Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2023

I PARTITI

QUARTA PARTE

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 

I PARTITI

INDICE PRIMA PARTE


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ipocriti.

La Morte del Grillismo.

Beppe Grillo.

Giuseppe Conte.

Virginia Raggi.

Luigi Di Maio.

Rocco Casalino.

Danilo Toninelli.

Dino Giarrusso.

Donatella Bianchi.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Marx ed il Rinascimento comunista.

I Secessionisti.

L’Amichettismo.

La Questione Morale.

Ipocriti.

Massimiliano Romeo.

Luca Zaia.

Giancarlo Gentilini.

Irene Pivetti.

Il Capitano.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Secessionisti.

La Questione Morale.

Ipocriti.

Omofobi.

Politicamente Corretti.

Gli Antifascisti.

Le Primarie dem.

Antonio Gramsci.

Enrico Berlinguer.

Romano Prodi.

Pierluigi Bersani.

Stefano Bonaccini.

Elly Schlein.

Francesco Boccia.

Dario Franceschini.

Achille Occhetto.

Alessia Morani.

Bruno Astorre.

Il Potere dei Mignon.

Carlo Calenda.

Matteo Renzi.

Maria Elena Boschi.

Elettra Deiana.

David Sassoli.

Giovanni Pellegrino.

Fausto Bertinotti.

Giovanni Cuperlo.

Laura Boldrini.

Luciana Castellina.

Luigi de Magistris.

Massimo D’Alema.

Nichi Vendola.

Nicola Fratoianni.

Angelo Bonelli.

Piero Fassino.

Stefania Pezzopane.

Marco Rizzo.

Walter Veltroni.

I Radicali.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

IL SOLITO AMICO TERRORISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Giovani e radicali: ecco i nuovi black bloc.

Gli estradandi.

Le Brigate Rosse.

Lotta Continua.

Prima Linea.

Ordine Nuovo.

Gli anarchici.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Farsa continua degli anni Settanta.
 

I PARTITI

QUARTA PARTE


 

IL SOLITO AMICO TERRORISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Violenza in crescita. Il profilo dei "casseurs": liceali, di città e senza una leadership. Lunedì o martedì il vertice governo-parti sociali. Gaia Cesare il 29 Marzo 2023 su Il Giornale.

Hanno rubato la scena alla protesta pacifica ancora una volta. Hanno preso in ostaggio le piazze di Francia, da Parigi a Nantes, da Rennes a Lione. Molotov, cassonetti in fiamme, attacchi costanti e perfino proiettili, a Bordeaux, contro le forze dell'ordine. I black bloc scippano i riflettori ai francesi in marcia pacifica. Ed entrano nuovamente nel bilancio della decima giornata di mobilitazione generale contro la riforma delle pensioni, che dopo il museo del Louvre ha visto chiudere per sciopero pure la Tour Eiffel. La partecipazione è stata in lieve calo ieri, anche a causa del timore di scontri, ma la protesta resiste e si dà nuovo appuntamento il 6 aprile. La violenza a margine dei cortei è ormai una costante. E per cercare di placare gli animi, la prossima settimana la premier Elisabeth Borne riceverà non solo i gruppi politici, comprese le opposizioni, ma anche il segretario generale del sindacato Cfdt, Laurent Berger, che aveva invitato a sospendere la riforma, ricevendo dal governo un rifiuto proprio al fischio di inizio delle proteste.

A marciare, secondo il ministero dell'Interno, sono stati 740mila francesi (93mila a Parigi) contro 1,09 milioni del 23 marzo (119mila nella capitale). Per i sindacati in piazza sono scesi oltre 2 milioni di cittadini rispetto ai 3,5 della scorsa settimana. Ma a farla da padrone, durante e soprattutto dopo le marce pacifiche, sono stati ancora i black bloc. Incappucciati e organizzati con strategie da guerriglia urbana sempre più sofisticate, in abiti neri come un marchio di fabbrica, spesso in testa ai cortei, migliaia di casseurs hanno sfidato i 13mila agenti schierati dal governo, 5500 nella capitale. «Rinvigoriti», «euforici», li definisce Thierry Vincent, autore del libro «Nella testa dei black bloc», che analizza la metamorfosi di un movimento in crescita in Francia, dove ha trovato un nuovo palcoscenico internazionale.

«Black bourges» li ha definiti il ministro dell'Interno Gérald Darmanin, borghesi violenti, di buona famiglia. Ma il giornalista Vincent non ne è così convinto. È certo che sono giovani, «sempre più giovani, anche perché è dura fisicamente e psicologicamente reggere il confronto con le forze dell'ordine». «Sono spesso liceali, di certo non emarginati», spiega a Rmc. «Più giovani, più cittadini e più politicizzati dei gilet gialli», scrive Christophe Cornevin sul Figaro. «Prevalentemente di sinistra radicale», aggiunge Myriam Benraad, scienziata politica.

L'anticapitalismo, il radicalismo, l'anarchismo e l'ecologismo sono il cocktail con il quale ammantano di motivazione le azioni di devastazione. La violenza è lo strumento di azione, che unisce componenti provenienti anche dall'estero. Odiano da sempre banche, assicurazioni, Mc Donald's, come nella tradizione iniziata nel 1980 in Germania, proseguita nel 2001 in Quebec (Canada) e culminata nel G8 di Genova. «Ma si stanno sempre più proletarizzando», spiega Vincent. E la sfrontatezza di Macron, «l'attitudine attuale del potere è diventata un'arma di reclutamento». L'altra caratteristica? «Non hanno rappresentanti e questa è la loro forza. Con chi può negoziare il governo? Persone anonime, in nero... Non sappiamo chi siano. Anche perché spesso si tratta di piccoli gruppi informali, che in uno stato di diritto non possono essere fermati fino a che non vengono colti in flagranza di reato».

(ANSA il 28 marzo 2023) - "È una vergogna che non ha fondamento giuridico. Io e la mia associazione facciamo appello al ministro Nordio affinché la giustizia italiana intervenga. E chiedo alla Francia: se fosse successa la stessa cosa al contrario con le vittime del Bataclan?".

 Così Roberto Della Rocca, uno dei sopravvissuti agli attentati delle Brigate rosse, commenta la sentenza della Cassazione francese, che ha confermato il rifiuto della Francia all'estradizione dei dieci ex Br.

 Della Rocca, che è anche presidente dell'Associazione nazionale vittime del terrorismo, lavorava per Fincantieri nel 1980 quando fu ferito a Genova durante un attentato delle Br.

Estratto da rainews.it il 28 marzo 2023.

Dalla Corte di Cassazione francese arriva il no all'estradizione dei 10 ex terroristi rossi italiani e quindi alla richiesta dell'Italia. Ad annunciarlo è la stessa Corte suprema che ha respinto "tutti i ricorsi presentati dal Procuratore" contro la decisione della Corte di Appello di Parigi che a fine giugno aveva deciso che il no alla richiesta dell'Italia.  

 Le domande di estradizione riguardavano l'ex di Lotta Continua Giorgio Pietrostefani, tra i fondatori dell'organizzazione, ottantenne e da  tempo malato, condannato a 22 anni come uno dei mandanti dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi; sei ex militanti delle Brigate rosse: Giovanni Alimonti (classe '55) che deve ancora scontare 11 anni per  banda armata e associazione terroristica,

 Roberta Cappelli (classe  '55) che ha una condanna all'ergastolo per associazione con finalità  di terrorismo, concorso in rapina aggravata, concorso in omicidio  aggravato, attentato all'incolumità, Marina Petrella (classe '54), che deve scontare l'ergastolo per omicidio, Sergio Tornaghi (classe '58),  condannato all'ergastolo per l'omicidio di Renato Briano, direttore  generale della Ercole Marelli,

 Maurizio Di Marzio (classe '61), che  deve scontare 5 anni per tentato sequestro dell'ex dirigente della  Digos di Roma, Nicola Simone, Enzo Calvitti (classe '55), che deve  scontare 18 anni, 7 mesi e 25 giorni e 4 anni di libertà vigilata per  i reati di associazione sovversiva, banda armata, associazione con  finalità di terrorismo, ricettazione di armi; l'ex militante di  Autonomia Operaia Raffaele Ventura (classe '52), condannato a 20 anni  per concorso morale nell'omicidio a Milano del vicebrigadiere Antonio  Custra;

l'ex militante dei Proletari armati per il comunismo (Pac)  Luigi Bergamin (classe '48), che deve scontare una condanna a 25 anni  per associazione sovversiva, banda armata e concorso in omicidio; l'ex membro dei 'Nuclei armati contropotere territoriale' Narciso Manenti  (classe '57), che ha una condanna all'ergastolo per l'omicidio  aggravato dell'appuntato dei carabinieri Giuseppe Gurrieri,  assassinato a Bergamo il 13 marzo 1979.

La Francia protegge i terroristi di sinistra e dà uno schiaffo all'Italia. Federico Novella su Panorama il 28 Marzo 2023

La corte di Cassazione di Parigi ha confermato il no all'estradizione in Italia di 10 terroristi, condannati in via definitiva, tra cui diversi assassini

Uno schiaffo storico, l’ennesimo, dai cugini d’Oltralpe. Guidati, nei loro vertici della magistratura, da un’ ideologia cieca che chiude tutte e due gli occhi di fronte a una scia di sangue per motivi politici, che ha macchiato per sempre la storia italiana. Una ferita che non si rimarginerà. La cassazione francese ha confermato il "no" all’estradizione di 10 ex terroristi italiani di estrema sinistra rifugiati da anni a Parigi. Tra questi ci sono sei ex militanti delle Brigate rosse ed ex esponenti di Lotta Continua. E’ l’ultima parola della giustizia francese, che chiude una querelle decennale, in spregio alla memoria delle vittime del terrorismo, voltando le spalle al dolore delle famiglie. Tra i “graziati” l'ex di Lotta Continua, Giorgio Pietrostefani, condannato a 22 anni per l'omicidio del commissario Calabresi e sei ex delle Br, tra cui Marina Petrella, condannata per l'omicidio del generale Galvaligi, e Roberta Cappelli, condannata all’ergastolo per associazione terroristica.

A poco è servito il ricorso italiano, appoggiato anche dal governo di Parigi. L’applicazione fanatica della cosiddetta “dottrina Mitterrand” è stata fatta propria dai giudici. A colpire soprattutto le motivazioni, basate sul diritto a un processo equo (come se l’Italia fosse una repubblica delle banane), e sul diritto al rispetto della vita privata e familiare, quella vita che i terroristi hanno costruito oltreconfine. Insomma, i criminali hanno diritto all’intoccabilità della loro nuova esistenza da fuggiaschi, mentre la vita delle loro vittime negli anni di piombo, non conta più nulla. “Ci dicano allora chi sono i colpevoli. Ci sono dei morti sulla coscienza di queste persone" , ha dichiarato Adriano Sabbadin, figlio di Lino, il macellaio ucciso nel 1997 in Veneto ad opera dei Proletari Armati di Cesare Battisti. "Nella vita si può cambiare, queste persone lo avranno certamente fatto, e così si può diventare degli ex terroristi, ma non si può pensare che il tempo possa cancellare la responsabilità o la colpa di aver tolto la vita ad un altro uomo" , dice Mario Calabresi, giornalista e figlio del commissario ucciso in via Cherubini a Milano. Certo, è pur vero che sono passati decenni, e che questi individui si sono rifatti una vita. E’ vero, come riconoscono con dignità i parenti di tante vittime del terrorismo, che i tempi sono cambiati, e si può usare misericordia. Ma prima occorrerebbe pentirsi dei propri delitti, e nessuno dei terroristi eccellenti lo ha mai fatto. Al di là della necessità di giustizia, a uscirne violentata è anche la doverosa sfida per la ricerca della verità. Far rientrare in Italia quei criminali aveva come scopo anche il tentativo di ricostruire un periodo buio della storia patria, con la voce dei protagonisti negativi. Si è preferito gettare per sempre un velo di omertà su tutte le contraddizioni, gli eccessi, e i misteri di quegli anni. E che questa sentenza arrivi dal Paese rivoluzionario che ha plasmato i diritti dell’uomo, non può che colpire. Al punto da intravedere, ancora una volta, un pregiudizio anti-italiano in questa decisione. Con la differenza che in questo caso a pagare non è il governo, ma un intero popolo che pretendeva giustizia.

Il no della Francia all’estradizione dei brigatisti italiani, la rabbia dei parenti delle vittime: «Chi ha ucciso adesso gioisce». Calabresi: «Illusione aspettarsi altro». Fabrizio Caccia su Il Corriere della Sera il 28 Marzo 2023.

Il figlio del commissario ucciso nel ‘72: «Dagli ex terroristi mai una parola di ravvedimento e riparazione». Il figlio di Lando Conti, ucciso nell’86 dalle Br: «Una presa in giro, speriamo che la Meloni si faccia sentire»

Potito Perruggini Ciotta non ci voleva credere, lui monitora sempre i social per seguire quello che scrivono i terroristi italiani ormai liberi, che però non ha mai perdonato. E proprio ieri, a poche ore dalla sentenza di Parigi , si è imbattuto in questo post su Facebook di Enrico Galmozzi: «Quanto mi fa godere la Cassazione francese...». Galmozzi, oggi 71 anni, fondatore delle Brigate combattenti di Prima linea, fu condannato a 27 anni per gli omicidi dell’avvocato Enrico Pedenovi il 29 aprile 1976 a Milano e del brigadiere Giuseppe Ciotta il 12 marzo 1977 a Torino, lo zio di Potito. Che ora è furibondo: «Galmozzi gioisce per la sentenza che ha graziato i suoi compagni oltralpe. Ma i francesi si confermano sleali con noi...».

Pietrostefani tra i «graziati»

Il rifiuto dell’estradizione ha ispirato un tweet amaro al giornalista e scrittore Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso il 17 maggio 1972 a Milano. Tra i beneficiari del provvedimento c’è infatti anche Giorgio Pietrostefani, oggi 79 anni, ex di Lotta continua, condannato in via definitiva a 22 anni di reclusione per l’omicidio del commissario e riparato in Francia dal 2000. «Era un’illusione aspettarsi qualcosa di diverso — ha scritto ieri Mario Calabresi —. E (parere personale) vedere andare in carcere queste persone dopo decenni non ha per noi più senso. Ma c’è un dettaglio fastidioso e ipocrita: la Cassazione scrive che “i rifugiati in Francia si sono costruiti da anni una situazione famigliare stabile e quindi l’estradizione avrebbe provocato un danno sproporzionato al loro diritto a una vita privata e famigliare”. Ma pensate al danno sproporzionato che loro hanno fatto uccidendo dei mariti e padri di famiglia. E questo è ancora più vero perché da parte di nessuno di loro c’è mai stata una parola di ravvedimento, di solidarietà o di riparazione. Chissà…».

Lorenzo Conti: «Una presa in giro»

Lorenzo Conti, figlio di Lando, il sindaco di Firenze ucciso dalle Br il 10 febbraio 1986, è perentorio: «L’Europa non esiste e questa ne è la dimostrazione, perché quando un Paese si rifiuta di estradare delle persone che sono state giudicate da un altro Paese Ue e non le rimanda qui a scontare la pena, vuol dire che non siamo un territorio unificato veramente. È una presa in giro». Anche Ambra Minervini, vicepresidente dell’associazione «Vittime del dovere» e orfana del magistrato Girolamo Minervini, ucciso dalla colonna romana delle Br il 18 marzo 1980, i 10 di Parigi li vorrebbe vedere in carcere ancora oggi, a distanza di più di 40 anni. «Non c’è odio né sete di vendetta in quello che dico — spiega —. È solo una questione di giustizia e di rispetto. Loro sono stati tutti condannati ma, a differenza di altri terroristi, non hanno scontato neppure un giorno. Ci avrei scommesso la mia pensione che sarebbe finita così. Non so che margine di manovra ora abbia il governo Meloni, ma mi farebbe piacere da cittadina se si facesse sentire».

Armando Spataro, ex procuratore simbolo della lotta al terrorismo: "Hanno pesato l'età e la diffidenza d'Oltralpe. Ma io non mi rassegno". Liana Milella su La Repubblica il 29 Marzo 2023.

"La Francia, purtroppo, si è distinta costantemente per la scarsa o inesistente collaborazione con altri Stati, non solo in tema di estradizione, ma persino nello scambio di informazioni e atti per il contrasto del terrorismo internazionale di matrice religiosa"

Era il 6 gennaio 2020 e lei Armando Spataro, proprio mentre partiva l'operazione "Ombre rosse", era scettico e disse a Repubblica che "i francesi sono sempre stati tenuti a consegnare queste persone all'Italia in base alle convenzioni sull'estradizione, ma non l'hanno mai fatto". Ed è andata proprio così.

"A dire il vero quei rilievi li avevo formulati già molto tempo prima, durante gli "anni di piombo". Nel 2020 li ho solo ripetuti come un "mantra". La Francia, purtroppo, si è distinta costantemente per la scarsa o inesistente collaborazione con altri Stati, non solo in tema di estradizione, ma persino nello scambio di informazioni e atti per il contrasto del terrorismo internazionale di matrice religiosa". 

Una decisione scontata. L'anno scorso l'avvocato generale della Cassazione francese aveva rigettato il ricorso evocando "il diritto alla vita privata, all'equo processo e alle garanzie della difesa" secondo gli articoli 6 e 8 della Convenzione dei diritti dell'uomo. Tesi sbagliata?

"Totalmente improponibile. È giusto tutelare  la vita familiare e privata, ma ciò vale anche per i familiari delle vittime dei terroristi, più che per chi si è reso latitante sottraendosi alla giustizia, non certo alla sete di vendetta. Quanto all'equo processo è assurdo che ci si permetta di criticare il nostro sistema che prevede molte più garanzie di quello francese".

Per esempio?

"In Francia esiste l'istituto della "garde à vue " che consente di tenere sottoposta a fermo per quattro giorni ogni persona sospettata di terrorismo, interrogandola senza difensore, senza avvertire l'autorità giudiziaria e con l'ulteriore grave corollario di poter utilizzare come fonte di prova le dichiarazioni rese dal sospettato in quelle condizioni.

Ma la giustizia francese potrebbe dire che le leggi speciali utilizzate dai nostri giudici per arrestare e condannare gli autori di gravi fatti di sangue sono incompatibili con i criteri della Corte dei diritti umani di Strasburgo.

"Forse si dimentica che proprio quella Corte aveva respinto anni fa il ricorso di Cesare Battisti affermando che il processo in absentia italiano, assicurando in pieno il diritto di difesa al latitante (cioè a chi si è volontariamente sottratto alla giustizia), non viola in alcun modo i principi dell'equo processo".

Dopo la pronuncia non ci sarà più alcuna strada per far tornare in Italia queste persone?

"Temo di no, se si ipotizza una consegna da parte delle autorità francesi. Penso invece a un sussulto di dignità che potrebbe spingere questi latitanti a consegnarsi alla giustizia anche per rispetto di vittime e parenti di vittime di quegli anni. Non solo di quelle uccise da alcuni di loro".

Non l'ha mai sfiorata l'idea che proprio negli anni di piombo lo Stato italiano abbia violato le regole pur di vincere la battaglia contro il terrorismo?

"Anche questa è una domanda che viene spesso posta a chi in quegli anni si occupò di contrasto al terrorismo. Rispondo ancora una volta ricordando che tra la fine degli anni '70 e la prima metà degli anni '80 furono approvati alcuni interventi legislativi che talvolta determinarono il rischio di lesioni dei diritti individuali, anche per la libertà personale degli imputati, ma alla fine le istituzioni avevano tenuto e se il terrorismo era stato sconfitto ciò non soltanto era dipeso dalle capacità delle forze di polizia e della magistratura, ma grazie a un corpo legislativo che nel suo complesso aveva continuato ad assicurare la tutela di quei diritti".

Lei esclude proprio qualsiasi lesione?

"Furono misure speciali che avevano favorito la specializzazione nel contrasto del terrorismo, rendendolo più efficace, non di norme lesive del sistema dei diritti soggettivi. Ritornano le parole del presidente Sandro Pertini che, alla fine degli anni di piombo, ricordò che l'Italia poteva con orgoglio affermare di avere sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia e non negli stadi, alludendo alle torture, alla violazione dei diritti fondamentali delle persone e alle pratiche sudamericane durante gli anni dei regimi dittatoriali".

Se lo ricorda quando, nel novembre 2004, proprio lei, scrisse a Le Monde per protestare contro un articolo della scrittrice Fred Vargas che aveva raccolto un appello di intellettuali contro la giustizia italiana?

"Certo, mi misi in contatto con il quotidiano francese chiedendo diritto di parola per contestare il "dictum" degli "intellò" francesi che parlavano di ciò che neppure conoscevano. Ebbi molto spazio, ma furono molto dure e ferme anche Marcelle Padovani e Barbara Spinelli. E non potrò scordare che, durante un convegno in un'aula di Sciences Po di Parigi, di fronte alle solite chiacchiere del sedicente accademico francese che parlava dei Tribunali speciali che sarebbero stati creati in Italia in quegli anni, fu Oreste Scalzone ad alzarsi in piedi in platea dicendo a quel professore: "Guardi che lei si sbaglia, non ci sono mai stati tribunali speciali in Italia!".

Cos'ha prevalso in Francia, l'atteggiamento politico frutto della dottrina Mitterrand o il pregiudizio contro i metodi della nostra giustizia tipo il processo possibile anche in contumacia?

"La dottrina Mitterand non prevedeva affatto, come qualcuno ancora sostiene, il diritto d'asilo in Francia a tutti i terroristi che vi si fossero rifugiati, ma - come spiegò egli stesso in una intervista alla Padovani - solo a quei latitanti che non fossero stati condannati per fatti di sangue o comunque con sentenza definitiva, purché avessero ripudiato esplicitamente il loro passato criminale. È chiaro che ancora una volta, in questa scelta, ha avuto un ruolo determinate la presunzione di poter decidere da soli prescindendo dalle ragioni giuridiche che obbligano a rispettare i trattati di estradizione e di collaborazione".

E queste condizioni non ci sono neppure oggi per i terroristi in questione.

"Anche se non tutti gli estradandi hanno commesso omicidi, tutti sono stati definitivamente condannati e non conosco alcun ripudio o autocritica del loro passato criminale".

Eppure il presidente Macron l'anno scorso aveva ammesso "il trauma costituito dagli anni di piombo per l'Italia" ed era sembrato un segnale importante.

"Domanda da porre al Presidente, dunque, fermo restando, però, che non ha certo deciso lui il rigetto della domanda di estradizione".

Non ha pesato oggi anche l'età di chi si è rifatto una vita in Francia senza commettere altri delitti?

"Certamente vero. Ma ciò non elide le condanne, salvo i possibili casi di prescrizione della pena. Comunque età e nuova vita avrebbero dovuto costituire ragioni in più per costituirsi in Italia come hanno fatto in passato alcuni loro complici e affidarsi alle possibili scelte della nostra magistratura di sorveglianza".

Il ministro della Giustizia francese Dupond-Moretti li chiama "assassini e terroristi" e cita il caso di Battisti che, una volta in Italia, "ha ammesso la sua colpevolezza dopo aver criticato per anni la nostra giustizia.

"Almeno è stato chiaro, ma tanti intellettuali francesi e anche italiani, alcuni giornalisti e politici inclusi, che avevano sostenuto l'innocenza di Battisti e l'ingiustizia della sua condanna non hanno avuto il coraggio di "recitare" un onesto mea culpa dopo che Battisti, estradato, ha confessato tutti gli omicidi per cui era stato condannato a più ergastoli. Così va la vita, ma non dimentichiamolo".

Definendo l'espressione "anni di piombo" lei cita spesso e dice di condividere una frase di Marco Alessandrini che aveva perso suo padre Emilio quando aveva otto anni e disse che era stato ucciso "da una banda di cretini".

"Perché solo una massa di assassini cretini poteva pensare di poter cambiare la forma-stato per instaurare la dittatura del proletariato (quelli di "sinistra") o la dittatura tout court (quelli di matrice fascista) uccidendo centinaia di persone colpevoli solo di credere nella democrazia e di fare il loro dovere. E non mi riferisco solo a magistrati, forze dell'ordine, politici, ma anche a giornalisti, operai, infermieri e altri".

"Sono dei disgraziati perché così non c'è giustizia" ha detto Adriano Sabbadin, il figlio del macellaio Lino ucciso nel 1997 dei Proletari armati di Battisti, appena ha appreso la decisione francese. Andrà a Padova per la sua commemorazione?

"Purtroppo non sono spesso in grado di essere fisicamente presente a Padova, come accade invece a Milano per ricordare Alessandrini, Galli ed altri, ma lo sarò sempre moralmente, dovunque si ricordi chi è stato vittima del terrorismo e della mafia".

Carlo Nordio: "No all'estradizione, la Francia ci ha ostacolato per decenni". Libero Quotidiano il 28 marzo 2023

Dalla Francia, uno schiaffo indigeribile all'Italia e alle vittime del terrorismo rosso. La Corte di Cassazione transalpina, infatti, ha definitivamente negato l'estradizione per dieci terroristi, tra i quali Giorgio Pietrostefani, condannato in contumacia per l'omicidio del commissario Giuseppe Calabresi. La pronuncia della Cassazione francese era l'ultima speranza per riportare in Italia chi si è macchiato di feroci delitti. L'ultima speranza, svanita, di avere giustizia. Un'estradizione a favore della quale si era schierato anche il governo francese, con Emmanuel Macron. Ma i giudici hanno detto no.

E sul caso piovono le durissime parole di Carlo Nordio, ministro della Giustizia: "Prendiamo atto della decisione della Corte di Cassazione francese, che in piena autonomia ha deciso di negare l'estradizione in Italia di 10 ex terroristi condannati in via definitiva per gravissimi reati compiuti negli anni di piombo. L'Italia ha fatto tutto quanto in suo potere, perché fosse rimosso l'ostacolo politico che per decenni ha impedito alla magistratura francese di valutare le nostre richieste", ha premesso il Guardasigilli.

E ancora: "Avevo già avuto modo di ringraziare di persona nel nostro primo incontro, il collega Eric Dupond-Moretti per essere stato al fianco dell'Italia e per la sua costante attenzione nei confronti delle nostre richieste. Con lui ho avuto anche un colloquio telefonico. Il Ministro Dupond-Moretti ha compreso il nostro bisogno di verità e giustizia e, dando corso alle nostre domande di estradizione, ha testimoniato la piena fiducia del Governo francese nella nostra magistratura, che ha giudicato gli imputati degli anni di piombo sempre nel rispetto di tutte le garanzie". 

Nordio aggiunge: "Ho vissuto da pubblico ministero in prima persona quegli anni drammatici e oggi il mio primo commosso pensiero non può che essere rivolto a tutte le vittime di quella sanguinosa stagione e ai loro familiari, che hanno atteso per anni, insieme all'intero Paese, una risposta dalla giustizia francese. Faccio pertanto mie le parole di Mario Calabresi, figlio del commissario ucciso 51 anni fa, nella speranza che chi allora non esitò ad uccidere ora senta il bisogno di fare i conti con le proprie responsabilità e abbia il coraggio di contribuire alla verità", ha concluso Carlo Nordio.

Il declino dell'Eliseo con la dottrina dei "diritti umani" un tanto al chilo. La Francia esce male da una vicenda segnata dai bizantinismi dei presidenti di sinistra. Un filo rosso lega il cinismo di Mitterrand alla presunzione di Macron. Stenio Solinas il 29 Marzo 2023 su Il Giornale.

È probabile che dal punto di vista giuridico e insieme giudiziario il rifiuto della Corte di Cassazione francese all'estradizione dei dieci ex terroristi italiani rifugiatisi oltralpe al tempo della cosiddetta dottrina Mitterrand che ne garantiva l'esilio politico, e lì da allora rimasti, archivi definitivamente la possibilità dello Stato italiano di poter giudicare, secondo le propri leggi, chi sul suo territorio le infranse.

Lascia però l'amaro in bocca il paradosso per cui ciò che all'epoca, gli anni Ottanta della presidenza socialista, appunto, di François Mitterrand, fu una decisione squisitamente politica, mai di fatto configurata con un provvedimento legislativo, concluda il suo percorso con la politica stessa che pilatescamente se ne lava le mani. Va altresì ricordato che c'era in quella cosiddetta dottrina tutto il bizantinismo ideologico di chi si voleva far garante della libertà di pensiero e di azione in terra altrui, schermandosi dietro la formula che si garantiva asilo politico purché chi lo chiedeva «non si fosse macchiato di fatti di sangue»... Era un bizantinismo funzionale a una sorta di quieta non movere, con un'Italia debole internazionalmente a far valere le proprie ragioni, ma altrettanto debole internamente, impegnata com'era a cercare di uscire da quegli anni di piombo che da noi insanguinarono più di un decennio e che vennero a lungo raccontati e presentati in una luce tanto confusa quanto mistificante: «Le Brigate rosse che in realtà e per convenienza dovevano essere per forza nere», «i compagni che sbagliano», «la nuova resistenza», «Né con lo Stato né con le Bierre, «l'album di famiglia»...

Va da sé che quella decina di ex terroristi che viaggiano tutti, come età, fra i settanta e gli ottanta anni, sono con molta probabilità persone ben diverse rispetto a ciò che al tempo fecero, quando la rivoluzione veniva presentata come un (luttuoso) gioco di società, del che certamente si sarebbe tenuto conto qualora il loro essere giudicati dalla giustizia italiana fosse stato reso possibile. Ma va anche da sé che l'essere giunti alla vecchiaia è un traguardo che venne da loro stessi negato a chi, innocente, ne rimase vittima, e anche questo va ricordato, per non fare del pietismo rognoso. Se si accetta l'idea di stare dalla parte del soggetto più debole, è a chi non c'è è più che deve andare l'attenzione maggiore, affinché non si ritrovi retrocesso a «danno collaterale». Non ai carnefici.

Infine, l'Italia ha fatto la sua parte e l'unico addebito che le si può fare è di essersi mossa troppo tardi. Il perché di questo ritardo risiede anche nella lettura «ideologico-assolutoria» che del terrorismo di sinistra è stata a lungo fatta nel nostro Paese e di cui abbiamo già accennato. Non ci torneremo su, fa parte del nostro masochismo nazionale.

Chi però esce male da questa vicenda è la Francia, con il suo trionfalismo presidenzialista, con la sua pomposità vacua dei «diritti dell'uomo» un tanto al chilo, con la sua spompata grandeur di tecnocrati altrettanto nefasti dei politici improvvisati che da un ventennio a questa parte li hanno preceduti. Mitterrand veniva chiamato «le florentin», il fiorentino, per il suo cinismo e la sua abilità machiavellica a cavalcare la storia, nazionale e no. Macron ne ha ereditato, malamente, la presunzione e verrà ricordato soltanto per il costoso orologio da polso, goffamente fatto sparire, di una maldestra esibizione televisiva.

Magistratura. Il modello italiano. È solo una constatazione. La scoperta, o meglio, la presa d'atto di un fenomeno planetario. Augusto Minzolini il 29 Marzo 2023 su Il Giornale.

È solo una constatazione. La scoperta, o meglio, la presa d'atto di un fenomeno planetario. Si tratta del meccanismo che sovrintende alle lotte di potere nelle autocrazie, che si è diffuso anche nelle democrazie: la liquidazione dell'avversario politico per via giudiziaria, o, più in generale, lo scontro tra politica e giustizia. Ciò che sta avvenendo in Israele sulla testa di Benjamin Netanyahu, per fare un esempio, sta capitando in altri angoli del pianeta secondo uno schema che ha visto il nostro Paese fare scuola, dato che da noi è servito per spazzare via una classe dirigente (Tangentopoli) o azzoppare un premier (Berlusconi).

In realtà, nei regimi operazioni di potere di questo segno ci sono sempre state. L'ultima condanna ad Aleksej Navalny, il principale oppositore di Putin, ammonta a 9 anni per reati estremamente generici: una non ben precisata «frode». In Cina, invece, si usa sempre l'espediente giudiziario per liquidare gli oppositori di Xi, anche se i processi vengono resi noti solo a condanna eseguita. Nelle democrazie, invece, l'uso sempre più frequente della giustizia come arma politica rappresenta una novità.

Lula in Brasile è stato fatto fuori con un processo e ora con il suo ritorno, ironia della sorte, il suo avversario Jair Bolsonaro rischia la stessa fine. Donald Trump, che ora maledice il «deep State», rischia di non poter correre per la Casa Bianca perché è sotto processo: tant'è che paventa il proprio arresto come arma mediatica per radunare i suoi fedeli. Paradossale è poi ciò che sta avvenendo in India. Rahul Gandhi non potrà partecipare alle prossime elezioni per una condanna per diffamazione: in una manifestazione avrebbe usato parole troppo forti contro l'attuale presidente Modi. Insomma, gli hanno dato due anni, ma soprattutto gli hanno impedito di candidarsi per fare il mestiere di oppositore.

Questo moltiplicarsi di esempi non può non preoccupare, sempreché non si pensi che la politica di mezzo mondo sia popolata da malfattori: se in un regime è normale che gli avversari siano fatti fuori per via giudiziaria, in democrazia lo stesso meccanismo rischia di trasformarsi in una grave patologia. Inoltre colpisce che l'Italia sia dai tempi del Machiavelli un laboratorio per la politica. Negli altri Paesi spesso si ripetono stagioni che noi abbiamo vissuto qualche anno prima. Da noi, per dire l'ultima, un comico (Grillo) è arrivato al potere ben prima di Zelensky in Ucraina.

E anche per l'uso dello strumento giudiziario in politica abbiamo un copyright almeno per le democrazie di cui certo non si può andare fieri. Anzi, da noi è una costante. Dopo Berlusconi ci hanno provato anche con Renzi e con Salvini. Ecco perché l'internazionalizzazione del fenomeno richiederebbe una riflessione, visto che lo scontro tra i poteri è un'eventualità non remota. E il fatto che il più delle volte sia sempre la politica, cioè il potere legittimato dal voto popolare, a perdere la partita, fa sorgere dubbi pure sull'essenza stessa della parola democrazia. In Francia, dove anche Macron è oggetto di due indagini, si sono inventati il meccanismo per cui ogni iniziativa giudiziaria che riguardi il presidente (a parte reati connessi al suo ruolo) viene congelata fino alla fine del mandato proprio per mettere a riparo il voto popolare. È un'opzione che magari non convince tutti. Ma un istituto va trovato anche da noi specie se, come vorrebbe qualcuno, si arrivasse all'elezione diretta del premier o del capo dello Stato.

"La verità è che Oltralpe la magistratura pende verso sinistra proprio come da noi". L’ex Guardasigilli Castelli: «Il diritto di asilo? Dissero che era solo per chi non ha ucciso. Invece...» Felice Manti il 29 Marzo 2023 su Il Giornale.

«C’era da aspettarselo, la magistratura francese è politicizzata, peggio di quella italiana...». Roberto Castelli è in campagna elettorale in Friuli, al telefono gli raccontiamo il verdetto della Cassazione francese che non ha estradato i dieci terroristi italiani esuli in Francia, chiudendo ormai definitivamente una storia che lui aveva iniziato quando si è seduto sulla poltrona di Guardasigilli in Via Arenula: «Il mio motto era: «Nessuno tocchi Caino? Ma io sto dalla parte di Abele...», ci dice subito. Il rammarico sui parenti delle vittime di quella stagione senza giustizia è pari alla rabbia per l’occasione sfumata di fare i conti con la Storia. «E non mi vengano a dire che c’entra la dottrina Mitterrand...

Ali no?

«Quando l’allora presidente francese Francois Mitterand decise di non concedere l’estradizione, precisò che il diritto di asilo non doveva essere esteso a chi si era macchiato di fatti di sangue. Ma fu bellamente ignorato...».

Ma non da lei...

«Feci una cosa semplicissima. Chiamai il mio collega Dominique Perben, con cui avevo un ottimo rapporto personale - e questo, mi creda, conta molto lui sposò la mia richiesta e stilammo un elenco di chi poteva essere estradato.

Venne fuori una lista di 13 persone, se non ricordo male».

E poi?

«Ci furono molte polemiche, intervenne persino l’Abbè Pier (eroe della Resistenza in Francia, fondatore delle comunità Emmaus e ispiratore della Dottrina, ndr) e tutto si incagliò».

Motivi politici o c’è dell’altro?

«Anche nella magistratura francese c’è una forte connotazione di sinistra, come in Italia. Sotto sotto, anche loro pensano che costoro non siano delinquenti ma combattenti».

Ha letto le motivazioni?

«Le trovo fragili dal punto di vista tecnico, speciose e offensive per il sistema giudiziario italiano, soprattutto rispetto all’iniquità del processo che avrebbero subito e al fatto che siano stati giudicati in contumacia. Si dimenticano di dire che sono scappati, si sono sottratti alla giustizia. Lo capisce anche un bimbo».

Come se ne esce?

«Dalla piaga dei magistrati di sinistra? Quando morirà la mia generazione...».

E per l’estradizione? È finita?

«La mia cultura giuridica costruita sul campo è ovviamente imperfetta, bisogna studiare bene le carte, ma credo di sì. A meno che non si trovi qualche cavillo, o si lavori sul mandato di cattura europea - che al tempo mio non c’era - o non c’è più niente da fare».

Pensa che il governo francese farà qualcosa?

«In Francia il presidente del Csm è il ministro della Giustizia, che ha poteri ben diversi dai nostri. Potrebbe esserci un’azione disciplinare se la sentenza fosse abnorme, ma non credo - visti i rapporti tra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni - che il governo francese voglia imbarcarsi in questa operazione».

Il Guardasigilli Carlo Nordio è rammaricato...

«Ha ragione ad esserlo, ha fatto tutto il possibile».

La sinistra italiana festeggia. Perché c’è un’attrazione fatale per questi criminali?

«Guardi, sono abbastanza vecchio per ricordarmi bene la Storia. Le Br erano “compagni che sbagliano” ma sempre compagni. Sa quando il Pci cambiò davvero atteggiamento? Quando uccisero Guido Rossa».

Fu una stagione terribile...

«Ho visto katanga diventare terroristi, alcuni li ho conosciuti. Altri (sorride) sono diventati opinion leader come Adriano Sofri, direttori di giornali o parlamentari. Nasce tutto da lì, da quel substrato culturale permanente che nel Sessantotto partì proprio dalla Francia, contagiando anche i magistrati come da noi».

Un’ultima domanda. Si farà mai la riforma della giustizia? Quella che lei ideò è naufragata pochi giorni prima di entrare in vigore...

«La mia riforma dell’ordinamento giudiziario io l’ho fatta perché ero un incosciente... Era epocale perché agiva nella carne viva dentro la magistratura... Con la mia riforma, lo scriva, non ci sarebbe mai stato un caso Palamara.

Ecco perché nessuno la farà mai...».

Neanche Nordio?

«Quando ero ministro Nordio lavorò in una commissione alla riforma del codice penale che era molto interessante e sarebbe valida ancora adesso. Non so perché non se ne parla più...».

L'ultimo sfregio alle vittime. È un verdetto tombale, senza speranze, freddo come il marmo dei sepolcri dove riposano lo statista Aldo Moro, il commissario Luigi Calabresi, il generale Enrico Galvaligi e tanti altri servitori dello Stato abbattuti dalla furia nichilista del piombo rosso. Gabriele Barberis il 29 Marzo 2023 su Il Giornale.

È un verdetto tombale, senza speranze, freddo come il marmo dei sepolcri dove riposano lo statista Aldo Moro, il commissario Luigi Calabresi, il generale Enrico Galvaligi e tanti altri servitori dello Stato abbattuti dalla furia nichilista del piombo rosso. A Parigi manca un giudice per sanare ingiustizie storiche, lì comanda una Corte di Cassazione che antepone la seconda vita francese di dieci terroristi incalliti ai danni inflitti a tante famiglie e all'Italia.

Finisce così, dopo oltre quarant'anni, con l'impunità dei vari Pietrostefani, Petrella, Bergamin che non torneranno più in Italia, almeno nella veste di detenuti. Negata l'estradizione, un bel colpo di spugna su crimini che hanno insanguinato la nostra vita per decenni. Al dolore dei congiunti delle vittime, fa da squallido contraltare l'esultanza degli assassini. Senza vergogna quella del fondatore delle Brigate combattenti di Prima Linea, Enrico Galmozzi, due omicidi nel curriculum: «Quanto mi fa godere la Cassazione francese...». Lo sberleffo finale a chi piange, un colpo di pistola virtuale che una corte di giustizia non avrebbe mai dovuto permettere.

Brucerà per tanti altri anni la cicatrice della questione francese. Da Mitterrand a Macron, passando anche per le stagioni golliste cariche solo di promesse e sterile solidarietà, Parigi ha sempre coperto, se non vezzeggiato, i latitanti cui è stato consentito di sottrarsi alla giustizia del loro Paese. Sempre con le stesse motivazioni politiche farneticanti prese come oro colato, dai processi ingiusti alle condizioni carcerarie disumane. Tanto, al di là delle Alpi, le primule rosse potevano contare su un milieu politico-intellettuale sempre schierato con entusiasmo al fianco degli assassini, alcuni dei quali non hanno scontato un solo giorno in carcere. Ci ha provato fino alla fine il procuratore generale della Corte d'appello, ma il suo tentativo si è infranto di fronte ad altri magistrati che hanno dato ragione alla tesi prevalente, quella sancita dai colleghi giudici.

A parole il presidente Emmanuel Macron ha sposato la causa italiana, ma il risultato non è cambiato rispetto al passato: zero assoluto. Resterà l'ennesimo screzio nei rapporti problematici tra Eliseo e Palazzo Chigi, già carichi di tensione sui dossier immigrazione ed economia con l'avvento del governo Meloni di centrodestra. Nei dintorni dell'ala disfattista dell'opposizione anche questo sarà l'ennesima fonte di «goduria».

Schiaffo francese all'Italia: i dieci terroristi rossi resteranno impuniti a Parigi. La Corte di Parigi nega in modo definitivo l'estradizione perché "in Francia hanno costruito una vita sociale e famigliare stabile". L'amarezza dei parenti delle vittime: "E le famiglie che loro hanno distrutto?". Deluso Nordio: "Ma l'Italia ha fatto tutto quanto era in suo potere". E non torna neanche Vecchi, condannato per il G8 a Genova. Cristina Bassi il 29 Marzo 2023 su Il Giornale.

Lo schiaffo all'Italia è quello finale, definitivo. La giustizia francese chiude una volta per tutte la porta alla possibilità che i dieci terroristi rifugiati e impuniti oltralpe paghino il debito con la giustizia italiana. Ieri la Cassazione francese ha confermato il rifiuto all'estradizione degli ex terroristi condannati in patria per fatti di sangue degli anni di piombo. «Il mio primo commosso pensiero - interviene il ministro della Giustizia Carlo Nordio - non può che essere rivolto a tutte le vittime di quella sanguinosa stagione e ai loro familiari, che hanno atteso per anni, insieme all'intero Paese, una risposta dalla giustizia francese».

Esulta Enrico Galmozzi, fondatore delle Brigate combattenti di Prima linea e condannato per due omicidi: «Quanto mi fa godere la Cassazione francese...». Il rifiuto della Suprema corte di Parigi ad accogliere il ricorso del procuratore generale Rémy Heitz, che a nome del governo francese si era opposto al no all'estradizione pronunciato il 29 giugno 2022 dalla Chambre de l'Instruction della corte di Appello, era atteso. I dieci militanti di estrema sinistra erano stati arrestati nel 2021 nell'operazione «Ombre rosse». Sono otto uomini, tra cui Giorgio Pietrostefani, condannato per l'omicidio Calabresi, e due donne, le ex Br Marina Petrella e Roberta Cappelli, condannate all'ergastolo tra l'altro per omicidio. «La Corte di cassazione - si legge nel dispositivo - respinge i ricorsi presentati dal procuratore generale presso la Corte d'appello di Parigi contro le decisioni della Corte d'appello, ritenendo che i motivi addotti dai giudici, che discendono dal loro apprezzamento sovrano, sono sufficienti». Concludono i giudici: «Il parere sfavorevole sulle richieste sfavorevoli alle richieste di estradizione è definitivo». Due i motivi della decisione. Il primo è che molti dei rifugiati sono stati giudicati in Italia in loro assenza e quindi non avrebbero avuto la possibilità di difendersi in un nuovo processo. Il secondo è che nei decenni trascorsi in Francia gli ex Br hanno costruito una vita sociale e famigliare stabile e dunque l'estradizione avrebbe violato il loro diritto a una vita privata. I due principi sono stabiliti dagli articoli 8 e 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Oltre a Pietrostefani, Petrella e Cappelli godranno della protezione francese Giovanni Alimonti, Enzo Calvitti, Maurizio Di Marzio, Sergio Tornaghi, Narciso Manenti, Luigi Bergamin e Raffaele Ventura. Soddisfatta Irène Terrel, avvocato di sei dei dieci: «È un immenso sollievo - ha dichiarato all'Adnkronos - sono veramente molto emozionata. Questa decisione rappresenta la vittoria del diritto a cui ho sempre creduto contro gli smarrimenti politici. È la consacrazione giudiziaria del diritto di asilo e chiude un capitolo lungo 40 anni». Aggiunge invece Nordio: «Ho vissuto da pm in prima persona quegli anni drammatici. Faccio mie le parole di Mario Calabresi, figlio del commissario ucciso 51 anni fa, nella speranza che chi allora non esitò a uccidere ora senta il bisogno di fare i conti con le proprie responsabilità e abbia il coraggio di contribuire alla verità. L'Italia ha fatto tutto quanto in suo potere, perché fosse rimosso l'ostacolo politico che per decenni ha impedito alla magistratura francese di valutare le nostre richieste». Mentre il ministro della Giustizia francese Eric Dupond-Moretti, che «prende atto» del verdetto, «ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo italiano Nordio per ribadire la piena fiducia nella giustizia italiana e nella qualità della cooperazione Italia-Francia».

Profonda l'amarezza dei parenti delle vittime. «Era un'illusione aspettarsi qualcosa di diverso e (parere personale) vedere in carcere queste persone dopo decenni non ha per noi più senso - spiega Mario Calabresi -. Ma c'è un dettaglio fastidioso e ipocrita: la Cassazione scrive che i rifugiati in Francia si sono costruiti da anni una situazione famigliare stabile (...) e quindi l'estradizione avrebbe provocato un danno sproporzionato al loro diritto a una vita privata e famigliare. Ma pensate al danno sproporzionato che loro hanno fatto uccidendo mariti e padri di famiglia. E questo è ancora più vero perché da parte di nessuno di loro c'è mai stata una parola di ravvedimento, di solidarietà o di riparazione». E Maurizio Campagna, fratello di Andrea, agente della Digos ucciso dai Pac: «Aspettiamo le motivazioni, nella speranza che la giustizia italiana abbia modo di appellarsi. Si tratta di persone che hanno commesso atti gravissimi in Italia e la Francia, che è un Paese vicino, che fa parte dell'Ue, se ne infischia». Il giudice Guido Salvini, che si è occupato dei più importanti processi di terrorismo, sottolinea che la decisione francese «offende le vittime, perché quelli celebrati in Italia sono stati processi equi».

Dura la Lega: «Sconcertante decisione della Cassazione francese. Respingono i bambini immigrati alle frontiere ma coccolano gli assassini brigatisti».

Intanto la Francia non consegnerà neanche Vincenzo Vecchi, condannato in Italia per le violenze al G8 di Genova 2001: venerdì scorso la Corte d'appello di Lione aveva respinto la richiesta italiana. Il tutto restava in mano alla procura generale che ha rinunciato al ricorso.

"La Cassazione francese mi fa godere". L'ultimo oltraggio dell'ex terrorista rosso. Il fondatore delle Brigate combattenti di Prima Linea, Enrico Galmozzi, gioisce sui social per la decisione della Cassazione francese sugli ex Br: "Mi fa godere". Marco Leardi il 28 Marzo 2023 su Il Giornale.

Lo schiaffo delle toghe francesi all'Italia ha fatto "godere" l'ex terrorista rosso. Alla faccia dei famigliari delle vittime degli ex Br, che da Parigi hanno ricevuto l'ennesima e dolorosa umiliazione. Il fondatore delle Brigate combattenti di Prima Linea, Enrico Galmozzi, ha gioito per la decisione della Cassazione transaplina di confermare il rifiuto all'estradizione in Italia dei 10 ex terroristi degli Anni di piombo. "Graziati" dalle toghe francesi, quei compagni non sconteranno le loro condanne definitive in Italia: per l'ideatore dell'organizzazione armata di estrema sinistra è una bella notizia.

Il proprio oltraggio a chi ha sofferto per le violenze degli ex Br, Galmozzi lo ha fatto pervenire tramite un post sui social. Apppresa la decisione dei giudici di Parigi, l'ex terrorista ha scritto su Facebook: "Quanto mi fa godere la Cassazione francese...". E il vergognoso "godimento" arriva peraltro da chi la follia criminale degli Anni di Piombo la conosce bene. Galmozzi è stato infatti condannato per gli omicidi dell'avvocato Enrico Pedenovi e del poliziotto Giuseppe Ciotta. Il primo avvocato ed esponente del Msi, ammazzato a Milano nel 1976 per vendicare la morte del militante di sinistra Gaetano Amoroso. Il secondo agente di polizia, ucciso a Torino nel 1977.

Di quelle uccisioni l'ex terrorista non si è mai pentito. "In quel tempo si sparava". E infatti anche gli stessi brigatisti per i quali Parigi ha negato l'estradizione erano stati condannati in via definitiva, e a vario titolo, per omicidi, sequestri e altri reati. In quel tempo - sull'onda dell'estremismo rosso - quei crimini erano all'ordine del giorno. La decisione arrivata dalla Francia addolora però chi quella follia l'ha subita e fa gioire chi invece l'ha perpetrata.

"Ho vissuto da pm in prima persona quegli anni drammatici e oggi il mio primo commosso pensiero non può che essere rivolto a tutte le vittime di quella sanguinosa stagione e ai loro familiari, che hanno atteso per anni, insieme all'intero Paese, una risposta dalla giustizia francese", ha commentato in una nota ministro della Giustizia Carlo Nordio, manifestando il proprio rammarico per la decisione francese. E ora ad appellarsi al guardasigilli per quella decisione così ingiusta sono proprio i parenti delle vittime.

Ombre rosse, chi sono i dieci italiani accusati di terrorismo e rifugiati in Francia. Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera il 26 marzo 2023.

Il ministro della Giustizia francese Eric Dupond-Moretti li chiama «terroristi, assassini». Roma continua a chiedere l’estradizione già negata dalla Corte di Appello di Parigi. Tra loro c’è anche Pietrostefani, condannato per l’omicidio Calabresi

Il nome più noto dell’elenco dei dieci italiani arrestati due anni fa in Francia nell’operazione chiamata «Ombre rosse», subito rilasciati e di cui il governo di Roma continua a chiedere l’estrazione già negata dalla corte d’appello di Parigi («Io li chiamo terroristi, assassini», ha ribadito di recente il ministro della Giustizia francese, di origini italiane, Eric Dupond-Moretti) è anche l’unico che non ha mai fatto parte di una banda armata. Giorgio Pietrostefani è stato un dirigente di Lotta continua (gruppo extraparlamentare di sinistra da cui suono fuoriusciti futuri militanti di organizzazioni terroristiche, ma non lui) che ha sempre agito alla luce del sole tranne quando, secondo la sentenza di condanna, partecipò alla pianificazione dell’omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi, assassinato a Milano il 17 maggio 1972. Pietrostefani, che compirà ottant’anni a novembre, andò in Francia alla vigilia dell’ultimo verdetto mentre gli altri due condannati (Adriano Sofri e Ovidio Bompressi, che come lui si sono sempre proclamati innocenti) decisero di rientrare in carcere per scontare la pena. E lì è rimasto al riparo dall’estradizione fino all’operazione di polizia che due anni fa ha riaperto la partita fra Italia e Francia.

Altre sei persone comprese in quella lista aderirono invece alle Brigate rosse, e tra loro due donne condannate all’ergastolo: Marina Petrella, 68 anni, e Roberta Cappelli, 67, entrambe aderenti alla colonna romana delle Br. Petrella è tra responsabili dell’omicidio del generale Enrico Galvaligi, ucciso la sera del 31 dicembre 1980, e fu coinvolta anche nel sequestro del giudice Giovanni D’Urso, rapito a dicembre ‘80 e rilasciato il mese successivo. Lei nel 2008 fu arrestata a Parigi e i giudici francesi stavano per estradarla quando l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy decise di non riconsegnarla all’Italia, in considerazione delle sue precarie condizioni di salute e per l’interessamento diretto della cognata del presidente, l’attrice italiana Valeria Bruni Tedeschi, che era andata a visitarla in carcere. Anche Cappelli è stata condannata per il delitto Galvaligi, a cui si aggiunge l’omicidio dell’agente di polizia Michele Granato, assassinato un anno prima, nel novembre ‘79. Tra i reati addebitati alle due ex brigatiste c’è poi il ferimento del vice-questore della Digos di Roma Nicola Simone, colpito il 6 gennaio 1982. Per quell’attentato fu ritenuto responsabile pure Giovanni Alimonti, 67 anni, riparato da tempo in Francia, che dovrebbe scontare – secondo i calcoli della magistratura italiana – undici anni e mezzo di prigione. Delle Br hanno fatto parte anche Enzo Calvitti, 68 anni, condannato a 18 anni e 7 mesi di prigione per associazione sovversiva, banda armata, associazione con finalità di terrorismo e altri reati, e Maurizio Di Marzio, 62 anni, che dovrebbe espiare una pena (ormai prescritta, a meno di atti interruttivi sui quali pure sono in corso dispute legali) di cinque anni e nove mesi. E poi Sergio Tornaghi, 65 anni, unico «non romano» tra gli ex brigatisti coinvolti in «Ombre rosse», militante della colonna milanese intitolata a Walter Alasia: dovrebbe scontare l’ergastolo per l’uccisione di Renato Briano, direttore generale della «Ercole Marelli», assassinato la mattina del 12 novembre 1980 all’interno della metropolitana, mentre andava al lavoro. Tornaghi – come gran parte degli ex terroristi di cui l’Italia è tornata a chiedere la consegna – era già stato arrestato nel 1985, e poi scarcerato dopo che la Chambre d’accusation francese aveva negato l’estradizione. A completare l’elenco dei dieci italiani che il governo italiano continua a reclamare ci sono tre ex appartenenti a formazioni cosiddette «minori» del terrorismo italiano. Uno è Narciso Manenti, 65 anni, condannato all’ergastolo per l’omicidio dell’appuntato dei carabinieri Giuseppe Gurrieri, freddato a Bergamo il 13 marzo 1979, nella sala d’aspetto del medico dove aveva accompagnato il figlio di 10 anni, per una visita. L’attentato fu rivendicato da Guerriglia proletaria, sigla considerata vicino a Prima linea. Un altro è Luigi Bergamin, oggi settantaquattrenne, con una pena di 16 anni e 11 mesi di reclusione per vari reati tra i quali gli omicidi dell’agente della Digos milanese Andrea Campagna e del maresciallo della polizia penitenziaria Antonio Santoro; sono due dei quattro delitti consumati dai Proletari armati per il comunismo confessati da Cesare Battisti al suo rientro in Italia, dopo la cattura avvenuta a gennaio 2019 che pose fine a una lunga latitanza vissuta in larga parte proprio in Francia, da cui fuggì nel 2004 per evitare una probabile estradizione, e successivamente in Brasile. La pena di Bergamin era stata dichiarata «estinta per prescrizione» dalla Corte d’appello di Milano, ma una sentenza della Cassazione ha successivamente annullato quel verdetto.

L’ultimo della lista è Raffaele Ventura, 73 anni, già militante delle Formazioni comuniste combattenti, condannato a 24 anni e 4 mesi per l’omicidio del brigadiere di polizia Antonio Custra ucciso a Milano il 14 maggio 1977, durante i furiosi scontri di piazza in cui fu scattata la famosa foto del giovane incappucciato, armato di pistola, con le gambe piegate mentre prende la mira ad altezza d’uomo.

Quelli che esultano per i terroristi salvati: "Una lezione di diritto, fu una guerra civile". Ex Br e intellettuali si schierano, Sofri ironizza: "Non c'è mai redenzione...". Il ministro Nordio: "La Francia è un Paese amico ma in passato si è dimostrata quasi complice di questi delinquenti". Pasquale Napolitano Balsamo il 30 Marzo 2023 su Il Giornale.

Dieci ex terroristi, che si sono macchiati di omicidi e violenze, restano a piede libero grazie a una sentenza della Corte francese che dice no alla richiesta di estradizione avanzata dall'Italia. Due donne - Roberta Cappelli e Marina Petrella - e otto uomini - Giorgio Pietrostefani, Enzo Calvitti, Narciso Manenti, Giovanni Alimonti, Sergio Tornaghi, Maurizio Di Marzio, Raffaele Ventura e Luigi Bergamin: nessuno di loro pagherà il conto con la giustizia. Ci saranno figli che non vedranno gli assassini dei propri padri in carcere. Sangue di servitori dello Stato senza colpevoli a scontare una pena. Eppure c'è chi in Italia esulta. Il verdetto francese ha dato vigore agli ultras. La sinistra parlamentare resta in silenzio. Non protesta. Fuori dal Palazzo intellettuali ed ex brigatisti si schierano. Adriano Sofri, fondatore con Pietrostefani di Lotta Continua, l'organizzazione che decretò la morte del commissario Luigi Calabresi, sceglie Il Foglio per attaccare gli altri quotidiani: «Non c'è redenzione: terroristi in servizio permanente effettivo. E la Francia se li vuole tenere» ironizza riferendosi alla gran parte dei quotidiani italiani che «hanno titolato senz'altro no della Cassazione francese all'estradizione di 10 terroristi italiani. E c'è un dettaglio in più: Pietrostefani non è mai stato condannato, e nemmeno imputato, di terrorismo». Sofri richiama il giudizio emesso nei confronti dell'ex fondatore di Lotta Continua nel giugno 2022, nel quale si ricorda che le autorità italiane «hanno atteso quasi 20 anni per reclamare l'interessato, quando quest'ultimo è pienamente e da lunghi anni integrato nella società francese, dove ha tutti i suoi legami, favorito del resto dall'assenza di una domanda di estradizione che lo riguardasse».

I familiari delle vittime ipotizzano una nuova strada: il ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo: «Auspichiamo un intervento diretto dell'Esecutivo con un ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo contro la decisione della Cassazione francese, la quale ieri ha confermato il rifiuto della Francia all'estradizione dei dieci terroristi» invoca Roberto Della Rocca, uno dei sopravvissuti agli attentati delle Brigate rosse, che è anche presidente dell'Associazione nazionale vittime del terrorismo. Arriva dalle pagine del Riformista un'altra stilettata alla richiesta di giustizia. Tiziana Maiolo, ex parlamentare e giornalista, in un lungo editoriale definisce il verdetto dei giudici francesi una lezione di diritto. Troppo facile parlare di diritto con i morti degli altri. «Tutti gli elementi lasciavano immaginare questa pronuncia da parte della Corte di Cassazione francese, visto che la procura generale aveva espresso parere negativo. Non mi sorprende. Quella fu una guerra civile, nei conflitti accade questo, non furono certo vicende di diritto comune» dice l'ex brigatista Paolo Persichetti, l'unico riportato in Italia, che si cimenta in una lezione: «Se ci fosse stata una soluzione politica, un ridimensionamento delle condanne, l'Italia avrebbe avuto un credito internazionale diverso, sarebbe potuta andare dalla Francia e far presente che quella fase era stata sanata, che ora c'è un problema di risarcimento simbolico, invitando a ridargli gli ex terroristi per fargli scontare un po' di pena e la vicenda da lì si sarebbe chiusa. Sarebbe stato diverso. E invece, a distanza di 40 anni, c'è chi voleva venissero messi al 41bis». Tra i dieci compare Luigi Bergamin, 74 anni, ex ideologo dei Pac. Era stato condannato a 16 anni e 11 mesi per concorso morale dell'omicidio del maresciallo Antonio Santoro, capo degli agenti di polizia penitenziaria di Udine, assassinato nel '78 da Cesare Battisti.

Sulla vicenda interviene il ministro della Giustizia Carlo Nordio. «La Francia è un paese democratico e amico - ha detto ieri a Porta a Porta - ma in passato si è dimostrata quasi complice di questi delinquenti che si erano macchiati di delitti gravissimi». «Posso assicurare che, se esiste un minimo di possibilità di riprendere in mano la situazione - ha aggiunto - lo faremo quanto prima». «Ce la metteremo veramente tutta, stiamo valutando di esplorare qualsiasi via, sia politica che giudiziaria».

Il delirio dell'irriducibile che firmò due omicidi: "Sfuggire non è viltà". Enrico Galmozzi, ex Prima Linea, applaude i francesi: "Ingiusto punire 40 anni dopo". Con i familiari delle vittime non ha mai tentato alcun contatto. Sul caso Cospito: "Il 41 bis è una tortura contraria a qualsiasi civiltà giuridica". Pasquale Napolitano il 30 Marzo 2023 su Il Giornale.

Oggi fa la vita da pensionato e scrive libri. Nel tempo libero si diletta sui social tra attacchi a Matteo Salvini, suggerimenti al tecnico della Juve Max Allegri e post al veleno come quello scritto dopo il no della Corte di Cassazione francese all`estradizione in Italia dei 10 ex terroristi: «Quanto mi fa godere la Cassazione francese», scriveva ieri Enrico Galmozzi detto «Chicco» (nella foto), poche ore dopo il verdetto di Parigi. Lui gode. Mentre i familiari delle vittime urlano contro l`ennesima porta in faccia alla richiesta di giustizia. Galmozzi è stato un pezzo grosso del terrorismo rosso italiano. Fondatore delle Brigate combattenti di Prima Linea. Guai a confonderle con le Brigate Rosse - «siamo altra cosa».

In comune però c`è la violenza come arma politica. Galmozzi, 72 anni da compiere il 5 luglio prossimo, ha due condanne per gli omicidi dell`avvocato Enrico Pedenovi, consigliere provinciale del Msi a Milano e del poliziotto Giuseppe Ciotta. Verrà condannato a 27 anni di carcere. Ma ne sconterà in cella solo 11. Ciotta era uno degli investigatori di punta del pool antiterrorismo di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Galmozzi lo ammazzò a sangue freddo il 12 marzo del 1977. Il 29 aprile 1976 era toccato a Enrico Pedenovi finire sotto il fuoco della banda Prima Linea. Altro episodio che lo riporta alla ribalta delle cronache è quello di aver concepito i figli, con la compagna Giulia Borelli nelle gabbie dell'aula bunker ricavata nell'ex carcere femminile di Santa Verdiana durante il processo per le attività di Prima linea in Toscana.

Oggi vive in un paesino della Calabria e ha scelto, a differenze di molti altri ex terroristi, di non andare in tv. Scrive libri. È stato autore di vari saggi e articoli. Nel 1994 ha pubblicato «Il soggetto senza limite», un`opera critica del dannunzianesimo e dell`esperienza legionaria fiumana. Nel 2019 ha pubblicato «Figli dell`officina», che racconta le origini e la nascita di Prima Linea. Si diverte a parlare di Russia. Il nemico resta la destra. Qualche anno fa finì nella bufera per un post violentissimo contro l`allora ministro dell`Interno Matteo Salvini. Dopo uno scambio di messaggi accetta di parlare con il Giornale. Dieci assassini resteranno liberi. Come fa a godere per un`ingiustizia? «Io ho espresso soddisfazione per la sentenza di una Corte Costituzionale, non per quella di un Tribunale del popolo. Ingiustizia sarebbe perseguitare dopo più di 40 anni persone tipo Pietrostefani che ha 79 anni, è un trapiantato di fegato: volete farlo morire in carcere e poi parlate di giustizia e rispetto per le persone. Per altro Pietrostefani si professa innocente» - risponde al Giornale l`ex numero uno di Prima Linea. Il riferimento è a Giorgio Pietrostefani, fondatore con Adriano Sofri di Lotta Continua, riparato in Francia. Sulla testa di Pietrostefani pende una condanna a 22 anni per l`omicidio del commissario Luigi Calabresi.

Andiamo avanti. Chi imbraccia le armi per una rivoluzione deve mettere in conto che la guerra vinca lo Stato. Scappare all`estero non è sintomo di viltà per gente che voleva fare la rivoluzione? «Sottrarsi alla cattura non è segno di viltà», ribatte Galmozzi che poi rivela di non aver però più contatti con quel mondo. E con i familiari delle vittime ha mai provato un approccio? «No». Venendo ai giorni nostri l`irriducibile sembra ringalluzzirsi per la battaglia portata avanti dall`anarchico Alfredo Cospito contro il 41 bis: «È una tortura e contrario a qualsiasi civiltà giuridica e spero non muoia». Se fossero ancora attive le Brigate Combattenti sarebbe in piazza? «L'esperienza della lotta armata è consegnata alla storia ed è irripetibile e improponibile». Un`ultima cosa. Segue la politica? Le piace Elly Schlein nuovo segretario del Pd? «Non è un problema mio».

Il caso dei 10 rifugiati rossi. Sugli ex Br la dottrina Mitterand dà una lezione di diritto all’Italia e a Macron. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 29 Marzo 2023

Con la decisione di ieri della Corte di Cassazione, la dottrina Mitterand è riuscita ancora una volta a dare una lezione di diritto all’Italia. E anche al governo francese, da cui dipende organicamente e politicamente il procuratore generale che ha presentato ricorso contro la decisione della Chambre de l’instruction della Corte d’appello di Parigi che un anno fa ha rifiutato l’estradizione di dieci rifugiati italiani. I quali erano stati “selezionati” tra i circa duecento cittadini italiani condannati per fatti di terrorismo e riparati in Francia negli anni settanta all’ombra della dottrina Mitterand che qualificava il suo Paese come terra d’asilo. Si tratta di nove ex terroristi responsabili di omicidio e di Giorgio Pietrostefani, cui la parola di un solo “pentito” attribuì il ruolo di mandante, insieme a Adriano Sofri, dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi.

Nel 1972. Anno millenovecentosettantadue, e ne stiamo ancora parlando, non come tragico fatto storico, ma come vicenda giudiziaria. E qui siamo a un punto cruciale della storia. Di questa come di altre. In Francia per esempio solo i crimini contro l’umanità, i genocidi, non vanno mai in prescrizione. Sarebbe quindi impossibile, secondo quel regime, pretendere di eseguire quelle condanne, applicare le pene erogate dalle diverse corti d’assise italiane. Ma tutta questa vicenda ha il sapore un po’ amarognolo di accordi politici tra governanti che si sentono obbligati da legacci in patria più che da necessità di giustizia. E del resto che giustizia può mai essere quella applicata quaranta o cinquanta anni dopo i fatti? Quando due anni fa erano improvvisamente scattati gli arresti e il Presidente Macron aveva sospirato “La questione è chiusa”, gli aveva indirettamente risposto Adriano Sofri, chiedendogli ironicamente “e adesso che cosa ve ne fate?”.

Già, e l’Italia, qualora i giudici francesi ne avessero consentito l’estradizione di questi dieci, che cosa ne avrebbe fatto? In Francia, benché la pubblica accusa dipenda dal ministro guardasigilli, i giudici sono giudici, e non si deve pensare che subiscano qualche contaminazione da quella che le toghe italiane considerano una bestemmia, la sottoposizione del pm all’esecutivo. Proprio perché sono indipendenti, i giudici della Corte d’appello di Parigi un anno fa avevano emesso una sentenza che era stata una vera lezione di diritto. E l’insistenza dell’esecutivo francese, con il ministro Eric Dupond-Moretti incalzato dalla stessa Marta Cartabia, che pure è una teorica della “giustizia riparativa”, nel presentare ugualmente il ricorso in cassazione, era parso più che altro un dovere politico verso i cugini italiani.

Due erano i principi cui si erano appellati i giudici per motivare la decisione di negare l’estradizione, quelli previsti dagli articoli 6 e 8 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo. Il primo è nella sostanza quello dell’habeas corpus, che contrasta visibilmente con la contumacia, l’assenza fisica dal processo, condizione in cui sono stati giudicati molti degli imputati per fatti di terrorismo. “Ogni persona ha diritto a che la sua causa -dice l’articolo 6- sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale..”. Seguono poi i diritti dell’imputato, e il concetto di “forza”, per cui quella di chi è chiamato alla sbarra deve essere equivalente a quella dello Stato che lo accusa. La parità tra le parti, ecco. E la domanda: può un assente, anche se per propria scelta, avere la stessa forza del suo accusatore? E il processo e la sentenza che ne conseguirà possono essere definite “giuste”?

Qui non è più questione solo di dottrina Mitterand e di diritto all’asilo, ma delle basi dello Stato di diritto, che non possono consentire di giudicare spesso solo sulla base delle dichiarazioni di “pentiti” e dell’applicazione dei reati associativi. Il che non significa pensare che siano tutti innocenti. Paradossalmente, non è questa la cosa più importante. Quanto all’articolo 8 della Convenzione, parla del “diritto al rispetto della vita privata e familiare”, e si capisce bene quanto sia stato rilevante per arrivare a quella sentenza, la considerazione del fatto che questi dieci italiani abbiano rispettato del tutto il patto stipulato con lo Stato francese. E per 40 anni e più si siano attenuti alle regole e alle leggi, non solo non commettendo reati, ma conducendo vite da esemplari cittadini francesi.

Quali migliori forme di reinserimento, quale quello previsto dall’articolo 27 della nostra Costituzione? Dovrebbe compiacersene il ministro Nordio, che pure ha ereditato la patata bollente dalla sua predecessore. Invece “prende atto” di quello che definisce come “ostacolo politico che per decenni ha impedito alla magistratura francese di valutare le nostre richieste”. Ci dispiace contraddirlo, perché il procuratore generale Eric Dupond-Moretti è stato completamente allineato con la posizione del governo italiano. Ma sono stati i Giudici, i giudici indipendenti a scegliere le regole dello Stato di diritto. E anche il diritto all’oblio, al tempo che passa, alle persone che cambiano. Senza questo ci sarebbe stata solo vendetta.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Le polemiche sulla decisione francese. Perché la Francia ha negato l’estradizione agli ex Br, Spataro e Caselli e i discorsi di populismo giudiziario. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 30 Marzo 2023

Non è garantismo. Non è dottrina Mitterrand. È il rispetto delle leggi quello che ha indotto i giudici francesi a respingere la richiesta di estradizione del governo italiano nei confronti di dieci persone condannate molti anni fa per gravi fatti di sangue e di terrorismo. Nulla ha a che fare la decisione della Corte d’appello di Parigi, poi confermata dalla cassazione, con la “richiesta di giustizia” dei parenti delle vittime. I quali hanno tutto il diritto non solo al dolore, ma anche alla rabbia e persino al desiderio di vendetta che chiunque di noi, o almeno alcuni, proverebbe davanti a un grave lutto prodotto per mano di altri.

Ma non sono loro, non siamo noi, quelli chiamati a giudicare. Sono state le corti d’assise che hanno emesso le sentenze di condanna in Italia, prima di tutto. Quei processi, ci dicono oggi le più alte toghe di Francia, non sono stati perfettamente allineati con quel che prescrive l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Che ha nel principio dell’habeas corpus il suo punto fondamentale. E stupisce il fatto che siano proprio alcuni magistrati italiani, non solo gli ex procuratore Armando Spataro e Giancarlo Caselli, ma l’intera categoria nella sua rappresentanza sindacale, l’Anm, a lanciarsi nella difesa corporativa di quei processi con argomenti più vicini al populismo giudiziario che non allo Stato di diritto.

Il processo in contumacia, ci dicono i giudici parigini, non è “giusto processo”, pur se siano stati gli stessi imputati a sottrarsi con la latitanza. È un principio del diritto. Oltre a questo, per chi ha memoria di quei processi, non si può dimenticare il fatto che l’Italia vive, a partire proprio dagli anni Settanta e dal terrorismo, una situazione di perenne emergenza. Leggi speciali e inchieste fondate solo su testimonianze, ovviamente interessate, di collaboratori di giustizia, sono nate allora e persistono ancora oggi con i reati ostativi. La Francia, con il presidente Mitterrand e tutti quelli che seguirono, Chirac, Sarkozy, Hollande e fino a un certo punto lo stesso Macron, ha dato asilo a centinaia di cittadini italiani. Erano innocenti e colpevoli, inseguiti da ordini di cattura per reati gravi o gravissimi o anche lievi. Ma tutti accomunati da una distorsione giudiziaria che non ha consentito una vera applicazione delle leggi con rapidità e ragionevolezza.

Una persona che conoscevo, un bravo tecnico che in Italia aveva un importante ruolo in una multinazionale, è morto esule in Francia senza aver trovato un adeguato ruolo professionale. In Italia era accusato di aver partecipato a una riunione con Marco Barbone in cui si era parlato di armi e attentati. A Barbone, l’assassino del giornalista Walter Tobagi, bastò fare il “pentito” per ottenere dal pm Armando Spataro l’imprimatur che lo porterà presto alla libertà. Non a tutti fu concesso quel privilegio e alcuni ne sono morti. Il patto tra i rifugiati e i governi francesi, quello chiamato “dottrina Mitterrand”, era fondato su un solo presupposto, l’osservazione delle leggi e la non commissione di reati sul suolo francese. A prescindere dai comportamenti tenuti da ciascuno nei luoghi di provenienza. Nulla altro è stato richiesto nei successivi quarant’anni. Nessuna discriminazione è stata mai fatta tra persone né tra reati. Il lavoro chirurgico, quello che ha estrapolato e selezionato i dieci, nove condannati per reati di terrorismo più Pietrostefani cui non è stata mai contestata quell’aggravante, è stato effettuato solo due anni fa, dopo la richiesta al governo francese della ministra Cartabia e la risposta positiva del Presidente Macron.

Sono partiti così gli arresti. E abbiamo potuto vedere le manette ai polsi di un gruppo di anziani tra i settanta e gli ottanta anni, definiti “terroristi”. Come se il tempo si fosse fermato, i capelli non fossero diventati bianchi e le armi fossero ancora in pugno. Davanti a quelle immagini ha senso il riferimento dei giudici francesi all’articolo 8 della Cedu, quello sul “rispetto della vita privata e familiare”. Che non è qualcosa di generico e banale. È il simbolo del tic-tac del tempo che passa. È la base del nostro articolo 27 della Costituzione. Il cambiamento non è solo nel colore dei capelli, è modo di vivere, è ricucitura dello strappo di un tempo, è il ritrovarsi all’interno di una comunità. I percorsi possono essere diversi. Il carcere è solo il più estremo, ammesso che lo si possa e sappia usare per emanciparsi e ammesso che te lo si consenta.

Ma certi ritorni sono senza senso, come quello, per esempio, di Salvatore Buzzi, che si era perfettamente “rieducato” con le proprie forze e poi reinserito nella società con l’apertura a Roma di un pub ben avviato. Aveva scontato ingiustamente cinque anni di carcere speciale a causa degli errori di un gruppo di eroici magistrati che avevano creato quella “Mafia Capitale” che non esisteva. Aveva ammesso reati di tipo economico in complicità con esponenti politici della sinistra laziale, non era accusato di reati contro la persona. Non meritava il “rispetto per la vita privata e familiare”? Lo Stato e la stessa magistratura dovrebbero considerare propri successi tutte le volte che un ex detenuto “riga diritto”, non commette più reati, ma studia, magari si laurea, ha la capacità di creare lavoro e sostentamento per sé e per la propria famiglia senza chiedere reddito di cittadinanza.

È un’altra persona, insomma, diversa da quella che un giorno era stata condannata. Ma non c’è ragionevolezza. Non c’è stata nei confronti di Buzzi (e di tanti altri), ancora parcheggiato in un carcere mentre il suo pub è chiuso, a causa di uno stupido e sballato calcolo matematico della pena, per cui un’associazione per delinquere semplice è diventata più grave di quella mafiosa. Ma c’è stata ragionevolezza, per fortuna, quanto meno in Francia, Paese in cui, evidentemente, le regole europee del diritto hanno più peso di quanto ne abbiano in Italia. E rispetto a una pena “giusta” e tardiva, si è preferito far ricorso alla pena “utile”, che può consistere anche solo nel cambiamento dello stile di vita.

Tiziana Maiolo.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

La decisione della Cassazione francese. Il peccato originale è nei processi fatti in contumacia. Roberto Cota su Il Riformista il 31 Marzo 2023

La Cassazione francese ha definitivamente negato l’estradizione per dieci ex terroristi tra i quali Giorgio Pietrostefani e le ex Br Marina Petrella e Roberta Cappelli. La decisione è arrivata nonostante la posizione favorevole all’estradizione assunta dal presidente Macron. Le motivazioni della Corte di Cassazione non sono note ma, trattandosi di ultima istanza, richiameranno quelle della sentenza della Corte di Appello di Parigi che l’anno scorso aveva appunto negato la consegna degli ex terroristi.

In quella sede si era sostenuto: a) La violazione dell’art. 6 Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo con riferimento al fatto che gli imputati erano stati processati in contumacia; b) Il notevole tempo trascorso rispetto ai fatti a fronte della lunga inerzia dello Stato italiano e del consolidarsi di una vita familiare in Francia da parte degli imputati. Da un punto di vista di giustizia sostanziale, sono assolutamente comprensibili le reazioni sdegnate delle famiglie delle vittime.

Non stiamo parlando di reati fiscali o di vicende controverse, ma di omicidi e di attentati. Da un punto di vista strettamente giuridico, però, il nostro sistema ha dei problemi e questo è innegabile. Uno di questi problemi riguarda (riguardava) la struttura del processo in absentia o in contumacia. Del resto, questo aspetto è stato affrontato anche dalla riforma Cartabia che ha messo mano alla disciplina introducendo una serie di garanzie circa l’effettiva partecipazione dell’imputato al processo. Certo, spesso si tratta di fare uno slalom rispetto ai principi espressi dalla giurisprudenza Cedu, però, il tema della partecipazione dell’imputato al processo esiste davvero e anche la Corte Penale Internazionale non celebra i processi in contumacia. La verità è che persone accusate di reati così gravi andrebbero catturate con mandato di arresto internazionale o e poi processate in contraddittorio assicurando il pieno diritto di difesa.

Una volta in carcere in territorio italiano, la mancata partecipazione al processo sarebbe frutto di un’espressa rinuncia. Anche la lunga inerzia dello Stato italiano, che sapeva benissimo che gli ex terroristi erano riparati all’estero, è un tema giuridicamente rilevante perché la pretesa punitiva non è stata effettivamente esercitata a tempo debito. Dare addosso ai giudici francesi è un po’ semplicistico, molte delle responsabilità in questa triste vicenda sono della politica: italiana (che per anni è rimasta inerte sapendo che in Francia vi erano terroristi in libertà) , francese (che in passato ha garantito una protezione politica a questi terroristi).

Roberto Cota

La Cassazione francese respinge il ricorso. Ex Br, Parigi chiude definitivamente il caso: no all’estradizione. Frank Cimini su Il Riformista il 29 Marzo 2023

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che aveva ispirato l’operazione “Ombre Rosse” il giorno del rientro di Cesare Battisti (“E adesso gli altri”), la signora Marta Cartabia che da ministro l’aveva supportata si mettano il cuore in pace. i 10 ex militanti di gruppi della lotta armata non saranno estradati dalla Francia. Lo ha deciso ieri la Cassazione rigettando il ricorso della procura di Parigi che era stata smentita dal Pg della Suprema Corte contrario alla consegna all’Italia delle persone fermate nell’aprile del 2021 e quasi subito scarcerate in attesa delle decisioni della magistratura.

L’elenco comprende l’ex dirigente di Lotta Continua Giorgio Pietrostefani condannato a 22 anni per l’omicidio Calabresi, 6 ex militanti delle Brigate Rosse Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli, Marina Petrella, Sergio Tornaghi, Maurizio Di Marzio, Enzo Calvitti, l’ex esponente di Autonomia Operaia Raffaele Ventura, l’ex dei Pac Luigi Bergamin, Narciso Manenti dei Nuclei armati per il contropotere territoriale. Viene così confermata la decisione della sezione istruttoria della corte di Appello di Parigi che aveva negato l’estradizione spiegando il tutto con il diritto alla vita privata, all’equo processo e alle garanzie difensive secondo la Convenzione dei diritti dell’uomo. Sotto accusa era la legislazione dell’emergenza, le norme speciali utilizzare nella repressione di un fenomeno politico. Molti imputati vennero processati in contumacia, particolare che contrasta con le leggi francesi.

Per la Cassazione chiamata a decidere sulla legittimità, al pari di quanto accade da noi, le motivazioni utilizzate dai giudici della corte d’Appello sono sufficienti per negare l’estradizione. Il no a questo punto diventa definitivo. Il presidente Macron si era espresso a favore dell’estradizione affinché le persone coinvolte fossero giudicate nel paese di provenienza. Resta in piedi l’impianto giuridico della dottrina Mitterand che negli anni ‘80 aveva permesso a molti italiani coinvolti nella lotta armata di essere accolti in Francia alla condizione di non commettere reati e di ricostruirsi una vita come hanno fatto i dieci del caso “Ombre Rosse”. Infine diventa definitiva anche la mancata consegna all’Italia dell’ex. No Global Vincenzo Vecchi, condannato per i fatti del G8 di Genova. La procura di Lione non impugnerà la scelta della corte di Appello di lasciarlo libero in Francia dove vive da 13 anni.

Frank Cimini

Chi sono i dieci ex terroristi che non saranno estradati dalla Francia, da Pietrostefani a Marina Petrella. Elena Del Mastro su Il Riformista il 28 Marzo 2023

Tutto è iniziato con l’”Operazione ombre Rosse” come il titolo – tradotto in italiano – di un celebre film western del 1939 diretto da John Ford, che portò all’arresto di dieci ex terroristi italiani a Parigi nell’aprile del 2021. Si tratta di un’operazione contro ex terroristi di sinistra, considerati colpevoli di atti duranti gli Anni di Piombo, tra gli anni ’70 e ’80. Appartenenti alle Brigate Rosse, agli ex Nuclei Armati Contropotere Territoriale e Lotta Continua. I dieci furono subito rilasciati ma il governo di Roma ha continuato a chiedere l’estrazione già negata dalla corte d’appello di Parigi. Ora la Cassazione ha deliberato definitivamente per il diniego all’estradizione. Ma chi sono questi dieci ex terroristi rossi?

Tra i dieci ci sono i nomi di cui l’Italia chiede l’estradizione, c’è Giorgio Pietrostefani, fondatore di Lotta Continua, oggi 79enne, è stato condannato a 22 anni come uno dei mandanti dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi. Il suo stato di salute è ritenuto precario, dopo aver subito il trapianto di fegato. Marina Petrella, 69 anni, ex Br, è stata condannata all’ergastolo, deve rispondere dell’omicidio del generale dei carabinieri Enrico Galvaligi, e anche di due sequestri di persona: quelli del giudice Giovanni D’Urso e dell’assessore regionale della Dc Ciro Cirillo, nel quale furono uccisi due membri della scorta.

Poi c’è Enzo Calvitti, 68 anni, deve scontare 18 anni, 7 mesi e 25 giorni di reclusione, oltre alla misura di sicurezza della libertà vigilata per 4 anni anni di carcere per associazione terroristica e banda armata. Roberta Cappelli, 68 anni, ex Br , condannata all’ergastolo in isolamento per essere stata ritenuta colpevole di tre omicidi: quello del generale dell’Arma Galvaligi, dell’agente di polizia Michele Granato e del vice-questore Sebastiano Vinci, tutti avvenuti tra 1979 e 1981. Narciso Manenti, 66 anni, anch’egli condannato all’ergastolo, membro dei “Nuclei armati per il contropotere territoriale”, responsabile dell’omicidio dell’appuntato Giuseppe Guerrieri.

Giovanni Alimonti, altro ex Br, oggi 68enne: anche per lui è definitiva la condanna a 19 anni di carcere per il tentato omicidio del poliziotto Nicola Simone. Sergio Tornaghi , 66 anni: ritenuto il responsabile dell’assassinio di Renato Briano, direttore generale della “Ercole Marelli”. Maurizio Di Marzio, 62enne, su cui pende l’obbligo di scontare un residuo di pena a 5 anni e 9 mesi per banda armata, associazione sovversiva, sequestro di persona e rapina. Raffaele Ventura, 72enne, dell’ex Formazioni Comuniste Combattenti, condannato a 20 anni per concorso morale nell’omicidio del vicebrigadiere Antonio Custra. Infine Luigi Bergamin, 74enne, ex membro dei Pac (Proletari Armati per il Comunismo), che deve scontare 16 anni e 11 mesi di carcere in quanto ritenuto complice di Cesare Battisti nell’omicidio del maresciallo della polizia penitenziaria Antonio Santoro.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Estratto da “La Stampa” il 29 Marzo 2023

Ha affidato a Twitter il commento della sentenza della Cassazione francese, Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi assassinato nel 1972 da un attentato terroristico di estrema sinistra. «Era un'illusione aspettarsi qualcosa di diverso - ha chiarito - e, parere personale, vedere andare in carcere queste persone dopo decenni non ha per noi più senso».

 (...) «La Cassazione scrive che i rifugiati in Francia si sono costruiti una situazione familiare stabile e quindi l'estradizione avrebbe provocato un danno sproporzionato al loro diritto a una vita privata e famigliare. Ma pensate al danno sproporzionato che loro hanno fatto uccidendo mariti e padri di famiglia». E ha concluso puntando il dito sul mancato pentimento degli ex terroristi: «Da parte di nessuno di loro c'è mai stata una parola di ravvedimento, solidarietà o riparazione. Chissà…».

Estratto da open.online il 29 Marzo 2023

Il fondatore delle Brigate combattenti di Prima Linea festeggia. «Quanto mi fa godere la Cassazione francese…», così Enrico Galmozzi – condannato per gli omicidi dell’avvocato Enrico Pedenovi e del poliziotto Giuseppe Ciotta – ha commentato su Facebook la decisione dei giudici di Parigi di confermare il rifiuto all’estradizione dei dieci ex militanti Br. Tra questi (8 uomini e 2 donne) spicca anche Giorgio Pietrostefani, condannato per l’omicidio di Luigi Calabresi, Marina Petrella e Roberta Cappelli. Questo rifiuto era, in realtà, atteso. Già il 29 giugno dello scorso anno, infatti, il tribunale francese aveva negato l’estradizione chiesta dall’Italia.

 Tra i motivi c’era il rispetto della vita privata e familiare e il diritto a un processo equo, nonché le garanzie previste dagli articoli 8 e 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Ma il giorno seguente il presidente Emmanuel Macron ci tenne a sottolineare che «quelle persone, coinvolte in reati di sangue, meritano di essere giudicate in Italia». Così il procuratore generale della Corte d’appello di Parigi, Rémy Heitz, in rappresentanza del governo, aveva immediatamente presentato un ricorso alla Corte di Cassazione.

 (…)

Estratto da open.online il 29 Marzo 2023

La Corte di Cassazione francese ha confermato il no all’estradizione dei 10 terroristi italiani coinvolti nell’operazione “Ombre rosse“. Tra gli ex terroristi a cui la Francia ha negato l’estradizione c’è l’ex militante di Lotta Continua Giorgio Pietrostefani, già condannato in Italia per essere stato tra i mandanti dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi.

 E l’ex direttore di Repubblica, il giornalista Mario Calabresi, figlio del commissario ucciso a Milano il 17 maggio 1972, con alcuni tweet ha commentato la decisione della Corte di Cassazione francese: «Era un’illusione aspettarsi qualcosa di diverso e (parere personale) vedere andare in carcere queste persone dopo decenni non ha per noi più senso». E Calabresi osserva ancora: «C’è un dettaglio fastidioso e ipocrita: la Cassazione scrive che “I rifugiati in Francia si sono costruiti da anni una situazione famigliare stabile (…) e quindi l’estradizione avrebbe provocato un danno sproporzionato al loro diritto a una vita privata e famigliare».

Lo scorso 29 giugno 2022, il tribunale francese aveva negato l’estradizione chiesta dall’Italia. La presidente della Chambre de l’Instruction della Corte d’Appello di Parigi aveva motivato il no all’estradizione dei 10 terroristi facendo riferimento al «diritto a un processo equo» e il «rispetto della vita privata e familiare», come garantito dagli articoli 6 e 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

 E Calabresi, che già in passato aveva definito «ridicola e falsa» la decisione della Corte d’Appello di Parigi di non estradare i 10 terroristi, conclude con una domanda retorica, da cui traspare grande amarezza: «Ma pensate al danno sproporzionato che loro hanno fatto uccidendo dei mariti e padri di famiglia. E questo è ancora più vero perché da parte di nessuno di loro c’è mai stata una parola di ravvedimento, di solidarietà o di riparazione. Chissà…».

(ANSA il 29 Marzo 2023) - "Auspichiamo un intervento diretto dell'Esecutivo, ipotizzando un ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo contro la decisione della Cassazione francese, la quale ieri ha confermato il rifiuto della Francia all'estradizione dei dieci terroristi". Così Roberto Della Rocca, uno dei sopravvissuti agli attentati delle Brigate rosse, che è anche presidente dell'Associazione nazionale vittime del terrorismo.

"Un ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo è la nostra ultima chance. Il governo deve fare tutto quello che si può fare, noi ci rendiamo disponibili per proseguire la battaglia". Così Maurizio Campagna - fratello di Andrea, l'agente di pubblica sicurezza calabrese ucciso dai terroristi nel 1979 a Milano - in merito alla possibilità di ricorrere contro la sentenza della Cassazione francese, che ha confermato il rifiuto della Francia all'estradizione dei dieci ex Br.

"Grande dolore e delusione per una sentenza che dà l'impunità agli autori di gravissimi reati di cui è ancora vivo purtroppo il ricordo e il dolore". Ma "noi non ci arrendiamo. Cerchiamo adesso qualsiasi altra possibilità per trovare altre soluzioni e assicurare alla giustizia italiana questi criminali".

 Lo ha assicurato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, parlando della sentenza della Cassazione francese che ha negato l'estradizione in Italia di 10 ex terroristi, nel corso di un' intervista al Gr1 della Rai. "Giuridicamente parlando, si tratta di una decisione presa da una magistratura autonoma ed indipendente, ma la collaborazione che ha dato il governo francese alle nostre richieste è stata di assoluta novità e di assoluta positività", ha detto tra l'altro il ministro, garantendo che il suo omologo francese Dupond-Moretti, con il quale ha avuto più incontri "ha fatto con il suo governo tutto il possibile".

Ai familiari delle vittime Nordio ha espresso il suo "profondissimo dolore", reso più acuto dal fatto che lui stesso 40 anni fa, "ricevendo a casa le lettere minatorie con le stelle a 5 punte", ha "rischiato la vita nell'interesse dello Stato. Purtroppo loro - ha concluso - sono stati più sfortunati e questo dolore non viene placato nemmeno dal decorso del tempo". (ANSA)

Estratto dell'articolo di Piero Colaprico per “la Repubblica” il 31 marzo 2023.

I mistici dicevano, più o meno: «Se non sai dove andare, prendi una strada che non conosci».

 E così sembra aver fatto nella sua latitanza a Parigi Giorgio Pietrostefani, l’ex capo del servizio d’ordine di Lotta Continua. Lo ha raccontato ieri Gemma Calabresi Milite, la vedova del commissario Luigi Calabresi, ucciso in un agguato a Milano il 17 maggio 1972, per ordine — così dicono le sentenze — di Pietrostefani e Adriano Sofri, entrambi condannati a 22 anni di carcere.

Mezzo secolo dopo quell’omicidio, i cosiddetti Anni di piombo restano per molti cronaca dolente e divisiva: ma «Pietrostefani — ha detto ieri la signora Gemma in un incontro con gli studenti dell’Arcivescovile di Trento — non è più quello di cinquant’anni fa». C’è una spiegazione: «Quando si parlava di estradizione, mio figlio maggiore Mario è andato a incontrarlo a Parigi. Non posso dirvi cosa si sono detti, perché ha chiesto che quel colloquio fosse riservato. Però posso dirvi una cosa che vi aiuta a capire: anche lui ha incontrato Dio. Dio è andato anche da lui e non è più la persona di 50 anni fa».

(...) «Oggi — è la visione della vedova del commissario — prego perché i responsabili della morte di mio marito abbiano pace nel cuore». Il perdono per chi ha ucciso può dunque esserci, ma poi? La Corte di Cassazione francese ha infatti riaperto la ferita: la sentenza «dice che è assurdo mettere in carcere delle persone perché oggi loro si sono rifatte una vita e hanno una famiglia. Questo — sostiene la signora Gemma — ci offende, perché le nostre famiglie contano di meno.

Doveva forse essere diversa la motivazione, con più rispetto per chi ha sofferto». 

 (...) «Quando siete in gruppo, non diventate gregge, mantenete un pensiero libero. Prima di condannare una persona informatevi. In quegli anni tanti gridavano, ma pochissimi pensavano».

Estratto dell'articolo di Cesare Martinetti per “la Stampa” l’1 aprile 2023.

(...)

Quanto siete rimasti insieme?

«Meno di quattro anni, non sono riuscita a fare il terzo anniversario di matrimonio: quando è stato ucciso mancavano tredici giorni».

 E quindi per lei lui è sempre giovane?

«Sì, io adesso ho 75 anni, lui ne aveva 34. Ed è rimasto così».

Cosa penserà questa mattina, alle 9 e un quarto e cioè nel momento in cui 50 anni fa suo marito, il commissario Luigi Calabresi, è stato assassinato?

«Come sempre, tutti gli anni, il 17 maggio, al mattino guardo l'ora, chiudo gli occhi e dico: "Ecco, adesso"».

 Cos' è successo, quel mattino?

«Siamo a casa, in cucina, io sto preparando la colazione per i bambini. Ne avevo già due, Paolo e Mario. Il terzo Luigi era nella mia pancia. Stavo aspettando una signora che doveva venire ad aiutarmi in casa. Non la conoscevo, era la prima volta che veniva. Gigi stava uscendo, mi ha dato le solite raccomandazioni, quelle che noi chiamavamo "le regole", e cioè non dire alla signora che faccio il commissario, quando esci stai attenta che non ti seguano, che non ci siano macchine ferme davanti al portone...».

 E quali sono state le ultime parole che ricorda di suo marito?

«È venuto da me, aveva la sua giacca nera, i pantaloni grigi, ma prima di uscire si era cambiato la cravatta. Ne aveva una rosa di seta, ne ha messa una di lana bianca. E mi ha chiesto: "Come sto, così?" Io gli ho risposto: "Bene, ma stavi bene anche prima". E lui mi ha detto: "Sì, ma questo è il simbolo della mia purezza". E queste sono le ultime parole che mi ha detto».

 Una frase impressionante, sapendo adesso che stava per morire. Lei come l'ha interpretata?

«In quel momento sono rimasta spiazzata, ma non ho fatto a tempo a chiedergli perché mi diceva quello o che senso aveva. Lui era eternamente in ritardo ed era già uscito. Dopo ho capito: era il suo testamento. Come se avesse voluto dirmi: continueranno a calunniarmi, ma sappi che io sono puro e sono innocente».

 Questa dimensione di minaccia incombente quanto ha pesato nella sua vita?

«Molto, anche se lui non mi diceva tutto, molte cose le ho scoperte soltanto dopo, certi giornali non li portava a casa e io li ho visti molti anni dopo. Poi io allora avevo i bambini, un daffare enorme, grazie al cielo, perché mi hanno tenuto la mente occupata, il cuore e il resto».

Tutto è cominciato con la morte dell'anarchico Pino Pinelli, precipitato dalla finestra dell'ufficio di suo marito pochi giorni dopo la strage di Piazza Fontana. Lui come glielo ha raccontato?

«Lui in quel momento non era nella stanza e quand'è arrivato mi ha raccontato quello che gli avevano riferito. Ne era distrutto, perché un uomo era morto e pensava che aveva moglie e due bambine. Non mi ha mai minimamente detto di ritenere Pinelli colpevole. Anche lui era stato tirato dentro da questo uragano pazzesco».

 Ci sono voluti molti anni perché vi incontraste, voi, le due vedove e le famiglie. È successo il 9 maggio 2009 su invito del presidente Napolitano. Cosa vi siete dette quel giorno?

«Io pensavo che anche in quella casa il papà non era rientrato: chi più di noi due poteva capire l'altra? Eravamo unite dallo stesso dolore. Ci siamo guardate negli occhi, ci siamo date la mano, ci siamo abbracciate.Io le ho detto: "Finalmente". E lei mi ha risposto: "Peccato non averlo fatto prima"».

 Lei ha raccontato in un libro (La crepa e la luce, Mondadori) il percorso intimo compiuto nei 50 anni che ci dividono dall'uccisione di suo marito. Lei oggi si dice «in pace». Ma come ci è arrivata?

«Sono stati anni lunghi, difficili, con scivoloni indietro Nei primi mesi avevo una fantasia che facevo in genere nel momento in cui andavo a dormire. Con me c'erano mia mamma, o qualche mia sorella, mi davano sonniferi e allora per un po' io mi immaginavo di mettermi una parrucca e degli occhialoni e di infiltrarmi in un covo di terroristi, guadagnare la loro fiducia. E immaginavo che un giorno qualcuno a un certo punto si sarebbe vantato: "Ho ucciso io Calabresi"».

E a quel punto lei cosa pensava di fare?

«Avrei estratto la pistola che avevo nascosto nella borsa e gli avrei sparato. Questa fantasia, che facevo occhi aperti, prima di addormentarmi, allora pensavo mi facesse stare bene. Ma non è così perché quando uno si crogiola nel dolore e nella vendetta non può stare bene. In realtà sta malissimo. Oggi me ne vergogno molto».

 Perché allora l'ha voluto raccontare?

«Per far capire a tutti che si può. Dopo un dolore lacerante si può risalire e si può tornare ad amare la vita, si può cambiare il giudizio sulle persone che vedevi solo come male e si può essere ancora felici. Volevo condividere il mio percorso con gli altri».

 Quanto tempo ci vuole per arrivare ad accettare l'idea di poter perdonare?

«Io ci ho messo anni prima di iniziare il mio cammino. Inizialmente lo facevo un po' con la testa, poi ho capito che era tempo perso. Anche perché si scivolava indietro, bastava un articolo di giornale, una scritta che tornava sui muri, un documentario televisivo per cadere di nuovo nella rabbia. Poi ho capito che il perdono lo si dà solo con il cuore, non puoi prenderti in giro, il dono si fa con amore. Lo dice la parola, è un dono. Pianino pianino, lo devi fare, ogni giorno un pezzettino, lo devi volere, lo devi scegliere come vita. Io ci sono riuscita anche attraverso la fede».

È necessaria le fede o si può fare anche senza, diciamo in modo laico?

«Penso che si possa fare anche da un punto di vista umano. Ma io ho talmente fede che penso che anche quando uno mi dice che ha dato un perdono laico, dietro c'è il buon Dio che ci guida ed è sempre vicino a noi. Per me la fede è stata fondamentale. Dare il perdono ti dà la pace, ti rende libero».

