria e la vita, tra il senso giuridico e il buon senso, non indichi una frattura nel legame imprescindibile tra la regola e il suo scopo.

Ecco, se si deve sintetizzare la vicenda dei Cavallotti, non vi è forse miglior esempio che additare la irredimibile irragionevolezza di essere assolti in un’aula e spogliati d’ogni cosa in quella a fianco.

È un problema che investe la sostanza di un fenomeno, impattando i cardini stessi dell’ordinamento liberale come dimostra il fatto che, nell’estate di quest’anno, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, adita dalla famiglia Cavallotti nel 2016, abbia formulato al Governo italiano, tra pochi e semplici quesiti, quello di valutare in concreto se l’applicazione di una misura di prevenzione nel caso di assoluzione non sia violativa della presunzione di innocenza garantita dalla Convenzione europea, oltre che dalla Costituzione italiana.

Pochi e semplici i quesiti, non così, a prima vista, le risposte del Governo che, sul filo della proroga ottenuta per rispondere (mentre scriviamo ne giunge notizia), ha depositato in zona Cesarini le sue osservazioni compendiandole in un atto di ben 122 pagine.

Sarà doveroso e assai interessante leggere il documento, la cui corposità non consente un commento immediato, mentre già denota una qualche difficoltà argomentativa; e sarà costruttivo prendere atto di come si sia provato a spiegare, a una giurisdizione che parla una lingua piana e diretta, la sottile complessità di una giurisprudenza che, caso forse unico, distingue partecipazione (participation) e appartenenza (membership) all’associazione mafiosa e che anche sulla base di questa sofistica(ta) distinzione ha spogliato degli innocenti di un intero patrimonio, rimproverando loro di non essersi dissociati da ciò a cui quella stessa giurisprudenza aveva altrove accertato non avevano nemmeno mai aderito. A cura di: M.V. Ambrosone, M. Caiazza, L. Finiti

Italiani = Mafia. Davvero all’estero ci vedono ancora così? Un manifesto esposto in un ateneo americano per pubblicizzare esperienze di studio nel nostro Paese associa cultura, storia e…mafia. Costringendoci a porci, ancora oggi, qualche domanda sulla nostra immagine all’estero. Dario Murri il 18 Novembre 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Retaggio “appiccicoso”

 Quella pesante “leggerezza”

 Non sarà anche un po’ “colpa” nostra?

In questi giorni, in alcune bacheche della statunitense North Dakota State University, a Fargo, campeggia un manifesto che pubblicizza viaggi di studio in Italia in programma per l’estate 2024 con il seguente e “attrattivo” slogan: “Italy, History, Culture, Mafia”. Ora, se l’iniziativa è interessante e ben articolata (ho visitato sia il sito dell’università che quello dell’operatore che la propone), resta l’amaro in bocca per il cattivo gusto con cui si è scelto di pubblicizzarla. Anche se va detto che nel proporre i vari pacchetti, Italia e Italian way of life vengono descritti in termini più che positivi… Quindi, dove e perché è avvenuto questo corto circuito? Sarebbe interessante scoprirlo.

Al di là del fastidio, e della legittima curiosità su quale “genio delle comunicazione” abbia partorito un’idea simile, viene da chiedersi se si tratti di mera ignoranza, o piuttosto della reale persistenza, nella mentalità di buona parte dei cittadini statunitensi (anche di un certo livello culturale, visto che il manifesto è esposto in un ateneo), di una rappresentazione dell’italiano legata a clichè e stereotipi alquanto datati (pizza, mafia e mandolino…), ancora difficili, per noi, da scrollarsi di dosso. Eppure succede ancora, nel 2024.

Retaggio “appiccicoso”

Intendiamoci, sappiamo bene che, nonostante l’impegno quotidiano dello Stato e dei suoi rappresentanti su tale fronte, le associazioni criminali (che si chiamino mafia, camorra, 'ndrangheta, sacra corona unita, o altro) sono tuttora presenti nel tessuto sociale e produttivo del Paese, anche se si sono “evolute”, diventando più “tecnologiche” e difficili da eradicare. In questo caso, però, si tratta di qualcosa di diverso: si tratta di un’immagine dell’italiano, che se, forse, ancora presente nell’affresco tracciato da Francis Ford Coppola con la trilogia de Il Padrino, o raccontata da Sergio Leone in a C’era Una Volta in America, o ancora in The Sopranos, celeberrima serie tv, non dovrebbe più essere presa come riferimento. Ancora più lontana, poi, dai personaggi caricaturali portati con successo sul grande schermo da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia con film come I due mafiosi, del 1964. Altri tempi.

Allora, perché assistiamo ancora a episodi di questo genere? Non dimentichiamo che nel recente passato nemmeno i cugini francesi, insieme con i tedeschi, ci hanno risparmiato episodi parodistici, anche pesanti e di altrettanto cattivo gusto (come il bruttissimo video di Canal Plus con il pizzaiolo italiano, diffuso a inizio pandemia, di cui risparmio i dettagli), a stigmatizzare eventi o situazioni legate, secondo loro, all’Italia. Dobbiamo quindi “rassegnarci”? O non è forse il caso di interrogarsi sulle ragioni di questo appiccicoso retaggio?

Se da un lato noi italiani veniamo ammirati all’estero per il nostro valore di professionisti, ricercatori, creativi, portatori di un bagaglio storico, artistico e culturale unico, di uno stile altrettanto unico e inconfondibile, nella moda come nel design, nel cibo e nel settore automobilistico, dall’altro c’è ancora chi, ignorando tutto questo, ripropone ancora la vecchia equazione italiano = mafioso.

Quella pesante “leggerezza”

Siamo abbastanza certi che il manifesto citato in apertura non avesse intenti dispregiativi (il che non rende la scelta meno inopportuna), ma che faccia comunque parte di un certo modo di intendere il termine “mafia”, dissociandolo da ciò che realmente rappresenta, cioè un’associazione criminale. Diversamente, non si spiegherebbe come mai l’elenco di locali, siti web, prodotti e addirittura libri che utilizzano tale termine in maniera impropria, soprattutto all’estero, sia decisamente lungo.

Solo alcuni esempi: se il sugo americano Wicked Cosa Nostra o il sito di cucina mamamafiosa, sono scomparsi, altri, come il libro Cooking The Mafia, sono ancora presenti e in commercio. Ancora: in Germania mafia pie è il termine spesso utilizzato per la pizza e in Spagna molti ristoranti del franchising spagnolo La Mafia se sienta a la mesa (la mafia si siede a tavola) hanno mantenuto questo nome, nonostante nel 2019 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea avesse sancito che non si potesse utilizzare il marchio perché, recitava la sentenza, “banalizza l’organizzazione criminale italiana” ed è “contrario all’ordine pubblico”. Per non parlare di App di giochi per smartphone con titoli come Cooking Mafia Express.

Non sarà anche un po’ “colpa” nostra?

Non sarà che il voler “marciare”, a volte anche in maniera ingenua e inconsapevole, proprio su certi stereotipi, quando non la loro sottovalutazione, finiscano per legittimarli nell’immaginario altrui come ancora attuali, se non, addirittura, come valori? Mi spiego meglio: su diverse piattaforme di vendita online (non necessariamente italiane), così come nei mercati di alcune città italiane, si trovano in vendita magliette con la scritta “Mafia”, declinata in vari modi, o con l’immagine di Marlon Brando nel ruolo di Don Vito Corleone ne Il Padrino (cui per fortuna fanno da contrappunto quelle con le figure di Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino), e non si tratta dell’omaggio di cinefili. Parlare di goliardia sarebbe riduttivo. Vale per questi, ma il discorso si potrebbe estendere, naturalmente, anche ad altri termini o simboli.

Chissà cosa direbbe Maurizio Costanzo, che circa trent’anni fa, in una puntata del suo show, durante una storica maratona Rai-Fininvest, diede fuoco proprio ad una maglietta simile, con la scritta "Mafia made in Italy", alla presenza di Giovanni Falcone.

Qualcuno potrà obiettare che l’accostamento sia esagerato, ma il punto è che “riducendo” certi fenomeni a “souvenir” o a mero folclore, scherzandoci anche su, o romanticizzandoli, si rischia di perdere la reale consapevolezza del loro significato, del loro legame con una realtà tutt'altro che positiva, e di rafforzare certi stereotipi sugli italiani davvero duri a morire. Forse varrebbe la pena di avviare una riflessione sull'argomento. Di questi tempi, varcare il confine tra ironia ed esaltazione, è un attimo.

Insabbiatori.

Agnese Moro: “Gli ex Br sono diventati amici difficili e preziosi”. Primo ad applaudire Bonisoli, l’ex terrorista che partecipò al rapimento. Michela Bompani su La Repubblica l'11 Dicembre 2023

La figlia dello statista ucciso ha ricevuto il premio Primo Levi per il suo impegno nella “giustizia riparativa”

«Non si ripara l’irreparabile, ma abbiamo attraversato insieme i nostri inferni, io e i miei amici difficili e improbabili, i miei amici preziosi»: Agnese Moro parla di chi ha ucciso suo padre, Aldo Moro, 45 anni fa, nel silenzio assoluto del Salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, a Genova, ieri sera, dopo aver ricevuto dalle mani del sindaco Marco Bucci il Premio internazionale Primo Levi, istituito da Piero Dello Strologo presidente del Centro Culturale Primo Levi di Genova nel 1992, e assegnato ad Agnese Moro per il suo impegno nella “giustizia riparativa”.

E il primo ad alzarsi in piedi, il primo di tutti, poi seguito da tutta la sala, per una commossa standing ovation, è Franco Bonisoli, ex brigatista, proprio uno dei suoi “amici difficili e improbabili”, che rapì l’ex presidente del consiglio e presidente della Dc.

«L’incontro è molto importante - dice Moro - perché, fino ad allora, vivevo in un mondo popolato di fantasmi. Al primo incontro, invece, mi trovai di fronte a una persona: fino ad allora ero circondata da fantasmi giovani, invece lì c’era un vecchio. E il dolore, ho capito, non era solo mio. Mi disse “Hai una faccia che non si può vedere”, perché gli ricordavo mio padre. È strano il loro desiderio di incontro. Si sono fatti decine di anni di galera brutta, eppure mi vogliono incontrare. La giustizia riparativa è fatta così: raccontare, rimproverare e imparare a disarmarsi, per ascoltare. E ci fa togliere le maschere: quelle che ci hanno intrappolato per decenni: loro, quelle di cattivi per sempre. Noi, quelle di vittime per sempre. La giustizia riparativa si occupa dell’irreparabile».

E il sindaco Bucci ha raccontato quel suo giorno di marzo, il 16, del 1978, quando Moro venne rapito e cinque uomini della sua scorta uccisi: «Studiavo al liceo D’Oria - parla e guarda negli occhi Agnese Moro - uscimmo da scuola e ci sedemmo sui gradini delle Caravelle, avevamo tutti un senso di disperazione: pensavamo a cosa ne sarebbe stato di noi, se la violenza poteva avere il sopravvento?» e ricorda anche l’uccisione di Guido Rossa, nel gennaio successivo. A indagare le origini nella Torah, della giustizia riparativa è stato Davide Assael, presidente dell’associazione Lech Lechà, che ha indicato come il filosofo medievale Maimonide avesse già spiegato che «la giustizia serve per liberare le parti”, altrimenti bloccate nel momento del delitto. E, introdotta dal presidente del Primo Levi Alberto Rizzerio, è intervenuta Claudia Mazzucato, docente di Giustizia riparativa e promotrice del progetto “L’incontro” che ha messo in contatto negli anni vittime e autori di delitto, non solo in Italia, ma anche in Irlanda del Nord, Paesi Baschi, Israele, Belgio e Francia. Cita i “Sommersi e i salvati” di Primo Levi e il suo indagare «tutte le parti, non solo le vittime» e riconosce a Moro la «forza mite di essere chiamata e rispondere». Agnese Moro ha sottolineato l’onore di ricevere il Premio dedicato a Primo Levi: «Ammiro tanto il suo coraggio di non cedere mai alla tentazione della semplificazione - ha detto - Levi non ha mai escluso neppure un atomo, neppure il più contraddittorio o il più scomodo. Una virtù, la complessità, di cui abbiamo assoluto bisogno, in un mondo che ama i leader, le persone strafighe».

Ringrazia i mediatori del progetto “L’incontro”: «Noi vittime eravamo squinternati, danneggiati dal nostro dolore - dice - sono grata a loro, ma anche ai miei compagni di viaggio difficili». Perché, spiega Moro, è tornata a respirare: «Il mio unico merito è aver varcato la soglia, aver accettato di provarci - dice - dopo trentuno anni dalla morte di mio padre. Mi sono accorta, durante un incontro, che era da allora che non facevo più un respiro completo. E ho anche ritrovato un “prima”. Perché guardavo le foto di mio padre, con me piccola, e le vedevo macchiate di sangue. I miei amici improbabili mi hanno restituito il conforto di quelle fotografie».

Agnese Moro racconta la storia di due piantine. La prima, quella che le ha portato un ex brigatista, la prima volta che si sono incontrati. La seconda è quella che nasce «nelle crepe dei marciapiedi di Roma: quella sono io, un po’ stortignaccola, ma che vive». E conclude: «In me c’era una goccia d’ambra in cui era intrappolato un insetto ferito - parla, piccola, e fortissima, nella sua sedia al centro dell’enorme salone del Ducale - ora, al suo posto, c’è un luogo di quiete in cui convivono mio padre, Aldo Moro, e i miei amici improbabili».

Stefania Beretta, testimone della strage di piazza Fontana: «Io 19enne in ufficio sopra la banca. Un boato, poi la sfilata di barelle». Giovanna Maria Fagnani su Il Corriere della Sera il 12 dicembre 2023.

Ex ragioniera, 73 anni, nel 1969 lavorava per il Consorzio agrario provinciale. «Qualcuno ipotizzava che fosse esplosa la caldaia, poi i vigili del fuoco ci dissero della bomba. Ricordo gli impiegati vagare tra i vetri rotti»

«Fu un boato sordo, molto forte. Il pavimento tremò, lievemente. Poi un inferno di sirene: ambulanze, pompieri, forze dell’ordine. E la processione delle barelle coi feriti, quella non la scorderò mai». Stefania Beretta, ragioniera in pensione, oggi ha 73 anni e  vive a Monza. Il 12 dicembre del 1969 si trovava nell’edificio della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, dove una bomba uccise 16 persone e ne ferì altre 88. Fu l’attentato che aprì la stagione del terrorismo politico in Italia. Stefania aveva 19 anni e lavorava negli uffici del Consorzio Agrario Provinciale di Milano, tre piani sopra la banca. La sera studiava statistica alla Cattolica.

Come arrivò a lavorare lì?

«Per caso. Allora abitavo ancora a Desio, mi ero appena diplomata in ragioneria e avevo risposto a un annuncio per un "facile lavoro pubblicitario". Il ritrovo era a Milano, quindi presi il treno e in stazione incontrai una compaesana che lavorava all’Unitalsi e le raccontai che stavo cercando lavoro. Il lavoro pubblicitario era in realtà una vendita porta a porta. Quando tornai a casa la sera, mia mamma mi disse che era tutto il giorno che mi cercavano al telefono. La signora sapeva che cercavano una contabile al Consorzio e aveva fatto il mio nome. Fui assunta nell’ottobre del 1968».

Dove si trovava il vostro ufficio?

«Al quarto piano, sopra al portone, con vista sulla piazza. Si entrava da via San Clemente. All’angolo c’era il negozio del Consorzio. Erano altri tempi: noi donne indossavamo un grembiule color carta da zucchero. Inoltre, era un posto dove c’era un gran baccano, non come negli uffici di oggi. In una sala c’era il centro meccanografico e tutti usavamo la macchina da scrivere e la Divisumma, la vecchia calcolatrice».

Cosa ricorda dei giorni prima dell’attentato?

«Era l’autunno delle lotte operaie. C’erano un paio di cortei quasi ogni giorno».

Cosa stava facendo quando esplose la bomba?

«Ero in piedi. Si sentì un colpo molto forte e un lieve tremolio del pavimento. Tutti sbiancammo. Qualcuno ipotizzava che fosse esplosa la caldaia. Tre colleghi dissero a noi donne di restare nell’ufficio e scesero per capire cosa fosse successo e portare aiuto. Tornarono dicendo: “I vigili del fuoco parlano di una bomba”. Dalla scala interna si intravedevano gli impiegati della banca che vagavano fra i vetri rotti. Nel frattempo, la piazza si era riempita di ambulanze. Dalla finestra vedevo le barelle coi feriti che uscivano dal portone, una dietro l’altra, una processione infinita che non potrò mai dimenticare».

Cosa fece a quel punto?

«Pensai solo ad avvertire mia mamma, Giannina. Andai al telefono e con un po’ di fatica trovai la linea e le dissi di non preoccuparsi, se mai avesse sentito la notizia al telegiornale o alla radio. La sera andai regolarmente a lezione in Cattolica. Era surreale, la città era ignara di quello che era accaduto. Oggi si sa tutto in tempo reale. Raccontai della bomba ai miei compagni, ma io stessa faticavo ancora a credere che fosse un attentato».

Ebbe paura a recarsi al lavoro nei giorni successivi?

«No, forse perché ero molto giovane e quindi inconsapevole. Avevo più paura la sera quando andavo a prendere il treno a Porta Garibaldi. L’atmosfera, però, in ufficio era cambiata. Alcune delle vittime erano nostri clienti e molti colleghi, che avevano famiglia, erano parecchio spaventati. La presenza delle forze dell’ordine in zona fu intensificata. Vedevamo i celerini in strada con i lacrimogeni nel tascapane. Io continuai a lavorare lì finché non completai gli studi di statistica, poi andai a lavorare in un’agenzia di pubblicità in via Puccini. Un ambiente completamente diverso».

Andò ai funerali delle vittime?

«Sì, ma come migliaia di altri non riuscii a entrare in Duomo perché sia la cattedrale che il sagrato erano gremiti. Provo ancora commozione e vicinanza quando penso alle loro famiglie».

Quando capì di aver vissuto in prima persona una vera pagina della storia italiana?

«Quando cominciarono ad uscire gli articoli sulle indagini: la pista anarchica, l’arresto del ballerino (Pietro Valpreda ndr), i processi. Ho continuato a seguire la vicenda sui giornali» 

Lei è madre e nonna. Ha raccontato di piazza Fontana alle sue figlie e ai nipoti?

«Ai nipoti non ancora, lo farò quando cresceranno. Alle mie figlie sì, ma dai racconti è difficile rendere l’atmosfera di quegli anni. Era un periodo senza alcuna certezza: c’erano il terrorismo, le manifestazioni». 

È importante che a scuola si studi anche la storia contemporanea?

«Assolutamente. Ma quale storia? Su alcuni fatti le versioni sono ancora contrapposte».

La maledizione di piazza Fontana. L’indagine interrotta e quella guerra tra i magistrati. Nel libro pubblicato per le edizioni “Chiarelettere”, il giudice milanese Guido Salvini ripercorre la sua inchiesta sulla strage: una ricerca di verità finita nel mirino de media e dei colleghi. Rocco Vazzana su Il Dubbiio l'11 dicembre 2023

Quella di Piazza Fontana non è solo la storia di una strage senza condanne e di indagini depistate, è anche il racconto di una vera e propria guerra tra magistrati che ha prodotto come unico risultato il mancato raggiungimento di una verità giudiziaria. Con grande soddisfazione dei responsabili. Un conflitto senza esclusione di colpi a cui Guido Salvini, giudice istruttore a Milano negli anni Novanta, dedica un intero capitolo de La maledizione di Piazza Fontana (Chiarelettere).

Il magistrato milanese ripercorre, spiegando ogni passaggio con i documenti, la storia della sua inchiesta sulla strage finita improvvisamente nel mirino di alcuni colleghi e del mondo dell'informazione. L'accanimento vale a Salvini una lunghissima indagine per abuso d'ufficio, aperta dalla Procura di Venezia e archiviata sette anni dopo, e due procedimenti davanti al Csm, uno disciplinare e uno per incompatibilità ambientale, finiti entrambi nel nulla dopo un lungo calvario. Ed è proprio all'organo di autogoverno che l'ex giudice istruttore muove alcune delle critiche più feroci. «Maccartismo giudiziario», «inquisizione del Csm», «tecnica intimidatoria del Csm», «il Csm falsifica gli atti di cui dispone». Sono solo una parte delle accuse mosse al Consiglio, considerato troppo prono nei confronti di alcune personalità di spicco della magistratura, un organo disposto a credere a qualsiasi accusa, senza verificarne la fondatezza, purché proveniente dalla “nobiltà togata”.

Perché contro le indagini di Salvini si sarebbero mosse alcune delle personalità più amate dall'opinione pubblica italiana. Come in un film, sfilano le immagini di Francesco Saverio Borrelli, Felice Casson, Gerardo D'Ambrosio e Grazia Pradella, volti normalmente associati alla lotta corruzione, all'eversione e alla criminalità organizzata, che nel libro assumono contorni diversi, molto più terreni. Tutti uniti a puntare l'indice contro il magistrato milanese, uno degli ultimi giudici istruttori rimasti in circolazione dopo la riforma Vassalli dell' 89.

La guerra, nella ricostruzione del magistrato, sarebbe scaturita da semplici invidie e gelosie tra toghe in merito alle indagini sulla Strage. In particolare, a non gradire il lavoro svolto da Salvini a Milano sarebbe stato l'allora sostituto procuratore di Venezia Felice Casson. Il pm veneziano è già molto noto all'opinione pubblica per aver scoperto l'esistenza di Gladio ed è da tempo convinto che l'organizzazione paramilitare abbia avuto un ruolo fondamentale nell'organizzazione dell'attentato.

Non solo, Casson vede la mano dei gladiatori anche dietro alla strage di Peteano che provocò la morte di tre carabinieri. Ma è una teoria smentita dalle indagini condotte dal giudice istruttore milanese, che individua invece la testa e la regia di chi ha piazzato l'esplosivo tra le cellule neonaziste venete di Ordine Nuovo. Uno smacco ulteriore per Casson, che in base a questo assunto, si sarebbe fatto sfuggire da sotto il naso i responsabili delle stragi. L'inchiesta di Salvini sta facendo progressi inattesi, grazie all'acquisizione di nuove prove e a testimonianze inedite come quelle di Vincenzo Vinciguerra e Carlo Digilio. Bisogna dunque trovare un modo di bloccare in fretta l'indagine per non spostare l'attenzione dai gladiatori. O almeno di questo è persuaso Salvini.

E l'incidente arriva. Nel 1995 Carlo Maria Maggi, capo ordinovista di Mestre e reggente per l'intero Triveneto è stato appena scarcerato dopo una lunga pena detentiva. Sa che i suoi ex camerati Digilio (reo confesso per la strage di Piazza Fontana) e Martino Siciliano stanno collaborando e teme di essere tirato in ballo. E fa una mossa «apparentemente disperata» : scrive un esposto al ministro della Giustizia, Filippo Mancuso, in cui lamenta di essere stato sottoposto a pressioni dall'ufficiale del Ros Massimo Giraudo, stretto collaboratore del giudice istruttore, che nel corso di un colloquio investigativo lo avrebbe costretto a collaborare su mandato del magistrato milanese.

«Carta straccia. Se qualcuno non avesse un interesse personale a considerarla qualcosa di diverso », scrive Salvini. A dettare l'esposto a Maggi, dietro lauto compenso è Delfo Zorzi, latitante in Giappone, convinto che quel testo fosse la carta giusta per “uccidere” le indagini milanesi e scatenare la guerra tra inquirenti. E così è. A nulla vale nemmeno la testimonianza del figlio di Maggi, presente all’incontro con l’ufficiale del Ros, che definisce Giraudo «una persona affidabile, cortese, educata e con la ragione dalla sua parte».

La denuncia dell’ordinovista arriva a Venezia, tra le mani di Casson, è l'inizio della fine. Salvini è indagato dal collega veneto, la notizia finisce sulla prima pagina della Nuova Venezia, firmata da un cronista molto vicino al pm che ha aperto il fascicolo, e rimbalza su tutti i media nazionali. Il lavoro del giudice istruttore e della polizia giudiziaria viene ufficialmente delegittimato.

E non solo. Si interrompe ogni collaborazione con la Procura di Milano, capitanata da Francesco Saverio Borrelli, che si dissocia dai metodi salviniani. Grazia Pradella, la giovane sostituta che lo affianca nelle indagini, inizia un'altra guerra col giudice istruttore, con tanto di accuse davanti al Csm. Persino il sostituto procuratore Ferdinando Pomarici, ex collaboratore di Salvini, si scaglia contro le indagini su Piazza Fontana, definendole «illegittime» sul Corriere della Sera.

Borrelli si schiera con lui. Al fianco del magistrato si schierano “solo” i familiari delle vittime e il quotidiano Liberazione, l’unico a non credere al ritratto di un giudice depistatore.

Gli ordinovisti possono brindare, hanno raggiunto il loro scopo. «A Casson gli hanno tolto il pane di bocca di Gladio», diranno due ex ordinovisti intercettati. «Sei riuscito a metterli l'uno contro l'altro», esulta al telefono un amico di Maggi, riferendosi alla guerra scatenata tra magistrati.

Le indagini della Procura di Venezia su Salvini dureranno sette anni prima di essere definitivamente archiviate. E così i procedimenti davanti al Csm, avviati nel 1996. Una macchina inquisitoria basata su documentazioni mai verificate, in alcuni casi rivelatisi veri e propri falsi.

«Poi, a tempo scaduto, le accuse cadono una a una», scrive Salvini. «Ma è come consentire a un giocatore di rientrare in campo quando l’arbitro ha già fischiato il fine partita e le squadre sono negli spogliatoi». Le indagini su Piazza Fontana sono ormai compromesse.

Disonesti.

(AGI sabato 14 ottobre 2023) - Nel 2021, le attività illegali considerate nel sistema dei conti nazionali hanno generato un valore aggiunto pari a 18,2 miliardi di euro, pari all'1,1% del Pil; tale valore include l'indotto, ossia il valore dei beni e servizi legali utilizzati nei processi produttivi illegali. Lo rileva l'Istat nel report 'L'economia non osservata nei conti nazionali - Anni 2018-2021', spiegando che al 2021 il valore complessivo dell'economia illegale non è tornato ai livelli pre-crisi. 

Rispetto al 2020, quando le misure restrittive messe in atto per contrastare la pandemia avevano comportato una contrazione dell'economia illegale, si è registrata nel 2021 una ripresa del fenomeno, con una crescita del 5,0% (pari a 0,9 miliardi di euro) del valore aggiunto generato dalle attività illegali. Riprendendo la tendenza positiva degli anni precedenti la crisi pandemica, i consumi finali di beni e servizi illegali sono cresciuti di 1,2 miliardi di euro, attestandosi a 20,8 miliardi di euro (corrispondenti al 2,0% del valore complessivo della spesa per consumi finali).

Nonostante la crescita dell'ultimo anno, con riferimento al periodo 2018-2021 - spiega l'istituto - le attività illegali hanno mostrato una contrazione di 1,1 miliardi del valore aggiunto e di 0,8 miliardi della spesa per consumi finali, con una decrescita media annua, rispettivamente, dell'1,9% e dell'1,3%. Al 2021, dunque, il valore complessivo dell'economia illegale non è tornato ai livelli pre-crisi. 

La ripresa delle attività illegali nel 2021 è stata determinata per larga parte dalla dinamica del traffico di stupefacenti: il valore aggiunto è salito a 13,7 miliardi di euro (+0,4 miliardi rispetto al 2020), mentre la spesa per consumi si è attestata a 15,5 miliardi di euro (+0,7 miliardi). Tale crescita è in linea con l'andamento del quadriennio precedente al 2020 in cui, per il traffico di stupefacenti, si era registrato un incremento medio annuo del 2,1% per il valore aggiunto e del 2,6% per i consumi finali, sostenuti soprattutto dalla dinamica dei prezzi.

Nello stesso periodo anche la crescita dei servizi di prostituzione è stata rilevante. Nel 2021 il valore aggiunto e i consumi finali sono aumentati, rispettivamente, dell'11,8% e del 12,3% (portandosi a 3,9 e 4,5 miliardi di euro).

L'attività di contrabbando di sigarette nel 2021 rimane marginale, rappresentando una quota del 3,3% del valore aggiunto (0,6 miliardi di euro) e del 3,8% dei consumi delle famiglie (0,8 miliardi di euro) del complesso delle attività illegali.

Nel periodo 2018-2021, l'indotto connesso alle attività illegali, principalmente riconducibile al settore dei trasporti e del magazzinaggio, è passato da un valore aggiunto di 1,3 miliardi di euro a 1,4 miliardi, dopo aver subito una caduta di 170 milioni nel 2020

Giorgio Gaber. Testo Mi Fa Male Il Mondo [prima parte] - 1995/1996 

Mi fa male il mondo mi fa male il mondo

Mi fa male il mondo mi fa male il mondo

Mi fa male più che altro credere

che sia un destino oppure una condanna

che non esista il segno di un rimedio 

in un solo individuo che sia uomo o donna.

Mi fa male il mondo mi fa male il mondo

Mi fa male più che altro ammettere

che siamo tutti uomini normali

con l'illusione di partecipare 

senza mai capire quanto siamo soli.

Mi fa male il mondo mi fa male il mondo

È un malessere che abbiamo dentro

è l'origine dei nostri disagi

un dolore di cui non si muore

che piano piano ci rende più tristi e malvagi.

coro: mi fa male il mondo G: mi fa male

coro: mi fa male il mondo G: mi fa male il mondo

coro/G: mi fa male il mondo

mi fa male mi fa male mi fa male

Mi fa bene comunque credere

che la fiducia non sia mai scomparsa

e che d'un tratto ci svegli un bel sogno 

e rinasca il bisogno di una vita diversa

Mi fa male il mondo mi fa male il mondo

Mi fa bene comunque illudermi

che la risposta sia un rifiuto vero

e che lo sfogo dell'intolleranza 

prenda consistenza e diventi un coro.

Mi fa male il mondo mi fa male il mondo 

Ma la rabbia che portiamo addosso 

è la prova che non siamo annientati 

da un destino così disumano 

che non possiamo lasciare ai figli e ai nipoti.

coro: mi fa male il mondo G: mi fa male

coro: mi fa male il mondo G: mi fa male il mondo

coro/G: mi fa male il mondo

mi fa male mi fa male mi fa male. 

Dall'album E Pensare Che C'era Il Pensiero - tracce:

Testo Mi Fa Male Il Mondo [seconda parte] (canzone-prosa) - 1995/1996

 Coro: mi fa male il mondo mi fa male il mondo 

mi fa male il mondo mi fa male il mondo

E non riesco a trovar le parole

per chiarire a me stesso e anche al mondo

cos’è che fa male…

Mi fa male, mi fa male essere lasciato da una donna... non sempre. Mi fa male l’amico, che mi spiega perché mi ha lasciato. Mi fanno male quelli che si credono di essere il centro del mondo, e non sanno che il centro del mondo sono io. Mi fa male quando mi guardo allo specchio.

Mi fa male anche quando mi dicono che mia figlia mi assomiglia molto fisicamente. Mi fa male per lei. Mi fanno male, quelli che sanno tutto... e prima o poi te lo dicono. Mi fanno male gli uomini esageratamente educati, distaccati formali. Ma mi fanno più male quelli che per essere autentici ti ruttano in faccia. Mi fa male essere così delicato, e non solo di salute. Mi fa male più che altro il fatto, che basta che mi faccia male un dente, che non mi fa più male il mondo. Mi fanno male, quelli troppo ricchi, quelli troppo poveri.

Mi fanno male anche quelli troppo così e così. Mi fa male l’IVA, le trattenute il 740, i commercialisti... mamma mia come mi fanno male i commercialisti! Mi fanno male le marche da bollo, gli sportelli, gli uffici, le code. Mi fa male quando perdo la patente e gli amici mi dicono: "Condoglianze". E gli impiegati quando vai lì, non alzano neanche la testa. E poi quando la alzano s’incazzano, perché gli fai perdere tempo. Ti trattano male, giustamente, siamo noi che sbagliamo, l’ufficio é sempre un altro, e poi un altro ancora, e poi le segretarie, i capiuffici, i funzionari i direttori, i direttori generali... Mi fa male la burocrazia, mi fa male l’apparato la sua mentalità, la sua arroganza. Mi fa male lo Stato! Come sono delicato!

Mi fa male il futuro dell’Italia, dell’Europa, del mondo. Mi fa male l’immanente destino del pianeta terra minacciato dal grande buco nell’ozono, dall’effetto serra e da tutte quelle tragedie planetarie, che al momento poi, a dir la verità, non mi fanno mica tanto male. Sarà perché mi fanno male le facce verdi, dei verdi. Mi fanno male i fax, i telefonini, i computer e la realtà virtuale, anche se non so cos’é. Mi fa male l’ignoranza, sia quella di andata che quella di ritorno. 

Mi fa male la scuola privata, ma anche quella pubblica non scherza, nonostante che il Ministero della Pubblica Istruzione abbia 1.200.000 dipendenti. Numericamente nel mondo,  l’ente é secondo soltanto all’esercito americano. Però!

Mi fa male la carta stampata, gli editori... tutti. Mi fanno male le edicole, i giornali, le riviste con i loro inserti: un regalino, un opuscolo, una cassetta, un gioco di società, un cappuccino e una brioche grazie.

Mi fanno male quelli che comprano tutti i giornali perché la realtà é pluralista. Nooo, non mi fa male la libertà di stampa. Mi fa male la stampa. Mi fa male che qualcuno creda ancora che i giornalisti, si occupino di informare la gente. I giornalisti, che vergogna! Cosa mettiamo oggi in prima pagina? Ma sì, un po’ di bambini stuprati. E’ un periodo che funzionano. Mi fanno male le loro facce presuntuose e spudorate, facce libere e indipendenti ma estremamente ma rispettose dei loro padroni, padroncini, facce da grandi missionari dell’informazione, che il giorno dopo guardano l’indice d’ascolto. Sì alla televisione, facce completamente a loro agio che si infilano le dita nelle orecchie e si grattano i coglioni. Sì, questi geniali opinionisti che gridano litigano,  si insultano, sempre più trasgressivi. Questi coraggiosi leccaculo travestiti da ribelli. E’ questa libertà di informazione che mi fa vomitare.  Come sono delicato!

Mi fa male, quando mi suonano il campanello di casa e mi chiedono di firmare per la pace nel mondo per le foreste dell’Amazzonia per le balene del Pacifico. E poi mi chiedono un piccolo contributo, offerta libera, soldi, tanti soldi per le varie ricerche, per la vivisezione per il terremoto nelle Filippine, per le suore del Nicaragua, per la difesa del canguro australiano. Devo fare tutto io! Mi fa male quando mi sento male.

Mi fa male che in un ospedale pubblico per fare una TAC ci vogliano in media sette mesi. Mi fa male che uno magari dopo sette mesi... (fischia)

Mi fa male la faccia assolutamente normale del professore che ti dice: ”Certo che privatamente, con un milione e due, si fa domani”. Mi fa male, anzi mi fa schifo chi specula sulla vita della gente. Mi fanno male quelli che dicono che gli uomini sono tutti uguali. Mi fanno male anche quelli che dicono che, il pesce più grosso, mangia il pesce più piccolo. Mi farebbe bene metterli nella vaschetta delle balene.

Mi fa male la grande industria, la media mi fa malino, la piccola non mi fa praticamente niente.

Mi fanno male i grandi evasori, i medi mi fanno malino, i piccoli fanno quello che possono.

Mi fa male che a parità di industriali stramiliardari, un operaio tedesco guadagna 2.800.000 lire al mese, e uno italiano 1.400.000. Ma, l’altro 1.400.000 dov’è che va a finire? Allo Stato, che ne ha così bisogno. Mi fa male che tra imposte dirette e indirette un italiano medio paghi, giustamente per carità, un carico di tributi tale, che se nel Medioevo, le guardie del re l’avessero chiesto ai contadini, sarebbero state accolte a secchiate di merda. Mi fa male che l’Italia, cioè voi, cioè io, siamo riusciti ad avere, non si sa bene come, due milioni di miliardi di debito. Eh si sa, un vestitino oggi, un orologino domani, basta distrarsi un attimo... e si va sotto di due milioni di miliardi. Questo lo sappiamo tutti eh. Ce lo sentiamo ripetere continuamente. Sta cambiando la nostra vita per questo debito che abbiamo. Ma con chi ce l’abbiamo? A chi li dobbiamo questi soldi? Questo non si sa. Questo non ce lo vogliono dire. No, no perché se li dobbiamo a qualcuno che non conta... va bè, gli abbiamo tirato un pacco e finita lì. Ma se li dobbiamo a qualcuno che conta... due milioni di miliardi... prepariamoci a pagare in natura. Mi fa male la violenza. Mi fa male la sopraffazione, la prepotenza, l’ingiustizia. 

A dir la verità mi fa male anche la giustizia. Un paese che ha una giustizia come la nostra, non sarà mai un paese civile. Io personalmente, piuttosto di avere a che fare con la giustizia preferisco essere truffato, imbrogliato, insultato, e al limite anche un po’ sodomizzato. Che magari mi piace anche.

Mi fanno male le facce dei, dei collaboratori di giustizia, dei pentiti... degli infami, insomma, che dopo aver ammazzato uomini donne e bambini, fanno l’atto di dolore... tre Pater, Ave e Gloria e chi s’é visto s’é visto. Mi fa male che tutto sia mafia.

Mi fa male non capire, perché animali della stessa specie si ammazzino tra di loro.

Mi fa male che in Bosnia, non ci sia il petrolio. Mi fa male chi crede che le guerre si facciano per ragioni umanitarie. Mi fa male anche chi muore in Somalia, in Ruanda, in Palestina, in Cecenia. Mi fa male chi muore.

Mi fa male chi dice, che gli fa male chi muore, e fa finta di niente sul traffico delle armi, che é uno dei pilastri su cui si basa il nostro amato benessere.

Mi fanno male le lobbies di potere, le logge massoniche, la P2. E la P1? No perché se c’é la P2, ci sarà anche la P1. Se no la P2 la chiamavano P1. No, quelli della P1 sono buoni, mansueti, come agnelli, in genere stanno a cuccia.

Mi fa male qualsiasi tipo di potere, quello conosciuto ma anche quello sconosciuto, sotterraneo, che poi é il vero potere. Mi fanno male le oscillazioni e i rovesci dell’alta finanza. Più che male mi fanno paura, perché mi sento nel buio, non vedo le facce. Nessuno ne parla, nessuno sa niente, sccc. Sono gli intoccabili. Facce misteriose che tirano le fila di un meccanismo invisibile, talmente al di sopra di noi, da farci sentire legittimamente esclusi. E lì, in chissà quali magici e ovattati saloni, che a voce bassa e con modi raffinati, si decidono le sorti del nostro mondo. Dalle guerre di liberazione, ai grandi monopoli, dalle crisi economiche, alle cadute dei muri, ai massacri più efferati. Mi fa male quando mi portano il certificato elettorale. Mi fa male la democrazia, questa democrazia che é l’unica che io conosca. Mi fa male la prima Repubblica, la seconda, la terza, la quarta.

Mi fanno male i partiti. Più che altro tutti. Mi fanno male i politici sempre più viscidi, sempre più brutti. Mi fanno male i loro modi accomodanti imbecilli ruffiani. E come sono vicini a noi elettori, come ci ringraziano, come ci amano. Ma sì, io vorrei anche dei bacini, dei morsi sul collo, certo, per capire bene che lo sto prendendo nel culo. Tutti, tutti l’abbiamo sempre preso nel culo... da quelli di prima, da quelli di ora, da tutti quelli che fanno il mestiere della politica, che ogni giorno sono lì a farsi vedere. Ma certo, hanno bisogno di noi, che li dobbiamo appoggiare, preferire, li dobbiamo votare, in questo ignobile carosello, in questo grande libero mercato delle facce. Facce facce... facce che lasciano intendere di sapere tutto e non dicono niente. Facce che non sanno niente e dicono di tutto. Facce suadenti e cordiali con il sorriso di plastica. Facce esperte e competenti che crollano al primo congiuntivo

Facce compiaciute e vanitose che si auto incensano come vecchie baldracche. Facce da galera che non sopportano la galera e si danno malati. Facce che dietro le belle frasi hanno un passato vergognoso da nascondere. Facce da bar che ti aggrediscono con un delirio di sputi e di idiozie. Facce megalomani da ducetti dilettanti. Facce ciniche da scuola di partito allenate ai sotterfugi e ai colpi bassi. Facce che hanno sempre la risposta pronta e non trovi mai il tempo di mandarle a fare in culo. Facce che straboccano solidarietà. Facce da mafiosi che combattono la mafia. Facce da servi intellettuali, da servi gallonati, facce da servi e basta. Facce scolpite nella pietra, che con grande autorevolezza sparano cazzate. Non c’é neanche una faccia, neanche una, che abbia dentro con il segno di un qualsiasi ideale; una faccia che ricordi, il coraggio il rigore, l’esilio, la galera. No. C’é solo l’egoismo incontrollato, la smania di affermarsi, il denaro, l’avidità più schifosa, dentro a queste facce impotenti e assetate di potere, facce che ogni giorno assaltano la mia faccia in balia di tutti questi nessuno. E voi credete ancora che contino le idee. Ma quali idee?

La cosa che mi fa più male, é vedere le nostre facce, con dentro le ferite, di tutte le battaglie che non abbiamo fatto.

E mi fa ancora più male vedere le facce dei nostri figli, con la stanchezza anticipata di ciò che non troveranno. Sì, abbiamo lasciato in eredità forse un normale benessere, ma non abbiamo potuto lasciare, quello che abbiamo dimenticato di combattere, e quello che abbiamo dimenticato di sognare. Bisogna assolutamente trovare il coraggio di abbandonare i nostri miseri egoismi, e cercare, un nuovo slancio collettivo, magari scaturito proprio dalle cose che ci fanno male, dai disagi quotidiani, dalle insofferenze comuni, dal nostro rifiuto. Perché un uomo solo, che grida il suo no, é un pazzo, milioni di uomini che gridano lo stesso no, avrebbero la possibilità di cambiare veramente il mondo.

Mi fa male il mondo 

Mi fa male il mondo

Mi fa bene comunque credere 

che la fiducia non sia mai scomparsa

e che d'un tratto ci svegli un bel sogno 

e rinasca il bisogno di una vita diversa

Mi fa male il mondo mi fa male il mondo

Mi fa bene comunque illudermi 

che la risposta sia un rifiuto vero 

che lo sfogo dell'intolleranza 

prenda consistenza e diventi un coro.

Mi fa male il mondo mi fa male il mondo

Ma la rabbia che portiamo addosso 

è la prova che non siamo annientati 

da un destino così disumano 

che non possiamo lasciare ai figli e ai nipoti.

coro: mi fa male il mondo G: mi fa male

coro: mi fa male il mondo G: mi fa male il mondo

Mi fa bene soltanto l'idea 

che si trovi una nuova utopia 

litigando col mondo. 

Dall'album E Pensare Che C'era Il Pensiero - tracce:

Fluidi e contro i bambini.

Estratto dell’articolo di Iacopo Scaramuzzi per repubblica.it lunedì 11 dicembre 2023.

Papa Francesco è tornato a esprimere preoccupazione che in Italia c’è una bassa natalità “i cagnolini sono al posto dei figli”. "I migranti vanno ricevuti, accompagnati, promossi e integrati”, ha detto Jorge Mario Bergoglio in un discorso ai prefetti italiani che ha ricevuto in udienza. “Se non c’è questo, c’è pericolo; se non c’è questo cammino verso l’integrazione, c’è pericolo. E questo mi fa pensare anche a un altro problema. I migranti aiutano, quando si inseriscono bene.

L’Italia è una terra dove mancano i figli, e vengono i migranti. A me preoccupa il problema della poca natalità qui in Italia. Non fanno figli. Mi diceva uno dei miei segretari che andava per la piazza l’altro giorno: si è avvicinata una signora che aveva un carrello col bambino; lui va per accarezzare il bambino… era un cagnolino! I cagnolini sono al posto dei figli. Pensate questo. La responsabilità che gli italiani hanno di fare i figli per crescere e anche per ricevere i migranti come figli”. 

Non è la prima volta che il Papa racconta aneddoti del genere. A maggio scorso disse di avere sgridato una signora che gli aveva chiesto di benedire il suo “bambino” che era, però, un cagnolino. A gennaio 2022 aveva criticato la scelta di alcune famiglie di non fare figli ma di tenere in casa animali domestici.

Ma già nel 2016 Francesco aveva criticato la “gente tanto attaccata ai gatti ai cani che poi lascia sola e affamata la vicina”. Poche settimane fa, da ultimo, Bergoglio, nel corso di un’udienza a un gruppo di pediatri, ha detto che oggi i veterinari hanno più lavoro. Considerazioni che sollevano regolarmente le critiche delle associazioni animaliste. […]

Dagospia lunedì 11 dicembre 2023. LA GRAVIDANZA È ROBA PER POVERE – CHI SE LO PUÒ PERMETTERE SI EVITA NOVE MESI DI ROTTURA DI COGLIONI E SI COMPRA DIRETTAMENTE I FIGLI CON LA MATERNITÀ SURROGATA. Estratto dell’articolo di Daniela Mastromattei per “Libero quotidiano” lunedì 11 dicembre 2023.

La maternità surrogata (da noi reato universale, perseguibile anche se commesso all’estero) è fortemente rivendicata dalle femministe di tutto il mondo che vogliono sentirsi libere di scegliere se trascorrere nove mesi col pancione mettendo a repentaglio carriera e dintorni, oppure affidarsi a una perfetta sconosciuta pronta ad affittare il proprio utero, dietro un lauto compenso. E incrementare così il mercato trasnazionale della genitorialità, dove quello che conta non è più il frutto dell’amore ma un contratto, ben stipulato per evitare ripensamenti da entrambe le parti. 

Lo sa bene Paris Hilton, l’ereditiera americana della catena di alberghi di lusso (per lei forse c’era una chilometrica fila sotto casa di donne disposte a prestare il proprio utero) che a sorpresa, senza rivelare nulla a nessuno, si è presentata il Giorno del Ringraziamento con la figlia London Marilyn Hilton Reum, appena partorita da una madre surrogata, promuovendo così l’altro figlio Phoenix di soli 10 mesi (anche lui avuto con lo stesso sistema) a fratello maggiore.

[…]

Non ha dovuto indossare abiti premaman. Non ha dovuto rallentare i suoi impegni pubblici. Saranno felici le femministe che spingono per l’ectogenesi umana, ovvero la possibilità tecnologica della riproduzione al di fuori dell’organismo, poiché convinte che nel capitalismo neoliberale la gestazione e la maternità siano per molte donne incompatibili con il lavoro e gli studi. E rappresenterebbero una limitazione della libertà, oltre che essere il risultato di una cultura patriarcale e misogina. 

Ma la Hilton si difende: «Ho un forte disturbo da stress post-traumatico per quello che ho passato da adolescente».

Dai suoi racconti emergono abusi sessuali e traumi medici subiti da adolescente in un collegio nello Utah. E sostiene di soffrire ancora quando entra «in uno studio medico», oppure se deve fare «un’iniezione, ho letteralmente un attacco di panico e non riesco a respirare. Sapevo che non sarebbe stato salutare per me o per il bambino, crescere dentro una persona con un’ansia così elevata».

[…] Comodo. Indubbiamente deve essere stata una impresa costosa, ma a lei il denaro non manca. Ha pure confidato di non essere in grado di cambiare i pannolini. Tanto c’è un esercito di tate a disposizione. […]

 Estratto dell’articolo di Milena Gabanelli e Simona Ravizza per corriere.it lunedì 11 dicembre 2023.

È un’emergenza collettiva che ci riguarda molto da vicino, ma la vediamo solo quando diventa il titolo di un tg o di un giornale. Parliamo della sofferenza sociale e psichica di bambini e adolescenti […] Il fenomeno delle baby gang, la delinquenza minorile, i giovanissimi che abbandonano la scuola, i bambini stranieri senza famiglia, i minori orfani di violenza domestica, vittime di abusi o figli di alcolisti o tossicodipendenti rappresentano solo alcune delle situazioni che richiedono valutazioni adeguate, interventi rapidi e sorveglianza sulla corretta applicazione delle misure. Chi deve occuparsi di tutti questi casi è il Tribunale per i minorenni. […]

Cosa c’è sul tavolo dei giudici

In Italia ci sono 29 Tribunali per i minorenni: a tutti manca il personale amministrativo, mentre i giudici previsti dalle piante organiche sono meno rispetto alla mole di lavoro e in quasi la metà dei Tribunali il loro numero non viene neppure rispettato. A Milano dovrebbero essere 18 invece sono 13, a Roma 16 e sono in 12, a Genova 7 e sono in 5, a Bari 10 e sono in 7. E via di questo passo a Firenze, Venezia, Ancona, Napoli. Né bastano i giudici onorari che li affiancano (psicologi, pedagogisti, neuropsichiatri infantili, educatori, assistenti sociali).

Il risultato è l’accumulo di fascicoli: il totale fa quasi 110 mila, e a ogni fascicolo corrisponde un minore e il suo destino. Le chiamano «pendenze». A Milano sono 12.662: vuol dire che ogni singolo giudice ha sul tavolo 974 fascicoli arretrati, e ogni anno 562 casi nuovi. A Roma le pendenze sono 8.368, a Napoli 5.531, a Bologna si raggiunge il numero esorbitante di 10.106, nonostante il numero dei giudici sia quello previsto da pianta organica. Ma concretamente cosa vogliono dire questi numeri per la vita dei minori? 

Prima autolesionista, poi drogato

Vincenzo, 12 anni, si ferisce volontariamente. La scuola informa i servizi sociali e, dopo una diagnosi di disturbo depressivo, arriva la decisione del Tribunale per i minorenni: deve andare dallo psicologo e ai genitori va affiancato un educatore a domicilio. Passano due anni e mezzo, ma i servizi sociali non si attivano e il giudice non sollecita perché ha altre urgenze. Vincenzo lascia la scuola e inizia a drogarsi. A 16 anni ritorna al Tribunale per i minorenni, stavolta davanti al giudice penale per furto e spaccio. 

[…] Chi deve fare cosa

Le competenze sono divise. Il Tribunale per i minorenni si occupa di adozioni, affidi etero-familiari e di limitazioni della responsabilità genitoriale nel caso in cui la presenza in famiglia può arrecare danno a un bambino o a un adolescente. Poi c’è il Tribunale ordinario che interviene in caso di separazioni, divorzi e conseguente necessità di regolamentazione della responsabilità genitoriale dei figli di coppie sposate e non; infine il giudice tutelare che si occupa di tutele di minori italiani, oltre che di nomine e gestioni delle amministrazioni di sostegno.

[…]

 La riforma Cartabia

La legge 206 del 26 novembre 2021, nota come riforma Cartabia sulla giustizia, per quanto riguarda i minori viene attuata con il decreto legislativo 149 del 10 ottobre 2022 (qui). L’obiettivo è di riunire entro ottobre 2024 tutti i procedimenti sotto un tribunale unico dal nome «Tribunale per le Persone, per i Minorenni e per le Famiglie», applicando un rito unico. Le buone intenzioni, però, devono fare i conti con la realtà. 

Due i problemi su tutti.

1) Per i procedimenti iscritti dopo il 28 febbraio 2023 i giudici onorari non avrebbero più potuto svolgere attività istruttoria, occuparsi della prima udienza, né procedere autonomamente all’ascolto del minore. Sono intervenute due proroghe, ma dal 30 aprile 2024 tutto ricadrà sulle spalle dei giudici togati già oggi seppelliti dai fascicoli. 

2) Al 30 giugno 2023 avrebbe dovuto essere operativa l’informatizzazione del Tribunale per i minorenni. A metà dicembre 2023 sia il Tribunale ordinario, sia quello dei Minorenni e il giudice tutelare non sono ancora in grado di vedere reciprocamente tutti i procedimenti che riguardano lo stesso minore. E poi se l’organico rimane lo stesso, se restano tal quale i fondi per il sostegno ai minori e genitori e nessuno guarda quali sono le criticità dentro agli uffici fuori parametro, cambia davvero poco. Le conseguenze le vediamo quando finiscono in cronaca. 

Questione di Genere.

Un po’ di retorica. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera 12 dicembre 2023.

È retorico Gino Cecchettin quando a «Che tempo che fa» ci esorta ad amare invece che a odiare? E fanno soltanto retorica le Spettabili Autorità che davanti all’università romana della Sapienza hanno installato una panchina rossa, subito smontata e gettata nella spazzatura da un collettivo di studenti e studentesse indispettite, per l’appunto, dalla «retorica dell’iniziativa»? D’altronde chiunque, a mille panchine rosse, preferirebbe mille centri antiviolenza. (Il sindaco di Roma ne ha appena annunciato uno per ogni quartiere, sperando non finisca come quando promise che avrebbe trasformato la capitale della «monnezza» in un borgo del Trentino). Ma, in attesa dei centri, io mi tengo le panchine. E le belle parole di Gino Cecchettin. Perché non sono più così convinto che la retorica rappresenti solo una scorciatoia ipocrita e un espediente propagandistico. Anzi, comincio a sospettare che finisca per fare del bene persino a chi ne è allergico.

Come certe medicine, la prima reazione che la retorica provoca è il rigetto. Poi, però, si insinua lentamente dentro le persone e prepara il terreno, cambiando il modo di pensare, e di agire, di comunità intere. Ripenso spesso a quelle bambine calabresi che hanno appeso sul balcone il cartello «Help» mentre il padre picchiava la madre e poi, all’arrivo degli agenti, hanno mimato il segnale internazionale di aiuto. Prima del clamore mediatico e, certo, anche un po’ retorico delle tante campagne contro la violenza sulle donne, lo avrebbero fatto?

Roma, alla Sapienza inaugurata (e subito distrutta dal collettivo autonomo «Zaum») la panchina rossa contro la violenza sulle donne. La rettrice: «Verrà ripristinata». Maria Egizia Fiaschetti su Il Corriere della Sera lunedì 11 dicembre 2023.

Il blitz vandalico poche ore dopo la cerimonia con il sindaco Gualtieri e i vertici della As Roma che promuove la campagna «Amami e basta».  A distruggerla il gruppo femminista, contro «la retorica dell'ateneo»

Doveva essere un momento di condivisione, per riflettere con la comunità studentesca sugli strumenti di contrasto alla violenza sulle donne, ma a rovinare il clima è stata l'azione del collettivo «Zaum Sapienza» che ha rivendicato sui social il danneggiamento della panchina rossa inaugurata lunedì 11 dicembre nel primo ateneo romano alla presenza della rettrice, Antonella Polimeni, del sindaco, Roberto Gualtieri, della vicepresidente dell'assemblea capitolina, Svetlana Celli, e dei vertici della As Roma (la società giallorossa promuove la campagna «Amami e basta»). Le attiviste, in polemica con l'iniziativa istituzionale - dal loro punto di vista un gesto puramente simbolico - hanno smontato la panchina (le immagini, rilanciate sui social, sono state riprese anche dalle telecamere di sorveglianza) per poi buttarla in un cestino della spazzatura. Prima, durante il sit-in di protesta, le manifestanti hanno srotolato uno striscione con scritto: «La casa delle donne non si tocca, solidarietà a Lucha Y Siesta». Le autrici del gesto sono state identificate dalla polizia, nel frattempo dalla Sapienza fanno sapere che la panchina verrà ripristinata al più presto. 

Polimeni: «Un manipolo di facinorosi»

A condannare l'azione iconoclasta, tra gli altri, la stessa Celli: «Dispiace per l'accaduto, perché il nostro intento è soprattutto quello di realizzare un vero cambiamento culturale a partire dai giovani, parte attiva di questo percorso. Andremo avanti nel rispetto di chi crede in questa battaglia, alle tante vittime e donne che ancora non sono libere». Parole di forte disapprovazione anche da parte di Daniela Ternullo, senatrice di FI, componente della commissione parlamentare d'inchiesta sui femminicidi: «La violenza si combatte partendo dal rispetto.

Dovrebbe impararlo anche chi oggi (lunedì, ndr), facendo sparire la panchina rossa appena inaugurata nel cortile dell'università Sapienza di

Roma, ha invece dimostrato che la strada dell'educazione ai valori

del vivere civile è ancora lunga». La rettrice Polimeni ha sottolineato che si è trattato di «un manipolo di pochi facinorosi, tra studenti e

persone estranee all'università» per poi ribadire: ««Ci sarà tempo per capire quali possano essere le ragioni per cui il simbolo universale della

lotta contro la violenza nei confronti delle donne viene

violentemente abbattuto. Oggi (lunedì, ndr) è invece per noi il tempo di

indignarci per l'accaduto, ripristinare la panchina e rinsaldare

l'alleanza con tutti coloro che vogliono contribuire a creare

una cultura diffusa, trasversale tra le generazioni, basata sul

rispetto della persona, dell'individuo in quanto tale». 

Il sit-in di protesta 

L'eco rumorosa del corteo «Non una di meno» dello scorso 25 novembre è risuonata nei viali dell'università «Sapienza» poco prima delle 10, mentre le autorità inauguravano la panchina rossa contro la violenza sulle donne. A turbare l'atmosfera la contestazione di un gruppo di studenti e attivisti del collettivo femminista «Zaum Sapienza» che mostravano cartelli con su scritto «Say their name» e «Ogni femminicidio è omicidio di Stato», in segno di protesta contro la «retorica» dell'iniziativa. 

La studentessa Anita sarà premiata per il suo impegno civico

Rientrata la polemica, la giornata di sensibilizzazione è proseguita nell'Aula magna del Rettorato dove la rettrice ha chiamato sul palco due studentesse, Caterina e Anita: la seconda, che il 25 novembre ha sfilato alla manifestazione partita dal Circo Massimo issando un cartello con alcune immagini del film C'è ancora domani di Paola Cortellesi, la stessa sera, mentre rientrava a casa in autobus, ha assistito alla telefonata di minacce subìta da una donna da parte del compagno. Anita ha registrato la chiamata e denunciato il molestatore, che poi si è scoperto essere recidivo, facendolo arrestare. Il sindaco ha promesso che inviterà la ragazza in Campidoglio per premiare il suo impegno civico. 

Le numerose iniziative dell'ateneo romano

Polimeni ha ricordato le molte azioni concrete messe in campo dalla «Sapienza» per combattere «l'emergenza» e favorire un «percorso di inversione dei paradigmi»: dal corso di formazione in Culture contro la violenza di genere, lanciato nel 2020, al corso di laurea in Gender studies, fino al progetto di counseling psicologico e alla creazione di «safe zone». Le iniziative andranno avanti per tutto il 2024 con un programma denso «di 366 giorni perché il prossimo sarà un anno bisestile». Da qui l'invito agli studenti «a farsi comunità» attraverso la partecipazione attiva, ribadendo che «l'emancipazione femminile è un fatto e bisogna accettarla». 

Gualtieri: «Un centro antiviolenza in ogni Municipio»

Il centrocampista della Roma, Leonardo Spinazzola, ha donato all'ateneo la sua maglia con il numero 37, così come l'attaccante della squadra femminile giallorossa, Benedetta Glionna, ha donato la sua con il numero 18. Gualtieri ha espresso apprezzamento per «l'impegno fondamentale della As Roma nel contrastare un'emergenza nazionale che va riconosciuta come tale». Il primo cittadino ha ricordato come i numeri diano la misura del fenomeno in tutta la sua drammaticità: «In Italia si consuma un femminicidio ogni tre giorni, il numero antiviolenza riceve in media 900 telefonate al giorno con richiesta di aiuto». Nel frattempo, il Comune sta lavorando per aprire un centro antiviolenza, «anche più di uno», in tutti i Municipi. In risposta al sit-in lampo organizzato dai contestatori Gualtieri ha voluto inoltre precisare: «La panchina rossa è un simbolo, finché si continua a registrare un tale livello di violenza contro le donne serve qualcosa che spicchi». Sulla questione culturale l'inquilino di Palazzo Senatorio ha poi rimarcato l'importanza che il dibattito e la presa di coscienza non si limitino soltanto a una parte: «È giusto che le donne siano messe nelle condizioni di denunciare, ma il problema è innanzitutto degli uomini: ormai è assodato che la violenza non è soltanto quella fisica, brutale, ma si sviluppa sopra l'idea di prevaricazione maschile in forme anche sottili. Serve una consapevolezza attiva».

Da liberoquotidiano.it - Estratti lunedì 11 dicembre 2023.

Gino Cecchettin, il padre di Giulia uccisa dall'ex fidanzato in un caso che ha profondamente scosso l'Italia, è diventato suo malgrado il simbolo della volontà di molti uomini di cambiare cultura e visione del mondo. Ieri è stato l'ospite d'onore di Fabio Fazio e Che tempo che fa, in precedenza aveva aperto le porte della camera della figlia ed è stato intervistato da Walter Veltroni. 

Il rischio di una sovraesposizione mediatica è evidente. Vittorio Feltri nella sua Stanza sul Giornale risponde a un lettore proprio su questo argomento e lo fa, premette, prima di aver visto in tv Cecchettin. Il direttore editoriale ipotizza: "Immancabile sarà il quesito: 'Si darà allora alla politica?'. E Gino dirà commosso che non può escluderlo, che anzi gli piacerebbe al fine di dare un senso al trapasso della figlia". In effetti, l'uomo ha spiegato a Fazio che probabilmente l'impegno suo e di Elena Cecchettin, l'altra figlia, si concretizzerà in una fondazione.

Parlare del contrasto alla violenza sulle donne è sacrosanto, afferma Feltri, ma "non comprendo perché elevare a guru nazionale" il padre di una ragazza uccisa dall'ex. Il direttore nota che c'è una "ossessione mediatica" che è "insana, come dimostra, ad esempio, la prima pagina del quotidiano Repubblica di qualche giorno fa, che recava la fotografia della cameretta di Giulia, il titolo era: Nella stanza di Giulia". Insomma, lo spazio privato della ragazza non aggiunge nulla alla vicenda e al contrasto alla violenza di genere. "È come se si trattasse di una diva di Hollywood e il paparazzo fosse riuscito ad introdursi in casa sua", questo è "feticismo" tuona Feltri.

Il direttore critica anche le tesi sostenute da Elena Cecchettin, che "attribuisce la responsabilltà della morte della sorella al patriarcato, allo Stato, al governo e sostiene che il fischio per strada sia una sorta di preludio del femminicidio".  

(...) "Non posso fare a meno di notare che i componenti di questa famiglia hanno dato prova di una capacità straordinaria di fare, per di più da subito, di un lutto una occasione per cambiare vita e carriera, per reinventarsi, per proporsi e per candidarsi alla copertura di ruoli attinenti alla politica" afferma Feltri sostenendo una posizione che farà discutere.

Martin Luther Cecchettin: visto che sono saltati i consulenti del governo… Tommaso Cerno su L'Identità il 10 Dicembre 2023

Martin Luther Cecchettin. Visto che sono saltati i consulenti del governo per i corsi di affettività nelle scuole, cosa che non mi stupisce in un Paese dove ormai avere un’idea è vietato, perché bisogna ripetere pedissequamente ciò che dice uno o schierarsi con l’altro e dire che quell’uno è un cretino, consiglio timidamente di posticipare la lettura della lettera di Gino Cecchettin nelle classi. Fino a quando non sarà chiarito davvero se le frasi sui social che gli sono imputate, di natura sessista, sono state scritte da lui. E questo per un principio molto semplice della democrazia. Può capitare un omicidio, drammatico ed efferato come quello che ha visto questo padre perdere la figlia Giulia, può capitare anche che il padre in questione dica qualcosa di intelligente dopo la morte della sua congiunta, ma non necessariamente gli assassini colpiscono sempre a casa degli eroi, non sempre colpiscono dentro la vita di persone che devono diventare un simbolo di non si capisce bene quale Paese.

Quindi prima di mitizzare quest’uomo e di vedercelo candidato da Tizio da Caio alle elezioni proviamo a fare il Paese serio e uscire per qualche minuto da Twitter, Instagram, le risse quotidiane e riflettere sul fatto che questo signore a pochi giorni dalla morte di Giulia già per il fatto di essere traumatizzato non dovrebbe affatto entrare in una scuola. Se poi il bagaglio che si porta dietro è quello che abbiamo letto, e sicuramente hanno letto prima di noi migliaia di studenti che passano le giornate a smanettare sui telefoni, onde evitare che sui famosi social dove si svolge ormai l’unica vita reale del Paese milioni di ragazzi comincino a prendere in giro il Cecchettin e la di lui famiglia, sarebbe opportuno che i giornali che gridano al fascismo e quelli che gridano all’antifascismo a seconda della Luna facessero di tutto per pubblicare ciò che è avvenuto, spiegare se ciò che è avvenuto è imputabile al padre di Giulia, mettere la parola fine alla celebrazione dell’eroe civile nel caso in cui la risposta a questa microinchiesta fosse affermativa. Ci siamo sorbiti anche l’intervista televisiva che chiude la settimana italiana, fortunatamente alla Scala avevano già abbastanza guai di loro per non infilarsi anche un membro della famiglia Cecchettin.

Ma sono certo che riusciremo a infamare la memoria di Giulia facendo gli eroi sopra la testa di persone che sono a questo mondo come tanti di noi senza bisogno di diventare Martin Luther King o Gandhi. Come è il caso del signor Gino. Anche perché, non fosse altro per scaramanzia, l’ultimo mito che è stato portato in politica e messo al centro della nuova etica del Paese a difendere gli ultimi, ripreso e fotografato da tutte le televisioni e celebrato da una parte politica, in questo caso la sinistra, come un eroe dei tempi moderni contro una classe politica fatta di quaquaraquà, si chiama Aboubakar Soumahoro e non serve ricordare che razza di figuraccia hanno fatto le persone che si erano affidate a questo signore per mostrare la propria superiorità etica di fronte a un Paese che ovviamente è fatto solo di cialtroni, quando invece i cialtroni erano proprio loro. E così questa volta sarebbe opportuno riportare a zero le strampalate fughe in avanti di chi ha pensato di risolvere in pochi minuti, mettendo insieme una attivista lesbica e una suora cattolica con un pizzico di questo e di quello, una questione che è gigantesca e che riguarda il distacco fra la generazione degli adulti e i nostri ragazzi, che negli ultimi 10 anni sembrano vivere al di fuori di ogni controllo della società e dell’autorità.

Un fenomeno non certo italiano, che ha le proprie radici dentro una modernità che ha creato degli strumenti sostitutivi all’educazione classica, fuori dal controllo di chiunque, che hanno formato principi e valori che noi boomer per quanto tecnologici come certi smanettoni dei telefoni non siamo in grado di comprendere fino in fondo, e questo lo dimostra anche l’incredibile silenzio del Paese di fronte al dubbio che il papà di Giulia predichi bene e razzoli come tanti signori della sua età, che non hanno avuto in casa il dramma enorme che ha vissuto lui ma che non per questo devono per forza essere peggiori e che nessuno di noi si sognerebbe di mandare in un istituto formativo di fronte a dei minorenni a parlare di sesso di donne e di uomini. Ma vedremo l’Italia ipocrita cercare di far finta di niente e di voltare questa pagina molto italiana e molto prevedibile, il fatto che le disgrazie non scelgano mai a casa di chi capitare, per continuare a vivere felici convinti che in tutte le cose ci sia una soluzione semplice, che ha un unico colore bianco o nero, a seconda di quello che ci comoda dire e che ci comoda raccontare.

Estratto dell’articolo di Selvaggia Lucarelli per “il Fatto Quotidiano” domenica 10 dicembre 2023.

Assisto con sconcerto a una parabola che non avevo previsto, e cioè alla malsana idea del padre di Giulia Cecchettin, Gino, di tradire una sorta di promessa iniziale, e cioè di non trasformarsi nel volto di una storia ma di offrire un megafono alla voce di tutte le storie. 

Perché era di questo che ci aveva convinte, all’inizio. Lui e sua figlia Elena avevano scelto di non usare i microfoni voraci delle prime ore per ringhiare e giurare vendetta, ma per parlare di un tema politico e universale. Per parlare di patriarcato. E non hanno usato quel microfono neppure per puntare il dito sul mostro e accusare la famiglia del mostro di qualche imprecisata complicità.

Virtù rara, soprattutto quando si ha a che fare con le lusinghe della cronaca nera, quella che con i parenti rabbiosi costruisce puntate e un’opinione pubblica altrettanto rabbiosa. Ora che un po’ di tempo è passato e tante cose preziose sono state dette, posso confessare che non ho mai creduto che la morte di Giulia Cecchettin sia stata un frutto purissimo della cultura patriarcale. 

Ci sono tante sfumature in questa vicenda, c’è un ragazzo di 22 anni che senza Giulia si era avvitato in una spirale di morbosità e depressione, c’era un disagio psicologico che lo aveva convinto a rivolgersi a una specialista, c’era la fragilità identitaria di chi – giovanissimo – sente di non saper gestire il panico dell’abbandono, di non valere nulla senza una fidanzata e prova rancore per l’altra che ha una colpa imperdonabile: anziché sentirsi monca, prosegue dritta per la strada dell’autodeterminazione.

C’è chi dice, legittimamente, che il patriarcato è l’architettura su cui si reggono i rapporti tra generi e che esiste anche dove pensi che non esista, ma questo significa svilire completamente la psicologia e in particolare quella che studia le relazioni, i rapporti fusionali, le dipendenze affettive, l’immaturità sentimentale ed emotiva di chi è molto giovane e si sente completo solo in una relazione. 

Poi, certo, tutto questo galleggia da sempre in una società inquinata da secoli di patriarcato, in cui l’uomo – talvolta – vive il rifiuto con un senso di sconfitta intollerabile, ma è evidente che visto il contesto culturale e la giovane età dell’assassino qui il patriarcato c’entri in parte.

La mia sensazione è stata però, fin da subito, che la famiglia di Giulia stesse assolvendo a una funzione. Non importava che non fosse perfettamente a fuoco ogni singola sfumatura di questa vicenda, importava che le vittime collaterali di un fatto di cronaca così drammatico non si lasciassero fagocitare dallo sciacallaggio populista della cronaca nera, che parlassero di femminicidio come di un fenomeno, e non come di qualcosa che riguardava solo loro. Importava che accendessero una luce. 

Poi, giorno dopo giorno, l’universale ha iniziato a rimpicciolirsi, a comprimersi come la materia di un buco nero e la storia di tante è diventata sempre più la storia di una, il volto simbolico di Giulia Cecchettin è diventato sempre meno simbolico, la vicenda è diventata sempre più cronaca e sempre meno fenomeno. 

Con tutti i rischi del caso perché, come dicevo all’inizio, personalizzare troppo questa vicenda significa non più raccontarla ma lasciare che venga vivisezionata, magari scoprendo, alla fine, che forse la storia ignorata dell’anonima sessantenne uccisa dal marito dispotico perché lei voleva separarsi era più figlia del patriarcato di questa. E però anche meno telegenica, meno notiziabile.

A questo punto bisognerebbe aprire un’altra parentesi, quella che riguarda l’estetica delle donne morte, sui giornali. Più sei giovane, più sei bella, più hai un’aria angelica come Giulia e più la tua morte sarà rilevante, più farà vendere i giornali e accendere la tv. 

[…] 

Dicevo quindi del padre di Giulia, Gino Cecchettin. Il frullatore mediatico – dispiace dirlo – sta lentamente frullando anche lui, la sua famiglia. La sua voce era diventata piazza, cortei, spazi su giornali e tv dedicati al patriarcato mai visti prima. Ed era giusto così, che quel suo megafono fosse diventato microfono per tante voci autorevoli, soprattutto femminili, che in questi anni si sono dedicate a temi scomodi, spesso considerati futili o pretestuosi. Voci di chi ha studiato il patriarcato, perché per parlare di questi temi, non perdendo autorevolezza e senza lasciarsi cogliere impreparati da chi non aspetta altro, serve cultura. E invece sono iniziate le lusinghe di tv, giornali, giornalisti. 

Cecchettin ha aperto la porta della camera della figlia a Veltroni e ai fotografi, poi sono arrivati gli audio di Giulia a Chi l’ha visto?, poi gli screen dei messaggi di Turetta alla sorella, poi la nonna di Giulia promuove un suo libro che “Giulia stava leggendo”, poi Gino Cecchettin che “Mi prendo una pausa dal lavoro, sto pensando a un impegno civico” con tanto di annuncio pubblico ai colleghi su Linkedin. Infine, la notizia della sua presenza da Fabio Fazio.

Ovviamente, siccome lo storytelling classico prevede che non appena decidi di infilarti in questo genere di frullatore qualcuno vada a caccia dei tuoi scheletri nell’armadio, sono spuntati dei recenti tweet di Cecchettin a sfondo sessuale non proprio edificanti e c’è da scommettere che l’operazione di character assassination sia solo agli inizi. 

E così, la sensazione è che un uomo armato delle migliori intenzioni sia finito nell’elica del frullatore mediatico e, ancor peggio, politico. E che la politica e la tv, ancora una volta, cerchino di appropriarsi di facce e storie, anziché del valore pedagogico che quelle facce e quelle storie dovevano rappresentare.

Capisco la decisione e ringrazio per la fiducia". Chi è Anna Paola Concia, scaricata da Valditara al centro delle polemiche dei garanti nel progetto sull’educazione. Redazione su Il Riformista il 10 Dicembre 2023

Anna Paola Concia è una politica e attivista italiana, deputata tra le fila del Pd nella XVI legislatura. La sua attività politica ha inizio negli anni ’80 nel Partita Comunista Italiano, passando poi al Partito Democratico della Sinistra e infine al Pd.

Il suo impegno si concentra sui diritti civili e sulla lotta alle discriminazioni: oltre ad essere fondatrice di Emily, associazione nata per sostenere l’impegno politica delle donne, ha assunto il ruolo di portavoce del tavolo nazionale LGBT del PD.

Nel 2015 è entrata nel consiglio d’amministrazione di Firenze Fiera, designata dalla Camera di Commercio di Firenze. Nel 2017 è diventata Assessora alle Relazioni internazionali e Cooperazione, turismo, fiere, congressi, marketing territoriale, attrazione di investimenti del Comune di Firenze. Impegnata anche sul fronte educativo, nel 2019 Anna Paola Concia ha coordinato il Comitato organizzatore di Didacta Italia, la fiera della scuola dedicata a Leonardo Da Vinci.

Per molti anni ha lavorato nelle Istituzioni: prima come assistente parlamentare presso la Camera dei Deputati, poi consulente dei Ministri per le Pari Opportunità Anna Finocchiaro e Maria Cecilia Guerra, e dei Beni e Attività Culturali Giovanna Melandri. E’ stata inoltre editorialista (in Germania) del quotidiano l’Unità.

Il progetto sull’educazione alle relazioni

La politica ed attivista LGBT, da anni impegnata nel campo dei diritti civili e della lotta alle discriminazioni, era stato indicata dal Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara per guidare “Educare alle relazioni“, il nuovo programma ideato dal governo per promuovere la formazione affettiva e relazionale dei giovani in risposta ai recenti femminicidi e casi di violenza sulle donne. Tuttavia, dopo numerose critiche e una raccolta firme ad opera di ProVita, la nomina della Concia è saltata.

“Capisco la decisione del Ministro Valditara e lo ringrazio della fiducia accordatami: dopo due giorni di polemiche da ambienti massimalisti della destra e della sinistra, è per me evidente che non esistono le condizioni per svolgere il lavoro equilibrato e dialogante che mi ero proposta insieme alle altre due garanti del progetto ‘Educazione alle relazioni’. Resto convinta che solo il confronto tra matrici culturali differenti possa produrre linee guida efficaci e non divisive sul tema del rispetto della libertà delle donne” ha fatto sapere la Concia dopo aver appreso la decisione di Valditara.

Vita privata di Paola Concia e coming out nel 2000

Paola Concia ha fatto coming out nel 2000, ed è stata una dei primi deputati dichiaratamente omosessuali nella storia della Repubblica italiana. Impegnata in una lunga relazione con la criminologa tedesca Ricarda Trautmann, si è a lei unita civilmente il 5 agosto 2011 nella città di Francoforte.

Dopo la cerimonia, la Trautmann ha assunto il cognome della Concia, e nel 2012 la coppia ha presentato un ricorso presso il tribunale civile di Roma per chiedere che l’unione fosse riconosciuta anche in Italia: quando il tribunale ha respinto la richiesta, lei ha annunciato ricorso presso la Corte europea dei diritti dell’uomo.