 Qual è stato il momento in cui ha cominciato a pensare di poter perdonare gli assassini di suo marito?

«Io insegnavo religione e un giorno un mio allievo mi ha chiesto: "Maestra, perché quando uno muore diventa sempre buono? Si parla sempre bene dei morti, muoiono solo quelli bravi?". Io lì per lì gli ho risposto che era giusto così, perché di una persona bisogna ricordare sempre gli esempi positivi, i suoi valori e non certo l'eventuale male che aveva commesso».

 Ed è a questo punto che ha cominciato a pensare in modo diverso?

«Sì, perché improvvisamente mi sono detta che anche gli assassini di mio marito non potevano essere soltanto quello che erano stati nel momento in cui avevano ucciso o deciso di uccidere.

 Ho pensato che dovevano essere anche padri buoni e affettuosi. E l'avevo visto al processo. Ho pensato che potevano aver aiutato tanta gente. E allora li ho separati da quell'atto, perché non avevo diritto di relegarli tutta la vita all'atto peggiore che avevano compiuto.

E quindi gli ho restituito la loro dignità di persone, la loro vita con tutte le sfaccettature, facendo il contrario di quello che facevano i terroristi quando uccidevano una persona perché simbolo di qualcosa attraverso la calunnia, gli slogan urlati nelle manifestazioni. Loro disumanizzavano, trasformavano le persone in "cose" e così potevano colpire anche con il consenso del popolo. Io nel mio sentimento, invece, ho fatto esattamente il contrario e li ho resi completamente umani. Ed è stato fondamentale per fare la svolta dentro di me. E da allora non li ho più neanche chiamati assassini».

 (...)

Il nome «Calabresi», con tutta quella terribile simbologia che si è portato dietro, è stata una delle parole chiave degli Anni 70. Quanto è stato difficile portarlo?

«Le dico una cosa: io questo cognome l'ho portato con molto orgoglio, a testa alta. Ai miei figli, prima del processo, avevo detto: riabiliteremo il nome di papà con il nostro comportamento. E li devo ringraziare perché si sono fidati, non sono mai stati aggressivi, hanno accettato le sentenze, nel bene e nel male.

 E il loro comportamento ha contribuito a dare a Gigi la sua vera figura. Oggi ha un'immagine ripulita dal fango che gli hanno buttato addosso, una figura di uomo onesto, appassionato, che amava il suo lavoro e la sua famiglia. Un servitore dello Stato con la sua cravatta bianca che ha meritato la medaglia al valore civile. E io sono molto contenta perché gli ho ridato la dignità. Posso dire che sono arrivata. Oggi mi sento in pace, libera».

Ma c'è voluto molto tempo perché ci fosse un pieno riconoscimento delle vittime. Ci sono stati anni in cui sembrava che il discorso pubblico fosse dominato dalla memoria dei terroristi. Lei lo Stato lo ha sempre sentito vicino?

«Negli Anni 70 ho vissuto momenti di solitudine. Per fortuna avevo i miei bambini piccoli, avevo la mia famiglia che mi ha avvolto: io ero la quarta di sette fratelli e sorelle.

 Nell'81 mi sono risposata con Tonino Milite che ha preso tutti noi con molto amore e ho avuto un quarto figlio. Nonostante tutto io ho amato la vita. Noi non abbiamo smesso un giorno di parlare di Gigi, anche in modo allegro, con le sue battute e i suoi valori. Però, certo, a quell'epoca, per come l'ho vissuta io, penso che lo Stato fosse impreparato.

 Poi il presidente Ciampi ci ha dato la medaglia a noi vittime, Napolitano ha spinto per la riconciliazione e Mattarella ha pronunciato parole meravigliose. Molti dicono che tutto questo è arrivato tardi, ma io sono contenta che si sia arrivati, la storia ha bisogno anche dei suoi tempi».

Pietrostefani?

«ha 78 anni, ed è molto malato e mi chiedo che senso ha oggi toglierlo dalla sua famiglia e relegarlo in un carcere a finire i suoi giorni. Sinceramente non mi sento di gioire».

Estratto dell’articolo di Gabriella Mazzeo per fanpage.it l’1 aprile 2023.

La Corte di Cassazione francese ha detto no all'estradizione di dieci terroristi italiani che si erano rifugiati nel Paese. La richiesta di estradizione era stata avanzata dal governo italiano e appoggiato da quello francese.

 Del gruppo di terroristi fanno parte Giorgio Pietrostefani, ex dirigente di Lotta continua condannato per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi avvenuto il 17 maggio del 1972; Marina Petrella e Roberta Cappelli (ex Brigate rosse), Giovanni Alimonti (67 anni), Enzo Calvitti (68 anni), Maurizio Di Marzio (62 anni), Sergio Tornaghi (65 anni), Narciso Manenti (65 anni), Luigi Bergamin, oggi 74enne e Raffaele Ventura, di 73 anni. […]

Il gruppo arrivò in Francia molti anni fa, secondo Roma per sfuggire alla giustizia. Pietrostefani, per esempio, andò in Francia alla vigilia dell'ultimo verdetto per l'omicidio di Calabresi, mentre Adriano Sofri e Ovidio Bompressi vennero condannati. Entrambi (come Pietrostefani) si dichiaravano innocenti. […]

Alberto Torregiani sul no all’estradizione dei terroristi: «Una sentenza che disgusta, le nostre vite stravolte, loro restano impuniti». Alfio Sciacca su Il Corriere della Sera il 30 Marzo 2023

Il figlio dell’orefice ucciso nel 1979 a Milano dai terroristi del Pac. «Me lo aspettavo, ma certe argomentazioni della corte di Cassazione francese offendono le famiglie delle vittime»

«Provo disgusto per questo ostinarsi nel trovare sempre giustificazioni strane per cui queste persone non debbano mai pagare. È sempre la stessa storia». Alberto Torregiani, figlio di Pierluigi, l’orefice ucciso a Milano nel 1979 dai terroristi del Pac, non è affatto sorpreso dalla decisione della Cassazione francese: «Me lo aspettavo, ma certe argomentazioni fanno veramente male».

Si riferisce al passaggio in cui si afferma che «dopo tanti anni l’estradizione avrebbe provocato un danno sproporzionato al loro diritto a una vita privata»?

«Mi pare un di più, un paradosso che offende le vittime, i familiari e gli italiani. Anche se fossero stati arrestati 30 anni fa la loro vita sarebbe stata sconvolta, come capita quando passi dalla libertà alla galera. Però usare questo argomento come giustificazione è sconcertante. E si finisce per fare pensieri un po’ strani».

Del tipo?

«Forse sarebbe stato meglio se la Cassazione non si fosse pronunciata. Hanno vissuto per decenni nel terrore di essere estradati, meglio lasciarli fino alla morte con quest’incubo. E invece no, con questa sentenza c’è il sigillo che possono stare tranquilli e nessuno li toccherà».

A proposito di «vite sconvolte» la sua come è cambiata dopo il delitto di suo padre?

«Prima di quel giorno avevo già vissuto la tragedia della morte dei miei genitori. Con mio padre (Pierluigi Torregiani lo aveva adottato, ndr) avevo finalmente trovato un nuovo equilibrio, immaginandomi una vita normale e spensierata. Ma a 15 anni sono ripiombato nel baratro. È stato pesantissimo».

Perché, secondo lei, si è arrivati a questo punto?

«Perché alla fine vengono dimenticati proprio le vittime e i loro familiari. Io vorrei vedere se i terroristi invece di un certo colore fossero stati di un altro. In 40 anni non ho mai fatta questa distinzione, ma a questo punto comincio ad avere qualche dubbio. Anche in Italia: se fossero stati terroristi di destra cosa avrebbe fatto una certa politica? Quanti si sarebbero indignati?».

Eppure la sentenza non la tocca direttamente, perché Cesare Battisti accusato per il delitto di suo padre è stato estradato.

«Vero e mi sento quasi a disagio. Per assurdo la fuga di Battisti in Brasile e il suo modo di sbeffeggiare l’Italia gli ha portato male. Se fosse rimasto in Francia nessuno lo avrebbe toccato ed ora sarebbe tranquillo».

Nordio pensa a un ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo e ad altre iniziative perché i terroristi scontino almeno la carcerazione in Francia. Cosa ne pensa?

«Sono d’accordo con ogni iniziativa per tenerli almeno sotto pressione. Io ho proposto anche una battaglia per ottenere almeno dei risarcimenti. È inaccettabile che questi signori restino impuniti e anche tranquilli».

Lei ha detto che qualcuno in Italia teme che la loro estradizione possa far emergere verità scomode?

«Penso a Sofri quando dice che Pietrostefani ormai è troppo anziano per estradarlo. Dietro queste parole penso ci sia il timore per quello che potrebbe dire. Ogni familiare vive in modo diverso la propria tragedia, ma in generale noi per primi vogliamo chiudere quella stagione. Però abbiamo diritto almeno alla verità storica. Con l’arresto di Battisti la mia vita non è cambiata. Sì, ho vinto la battaglia ed è giusto che sia in carcere. Ma ciò che realmente può pacificare noi familiari e che emerga tutta la verità su quegli anni».

L'ex terrorista Cavallina: "Io la mia pena l’ho scontata, a Parigi rispettino le vittime”. Concetto Vecchio su La Repubblica il 30 Marzo 2023

Arrigo Cavallina durante il processo per l'omicidio Santoro ucciso dai Pac nel 1978 (ansa)

Già espontente dei Pac, ha passato 12 anni in prigione. E a di quelli riparati in Francia dice: "Non mi sento di condannarli". Ma anche: "Capisco le vittime che cercano vendetta, eppure la strada è il dialogo". E sul carcere: "Meglio pene alternative come i servizi sociali"

Arrigo Cavallina, 77 anni, ex terrorista dei Pac, quanti anni di carcere ha scontato?

"Dodici".

Per quali reati?

"Diversi, tra cui banda armata e concorso nell'omicidio del maresciallo Santoro".

Ha materialmente sparato?

"Quello mai, per fortuna. Ma non per questo mi sento meno responsabile di Cesare Battisti".

Perché?

"Ero membro della banda, e come tale responsabile in solido dei reati commessi".

E poi si è dissociato dalla lotta armata?

"Sì, fui uno dei promotori della dissociazione e mi sono avvicinato alla chiesa.

Terrorismo, se la giustizia ha due face. Luca Mastrantonio su Il Corriere della Sera il 29 Marzo 2023

In Francia 19 condanne per gli attentati islamici del 2015 a Parigi, nel processo raccontato dallo scrittore Emmanuel Carrère in «V13». Ma la Cassazione francese non concede l’estradizione per i terroristi rossi italiani

In pochi giorni dalla Francia sono arrivati due segnali opposti riguardo la loro idea di giustizia. Uno, dal nuovo libro di Emmanuel Carrère, dedicato al processo per gli attentati di matrice islamica a Parigi nel 2015, allo Stade de France, al Bataclan e ad alcuni bistrot. L’altro, dalla Cassazione francese che ha negato all’Italia l’estradizione dei terroristi rossi. Con V13 (Adelphi), Carrère ha scritto un romanzo di non fiction che rielabora i reportage scritti durante i 9 mesi del processo, iniziato l’8 settembre 2021 e concluso con 19 condanne, tra cui l’ergastolo a Salah Abdeslam.

Il libro ha vinto una doppia sfida: quella di Abdeslam quando dice che chi accusa la sua jihad legge solo l’ultimo capitolo della storia, e cioè il terrorismo, mentre bisogna partire dall’inizio, dalle ragioni; e quella delle parti civili, che speravano di vivere il processo come racconto corale. Dando spazio alle storie delle vittime e degli imputati con una polifonia attenta, Carrère ha realizzato un romanzo catartico, dove il male dell’ideologia jihadista soccombe di fronte al mistero del bene di chi ha fatto la cosa giusta durante quegli attentati e dopo, aiutando gli inquirenti o chiedendo giustizia, non vendetta. Al processo, alcuni terroristi dell’Isis hanno abbozzato una «difesa di rottura» (inventata dall’avvocato che nel 1987 difese il nazista Klaus Barbie), rifiutando l’autorità del tribunale. Perché allora la Francia difende ancora i terroristi italiani dalla giustizia italiana?

Il no della Cassazione ha due motivazioni: l’Italia non garantirebbe un equo processo a terroristi condannati in contumacia per fatti vecchi e, seconda motivazione, i terroristi si sono rifatti una vita, professionale e familiare in Francia, non è giusto stravolgerla. La prima spiegazione si avvicina alla «difesa di rottura» dei terroristi dell’Isis, la seconda offende i parenti delle vittime in Italia. E tutti noi. I terroristi che uccidono in Francia vanno condannati, i terroristi che uccidono in Italia no.

Lettera a Francesco Merlo pubblicata da la Repubblica il 30 marzo 2023.

Caro Merlo, ma perché vi ecciterebbe portare in galera dieci vecchi malati che neppure somigliano ai rivoluzionari che furono? Lasciamoli morire in pace a Parigi.

 Gioia Sciumia – L’Aquila

Non si può godere di uomini in galera, soprattutto se anziani e malati.  Pieni di acciacchi e nipoti, questi hanno anche perso l’identità schizofrenica da italiani “anni Settanta”, di "brigatisti" per sempre. Trovo grottesco pure l’ennesimo duello, di giornalisti e magistrati, contro la Francia a colpi di stereotipi che sono sempre gli stessi.

Il punto qui è l’impunità, l’idea che la fuga a Parigi abbia estinto la pena, e soprattutto che questi criminali, che anche tra loro sono diversi, rappresentino una generazione di italiani, che abbiano subito processi politici, che incarnino una rivoluzione fallita, una guerra civile di cui fummo tutti responsabili. Nulla di più falso: erano criminali, alcuni assassini, e non romantici sognatori. Non c’erano grandezze nascoste in loro e non era vero che il mostro stava altrove, nel sottofondo dello Stato italiano oppressore.  

Estratto dell'articolo di Maurizio Belpietro per “La Verità” il 30 marzo 2023.

Anni fa, quando per la prima volta divenni direttore di Panorama, Adriano Sofri ebbe il buon gusto di rinunciare alla rubrica che da oltre dieci anni teneva sul settimanale. Gliela aveva offerta Giuliano Ferrara come una sorta di «risarcimento», dopo che l’ex capo di Lotta continua era stato condannato per l’omicidio Calabresi. Ma se nel 2007, facendosi da parte, Sofri dimostrò una certa decenza, altrettanto non si può dire dell’articolo che egli ha scritto ieri sul Foglio.

 La questione riguarda i terroristi rossi di cui la Cassazione francese ha negato l’estradizione in Italia. Già dal sommario ho capito dove il fondatore del gruppo di estrema sinistra avesse intenzione di andare a parare. Infatti, invece di parlare di 40 anni di latitanza dei suoi compagni, l’articolo dell’ex capo di Lc ha fatto riferimento a «40 anni di accanimento», lasciando intendere che almeno dalla metà degli anni Ottanta il gruppo che si rifugiò in Francia per sottrarsi alla giustizia sia stato perseguitato.

In realtà, niente di tutto ciò è avvenuto e lo dimostra proprio il caso di Giorgio Pietrostefani, uno dei condannati di cui l’Italia reclamava l’estradizione. Costui è da sempre un amico di Sofri. Si sono conosciuti negli anni Sessanta e insieme fondarono Lotta continua, la più dura delle organizzazioni della sinistra extraparlamentare. Nell’88, con un ritardo di 16 anni, entrambi furono accusati di essere stati i mandanti dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi, ucciso a Milano da un commando di estremisti rossi.

 Il processo durò a lungo e quando nel 2000 giunse a una sentenza definitiva di condanna, colui che comandava il servizio d’ordine di Lotta continua fuggì, riparando in Francia e invocando la cosiddetta dottrina Mitterrand, quella che a lungo ha protetto i terroristi italiani tra cui, lo ricordo, Cesare Battisti. Al pari del fondatore dei Pac, proletari armati per il comunismo, anche Pietrostefani si è sempre proclamato innocente, ma a lui, ancor più che con Battisti (che alla fine, dopo essere arrestato, ha ammesso le proprie colpe), la giustizia italiana ha offerto non l’accanimento, ma un equo processo.

Infatti, il caso Sofri Pietrostefani è stato affrontato e valutato in ben nove gradi di giudizio, due dei quali di revisione. A memoria non ricordo un procedimento che, oltre a trascinarsi per circa 15 anni, sia stato rivisto e ridiscusso in una diversa Corte d’Appello. Altro che «inseguimento irragionevole», come ha scritto Sofri: ai capi di Lotta continua è stato riservato un giusto processo, lasciando libero Pietrostefani di darsi alla fuga. Ma la parte più incredibile dell’articolo dell’ex leader di Lc, trasformato per meriti carcerari in editorialista (la definizione non è mia ma di Massimo Fini), è costituita dalla domanda nell’incipit: ma se ve li avessero dati, se cioè la Francia avesse consegnato i dieci terroristi (pardon, lui li chiama ex militanti), poi che ve ne sareste fatti?

 La risposta è semplice, anche se non tocca a me: avremmo fatto la stessa cosa che abbiamo fatto con Battisti, la cui latitanza è stata protetta per anni dal culturame di sinistra, ma quando ha messo il piede fuori dal Brasile, dove si era nascosto dopo essere fuggito dalla Francia, è stato arrestato e ora sta scontando in un carcere italiano la pena per gli omicidi che ha commesso. Sofri poi dà fiato ai contenuti della sentenza con cui i giudici francesi hanno respinto la richiesta di estradizione in Italia.

 (...)

Ovviamente nessuno si chiede, nemmeno l’ex fondatore di Lotta continua, se il diritto al rispetto della vita privata e familiare di un terrorista sia comparabile con quello di Luigi Calabresi e dei suoi familiari. Nessuno si interroga, nemmeno Sofri, sul perché quel diritto alla vita privata e familiare sia stato negato a un funzionario dello Stato che non aveva colpe se non quella di essere il perfetto capro espiatorio di una banda armata composta da giovanotti annoiati e imbevuti di ideologia marxista.

 Quasi vent’anni fa, per conto di Canale 5, entrai nel carcere di Pisa e intervistai Sofri rileggendogli le frasi che lui e il suo giornale avevano scritto a proposito di Calabresi. Il giorno prima dell’assassinio del commissario, il quotidiano era uscito con la seguente frase: «Per ammazzare il porco ci vuole la calibro 38 special». Il giorno dopo l’agguato, compiuto proprio con una 38 special, Lotta continua esultò: «L’uccisione di Calabresi è un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia».

Che effetto le fa risentire queste parole, gli chiesi. «Pessimo», mi rispose. Ma quando gli domandai se avesse mai chiesto perdono alla vedova di Calabresi, se la cavò parlando di sobrietà e un invito a usare con cautela le parole: «La parola perdono», mi disse, «è di quelle che bisognerebbe evitare con ogni cura». No, non sono stati quarant’anni di accanimento, ma quarant’anni di impunità. Anche intellettuale.

Dalla Francia sentenza giusta: ha prevalso il senso d’umanità. La Corte di Cassazione parigina è stata corretta: quelli ai brigatisti furono processi iniqui, quasi tutti in contumacia. Ezio Menzione, osservatore Ucpi, su Il Dubbio il 30 marzo 2023

La decisione della Cassazione francese, che ricalca gli argomenti della prima istanza di giudizio, deve essere accolta come ineccepibile dal punto di vista giuridico.

Essa si basa su due argomenti: innanzitutto i processi che hanno condotto alle pesanti pene non sono stati processi equi, soprattutto perché si sono svolti in contumacia degli imputati e quindi senza sentire dalla loro viva voce dell’imputato gli argomenti difensivi. Poi perché dopo tanti anni i condannati si sono “rifatti una vita” in Francia sulla base della dottrina Mitterrand (dunque in una posizione legittima) e non si può andare a sconvolgere l’equilibrio loro e della famiglia che eventualmente abbiano messo in piedi in Francia con l’estradizione. Vengono in gioco gli articoli 3 e 8 della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo.

Sabino Cassese è intervenuto su queste motivazioni, riconoscendo una sia pur parziale ragionevolezza del primo argomento: vexata quaestio e punto di maggiore differenza fra il nostro ordinamento (almeno pre-Cartabia) e quelli su questo punto più avanzati. Non sembra invece riconoscere alcuna validità al secondo argomento. La penso in maniera diametralmente opposta. E muovo dall’esperienza del processo Calabresi in cui era imputato Pietrostefani e in cui ho difeso la posizione degli imputati per tutte le sette fasi di giudizio, che occuparono dodici anni.

In quel processo gli imputati, Pietrostefani compreso, non furono affatto contumaci, ma anzi svilupparono ampiamente le proprie difese anche in maniera efficace, ancorché il Tribunale non abbia annesso loro alcuna consistenza. Dunque l’argomento sostenuto dai giudici francesi almeno per quel caso non vale.

Per gli altri nove condannati non posso dire con certezza, ma a ricordo delle cronache, mi sembra difficile sostenere che se gli imputati si sottrassero al processo lo fecero perché non sapevano che questo fosse in corso contro di loro, ma non vollero presentarsi. Dunque su questo punto do ragione ai francesi in linea di principio, ma non mi pare che il pregevolissimo ragionamento si attagli ai casi concreti: forse è più un pregiudizio che non un argomento valido. Ben altre sono state le violazioni di diritto che hanno minato il caso Calabresi: tutte enormi e tutte documentate. Quindi, anche se Pietrostefani non fu contumace, è vero che ha subìto un processo iniquo e distorto per raggiungere il fine prestabilito della condanna. Peraltro, non fu nemmeno un processo per terrorismo: la relativa aggravante non fu mai contestata, certo perché nel bilanciamento fra aggravanti e attenuanti non si sarebbe potuto garantire l’impunità (tramite prescrizione) al pentito. Dunque un punto abbastanza discutibile, quello del processo non equo che portò alla condanna di quelli di cui ieri si chiedeva l’estradizione.

La novità sta invece nell’avere giustamente invocato l’art.8 della CEDU (Diritto al rispetto della vita privata e familiare). Questi uomini e queste donne nel corso dei molti anni in cui sono stati latitanti in Francia hanno non solo tenuto un comportamento ineccepibile, senza commettere altri crimini e privo di jattanza, ma soprattutto si sono ricostruiti una vita, che spesso coinvolge anche nuovi congiunti, che inevitabilmente verrebbe travolta dall’estradizione e dalla conseguente lunga detenzione. Conosco l’obiezione: riservare loro tutto questo riguardo significa non riconoscere alcun diritto delle vittime a vedere eseguita una sentenza di condanna.

Ma proprio qui sta il punto, del tutto nuovo, elaborato dai giudici francesi, che non è quello di non riconoscere valore alla posizione delle vittime di tante tragedie, ma quello di riconoscere dei diritti anche in capo ad un condannato, ove ve ne siano i presupposti, e qui siamo in casi estremi per il lungo tempo trascorso dai fatti. I giudici francesi hanno immesso nella loro valutazione un elemento che per noi italiani ormai sembra insussistente o quanto meno, desueto: l’umanità nel giudizio. Quella umanità che tanto spesso giustamente muove giudici e pubblico quando si valuta la posizione delle vittime, deve essere recuperata anche nel valutare la posizione degli imputati condannati. E hanno avuto la vista lunga, i giudici francesi, nell’individuare la fonte normativa di un simile elemento valoriale, andando ad attingere a quella normativa CEDU che, anche per noi, è legge equiparabile alla norma costituzionale e dunque che sta sopra e deve informare di se’ anche le norme, ordinarie, sull’estradizione.

Ma i brigatisti non subirono processi speciali. La non estradizione dei dieci ex terroristi era scontata: i giudici francesi non conoscono gli anni di piombo. Basterebbe leggere gli atti per rendersi conto che anche a quegli imputati, come a tutti, erano garantiti pienamente il diritto di difesa e una corretta valutazione delle prove. Guido Salvini, magistrate su Il Dubbio il 30 marzo 2023

Chiedere alla Francia l'estradizione dai latitanti era per lo Stato un diritto e forse un dovere politico. Chiamarlo atto di vendetta è puro, obsoleto linguaggio ideologico. Era un atto dovuto ma, alla luce dei precedenti, il rigetto dei giudici francesi era abbastanza scontato.

Le autorità francesi vedono quello che è successo in quegli anni in Italia ed in particolare nelle aule di giustizia molto da lontano, come attraverso un binocolo rovesciato. Dire ad esempio che l'estradizione avrebbe creato problemi familiari a coloro che sono latitanti, per scelta, anche da quarant'anni significa svilire completamente i ben più gravi, chiamiamoli con un eufemismo “problemi”, che hanno vissuto i familiari delle vittime. Quello che si legge in quelle sentenze è frutto di un atteggiamento davvero ipocrita e tartufesco, per usare un termine francese

Solo su questa base minima si può cominciare una discussione seria. Purtroppo, in questi giorni, come in passato, il dibattito si è fermato a livello politico- ideologico, è rimasto a livello del tutto astratto e nessuno ha avuto voglia di andare a vedere come quei processi siano stati celebrati

Vale la pena di rievocarli.

Delle 10 persone di cui si chiedeva l'estradizione 5 sono lombarde, giudicate a Milano. E conosco bene quei processi celebrati a Milano negli anni ‘80. Presiedevano i cd maxiprocessi nelle aule bunker delle Corti di assise magistrati assolutamente indipendenti e lontani da qualsiasi forma di rancore. Ricordo il presidente Antonino Cusumano e mi permetto di ricordare tra gli altri anche mio padre, il presidente Angelo Salvini. Io intanto iniziavo a lavorare come Giudice istruttore e quindi avevo un altro punto di osservazione privilegiato di quella stagione giudiziaria. Non è affatto vero che quelli fossero processi speciali, è una vera menzogna che tra l'altro offende i magistrati che hanno presieduto le Corti e tutti i loro colleghi che hanno agito sempre secondo coscienza. E con una certa dose di coraggio perché le misure di protezione erano minime.

Non vi è mai stato nessun atteggiamento di rancore anche se, ricordiamolo, appena prima di quei processi due magistrati milanesi conosciuti e stimati da tutti, Emilio Alessandrini e Guido Galli, erano stati vilmente assassinati colpiti alle spalle e contro altri magistrati inquirenti, ricordo fra tutti Armando Spataro, erano stati progettati attentati omicidiari che solo per un caso non erano andati a buon fine.

Basterebbe leggere gli atti, ma ricordo bene anche le udienze cui ho assistito, per rendersi conto che anche a quegli imputati, come a tutti, erano garantiti pienamente il diritto di difesa e una corretta valutazione delle prove. Non erano processi di guerra. I difensori, sarebbe bello che qualcuno pubblicasse i verbali di qualcuna di quelle udienze, hanno sempre avuto in pienezza la facoltà di interrogare i testimoni, di contestare le prove a carico e di svolgere, anche in modo acceso, come è un diritto, le loro argomentazioni in contraddittorio. Tutti, anche quei difensori di “area” che erano molto vicini al mondo dei loro assistiti. E anche gli altri processi, quelli celebrati a Torino e a Roma ad esempio, si sono svolti nello stesso modo.

Le sentenze, migliaia e migliaia di pagine, hanno sempre spiegato in modo motivato e preciso perché si era pervenuti a condanne. Del resto la grande maggioranza degli imputati prima o poi, con la dissociazione, hanno confessato. Certo il clima soprattutto nei processi di primo grado era molto teso. In aula dalle gabbie spesso risuonavano slogan, non dico che il clima fosse idilliaco e che ad esempio da parte dei magistrati dell'accusa non vi siano state durezze. Ma abbastanza presto era divenuto un po' un gioco delle parti e già nei processi di appello lo scontro si era molto attenuato, man mano che la lotta armata andava esaurendosi con il fallimento dei suoi progetti.

Credo che gli imputati si fossero resi benissimo conto, anche senza ammetterlo, che dinanzi a loro non avevano dei nemici o dei servi di un imprecisato sistema ma magistrati che svolgevano il loro lavoro cercando di capire e rispettando i diritti degli imputati. Anche quando questi non dimentichiamolo, oggi nessuno lo dice, rifiutavano gli avvocati e la difesa. Il Presidente dell'Ordine degli avvocati di Torino Fulvio Croce che nel processo alle BR aveva assunto la difesa di ufficio perché per un avvocato quello era un dovere come per un medico curare un malato, fu per questo assassinato sotto casa.

Voglio ricordare poi che nel carcere di Bergamo a metà degli anni ’80, precisamente il 15 marzo 1986 vi fu un evento straordinario, era il carcere in cui era detenuta la maggior parte dei terroristi che si erano avviati, dopo una riflessione collettiva, sul percorso della dissociazione . C’erano ad esempio gli ex capi di Prima linea, tutti con molti omicidi alle spalle

Ebbene su questo tema si tenne un incontro comune tra magistrati e detenuti, presenti anche esponenti politici, il Direttore generale degli istituti di pena e i cappellani del carcere, che si trovarono a discutere insieme non in un’aula bunker ma nella palestra del carcere di via Gleno, ove tra l'altro operavano un magistrato di sorveglianza come il dr. Zappa e un direttore molto sensibile all'importanza dei percorsi di recupero e di uscita dalla violenza.

Ero presente, allora molto giovane, fu un momento anche emozionante perché per la prima volta non eravamo divisi dalle sbarre e di fatto da quel convegno uscì la legge sulla dissociazione del febbraio 1987 .

Le autorità francesi dovrebbero sforzarsi di capire di più e usare meno spocchia nei loro provvedimenti. Non so con precisione come si siano svolti i processi politici all’epoca in Francia ma ho l'impressione che fossero assai meno garantiti dei nostri.

In qualche modo “speciali” semmai in Italia all'epoca non erano i processi ma le pene che non dipendevano dalle Corti ma dalla volontà del legislatore perché l'art. 1 del Decreto-legge 625\1979, e cioè l'aggravante della finalità di terrorismo, le aveva notevolmente elevate.

Tuttavia gli anni irrogati si sono stemperati abbastanza rapidamente, sia grazie all'attenuante della dissociazione sia grazie ai benefici penitenziari come i permessi, il lavoro esterno e la semilibertà concessi da Magistrati di sorveglianza illuminati a coloro che di fatto non erano più pericolosi. Alla fine dopo aver scontato un numero di anni di carcere non molto elevato, addirittura in proporzione inferiore a quello che scontavano talvolta i detenuti comuni per reati analoghi, tutti sono usciti e ritornati alla vita civile. Basterebbe fare i conti. Gli ex-terroristi in carcere, ad oggi sono pochissimi, vi è rimasto solo chi l'ha voluto

Questa lettura politico- giudiziaria certo non esaurisce un problema che ciclicamente si ripresenta. C'è un piano etico, umano e psicologico da non dimenticare e che può farci intravvedere, siamo nel campo della simulazione, altri scenari. Proviamo ad immaginare che la Francia conceda l'estradizione, forse che qualcuno degli anziani latitanti anche la accetti, forse prima di morire vuole anche rivedere il suo paese. Scendono dalla scaletta dell'aereo tra due Carabinieri. Questo è il momento simbolico, che rappresenta una catarsi psicologica. La fuga è finita, la partita è persa, devono sottomettersi alle sentenze emesse in nome del popolo italiano. E’ il kairos, l'attimo speciale dei greci che cambia ogni cosa.

Poi sarebbero davanti al Magistrato di sorveglianza. Chi non lo ha mai fatto potrebbe confessare le proprie responsabilità, anche solo le proprie, per offrire alla fine una verità riparatoria alle famiglie delle vittime e alla storia. Sarebbe poi facile avere conferma che nessuna di queste persone è più pericolosa, che non potrebbe comunque tornare ad uccidere.

A questo punto non ci sarebbe più nemmeno bisogno del carcere. Potrebbero uscire grazie a benefici, ragionando sempre per immagini, anche dopo solo un pezzetto di pena e tornare alla loro vita, alla famiglia, al lavoro, più probabilmente alla pensione.

Non credo nemmeno che tutti i parenti delle vittime, avuta soddisfazione sul piano di principio e simbolico, abbiano il desiderio e l’interesse a vedere persone di 70 anni finire i loro giorni in carcere. Viene in mente, con le debite differenze, quella fotografia apparsa su molti giornali in cui, mentre in un paese mediorientale un condannato sta per essere impiccato, si avvicina la madre della vittima e gli dà uno schiaffo sul viso. Non per un gesto di disprezzo negli ultimi momenti di vita ma perché ciò simbolicamente significa che lo ha perdonato. E all'ultimo momento, infatti il condannato è stato graziato.

Questa è stata una scena reale. Quella che abbiamo descritto forse è solo una simulazione letteraria. Ma se accadesse questa storia immaginata allora la partita sarebbe veramente chiusa. E si potrebbe voltare davvero l'ultima pagina e chiudere il libro.


 


 

La Sinistra.

Il delitto di Vittorio Bachelet.

Germana Stefanini.

Renato Curcio.

Mario Moretti.

La Sinistra.

Dolore e furore muovevano le scelte dei giovani brigatisti. FABRIZIO SINISI, Drammaturgo, su Il Domani il 23 novembre 2023

Il saggio di Sergio Luzzatto ha il merito di rispondere a una semplice domanda: chi erano le Br? Emerge il ritratto di ragazzi convinti di essere partigiani che si sono ritrovati a essere “solo” assassini

Non si comprenderà mai davvero il fenomeno delle Brigate rosse – che oggi appare così lontano da sembrare il miraggio di un’altra epoca, più astratta e selvaggia di questa – senza partire da una considerazione che nel nuovo libro di Sergio Luzzatto (Dolore e furore, Einaudi 2023) compare già nella seconda pagina del prologo: «Allo sguardo di chi si sentiva – in un modo o nell’altro – un militante per il comunismo, quei sei mesi dell’autunno caldo del 1969 avevano dischiuso la prospettiva concreta, o addirittura imminente, di una rivoluzione vittoriosa».

È un errore, ed è inevitabile: guardiamo sempre la storia col senno del poi, come in un film di cui conosciamo già il finale. Ogni volta che torniamo a esaminarla ci sembra che il destino non potesse che essere quello.

Seguiamo i protagonisti già sapendo il fallimento che li aspetta, leggiamo il loro percorso alla luce della buca in cui già sapremo che cadranno.

I personaggi di quel periodo ci sembrano oggi degli insetti ciechi, impegnati in una battaglia che solo una fantasia troppo puerile poteva credere possibile: falene impazzite bruciate da una luce che non poteva non abbatterli. Il lungo decennio di vita delle Brigate rosse – dall’autunno del 1969 alla fine del 1980 – corrisponde a questa sfasatura di percezione: un pezzo di generazione, composto perlopiù di giovanissimi, che in un paese a capitalismo avanzato decide di imbracciare le armi per innescare una rivoluzione proletaria.

La rivoluzione, comprensibilmente, non arriva, e quei ragazzi convinti di essere partigiani si ritrovano ad essere “solo” degli assassini. Lo storico di quel periodo deve pulire quelle vicende dal destino che, in qualche modo, le ha montate, e interrogare quei ragazzi fuori dalla ferrea tragedia che li ha inghiottiti.

VIVI SOLO POCHI GIORNI

Chi erano quei ragazzi? Non certo, come spesso si dice, le marionette di una qualche occulta dietrologia internazionale. Piuttosto, giovani del loro tempo, ognuno con la sua spesso disastrosa peripezia individuale. Quali intenzioni li animavano, quali speranze li muovevano? Che sofferenze li agitavano, che gioie li facevano trasalire?

Livio Baistrocchi, brigatista latitante di cui non si sa oggi nemmeno se sia vivo o morto, quand’era ancora un animato militante del Partito comunista ebbe a dire: «Siamo vivi solo pochi giorni all’anno, di scatto». Due anni dopo sarebbe entrato in clandestinità. Bisognerà capire, allora, che entrare nelle Brigate Rosse dovette essere per alcuni non un farneticante delirio, ma un disperato esperimento di felicità, il tentativo folle di «vivere tutti i giorni dell’anno». Anche se quel “vivere” ha significato, a volte, il morire di altri.

RITRATTO

Il libro di Sergio Luzzatto – un libro che, lo diciamo da subito, costituisce un capitolo inaggirabile per chi voglia capire il fenomeno delle Br – ha innanzitutto il merito di rispondere a questa domanda: chi erano queste persone?

Ne emerge una galleria di personaggi, primo tra i quali il più sconosciuto e fantasmatico tra tutti i brigatisti, Riccardo Dura: trentenne capo della colonna genovese, morto nella strage di via Fracchia e quindi – così come la fondatrice Mara Cagol – scomparso prima ancora di poter diventare quel personaggio così tipico del panorama italiano che è l’“ex-terrorista”, irriducibile o dissociato che sia.

Riccardo Dura è un eterno giovane mai diventato adulto, un fantasma di ragazzo incastrato nel passato. Un personaggio di cui finora non si sapeva nulla o quasi, e di cui Luzzatto ha il merito di ripercorrere l’esistenza intera: l’infanzia difficile nei quartieri popolari di Genova, l’abbandono del padre prima e della madre poi; una trafila di ricoveri psichiatrici, e un’adolescenza vissuta in un luogo distopico come la nave-riformatorio Garaventa.

Un ragazzo che diventa portuale e operaio marittimo, un marginale senza nome, un umiliato e offeso come tanti che però, a un certo punto del suo vagabondare, incontra le Br. E la sua vita cambia. Entra in clandestinità, rischia tutto. Inizia a sparare.

È sua la mano che ucciderà il sindacalista Guido Rossa: l’operaio dell’Italsider accusato di aver denunciato un compagno sospetto di brigatismo, il 24 gennaio 1979.

È l’episodio che segna la fine delle Brigate Rosse, o perlomeno il loro definitivo scollamento dalle fabbriche e dagli operai, inorriditi che si potesse arrivare a giustiziare un compagno, un lavoratore, uno di loro. Il funerale di Guido Rossa, in una piazza De Ferrari gremita sotto la pioggia battente, è uno di quei momenti che segnano un prima e un dopo.

Da quel giorno, la storia delle Br diventa una vicenda autoreferenziale sanguinosa ed esclusivamente militare: una selvaggia guerra privata con lo Stato. «A quel punto», scrive Luzzatto, «la via italiana a una rivoluzione comunista si mostrò definitivamente per quello che era. Seminata di insidie, di scorciatoie, di trappole. Battuta dal fuoco amico, oltreché dal fuoco nemico. Ingombra di morti, e senza neppure le ombre di un sol dell’avvenire». Fu a quel punto che la storia, che in molti fino ad allora avevano considerato ancora indecisa e in bilico, si cementò in destino.

GENOVA AL CENTRO

Un destino che si giocò in larga parte proprio a Genova, grande teatro e città-palestra della lotta armata. È forse per la prima volta che, nella storiografia brigatista, il baricentro dell’analisi non è Milano (dove le Br sono nate) né Torino (teatro delle lotte della Fiat e del primo grande processo), ma Genova.

Genova è la città del primo sequestro prolungato, quello del pubblico ministero Mario Sossi (1974). A Genova avvengono i primi omicidi deliberati, vittime il procuratore generale Francesco Coco e gli uomini della sua scorta (1976). A Genova avviene il primo attentato a un esponente politico del Pci, con la “gambizzazione” del dirigente dell’Ansaldo Carlo Castellano (1977).

A Genova si consuma la strage di via Fracchia, quando in circostanze ben poco chiare gli uomini del generale Dalla Chiesa – dietro imbeccata del pentito Patrizio Peci – fecero irruzione in un appartamento dove dormivano quattro brigatisti, giustiziandoli tutti e quattro, il 28 marzo 1980.

«Ricostruire la vicenda delle Brigate Rosse attraverso il prisma di Genova», scrive Luzzatto, «equivale a misurarsi con l’alfa e l’omega dell’intera storia».

CIÒ CHE NON SA 

Riccardo Dura non è l’unico personaggio ritratto in questo libro. Altri ne compaiono di estremamente interessanti – dall’italianista accademico Enrico Fenzi, raffinato petrarchista al servizio della lotta armata al suo ambiguo cognato Giovanni Senzani, sociologo brigatista e contemporaneamente consulente del Ministero; dalla cattolicissima Vicky Franzinetti alla 79enne Caterina Picasso, «la nonna delle Br», che a Rivarolo Ligure gestiva uno tra i più importanti depositi di armi.

Ma Dura è senza dubbio il più pregnante, il più centrale: il più paradigmatico. La breve e violenta vita di Riccardo Dura funziona come una parabola, il ritratto del Jesse James che l’Italia poteva permettersi: un teorema disperato che dimostra come lì dove alberga il dolore si annida anche il furore.

Ed è abbastanza indimenticabile una lettera, finora inedita, che Riccardo Dura scrive a sua madre, e che Luzzatto scopre e pubblica nella sua interezza all’interno del libro. Quella lettera costituisce il cuore sofferto e segreto di questa vicenda. Una lettera terribile e commovente, scritta da un semianalfabeta a cui l’ultrasinistra genovese ha saputo offrire non solo una casa, una famiglia e una (pur terribile) ragione di vita, ma anche qualcosa di più prezioso e, insieme, più pericoloso: un linguaggio. Parole con cui provare a dire qualcosa che – per dirla con Pasolini – esprimono la voce di chi, in quella generazione come in questa, «è ciò che non sa».

FABRIZIO SINISI Drammaturgo, poeta e scrittore. Dal 2010 è dramaturgo stabile della Compagnia Lombardi-Tiezzi di Firenze e docente presso il Teatro Laboratorio della Toscana. Dal 2017 è drammaturgo presso il Teatro Stabile di Brescia. Collabora con i maggiori teatri italiani.

"Gli intellettuali di sinistra? Flirtarono a lungo con le Br". Matteo Sacchi il 9 Agosto 2023 su Il Giornale.

Lo storico racconta la zona grigia che ha fatto in modo che i terroristi rossi fossero solo "compagni che sbagliano"

Eugenio Di Rienzo ha insegnato Storia delle dottrine politiche e Storia moderna. Dal 2006 professore ordinario di Storia moderna presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università La Sapienza di Roma. È anche direttore di Nuova rivista storica e membro del comitato scientifico di Geopolitica. Gli abbiamo chiesto di riflettere con noi sulla storia del terrorismo e della violenza politica in Italia, a partire da come viene raccontata.

Professor Di Rienzo come si sono posti gli intellettuali italiani rispetto al terrorismo degli anni Settanta?

«Parliamo soprattutto degli intellettuali di sinistra perché di intellettuali di destra non ve n'erano più molti... Presero da subito una posizione diversa da quella istituzionale del Pci e della Cgil che in teoria erano i loro punti di riferimento politico. Il partito comunista cercava di bloccare le loro infiltrazioni. A partire da alcune posizioni come quella di Sciascia, che per altro fu frainteso, prese piede quello slogan né con lo Stato né con le Br che veniva fatto passare per equidistanza ma equidistanza non era. Ci fu persino chi negò l'esistenza del terrorismo di sinistra, sostenendo che ci fosse solo un terrorismo di destra. Quello di destra c'era ma c'era anche quello di sinistra ma i due fenomeni erano paralleli. Io mi sono laureato nel '77 le ho viste le P-38... Ci fu un'indulgenza, un chiudere gli occhi. Quella violenza non è discutibile».

Un'altra espressione a sinistra fu «compagni che sbagliano» e la cosa non rimase confinata agli intellettuali...

«Anche una fascia di opinione pubblica sposò queste tesi. C'erano moltissimi fiancheggiatori, molti più di quanti si possa pensare. In questo caso pesò una eredità sbagliata della Resistenza. La Resistenza da un pezzo di sinistra era stata vista come una occasione mancata. Per molti non si trattava di battere il nazifascismo ma di instaurare il comunismo in Italia. Questo retaggio era rimasto».

La giornalista Rossana Rossanda in un articolo sul Manifesto in pieno sequestro Moro scrisse: «chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l'album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria...». Scoppiò un putiferio.

«Una parte più estremista del Pci negli anni '50 usava questo linguaggio. Ma la dirigenza Togliattiana aveva scelto un'altra strada. La fase rivoluzionaria Togliatti l'aveva archiviata, certo il linguaggio di piazza era un'altra cosa. Dirigenza del Pci era più avanti su questo dei suoi intellettuali di riferimento».

Ma questo cortocircuito dentro la base non era così chiaro...

«Diciamo che negli anni '50 la base operaia fu sul punto di esplodere. Ma poi gli operai vennero disciplinati. Gli intellettuali meno. E questo modo di pensare è rimasto presente tra gli intellettuali molto a lungo, non credo nemmeno sia mai scomparso del tutto».

Lo scavallamento a sinistra del Pci da parte di questi componenti spiega scelte come il compromesso storico?

«Sì divenne una lotta interna alla sinistra. I terroristi erano diventati quelli che potevano erodere la base del Pci».

Quella sinistra da sempre ambigua con l'estremismo. Dagli ex terroristi ai picchiatori: sono molte le contiguità che oggi si fa finta di non ricordare. Matteo Sacchi l' 8 Agosto 2023 su Il Giornale.

Questo Paese ha una storia complessa e ha attraversato un periodo tremendo come gli anni di piombo. Anni in cui la violenza politica degli opposti estremismi ha dilagato. Su quell'epoca esiste una verità storica ed una verità giudiziaria, su cui non è il caso di discutere in queste pagine. Di certo di quell'epoca esiste una memoria che al momento sembra funzionare a rate... A colpi di improvvise amnesie. Amnesie che non riguardano solo i fatti dell'epoca ma anche il modo in cui sono stati gestiti dopo e il modo in cui è stato trattato chi li ha commessi. Ad esempio, una lunga articolessa di ieri di Stefano Cappellini su Repubblica raccontava con largo uso di esempi il presunto cuore di tenebra e le radici, mai troncate, che legherebbero l'attuale destra italiana agli estremisti di un tempo. Il tutto mentre la sinistra, a partire dal Pci, avrebbe fatto piazza pulita in un secondo delle proprie aderenze nel mondo del terrorismo e dell'estremismo.

Si potrebbe prendere la questione a partire dal lato intellettuale. I brigatisti, come moltissimi altri gruppi eversivi, reclamavano a gran voce le loro radici all'interno del partito comunista. Prima ancora lo aveva fatto la banda Cavallero che confondeva la brutale rapina e l'esproprio proletario tanto da cantare davanti ai giudici Figli dell'officina. Non è una confusione che coinvolse i vertici del Pci? Nemmeno i vertici del Msi erano confusi. Almirante diceva: «Pena doppia per i terroristi neri». Nella base e tra gli intellettuali andava in un altro modo. Basta pensare ad un terribile slogan che ha fatto tanta strada: «Né con lo Stato né con le Br». Qualcuno lo ha attribuito ad un grandissimo come Sciascia, non è esatto, il discorso di Sciascia era più articolato, ma le ambiguità c'erano. E dopo questo clima in cui le verità processuali andavano bene ma sino ad un certo punto, andavano bene ma con lo sconto ha fatto tanta strada a sinistra.

Le verità processuali andavano rispettate ma, ad esempio, nel caso di Silvia Baraldini la verità processuale statunitense su Silvia Baraldini è stata trattata con le molle a partire dalle visite in carcere del leader del Pci Francesco Cossutta dotato di rose rosse, sino alla collaborazione, a guida Walter Veltroni, con il comune di Roma nel 2003. Se ha senso nel 2023 interrogarsi su estremisti e picchiatori passati per l'Msi forse avrebbe avuto senso interrogarsi di più su Sergio D'Elia, ex esponente di Prima Linea, per la sua elezione con la Rosa nel Pugno (2006 -2008) in quota «radicale» e per la nomina a segretario d'aula a Montecitorio. D'Elia ha compiuto tutto un percorso di dissociazione, sia chiaro, come è chiaro che ha sposato la non violenza. Ma se vale a sinistra dovrebbe valere anche a destra.

Tanto più che i casi di esponenti dell'estremismo politico di sinistra che hanno continuato ad avere un ruolo è vasto. Basta scendere di un gradino per incontrare casi come quello di Susanna Ronconi. Fece parte del commando delle Brigate Rosse che assaltò la sede del Msi di Padova il 17 giugno 1974; il commando assassinò Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola. Ronconi ebbe funzione di palo e raccolse i documenti sottratti dalla sede. Fu il primo omicidio, sebbene non premeditato, commesso dalle Brigate Rosse. Durante il secondo governo Prodi, il ministro Livia Turco voleva inserirla con un ruolo di consulente ministeriale per la lotta alla droga. Rinunciò per via di alcune proteste. Il 5 dicembre 2006 il ministro per la Solidarietà sociale, Paolo Ferrero (Prc), nominò Susanna Ronconi membro della Consulta Nazionale delle tossicodipendenze. Finì indagato per l'ipotesi che avesse dato il ruolo ad una persona interdetta dai pubblici uffici. Ronconi si dimise. Non ci sì è fatti tante domande nemmeno su incarichi pubblici di rilievo nella sanità ad Antonio Belpiede che ha sempre professato, nonostante la condanna, la sua estraneità all'omicidio di Sergio Ramelli. Però la realtà giudiziaria è un altra. Quando venne arrestato era capogruppo del Pci a Cerignola. Pur avendo il Pci, anche solo per il timore di essere scavalcato a sinistra, sempre cercato di tenere le distanze dalla violenza extraparlamentare. Una storia complicata, una storia dove deve esserci lo spazio per la redenzione, per il rispetto delle vittime e delle sentenze, per il buon senso. Ma non si può far finta che sia una storia solo di destra. Perché per la maggior parte non lo è.

Il delitto di Vittorio Bachelet.

Giovanni Bachelet: «Papà Vittorio aveva paura, ma la teneva per sé. Pregai per i terroristi ma non li perdono». Storia di Walter Veltroni su Il Corriere della Sera il 25 settembre 2023.

«Ho ucciso il professor Vittorio Bachelet il 12 febbraio del 1980 al termine di una lezione alla facoltà di scienze politiche. Lo aspettavo. Scese le scale seguito e circondato dai suoi studenti. Ero vestita come uno di loro, in giaccone, pantalone stivali, con un cappello di lana in testa. Gli andai incontro ed esplosi undici colpi. Fu un attimo. Solo mentre cadeva lo guardai, vidi i capelli grigi, gli occhiali, il cappotto blu…. Non ero stata io a individuare l’obiettivo né a condurre l’inchiesta. Il professor Bachelet era un bersaglio facilissimo, non aveva la scorta e faceva sempre gli stessi percorsi».

Il «bersaglio facilissimo»

Il «bersaglio facilissimo» di cui parla Anna Laura Braghetti nel suo Il prigioniero io l’ho conosciuto personalmente. Avevo ventuno anni ed ero consigliere comunale a Roma. Bachelet era stato eletto nella Dc, credo per volontà di Moro, e durante le lunghe sedute dell’assemblea capitolina tra lui e me si era instaurato un rapporto particolare. Parlavamo del compromesso storico, della Dc e del Pci, delle nostre famiglie, di Dio e dell’umano. Quando lo hanno ucciso, il «bersaglio facilissimo», ho sofferto. Vicino a lui, quel giorno c’era la sua assistente, Rosy Bindi. Qualche giorno dopo ai suoi funerali ascoltai, rapito da tanta forza, suo figlio Giovanni pronunciare queste parole, inedite in quel tempo di odio e sangue: «Preghiamo per i nostri governanti, per il nostro presidente Sandro Pertini, per Francesco Cossiga. Per tutti i giudici, i poliziotti, i carabinieri, gli agenti di custodia e quanti oggi, nelle diverse responsabilità, nella società, nel Parlamento, nelle strade continuano a combattere in prima fila la battaglia per la democrazia, con coraggio e amore. Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà, perché senza togliere nulla alla giustizia, che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri».

Oggi chiedo a Giovanni di ripensare a suo padre, a com’era. «Una persona tenera, inclusiva, perdeva tempo a persuadere anche noi, adolescenti ribelli. Sapeva guidare, ha avuto ruoli importanti, ma lo faceva con il convincimento. Frequentavo il Mamiani, negli anni tra il ’68 e il 1975. Allora certi genitori tendevano a non mandare i figli in quel tipo di scuole per sottrarli al rischio di contagio estremista. Io fino alla terza media ero stato in una scuola di preti irlandesi. Volevo restare lì ma i miei mi iscrissero, quasi a forza, al Mamiani: “Bisogna andare nella scuola di tutti, non chiudersi nella nicchia, non separarsi nelle riserve indiane in cui tutti sono uguali. Bisogna vivere il mondo di tutti, non solo il proprio. Bisogna imparare a stare con tutti. Tu vai alle assemblee ma fatti un’opinione tua, non aggregarti passivamente. Pensa con la tua testa, non scappare”. Era aperto, ma con principi importanti, non era del tipo “chi non è con me è contro di me”».

Chiedo a Giovanni se suo padre avesse paura. «No paura no, ma certo non era incosciente. In quel tempo, del quale non bisogna avere nostalgia, chi assumeva un incarico di rilievo doveva mettere nel conto i rischi. Diceva: “Se tutti giriamo con intorno quattro persone rischiamo di dare ragione a chi dice che l’Italia è un Paese militarizzato. Io ho accettato questo incarico, se avessi paura mi dimetterei”».

Non aveva paura, ma era consapevole. «In quel periodo ammazzavano una persona a settimana. Ricordo quando non si riusciva a comporre la giuria del processo alle Br di Torino perché i terroristi avevano detto che avrebbero ucciso chi avesse accettato quel ruolo. In televisione intervistarono uno dei pochi che aveva detto di sì e gli chiesero se avesse paura. Quell’uomo rispose: “Sì, la paura ce l’ho, ma me la tengo”. Mio padre commentò: “Che bravo, un altro avrebbe fatto una concione, un proclama etico morale, lui invece ha detto solo la verità”. Forse quelle parole valevano anche per lui, per il suo stato d’animo».

Come viveste in famiglia i giorni di Moro? «I giorni del sequestro sono stati molto duri. Io nel tempo ho capito meglio le ragioni di chi sollecitava iniziative umanitarie per salvarlo, ma chissà... Mio padre non parlò mai di questo tema pubblicamente, ma disse a noi che, se lo avessero rapito, non dovevamo credere a parole che gli fossero attribuite perché in quella condizione la dimensione dell’autonomia di pensiero è fortemente condizionata dalla sottrazione della libertà. Quindi credo lui sperasse davvero che Moro potesse essere liberato e fosse preoccupato per le sorti della democrazia. Le Br sparavano sulle persone, come i cattolici democratici del tempo, che cercavano di andare oltre i confini della guerra fredda prima che la guerra fredda finisse. C’era, tra loro e la sinistra e il Pci, una curiosità anche culturale, c’era la matrice comune della Resistenza, c’era lo stare dalla parte degli ultimi, per fede e/o per coscienza civile. I terroristi sparavano su chi dialogava ma anche altri, per interessi più biechi, penso alla P2, volevano chiudere quella fase di incontro che forse, magari più per Moro che per Berlinguer, avrebbe dovuto essere solo un passaggio di legittimazione dopo il quale si sarebbe conosciuta l’alternanza al governo. La follia eversiva dei terroristi si incontrò con interessi più solidi. Solo per esempio: Ruffilli lavorava a una riforma istituzionale in questo senso, quello che è succeduto a mio padre al Csm, uno della P2, si adoperò per fare avere il passaporto a Calvi…».

Le tue parole al funerale sono state di rifiuto dell’odio, non di rimozione della violenza. «Quella preghiera non fu solo mia, fu il prodotto di tutta la famiglia. La elaborammo insieme. Era un testo molto ponderato, anche politicamente. La preghiera, il rifiuto dell’odio e dello spirito di vendetta non voleva dire cancelliamo tutto, siamo tutti in guerra, facciamo la pace. Non abbiamo niente da vendicare, ma ognuno ha la sua responsabilità. Quando si cerca di giustificare il terrorismo con il “clima politico” di quegli anni, io ricordo sempre che l’articolo 27 della Costituzione dice che la responsabilità penale è personale. Quando tu prendi in mano una pistola per uccidere un povero cristo sei tu che lo fai, non “il clima politico”. La Braghetti l’ho conosciuta fugacemente ad un convegno della Caritas in Campidoglio. Il fratello di mio padre, Adolfo, li aveva incontrati spesso in carcere e ha sostenuto lui il dialogo con loro. Io ero ben contento di delegarlo perché c’è stato un periodo in cui si diceva, voltiamo pagina, scordiamoci il passato… Come se ci trovassimo in Sud Africa, ci fosse stata la guerra civile e ci dovessimo riconciliare. Si parlò molto delle parole della mia preghiera in chiesa, ma io non pensavo che dovessimo riconciliarci. Non eravamo uguali, io non sparavo a nessuno e mio padre nemmeno. In quel tempo qualcuno sparava e qualcuno veniva ucciso. Era una terribile asimmetria. Un’altra cosa era superare le restrizioni imposte dalle leggi Cossiga. Nessuno ricorda che il Csm, mio padre vicepresidente, diede un parere negativo perché avvertì una alterazione delle garanzie democratiche, per esempio nella triplicazione della durata delle pene afflittive. La giustizia e i diritti sono stati la sua ispirazione».

Come hai saputo dell’attentato a tuo padre? «Alle sei del mattino, ero nel New Jersey. Sono venuti due amici avvertiti uno da un giornalista dell’Ansa e l’altra da mia madre e mia sorella. Penso che i miei abbiano fatto così perché, visto il mio passato di depressione, hanno preferito che ci fosse qualcuno quando avessi saputo della notizia. Ricordo l’ultima telefonata con mio padre, qualche giorno prima che lo uccidessero. Ero negli Usa per lavorare e gli dissi: “Come stai papà?” “Bene, quando ti sento.”».

 40 anni fa l’omicidio Bachelet, tifoso della Ue e nemico dei sovranisti. Stefano Ceccanti de Il Riformista l'11 Febbraio 2020. Domani ricorrono i quarant’anni dell’assassinio del professor Vittorio Bachelet, ucciso il 12 febbraio del 1980 nella Facoltà di Scienze politiche dell’Università La Sapienza a opera delle Brigate Rosse. Molto si potrebbe dire su Vittorio Bachelet, in quel momento oltre che docente universitario anche vice-presidente del Consiglio Superiore della Magistratura e in precedenza condirettore del periodico della Fuci Ricerca sotto la presidenza di Alfredo Carlo Moro e presidente dell’Azione Cattolica Italiana negli anni del Concilio Vaticano II. Una delle personalità chiave di quello che è stato definito il cattolicesimo democratico, che è stato particolarmente colpito dal terrorismo brigatista, come dimostrano anche i casi di Aldo Moro, di Piersanti Mattarella e Roberto Ruffilli. «Uccidono sempre gli stessi», fu il commento di Nilde Iotti a Maria Eletta Martini alla Camera dei Deputati il giorno dell’uccisione di Ruffilli. Rinvio per completezza al profilo tracciato dal professor Fulco Lanchester nel Dizionario Bibliografico Treccani, leggibile anche on line. Per questa occasione, per non ripetere cose scontate o che altri potrebbero dire molto meglio, ho pensato di rileggere il volume di Scritti Civili curato da Matteo Truffelli e pubblicato dall’Ave nel 2005 e devo dire che l’ho trovato particolarmente attuale. Il messaggio più forte che se ne ricava è quello di un superamento del nazionalismo esclusivista con una piena accettazione delle opzioni atlantica ed europea. Un dato per niente scontato in quella fascia generazionale in cui tra i giovani cattolici socialmente più aperti, compresi vari costituenti, notevoli erano le riserve sul rapporto stretto con gli Stati Uniti d’America (che si sarebbe rivelato alla distanza una scelta capace di integrare tutte le forze politiche democratiche), in particolare tra i dossettiani e i gronchiani, che si sommava alla diversa opposizione dei settori della destra curiale. Com’è noto, pur allineandosi nel voto finale d’Aula, questi settori espressero chiaramente le loro riserve nel dibattito interno al gruppo democristiano. Ma non era più tempo per Bachelet, né in chiave progressista né conservatrice, di opporsi a questo duplice legame, anche a quello atlantico. Ciò avrebbe di fatto significato, al di là delle intenzioni, riproporre «un residuo di venerazione per questo mito della assoluta sovranità nazionale, in cui si assomma il mito dello Stato inteso come valore assoluto e il mito della nazione ritenuta necessariamente e in perpetuum come autosufficiente politicamente» (“La patria nella comunità internazionale”). Era invece tempo per Bachelet di praticare il principio di sussidiarietà anche all’idea di Patria in una chiave, come diremmo oggi, multilivello: «La patria può essere il nostro paese, la nostra città, la nostra regione; può essere la nostra nazione radicata in un territorio e coincidente o non con lo Stato; può essere lo Stato stesso ma può essere una comunità di Stati; può essere (anche se man mano che i confini si dilatano può sembrare più difficile riconoscere negli uomini un vero e proprio sentimento di amore patrio) la comunità di tutti gli uomini» (Ivi). Soprattutto è l’Europa che va coltivata come «una comunità politica» poiché essa, appunto sulla base del principio di sussidiarietà, in questo caso verso l’alto, è «di dimensioni adeguate alla realizzazione del bene comune dei popoli europei nella situazione attuale del mondo» (“Gioventù europea”). Questo messaggio di fondo non portava comunque Bachelet a dogmatizzare le concrete istituzioni che si creano in un processo necessariamente dinamico e di lunga prospettiva: «le forme che storicamente hanno tentato di organizzare questa comunità su piano giuridico si sono dimostrate finora, com’è naturale data la complessità del problema, del tutto imperfette. Ciò ha prodotto nella opinione pubblica una certa sfiducia e un certo scetticismo…ma questo scetticismo…non riesce spesso a vedere che più che di inutilità delle organizzazioni internazionali dovremmo parlare di incapacità degli Stati nazionali a superare anche politicamente, e sia pure con la dovuta gradualità, una misura che quasi in tutti i casi è stata superata sia nel campo economico sia in quello più strettamente industriale, in quello demografico come in quello militare; e perfino scientifico» (La patria.., cit). Del resto era il medesimo pragmatismo con cui Bachelet si rapportava allo scarto, alla “notevole differenza” tra le due parti della nostra Costituzione: la prima «innovatrice e talora audace» e la seconda «ferma a un’impostazione di tipo pre-fascista, inadeguata quindi alle funzioni nuove dello Stato» (“Crisi dello Stato”). Del resto Bachelet aveva preso a modello nel suo slancio ideale il “senso concreto del possibile e del giusto” di Alcide De Gasperi che considerava il suo modello di riferimento. Quel senso concreto nel segno di una capacità riformista, di aggiornamento profondo della cultura e della politica che gli schemi ideologici chiusi del terrorismo individuarono allora, non a torto, come a esso radicalmente alternativo. Quel senso che dobbiamo riscoprire qui ogni giorno, come nostro dovere comune.

Vittorio Bachelet e la sua lezione di riformismo. Stefano Ceccanti su Il Riformista il 28 Maggio 2020. Il professor Lanchester ci chiede come abbiamo vissuto il sacrificio di Vittorio Bachelet nel 1980 per condividere alcuni elementi di memoria. Quello era il mio ultimo anno di liceo e l’omicidio di Bachelet veniva dopo anni tormentati; in particolare era ancora dentro di noi il terribile ricordo dei cinquantacinque giorni del rapimento di Aldo Moro e della sua uccisione. Quel cognome mi era noto per due degli ambienti che allora con alcuni altri coetanei frequentavo assiduamente: il Movimento Studenti di Azione Cattolica e il gruppo locale Jacques Maritain federato alla Lega Democratica di Pietro Scoppola, Achille Ardigò e Paolo Giuntella. Dal primo avevo imparato il senso non intimistico della cosiddetta scelta religiosa implementata pochi anni prima da Bachelet, che portava con sé la necessità di conoscere approfonditamente i documenti del Concilio e la Costituzione, distinguendo, ma unendo in una doppia fedeltà, il ruolo di credenti e quello di cittadini. Dal secondo, soprattutto dallo splendido libro di Pietro Scoppola La proposta politica di De Gasperi, uscito nel 1977, avevamo colto alla luce del passato il senso degli anni della solidarietà nazionale: la collaborazione resistenziale era durata troppo poco, lacerata allora dalla Guerra Fredda, e c’era bisogno di un lavoro comune, non solo di Governo, ma anche molecolare, per dare spessore a una base condivisa, emersa positivamente nel riconoscimento di tutte le principali forze politiche della collocazione atlantica e di quella europea, che consentisse l’alternanza. Quella che Scoppola chiamava la “cultura dell’intesa”. Nel 1979 ad Arezzo si era svolto il convegno della Lega democratica su “La terza fase e le istituzioni” che aveva prospettato anche l’esigenza di accompagnare la possibile alternanza con riforme della Seconda Parte della Costituzione. Il senso di parole come distinzione, mediazione (nel doppio significato verticale, tra principi e realtà, e orizzontale, tra posizioni diverse), che segnano come spiegava Scoppola la liberazione umana come processo aperto, dialogico, si pensi alle belle pagine del volumetto successivo sul 25 aprile, non era però del tutto condiviso. Proprio nel 1977 si era sviluppato un eterogeneo movimento di protesta, che portava con sé esigenze ambigue, alcune positive in chiave libertaria contro gli eccessi delle culture doveristiche tradizionali che avevano strutturato il Paese, altre però distruttive che avevano portato consenso alle frange terroristiche residue. Gruppi che si ispiravano alla cultura della Rivoluzione, intesa come un punto fisso di arrivo, da raggiungere a tutti i costi per via di imposizione, l’esatto contrario del processo aperto di liberazione. Come ha spiegato Micheal Walzer in Esodo e rivoluzione ci sono due modelli politici e teologici diversi a seconda che si consideri la terra promessa da raggiungere come pura, o, viceversa, da scegliere solo perché migliore di quella presente, senza pretesa di perfezione. La violenza tendeva a opporre la Rivoluzione agli uomini che col proprio riformismo incarnavano davvero la possibilità di Liberazione. Negando la Liberazione dentro il sistema si illudevano di imporre la Rivoluzione. All’idea di Costituente incompiuta, di un Governo delle forze popolari troppo presto interrotto nel 1947 e da riprendere trent’anni dopo per consentire un’alternanza non traumatica, si opponeva il mito della Resistenza tradita che poteva compiersi solo con la Rivoluzione di una parte che si imponeva all’altra. In qualche modo, però, la contestazione alle idee di distinzione, di mediazione, di doppia fedeltà era contestata anche nella Chiesa. Quel cattolicesimo impersonato da Moro e Bachelet ad alcuni sembrava datato, troppo elaborato, e non nel senso scontato in cui ovviamente nessuna eredità non può essere solo passivamente ripetuta. Cosicché quando qualche settimana dopo l’omicidio, per l’appunto a Pisa, il 24 e 25 maggio, esattamente quarant’anni fa, in un convegno nazionale dei giovani della Lega Democratica che presero il nome della “Rosa Bianca”, l’allora presidente della Fuci Giorgio Tonini usò come parole chiave “mediazione culturale”, si ingenerò una dura polemica ecclesiale sull’opportunità o meno di archiviare per intero quell’eredità in nome di un approccio più immediato all’opzione religiosa, teso a svalutare anche la stagione della solidarietà nazionale e l’appartenenza comune alla Costituzione. Come nella contestazione terroristica riviveva la teoria della “Resistenza tradita” e la polemica estremista contro le forze di sinistra che avevano progressivamente accettato la collocazione europea ed atlantica, così nella Chiesa rivivevano alcune delle pulsioni intransigenti che si erano manifestate al momento dell’approvazione della Costituzione, vista come un cedimento ad altre impostazioni, delle elezioni municipali di Roma del 1952 con la cosiddetta operazione Sturzo, nelle dure opposizioni al primo centro-sinistra e nelle riserve verso lo stesso Concilio. Giacché i piani sono distinti, ma la connessione è sempre forte. Due opposizioni del tutto diverse, niente affatto assimilabili, ma entrambe tese a polarizzare, a privilegiare l’immediatezza sulla mediazione, la propria Rivoluzione alla Liberazione comune, la propria esperienza religiosa declinata in termini tradizionalistici come contrapposta alla cittadinanza comune. A tanti anni di distanza credo si possa legittimamente rivendicare che invece quella via di Liberazione, nel segno della mediazione e del riformismo, fosse l’unica portatrice di futuro, al netto della capacità di ciascuno di noi di saperla rinnovare costantemente.

Quegli otto colpi di pistola, il finto allarme bomba, la fuga dei terroristi sulla 131 bianca. La cronaca di allora. Pubblicato mercoledì, 12 febbraio 2020 su Corriere.it da Gian Antonio Stella e Bruno Tucci, Maria Serena Natale, Giovanni Bianconi. Quarant’anni fa moriva Vittorio Bachelet, professore di Diritto e vice presidente del Csm ucciso il 12 febbraio 1980 alla Sapienza. La cronaca dall’archivio del «Corriere» e l’eredità dell’intellettuale cattolico assassinato dalle Brigate rosse. Quarant’anni fa moriva Vittorio Bachelet, professore di Diritto, vice presidente del Consiglio superiore della magistratura e figura di riferimento del mondo cattolico impegnato nel rinnovamento democratico del Paese, ucciso dalle Brigate rosse all’università La Sapienza. Oggi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella partecipa agli eventi commemorativi nella sede del Csm e nell’ateneo romano. Riproponiamo la cronaca di allora, firmata da Gian Antonio Stella e Bruno Tucci sulla prima pagina del «Corriere della Sera» del 13 febbraio 1980. L’attacco, questa volta, è nel cuore dell’università. Le Brigate Rosse colpiscono a freddo una delle più alte cariche dello Stato, il professor Vittorio Bachelet, vice presidente del Consiglio superiore della magistratura. Quattro colpi all’addome, altri in testa mentre il docente è a terra agonizzante. Commenta a caldo il procuratore capo Giovanni De Matteo: «È il più grave attacco alle istituzioni nella storia della Repubblica italiana». Roma è sconvolta, decine di «gazzelle» e di «pantere» la percorrono in lungo ed in largo. Scattano posti di blocco, retate, perquisizioni. La città universitaria è isolata: nessuno può entrare o uscire senza aver lasciato un proprio documento d’identità. Lo potrà ritirare dopo gli accertamenti. Come una bomba, la notizia rimbalza dal Quirinale al Parlamento, dal Senato a Palazzo Chigi. La Roma politica rivive le ore angosciose della mattina di via Fani. Pertini è attonito, interrompe le udienze, s’infila un cappotto beige, si precipita all’università. Dinanzi al cadavere dell’amico, si commuove, scuote il capo, esce da una porta secondaria, forse per nascondere le lacrime. Lo seguono Amintore Fanfani, Nilde Jotti, Rognoni, Maria Eletta Martini, Luciano Lama, Bruno Trentin, Piccoli, Zaccagnini, Stammati, il sindaco Petroselli. I rituali di sempre: la commozione, lo sdegno, le parole di dolore, l’abbraccio alla vedova, ai figli. Poi la solita, ossessiva domanda: è proprio impossibile fermare questa drammatica escalation? Commenta De Matteo: «Per combattere il terrorismo, ci vogliono mezzi legislativi, di polizia, sostanziali. I decreti approvati recentemente sono solo il primo passo, ne debbono seguire altri». La facoltà di Scienze politiche è assediata, nell’aula magna di Giurisprudenza Luciano Lama parla ad una folla di studenti. È proprio qui che il segretario generale della CGIL, tre anni fa, fu contestato dai giovani. Dice: «Spero che questa volta ci sia una prova di unità tra lavoratori, insegnanti e studenti. In questo palazzo c’è un uomo morto, appartiene anche lui alla nostra famiglia, alla famiglia di coloro che non accettano la violenza. Che si battono per la vita contro la morte». Fuori, la città universitaria brulica di gente: giornalisti, fotografi, cineoperatori premono per sapere qualcosa, le notizie filtrano con il contagocce. La polizia e i carabinieri, barricati nell’androne dove è avvenuto il delitto, non lasciano entrare nessuno. A fatica si ricostruisce il film di questo barbaro assassinio. Soltanto a tarda sera, per esempio, si saprà da una dichiarazione di Rognoni alla Camera, che le BR avrebbero trafugato una borsa che Bachelet teneva sotto il braccio.Sono le 11.35 di una mattinata splendida. Il sole è primaverile, la temperatura è tiepida, nei viali dell’università gli studenti passeggiano con i libri sotto il braccio. Vittorio Bachelet, 54 anni, sposato con due figli, professore di Diritto amministrativo e di scienza dell’amministrazione, ha appena concluso la lezione. Esce dall’aula numero 11, dedicata ad Aldo Moro, e si avvia chiacchierando verso le scale che portano all’ingresso della facoltà. Sono con lui la sua assistente Bindi e due studenti. Bachelet sale le scale e si ferma nell’androne a parlare con la professoressa: «Sono indeciso se tornare a casa o fermarmi in ufficio a sbrigare alcuni lavori». Sul pianerottolo e sulle scale che conducono al secondo piano una quindicina di studenti discutono fra di loro. È il momento dell’agguato: i due terroristi sono sulla porta, la tengono aperta, sorvegliano, con disinvoltura, il professore e la piazzetta interna, cioè la via della fuga. Sono un uomo, snello, un metro e settanta, zuccotto in testa, baffi scuri e folti, giaccone sportivo chiaro, venticinque anni circa; e una ragazza, magra, un metro e sessantacinque, capelli ricci, baschetto chiaro, soprabito verde, pallida in volto, sui ventidue anni. Bachelet continua a parlare con l’assistente, la terrorista si innervosisce, decide di entrare in azione. Con freddezza, fa un paio di passi, raggiunge il professore che le volge la schiena, lo afferra per una spalla, lo gira e spara quattro volte. Quattro colpi all’addome da non più di trenta centimetri. Il vice presidente del Consiglio superiore della magistratura si piega su se stesso, barcolla, cerca istintivamente rifugio in un angolo a ridosso della vetrata. Interviene il secondo terrorista: si precipita verso Bachelet che sta crollando a terra. Preme per quattro volte il grilletto, il professore si affloscia su un fianco, perde gli occhiali. L’assassino si china su di lui e gli spara il colpo di grazia alla nuca. L’autopsia confermerà che gli assassini hanno usato una pistola calibro 32: otto pallottole che lo hanno centrato. Una al cuore, una alla nuca. «Scappate, scappate, ci sono le bombe», grida il killer. È un trucco per coprirsi la fuga. Infatti, si scatena un fuggi-fuggi generale: i terroristi ne approfittano, scendono nella piazzetta interna e raggiungono, a passo veloce, un cancello secondario di viale Regina Margherita che qualcuno ha aperto durante la notte, tranciando con un tronchese la catenella del lucchetto. I due assassini salgono su una 131 bianca che si perde nel traffico scomparendo verso piazza Bologna. In quella zona sarà trovata qualche ora dopo. Era stata rubata da un commando delle BR. Non è ancora mezzogiorno, dalla città universitaria l’allarme arriva in questura. Partono «gazzelle» e «pantere», parte pure un’ambulanza, ma inutilmente, perché Vittorio Bachelet è morto sul colpo. Dopo il terrore e lo smarrimento, si comprende quanto è accaduto. Si interrompono le lezioni, la vita dell’università si blocca, le aule si svuotano. Studenti e professori si precipitano alla facoltà di Scienze politiche. Stupore, sdegno, commozione. Dice il professor Adolfo di Majo, docente di Diritto civile e membro del Consiglio superiore della magistratura: «Hanno voluto colpire non l’uomo, ma l’istituzione». La notizia dell’agguato giunge nell’aula magna, dove si sta tenendo un dibattito sul terrorismo, condotto da Stefano Rodotà e da Luciano Violante. Il dibattito si trasforma immediatamente in un’assemblea aperta, carica di tensione.La facoltà di Scienze politiche viene «occupata» dal procuratore capo De Matteo, dagli ufficiali dei carabinieri e dai funzionari di polizia. Si fanno i primi rilievi, mentre ai centralini di due giornali arrivano le telefonate che rivendicano l’attentato. «Siamo le Brigate Rosse, abbiamo giustiziato noi il professor Bachelet. Seguirà comunicato». Delle quindici persone che hanno assistito all’omicidio, restano quattro testimoni: l’assistente di Bachelet e tre studenti che permettono alla polizia una prima ricostruzione. Si tenta anche un identikit, ma per il momento non c’è niente di ufficiale. Le indagini si presentano difficili, come sempre. «Vittorio, Vittorio, che cosa ti hanno fatto?». La moglie Maria Teresa Bachelet, giunta all’università insieme con la figlia Maria Grazia, si china sul corpo del marito. Piange, si dispera, continua a invocare il suo nome. «Glielo avevo detto che doveva stare attento, e lui mi rispondeva: è un rischio che dobbiamo calcolare». Arrivano gli amici, i conoscenti, i colleghi: dinnanzi alla vetrata chiusa la gente si accalca. Qualcuno dice: «Stanno uccidendo a caso». Un vecchio professore s’indigna, esclama: «Macché a caso! Per carità, non si prende di mira un Bachelet tanto per sparare nel mucchio. Sapevano bene chi avrebbero ucciso». La confusione è tale che gli esperti della scientifica bussano inutilmente per alcuni minuti. Entreranno dopo con non poca fatica. Nell’aula magna, gremita di gente, parla il rettore Antonio Ruberti. Pallido in volto, dice al microfono: «Non è più possibile stare alla finestra, perché quando si continua a non dare alcun peso alla vita umana e si colpisce persino dentro l’università vuol dire che si è giunti ad un punto di grave imbarbarimento dal quale è difficile uscire senza un serio, profondo impegno di tutti quanti». Gli fa eco l’onorevole Stefano Rodotà: «C’è un esplicito disegno di cancellare le libertà democratiche nel nostro Paese; c’è una strategia che tende a colpire ogni occasione di vita del Paese, a sostituire la discussione con la paura». Aggiunge il sindaco Petroselli: «Sono ormai dieci anni che il nostro Paese è vittima di questa catena di delitti. Diciamo ancora ai terroristi: non siete passati e non passerete. La democrazia italiana è e sarà più forte dei suoi nemici».A Roma si vivono ore di grande tensione: i controlli sono estesi finanche alla Camera ed al Senato, dove i commessi hanno l’ordine di perquisire chiunque entri o esca da Montecitorio e da Palazzo Madama. Oggi, per rispondere alla nuova sfida del terrorismo, l’Italia si ferma due ore per uno sciopero proclamato dalle organizzazioni sindacali. Le scuole apriranno con un’ora di ritardo. A Roma il blocco sarà di quattro ore: all’università è prevista una manifestazione a cui parteciperanno i massimi dirigenti della federazione unitaria. Nei tribunali di tutt’Italia saranno sospese le udienze. Il Consiglio dei ministri si occuperà di ordine pubblico.

Rosy Bindi: «Dietro l’agguato poteri occulti che volevano fermare il Paese». Pubblicato martedì, 11 febbraio 2020 su Corriere.it da Paolo Beltramin. La mattina in cui fu ucciso Vittorio Bachelet, nei corridoi della facoltà di Scienze politiche della Sapienza c’era meno gente del solito. Il 12 febbraio di quarant’anni fa era un martedì, nell’aula magna si stava tenendo un incontro sul terrorismo — tra i relatori Luciano Lama, Stefano Rodotà e Luciano Violante — e qualcuno aveva diffuso la voce che c’era una bomba all’università: un’idea dei brigatisti per non trovare intralci durante la fuga. Terminata la sua lezione, Bachelet si era fermato a fare due chiacchiere sul mezzanino della scalinata che porta all’aula docenti, insieme alla sua assistente, Rosy Bindi, che quel giorno compiva 29 anni. Anche da vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, non aveva voluto rinunciare all’insegnamento. «Anzi, mi aveva confessato che attendeva con ansia la fine di quell’anno — ricorda Bindi —, quando avrebbe terminato l’incarico al Csm, e sarebbe tornato in Ateneo a tempo pieno».

Come racconterebbe, a uno studente di oggi, chi era Vittorio Bachelet?

«Era semplicemente un professore, nel senso più alto del termine. Il suo amore per i giovani era merce rara. Riusciva a trasmettere ai ragazzi la passione per il diritto perché non partiva mai dall’astrattezza, ma dai problemi reali del Paese».

E agli esami com’era?

«Era giusto. Se un candidato non era preparato, non lo poteva promuovere… Ma faceva sempre una domanda in più, per essere sicuro. Mi diceva: dobbiamo dare a tutti una possibilità di appello. A me, che seguivo i laureandi, aveva dato questa indicazione: con i più bravi puntiamo alla lode, ma anche gli altri devono arrivare al traguardo».

Come racconterebbe, a uno studente di oggi, perché l’hanno ucciso?

«È stato ammazzato perché, come tutte le altre vittime delle Br, era un autentico servitore dello Stato. Aveva competenza, intelligenza e rettitudine: è chiaro che per abbattere lo Stato, come volevano fare i brigatisti, bisognava privarlo dei suoi uomini migliori. È poi c’è un’altra ragione, più profonda».

Quale?

«La mia convinzione, maturata nel corso dei decenni, è che queste vittime non sono state uccise solo dalle Br, ma da poteri occulti, preoccupati perché la generazione allora al governo stava attuando davvero lo spirito della Carta costituzionale. Oggi molti lo hanno dimenticato, ma quelli sono stati anche anni molto belli, una stagione di autentiche riforme nel Paese: il servizio sanitario nazionale, l’istituzione delle Regioni, il diritto di famiglia, lo statuto dei lavoratori, fino ai consigli di quartiere. Contro tutto questo ci fu un doppio accanimento: da parte dei terroristi, e da parte dei poteri che usarono chi sparava nelle strade».

Lei guardò negli occhi la ragazza che sparò per prima a Bachelet.

«Quando arrivò, pensavo fosse una studentessa. Poi prese il professore alle spalle e vidi il volto di lui trasformarsi: capì cosa stava accadendo un istante prima di me. Dopo gli spari, corsi a cercare aiuto ma non trovai nessuno: i terroristi avevano pianificato tutto per lasciarci soli».

Il commando era composto da due brigatisti, Anna Laura Braghetti e Bruno Seghetti. Entrambi arrestati pochi mesi dopo e condannati all’ergastolo, ormai sono liberi da molti anni. Pensa che siano rimasti in carcere il giusto?

«Il compito di stabilire le pene è della magistratura, che ha applicato le leggi dello Stato. La penso come Giovanni, il figlio del professore, intervistato da Giovanni Bianconi sul Corriere. Come dice la Costituzione, la funzione della pena non è la vendetta ma la riabilitazione della persona. Quello che non avrei mai accettato, sarebbe stato un colpo di spugna: la tentazione c’è stata, ma per fortuna non è avvenuto. Una cosa è il percorso personale di ciascun terrorista, un’altra l’assoluzione storica del terrorismo. E quest’ultima sarebbe inaccettabile, perché il terrorismo va condannato, punto. Non ha alcuna possibilità di giustificazione. E poi c’è un altro problema decisivo. Il problema che la verità, i brigatisti, non ce l’hanno mai detta».

Lei cosa chiederebbe oggi a chi armò Seghetti e Braghetti?

«Se erano uno strumento consapevole o inconsapevole di altri poteri».

Braghetti ha dimostrato grandi doti di «comunicatrice»: ha scritto un libro molto auto-indulgente, «Il prigioniero», dal quale è stato tratto un film di successo, «Buongiorno, notte» di Marco Bellocchio. A lei è ispirato il personaggio interpretato da Maya Sansa, la brigatista presa dai dubbi, che sogna la liberazione del presidente Dc.

«Mi ha lasciata perplessa soprattutto il film. Come il mio professore, io sono tra chi scommette sempre nella possibilità che le persone si possano riscattare. Però mi chiedo: se ha avuto davvero tutti quei dubbi durante il sequestro Moro, come ha fatto due anni dopo a uccidere Bachelet con tanta freddezza?».

Il cardinal Martini ha definito Bachelet un martire laico. La Braghetti, invece, ha scritto di lui: «Un bersaglio facilissimo».

«Facilissimo proprio perché è andato consapevolmente incontro al suo martirio. Sapeva da tempo di essere un obiettivo delle Br ma aveva rifiutato la scorta, perché non voleva mettere in pericolo la vita di altre persone».

Le è mai capitato di pensare cosa sarebbe successo se due anni prima, durante il sequestro Moro, fosse passata la linea di Craxi, quella della trattativa con i sequestratori?

«Con i terroristi non si può trattare. Più che linea della trattativa, io la definirei preoccupazione di salvare la vita a Moro a tutti i costi. E non era certo una preoccupazione solo di Craxi, lo fu anche di alcuni democristiani come Fanfani. Io, che ero una semplice dirigente dell’Azione cattolica e ricercatrice precaria all’università, all’epoca ero per la linea della fermezza. Negli anni successivi mi sono convinta che noi invece avremmo dovuto salvare la vita di Moro. Perché lo Stato era comunque più forte dei terroristi. Quindi si poteva salvare la vita di Moro senza intaccare la forza delle istituzioni. Anzi, sarebbe stato necessario farlo».

Negli anni successivi, i terroristi facevano meno paura.

«Non è questo il punto. Il paradosso è che salvando Moro lo Stato sarebbe diventato più forte, e invece senza di lui si è indebolito. Rimasto solo, Berlinguer non è stato in grado di proseguire il percorso che avevano cominciato insieme. E presto si è aperta la stagione di Craxi. Le mie critiche a Craxi non dipendono dalla stagione di Tangentopoli, considero quella di Hammamet una tragedia umana. Sono legate a quello che accadde negli anni Ottanta: fu allora che avvenne una mutazione del ruolo dei partiti, e della leadership politica, i cui influssi negativi resistono ancora oggi. Tutto questo è accaduto perché è venuto meno il progetto di Moro. Ma purtroppo nel 1978 non era chiaro ai più quanto lungimirante e illuminante fosse per la democrazia italiana il progetto moroteo».

Al funerale di Bachelet, nella chiesa di San Roberto Bellarmino a Roma, suo figlio Giovanni disse una cosa enorme: «Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri».

«Fu un messaggio dirompente, di un’attualità straordinaria. Oggi si parla tanto di farsi giustizia da soli, nelle chat si inneggia alla pena di morte, si promuove un’idea di Stato che non pratica la giustizia ma la vendetta. C’erano anche allora questi sentimenti, e l’idea di sospendere le garanzie costituzionali per combattere il terrorismo. Ma il terrorismo fu sconfitto con la Costituzione, grazie anche a Vittorio Bachelet e alla sua famiglia. Per questo oggi vorrei che quella preghiera straziante venisse letta in tutte le scuole. Perché la democrazia non si conquista una volta per tutte, bisogna impegnarsi ogni giorno per preservarla».

Da studente universitario Bachelet, nei primi anni del Dopoguerra, scrisse nella rivista della Fuci: «Con nessuno dei nostri simili abbiamo il diritto di rifiutarci o di essere pigri nel gettare il ponte».

«Questa per me è l’essenza di Bachelet: un uomo di fede. In epoche di cambiamenti profondi, com’erano gli anni Settanta e ancora di più il mondo di oggi, il cristiano ha uno strumento in più da offrire alla società: il Vangelo. Da qui nasceva in Bachelet il grande rispetto nei confronti degli altri, la sua attitudine al dialogo, la sua capacità di unire. Questa era la sua intelligenza, la sua cultura, il suo carattere, ma soprattutto la sua autentica fede cristiana. Il cristianesimo non come fazione, ma come spirito di servizio al Paese. In tempi in cui l’odio sembra un sentimento sdoganato, perfino politicamente corretto, uomini come Bachelet ci mancano enormemente. Dobbiamo continuare a interrogarli, tramandare le cose che hanno scritto, il modo in cui hanno vissuto e in cui sono morti. La strada l’hanno tracciata. È faticosa, ma è davanti a noi».

Come ha deciso di trascorrere il giorno del suo compleanno?

«Ho quattro appuntamenti. La mattina sono alla cerimonia in memoria di Bachelet al Csm, poi alla celebrazione che si tiene alla Sapienza, entrambe alla presenza del presidente Mattarella. Nel tardo pomeriggio vado a messa. La sera mi aspetta una cena con la mia famiglia, tra mia mamma che di anni ne ha cento e una schiera di nipoti e nipotini».

Con la preghiera di suo figlio Giovanni la nostra generazione scoprì la vita pubblica. Pubblicato martedì, 11 febbraio 2020 su Corriere.it da Aldo Cazzullo. «Preghiamo anche per quelli che hanno colpito il mio papà...». Credo che la mia generazione si sia affacciata alla politica o, meglio, alla vita pubblica ascoltando quella frase, pronunciata da un ragazzo poco più grande di noi. Un ragazzo a cui avevano ammazzato il padre, e che mentre mezza Italia invocava la pena di morte perdonava gli assassini e, di più, pregava per loro. Le parole di Giovanni Bachelet al funerale di suo papà Vittorio non rappresentano solo il culmine del cattolicesimo democratico, di una certa idea di percepire la politica come «la più alta forma di carità» (Paolo VI) e il potere come verbo, non come sostantivo. Ebbero l’effetto di una scossa di commozione, di energia, anche di fiducia su bambini, ragazzini, adolescenti cresciuti durante gli anni di piombo, che fino a quel momento non avevano ben capito quel che stava accadendo.Ricordo quando la tv trasmise le immagini della strage dell’Italicus. Avevo sette anni. Chiesi a mio nonno Aldo: «Ma sono più le persone buone, come noi, o quelle cattive, che mettono le bombe sui treni?». Non ricordo cosa e se mi abbia risposto. Anche il nonno, che pure era passato attraverso la guerra d’Africa, il fascismo, la Seconda guerra mondiale, la Resistenza, la ricostruzione, il nonno che mi parlava per ore della sua giovinezza grandiosa e terribile — Hitler, Stalin, Mussolini —, era senza parole di fronte a un orrore che sfuggiva alla sua comprensione. E poco importa che la bomba sull’Italicus l’avessero messa terroristi neri, e Vittorio Bachelet fosse stato assassinato da terroristi rossi. Era comunque un attacco vile a quella fragile democrazia che gli italiani delle generazioni precedenti erano riuscite a costruire. Poi vennero quelle parole. Pronunciate dal pulpito di una chiesa, da un ragazzo rimasto orfano. Fu allora che compresi una realtà forse lapalissiana, ma che aveva necessità di conferme: erano di più i buoni. E come accade non sempre, ma spesso, alla fine i buoni avrebbero vinto.

Il figlio di Vittorio Bachelet: «Papà morì per lo Stato.  I killer liberi? Gli andrebbe bene. Pregammo per loro». Pubblicato lunedì, 10 febbraio 2020 su Corriere.it da Giovanni Bianconi. «Preghiamo per i nostri governanti», esortò Giovanni Bachelet al funerale del padre Vittorio, vice presidente del Consiglio superiore della magistratura assassinato due giorni prima dalle Brigate rosse. Dal pulpito della chiesa, durante l’orazione dei fedeli, fece i nomi del capo dello Stato Sandro Pertini e del presidente del Consiglio Francesco Cossiga, seduti in prima fila; poi citò «i giudici, i poliziotti, i carabinieri, gli agenti di custodia e quanti oggi, nelle diverse responsabilità, nella società, nel Parlamento, nelle strade continuano a combattere in prima fila per la democrazia, con coraggio e amore». Parole da tempo di guerra, accolte dal silenzio commosso e teso di autorità, amici e semplici cittadini. Poi aggiunse: «Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà, perché senza togliere nulla alla giustizia, che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri». Subito scattò un applauso, forse più di stupore che di convinta adesione, ma forse anche liberatorio. Come se si fosse svelata una nuova, possibile forma di resistenza all’imbarbarimento in cui il terrorismo stava risucchiando l’Italia. Era il 14 febbraio 1980, Vittorio Bachelet era stato ucciso il 12, all’università di Roma La Sapienza, dove insegnava Diritto alla facoltà di Scienze politiche. La stessa di Aldo Moro. Quarant’anni dopo suo figlio Giovanni — all’epoca venticinquenne ricercatore negli Stati Uniti — insegna pure lui alla Sapienza, ordinario di Fisica, dopo essere stato deputato del Partito democratico dal 2008 al 2013. E ricorda bene la genesi di quella preghiera. Sorprendente al punto da conquistare le prime pagine dei giornali, ma non per una famiglia credente e militante della Chiesa conciliare come quella costruita da Vittorio Bachelet, che prima di essere eletto al Csm fu presidente dell’Azione Cattolica e consigliere comunale a Roma per la Dc guidata da Moro e Benigno Zaccagnini. «Con mamma, mia sorella, gli zii — racconta Giovanni — decidemmo di provare a dire quello che avrebbe detto mio padre di fronte a persone non troppo abituate ad ascoltare il messaggio del Vangelo, per lui così importante. Purtroppo di funerali di Stato ce n’erano tanti in quel periodo e una volta, con il suo tono un po’ burlone, riferendosi a un paio di politici notoriamente non cattolici mi disse: “Certo sono situazioni tragiche, ma chissà che tutte ’ste messe non gli facciano bene...”. Noi tentammo di fargli fare una buona figura, riaffermando i valori della democrazia e della Costituzione a cui papà aveva dedicato la vita». Non era facile in quegli anni di assalto alle istituzioni, morti e feriti in strada, leggi d’emergenza: «Ma era anche una questione di coerenza. Quando fu trovato il cadavere di Aldo Moro andammo con qualche amico davanti alla sede della Dc, dove alcuni provocatori invocavano a gran voce la pena di morte. Gli intimammo di smetterla o di allontanarsi perché la storia di Moro, padre costituente e professore di Diritto penale, non era compatibile con le loro grida. Proprio sotto l’attacco del terrorismo era necessario spegnere le strumentalizzazioni antidemocratiche, sebbene ci fosse la sensazione di trovarsi sul ciglio del burrone». Pure Vittorio Bachelet era preoccupato per il clima di guerra che si respirava in Italia: «Guardava con inquietudine alla militarizzazione della vita quotidiana, perché temeva che fornisse ulteriori argomenti a chi protestava contro “lo Stato imperialista delle multinazionali”. Tanto più che tutte quelle scorte si rivelavano insufficienti a proteggere le persone, come dimostrò la strage di via Fani. A Moro era molto legato, fu lui a proporgli di andare al Csm. Durante il sequestro non volle prendere una posizione pubblica a favore o contro la trattativa con le Br; pensava che il compito di chi era nelle istituzioni fosse di lavorare in silenzio per liberare l’ostaggio. La lacerazione tra lo Stato e la famiglia fu un’ulteriore sofferenza per lui, amico e compagno di studi di Carlo, magistrato e fratello di Aldo». È probabile che anche Bachelet, in quel contesto, temesse per la propria vita: «Una sera vedemmo insieme un servizio del telegiornale sul processo torinese ai capi storici delle Br, con l’intervista a un giurato popolare. Il giornalista gli chiese se avesse paura, e papà ironizzò sull’intelligenza della domanda, peraltro davanti a una telecamera. Ma il giurato rispose: “La paura ce l’ho, ma me la tengo”, e mio padre commentò ammirato: “Ecco un uomo vero, senza retorica”. Dopo la sua uccisione pensai che forse s’era identificato in quell’uomo». L’omicidio del vice presidente del Csm arrivò al culmine di una carneficina di toghe e uomini in divisa: «Ricordo che alla camera ardente allestita al Csm c’era il registro con l’elenco dei visitatori, mi avvicinai e su una riga lessi le lettere Br. Difficile non immaginare una forma di rivendicazione giunta fin lì, camuffata tra centinaia di nomi; riflettei sul clima di omertà che circondava il terrorismo e la violenza politica, paventato anche da Moro, che permetteva a queste persone di muoversi e infiltrarsi senza timore di essere riconosciute. Come accadde pure all’università. Dopo il funerale io tornai subito negli Stati Uniti, dove vivevo da qualche mese e sarei rimasto un altro anno, senza avere tempo di assistere alle reazioni all’omicidio di papà, né a ciò che avevo detto in chiesa. La nostra famiglia non si costituì parte civile nel processo ai brigatisti responsabili del delitto, perché ritenemmo che la questione giudiziaria fosse di esclusiva competenza dello Stato, colpito nella sua persona. Fu una decisione consequenziale alla nostra preghiera». Da parecchi anni gli assassini di Vittorio Bachelet, scontate le pene, sono tornati liberi: «Hanno fatto il percorso rieducativo previsto dall’articolo 27 della Costituzione, e ritengo che mio padre come Aldo Moro, due persone che hanno dato la vita per la Repubblica e lo Stato di diritto, non possano che rallegrarsi di ciò. L’incontro con i terroristi non l’ho mai cercato; l’ha fatto mio zio Adolfo, fratello di papà, che era un gesuita. A me è capitato casualmente, anni dopo, di stringere la mano alla donna che sparò a mio padre, e non ricordo particolari sensazioni. Nella legislatura in cui sono stato deputato, assieme a Sabina Rossa e Olga D’Antona (figlia e moglie di altre due vittime delle Br, ndr) presentammo un disegno di legge per interrompere la prassi di pretendere dagli ex terroristi un contatto con i familiari delle persone colpite, a riprova del loro “sicuro ravvedimento”; proponemmo che ad accertare “il completamento del percorso rieducativo” fossero solo giudici e operatori penitenziari, senza mettere in mezzo i parenti delle vittime. Ma la proposta non venne nemmeno posta in discussione». Restano, quarant’anni dopo, i ricordi e gli insegnamenti di un genitore che sebbene molto impegnato nella vita pubblica non fece mai sentire la sua assenza in famiglia: «Papà è sempre stato molto presente, anche dall’America continuavamo a scriverci e telefonarci, sebbene non con la frequenza consentita oggi da Internet. E ogni volta che gli chiedevo “come stai?” rispondeva: “Bene, quando ti sento”. Della sua morte mi avvisarono due amici, chiamati da mia sorella e da un giornalista legato a papà: in America vivevo da solo, i miei non vollero dirmelo al telefono. Io stavo ancora dormendo perché lì era l’alba o poco più, mi svegliarono bussando forte alla porta. Il primo pensiero fu di trovare un aereo per tornare a casa. Poi venne tutto il resto».

Germana Stefanini.

Il sacrificio della secondina innocente uccisa come Aldo Moro: «Ma cosa vi ho fatto?» Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera il 28 Gennaio 2023.

Il 28 febbraio 1983 fu assassinata a Roma, unica donna vittima dei gruppi armati «rossi». Il cadavere fu riconsegnato nel bagagliaio di un’auto come cinque anni prima quello dello statista

Il cadavere fu riconsegnato nel bagagliaio di un’auto, come cinque anni prima quello di Aldo Moro. Ma stavolta la vittima era molto meno famosa, e persino inattesa: una signora di 57 anni che i giornali dell’epoca definirono «anziana», vigilatrice del carcere femminile di Rebibbia addetta al controllo dei pacchi per i detenuti, nubile, di origini umili e popolari. Un secondina, si diceva allora. Assassinata a Roma il 28 gennaio 1983.