Paola Concia: «Io criticata dai massimalisti. Da destra per la mia vita, da sinistra perché dialogo». Alessandra Arachi su Il Corriere della Sera il 10 Dicembre 2023

L’attivista dopo le dimissioni a cui è stata costretta dopo la bufera per la nomina del ministro Valditara: «Ho lavorato bene con Meloni, che risate con lei da Crozza»

Paola Concia, come si sente?

«Sono sconcertata. Anche il ministro Valditara lo è».

È stato lui che prima le ha dato e poi le ha tolto la nomina di garante all’educazione nelle scuole. Lo ha sentito?

«Certo. Correttamente mi ha chiamato prima di scrivere il comunicato».

Vi conoscete da tempo?

«Collaboriamo da un anno per Didacta, l’evento sulla scuola più importante in Italia».

Non pensa che il ministro avrebbe potuto tenere più il punto sulla sua scelta?

«Lo hanno sottoposto a una pressione alla quale non si è potuto sottrarre. Lo hanno messo alle corde».

Chi lo ha pressato secondo lei?

«Massimalisti di destra e di sinistra. Hanno criticato anche la nomina di suor Monia. Lei è stata criticata da sinistra. Io... da tutti».

Chi sono i massimalisti di cui parla?

«Non faccio nomi. Ma mi spiego. Da destra sono stata attaccata perché lesbica e femminista. Dalla sinistra massimalista lgbt perché sono una persona dialogante, ho sempre dialogato, ho sempre costruito ponti».

Quando li ha costruiti?

«Quando ero parlamentare del Pd ho dialogato molto con la destra».

Un esempio?

«La prima legge sullo stalking l’ho fatta insieme a Mara Carfagna, quando era ministra per Forza Italia. Anche con Giorgia Meloni ho lavorato molto».

Con Giorgia Meloni?

«Con lei c’è stato sempre un confronto molto tranquillo soprattutto sull’omofobia. Ma la cosa più divertente è quando siamo andate insieme da Crozza».

Da Crozza? Insieme?

«Sì, lui faceva un finto Marzullo. Ci ha fatto un’intervista doppia. Abbiamo riso tanto».

Ha avuto anche la solidarietà del presidente Ignazio La Russa. Si è stupita?

«No perché lui ha sempre avuto una grande stima per me. Mi ha invitato anche al concerto di Natale. L’ho ringraziato ma non posso, io sto a Francoforte».

Possibile che sia stata così tanto attaccata, nonostante la stima della presidente del Consiglio?

«Di certo la responsabilità di questa vicenda non è la sua».

A prenderla di mira in maniera più diretta è stata la onlus ultraconservatrice Pro Vita e Famiglia. Tra gli attacchi espliciti il fatto che lei fosse favorevole al ddl Zan e alla maternità surrogata.

«Il ddl Zan l’ho criticato: era formulato male, anche se ero favorevole alla legge. Alla maternità surrogata non sono favorevole. Per il riconoscimento dei diritti dei bambini assolutamente sì. Ma non farei mai una battaglia per la legalizzazione della maternità surrogata».

Forse è proprio per questo che ha avuto attacchi anche dalla sinistra.

«I massimalisti, da destra e da sinistra, hanno criticato a prescindere, non si sono fermati neanche a vedere cosa diceva il progetto».

È stato detto che avreste portato il gender nelle scuole.

«Altra falsità. Ci saremmo occupate di contrasto alla violenza sulle donne. Questo era il mandato, non altro».

Lei vive a Francoforte con sua moglie Ricarda, che ne pensa lei di questa vicenda?

«Non capiva: “Che strano Paese l’Italia”, ha detto».

Vi siete sposate lì?

«Per forza, era il 2011, in Germania già c’era il matrimonio egualitario, in Italia le unioni civili erano di là da venire».

Quindi in Italia non siete una coppia riconosciuta?

«Sì, adesso sì, quando è stata approvata la legge abbiamo registrato l’unione civile anche in Italia».

Dove vi siete conosciute?

«A Roma. Un incontro legato al nostro attivismo. Io avevo organizzato un evento europeo. Lei era venuta a partecipare come delegata».

È andata subito a vivere in Germania?

«Ero parlamentare. Abbiamo vissuto un rapporto a distanza fino a quando non è finita la legislatura e non sono stata rieletta».

Poi?

«Ho cercato lavoro a Francoforte. È dalla Germania che ho importato in Italia Didacta».

Contenta di vivere lì?

«È un Paese dove i diritti sono reali. Questo in Germania non sarebbe mai successo».

Zan Zan…i soldi e la bufera Lgbt. E spunta il fondo maltese Virgo. Rita Cavallaro su L'Identità il 12 Dicembre 2023

Se anche i diritti dei gay diventano un business da milioni di euro, tra Pride concessi in monopolio, sponsor che mettono le mani sugli eventi e introiti che finiscono nelle casse di società di capitali dietro il pretesto della lotta contro le discriminazioni. È lo strano caso del paladino dei diritti Lgbt Alessandro Zan, il deputato dem finito nel polverone dopo il servizio di Report. La trasmissione di RaiTre ha messo sotto la lente la Be Proud Srl, azienda che il parlamentare ha fondato nel 2011 insieme al suo fedelissimo, il giornalista del Mattino di Padova, Claudio Malfitano.

Una società tutt’altro che no profit, visto nel 2022 ha incassato più di un milione e 300mila euro, di cui oltre 700mila di corrispettivi di ingresso e oltre 450mila dagli incassi del bar del Pride Village, il mega spazio che il Comune aveva donato gratuitamente all’Arcigay nel 2008, per le attività di volontariato divenuto oggi il grande business di Zan&Co.

A Padova, negli ambienti della comunità, giurano che nessuno tra i vertici dell’Arcigay fosse a conoscenza che la lotta per i diritti civili era stata trasformata in un’attività imprenditoriale, che si è intestata il marchio dell’associazione e, forte del logo, non solo guadagna centinaia di migliaia di euro dalla kermesse. Ma che non ha rinunciato neppure agli aiuti dei ristori statali per il Covid, ben 180mila euro. Che parte degli introiti dal Village li rinveste in finanziamenti al Pd, al quale ha versato 50mila euro durante la campagna elettorale che ha visto Zan conquistare proprio il collegio di Padova. “Tutto quello che viene guadagnato viene riversato nell’iniziativa e dunque non c’è nessun tipo di guadagno”, ha precisato Zan a Report, sottolineando che “ho prestato il mio nome per dare una mano.

Lo faccio con spirito di servizio, a titolo gratuito”. E pensare che al Pride Village neppure l’ingresso è gratuito, quindi figurarsi quanto le sue giustificazioni abbiano potuto attecchire nella comunità LGBTQ+. Tanto più che le iniziative di Zan, ormai da anni, più che il marchio gay hanno quello della concorrenza sleale. È stato proprio il Comune di Padova a garantire allo spazio “che fu” dell’Arcigay deroghe a qualsiasi limitazione commerciale, alle quali, invece, sono sottoposti i proprietari degli altri locali. Più spazi, più musica, più elasticità sugli orari di chiusura. Un vantaggio competitivo e illecito, che probabilmente ha aperto la porta a una serie di fortunati eventi che portano un nome: Virgo Holding Spa.

Una manna dal cielo piovuta su Zan lo scorso maggio, quando la Virgo Fund, un fondo maltese controllato dalla Virgo Holding Spa che dal 2022 ha sede a Milano ma che è di proprietà svizzera, ha annunciato l’investimento di quattro milioni di euro per il triennio 2023-2025, in progetti al servizio dell’inclusività per il riconoscimento dei diritti civili, a partire dal Pride Virgo Village, la più grande manifestazione estiva della comunità LGBTQ+. Anzi, forse l’unica, a ben guardare le altre realtà del Paese. Il Pride di Roma è stato costretto a finire in malora dopo la caduta del sindaco Ignazio Marino, perché l’amministrazione Raggi e neppure l’attuale di Gualtieri hanno concesso le deroghe necessarie a mettere in piedi un evento del genere.

Così il Pride di Zan opera in una sorta di monopolio e attrae società con capitali perfino dall’estero, dalla holding al cui interno c’è di tutto, dalla cosmetica alla radio, dall’energia alla mobilità, dall’immobiliare alle assicurazioni. Holding che non fa certo beneficenza, ma che in quanto Spa è tenuta a investimenti redditizi, da mettere in atto in collaborazione con la Be Proud. Virgo, con il suo ceo Alessandro Vox, è diventata dunque lo sponsor unico di Zan. E ha annunciato: “Virgo Holding Spa, con i marchi Onova- Megavatt- Virgo Milano – Suomy – Eau de Milano (satelliti della holding, ndr) – Paolo Rossi Please, investirà circa 4 milioni di euro in tutta una serie di progetti, volti a sensibilizzare sempre più la società su temi di estremo interesse collettivo. Ogni anno produrrà un film incentrato sul tema delle discriminazioni. Inoltre, lancerà il magazine Equall, che sarà possibile trovare sia online sia nelle edicole italiane, edito dal comparto editoria di Virgo.

Ancora, investirà sulla mobilità sostenibile all’interno del Pride Village Virgo con l’ausilio di mezzi di trasporto elettrici totalmente green Suomy ed Onova Green Mobility e con l’esclusivo Onovapark. Punterà anche sulla televisione, con format tv e radiofonici trasmessi direttamente dal Pride Village Virgo. Il progetto prevede infatti la distribuzione di contenuti, appositamente prodotti durante il Pride Village Virgo, attraverso una multipiattaforma studiata per essere fruibile da diversi device, sia desktop che mobile. Party a tema con testimonial d’eccellenza per Virgo Milano, Suomy, Eau de Milano, Paolo Rossi Please, Onova, Megawatt”. Altro che diritti! Se non è business questo, cosa lo è? 

Diritti Lbgtqia+ e milioni: bufera Report su Alessandro Zan. E lui si difende: “Tutto regolare”. Angelo Vitolo su L'Identità l'11 Dicembre 2023

Nella bufera mediatica scatenata da Report finisce il deputato del Pd Alessandro Zan. L’inchiesta del programma condotto da Sigrido Ranucci scopre il giro di affari intorno alle iniziative Lbgtqia+.

Zan è titolare della società che promuove il Pride che si svolge ogni anno a Padova e che registra un incasso di oltre un milione di euro dai vari festival collegati. Zan è il parlamentare del Partito Democratico che ha legato il suo nome alla proposta di legge sull’omotransfobia e che tenne banco durante gli anni della scorsa legislatura tra varie polemiche.

Nella trasmissione parla il commercialista e revisore legale Stefano Capaccioli confermando che il Pride Village di Padova è gestito dalla società Be Proud Srl, costituita a suo tempo con 3mila euro da tre soci – Zan ne è amministratore unico e socio di maggioranza – e che nel 2022 ha incassato più di un milione e 300mila euro, di cui oltre 700mila euro dagli ingressi all’iniziativa – solitamente 200mila ogni anno – e 450mila euro dagli incassi del bar, organizzato con una consumazione minima al tavolo da 160 euro. E ha pure incassato 180mila di euro di ristori Covid, versando 50mila euro dal suo bilancio al Pd nazionale e locale.

Be Proude srl è affiancata da Virgo, un fondo di investimento dedicato ai tempi Lgbtqia+ che finanzia con 4 milioni di euro queste iniziative e, come sponsor e patrocinatori, dal Comune di Padova guidato dal sindaco civico Sergio Giordani e da società dell’energy e del green.

Zan, all’intervista di Report, ha replicato che “tutto quello che viene guadagnato viene riversato nell’iniziativa, e dunque non c’è nessun tipo di guadagno”, con un suo ruolo “a titolo gratuito, in spirito di servizio”.

Report, l’inchiesta su Alessandro Zan e Michela Di Biase: «Società che guadagnano sui diritti». Loro: «Solo falsità». Alessandra Arachi su Il Corriere della Sera domenica 10 dicembre 2023.

Il programma di Rai tre condotto da Sigfrido Ranucci ha indagato su due società dei deputati Pd: una per gestire il Prdi, per Alessandro Zan, l’altra per le consulenze sulla certificazione della parità di genere, per Michela Di Biase

Una società privata per gestire il Pride di Padova, Alessandro Zan. E per Michela Di Biase un’altra società privata per la consulenza alle società per la certificazione della parità di genere. Sono i due deputati del Pd che ieri sera su Rai Tre sono finiti nel mirino di «Report», condotto da Sigfrido Ranucci.

Report non contesta loro la violazione della legge, ma piuttosto opportunità politiche, anche conflitti di interesse: ognuno dei due deputati ha fondato la propria società sui temi che sono di interesse prioritario della propria attività politica. I diritti Lgbt per Alessandro Zan. La parità di genere per Michela Di Biase.

Con la sua «Be proud srl» Alessandro Zan organizza a Padova il festival lgbt più importante d’Italia, tre mesi di festeggiamenti e attività per promuovere, appunto, i diritti lgbt. Oltre un milione di euro il fatturato della società nel 2022 di cui Zan è amministratore unico, come regolarmente denunciato nei registri di Montecitorio. Lorenzo Vendemiale avvicina Zan durante il servizio: «Due domande sul Festival. Avete messo su un bell’evento sponsor, concerti, anche birra, pizza… ma si può dire che questo è a tutti gli effetti un evento commerciale». Il deputato Pd scuote la testa: «No, no, è un evento dove tutto quello che viene guadagnato viene riversato nell’iniziativa e dunque non c’è nessun tipo di guadagno».

A Michela Di Biase viene contestato di aver messo in piedi una società per la consulenza della certificazione della parità di genere, in anticipo rispetto alle altre, la «Obiettivo 5». Report ipotizza che questo sia avvenuto grazie alle sue entrature politiche, lei che è la moglie di Dario Franceschini, all’epoca ministro del Pd. Di Biase nega:«Né personalmente ne a nome di Obiettivo Cinque ho mai avuto interlocuzioni con politici finalizzate all’approvazione della certificazione di parità nel codice dei contratti Inoltre non ero in Parlamento quando è stata approvata la legge».

Estratto dell’articolo di Fabio Amendolara per “La Verità” domenica 10 dicembre 2023.

Gay.it, il sito web punto di riferimento per la comunità omosessuale italiana, dedica al Padova pride village, una descrizione molto breve ma efficace: «Fondato da Alessandro Zan (sì, proprio lui, il relatore del disegno di legge omonimo contro l’omofobia, la transfobia, la misoginia e l’abilismo), è il più grande evento Lgbtq+ del Nord Italia, che si svolge in estate dal 2008». 

Ma ci sono altri due dettagli non trascurabili che Report, il programma televisivo d’inchiesta condotto da Sigfrido Ranucci che andrà in onda oggi su Rai 3, ha scoperto: Zan, oltre a esserne il fondatore, è anche l’organizzatore dell’evento tramite una società, la Be Proud srl, azienda che opera con un codice Ateco, quello che identifica l’attività economica, per l’organizzazione di convegni e fiere.

Ha un capitale sociale di 3.000 euro, sede legale a Padova e un valore della produzione da oltre 600.000 euro. Ma il moschettiere che combatte l’omotransfobia e che è nella segreteria nazionale del Partito democratico (Elly Schlein è stata ospite d’onore della serata di chiusura dell’ultima edizione del Pride padovano), detiene il 52% delle quote della Be Proud e, oltre a essere quindi il socio di maggioranza, è anche l’amministratore unico della società. 

L’evento, in coda al nome mostra anche un altro brand: Virgo, un fondo d’investimento che ha deciso di puntare sull’inclusività e per abbinare il suo brand all’evento ha sborsato 4 milioni per progetti sul tema. «In Virgo Fund», è spiegato sul sito web del fondo, «siamo consapevoli che promuovere la diversità, l’equità e l’inclusione in ogni aspetto della nostra attività è un nostro valore fondamentale oltre che essere un ingrediente del nostro successo». E ancora: «Virgo Fund abbraccia l’uguaglianza e l’inclusione come canoni di bellezza in quanto parte del nostro ambiente di lavoro, degli investimenti e soprattutto delle partnership che scegliamo, fino all’offerta delle competenze nelle nostre attività».

Obiettivi che sembrano essersi sposati in pieno con il pride padovano. Che, oltre a Virgo, può contare su un’altra partnership: il Comune di Padova, guidato da Sergio Giordani, un sindaco che piace particolarmente ai dem. 

In bella mostra sul sito web dell’evento organizzato da Zan ci sono poi anche i loghi dei partner, in prevalenza società energetiche e della mobilità verde, ma non mancano i big del beverage. E, spiegano gli organizzatori, «il Pride Village Virgo è un evento inclusivo che accetta tutte (con la «e» capovolta, ndr), tranne gli omofobi». La politica (ideologica) sembra intrecciarsi spesso, però, con l’attività di business. E Padova è proprio il collegio elettorale di Zan.

Gli inviati di Report, Carlo Tecce e Lorenzo Vendemiale sono stati al pride che ogni anno supera le 200.000 presenze e hanno potuto verificare sul campo che è un bel «giocattolo» per fare business. Nell’area beverage, per esempio, c’è un privé con quota d’ingresso da 25 euro a persona e consumazione minima al tavolo da 160 euro. «Le quote», è spiegato online dagli organizzatori, «si sommano e vengono convertite in un giro di bottiglie (servite direttamente al tavolo)». Chi decide di restare in piedi, invece, paga 10 euro e non ha diritto alla consumazione, da pagare a parte. 

A questo punto i due giornalisti si sono chiesti: «Tutto ciò che viene speso per bere, mangiare e divertirsi, dove finisce?». Una domanda che hanno rivolto proprio a Zan. Che ha risposto così: «È un evento dove tutto quello che viene guadagnato viene riversato nell’iniziativa e dunque non c’è nessun tipo di guadagno».

Poi l’hanno incalzato: «Non ci vede un po’ un conflitto nell’avere una società che ha comunque un giro d’affari sugli stessi temi su cui lei, giustamente, conduce delle battaglie meritevoli in Parlamento?». La risposta: «No, io ho prestato il mio nome per dare una mano. Ma lo faccio con spirito di servizio, a titolo gratuito». 

I due giornalisti hanno quindi raccolto le considerazioni di Stefano Capaccioli, commercialista e revisore legale: «Le società sono fatte necessariamente per avere un utile. Incassando 1,3 milioni e spendendo, visto che guadagna poco, 1,3 milioni, fondamentalmente c’è tutta una serie di fattori produttivi che vengono remunerati. Dichiarano otto dipendenti, c’è un affitto, ci sono dei servizi». La conclusione non può che essere una: «È un business». 

Stando a Zan, la Be Proud non avrebbe ricevuto aiuti pubblici. Tranne uno: 180.000 euro di ristori Covid. Per i quali Zan ha spiegato: «C’erano i fornitori che avevano installato tutto il materiale e quelli andavano pagati. Per cui, come tutte le altre società, hanno chiesto un aiuto pubblico». La Be Proud, infatti, ha superato le difficoltà della pandemia anche grazie agli aiuti dello Stato: oltre 180.000 euro di ristori Covid, appunto, senza cui il bilancio 2021 avrebbe chiuso in perdita.

La recente storia della società, però, s’intreccia di nuovo con la politica. Nell’ultimo anno e mezzo la Be Proud ha versato circa 50.000 euro nelle casse del Partito democratico nazionale e locale. E Schlein sul palco della serata di chiusura non si era fatta sfuggire l’occasione per lanciare un messaggio politico: «Vi ringrazio di questa partecipazione, per questa chiusura del Village qui a Padova. E allora insieme, vi prego, siamo qui per divertirci. Ma non dimentichiamoci che dobbiamo essere militanti tutte quante, tutti quanti, insieme». Zan ringrazia. E con la benedizione del segretario nazionale del Pd diritti e business vanno a braccetto.

Estratto dell’articolo di Fabio Amendaolara per “la Verità” domenica 10 dicembre 2023.

L’altra grande battaglia del Partito democratico sui diritti civili è la parità di genere. E anche su questo campo c’è chi ha saldato l’attività politica a quella commerciale. La deputata dem e apologeta dei diritti rosa, Michela Di Biase, moglie di Dario Franceschini ed ex consigliere regionale del Lazio. Proprio da consigliere regionale, su suo impulso, il Consiglio si dotò delle linee guida per l’uso del linguaggio di genere. 

Ora si scopre che detiene il 25% di Obiettivo cinque, agenzia che fa consulenza di genere alle imprese. Ma sembra essere molto più di una semplice socia di minoranza. Una testimonianza esclusiva raccolta da Report svela che l’idea di fondare la società è stata proprio sua, «perché sapeva», ritengono i cronisti del programma di Ranucci, «grazie alle sue entrature politiche e le informazioni privilegiate di cui dispone a palazzo, che il Parlamento avrebbe approvato una legge che avrebbe portato importanti finanziamenti pubblici sul tema (sono stati stanziati 50 milioni di euro per il 2022, ndr)».

Il bollino rosa offre, oltre a bonus fiscali, anche la decontribuzione sul costo del lavoro e vantaggi reputazionali. «Grandi e piccole aziende», valutano i giornalisti di Report, «fanno la corsa a questa certificazione, spesso ottenuta grazie all’aiuto di preziosi consulenti». E proprio con i contributi pubblici le aziende possono pagarsi il lavoro che serve per ottenere la certificazione. Comprese le consulenze. 

E qui si inserisce Obiettivo cinque, che si occupa di offrire consulenza di genere e che è guidata da un team tutto al femminile. Dietro di loro, però, anche se sul sito web della società non compare, c’è Michela Di Biase. Nel servizio di Report una donna col volto coperto e la voce alterata digitalmente viene presentata come una manager di Obiettivo cinque. E spiega: «Michela ha avuto l’idea perché sapeva che sarebbe nata di lì a poco una certificazione di parità. Siamo stati sicuramente i primi».

La società nasce ad aprile, ovvero sette mesi prima della legge che regola la certificazione sulla parità di genere. Non solo. Ricostruiscono i cronisti di Report che «Obiettivo cinque avrebbe, poi, contribuito a modificare un altro decreto in Parlamento, scrivendo i contenuti di un emendamento per far rientrare la certificazione nel nuovo codice dei contratti pubblici». Un intervento normativo che ha avuto la conseguenza di far crescere il valore della certificazione. E, indirettamente, anche il giro d’affari per chi se ne occupa. 

«Mentre da deputata», sostiene Report, «interviene pubblicamente, firma emendamenti e partecipa a eventi sul tema, fuori dal Parlamento ha fatto di questa battaglia politica un business privato». Nel 2022 Obiettivo cinque, con clienti del calibro di Philipp Morris e Novartis, ha chiuso il bilancio con un fatturato da oltre 200.000 euro. E ora nel mirino c’è anche il Pnrr.

Al fianco della Di Biase nell’avventura imprenditoriale c’è Elena Di Giovanni, già vicepresidente di Comin and partners, big player nel settore della comunicazione. La Di Giovanni, oltre ad aver lavorato anche per il ministero dei Beni culturali (Franceschini ne è stato ministro), insieme all’altro fondatore della società di comunicazione, Gianluca Comin, è stata nominata in una fondazione culturale proprio da Franceschini. […]

Affari di genere. Report Rai PUNTATA DEL 10/12/2023

di Lorenzo Vendemiale e Carlo Tecce

Collaborazione di Madi Ferrucci

Il conflitto di interesse in Parlamento non ha colore politico.

Dopo l’inchiesta esclusiva sugli interessi del senatore Maurizio Gasparri nella cybersicurezza, Report torna con una nuova puntata che riguarda stavolta gli affari della sinistra sui diritti civili. Il servizio svelerà le attività private di due volti di primo piano del Partito Democratico: da sempre in prima fila per la difesa dei diritti civili, fuori dal Parlamento hanno fatto di questa nobile battaglia politica un business.


 

Le domande della redazione e le risposte fornite da:

- L'Onorevole Michela Di Biase

- L'Agenzia di comunicazione politica Comin&Partners


 


 

- L'Onorevole Michela Di Biase

Gentilissimi, di seguito le risposte alle vostre domande. Qual è il ruolo di Elena Di Giovanni, vicepresidente e cofondatrice della vostra agenzia, in Obiettivo Cinque?* La partner Elena Di Giovanni e' uno dei soci di Obiettivo Cinque. Non riveste alcun ruolo operativo all'interno della società. La società Obiettivo Cinque annovera fra i suoi partner Comin & Partners: qual è il rapporto che lega la vostra agenzia a Obiettivo Cinque? La partnership è consistita in uno scambio di attività professionali. Obiettivo Cinque ha redatto il bilancio di genere 2022 di Comin & Partners e quest’ultima dovrà svolgere funzioni di ufficio stampa per Obiettivo Cinque. Inoltre, su specifici progetti di sostenibilità aziendale hanno proposto servizi congiunti. E’ opportuno che la titolare di un’importante agenzia di comunicazione politica come la vostra sia anche socia in affari con una parlamentare della Repubblica, Michela Di Biase, il cui marito, Dario Franceschini da ministro dei Beni Culturali ha per altro nominato i soci fondatori della vostra agenzia, Gianluca Comin e Elena Di Giovanni, nel Cda di due importanti Fondazioni culturali (il Teatro dell’opera e la Galleria Nazionale)? Le nomine di Gianluca Comin e di Elena Di Giovanni sono avvenute molto tempo prima della nascita di Obiettivo Cinque e comportano attività a titolo gratuito. L’attività d'impresa di Obiettivo Cinque ha uno spiccato carattere sociale ed è finalizzata a promuovere la cultura di genere nelle aziende. Si tratta pertanto di una partnership sinergica non solo opportuna ma, riteniamo, meritoria.

Il giorno mer 6 dic 2023 alle ore 13:24 [CG] Redazione Report Report Via Teulada, 66 – 00195 Roma Gentilissimi, vi scriviamo dalla redazione di Report, il programma di Rai3, perché nel corso della prossima puntata ci occuperemo della società Obiettivo Cinque, che è partner della vostra agenzia, e di cui la vostra vicepresidente, Elena Di Giovanni, è socia. A tal proposito, vi chiediamo di rispondere alle seguenti domande: • Qual è il ruolo di Elena Di Giovanni, vicepresidente e cofondatrice della vostra agenzia, in Obiettivo Cinque? • La società Obiettivo Cinque annovera fra i suoi partner Comin & Partners: qual è il rapporto che lega la vostra agenzia a Obiettivo Cinque? • E’ opportuno che la titolare di un’importante agenzia di comunicazione politica come la vostra sia anche socia in affari con una parlamentare della Repubblica, Michela Di Biase, il cui marito, Dario Franceschini da ministro dei Beni Culturali ha per altro nominato i soci fondatori della vostra agenzia, Gianluca Comin e Elena Di Giovanni, nel Cda di due importanti Fondazioni culturali (il Teatro dell’opera e la Galleria Nazionale)? Per esigenze di produzione, vi preghiamo di rispondere entro e non oltre giovedì 7 dicembre. Grazie e cordiali saluti, Redazione Report - Rai3


 


 

- L'Agenzia di comunicazione politica Comin&Partners

Gentilissimi, di seguito le risposte alle vostre domande. Qual è il ruolo di Elena Di Giovanni, vicepresidente e cofondatrice della vostra agenzia, in Obiettivo Cinque?* La partner Elena Di Giovanni e' uno dei soci di Obiettivo Cinque. Non riveste alcun ruolo operativo all'interno della società. La società Obiettivo Cinque annovera fra i suoi partner Comin & Partners: qual è il rapporto che lega la vostra agenzia a Obiettivo Cinque? La partnership è consistita in uno scambio di attività professionali. Obiettivo Cinque ha redatto il bilancio di genere 2022 di Comin & Partners e quest’ultima dovrà svolgere funzioni di ufficio stampa per Obiettivo Cinque. Inoltre, su specifici progetti di sostenibilità aziendale hanno proposto servizi congiunti. E’ opportuno che la titolare di un’importante agenzia di comunicazione politica come la vostra sia anche socia in affari con una parlamentare della Repubblica, Michela Di Biase, il cui marito, Dario Franceschini da ministro dei Beni Culturali ha per altro nominato i soci fondatori della vostra agenzia, Gianluca Comin e Elena Di Giovanni, nel Cda di due importanti Fondazioni culturali (il Teatro dell’opera e la Galleria Nazionale)? Le nomine di Gianluca Comin e di Elena Di Giovanni sono avvenute molto tempo prima della nascita di Obiettivo Cinque e comportano attività a titolo gratuito. L’attività d'impresa di Obiettivo Cinque ha uno spiccato carattere sociale ed è finalizzata a promuovere la cultura di genere nelle aziende. Si tratta pertanto di una partnership sinergica non solo opportuna ma, riteniamo, meritoria.

Il giorno mer 6 dic 2023 alle ore 13:24 [CG] Redazione Report Report Via Teulada, 66 – 00195 Roma Gentilissimi, vi scriviamo dalla redazione di Report, il programma di Rai3, perché nel corso della prossima puntata ci occuperemo della società Obiettivo Cinque, che è partner della vostra agenzia, e di cui la vostra vicepresidente, Elena Di Giovanni, è socia. A tal proposito, vi chiediamo di rispondere alle seguenti domande: • Qual è il ruolo di Elena Di Giovanni, vicepresidente e cofondatrice della vostra agenzia, in Obiettivo Cinque? • La società Obiettivo Cinque annovera fra i suoi partner Comin & Partners: qual è il rapporto che lega la vostra agenzia a Obiettivo Cinque? • E’ opportuno che la titolare di un’importante agenzia di comunicazione politica come la vostra sia anche socia in affari con una parlamentare della Repubblica, Michela Di Biase, il cui marito, Dario Franceschini da ministro dei Beni Culturali ha per altro nominato i soci fondatori della vostra agenzia, Gianluca Comin e Elena Di Giovanni, nel Cda di due importanti Fondazioni culturali (il Teatro dell’opera e la Galleria Nazionale)? Per esigenze di produzione, vi preghiamo di rispondere entro e non oltre giovedì 7 dicembre. Grazie e cordiali saluti, Redazione Report – Rai3


 


 

AFFARI DI GENERE di Carlo Tecce - Lorenzo Vendemiale Collaborazione Madi Ferrucci Immagini Chiara D’Ambrosio – Cristiano Forti – Fabio Martinelli – Paco Sannino

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO A Padova ogni estate va in scena il Pride Village, il più grande festival LGBTQIA + d'Italia BALLERINO Lo seguo da 10 anni quindi…

LORENZO VENDEMIALE Questo qua?

BALLERINO Questo.

LORENZO VENDEMIALE Ed è migliorato? BALLERINO Sì, devo dire di sì, anche a livello di ospiti.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Tre mesi di concerti, dibattiti, grandi ospiti, in uno spazio di oltre 10mila metri quadrati della Fiera di Padova. Tutto questo ha un nome e un cognome: Alessandro Zan, deputato Pd simbolo della lotta per i diritti civili, che ha firmato il famoso disegno di legge contro l'omotransfobia. E anche l’organizzatore di questo festival.

SPEAKER Gli fate un applauso ad Alessandro? Vieni qua con noi, vieni vieni, noi ti vogliamo.

ALESSANDRO ZAN - DEPUTATO PARTITO DEMOCRATICO Vogliamo una leader femminile, ma anche femminista e per questo l'abbiamo invitata questa sera. Consentitemi di avere qui, di presentarvi con un caloroso applauso un'amica, ma soprattutto la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Anche la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, è stata ospite d’onore della serata di chiusura dell’ultima edizione.

ELLY SCHLEIN - SEGRETARIA PARTITO DEMOCRATICO Vi ringrazio di questa partecipazione, per questa chiusura del Village qui a Padova. E allora insieme, vi prego, siamo qui per divertirci. Ma non dimentichiamoci che dobbiamo essere militanti tutte quante, tutti quanti insieme.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Il Festival porta il nome di Virgo, fondo d’investimento che ha deciso di puntare sull’inclusività e per abbinare il suo brand all’evento ha sborsato 4 milioni di euro in progetti sul tema. E ogni anno al Pride si superano le 200.000 presenze, fra queste anche molti attivisti ed elettori

RAGAZZA Libertà, divertimento, nessuno ci giudica. Bellissimo!

LORENZO VENDEMIALE Siete qua anche per l’onorevole Zan?

RAGAZZA Sì, è grazie a lui se c’è questo posto.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO E tutto ciò che spendono per bere, mangiare, divertirsi durante la serata, dove finisce?

STEFANO CAPACCIOLI - COMMERCIALISTA E REVISORE LEGALE Il Pride Village di Padova è della società Be Proud srl, è stata costituita con 3mila euro da tre soci.

LORENZO VENDEMIALE Ma questa Be Proud che cos'è? È un'associazione di volontariato, è una società no profit?

STEFANO CAPACCIOLI - COMMERCIALISTA E REVISORE LEGALE No, no, è una società commerciale. Nel 2022 ha incassato più di 1.300.000 euro, di cui oltre 700.000 euro di corrispettivi di ingresso e oltre 450.000 euro dagli incassi del bar.

LORENZO VENDEMIALE Quindi qual è il ruolo dell'onorevole Zan in questo schema?

STEFANO CAPACCIOLI - COMMERCIALISTA E REVISORE LEGALE L'onorevole Zan risulta amministratore unico e socio di maggioranza della Be Proud srl.

LORENZO VENDEMIALE Il proprietario.

STEFANO CAPACCIOLI - COMMERCIALISTA E REVISORE LEGALE Il beneficiario economico effettivo.

LORENZO VENDEMIALE Onorevole, salve posso salutare il padrone di casa, sono Vendemiale di Report.

ALESSANDRO ZAN - DEPUTATO PARTITO DEMOCRATICO Sì, certo. Di Report?

LORENZO VENDEMIALE Volevo fare due domande sul Festival. Avete messo su un bell’evento sponsor, concerti, anche birra, pizza… ma si può dire che questo è a tutti gli effetti un evento commerciale?

ALESSANDRO ZAN - DEPUTATO PARTITO DEMOCRATICO No, no, è un evento dove tutto quello che viene guadagnato viene riversato nell'iniziativa e dunque non c'è nessun tipo di guadagno.

LORENZO VENDEMIALE Non ci vede un po' un conflitto nell'avere una società che ha comunque un giro d'affari sugli stessi temi su cui lei giustamente conduce delle battaglie meritevoli in Parlamento?

ALESSANDRO ZAN - DEPUTATO PARTITO DEMOCRATICO No, io ho prestato il mio nome per dare una mano. Ma lo faccio con spirito di servizio, a titolo gratuito.

STEFANO CAPACCIOLI - COMMERCIALISTA E REVISORE LEGALE Incassando 1,3 milioni e spendendo, visto che guadagna poco, 1,3 milioni, fondamentalmente c'è tutta una serie di fattori produttivi che vengono remunerati. Dichiarano otto dipendenti, c'è un affitto, c'è dei servizi.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Padova è il collegio elettorale di Zan, e queste sono le tematiche su cui lui ha costruito la sua carriera politica.

LORENZO VENDEMIALE Riceve soldi pubblici?

ALESSANDRO ZAN - DEPUTATO PARTITO DEMOCRATICO No, nessun soldo pubblico.

LORENZO VENDEMIALE Però mi risulta che comunque per esempio l’anno scorso avete preso oltre 100 mila euro di ristori Covid.

ALESSANDRO ZAN - DEPUTATO PARTITO DEMOCRATICO Perché siccome è stata chiusa anticipatamente, c'erano tutti i fornitori che avevano già installato tutto il materiale e quelli andavano pagati. Per cui, come tutte le altre società, hanno chiesto un aiuto pubblico.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO La Be Proud ha superato le difficoltà della pandemia anche grazie agli aiuti dello Stato: oltre 180mila di ristori Covid senza cui il bilancio 2021 avrebbe chiuso in perdita. Però poi nell’ultimo anno e mezzo la società ha versato circa 50mila euro nelle casse del Pd nazionale e locale

STEFANO CAPACCIOLI - COMMERCIALISTA E REVISORE LEGALE Il primo anno pandemico è stato disastroso per la maggior parte delle società degli eventi delle fiere. Senza le contribuzioni date dallo Stato questa società nel 2021 non stava in piedi.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO La parità di genere è l’altra grande battaglia della sinistra italiana sui diritti civili. Di recente, il Governo ha creato una vera e propria certificazione che riguarda il mondo del lavoro, per incentivare le aziende a promuovere la crescita professionale delle donne.

ANDREA CATIZONE - AVVOCATA DIRITTO DELLA PERSONA Ci sono vantaggi fiscali e quindi decontribuzione sul costo del lavoro.

LORENZO VENDEMIALE Meno tasse.

ANDREA CATIZONE - AVVOCATA DIRITTO DELLA PERSONA Meno tasse. Punteggio per accedere ai bandi pubblici. E poi c'è tutta la parte invece dei vantaggi di carattere reputazionale.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Grandi e piccole aziende fanno la corsa a questa certificazione, spesso ottenuta grazie all’aiuto di preziosi consulenti.

ANDREA CATIZONE - AVVOCATA DIRITTO DELLA PERSONA Sono stati stanziati 50 milioni di euro per il 2022.

LORENZO VENDEMIALE Sono contributi a cui le aziende possono accedere per pagarsi il lavoro che serve per arrivare alla certificazione?

ANDREA CATIZONE - AVVOCATA DIRITTO DELLA PERSONA Esattamente.

LORENZO VENDEMIALE Anche la consulenza per intenderci?

ANDREA CATIZONE - AVVOCATA IN DIRITTO DELLA PERSONA Esattamente. Sì, sì.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Chi ha fiutato l’affare prima di tutti è Obiettivo Cinque, agenzia che si occupa proprio di fare consulenza di genere alle imprese, guidata da un team tutto al femminile. Dietro di loro, però, anche se sul sito non compare, c’è un’altra donna di spicco della politica italiana: Michela Di Biase, deputata Pd e moglie dell’ex ministro Franceschini, socia al 25% della società. Sarebbe proprio lei la mente del progetto, grazie anche alle informazioni privilegiate di cui dispone a Palazzo. Lo raccontano le stesse manager di Obiettivo Cinque.

MANAGER OBIETTIVO CINQUE Michela ha avuto l'idea perché sapeva che sarebbe nata di lì a poco una certificazione di parità.

COLLABORATRICE REPORT Diciamo che siete stati un po’ grazie anche a questa entrata, per così dire, nella politica, siete stati anche un po’ i primi, i precursori di questo…?

MANAGER OBIETTIVO CINQUE Siamo stati sicuramente i primi…

LORENZO VENDEMIALE Volevo farle una domanda sulla parità di genere, su cui lei è sempre in prima linea. Volevo chiederle: per lei i diritti delle donne sono più una battaglia politica o una questione d’affari? Mi riferisco a Obiettivo Cinque, la sua agenzia che fa consulenza sulla parità di genere.

LORENZO VENDEMIALE Stiamo parlando di una società, è sua, cioè, perché non mi risponde?

LORENZO VENDEMIALE Ci hanno detto che l’idea di fondare la società è stata sua perché sapeva che sarebbero arrivati dei finanziamenti pubblici nel settore. Che Obiettivo Cinque addirittura ha contribuito…

MICHELA DI BIASE - DEPUTATA PARTITO DEMOCRATICO È ridicola questa cosa.

LORENZO VENDEMIALE È ridicola?

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Ma sarebbe la manager della sua stessa società a smentirla.

MANAGER OBIETTIVO CINQUE Stando nel mondo della politica sapeva che c'era in ballo questa legge. Infatti, è stata approvata a novembre 2021. La società nasce ad aprile…

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Dunque, Obiettivo Cinque nasce 7 mesi prima della legge che regola la certificazione sulla parità di genere, perché, secondo quanto confida la stessa manager dell’agenzia, Michela Di Biase sapeva della imminente approvazione grazie alle sue entrature politiche. Non solo. Obiettivo 5 avrebbe poi contribuito negli scorsi mesi a modificare un altro decreto in parlamento, scrivendo i contenuti di un emendamento ad hoc, per far rientrare la certificazione per la parità di genere nel nuovo codice dei contratti pubblici. Un intervento normativo che ha avuto la conseguenza di aumentare il valore della certificazione. E quindi il giro d’affari per aziende come questa.

MANAGER OBIETTIVO CINQUE Un'altra esperienza è stata quella di scrivere una nota che doveva essere letta in Parlamento da una donna sia del Partito Democratico sia di Fratelli d'Italia, per cercare di reinserire la certificazione nel codice dei contratti, e poi questo è avvenuto. C'è stato un emendamento che era proprio quello che si diceva in questa nota…

COLLABORATRICE REPORT Che investimenti deve fare in termini proprio economici per arrivare al raggiungimento di un obiettivo del genere? MANAGER OBIETTIVO CINQUE Sicuramente è un investimento abbastanza importante. Oltre 30mila, 40mila euro

LORENZO VENDEMIALE Ci hanno detto che addirittura la sua società, Obiettivo Cinque, ha contribuito a modificare una legge in parlamento per aumentarne il valore.

MICHELA DI BIASE - DEPUTATA PARTITO DEMOCRATICO (ride) Ma cosa sta dicendo? Ma assolutamente no.

LORENZO VENDEMIALE Ma qual è il suo ruolo in Obiettivo Cinque. Ce lo spieghi lei.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Prima al Comune di Roma e ora in Parlamento, Michela Di Biase è da sempre in prima linea nella battaglia per la parità di genere, uno dei temi identitari per il suo partito.

SEDUTA DELL’8.3.2023 MICHELA DI BIASE - DEPUTATA PARTITO DEMOCRATICO Le donne debbono essere impiegate in settori nevralgici, di crescita di questo Paese, di sviluppo. La vicenda del differenziale retributivo, il gender pay gap, che evidenzia un gap enorme anche sul tema degli stipendi.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Nel suo primo vero anno di attività, l’agenzia ha chiuso il bilancio 2022 con un fatturato di oltre 200mila euro, e clienti del calibro di Philipp Morris o il colosso della farmaceutica Novartis. Nel 2023 i clienti sono aumentati e anche i ricavi sono destinati a crescere. E ora Obiettivo Cinque punta a infilarsi anche nel Pnrr

MANAGER OBIETTIVO CINQUE Stiamo cercando di promuovere il nostro servizio nel mondo delle Pmi, perché ci sono dei finanziamenti statali che derivano dal Pnrr

COLLABORATRICE REPORT Un bel risultato

MANAGER OBIETTIVO CINQUE Per forza dobbiamo lavorare in questo modo. Però sempre tenendo in qualche modo oscura la figura di Michela. Infatti, non compare nel sito internet, non compare su Instagram perché... meglio così…

LORENZO VENDEMIALE Onorevole, perché scappa. Se è tutto così trasparente perché lei nasconde il suo nome in maniera sistematica?

MICHELA DI BIASE - DEPUTATA PARTITO DEMOCRATICO Io non nascondo nulla.

LORENZO VENDEMIALE È un tema importante per il Pd, lei ha un’attività imprenditoriale che fa profitto su un tema sensibile per il Pd

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Michela Di Biase comunque non è sola nella sua avventura imprenditoriale. A spingere Obiettivo Cinque c’è anche l’altra socia forte dell’azienda: Elena Di Giovanni, già vicepresidente di Comin and Partners, potente agenzia di comunicazione politica fondata da Gianluca Comin, che ha rapporti con le principali aziende e istituzioni del Paese. E un filo speciale con Di Biase e famiglia. Oltre ad aver lavorato, tra gli altri, anche per il Ministero dei beni culturali, i suoi fondatori, Gianluca Comin e Elena Di Giovanni, sono stati nominati in due importanti Fondazioni culturali da Dario Franceschini, quando era ministro

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Premesso che i parlamentari Zan e Di Biase hanno dichiarato la loro partecipazione in una società privata alla Camera, cosa che invece non aveva fatto il senatore Gasparri al Senato. Ecco detto questo, resta la perplessità sull'opportunità di legare le battaglie per sacrosanti diritti civili a delle attività commerciali. Nel caso di Zan, proprio in quel collegio dove lui è stato eletto, crea un'opportunità che gli consente anche di finanziare il partito. Nel caso della Di Biase, insomma, la sua battaglia parlamentare sulla parità di genere ha portato indubbiamente delle ricadute dei vantaggi economici alla società indirettamente alla società di cui socia al 25%. è proprio questa sua posizione secondo la manager avrebbe anche favorito la nascita di questa società ben sette mesi prima dell'approvazione della legge. È stata un'idea di Michela, dice, ora questo proprio perché può accedere a informazioni privilegiate. L'onorevole Di Biase, che con noi non ha voluto parlare, nell'intervista, ha scritto una mail in cui sostiene di aver rispettato sempre la legge, ma questo nessuno l'ha messo in dubbio. Sostiene anche che l'idea della società è avvenuta nel 2020 ben prima che fosse eletta parlamentare e della certificazione della parità di genere. E che né lei personalmente né Obiettivo cinque né a nome della società ha mai avuto interlocuzioni politiche finalizzate a intervenire sulla normativa in materia. Ecco la sua versione stride con quanto ci ha detto la manager prima e insomma e la sua risposta la potete trovare nella sua versione integrale sul nostro sito così come quella della sua socia Elena Di Giovanni che è vicepresidente di Comin&Partners che specifica di non avere ruoli operativi nella società. Comunque, sta di fatto che questa società è cresciuta negli anni, è riuscita a fare anche consulenza ad aziende molto importanti come la farmaceutica Novartis, Philip Morris, Generali che volevano vantare il bollino rosa, la parità di genere. Poi c'è anche un'abbuffata. L'ha detto anche la stessa manager cui partecipare, che è quella del PNRR, perché le società che avranno il bollino rosa saranno avvantaggiate nella aggiudicazione dei lavori. Ecco per tutto questo motivo ci chiediamo se Obiettivo Cinque in questo mercato ha un vantaggio perché ha come socia una persona che è in Parlamento e per questo ci chiediamo quando fai delle battaglie così nobili che riguardano la difesa dei diritti civili è opportuno far insinuare un dubbio che lo fai anche per interessi privati, che poi non è un nostro dubbio, ma è anche quello della stessa manager di Obiettivo Cinque che dice bisogna lavorare così e far mantenere nell'ombra la figura di Michela.

Giustizialisti.

Pqm e la giustizia penale in Italia: il racconto che va oltre la schiacciante prevalenza dell’accusa. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista il 9 Dicembre 2023

PQM è il nuovo settimanale che il Riformista dedica all’approfondimento dei temi della giustizia penale, e che mi si è voluto dare l’onore e l’onere di dirigere. È una sfida che merita di essere raccolta, per coprire un vuoto assordante nel nostro panorama editoriale e mediatico.

La giustizia penale è un tema politico e sociale cruciale, perché è il luogo dove avviene quotidianamente lo scontro tra la potestà punitiva dello Stato ed i diritti primari (libertà, dignità) della persona. Comprenderne regole, ragioni e devianze esige competenza, libertà morale ed onestà intellettuale. Oggi quei temi sono affrontati in modo ideologico, strumentale, polemico, tendenzialmente conformista e quasi sistematicamente disinformato. Non solo: è evidente -e sconfortante- la schiacciante prevalenza, a partire dalla cronaca giudiziaria, del punto di vista dell’Accusa.

PQM, il dibattimento e i processi come nessuno ve li racconta

Da Mani Pulite in poi si è sedimentata nella opinione pubblica e nei media la convinzione che l’ipotesi accusatoria sia già il giudizio sulla responsabilità dell’accusato, sicché le indagini sono seguite e raccontate avidamente, mentre il dibattimento -il solo giudizio che conta- non interessa più a nessuno. Noi vi racconteremo i processi come non ve li racconta nessuno, e daremo voce, finalmente, anche ai diritti di chi subisce, a torto o a ragione, la potestà punitiva dello Stato. PQM sarà affidato alla collaborazione di accademici, avvocati, magistrati, operatori del mondo carcerario, in nome di null’altro che della loro competenza e della passione civile che tutti li anima. PQM saprà essere una voce libera e coraggiosa, che vuole raccontare i fatti della Giustizia penale dal punto di vista dei più deboli, senza cedere al ricatto odioso di vedersi inquadrati, perciò solo, tra i fiancheggiatori della criminalità mafiosa o tra le giulive suffragettes del buonismo salottiero.

PQM contro i garantisti “à la carte”

Nemmeno apprezziamo i garantisti “à la carte”, che digrignano i denti per gli amici e invocano ghigliottina per i nemici. Chi vuole confrontarsi con noi, si armi di fatti e di competenza, e sarà il benvenuto. A cominciare da questo primo numero, che non a caso dedichiamo ad uno dei tabù intoccabili di questo Paese: le misure di prevenzione patrimoniali. Leggete cosa può accadere e cosa accade, in Italia, nell’esercizio di questo micidiale potere poliziesco, coperto e legittimato, senza limiti e riserve (ma ora l’Europa ci interroga), dal verbo intangibile della lotta alla Mafia; noi ve lo raccontiamo, perché non vediamo molti altri in giro che lo facciano. D’altronde, vogliamo che sia ben chiaro ciò che siamo, e che abbiamo l’ambizione di rappresentare. PQM esprime quel pensiero e quel convincimento che ha attraversato millenni di storia dell’umanità, senza scalfirsi di un graffio: la libertà e la dignità di un solo innocente ingiustamente accusato valgono l’impunità di cento criminali. Su questo, cari lettori, non abbiamo l’ombra del dubbio. Buona lettura.

Gian Domenico Caiazza. Presidente Unione CamerePenali Italiane

Caiazza e i nuovi vertici delle Camere penali “divisi” da un giornale. Sabato esce “Pqm”, il settimanale diretto dall’ex presidente dell’Ucpi. Sarà allegato al “Riformista” di Matteo Renzi. Ma diversamente da quanto si potrebbe immaginare, non sarà l’organo ufficiale delle Camere penali: i nuovi vertici dell’associazione non sapevano nulla dell’iniziativa. Il Dubbio il 6 dicembre 2023

Stranezze. Gian Domenico Caiazza, che da pochissimo, un mese e mezzo scarso, ha passato a Francesco Petrelli il testimone dell’Ucpi, si appresta com’è noto a firmare da direttore il primo numero di Pqm, settimanale allegato al Riformista di Matteo Renzi. Si dirà: ecco, le Camere penali hanno il loro organo ufficiale, affidato peraltro a un avvocato straordinariamente brillante, un vero maestro della comunicazione, oltre che protagonista, nei cinque anni trascorsi al vertice dell’Unione, di importanti battaglie politiche. E invece no. Niente di tutto questo.

Pqm non è un progetto comune. Non è un’iniziativa condivisa con l’attuale presidente Petrelli né col resto della nuova giunta Ucpi, eletta dal congresso celebrato a fine ottobre a Firenze. A quanto sembra, addirittura Petrelli, il vicepresidente dell’Unione Camere penali Nicolas Balzano e il segretario Rinaldo Romanelli avrebbero saputo dell’iniziativa di Caiazza a cose fatte, cioè solo con la conferenza stampa in cui sabato scorso è stato presentato (a Napoli) il nuovo giornale.

Non è chiaro il motivo della solitudine con cui una figura assolutamente centrale nell’associazione dei penalisti quale Caiazza continua a essere abbia ritenuto di doversi muovere, senza neppure informare i colleghi, e innanzitutto i suoi successori. Di certo, da quel poco che si riesce a comprendere, c’è un po’ il rischio di un’occasione persa. Perché i penalisti hanno sempre espresso grande capacità e forza comunicativa, intensità polemica, passione prima di tutto. Dividere le forze in una fase peraltro assai delicata e ambivalente, per le battaglie garantiste, come questa, non sembra la migliore delle soluzioni.

Sabato si saprà qualcosa in più sull’impostazione del settimanale di Caiazza. Dal numero zero, si intuisce che le 8 pagine del supplemento al Riformista non saranno prive del contributo di autorevoli penalisti. Ma sembra escluso che tra le firme possa comparire quella di Francesco Petrelli, che pure si è occupato, fino a un minuto prima di essere eletto presidente, della rivista specializzata diffusa dall’Ucpi, Diritto di difesa. Petrelli è insomma a propria volta un apprezzatissimo editorialista, di cui anche la magistratura associata da tempo riconosce la raffinata capacità di analisi.

Può darsi che i tempi congestionati tipici dei processi editoriali abbiano impedito una sintesi, sempre possibile una volta che Pqm avrà cominciato il proprio percorso. Dietro le quinte c’è di sicuro l’ambizione dell’editore Alfredo Romeo di mantenere il garantismo tra gli asset del proprio gruppo.

Franco Coppi, 60 anni con la toga a patire col cliente. L’avvocato è stato protagonista della cerimonia per i sessant’anni di iscrizione all’Ordine di Roma. Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio l'8 dicembre 2023

In Cassazione è di casa. L'aula austera dell’Ordine degli avvocati di Roma, in Piazza Cavour, è stata attraversata dall'emozione e dalla commozione. I sentimenti più umani che non risparmiano neppure i grandi maestri del diritto. Franco Coppi qualche giorno fa è stato protagonista della cerimonia per i sessant’anni di iscrizione all’albo dell’Ordine capitolino. Una giornata indimenticabile per la comunità forense che ha omaggiato l’illustre collega, a partire dal presidente del Coa Paolo Nesta.

Nel suo intervento il professor Coppi ha rivolto lo sguardo al passato, ma allo stesso tempo si è rivolto ai colleghi che muovono i primi passi nell’impegnativa professione forense. Parole che rappresentano un prezioso insegnamento per chi ogni giorno indossa la toga e si reca in Tribunale. «Mi hanno insegnato – ha detto Franco Coppi - quanto fosse vera quell’affermazione di Piero Calamandrei, il quale disse che il giudice non deve e non può essere compassionevole. L’avvocato, invece, sì. Deve essere compassionevole, perché deve saper patire con il proprio cliente la passione che lui stesso vive. Questo è il messaggio che noi dobbiamo lasciare ai giovani. Guardate ai grandi del passato. Io sono stato molto fortunato, quando ho iniziato la professione, quando ho raggiunto la prima volta il palazzo della Cassazione e ho incontrato Carnelutti, dopo pochi passi De Marsico, poi ancora Delitala. Senza tralasciare i magistrati che erano all’altezza di questi avvocati. Da lì ho imparato tanto, ho guardato sempre a loro con ammirazione, come modello, per migliorare e poter dare sempre il massimo. Soltanto così possiamo stare a posto con la nostra coscienza. Guardate ai grandi e imparate a compatire». Tra i maestri di Coppi figura Giuliano Vassalli, già ministro di Grazia e Giustizia e padre del codice di procedura penale del 1988.

Franco Coppi è considerato uno dei migliori avvocati italiani e ha rappresentato la difesa in processi molto importanti in cui sono state scritte pagine della storia del nostro Paese. Risale ad una trentina di anni fa il processo di Palermo – il cosiddetto “processo del secolo” - in cui il leader della Dc Giulio Andreotti venne accusato per aver commesso reati di partecipazione mafiosa. Andreotti è stato difeso da Franco Coppi anche nel processo per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Da un leader all’altro sempre con la stessa attenzione e dedizione. Un altro importante esponente politico ed ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, decise di farsi assistere dal noto penalista. Una scelta rivelatasi azzeccata. Nel processo Ruby-ter il leader azzurro (scomparso nello scorso giugno) è stato assolto in primo grado dall’accusa di corruzione in atti giudiziari «perché il fatto non sussiste». Berlusconi venne accusato di aver versato somme di denaro ad alcune ragazze che avevano partecipato alle feste di Arcore. L’accusa era convinta che si trattasse di corruzione: secondo i pm, i soldi venivano usati per indurre le giovani a non testimoniare nel processo a carico del fondatore di Forza Italia. Con l’assunzione della difesa da parte di Coppi abbiamo assistito ad un cambio di rotta nelle strategie difensive e nella comunicazione all’esterno. Meno aggressività, meno ricerca dello scontro frontale con le Procure, meno vittimismo, argomentazioni giuridiche curate nei minimi particolari e finalizzate a smontare, pezzo per pezzo, le tesi dell’accusa. Il “metodo Coppi” si è rivelato vincente.

Non solo nomi altisonanti, politici, imprenditori. Tra gli assistiti dell’avvocato Coppi figurano persone comuni, coinvolte in casi giudiziari che hanno riempito le pagine di cronaca nera. È il caso di Sabrina Misseri, condannata con la madre, Cosima Serrano, all’ergastolo per l’omicidio della quindicenne Sara Scazzi, avvenuto ad Avetrana (Taranto) nell’estate 2010. Evitare il carcere a vita è stata un’altra missione delicata per Coppi. Un cruccio non aver potuto dimostrare l’innocenza di Sabrina Misseri. La pena all’ergastolo è stata definita «ingiusta» e «mostruosa» dal penalista romano.

Nel 2017, in una intervista rilasciata al Corriere della Sera, Franco Coppi affermò che «i cosiddetti casi “di cronaca” consentono di vedere le sfaccettature della vita, capisci molto della natura umana, entri nei moventi dell’agire degli individui, scopri i meccanismi di giustificazione che le persone cercano per i propri comportamenti. È affascinante, ogni volta è quasi una lezione di psicologia». Ancora una volta emerge l’approccio compassionevole, richiamato qualche giorno fa nell’aula del Coa di Roma, in Cassazione. Franco Coppi ha fatto dell’approccio compassionevole una missione. Un modo di affrontare il lavoro, da sessant’anni in studio e nelle aule giudiziarie, con la toga diventata una corazza e una seconda pelle. L’approccio compassionevole è inevitabile per costruire al meglio la difesa – sempre diversa, secondo il caso giudiziario – e dedicare attenzione ai propri assistiti. Questi ultimi non sono solo nomi e cognomi sugli atti difensivi, ma persone in carne ed ossa con i loro sbagli o azioni inenarrabili. Persone alle quali va sempre garantito il diritto inviolabile scolpito nell’articolo 24 della Costituzione.

Livello indecente di irresponsabilità. La parabola del gioielliere accende il dibattito. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista l'8 Dicembre 2023

Il gioielliere rapinato e poi omicida dei rapinatori accende il dibattito politico e social, con la solita raccapricciante qualità argomentativa alla quale siamo ormai abituati. Non entro nel merito di un processo che non ha ancora un verdetto definitivo. Mi interessa invece fare qualche considerazione di carattere generale. Il tema della legittima difesa si accende in modo particolarmente virulento intorno alle rapine, preferibilmente quelle nelle gioiellerie.

Ciò ovviamente si spiega perché queste rapine avvengono a mano armata, quindi con minaccia alla vita del gioielliere, oltre che aggressione al suo patrimonio. Questo dovrebbe far capire anche ai più sprovveduti che il tema della legittima difesa viene innescato da un conflitto a fuoco, o dalla minaccia dell’uso di un’arma. Quando la minaccia armata non c’è, la reazione armata non è più legittima perché viene meno ogni proporzionalità tra aggressione e difesa, per quanto tu voglia industriarti ad intervenire normativamente sulla nozione di proporzionalità. Se il rapinatore se ne è andato, se ne è andato, e la minaccia alla tua vita è cessata.

L’aggressione al patrimonio resta odioso, resta un sopruso inaccettabile, chi lo compie deve essere severamente punito, ma il rapinato non acquisisce perciò solo un diritto di vita o di morte sul rapinatore. Invece, non solo nel dibattitto social, che su questi ed altri temi assomiglia ogni giorno di più ad una fogna a cielo aperto, ma più o meno con la stessa qualità anche nel dibattito politico e sui media tradizionali, si parametra in realtà la legittimità della reazione armata del rapinato sulla ingiustizia del torto subito. Ma se una reazione omicidiaria dovesse essere legittima, anche una volta cessata la minaccia delle pistole dei rapinatori, solo perché è giusto e legittimo non rimanere inermi di fronte ad un torto, allora questo ragionamento dovrebbe valere ben di più che quando la vittima subisce un attentato al proprio patrimonio.

Se il parametro giustificativo di una reazione omicidiaria è l’ingiustizia e la gravità del torto subito, a prescindere dalla attualità ed imminenza della minaccia armata, cosa dovremmo pensare circa il diritto di reagire di chi subisce una violenza sessuale, uno stalking, o atti di bullismo, o un’usura? Sono ragionamenti elementari, me ne rendo conto, ma d’altronde il livello della discussione politica è davvero di una stupefacente povertà argomentativa, e ti conduce a questo livello di semplificazione, alla ricerca -forse vana- di un filo di ragionevolezza. Ho letto che il senatore Borghi della Lega immagina una ennesima riforma della legge sulla legittima difesa. Per dire cosa: che si può reagire sparando anche quando il ladro o il rapinatore non ti sta più minacciando la vita? E con quale argomento: che deve restituirti il maltolto? Ma è mai possibile questo livello indecente di irresponsabilità da parte di chi dovrebbe orientare la pubblica opinione, piuttosto che assecondarla negli istinti più beceri ed insensati?

Gian Domenico Caiazza Presidente Unione CamerePenali Italiane

Mario Roggero, il Csm scende in campo in difesa del giudice di Asti. Paolo Ferrari su Libero Quotidiano il 9 dicembre 2023

A difesa dei magistrati di Asti che hanno condannato questa settimana a diciassette anni di carcere per omicidio volontario Mario Roggero, il gioielliere piemontese che durante un tentativo di rapina aveva sparato ed ucciso due malviventi, è sceso ieri in campo il renziano del Csm Ernesto Carbone. L’ex parlamentare di Italia viva ed ora uno dei dieci componenti laici di Palazzo dei Marescialli ha chiesto infatti l’apertura di una pratica “a tutela” per discutere «dell’autonomia e dell’indipendenza e del prestigio della magistratura» in seguito delle «espressioni denigratorie usate contro i magistrati della Corte d’assise e della Procura della Repubblica di Asti». «Esponenti della politica ed alti funzionari dello Stato», sottolinea Carbone, avrebbero pronunciato espressioni di natura «svalutante, denigratoria e lesiva dei principi di autonomia e indipendenza della magistratura, nonché del prestigio di cui la stessa, che la Costituzione concepisce come potere, deve godere».

Nel mirino, senza citarli, Matteo Salvini che alla lettura della sentenza di condanna aveva espresso «piena solidarietà a un uomo di 68 anni che, dopo una vita di impegno e di sacrifici, ha difeso la propria vita e il proprio lavoro. A meritare il carcere dovrebbero essere altri, veri delinquenti, non persone come Mario», e il generale Roberto Vannacci che aveva annunciato di utilizzare «la popolarità acquisita per aiutare Roggero», dichiarandosi «disponibile a sostenere che la difesa è sempre legittima: mai a favore dei delinquenti e di chi non rispetta la legge». Nessuna parola da parte di Carbone per un cittadino che era stato già vittima di ben dieci rapine nel suo negozio e di quattro spaccate in casa. In una di queste rapine, dove era stato anche picchiato selvaggiamente riportando fratture alle costole ed al naso, Roggero aveva avuto come risarcimento ben 100 euro. 

Difficile non tener conto dell’esasperazione di chi è in balia di una criminalità sempre più aggressiva da cui è impossibile difendersi. O, se si ci difende come ha fatto Roggero, rischia di finire i propri giorni dietro le sbarre e dopo aver visto andare in fumo i risparmi di una vita per pagare i maxi risarcimenti ai familiari dei propri rapinatori. Se questo non è un “mondo al contrario” poco di manca.

Estratto dell’articolo di Roberto Fiori per “La Stampa” il 7 dicembre 2023

«Se volete aiutare la nostra famiglia dopo la terribile condanna verso mio marito, questo è il momento giusto per farlo». Mariangela Sandrone Roggero è una donna mite, ma anche concreta e determinata. È stata al fianco del marito durante ogni udienza e non ha vacillato neppure quando il giudice della Corte d’Assise di Asti lunedì ha pronunciato la sentenza, condannando il gioielliere di Grinzane Cavour a 17 anni di reclusione per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo durante la rapina avvenuta il 28 aprile 2021. 

«Una sentenza assurda, incomprensibile», dice dietro al bancone del negozio, mentre Mario Roggero è a Milano a raccontare la sua storia in uno studio televisivo. «Ma ora dobbiamo pensare anche al risvolto economico di questa pena, perché oltre a essere finiti tra i colpevoli, rischiamo anche il tracollo. Per i 300mila euro di risarcimento volontario che abbiamo già versato alle famiglie delle vittime, siamo stati costretti a vendere un alloggio che Mario aveva ereditato da sua madre e a chiedere un prestito in banca. Ma è solo una piccola parte. Se non riusciremo a coinvolgere più gente possibile, non so proprio come faremo a tirare avanti».

La gente vi sta dimostrando solidarietà?

«Si, moltissimo. Io non sono sui social, ma è incredibile come si riescano a raggiungere così tante persone in poco tempo. Se ne occupano le mie figlie e alcuni amici, rispondono privati, aziende, associazioni e gruppi spontanei. I primi 11mila euro sono già arrivati sul conto corrente in un solo giorno, ma io vivo con il terrore di vedere anni di lavoro e di sacrifici andare in fumo. Questa condanna non è stata inflitta solo a Mario, ma a tutti noi. A rimetterci saranno le nostre figlie e i nostri nipoti».

Matteo Salvini ed altri esponenti di spicco si sono schierati al vostro fianco. Crede nel sostegno della politica?

«Francamente, oggi non credo più in nulla. Né nella politica, né nelle istituzioni e tanto meno in una giustizia che sta dalla parte dei ladri e non da quella dei cittadini onesti. Io sono sempre andata a votare, spronata soprattutto da Mario, ma ora lo considero un capitolo chiuso. Ringrazio chi ci sostiene, tuttavia mi sento inerme e disincantata». 

[…]

« […] È dal 2015, quando subimmo la prima violenta rapina, che noi viviamo in una sorta di incubo. La mia mente torna spesso a due anni fa, anche se ho scoperto di avere dei vuoti di memoria. Lo psicologo mi ha detto che è normale, che la paura cancella alcune cose. Penso anche alle due persone morte, al destino che ci ha trascinati tutti in questa triste vicenda e che forse appartiene a un disegno più alto». 

Il vostro futuro è ancora in questo negozio?

«Credo proprio di no. Mario vive per il lavoro e per la famiglia, cerca sempre di proteggerci e di avere ogni cosa sotto controllo. Ma anche lui è una corda di violino e non si può continuare a gestire una gioielleria con questa terribile tensione che respiriamo. Io ho iniziato a lavorare quando avevo 15 anni, oggi ne ho 67 e non mi sarei mai immaginata di avvicinarmi alla pensione in queste condizioni». 

Cosa vorrebbe dire al giudice che ha emesso la sentenza?

«Che non ha capito la situazione, che ha usato un peso non adeguato al nostro caso. Negli spari di Mario non c’è stato nulla di volontario. È stato istigato a comportarsi così, in quel momento il suo cervello ha reagito in questo modo rivivendo il dramma della precedente rapina. Forse con un eccesso di legittima difesa, ma non certo in forma volontaria. Mi è sembrato che il giudice si sia sentito quasi obbligato dal suo ruolo a pronunciare una sentenza così brutale, ma mio marito dice che io sono buonista». 

È anche pessimista?

«Io sono sempre stata positiva, altrimenti non avrei superato molti ostacoli che ho dovuto affrontare. Ma in questo momento non ce la faccio ad avere un atteggiamento ottimista. Sono molto spaventata. A volte, quando sono sola in negozio e suona il campanello, mi viene un brivido lungo la schiena. Sono attimi orribili, in cui rivivo tutta la violenza che abbiamo subìto». [...]

Estratto dell’articolo di Lodovico Poletto per “la Stampa” il 5 dicembre 2023

Per dirla con le sue parole, la questione è semplice: «Più che la condanna, mi pesa il fatto che la giustizia non sia stata dalla mia parte. Diciassette anni mi hanno dato. E certo che è una condanna pesante. Ma lo sa perché mi hanno dato 17 anni?». 

Perché ha ammazzato due persone.

«Perché i giudici non hanno voluto ascoltare le mie ragioni fino in fondo. Ed è questo ciò che più mi pesa. Complimenti ai magistrati». […]  Mario Roggero, 69 anni, il gioielliere di Grinzane Cavour, "il pistolero" come l'hanno chiamato […]

[…] «[…] quel giorno quei delinquenti sono venuti da me, con violenza e con le armi in mano, per portarmi via tutto un'altra volta. Poi hanno detto che le armi erano finte. Ma si sono dimenticati di dire che la loro violenza era vera. E io quel giorno mi sono difeso».

 E ha sparato, uccidendo. Per quello l'hanno condannata. Non crede?

«Guardi, io e i miei consulenti avevamo preparato una ricostruzione che non hanno voluto mettere agli atti. Si vede nettamente tutto ciò che è accaduto. Abbiamo fatto un lavorone.

Ricostruito ogni istante. Messo insieme gli elementi anche nei punti dove la telecamera non riprendeva. Ma mi hanno detto che era troppo tardi per produrlo. Questa non è giustizia».

Non mi dica che sperava in una assoluzione?

«Guardi mi aspettavo una riduzione a 7 o 8 anni. […] so di aver agito in stato di necessità. Per quello ero tranquillo. Non solo un delinquente». 

E anche sua moglie, aveva le sue stesse convinzioni granitiche?

«[…] lei l'altra notte non ha nemmeno dormito. […] dopo quella rapina tutto è cambiato. È stato trauma su tutta la linea». 

In che senso tutto è cambiato?

«Mia moglie non vuole più venire in negozio. Mia figlia Paola, quella che era astata picchiata durante il colpo del 2015 ha aperto un bed&breakfast da un'altra parte. L'altra mia figlia se può evita. E io sono rimasto solo in gioielleria. E l'età avanza. Ho 69 anni, non so fino quando proseguirò con la mia attività».

La gente del posto come la tratta?

«Stanno tutti dalla mia parte. Beh, qualcuno che non sta con me c'è. Ma sono pochi». 

E che cosa le dicono?

«Mi dicono che sono un fascista. Ma io non lo sono. Io voglio la giustizia, il rigore, la certezza della pena. Chi delinque deve essere punito in modo esemplare». 

Quindi politicamente dove sta?

«Da come parlo credo che lo abbia capito che non sono di Rifondazione comunista. Sto più in là, anzi più spostato ancora...».

[…] Salvini oggi lo ha sentito?

«Non ancora, ma spero di parlargli presto. Lui sostiene la legittima difesa, e io quel giorno mi sono soltanto difeso da tre rapinatori che volevano portarmi via tutte le mie cose». 

È contento di questa solidarietà?

«Certo. Ma sono deluso da Meloni, che non ha detto nulla su questa ingiustizia che ho subito. Ah, ma Salvini e gli altri invece voglio proprio sentirli per chiedergli, ragazzi: adesso che cosa facciamo?». 

In che senso?

«Lo sa che io ho già pagato 300 mila euro alle famiglie di quei delinquenti? E poi ho pagato anche l'avvocato. E non sono pochi soldi. E poi, in aula, alla lettura della sentenza davanti ai parenti dei rapinatori devo sentire quella gente applaudire? Io mi sono girato e li ho guardati così, sorridendo. Lo sa che mi hanno insolentito? Mi dicevano "Che cazzo ridi?"».

Lei proprio non si tiene, eh.

«E come potrei? C'era anche la mamma di uno di quelli, venuta ad ascoltare il processo per il figlio morto sul lavoro. Ma dai…». 

Dicono che un partito, dopo quel che accaduto nel 2021, le avesse proposto una candidatura. È vero?

«Si mi avevano detto che c'era un posto per me. Chi? Non glielo dico e non mi viene neanche in mente il nome: erano quelli che nel simbolo avevano una tartaruga. E comunque il loro programma era buono. Si parlava di sicurezza. Di tutti questi arrivi. Di giustizia». 

[…] Torniamo a quella mattina della rapina. Si è pentito di aver sparato?

«[…] io avevo la pistola puntata qui, in faccia. E loro contavano: cinque, quattro tre… Credevo di morire». 

Lei, però, ha sparato con una pistola vera..

«Ma io non sono un amante delle armi. La pistola la avevo perché era di mio nonno». 

E non l'aveva mai usata prima?

«Mai. Soltanto mio nonno aveva sparato con quell'arma. A chi? A un ladro che era entrato in cortile per rubare la Bmw. Io mai, e da quel giorno non ho più armi. Me le hanno prese tutte. Senza neanche starmi ad ascoltare».

Ma lei crede nella giustizia?

«Una giustizia così fa schifo. È vomitevole». 

Quindi non ha più fiducia?

«Guardi, tutto dipende sotto chi capiti. È sempre un terno al lotto. Ah, ma io non mi fermo eh». 

E che cosa vuole fare?

«Voglio dire che adesso intendo contattare Roberto Vannacci. Dice cose su cui sono completamente d'accordo: qui c'è tutto che va all'incontrario. E poi voglio chiamare il procuratore Nicola Gratteri: è uno con le palle. Sta dalla parte della gente per bene».

Quante rapine ha subito?

«Due. Una nel 2015, che hanno massacrato mia figlia. Quella del 2021, e poi mi hanno fatto delle spaccate in casa. Sa, in questa zona, sono tanti nelle miste stese condizioni. Così non si può andare avanti». […] «[…] la giustizia dipende essenzialmente da chi incontri sulla tua strada. Soltanto quello. Se non ti ascoltano quando spieghi le tue ragioni, mi dica lei che giustizia è?».

Massimiliano Nerozzi per corriere.it - Estratti il 7 dicembre 2023 

Da Procuratore di Asti Biagio Mazzeo dirige l’ufficio che — con il pm Davide Greco — ha chiesto (e ottenuto) la condanna a 17 anni di reclusione del gioielliere di Grinzane Cavour Mario Roggero.

Dottor Mazzeo, qual è stata la cosa più difficile?

«Dal punto di vista investigativo è stata un’inchiesta piuttosto semplice, con le solite fonti di prova e le dichiarazioni nell’imminenza del fatto: l’assurdo, se vogliamo, è che stavolta è stato l’imputato a servirci le prove su un piatto d’argento, il video. Le telecamere erano sue».

Che effetto le hanno fatto quelle immagini?

«Chiunque le abbia viste ha avuto una reazione di repulsione, per quel che è avvenuto: persone rincorse e abbattute in quel modo. Agghiacciante: sensazione che non cambia anche se chi ha sparato è una persona per bene».

Il gioielliere dice di non essere pentito.

«Eh, il problema è che l’imputato sembra non abbia preso piena consapevolezza di quel che è successo. Insomma, non c’è stata una riflessione critica, anche solo minima. Niente».

Roggero ha parlato di idee preconcette dei magistrati.

«Ci sarà qualcuno che è più rigoroso o meno rigoroso, davanti ai casi di legittima difesa o presunta tale, parlo della società e, quindi, anche dell’interno della magistratura, ma qui non si tratta di ragionare per partito preso: in questo caso siamo completamente al di fuori del caso della legittima difesa». 

Salvini ha detto che sta con il gioielliere: che idea si è fatto?

«Non mi stupisce, sono anni che il ministro ha uno slogan: che la difesa è sempre legittima. Ma qui, come le dicevo, siamo al di là persino del caso border line: perché una reazione che avviene dopo il fatto, e fuori dal negozio, non può essere legittima difesa. E c’è un secondo punto».

Ovvero?

«Noi magistrati non abbiamo gli strumenti per cambiare le leggi, cosa che può invece fare il Parlamento. Inserendo nel codice penale cause di giustificazione, attenuanti, che al momento non sono previste».

Lei, nel caso, quali norme cambierebbe?

«Si potrebbe tenere conto di certe situazioni: per dire, fu introdotta un’aggravante per i furti davanti al bancomat; qui si potrebbero inserire nel codice penale delle attenuanti, anche se quella della provocazione gli è già stata riconosciuta».

Che effetto le ha fatto la condanna?

«Non provo mai piacere quando una persona viene condannata, al massimo ci può essere soddisfazione se il nostro lavoro è stato fatto bene. Dopodiché, resta una vicenda triste, pensare che una persona, se la sentenza verrà confermata nei prossimi gradi, dovrà scontare il carcere. Ma noi dobbiamo applicare la legge, e mettere l’aspetto emotivo da parte».

(...)

Che direbbe al gioielliere?

«Di rimettersi in discussione e riflettere su quello che ha fatto: se la Procura e la corte d’Assise, composta anche da giudici popolari, l’ha condannato, forse qualche domanda dovrebbe farsela».

La sentenza «esemplare» contro il gioielliere rapinato è un regalo ai delinquenti

Maurizio Belpietro su La Verità il 7 dicembre 2023

La condanna a 17 anni e la somma che il commerciante dovrà versare alle due famiglie dei ladri uccisi farà sentire più al sicuro i criminali che i cittadini, aumentando i rischi.

Non fu legittima difesa: "rapinatori abbattuti". Il gioielliere Roggero condannato, la politica che attacca i giudici e la raccolta fondi per il risarcimento. Carbone (IV): «Ho richiesto l’apertura di una pratica essendo assolutamente necessario affrontare il tema dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura». Paolo Pandolfini su Il Riformista l'8 Dicembre 2023

“Esponenti della politica e alti funzionari dello Stato in queste ore hanno espresso frasi gravemente denigratorie nei confronti dei magistrati che Corte d’assise che hanno condannato il gioielliere Mario Roggero”, afferma Ernesto Carbone, componente laico del Consiglio superiore della magistratura ed ex parlamentare di Italia Viva.

“Ho richiesto oggi (ieri per chi legge, ndr) l’apertura di una pratica a tutela di Alberto Giannone ed Elio Sparacino, presidente e componente della Corte d’assise di Asti, nonché del procuratore Biagio Mazzeo e del pm Davigo Greco, essendo assolutamente necessario affrontare il tema dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura e del suo prestigio che, in quanto potere dello Stato, deve godere”, aggiunge Carbone.

La Corte d’assise di Asti, a termine di un dibattimento molto combattuto, ha stabilito questa settimana che non è stata legittima difesa, ma duplice omicidio volontario e tentato omicidio quello di Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour in provincia di Cuneo, che nell’aprile 2021 sparò e uccise due rapinatori e ne ferì un terzo. I colpi partirono da un’arma detenuta irregolarmente e quando i tre ladri erano ormai fuori dal negozio e stavano risalendo in auto.

La Corte d’assise di Asti lo ha condannato a 17 anni, tre in più dei 14 chiesti dalla Procura. “È una follia, viva la delinquenza, viva la criminalità. Bel segnale per l’Italia”, era stato il commento sarcastico di Roggero alla lettura della sentenza. La difesa del gioielliere aveva puntato sulla sua paura di morire e sul timore che i rapinatori avessero sequestrato sua moglie. Per l’accusa invece Roggero non poteva credere di essere davvero in pericolo: i ladri infatti erano già in fuga e la moglie era in negozio, poco lontano da lui. Soddisfazione è stata espressa dai familiari dei rapinatori uccisi, Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli, ai quali Roggero dovrà pagare 480mila euro di provvisionale, immediatamente esecutiva.

La condanna di Roggero aveva suscitato la durissima reazione di Matteo Salvini: “Piena solidarietà a un uomo di 68 anni che, dopo una vita di impegno e di sacrifici, ha difeso la propria vita e il proprio lavoro. A meritare il carcere dovrebbero essere altri, veri delinquenti, non persone come Mario”.

‘’Esprimo vicinanza a Roggero e alla sua famiglia. Inconcepibile la sentenza che condanna questo onesto lavoratore a 17 anni di carcere per aver difeso sé stesso e la moglie da alcuni rapinatori entrati nel suo negozio armati”, aveva rincarato la dose il senatore Giorgio Bergesio, segretario provinciale della Lega a Cuneo. Che ha aggiunto: “La riforma della legittima difesa, voluta da Salvini, va proprio in questa direzione perché lo Stato deve tutelare le vittime e non i criminali’’.

Roggero da parte su ha iniziato a raccogliere fondi online per il risarcimento. “Non abbiamo più soldi, c’è una solidarietà inimmaginabile: io non ho capito chi ha volutamente messo online quel video denigratorio dal quale si deduce che io sia uscito sparando all’impazzata. Non è così. Io i tre colpi li ho esplosi in macchina”, ha precisato, ribadendo che stava cercando la moglie, convinto che fosse nelle mani dei rapinatori.

Paolo Pandolfini

Il caso a Pino Torinese. Salvini Far West: pubblica le immagini dei ladri e grida allo “scandalo”, la Giustizia dei like del ministro leghista. Il ministro ripubblica le immagini della vittima e lamenta: "Adesso lo ‘scandalo’ è tutelare la privacy dei ladri? Il mondo al contrario …". La solita strategia, il solito verso. Nessuno si scandalizza più. Antonio Lamorte su L'Unità il 7 Dicembre 2023

Al pubblico ludibrio: le facce sbattute sui social. E se a farlo è la vittima, bruciata dal torto, colpita dai criminali, resta comprensibile anche se comunque sbagliato. A fiondarsi con tutto l’opportunismo del caso è stato puntuale Matteo Salvini, segretario della Lega, vice primo ministro e ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture. Lo stesso che aveva citofonato a presunti spacciatori, lo stesso che si era fatto promotore dei referendum sulla Giustizia. Ha preso e ri-postato quelle immagini sui social, nella grafica anche l’ingrandimento dei due ladri penetrati nell’appartamento. Piccolo difetto: ci mancava la scritta WANTED, DEAD or ALIVE, REWARD come nel Far West. Peccato.

Il video era stato pubblicato sui social dalla proprietaria di una casa a Pino Torinese. Lunedì 4 dicembre due ladri, coperti da tute bianche, accento dell’Est Europa, hanno forzato la porta di ingresso dell’abitazione in via Banchette. Le telecamere li hanno ripresi in pieno volto. Avrebbero precedentemente svaligiato altre due abitazioni, altre ancora il giorno prima e la settimana prima. Criminali, presumibilmente dotati anche di una certa esperienza.

La sindaca Alessandra Tosi per catturarli aveva già messo a disposizione 35 telecamere per contrastare lo scarico illecito dei rifiuti a disposizione delle forze dell’ordine. Per la proprietaria dell’abitazione non era abbastanza. “Ero uscita solo un’ora per andare a prendere mia figlia, ingenuamente non ho messo l’allarme. Spero che le immagini servano perché li si possa riconoscere”, ha detto citata dal Corriere Torino. Il ministro ha fatto peggio.

Il profilo Instagram di Salvini è seguito da oltre due milioni e 200mila follower. Il video condiviso accompagnato dal copy: “Adesso lo ‘scandalo’ è tutelare la privacy dei ladri? Il mondo al contrario …”. A parte la logica incoerente del post – lo scandalo, dal suo punto di vista, dovrebbe essere quello di criticare la pubblicazione di due persone accusate, in questo caso evidentemente colpevoli – , quel solito tono a fare il verso, la citazione del generale Vannacci: la strategia è sempre la stessa. Sfruttare fino al minimo episodio di cronaca per coltivare consenso, ignorare completamente uno Stato di diritto che riconosce l’opportunità di difendersi anche ai responsabili e di non essere esposti alla gogna. Lo slogan del buttare via la chiave, la propaganda dei paladini della sicurezza che sfruttano ogni paura più o meno amplificata mentre i reati sono da anni in calo in Italia.

Il problema, naturalmente, sono sempre quelli che avrebbero gridato allo scandalo: presumibilmente la sinistra, i “sinistri”. Come si è chiesto il direttore dell’Unità Piero Sansonetti, a commento della condanna dell’orefice di Grinzane Cavour: “Perché ha sparato l’orefice, nel 2021? Non lo ha fatto forse anche perché influenzato da quel gridare contro i ladri e a favore dell’uso privato delle armi, e a favore dell’estensione senza limiti della legittima difesa, che caratterizzò quegli anni? Fu il governo Conte 1, che in gran parte era a guida Salvini, ad aprire – del tutto pretestuosamente – la questione della necessità di modificare il codice penale per allargare il diritto alla difesa, ve lo ricordate? Fu il governo Conte 1 a sostenere che la difesa è sempre legittima, intendendo che è sempre legittimo uccidere un ladro, ve lo ricordate? L’orefice Roggero, secondo voi, non fu influenzato da questa ondata politica di violenza che tendeva ad accreditare la tesi secondo la quale il diritto a sparare è sacro?”

Salvini si è schierato dalla parte dell’orefice, era ministro dell’Interno e vice primo ministro di quel governo Conte 1. Anche per questo no, nessuno si è scandalizzato. Antonio Lamorte 7 Dicembre 2023

Stinchi di Santo.

Quelli che volevano ripulire le istituzioni. La parabola giudiziaria dei manager grillini. Minenna ultimo di una lista di boiardi M5s che va da Marra a Lanzalone. Pasquale Napolitano il 23 Giugno 2023 su Il Giornale.

Marra, Lanzalone, Minenna, Romeo: sono i nomi (e i volti poco conosciuti) di quei manager grillini chiamati a portare nelle Istituzioni la «rivoluzione» al grido honestà, honestà.

Di Maio, Raggi, Fico e Di Battista infiammavano le piazze, promettevano il Cambiamento. Marra, Minenna, Lanzalone, Romeo dovevano trasformare il sogno in realtà. Di quella stagione, segnata da un'euforia collettiva, resta l'incubo di una rivoluzione sommersa da fallimenti politici e inchieste giudiziarie. Come una maledizione, simile a quella dei fondali dove dorme il Titanic, quei manager scelti da Grillo, Di Maio e Raggi sono finiti tutti intrappolati in inchieste della magistratura. Ieri è toccato a Marcello Minenna, uno dei pochi boiardi grillini che ancora risultava indenne. L'ex capo dell'Agenzia delle dogane si trova agli arresti domiciliari nell'ambito dell'inchiesta aperta dalla Procura di Forlì sulle forniture di mascherine durante la pandemia. Era il fiore all'occhiello del potere pentastellato. Grillo stravedeva per Minenna. Di Maio lo volle assessore al Bilancio della giunta Raggi: delega pesante che Minenna restituì nelle mani del sindaco dopo 70 giorni per contrasti politici. Lo strappo non compromise il legame con il M5s che lo volle poi a capo dell'Agenzia delle Dogane. É stato in pole, sempre con lo sponsor di Grillo e Di Maio, per andare al timone della Consob. Un altro Grillo boys macinato dalla magistratura è stato Luca Lanzalone. Ligure (come il suo sponsor Grillo) fu il super consulente del Movimento, ascoltato da Di Maio e Casaleggio, e uomo di fiducia di Virginia Raggi. Fu piazzato dall'ex sindaco di Roma a capo di Acea, la prima municipalizzata dal Comune di Roma. La sua esperienza finì con le dimissioni dopo l'inchiesta della procura di Roma sul progetto dello stadio dell'As Roma.

Secondo l'accusa fu uno degli uomini che curò la mediazione tra la giunta M5s Raggi e la società Eurnova di Luca Parnasi per modificare, tra gennaio e febbraio 2017, il masterplan dell'impianto (con il taglio delle cubature). Quando il Ms5 conquistò il Campidoglio non poteva commettere passi falsi. E dunque Di Maio, Raggi e Grillo si affidarono a Raffaele Marra, un ex ufficiale della Guardia Finanza. Marra divenne in pochissimo tempo il plenipotenziario e braccio destro di Raggi: se ne andò nel dopo l'arresto da parte dei carabinieri con l'accusa di corruzione. Dopo Marra arrivò Salvatore Romeo che finì indagata della Procura di Roma per concorso in abuso d'ufficio. Più conosciuto è Domenico Arcuri: l'ex numero uno di Invitalia tra il 2018 e il 2020 si conquistò velocemente la stima dell'allora premier Giuseppe Conte che nella fase della pandemia gli affidò i poteri di commissario. Pure il manager contiano è stato travolto dall'inchiesta dalla Procura di Roma nell'indagine sull'acquisto di oltre 800 milioni di mascherine ritenute non conformi. Una maledizione.

Stinchi di santo. Nessuna voglia di mandare qualcuno sul rogo, né tantomeno di pronunciare sentenze quando le indagini sono solo agli inizi. Se così fosse non potremmo definirci garantisti. Augusto Minzolini il 23 Giugno 2023 su Il Giornale.

Nessuna voglia di mandare qualcuno sul rogo, né tantomeno di pronunciare sentenze quando le indagini sono solo agli inizi. Se così fosse non potremmo definirci garantisti. Semmai l'arresto di Marcello Minenna, ex direttore dell'Agenzia delle dogane e già assessore della giunta Raggi al Comune di Roma, per l'ennesima truffa sulle mascherine all'epoca della pandemia, offre uno spunto di riflessione sulla fenomenologia del Movimento 5 Stelle, da cui Minenna è stato lanciato prima di approdare all'assessorato della Regione Calabria guidata dal centrodestra. Anche perché sono diversi i cosiddetti tecnici grillini finiti nei guai. Dal superconsulente della Raggi, Luca Lanzalone, al capo di gabinetto sempre dell'ex sindaco di Roma 5 Stelle, Raffaele Marra. Si potrebbe aggiungere pure il nome, visto che siamo in tema di mascherine, dell'ex commissario straordinario per il Covid, Domenico Arcuri, voluto in quel ruolo da Giuseppe Conte.

Il tema è semplice: non basta presentarsi come dei giacobini, atteggiarsi a giustizialisti tutti d'un pezzo, lanciare accuse, requisitorie e sospetti al grido di «ladri, ladri», ispirarsi a Travaglio e al Fatto per imporre rigore di comportamenti e tenere lontano il malaffare. Anzi, spesso chi ostenta la propria onestà a parole e slogan, predica bene e razzola male. Ci vuole ben altro. Ci vuole soprattutto una «competenza» che il populismo grillino rifugge, guarda con diffidenza e che, francamente, il Movimento dell'uno vale uno non ha nel Dna. Competenza per non essere presi per il naso dai «tecnici» e districarsi tra i «burocrati». Competenza per sapere chi promuovere e chi no.

Ci sarebbe da rileggere Benedetto Croce quando considerava «il governo degli onesti» (tipico lessico grillino) «utopia per imbecilli». E ancora: «L'onestà politica non è altro che la capacità politica: come l'onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza». Siamo agli antipodi dell'atteggiamento grillino che si ubriaca di moralismo ed è fedele al credo giustizialista per coprire la propria inadeguatezza. E ora che l'Elevato non impressiona più nessuno e il Movimento - al tramonto - si è affidato ad un avvocato d'affari, vengono i sudori freddi se si ritorna con la memoria agli anni in cui i 5 Stelle erano nella stanza dei bottoni: la stessa sensazione che si ha sulle montagne russe, il pericolo del baratro ad ogni curva.

Appunto, ora che la maggioranza del Paese è cosciente di cosa ha rischiato, c'è da sperare che non si faccia più ammaliare dal populismo giustizialista, che non dia retta alle sirene di chi recita quotidianamente requisitorie contro gli altri per coprire la propria incapacità. Di chi moltiplica organismi di controllo inutili, di chi ha immaginato un sistema giudiziario in cui i processi possono durare una vita, di chi lancia ombre su qualsiasi scelta abbeverandosi alla dottrina che tutto è marcio. È una filosofia che i grillini portano all'esasperazione, ma che attrae anche un certo tipo di sinistra, quella che parla di impunità per lanciare una crociata contro la riforma della giustizia di Nordio. Il risultato? Decrescita infelice, un Paese fermo e un paradosso: gli ignoranti al potere fatti fessi da improbabili stinchi di santo.

Estratto dell’articolo di Francesco Merlo per “la Repubblica” il 26 giugno 2023. 

[…] è quasi commovente questo Marcello Minenna che, improvvisamente riemerso, ha riportato l'Italia all'epica del vaffa, che iniziò con il V-day nel 2007 ed è già l'antichità del teppismo politico nazionale. 

Adesso che è stato arrestato e che ogni giorno si allunga il catalogo delle scelleratezze che gli vengono attribuite, sarebbe troppo facile ridere di questo prototipo della classe dirigente grillina che si presentava dicendo «sono un civil servant» ed elogiava sé stesso e soprattutto la propria esemplare onestà a 5 stelle. 

Ed è un'ovvietà che Conte lo rinneghi e lo attribuisca a Di Maio, mentre a tutti chieda scusa quel Nicola Morra, che fu, pensate, presidente della Commissione Antimafia. 

Tra le vestigia sepolte chissà dov'è Virginia Raggi e, per trovare l'ex ministro dei Trasporti che voleva costruire a Genova un «ponte vivibile sul quale si mangia e si beve», bisogna andare su Instagram dove si esibisce nel Tg-Toninelli. 

Nel parco archeologico del vaffa c'è anche il passamontagna che la settimana scorsa Grillo ha proposto di indossare alle sue “brigate di cittadinanza”, con un ammiccamento incongruo al terrorismo perché mai i brigatisti rossi usarono il passamontagna […] dello stesso Grillo, che se lo calava sul viso negli anni in cui erano tutti ladri, tutti maiali, tutti venduti, tutti mafiosi, tutti camorristi, tranne, ovviamente, lui ei suoi squinternati d 'assalto dal viaggiatore Di Battista al giornalista Travaglio, «il mio ministro della Giustizia preferito».

Peccato che non organizzino un raduno di ex, tutte queste macchiette dell'onestà, come ancora fanno gli ex dc. Nella Pompei a 5 stelle sarebbe bello rivedere Fico e Bonafede, che hanno ancora ufficio e scrivania, Paola Taverna che denunziava «il complotto per farci vincere» e, andando più indietro nella civiltà, Roberta Lombardi e Vito Crimi, i due simpaticoni che elogiavano il fascismo, si addormentavano in aula e […] non trovavano la porta della Camera.

E si è perso quel Massimo De Rosa che affrontò due deputate così: «Voi donne del Pd siete qui perché siete brave solo a fare p...». […] Due soli ce l'hanno fatta: Conte, che è l'impiegato di concetto del trasformismo, e Di Maio che ha imparato un mestiere vero ed è l'invidia di tutti i disoccupati.

(ANSA il 26 giugno 2023) - Ironia della sorte per una professoressa italo-americana di Harvard che, nell'ambito di un corso di studi in scienza comportamentale, insegna l'onestà ed è stata accusata di aver truccato dei dati. 

Lo riferiscono i media americani. Francesca Gino, un'importante docente della Harvard Business School originaria di Tione, in Trento, è sospettata di aver falsificato i risultati di diversi studi di scienze comportamentali. Il 16 giugno scorso Max Bazerman, professore ad Harvard e coautore dello studio incriminato, ha rivelato di essere stato avvertito dalla prestigiosa università che alcuni dati non tornavano. 

In particolare, si trattava di un esperimento che chiedeva ai partecipanti di compilare documenti fiscali e assicurativi. Ma dopo questo l'università ha scoperto almeno altri quattro saggi modificati e truccati dalla dottoressa in un arco di tempo di dieci anni. Al momento la professoressa Gino risulta in congedo.

I Tabù.

Luca Ravenna: «Bestemmie, droga e raccomandati, rido su quello di cui nessuno parla». Renato Franco su Il Corriere della Sera il 14 Aprile 2023.

Lo stand up comedian presenta lo spettacolo «Red Sox»: «Il teatro è più libero della televisione: si può esagerare e alzare di più il tiro»

«La blasfemia, le raccomandazioni, la droga: sono questi i tre grandi tabù italiani». Lo stand-up comedian Luca Ravenna li mette al centro del suo nuovo spettacolo (Red Sox) che girerà i teatri in autunno (il via dove, se non da Ravenna, il 29 settembre). Il dibattito comico ormai si concentra su un paletto e un interrogativo categorico: si può scherzare su tutto o no? «Si dice sempre che ormai ci sono argomenti su cui non si possono fare battute, che non si può dire più niente, ma in realtà non penso che sia così. Proprio per questo motivo nel nuovo spettacolo voglio affrontare temi che di solito hanno poco spazio». Cominciando dalla blasfemia: «Credo che il più grande momento di televisione italiana degli ultimi anni sia stata l’eliminazione di Silvano dei Cugini di Campagna all’Isola dei Famosi. È sceso dall’elicottero ed è stato cacciato un secondo dopo perché ha fatto l’unica cosa che non puoi fare in Italia: bestemmiare in diretta televisiva. Battere un’idea comica del genere è praticamente impossibile, è l’ascensione del genio comico, una storia troppo bella per non essere raccontata».

Anche di raccomandazioni, tanto diffuse quanto negate, si parla poco: «Racconto una favola assolutamente vera, la raccomandazione che io stesso ho avuto per trovare casa a Roma, un tema molto sensibile e attuale. Spiegherò anche come sono riuscito a buttare tutto in vacca». Non c’è solo questo in Red Sox (il titolo fa riferimento alla squadra di baseball di Boston), ma anche la scaramanzia («sono interista, molto tifoso, abituato a soffrire, mi perdo in piccoli rituali totalmente inutili») e la decadenza: «Voglio riflettere sul rapporto che abbiamo con gli Stati Uniti, del resto mi bullo di fare stand-up comedy quando potrei chiamarla tranquillamente comicità, ma c’è un motivo se la chiamiamo così e se siamo molto influenzati da questo impero che è stato fiorente nel Novecento e che ora sta crollando: lo vedo stra-decadente».

Il teatro è più libero della televisione? «Sicuramente, non c’è dubbio. I contesti contano, fanno la differenza: i social sono un luogo, la tv un altro, la radio un altro ancora; sono tutti posti diversi. Il palco ha il vantaggio che il pubblico assiste a qualcosa che sta accadendo dal vivo, si passa da una battuta a un’altra: si può esagerare, si può alzare di più il tiro». Anche i social sono un luogo a sé: «Preferisco dire una battuta piuttosto che scriverla perché ho sempre paura che poi non si capisca il tono: in questo senso meglio Instagram e TikTok di Twitter». Essere comico però in fondo è una tragedia: «Il luogo comune è vero, i comici sono tristi e malinconici, il bisogno di far ridere si genera nella tristezza».

Meticci.

Meticcio. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Con il termine meticcio (dallo spagnolo: mestizo e portoghese: mestiço) si definiscono gli individui nati da due etnie diverse. In origine con questo termine si indicavano le persone nate dall'incrocio fra i conquistadores o coloni europei, tipicamente spagnoli e portoghesi, e le popolazioni amerindie indigene precolombiane.

Storia

I meticci costituiscono la varietà antropologica prevalente nella maggior parte dei Paesi latinoamericani. Anche nella Repubblica Sudafricana, la percentuale di meticci è del 20%.

Il termine viene usato anche in senso generico, anche riferendosi ad altre specie animali, indicando individui nati dall'incrocio di due razze diverse.

Descrizione

I meticci, che presentano carnagione bruno-rossastra con occhi scuri e capelli solitamente scuri e lisci provengono dall'incrocio tra le genti europee e quelle indigene del continente americano, con tutta una stratificazione gerarchica sociale derivante dal grado di mescolanza delle due etnìe, descritta e standardizzata a partire dal XVI secolo nelle Caste Coloniali del Nuovo Mondo.

Meticcio (umano). Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.

Citazioni sui meticci.

Barcellona era la città più aperta del mondo: cosmopolita, meticcia, curiosa. (Mario Vargas Llosa)

[Maria] Ha voluto essere meticcia, si è mescolata ma non solo con Juan Diego, è diventata meticcia per essere madre di tutti, si è meticciata con l'umanità. Perché lo ha fatto? Perché lei ha "meticciato" Dio e questo è il grande mistero: Maria madre meticcia, che ha fatto Dio, vero Dio e vero uomo, in suo Figlio Gesù. (Papa Francesco)

Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato Paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d'una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore. Altrimenti finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c'è che un attestato col quale si possa imporre l'altolà al meticciato e all'ebraismo: l'attestato del sangue (Giorgio Almirante)

In Europa la popolazione diminuisce, si apre la porta all'immigrazione incontrollata e si diventa tutti meticci. (Marcello Pera)

L'apartheid, impropriamente definita da P.W. Botha, un tempo presidente del Sudafrica, come un "rapporto di buon vicinato", ha sistematicamente spogliato i meticci, gli indiani, e specialmente i neri dei loro sacrosanti diritti, negando loro lo stato di uomini. (Desmond Tutu)

La globalizzazione, a suo modo, rende un po' più meticce tutte le culture. Ma non dobbiamo dimenticare che, nell'età della globalizzazione, le identità (nazionali, religiose, culturali) riprendono coscienza di sé. (Andrea Riccardi)

La Group Areas Act era il fondamento dell'apartheid residenziale. Secondo le sue norme, ogni gruppo razziale poteva possedere terreni, occupare immobili, e stabilire commerci solo nelle aree a esso destinate. Dal momento della sua approvazione gli indiani poterono vivere esclusivamente nelle aree indiane, gli africani in quelle africane, e i meticci in quelle per meticci. (Nelson Mandela)

La premessa dell'apartheid era che i bianchi fossero superiori agli africani, ai meticci, agli indiani, e la sua funzione era quella di stabilire per sempre la supremazia bianca. (Nelson Mandela)

Lampedusa in sé era stata una delusione, ma era stata anche una conferma. Non c'erano gli immigrati per strada, non c'erano i ghetti. Non era l'isola meticcia che mi aspettavo. (Stefano Liberti)

Nessun popolo europeo è meticcio quanto gli italiani, frutto di infinite fusioni che lasciano traccia in ogni manifestazione culturale. E ogni tentativo di costruire, retrospettivamente, una purezza anche in ambiti più ristretti è destinato a scadere nel ridicolo. (Tomaso Montanari)

Per la comprensione tra i popoli, le creazioni meticce di individui e gruppi di confine valgono più di tanti programmi scolastici e di tanti convegni sull'universalismo. (Sergio Lanza)

Quando ero piccolo non c’era solo il fastidio di essere considerato una curiosità del quartiere, dai compagni di scuola e dai loro genitori. Mi facevano strane domande: non mi chiedevano soltanto da dove venivo, ma anche da dove venivo in realtà e come ci si sentiva a essere meticcio. (Hanif Kureishi)

Sa che cosa sto aspettando? Che arrivino i nuovi scrittori figli di immigrati, che arrivino e ci raccontino la nuova Spagna meticcia. Chissà come sarà il romanzo di una giovane spagnola nata in una famiglia musulmana tradizionale. (Antonio Muñoz Molina)

Sotto el Po ghe xè i napo'etani. Più sotto ancora dei napo'etani ghe xè i mori: neri, arabi, meticci... Tutti mori. (Gian Antonio Stella)

Tutti fingono di essere bianchi e puri, ma la storia dimostra che siamo meticci. (Efraim Medina Reyes)

Estratto dell'articolo di Mauro Favale per “la Repubblica” il 19 aprile 2023.

È il cavallo di battaglia dei suprematisti bianchi, un filo rosso che lega 11 anni di stragi di estrema destra, da quella di Utoya, in Norvegia, nel 2011, 77 morti, a quella di Buffalo, stato di New York, nel 2022, 10 afroamericani uccisi. Si ritrova nelle motivazioni di chi ha aperto il fuoco nella Sinagoga di Pittsburgh (2018) e in quella di San Diego (2019), in un centro commerciale di El Paso (2019) e in una moschea di Christchurch, in Nuova Zelanda (2019). 

Centinaia di vittime sacrificate in nome, anche, della “grande sostituzione etnica”, una delle teorie cospirazioniste che più di altre negli ultimi dieci anni è uscita dai circoli ristretti dei complottisti per arrivare ad essere una bandiera sventolata nei comizi dei politici dell’estrema destra mondiale.

[…]

Il primo ministro ungherese Viktor Orbàn ne parla spesso, scagliandosi contro il “miscuglio di razze”. Normale, a questo punto, che se ne trovi traccia anche nei discorsi dei politici di casa nostra che, tra Lega e FdI, ne hanno ampiamente fatto ricorso negli ultimi anni. 

Prima delle frasi di ieri, pronunciate dal ministro Francesco Lollobrigida davanti a una platea di sindacalisti, era stata Giorgia Meloni, nel 2016, a evocarla contro le politiche migratorie del governo Renzi, contribuendo a sdoganarla anche a queste latitudini.

[…] 

Pur non fondandosi su alcuna base scientifica, infatti, il complotto della “sostituzione etnica” (declinato anche come “Piano Kalergi”) parla alla pancia di un elettorato confuso, toccando corde emotive che si basano sulla messa in discussione della sopravvivenza stessa della razza bianca. Le origini, come spesso accade per i complottismi, non sono chiarissime. 

Accenni si trovano già nell’America razzista del secondo dopoguerra. A darle risalto è un romanzo distopico degli anni ‘70 “Il campo dei santi” del francese Jean Raspail (pubblicato in Italia dalla casa editrice del terrorista neofascista Franco Freda) che diffonde sotto forma di fiction le tesi di chi parla di un annientamento delle popolazioni europee sostituite da immigrati arrivati dall’Africa o dall’Asia. Negli ultimi anni, diventa un argomento di studio specie in Francia, dove una serie di saggi scritti da intellettuali di estrema destra propongono la teoria al grande pubblico, rilanciandola nel dibattito politico.

In parallelo si muove la propaganda legata al cosiddetto “Piano Kalergi”, tesi secondo la quale dietro l’immigrazione ci sarebbe un complotto organizzato dalle élite europee. L’altra faccia della “grande sostituzione”, questa volta in salsa antisemita, perché — come spesso accade — il riferimento alle élite europee gioca a puntare il dito contro gli ebrei. 

La sostanza è un’accozzaglia di luoghi comuni inventati nella metà degli anni Zero dal neonazista e negazionista austriaco Gerd Honsik che però, come si vede, hanno avuto un seguito.

[…]  per rendersi conto di ciò che si parla, basterebbe andare sul sito della presidenza del Consiglio dove alla voce “pregiudizi antisemiti”, si citano Piano Kalergi e “grande sostituzione”. «La teoria — si legge — è un mito neonazista: in ultima analisi gli ebrei vengono indicati come i veri colpevoli».

Sostituzione etnica: che cos’è e chi l’ha fatta davvero. Milena Gabanelli e Giuseppe Sarcina su Il Corriere della Sera il 5 giugno 2023.

La «sostituzione etnica» è l’incubo che turba il sottobosco razzista e xenofobo dell’Occidente: i bianchi sono destinati a diventare una minoranza, minacciata, nei loro stessi Paesi, da orde di immigrati. L’ultimo in ordine di tempo a rilanciare lo spettro è stato il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida il 18 aprile scorso. Parlando all’assemblea della Cisal (Confederazione sindacati autonomi dei lavoratori) Lollobrigida ha detto: «Dobbiamo pensare anche all’Italia di dopodomani. Vanno incentivate le nascite. Non possiamo arrenderci al tema della sostituzione etnica». Pochi giorni dopo il ministro ha spiegato di essere stato frainteso e di non conoscere le teorie del complotto che da anni fioriscono negli ambienti dell’estrema destra. A dire il vero ne parla anche il sito della presidenza del Consiglio, richiamando il cosiddetto «piano Kalergi». Vale la pena riportare integralmente il testo: «La teoria del complotto del piano Kalergi è la credenza secondo la quale esiste un piano d’incentivazione dell’immigrazione africana e asiatica verso l’Europa al fine di rimpiazzarne le popolazioni. Prende il nome dal filosofo austriaco Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi (1894-1972), cui viene attribuita la paternità di tale piano; la teoria trova credito soprattutto in ambienti di estrema destra (nazionalisti, sovranisti e separatisti)».

«Il piano Kalergi» è una manipolazione

In realtà Kalergi predicava la necessità di allargare l’identità dei singoli Stati per dar vita ad una comunità europea. Ma non fece mai alcun riferimento al pericolo che le «nazioni dei bianchi» potessero essere «inquinate» dai migranti. Il suo pensiero fu travisato fra gli anni 90 e 2000 in particolare da Gerd Honsik, autore neonazista austriaco che nel 2009 fu condannato a cinque anni di reclusione per aver negato l’Olocausto. Nel suo libro, «Addio Europa», attribuì a Kalergi l’idea che l’uomo di città, cosmopolita e frutto della mescolanza delle etnie, fosse più propenso all’unione fra i diversi Stati e quindi da preferire all’abitante delle campagne, dal sangue più puro, ma meno disponibile all’integrazione. Da questa manipolazione è nato il famigerato «piano Kalergi».

I sostenitori del complotto contro i bianchi

In passato anche Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno usato spesso l’espressione «sostituzione etnica». Nel 2011 lo scrittore francese Renaud Camus ha rilanciato il teorema nel suo libro «Le Grand Remplacement», affascinando il fondatore del Front National, Jean-Marie Le Pen. La figlia Marine, invece ritiene che la massiccia immigrazione non sia alimentata da un complotto, ma, più pragmaticamente, dalle imprese europee che cercano manodopera a basso costo. Marion Maréchal, nipote di Marine Le Pen, ha lasciato il Front National, adottando in pieno le tesi di Camus, così come il suo nuovo leader, Éric Zemmour, candidato per il partito di estrema destra «Reconquete» alle presidenziali del 2022. L’idea «dell’uomo bianco minacciato da orde di stranieri» viene evocata in Olanda dal «Partito per la libertà», guidato da Geert Wilders; in Austria troviamo Herbert Kickl, a capo dell’FPÖ, autore dello slogan: «Il sangue deve essere viennese, quello straniero non va bene per nessuno». In Europa oggi il più convinto e rumoroso sostenitore della «sostituzione etnica» è il presidente dell’Ungheria Viktor Orbán. Ma l’ondata più massiccia di intolleranza xenofoba è partita dall’altra parte dell’Atlantico nel 2014, ed ha accompagnato l’ascesa di Donald Trump. 

L’ondata che parte dagli Usa

Il libro di Federico Leoni, «Fascisti d’America» (Paesi Edizioni), descrive con precisione il mondo dell’Alt-Right, la «destra alternativa» americana. Sono decine di formazioni, alcune diventate note in tutto il mondo per aver partecipato all’assalto a Capitol Hill il 6 gennaio 2021, come i «Proud Boys» o gli «Oath Keepers». Un groviglio di ideologie accomunate da una convinzione: «É in atto una cospirazione delle élite (finanzieri, politici, grandi industriali, intellettuali) per schiavizzare le masse, instaurando un Nuovo Ordine Mondiale».

In sostanza, l’establishment utilizza consapevolmente l’immigrazione incontrollata per spazzare via i bianchi, rimpiazzandoli con i più docili migranti. Un delirio che ignora le lezioni della storia. 

Le malattie esportate dagli europei

Nel 1492, l’anno in cui Cristoforo Colombo scoprì il nuovo Mondo, nell’intero continente americano (Nord, Centro e Sud) vivevano 75 milioni di persone, in Europa 60. Nell’attuale Messico c’era Tenochtitlan: 250 mila abitanti, quando Londra e Roma in quello stesso periodo ne avevano 50 mila, mentre Madrid non arrivava a 5 mila. Facciamo un salto di cinque secoli: nel 1990 si stimava che gli immigrati irregolari negli Stati Uniti fossero 3,5 milioni. Nel 2014 la cifra era salita a 11 milioni, con circa cinque milioni di messicani. E’ in questo periodo che la propaganda del sovranismo estremo diffonde sulle piattaforme web il virus della xenofobia: i migranti rubano il lavoro, sono dei criminali, portano nuove malattie. Nella realtà americana non ci sono statistiche serie a sostegno di questi fenomeni. La ricerca storica, invece, ha dimostrato come i bianchi venuti dall’Europa, con le loro barche cariche di mucche, capre, maiali, polli e cavalli portarono nel Nuovo continente malattie sconosciute: vaiolo, morbillo, difterite, tracoma, peste bubbonica, malaria, febbre gialla, scarlattina e altro ancora. Tra il 1500 e il 1800 morirono circa 50 milioni di indigeni, privi com’erano di difese immunitarie, lasciando le loro terre non solo ai conquistadores armati, ma anche ai «pacifici» migranti in arrivo dalla Germania, Inghilterra, Irlanda. 

L’era della rimozione forzata e della schiavitù

Sempre tra il 1500 e il 1800, 2,5 milioni di europei sbarcarono nelle Americhe, trascinando con la forza quasi 12 milioni di africani. La civiltà europea ha prodotto l’era della schiavitù, che ha segnato la nascita e la crescita degli Stati Uniti, passando poi dalla piena sottomissione dei «black people» alla segregazione, fino alle scorie del «razzismo sistematico» che intossicano ancora oggi la società americana.

Secondo le più gettonate teorie del complotto, diffuse negli ambienti dell’estrema destra americana contemporanea, la «sostituzione etnica» prevede la costruzione di campi di concentramento in cui rinchiudere i bianchi

È utile ricordare che invece fu proprio un presidente bianco,Andrew Jackson, considerato dalla storica Jill Lepore «il primo populista alla Casa Bianca», a promulgare nel 1829 «l’Indian removal Act», ordinando la rimozione forzata dei nativi americani. La legge, approvata di misura dal Congresso, portò al trasferimento di circa 47 mila uomini, donne e bambini delle «cinque tribù civilizzate»: Cherokee, Chickasaw, Chocktaw, Creek e Seminole che fino a quel momento vivevano in Alabama, Florida, Georgia, Louisiana, Mississippi e Tennessee. Furono tutti deportati nelle terre del «Selvaggio West». 

L’esercito sloggia i nativi

I Cherookee, stanziati in Georgia, cercarono di resistere, appellandosi anche alla Corte Suprema con questa dichiarazione: «Ci chiedete di andarcene, ma noi non siamo stranieri. Noi siamo gli abitanti originari dell’America». I giudici si pronunciarono a loro favore. Ma Jackson ignorò la sentenza e, minacciando l’uso della forza, convinse una parte del gruppo dirigente della tribù a firmare l’accordo di trasferimento in Oklahoma. Accettarono di andarsene solo 2 mila Cherookee. Gli altri 16 mila furono sloggiati dall’esercito, con un viaggio a tappe forzate, in cui morirono circa 4 mila persone. Chi viaggia nel Sud degli Stati Uniti può ritrovare ancora oggi tracce del «Trail of Tears», il sentiero delle lacrime, percorso da tutti i nativi cacciati dalle loro terre. Il vuoto fu presto colmato dai bianchi, a partire dai cercatori d’oro, visto che nel 1828, giusto un anno prima dell’Indian Removal Act, in Georgia era stato scoperto un giacimento del più prezioso dei metalli. 

«Esistono uomini destinati a diventare schiavi?»

Ed ora eccoci qui, a quasi due secoli di distanza dalla «rimozione etnica» voluta da Jackson, alle prese con teorie che pretendono di rimuovere la Storia. Negli Stati Uniti e in Europa l’ideologia del «suprematismo bianco» continua a fomentare l’ostilità verso gli immigrati e ad inquinare pericolosamente il dibattito pubblico. Senza neppure porsi la domanda che è alla base del nostro ordine mondiale e che, nel 1504, il re Ferdinando di Spagna, committente insieme alla consorte Isabella della missione di Cristoforo Colombo, aveva girato a un gruppo di filosofi e di giuristi: «Le espropriazioni compiute dagli europei nel Nuovo continente e la riduzione in schiavitù dei nativi americani sono compatibili con la legge umana e quella divina?». 

I saggi dell’epoca conclusero che «in natura esistono uomini meno capaci, destinati a diventare schiavi». Nel 2023 l’eco di quella risposta non si è ancora spenta

Sommessa domanda sull’etnia. Goffredo Buccini su Il Corriere della Sera il 12 maggio 2023. 

Il ministro Lollobrigida vuole difendere ciò che siamo, noi stessi. Ma noi chi?

Tuteliamoci! L’idea ha del buono, lo si ammetta. Di fronte ai flussi di una modernità aliena, difendiamo ciò che siamo: la nostra lingua, la nostra cultura. La nostra, ha spiegato Francesco Lollobrigida, Treccani alla mano, etnia: l’etnia italiana. Esorcizzato il riflesso pavloviano che porta taluni a evocare (ancora!) l’ombra nera di un’italianità da Ventennio, non possiamo non dirci d’accordo col ministro: ma sì, difendiamo noi stessi. Con una postilla. Che si sostanzia in una sommessa domanda: noi chi? Oggi l’Italia conta un milione di figli di famiglie migranti, la seconda generazione nata e/o cresciuta qui, compagni di classe dei nostri ragazzi (dunque provvisti appieno della nostra lingua e della nostra cultura) e, tuttavia, ancora privi del primo, elementare diritto per sentirsi nostri fratelli.

Molti di loro tengono insieme un numero di identità sufficienti a mandare in tilt chi provi, nel mondo globale, a ridurle a unità. C’è chi ha ascendenza musulmana ma non è mai più tornato nella terra dei genitori; chi parla un italiano migliore di molti onorevoli, magari impreziosito da una vena di accento regionale. Ci sono ragazze che hanno messo lo hijab solo all’università, non per costrizione ma per tradizione, come si metterebbe la catenina della nonna. C’è chi ha giurato sulla Costituzione, chi è entrato nei nostri consigli comunali. C’è persino chi insegna ai nostri figli, chi difende il tricolore nello sport o chi, come Sabrina Efionayi, ha scritto un italianissimo romanzo di successo. Costoro non sono italiani, sono arci-italiani. Perché hanno conquistato ciò che per noi era scontato: la nostra patria. E dunque la domanda è questa: rientrano o no nell’etnia italiana da tutelare? Se la risposta è «sì», il problema parrebbe soltanto lessicale. Solo che c’è una parola che rende quest’abbraccio meglio di etnia e non si presta a equivoci: cittadinanza. «L’appartenenza di una persona allo Stato»: lo dice la Treccani.

Antonio Padellaro per “il Fatto quotidiano” il 18 maggio 2023. 

Spesso a Piazzapulita (ma anche a DiMartedì e in altri talk) si mettono a confronto gli scatenati comizi di Giorgia Meloni “prima” (tipo: sono una donna, sono una madre, sono cristiana) con le misurate dichiarazioni rilasciate “dopo” dalla Meloni premier. 

Di regola gli amici di Giorgia in studio saltano su sostenendo quanto sia scorretto, e fazioso, confrontare i toni forzatamente accesi di una campagna elettorale con un conquistato ruolo istituzionale che richiede parole responsabili e soppesate.

Nella nuova edizione de Il Polo escluso. La Fiamma che non si spegne: da Almirante a Meloni (Il Mulino) Piero Ignazi spiega che le cose non sono così semplici.  Infatti, “quanto vi sia di strumentale e di congiunturale in questa linea accomodante di FdI e della sua leader lo attesterà il tempo” poiché “certamente, un autentico cambiamento non può che comportare una revisione profonda, e inevitabilmente dolorosa, delle perduranti convinzioni del partito sulla validità della destra neofascista e dei suoi valori”. 

Lo studioso cita “il sovranismo euroscettico e le pulsioni xenofobe e securitarie contenute nelle Tesi di Trieste elaborate nel secondo congresso del partito del dicembre 2017”. Radici identitarie che “si collocano lungo una linea anti-moderna che individua nell’Illuminismo l’origine primigenia di tutti i mali del mondo moderno. Premesse da cui discendono varie declinazioni di taglio illiberale, dal sovranismo al nativismo, dall’autoritarismo alla xenofobia”. 

Sul banco degli accusati, scrive Ignazi, “gli Stati Uniti, l’Unione europea, i mercati finanziari e la globalizzazione. Antiamericanismo temperato con il nuovo presidente Donald Trump e il consigliere Steve Bannon, mentre Barack Obama viene definito ‘amico dei fondamentalisti islamici’. All’Ue si imputano progetti di annullamento della sovranità nazionale grazie all’euro da cui si chiede la fuoriuscita.

Nelle Tesi si punta il dito contro i poteri forti internazionali come il finanziere di origini ebraiche George Soros (definito ‘usuraio’) in quanto responsabili, udite udite, della ‘grande sostituzione’ della razza bianca attraverso le migrazioni di massa”. Insomma, il ministro Lollobrigida non fa altro che richiamarsi alle tesi fondanti del suo partito. Roba (o robaccia) risalente non al Medioevo ma a cinque anni fa che, mai rinnegata (ma neppure sottoposta a revisione), consente al partito che governa la settima potenza mondiale di galleggiare nell’ambiguità più inquietante. Ma per quanto ancora?

Lollobrigida: «Difendere l'etnia italiana». “Il Corriere della Sera” l'11 maggio 2023.

«Credo che sia evidente a tutti che non esiste una razza italiana. È un falso problema immaginare un concetto di questa natura. Esiste però una cultura, un’etnia italiana»: il ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida si è reso protagonista oggi di un’altra dichiarazione destinata a far discutere.

L’esponente di FdI e del governo Meloni (nonché cognato della stessa premier) ha parlato agli Stati generali della natalità e ha poi specificato cosa intende per etnia: «Quella che la Treccani definisce raggruppamento linguistico culturale, che immagino che in questo convegno si tenda a tutelare. Perché sennò non avrebbe senso».

Video correlato: Natalità, Lollobrigida "Esiste un'etnia italiana da tutelare" (Dailymotion)

«La popolazione del mondo - ha proseguito il ministro - cresce e tanti di quelli che nascono nel mondo vorrebbero venire a vivere in Italia. E allora perché preoccuparsi delle nascite in Italia? Se la risposta è incrementare la natalità, è probabilmente per ragioni legate alla difesa di quell’appartenenza, a cui molti sono legati, io in particolare con orgoglio, a quella che è la cultura italiana, al nostro ceppo linguistico, al nostro modo di vivere», conclude Lollobrigida.

Il 18 aprile scorso lo stesso rappresentante di FdI era incorso in un primo «incidente« rilanciando la teoria della sostituzione etnica, uno dei cavalli di battaglia del suprematismo, secondo la quale è in atto un disegno per far arrivare sempre più migranti e mettere in minoranza le popolazioni europee. Lollobrigida aveva dunque proposto di incrementare le nascite per contrastare l’immigrazione. Una dinamica che però le cifre ritengono insostenibile.

La cospirazione globale contro la "razza bianca". Cos’è la teoria della Grande Sostituzione Etnica, il complotto dell’estrema destra citato dal ministro Lollobrigida. Antonio Lamorte su Il Riformista il 19 Aprile 2023 

Il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare Francesco Lollobrigida ha rispolverato la teoria della “sostituzione etnica”, cara all’estrema destra in tutto il mondo, il complotto secondo cui le migrazioni dai Paesi poveri verso quelli più ricchi rientrerebbero in un piano di invasioni pianificate al fine di sostituire le popolazioni autoctone con altre straniere, di altre etnie e religioni. “Le nascite non si incentivano convincendo le persone a passare più tempo a casa – ha detto il ministro al congresso del sindacato Confederazione italiana sindacati autonomi lavoratori (CISAL) – , come qualcuno sostiene, perché si intensificano i rapporti. Il modo è costruire un welfare che permetta di lavorare e avere una famiglia, sostenere le giovani coppie a trovare l’occupazione. Non possiamo arrenderci all’idea della sostituzione etnica, gli italiani fanno meno figli quindi li sostituiamo con qualcun altro, non è quella la strada”.

È esploso un caso. La teoria della sostituzione etnica è chiamata anche della “grande sostituzione”. Si è diffusa ampiamente negli ultimi anni negli ambienti di estrema destra tra Stati Uniti ed Europa. Era diventata popolare all’inizio degli anni dieci con il testo dell’intellettuale francese Renaud Camus Le grand remplacement: Introduction au remplacisme global. Quel saggio dava un nome alla teoria, si concentrava sulla situazione della Francia e i popoli delle ex colonie, trattava gli immigrati in entrata nel Paese come colonizzatori, paragonava le dinamiche dei flussi in arrivo al genocidio degli ebrei da parte dei nazisti.

Andando ancora indietro nel tempo, al 1947, si risale al testo di Scegliete: separati o bastardi, del senatore Democratico degli Stati Uniti e governatore dello Stato del Missouri Theodore Bilbo. Secondo cui la “razza bianca” sarebbe scomparsa, sostituita dai migranti se non si sarebbe fermato il flusso. A sensibilizzare sul tema furono però due romanzi ri-scoperti molti anni dopo: Il campo dei santi del francese Jean Respail del 1973 e The Turner Diaries dell’americano William Luther Pierce del 1978. Davide Lane, neonazista che aveva fatto parte del gruppo paramilitare “The Order”, negli anni ‘70 parlò apertamente di “genocidio dei bianchi” nel suo Manifesto del genocidio dei bianchi.

Anche Lane come altri teorici sosteneva che femminismo, aborto e multiculturalismo fossero minacce per la “razza bianca”. La teoria è stata citata più volte da politici come l’ex Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il primo ministro ungherese Viktor Orbán, l’ex candidato presidenziale francese Eric Zemmour. Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il segretario della Lega Matteo Salvini, ex ministro dell’Interno e attuale ministro delle Infrastrutture avevano citato più volte la teoria in passato. È stata citata esplicitamente come ispirazione da autori di attentati e attacchi armati di matrice razzista. Come la strage di Oslo e Utoya in Norvegia nel 2011, quella della sinagoga di Pittsburgh nel 2018, quella di Christchurch in Nuova Zelanda, quella a Buffalo negli Stati Uniti nel 2022.

Forse va ricordato, qualora ce ne fosse bisogno, che la teoria non è supportata da alcuna base scientifica. La teoria della sostituzione è stata spesso affiancata a quella del cosiddetto Piano Kalergi, del neonazista e negazionista austriaco Gerd Honsik, che ne parlò in un libro del 2005, secondo cui in una cospirazione le élite politiche ed economiche occidentali fanno in maniera di importare nei Paesi occidentali immigrati, che rappresentano manodopera a basso costo, per creare popolazioni deboli e facilmente manipolabile.

Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, ha commentato: “Parole disgustose, indegne di chi ricopre il ruolo di ministro della Repubblica: sono parole che ci riportano agli anni Trenta del secolo scorso. Sono parole che hanno il sapore del suprematismo bianco”. Stessa reazione dalle altre opposizioni – Movimento 5 Stelle, Verdi-Sinistra, +Europa, Azione e Italia Viva – e dall’ex leader di centrosinistra ed ex premier Romano Prodi: “Ma di cosa parla Lollobrigida? Siamo a dei livelli brutali, questo è il mio unico commento”. Dalla sua pagina social Lollobrigida ha replicato: “Una sinistra priva d’argomenti solleva il solito polverone, ma l’immigrazione non è la soluzione al calo demografico”. Sul sito governo.it, pagina della presidenza del Consiglio dei ministri, si legge che “la teoria della grande sostituzione è un mito neonazista secondo il quale i bianchi vengono sostituiti dai non bianchi. Spesso, come in tante altre teorie cospirative, gli ebrei vengono indicati come i veri colpevoli”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Estratto dell’articolo di Matteo Pucciarelli per repubblica.it il 20 aprile 2023.  

Si fa presto adesso a dare tutta la colpa a Francesco Lollobrigida, come se le sue parole sulla 'sostituzione etnica' fossero uscite quasi per caso. Il concetto espresso dal ministro dell'Agricoltura al congresso della Cisal è invece uno storico cavallo di battaglia del suo partito, con l'attuale presidente del Consiglio Giorgia Meloni che per anni e anni ha ripetuto la teoria suprematista in tv, sui social, nei comizi. Condividendo l'argomentazione con Matteo Salvini […]

A ottobre 2016 la leader di Fdi, ospite di Matrix, diceva: "Mettiamo in fila due cose. Potenzialmente sono milioni le persone che possono entrare nel nostro Paese, questo mentre tanti cittadini italiani scappano all'estero. Il disegno è sostanzialmente di sostituzione etnica, questo piace a chi comanda perché alla base di tutto questo ci sia il tema dei diritti: l'immigrazione controllata serve al grande capitale perché la può usare per rivedere al ribasso i diritti dei lavoratori italiani". Lo stesso concetto veniva poi condiviso sui propri canali social. 

Comizio di piazza a Roma, 'Il popolo al governo - Italia sovrana', è il 29 gennaio 2017: "Quella che abbiamo visto in Italia è un'invasione pianificata e voluta. Si tratta di manodopera a basso costo per il grande capitale, si chiama sostituzione etnica e noi non la consentiremo". A febbraio Meloni torna sull'argomento su Twitter: "La Ue è complice dell'immigrazione incontrollata e del progetto di sostituzione etnica voluti dal grande capitale".

Giugno 2017, destra in piazza stavolta contro lo Ius soli in discussione al Senato: "Siamo la nazione che l'anno scorso ha fatto scappare centomila italiani all'estero e ha portato in Italia in tre anni 500mila immigrati richiedenti asilo. Penso che ci sia un disegno di sostituzione etnica in Italia". Nel 2018 l'attuale presidente del Consiglio ripete tutto alla festa di partito, Atreju, tirando in mezzo il famigerato George Soros, finanziere ebreo considerato una specie di 'Satana globalista' dalle destre radicali di mezzo mondo.

Ancora giugno, ma del 2019. In una intervista Meloni agita ancora lo spauracchio del disegno orchestrato dai potenti: "Dobbiamo capire che dietro questo grande tema dell'immigrazione incontrollata, non c'è il tentativo episodico di persone che sperano di sbarcare in Europa. C'è un movimento organizzato, c'è anche un disegno di destrutturazione della società". 

Qui individua ancora una volta il colpevole principale: "Ci sono realtà che lavorano per muovere verso l'Europa centinaia di migliaia di africani, pakistani, afghani, perché hanno un disegno: immettere nel mercato europeo centinaia di migliaia di disperati perché questo consente di avere manodopera a basso costo. Non è un caso che a finanziare queste ong ci sia Soros, la finanza speculativa".

Dopodiché il precursore di tutto fu per l'appunto Salvini, abilissimo nello spostare la Lega Nord da posizioni autonomiste a quelle di destra nazionalista, un percorso cominciato nel 2013 grazie a incontri e relazioni internazionali con esponenti del mondo neofascista come Alexander Dugin e Alain De Benoist. Nel ripetere ossessivamente la teoria della sostituzione etnica […] il segretario federale arrivò addirittura a tirare in ballo il genocidio: "È in corso un tentativo di genocidio delle popolazioni che abitano l’Italia […]". Era l'agosto del 2015 e Salvini parlava da Ponte di Legno, raduno tradizionale di Ferragosto del vecchio Carroccio. […]

Quando l'esponente del Pd disse: "Continuare la nostra razza". La solita doppia morale della sinistra si palesa anche nell'attacco al ministro Lollobrigida sulla "sostituzione etnica". Lorenzo Grossi il 21 Aprile 2023 su Il Giornale.

Le polemiche riguardo l'espressione "sostituzione etnica", utilizzata da Francesco Lollobrigida mentre ragionava sul calo demografico, continuano insistentemente. Il ministro dell'Agricoltura e della Sovranità alimentare si ha ampiamente spiegato l'uso di quelle parole, chiarendo il senso delle sue parole, che nulla hanno a che fare col "razzismo" e col "suprematismo" e con accuse per le quali lo stesso esponente di Fratelli d'Italia ha annunciato che sporgerà querela. Immancabili sono state le richieste di dimissioni, il responsabile del Partito Democratico per l'immigrazione, Pierfrancesco Majorino, è stato uno dei primo a chiederle a gran voce. Eppure non tantissimo tempo fa - proprio nelle file dem - c'era chi (sempre sullo stesso tema) parlava della necessità di "continuare la nostra razza", senza per questo finire additato come "suprematista", come ha fatto invece Elly Schlein con Lollobrigida.

La frase incriminata dell'esponente dem

Siamo nel luglio 2017. L'allora dirigente nazionale del Partito Democratico, Patrizia Prestipino, disse esplicitamente: "Se uno vuole continuare la nostra razza, se vogliamo dirla così, è chiaro che in Italia bisogna iniziare a dare un sostegno concreto alle mamme e alle famiglie. Altrimenti, tra un po', si rischia l'estinzione in Italia". Parole, rilasciate ai microfoni di Radio Cusano Campus, che vennero per lo più e immediatamente derubricata a "gaffe": sia da molti esponenti di centrosinistra sia da diversi quotidiani. Dal Pd giunse qualche voce più o meno indignata. Tra le più citate dalle cronache di allora ci fu la presa di posizione di Michele Anzaldi che, pur deprecando l'uso del termine, assolve di fatto la collega dicendo: "l'emozione ti ha tradita". Una gaffe da comprendere, dunque.

Il silenzio dei vertici del Pd

Silenzio assoluto dai massimi vertici del Pd e di quelli che sono sempre pronti a puntare il dito contro ogni monosillabo fuori posto. "Chissà che dirà la Boldrini…", ironizzò infatti Matteo Salvini, che però deve essere rimasto ancora con la curiosità dopo sei anni, visto che nessun commento da parte dell’ex presidente della Camera fu rintracciato sui social. A fine giornata Prestipino si scusò per l’uso del termine improprio, scrivendo su Facebook che "certo è più facile fraintendere sul termine 'razza', uscito impropriamente ma che fa titolo, che sul contenuto dell'intero ragionamento". E così il caso venne rapidamente archiviato. Non solo: ma Prestipino fu promossa a deputata nel 2018, mentre nello scorso dicembre - dopo la mancata rielezione in Parlamento - è stata assunta dal sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, come collaboratrice. Insomma: è il solito doppiopesismo della sinistra che, oramai, non sorprende davvero più.

Estratto dell’articolo di Lucetta Scaraffia per “la Stampa” il 24 aprile 2023.

Vorrei tornare ancora una volta sulla famigerata frase del ministro Lollobrigida. Per dire subito che si tratta certamente di un'affermazione tra le più infelici, che rivela innanzi tutto come il nostro ministro abbia poca dimestichezza con la storia: cioè che in sostanza, come lui stesso ha confessato candidamente, sia "ignorante". Una volta superato il fastidio per le sue parole, dobbiamo ammettere però che esse evocano un problema reale. 

Infatti, se continua il calo delle nascite che da anni ormai caratterizza l'Italia, e che quindi impone il conseguente ricorso all'emigrazione, gli italiani "nativi", chiamiamoli così, rischiano effettivamente di scomparire o, in tempi non troppo lunghi, di diventare una minoranza nel loro stesso Paese.

E va bene: niente di male, possiamo anche dire. Niente di male che non si parli più italiano, che a scuola non si insegni più chi era Dante o il Risorgimento. In fondo, nel corso della storia di ondate di migrazioni il nostro Paese ne ha viste tante, non è la prima volta. E i risultati di queste mescolanze sono stati anche buoni, se non ottimi. 

Ma c'è un problema del quale si preferisce non parlare, c'è un argomento che si direbbe quasi vietato: […] le invasioni del passato sono avvenute sempre da parte di popoli cristiani. […] Le ondate migratorie attuali, invece, sono al 90% di islamici. […] dobbiamo ammettere che essa si differenzia profondamente dal cristianesimo per molti aspetti che riguardano la sua manifestazione, il suo modo d'essere nell'ambito della vita sociale. A cominciare […] con la secolarizzazione, che praticamente l'Islam non conosce […]

la nostra morale, la nostra cultura e quindi il nostro sistema giuridico sono invariabilmente nati da un ceppo cristiano, cioè da qualcosa dalle caratteristiche fin dalle origini molto diverse dalla sharìa. La separazione fra Chiesa e Stato, fra precetti religiosi e leggi laiche, la parità fra donne e uomini, la famiglia monogamica che prevede parità di diritti, la libertà di pensiero, nascono tutti da questa comune appartenenza. Ma che cosa può succedere domani se una percentuale notevole di abitanti del nostro Paese, essendo di religione islamica, rivendica il diritto di essere giudicata in base alla sharìa? Non è una domanda retorica.

La cosa sta già avvenendo in […] Gran Bretagna o la Svezia: dove a poco a poco vengono ammesse la poligamia, il matrimonio fra minori, e tollerate le brutali forme di oppressione spesso riservate alle donne nelle comunità islamiche. Riflettendo sul nostro futuro dobbiamo considerare anche questa prospettiva, e di conseguenza cominciare a preparare una strategia di accoglienza che ne tenga conto. E magari […] cercare anche di aumentare le nascite, perché no? Non è una strategia reazionaria, non è un atteggiamento identitario di tipo fascista. […]

non ha senso […] sostenere tutti i diritti per gli LGBTQ+ e dall'altro assistere senza reagire alla prospettiva di una società futura in cui per influenza dell'islamismo l'omosessualità possa venire ostracizzata o peggio. […] dobbiamo sforzarci di allungare lo sguardo […] non limitarci a crogiolarci con i discorsi di accoglienza indiscriminata, facendo finta che sicuramente andrà tutto bene. Da questo punto di vista gli italiani e gli altri europei che stanno votando per i partiti di destra rivelano di essere più consapevoli e preoccupati da questi problemi delle loro élites intellettuali, le quali, invece, continuano a preferire chiudere gli occhi. […]

Lollobrigida sbugiarda la sinistra: "Il solito polverone". Sostituzione etnica, cosa ha detto davvero. Il Tempo il 18 aprile 2023

L'ultima polemica sollevata dalla sinistra è quella legata alle parole del ministro Francesco Lollobrigida, intervenuto al congresso nazionale della Cisal. Nel suo discorso l'esponente del governo ha risposto alle critiche sul tema dei migranti: “Bisogna contrastare l’illegalità anche a livello europeo per fermare un’ondata migratoria che, secondo noi, ha superato limiti oggettivi. Ma anche per aiutare le nazioni di provenienza a svilupparsi e su questo Giorgia Meloni, in pochi mesi di governo, ha fatto scuola”. “Dobbiamo pensare anche all’Italia di dopodomani - ha sottolineato Lollobrigida - per queste ragioni vanno incentivate le nascite. Va costruito un welfare per consentire di lavorare a chiunque, di lavorare e avere una famiglia". Poi il passaggio per il quale Elly Schlein ha parlato addirittura di "suprematismo bianco" e il Movimento 5 Stelle di "propaganda razzista": "Non possiamo arrenderci al tema della sostituzione etnica. Io ritengo l’immigrazione un fatto naturale fisiologico, sono nipote di un emigrante, quindi mi guardo bene dal pensare che l’emigrazione e quindi l’immigrazione siano un problema. Anzi diventano un’opportunità di crescita per una nazione”.

Polemiche, quelle sollevate dall'opposizione che hanno fatto indignare Fratelli d'Italia. "A Elly Schlein e compagni, non potendo attaccare nel merito il buon governo del ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida, non resta che ’baccagliare' sulla terminologia e sul nulla", ha dichiarato tra gli altri il capogruppo di FdI, Tommaso Foti. 

A replicare sulla vicenda è lo stesso Lollobrigida con un video pubblicato su Facebook: "La sinistra evidentemente in difficoltà e priva di argomenti solleva il solito polverone su una mia dichiarazione in cui spiegavo che a mio avviso per contrastare la denatalità in Italia, che rischia di far sparire il popolo italiano, bisogna aiutare chi intende mettere su famiglia con figli, attraverso agevolazioni e un sistema di welfare che lo sostenga, che dia la possibilità di coniugare il lavoro e la famiglia. E la sinistra invece solleva il polverone, parla di razzismo, di suprematismo", spiega il ministro. "La sinistra - aggiunge - dice cose che non hanno alcun senso, basta leggere la definizione di etnia che è quell’appartenenza che esiste all’interno di tante comunità in tutto il mondo, che sono tutte degne di rispetto, compresa la nostra, che intendiamo difendere con questa promozione". Insomma, l'ennesimo polverone ideologico sollevato dalla sinistra. 

IL «MANIFESTO DELLA RAZZA» DEL 1938 E I CATTOLICI. Giovanni Sale Quaderno 3793 pag. 11 - 24 Anno 2008

Volume III. Da laciviltacattolica.it il 5 Luglio 2008

Il primo provvedimento in materia razziale in Italia fu promulgato dal Governo Mussolini nell’aprile del 1937: esso vietava, comminando pesanti pene detentive, ai cittadini italiani di tenere «relazione d’indole coniugale con persona suddita dell’Africa Orientale italiana». Tale legislazione, che costituì il primo passo di un processo teso a discriminare i cittadini e le persone in base alla loro appartenenza razziale, aveva lo scopo di vietare il concubinato tra bianchi e persone di colore nei Paesi colonizzati, in modo da evitare che in quelle terre si sviluppasse una razza meticcia, considerata pericolosa per la purezza di quella italica. Tale tipo di convivenze coloniali (in particolare il cosiddetto «madamato»), molte delle quali col tempo si sarebbero trasformate in unioni coniugali, avrebbero finito, si diceva, per imbastardire la razza dei dominatori latini. A differenza della Francia e dell’Inghilterra che su tale materia privilegiarono la politica dell’«assimilazione», l’Italia fascista scelse quella della separazione netta, vietando ogni forma di unione e di fraternizzazione tra italiani e indigeni.

Il modello assimilazionista, adottato dalle «deprecate» democrazie occidentali, era considerato dai fascisti italiani e dai nazisti tedeschi l’anticamera della corruzione e della degradazione della razza bianca e, quindi, della sua inesorabile decadenza. Il Governo fece di tutto, a livello sia legislativo sia propagandistico, per scoraggiare e arginare tale fenomeno. Esso chiese all’autorità religiosa, e in particolare ai missionari presenti nelle colonie italiane, di collaborare con le autorità coloniali per dissuadere i cattolici dal contrarre «matrimoni misti» e di combattere insieme la «piaga sociale del madamato». In realtà, in quegli anni anche il mondo cattolico, incluso quello ecclesiastico, basandosi su princìpi pseudoscientifici, ritenevano come acquisiti alcuni dati concernenti l’eugenetica, che invece erano soltanto il risultato di scelte di natura ideologica (per lo più filo-razziste), non fondati su riscontri oggettivi. In ogni caso la Chiesa vedeva nei nuovi provvedimenti che vietavano il concubinato efficaci strumenti repressivi adatti a limitare comportamenti disordinati e a volte scandalosi dal punto di vista morale adottati dai nuovi conquistatori, i quali del resto si professavano cattolici. In una Nota del 1° agosto 1938 indirizzata dal Nunzio Apostolico in Italia, mons. F. Borgongini Duca, al Capo del Governo a tale proposito si diceva: «La Santa Sede si compiace col Governo Italiano per aver colpito il concubinato fra gli italiani e gli indigeni di colore. Quanto a fiancheggiare l’azione moralizzatrice del Governo, come si domanda dalle Autorità Coloniali, la Chiesa non si rifiuta di prestare largamente, per mezzo dei suoi missionari, l’invocata opera di persuasione ad impedire tali ibride unioni, per i saggi motivi igienico sociali intesi dallo Stato, ma soprattutto per le ragioni di indole morale e religiosa, che hanno la maggiore efficacia nelle anime» (1).

Il «Manifesto della razza» e la posizione della Santa Sede

Il 14 luglio 1938 il Giornale d’Italia pubblicava, col significativo titolo «Il fascismo e i problemi della razza», i risultati di uno studio condotto da un gruppo anonimo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, il quale fissava «la posizione del fascismo nei confronti dei problemi della razza». A una prima superficiale lettura sembrava che il compito di tale documento fosse quello di dare una base ideologico-culturale alle disposizioni emanate dall’autorità pubblica su tale delicata materia e concernesse quindi soltanto o, meglio, soprattutto la già nota «questione coloniale». Tale Manifesto constava di dieci punti, che venivano poi singolarmente sviluppati; in essi si stabiliva: 1) Le razze umane esistono; 2) Esistono grandi razze e piccole razze; 3) Il concetto di razza è concetto puramente biologico; 4) La popolazione dell’Italia attuale è di origine ariana e la sua civiltà è ariana; 5) È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici; 6) Esiste ormai una pura razza italiana; 7) È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti; 8) È necessario fare una netta distinzione fra i mediterranei dell’Europa occidentale, da una parte; gli orientali e gli africani, dall’altra; 9) Gli ebrei non appartengono alla razza italiana; 10) I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in alcun modo. In un primo momento tale Manifesto fu commentato dalla stampa di regime in modo da non creare allarmismi nella piccola, ma influente, comunità ebraica italiana, come anche negli ambienti della borghesia cosmopolita e nel mondo cattolico. Il Messaggero del 15 luglio, mettendo in evidenza l’obiettiva scientificità dei punti indicati nel manifesto, precisava: «Esula dalla concezione fascista della razza qualsiasi intenzione polemica di natura filosofica o religiosa allo stesso modo che esula da essa il vecchio mito tanto discusso nell’Ottocento delle razze superiori o inferiori. Essa si limita ad affermare che esistono razze umane “differenti”, con caratteri propri fino a costituire un tipo a sé, inconfondibile». L’intento principale di tale studio, secondo la propaganda del regime, era in ogni caso di sensibilizzare gli italiani al problema della cura e della purezza della razza, come, si diceva, veniva fatto anche in altri Paesi civili.

Si è molto dibattuto in sede storica sulle cause e sulle motivazioni di ordine politico e ideologico che spinsero il regime fascista a adottare una legislazione razzista (2). In realtà, già a quel tempo, molti, anche tra i cattolici, si domandavano quale senso avesse tale nuovo indirizzo politico. «Lo scopo vero di questa politica razziale — è detto in una Nota vaticana — non lo si conosce: apparentemente sembra quello di salvaguardare la razza italiana da ogni ibridismo e contaminazione» (3). Da tale Nota risulta che la propaganda del fascismo e le stesse parole del Duce sulla questione razziale venivano accolte in Vaticano con un certo scetticismo. Commentando l’informativa diplomatica n. 18 del 5 agosto 1938 (la quale, a proposito della questione ebraica, fissava il principio che «discriminare non è perseguitare»), un prelato della Segreteria di Stato scrisse che essa era il frutto della penosa impressione suscitata all’estero dal Manifesto della razza: «Tale indirizzo politico non sembra giustificato dai fatti, perché un vero problema ebraico non pare esistere in Italia, dove gli ebrei sono 50.000 e sarebbe forse bastato eliminare quelli che maggiormente danno noia e impedire l’immigrazione di nuovi elementi» (4).

Circa le cause che diedero vita a tale indirizzo razzistico e xenofobo vengono generalmente indicati due ordini di motivi. Il primo, di carattere politico-propagandistico, era rivolto a vivificare il regime, dandogli nuove, o meglio più aggiornate, basi ideologiche e identitarie, fondate sul concetto di razza e sull’orgoglio di appartenenza razziale. Su tali princìpi, considerati scientifici e quindi inattaccabili, si intendevano inoltre forgiare le nuove generazioni, in particolare i giovani che facevano parte delle associazioni fasciste, in modo da dar vita una volta per tutte al «fascista integrale», sinceramente razzista e fiero di appartenere alla razza ariano-latina. Il secondo riguardava invece il nuovo orientamento assunto in ambito internazionale negli ultimi tempi dall’Italia: naufragati gli accordi con l’Inghilterra, Mussolini si adoperò con tutte le sue forze a consolidare il rapporto di amicizia con la Germania nazista, già iniziato due anni prima in occasione della guerra civile spagnola. In questa per la prima volta gli Stati totalitari europei si scontrarono, su «terreno neutro», con quelli democratici, mettendo a confronto il proprio potenziale bellico e la propria capacità di trascinare le masse. In ogni caso, in quei mesi i rapporti italo-tedeschi si erano intensificati a un punto tale che, anche sotto l’aspetto operativo, la scelta razzista e antiebraica del regime era praticamente obbligata. Eppure non c’è dubbio — scrive in proposito De Felice — che anche sull’adozione dei provvedimenti razziali la visita di Hitler a Roma, che si svolse dal 3 al 9 maggio 1938, ebbe un’influenza notevole: non perché i tedeschi imponessero tale scelta all’alleato italiano, «ma perché quello era per Mussolini il momento di imboccare a bandiere spiegate la strada dell’antisemitismo di Stato» (5).

Quale fu l’atteggiamento della Santa Sede e del mondo cattolico davanti a tali dichiarazioni del regime in materia razziale? Come vedremo tra breve, almeno in un primo momento, esso non fu perfettamente unitario, come era accaduto su altre importanti questioni, come, ad esempio, quando si trattò di difendere i movimenti di Azione Cattolica contro le interferenze del regime e la violenza squadrista. Infatti, mentre Pio XI assunse una posizione di critica aperta nei confronti della nuova politica razziale inaugurata dal regime (posizione che imbarazzò alcuni prelati vicini ai circoli governativi), gli organi centrali della Chiesa e la stampa cattolica ufficiale assunsero posizioni, per così dire, dialoganti e in ogni caso, almeno per il momento, interlocutorie.

Nei primi tempi il Manifesto della razza fu accolto dalla stampa cattolica vicina alla Santa Sede in modo non ostile: si cercò di comprendere le «ragioni» dell’autorità governativa, che sembravano fondate su dati di carattere scientifico, quindi moralmente neutri e in ogni caso verificabili, e le si interpretò più secondo i desideri, la cultura o le preferenze dell’autorità ecclesiastica che secondo lo spirito discriminatorio che sottendeva lo «studio» preparato dagli scienziati fascisti. Si disse che il «razzismo» italiano era sostanzialmente diverso da quello tedesco: questo — a differenza del primo che si riteneva basato su solidi princìpi di carattere eugenetico orientati al miglioramento della razza latina — si presentava come intrinsecamente pagano e idolatrico, poiché fondato sul culto sacrale del sangue e sulla superiorità della razza ariana su tutte le altre. Si disse che il Manifesto riguardava soltanto questioni di carattere biologico e che quindi non toccava la dimensione religiosa o morale, la quale rientrava nella competenza della sola autorità ecclesiastica. Alcuni sottolinearono la distinzione tra «razzismo» vero e proprio, condannato dal recente magistero della Chiesa (come, ad esempio, dall’enciclica Mit brennender Sorge del 1937), e «politica razziale» volta al miglioramento della razza umana. Questa poteva anche essere accettata o compresa dall’autorità ecclesiastica, ma soltanto nella misura in cui non entrasse in conflitto con la sana dottrina cattolica e non si tramutasse poi, per necessità di carattere politico, in atti concreti di persecuzione e di violenza nei confronti di una determinata razza umana considerata inferiore o «differente».

La Civiltà Cattolica, commentando il manifesto degli scienziati, scriveva: «Chi ha presenti le teorie del razzismo tedesco, rileverà subito la notevole divergenza di queste proposte da quelle del gruppo degli studiosi fascisti italiani. Questo confermerebbe che il fascismo italiano non vuole confondersi con il nazismo o razzismo tedesco intrinsecamente ed esplicitamente materialistico e anticristiano». C’era nella rivista romana dei gesuiti, che alcuni anni prima aveva combattuto il «giudaismo massonico e rivoluzionario», in particolare da parte di alcuni padri la tendenza ad armonizzare i princìpi razziali fissati nel manifesto con la dottrina sociale cattolica. In un primo momento addirittura sembrava che il regime in tale materia avesse imboccato la strada di un «sano proporzionalismo discriminatorio» (ad esso si ispirava, infatti, l’informativa diplomatica n. 18 del 5 agosto 1938) tanto caro ai cattolici, poiché, in armonia con i princìpi della giustizia distributiva, «permetteva di dare a ciascuno il suo». Tale principio consisteva nell’applicare il principio proporzionale, misurato sulla consistenza numerica del gruppo razziale, circa la sua presenza nella vita economica e sociale del Paese; tale criterio era stato utilizzato, con il plauso della Civiltà Cattolica, in Ungheria nei confronti degli ebrei. Applicando tale criterio, commentava il p. Barbera, si garantisce «la difesa della nazione, contro il pericolo presente di una più numerosa invasione giudaica dalla Germania, dall’Austria e dalla Romania, e contro il liberalismo favoreggiatore del giudaismo e del suo nefasto predominio, senza persecuzioni, ma con mezzi energici ed efficaci» (6).

Sulle questioni sollevate dal Manifesto della razza intervenne anche il giornale cattolico di Friburgo La liberté, con un articolo che in realtà era stato scritto per L’Osservatore Romano, ma che per ragioni prudenziali fu fatto pubblicare altrove. «Ora — si sottolineava con tono preoccupato — se i punti fissati dal gruppo degli studiosi fascisti in Italia si differenziano dalle teorie tedesche; se questa diversità fu rilevata anche in campo cattolico in Italia, come da quello razzista in Germania, tuttavia in Germania si salutarono come un incontro sullo stesso cammino quelle dichiarazioni del ministro Starace, segretario del partito, e quelle amplificazioni dei giornali, che scendevano per la prima volta in Italia dal “concetto di razza”, comunque inteso, enunciato e applicato, alla “pratica razzistica”: cioè dalla “difesa della razza” al “razzismo”» (7). Tale articolo è molto importante perché mette l’accento — forse seguendo i suggerimenti dello stesso Pontefice — sui rischi a cui il regime si esponeva insistendo sulla politica razziale appena intrapresa: tanto più che molti gerarchi fascisti, come, ad esempio, Alfieri, Farinacci e altri, interessati a una stretta alleanza politica con la Germania nazista, avrebbero fatto di tutto per estendere all’Italia i princìpi del razzismo tedesco.

A differenza della stampa cattolica e di buona parte della Gerarchia — interessata a non scontrarsi con Mussolini con il quale quasi dieci anni prima si era sottoscritto un Concordato e a non estendere le occasioni di conflitto con il regime, oltre quelle già esistenti sull’Azione Cattolica e in particolare sui movimenti giovanili ad essa collegati — Pio XI giudicava il Manifesto e tutte le iniziative che il Governo stava organizzando per la tutela della razza in modo piuttosto severo. Il Papa disse parole dure nei confronti della politica razziale inaugurata dal regime, mettendo in guardia dall’imitare su tale materia l’indirizzo tedesco, considerato contrario alla dottrina cristiana, al diritto naturale e ad ogni elementare senso di umanità. Il cosiddetto «nazionalismo esasperato» e ogni forma di razzismo che mettesse in discussione la dottrina dell’originaria unità (e dignità) del genere umano erano da lui considerati come eresie da condannare e da combattere con le armi della testimonianza della verità e della vigilanza cristiana.