Si chiamava Germana Stefanini, ed è l’unica donna uccisa perché bersaglio designato del terrorismo rosso in Italia; l’altra vittima, Iolanda Rozzi, morì nel 1980 dopo un attentato incendiario alla casa dove viveva con la sorella militante democristiana, obiettivo della banda che appiccò il fuoco. Ma nonostante questo triste primato, Germana Stefanini ha faticato e fatica ancora oggi ad uscire dall’anonimato. È rimasta una tra tante, mai o quasi mai ricordata anche a quarant’anni esatti da quell’efferato delitto, commesso nella fase ormai discendente della lotta armata in Italia, quando non c’era più nemmeno il flebile collegamento con le pulsioni rivoluzionarie degli anni precedenti. E le azioni dei sedicenti guerriglieri incutevano solo terrore.

La rivendicazione

A rivendicare l’omicidio fu un piccolo gruppo vicino alle Brigate rosse-Partito guerriglia, battezzatosi Nucleo per il Potere proletario armato, formato da poche e giovanissime leve; autori di «una spietata esecuzione — scrisse il giudice istruttore nell’ordinanza di rinvio a giudizio — che soltanto paranoici e schizofrenici potevano compiere nell’attento, silente, rabbioso sgomento dei sani di mente, e in particolare dei veri “proletari” che nelle SS non si sono mai identificati».

Parole che trasudano sdegno per un’azione difficilmente comprensibile per chi aveva vagheggiato (o ancora vagheggiava) prospettive insurrezionali, mentre le Br e i gruppi affini decimati da arresti e «pentimenti» tentavano di resistere al ritmo di un attentato all’anno, destinati all’estinzione nel giro di un lustro.

Prima di ucciderla, i terroristi che l’avevano sequestrata in casa sua sottoposero Germana Stefanini a un «processo proletario». La fotografarono davanti a uno striscione pieno di slogan, («Accerchiare, smantellare e distruggere il carcere», «Annientare il personale politico-militare che lo attiva», eccetera), infagottata nel cappotto, le mani giunte in grembo, il capo reclinato e l’aria rassegnata. La registrazione dell’interrogatorio emerse dal covo dei suoi assassini, insieme ai bossoli degli spari con cui fu eseguita la sentenza di morte. Che due mesi prima avrebbe dovuto colpire anche una dottoressa del carcere, rimasta miracolosamente in vita con un proiettile in testa.

«Errori di questo tipo non si ripeteranno più», avvisarono i «proletari armati» nel documento di rivendicazione. E con Germana Stefanini mantennero la minaccia. Il volantino fatto ritrovare dopo il delitto la bollò come «aguzzina» impegnata a «manomettere, sezionare e distruggere» i pacchi destinati ai reclusi di Rebibbia, mentre svolgeva semplicemente il proprio lavoro di vigilatrice.

La registrazione

La trascrizione dell’interrogatorio doveva essere un atto d’accusa nei suoi confronti, ma ha solo svelato la crudeltà dei suoi assassini.

«Hai la licenzia media?».

«No».

«Che c’hai?».

«La quinta elementare».

«Perché hai scelto questo mestiere?».

«Perché non sapevo come poter vivere… Mio padre è morto nel ’74 e nel ’75 sono entrata a Rebibbia».

«Che funzione hai?».

«Io faccio i pacchi… (…) È poco che sto ai pacchi?».

«Ah è poco? Sono sei anni».

«Prima lavoravo all’orto. Reparto orto di Rebibbia».

«Controllavi il lavoro delle detenute?».

«No, lavoravo pure io. Se parli con le politiche (detenute per fatti di lotta armata, ndr) nessuna mi dice male, a me tutte mi portano così. Io le ho sempre trattate bene. Loro c’hanno l’idea loro e io la rispetto».

«Spiegaci come sei entrata a Rebibbia».

«Ho una cugina suora e lei me l’ha detto, perché lì non dovevo fare grosse fatiche e non dovevo tenere le mani a bagno. Io risposi “proviamo”». (…)

«Ma è il primo lavoro che facevi, questo?».

«Sì, perché avevo papà invalido di guerra».

«Tuo marito che stava…».

«Non sono sposata. Se avessi avuto marito mi contentavo di quello che portava lui…».

A un tratto nella registrazione si sente il pianto di Germana e uno dei sequestratori che dice «Nun piagne, tanto non ce frega un cazzo!», ma la donna insiste: «Ve l’ho detta la mia vita, perché ve la dovete prendere con me?». La stessa voce risponde: «Te l’ho detto, nun piagne, nun me commuovi proprio».

La risposta del nipote

Tutto questo avvenne nell’appartamento della vittima, dove i terroristi l’avevano aspettata e bloccata al suo arrivo. Nello stesso palazzo, un piano più su, abitava un’altra guardia carceraria in servizio a Rebibbia, Mirella; i «proletari armati» provarono a rapire anche lei facendola chiamare da Germana dalla finestra, ma la donna rispose che non poteva perché aveva il bambino malato. Con lei c’erano pure Marisa e Massimo, la nipote di Germana e il suo futuro marito; lui si affacciò e chiese se voleva che scendesse Marisa, ma Germana rispose brusca: «No, non mi servite a niente».

Massimo si stupì per il tono sbrigativo, senza immaginare in che situazione si trovasse la quasi-zia acquisita. Né si accorse di quello che avvenne dopo: i sequestratori che portano via l’ostaggio per ucciderlo e restituirne il cadavere nel vano di una Fiat 131 rubata

Oggi, dopo quarant’anni, Massimo ha ancora in testa quei momenti e la fine assurda di «zia Germana»: «Non aveva paura, nemmeno dopo l’attentato alla dottoressa, che appunto era una dottoressa, non un’operaia. Per noi era un’azione impensabile, e invece quei terroristi l’hanno pensata e portata a termine. Da vigliacchi. Hanno preso una donna del popolo, come Anna Magnani in Roma città aperta»

Massimo ricorda il funerale al quale volle partecipare il presidente della Repubblica Sandro Pertini, «in forma privata» recita il registro del Cerimoniale conservato al Quirinale: «Ci ha abbracciato commosso. Da partigiano aveva combattuto una guerra vera, ma nemmeno in quel contesto si fucilavano le donne. Con zia Germana invece l’hanno fatto, ed è stato un boomerang, perché dopo quel delitto la dissociazione dalla lotta armata ha preso ancora più piede. Insieme a zia Germana quegli assassini hanno ammazzato l’idea stessa della rivoluzione che dicevano di inseguire. Noi li abbiamo ignorati, senza odio né rancore. Hanno rovinato la nostra famiglia ma anche le loro, per le quali proviamo compassione».

Il contrappasso

I tre condannati all’ergastolo per l’omicidio Stefanini — Carlo Garavaglia, Francesco Donati e Barbara Fabrizi — arrestati quattro mesi più tardi a seguito di una fallita rapina a un ufficio postale, sono ancora in carcere dopo quattro decenni. Fanno parte di quella sparuta pattuglia di «irriducibili» che non hanno mai chiesto benefici (permessi, lavoro esterno o altro) non volendo instaurare alcun rapporto con le istituzioni. Anche a «guerra finita». Prigionieri del proprio sanguinoso passato.

Uno di loro fu processato (e infine assolto ) per aver rivendicato dalla cella l’assassinio del professor Massimo D’Antona, nel 1999, ma oggi sembra aver preso le distanze anche da quegli epigoni brigatisti. Un altro è ancora in regime di alta sicurezza, mentre Barbara Fabrizi, da qualche mese, è stata «declassificata» in media sicurezza. E coltiva l’orto, come faceva a suo tempo la sua vittima. Nello stesso penitenziario che oggi si chiama «Casa circondariale Germana Stefanini».

Una sorta di contrappasso, che Massimo non manca di sottolineare: «Ogni volta che deve fare una domandina alla direzione del carcere, nell’intestazione quella detenuta deve leggere o scrivere il nome di zia Germana. Va bene così».

Renato Curcio.

L'avvocato Steccanella: "Ecco perché Azzolini non è il mister X della Spiotta". Intervista all'avvocato dell'ex terrorista, a capo della colonna milanese delle Br oggi indagato dalla procura di Torino per la sparatoria nel covo di Arzello, nell'Alessandrino, dove fu rapito l'industriale Gancia. Manuela Messina il 19 Maggio 2023 su Il Giornale.

Un mistero italiano che va avanti da quasi 50 anni: chi era il cosiddetto mister X sparito dalla scena della sparatoria alla Cascina Spiotta? Era il 5 giugno del 1975, quando in seguito a uno scontro tra militari e brigatisti, nel covo dove era sequestrato Vittorio Vallarino Gancia, erede della dinastia piemontese che inventò lo spumante italiano, morirono l'appuntato dei carabinieri Giovanni D'Alfonso e Margherita Cagol detta Mara, capocolonna brigatista e moglie di Renato Curcio. Il terrorista che insieme a Cagol stava sorvegliando Gancia, invece, riuscì a fuggire e finora non è mai stato identificato. A distanza di quasi mezzo secolo, la procura di Torino ha riaperto l'indagine a carico di Lauro Azzolini ai tempi a capo della colonna milanese delle Br, ritenendo che mister X sia proprio lui. L'ex terrorista, oggi dissociato, era già stato indagato e prosciolto nel 1976, ma la sentenza di proscioglimento non si trova, probabilmente andata persa nell'alluvione del 1994 di Alessandria. E se la sentenza non si trova, non si può revocare, ha sostenuto la difesa di Azzolini. La gip Anna Mascolo di Torino non è stata dello stesso avviso: ha dato il via libera ai pm torinesi sostenendo che vi siano "elementi di novità". In particolare, 11 impronte digitali presenti sulla relazione interna alla Br sulla sparatoria, ritrovata nel covo di via Maderno a Milano, e che secondo la procura fu scritta proprio dal fuggitivo. Davide Steccanella, è l'avvocato di Azzolini. Intervistato in esclusiva da ilGiornale.it, ha già presentato ricorso in Cassazione contro l'ordinanza con cui la giudice Anna Mascolo ha riaperto le indagini a carico del suo assistito.

Che cosa ne pensa delle nuove prove, cioè delle famose 11 impronte sul memoriale che sarebbe stato scritto dal fuggitivo, a cui fa riferimento la procura di Torino?

Non ne capisco la rilevanza, perché non sono affatto nuove, come ho sostenuto nel mio ricorso per Cassazione. Il documento è stato acquisito dall'autorità giudiziaria nel gennaio 1976, in occasione dell'arresto di Curcio. La prova è quella, quindi non una prova nuova, nessun documento, nessuna nuova testimonianza. È ancora un documento del 1976, quindi prima che Azzolini venisse assolto nel merito dal giudice di Alessandria. Ora, se ai tempi fu deciso di non approfondire più di tanto, di non fare questi rilievi, è un aspetto di carattere procedurale che non può costringere l'imputato ad affrontare un processo due volte. È come se io oggi facessi fare una perizia su un bilancio acquisito 40 anni prima e dicessi che siccome la perizia dà un certo esito, è una nuova prova. La prova resta il bilancio. È quindi una prova del tutto irrilevante se si volesse dimostrare che Azzolini è l'ignoto brigatista fuggito dalla sparatoria della Spiotta, come sembra intendere la procura".

Le impronte, secondo gli ultimi rilievi dei carabinieri del Ris, appartengono a Mario Lupo, uno degli alias adoperati proprio da Lauro Azzolini in quel periodo.

"Si tratta di un documento che, come ha già affermato lo stesso Curcio, ha girato per tutte le colonne delle Brigate rosse, interessate a comprendere le circostanze in cui è stata uccisa la cofondatrice dell'organizzazione armata, Margherita Cagol. Non è un documento privato dato dal brigatista fuggitivo al marito Curcio per vedovanza, è un documento che tutte le Brigate Rosse hanno letto e pure pubblicato su un giornale clandestino. Quindi su quel foglio che come dice lo stesso Curcio ha girato le varie brigate possano comparire impronte di ex brigatisti mi sembra più normale”.

La sentenza a carico di Azzolini è andata perduta nell'alluvione di Alessandria. Quindi, come afferma anche lei, la gip l'ha revocata senza leggerla...

"È una situazione surreale, che in tanti anni di carriera non mi era mai capitata. Si è revocata una sentenza di merito, pronunciata in nome del popolo italiano, senza neanche averla letta. Sono allibito. Io ho fatto ricorso in Cassazione, che dovrà dire se nel nostro Paese è possibile a distanza di quasi 50 anni cancellare la sentenza di proscioglimento di un cittadino senza neppure averla letta. Peraltro non sembrerebbe essere perduta solo la sentenza, ma l'intero fascicolo dell'istruttoria ai tempi fatta dal giudice istruttore quindi anche con le eventuali prove favorevoli all'imputato che era stato assolto. Non si capisce quindi se si vorrebbe fare oggi secondo processo che l'imputato dovrebbe affrontare solo con la nuova prova d'accusa, perché quelle a sé favorevoli si sono perse insieme alla sentenza. Mi sembra una situazione paradossale, io non posso che fare il mio mestiere, cioè chiedere alla Suprema Corte di valutare se questo è possibile, non solo dal punto di vista giuridico ma anche del buon senso".

Un altro elemento a vostro favore è che le testimonianze dell'epoca parlano del "mister X" come di una persona di media statura, mentre Azzolini è alto 1,90.

Se il giudice di Alessandria all'epoca ha deciso di assolvere nel merito, con formula piena, Azzolini, è perché ha tenuto conto di quelle che erano le testimonianze descrittive al momento del fatto. Quelle descrizioni, che sono state riportate anche in diversi libri, sono concordi nel descrivere una persona di altezza media, di 1,75-1,78. Un elemento che di certo contrasta con il dato oggettivo: Azzolini è una persona particolarmente alta. Il riconoscimento da parte di chi c'era e di chi l'ha visto direttamente, non può essere superato da quelle impronte su un foglio che è girato per mille brigatisti".

Ci sono altri elementi nebulosi in questa vicenda?

"Secondo il memoriale, che appunto secondo la procura fu scritto dal brigatista presente alla Spiotta, le modalità della morte della Cagol sembrano indicare una esecuzione. È un aspetto inquietante che non capisco come mai la procura non voglia approfondire. Dalla descrizione di quel memoriale l'ignoto scappa quando la Cagol è ancora viva: e avrebbe sentito gli spari successivamente, quando era nel bosco, quando lei sarebbe stata disarmata, arresa. Quindi la tesi che la Cagol sia morta nell'ambito di un conflitto a fuoco per un colpo sparato all'indirizzo di quello che lanciava la bomba è completamente smentito? La procura lo ha considerato quando vuole fare un nuovo processo? Tra l'altro non lo dico io, ma Curcio in una memoria che è agli atti”.

Azzolini come l'ha presa?

"È tranquillissimo, sapendo di non essere stato lui. Non è bello essere riprocessati quando si è scontata la propria pena, per un fatto che non si è commesso e per cui si è stati assolti. Ritengo in generale che i processi abbiano un senso se vengono fatti il più possibili vicino al fatto, non 50 anni dopo, perché così si delegittima la giustizia, che deve rimanere una cosa seria”.

Torino, rapimento di Vittorio Vallarino Gancia e morte di Mara Cagol: 50 anni dopo indagato il brigatista Lauro Azzolini. Simona Lorenzetti su Il Corriere della Sera il 20 Aprile 2023

Svolta nell'inchiesta, per gli inquirenti è lui l'uomo che fuggì dalla cascina Spiotta dopo il conflitto a fuoco in cui morirono Mara Cagol e il carabiniere Giovanni D'Alfonso

Era il capo della colonna milanese delle Brigate Rosse e per gli inquirenti Lauro Azzolini è anche l’uomo che fuggì dalla cascina Spiotta nel giugno del 1975, quando in un conflitto a fuoco persero la vita Mara Cagol (moglie di Renato Curcio) e il carabiniere Giovanni D’Alfonso. 

È questa la svolta dell’inchiesta della Procura di Torino che un anno e mezzo fa ha riaperto il fascicolo che racconta il rapimento dell’industriale Vittorio Vallarino Gancia. Il nome di Azzolini è stato iscritto sul registro degli indagati: il pm Ciro Santoriello gli contesta l'omicidio (il reato di sequestro di persona è ormai prescritto). Oltre a lui è sotto inchiesta anche Renato Curcio (all'epoca capo della colonna torinese delle Br), che risponde di concorso morale: gli inquirenti sono convinti che fosse al corrente del rapimento dell’industriale e che avesse sempre saputo chi fossero i brigatisti presenti alla Spiotta nel giorno del conflitto a fuoco che portò alla liberazione del re dello spumante. Azzolini è un personaggio di primo piano degli Anni di Piombo. Ebbe un ruolo nel processo decisionale che portò al rapimento del presidente della Dc Aldo Moro: arrestato nel '78, venne condannato all'ergastolo.

Il caso è stato riaperto nell'autunno 2021 in seguito a un esposto depositato da Bruno D'Alfonso, il figlio del carabiniere morto. All'epoca l'uomo, che ha seguito professionalmente le orme del padre, aveva dieci anni e viveva a Mosciano Sant’Angelo, nel Teramano. Il padre Giovanni era appuntato dell'Arma e lavorava al Nord. La moglie Rachele era rimasta al paese con la figlia maggiore Cinzia, 16 anni, Bruno e la sorellina Sonia di due anni e mezzo. Nel maggio del ‘75 Giovanni venne trasferito ad Acqui Terme, nell’Alessandrino. E il 5 giugno si trovò ad affrontare i brigatisti alla cascina Spiotta, ad Arzello. Fu il battesimo di sangue delle Brigate Rosse. 

Cascina Spiotta, il brigatista mancante nella strage dei segreti che anticipano il Caso Moro. Simona Zecchi su L'Espresso il 24 Aprile 2023  

Il giallo del terzo uomo sparito dalla scena della sparatoria del 1975 nel luogo in cui era tenuto l’industriale Gancia e in cui morì Mara Cagol, la moglie dell’ideologo delle Br Renato Curcio. Il controspionaggio aveva una fonte all’interno del vertice brigatista. Il rebus sul “Piccolo”, il sequestratore dall’accento meridionale segnalato dall’ostaggio

I segreti degli anni ’70 hanno quasi tutti un punto in comune: non sono frutto di un capitolo di storia già chiuso, ma ancora possono (e devono) essere trattati alla stregua dei cold case. Ecco perché tornare su un fatto di 48 anni fa su cui la Procura di Torino (insieme alla Dna) ha riaperto un fascicolo nel 2022.

Il fatto è la sparatoria alla Cascina Spiotta del 5 giugno 1975, una strage dopo uno scontro tra militari e brigatisti rossi nel covo del sequestro dell’industriale Vallarino Gancia avvenuto il giorno prima. Il 5 giugno del 1975 ad Arzello, nell'Alessandrino, rimangono uccisi l’appuntato Giovanni D’Alfonso e Margherita Cagol detta Mara, che aveva già preso parte al sequestro del giudice Mario Sossi e all'assalto al carcere di Casale Monferrato, da cui venne fatto evadere Renato Curcio, suo marito. Il tenente Umberto Rocca, preso in pieno da una bomba a mano, perse un braccio e un occhio, mentre il maresciallo Rosario Cattafi, investito dalle schegge, rimase ferito. D'Alfonso morì in ospedale dopo alcuni giorni di agonia. La medaglia d’oro promessa ai famigliari dall’Arma fu poi declassata ad argento. E fu la madre di un ex partigiano ucciso dai nazifascisti nel ‘44 a portarla simbolicamente sulla bara. 

Il giallo su quel che accadde veramente alla Cascina Spiotta riguarda l’identità dei brigatisti coinvolti. Uno soltanto finora è stato il condannato: l’allora 22enne Massimo Maraschi che in realtà alla Cascina Spiotta, vicino alle colline di Acqui Terme, terra degli scrittori Pavese e Fenoglio, non è mai arrivato perché arrestato il giorno stesso del sequestro. E che pure ha subito la condanna anche per il conflitto a fuoco. Ci sarebbe poi almeno una terza persona, impegnata nella sparatoria insieme alla Cagol nel tentativo di fuggire, e riuscita a far perdere le proprie tracce per quasi 50 anni. Ed è sul brigatista mancante che si arresta il cuore di un mistero o forse di un segreto ben custodito. Che non è l’unico. 

La procura di Torino ritiene di averlo individuato nel milanese Lauro Azzolini che per questo è la seconda persona, insieme con Renato Curcio, considerato ideatore del sequestro Gancia, finita nel nuovo fascicolo. Tuttavia, presto, potrebbero esserci altre sorprese.

Ma torniamo a quel giorno: a rimanere illeso tra i carabinieri fu l’appuntato in borghese Pietro Barberis che insieme al resto dei militari fisserà così la descrizione del fuggitivo: «Esile, vestito elegante, alto un metro e 75 aveva i capelli castani lisci e corti. Quello non era Curcio». Descrizione ripetuta in udienza anche da un altro militare, Rosario Cattafi. Ma va detto che Barberis è colui che affrontò lo sconosciuto nel conflitto a fuoco e a sua volta era alto 1.80. Difficilmente avrebbe potuto sbagliarsi sull’altezza dell’uomo che aveva di fronte.

Lo scorso 20 aprile la procura di Torino, rilevando 11 impronte digitali sul memoriale che Curcio richiese al Br fuggito dalla battaglia, ha indagato Azzolini che è però molto più alto (circa 1,90). D’altro canto, nell’ottobre del 2022, ad avere indicato Azzolini a Il Giornale era stato l’ex alto ufficiale del Sismi Luciano Seno che però in precedenza aveva fatto altri nomi. E va aggiunto che il presunto ruolo di Azzolini spuntava già fuori da un procedimento andato disperso per anni e apertosi contro di lui. Per Azzolini si arrivò ad emettere nel 1987 una sentenza «di non luogo a procedere per non aver commesso il fatto».

Allo stato attuale, se sia davvero lui il fuggitivo rimane un interrogativo aperto. 

A voler far luce su chi fosse veramente presente quella mattina, insieme all’avvocato Sergio Favretto c’è anche Nicola Brigida, legale che da molto tempo segue alcuni familiari delle vittime del caso Moro. Qui Brigida è il legale della figlia dell’appuntato D’Alfonso, Cinzia. Bruno D’Alfonso, l’altro figlio dell’appuntato ucciso, a L’Espresso pronuncia parole chiare adombrando il sospetto che le presenze nel teatro della sparatoria fossero più di quanto si è creduto finora: «In questa storia tutti mentono: carabinieri e Brigate rosse. È come se fosse stato raggiunto un patto. Ho avuto una difficoltà oggettiva all'interno dell'Arma per la mia ricerca della verità».

D’Alfonso ora è giornalista per la cronaca abruzzese de Il Messaggero, ma prima era un maresciallo dei carabinieri e per anni ha cercato di indagare in solitaria. L’Espresso ha tentato di parlare anche con uno dei militari coinvolti nel conflitto a fuoco ancora in vita, l’ufficiale Umberto Rocca, ma sembra non sia stato possibile per motivi di salute.

L’uomo fuggito dalla battaglia alla cascina, dove il 4 giugno era stato condotto dalle Br l’imprenditore Vallarino Gancia, sequestrato a Caselli in provincia di Asti, resta dunque il fantasma che aleggia su questa storia. E non è l’unico perché lo stesso sequestrato Vallarino Gancia, in un verbale di interrogatorio del 6 giugno 1975, mai pubblicato prima, parla di un carceriere con accento calabrese-lucano, soprannominato da lui “il piccolo”.

Diverso dal terzo uomo, il brigatista, alto anche per lui circa 1.75, fuggito dal teatro della sparatoria. Che l’area fosse terreno favorevole per i brigatisti, del resto, è testimoniato dal fatto che a soli cinque chilometri in linea d’aria dalla Spiotta (che a quanto pare i carabinieri tenevano d’occhio da tempo) c’è un altro casolare. Era servito come poligono di tiro, gestito dal superclan di Corrado Simioni confluito poi nella criptica “scuola di lingue” francese, Hyperion, indicata dall’ex pentito delle Br, Michele Galati - esponente di spicco dell’allora colonna veneta - come una sorta di centrale del terrorismo internazionale.

La ricostruzione della fuga del terrorista mancante ha impegnato a lungo la procura di Torino. Che ha anche acquisito un attento lavoro svolto da due giornalisti, Simona Folegnani e Berardo Lupacchini. Nel loro libro “Brigate rosse. L’invisibile: dalla Spiotta a Via Fani” (Falsopiano editore, pagg. 521) hanno pubblicato diversi documenti inediti e nuove ricostruzioni su quel giorno di sangue.

Renato Curcio è entrato nell’inchiesta da indagato nel marzo scorso per il ruolo apicale nella organizzazione e nel sequestro. Ruolo avuto anche da un altro capo delle Br, Mario Moretti, come emerge da un suo libro-intervista. Tuttavia, al momento Moretti non risulta indagato.

Nell’unica sentenza di condanna finora scritta sulla battaglia della Spiotta (1978), c’è un particolare significativo: il terzo uomo, il brigatista mancante, si sarebbe fatto scudo di Mara Cagol lanciando una granata prima di allontanarsi.

Il terzo uomo insomma si sarebbe coperto la fuga sacrificando una compagna più esposta al fuoco dei carabinieri. 

Di sicuro Mara Cagol, che le perizie indicano essere stata colpita da Barberis, oltre alla borsa repertata aveva anche una valigetta 24 ore misteriosamente sparita. La brigatista aveva gestito il sequestro Gancia ma era pure intervenuta in difesa dell’ostaggio quando il terzo uomo fantasma aveva avanzato la possibilità di ucciderlo. A raccontarlo in una intervista rilasciata a L’Espresso nel 1995 è stato lo stesso Gancia che aveva sentito la Cagol dire allo sconosciuto «non c’entra niente», in riferimento al sequestrato. Sapere quindi cosa è accaduto anche a "Mara" dovrebbe essere l'altro nodo da sciogliere.

Nella ricostruzione di quel che accadde, potrebbero essere di aiuto inoltre alcuni documenti dei Servizi, Sid e Sisde.

I giornalisti Folegnani e Lupacchini ne condividono uno, mai entrato nel caso della Spiotta, datato proprio 5 giugno 1975. Si tratta di un appunto sequestrato cinque anni dopo all’allora capo del controspionaggio Gianadelio Maletti. Tra le tante cose, l’ufficiale fa riferimento a una fonte dell’estremismo di destra (Casalini, ovvero la fonte Turco) a proposito della strage di Piazza Fontana (Milano, 12 dicembre 1969). Ma in quell’appunto, c’è un’aggiunta: una riga, stretta tra due note, come notizia da lui avuta in quel momento oppure ricordata all'improvviso, e sottolineata a lato da una riflessione politica. Lì Maletti appunta che il blitz alla Cascina Spiotta era stato anticipato dall’autorità giudiziaria. L’ex caporeparto del Sid, dunque, aveva sentito la necessità di evidenziare che il Nucleo dei carabinieri guidato da Carlo Alberto Dalla Chiesa, era intervenuto anticipando i Servizi i quali evidentemente erano pronti a intervenire. Un'operazione d'intelligence davvero sfumata oppure un corto circuito tra i due corpi? E chi aveva informato gli uomini di Dalla Chiesa?

Come risulta dalle ricerche di Folegnani e Lupacchini, il Sid disponeva di una fonte dell’universo brigatista, denominata “Frillo”, un militante proveniente dall’Autonomia Operaia veneta, fonte poi confluita nelle Br. “Frillo”, come scoperto da Folegnani e Lupacchini, sarebbe Leonio Bozzato, fonte del Sid di Padova. A confermarlo un appunto del Sisde del 1994 conservato presso l’Archivio di Stato di Roma e visionato in esclusiva da L’Espresso: «Positivi risultati furono ottenuti anche a seguito del reclutamento quali fonti di Marco Pisetta e Leonio Bozzato», scrive il Servizio. E Frillo-Bozzato, come emerge da un altro appunto degli 007 di Padova avrebbe reso possibile l’arresto di Renato Curcio e Nadia Mantovani il 18 gennaio 1976. Frillo era la fonte della Spiotta?  Fino a quando continuò a lavorare per il Servizio? Era attivo ancora nel 1978, quando l’offensiva brigatista raggiunse l’apice con l’assassinio del presidente della Democrazia cristiana? Ed era possibile attraverso di lui fermare la strage di via Fani? Un dato certo è che informasse i Servizi sin dal 1971.

Altri interrogativi sono quelli che pone poi Sergio Favretto, l’avvocato che rappresenta Bruno D’Alfonso, il figlio del carabiniere ucciso alla Cascina. Per fugare almeno qualche ombra si chiede a sua volta: «Perché i Servizi non segnalarono ai carabinieri di Dalla Chiesa l’acquisto della cascina Spiotta che Cagol aveva comprato sotto falso nome? Perché non vennero prese le impronte digitali sulle armi utilizzate e lasciate all’interno del covo e sul prato?». Domande che sottendono a un interrogativo di fondo: chi si doveva far scomparire dalla scena della sparatoria, chi andava protetto? Di sicuro aggiunge Favretto, «si potrebbero confrontare le impronte con le banche dati di oggi».

Brigate Rosse, l'ex terrorista Azzolini indagato per la sparatoria alla cascina Spiotta: "Uccise lui il carabiniere D'Alfonso". Federica Cravero su La Repubblica il 20 Aprile 2023

Per i pm di Torino l'ex capo della colonna milanese sarebbe l'uomo misterioso che, durante la liberazione dell'imprenditore sequestrato Vallarino Gancia, fuggì in seguito allo scontro a fuoco che costò la vita anche alla brigatista Mara Cagol

Potrebbe essere l'ex brigatista Lauro Azzolini, che era a capo della colonna milanese delle Br e che poi negli anni si è dissociato, l'uomo misterioso, la cui identità è stata coperta per quasi cinquant'anni, coinvolto nella sparatoria avvenuta a Cascina Spiotta, nell'Alessandrino, dove era tenuto ostaggio l'imprenditore del vino Vittorio Vallarino Gancia. 

I pm torinesi Emilio Gatti e Ciro Santoriello hanno infatti notificato un avviso di garanzia per l'omicidio dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso. Nel conflitto a fuoco del 5 giugno 1975 era rimasta a terra, colpita a morte, anche Mara Cagol, moglie di Renato Curcio.

Se la ricostruzione fosse confermata, l'inchiesta della procura di Torino e della Direzione nazionale antimafia potrebbe riscrivere un nuovo capitolo di storia. Una versione diversa rispetto a quella che era stata scritta anche dalla giustizia dal momento che Azzolini, che ora è difeso dall'avvocato Davide Stancanella, è già stato prosciolto dall'accusa di essere coinvolto nel rapimento e nella sparatoria. Tanto che sarà necessaria l'autorizzazione di un giudice per proseguire con le contestazioni.

«Sentenza scomparsa per un’alluvione»: dopo 48 anni è scontro sull’ex brigatista indagato. Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera l'8 Maggio 2023 

Il sequestro Gancia e l’omicidio del carabiniere nel ’75. Il vecchio proscioglimento di Azzolini non si trova più

Il cold case del terrorismo italiano riaperto dopo quasi mezzo secolo rischia di rimanere senza soluzione per via di una sentenza scomparsa. Probabilmente persa a causa di un’alluvione. 

Ostacolo insuperabile per la difesa e invece ininfluente per l’accusa, che chiede di autorizzare nuove indagini su ciò che avvenne il 5 giugno 1975 alla cascina Spiotta, sulle colline in provincia di Alessandria, dove le Brigate rosse tenevano in ostaggio l’industriale Vallarino Gancia; lì furono sorprese da una pattuglia dei carabinieri, ne nacque un conflitto a fuoco in cui morirono l’appuntato Giovanni D’Alfonso e l’aspirante guerrigliera Margherita Cagol, che con il marito Renato Curcio e pochi altri aveva fondato l’organizzazione armata già responsabile di omicidi e rapimenti, e di lì a tre anni avrebbe sequestrato e ucciso — il 9 maggio 1978 — il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro.

Nella sparatoria della Spiotta furono gravemente feriti il tenente Umberto Rocca e il maresciallo Rosario Cattafi, mentre l’appuntato Pietro Barberis restò illeso. Un altro brigatista riuscì a fuggire, e la sua identità è rimasta sempre sconosciuta. Ci furono un paio di sospettati prosciolti, poi nessuno se ne occupò più sul piano giudiziario. Nei libri di storia sono comparse solo ipotesi che non hanno mai trovato conferma finché adesso, a 48 anni dai fatti, la Procura di Torino ritiene di aver individuato il terrorista misterioso in Lauro Azzolini, già componente del comitato esecutivo delle Br, arrestato a ottobre del ’78, condannato per il caso Moro e altri delitti, dissociato e tornato libero a pena scontata, che a ottobre compirà ottant’anni.

Sulla base di 11 sue impronte digitali individuate dai carabinieri del Ris sul «memoriale» (completo di disegni per illustrare i luoghi e la dinamica) relativo ai fatti della Spiotta che il brigatista superstite redasse all’epoca e consegnato a Curcio, Azzolini è stato iscritto sul registro degli indagati con l’accusa di omicidio, ma c’è un problema: è uno dei brigatisti già inquisiti e prosciolti con una sentenza emessa dal giudice istruttore il 3 novembre 1987. Ora i pubblici ministeri Diana de Martino (della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo), Emilio Gatti e Ciro Santoriello (della Procura di Torino) hanno chiesto di revocarla sulla base degli elementi raccolti con le nuove tecniche investigative, solo che non si trova.

Tutte le ricerche effettuate nel tribunale di Alessandria hanno dato «esito negativo». Come ha scritto lo scorso anno il funzionario addetto alla cancelleria, non si è riusciti a «individuare quanto richiesto attesa la risalenza temporale dei fatti nonché le condizioni dell’archivio del tribunale, a suo tempo danneggiato da eventi alluvionali».

I carabinieri del Ros, spediti a cercare la sentenza scomparsa, sono risaliti a un’unica traccia nel «registro fascicoli processuali», dove sono annotati gli spostamenti del procedimento numero 433/77. Lì è scritto che, su richiesta conforme del pm, Azzolini fu prosciolto «per non aver commesso il fatto» a fine ’87, assieme a un altro ex brigatista nel frattempo deceduto. Ma la sentenza non c’è, né tra le carte messe in salvo dall’alluvione del 1994, né tra quelle trovate ammuffite in un altro deposito.

«È agevole concludere che sia andata distrutta», conclude la Procura che considera irrilevante questo dettaglio. Ma il difensore di Azzolini è di tutt’altro avviso: non si può revocare un atto che non c’è.

«Non potendosi conoscere quali sarebbero state le fonti di prova acquisite in un procedimento conclusosi con provvedimento oggi irrevocabile — sostiene l’avvocato Davide Steccanella nella sua memoria difensiva — risulta impossibile ogni valutazione comparativa con quelle nuove indicate dal richiedente». Il legale ritiene inoltre non decisive le impronte di Azzolini sul «memoriale»: dimostrano che l’ha toccato, non che ne sia l’autore. Secondo la Procura, invece, se si è riusciti a rilevarle a quasi mezzo secolo di distanza è perché quelle tracce erano intrise di sudore, sintomo di uno stato emotivo di agitazione attribuibile soltanto a chi l’ha scritto.

Su questo — ma prima ancora sul peso della sentenza scomparsa — deve decidere oggi a Torino la giudice delle indagini preliminari Anna Mascolo, mentre a Roma, nel palazzo del Quirinale, si celebra il solenne Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo.

Estratto dell'articolo di Francesco Grignetti per la Stampa il 9 maggio 2023.

I brigatisti ci hanno raccontato per 45 anni il falso. La loro versione non regge alla rilettura delle testimonianze e alle prove scientifiche. Il memoriale di Valerio Morucci insomma è quantomeno incompleto, ma a quella sua «verità» si sono appoggiati tutti gli altri a cominciare dal capo Mario Moretti. Sono almeno tre i passaggi eclatanti su cui sappiamo solo di non sapere: la dinamica dell’eccidio di via Fani, la fuga dei brigatisti con Moro prigioniero, e infine l’esecuzione dello statista.

«Dopo quarant’anni non si conosce ancora l’identità di tutti coloro che hanno sparato in via Fani», è l’amara conclusione del giudice Guido Salvini, che ha operato come consulente della Commissione Moro II nella legislatura 2013-18 e poi nella sottocommissione dedicata al caso Moro dell’Antimafia nella legislatura 2018-22, presieduta da Stefania Ascari, M5S. 

Il lavoro di Salvini è alla base di una Relazione approvata dal Parlamento, ma ignorata. A leggerla c’è da fare un salto sulla sedia. Di certo non hanno sparato soltanto i quattro avieri di cui è pacifica la presenza. I brigatisti, per dire, hanno affibbiato a Franco Bonisoli quasi tutto il lavoro sporco nell’eccidio, ma è evidente che i conti non tornano.  

(...) A lui solo sarebbero riferibili i 49 colpi repertati nella parte alta di via Fani, più 4 colpi sparati con la Beretta. In tutto ben 53 colpi, più della metà di quelli accertati complessivamente in via Fani. 

Un mitra sicuramente sparò più di tutti, ma non era quello di Bonisoli. 

(...)

«Viene da chiedersi - ragiona il consulente - perché i due capi brigatisti “falsifichino”, in sintonia tra loro, il comportamento di Bonisoli, e perché vogliano far credere che Bonisoli abbia ucciso Iozzino con la sua pistola calibro 7.65».

Per non dire dei due brigatisti sconosciuti a bordo della famosa moto Honda (anche se uno di essi potrebbe essere stato l’assassino di Zizzi). Sul mistero della moto Honda sono decenni che ci si accapiglia. Ci sono almeno cinque testimoni che hanno parlato della moto e di due persone a bordo. 

Uno di essi, Luca Moschini, era giovanissimo, passò per via Fani e si fermò alle strisce per far passare due brigatisti travestiti. L’hanno risentito di nuovo nel 2022 e ha precisato: «Dato che i primi due avieri (i due che attraversavano sulle strisce) stavano andando verso gli altri sul marciapiede, ho avuto come l’impressione di un gruppo che si stava riunendo, come se dovessero andare all’aeroporto o qualcosa di simile. Inoltre sempre mentre transitavo, ho notato nella parte davanti al bar Olivetti che dà su via Stresa una motocicletta ferma sul suo cavalletto con al posto di guida un altro giovane vestito da aviere come gli altri».

La testimone Eufemia Evadini raccontò subito che lei aveva visto sette o forse otto soggetti sparare sul lato sinistro. Antonio Buttazzo, un ex poliziotto della Squadra Mobile che passava di lì e si gettò coraggiosamente all’inseguimento dell’auto con Moro dentro, ha raccontato che lui vide salire sulla Fiat 132 quattro brigatisti con Moro al centro e li descrisse uno per uno. I brigatisti dicono invece di essere stati in tre in quell’auto.

I brigatisti, insomma, hanno cercato di nascondere la verità. Si prenda Lauro Azzolini, il milanese. Di lui si è parlato recentemente perché la procura di Torino lo ha appena indagato per l’uccisione dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, alla cascina Spiotta, durante la liberazione dell’imprenditore Vittorio Vallarino Gancia. Ebbene, tutti ne negavano la presenza a via Fani finché arrivò il pentito Patrizio Peci. Un altro pentito, Alfredo Bonavita, raccontò che Azzolini, prima dell’azione era così agitato che si fermò «a bere un cognacchino». E Mario Moretti nel suo libro-intervista lo elencò tra gli «avieri». 

(...)

Ce n’è abbastanza per rendersi conto che la verità ancora latita. Non torna nemmeno l’epilogo di questa tragedia. I brigatisti sostengono di avere assassinato Aldo Moro nel garage di via Montalcini, dopo averlo fatto entrare nel portabagagli della R4 rossa. Le ultime relazioni, quella balistica e quella medico-legale, basate sull’esame dei reperti dei colpi che hanno raggiunto Moro, sull’esame autoptico e dei vestiti e sulle tracce che provengono dalla Renault, conducono a risultati diversi e agghiaccianti: l’onorevole sarebbe stato colpito prima da un maggior numero di colpi, mentre si trovava in piedi o a cavalcioni del pianale posteriore della vettura e soltanto in seguito da altri colpi, quand’era nel bagagliaio, in tempi e forse in luoghi diversi. E non in quel garage così angusto. Probabilmente accadde in un locale nel centro storico da dove poi i brigatisti raggiunsero facilmente via Caetani per far ritrovare il corpo del prigioniero.

Estratto dell'articolo di Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera” il 9 maggio 2023. 

Il cold case del terrorismo italiano riaperto dopo quasi mezzo secolo rischia di rimanere senza soluzione per via di una sentenza scomparsa. Probabilmente persa a causa di un’alluvione. 

Ostacolo insuperabile per la difesa e invece ininfluente per l’accusa, che chiede di autorizzare nuove indagini su ciò che avvenne il 5 giugno 1975 alla cascina Spiotta, sulle colline in provincia di Alessandria, dove le Brigate rosse tenevano in ostaggio l’industriale Vallarino Gancia; lì furono sorprese da una pattuglia dei carabinieri, ne nacque un conflitto a fuoco in cui morirono l’appuntato Giovanni D’Alfonso e l’aspirante guerrigliera Margherita Cagol, che con il marito Renato Curcio e pochi altri aveva fondato l’organizzazione armata già responsabile di omicidi e rapimenti, e di lì a tre anni avrebbe sequestrato e ucciso — il 9 maggio 1978 — il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro.

Nella sparatoria della Spiotta furono gravemente feriti il tenente Umberto Rocca e il maresciallo Rosario Cattafi, mentre l’appuntato Pietro Barberis restò illeso. Un altro brigatista riuscì a fuggire, e la sua identità è rimasta sempre sconosciuta. Ci furono un paio di sospettati prosciolti, poi nessuno se ne occupò più sul piano giudiziario. Nei libri di storia sono comparse solo ipotesi che non hanno mai trovato conferma finché adesso, a 48 anni dai fatti, la Procura di Torino ritiene di aver individuato il terrorista misterioso in Lauro Azzolini, già componente del comitato esecutivo delle Br, arrestato a ottobre del ’78, condannato per il caso Moro e altri delitti, dissociato e tornato libero a pena scontata, che a ottobre compirà ottant’anni. 

Sulla base di 11 sue impronte digitali individuate dai carabinieri del Ris sul «memoriale» (completo di disegni per illustrare i luoghi e la dinamica) relativo ai fatti della Spiotta che il brigatista superstite redasse all’epoca e consegnato a Curcio, Azzolini è stato iscritto sul registro degli indagati con l’accusa di omicidio, ma c’è un problema: è uno dei brigatisti già inquisiti e prosciolti con una sentenza emessa dal giudice istruttore il 3 novembre 1987. Ora i pubblici ministeri Diana de Martino (della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo), Emilio Gatti e Ciro Santoriello (della Procura di Torino) hanno chiesto di revocarla sulla base degli elementi raccolti con le nuove tecniche investigative, solo che non si trova. 

Tutte le ricerche effettuate nel tribunale di Alessandria hanno dato «esito negativo».

Come ha scritto lo scorso anno il funzionario addetto alla cancelleria, non si è riusciti a «individuare quanto richiesto attesa la risalenza temporale dei fatti nonché le condizioni dell’archivio del tribunale, a suo tempo danneggiato da eventi alluvionali». 

I carabinieri del Ros, spediti a cercare la sentenza scomparsa, sono risaliti a un’unica traccia nel «registro fascicoli processuali», dove sono annotati gli spostamenti del procedimento numero 433/77. Lì è scritto che, su richiesta conforme del pm, Azzolini fu prosciolto «per non aver commesso il fatto» a fine ’87, assieme a un altro ex brigatista nel frattempo deceduto. Ma la sentenza non c’è, né tra le carte messe in salvo dall’alluvione del 1994, né tra quelle trovate ammuffite in un altro deposito

(...)

Renato Curcio interrogato sull'omicidio D'Alfonso. Contestata la frase: «Rompete l'accerchiamento sparando». Il Corriere della Sera il 25 Febbraio 2023.

L'indagine riguarda la sparatoria alla cascina Spiotta e la morte del carabiniere. Spunta un opuscolo scritto nel '75. L'ex fondatore delle Br: dovete anche chiarire le circostanze della morte di mia moglie, Mara Cagol

Renato Curcio ha risposto a tutte le domande negando il suo coinvolgimento nell'omicidio del carabiniere Giovanni D'Alfonso, e ha anche chiesto agli inquirenti di chiarire le circostanze della morte della moglie. Questo, secondo quanto si è appreso, è stato l'atteggiamento del fondatore delle Br Renato Curcio nel corso dell'interrogatorio che ha sostenuto, nella veste di indagato, davanti a un pm della procura di Torino e ad alcuni ufficiali di carabinieri del Ros. 

L'indagine riguarda la sparatoria alla cascina Spiotta, nell'Alessandrino, in cui il 5 giugno 1975 morirono la moglie di Curcio, Mara Cagol, e l'appuntato dei carabinieri Giovanni D'Alfonso.

Il caso è stato riaperto per accertare l'identità di un secondo brigatista presente sul luogo, che riuscì a fuggire. Curcio però ha anche fatto riferimento all'esito dei risultati dell'autopsia sulla donna, da cui risulta che sia stata trafitta da un proiettile sotto l'ascella: elemento che dimostrerebbe secondo Curcio come in quel momento si fosse già arresa e avesse le mani alzate. Gli inquirenti, sempre secondo quanto si apprende, avrebbero replicato che non trascureranno nessun aspetto della vicenda.

L'opuscolo

Ci sono delle espressioni contenute in un opuscolo propagandistico sequestrato nell'ottobre del 1975 nella contestazione mossa dalla procura di Torino a Renato Curcio, uno dei fondatori delle Br, nell'inchiesta sulla sparatoria alla Cascina Spiotta. Curcio è indagato per concorso nell'omicidio dell'appuntato dei carabinieri Giovanni D'Alfonso, ma nel corso del suo interrogatorio ha negato qualsiasi coinvolgimento nell'episodio. L'opuscolo, secondo quanto si apprende, è intitolato «Lotta armata per il comunismo». 

In particolare gli investigatori si sono interessati a un paio di indicazioni ai militanti: «Se il nemico vi avvista, sganciatevi» e se questo non è possibile «rompete l'accerchiamento sparando». 

L'avvocato: «Indagine anomala»

«Una anomalia assoluta» secondo l'avvocato Vainer Burani, il legale di Curcio, che così commenta l'iscrizione del suo assistito nel registro degli indagati da parte della procura di Torino. Curcio, secondo quanto si apprende, era stato convocato come testimone assistito ma a pochi giorni dall'interrogatorio è diventato indagato per concorso nell'omicidio del militare. 

Altri ex brigatisti sono stati interrogati come persone informate sui fatti o testimoni assistiti. «Naturalmente - commenta Burani - non è sbagliato cercare di chiarire cosa successe allora. Ma a distanza di 48 anni un'indagine è problematica di per sé, e questo mi sembra il modo peggiore di ricostruire una vicenda così lontana nel tempo. Attribuire a Curcio un ruolo diretto o indiretto su queste basi è una forzatura priva di logica giuridica».

Il sequestro Gancia

A Curcio la procura attribuisce un 'ruolo apicale' nelle Brigate Rosse e, quindi, di avere deciso e organizzato il sequestro dell'imprenditore piemontese Vittorio Vallarino Gancia, rinchiuso alla Cascina Spiotta dove il 5 giugno 1975 avvenne lo scontro a fuoco. Curcio però ha ricordato che nei mesi precedenti, a seguito della sua evasione dal carcere di Casale Monferrato del 18 febbraio 1975, viveva nascosto e aveva pochissimi contatti con l'esterno.

Estratto dell’articolo di Berardo Lupacchini e Cristiana Mangani per “Il Messaggero” il 25 febbraio 2023.

È tornato davanti ai magistrati Renato Curcio, l’ideologo delle Brigate Rosse, da anni fuori dal carcere e nella nuova vita da editore della cooperativa editoriale e sociale "Sensibili alle foglie". È stato interrogato da due procure, Roma e Torino, perché indagato per il concorso in omicidio del carabiniere Giovanni D'Alfonso, 45 anni, padre di tre bambini, ucciso durante il blitz che ha portato alla liberazione di Vittorio Vallarino Gancia, il 5 giugno 1975 vicino ad Acqui Terme.

È stato Curcio a pianificare il rapimento del re delle bollicine, chiedendo un miliardo di lire come riscatto per la liberazione. E lo ha fatto con la moglie Mara Cagol, che è stata uccisa durante il conflitto a fuoco con i carabinieri, e con Mario Moretti. Ma sul sequestro sono tante le ombre rimaste: a cominciare da un terrorista, il cui nome è rimasto misterioso.

 L'ex brigatista è stato ascoltato dai magistrati che conducono nuove indagini dopo l'esposto presentato dal figlio della vittima, Bruno D'Alfonso, e dai suoi avvocati, Sergio Favretto e Nicola Brigida. La decisione è arrivata dopo la pubblicazione di alcuni libri sulla vicenda, compreso quello autobiografico scritto da Curcio che si chiama "A viso aperto", e arrivato dopo aver scontato la pena di 21 anni di carcere.

Racconta lui stesso di aver deciso e organizzato il rapimento proprio con Moretti e Cagol, ma si chiama fuori dall'azione operativa. […] Ma in un saggio, viene collocato sulla scena Moretti insieme con Cagol. E secondo alcuni elementi raccolti sarebbe riuscito a fuggire. A conferma di questa tesi c'è una relazione scritta sul conflitto a fuoco, trovata a casa di Curcio a Milano quando è stato arrestato il 18 gennaio 1976, insieme con Nadia Mantovani.

 […] L'ex capo brigatista, oggi 81enne, durante l'interrogatorio a Roma ha consegnato una memoria scritta per dirsi estraneo alla sequestro. È stato accompagnato dal suo avvocato, Vainer Burani, che segue nella stessa inchiesta altri brigatisti, sentiti anche loro ma come persone informate sui fatti: Franco Bonisoli, Attilio Casaletti e Loris Paroli.

[…] Le indagini riaperte dalla procura anti terrorismo di Torino, coordinata da Emidio Gatti, mirano comunque a far luce sull'identità del brigatista fuggito dalla cascina Spiotta dove Gancia è rimasto segregato per meno di 24 ore. L'indiziato numero 1 è Mario Moretti.

 È stato Enrico Fenzi, arrestato con lui nel 1981 dopo nove anni di latitanza, a parlare per la prima volta davanti alla Commissione parlamentare su Aldo Moro come del br scappato in maniera rocambolesca. «Il risentimento del nucleo storico già incarcerato e cioè Curcio, Franceschini e Semeria, nasceva nei confronti di Moretti soprattutto, e non solo da quella sua fuga», ha dichiarato Fenzi, che si è pentito nel 1982.

[…] Oggi Curcio, pur non essendosi mai dissociato, ha dichiarato la fine della lotta delle br e ha criticato alcune delle sue scelte. Nel 1998 è stato scarcerato con quattro anni di anticipo, dopo quattro anni di semilibertà. Da allora è tornato all'attività di saggista nella cooperativa editoriale e sociale "Sensibili alle foglie", da lui fondata. Si occupa di tematiche legate alla disabilità, alle carceri e ai manicomi, oltre che di studi sulle nuove forme di controllo sociale nella società di massa.

Renato Curcio indagato, Br senza vergogna: “Chi ha ammazzato mia moglie?” Libero Quotidiano il 25 febbraio 2023

Renato Curcio, uno dei fondatori delle Brigate Rosse, è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Torino per i fatti avvenuti il 5 giugno 1975 alla cascina Spiotta di Arzello, in provincia di Alessandria. In quella circostanza si verificò una sparatoria durante la liberazione dell'imprenditore Vittorio Vallarino Gancia, che era stato sequestrato dai brigatisti: persero la vita la moglie di Curcio, Mara Cagol, e l'appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso. 

Ho fatto presente ai magistrati che mi hanno interrogato - si legge nella nota diffusa dal legale di Curcio - consegnando loro anche una memoria scritta, la mia totale estraneità sia alla decisione di effettuare il sequestro di Vallarino Gancia, sia a tutto ciò che lo ha riguardato". Il caso è stato riaperto nel 2022, dopo un esposto presentato dal figlio del carabiniere Bruno D'Alfonso, con i magistrati che cercano di risalire di un brigatista mai identificato, che quel giorno era presente e riuscì a dileguarsi tra i boschi. Per Curcio la procura ipotizza il concorso nell'omicidio D'Alfonso. 

"Poiché sono comparse sulla stampa curiose ricostruzioni accusatorie - aggiunge Curcio - faccio anche presente che, come ho detto ai magistrati, 47 anni dopo quei fatti non ho ancora saputo chi in quel giorno ha ucciso Margherita Cagol Curcio mentre era disarmata e con le braccia alzate come ha inoppugnabilmente dimostrato l’autopsia. L'esperienza delle Brigate Rosse si è conclusa con una dichiarazione pubblica, anche mia, nel 1987 e poiché negli anni di quell'esperienza ho collezionato in silenzio un record di concorsi morali anomali scontati interamente come le altre pene inflitte faccio presente che mi difenderò da questa ulteriore e incomprensibile aggressione".

Estratto dell’articolo di Gianni Oliva per “La Stampa” il 27 febbraio 2023.

Il 4 giugno 1975 un nucleo della colonna torinese br sequestra l'imprenditore Vittorio Vallarino Gancia: il giorno successivo una pattuglia di carabinieri giunge nel cortile della cascina Spiotta D'Arzello, vicino ad Acqui Terme, senza sapere che è il luogo dove l'imprenditore è tenuto prigioniero.

 I due terroristi che fanno da guardiani, Margherita Cagol, e un uomo rimasto sconosciuto, sentendosi scoperti tentano una sortita sparando e lanciando una bomba a mano: i carabinieri rispondono al fuoco in uno scambio concitato durante il quale muoiono l'appuntato Giovanni D’Alfonso e la brigatista Cagol, mentre il capo pattuglia tenente Umberto Rocca perde un occhio e un braccio. Il secondo terrorista riesce invece a dileguarsi.

Qui finisce la versione ufficiale e iniziano i dubbi. Chi era il secondo terrorista? Lo stesso Renato Curcio, che della Cagol era marito e che con lei aveva fondato le br? Oppure qualche esponente di quelle «seconde file» del terrorismo che di lì a poco, dopo l'arresto dei capi storici, avrebbero assunto la direzione del movimento «alzando il livello dello scontro» e passando dai sequestri alle uccisioni? E la Cagol è morta nello scontro oppure è stata freddata quando era a terra ferita o addirittura arresa con le mani alzate?

 […] La riapertura delle indagini e la lunga memoria dello stesso Curcio sono però la spia di un passato archiviato con troppa fretta e che, drammaticamente, sta tornando di attualità tutto insieme.

Le turbolenze violente degli anarchici resuscitati all'attivismo dal caso Cospito; l'aggressione squadristica agli studenti di Firenze; ora la vicenda della cascina Spiotta. Gli Anni Settanta del piombo rosso e del tritolo nero sembrano riemergere da un silenzio che era assai più rimozione che superamento.

 […] Ma non sottovalutiamo, perché le derive della storia procedono sempre da segnali non percepiti. Gli squadristi vanno chiamati con il loro nome e condannati, allo stesso modo degli anarchici e delle loro violenze. E Renato Curcio può legittimamente chiedere ragione di quanto accaduto alla cascina Spiotta: ma se vuole essere credibile non finga di ignorare chi era l'altro terrorista e ne faccia il nome.

L'inchiesta che dura da 50 anni. Renato Curcio chiede la verità per la morte di Mara Cagol, giustiziata a sangue freddo alla cascina Spiotta. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 28 Febbraio 2023

Sarà stato per quel gruppo musicale che si chiamava “P 38-La Gang” che pareva inneggiare alle Brigate rosse, che aveva dedicato un brano alla Renault rossa in cui fu trovato il corpo di Aldo Moro, e che diffondeva magliette con il nome del capo Br Renato Curcio. O sarà anche stato il fatto che certi lutti non passano mai, quando hai subito la tragedia da bambino e poi devi spiegarla ai tuoi figli, nella speranza che possano capire, loro millennial, che cosa sono stati gli anni settanta del novecento.

Fatto sta che Bruno D’Alfonso, ex carabiniere andato in pensione giovanissimo come molti suoi colleghi, e figlio di quell’appuntato Giovanni che il riposo dal lavoro non fece in tempo a sognarlo perché lo ammazzarono a 45 anni, l’anno scorso di esposti alla magistratura ne ha presentati due. Uno nei confronti del gruppo musicale, che nel frattempo comunque si è sciolto. Il secondo è ben più impegnativo e costringe alla memoria del tempo in cui Bruno D’Alfonso era un bambino e in Italia c’era il terrorismo che lo ha privato del padre.

Così, per via di quel secondo esposto, a dolore si somma dolore. Anche perché non c’è un pubblico ministero che abbia la forza di dire che non esiste giustizia a cinquant’anni dai fatti, e poi agire di conseguenza, cioè lasciar perdere anche l’esposto di un figlio che vuol sapere anche l’ultimo nome di coloro che erano presenti all’omicidio di suo padre. Se non lo ha saputo nel corso di cinquant’anni, non sarà certo quel nome a dare soddisfazione al suo bisogno di giustizia. Né crediamo possa dare piacere il fatto che Renato Curcio, ex capo delle Br, un signore anziano di 81 anni sconosciuto ai più, tranne forse tra i giovani, a quei quattro che avevano costituito il gruppo che inneggiava alla P 38, sia oggi indagato addirittura per concorso in omicidio.

La preistoria di 48 anni fa segnala le prime attività delle Brigate Rosse, quelle di cui Renato Curcio fu fondatore e capo e il giorno tragico che porta la data del 5 giugno 1975. Il giorno precedente il nucleo torinese delle Br aveva realizzato il sequestro-lampo dell’amministratore delegato di una importante azienda di spumanti, Vittorio Vallarino Gancia. L’intenzione era di chiedere un miliardo di lire per il riscatto e di finanziare l’attività del gruppo terroristico. Che evidentemente, per lo meno all’inizio, non aveva ancora sviluppato le capacità di azione e mimesi che mostrerà solo tre anni dopo con il sequestro del presidente della Dc Aldo Moro e l’uccisione della scorta in via Fani a Roma. Fatto sta che il luogo della prigionia di Vallarino Gancia fu individuato ventiquattro ore dopo il rapimento, alla cascina Spiotta nell’alessandrino.

L’irruzione fu fulminea, il sequestrato fu liberato e nello scontro tra terroristi e forze dell’ordine furono uccisi l’appuntato D’Alfonso e Margherita Cagol, moglie del capo Br Renato Curcio. Un altro carabiniere rimase ferito e un terrorista riuscì a scappare e non sarà mai individuato. Qualcuno dice che potesse essere Mario Moretti, colui che dopo l’arresto di Curcio, avvenuto un anno dopo, divenne il numero uno delle Br e organizzò il rapimento e l’uccisione di Moro. Ma non si sa. Ora i magistrati vogliono sapere da Curcio quel nome, e per cavarglielo di bocca lo imputano di “concorso” nell’omicidio dell’appuntato.

Si mobilita persino la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. A questo punto si risveglia però anche lo spirito battagliero dell’ottantunenne Renato Curcio, a chiedere pure lui giustizia. Per sua moglie Margherita, che era una terrorista, ma che fu probabilmente, così si intuì allora sulla base dei risultati dell’autopsia, uccisa a freddo mentre si era arresa e stava con le braccia alzate. E quindi? Signor Bruno D’Esposito è così sicuro di voler riaprire il caso cinquant’anni dopo?

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Interrogato il fondatore delle Br. Renato Curcio indagato 48 anni dopo la sparatoria di cascina Spiotta, l’inchiesta basata su un opuscolo…Carmine Di Niro su Il riformista il 25 Febbraio 2023

A quasi mezzo secolo dai tragici fatti di cascina Spiotta, nell’Alessandrino, dove nel 1975 morirono in uno scontro a fuoco Mara Cagol, e un appuntato dei carabinieri, Giovanni D’Alfonso, il nome di Renato Curcio, uno dei fondatori delle Brigate Rosse e marito della stessa Cagol, è stato inserito nel registro degli indagati dalla procura di Torino.

La notizia, anticipata oggi dalla Gazzetta di Reggio e dal Messaggero, è stata confermata all’Ansa da ambienti investigativi. Curcio è stato interrogato a Roma alla presenza del suo avvocato difensore Vainer Burani. Le indagini, svolte dai carabinieri del Ros, sono state aperte dopo un esposto di Bruno D’Alfonso, figlio del militare ucciso.

Curcio, secondo quanto appreso dall’agenzia stampa, ha risposto a tutte le domande dei magistrati e ha negato il suo coinvolgimento nell’omicidio del carabiniere Giovanni D’Alfonso. Curcio, secondo quanto si apprende, era stato convocato come testimone assistito ma a pochi giorni dall’interrogatorio è diventato indagato per concorso nell’omicidio dell’appuntato.

Non solo: il fondatore delle Brigate Rosse ha anche chiesto agli inquirenti di chiarire le circostanze della morte della moglie, che in quel periodo era latitante dopo l’evasione dal carcere di Casale Monferrato.

In occasione della sparatoria alla cascina Spiotta, avvenuta il 5 giugno 1975, morirono appunto Cagol e il carabiniere Giovanni D’Alfonso. Un’altro carabiniere rimase ferito nello sconto a fuoco e un brigatista riuscì a sfuggire.

Nella cascina i brigatisti tenevano in ostaggio l’imprenditore piemontese Vittorio Vallarino Gancia, catturato il 4 giugno dia un commando delle Br. Il caso è stato riaperto dopo un esposto di Bruno D’Alfonso proprio per accertare l’identità del secondo brigatista sul posto.

Indagini, quelle di Procura e carabinieri del Ros, fondate anche sull’ascolto di numerosi ex brigatisti, tra cui Alberto Franceschini, che con Curcio e Mara Cagol è stato tra i fondatori delle Br.

Curcio nel suo interrogatorio ha fatto riferimento in particolare all’autopsia della moglie, da cui risulta che sia stata trafitta da un proiettile sotto l’ascella: elemento che dimostrerebbe secondo Curcio come in quel momento si fosse già arresa e avesse le mani alzate.

Le accuse invece nei confronti dell’ex fondatore delle Br, indagato per concorso nell’omicidio del carabiniere D’Alfonso, farebbero riferimento a delle espressioni contenute in un opuscolo propagandistico sequestrato nell’ottobre del 1975.

L’opuscolo, secondo quanto scrive l’Ansa, è intitolato ‘Lotta armata per il comunismo’. In particolare gli investigatori si sono interessati a un paio di indicazioni ai militanti: “se il nemico vi avvista, sganciatevi” e se questo non è possibile “rompete l’accerchiamento sparando“.

A Curcio la procura attribuisce un ‘ruolo apicale’ nelle Brigate Rosse e, quindi, di avere deciso e organizzato il sequestro di Vittorio Vallarino Gancia. Curcio però ha ricordato che nei mesi precedenti, a seguito della sua evasione dal carcere di Casale Monferrato del 18 febbraio 1975, viveva nascosto e aveva pochissimi contatti con l’esterno.

Di diverso avviso il legale di Curcio, l’avvocato Vainer Burani, che parla delle nuove indagini come di “una anomalia assoluta”. Naturalmente – aggiunge Burani – non è sbagliato cercare di chiarire cosa successe allora. Ma a distanza di 48 anni un’indagine è problematica di per sé, e questo mi sembra il modo peggiore di ricostruire una vicenda così lontana nel tempo. Attribuire a Curcio un ruolo diretto o indiretto su queste basi è una forzatura priva di logica giuridica“.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Mario Moretti.

Da ansa.it l’11 Febbraio 2023.

Un nuovo capitolo della sua vita lo ha portato a Brescia dove Mario Moretti, figura di spicco delle Brigate Rosse e responsabile del sequestro e dell'omicidio di Aldo Moro, vive da qualche tempo.

 Condannato a sei ergastoli, in semilibertà dal 1997, secondo atti che il Giornale di Brescia ha reso pubblici, l'ex Br ha trascorso Capodanno e i primi giorni di gennaio in un appartamento che ha eletto a domicilio in città. Sul citofono di un appartamento in una vecchia palazzina c'è ancora scritto il suo nome, fondamentale per le forze dell'ordine che tra le 22 e le sette del mattino, quando aveva l'obbligo di stare in casa, andavano a controllare che il detenuto fosse realmente presente.

Moretti, 77 anni, risulta associato al carcere di Verziano e dal 4 gennaio deve rispettare le prescrizioni firmate dal Dap sulla base del piano di trattamento approvato dal magistrato di sorveglianza di Brescia il 23 dicembre scorso. Moretti esce dal carcere al mattino per far rientro non dopo le 22, può muoversi con un'auto che è intestata alla compagna e "ha libertà di movimento nella provincia di Brescia, possibilità di recarsi nel comune di Milano per le esigenze lavorative o per far visita ai familiari".

Da inizio anno l'ex brigatista, mai pentito e mai dissociato dalla lotta armata e che nel 1993 ha dichiarato di essere stato l'esecutore materiale dell'omicidio del presidente della Dc, svolge attività di volontariato per un'associazione bresciana in modalità smart working presso la propria casa per tre giorni alla settimana, mentre per altri due è autorizzato a recarsi nella sede di una Rsa della città. Anche in questo caso il suo è lavoro di ufficio. Ha il divieto di percepire denaro per le attività che svolge come volontario e nemmeno può interrompere il percorso. E sempre come socio volontario collabora in maniera occasionale con una cooperativa di Milano e fornisce assistenza informatica a uno studio legale anche in questo caso di Milano.

Prima di Moretti a Brescia in passato aveva provato a ripartire anche l'ex boss del Brenta Felice Maniero. Con una nuova identità era andato a vivere in un quartiere a nord della città con la figlia e la storica compagna e aveva pure avviato un'azienda che si occupava di depurazione delle acque, realtà poi fallita. L'esperienza bresciana di Maniero è terminata a ottobre 2019 quando è stato arrestato per maltrattamenti sulla compagna. Che gli sono costati una condanna a quattro anni di reclusione.

La nuova vita di Mario Moretti: dall'esecuzione di Aldo Moro al volontariato in una Rsa di Brescia. A cura della redazione Cronaca su La Repubblica il 10 Febbraio 2023.

Dal 4 gennaio lavora (gratuitamente) per un’associazione bresciana in modalità smart working e per due giorni raggiunge una Residenza sanitaria assistenziale

Si era preso sei ergastoli Mario Moretti, l'uomo che quando faceva parte delle Brigate Rosse ammise di essere stato l'esecutore materiale dell'uccisione di Aldo Moro. Sono passati 45 anni, e adesso Moretti si trova a Brescia, e sconta fin dal 1997 la sua pena in un regime di semilibertà. Con permessi premio, licenze straordinarie, periodi fuori dalle mura carcerarie anche di notte.

Il carcere che lo ospita dal 23 dicembre scorso è quello di Verziano. Dalla fine del 2022 vive, come scrive il Giornale di Brescia in un appartamento dove c'è il suo nome scritto sul citofono con un pennarello. Deve rimanere in casa dalle 22 alle 7 del giorno successivo.

Dal 4 gennaio svolge attività di volontariato per un’associazione bresciana in modalità smart working: Moretti, 77 anni compiuti il 16 gennaio scorso, lavora dal nuovo domicilio bresciano e per due giorni alla settimana può recarsi negli uffici di una Rsa. Il volontariato l'aveva occupato già a Milano: anche in questo caso può stare fuori dalle 8 alle 22. E nel weekend può lasciare più tardi il carcere. Guidando l'auto della sua compagna.

Il capo delle Br in smart working. La vita semi-libera di Moretti. Il fondatore delle Br che rapì e uccise Aldo Moro è stato trasferito dal carcere di Opera. Luca Fazzo l’11 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Una notizia che riappare dalle brume degli anni Ottanta, che parla di un uomo ormai quasi vecchio che è stato un simbolo della stagione di piombo vissuta dal Paese: e costringe un po' a meditare sulla risposta giudiziaria e politica che gli è stata data.

L'uomo si chiama Mario Moretti, ha appena compiuto settantasette anni, ed è stato uno dei fondatori delle Brigate Rosse: per anni imprendibile, il leader indiscusso che diresse il sequestro di Aldo Moro, condusse l'interrogatorio del presidente della Democrazia cristiana e lo uccise il 9 maggio 1978, dopo cinquantacinque giorni nella «prigione del popolo». La notizia appare ieri sul Giornale di Brescia e racconta la «nuova vita» di Moretti, che ha trascorso il Capodanno e qualche festa a casa, vicino Brescia, su autorizzazione del tribunale di Sorveglianza; che collabora, un po' in presenza e un po'da remoto, con una associazione di volontariato. La vita ordinaria di un anziano con alle spalle un passato non ordinario.

In realtà, nella vita quotidiana di Moretti è cambiato poco. Unica differenza, il carcere dove rientra ogni sera: non più quello di Opera, il grande e duro istituto alle porte di Milano dove è rimasto per decenni, ma che ora era diventato problematico. Il reparto dei semiliberi a Opera è affollato, le «stanze di pernotto», come il lessico ufficiale chiama le celle, ospitano anche cinque o sei persone, e dal punto di vista sanitario per Moretti - che risente dell'età e della inevitabile fragilità di una lunga carcerazione - non era più adeguato. Così il capo delle Br ha chiesto e ottenuto di essere trasferito a Verziano, il carcere bresciano, più piccolo e con un reparto destinato ai semiliberi più accogliente.

Per il resto, Moretti resta in quella sorta di limbo che è la semilibertà: non più davvero detenuto, ma neanche arrivato al «fine pena». Per lui, d'altronde, il «fine pena» non arriverà mai, perchè è gravato da una serie di ergastoli. A ottenere la semilibertà, nell'ormai lontano 1997, arrivò dopo avere dichiarato pubblicamente, insieme ad altri del gruppo fondatore, di considerare chiusa l'esperienza delle Brigate Rosse, e disconoscendo di fatto i nuclei che allora e negli anni successivi si erano impadroniti della sigla commettendo nuovi delitti. Ma non si è mai neppure pentito nè dissociato, come avrebbe potuto fare acquisendo i benefici carcerari. E a chi periodicamente lo invitava a parlare degli aspetti ancora oscuri della storia delle Br ha sempre fatto sapere che non c'è più niente da dire: dietro le Br c'erano solo le Br.

Del nucleo storico restano in carcere, semiliberi come Moretti, poche unità. Alcuni sono morti, come Prospero Gallinari, che prima di andarsene scrisse un libro illuminante sulla sua storia di brigatista; altri sono da tempo del tutto liberi, come Alberto Franceschini che fu tra i primi a dissociarsi, o come Renato Curcio che non avendo condanne all'ergastolo è fuori ormai da un quarto di secolo. In carcere davvero restano in pochi: gli irriducibili delle nuove Br, o qualcuno della colonna milanese Walter Alasia come Nicola De Maria, che continua a lanciare proclami.

Lui, Moretti, di proclami ha smesso da tempo di lanciarne. É in carcere, in un modo o nell'altro, da quarantun anni. Chissà se la cosa ha senso.

Il movimento.

Carlo Rivolta.

Luigi Calabresi.

Il Movimento.

Il movimento che segnò gli anni '60 e '70. La storia di Lotta Continua e dei figli di Sofri: il sogno rivoluzione e la chiusura ‘grazie’ alle donne. David Romoli su Il Riformista l’11 Dicembre 2022

Se per raccontare il Movimento italiano degli anni ‘60-70, che non fu un’onda irruenta ma un evento storico, si dovesse prendere una parte per il tutto, quella parte non potrebbe essere che Lotta Continua. Non solo e forse non tanto perché fu l’organizzazione più forte e diffusa dell’intera sinistra rivoluzionaria ma perché rappresentò, per così dire, la “medietà” del movimento. C’era dentro di tutto, cattolici e maoisti, libertari e ultime leve del bolscevismo, comunisti ed eredi dell’anarco-sindacalismo.

La storia di Lc non è solo quella di un’organizzazione rivoluzionaria: è l’istantanea di una intera generazione politica, con le sue luci e le sue ombre, i suoi successi e le sue amare sconfitte, le sue utopie e le sue disillusioni. E tuttavia, nonostante il gruppo fosse così composito e diversificato al proprio interno, i militanti di Lotta Continua erano animati da un fortissimo spirito di appartenenza che è sopravvissuto negli anni e nei decenni, un elemento costitutivo dell’identità che è ancora fortissimo, nonostante i percorsi individuali diversi e a volte opposti, negli invecchiati ragazzi di allora. La leggenda della “lobby di Lotta continua” nasce di qui.

La parabola di Lc è raccontata in una docuserie in 4 puntate da pochi giorni disponibile su Raiplay, parzialmente ispirata alla storia del gruppo scritta nel 1998 da Aldo Cazzullo, I ragazzi che volevano fare la rivoluzione, diretta da Tony Saccucci, vincitore di un nastro d’argento per il docufilm La prima donna, scritta dallo stesso regista con Andrea De Martino ed Eleonora Orlandi. Sono puntate brevi, una quarantina di minuti ciascuna. Non aspirano all’esaustività storica ma a restituire le emozioni che animarono quei giovani o giovanissimi militanti allora e i sentimenti con cui guardano oggi a quell’epoca e a una formazione più umana che politica. Un excursus a passo di corsa che non si sofferma sui dettagli, tralascia anzi spesso date importanti nel percorso dell’organizzazione, sceglie di centrare l’obiettivo sull’animo dei militanti invece che sul rosario di riunioni, discussioni dotte, manifestazioni di piazza, battaglie di strada che costellarono per una decina d’anni le vite di decine di migliaia di giovani.

La prima puntata della serie, dedicata al prologo nella primavera del ‘69, prima della nascita dell’organizzazione alla fine dell’estate, è non solo la più riuscita della serie ma una delle cose migliori che siano mai state prodotte su quell’epoca. Gli autori mettono da parte le cronache delle lotte studentesche di palazzo Campana a Torino e si concentrano su ciò che davvero fece la differenza tra il caso italiano e quelli dei tanti altri Paesi in cui il ‘68 durò un anno e non, come da noi, un decennio: la rivolta operaia. Imprevista anche se prevedibile, improvvisa e incendiaria, la rivolta dei giovani operai partita dalla Fiat Mirafiori nell’aprile 1969, destinata a dilagare ovunque, fu il vero elemento deflagrante che trasformò la rivolta studentesca, ma già con scintille che anticipavano l’esplosione operaia, in quelli che Erri De Luca, allora capo del servizio d’ordine di Lc, definisce nel documentario “anni non di piombo ma di rame”, perché veicolavano e diffondevano ovunque energia ribelle.

Non se ne parla mai, o quasi mai. Saccucci invece, adoperando alla perfezione il materiale visivo d’epoca, racconta la Torino degli operai immigrati, discriminati, mal pagati, soggetti a una disciplina ferrea, costretti a vivere in baracche costruite sui tetti della città sabauda. Coglie così il vero punto di contatto che permise l’incontro tra operai e studenti: una comune ansia di libertà, intesa in un senso che rompeva le barriera anguste della concezione liberale, diventava libertà dall’autorità oppressiva ma anche dal bisogno, dalla miseria, dalla condizione subordinata imposta come un destino, dai vincoli dell’appartenenza di classe che condannavano sia i ragazzi della borghesia che quelli arrivati dal Sud con la valigia di cartone in spalla. Quella sete di libertà, dominante nel biennio 1968-69, sarebbe stata poi in parte soffocata dal tentativo dei gruppi extraparlamentari di trasformarsi in copie quasi sempre caricaturali dei partiti comunisti tradizionali, senza però mai essere cancellata, senza sparire e in Lc più che altrove, almeno fino al fallimentare tentativo di trasformarsi in partito istituzionale e leninista, alla fine della sua parabola, nel 1975.

La nascita di Lc nel fuoco dell’autunno caldo, la sua capacità di espandersi sostenendo e assimilando le esperienze di lotta e mobilitazione più disparate, soldati, detenuti, disoccupati, famiglie sfrattate, pastori, persino contrabbandieri, è sintetizzata, sin troppo, nella seconda puntata. C’è quasi tutto, ma spesso solo per accenni. Manca qualcosa, come la scelta in controtendenza con quasi tutto il resto della sinistra istituzionale e rivoluzionaria di partecipare alla sollevazione di Reggio Calabria del 1970, la più lunga rivolta urbana in tutto l’Occidente nel dopoguerra, gestita dai neofascisti per l’insipienza della sinistra ma alla quale Adriano Sofri, leader indiscusso e carismatico del gruppo, scelse di partecipare, come sua abitudine trasferendosi di persona nella città insorta. Un po’ manca anche questo: di Sofri si parla molto, del suo carisma, della sua leggendaria arroganza, del suo magnetismo e della sua presunzione. Non a sufficienza della eccezionale capacità di dirigente e di organizzatore, che in buona parte fece la differenza e portò all’affermazione di Lc come principale gruppo della sinistra rivoluzionaria.

Il punto debole della serie, preso di petto nella terza puntata centrata sull’omicidio Calabresi ma presente in forma strisciante sempre, è il rapporto con la violenza. In tutta evidenza quel nodo costituisce ancora oggi, per buona parte dei militanti di allora, un irrisolto che trapela nello sguardo contraddittorio rivolto a quegli anni, biasimando quasi con vergogna le “cose orrende che dicevamo” e allo stesso tempo rivendicandone per intero il valore politico e umano, il tentativo nobile di cambiare il mondo, l’impareggiabile educazione sentimentale. L’esito, con eccezioni come lo stesso De Luca o Paolo Liguori, è una pura e semplice rimozione operata rimodellando la propria stessa biografia, riducendo la violenza a una reazione difensiva imposta dalla violenza dei fascisti, dalla brutalità dello Stato, dallo shock di piazza Fontana che molti si ostinano a definire “la perdita dell’innocenza”. Oppure limitandola all’incontrollabilità di quelli, pochi o tanti che fossero, che amavano la violenza in quanto tale.

Forse umanamente comprensibile da parte di chi ha radicalmente mutato la propria posizione nei confronti della violenza politica, si tratta comunque di una riscrittura e di una rimozione che operano una falsificazione storica alla quale non sfugge del tutto neppure questa serie. Fa di un’organizzazione rivoluzionaria che credeva nella necessità della violenza e che la violenza, pur senza mai degenerare nel terrorismo, praticava più di molti altri gruppi, un’associazione giovanile di anime belle dedite al miglioramento della società e non, come invece era, alla sua sovversione radicale e violenta. Non è così. La nascita di Prima linea, che di Lc fu una sorta di filiazione come del resto anche i Nap, non è una coincidenza.

Questa reticenza che scivola nella negazione offusca un po’ anche la puntata finale, quella sullo scioglimento del gruppo deciso da Sofri nel congresso di Rimini del 1976. Lc aveva tentato di battere la via della istituzionalizzazione, partecipando alle elezioni di giugno con il cartello Democrazia proletaria, e aveva fallito. Il verdetto degli elettori era stato impietoso e comprensibile: Lc era stata una formidabile struttura di movimento per 7 anni, non era e non poteva diventare un partitino. A disintegrare il gruppo fu certamente la rivolta delle donne, che bersagliarono un’organizzazione come tutta la sinistra intrisa di sessismo e maschilismo senza neppure accorgersene prima che le donne aprissero gli occhi anche ai maschi con le cattive.

Ma a far pendere la bilancia a favore dello scioglimento fu in misura altrettanto decisiva l’impossibilità per la leadership di frenare ancora quanti nel gruppo volevano passare alla lotta armata, nelle organizzazioni clandestine o nell’Autonomia. «Sofri – sintetizza Paolo Liguori, forse l’unico a chiamare le cose con il loro nome tra gli intervistati – capì perfettamente la natura del conflitto tra uomini e donne. Però capì anche la natura del conflitto interno con un’ala pericolosamente violenta e fuori controllo: usò la critica spietata e durissima delle donne anche come “onorevole soluzione” per chiudere». Se, come è giusto fare, si considerano percorsi dei giovani militanti di Lc negli anni della rivolta e nei decenni seguenti come spaccato esemplare di una generazione politica e del suo percorso, anche quella rimozione figura in postazione centrale, eminente e significativa. David Romoli

Carlo Rivolta.

Estratto dell’articolo di Mauro Favale per “la Repubblica” il 26 marzo 2023.

C’è la politica, c’è il giornalismo e c’è la lotta armata. Ci sono i giovani, la musica, le piazze piene di gente e l’eroina che inizia lentamente a svuotarle. C’è, soprattutto, «la speranza di far capire la vita degli altri, di incidere nella storia», un grande amore per il mestiere di cronista che non lo abbandonerà mai e che lo renderà un testimone, un simbolo, una sorta di eroe tragico della sua generazione.

Tutto questo era Carlo Rivolta, classe 1949, morto a soli 32 anni, talento giornalistico sopraffino, firma di punta della prima Repubblica, la nave corsara fondata da Eugenio Scalfari nel 1976 che superò i marosi degli anni Settanta anche grazie alle sue cronache del Movimento del ’77 e non solo. Dopo un libro, adesso si occupa della sua figura unica anche un bel documentario, La generazione perduta, diretto da Marco Turco che lo ha scritto insieme a Wu Ming 2 e che domani verrà proiettato al Nuovo Sacher di Roma dopo l’anteprima fuori concorso al Torino Film Festival e la vittoria del Nastro d’Argento per il miglior documentario 2023.

[…] La generazione perduta ricostruisce quella cruciale stagione di passaggio attraverso la lente di un testimone di eccezione, Rivolta appunto, che narrò per primo e meglio degli altri gli anni di una rivoluzione interrotta che era anche la sua, a tal punto da farsi protagonista delle sue stesse cronache.

 Succede quando, nelle pause tra il resoconto di un corteo o di un attentato, racconta dalle colonne di Repubblica i concerti rock o le vacanze dei ragazzi degli anni Settanta, succede soprattutto quando parla di droghe, della repressione che «si abbatte sul mondo giovanile», dice lui stesso in uno spezzone del programma tv Trentaminuti giovani recuperato nell’immenso archivio delle Teche Rai.

 Alle vicissitudini dei consumatori di eroina, «abbandonati a un mercato nero omicida, alle inesistenti strutture sanitarie, a leggi inique, ai miti di un’informazione vergognosa e foriera di pericolosi pregiudizi, a una politica distante, insensibile, incapace di aprirsi ai problemi dei più giovani» (recita la voce narrante di Claudio Santamaria) Rivolta dedica buona parte della sua breve vita professionale.

La conoscenza di quel mondo — non solo il movimento del ’77 in cui aveva militato ma anche l’eroina di cui faceva uso prima saltuario, poi sistematico — si tramutò in lavoro giornalistico. Attraverso filmati e testimonianze dell’epoca, La generazione perduta — prodotto da Mir Cinematografica e Luce Cinecittà in collaborazione con Rai Cinema e Aamod — riapre uno squarcio sulla diffusione e su cosa rappresentò in quella determinata fase storica la brown sugar.

 In un racconto senza giudizi della giornata di un tossicodipendente, del suo «sbattersi» per trovare una dose, Rivolta illumina zone d’ombra per spiegare come funziona la vendita al dettaglio e, allo stesso tempo, chi controlla il mercato, avanzando ipotesi su una banda che voleva “prendersi Roma” che troveranno conferme solo molti anni dopo.

Lo slancio e la passione per la cronaca, però, si infrangono di fronte alle delusioni, anche personali, di un momento storico angoscioso che, alla fine, porterà Rivolta ad abbandonare Repubblica per approdare, gli ultimi mesi della sua vita, a Lotta Continua. […]

 Ma è sull’eroina che si concentra il documentario. «Non so in che modo fermare la valanga», annota Rivolta in una pagina del suo diario in cui descrive con lucidità i suoi momenti di “rota”, quando si rifugia a letto «pieno di roba fino agli occhi». «Dovrei diventare uno regolare ma non ce la faccio, è una situazione insostenibile che mi lacera», scandisce la voce di Santamaria-Rivolta.

Da lì è tutto un precipitare verso una fine che mischia l’incidente a una deriva autolesionista ormai difficile da limitare. Tra le righe dei suoi diari resta una fiammella di speranza, aspettando che «il destino mi desse un’altra possibilità», magari per cambiare mestiere e diventare, come racconta al suo amico Giovanni Forti (altro giornalista di razza che anni dopo raccontò il calvario della sua sieropositività sulle pagine dell’Espresso), «un cantante rock». […]

Luigi Calabresi.

Estratto dell'articolo di Francesco Borgonovo per “La Verità” il 20 Gennaio 2023.

Il commissario Luigi Calabresi? «È stato innanzitutto una vittima di un ruolo che i suoi superiori diretti e indiretti gli avevano assegnato all’interno della strategia della tensione». La brutale campagna di odio montata contro di lui da Lotta continua? Ci ha risparmiato «ulteriori stragi, e vittime, e oppressione e tirannide perseguite dagli strateghi della tensione». A scrivere queste parole è Guido Viale, figura piuttosto nota all’interno del variegato mondo della sinistra e, soprattutto storico esponente di Lotta continua.

 Da pochi giorni è arrivato in libreria il suo nuovo saggio, intitolato Niente da dimenticare. Verità e menzogne su Lotta continua, pubblicato dal piccolo editore Interno 4. Fosse uscito in un altro momento, probabilmente non ne avremmo mai sentito parlare, ma questo è un periodo particolare.

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 Di conseguenza, pontifica Viale, è sbagliato indicare come «cattivi maestri» gli ideologi della sua generazione. Gli esempi da biasimare sono altri. Sapete, ad esempio, chi fu un «vero cattivo maestro», se «mai in Italia ce n’è stato uno»? Indro Montanelli. Prima fascista, poi volontario in Spagna con i franchisti, poi ideatore di un colpo di Stato con l’ambasciatore americano, poi teorizzatore della creazione di una minoranza anticomunista a cui far prendere il potere.

 Se «chiunque di noi avesse detto e fatto anche solo la decima parte di quanto aveva scritto, detto e fatto Montanelli», chiosa Viale, «provate a pensare quale sarebbe stato il suo destino […] e quale il trattamento riservatogli dalla stampa e dai media italiani». Ora, va benissimo l’idea di mettere in luce i lati oscuri degli anni di piombo, bene l’idea di demitizzare i mostri sacri.

Ma sostenere che la campagna contro Calabresi ebbe un effetto positivo, che fu un complotto contro Lc e che evitò il golpe appare delirante. Eppure Viale, in quanto storico militante di sinistra, lo sostiene senza paura, proprio come alcuni suoi ex compagni (a partire da Erri De Luca) possono con orgoglio ribadire in un documentario Rai di aver avuto ragione, in fondo, e di aver agito per il meglio. Ecco, forse si tratta di un rimasuglio della storia, di una scoria. Tuttavia questa è, almeno in parte, la cultura dominante in Italia. Attorno a questi «padri nobili» si perdono soldi, tempo ed energie. Lo sdegno, invece, è tutto riservato agli ex missini e a improbabili (e immaginarie) lobby nere.

La strage alla Questura di Milano: quelle vite strappate nel giorno del busto per mio padre Luigi Calabresi. Mario Calabresi su Il Corriere della Sera il 17 Maggio 2023

Le vite spezzate si incontrarono per un attimo sul marciapiede di via Fatebenefratelli, a Milano, alle 11 del mattino. Non si conoscevano ma si incrociarono nell’istante esatto in cui un uomo dalla porta del bar di fronte lanciò una bomba a mano

Gabriella aveva 23 anni e un sacco di sogni, era appena diventata responsabile degli acquisti per la succursale di una famosa boutique di via della Spiga, aveva il compito di andare a Londra a scegliere che cosa comprare e che cosa mettere in vetrina. Non aveva mai preso un aereo per volare fuori dall’Italia, mancavano solo undici giorni alla partenza e finalmente il passaporto era pronto.  Giuseppe era un carabiniere in congedo, stava per compiere 64 anni e aveva scelto di non tornare in Calabria da pensionato, ma di restare a vivere a Milano. Dava una mano a un piccolo imprenditore che, proprio quella mattina, gli aveva chiesto il favore di passare in Questura per ritirare il passaporto di suo figlio.

Felicia aveva sessant’anni, dopo una vita durissima in Sicilia aveva finalmente raggiunto i suoi figli al Nord e quella mattina aveva accompagnato, malvolentieri, sua figlia alla cerimonia di inaugurazione del busto in memoria del commissario Calabresi, ucciso esattamente un anno prima.

Federico, giovane guardia di Pubblica sicurezza, aveva compiuto trent’anni da sei giorni ed era stato messo nel picchetto d’onore alla sinistra del portone dalla Questura.

Le loro quattro vite si incontrarono per un attimo sul marciapiede di via Fatebenefratelli, a Milano, alle 11 del mattino di giovedì 17 maggio 1973. Non si conoscevano ma si incrociarono nell’istante esatto in cui un uomo dalla porta del bar di fronte lanciò una bomba a mano, che sorvolò la strada per cadere in mezzo a loro. I loro quattro nomi, cinquant’anni dopo, sono legati indissolubilmente uno all’altro.

Mia madre, la vedova del commissario Luigi Calabresi, non voleva andare a scoprire quel busto che non amava. Aveva paura. Viveva nell’ansia che le potesse accadere qualcosa mentre era fuori casa senza i suoi tre bambini. Alcuni mesi prima le avevano chiesto una foto per i lavori preparatori della scultura, aveva consegnato quella di un uomo sorridente nel giorno del matrimonio. Poi a ottobre del 1972, quando il suo pancione era già alla fine del settimo mese, la caricarono su un’auto della Polizia per portarla a Santa Margherita Ligure nello studio dello scultore: «Viaggiavamo a 190 all’ora, pregavo che rallentassero ma non mi ascoltavano. In poco più di un’ora mi trovai di fronte all’artista, mi avevano detto che mi dovevo fidare, era bravo e famoso, aveva ritratto nel bronzo il presidente americano Richard Nixon, le stelle di Hollywood e i reali di Olanda e Spagna. Si chiamava Gualberto Rocchi e aveva preparato due bozzetti, quello della foto che avevo scelto io e un altro in cui mio marito aveva la faccia seria, stanca e tesa. Io dissi soltanto che volevo il primo, che l’altro non era lui». Il 17 maggio del 1973, con una cerimonia nel cortile della Questura a cui partecipò il ministro dell’Interno Mariano Rumor, avvenne lo scoprimento della statua: «Avevano scelto il busto che io avevo scartato, il volto fermo e severo. Ero delusa ma rimasi in silenzio. Non ascoltavo i discorsi, avevo il terrore di un attentato. Guardavo in giro e pensavo: “Dove potrebbero mettere una bomba?”».

Anche Felicia Bartolozzi aveva paura: la sera prima a casa aveva cominciato a dire che era pericoloso e aveva cercato di convincere la figlia Angela a lasciar perdere. Ma Angela ci teneva troppo: suo marito Franco, che era stato amico personale del commissario, era via per lavoro e a lei sembrava giusto che qualcuno della famiglia testimoniasse affetto e vicinanza in quel primo anniversario dell’omicidio. Quando, alla fine della cerimonia, uscirono dal portone della Questura e svoltarono a sinistra Angela strinse il braccio della madre e le disse sorridendo: «Hai visto che non è successo niente?».

In quel momento un uomo lanciava la granata esattamente sulle loro teste. Poco prima a mia madre venne chiesto di andare in Prefettura per essere ricevuta dal ministro dell’Interno. Ad accompagnarla quella mattina c’era suo padre Mario e sua sorella Graziella, che aveva appena 18 anni. «Sono uscita in mezzo alla bolgia, si faceva fatica a camminare, c’era una macchina che mi aspettava, mi spiegarono però che potevamo salire soltanto in due. Mia sorella mi disse di non preoccuparmi, che sarebbe andata a prendere il tram in Piazza Cavour. La lasciai sul portone e ci allontanammo. Non appena girammo l’angolo si sentì un boato. Non riuscivo a respirare, arrivavano voci concitate dalla radio della polizia, l’autista disse che avevano tirato una bomba. Volevo scendere, volevo tornare indietro per cercare Graziella, invece l’auto cominciò ad accelerare».

L’attentatore, che si chiama Gianfranco Bertoli e ha quarant’anni, viene immediatamente arrestato. Sostiene di aver agito da solo e di essere un «anarchico individualista». La verità, che emergerà solo nel tempo, è che la strage è stata progettata dal gruppo neofascista Ordine Nuovo, responsabile di una scia di sangue che va da Piazza Fontana a Milano a Piazza della Loggia a Brescia. L’intento era di punire Mariano Rumor, «colpevole» di non aver dichiarato nel dicembre del ’69 — proprio dopo la bomba alla Banca nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana — lo stato d’emergenza che avrebbe aperto la strada all’auspicata svolta autoritaria.

Nella prima immagine dopo l’esplosione si vede una ragazza rannicchiata a terra, sembra che dorma, ha i pantaloni a zampa d’elefante, i mocassini e un golf inglese con i rombi. Morirà pochi istanti dopo. Si chiama Gabriella Bortolon e quello doveva essere un giorno felice per lei: l’emissione del passaporto per il viaggio a Londra era la dimostrazione che ce l’aveva fatta dopo anni durissimi. Era rimasta orfana del padre, scomparso in un incidente stradale, quando aveva sette anni. La madre, che si chiamava Maria Eleonora Pellizzari e faceva la sarta, si era risposata ma aveva perso anche il nuovo marito, stroncato da un infarto. Così Gabriella non se l’era sentita di lasciarla sola ed era rimasta a vivere con lei a Quarto Cagnino, il vecchio borgo di cascine tra il nuovo ospedale San Carlo e il neonato Parco di Trenno.

Quando i giornalisti arriveranno a suonare alla porta di casa troveranno una donna ignara che, in attesa della figlia, ha già apparecchiato la tavola per il pranzo. Nella bara venne vestita con un abito da sposa con fiori rosa ricamati sul petto, quello che, pochi giorni prima, aveva consigliato a una cliente, a cui aveva confidato: «Al mio matrimonio voglio anche io questo vestito». La sarta però aveva sbagliato le misure, era risultato troppo stretto per la cliente, e così l’abito era rimasto invenduto. Pensarono che fosse giusto che accompagnasse Gabriella nel suo ultimo viaggio.

Milano è sconvolta, ai funerali di Gabriella ci sono 200 mila persone. Il feretro parte da San Fedele, la Chiesa di Alessandro Manzoni, passa per Piazza della Scala e dovrebbe arrivare in Duomo. Uliano Lucas, il più importante dei fotoreporter di quella stagione, ricorda quel giorno alla perfezione: «Una cosa incredibile, c’era un’enorme massa di gente che occupava ogni spazio dal Castello al Duomo. Una folla compatta che piangeva, ma in un silenzio totale. Le foto che ho scattato sono il simbolo di quel tempo: la città intera si identificava in una persona che rappresentava tutti i cittadini comuni stritolati dalla violenza e dalle trame».

Giuseppe Panzino, il maresciallo dei carabinieri in congedo che doveva ritirare anche lui un passaporto, sarebbe sopravvissuto alle ferite per otto giorni. Era l’unico della famiglia ad abitare al Nord, gli altri quattro fratelli erano rimasti a Marcellinara, in provincia di Catanzaro. Lui se ne era andato dal paese subito dopo la fine della guerra, aveva tenuto per tutta la vita il pizzetto che si era fatto crescere da soldato, non si era sposato e non aveva figli. I fratelli appena appresero la notizia della bomba salirono su un treno che, in una giornata di viaggio, li portò a Milano. Passarono tre giorni seduti, a turno, accanto al suo letto. Al quarto giorno, Giuseppe, che riusciva a parlare e, nonostante le ferite, sembrava migliorare, disse ai fratelli di stare tranquilli, di non preoccuparsi e di tornare in Calabria. Lo ricorda il nipote Francesco, che mi risponde al telefono da Marcellinara e ha appena riaperto la scatola con le foto e i ritagli di giornale: «Raccomandò a mio padre Elio, che aveva una trattoria, di tornare a casa e riaprirla e poi promise: “Quest’estate vengo io a trovarvi in paese”». Appena rientrati ricevettero la notizia di un improvviso peggioramento e, due giorni dopo, della morte. Al paese Giuseppe Panzino tornò soltanto per essere sepolto.

Federico Masarin era entrato in Polizia a soli vent’anni, veniva da Ponte di Piave, un paesino a venti chilometri dalla Laguna di Venezia, e dopo aver prestato servizio a Napoli e Padova era stato destinato alla Questura di Milano. Il suo corpo, pieno di schegge metalliche, resistette dieci giorni. Federico sarà la terza vittima.

Felicia Bartolozzi fu l’ultima a morire, il 28 maggio, nel giorno in cui Gabriella sarebbe dovuta partire per Londra. Era nata nel 1912 a Vizzini, nel cuore della Sicilia, ed era rimasta vedova a 34 anni, con 4 figli e una misera pensione. «Fu costretta a subaffittare una stanza della nostra casa per poter sopravvivere e — mi racconta il figlio Antonio Saia, che oggi ha 84 anni — fece sacrifici enormi ma riuscì a farci laureare tutti e quattro. Io fui il primo a venire a Milano e, anche se avevo studiato Lettere, cominciai a lavorare come metalmeccanico fino ad aprire una ditta tutta mia. Producevo macchine per la lucidatura dei metalli e arrivò il successo, le vendevo perfino negli Stati Uniti alla Harley Davidson. Erano finiti gli anni della fatica e degli stenti e chiesi a mia madre di raggiungermi. Fu un periodo finalmente sereno, oserei dire felice». Fino a quella mattina in cui Felicia si fece convincere ad accompagnare sua figlia Angela alla commemorazione. Arrivarono in ospedale completamente ricoperte di schegge e Angela subì subito un’amputazione, ma sopravvisse. Per tutta la vita, è scomparsa tre anni fa, non si è mai data pace per la morte della madre, sentendosi in colpa per averla trascinata in Questura. In quella bolgia infernale in cui si era trasformato il marciapiede di via Fatebenefratelli, Felicia è la donna vestita di scuro.

La bomba neofascista non fece solo quattro morti, ma anche 52 feriti. Matteo Ventimiglia era un maggiore dei carabinieri in servizio alla commemorazione, abitava nella caserma di via Lamarmora con la moglie e i quattro figli. Paola, la più piccola, allora aveva sei anni ed era rimasta a casa da scuola: «Ho davanti agli occhi l’immagine di mia madre che risponde al telefono e si accascia. Non c’erano i cellulari e le notizie erano scarse e terribili. Nelle foto si vede mio padre, ferito e sotto choc, che si è rialzato e cerca affannosamente il cappello, perché un carabiniere non può stare senza il suo cappello. Lo operarono subito, aveva 49 schegge in tutto il corpo ma non riuscirono a togliergliele tutte. Sono state espulse nel corso degli anni. Al mare diceva: “Mi è uscita una scheggia” e la metteva in un barattolo in cui le conservava tutte. È andato avanti così fino a 88 anni».