Il giorno stesso in cui veniva pubblicato il Manifesto della razza, il Papa, ricevendo in udienza le suore del Cenacolo, le fece partecipi di ciò che in quel momento angustiava il suo cuore di Padre, vale a dire le idee che venivano dappertutto affermate e diffuse in materia di nazionalismo estremo e di razzismo: «Si tratta ormai — disse il Papa — di una vera e propria apostasia. Non è soltanto l’una o l’altra idea errata: è tutto lo spirito della dottrina che è contrario alla fede di Cristo». Una settimana dopo, il 21 luglio, ricevendo in udienza 150 assistenti ecclesiastici dei giovani dell’Azione Cattolica, ritornava sullo stesso argomento: «Cattolico — disse il Papa — vuol dire universale, non razzistico, nazionalistico, separatistico». Queste ideologie non soltanto non sono cristiane, ma finiscono «con il non essere neppure umane» (8). Per Pio XI quello del razzismo «era il tema più scottante del momento» (9). Da qualche tempo esso teneva il Papa in uno stato di agitazione e di angustia spirituale: tale tema «girava e rigirava nella sua mente» (10), è detto in una lettera del p. J. Lafarge, gesuita statunitense, il quale il 22 giugno era stato incaricato da Pio XI in persona di scrivere un’enciclica contro il razzismo (Humani generis unitas). Com’è noto, essa non vide mai la luce, ma rimase allo stato di bozza, perché lo scritto fu ritenuto dal Generale dei gesuiti e da altri suoi collaboratori non conforme alla «mente del Papa», e la malattia e la successiva morte del Papa impedirono che l’enciclica fosse corretta, completata e pubblicata. Ricordiamo che, in un breve capitolo della bozza, si condannava esplicitamente l’antisemitismo.

Un dispaccio del conte Pignatti dell’ambasciata d’Italia del 20 luglio 1938 ci informa sulla mente del Papa riguardo al manifesto sulla razza degli studiosi fascisti; in esso è detto: «Il Papa medita le contromisure da adottare dinnanzi alla campagna anti-israelitica progettata dall’Italia e che verrà condotta in base ai principi di purezza di razza, redatti dai professori universitari italiani» (11). Da tale documento risulta che Pio XI, prima ancora che Mussolini specificasse la direzione sostanzialmente antisemita della nuova politica razziale, era praticamente certo che tale indirizzo si sarebbe tradotto in provvedimenti discriminatori molto duri nei confronti degli ebrei italiani. Questo spiega perché il Papa, una settimana dopo, nel celebre discorso agli studenti di Propaganda Fide, attaccò con forza l’indirizzo filo-tedesco adottato dal regime in materia razziale, mettendo in imbarazzo Mussolini, che reagì con forza alle dure parole del Papa, minacciando la rottura. Intanto il 25 luglio un comunicato del Partito Nazionale Fascista, per far tacere alcuni sospetti sollevati negli ambienti internazionali (e non soltanto) sull’autorità scientifica degli estensori del Manifesto, rendeva noto i nomi di coloro che lo avevano redatto e di quelli che vi avevano aderito, e dichiarava che esso era stato preparato sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare (12).

Pio XI e la lotta contro il razzismo

Pio XI il 28 luglio 1938, ricevendo in udienza gli studenti del collegio urbaniano di Propaganda Fide, tenne, come si è detto, un importante discorso sul tema del razzismo. «Egli — è scritto in una Nota della Segreteria di Stato — precisava alcuni punti di dottrina cattolica, confutava alcune affermazioni razziste; spiegava in che senso si poteva parlare di razze diverse e accennava alle conseguenze dolorose a cui avrebbe portato la politica razzistica, praticata su larga scala e non intesa soltanto a salvaguardare gli interessi imperiali evitando pericolosi incroci e imbastardimenti» (13), e soprattutto si interrogava «come mai l’Italia abbia avuto bisogno di imitare la Germania» in materia di razzismo. Tale frase indispettì moltissimo Mussolini, che riteneva di non dovere nulla al collega tedesco in materia di politica razziale come anche in altre questioni. Egli, inoltre, chiese al ministro degli Esteri italiano, conte G. Ciano, di convocare immediatamente il Nunzio Apostolico per esprimergli la disapprovazione del capo del Governo nei confronti del recente discorso del Papa, poiché ritenuto lesivo degli interessi politici nazionali e internazionali dell’Italia. Il giorno successivo Mussolini, in un incontro con un gruppo di segretari federali del fascismo a Forlì, rispondendo indirettamente al Papa, disse: «Sappiate, ed ognuno sappia, che anche nella questione della razza noi tireremo diritti. Dire che il fascismo ha imitato qualcuno e qualche cosa è semplicemente assurdo».

Tale scambio di battute tra il Papa e il Duce, in un momento in cui i contrasti tra regime e Gerarchia ecclesiastica sulla questione dell’Azione Cattolica si andavano acuendo, creò una certa preoccupazione tra i vescovi, interessati a mantenere «controllati» i rapporti tra le due istituzioni. Per tale motivo essi cercarono di interpretare in senso non contrario alla propaganda del regime le parole del Papa, cercando di armonizzare il punto di vista fascista sul problema della razza con quello cattolico. Emblematica, a questo riguardo, è la lettera indirizzata il 9 agosto 1938 dal vescovo di Cremona, mons. G. Cazzani, a Farinacci, a proposito del discorso del Papa del 28 luglio: «Il S. Padre — scriveva il vescovo al ras di Cremona — non parlava contro un razzismo fascista […], ma parendogli che una certa corrente di stampa fascista volesse promuovere e caldeggiare anche in Italia un razzismo alla hitleriana, ha voluto mettere l’avviso contro il pericolo di un tale razzismo, e perciò ha parlato di mutuazione dai tedeschi. Ma il S. Padre non ha condannato qualunque cura o difesa della razza […], ma ha dichiarato espressamente di riprovare quel razzismo esagerato e divisionista, che animato da un culto superbo ed egoistico della propria razza, è contrario alla legge della umana e cristiana fraternità tra i popoli» (14).

Una relazione del Nunzio Apostolico, redatta il 2 agosto, ci informa dettagliatamente sull’incontro che egli ebbe il 30 luglio con il conte Ciano; di esso si conoscevano finora soltanto le «impressioni» riportate da quest’ultimo nel suo Diario (15). «Monsignore dove andiamo? — scriveva mons. Borgongini Duca —. Il Duce questa mattina mi ha chiamato irritatissimo per le parole pronunciate dal S. Padre agli alunni di Propaganda Fide; tanto irritato, che aveva già risposto pubblicamente e così dicendo mi mostrò il Giornale d’Italia e mi lesse la brevissima replica»; poi disse che il Duce era molto contrariato per l’accenno fatto dal Papa alle Cinque giornate di Milano, poiché esso «aveva una portata politica nei confronti dell’asse Roma-Berlino». Dalla lunga relazione del Nunzio, inoltre, si ricavano alcuni elementi che ci aiutano a capire quale fosse l’indirizzo che il regime intendeva portare avanti in materia razziale e, soprattutto, cosa si chiedesse alla Chiesa e ai cattolici. Innanzitutto dalle parole del Ministro si ricava che il nuovo indirizzo altro non era, a suo modo di intendere, che la naturale prosecuzione della politica di difesa della razza, già iniziata un anno prima, da possibili imbastardimenti. Su tale materia egli sapeva di poter contare sulla comprensione della Gerarchia ecclesiastica. Subito dopo, però, il conte Ciano passò a trattare del punto più delicato concernente la questione razziale, quello cioè riguardante gli ebrei italiani, sapendo che su tale materia sarebbe stato più difficile trovare il sostegno convinto dell’autorità ecclesiastica e dei cattolici alla politica razziale governativa: a meno che questa non si indirizzasse secondo i princìpi della morale sociale cattolica: «A fianco della questione dei neri — continuava il Ministro —, si dovrà trattare anche quella degli ebrei, per due ragioni: 1) perché essi sono espulsi da ogni parte, e non vogliamo che gli espulsi credano di poter venire in Italia come nella terra promessa; 2) perché è loro dottrina consacrata nel Talmud, che l’ebreo deve mischiarsi con le altre razze come l’olio con l’acqua, ossia rimanendo di sopra, cioè al potere. E noi vogliamo impedire che gli ebrei in Italia abbiano posti di comando» (16).

Il conte Ciano trattò della questione degli ebrei in modo più che diplomatico, per non dire ambiguo, toccando soltanto tasti a cui la sensibilità cattolica di quel tempo, segnata da un marcato antigiudaismo, era molto sensibile, scivolando così sulle questioni più importanti e di sostanza, come, ad esempio, il contenuto concreto della disciplina discriminatoria che il Governo intendeva applicare agli ebrei. Il Nunzio capì immediatamente, nonostante la malcelata riservatezza del Ministro, che il Governo era intenzionato su tale materia a procedere con una certa durezza. «Circa gli ebrei — scriveva il Nunzio — mostravo la mia preoccupazione perché in Germania si seguitano a colpire come ebrei i convertiti battezzati, che perciò sono usciti dal loro popolo; in Italia invece, ove esiste il Concordato, non si sarebbe potuto impedire il matrimonio tra un ebreo convertito e un cattolico». Nella replica del Nunzio si coglie appieno l’intrinseca debolezza e inadeguatezza della posizione cattolica riguardo al problema degli ebrei: troppo forte e pesante era a quel tempo l’eredità di una lunga tradizione antigiudaica e a volte anche, negli anni più vicini, antisemita, perché tale materia fosse concepita e compresa alla luce di princìpi più generali, fondati sulla stessa dottrina del diritto naturale, o semplicemente su princìpi più autenticamente evangelici, in modo che la difesa della dignità della persona umana venisse affermata senza limitazioni o tentennamenti contro chi intendeva, sulla base di princìpi pseudoscientifici o apertamente razzistici, limitarne, o meglio annullarne, la dignità sul piano sia personale, sia pubblico.

Pensiamo di non peccare di anacronismo, sottoponendo a giudizio storico tali eventi, anche perché molti interventi di Pio XI si mossero proprio in tale direzione: il fatto che il Papa dovesse intervenire in difesa della persona umana, anche fuori dell’ambito strettamente confessionale, era dottrina accettata, anche se ancora non pienamente compresa nelle sue implicazioni, a partire dal pontificato di Benedetto XV. In ogni caso, il Nunzio Apostolico, a quanto pare, in quel momento sembrava essere interessato più che alla sorte degli ebrei italiani in generale, a cui il conte Ciano faceva riferimento, al fatto che un’eventuale disciplina antiebraica non riguardasse gli ebrei convertiti al cattolicesimo o che questa costituisse un vulnus al Concordato. Alle parole del Nunzio il Ministro replicò che il razzismo italiano, come aveva proclamato il Duce, «non si ispira a quello tedesco, ma vuole semplicemente regolare, con opportune leggi, le relazioni tra bianchi e neri nel nuovo Impero, ed in questa occasione regolare la questione degli ebrei [….]. Mi ha poi detto che l’Italia è cattolica, e se uno qui si azzardasse di dire [come era avvenuto in Germania] che Gesù Cristo è bastardo, sarebbe punito come bestemmiatore».

La stampa governativa non fece nessun accenno al discorso del Papa del 28 luglio. Esso fu pubblicato soltanto da alcuni quotidiani cattolici. Il Governo, intenzionato a bloccare ogni possibile polemica su tale delicata materia, che avrebbe reso più difficile l’accoglienza da parte dei cattolici della progettata legislazione antiebraica, inviò a tutti i prefetti due comunicazioni firmate dal ministro Alfieri (17). In questo modo il regime riuscì a imbavagliare la stampa cattolica, impedendole così di partecipare in modo libero al dibattito pubblico in materia razziale: coloro che non condividevano l’indirizzo dettato dal regime in tale materia da questo momento in poi dovettero tacere. La Segreteria di Stato, con una Nota di mons. G. B. Montini, l’8 agosto 1938 informò la delegazione apostolica negli Stati Uniti dei provvedimenti assunti dal Governo italiano contro la stampa cattolica, in modo che all’estero non si dicesse che la Santa Sede e la stampa cattolica tacevano sui provvedimenti liberticidi emessi contro gli ebrei per pusillanimità o per complicità con il regime. Le parole del Papa contro la propaganda razziale iniziata dal fascismo per preparare il terreno alle successive disposizioni discriminatorie, in particolare contro gli ebrei, furono riportate e commentate dalla stampa internazionale, soprattutto quella di lingua francese e inglese, in senso piuttosto positivo. Importanti associazioni ebraiche internazionali, inoltre, indirizzarono al Papa lettere di omaggio e di ringraziamento. L’Alliance Israélite universelle testimoniò a Pio XI la sua gratitudine «per l’ammirabile energia con la quale condannò, nell’udienza agli alunni del collegio di Propaganda Fide, le teorie razziste, come false, inumane, empie e gravide di conseguenze detestabili». Con gli stessi sentimenti di gratitudine si espressero l’Associazione ebraica dei Veterani di guerra degli Stati Uniti, nonché l’ambasciatore statunitense a Roma, W. Phillips, il quale informò il Papa sulla preoccupazione del presidente Roosevelt riguardo all’indirizzo politico intrapreso dal Governo italiano. In particolare l’ambasciatore fece presente alle autorità vaticane che il Governo degli Stati Uniti avrebbe molto gradito «un’ulteriore dichiarazione della Santa Sede riguardo alla questione ebraica in Italia» (18).

In quel momento sia il Governo italiano, sia la Santa Sede non avevano alcun interesse a inasprire il conflitto: da ambedue le parti c’era la volontà di risolvere ogni questione, come era accaduto in passato, attraverso accordi soddisfacenti per ambedue le istituzioni in modo da poter festeggiare, il febbraio successivo, il decennale dei Patti Lateranensi in un clima di concordia e di collaborazione. Tale occasione, per il regime, sarebbe stata un’opportunità unica per mostrare agli aborriti Paesi democratici che in Italia Chiesa cattolica e Stato totalitario convivevano pacificamente. In tal modo, nonostante Mussolini fosse molto irritato per i continui interventi del Papa in materia di razzismo, diede disposizione ai suoi collaboratori di giungere a un accordo segreto con la Santa Sede sulle questioni più controverse del momento: così facendo, egli pensava di legare i cattolici al carro del fascismo e soprattutto di far tacere (o «imbavagliare») il Papa. L’accordo fu «contrattato» per parte vaticana dal p. P. Tacchi Venturi, fiduciario della Santa Sede presso il Duce, e fu sottoscritto il 16 agosto del 1938. Esso toccava tre questioni principali: quella concernente «il razzismo e l’ebraismo»; quella più «generale dell’Azione Cattolica»: a tale proposito veniva riconfermato l’accordo del 2 settembre 1931; infine, una questione di carattere locale, che riguardava la sostituzione del segretario del partito fascista di Bergamo che era entrato in conflitto con il vescovo di quella città.

Per quanto riguarda il primo punto, che era il più delicato e controverso, l’accordo sembrava condividere il punto di vista cattolico in materia di razzismo e si muoveva secondo lo spirito dell’Informativa diplomatica n. 18 del 5 agosto 1938, che, come abbiamo visto, trovava consenzienti vasti settori del mondo cattolico e la stessa Gerarchia. In realtà, dall’accordo traspare una forte polemica contro la Chiesa e la volontà del regime di metterla a tacere su tale importante materia: «È intenzione del Governo che questo problema sia tranquillamente definito in sede scientifica e politica, senza aggravio dei gruppi allogeni, ma solo con la doverosa applicazione di onesti criteri discriminatori che lo Stato ritiene essere in diritto di stabilire e di seguire. Gli ebrei possono essere sicuri che non saranno sottoposti a trattamento peggiore di quello usato loro per secoli e secoli dai Papi che li ospitarono […]. Desiderio del Capo del Governo è che la stampa cattolica, i predicatori e i conferenzieri si astengano dal trattare in pubblico, il problema razzista» (19).

Mentre la Curia e la diplomazia vaticana lavorarono senza sosta per un accomodamento con il regime mussoliniano, in modo da contenere entro limiti accettabili la programmata legislazione antiebraica, così che questa non si discostasse troppo dai princìpi della morale cattolica e non violasse punti significativi degli Accordi del Laterano, Pio XI continuò la sua lotta solitaria contro «le ideologie totalitarie». Egli non sottopose a censura, come voleva Mussolini, il suo pensiero e continuò sino alla fine dei suoi giorni a condannare le aberranti dottrine del «nazionalismo estremo» e soprattutto del cosiddetto «razzismo esagerato», che considerava un’eresia in quanto contraddiceva il fondamentale principio sull’originale uguaglianza tra gli esseri umani. Il suo intervento magisteriale più forte da questo punto di vista fu quello pronunciato all’indomani del primo provvedimento governativo antiebraico, cioè il 6 settembre 1938, a un gruppo di pellegrini belgi: con tono commosso, egli disse che l’antisemitismo è inammissibile e che spiritualmente siamo tutti semiti perché discendenza di Abramo, nostro padre nella fede. Era la prima volta che un Pontefice in modo chiaro ed esplicito condannava l’antisemitismo. Delle vicende che seguirono tale discorso e degli ulteriori provvedimenti antiebraici tratteremo prossimamente.

***

1 Archivio Segreto Vaticano – Affari Ecclesiastici Straordinari (ASV – AAEESS), Italia, 1.040, 720, 22.

2 La letteratura storica sulle leggi razziali in Italia è molto vasta; segnaliamo qui alcuni lavori che ci sembrano più significativi: R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1961; Id., Mussolini il Duce, vol. II, Torino, Einaudi, 1981; A. Martini, Studi sulla questione romana e sulla Conciliazione, Roma, Cinque Lune, 1963; G. Miccoli, «Questione ebraica e antisemitismo tra Otto e Novecento», in Storia d’Italia. Annali, vol. XI, Torino, Einaudi, 1997, 1.369-1.574; Id., I dilemmi e i silenzi di Pio XII, Milano, Rizzoli, 2000; S. Zuccotti, L’Olocausto in Italia, Milano, Mondadori, 1988. M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Torino, Einaudi, 2000; Id., La Shoah in Italia. La persecuzione degli ebrei sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 2005; E. Collotti, Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia, Roma – Bari, Laterza, 2003; A. Cavaglion – G. P. Romagnani, Le interdizioni del Duce. Le leggi razziali in Italia, Torino, Claudiana, 2002. Su Pio XI e il razzismo ricordiamo: E. Fattorini, Pio XI, Hitler e Mussolini. La solitudine di un Papa, Torino, Einaudi, 2007; Y. Chiron, Pie XI, Paris, Perrin, 2004.

3 ASV – AAEESS, Italia, 1.054, 732, 11.

4 Ivi, 1.054, 730, 22.

5 Cfr R. De Felice, Mussolini il Duce, cit., 489.

6 M. Barbera, «La questione dei giudei in Ungheria», in Civ. Catt. 1938 III 152.

7 La liberté, 6 agosto 1938.

8 «Cronaca contemporanea», in Civ. Catt.1938 III 271.

9 G. Passeleq – B. Suchecky, L’enciclica nascosta di Pio XI. Un’occasione mancata dalla Chiesa nei confronti dell’antisemitismo, Milano, Corbaccio, 1997, 42.

10 Ivi, 47.

11 ASV – AAEESS, Italia, 1.054, 727, 42.

12 I firmatari più noti del Manifesto della razza erano due medici (S. Visco e N. Pende), un antropologo (L. Cipriani), uno zoologo (E. Zavattari), uno statistico (F. Savorgnan) e uno psichiatra (A. Donaggio); gli altri erano oscuri assistenti universitari, tra i quali ricordiamo G. Landra, M. Ricci e L. Businco. Pare che nessuno dei firmatari sia stato interpellato prima della pubblicazione del Manifesto. Soltanto due di essi però, successivamente, anche se in modo non troppo chiaro, protestarono per essere stati inclusi nella lista dei firmatari. Cfr R. Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, Firenze, La Nuova Italia, 1999; G. Israel – P. Nastasi, Scienza e razza nell’Italia fascista, Milano, Comunità, 1998; M. Michaelis, Mussolini e la questione ebraica. Le relazioni italo-tedesche e la politica razziale in Italia, ivi, 1982.

13 ASV – AAEESS, 1.054, 738, 22.

14 Ivi, 730, 19.

15 Cfr G. CIANO, Diario: 1937-1938, Bologna, Cappelli, 1948, 216. Su tale materia cfr E. Fattorini, Pio XI, Hitler e Mussolini, La solitudine di un papa, cit., 179 s.

16 ASV – AAEESS, Italia, 1.054, 728, 46.

17 La prima comunicazione, del 4 agosto, diceva: «Direttori dei periodici cattolici sono richiamati sulla perentoria necessità che ogni commento sul problema razzista sia contenuto entri i limiti conformi alle direttive del Governo nazionale». La seconda, emanata due giorni dopo, affermava perentoriamente: «Invito disporre che quotidiani e periodici cattolici si astengano da ora in poi di pubblicare l’allocuzione pontificia del 28 luglio» (ivi, 728, 55).

18 Ivi, 730, 46.

19 Ivi, 40.

In difesa di quale razza? Michele Serra su La Repubblica mercoledì 19 aprile 2023

"Non possiamo arrenderci alla sostituzione etnica". Ha detto proprio così, il ministro Lollobrigida: sostituzione etnica. Una lettura razzista (termine che non uso mai con leggerezza) in base alla quale il concetto di nazionalità - essere italiani - coincide con quello di razza.

Con l'aggravante che una "razza italiana" - se non nell'obbrobrioso ventennio nel quale gli italiani furono costretti a immaginarsi "razza" - non esiste e non è mai esistita.

La Repubblica 18 aprile 2023 Metropolis/310 - Sostituzione etnica, Massini a Lollobrigida: "Ma quale purezza italiana? Abbiamo tutti il Dna meticcio"

Nel giorno in cui Mattarella è in visita ad Auschwitz con le sorelle Bucci, il ministro dell'Agricoltura e del Made in Italy Francesco Lollobrigida spiega che dobbiamo "incentivare le nascite" per evitare una "sostituzione etnica" da parte dei migranti. La premier Giorgia Meloni dal Salone del Mobile di Milano gli fa eco: "È vero che ci sono troppi anziani e pochi nati, ma non risolveremo il problema del lavoro e dei contributi con i migranti". Il concetto di sostituzione etnica e di politiche in cui la razza viene considerata un tema è lo spunto per il commento di Stefano Massini a Metropolis.

La nascita meticcia degli Italiani. Toni Maraini il 12 Gennaio 2019 su Left 

Chi oggi evoca una “purezza italica” non conosce la storia né le dinamiche dello scambio culturale tra genti e continenti. Basti considerare le origini cosmopolite di personaggi che hanno contribuito alla cultura e alla scienza dell’Italia. E gli emigranti in America, protagonisti di nuove culture. Una riflessione della scrittrice e storica dell’arte

Coloro che oggi parlano come se gli Italiani fossero da illo tempore di un’unica natura, stirpe e origine, forse non conoscono in che modo l’Italia si è formata. Come i genetisti Luca Cavalli-Sforza e Alberto Piazza hanno documentato, il popolo italiano possiede una «eterogeneità genetica di fondo» costituitasi nei secoli a partire dagli «apporti genetici di Piceni, Liguri, Veneti, Etruschi, Celti, Sardi, Greci, e Albanesi, Arabi, Normanni…», ma non solo. La “biodiversità”, essi ci ricordano, è proficua, salutare e necessaria, ed ha alimentato tutte le civiltà. Quanti evocano oggi i “veri Italiani” sembrano ignorare il continuo sedimentarsi di apporti confluiti nel costituirsi della “italianità”.

A seguire il loro ragionamento, dovremmo omettere dalla nostra storia figure patriottiche quali Francesco Crispi, di antica famiglia arbëreshë, come lo erano Gramsci, il tenore Tito Schipa e altre e altri ancora. Dovremmo altresì ignorare la reggia di Caserta e il suo architetto, Luigi Vanvitelli, il cui vero cognome olandese era Van Wittel, artisti come Massimo Campigli (pseudonimo di Max Ihlenfeld), scrittori come Italo Svevo (pseudonimo di Aron Hector Schmitz), o, ancora, Pietro Vieusseux, Ulrico Hoepli, Elsa Merlini (nata Tschellesnig), Giorgio Strehler, Alida Valli (nata Altenburger), Leone Ginzburg, Anna Kuliscioff, Dino Buzzati, Hugo Pratt, Vittorio Gassman, Alexian Santino Spinelli, Moni Ovadia, Margherita Hack e tante altre figure dall’intreccio genealogico cosmopolita (incluso Alberto Moravia) che hanno contribuito al mondo della cultura, arti, scienze, politica, e così via. Nonché a quello dello sport e dell’atletica, del giornalismo, dell’impresa, dell’artigianato e del lavoro. E perfino, con un consistente numero di stranieri (alcuni sono raffigurati tra i garibaldini nelle Erme del Gianicolo a Roma), uomini e donne che parteciparono ai fervori risorgimentali per l’indipendenza d’Italia.

Secondo quanti parlano di “Italiani veraci” dovremmo forse non considerare coloro che avevano, o hanno, un genitore straniero? Sono innumerevoli; da…

Un ritratto genetico degli italiani. di Alessandro Raveane, Serena Aneli, Francesco Montinaro, Cristian Capelli. Pubblicato il 10/10/2019 su scienzainrete.it.

Il nostro Paese è stato e continua a essere un crocevia di spostamenti e migrazioni che ha favorito il contatto tra i popoli. E questo, a sua volta, ha plasmato il nostro patrimonio genetico: ma allora, chi sono davvero gli italiani? Il più grande studio di genetica della popolazione italiana, recentemente pubblicato su Science Advances, ne analizza in maniera sistematica la distribuzione della variazione genetica, rivelandone l'incredibile eterogeneità. La ricerca ha anche messo in luce la presenza di un contributo genetico mai evidenziato prima, frutto di un processo di espansione delle popolazioni dal Caucaso all'Italia circa 4.000 anni fa, e il maggior contributo di DNA neandertaliano nel nord della penisola. Questo viaggio nella storia dei nostri geni racconta chi siamo: un cocktail genetico e culturale in continua evoluzione.

EVOLUZIONE RICERCA SCIENTIFICA

Il tema delle migrazioni umane ha oggi, e ha avuto in passato, una posizione centrale nel dibattito pubblico e politico. I flussi migratori rappresentano però tutt’altro che una novità per la specie umana, avendo giocato fin dall'antichità un ruolo fondamentale nella sua evoluzione. Recenti scoperte hanno suggerito che in Europa nessun individuo discenderebbe esclusivamente dai primi gruppi umani che si stabilirono nel continente circa 40.000 anni fa; sarebbe, invece, il risultato di un mix di molteplici antiche discendenze provenienti dall’Africa, dal Medio-Oriente e dalle Steppe Russe.

Tra tutte le popolazioni europee, quella italiana è un chiaro esempio di quanto le migrazioni abbiano influenzato le popolazioni moderne. Nei millenni, infatti, l’Italia è stata un crocevia di spostamenti e migrazioni per varie specie, inclusa la nostra, agendo spesso da ponte tra Africa, Europa e Medio Oriente e favorendo, grazie alla sua posizione al centro del bacino del Mediterraneo, il contatto di popoli e culture.

Ma allora, chi sono davvero gli italiani? La genetica, coadiuvata dall’antropologia, la storia, la linguistica e l’archeologia, può aggiungere importanti pennellate al complesso ritratto dei cittadini dello stivale. Infatti, il DNA di ciascuno di noi è un mosaico di frammenti con storie e origini diverse. Ereditate prima dai nostri genitori e a loro volta trasmessi dai nostri nonni, queste porzioni di DNA possono essere seguite generazione dopo generazione, così da ricostruire la storia degli individui che si sono incontrati nel passato. Sulla base di questo semplice principio, la genetica è in grado di scoprire migrazioni e contatti recenti e più antichi, ripercorrendo le “impronte genetiche” lasciate nei loro discendenti viventi e non.

I primi studi

Nei primi anni ‘60, il padre della genetica di popolazione umana, Luigi Luca Cavalli-Sforza, stava lavorando a un approccio per misurare l’impatto della deriva genetica sulle popolazioni umane, ovvero quel fenomeno casuale che, insieme alla selezione naturale, determina la differenziazione genetica tra popolazioni. Combinando dati estratti da archivi vescovili e dati genetici della Val Parma, analizzati con l’ausilio dei primi calcolatori elettronici, Cavalli-Sforza mise in evidenza come modelli matematici basati solo sulla deriva permettevano di predire la distribuzione geografica della variabilità genetica.

Circa vent’anni dopo, applicando lo stesso approccio su un più vasto campione da diverse regioni Italiane, Alberto Piazza, collaboratore di Cavalli-Sforza, rappresentò la struttura genetica degli italiani con una tecnica statistica che permette di riassumere in poche variabili le informazioni “nascoste” in una grossa mole di dati. Le informazioni analizzate, in quel caso, erano le frequenze delle varietà differenti (alleli) presenti in poco più di trenta marcatori genetici. La Sardegna risultò decisamente separata dagli altri campioni italiani, mentre il resto dell'Italia mostrava una distribuzione della diversità genetica a “gradiente” estesa lungo l’asse nord-sud della penisola.

In seguito alla pubblicazione del genoma umano nel 2001, è diventato possibile analizzare non decine ma milioni di marcatori genetici distribuiti lungo il DNA di ciascun individuo. Tali marcatori possono essere raggruppati per definire frammenti di varie dimensioni che ci sono stati tramandati dai nostri antenati di generazione in generazione. I primi risultati sulla popolazione italiana hanno in generale confermato le osservazioni di Alberto Piazza e colleghi.

Negli ultimi anni, diverse ricerche hanno fornito un importante contributo per la comprensione dei fattori genetici che hanno determinato l’attuale struttura genetica italiana, caratterizzandone l'eterogeneità del patrimonio genetico lungo la penisola e investigandone i fattori responsabili. Alcuni studi hanno inoltre indagato i fenomeni evolutivi di adattamento all’ambiente avvenuti in Italia, mentre altri si sono concentrati su quali migrazioni e interazioni del passato abbiano influenzato il sud e le isole italiane.

La variazione genetica degli italiani

La ricerca recentemente pubblicata su Science Advances dal nostro gruppo ha fornito ulteriori elementi nella descrizione del complesso quadro genetico degli italiani, di cui analizza per la prima volta in maniera sistematica la distribuzione della variazione genetica, per capire come si sia originata dai fenomeni migratori e di mescolamento del passato. A oggi, il lavoro rappresenta il più grande studio di genetica dei cittadini italiani e ha coinvolto oltre 30 istituzioni e università italiane e internazionali.

L'analisi genetica, condotta allineando le mutazioni genetiche in più di 1.500 italiani, hanno permesso di osservare come, sebbene le differenze tra individui di diverse regioni sia molto bassa, la geografia abbia un ruolo fondamentale nella distribuzione della variabilità genetica: individui che provengono dalle stesse aree geografiche sono geneticamente più vicini tra loro di quanto lo siano rispetto a quelli più distanti geograficamente. Abbiamo successivamente paragonato i segmenti di DNA di questi gruppi con quelli di gruppi di popolazioni europee e mondiali per stimare l’origine spaziale e temporale di questi frammenti di DNA. Infine abbiamo misurato nelle popolazioni italiana ed europee la quantità di DNA ereditata dal nostro lontano “cugino”, l’uomo di Neandertal, che giunse nel continente europeo circa 400.000 anni fa, ben prima dei nostri antenati.

Il popolo più eterogeneo d'Europa 

Il grado di differenziazione genetica tra gli italiani provenienti da aree diverse del Paese è confrontabile con le differenze che si osservano tra diversi gruppi europei: in pratica, tra nord e sud Italia si osservano differenze paragonabili a quelle che distinguono ad esempio un danese da uno spagnolo. Inoltre, tali differenze sono più ampie di quelle osservate all’interno delle popolazioni europee fino a oggi studiate (Figura 1). Il motivo di tale eterogeneità è dovuto, almeno in parte, alla moltitudine di migrazioni che hanno interessato la nostra penisola, susseguendosi in periodi storici e preistorici e che, favorite dalla posizione geografica dell’Italia, hanno introdotto nei genomi degli italiani frammenti di DNA provenienti da altri gruppi, vicini e lontani.

Figura 1 Grafico a violino rappresentante la differenziazione genetica in diverse popolazioni europee.

In questo ambito così delicato, è opportuno però ricordare che le popolazioni umane si differenziano in maniera molto limitata, dal momento che condividono gran parte del loro DNA: le differenze che si possono riscontrare in media tra due soggetti presi a caso dalla popolazione mondiale sono intorno allo 0.1% (1 differenza e 999 somiglianze!).

Una nuova componente genetica

Le radici della nostra relativamente elevata variabilità vanno ricercate sia nelle migrazioni storiche che in quelle più antiche. Per queste ultime, in particolare, il consenso generale suggeriva che i genomi della maggior parte delle popolazioni europee, così come anche gli italiani, contenessero le tracce di tre “gruppi ancestrali” associati principalmente a tre cambiamenti demografici avvenuti nel Mesolitico (con gruppi di cacciatori-raccoglitori), Neolitico (agricoltori) ed Età del Bronzo (pastori nomadi Yamnaya delle steppe asiatiche).

Il nostro studio ha permesso d'individuare in Italia la presenza di una nuova componente, maggiormente presente nei genomi degli italiani del sud. Le analisi del DNA in questo lavoro, che comprende anche i dati disponibili da precedenti pubblicazioni ottenuti dallo studio di ossa umane antiche, suggerirebbero che questa componente fosse già presente in Italia almeno 4.000 anni fa, prima dell'influenza della Grecia Classica nella regione. Questo contributo, che avrebbe coinvolto inizialmente popolazioni geneticamente affini ai gruppi moderni presenti nel Caucaso, sarebbe arrivato in Italia meridionale nel corso di un processo di espansione comprendente anche la parte meridionale dei Balcani.

Inoltre, la ricerca ha confermato la presenza di un ulteriore e più recente segnale, già descritto in precedenti pubblicazioni (ad esempio qui e qui), presente in maniera significativa nei gruppi del Sud Italia: associato alle popolazioni nordafricane e mediorientali, risalirebbe a circa 1.000 anni fa, periodo in cui nell’Italia meridionale e in particolar modo in Sicilia iniziarono le prime invasioni arabe che portarono al dominio islamico intorno al XII secolo.

Figura 2 Contributi genetici lungo la popolazione italiana. Sulla sinistra sono presenti i contributi preistorici e storici identificabili dal DNA degli italiani in ordine cronologico. In verde i cacciatori-raccoglitori che giunsero in Italia circa 24.000 anni fa. I contadini del Neolitico (frecce rosse), che si espansero da quella che oggi è la Turchia, arrivarono in Italia circa 8.000 anni fa. In blu sono rappresentate le due rotte parallele datate circa 5.000 anni dei pastori nomadi delle steppe verso il Nord Europa e il “nuovo” segnale proveniente dal Caucaso verso il Sud Italia. In giallo è rappresentata l’eredità genetica della dominazione Araba in Sud Europa che risale a circa 1.300 anni fa. Sulla destra sono raffigurate le proporzioni di questi contributi genetici in Nord e Sud Italia, e in Sardegna con gli stessi colori utilizzati nella parte sinistra dell’immagine; le dimensioni delle vignette contenenti i teschi indicano la proporzione di DNA neandertaliano nelle diverse macro-aree italiane. Crediti: Alessandro Corlianò

Vantaggi e svantaggi di un'antica storia d'amore

Ma la storia della popolazione italiana non è finita qui. Circa 50.000 anni fa, poco prima dell’arrivo in Italia della prima componente legata a gruppi di raccoglitori e cacciatori, gli uomini moderni che avevano appena lasciato l’Africa si incontrarono con i nostri parenti più stretti (evolutivamente parlando), i Neandertal. L'eredità di tale incontro è presente in tutte le popolazioni presenti fuori dal continente africano ed è stimata intorno al 2% (percentuale di DNA neandertaliano in popolazioni al di fuori dell’Africa Sub-Sahariana).

Nella nostra ricerca abbiamo cercato di quantificare questa antica impronta genetica in Italia e in Europa. Lungo la penisola abbiamo osservato un contributo maggiore di DNA neandertaliano negli italiani del nord rispetto a quelli del resto d'Italia, inclusa la Sardegna, e più DNA neandertaliano nei popoli nord-europei rispetto a quelli nel sud del continente. Sebbene una piccola parte di queste differenze possa essere spiegata da fenomeni di selezione naturale, la maggior parte della variazione geografica nella quantità di DNA neandertaliano è probabilmente dovuta ai diversi eventi di migrazione e mescolamento che le popolazioni in Italia e in Europa avrebbero sperimentato nel corso della loro storia.

Ma avere più o meno geni neandertaliani è un vantaggio o uno svantaggio? Come spesso accade, non c'è una risposta univoca. Questi geni hanno avuto infatti un doppio ruolo da quando sono stati ereditati dai nostri antenati. Da una parte sono stati un'importante fonte di variabilità adattativa: quando l’uomo moderno è giunto in Eurasia, i Neanderthal vi vivevano già da circa 300.000 anni ed erano geneticamente adattati alle condizioni ambientali, ai patogeni e ai nutrienti che erano qui presenti e così diversi da quelli africani. Ereditare queste varianti genetiche, perciò, offrì nuove possibilità di adattamento a quegli uomini che si muovevano per la prima volta nel nuovo mondo.

D’altra parte, abbiamo anche ereditato “regali“ genetici che oggi portano degli svantaggi, come alcune varianti che influenzano la suscettibilità a determinate malattie metaboliche e neurodegenerative. Alcune di queste varianti potrebbero aver avuto un ruolo diverso ed essere state utili durante i primi movimenti fuori dall’Africa; tuttavia oggi sembrano avere effetti negativi sulla nostra salute, probabilmente come conseguenza dei cambiamenti dello stile di vita nonché della sua durata.

Da questo viaggio nel passato dei nostri geni, abbiamo capito che l’Italia è stata il teatro di una lunga serie di migrazioni che si sono susseguite nel corso dei secoli e millenni e che ancora oggi arricchiscono il “bel Paese” dall’alto delle Alpi fino alla punta della sua isola più meridionale, Lampedusa. È l’insieme di tutti questi contributi che si sono susseguiti e sovrapposti nel tempo che ha generato il ritratto genetico di quelli che sono oggi gli “italiani”, un cocktail genetico e culturale in continua evoluzione.

Genetica e pregiudizi: «Credevo di essere italiano e invece…» Un po' di saliva, una provetta che vola nello Utah, l'analisi del DNA e tre settimane di attesa. Un giornalista di "Io Donna", sicuro di essere italianissimo fin dal Medioevo, si è sottoposto a un test e ha scoperto insospettabili radici: decisamente global di MASSIMILIANO JATTONI DALL'ASÉN il 29 maggio 2017 su Iodonna.it

È arrivata per posta in un pacchetto poco più grande di una scatola di fiammiferi. La provetta era già etichettata e dovevo solo riempirla di saliva, prima di infilarla in una bustina trasparente. Seguite le facili istruzioni, e sigillato il contenuto, le eliche dei miei cromosomi si sono messe in moto e il kit del mio DNA è volato oltreoceano. Destinazione finale: un laboratorio dello Utah. È bastato, poi, attendere poco meno di un mese per ricevere la mail con il verdetto: “Massimiliano, sei italiano ma solo per metà”.

Mentre leggo i risultati del test, ho davanti a me, sul tavolo, alcune delle vecchie foto di famiglia che ancora conserviamo: ritratti di bisnonni e di qualche prozia. Volti di uomini baffuti e donne coi capelli raccolti e il cappellino. Volti di italiani nati quando anche l’Italia era nata da poco. Indubbiamente italiani, se ne studio i tratti. Soprattutto quelli da parte di mio padre, dai capelli scuri, gente che per oltre sei secoli si è ostinata a vivere in un borgo della Val Parma, Beduzzo, adagiato ai piedi del Montagnana. Di padre in figlio, di generazione in generazione. Ne conto diciotto a scendere fino alla fine del Trecento, quando Giacomo, il capostipite, fa capolino in un atto notarile col nome latinizzato di Jacobi de Attonibus. Il cognome, poi, torna nella storia locale, riaffiora qua e là, ancora più giù nel tempo, a prima dell’anno Mille. Sono italiano: le carte lo dicono. Anzi: si può essere più italiani di così? Al grido nazional-populista «prima gli italiani!» potrei rispondere facendomi largo tra la folla, mettendomi in testa. Eppure quella sirena non mi ha mai incantato. E, in fondo, avevo ragione. Mi è bastato sputare in una provetta, al costo di un centinaio di dollari, per sapere che sono europeo, sì, ma non così italiano come credevo: qualcosa come poco più della metà.

Leggi anche dal Corriere: Gli italiani non esistono. Siamo un grande mix genetico

L’idea di sottopormi a questo test del DNA è venuta una mattina in redazione, quando tra colleghi ci siamo scambiati su Facebook, come altri milioni di italiani, un video ad alto tasso emozionale (sponsorizzato da un noto motore di ricerca di viaggi), in cui una società americana (la Ancestry) sottoponeva una serie di ragazzi di etnie diverse a un test del DNA, che diventava l’occasione per intraprendere un viaggio dentro loro stessi e la loro storia di famiglia, e divellere quelle convinzioni così radicate in tutti noi su ciò che siamo e da dove veniamo.

La società, che ha sede nella cittadina di Lehi, nello stato americano dello Utah (la patria dei Mormoni, che per le genealogie hanno una vera fissazione), fornisce il servizio in quasi tutto il mondo, ma non ancora in Italia. In aiuto, allora, arriva un amico che lavora come funzionario a Bruxelles, e faccio inviare il kit per la raccolta del DNA al suo indirizzo. Al primo incontro milanese, mi consegna la scatoletta e, dopo aver seguito diligentemente le istruzioni, in sole quattro settimane entro in possesso dell’esito: il mio sangue è italiano solo per il 58%. E qui iniziano le sorprese. Etnicamente sono un mix: secondo le analisi fatte dall’azienda americana ho per il 21% il patrimonio genetico dei barbari che invasero l’Italia a partire dal 568 d.C. (cosa che sarebbe confermata dal mio cognome, che è appunto di origine longobarda. Ma in tal caso ci si dovrebbe costringere a immaginare una fedeltà incrollabile ai mariti di generazioni e generazioni di spose della mia famiglia). Sempre attraverso questi popoli franco-germanici, avrei ereditato poi un 10% di sangue scandivano, frutto forse delle invasioni vichinghe della Gallia nel IX secolo. Nel miscuglio che mi ha dato vita, c’è anche un po’ del patrimonio genetico degli ebrei dell’Europa centrale e un interessante 2% maghrebino, arrivato a formarmi, insieme a tutto il resto, probabilmente dai tempi dell’Impero romano, quando si distingueva tra cittadini romani e stranieri, e mai se ne fece una questione di “razza”.

Ma quanto sono affidabili questi test? Sul mercato online l’offerta è variegata. Sono diverse le aziende, soprattutto con base in America, che per una cifra abbordabile assicurano di poter svelare la storia remota di un individuo e della sua famiglia. Risalendo anche fino a ventimila anni fa. La Ancestry è una delle leader nel settore e da oltre 10 anni insegue una moda che dilaga nei Paesi occidentali (ma ancora poco radicata in Italia): la genealogia. «In realtà l’approssimazione di questi test è la stessa degli oroscopi», mi spiega divertito il genetista Edoardo Boncinelli, quando al telefono gli illustro il risultato del mio test. «Una volta ogni dieci magari ci azzecca». Però la fotografia della mia italianità “meticcia” che esce dai risultati del laboratorio nello Utah è credibile: «Siamo il frutto di secoli di incontri, di scambio di informazioni, culturali e genetiche», mi spiega Boncinelli: «il Mediterraneo è una zona in cui è successo tutto e di più e questa è anche la ragione per la quale la nostra civiltà ha avuto un notevole sviluppo tecnologico».

Ripenso allora a certe teorie razziste del Ventennio, sconfessate da tutto il mondo accademico, e come ancora si senta qualcuno che parla orgoglioso di una “razza italiana”. «Non ha nessun senso», sbotta al di là del telefono Boncinelli, mentre il suo accento toscano si fa ancora più marcato. «Come non ha senso parlare di “genio italiano”. Questa è un’altra di quelle cose che mi fanno arrabbiare», confessa sbuffando. «Ce la pigliamo giustamente con i razzisti e poi parliamo di genio italico: da quando il genio si trasmette con il DNA?». Secondo Boncinelli, «in realtà, noi italiani siamo una gran frittura mista: questa è stata la nostra grande fortuna». E non c’è bisogno che ce lo riveli un’azienda americana. Come io, del resto, non ho bisogno di un test del DNA, di un cognome ebraico che compare nel mio albero genealogico, di un avo scandinavo o di quel Giacomo riemerso dalla notte dei tempi a rivendicare col suo cognome una lunga discendenza, per sentirmi parte di qualcosa di molto più grande. Qualcosa che non si limita alle storie di famiglia o alla cittadinanza, ma travalica i confini della mia nazione e del mio continente, e che – nonostante qualcuno possa tacciarla di retorica – mi racconta di una storia tumultuosa e affascinante alla quale anche io, minuscolo tassello, appartengo: quella della razza umana. iO Donna

Immigrazionisti.

"Compagni, questa è la nuova Genova". I progetti eversivi della Ong di Casarini. Lodovica Bulian e Luca Fazzo il 12 Dicembre 2023 su Il Giornale.

"Operazione Disobedience": si chiamava proprio così, "Operazione Disobbedienza", il progetto originale che dà il via a Mediterranea, la ong guidata dall'ex rivoluzionario veneziano Luca Casarini

«Operazione Disobedience»: si chiamava proprio così, «Operazione Disobbedienza», il progetto originale che dà il via a Mediterranea, la ong guidata dall'ex rivoluzionario veneziano Luca Casarini, finita ora al centro dell'inchiesta per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina della procura della Repubblica di Ragusa. Negli atti depositati dai pm saltano fuori i finanziamenti per centinaia di migliaia di euro forniti a Mediterranea da tre Arcivescovadi, e l'altro giorno la Conferenza episcopale italiana ammette la circostanza, rivendicando il diritto-dovere della Chiesa a «schierarsi dalla parte di chiunque soffre».

Benissimo. Ma la genesi di Mediterranea, così come ricostruita dalla Procura ragusana, racconta una storia diversa dal nobile amore per il prossimo. Lo spirito con cui Casarini & C. danno vita al progetto è poco umanitario e molto politico. Di contrapposizione frontale, senza mediazioni, col governo. Uno spirito che viene sintetizzato da Luca Casarini in una frase sola: «Compagni, questa è la nuova Genova». Commenta il rapporto informativo della Guardia di finanza: «Naturalmente in riferimento al G8 del 2001 in cui lo stesso (Casarini, ndr) fu il protagonista delle note rivolte».

La genesi di Mediterranea viene ricostruita dalle «fiamme gialle» grazie al contenuto dei telefoni sequestrati a Casarini e agli altri indagati l'1 marzo 2021. Analizzandone la memoria, gli investigatori sono risaliti al 28 giugno 2018, quando Casarini crea su Telegram la chat intitolata «Operazione Disobedience». Nel gruppo inserisce Giuseppe Coccia, futuro presidente di Mediterranea, e Alessandro Metz, entrambi oggi indagati con lui. La Finanza si sofferma però su altri due nomi inseriti dal leader nel gruppo: Gianmarco De Pieri e Meco Bologna, «ovvero Domenico Mucignat». Spiega la Gdf: De Pieri è «già leader in passato del centro sociale Tpo - Teatro polivalente occupato di Bologna)»; Mucignat ovvero Meco è «leader già appartenente al gruppo dei disobbedienti del Tpo», il teatro occupato del capoluogo emiliano. De Pieri è da vent'anni un antagonista doc, legato al circuito dei Disobbedienti, accanto a Casarini sin dai tempi dell'assalto al Cpt di Bologna e dei convegni accanto a Toni Negri, leader dell'Autonomia operaia negli anni Ottanta. Nel curriculum di De Pieri c'è l'accusa di istigazione a delinquere per l'attacco a Bankitalia nel 2011, il divieto di soggiorno a Bologna per gli scontri del giugno 2015, seguito dagli arresti domiciliari e dalla condanna per lo stesso reato. Un singolare tipo di pacifista che quando nel 2016 Matteo Salvini si fermò a prendere un caffè in un bar vicino al suo lo attaccò dicendo «torna a Milano, ricordati che hai due figli», e che due anni fa partecipò agli scontri con la polizia per impedire lo sgombero del centro sociale La'Bas.

Significativa la presenza nel «nucleo fondatore» di Meco Mucignat, perché proprio l'antagonista è già allora uno dei primi interlocutori della Chiesa bolognese: a partire dall'allora arcivescovo Matteo Zuppi, ora presidente della Cei, che tre mesi prima della chat, nel marzo 2018, ha accettato l'invito nel centro sociale Tpo. «Ha introdotto i temi della accoglienza e della disobbedienza», dice Mucignat. Sarà Zuppi, secondo le intercettazioni della Gdf, a benedire il flusso di soldi in direzione di Mediterranea.

Stando ai verbali dell'indagine, a venire finanziata dalle Curie italiane è più un circolo antagonista che una organizzazione umanitaria (anche perché Giuseppe Caccia, che diverrà il presidente, viene registrato mentre dice «io non ne capisco un cazzo di navi»). Un gruppo di soccorritori improvvisati, dove emerge - scrive sempre la Gdf - «la quasi totale mancanza di preparazione, delle elementari nozioni marinaresche in possesso dei partecipanti al progetto che li condurrà di lì a poco a diventare degli esperti di salvataggio in mare (...) traspare la mancanza dei minimi requisiti di sicurezza nello svolgere i salvataggi in mare». Ma più che di salvare i disperati, forse a Casarini e gli altri interessava combattere il governo. Fare «una nuova Genova» con la benedizione (e i soldi) dei vescovi. Lodovica Bulian e Luca Fazzo

DALLA METSOLA A SOUMAHORO: LA “BANDA DEI BUONI” DI CASARINI AVEVA I SUOI INFILTRATI NEI PALAZZI DELLA POLITICA. Estratto dell’articolo di Giacomo Amadori per “La Verità” lunedì 11 dicembre 2023.

I giudizi sui compagni di viaggio non erano dei migliori, ma Luca Casarini, Giuseppe Caccia e i loro compagni dell’associazione Mediterranea, potevano contare, oltre che su una lunga lista di politici italiani, a partire dai cosiddetti garanti, anche su una rete internazionale utilizzata per fare pressing sulle politiche degli Stati e dell’Unione europea. 

Una squadra che andava dai socialisti statunitensi di Bernie Sanders all’ex ministro greco Yanis Varoufakis sino all’attuale presidente del Parlamento europeo, la maltese Roberta Metsola. Ma a colpire nelle chat agli atti dell’inchiesta per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina della Procura di Ragusa è in particolare il rapporto con Aboubakar Soumahoro, in quel momento lanciatissimo sulla scena politica.

I Casarini boys e il deputato con gli stivali si spalleggiano. I primi aprono al secondo le porte del Vaticano e l’ex sindacalista, quando Mediterranea è insidiata dai concorrenti di ResQ, fa una scelta di campo e si iscrive all’associazione. 

Uno dei primi passi insieme di questa cordata coincide con l’organizzazione dell’incontro dei movimenti sociali del Mediterraneo. L’appuntamento è affidato al cardinale Michael Czerny, attuale prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, e don Mattia, il cappellano di bordo dell’associazione, fa sapere che «la segreteria organizzativa sarà composta innanzitutto da noi». […]

Czerny lavora per far entrare Mediterranea nel segretariato della rete ufficiale dei movimenti popolari, l’Emmp (Encuentro mundial de movimientos populares), che è apparentata con il suo dicastero. Un circuito in grado di garantire potere, visibilità e risorse economiche. Sarà per questo che il 5 maggio del 2020 don Mattia informa i suoi compagni di aver ricevuto un messaggio da Soumahoro: «Mi ha chiesto di girare al cardinale Czerny il video in cui si rivolge al Papa» spiega il parroco.

E aggiunge: «Stasera Czerny mi ha scritto dicendo di guardare l’udienza domani. Quindi penso che il Papa citerà le lotte di Abou». Quest’ultimo, nel 2019, era riuscito a farsi un selfie con il Pontefice, insieme con la compagna Liliane (arrestata a ottobre con l’accusa di bancarotta delle cooperative guidate dalla sua famiglia) e il 6 maggio del 2020, all’udienza generale del mercoledì, Francesco annuncia: «In occasione del 1° maggio, ho ricevuto diversi messaggi riferiti al mondo del lavoro e ai suoi problemi. In particolare, mi ha colpito quello dei braccianti agricoli, tra cui molti immigrati, che lavorano nelle campagne italiane […]. Perciò accolgo l’appello di questi lavoratori e di tutti i lavoratori sfruttati e invito a fare della crisi l’occasione per rimettere al centro la dignità della persona e la dignità del lavoro». 

L’asse Mediterranea-Soumahoro ha prodotto un primo importante risultato. Tanto che l’allora sindacalista viene «taggato da Vatican news». Don Mattia precisa: «È Czerny che ha gestito tutta la partita di Abou. Se non fosse stato per lui al Papa non sarebbe arrivato neanche il video».

Il 2 agosto il cappellano avverte gli amici di essere stato nuovamente contattato da Soumahoro: «Domani vede Czerny e mi ha detto di accompagnarlo». Casarini esulta: «Anche Abou varrebbe la pena adesso che si è liberato di Usb». Don Mattia, il giorno dopo, spiega che l’incontro è «andato molto bene» e che Soumahoro «è felicissimo di collaborare» con Mediterranea. 

La vispa star dei salotti giusti, attraverso una sua collaboratrice, organizza una sua visita alla Mare Jonio e invita, a sua volta, i pescatori di migranti a «visitare le baraccopoli». Nei mesi successivi Abou si iscrive a Mediterranea e fa un video messaggio di sostegno. Anche grazie ai buoni uffici dei Casarini boys finisce nel giro dei movimenti popolari e viene invitato come relatore a uno dei loro incontri, organizzati con il patrocinio della Chiesa.

A ottobre la sinergia si concentra sui decreti Sicurezza, che il governo Conte 2 è chiamato a sconfessare. Ma, secondo i nostri eroi, con scarsa determinazione. Don Mattia si fa latore di una notizia «riservatissima»: «Mi ha chiamato Abou. Sta organizzando, nel caso in cui le modifiche ai decreti fossero insufficienti, come sembra, una manifestazione sotto Palazzo Chigi dei costruttori di umanità e dei dannati dei decreti sicurezza. Ovviamente ci chiede di essere protagonisti di questa cosa». 

Ma la Chiesa non ha solo favorito la consacrazione della stella di Soumahoro. Per esempio, ha spinto anche le relazioni internazionali di Mediterranea nel mondo delle diocesi. A partire dall’arcipelago maltese, dove Casarini & C., sono entrati in confidenza con due prelati di peso, Charles Scicluna, arcivescovo a La Valletta, e il cardinale Mario Grech, già vescovo di Gozo.

Il primo è descritto da don Mattia come «braccio destro del Papa nella lotta agli abusi», nonché «segretario aggiunto della Congregazione per la dottrina della fede», il secondo è, invece, «pro-segretario generale del Sinodo dei vescovi». In particolare Scicluna ha un fitto rapporto epistolare con la banda e, per esempio, invia in anteprima una lettera «segreta» con cui «la Chiesa maltese chiede ufficialmente l’intervento del Vaticano per aiutare» la nave di una Ong spagnola e di «far riaprire i porti di Malta». 

In un altro scrive una dettagliata relazione di un incontro avuto con il ministro degli Esteri Evarist Bartolo sulla questione degli sbarchi e informa i Casarini boys anche dei suoi scambi di messaggi con il ministro dell’Interno Byron Camilleri. La ciurma della Mare Jonio è entusiasta: «Le nostre fonti di Malta (Jrs, ovvero il Jesuit refugee service, ndr) confermano che Scicluna sta forzando il governo maltese a non ordinare il push-back (operazioni di respingimento, ndr)». Ma anche che, grazie lui, lo stesso governo è stato costretto «a far intervenire un mercantile» per soccorrere dei migranti.

[…]  Il cappellano racconta anche che attraverso l’alto prelato si può arrivare nel cuore di Bruxelles: «Mi scrive Silvia direttrice umanitaria di Caritas Europa che la nuova presidente del Parlamento europeo, Metsola, è maltese ed è in contatto stretto sia con Scicluna sia con loro. 

Secondo Silvia possiamo coinvolgerla nel sistema di pressing, con loro ha sempre lavorato bene». Ma la banda si muove pure su altri tavoli. Il 5 novembre 2020 don Mattia annuncia: «Ragazzi mi ha contattato David Atler della rete Progressive international di Sanders e Varoufakis. Stanno preparando una grande battaglia contro Frontex (l’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, ndr). Con molti movimenti di tutto il mondo. 

Sanders, Corbin e altri sarebbero direttamente coinvolti in questa lotta». Casarini smorza l’entusiasmo del giovane prete: «Dividi sempre per cinque quello che dicono David e soprattutto VarouVogueFakis. Sono sempre fanfaroni. La sparano grossa e poi non hanno nulla dietro. Comunque è importante. Fatti mandare materiali e dettagli e poi guardiamo».

Il cappellano commenta che gli attivisti bolognesi di Mediterranea «hanno perso la testa per Varou». Caccia e Casarini, nelle chat, mostrano di avere anche rapporti intensi pure con i laburisti di Jeremy Corbyn e gli spagnoli di Podemos e in particolare con uno dei loro leader Pablo Bustinduy, ma, almeno in questo, caso Mediterranea non c’entra molto.

Emigranti.

Il Rapporto Migrantes. Anche gli italiani migrano, 6 milioni in fuga dalla povertà. Sono 6 milioni gli italiani all’estero, il doppio rispetto a vent’anni fa. Partono i giovani dal Sud, alla ricerca di una cura per l’indigenza e la paura. Le misure per il rientro dei cervelli però hanno funzionato. Mario Marazziti su L'Unità il 9 Novembre 2023

Un italiano su 10 non c’è più. Perché sono 6 i milioni di italiane, (le donne sono di più) e di italiani, soprattutto giovani sotto i 30 anni e gran parte dal Sud, che hanno lasciato il nostro Paese. Non è un indice di fiducia, ma di “rivalsa e di speranza di crescita” dice il Rapporto 2023 Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes presentato a Roma. Una fotografia che contiene domande importanti – anche se interessano pochi – e per questo tanti continuano ad andarsene e a non votare.

Perché sei milioni di italiani vivono e scelgono di vivere fuori dall’Italia? Il Covid è stato come una guerra, anche se, tutto sommato breve. E dopo le guerre – anche se intanto si sono moltiplicate quelle vere: dall’Ucraina, al Sudan, alla nuova, disumana oltre l’immaginazione, guerra israelo-Hamas che sta distruggendo palestinesi e israeliani assieme a sicurezza e futuro – si moltiplica ovunque la voglia di cambiare lavoro e vita dove si vive, ma non per gli italiani: lo State of the Global Workplace 2023 Report di Gallup rileva che il 53% dei lavoratori a livello mondiale ritiene infatti che sia un buon momento per cambiare lavoro.

Circa la metà (il 51%) dichiara di avere intenzione di lasciare il lavoro considerando la ripresa del mondo occupazionale dopo l’interruzione dovuta alla pandemia globale. In Europa le cose sono frastagliate: mentre danesi (69%), tedeschi (52%) e inglesi (40%) pensano che sia un buon momento per cambiare lavoro, gli italiani invece si sentono come inchiodati al loro destino professionale (solo il 18% oserebbe cambiare lavoro), sono i lavoratori meno coinvolti, i più stressati (49%) e i più tristi (27%), quelli che ritengono di non avere altra scelta lavorativa, sicuramente i più rassegnati. Più si è giovani e più la rassegnazione aumenta.

L’Italia, non solo quella che aspira ad essere sovranista-per-sempre, può illudersi, raccontarsi bugie, ma è ammalata di rassegnazione. È già in estinzione. C’è ormai una letteratura importante – ma che è ignorata dalle classi dirigenti e politiche: “Quel che resta. L’Italia dei paesi tra abbandoni e ritorni”, “La Grande Occasione” quando descrive Cefalù e le Madonie, o “Gli ultimi italiani”, di Roberto Volpi, – che ci dà tra i 5 e i 10 anni per immaginare qualcosa che liberi l’Italia dal destino di museo da visitare, un Marigold hotel per pensionati in cerca di qualità. Non è una cosa dell’ultimo periodo.

Gli italiani all’estero negli ultimi venti anni sono raddoppiati: le donne sono cresciute del 99,3%, i minori del 78,3% e gli over 65 del 109,8%. Le partenze per espatrio sono salite del 44,9%. Nell’ultimo anno sono i giovani adulti tra i 18 e i 34 anni gli expat per eccellenza, perché sono quasi uno su due, il 44%, degli 82mila espatriati nel 2022. Altre classi di età diminuiscono, ma i giovani continuano ad aumentare.

I giovani italiani sono quelli che, in Europa, mostrano maggiori segni di sofferenza. Tra i 18 e i 34 anni quasi un ragazzo su due nel 2022 (4,8 milioni) ha almeno un segnale di deprivazione e due sono le sfere esistenziali maggiormente in difficoltà: l’istruzione e il lavoro. Sempre più vulnerabili, ben 1,7 milioni dei giovani italiani sono NEET (Not in Education, Employment or Training) cioè non studiano né lavorano, né sono inseriti in qualche percorso di formazione. Il confronto con l’Europa è impietoso: i lavoratori italiani guadagnano circa 3.700 euro in meno dei coetanei europei che fanno lo stesso lavoro.

La mobilità per i giovani è diventata la possibile cura per guarire dalla povertà e dalla paura. Nel 2022 sono in condizione di povertà assoluta in Italia poco più di 2,18 milioni di famiglie e oltre 5,6 milioni di individui. La povertà è in crescita e riguarda le famiglie con più figli e i minori. Sono 1,27 milioni i minori in povertà assoluta. Che, se non trattata in maniera organica, diventa povertà strutturale, non di uno, ma di famiglie e generazioni: da minorile diventa giovanile, da giovanile diventa familiare. E cambia forma.

È una storia antica, che in regioni come la Calabria o in Sicilia non si è mai interrotta. Anche in questo Rapporto, che pure nota come crescano percentuali di giovani che lasciano il paese dalla Lombardia, si evidenzia che si tratta del secondo passo dell’emigrazione per i meridionali italiani approdati in prima istanza nel nord est o nel nord ovest d’Italia.

Qualcosa ha funzionato: “Il 2021 è stato l’anno nel quale si è manifestato l’impatto dell’introduzione delle nuove agevolazioni fiscali per l’attrazione di capitale umano in Italia (DL 34/2019: Misure urgenti di crescita economica e per la risoluzione di specifiche situazioni di crisi – Rientro dei cervelli): il numero di rientri è raddoppiato, passando da una media di 2.000/3.000 all’anno ad oltre 6.500. Era il governo “Conte 2”, con PD, 5 stelle, Italia Viva e Liberi e Uguali. Una goccia ma nella giusta direzione. E “lotta alla precarietà, o si va altrove (Card. Zuppi”.

Chi va via, due su tre, lo fa verso altri paesi europei. E qui c’è una delle chiavi di risposta. “L’Europa grazie alla sua storia, rappresenta la memoria dell’umanità ed è perciò chiamata a interpretare il ruolo che le corrisponde: quello di unire i distanti, di accogliere al suo interno i popoli e di non lasciare nessuno per sempre nemico. È dunque essenziale ritrovare l’anima europea (…) oltre i confini nazionali e i bisogni immediati, generando diplomazie capaci di ricucire l’unità, non di allargare gli strappi” (Papa Francesco il 28 aprile in Ungheria). Varrebbe anche per l’Italia. Mario Marazziti 9 Novembre 2023

Un italiano su 10 vive all’estero, guida psicologica contro il mal d’Italia. Storia di Chiara Daina su Il Corriere della Sera venerdì 3 novembre 2023

Partire e non sapere cosa accadrà è un po’ come morire. Quando si emigra dall’Italia, seppur per motivi nobili e allettanti, come un lavoro più remunerativo, un’opportunità di carriera, di studio, un amore, «c’è sempre una situazione di incertezza rispetto al futuro che si vive e una dose di fatica che immancabilmente si compie, anche solo per ricostruire routine e amicizie, per imparare la lingua o per rinforzare la scelta della partenza, contro lo stereotipo comune dell’”espatrio dorato”, secondo cui nel nuovo Paese si avrà una vita sicuramente migliore di quella che si lascia» sottolinea Anna Pisterzi, psicoterapeuta, fondatrice e presidente della cooperativa sociale Transiti, che dal 2017 si occupa di promuovere il benessere psicologico degli italiani all’estero attraverso attività di ricerca e servizi di orientamento e cura da remoto. «Questo non significa patologizzare l’espatrio ma considerarlo una tappa di sviluppo importante nella storia di una persona, che richiede un particolare investimento di energie e smuove spesso sentimenti ambivalenti, come il sentirsi da una parte fortunati per l’esperienza che si sta vivendo e dall’altra a disagio per il fatto di non sentirsi a casa nello Stato ospitante o comunque di ritrovarsi in un posto che si scopre essere lontano dai propri valori» continua Pisterzi.

Italiani emigrati

I cittadini italiani emigrati all’estero e iscritti all’ anagrafe consolare nel 2022 erano 6,5 milioni (senza contare tutti gli expat che non hanno trasferito la loro residenza oltreconfine e quindi non risultano iscritti al registro). Se si sta affrontando un momento di difficoltà fuori dall’Italia, legato alla condizione di expat o scatenato da altre cause, l cooperativa Transiti offre un percorso di psicoterapia online e un primo colloquio gratuito per capire se è necessario o meno incominciarlo. «Disponiamo di una ventina di psicoterapeuti e di un fondo per pagare le sedute a chi non può permetterselo. Negli altri casi la tariffa va da 50 a 75 euro all’ora in base alla disponibilità economica della persona» spiega Pisterzi. Parallelamente la cooperativa ha attivato un servizio di consulenza di carriera per supportare la persona nella ricerca di un lavoro, dopo aver finito il ciclo di studi o dopo essere rimasta disoccupata per aver raggiunto il partner all’estero, oppure nel prendere una decisione professionale o scolastica. Per tutti quelli che hanno in mente di fare le valigie per trasferirsi oltreconfine, le hanno già fatte o rientrano in Italia dopo tanti anni, la cooperativa Transiti ha dedicato il libro Traiettorie. Guida psicologica all’espatrio . «Il fine è preventivo - commenta -. Si preparano le persone a fare un’esperienza evolutiva attraverso la migrazione, aumentando la loro consapevolezza a partire da queste domande: perchè mi muovo? Per chi o con chi mi muovo? Da dove mi muovo e verso dove vado? In che momento della vita mi trovo?». Un altro capitolo riguarda il rientro. «Il Paese che si ritrova non è mai uguale a quello che si è lasciato. Rimpatriare dopo tanti anni è un nuovo espatrio e questo di solito viene sottovalutato. Ma essere coscienti dello spaesamento che il rientro provoca aiuta a superarlo e a non prenderlo sottogamba» conclude Pisterzi.

Ogni anno 100mila persone lasciano il Sud Italia per il Nord. E sono soprattutto laureati. Per la prima volta la maggioranza degli emigranti ha un titolo di studio universitario. E chi resta in un caso su quattro guadagna meno di 9 euro l’ora. La denuncia di Svimez. Chiara Sgreccia su L'espresso il 19 luglio 2023.

Circa 100mila persone, ogni anno, dal Sud si trasferiscono al Nord. È così dal 2001. A cambiare col tempo, però, sono stati i profili di chi decide di lasciare il Mezzogiorno per l’Italia centro-settentrionale: tra il 2001 e il 2021 i migranti laureati si sono più che triplicati, passando dal 9 al 34 per cento del totale. Nel 2022 sono diventati quelli che se ne vanno di più, se confrontati con chi possiede titoli di studio inferiori. «É la prima volta che succede nella storia delle migrazioni interne del nostro Paese», si legge nel report 2023 sull’economia e la società del Mezzogiorno presentato dall’associazione Svimez.

Secondo le anticipazioni del rapporto, tanti dei migranti laureati che lasciano il Sud - 9mila su 27mila nel 2021 - hanno seguito un percorso di formazione Stem. Così, come conseguenza, un terzo degli investimenti del Meridione nelle competenze scientifiche e tecnologiche si disperde. A discapito dell’industria, soprattutto delle filiere produttive strategiche a elevato contenuto di innovazione. Che sono fondamentali nel disincentivare la fuga dei cervelli, perché attirano lavoratori altamente qualificati, creano posti di lavoro di valore, offrono buone retribuzioni, generano reazioni a catena che favoriscono la crescita economica solida e duratura di intere aree del paese, arginano la working-in poverty.

Un tema, quello del lavoro povero, che porta molti occupati in Italia a non guadagnare nemmeno il necessario per vivere un’esistenza dignitosa. Sono 3 milioni, secondo la stima di Svimez elaborata utilizzando i microdati di Istat del 2020, i lavoratori che hanno una retribuzione oraria inferiore ai 9 euro lordi l’ora. La soglia che le opposizioni al Governo vorrebbero fissare al salario per essere legale, affinché non vi siano occupati costretti a vivere in povertà. Un milione di questi vive al Sud: il 25,1 per cento di tutti i dipendenti del Mezzogiorno guadagna meno di quello che viene considerato il minimo per essere uno stipendio degno.

Così, sebbene dopo la crisi post Covid-19, gli occupati siano tornati a crescere in tutta Italia. E anche al Sud, superando i livelli pre-pandemia (+ 22 mila rispetto al 2019), il peso dei contratti a termine resta altissimo: 22,9 per cento contro il 14,7 per cento del Centro-Nord. E la perdita del potere d’acquisto è più sostenuta, perché sono cresciuti di più i prezzi dei beni di prima necessità. Rendendo più difficile la vita di chi sceglie di restare.

L’Archivio racconta: 1884, quei «piccoli italiani» mendicanti-suonatori nelle vie di Londra e Parigi. Corriere della Sera il 6 Luglio 2023.  

Nel 1884 Le Figaro denunciava la presenza di bambini italiani costretti da «gente venale e senza cuore» a suonare per le vie di Parigi. Poco dopo gli faceva eco anche il londinese Evening Standard. Il riportava la notizia e aggiungeva: «La miseria e le sofferenze di questi fanciulli sono grandi quanto la furfanteria e la crudeltà dei loro padroni; poiché si tratta di un vero e ignobile mercato di piccoli schiavi (..). Il triste spettacolo di questi suonatori e cantastorie ambulanti non è offerto soltanto a Parigi, ma anche a Londra e in altre città d’Europa e d’America, dove, anzi, si chiamano comunemente col semplice appellativo di “piccoli italiani”. Questo spettacolo di mercato di carne umana non darà una buona idea del nostro spirito filantropico agli stranieri, i quali, quando vedono questi fanciulli sofferenti per fame, per freddo, per cattiva salute, esposti alla brutalità dei loro padroni, debbono dedurne che dev’essere assai matrigna la terra che lascia organizzare codesta vergognosa tratta di schiavi; e assai negligenti o duri di cuore gli uomini di una nazione che non provvedono per impedirla o per farla cessare».

Eppure, aggiungeva il Corriere, esiste una legge «per la repressione di questo mercato. Ma bisogna dire che la legge (...) sia diventata lettera morta se i piccoli italiani continuano ad affliggere gli stranieri». Un anno dopo il Corriere ricordava come la situazione non fosse cambiata. Solo nel 1888 qualcosa iniziava a muoversi per iniziativa di benefattori che a Londra crearono istituti «per avviare i fanciulli italiani poveri ad un mestiere utile e decoroso».

"Gli italiani emigravano...". La vergognosa balla delle Ong pro clandestine. Dalla Ong il paragone tra i migranti italiani del Novecento e quelli africani di oggi tra ignoranza e fake news: "Studiate la storia". Francesca Galici il 16 Aprile 2023 su Il Giornale

I tentativi delle Ong di supportare la propaganda pro-immigrazione non conoscono limiti, nemmeno quelli del buon senso. La dichiarazione dello stato di emergenza da parte del governo, come ha dichiarato il ministro Matteo Piantedosi, è una misura tecnica e non emergenziale per gestire al meglio l'accoglienza e il sistema in un momento storico in cui si sta verificando un incremento enorme degli sbarchi. Ma le Ong non sembrano gradire le mosse dell'esecutivo, che sta evidentemente lavorando per il bene del Paese e per la sua tutela al contrario di quanto avveniva in passato. Abituate ad agire liberamente, senza regole ma, anzi, dettando le proprie, le Ong ora si trovano spiazzate e senza possibilità di imporre la propria linea. Questo le porta ad affermazioni come quelle fatte dall'organizzazione spagnola che arma la nave Aita mari.

"2 milioni di italiani emigrarono in Usa tra il 1900 e il 1914. Allora non c'era lo 'stato di emergenza immigrazione' per effettuare deportazioni e schermare le frontiere. L'allarmismo dovuto all'invasione, la diffusione di messaggi di odio, la stigmatizzazione delle Ong e la violazione dei diritti umani non risolve nulla", scrivono su Twitter. Di inesattezze ce ne sono tante in questo messaggio, che lascia trasparire un certo nervosismo da parte dell'organizzazione. Tuttavia, in nome del rispetto della memoria dei veri migranti e di coloro che hanno lasciato l'Italia, ma anche la Spagna e altri Paesi europei, per trovare condizioni di vita migliore negli Stati Uniti, è necessario fare alcune precisazioni.

"Italia, Italia". La beffa dei migranti: strappano i passaporti prima di sbarcare | Il video

Gli italiani, gli spagnoli, i portoghesi e tutti quelli che andavano in America lo facevano con in tasca i loro documenti, che erano quanto di più prezioso e caro avessero. Non li strappavano per lanciarli in mare per ritardare le procedure di identificazione, perché sapevano a cosa andavano incontro se sbarcavano a Ellis Island, nell'Upper side di New York, senza un documento che venisse riconosciuto dall'altra parte dell'oceano. Pagavano le traversate a bordo dei transatlantici e viaggiavano in terza classe con le loro valigie e già a bordo erano invitati a compilare i questionari di ammissione: 31 domande che indagavano la vita del passeggero. E veniva chiesto di tutto: situazione sanitaria, grado di istruzione, alfabetizzazione e professionalizzazione, e così via. Documenti che restavano negli archivi del centro migranti di Ellis Island. All'arrivo veniva fatto uno scrupoloso controllo dei documenti e dello stato sanitario e, se necessario, veniva assegnata la quarantena. Chi non rispettava le rigide regole d'ingresso o aveva problemi di salute importanti veniva imbarcato sulla stessa nave con la quale era arrivato. Gli altri potevano proseguire, imbarcandosi su un traghetto per Manhattan e iniziando la loro vita in America.

Come si può anche solo azzardare il paragone con le migrazioni di oggi. E, infatti, gli stessi utenti che commentano il post della Ong si ribellano a questa narrazione. "Gli Stati Uniti chiedevano espressamente manodopera e i migranti dovevano presentarsi con tutti i documenti in regola, altrimenti li rispedivano a casa. Le donne single non sono state accettate e rimandate a casa. La prossima volta studia un po' di storia", scrive un utente. E poi, ancora: "Che paragone stupido! Gli italiani, come gli spagnoli e tutti i popoli europei emigrati negli Stati Uniti nel XX secolo, lo hanno fatto con i relativi documenti, altrimenti li avrebbero rispediti da Ellis Island con il primo piroscafo". E così via, in un susseguirsi di inviti a studiare la storia ma anche a fare rotta verso la Spagna, visto che la loro nave che raccoglie i migranti batte bandiera iberica. Ma nessuna replica è arrivata dalla Ong.

Eroi.

Il coraggio di Fabrizio Quattrocchi e la lezione che ricorda all'Italia. Storia di Davide Bartoccini su Il Giornale il 14 aprile 2023.

"Vi faccio vedere come muore un italiano", poi l'esplosione di tre colpi di pistola, sparati alla schiena. "Era nemico di Allah", chiosa un uomo senza volto e senza nome. Sono parole rimaste scolpite nel deserto quelle di Fabrizio Quattrocchi, operatore di sicurezza privata - o contractor per chi preferisce gli anglicismi - giustiziato mentre in ginocchio, con le mani legate, di fronte alla videocamera del boia il 14 di aprile del 2004, in Iraq.

A diciannove anni dalla sua morte, il ricordo della premier Giorgia Meloni risveglia la coscienza di una Nazione incapace - nel bene come nel male - di restare impassibile di fronte all'orgoglio e al coraggio di un italiano. Perché questo era Quattrocchi, prima d'essere una vittima, un ostaggio rapito a Baghdad con i suoi colleghi, un operatore di sicurezza alle dipendenze di una società con sede in Nevada, Stati Uniti, con una carriera militare relativamente anonima nelle forze armate: aveva prestato servizio nell'Esercito Italiano, inquadrato nel Battaglione "Como" come istruttore di fanteria.

Un uomo coraggioso che ha mostrato ai suoi carnefici e al mondo l’orgoglio di essere italiani”, ha scritto la premier sui social, mentre la stampa ricorda quando Franco Frattini, allora ministro degli Esteri, raccontò al mondo come era andata quel giorno, come era si era svolta l'ignobile esecuzione: "Quando gli assassini gli stavano puntando la pistola contro, questo ragazzo ha cercato di togliersi il cappuccio e ha gridato: adesso vi faccio vedere come muore un italiano. E lo hanno ucciso. È morto così: da coraggioso".

Un coraggio differente da quello che viene celebrato oggi dalla stampa e dalle televisioni, senza dubbio. Un coraggio da guerriero che non piace a una parte dell'opinione pubblica, spesso critica al cospetto di quegli uomini che scelgono il "mestiere" delle armi, ma facilmente "resettabile" dal cortocircuito indotto dai fanatismi che ha innescato l'enfasi per la resistenza ucraina e gli eroi che si sono scoperti tali: uomini e donne che nel momento del massimo sacrificio trovano la forza e il coraggio di non abbandonarsi alla paura. Gente tutta d'un pezzo, come Fabrizio Quattrocchi.

Che fosse "lì per soldi", da "mercenario", e non combattesse in nome di un qualche dio, come i suoi carnefici delle Falangi Verdi di Maometto, ad alcuni importò poco e importa poco ancora oggi. Perché era quello il mestiere che aveva scelto per se; in libera scelta e col coraggio che anche a posteriori molti audaci opinionisti e detrattori del tempo, che si rinvigoriscono proprio oggi per fare fronda d'opposizione, non hanno dovuto mostrare mai. Istigando una rabbia che alle volte si fatica a trattenere quando si ricorda che il corpo di Quattrocchi, allora trentaseienne, venne abbandonato nel luogo scelto per l'esecuzione.

Ritrovato solo il 21 di maggio, era stato offeso dalla fame degli animali che avevano avuto a disposizione quel corpo per oltre un mese; e a leggere certi commenti sui social, nell'anniversario di tale ricordo, altro non viene in mente che il celebre adagio sempre utile a ricordare come sui cadaveri dei leoni festeggiano i cani, lasciando immutato lo stato dei leoni, che al cospetto dei cani rimangono tali.

Quattrocchi venne insignito postumo della Medaglia d'oro al valor civile dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi poiché: "Vittima di un brutale atto terroristico rivolto contro l'Italia, con eccezionale coraggio ed esemplare amor di Patria, affrontava la barbara esecuzione, tenendo alto il prestigio e l'onore del suo Paese". Parole che a leggerle ancora oggi impongono commozione. E chi non la prova, forse ha dei problemi, ma non con l'Italia e il patrio amore, con il senso d'umanità.

Divisi.

Antonio Giangrande: Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Facebook. Da Museo Di Emozioni Napoli: Tifoso del Napoli (con la maglia N.10) avvicina Gasperini e gli dici “forza Napoli”... a quel punto interviene uno dello staff dandogli del “Terrone del Cazzo”

Non male direi

Antonio Giangrande: Inglesi e padani. Quello che sono e quello che appaiono.

Oggi 12 luglio 2021. All’indomani dello spettacolo indegno del razzismo inglese contro gli italiani, ma ancor più grave, contro i loro neri che hanno sbagliato i rigori.

I tifosi inglesi hanno dileggiato l’inno e la bandiera italiana e picchiato gli italiani allo stadio.

I giocatori hanno rifiutato la medaglia ed i reali hanno rifiutato di premiare gli avversari.

Gli arroganti se ne fottono se gli altri del Regno Unito tifavano contro di loro.

Così era in tutta Europa.

Essere Razzisti significa essere coglioni (cafoni ignoranti).

La mia constatazione: gli italiani ed in special modo i meridionali nel ‘900 erano poveri, ignoranti e cafoni. E ci stava sopportare le angherie.

La mia domanda è: nel 2021 cosa costringe la gente italiana e meridionale scolarizzata ed emancipata ad essere sfruttata e votata ad arricchire dei coglioni?

Per poi diventare come loro?

Return Home- tornate a casa. Create ricchezza nel vostro paese. Lì, al nord o all'estero, sarete sempre dei profughi.

Hanno solo i media che li esaltano e per questo si decantano. Ma la loro natura la si conosce quando perdono: non sanno perdere, perché si sentono superiori. Peccato che non lo sono. Forse nel ‘900. Non nel 2021.

Ricordate: da loro si va solo per lavorare e non per visitare. Per questo sono cattivi.

Da noi si viene (forse in troppi) per vivere bene e conoscere la bellezza che loro non hanno. Per questo siamo buoni.

Facebook: Stato Magna Grecia - Due Sicilie

E noi... Noi che eravamo uniti fin dal 1130 come Regno di Sicilia e che ci ritroviamo con fratelli assassini prima e parenti serpenti ora ? Leggete la "nostra Storia" riportata qui sotto brevemente.

"Nell'anno 1130 è deciso a Melfi, nasce ad Avellino ed è battezzato a #Palermo il Regno di Sicilia.

È considerato dagli studiosi come la prima forma di un moderno Stato Europeo.

Il Regno di Sicilia nasceva all'insegna della dinastia normanna degli Altavilla e comprendeva non soltanto l'isola di Sicilia, ma anche le terre di Calabria e Puglia.

Ruggero II riunendo tutto il Meridione sotto la sua autorità creò il terzo tra i grandi stati d'Europa.

Alla dinastia dei Normanni succede quella degli Svevi, nel 1194 (matrimonio fra Enrico VI e Costanza d'Altavilla), rimasti sul trono di Palermo fino al 1266.

Intorno al 1200 la popolazione della Capitale #Palermo supera i 350.000 abitanti (alcune fonti parlano di 400.000), ed è così la seconda città più popolata del mondo, dopo Alessandria d'Egitto.

Con Federico II (figlio di Costanza), Palermo conobbe il suo massimo splendore.

L'imperatore del Sacro Romano Impero e Re del Regno di Sicilia, stabilì la sua Corte a Palermo (essendo cresciuto a Palermo, è probabile che si sentisse più Siciliano che Tedesco).

Con l'Imperatore Federico nacque la #Scuola_Poetica_Siciliana con il primo utilizzo della forma letteraria di una lingua romanza, il siciliano, che anticipa di almeno un secolo la Scuola Toscana.

La dinastia degli Svevi rimane sul trono del Regno di Sicilia fino al 1266, quando il Regno di Sicilia venne conquistato da Carlo d'Angiò, il quale conquistato il regno, non convocò più il parlamento Siciliano.

Carlo d'Angiò voleva imporre nel Regno di Sicilia il suo modo di governare (ed anche la sua classe dirigente), e questò lo portò ad essere odiato dai Siciliani.

Questo porterà in breve tempo alla Guerra del Vespro nel 1282, quando Palermo insorse contro gli Angioini, fino ad offrire il Trono di Palermo a Pietro d'Aragona e cacciare il d'Angiò dal Regno.

Pietro d'Aragona si recò dunque in Sicilia e venne incoronato Re del Regno di Sicilia.

L'obiettivo di Pietro d'Aragona era quello di cacciare il d'Angiò anche dalla parte continentale del Regno di Sicilia - non riuscendoci - così nel 1302, si arriva ad una inutile e frettolosa mediazione del Pontefice, che attribuisce ad entrambi il titolo di Re di entrambe le Sicilie, ed il Regno viene diviso in 2, ma non in ''Regno di Napoli'' e ''Regno di Sicilia'' come fanno falsamente studiare nelle scuole.

Il Regno venne diviso in:

Regno di Sicilia (o Regno di Sicilia Citrafaro), in mano alla dinastia Angioina, con Capitale a Napoli

Regno di #Trinacria (o Regno di Sicilia Ultrafaro), in mano alla dinastia Aragonese, con Capitale a Palermo. Da quel momento dunque si ebbero 2 Stati Siciliani.

Dopo oltre un secolo di lotte, le 2 dinastie si estinguono ed i partiti si dissolvono, ed esattamente nel 1442 Alfonso di Trastamara (di origine Aragonese) subentra in entrambi i Regni di Sicilia, assumendo il titolo di ''Rex Utriusque Siciliae'' (Re di tutte e Due le Sicilie).

Nel 1516 inizia il periodo vicereale, con Carlo V d'Asburgo di Spagna, periodo che si concluderà nel 1700 con la morte di Carlo II.

Il periodo Spagnolo non fu per Palermo una dominazione, come falsamente scrivono gli scribacchini prezzolati, ma una ''federazione di Stati legati dal vincolo della comune dinastia'', i vari Stati della federazione Spagnola - tra cui le Due Sicilie - dunque, mantenevano tanta autonomia rispetto al potere centrale del Regno di Spagna.

Nel 1700 Carlo II muore senza eredi, e la Corona viene ereditata dalla dinastia dei Borbone con Filippo V.

Nel 1734 Carlo III di Borbone viene incoronato presso la Cattedrale di Palermo divenendo Re dei due Regni di Sicilia ''Rex Utriusque Siciliae''.

Alla fine degli anni '50 del '700, Carlo III diventa Re di Spagna, lasciando il trono delle Due Sicilie al figlio Ferdinando.

Ferdinando di Borbone, dopo il congresso di Vienna del 1815, ristabilisce l'unità Siciliana, che era stata compromessa con le lotte del Vespro, unificando di nuovo i 2 Regni di Sicilia sotto un'unica entità statale, i Due Regni di Sicilia così, vengono uniti nell'unico Regno che dal 1816 avrebbe assunto il nome di ''Regno delle Due Sicilie''.

A Ferdinando I subentrano Francesco I, il re Palermitano Ferdinando II, ed infine Francesco II di Borbone nel 1859.

Con Ferdinando II il Regno delle Due Sicilie diventa la terza potenza economico-industriale del mondo.

Il Regno fu il primo del mondo a portare l'acqua potabile nelle case, a costruire una nave a vapore che navigava in mare aperto e che collegava Napoli e Palermo in sole 16 ore (pochissimo per l'epoca), il primo Regno del mondo a conoscere la raccolta differenziata, il primo Regno del mondo a collegare tramite un piroscafo l'Europa all'America con la tratta Palermo-New York, ad avere un cimitero aperto a tutte le classi sociali, e tanto altro...

L'#Inghilterra temeva tantissimo l'egemonia del Regno delle Due Sicilie, vista anche la prossima apertura del Canale di Suez che ci sarebbe stata a breve (anni '60 dell'800).

Data la posizione vantaggiosa nel Mediterraneo del Regno delle Due Sicilie rispetto all'Inghilterra, spinse questi ultimi ad iniziare a progettare lo smantellamento del nostro Stato, per crearne uno fantoccio.

Dopo la morte di Ferdinando II di Borbone, ed il passaggio del Trono al giovanissimo Francesco II, le grandi massonerie internazionali fecero di tutto per sfruttare questo momento di debolezza, con la falsa intenzione di una ''unità d'italia'' aggredirono il nostro stato senza una dichiarazione di guerra.

I plebisciti di annessione sono stati #fasulli a prova di storia, si votava pubblicamente, ed erano presieduti dai Garibaldini (i quali avevano addirittura il diritto di votare anche più volte nello stesso seggio) ---> dunque vi lascio immaginare la sorte che spettava a chi votava il ''NO'' all'unità d'italia (fucilazione per direttissima e senza processo).

Tutte le industrie del Regno furono smantellate e trasferite nei territori del nord, affidando il controllo dei territori ai ''picciotti'', i quali furono istituzionalizzati nel 1861 per lasciare il territorio povero, ignorante, e senza possibilità di emergere.

Le Due Sicilie dovevano essere #sottomesse, dovevano diventare una colonia interna, un mercato che quindi non produceva, ma che doveva solo acquistare i prodotti che prima producevamo noi a casa nostra, che adesso producevano a Milano, Torino, Biella ecc ecc... (Ancora oggi perdura questa situazione).

Dal 1861 in poi l'italia aumentò notevolmente la tassazione degli stati conquistati, costringendoli a tenere le #scuole_chiuse_per_oltre_14_anni, dando vita dunque, ad #intere_generazioni_di_ignoranti_senza_memoria_per_la_propria_millenaria_cultura.

Si sviluppò il fenomeno della Resistenza (che la storia infame ufficiale vorrebbe spacciarci per ''#brigantaggio'') contro il nuovo stato colonizzatore ed usurpatore.

La resistenza durò oltre 15 anni.

I soldati italiani, adottarono misure spaventose contro i Siciliani contrari all'unità d'italia, con #fucilazioni_di_massa (anche di #bambini), deportazione nei campi di concentramento (Fenestrelle, San Maurizio ecc ecc...).

Nei lager italiani, i corpi dei Siciliani venivano sciolti nella calce viva per non lasciar tracce dei misfatti compiuti, su altri invece venivano fatti esperimenti finanziati dai Savoia, perchè secondo il nuovo stato i Siciliani avevano una conformazione genetica che li portasse a delinquere (la discriminazione verso i Siciliani parte da lì).

Sempre dal 1861 inizia l'emigrazione di massa, che continua ancora oggi, perchè le Due Sicilie erano diventate terre povere e non più produttive come fino all'anno precedente.

Dal 1861 al 2015 sono fuggiti dall'antico Regno delle Due Sicilie, più di 32 milioni di persone.

Dalla caduta del Regno delle Due Sicilie ad oggi, abbiamo solo 160 anni di #questione_meridionale.

Fonte:Palermo a 360 gradi.

Da Gianluca Castriciano ricevo quanto segue e per onestà intellettuale sono obbligata a pubblicare, per quanto sotto molti aspetti, ricalca posizioni giacobine e controverse, sotto molti aspetti sono descrizioni verosimili che meritano altri approfondimenti:

"Ma in pratica nel tuo Racconto hai Cancellato il Regno di Sicilia , che nasce nel 1129 si ma che finisce nel 1816, la Sicilia aveva in comune con il Regno di Napoli solo il sovrano, ( dalla struttura politico amministrativa alla moneta separati )erano regni separati in tutto,solo i Borbone ha avuto l'ardire di chiudere il Parlamento Siciliano, dopo che la Sicilia si era dotata di una Costituzione rivoluzionaria per i tempi ,quella del 1812 con la suddivisione dei poteri. Non hai citato le Rivoluzioni antiborboniche per l'indipendenza della Sicilia, la Sicilia nel 1848-49 torno ad essere uno Stato Indipendente dopo la Rivoluzione Siciliana dotandosi di una Costituzione dove all' art.2 dice la Sicilia sarà sempre stato Indipendente). Non menzioni che dopo la Seconda Guerra mondiale e dopo la Rivoluzione Separatista Siciliana, la Sicilia nel 1946 ha ottenuto lo Statuto Autonomo che nasce prima della Costituzione, con la Regione Siciliana ( non Sicilia) che nasce prima della Repubblica Italiana e da essa riconosciuta.

Mi limito ma credo di rendere l'idea, distorcere la storia per piegarla al proprio interesse politico non è ne più ne meno che quello che fecero già dal 1816 i Borbonici e dopo i Savoiardi... "

Patrizia Stabile

Facebook. Da I Briganti. IL SUD ERA AGRICOLO IL NORD INDUSTRIALE cit.

Le regioni più industrializzate d’ Italia, prima del 1860, erano la Campania, la Calabria e la Puglia: per i livelli di industrializzazione le Due Sicilie si collocavano ai primi posti in Europa.

In Calabria erano famose le acciaierie di Mongiana, con due altiforni per la ghisa, due forni Wilkinson per il ferro e sei raffinerie, occupava 2.500 operai.

L’industria decentrata della seta occupava oltre 3.000 persone.

La piu’ grande fabbrica metalmeccanica del Regno era quella di Pietrarsa, (fra Napoli e Portici), con oltre 1200 addetti: un record per l’Italia di allora.

Dietro Pietrarsa c’era l’Ansaldo di Genova, con 400 operai.

Lo stabilimento napoletano produceva macchine a vapore, locomotive, motori navali, precedendo di 44 anni la Breda e la Fiat.

A Castellammare di Stabia, dalla fine del XVIII secolo, operavano i cantieri navali più importanti e tecnologicamente avanzati d’Italia.

In questo cantiere fu allestita la prima nave a vapore, il Real Ferdinando, 4 anni prima della prima nave a vapore inglese.

Da Castellammare di uscirono la prima nave a elica d’ Italia e la prima nave in ferro. La tecnologia era entrata anche in agricoltura, dove per la produzione dell’olio in Puglia erano usati impianti meccanici che accrebbero fortemente la produzione.

L’ Abruzzo era importante per le cartiere (forti anche quelle del Basso Lazio e della Penisola Amalfitana), la fabbricazione delle lame e le industrie tessili.

La Sicilia esportava zolfo, preziosissimo allora, specie nella provincia di Caltanissetta, all’ epoca una delle città più ricche e industrializzate d’ Italia. In Sicilia c’erano porti commerciali da cui partivano navi per tutto il mondo, Stati Uniti ed Americhe specialmente. Importante, infine era l’ industria chimica della Sicilia che produceva tutti i componenti e i materiali sintetici conosciuti allora, acidi, vernici, vetro.

Puglia e Basilicata erano importanti per i lanifici e le industrie tessili, molte delle quali gia’ motorizzate. La tecnologia era entrata anche in agricoltura, dove per la produzione dell’olio in Puglia erano usati impianti meccanici che accrebbero fortemente la produzione.

Le macchine agricole pugliesi erano considerate fra le migliori d’Europa. La Borsa più importante del regno era, infine, quella di Bari.

Una volta occupate le Due Sicilie, il governo di Torino iniziò lo smantellamento "cinico e sistematico" del tessuto industriale di quelle che erano divenute le “province meridionali”. Pietrarsa (dove nel 1862 i bersaglieri compirono un sanguinoso eccidio di operai per difendere le pretese del padrone privato cui fu affidata la fabbrica) fu condannata a un inarrestabile declino.

Nei cantieri di Castellammare furono licenziati in tronco 400 operai.

Le acciaierie di Mongiana furono rapidamente chiuse, mentre la Ferdinandea di Stilo (con ben 5000 ettari di boschi circostanti) fu venduta per pochi soldi a un "colonnello garibaldino", giunto in Calabria al seguito dei “liberatori”.

Franco Anelli

Facebook. Da Celtic Bard Jeff. Storia celtica in Europa

I Celti emersero nella storia nel millennio prima della nascita di Cristo, quando iniziarono a diffondersi dalle loro patrie dell'Europa centrale verso la Turchia e la Grecia, ad ovest verso Germania, Francia, Gran Bretagna e Irlanda, e a sud in Italia e Spagna. Erano un popolo vigoroso e bellico, abile nella lavorazione dei metalli e nell'equitazione e desideroso di commerciare. Avevano un caratteristico stile artistico curvilineare che usavano sia sulle armi che sugli oggetti di ornamento personale. Ricche tombe trovate nelle loro terre d'origine in Austria e Svizzera mostrano che questa era una società sofisticata con forti legami con il mondo classico.

Dal IV secolo a.C. i Celti dominavano il nord Europa. I Romani sfidarono la loro espansione e invasero sia la Gallia (Francia) che la Gran Bretagna per piantare le proprie colonie. Secondo Giulio Cesare i Galli erano un popolo vitale e infantile a cui piacevano vestiti colorati e molto da bere, ed erano coraggiosi e spericolati in battaglia, li ammetteva in certi modi, ma li considerava comunque dei barbari la cui civiltà era molto inferiore alla sua. I Celti combatterono di nuovo amaramente i Romani, comprese diverse battaglie in cui erano guidati dalla regina guerriera, Boudicca. Ci fu un'ultima battaglia eroica ad Anglesey, ma i Celti alla fine persero e dovettero accettare la colonizzazione romana delle loro terre.

Tuttavia, i Romani furono graziosi nella vittoria, rispettando le tradizioni culturali celtiche. Molti di questi sopravvissero in varie forme fino all'arrivo di ondate di nuovi invasori - angoli, sassoni, juti, vichinghi - e li soppresse più brutalmente. Alcuni popoli celtici furono assorbiti dalla cultura degli invasori, alcuni fuggirono verso ovest in Galles e Cornovaglia. I romani non hanno mai conquistato l'Irlanda, quindi la cultura celtica è rimasta pura fino all'arrivo dei vichinghi verso la fine dell'VIII secolo. Di conseguenza, la letteratura irlandese antica è una delle più ricche fonti di informazione sui Celti.

Oggigiorno, persone di origine celtica si sono diffuse in tutto il mondo, in particolare in Nord America, Australia e Nuova Zelanda. A volte la loro cultura sopravvive in una forma straordinariamente pura: ci sono comunità di lingua gaelica in Nuova Scozia in Canada e gallesi in Argentina. I celtici sono e la musica si godono di un rinascimento spettacolare, mentre la gente comincia a riconoscere che rappresentano una parte vitale dell'antica tradizione nativa europea.

La riflessione. Cacicchismo, limite al cambiamento: la lezione di Francesco Saverio Nitti. Stefano Caldoro su Il Riformista il 28 Luglio 2023 

I l cacicchismo è la diretta conseguenza dei limiti – potremmo parlare anche di fallimento – del regionalismo nostrano. Francesco Saverio Nitti, nel corso dei lavori della commissione, che alla Costituente, aveva il compito di redigere il titolo V, esprimendo la sua contrarietà alla nascita delle Regioni, ebbe a dire: “Nelle Regioni voi creerete Parlamenti per ridere e Ministeri embrionali. Se volete piccoli Parlamenti, dovete avere anche piccoli Ministeri e prima o dopo i capi delle Regioni si considereranno veri Ministri e dovranno anche essere pagati. Non vi viene il dubbio che non avete i mezzi?” E ancora definì i nuovi Enti “piccoli Stati più o meno seri, più o meno efficienti, più o meno inutili ma certamente costosi. Lo Stato dovrà pagare ciò che gli Enti non possono e lo Stato si avvia a non poter pagare. Quale sarà la finanza dell’ordinamento regionale?” Tranchant, ma profetico.

Quello che fu scritto e votato nel 1948 in Costituzione si è realizzato solo nel 1970 con la nascita delle Regioni. Trentadue anni dopo! Questo fa capire come quel progetto regionalista avesse dei seri problemi. Federalismo mancato, decentramento confuso. Ai costituenti non si può rimproverare nulla. Fecero tutto il possibile per mettere dei paletti, ma la spinta al decentramento fu una esigenza più politica, per cancellare la ‘centralista’ dittatura fascista, che funzionale ai destini del Paese. L’evoluzione del regionalismo non ha portato miglioramenti e oggi ci ritroviamo al bivio, dovendo decidere sull’Autonomia differenziata. Maggiori e più poteri alle Regioni senza però avere sciolto preventivamente il nodo della responsabilità e del buon funzionamento dell’intero sistema delle Autonomie.

Le Province entrano ed escono, i Comuni diventano metropolitani. Sia ben chiaro la riforma è necessaria e urgente ma deve essere completa e unitaria, non a pezzi. Il percorso di riforma dovrà, però, fare i conti con il sistema dei poteri che si è consolidato attorno al modello gestionale delle Regioni. Dal Nord al Sud, anche se con risultati diversi. I numeri della finanza pubblica decentrata fanno venire i brividi. Un sistema che si è cementato attorno a quelli che Nitti definiva “i nuovi piccoli Capi di Stato alla guida dei nuovi Enti Regionali”. I Cacicchi appunto. Non tutti lo sono o lo sono stati, ma la tendenza è quella. Quella che nel linguaggio della politica è sotto il nome di cacicchismo. Un esercizio del potere su base locale, personalistico, orientato ad avere, nell’area ristretta di controllo politico e gestionale, tutto il possibile. In una maniera o nell’altra tutti i Presidenti delle Regioni vogliono attribuite maggiori competenze e materie. Lo scontro è sul come e dove le risorse verranno destinate.

È una questione di soldi, meno di cambiamento e modernizzazione. Sarebbe prioritario, invece, introdurre il concetto di governo delle funzioni e di programmazione anche economica, prima ancora dei Lep e fabbisogni standard. Di questo nessuno se ne occupa e i rigidi perimetri amministrativi delle attuali Regioni sono sempre più un limite al buon governo. Il ciclo integrato delle acque, il ciclo dei rifiuti, i porti e la logistica, le reti sanitarie e la mobilità hanno bisogno di nuove aree geografiche più ampie, diverse e più idonee, di nuovi modelli di governo più focalizzati ed efficienti. Forse anche di nuovi ‘Organi comuni’ così come recita l’ottavo comma dell’articolo 117 della Costituzione. Una nuova macro area di funzione sul modello delle macroregioni europee. Un comma di un articolo che, se efficacemente applicato, genererebbe effetti rivoluzionari.

Al contrario, la strenua difesa degli angusti perimetri amministrativi è la strada per garantire una lunga vita al cacicchismo. La gestione e il controllo del potere locale piuttosto che risolvere i problemi del Paese. Al Governo e ai “piccoli capi di stato” più lungimiranti, il compito di capovolgere questa vecchia e cattiva prassi.

Stefano Caldoro

Sinistra, amnesie storiche: quando il Partito comunista invocava l'Autonomia. Francesco Carella su Il Riformista il 27 giugno 2023

Tra le tante costanti della vita politica del nostro Paese ve n’è una che affonda le radici addirittura nell’epoca preunitaria. Infatti, la riflessione sui rapporti fra lo Stato centrale e il sistema delle autonomie locali è al centro del dibattito fin dal 1851, quando Carlo Cattaneo scrisse che «il federalismo è l’unica via della libertà». Il teorico degli “Stati Uniti d’Italia” ha influito non poco sulla formazione della nostra classe politica dall’Unità ai giorni nostri. In tal senso, si può dire che vi è un lungo filo che parte da Luigi Carlo Farini, esponente di spicco della Destra storica, e raggiunge Roberto Calderoli, padre del Disegno di legge sull’autonomia differenziata.

Il ministro Farini nell’agosto 1860, dopo avere ricevuto l’imprimatur di Cavour, propose di conciliare «l’autorità centrale dello Stato con le necessità dei comuni, delle province e dei centri più vasti». Se, però, per il progetto Farini e subito dopo con quello del suo successore all’Interno Marco Minghetti gli ostacoli che ne impedirono la realizzazione avevano un fondamento storico rilevante (la fragilità di uno Stato giovane e la spinta disgregatrice lanciata nel Mezzogiorno dal brigantaggio) per ciò che riguarda la riforma del ministro Calderoli le ragioni sembrano meno nobili e più legate a un approccio demagogico da parte di una sinistra che ha dimenticato la sua stessa storia. Vale la pena di ricordare a Elly Schlein che la questione dell’autonomia era già al centro dell’attenzione di Palmiro Togliatti ed è sempre stata presente nel dibattito politico interno al Partito comunista. Del resto, già nel lontano 6 novembre 1975 in un’intervista a “La Stampa” il presidente della regione Emilia Romagna Guido Fanti individuava nella «forma decentrata dello Stato l’unica possibilità per il Paese di uscire dalla crisi che stava attraversando».

Egli propose di lavorare attorno a un «progetto di aggregazione tra le cinque regioni della Valle Padana che avrebbero dovuto avere un ruolo fondamentale in una politica di programmazione regionale e nazionale». Un altro leader di primo piano del Pci, Renato Zangheri, nel corso di un dibattito parlamentare sulle riforme istituzionali nel maggio 1988, afferma che «il Pci auspica un energico decentramento legislativo con una reale rivitalizzazione degli organismi locali per mezzo di una concreta autonomia finanziaria e impositiva». Lo spartito non muta con il Pds. Il 12 dicembre 1994, in assemblea, il segretario Massimo D’Alema presenta «il federalismo come l’unico strumento in grado di realizzare una nuova unità del Paese». A rileggere le polemiche delle ultime settimane vengono in mente le parole del meridionalista Guido Dorso: «Occorre augurarsi che non ci siano più cervelli che concepiscano l’unità nazionale, sacra ed inviolabile per tutti gli italiani, come mezzo per continuare con lo sgoverno attuale». Quei cervelli sono ancora in mezzo a noi pronti a fare danni.

Storie Romane: Le regioni dell'Italia Augustea. Augusto riformò l'amministrazione dell'Italia, dividendola in undici regioni. Alcune ricalcano quelle attuali, altre come quelle Appenniniche e del Settentrione, più sconvolte dalle invasioni barbariche, meno. L'unica regione che ha preso un nome non romano è la Lombardia, il cui nome viene dai Longobardi. Inoltre Sicilia, Sardegna e Corsica formavano delle province sottomesse, che però nella riforma di Diocleziano vennero accorpate all'Italia.

Non di sole orecchiette può vivere la Puglia di domani. «Vogliamo trasformare quel che resta di un mondo arcaico e autentico in un resort di lusso? Una comunità, cioè la nostra vita quotidiana, in un marchio commerciale? La Puglia come merchandising a botte di post degli influencer?» OSCAR IARUSSI Su La Gazzetta del Mezzogiorno il 25 giugno 2023.

La salentina adottiva Helen Mirren è senza dubbio una delle più importanti attrici del mondo, da ultimo si sta spendendo meritevolmente in favore degli ulivi e appena può elogia la Puglia come vacanza dello spirito. Chiara Ferragni, in questi giorni ospite di una delle lussuose masserie pugliesi, è fra le più abili giovani imprenditrici italiane e non ha perso l’occasione di esaltare sui social la bontà della nostra gastronomia: «Dreaming of focaccia e orecchiette» e ancora «Focaccia pugliese patrimonio dell’umanità?». Del resto, le orecchiette sono il piatto più buono dell’emisfero nord del globo terracqueo. Ma se non vi sedete a tavola, allora vince la focaccia. Insomma, Puglia da dire, bere, fare baciare lettera testamento. Puglia tutta la vita e gracias a la vida: non v’è certo bisogno di convincere chicchessia della bellezza del vivere qui.

Ciò detto, basta. Per favore, basta. Una volta l’anno lasciatecelo almeno scrivere, tanto poi non cambia alcunché... «Vogliamo trasformare quel che resta di un mondo arcaico e autentico in un resort di lusso? Una comunità, cioè la nostra vita quotidiana, in un marchio commerciale? La Puglia come merchandising a botte di post degli influencer?» (La Gazzetta del Mezzogiorno, 26 giugno 2022).

Un’estate dopo, le domande restano le stesse. L’innegabile successo turistico della regione, frutto anche di un sapiente sostegno politico-istituzionale, lascia sul campo o all’orizzonte alcune contraddizioni di base e di lungo respiro. Ignorarle non giova, perché nello scenario internazionale la competizione si gioca innanzitutto sulle immagini e le identità dei territori in lizza. Che cosa vogliamo essere o diventare, bisogna pur deciderlo, senza lasciare che a connotarci siano di volta in volta divi e dive che non hanno il dovere di andare oltre il pittoresco. Noi sì, però. E sospettiamo che restare abbarbicati alla sola tradizione, ovvero alla macchietta della Puglia che fu, non sia proprio il massimo.

Avete mai visto qualcuno andare, che so, a Londra o a Porto e magnificare su Instagram i fish and chips o la Francesinha lusitana (pesantissima a dispetto del diminutivo)? Macché, si sbandierano piuttosto l’ultimo museo inaugurato, il rivoluzionario intervento urbanistico o il campus universitario affollato di studenti Erasmus. Bilbao è rinata venticinque anni fa grazie al Guggenheim Museum. Milano «vicina all’Europa» punta più sulla Fondazione Prada o su piazza Gae Aulenti che sulla cotoletta alla milanese. A Parigi si torna una volta di più per scoprire il Museo Yves Saint-Laurent e persino l’abulia romana, tra i gabbiani onnivori e la monnezza, riserva le belle sorprese in mostra al MAXXI, non solo il carciofo alla giudia. E perché mai, invece, qui saremmo condannati alla perennità dell’orecchietta? Tanto più che non v’è ristorantino pugliese in auge che non abbia fatto della cucina fusion un tratto caratteristico.

La pallida imitazione del passato, l’orgoglio della regressione, l’eterno ritorno del panzerotto (Nietzsche a Nderr La’ Lanz) sono spesso avallati da chi amministra e – mea culpa – dai giornali. Una coazione/colazione a ripetere cui non è facile sottrarsi, nonostante il gran lavoro degli ultimi decenni per illuminare sugli schermi una Puglia diversa: nodo della globalizzazione e frontiera del domani per ambiente, energia, lavoro, accoglienza, ricerca. Merito di artisti come Amelio, Olmi, Rubini, Winspeare, Piva etc.

Al dunque a rimetterci è il nostro futuro, lo stesso da cui continuano a fuggire i giovani meridionali. È un nuovo esodo epocale di talenti e di risorse, che per la prima volta non produce rimesse verso le regioni di provenienza, mentre alimenta la desertificazione di ampie aree del Sud. Viva la focaccia, quindi, e il polpo, i ciceri e tria, il pancotto, la giuncata e chi più ne ha, più ne mangi. Ma davvero siamo paghi del destino da «casa dei giochi» e vacanza esclusiva altrui, tra l’altro con i prezzi impazziti anche per noi? No, non può essere.

L'idea miserabile di un Sud destinato a vivere di pizzica e di cozze. CAMILLO LANGONE su Il Fogio il 30 giugno 2023.  

Altro che Matera, meglio andare a Potenza che è l’anti-topos, il fuori-standard. Con due simboli su tutti: il Teatro Francesco Stabile (1881) e il Viadotto dell’Industria (1975). Monumenti che simboleggiano la borghesia e appunto l’industria

Tutti vanno al Sud e tutti vanno in quel Sud che sembra proprio Sud, nel Sud stereotipato, il Sud fatto di mare, sole, arsura, di templi greci e scavi romani, di trulli e masserie, di scenografie rupestri (Matera). Insomma il Sud prostituito al turismo. Io vado a Potenza che è l’anti-topos, il fuori-standard. Per il VII Festival delle Città Identitarie vado nella “più nordica delle città del Sud” (come scrisse Giancarlo Tramutoli) che non ha una generica identità meridionale ma un’identità lucana. Ancor meglio: un’identità potentina. Tanto per cominciare niente mare: montagna. E dunque niente bagnanti. E dunque niente pesce: podolica (razza bovina dell’Appennino). E dunque niente caldo: neve d’inverno, fresco d’estate. Niente trulli: palazzoni. Niente di greco, poco di romano e, importantissimo, nulla di materano. Con due simboli su tutti: il Teatro Francesco Stabile (1881) e il Viadotto dell’Industria (1975). Due monumenti mirabili che simboleggiano la borghesia e appunto l’industria. Due antidoti all’idea miserabile di un Sud destinato a vivere di pizzica e di cozze.

La vergogna di Matera erano i Sassi, ora è il turismo. CAMILLO LANGONE su Il Fogio il 17 agosto 2021.   

Indifferenza a tutti i valori, nichilismo, profanazione e prostituzione. La città pullula di turisti che fotografano e mangiano soddisfattissimi. Cavernicoli temporanei, con tutti i comfort e senza un senso.

Mi piace essere figlio di lucani antichi, essere cresciuto con una nonna analfabeta che mi ha messo in contatto con la vera conoscenza, a Potenza dopo il boom e però fra consuetudini arcaiche (con le galline uccise in casa, per dire, con le volpi nel sugo, per dire ancora meglio)… Mi piace parlare col mio vecchio padre che si scandalizza per i prezzi degli alberghi di Matera: “Era la vergogna della Lucania!”. Io ho sempre dubitato dell’appartenenza di Matera alla Lucania, la direi semmai Basilicata, comunque che fosse una vergogna, per via dei Sassi dove fino al 1952 i cristiani vivevano insieme alle bestie in abituri senza luce, al contempo case, grotte e stalle, lo sapevo.

Ma credo che, dell’unica regione italiana con due nomi, Matera sia una vergogna ancora oggi. Ovviamente per un motivo diverso: il turismo. Che è “indifferente a tutti i valori” (Ludwig Giesz) e dunque è nichilismo. Che è profanazione e prostituzione. Matera pullula di turisti che fotografano e mangiano soddisfattissimi (gli italiani pensano solo a mangiare e li capisco pure, quello gli è rimasto), dentro un teschio di città, presepe senza Bambino né bambini: cavernicoli temporanei, con tutti i comfort e senza un senso… Come mi piace essere figlio di lucani antichi e guardare Matera dall’alto in basso (Potenza la sovrasta di 418 metri).

Camillo Langone. Vive a Parma. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "Eccellenti pittori. Gli artisti italiani di oggi da conoscere, ammirare e collezionare" (Marsilio).

Antonio Giangrande: Quelli che…o tutti o nessuno e poi vogliono la secessione!

Lo sproloquio del saggista e sociologo storico Antonio Giangrande. Da far riflettere…

2 e 3 giugno: Si festeggiano il giorno della Repubblica ed il giorno della libera circolazione tra regioni.

Il tutto sotto diktat della Padania.

I Padani hanno voluto l’Unità d’Italia per depauperare l’Italia meridionale.

I Padani comunisti hanno voluto la Repubblica per continuare a saccheggiare l’Italia Meridionale.

I Padani con le sedi legali delle loro aziende nei paradisi fiscali vogliono continuare a dettar legge con la scusa della secessione.

L’Italia divisa in due.

Napoli è la capitale ma non è il Sud. Storia di Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 15 marzo 2023.

Caro Aldo, si parla spesso di Napoli. Da secoli. Anche di recente, e su queste colonne. Tra i tanti dibattiti che stimola c’è quello sulla capitale del Sud. Ossia, se possa rappresentare tutto il Mezzogiorno. O meno. Io dico che esistono almeno due caratteristiche sociali rilevanti che trovi in città; come in tutto il Sud. Mi riferisco al senso di sfiducia collettivo (nisciun ccrer à nat, diceva in dialetto il grande Pasquale Squitieri), piuttosto che alle grandi contraddizioni. L’ammiraglio Francesco Caracciolo fu impiccato all’albero maestro della sua nave, salvo poi intitolargli la strada più bella della città! Non trova che questi due elementi sociali siano sufficienti? Salvo Iavarone

Caro Salvo, Napoli fa sempre discutere, amata detestata invidiata com’è. E a volte si fa confusione. All’estero pensano l’Italia come un’immensa Napoli, il mare il sole la pizza; a noi piace pensare anche al teatro di Eduardo e di Servillo, al cinema di Totò e di Sorrentino, alla musica di E.A. Mario, di Caruso e di Pino Daniele, a tutto quanto fa di Napoli la capitale della cultura materiale italiana. Noi stessi però tendiamo a far coincidere Napoli con il Sud. Che sono in realtà due cose molto diverse. Napoli è la capitale del Sud; ma non è il Sud. È una metropoli in pieno boom turistico, epicentro di un’area conosciuta in tutto il mondo che comprende luoghi di commovente bellezza come Amalfi, Positano, Sorrento, Capri, Ischia, Procida, Pozzuoli, Pompei. È una citta ben collegata, con un aeroporto internazionale e l’alta velocità ferroviaria. Nel suo porto sono ancorate le navi di crociera più grandi al mondo e la Sesta flotta americana. Ha una piccola e media imprenditoria dinamica che va dall’agroalimentare alla moda (si pensi a Kiton o a Marinella). E ha in periferia zone di degrado né più né meno delle altre grandi città europee. Quest’anno tutto lascia credere che vincerà lo scudetto, sia pure con una società che il Napolista — uno dei migliori siti italiani, un’altra eccellenza della città come Radio Kiss Kiss o come la libreria storica di Port’Alba o come, diciamolo, il Corriere del Mezzogiorno — ha definito poco napoletana, con un proprietario che è cresciuto e vive a Roma e spesso si è scontrato con la tifoseria, proprio com’è accaduto all’allenatore Spalletti. Poi c’è il Sud. Che è mal collegato al resto del Paese e dell’Europa, che offre poche occasioni ai suoi giovani, che è in fondo alle classifiche europee in quasi tutte le voci, dal numero dei laureati a quello degli occupati, dalla lettura dei quotidiani a quella dei libri. Un Sud più avvezzo al lamento che al cambiamento, che è impossibile criticare senza sentirsi definire razzista — mentre in realtà si critica quel che si ama —, che ha giacimenti di bellezza e cultura unici al mondo ma non è sempre all’altezza di se stesso e delle proprie grandi potenzialità.

Come si fa a chiamarlo Giro d’Italia se ignora quasi tutto il Mezzogiorno? PIETRO MASSIMO BUSETTA su Il Quotidiano del Sud il 9 Maggio 2023.

Se l’alta velocità ferroviaria si ferma a Salerno e l’autostrada del Sole a Napoli perché stranirsi se il Giro ignora il Mezzogiorno?

Sarebbe pensabile un giro d’Italia che partisse da Bologna e si fermasse a Palermo? Sarebbe immaginabile che la Gazzetta dello Sport si presentasse dagli sponsor istituzionali, come Enel e Ferrovie dello stato per esempio, con un progetto di giro che lasciasse tutto il Nord assente dalla più grande competizione sportiva ciclistica italiana?

E perché invece nessuno si stupisce se il Giro lascia lo stivale fuori dalla competizione? Se poco meno di un terzo della popolazione viene privata e non viene toccata dalla gara?

D’altra parte se l’alta velocità ferroviaria si ferma a Salerno, se l’autostrada del Sole si è fermata a Napoli perché stranirsi se il Giro mette in vetrina solo una parte dell’Italia, quella che conta secondo alcuni. Eppure è proprio la parte che più ha bisogno di mostrarsi che rimane fuori. Quella che é meno conosciuta dal mondo, quella Calabria che per anni e stata la nostra Amazzonia, abbandonata ai nativi, meglio nella quale “gli indigeni” sono stati, lasciati in mano della criminalità organizzata, dove la sanità è stata commissariata, lasciata nelle mani di manager improbabili, di politici trombati provenienti dalle regioni “brave”.

E d’altra parte qualcuno potrebbe anche sostenere che l’Italia è talmente lunga che può anche essere naturale che in qualche anno si possa farlo passare solo da una parte e che può anche essere opportuno, per motivi organizzativi, che ci si possa concentrare solo in una area del Paese. Tutto logico e comprensibile. Se fosse un fatto che alternativamente riguardasse tutti. Il fatto è che invece vi é una parte che viene sempre compresa ed una che viene lasciata qualche volta fuori. Occasione opportuna per riflettere sull’approccio del Paese con il suo Sud, ritenuto frontiera, spesso sconosciuto e guardato come territorio “d’oltremare”.

Lo stesso atteggiamento che si é avuto per i grandi eventi, che non lo toccano quasi mai, per le agenzie internazionali che non vi vengono localizzate, parte utile per posizionare le raffinirei e l’industria pesante, dal quale attingere capitale umano nei momenti di espansione, e da utilizzare come mercato di consumo interno non solo per i beni ma anche per i servizi, da quelli sanitari a quelli scolastici, se é vero che si mortifica la sanità locale per alimentare i viaggi della speranza o si potenziano le università, compresa quella Cattolica, per attrarre i giovani meridionali, che sostenuti nei costi dalla società di provenienza serviranno ad alimentare il mercato del lavoro della parte ricca, in una operazione di sottrazione di un patrimonio finanziario e di capitale umano che ormai dura da decenni e che ha portato all’ impoverimento non solo di alcune aree ma, in una visione bulimica di una parte, di tutto il Paese.

E il Giro é una visione plastica di un vecchio modello che andrebbe superato ma che invece torna prepotentemente perché é insito in una visione provinciale della parte che conta. E nessuno si straccia le vesti o si rifiuta di sponsorizzare una manifestazione chiamata d’Italia ma che dovrebbe piuttosto essere individuata come il Giro di mezz’Italia o che lascia fuori la colonia. Tale scelta sarebbe assolutamente da non commentare se non fosse un indicatore di un approccio, che riguarda tutta la società italiana che conta, tutte le imprese più importanti partecipate, che hanno guardato a questa parte come residuale, per cui le Ferrovie non vi hanno investito, l’Anas non ha fatto le manutenzioni richieste, la Rai pubblica l’ha guardato per le cronache criminali, tanto la classe politica locale chiedeva altro alla politica ed alla grande impresa: il posto di lavoro per l’amico, mancette per i propri clientes, mai un Ministero delle infrastrutture ma piuttosto quello delle Poste.

Il Giro é l’occasione di una riflessione necessaria per chi ha in mano il volante della guida del nostro Paese, che non sono certamente i rappresentanti eletti del Mezzogiorno, che se non si muovono secondo le logiche e gli interessi prevalenti rischiano la loro stessa esistenza. Come si è visto in Conferenza delle Regioni, nella votazione riguardante l’autonomia differenziata, che ha visto votare a favore i governatori meridionali della maggioranza, per disciplina di partito, tranne poi qualche giorno dopo andare ad Arcore a lamentarsi con il loro capo di una normativa che sottrarrebbe ulteriori risorse. Anche quelli che rappresentano regioni importanti come Occhiuto o Schifani.

Bisogna cambiare cappello e finalmente fare quello che a parole si é sempre dichiarato cioè affermare e partire in ogni decisone dalla centralità del Mezzogiorno, perché tale cambio di paradigma é l’unico che può riportare il Paese ad essere competitivo rispetto ai partner importanti del continente. Convincersi che i fattori che vanno sfruttati per far ripartire il Paese si trovano tutti nel Mezzogiorno, a cominciare da una posizione logistica nel Mediterraneo importante rimasta totalmente non utilizzata. Capire che il nostro Western, verso il quale bisogna muovere risorse e impegno, quello che ha tutti i fattori produttivi inutilizzati, da quelli ambientali a quelli umani a quegli logistici, la nuova frontiera, é pronto a rappresentare il futuro di questo nostro Paese.

La parte che può crescere a tassi da tigre d’Oriente, che può rappresentare la soluzione alla eccessiva antropizzaione di un Nord ormai saturo. Sembrerebbe cosi facile da capire per una società pensante eppure le resistenze continuano ad essere enormi, anche se alcune posizioni recenti, come quella di tutta la destra, ma in particolare della Lega, sul ponte sullo stretto e sulle altre infrastrutture al Sud, mostrerebbero un cambio di passo molto interessante, che fa ben sperare. Vedremo nei prossimi mesi se é strumentale o sincero, mentre la sinistra sembra non capire l’esigenza di un cambiamento che, se non avviene, rischia di far crollare il sistema Paese, sotto le proprie contraddizioni, che possono essere rappresentate da una parte dove lavora una persona su due ed un’altra dove invece ne lavora una su quattro, compresi i sommersi. Riuscire a capire che bisogna dare al Sud una prospettiva di sviluppo concreta, senza chiudersi dietro slogan ed ideologie, è un passaggio che ancora la sinistra non riesce a fare. Eppure i segnali forti che sono venuti dal Sud, compreso il successo dei Cinque Stelle, dovrebbe aver dato segnali importanti, che sembrano non essere stati colti, se le posizioni rimangono vecchie e stantie.

Disorganizzati.

Antonio Giangrande: Italia. Educazione civica e disservizi.

Sosta selvaggia e raccolta differenziata dei rifiuti.

Lo scrittore e sociologo storico Antonio Giangrande, nel suo ultimo libro (L’Italia allo Specchio. Il DNA degli italiani. Anno 2019. Prima parte. In vendita su Amazon in formato Book o ebook) parla dei parcheggi e della raccolta e smaltimento dei rifiuti.

Italia. Sosta selvaggia ed incompetenza.

I turisti, nel mettere piede in Italia, la prima cosa che notano è che sulla strada ognuno fa quel che gli pare. E’ abbastanza irregolare la circolazione, ma allucinante è il comportamento di chi si ferma con il suo veicolo. Un codice della strada fai da te, insomma.

Il fenomeno più appariscente è la sosta selvaggia.

Ma è possibile che in Italia ognuno parcheggia come gli pare, con il benestare dei vigili urbani e delle amministrazioni comunali?

La trasmissione televisiva di Mediaset, Striscia la Notizia, da sempre e stranamente si occupa solo dei parcheggi riservati ai disabili, occupati da chi non ne ha diritto.

Addirittura, chi si ritiene il più onesto del firmamento, cade nella tentazione della sosta selvaggia: “Multe per doppia fila al comizio della Raggi. I grillini: è un complotto - scrive il lunedì 23 maggio 2016 Carlo Marini su Secolo d’Italia.- Comizio di Virginia Raggi a Roma. A Piana del Sole, periferia romana, gli slogan sono i soliti: “Onestà, onestà”. Ma basta l’arrivo dei vigili urbani per mandare nel panico l’aspirante sindaco M5S e i suoi sostenitori. Una voce dalla platea lancia l’allarme: «Stanno a fa’ le multe». «Proprio adesso dovevano venì». I grillini, che vedono “microchip sotto la pelle” e “complotti” dappertutto, non hanno dubbi. Li palesa il deputato pentastellato al tavolo della Raggi, Stefano Vignaroli «Cioè a Piana del Sole non si vede un vigile nemmeno…». Virginia tace e sorride imbarazzata. Il rispetto delle regole dovrebbe valere per tutti. Anche per chi sa solo gridare “onestà, onestà”.

Eppure in Italia è consentito parcheggiare, ovunque, anche quando non ci sono le strisce che delimitano l’area di sosta, e comunque, come in doppia fila. Il tutto salvo che non ci sia un espresso divieto di legge od amministrativo e che ci sia qualcuno che lo faccia rispettare.

Quindi, lungo la carreggiata cittadina, anche a doppio senso di circolazione, ove l’area di sosta non è delimitata dalle strisce bianche o blu, auto, camper e roulotte, autocarri con rimorchio ed autoarticolati, autobus ed autosnodati possono parcheggiare come, quando e quanto vogliono, pur se intralciano il traffico?

Per il codice della strada e per la Corte di Cassazione: Sì. Basta che ci sia lo spazio di transito pari almeno a 3 metri.

E per quanto riguarda la sosta in seconda o terza fila?

Il parcheggio in doppia fila è una pratica piuttosto diffusa, soprattutto nelle grandi città dove la carenza cronica di parcheggi crea molti disagi soprattutto a chi ha bisogno di fare una sosta breve, “al volo”, per fare una veloce commissione. Il nostro “5 minuti e poi la sposto” può creare gravi problemi alle auto che risultano bloccate e che non possono muoversi. Oltre ad intralciare la circolazione. “La lascio qui due secondi e torno subito” pensiamo, non rendendoci conto che stiamo infrangendo non solo il Codice della Strada, ma anche il Codice Penale, commettendo un vero reato. Quante volte è capitato di vedere un’auto parcheggiata in doppia fila e di augurarsi che un vigile facesse un’improvvisa comparizione per punire il colpevole?

La sosta in doppia fila è esplicitamente vietata dal Codice della Strada, all’articolo 158, comma 2, lettera c, dove stabilisce, con la stessa occasione, anche la sanzione amministrativa pecuniaria, che oscillerà tra un minimo di 41€ e un massimo di 168€ per i mezzi a quattro ruote, e tra un minimo di 24€ e un massimo di 97€ per le due ruote a motore. L’articolo successivo (art. 159 C.P.) sancisce addirittura la possibilità per gli agenti di Polizia di provvedere ad ordinare la rimozione forzata, nel caso in cui la sosta vietata costituisca un pericolo o un grave intralcio alla circolazione degli altri veicoli. La situazione può però aggravarsi e diventare persino un reato (quindi un’infrazione del Codice Penale), almeno secondo l’interpretazione della Cassazione. I Giudici infatti hanno stabilito con le sentenze 24614/2005 e 32720/2014 che la sosta in doppia fila è idonea ad integrare il reato di violenza privata, proprio a causa dell’ostruzione dell’unica via d’uscita di un altro veicolo.

Quando la legge chiude un occhio. Attenzione però, perché esistono delle situazioni in cui il parcheggio in doppia fila è tollerato. Questo significa che, anche nel caso in cui all’automobilista venga notificata la violazione dell’articolo 158, comma 2, lett. c, del Codice della Strada, egli potrà presentare ricorso e ottenere l’annullamento della sanzione. Ma quali sono questi casi e come individuarli chiaramente? Come è facile immaginare, la legge non specifica i singoli casi in cui sia possibile adottare o meno un certo comportamento, ma si limita a definire i principi fondamentali. I quali, nello specifico, si ritrovano nell’articolo 54 del Codice Penale, che recita: “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo”.

Il caso specifico delle eccezioni. Per passare dai principi generali all’applicazione della legge, quand’è che la sosta in doppia fila è consentita? Si tratta di tutti quei casi in cui si prefigurino:

Carattere d’urgenza e imminenza;

Situazione di pericolo non evitabile (non esistono soluzioni alternative);

Condizione di gravità della situazione che si vuole evitare.

Ci penserà l’italica genialità a trovare l’eccezione e la latina persuasione a porre rimedio.

Rifiuti. Affari, ma non per tutti.

Oggetto di raccolta sono i rifiuti domestici e quelli cosiddetti assimilati ovvero quelli derivanti da attività economiche, artigianali, industriali che possono essere assimilati (con decisione del comune tramite apposita delibera) per qualità a quelli domestici.

Natura della tassa sui rifiuti. Il presupposto della tassa è l'occupazione di uno o più spazi, adibiti a qualsiasi uso e giacenti sul territorio del comune dove il servizio di smaltimento rifiuti è reso in maniera continuativa. Quindi, il presupposto impositivo non è il servizio prestato dal comune, ma la potenziale attitudine a produrre rifiuti da parte dei soggetti detentori degli spazi. Infatti, fatta eccezione per i comuni con popolazione inferiore a 35.000 abitanti, l'importo da corrispondere per questa tassa non è commisurato ai rifiuti prodotti, ma alla quantità di spazi occupati. Tali presupposti danno a questa tassa natura di imposta anziché di tassa, il cui importo viene invece commisurato al servizio prestato. Un altro elemento che lascia propendere verso la natura di tributo è dato dal fatto che la Tassa non è soggetta a IVA, come lo sarebbe invece stato qualunque tipo di servizio.

Ma come mai più si differenzia, più si paga?

Più si conferiva il tal quale indifferenziato, meno si pagava. Che strano ambientalismo!

Prima c’erano i cassonetti dell’indifferenziata. Poche spese e pochi operatori ecologici. In alcune zone scatta l’emergenza dei rifiuti, più per complotti politici e speculazioni economiche per la gestione delle discariche.

Poi ai tradizionali cassonetti si sono aggiunti i contenitori per carta, plastica, vetro, formando le isole ecologiche. Più spese e più operatori ecologici, ma anche più guadagni per la vendita del differenziato. In alcune zone aumenta l’emergenza dei rifiuti, più per complotti politici, ma crescono le speculazioni economiche: per la gestione delle discariche e per gli affari sul differenziato.

La politica si inventa l’ecotassa. Tributo speciale per il deposito dei rifiuti solidi in discarica.

Poi siamo arrivati all’oggi. Raccolta porta a porta dei rifiuti. Distribuzione dei contenitori per il conferimento dei vari rifiuti, divisi per specie. In alcuni paesi cinque, ad altri solo due. I colori sono differenti da paese a paese.

Ogni bidone (utenze non domestiche) o bidoncino (utenze domestiche) avrà il suo giorno stabilito per essere svuotato.

L’utente ha bisogno di una laurea. Finisce come la parodia di Ficarra e Picone nel film: l’Ora legale. Ficarra si mangia la buccia del melone, non sapendo dove buttarla e chiede: “Voi a Milano i tovaglioli sporchi di sugo dove li buttate?”

OGNI BIDONE UN COLORE, OGNI COLORE UN TIPO DI SPAZZATURA, TU LI SAI?

Cerchiamo di capire quali sono i colori più utilizzati per i bidoni della spazzatura nella raccolta differenziata dei rifiuti, non esiste ancora uno standard, ma in linea di massima queste sono le colorazioni più usate.

Pur non essendo ancora ufficialmente uno standard, si può dire che per la raccolta differenziata i vari colori dei bidoni seguono questo schema:

Bianco: Carta, cartone (riviste, giornali e materiali cellulosici in generale)

Verde: Vetro (bottiglie, barattoli, specchi, etc.)

Rosso o marroncino: Organico (umido)

Giallo: Plastica riciclabile (bottiglie di bevande, detersivi, prodotti per l’igiene, etc.)

Blu: Alluminio (lattine, imballaggi, bombolette spray, etc.)

Va comunque detto che essendo i comuni gli assegnatari dei vari colori in alcune zone potrebbero esserci delle variazioni, infatti ci sono zone in cui i bidoni blu sono destinati a carta e cartone, quelli verdi a vetro e lattine, quelli gialli alla plastica, quelli marroni o rossi ai rifiuti non riciclabili, quelli arancioni all'indifferenziata e quelli neri ai rifiuti organici. Ma non è finita qui, ad ogni sacco un colore, ad ogni colore un tipo di spazzatura, secondo voi vale la stessa regola e lo stesso abbinamento di colori che abbiamo appena visto per i bidoni?

Sempre che i bidoni rimangano in nostro possesso in comodato d’uso, perché un nuovo sport prende piede: il furto di bidoni e bidoncini. Le denunce presentate posso riempire centinaia di questi bidoni. E la burocrazia anche in questi casi punisce in modo grave. Dopo la denuncia seguono giorni di attesa e di adempimenti per la sostituzione di un bidoncino di pochi euro di valore.

Poi bisogna combattere anche con l’arroganza degli operatori che ti riprendono per ogni errore: smaltire un certo tipo di rifiuti in giorni sbagliati o in orari sbagliati.

Se poi gli operatori minacciano di sanzione in caso di errore, allora l’ansia cresce.

Intanto le utenze domestiche diventano bombe ecologiche, con tanti contenitori sparsi per casa che non trovano posto.

E che dire delle città e dei paesi che sono delle vere bidonville maleodoranti, ossia strade invase da bidoni perenni posti sui marciapiedi (da 2 a 5 per utenza non domestica, come negozi, ristoranti, attività artigianali e professionali, ecc.).

Dove ci sono loro (i bidoni) è impedito il transito ai pedoni.

Intanto i pseudo ambientalisti osteggiano i termovalorizzatori per meri intenti speculativi.

Rifiuti organici, in Italia un giro d'affari da 1,8 miliardi di euro. Aumenta la raccolta nel 2017, a livello nazionale passa da 107 a 108 kg la raccolta annuale procapite. Lombardia in testa per produzione, scrive La Repubblica il 16 Febbraio 2019.

Sulle tariffe rifiuti, l’Italia non è unita (e i virtuosi sono pochi). I dati sulle tariffe rifiuti fotografano un Paese iperframmentato: i virtuosi pagano meno e solo al top per raccolta differenziata e tariffazione puntuale, scrive Rosy Battaglia il 14.12.2018 su valori.it. Se il giro d’affari dell’industria del riciclo è stimato in 88 miliardi di fatturato, con ben 22 miliardi di valore aggiunto, ovvero l’1,5% di quello nazionale, come riporta lo studio di Ambiente Italia (promosso da Conai e da Cial, Comieco, Corepla e Ricrea) quanto costano, invece, i rifiuti alle famiglie italiane?

I miliardi nel cassonetto: chi vince e chi perde nel grande business dei rifiuti. Un giro d’affari di 11 miliardi: i profitti tutti al Nord e all’estero, dove arrivano centinaia di treni e camion dalle regioni del Centrosud rimaste gravemente indietro, che non possono fare altro che imporre tasse più alte, scrive Daniele Autieri su La Repubblica il 22 maggio 2017.

Raccolta differenziata, tra conflitti di interesse e dati segreti: “Costi a carico delle casse pubbliche”. Tra opacità e critiche dell'Antitrust, il sistema Conai non garantisce la copertura dei costi di raccolta a carico dei Comuni con i prezzi di fatto definiti dai produttori di imballaggi. Una situazione capovolta rispetto a quella di altri Paesi europei, scrive Luigi Franco l'8 Ottobre 2016 su Il Fatto Quotidiano. Domanda numero uno: quanta plastica, carta o vetro da riciclare ha raccolto il tal comune? Domanda numero due: lo stesso comune quanti contributi che gli spettano per legge ha incassato a fronte dei costi sostenuti per la raccolta differenziata degli imballaggi? Due domande le cui risposte sono contenute nella banca dati Anci–Conai prevista dagli accordi tra l’Associazione nazionale dei comuni italiani e il Conai, ovvero il consorzio privato che è al centro del sistema della raccolta differenziata degli imballaggi. Numeri non diffusi ai cittadini, che possono contare solo su un report annuale con dati aggregati. Ma i dati aggregati non sempre vanno d’accordo con la trasparenza. E soprattutto non rendono conto delle incongruenze di una situazione su cui l’Antitrust di recente ha espresso le sue critiche, mettendo nero su bianco che “il finanziamento da parte dei produttori di imballaggi dei costi della raccolta differenziata non supera il 20% del totale, laddove invece, dovrebbe essere per intero a loro carico”. Con la conseguenza che a rimetterci sono le casse pubbliche, visto che tocca ai comuni coprire gran parte di quei costi.

Inceneritori in Italia, dove sono e qual è la differenza coi termovalorizzatori. Diversamente dai primi, i termoutilizzatori producono elettricità e non inquinano. Ma c'è il problema CO2. Da Nord a Sud, la mappa completa, scrive Paco Misale il 19 novembre 2018 su Quotidiano.net. Inceneritori e termovalorizzatori. In molti li identificano come la stessa cosa. In realtà, non è così. I primi sono impianti che bruciano i rifiuti e basta, mentre i secondi sono impianti che bruciano i rifiuti per generare energia. Gli inceneritori sono impianti vecchi, che oggi non si costruiscono più: si preferiscono i termovalorizzatori, che permettono non solo di distruggere i rifiuti, ma anche di produrre elettricità.

Termovalorizzatori e inceneritori, ecco verità e bufale, scrive Nino Galloni su Starmag il 19 novembre 2018. Perché si confondono termovalorizzatori e inceneritori? Ha ragione Matteo Salvini, per due ordini di motivi:

1) né le discariche né la differenziata rappresentano la soluzione del problema;

2) il patto o contratto di governo è fondamentale (come rispettare il sabato) ma se ti cade l’asino nel pozzo lo vai a tirar fuori anche se è sabato.

Tuttavia, sia Salvini, sia la stampa e la televisione hanno parlato di termovalorizzatori e di inceneritori. Bene, quarant’anni fa c’erano gli inceneritori e una discreta mafia se ne interessò, ma la loro capacità di inquinare e rilasciare diossina quando gli impianti si raffreddavano era massima. Vent’anni fa arrivarono i termovalorizzatori – dotati di filtri – riducevano l’inquinamento del bruciare, ma non abbastanza, in cambio fornivano energia elettrica da combustione (legno, rifiuti, gasolio, tutto può bruciare). Oggi esistono gli Apparati di Pirolisi; due brevetti italiani, Italgas e Ansaldo. Oggi, dunque, esistono Pirolizzatori di cui un tipo che emette gas combustibile, inerti ed anidride carbonica; ed un altro che non emette l’anidride carbonica perché svolge al chiuso i processi. Perché non si parla di dotare l’Italia di questi apparati attuali? Perché si confondono termovalorizzatori e inceneritori? Perché la mafia non solo non si è interessata ai Pirolizzatori, ma anzi, li ha osteggiati in tutti i modi entrando nella politica e nell’economia per impedirne la diffusione? Perché a Roma Virginia Raggi ed il suo staff non hanno voluto prendere in considerazione tale proposta? Ci sono anche altre tecniche non aerobiche – in cui, sempre al chiuso, intervengono i batteri – e che consentono di trasformare la risorsa “rifiuti” in concimi, fertilizzanti e gas naturali, combustibili, a impatto ambientale negativo (cioè risolvono più problemi dell’abbandonare i rifiuti – come tali – a sé stessi o cercare di riciclarli in modo non efficiente). Intendiamoci, la differenziata e l’economia circolare sono buonissime idee; ma perché vetro, metalli, plastica eccetera vengano recuperati occorre dotare le città di industrie adeguate, non mandare tali risorse in Svezia o in Germania (che, invece, al pari di alcuni lodevolissimi comuni italiani – ma l’eccezione conferma la regola- sanno approfittare di tali opportunità. Credo che dell’ambiente – e non solo – si debba ragionare in modo non propagandistico, valutando bene, di ogni cosa, l’impatto economico, finanziario e sociale. (Estratto di un articolo tratto da Scenari economici)

Rifiuti. Cosa fanno a Parigi. Scrive il Consorzio Recuperi Energetici. Un termovalorizzatore in parte interrato che tratta 460 mila tonnellate di rifiuti l’anno sull’argine della Senna. Vi sembra una fantasia? No è la realtà dell’impianto di Syctom Isseane, a Issy -les- Moulineeaux, un Comune della cintura di Parigi. Il progetto raggruppa 48 Comuni che hanno aderito ad un medesimo piano e si sono messi insieme per smaltire i rifiuti, realizzando quest’impianto. Dal 2007 il centro tratta i rifiuti prodotti di circa un milione di abitanti...Un’apposita carta della qualità ambientale è stata sottoscritta con il comune di Issy che garantisce le condizioni di qualità, di sicurezza e di protezione dell’ambiente. L’impatto sulla salubrità dell’ambiente è regolato da limiti rigorosissimi. Un impianto simile e forse anche più avanzato è quello di Firenze almeno sul ciclo dei rifiuti. Qui si raggiunge il 54% della raccolta differenziata ed entro il 2020 è previsto il 70%. Il termovalorizzatore di Case Passerini eviterà che i rifiuti residui, ossia quelli non riciclabili, siano inviati altrove producendo energia elettrica equivalente al fabbisogno annuo di 40 mila persone, climatizzando l’intero aeroporto ed eliminando lo smog causato dai camion che trasportano rifiuti nelle discariche.

Copenaghen, l'inceneritore con pista da sci sul tetto. Di Maio: "Ce la vedo ad Acerra..." Tutto pronto per il nuovo termovalorizzatore costato 670 milioni di dollari. Produrrà energia a impatto zero. Attorno un parco con piste ciclabili e impianti sportivi. Sul lato più alto della struttura la parete artificiale d'arrampicata più alta del mondo, scrive Paco Misale il 19 novembre 2018 su Quotidiano.net

Estratto dell'articolo di Francesco Bonazzi per “La Verità” l’1 febbraio 2023.

Onorevoli con il mal di binario. Capaci di fare spendere alla Camera dei deputati anche 4.000 euro in un mese, l’equivalente di 28 viaggi tra Roma e Milano con l’alta velocità, approfittando del privilegio di viaggiare gratis poco prima di scadere dalla carica. Gli onorevoli ciuff ciuff, come sono stati ribattezzati, sono 38 e ieri sera la trasmissione Fuori dal Coro di Mario Giordano, su Rete 4, ha svelato la lista di coloro che si sono accaparrati i preziosi carnet.

 Tra questi, in massima parte eletti nel 2018 con il Movimento 5 stelle, spuntano il paladino dei diritti della comunità Lgbt Alessandro Zan, del Pd, e il super renziano Luciano Nobili. oltre 82.000 euro di spesa Il documento ottenuto dalla trasmissione Mediaset è una lista di 38 ex deputati che riporta gli acquisti di carnet da cinque, dieci e quindici corse (validi per una sola tratta) tra i mesi di luglio e ottobre.

Il totale della spesa è di 82.520 euro, per un costo medio di 2.171 euro a parlamentare. Il fenomeno più sospetto è che ottobre è di gran lunga il mese in cui sono stati comprati più biglietti, per un totale di 50.740 euro. Se si tiene a mente che le elezioni generali si erano svolte il 24 settembre, significa che molti deputati in scadenza, non ricandidati o non eletti, sono andati all’agenzia di viaggio della Camera a fare incetta di biglietti ferroviari a spese nostre. In discussione non è qui il diritto dei parlamentari a viaggiare gratis per motivi di lavoro, ovviamente, ma quello di fare le scorte per la vita futura. Il fenomeno è stato reso possibile anche da una piccola sottigliezza tecnica.

(...)

 Chi in questo periodo non dovrebbe avere tanto bisogno di spostarsi in treno è il romanissimo Luciano Nobili, classe 1977, solitamente dotato di battuta pronta. Non lo è stato ieri sera con i cronisti di Fuori dal Coro che gli hanno garbatamente chiesto conto dei suoi biglietti ferroviari, che per la cronaca sono stati del valore di 1.354,50 euro, tutti acquistati a ottobre. Ci si va in business a Milano una decina di volte, tanto per capire. Nobili si è sottratto alle domande saltando in sella al suo motorino e urlando: «Sono in ritardissimo… per appuntamenti di campagna elettorale».

 In ritardo, ma previdente. Per la cronaca, è coordinatore di Italia viva nel Lazio e candidato alle prossime elezioni regionali. E chissà se ha mai preso un treno regionale, lui che nell’estate del 2020 finì su tutti i giornali, fotografato in barca al largo di Ischia con l’amica Maria Elena Boschi e con Gennaro Migliore. Il mal di binario deve aver colpito anche il democratico Zan, che si è mosso ad agosto con acquisti di carnet per 1.176 euro per poi fermarsi completamente. Insomma, è tra i pochi che almeno ha evitato l’assalto ai treni di ottobre e potrebbe anche aver effettuato tutti i viaggi prima della fine della legislatura. In realtà, il profeta padovano dei diritti degli omosessuali è stato rieletto come capolista del Pd nel collegio plurinominale del Veneto 2.

In sostanza, è possibile che ad agosto Zan fosse solo pessimista sulla rielezione e che dopo si sia rasserenato. Nel dubbio, però, ha fatto acquisti. Altro volto noto della lista è la grillina Carla Ruocco, battagliera ex presidente della commissione d’inchiesta sulle banche, paladina della lotta alle caste e finita con gli scissionisti di Luigi Di Maio.

 La napoletana Ruocco ha speso 1.365 euro a settembre e altri 1.354,50 a ottobre, per un totale di 2.719,50 euro. 

Estratto dell’articolo di Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 31 gennaio 2023.

[…] La faccia di Guido Crosetto. Il ministro della Difesa (fra i fondatori di Fratelli di Italia) ha intonato «Bella Ciao» nel corso di uno show all’Auditorium della Conciliazione per raccogliere fondi per l’ospedale pediatrico Bambino Gesù. Ha ceduto alle insistenze di Fiorello e ha intonato il brano simbolo della Resistenza. Faccetta rossa. […]

 Lettera al “Corriere della Sera” il 31 gennaio 2023.

Caro Aldo, mi dispiace che Fiorello si sia prestato a questo scempio: Bella Ciao non è una canzone da fare cantare a Crosetto. Lei che ne pensa?

Emanuele Lario

Guido Crosetto che canta Bella Ciao su invito di Fiorello. Per fare spettacolo? Questa cosa non mi piace. O forse Crosetto è diventato di sinistra?

Marta Tonni

 La risposta di Aldo Cazzullo

 Cari lettori, Guido Crosetto non ha cantato Bella Ciao (tra l’altro abbastanza bene) perché è di sinistra, ma perché è di Marene. Dalle sue parti, che poi sono le mie, comandava la Resistenza Enrico Martini «Mauri», che non era un bolscevico ma un maggiore degli alpini, e infatti fece tutta la guerra civile con il berretto dalla penna nera; ai suoi ordini aveva il figlio del macellaio di Alba, Beppe Fenoglio, che al referendum del ’46 votò monarchia.

Da quelle parti i fascisti insieme con i tedeschi bruciarono case, violentarono donne, torturarono e fucilarono contro le mura dei cimiteri ragazzi di 18 e 19 anni (tutte le vie attorno al cimitero di Alba sono dedicate a partigiani morti non ancora ventenni). È una storia raccontata in un libro che da quelle parti c’era in tutte le case, «La tortura di Alba e dell’Albese»: l’autore era il vescovo.

 Quando si poté votare, la Dc superò il 50% (ma in molti paesi anche l’80, il 90); il secondo partito era il partito liberale, il terzo il partito repubblicano; anche gli operai votavano Democrazia cristiana (nelle cui file si è formato appunto Crosetto, che di Marene è stato sindaco). Quando da ragazzi cantavamo Bella Ciao, non eravamo neppure sfiorati dall’idea di fare una cosa di sinistra; era un canto che parlava di resistenza, di fiori, di primavera, di memoria: tutte cose belle. (Peraltro i partigiani, com’è noto, non l’avevano mai cantato).

Condannare il fascismo — non solo le orrende leggi razziali: tutto, dallo squadrismo a Salò, sino alle bombe sui treni — non è una questione ideologica ma etica, e anche estetica. Un liberale un po’ dandy e molto anticomunista, Carlo Fruttero, disse una volta che «i fascisti erano brutti. Tutti neri come corvi, con i teschi, il fez, e in bocca sempre la parola morte». Resta il fatto che nell’Italia di oggi questa è un’attitudine minoritaria, forse non solo nel partito di Crosetto. Il quale in fondo ha cantato anche per non dare un dispiacere a Fiorello.

Mantenuti.

Non esiste il diritto alla bella vita se si vive di sussidi dorati, champagne e aerei di cittadinanza. Andrea Ruggieri su Il Riformista l'8 Agosto 2023 

Italia. 1990. I primi telefonini cellulari, in mano a poche persone (ai tempi, prevalentemente professionisti). Un solo operatore pubblico nazionale. Le prime bollette. Im- porto? Due milioni di lire. Cioè più o meno i mille euro di oggi. Si pagava persino lo scatto alla risposta, oltre che i minuti di conversazione. Roba carissima. Per pochissimi. Qualcuno ha nostalgia di quell’andazzo lì, oggi che invece abbiamo da scegliere tra diversi operatori (tutti appartenenti alla galassia inutilmente demonizzata delle multinazionali, anche dette sciattamente “murtinazzzzionali infami” da qualche retrogrado), e che paghiamo anche solo 7 euro al mese per parlare e navigare liberamente quanto ci va?

Io credo proprio di no. Credo che nessuno rimpianga quei tempi. Perché erano per pochi, mentre quei servizi oggi sono per tutti. È per questo che trovo anacronistico non affrontare un serio piano di liberalizzazioni che portino tramite la concorrenza a un miglioramento dei servizi per noi cittadini, a prezzi molto probabilmente migliori di quelli odierni, e alla creazione di posti di lavoro; è per questo che trovo quasi da comunisti ipotizzare di calmierare i prezzi o mettere un tetto al prezzo dei biglietti aerei. È ipotizzabile che le compagnie vogliano recuperare quanto perso nel Covid, mantenendo i prezzi alti, anche se hanno visto abbassare i loro costi? Può darsi. Non lo so. Ma anche loro hanno dipendenti da salvaguardare. Non è che il posto di un dipendente di una compagnia aerea valga meno di altri. E il mercato lo facciamo noi consumatori. Prendiamo meno aerei e vedrete come scendono immediatamente i prezzi. C’è il caro ombrelloni? Andiamo di più in spiaggia libera e chiediamo che si liberalizzino le concessioni balneari.

Chi vi parla è convinto che se il Governo volesse, anziché perdere giorni a discutere delle uscite discutibili ma lecite di qualche responsabile comunicazione del Lazio, ci metterebbe ben poco a varare delle liberalizzazioni serie, che portino vantaggio agli italiani (dai taxi agli ombrelloni, ai servizi locali). Come è convinto che dopo aver varato una legge delega che porti a una semplificazione fiscale (chiariamo: per vedere un taglio tasse effettivo ci vorranno due anni da oggi), debba procedere a una coraggiosa sforbiciata della spesa pubblica per trovare la provvista con cui finanziare un vero shock fiscale, tale che aumentando il compenso netto nelle tasche dei lavoratori, degli autonomi e delle partite iva, questi se ne possano fregare di qualche rincaro, se proprio vogliono prendere l’aereo per andare in vacanza (che – ricordo – è sempre un problema di lusso, non di sopravvivenza).

Perché anche questo va detto: non esiste il diritto alla bella vita gratuita o a buon mercato se si rifiuta il mercato e si crede di poter vivere di sussidi dorati e aerei di cittadinanza. Come non esistono champagne di cittadinanza, Ferrari di cittadinanza, e yacht low cost. E menomale. Andrea Ruggieri

Oziosi.

Poche chiacchiere italiani, per volontà divina, la domenica si riposa. I nostri connazionali sono professionisti nell’interpretare il calendario nel tentativo di sfruttare al massimo ponti e permessi sindacali. Michele Mirabella su la Gazzetta del Mezzogiorno il 19 febbraio 2023.