Mia madre arrivò in Prefettura ed era fuori di sé, l’angoscia per le sorti di sua sorella Graziella mista alla rabbia per una cerimonia che aveva avuto un prezzo terribile, cancellarono in lei ogni diplomazia e rispetto delle forme, così si rivolse a Mariano Rumor senza mezzi termini: «Basta con queste parate, basta venire a Milano a fare i becchini, i nostri morti ce li seppelliamo da soli». Il ministro dell’Interno rimase in silenzio, finché un funzionario non entrò e disse: «Abbiamo rintracciato sua sorella, è viva e sta bene». Graziella, quando non la fecero salire in macchina, si accorse di aver dimenticato l’ombrello nel cortile della Questura. Era appena rientrata nel portone quando ci fu l’esplosione.

A cento metri dalla casa in cui viveva con la mamma, oggi c’è un piccolo parco intitolato a Gabriella Bortolon, con l’area giochi per i bambini e un campo da basket. Una lapide con foto la ricorda, ha sempre uno di quei golf inglesi a rombi che amava molto, il caschetto biondo e un grande sorriso. Avrà per sempre quell’energia piena di speranze e quella bellezza dei suoi 23 anni.

Omicidio Calabresi: quando si delirò di "volontà di giustizia". Il 17 maggio 1972 Luigi Calabresi venne freddato da due colpi di pistola: il processo giudiziario per ristabilire la verità sarà lunghissimo e controverso. Lorenzo Grossi il 17 Maggio 2023 su Il Giornale.

Milano, 17 maggio del 1972. Sono le nove un quarto di mattino quando un commando uccide il commissario Luigi Calabresi davanti alla sua abitazione. Il viceresponsabile della sezione politica alla Questura del capoluogo lombardo veniva ritenuto - da alcuni folli - responsabile della morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli. Quest'ultimo era precipitato da una finestra del quarto piano mentre era sottoposto a un interrogatorio per la strage di Piazza Fontana, in circostanze mai del tutto chiarite.

Soltanto in seguito si scoprirà che il commissario non era nemmeno presente nella stanza in quel momento. Nel frattempo però, su diversi muri, in quei giorni, si leggeva "Calabresi assassino". Il giornale Lotta Continua pronunciò queste deliranti parole: "Questo marine dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, ed è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito [...] Qualcuno potrebbe esigere la denuncia di Calabresi per falso in atto pubblico. Noi, che più modestamente di questi nemici del popolo vogliamo la morte".

Le dinamiche dell'assassinio

Quella mattina di 51 anni fa, Calabresi si sta dirigendo in questura. Da un un'automobile in sosta scende un uomo, gli si avvicina e spara due colpi di pistola: uno alla testa e uno alla schiena. Poi fugge a bordo di una Fiat 125 dove lo attende un complice. Il giorno dopo, in un articolo su Lotta Continua si scriverà in maniera vergognosa: "L'omicidio politico non è certo l'arma decisiva per l'emancipazione delle masse dal dominio capitalista, così come l'azione armata clandestina non è certo la forma decisiva della lotta di classe nella fase che attraversiamo: ma queste considerazioni non possono assolutamente indurci a deplorare l'uccisione di Calabresi, un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia".

Luigi Calabresi ha solo 34 anni e lascia due figli piccoli e la moglie che è incinta del terzo. Ai suoi funerali partecipano 200mila persone, ma per anni le indagini sull'omicidio non portano a niente. La svolta arriva solo nel 1988 quando Leonardo Marino, ex militante di Lotta Continua, confessa di aver partecipato all’assassinio e fa i nomi di altre persone. Il 28 luglio di quell'anno viene dunque arrestato insieme a Ovidio Bompressi - descritto come l'esecutore dell'omicidio - Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri.

L'andamento del processo per l'omicidio Calabresi

Il processo è piuttosto lungo e complicato. In primo grado si sancisce condanna di tutti e quattro gli imputati, che venne confermata in Appello. Tuttavia la Corte di Cassazione annulla con rinvio la sentenza. A un'assoluzione si arriva anche al termine del secondo appello, ma di nuovo la Cassazione annulla la sentenza per celebrare un nuovo processo, che si conclude con una condanna per tutti tranne che per Marino, per il quale scatta la prescrizione. Nonostante le numerose richieste di revisione, il processo non si riapre. Sofri scontato la propria pena, mentre a Bompressi viene concessa la grazia nei primi anni 2000. Pietrostefani sconta solo una piccolissima parte della pena prima di rifugiarsi direttamente in Francia, protetto dalla dottrina Mitterrand. Di lui si tornerà a parlare il 28 aprile 2021, quando viene arrestato nell'ambito dell'operazione "Ombre rosse" insieme ad altri terroristi italiani. Niente da fare, però: la Cassazione francese rifiuta di concedere l'estradizione all'Italia. Era il 28 marzo 2023.

In quell'occasione Mario Calabresi, figlio del commissario ucciso, commenterà: "Era un'illusione aspettarsi qualcosa di diverso e (parere personale) vedere andare in carcere queste persone dopo decenni non ha per noi più senso. Ma c'è un dettaglio fastidioso e ipocrita: la Cassazione scrive che 'i rifugiati in Francia si sono costruiti da anni una situazione famigliare stabile e quindi l'estradizione avrebbe provocato un danno sproporzionato al loro diritto a una vita privata e famigliare' - ha scritto l'ex direttore di Repubblica -. Ma pensate al danno sproporzionato che loro hanno fatto uccidendo dei mariti e padri di famiglia. E questo è ancora più vero perché da parte di nessuno di loro c'è mai stata una parola di ravvedimento, di solidarietà o di riparazione. Chissà...".

Prima Linea e l’assurdo omicidio del barista Carmine Civitate. Federico Ferrero su Il Corriere della Sera il 13 Dicembre 2022.

Per ammazzarlo si portarono dietro due revolver e due pistole, un fucile a pompa, un mitra, tre bombe a mano

Lo strazio della mamma di Carmine Civitate

In quei giorni, a Torino, si respirava l’aria pesante del terrore che tante città del sud hanno vissuto negli anni più bui delle mafie sanguinarie. Si aveva paura di manifestare, anche solo un’idea. Alle esequie di Carmine Civitate, lavoratore assassinato a sangue freddo, si contarono un centinaio di persone, non di più. 

Il profilo basso

Tanti sapevano ma quasi nessuno se la sentiva di esporsi mostrando sdegno per un’azione che nulla aveva a che fare con la — cosiddetta — guerra allo Stato borghese. 

L’inizio della storia

Il signor Civitate arrivava dalla provincia di Catanzaro – Pallagorio, invero, è in provincia di Crotone, ente ancora non esistente nel 1979. Arrivato a Torino da ragazzino, aveva preso la patente C e condotto bisarche di automobili Fiat. Sposato, due figli in età prescolare, con la moglie Francesca aveva deciso di cambiare mestiere e rilevare la licenza di un locale affacciato sul traffico di Madonna di Campagna, in via Paolo Veronese. Il bar Dell’Angelo. 

I due terroristi

Appena due settimane dopo aver concluso la compravendita con il gestore precedente, il signor Villari, proprio in quel bar si era consumato uno degli episodi più controversi della lotta armata piemontese. Due terroristi di Prima Linea, l’ex insegnante — e madre di una ragazza di dieci anni — Barbara Azzaroni e l’ex studente, operaio e figlio di ergastolano Matteo Caggegi, il 28 febbraio 1979, erano stati segnalati da un negoziante accanto al bar. Avevano un fare sospetto, forse erano intenti a mettere a segno una rapina. 

Le armi e l’esplosivo

Il chiamante ci aveva visto giusto: nell’automobile dei terroristi vennero trovati armi ed esplosivi. Prima Linea aveva progettato una rappresaglia contro la sede di quartiere del partito comunista, colpevole di aver distribuito questionari per raccogliere informazioni sulle cellule armate torinesi. 

La sparatoria

Una volante della polizia arrivò e sorprese i due davanti al bancone di Civitate, a bersi un bicchiere prima dell’azione. Seguì una sparatoria, un poliziotto fu ferito e i due terroristi morirono. Mentre nel bar si sparava, Civitate era nel retro a dormire. Non aveva idea di ciò che stesse capitando, né che l’onda lunga del male avesse appena varcato la sua soglia. 

La reazione

Il fatto dell’Angelo mandò su tutte le furie l’organizzazione armata. Prima di occuparsi di Civitate, un altro giovane uomo sarebbe stato vittima dell’ordalia: Emanuele Iurilli, ucciso — si fa per dire — per sbaglio nell’agguato di via Millio, pochi giorni dopo i fatti del bar. I morti civili restavano confinati nei mali necessari: al processo Civitate, un ex spiegò che «da noi non c’era posto per il sentimentalismo, veniva bollato come sentimento borghese». 

La spietata decisione

Carmine Civitate lavorava tutto sommato tranquillo, nonostante nel suo locale fossero stati ammazzati due terroristi. Lui non c’entrava nulla, era solo sulla strada per l’obiettivo di un attentato e sua moglie aveva servito due borghesissimi aperitivi alle persone sbagliate. Tuttavia, qualcuno aveva deciso che dovesse pagare: con imperizia pari alla spietatezza, la dirigenza di PL stabilì che la “soffiata” costata la vita ad Azzaroni e Caggegi l’avesse fatta lui. Il proprietario del bar. «Un certo Villari», nemico del popolo, come spiegato nella telefonata di rivendicazione all’agenzia Ansa. 

Uno vale l’altro

Il bar era passato di mano proprio in quei giorni, il nome non tornava: alle obiezioni del giornalista all’altro capo del telefono, giunse questa risposta: «Possiamo aver sbagliato il nome ma non il bersaglio». Nel corso di un’udienza emerse che la condanna a morte fu giustificata anche perché «qualcuno ci disse che, a scuola, la figlia di Civitate aveva raccontato a una compagna di scuola che il padre era preoccupato per quella telefonata che aveva fatto alla polizia». Si trattava di una bambina di quattro anni che, a scuola, manco ci andava.

La «verifica» e la «critica»

Messo di fronte alla vergogna, un imputato del direttivo nazionale argomentò, accigliato: «Questi, per noi, sono fatti nuovi che pongono un problema di verifica e critica del nostro operato». 

Il commando omicida

Il 18 luglio ‘79, verso sera, Civitate era andato a portare una birra e due caffè in un negozio vicino. Ci andarono in cinque, ad ammazzarlo. Si portarono dietro un arsenale buono per assaltare una caserma: due revolver, due pistole ciascuno in mano ai due designati per l’omicidio e altre due di scorta, un fucile a pompa, un mitra, tre bombe a mano. Lo aspettarono. Tempo di passare davanti al bancone dove erano caduti i due compagni e Carmine Civitate, armato di vassoio, crollò sotto i colpi di pistola. 

La memoria

Ai lati della targa che, dal 2016, ricorda il destino di Carmine Civitate c’è Omar che affetta il kebab nel locale che fu del bar. Dall’altro lato, quello del tabaccaio che aveva chiamato il 113, un ristorante cinese. 

Tra i condannati

Poco più a sud, l’imbocco del tunnel intitolato allo stimato ex partigiano e ministro democristiano Carlo Donat-Cattin. Suo figlio Marco fu tra i condannati per l’esecuzione di Carmine Civitate.

Dall’Unità del 1 giugno 1973. La rivelazione di Giulio Salierno: “Imparavano a usare armi sotto la guida dei missini”. Il racconto delle violenze e della carriera nel partito neofascista di un ex condannato per assassinio. Paolo Persichetti su L'Unità il 7 Giugno 2023 

Quella di Giulio Salierno è una storia fuori margine, come d’altronde recita il titolo di uno dei suoi libri, Fuori margine. Testimonianze di ladri, prostitute, rapinatori, camorristi, uscito nel 1971. Giovane fascista, fanatico e violento, cresciuto nella sezione del Movimento sociale italiano di Colle Oppio, la formazione politica che raccolse nel dopoguerra i nostalgici del regime mussoliniano, Salierno è un destinato: brillante (giovanissimo ha già incarichi di responsabilità), determinato, interpreta con un fervore febbrile l’antropologia del revanscismo fascista dopo la sconfitta del 1945.

Gli stralci della intervista che qui pubblichiamo, apparsa sull’Europeo e ripresi dall’Unità nel 1973, anticipano di pochi anni i contenuti di uno dei suoi volumi più importanti, Autobiografia di un picchiatore fascista, apparso nel 1976 per Einaudi. Vera e propria etnografia della destra romana, tra sezioni missine che non consideravano conclusa la guerra persa nel 1945, palestre di boxe come l’«Indomita» e la «Bertola», campi paramilitari, traffici di armi e esplosivi, attentati, agguati squadristi contro le sezioni comuniste di Garbatella e Cinecittà, violenza sadica, connivenze con apparati dello Stato travasati nella Repubblica direttamente dal ventennio, incontri con Pino Rauti, Julius Evola e Giorgio Almirante.

E una ossessione: uccidere Walter Audisio, il comandante partigiano, divenuto nel frattempo parlamentare comunista, responsabile della esecuzione di Benito Mussolini e Claretta Petacci. Fargli «un buco nella testa – scrive Sergio Luzzato nella nuova edizione pubblicata da minimum fax nel 2008 – con un foro di ingresso in cui si potesse infilare il dito mignolo e un altro d’uscita in cui si potesse ficcare il pugno», era una idea che corrispondeva esattamente alla mentalità del neofascismo giovanile della Roma dei primi anni 50. «I ragazzi come Salierno» – spiega ancora Luzzato – sapevano come fare: «bastava appostarsi fra la Nomentana e la Salaria, caricare il fucile automatico e sparare contro l’onorevole Audisio. Bastava vendicare il Duce».

Oltre ad essere un impressionante scandaglio antropologico del mondo dei «fasci», il volume è la testimonianza incredibile di un percorso di liberazione dal culto della sopraffazione, dai miti superomisti, razziali e nazionalisti verso un approdo libertario e marxista. Coinvolto in un omicidio nel corso di una rapina finita male, nel 1953 Salierno deve fuggire assieme al suo complice dopo una lettera anonima fatta pervenire alla polizia da ambienti missini che volevano scaricarlo. Arrivato a Lione si arruola nella Legione straniera, ma una volta giunto in Algeria viene riconosciuto da un poliziotto italiano che era sulle sue tracce e arrestato.

L’ingresso nel carcere di Sidi-Bel-Abbès, le condizioni bestiali di detenzione vissute in quel luogo, lo portano a conoscere la realtà dei prigionieri politici algerini che combattono per l’indipendenza tra sevizie e torture. Inizia qui il suo percorso di ripensamento. Solidarizza con i giovani militanti algerini e una volta estradato in Italia abiura il fascismo, scopre Gramsci e la letteratura marxista, studia sociologia tra mille difficoltà in un carcere che non riconosceva il diritto allo studio. È il primo detenuto del dopoguerra a laurearsi. Nel 1968 ottiene la grazia dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat per «motivi di studio». Collabora con Umberto Terracini e Franco Basaglia. Nel 1971 pubblica insieme ad Aldo Ricci, Il carcere in Italia, rimasto uno dei classici della saggistica sul tema.

Gli istituti asilari (il carcere, i manicomi, gli ospedali, la scuola, la polizia e l’esercito), sono per Salierno uno specchio della società borghese. Alla domanda «Chi va in carcere e perché?», risponde che non a caso la condizione sociale, il grado di istruzione, la collocazione professionale, la provenienza geografica, la derivazione familiare, sono una sorta di condanna aprioristica e senza appello che la società «emette nei confronti delle classi subalterne, emarginandole nei ghetti della miseria e della degradazione culturale e morale ancor prima che negli istituti di pena».

L’esperienza umana, politica e culturale di Giulio Salierno ci insegna una verità poco di moda oggi: quello che conta è il punto d’approdo, il percorso. Un tragitto laico privo di pietismo, di perdonismo, di pentitismo. Salierno supera il proprio passato attraverso l’esercizio della critica, una critica radicale. Strumento per nulla apprezzato oggi, anzi osteggiato, ritenuto pericolosamente sovversivo. E se dunque la domanda giusta non è dove vieni ma dove vai, è su quel dove vai che dobbiamo soffermarci, perché non tutte le direzioni si equivalgono.

*** 

«Ero pieno di armi. Oltre cinque pistole, un fucile, numerose bombe a mano, avevo un Thompson calibro 45 che sparava quaranta colpi. Me l’aveva dato un altro attivista. Gia allora tutti gli attivisti missini avevano armi». Sono frasi di Giulio Salierno rilasciate in una lunga intervista al settimanale L’Europeo.

Oggi simpatizzante di un gruppo della cosiddetta sinistra extraparlamentare, Salierno a sedici anni e mezzo era già vicesegretario giovanile del Msi. A diciassette segretario giovanile e delegato al congresso come dirigente della «Giovane Italia». A diciassette e mezzo era commissario politico per cinque sezioni. A diciotto (nel 1953), venne scelto per ammazzare il compagno Walter Audisio, il leggendario colonnello «Valerio». Una carriera fulminea, costruita giorno per giorno nelle sezioni del partito neofascista e soprattutto nei campi paramilitari già allora organizzati per sovvertire l’ordinamento democratico della Repubblica.

Su questi campi paramilitari, sull’addestramento alla violenza, sulla tecnica della provocazione, Salierno racconta vicende e tecniche, illustra i metodi organizzativi neofascisti, più volte denunciati dalle forze politiche democratiche – dal nostro Partito innanzi tutto – e di cui ha avuto occasione di occuparsi anche la magistratura. È, quella riportata dal settimanale, un’ennesima importante testimonianza resa da chi ha personalmente vissuto una simile esperienza.

«Imparavamo ad usare le armi in campagna – dice l’intervistato –, soprattutto durante la stagione di caccia. Non costituiva un problema: bastava smontare il fucile o la mitragliatrice e uscire da Roma. Io l’ho fatto una enormità di volte, e nessuno mi ha mai arrestato. Una volta per Capodanno ho perfino sparato in città, col mitra. Nessuno mi ha detto nulla. Altri si addestravano nei campeggi organizzati dal partito. Non che i campeggi fossero veri campi di addestramento militare. intendiamoci.  Dal momento che si trovavano sotto la giurisdizione del partito, l’uso delle armi v’era ufficialmente proibito. Però c’era sempre un istruttore o due che portavano un mitra o un fucile o un paio di rivoltelle e così, oltre allo spirito guerresco, nei campeggi si assorbiva l’abitudine a usare il mitra, il fucile, la rivoltella. Non ci vedevamo nulla di male. Perché avremmo dovuto vederci qualcosa di male? Se consideri la violenza come tecnica politica, come ideologia politica, addirittura come filosofia, sparare ha lo stesso valore che fare a pugni. Insomma una bomba non è più una bomba, un attentato non è più un attentato, una strage non e più una strage».

Quando Salierno faceva queste cose, il Msi indossava il doppiopetto di Arturo Michelini. Almirante, il «massacratore di partigiani», era – all’interno del partito neofascista – «il teorico della linea dura». «È arduo dimostrare che una strage è stata voluta al vertice del Msi – dice ancora Salierno –. Magari è stata suggerita da un dirigente, si, ma prenderlo in castagna è quasi impossibile perché tra l’esecutore materiale e lui non c’è mai un filo diretto. Il filo è una catena dove ciascun anello è rappresentato da attivisti fidatissimi, cioè i duri, che costituiscono la struttura paramilitare all’interno del Msi. Non solo: l’attentato fascista dev’essere sempre fatto in modo da lasciare il dubbio che l’autore sia un rosso. Noi dicevamo addirittura che l’attentato perfetto è quello che si fa “teleguidando” il rosso: cioè inducendo il rosso a farlo per te. Per esempio attraverso un agente provocatore».

Le cose dette con tanta chiarezza da Salierno sembrano storia di questi giorni. Ricordano Piazza Fontana, gli attentati ai treni operai, l’attentato al direttissimo Torino-Roma, le bombe di Piazza Tricolore che uccisero l’agente Marino, la strage davanti alla Questura di Milano. Episodi tragici della trama nera, sui quali sta indagando al magistratura, per i quali sono stati chiamati in causa dirigenti nazionali del Msi.

Nella stessa intervista, come abbiamo accennato all’inizio, Giulio Salierno rivela un altro episodio gravissimo, sul quale è bene che la magistratura faccia piena luce aprendo un’inchiesta. «Ad un certo punto — dice Salierno — fu deciso di giustiziare Walter Audisio». Del progetto si era già parlato nel 1948 e venne ripreso nel 1953 «in seguito ad una osservazione del generalissimo Franco». «Un gruppo di dirigenti del Msi – continua l’intervistato — s’era recato in Spagna ed era stato ricevuto da Franco. Nel corso del colloquio Franco aveva chiesto: “Com’è che i fascisti italiani non hanno ancora eliminato Walter Audisio. detto colonnello Valerio?”».

E più avanti: «Per arrivare a ciò ci voleva una cosa sola: un giustiziere pronto ad uscire dal partito qualche mese prima e poi disposto a rivelare il suo nome dicendosi fiero del gesto. Il giustiziere prescelto fui io. Uscii dal partito, dunque, e immediatamente dopo ebbe inizio lo studio dell’attentato». II compagno «Valerio» fu pedinato dagli attivisti del Msi e fu deciso che sarebbe stato ucciso davanti casa. «Un piano perfetto — dice Salierno —. Mi ci preparai con lo scrupolo di un vero killer ed in pochi mesi fui pronto».

[…]

Paolo Persichetti 7 Giugno 2023

(Adnkronos il 15 marzo 2023.) - È morto Pierluigi Concutelli il terrorista nero condannato all'ergastolo per l'omicidio del giudice Occorsio. Concutelli, che avrebbe fatto 80 anni a giugno, era stato tra i capi di Ordine Nuovo prima di darsi alla lotta armata.

 Era malato da tempo: dopo aver trascorso quasi metà della sua vita in carcere, 'il Comandante' aveva avuto la sospensione condizionale della pena nel 2011 per motivi di salute.

Morto Pierluigi Concutelli, da Ordine nuovo alla lotta armata: ecco chi era. Christian Campigli su Il Tempo il 15 marzo 2023

È morto Pierluigi Concutelli, il terrorista nero condannato all’ergastolo per l’omicidio del giudice Occorsio. Concutelli, che avrebbe compiuto ottanta anni a giugno, era stato tra i capi di Ordine Nuovo prima di darsi alla lotta armata. Era malato da tempo: dopo aver trascorso quasi metà della sua vita in carcere, “il Comandante” aveva avuto la sospensione condizionale della pena nel 2011 per motivi di salute. Il suo nome è strettamente legato con il momento più buio e, al tempo stesso, più complicato da decifrare, quello dei mille misteri del Dopoguerra. Romano di nascita, palermitano di adozione, si iscrive alla facoltà di Agraria nel capoluogo siculo. Qui nasce la sua più grande passione: la politica. Si avvicina al movimento neofascista Fronte Nazionale, fondato da Junio Valerio Borghese e il 24 ottobre 1969 viene arrestato per la prima volta: quattordici mesi di reclusione da scontare nel carcere dell'Ucciardone.

Nel 1971 entra in contatto con Ordine Nuovo, ma non rinuncia al suo impegno nel Movimento Sociale. Tre anni più tardi, Concutelli passa al lato oscuro della forza, alla lotta armata. E diventa un terrorista nero. In concorso con altri militanti compie diverse azioni di autofinanziamento che raggiungono l'apice con il sequestro del banchiere leccese Luigi Mariano il 23 luglio 1975 e per la cui liberazione venne pagato un riscatto di 280 milioni di lire. Un anno più tardi, il 10 luglio del 1976, ucciderà il giudice Vittorio Occorsio, reo, secondo Concutelli, di aver voluto indagare sul terrorismo nero.

Colpire Occorsio, per noi, significava colpire la Democrazia Cristiana. Consideravamo il giudice romano uno degli ingranaggi di quel meccanismo che si era messo in moto per stritolarci, per tagliare fuori dalla vita politica italiana buona parte dei neofascisti. Secondo il nostro punto di vista, Vittorio Occorsio era il braccio armato della Dc”, scriverà nel libro “Io, l'uomo nero”. Successivamente vi saranno altri omicidi, altre rapine, fino al suo arresto, nel 1977. Il 10 agosto 1982 ucciderà in carcere Carmine Palladino, luogotenente di Stefano Delle Chiaie. Palladino, che aveva dato segni di disponibilità a collaborare con i magistrati, viene strangolato con una rudimentale garrota perché accusato di essere un delatore. Concutelli trascorrerà oltre venticinque anni in carcere, senza mai rinnegare la scelta della lotta armata. 

È morto Pierluigi Concutelli. Dalle stragi agli omicidi politici, i segreti del super killer neofascista. L’assassinio del giudice Occorsio. Le rapine e i rapporti con la criminalità e i servizi deviati. Le esecuzioni in carcere dei camerati che volevano parlare degli attentati di Brescia e Bologna. Chi era e cosa nascondeva il capo militare di Ordine nuovo, terrorista mai pentito. Paolo Biondani su L’Espresso il 15 Marzo 2023

Un assassino spietato, idolatrato dai giovani terroristi neri come «il comandante», capo carismatico dei «neofascisti rivoluzionari». Un criminale politico di altissimo livello, capace di nascondere dietro l'immagine di «combattente» duro e puro i segreti inconfessabili del terrorismo di destra: i rapporti con la mafia, la P2 e i servizi segreti deviati, lo stragismo in Italia dal 1974 al 1980, da Brescia a Bologna.

Con Pierluigi Concutelli, morto a 79 anni nella sua abitazione di Ostia, se ne va uno degli ultimi protagonisti e custodi dei misteri del terrorismo di destra. Nato e cresciuto a Roma, ha iniziato la militanza neofascista a Palermo, dove è stato arrestato per la prima volta, già nel 1969, con armi ed esplosivi, usati per addestrarsi in campi paramilitari.

Uscito dal carcere dopo 14 mesi, entra in Ordine Nuovo, la formazione di estrema destra che è al centro delle indagini e dei processi per le prime stragi nere, a cominciare dall'eccidio del 1969 in Piazza Fontana a Milano. Nel 1973, quando il governo Rumor decreta lo scioglimento di Ordine Nuovo, i capi dell'organizzazione passano alla clandestinità. Concutelli, ormai latitante anche per altri reati, scala la gerarchia del gruppo terroristico fino ad esserne riconosciuto come il «comandante militare». E diventa un super killer della galassia neofascista.

A Roma, il 10 luglio 1976, Concutelli uccide a colpi di mitraglietta il giudice Vittorio Occorsio, l'unico magistrato che indagava su Ordine Nuovo e sui rapporti tra il terrorismo politico e i sequestri di persona. Dopo una serie di rapine e fughe tra Spagna e Francia, il killer nero viene arrestato a Roma, nel febbraio 1977, proprio grazie a un'inchiesta sui rapporti tra neofascisti e clan criminali e, in particolare, tra lo stesso Concutelli e la banda Vallanzasca.

Concutelli si dichiara «prigioniero politico» e in carcere si vede riconoscere come leader di riferimento dalla nuova generazione di terroristi neri, in particolare i Nar di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che progettano più volte di farlo evadere. L'ultimo piano di fuga viene studiato in Sicilia nel luglio 1980, mentre Fioravanti e Mambro stanno preparando la strage del 2 agosto 1980 a Bologna, per cui sono stati poi condannati con sentenza definitiva.

Condannato all'ergastolo per l'omicidio Occorsio, Concutelli commette altri due omicidi di esplicita matrice terroristica mentre è detenuto. Il 13 febbraio 1981, nel carcere di Novara, strangola il neofascista bresciano Ermanno Buzzi, detenuto per la strage di Brescia, che aveva confidato di voler confessare la verità sull'attentato del 28 maggio 1974 in piazza della Loggia. Il complice di Concutelli in quell'omicidio è Mario Tuti, il terrorista nero condannato per le bombe sui treni in Toscana e assolto in appello per la strage dell'Italicus.

Concutelli viene condannato al terzo ergastolo per l'omicidio di Carmine Palladino, anche lui strangolato in carcere, nell'agosto 1982, perché sospettato di volersi pentire e collaborare con le indagini sui neofascisti romani per la strage di Bologna.

Nel 2002, dopo 25 anni di reclusione, Concutelli ottiene la semilibertà. Nel 2011 la pena viene sospesa per gravi motivi di salute. È morto a Ostia, in casa di un ex camerata che lo ha ospitato fino all'ultimo.

Pierluigi Concutelli, il romanzo criminale dell’estrema destra. Morto a 79 anni il terrorista nero. Fu condannato per l’omicidio del giudice Vittorio Occorsio. Paolo Delgado su Il Dubbio il 15 marzo 2023

Pierluigi Concutelli, “Lillo”, è morto a 79 anni. Era l' “uomo nero”, come si definì da solo nell'autobiografia scritta nel 2008 con il giornalista Giuseppe Ardica, ironizzando sulla nomea di fascista feroce, assassino e non ravveduto che lo circondava. Era in carcere dal 1976, arrestato per l'omicidio del magistrato Vittorio Occorsio, il 10 luglio di quello stesso anno.

A sparare erano stati due militanti del Movimento Politico Ordine Nuovo, versione clandestina di Ordine nuovo, il principale gruppo della destra extraparlamentare sciolto tre anni prima dopo un'inchiesta condotta dallo stesso Occorsio: con Lillo c'era Gianfranco Ferro ma l'intera azione era stata pensata, voluta e alla fine eseguita da Concutelli.

Non per vendetta, ma con un obiettivo politico preciso: “Doveva rappresentare la fine della violenza parlata e l'inizio della violenza praticata, il primo atto di aperta lotta armata fascista”. Il modello erano, esplicitamente le Br e per descrivere il senso di quell'attentato Concutelli avrebbe più tardi adoperato, non a caso, una formula propria delle Br: propaganda armata. Era la prima volta che i neofascisti colpivano intenzionalmente, con un attentato apertamente rivendicato, un uomo dello Stato.

Per questo Concutelli sarebbe diventato, di lì a poco, punto di riferimento dei giovani terroristi della nuova generazione, dei Nar, che lo consideravano un modello proprio perché aveva rotto con la fase del golpismo e delle trame per scendere sul terreno, sono a quel momento occupato solo dalla lotta armata rossa, dello scontro diretto contro lo Stato.

In un certo senso, nella galassia nera di quegli anni feroci, Concutelli incarna davvero, nella sua stessa biografia, il passaggio da un tipo di militanza a un altro, accomunati dalla violenza ma diversissimi.

Nato a Roma nel1944, trasferitosi a Palermo con la famiglia nel 1966, Concutelli aveva alle spalle la classica trafila dei neofascista tosto di quegli anni: risse e botte a volontà, militanza a cavallo tra Msi e formazioni extraparlamentari, mesi di galera per detenzione di armi, un sequestro di persona, quello del banchiere pugliese Luigi Mariani a scopo di autofinanziamento del suo gruppo clandestino.

Dentro Ordine nuovo, dopo una rapidissima carriera, era stato tra i principali promotori dell'unificazione con l'Avanguardia nazionale di Stefano Delle Chiaie, tentata e fallita a metà anni '70, poco prima della fuga di Lillo in Spagna e poi del ritorno in Italia con l'intenzione di dare vita a una vera “lotta armata rivoluzionaria fascista”.

Come molti neofascisti pronti a tutto della sua generazione aveva combattuto contro i baschi nella Spagna del crepuscolo franchista, nella guerra civile angolana con le bande di destra sostenute dagli Usa dell'Unita.

Per l'attentato contro il leader della Dc cilena in esilio Leighton fu assolto, ma i sospetti restarono tutti.

Col ritorno in Italia, Lillo imboccò una strada altrettanto sanguinosa ma diversa, scegliendo di colpire Occorsio per “colpire la Dc”, considerandolo “il braccio armato della Dc, l'uomo che piazza del Gesù aveva mandato per annullarci”.

Dopo Occorsio, Concutelli ha ucciso ancora, in carcere: due neofascisti accusati di essere delatori: Ermanno Buzzi, ucciso a mani nude insieme a Tuti, poi, da solo, Carmine Palladino, leader di Avanguardia nazionale, per aver indicato alla polizia il nascondiglio dove fu ucciso, probabilmente a freddo, il militante dei Nar Giorgio Vale. Non ha mai rinnegato il suo passato Pierluigi Concutelli ma col tempo si era avvicinato, già negli anni '90, alle posizioni del Partito radicale.

La semilibertà, concessa nel 2002, gli fu revocata nel 2008 per il possesso di un risibile quantitativo di hashish usato come terapia del dolore. L'anno dopo fu colpito da una gravissima ischemia e passò dalla galera ai domiciliari ma nel 2015 la Cassazione rifiutò di concedergli la libertà condizionata. Era quasi paralizzato, privo della parola, senza più alcuna pericolosità sociale. Però non si era “ravveduto”.

Il ritratto del personaggio. Chi era Pierluigi Concutelli, terrorista di destra morto a 79 anni e mai ravveduto. David Romoli su Il Riformista il 16 Marzo 2023

L’uomo nero è morto. Era stato lui stesso, Pierluigi Concutelli detto “Lillo”, a definirsi così nell’autobiografia che aveva scritto insieme al giornalista Giuseppe Ardica nel 2008. In quel momento Concutelli si trovava in semilibertà ed era già stato colpito da una lieve ischemia. Nell’ottobre dello stesso anno fu rinchiuso di nuovo a tempo pieno perché trovato in possesso di una modica quantità di hashish, adoperato come cura contro il dolore. Nel 2009 una nuova ischemia lo aveva privato dell’uso della parola e in gran parte anche dei movimenti. Era quindi stato trasferito ai domiciliari, poi nel 2011 la pena era stata sospesa per motivi di salute ma nel 2015 la Cassazione negò la semilibertà in quanto “non ravveduto”. È rimasto ai domiciliari fino alla scomparsa ieri, a 79 anni.

Concutelli, come molti altri terroristi della sua generazione di destra come di sinistra, non era in effetti ravveduto se col termine si intende la disponibilità a rinnegare le sue scelte passate. Era in compenso di certo un uomo molto cambiato già dagli anni 90, vicino alle battaglie del Partito radicale, ormai privo di ogni pericolosità sociale. Pericoloso lo era stato davvero: il primo, nell’estrema destra, a scegliere un modello di lotta armata ricalcata sulla metodologia delle Br e del resto lui stesso, nello spiegare la scelta di passare all’omicidio politico, cita apertamente le Br adoperando la loro stessa formula: “Propaganda armata”. Ma anche, aggiunge, l’intenzione di far capire all’ambiente neofascista che i nuovi ordinovisti facevano sul serio.

Prima di Concutelli aveva aperto il fuoco sulle forze dell’ordine Mario Tuti, il 24 gennaio 1975, uccidendo due carabinieri che volevano perquisire la sua abitazione. Non si era trattato però di un attentato premeditato. La decisione di uccidere il giudice Vittorio Occorsio, il 10 luglio 1976, fu invece presa lucidamente e probabilmente non a caso Concutelli decise di colpire un magistrato, come in quel momento facevano anche le Br che un mese prima avevano compiuto il loro primo attentato omicidiario uccidendo il procuratore di Genova Francesco Coco e la sua scorta. Il magistrato aveva istruito i processi che avevano portato allo scioglimento di Ordine Nuovo: «Colpire Occorsio per noi significava colpire la Dc…Era il braccio armato della Dc, l’uomo che da piazza del Gesù avevano mandato per annullarci…Era stato ed era il titolare di tutte le inchieste scomode del periodo: compresa naturalmente quella sul Movimento Politico Ordine Nuovo del primissimi anni ‘70. Il suo nome saltava sempre fuori», avrebbe spiegato 32 anni dopo il neofascista nel suo libro.

Nel 1976 “Lillo”, nato a Roma, trasferitosi con la famiglia a Palermo a 22 anni, aveva alle spalle una lunga militanza fascista e una breve ma folgorante ascesa ai vertici di Ordine Nuovo. Aveva simpatizzato per il Fronte nazionale di Valerio Borghese, scontato qualche mese di carcere per detenzione di armi, era stato militante contemporaneamente del Msi e di Ordine Nuovo. Aveva organizzato nel 1974 un sequestro, quello del banchiere Luigi Mariani, per finanziare il gruppo armato che già aveva in mente e in libertà provvisoria per quel sequestro si era candidato alle elezioni comunali con il Msi-Dn, ottenendo meno di mille voti. Non aveva potuto votare per se stesso neanche lui: il giorno delle elezioni era in carcere per l’ennesima rissa politica.

Concutelli aveva tentato l’unificazione con Avanguardia Nazionale, insieme al capo avanguardista Stefano Delle Chiaie e al molto meno convinto leader di On Clemente Graziani. La fusione tra i due gruppi storici della destra extraparlamentare fallì ma Concutelli riparò nella Spagna degli ultimi bagliori del tramonto franchista, dove Delle Chiaie dettava legge tra i fascisti italiani. Di certo in quei mesi Concutelli partecipò ad alcune azioni militari anche per conto dei dittatori fascisti. Lui stesso ammise di aver partecipato alla guerra civile in Angola nelle file dell’Unita, la fazione destra appoggiata dagli Usa. In Spagna prese parte alla guerriglia contro i baschi dell’Eta nell’ultimissima fase del franchismo. Per l’attentato contro il leader della Dc in esilio in Italia Bernardo Leighton fu invece assolto per insufficienza di prove, ma senza che la sentenza dissipasse o numerosi sospetti.

In un certo senso, Concutelli è stato un militante fascista a cavallo di due epoche precise e distinte negli anni 70. Come molti della sua generazione si era prestato, in nome della lotta al comunismo, alla collaborazione sanguinaria con i dittatori fascisti spalleggiati allora dagli Usa. Poi era stato tra i primi a scegliere la lotta armata contro lo Stato, agli antipodi dello stragismo e del golpismo della fase precedente, diventando così una sorta di modello per i giovanissimi terroristi della nuova generazione, i Nar, che in effetti tentarono a lungo e inutilmente di farlo evadere.

In carcere, nella fase atroce delle esecuzioni contro i pentiti e i delatori veri o presunti, uccise due camerati: a mani nude, con Tuti, Ermanno Buzzi; da solo, pochi mesi dopo, Carmine Palladino, dirigente di An considerato responsabile della delazione che aveva portato all’uccisione, forse per esecuzione a freddo, del militante dei Nar Giorgio Vale. Concutelli ha commesso crimini terribili, ma non è stato l’uomo nero o il mostro: solo uno dei ragazzi che negli anni 70 hanno sacrificato le vite degli altri e la propria per una politica vissuta come ideologia totalizzante: guerra senza quartiere. David Romoli

Estratto dell’articolo di Olivia Dabbene per repubblica.it il 18 marzo 2023.

Quando il feretro di Pierluigi Concutelli esce dalla chiesa di San Ponziano a Talenti, quartiere a nord del centro storico, Roma si è appena svegliata. La bara sfila avvolta da un tricolore e dal silenzio di fronte al picchetto d'onore formato da 300 "camerati".

 L'ultimo saluto della galassia nera all'ex terrorista, capo di Ordine Nuovo e killer del giudice Vittorio Occorsio, morto a 78 anni senza pentirsi mai dei tre omicidi commessi in vita (in carcere, tra l''81 e l'82 uccide i neofascisti Ermanno Buzzi e Carmine Palladino, taccia di infamia), si è tenuto all'alba. In forma strettamente riservata e in un quartiere blindato. Nella tarda serata di venerdì infatti la questura ha disposto che la funzione di svolgesse alle 7 del mattino, non più alle 11,30 come previsto inizialmente, per prevenire eventuali problemi di ordine pubblico.

Nessun saluto romano, nessun presente. Solo un profondo silenzio ha salutato Concutelli, che è morto ai domiciliari, nella casa di fronte al mare, all'Idroscalo di Ostia, dove fu ucciso il regista Pier Paolo Pasolini. L'affitto glielo pagavano i suoi "camerati", con delle collette periodiche.

 Gli stessi neofascisti che sabato, all'alba, si sono fatti trovare schierati di fronte alla chiesa per l'ultimo saluto al "Comandante", soprannome che Concutelli s'era guadagnato negli ambienti dell'eversione nera durante gli anni di piombo.

 […] In testa c'è Roberto Fiore, l'attuale capo di Forza Nuova, ancora a processo per l'assalto alla sede nazionale della Cgil di due anni fa. Accanto a lui "er Pantera", Luigi Aronica, 65 anni, ex Nar con 18 anni di carcere alle spalle, arrestato nuovamente per i fatti del 9 ottobre 2021. La barba ingrigita di Aronica è la stessa che porta sul viso Maurizio Boccacci, che "der Pantera" è coetaneo.

 Boccacci è un vecchio arnese dell'estremismo di destra, radicato ai Castelli Romani, un passato in Avanguardia nazionale, poi fondatore del Movimento politico occidentale, sciolto in base alla legge Mancino, quindi leader di Militia. 

Convinto antisemita, nel 2013 Boccacci è in prima fila negli scontri ad Albano, di fronte all'ingresso dell'istituto dei padri Lefebvriani, mentre inneggia al capitano delle SS Erich Priebke, appena morto, prima che il feretro fosse trasferito per la sepoltura in una località segreta, nel cimitero di un carcere italiano.

 Nel 2014, insieme al 35enne Stefano Schiavulli, Boccacci minaccia in tribunale l'ex presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici. Tanto per rendere l'idea del personaggio.

[…] Restano fuori dalla chiesa il capo di CasaPound Gianluca Iannone e i suoi circa 50 militanti al seguito. Le tartarughe frecciate, almeno pubblicamente, hanno sempre preso le distanze dalla stagione del terrorismo nero e dai suoi protagonisti. Ma oggi sono tutti qui, a salutare il "Comandante".

 […] L'orario anticipato all'ultimo momento alle sette del mattino è stato decisivo per garantire l'ordine pubblico, anche se diversi "fascisti" della generazione successiva a quella del "Comandante", come alcuni militanti del Fronte della gioventù, non l'hanno saputo, bucando il funerale. […]

Quella falsa telefonata (con vero sequestro) che salvò la vita a 3 anarchici. Era il 1962, tre ragazzi erano stati condannati a morte dal regime franchista si salvarono grazie a uno squillo...Tiziana Maiolo su Il Dubbio il 3 novembre 2023

Ventisette settembre 1962. Quella volta una telefonata con l’inganno, simile ma diversa da quella subita da Giorgia Meloni per mano di due comici russi, servì a salvare un uomo da una condanna a morte.

Quel giorno a Milano arrivò una telefonata al viceconsole di Spagna, Isu Elias, con un invito da parte del vicesindaco, il democristiano Lugi Meda, per il giorno dopo al ristorante “La Giarrettiera”, osso buco e risotto giallo, in Galleria. La telefonata era una finzione, ma reale fu il sequestro del funzionario spagnolo, il tutto orchestrato da un gruppo di giovani anarchici per un nobile motivo, salvare la vita di un altro anarchico spagnolo, che rischiava la pena capitale nel regime di Francisco Franco. Dal consolato, proprio come nelle settimane scorse da Palazzo Chigi, quel numero di telefono fasullo fu richiamato con una sorta di recall, rispose il finto vicesindaco, il quale si offrì di mandare il suo segretario con autista a prelevare il viceconsole per accompagnarlo al ristorante. E il sequestro si compì.

Due mesi prima, nella notte tra il 29 e il 30 giugno, erano esplose a Barcellona tre bombe. Dimostrative, tanto che non provocarono danni a persone né a cose. Ma la firma anarchica, bestia nera del regime franchista, portò il giorno dopo all’arresto di tre ragazzi, aderenti alla Federaciòn Ibérica de Juventude Libertaria, lo studente di chimica Jorge Conill Valls e gli operai Marcelino Jiménez Cubas e Antonio Mur Peiròn. Tre giorni dopo gli anarchici erano già condannati, il primo a 30 anni di carcere, gli altri due rispettivamente a 25 e 18 anni.

Una sentenza considerata però troppo morbida dal Capitano generale di Catalogna, che la rinviò al tribunale militare per un nuovo processo che terminasse possibilmente con la condanna a morte quanto meno di Conill. Fu a quel punto che si mobilitarono gli anarchici milanesi, che avevano conosciuto gli spagnoli durante un viaggio nel loro paese. Pensarono a un’azione dimostrativa che potesse conquistare i media di tutto il mondo, per denunciare il regime franchista e i suoi metodi. Il viceconsole Isu Elias fu sequestrato il 28 settembre 1962 con il trucco della finta telefonata e fu portato a Cugliate Fabiasco, paesino di 178 abitanti in provincia di Varese, a 50 chilometri da Milano e vicino al confine svizzero. Gli anarchici milanesi si chiamavano Amedeo Bertolo, Luigi “Kiko” Gerli, Gianfranco Pedron e Aimone Fornaciari.

Conoscevo bene i primi due, miei compagni di classe al liceo Berchet, nella terza C che aveva come professore di latino e greco il professor Arturo Brambilla, filologo di fama e amico di una vita di Dino Buzzati, e come insegnante di religione don Luigi Giussani non ancora fondatore di Comunione e Liberazione. Eravamo ventenni pieni di ideali (parola in grande uso negli anni sessanta) e fummo tutti al fianco di quel gesto considerato comunque “nobile” anche dalla sentenza che alla fine diede lievissime condanne a quei ragazzi. I quali furono affiancati nella loro azione da altri quattro, di poco più adulti, aderenti alla sinistra socialista rivoluzionaria: Alberto Tomiolo, Vittorio De Tassis, Giorgio Bertani e Giambattista Nivello-Paglianti. Forse troppi, perché l’azione rimanesse riservata, infatti così non fu.

Eravamo lontani anni luce da quel che verrà dagli anni settanta in avanti, né gli anarchici né i socialisti erano terroristi, né avevano mai avuto alcuna intenzione di sfiorare con un dito il loro “prigioniero”, il quale lo testimoniò con molta sincerità al processo. Il sequestro durò in tutto quattro giorni, mentre le voci cominciavano a circolare a Milano, che è poi, per certi ambienti, una città piuttosto piccola. A sorvegliare il prigioniero restava solo uno di loro, che in genere giocava a carte con il viceconsole. Persino sulla soglia di casa mia, si affacciarono in una di quelle sere le facce di Amedeo e Kiko, con lo sconcerto del mio fidanzato che come me frequentava più i comizi di Malagodi che i circoli anarchici. Insomma, erano pieni di ardore rivoluzionario, ma anche un po’ pasticcioni.

Ma il risultato fu raggiunto. I giornali parlarono del rapimento con grande evidenza, tutti pubblicarono il comunicato degli anarchici, che fu diffuso da Parigi: “Sequestriamo il viceconsole di Spagna a Milano, per cercare di impedire l’esecuzione capitale di tre giovani antifascisti condannati a Barcellona. Il dottor Elias non corre nessun pericolo. Garantiamo la sua liberazione non appena, grazie alla notizia del sequestro, si sarà fatto sapere al mondo il triste destino dei nostri tre compagni a Barcellona. Viva la Spagna libera!”.

Quei ragazzi, che avevano dato vita al primo sequestro politico dell’Italia repubblicana, portarono a casa il risultato. Gli anarchici spagnoli evitarono la pena capitale, vedendo confermata la prima condanna, comunque pesantissima, per delle azioni dimostrative. Negli anni seguenti e dopo la fine del regime franchista, fruirono però di diverse amnistie e furono scarcerati. Ma il rapimento di Isu Elias, che fu consegnato alla polizia anche con la collaborazione di alcuni giornalisti, divenne il detonatore di una sere di manifestazioni antifranchiste e di prese di posizione politiche e del modo religioso. Tanto che quando per un errore l’agenzia statunitense Associated Press pubblicò la falsa notizia della condanna a morte di Conill, si mosse finalmente il cardinale di Milano, quel monsignor Martini che poi diventerà Paolo VI. Era stato invano sollecitato fin dal primo momento. Ma poi qualcosa fece. L’ 8 ottobre scrisse di suo pugno questa lettera al generale Franco: “A nome degli studenti cattolici milanesi e mio personale, prego vostra eccellenza di usare clemenza nei confronti degli studenti lavoratori condannati affinché possano essere salvate vite umane e sia chiaro che l’ordine pubblico in un paese cattolico possa esser difeso diversamente che in paesi senza fede e ai quali non appartengano i costumi cristiani”.

Risolto il problema principale, quello spagnolo, si fecero i conti anche in Italia. Con un processo, dopo che ovviamente tutti i sequestratori erano stati arrestati, che fu clamoroso. E anche con un piccolo colpo di scena: Amedeo Bertolo, l’unico che era riuscito a scappare in Francia, si consegnò, come aveva promesso, nell’aula del palazzo di giustizia di Varese, in cui entrò beffando le ingenti forze di polizia che lo ricercavano invano. Si spacciò per giovane di studio del professore e grande avvocato Alberto Dall’Ora ( che sarà anni dopo anche il difensore di Enzo Tortora) e comparve direttamente nell’aula.

Vennero a testimoniare a favore degli anarchici tutti i nostri professori della terza C del liceo Berchet di Milano, il pubblico ministero chiese pene che si aggiravano al massimo sull’anno di reclusione, che furono ulteriormente ridotte dal tribunale presieduto da Eugenio Zumin. Otto mesi a De Tassis, il finto autista, sette mesi e venti giorni a Bertolo, Pedron e Tomiolo, sette a Gerli, sei a Bertani, cinque a Novelli-Pagliani, Fornaciari e Sartori. Tutti gli imputati ebbero la sospensione totale della condanna, la non iscrizione nei casellari giudiziari e la liberazione immediata. Fu riconosciuto per la prima volta in Italia in un processo politico il fatto che gli imputati avevano “agito per motivi di particolare valore morale e sociale”. Tutto era nato da una telefonata.

(ANSA sabato 21 ottobre 2023) Il Nucleo operativo centrale di sicurezza della polizia di Stato ha catturato nei pressi di Bordighera, in Liguria, il latitante anarchico Luca Dolce, 37 anni, triestino, che si trova ora nel carcere di Imperia. Lo apprende l'ANSA. L'uomo, ricercato dal 2021, è stato individuato al termine di una complessa indagine della Direzione centrale della polizia di prevenzione che aveva costituito un gruppo di lavoro con le Digos di Trento, Treviso, Trieste, Genova e Brescia.

L'attività è stata coordinata dalla Procura distrettuale di Trento diretta da Sandro Raimondi. Dolce, che al momento della cattura aveva una carta di identità falsa, ha diversi precedenti ed è stato in carcere a Tolmezzo, Ferrara - dove è stato detenuto assieme ad Alfredo Cospito - e Modena. 

È ritenuto dagli investigatori un punto di riferimento tra gli anarchici del Triveneto e anche un elemento di collegamento con gruppi dell'antagonismo e del marxismo leninismo, anche per la sua produzione di documenti e testi pubblicati sui media d'area anarchica. Pur essendo friulano, dal 2009 "Stecco", questo il soprannome, ha trascorso molto tempo con il gruppo anarco insurrezionalista trentino, nella zona di Rovereto, dove si è occupato di propaganda e logistica.

Secondo gli accertamenti svolti, Dolce avrebbe avuto anche un ruolo di coordinamento, a livello nazionale, nella promozione di attività anti carcerarie e ha intrattenuto corrispondenza con detenuti appartenenti alle Brigate Rosse. Nel 2021 il 37enne era stato condannato a 2 anni e 4 mesi dopo gli scontri con le forze dell'ordine in occasione di una manifestazione organizzata contro la Lega nel 2018. 

Sempre nel 2021 l'autorità giudiziaria di Trento aveva emesso un provvedimento che unificava le pene concorrenti stabilendo per Dolce 3 anni e 6 mesi. L'ultima condanna è del 17 marzo scorso, quando la Corte d'appello di Trento lo ha condannato, assieme ad altri 62 anarchici, a tre anni di reclusione per i reati commessi al Brennero il 7 maggio 2016 durante una manifestazione di protesta contro il muro anti migranti annunciato, e mai realizzato, dal governo austriaco.I due anarchici italiani. La storia di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, gli anarchici giustiziati negli USA per le loro idee. In piedi, un po’ sbilenchi, le manette ai polsi: Giuliano Montaldo li ha eternati in un film che ne ha fatto due simboli della sinistra e della lotta anarchica. “Questo dolore - cantò per loro Joan Baez in Here’s to you - è il vostro trionfo”. Fulvio Abbate  su L'Unità l'8 Settembre 2023

Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti erano anarchici, italiani, immigrati nell’America degli anni Venti dello scorso secolo; il crollo di Wall Street in attesa altrettanto di mostrarsi. Un tribunale degli Stati Uniti li consegnerà alla sedia elettrica. Accusa di omicidio: vittime un contabile e una guardia giurata del calzaturificio “Slater and Morrill” di South Braintree.

Il loro doppio ritratto si innalza ancora adesso nella quadreria dei martiri del pensiero libertario. Memoria incancellabile, dolente, antagonistica della sinistra tutta, in verità, così come, altrove, sui fondi d’oro degli altari, Cosma e Damiano vengono onorati invece in nome della devozione cristiana. I nomi di Sacco e Vanzetti sopravvivono sull’ideale Muro dei Federati dell’Altra America, come simulacri della rivoluzione mancata, fratelli, compagni, sangue e nervi di un pensiero ingiustamente condannato in effigie, insieme a loro, sullo stesso patibolo. Inascoltata la mobilitazione internazionale per salvarli, restituirli alla libertà, sotto il vessillo nero orlato di rosso dell’anarchismo; eppure accompagnati da un diffuso sentire militante che trascendeva la stessa sinistra, nel controluce opaco del processo.

La sbarra li mostrava insieme, quasi “siamesi”, nel lontano tempo di un bianco e nero processuale interrotto dai lampi al magnesio delle macchine fotografiche. Eppure, sempre lì al processo, sembrava di vederli levitare come ancora apostoli dell’ingiustizia che tocca i “proletari”; e ancora lo stigma d’essere “italiani”, poveri… Bernard Shaw, Bertrand Russel, Albert Einstein, Dorothy Parker, John Dos Passos, H. G. Wells, Anatole France ne invocarono la liberazione, quest’ultimo paragonandoli ad Alfred Dreyfus. Perfino Mussolini, mesi prima dell’esecuzione, chiese all’ambasciatore statunitense a Roma di intervenire presso il Governatore del Massachussetts per salvarli.

Ben Shahn, maestro di realismo pittorico proprio della denuncia civile, ce li mostra composti infine nelle bare; i giudici, ipocritamente dolenti, fiori bianchi tra le dita, a vegliarli, Sacco e Vanzetti come spettri sconfitti, reliquie cadaveriche del sentimento rivoluzionario spezzato; e l’America salva dal pericolo “rosso”. Sacco e Vanzetti fratelli maggiori di chi avrebbe subito, in piena “guerra fredda”, anni dopo, la “caccia alle streghe” del maccartismo; il mosaico di Ben Shahn, si sappia, resiste ancora adesso sulla facciata dell’Università di Syracuse, N.Y.

Per loro vale la crudele allegoria della giustizia che Edgar Lee Masters, in Spoon River, mostra bendata, “le ciglia corrose sulle palpebre marce”. Versi destinati a figurare poi sulla tomba di Giuseppe Pinelli, al cimitero di Turigliano, Carrara, Pinelli a sua volta, come Sacco e Vanzetti, anarchico, Pinelli precipitato dal quarto piano della questura di Milano… Anche Woody Guthrie, nei tardi anni Quaranta, intonerà per loro la Ballad of Sacco e Vanzetti.

Sacco e Vanzetti verranno ancora a noi, nel tempo già a colori, li ritroveremo grazie a Giuliano Montaldo, suo uno straordinario film di puro e terso nitore politico e documentativo che surclassa per talento, non sembri una citazione impropria, Il padrino di Francis Ford Coppola. Magistrali, l’occhio e la mano di Montaldo, che ci ha lasciato proprio in questi giorni. Ogni qualvolta c’era modo da assistere alla scena in cui l’anarchico siciliano Andrea Salsedo, è il 3 maggio 1920, precipita da una finestra del Park Row Building, sede dell’Fbi a New York, d’istinto, subito in sala il silenzio veniva spezzato, a schermo aperto, dal grido “Pinelli!”.

Sempre nel film di Montaldo, c’era modo di trovare le note, il canto di Here’s to You, la voce di Joan Baez proprio per Sacco e Vanzetti, come un requiem che si fa inno e intanto accompagna lungamente i titoli di coda con emozione, un brano che troverà posto anche nei juke box; Ennio Morricone l’autore della musica. Nel testo, le parole ritrovate di Vanzetti: “Here’s to you Nicola and Bart, rest forever here in our hearts, the last and final moment is yours, that agony is your triumph!”. “Vi rendo omaggio Nicola e Bart, per sempre riposate qui nei nostri cuori, il momento estremo e finale è vostro, questo dolore è il vostro trionfo!”.

Sacco e Vanzetti, proprio grazie a Montaldo, non si sono mai allontanati da noi, rimasti accanto, mai andati via del tutto, ora e sempre, lì, a raccontarsi innocenti, in piedi, un po’ sbilenchi, le manette ai polsi, a fissarci, a indicare l’altrove del torto subito. Non c’era proiezione, metti, alle feste de l’Unità o piuttosto di Umanità Nova, il giornale anarchico fondato da Errico Malatesta nel 1920, che, come in un rito, il film non facesse breccia nel muro della memoria perenne, mai rimossa, allo stesso modo di ciò che altrettanto accadeva con La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo.

La postura di Gian Maria Volontè, il volto dimesso di Riccardo Cucciola: Sacco e Vanzetti nei loro vestiti scuri, luttuosi, cerimoniali, abiti buoni da giorno della festa, trasfigurati, “santificati”, resi parte di un’ideale famiglia di complici “sovversivi”, di chi si riconosceva, e forse ancora adesso si ritrova, nel sentire dei “refrattari”, lemma con il quale gli anarchici indicano se stessi; si sappia infatti che la più celebre testata libertaria negli Stati Uniti prendeva proprio nome L’Adunata dei Refrattari, ovvero Call of the refractaries. Senza Giuliano Montaldo, in quale punto dello spazio e del tempo vivrebbero adesso Sacco e Vanzetti? Dove Ferdinando Nicola Sacco (Torremaggiore, 1891), dove Bartolomeo Vanzetti, (Villafalletto, 1888)? Il primo già operaio in una fabbrica di scarpe. Vanzetti, invece, già pescivendolo. Insieme giustiziati sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927 nel penitenziario di Charlestown, un sobborgo di Boston.

A cinquant’anni esatti dalla loro morte, nell’agosto 1977, Michael Dukakis, governatore del Massachussetts, futuro aspirante alla Casa Bianca, riconobbe ufficialmente gli errori commessi nel processo e ne riabilitò completamente la memoria. “Non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra, non augurerei a nessuna di queste creature ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un anarchico; ho sofferto perché sono un italiano, se voi poteste giustiziarmi due volte, e se potessi rinascere altre due volte, vivrei di nuovo per fare quello che ho fatto già”, parola di Vanzetti a pochi giorni dall’esecuzione.

In Ucraina, nell’Oblast’ di Donec’k, un villaggio ne prende i nomi in loro onore. Sacco, Vanzetti e Montaldo.

Fulvio Abbate 8 Settembre 2023

Il 6 settembre il Riesame. Caso Bezmotivny, per gli anarchici repressione senza sovversione. Il ricorso del pm sarà discusso davanti al Tribunale del Riesame il 6 settembre mentre quello dei difensori che chiedono di annullare tutte le misure cautelari è stato discusso ieri mattina e i giudici si sono riservati di decidere. Frank Cimini su L'Unità il 29 Agosto 2023 

“Non emergono dagli atti di indagine elementi seri e concreti che consentano di fare affidamento su una cooperazione da parte degli indagati. Anzi tale concorso di volontà non solo non è ipotizzabile ma può ragionevolmente escludersi. Si tratta di soggetti refrattari al rispetto delle regole imposte dall’autorità”.

Questo scrive il pm di Genova Federico Monotti nel ricorso contro la decisione del gip di decidere “solo” per arresti domiciliari e obblighi di dimora in relazione alla posizione degli anarchici accusati di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo per la pubblicazione della rivista Bezmotivny definita dai magistrati “clandestina” pur stando in bacheca sulla pubblica via di Carrara. Siamo in presenza di una giurisprudenza sempre più creativa che arriva a affermare che gli indagati devono cooperare con l’indagine altrimenti non risultano affidabili.

Per cui per loro ci può essere solo la custodia cautelare in carcere. Il ricorso del pm sarà discusso davanti al Tribunale del Riesame il 6 settembre mentre quello dei difensori che chiedono di annullare tutte le misure cautelari è stato discusso ieri mattina e i giudici si sono riservati di decidere. Agli atti è stata allegata una relazione della Digos sull’ultimo numero della rivista che è praticamente stata chiusa con l’esecuzione delle misure cautelari. La polizia racconta le difficoltà economiche del quindicinale emergenti dallo scambio di mail tra gli indagati per concludere: “Malgrado le difficoltà appare di tutta evidenza la ferma volontà del gruppo editoriale a proseguire nella stampa del quindicinale anarchico clandestino proseguendo nella loro idea apologetica associativa istigatoria ed esaltando sia la parte ideologica sia l’azione diretta”.

L’operazione di Genova è stata denominata dalla polizia “Scripta scelera” e questo la dice lunga sulla volontà di rispettare il principio della presunzione di innocenza come aveva annunciato l’allora ministro Marta Cartabia. Una copia del quindicinale era stata chiesta da Alfredo Cospito detenuto a Sassari. Nonostante l’ok del magistrato di sorveglianza il giornale non è stato ancora consegnato. I legali insistono.

Hanno paura lor signori insomma di un quindicinale chiuso per mancanza di soldi perché tra l’altro non tornerebbero indietro i soldi delle vendite delle copie mandate a diversi centri sociali. Mezzo secolo fa più o meno il potere costituito scatenò la repressione per un fumetto pubblicato dalla rivista Metropoli. Ma almeno il potere di allora aveva l’attenuante cosiddetta che c’era di mezzo Moro e oltre ai morti per le strade. Qui nel terzo millennio siamo alla repressione senza sovversione. Del tutto preventiva. Frank Cimini 29 Agosto 2023

Scrivere su Bezmotivny è reato, anarchici sbattuti in galera. Frank Cimini su L'Unità il 10 Agosto 2023 

Per Alfredo Cospito non basta la tortura del 41bis fino al divieto di tenere in cella le foto dei genitori defunti. Cospito continua ad essere processato un po’ ovunque. Per stare agli ultimi giorni tra Perugia, Genova, Firenze e Carrara con misure cautelari destinate a chi lo ha sostenuto perché come scrive il giudice delle indagini preliminari del capoluogo ligure inneggiare a Cospito è un reato. Il circolo culturale anarchico “GogliardoFiaschi” di Carrara in un comunicato parla di una decina di misure che la procura di Genova aveva chiesto come custodia in carcere e che il giudice ha trasformato in quattro arresti domiciliari, cinque obblighi di dimora. In cella a La Spezia è finito solo un indagato perché viveva in una casa occupata.

Associazione sovversiva con finalità di terrorismo, istigazione a delinquere. Tutto ruota intorno al quindicinale a Sergio “Bezmotivny” peraltro già chiuso per articoli a partire dal 2020 che avrebbero offeso l’onore e il prestigio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Nel dicembre scorso il circolo di Carrara aveva manifestato solidarietà a Cospito postando sul proprio profilo Facebook la foto di un intervento dell’anarchico detenuto a Sassari Bancali risalente addirittura al 1990 durante l’occupazione di un teatro cittadino. Il nome del quindicinale, ritenuto dai magistrati stampa clandestina, richiama la vicenda degli anarchici del primo novecento in Russia contro il regime zarista. Il circolo è da tempo attivo con iniziative di tipo culturale e letterario con temi che riguardano lavoro ambientale e ecologia. Gogliardo Fiaschi era un partigiano deceduto nel 2000 che tredicenne aveva preso parte alla Resistenza sulle Alpi Apuane nella formazione anarchica “Gino Lucetti”.

Computer cellulari e materiale di area tra cui manifesti contro Marta Cartabia sono stati sequestrati dalla Digos. Sotto accusa addirittura “due casi di proselitismo nei confronti di minorenni”.  Il gip nell’ordinanza dice che anche il giudizio sulla personalità degli imputati conferma il fortissimo pericolo di reiterazione dei reati e prosegue addebitando “la reattività contro qualsiasi imposizione proveniente dallo Stato identificato come il nemico principale”. Poi c’è “l’adesione convinta alla pratica anarchica fino a farne una ragione essenziale di vita”.

Insomma dalla lettura dell’ordinanza emerge chiaramente che il problema è politico. “E’ l’ennesimo tentativo di dimostrare l’esistenza di una associazione con finalità di eversione, tutti tentativi già falliti in passato, peraltro in questo caso relativa a mere pubblicazioni e nessun atto concreto da parte degli indagati – dicono gli avvocati Fabio Sommovigo, Marta Malagnini e George Botti – Si tratta di scritti che si suppongono istigatori o apologetici e quindi di un ambito strettamente connesso all’espressione della libertà di pensiero”. E aggiungono i legali: “2 anni di indagini con due fascicoli aperti pedinamenti e intercettazioni dimostrano che oltre a scrivere gli indagati null’altro hanno fatto e soprattutto che non vi è stata alcuna condotta loro attribuibile concretamente offensiva per persone o cose”. Frank Cimini 10 Agosto 2023

Il gruppo. Cos’è la Fai, la Federazione Anarchica Informale: il caso di Alfredo Cospito e la rete delle organizzazioni. Redazione su Il Riformista il 31 Gennaio 2023

Alfredo Cospito rivendica l’appartenenza alla Federazione anarchica informale–Fronte rivoluzionario internazionale (Fai-Fri) composta da cellule diverse in vari paesi che agiscono in maniera del tutto autonoma e informale – nel senso: senza struttura gerarchica o associativa. Detenuto prima a Terni, quindi a Sassari, da ieri a Opera a Milano per l’aggravarsi delle sue condizioni a causa dello sciopero della fame intrapreso lo scorso 19 ottobre. È sottoposto al regime 41-bis, in isolamento quasi totale. La sua vicenda sta mettendo al centro dell’attenzione la questione del cosiddetto “carcere duro” e la galassia anarchica. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dichiarato oggi in conferenza stampa che né lo sciopero della fame né le azioni rivendicate dagli anarchici nei giorni scorsi porteranno alla cancellazione del 41-bis.

Gli anarchici italiani, ricostruisce Il Corriere della Sera, sono strutturati per “gruppi di affinità”: non una struttura gerarchica, quanto cellule di pochi militanti. Si sono spesi negli ultimi anni su diversi fronti: l’Alta velocità ferroviaria fra Torino e Lione, i centri di identificazione per gli immigrati, il Green pass. Lo zoccolo duro, secondo l’Antiterrorismo conta 100-150 persone. La Fai è la Federazione anarchica internazionale il Fri, la sua ramificazione internazionale. Si definisce “’anarchica’ perché tende alla ‘distruzione dello Stato e del capitale’ e ‘informale’ perché, essendo priva di meccanismi autoritari, associativi e burocratizzanti, garantisce l’anonimato e l’indipendenza dei gruppi e dei singoli che la compongono”, secondo un resoconto della Commissione Affari Costituzionali della Presidenza del Consiglio e Interni.

È un’organizzazione diversa rispetto alla Federazione Anarchica Italiana, con la quale condivide l’anagramma. Quest’ultima condanna la violenza, la Federazione Informale invoca invece – come si è visto – la lotta armata contro lo Stato, il capitale e anche contro il marxismo. È considerata una frangia oltranzista e violenta. La convenzione è far risalire la sua data di nascita al 21 dicembre 2003: quando furono fatte esplodere due cassonetti sotto la casa dell’allora Presidente della Commissione Europea Romano Prodi. L’anno dopo due pacchi bomba furono indirizzati al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e tre ordigni vennero fatti esplodere a Milano. A Genova e Milano altri pacchi furono inviati contro le forze dell’ordine, l’anno dopo un altro indirizzato al sindaco di Torino Sergio Chiamparino fu intercettato.

Particolarmente attenzionate dalle forze dell’ordine sono Torino, Bologna, Livorno, l’area del Nord Est in genere. E Milano, da quando vi è stato trasferito Cospito. Al corteo per il detenuto, lo scorso 15 gennaio, c’erano più di 500 persone. Le azioni della Fai si sono intensificate negli ultimi giorni. Una molotov è stata lanciata contro un distretto di polizia a Roma, azioni ci sono state a Berlino e Barcellona, un ripetitore è stato incendiato a Torino, una lettera con minacce ai giudici inviata al Tirreno, disordini per le strade di Trastevere a Roma con 41 denunciati. L’attentato incendiario al Primo consigliere dell’Ambasciata italiana ad Atene, Susanna Schlein, è stato invece rivendicato da anarchici greci: dal gruppo “Carlo Giuliani revenge nuclei” in onore dall’attivista italiano ucciso dalla polizia durante il G8 di Genova nel 2001.

Cospito viene spesso definito dai giornali un leader all’interno della Federazione, una definizione che l’avvocato Rossi Albertini ha respinto in un’intervista a Radio Radicale. “A mio parere, i giudici del tribunale di sorveglianza non hanno compreso in alcun modo la specificità della fenomenologia sulla quale stavano intervenendo equiparandola alla criminalità organizzata, a strutture gerarchizzate, a ruoli di capi e organizzatori quando neppure la corte d’assise di primo grado che per prima ha ritenuto che la Fai fosse un’organizzazione, con mille distinguo, ha ritenuto che Cospito fosse capo di alcunché. È un ossimoro, una contraddizione, pensare che una struttura orizzontale, come è stata ritenuta dagli stessi giudici di Torino, possa avere un capo”.

Alle radici dell’Anarchia in Puglia. Leuzzi: il barlettano Cafiero fu la figura centrale. Pesò il fallimento dei moti nel 1877. Leonardo Petrocelli su La Gazzetta del Mezzogiorno il 31 Gennaio 2023

Portata alla ribalta dalle cronache degli ultimi giorni, l’Anarchia esce improvvisamente dal cono d’ombra e «sbatte» contro una contemporaneità che pare averla dimenticata. Idee, vicende, battaglie, violenze che sfumano nella storia. Ma il movimento anarchico ha vissuto la propria stagione d’oro, anche in Puglia, tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, come ricorda Vito Antonio Leuzzi, storico, saggista e direttore dell’Istituto pugliese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia contemporanea.

Professor Leuzzi, da dove cominciamo?

«Da Carlo Cafiero, sicuramente una delle figure più significative del movimento anarchico. Barlettano, figlio di un barone e ricco proprietario terriero, è noto per aver prodotto un Compendio del Capitale che ebbe molto successo, attirando perfino il consenso dello stesso Marx».

Qual era il panorama sociale che offriva l’Italia al tempo dell’impegno di Cafiero?

«Era l’Italia post-unitaria di fine Ottocento, un Paese che si relazionava con uno Stato nuovo che però ignorava i bisogni dei più poveri. Ed è da qui che il movimento anarchico muoveva la sua battaglia».

Le idee fondamentali quali erano?

«La ferma opposizione allo Stato burocratico. L’abolizione di ogni privilegio, della proprietà privata e poi di ogni visione gerarchica. Nella convinzione che lo spontaneismo fosse la chiave della rivoluzione sociale. L’esperienza della Comune di Parigi del 1871 era il riferimento principale».

Fu questa la visione che Cafiero sposò?

«Sì, ma non fu una semplice adesione teorica. Cafiero si legò a Michail Bakunin, la personalità più rilevante sulla scena dell’Anarchia internazionale. E mise il proprio patrimonio fondiario, ingente, a disposizione della causa con conseguenze disastrose dal punto di vista finanziario».

Certo una scelta sorprendente per il figlio di un barone...

«Non fu l’unico. Anche un altro anarchico di peso, Giuseppe Fanelli, nato a Napoli ma originario di Martina Franca, apparteneva a una famiglia d’elites».

Ma perché? Qual era la ragione che portava i figli dell’aristocrazia a sposare la causa anarchica?

«Il clima culturale dell’epoca. Sono gli anni della Prima Internazionale, della delusione per l’esito dei moti risorgimentali, per l’emarginazione creata dal nuovo Strato. Senza dimenticare il fermento mazziniano: molti anarchici è da lì che venivano».

Quanto peso aveva, in tutto questo, la questione meridionale?

«Aveva il suo peso, naturalmente. Ma non era solo l’Italia del Sud ad avanzare rivendicazioni sociali. Anche alcune aree del Nord erano in prima linea. Lo dimostra l’attivismo di un altro grande nome dell’anarchismo, Andrea Costa, imolese, protagonista dei moti insurrezionali del 1877 contro la tassa sul macinato».

Cafiero fu al centro di una iniziativa analoga nel Mezzogiorno?

«Sì, i moti del Matese, tra Molise e Campania, nel 1877. Cafiero, insieme a Errico Malatesta, fu tra i principali animatori di quella iniziativa che, però, si rivelò totalmente fallimentare. Un colpo durissimo».

Cosa ne seguì?

«Seguirono lunghissimi processi e tanti anni di carcere. Ecco, uno dei tratti distintivi, se così si può dire, del movimento anarchico è di aver sempre subito repressioni ferocissime. Il confino era frequentissimo per gli anarchici anche prima del fascismo: in tanti furono deportati alle Tremiti alla fine dell’Ottocento. Un tarantino, Arturo Messinese, trascorse tutto il Ventennio tra carcere e confino, anche perché rifiutava di esibire il saluto romano».

Dopo quella «sconfitta» cosa ne fu di Cafiero?

«Iniziò un declino che presto precipitò in tragedia. La gestione dissennata del patrimonio finanziario fu alla base di forti dissapori con Bakunin, cui si aggiunsero la malattia, cioè la tubercolosi, e la progressiva perdita di lucidità. Passava da un manicomio all’altro. Addirittura fu sepolto con gli “abiti del pazzo”. Ma di lui, ripeto, resta quel Compendio arrivato fino a noi come testo di assoluto valore».

E del movimento anarchico cosa resta? Perché non ha superato il «guado» della storia con la stessa forza di altre realtà politiche?

«Il movimento anarchico fu fagocitato dal Partito Socialista. Lo spartiacque è il passaggio al socialismo proprio di Andrea Costa. Una “conversione” che ebbe esiti pesantissimi. Cafiero non lo seguì, ma tanti altri lo fecero».

Cosa aveva il Partito socialista di così seduttivo?

«Dal mio punto di vista, il nodo è la capacità di organizzazione. Un aspetto, quest’ultimo, a cui il movimento anarchico si era sempre opposto, predicando, come detto, un fortissimo spontaneismo. Ma alla lunga quel punto identitario si rivelò una debolezza. Molti anarchici scelsero un altro percorso, meno libertario, più definito. Anche le organizzazioni sindacali, da questo punto di vista, giocarono un ruolo non indifferente offrendo ulteriori sponde».

E nel Novecento? Si registra qualche acuto?

«La Guerra civile spagnola del 1936. Anche il quel caso sugli anarchici, a conflitto finito, si abbatté una repressione particolarmente feroce. È un filo rosso che, con pesi diversi e per diverse ragioni arriva dall’Ottocento fino a Cospito».

Sconto di pena per Cospito: l’anarchico evita l’ergastolo. I giudici torinesi, chiamati solo a rideterminare la pena, si sono mossi nel solco della decisione della Corte costituzionale. Riconosciuta l’attenuante della lieve entità. Valentina Stella su Il Dubbio il 26 giugno 2023

Ventitrè anni per Alfredo Cospito, diciassette anni e nove mesi a Anna Beniamino: questa la pena inflitta ai due anarchici dalla Corte di Assise di Appello di Torino dopo circa cinque ore di Camera di Consiglio. L’accusa aveva chiesto l’ergastolo e isolamento diurno di dodici mesi per lui e 27 anni e un mese per lei. Dunque i giudici torinesi, chiamati solo a rideterminare la pena, si sono mossi nel solco della decisione della Corte costituzionale.

Ricordiamo infatti che il processo era stato sospeso a dicembre in quanto la Corte aveva chiesto, su input della difesa di Cospito, che la Consulta si pronunciasse sul quarto comma dell'articolo 69 cp “nella parte in cui vieta al giudice di considerare eventuali circostanze attenuanti come prevalenti sulla circostanza aggravante della recidiva di cui all’art. 99, quarto comma, cod. pen., nei casi in cui il reato è punito con la pena edittale dell’ergastolo”.

La Corte costituzionale aveva dichiarato incostituzionale questa parte, aprendo la via per uno sconto di pena a Alfredo Cospito. E così è stato. Gli imputati erano accusati di strage politica per l'attentato, nel 2006, all'ex scuola allievi carabinieri di Fossano. Nel processo d’appello entrambi erano stati accusati di strage “semplice”, e furono condannati rispettivamente a 20 e 16 anni di carcere. Poi la Cassazione, su richiesta della Procura generale di Torino, aveva riqualificato quel fatto in “strage politica”. Si era poi tornati in Appello per la ridefinizione della pena e da lì il passaggio in Consulta.

Entrambi gli imputati erano in video collegamento rispettivamente dalle carceri di Sassari e Rebibbia in cui sono reclusi. Riconosciuta a tutti e due pertanto l’attenuante della lieve entità: non ci furono morti e feriti. Nessuno si fece male. L'udienza si era aperta con le repliche della procura generale e Cospito aveva chiesto al termine di poter rendere dichiarazioni spontanee. Intanto, fuori dal Palagiustizia era presente un presidio di una decina di anarchici che avevano steso lo striscione “Solidarietà con Anna e Alfredo”. Altrettanti erano presenti in aula. «In vent'anni di attentati di sigle anarchiche non c’è mai stato un morto. Chiaramente erano tutti attentati dimostrativi. Questo è solo un processo alle idee», aveva detto Cospito. «Gli anarchici - aveva aggiunto - non fanno stragi indiscriminate, non siamo lo Stato. In questo processo sono evidenti accanimento e stranezze, quando è successo l'attentato nessuno gli ha dato importanza. Poi la Cassazione ha trasformato una strage semplice in strage politica». E ancora: «Non c’è nessuna certezza che chi ha fatto quell'attentato voleva uccidere, non ci si può affidare a perizie fatte dopo. Non c’è nessuna prova che io e Anna abbiamo piazzato gli ordigni a Fossano».

L’accusa aveva chiesto invece il fine pena mai per Cospito: «Non merita sconti», aveva detto in particolare il pg Saluzzo, sottolineando che se l'attentato a Fossano non ebbe «l'effetto voluto, che era colpire un numero indeterminato di carabinieri, fu solo per un caso». «La Corte costituzionale - aveva aggiunto - ha aperto la strada alla possibilità di bilanciare attenuanti e aggravanti anche per il reato di strage politica.

Ma nessuno di noi è obbligato a praticare sconti che non siano dovuti. E Cospito non merita nulla». Questa decisione non avrà però conseguenze sul regime detentivo a cui è sottoposto attualmente Cospito, ossia il 41 bis. A caldo abbiamo raccolto il commento del suo avvocato Flavio Rossi Albertini: «Ci sarebbero molte considerazioni da fare su questo processo e sul fatto ad esempio che potremmo dire che si è guardato più al profilo di chi ha commesso il reato che il reato stesso; siamo nel campo del "delitto d’autore"».

Tuttavia, «siamo assolutamente soddisfatti, avevamo timore che potesse andare molto, molto peggio, anche se la pena resta sproporzionata. I giudici hanno ritenuto di attestarsi e sostanzialmente marcare l’alveo su cui si era già inserita la Corte d’Assise e d’Appello il 5 dicembre scorso allorché inviò la questione di legittimità costituzionale alla Corte Costituzionale, per cui siamo soddisfatti per il buon esito. Anche alla luce del tenore delle requisitorie che sono state compiute nelle ultime due udienze è senz’altro un buon risultato», ha concluso Flavio Rossi Albertini.

La procura aveva chiesto l'ergastolo. Alfredo Cospito evita l’ergastolo: nuova condanna a 23 anni per la bomba alla caserma di Cuneo. Per la prima volta Cospito ha preso le distanze dalle accuse: “Questo è un processo alle idee”. Redazione su Il Riformista il 26 Giugno 2023 

Niente ergastolo per Alfredo Cospito. La corte di assise di appello di Torino rimodula in 23 anni di reclusione (tre in più) la pena complessiva inflitta all’anarchico nel maxi processo Scripta Manent per le attività dell’organizzazione terroristica Fai-Fri. La procura generale aveva chiesto il carcere a vita.

L’attentato del 2 giugno 2006 alla caserma di Fossano 

L’appuntamento a Palazzo di giustizia era dedicato al calcolo della condanna per uno solo degli episodi contestati, l’attentato del 2 giugno 2006 alla scuola allievi carabinieri di Fossano (Cuneo), classificato dalla Cassazione come ‘strage politica’. I giudici, come volevano gli avvocati difensori Flavio Rossi Albertini e Gianluca Vitale, hanno applicato l’attenuante del “fatto lieve”. “Non ci sono stati morti e anche i danni furono minimi”, avevano sottolineato in aula i due legali: a parere di entrambi la sentenza “ristabilisce l’equilibrio e la ragionevolezza”.

Cospito ha preso le distanze dalle accuse

Per l’imputata Anna Beniamino il conteggio porta a 17 anni e nove mesi. In un altro troncone di Scripta Manent, sempre a Torino, oggi un anarchico catanese di 35 anni è stato condannato a un anno di reclusione. Per gli inquirenti era lo scrivano del gruppo, l’uomo che traduceva e diffondeva i proclami sul web, il reato associativo è caduto ed è rimasta in piedi solo l’istigazione a delinquere.

Oggi, per la prima volta dall’apertura di Scripta Manent, Cospito, 57 anni, ha preso nettamente le distanze dalle accuse e ha parlato di “accanimento”, “forzature” e “stranezze”. “Niente – ha spiegato – dimostra che siamo stati noi a piazzare gli ordigni a Fossano. La perizia sul documento di rivendicazione è inattendibile ed è surreale la tesi secondo cui abbiamo ricalcato la nostra stessa grafia. Questo è un processo alle idee. In 20 anni di attentati non c’è stato nemmeno un morto: erano solo atti dimostrativi per richiamare l’attenzione sull’esistenza di strutture liberticide come i Cie. Nel 2006 nessuno diede importanza all’episodio di Fossano: evidentemente, essendo molto confuso, dava all’accusa molto margine di manovra. Oggi è definito strage. Ma gli anarchici non fanno stragi indiscriminate: gli anarchici non sono lo Stato”. 

Cospito ha seguito l’udienza in video collegamento dal carcere di Sassari, dove è detenuto in regime di 41 bis. Nei mesi scorsi, quando sostenne un lunghissimo sciopero della fame, le varie anime della galassia anarchica si unirono per una massiccia campagna di solidarietà su cui si sono appuntate le attenzioni di investigatori e magistrati.

Oltre alla procura di Bologna, dove è stato aperto un fascicolo per associazione sovversiva con una mezza dozzina di indagati, si è mossa quella di Milano, che in relazione ad episodi avvenuti lo scorso 11 febbraio durante un corteo nel capoluogo lombardo ha ottenuto sei misure restrittive (fra divieti e obblighi di dimora), una delle quali a carico di un cittadino svizzero. Secondo il gip Guido Salvini i manifestanti impiegarono “vere e proprie tecniche di guerriglia urbana” per “destabilizzare l’ordine pubblico”

Il caso dell'anarchico. Che reato ha commesso Cospito e perché è all’ergastolo: la storia dell’anarchico al 41bis. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 31 Gennaio 2023

Sono le 17,45 quando Alfredo Cospito, l’anarchico di cui lo Stato ha paura, arriva nel carcere milanese di Opera. La “traduzione”, come si chiama nel gergo giudiziario il passaggio di un detenuto da una struttura a un’altra, si è resa necessaria per le condizioni di salute del prigioniero più temuto d’Italia. Non parla, non può nuocere. Ma è temuto come un Golem, come l’immaginifico mostro che può prendere corpo dalla polvere.

Colpevole di aver messo una bomba carta esplosa di notte senza fare né feriti né molti danni, Cospito è ristretto al 41 bis – il regime detentivo più duro d’Europa – e per protesta, in sciopero della fame da cento giorni. La battaglia di Cospito dietro le sbarre, accompagnata da quella di centinaia di manifestanti in tutta Italia e ormai anche in molte città europee, contesta la decisione sul regime di detenzione dura che via Arenula ha fatto cadere sulla sua testa come una ghigliottina: è il solo caso di condannato per terrorismo con il massimo isolamento e le altre afflizioni previste dal 41 bis per l’ergastolo ostativo che deve scontare. Una detenzione efferata. Smisurata. Il centrodestra di governo deve mostrare i muscoli.

Il centrosinistra è distratto dal lungo congresso che priva il principale partito di opposizione di una guida forte. Il Ministro Nordio, preso nella tenaglia di un compromesso complicato, continuo, non sembra dare alla vicenda del leader no Tav la priorità necessaria. Cospito diventa così l’inatteso eroe dell’anarchismo, l’insperato martire No Tav. Il nemico pubblico – a sua insaputa – capace di catalizzare l’antagonismo politico antisistema e dargli nuova linfa. Come facilmente prevedibile, le piazze si infiammano. Dando vita a decine di singoli episodi, dall’auto incendiata a Berlino al Consolato italiano di Barcellona, vandalizzato venerdì notte. All’incendio di un ponte radio a Torino. E innescando una autentica guerriglia nel quartiere romano di Trastevere, domenica sera. Dopo una serie di scontri, cariche e inseguimenti, il bilancio è di 41 identificati in Questura, denunciati a piede libero.

A seguire, due bottiglie Molotov artigianali sono state lanciate all’interno del parcheggio del commissariato Prenestino. Non ultimo di una sequela di eventi: ancora ieri, cinque auto aziendali Fiat Fiorino con la scritta Tim sulla fiancata sono state incendiate a Montesacro, quadrante Nord-Est della capitale. Le esplosioni delle auto, date alle fiamme usando liquido incendiario, hanno risvegliato gli abitanti del quartiere. Rivendicazione anarchica. È in questo clima che ha parlato il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia. Sotto le sue finestre, decine di anarchici protestano da una settimana.

Su espressa indicazione dei medici dell’Asl di Sassari è stato disposto il trasferimento di Alfredo Cospito nella Casa circondariale di Milano Opera”. La premier Giorgia Meloni è inamovibile: “Lo Stato non si fa intimidire”. E Piantedosi precisa. “Cospito è un personaggio di discreta pericolosità”. Nordio prende timidamente le distanze dicendo: “La salute è una priorità assoluta anche per i malati al 41bis”. L’ex Guardasigilli e oggi deputato Pd, Andrea Orlando, stigmatizza la rigidità del governo sul 41bis per l’anarchico: “Dico che tutto ciò che è possibile fare per riconsiderare quella scelta è utile per due ragioni: evitare la morte di una persona, che è un dato che non mi sono mai trovato a fronteggiare. L’altro – prosegue Orlando – è che probabilmente Cospito vuole proprio questo, che le organizzazioni anarchiche rischiano di rafforzarsi ulteriormente se Cospito dovesse diventare un simbolo, un martire di una causa, a dimostrazione del fatto che lo Stato esercita una funzione in modo autoritario piuttosto che seguire in modo stringente un principio di umanità”.

Nel Pd si apre una riflessione. Manca una voce autorevole, il principale partito dell’opposizione è alle prese con un lungo congresso interno. Il deputato sassarese del Pd Silvio Lai, che è anche medico, prova a sintetizzare la posizione, convinto che lo Stato adesso deve mostrare umanità: “Ora spetta al ministro Nordio affrontare con responsabilità anche il secondo aspetto. Verificare se permangono le condizioni del regime di 41bis per un detenuto che è stato condannato all’ergastolo ostativo per un crimine che non ha provocato alcun ferito. È una decisione da assumere con solerzia applicando le norme che già ci sono. Recedere dal regime 41bis non significa dare ragione a chi in queste ore si sta macchiando, in giro per l’Italia, di reati che vanno avversati e condannati. Avere fermezza non pregiudichi il fatto che regole e garanzie costituzionali siano applicate a tutti, senza farsi condizionare da alcunché”.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

Estratto da open.online il 31 gennaio 2023.

È finita con la sospensione della seduta la bagarre causata dall’intervento di Giovanni Donzelli. Mentre l’Aula della Camera esaminava la proposta di legge sull’istituzione della commissione Antimafia, il deputato e coordinatore del partito di Fratelli d’Italia ha preso la parola: «Il 12 gennaio 2023 Cospito incontrava i parlamentari Serracchiani, Verini, Lai e Orlando che andavano a incoraggiarlo nella battaglia contro il 41 bis.

 Allora voglio sapere se questa sinistra sta dalla parte dello Stato o dei terroristi coi mafiosi. Lo voglio sapere in quest’Aula oggi». L’accusa rivolta ai quattro parlamentari del Partito democratico ha fatto insorgere le opposizioni. Tutte: «Sono sconcertato. Non è consentito che uno si alza la mattina e viene qui a fare il comizio. Non è accettabile», ha detto il deputato di Alleanza verdi e sinistra, Filiberto Zaratti. «Ogni tanto a qualcuno parte la frizione, può capitare», ha dichiarato Roberto Giachetti del Terzo polo, invitando Donzelli a scusarsi.

«Ci sono molte ragioni per le quali potremmo invitare l’onorevole Donzelli a vergognarsi», ha incalzato il vicesegretario del Pd, Peppe Provenzano. «Ne voglio sottolineare due: la prima, che l’intervento che ha appena rivolto e le accuse all’opposizione non c’entravano nulla e la seconda è perché sta sporcando un momento di grande unità che questo parlamento ha il dovere di costruire sui temi della lotta alla mafia, le chiedo presidente di richiamare l’onorevole Donzelli al rispetto della sua funzione». Il Movimento 5 stelle si è unito al coro: «Ammettere un errore e chiedere scusa a volte è una prova di forza», ha affermato Vittoria Baldino. «Manifestiamo la nostra solidarietà ai deputati Pd chiamati in causa», ha aggiunto Benedetto Della Vedova di +Europa. «Ne può uscire solo se chiede scusa. Ha detto una sciocchezza offendendo la memoria di chi ha contrastato con forza la mafia», ha chiosato il leader dei Verdi, Angelo Bonelli.

(...)

Donzelli sulla vicenda Cospito: «I documenti sul carcere non erano segreti. Li ho chiesti a Delmastro». Adriana Logroscino su Il Corriere della Sera l’1 febbario 2023.

Il deputato di FdI: «Il Copasir non c’entra nulla». Poi incalza: «Il Pd dovrebbe essere chiaro, invece balbetta»

«Quelle che ho riferito non erano intercettazioni, ma una conversazione captata in carcere e inserita in una relazione del ministero della Giustizia del cui contenuto, in quanto parlamentare, potevo essere messo a conoscenza. Paradossale che i parlamentari del Pd, invece di spiegare perché sono andati a trovare Cospito e cosa pensano del 41 bis, attacchino me». Giovanni Donzelli, deputato di FdI, uno dei volti più noti del partito di Meloni e vicepresidente del Copasir, non fa un centimetro di retromarcia.

Onorevole Donzelli, ha riportato in Aula una conversazione intercettata tra Cospito e un esponente del clan dei Casalesi che ne avrebbe incoraggiato la battaglia contro il 41 bis. Non ritiene un errore aver divulgato informazioni così delicate?

«Non ho divulgato intercettazioni ma ho parlato di quanto riportato in una relazione al ministero di Giustizia di cui, in quanto parlamentare, potevo conoscere il contenuto. Non ho violato segreti».

Chi le ha dato la relazione?

«Non mi hanno dato nessun documento riservato. Volendo approfondire la vicenda Cospito, ho chiesto notizie dettagliate al sottosegretario Andrea Delmastro».

Dall’opposizione chiedono le sue dimissioni da vicepresidente del Copasir.

«Avessi divulgato documenti riservati di cui fossi venuto a conoscenza tramite il Copasir dovrei dimettermi, certo. Ma il Copasir non c’entra niente. E verificarlo è semplice. Chi non ha senso delle istituzioni è chi è andato a trovare Cospito».

Ma è prerogativa dei parlamentari visitare i detenuti e verificare le loro condizioni.

«E l’esito della visita qual è stato? Il 41 bis mette in sicurezza lo Stato e viene riconosciuto non da un governo, ma dai giudici, nella loro autonomia. Nel caso di Cospito, poi, la firma sotto il provvedimento l’ha messa un ministro di un governo del quale il Pd faceva parte, mentre noi eravamo all’opposizione. Ma noi difendiamo le istituzioni dell’Italia, non una parte».

La visita a Cospito è sufficiente per farle domandare in Aula se «la sinistra sia dalla parte dello Stato o dei terroristi con la mafia»?

«Io ho chiesto solo ai parlamentari del Pd di essere chiari sul tema del 41 bis e nello specifico di Cospito al 41 bis. Loro balbettano. Usciti dal carcere, hanno detto che la pena deve essere umana. Ma Cospito non patisce alcun trattamento disumano. Si scusino loro. Con gli italiani. Cospito sta facendo una battaglia per tutti i detenuti che vivono il suo stesso regime carcerario e i mafiosi fanno il tifo per lui».

Due giorni fa però Cospito è stato trasferito in un altro carcere dall’attuale ministro: un intervento tardivo?

«Non credo. Ho fiducia nelle istituzioni. E comunque è un trasferimento che non sospende il regime duro. Se qualcuno sostiene che, siccome Cospito sta facendo lo sciopero della fame, non debba più stare al 41 bis, lo dica. Ma allora perché non dovrebbe valere per Matteo Messina Denaro che è malato?».

Dovrà rispondere davanti al Giurì d’onore delle dichiarazioni sui parlamentari del Pd.

«Ci vado volentieri. Ho detto delle cose su cui si può non essere politicamente d’accordo ma non ho insultato. Se poi del Pd in Aula si può dire solo che sono bravissimi... Voglio vedere chi si prenderà la responsabilità di sostenerlo».

Nordio chiede chiarimenti. Le intercettazioni su Cospito passate da Delmastro a Donzelli. su l’Inkiesta l’1 Febbraio 2023

I due meloniani condividono l’appartamento a Roma e ora rischiano la poltrona. Il fedelissimo della premier si difende, ma usa un documento riservatissimo del Dap per attaccare il Pd. E ora anche Giorgio Mulè, Forza Italia, dice che bisogna fare chiarezza: «Non è che uno chiede le intercettazioni di Cospito e gliele danno»

Un documento riservatissimo viene inviato al ministero della Giustizia, perché si possano prendere decisioni sulla detenzione di Alfredo Cospito e su quella di alcuni dei più pericolosi mafiosi italiani. Il testo contiene informazioni coperte dal segreto istruttorio, tra cui intercettazioni ambientali preventive. Quelle informazioni finiscono nelle mani del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, numero due di Nordio, che le riferisce al suo collega di partito e amico Giovanni Donzelli, con cui condivide anche l’appartamento romano.

Da qui Donzelli ieri prende la parola in aula a Montecitorio, durante un acceso dibattito sul caso Cospito, e rende pubbliche quelle notizie riservate che non avrebbero potuto superare le mura del ministero della Giustizia, per utilizzarle contro l’opposizione. Fino a dire: «La sinistra è dalla parte dello Stato o dei terroristi con la mafia?». Il Pd insorge e il presidente della Camera Lorenzo Fontana istituisce il giurì d’onore per fare chiarezza sulle parole di Donzelli.

Questo il racconto di quanto accaduto a Montecitorio, che crea ora un grosso problema nel governo Meloni. Delmastro sostiene: «Avrei potuto rivelare a qualsiasi parlamentare il contenuto di quegli atti». Ma quesi documenti, spiega Repubblica, sono a uso esclusivo e riservato del ministero.

«Quelle che ho riferito non erano intercettazioni, ma una conversazione captata in carcere e inserita in una relazione del ministero della Giustizia del cui contenuto, in quanto parlamentare, potevo essere messo a conoscenza», si difende Giovanni Donzelli sul Corriere. «Paradossale che i parlamentari del Pd, invece di spiegare perché sono andati a trovare Cospito e cosa pensano del 41 bis, attacchino me».

Donzelli, deputato di Fratelli d’Italia, uno dei volti più noti del partito di Meloni, è anche vicepresidente del Copasir. «Non mi hanno dato nessun documento riservato. Volendo approfondire la vicenda Cospito, ho chiesto notizie dettagliate al sottosegretario Andrea Delmastro», racconta. «Avessi divulgato documenti riservati di cui fossi venuto a conoscenza tramite il Copasir dovrei dimettermi, certo. Ma il Copasir non c’entra niente. E verificarlo è semplice».

Donzelli ha attaccato i parlamentari del Pd Serracchiani, Verini, Lai e Orlando per aver incontrato in carcere l’anarchico. E ribadisce la sua posizione: «Chi non ha senso delle istituzioni è chi è andato a trovare Cospito», aggiunge, dimenticando che è prerogativa dei parlamentari visitare i detenuti e verificare le loro condizioni. «Usciti dal carcere, hanno detto che la pena deve essere umana. Ma Cospito non patisce alcun trattamento disumano. Si scusino loro. Con gli italiani. Cospito sta facendo una battaglia per tutti i detenuti che vivono il suo stesso regime carcerario e i mafiosi fanno il tifo per lui».

Ma a dimostrare che la partita è lontana dall’essere chiusa, ieri è intervenuto il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il quale ha annunciato una sorta di indagine interna: «Ho chiesto al capo di gabinetto, Alberto Rizzo, di ricostruire con urgenza quanto accaduto in relazione alle circostanze riferite nell’assemblea parlamentare del 31 gennaio 2023». Sia Delmastro sia Donzelli ora rischiano la poltrona.

I passaggi riferiti in aula da Donzelli sono contenuti in un’informativa che il Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ha scritto e inviato non più di una settimana fa al ministro della Giustizia – spiega Repubblica. Si tratta di relazioni periodiche che vengono effettuate per documentare cosa accade ai detenuti al 41 bis. Testi dal contenuto, evidentemente, delicatissimo, vista la caratura criminale dei protagonisti. Nella nota si fa riferimento ai contatti avuti da Cospito con il casalese Francesco Di Maio e con lo ’ndranghetista, Francesco Presta. Ma il Gom – il reparto scelto della polizia penitenziaria che segue i detenuti al 41 bis – aveva indicato anche altri contatti: quella con i siciliani Pietro Rampulla (che confezionò l’esplosivo per la strage di Capaci) e Pino Cammarata e più in generale da settimane aveva segnalato come ci fosse gran fermento tra i boss al carcere duro per l’iniziativa di Cospito.

Delmastro è uomo di assoluta fiducia della premier, plenipotenziario sulla giustizia, mastino di Fratelli d’Italia che deve bilanciare il garantismo di Nordio. La premier sarebbe venuta a conoscenza soltanto a cose fatte della bagarre in Aula. Ma non può sconfessare apertamente due dei suoi uomini più fidati, che si sono esposti in nome del governo.