Gli Italiani sono campioni di astuzia «calendariale». Intendo che sono abilissimi professionisti nell’interpretare il calendario nel tentativo di sfruttare razionalizzando, ma, anche «irrazionalizzando» con furbizie e mascalzonate, l’agenda del lavoro al fine di aumentare il numero dei giorni di riposo con finte malattie, ponti autorizzati solo dalla tolleranza dei datori di lavoro, cavilli del regolamento, permessi sindacali, fughe con travestimenti.

Eppure i giorni di riposo sono garantiti dall’equità̀ del Padreterno che, per primo, se ne assicurò l’uso con semplice e santa programmazione. «Così furono compiuti il cielo, la terra e tutte le loro schiere. Avendo, dunque, Dio compiuto nel settimo giorno l’opera, nel settimo giorno si riposò da ogni sua intrapresa, lo benedì̀ e rese sacro, perché́ in esso si era riposato da ogni sua opera. Queste sono le origini del cielo e della terra quando furono creati. (Genesi, 2, 1-4)».

Andate a controllare, prego, (La Bibbia concordata, Mondadori) e ritroverete, insieme all’ansimante prosa della traduzione severa che non concede nulla alle bellezze della lingua, l’asseverativa certificazione che anche Dio si riposò.

O, meglio, e anche San Girolamo deve averlo capito a fondo, dando di piglio alla «vulgata», che Dio il quale non aveva certo bisogno di riposarsi, ha creato il riposo per l’uomo conoscendolo fragile e bisognoso di requie nella fatica modesta a petto di quella del Padre, ma pur sempre fatica del lavoro quotidiano. Quest’interpretazione che, pure, prelevo dall’illustre traduzione in mia mano, ci dice, dunque, che Dio creatore sa già̀, desolatamente, che le creature cadranno in peccato e dovranno guadagnarsi il pane con il sudore della fronte e lo sa prima che Eva si lasci tentare tant’è che predispone il turno festivo nella corvée a cui sa essere destinata la coppia mortale. Da nessuna parte la Bibbia parla di week-end, va da sé, ma il principio fu fatto salvo: gli uomini, lavoratori a tempo determinato o avventizi, impegnati nelle professioni libere, nel cottimo o nel lavoro interinale, statali o parastatali, commercianti o liberi professionisti, operai, contadini, militari e ragazzi, intesi come gli studenti, arrivati a sei giorni di cartellino timbrato a vario titolo, dovranno riposare. Dovranno, badate bene, non potranno.

Il settimo giorno non lavorativo non dipenderà̀ dall’elargizione benevola del datore di lavoro o dalle conquiste sindacali o dai regolamenti ma dalla volontà̀ divina e, quindi, poche chiacchiere: la domenica si riposa. E, almeno nel mondo cristiano, ma, anche, con diverse e più̀ terrene intenzioni, anche altrove si è oziato con vigoroso entusiasmo e con indiscussa devozione fino all’invenzione del campionato di calcio che, prevalentemente giocato di domenica, ha implicato una revisione astuta della scelta divina e molti compromessi dubbi, ma lucrosi.

Per volontà̀ di Dio, dunque, il Sabato ebraico fu sostituito poi, dalla Domenica, giorno del signore, dal latino Dominus, dopo la venuta di Cristo in terra, venuta problematica e non proprio rilassante come ancora testimonia e racconta la festa del Natale. Quest’anno capita di lunedì̀ e, per gli indaffarati contabili, è una sfida. Credo che, sin da ora si siano messi ad architettare un trucco per portare ad un’intera settimana i giorni di riposo e ozio. Passi riposare anche il sabato, ormai è usuale, passi festeggiare Santo Stefano, ma il 27 si torni al lavoro. Dio, che non paga il sabato, ne terrà conto.

Il termine ebraico Shabbat significa, letteralmente, cessare, cioè̀ smettere: smettere le attività̀, non lavorare, non affaticarsi nel senso etimologico della condanna biblica. La domenica, più̀ veniale imposizione del Cristianesimo, sancì̀, però, non gli ozi calcistici, bensì̀ il dovere di rispettare il sacrificio della messa e, con ciò̀, l’implicita ammissione che a Dio si sarebbe dovuto dedicare il riposo e non a pratiche, diciamo così, ludico sportive. Accadde che una moderna normativa europea conceda di spostare il giorno del riposo, della cessazione dalla fatica, dalla domenica ad altro giorno a piacere secondo le convenienze moderne degli stati. Una grossolana idiozia. Sui calendari di tutto il mondo cristianizzato, ma, anche nelle contrade o tra genti laiche e agnostiche, sul calendario compaiono segnati in rosso i giorni di Dio suggeriti dalle vicende astronomiche affascinanti e divine per l’appunto. Dio non paga il sabato suggerisce il nuovo testamento, il sabato o la domenica riposa per far riposare noi, sue creature. Così ha da essere e così sarà̀, spero fino alla fine dei tempi.

Con tutti i pensieri che ha, non vorremo caricare il Padre eterno anche di questo peso: orientarsi tra mille calendari diversi, fantasiosi e miseramente pagani. «Domenica è sempre domenica», come cantava di sabato sera in televisione un signore elegante e distinto alle donzellette del borgo Italia.

Donzellette che cominciavano a non venire più̀ dalla campagna: avevano trovato casa in città e pagavano il televisore a rate lavorando sei giorni a settimana. Quelli stabiliti, non a casaccio.

Mirella Serri per “La Stampa – TuttoLibri” il 3 aprile 2023.

«Fascismo regime» o «fascismo movimento» secondo la celebre distinzione fatta dal più grande interprete della dittatura, Renzo De Felice? Fascismo fondato sull'azione risolutrice dell'arditismo dannunziano e sull'imposizione dei valori della guerra oppure «regime» caratterizzato dai compromessi con la monarchia, con la classe dirigente tradizionale e con la Chiesa?

 Non è esattamente così: adesso a rimescolare le carte e a spiegarci i lati oscuri della personalità del Duce - che non fu mai «un grande statista», capace di progetti per uno sviluppo progressivo del Paese - arriva il nuovo libro di uno dei più noti storici del fascismo, Mimmo Franzinelli, Mussolini racconta Mussolini.

 (...)

 Professor Franzinelli, lei descrive non solo l'ambito privato di Mussolini ma le sue folli autocelebrazioni e le cupe zone d'ombra che condizionano la vita pubblica. Tratteggia la figura del dittatore in balia di una lucida follia che non può non impressionarci. Come è arrivato a queste conclusioni?

«Operando selezioni dall'Opera Omnia di Mussolini curata da Duilio e Edoardo Susmel. Ho composto un'inedita sequenza autobiografica, nella quale è arduo distinguere il pubblico dal privato.

 Mussolini che parla o che scrive di se stesso attua falsificazioni continue della realtà. È impressionante: si tratta della costruzione sociale della menzogna come leva di comando. Cambia e modifica le sue posizioni, senza compiere mai scelte lungimiranti o che guardino all'interesse pubblico. Si muove a seconda di stati d'animo e di convenienze.

Questa alterazione dei dati di realtà l'ha operata fin da quando rievoca l'infanzia: ci descrive la sua scuola con toni molto letterari e costruisce un'atmosfera dickensiana. Si tratta dei Salesiani di Faenza, dove con una disciplina militaresca istitutori sadici si sfogano contro chi non può difendersi. Benito, entratovi a nove anni come scolaro di terza elementare, è punito per le sue posizioni controcorrente.

 (...)

 Mussolini opera forzature della realtà anche narrando la prima guerra mondiale?

«Per tenere aggiornati i lettori, pubblica sul Popolo d'Italia un vigoroso Giornale di guerra in cui racconta tremende avventure al fronte, scontri sanguinosi e colpi di cannone. Al contrario, in privato comunica invece all'amico Torquato Nanni che si trova in luogo dove "nulla di importante accade".

 (...)

Quel che è peggio, si autoconvincerà delle sue stesse esagerazioni, in una visione artefatta, idilliaca della Grande Guerra che influenzerà la sua visione di quella che sarebbe stata la partecipazione dell'Italia al secondo conflitto mondiale».

 Una megalomania che porterà Mussolini a farsi carico di iniziative inutili e azzardate, con migliaia di vite umane mandate allo sbando?

«Successe ad esempio nella campagna italiana di Grecia. Nel marzo 1941 una serie di telefonate dal fronte greco-albanese mostrano l'abissale distacco di Mussolini e l'incomprensione degli avvenimenti.

Era convinto di rinvigorire con la sua sola presenza i combattenti e di respingere la controffensiva ellenica. Dapprima è entusiasta per l'accoglienza tributatagli dalla truppa: "Mi sento ringiovanito di almeno 25 anni. Questa è veramente un'atmosfera eroica e forte e sana". Poi la visione di feriti e morti lo turba. Però insiste: "Vinceremo!

 Questa è la vera Italia, quella che io ho voluto". Poi ammette con Claretta il crollo di ogni aspettativa: "Tutto va diversamente da come avevo creduto! La prima settimana è stata entusiasmante, accesa e viva; la seconda di attesa, di speranza, di alternativa: tutto inutile". Ma attribuirà la colpa della sconfitta agli italiani capaci di fare solo "i loro porci comodi" e non invece di sacrificarsi per l'ideale».

Dal momento in cui diventa Duce, il suo Io tronfio non conosce più limite?

«Esasperato dal divario tra ambizioni e realtà, batte sempre sul nervo scoperto dei connazionali inetti: "L'entusiasmo è un'apparenza. La verità è che sono stanchi di me, che li faccio marciare. Perché loro vogliono sedere, hanno le emorroidi…".

 Contemporaneamente confida solo in se stesso e nel suo potere. Ma le sue drammatizzazioni si scontrano sempre con quello che accade. In privato smentisce persino la retorica imperiale.

A Claretta ricorda che i suoi uomini in Etiopia sono tutto il contrario di quello che appaiono e si mostrano ladri, infedeli o inclini ad accoppiamenti indebiti "con le negre", come il governatore Alessandro Pirzio Biroli che prediligeva le minorenni e che sarà pertanto destituito da Mussolini.

 I commenti che riferì all'amante sull'attuazione delle leggi antiebraiche del 1938 furono spietati. Lo irritava la solidarietà dei suoi concittadini con i perseguitati. "Questi schifosi di ebrei, bisogna che li distrugga tutti...".

 Era convinto che le sue considerazioni negative cambiassero la realtà. Pensava di risollevare i destini della guerra con i suoi discorsi - e gli yes-men che aveva intorno glielo facevano credere. Si mise persino a disegnare personalmente le divise dei gradi militari più elevati. Come se un fatto estetico potesse mutare l'andamento fallimentare del conflitto mondiale».

Il persistente senso di onnipotenza condiziona il Duce anche verso la fine della sua vita, a Salò?

 «Direi di no, prevale l'autocommiserazione e la sfiducia. Nel discorso del 24 giugno 1943 sull'emergenza italiana eccolo pronunciare una serie di strafalcioni: confonde la battigia col bagnasciuga, scambia Protagora con Anassagora. Chiederà a Claretta se si è accorta "delle gaffe... delle frasi fuori luogo". È incapace di reagire, vive in perenne stato confusionale».

 Professore, le autorappresentazioni schizofreniche che nella fase giovanile avevano alimentato lo spirito antisistema, vitalismo, entusiasmo e fiducia, al tramonto della sua esistenza diventano stanchezza, desiderio di morte?

«Aumentano la labilità e l'insicurezza. Ma nella sua condizione di borderline, da vero megalomane Mussolini non si smentisce mai e gli rimane la propensione ad assolversi per la rovina d'Italia, presentandosi come vittima di oscuri complotti».

Estratto dell’articolo di Andrea Minuz per “il Foglio” il 3 aprile 2023.

Flaiano, che rivendicava il copyright del titolo, avrebbe seguito con gran divertimento la lunga marcia dei “Vitelloni” dall’Italia del boom a quella di Instagram. Perché se la metafora bovina non dice granché ai millennial, basta ricalibrarla sulle nuove sensibilità linguistiche ed eccoci di nuovo al punto di partenza. Ecco i “bamboccioni” di Padoa-Schioppa, subito ammorbiditi poi nei “choosy” della Fornero.

 Ecco i falsi percettori di reddito di cittadinanza che stanno tutto il giorno al bar […] i nuovi vitelloni-influencer, tatuatissimi, sculettanti, muscolosi, ecco i vitelloni bad-boy come Fabrizio Corona, o i vitelloni frivoli, come Gianluca Vacchi, supervitellone postmoderno […]

Ecco il dramma dei “Neet”, asettico indicatore statistico per immortalare “quei giovani che non studiano, non lavorano, non sono impegnati in alcuna attività formativa”, di cui vantiamo […] il primato europeo. E quanti giovani artisti, scrittori, performer, ma anche content creator “impiegati presso me stesso”, osservatori di serie tv, umarell di Twitter e registi precari costretti a logorante attesa per un esordio con opera prima sovvenzionata dai fondi a pioggia del Pnrr, o da provvidenziale crowdfunding in famiglia.

 “I Vitelloni” di Federico Fellini compie settant’anni e se li porta benissimo (lo si festeggia a Rimini con un convegno di due giorni, il 13 e 14 aprile, organizzato dal Fellini Museum e dall’Università di Bologna). L’immortalità al cinema si concede davvero a pochi titoli, ma ci sarà un motivo se Stanley Kubrick lo metteva al primo posto dei suoi preferiti e se Scorsese lo ha rifatto in salsa americana con Harvey Keitel e Robert De Niro vitelloni a Little Italy in “Mean Streets”.

[…] Il film con cui Fellini diventa Fellini, […] diventa subito un fenomeno sociale. La parola, che ai distributori assai terrorizzati suonava incomprensibile, entra nel lessico italiano come capiterà poi con “paparazzo”, “dolce vita”, “amarcord” (dopo il successo del film, i produttori proponevano con insistenza a Fellini un sequel dal titolo “Le vitelline”, già in quota gender-balance). Si aprì un mondo. Il telefono di Fellini squillava in continuazione. Vitelloni da tutta Italia reclamavano un posto nel prossimo film del Maestro, chiedevano di essere ricevuti, si erano riconosciuti, volevano sfogarsi, volevano raccontare le loro gesta di vitelloni.

 Fellini aveva toccato un nervo scoperto: “Da molte parti d’Italia, giovani provinciali in tutto e per tutto simili ai protagonisti del famoso film, si sono presentati al regista affinché risolvesse il problema della loro vita”, titolava il Corriere della Sera nell’inverno del ’53. […]  fu “l’inedita scoperta della provincia italiana”.

Perché è qui che cambia la storia del cinema italiano. Fellini e Flaiano intuiscono molti anni prima di Maria De Filippi quanto la provincia sia il cuore di questo paese, il suo grande inconscio collettivo, un paese di borghi, contado, comuni e cittadelle, città invece poche, e dalle pretese metropolitane sempre disattese. Una “provincia che è dentro di noi”, come dice per l’appunto Maria che la sa lunga. Prima dei “Vitelloni” la provincia al cinema non esisteva. C’erano Roma, Napoli, Milano, c’era l’epica contadina di “Riso amaro”, quella marinara e verghiana de “La terra trema”, c’erano la campagna, il folklore, le piccole località, “L’imperatore di Capri”, “I pompieri di Viggiù”. Ma l’anonimia della piccola provincia borghese no.

Una provincia in cui si riconosceranno tutti, da Scorsese a Italo Calvino. […] Quella dei “Vitelloni” è una provincia immaginata, sognata, ricordata. Una provincia di chiunque, coi suoi tratti immediati, distillati, facilmente riconoscibili anche per gli spettatori americani, finlandesi o giapponesi: il caffè, la passeggiata sotto i portici, il molo, le desolazioni improvvise, il gran torpore, la noia. […] “I Vitelloni” è certo il film di Fellini dove più si vede all’opera il saccheggio, la sfrontata ruberia felliniana di idee, ricordi, situazioni tipiche di Flaiano. Ma qui sta appunto anche il miracolo.

[…] Flaiano scriveva e teorizzava alla fine degli anni Trenta, sulla rivista “Cinema”, quando spiegava che i luoghi nei film vanno inventati, rifatti con pochi tratti essenziali, altrimenti ci si addormenta nel cliché, nel luogo comune della cartolina […] Ecco quel che tutti i film a tema “vitelloni” venuti dopo non hanno, dai “Basilischi” di Lina Wertmuller ai “Laureati” di Pieraccioni e alle variopinte muccinate di provincia o meno: la cartolina del luogo è più forte del “sentimento universale della provincia”.

 […] “I Vitelloni” è poi […] il gesto dell’ombrello di Sordi, fragorosa spernacchiata ai “lavoratori della malta” con pestaggio a seguire degli operai giustamente incazzati. L’immagine più libertaria e liberatoria della storia del cinema italiano, insieme alla “cagata pazzesca” della corazzata Kotiomkin, altro che i tappeti di bandiere rosse in “Novecento” di Bertolucci. Un affronto al totem sindacale, alla religione del lavoro, al culto astratto dell’operaio, in un momento in cui il lavoro è valore supremo della costellazione politico-cinematografara del comunismo italiano. Il fatto è che i vitelloni proprio non vogliono lavorare. Non è che non lo trovano, o non li pagano abbastanza o non si piegano allo stage non retribuito, macché. […] Non gli va e basta. Non ne hanno in fondo così bisogno.

Sono piccolo-borghesi, […] meglio stare a casa, meglio i pomeriggi passati al caffè a immaginare avventure fantastiche e salgariane tirando poi fino all’alba. All’appuntamento col miracolo economico i vitelloni arrivano già spompati. Non hanno la tempra dei padri che han fatto magari la Resistenza, ma ne sentono tutto il peso addosso, ora che tocca a loro, ora che dovrebbero rimettere in moto un paese nuovo e libero […] E anche questi giovani che in piena euforia del boom non vogliono lavorare, non vogliono crescere, non vogliono diventare nessuno […]

Scettico e disincantato come sempre, ma ancora di più davanti alla retorica del “miracolo”. L’Unità, invece, rimproverava a Fellini la mancanza d’analisi e di esplicita condanna di questi “mantenuti, arrivati sulla soglia dei trent’anni con una mentalità da bambini”.

 Sono comunque tutte cose che erano già nell’aria: “Il mammismo”, breve saggio di Corrado Alvaro, esce l’anno prima del film, e “La provincia addormentata”, raccolta di racconti di Michele Prisco che era molto piaciuta a Flaiano, è del 1949. Subito dopo arriveranno le ricerche di Banfield sul “familismo amorale” degli italiani. Fellini e Flaiano fiutano, rapinano, rilanciano.

E il film deborda, sconfina subito nell’immaginario, trova il nome giusto a tutta un’antropologia italiana sommersa che nessuno sin lì aveva saputo raccontare così bene, fissando tipi precisi, maschere che rivivono a ogni generazione, basta aggiungere Instagram o TikTok, come l’intellettuale di provincia col manoscritto sottobraccio, fallito ancora prima di iniziare, che nel film ha la faccia stralunata e perfetta di Leopoldo Trieste. Poi i vitelloni si confonderanno coi playboy da riviera, farfalloni, sbruffoni, sempre a caccia di turiste tedesche, olandesi, svedesi, in vacanza a Gabicce, Misano Adriatico, Riccione. Un vitellone performer sessuale, che Fellini farà rivivere anche nel “Casanova”, archetipo del gran vitellone italiano. […]

Estratto dell’articolo di Paolo Bianchi per “il Giornale” il 4 aprile 2023.

Rispetto ad altri critici del costume a lui contemporanei, come Ennio Flaiano nella letteratura e nel giornalismo, Marcello Marchesi nella scrittura anche pubblicitaria e pop, Dino Risi, Mario Monicelli, Ettore Scola nel cinema, Age & Scarpelli nella sceneggiatura, Gian Carlo Fusco appare oggi, e diciamo pure ingiustamente, più defilato.

 Eppure è stato un intellettuale fra i più affascinanti del Novecento italiano. Un vero e proprio personaggio, artista anche nella vita. Un libro ci dà una mano a incontrarlo, e chi non l’avesse mai conosciuto lo può addirittura riconoscere, come se già l’avesse letto in passato, tanto egli ha influenzato molte altre personalità più famose.

 Il volume, intitolato come una rubrica che Fusco tenne sul mensile Successo tra il 1959 e il 1963, s’intitola Arpa e cannone (Aragno, collana Ante litteram diretta da Luigi Mascheroni, pagg. 286, euro 30) ed è curato da Dario Biagi […]

 Ci sono i primi travestiti, esibiti nei night club come punte di diamante di elusione morale, di trasgressione parigina; le figlie bambine degli avvocati che urlacchiano in salotto incoraggiate dalla famiglia adorante a diventare cantanti sanremesi. Mike Bongiorno e il medioevo dei telequiz. Lapidi commemorative in onore di domatori di tigri.

È già la società falsificata dello spettacolo, insomma. Che Fusco conosceva bene, lavorando anche come sceneggiatore di cinema, autore teatrale e radiofonico, attore. Un mondo di nuovi idoli, costruzioni di sogni collettivi, come la Anita Ekberg della Dolce vita, che si presenta a una serata di presentazione alla Terrazza Martini di Milano, sfolgorante e plastica come la polena di una nave vichinga, ma i cui tratti del volto a poco a poco si trasfigurano nella maschera di un gerarca nazista.

 […]

 Civetteria, vanità, narcisismo. Tratti comuni nella popolazione, ma soprattutto in quella borghese. Esemplare il pezzo «Cento pittrici», che descrive una mostra tutta al femminile, con le protagoniste avide di elogi e gli uomini trincerati dietro il loro maschilismo.

La satira si abbatte soprattutto sui borghesi, sui neoricchi, sui miliardari cafoni, sugli arrampicatori sociali, sui privilegiati arroganti.

 Molto di rado Fusco sbeffeggia il proletariato, anzi ne certifica la fatica di vivere, e così facendo mostra una compassione profonda: i poveri che vanno ai Mercati generali per aggiudicarsi a miglior prezzo la verdura guasta. Una donna reduce dalla morte di un figlio al quale non aveva fatto in tempo a soddisfare un modesto desiderio. Ex fascisti traditi dalle promesse di un regime buffonesco e dalle sue tragiche conseguenze. […]

Dagospia il 4 aprile 2023.

Dal volume “Arpa e cannone” (Aragno) traiamo l’articolo di Gian Carlo Fusco “Gioventù senza zanzare”, uscito sulla rivista “Successo” nel maggio 1961

Montanelli è preoccupato. L’Italia d’oggi non piace ai giovani. Molti di essi, che alla fine della guerra frequentavano dignitosamente l’asilo, stanno ripiegando sul passato regime.

S’iscrivono all’M.S.I. Risalgono idealmente l’erta degli anni. Scavano fra le macerie morali e materiali dell’altroieri, per raccogliere e spolverare le vecchie immagini neglette, le parole d’ordine derise, il corporativismo e la romanità.

 Il tono beffardo e irriverente degli anziani antifascisti, quando discorrono del “ventennio”, urta e ferisce questi giovani che la democrazia, per quanto si metta in décolleté, non riesce a sedurre. Per fortuna, nel ripostiglio più geloso delle loro camerette, conservano le vecchie fotografie scampate ai falò del luglio ’43 e dell’aprile ’45. Le contemplano assorti. Dimenticano la pena di essere giovani in questo 1961, così piatto e incolore, tuffandosi con l’immaginazione nelle adunate oceaniche, nelle masse galvanizzate, nelle esultanze solari dell’era littoria.

 Solo la speranza che qualcosa di quegli anni ritorni, li aiuta a sopportare gli squallori della democrazia e l’ottusità ridanciana degli anziani antifascisti. Rinunciano alle nazionali, al cinema con la ragazza, alla partita domenicale, per corroborare, nel loro piccolo, le casse missine. È duro, aver vent’anni con vent’anni di ritardo! A che servono questi vent’anni, quando non c’è più un casco coloniale da mettersi, qualche zanzara albanese per prendersi un po’ di malaria, un’occasione di congelamento? È spaventosa, a vent’anni, l’idea d’invecchiare così, sani, con tutte e due le gambe, tutt’e due le mani, il naso, gli occhi, tutto!

 No, i giovani che allo scoppio della guerra scalciavano ancora nelle viscere materne, non credono ai racconti grossolani e buffoneschi degli anziani antifascisti, secondo i quali il regime non fu che una lugubre farsa. Anzi, a furia di ascoltarli, si sono convinti del contrario. E per dimostrarlo, s’iscrivono all’M.S.I.

Tutto ciò preoccupa Montanelli, il quale, sotto la sua buccia strafottente, è più sensibile di quanto s’immagini. Con qualche apprensione da chioccia politica. Tanto che, giorni or sono, dalle colonne del suo giornale, si è rivolto ai suoi amici e coetanei antifascisti più o meno così: «Se le nostre sghignazzate urtano la suscettibilità di questi ragazzi assetati di obbiettività, smettiamola una buona volta di mettere alla berlina il passato regime. Sorridiamone, al più, e con la massima discrezione. Forse è l’unico modo per tamponare l’emorragia dei giovani verso l’estrema destra».

 Siccome fra gli antifascisti di mezza età amici di Montanelli ci sono anch’io, ho il diritto d’interloquire. Dicendo che non solo continuerò a sghignazzare liberamente del fascismo (le cui vittime soltanto, comprese quelle che ci credettero, ispirano rispettosa tristezza), ma anche di questi giovanotti che nel 1961, anziché sognare la Loren, sognano Mussolini e s’iscrivono all’M.S.I.

Che c’è da preoccuparsi? I più intelligenti, prima o poi, torneranno in qua. I fessi resteranno là. Finché, al primo 25 luglio che capita, non li ritroveremo più né là, né qua, né sotto, né sopra. O che un teli rammenti, Indro, i loro babbi?

Antipolitici.

Estratto dell’articolo di Paolo Di Paolo per “la Repubblica” il 3 aprile 2023.

[…] In Francia, il tema delle pensioni, proiettato su un orizzonte più ampio, assume i contorni di una richiesta radicale di ripensamento dello schema lavoro-tempo libero come tempo umano. In Portogallo, appannato il sogno del “buen retiro” per pensionati stranieri, le proteste riguardano essenzialmente l’aumento degli afflitti e i prezzi delle case, una già impressionante crisi abitativa che l’inflazione rende anche più minacciosa. Nella capitale, Lisbona, gli affitti sono saliti del 65% e i prezzi delle case del 137%.

La Germania, alle spalle la lunga era Merkel, lo scorso 27 marzo ha vissuto uno degli scioperi più significativi degli ultimi tre decenni: l’istanza di base ha a che fare con l’aumento dei salari. Astensione dal lavoro e protesta di piazza: strategia “classica”, otto- novecentesca, anticapitalista. E se gli anni Venti di questo secolo stessero ricominciando da lì?

All’aeroporto di Bordeaux, così come in quello di Parigi Charles De Gaulle, l’altra sera - in sale d’attesa sovraffollate per le decine di voli cancellati - non ho registrato fra i passeggeri discorsi di grande insofferenza.

 Una rassegnazione calma, e semmai complice: con la determinazione dei “disobbedienti” civili disarmati. Che nelle grandi capitali belle e gentifricate, con gli affitti alle stelle nei centri storici e periferie geografiche ed esistenziali sempre più in affanno, ritrovano uno slancio quasi rivoluzionario.

 O sarebbe meglio dire lo spirito della democrazia come partecipazione e dialettica: dove l’astensione indica sfiducia radicata e distanza dalle istituzioni, i corpi la riassorbono accostandosi ai luoghi del potere. […]

 È il rompete le righe di un lungo lockdown del disincanto? L’infrazione collettiva del codice cinico: chi l’ha detto che niente può cambiare? Come da settimane a Tel Aviv, così nel cuore dell’Europa si rivede la piazza! E sarebbe fuori fuoco leggerla con i paradigmi anti-politici e populisti che hanno intossicato il trapasso del Novecento.

 No, sono piazze politiche, intensamente politiche: così come quelle che […] hanno negli ultimi anni costretto i leader del mondo a mettere - almeno formalmente - la questione climatica in testa all’agenda. «Hai dimenticato, mio caro, quanto rumore faceva il tumulto», scriveva un intellettuale tedesco di pensieri ruvidi e battaglie civili come Hans Magnus Enzensberger.

Ma bisogna sapere - aggiungeva, guardando a geografie lontane dall’Europa che il tumulto non finisce mai. Magari ha luogo «dove abbiamo la fortuna di non vivere», è solo una questione di prospettiva.

 O di tempo: se, come sembra, torna a lampeggiare nelle strade e nelle piazze del continente che chiamiamo vecchio e che lo è sempre di più. Fa l’appello e la conta una società civile che non vuole limitarsi a sperare, né accetta di vedersi sventolare sul naso una bandiera ingannevole con scritta la parola futuro.

 Forse è tornata a credere che la politica non è solo un modo di pensarsi e di vedere il mondo, ma è «questione di vita o di morte », per usare le parole di uno scrittore francese nato sei decenni dopo Enzensberger, Édouard Louis. Fai ancora politica?, gli domanda il padre. Il figlio dice sì. Fai bene, risponde il più vecchio, ci vorrebbe proprio una rivoluzione. E in Italia?

Mentre in Francia, Germania e Israele il popolo scende in piazza, noi litighiamo per i gay” Vittorio Feltri spiega a modo suo perché noi siamo un popolo incapace di far valere i propri diritti

Mondo nel caos. E l’Italia sembra quasi tranquilla. (Vittorio Feltri – Libero quotidiano il 28 marzo 2023) – Non si può certo dire che l’Italia sia un modello di tranquillità pubblica, ma se ci guardiamo attorno, esaminando quanto accade nel mondo, non possiamo di certo lamentarci troppo. Ieri abbiamo esaminato il casino che avviene in Francia a causa dell’allineamento della età pensionabile, che poi è un problema del piffero.

Comunque da noi certe cose assurde non si verificano. Osserviamo la realtà e scopriamo che in Israele sta succedendo un putiferio dall’esito incerto, visto che è impossibile capire quale sarà il destino di Netanyahu, alle prese con un caos nazionale incomprensibile per noi poveri tapini.

Anche in Germania, che noi abbiamo erroneamente considerato da anni la patria dell’ordine, i cittadini litigano furiosamente per vari e ignoti motivi. Per non parlare della Tunisia che è un bordello a cielo aperto e fomenta l’emigrazione, indovinate dove? Qui da noi che già siamo invasi dagli sfigati di ogni nazionalità africana e non sappiamo più come e dove ospitarli decentemente. Che dire poi del Brasile alle prese con drammi politici sconosciuti?

L’Italia non sarà il paradiso terrestre, anche noi siamo alle prese con notevoli grane, se proprio dobbiamo giudicarci non siamo i campioni del mondo, ma se ci confrontiamo con numerose altre nazioni, che talvolta abbiamo ammirato, possiamo vantarci: non saremo i migliori del globo terracqueo ma sicuramente non i peggiori.

Basti pensare che non avendo null’altro da fare litighiamo per la maternità surrogata, l’utero in affitto, i diritti degli omosessuali (di cui non ci importa nulla o quasi). Senza contare che il cosiddetto dibattito pubblico prevalentemente romano verte per lo più sulla nuova segretaria del Pd, Elly Schlein, alla quale qualcuno attribuisce la forza di un leone e altri quella di un coniglietto.

Insomma il mio breve esame della situazione fornisce molti motivi consolatori sullo stato delle nostre istituzioni, ingiustamente criticate o almeno troppo criticate. Chi si accontenta gode, e allora godiamo e buona notte. Aspettiamo l’alba senza stracciarci le vesti, non sarebbe il caso.

L’Italia non è la Francia: per cambiare le cose serve combattere la rassegnazione.

(Ferdinando Boero – ilfattoquotidiano.it il 28 marzo 2023) – Ultimamente ho usato spesso la parola rassegnazione per descrivere come, in Italia, si reagisca a fatti che, in Francia e in Germania, generano sollevazioni. I francesi sono diversi da noi, a quanto pare. Sono abituati a combattere “come popolo”. Hanno fatto la Rivoluzione Francese (1789) e poi la Comune di Parigi (1871), fino al maggio Francese (1968), e ora sono di nuovo per strada. L’Italia, dal canto suo, ha riunificato il paese con le sollevazioni che hanno sostenuto l’impresa dei Mille (1860-61), senza però liberarsi dalla monarchia, ma poi ha realizzato il fascismo (1922-43), in parte riscattato dalla Guerra di Liberazione (1943-45). Il pericolo di un ritorno al fascismo col governo Tambroni (1960) fu scongiurato da moti di piazza in molte città italiane (da Genova a Reggio Emilia) e, sempre a Genova, la contestazione al G8 (2001) vide scontri per le strade e episodi di tortura. La parentesi del terrorismo brigatista, iniziato nel 1970, non ebbe grande seguito di piazza che, invece, dopo l’assassinio di Guido Rossa (1979) da parte delle brigate rosse, si mobilitò contro il terrorismo, negandogli legittimazione popolare.

Lo stravolgimento politico, in Italia, non avvenne nelle piazze ma nelle aule dei tribunali, nel 1992, con Tangentopoli, seguita però dal Berlusconismo (1994-oggi), una sorta di restaurazione del sistema pre-Tangentopoli: i moti di piazza furono sostituiti dalla propaganda televisiva. La reazione alla corruzione dilagante di una Tangentopoli mai finita trovò sfogo nel Movimento Cinque Stelle (2012-oggi) che, invece di usare la televisione, scese in piazza con i comizi di Beppe Grillo e usò la rete come nuovo strumento di diffusione del dissenso, senza alcun ricorso alla violenza fisica.

Grillo, se non ricordo male, disse che senza il M5S la rabbia popolare avrebbe fatto scorrere il sangue per le strade e, infatti, non si sono mai registrate violenze fisiche nelle manifestazioni dei 5S. Violenze verbali sì: mandare affanculo chi ha portato il paese sull’orlo del baratro è liberatorio, ma non basta; la ribellione verbale si è concretizzata in azione politica, ha vinto le elezioni ed è andata al governo. I professionisti della politica si sono subito coalizzati per delegittimare i 5S, dipingendoli come populisti, incapaci, scappati di casa.

Anche i 5S hanno contribuito alla propria delegittimazione. Come quando hanno chiesto il ministero della transizione ecologica, puntando sulle tecnologie senza badare all’ecologia, considerata un nemico della transizione ecologica dallo stesso ministro della transizione ecologica. I 5S sono stati una speranza contro la rassegnazione, hanno portato alle urne moltissimi non votanti e, dato che hanno fatto molto di quel che promettevano, sono stati attaccati da tutti. Prima di tutto dai loro potenziali alleati: Letta ha preferito perdere le elezioni che allearsi con loro, calandosi le braghe di fronte a Calenda che, esaminata l’offerta, ha preferito rivolgersi a Renzi, il kamikaze della politica, emulo mal riuscito di Macron.

Il disegno ha avuto successo: i 5S hanno perso i voti che erano riusciti a strappare a chi era rassegnato all’ineluttabilità del “tanto sono tutti uguali”, i non votanti sono il primo partito e vincono le destre, con una minoranza di voti rispetto ai votanti potenziali. L’incontro elettorale è stato vinto dalla squadra di destra perché nella squadra contendente i giocatori si sono messi a tirare nella propria porta. Si tratta di un capolavoro degno degli antichi maestri della guerra che, da sempre, sanno che dividere il nemico è il modo migliore per vincere le battaglie. Se poi il nemico è rassegnato e non combatte (vota) è ancora meglio.

Da sempre, i giovani reagiscono energicamente a situazioni di stress: non sono rassegnati, non hanno paura dei rischi, non sono “prudenti”. Gli anziani, di solito, li usano per combattere le loro guerre e cercano di controllarli con metodi più o meno raffinati, che vanno dalla religione, alle droghe, al consumismo, alle fake news in rete. I giovani francesi si stanno mobilitando per sostenere le rivendicazioni dei loro genitori ma, accanto alle pensioni, stanno chiedendo soluzioni per i problemi ambientali, la transizione ecologica e molto altro. Noi italiani abbiamo accettato con rassegnazione lo spostamento verso i 70 anni dell’età pensionabile, i giovani fuggono dal paese, e smettono di fare figli. La transizione ecologica che si dovrebbe realizzare con il Pnrr pare stia diventando una gara d’appalto senza appalti, e la restaurazione vede al potere il tris politico che già ci portò sul baratro del default.

Confesso che, pur con tutti i suoi limiti, la strada del M5S (vinciamo le elezioni e cambiamo le cose) mi pare di gran lunga preferibile rispetto ai moti per le strade. Il tanto vituperato Danilo Toninelli è riuscito, da ministro dei Trasporti, a ricostruire il Ponte di Genova in tempi record e, a quanto pare, senza ruberie. Giuseppe Conte ha convinto la Commissione Europea a darci i miliardi del Pnrr, quando tutti gli dicevano di prendere il Mes. Gli è stato tolto, il merito se l’è preso Mario Draghi, la cui agenda era quella di Conte, e ora è in mano a chi sta dando prova di non sapere come fare. Viviamo tempi molto interessanti.

L’epopea dei fazzoletti rossi fu l’ultima rivolta. Perché fu occupata la fabbrica Fiat di Mirafiori, 50 anni fa gli operai si presero il potere. David Romoli su Il Riformista il 29 Marzo 2023

Cinquant’anni fa, il 29 marzo 1973, la Fiat Mirafiori, il più grande stabilimento industriale d’Italia, fu occupata dagli operai. Non succedeva dal 1920. Non sarebbe più capitato. Gli operai scelsero la forma estrema di lotta da soli, senza attendere le disposizioni né dell’Flm, che riuniva i sindacati metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil, né della sinistra extraparlamentare, che pure a Mirafiori era incisiva.

Al culmine di una vertenza durissima, che si prolungava da sei mesi e fu probabilmente il conflitto più aspramente combattuto negli anni della grande rivolta operaia in Italia, furono gli operai in totale autonomia a coprirsi il viso con i fazzoletti rossi, per non essere riconosciuti e licenziati, e a bloccare tutti i cancelli della mostruosa città-fabbrica. Il giorno dopo, 30 marzo, su tutti i cancelli di Mirafiori sventolavano le bandiere rosse, tutti erano presidiati in forze dai “fazzoletti rossi”. L’azienda rispose con un comunicato minaccioso: «Di fronte agli episodi di occupazione avvenuti il 29 e il 30 marzo la Fiat ha deciso di chiedere l’intervento dell’autorità giudiziaria per essere reintegrata nella piena disponibilità degli stabilimenti occupati». L’occupazione invece proseguì, solo sulla carta il primo aprile, giorno di festa, concretamente, pur consentendo l’entrata dei dirigenti, il 2 aprile. Una settimana dopo fu firmato il contratto.

Nell’esaltazione del momento alcuni considerarono quel contratto “un bidone”. Fu invece l’accordo migliore mai strappato dagli operai metalmeccanici e segnò il livello più avanzato di contropotere nella gigantesca fabbrica che, sino a quattro anni prima, era stata il simbolo stesso della sconfitta operaia. A Mirafiori non si scioperava mai, neppure nelle settimane quasi insurrezionali che nel ‘60 avevano abbattuto il governo Tambroni. A Mirafiori il sistema di potere creato da Vittorio Valletta, basato su una disciplina ferrea combinata con un welfare avanzato, aveva schiacciato per oltre 15 anni ogni forma di conflittualità. A Mirafiori, nel ‘68, solo 556 lavoratori su 50mila aderivano alla Fiom, il sindacato metalmeccanico della Cgil, e i comunisti erano ancora meno: 218. L’esplosione improvvisa e del tutto imprevista della primavera ‘69 rovesciò il quadro in poche settimane, facendo di Mirafiori l’epicentro del conflitto sociale in Italia. La vera e propria battaglia combattuta tra l’ottobre 1972 e l’aprile 1973 sancì un contropotere operaio che fu sconfitto solo dopo 7 anni, nel 1980.

Quel conflitto senza precedenti è stato quasi cancellato da una memoria che riduce gli anni ‘70 alla lotta armata e la rivolta operaia all’autunno caldo del ‘69. Lo racconta ora un libro di Chicco Galmozzi, all’epoca militante di Lotta continua e operaio alla Breda di Milano, poi tra i fondatori di Senza tregua e Prima linea, Marzo 1973, Bandiere rosse a Mirafiori (DeriveApprodi, 2023, pp. 128, euro 14.00). Quella di Galmozzi è un’analisi dell’intero ciclo 1968-73. A partire dalle prime insorgenze del ‘68, che non fu solo studentesco, e dalla rivolta improvvisa del ‘69 sino ai fazzoletti rossi del ‘73, Galmozzi analizza le radici della nuova conflittualità operaia. Le rintraccia in una composizione di classe trasformata dall’ingresso di decine di migliaia di giovani neoassunti e in una radicale spinta antiautoritaria e antigerarchica che minava dalle fondamenta il sistema militarizzato vallettiano. Indica nella domanda di egualitarismo la leva che, partendo dalle condizioni materiali, arrivò in pochissimi anni a mettere in discussione non solo il comando in fabbrica ma l’intero sistema capitalista di produzione. Insiste sull’uso della forza, che a Mirafiori fu continuo da una parte e dall’altra e che fu essenziale per la costituzione di quel contropotere.

Il libro è corredato da una lunga cronologia, molto dettagliata non solo giorno per giorno ma anche reparto per reparto, redatta a caldo da un collettivo di operai Fiat. Va dal 20 settembre 1972, col primo sciopero in anticipo sull’apertura ufficiale della vertenza contrattuale, alla conclusione della stessa. L’analisi dell’autore va letta nel quadro di quella cronaca. A rendere quella vertenza così estrema e spesso violenta furono le diverse poste in gioco messe sul tavolo dalle due parti, illustrate in controluce anche dalle opposte ipotesi di contratto. Dopo tre anni di conflittualità permanente la Fiat mirava a stroncare la forza operaia: per questo aveva assunto decine di fascisti in funzione più di mazzieri e spie che di operai, stretto accordi con la questura che intervenne a ripetizione e con la mano pesante, aveva scelto di ricorrere alle maniere forti con licenziamenti continui, denunce, minacce esplicite, cancellazione della mutua, sospensioni della produzione contro gli scioperi articolati che paralizzavano la catena minimizzando il costo per i lavoratori. L’obiettivo esplicito di Federmeccanica era domare l’assenteismo, bloccare la spinta egualitaria, evitare aumenti del costo del lavoro, fermare una volta per tutte la mobilitazione continua, che dal ‘69 aveva determinato uno stato di “conflittualità permanente”.

Gli operai chiedevano l’inquadramento unico, cioè la fine del sistema basato su qualifiche e categorie per dividere il fronte operaio, un sostanzioso aumento uguale per tutti, la riduzione dell’orario di lavoro, un monte ore da dedicare allo studio in un momento in cui l’analfabetismo era ancora un problema reale. Non si trattava solo della classica contrapposizione tra piattaforme contrattuali propria di ogni rinnovo contrattuale. La sfida era politica. Per Fiat e Federmeccanica si trattava di ripristinare in fabbrica l’ordine travolto nel ‘69. Gli operai miravano a estendere il contropotere all’interno della fabbrica. La mediazione, dal punto di vista della posta politica, era impossibile. La ricostruzione di quei mesi è dunque quella di una battaglia fatta anche di continui scontri fisici, di attacchi fascisti e rappresaglie operaie, di cortei interni che spazzavano i reparti prendendo di mira crumiri e capireparto, di repressione feroce da parte sia dell’azienda che della questura. Nel complesso pochissimi libri riescono come questo a restituire la realtà di quello che è stato il conflitto sociale in questo Paese, e dunque anche della vastità del terremoto che lo rimodellò in quei cinque anni.

Il contratto firmato dopo il blocco della merce del 28 marzo, forma di lotta che gli operai non avevano mai adottato sino a quel momento, e dopo l’occupazione di Mirafiori fu vincente: inquadramento unico, aumento di 16mila lire al mese uguale per tutti, orario lavorativo ridotto a 39 ore settimanali, una settimana in più di ferie, riconoscimento del diritto allo studio con 150 ore retribuite da dedicare alla formazione nell’arco di un triennio. Su un piano più strategico fu respinta la controffensiva aziendale che mirava a ricondurre all’ordine con ogni mezzo l’insubordinazione in fabbrica. L’ “ultima vittoria operaia”, come la definisce Galmozzi.

David Romoli

Farsa continua. L’ossessione per gli anni Settanta e le origini dell’antipolitica. Francesco Cundari su L’Inkiesta il 16 Gennaio 2023.

Un articolo del Washington Post presenta una spiazzante analogia tra gli esaltati trumpiani che il 6 gennaio 2021 assaltarono il Congresso e gli hippies del 1967. Un paragone audace, che tuttavia ha qualcosa da dire anche all’Italia

Pochi argomenti, forse solo il calcio, hanno avuto in Italia maggiore e più duratura fortuna, come oggetto di dibattito, polemica giornalistica, ricostruzione storica, rivisitazione letteraria o cinematografica, degli anni Settanta e delle relative vicende politiche, specialmente per quanto riguarda l’estremismo di sinistra.

Anche negli ultimi giorni, come del resto quasi ogni giorno da ormai più di mezzo secolo, si sono accese discussioni e polemiche di vario spessore a proposito di film, fiction e documentari dedicati a quella stagione (a loro volta di diverso valore): dalla fiction in otto puntate sul generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che sta andando in onda su Rai uno («Il nostro generale») al documentario su Lotta continua trasmesso su Rai tre pochi giorni fa, fino al film di Marco Bellocchio dedicato al caso Moro («Esterno notte», seguito ideale del suo precedente «Buongiorno notte»).

Personalmente ritengo che l’ossessione del giornalismo, della letteratura, della tv e del cinema italiano per gli anni settanta si spieghi anzitutto con un dato sociologico e psicologico. In poche parole, con il fatto che il mondo del giornalismo, del cinema e della comunicazione è composto in gran parte di persone provenienti da quelle esperienze giovanili. E si sa che ciascuno di noi tende a considerare la propria giovinezza come la stagione decisiva della storia umana.

Non facendo eccezione alla regola, ma essendo più giovane, sono convinto che il momento decisivo della nostra storia sia stata la stagione di tangentopoli – quando avevo quindici anni io – con il condensarsi di quella temperie antipolitica che avrebbe spazzato via i vecchi partiti e posto le basi del populismo oggi dominante. Proprio per questo, tuttavia, nel cercare le origini di tale ideologia (o comunque la vogliate chiamare), sono stato spinto spesso a guardare non solo agli anni Settanta, ma anche e soprattutto al modo in cui i protagonisti di quella stagione ce l’hanno raccontata. E il racconto è quasi sempre un polpettone complottista fondato su debolissimi appigli fattuali (proprio come tante inchieste giudiziarie e giornalistiche degli anni successivi) in cui i terroristi appaiono quasi come degli ingenui idealisti, magari un po’ impulsivi ma tanto appassionati e sinceri, mentre i partiti democratici, sia la Dc sia il Pci, sembrano le vere associazioni a delinquere, e in ultima analisi i maggiori responsabili di tanti lutti.

Ho sempre pensato che questa intramontabile fortuna degli anni settanta fosse una caratteristica specificamente italiana, che per varie ragioni storiche (non ultima la motivazione generazionale summenzionata), aveva aperto la strada al trionfo della cultura antipolitica e larvatamente eversiva prevalsa nel nostro paese, a destra come a sinistra, dagli anni novanta in poi.

Non la faccio lunga per motivi di spazio, ma chi fosse interessato alla tesi può trovarla ben più distesamente argomentata in due importanti libri di Miguel Gotor dedicati al caso Moro: «Lettere dalla prigionia» e «Il memoriale della Repubblica», entrambi pubblicati da Einaudi (sul fatto che poi lo storico Gotor, attuale assessore alla Cultura di Roma, dopo una breve stagione da parlamentare del Pd e consigliere di Pier Luigi Bersani, abbia collaborato come consulente alla sceneggiatura proprio di “Esterno notte”, nel quale compare anche in un cammeo, si potrebbero fare ulteriori considerazioni, ma lo spazio è tiranno e la parentesi è già troppo lunga così).

L’aspetto più interessante di tutta la questione, almeno per me, è che tale singolare caratteristica della storia italiana, a quanto pare, non è affatto solo italiana. Questo almeno è quello che mi è capitato di pensare leggendo l’articolo di Joe Klein sul Washington Post dal titolo «Performance e protesta», dedicato a una spiazzante analogia: quella tra gli esaltati trumpiani che il 6 gennaio 2021 assaltarono il congresso e gli hippies del 1967. Due movimenti apparentemente – e per molti versi effettivamente – agli antipodi, che tuttavia non condividevano solo una spiccata inclinazione per l’arte performativa. «Erano parte di un continuum, un Sisifo alla rovescia in cui noi, i figli privilegiati dell’alta borghesia, facevamo rotolare giù per la collina un masso di edonismo individualista senza alcun piano per frenarlo, finché l’alt-right non lo faceva schiantare contro il Campidoglio».

Forse sarebbe ora che le nuove generazioni – nella politica, nel giornalismo, nella storiografia e nella cinematografia – cominciassero a costruire l’officina in cui montare qualche tipo di freno a questo genere di massi.

Estratto dal “Corriere della Sera” il 23 Febbraio 2023.

Caro Aldo, possibile che ogni giorno siamo costretti a leggere le «avventure» di Fedez?

A me pare che in questo modo gli diamo molta più credibilità di quanto ne merita.

Non lo crede anche lei?

Giuseppe Marchio

 Risposta di Aldo Cazzullo

Caro Giuseppe, per fortuna nessuno di noi è obbligato a leggere le avventure di Fedez. Ma le assicuro che lo fanno in moltissimi. E il motivo è semplice: Federico Lucia in arte Fedez e Chiara Ferragni sono la versione digitalmente avanzata di un «topos» letterario, o se preferisce di un «format» televisivo: la coppia di successo, bella e litigiosa (a Roma direbbero litigarella).

L’archetipo sono ovviamente Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, e Al Bano e Romina Power. A lungo il loro ruolo è stato preso da Francesco Totti e Ilary Blasi, prima che il matrimonio crollasse. Ora tocca ai Ferragnez, che è anche il titolo di una serie.

 Non si poteva invitare lei a Sanremo senza invitare pure lui, che le ha un po’ rubato la scena […] Del resto Fedez fa il suo mestiere: l’artista. E l’artista promuove se stesso. Deve far parlare di sé e tenere banco. In questo Fedez è persino più attrezzato della Ferragni.

[…] Prima ancora che un musicista, è un comunicatore digitale, che ha compreso la regola base: per costruire una comunità è fondamentale avere dei nemici. Può essere antipatico; ma la simpatia non è il metro con cui valutare le persone e il mondo .

Barbara Costa per Dagospia il 21 gennaio 2023.

 Di cosa si parlava in Italia 40 anni fa? Di f*ga, tette, e c*li, e di Berlusconi, di tangenti, e di… Mussolini! Voilà, sì, come oggi, in Italia non cambia mai niente, e di che stupirsi? Ecco tra le mie mani un "Playboy Italia" di 40 anni fa, gennaio 1983, e cosa c’è? F*ghe a profusione, tette e c*li yuppies, tanto che a governare gli orgasmi onanistici sono le bellone di Dallas e di Dynasty, i serial massimi del periodo.

 La copertina è dominio dei seni pregevoli (e naturali) di Linda Evans, attrice di Dynasty, che spoglia il suo corpo all’interno del giornale, ed è una ninfa che gioca nell’acqua ad istigare i lettori, se non fosse che questo servizio fotografico… inganna: chissà quanti 40 anni fa si sono accorti che tale erotico shooting in questione immortala una mooolto più giovane Linda Evans, nudo-fotografata nel 1971!!!

"Giochetti" con i quali nel pre web avevi mano facile… Ma torniamo al 1983: chi è che in Italia trasmette in TV Dallas, a milioni di italiani? Silvio Berlusconi, star del pezzo principe del magazine, la "Playboy Interview", fatta dal dir. di Playboy Italia Massimo Balletti.

 E fatta e rifatta, essendo una intervista sottoposta a più editing, strati su strati, e si vede, e si calca, nelle parole, si lima… E sono domande e sono risposte tra uomini vincenti, innamorati di sé e di ciò che creano e vivono: Berlusconi dice che “sono un democratico, chiamatemi Sua Emittenza”, “non mi amano quelli che non mi conoscono”, “qualità? Io le ho tutte, io praticamente sono perfetto”, e attenti che ha iniziato a lavorare “a 5 anni: intagliavo marionette per il mio teatrino a pagamento”. Zero domande sulla sua vita privata.

Su Playboy Italia gennaio 1983 c’è anche Bettino Craxi, il quale è pronto, prontissimo ad entrare a Palazzo Chigi, sicché di lui la stampa italiana fa quello che sempre fa e sempre farà con chi ha in mano il Potere: va di lingua! E un Craxi chi è lo firma Ruggero Orlando, e Craxi è “uno dei nostri pochissimi statisti, è coerente, di giudizio sicuro, energico, però è un timido, e non vendicativo”, “è stato e talvolta è giocatore di poker, vince sempre”, “preferisce il romano hotel Raphael a un appartamento”. Già.

 In Italia come al solito si ruba, e a far notizia sono le tangenti, ma non quelle del 1992, quelle antilopi e giaguari della Lockheed: in ballo “120 milioni di dollari” (scovati), ma per populisticamente indignarsi è presto, nel 1983 l’Italia vira socialista, e Craxi “risolverà se non i nostri problemi, quell’immobilismo che impedisce di impostarli”. Come no. Giri 4 pagine, e Playboy consiglia di andare al cinema, esce "Il conte Tacchia", con “Ania Pieroni, seno diotibenedica”.

Il paginone centrale è di Marianne Gravatte, e la vedi nuda e ti cade la mascella: peccato che su Playboy '83 le playmate parlino, e dobbiamo sorbirci scemate quali “sono timida: non confesserei mai a Clint Eastwood che mi piace da impazzire. Però gliel’ho fatto sapere”. Vi dicevo che in Italia mai cambia niente, e il 1983 è il centenario della nascita di Mussolini: come non omaggiarlo?

E come se il mondo non fosse nel 1983 preda di altri accadimenti, e come se la Storia del mondo non andasse avanti, ma l’Italia è immobile e bendata a bearsi di un passato oggettivamente orrido apposta sublimato per farcela credere, che come nazione vale ed è migliore degli altri: il fatto è che agli altri dell’Italia è puntuale fregato il giusto, ovvero un beato caz*o (tanto è quanto contiamo politicamente nel gioco del mondo) sicché, il reale timone politico sta altrove, e noi a gingillarci con Gian Carlo Fusco che ci spiega come Mussolini si sia eretto una immagine a scia di Napoleone. Nientemeno.

Contenti i lettori, che nel 1983 ridono con Forattini e le sue vignette di Spadolini triocaz*to, e possono scoprire qual è l’uomo ideale della donna yuppie: diatriba che Playboy affida a Erica Jong, e va evidenziato che Playboy era intellettualmente al resto varie spanne superiore (in questo numero, Erica Jong, e Al Goldstein – inarrivabile, dio santo – Benedetta Barzini, Isabella De Paz, e una Marina Lante Della Rovere che parte micidiale sulla morte delle discoteche ma poi occupa metà del testo a far marchetta del suo libro in uscita "I miei primi 40 anni"), e allora, benché io mal regga Erica Jong in generale ma più in questa sua fatua e vanitosa inchiesta sull’uomo ideale, ecco che i lettori di Playboy possono sapere per chi spasimano alcune bellezze 1983.

 Che inflessibili spasimano per l’uomo di potere, i poveracci che si impicchino alle loro voglie, mai avranno chance. Seguono siffatte leziosità: Viola Valentino l’uomo perfetto “l’ho trovato e sposato: è Riccardo Fogli”. Paola Pitagora sviene per “Eugenio Scalfari, lo trovo proprio attraente”. Isabella Biagini fa la fusa a “Marcello Mastroianni, con quella sua aria da cane bastonato dalla vita”.

Se i peni del 1983 si alzano e si mettono in allegria con Shannon Tweed (e qui la differenza la fanno i fotografi, maestri, altro che Instagram, altro che filtri: digitate "George Hurrell", poi fatemi sapere), Playboy non lascia i clitoridi a secco, e dove posano occhi e mani tra le gambe le donne del 1983?

 Su "Occhi azzurri rosso shocking", titolo del ritrattone che Annamaria Rodari fa di Lucio Magri. Ritratto corredato da foto non posate ma da intellettuale pensoso con cui “più d’una peccherebbe”.

Leggerlo è grottesco, e a dir poco. È il 1983, e siamo in pieno riflusso, le italiane non sono più in strada a manifestare ma in casa buone in cucina a far le torte ("Repubblica" docet) per i loro mariti… e a sognar un Lucio Magri che brutto no non era, anzi, ma su Playboy ci si genuflette a scrivere, testuale, della sua “faccia innocente nel sonno, ciglia a ombreggiare le guance”, “Lucio ordina, mi affretto a obbedire”, “è monogamo nei grandi amori”, “Magri non è soltanto un bellone, è sexy, sai, quella cosa un po’ torbida…”, “è un romantico lucido”, “appare disarmato a una donna, lui intenerisce i sassi”.

 E c’è di peggio: secondo la giornalista Silvia Giacomoni, moglie di Giorgio Bocca, “Magri porta mutande seta misto cachemire, con colorini naturali, calde, perché lui deve avere le chiappe un po’ fredde”. E però per la sinologa Renata Pisu, “Magri non porta mutande: lui è uno di quelli che per nessuna ragione al mondo accetterebbe di restare in mutande”.

Elogio del “divo” Giulio, del Parlamento e dei giornalisti liberi. Massimo Fini ha scritto sul Fatto che Andreotti «in qualsiasi altro Paese sarebbe stato un grande statista». Francesco Damato su Il Dubbio il 15 gennaio 2023

Massimo Fini, un giornalista e scrittore fra i più urticanti, della cui pur scomodissima collaborazione ho avuto il privilegio di godere negli ormai lontani anni della direzione del Giorno, è ciò che soleva dire il compianto Giovanni Malagodi, che ne produceva nei tempi liberi dalla politica: i buoni vini migliorano invecchiando.

Sulla strada ormai degli 80 anni è capitato a Massimo di condividere una fila postale con Stefano Andreotti, il secondogenito del “divo Giulio” nato esattamente 104 anni fa e morto quasi da dieci, dopo essere stato sette volte presidente del Consiglio, non ricordo più quante volte ministro, una volta capogruppo della Dc alla Camera, e un’altra volta quasi candidato al Quirinale, nel 1992, mai segretario del suo partito, non si è mai capito bene se per scelta o per mancanza d’occasione. E infine imputato eccellente di associazione mafiosa e di omicidio, assolto per l’una e per l’altro. Pazienza se an- cora oggi l’accusatore ormai pensionato Gian Carlo Caselli sostiene, ogni volta che qualcuno gliene dà il motivo scrivendo appunto delle assoluzioni, che quella per mafia vale poco o niente per via della prescrizione che avrebbe risparmiato al senatore a vita - altra carica collezionata da Andreotti - la condanna per fatti, conoscenze e quant’altro risalenti a prima del 1981.

La casuale condivisione di quella banale fila postale col figlio, che neppure conosceva ma di cui ha scoperto il nome sentendolo pronunciare dall’impiegato allo sportello, ha felicemente rinverdito nella memoria di Massimo Fini il ricordo del padre. Nel quale egli si era imbattuto giovanissimo in un ippodromo romano facendogli cadere gli occhiali e aveva poi avuto modo anche di intervistare da giornalista cominciando ad apprezzarne acume, gentilezza, puntualità, cultura, ironia e altro ancora. Tanto da fargli scrivere, a conclusione di un articolo pubblicato il 12 gennaio sull’insospettabile o sorprendente, come preferite, Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio che Andreotti «in qualsiasi altro Paese d’Europa sarebbe stato un grande statista. Da noi è stato uno strano ircocervo: mezzo statista e, forse, mezzo delinquente». Un enigma, avrebbe detto Winston Churchill.

Non poteva scrivere meglio il buon Massimo, e fare uscire sul suo giornale il pur meno buono Marco per quella mania che ha, fra l’altro, di storpiare nomi e storie di persone non gradite pensando di fare solo dell’ironia.

C’è tuttavia qualcosa dell’articolo di Massimo Fini che al pur compiaciuto - per il resto - Mattia Feltri non è piaciuto scrivendone nella sua brillantissima rubrica quotidiana sulla prima pagina della Stampa. È il sollievo espresso da Massimo di non essergli mai capitato di seguire la politica frequentando le Camere nelle fila, diciamo così, della stampa parlamentare. Dove io e altri abbiamo evidentemente sprecato sessant’anni della nostra via professionale.

Lo spazio percorso da noi poveri sfortunati, a dir poco, è stato definito da Mattia, che lo bazzica senza le lenti del qualunquismo, «il chilometro quadrato più onesto d’Italia», essendo il Parlamento «popolato da gente con un senso dello Stato e delle istituzioni e con un rispetto delle leggi e del ruolo disastrosamente bassi, ma molto più alti che nel resto del Paese». Egli ha citato a testimonianza delle sue convinzioni le consolanti sorprese confidategli da alcuni grillini arrivati a Montecitorio e a Palazzo Madama con la convinzione di dovere risanare chissà quali fogne, cominciando col ridurre i seggi parlamentari per velocizzare pulizie e quant’altro. Ah, il qualunquismo, malattia infantile o senile, come preferite, del moralismo sparso fra piazze, scuole, associazioni più o meno culturali, redazioni di giornali e tribunali, in un miscuglio di ipocrisia e infamia.

È inutile poi stupirsi dell’assenteismo elettorale, dei giornali che vendono sempre meno copie, per quanto infarciti di antipolitica, e di edicole che chiudono, tanto poco ormai si ha voglia in Italia di essere informati. Gli stessi strumenti elettronici vengono compulsati spesso, o maniacalmente, da ragazzi, giovani e anziani più per giocare che per sapere o conoscere.

Nuoce gravemente al senso del ridicolo. L’italianità a tutti i costi, le etichette salutiste sul vino e Dante conteso tra destra e sinistra. Guia Soncini su L’Inkiesta il 16 Gennaio 2023.

Sembra di essere tornati ai tempi della Lega con le ampolle dell’acqua del Po. Non sarebbe italiana la scritta «cancerogeno» sui vini, la farina di cavallette o l’uso dell’inglese. In compenso è molto italiano l’Alighieri. Ma forse più di lui lo è Aboubakar Soumahoro nel suo mix di vittimismo, mitomania e feticcio della proprietà immobiliare

Si parla così tanto di italianità che sembra di essere tornati ai tempi in cui la Lega era quella delle ampolle con l’acqua del Po, mica quella di qualunque-cosa-sia-oggi. Si parla così tanto di italianità che temo la deriva americana: vi prego, conserviamo quel po’ di senso del ridicolo che non ci fa prendere sul serio la commozione per l’inno.

La cosa più italiana che c’è è il vino, sbraitano quelli, furibondi perché l’Europa vuole svelare che benissimo non fa. Ora, sui «nuoce gravemente alla salute» che forse verranno apposti sulle bottiglie di barolo ci sono solo due cose da dire, e nessuna delle due è come-vi-permettete.

La prima è una notazione estetica: la bruttezza dei pacchetti di sigarette con foto di feti storpi e metastasi ai polmoni è una roba da arresto. Abbiamo avuto Bernini, e ora abbiamo pacchetti di sigarette inguardabili e copertine di libri pure peggio. Che fine ha fatto il senso estetico italiano? Se continuiamo così, cominceremo a scuocere gli spaghetti.

È evidente che etichette simili sulle bottiglie di vino farebbero rivoltare nella tomba Giacomo Bologna (era quello dei vini Braida, lo specifico perché nel carattere italiano c’è anche avere Google rotto). Potrebbero però far desistere l’incubo d’ogni donna: il commensale che guarda ispirato la bottiglia e ti domanda riscontro dei sentori di marasca. Non lo so se ha i sentori, caro, sono distratta dalle foto delle metastasi sull’etichetta.

La seconda e più importante questione attiene alla proibizione. Viviamo in una dementissima epoca montessoriana in cui si è perso il senso di quanto siano attraenti i divieti. Pensiamo che tutto vada incoraggiato, dal consumo del vino (non fa male, come potrebbe, è italiano) alle visite ai musei (gratis, anzi vi diamo dei soldi noi per venirci, e poi facciamo comunicati trionfali sul milione di visitatori non paganti).

Credete che abbia passato gli anni del liceo perpetuamente sbronza perché la vodka alla pesca era una prelibatezza il cui consumo veniva incoraggiato? Ce li ho passati perché, pur senza appiccicarci etichette, che l’alcol non fosse caldamente raccomandato era chiaro (era il Novecento, era una società di adulti, non so se ve la ricordate).

Credete che togliendo il cellulare ai vostri figli torneranno a leggere Stendhal sotto le coperte illuminando le pagine con una torcia come facevate voi? (Cioè, come faceva l’immagine di voi che avete con revisionismo autobiografico pittato: in realtà leggevate Il monello). Noi leggevamo perché non c’era altro da fare, mica perché eravamo virtuosi. I turisti vanno nei musei perché arrivano nelle città straniere e non hanno abbastanza uso di mondo da saper cosa fare, mica perché sono intellettuali.

I musei a pagamento sono pieni in tutto il mondo. I concerti, ultimo passatempo culturale per cui perfino la borghesia più ignorante d’Europa è disposta a pagare, sono tutti esauriti, e hanno biglietti da cento euro. I teatri, dove si entra con quindici euro, sono vuoti. Il cinema, dicono gli zelanti commentatori dell’internet locale, costa troppo: per quello la gente non ci va. Negli Stati Uniti ci vanno e costa il doppio, però. Rai3 ha trasmesso un documentario sulla comicità anni Ottanta. Dentro c’è un Benigni di quarant’anni fa che parla delle ottomila lire che costa il biglietto del cinema. Pensiamo possa costare lo stesso quarant’anni dopo?

«Gratis» non funziona. «Gratis» significa che non vale niente (lo so: quest’articolo lo state leggendo gratis; spero che almeno ve ne vergogniate un po’; è altresì vero che il fatto che sia gratis gli permetterà di raggiungere qualcuno che mi scriverà che si scrive «vergognate», senza «i»: tutti italianisti, oltre che tutti sommelier).

Ma torniamo all’italianità, al carattere di chi non vuole pagare neanche il biglietto per “Top Gun”, figuriamoci quello per vedere i quadri di gente morta. Non è italiana, ho appreso nelle ultime settimane, l’etichetta «cancerogeno» sui vini, ma neanche la farina di cavallette o l’uso della lingua inglese; in compenso è molto italiano Dante, conteso tra gli «era dei nostri» di destra e di sinistra.

Scusate, ma persino io, che al liceo ho passato più tempo a limonare che a studiare, mi ricordo che Dante era in esilio; me lo ricordo perché ogni volta che mi pare di non avere abbastanza tempo e concentrazione per scriver le mie stronzate penso: quello ha scritto la Divina Commedia da latitante.

Persino io mi ricordo «non donna di province, ma bordello», detto del paese a forma di scarpa in cui ci troviamo ad abitare. Mi distraggo un attimo e Dante mi diventa patriota. Chiara Ferragni, invece, l’italiana più famosa nel mondo, evidentemente antipatriottica: la scritta femminista sulla maglia che indossava all’annuncio sanremese era in inglese.

Certo, bisognerebbe spiegare che gli involtini primavera li mangiamo anche se non li cucinavano le nostre nonne e l’inglese è un esperanto senza il quale dove vuoi andare, in questo secolo; ma è difficile spiegarlo a gente che abita nei ministeri romani, in una città che considera il sushi un’esotica novità.

«Onorevole, vada avanti»: qualunque politico in difficoltà nella storia d’Italia ha giurato a qualche intervistatore che la gente lo ferma per strada per dirgli questa frase. Non importa se sia vero o no: importa che l’ultimo cui l’ho sentita riferire è Aboubakar Soumahoro, nello studio televisivo di Floris. Ha anche detto che i detrattori ce l’hanno con lui perché ha comprato casa, «vi andavo bene fin quando vivevo nei sottoboschi e pagavo un affitto». In quanto affittuaria (in quanto sottobosco) dovrei offendermi, ma sono invece lieta d’aver trovato la risposta definitiva alla questione. Il carattere italiano, quello fatto di nebulosità etica, vittimismo, mitomania, e feticcio della proprietà immobiliare, quel carattere lì è incarnato dal Soumahoro molto più di quanto lo sarà mai dall’Alighieri.

Delatori.

«Dipende». Il whistleblowing all’italiana, e i soldi sprecati per andare a studiare ad Harvard. Guia Soncini il 7 Dicembre 2023 su L'Inkiesta.

Il portale delle denunce quasi anonime di Gedi e i surreali presidi delle principali università americane, secondo le quali l’incitamento al genocidio degli ebrei non vìola codice di condotta, al contrario di sbagliare un pronome

L’altro giorno, nella casella dei messaggi ricevuti su Instagram, ce n’era uno oscurato. L’interfaccia mi diceva che l’avevano nascosto in base alle hidden words che mi ero scelta, alle parole da cui voglio essere protetta.

Ovviamente, non ho mai scelto parole che non voglio vedere: me ne vengono in mente molte, e non credo siano le stesse che Instagram potrebbe mai immaginare io ritenessi offensive, ma non gliele ho mai segnalate, e quindi la scelta che avevano fatto era arbitraria e, immagino, generalista statunitense. Il messaggio conteneva quindi una parola che perlopiù la sensibilità americana ritiene offensiva.

Tenete a mente questo delizioso aneddoto incompleto: più tardi vi svelo come va a finire. Prima, giacché stamattina mi sono svegliata filosofa, chiediamoci: che cos’è una molestia? Cosa costituisce molestia? È una questione talmente soggettiva che persino chi stabilisce i termini per definirla poi è costretto a riadattarli di volta in volta.

Ieri ce n’erano due esempi interessanti. Uno è un portale di segnalazioni creato internamente da Gedi, il gruppo editoriale di, fra gli altri, Repubblica e Stampa. È un portale di whistleblowing, giacché gli italiani non sanno chiedere una bistecca al sangue in inglese ma gli piace usare parole impronunciabili (mai lezione fu meno appresa di quella di «jobs act»).

È un portale dove i dipendenti del gruppo editoriale possono denunciare al gruppo stesso casi di molestie o soprusi subiti da altri dipendenti (il che significa che noi ex collaboratrici di Repubblica non possiamo compilare una scheda dove dire che il tal caposervizio ci aveva messo una mano sul culo: un’altra grave discriminazione dei liberi professionisti in questa nazione fondata sul posto fisso. In realtà le regole – policy, si chiama sul portale – dicono che anche «i titolari di un rapporto di collaborazione» possono fare segnalazioni, ma poi in pratica non puoi accedere. Direzione risorse umane di Gedi, mandami un codice d’accesso: è per completezza letteraria, mica per fare casino).

Gedi non ha aperto il portale per un esperimento situazionista volto a far implodere l’azienda e liberare John Elkann dai passivi di bilancio: c’è un decreto legislativo, in vigore da quest’anno, per le aziende con più di duecentoquarantanove dipendenti, e dal 17 dicembre anche per le altre, che dice che devi dare modo ai lavoratori italiani di fare quella cosa che non sanno pronunciare, il whistleblower.

In lingua mia: di parlar male dell’azienda con l’azienda, non solo coi congiunti. In lingua loro: «A seguito del decreto legislativo 24/2023 riguardante la protezione di persone che segnalano violazioni del diritto dell’Unione Europea».

Se c’è una legge immagino che di portali così ne abbia o ne stia per avere uno ogni grande giornale e ogni tv, dal Corriere alla Rai, e immagino si somiglino tutti; ma io ho visto solo quello di Gedi, e mi attengo a quel che c’è lì.

La prima persona che mi ha parlato del portale Gedi mi ha detto che, dopo un paio di settimane dall’attivazione, era «già pieno di segnalazioni di molestie sessuali», ed era chiaramente una proiezione: dal portale puoi fare una segnalazione o controllare che esito abbia avuto una segnalazione che hai già fatto, ma non vedere quelle altrui, non verificare in quante abbiano già detto che Tizio Caio ha toccato loro il culo (sarebbe peraltro uno scintillante reality, lo sputtanamento di Tizio Caio: John Elkann, pensaci).

Andandone a guardare le parti pubbliche, ho trovato due dettagli interessanti. Una è il concetto di anonimato, che come sappiamo è fondamentale per chi fa la spia e non è figlio di Maria, rivisto all’italiana.

Tu segnali, la segnalazione viene ricevuta da «personale specificamente formato» (altro reality promettentissimo: John, quante idee ti regalo oggi), e colui che nelle linee-guida viene chiamato, maiuscolo, il Responsabile (una non vorrebbe dire «orwelliano», ma la costringono), colui che ha in carico la tua segnalazione, non può sapere chi sei. O quasi.

«Se hai indicato il tuo nome, o se invii la segnalazione come utente registrato, la tua identità resta nascosta anche al Responsabile, che comunque avrà la facoltà di visualizzarla se lo riterrà necessario». Denuncia pure serenamente: sei anonimo, a meno che non decidiamo che tu non lo sia più.

L’altro dettaglio che mi ha fatto riflettere è: cosa puoi denunciare? Copio dalle linee guida: «Il whistleblowing non riguarda le lamentele di carattere personale del segnalante». Cioè pensano che in questo secolo ci sia qualcuno che denunci qualche comportamento che prescinda dalle sue antipatie? Vaste programme.

«Le condotte illecite segnalate devono riguardare situazioni di cui il segnalante sia venuto direttamente o indirettamente a conoscenza, anche casualmente, in ragione del rapporto di lavoro e del ruolo rivestito. Le segnalazioni fondate sul sospetto o sul pettegolezzo non possono invece essere considerate meritevoli di tutela». Scusate, ma qual è la differenza tra «indirettamente» e «sospetto o pettegolezzo»? Se chiedete a me e a Truman Capote e ad Alfonso Signorini diamo tre risposte diverse (due, essendo Capote non più abile alla conversazione).

Quindi è una molestia se è capitato a me proprio a me solo a me, ma tuttavia non dev’essere di carattere personale. Siamo dalle parti del comma 22. E non è una molestia in quali casi? Le eccezioni di Gedi sono diverse da quelle di Harvard?

La seconda storia viene da quel luogo un tempo garanzia di livello intellettuale che sono le più prestigiose università americane. «Proprio uno da Mit», Massachussetts Institute of Technology, è ancora un modo comprensibile a tutti di dire che Sempronio non è proprio un cervellone. In Italia per la formulazione d’una simile antifrasi potremmo usare solo la Normale di Pisa: il vantaggio delle università italiane è che perlopiù non ci siamo mai illusi che fossero luoghi da cui potessero uscire altro che cialtroni che restando saldamente analfabeti prendevano tutti trenta.

In America, invece, è con un certo stupore che si scopre che, dalla pandemia, Harvard sta dando tutti 30 a tutti, e ci s’interroga se sia il caso di mettere un limite ai voti alti (lo fece già Princeton). Nelle stesse ore della notizia dei 30 politici, Felicity Huffman, che per aver pagato per falsificare i voti del test d’ingresso all’università della figlia si è fatta addirittura qualche giorno di galera, ha detto che la truffa le era sembrata «l’unico modo di garantire a mia figlia un futuro».

Vivi nel secolo in cui chiunque abbia avuto successo professionale, da Mark Zuckerberg in giù, l’ha fatto mollando gli studi. Perdipiù sei un’attrice famosa sposata con un attore famoso: veramente pensi che se tua figlia non entra alla facoltà di teatro (sì, studia quello) il suo futuro sarà rovinato e finirà a lavare i piatti in un ristorante messicano? È incredibile quanto la reputazione d’un’istituzione possa sopravvivere al suo declino.

Mentre Harvard distribuiva tutti 30 neanche fosse il Dams, e Huffman la feticizzava comunque, c’è stata un’audizione parlamentare con alcuni minuti molto interessanti. Dati i, come dire, peculiari comunicati che gli studenti di Harvard e altri giovani virgulti hanno firmato da quando è iniziata la guerra tra Israele e Hamas, il Congresso americano ha convocato le tre presidi del Mit, di Harvard, e di Penn (l’università della Pennsylvania).

La domanda che la deputata Elise Stefanik ha posto a tutte e tre era così semplice da costituire un perfettissimo sketch dei Monty Python: invocare il genocidio degli ebrei vìola il codice di condotta dell’università in materia di molestie e bullismo? Le tre sventurate sono concordi nel far sembrare Stefanik un gigante del pensiero rispondendo: beh, dipende. (Vi vedo che canticchiate: da che punto guardi il mondo tutto dipende).

Dipende dal contesto, dipende dalle azioni. Beh, no, non dipende dalle azioni, s’infervorava la Stefanik, senza misteriosamente formulare le due obiezioni più ovvie.

La prima delle quali riguardava l’affermazione delle tre signore sul diventare l’invocazione di genocidio un’infrazione «se sconfina nei fatti»: cioè se diventa in effetti genocidio? Ma, pulcine, se diventa genocidio è appunto genocidio. È se restano parole, che violano quelle puttanate che vi siete inventati: il bullismo, le microaggressioni e tutte quelle linee guida per cui, se ho capito bene, non posso osare dare per scontato che tu vada declinato al maschile se hai la barba, ma posso dirti «sporco giudeo» e Harvard mi assolverà per la legge del dipende.

La seconda è: siete per caso diventate Soncini? (Voglio ben sperare che la mia produzione letteraria sia un punto di riferimento per il Congresso degli Stati Uniti). Avete deciso che la libertà d’espressione o è estrema o non è? Perché però allora vale per tutto, dai trans ai musi gialli, mica gli ebrei sono figli della serva ma tutti gli altri bisogna stare attenti a non ferirli.

Non vi sarete, spero, già dimenticati del messaggio che Meta, multinazionale che ha reso miliardario uno che ha mollato Harvard senza laurearsi, ha nascosto dalla mia inbox di Instagram. Il messaggio veniva da una che mi aspettava invano dal parrucchiere, e diceva: «Qui ci sono solo dei cinesi che giocano coi cellulari». Quindi «cinesi», per i parametri di bullismo e molestie e microaggressioni della California, è una parola indicibile.

Ma, poiché abbiamo stabilito che la molestia è un concetto elastico e personale, io a questo punto vorrei sapere: c’è un portale del whistleblowing di Meta? Vorrei segnalare che sono stata microaggredita dalla loro interfaccia che mi occulta i cinesi e ostacola lo scambio interculturale.

Complottisti.

Perché in Italia l’unica ideologia che resiste è quella dei complottisti. Il buon risultato dei no vax in Friuli Venezia Giulia è solo l’ultimo segnale. Perché l’idea di un potere forte che attenta alla libertà del popolo si nutre di teorie pericolose. Dalla grande sostituzione al gender fino al “complotto delle città dei 15 minuti”. Simone Alliva su L’Espresso il 4 Aprile 2023

Si sono candidati alla guida del Friuli Venezia Giulia, regione frontaliera a statuto speciale, luogo privilegiato da cui far politica in Italia e in Europa. E sono stati loro la vera e unica sorpresa di queste elezioni. Tra i punti del programma: «No al biolab modello Wuhan in FVG», «No all’obbligo vaccinale», «No all’imposizione del gender», «No agli insetti», «No alla truffa dell’Euro». È la lista del dissenso “Insieme Liberi”, che ha sostenuto Giorgia Tripoli avvocata no vax spinta da Italexit per l’Italia, Movimento 3V, Movimento Gilet Arancioni, Popolo della Famiglia, Sindacato Popoli Liberi e altre sigle anti-sistema. Tripoli, ha sorpassato il Terzo Polo portandosi a casa il 4,6% dei votanti ed entrerà in consiglio regionale. La lista, invece, non ha superato la soglia di sbarramento del 4%. Ieri sera Tripoli ha annunciato che chiederà il riconteggio delle schede.

Ma resta un altro segnale dell’inarrestabile discesa in politica dell’ideologia del complotto che, spinta dallo scoppio della pandemia, esce dalle chat, attraversa le piazze e cerca un posto nelle stanze dei bottoni.

L’Italia non è immune dal fascino delle teorie cospirazioniste. A voler affidarsi ai dati, il barometro della fiducia del rapporto Edelman 2023 – un’indagine globale giunta alla sua ventesima edizione e condotta in 26 Paesi – colloca il nostro, insieme agli Stati Uniti, tra i sei più polarizzati: più un Paese è polarizzato, più è facile che attecchiscano teorie del complotto. La polarizzazione, le incertezze per un potere opaco e sfuggente scorrono nelle vene della nostra storia: Ustica, le bombe sui treni, il terrorismo rosso e nero, i misteri e le molte verità negate. E in un passato recente è stato il Movimento Cinque Stelle il partito che più di ogni altro ha incorporato il complottismo nella sua propaganda: i microchip e le scie chimiche dell’ex deputato Paolo Bernini, il «falso allunaggio» dell’ex sottosegretario all’Interno Carlo Sibilia, o il tweet dell’ex senatore Elio Lannutti che rilancia con nonchalance i Protocolli dei Savi di Sion (diffusi dall’Ochrana, la polizia segreta russa zarista, per fomentare l’antisemitismo e causare pogrom contro gli ebrei).

«Tutti noi crediamo o abbiamo creduto in una teoria del complotto almeno una volta nella vita», spiega a L’Espresso, Caterina Suitner, docente di Psicologia dello sviluppo e della socializzazione dell’Università di Padova. «Certo, siamo tutti pronti a negarlo. Ma poniamoci una domanda semplice: esiste nella nostra società, un gruppo di persone potenti che si mette in accordo più o meno segreto, per fare interessi personali a scapito di altre persone? Chi può rispondere di no? I complotti esistono, in effetti. Ci sono persone però che interpretano i fatti reali secondo una lente complottista, che è ben diverso. Lo fanno perché i complotti strizzano l’occhio a bisogni psicologici chiari, epistemici come il bisogno di comprendere la realtà. Spesso è più facile che le persone inforchino le lenti del complottismo trovandosi di fronte a nessuna alternativa. Pensiamo a tutte le teorie che gravitano intorno all’origine del Covid».

Le ricerche e gli studi più recenti dimostrano inequivocabilmente che il complottista può essere più o meno chiunque. Non esiste un identikit. Chiunque - in una o più fasi della sua vita - ha creduto ad almeno una teoria del complotto o meglio, come si dice in gergo, è caduto «nella tana del Bianconiglio» dove la logica non trova spazio e nulla è quello sembra veramente.

Per Suitner, «un terreno molto fertile ha a che fare con l’insicurezza: quando ci sentiamo in pericolo e non abbiamo il controllo, avere un capro espiatorio ci fa sentire meglio. E poi c’è il bisogno sociale che ha a che fare con il bisogno di sentirsi parte di un gruppo, ascoltati, trovare un posto nella società».

Il seme del complottismo viene coltivato nella sordità ostile della politica che consente ad altre forze di riscattarla.

«Il fenomeno non è nuovo, la tendenza degli ultimi anni è stata accelerata dalla pandemia che ha portato alla progressiva normalizzazione della teoria del complotto», spiega Leonardo Bianchi, giornalista e grande esperto di complottismo, in libreria con “Complotti! Da Qanon alla pandemia, cronache dal mondo capovolto” (Minimum Fax). «Se fino a qualche anno fa queste ideologie erano completamente relegate ai margini politici, con il tempo, sulla scena italiana, hanno preso sempre più quota dentro i partiti della destra».

«È il caso della teoria della grande sostituzione etnica dei popoli europei da parte di popoli non europei. Teoria di estrema destra che nel corso degli ultimi dieci anni è sempre più centrale nella narrazione di Giorgia Meloni e Matteo Salvini». Le teorie più in voga arrivano dal mondo anglosassone, sono piani di dominazione globale architettati da presunte élite o poteri forti: «Pensiamo alla teoria del grande Reset: sosteneva che la pandemia fosse un’emergenza pianificata da Bill Gates e George Soros per imporre una dittatura tecno-sanitaria e togliere i diritti fondamentali». Le teorie sono come un gioco di scatole cinesi, vivono una dentro l’altra, una con l’altra in un continuo richiamo di analogie: gli ufo che ci controllano, il gender nelle scuole, l’Europa che vuole farci mangiare insetti. Nel mirino cospirazionista da poco tempo le “città dei 15 minuti” teorizzate dall’urbanista franco-colombiano Carlos Moreno, rese popolari dalla sindaca di Parigi, Anne Hidalgo e paventate in campagna elettorale a Roma dal sindaco Roberto Gualtieri. L’idea di una città a misura, meno trafficata e inquinante, incentrata sulla vita di quartiere, viene raccontata come un complotto di «burocrati idioti e tirannici». In Inghilterra per l’ex leader della Brexit Nigel Farage è il segnale che «i lockdown climatici stanno arrivando», mentre su GB News, la versione britannica di Fox News, il conduttore Mark Dolan l’ha ricondotto a una «cultura della sorveglianza da far invidia a Pyongyang».

«Le teorie del complotto evolvono», spiega Bianchi: «La storia che c’è dietro è quella di una lotta “noi” contro “loro”. Nel 2022 tutti i gruppi anti-vaccinisti, da un giorno all’altro, sono passati a occuparsi di guerra in Ucraina. All’interno dell’ecosistema complottista le teorie mutano ma la grammatica resta quella e si adatta al tema del momento».

Per Jacopo De Miceli, autore de “L’ideologia della paura” (People), «il complottismo vive di due paradossi: si alimenta della disaffezione politica che pesca nell’astensionismo e allo stesso tempo può generare una mobilitazione che avviene in un universo politico totalmente separato».

De Miceli è curatore anche dell’Osservatorio del complottismo in Italia e a L’Espresso racconta: «Nel periodo della pandemia i complottisti sono usciti allo scoperto. Esistevano anche prima ma non si vedevano. La pandemia ne ha svelato l’esistenza. In un tempo in cui la scienza si confonde con la politica nasce il complotto: la prevenzione sanitaria è vista di traverso, quella climatica è ideologia ambientalista. È stato dato poco peso al fatto che Giorgia Meloni sia la prima presidente del Consiglio in Occidente che ha sposato la teoria della grande sostituzione mentre il Times di Londra non l’ha fatto passare inosservato». Ma l’ideologia della paura non porta divise: «Può esistere un complottismo di sinistra, pensiamo alla guerra in Ucraina. Ma storicamente il campo della destra vira di più verso il populismo. Non tutto il populismo è complottista ma tutto il complottismo è populista. Di fronte al declino delle ideologie c’è il vuoto e a riempirlo arrivano i complotti. Una volta c’erano le ideologie del comunismo e del capitalismo, fallite queste, serve una nuova narrazione». È di fronte «al vuoto» che le teorie si saldano, spiega Bianchi. «Sono in voga le teorie sul gender che si fondono sull’omotransfobia, ad esempio. Lo abbiamo visto con Sanremo. Ma nella logica complottista nulla accade per caso e tutto è connesso. Non è una contraddizione credere a una teoria del complotto che nega la crisi climatica e alimenta quella no gender, fa parte dello stesso disegno che ti vuole togliere identità, attaccare la tradizione e portare stili di vita innaturali disegnati dalle destre che ci portano a comprare macchine elettriche, mangiare insetti e ci “svirilizzano”. Tutti argomenti slegati tra loro che afferiscono a sfere diverse della contemporaneità ma omogenizzati nel solito piano ordito da oscure élite oppure dal Parlamento Europeo». E bisogna stare attenti, afferma Miceli. «Sembra sempre una scemenza al principio. Giochiamo a fare gli intellettuali, la sottovalutiamo, poi si arriva all’assalto al Parlamento come è successo a Capitol Hill oppure in Brasile». In Italia, certo siamo già oltre, specifica Bianchi: «I partiti di queste elezioni in Friuli, ad esempio, si posizionano come anti-sistema sono versione un po’ più militante dell’offerta politica principale, doppioni estremi di parti politiche che hanno le stesse posizioni ma responsabilità di governo»

Ma qual è l’antidoto? Dove si trova la “pillola rossa” per usare il gergo complottista mutuato da Matrix, che ci può far uscire dalla cosiddetta “tana del Bianconiglio” e ritornare a guardare la realtà per quello che è? «Il debunking sulle cospirazioni è inutile», sottolinea la professoressa Suitner. «La fatica che usiamo per dimostrare che sono false funziona molto bene su chi già non ci credeva. Il complottismo è una ricerca disperata nel tentativo di stare meglio, ammiccano a questi bisogni ma non li risolvono. Quello che si può fare è lavorare sui bisogni, far sentire le persone più sicure partecipi, lavorare molto prima. Quando hanno abbracciato la teoria cospirazionista è già tardi».

Inventori.

Un paese di inventori. Un Paese di inventori, ma nemmeno poi tanto. L'Italia è all'undicesimo posto al mondo per richieste di brevetto presentate nel 2022 secondo il report dell'Epo, l'European Patent Office. Andrea Cuomo il 29 Marzo 2023 su Il Giornale.

Un Paese di inventori, ma nemmeno poi tanto. L'Italia è all'undicesimo posto al mondo per richieste di brevetto presentate nel 2022 secondo il report dell'Epo, l'European Patent Office. Sono 4.864 le domande presentate da aziende e cittadini ingegnosi. Però il trend positivo originato dalla pandemia, che aveva fatto crescere i brevetti del 3,4 per cento nel 2020 e addirittura del 6,5 nel 2021, si è interrotto, e rispetto all'anno precedente c'è stato una calo, pur lieve, dell'1,1 per cento. Ma soprattutto l'Italia è al quinto posto tra i Paesi dell'Ue, ed essendo il terzo Paese più popoloso c'è qualcosa che non va: a superarci, infatti, oltre alla Germania (seconda in classifica con 24.684 brevetti, dopo gli Stati Uniti con 48.088) e alla Francia (quinta con 10.900) ci sono anche i ben più piccoli Paesi Bassi (ottavi con 6.806) e la serafica Svezia, che ci precede appena con 5.036. Fuori dai 27 ci supera anche la piccola ma geniale Svizzera (settima con 9.008 richieste). E, ma questa non è una sorpresa, il Giappone (21.576), la Cina (19.041), la Corea del Sud (10.367) e il Regno Unito (5.697).

Però restiamo un rispettabile potenza media dell'innovazione, con alcune eccellenze come la Lombardia, che è dodicesima tra le regioni europee per idee (1.547), davanti all'Emilia-Romagna (24esima), al Veneto (32esimo), al Piemonte (41esimo), alla Toscana (60esima), al Lazio (64esimo), al Friuli-Venezia Giulia (90esimo) e al Trentino-Alto Adige (92esimo). L'Italia è leader in particolare nel settore dell'handling (che comprende le tecnologie di imballaggio), settore per il quale l'Italia ha spedito 384 domande di brevetto all'Epo. Seguono i trasporti (che include la tecnologia automobilistica), che è sceso al secondo posto, con 362 domande, e poi i macchinari speciali (area ipertecnologica che include le macchine utensili per vari settori industriali e la stampa 3D), con 355 richieste di brevetto e un aumento del 9,6 per cento rispetto all'anno precedente. La crescita maggiore è però quella nel settore farmaceutico con un incremento del 12,3 per cento spetto al 2021.

Ma lo sfondo è tutto green. «Stiamo assistendo - dice il presidente dell'Epo Antonio Campinos - a una crescita solida e sostenuta delle domande di brevetto per le innovazioni verdi, così come per le tecnologie per l'energia pulita e altri metodi per generare, distribuire o immagazzinare elettricità. È questa continua spinta all'innovazione che sta guidando la transizione energetica».

Huawei si conferma al primo posto per numero di brevetti presentati all'Epo. Al secondo posto si trova LG (salita dal terzo posto del 2021) e al terzo Qualcomm (che passa dal settimo posto del 2021). Chiudono la cinquina Samsung ed Ericsson. La top ten comprende quattro aziende europee, due della Repubblica di Corea, due statunitensi, una cinese e una giapponese. L'Italia e l'Europa si confermano invece terre di piccole imprese: è da esse che proviene un'alta percentuale delle domande di brevetto.

Eugenio Murrali per il “Corriere della Sera” - Estratti mercoledì 6 dicembre 2023.

Nel 2024 si celebreranno i 150 anni dalla nascita di Guglielmo Marconi, padre delle comunicazioni senza fili, premio Nobel nel 1909. Sono in programma una miniserie sul grande inventore con Stefano Accorsi e un museo a cura del Comune di Santa Marinella e di Livio Spinelli a Torre Chiaruccia, la sua ultima stazione radio. Elettra Marconi, la figlia, ci ha aperto il suo palazzo a via Condotti per ricordarci chi era suo padre. 

Se pensa a lui che parola le viene in mente?

«“Radio”. Perché la comunicazione senza fili ha cambiato la vita delle persone». 

C’è un luogo che glielo fa sentire vicino?

«Il mare. Se vedo il mare, penso a mio padre. Mio padre c’è dov’è il mare». 

Avete viaggiato molto per mare?

«Sì, con lo yacht Elettra. Era la nostra casa. Navigavamo da marzo a fine novembre.

Quando non lavorava, mi parlava, giocava insieme a me con l’elettricità». 

Come si svolgeva una giornata sull’Elettra?

«Ci alzavamo presto. Papà passava molto tempo nella sua cabina-stazione radio, piena di valvole, apparecchi, orologi con i diversi fusi orari. Chiamava lo yacht Elettra “il mio laboratorio galleggiante”. Diceva: “Senza l’Elettra non avrei potuto realizzare tutti gli esperimenti che ho fatto”». 

Le capitava di aiutarlo?

«Stava creando il radar. Aveva costruito un apparecchio e posto due boe a distanza precisa, perché l’Elettra potesse entrare di prua. Chiamava me e mia madre per mettere delle lenzuola bianche intorno alla cabina del comandante, così che lo yacht procedesse alla cieca, con il solo ausilio della sua invenzione». 

Cosa lo muoveva alla scoperta?

«Voleva che gli esseri umani avessero una vita migliore». 

Anche la radio è nata con questo spirito?

«Sì, la gente di mare diceva “Marconi l’ha inventata per noi”. Infatti voleva aiutare i naviganti che solcavano gli oceani senza notizie della famiglia, senza poter chiamare soccorso».

Nelle navi c’erano i «marconisti».

«I Marconi man! Avevano la M sul cappello. Io mi sono battuta per loro quando hanno voluto sostituirli con i computer, ma non è servito». 

Suo padre aveva previsto il cellulare?

«Nel 1931 inventò il primo radiotelefono per Papa Pio XI.

Era ancora uno strumento ingombrante, ma diceva sarebbe arrivato un momento in cui le persone, con “una scatoletta in tasca”, avrebbero potuto parlare con la fidanzata, la famiglia o con chi avessero voluto». 

Parlava molto con suo padre?

«C’era grande dialogo tra noi. Crescendo ho capito di avere un carattere simile al suo. Era un uomo retto e pretendeva che anche gli altri lo fossero. In famiglia era dolce, ma in certi momenti, era molto concentrato sul suo lavoro. Io ho sempre saputo e rispettato la grandezza di mio padre. Quando arrivavamo nei porti lo aspettava una folla».

(...) 

E l’Italia lo amava?

«È stato un dolore quando ha presentato la sua invenzione a 21 anni al governo italiano ricevendo indifferenza. Quindi ha deciso di andare con la madre irlandese in Inghilterra. Lì lo hanno accolto con entusiasmo, gli hanno fatto mostrare le sue invenzioni, hanno visto che funzionavano e lo hanno sostenuto. Avevano capito che erano importanti per l’impero della regina Vittoria». 

(...)

È stata testimone anche dei colloqui tra Pio XI e suo padre.

«Pio XI obbligava mia madre a portarmi alle udienze private. Mio padre era legatissimo al Papa, al Vaticano, era un uomo di grandissima fede, credeva in Dio, quell’Essere superiore che gli aveva messo a disposizione le forze della natura per dare beneficio agli uomini, per salvare le loro vite, per dare loro la possibilità di comunicare». 

Non è scontato per uno scienziato avere questo rapporto con il divino.

«Mio padre ha offerto al Papa la Radio Vaticana. Il Pontefice aveva espresso questo desiderio e lui era d’accordissimo, infatti aveva pensato: “Il Papa dovrebbe avere la stazione radio per parlare al mondo e dare la benedizione Urbi et Orbi”. Così nel febbraio 1931 è stata inaugurata». 

Anche Pio XII ha avuto un ruolo importante nella vostra vita familiare.

«Eugenio Pacelli era già legato a mio nonno, il conte Francesco Bezzi-Scali, veniva in questa casa, per dare lezioni di religione a Cristina, mia madre. È stato il responsabile del matrimonio dei miei, capì il loro grande amore. Da segretario di Stato mi battezzò e da Papa mi amministrò la prima comunione e la cresima».

Grazie a Marconi si salvarono molte vite del Titanic.

«Nel 1912 c’è stata la tragedia. Lui era stato invitato a bordo del Titanic come ospite d’onore, ma per fortuna non ha preso parte. Non amava la mondanità. Da New York ha seguito tutta la tragedia, è poi andato al porto a ricevere i sopravvissuti». 

(...)

Era più Marconi l’inventore o era più suo padre?

«L’inventore. Ovviamente era anche mio padre, che adoravo. Vedevo, però, la sua importanza. Quando è mancato ci è cascato il mondo addosso. Mia madre ha voluto fossi presente a tutte le commemorazioni che gli hanno dedicato. Papà è morto il giorno del mio settimo compleanno. Dopo ho sentito la differenza. Nessuno è stato come mio padre».

(...)

Antonio Giangrande: 25 aprile. Non era guerra di Liberazione (ci hanno pensato gli Alleati) ma una miserabile guerra civile per il Potere.

Antonio Giangrande: 25 APRILE. DATA DI UN INGANNO. COME SI FALSIFICA LA STORIA. LETTERA SEGRETA AI COMPAGNI MILITANTI. MESSAGGIO CHE CHIARAMENTE INCITA ALL’ODIO E ALL’ANTI-CATTOLICESIMO. La seguente lettera è stata consegnata dal Comitato Centrale del Partito Comunista Italiano, diretto da Palmiro Togliatti (1893-1964), ai quadri propagandisti rivoluzionari nel 1947. Rileggendola è facile capire l’odio che ha guidato la mano omicida di tanti partigiani durante la guerra e nell’immediato dopoguerra.


 


 

Il rimorso rimosso. Le colpe collettive e la responsabilità di chi non se ne fa carico. Iuri Maria Prado su L'Inkiesta il 13 Novembre 2023

Attribuire a un popolo i misfatti commessi da alcuni è ingiusto, ma diventa comprensibile quando quel popolo non si assume la responsabilità dei crimini commessi dai loro simili

L’incolpazione collettiva è ingiusta e indebita quando pretende di addebitare ai singoli appartenenti a un gruppo politico, sociale, religioso, eccetera, e per il sol fatto di tale appartenenza, i misfatti commessi da altri appartenenti a quel medesimo gruppo. Ma l’incolpazione collettiva è giusta e dovuta quando i singoli appartenenti a quel gruppo non si fanno carico morale e civile dei crimini commessi dagli appartenenti al proprio gruppo, quando non ne sentono il rimorso “in proprio”, e attribuiscono quei crimini a una responsabilità che non li coinvolge in nessun modo, una responsabilità dalla quale si assolvono per il semplice fatto di non aver avuto nelle mani l’ascia del boia.

Imputare agli italiani in quanto tali la responsabilità delle leggi razziali è ingiusto a un patto: che gli italiani in quanto italiani sentano il peso in proprio, sulla propria coscienza di italiani, di quel crimine. Gli italiani non l’hanno mai fatto: non quelli che festeggiavano le inibitorie e le comminazioni razziste; non quelli che le lasciavano correre voltandosi dall’altra parte; non quelli – anzi tanto meno quelli – che sulla scena dei corpi appesi in Piazza Loreto hanno costruito retoriche e carriere “antifa”, con i cortei che da settant’anni denunciano il pericolo fascista e pervengono in purezza all’adunata dell’altro giorno, quella di «Questa non è una piazza fascista! Fuori i sionisti da Roma!».

Questo succede e può succedere per un solo motivo: perché lo scempio del 1938, che non era una cosa fascista, ma una cosa italiana, non grava sulla coscienza degli italiani. Per questo ne sono colpevoli tutti, per questo è giusto e doveroso incolparli tutti: non perché abbiano commesso tutti quello scempio (questo non succede mai: non ogni turco ha massacrato un armeno), ma perché non se ne fanno carico, perché non sentono che è la “propria” vergogna. E ora si confida che l’imbecille non obietti che c’era la resistenza e che c’erano i partigiani.

Imputare i crimini della soldataglia che tortura e stupra e deporta i bambini durante l’operazione speciale, e fa dei villaggi occupati altrettanti lager, e gode della copertura della propaganda che paga e corrompe per negare lo scempio, imputare tutto questo al popolo cui appartiene il gruppo di belve è indebito a una condizione: e cioè che gli appartenenti a quel popolo sentano su sé stessi, sulla propria dignità e sul proprio onore di esseri umani, la vergogna di quei crimini.

Addebitare ai fedeli di un gruppo confessionale il gesto dell’inquisitore che appiccia il trono di fascine su cui è issata la strega, o l’allestimento della buca per l’adultera da lapidare, è ingiusto nel ricorso di un presupposto: vale a dire se chi si ispira a quella tradizione sente gravare sulla propria individualità, sulla propria posizione nel mondo, sul proprio rapporto con la vita, l’atrocità di quei misfatti.   

Ho fatto tre esempi, volutamente disparati, tanto per capirsi. Abbiamo il diritto di non essere incolpati dei crimini “altrui” se abbiamo il coraggio e la forza di farcene carico come crimini nostri. 

È la persecuzione del singolo in quando appartenente a un gruppo, è questo che è sempre ingiusto. È questo che occorre impedire sempre ed è questo che occorre sempre condannare quando succede. Ma non è ingiusto pretendere che il gruppo dai cui lombi viene il misfatto sia rappresentato da persone che ne sentano la responsabilità e la denuncino come propria. Perché è in questo, nel denunciarla come propria, che possono essere assolti.

A proposito di antifascismo...Due appuntini di storia per il presidente La Russa. Fabrizio Cicchitto su Il Riformista il 27 Aprile 2023 

Dopo un 25 aprile segnato da molte polemiche, alcune delle quali francamente pretestuose (in parte sollevate da alcune componenti della sinistra) e altre del tutto autolesioniste e controproducenti (ci riferiamo specialmente a Giorgia Meloni), proviamo a fare una riflessione partendo dal quadro internazionale quale si presentò alla fine degli anni Trenta perché esso ebbe aspetti paradossali e anche contraddittori sui quali spesso la sinistra di origine comunista preferisce sorvolare.

Allora, nel ‘38-’39 si verificò un incredibile paradosso storico in seguito al quale dobbiamo a Hitler se nel 1941 Stalin e Urss si ricollocarono sul terreno dell’antinazismo e dell’antifascismo, in seguito alla operazione Barbarossa. Stalin aveva creduto fino in fondo al valore strategico del patto Ribentrop Molotov da lui concepito come una alleanza contro le liberaldemocrazie in Francia e in Inghilterra e per la spartizione della Polonia. Non a caso il Pcf in Francia allora era pacifista e i comunisti francesi praticavano l’obiezione di coscienza mentre il Partito comunista d’Italia espulse Terracini e Camilla Ravera che avevano contestato il patto. Poi, in seguito alla follia di Hitler, dopo il 1941 si realizzò la grande alleanza antifascista fra gli Usa, l’Inghilterra e l’Urss con le parallele resistenze nazionali.

Ciò non toglie che, sullo sfondo, accanto alle liberaldemocrazie in Gran Bretagna, negli Usa e in altri Paesi minori c’erano in campo due sanguinari totalitarismi, quello nazista con l’appendice italiana promossa da Mussolini facendo l’asse e quello espresso dal comunismo staliniano. Allora e dopo, però, quei due totalitarismi hanno esercitato un ruolo terribilmente negativo nelle aree e nelle nazioni da loro nominate. Di conseguenza Ignazio La Russa e i suoi amici non possono evitare di fare i conti con un dato incontrovertibile: non solo Mussolini ha realizzato in Italia una dura dittatura, per alcuni aspetti meno dura di quella esercitata dal nazismo in Germania e di quella altrettanto efferata esercitata da Stalin in Russia, ma egli ha stabilito anche una alleanza subalterna con Hitler che ha avuto due conseguenze: le leggi razziali del ‘38 e la corresponsabilità dell’Italia fascista allo sterminio degli ebrei realizzato dai nazisti e il nostro ingresso in una guerra dissennata alleata ai nazisti.

Tutto si tiene, non si possono estrapolare le leggi razziali dal regime che le ha espresse. Di conseguenza ovviamente in Italia la Resistenza non poteva non essere anti nazista e anti fascista. Sempre non a caso essa ha avuto la compartecipazione di un arco vastissimo di forze politiche, dai monarchici ai liberali, dai democristiani ai socialisti agli azionisti ai comunisti. Poi, in questo quadro, ci sono stati per l’Italia due fatti positivi: l’Italia è stata liberata dagli eserciti angloamericani coadiuvati dalla Resistenza e non dall’Armata Rossa.

Anche per questo è stato totalmente sconfitto chi nel Pci avrebbe voluto tramutare la guerra civile tra fascisti e antifascisti in un’altra guerra civile portata avanti dai comunisti per la conquista del potere in connessione con l’Urss. Era così forte questa tendenza nel Pci che nell’immediato essa produsse terribili esperienze come quella portata avanti dalla volante rossa in Lombardia e anche dopo il 28 aprile fino al ‘47-’48 lo stillicidio di assasinii perpetrati nei confronti di chi aveva partecipato alla Repubblica di Salò. Il filo di questa tendenza si è dipanato fino alla nascita delle Brigate Rosse.

Ciò detto, però, venendo ai giorni nostri, non si capisce il senso politico della tendenza presente nell’area della destra a mantenere aperta su questa tematica una tensione polemica tanto inquietante quanto autolesionista. Purtroppo il clima in Parlamento non è affatto buono. Solo in occasione del dibattito alla Camera sull’assassinio dei Fratelli Mattei si sono ascoltate parole di pace, accompagnate da serie riflessioni, ma abbiamo il dubbio che sia più merito personale di singoli parlamentari (da un lato Fabio Rampelli, dall’altro lato Roberto Morassut e per parte sua Roberto Giachetti) che non dei rispettivi partiti e schieramenti. Ma qui veniamo al nodo politico di fondo. A nostro avviso la permanente agitazione da parte di Ignazio La Russa e di altri esponenti di Fratelli d’Italia nuoce proprio al nocciolo duro della operazione posta in essere da Giorgia Meloni il cui senso insieme politico e culturale è quello di andare oltre lo stesso post fascismo, per approdare a quel conservatorismo liberale il cui punto di riferimento è Robert Scroton e il suo manifesto che è coerente anche con la solidarietà con l’Ucraina, con la collocazione dialettica nell’Unione Europea e con il rapporto stretto con la Nato.

Allora nei panni della Meloni seguiremmo il suggerimento che sul Foglio le ha dato Claudio Cerasa e cioè quello di rifarsi al discorso che Berlusconi fece il 25 Aprile del 2009 a Onna in Abruzzo: “un impegno che ci deve animare è quello di non dimenticare ciò che è accaduto qui e di ricordare gli orrori dei totalitarismi e della soppressione della libertà. A quei patrioti che si sono battuti per il riscatto e la rinascita dell’Italia deve andare sempre la nostra ammirazione, la nostra gratitudine, la nostra riconoscenza. I comunisti e i cattolici, i socialisti e i liberali, gli azionisti e i monarchici, di fronte a un dramma comune, scrissero, ciascuno per la loro parte, una grande pagina della nostra storia. Una pagina sulla quale si fonda la nostra Costituzione”.

Attraverso queste parole Giorgia Meloni, senza abiure rispetto ai valori di fondo di una posizione realmente ispirata al conservatorismo liberale ma anche senza la schizofrenia di chi non vuole superare le proprie nostalgie e deludere chi ancora le coltiva, potrebbe gestire politicamente anche il 25 aprile guardando al presente e al futuro, evitando ad ogni occasione di essere risucchiata dai richiami di un indifendibile passato. Paradossalmente in questo modo Giorgia Meloni darebbe un contributo anche all’opposizione di sinistra che così dovrebbe finalmente misurarsi in termini di riformismo o, all’opposto di radicalismo, con i problemi reali del Paese mentre invece, vive di rendita grazie alle escandescenze dei nostalgici agitando la retorica dell’antifascismo: e neanche questo è un bello spettacolo. Fabrizio Cicchitto

La polemica della Scala, il teatro dei vandali. Tommaso Cerno su L'Identità l'8 Dicembre 2023

Non c’è nessuna differenza fra gli eco vandali che hanno imbrattato col Nesquik la Basilica di San Marco e la nostra classe politica, il sindaco di Milano Beppe Sala in testa, che fa una rissa pubblica perché non vuole quella sedia al teatro ma un’altra. E tira in ballo la storia seria di questo Paese e sciocchezze che valgono perfino meno delle ragioni di quei ragazzi che in preda a un mondo che dà loro un futuro incerto si mettono a sporcare monumenti convinti di essere degli eroi. Non rendendosi conto che invece se fossero degli eroi andrebbero a battersi davvero per un pianeta più pulito rischiando la loro pelle e non qualche ammenda da poche decine di euro comminata dal vigile di turno che passa di lì. Non serve nemmeno immaginare di fare un inno alla violenza seria contro i soprusi dello Stato come sono state le rivoluzioni, visto che viviamo in un Paese dove se ammazzi un rapinatore che ha puntato un’arma sulla testa di tuo figlio ti becchi 17 anni di reclusione e 400 mila euro da pagare. Quindi, diciamo che almeno chi ci rappresenta se viene invitato a scrocco nel più grande teatro del mondo a sentire Giuseppe Verdi ci faccia la cortesia di tacere, ascoltare e poi andarsene a casa rispettando con il silenzio quella Costituzione che crede di difendere blaterando sui social e in televisione le frasi che gli scappano quella sera per finire sul giornale e contare un po’ di più del suo vicino di poltrona. È un’Italia arrabbiata quella che vediamo. Arrabbiata perché non riesce a fare quello che tutti sanno sarebbe nelle sue potenzialità. Non riesce a darsi un futuro e quindi si rifugia nel passato e ritira fuori a ogni occasione uno scontro culturale che durante gli anni migliori della Repubblica era stato superato dalla forza di avanzamento comune della democrazia e da uno spirito di Patria che non aveva bisogno di atterrare sul simbolo di nessun partito, anzi che aveva una naturale opposizione a chiunque tentasse di usare il Paese per propri piccoli scopi particolari. Serve una classe politica capace di tornare a parlare all’Italia di domani. Perché immaginare anche solo lontanamente che una donna come Liliana Segre possa essere portata dalle circostanze o peggio ancora dall’alleanza culturale e politica con una parte del Parlamento che esprime sfortunatamente anche il sindaco di Milano Beppe Sala, che meglio farebbe a mettere a posto la sua città e ripulirla dai criminali, a cadere in una polemica sulla poltrona da occupare alla Scala di Milano metterebbe fine all’ultimo simbolo di unità che il Paese ha riconosciuto e che merita solo l’applauso di tutti gli italiani. Siccome sono certo, perché credo nell’Italia, che non possa essere così preferisco dimenticare quanto ho visto e sperare che Giuseppe Verdi ancora una volta abbia rappresentato meglio di chi siede in Parlamento quell’unità nazionale che il Capo dello Stato non si stanca di ricordare e che sta scritta, quella sì, a chiare lettere nella nostra Costituzione repubblicana. So che mi illudo perché sono certo che questa polemica è una delle tante a cui ci abitueremo in questi mesi di campagna elettorale, però spero davvero che almeno le figure che si stagliano un po’ più alte per ragioni istituzionali e di vita propria in questa Repubblica un po’ ammaccata contribuiscano con il loro comportamento, come alla fine è avvenuto, a superare questo drammatico piagnisteo italiano e questa rissa che sembra più una resa culturale che non un invito a schierarsi e a lottare. Noi non abbiamo bisogno di coraggio on-line, abbiamo bisogno di persone coraggiose capaci con la loro testimonianza di dirci che questi ottant’anni non sono serviti a nulla come invece vuole farci credere quella parte della nostra classe politica che non riconosce nemmeno nell’avversario eletto dal popolo la derivata democratica della democrazia italiana che non ha scritto da nessuna parte che deve governare quello che piace a te ma ha scritto a chiare lettere che deve governare chi vince le elezioni e che l’unico che può giudicare sul piano della legittimità è il popolo. Non c’è quindi alcuna differenza fra quella polemica sterile che abbiamo sentito lordare la prima della Scala e quei ragazzi che, convinti di dire qualcosa di giusto, anziché bersi qualche litro di Nesquik e trovare il coraggio e la forza in quelle calorie per combattere davvero chi inquina al mondo e chi fa i miliardi sulla sua pelle, se la prendono coi simboli più alti dell’Umanesimo italiano, grandi opere che innocue testimoniano che c’è stato qualcuno di più grande di loro e che fortunatamente ci sarà anche domani.  

Massimo Gramellini provoca la Digos in tv: "Ecco la mia carta d'identità". Libero Quotidiano il 10 dicembre 2023

Massimo Gramellini come Zoro. Ormai, dopo Marco Vizzardelli, è partita la corsa a dire "viva l'Italia antifascista" in apertura di ogni programma. Infatti dopo l'urlo a Propaganda Live è arrivato quello a In Altre parole, la trasmissione condotta da Gramellini su La7. Nel suo monologo iniziale, Gramellini non usa giir di parole e afferma. "Forse sbaglio io ma guardando la foto di chi è andato a vedere 'Comandante' con la divisa nazista a Spilinbergo mi viene da dire che forse va ribadito 'viva l'Italia antifascista'. E sapete cosa faccio? Ecco la mia carta d'identità, mi auto-identifico, sono Massimo Gramellini".

Un gesto che suona come una provocazione contro gli agenti della Digos che hanno identificato al teatro la Scala il loggionista, Marco Vizzardelli, che subito dopo l'inno di Mameli ha urlato, in un teatro in silenzio nell'attesa dell'apertura del sipario "viva l'Italia antifascista". Come ha fatto sapere la Questrua l'identificazione è una prassi in questi casi, soprattutto dopo le proteste davanti alla Scala prima dell'inizio del Don Carlo. Ma a quanto pare Gramellini, come del resto Zoro, fanno finta di non capire e così rilanciano la campagna del Pd "identificateci tutti". Una sorta di pagliacciata per cavalcare in chiave antigovernista quanto accaduto alla Scala. Una retorica superflua che scorda anche il passato. Ovvero quando sotto i governi di centrosinistra erano stati identificati urlatori della Scala e quelli di Sanremo. La prova che l'identificazione non ha un colore politico, è solo una prassi delle forze dell'ordine per garantire la sicurezza. Con buona opace di Gramellini. 

Annalisa Chirico, "cos'avrebbe dovuto urlare alla Scala". Libero Quotidiano il 10 dicembre 2023

"Avremmo preferito sentire, che so, un viva la gnocca, che forse avrebbe avuto una maggiore attinenza con i movimento della società contemporanea". Annalisa Chirico, ospite di Nicola Porro a Stasera Italia su Rete 4, commenta sul filo dell'ironia (ma non troppo) quanto accaduto giovedì sera alla Prima della Scala a Milano. 

Il contestatore solitario Marco Vizzardelli, che all'inizio del Don Carlo, ha urlato "viva l'Italia antifascista" come provocazione nei confronti del presidente del Senato Ignazio La Russa e del vicepremier Matteo Salvini, presenti nel palco reale del Piermarini insieme alla senatrice a vita Liliana Segre. "Ero inquietato dalla loro presenza", ha poi ammesso il melomane, che dice di "odiare il nero" e di essere un "liberale di sinistra".

"Io ero lì giovedì sera - spiega la Chirico - e devo dire che quel 'viva l'Italia antifascista' ha messo un po' un filo di inquietudine. C'erano le autorità dello Stato a teatro, poi alla fine si è rivelato un personaggio assolutamente innocuo. Io sono contenta e ringrazio la Digos per aver fatto quello che la legge la obbliga a fare, cioè l'identificazione di un soggetto potenzialmente sospetto". "No, è una facoltà", scuote il capo da Bruxelles l'europarlamentare del Pd Brando Benifei.  

"Non basta dirsi antifascista per non essere sottoposto ai controlli della Digos che farebbero a ciascuno di noi, se gridassimo 'viva l'Italia antifascist' alla Prima della Scala, con il presidente del Senato in sala, per sapere se è tutto in ordine e se lo spettacolo può proseguire. E' buonsenso".

Biografia di una nazione. Vacanze italiane e la mitomania del loggionista senza tv. Guia Soncini su L'Inkiesta il 9 Dicembre 2023

L’uomo che ha guadagnato quindici minuti di celebrità per aver detto «Viva l’Italia antifascista» alla prima della Scala è un personaggio vanziniano. Giura di non aver urlato, è solo che ha «una proiezione di voce eccezionale»

«C’è una mafia giudea che mette spavento». È il Natale del 1983, Roberto Covelli è tornato da New York dov’è andato a lavorare nella finanza, la mamma gli chiede come sia la banca americana, e lui dà questa risposta per la quale, oggi, fioccherebbero gli editoriali e le interrogazioni parlamentari e tutta la confusione mentale che caratterizza il nostro tempo.

“Vacanze di Natale” è al dodicesimo minuto, e quella di Christian De Sica non è neanche la prima battuta della quale i commentatori americanizzati di oggi direbbero «problematic». Se qualcuno avesse voglia di fare un’inchiesta sulla distanza tra il paese reale e noialtri che c’indigniamo sui giornali e sui social, suggerirei di andare il 30 dicembre a intervistare gli spettatori che escono dai cinema dove, per il quarantennale, verrà riproiettato “Vacanze di Natale”.

Ieri, mentre il paese reale faceva il ponte, noialtri che popoliamo quello irreale eravamo impegnati a indignarci per le sorti d’un personaggio vieppiù vanziniano. Il loggionista Marco Vizzardelli, al cui quarto d’ora di celebrità sono lieta di contribuire: credo nello stato sociale.

Il Corriere gli fa dire che non ha la tv («L’ho rifiutata alla prima guerra del Golfo»: sceneggiatori già intenti a scrivere la scena del televisore che gli si offre, ma Vizzardelli, fermo, lo rifiuta). E che al “Don Carlo” del 1992 fischiò Muti ma non Pavarotti, «Non fischio i cantanti» (affermazione di principio invero impegnativa).

Repubblica ci spiega che Vizzardelli «è grande ammiratore del maestro Claudio Abbado», che «in più di un’occasione aveva tuonato contro quella che riteneva un’eccessiva sovraesposizione mediatica di Riccardo Muti» (per distinguerla dalle sovraesposizioni caratterizzate dal non eccesso), e che si occupa per lavoro di equitazione, «che da trentacinque anni segue e racconta dalle colonne Equos Trotto & Turf» (improvvisamente ridimensionato il genio di Richard Curtis: Cavalli e segugi, avrebbe detto Guido Nicheli, is nothing).

In un momento di sublime italianità, ovvero di assoluta mitomania, Vizzardelli spiega all’intervistatore (a uno degli intervistatori: è pur sempre l’uomo del giorno) che lui «Viva l’Italia antifascista» (sarebbe stato più spiritoso «Viva Verdi», ma l’avremmo capito in quattordici, tra i quali forse nessuno che potesse dare ordine alla Digos d’identificare il fellone) mica l’ha urlato.

«È una cosa che ho sentito dentro di me, ma l’ho fatto con tranquillità e senza urlare. Però il vecchio sovrintendente della Scala Alexander Pereira diceva di me che ho una proiezione di voce eccezionale». In futuro il diaframma di ognuno sarà famoso per quindici minuti.

Vizzardelli dice d’essere intervenuto in difesa della senatrice Liliana Segre, che lo turbava vedere nel palco reale assieme a La Russa e Salvini (e Sala e Sangiuliano: è ora di finirla di trascurare sempre gli intellettuali, nelle ricostruzioni).

«Non mi è piaciuto per niente averla vista in mezzo a quella polemica e ho pensato che qualcosa andava fatto». Nell’intervista al Corriere è ancora più tranchant: «Mi inquietava la senatrice a vita Liliana Segre messa in mezzo in quella maniera». In effetti un po’ tutta la vita di Liliana Segre testimonia l’incapacità della signora di cavarsela, figuriamoci se può aver deciso lei con chi dividere un palco.

Sulla Stampa ci sono ulteriori virgolettati di Vizzardelli, tra cui «Sono un po’ sbalordito che abbia risonanza mediatica», che è un po’ la frase che ti aspetteresti da uno che ha passato la giornata a dare interviste. Nessuno degli intervistatori gli chiede se, più che in “Vacanze di Natale”, egli si percepisse un figurante in “Senso” di Visconti, uno dei loggionisti che facevano piovere fogli tricolore, alla fine del “Trovatore”, urlando «Viva l’Italia» (era il Risorgimento, «antifascista» non era ancora aggettivo chiave per entrare in tendenza), irritando gli austriaci che però lucidamente sintetizzavano: «Ecco la guerra che gli italiani preferiscono: pioggia di coriandoli con accompagnamento di mandolini». 

Mancano inoltre un po’ da ovunque i dettagli di ciò che tutti vogliamo sapere: chi è il Calboni che ha dato alla Digos l’ordine di identificarlo.

D’altra parte un mondo che, se Christian De Sica dicesse oggi che nella banca americana c’è la mafia giudea, accuserebbe lui e i Vanzina d’antisemitismo, un mondo che non sa più distinguere tra una commedia e un editoriale, tra una battuta e un dibattito parlamentare, possiamo davvero, in questo mondo qui, pretendere che i piani li sappiano distinguere gli sbirri, ultimi dai quali pretendiamo il senso del tono e del contesto? Figuriamoci: identificheranno uno sciamannato; facendone così, con la sola richiesta della carta d’identità, un eroe antifascista.

Parentesi: per essere eroe antifascista, nel 2023, basta talmente poco che la gente lo diviene scrivendosi «antifa» nella bio di Twitter, o come si chiama ora. La percentuale di volte in cui leggi un tweet, pensi «ma chi è questo irrecuperabile cretino», vai a guardare la bio e trovi «antifa» è talmente alta che la domanda che mi faccio più spesso è: ma l’antifascismo non può fare causa ai Vizzardelli del mondo per danno reputazionale?

Altra parentesi: ovviamente, se uno ritiene di dover comunicare il proprio antifascismo al mondo a mezzo note biografiche su un social network, sarà anche portato a ritenere Vizzardelli – che lo comunica dal loggione, senza neanche bisogno del wifi – un eroe; e quindi ieri intellettuali che pensano che stare sui social equivalga a far la resistenza sulle montagne annunciavano che sarebbero andati negli uffici della Digos a dire «Viva l’Italia antifascista», pretendendo di venire identificati. Scrivevo di recente che la Digos dovrebbe occuparsi di cose più serie che degli imbecilli che scrivono lettere fingendosi docenti della Holden. Aggiungo: cose più serie di uno che dice cose da un loggione della Scala. Aggiungo: cose più serie di chi trova in questo uno la sua occasione di celebrità eroica in un pomeriggio festivo che altrimenti gli toccherebbe trascorrere a fare l’albero.

Da nessuna parte è ricostruita la catena di comando, quindi, ma sul Corriere ci sono dettagli gustosi: la carta d’identità di Vizzardelli sarebbe stata fotografata col cellulare di Vizzardelli stesso, perché ai telefoni degli agenti della Digos non funzionava la fotocamera. Defund the police, sennò dove li troviamo gli spunti da commedia all’italiana.

Nella versione che dà alla Stampa, Vizzardelli dice che alla prima richiesta di documenti si è rifiutato di fornirli. È una ricostruzione simile a quella che giorni fa faceva Christian Raimo su Instagram: era in treno, gli avevano chiesto i documenti, era un sopruso illegale, voleva rifiutarsi.

A corredo del suo post, Raimo fotografava l’articolo 651 del codice penale, che dice che non puoi rifiutarti di dare le generalità a un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni. Lo faceva per dirci che non sa leggere? O che abbiamo un codice penale fascista? O che gli piacerebbe avviare una collaborazione con Trotto&Turf?

Quante domande, mentre io qui riesco a pensare solo alla parte che farei fare a Vizzardelli nel rifacimento di “Vacanze di Natale”. Non ho dubbi: Billo, il pianista che, eroe della contribuzione alla solidità della famiglia tradizionale, quando non suonava “Maracaibo” si sdraiava le mogli dei villeggianti. Oggi verrebbe cassato dalla sceneggiatura perché eteronormativo, temo. Gli toccherebbe procurarsi una fama alternativa, urlando il suo antifascismo in un contesto sufficientemente fesso da farlo divenire un martire.

Sandro De Riccardis per la Repubblica - Estratti venerdì 8 dicembre 2023.

“E’ stato un gesto istintivo, nulla di preparato. Anche se, da frequentatore della Scala, da giorni il mio disagio cresceva. Soprattutto pensando all’Inno nazionale con un presidente del Senato che ha il busto di Mussolini in casa”. Marco Vizzardelli ha 65 anni e frequenta la Scala da quando ne aveva nove. Giornalista, appassionato di lirica e naturalmente loggionista, ancora non si spiega il tanto clamore suscitato dal suo “Viva l’Italia antifascista”, urlato alla fine del primo atto dal loggione. “E’ una frase lapalissiana – dice – sarebbe stato grave gridare il contrario”. 

Vizzardelli, quando ha deciso il suo gesto?

“In realtà non avevo deciso nulla. Poteva anche succedere che non dicevo niente. Ho sentito un altro loggionista urlare “no al fascismo”. Poi, dopo l’inno, è partito un breve applauso, ed è successo. Ho gridato “Viva l’Italia antifascista”, ma l’ho detto molto con calma”.

Una cosa istintiva..

“In buona parte sì. Il “Don Carlo” è uno dei miei titoli preferiti, e anche giovedì mi è piaciuto moltissimo, così ho deciso di partecipare alla Prima. Ma giorno dopo giorno ascoltavo le polemiche su Liliana Segre.. dove la mettiamo.. dove mettiamo i politici.. Un vero cancan che non mi è piaciuto, l’uso della senatrice a vita come scudo umano.. ma non solo questo”. 

Cos’altro la disturbava?

“Inizio a riflettere sul fatto che mentre eseguiranno l’Inno nazionale, ci sarà un presidente del Senato che ha il busto di Mussolini in casa. Mi crea disagio, non ce la faccio. Fascismo e razzismo non li sopporto. Sono stato in coda con tutti questi pensieri in testa. Gli appelli per i loggionisti durano quasi due giorni, e tutti gli altri vicino a me erano molto accesi, dicevano che bisognava fare qualcosa, protestare, una protesta forte. Io cercavo di calmarli, dicevo che non bisogna mischiare tutto e tutti. La Segre bisognava solo applaudirla, ringraziare che esista, per quel che fa e quel che è”.

E’ arrivato a teatro senza un’idea precisa, quindi.

“Pensavo a una cosa mirata e limitata, ma non avevo deciso niente. Poi sa com’è andata. Una cosa estemporanea. Una donna in galleria ha urlato “bravo” ed è scoppiato l’applauso”.

Poi è arrivata la Digos.

“A metà del primo atto mi rendo conto che qualcuno mi gira intorno guardandomi fisso. Ho capito subito che era un poliziotto in borghese. Poi alla fine del primo atto ha tirato fuori il distintivo, e in maniera molto cortese mi ha chiesto i documenti”.

Come ha reagito lei?

“Sono scattato subito. “Non vedo il motivo” ho detto. 

(...) 

Si aspettava questo clamore?

“Assolutamente no. Sono stravolto, ho dormito pochissimo, per tutta la notte mi continuava a squillare il telefono, mi inviavano le foto delle prime pagine dei siti. Non me l’aspettavo. Però era giusto farlo. Possibile che dire “Viva l’Italia antifascista” crei disagio e clamore?. C è qualcosa che non va”.

Qualche politico ha reagito.

“Ignazio La Russa, che in fondo poteva essere l’obiettivo principale, ha reagito con intelligenza. Ha detto di non aver sentito niente. Salvini ha reagito da Salvini, tirandomi un assist.. Dicendo che non si urla alla Scala. Dimostra di non conoscere la storia delle proteste che da sempre ci sono state alla Prima della Scala. Comunque sono molto stupito, non era quello l’obiettivo, volevo solo comunicare un mio sentire”.

Lo rifarebbe?

Assolutamente si, ma molto serenamente. Sento un profumino di fascismo e un profumone di razzismo nella classe politica

Da lastampa.it - Estratti venerdì 8 dicembre 2023.

Polemiche sulla identificazione, alla Prima della Scala di ieri sera, di un uomo che ha gridato «Viva l’antifascismo» ed è stato identificato dalle forze di polizia presenti. Marco Vizzardelli, il loggionista che ha gridato «Viva l'Italia antifascista» durante la prima della Scala, è stato identificato dalla Digos. Non gli è stata contestata nessuna ipotesi di reato. Vizzardelli è un giornalista esperto di equitazione. 

Fiorello ha aperto la rassegna stampa della puntata festiva di Viva Rai2! parlando della Prima alla Scala: «Ieri ero a vedere il Don Carlo visto che Mattarella non poteva. Mi ha detto 'ci vai tu?' e io sono andato e tornato con un aereo privato fornito dal ministero della Cultura», ha ironizzato. «Sono state 4 ore e 13 minuti di applausi, sono andato al centro grandi ustionati per le mani...». 

Poi la 'rivelazione': «Ad un certo punto, dopo l'inno italiano, non ce l'ho fatta e ho urlato 'Viva l'Italia antifascista!'. La Russa ha avuto un mancamento, il sindaco di Milano Sala si è alzato a prendere un po' d'acqua, la senatrice Liliana Segre gli teneva la fronte mentre il presidente del Senato diceva 'Liliana, aiutami tu!'». 

«Tra l'altro - ha scherzato ancora lo showman - stanno indagando perché si è sentito un altro urlo fortissimo: 'Viva il Ponte sullo Stretto!'. Nessuno ha ancora capito chi fosse...'».

«Me lo sono sentito dentro. Direi che lo rifarei, senza dubbio". 

(...) Sono arrivati in quattro durante l'intervallo: 'Siamo della Digos e vorremmo le sue generalità'. E io: 'Mi sembra un po' strano'. Loro mi hanno risposto: 'Purtroppo, se gliele chiediamo, è tenuto a darcele'. Io l'ho buttata in ridere e ho detto: 'Se avessi detto 'viva l'Italia fascista' giustamente mi avreste legato e portato via'. A questo punto si sono messi a ridere e poi hanno detto: 'Siamo perfettamente d'accordo con lei, ma abbiamo dovuto chiederle le generalità'. Ed è finita lì, ma intanto era successo". Vizzardelli poi aggiunge: "Perché l'ho fatto? Proprio molto spontaneamente, un segnale mio che mi sono sentito dentro di dire davanti a queste persone: 'Viva l'Italia antifascista'. Basta, tutto qui. Me lo sono sentito dentro. Direi che lo rifarei, senza dubbio. Qualcuna delle reazioni me lo conferma".

Alla domanda se si riferisse alle parole del vicepremier leghista, Matteo Salvini, che ieri sera ha commentato: «Chi urla alla Scala è nel posto sbagliato», risponde: «Che onore! Direi che ha fatto meglio» Ignazio La Russa «che ha detto: 'Non ho sentito niente'. Sono un po' sbalordito che abbia una risonanza mediatica una frase lapalissiana. Siamo in un Paese antifascista, la frase è costituzionale». 

«Trovo un po' inquietante che io sia stato identificato, non può non venirmi il dubbio che siamo alla soglia di uno stato parafascista». Lo ha detto all'ANSA Marco Vizzardelli, che ieri dopo l'inno di Mameli ha urlato dal loggione 'Viva l'Italia antifascista' alla prima della Scala per poi essere identificato dalla Digos. «Non sono un pericoloso comunista, al massimo un liberale di sinistra - prosegue - ma non reggo due cose: qualsiasi vago profumo di fascismo e qualsiasi forma di razzismo. E ieri avevo davanti due rappresentanti dello Stato come Salvini e La Russa che su entrambi questi fronti mi lasciano molto perplesso».

La replica della polizia

L'identificazione di due loggionisti ieri sera alla Prima della Scala dopo l'urlo "W l'Italia antifascista" fatto prima dell'inizio dell'opera «non è stata assolutamente determinata dal contenuto della frase pronunciata»: lo ha precisato, oggi, la Polizia di Stato. «L'identificazione dei due spettatori presenti in Galleria - spiega la Questura di Milano in una nota - è stata effettuata quale modalità ordinaria di controllo preventivo per garantire la sicurezza della manifestazione».

Scala quaranta. La surreale campagna del Pd in difesa del loggionista antifascista. Mario Lavia su L'Inkiesta il 9 Dicembre 2023

I dirigenti del Partito democratico hanno costruito una stravagante iniziativa propagandistica, confondendo la barbarie autoritaria con una (altrettanto ridicola) richiesta di documenti

Quando l’infinitamente piccolo può diventare enorme. O un fatterello un’epopea. Ci provano i ragazzi del Pd (pardon, le ragazze e i ragazzi del Pd) che esagerano sempre le loro ragioni, pur innegabili, strombazzano, strappano le vesti, strepitano, strillano e magari vogliono essere simpatici. Il Nazareno esagerato appena può si appalesa sui social, su X, imbrattandolo con presunte campagne mediatiche un po’ puerili, un po’ scopiazzate, un po’ vittimiste. Facendo di un fatto piccolo una crociata, di un evento ridicolo una tragedia. Così la nazarenica campagna mediatica di ieri ha tratto spunto dal grido del cittadino Marco Vizzardelli: «Viva l’Italia antifascista» (che in sé va benissimo) alla prima della Scala. Gli hanno chiesto i documenti, i poliziotti mandati da qualche burocrate troppo zelante – una roba da «Pum pum! Chi è? La polizia!» di Dario Fo – e hanno fotografato la patente, e poi null’altro di significativo. Apriti cielo. 

C’è chi ha parlato di olio di ricino, rendiamoci conto. Altro che fratelli Rosselli, altro che Giovanni Amendola. «Identificateci tutti!», è stato l’urlo di battaglia che si è levato dal Nazareno e allora daje tutti a twittare nome, cognome, luogo e data di nascita, e abbiamo così scoperto cose grosse, tipo che Giuseppe “Peppe” Provenzano è nato 23 luglio 1982, che la gioviale Susanna Camusso è nata a Milano il 14 agosto 1955, che la capogruppo Chiara Braga è nata a Como il 2 settembre 1979, che l’abile Marco Furfaro è nato a Pistoia il 19 giugno 1980, e così via, c’era pure l’hashtag #identifichiamoci che ha funzionato abbastanza: d’altra parte X è perfetto per militanti un filino narcisisti, per nuovi partigiani che confondono la barbarie con una (ridicola) richiesta di documenti.

Queste sono le botte propagandistiche che fanno impazzire i dirigenti del Partito democratico, gliela facciamo vedere noi, «siamo tanti siamo qui/ siamo della Fgci», si gridava quando questi non erano nemmeno nati. E dunque l’antifascismo non si tocca, ci voleva Vizzardelli a ricordarlo e i ragazzi del Pd a dargli man forte contro la pula o madama che gli ha chiesto la patente, iniziativa sgangherata ma forse anche effetto di un clima sovreccitato anche dalla presenza nel Palco Reale della Scala di Ignazio Benito La Russa impettito nel suo smoking troppo stretto al quale quel grido era indirizzato. 

«Non l’ho sentito», ha detto il sordo presidente del Senato che era seduto a un metro della nostra (di tutti) Liliana Segre, la sola persona che poteva sedersi dove un anno fa stava Sergio Mattarella. Che con la sua sola presenza La Russa costituisca un problema è ormai un fatto acclarato che conferma l’arrogante avventatezza di Giorgia Meloni che un anno fa lo volle sullo scranno più alto di palazzo Madama: e bisognerà sopportare l’onta fino alla fine della legislatura, non si sa quando, e ci saranno sempre grida e contestazioni all’indirizzo di chi definì il battaglione Bozen «una banda musicale». Il problema è che contro Ignazio e i suoi amici servono la politica e la cultura più che sapere quand’è nata Susanna Camusso. La tragedia che si trasforma in farsa. Tutto infinitamente piccolo.

Estratto dell’articolo di Natalia Aspesi per “la Repubblica” il 9 Dicembre 2023

Nel silenzio rumoroso e scicchissimo di una Scala tutta piena di orgogliosi capelli bianchi, il giorno dell’inaugurazione del 7 dicembre una voce, una sola vocina quasi soffocata, si alza, meschina, dopo Fratelli d’’Italia: “Viva l’Italia antifascista!” e subito la Digos, dimenticandosi di colpo che questo sarebbe un Paese antifascista, almeno, ce lo dice ancora con una certa muffa, la Costituzione, corre a identificare l’ingenuo eroe. 

Da oggi il suo nome sarà segnalato alla Digos, e forse potremo dire che Vizzardelli Marco, di 65 anni, giornalista di cavalli e musica, dal loggione del teatro la Scala, il 7 dicembre 2023 è stato segnalato per antifascismo. Un omino piccolo, per nulla elegante e per nulla eroe. 

Pericoloso antifascismo? Bisognerà che almeno per il gesto scemo dell’altra sera, qualcuno chieda scusa al povero Vizzardelli che in un notte di pioggia, ha osato dire quel che pensava, quando a dirlo, oggi, almeno a molti, può essere preso per pericoloso.

Ma davvero? Certo eravamo un po’ angosciati da quel palco presidenziale, tutto coperto di fiori e mele e altro, ma a rendere il palco digeribile, l’anno scorso, c’era Mattarella che si prese una tale lunga ventata di applausi che gli offrivano l’idea che comunque malgrado le elezioni, la gente stava totalmente con lui. 

[...] 

Questa volta invece il palco presidenziale era strapieno e meno male che Mario Monti, abituato da sempre ad andare in platea, aveva detto no grazie, il mio posto ce l’ho, anche se lui è stato, come sempre velocissimamente, presidente del Consiglio ed è senatore a vita. 

Stretti uno all’altro il sindaco Sala con bella signora, poi la signora Liliana Segre ancora provata dal trambusto dalla platea al palco, con figlia, poi Ignazio La Russa con bella signora, dietro ignoti ministri e altro, e soprattutto Matteo Salvini che nelle foto riusciva a sembrare in prima fila spingendo la testa in avanti, assieme alla bella fidanzata, Francesca Verdini, di cui, lo si vede benissimo, è davvero innamorato. […]

A proposito della senatrice Segre, un gran fermento c’era stato attorno a lei, per strapparla alla platea e per la prima volta invitarla nel palco. L’idea era venuta, mi pare, a La Russa, che col suo accento di puro Paternò molto marcato, furbo come il demonio, sapeva che c’era la probabilità per lui di eventuali dissensi ai fratelli d’Italia, pur essendo ovvio che per la seconda carica dello Stato quale è lui, l’eroica musica era dovuta. 

Intanto anche il Sala aveva avuto la stessa idea, e si era gettato sulla povera signora, che accettando, poi si è presa gli unici applausi rivolti al palco. Ma era ormai da un mese che attorno al simpatico antro si muovevano importanti personalità per renderlo accettabile, senza la presenza benedicente di Mattarella.

C’era chi si odiava chi e non voleva l’altro, chi trovava che le destre estreme del noioso Salvini erano un eccesso e potevano dar fastidio a un altro, insomma la messa in sicurezza di quel luogo fiorito e civettuolo poteva essere teatro di violenti litigi a fior di spada. E tutta quella fatica erculea da parte di esperti diplomatici del ramo, dopo settimane di mal di testa e ansia e frustrazione, qual è il risultato? 

Una vocina, una sola vocina che da sola ha fatto accorrere la Digos. Forse non è così, ma ieri il bel pubblico della grande Scala, anche assieme a un antico giovanotto vestito di foglie d’oro a ricordare i bei tempi antichi in cui anche le signore arrivavano in pantaloncini bianchi, parevano contenti, felici di essere lì. La paura di una Italia fascista ci sarà per un’altra volta.

Subito a cercare momenti grami per la Scala, con l’aiuto di chi sa tutto del teatro, Franco Pulcini, ma mannaggia, non ce ne sono stati di clamorosi. Per esempio: Mussolini non venne alla Scala alla prima mondiale di Turandot, l’ultima opera di Puccini appena morto perché Toscanini fece sapere che non avrebbe eseguito Giovinezza prima dell’inizio. 

Si era nel 1926 e i fascisti se lo ricordarono nel 1931 per reagire al suo solito rifiuto di eseguire gli inni del regime. Il 64enne venne schiaffeggiato e preso a pugni sul volto e su collo. Toscanini protestò per iscritto con Mussolini ma non ebbe risposta e si trasferì negli Stati Uniti. 

Celebre il caso dell’imperatore Francesco Giuseppe, che in una serata del 1857 con la ventenne consorte Sissi, videro arrivare al pranzo di gala i domestici al posto degli aristocratici. In teatro cantarono Va pensiero.. e Massimiliano Cesare Stampa di Soncino, marito della contessa Cristina Morosini, venne arrestato perché all’ingresso dell’imperatore anziché alzarsi per rendergli omaggio rimase seduto voltando le spalle a lui e alla moglie.

Poi nel 1968, proprio con un altro Don Carlo diretto allora da Claudio Abbado, ci fu la protesta con uova marce contro le povere signore al massimo dello sfarzo. Adesso c’è rimasto il buon Vizzardelli, eroe inutile del nuovo regime.

La vera libertà del finto martire. Marco Vizzardelli, loggionista della Scala e melomane a tutto campo, è diventato famoso non per le sue competenze musicali, ma per aver urlato l'altra sera, in apertura dell'opera che inaugurava la stagione del teatro milanese, "viva l'Italia antifascista". Alessandro Sallusti il 9 Dicembre 2023 su Il Giornale.

Marco Vizzardelli, loggionista della Scala e melomane a tutto campo, è diventato famoso non per le sue competenze musicali, ma per aver urlato l'altra sera, in apertura dell'opera che inaugurava la stagione del teatro milanese, «viva l'Italia antifascista», concetto peraltro assolutamente condivisibile. È la dimostrazione che, per soddisfare il proprio narcisismo, basta un'ovvietà assoluta, basta saper scegliere tempi e luogo.

Già, perché ci vorrebbe coraggio a urlare quella frase se fossimo sotto un regime fascista, ma essendo il fascismo morto e sepolto da ottant'anni - fingono di non saperlo solo Bersani e la Boldrini - parliamo di acqua fresca. Addirittura ci vorrebbe più coraggio ad urlare «viva la gnocca», perché coi tempi che corrono, si rischierebbe davvero l'arresto in flagranza per esternazioni politicamente scorrette in un regime che vuole imporre la correttezza.

Il sindaco di Milano Beppe Sala ieri ha pubblicato un post polemico: «Ma al loggionista che ha gridato Viva l'Italia antifascista ed è stato identificato (dalla Digos, ndr), che gli si fa?». Azzardo io una risposta: assolutamente nulla, in caso contrario sarei il primo a scendere in piazza, perché la libertà di espressione, anche se stupida o inopportuna in un certo luogo, è sacra. Immagino che il Vizzardelli sarebbe stato identificato anche se avesse urlato «forza Inter», per verificare se fosse uno intenzionato a fare del male ad altri o solo a se stesso.

A me questi novelli Toscanini fanno un po' tristezza e un po' ridere. Il grande Maestro, alla fine degli anni Venti del secolo scorso, in pieno fascismo crescente, si rifiutò di dirigere la Turandot alla Scala perché Benito Mussolini aveva annunciato la sua presenza. Finì che Mussolini restò a casa e Toscanini diresse. Ecco, quello era avere le palle, non come oggi urlare contro i fantasmi o, come ha fatto il sindaco Sala, annunciare che non sarebbe salito nel palco reale al fianco di La Russa e poi lì è finito con calorose strette di mano.

Vabbè, lunga vita a Marco Vizzardelli, nuova icona della sinistra, ma come ha suggerito ieri Vittorio Sgarbi, propongo una modifica al suo urlo: non «viva l'Italia antifascista, ma semplicemente «viva l'Italia». Più semplice, più vero.

"Non sono strumentalizzabile”. Viva l’Italia antifascista, Vizzardelli: “Il pd adesso mi cerca. La Digos mi ha detto: siamo d’accordo ma dobbiamo identificarla”. Redazione su Il Riformista il 9 Dicembre 2023

La Prima della Scala è ormai terminata da giorni eppure non cala il sipario. Marco Vizzardelli, il loggionista che subito dopo l’Inno di Mameli, durante la Prima della Scala, ha gridato “Viva l’Italia antifascista” in una intervista al Corriere della Sera rivela: “Sono già stato cercato dal Pd, sono sorpreso ma comunque non sono strumentalizzabile”.

Che la sinistra stesse vivendo una forte crisi identitaria non è storia nuova, ma non tutti si aspettavano che andasse a pescare il loggionista Vizzardelli poche ore dopo il grido “Viva l’Italia antifascista” durante la Prima della Scala.

“Sono sorpreso – spiega al Corriere della Sera – io non sono strumentalizzabile né da chi mi dà dell’ultimo giapponese di sinistra (vedi il commento di ieri del direttore di Libero Mario Sechi, ndr)né dal Pd che mi tira per la giacchetta”.

Poi la rivelazione: “Sono già stato cercato dal Pd”. Nulla di più verosimile. Le ultime ventiquattrore degli esponenti dem erano solo un preludio per una chiamata politica ufficiale. L’account social ufficiale del Partito democratico era attivo da ieri mattina. “Viva l’Italia antifascista”, si legge nell’ultimo post su Instagram. Con tanto di descrizione e attacco all’esecutivo: “Continueremo a gridarlo ovunque – scrivono dalle parti del Nazareno – Anche se non piace a Salvini. E adesso identificateci tutti”. 

"Mi ha cercato dal Pd": ora i dem cercano di arruolare il loggionista antifascista. Il giornalista che ha gridato "Viva l'Italia antifascista" rivela di essere stato cercato dal Pd. Poi il messaggio ai dem: "Non sono strumentalizzabile da chi mi tira per la giacchetta". William Zanellato il 9 Dicembre 2023 su Il Giornale.

Cala il sipario sulla Scala di Milano ma le trame del Partito democratico restano più attive che mai. Una sinistra in crisi d’identità e in forte calo di consenso ha trovato l’occasione perfetta per arruolare, tra l’altro con scarsissimi risultati, un nuovo pasdaran della sinistra massimalista. Marco Vizzardelli, il loggionista che subito dopo l’Inno di Mameli, durante la Prima della Scala, ha gridato “Viva l’Italia antifascista” in una intervista al Corriere della Sera rivela: “Sono già stato cercato dal Pd, sono sorpreso ma comunque non sono strumentalizzabile”.

Niente da fare. Il carrozzone della sinistra parlamentare e mediatica è già pronto a festeggiare il suo nuovo paladino. E il loggionista - schedato e identificato nella giornata di ieri dalla Digos – prova a scrollarsi di dosso questo abito scomodo. “Sono sorpreso - spiega al Corriere della Sera - io non sono strumentalizzabile né da chi mi dà dell’ultimo giapponese di sinistra (vedi il commento di ieri del direttore di Libero Mario Sechi, ndr)né dal Pd che mi tira per la giacchetta”. Poi la rivelazione: “Sono già stato cercato dal Pd”. Nulla di più verosimile. Le ultime ventiquattrore degli esponenti dem erano solo un preludio per una chiamata politica ufficiale. L’account social ufficiale del Partito democratico era attivo da ieri mattina. “Viva l’Italia antifascista”, si legge nell’ultimo post su Instagram. Con tanto di descrizione e attacco all’esecutivo: “Continueremo a gridarlo ovunque – scrivono dalle parti del Nazareno – Anche se non piace a Salvini. E adesso identificateci tutti”.

Le urla del loggionista sono già un manifesto politico del partito di Elly Schlein e soci. Il post, come da copione, viene ripreso ovviamente dalla segretaria dem in persona su X, la piattaforma social preferita dai democratici. Il governatore emiliano Stefano Bonaccini spara:"Bastava identificare una copia della Costituzione. In ogni caso, Viva l'Italia antifascista. Sempre" L’ex segretario dem, Nicola Zingaretti, lo segue: “Per essere chiari. Nella Repubblica italiana bisognerebbe identificare chi fa il saluto romano non chi grida "viva l'Italia antifascista”.

Il primo cittadino di Milano, Beppe Sala, si chiede con un pizzico di ironia: “E infine, ma al loggionista che ha gridato Viva l'Italia antifascista ed è stato identificato, che gli si fa? Chiedo per un amico”. La fedelissima di Schlein, Chiara Braga, non può esimersi e grida: “Viva l’Italia antifascista”. Con tanto di dati anagrafici: “Chiara Braga. Nata a Como, 02.09.1979”. La sinistra ha trovato l’ennesima figurina da sfoggiare, utilizzare fin quando necessaria e infine dimenticarla.

"Identificateci tutti". La sinistra santifica il "patriota" del loggione come eroe antifascista. Pasquale Napolitano il 9 Dicembre 2023 su Il Giornale.

La sinistra ha trovato il federatore. Beppe Sala? Per carità. Paolo Gentiloni? Assolutamente no. Enrico Letta? Sta bene a Parigi. L'urlatore della Scala di Milano è il nuovo Prodi. Eccolo, l'idolo di Ruotolo, Schlein e Conte.

È lui. Nessun dubbio Un esperto di cavalli è già diventato l'eroe di Pd e sinistra. È bastato un urlo, al termine dell'Inno di Mameli, durante la Prima della Scala, per mandare in estasi i compagni. «Viva l'Italia antifascista», ha gridato Marco Vizzardelli, all'inizio del «Don Carlo». Un gesto che fa sognare il Pd. Parte la catena di giubilo. È già pronto il tour nelle salotti di sinistra. Gruber, Formigli e Fazio lo aspettano con i tappeti rossi. «Il sindaco (che ne ha la facoltà) conferisca subito l'Ambrogino a Marco Vizzardelli, il cittadino che ieri alla Scala ha gridato viva l'Italia antifascista. Sarebbe la bella e giusta risposta di Milano città medaglia d'oro della Resistenza», annuncia subito il capogruppo dei Verdi europei al Comune di Milano Carlo Monguzzi. Vizzardelli, 65 anni, loggionista da sempre, appassionato di lirica e giornalista pubblicista, dopo l'urlo è stato identificato dalla Digos. La Questura chiarisce subito: «L'identificazione è stata effettuata quale ordinaria modalità di controllo preventivo per garantire la sicurezza della rappresentazione. L'iniziativa non è stata assolutamente determinata dal contenuto della frase pronunciata». Nessuna forzatura. Per la sinistra, invece, siamo alla vigilia di uno Stato di polizia. L'occasione è ghiotta.

Nicola Fratoianni (che ha dimenticato di identificare Soumahoro prima della candidatura) grida: «È ora di finirla con la paccottiglia fascista». Ilaria Cucchi rompe gli indugi: «Ecco i miei dati anagrafici, il governo chiarisca». Elly Schlein prepara la piazza: «Continueremo a gridarlo, ovunque. Anche se non piace a Salvini. E adesso identificaci tutte e tutti». Il suo fido, Sandro Ruotolo (che non ha proferito parola sui flop in Rai della moglie di Francesco Boccia) si inventa la genialata della catena social: «Adesso identificate tutte e tutti», con tanto di hashtag. Nicola Zingaretti non manca all'appello: «Per essere chiari. Nella Repubblica italiana bisognerebbe identificare chi fa il saluto romano non chi grida "viva l'Italia antifascista"». Il sindaco di Milano si chiede: «E infine, ma al loggionista che ha gridato Viva l'Italia antifascista ed è stato identificato, che gli si fa? Chiedo per un amico». Sala mastica amaro. Vizzardelli gli ha soffiato la poltrona di federatore del centro-sinistra. Si rivede Stefano Bonaccini: «Bastava identificare una copia della Costituzione. In ogni caso, Viva l'Italia antifascista. Sempre».

Dal fronte della maggioranza Flavio Tosi commenta: «Non ho trovato l'urlo scandaloso, ma ineducato sì. Capisco che chi ha una opinione politica o una idea da diffondere utilizzi l'esterno del teatro per manifestare il suo dissenso, ma all'interno ci vuole rispetto per tutti. Un conto è ciò che accadde durante l'oppressione austroungarica dove si stava provando a liberare il Paese dal nemico in casa, qui c'è un governo democraticamente eletto e con una larga maggioranza in Parlamento». Il protagonista, Vizzardelli, proiettato oramai verso la carriera politica nel Pd, spiega il gesto: «Non ho commesso un reato perché ho detto Viva l'Italia antifascista, l'avrei commesso se avessi detto Viva l'Italia fascista. Ho detto una cosa costituzionale e lapalissiana».

Antifascista. Storia di Massimo Gramellini  su Corriere della Sera il 9 Dicembre 2023

Vi immaginate se qualcuno avesse gridato «Viva la Germania antinazista» in un teatro tedesco e quattro poliziotti lo avessero avvicinato per chiedergli i documenti?