E infatti, la premier avrebbe contattato Matteo Salvini e il quartier generale di Berlusconi chiedendo di non entrare in polemica e anzi difendere la posizione di Fratelli d’Italia. Operazione non riuscita sul fronte di Forza Italia. Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, alla Stampa dice: «Donzelli ha fatto un processino, che non appartiene al mio modo di fare politica e allo stile di tutta Forza Italia. Ha usato metodi che non dovrebbero avere cittadinanza nella battaglia politica: se avesse avuto elementi per muovere accuse fondate ai colleghi del Pd, sarebbe dovuto andare in procura». E ancora: «Lui dice che qualsiasi deputato potrebbe ottenere quelle informazioni, magari fosse così. Non è che uno chiede le intercettazioni di Cospito e gliele danno. Questo è un punto che Donzelli deve assolutamente chiarire».

Cos’è il giurì d’onore chiesto da Fornaro per giudicare sulle accuse di Donzelli. VINCENZO POTI su Il Domani il 31 gennaio 2023

L’articolo 58 del regolamento della camera regola l’istituzione, invero rara, di questa commissione speciale con poteri d’inchiesta ma non coercitivi. I precedenti aiutano a prevedere gli sviluppi

Pescando tra le pieghe del regolamento della Camera dei deputati, l’onorevole Federico Fornaro (Pd) ha richiesto al presidente Lorenzo Fontana di istituire una commissione speciale che relazioni sulla fondatezza delle accuse rivolte da Giovanni Donzelli (FdI) che, secondo Fornaro, «ha leso l’onorabilità dell’onorevole Debora Serracchiani». 

La richiesta di Fornaro è stata accolta dalla presidenza sulla base dell’articolo 58 del regolamento della Camera che regola l’istituzione e le funzioni del cosiddetto giurì d’onore, una commissione speciale istituita per l’ultima volta nel corso della XVI legislatura. 

L’ARTICOLO 58

L’articolo 58 prevede che, qualora «un deputato sia accusato di fatti che ledano la sua onorabilità», possa chiedere alla presidenza la nomina di un giurì d’onore che «giudichi la fondatezza dell’accusa», a patto che questa sia stata rivolta al deputato «nel corso di una discussione» d’aula. 

Nello specifico, sono tre le condizioni, determinate dalla prassi parlamentare, che consentono l’istituzione della commissione. In primo luogo, l’addebito personale e diretto di un parlamentare nei confronti di un omologo; l’attribuzione di uno o più fatti determinati; infine, la possibilità che la commissione di indagine, che non dispone di poteri coercitivi, possa acquisire elementi di conoscenza in ambito parlamentare o attraverso testimonianze spontanee. 

Nel caso di specie, il presidente Fontana ha ritenuto che tutte le condizioni di cui sopra si siano manifestate, imponendo così di accogliere la richiesta di Fornaro. La norma parlamentare non fornisce “linee rosse” che i deputati sono tenuti a non superare per non «ledere l’onorabilità» di un o una collega. Parametro, in questo senso, la sensibilità dell’accusato. 

Una volta acquisite le prove e le testimonianze, la commissione relazionerà alla camera sui riscontri ottenuti, stabilendo così se le accuse di Donzelli siano fondate o meno, senza possibilità di procedere oltre in caso affermativo o negativo. Alla presidenza il compito di prendere atto della relazione. 

I PRECEDENTI

Non sono molti i casi in cui una diatriba parlamentare abbia portato all'istituzione di un giurì d’onore. I casi più recenti risalgono alla XVI legislatura e fanno riferimento in due casi all’onorevole Francesco Barbato che attentò all’integrità morale di Amedeo Laboccetta e Antonio Mazzocchi. Forse più rilevante il terzo giurì d’onore di quella legislatura che fu istituito per verificare la fondatezza delle accuse rivolte da Massimo Vannucci a Gianni Farina, accusato dal primo di aver intrattenuto rapporti con il Sismi fabbricando addirittura dossier falsi. 

La commissione sentì il generale Nicolò Pollari, direttore dei servizi militari al tempo dei fatti di cui Farina era accusato, che con la sua testimonianza spontanea portò a una relazione che smentiva le accuse di Vannucci. 

Andando, invece, alla XIV legislatura, nel 2004 fu Benito Paolone ad accusare il deputato Enzo Bianco, ex sindaco di Catania, di aver commesso scempi edilizi in uno dei suoi mandati da amministratore locale. Istituito da Clemente Mastella che presiedeva la seduta, quel gran giurì relazionò elaborando sulle prove addotte dai accusatore e accusato. I lavori di questa commissione sono quelli meglio documentati. 

VINCENZO POTI. Frequenta il masters's degree in International security studies offerto congiuntamente dalla Scuola di Studi internazionali dell'università di Trento e dalla Scuola superiore Sant'Anna di Pisa. Collabora con il Centro studi geopolitica.info

Perché le parole di Donzelli su Cospito sono un caso: gli atti citati non sono disponibili per i parlamentari. Storia di Francesco Verderami su Il Corriere della Sera il 31 gennaio 2023.

L’imbarazzo di Palazzo Chigi si è presto tramutato in preoccupazione, perché le parole pronunciate alla Camera da Donzelli hanno scatenato un putiferio non solo nei rapporti con l’opposizione ma anche nella maggioranza e soprattutto dentro il governo. E rischiano di produrre gravi conseguenze, non solo politiche.

L’intervento in Aula del responsabile organizzativo di FdI doveva servire ieri a sottolineare che il trasferimento dell’anarchico Cospito dal carcere di massima sicurezza in Sardegna nulla c’entrava con la linea intransigente del suo partito e dell’esecutivo sul 41 bis, riaffermata la sera prima in Consiglio dei ministri.

Ma Donzelli si è spinto troppo oltre. E per attaccare la sinistra è arrivato a riferire dei rapporti tra le sbarre di Cospito con i boss della mafia per far cadere la norma sul carcere duro. Una ricostruzione dei colloqui talmente circostanziata non poteva che esser frutto di documenti riservati: quelli in possesso di una struttura sensibile del ministero della Giustizia come il Dap. E sul Dap ha la delega un altro esponente di FdI, il sottosegretario Delmastro, che divide casa a Roma proprio con Donzelli e che candidamente ha ammesso di aver «parlato» dell’argomento con il collega.

L’incredibile autogol ha lasciato basito un magistrato dai trascorsi ineccepibili come il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Mantovano, ha provocato l’ira del Guardasigilli per la fuga di notizie dal suo dicastero e ha costretto Meloni a intervenire presso gli alleati per cercare di limitare i danni. Solo Salvini si è esposto per solidarizzare con Donzelli. Il resto del centrodestra è rimasto a debita distanza, in silenzio, mentre Nordio esternava tutto il suo disappunto e chiedeva al gabinetto della Giustizia di verificare quanto accaduto. Anche perché per ottenere accesso agli atti citati da Donzelli servono precise richieste: non sono nelle disponibilità dei parlamentari, come ha tentato di difendersi il deputato.

Si vedrà se il responsabile organizzativo di FdI resterà al Copasir o si dimetterà dal ruolo di vice presidente del Comitato sui Servizi, come chiedono le opposizioni. Si vedrà se la presenza di Delmastro al ministero sarà compatibile ancora con quella di Nordio. E si vedrà anche se — a causa di quel discorso in Aula — sono state violate notizie di un possibile fascicolo d’inchiesta. Ma il punto è politico. E il danno ricade su Meloni, che cercherà di far abbassare la tensione e preservare per quanto possibile i dirigenti del suo partito, consapevole che le opposizioni cavalcheranno la questione.

Appare scontato che la polemica sia destinata a montare. A parte le ammissioni di Delmastro e dello stesso Donzelli, che fuori dall’Aula ha infarcito di ulteriori particolari il suo discorso, lo scontro si protrarrà anche nel giurì d’onore, che il Pd — sentitosi offeso dalle affermazioni del deputato di FdI — ha chiesto ed ottenuto dal presidente della Camera Fontana. « Hanno tentato di accostarci ai mafiosi», denuncia la capogruppo dem Serracchiani, che insieme ad altri compagni di partito era andata in carcere per verificare le condizioni di salute di Cospito: «Ma noi siamo convinti sostenitori del 41 bis». Se l’intento della destra era denunciare le contiguità di una «certa sinistra» con i gruppi anarchici, il colpo è finito fuori target.

Così la ricaduta su Palazzo Chigi è duplice. Intanto l’obiettivo degli avversari è mettere in difficoltà la premier sul delicato tema della giustizia, evidenziando la contraddizione in cui è stata cacciata: «Se è vero che mira a debellare l’uso mediatico delle intercettazioni — dice Costa del Terzo polo — non può far passare che un suo esponente riveli notizie riservate addirittura in un dibattito parlamentare». Di qui il nervosismo di Nordio: per quanto le forze di opposizione gli abbiano fatto sapere che non è lui nel mirino, il timore del Guardasigilli è che questo passo falso possa intralciare la sua azione legislativa.

Ma soprattutto è Meloni che vede di fatto sconfessata quella linea della sobrietà alla quale ancora l’altro ieri si era richiamata, esortando a evitare polemiche nell’interesse nazionale. Attenta com’è nella gestione dei dettagli e dei rapporti, capace di strappare giudizi positivi da Bruxelles per l’atteggiamento in Europa e di ricevere consensi dai partner internazionali per la postura sul conflitto in Ucraina, la premier viene in questo caso risospinta indietro per responsabilità della sua stessa classe dirigente, che stenta a interpretare il nuovo ruolo. E come Penelope deve tessere la tela che altri in questi primi cento giorni le hanno a volte disfatto.

Tutti i nomi dei boss della mafia (anche stragista) che usano Cospito per abolire il 41 bis. GIOVANNI TIZIAN E NELLO TROCCHIA su Il Domani il 31 gennaio 2023

Qualche «mente raffinatissima», per usare le parole di Giovanni Falcone, ha visto nella lotta di Alfredo Cospito contro il carcere duro lo strumento per indebolire le misure antimafia. I segnali arrivano dall’osservazione e il monitoraggio dei detenuti al 41 bis.

Relazioni e documenti investigativi che riportano voci, commenti, strategie dei padrini in cella. Dai mafiosi di cosa nostra, alcuni protagonisti degli attentati a Falcone e a Paolo Borsellino, ai camorristi non solo del clan dei casalesi.

In diverse carceri, dove è presente il regime speciale del 41 bis, dalle parole degli affiliati alle cosche emerge il piano: sostenere Cospito. Tra i mafiosi che hanno avuto relazioni con Cospito c’è anche un pezzo da novanta della mafia stragista, quella delle bombe del 1992. 

Qualche «mente raffinatissima», per usare le parole di Giovanni Falcone, ha visto nella lotta di Alfredo Cospito contro il carcere duro lo strumento per indebolire le misure antimafia. I segnali arrivano dall’osservazione e il monitoraggio dei detenuti al 41 bis. Relazioni e documenti investigativi che riportano voci, commenti, strategie dei padrini in cella. Dai mafiosi di cosa nostra, alcuni protagonisti degli attentati a Falcone e a Paolo Borsellino, ai camorristi non solo del clan dei casalesi. In diverse carceri, dove è presente il regime speciale del 41 bis, dalle parole degli affiliati alle cosche emerge il piano: sostenere Cospito. 

Le mafie hanno deciso di usare il corpo e la battaglia dell’anarchico Cospito per abbattere il carcere duro, quel 41 bis da sempre nemico giurato delle organizzazioni criminali mafiosi.

Alla Camera dei deputati il deputato di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, ha fatto riferimento agli incontri, all’interno del carcere di Sassari, di Cospito con un camorrista del clan dei Casalesi, Francesco Di Maio, e uno ‘ndranghetista, Francesco Presta. L’anarchico è ristretto al 41 bis, ha cumulato condanne definitive per 30 anni ed è in attesa del processo nel quale il procuratore generale di Torino ha chiesto la pena dell’ergastolo per l’attentato alla caserma allievi di Fossano nel 2006.

Da quanto risulta a Domani, però, non sono gli unici padrini delle cosche ad aver incontrato Cospito, autore della gambizzazione del manager dell’Ansaldo, Roberto Adinolfi. I criminali con cui l’anarchico è entrato in contatto durante la sua permanenza a Sassari sono  mafiosi e camorristi di primo piano che sono stati nelle scorse settimane compagni d’aria di Cospito. Il carcere duro, infatti, consente due ore d’aria e un’ora di socialità al giorno che ogni detenuto, sotto la continua vigilanza del Gom, il gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria,  trascorre insieme ad altri tre reclusi. 

LO STRAGISTA DI CAPACI

Cospito ha, per esempio, condiviso i momenti di socialità con Pietro Rampulla: non è un mafioso qualunque, è l’artificiere della strage di Capaci, l’attentato che uccise Giovanni Falcone, la moglie, Francesco Morvillo, e gli agenti della scorta.Rampulla è l’anima nera di Cosa nostra, già iscritto a ordine nuovo, il movimento neofascista, colui il quale ha confezionato l’ordigno disposto sotto l’autostrada di Capaci, sospettato di rapporti anche con i servizi segreti. Anche lui ha sostenuto e incitato Cospito nella sua battaglia contro il 41 bis, il carcere duro introdotto per i mafiosi proprio dopo la strage di Capaci. 

Rampulla è considerato l’anima nera del gruppo stragista. I pentiti hanno parlato di lui e dei suoi rapporti con gli apparati deviati dello spionaggio. 

Nel gruppo dei 4 che hanno trascorso le ore ai passeggi con Cospito c’è anche Pino Cammarata, reggente del famigerato clan omonimo di Riesi, in provincia di Caltanissetta, membro dell’alta mafia, gente che conta nell’organizzazione criminale siciliana. 

Proprio a Sassari, ma senza avere contatti con Cospito, c’è anche un capo dei capi della mafia stragista, Leoluca Bagarella. 

FERMENTO MAFIOSO

Segnali e vicinanze che non sono state ignorate dagli inquirenti, documenti nelle mani del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, guidato dal magistrato Giovanni Russo. In diverse carceri italiane, sezione 41 bis, camorristi non solo del clan dei Casalesi hanno espresso soddisfazione e sostenuto la battaglia di Cospito attraverso gesti, parole durante i servizi tv mandati in onda sulla battaglia condotta dall’anarchico, condannato per strage. Tutto monitorato e documentato. 

Il quadro che emerge, dunque, è chiaro: al di là della vicenda personale dell’anarchico, le organizzazioni mafiose vorrebbero sfruttare il momento per ottenere benefici. La camorra, la mafia e la ‘ndrangheta vogliono sfruttare le rivendicazioni anarchiche per raggiungere l’obiettivo storico di demolizione dell’istituto del 41 bis che consente di applicare limitazioni alle comunicazioni dei capi clan detenuti. 

I gruppi dei 4 vengono formati evitando vicinanze tra mafiosi dello stesso clan o della stessa consorteria criminale, valutando i provvedimenti di 41 bis comminati e le avvertenze fornite dalle distrettuali antimafia. 

Nomi che si aggiungono a quelli fatti in aula questa mattina da Donzelli: in particolare Francesco Presta, killer della mafia calabrese, che ha esortato Cospito a mantenere la linea dura, ad andare avanti, ricevendo rassicurazioni dall’anarchico terrorista che avrebbe spiegato che fuori non si stanno muovendo solo gli anarchici, ma anche altre associazioni. Quest’ultimo riferimento potrebbe riguardare varie sigle dell’antagonismo, pronte a intervenire nel caso estremo della morte dell’anarchico. 

Cospito in carcere ha affrontato l’altro tema caro ai boss, l’ergastolo ostativo: la necessità di portare il caso in Europa. Francesco Di Maio, boss del clan dei Casalesi, ha incoraggiato Cospito pochi giorni fa. Diceva il boss dei Casalesi: pezzetto dopo pezzetto, si arriverà al risultato,che sarebbe l'abolizione del 41-bis. Cospito avrebbe replicato così: deve essere una lotta contro il regime 41-bis e contro l'ergastolo ostativo, non deve essere una lotta solo per me. Per me, noi al 41-bis siamo tutti uguali. 

É ormai chiaro, perciò, che la situazione è incandescente. Il non avere agito subito da parte del governo ha lasciato margini di manovra ai boss reclusi al 41 bis, che hanno individuato nel tentativo trasformare Cospito in un martire il varco straordinario per ottenere i benefici richiesti fin dai tempi di Totò Riina. 

GIOVANNI TIZIAN E NELLO TROCCHIA

Cospito e gli incontri con casalesi e ‘ndrangheta: le rivelazioni di Donzelli (Fdi). VANESSA RICCIARDI su Il Domani il 31 gennaio 2023

L’anarchico che sta facendo lo sciopero della fame contro il 41 bis avrebbe avuto i contatti con i malviventi in carcere. Il braccio destro di Meloni usa gli incontri per accusare il centrosinistra: Cospito avrebbe incontrato nello stesso periodo anche i parlamentari Serracchiani, Verini, Lai e Orlando. L’Aula sospende la seduta e parte il giurì d’onore

Scontro dai toni accesi alla Camera su Alfredo Cospito, l’anarchico al 41 bis che sta portando avanti lo sciopero della fame contro il carcere duro mentre si discute il disegno di legge di istituzione della Commissione Antimafia alla Camera. L’esponente di primo piano di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, braccio destro di Giorgia Meloni, lo ha accusato durante l’assemblea di Montecitorio di essere un «influencer della mafia», riportando di documenti che si troverebbero al ministero della Giustizia che raccontano i suoi scambi con un esponente della ‘ndrangheta e con uno del clan dei casalesi, entrambi a favore della sua battaglia.

Affermazioni che Donzelli ha ritorto contro il Pd, visto che nello stesso periodo, una delegazione di Dem è andata a fare visita a Cospito. Sia Lega, sia Forza Italia si sono dissociati.

IL DIALOGO

Donzelli ha raccontato in parlamento che il primo incontro con un esponente della malavita risale al 28 dicembre: «Il terrorista Cospito è un influencer che la mafia sta utilizzando per far cedere lo Stato sul 41 bis», ha esordito. E ancora: «Cospito è un terrorista e lo rivendicava con orgoglio dal carcere. È uno strumento della mafia, non solo perché lo dice Cospito».

Dai documenti che si trovano al ministero della Giustizia, ha raccontato ancora Donzelli, emerge che mentre passava da un ramo all'altro del penitenziario, avrebbe parlato con Francesco Presta «killer di rara freddezza, uno che ha messo in proprio una ‘ndrina, che si è messo da solo, un boss della ‘ndrangheta».

E Presta lo avrebbe esortato: «”Devi mantenere l'andamento, vai avanti”. E Cospito rispondeva: “Fuori non si stanno muovendo solo gli anarchici, ma anche altre associazioni. Adesso vediamo che succede a Roma”. E lo ‘ndranghetista: “Sarebbe importante che la questione arrivasse a livello europeo e magari ci levassero l'ergastolo ostativo”». Per Donzelli «questo è Cospito!».

Oltre all’incontro con Presta, ci sarebbe stato anche un altro incontro con un esponente dei Casalesi: «Il 12 gennaio 2023, sempre nella casa circondariale di Sassari, Cospito faceva altri incontri, mentre si spostava per andare a parlare, credo, con l'avvocato. Parlava con Francesco Di Maio, del clan dei Casalesi. Era il turno dei Casalesi di incoraggiare Cospito ad andare avanti, pochi giorni fa». Diceva il boss dei Casalesi: «Pezzetto dopo pezzetto, si arriverà al risultato, che sarebbe l'abolizione del 41-bis». Cospito avrebbe risposto: «Deve essere una lotta contro il regime 41-bis e contro l'ergastolo ostativo, non deve essere una lotta solo per me. Per me, noi al 41-bis siamo tutti uguali».

Questi, ha detto il parlamentare i colloqui tra i mafiosi e l’anarchico.

LE ACCUSE AL CENTROSINISTRA

L’esponente di Fratelli d’Italia ha unito i documenti all’incontro tra Cospito e una delegazione del Pd, tra cui l’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando: «Lo stesso giorno, il 12 gennaio 2023, mentre parlava con i mafiosi, Cospito incontrava anche i parlamentari Serracchiani (Debora, capogruppo del Pd), Verini, Lai e Orlando che andavano a incoraggiarlo nella battaglia. Allora voglio sapere se questa sinistra sta dalla parte dello stato o dei terroristi con la mafia. Lo vogliamo sapere in quest'Aula oggi».

Affermazioni che hanno portato all’indignazione degli esponenti di centrosinistra. Peppe Provenzano ha replicato: «Donzelli si deve vergognare perché sta sporcando un momento di grande unità che questo parlamento ha il dovere di costruire sui temi della lotta alla mafia». Dopo le dichiarazioni di Donzelli, la seduta è stata sospesa. Lui non ha intenzione di scusarsi: «Le scuse? No. Andrò volentieri al giurì d'onore», ovvero l’organo che giudica il caso su richiesta di un deputato che si senta leso nella sua onorabilità da accuse che gli siano state mosse nel corso di una discussione. Nel pomeriggio è stato confermato che partirà.

VANESSA RICCIARDI. Giornalista di Domani. Nasce a Patti in provincia di Messina nel 1988. Dopo la formazione umanistica tra Pisa e Roma e la gavetta giornalistica nella capitale, si specializza in politica, energia e ambiente lavorando per Staffetta Quotidiana, la più antica testata di settore.

Dal “Corriere della Sera” il 31 gennaio 2023.

Da Valerio Mastandrea a Jasmine Trinca, da Ascanio Celestini ai 99 Posse, il mondo del cinema e dello spettacolo scende in campo contro il regime di carcere duro nei confronti di Alfredo Cospito, l’anarchico al 41 bis in sciopero della fame ormai da oltre cento giorni.

 In un appello al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, gli artisti sottolineano la «totale indifferenza di coloro che dovrebbero e potrebbero intervenire» per evitare che Cospito metta in gioco la sua vita, in quella che definiscono «una lotta con il suo corpo, una lotta terribile che lo sta conducendo alla morte».

Estratto dell’articolo di Cesare Giuzzi e Lorenzo Salvia per il “Corriere della Sera” il 31 gennaio 2023.

Nessuna struttura gerarchica, sarebbe del resto una contraddizione per chi nasce con l’obiettivo di abolire ogni forma di autorità costituita. Al suo posto, nell’organizzazione degli anarchici italiani, ci sono i cosiddetti «gruppi di affinità»: cellule formate da pochi militanti che entrano in azione sulla base delle indicazioni che vengono da una serie di siti web «specializzati».

[…] La sigla Fai che spesso appare nelle rivendicazioni degli atti violenti indica in realtà due gruppi, in parte sovrapponibili: Federazione anarchica informale e Federazione anarchica italiana. Alle quali si aggiunge un’altra sigla, Fri: Fronte rivoluzionario internazionale. Lo zoccolo duro, secondo gli esperti dell’Antiterrorismo, conta 100-150 persone. Più un numero imprecisato di simpatizzanti e fiancheggiatori che si possono aggiungere in caso di manifestazioni ed iniziative specifiche. Numeri precisi non ci sono. Solo stime, proprio per il carattere sfuggente della loro «non organizzazione».

In compenso di preciso c’è una data di nascita. È il 21 dicembre 2003 quando a Bologna, sotto casa dell’allora presidente della Commissione europea Romano Prodi, due piccoli ordigni fanno esplodere due cassonetti. Due giorni dopo Natale un pacco bomba, una busta con un libro, esplode dentro casa dell’ex premier. Da lì, l’escalation. […]

Elencare i temi che hanno spinto gli anarchici alla violenza significa ripercorrere la storia recente del nostro Paese, o almeno la cronaca degli ultimi anni. Dalla Tav, l’Alta velocità ferroviaria fra Torino e Lione, ai Cie, i centri di identificazione per gli immigrati, fino al Green pass,il documento che certifica la vaccinazione anti Covid. Nelle ultime relazioni dei nostri servizi di intelligence gli anarchici sono stati sempre definiti di «particolare pericolosità», rubando di fatto la scena a quello che una volta era il terrorismo.

 Le città dove l’attenzione è più alta sono Torino, Bologna, Livorno, l’area del Nord Est in genere. Ma adesso Milano, con l’arrivo di Alfredo Cospito al carcere di Opera, rischia di diventare l’epicentro della protesta. A surriscaldare l’ambiente c’è l’episodio dell’altra notte.

[…] Per colpire le auto dei vigili sarebbe stata usata «Diavolina», ma il ritrovamento di un sacchetto con 5 bottiglie molotov a un chilometro di distanza ha creato ulteriore allarme: gli obiettivi della nottata non erano terminati? […] La battaglia per Cospito e contro il 41 bis ha dato linfa alle loro proteste e il 15 gennaio al corteo per il «compagno anarchico» erano più di 500, anche da Torino e Rovereto (Trento). Con il sostegno della galassia anarchica moderata e del mondo marxista anti carcerario. Ora si temono nuove iniziative.      

Cospito, le carte mostrate da Donzelli in Aula erano segrete? Storia di Redazione Politica su Il Corriere della Sera il 2 febbraio 2023.

I documenti mostrati da alla Camera erano segreti? Il ministro Nordio ha chiarito che «tutti gli atti riferibili ai detenuti in regime di 41 bis sono sensibili» e dunque riservati. Ora bisognerà stabilire se erano stati classificati come «segreti» e in questo caso a che livello. Se sono stati trasmessi alla magistratura erano sicuramente segreti.

Chi può avere a disposizione e conoscere i documenti del Dap? Il sottosegretario alla Giustizia Delmastro li aveva a disposizione perché titolare della delega al Dap. Si dovrà stabilire se i parlamentari potessero averne conoscenza, ma anche in caso affermativo per conoscere il contenuto di atti ministeriali si deve presentare un’interrogazione o un’interpellanza.

È vero che gli atti erano già stati divulgati? Le relazioni del Dap sui rapporti in carcere tra Cospito, mafiosi e camorristi non erano mai state divulgate o rese pubbliche. Cospito ha sempre detto nei suoi scritti che la sua lotta era per l’abolizione del 41 bis ma non è mai trapelato che ne avesse discusso con altri detenuti che si trovavano nel suo stesso carcere.

Delmastro, tutta la verità. Parla il sottosegretario alla giustizia sul caso Cospito. Ecco come sono andate veramente le cose. Michel Dessì il 3 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Cosa accade tra le stanze damascate dei palazzi della politica? Cosa si sussurrano i deputati tra un caffè e l'altro? A Roma non ci sono segreti, soprattutto a La Buvette. Un podcast settimanale per raccontare tutti i retroscena della politica. Gli accordi, i tradimenti e le giravolte dei leader fino ai più piccoli dei parlamentari pronti a tutto pur di non perdere il privilegio, la poltrona. Il potere. Ognuno gioca la propria partita, ma non tutti riescono a vincerla. A salvarsi saranno davvero in pochi, soprattutto dopo il taglio delle poltrone. Il gioco preferito? Fare fuori "l'altro". Il parlamento è il nuovo Squid Game.

Sono stato io a dare le informazioni su Cospito a Donzelli” a parlare è Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia finito nell’occhio del ciclone insieme al suo compagno di partito Giovanni Donzelli accusato di aver citato in Aula documenti riservati. Virgolettati che ricostruiscono i colloqui in carcere tra Cospito e alcuni boss mafiosi che lo avrebbero incitato a continuare la battaglia contro il carcere duro, il 41 bis. È la sera di martedì 31 gennaio, lo incontriamo fuori dal Ministero dopo il caso scoppiato in Parlamento. Non ha problemi a parlare e a dire (a caldo) come siano andate realmente le cose. “Nessun atto secretato” dice Delmastro “a domanda ho risposto, lo avrei fatto con chiunque”.

Ricostruisce i fatti, senza alcun problema. Senza aver avuto neanche il tempo di pensarci. Senza paura di essere smentito. “Potevo farlo” insiste e ribatte alle accuse del Partito Democratico. Gli stessi oggi chiedono le sue dimissioni e quelle di Giovanni Donzelli.

Ma siamo sicuri che il vero problema siano Giovanni Donzelli e Andrea Delmastro? “Questa polemica non fa altro che allontanarci dalla vera notizia” - ci dice Maurizio Lupi di Noi Moderati - “Cospito è un delinquente che, abbiamo scoperto, parla con i boss di mafia e ‘ndrangheta di 41bis”. Uno strumento per alcuni, per altri una combutta. Un fatto è certo: oggi, grazie alle parole di Donzelli prima e di alcuni giornali dopo, sappiamo cosa si sono detti nel cortiletto del carcere di Sassari Cospito e i mafiosi.

Devi mantenere l'andamento, vai avanti” gli avrebbe detto Francesco Presta, boss della 'ndrangheta, esortandolo a continuare la protesta per l'abolizione del 41 bis. “Sarebbe importante che la questione arrivasse a livello europeo e magari ci levassero l'ergastolo ostativo” incitava il boss a stomaco pieno. “Fuori non si stanno muovendo solo gli anarchici ma anche altre associazioni. Adesso vediamo che succede a Roma”. Avrebbe risposto Cospito convinto come un altro boss, Francesco Di Maio, uomo dei Casalesi, di portare a casa il risultato: “pezzetto dopo pezzetto, si arriverà al risultato”.

Nella nuova strategia del governo tutto è concesso contro Alfredo Cospito. s Salvatore Toscano su L'Indipendente l’1 febbraio 2023.

Il deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli ha commentato, durante l’approvazione del disegno di legge per l’istituzione della Commissione parlamentare antimafia, il caso di Alfredo Cospito, l’anarchico detenuto al regime del 41-bis e in sciopero della fame dallo scorso 19 ottobre. Secondo Donzelli, quest’ultimo «è un influencer che usa la mafia per far cedere lo Stato sul 41-bis». Il deputato, nonché vicepresidente del COPASIR, ha poi continuato con l’accusa, affermando che «il 12 gennaio 2023, mentre parlava con i mafiosi, Cospito incontrava anche i parlamentari» [del PD, ndR] «che andavano a incoraggiarlo nella battaglia». A sostegno di tale posizione, Donzelli ha citato dei documenti descritti come «consultabili da qualsiasi deputato e non coperti da alcun segreto». La reperibilità è stata smentita dallo stesso Ministero della Giustizia, mentre sulla rivelazione del segreto di ufficio la Procura di Roma ha aperto un fascicolo. Fratelli d’Italia ha scelto dunque la strada dell’attacco politico, scavalcando allo stesso tempo il lavoro delle autorità competenti per arrivare alla propria verità.

Il polverone alimentato dal deputato Donzelli presenta due grandi problematiche. La prima consiste nell’accusa politica al Partito Democratico per quello che in realtà, come ricorda il ministro Carlo Nordio, è un diritto e un dovere delle formazioni politiche: visitare gli istituti penitenziari e dunque i detenuti. In base all’articolo 67 della legge sull’ordinamento penitenziario, i membri del Parlamento possono visitare tali strutture senza autorizzazione. Questa prerogativa è riconosciuta per verificare, tra le altre cose, le condizioni di vita dei detenuti. Così, lo scorso 12 gennaio i deputati del Partito democratico Andrea Orlando, Debora Serracchiani e Silvio Lai, unitamente al senatore Walter Verini, si sono recati nel carcere di Sassari per verificare le condizioni di salute di Cospito, in sciopero della fame da oltre cento giorni. Al riguardo, Donzelli ha dichiarato di voler sapere «se questa sinistra sta dalla parte dello Stato o dei terroristi con la mafia».

Si arriva così alla seconda questione, relativa alla presunta congiuntura anarchico-mafiosa che negli ultimi giorni è rimbalzata nelle dichiarazioni di diversi esponenti della maggioranza, culminate nelle dichiarazioni di Donzelli alla Camera. L’exploit, che segue in ordine cronologico anche la serie di attacchi di matrice politica avvenuti in Italia e all’estero a supporto del caso Cospito, dà continuità alla risposta secca e decisa del governo, riassumibile nella frase: “lo Stato non scende a patti con chi minaccia”. Nel suo intervento alla Camera, il deputato di Fratelli d’Italia ha scavalcato il ruolo dell’autorità giudiziaria arrivando alla propria sentenza, che fa dell’anarchico pescarese una spalla della mafia. Una dichiarazione che probabilmente parte da ciò che Cospito ha più volte richiesto, ovvero l’abolizione del 41-bis non solo per sé ma in generale dall’ordinamento giuridico italiano. Una posizione sposata non solo dai mafiosi ma da una parte del mondo politico e giuridico, in quello che da anni rappresenta un acceso dibattito pubblico.

Sulle intercettazioni ambientali del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (DAP) tra esponenti della ‘ndrangheta e della camorra con Alfredo Cospito era al lavoro la magistratura, il cui naturale corso dell’azione investigativa è stato dunque interrotto dal vicepresidente del COPASIR. Ipotizzando il reato di rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio, la Procura di Roma ha nel frattempo aperto un fascicolo. Lo stesso Andrea Delmastro, il sottosegretario che ha passato le informazioni a Donzelli, ha dichiarato che «non ci sono elementi per parlare di saldatura mafia-anarchici». Delmastro ha rilanciato poi l’esistenza di conversazioni tra Cospito e i mafiosi. Una circostanza che non può stupire, dal momento in cui nell’ora d’aria i detenuti possono interagire tra loro. Detenuti che, al regime di 41-bis, sono per la quasi totalità coinvolti in reati di associazione a delinquere.

[di Salvatore Toscano]

41 Bis, i tweet che sbugiardano Debora Serracchiani. Libero Quotidiano l’01 febbraio 2023

Debora Serracchiani smentita in tempo record. Dopo la replica all’informativa del ministro Carlo Nordio sul caso dell'anarchico Alfredo Cospito, alcuni tweet svelano un'altra verità sulle posizioni del Pd. "Abbiamo visitato - ha detto la capogruppo dem alla Camera, tra gli altri, Cospito per ragioni umanitarie. Non abbiamo mai messo in dubbio l'applicazione del 41-bis e mai chiesto la revoca del 41-bis sul suo caso. Abbiamo chiesto solo di verificare un suo possibile trasferimento, cosa poi avvenuta". Ma siamo sicuri? Twitter riferirebbe altro.

Sul profilo dell'ex ministro Andrea Orlando si legge: "Mi auguro che il ministro Nordio raccolga l’appello di giuristi ed intellettuali per la revoca del 41 bis a Cospito". A quello del 7 gennaio seguono diversi cinguettii. Tutti chiarissimi: il 29 gennaio: "penso che per questo Cospito debba essere trasferito e il 41 bis revocato", il 30 gennaio: "È urgente trasferire Cospito e revocare il 41 bis". E ancora sempre il 30 gennaio: "Ho detto in tutti i modi che il 41 bis va revocato in ossequio allo stato di diritto".

Ma Orlando è in buona compagnia. Ecco Peppe Provenzano in data 30 gennaio: "Lo Stato non scende a patti coi violenti, dicono dal Governo, e ci mancherebbe! Solo che la revoca del 41bis a Cospito è invocata non in nome delle sue idee, o delle proteste degli anarchici. Ma in nome dello Stato di diritto, della Costituzione. Il 'garantista' Nordio dov'è?". Non manca poi Cecilia D’Elia: "Uno Stato forte sa salvare le vite. Cospito va immediatamente trasferito dove può essere assistito. Il ministro Nordio valuti la revoca del 41bis". Finita qui? Niente affatto. Sentite un po' Carlo Cottarelli: "Il regime 41-bis va tolto a Cospito non certo per le proteste di strada e neppure per il suo disperato sciopero della fame, ma perché fin dall’inizio era una punizione esagerata. Non si tratta di cedere di fronte al ricatto, cosa sempre sbagliata, ma di riconoscere un errore". Ora la Serracchiani cosa risponde alla domanda su chi difendano i dem?

Donzelli, la Camera e la ballata dell'anarchia. Quel bailamme a Montecitorio sul caso del coordinatore di Fi che chiede conto di certe visite in carcere della sinistra, tra la camorra e gli anarchici. Forma sbagliata, sostanza giusta, colpo di teatro inarrivabile......

Francesco Specchia su Libero Quotidiano l’01 febbraio 2023

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d'adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all'Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

Giovanni Donzelli, toscanaccio, deputato in irresistibile ascesa, coordinatore di Fratelli d’Italia nonché vicepresidente del Copasir è noto per l’irruenza ironica, temperata da un’astuzia democristiana.

Proprio per questo stupisce assai la furia con cui, alla Camera davanti alle telecamere che lo riportavano all'Italia intera (ai tg non si parlava d'altro, per non dire di Rai Parlamento), mentre si discuteva l’istituzione della commissione Antimafia, Donzelli si sia lasciato invadere dal demone del massacro, direbbe Yasmina Reza. Donzelli ha preso la parola e, sulla vicenda dell’anarchico Cospito ha estratto il bazooka: «Cospito è un terrorista e lo rivendicava con orgoglio dal carcere. Dai documenti che si trovano al Ministero della Giustizia, Francesco Di Maio del clan dei casalesi diceva, incontrando Cospito: “Pezzetto dopo pezzetto si arriverà al risultato”, che sarebbe l’abolizione del 41 bis.

Cospito rispondeva: “Dev’essere una lotta contro il 41 bis».

Ma la vera fiammata è arrivata dopo: « ... Lo stesso giorno, il 12 gennaio 2023, mentre parlava con i mafiosi, Cospito incontrava anche i parlamentari Serracchiani, Verini, Lai e Orlando. Io voglio sapere se la sinistra sta dalla parte dello Stato o dei terroristi». Che è una roba bella tosta, un po’ una fucilata a freddo, in faccia ai colleghi della sinistra. Ovviamente l’Aula esplodeva in una bagarre terribile, spezzandosi in due fazioni. Volavano parole al napalm, tra gli scranni si distillava un odio antico. Il vicesegretario Pd Provenzano parlava di «vergogna indecorosa»; l’ex ministro Orlando evocava la «lesione dello Stato (sic)»; Bandino del Movimento 5 Stelle chiedeva le scuse di Donzelli: «Chiedere scusa è una prova di forza»; «non può uscire solo se chiede scusa”, ribatteva Bonelli dei Verdi. Perfino il forzista Mulè si sfilava dalla ventilata accusa di eversione diretta a quattro parlamentari della Repubblica.

E, infine, la Serracchiani, tirata in ballo, urlava: «Le parole di Donzelli che sono gravissime e hanno contenuto e carattere di rilevanza penale. Visto che Donzelli ha importanti ruoli istituzionali, ci chiediamo se questa sia la posizione del presidente Meloni. Chiediamo alla presidente Meloni di prendere una posizione chiara». Che, poi, quest’idea della Meloni che deve commentare ogni pensiero, opera o omissione dei suoi –parlamentari maggiorenni e vaccinati- sta diventando un refrain abbastanza orchitico. 

Il centrodestra –con un Matteo Salvini molto determinato- risultava comunque rocciosamente dalla parte di Donzelli.

Ora, parliamoci chiaro: a Giovanni è scappata la frizione. Non è la prima volta che accade tra i parlamentari di Fratelli d’Italia. Ma se l’irruenza è un atout invincibile quando sei all’opposizione, nel momento in cui –come ora- ti trovi finalmente al governo, dovresti evitare ogni sfondone e cappellata che possano riverberarsi sulla tua Presidente del Consiglio. Non è una questione di sostanza (la sostanza di cui sono fatti i dubbi legittimi di Donzelli su Cospito e il Pd), ma una questione di forma.

Tra l’altro, il solitamente strategico deputato meloniano, si è reso subito oggetto di un’altra accusa: come vicepresidente del Copasir, il comitato per la sicurezza pubblica, avrebbe avuto accesso a intercettazioni tra Cospito e i camorristi «sicuramente secretate, ha violato il segreto di Stato e non può più fare il vicepresidente», secondo l’ex magistrato Cafiero De Raho del M5S. Ovviamente è una fesseria: non c’è alcun documento secretato, ma al limite un fogliaccio della polizia penitenziaria pare consultabilissimo al dicastero della Giustizia.

Certo, poi ci sono le letture più strategiche –al limite del complottistico- di tutto l’accaduto. Tipo: «Donzelli ha agito di proposito» per distrarre le masse e impedire il lavorio di chi, sotto la cresta dell’onda, stesse tentando di smontare prima il carcere duro del 41 bis e, di conseguenza, l’ergastolo ostativo. Insomma, un delirio. Naturalmente, onde placare gli animi è intervenuto il ministro della Giustizia Nordio: «Le visite in carcere sono un dovere oltre che un diritto dei parlamentari. Escludo in via assoluta che vi siano rapporti tra esponenti del Pd, e non solo del Pd, ma tutti i parlamentari…», ha sentenziato il Guardasigilli. D’altra parte, «è scritto nella legge che i parlamentari hanno sempre diritto di visitare i detenuti, ovviamente nei limiti della sicurezza e di quello che ne segue». E, ovviamente, la dichiarazione di Nordio è quella ufficiale del governo. E della Meloni. Donzelli, alla fine, non si è scusato e anzi si è messo a disposizione di un Giurì d’onore che il Presidente della Camera Lorenzo Fontana ha quindi concesso e convocato su richiesta del Pd, non mancando di parlare di «rispetto reciproco» . 

E  fuori e dentro lo Stivale, manipoli di anarchici spaccano, incendiano, colpiscono per piegare lo Stato. Cospito, tra un digiuno e l'altro, sorride...

Estratto dell’articolo di Francesco Specchia per “Libero quotidiano” il 2 febbraio 2023.

[...] Sul digiuno di Alfredo Cospito contro il 41-bis si sta costruendo un’inconsueta mitologia romantica che spazia da Gandhi all’indipendentista sardo Salvatore Meloni, dalle suffragette inglesi a Bobby Sands «militante dell’Irish Repubblican Army [...]. [...] Eppure, mentre infuria la polemica sull’anarchico che rifiuta di nutrirsi finché non gli passa il carcere duro, ecco che si scopre che Cospito, in realtà, ha dei precedenti.

Alla faccia della questione di principio, sull’uso del digiuno come arma impropria l’uomo è recidivo. Un documento proveniente dal Tribunale di Roma datato 22 luglio 1992 rivela infatti che Cospito Alfredo, accusato del reato di diserzione aggravata (dall’obbligo di leva miliatre), in «pervicace inosservanza della legge» incappò nella amnistia che gli ridusse gran parte della pena; ma poi, condannato ancora per lo stesso reato dal Tribunale militare di Roma a un anno, nove mesi e dieci giorni di reclusione, egli sviluppò una strategia vincente.

«Dallo stesso giorno della esecuzione dell’ordine di carcerazione (27 agosto 1991) il detenuto, per protesta contro la nuova condanna e per ottenere la liberazione, rifiutava di alimentarsi, determinato a proseguire il digiuno ad oltranza.

 Il 27 settembre 1991, quando la situazione organica e psichica del detenuto era di estremo disagio, il padre del Cospito presentava domanda di grazia» scrive il giudice dell’udienza preliminare e «il 30 settembre il tribunale militare di sorveglianza disponeva il differimento della esecuzione della pena in attesa della decisione sulla domanda di grazia». 

Cospito sfruttò un vuoto nell’interpretazione delle norme: fece mettere in discussione il cosiddetto «effetto vessatorio della spirale delle condanne» accumulate, «non conforme alle regola della ragionevole proporzionalità e della limitazione di un diritto inviolabile dell’uomo». Cioè, di fatto aveva accumulato talmente tante e reiterate accuse di totale renitenza alla leva che, onde evitare l’accumulo di condanne gliene appiopparono una sola. Il tema è complicato. Ma qui non è tanto importante l’aspetto tecnico, quanto che il Quirinale - regnante Cossiga Presidente della Repubblica - «con decreto in data 27 dicembre 1991 concedeva al Cospito il condono in via di grazia della pena detentiva ancora da espiare». Cospito la sfangò. E ci prese gusto, minacciando un opportuno digiuno a seconda del configurarsi di circostanza d’allarme penalmente rilevante.

In soldoni, trattasi di una dieta a zona; nel senso che il crimi nale evidentemente riteneva di digiunare platealmente a seconda delle zone geografiche in cui diffondeva il verbo dell’anarchia. «È prevedibile che il Cospito porrebbe in essere altri “digiuni” e sarebbero adottati, nei suoi confronti, altri provvedimenti di grazia», scriveva il Gup, con una certa rassegnazione. Basta mostrare la voce grossa e l’intestino stretto, e nulla rosulta impossibile. Un digiuno intremittente, e passa la paura. Una spregiudicatezza tattica quasi fascinosa. [...] 

La frasi di Cospito ai boss:«Fuori la devono pagare». Storia di Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera il 2 febbraio 2023.

 Il «41 bis» è e deve restare una misura preventiva per impedire altri reati, non afflittiva per rendere più pesante la detenzione. In quest’ottica bisogna valutare se sia opportuno mantenere questo provvedimento nei confronti di Alfredo Cospito, oppure farlo rientrare nel circuito — sempre differenziato, ma meno restrittivo — dell’Alta sicurezza di secondo livello. Anche in considerazione del fatto che il contatto con i reclusi per mafia (la totalità dei sottoposti al «carcere duro», a parte tre brigatisti dell’ultima leva) ha messo in evidenza altri problemi. Come dimostrano le relazioni sui colloqui tra l’anarchico e i compagni di socialità appartenenti a camorra, ’ndrangheta e Cosa nostra.

Consigli e Trucchi

Ci sono anche queste considerazioni nel lungo e articolato parere della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo, analogo a quello redatto dalla Procura distrettuale di Torino ma parzialmente diverso da quello della Procura generale piemontese. Le frasi tra l’anarchico in sciopero della fame e gli esponenti della criminalità organizzata detenuti nello stesso reparto della prigione di Sassari, ascoltate e riferite in due diverse occasioni dagli agenti penitenziari, dimostrano che i contatti tra quei due mondi possono avere effetti controproducenti nella tenuta di uno strumento che gli inquirenti continuano a ritenere fondamentale nel contrasto alla mafia. Riservandolo però ai casi in cui risulta indispensabile. Ed è questa l’analisi che va fatta nel caso di Cospito. Avendo cura, in ogni caso, di evitare ulteriori interrelazioni tra un soggetto considerato comunque «altamente pericoloso» e detenuti appartenenti a gruppi criminali di rango medio-alto.

«Attirare l’attenzione»

Nelle conversazioni ascoltate dagli agenti del Gruppo operativo mobile nel carcere di Sassari, oltre a quelle riferite nell’aula di Montecitorio dal deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli, ci sono altre affermazioni attribuite a Cospito mentre parlava con lo ’ndranghetista Presta. A quest’ultimo che lo incitava a «mantenere sempre l’andamento, altrimenti poi si dimenticano, bisogna sempre attirare l’attenzione, non è più come negli anni Ottanta», l’anarchico avrebbe risposto: «Sì, ma ormai un colpo di Stato non serve neanche più, neppure con il fascismo si otterrebbe qualcosa, bisogna proprio cambiare la società». Escludendo che l’anarchico abbia tendenze golpiste o fasciste, è presumibile che simili opinioni di tipo politico, se pronunciate in questi termini, possano riferirsi ad altre precedentemente espresse dal suo interlocutore. Del resto, un altro dei compagni di socialità a Sassari era Pietro Rampulla, condannato per la strage mafiosa di Capaci del 1992 ma in precedenza aderente al movimento neofascista Ordine nuovo. Il resto — dal cambiamento alla «lotta contro il 41 bis e contro l’ergastolo ostativo che non deve essere solo per me, noi 41 bis siamo tutti uguali», agli altri brani rivelati pubblicamente quasi alla lettera da Donzelli alla Camera — sono cose che Cospito aveva detto e scritto pubblicamente fin dall’inizio della sua protesta.

«La vendetta»

Nelle due relazioni inviate dal Gom è riportata anche un’altra frase che l’anarchico avrebbe detto a Presta, anch’essa in linea con le idee più volte espresse pubblicamente: «Io sto male fisicamente, ma psicologicamente sono contento di quello che sto facendo; gliela faccio pagare, anche perché se nella situazione che sono mi succede qualcosa, questi qualcosa dovranno pur pagare». Pure al camorrista Francesco Di Maio Cospito ha ribadito «non deve essere una lotta solo per me», ricevendo l’invito a insistere: «Questa miccia non deve esser spenta, noi ti siamo solidali». Poi Di Maio, stupito perché «mai per nessuno aveva visto tali manifestazioni di solidarietà», ha aggiunto («ridendo», sottolinea l’agente): «Nel caso anche noi faremo lo sciopero della fame». Cospito gli avrebbe risposto che lui non poteva perché per digiunare «bisogna essere in salute». E ancora: «Per vedere qualche risultato ci vorranno altri due mesi».

Il sospetto

Nel colloquio avuto ieri nel carcere milanese di Opera con il suo avvocato Flavio Rossi Albertini, l’anarchico ha discusso anche della diffusione di queste frasi: «Mi hanno teso una trappola», ha commentato. Escludendo qualsiasi patto d’azione con i boss. Il suo digiuno è cominciato a fine ottobre (in occasione della prima udienza dove ha potuto spiegare a un giudice le ragioni dello sciopero della fame), e per due mesi la «socialità» non l’ha praticamente fatta perché dei compagni di detenzione uno era in isolamento diurno, un altro stava male e quasi non usciva dalla cella, e con il terzo non aveva un buon rapporto. Solo a fine dicembre, quando il digiuno andava avanti ormai da due mesi e dall’esterno del carcere cominciavano ad arrivare le prime reazioni dell’opinione pubblica e del mondo anarchico, c’è stato il cambio di compagnia con un mafioso, uno ’ndranghetista e un camorrista. Nomi ritenuti abbastanza importanti nella gerarchia delle rispettive organizzazioni, che Cospito non conosceva prima. Con i quali c’è stata — com’era prevedibile, e forse inevitabile — l’interlocuzione sulle ragioni della sua protesta. Naturalmente condivisa da chi subisce il «carcere duro».

"Non sono atti riservati. Legittima la diffusione". Il pm: "Le relazioni del Dap non sono segrete. Un sottosegretario può parlarne coi deputati". Felice Manti il 2 Febbraio 2023 su Il Giornale.

«La prego, non mi faccia parlare di Alfredo Cospito, è una materia complessa e dobbiamo avere rispetto di chi se ne occupa». Il consigliere togato del Csm uscente Sebastiano Ardita è pronto a tornare a Catania da magistrato, dopo l'esperienza a Palazzo de' Marescialli. Al telefono insistiamo perché assieme si ragioni sul Dap, organismo che lui ha diretto per 9 difficilissimi anni, e adesso finito nella bufera dopo le rivelazioni in aula del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e prima ancora di Giovanni Donzelli. Il contenuto di quel rapporto era secretato o era riservato, come dice l'esponente Fdi? «Il contenuto non mi pare segreto, se parliamo delle relazioni della polizia penitenziaria sui rapporti tra Cospito e altri detenuti mafiosi. Si tratta di atti su cui si può basare la scelta del ministro di mantenere o revocare il regime», spiega il magistrato antimafia, quando parliamo del contenuto di quel rapporto Dap, degli incontri del detenuto con mafiosi e 'ndranghetisti. «Ho sentito parlare di intercettazioni e di documenti riservati, ma non è affatto così. Non si tratta di notizie di reato ma di atti che il ministero può e deve utilizzare e rendere pubblici se intende mantenere il 41bis. Deve farlo inserendoli in un eventuale provvedimento di proroga del regime o di rigetto della richiesta di revoca comunicandolo all'interessato, e può farne oggetto di comunicazione pubblica per spiegare ai cittadini quale sia la ragione della sua scelta di politica criminale».

E quindi?

«Il sottosegretario alla Giustizia ne dispone legittimamente e non vedo perché non possa comunicarne il contenuto ad un membro del Parlamento, se è vero che può e deve diffonderlo al diretto interessato ed alla pubblica opinione».

Ma esistono precedenti?

«Certamente. Nel passato i ministri della Giustizia innumerevoli volte hanno fatto utilizzo di queste note e ne hanno fatto anche oggetto di comunicazioni pubbliche. È capitato a proposito di Riina, Bagarella, Santapaola e molti altri boss. Si può discutere sul modo, ma non rilevo nessuna illegittima rivelazione nella circolazione istituzionale di queste notizie».

Il Pd se la prende con il Guardasigilli Carlo Nordio per il 41bis

«Se la critica riguarda la mancata revoca del regime, occorrerebbe però anche ricordare che a decidere questa misura è stata l'allora ministro Marta Cartabia, nel precedente governo, che appariva decisamente garantista sulle tematiche carcerarie».

E adesso cosa accadrà?

«Il 41bis è una misura fortemente simbolica della intransigenza dello Stato rispetto a un fenomeno criminale. Adesso revocare il regime significherebbe per il nuovo governo dare un segnale contrario. Specialmente dopo la decisione del tribunale di Sorveglianza che ne ha ritenuto la legittima applicazione. E tutto questo dà il senso di come su questo caso si stia registrando un cortocircuito istituzionale, che può rivelarsi davvero come una carta in mano a Cosa nostra per tentare di liberarsi dell'odiato 41bis».

Il guardasigilli Nordio smentisce la sinistra: “Donzelli non ha svelato atti segreti o classificati”. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 2 Febbraio 2023

"Dai documenti che sono presenti al ministero della giustizia’ è da riferirsi ad una scheda di sintesi del Nic non coperta da segreto. Non risultano apposizioni formali di segretezza e neppure ulteriori diverse classificazioni sulla scheda".

Il ministro di giustizia Carlo Nordio mette la parola “fine“ sul caso Donzelli e le polemiche scaturite dopo il discorso alla Camera su Alfredo Cospito. Il deputato di Fratelli d’Italia, uno dei più stretti collaboratori del premier Meloni, era finito nel mirino della sinistra per la presunta violazione del segreto sugli atti riguardanti la detenzione dell’anarchico al 41 bis, ma il guardasigilli, tramite una nota, ha smentito che si trattasse di atti classificati: “La comparazione tra le dichiarazioni rilasciate dall’onorevole Giovanni Donzelli e la documentazione in atti disvela che l’affermazione testuale dell’onorevole ‘Dai documenti che sono presenti al ministero della giustizia’ è da riferirsi ad una scheda di sintesi del Nic non coperta da segreto. Non risultano apposizioni formali di segretezza e neppure ulteriori diverse classificazioni sulla scheda“.

Quanto al contenuto dei colloqui tra i detenuti Cospito ed altri, riferiti dall’onorevole Donzelli – ha proseguito Nordio -, non sono stati oggetto di un’attività di intercettazione ma frutto di mera attività di vigilanza amministrativa. In conclusione, la natura del documento non rileva e disvela contenuti sottoposti al segreto investigativo o rientranti nella disciplina degli atti classificati. Per altro la rilevata apposizione della dicitura ‘limitata divulgazione’, presente sulla nota di trasmissione della scheda, rappresenta una formulazione che esula dalla materia del segreto di Stato e dalle classifiche di segretezza, disciplinate dalla legge 124/07 e dai Dpcm di attuazione ed esclude che la trasmissione sia assimilabile ad un atto classificato, trattandosi di una mera prassi amministrativa interna in uso al Dap a partire dall’anno 2019, non disciplinata a livello di normazione primaria. Tutta la documentazione idonea a spiegare queste conclusioni sarà – la chiosa del Guardasigilli – illustrata in dettaglio, quando le Camere riterranno opportuno“. L’ennesimo tentativo di spallata della sinistra finisce ancora una volta in una bolla di sapone.

La Procura contraria alla revoca del 41 bis

Francesco Saluzzo, procuratore generale di Torino, ha dato parere contrario alla revoca del 41-bis al ministero della Giustizia. Lo rende noto l’agenzia Ansa citando fonti qualificate, secondo le quali il documento conterrebbe dei riferimenti alla necessità di monitorare costantemente le condizioni di salute del detenuto. Alfredo Cospito può restare al 41 bis oppure tornare al regime di alta sicurezza, con tutte però le dovute cautele. Ha una conclusione aperta, che si affida alle valutazioni dell’autorità politica, il parere consegnato dalla Procura nazionale antimafia e antiterrorismo al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Un documento lungo una decina di pagine che, a quanto si apprende, non dà dunque un’indicazione netta, pur ribadendo che fu fondata la decisione del 5 maggio del 2022 di applicargli il carcere duro.

Chi sono i quattro boss al 41-bis con cui avrebbe potuto parlare Cospito a Sassari

Sono 85 le persone attualmente recluse al regime di 41 bis nel carcere Bancali a Sassari, lo stesso dove fino a tre giorni fa si trovava anche l’anarchico Alfredo Cospito, poi trasferito ad Opera. Solo quattro, sarebbero però i nomi contenuti nella relazione fornita dal DAP il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria all’ufficio di gabinetto del ministero della Giustizia e al sottosegretario con delega alle carceri Andrea Delmastro: oltre a Cospito, le persone citate sarebbero Pietro Rampulla, Pino Cammarata, Francesco Di Maio e Francesco Presta. 

Giorgia Meloni: Cospito sparò ancora dopo che ebbe la grazia nel 1991

 “Una cosa interessante che non si è notata: Cospito nel 1991, già in carcere, decise di fare lo sciopero della fame, e venne graziato. Lo Stato lo ha graziato ed è andato a sparare a della gente. Non stiamo parlando di una vittima, per come la vedo io. È possibile che oggi ritenga che tornando a fare lo sciopero della fame, potrebbe…”. Lo ha detto la presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni intervenendo su Rete4.  “Penso che bisogna fare un po’ di chiarezza – ha proseguito – Chi è Alfredo Cospito? È un anarchico, in carcere perché condannato per il reato di strage e perché tra le altre cose ha sparato alle gambe di un dirigente di Ansaldo nucleare. Cospito finisce al 41 bis perché durante la detenzione mandava o trovava il modo di fare arrivare messaggi agli anarchici che erano fuori dicendo ‘continuate la lotta, organizzatevi’”.

Il 41 bis “è un istituto preciso che viene preso in considerazione in base alla gravità del reato e alla capacità che si ha di comunicare con l’esterno e se c’è una pericolosità in quella comunicazione. Cospito per questo finisce al carcere duro e comincia a fare lo sciopero della fame non solo perché rifiuta il carcere duro ma anche perché rifiuta l’istituzione del carcere” ha aggiunto il premier che ha inoltre fatto notare che “a corredo della situazione” dello sciopero della fame di Alfredo Cospito, “gli anarchici di vario genere in tutta Europa cominciano a minacciare lo Stato italiano, ad avviare una battaglia contro lo Stato, in forza della quale sono saltate in aria auto di nostri diplomatici, di persone che lavorano per lo Stato. Lo Stato deve indietreggiare o no nel momento in cui è minacciato da gente che dice ‘se non togliete il 41 bis, se non togliete Cospito dal 41 bis noi vi facciamo saltare in aria’?“.

La Corte di Cassazione ha anticipato al prossimo 24 febbraio l’udienza in cui discutere il ricorso di Alfredo Cospito contro il regime carcerario del 41 bis. Si tratta di un’ulteriore accelerazione, dopo la stessa Cassazione aveva già anticipato al 7 marzo, rispetto alla data originaria del 20 aprile, l’udienza presentata dal legale di Cospito per l’aggravarsi delle condizioni di salute dell’anarchico che continua a rifiutare gli integratori. Lo ha riferito al suo legale, Flavio Rossi Albertini, che oggi è andato a visitarlo nel carcere di Opera. Una scelta, quella di non assumere un supporto di vitamine e sali, che potrebbe essere pericolosa per la sua salute aggiungendosi al digiuno che si protrae ormai da più di cento giorni. Redazione CdG 1947

Parla il difensore. L’avvocato della vittima di Cospito contro il 41 bis: “Ecco perché non serve”. Paolo Comi su Il Riformista l’1 Febbraio 2023

“A me il regime del 41bis non piace affatto. Anzi, non serve assolutamente a nulla e, come in questo caso, ha un effetto contrario a quello che dovrebbe avere”, afferma l’avvocato genovese Corrado Pagano, difensore di Roberto Adinolfi, l’ex manager dell’Ansaldo gambizzato il 17 maggio del 2012 dall’anarchico Alfredo Cospito che per quell’azione venne poi condannato a dieci anni di reclusione.

Avvocato Pagano, quale sarebbe l’effetto “contrario”?

Si rischia di creare un martire. Se Cospito ha commesso dei reati o ne sta commettendo, che venga processato. Ma non ritengo sia giusto infliggergli delle sofferenze e dei tormenti inutili.

A cosa si riferisce?

Mi dicono che essendo sottoposto a questo regime detentivo gli è impedito, ad esempio, di ritirare i libri dalla biblioteca del carcere. A cosa serve una misura del genere? Sinceramente non capisco. La Costituzione non dice che la pena deve essere afflittiva.

Molti affermano che il regime del 41bis nei confronti di Cospito sia necessario dal momento che egli pare essere l’ispiratore dei vari attentati da parte degli anarchici in suo nome di queste settimane.

Se si vogliono troncare i legami con l’esterno esistono altre misure prima del 41bis. Penso al controllo della corrispondenza o al controllo delle telefonate. Credo che queste due misure siano già sufficienti a tale scopo, senza per forza sottoporre Cospito a ciò che viene comunemente definito il “carcere duro”.

Un altro aspetto riguarda il fatto che in questi anni l’anarchico pescarese non si sia pentito delle sue azioni o abbia chiesto scusa.

Ma cosa significa ‘pentirsi’? Premesso che nessuno quando si pente dice tutto quello di cui è a conoscenza, perché ci si dovrebbe pentire? Ci sono tanti motivi alla base della scelta di non pentirsi. Una persona potrebbe aver paura o avere poco da dire.

Lei ha difeso molti terroristi durante gli anni di piombo. Ci sono differenze rispetto a quel periodo?

Ma senza dubbio. Noto un clima di grande fermento da parte degli anarchici, ma ci si limita a degli attentati con ordigni incendiari. Non mi pare al momento un fenomeno pericoloso. Negli anni Settanta c’era d’aver paura ad uscire di casa. Le Br sparavano, la gente moriva ammazzata. La violenza era all’ordine del giorno, non si possono fare confronti per rispondere alla sua domanda.

Cospito, secondo lei, avrebbe voluto uccidere Adinolfi?

Il mio assistito è in silenzio su questa vicenda ormai di molti anni fa e in quanto suo legale rispetto questo suo silenzio e non voglio entrare nel merito della vicenda. Fatta questa puntualizzazione, non ritengo che Cospito avesse cercato d’ucciderlo. Gambizzarlo non è comunque una bella cosa ma avere una volontà omicida è diverso.

Come finirà questa vicenda? Cospito sta facendo lo sciopero della fame da oltre cento giorni, ha perso più di 40 kg. Ha fatto anche sapere che continuerà fino a quando il 41 bis non sarà abolito. Non solo per lui ma per tutti.

E’ sempre difficile fare delle previsioni ma credo che non succederà assolutamente nulla.

Perché?

Il 41bis riguarda in questo momento svariate centinaia di persone. E dal momento che la legge è uguale per tutti, se dovesse essere abrogato nei confronti di Cospito dovrebbe esserlo anche per gli altri che hanno vicende processuali diverse. Comunque ogni decisione spetterà, come sempre, ai magistrati.

Paolo Comi

Estratto dell’articolo di Fabio Tonacci e Giuliano Foschini per “la Repubblica” il 2 febbraio 2023.

 Da qualunque lato la si prenda, la storia dell’intervento in Aula dell’onorevole Giovanni Donzelli — per come è nato e per la materia sensibilissima che ne ha costituito il contenuto — è senza precedenti. Forse non un reato (lo stabilirà la procura di Roma), ma di certo una palese violazione delle norme basilari che regolano i rapporti tra l’amministrazione dello Stato, il Parlamento, il circuito carcerario e le procure antimafia.

Della quale, stando a quanto riferiscono fonti di Palazzo Chigi, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, era all’oscuro. Né basterà al sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove nascondersi dietro la “natura amministrativa” degli atti che ha passato al collega di partito per provare che erano ostensibili: nessuna relazione di servizio che riporti, anche indirettamente, i dialoghi di boss mafiosi reclusi al 41 bis — potenzialmente contenente una o più notizie di reato — può essere fatta circolare così.

 […] la Direzione generale “Detenuti e trattamento” del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) invia per email al dicastero della Giustizia il file con le relazioni di servizio sull’anarchico Alfredo Cospito detenuto allora nell’istituto di Bancali, a Sassari.

Sono state scritte dagli operatori del Gruppo operativo mobile (Gom) che […] riportano le conversazioni dei reclusi. Di norma finiscono alla Direzione nazionale antimafia e alla Distrettuale competente ma, in questo caso, le ha chieste Nordio quindi sono state mandate anche al suo capo di Gabinetto e al sottosegretario Delmastro che ha la delega al Dap.

[…] vige il principio di precauzione: potrebbero contenere notizie di reato perciò devono essere vagliate da un magistrato che deciderà cosa farne. La prova è che proprio quella relazione, tra le altre, è servita alla Dna per formulare il parere sull’opportunità o meno di mantenere Cospito al 41 bis, giunto martedì sul tavolo di Nordio: si apre uno spiraglio, perché se da una parte la Dna conferma la valutazione che lo aveva portato a maggio al carcere duro, dà conto anche delle novità intervenute e segnalate dal legale dell’anarchico. Come a dire che, qualora il ministero dovesse decidere un’attenuazione del regime, gli inquirenti dell’Antiterrorismo non alzerebbero barricate. In quei documenti c’è dunque il futuro di Cospito.

[…] Ma Delmastro, a quanto pare, questo non lo sa. O finge di non saperlo. Quindi tra lunedì e martedì riferisce a Donzelli il contenuto di una delle relazioni: casualmente, quella del 13 gennaio scorso che riporta della visita in cella a Cospito dai quattro deputati del Pd Serracchiani, Verini, Orlando e Lai. Aggiunge i dettagli delle chiacchierate nel cortiletto del carcere sassarese.

 A Francesco Presta, boss della ‘ndrangheta, che lo esortava a continuare la protesta per l’abolizione del 41 bis («devi mantenere l’andamento, vai avanti», «sarebbe importante che la questione arrivasse a livello europeo e magari ci levassero l’ergastolo ostativo») Cospito ha risposto: «Fuori non si stanno muovendo solo gli anarchici, ma anche altre associazioni. Adesso vediamo che succede a Roma». Francesco Di Maio, uomo dei Casalesi, era sulla stessa linea di Presta: «Pezzetto dopo pezzetto, si arriverà al risultato».

Persino il ministro Nordio ha dovuto ammettere che quelle relazioni «sono sempre sensibili». A prescindere da come finirà l’inchiesta romana, la responsabilità politica di Delmastro prima e Donzelli poi (quest’ultimo è anche vicepresidente del Copasir, dove affluiscono decine di carte top secret: userà anche quelle come una clava in Parlamento?) è evidente.

 Non foss’altro per la catena di versioni contraddittorie che i due hanno fornito nelle ultime 48 ore. Sulle prime Donzelli ha parlato di «accesso agli atti», ma la procedura di accesso, regolata dalla legge 241, ha delle tempistiche che non sono compatibili con i fatti per come si sono svolti. E per avere esito positivo serve un provvedimento motivato approvato dal Guardasigilli stesso. La pratica non c’è, infatti Nordio non ha detto alcunché al riguardo.

Ultimo punto: la premier Giorgia Meloni sapeva che Donzelli avrebbe attaccato l’opposizione sfruttando le informazioni che gli aveva passato sottobanco il sottosegretario? Delmastro, in un colloquio con Repubblica , si è limitato a dire: «La premier sta svolgendo credo tutte le ricostruzioni. Ho motivo di ritenere che quello che sto dicendo sia provato, semplicemente perché è vero».

 Da open.online il 2 febbraio 2023.

Ogni volta «che capito in una sezione “comune” e mi chiedono per quale motivo mi trovo dentro ed io con orgoglio ed ironia rispondo che sono un terrorista mi si aprono tutte le porte, la solidarietà è massima». A raccontarlo ai compagni anarchici era Alfredo Cospito, che alla fine di maggio del 2019 aveva inviato dal carcere in cui era detenuto in regime di massima sicurezza (ma non ancora al 41 bis) il suo contributo scritto «per l’assemblea del 9 giugno 2019 a Bologna».

 Un testo – pubblicato sul sito della Croce Nera Anarchica – in cui Cospito si dichiarava apertamente terrorista e invitava gli altri anarchici a fare un salto decisivo nella violenza, non colpendo più solo cose, ma anche persone. «Che cosa temono dagli anarchici?», si chiedeva Cospito, rispondendo: «Temono che qualcuno di loro li aspetti sotto casa, temono che gli anni bui (per loro) ritornino, che la paura ed il terrore cambino di campo. Ce lo dicono loro in tutte le salse, almeno per una volta possiamo dargli credito…

Temono il loro incubo peggiore (incubo incredibilmente anche di qualche anarchico-a) il tanto demonizzato terrorismo». Cospito proseguiva così: «la mia ferma convinzione che la rivoluzione (parola altisonante) la può fare solo chi ha il diavolo in corpo. E chi ha il diavolo in corpo non ha paura della parola terrorismo perché desidera con tutte le sue forze che i potenti vivano nel terrore almeno quanto le loro vittime i “dannati della terra”. È per questo che non voglio edulcorare dal mio vocabolario questa parola, non sarà certo il codice penale con le sue condanne o la minaccia della spada di Damocle del 41bis sospesa sopra la mia testa a farmi cambiare idea, e a farmi tacere».

Nella lettera Cospito rassicurava di essere aiutato anche finanziariamente dal movimento anarchico: «la cassa di “Scripta Manent” dagli arresti non ci ha mai fatto mancare il sostegno». Ma cercava di incitare alla svolta gli anarchici dell’assemblea di Bologna: «Quando in un comizio si spiega al popolo che non si tratta di veri attentati ma di semplici petardi… qualcosa non va! Ma veramente pensiamo in questo modo di avvicinare gli sfruttati?

 Ma veramente crediamo che chi non ha più niente da perdere (lavoro, casa…) si spaventi davanti alla parola terrorismo, riavvicinandosi poi rincuorato, se affermiamo che in fondo sono stati usati solo dei petardi, che chiunque siano gli attentatori hanno solo scherzato, giocato alla rivoluzione?».

(...)

È proprio per questi scritti – assai più concreti della semplice manifestazione del pensiero – che alla fine il Dap ha proposto al ministro della Giustizia dell’epoca – Marta Cartabia – l’applicazione dell’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario a Cospito firmata effettivamente il 4 maggio del 2022. Il primo però a non doverne essere sorpreso era proprio l’anarchico abruzzese, visto che lo metteva in conto già tre anni prima.

Estratto dell'articolo di Adriana Logroscino per corriere.it il 2 febbraio 2023.

«Quelle che ho riferito non erano intercettazioni, ma una conversazione captata in carcere e inserita in una relazione del ministero della Giustizia del cui contenuto, in quanto parlamentare, potevo essere messo a conoscenza. Paradossale che i parlamentari del Pd, invece di spiegare perché sono andati a trovare Cospito e cosa pensano del 41 bis, attacchino me». Giovanni Donzelli, deputato di FdI, uno dei volti più noti del partito di Meloni e vicepresidente del Copasir, non fa un centimetro di retromarcia.

 Onorevole Donzelli, ha riportato in Aula una conversazione intercettata tra Cospito e un esponente del clan dei Casalesi che ne avrebbe incoraggiato la battaglia contro il 41 bis. Non ritiene un errore aver divulgato informazioni così delicate?

«Non ho divulgato intercettazioni ma ho parlato di quanto riportato in una relazione al ministero di Giustizia di cui, in quanto parlamentare, potevo conoscere il contenuto. Non ho violato segreti».

Chi le ha dato la relazione?

«Non mi hanno dato nessun documento riservato. Volendo approfondire la vicenda Cospito, ho chiesto notizie dettagliate al sottosegretario Andrea Delmastro».

Dall’opposizione chiedono le sue dimissioni da vicepresidente del Copasir.

«Avessi divulgato documenti riservati di cui fossi venuto a conoscenza tramite il Copasir dovrei dimettermi, certo. Ma il Copasir non c’entra niente. E verificarlo è semplice. Chi non ha senso delle istituzioni è chi è andato a trovare Cospito».

 Ma è prerogativa dei parlamentari visitare i detenuti e verificare le loro condizioni.

«E l’esito della visita qual è stato? Il 41 bis mette in sicurezza lo Stato e viene riconosciuto non da un governo, ma dai giudici, nella loro autonomia. Nel caso di Cospito, poi, la firma sotto il provvedimento l’ha messa un ministro di un governo del quale il Pd faceva parte, mentre noi eravamo all’opposizione. Ma noi difendiamo le istituzioni dell’Italia, non una parte».

(...)

Estratto dell’articolo di Francesco Grignetti e Francesco Olivo per la Stampa il 2 febbraio 2023.

 Il contrattacco di Giorgia Meloni è stato pianificato a freddo, ma, forse, è andato oltre. L'obiettivo del governo era uscire dall'impasse, accusando la sinistra di «ambiguità verso le violenze anarchiche». A sera, però, la sensazione di molti nella maggioranza, è che quel polverone sollevato in Parlamento contro il Pd si sia trasformato in un boomerang. Quando la bufera ormai è nel pieno, la premier chiede ai suoi di abbassare i toni.

 Ma è tardi, ormai, l'accusatore, Giovanni Donzelli, è diventato l'accusato, per aver citato in Aula documenti riservati che, secondo le opposizioni, non potevano essere in suo possesso: «Abbiamo inaugurato un nuovo filone - ironizzavano alcuni dirigenti di Forza Italia in Transatlantico - dopo le intercettazioni sui giornali, le intercettazioni negli atti parlamentari». Si scherza, ma non tanto: Fratelli d'Italia ancora una volta si ritrova sola in questa difficile situazione.

 L'operazione Meloni era partita la sera prima. Sono le 21 di lunedì quando tre ministri, dopo il Cdm, vengono chiamati da palazzo Chigi: «Domani mattina dovete comparire davanti alla stampa». Le agende di Antonio Tajani, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi vengono stravolte, ma poco importa.

C'è da parlare al Paese per far passare un messaggio: non soltanto una linea di massima fermezza, ma anche nessuna pietà umana verso un detenuto pericoloso. Scandisce con tono glaciale il ministro dell'Interno: «La minaccia di lasciarsi morire di fame non può stravolgere i principi democratici riguardo al trattamento penale.

Nella Costituzione non c'è scritto che lo sciopero della fame può alterare il sistema di funzionamento della democrazia».

 Nelle stesse ore in cui veniva organizzata la conferenza stampa, il responsabile dell'organizzazione di Fratelli d'Italia Giovanni Donzelli e il sottosegretario Andrea Delmastro, due tra i più vicini alla premier, pilastri di FdI e tanto amici da condividere l'appartamento a Roma, preparavano a quattro mani l'intervento contro il Pd che Donzelli avrebbe letto al mattino.

Il punto della questione diventa chiaro nel pomeriggio: come fa Donzelli a conoscere quei dettagli sulle intercettazioni raccolte nel carcere di Sassari? La segreteria di Nordio fa sapere che il ministro è estraneo e che, anzi, ha avviato un'indagine interna. Anche dai vertici delle carceri, il Dap, filtra disappunto e sorpresa, perché Donzelli nel dibattito alla Camera ha citato atti riservati, frutto di intercettazioni che la polizia penitenziaria svolge su mandato dell'autorità giudiziaria e che finiscono anche nelle relazioni che il Dap invia periodiscamente al ministro.

 I sospetti allora si rivolgono verso Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia con delega alle carceri. Il quale, nel tardo pomeriggio, in Transatlantico, ammette il suo ruolo nella vicenda: «Sono stato io a raccontare a Donzelli le conversazioni tra Cospito e il boss dei Casalesi, non sono intercettazioni, ma osservazioni». La versione del sottosegretario è questa: «Giovanni mi chiedeva perché l'anarchico fosse così pericoloso e io gli ho citato le informazioni di cui ero venuto a conoscenza, dove si mostrava il tentativo di saldatura tra criminalità organizzata e anarchici con l'obiettivo di smontare il 41 bis».

Secondo Delmastro, non si tratta «di un documento secretato, se queste cose me le avesse chieste un parlamentare, per esempio Giachetti (e lo indica mentre passa ndr.) le avrei date anche a lui». Il vice di Nordio ritiene che tutto sia avvenuto nella piena legittimità, «è un deputato e ha diritto ad avere queste informazioni». Enrico Costa, deputato di Azione, in passato sottosegretario alla Giustizia smentisce questa versione: «Ho sentito il ministero e mi dicono che come parlamentare non ho diritto ad accedere agli atti». Secondo Delmastro, Donzelli, quindi, non avrebbe mai avuto in mano le carte incriminate e se ha citato molti dettagli, compresa la data, è solo perché «ha preso appunti mentre gli spiegavo il fatto». È interessante ora capire se questa tesi sarà condivisa da Nordio, che oggi dovrà relazionare alla Camera. Sarà l'occasione per riaprire la discussione sul 41bis.

(...)

Cospito, quella visita dei dem in carcere tra l’anarchico e i mafiosi. Storia di Monica Guerzoni su Il Corriere della Sera il 2 febbraio 2023.

Sassari, 12 gennaio. Quattro parlamentari del Pd varcano la soglia del carcere di Bancali per verificare le condizioni di salute di Alfredo Cospito e scambiano qualche parola con altri tre detenuti al 41 bis. Contro quella visita si è scagliato alla Camera il vicepresidente del Copasir, Giovanni Donzelli e da ieri, complice una ricostruzione del Fatto Quotidiano, il sopralluogo di Andrea Orlando, Debora Serracchiani, Walter Verini e Silvio Lai nel penitenziario sardo è al centro del nuovo scontro tra Fratelli d’Italia e Pd.

Carte bollate, contro «manganellate». I meloniani accusano i dem di aver obbedito al leader anarchico e gli esponenti del Pd annunciano che dovranno risponderne «in tutte le sedi». Il capogruppo Tommaso Foti scrive che Cospito avrebbe «indirizzato» i parlamentari «a parlare con tre mafiosi suoi vicini di cella», l’artificiere della mafia Pietro Rampulla, il killer di ‘ndrangheta Francesco Presta e il camorrista Francesco Di Maio. Una insinuazione pesantissima, rilanciata attraverso note-fotocopia da diversi parlamentari di FdI.

Video correlato: La scultura in carcere, una "emozione mai provata" per i detenuti di Rebibbia (RaiNews)

Per fare chiarezza bisogna chiamare uno per uno i quattro parlamentari del Pd. Indignati, offesi e determinati a spiegare che a Sassari loro hanno «parlato con tutti». Ecco la ricostruzione di Andrea Orlando: «Abbiamo ascoltato la direttrice, i medici, i detenuti al 41 bis e quelli comuni». E con Cospito, cosa vi siete detti? «”Siamo venuti a vedere come stai e come funziona il 41bis”, ma non gli abbiamo dato corda». Non avete parlato con i mafiosi perché «indirizzati» dall’anarchico? «È falso, a Cospito io ho detto “ce ne frega poco di sentire i tuoi proclami”. Passando davanti alle celle era impossibile non vedere gli altri detenuti del passeggio, ma non era certo una condizione». Dei tre che vi chiamavano dallo spioncino, lei da chi si è fermato? «Non ricordo i nomi, ma non si può parlare con Cospito senza farlo anche con gli altri». Il senatore di FdI Gianni Berrino sostiene che, appena uscito dal carcere, Orlando abbia lanciato un tweet per chiedere di revocare il 41bis a Cospito e l’ex ministro smentisce: «Quel tweet era del 7 gennaio, della revoca ho poi parlato al Manifesto. Lì non c’è un centro clinico e ritenevo giusto salvare Cospito ». Il 41 bis va abolito? «No, è uno strumento essenziale per il contrasto alla mafia».

Serracchiani concorda e racconta: «A Sassari ci sono quattro compound da quattro celle ciascuna, sullo stesso corridoio. Noi non abbiamo chiesto un colloquio seduti, né siamo entrati in cella». Cosa vi ha detto Cospito? «”Parlate anche con gli altri”, ma noi lo stavamo già facendo. Io ho parlato con un anziano senza denti, Rampulla. Mi ha detto che è al 41bis da 30 anni e da troppo tempo non vede la famiglia». Per Verini «è solo un polverone ignobile per coprire il caso Donzelli-Delmastro». Ulteriori dettagli li ricorda il dem sassarese Silvio Lai, che era già andato da Cospito a dicembre: «I detenuti ti chiamano, ti tendono la mano. Non stai mai da solo con loro, sei guardie ci seguivano». Lei con chi ha parlato? «Col vicino di cella di Cospito, credo Presta. Quando vai in carcere parli con tutti, ci si limita a chiedere dello stato di salute e delle condizioni del carcere». Nient’altro? «No, non puoi affrontare questioni giudiziarie». Cospito deve restare al 41bis? «Il dubbio, essendo il primo caso di applicazione a una figura del mondo anarchico, è se sia lo strumento più adeguato per evitare il contatto esterno».

Cercasi adulti. Il garangiustizialismo del Pd su Cospito e la strategia della tensioncina di Fratelli d’Italia. Mario Lavia su L’Inkiesta il 3 Febbraio 2023.

Il Partito democratico ha almeno tre posizioni politiche diverse sul tema del 41bis. E così la destra accusa i dem di occhieggiare agli estremisti e contemporaneamente alcuni settori di sinistra li accusano di mantenere una linea della fermezza identica a quella del governo Meloni

Può essere che Alfredo Cospito sia pronto a fare il martire non tanto per la causa dell’abolizione del 41bis ma proprio per aizzare una mobilitazione anarco-insurrezionalista che, diciamo la verità, al momento è ben lontana dai fenomeni eversivi degli anni Settanta. Può darsi che la prospettiva di morire – a metà tra il jiahidismo e l’anarchia – non gli faccia quell’orrore che suscita nelle persone normali.

Parlando con diverse persone che lo hanno incontrato, per chi scrive l’interpretazione di questo personaggio non è chiara. «Io non sono nessuno per dire agli altri cosa devono fare», ha detto l’anarchico a Michele Usuelli, consigliere regionale radicale della Lombardia che lo ha incontrato ieri nel carcere di Opera.

Può darsi che si tratti di uno sciagurato ma quello che è certo è che Cospito ha scatenato la strategia criminalizzatrice di Fratelli d’Italia contro il Partito democratico che viene additato dai vari Giovanni Donzelli, Andrea Delmastro Delle Vedove, Tommaso Foti, Alberto Balboni come un partito al quale è necessario domandare se sia dalla parte dello Stato o del terrorismo. La destra sta cavalcando Cospito e drammatizzando la situazione. Forse è una piccola strategia della tensione. 

E nella tenaglia tra il (per ora marginale) terrorismo di matrice anarchica e la faccia feroce della destra il Partito democratico come al solito cade perché privo di una linea chiara. Perché è evidente che nel merito della questione il Pd oscilla tra tre posizioni: una, minoritaria, contraria al 41bis in generale in quanto sarebbe in contraddizione col dettato costituzionale e le convenzioni europee; un’altra contraria al 41bis per Cospito (è la posizione di Andrea Orlando e Peppe Provenzano); una terza favorevole al 41bis in generale e anche per quel che riguarda il detenuto anarchico, come sottolineavano ieri le capogruppo al Senato e alla Camera Simona Malpezzi e Debora Serracchiani, «Il Pd non ha mai chiesto la cancellazione del 41bis». 

La visita a Cospito del 12 gennaio di Debora Serracchiani, Andrea Orlando, Walter Verini e Silvio Lai è stata presa al balzo da FdI per giustificare una contiguità con gli anarchici, e forse l’iniziativa poteva essere fatta diversamente, con meno peso politico in campo. Ma per sua fortuna l’incredibile intemerata del Meloni’s boys ha fatto passare in secondo piano quella che sul tema della giustizia nel Pd è una contraddizione reale, in particolare sul tema delle condizioni carcerarie, anche perché da sempre in quel partito convivono sia istanze culturali fortemente garantiste che orientamenti che sbrigativamente si definiscono giustizialisti. 

Il rischio è che il partito, in tutt’altre faccende affaccendato (il congresso), prenda schiaffi da una destra che sostanzialmente lo accusa di occhieggiare agli estremisti e contemporaneamente da settori di sinistra che lo vedono su una linea della fermezza identica a quella del governo («Non si cede ai ricatti»), mescolandosi il tutto nel frullatore mediatico nel quale gli ingredienti sono le urla e le chiacchiere più che i ragionamenti sottili. 

Insomma, tenere una linea razionale che sia al tempo stesso di intransigenza verso i violenti ma aperta alle ragioni della civiltà giuridica non è facile. È anzi un sentiero stretto che bisognerebbe percorrere cercando alleati in quella parte del mondo politico democratico che non si vuole far schiacciare dagli opposti estremismi 2.0. Ne sarà capace un partito in questo momento senza un leader? 

La domanda va posta anche perché i prossimi giorni potrebbero essere molto complicati: sabato a Roma ci sarà una manifestazione degli anarchici che in teoria dovrebbe essere poche centinaia, ma in certi casi anche quattro gatti possono costituire un problema serio, Dio non voglia. E se il quadro di radicalizzasse e l’ordine pubblico diventasse un’emergenza queste per i democratici non sarebbero buone notizie.

Fine carcere duro mai. Come parlare del 41 bis per non parlare di Cospito da primitivi. Cataldo Intrieri su L’Inkiesta il 3 Febbraio 2023.

La vera funzione della misura restrittiva è indurre alla collaborazione il detenuto fiaccato dalle sue condizioni in cella. Una società civile deve chiedersi se abbia ancora senso applicare questa norma ai boss mafiosi a trent'anni dalle stragi di Capaci e via d’Amelio

Due personaggi totalmente diversi tra loro come Michele Serra e Lirio Abbate hanno commentato su Repubblica il dramma di Alfredo Cospito che rischia di morire per un principio. Serra ha ringraziato Giovanni Donzelli di Fratelli d’Italia per il suo sgangherato intervento alla Camera (che bene illustra la miseria umana di certa destra, quella che Indro Montanelli inorridito rigettava) per aver chiaramente mostrato nonostante tutto la differenza tra la sinistra e i reazionari.

I reazionari amano brandire la corda mentre la sinistra non può che stare dalla parte degli impiccati, dei reietti, di quelli che Frantz Fanon chiamava «i dannati della terra».

Il secondo indirizzo è quello espresso, sul medesimo giornale di Serra, da uno dei cantori militanti dell’antimafia in servizio permanente effettivo: l’ex direttore de L’Espresso Lirio Abbate, il quale in suo articolo riduce Cospito a un consapevole pupazzo dei mafiosi per l’abolizione del cosiddetto “carcere duro”.

Del resto, anche in questa occasione, il Partito democratico non riesce a uscire dalla paralisi e dall’imbarazzo ben espressi dal volto imbronciato di Andrea Orlando davanti alla domanda di Brunella Bolloli: «Ma voi perché non avete il coraggio di chiedere l’abolizione del 41 bis?», a cui l’ex ministro della Giustizia del governo Renzi ha ricordato con malcelato orgoglio di averlo inflitto e non revocato a un morente Bernardo Provenzano, con conseguente condanna da parte della Corte europea dei diritti umani. Bolloli coglie il punto.

Non è mancato neanche l’illuminato pensiero di Piercamillo Davigo ex magistrato oggi uno dei tanti imputati del paese che voleva rivoltare come un calzino, secondo cui il modello da seguire è quello della signora Thatcher che rimase indifferente davanti allo sciopero della fame dei prigionieri irlandesi dell’IRA, poi lasciati spegnersi. La non trascurabile differenza che Davigo ovviamente non coglie è che all’epoca era in atto una guerra sanguinosa e aperta.

La verità è che il nostro è l’ameno paese di molti Donzelli, gente che pensa di risolvere problemi complessi emettendo suoni gutturali, battendosi il petto e usando forca, galera e prossimamente il manganello. E poi molte, moltissime, intercettazioni contro tutti, come dimostra questa storia e come questo giornale ha sottolineato. 

Due sono i problemi che bisognerebbe analizzare ragionando da persone civili e non da primitivi.

Il primo: serve ancora il 41 bis? Introdotto nel 1986 e allargato ai reati di mafia, trenta anni fa, con tutta la cupola corleonese a piede libero e l’Italia devastata da bombe e agguati, continua a permanere anche oggi che l’ultimo boss di quell’epoca tragica è stato arrestato e portato a morire in carcere (al 41 bis si intende). 

La semplice domanda fa inorridire le prefiche dell’antimafia dalle varie sedi istituzionali giustamente conquistate dopo anni di allarmi e inchieste andate a male: dalla strage Borsellino, alla “trattativa“, a Mafia Capitale.

Non si tratta di garantire villeggiature di lusso: se non basta l’attuale miserevole condizione dei detenuti italiani, esistono già carceri e regimi di massima sicurezza riservate agli autori di crimini di mafia e terrorismo.

Il punto è semplice: si deve cominciare a discutere lucidamente sul fatto che un regime di deroga a elementari diritti costituzionali e sin dall’inizio indicato come provvisorio debba perpetuarsi all’infinito. Ricordo che per i sottoposti al regime del 41 bis sono sospese le condizioni di vita basilari come i contatti con i familiari, la lettura di libri e riviste, la socializzazione e i programmi di recupero. Solo un intervento della Consulta ha tolto il divieto di incontro libero cogli avvocati.

La domanda è: trenta anni dopo la strage di Capaci è ancora necessario? È possibile avere statistiche che dimostrino una qualche correlazione tra l’adozione del regime speciale del 41 bis e una diminuzione dei reati di criminalità organizzata e terrorismo?

Il non detto ipocritamente è che in realtà la vera funzione di un sistema così duro e segregante è indurre alla collaborazione il detenuto fiaccato dalle sue condizioni.

Giovanni Falcone e Carlo Alberto Dalla Chiesa non ne ebbero bisogno, all’epoca, per far parlare Tommaso Buscetta e Patrizio Peci. Per questo motivo sarebbe utile avere una statistica aggiornata anche su questo, per verificare quante collaborazioni ci sono state per il 41 bis e se non sia invece stato più incisivo il regime di ordinaria limitazione alle misure alternative al carcere.

Di recente l’intervento della Corte Costituzionale ha rimosso il tabù che vietava a mafiosi e terroristi di poter godere di misure di recupero sociale (semilibertà, detenzione domiciliare etc), sia pure introducendo una serie di requisiti così stringenti da rendere il traguardo estremamente difficile. Ha un senso alla luce di tale decisione protrarre un regime eccezionale di detenzione tenuto conto anche del rischio di venire sanzionati ancora dalla Corte europea dopo il caso Provenzano?

Infine, il secondo corno della questione: dallo sguaiato intervento di Donzelli si è avuta conferma della estrema pericolosità dell’uso delle misure preventive in mano alla estrema destra. Con incredibile leggerezza lo stretto collaboratore della presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha letto il contenuto di intercettazioni riservate predisposte all’interno del carcere per controllare i detenuti.

Questo giornale aveva già lanciato l’allarme sulla nebulosa di questo tipo di captazioni su cui il governo Meloni ha deciso di operare un più stretto controllo con il parere favorevole dell’attuale ministro della Giustizia Carlo Nordio che vorrebbe limitare le intercettazioni da usare nei processi, ma vorrebbe allargare quelle “di sicurezza” destinate a uso riservato del Governo.

Ecco: la vicenda Del Mastro-Donzelli, i due compari che si scambiano materiale riservato ci fa capire cosa possono nascondere certi proclami antimafia: il restringersi pericoloso degli spazi di libertà di tutti. Ancora una volta il diritto dei reietti è una questione che investe tutta la società democratica.

SE INTERCETTO PULCINELLA. Tommaso Cerno su L’Identità il 2 Febbraio 2023.

Ma la cosa che lo sta mandando ai matti, il ministro garantista, è che il fatto che Alfredo Cospito parlasse con i mafiosi è il segreto di Pulcinella. Perché se è vero che unparlamentare poteva venire a conoscenza di quelle carte, per ora in Italia non esiste l’istituto dell’interrogazione a risposta privata. Cioè che tu torni a casa e spulci le carte del tuo coinquilino, che sta seduto al ministero, e poi vai in Aula alla Camera le rendi pubbliche.

Questo anche se l’intercettato è Pulcinella. Questo anche se llo sapeva mezzo parlamento, tre quarti della stampa italiana e i più bravi l’avevano anche scritto. Però, garantismo insegna, se si intercetta un segreto e qualcuno lo divulga, è un guaio grosso anche se il segreto è quello di Pulcinella. E non poteva che essere così. Basta usare la logica. Un detenuto condannato per crimini di matrice politica, come l’anarchico Cospito, finisce al 41bis. Al 41bis, in Italia, la stragrande maggioranza del detenuti sono boss mafiosi di Cosa Nostra, Camorra e ’Ndrangheta. A Sassari ce ne sono di celebri. La legge prevede che per la socialità un detenuto al 41bis faccia l’ora d’aria con un numero massimo di quattro persone. Ne deriva che da quando lo Stato ha adottato la misura restrittiva per Cospito, mettendo un criminale condannato per delitti di matrice politica insieme a capimafia e stragisti i suddetti parlino tra di loro per legge.

Ed ecco l’intercettazione di Pulcinella che sta mandando in tilt la maggioranza e che rischia di fare morti e feriti. In senso politico. Ecco che ciò che tutti sapevano diventa un grosso problema perché assume, si fa per dire, la vesta dell’ufficialità. E diventa un boomerang. Per cui avere detto in Parlamento, che si chiama così proprio perché almeno lì deve restare lecito parlare, quelle frasi scatena la rivolta della sinistra, che proprio perché sapeva già cosa stesse succedendo è andata a verificare di persona in carcere lo stato di salute di Cospito. Ed ecco che il ministro va in Aula e prende tempo. Si trincera dietro all’indagine interna. Lascia i due pupilli di Giorgia appesi a una decisione che il governo non ha ancora preso. E all’improvviso la sinistra ha, dopo tre mesi, uno spazio di manovra. E va dritta all’attacco del governo. Tutti i colpi contro il tallone d’Achille della maggioranza, che non sono i contenuti delle rivelazioni di Donzelli, ma il fatto stesso che lui – come uno scolaro che copia – le abbia recitati leggendole da un foglio. Un foglio che non doveva avere. E soprattutto non poteva divulgare.

Per il resto chi si sconvolge è fesso. Sono tutte cose ovvie, che si sapevano e si erano lette in ogni salsa, e che sono proprio la ragione per cui l’Italia – come sempre a babbo morto – si è trovata a discutere di tale Cospito, un anarchico qualunque che, grazie alla nostra sottovalutazione degli effetti distorti del 41bis, sta diventando senza una ragione precisa un nuovo mito degli insurrezionalisti di mezzo continente, lasciandosi morire in carcere per digiuno mentre ministri, maggioranze e opposizioni si scannano in parlamento su Donzelli e il di lui coinquilino.

La morale di questa storia è che i prigionieri sono gli italiani. Prigionieri di uno Stato che finisce per tirare sempre la palla in tribuna. E che si trova a difendere oggi un provvedimento di restrizione per Cospito, che alla luce degli ultimi fatti non può essere revocato, ma che se guardato nell’insieme della sua storia criminale è stato la decisione più sbagliata e dagli effetti più distorti che si potesse prendere. Decisione che da mesi ha portato a mescolare due crimini terribili ma diversi, l’insurrezione contro lo Stato e la mafia. Il segreto di Pulcinella che perfino Donzelli sapeva. Al punto da avere riferito in Parlamento. Ed essere ora lui l’anti-Stato.

Un errore accostare il Pd a un criminale del 41bis. Ovvio che esploda il caos”. Edoardo Sirignano su L’Identità il 2 Febbraio 2023.

Non mi sorprende la reazione del Pd. Si sono sentiti due dita negli occhi”. A dirlo il vicepresidente della Camera Giorgio Mulé.

Come mai le dichiarazioni di Donzelli hanno fatto tanto scalpore?

Quando porti una vicenda del genere nel tempio della democrazia, è ovvio che l’effetto mediatico sia quello di una tromba che suona in una piazza. Era scontato che il caso finisse su tutte le prime pagine dei giornali, per la veemenza con il quale è stato portato, per i toni, per la reazione che ha avuto il Partito Democratico. Non mi sorprende nulla di tutto ciò.

La reazione del Nazareno è stata troppo dura?

Quelli del Pd si sono sentiti due dita negli occhi. Avere messo in relazione le attività di Cospito in carcere, cioè gli incontri che ha avuto con mafiosi, ‘ndrangheta, casalesi e deputati del Pd, non è piaciuto a questi ultimi. Quando Donzelli, poi, ha detto che i dem andavano a incoraggiarlo nella battaglia, li ha fatti uscire fuori dai gangheri, soprattutto quando è stato posto l’interrogativo: la sinistra sta con lo Stato o con i terroristi? È normale che politicamente ci sia una reazione del genere.

Prima di fare il politico Mulé è stato direttore di un’importante testata nazionale. Spesso i quotidiani sono pieni di documenti segreti. Perché oggi tanto rumore?

La mia vita professionale ha fatto della violazione del segreto una cosa normale. Un giornalista è bravo se riesce ad avere delle carte segrete. Per un parlamentare, invece, è diverso. Bisogna, però, vedere se i documenti in discussione sono davvero riservati. Se non lo erano potevano essere nella disponibilità di Donzelli. Se è così la correttezza della procedura è salva. Si può discutere, invece, sull’utilizzo politico che viene fatto di risultanze giudiziarie. È un altro paio di maniche.

Ci spieghi meglio…

Se i documenti sono accessibili, li possono prendere tutti. Se non lo sono, basta pensare alla nitroglicerina. È un materiale da usare con cura. Se lo maneggi, in maniera troppo violenta, scateni delle reazioni che sono più o meno incontrollabili.

Gli anarchici rappresentano davvero un pericolo?

Lo sono per la società civile, per l’ordine pubblico. Non parliamo di brigate che fanno apostolato della preghiera, piuttosto di persone che hanno un’ideologia che sfonda sulla violenza, sulla contrapposizione frontale con lo Stato o che non riconosce addirittura il primato della legge. È ovvio, pertanto, che sono un pericolo.

Questo genere di forze trovano un ambiente favorevole in un contesto in cui il costo della vita aumenta e in cui i ceti medi continuano a impoverirsi?

Sono mondi diversi, culturalmente agli antipodi. Quello che fu il ceto borghese è un segmento di popolazione che ha strutture, capacità e anticorpi per non accedere, in alcun modo, a tali tipologie di iniziative. Stiamo parlando di una protesta violenta, fuori dalle leggi, dal perimetro della convivenza civile. Se vai in giro a dare fuoco alle macchine e ferire gli agenti, ti stai semplicemente rendendo colpevole di reati criminali.

La politica, quindi, non dovrebbe avere alcun tipo di confronto con questi mondi, andare nelle carceri come d’altronde è avvenuto?

Un conto è l’assistenza umanitaria. È giusto che ci sia, è nelle prerogative dei parlamentari, riguarda chiunque. Altro è l’adesione a delle idee eversive. Nessuno in questo Parlamento ritengo sia contiguo al mondo degli anarchici. Lo escludo alla radice.