Gli agenti della Digos hanno identificato il loggionista Marco Vizzardelli che, alla prima della Scala, aveva accompagnato le ultime note dell’inno nazionale con l’urlo «Viva l’Italia antifascista!». Lo avrebbero fatto anche se avesse gridato «Viva la pappa col pomodoro»: dicono sia la prassi nelle manifestazioni riprese dalla tv. Però in un Paese dove i fascisti sono pochi ma gli anti-antifascisti ancora tantissimi, l’impressione è stata che rivendicare a voce alta la natura antifascista del patto costituzionale venisse considerata una provocazione o addirittura un sintomo di pericolosità sociale.

Il loggionista sostiene di essere rimasto turbato dalla presenza di La Russa e Salvini sul Palco reale accanto alla Segre. Il modo migliore per tranquillizzarlo sarebbe stato che i due politici di destra sottoscrivessero la sua ovvia affermazione, ancora più stringente per chi, come loro, ha giurato sulla Carta che la incarna. Invece La Russa ha affermato di non avere sentito niente e Salvini che a teatro non sta bene urlare (lo ha detto nel luogo che ospita il loggione più famoso del mondo). Proprio non ce la fanno. E un po’ lo fanno apposta, per aizzare la sinistra e distrarre l’attenzione dall’economia.

Al netto della retorica, però, il problema resta. E resterà fino a quando «Viva l’Italia antifascista» non diventerà un modo di dire condiviso e persino banale. Come gridare «Viva la mamma».

Il Caffè di Gramellini vi aspetta qui, da martedì a sabato. Chi è abbonato al Corriere ha a disposizione anche «PrimaOra», la newsletter che permette di iniziare al meglio la giornata. Chi non è ancora abbonato può trovare qui le modalità per farlo e avere accesso a tutti i contenuti del sito, tutte le newsletter e i podcast, e all’archivio storico del giornale. 

Piazzapulita, i supremi ministri della verità. Davide Vecchi su Il Tempo il 09 dicembre 2023

Guardando Piazza Pulita giovedì sera ho scoperto che questo quotidiano è considerato, insieme a pochi altri, un giornale che difende e tutela il Governo. Più precisamente è «in mano all'esecutivo Meloni che ha monopolizzato l'informazione». Non lo sapevo. Anzi, non lo credevo possibile. Ma vabbè, ho ascoltato. La suddetta sentenza è stata pronunciata da sua maestosità giornalistica, Massimo Giannini, ex direttore de La Stampa e firmissima di Repubblica. Il conduttore, Corrado Formigli, è stato professionalissimo: non ha nemmeno sorriso. Chapeau. La cosa è parsa dunque seria. 

Visto che abbiamo tutti (sempre) bisogno di critiche e maestri – altrimenti non si cresce – ho seguito la puntata con crescente attenzione. Pochi minuti dopo la coppia di ermellini del giornalismo è passata a sbeffeggiare Giorgia Meloni e la sua affermazione: «Della mia vita privata si è parlato senza pietà». A sentir loro la cosa non è affatto vera, figurarsi. Poi è toccato a Ignazio La Russa che, seppur presidente del Senato, alla prima de La Scala proprio non sarebbe dovuto andare perché «non ha mai preso le distanze dal fascismo». A me non risulta, ricordo diversamente ma se lo dicono loro.

Un po' alla volta ho abbassato l'audio fino a silenziarlo. E lasciando scorrere semplicemente le immagini mi sono sentito come Winston Smith, uno dei tre protagonisti principali di 1984, il capolavoro di George Orwell. I sovrani dell'informazione mi sono apparsi i grandi capi del Ministero della Verità: decidono ciò che è giusto tutti facciano e dicano, a prescindere dai fatti reali che vengono cambiati, modificati, a seconda della convenienza momentanea, fino a riuscire a cancellare ciò che era persino scritto sui giornali il giorno prima se poi non si è avverato. Manipolare l'informazione è nulla, l'avanguardia è proclamare un'unica (seppur falsa) verità. 

Giampiero Mughini per Dagospia il 3 maggio 2023.

Caro Dago, premesso che io vivo nelle nuvole dato che nove volte su dieci scrivo di cose avvenute trenta o cinquant’anni fa o anche più, allibisco nel leggere da tante parti una sorta di sforzo spasmodico a individuare un qualche marchio di fascismo in Giorgia Meloni o nei suoi consanguinei di partito, siano Ignazio La Russa o mille altri. Eccolo lì il marchio, eccolo là, eccolo lì e là, commentano in tanti. Ne sta parlando uno che dalla diade avversativa fascismo/antifascismo è stato segnato nel profondo. Al tempo in cui un comparto della mia biblioteca era dedicato a quella contrapposizione, i miei libri sull’argomento erano 500 o 600.

Solo che erano libri che narravano gli uomini e le cose del 1921 (nascita del fascismo mussoliniano), 1925 (delitto Matteotti e consolidamento del potere mussoliniano), 1938 (leggi razziali, il tempo in cui ai ragazzi ebrei furono chiuse le porte delle scuole), 1940-1941 (il tempo in cui l’Italia dichiarò guerra via via alla Francia, all’Urss, agli Usa), luglio 1943 (il tempo in cui il bombardamento alleato del Quartiere San Lorenzo induce il fior fiore del gruppo dirigente fascista a defenestrare Mussolini), settembre 1943-aprile 1945 (il tempo della sanguinosa guerra civile tra italiani), l’immediato dopoguerra (quando succedeva che degli antifascisti entrassero nelle case dove abitava un ex fascista e lo trascinassero via malgrado la moglie lo tenesse per i piedi a cercare di salvarlo: me ne scrisse così una donna trenta o quarant’anni fa).

Che c’entra tutto questo con il mondo nostro di oggi, con il Concertone del 1° maggio, con l’appassionante lite giudiziaria tra Totti e consorte, con un palinsesto televisivo dove ogni sera vanno in onda talk show dove si esibiscono personaggi di tutti i tipi e di tutte le bassezze, con un parlamento ove comunque puoi dire la tua sino a svenirne, con le edicole dei nostri giorni dove ognuno può trovare quello che vuole, dove la gente muore di droga e non perché rapita e accoltellata alla maniera di Giacomo Matteotti. 

Che c’entra tutto questo nostro mondo di oggi con quel 1919-1921 in cui milioni di italiani erano stati segnati per sempre dagli orrori di una guerra dove di italiani ne erano caduti 600mila e dove tutti avevano imparato a usare le maniere brusche contro gli avversari: dove a Livorno andò in frantumi il partito socialista e questo perché alcuni di loro volevano “fare come in Russia” ossia annichilire la borghesia italiana, una borghesia che certo non aveva guardato con simpatia la prolungata occupazione delle grandi fabbriche torinesi.

Che c’entra tutto questo con un tempo in cui i giornali contavano ma rischiavano, tanto che sulla sua scrivania da direttore del Popolo d’Italia Benito Mussolini teneva una rivoltella e una bomba a mano, pronto a fargliela pagare cara a quanti avessero fatto irruzione nella sua stanza, pronti a loro volta a usare le maniere più brusche. 

Ma che c’entra tutto questo con il nostro paesaggio di oggi, dove per fortuna il massimo di violenza possibile è in qualche “telescazzo” prontamente registrato da Dagospia a far divertire i suoi lettori a gratis; dove il nostro debito di italiani è il secondo al mondo e cresce a vista d’occhio e io ogni inizio mese mi chiedo da dove prenderà l’Inps di che pagare i soldi della mia pensione; dove di italiani ne nascono sempre meno e fra mezzo secolo il nostro Paese sarà una sorta di Lussemburgo epperò con un grande passato; dove la grande diade avversativa non è affatto tra possibili fascisti e possibili antifascisti e bensì tra chi le tasse le evade (cento miliardi di euro di evasione fiscale annua) e chi no. O mi sto sbagliando?

Margaret Atwood, menzogne della Stampa: "Io e quei fascisti..." Libero Quotidiano il 03 maggio 2023

L'intervista a Margaret Atwood sarebbe stata interpretata in modo fantasioso da La Stampa. Secondo il Secolo d'Italia, il quotidiano torinese avrebbe trasformato il colloquio con la scrittrice in una "sorta di manifesto della neo-resistenza antifascista. Con richiamo in prima che esibisce una foto della scrittrice con in mano un’ascia e il titolo: 'Io e quei fascisti ostili al sesso'". 

Sia la foto che il titolo che accompagnano l'intervista fanno pensare al lettore che in Canada, dove la Atwood vive, ci siano dei “fascisti” che si danno da fare per censurare i suoi libri. In realtà, a proposito dei suoi libri banditi da una biblioteca scolastica nel Midwest, la scrittrice ha detto: “Bandire i libri è un’attività che è sempre piaciuta a un certo tipo di persone, che così facendo sperano di arginare le idee e di allinearle alle loro”. I “fascisti” a cui si riferisce sarebbero - scrive il Secolo d'Italia - "gli esecutori dei dettami della cancel culture o cultura woke. Roba genuinamente e autenticamente progressista che va per la maggiore in Occidente e che qualcuno vorrebbe importare, con scarso successo per fortuna, anche da noi".

Parlando dei censori, poi, la Atwood aggiunge: “Storicamente i libri banditi sono quelli più letti. Più si impongono restrizioni alle persone, più queste saranno invogliate a infrangerle. Anzi, è un’ottima pubblicità: bisognerebbe augurarsi che i propri libri vengano banditi, o cancellati, o bruciati se necessario, ed essere certi che venga fatto nel modo più pubblico possibile, così si sarebbe sicuri di avere dei lettori affezionati. Però è sempre successo e sempre accadrà”.

Il Bestiario, lo Scioperigno. Giovanni Zola il 4 Maggio 2023 su Il Giornale.

Lo Scioperigno è un leggendario animale che mobilita lo sciopero quando il governo aumenta lo stipendio ai lavoratori

Lo Scioperigno è un leggendario animale che mobilita lo sciopero quando il governo aumenta lo stipendio ai lavoratori.

Lo Scioperigno è un essere mitologico che ripete urlando sempre lo stesso discorso da decine di anni tanto che lo stesso discorso ascoltato oggi potrebbe essere lo stesso di un qualsiasi 1968. Lo Scioperigno è un animale con abitudini particolari e alquanto curiose: capace di andare in letargo anche per anni, al suo risveglio si mette a gridare come una scimmia urlatrice con un terribile mal di denti. Gli etologi hanno rilevato che tale rituale non è casuale, ma a seconda del governo in carica, lo Scioperigno decide se starsene a dormire nella sua tana o scioperare tenacemente con mobilitazioni permanenti organizzate prevalentemente durante i weekend di pioggia per rendere più drammatica la lotta di classe.

Lo Scioperigno sa bene che la crisi internazionale odierna metterebbe in difficoltà qualsiasi esecutivo a causa di una coperta corta, ma con quello attuale, lo Scioperigno è particolarmente aggressivo come un orso trentino. Così, anche se con fatica, sono state trovate risorse per i lavoratori e le famiglie, lo Scioperigno insiste nella sua lotta furiosa contro i mulini a vento. Occorre essere intellettualmente onesti: fa piacere vedere lo Scioperigno, animale che sembrava in via d’estinzione – soprattutto durante il Biennio pandemico - rianimarsi improvvisamente agitandosi, ma senza cambiare nulla come nella sua natura intrinseca, dimostrando che l’habitat che lo valorizza al suo meglio è di fatto quello di stare all’opposizione. E per questo glielo auguriamo ancora e ancora.

Anche le pro loco festeggiano. Dal punto di vista folcloristico non possiamo che ringraziare lo Scioperigno che con i suoi raduni colora le piazze come solo una sapiente armocromista da 300 euro all’ora saprebbe fare. Crea importanti punti di socializzazione dove i lavoratori possono lamentarsi in compagnia, ma anche ballare e divertirsi grazie ai momenti di intrattenimento musicale in stile rave party organizzati dai centri sociali e rifocillarsi grazie alle bibite e ai panini portati dai seguaci dell’attuale Inviato Speciale per il Golfo Persico.

Anche grazie allo Scioperigno redivivo, ancora una volta, vince l’italietta delle contrapposizioni che dimostra come sia più importante il potere rispetto al “bene comune”, che dimostra che l’ideologia è il male del mondo e che dimostra infine che a perdere, alla fine dei conti, sono sempre i lavoratori.

"Avvocata e ingegnera". La lezione di Ambra Angiolini a Murgia & Co. Lasciando di stucco i radical chic del Concertone, l'attrice tira una bordata alle ultrà dello schwa che ogni giorno storpiano la lingua italiana. Giorgia Fenaroli il 2 Maggio 2023 su Il Giornale. 

Parole, parole, parole. Soltanto parole. Mina già lo cantava nel 1972, ma la lezione del brano sembra essere tornata utile sul palco del concertone del Primo Maggio. Ieri da piazza san Giovanni, a Roma, la conduttrice Ambra Angiolini si è scagliata contro quelle che in fin dei conti sono solo parole. "Avvocata, ingegnera, architetta: tutte queste vocali in fondo alle parole saranno armi di distrazione di massa?", ha detto l'attrice e cantante, lasciando forse di stucco la stuola di radical chic che gioivano nel vederla alla conduzione del carrozzone del Primo Maggio per la sesta volta. "Le parole ci fanno perdere di vista i fatti. E i fatti sono che una donna su cinque non lavora dopo un figlio, che guadagna un quinto in meno di un uomo che copre la stessa posizione", ha detto snocciolando i dati. 

Persino l'ex valletta di Non è la Rai sembra esserci accorta della contraddizione portata avanti da chi - Michela Murgia, Laura Boldrini e compagne in primis - vorrebbe farci credere che sia sufficiente non una parola, ma una sola vocale a cambiare tutto. Da chi non vede l'ora di storpiare la lingua italiana, facendola passare come una grande "conquista", convinti che tanto basti a risolvere finalmente la questione femminile e dare alle donne quello che meritano. Poco importa se poi, nella realtà, le donne continuino a essere pagate meno dei loro colleghi uomini o trovino più difficoltà a entrare nel mondo del lavoro: almeno potranno fregiarsi del gagliardetto di farsi chiamare avvocata, medica, sindaca. 

"Non lo diceva già la Costituzione nel 1948 che la donna doveva avere gli stessi diritti dell’uomo nell’art. 36? Che ce ne facciamo delle parole?", ha detto Ambra. Dal palco rosso per eccellenza, l'attrice ha tirato una bella bordata alle femministe "de sinistra" che pretendono di sapere cosa è meglio per tutte, impartendo una lezione ai fan della lingua di genere: le battaglie da combattere sono altre e ben più importanti di una vocale a fine parola. 

E se è vero che la lingua descrive la società, è anche vero che di certo non basta mettere una "a" alla fine della parola per cambiare il mondo. È solo un contentino che allontana il dibattito dalle cose serie. Oltre a creare una comprensibile irritazione nell'opinione pubblica, le femministe causano anche l'effetto opposto rispetto a quello che vorrebbero raggiungere: è di pochi giorni fa il sondaggio della Fondazione Bruno Kessler secondo cui farsi chiamare "avvocata" testimonia una minore affidabilità rispetto al maschile (e neutro) "avvocato". Ambra lo ha capito e non risparmia una frecciata finale ai cultori del politicamente corretto: "Voglio proporre uno scambio: riprendetevi le vocali in fondo alle parole al femminile, ma ridateci il 20% di retribuzione. Pagate e mettete le donne in condizione di lavorare. Uguale significare essere uguale. E finisce con la e".

Estratto dell'articolo di Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 20 marzo 2023.

Bando ad asterischi e schwa, no all’articolo davanti al nome (la Meloni, la Schlein), e no alle reduplicazione retoriche (i cittadini e le cittadine, le figlie e i figli), sì invece al plurale maschile non marcato «inclusivo», e soprattutto ai nomi di professione declinati al femminile (avvocata, magistrata, questora): l’Accademia della Crusca risponde così al quesito postole dal comitato pari opportunità del consiglio direttivo della Corte di Cassazione sulla scrittura negli atti giudiziari rispettosa della parità di genere.

[…]

Intanto, niente asterischi o schwa: «È da escludere nella lingua giuridica l’uso di segni grafici che non abbiano una corrispondenza nel parlato, introdotti artificiosamente per decisione minoritaria di singoli gruppi, per quanto ben intenzionati. Va dunque escluso tassativamente l’asterisco al posto delle desinenze dotate di valore morfologico (”Car* amic*, tutt* quell* che riceveranno questo messaggio…). Lo stesso vale per lo scevà o schwa».

Poi, in una lingua come l’italiano che ha due generi grammaticali, il maschile e il femminile, «lo strumento migliore per cui si sentano rappresentati tutti i generi e gli orientamenti» non è per l’Accademia della Crusca «la reduplicazione retorica, che implica il riferimento raddoppiato ai due generi» (come in «lavoratrici e lavoratori», «impiegati e impiegate»); ma é «l’utilizzo di forme neutre o generiche (per esempio sostituendo “persona” a “uomo”, “il personale” a “i dipendenti”), oppure (se ciò non é possibile) il maschile plurale non marcato, purché si abbia la consapevolezza di quello che effettivamente è: un modo di includere e non di prevaricare».

E sempre il maschile non marcato si può usare quando ci si riferisce «in astratto all’organo o alla funzione, indipendentemente dalla persona che in concreto lo ricopra o la rivesta», ad esempio «il Presidente del Consiglio». Per il resto, l’Accademia suggerisce di «far ricorso in modo sempre più esteso ai nomi di professione declinati al femminile»,

[…]

Estratto dell'articolo di Selvaggia Lucarelli per “il Fatto quotidiano” il 3 maggio 2023.

Era difficile condurre un Primo Maggio e riuscire a fare solo cose profondamente di destra, ma Ambra Angiolini – incredibile a dirsi – ce l’ha fatta. Probabilmente, se accanto a Biggio ci fosse stata Daniela Santanchè, avremmo avuto un Primo Maggio più spostato a sinistra, ma ormai è andata. La conduzione inizia subito in maniera un po’ stonata. 

La conduttrice che parla di alternanza scuola-lavoro e di come sia stato ingiusto rubare il futuro a un giovane di 18 anni (Lorenzo, morto in alternanza scuola lavoro) che doveva solo andare a scuola. Considerato che Ambra ha iniziato a lavorare a Non è la Rai a 14 anni dalle 11 del mattino fino alle sei del pomeriggio, sarebbe stato più interessante ascoltare la sua esperienza più che la sua predica, ma poi sono saliti sul palco i genitori di Lorenzo con la loro incrollabile dignità e il momento è stato toccante.

Tra una canzone e l’altra, sotto la pioggia battente, è poi il turno del fisico Carlo Rovelli, il quale sul palco dice quello che ribadisce da tempo, e cioè che è contrario alla guerra: “Lo sapete che in Italia il ministro della Difesa è stato vicinissimo a una delle più grandi fabbriche di armi del mondo? Il ministero della Difesa deve servire per difenderci dalla guerra, non per fare i piazzisti di strumenti di morte”. 

(...)

Diamo a tutti la possibilità di parlare ma anche a tutti quella di rispondere e questa risposta è mancata. È un’opinione del professor Rovelli”. 

Ha fatto bene a chiarire questo ultimo passaggio perché pensavamo che sul palco Rovelli avesse portato un’opinione di Ornella Vanoni e invece era proprio sua, pensate che cosa bizzarra, ma detto ciò, la parte davvero anomala della precisazione è quel “ci dovrebbe essere un contraddittorio”. E certo, ogni volta che qualcuno esprime un’opinione su qualcun altro deve esserci anche l’altro. Un po’ macchinoso come metodo. 

Quindi ogni volta che in tv qualcuno cita Biden bisogna organizzare uno skype con la Casa Bianca. A questo punto se si cita Mussolini urge una seduta medianica in diretta per fargli dire anche la sua. Il ministro Crosetto poi fa molta fatica a trovare un pulpito da cui controbattere, pover’uomo.

E infatti, con immensa fatica, oggi su tutti i giornali del paese è stata riportata la sua risposta, della serie: “Rovelli faccia il fisico. Gli mando un abbraccio pacifico e lo invito a pranzo”. Tra parentesi, quando Fedez lanciò la sua invettiva da quel palco non ricordo la conduttrice Ambra pronta a cazziarlo perché mancava la controparte. Al Corriere della Sera che il giorno dopo le ha chiesto come mai avesse preso le difese di Crosetto, ha risposto: “È una questione di umanità”. 

Quindi esprimere un’opinione senza che l’oggetto dell’opinione sia presente è disumano. Io sto scrivendo questo articolo senza che Ambra sia seduta accanto a me, spero possa tollerare la mia dose di disumanità. 

E poi, siccome non era già abbastanza a destra, Ambra si sposta ancora un po’ più a destra. Per parlare di donne e lavoro le è parsa una buona idea leggere delle card con dei testi scritti sopra da qualcuno che poteva essere a) Giorgia Meloni b) Hoara Borselli c) Giorgia Meloni e Hoara Borselli a quattro mani. Il concetto sintetizzato era: inutile parlare di desinenze, accapigliarci per un avvocatO anziché avvocatA se tanto quando si parla di lavoro i nostri diritti sono ancora calpestati. Torniamo a occuparci della ciccia anziché parlare di vocali. Pagateci il giusto stipendio e tenetevi le vocali.

Insomma, secondo Ambra Angiolini le parole non sono importanti, basta il giusto stipendio. In effetti potremmo continuare a chiamare i lavoratori di colore “ne*ri”, l’importante è che ricevano il giusto salario. O ignorare la questione identità di genere e continuare a usare le desinenze maschili pure riferendoci a chi si sente donna e viceversa (e però Ambra non perde occasione per indossare il maglioncino o la spilletta arcobaleno). 

Nessuno le ha mai spiegato che l’inclusività passa prima di tutto attraverso il linguaggio, e che la prima forma di discriminazione e di rivendicazione del predominio maschile è proprio questa resistenza a consegnarci la nostra identità. Eppure fu proprio lei, anni fa, a raccontare quanto una parola di Aldo Grasso la ferì a morte, a spiegare alla sua generazione quanto le parole scrivano la realtà. Definiscano. Facciano vivere o sparire.

Insomma, davvero un brutto primo maggio quello di Ambra Angiolini, ma di sicuro IL presidente Meloni sarà contento. O contenta.

Decida Ambra.

 Apriti schwa. Concertone e Domenica In, la grande festa degli scandali scemi del Nuovo Asilo Italiano. Guia Soncini su L'Inkiesta il 3 Maggio 2023

Siamo arrivati a dare peso alle parole di chi non vive di parole proprie, fino al punto di far partire l’inquisizione digitale contro le attrici che dicono cose banali 

Comincerei dagli attori, e formerei due file ordinate. Da una parte chi non ha studiato niente, al massimo ha appreso da “Shakespeare in love” che una volta i ruoli femminili li interpretavano i maschi, e parla degli attori come fossero persone intellettualmente rilevanti. Dall’altra chi rimpiange i tempi in cui venivano sepolti in terra sconsacrata, e si chiede con sconforto come siamo diventati una società che domanda pareri a gente pagata per esprimersi con parole altrui.

Tra domenica e lunedì, grande festa alla corte degli scandale du jour, e tutta a base di attori, cioè appunto di gente che si è scelta un mestiere che le garantisca di non dover mai pensare a cosa dire. Ma questo non basta, nell’epoca in cui, pur di posizionarci dalla parte dei giusti, siamo disposti anche a prendercela con chi non vive di parole proprie.

Domenica In” ospita una coppia di attori. Sono marito e moglie, hanno fatto un film insieme, sono piuttosto bellocci. Non credo d’aver mai visto un film con lei, lui invece l’ho visto quando copulava con Rosy Abate in quel capolavoro kitsch che era “Squadra Antimafia”, serie di Canale 5 (parlando di Canale 5 da viva).

Mara Venier lo tratta come fosse Marlon Brando, ne loda la credibilità e il non essersi mai venduto (della signora invece lodano tutti in coro l’onestà intellettuale, qualunque cosa significhi). Del film che sono venuti a presentare lui fa la regia. Trascrivo le prime parole che ne dice: «Non è un film di caccia, “La caccia” è un titolo che rappresenta un po’ una sorta di metafora della vita, nel senso una caccia a volte anche contro sé stessi, contro le proprie anime».

A quel punto noialtre sul divano pensiamo «figlio mio, meno male che sei belloccio», sua moglie e la Venier invece si guardano e sospirano quant’è intelligente, un po’ tipo i Ferragni quando il figlio scarabocchia un foglio e volano i «bravissimo, amore!».

L’intervista prosegue con un lessico da non madrelingua. La coppia racconta d’un bisticcio perché al figlio un compagno di calcio aveva fatto fallo, lui dice «una cosa goliardica», non faccio in tempo a chiedermi cosa diavolo penserà voglia dire «goliardica», quando lei dice del marito «non mi aspettavo questo suo randagismo che a me piace molto perché io adoro essere gestita», e ci vuole fantasia a immaginare cosa intenderà mai con «randagismo» (autoritarismo? perentorietà? dogmatismo?).

È a quel punto che arriva lo scandale du jour, che mostra i due caratteri classici della dinamica degli scandale du jour: dici una cosa di cui nessuno si sarebbe scandalizzato dieci anni fa ma che può riempirci le giornate social oggi; nessuno di coloro che partecipano alla conversazione capisce come va il mondo (e infatti con la frase su RaiPlay ci fanno il titolo dell’intervista) e quindi l’inquisizione spagnola arriva, come sempre, inaspettata.

La frase dell’attrice riguarda la spartizione dei lavori domestici tra lei e il marito: «Io non tollero l’uomo che si mette a fare il letto, a dare l’aspirapolvere, non lo posso proprio vedere, sono antica in questo, rispetto i ruoli, non mi piace, mi abbassa l’eros, me lo uccide». Se fossimo una società di adulti, tratteremmo questa frase come ciò che è: l’affermazione di una che ha del personale di servizio in casa.

Siccome siamo un collettivo di dodicenni pronti a tutto per prendersi i cuoricini, ci costerniamo e ci indigniamo e americanizziamo la questione: non sei un’attrice che dice delle cose a caso in un programma della domenica pomeriggio, sei un modello comportamentale, e stai dicendo alle donne a casa che devono fare da serve ai loro mariti.

E le donne a casa ti ascolteranno, diamine, perché se c’è una cosa che accomuna le donne emancipate e quelle meno emancipate è che vivono come le attrici in tv dicono loro di vivere. (Il martedì, la poverina dovrà scusarsi. Scusarsi perché non le fa sangue che il marito passi l’aspirapolvere. Pensa se avesse detto che le piace farsi legare al letto, che espiazione le toccherebbe).

Il lunedì, per completare la ricreazione, il concerto del primo maggio viene condotto da un’altra attrice, che a un certo punto fa la sua brava tirata sul lavoro femminile e sul divario salariale. Che è un lamento propagandistico anche quello da cuoricini facili. Certo che ci saranno eccezioni, che sono appunto eccezioni; ma perlopiù esistono i contratti collettivi nazionali e non prevedono che io possa pagarti meno se hai le tette.

Perlopiù, i dati sul divario salariale che propagandisticamente vengono citati sono il risultato di comparazioni che non tengono conto dei ruoli: in generale le donne guadagnano meno degli uomini perché in generale le donne scelgono di fare le professoresse e lavorare diciotto ore a settimana e non di fare i cardiochirurghi e stare in sala operatoria dodici ore di fila.

La conduttrice sceglie – come chiunque stia su quel palco e non voglia farsi linciare – di dire che il divario salariale esiste, ma per farlo osa aggiungere un dettaglio, così la linceranno comunque ma per aver mancato di rispetto a un totem più piccino. La conduttrice dice che insomma, basta con questa scemenza delle vocali finali, paghiamo la donna che fa l’ingegnere quanto l’uomo, invece di preoccuparci che la chiamino «ingegnera». Apriti schwa.

Su Instagram una comica si mette le orecchie da persona seria e le fa la lezioncina: una volta, cara te, non c’era la parola «attrice» perché il tuo lavoro lo facevano gli uomini, se non ti suona «medica» è perché non sei abituata alle femmine con lavori di responsabilità. (Mistero misterioso perché in questi casi nessuna chieda la vocale giusta per la muratora che così spesso rischia la vita sulle impalcature).

Su Twitter, una tizia che in bio ha un ruolo nella segreteria Schlein e molti cancelletti le dice perentoria che non solo è molto grave non volersi occupare delle vocali, ma pure che «non si tratta col patriarcato». Signora, il patriarcato ci ha dato la pillola. Signora, il patriarcato per la mia liberazione – e pure per la sua – ha fatto parecchio più dei cancelletti.

Anzi, sa che le dico? Il patriarcato ci ha dato pure i cancelletti, cancelletti che oggi – in una società che ha risolto questioni quali i diritti dei lavoratori, l’acqua potabile, la sanità e la scuola gratuita, e altre bazzecole che nella vostra delirante abolizione delle gerarchie sono rilevanti quanto il 41 bis per gli uomini che non sparecchiano – ci permettono d’intrattenerci per interi pomeriggi posizionandoci dalla parte dei buoni e dei superiori.

Superiori a un’attrice che non vuole che il marito rifaccia i letti, e a un’altra che chiama «avvocato» gli avvocati con le tette. Avvocati con le tette nessuna delle quali vuol essere chiamata né col femminile italiano – avvocatessa – né con quello in neolingua (avvocata). Ma sono donne, e quindi non sanno ciò che vogliono: noi che siamo dalla parte dei buoni le costringeremo a non farsi chiamare avvocato e a non sparecchiare, e ancora una volta avremo salvato il mondo.

«Ambra Angiolini ha ragione: provocano noi donne sulle vocali, e poi ci ignorano sui numeri». Beatrice Dondi su L'Espresso il 3 maggio 2023. 

La distrazione di massa del monologo della conduttrice sul palco del Primo Maggio è l’arma impugnata da chi di quella desinenza (Avvocata, Architetta) non sa che farsene. E che alle donne nega senza fatica quel 20 per cento di retribuzione

Le parole sono importanti, ce l’ha insegnato Nanni Moretti, e lo abbiamo imparato sulla nostra pelle, giorno dopo giorno. Sì, le parole sono importanti. Ma alla fine le azioni lo sono almeno altrettanto. E purtroppo, accade spesso, l’attenzione riservata a quelle parole appunto importanti rischia di fagocitare tutte le altre attenzioni, come un aspirapolvere alla massima potenza che porta via tutto, dai riccioli di polvere di Stephen King al senso profondo delle battaglie di cui quelle parole dovrebbero essere il vestito.

Così è successo che incautamente Ambra, conduttrice del concertone del Primo Maggio, si sia lasciata andare a un monologo sul lavoro delle donne che anziché far sobbalzare gli astanti per il suo contenuto ha fatto indignare per la riflessione sul linguaggio.

Non è che stiamo sbagliando battaglia? Ha detto Ambra dal palco di San Giovanni «Negli ultimi tempi ci stiamo infatti accapigliando se una donna viene chiamata direttore d'orchestra o direttrice, avvocato o avvocata, come se il cambiamento (culturale e sociale) passasse solo da una qualifica. Tutte queste vocali in fondo alle parole sono, saranno armi di distrazione di massa?».

E qui la questione comincia a farsi seria. Perché ciascuna donna pretende a ragione la desinenza corretta, ci mancherebbe. E non è certo una concessione, si chiama molto semplicemente lingua italiana. Ma il problema su cui riflettere, scatenato dalla provocazione di Ambra è un altro. La distrazione di massa intravista da Ambra è l’arma impugnata da chi di quella desinenza non sa che farsene, è il punteruolo di chi i diritti delle donne li vede come una fase accessoria, un bigodino su una testa arruffata. E protesta contro queste “fissazioni al femminile” ben sapendo che la reazione (sacrosanta) arriverà puntuale. E a questo punto certo sì che ci si distrae. Se Meloni chiede di farsi chiamare Il Presidente è perché così è certa che per giorni si dibatterà su questa inezia, e non sul fatto che La presidente sino a oggi ai diritti delle donne non ha dedicato neppure una virgola. Si perdono di vista i fatti appunto e i fatti sono «che una donna su cinque non lavora dopo un figlio, che guadagna un quinto in meno di un uomo che copre la stessa posizione».

Certo, quando Ambra chiude il suo monologo proponendo lo scambio, « riprendetevi le vocali in fondo alle parole, ma ridateci il 20 per cento di retribuzione» fa un certo effetto. Nessuna donna vuole uno scambio perché non si cede un diritto in cambio di un altro. I diritti sono tali proprio perché sono per tutti. Ma fa ancora più strano che non si sia scatenato un putiferio su quel 20 per cento, che non è una parola, è un numero ma fa male da morire. Perché è vero che senza le parole non siamo, come ha scritto giustamente Loredana Lipperini su La Stampa. Ma la polemica è sempre portata avanti da chi pensa che uno stipendio ridotto solo a causa del nostro sesso non sia un tema. Tanto alla fine, meglio farci scaldare sulle vocali, così sulle consonanti in busta paga si può prendere tempo.

Bella addio. La strana sinistra che per delegittimare la resistenza ucraina nega quella italiana. Francesco Cundari su L'Inkiesta il 2 Maggio 2023

Cosa sarebbe accaduto se a mettere in dubbio il carattere di lotta di liberazione della nostra guerra partigiana fosse stato un esponente di Fratelli d’Italia, anziché un intellettuale progressista, invitato pure sul palco del primo maggio? 

Immaginate cosa sarebbe successo se a pochi giorni dal 25 aprile non dico il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ma un qualunque dirigente di Fratelli d’Italia, fosse stato anche l’assessore al traffico del più sperduto comune della provincia, o magari un giornalista di Libero o un qualsiasi intellettuale di destra, avesse detto in televisione: «Non sono sicuro che quella nostra fosse una guerra di liberazione». Immaginate se lo stesso esponente di Fratelli d’Italia, giornalista di Libero o intellettuale di destra avesse aggiunto con aria furbetta: «Qualche tempo fa sul giornale della mia città, Verona, c’era un articolo che parlava della stazione di Verona bombardata dai tedeschi: il giornalista si era sbagliato perché, ovviamente, è stata bombardata dagli inglesi, non dai tedeschi». Immaginate cosa sarebbe successo se quello stesso esponente di Fratelli d’Italia, giornalista di Libero o intellettuale di destra, dopo avere pronunciato queste parole in televisione, a pochi giorni dal 25 aprile, fosse stato invitato a parlare sul palco del primo maggio, in piazza San Giovanni, magari su pressione di qualche zelante funzionario. Pensateci davvero, soltanto per un attimo.

Potrei scrivere qui non solo i titoli, ma il testo completo di tutti gli editoriali, le interviste e gli appelli di almeno cento giornalisti, attori, storici, politici e politologi, che sarebbero apparsi ovunque un minuto dopo, grondanti sacrosanta indignazione per un simile oltraggio, per una tale profanazione di tutti i più essenziali principi su cui si fonda la Costituzione della Repubblica italiana. Sarebbe venuto giù il mondo.

Quelle testuali parole, però, non le ha dette un esponente di Fratelli d’Italia, né un giornalista di Libero, né un intellettuale di destra. Le ha dette il fisico Carlo Rovelli, fine intellettuale progressista, tra gli ospiti del concerto del primo maggio, nonostante quelle parole le abbia pronunciate solo pochi giorni prima, il 22 aprile, a In Onda, su La7, allo scopo di corroborare il suo argomento contro l’appoggio militare alla resistenza ucraina. Gira e rigira, pur di negare che fosse una guerra di liberazione quella, ha finito per negare che lo fosse persino la nostra. Dovremo dunque cambiare nome alla festa del 25 aprile? Dovremo chiamarla festa del bellicismo ultra-atlantista? Festa del nazionalismo militarista?

Se simili definizioni vi sembrerebbero un insopportabile rovesciamento della verità storica e morale, se vi paiono mistificatorie sul piano fattuale, ripugnanti sul piano etico e inaccettabili sul piano politico, avete perfettamente ragione, ma dovete spiegarlo anche a chi oggi combatte la sua guerra di liberazione contro l’occupazione russa, e simili definizioni se le sente ripetere dalla mattina alla sera. Per di più, da parte di chi, quando si tratta del proprio paese e della propria storia, non esita al contrario a intonare Bella Ciao e a celebrare la resistenza contro l’invasore. Da parte di chi, come Pier Luigi Bersani a Otto e Mezzo il 26 aprile, non esita a dire che non bisogna proprio parlare di vittoria ucraina – guai! – che se lo facciamo «allora proprio non ci capiamo, perché “vincere” è una parola che va tirata via dal tavolo». Perché quello che bisogna fare, secondo Bersani, è un bell’ordine del giorno in Parlamento, sottoscritto insieme da Partito democratico e Movimento 5 stelle (diceva il saggio: la fissazione è peggio della malattia), in cui sia scritto chiaramente che si può negoziare anche con i russi sul territorio ucraino, «lasciando al negoziato quel che le armi non han deciso».

Bisognerebbe andare a dirlo ai sopravvissuti di Bucha, bisognerebbe andare a ripeterlo in tutti i territori liberati dall’ultima controffensiva ucraina, tra le camere di tortura e le fosse comuni. Bisognerebbe dirlo ai fratelli, amici, fidanzati, mogli e mariti di chi ancora si trova nelle zone occupate, in quelle zone in cui rapiscono persino i bambini. O almeno smetterla di fare tanti discorsi ipocriti a casa nostra.

In fondo, i mentecatti che ieri in piazza a Torino hanno bruciato le bandiere degli Stati Uniti, della Nato e dell’Unione europea, delirando contro le responsabilità dell’imperialismo americano in Ucraina (mica contro l’imperialismo russo), mostrano di avere perlomeno una più chiara idea di quali siano gli schieramenti in campo e la posta in gioco. Non si può essere europeisti e al tempo stesso ripetere quello che dicono Viktor Orbán e gli altri pupazzi di Putin. Non si può celebrare la resistenza e la lotta di liberazione in casa nostra e predicare agli altri la resa e l’asservimento, nell’illusione che alla fine il conto non dovremo pagarlo anche noi, come il mondo intero, come sempre.

Che liberazione. Edoardo Sirignano su L'Identità il 26 Aprile 2023.

Noi incompatibili con qualsiasi nostalgia”. La premier Meloni, attraverso una lettera inviata al Corsera, risponde a chi fino a ieri ha accusato il suo governo di essere fascista. Ricorda agli italiani come lo scopo della Costituzione sia appunto quello di unire e non dividere. Non utilizza, pertanto, giri di parole verso coloro che, in occasione del 25 Aprile, hanno stilato la lista di chi sia degno o meno di partecipare alle varie cerimonie.

La missiva DA STATISTA

Per il presidente del Consiglio, che riprende le parole di Augusto Del Noce, si tratta di una sorta di “arma di esclusione di massa” che va solo a indebolire valori che invece dovrebbero difesi. Superando ogni steccato partitico, Giorgia fa riferimento a Luciano Violante, che nel suo discorso di insediamento alla Camera aveva ribadito come una certa “concezione proprietaria” della lotta di Liberazione, nei fatti, le impediva di diventare patrimonio collettivo. Un concetto, per la politica romana, ripreso da Silvio Berlusconi che definì questa ricorrenza come una festa della libertà da chi appunto voleva farla passare come bandiera di una sola parte. Non a caso, Meloni intende accostare il proprio nome a quello della partigiana Paola Del Din. Un nome richiamato, su queste colonne, qualche giorno fa da Carlo Giovanardi che in un’intervista aveva spiegato la necessità di ricordare appunto una resistenza socialista, cattolica e monarchica, spesso poco valorizzata.

Dalle parole ai fatti

A tutte le persone che hanno perso la vita per libertà e democrazia, un’emozionata madre dedica le proprie lacrime sull’Altare della Patria. Ad accompagnarla non c’è uno qualunque, ma quella seconda carica dello Stato, che fino a qualche giorno fa in tanti hanno criticato e che invece ieri si è recata nel campo di concentramento di Theresiestadt per deporre una corona al monumento dedicato a Jan Palach. Una Meloni, sempre più statista e meno militante, vuole dare un messaggio chiaro al Paese e perché no a quel Presidente della Repubblica, che mai le ha fatto mancare la fiducia nei primi mesi di governo. Ecco perché tutta la maggioranza rivendica le proprie convinzioni “antitotalitarie”. Il braccio destro della leader di FdI Francesco Lollobrigida rinvia gli appuntamenti del G7 e va a Subiaco per partecipare alla cerimonia in onore dei martiri di Cicchetti. Il ministro alla Cultura Gennaro Sangiuliano, dopo aver aperto le porte dei musei, consegna a un omaggio alla stele dedicata a Salvo d’Acquisto in piazza Carità a Napoli. Il titolare del dicastero che si occupa di made in Italy Adolfo Urso, insieme al collega della Farnesina Antonio Tajani, partecipa all’iniziativa organizzata alle Fosse Ardeatine, dove c’è sia la Cgil di Maurizio Landini che quell’Anpi, che fino a ieri ha criticato le ambiguità del governo. La priorità è appunto dare un segnale di unità in un momento non semplice per il Paese, considerando la guerra in Ucraina e il clima particolarmente caldo che si registra in diverse zone del pianeta. Un segnale di distensione vuole essere anche la partecipazione del ministro alla Cultura Valditara agli eventi milanesi. Un gesto per dire che il corteo dei 100mila di Milano non è composto solo da una parte.

Opposizione mature

A parte il fazzoletto rosso di Elly Schlein e qualche esternazione del sindaco Sala o di pochi nostalgici del Pci, a cui non è bastata la lettera del presidente del Consiglio per fare chiarezza, la piazza lombarda appare tutt’altro che divisiva. Si canta “Bella Ciao”, ma certamente non si respira quel clima di tensione, che qualcuno sperava alla vigilia di questo 25 aprile. Le stesse parole della nuova segretaria del Nazareno non sono tanto al vetriolo, come qualcuno s’aspettava. Si chiede solo un chiarimento, come nel caso del capogruppo Francesco Boccia, che pur apprezzando le parole di Giorgia, non riesce a capire perché la premier non riesca ancora a utilizzare il termine antifascista. Una cosa è certa le polemiche sterili degli ultimi giorni sembrano essere superate. Pare quasi che il solo Ruotolo si ricordi di fare le pulci al governo.

È uno dei pochissimi a utilizzare le manifestazioni per scagliare dardi verso il primo inquilino di Palazzo Madama che definisce “provocatore seriale”. Discorso diverso, invece, vale per il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, che dopo aver visitato il Museo Storico della Liberazione di via Tasso, nella capitale, addirittura apprezza le parole della prima donna del centrodestra, che a suo parere ha ormai “rinnegato il fascismo” e quindi chiuso quella polemica, per qualcuno strumentale, sollevata dal suo compagno di partito Gianfranco Fini. A difendere le tesi della premier della Garbatella anche il pariolino Carlo Calenda per cui è un bene che la Meloni abbia riconosciuto che “forse oggi va fatto uno fatto uno sforzo da parte di tutti, invece di sottolineare le divisioni, di cercare di rimetterle insieme”.

I manifesti della vergogna

L’unica nota negativa di una giornata, tutto sommato all’insegna della riconciliazione, di quel senso di compattezza, che ci ha consentito appunto di liberarci dall’invasore, sono soltanto dei manifesti poco felici comparsi a Napoli. Nel capoluogo partenopeo ci sono delle affissioni ritraenti la premier e alcuni ministri a testa in giù. Un gesto che non blocca gli eventi previsti in ogni angolo dello stivale, ma che impone una riflessione sui valori della Costituzione, non sempre rispettati. Non a caso il presidente della Repubblica, da Cuneo, dalla casa-museo del partigiano Galimberti, mette l’accento su su quel testo che nei fatti mette la persona e il senso di comunità, intesa come insieme delle diversità, davanti finanche allo stesso Stato.

Se i nostalgici sono loro. Eleonora Ciaffoloni su L'Identità il 26 Aprile 2023.

Da Milano a Roma, passando per Praga. Anche nel giorno della Liberazione continuano le polemiche sulle celebrazioni. La mattinata, iniziata a Roma, all’altare della Patria, è stata inaugurata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che al Milite Ignoto si è fermato per un minuto di raccoglimento e per la deposizione di una corona di fiori, accompagnato dalla premier Giorgia Meloni, dal presidente del Senato Ignazio La Russa e dal presidente della Camera Lorenzo Fontana. Eppure, a parte celebrazioni istituzionali, in tutta Italia i cortei dedicati al 25 aprile sono stati seguiti da più di uno strascico polemico.

MILANO (QUASI) PACIFICA

A Milano Elly Schlein ha preso parte al corteo organizzato dall’Anpi a cui hanno preso parte circa 80mila persone. Insieme a lei erano presenti anche il sindaco del capoluogo Beppe Sala e l’ex candidato governatore Pierfrancesco Majorino. La segretaria del Pd indossava con un fazzoletto rosso al collo è stata circondata da molteplici bandiere della pace che hanno animato il corteo. Ma non solo: bandiere dei centri sociali, bandiere palestinesi, bandiere dell’Ucraina. Tutto faceva pensare a una giornata di celebrazioni per la Liberazione, ma prima è arrivato l’invito a “non polemizzare” da parte di Lega e Forza Italia e poi, si è assistito a uno dei momenti di tensione della manifestazione: una bandiera della Nato all’inizio del corteo è stata strappata. Eppure, poi, nessun coro contro il governo – nessun esponente era presente – è stato lanciato. Anche se, il sindaco Sala alla partenza del corteo ha dichiarato: “Io non voglio essere critico a ogni costo ma certe cose se si sentono si dicono ad alta voce, mettendoci la faccia. Meloni in alcune occasioni pubblicamente ha mostrato una faccia decisa, ha urlato certe parole e certi slogan e quello che dovrebbe fare è dire con chiarezza e in maniera decisiva ‘siamo antifascisti’”. Meloni, dal canto suo, ieri ha affidato il suo pensiero sul 25 aprile al Corriere della Sera con una lettera che non lascia troppe interpretazioni: “La destra in Parlamento incompatibile con qualsiasi nostalgia del fascismo” e ha sottolineato: “Il 25 aprile in Italia una democrazia nella quale nessuno sarebbe disposto a rinunciare alle libertà guadagnate”. Di certo se qualcuno cercava una presa di posizione forse in quella lettera l’ha trovata.

NAPOLI ANTI GOVERNO

E se Milano e a Roma l’istituzione ha vinto sulle polemiche, ciò non è accaduto a Napoli dove, già nella notte tra il 24 e il 25 aprile sono spuntati manifesti a testa in giù della presidente del Consiglio, di Ignazio La Russa, del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara. Non solo, sotto la corona a decoro dei caduti della Quattro Giornate di Napoli e in altri punti della città sono apparse delle affissioni che recitavano: “Napoli ripudia questo governo, il governo dell’odio e lo ribadiamo a gran voce in occasione del 25 aprile, giornata in cui ricordiamo il sacrificio dei partigiani, di centinaia e migliaia di donne e uomini che si organizzano, coraggiosamente, per liberare questo Paese dal nazifascismo”. Per i manifesti la digos di Napoli ha avviato indagini per individuare i responsabili dei manifesti anti governo.

Intanto, da Praga, è intervenuto – forse per smorzarle le polemiche – il presidente del Senato La Russa: “Oggi 25 aprile, per l’Italia è un giorno molto importante: è il giorno nel quale viene ricordata la Liberazione dall’occupazione nazista nella Seconda Guerra Mondiale e la sconfitta del fascismo” ha affermato il presidente del Senato. “Renderò omaggio alle tante vittime della ferocia nazista recandomi a Terezin e sono già stato al monumento dedicato a Jan Palach. L’ho fatto anche stavolta perché non potevo certo mancare di rispetto verso la vostra storia”.

Tutti, tra polemiche e commemorazioni, hanno voluto dire la loro su questo 25 aprile che, come ogni anno, ha creato scompiglio nella politica e non solo.

L’autogol di Anpi e Pd: se a dividere sono pure le rievocazioni storiche. Adolfo Spezzaferro su L'Identità il 26 Aprile 2023.

Dalle polemiche sul 25 aprile non esiste Liberazione, come nel caso della contromanifestazione dell’Anpi in occasione della sfilata della Colonna della libertà a Mirandola, in provincia di Modena. Dalla prima edizione del 2008, la sfilata storica lungo i luoghi simbolo dell’avanzata degli Alleati, è un appuntamento chiave delle celebrazioni del 25 aprile. Si tratta di mezzi e divise dell’epoca che sfilano nelle città italiane, proprio dove furono protagonisti durante la Campagna d’Italia. Jeep e tank degli Alleati, dei liberatori insomma. Ma l’Associazione nazionale partigiani d’Italia non ha apprezzato la scelta del sindaco leghista Alberto Greco di far sfilare a Mirandola la Colonna della libertà. Per cui ieri l’Anpi locale ha respinto l’invito dell’amministrazione comunale e ha svolto una contro-commemorazione, assieme ai parlamentari del Pd Stefano Vaccari e Andrea De Maria. Quello che è curioso è che la stessa Anpi in altri territori aveva patrocinato l’iniziativa storica, che invece a Mirandola è stata ostracizzata. Forse per via della giunta leghista. Anche se ufficialmente la causa del rifiuto sarebbe la presenza di mezzi e divise tedeschi nel corteo – per l’appunto – storico.

La Colonna della Libertà, in ogni caso, è arrivata regolarmente ed il suo fascino ha attirato tanti cittadini per le strade e in piazza Costituente, dove era stato allestito il palco comunale. Assieme al sindaco Alberto Greco, autorità civili, militari, religiose, il sindaco di Caravate (Va) Nicola Tardugno, l’ex ministro Carlo Giovanardi e i rappresentanti della base militare americana Ederle di Vicenza. “Ho scelto l’articolo 11 della nostra Costituzione, per aprire il mio discorso in occasione delle celebrazioni della Festa della Liberazione – ha dichiarato Greco – poiché ritengo che in esso siano contenuti i significati più puri di una festa che, a 78 anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, l’ultimo combattuto sul nostro suolo, debba finalmente riuscire ad unire senza escludere nessuno. La lotta di liberazione rese il Paese padrone del proprio destino: un destino di libertà, sancito dalla Costituzione. Essa, scritta dai padri costituenti, rappresenta ancora oggi la linea di demarcazione fra la libertà ottenuta con la liberazione del nostro suolo dall’occupazione tedesca e qualsiasi spinta totalitarista”.

Giovanardi dal canto suo ha parlato di “clamoroso autogol da parte di Anpi e Pd”. “Trovo davvero incomprensibile la contestazione di questa iniziativa da parte dell’Anpi e dai parlamentari locali del Pd, con la scusa che fra i cento e più mezzi militari ce ne fossero alcuni dell’esercito tedesco. Non si capisce poi perché i rappresentanti dell’Anpi, presenti in piazza, abbiano rifiutato l’invito pubblico del sindaco a salire sul palco per festeggiare assieme la Liberazione del nostro Paese. Per quanto ci riguarda siamo stati convintamente presenti anche per ricordare il significativo apporto alla Liberazione della Resistenza cattolica monarchica azionista liberale e socialista, del Regio esercito e di tutti quelli che si opposero all’occupazione dell’Italia da parte dei nazisti, donandoci libertà e democrazia”.

La politica ha trasformato il 25 aprile nella festa dell’ipocrisia. Alessandro di Battista]su L'Indipendente il 26 Aprile 2023.

«E anche questo Natale se lo semo levato dalle palle» disse l’Avvocato Covelli in Vacanze di Natale. Purtroppo, e lo dico con rammarico, si prova la stessa sensazione pensando al 25 aprile. E non per i valori o quel pezzo di storia italiana che andrebbe celebrata o, per lo meno, ricordata. Come sempre il circo politico, capace di strumentalizzare ogni cosa e svilire ogni ricorrenza con tonnellate di parole, gesti e azioni inutili conditi da vagonate di ipocrisia, rovina ogni cosa. Prendiamo la Meloni. Ha preso “carta, calamaio e penna” per scrivere un’indimenticabile lettera al Corriere della Sera con la quale lanciare il suo messaggio urbi et orbi: “Il 25 aprile sia la festa della libertà”. Però. “Che pensieri soavi, che speranza, che cori Giorgia mia”. Parla di libertà una premier arrivata sì a palazzo Chigi, ma non al potere. Al potere ci stanno sempre gli altri, quelli che doveva contrastare e che adesso non fa altro che ossequiare. Sta tornando quatto quatto il patto di stabilità e crescita (PSC), quell’insieme di regolette europee che hanno imposto manovre lacrime e sangue e che si basa sul trattato di Maastricht. Pensate, il PSC venne stipulato nel 1997 mentre Maastricht venne firmato nel 1992. Erano gli anni delle privatizzazioni, dei regali ai Benetton, del Partito Democratico della Sinistra che iniziava a svendere i propri valori, del panfilo Britannia sul quale Draghi, di fatto, elogiava la liquidazione dell’industria pubblica italiana. Ronald Reagan e Margaret Thatcher (“che brucino all’inferno” cit. Prof. Alessandro Barbero) erano appena usciti di scena ma il reaganismo ed il tatcherismo iniziavano a far breccia nella cosiddetta sinistra nostrana. Pensate a quante cose sono accadute da allora. Guerra in Bosnia, bombardamenti su Belgrado (la Nato riporta la guerra nel cuore dell’Europa dopo 54 anni), poi la guerra in Afghanistan, quella in Iraq, la crisi dei subprime, la tempesta finanziaria in Europa e le speculazioni bancarie, la guerra in Libia, quella in Siria, poi la crisi migratoria, il Covid. Infine la guerra in Ucraina ed il nuovo ordine mondiale che si sta sviluppando negli ultimi mesi. E in tutto ciò l’Europa che fa? Pensa di ritornare a regolette pensate ed approvate nei primi anni ’90. Un’era geologica fa. E la Meloni zitta, muta, guai ad indispettire la tecnocrazia europea che un tempo faceva finta di contrastare. Parla di libertà. Quale libertà? Quella di di dire o signor sì o of course President a Biden. Proprio lei che difiniva le sanzioni dell’Unione europea contro la Russia una decisione “scellerata” presa solo per “servire interessi stranieri”. Si riferiva alle richieste di Obama a Renzi. Ebbene Biden era il vice di Obama ma lei se l’è scordato.

Per non parlare di La Russa, la seconda carica dello Stato che ha pensato bene di deporre un mazzo dei fiori sul luogo dove Jan Palach, un patriota (lui sì) cecoslovacco, nel gennaio del 1969 si diede fuoco per protestare contro le ingerenze politiche e militari dell’URSS sul suo Paese. Ebbene il La Russa che omaggia la memoria di Jan Palch è lo stesso La Russa che, da ministro della Difesa, si mise sull’attenti quando, sempre Obama (spinto dalla Clinton), Sarkozy (spinto dai suoi sporchi interessi personali) e Napolitano (spinto dal desiderio perenne di ossequiare qualsiasi forma di imperialismo) chiesero all’Italia di partecipare all’ignobile intervento militare in Libia. Le conseguenze di quella guerra che ha rappresentato per gli interessi italiani la più grande sconfitta dalla II Guerra Mondiale in poi, le stiamo ancora pagando in termini di destabilizzazione del Mediterraneo o di aumento dei flussi migratori.

Ma anche dall’altra parte (se di altra parte davvero possiamo parlare) lo spettacolo è patetico. I cosiddetti anti-fascisti preferiscono combattere affinché alla Costituzione venga riconosciuto lo status di Costituzione anti-fascista piuttosto che cercare di realizzarne i principi. Eppure i politici sono pagati per questo. Per trasforme i principi costituzionali in leggi dello Stato che a loro volta possano garantire diritti. Ma è più semplice per loro parlare della copertina piuttosto che del contenuto. In fondo sono stati proprio loro i primi a violare la Carta. Stramaledetti ipocriti. “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” recita l’articolo 1. Cos’è oggi il lavoro e cos’è la democrazia? Un tempo i poveri erano i disoccupati. Oggi è povero chi lavora, persino chi di lavori ne deve fare due o tre per pagare le bollette. E cosa significa democrazia in un Paese dove milioni di persone (e la stragrande maggioranza dei più giovani) ha smesso di votare. Ad abolire l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sono stati i successori del PCI. Lo vogliamo dimenticare? O vogliamo dimenticare che i principali sponsor dell’invio di armi in Ucraina, una palese violazione dell’articolo 11 della Costituzione, sono sempre loro, Schlein inclusa? E vogliamo dimenticare che a spingere per le privatizzazioni (ce lo chiedeva l’Europa) sono stati sempre loro? Gli ex-comunisti che si ricordano dell’anti-fascismo una volta all’anno non potendo vantarsi di nient’altro. È dannatamente comodo parlare esclusivamente del carattere anti-fascista della Costituzione dimenticando, anzi, profanandone ogni contenuto da ormai decenni.

Poi ci sono i “radicali”, quelli che sventolano bandiere ucraine il giorno della liberazione per provare a convincerci delle similitudini tra la Resistenza al nazi-fascismo e l’esercito di Kiev. Un esercito armatissimo, sostenuto dalle principali potenze del pianeta (dal 2014, tra l’altro) e che si sta sì difendendo da un’invasione (d’altro canto ogni guerra inizia con un’invasione) all’interno di un contesto che ormai dovrebbe apparir chiaro a tutti. Non una guerra Russia contro Ucraina, ma una guerra Nato contro Russia in Ucraina. Un esercito, tra l’altro, dove sono stati incorporati battaglioni che ancora oggi inneggiando al nazismo. Dunque parlare di lotta partigiana riferendosi a quel che sta avvenendo in Donbass è ridicolo. Lo spettacolo, ripeto, è stato patetico, meschino, ipocrita. E lo è ancor di più riflettendo su una cosa semplice. Il popolo che più di ogni altro sta combattendo, loro sì come i partigiani, contro un’occupazione militare straniera è il popolo palestinese. Il più dimenticato del pianeta. D’altro canto, come scrisse l’attivista palestinese Hanan Ashrawi, “i palestinesi sono l’unico popolo sulla terra a cui è chiesto di garantire la sicurezza degli occupanti, mentre Israele è l’unico Paese che esige di essere protetto dalle proprie vittime”. Questa è la realtà, tutto il resto è ipocrisia. [di Alessandro di Battista]

I vecchi conti rimandati con la Storia. Un altro 25 aprile inutile, che mostra solo per l'ennesima volta che siamo sempre gli stessi, quelli che si gettarono tra le braccia del dittatore e che, senza guerra e bombardamenti a San Lorenzo, avrebbero continuato a gettarvisi. Pier Luigi del Viscovo il 27 Aprile 2023 su Il Giornale.

Un altro 25 aprile inutile, che mostra solo per l'ennesima volta che siamo sempre gli stessi, quelli che si gettarono tra le braccia del dittatore e che, senza guerra e bombardamenti a San Lorenzo, avrebbero continuato a gettarvisi, bevendo con piacere la cicuta di qualsiasi fesseria venisse loro propinata. Perché in fondo la comfort zone della sudditanza psicologica è meno faticosa e rischiosa che mettersi in gioco per fabbricarsi il successo della propria vita. Libertà: per farci cosa? Libertà è spirito critico, confronto, intraprendenza, strade alternative, rispetto delle regole del gioco. Ancora oggi non vedo niente di simile in giro, ma solo una massificazione del pensiero, intitolata ad altre credenze.

Sembra un gioco. A sinistra disseminano le trappole: facevi il saluto fascista, c'hai la bandiera di Salò, non hai abiurato al tuo passato. A destra abboccano ogni volta, come Charlie Brown quando vuole calciare la palla tenuta ferma da Lucy, che regolarmente la toglie e lo fa schiantare. Mai che gli dicessero una volta per tutte che il fascismo è stato un disastro, così da mettere la palla nel campo loro e incalzarli sul comunismo; la più grande fabbrica di povertà mai concepita, eppure ancora oggi ossequiato e distinto dallo stalinismo. A parte questo, potremmo fare un passo avanti e capire che quando una dittatura la voti il problema sei tu, non la dittatura. Cosa piaceva del fascismo, tanto da portarlo democraticamente alla guida del Paese? Non era forse ciò che oggi ancora piace ai cittadini delle democrazie non liberali e delle autocrazie? Uno che pensa per tutti e racconta ciò che dà conforto e coesione di popolo.

Noi italiani siamo antifascisti, nel senso che non vogliamo il fascismo del ventennio che ci ha portato le leggi razziali e poi la guerra. Questo è facile. Ma vogliamo pure una stampa libera, che non somigli a quella sportiva, buona per le tifoserie? Vogliamo appoggiare un leader politico ma poi anche criticarlo quando sbaglia, invece di difenderlo sempre, contro gli avversari, tipo curva da stadio? Già, questo è più difficile.

La storia è importantissima. Ma oltre a ricordarla devi anche capirla e impararne la lezione. Per quanto fastidioso possa essere. Anzi, più è fastidioso più è necessario. Noi invece non abbiamo mai voluto fare i conti col fascismo, né con la caduta del Muro. Ci vediamo tutti alla prossima tappa del tour, l'8 settembre.

"Abbiamo sconfitto la sinistra antisemita". Romano: "Zero fischi? Battaglia dura". E la Lega è il partito più filo-Israele. Alberto Giannoni il 27 Aprile 2023 su Il Giornale.

«È una battaglia vinta (per ora) ma la guerra è ancora lunga». Non è stato un 25 aprile come gli altri, quello di martedì: dopo 20 anni, per la prima volta, la Brigata ebraica non è stata contestata, né fischiata, al corteo di Milano. Lo ha rilevato anche il vicepremier Antonio Tajani.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quel 2004 in cui Davide Romano, dopo un libro uscito in Inghilterra, riportò alla luce il contributo sionista alla Liberazione che rischiava di finire nel dimenticatoio. Portate alle manifestazioni, 20 anni fa le Stelle di David subivano autentiche aggressioni, poi divenute sempre più sparute. Stavolta, invece, solo applausi. «Abbiamo vinto - riflette Romano, che dirige il piccolo Museo della Brigata a Milano - abbiamo vinto partecipando insieme a iraniani e ucraini. Ma il nemico è dietro l'angolo. Chi contesta la Nato, chi gli ucraini, e chi magari tornerà a contestare noi. Il fascismo ha tante forme e colori: quello rosso e quello verde, cioè islamico, passando per il putiniano, sono i più insidiosi, perché godono ancora dell'appoggio di tanti cosiddette "antifascisti».

Le contestazioni passate sono state citate anche dalla premier Giorgia Meloni come esempio di un uso strumentale della memoria che arriva a «inaccettabili episodi di intolleranza». «La ringrazio - osserva Romano - e mi permetto di chiederle un passo in più: non si limiti alle parole, cerchi di sfidare la cultura antidemocratica: quella comunista e quella islamista in particolare, che vivono in una zona protetta da intellettuali e giornalisti. Li stani».

Ecco l'idea di Romano: «La premier lanci un Museo dei combattenti per la libertà: dalla Brigata ebraica ai polacchi, passando dal cinese Wei Jingsheng alla dissidenza sovietica senza dimenticare gli oppositori del regime iraniano e la resistenza dei cristiani in certi Paesi islamici. Le scuole devono poter imparare il valore della democrazia contro i totalitarismi, di destra e di sinistra».

Nei giorni scorsi l'Unione delle Comunità ebraiche ha esortato la premier, e la destra, ad avere coraggio nel condannare non solo l'antisemitismo e le leggi razziste, ma l'intero fascismo. Ma sulla difesa di Israele, il centrodestra è più solido e più convinto che mai. Oggi emerge che la Lega è il primo partito italiano, e il quarto in Europa, nel «ranking» del sostegno a Israele: lo certifica la European Coalition for Israel in base ai voti in Ue dal 2019 al 2022. «Tra un Pagliarulo ipercritico con gli Usa che strizza l'occhio agli estremisti palestinesi e una Meloni favorevole a Nato e Israele - ammette Romano - non ho dubbi. E aggiungo che Jan Palach potrebbe a buon titolo entrare nel Museo dei combattenti per la libertà». Parla di una «battaglia culturale». «La nostra cultura occidentale - spiega Romano - è permeata di odio di sé. Ci sono giustamente decine di film sul nazi-fascismo o critici sugli Usa, ma quanti ne trovate sul comunismo cinese e cubano, o sugli ayatollah? Dobbiamo fare conoscere ai ragazzi l'altra faccia del totalitarismo. È una battaglia che va oltre lo scontro fascismo-antifascismo. È tempo di passare all'attacco, non solo difendersi. Altrimenti non cambierà mai nulla».

Il Ventennio sempre ripudiato ma ai compagni non basta mai. Meloni ha detto parole chiare contro il fascismo, dalle leggi razziali al taglio netto con l'eredità Msi. Stefano Zurlo il 27 Aprile 2023 su Il Giornale.

Non è abbastanza. Non è mai abbastanza. Sempre lo stesso schema: la premier condanna il Fascismo e le sue atrocità, loro rispondono che manca sempre qualcosa. L'asticella deve salire su, più su, perché qualunque dichiarazione, qualunque presa di distanza, qualunque abiura è insufficiente.

Succede anche al giro di boa di questo 25 aprile. Giorgia Meloni scrive una lettera al Corriere della sera in cui è scolpita una frase granitica, comunque difficilmente superabile: «Da molti anni i partiti che rappresentano la destra in Parlamento hanno dichiarato la loro incompatibilità con qualsiasi nostalgia del Fascismo». Che altro c'è da aggiungere? Eh no, non va bene. Troppo poco. Beppe Sala, sindaco di Milano, punta il dito: «Spiace che Meloni, pur in uno sforzo che le riconosciamo ma che mantiene una evidente reticenza, non riesca a dichiararsi antifascista».

No, non ci siamo nemmeno questa volta, come tutte le altre, innumerevoli, in cui la leader di FdI non ha fatto sconti al regime, alla dittatura, alla deportazione spaventosa degli ebrei. Si possono sfogliare intere collezioni dei giornali e ogni volta si ritroverà lo stesso teatrino: «Sì, però».

Il 19 dicembre scorso, per esempio, la premier partecipa al museo ebraico alla cerimonia dell'accensione delle luci dell'Hannukah e si commuove fino a piangere. Poi abbraccia la presidente della comunità ebraica della capitale Ruth Dureghello e afferma: «Le leggi razziali furono un'ignominia. Voi siete una parte fondamentale dell'identità italiana. Tutte le tenebre del mondo non possono spegnere la fiamma di una candela».

Sentimenti & giudizio a braccetto. Inutile. «Giorgia Meloni ha 45 anni - è la staffilata di Gad Lerner - diciamo come minimo che la sua è una commozione tardiva. Dichiararsi amici di Israele non basta a rimuovere le colpe storiche del razzista Almirante, di cui essa fino a ieri rivendicava l'eredità».

In realtà, non si capisce dove sia il ritardo, visto che le requisitorie affilatissime sul tema da parte della leader della destra si susseguono. In ottobre, qualche settimana prima, Meloni scopre una targa per ricordare i 35 giornalisti espulsi dall'Ordine con le famigerate leggi del 38 e di nuovo pronuncia parole drammatiche, quasi apocalittiche, non riuscendo nemmeno a trovare la misura di un male così profondo e oscuro: «Ho sempre reputato le leggi razziali del 38 il punto più basso della storia italiana, una vergogna che ha segnato la nostra storia per sempre. È una macchia indelebile, un'infamia che avvenne nel silenzio di troppi». «Nulla di nuovo al di là delle parole di circostanza - replica il presidente dell'Anpi Gianfranco Pagliarulo - Nessuna definitiva condanna del Fascismo».

C'è sempre un altro indicibile, par di capire, e per i puri più puri quello del presidente del consiglio è solo un modo per annacquare le precise responsabilità del Fascismo.

Il 4 ottobre 2022, la politologa Sofia Ventura riprende gli stessi stereotipi e li consacra come un dogma: «La leader di FdI non condannerà mai il Fascismo». Il motivo? «Quella - è la risposta - è la sua dimensione esistenziale, l'intelaiatura del suo partito è ancora quella da ex Msi».

Anche se Meloni ha più volte chiarito di avere ben altre ambizioni: non rimanere imbottigliata nel retrobottega della storia, ma costruire un partito conservatore che è ben altra cosa e in Italia non c'è mai stato.

In ogni caso, la premier ha fatto inversione da un pezzo. Insomma, quello che per i critici dovrebbe ancora accadere è avvenuto già da un pezzo, solo che non se ne sono accorti. «Siamo stati e restiamo - sottolinea l'allora ministro delle politiche giovanili nel 2008 - gente che crede nella libertà, nella democrazia, nell'uguaglianza e nella giustizia. Siamo quelli che ogni giorno consumano i migliori anni della nostra gioventù per difendere questi valori Sono i valori sui quali si fonda la nostra Costituzione e che sono propri anche di chi ha combattuto il Fascismo». Concetti limpidissimi. Ma c'è di più. Qualche riga oltre, la giovane Meloni fa propria anche la distinzione di Fini fra l' antifascismo militante, impugnato come una clava, e «l'antifascismo democratico nei cui valori ci riconosciamo. Gianfranco Fini - è la conclusione - ha operato questa distinzione perché voleva che il suo giudizio sul fasciamo fosse chiaro, netto, definitivo».

Era così già nel 2008. Ma ancora qualche settimana fa un maestro del pensiero progressista, Tomaso Montanari, ospite di Lilli Gruber ha ripreso la vecchia vulgata: «Meloni è ambigua sul Fascismo».

Pretendono che Giorgia si dichiari antifascista ma la Schlein balbetta sul no al comunismo. La leader di Fdi incalzata dalla sinistra che vuole estorcerle l'adesione ai valori resistenziali. La segretaria Pd può cavarsela a buon mercato sul totalitarismo rosso. Alberto Giannoni il 27 Aprile 2023 su Il Giornale.

«Lei è comunista? No nativa democratica. Bene, la prossima domanda?». Colpisce la disinvoltura con cui Elly Schlein ha potuto destreggiarsi sul terreno ideologico. Mentre Giorgia Meloni viene sottoposta a una sorta di inquisizione sulle sue dichiarazioni, e sulle sue intime convinzioni sul fascismo, fa impressione verificare come alla sua avversaria ideale, la segretaria del Pd, sia consentito di cavarsela a buon mercato sull'altro totalitarismo del secolo scorso.

La presidente del Consiglio è stata sottoposta a un autentico «stalkeraggio», viste le sue radici nella destra italiana. Da giorni, o settimane, avvicinandosi il 25 aprile, le chiedono non solo di condannare le leggi razziali (cosa che ha ovviamente già fatto, e che il Msi aveva fatto decenni fa), non solo di dire parole definitive sul fascismo (le ha dette anche in questa occasione, e Alleanza nazionale le ha inequivocabilmente dette 20 anni fa). No, non basta: pretendono che Giorgia Meloni si dichiari «antifascista, pretendono di estorcerle questa «autodefinizione», salvo probabilmente sperare in cuor loro che non la dia, per meglio continuare a incalzarla, conservando per un altro anno il pretesto per considerarla «unfit», indegna di governare, anzi di sedere in Parlamento.

Ma a parti, invertite, cosa hanno chiesto ad Elly Schlein? E lei cosa ha risposto? È accaduto il 5 dicembre. La allora candidata alla segreteria del Pd era ospite in Tv a «Otto e mezzo» di Lilli Gruber e la giornalista - già parlamentare europea eletta nella lista «Uniti nell'Ulivo» per entrare poi nel Pd - le sottopose gentilmente la questione. Non le chiese se si definisse anticomunista, no, le girò semplicemente la questione in questi termini: «Lei sa che la stampa di riferimento della destra scrive delle cose tremende su di lei - disse sorridendo - e magari anche vere. Per esempio la definiscono comunista».

«Sono una nativa democratica - rispose Elly - ma per ragioni anagrafiche, sono nata nell'85 quindi non ho potuto aderire alle storie precedenti» disse, lasciando negli ascoltatori il dubbio se fosse un rammarico. Non si capiva insomma, se avendone avuta l'opportunità avrebbe aderito o no. «Ragioni anagrafiche? Questo lo dice anche Meloni» si sentì in dovere di obiettare Gruber. E vediamole, queste ragioni anagrafiche: Elly è nata 5 anni prima che crollasse l'Urss con tutto il patto di Varsavia; Giorgia Meloni invece è nata nel 1977, quindi 32 anni dopo il crollo definitivo del fascismo in Italia.

Si potrebbe osservare che la leader di Fdi ha fatto in tempo ad aderire (a 15 anni) al Fronte della gioventù, nel 1992, mentre An è nata fra il '94 e il '95, e si potrebbe aggiungere che l'Italia ha conosciuto direttamente il regime fascista, che ebbe una diretta filiazione nel Msi. Ma è vero anche che il legame (politico-ideologico, e finanziario) fra Mosca e il Pci è indiscutibile, e diretto, almeno fino agli anni Settanta e si può osservare anche che i regimi comunisti sono una realtà ancora oggi, nel 2023, e hanno maturato una linea diplomatica aggressiva verso le democrazie occidentali, e tengono sotto il loro tallone un miliardo e mezzo di persone.

La questione, insomma, è molto seria, e chi volesse affrontarla seriamente non dovrebbe limitarsi a battute o risposte elusive. D'altra parte Elly non è la prima a svicolare. E c'è chi fa di peggio. Tutta la storia dei partiti comunisti europei, e italiani, è la storia di una fascinazione, o di una sottovalutazione, per gli orrori totalitari di marca comunista. E dai tragici errori del passato, dal 1917 in poi, si arriva fino a Nicola Fratoianni di Sinistra italiana, che oggi assicura: «Sono contro i totalitarismi, che però non sono stati tutti uguali. Nazismo e comunismo non furono la stessa cosa», mentre una filosofa come Donatella Di Cesare spiega che il comunismo «è un progetto politico di emancipazione, mentre il fascismo è sin dall'inizio perversione».

Sylos Labini: la destra ha fatto i conti con la storia, la sinistra no. Guido Igliori su culturaidentita.it il 26 Aprile 2023

Ospite di Bianca Berlinguer a Carta Bianca, ieri sera il direttore di CulturaIdentità Edoardo Sylos Labini insieme a l’on. Fratoianni di Alleanza Sinistra e Verdi, l’europarlamentare della Lega, Silvia Sardone, il vice direttore della Verità Francesco Borgonovo ed il giornalista Gad Lerner, ha parlato del tema del giorno: il 25 aprile.

A quasi 80 anni dal giorno della Liberazione, Sylos Labini ha sottolineato come sia arrivato il momento di una pacificazione che a quanto pare non interessa alla sinistra, sempre pronta a strumentalizzare la piazza per attaccare i governi di centrodestra, da Berlusconi alla Meloni. L’antifascismo di oggi in assenza di fascismo è qualcosa di anacronistico e non ha nulla a che vedere con le battaglie della Resistenza della Seconda Guerra. Oggi bisognerebbe ricordare le libertà negate durante il covid o la violenza dell’antifascismo militante nei confronti di chi non la pensa nello stesso modo. Le destra dunque ha fatto i conti con la Storia mentre la sinistra no. E la lettera che la premier Meloni ha scritto sul Corriere della Sera è una dimostrazione lampante della presa di distanza dal regime fascista. “E la sinistra invece?”- si chiede Sylos Labini incalzando l’on Fratoianni – “ ha preso le distanze dagli orrori comunisti?” Il leader di Sinistra e Verdi non ne vuole sapere di ammettere le violenze rosse. Così a Labini non resta che ricordare il passaggio della lettera della Meloni dove si cita Paola Del Din, “ Il tempo ci ha ribattezzato partigiani ma noi eravamo patrioti e lo siamo ancora”. La donna che ha quasi 100 anni, fu Medaglia d’oro al valor militare, partigiana bianca della Brigata Osoppo, compagine nella quale vennero uccisi da altri partigiani comunisti il fratello di Pier Paolo Pasolini e lo zio di Francesco De Gregori. Insomma il nostro direttore non è caduto nel tranello di farsi spiegare come è andata la Storia e di farsi dare il patentino di democratico ma chi invece troppo spesso ha dimostrato di non rispettare idee diverse dalle proprie.

Fascisti-Comunisti: la resistenza non è un derby. Giorgia Spitoni, Giornalista, su Il Riformista il 24 Aprile 2023 

Sono una miriade le frasi fatte sulla Resistenza che ciclicamente si ripetono, specialmente in corrispondenza della ricorrenza del 25 aprile. Tra le mie preferite in assoluto c’è questa: “Tutti i partigiani erano comunisti”.

Ebbene, le cose non stanno proprio così. Sostenere che la Resistenza, cioè quell’importante pagina della storia italiana che è stata scritta tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, sia una lettura ‘da rossi’ è pressoché un luogo comune. Interpretarla come uno scontro tra fascisti e comunisti, un’estrema semplificazione. 

Alla lotta partigiana hanno preso parte, in verità, cittadini dai profili ideologici alquant