A proposito del 41 bis, ritiene giusto cambiarlo?

Così va bene. Ha dimostrato di essere un grande deterrente nei confronti della mafia, uno strumento incisivo che riesce a tagliare i ponti tra il carcere e il mondo esterno. I malviventi lo giudicano una iattura e ciò vuol dire che siamo nel giusto.

Bisogna applicarlo anche per quei reati che non riguardano la malavita organizzata?

Si tratta sempre di reati gravissimi, di terrorismo, legati all’eversione. Ci sono alcuni terroristi delle nuove Brigate Rosse che sono al 41 bis proprio per evitare che continuino a dialogare con l’esterno. Si può discutere, invece, se soggetti dell’area eversiva, che non hanno alcun legame con la mafia, siano nello stesso ambiente di chi invece è stato condannato per associazione a delinquere. È sbagliato, però, mettere in discussione la bontà dello strumento.

Il caso Matteo Messina Denaro ha aperto il dibattito sulle intercettazioni. Più di qualcuno sostiene che sia giusto utilizzarle per combattere la criminalità, ma allo stesso tempo sia sbagliato farne un uso eccessivo, distruggendo per sempre la vita di tante persone…

Il punto è trovare l’equilibrio tra le esigenze di tipo penale e il diritto alla privacy. Nessuno mette in dubbio l’utilizzo delle intercettazioni per reati collegati alla mafia. Al contrario, bisogna riflettere se abusare di questo strumento in reati dove c’è soltanto un sospetto. Così si rischia di vedere pubblicate delle conversazioni private che nulla hanno a che vedere con il profilo penale. Su ciò bisogna riflettere. Altrimenti non si arriverà mai a una riforma vera e compiuta, non come quella che c’è adesso.

APPESI A UN COSPITO. Rita Cavallaro su L’Identità il 2 Febbraio 2023.

Scoppia la bomba nel centrodestra. Il vice presidente del Copasir Giovanni Donzelli e il sottosegretario della Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove mettono sotto scacco un’intera maggioranza. Problemi sia all’interno della squadra di governo che fuori. Sono in tanti a chiedere la testa di chi, accusando l’opposizione di parlare con i mafiosi, nei fatti, utilizza un linguaggio che va oltre il politichese. Più di qualche fedelissimo avrebbe riferito al premier: “Come può il responsabile dei Servizi Segreti utilizzare questi toni? Commesso un errore. Bisogna rimediare quanto prima”. Prendere una decisione affrettata, però, potrebbe essere sinonimo di debolezza. Ecco perchè Giorgia e i suoi consiglieri prendono tempo. Non sono ammessi passi falsi. Una cosa è certa, tale discussione mette in luce le debolezze di un gruppo, che a differenza della sua leader, la quale sembra essere impeccabile, spesso dimostra debolezze e fragilità. Una cosa, infatti, è parlare nelle sezioni, altro è avere le redini di un Paese in un momento complesso come quello attuale, in cui la tensione sociale è ai massimi livelli. I primi a chiedere risposte sono gli alleati di Fdi. Il tono, utilizzato da Mulè su queste colonne vale più di mille parole. Non si possono “mettere due dita negli occhi degli avversari” e non aspettarsi una reazioni. Gli stessi azzurri, neanche nel periodo più difficile del berlusconismo, hanno mai portato il dibattito su questi livelli. Medesimo discorso vale per quel mondo moderato che si ritrova nella Lega. Basti pensare all’area che orbita intorno a Simonetta Matone, ex togato. Sono in tanti a porsi degli interrogativi. Ecco perchè la premier, anche per non perdere quell’aplomb istituzionale, guadagnato in pochi mesi, deve fare una mossa. Allo stesso tempo, però, muovere la pedina sbagliata significa riaprire delle crepe che sembravano chiuse con quel mondo del centrodestra moderato, ma allo stesso tempo creare una scissione nel primo partito politico italiano. Il quadro non è semplice come appare all’esterno. Quasi prima della sinistra, a prendere le distanze da Donzelli è Fabio Rampelli. Quest’ultimo starebbe cavalcando lo scivolone per ritagliarsi uno spazio ed uscire dalla marginalità. Allo stesso modo, per il nuovo zoccolo duro del partito un passo indietro di due big del nuovo corso significherebbe una bocciatura per quello che qualcuno chiama il partito del futuro. Secondo voci di palazzo, i due protagonisti delle tanto discusse dichiarazioni sugli anarchici sarebbero pronti a dimettersi, a fare un passo indietro. Bruciando le tappe, da un lato, si ferma l’onda cavalcata dalle opposizioni, mentre dall’altra si confessa di essere fragili. Per tale ragione, la politica romana avrebbe scelto la strada del silenzio, strategia d’altronde condivida dai suoi ministri. Le ultime parole del Guardasigilli Carlo Nordio sono più di un semplice indizio. “La legge è uguale per tutti”, sono le parole più eclatanti dell’ex togato per chiudere il caso anarchici. La linea della prudenza, d’altronde, viene utilizzata anche per parlare del leader di un movimento, finito negli ultimi giorni al centro della cronaca, ma il cui ritorno era già stato rivelato su queste colonne agli inizi di ottobre. “La posizione giuridica di Cospito è complessa – ha spiegato il Guardasigilli nell’informativa alle Camere”. La vicenda è “sotto l’esclusiva competenza dell’autorità giudiziaria, sulla quale il ministro, il governo e la politica in generale non possono intervenire”, ha aggiunto in merito alla richiesta di revoca del 41bis avanzata dalla difesa. Nordio ha, poi, precisato che la decisione di applicare il regime detentivo speciale per il detenuto è stata presa perché il prigioniero era “perfettamente nella condizione di collegarsi con l’esterno, anche in costanza di detenzione, inviando documenti di esortazione alla prosecuzione della lotta armata di natura anarchica”. Il ministro della Giustizia, comunque, attende la decisione della Procura generale di Torino, che dovrebbe arrivare oggi, prima di pronunciarsi definitivamente sulla revoca del carcere duro. “Per tutela massima del detenuto abbiamo inviato Cospito nel carcere di Opera. Non esiste un 41bis di serie A o di serie B, lo stato di salute non può essere però motivo di pressione per lo Stato”, ha sottolineato, precisando che “si può discutere a lungo se sia una norma da mantenere o no, se va applicata agli autori di alcuni reati e non a quelli di altri, ma stabilita una regola, approvata una legge, questa è uguale per tutti”. Il Guardasigilli esclude la possibilità di cambiare la norma dell’ergastolo ostativo: “Apriremmo una diga a tutta una serie di pressioni da parte di detenuti che si trovano nello stesso stato”. E ribadisce: “Se dovessimo dare l’impressione di cedere, il fondamento dello Stato di diritto e della democrazia scricchiolerebbe”. Infine una velata strigliata a Giovanni Donzelli per l’attacco al Partito Democratico: “Tutti gli atti riferibili a detenuti in 41bis sono per loro natura sensibili. Ragion per cui, ai fini di un’ostensione, occorre una preventiva verifica”. In sintesi, dire e non dire. Le bombe piovono a dismisura. Meglio restare nei sotterranei del silenzio e guadagnare giorni preziosi nel primo momento difficile per la maggioranza. La luna di miele per Meloni è ormai un lontano ricordo.

Cospito, il 41 bis, i boss mafiosi e il pericolo dell’incompetenza. Roberto Saviano su Il Corriere della Sera il 2 Febbraio 2023

 I padrini in carcere cercano di usare l’anarchico come quando Riina paragonò se stesso a Enzo Tortora

Ciò che spaventa della vicenda Donzelli è la scarsa competenza, calata in un contesto quanto mai pericoloso. D onzelli riporta pubblicamente le informazioni dei Gom, che racconterebbero di rapporti tra Alfredo Cospito e membri della criminalità organizzata campana, calabrese e siciliana. In questi incontri, gli affiliati di potenti cosche criminali avrebbero incoraggiato Alfredo Cospito a proseguire la sua lotta contro il 41 bis.

Se Donzelli avesse avuto esperienza di criminalità organizzata e di carceri avrebbe dedotto che proprio quella relazione dei Gom è la prova regina che mandare Cospito al 41 bis è stato un errore della ministra Cartabia. Un errore a cui andava immediatamente posto rimedio perché le organizzazioni usano queste falle per rinsaldare il loro potere e ottenere risultati. L’affiliato che direbbe (riporto le affermazioni diffuse): «Pezzetto dopo pezzetto, si arriverà al risultato» ovvero l’abolizione del 41 bis, è Francesco Di Maio detto «Ciccio ’o luongo», ras (ma non è un capo) del clan dei casalesi afferente alla fazione Bidognetti. Lo conosco bene. Francesco Bidognetti, il boss che lo ha scelto come suo killer fidato, è stato condannato per minacce camorristiche nei miei confronti (e nei confronti di Rosaria Capacchione, Raffaele Cantone e Federico Cafiero De Raho): è l’uomo che mi ha condannato a una vita sotto scorta 17 anni fa. Ebbene, Di Maio ’o luongo è ovvio che cerchi strade per uscire dal 41 bis e per indebolirlo; quale occasione migliore se non appoggiarsi proprio a chi sta vivendo il regime di carcere duro illegittimamente? Questa è la prova che Alfredo Cospito al 41 bis non doveva starci, e la mia è una valutazione tecnica, non politica e nemmeno medica. Alfredo Cospito non c’entra nulla con il regime di carcere duro, e proprio per questa ragione viene avvicinato, perché può mostrare le contraddizioni del 41 bis lontane dalle motivazioni mafiose. Aver trasferito Cospito al 41 bis significa far perdere al 41 bis per reati di mafia la sua ragion d’essere. L’aver diffuso la relazione dei Gom, poi, ha dato la prova agli affiliati fuori dal carcere che esiste una via per demolire il 41 bis, e che i loro capi la stanno battendo dall’interno.

La pena deve essere proporzionata al reato; del resto, non è che stupratori seriali, pluriassassini, torturatori scontino il carcere al 41 bis che è una eccezione presente nel nostro codice e nell’ordinamento penitenziario che serve esclusivamente a interrompere i rapporti con l’organizzazione criminale di stampo mafioso e impedire di egemonizzare le carceri dove si è detenuti. Cospito non ha alcuna organizzazione che risponda a lui e non ha alcuna risorsa per poter egemonizzare chicchessia in carcere. Sempre basando questa mia riflessione sulle informazioni diffuse da Donzelli, Cospito non avrebbe incontrato, nel passeggio, solo Di Maio, ma anche il killer di ’ndrangheta Francesco Presta. Uomo delle cosche cosentine, ma con un comportamento militare aspromontano, anche Presta avrebbe esortato Cospito a continuare la sua protesta nonviolenta contro il 41 bis. In ultimo Cospito avrebbe incontrato anche Pietro Rampulla, detto «l’artificiere», capomandamento di Mistretta. Fu militante neofascista di Ordine Nuovo e confezionò il tritolo che fece esplodere l’autostrada di Capaci per uccidere Giovanni Falcone. Non sappiamo cosa si sarebbero detti, ma chiaramente i mafiosi sono consapevoli che il 41 bis è un regime d’emergenza contraddittorio e possono farlo saltare solo se viene usato male. Il caso Cospito è l’occasione che, come inconsapevolmente rivelano Donzelli e Delmastro, aspettavano.

Vale la pena raccontare come i mafiosi approfittino di ogni errore dello Stato. Riina utilizzò il clamoroso errore giudiziario che portò all’arresto e ai crimini di Stato perpetrati contro Enzo Tortora per dichiararsi perseguitato: «Mi avete fatto finire come Enzo Tortora». Più lo Stato rispetta i diritti, più lo Stato è nella condizione di demolire il potere mafioso. Sapete cosa vogliono le organizzazioni? Che il carcere sia miseria, fame, abbandono. Vogliono poliziotti frustrati e violenti che costituiscano una minaccia per chiunque entri in carcere. Sapete cosa vogliono quando un borseggiatore, un topo d’appartamento o uno spacciatore vengono arrestati? Che siano riempiti di botte e maltrattati, che gli avvocati d’ufficio siano pessimi e i magistrati arraffoni e distratti. Perché così le organizzazioni criminali diventano l’unica garanzia possibile. Perché per essere protetti, avere dignità, ricevere difesa, bisogna passare per loro. Entri che hai rubato un motorino o hai spacciato un po’ di fumo ed esci affiliato, questo accade nel sistema carcerario italiano. I detenuti stranieri, poi, non li affiliano nemmeno, li arruolano e li rendono soldati. Sapete cosa è accaduto dopo il pestaggio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere del 6 aprile 2020? Pestaggio in cui gli agenti violenti si sono ben guardati dal pestare affiliati alle organizzazioni di rilievo? È accaduto che ogni singolo detenuto è andato a cercarsi una protezione sotto cui vivere in carcere.

Il 41 bis è in contraddizione con la vocazione della nostra Costituzione che prevede che ci sia il recupero del detenuto, la sua educazione e trasformazione; condivido quanto afferma la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, e cioè che il 41 bis e l’ergastolo ostativo violino la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ma sono allo stesso tempo consapevole che l’unico modo per interrompere i rapporti di potere con l’organizzazione criminale sia congelare le comunicazioni con l’esterno. Il 41 bis è un provvedimento eccezionale, al limite con la tortura, se si è deciso che, nonostante vada contro il dettato costituzionale, la sua applicazione in determinati casi può essere necessaria, è evidente che debba essere maneggiato con grande cura e con grandissima consapevolezza. Lo Stato deve essere autorevole, ed è autorevole quando è giusto.

Concludo, perciò, smontando un’illusione diffusa, ossia che il 41 bis sia la soluzione, che attraverso il carcere duro si riesca a isolare il potere delle mafie o a disarticolarlo: magari fosse così. Mai dimenticare che le organizzazioni criminali, cito dati di Banca d’Italia, muovono oltre cento milioni di euro al giorno, e questo è solo il segmento illegale. Sanno esattamente come tutelarsi e come fare in modo che gli affiliati possano aggirare le pene. Con le collaborazioni di giustizia false o parziali, a cui possono porre un argine solo magistrati competenti e procure attente. La falsa collaborazione di giustizia è lo strumento primo dei boss per avere sconti di pena e far contenti tutti. Lo Stato è così fragile che un affiliato può pentirsi riportando poche e vecchissime circostanze e ottenere sconti di pena; ci sono in Italia addirittura figli di boss che collaborano con la giustizia i cui padri ancora comandano... incredibile, ma vero. Lo Stato, debolissimo di fronte a tutto questo, sbandiera spesso vittorie inesistenti, consente che si costruiscano carriere sul niente e lascia che l’opinione pubblica pensi, quando un boss viene arrestato o un affiliato decide di pentirsi, che si stia vincendo la battaglia. Sovente non è così perché la grande alleata delle mafie rimane l’incompetenza .

La parola magica ‘mafioso’ mette in fuga i garantisti. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 2 Febbraio 2023.

Ho scritto più volte, e anche qui sul Riformista, che nei confronti del “mafioso” vige un trattamento discriminatorio che non ha pari presso nessun’altra categoria delinquenziale. E se devo mettere i piedi nel piatto dico che l’oscena vicenda di Alfredo Cospito rappresenta una riprova esemplare di quella verità.

Ha ragione Luigi Manconi quando dice che l’approccio garantista non è misurato sui precedenti del detenuto, sulle sue idee, sull’efferatezza di cui egli ha dato prova, ma questa giusta osservazione si scontra con una pratica puntualmente contraria proprio quando di mezzo c’è il “mafioso” e il suo stato di detenzione: mai oggetto delle attenzioni – doverosissime, per carità – invece riservate a chi di altro tipo di illecito si sia reso responsabile. Se si è “mafiosi” – e spesso l’attribuzione della patacca è dovuta al delitto di fumo quale il concorso esterno, o solo all’appartenenza familiare – tanto basta a giustificare il calo dell’attenzione garantista anche tra molti di quelli che sfoggiano di militare nella categoria. E ricordiamo che a sinistra quanto a destra, e forse a sinistra anche con più orgoglio, si rivendica il merito di far morire in carcere il mafioso.

Non è una buona ragione per cessare la debole e disperata campagna, che questo giornale conduce meritoriamente, di denuncia del trattamento carcerario che quell’anarchico sta subendo e che ormai mette a rischio concreto la sua vita. Ma deve far meditare il fatto inoppugnabile che quel regime carcerario si applica regolarmente, nel silenzio e senza scandalo, al mafioso: con privazioni e afflizioni che non sono meno ingiuste solo perché egli non vi si oppone con lo sciopero della fame. E soprattutto: per presunte esigenze sicuritarie che in realtà ricorrono assai raramente, e in ogni caso potrebbero essere soddisfatte senza i tormenti di quel regime afflittivo. Non sono sicuro che tutti i cosiddetti garantisti sottoscriverebbero queste considerazioni.

Iuri Maria Prado

Ilaria Cucchi, la rivelazione: "Vado in carcere da Cospito". Libero Quotidiano il 2 febbraio 2023

"Il mio ruolo, la mia coscienza e il mio vissuto mi impongono di accertarmi dello stato di salute del detenuto Alfredo Cospito. Per questo domani sarò a Opera": a dirlo all’Adnkronos Ilaria Cucchi, senatrice dell'Alleanza Verdi-Sinistra. A preoccuparla il fatto che l'anarchico al 41-bis stia portando avanti uno sciopero della fame da oltre cento giorni in segno di protesta proprio contro il regime del carcere duro. L'avvocato del detenuto ha fatto sapere che Cospito "non accetterà somministrazioni di cibo e continuerà sicuramente lo sciopero della fame".

Nei giorni scorsi Cospito, 55 anni, è stato trasferito dal carcere di Sassari a quello di Milano in base a una indicazione sanitaria della Asl, che suggeriva il trasferimento in una struttura completa di centro clinico attrezzato per le emergenze. Il legale ha fatto sapere anche che Cospito "è sempre più magro, ha perso 45 chili. La situazione si sta estremamente complicando e si sta andando oltre la soglia critica. È assolutamente determinato ad andare avanti ma è consapevole che ciò porterà a delle conseguenze irreparabili". 

 La visita ispettiva presso la casa di reclusione di Opera, avverrà domani, venerdì 3 febbraio, alle 12. "La visita ha l’obiettivo di verificare le condizioni di salute di Alfredo Cospito - si legge in una nota dell’ufficio stampa del gruppo Misto - Alleanza Verdi e Sinistra -. Il carcere di Opera è la più grande delle 208 carceri italiane ed è uno degli istituti più importanti e sorvegliati di tutto il continente europeo. A Opera vengono applicati tutti i regimi e circuiti carcerari speciali esistenti oggi in Italia: 41-bis, E.I.V. (elevato indice di vigilanza), A.S. (alta sicurezza)".

Caso Alfredo Cospito, Ilaria Cucchi: «Si parla di vita o di morte di un detenuto. Nordio non può far finta di nulla». «Il 41 bis è una palese forzatura, ma una certa parte politica ceda alla tentazione di facili slogan. Quanto ai cosiddetti anarchici violenti, a loro non interessa nulla delle sue condizioni, vogliono solo farne un martire». Parla la senatrice in prima linea per i diritti dei reclusi. Simone Alliva su L’Espresso il 31 gennaio 2023.

«Facili slogan mentre qui si parla della morte di una persona che dovrebbe essere tutelata». È granitica, Ilaria Cucchi, senatrice eletta nelle liste di Alleanza Verdi e Sinistra quando commenta a L'Espresso la vicenda di Alfredo Cospito, l'anarchico trasferito al carcere di Opera a Milano per l'aggravarsi delle sue condizioni dopo più di cento giorni di sciopero della fame. Si è da poche ore conclusa la conferenza stampa del vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani con i ministri della Giustizia, Carlo Nordio, e dell'Interno Matteo Piantedosi. Una conferenza che ha chiuso le porte alla possibilità di rivedere il regime del carcere duro per l'anarchico.

«Ora il 41 bis è indispensabile, è necessario mantenerlo», ha concluso Nordio. Non per la senatrice dell'alleanza Verdi-Sinistra italiana e sorella del geometra romano ucciso mentre si trovava in carcere: «Il 41 bis è incostituzionale».

Senatrice Cucchi, lei ha scritto sul suo profilo Facebook che costringere Cospito al regime 41 bis “è stata una palese forzatura ed un errore colossale”.

«Certo, Cospito non ha ucciso nessuno. Il 41 bis è assolutamente anticostituzionale e come tale è stato di recente censurato dalla stessa Corte Costituzionale e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. È stato giustamente così concepito, negli anni 90, in occasione delle stragi di mafia per impedire ai boss della criminalità organizzata di continuare ad avere collegamenti con i sodalizi mafiosi. Si è indubbiamente trattato dell’introduzione di un regime di emergenza a causa dell’incapacità dello Stato di realizzare un sistema carcerario che potesse, da un lato, essere in linea con i fondamentali criteri di rieducazione cui deve essere uniformata l’espiazione delle pene senza che con essa, dall’altro, si aprissero le porte alla prosecuzione dell’attività criminale dei boss dall’interno delle strutture di detenzione. Cosa c'entra con tutto ciò Cospito? Niente, ma in questo Paese l’emergenza diventa la regola e c’è sempre chi cade in tentazione e cerca di estendere l’applicazione dimenticandosi i sacri principi della nostra Carta Costituzionale. Questo è accaduto con una palese forzatura e commettendo, appunto, un errore colossale».

Negli ultimi mesi il Governo ha adottato la linea dell’indifferenza verso le condizioni di salute di Cospito. Nordio è rimasto in silenzio a lungo. Pensa che sia stato questo ad alimentare un’escalation di attentati e minacce?

«Non mi stupisce che una certa parte politica ceda alla tentazione di facili slogan dimenticando che qui si parla di vita o di morte di una persona in detenzione che dovrebbe essere tutelata al di sopra di ogni questione. Nulla è più importante. Mi stupisce che un Ministro come Nordio, magistrato, faccia finta di ignorare tutto questo».

Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in conferenza stampa sul caso Cospito ha più volte detto che "lo Stato non può piegarsi a minacce e ricatti".

«La sublimazione di questa terribile e miope speculazione politica sta nel motto “ questo governo non può piegarsi ai ricatti”? Così si fa finta di non dover adottare provvedimenti di sana civiltà giuridica e si consente la morte di un detenuto per paura che, diversamente, si possa dare l’impressione di cedere a fantomatici ricatti. Il collegamento agli attentati criminali della recente cronaca è tanto semplicistico quanto ipocrita. Si fa finta di non vedere che nulla hanno a che fare con Cospito e le sue drammatiche condizioni di salute. Questi cosiddetti anarchici violenti non vogliono altro che la morte di Alfredo Cospito per farne un martire. A loro nulla interessa delle sue condizioni. È fin troppo evidente. Sono per lui come lo sono stati i Black Block per i no global per i G8».

Alla fine l'ex militante della Federazione anarchica informale (Fai) è stato trasferito da Sassari al carcere di Opera a Milano dove c’è una struttura sanitaria che, a detta del ministro Tajani, è "forse la più efficiente in Italia". Non basta?

«No. Non basta certo il trasferimento in Lombardia. Deve essergli revocato il 41 bis».

Piantedosi oggi ha dichiarato: "Se mafiosi o aderenti a organizzazioni terroristiche, che lo subiscono, se ne lamentano e fanno una battaglia così forte contro il 41 bis, vuol dire che funziona". Che ne pensa?

«Piantedosi ha ragione, se lo Stato fosse corso ai ripari all’emergenza mafiosa degli anni 90. Non certo in un ottica di acquiescenza alla violazione sistematica dei diritti fondamentali dell’Uomo da estendere il più possibile per esonerare il Paese dall’onere di dover raggiungere quello che non sappiamo oramai più cosa sia: lo Stato di diritto».

Da adnkronos.com il 3 Febbraio 2023.

Ho trovato le condizioni di Alfredo Cospito a dir poco allarmanti e peggiora di giorno in giorno, di ora in ora”. Così la senatrice dell’Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Cucchi, al termine della visita di circa un’ora al carcere di Opera a Milano, dove ha incontrato il detenuto anarchico al 41 bis. "La cosa che mi dà più preoccupazione - ha aggiunto Cucchi - è che non ha alcuna intenzione di interrompere lo sciopero della fame. Dice che per lui è una lotta politica". [….]

La prima cosa che mi ha detto vedendomi è stata che non vuole più incontrare nessun politico”, ha poi fatto sapere Cucchi, sottolineando: “Io sarò l’ultima che incontrerà e mi ha incontrato solo ed esclusivamente per la mia storia e per quello che rappresento”. “È questo il motivo per cui io oggi sono venuta qui: mio fratello è morto di carcere e nessuno più deve morire di carcere”, ha concluso.

Il caso Cospito e il 41 bis. Perché visitare le carcere è un dovere dei parlamentari. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 2 Febbraio 2023.

Daremmo volentieri un dieci con lode ai parlamentari della delegazione del Pd che il 12 gennaio scorso sono andati a visitare il carcere di Sassari e il suo reparto dove son rinchiusi i detenuti nel regime speciale previsto dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario. Naturalmente la loro visita vale di più se i tre deputati Debora Serracchiani, Andrea Orlando e Silvio Lai, oltre al senatore Walter Verini non si sono limitati a incontrare Alfredo Cospito, l’anarchico che sta ingaggiando un pericoloso braccio di ferro con lo Stato con un digiuno protratto ormai da oltre cento giorni per protestare contro la tortura del 41-bis.

Non è eccessivo parlare di “tortura”, perché l’isolamento previsto dalla detenzione “impermeabile” porta a un degrado fisico e psichico che a lungo andare può essere mortale. Fondamentale quindi che anche i rappresentanti del Parlamento, oltre al ministro della giustizia Carlo Nordio, siano impegnati a monitorare le condizioni di salute di un prigioniero che sta sfidando la morte nel nome di un principio. Sarebbe importante che lo facessero anche i parlamentari della maggioranza, magari anche lo stesso Giovanni Donzelli che ha lanciato ai colleghi del Pd una sfida un po’ sprecata e controproducente nel chiedere loro da che parte stanno, visto che sono andati in carcere a trovare un sovversivo, colpevole anche di aver chiacchierato nell’ora d’aria con alcuni mafiosi, del resto gli unici che abbia possibilità di incontrare nel regime di 41 bis.

Ma va anche detto che forse i parlamentari del Pd hanno un po’ sprecato il proprio tempo e la loro visita al carcere, dal momento che si sgolano e si sbracciano, ogni ora e ogni minuto a dichiarare quanto siano entusiasti di questa forma di detenzione speciale cui è sottoposto tra gli altri Alfredo Cospito. Se volevano solo misurare la pressione all’anarchico, potevano lasciarlo fare al medico preposto. Ma ben altro avrebbero potuto fare e denunciare. Per esempio verificare concretamente, guardando e toccando con le proprie mani e i propri occhi che cosa vuol dire essere privati di tutto, e non solo della libertà. Se sono così entusiasti del regime del 41-bis, hanno veramente sprecato un viaggio. Del resto uno di loro, Andrea Orlando, è quello che da ministro ha lasciato in carcerazione speciale un vegetale, cioè il corpo di Bernardo Provenzano, ex feroce capomafia ma non più persona, nel 2016.

Lo ha lasciato lì, nel reparto adibito al 41-bis dell’ospedale S. Paolo di Milano, nonostante che, con il parere favorevole di tre procure, il primario Rodolfo Casati avesse suggerito di trasferirlo, nello stesso ospedale, in un reparto per lungodegenti. Invece il corpo è rimasto due anni in quel buco, ridotto allo stato vegetale e sorvegliato da 28 agenti. E il ministro aveva sfidato il senso del ridicolo sostenendo che il detenuto era “…destinatario di varie missive dal contenuto ermetico, cui spesso sono allegate immagini religiose e preghiere, che ben possono celare messaggi con la consorteria mafiosa”.

Ogni deputato e ogni senatore, di qualunque posizione politica, dovrebbe sapere che più che un diritto è un dovere, quello dei parlamentari di andare a visitare le carceri. Perché mettere il naso dentro le istituzioni totali, siano le prigioni piuttosto che gli istituti psichiatrici, per verificare lo stato di salute degli ospiti, vuol dire spesso aiutare a migliorarne le condizioni. Ed è un dovere dei rappresentanti dei cittadini soprattutto denunciare in ogni sede ogni situazione che violi l’articolo 27 della Costituzione, che impone la dignità della persona, anche quando privata della libertà, e la salvaguardia della sua salute mentale e fisica.

Il caso più clamoroso della storia italiana degli ultimi trent’anni è stato quello della riapertura delle carceri di Pianosa e Asinara, dove nel 1993, in seguito alle stragi mafiose culminate negli assassinii di Falcone e Borsellino, furono sbattuti alla rinfusa, dopo esser stati prelevati nella notte in pigiama o anche senza, detenuti da tutti gli istituti del sud, in gran parte in attesa di giudizio. Una vera deportazione, quella notte. E torture di ogni genere furono verificate da quei pochissimi deputati che ebbero la forza di sfidare il conformismo vigliacco “antimafia” che pervadeva la società politica dopo i fatti tragici accaduti l’anno prima. Furono utilissime, quelle visite e quelle denunce, che portarono anche a diverse condanne nei confronti dell’Italia da parte della Cedu.

Dalle finte esecuzioni all’alba fino agli sputi, e la minestra piena di vermi e pezzi di vetro, e l’acqua arrugginita e non potabile, e la doccia irraggiungibile e la mancanza di biancheria e indumenti di ricambio: questo era il quadro di base della situazione in quell’estate a Pianosa e Asinara. Per non parlare delle ferite e tumefazioni sul corpo dei detenuti dovute alle botte della “squadretta” addetta alle punizioni. Altroché, se furono utili quelle visite! Sarà bene ricordarsene sempre.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Sebastiano Ardita: «Il 41 bis tutela la collettività. Cancellarlo sarebbe un segno di debolezza per lo Stato».

di Simone Alliva su L’Espresso il 2 febbraio 2023.

Il magistrato difende la formula del carcere duro tornata alla ribalta nel caso dell’anarchico Alfredo Cospito. «La contrapposizione nel campo degli strumenti giudiziari sta raggiungendo un livello preoccupante»

«Rinunciare al 41 bis otto la pressione di gruppi, di esponenti o di singoli, rappresenterebbe un segno di debolezza dello Stato». Non usa mezzi termini Sebastiano Ardita, magistrato antimafia, già direttore del Dap per 9 anni, mentre commentando a L'Espresso il caso Alfredo Cospito, l'anarchico trasferito al carcere di Opera a Milano per l'aggravarsi delle sue condizioni dopo più di cento giorni di sciopero della fame.

Un tema che resta aperto dopo il parere consegnato dalla Procura nazionale antimafia e antiterrorismo al ministro della Giustizia Carlo Nordio: Alfredo Cospito può restare al 41 bis oppure tornare al regime di alta sicurezza, con tutte le dovute cautele, pur ribadendo che fu fondata la decisione del 5 maggio del 2022 di applicargli il carcere duro. Il consigliere del Csm, per anni coordinatore di delicate indagini antimafia fra Catania e Messina e profondo conoscitore di Cosa Nostra, vede nella discussione che apre al dibattito sull'utilità del 41 bis: «Un livello di contrapposizione nel campo degli strumenti giudiziari sta raggiungendo un livello molto elevato e preoccupante»

Consigliere Ardita, il dibattito scatenato dal caso di un detenuto in gravi condizioni di salute per via dello sciopero della fame sta mettendo in discussione (pubblicamente) il 41 bis. Che idea si è fatto del caso Cospito, considerando anche che il detenuto a regime non appartiene a una organizzazione piramidale e gerarchica?

«È una situazione complessa quella che si è venuta a creare. Si è inizialmente scelto di applicare per la prima volta ad un appartenente all’area anarchica insurrezionalista una misura estrema come quella del 41 bis dell’ordinamento penitenziario, molto efficace contro le organizzazioni criminali. Si tratta di una decisione ritenuta legittima anche dalla autorità giudiziaria chiamata a giudicarne i presupposti. È pur sempre una scelta politica e simbolica, e quindi - anche se c’è il rischio di un allargamento del fronte di chi guarda criticamente il 41bis - non è facile pronosticare che il governo faccia un passo indietro».

Le condizioni di salute possono intervenire per far saltare il meccanismo di prevenzione e sicurezza come il 41 bis?

«Le condizioni di salute possono e devono essere affrontate a prescindere dal regime, ma qualsiasi cura prevede la collaborazione della persona a cui viene dedicata».

Ormai siamo consapevoli di alcune intercettazioni provenienti dal carcere in cui Cospito parlava contro il 41-bis con un mafioso. Questo legame dovrebbe preoccuparci?

«Certo che preoccupa perché da la misura di come Cosa nostra non si faccia alcuno scrupolo nel cercare strade comuni per evitare il 41 bis».

Non le pare che l’attacco al 41-bis da parte di alcuni boss mafiosi in carcere possa oggi trovare sponde nel dibattito pubblico?

«Di fatto ne ha sempre avute ma adesso ne sta trovando di nuove».

La Giunta dell'Ucpi (Unione Camere Penali) ha espresso "apprezzamento, solidarietà e sostegno per la dura azione non violenta con la quale un detenuto in regime di 41 bis, il signor Alfredo Cospito, ha inteso denunziare con forza, a rischio della propria vita, l'incivile barbarie di quel regime detentivo". Che ne pensa?

«Mi viene da pensare che la contrapposizione nel campo degli strumenti giudiziari sta raggiungendo un livello molto elevato e preoccupante. Ma penso anche che in una democrazia, oltre al rispetto per le opinioni di tutti, deve esistere il primato della legge come espressione della volontà popolare. Specialmente quando la sua applicazione serve a garantire la vita, la libertà e l'incolumità fisica di persone innocenti. E penso che rinunciare a strumenti di tutela collettiva, come è il regime 41 bis contro la mafia, sotto la pressione di gruppi, di esponenti o di singoli, rappresenterebbe un segno di debolezza dello Stato».

La battaglia dell'anarchico. Camere penali: solidarietà a Cospito, in lotta contro la barbarie del 41 bis. Redazione su Il Riformista il 2 Febbraio 2023.

La Giunta Ucpi esprime apprezzamento, solidarietà e sostegno per la dura azione non violenta con la quale un detenuto in regime di 41 bis, il signor Alfredo Cospito, ha inteso denunziare con forza, a rischio della propria vita, l’incivile barbarie di quel regime detentivo. Da sempre i penalisti italiani hanno espresso ed esprimono, con denunce puntuali e documentate, questa indegna pagina della nostra vita civile. Lo Stato ha certamente il diritto ed il dovere di differenziare i regimi detentivi in ragione della gravità dei reati commessi dal detenuto, e della ritenuta, accertata sua pericolosità.

Ma questo elementare principio di sicurezza non ha nulla a che fare con le regole odiose, violente, non di rado irragionevolmente sadiche che connotano il regime del 41 bis. Vietare a quei detenuti di poter fisicamente abbracciare, pur con la dovuta sorveglianza, i propri familiari; di non poter scegliere liberamente i libri da leggere; di non poter cucinare in cella; di avere per tutta la durata della detenzione una sola ora di aria al giorno; di non poter appendere quadri ai muri, ed altre sadiche, stupide e violente misure di tal genere, umilia ad un tempo la dignità del detenuto e la credibilità democratica e costituzionale dello Stato.

Questo tema tuttavia vale per tutti i detenuti al 41 bis, pur dovendosi riconoscere ad Alfredo Cospito il merito di questa sua clamorosa e coraggiosa azione non violenta. Siamo lieti che in tanti oggi si mobilitino su questo tema, non avendolo mai fatto prima, purchè non si pretendano cervellotiche distinzioni tra destinatari di quell’infausto regime detentivo. Al signor Cospito, infine, insieme alla nostra incondizionata solidarietà, l’auspicio che egli voglia esplicitamente rivolgere anche ai manifestanti in suo favore l’esortazione a scegliere senza esitazioni e senza eccezioni la strada civile della non violenza, condannando esplicitamente ogni forma di violenza contro cose o persone.

Roma, 1 febbraio 2023 Giunta Unione Camere Penali

«Il carcere duro è una dolce tortura: mira a stroncare la resistenza umana». L'avvocato penalista Gaetano Pecorella. L’avvocato penalista al Dubbio: «Così si annientano le persone. È un atto di disumanità che la nostra Costituzione non prevede». Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio il 2 febbraio 2023.

Sul caso Cospito stiamo assistendo ad una disputa virulenta, con uno scambio di accuse reciproche tra i partiti. L’avvocato Gaetano Pecorella, penalista con oltre cinquant’anni di esperienza al servizio del diritto di difesa, commenta sconsolato quanto sta accadendo negli ultimi giorni. «Purtroppo – dice al Dubbio - il nostro Parlamento non perde l’occasione per fare delle brutte figure davanti al paese. Se i parlamentari litigano, si minacciano e si diffamano, possiamo immaginare cosa pensano i cittadini rispetto al luogo in cui si dovrebbe discutere con la più alta cultura e il più alto rispetto per la controparte. Poi ci lamentiamo delle violenze che si verificano, quando la prima sede in cui si verificano violenze verbali è proprio il Parlamento».

Giorno dopo giorno assistiamo ad uno scambio di accuse tra gli esponenti delle forze politiche, perdendo di vista le questioni prettamente tecniche legate al 41 bis. Insomma, uno scontro ideologico che non fa bene all’Italia. «Quello del 41bis – commenta Gaetano Pecorella - è un tema particolarmente delicato sul piano dei contenuti e delle interpretazioni e pone degli interrogativi sulla natura della disposizione normativa. Assistiamo ad uno scontro ideologico perché il politico che parla non pensa alla soluzione giusta dal punto di vista del rispetto dei diritti della persona e delle tecniche normative. Pensa alla soluzione che potrà fargli acquisire più o meno consenso nel paese. Un paese che è stato costruito in questi ultimi anni sui principi della repressione, sul principio, come si usa dire, del “buttar via la chiave”, sui principi della mancanza di considerazione dei soggetti più deboli. È chiaro che chi fa politica calcolerà quali sono gli effetti sul suo elettorato. Si è completamente stravolta quella che dovrebbe essere la funzione intellettuale del Parlamento con la presentazione di soluzioni giuste».

Sul trasferimento di Alfredo Cospito nel carcere di Opera, per garantirgli delle cure, l’avvocato Pecorella rileva alcune contraddizioni. «Intanto – afferma -, credo che si debba prendere atto che l’apparato giudiziario si è attivato in funzione della tutela della salute, dopo che ci sono stati

degli atti, giustamente condannati, di violenza. È però paradossale che invece di attivarsi sulla base di quelle che erano le reali esigenze di salute di Cospito abbiamo dovuto aspettare degli attentati per renderci conto che la situazione non era la migliore per garantire la salute del detenuto. È stato detto: “Noi non siamo stati condizionati da nulla”. Non è così. Fino a ieri non è stato fatto nulla per la salute del detenuto e subito dopo alcuni fatti ci si è attivati. I casi sono due. O era giusto quello che veniva fatto prima e allora non si dovevano modificare le condizioni di detenzione oppure, se sono cambiate, ci si è accorti, sulla base di alcuni atti di violenza, che non era una condizione sufficiente per garantire la salute del detenuto. Salute che, in ogni caso, viene prima di ogni altra cosa».

Quanto sta accadendo ha sollevato un dibattito acceso sulla natura e sulle finalità del 41 bis non proprio protese al recupero del detenuto. Su questo Pecorella è chiaro. «La questione centrale del 41 bis – aggiunge - ruota attorno ad un tema ben preciso: capire come oggi è concepito e a che cosa serve. Se il 41bis è una norma effettivamente diretta a tutelare la sicurezza pubblica o se, così come è concepito, è una forma di “dolce tortura” con una serie di limitazioni che non hanno nulla a che vedere con i rapporti esterni. Il 41 bis realizza un sistema di isolamento che aveva e ha come obiettivo non tanto quello di impedire la comunicazione all’esterno del carcere o all’interno, ma quello di stroncare la resistenza umana di chi si trova detenuto. I detenuti con 41 bis stanno in una cella singola, con un solo letto, una seggiola fissata al pavimento, vengono sorvegliati 24 ore su 24. Mi pare abbastanza evidente che tutto ciò abbia ben poco a che vedere con il problema di impedire le comunicazioni. Io penso che così come è concepito il 41bis abbia più la funzione di stroncare la resistenza fisica e psicologica, piuttosto che impedire i rapporti tra interno ed esterno del carcere».

Su questo punto il penalista è chiaro: «Credo che vada fatta una riforma. Non stiamo parlando di una abolizione, ma dell’esigenza di toccare quei punti contrari al rispetto dei diritti umani e alla funzione della pena nel nostro ordinamento, come prevede la Costituzione. Mi chiedo come possa tendere alla rieducazione la pena di una persona che sta chiusa in una cella senza rapporti con i familiari, che non ha rapporti culturali, che non ha nessun modo di comprendere i propri errori».

Conciliare l’esigenza della sicurezza pubblica e il dettato costituzionale è molto impegnativo. «Il trattamento duro – conclude l’avvocato Pecorella - distacca dai familiari, dalla società, dai rapporti con gli altri detenuti. Tenere una persona isolata per tutta la sua esistenza significa annientarla. È un atto di disumanità che la nostra Costituzione non prevede. Nessuno ha il coraggio di toccare la Costituzione, però, poi, si fanno delle leggi che fanno a pugni con la Carta Costituzionale».

Il presidente dei penalisti italiani Gian Domenico Caiazza: «Il 41bis è sadico e violento, la politica adesso rifletta...». Gian Domenico Caiazza, presidente dei penalisti italiani.

L'avvocato al Dubbio: «È deprimente che la politica non abbia la forza per cogliere questa occasione per una riflessione seria sull'istituto». Valentina Stella su Il Dubbio il 3 febbraio 2023.

«La Giunta UCPI esprime apprezzamento, solidarietà e sostegno per la dura azione non violenta con la quale un detenuto in regime di 41 bis, il signor Alfredo Cospito, ha inteso denunziare con forza, a rischio della propria vita, l’incivile barbarie di quel regime detentivo»: inizia così il documento dei penalisti italiani. Ne parliamo con il loro presidente Gian Domenico Caiazza.

«Apriremmo una diga a tutta una serie di pressioni da parte di detenuti che si trovano nello stesso stato» di detenzione se «lo stato di salute» di Cospito finisse per essere un condizionamento nell'allentamento del 41bis, ha detto il ministro Carlo Nordio due giorni fa nella sua informativa alla Camera sul caso dell’anarchico. Cosa ne pensa di questa affermazione?

In astratto questa risposta ha un senso. Non si tratta di riconsiderare una posizione perché il detenuto sta facendo lo sciopero della fame. Semmai occorre valutare se permangono le condizioni e le esigenze che hanno giustificato il 41 bis. Se c’è una persona che mette in atto una protesta nonviolenta non significa che bisogna accogliere necessariamente la sua richiesta ma che la si possa valutare certamente. Sarebbe singolare se per il fatto che Cospito fa lo sciopero della fame non si valutasse nuovamente il suo regime detentivo.

Lei parlava di protesta “nonviolenta”. Ma forse è diversa dai digiuni nonviolenti di Marco Pannella: mai assenza totale di cibo, una forma di dialogo con le istituzioni, in quanto tale lontana anni luce da ogni ipotesi di “prendere o lasciare”.

C’è sicuramente una differenza che Pannella rivendicava sempre: la nonviolenza è per la vita e non per la morte. Allora si discuteva se gli scioperi di Pannella fossero come quelli di Bobby Sands: è ovvio fossero diversi. Tuttavia quello di Cospito è innegabilmente nonviolento perché mette in discussione la propria salute, la propria vita. Fino a poco tempo fa prendeva gli integratori.

Ha deciso di rinunciarvi.

Questo non lo condivido. Mi sembra un modello non accettabile.

Come Giunta Ucpi avete espresso apprezzamento e solidarietà per l’iniziativa di Cospito.

.Perché ha dichiarato di farne una questione di carattere generale per tutti quelli rinchiusi al 41bis. È deprimente che la politica non abbia la forza per cogliere questa occasione per una riflessione seria sull’istituto. Lo Stato ha certamente il diritto ed il dovere di differenziare i regimi detentivi in ragione della gravità dei reati commessi dal detenuto, e della ritenuta, accertata sua pericolosità. Ma questo elementare principio di sicurezza non ha nulla a che fare con le regole odiose, violente, non di rado irragionevolmente sadiche che connotano il regime del 41 bis, strumento chiarissimamente finalizzato alla collaborazione. In questo senso è concettualmente pari alla tortura e questo potrebbe essere il momento per discutere di una forma di umanizzazione dello stesso. Impedire all’essere umano detenuto, quale che siano le colpe di cui si è macchiato, di non poter per decenni o per tutta la vita mai più abbracciare un figlio o un familiare che cosa ha a che fare con la sicurezza?

Però su questo l’onorevole Rita Dalla Chiesa in una recente intervista ha detto: «I boss incontrano i figli raramente? Io mio padre soltanto al cimitero…».

Ho letto l’intervista. Chi formula queste frasi, ossia un familiare con un dolore irreparabile verso cui nutro il massimo rispetto, dovrebbe rendersi conto che queste affermazioni sono una rivendicazione della legge del taglione. Se il parametro dell’afflittività della pena dovesse essere l’equivalenza del dolore che ha provato la vittima o i suoi familiari allora ci troveremmo nella condizione di occhio per occhio, dente per dente. Queste frasi che raccolgono facili consensi in realtà sono irresponsabili perché non ci si rende conto che si alimenta nell’opinione pubblica la cultura della vendetta. Questa non può essere la regola che ispira la vita di uno Stato di Diritto.

Voi scrivete: Cospito, 41 bis e la doppia morale delle anime belle. Intendete dire che non si sono fatte campagne simili quando ad esempio si trattava di Provenzano? Ci sono 41bis di seria A e 41bis di serie B?

Assolutamente sì. Questo conferma quello che dicevo: c’è una connotazione ideologica nell’affrontare questo tema. O si affronta quantomeno il tema della umanizzazione di questo regime per tutti o non lo si affronta per nessuno.

Dagospia. Da “Termometro politico” il 4 febbraio 2023.

Quasi un italiano su due è contrario alla revoca del 41bis per il leader anarchico Alfredo Cospito. Revocarlo significherebbe per il 29,4% un cedimento verso gli anarchici e un pericoloso precedente per altri casi simili. Il 31,3% ritiene invece che ad esprimersi sulla vicenda dovrebbero essere solo i giudici. Il 12,4% è a favore della revoca ma solo nel caso di Cospito. Infine solo il 3,7% vorrebbe un'eliminazione totale del 41bis. È quanto emerge dal sondaggio settimanale realizzato da Termometro Politico tra il 31 gennaio e il 2 febbraio 2023.

Caso Cospito a parte, la maggioranza degli intervistati giudica favorevolmente il 41bis: per il 47,6% è uno strumento molto utile nella lotta alla criminalità organizzata, e crede che debba rimanere in vigore nella forma attuale mentre il 25,4% vorrebbe che questa forma di detenzione venisse allargata per combattere efficacemente la criminalità. Un ulteriore 20,1% è a favore ma solo se limitato a casi molto gravi di capi mafia o terroristi, responsabili di stragi. Una sparuta minoranza ne vorrebbe l'abolizione considerandolo una forma di tortura che rinnega il ruolo riabilitativo del carcere. […]

Sull'intervento del presidente ucraino al Festival di Sanremo sono più i no che i sì. Il 42% boccia questa iniziativa perché considera Zelensky "una persona controversa che non trasmetterebbe un messaggio positivo, ma di guerra e violenza". Un ulteriore 31,1%, pur sostenendo l'Ucraina contro l'invasione russa, dice no perché, a suo dire, la partecipazione al Festival "banalizzerebbe la lotta del popolo ucraino, sarebbe fuori luogo". Favorevole al suo intervento è invece il 22% degli intervistati. […]

L'agonia dell'anarchico. Cospito è pronto a morire ma fa sapere: “Io voglio vivere” Frank Cimini su Il Riformista il 2 Febbraio 2023.

Io voglio vivere”. Alfredo Cospito, in sciopero della fame dal 20 ottobre, lo ha detto al consigliere regionale di Più Europa Michele Usuelli, che lo ha incontrato ieri nel carcere di Opera, dove l’anarchico è detenuto in regime di 41bis. Cospito ha anche aggiunto che gli mancano “i fumetti”, ha riferito Usuelli alle agenzie di stampa, e confermato di aver interrotto l’assunzione degli integratori.

Ho chiesto a Cospito di condannare le azioni violente di questi giorni, che ci allontanano dalla possibilità di ottenere una revisione del 41bis”, ha fatto sapere Usuelli. “Non mi ha detto di approvare questi gesti, ma prevalendo il suo essere anarchico, non si sente di dire nulla a chi li sta compiendo, nemmeno di condannarli”. Oggi anche l’avvocato difensore Flavio Rossi Albertini vedrà Cospito con l’obiettivo di convincerlo a riprendere gli integratori. Al momento l’uomo assume solo pochi grammi di zucchero e di sale, continua a perdere peso e ha sempre meno energie. Si muove sulla sedia a rotelle e rischia complicazioni da un momento all’altro. Ma continua a dire di essere determinato a portare avanti lo sciopero della fame fino alle estreme conseguenze. Il trasferimento da Sassari Bancali insomma a questo livello non ha cambiato niente.

Intanto le organizzazioni “A buon diritto onlus”, Amnesty International e Antigone hanno inviato una lettera al ministro della Giustizia Carlo Nordio esprimendo forte preoccupazione per la vita di Alfredo Cospito che protesta digiunando contro il regime speciale previsto dall’articolo 41 bis del regolamento penitenziario al qual è sottoposto in via continuativa dal maggio dell’anno scorso per decisione dell’allora Guardasigilli Marta Cartabia. Nonostante il trasferimento dalla prigione di Sassari Bancali non dotata di un centro clinico a quella in provincia di Milano le tre organizzazioni riscontrano con preoccupazione la permanenza di Alfredo Cospito nel regime di detenzione speciale e il pericolo ormai gravissimo per la sua salute.

La possibilità della morte di Cospito in custodia dello Stato è drammatica soprattutto alla luce delle condizioni detentive alle quali viene sottoposto e che prevedono isolamento prolungato ed escludono ogni contatto umano significativo – dice il comunicato – La pena secondo il dettame costituzionale non deve mai essere contraria al senso di umanità”. Per queste ragioni si chiede la revoca immediata del regime speciale di detenzione, decisione che il ministro della Giustizia ha spiegato almeno per il momento di non poter prendere perché il compito toccherebbe ai magistrati. Si tratta di un rimpallo di responsabilità di una sorta di scaricabarile che aggrava la situazione.

Intervistata da Repubblica Chiara Cospito la sorella afferma: “Lo Stato avrà le mani sporche del sangue di mio fratello Alfredo, uno che non ha mai ammazzato nessuno, è una persona coerente con le proprie idee, non è senza scrupoli, anzi. Non so perché abbia fatto quelle cose. Ma, come tutto nella sua vita, sono state il frutto di una scelta che ha coerentemente rivendicato, senza nascondersi. Il motivo dovete chiederlo a lui non certo a me. comunque loro hanno già deciso il suo destino, cosa farne di lui”.

Frank Cimini

Estratto dell’articolo di Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera” il 2 Febbraio 2023.

[…] la determinazione mostrata da Cospito, pescarese di nascita, è in linea con la lunga militanza sviluppatasi […] a Torino e nel nord-ovest. […] Proseguito con gli scritti che dal settembre 2012, quando a 45 anni d’età fu arrestato per il ferimento del dirigente dell’Ansaldo Roberto Adinolfi e altri reati, non ha mai smesso di inviare ai suoi compagni in libertà. Proclami e analisi in cui non ha mai rinnegato, bensì sempre più enfatizzato, la lotta armata come strumento di battaglia politica.

Si tratta di messaggi veicolati attraverso la normale corrispondenza, e non canali occulti per bloccare i quali è stato istituito il «41 bis». Applicato al suo caso con un provvedimento dell’ex ministra della Giustizia Marta Cartabia […] Cospito è considerato «capo e organizzatore» (attribuzioni da lui rifiutata proprio in quanto anarchico) di un’associazione «con finalità di terrorismo» chiamata Federazione anarchica informale/Fronte rivoluzionario internazionale.

Che prima della «gambizzazione» di Adinolfi ha firmato una serie di attentati dinamitardi tra il 2005 e il 2007, di cui il detenuto è stato dichiarato responsabile: il primo contro la sede del Ris dei carabinieri a Parma, l’ultimo al parco della Crocetta a Torino. In mezzo, l’invio di alcuni plichi esplosivi e l’attacco alla caserma dell’Arma a Fossano, in provincia di Cuneo. Per quest’ultima azione, che non provocò né morti né feriti, Cospito rischia comunque l’ergastolo (che diventerebbe ostativo a qualunque beneficio penitenziario), ma la Corte d’assise di Torino s’è rivolta alla Corte costituzionale ritenendo irragionevole non poter valutare la «tenuità del fatto».

[…] Per tutti gli altri reati il procuratore generale ha calcolato un «cumulo» di trent’anni di pena, che non hanno minimamente influito sulle sue convinzioni. Così come la «censura» (cioè il controllo della corrispondenza), impostagli a settembre 2021, non gli ha impedito di far uscire da dietro le sbarre contributi sottoscritti con nome e cognome. Contenenti frasi come questa: «Cosa abbiamo noi anarchici e anarchiche da “offrire” agli sfruttati? In mancanza di un cambiamento reale, di una “rivoluzione”, una cosa sola: violenza contro i padroni e vendetta contro gli aguzzini».

O ancora: «Togliendo il superfluo si arriva alla sostanza, alla lotta armata contro gli stati. Per me la base di questa lotta non può che essere guerra di classe e lotta antitecnologica. Partendo dal “piccolo” (azioni sul territorio) si arriva al “grande” (collasso del sistema)».

Di fronte a simili esternazioni, anziché rendere più stringente la «censura» l’ex ministra Cartabia — su richiesta della Procura antiterrorismo di Torino e di quella nazionale all’epoca guidata da Federico Cafiero de Raho, oggi deputato dei Cinque stelle — ha deciso il «41 bis» con questa motivazione: «La possibilità fino ad ora consentita a Cospito di diffondere le sue tesi per l’incitamento allo scontro diretto e armato con le istituzioni e il “potere”, deve essere considerata particolarmente pericolosa, posta la sua capacità di porsi come una figura da emulare per la sua condizione di “perseguitato politico”».

Condizione che — si teme ora nei palazzi della sicurezza — rischia di rafforzarsi proprio a causa del «41 bis», in una sorta di eterogenesi dei fini. Con l’anarchico ormai 55enne che a novembre 2021, prima del «carcere duro», faceva suo il motto da un’altra militante: «La prigione è solo un altro modo di intendere la lotta, il conflitto antiautoritario non è finito per me, ha solo cambiato forma».

Quegli anarchici ammassati da Orlando. Annarita Digiorgio il 3 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Durante il suo ministero il Dap li ha trasferiti nelle stesse strutture

L'ex guardasigilli Orlando ritiene che si sarebbe potuto censurare la posta a Cospito senza ricorrere al 41 bis. Cosa che il Pm Sparagna ha imposto più volte quando Cospito ancora era in alta sicurezza a Ferrara, come lui stesso racconta nelle lettere che stiamo pubblicando in esclusiva. Ma ogni volta Cospito si metteva in sciopero della fame finché non gli veniva revocato il blocco della corrispondenza, e nel frattempo, su sua indicazione, gli anarchici fuori realizzavano attentati terroristi. Ma oltre alle lettere Cospito riusciva ad organizzarli anche da dentro il carcere, proprio dall'Alta Sicurezza che secondo l'ex guardasigilli Orlando sarebbe sufficiente a spezzare la rete. Scrive Cospito: «Sulla situazione alla AS2 di Ferrara ho poco da dire a furia di scazzi ci hanno dato quello che abbiamo richiesto. Agli inizi non avevamo niente solo l'aria e la socialità per il pranzo gli abbiamo fatto capire con determinazione che così non andava e nel giro di qualche mese la situazione è migliorata di molto. Sono sei anni e passa che sono qui. Di solito dopo 7-8 anni trasferiscono in blocco tutta la sezione. Il punto di forza delle AS2 è che se scoppiano casini ti possono isolare per 15 giorni, ma non sbatterti in un altro carcere, il direttore anni fa ha provato a chiedere il mio trasferimento, ma visto che dipendiamo dal ministero di Roma gli hanno risposto di no».

Misteriosa a tal riguardo risulta la scelta fatta nel 2015 dal Dap quando era Ministro Orlando. Leggiamo dalle lettere: «26 febbraio 2015 - I prigionieri anarchici Francesco Porcu e Gianluca Iacovacci sono stati trasferiti dalla sezione AS2 di Alessandria a quella di Ferrara, concentrando così tutti i prigionieri anarchici in regime di alta sicurezza nel carcere emiliano (segue elenco nomi)». Lettera successiva: «Da giovedì 16 aprile è decaduto il divieto di incontro tra i prigionieri in AS2 di Ferrara, imposto dalla procura torinese per non permettere la comunicazione tra i prigionieri in custodia cautelare per il sabotaggio No tav di Chiomonte ed i prigionieri anarchici, Nicola Gai e Alfredo Cospito, già rinchiusi nella sezione di alta sorveglianza. Adriano Antonacci si trova a scontare i 15 giorni di isolamento (sanzione che tutti i compagni si trovano a scontare a turno in seguito alle proteste effettuate negli scorsi mesi). Anche per lui è decaduto da qualche settimana il divieto di incontro con il coimputato Gianluca Iacovacci, dopo la condanna in primo grado ed il trasferimento di Gianluca da Alessandria a Ferrara».

È vero che se un terrorista viene messo al 41 bis per forza deve condividere l'ora d'aria con un mafioso, ma è anche accaduto che in alta sicurezza l'abbia condivisa con i terroristi della stessa organizzazione.

La visita-boomerang del Pd: usati in carcere da Cospito. La delegazione dem parlò anche con i boss su invito del terrorista. Fdi attacca: "Fatto di inaudita gravità". Paolo Bracalini il 3 Febbraio 2023 su Il Giornale.

La delegazione del Pd che lo scorso 12 gennaio si è recata nel carcere di Sassari per verificare le condizioni di salute del terrorista Alfredo Cospito non si è limitata solo a quello. Uno dei membri della delegazione, il senatore Pd Walter Verini, ex responsabile giustizia del partito, racconta al Fatto alcuni dettagli che espongono il Pd alle critiche di aver fornito una sponda alla richiesta di cancellare il 41-bis proveniente da anarchici e boss. Secondo la ricostruzione, Cospito in quell'occasione ha infatti dato una precisa indicazione ai parlamentari Pd, quella di parlare non solo con lui ma anche con i suoi vicini di cella. Cioè con Francesco Di Maio, Francesco Presta e Pietro Rampulla, tre esponenti di spicco della criminalità organizzata, rispettivamente boss della camorra, killer della ndrangheta e capomafia, tutti al 41-bis. E i quattro dem, Serracchiani, Verini, Orlando e Lai, hanno effettivamente seguito il «consiglio» di Cospito e sono andati a interloquire con i tre mafiosi. «Ma non abbiamo mica obbedito a Cospito, l'avremmo fatto comunque, anche se non ce l'avesse detto» spiega Verini al giornale di Travaglio. «Le celle erano chiuse, vedevamo solo le facce dallo spioncino. Chiedevamo da quant'è che è qui?' e loro rispondevano trent'anni', venti', dieci'. Cose del genere. È normale, così accade quando si va in visita in carcere». In sostanza i quattro dem hanno fatto di loro iniziativa quello che Cospito voleva. E che volevano anche i boss. Finendo tragicomicamente per essere utilizzati dagli ergastolani. Le intercettazioni contenute nel famoso documento del Dap rivelato dal meloniano Giovanni Donzelli raccontano infatti di una strategia condivisa dall'anarchico e dai boss, che proprio il giorno della visita piddina tra loro discutevano di questo. «Pezzetto dopo pezzetto si arriverà al risultato (l'abolizione del 41 bis, ndr)» dice il camorrista Di Maio, a cui Cospito risponde: «Dev'essere una lotta contro il 41 bis, per me siamo tutti uguali». Nelle stesse ore, l'incontro con la delegazione dei parlamentari Pd, che prima e dopo twittavano per chiedere la revoca del 41-bis al terrorista. Una vicenda che assume i contorni di un autogol per il Pd. In attesa di sondaggi sul gradimento dell'esecutivo dopo questo caso, è stato infatti registrato il sentiment dominante tra gli utenti social sulla vicenda Cospito. E quello che emerge dalla ricerca SocialCom è una assoluta prevalenza (90,68%) di giudizi negativi sulla visita in carcere dei parlamentari Pd, con la maggioranza delle persone che assegna la centralità alla lotta a terroristi e mafiosi, rispetto agli aspetti umanitari. Fdi ne approfitta per contrattaccare: «Alfredo Cospito spingeva i parlamentari del Pd ad incontrare i boss mafiosi prima di parlare con lui. Un fatto di inaudita gravità» scrive il vicepresidente del gruppo Fdi al Senato Raffaele Speranzon. «Perchè i parlamentari Pd non hanno rifiutato la richiesta di Cospito? Chiediamo spiegazioni immediate» commenta il capogruppo Fdi alla Camera Tommaso Foti. «Le spiegazioni spettano a Fdi, Nordio e Meloni» rispondono dal Pd. E oggi tocca alla senatrice di Verdi-Sinistra Ilaria Cucchi fare visita a Cospito, nel carcere di Opera.

Giuliano Foschini e Fabio Tonacci per repubblica.it il 2 Febbraio 2023.

"Alle ore 19.45 udivo il detenuto Di Maio conversare col detenuto Cospito...". Comincia così una delle due relazioni di servizio degli operatori della Penitenziaria del carcere di Bancali (Sassari) mandate al ministro della Giustizia e il cui contenuto è stato rivelato dal sottosegretario Delmastro al deputato di Fratelli d'Italia Giovanni Donzelli. Il quale, come sappiamo, l'ha utilizzata come strumento politico contro l'opposizione nel suo intervento in Parlamento di martedì scorso.

 "Noi al 41 bis siamo tutti uguali"

La relazione, dunque. A scriverla è un agente del Gom (Gruppo operativo mobile) applicato alla terza sezione dell'istituto di detenzione: il regime del 41 bis, dove l'anarchico Alfredo Cospito condivide gli spazi di socialità con il boss dei Casalesi Francesco Di Maio, il killer di 'ndrangheta Francesco Presta, il mafioso di Cosa Nostra Pietro Rampulla che avrebbe dovuto azionare l'esplosivo della strage di Capaci al posto di Brusca.

"Di Maio - si legge - affermava di aver sentito alla televisione delle proteste su tutto il territorio nazionale di Cospito. Dichiarava che mai per nessuno aveva visto tali manifestazioni di solidarietà. Esortava Cospito a continuare tale battaglia, perché 'pezzettino dopo pezzettino si arriverà al risultato'".

 Qui l'agente fa un'osservazione e inserisce nella relazione la risposta dell'anarchico. "Il detenuto, quasi a prendere le distanze dai manifestanti, riferiva: 'Questi stanno facendo casino in tutta Italia, me lo ha riferito anche il mio avvocato. Ci sono presidi e interviste in tutte le piazze d'Italia. Questi vengono a rompermi il cazzo ma deve essere una lotta contro il regime 41 bis e contro l'ergastolo ostativo, non deve essere una lotta solo per me. Per me...noi 41 bis siamo tutti uguali".

Il casalese: "Facciamo lo sciopero della fame con te"

Il boss dei Casalesi, legato al gruppo di Francesco Bidognetti, a quel punto lo esorta ad andare avanti, proponendosi di unirsi alla protesta dello sciopero della fame. "Questa miccia non deve essere spenta", "noi ti siamo solidali". E, ridendo, aggiunge: "Nel caso anche noi faremo lo sciopero della fame".

 Cospito, però, frena il suo entusiasmo. Per fare lo sciopero della fame "bisogna essere in salute", gli dice, registrato dall'agente del Gom che lo ascolta. Pur sapendo di altri detenuti che per solidarietà hanno intrapreso questa forma di protesta, l'anarchico spiega: "Non voglio che sia una lotta per me. Per vedere qualche risultato ci vorranno altri due mesi. il mio avvocato, nella telefonata di oggi, mi ha riferito che l'intenzione è di trasferirmi al più presto possibile presso l'istituto penitenziario di Parma".

"Il Parlamento non serve"

La seconda relazione, inviata lunedì scorso al dicastero della Giustizia insieme col resto del carteggio sul 41 bis di Cospito e rivelata da Donzelli in Aula (su questo la procura di Roma ha aperto un'indagine), riguarda il colloquio tra Cospito e Presta avvenuto il 23 dicembre 2022 intorno alle 9 di mattina, poco prima che l'anarchico si vedesse col proprio difensore.

"Bisogna creare conflitti, serve un movimento sociale progressista", lo sentono dire all'esponente della 'ndrangheta. "Bisogna cambiare la società tanto a livello politico non si fa nulla e il parlamento non serve". Presta così gli risponde: "Devi mantenere sempre l'andamento, altrimenti poi si dimenticano. Bisogna sempre attirare l'attenzione, non è più come negli anni Ottanta, la gente adesso ha conosciuto il benessere...Sarebbe importante che la questione arrivasse a livello europeo e magari ci levassero l'ergastolo ostativo".

Estratto dell’articolo di Paolo Frosina per “il Fatto quotidiano” il 2 febbraio 2023.

So che siete venuti per me, ma prima dovete parlare con loro”. È questo il senso delle prime parole rivolte da Alfredo Cospito ai quattro parlamentari Pd che gli hanno fatto visita nel carcere di Sassari, il 12 gennaio scorso. “Loro” sono Francesco Di Maio, Francesco Presta e Pietro Rampulla, compagni di reparto dell’anarchico al 41-bis fino al suo trasferimento nel penitenziario di Opera. Mafiosi irriducibili e di primo livello: Di Maio è un camorrista di spicco del gruppo di Francesco Bidognetti, Presta è un killer di ‘ndrangheta “di rara freddezza e capacità”. Mentre Rampulla, detto “l’artificiere”, è l’uomo che avrebbe dovuto azionare l’esplosivo della strage di Capaci.

Cospito indica le tre celle accanto alla propria al senatore Walter Verini e ai deputati Andrea Orlando, Debora Serracchiani e Silvio Lai, arrivati in Sardegna per accertarsi delle sue condizioni di salute. E mette in chiaro, davanti a loro, che il suo sciopero della fame non ha il solo scopo di far revocare a se stesso il regime di carcere duro, ma quello di ottenerne l’abolizione per tutti, compresi i “vicini” mafiosi. Un gesto che non può non avere un valore, nelle logiche dei rapporti tra detenuti.

 D’altra parte, quello stesso giorno – come ha rivelato alla Camera il deputato di FdI Giovanni Donzelli – lui e Di Maio conversavano di una strategia comune durante l’ora d’aria: “Dev’essere una lotta contro il regime, noi al 41-bis siamo tutti uguali”, “Pezzetto dopo pezzetto si arriverà al risultato”.

Come reagiscono i politici, rappresentanti delle istituzioni, di fronte a questo episodio? Il senatore Verini, raggiunto dal Fatto, minimizza: “Cospito voleva solo sottolineare che in quel carcere non c’era solo lui, ma anche altri. Credo che il senso fosse quello, o almeno noi l’abbiamo interpretata così”.

 Poi ammette che qualche frase di circostanza, tra i quattro parlamentari e i tre mafiosi, è stata scambiata. “Ma non abbiamo mica obbedito a Cospito: l’avremmo fatto comunque, anche se non ce l’avesse chiesto”. Com’è andata? “Le celle erano chiuse, vedevamo solo le facce dallo spioncino. Chiedevamo ‘da quant'è che è qui?’ e loro rispondevano ‘trent’anni’, ‘venti’, ‘dieci’. Cose del genere. È normale, così accade quando si va in visita in carcere. Se vai in un reparto e ci sono altri detenuti che ti osservano, si chiedono cosa ci fai lì, non li puoi mica ignorare. Non mi pare un tema centrale”.

(...)

 Nel caso di Cospito, non è un reato interrogarsi se sia una misura utile. Io però mi fido dei magistrati e attendo le loro valutazioni”. Andrea Orlando, un altro dei parlamentari in visita, si è spinto oltre: “È urgente trasferire Cospito e revocare il 41-bis. Legare il 41-bis a una sorta di ritorsione significa fare il gioco di chi nega alla radice l’esistenza dello Stato di diritto”, ha scritto in un tweet.

Cospito, Pd nella bufera per le parole ai boss di mafia. FdI: spieghino l'incontro. Benedetto Antonelli su Il Tempo il 03 febbraio 2023

La polemica sulla vicenda Cospito non si placa. Anzi, si arricchisce di ulteriori particolari che gettano nell’occhio del ciclone i parlamentari del Pd che il 12 gennaio scorso fecero visita all’anarchico nel carcere di Sassari, dove era detenuto prima di essere trasferito nel penitenziario di Opera, a Milano. "Il Fatto Quotidiano", infatti, ha rivelato che il senatore Walter Verini e i deputati Debora Serracchiani, Andrea Orlando e Silvio Lai, quando sono andati a verificare le condizioni di salute di Alfredo Cospito in regime di carcere duro, avrebbero parlato anche con alcuni boss mafiosi compagni di reparto dell’anarchico in sciopero della fame. «Una mascalzonata», dal Pd così viene definito il titolo del quotidiano: «Parlate con loro», così Cospito mandò i dem in visita ai boss».

I dem respingono con forza anche la polemica poi che ne è scaturita, alimentata da esponenti FdI come il capogruppo Tommaso Foti. «Oggi "Il Fatto" - attacca Foti - rivela» che i quattro parlamentari Pd «sono stati indirizzati da Cospito a parlare con tre mafiosi suoi vicini di cella, Ram pulla, Presta e Di Maio. Di fronte a questa rivelazione di inaudita gravità, che vede i parlamentari dem accogliere le indicazioni di Cospito, chiederemo spiegazioni immediate e chiare in tutte le sedi».

La replica arriva con una nota congiunta dei 4 esponenti dem, che si rivolgono direttamente a Foti: «In questa grave vicenda, come è ormai chiaro a tutti, le spiegazioni le devono dare i suoi colleghi di partito, il ministro Nordio e la presidente del consiglio Meloni. Non certo noi». E «a fronte di affermazioni» di Cospito, specificano, «abbiamo chiarito che eravamo lì, non per ascoltare le sue valutazioni, ma per sincerarci delle sue condizioni di salute e l’adeguatezza della struttura al regime di detenzione del 41 bis». A quanto viene riferito all’Adnkronos, Cospito si rivolse ai parlamentari sottolineando che non c’era solo lui lì, ma anche altri. E fu Orlando, viene spiegato, a «stopparlo», dicendo che non erano lì per parlare, ma per verificare le sue condizioni di salute. Inoltre, come si riporta in ambienti parlamentari dem, la visita al carcere di Sassari si svolse in questo modo: Serracchiani, Verini, Orlando e Lai vennero accompagnati nell’ala del 41 bis del carcere. Quella zona è divisa in piccole sezioni, di pochi metri quadrati, in cui si affacciano quattro celle distanti un metro l’una dall’altra. Quella di Cospito e altre tre attaccate. Quelle di tre mafiosi. I parlamentari Pd, viene riferito, non sapevano chi ci fosse in quelle celle: ovviamente detenuti al 41 bis, ma senza conoscerne i nomi.

«Li abbiamo letti dopo l’intervento di Donzelli in aula». Con i tre detenuti vicini di cella di Cospito vennero scambiate solo alcune frasi di circostanza. «Quando un parlamentare va in visita in un carcere, va per verificare le condizioni. Non si fanno conversazioni con i detenuti. Si ascolta, non si parla», si spiega. Scrivono Serracchiani, Verini, Orlando e Lai nella nota: «Abbiamo sempre ribadito l’esigenza assoluta di mantenere l’istituto del 41 bis come strumento di contrasto alla criminalità organizzata, che trova traccia nelle dichiarazioni all’uscita del carcere e in interviste rilasciate nei giorni seguenti. I vostri tentativi di buttare la palla in tribuna per difendere l’indifendibile sono sempre più goffi».

La lettera dal carcere: così Cospito maschera la sua vera natura. Evi Crotti il 4 Febbraio 2023 su Il Giornale.

L'analisi sulla grafia di Cospito rivela una personalità difficile da descrivere, con una scarsa serenità di spirito

Dallo scritto in mio possesso (clicca qui), vergato da Alfredo Cospito con caratteri in stampato maiuscolo, emerge una personalità difficile da descrivere in quanto lo scritto in carattere stampatello depone per un mascheramento della effettiva natura dello scrivente.

Attualmente, chi scrive appare sottoposto a stress emotivo che poco spazio lascia ad interpretazioni obiettive a causa dello spreco di energie per tenere a bada uno stato di sofferenza psicologica. La diretta conseguenza di ciò implica senza dubbio un deterioramento grafico che non permette di cogliere tutti gli aspetti della personalità di chi scrive. Pur non potendo esprimere con obiettività l’intera personalità del soggetto, possiamo dire che dalla scrittura emerge uno stato di agitazione e di malessere evidenziabile dalle lettere alterate nella forma e nella scorrevolezza, quindi una via di mezzo tra trasparenza e offuscamento (vedi le parole “adombrata” e “obbligatorio”).

Pertanto, la grafia attribuita a Alfredo Cospito denuncia una scarsa serenità di spirito che emerge pure dalla firma. Essa riproduce la stessa forma del testo esprimendo che esiste uniformità tra struttura personale psichica (vedi testo) e Io sociale (vedi firma). Anche il fatto che il cognome “Cospito” (espressione del casato da cui il soggetto proviene) preceda il nome “Alfredo” (che rappresenta la vera identità personale) conferma il bisogno che egli ha di avere padronanza di sé e della propria esistenza, ossia di assumere una paternità e una centralità anche sociale sia relativamente al proprio pensiero, sia, soprattutto, al proprio operato.

Il Dap ha ricevuto e protocollato le dat firmate dall’anarchico in sciopero della fame? Ricevere una risposta significa avere la certezza che le volontà di Cospito vengano rispettate qualora non fosse più in grado di esprimersi. Valentina Stella su Il Dubbio il 3 febbraio 2023

Questa mattina l’Ansa ha battuto questa notizia: «Alfredo Cospito, l’anarchico in sciopero della fame da ottobre contro il 41 bis, ha fatto pervenire al Dap una dichiarazione nella quale esprime la sua volontà perché non si proceda con l’alimentazione forzata, nel caso in cui le sue condizioni peggiorassero al tal punto e fosse incosciente. Da quanto si è saputo, è la prima volta, almeno a Milano (il 55enne si trova nel centro clinico del carcere di Opera), che arriva una dichiarazione di questo tipo da parte di un detenuto nelle sue condizioni».

Solo tre giorni fa eravamo stati i primi a scrivere che Cospito, con due lettere indirizzate al suo avvocato Flavio Rossi Albertini, aveva «espressamente dichiarato di voler rifiutare l’alimentazione forzata». Il legale ci aveva spiegato che aveva provveduto a inoltrare i due scritti al Dap, al Provveditorato regionale quando era ancora recluso in Sardegna e al Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, e che «secondo me anche in caso di incoscienza non può essere alimentato forzatamente. Io conservo questo suo documento in cassaforte qui a studio». Letto il lancio dell’Ansa, abbiamo chiesto all’avvocato se quella fosse una ulteriore missiva di Cospito, ma ci ha risposto di no e che «tutto è fermo all’articolo che avete scritto voi». Anche perché non esiste una sede del Dap a Milano.

Sempre tre giorni fa, per saperne di più, per capire se effettivamente il Dap sia a conoscenza delle ultime volontà di Cospito, abbiamo inviato una stessa pec a due indirizzi del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (prot.dap@giustiziacert.it, che legge l’Ufficio del Capo di dipartimento Giovanni Russo, e prot.dgdt.dap@giustiziacert.it, riferito alla Direzione generale dei detenuti e del trattamento, diretto da Gianfranco De Gesu). Le nostre due richieste erano semplici: il Dap ha protocollato le lettere di Cospito trasmesse dal legale di quest’ultimo? E le ha inoltrate al centro clinico di Opera dove adesso è assistito il detenuto? Nonostante le pec siano state regolarmente consegnate dal sistema di posta elettronica, non abbiamo ricevuto risposta. Abbiamo anche chiamato per sollecitare, informato il Ministero tramite l’Ufficio stampa, ma il Dap tace. Conferma o smentisce quanto scritto dall’Ansa? E perché non risponde alle nostre semplici richieste?

Ricevere una risposta a quelle domande significa avere la certezza che le volontà di Cospito vengano rispettate qualora non fosse più in grado di esprimersi. Anche perché ieri Guido Salvini, magistrato da oltre 40 anni a Milano, all’Adnkronos ha ricordato che nel 1981, da giovane uditore, si trovò di fronte a un militante di Prima linea pronto a lasciarsi morire in carcere con uno sciopero della fame a oltranza, e che nei confronti di quel detenuto, il provvedimento del giudice istruttore Pietro Forno impose l’alimentazione forzata. «Fu una scelta che provocò un vasto dibattito tra chi la condivideva e chi no, tra chi vedeva una eventuale scarcerazione come un cedimento e chi invece considerava l’alimentazione forzata una violenza nei confronti del detenuto. Potrebbe anche oggi porsi nel caso Cospito lo stesso dilemma. Aggiungo che una sentenza della Corte europea dei Diritti dell’uomo del dicembre 2022 ha stabilito che, dovendo lo Stato salvaguardare la vita dei detenuti, l’alimentazione forzata non è un trattamento vietato o degradante purché avvenga in condizioni di pericolo imminente e con il minimo di violenza sulla persona», ha concluso Salvini.

Eppure due giorni fa vi avevamo raccontato che secondo il costituzionalista Carlo Casonato e il presidente degli Ordini dei Medici Filippo Anelli il no anticipato alla nutrizione artificiale prevale anche se il detenuto Cospito perde conoscenza. E il momento potrebbe essere vicino, secondo le parole allarmanti del suo avvocato: che ha inoltrato una richiesta al ministro della Giustizia Nordio affinché la sua risposta su Cospito «avvenga in tempi rapidissimi, qualunque essa sia. Le condizioni di Alfredo, il suo fisico provato, i quasi 110 giorni di digiuno, i 45 kilogrammi di dimagrimento non consentono più ritardi o attendismi di sorta», ha aggiunto Rossi Albertini. E il Dap è consapevole e pronto ad affrontare quella situazione?

Anticipata l'udienza sul ricorso. “Cospito deve restare al carcere duro, ecco perché”, il parere del procuratore di Torino. Angela Stella su Il Riformista il 3 Febbraio 2023

Alfredo Cospito può restare al 41 bis oppure tornare al regime di alta sicurezza, con tutte però le dovute cautele. Ha una conclusione aperta, che si affida alle valutazioni dell’autorità politica, il parere consegnato dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Secondo l’agenzia Ansa si tratta di un documento lungo una decina di pagine che non darebbe dunque un’indicazione netta, pur ribadendo che fu fondata la decisione del 5 maggio del 2022 di applicargli il carcere duro.

Ieri anche il Procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo ha inviato un parere al Guardasigilli: secondo quanto trapelato, per il magistrato l’anarchico dovrebbe rimanere nel regime di carcere duro. Il legale di Cospito, Flavio Rossi Albertini, nei giorni scorsi aveva presentato un’istanza di revoca al Guardasigilli che durante una informativa alla Camera aveva detto che prima di esprimersi il ministro “deve ascoltare i pareri della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, del Giudice di sorveglianza e dei pm del processo”. Intanto la Cassazione ha anticipato al prossimo 24 febbraio l’udienza in cui discutere il ricorso di Cospito. Ma quali sono le condizioni del detenuto? “Alfredo è sempre più magro, ha perso 45 chili. La situazione si sta estremamente complicando e si sta andando oltre la soglia critica. È assolutamente determinato ad andare avanti ma è consapevole che ciò porterà a delle conseguenze irreparabili”: così ieri l’avvocato Rossi Albertini, dopo avere incontrato Alfredo Cospito, l’anarchico in sciopero della fame da oltre 100 giorni contro il 41 bis, nel carcere di Opera.

Ha rinunciato alla alimentazione forzata e se dovesse perdere coscienza ha lasciato detto che non vuole essere nutrito artificialmente. Il legale ha anche aggiunto: “Un fatto molto singolare è che aveva predisposto uno scritto da inviare alle autorità che possono riceverli per vigilare contro la tortura, contro i trattamenti inumani e degradanti: questo foglio contenuto in un block notes gli è stato sottratto, trattenuto, sequestrato da parte del nuovo istituto di Opera. Gli hanno sottratto anche i libri che provenivano dal carcere di Bancali e quindi non ha più niente da leggere e tanto meno da scrivere”. In più “è in un gruppo di socialità composto da tre persone con grandi problemi di salute e quindi è sostanzialmente da solo, 24 ore su 24 relegato all’interno della cella”.

Cospito muore di fame ma il 41-bis è “indispensabile” per Nordio: “Stato non cede, non trattiamo con violenti”

Intanto non si fermano le dichiarazioni sulla vicenda. Il 41 bis “come strumento di per sé no”, non è in discussione, “per la sua invadenza, caso per caso la magistratura deve fare una valutazione”, ha detto la deputata e candidata alla guida del Pd, Elly Schlein. Mentre per il segretario di + Europa Benedetto Della Vedova sul 41bis “A prescindere dai casi specifici penso che sia necessario fare una revisione, ci sono trattamenti che vanno oltre la previsione costituzionale del trattamento umano e la rieducazione. Come l’ergastolo ostativo, che credo non sia nella linea costituzionale”. Oggi Cospito riceverà la visita della senatrice dell’Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Cucchi: “Il mio ruolo, la mia coscienza e il mio vissuto mi impongono di accertarmi dello stato di salute del detenuto Alfredo Cospito”, ha detto la parlamentare.

Sempre oggi verrà annunciata nell’Aula della Camera la costituzione del giurì d’onore che è stato chiesto dalle opposizioni dopo le affermazioni pronunciate lo scorso 31 gennaio nell’Emiciclo di Montecitorio da Giovanni Donzelli (Fdi) – “Io voglio sapere se la sinistra sta dalla parte dello Stato o dei terroristi” – contro quattro deputati del Pd tra cui il capogruppo Debora Serracchiani.

Angela Stella

41 bis: l'esercito feroce dei suoi fan. Vince l’asse tra Travaglio e Donzelli: a proteggerlo Nordio e il Pd. Piero Sansonetti su Il Riformista il 3 Febbraio 2023

I sondaggi dicono che il 53 per cento della popolazione americana è favorevole alla pena di morte. Nel Parlamento italiano la percentuale favorevole al carcere duro, al 41 bis, oscilla tra il 99,44 e il 99,70 per cento. Contro il 41 bis, nel dibattito parlamentare, è intervenuto solo il deputato radicale Riccardo Magi che si suppone parlasse anche a nome del suo collega Benedetto Della Vedova. Due su 600. Forse c’è da aggiungere il deputato di Italia Viva Roberto Giachetti, che – conoscendolo – possiamo immaginare che sia in dissenso con il suo gruppo, ma aspettiamo che lo dichiari, e Andrea Orlando, del Pd, unica voce critica a sinistra.

Sono cifre che fanno venire i brividi. Il 41 bis molto spesso è un trattamento persino peggiore alla pena di morte. Ha in sé una quantità più alta di evidente sadismo. Come ha raccontato ieri, in un articolo struggente che abbiamo pubblicato sul Riformista, Carmelo Gallico, fratello di un condannato morto la settimana scorsa di fibroma polmonare senza aver potuto mai nemmeno toccare la mano di sua moglie per 30 anni. E senza poter leggere i libri che voleva, e senza giornali, e senza Tv, e senza quadri o fotografie alle pareti della sua cella minuscola e singola, e senza potersi cucinare i pasti, e con l’ora d’aria in un corridoio senza tetto, e potendo parlare al telefono con i parenti una volta alla settimana per dieci minuti, e senza nessun contatto con l’umanità, a parte i secondini.

Sono 738 in Italia le persone sottoposte a questa tortura. Sebbene esista una legge che proibisce la tortura, e la punisce. E sebbene esista una Costituzione (come spiega bene il professor Salvatore Curreri), scritta da persone che il carcere lo hanno conosciuto, la quale proibisce il 41 bis, così come proibisce l’ergastolo. Il Parlamento italiano, guidato culturalmente dalla nuova intellighenzia (realizzata sull’asse tra il deputato di FdI Giovanni Donzelli e Marco Travaglio), si è collocato su una posizione molto più reazionaria di quella della maggioranza degli americani, visto che gli americani – che noi sempre indichiamo come giustizialisti – sono per quasi la metà contrari alla pena di morte e all’uso della crudeltà come strumento per regolare la convivenza civile.

Alle spalle di questo fronte saldo Fatto-FdI, che si ispira a varie forme di totalitarismo palingenetico, c’è un’ampia schiera di don Abbondio. Senza i quali Travaglio e Donzelli non trionferebbero. I Donabbondi sono guidati dal ministro Nordio e dal Pd. I quali si rendono conto forse della vergogna del 41 bis, ma non hanno il coraggio di dire no. Tremano. L’unico del Pd al quale ho sentito dire un no, forse flebile ma netto, è stato – come dicevo – l’ex ministro Andrea Orlando. Spesso l’ho criticato, in passato. Oggi rendo onore al suo isolatissimo coraggio.

P.S. 1 Il Fatto Quotidiano ieri ha pubblicato in prima pagina una foto di Cospito che proiettava sul muro anziché la sua ombra, l’ombra di tre mafiosi con la coppola. E un titolo nel quale si accusava il Pd di aver parlato coi mafiosi su indicazione di Cospito. Ripreso con entusiasmo sul sito di Andrea Delmastro (sottosegretario alla giustizia di Fdi). C’è da avere nostalgia di quando i fascisti li guidava Almirante…

P.S. 2 Spetta al Gom (il reparto di azione della polizia carceraria) decidere chi debba incontrare all’ora d’aria o in corridoio un detenuto al 41 bis. Non è il detenuto che sceglie. Quindi sono i Gom ad avere organizzato l’incontro tra Cospito e alcuni detenuti accusati di essere mafiosi. La delega a controllare i Gom, al ministero, appartiene al sottosegretario Delmastro. Volete che commenti? Ma per carità: commentate voi.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

In mancanza di Di Battista, abbiamo trovato il sostituto perfetto. Donzelli, il comunicatore meloniano che ignora la storia: Almirante aiutò un terrorista, Berlinguer non fece sconti. Nicola Biondo su Il Riformista il 3 Febbraio 2023

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 15-09-2022 Roma (Italia) Politica Camera dei Deputati – Dl Aiuti bis Nella foto Giorgia Meloni e Giovanni Donzelli durante il voto degli emendamenti 15-09-2022 Roma (Italy) Chamber of Deputies – Law Decree on urgent measures relating to energy, water emergency, social and industrial policies In the pic Giorgia Meloni, Giovanni Donzelli

Ci sono due semplici verità nella storiaccia che ha coinvolto il Pd e il parlamentare meloniano Giovanni Donzelli. Per il Pd è questa: come in mille altre questioni anche sul 41bis non ha un’idea chiara.  Capita quando si è sempre in cerca di un’identità senza costruire una visione. Chissà se questa ormai decennale inadeguatezza finirà nei libri di storia. Quegli stessi libri di storia che con ogni evidenza Donzelli non ha mai letto e siccome crediamo nella funzione pedagogica del giornalismo proviamo a ricordarla all’incendiario parlamentare.

State con i terroristi“, questa è la provocazione che ha rivolto al Pd nell’aula di Montecitorio il parlamentare a cui Giorgia Meloni ha affidato la comunicazione del partito.  Insomma, una roba da social, da no-vax della Storia più che da esponente delle Istituzioni. Al Pd, dove tutti si sentono campioni di analisi, strategie e comunicazione, si vede che i libri di storia non li aprono, esattamente come Donzelli. Perché in caso contrario saprebbero tutti, da Donzelli appunto al vertice del Pd, che il primo e unico caso di un leader politico che ha fatto una scelta di campo a favore di un terrorista, in almeno un caso, è quello di Giorgio Almirante.

Il fatto è noto: a metà degli anni ’70 l’allora segretario del MSI fece recapitare al latitante Carlo Ciccuttini svariati milioni di lire. L’uomo, dirigente friulano del partito, era pesantemente coinvolto nella strage di Peteano, tre carabinieri uccisi da un’autobomba, e in decine di altre attività terroristiche. L’obiettivo di quella dazione di denaro era quello di consentire al latitante, condannato molti anni dopo per quei fatti, un’operazione alle corde vocali per rendere inutile alle indagini la comparazione con la telefonata di rivendicazione per Peteano, fatta proprio da Cicuttini.

Almirante venne indagato per favoreggiamento e alla fine si salvò dal processo optando per l’amnistia. Una soluzione legale ma davvero poco onorevole. Nel processo venne condannato l’altro imputato che con il segretario del MSI aveva destinato la somma di 35.000 dollari al terrorista, come risultava dai documenti che provarono il passaggio del denaro tramite banche estere.

La cultura garantista del Riformista ha un giudizio assai preciso sulla mole di errori politici che il PCI prima e i suoi eredi dopo hanno commesso nella torsione dello stato di diritto e nel rendere permanenti leggi emergenziali. Ma su una cosa è impossibile dubitare: Enrico Berlinguer non  promise a nessun terrorista di sottrarsi alla giustizia. Almirante sì. E figurarsi se uno come l’ex-ministro Orlando, colui che nonostante il parere favorevole delle Procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta, negò al moribondo Provenzano di uscire dal 41bis, possa essere oggi tacciato della ridicola accusa di Donzelli. La sua carriera, ne siamo certi, non subirà contraccolpi. In mancanza di Di Battista nell’aula di Montecitorio abbiamo trovato il sostituto perfetto.

Nicola Biondo

Altro che 41 bis: Cospito fa i comizi e specula sul digiuno. Il detenuto continua a dettare la linea nonostante i toni sfumati dell'avvocato. Luca Fazzo il 4 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Dopo avere usato per giorni la processione dei parlamentari nella sua cella per mandare messaggi all'esterno - nonostante si trattasse di esponenti di quello Stato che proclama di voler distruggere - adesso Alfredo Cospito annuncia di non voler più ricevere politici. Fa una ultima eccezione per Ilaria Cucchi, deputata dei Verdi e Sinistra, la quale spiega che l'anarchico ha accettato di incontrarla solo perché «anche mio fratello è morto di carcere». Il resoconto dell'incontro d'altronde non si discosta quasi in nulla da quanto raccontato dai parlamentari e consiglieri regionali che hanno fatto visita all'uomo nei giorni scorsi: «Peggiora di giorno in giorno e di ora in ora, la cosa che mi mette più preoccupazione è che non ha nessuna intenzione di interrompere lo sciopero della fame, per lui è una lotta politica».

É il refrain che Cospito ha affidato regolarmente ai deputati e senatori (tutti di sinistra) che sono andati a trovarlo in carcere dopo l'inizio dello sciopero della fame: «la mia è una lotta politica». É la conferma costante di quanto difficile sarà risolvere nei prossimi giorni il caso: sul tavolo non c'è solo la revoca del decreto che mette al carcere duro l'anarchico abruzzese ma l'intera richiesta di azzeramento dell'articolo 41 bis della legge penitenziaria, quello che prevede il trattamento differenziato per i detenuti ad alta pericolosità.

Solo davanti a una svolta legislativa che cancelli il 41 bis, dice Cospito, io riprenderò ad alimentarmi. Non è un caso, ovviamente, che in ogni suo incontro il detenuto sottolinei questo aspetto. Il suo legale di fiducia, Flavio Rossi Albertini, nelle dichiarazioni pubbliche usa toni più sfumati e possibilisti, insistendo soprattutto sulla situazione personale di Cospito. Ma poi, dal carcere, interviene il diretto interessato a dare la linea: non mi batto per me ma per tutti i detenuti al 41 bis. Nell'incontro con la Cucchi di ieri mattina è ancora più esplicito: «Gli ho chiesto più volte come sta - racconta la senatrice - e lui mi ha detto di pensare i ai detenuti anziani malati che sono al 41 bis».

Per dare al messaggio di Cospito la giusta valenza bisogna rifarsi alle statistiche della direzione delle carceri sulla composizione dei detenuti in massima sicurezza. Dei 778 complessivi 774 appartengono a organizzazioni criminali; di questi quasi la metà, 340, sono anziani con più di sessant'anni; ben 88 sono in condizioni di salute tanto malferme da aver reso necessario nel corso del 2022 il loro trasferimento in ospedali esterni. Insomma, quando l'anarchico indica come il tema della sua battaglia gli «anziani e malati» al 41 bis si fa paladino di una fetta cruciale (e forse dominante) del mondo carcerario della criminalità organizzata. Un mondo finora privo di voce pubblica e che ora si riconosce in lui. Come raccontano bene le conversazioni nel supercarcere di Sassari tra Cospito e il capobastone della 'ndrangheta Franco Presta, cui l'anarchico spiegava: «se mi succede qualcosa, questi qua dovranno pagare».

Quando nel carcere di Sassari Cospito invita i quattro dem venuti a trovarlo a incontrare anche Presta e altri pezzi da novanta, stava già mettendo in atto un piano pronto da tempo. É un piano di cui lo sciopero della fame costituisce un tassello essenziale, senza di cui la protesta di Cospito non avrebbe avuto quasi alcuna eco: per questo, secondo un rapporto della polizia penitenziaria citato da Open, l'anarchico si sarebbe preparato al lungo digiuno ingrassando fino a 120 chili e assumendo integratori. Ai medici del carcere disse: «so fino a che punto posso arrivare», «so fino a dove posso spingermi», «so qual è il peso sotto il quale non posso scendere».

Lo scandalo è il cinismo del PD. Il Pd è lo spettacolo di un partito scarnificato che da mesi sa dire una sola frase ripetuta senza sosta: fascisti. Vittorio Macioce il 5 Febbraio 2023 su Il Giornale.

No, non sarà Alfredo Cospito il segretario di stagione del Pd. Neppure come simbolo, come maschera, come «macchietta», come suggestione repressa di un partito in cerca perenne d'identità e che a una manciata di giorni dalle elezioni regionali s'inventa un certificato di esistenza in vita. È la miseria di questa storia. La sorte di un uomo che non mangia da più di 100 giorni è solo la scusa per riaccendere la guerra civile di parole. Tutto il resto è fuffa. Bolle di sapone. Il Pd non ha un'anima. Non è preoccupato per la salute di Cospito. Non conosce le sue idee. Non si interroga sulle rivendicazioni dell'anarchia incendiaria. Non gli interessa la riforma del 41 bis. Non vuole una riforma della giustizia. Il Pd non è niente. Non è reale. È solo rappresentazione. È lo spettacolo di un partito scarnificato che da mesi sa dire una sola frase ripetuta senza sosta: fascisti, fascisti, fascisti, gridato ogni quarto d'ora, qualsiasi cosa accada, sempre e comunque, così ossessivi da risultare surreali. In questo gracchiare vanno alla continua ricerca di un volto, di una sindrome, che li possa politicamente resuscitare: una sardina, un bracciante, una ragazza con gli occhi di gatto, uno straccio di Guevara, una controfigura di Bobby Sand. Cospito lo hanno incrociato per caso, quasi per sbaglio e subito sono andati in pellegrinaggio, come faccendieri del teatro di Mangiafuoco. Non sapevano nulla di lui e neppure gli interessava più di tanto. Non lo hanno cercato per pietas, ma per invitarlo sul palcoscenico. Cospito, nel bene o nel male, è un cinquantacinquenne che ha consumato la sua vita in carcere per la sua idea di anarchia. Non è un avatar. Non è un vestito da indossare. Non sta al gioco della commedia dell'arte. «Mi batto per abolire il carcere duro, non per uscirne io». Allora rivolge due parole al suo avvocato. Per favore smettiamola con questa pagliacciata e metti fine alla processione dei politici con la faccia della solidarietà sofferente. È il paradosso della pena. Cospito non può incontrare nessuno ma è costretto a sorbirsi il salotto di chi non ha voglia di vedere. Non hanno nulla da dirsi. Anzi. C'è un sapore da presa per i fondelli. Cospito non pensa che la differenza la fa chi siede su una poltrona. Non crede ai buoni e ai cattivi. Non crede nella democrazia. La sua bandiera non è neppure rossa. Non si fida della rivoluzione, tanto a potere si sostituisce potere. Non si riconosce in Bakunin e piuttosto prova simpatia per Stirner. L'anarchia non è solo una posizione politica, ma epistemologica. Chissà se Debora Serracchiani ha mai letto Contro il metodo di Paul K. Feyerabend? Non si può ridurre tutta questa storia, profonda e drammatica, alla richiesta senza condizioni di resa e dimissioni per Donzelli e Delmastro. L'effetto è ridicolo. È farsa, avanspettacolo, miseria della politica. È il «caso Cospito». Ci sta che lui, il diretto interessato, che sta in carcere per le sue azioni, per i reati che ha commesso per un ideale politico, per una scelta da terrorista, possa tirarsi fuori da questo circo. «La sinistra sta strumentalizzando la mia protesta, trasformandola in una macchietta». È tutto quello che Alfredo Cospito non ha mai voluto essere: una macchietta.

Antonio Giangrande: Quel che si rimembra non muore mai. In effetti il fascismo rivive non negli atti di singoli imbecilli, ma quotidianamente nell’evocazione dei comunisti.

Braccio di ferro” tra le spie. "La mia sinistra sbaglia tutto su Cospito. Donzelli ha fatto bene a parlare in Aula". L'ex Idv ora Articolo 1: "Le carte del Dap non sono riservate ed è grave la visita dem all'anarchico: così non si rispettano le vittime di mafia". Francesco Curridori il 5 Febbraio 2023 su Il Giornale.

«Trovo che certe affermazioni siano assolutamente fuori luogo». Sonia Alfano, ex europarlamentare dell'Italia dei Valori ed ex militante di Articolo Uno, figlia del giornalista Giuseppe Alfano ucciso dalla mafia nel 1993, punta il dito contro chi, a sinistra, parla di «squadrismo» da parte del governo per quanto riguarda il caso Cospito.

Secondo lei, la sinistra sta cercando di ribaltare la realtà?

«Guardi, il procuratore antimafia Sebastiano Ardita, per anni a capo del Dap, ha spiegato che le informazioni date da Donzelli vengono regolarmente fornite al Parlamento dal ministero di Giustizia e non sono riservate. Anzi, ha aggiunto che dovrebbero essere divulgate e io condivido la sua posizione. Ritengo gravissimo che esponenti del Pd abbiano compiuto questa visita nel momento in cui sono sotto attacco le ambasciate italiane. È come se io fossi andata a trovare Provenzano a ridosso di un ipotetico attentato di stampo mafioso. In questo momento, ci deve essere una totale condivisione sul fatto che il 41-bis non si tocca né per Cospito né per altri».

È preoccupante l'ambiguità e l'indulgenza della sinistra nei confronti di Cospito?

«Francamente sono molto preoccupata per come la sinistra sta porgendo il fianco a possibili strumentalizzazioni di Cospito e di frange anarchiche. È chiaro che i parlamentari hanno il diritto di andare nelle carceri per verificare le condizioni di salute dei detenuti, però, Cospito dialoga da settimane con mafiosi come Di Maio e temo che la sinistra stia facendo un errore terribile sostenendo che il problema siano Donzelli o Delmastro. Evidentemente c'è qualcuno che non ha rispetto per le vittime innocenti della mafia».

Cosa avrebbero dovuto fare i parlamentari Pd?

«Verificare le condizioni di vita dei detenuti comuni perché lì veramente dovremmo fare delle battaglie di civiltà dato che, spesso, vi sono 6-7 persone in celle piccolissime. Non mi si parli di violazione dei diritti umani nei confronti dei detenuti del 41-bis perché le loro celle sono camere di alberghi a quattro stelle rispetto a quelle dei detenuti comuni: hanno l'aria condizionata e il televisore, possono ricevere i giornali e cucinare anche da soli. Trovo pericoloso quello che sta succedendo. Spero che i parlamentari di sinistra si ravvedano e pensino che ci sono delle vittime di mafia sul cui corpo non può essere fatta alcuna trattativa. Ci devono garantire che non è in discussione il 41-bis».

Lei ha paura della saldatura tra anarchia e mafia?

«Assolutamente sì. Ce lo confermano i dialoghi tra Cospito e il boss Di Maio che si sostenevano a vicenda nella lotta contro il 41bis. Non è una paura, è un dato di fatto che è emerso e mi auguro che la si smetta di attaccare Donzelli e si affronti il problema vero: l'alleanza tra terrorismo e mafia».

La Meloni ha fatto bene a confermare l'ergastolo ostativo?

«Ha fatto benissimo. In questo momento, in cui è stato arrestato Matteo Messina Denaro, non possono essere messi in discussione né l'ergastolo ostativo né il 41-bis perché significherebbe vanificare il sacrificio delle vittime innocenti della mafia e cancellare decenni di lotta alla mafia. Sarebbe un segnale terrificante».

Ma, se oggi si dice «leviamo il 41-bis per Cospito che rischia di morire», domani questo ragionamento può valere per Matteo Messina Denaro?

«Certo. Io ricordo che Provenzano stava molto male in carcere, ma la sinistra non ha fatto nessuna battaglia per allentare il 41-bis. Cospito sta male perché ha deciso di fare lo sciopero della fame. È una sua decisione. Trovo strumentale una levata di scudi del genere. È imbarazzante. Mettere in discussione il 41-bis, nel suo caso, significa fare un favore alle mafie».

Cospito, la confessione: "Il mio sciopero è il più falso della storia". Libero Quotidiano il 04 febbraio 2023

"Il mio sciopero della fame è il più falso della storia". Così Alfredo Cospito avrebbe definito la sua protesta contro il 41 bis. Lo riporta il capo del Gruppo operativo mobile (Gom, il reparto mobile del corpo di polizia penitenziaria), il generale Mauro D’Amico, in una relazione di due pagine datata 30 gennaio inviata insieme al plico al ministero della Giustizia e poi finito nelle mani di Giovanni Donzelli. Secondo quanto scrive il Fatto quotidiano che cita il sito Repubblica.it, il report riguarda la permanenza dell’anarchico, in sciopero della fame da più di 100 giorni per protesta contro il regime di carcere duro, al penitenziario di Sassari. 

"Nel colloquio del 16 gennaio 2023 – scrive il capo del Gom – il detenuto ha definito il suo sciopero della fame ‘il più falso della storia’ e ha precisato di assumere una grande quantità di integratori e di stare fisicamente molto meglio, tanto da aver notato un grande miglioramento dell’asma cronica che lo affligge". D’Amico parla anche di altre considerazioni attribuite a Cospito, che definisce "carismatico, astuto e opportunista". Tanto che alcuni detenuti al 41-bis in Campania, scrive ancora il generale D’Amico, hanno voluto sostenere Cospito nella sua battaglia, "comprendendo astutamente che questa potrebbe rappresentare un’occasione per minare il regime differenziato". D'Amico conclude che Cospito "si è preparato fisicamente e mentalmente in maniera eccellente" al suo sciopero della fame.

A Cospito manca solo il Festival di Sanremo. Federico Novella su Panorama il 03 Febbraio 2023.

Di questo passo, aspettiamoci di vedere Cospito a Sanremo. Appena dopo Zelensky. Tale è la popolarità che ha raggiunto l’anarchico dopo che un andirivieni di parlamentari accorre in carcere per sincerarsi delle sue condizioni.

Dopo la visita della delegazione del Pd (Serracchiani, Orlando, Lai e Verini), anche Ilaria Cucchi è transitata al carcere di Opera: e uscendo ha parlato di “condizioni allarmanti” in relazione allo stato di salute di Alfredo Cospito. Tanto trasporto solleva una certa perplessità, visto che l’anarchico non è certamente il primo detenuto che compie uno sciopero della fame o che versa in cattive condizioni di salute: ma per gli altri non si era visto un così intenso traffico di parlamentari in visita. L’altra perplessità riguarda le pressioni per abolire il carcere duro, avanzate su twitter da Orlando e Provenzano, dimenticando che il carcere duro per Cospito è stato decretato dall’ex guardasigilli Cartabia, membro di un governo di cui il Pd faceva parte. Al di là di queste contraddizioni, giova ricordare anche di chi stiamo parlando. Di una persona che già nell’89 finì in carcere per renitenza alla leva. Davanti al giudice in quel caso rifiutò l’avvocato, si proclamò anarchico, e venne graziato dall’amnistia nel ‘90. Nuovamente condannato, iniziò un primo sciopero della fame che portò alla richiesta di grazia (concessa) al presidente della Repubblica Cossiga. E tutto avvenne prima dei ben noti fatti che lo hanno riportato in carcere: cioè la carriera terroristica culminata gambizzazione dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi. Insomma, la storia di quest’uomo dimostra un atteggiamento tipico della militanza insurrezionale: un atteggiamento di sfida contro lo Stato e le sue procedure. Utilizzando lo sciopero della fame per smuovere le coscienze e sollecitare le istituzioni a mezzo della compassione per l’uomo. Discutiamo pure di 41 bis e di come modulare le pene: ma occorre equilibrio. Il rischio di andare in processione ad Opera facendo di Cospito un martire è troppo alto. Il rischio di giustificare le sue malefatte per motivi umanitari, sarebbe inaccettabile. Visto il suo curriculum, l’ultima cosa che ci occorre è farne un eroe positivo.

Meloni sul caso Cospito: «Nessun presupposto per le dimissioni di Delmastro. Ora tutti abbassino i toni, compresa Fratelli d’Italia». Giorgia Meloni su Il Corriere della Sera il 4 Febbraio 2023.

La presidente del Consiglio risponde alle polemiche sul caso Cospito e alla domanda sul passo indietro del sottosegretario con una lettera al «Corriere»

Caro direttore,

da diversi giorni vengo accusata, da esponenti delle opposizioni e dei media, di reticenza in relazione all’acceso dibattito su Alfredo Cospito svoltosi alla Camera, che ha visto coinvolti tra gli altri l’onorevole Donzelli e il Sottosegretario Delmastro.

Della vicenda mi è stato chiesto ieri, quando durante una conferenza stampa con il Cancelliere Scholz a Berlino, e di fronte ai media internazionali, giornalisti italiani mi hanno interrogato su questo, evidentemente meno interessati alla trattativa che stavo conducendo nell’interesse italiano in vista del prossimo Consiglio Europeo straordinario.

Ho preso l’impegno di rispondere e lo faccio ora, segnalando che la ragione per la quale non sono intervenuta finora è che ho tentato di non alimentare una polemica che considero, per tutti, controproducente.

Le spiego perché. A monte: sicuramente i toni si sono alzati troppo, e invito tutti, a partire dagli esponenti di Fratelli d’Italia, a riportarli al livello di un confronto franco ma rispettoso.

Tuttavia, non ritengo vi siano in alcun modo i presupposti per le dimissioni che qualcuno ha richiesto. Peraltro, le notizie contenute nella documentazione oggetto del contendere, che il Ministero della Giustizia ha chiarito non essere oggetto di segreto, sono state addirittura anticipate da taluni media.

Ci sono in questo polverone, a mio avviso, aspetti chiaramente strumentali.

Trovo singolare che ci si scandalizzi perché in Parlamento si è discusso di documenti non coperti da segreto, mentre da anni conversazioni private - queste sì da non divulgare - divengono spesso di pubblico dominio.

Trovo singolare l’indignazione del Pd per un’accusa sicuramente eccessiva, quando però la sinistra in passato ha mosso alla sottoscritta, leader dell’opposizione, le accuse di «essere la mandante morale delle morti in mare» o di guidare un «partito eversivo», per citarne alcune. Senza dimenticare quando esponenti istituzionali gridavano tra gli applausi che avremmo dovuto «sputare sangue».

Trovo paradossale che non si possa chiedere conto ai partiti della sinistra delle loro scelte, quando all’origine delle polemiche di questi giorni si colloca oggettivamente la visita a Cospito di una qualificata rappresentanza del Partito democratico, in un momento in cui il detenuto intensificava gli sforzi di comunicazione con l’esterno, come emerge dalle note dell’autorità giudiziaria che si è pronunciata sul caso, rese note dai mezzi di informazione. E quello che colpisce me, ancora più di quella visita, è che dopo aver preso atto - da quello che riporta la stampa sulla vicenda - dei rapporti tra Alfredo Cospito e i boss mafiosi in regime di carcere duro, e ben sapendo quanto alla mafia convenga mettere in discussione il 41bis, autorevolissimi esponenti del Pd abbiano continuato a chiedere la revoca dell’istituto per Cospito, fingendo di non comprendere le implicazioni che tale scelta avrebbe avuto soprattutto in termini di lotta alla criminalità organizzata.

Detto ciò, io credo che il punto sia un altro. Mentre maggioranza e opposizione si accapigliano sul caso, attorno a noi il clima si sta pericolosamente e velocemente surriscaldando. E non risparmia nessuno, come dimostrano i manifesti comparsi ieri all’università La Sapienza di Roma, che definiscono «assassini» il Presidente della Repubblica e i membri di diversi governi, senza distinzione di colore politico.

Mentre si continua a pensare che questa questione possa essere utilizzata per attaccare il governo o l’opposizione, ieri è stato necessario assegnare la scorta all’on. Donzelli e ai Sottosegretari Delmastro e Ostellari, e ovunque compaiono minacce alle istituzioni italiane, qui in patria e all’estero.

È chiaro che non ci troviamo davanti a una delle tante polemiche che agitano il mondo politico, ma a una situazione dai contorni decisamente inquietanti che rischia di avere conseguenze gravi. A uno scenario che richiede prudenza e cautela ma che deve vedere compatto lo Stato, in tutte le sue articolazioni e componenti, a difesa della legalità.

È un appello che rivolgo a tutti, politici, giornalisti, opinionisti. Perché non ci si debba domani guardare indietro e scoprire che, non comprendendo la gravità di quello che stava accadendo, abbiamo finito per essere tutti responsabili di un’escalation che può portarci ovunque.

Così la rete anarchica s'è attivata. L'obiettivo: picconare il governo "fascista" di Fdi. L'intelligence: Cospito ha iniziato la sua battaglia solo con l'esecutivo Meloni. Fausto Biloslavo il 3 Febbraio 2023 su Il Giornale.

La «bomba» anarchica internazionale sul governo Meloni è un'azione ben congegnata, che usa come bandiera il «martire» Alfredo Cospito. E la sinistra rischia di abboccare all'amo degli anarchici nello scontro con Fratelli d'Italia.

L'obiettivo è sempre lo stesso: il governo di Giorgia Meloni considerato pericoloso e sotto sotto fascista. L'intelligence, dopo «aver riscontrato tentativi di rilancio delle istanze antifasciste» teme la saldatura fra cellule anarchiche e antagoniste per alzare il tiro «mirando alle persone» come invitava Cospito dal carcere. L'operazione ha attivato nuclei in mezza Europa collegati attraverso la Federazione anarchica informale, che fra le cellule più attive può contare sul Fronte rivoluzionario internazionale.

Le date non mentono e dimostrano il disegno che punta ad insidiare il nuovo governo. Cospito era in carcere da sei anni quando nel maggio 2022, per i reati commessi e le comunicazioni minacciose rivolte all'esterno, viene sottoposto al carcere duro del 41 bis. Allora il governo era guidato da Mario Draghi, altra bestia nera degli anarchici per la sua carriera fino alla Banca centrale europea. Cospito non comincia a digiunare neppure quando l'esecutivo spalleggiato dal Pd va in crisi. L'anarchico, per iniziare lo sciopero della fame, aspetta il 19 ottobre. Una data scelta non a caso: il giorno dopo il presidente Sergio Mattarella inizia le consultazioni ed in 48 ore Giorgia Meloni si insedia a Palazzo Chigi.

La rete anarchica internazionale non perde l'occasione: il primo attacco scatta il 2 dicembre con l'attentato ai danni di Susanna Schlein, primo consigliere all'ambasciata italiana di Atene. Oltre ad essere sorella dell'aspirante segretaria del Pd. Non è un caso che l'attacco sia stato rivendicato dalla cellula «Carlo Giuliani nuclei revenge» in ricordo dell'attivista italiano ucciso durante gli scontri del G8 a Genova nel 2001. L'intelligence aveva messo in guardia, nell'ultimo rapporto al Parlamento, sugli «appelli alla sovversione» che «si sono rilevati pure attraverso la diffusione su internet di documenti riportanti dati circostanziati sugli obiettivi da colpire e indicazioni operative su alcune tra le più insidiose attivazioni anarchiche, come il sabotaggio d'infrastrutture, specie delle telecomunicazioni e di linee ferroviarie». Non solo in Italia, ma pure all'estero grazie allo sciopero della fame di Cospito. Il 28 gennaio la Cellula uccelli neri «Zelle schwarzer Vögel» degli anarchici tedeschi incendia l'automobile del primo consigliere d'ambasciata a Berlino. Nel documento di rivendicazione a favore di Cospito, pubblicato in rete, salta fuori un altro cavallo di battaglia contro il governo: «Il sangue è sulle mani delle élite tedesche e italiane che usano la cosiddetta Guardia Costiera libica per uccidere i migranti a migliaia, quelle persone che devono sacrificare i loro corpi e i suoli delle terre d'origine ai prezzi più bassi in nome del folle capitalismo europeo».

E dimostrando i collegamenti inviano «un saluto cospiratorio ai compagni di Barcellona», gli anarchici che hanno distrutto le vetrate del consolato italiano. La rete conta undici gruppi in Italia, otto in Grecia, ma si estende a paesi Bassi, Inghilterra, Russia, Spagna, Germania. E una costola è attiva in America Latina a cominciare dal Messico fino al Cile e il Perù.

Da ieri alcuni detenuti anarchici cileni hanno iniziato un «digiuno di solidarietà» con Cospito nel carcere di La Gonzalina a sud di Santiago, la capitale.

Cospito, il pentito rivela: "Chi c'è davvero dietro di lui". Libero Quotidiano il 03 febbraio 2023

"È uno strumento della ’ndrangheta": a parlare così di Alfredo Cospito, l'anarchico al 41 bis da oltre cento giorni in sciopero della fame, è il pentito Luigi Bonaventura. Intervistato dal Giornale, ha detto: "Tutte le mafie hanno sempre utilizzato terroristi, anarchici e ultras". E ancora: "Non è la prima volta che la ’ndrangheta usa altri detenuti per i suoi scopi: dare battaglia per abolire l’ergastolo ostativo e cancellare il 41 bis. Secondo la mia esperienza sono gli ’ndranghetisti i protagonisti che agiscono nell’ombra".

Il collaboratore di giustizia, rampollo che ha rotto con il potente casato dei Vrenna-Bonaventura di Crotone, ha spiegato: "Il modus della ’ndrangheta è questo, agisce muovendo criminali, anarchici, appartenenti alla camorra o a falangi estreme laziali o campane esperte in guerriglia urbana. Gli anarchici si mescolano anche agli ultras, come contropartita di solito i boss danno loro armi e droga". Parlando del 41 bis, poi, ha affermato: "Qualche mafioso pensa che la galera sia una vacanza. Il 41bis non è così, ho avuto i miei parenti all’Asinara che erano diventati dei fantasmi. Non hai rapporti, non ci sono fornelli, non puoi comunicare con l’interno con i detenuti. Ultimamente le maglie si sono allargate, forse anche questo ha creato un po’ di scompiglio durante il Covid".

Parlando della figura del collaboratore di giustizia, poi, Bonaventura ha detto che  spesso viene "abbandonata". Di qui un suggerimento al ministro Carlo Nordio: "Dovrebbe dare più forza al programma di protezione e far funzionare davvero la mimetizzazione". Infine sull’arresto di Matteo Messina Denaro: "Secondo me aveva organizzato la sua resa e come Pollicino ha lasciato qualche traccia. Ma la sua azione di marketing globale ha rilanciato il brand mafia". 

Porro: "Cospito una bestia, era già stato graziato da Cossiga". Libero Quotidiano il 03 febbraio 2023

Nicola Porro, in un video pubblicato sul suo sito, torna sul caso di Alfredo Cospito e sulle parole di Giorgia Meloni che intervistata il 2 febbraio a Dritto e rovescio su Rete 4 ha spiegato: "È un anarchico che è in carcere perché condannato per il reato di strage e perché ha sparato alle gambe di un dirigente di Ansaldo Nucleare. Cospito finisce al 41 bis perché durante la sua detenzione trovava il modo di mandare messaggi agli anarchici all’esterno dicendo di continuare la lotta e organizzarsi. Per questo finisce al 41 bis e comincia a fare lo sciopero della fame, perché rifiuta l’istituto del carcere duro. La cosa interessante che non credo si sia notata è che nel 1991 Cospito era già in carcere, decise di fare lo sciopero della fame e venne graziato" dall'allora presidente Francesco Cossiga. Proprio così, "lo Stato lo ha graziato, lui è uscito ed è andato a sparare a della gente. Questo per capire che non stiamo parlando esattamente di una vittima per come la vedo io".  

"Quello fu uno dei momenti della sua vita, così ha detto Cospito quando gambizzò il dirigente, quindi per noi è isolarlo. Il punto fondamentale di questa vicenda è che insieme a tre mafiosi facesse questa battaglia sul 41 bis", prosegue Porro. "Queste sono bestie, non sono esseri umani normali". 

Estratto dell'articolo di Giacomo Amadori per “La Verità” il 6 febbraio 2023.

Con il suo digiuno per lo smantellamento del 41 bis e dell’ergastolo ostativo, l’anarco-insurrezionalista Alfredo Cospito sta realizzando una saldatura inquietante non solo con la criminalità organizzata, come denunciato dai politici di Fratelli d’Italia, ma anche con i residui delle vecchie Brigate rosse e persino con l’eversione jihadista.

 Il 29 dicembre scorso dal carcere di Terni è partito un telegramma che ha fatto sobbalzare la direzione della casa circondariale. Il destinatario era proprio Cospito e a inviarlo era niente di meno che Cesare Di Lenardo, l’irriducibile della colonna veneta delle Br condannato all’ergastolo per il sequestro del generale americano James Lee Dozier. Nel messaggio si leggeva: «Caro Alfredo. Un abbraccio forte. Cesare e compagni».

[…] il collegamento è sicuramente preoccupante perché rende evidente come la battaglia di Cospito sia stata abbracciata anche dagli estremisti di matrice marxista-leninista. Non basta. In un colloquio riportato dagli uomini del Gom (Gruppo operativo mobile della Polizia penitenziaria), del 30 novembre scorso, Cospito avrebbe asserito che «alla protesta in corso aderiranno anche i detenuti “musulmani jihadisti”».

 […]  Timori per la piega che sta prendendo il digiuno del detenuto più celebre del momento sono espressi anche dagli uomini del Nucleo investigativo centrale che monitorano le numerose manifestazioni degli estremisti contro il 41 bis (200 solo nel 2022, quasi tutte organizzate dagli insurrezionalisti) e gli inviti alla rivolta sulla Rete. […]

Una teoria di minacce e proteste che ha portato gli uomini del Nic a mettere nero su bianco quanto segue: «Dal volantinaggio e dai documenti censiti sul Web nel mese di gennaio 2023 si registra che la portata e il livello di escalation della mobilizzazione, non solo afferente all’area anarchica, inducono a non escludere che nel prossimo periodo possano essere perpetrate azioni estemporanee, anche di tipo violento, nei confronti di target riconducibili all’amministrazione penitenziaria e/o al ministero della Giustizia.

 […] Dall’appunto di 61 pagine stilato dal Nic su Cospito e da altri documenti che La Verità ha potuto esaminare, emerge con chiarezza come l’attività preparatoria del digiuno-show fosse mirata a coinvolgere sia il mondo politico che media nazionali. Una missione portata agevolmente a compimento grazie ai soliti salotti e al Partito democratico.

Il direttore del gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria, i generale Mauro D’Amico ha scritto parole durissime il 30 gennaio 2023 al capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Giovanni Russo a proposito di Cospito e del suo «digiuno ad oltranza»: «Si precisa che tale manifestazione di protesta è stata premeditata dal detenuto il quale l’aveva infatti preannunciata ai familiari nei colloqui di giugno, luglio e settembre; all’inizio della protesta pesava 115 Kg (attualmente pesa 75 Kg). Stando a quanto dichiarato ai congiunti, il detenuto Cospito aveva iniziato a mangiare molto di più per rinforzare il suo fisico e prendere peso in vista di una «dieta» che sarebbe iniziata nel mese di ottobre. […]

 Ma la parte più sconcertante della missiva è questa: «Nel colloquio tenutosi il 16 gennaio 2023 il detenuto ha definito il suo sciopero della fame come “il più falso della storia” e ha precisato di assumere una grande quantità di integratori e di stare fisicamente molto meglio; il detenuto ha affermato addirittura di aver notato un grande miglioramento dell’asma cronica che lo affliggeva».

D’Amico alla fine della lettera riassume la situazione senza nascondere un giudizio del tutto negativo sulla gauche caviar schierata con il terrorista: «Il Cospito appare come un detenuto carismatico, astuto ed opportunista. Con il giusto megafono mediatico la sua vicenda ha generato una mobilitazione che appare in continua crescita, anche grazie alla pubblicità e al sostegno di professionisti, giornalisti e personaggi pubblici che, per motivi ideologici (e non) soffiano da anni su una fiamma accesa che vorrebbe eliminare il regime differenziato[…]».

 Il riferimento è probabilmente alla delegazione di parlamentari Pd che si è presentato al carcere di Bancali il 12 gennaio: l’ex Guardasigilli Andrea Orlando, il tesoriere del partito Walter Verini, la capogruppo della Camera Debora Serracchiani e l’esponente sardo Silvio Lai che, come vedremo, è l’ufficiale di collegamento tra dem e Cospito.

Infatti il politico, prima della visita di gennaio, si era già presentato a Sassari il 26 novembre con un obiettivo mirato, «effettuare un colloquio» con il gambizzatore del manager Roberto Adinolfi. Un appunto del responsabile del Reparto operativo mobile, datato 30 novembre, svela i dettagli dell’incontro che invece di spaventare il dem, deve averlo incoraggiato a organizzare il tour di gruppo. Il colloquio si è svolto «di fronte al cancello della cella» ed è durato dalle ore 11:00 alle ore 11:20.

 […] il terrorista avrebbe informato Lai della sua «volontà di fare tutto il possibile affinché vi sia risonanza, anche internazionale, sul regime differenziato, auspicando» come conseguenza della protesta «la sua definitiva eliminazione». Nonostante tale inquietante disegno, dopo appena 45 giorni, con le vacanze di Natale di mezzo, Lai ha scortato al cospetto dell’anarchico i big del suo partito e questi si sono immediatamente spesi a colpi di tweet per realizzare i desiderata del lottarmatista.

 Il quale, il 3 ottobre, aveva già chiesto alla sorella Claudia di far sapere all’esterno che «dopo la dieta» sicuramente lo toglieranno dal regime speciale di cui all’articolo 41 bis. In quel colloquio aveva informato la parente di aver scritto più volte a un’associazione, al ministro della Giustizia Marta Cartabia, al garante locale dei detenuti, al mediatore europeo Robert Schumann, alla Corte di giustizia e al Parlamento europei.

Pensa in grande Cospito e puntualizza, diciassette giorni prima dell’inizio dello sciopero, che l’avvocato a giorni avrebbe fatto una conferenza stampa. Nonostante le sue buone intenzioni, in quel momento, però, non è ancora così convinto del successo dell’iniziativa. Anzi. Anche perché non gli arrivano lettere dall’esterno (in gran parte censurate): «Io spero che la gente venga [...] questa lotta che farò ha un senso se sono in compagnia, se sono da solo, nessuno se la fila, muoio in silenzio!».

Tanto che, come annotano gli agenti, il detenuto, durante i comizietti tenuti nel piazzale davanti all’istituto non si alza quasi mai dalla branda da dove continua a guardare la tv. Il 12 gennaio (il giorno della visita dem) in un colloquio con il camorrista Francesco Di Maio, dà un giudizio tranciante sui vecchi compagni: «Questi vengono a rompere il cazzo, ma deve essere una lotta contro il regime 41 bis e contro l’ergastolo ostativo; non deve essere una lotta solo per me. Per me noi 41 bis siamo tutti uguali».

 Pochi giorni prima, il 28 dicembre, parlando con un killer di ’ndrangheta, Francesco Presta, aveva spiegato: «Io sto male fisicamente, ma psicologicamente sono contento di quello che sto facendo, gliela faccio pagare, anche perché se nella situazione che sono mi succede qualcosa, questi qualcosa dovranno pur pagare. Fuori non si stanno muovendo solo gli anarchici, ma anche altre associazioni. Adesso vediamo che succede a Roma tra qualche giorno. In televisione non ne stanno parlando ancora molto».

Proprio la sera prima, il 27 dicembre, era iniziata una mobilitazione non violenta online organizzata dai Radicali e a cui hanno aderito, tra gli altri Luigi Manconi, lo scrittore Christian Raimo e l’ex campione di Mani pulite Gherardo Colombo. 

Un evento a cui segue, il 7 gennaio, l’appello del quotidiano comunista Il Manifesto, che raccoglie giuristi, intellettuali e clerici. Si affollano il solito Colombo, Massimo Cacciari, Don Luigi Ciotti, padre Alex Zanotelli, Moni Ovadia, Luigi Ferrajoli, Nello Rossi, Livio Pepino, Giovanni Maria Flick e Gian Domenico Caiazza. Il 12 la delegazione del Pd va a baciare l’anello all’insurrezionalista. Il progetto anarchico procede a gonfie vele.

Quei dem che oggi visitano Cospito, abbandonarono Del Turco...Ottaviano Del Turco fondò il Pd ma quando venne arrestato nessuno dei suoi compagni andò a trovarlo. E continuò ad evitarlo anche dopo, in Transatlantico. Giuliano Cazzola su Il Dubbio il 3 febbraio 2023

Alcune premesse prima di dire la mia sul caso Cospito che sta scuotendo la politica italiana. Anche in questa fattispecie non c’entra dire “io sono contrario all’ergastolo ostativo”. Sono altrettanto convinto che la detenzione secondo quanto previsto dal ‘’41 bis’’(ormai è questa la definizione comune) abbia aspetti e modalità contraria alle finalità della pena indicate dall’articolo 27 della Costituzione.

E’ uno dei tanti casi che, in Italia, dettati da situazioni di emergenza straordinaria restano come prassi ordinaria nell’ordinamento. Nel trattamento dei detenuti in regime di ‘’41 bis’’ vi sono regole che mortificano la persona del detenuto peraltro utili solo a peggiorare le condizioni della detenzione. Quale ulteriore premessa credo che si debba chiarire in modo inoppugnabile il grado di riservatezza dei documenti resi pubblici in Aula da Giovanni Donzelli, perché da questo chiarimento deriva una valutazione corretta della gravità del fatto ovvero di aver resi pubblici quei documenti stessi, come strumento di lotta politica. In tale contesto va giudicato anche il comportamento del sottosegretario Demastro.

Si tratta comunque di fatti gravi che possono avere un rilievo penale tenendo conto dei ruoli dei parlamentari interessati, al ministero di via Arenula e al Copasir. In ogni caso, sul piano politico, l’incidente è molto grave, non solo per la provocatoria domanda finale («siete con lo Stato o con la mafia»), quanto piuttosto per la concatenazione forzata e provocatoria degli eventi durante la visita dei deputati dem al carcere di Sassari che hanno portato al sillogismo caro ai «professionisti del bene» (come li definisce Alessandro Barbano ne L’Inganno) in base al quale chiunque si discosta dai loro canoni è colluso con la criminalità. Sarà il Giurì d’onore a giudicare su questi ultimi aspetti, mentre sui primi sta già indagando la magistratura. La valutazione politica (fino alle possibili dimissioni o sostituzioni) spetta a Giorgia Meloni.

A questo punto che dire della delegazione del Pd che si è recata a Sassari, composta da un ex ministro, dalla capogruppo alla Camera, dal responsabile della giustizia per il partito e da un autorevole esponente sardo? Le mie sono solo considerazioni di opportunità visto che i quattro hanno esercitato un diritto riconosciuto ai parlamentari. Ma c’era bisogno di una delegazione tanto autorevole a qualificata per fare visita a un criminale? A nessuno di loro è avvenuto il dubbio di dare troppa importanza al suo caso? Soprattutto da parte di esponenti di un partito che non esitano ad abbandonare come un cane in autostrada quegli amministratori o dirigenti incappati in un arresto, in carcere o ai domiciliari, e travolti da un calvario processuale infinito, sotto il tallone delle procure (salvo essere riconosciuti innocenti dopo tanti anni). Basta avere un po’ di memoria o sfogliare i quotidiani che hanno trattato questi casi, leggere le dichiarazioni rilasciate da quanti si sono sentiti abbandonati dai loro compagni di partito, per chiedersi se davvero fosse opportuno tanto riguardo per Alfredo Cospito.

Da ragazzo mi colpì la riunione del Consiglio comunale di Ferrara all’interno del petrolchimico occupato dai lavoratori. Altri tempi? Concludo rammentando un caso che mi sta a cuore (ma potrei parlare di altri proprio con i commenti dei malcapitati: pensiamo, da ultimo, ad Andrea Cozzolino). Quando ero deputato ho visto e sofferto l’isolamento in cui fu lasciato Ottaviano Del Turco (tra i fondatori del Pd) dopo il suo arresto il 14 luglio 2008. Fui il solo a recarmi, insieme ad una collega, in visita al carcere di massima sicurezza dove era rinchiuso. Quando venne messo in libertà (in attesa del processo e quindi presunto innocente) Ottaviano si presentava alla Camera, si sedeva nel Transatlantico vicino alla buvette e mi chiamava al telefono. Appena possibile lo raggiungevo. E osservavamo insieme i deputati del Pd compiere giri strani o passarci davanti in fretta, al massimo con un cenno imbarazzato di saluto.

Da liberoquotidiano.it il 7 febbraio 2023.

"Agli italiani è piaciuto quello che Giorgia Meloni ha detto. E devo dire che è piaciuta anche a me”: Peter Gomez, ospite di Tiziana Panella a Tagadà su La7, ha parlato del caso Cospito, l'anarchico al 41bis da oltre cento giorni in sciopero della fame, riferendosi soprattutto all'ultimo discorso fatto dalla premier. "Le cose sono più complicate di come appaiono - ha continuato il direttore de ilfattoquotidiano.it - ma giusto o sbagliato hanno percepito la fermezza dello Stato ed è stato un grosso booster per Meloni".

Se da un lato Gomez ha definito “inopportune e sbagliate” le parole e i toni contro il Pd da parte di Donzelli e Delmastro, dall'altro ha anche criticato i dem: “Per chi conosce le cose di Cosa Nostra e della ‘ndrangheta, evidentemente sconosciute ai quattro parlamentari del Pd (in visita a Cospito, ndr) e stupisce perché tra loro c’era l’ex ministro della Giustizia, Andrea Orlando, andare a parlare con un detenuto anarco-insurrezionalista al 41 bis e sentirsi dire prima di parlare con me, dovete andare a parlare con loro, cioè tre detenuti tra cui Pietro Rampulla, artificiere della strage di Capaci, significa non capire che la battaglia di Cospito è una battaglia non solo per conto di se stesso, ma anche in nome e per conto della mafia”.

Secondo il giornalista, ci sarebbe stata anche un po' di ingenuità da parte dei parlamentiari del Partito democratico: “Come se non bastasse, escono dal carcere e il 30 gennaio Orlando fa un tweet in cui chiede che venga tolto il 41 bis a Cospito.

Cosa capiscono i detenuti mafiosi? Che un domani se fanno lo sciopero della fame, magari tolgono il 41 bis anche a loro”. Infine, ha precisato che il “ricatto” del leader anarchico è cosa ben diversa dal fare una valutazione politica della decisione presa dall’allora ministra della Giustizia Marta Cartabia e dall’allora capo del Dap di mettere Alfredo Cospito al carcere duro: “Si potevano fare altre cose”.

Estratto dell’articolo di Giacomo Amadori per “La Verità” il 7 febbraio 2023.

Secondo il quotidiano La Repubblica nella visita dei parlamentari dem all’anarco-insurrezionalista Alfredo Cospito dentro al carcere di Sassari non ci sarebbe stato alcun «inchino». E noi, un po’ a malincuore, dobbiamo ammetterlo: hanno ragione. Infatti non c’è stato un solo inchino, ma ben due, con accenno di carpiato.

 La notizia si evince dalla nota di due pagine inviata ai suoi superiori dal locale coordinatore del Reparto operativo mobile della Polizia penitenziaria Valentino Bolognesi […].

 La relazione, datata 12 gennaio, è piuttosto imbarazzante per i deputati del Pd che il 12 gennaio sono accorsi al capezzale del terrorista «a dieta» (ipse dixit). Nel documento si legge infatti che il prigioniero li avrebbe respinti con queste parole: «Io non ho niente da dire se prima non parlate con gli altri detenuti, solo dopo avrò qualcosa da dire».  Una frase che per i poliziotti «denota una forte personalità, nonché un carisma non comune».

 E che cosa avrebbero fatto a questo punto i quattro parlamentari? […] Leggiamo: «A tale frase, la delegazione si affacciava alla camera di pernottamento numero 23 ove è allocato il detenuto 41 bis Francesco Di Maio (boss della camorra, ndr) che salutava la delegazione e riconosceva l’onorevole Orlando quale ex ministro della Giustizia, esclamando “ora siamo inguaiati”».

[…] il quartetto […] dopo aver eseguito gli ordini di Cospito e aver scambiato qualche chiacchiera con gli altri detenuti malavitosi, si sarebbe ripresentato dall’insurrezionalista. Con scarso successo. Annota Bolognesi: «Cospito esordisce dicendo che non è molto predisposto a parlare in quanto ritiene che il suo decreto 41 bis sia stato firmato da un appartenente allo (loro, ndr) stesso partito politico». Vale a dire Marta Cartabia.

A questo punto, direte voi, i parlamentari avranno finalmente girato i tacchi per andarsene? Tutt’altro. I nostri avrebbero buttato a mare la giurista che il Pd aveva considerato buona per ogni incarico, dalla presidenza della Repubblica al premierato. Infatti la delegazione avrebbe spiegato che «la ministra della Giustizia che ha firmato il decreto e la giurista ex presidente della Corte costituzionale e che non appartiene ad alcun partito politico in quanto al governo come “tecnico”».

A questo punto «il detenuto prende atto e ammette di aver “toppato” e quindi inizia a parlare con la delegazione». Un one-man-show così commentato da Bolognesi: «Preme evidenziare che il detenuto Alfredo Cospito per lunghi tratti del “monologo” ha utilizzato il “noi” come soggetto, come nell’indentificarsi nel movimento anarchico in prima persona. Ha ribadito che la lotta contro il 41bis continuerà, a prescindere dalla sua fine o di dove lo porteranno».

 […] Il terrorista avrebbe continuato il suo pistolotto, sostenendo di essere finito lì «per la sua ideologia e non per i fatti commessi», un «orientamento» che considera «molto pericoloso», ma non per questo si è definito «un non violento, avendo comunque preso un’arma per commettere un reato».

Il comiziante si sarebbe molto accalorato: «Noi anarchici non siamo un’associazione mafiosa, siamo soggetti che seguono ideali […] noi anarchici che ora conosciamo anche questo mondo (il 41 bis) non smetteremo di lottare sino a quando non sarò abolito». E se non è stato fatto prima è solo perché non avevano sperimentato quel regime. Poi ha informato i deputati di essere a conoscenza «di tutte le manifestazioni che si stanno svolgendo in tante piazze», ma ha ribadito che «il sostegno deve essere dato all’ideologia della protesta e non al suo stato di salute». Infine ha sottolineato di «stare bene» e di non aver «nulla da perdere» e di essere «deciso ad andare sino alla fine». […]

Ieri abbiamo chiesto a Orlando, senza ricevere risposta, se riscriverebbe il tweet a favore del terrorista che ha pubblicato qualche giorno dopo l’uscita dal carcere. Precisamente questo: «È urgente trasferire Cospito e revocare il 41bis. Non si possono usare gli atti intimidatori come un alibi. Legare il 41 bis a una sorta di ritorsione significa fare il gioco di chi nega alla radice l’esistenza dello Stato di diritto e per questo giustifica l’uso della violenza». […]

Forse converrebbe ricordare all’ex ministro il parere inviato il 2 febbraio dal procuratore generale di Torino Francesco Enrico Saluzzo al ministero della Giustizia sulla necessità di regime separato per Cospito. Il magistrato nella sua relazione ha rimarcato l’attivismo da aspirante stregone del detenuto Cospito, autore di numerosi scritti e interviste incendiari: «Le sue "chiamate" alle armi non solo non vengono ignorate, ma si trasformano in un'onda d'urto che si dipana non solo sul territorio nazionale ma anche in Paesi esteri. Caratterizzati da un crescendo di intensità e di gravità». […]

Saluzzo ha elencato più di una dozzina di attacchi compiuti e firmati in nome di Cospito dal momento della sua collocazione al 41bis, a partire dall’incendio di oltre una trentina di veicoli di banche e aziende partecipate e da un proiettile inviato alla redazione del Tirreno con questo messaggio: «Se Alfredo Cospito muore i giudici sono tutti obiettivi […] fuoco alle galere». […]

Estratto dell’articolo di Paolo Decrestina per corriere.it il 3 Febbraio 2023.

Un «inchino ai mafiosi». Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro torna a parlare del caso Cospito e non smorza i toni, già molto accesi, nei confronti dell’opposizione. In un’intervista a «Il Biellese», l’esponente di FdI dichiara che il Pd «dovrà spiegare all’opinione pubblica quell’inchino ai mafiosi» riferendosi alla visita che 4 parlamentari avevano fatto nel carcere di Sassari per vedere in quali condizioni di salute fosse l’anarchico Alfredo Cospito in sciopero della fame.

 Delmastro, inoltre, citando quanto detto da Walter Verini, ricorda che Cospito aveva detto ai dem di non voler parlare con loro se prima non avessero parlato con gli altri. E tra questi altri c’erano i due boss De Maio e Presta. «Una richiesta - dice Delmastro - che la delegazione del Pd non ha rifiutato, accettando di fare quell’inchino parlando con i due criminali».

In merito alla questione, i democratici sono però pronti a querelare nelle prossime ore tanto il sottosegretario Delmastro, quanto il deputato Donzelli, con richiesta di risarcimento danni, «per le gravi e ripetute affermazioni». Questo quanto filtra dai gruppi dem: «Siamo certi che i due parlamentari si assumeranno la responsabilità delle loro gravi affermazioni, senza nascondersi dietro l’immunità parlamentare». Secondo i dem «quello che è accaduto è «di gravità inaudita».

 (…)

 Sulla stessa linea il segretario Enrico Letta: «I nostri deputati sono sotto un deliberato linciaggio da parte di deputati di FdI che risponderanno delle loro calunnie nelle sedi opportune. Calunnie che non intaccano la nostra storica posizione a favore del 41bis. Il Capo del Governo continua a tacere, e quindi acconsente?».

 «Le polemiche dei nostri avversari finora hanno solo aiutato a farci inquadrare dal mirino dei terroristi tant’è che io mi trovo sotto scorta. Mi sembra di essere tornato ai tempi in cui la sinistra parlava dei terroristi come `compagni che sbagliavano´ con un atteggiamento giustificazionista che in questo caso riguarda Cospito al punto che per parlare con lui si vanno ad ascoltare anche le ragioni dei mafiosi», insiste però Delmastro. La decisione di metterlo sotto protezione è stata presa nelle ultime ore. L’attenzione della sicurezza sul sottosegretario è salita di livello. Ora è al terzo grado e questo prevede l’utilizzo dell’auto blindata. Al sottosegretario è stato inoltre spiegato come aprire eventuali buste e le zone sensibili da evitare, tra queste, ad esempio, la città di Torino.

 (…)

Estratto dell’articolo di Ernesto Menicucci per “il Messaggero” il 3 Febbraio 2023.

[…] Giovanbattista Fazzolari, senatore Fdi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, uno degli uomini più vicini (e si dice anche più ascoltati...) a Giorgia Meloni, non usa mezze misure.

 […] «Diciamo che ci preoccupa il clima che si sta surriscaldando e il fatto che non ci sia una totale, fermissima condanna da parte di tutte le forze politiche».

 Fuori i nomi, allora

«Bé, abbiamo dovuto aspettare le 17 di questo pomeriggio (ieri, ndr), per leggere un anonimo comunicato del Pd, firmato Pd Camera, di solidarietà alle minacce ricevute dal ministro Crosetto e dal premier Meloni. Comunicato che riesce nell'impresa di non dire da chi sono venute le minacce e di non usare mai le parole Cospito, anarchici, terroristi.

Un capolavoro».

 Il vostro invito qual è?

«Quello, rivolto a tutti, di mettere da parte la volontà di politicizzare questa vicenda per attaccare il governo […]». […] «Mi dice quanti comunicati ha letto in cui esponenti Pd fanno una chiara e fermissima presa di posizione in questo senso? Registro che un'autorevole esponente delle primarie dem, Elly Schlein, a domanda precisa ha risposto no comment, Perché sarebbe imbarazzante schierarsi con lo Stato?».

 […] La visita in carcere a Cospito e ai boss mafiosi da parte di alcuni esponenti Pd?

«In sé non è un errore che i deputati vadano a trovare dei detenuti in carcere. Ma qui, almeno a leggere le ricostruzioni de Il Fatto emergono contorni inquietanti. I deputati pd hanno incontrato dei boss mafiosi su indicazione di Cospito. Non era certo una visita come quelle che fanno i Radicali, che vanno a trovare qualsiasi tipo di detenuto. Quando invece si sceglie da chi andare, si rischia di dare un altro messaggio, di vicinanza».

«[…] Cospito non solo ha legami, ma lo rivendica anche. Venne assegnato al carcere duro, e non da questo governo, perché in un'intervista incitava alla lotta armata. Allentare il 41 bis a Cospito significa consentirgli di continuare a incitare alla violenza».

 Continua anche lo sciopero della fame...

«Mi dispiace. Le racconto una cosa però. Cospito lo sciopero della fame lo fece già quando finì in carcere nel 91 e grazie a quello ottenne la grazia. E come è finita? Che anni dopo, uscito di galera, andò a gambizzare il dirigente dell'Ansaldo... […]»

 […] Ultima, una curiosità. È vero che a Palazzo Chigi non si muove foglia senza che lei non voglia?

«Alcune ricostruzioni, su presunte divisioni nello staff, mi fanno sorridere. Quando è uscita una di queste, su me e Caputi, il capo ufficio stampa Fabrizio Alfano è entrato nella mia stanza e ci ha trovato nel salottino a ridere e scherzare, manco a farlo apposta».

 Magari avete anche una chat...

«Io, Caputi, Deodato e Mantovano. Si chiama PdcMeloni, ci scambiamo cose serie ma anche un po' di cazzeggio...».

Estratto dell'articolo di Andrea Bulleri per “il Messaggero” il 3 Febbraio 2023.

Da una parte, tre condannati al 41 bis per reati di mafia, tra cui l'uomo che confezionò la bomba responsabile della morte di Giovanni Falcone e della sua scorta.

 Dall'altra, quattro parlamentari del Pd. Che per una manciata di minuti ascoltano i detenuti e scambiano con loro qualche parola, attraverso gli spioncini delle porte d'acciaio. Interessandosi a quanti anni restino loro da scontare. Si gioca tutto in questo frangente il caso che getta nuova benzina sul fuoco delle polemiche innescate dal caso Cospito. Con Fratelli d'Italia che accusa il Pd di «dialogare con mafiosi e terroristi» e i dem che replicano parlando di «assurde insinuazioni» per «buttare la palla in tribuna».

 Tutto nasce dalla visita dello scorso 12 gennaio al penitenziario di Sassari da parte di quattro eletti dem: Debora Serracchiani, capogruppo alla Camera, Andrea Orlando, ex ministro della Giustizia, Walter Verini (senatore) e Silvio Lai (deputato). Un viaggio nato allo scopo di «verificare le condizioni di salute» di Alfredo Cospito, l'anarchico condannato al 41 bis in sciopero della fame da ottobre.

Ma la visita, come riportato ieri dal Fatto Quotidiano (e confermato dagli stessi interessati), non si è limitata a un breve colloquio con Cospito. Perché quando gli è stato domandato delle proprie condizioni, sarebbe stato lo stesso leader anarchico ad avanzare una richiesta: «Non parlate solo con me, chiedete anche agli altri detenuti».

 Ma i tre detenuti coi quali Cospito condivideva quel braccio del carcere di Sassari, prima di essere trasferito a Milano, non erano prigionieri qualsiasi. Si tratta di Francesco Di Maio, camorrista affiliato al gruppo Bidognetti del clan dei Casalesi. E poi Francesco Presta, killer della ndrangheta. Infine Pietro Rampulla, l'«artificiere nero» di Capaci. L'uomo, già militante di Ordine Nuovo, identificato come colui che materialmente realizzò l'ordigno piazzato sotto il tunnel dell'autostrada che uccise il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i membri della scorta. Nessuno di loro ha mai collaborato con la giustizia, nessuno si è pentito.

Eppure un breve scambio tra i tre boss e i parlamentari c'è stato, quel 12 gennaio. E nel mirino dei meloniani sono finite proprio quelle parole di Cospito: «Parlate anche con loro». Come se i quattro esponenti dem avessero in qualche modo seguito le indicazioni di un uomo accusato di strage contro la sicurezza dello Stato.

 «È una questione che non esiste, una mascalzonata», insistono dal Pd: «Di certo non abbiamo parlato con loro perché ce l'ha detto Cospito», la linea. «Nessuno ci ha ordinato niente» mette in chiaro Serracchiani in serata, dopo una giornata in cui l'unica (o quasi) voce dei dem era stata la nota vergata dai quattro parlamentari in replica alle accuse. «Quando siamo arrivati» al penitenziario, racconta Serracchiani «la polizia ci ha portato davanti alla cella di Cospito, ma io stavo già parlando con il detenuto della terza cella, Verini con quello della quarta. Inutile dire che Cospito ci ha ordinato di parlare con gli altri detenuti: è una cretinata».

Estratto da open.online il 3 Febbraio 2023.

Non solo dialoghi con i mafiosi. Nel piano di Alfredo Cospito per lo sciopero della fame contro il 41 bis c’era anche l’idea di ingrassare prima del digiuno. Lo racconta proprio la nota informativa del Gom, il nucleo della polizia penitenziaria responsabile del carcere duro. […]

 […] Nell’introduzione del documento si ricostruisce l’arrivo dell’anarchico nel carcere di Sassari. All’epoca Cospito già pesa 120 chilogrammi. Secondo la ricostruzione degli agenti della penitenziaria il detenuto all’inizio non aveva idea di cosa fosse il regime speciale del 41 bis. Né quali restrizione prevedesse l’applicazione ai terroristi. Soltanto quando l’anarchico apprende che può avere un solo colloquio al mese con i familiari e che la sua corrispondenza è sottoposta a controllo annuncia lo sciopero della fame.

E qui entrano in scena anche gli integratori. Nella relazione ci sono le note di servizio sugli acquisti. Insieme ad altri prodotti che, dice la relazione, indicano l’intenzione di prepararsi allo sciopero della fame. Una circostanza confermata nei successivi dialoghi con i medici. Nei quali lui dice di «non avere bisogno di farmaci». E che vuole proseguire lo sciopero «il più a lungo possibile».

 Proprio ai medici Cospito dice «so fino a che punto posso arrivare», «so fino a dove posso spingermi» e «so qual è il peso sotto il quale non posso scendere». […] Ha già perso 45 chili. Ma è «assolutamente determinato ad andare avanti». «Pur sapendo che tutto questo lo porterà a conseguenze irreparabili», come riferisce il suo avvocato, Flavio Rossi Albertini. Il legale ha incontrato il suo assistito nel carcere di Opera. Dove è stato trasferito dal 30 gennaio scorso.

Estratto dell’articolo di T.L. per roma.corriere.it il 3 Febbraio 2023.

«Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere», ha detto a entrambi un amico comune. Loro due, Giovanni Donzelli e Andrea Delmastro, di pacche sulle spalle ne hanno ricevute tante, anche se il dolore per il clamoroso scivolone — che è costato a entrambi una strigliata epica di Giorgia Meloni, il livore freddo di Carlo Nordio e l’avvicinarsi al filo di quel precipizio oltre il quale ci sono solo le dimissioni — non si lenisce con una battuta.

E così, quando è stato chiaro oltre che il secondo aveva rivelato una notizia al primo (i colloqui in carcere tra l’anarchico Cospito e il camorrista Di Maio), che a sua volta l’aveva spiattellata in Aula, l’amico di entrambi ha tirato le somme: «In politica c’è gente che si è dimessa per case con vista sul Colosseo, gente che è finita impelagata dentro le Affittopoli di super-appartamenti e voi due nei guai per dividere le spese di un appartamentino come due studenti fuorisede».

 Galeotta fu la cucina, che in fondo è l’unico spazio in comune del trilocale con doppi servizi, parzialmente arredato, senza soggiorno, che il sottosegretario alla Giustizia e il plenipotenziario di FdI condividono nella Capitale. E dire che sotto sotto la storia dei due peones che smezzavano l’affitto di un’unica casa — soprattutto da quando, a ottobre, quei due peones sono diventati due calibri grossi della Repubblica — aveva fatto intenerire il cuore di chi ricordava la bella politica dei tempi andati, la sobrietà elevata a stile di vita, quell’atmosfera da Erasmus ante-litteram che finiva per cementare legami umani, prima che politici.

 (...)

Tradizioni di tempi ormai andati che solo loro, Delmastro e Donzelli, hanno portato avanti fino all’altro giorno, quando nella cucina condivisa quella notizia è passata dalla bocca del sottosegretario alle orecchie dell’uomo-partito.

 I coinquilini d’Italia, come qualcuno li ha ribattezzati (Dagospia, ndr) rielaborando il nome del partito di provenienza, sono come gemelli diversi, diversissimi. Piemontese di Biella Delmastro, fiorentino Donzelli; destra sociale radicata in famiglia il primo (che è figlio d’arte, papà Sandro ha fatto due legislature piene con Alleanza Nazionale) di famiglia socialista e antifascista il secondo, che per un periodo ha fatto lo strillone nella società di distribuzione dei giornali della famiglia di Matteo Renzi; stili di vita totalmente differenti, simili per quanto riguarda l’attività politica ma diversissimi per tutto il resto.

 «Diciamo che a me non piacciono le zucchine bollite», ha detto a più riprese il sottosegretario alla Giustizia ironizzando sull’attitudine del compagno di casa a tenersi alla larga dagli stravizi alimentari della politica. «A me, invece, non piace mangiare al ristorante tutte le sere», è il modo gentile con cui Donzelli si smarca invece dalle riunioni serali a base di amatriciane e carbonare.

(...)

Le rivelazioni che inguaiano il governo. Caso Donzelli e Delmastro, le carte spifferate in Aula erano protette da decreto ministeriale. Claudia Fusani su Il Riformista l’8 Febbraio 2023

Il fascicolo ora ha un’ipotesi di reato, rivelazione di segreto d’ufficio. Non ci sono ancora indagati ma la procura di Roma ha sentito come persone informate sui fatti il capo dell’Amministrazione penitenziaria Giovanni Russo, i vertici del Gom, gli investigatori che possono operare in ambiente carcerario, e in base a questi verbali è stato deciso di formalizzare l’ipotesi di reato. 

La denuncia presentata una settimana fa del deputato Angelo Bonelli (Alleanza Verdi e sinistra) esce dal limbo degli atti dovuti e diventa un problema in più per Giorgia Meloni e la sua Fiamma Magica, l’inner circle di fedelissimi con cui si è attrezzata per governare il Paese e una maggioranza che sempre di più ne soffre il predominio assoluto. Dentro Fratelli d’Italia. E dentro la maggioranza. L’ipotesi formulata dalla procura significa che nonostante le rassicurazioni lessicali, e un po’ arrampicate sugli specchi, del ministro Nordio (“documento non segreto ma a diffusione limitata, divulgabile cioè solo a patto di alcune verifiche e condizioni”), il comportamento del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro delle Vedove e del vicepresidente del Copasir Giovanni Donzelli non è così adamantino come invece continua a sostenere la loro tutor Giorgia Meloni.

«Le loro dimissioni non sono all’ordine del giorno», ha ripetuto più volte ieri a Milano dove è andata a chiudere la campagna elettorale per il governatore lombardo Attilio Fontana. Un’indagine non è un capo d’imputazione. E però racconta che qualcosa è scappato di mano alle strutture (carcere e Dap), al ministero e ai deputati Delmastro e Donzelli che hanno propalato in Parlamento il contenuto della relazione di servizio del Gom relativa al 28 dicembre e al 12 gennaio scorso quando il detenuto anarchico Alfredo Cospito, in sciopero della fame da oltre cento giorni, ha avuto “contatti” con altri capimafia e insieme hanno condiviso la protesta contro il carcere duro. Una “saldatura” anarchici e boss mafiosi non inedita nelle cronache carcerarie.

Il fascicolo era destinato ad avere un capo d’imputazione soprattutto dopo che i fatti hanno dato ragione al Pd, ad Angelo Bonelli, a Riccardo Magi (+Europa) e a tutti i deputati che in questi giorni hanno chiesto al Ministero della Giustizia, da cui dipende il Dap, di visionare i documenti di cui hanno parlato in aula Delmastro e Donzelli in quanto “pubblici”. Peccato che a tutti loro, uno dopo l’altro, sia arrivata la stessa imbarazzata risposta: i documenti citati “non hanno classifica”, cioè sono liberi, sono anche “divulgabili” ma non possono essere messi a disposizione del richiedente perché coperti da un decreto ministeriale (il 115 del 1996) che li rende nei fatti inaccessibili in nome della sicurezza nazionale.

Le chiacchiere a questo punto stanno a zero. Ovverosia, i contenuti di quelle relazioni era opportuno, se non necessario, che rimanessero tra gli addetti ai lavori. Un guaio, appunto, per la premier Meloni che avrebbe voluto cavalcare ma ora rischia di diventare un boomerang.

Se infatti Fratelli d’Italia aveva pianificato, prima che il caso diventasse slavina, di usare Alfredo Cospito come arma contro il Pd nelle ultime due settimane di campagna elettorale per le regionali in Lombardia e Lazio, adesso il rischio è che il caso Donzelli-Delmastro possa pesare nel consenso di quell’elettorato conservatore, di destra ma moderato che era di Berlusconi e su cui Meloni sta raccogliendo consensi. Non a caso Forza Italia ha preso le distanze in ogni modo rispetto a quanto successo nell’ultima settimana, “non è il nostro stile”, “mai avremmo alzato così tanto i toni”.

Nella chiusura di campagna elettorale al teatro Dal Verme a Milano, è stato Silvio Berlusconi a dare la posizione del destra-centro “unito”: «Mentre è in atto una protesta violenta in parallelo con lo sciopero della fame di un detenuto condannato per reati gravi, lo Stato, le istituzioni, la politica, non possono dividersi né perdersi in sterili polemiche. Occorrono unità, fermezza, coerenza e responsabilità». Una strigliata d’orecchie a tutti, Meloni compresa che sempre a Milano ha insistito: «Lo Stato non può scendere a patti con chi lo minaccia, non con la mafia ieri né con gli anarchici oggi. Quindi Donzelli e Delmastro restano dove sono». Peccato che nessuno abbia mai parlato di “scendere a patti con…” e che degli anarchici s’erano perse le tracce finché Cospito non è diventato un caso.

In compenso Meloni e i suoi più stretti collaboratori, non sapendo più come uscire da un ingorgo creato con le proprie mani, hanno ottenuto di compattare le opposizioni. Che vogliono il passo indietro di Delmastro e Donzelli da incarichi delicati e di governo. I 5 Stelle hanno depositato una mozione che accusa il sottosegretario Delmastro di “aver abusato dei suoi doveri” e recato “pregiudizio a indagini di mafia e terrorismo”. Il Pd ne ha depositata un’altra che “censura la rivelazione di informazioni riservate e delicate nella lotta a mafia e terrorismo e mostra l’assoluta inadeguatezza di Delmastro”.

Non è possibile presentare una mozione di sfiducia per un sottosegretario. È possibile però, una volta dimostrata l’assoluta inadeguatezza, “impegnare il governo a chiederne le dimissioni”. Le due mozioni possono convergere e si potrebbe unire ad entrambe anche il Terzo Polo che pure, dal primo giorno, chiede il passo indietro dei due scudieri di Meloni per “manifesta inadeguatezza” e inaffidabilità. Come fare il governo a fidarsi ancora di questi due? Meloni li può anche tenere al loro posto. Ma sono due giocatori azzoppati.

Claudia Fusani. Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.

Cospito, «Sul 41 bis necessaria una valutazione ponderata». Il parere dell’Antimafia sul detenuto a Opera.  Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera il 7 Febbraio 2023.

I pm: si consideri l’evoluzione del fenomeno anarchico

A Perugia-  Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e il presidente della commissione Sanità del Senato Emanuele Prisco in visita al carcere

Rispetto al maggio 2022, quando l’anarchico Alfredo Cospito fu sottoposto al «regime differenziato» previsto dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario, alcune cose sono cambiate. E dunque ciò che fu stabilito allora dalla ex ministra della Giustizia Marta Cartabia, su richiesta della Procura distrettuale di Torino e della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo all’epoca guidata da Federico Cafiero De Raho (oggi deputato dei Cinque Stelle) può essere rivisto dal nuovo Guardasigilli alla luce di quei mutamenti. Senza trattative né cedimenti da parte dello Stato, bensì all’esito di un «ponderato apprezzamento» sulla reale necessità di quella misura speciale. Così ha scritto il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo nell’articolato parere inviato al ministro Carlo Nordio. Rimettendo ogni valutazione alla «Autorità politica», la Dna raccomanda, per l’appunto, «un ponderato apprezzamento dell’effettivo rilievo preventivo di misure derogatorie dell’ordinario trattamento penitenziario riferite al singolo detenuto». Linguaggio involuto e parole soppesate una a una, ma dal significato abbastanza chiaro. 

Se si sottolinea l’opportunità di riconsiderare l’effettiva necessità del «carcere duro», vuol dire che la conclusione non è scontata. Né ci si potrà rifugiare dietro il parere della magistratura dal momento che i pubblici ministeri — almeno quelli dell’Antiterrorismo nazionale, d’accordo con la Procura distrettuale di Torino ma non con la Procura generale che invece s’è espressa chiaramente per il mantenimento del «41 bis» — hanno lasciato aperte altre porte. 

Ma che cosa è cambiato rispetto allo scorso anno sul «caso Cospito»? Non la «pericolosità sociale» del detenuto, che anzi rimane «indubbia». Né , secondo la Dna, vale granché la recente sentenza della Corte d’assise di Roma utilizzata dall’avvocato difensore Flavio Rossi Alberini per presentare al Guardasigilli l’istanza di revoca del «41 bis». C’è stata piuttosto una «evoluzione del fenomeno anarchico-insurrezionalista, su scala nazionale e internazionale», nella comunicazione ideologica e strategica, che va considerata per stabilire se i messaggi lanciati dal presunto capo siano così rilevanti e decisivi al punto da sigillarlo al «carcere duro». La nuova realtà «appare orientata verso una decisa moltiplicazione dei documenti e degli strumenti di elaborazione ideologica e dei canali decisionali delle conseguenti iniziative violente», scrive la Dna; dunque — par di capire — non è escludendo Cospito da questo circuito con le misure più drastiche che si può pensare di eliminare i pericoli esterni. Proprio alla luce dei «caratteri di complessità ed eterogeneità della comunicazione tra le diverse aree insurrezionaliste, emerse dall’aggiornata analisi della natura e dell’andamento dei fenomeni e delle condotte delittuose».

 La bussola resta il carattere «preventivo», e non meramente «afflittivo», del «41 bis»; solo così la misura eccezionale introdotta nel 1992 dopo le stragi di mafia, e poi estesa anche ai militanti delle organizzazioni terroristiche, può essere applicata «in conformità ai precetti del magistero costituzionale». Dentro questi confini — conclude il parere della Dna — e valutando l’evoluzione del fenomeno anarchico, «l’Autorità politica è chiamata ad operare per ricercare eventuale conferma della giustificazione logico-giuridica del mantenimento di misure preventive speciali nei confronti del detenuto Cospito Alfredo». 

Tenendo presente l’alternativa: «La eventuale idoneità delle misure proprie del regime detentivo riferito al circuito della cosiddetta Alta sicurezza (As2) e delle ulteriori opportune forme di controllo proprie dell’ordinamento penitenziario e dell’attività investigativa». Con le quali, chiosa il procuratore nazionale Melillo, si deve mirare a «contenere l’indubbia carica di pericolosità sociale» di Cospito. Ma non necessariamente attraverso il «41 bis». La parola, ora, al ministro.

Cospito resta al 41 bis. Il ministro guardasigilli Nordio respinge la richiesta di revoca. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 9 Febbraio 2023.

La motivazione principale del diniego si radica nel parere negativo che i magistrati della Procura Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo, i pm della Procura di Torino ed il procuratore generale Saluzzo - hanno trasmesso allo stesso ministro. Secondo fonti di via Arenula si tratterebbe di pareri “convergenti”. Il ministro della Giustizia infatti, ha giudicato “concordi” e "convergenti" tutti i documenti nel confermare la pericolosità del detenuto.

L’anarchico Alfredo Cospito resta al 41bis. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha respinto la sua richiesta inoltrata tramite il suo difensore Flavio Rossi Albertini. il quale ne ha dato notizia appena ricevuta la notifica del provvedimento dal ministero di via Arenula, annuncia immediatamente che presenterà a sua volta un ricorso.

Nonostante lo sciopero della fame che si protrae da 113 giorni, l’anarchico Alfredo Cospito dovrà restare nel carcere di Opera ristretto al 41bis. Il Guardasigilli, in anticipo sulla scadenza del 12 gennaio rispetto alla richieste, ha inviato al legale il decreto motivato in cui ha comunicato il suo “no” alla revoca del 41bis. 

La motivazione principale del diniego si radica nel parere negativo che i magistrati della Procura Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo, i pm della Procura di Torino ed il procuratore generale Saluzzo – hanno trasmesso allo stesso ministro. Secondo fonti di via Arenula si tratterebbe di pareri “convergenti”. Il ministro della Giustizia infatti, ha giudicato “concordi” e “convergenti” tutti i documenti nel confermare la pericolosità del personaggio e il concreto rischio che possa comunicare dall’interno del carcere con la il mondo anarchico che nei giorni scorsi ha minacciato istituzioni e forze dell’ordine. Un pericolo questo quindi che rientra tra quelli per i quali vige il 41bis, cioè le misure di controllo e di vita in carcere che impediscano qualsiasi tipo di comunicazione con l’esterno.

Il provvedimento di diniego firmato dal Guardasigilli Nordio si sofferma sulla salute di Cospito ed anche sui rischi che il suo sciopero della fame possa comportare. Rischi però bilanciati – secondo il Guardasigilli – dalla permanenza in un carcere come quello di Opera dove esistono le necessarie misure sanitarie e con la possibilità di un eventuale trasferimento nei reparti dell’ospedale San Paolo. Quindi, secondo Nordio, la sua salute è sotto tutela e controllo sanitario. Le ragioni di sicurezza evidenziate, su quanto affermano i magistrati, lo hanno di fatto obbligato a respingere la richiesta dell’anarchico attraverso il suo combattivo legale.

Finisce quindi in secondo piano la possibilità, seppure soltanto prospettata come ipotesi nel parere della Direzione nazionale antimafia, firmata dal procuratore nazionale Giovanni Melillo, che guarda caso era il capo di gabinetto di Andrea Orlando (durante il suo precedente incarico di ministro di Giustizia), di derubricare il 41bis in un’ “Alta sorveglianza”, misura carceraria di sicurezza più “morbida” al di sotto della detenzione dura. .

Oggi Cospito riceverà la visita del suo medico personale, richiesta dal suo legale a seguito del suo trasferimento carcerario da Sassari a Opera, visita che potrà dare notizie (di parte) sullo stato di salute del pregiudicato anarchico Cospito, dai medici all’interno del carcere, viene definita “stazionaria“. 

La decisione di Nordio assume a questo punto anche un valore politico, che la conferma della linea della fermezza più volte dichiarata ed assicurata dalle dichiarazioni del premier Giorgia Meloni in questi giorni. Un “no” strumentalizzato politicamente dagli esponenti dell’opposizione, Pd in testa proprio con l’ex Guardasigilli Andrea Orlando, che insistentemente hanno chiesto di sospendere il 41bis. E non può essere una circostanza incidentale che tutto questo avvenga a 72 ore dal voto per le elezioni regionali nel Lazio e in Lombardia, dove si prevede un’altra vittoria del centrodestra su una sinistra sempre più divisa al suo interno, ed incompresa dagli elettori.

Così come resta incomprensibile la posizione dei soliti giornalisti allineati con la sinistra, sin troppo morbidi nei confronti di un pregiudicato reazionario che non intende rispettare la legge, e che si autoelogia di essere riuscito a diventare un caso nazionale. Nessuno di loro ha mai pensato di chiedere l’opinione di quel dirigente dell’ Ansaldo, sfuggito alla morte e gambizzato a colpi di pistola da Covito. Redazione CdG 1947

Cospito e il 41 bis, perché è considerato «pericoloso» anche dietro le sbarre: le «chiamate alle armi» e le azioni a lui ispirate. Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera il 10 Febbraio 2023.

Il rigetto dell’istanza presentata dall’avvocato di Cospito. Sebbene rifiuti la definizione di capo per i magistrati lo è nei fatti

«L’elemento di novità» sul quale il difensore di Alfredo Cospito aveva fondato la sua istanza non è rilevante ai fini della revoca del «carcere duro». Così si sono espresse tutte le Procure interpellate, anche quelle che avevano aperto la strada a una diversa soluzione, e questo è divenuto uno dei motivi per cui il Guardasigilli Carlo Nordio ha respinto la richiesta dell’avvocato Flavio Rossi Albertini.

Il dirigente ferito

L’anarchico che nel 2012 ha ferito alle gambe il dirigente dell’Ansaldo Roberto Adinolfi, rivendicando l’attentato con la sigla Fai-Federazione anarchica informale, resta un soggetto «socialmente pericoloso» per i proclami di guerra allo Stato lanciati dalle prigioni dov’è rinchiuso da oltre dieci anni; sebbene altri anarchici siano stati assolti dal reato di associazione sovversiva per aver seguito — come recitava l’accusa — il «disegno strategico ispirato da Cospito».

Quell’imputazione era tra i motivi per cui, a maggio del 2022, l’ex ministra Marta Cartabia sottopose il leader della Fai (così descritto dalle sentenze, mentre lui ha sempre respinto il ruolo di «capo») al 41 bis, riservato fino a quel momento ai mafiosi e a tre brigatisti dell’ultima leva. Ora la corte d’Assise di Roma ha stabilito che non c’è alcun nesso tra i proclami di Cospito e le azioni violente degli imputati radunati intorno al centro sociale Bencivenga, poiché «è rimasto assolutamente indimostrato che abbiano “sposato” il metodo di lotta violenta, armata e distruttiva che ispira le azioni della Fai, operando come “cellula” o gruppo criminale assai vicino all’organizzazione terroristica». Una pronuncia che secondo il difensore dell’anarchico doveva far cadere il motivo fondante del «carcere duro»: l’esistenza di un’associazione sovversiva che si muove all’esterno su input dei messaggi del suo assistito. Ma sia la Procura distrettuale che quella generale di Torino, sia la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo hanno replicato che questo postulato non regge. Anche se il gruppo del Bencivenga non fa parte della Fai, come stabilito dai giudici di Roma, ciò non significa che non trovi «ispirazione nel pensiero di Cospito, che propugna la lotta anarchica da compiersi mediante il ricorso ad azioni, anonime o rivendicate, finalizzate all’abbattimento del sistema di dominio capitalistico».

La Dna

Questo ha scritto nel suo parere la Dna (che pure non aveva escluso l’ipotesi della revoca del 41 bis per passare al circuito «Alta sicurezza 2») e a questo s’è adeguato Nordio. Ribadendo la attuale pericolosità del detenuto che il suo predecessore aveva ritenuto di poter contenere solo con il «carcere duro». Ancora necessario, stando alle valutazioni del procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo, che nel suo parere non ha contemplato altre possibilità. Le «chiamate alle armi» di Cospito, ha sostenuto Saluzzo, trovano ascolto ben oltre i confini nazionali, come dimostrerebbero gli attentati in altri Paesi d’Europa e d’America che nell’ultimo periodo sono stati realizzati proprio a sostegno dell’anarchico. Nonostante l’imposizione del 41 bis, e dunque in assenza dei messaggi all’esterno che quel regime penitenziario vuole interrompere; anzi, proprio l’ulteriore restrizione delle condizioni di reclusione, con il conseguente sciopero della fame del detenuto, è diventato motivo della protesta violenta. Confermando, secondo il magistrato e ora pure secondo il ministro, la persistenza del pericolo rappresentato da Cospito anche dietro le sbarre. E tanto più se la sua situazione dovesse essere alleggerita.

Il giudice di sorveglianza

A pesare sulla decisione di Nordio anche la pronuncia del giudice di sorveglianza di Sassari (dove l’anarchico si trovava prima del trasferimento a Milano), che a dicembre aveva ritenuto «l’insussistenza di elementi idonei a giustificare» una sospensione dell’esecuzione della pena, «reputando lo stato di salute del detenuto, costantemente monitorato e tutelato, comunque compatibile con il regime detentivo». Nel penitenziario di Opera le condizioni di salute di Cospito continuano a essere tenute sotto controllo, ma la situazione è certamente peggiorata, e non è escluso che a breve si arrivi a una nuova valutazione dei magistrati di sorveglianza. Stavolta di Milano. In attesa della pronuncia della Cassazione sul rigetto dell’annullamento del decreto di 41 bis da parte del tribunale di sorveglianza di Roma. Lo stesso a cui dovrà rivolgersi l’avvocato Rossi Albertini per tentare di ribaltare la decisione di Nordio di ieri.

Estratto dell’articolo di Cesare Giuzzi per corriere.it il 10 febbraio 2023

«Grazie, buongiorno e buona giornata». Non una smorfia, non una parola in più. Mai nulla che scalfisse quella «cortesia formale e ineccepibile» che finora ha caratterizzato il suo rapporto in carcere con gli agenti della penitenziaria.

 Ieri pomeriggio, quando gli hanno consegnato nella stanza-cella nel Sai del carcere di Opera il rigetto della revoca del carcere duro firmato dal ministro Nordio, l’anarchico Alfredo Cospito non ha battuto ciglio. Ha salutato gli agenti e letto il documento. «Come se in qualche modo se l’aspettasse», raccontano dal carcere.

Il suo legale ha annunciato il ricorso. Ma ora che la strada della revoca al regime del 41 bis è ancora più stretta, i timori sono soprattutto sul fronte dell’ordine pubblico. Domani a Milano sfilerà un corteo di solidarietà organizzato dagli anarchici, con quali intenzioni nessuno lo sa. Il doppio fronte del caso Cospito è questo: cella e piazza, le condizioni di salute del detenuto e l’incandescenza del movimento nelle strade.

Due vasi comunicanti, anche se il 55enne esponente della Federazione anarchica informale ostenta, almeno con chi lo ha incontrato, apparente distacco dal mondo esterno. Conosce però ciò che avviene oltre le mura di Opera. Come previsto dalle norme del 41 bis riceve i quotidiani «censurati», senza gli articoli che riguardino il suo caso, ma può vedere i canali televisivi e ascoltare la radio che mette a disposizione l’amministrazione penitenziaria.

[…]

 Per ora le sue condizioni rimangono compatibili con la detenzione. Il suo rifiuto del cibo è arrivato al giorno 113. «Ha perso 47 chili — le parole del legale Flavio Rossi Albertini che ieri lo ha incontrato a Opera —. Ora pesa 70 chili e non prende gli integratori». Sabato sarà visitato dal medico nominato dal difensore.

[…]

La relazione riservata mandata a Nordio. Cospito: “La sinistra mi tratta come una macchietta”. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 3 Febbraio 2023

"Nel colloquio tenutosi il 16 gennaio 2023 il detenuto ha definito il suo sciopero della fame 'il più falso della storia' e ha precisato di assumere una grande quantità di integratori e di stare fisicamente molto meglio, tanto da aver notato un grande miglioramento dell'asma cronica che lo affigge".

Sono parole pensieri di Alfredo Cospito, l’anarco-insurrezionalista che da oltre 100 giorni è in sciopero della fame per chiedere l’abolizione del 41 bis: “Gli uomini della sinistra stanno strumentalizzando la mia protesta, trasformandola in una macchietta…” tratte dalla relazione del generale Mauro D’Amico capo del Gom – Gruppo operativo mobile della Polizia Penitenziaria, contenute nel plico spedito al Ministero della Giustizia che riporta in testa ed in calce il timbro “riservato” che successivamente sono state consultate dal deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli . Sono due pagine datate 30 gennaio 2023, e contiene molti passaggi interessanti.

l’on. Giovanni Donzelli (FdI)

La relazione inizia così: “Nel corso della permanenza presso la casa circondariale di Sassari Cospito ha tenuto una condotta aderente alle norme penitenziarie, non si registrano infrazioni disciplinari a suo carico“, “È inserito nel gruppo di socialità denominato 3A, insieme ai detenuti Pino Cammarata (mafia), Pietro Rampulla (mafia), Vincenzo Tolomelli (camorra). Dal 20 ottobre ha intrapreso uno sciopero della fame e della terapia che il detenuto ha definito ‘un digiuno ad oltranza per l’abolizione delle limitazioni previste sia dall’articolo 41 bis sia dall’ergastolo ostativo‘”.

Il generale D’Amico annota che diversi detenuti al 41 bis dell’area campana, hanno manifestato la volontà di sostenere Cospito nella sua battaglia, “comprendendo astutamente che questa potrebbe rappresentare un’occasione per minare il regime differenziato“. 

Con il giusto megafono mediatico la sua vicenda ha generato una mobilitazione che appare in continua crescita”, si legge nella relazione trasmessa al capo del Dap – Dipartimento dell’ amministrazione penitenziaria, che l’ha girata al Ministro della Giustizia. “Lo stesso detenuto se ne è reso conto, durante una visita medica ha affermato che la sua protesta sta venendo strumentalizzata ed è stata trasformata in una ‘macchietta’ dagli ‘uomini della sinistra‘ che non conoscono la realtà del carcere che starebbero strumentalizzando la sua figura”.

Il generale D’Amico ha inserito nella sua relazione anche un altro passaggio delle dichiarazioni di Cospito, ascoltate e registrate ancor prima che le condizioni di salute dell’anarchico peggiorassero e spingessero il Dap a trasferirlo nel carcere milanese di Opera. “Nel colloquio tenutosi il 16 gennaio 2023 il detenuto ha definito il suo sciopero della fame ‘il più falso della storia’ e ha precisato di assumere una grande quantità di integratori e di stare fisicamente molto meglio, tanto da aver notato un grande miglioramento dell’asma cronica che lo affigge”. In sintesi, scrive il capo del Gom andato in pensione da poche ore, che dirigeva i poliziotti responsabili della gestione dei detenuti reclusi nel carcere duro, descrive l’anarchico come “carismatico, astuto e opportunista“.

Come ha scritto nei giorni scorsi il collega Lirio Abbate su Repubblica, ai medici che lo hanno visitato prima del trasferimento nel carcere di Opera a Milano, il detenuto ha spiegato di essersi preparato per affrontare lo sciopero della fame: è ingrassato, in modo che la sua protesta potesse durare “il più a lungo possibile“. Per gestire oltre tre mesi di digiuno, inoltre l’anarchico ha detto di aver assunto integratori e zuccheri. Ecco perché ha rifiutato la terapia proposta dai medici, spiegando di non aver “bisogno dei farmaci“ , imposti per le sue condizioni di salute. Ed ha sottolineato più volte che il suo obiettivo non è “uscire dal regime del 41 bis“, visto che “questi politici non conoscono la realtà del carcere” e quindi “non sanno che una cella singola è da privilegiati”.

Al contrario Cospito vuole che l’intero regime del carcere duro venga “completamente abolito“, perché secondo lui “soprattutto impedisce una manifestazione del pensiero”.

Redazione CdG 1947

"Revocare il 41 bis". La Cassazione scavalca Nordio. E Cospito rifiuta la sedia a rotelle. Dopo il no del ministro della Giustizia Carlo Nordio alla revoca del 41 bis, il destino di Alfredo Cospito attende la decisione della Corte di Cassazione il 24 febbraio. Lodovica Bulian il 13 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Dopo il no del ministro della Giustizia Carlo Nordio alla revoca del 41 bis, il destino di Alfredo Cospito attende la decisione della Corte di Cassazione il 24 febbraio. Ma al Palazzaccio è arrivato il parere favorevole alla revoca espresso dalla procura generale della Corte.

L'avvocato generale Pietro Gaeta nella requisitoria scritta depositata l'8 febbraio chiede che la Cassazione annulli con rinvio per un nuovo esame l'ordinanza del tribunale di sorveglianza di Roma che aveva confermato il 41 bis per Cospito. Dalle motivazioni dell'ordinanza, secondo il Pg, emerge una «carenza di fattualità in ordine ai momenti di collegamento» con gli anarchici. «La verifica su tale punto essenziale non traspare nelle motivazioni del provvedimenti» ma è «necessaria» e non può essere «desumibile interamente ed unicamente né dal ruolo apicale né dall'essere egli divenuto punto di riferimento dell'anarchismo in ragione dei suoi scritti e delle condanne riportate». Di fatto Gaeta condivide i motivi del ricorso alla Suprema corte dell'avvocato di Cospito, Rossi Albertini, ricorso in cui viene respinta l'equiparazione tra i messaggi inviati dall'anarchico «quale contributo personale alle assemblee o ai giornali anarchici» e pubblicamente divulgati dai siti d'area ai «pizzini» inviati dai boss dal carcere. Mettere le comunicazioni sullo stesso piano, per la difesa, «corrisponde a violazione di legge». La carenza, secondo la requisitoria, riguarda le basi per riconoscere un «collegamento funzionale» tra le forti limitazioni imposte dal 41bis e la tutela delle esigenza di ordine e di sicurezza, cioè sul fatto se le lettere e gli articoli scritti da Cospito «recassero direttive criminose concrete per la determinazione a specifiche condotte criminose degli adepti esterni dell'associazione», «al di là del proselitismo verso forme estreme per 'azioni esemplari distruttive e meno simboliche contro uomini e donne al servizio del potere'», «al di là dell'invito allo scontro 'armi in pugno con il sistema'» e «al di là della rivendicazione e del vanto» per aver colpito uno dei «maggiori responsabili del nucleare in Italia». Su questo decideranno i giudici. E se dovessero ritenere fondato il ricorso si dovrebbe passare per una nuova ordinanza del tribunale di sorveglianza di Roma, che dovrà riesaminare il caso. Davanti a un rigetto o inammissibilità non ci sarebbe invece possibilità di appello. L'udienza era già stata anticipata per via delle condizioni dell'anarchico che da 4 mesi è in sciopero della fame. Stabili ma da due giorni sono peggiorate al punto da aver reso necessario il suo trasferimento dal carcere di Opera al reparto di medicina penitenziaria del San Paolo di Milano. Cospito si trova in una delle due stanze, che sono di fatto delle celle per i detenuti al 41 bis. È arrivato nel reparto con le sue gambe, rifiutando la sedia a rotelle. Ha ringraziato chiedendo «scusa per il disturbo». Resta sotto osservazione. Il medico scelto dalla difesa che due giorni fa lo aveva visitato in carcere prima del trasferimento aveva riferito che pesa 71 chili e che sarebbe a rischio di edema cerebrale e aritmie cardiache potenzialmente fatali, un quadro emerso dopo un elettrocardiogramma fatto nell'istituto. Secondo il consulente le condizioni sono «serie. I parametri tengono ma basta poco perchè la situazione precipiti senza dei segni particolari di allarme». Il timore è per il rifiuto anche degli integratori.

I casi simili nella giustizia italiana. Caso Cospito, se gli unici garantisti sono i magistrati…Alberto Cisterna su Il Riformista il 14 Febbraio 2023

Il parere reso dalla Procura generale della Cassazione, ai suoi massimi livelli di rappresentanza a quanto si legge, spariglia le carte dell’affaire Cospito che per la verità sembrava incappato in una pericolosa stagnazione. Il ricovero in ospedale del detenuto, autorizzato in via d’urgenza dal ministro della Giustizia, ha infatti solo rinviato la soluzione del problema che è posto dalla perdurante intenzione dell’anarchico di proseguire nello sciopero della fame sino alla revoca del regime speciale ex 41-bis.

Si stanno addensando e accavallando un nugolo di questioni, l’una più ingarbugliata dell’altra, cui si aggiunge la richiesta al Comitato nazionale per la bioetica di un parere da parte del gabinetto del ministro Nordio per ricevere indicazioni circa la praticabilità di trattamenti nutrizionali forzosi, pur in presenza di una disposizione espressa del detenuto di rifiuto preventivo per il caso in cui subentrasse una condizione irreversibile di incapacità all’autodeterminazione. Una richiesta di parere che, ovviamente, indica l’intenzione di proseguire nella traiettoria dell’assoluta intransigenza e di non cedere alle richieste del detenuto e di prepararsi al peggio con le “carte a posto” ossia avendo fatto il possibile per evitare epiloghi drammatici.

Il parere reso dalla Procura generale della Cassazione – in vista dell’udienza fissata a giorni per decidere il ricorso proposto dall’imputato contro la decisione che ha confermato il regime detentivo duro – dischiude invece un orizzonte di valutazioni rimasto sinora in ombra. Rispetto all’accesso dibattito pubblico che registra la dura contrapposizione tra quanti si sono espressi per la revoca del decreto ministeriale (i molti intellettuali firmatari del manifesto favorevole almeno alla mitigazione della carcerazione) e la compagine governativa che ha rifiutato una tale soluzione solo poche ore or sono, il parere del Pg della Cassazione e della stessa Procura nazionale antiterrorismo aprono uno spiraglio importante. Una flebile luce in vista di una chiusura equilibrata del dossier che vede pericolosamente in ballo la vita di un detenuto.

I massimi vertici requirenti e inquirenti del paese si sono espressi per una rivisitazione della posizione di Alfredo Cospito, per un verso, ritenendo non adeguatamente motivato il provvedimento del tribunale di sorveglianza che aveva confermato il decreto a firma del ministro Cartabia e, per altro, avendo segnalato l’adeguatezza del regime di “alta sicurezza” rafforzata che costituisce una via intermedia tra la detenzione ordinaria e quella speciale ora in atto. Ci sarà modo di tornare su questo profilo della questione proprio con riferimento ai pericoli di interlocuzione dell’anarchico con la realtà terroristica esterna che la misura del 41-bis intende fronteggiare, ma per il momento non si può fare a meno di constatare che per l’ennesima volta, rispetto alla drastica contrapposizione tra le forze politiche e all’irriducibilità delle loro posizioni, sia toccato alla magistratura ricercare con fatica un punto di equilibrio e una mediazione.

Un compito, certo, connaturale alla giurisdizione che è, per sua funzione, chiamata proprio a questo difficile rintraccio del punto di caduta più ragionevole del diritto e alla mitigazione dei suoi effetti più pregiudizievoli e severi. Sol che questa volta l’intervento cade subito dopo che il ministero della Giustizia ha inteso riaffermare la linea di massimo rigore e ha chiuso ogni interlocuzione sui presupposti del carcere speciale irrogato a Cospito, così esaurendo l’ampia discrezionalità di cui dispone in questa materia. Il fatto che, dopo un paio di giorni dal provvedimento del ministro Nordio che ha negato la revoca del decreto, la Procura della Cassazione individui limiti e insufficienze nella motivazione dell’ordinanza del Tribunale della sorveglianza – che ha convalidato l’irrogazione del 41 bis disposta dal precedente inquilino di via Arenula – costituisce obiettivamente un quid pluris rispetto alle ordinarie interlocuzioni giurisdizionali che ogni giorno occupano la Corte di piazza Cavour.

Questa volta il sindacato della giustizia penale tange un provvedimento dell’autorità governativa responsabile delle politiche carcerarie cui è rimessa la custodia, la vita e la salute dei detenuti e proprio in relazione a un caso in cui altissima è stata la tensione tra le forze politiche mostratesi incapaci di trovare una “terza via” tra la conferma del regime speciale e la sua semplice revoca. Una diatriba tutta politica e ideologica, avulsa in gran parte dalla concretezza del caso e dallo preoccupante scadere delle condizioni di salute di Cospito. Gli attentati e gli incidenti di piazza, in uno con il dibattito parlamentare che ha coinvolto esponenti di primo piano della maggioranza politica, non hanno certo giocato a favore di una scelta ponderata e si è, da parte di tutti, contribuito a rendere al calor bianco una disputa che per il solo fatto di avere in gioco la vita di una persona ristretta in carcere (e, quindi, interamente affidata allo Stato) avrebbe preteso lucido distacco e fredda valutazione. E’ lo specchio fedele, peraltro, dei reali rapporti di forza tra la magistratura e la politica in Italia.

La capacità e la forza degli apparati giudiziari italiani risiede tutta in questa straordinaria flessibilità nella risposta da dare alle emergenze del paese. Il frastagliato mondo che distingue e connota le toghe italiane tra loro fa’ si che al proprio interno ci sia la capacità di modulare la discrezionalità penale a seconda della concreta sostanza delle questioni che vengono esaminate. Rispetto al giustizialismo radicale di alcuni, opera in contrappeso la postura sapienziale di altri; all’accondiscendenza populista di taluni, risponde la mite sorveglianza sulle regole di talaltri. Un plesso inespugnabile per la politica che non dispone, purtroppo (ma non in ogni sua parte), di un’elaborazione e di una consapevolezza provviste della medesima densità e profondità.

Il caso Cospito, come quello di DJ Fabo o di Eluana Englaro o di tanti altri, sembra destinato a passare ancora una volta per il setaccio fine della magistratura che mette all’angolo la politica per la propria straordinaria capacità di calare le norme sulla più incandescente delle questioni politiche e morali del paese e di performare la fluidità della materia ribollente con lo stampo della decisione. Invocare in Cassazione l’annullamento con rinvio del provvedimento si erge oggettivamente anche a prudente ed equilibrato invito affinché si riveda la condizione di Cospito al gelido chiarore delle norme che consentono il carcere duro e la motivazione di questo parere sarà senz’altro in grado di dischiudere la porta a soluzioni che al momento la politica non è stata in grado di prospettare al paese. Alberto Cisterna

"Era un criminale e ha scelto di togliersi la vita", chiosò la Thatcher. Cospito e il caso Bobby Sand, il detenuto morto per lo sciopero della fame: le concessioni tardive e la vendetta dell’Ira. David Romoli su Il Riformista il 13 Febbraio 2023.

Quando il 5 maggio 1981 morì di fame, dopo 66 giorni di sciopero della fame, Robert Gerard Sands, per tutti Bobby, aveva 27 anni. Aveva passato gli ultimi 9 anni, con pochi mesi di interruzione tra una condanna e l’altra nei durissimi H-Block di massima sicurezza del carcere di Maze, come il governo britannico aveva ribattezzato il penitenziario nordirlandese di Long Kesh.

Era stato arrestato e condannato a 5 anni dopo che gli erano state trovate in casa 4 pistole. Uscito nell’aprile 1976 fu arrestato di nuovo in ottobre, dopo l’attentato contro un mobilificio seguito da una sparatoria. Non gli erano stati contestati né l’attentato né la responsabilità nella sparatoria ma solo la pistola trovata nella macchina con la quale lui e altri tre militanti dell’Ira fuggivano dopo l’attentato. Quella pistola gli valse una nuova condanna a 14 anni.

Bobby Sands era “Officer Commanding” dell’Ira nella prigione e guidava lo sciopero della fame di una decina di detenuti, tutti militanti dell’Ira. Gli altri 9 sarebbero tutti morti di fame nel giro di tre mesi. Bobby Sands era stato eletto al Parlamento inglese un mese prima di morire, quando era già in sciopero. Non potè presenziare neppure a una seduta. La premier Margaret Thatcher commentò con l’abituale gelo: «Era un criminale detenuto e ha scelto di togliersi la vita. Una scelta che l’organizzazione alla quale apparteneva non ha concesso a molte delle sue vittime». Non era una formula scelta a caso. Quel che i detenuti in sciopero chiedevano e che la Lady di ferro non intendeva assolutamente concedere era proprio lo status di detenuti politici, e quel riconoscimento avrebbe garantito nelle condizioni di detenzione dei prigionieri appartenenti all’Ira.

Non era stata la rigidissima premier conservatrice ad abolire lo status speciale di cui, in quanto detenuti politici, i prigionieri dell’Ira avevano sino a quel momento goduto dal 1972. Era stato il governo laburista di Harold Wilson, nel 1976. Da quel momento, di conseguenza, i militanti in carcere erano tenuti a indossare la divisa dei prigionieri senza più diritto agli abiti civili. I militanti imprigionati reagirono rifiutando le divise e usando come abiti solo le coperte. La Blanket Protest, come fu definita, portò ad altre restrizioni: sospensione totale delle visite, eliminazione della possibilità di uno sconto di pena del 50% per buona condotta, censura rigida sulla corrispondenza. Nel 1978, per reazione alle continue aggressioni degli agenti mentre andavano alle docce, i detenuti di Maze passarono alla Dirty Protest: rifiutarono di lavarsi e di permettere lo scarico di urina ed escrementi. La protesta proseguì per mesi: «Era disgustoso ma era il campo di battaglia sul quale ci avevano spinto e potevamo solo o vincere o arrenderci», ricordava nel 2021 uno dei reduci di quella battaglia.

Fuori dal carcere, però, l’eco della protesta era debole, anche fra la popolazione cattolica, e la nuova premier, arrivata al potere nel 1979 non era disposta ad alcun compromesso. Il 27 ottobre 1980, quando i detenuti vivevano rivestiti solo con le coperte da quattro anni e in mezzo ai loro escrementi da due l’Officer Commanding Brendan Hughes decise di passare a una forma di protesta più drastica. Passò il comando a Bobby Sands e iniziò uno sciopero della fame affiancato da sei detenuti ai quali si aggiunsero poi altri 30 militanti incarcerati a Maze e 3 donne dalla prigione femminile di Armagh. L’obiettivo dello sciopero fu riassunto in 5 richieste precise: diritto agli abiti civili, a non svolgere lavori in carcere, alla socialità durante le ore d’aria, a una visita, una lettera e un pacco dall’esterno ogni settimana. In più era richiesto il ripristino dello sconto di pena per buona condotta.

Non era una richiesta formale di riconoscimento dello status di detenuti politici, che l’Ira sapeva essere inarrivabile, ma per via traversa, attraverso il ripristino delle condizioni materiali derivate da quello status, l’obiettivo sarebbe stato comunque raggiunto. Dopo 53 giorni di sciopero, con uno scioperante vicinissimo alla morte e il governo che fingeva di voler trattare, lo sciopero fu interrotto. Ma la trattativa era falsa. Gli abiti civili continuarono a essere proibiti, le altre condizioni rimasero inevase. Il primo marzo 1981, anniversario delle disposizioni restrittive del governo Wilson, Bobby Sands iniziò il suo sciopero della fame da solo. Gli altri scioperanti si sarebbero aggiunti ciascuno a dieci giorni di distanza dal predecessore, per tenere sempre alta la tensione. Margaret Thatcher fu tassativa: «Il crimine è crimine. Non è politica: è crimine».

La morte improvvisa di un deputato irlandese aprì la strada a una possibilità preziosa anche sul piano della propaganda. Il Sinn Fein, braccio politico della rivolta irlandese, accettò di sostenere la candidatura di Sands non come candidato del Sinn Fein ma come “Anti H-Block/Armagh Political Prisoner”. A sorpresa fu eletto di misura, con 1446 voti di vantaggio sul rivale orangista. Un mese dopo moriva in conseguenza dello sciopero. Sino a quel momento la protesta dei detenuti, che proseguiva ormai da anni, non aveva trovato vasta solidarietà, era quasi passata sotto silenzio e la scelta di chiusura totale del governo inglese dipese anche da questo.

La morte di Bobby Sands cambiò tutto. I funerali furono seguiti da oltre 100mila persone, l’eco in tutto il mondo fu enorme e rinnovata a ogni nuovo decesso nei mesi successivi. Iron Lady tenne duro: «Di fronte al fallimento della loro discreditata causa, uomini violenti hanno giocato la loro ultima carta», commentò. Ma lo sciopero non si arrestò. Nuovi detenuti iniziarono a rifiutare il cibo finché il governo non scelse, previo consenso delle famiglie, di nutrirli a forza appena entravano in coma. Lo sciopero fu così battuto ma la premier si era resa conto di dover trattare in segreto.

Nell’ottobre 1981 ai detenuti dell’Ira furono concessi gli abiti civili, la possibilità di incontrarsi e organizzare eventi comuni in carcere, la facoltà di non lavorare in prigione, il diritto a pacchi, lettere e visite. Tre anni dopo, anche come rappresaglia per la morte di Bobby Sands e degli altri 9 militanti, l’Ira attaccò il Grand Hotel di Brighton dove era in corso la conferenza annuale dei Tories. Cinque conservatori furono uccisi. Margaret Thatcher la scampò per un pelo. David Romoli

Estratto dell’articolo di Emiliano Fittipaldi per editorialedomani.it il 16 febbraio 2023.

Un avviso di garanzia non è una condanna, ed è possibile che il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Roma per rivelazione di segreto d’ufficio, esca penalmente immune dalla vicenda.

 La mossa della procura certifica però che le granitiche certezze del ministro della Giustizia Nordio e della premier Meloni sul corretto comportamento del suo ex avvocato erano mal riposte. E che la copertura politica data da Palazzo Chigi a Delmastro e al suo coinquilino Giovanni Donzelli […] è stata una scelta scellerata. Figlia di un metodo politico (imparato nella sezione dell’Msi Colle Oppio, dove Meloni si è formata) che non si basa sul merito, ma sulla fedeltà. Un cerchio magico dove chi sbaglia, non paga mai.

 […] è un fatto che Delmastro abbia svelato nella buvette del parlamento conversazioni riservatissime a un suo compagno di partito, che poi le ha usate come manganello politico contro il Pd. Un’azione che non ha precedenti nella storia della Repubblica.

 L’operazione ordita dagli ex camerati, di cui uno è pure vicepresidente del comitato che controlla informazioni sensibili dei nostri servizi segreti, avrebbe dovuto portare a un’unica conseguenza: le dimissioni immediate di entrambi.

 Meloni […] ha scelto in pubblico una difesa a oltranza, sintetizzata in una lettera al Corriere della Sera che conteneva menzogne, come la leggenda che le carte divulgate dal suo sottosegretario a Donzelli (non indagato […]) erano state già «anticipate da alcuni media».

Una bugia sesquipedale. Come quelle ripetute dal capogruppo alla Camera di FdI, che aveva giurato di aver chiesto e ottenuto il rapporto segreto della polizia penitenziaria dagli uffici di Nordio, e che qualsiasi altro deputato avrebbe potuto fare lo stesso. Balle. E gli arzigogoli giustificazionisti di Nordio hanno alzato sullo scandalo una cortina fumogena, che ora la procura ha squarciato. Delmastro non si era dimesso quando doveva. Lo faccia ora. Non per l’avviso di garanzia, ma per il rispetto che un politico deve alle istituzioni che rappresenta.

Cospito, Delmastro indagato a Roma. Ma le carte non erano segrete. Il Tempo il 16 febbraio 2023

È indagato per rivelazione di segreto d'ufficio Andrea Delmastro Delle Vedove di Fratelli d'Italia, sottosegretario alla Giustizia, che sarà sentito domani dai pm della Procura di Roma, per aver diffuso i contenuti delle conversazioni tra Alfredo Cospito e agli altri detenuti al 41 bis, quando l'anarchico era ancora nel carcere di Bancali, a Sassari.

Il vicepresidente del Copasir, Giovanni Donzelli, dello stesso partito di Delmastro, in aula aveva attaccato i dem parlando dei colloqui in carcere avvenuti tra Cospito e boss della mafia, frutto, secondo il Pd, di intercettazioni avvenute in carcere. Delmastro, in qualità di sottosegretario alla Giustizia, aveva chiesto le informazioni al Dap. Donzelli non avrebbe mai dovuto essere a conoscenza di quei documenti a cui aveva avuto accesso Delmastro per la carica che ricopre.

"L'iscrizione" di Delmastro "nel registro degli indagati non è una condanna né un'affermazione di responsabilità, non c'è nulla di diverso di quanto detto dal premier sul punto", ha tenuto a precisare il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano

A poco o nulla è valso l'intervento ieri in aula, alla camera, del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, secondo cui "le parole riferite in aula da Donzelli non sono relative a documenti sottoposti a segretezza" e la dicitura "limitata divulgazione" non fa riferimento a documenti da considerare riservati.

In aula Donzelli, insomma, non avrebbe diffuso segreti, ma letto parti di "una scheda di sintesi del Nic", il nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria. Lo stesso discorso vale per i contenuti delle conversazioni tra Cospito e altri detenuti al 41 bis: non sono i contenuti di intercettazioni "anche perché non vi sono intercettazioni", ma sono frutto del lavoro di "osservazione da parte del personale della polizia penitenziaria".

Oggi, in aula, nel corso del question time in Senato, il Guardasigilli ha ribadito che Cospito è ricoverato in un reparto di eccellenza della medicina penitenziaria nell'ospedale milanese di San Paolo. Le sue condizioni sono costantemente monitorate. Secondo quanto apprende LaPresse, l'anarchico sta mangiando yogurt e biscotti perché - secondo quanto riferiscono fonti accreditate - vuole arrivare "lucido" all’udienza della Cassazione del 24 febbraio. Cospito non vi parteciperà, ma quella udienza è diventata un punto cruciale della vicenda in seguito alla richiesta del procuratore generale della Cassazione di rivalutare, con una nuova richiesta al Tribunale della Sorveglianza, se esistano i presupposti per applicare il 41 bis. Per Nordio, al riguardo non vi è alcun dubbio, come ha ripetuto anche in Senato. I presupposti per la revoca, legati all'esistenza di fatti nuovi sono esclusi "radicalmente dalla stessa Direzione nazionale antimafia".

"È vero che nello stesso parere - sottolinea Nordio - la Dna, in una seconda parte, prospetta una eventualità di un trattamento diverso per Cospito (l'alta sorveglianza, ndr), ma per quanto riguarda le ragioni di diritto che avrebbero legittimato la revoca, il parere della direzione nazionale antimafia è nettissimo: sono assolutamente fallaci".

Estratto dell’articolo di Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera” il 17 febbraio 2023.

L’inchiesta a carico di Andrea Delmastro delle Vedove è nata dall’esposto del deputato Angelo Bonelli, di Alleanza Verdi e Sinistra, ma l’iscrizione del sottosegretario alla Giustizia sul registro degli indagati non è il classico «atto dovuto» seguito a una denuncia (in questo caso di un avversario politico).

 Prima di procedere alla convocazione dell’interessato accompagnato da un avvocato difensore, la Procura di Roma ha acquisito documenti e ascoltato testimoni, arrivando a una ricostruzione dei fatti abbastanza completa; solo successivamente i sostituti procuratori Gennaro Varone e Rosalia Affinito, coordinati dall’aggiunto Paolo Ielo e dal capo dell’ufficio Francesco Lo Voi, hanno costruito un’ipotesi d’accusa — violazione di segreto d’ufficio — considerata sufficientemente solida da chiedere spiegazioni all’inquisito. Di qui la decisione dell’interrogatorio, fissato per oggi.

[…] Il deputato Giovanni Donzelli […] sarà ascoltato in seguito, presumibilmente come testimone. Perché tutta la vicenda nasce dal suo intervento del 31 gennaio scorso nell’aula di Montecitorio, quando accusò quattro parlamentari del Pd […] di «incoraggiare» l’anarchico «nella sua battaglia» contro il «41 bis».

 In quell’occasione Donzelli svelò i dialoghi tra Cospito e due compagni di detenzione affiliati a camorra e ‘ndrangheta, nei quali l’anarchico diceva che la protesta contro il «carcere duro» doveva essere in favore di tutti; sostenuto dagli altri due che lo invitavano ad «andare avanti» perché «pezzetto dopo pezzetto si arriverà al risultato». […]

Donzelli parlava leggendo i resoconti di due «documenti presenti al ministero della Giustizia», e subito si scoprì che a darglieli era stato proprio il suo collega e coinquilino Delmastro. […]

 È il nocciolo dell’indagine svolta fin qui dai pm che ruota intorno a una domanda: il sottosegretario alla Giustizia poteva avere quei documenti e rivelarne il contenuto a un collega che ne ha fatto un uso politico?

In Parlamento il ministro Carlo Nordio ha spiegato che sulle carte […] non c’era alcun vincolo legato a «segreti di Stato» o altre «classificazioni di segretezza», nonostante la dicitura «di limitata divulgazione» apposta su quei documenti. Dunque niente di illecito. Questione chiarita e caso chiuso da «parole chiare e definitive», come ha ripetuto l’altro ieri Delmastro. Non per gli inquirenti, però. Perché al di là del «segreto di Stato» e formule correlate, esiste un segreto d’ufficio, per l’appunto, che non ha niente a che fare con le norme citate da Nordio ma vale per tutti gli uffici pubblici. Compreso il ministero della Giustizia.

Dove Delmastro ha sì la delega su una parte degli affari relativi alle carceri , ma non quella sul «trattamento detenuti», a cui invece si riferivano le conversazioni ascoltate dagli agenti penitenziari e riferite nelle relazioni di servizio inviate al vertice del Dipartimento di quell’amministrazione, il Dap. Che quindi non sono state trasmesse a Delmastro per ragioni d’ufficio, ma perché è stato lui a chiederle. […] Perché Delmastro ha chiesto quelle relazioni? Chi l’aveva avvisato della loro esistenza?

 La visita di deputati del Pd a Sassari del 12 gennaio era nota, ma i colloqui tra Cospito e i boss di ‘ndrangheta e camorra no. Questo è uno degli snodi della vicenda, l’antefatto che serve a spiegare il fatto: la diffusione di documenti che non solo non possono essere divulgati secondo le regole interne agli uffici pubblici, ma che un apposito decreto ministeriale del 1996 definisce «inaccessibili» dall’esterno anche per chi ne facesse formale richiesta.[…]

Cospito, Delmastro si difende: «Atti non segreti». Ma per i pm le carte non si potevano condividere. Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera il 17 Febbraio 2023.

Due ore di interrogatorio in Procura. Scritte contro Nordio e la rappresentanza italiana alla Ue. Meloni: «Lo Stato non arretra»

Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove continua a dirsi convinto di non aver commesso alcun reato quando ha comunicato al suo collega di partito Giovanni Donzelli, coordinatore di Fratelli d’Italia, il contenuto delle relazioni del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sui colloqui in carcere tra l’anarchico Alfredo Cospito e due detenuti di ‘ndrangheta e camorra. Perché non erano atti segreti, come ha ribadito in Parlamento il Guardasigilli Carlo Nordio, quando ha spiegato anche le ragioni per cui ha confermato il «carcere duro» a Cospito; ragioni che gli sono valse la scritta comparsa su un muro di Lecce («Nordio boia speriamo che tu muoia») e la conseguente solidarietà della premier Giorgia Meloni(estesa ai componenti della Rappresentanza italiana presso l’Unione europea di Bruxelles, imbrattata da un altro slogan): «Lo Stato è al loro fianco e non arretra».

Tuttavia è probabile che Delmastro abbia compreso con esattezza solo ieri, davanti alle domande e alle contestazioni del procuratore Francesco Lo Voi, dell’aggiunto Paolo Ielo e dei sostituti Rosalia Affinito e Gennaro Varone, i termini giuridici della questione nella quale è coinvolto. Il punto non è se i documenti che lui ha ricevuto fossero «segreti», «classificati» o «di limitata divulgazione», bensì che gli atti interni al suo ministero riguardanti l’attività della polizia penitenziaria nelle carceri (come l’ascolto dei colloqui tra detenuti e le relative relazioni di servizio) sono coperti dal segreto d’ufficio. Che lui avrebbe violato nel momento in cui li ha condivisi con il collega e coinquilino Donzelli.

Avuta piena contezza di ciò, il sottosegretario ha risposto ai quesiti posti dai pm ma s’è riservato, insieme al suo avvocato Giuseppe Valentino (ex parlamentare del centrodestra ed ex sottosegretario alla Giustizia in uno dei governi Berlusconi, nonché candidato poi ritirato di FdI alla vice-presidenza del neonato Consiglio superiore della magistratura) di depositare nei prossimi giorni una memoria difensiva per tentare di chiarire ulteriormente la propria posizione.

Nel palazzo della Procura dove ieri il sottosegretario è rimasto per circa due ore, e dove l’indagine a suo carico proseguirà con la convocazione del deputato Donzelli e altre attività, il nodo da sciogliere è giuridico, non politico. Attraverso la ricostruzione esatta dei fatti e la loro valutazione sotto il profilo penale.

In alcune pubbliche dichiarazioni Delmastro e altri esponenti di Fratelli d’Italia hanno sostenuto che la divulgazione dei colloqui in carcere non ha violato alcunché perché era tutto già scritto in almeno un articolo uscito la mattina del 31 gennaio, evocato lo stesso giorno da Donzelli nel suo intervento alla Camera contro i deputati del Pd che erano andati a far visita a Cospito in carcere. Ma quell’articolo non riportava le frasi pronunciate dall’anarchico e dagli altri detenuti, riferite nei report della polizia penitenziaria, citate alla lettera dal coordinatore di FdI. Dunque non poteva essere quella la fonte del deputato.

Inoltre, secondo quanto riferito da Nordio in Parlamento, la richiesta da parte di Delmastro al capo del Dap Giovanni Russo di «una relazione aggiornata sul detenuto Cospito da parte della polizia penitenziaria» sulla «osservazione del detenuto» risale al 29 gennaio (una domenica) ed è stata trasmessa l’indomani. Quindi prima dell’articolo in cui si parlava di contatti tra l’anarchico e altri detenuti mafiosi.

Sul motivo della sua richiesta al Dap, il sottosegretario indagato avrebbe risposto ai magistrati facendo riferimento ad altre informazioni circolate nei giorni precedenti, ma anche questo sarà oggetto degli approfondimenti e ulteriori accertamenti della Procura.

In ogni caso il fatto-reato ipotizzato a carico dell’esponente di governo non si sarebbe verificato con la richiesta e acquisizione di quel documento, ma nella comunicazione fatta successivamente a Donzelli.

L’indagato si sarebbe difeso sostenendo che siccome per lui quelle carte non erano segrete, non c’era alcun vincolo che gli vietasse di condividerlo con il collega e amico; tesi opposta a quella dei pm, ed è su questo punto che si gioca l’esito dell’indagine. Il cui contenuto resta al momento segreto anche per Delmastro, a parte l’invito a presentarsi per l’interrogatorio e (ovviamente) il contenuto di questo atto. Il sottosegretario ha ricevuto la convocazione per ieri nel pomeriggio di lunedì 13 febbraio, e la notizia s’è diffusa solo nel pomeriggio di giovedì. Quando pare ne sia stato informato anche il ministro Nordio.

DELMASTRO INDAGATO. Redazione su L’Identità il 17 Febbraio 2023. di Miriam Nido

 Rivelazione di segreto d’ufficio. È questa l’accusa che i magistrati capitolini muovono al sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, iscritto nel registro degli indagati nell’inchiesta sulle conversazioni intercettate nel carcere di Sassari tra l’anarchico Alfredo Cospito e alcuni boss.

 Conversazioni tra i detenuti al 41bis riportate dal vice presidente del Copasir, Giovanni Donzelli, il 31 gennaio scorso nel discorso alla Camera, nel quale l’esponente di Fratelli d’Italia rivelò i dialoghi tra Cospito, lo ’ndranghetista Francesco Presta e il camorrista Francesco Di Maio per attaccare la delegazione del Pd in visita al leader anarchico. “Dai documenti che si trovano al Ministero della Giustizia, Francesco Di Maio del clan dei casalesi diceva, incontrando Cospito: “Pezzetto dopo pezzetto si arriverà al risultato”, che sarebbe l’abolizione del 41bis. Cospito rispondeva: “Dev’essere una lotta contro il 41 bis”. Ma lo stesso giorno, il 12 gennaio 2023, mentre parlava con i mafiosi, Cospito incontrava anche i parlamentari Serracchiani, Verini, Lai e Orlando. Io voglio sapere se la sinistra sta dalla parte dello Stato o dei terroristi”, aveva tuonato Donzelli, sollevando un polverone politico dal quale si era difeso sostenendo che quelle conversazioni erano contenute in una relazione della polizia penitenziaria al Dap, inviata al sottosegretario Delmastro, il quale poi le aveva condivise con Donzelli, che non è indagato ma persona informata sui fatti. E nonostante le rassicurazioni del Guardasigilli Carlo Nordio sul fatto che quel documento non fosse segreto né classificato come riservato, la Procura di Roma ha deciso di indagare Delmastro perché, secondo i magistrati, “chiese lui la relazione al Dap” e la sua diffusione costituisce comunque una violazione di segreto d’ufficio.

 Il sottosegretario alla Giustizia ha scoperto dell’avviso di garanzia ieri, quando ha ricevuto l’invito a presentarsi, assistito dal suo avvocato, per l’interrogatorio davanti ai pm, che hanno aperto il fascicolo a seguito dell’esposto dell’esponente dei Verdi, Angelo Bonelli. La vicenda del detenuto in sciopero della fame contro il 41bis, intanto, continua a creare tensione, perché la galassia anarco-insurrezionalista promette attentati.

 Dopo la telefonata anonima con cui è stata annunciata una strage a Bologna, ieri la Federazione anarchica informale ha inviato una lettera con un proiettile all’Iveco Defence Vehicles di Bolzano, indirizzata a uno dei manager. La missiva, recapitata anche ad altre due aziende e a un giornale, era contenuta in una busta gialla il cui mittente è Anna Beniamino, la compagna di Cospito che però si trova rinchiusa nel carcere femminile di Rebibbia, a Roma. Inoltre, tra il nome e il cognome della Beniamino è stata inserita la parola “Spitoco”, che per gli inquirenti è l’anagramma di Cospito.

Il messaggio dattiloscritto comincia con un omaggio delirante per l’anarchico simbolo della lotta contro il carcere duro. “Per Alfredo Cospito fratello e compagno”, si legge. “La Fai non dimentica Alfredo e gli altri compagni e per risposta all’attacco alla libertà del movimento anarchico colpirà gli uomini per far morire le strutture”, continua la missiva contro il manager finito nel mirino e definito “l’anima nera delle operazioni di mercato, al servizio della guerra che alimenta la morte in Ucraina”. Poi gli insulti: “Verme della società che orienta e determina le guerre per fare ricchezza ingiusta con qualsiasi mezzo, traditore di ogni ideale per arricchire il sistema indossa mille maschere ma vende morte e non lo racconta nemmeno ai figli”. Infine le minacce: “Verrà colpito a morte davanti alla famiglia. Può essere colpito in qualsiasi momento. Conosciamo le sue abitudini, gli interessi. Non avrà mai pace, ovunque andrà troverà un compagno anarchico pronto a vendicare il carcere di Alfredo e dei compagni”.

L’on. Delmastro in procura a Roma per l’interrogatorio sulla vicenda dell’ anarchico Cospito: “non ho commesso nessun reato”. Redazione CdG 1947 di Alessia Di Bella su Il Corriere del l Giorno il 17 Febbraio 2023.

Facile ipotizzare l'archiviazione del procedimento a seguito dell'affermazione chiarificatrice "Nessuna intercettazione è mai stata divulgata". pronunciata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio nel corso della sua informativa alla Camera sul caso Cospito

Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro si è recato questa mattina a piazzale Clodio, negli uffici della Procura di Roma per essere interrogato dai pm titolari dell’inchiesta per rivelazione e utilizzazione del segreto d’ufficio. L’incontro è durato circa due ore. L’indagine quale atto dovuto è stata avviata dopo l’esposto presentato dal deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli in relazione all’intervento del parlamentare Giovanni Donzelli sulla vicenda dell’anarchico Alfredo Cospito.

Nell’esposto che ha dato origine al procedimento si fa riferimento alle conversazioni in carcere tra Cospito e un esponente della ‘Ndrangheta e un camorrista avvenute tra dicembre e gennaio scorsi poi lette in aula. L’atto istruttorio si svolgerà davanti ai pm titolari del fascicolo, Rosalia Affinito e Gennaro Varone, coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal procuratore capo Francesco Lo Voi che hanno partecipato all’interrogatorio.

Facile ipotizzare l’archiviazione del procedimento a seguito dell’affermazione chiarificatrice “Nessuna intercettazione è mai stata divulgata”. pronunciata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio nel corso della sua informativa alla Camera sul caso Cospito e sulla vicenda che ha visto coinvolti il deputato Fdi Giovanni Donzelli, vicepresidente del Copasir e il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro.

La comparazione tra le dichiarazioni rilasciate dall’onorevole Giovanni Donzelli e la documentazione in atti disvela che l’affermazione testuale dell’onorevole – “dai documenti che sono presenti al ministero della giustizia” – è da riferirsi ad una scheda di sintesi del Nic non coperta da segreto. Non risultano apposizioni formali di segretezza e neppure ulteriori diverse classificazioni sulla scheda” è quanto comunica in una nota il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, conclusa rapidamente la ricostruzione dei fatti richiesta dopo il dibattito parlamentare del 31 gennaio 2023. Il ministro ha ritenuto “doveroso” riferire in sintesi le sue conclusioni.

Quanto al contenuto dei colloqui tra i detenuti Cospito ed altri, riferiti dall’ onorevole Donzelli – spiega poi Nordio – non sono stati oggetto di un’attività di intercettazione ma frutto di mera attività di vigilanza amministrativa. In conclusione, la natura del documento non rileva e disvela contenuti sottoposti al segreto investigativo o rientranti nella disciplina degli atti classificati”.

Per altro la rilevata apposizione della dicitura “limitata divulgazione”, presente sulla nota di trasmissione della scheda – aggiunge la nota del dicastero di Giustizia – rappresenta una formulazione che esula dalla materia del segreto di Stato e dalle classifiche di segretezza, disciplinate dalla legge 124/07 e dai Dpcm di attuazione ed esclude che la trasmissione sia assimilabile ad un atto classificato, trattandosi di una mera prassi amministrativa interna in uso al Dap a partire dall’anno 2019, non disciplinata a livello di normazione primaria“.

Sulla questione si è espresso anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano (che è un magistrato in aspettativa ndr) durante la conferenza stampa post consiglio dei ministri: “L’iscrizione nel registro degli indagati non è una condanna e non c’è nulla di diverso rispetto a quanto già detto dal presidente del Consiglio“.

Nessuna rivelazione in quanto l’atto non era secretato. È quanto avrebbe sostanzialmente risposto e chiarito il sottosegretario Andrea Delmastro nel corso dell’interrogatorio. Assistito dall’avvocato Giuseppe Valentino il sottosegretario ha risposto a tutte le domande del procuratore Francesco Lo Voi al quale ha annunciato che a breve depositerà una memoria. Delmastro lasciando piazzale Clodio correttamente nel rispetto del segreto istruttorio, non ha voluto rispondere alle domande dei cronisti limitandosi ad augurare a tutti “buon lavoro“.

Nelle ultime ore è stato minacciato di morte il Ministro Nordio ed è stata imbrattata la sede della Rappresentanza italiana presso l’UE a Bruxelles con scritte inneggianti a Cospito. Solidarietà al Guardasigilli e al personale della sede. Lo Stato è al loro fianco e non arretra”. Lo scrive sui social la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Nelle ultime ore è stato minacciato di morte il Ministro Nordio ed è stata imbrattata la sede della Rappresentanza italiana presso l’UE a Bruxelles con scritte inneggianti a Cospito. Solidarietà al Guardasigilli e al personale della sede. Lo Stato è al loro fianco e non arretra.

Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha rinnovato “l’invito ad abbassare i toni dello scontro politico» augurandosi che «la magistratura e le forze dell’ordine facciano presto chiarezza sulle responsabilità”.  Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, su Twitter, ha aggiunto: “Basta minimizzare. Bisogna vigilare. Ma lo Stato e il governo non si fanno intimidire”. Il ministro per le Riforme istituzionali e la Semplificazione normativa, Elisabetta Casellati ha condannato questi “gesti inaccettabili ma che non condizioneranno la linea del governo. Lo Stato non può e non deve arretrare davanti alla violenza“.  “Il governo nella sua interezza è al loro fianco, continuerà con sempre maggiore determinazione la propria azione riformatrice e a difendere l’unità e l’integrità dello Stato”, ha aggiunto il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin. Mentre il ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha parlato di “odiosi tentativi di minare stabilità e sicurezza del Paese“. 

Anche il deputato di Azione- Italia Viva, Ettore Rosato ha manifestato solidarietà al ministro Nordio “per le minacce ricevute, ennesimo episodio gravissimo di violenza e intimidazione verso le Istituzioni che non deve essere più tollerato”.

Secondo autorevoli fonti giudiziari il quadro generale di Alfredo Cospito non sarebbe in peggioramento: “I valori si stanno stabilizzando e c’è anche l’ipotesi, da valutare, che possa tornare in carcere“. La Corte di Cassazione come noto ha anticipato al prossimo 24 febbraio l’udienza in cui discutere il ricorso di Cospito contro il regime carcerario del 41 bis. Si tratta di un’ulteriore accelerazione, dopo la stessa Cassazione aveva già anticipato al 7 marzo, rispetto alla data originaria del 20 aprile, l’udienza presentata dal legale di Cospito per l’aggravarsi delle condizioni di salute dell’anarchico.

Nel frattempo per domani sono in programma tre manifestazioni a Roma per sostenere la causa di Alfredo Cospito. E nella Capitale è stata innalzata la sicurezza attorno a obiettivi e luoghi sensibili per domani sera quando gli anarchici dovrebbero incontrarsi in tre luoghi diversi della città per protestare contro la detenzione di Cospito al 41 bis e l’ergastolo ostativo. Gli appuntamenti sarebbero a Campo Dei Fiori, Largo Argentina e Piazza Trilussa alle ore 19. Secondo quanto si apprende, li investigatori del Nucleo informativo dei Carabinieri e dei poliziotti della Digos stanno monitorando tutti i social e account di area anarchica. Redazione CdG 1947

Andrea Delmastro faccia a faccia col pm: come "zittisce" la sinistra. Libero Quotidiano il 17 febbraio 2023

Andrea Delmastro non deve dimostrare la sua innocenza davanti ai pm. Il sottosegretario alla Giustizia finito nel mirino delle procura con l'accusa di rivelazione di segreti d'ufficio, questa mattina ha risposto alle domande del magistrato sostenendo quanto già dichiarato in Aula per ben due volte dal Guardasigilli, Carlo Nordio: l’atto non era secretato e non c’è stata nessuna rivelazione.

L’indagine è stata aperta dopo l’esposto presentato dal deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli in relazione all’intervento del parlamentare Giovanni Donzelli sulla vicenda dell’anarchico Alfredo Cospito. Delmastro, difeso dall’avvocato Giuseppe Valentino, ha risposto per circa due ore alle domande dei pm titolari del fascicolo, Rosalia Affinito e Gennaro Varone, coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal procuratore capo Francesco Lo Voi.

Il difensore depositerà la prossima settimana una memoria. Va sottolineato che la mossa della procura arriva dopo l'esposto presentato da Angelo Bonelli dei Verdi che da qualche settimana, manco fosse il ritornello di una canzone di Sanremo, chiede le "dimissioni immediate di Delmastro". Molto probabilmente l'indagine sarà l'ennesimo buco nell'acqua della sinistra e di una parte della magistratura. Delmastro rimane al suo posto e tutto il governo, premier in testa, non accettano gli attacchi arrivati in queste settimane.

Delmastro TOP SECRET. Rita Cavallaro su L’Identità il 18 Febbraio 2023.

Due ore di interrogatorio per rispondere alle domande dei magistrati su un atto segreto che segreto non è. È così che ha trascorso parte della mattinata, ieri, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, indagato dalla Procura di Roma per rivelazione di segreto d’ufficio sul caso Cospito. L’esponente di Fratelli d’Italia è infatti accusato di aver passato, al suo collega di partito e coinquilino Giovanni Donzelli, un documento riservato della polizia penitenziaria, con le conversazioni intercettate nel carcere di Sassari tra l’anarchico Alfredo Cospito e due boss della criminalità organizzata. Quelle conversazioni erano state riportate dal vicepresidente del Copasir il 31 gennaio scorso alla Camera, quando Donzelli ha attaccato il Pd di essere vicino a terroristi e mafiosi: la delegazione dem era andata in prigione a far visita al leader anarchico proprio nello stesso giorno in cui i detenuti parlavano della battaglia per l’abolizione del 41bis. Il documento per cui Delmastro è finito nella bufera politica, e anche giustizialista, è una scheda di sintesi di 54 pagine, redatta dal Nucleo operativo centrale della Penitenziaria, che descrive i colloqui nell’ora d’aria tra Cospito, lo ’ndranghetista Francesco Presta e il camorrista Francesco Di Maio, i quali parlavano della strategia da attuare per mettere sotto scacco il governo sul carcere duro. E Donzelli aveva sollevato un polverone con il suo intervento, sia per la divulgazione di quelle intercettazioni sia per le accuse ai dem di stare dalla parte dei mafiosi. “Francesco Di Maio del clan dei casalesi diceva, incontrando Cospito: “Pezzetto dopo pezzetto si arriverà al risultato, che sarebbe l’abolizione del 41bis. Cospito rispondeva: “Dev’essere una lotta contro il 41 bis”. Ma lo stesso giorno, il 12 gennaio 2023, mentre parlava con i mafiosi, Cospito incontrava anche i parlamentari Serracchiani, Verini, Lai e Orlando. Io voglio sapere se la sinistra sta dalla parte dello Stato o dei terroristi”, aveva tuonato Donzelli. Il quale si è poi diifeso dicendo che quelle intercettazioni gli erano state trasmesse da Delmastro. E a poco è servita la precisazione del Guardasigilli Carlo Nordio, che in un’informativa al Parlamento ha garantito come quel documento non fosse segreto né classificato come riservato. Quando l’esposto di Angelo Bonelli, così risoluto nella ricerca della verità a eccezion fatta per le coop della famiglia di Aboubakar Soumahoro, è arrivato alla Procura, i magistrati hanno inviato l’avviso di garanzia a Delmastro perché, sostengono, “chiese lui la relazione al Dap” e la sua diffusione costituisce comunque una violazione di segreto d’ufficio. Ieri mattina il sottosegretario, che da indagato avrebbe potuto avvalersi della facoltà di non rispondere, assistito dal suo avvocato Giuseppe Valentino si è sottoposto alle due ore di interrogatorio davanti ai sostituti Rosalia Affinito e Gennaro Varone, coordinati dall’aggiunto Paolo Ielo e dal procuratore capo Francesco Lo Voi. Alle domande dei pm, Delmastro ha ribadito di non aver rivelato alcun segreto in quanto, ha spiegato agli inquirenti, l’atto trasmesso a Donzelli non era secretato. Nei prossimi giorni il legale del sottosegretario presenterà una memoria difensiva alla Procura. Ma la battaglia dell’opposizione contro i “coinquilini d’Italia” non si placa. “Abbiamo da subito chiesto le dimissioni di Delmastro e Donzelli per la gravità politica e istituzionale del loro comportamento. Le parole di Nordio in Aula hanno aggravato la loro situazione. Le dimissioni sono l’unica via duscita a prescindere dalle decisioni dei magistrati”, ha scritto su Twitter il segretario del Pd, Enrico Letta. “Non commentiamo l’iniziativa della Procura che nella sua autonomia deve avere la libertà di agire senza forme di condizionamento politico. Sul piano fiduciario, però, abbiamo avuto una risposta chiara da parte del ministro della Giustizia sul fatto che non vi sia stata alcuna rivelazione di segreto d’ufficio”, ha detto senza mezzi termini il capogruppo di FdI alla Camera, Tommaso Foti. “Dobbiamo osservare però che mentre il sottosegretario Delmastro è indagato per aver rivelato un segreto d’ufficio”, ha aggiunto, “la notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati l’abbiamo letta su un giornale: evidentemente qualcuno ancora una volta ha violato le regole del gioco e di giustizia”. Sempre sul fronte giustizia, il caso Cospito tiene banco con una nuova carta giocata dall’avvocato Flavio Rossi Albertini, che ha depositato al tribunale di Sorveglianza di Roma l’atto per impugnare il provvedimento con cui Nordio aveva rigettato l’istanza di revoca del 41bis. Nel mentre Cospito, in sciopero della fame da 119 giorni, ha ripreso ad assumere gli integratori, ma le sue condizioni restano delicate. Così come il clima di terrore che gli anarchici stanno scatenando nelle piazze, con la promessa di attentati. Nelle ultime ore il ministro Nordio è stato minacciato di morte. E la premier Giorgia Meloni assicura: “Lo Stato non arretra”.

Estratto da liberoquotidiano.it il 21 febbraio 2023.

"Le risposte date da Nordio su questa vicenda non possono essere considerate soddisfacenti": Andrea Orlando, ospite di Tagadà su La7, è intervenuto sul caso Delmastro-Donzelli. E ha aggiunto: "Su di noi una campagna di menzogne e accostamenti che non solo ledono la nostra onorabilità ma anche due facoltà fondamentali dei parlamentari, quella di visitare le carceri e quella di esprimere valutazioni anche in ordine all'esecuzione della pena".

"Io visito le carceri dal 2006 - ha continuato il deputato del Pd - e non mi era mai capitato che fosse in qualche modo accostata la visita a un detenuto al reato compiuto da quel detenuto […] "Ma lei farebbe di nuovo visita a Cospito?", gli ha chiesto il giornalista Luca Sappino.

E lui: "Noi non sapevamo chi fossero i detenuti del gruppo di socialità quando siamo andati in carcere, era del tutto ipotizzabile che al 41bis ci fossero dei delinquenti. E noi abbiamo visitato non solo il 41bis ma tutto il carcere di Sassari. Abbiamo incontrato i rappresentanti della polizia penitenziaria, il comandante, la direttrice del carcere". […]

Al giurì d’onore sul caso Donzelli Orlando rivendica il diritto dei parlamentari di visitare i detenuti. Il Domani il 22 febbraio 2023

Sono iniziati i lavori del giurì d’onore istituito dalla presidenza della Camera per capire se le rivelazioni del deputato di FdI Giovanni Donzelli abbiano leso l’onorabilità dei parlamentari dem che avevano visitato in carcere l’anarchico Alfredo Cospito. Il responsabile territori dei meloniani li aveva accusati di stare dalla parte «dei terroristi con la mafia»

Nella prima giornata di lavori del giurì d’onore che dovrà dirimere lo scontro verbale tra Giovanni Donzelli (FdI) e diversi parlamentari del Pd, l’ex ministro Andrea Orlando, sentito dall’organismo della Camera, ha difeso il diritto dei deputati a fare visita alle carceri.

«Se andare a fare una visita» a un detenuto in carcere «fosse la causa di una lesione dell'onorabilità dei parlamentari, e mi auguro che questo non avvenga, in qualche modo sarebbe un vulnus all'istituto stesso, che nel corso degli anni ha portato a risultati positivi, perché il prossimo parlamentare che gli venisse in mente di fare una visita ci penserà due volte, qualunque sia la situazione» ha detto il parlamentare dopo l’audizione.

LE AUDIZIONI

Il giurì è stato convocato dopo le polemiche che hanno riguardato le rivelazioni di Donzelli attribuite al sottosegretario alla Giustizia Delmastro per la vicenda Cospito ed è presieduto dal vicepresidente della Camera del Movimento 5 stelle Sergio Costa. L’organismo dovrà verificare se l’onore dei dem accusati da Donzelli di stare dalla parte «dei terroristi con la mafia» è stato leso e le affermazioni fatte sono corrette. Al giurì può anche essere assegnato un termine per presentare le sue conclusioni alla Camera, la quale ne prende atto senza dibattito né votazione. Per quanto riguarda i tempi della relazione conclusiva del giurì Costa non si è sbilanciato dicendo che non sarà «senz'altro prima della prossima settimana».

Prima di Orlando erano stati sentiti altri parlamentari del Pd. Ad aprire i lavori è stata la capogruppo Debora Serracchiani, che ha chiesto di chiarire la vicenda. «Mi aspetto che si faccia luce su una dichiarazione che ha portato a questo Giurì. Evidentemente c'è qualcosa da verificare». Meno esplicito il deputato Silvio Lai, chiamato anche lui in audizione, che ha evitato di commentare per attenersi alla regola di segretezza dell’incontro, imposta da Costa. Ha poi chiesto di essere ascoltato anche Walter Verini: una prima volta che un senatore viene ascoltato da un giurì dell’altro ramo del parlamento. 

(ANSA il 15 marzo 2023) - Il Giurì d'onore della Camera considera le affermazioni di Donzelli come "non lesive" dei tre deputati del Pd da lui citati in Aula in relazione al caso Cospito. Emerge dalla relazione della Commissione Speciale che viene letta nell'Aula di Montecitorio da Sergio Costa, che ha presieduto la commissione speciale. Immediatamente dopo la fine della relazione, i deputati di Fdi hanno applaudito, e in tanti si sono avvicinati a Donzelli per abbracciarlo. Alcuni han scattato dei selfie con lui.

Giurì d'onore: Donzelli non ha leso l'onorabilità del Pd. Arriva la relazione del Giurì della Camera sulle parole di Giovanni Donzelli in merito ai deputati Pd che andarono in carcere a trovare il terrorista Cospito. Annarita Digiorgio il 15 Marzo 2023 su Il Giornale

"Le parole utilizzate nel suo intervento in Aula" dal deputato di Fratelli d'Italia e vicepresidente del Copasir, Giovanni Donzelli, "seppure con toni che appaiono politicamente aspri, intendevano essere testimonianza di una preoccupazione riguardo ad eventuali effetti indiretti su un affievolimento del'istituto di cui all'articolo 41 bis nei confronti del Cospito e pertanto non lesive dell'onorabilità dei deputati del Pd Serracchiani, Lai e Orlando". È quanto ha stabilito la relazione approvata dal Giurì d'onore della Camera, letta dal presidente Sergio Costa in Aula, chiamato a verificare se le affermazioni dell'esponente di Fdi nella seduta del 31 gennaio scorso avessero leso l'onorabilità dei colleghi Dem, a proposito della loro visita in carcere ad Alfredo Cospito.

"Le parole 'incoraggiamento alla battaglia, ove intese come incoraggiamento ad una modifica della disciplina prevista dall'articolo 41 bis in termini generali e per tutti i condannati per mafia e terrorismo, non trovano riscontro fattuale nei confronti dei deputati Serracchiani, Lai e Orlando, come peraltro chiarito nel corso dell'audizione da parte dello stesso deputato Donzelli, il quale ha rappresentato alla commissione di non aver avuto intenzione di formulare un tale addebito", ha sottolineato Costa durante la lettura della relazione. E ancora: "Nel corso dell'audizione Donzelli ha evidenziato come i deputati Serracchiani, Lai e Orlando fossero sicuramente interessati alla salute e alle condizioni di detenzione del Cospito, ma che a suo avviso il contesto precedente e successivo alla visita abbia potuto avere anche indirettamente l'effetto dell'incoraggiamento sul Cospito". Infine, le parole pronunciate in Aula lo scorso 31 gennaio da Donzelli "intendevano essere testimonianza di una preoccupazione riguardo ad eventuali effetti indiretti su un affievolimento dell'istituto di cui all'articolo 41 bis nei confronti del Cospito”.

"Nel corso dell'istruttoria -si sottolinea ancora nelle conclusioni della commissione- è stato possibile verificare che i deputati Serracchiani e Lai non hanno mai richiesto con dichiarazioni pubbliche la revoca nei confronti del Cospito della misura. Per quanto attiene al deputato Andrea Orlando sono stati invece rilevati taluni elementi fattuali di riscontro, avendo egli esplicitamente richiamato l'appello sottoscritto da giuristi e intellettuali in cui si chiedeva la revoca dell'applicazione dell'articolo 41 bis al Cospito e avendo egli espresso le proprie perplessità tramite social media".

Agli applausi dei deputati di Fratelli d'Italia in aula si aggiunge il commento del capogruppo Tomaso Foti: "L'onorevole Donzelli non ha leso alcuna onorabilità dei deputati Serracchiani, Orlando e Lai. La relazione conclusiva del giurì d'onore mette fine ad un'inutile polemica alimentata dal Pd. A nome del gruppo di Fdi alla Camera esprimo la più totale vicinanza al collega Giovanni Donzelli sul quale nessuno di noi ha mai dubitato. Con buona pace di chi ne aveva addirittura chiesto le dimissioni".

Caso Cospito, Gasparri (Forza Italia): “Nordio valuti ispezione dopo le parole di Albamonte”. Redazione CdG 1947 su il Corriere del Giorno il 23 febbraio 2023

Chi, piuttosto, in un regime di Stato di diritto pieno, farebbe bene a tacere, sono i magistrati, i quali dovrebbero evitare di occuparsi di politica e di provare a sovrapporsi al potere rappresentativo e a quello esecutivo, mediante la minaccia della toga che indossano e di cui molto spesso a nostro parere abusano

Eugenio Albamonte è il capo della corrente sinistrorsa della magistratura che si chiama “Area”. Che raduna quel gruppo di magistrati chiamati nel gergo comune le “toghe rosse” (a me, per la verità, personalmente, non sono mai sembrate rosse…), ed è stato anche capo dell’Anm (il sindacato-partito dei Pm che dispone di ampia rappresentanza in Parlamento sia nel gruppo del Movimento 5 Stelle sia in vari altri gruppi come il Pd. Ieri ha polemizzato con il ministro Nordio a proposito delle riforme necessarie alla Giustizia. La differenza di opinioni tra il ministro e il partito dei Pm è nota.

Nordio ha in varie occasioni dichiarato che è necessario ristabilire in Italia lo Stato di diritto, che in questi ultimi trent’anni è stato demolito dai governi e dalla magistratura (anche se fin qui le sue buone intenzioni sono rimaste pure intenzioni…). Mentre il “partito dei Pm” ritiene (senza alcuna delega di rappresentanza politica da parte degli elettori) che per salvare la giustizia non si debba neppure sfiorare l’assetto di potere attuale perché ogni modifica di questo assetto ridurrebbe comunque lo strapotere delle Procure, e il partito dei Pm ritiene che solo un grande potere delle Procure possa garantire un livello ragionevole di giustizia.

Incredibilmente il “rosso” pm Albamonte (in servizio presso la procura di Roma) ha persino contestato al ministro di Giustizia Nordio (al contrario di Albamonte eletto dagli italiani) l’eccessiva loquacità – in un comunicato ufficiale – imponendogli 10 giorni di silenzio, e subito dopo gli ha intimato di presentare al partito dei Pm una proposta scritta di riforma, garantendo che il partito dei Pm la esaminerà senza pregiudizi. Ora, ferma restando l’idea che forse alle volte i Pm non conoscano benissimo la struttura democratica e la Costituzione del paese nel quale vivono, il quotidiano il Riformista giustamente si è permesso di fare delle osservazioni, che potrebbero essere utili e sopratutto condivisibili.

1) I ministri hanno il diritto di parlare, e di rivolgersi ai cittadini per spiegare cosa stanno facendo, cosa vorranno fare, perché, con quale scopo, con quali mezzi. Chiedere loro di “fare silenzio” ha pochissimo a che fare con qualsiasi idea di democrazia. Chi, piuttosto, in un regime di Stato di diritto pieno, farebbe bene a tacere, sono i magistrati, i quali dovrebbero evitare di occuparsi di politica e di provare a sovrapporsi al potere rappresentativo e a quello esecutivo, mediante la minaccia della toga che indossano e di cui molto spesso a nostro parere abusano !

2) Il ministro si è detto orientato a consultare gli avvocati, l’accademia e i magistrati, prima di presentare le sue proposte di riforma al Parlamento. Tuttavia le proposte il ministro guardasigilli Nordio sin troppo democratico rispetto al pm Albamonte ed ai suoi compagnucci con la toga rossa (da non confondersi con quella indossata dagli ermellini in Cassazione) le deve presentare al Parlamento, non al partito dei Pm. Le leggi, in Italia – al momento – le scrive e le approva il Consiglio dei ministri e poi passano alle Camere. I magistrati invece sono delegati a fare indagini, a farle bene, ad accusare e a giudicare. Per assegnare ai Pm il compito di varare le leggi occurre una riforma costituzionale.

Incredibilmente sulla stessa linea di pensiero e giudizio di Piero Sansonetti, direttore del Riformista, in passato giornalista de L’ UNITA’ organo di stampa del PCI, si trova anche il vice presidente del Senato Maurizio Gasparri, esponente di Forza Italia.

Ho letto con grande sorpresa un’intervista del dottor Albamonte, noto magistrato, che sostanzialmente contesta le funzioni del governo e del Parlamento. È il ministro Nordio che, nell’ambito delle sue competenze, ha definito i vari livelli di classificazione dei documenti del Ministero della Giustizia e del Dap”. Lo dichiara il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, in riferimento all’intervista de La Stampa.

Gasparri continua nella sua dichiarazione: “Albamonte in questa intervista disconosce in sostanza il legittimo esercizio di queste funzioni, e vorrebbe sostituirsi al Governo e al Parlamento, delegittimandoli. Si tratta di un atteggiamento di contrasto alla libera attività delle Istituzioni che apre un ulteriore capitolo nella controversa vicenda della magistratura politicizzata. Ho chiesto quindi al Ministro Nordio, con una interrogazione, di valutare l’opportunità di una ispezione dopo quanto è emerso questa mattina nell’intervista di Albamonte, per verificare eventuali violazioni dei principi fondamentali delle istituzioni e della separazione dei poteri”. Redazione CdG 1947

La Suprema Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei legali di Cospito contro il 41 bis. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 24 Febbraio 2023

La detenzione ordinaria anche "in regime di alta sicurezza, non consentirebbe di contrastare adeguatamente l'elevato rischio di comportamenti orientati all'esercizio del suo ruolo apicale nell'ambito dell'associazione di appartenenza" affermavano, sostenendo inoltre che sussiste "un concreto pericolo, una qualificata capacità di Cospito di riprendere pienamente i vincoli associativi pur dall'interno del carcere, e di veicolare all'esterno e con autorevolezza disposizioni criminali".

Èstato rigettato, dagli ermellini della suprema corte , il ricorso presentato dalla difesa dell’anarchico-terrorista Alfredo Cospito contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza di Roma, dopo una lunga camera di consiglio, di confermare il regime carcerario del 41bis , il terrorista anarchico, in sciopero della fame da quasi quattro mesi, attualmente detenuto nel reparto penitenziario dell’ospedale San Paolo di Milano.

l’anarchico-terrorista Alfredo Cospito

Una decisione che ha fatto esplodere la rabbia di alcune decine anarchici che si erano dati appuntamento in piazza Cavour davanti al Palazzaccio – protetto da imponenti misure di sicurezza – per attendere il verdetto: ‘Assassini, assassini’, hanno urlato appena la notizia si è diffusa, con le solite minacce “Sarete responsabili di tutto quello che succederà”, prima di iniziare a smantellare il presidio. I manifestanti sono stati monitorati da decine di agenti delle forze dell’ordine, anche in borghese, che si sono però sempre tenuti a distanza dai manifestanti e piazza Cavour ha continuato la sua vita regolare nonostante la presenza di una ventina di mezzi di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza.

Cospito quindi resta ristretto al 41bis e per il momento è ancora ricoverato nel reparto penitenziario dell’ospedale milanese San Paolo, dove nei giorni scorsi aveva ripreso a prendere gli integratori perché voleva essere lucido proprio in vista della decisione della Cassazione. Ora bisognerà capire quali saranno le sue prossime mosse considerando che anche il Comitato di bioetica – al quale si era rivolto il ministro della Giustizia Carlo Nordio proprio per avere un parere sulla possibilità di intervenire con la nutrizione forzata nel caso le condizioni dell’anarchico dovessero peggiorare – ha preso ancora tempo. “Dopo un corale e approfondito dibattito – ha reso noto il Comitato – la plenaria ha ritenuto di proseguire l’analisi al fine di ottenere la massima convergenza possibile con riguardo alle delicate e complesse problematiche sottese, nel rispetto di tutte le posizioni sino ad ora emerse“.

Ad offrire una speranza per la revoca del 41bis era stato lo stesso Pg della Cassazione Pietro Gaeta nella sua requisitoria scritta depositata lo scorso 8 febbraio: a suo parere, essere, o essere stato, il leader di gruppi anarchici ed essere riconosciuto come punto di riferimento per i suoi scritti o le condanne passate non sono ragioni sufficienti per mantenere Alfredo Cospito al 41-bis. Per farlo è necessario dimostrare e provare l’attuale legame con il mondo anarco-insurrezionalista. Era stato questo, in sintesi, il ragionamento del Pg.

Evidentemente i supremi giudici della Prima sezione penale – presieduti da Angela Tardio – sono stati di diverso avviso. Nel ribadire la necessità del 41bis per l’anarchico, il Tribunale di Sorveglianza di Roma aveva invece sottolineato il pericolo che Cospito potesse, in regime ordinario, continuare ad esercitare “il suo ruolo apicale” tra gli anarchici anche fuori dal carcere. La detenzione ordinaria anche “in regime di alta sicurezza, non consentirebbe di contrastare adeguatamente l’elevato rischio di comportamenti orientati all’esercizio del suo ruolo apicale nell’ambito dell’associazione di appartenenza” affermavano, sostenendo inoltre che sussiste “un concreto pericolo, una qualificata capacità di Cospito di riprendere pienamente i vincoli associativi pur dall’interno del carcere, e di veicolare all’esterno e con autorevolezza disposizioni criminali”.

Sulla base di questi presupposti l’alta sicurezza non è sufficiente. Ma non solo. Nell’ordinanza i giudici della Sorveglianza della Capitale hanno sostenuto che le comunicazioni di Cospito “con le realtà anarchiche all’esterno del circuito carcerario, appaiono assidue e producono l’effetto di contribuire ad identificare obiettivi strategici e a stimolare azioni dirette di attacco alle istituzioni“. Una posizione che, stando al verdetto, è stata accolta fatta propria dalla Suprema Corte Cassazione. “Non saranno violenza e minacce a cambiare leggi e sentenze” esulta Matteo Salvini, vice presidente del consiglio e leader della Lega. Redazione CdG 1947

La Cassazione lascia Cospito al 41 bis: “Morirò presto, altri continueranno la lotta”. Salvatore Toscano su L'Indipendente il 25 febbraio 2023.

Alfredo Cospito resterà al regime carcerario del 41-bis. La Corte di Cassazione ha infatti respinto il ricorso presentato dalla difesa dell’anarchico contro la decisione del tribunale di Sorveglianza di Roma di confermare il regime del carcere duro. L’istanza è stata rigettata nonostante i pareri contrari della procura generale della Consulta, della Direzione distrettuale antimafia di Torino e del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP), favorevoli al trasferimento dell’anarchico presso un regime carcerario di minore afflittività e coercitività, come quello di alta sicurezza con censura. Soddisfatto l’esecutivo, che dalla Consulta si è visto confermare “la linea di fermezza” adottata nei confronti di Cospito. Quest’ultimo, attualmente ricoverato in ospedale a Milano, ha invece annunciato la volontà di fermare la somministrazione di integratori e farmaci necessari per la sopravvivenza, dichiarando: «Morirò presto, spero che qualcuno dopo di me continuerà la lotta».

Alfredo Cospito è stato condannato in via definitiva per aver gambizzato un dirigente dell’Ansaldo Nucleare ed è in attesa della definizione del giudizio per aver collocato due ordigni a bassa intensità nella Scuola Allievi Carabinieri di Fossano (Torino) i quali, esplosi in orario notturno, non causarono né morti né feriti. Nel maggio del 2022, il ministero della Giustizia, allora presieduto da Marta Cartabia, ha deciso l’applicazione del 41-bis, perché si rischiava che il detenuto inviasse messaggi ai “compagni anarchici” dalla propria cella. Proprio per la natura politica della misura, la difesa di Cospito e le associazioni relative ai diritti dei detenuti chiedono al guardasigilli, che lo scorso 9 febbraio ha respinto l’istanza di revoca, di tornare sui propri passi. «Ci auguriamo che anche alla luce di altri pareri, il ministro Nordio possa rivedere la sua decisione, anche perché il regime di 41-bis nasceva con altre finalità e non per contrastare ogni tipo di criminalità», ha commentato il presidente di Antigone Patrizio Gonnella.

Nelle scorse settimane il fronte schieratosi a favore del trasferimento di Cospito a un regime carcerario meno duro si è arricchito. Si pensi ai pareri in tal senso della Direzione distrettuale antimafia di Torino, del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP) e della procura generale della Consulta. Nella richiesta avanzata dal procuratore generale Pietro Gaeta si legge che “il 41-bis non può giustificare la rarefazione e la compressione di altre libertà inframurarie se non con l’impedimento di contatti e collegamenti che risultino concretamente e specificamente finalizzati ad evitare ulteriori reati o attività dell’associazione esterna”. A tal proposito è necessario che emerga una base fattuale, cosa che – secondo il procuratore – non è dato riscontrare nell’ordinanza del tribunale di sorveglianza su Cospito, in cui emerge invece una “carenza di fattualità in ordine ai momenti di collegamento” con gli anarchici. Una posizione simile era stata avanzata dall’avvocato Flavio Rossi Albertini, secondo cui non sussistono i presupposti per equiparare l’attività comunicativa di Cospito ai cosiddetti “pizzini”, dunque i messaggi criptici veicolati dai detenuti all’esterno.

Oltre alla soluzione politica, i legali dell’anarchico potranno avanzare un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), le cui sentenze sono vincolanti per gli Stati membri e dunque anche per l’Italia. Nel 2018, la CEDU ha accolto un ricorso dei legali di Bernardo Provenzano condannando Roma per aver violato l’articolo 3 della Convenzione dei diritti dell’uomo, relativo al divieto di tortura o trattamenti disumani e degradanti. A due anni dalla morte del boss, i giudici di Strasburgo avevano ritenuto l’Italia colpevole di non aver correttamente valutato le sue condizioni di salute, prolungato la sua detenzione in regime di 41-bis. [di Salvatore Toscano]

"Morirò, qualcuno continui la lotta". Il "testamento" ideologico di Cospito. Francesca Galici il 24 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Dopo il diniego della revoca del 41 bis, Alfredo Cospito avrebbe ribadito l'intenzione di inasprire lo sciopero della fame, sospendendo gli integratori

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso per la revoca del regime 41-bis per Alfredo Cospito. Subito dopo gli anarchici hanno annunciato nuove proteste a partire da domani. Lo stesso anarchico ha annunciato di non voler più prendere gli integratori, aggiungendo di essere convinto che per questo motivo morirà presto. "Spero che qualcuno dopo di me continuerà la lotta", avrebbe dichiarato il detenuto, riferendosi alla lotta contro il 41 bis, secondo quanto trapela da fonti ospedaliere.

"Condannato a morte, ve la faremo pagare". Gli anarchici minacciano ancora

L'esponente della Fai, che sta portando avanti uno sciopero della fame da oltre 4 mesi, da poco ha ripreso ad assumere gli integratori. Si trova ricoverato in stato precauzionale nel reparto di medicina penitenziaria dell'ospedale San Paolo di Milano. Cospito aveva già preannunciato che, in caso di bocciatura da parte della Cassazione del ricorso contro il 41bis, sarebbe andato avanti con lo sciopero della fame. Negli ultimi giorni, poi, l'anarchico aveva annunciato che, nel caso di un diniego della revoca, non avrebbe più assunto nemmeno gli integratori con i quali ha proseguito il suo sciopero in queste settimane.

Ora, pare che Cospito abbia deciso di rinunciare anche all'assunzione di acqua, zucchero, sale e potassio. Aveva ripreso la loro assunzione per arrivare in forze e lucido al verdetto. Secondo i legali che hanno avuto modo di avere contatti con lui nelle ultime ore, l'anarchico è risultato capace di reggere anche una discussione, pure se provato ovviamente nel fisico da oltre quattro mesi di sciopero della fame. Sabato e domenica gli avvocati non potranno accedere nel reparto di medicina penitenziaria dell'ospedale.

Il suo legale Flavio Rossi Albertini potrà andare ad incontrarlo lunedì. Sabato potrà visitarlo il suo medico di fiducia, mentre in tutta Italia si stanno organizzando nuove manifestazioni. La situazione sanitaria dell'anarchico, come si apprende attraverso le relazioni mediche, continua ad essere monitorata con costanza dal tribunale di Sorveglianza di Milano. Nelle scorse settimane l'ideologo della Federazione anarchica informale ha depositato una dichiarazione al Dap in cui esprime la volontà di non essere alimentato artificialmente se le sue condizioni dovessero peggiorare, fino a ridurlo in uno stato di incoscienza.

Alfredo Cospito ha perso 50 chili: «Insulto pensare che io dia ordini. Pronto a morire contro il 41 bis». Simone Alliva su L’Espresso l’1 marzo 2023.

Una lettera dell’anarchico, che annuncia l’intenzione di continuare lo sciopero della fame, è stata letta in Senato dal suo avvocato. Nei prossimi giorni previste altre manifestazioni a suo supporto

«Il più grande insulto per un anarchico è quello di essere accusato di dare o ricevere ordini. Quando ero al regime di alta sorveglianza avevo comunque la censura e non ho mai spedito pizzini ma articoli per riviste anarchiche: mi era permesso di leggere quello che volevo, di evolvere. Oggi sono pronto a morire per far conoscere al mondo cosa è veramente il 41 bis. Settecentocinquanta persone lo subiscono senza fiatare». La voce di Alfredo Cospito attraversa le mura del Sai dell'istituto penitenziario di Opera e irrompe nel Parlamento. Lo fa grazie a un passaggio di una lettera scritta mentre era detenuto a Sassari e letta in Senato durante una conferenza stampa sullo stato di salute dell'anarchico dopo 133 giorni di sciopero della fame.

È l'avvocato Flavio Rossi Albertini a precisare: «Questo è uno scritto passato per la censura, la difesa ritiene di poterne dare lettura proprio perché il detenuto al 41 bis non può fornire indicazioni ai sodali all'esterno ma non è un soggetto a cui è stata tagliata la lingua o la mano. Stiamo parlando di una battaglia di civiltà - prosegue il legale di Cospito - bisogna salvaguardare il diritto del detenuto di poter parlare, anche al 41-bis. In queste righe non dà alcuna indicazione o ordine ai sodali ma spiega perché dal suo punto di vista non è possibile passare anni, una vita al 41 bis». Per Rossi Albertini: «Ritenere che un anarchico possa dare ordini fa vivere ad Alfredo Cospito questa detenzione come un evidente violenza. Un anarchico che dà ordini è un ossimoro». Sulla presunta vicinanza alla criminalità organizzata, l'avvocato precisa: «Cospito non aveva alcuna intenzione di unirsi ai mafiosi per alcun progetto, se non quello condiviso di detenuti al 41 bis».

Durante la conferenza stampa è sempre l'avvocato a informare sulle condizioni di salute dell'anarchico, non promettenti: «Fisico estremamente provato, ha perso oltre 50 chili, ma è tenace, è determinato ad andare avanti e infatti ha deciso di sospendere integratori potassio e zucchero. Il morale è fiero ed è convinto che possa vincere questa battaglia che è per la vita: non ha aspirazioni di suicidio».

In Sala Nassirya presenti oltre ai parlamentari Peppe De Cristofaro (SI), Ilaria Cucchi (SI), Gianni Cuperlo (PD) Luigi Manconi, ex senatore del Pd e già presidente della Commissione Straordinaria per la promozione e la tutela dei diritti umani: «La nostra Carta Costituzionale prevede la certezza della pena ma anche la clemenza - ha sottolineato. Questo è il momento proprio dello Stato di dimostrare la sua corsa attraverso un atto di saggezza non fondato sul nulla ma sull'opinione della Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, sul parere della direzione distrettuale Antimafia di Torino, parere del capo del DAP sull’opinione argomentatissimo del procuratore generale presso la Cassazione e ultimo la Relazione annuale 2022 dell'intelligence» (Proprio ieri il direttore dell'Aisi, Mario Parente, alla presentazione ha smentito "saldature" tra gli anarco-insurrezionalisti ed altre realtà criminali ndr)

L’appello è rivolto ancora una volta al ministro della Giustizia Nordio ma non solo: «Nordio può, in questa prova di forza e con la sua saggezza, revocare ora quel 41 bis che tutte queste magistrature giudicano superflue. E mi auguro che ci sia un'autorità morale laica o religiosa che possa esercitare una moral suasion per indurre questa decisione di revoca che sarebbe saggia equilibrata e mi auguro capace di evitare non solo la morte di Alfredo Cospito ma anche altre morti».

Intanto le piazze si riempiono di presidi di solidarietà nei confronti di Cospito. come quella indetta per giovedì 2 marzo sotto la sede di Fratelli d'Italia in corso Buenos Aires a Milano. Prevista anche un' altra protesta sabato 4 marzo a Torino. Ma non è solo la società civile a prendere posizione: sul finale della conferenza stampa è Manconi a rivelare: «La Chiesa segue la vicenda, so per certo che c'è un'attenzione molto vigile da parte di alte gerarchie della Chiesa cattolica per perseguire una modalità riservata per poter positivamente intervenire portando mitezza e saggezza».

(ANSA il 3 marzo 2023) - "Il primo marzo 2023, l'Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani ha inviato allo stato italiano la richiesta di applicazione di misure temporanee cautelative relative la detenzione al 41bis di Alfredo Cospito. Il documento è stato notificato alla rappresentanza del governo italiano a Ginevra e all'avvocato Flavio Rossi Albertini, che subito dopo il rigetto del ricorso per Cospito in Cassazione aveva inoltrato una comunicazione individuale alla Commissione Diritti Umani denunciando le condizioni di detenzione del proprio assistito". E' quanto si legge in una nota diffusa dal difensore dell'anarchico in sciopero della fame da oltre quattro mesi e da Luigi Manconi, presidente dell'associazione "A buon diritto".

Nella nota si afferma, inoltre, che "in attesa della decisione sul merito della petizione individuale presentata per Alfredo Cospito, il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha deciso di applicare una misura provvisoria che consiste nel richiedere all'Italia di assicurare il rispetto degli standard internazionali e degli articoli 7 (divieto di tortura e trattamenti o punizioni disumane o degradanti e divieto di sottoposizione, senza libero consenso, a sperimentazioni mediche o scientifiche) e - prosegue la nota - 10 (umanità di trattamento e rispetto della dignità umana di ogni persona privata della libertà personale) del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici in relazione alle condizioni detentive di Alfredo Cospito"

 Nella nota diffusa oggi il difensore e il professore Manconi affermano, inoltre, che "nonostante la richiesta dell'Onu di adottare misure urgenti a protezione del detenuto, trascorsi quasi due giorni dalla notifica del provvedimento - si legge -, nessuna iniziativa è stata assunta dal ministro della Giustizia per revocare o quantomeno migliorare la condizione detentiva di Alfredo Cospito.

Lo Stato italiano deve, nel rispetto dei propri obblighi internazionali (assunti con la ratifica del Protocollo Opzionale al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici delle Nazioni Unite), dare esecuzione a tale misura provvisoria. Rappresenterebbe un grave precedente se la decisione adottata dal Comitato rimanesse lettera morta, se l'Italia emulasse l'indifferenza dimostrata per l'ONU dai regimi autocratici".

 Le misure urgenti "vengono adottate dal Comitato - è detto nel comunicato - quando sussiste il rischio imminente per la tutela dei diritti essenziali della persona e al fine di evitare danni irreparabili al ricorrente nelle more della decisione finale del Comitato. Il danno irreparabile sarebbe ad esempio la morte di Alfredo Cospito durante la detenzione. E' chiaro che con questa azione la Commissione sta per la prima volta mettendo in dubbio la legittimità del regime 41-bis rispetto alle convenzioni internazionali.

E' molto difficile che l'Italia possa dimostrare che una detenzione a vita e in un regime di estremo isolamento stia garantendo il fine essenziale di ravvedimento e riabilitazione sociale. Il Comitato informa inoltre lo stato italiano di aver registrato il caso di Alfredo Cospito con il numero di registro, e di essere in attesa di ottenere maggiori informazioni per raggiungere una decisione finale sul caso. Le misure urgenti hanno effetto immediato", conclude.

Caso Cospito, l’ONU richiama l’Italia al rispetto dei diritti umani. Salvatore Toscano su L'Indipendente il 3 Marzo 2023.

Il 24 febbraio scorso la Corte di Cassazione ha confermato il regime di 41-bis ad Alfredo Cospito. Il giorno dopo, i legali dell’anarchico si sono rivolti alle Nazioni Unite presentando ricorso al comitato per i diritti umani, il quale, in attesa della decisione sul merito, ha chiesto all’Italia di assicurare il rispetto degli standard internazionali e del Patto internazionale sui diritti civili e politici in relazione alle condizioni detentive di Alfredo Cospito. Il comitato ha citato gli articoli 7 e 10 dell’accordo che tutelano, rispettivamente, “il diritto a non essere sottoposto alla tortura né a punizioni o trattamenti crudeli, disumani e degradanti”, e l’umanità di trattamento nonché il rispetto della dignità umana per gli individui privati della propria libertà. La richiesta del comitato ONU è stata notificata ai legali di Cospito e allo Stato italiano il 1 marzo. Ad oggi, il Ministero della Giustizia non ha assunto nessuna iniziativa per dare esecuzione alla misura temporanea e migliorare la condizione detentiva dell’anarchico in sciopero della fame da oltre quattro mesi.

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha notificato al legale di Alfredo Cospito, Flavio Rossi Albertini, la presa in carico della comunicazione individuale da parte del comitato per i diritti umani. Si tratta di una procedura che permette agli individui di rivolgersi all’organo ONU che ha il compito di vigilare sull’attuazione del Patto internazionale sui diritti civili e politici, entrato in vigore nel 1976. Prima di esaminare il merito della comunicazione, e dunque della legittimità del 41-bis nei confronti di Cospito, il comitato ha richiesto all’Italia di adottare delle misure urgenti a protezione dell’anarchico al fine di evitare danni irreparabili al ricorrente, dunque la morte durante la detenzione. Come scrivono il legale Flavio Rossi Albertini e il presidente di A buon diritto onlus, Luigi Manconi, «rappresenterebbe un grave precedente se la decisione adottata dal comitato rimanesse lettera morta, se l’Italia emulasse l’indifferenza dimostrata per le Nazioni Unite dai regimi autocratici». Una volta terminato l’esame nel merito, il comitato per i diritti umani formulerà le proprie “constatazioni”, contenenti una ricostruzione dei fatti, una pronuncia in ordine all’eventuale violazione di una o più disposizioni del Patto e la raccomandazione allo Stato parte di adottare misure riparatorie (nel caso di Cospito potrebbe essere il trasferimento dal 41-bis). Si tratta dunque di una misura priva di carattere vincolante ma capace di avere un enorme peso sull’opinione pubblica e sugli Stati, soprattutto quelli appartenenti alla sfera democratica.

Nel frattempo, i legali di Alfredo Cospito si preparano a portare la sua vicenda davanti ai giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), che in due sentenze emesse tra il 2018 e il 2019 hanno definito il regime di 41-bis come una violazione della Carta europea. L’idea è di richiedere un provvedimento di urgenza viste le condizioni di salute dell’anarchico, in sciopero dalla fame da oltre quattro mesi. Nelle scorse ore è rimbalzata sui social una lettera scritta a gennaio da Cospito in cui viene ribadita la lotta contro il 41-bis. «Porterò avanti la mia linea fino alle estreme conseguenze non per un ricatto ma perché questa non è vita», si legge in un passaggio. Di seguito, la lettera integrale. Lettera di Alfredo Cospito dal carcere. [di Salvatore Toscano]

LA LETTERA DEL DETENUTO. Cospito: «Sono pronto a morire per far sapere al mondo cos’è il 41bis»

Ecco la missiva dell’anarchico recluso a Milano Opera: «Il più grande insulto per un anarchico è essere accusato di dare o ricevere ordini». La difesa pronta a presentare ricorso alla Cedu. Valentina Stella su Il Dubbio il 2 marzo 2023

Un possibile ricorso d’urgenza alla Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) e l'interessamento delle gerarchie della Chiesa: per la questione Alfredo Cospito si aprono due nuove strade, hanno spiegato ieri pomeriggio in una conferenza stampa al Senato il suo avvocato Flavio Rossi Albertini e il presidente di A buon diritto, Luigi Manconi. Tutto per scongiurare la morte dell’anarchico al suo 134esimo giorno di sciopero della fame. «Ha perso 50 chili», ha detto il suo legale in apertura.

«Dopo la pronuncia della Cassazione ha voluto sospendere gli integratori ma il morale è fiero, determinato e convinto delle proprie ragioni e speranzoso di vincere la sua battaglia - ha proseguito - che è una battaglia per la vita, non per la morte, perché non ritiene il 41 bis vita. Non ha aspirazioni suicide». Ma, comunque, «è determinato ad andare avanti». Per questo il difensore insieme all’avvocato Antonella Mascia sta valutando, considerati i tempi incompatibili con il digiuno di Cospito, «la possibilità di richiedere un provvedimento di urgenza. Riteniamo che esistono diversi profili da portare davanti» alla Cedu.

Contemporaneamente Manconi ha fatto sapere che «dal mondo della Chiesa cattolica c'è interesse per il caso Cospito. So per certo che le gerarchie lavorano per perseguire una modalità riservata per poter positivamente intervenire portando mitezza e saggezza».

Durante la conferenza stampa è stato letto anche l’estratto di una lettera scritta in carcere, prima del trasferimento dal penitenziario di Sassari a quello di Opera: «Il più grande insulto per un anarchico o anarchica è quello di essere accusato di dare o ricevere ordini. Quando ero al regime di Alta Sorveglianza avevo comunque la censura e non ho mai spedito  "pizzini”, ma articoli per giornali e riviste anarchiche. E soprattutto ero libero di ricevere libri e riviste e scrivere libri e leggere quello che volevo. Insomma, mi era permesso di evolvere, vivere. Oggi sono pronto a morire per far conoscere al mondo cosa è veramente il 41- bis, 750 persone lo subiscono senza fiatare». Un documento che ha superato la censura, e nel quale l'anarchico al carcere duro si dice «convinto che la mia morte porrà un intoppo a questo regime e che i 750 che subiscono da decenni il 41bis possano vivere una vita degna di essere vissuta, qualunque cosa abbiano fatto. Amo la vita, sono un uomo felice, non vorrei scambiare la mia vita con quella di un altro. È proprio perché la amo non posso accettare questa non vita senza speranza».

«Non comunicando con l'esterno da nove mesi non può essere istigatore di proteste e azioni violente», ha aggiunto Rossi Albertini. Abbiamo chiesto sia a Manconi sia al difensore cosa pensassero del fatto che i consiglieri al Csm di Magistratura indipendente abbiano utilizzato anche delle loro espressioni per giustificare la richiesta di una pratica a tutela al Consiglio superiore della magistratura per tutti i magistrati che si stanno occupando del caso Cospito. «Quello che posso affermare con forza e determinazione – ci ha risposto Albertini – è che alcune di quelle frasi non le ho mai pronunciate, quantomeno non in occasione della decisione di Cassazione».

Mentre per Manconi «questa iniziativa di Mi a dir poco la si può definire bizzarra, se si pensa che viene contestata la più completa indipendente autonomia del legale dell’imputato a poter esprimere un proprio parere su un verdetto negativo per il proprio assistito.

Si scivola pericolosamente nel campo del ridicolo. Ma c’è di più: l’avvocato sottolineava che a lui vengono imputate frasi che egli non ha mai pronunciato. Il che non è così strano, perché il testo di questo gruppo di magistrati è davvero inaudito: mette insieme le reazioni di piazza, le minacce gridate, qualcosa di intimidatorio che può essere il prodotto dei manifestanti con le dichiarazioni del legale o di un osservatore come me. Dal punto di vista scientifico e metodologico si tratta di un guazzabuglio indigeribile».

Manconi aveva definito la sentenza della Cassazione un «verdetto iniquo» : «Iniquo come noto è il contrario di equo – ha spiegato Manconi – Se è censurabile una valutazione di questo tipo siamo dinanzi alla eccentricità di un gruppo di persone che non ha ben riflettuto sulle proprie parole».

Intanto gli anarchici annunciano una mobilitazione nazionale per sabato 4 marzo a Torino in solidarietà alla battaglia di Cospito. A Milano, per giovedì 2 marzo è annunciato un presidio sotto la sede di Fratelli d'Italia in corso Buenos Aires a Milano.

Dopo la denuncia del difensore, l’Alto Commissariato per i Diritti Umani chiede l’applicazione di misure temporanee cautelative per l’anarchico al 41bis nel rispetto degli standard internazionali di detenzione. Valentina Stella su Il Dubbio il 2 marzo 2023

La vicenda di Alfredo Cospito esce dai confini nazionali e arriva fino all’Organizzazione delle Nazioni Unite. L’Alto commissariato Onu per i diritti umani ha chiesto all’Italia di assicurare il rispetto in carcere della dignità e dell’umanità dell’anarchico, in regime di 41 bis e in sciopero della fame da ormai 136 giorni. Lo hanno reso noto il suo legale Flavio Rossi Albertini e Luigi Manconi, presidente di “A buon diritto”.

«Il primo marzo, l’Alto Commissariato Onu per i Diritti umani», si legge nella nota, «ha inviato allo Stato italiano la richiesta di applicazione di misure temporanee cautelative relative alla detenzione al 41 bis di Alfredo Cospito. Il documento è stato notificato alla rappresentanza del governo italiano a Ginevra e all’avvocato Flavio Rossi Albertini, che subito dopo il rigetto del ricorso per Cospito in Cassazione aveva inoltrato una comunicazione individuale al Comitato Diritti umani denunciando le condizioni di detenzione del proprio assistito». In attesa della decisione sul merito della petizione individuale presentata per Alfredo Cospito, il Comitato ha dunque deciso di applicare una misura provvisoria che consiste nel richiedere all’Italia di assicurare il rispetto degli standard internazionali, e in particolare dell’articolo 7 (divieto di tortura e trattamenti o punizioni disumane o degradanti e divieto di sottoposizione, senza libero consenso, a sperimentazioni mediche o scientifiche) e dell’articolo 10 (umanità di trattamento e rispetto della dignità umana di ogni persona privata della libertà personale, riabilitazione sociale del detenuto) del Patto internazionale sui Diritti civili e politici “in relazione alle condizioni detentive di Alfredo Cospito”.

Lo Stato italiano ha 6 mesi per rispondere. Dal ministero della Giustizia arriva una breve nota in cui, in pratica, si sottolinea che non viene mossa nei confronti dell’Italia alcuna contestazione: «L’Italia fornirà all’Onu le informazioni richieste, dopo la petizione della difesa di Alfredo Cospito. Una richiesta trattata dalle Nazioni Unite secondo la procedura ordinaria applicabile a ogni petizione ricevuta: l’Onu chiede all’Italia informazioni sul caso e domanda di assicurare che le condizioni di detenzione siano conformi al Patto internazionale sui Diritti civili dell’uomo, e rispettino gli articoli 7-10».

Diverso il parere di Sofia Ciuffoletti, docente di Filosofa del diritto all’Università di Firenze, secondo cui «l’applicazione di una misura provvisoria nei confronti dell’Italia da parte del Comitato per i Diritti umani delle Nazioni Unite in relazione al caso di Alfredo Cospito costituisce una notizia di grande rilievo dentro e fuori dai confini del nostro Paese». Infatti, «da un lato il Comitato sta dicendo all’Italia che le condizioni di detenzione cui è sottoposto Cospito, all’interno del regime del ‘carcere duro’, sono sottoposte alla stretta vigilanza internazionale proprio in relazione a un fumus di violazione degli standard internazionali, del divieto di tortura o trattamenti e pene disumane e degradanti, del divieto di sottoposizione coatta a sperimentazioni mediche, del principio di umanità del trattamento e del rispetto della dignità personale». Dall’altro, «nella prassi di questo importantissimo organo per la tutela dei diritti a livello internazionale, la irrogazione di una misura provvisoria viene normalmente decisa nei più gravi casi di necessità e urgenza in relazione a rischi per la vita e l’incolumità fisica delle persone, solitamente in casi di sentenze capitali o rischi di espulsione verso Paesi che praticano la tortura. La valutazione di urgenza e rischio imminente in un caso relativo a un regime speciale di detenzione costituisce un precedente importantissimo. La misura in cui l’Italia darà, da oggi in poi, attuazione alla richiesta provvisoria determinerà l’adesione del nostro Paese al nucleo fondante della civiltà giuridica occidentale e del principio di habeas corpus».

Secondo il Comitato, «l’indicazione di interim measures è effettivamente vincolante per lo Stato membro», e «ignorarla volontariamente corrisponde a una violazione del Protocollo opzionale. Ci si aspetta pertanto dagli Stati che essi rispettino le decisioni del Comitato». Tuttavia, fanno sapere Rossi Albertini e Manconi, «nonostante la richiesta dell’Onu di adottare misure urgenti a protezione del detenuto, trascorsi quasi due giorni dalla notifica del provvedimento, nessuna iniziativa è stata assunta dal ministro della Giustizia per revocare o quantomeno migliorare la condizione detentiva di Cospito». Le misure urgenti vengono adottate dal Comitato quando sussiste il rischio imminente per la tutela dei diritti essenziali della persona e al fine di evitare danni irreparabili al ricorrente nelle more della decisione finale del Comitato stesso. «Il danno irreparabile sarebbe la morte di Alfredo Cospito durante la detenzione», concludono il legale dell’anarchico e il presidente di “A buon diritto”. «È chiaro che con questa azione il Comitato sta per la prima volta mettendo in dubbio la legittimità del 41 bis rispetto alle Convenzioni internazionali. È molto difficile che l’Italia possa dimostrare che una detenzione a vita e in un regime di estremo isolamento stia garantendo il fine essenziale di ravvedimento e riabilitazione sociale».

Soddisfazione da parte di Massimiliano Iervolino, segretario di Radicali italiani: «Non possiamo che condividere quanto scritto dal Comitato Onu sul cosiddetto caso Cospito. Le violazioni degli articoli 7 e 10 sono lampanti. Tuttavia bisogna nuovamente sottolineare come il 41 bis sia una forma di tortura non solo per Cospito ma per tutti i detenuti oggetto del cosiddetto carcere duro».

Torino, corteo degli anarchici per Cospito: pomeriggio di scontri con la polizia. Cinque arresti. Massimo Massenzio su Il Corriere della Sera il 4 Marzo 2023.

Manifestazione nazionale, antagonisti anche da Grecia, Germania, Spagna: vetrine spaccate e auto danneggiate. In serata guerriglia a Porta Palazzo, 34 fermi e 150 persone identificate

La galassia antagonista è tornata in piazza a Torino in segno di solidarietà ad Alfredo Cospito, l’anarchico in sciopero della fame contro il regime del 41 bis. Una manifestazione nazionale, annunciata da lunedì con un volantino che è stato tradotto in francese, spagnolo, inglese e tedesco. E da venerdì sera in città sono arrivati diversi attivisti dal nord Italia e dall’estero. 

Il corteo con un centinaio di partecipanti è partito alle 18 da piazza Solferino. Un gruppo di ragazzi con un carrello del supermercato pieno di pietre scudi e bastoni è stato subito intercettato dagli agenti del reparto Mobile. Pochi minuti dopo il corteo si è diretto verso via Cernaia. 

Vetrine spaccate in centro

Numerose le vetrine di negozi spaccate lungo il percorso e alcune auto danneggiate. Divelti anche cartelli stradali. Dal centro, i manifestanti si sono poi diretti nell'area di Porta Palazzo dove sono state esplose diverse bombe carta. A quel punto le forze dell'ordine hanno replicato con i lacrimogeni. Il corteo in seguito si è diviso in due tronconi salvo ricompattarsi davanti al Sermig, teatro di scontri con la polizia. Nelle strette vie che ospitano il mercato del Balon si sono susseguiti lanci di petardi e di bottiglie. 

Nel corso dei tafferugli alcuni anarchici sono rimasti a lungo chiusi nell'edificio che ospita Radio Black Out. 

Arresti

Il bilancio è di cinque manifestanti arrestati in flagranza; 34 i fermati. In tutto sono 150 le persone  identificate dalla Digos.

Gli antagonisti sono giunti nel capoluogo piemontese da Caserta, Avellino, Imperia, Bologna, Milano, Trento, Taranto e anche da Francia, Spagna, Grecia e Germania.

Le misure di sicurezza

Venerdì, in via Pietro Micca, in un tratto dove è passato il lungo serpentone dei Fridays for future, è comparso uno striscione nero che annunciava l’appuntamento per il corteo: «Contro il 41 bis Cpr e carcere, 4 marzo piazza Solferino». Tutte le misure di sicurezza sono state rafforzate, così come la sorveglianza degli obiettivi sensibili, a cominciare dal Palazzo di giustizia ei controlli ai punti di ingresso della città. 

«Se Alfredo Cospito muore i responsabili «saranno storicamente giustiziati dagli anarchici» dichiara Pasquale Valitutti, 76 anni, storico esponente anarchico italiano, rispondendo alle domande dei cronisti. «Questa - ha precisato - è la mia personale opinione. La mia speranza. Quando si creeranno le condizioni i responsabili saranno giustiziati. Non adesso, non da me e non da quelli che sono qui in piazza. Gli anarchici sono l'unico gruppo politico che dimentica rapporti di forza e ragioni di opportunismo per fare giustizia. La sanno fare. E la fanno».

Da giorni le forze dell’ordine monitorano «le chiamate» che rimbalzano sui siti d’area, social network e trasmissioni radiofoniche. Proprio durante un intervento in radio una delle promotrici ha annunciato «una manifestazione decisa e molto arrabbiata», ma a preoccupare è stata anche la rivendicazione arrivata nei giorni scorsi da parte del misterioso «Gruppo di Solidarietà Rivoluzionaria - Consegne a domicilio» dopo il ritrovamento, la scorsa settimana, di un ordigno incendiario inesploso di fronte al Tribunale di Pisa. «A colpi di esplosivi — si legge nel documento — saranno colpite le strutture e mutilati gli uomini del potere. Per ogni morto in mare, in carcere, di lavoro, nei Cpr, non una ma 100 bombe al padronato».

"Non andare in ospedale, non infamare". I consigli per la rivolta degli anarchici. Circola un volantino in cui viene spiegato come comportarsi durante le manifestazioni anarchiche per non farsi riconoscere e resistere alle forze dell'ordine. Francesca Galici il 9 Marzo 2023 su Il Giornale.

Esclusiva

Quanto accaduto a Torino potrebbe non rimanere un caso isolato. La guerriglia anarchica che ha messo a ferro fuoco la città lo scorso sabato potrebbe ripetersi anche in altre città: l'attenzione è alta nel Paese, il rischio eversione è elevato e quanto accaduto nel capoluogo piemontese preoccupa. I gruppi anarchici si stanno organizzando per nuove manifestazioni sull'onda delle parole di Alfredo Cospito, che ha chiesto di continuare la sua lotta.

La devastazione di Torino era pianificata da tempo

Già il prossimo sabato sono previsti due grandi appuntamenti, uno a Milano e uno a Roma. Il primo, viene presentato come un "presidio dinamico" sulla Darsena del capoluogo lombardo, zona in cui per altro, si trova uno dei centri sociali più attivi, in cui spesso i manifestanti trovano riparo quando battono in ritirata. Il secondo, invece, è organizzato in piazza dell'Immacolata a Roma, quartiere San Lorenzo, zona altrettanto battuta dai centri sociali. Lo scopo di questa iniziativa è di "organizzare insieme un grande appuntamento di lotta in città".

È la parola "lotta", che rimbomba e risuona in moltissimi comunicati, a creare maggiore allarme. Ma non solo, perché in uno dei gruppi legati ai centri sociali e derivanti dai collettivi studenteschi è stato ribadito il protocollo per partecipare a queste manifestazioni. Un volantino intitolato "Consigli per la rivolta" in cui viene spiegato in che modo prendere parte ai cortei violenti. "Fotocopia, diffondi e distribuisci", si legge a piè di pagina. In mezzo, una guida illustrata in nove punti in cui vengono spiegate le più disparate "regole" di condotta.

"Inizia la lotta". Il vademecum degli anarchici per preparare gli attacchi

Per ragioni di sicurezza non possiamo entrare nello specifico, ma oltre alle solite indicazioni su come travisarsi, non lasciare impronte e non dare elementi di riconoscimento alla polizia, viene suggerito di non effettuare video e foto durante il corteo per non agevolare i riconoscimenti e, ovviamente, di non effettuare condivisioni sui social. Si invita a non dare confidenza ai giornalisti per evitare riprese e foto e si chiede ai partecipanti di non andare in ospedale in caso di ferite. Inoltre, viene spiegato come sopportare gli effetti dei lacrimogeni impiegati dalla polizia per la dispersione dei manifestanti e come costruire barricate per rallentare l'avanzata degli agenti.

Ma c'è anche un passaggio in cui vengono dati consigli in caso di arresto: "Non infamare (scritto in maiuscolo, ndr). Non credere alla polizia, non parlare in questura. Se parli, in caso di processo, non riceverai sconti di pena". Il volantino non è firmato ma fa il paio con i consigli forniti solo poche settimane fa per compiere azioni contro le persone e sabotaggi. "Invitiamo compagne/i ad attrezzarsi (...) per i prossimi eventi di lotta. La repressione si fa grave e pesante e gli sbirri aspettano soltanto l'occasione per farci del mare, come è accaduto in particolare in via Cecchi a Torino", si legge nel messaggio che accompagna il volantino. Poi, la chiusura inquietante: "Noi spacchiamo le vetrine, loro ci spaccano le teste. Chi sono i criminali?"

Cospito ricorre alla Cedu: “Condannato per un crimine che non costituiva reato”. Secondo la difesa la qualificazione giuridica di quanto gli è stato contestato dalla Cassazione non era prevedibile alla luce della giurisprudenza nazionale esistente al momento dei fatti. Valentina Stella su Il Dubbio il 9 marzo 2023.

Alfredo Cospito ha presentato ricorso alla Corte europea dei diritti dell’Uomo (Cedu). Lo ha reso noto la stessa Corte all’ANSA. Nel ricorso – numero d'identificazione, il 10552/23 - Cospito afferma che è stato violato il suo diritto a non essere condannato per un crimine che al momento in cui è stato commesso non costituiva un reato in base alla legge italiana.

L’anarchico chiama in causa la sentenza 38184/22 della Corte di Cassazione. Secondo i suoi legali la qualificazione giuridica di quanto gli è stato contestato da parte degli Ermellini non era prevedibile alla luce della giurisprudenza nazionale esistente al momento dei fatti. Il caso riguarda la condanna per aver collocato nel 2006, insieme ad un altro membro della Fai, due ordigni ad elevato potenziale esplosivo nei pressi di uno degli ingressi della Scuola Allievi Carabinieri di Fossano, programmandone la deflagrazione in successione. Per caso fortuito, conseguivano all’attentato solo limitati danni alle cose.

Il giudice del merito – in primo, come in secondo grado – qualificava il fatto quale violazione dell’articolo 422 c.p. (strage “comune”) mentre la Cassazione riqualificava il fatto in strage “politica” ai sensi dell’art. 285 c.p.. Questo viene stigmatizzato nel ricorso, come ci ha spiegato l’avvocato Flavio Rossi Albertini “la giurisprudenza non prevedeva che le condotte ascritte potessero integrare il 285; si è trattato anche in questo caso di una dilatazione del perimetro applicativo”.

Caso Cospito, il Csm apre una pratica a tutela dei giudici. Una seduta del Plenum del Consiglio Superiore della Magistratura. Nel documento si riportavano le dichiarazioni dei difensori dell'anarchico e alcuni estratti di articoli di giornale. La richiesta è arrivata dai consiglieri di Magistratura indipendente. Il Dubbio l’8 marzo 2023.

La prima commissione del Csm ha aperto una pratica a tutela dei giudici che si sono occupati del caso Cospito. La richiesta era arrivata dai consiglieri di Magistratura indipendente (Mi) che l'avevano depositata al Comitato di Presidenza alla fine di febbraio.

Nel documento si riportavano le dichiarazioni dei difensori dell'anarchico e alcuni estratti di articoli di giornale, osservando che «nel caso di specie in luogo di critiche puntuali ed argomentate relative a specifiche attività processuali o a specifici provvedimenti si assista ad una denigrazione generica e generalizzata dell'intera attività giurisdizionale penale con il risultato di determinare presso la pubblica opinione una delegittimazione diffusa ed indiscriminata della funzione giudiziaria svolta dai magistrati».

Consigliere di +Europa visita in carcere Cospito: "Ecco cosa ha detto". Ma così viola il 41 bis. Francesca Musacchio su Libero Quotidiano il 15 marzo 2023

Le visite in carcere da parte dei politici ad Alfredo Cospito ancora al centro della polemica. Dopo quella di gennaio scorso da parte di una delegazione del Pd composta da Debora Serracchiani, Andrea Orlando, ex ministro della Giustizia, Silvio Lai e il senatore Walter Verini, adesso nel mirino finisce il consigliere della regione Lombardia, Michele Usuelli, che nel mese di febbraio è andato a fare visita all’anarchico detenuto al 41 bis nel carcere di Opera. Dopo l’incontro, il consigliere avrebbe rilasciato alcune dichiarazioni alla stampa riportando il pensiero di Cospito e che non sono sfuggite al deputato Pino Bicchielli, vicepresidente del gruppo Noi moderati. La vicenda è al centro di una interrogazione scritta al ministro della Giustizia, presentata dallo stesso Bicchielli, che si interroga sulla possibilità che, anche involontariamente, tali modalità possano esporre al rischio di vanificare le finalità del 41 bis rispetto alle comunicazioni con l’esterno.

Il consigliere, riporta Bicchielli nell’interrogazione, «dopo aver incontrato Cospito ha affermato pubblicamente che egli "non sta facendo una battaglia pro domo sua, ma una battaglia di sistema. L’obiettivo finale è quello di guadagnare una maggiore civiltà a questo Paese". E riguardo alle proteste e alle manifestazioni violente che da mesi gli anarchici stanno portando avanti per appoggiare la protesta di Cospito, Usuelli avrebbe riferito agli organi di informazione, sempre stando all’interrogazione presentata da Bicchielli, che "Il signor Cospito non dice di approvare questi gesti violenti, ma in lui prevale l’anarchico rispetto a quello che sta conducendo un’azione non violenta. Quindi lui dice da anarchico "io non sono nessuno per dire agli altri cosa dovrebbero fare"».

Ma nella risposta del ministro Carlo Nordio emerge qualcosa in più su quella visita. Il consigliere lombardo si sarebbe intrattenuto a colloquio con Cospito per circa venti minuti. Durante l’incontro, però, Usuelli sarebbe stato richiamato più volte dal direttore dell’istituto perché gli argomenti trattati esulavano da quelli permessi dall’articolo 67 dell’Ordinamento penitenziario. Ma non solo. A fine visita, Usuelli avrebbe chiesto di poter regalare al detenuto un cappello tradizionale afghano, usato anche dai mujaheddin. La richiesta è stata respinta sempre a causa delle limitazioni previste dal regime detentivo speciale al quale Cospito è sottoposto. Le risultanze sulla visita di Usuelli, fa sapere il Ministro, sono state inviate al Dap come di consueto. Quindi il meccanismo di verifica delle visite da parte delle autorità funziona. E qui Nordio si ferma, specificando che sulle «eventuali e successive esternazioni alla stampa del contenuto dei colloqui intercorsi, esulano dalla sfera di intervento del Ministero».

Intanto, l’anarchico prosegue lo sciopero della fame per protestare contro il 41 bis e continua anche la sua battaglia giudiziaria. Ieri ha partecipato in video collegamento dal carcere di Milano all’udienza del Tribunale del riesame di Perugia per la richiesta di revoca delle misure cautelari a carico dello stesso Cospito e di altri cinque anarchici, indagati a vario titolo per istigazione a delinquere, anche aggravata dalle finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine democratico, in relazione alla pubblicazione di alcuni articoli sulla rivista «Vetriolo». Durante l’udienza l’anarchico ha letto un lungo memoriale nel quale ha ribadito di non volere diventare un martire ma che la sua è una battaglia «contro la repressione della libertà». Nel frattempo, l’avvocato Flavio Rossi Albertini, legale di Cospito, ha fatto sapere che «è imminente il deposito di un ricorso alla Corte europea per i diritti dell’uomo contro il 41 bis».

Estratto dell’articolo di Pietro De Leo per “Libero quotidiano” il 15 marzo 2023.

[…] Tutto parte da un’interrogazione presentata da Pino Bicchielli, vicecapogruppo di Noi Moderati a Montecitorio. Il deputato prende l’iniziativa dalla visita a Cospito, nel carcere di Opera, da parte di Michele Usuelli, all’epoca dei fatti (febbraio scorso) ancora consigliere regionale lombardo di +Europa.

 Ora non più, visto che è primo dei non eletti nella recente tornata. Ebbene, Bicchielli, pur riconoscendo (e ci mancherebbe) come la prerogativa di far visita ad un detenuto si inserisca «nel quadro di guarentigie di rango costituzionale legate al mandato rappresentativo», accende il faro sulle dichiarazioni rese dopo l’incontro da Usuelli.

Quest’ultimo, a proposito dell’attivista anarchico e del suo sciopero della fame, disse: «Non sta facendo una battaglia “pro domo sua”, ma una battaglia di sistema». E ancora, sui disordini degli attivisti anarchici in solidarietà al loro esponente, Usuelli si pronunciava così: «Il signor Cospito non dice di approvare questi gesti violenti». Tuttavia, prevalendo in lui la vocazione anarchica, il detenuto avrebbe concluso: «Io non sono nessuno per dire agli altri cosa dovrebbero fare».

 Tutto normale? Non tanto. È noto che il regime di 41 bis è stato comminato e poi confermato a Cospito per stroncare ogni tentativo di comunicare con l’esterno, magari per orientare l’attivismo (violento) dei militanti anarchici.

Dunque Bicchielli faceva notare, nella sua interrogazione, che «la propalazione di affermazioni attribuite al detenuto Cospito, in particolare con riferimento a giudizi sugli atti di violenza e intimidazione in corso, potrebbe rivelarsi potenziale, ancorché certamente involontario, veicolo di messaggi rivolti alla galassia anarchica o da essa interpretabili». Tradotto: non sarà che Usuelli, ovviamente in buona fede del tutto involontariamente, con quelle parole possa aver trasmesso qualcosa che Cospito voleva riferire ai suoi compari?

Questo è il senso dell’interrogazione, con cui il deputato ha chiesto al ministro della giustizia Carlo Nordio «quali iniziative intenda assumere per evitare che tali atti e comportamenti possano comportare il rischio, anche involontario, di vanificare le finalità dell’articolo 41 bis». Ebbene, la risposta scritta del Guardasigilli è arrivata.

 E se ne ricavano alcuni elementi che sarebbero pittoreschi, se non fossero anche molto gravi. Il primo è che, si legge nel documento, «durante l’incontro» nel penitenziario con Cospito, “durato circa una ventina di minuti, il Consigliere Usuelli è stato più volte richiamato dal Direttore dell’Istituto», che presenziava al colloquio, «perché gli argomenti trattati esulavano da quelli permessi» dalla legge.

Ma qui viene il bello: «Al termine della visita, il Consigliere regionale ha chiesto di poter regalare un cappello al detenuto Cospito (simbolo dei mujaheddin afgani), donazione che, tuttavia, non veniva autorizzata, stante le limitazioni previste dal regime detentivo speciale ex 41 bis». [...] 

Il dito e la luna. Marco Travaglio, Direttore del Fatto Quotidiano il 7 febbraio 2023

Il sondaggio di Alessandra Ghisleri per la Stampa conferma ciò che pensavamo del caso Cospito: gli italiani giudicano più severamente la linea del Pd contro il 41-bis al terrorista che le fughe di notizie del duo Donzelli-Delmastro. Spetterà alla magistratura accertare se il sottosegretario e il deputato FdI abbiano commesso reati, mentre è giusto visitare […]

Il sondaggio di Alessandra Ghisleri per la Stampa conferma ciò che pensavamo del caso Cospito: gli italiani giudicano più severamente la linea del Pd contro il 41-bis al terrorista che le fughe di notizie del duo Donzelli-Delmastro. Spetterà alla magistratura accertare se il sottosegretario e il deputato FdI abbiano commesso reati, mentre è giusto visitare detenuti al 41-bis ed è lecito chiederne la revoca per tizio o caio (sempreché il Pd l’abbia chiesta, visto che lancia il sasso e poi ritira la mano). Ma che sulla visita del 12 gennaio al carcere di Sassari la delegazione Pd non la contasse giusta era una sensazione diffusa, a giudicare dai suoi balbettii, ammissioni a rate e contraddizioni. Ora la relazione del Gom (polizia penitenziaria), giustamente pubblicata dai media (altro che segreto), purtroppo lo conferma. Verini, con notevole ritardo, aveva ammesso un “saluto” ai tre boss vicini di cella di Cospito, dopo che questo aveva detto a lui, Lai, Orlando e Serracchiani: “Io non ho niente da dire se prima non parlate con gli altri detenuti”. Ma dalla relazione si scopre che fu ben più di un saluto.

Il casalese Francesco Di Maio disse all’ex ministro della Giustizia Orlando: “Ora siamo inguaiati”. Frase che il Gom interpreta così: “Probabilmente intendeva dire che prima, nel periodo in cui Orlando era ministro, si stava meglio, mentre ora si sta peggio”. Ma il “saluto” fu in realtà una conversazione di diversi minuti, proprio sul 41-bis: “Di Maio riferiva alla delegazione che il regime del 41 bis equivale alla condanna a morte in quanto non c’è la possibilità di difendersi, essendo giudicati dal Tribunale di Sorveglianza di Roma e non da quello del posto ove si è detenuti, che a suo dire conosce i detenuti… L’unico modo per uscire dal 41 bis è collaborare con la giustizia, ma lui non ha più nulla da dire e quindi non può collaborare” perché, dice Di Maio, il suo clan non esiste più. Parole che, unite a quelle scambiate fra Cospito e Di Maio nell’ora d’aria e svelate da Donzelli alla Camera (“Deve essere una lotta contro il regime, noi al 41-bis siamo tutti uguali”, “Pezzetto dopo pezzetto si arriverà al risultato”), fanno sospettare una strategia per scardinare il 41-bis. Che ha usato anche la visita del quartetto Pd. A quel punto, i parlamentari si spostano davanti alle celle dei mafiosi siciliani Pino Cammarata e Pietro Rampulla (l’artificiere neofascista di Capaci). Cammarata lamenta le “motivazioni fotocopia” per i rinnovi del 41-bis e la penuria di cure e visite esterne. Rampulla dice solo di essere al carcere duro da 30 anni. Domanda, forse ingenua o forse no: perché i quattro dem non dissero subito cos’era successo, ma hanno atteso le fughe di notizie di Donzelli e Delmastro per svelare i saluti ai mafiosi che saluti non erano?

Sorgente: Il dito e la luna – Il Fatto Quotidiano

Estratto dell’articolo di Liana Milella per repubblica.it il 22 febbraio 2023.

No alle dimissioni da sottosegretario di Andrea Delmastro. Parola di Carlo Nordio. Che per di più in modo netto attribuisce "solo" al suo ministero, e non alla magistratura, la categoria di segretezza da apporre a un proprio documento.

È un Nordio durissimo quello che, nei soli tre minuti scarsi del question time alla Camera, respinge seccamente la richiesta di allontanare da via Arenula il sottosegretario meloniano sotto inchiesta a piazzale Clodio per rivelazioni di segreto d'ufficio. Glielo chiede il Movimento 5 stelle con Valentina D'Orso e Federico Cafiero De Raho. Ma il suo niet è altrettanto netto. A partire dal no alle dimissioni. Vediamo perché.

La "sentenza" di Nordio

Ecco le parole di Nordio: "È un'ispirazione velleitaria e metafisica che l'informazione di garanzia possa costituire oggetto di dimissioni. Se così fosse, noi devolveremmo all'autorità giudiziaria il destino politico degli appartenenti a un'assemblea che oggi riguarda Delmastro, ma domani ognuno di voi". Nordio guarda l'emiciclo, e pronuncia la sua "sentenza". Quindi Delmastro resta al suo posto.

"Non decidono i pm sulla segretezza degli atti"

Quanto alla classificazione del documento richiesto da Delmastro allo stesso Dap e poi utilizzato dal capogruppo di FdI in aula contro il Pd il 31 gennaio, Nordio non solo conferma quanto ha già detto per due volte nella stessa aula, ma ne amplia i confini, quasi a negare che possa esistere la stessa inchiesta giudiziaria perché sarebbe abnorme se fosse quest'ultima, e non il ministero stesso, a decidere la classificazione di segretezza di un documento.

"Siamo rispettosissimi dell'intervento della magistratura - specifica Nordio - e attendiamo con fiducia l'esito dell'indagine che riguarda Delmastro. Ma se la qualifica della segretezza o meno dell'atto non dovesse più dipendere dall'autorità che lo forma, cioè dal ministero, ma dovesse essere devoluta alla magistratura potrebbe crearsi una problematica che dovrebbe essere risolta in un altra sede". Un'affermazione che già di per sé annuncia come possibile un ricorso alla Corte costituzionale.

Del resto Nordio conferma esattamente quanto ha già detto. Eccolo ribadire che "la classificazione della natura dell'atto oggetto di contestazione - segreta, riservata, riservatissima, o altro - per legge appartiene all'autorità che firma il documento. Quindi spetta al ministero definire la qualifica degli atti di cui si parla".

Ma lo stesso Nordio ammette stavolta che la dicitura che fu apposta alle carte - e cioè a "limitata divulgazione" - "è una formula di per sé inidonea a connotare il documento trasmesso come atto classificato, quindi una mera prassi interna". Ma poi, da ex pubblico ministero, fa anche una lezione alla magistratura che sta indagando e pure ai giuristi, e dice: "Per quanto riguarda il reato di divulgazione di segreto d'ufficio, la parola "segreto" non può essere interpretata in modo estensivo in malam partem, e cioè contro la persona che è indagata. Tutti sanno che la norma penale può essere interpretata in modo estensivo soltanto in bonam partem. Quindi quello che è segreto è segreto, quello che non è segreto non rientra tra gli atti dei quali si sta oggi parlando".

Un modo per dire che la stessa indagine di piazzale Clodio non ha alcuna ragione di essere. Perché è stata via Arenula a decidere la classificazione del documento (anche se ammette che è sbagliata), e la magistratura non può espropriare il ministero, ma può solo accettarne la decisione. Quindi Delmastro non ha violato nulla perché il documento non era stato classificato come segreto, e tantomeno per un fatto inesistente può essere "dimesso".

Protesta il M5S

Ovvie le proteste di M5S con l'ex procuratore nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho che, all'opposto, ribadisce come ci sia stata una palese violazione del segreto amministrativo che giustifica la richiesta di togliere a Delmastro la qualifica di sottosegretario. Anche perché, dice Cafiero, non si usano documenti riservati per attaccare l'opposizione come invece è avvenuto.

[…] E siamo a oggi, al Giurì riunito alla Camera in vista di una relazione che dovrà essere depositata in aula entro il 10 marzo. Ma fino ad allora il presidente Sergio Costa, l'ex ministro di M5S, impone la totale segretazione degli atti, e quindi anche delle singole relazioni. Dice Costa ai cronisti: "Ho messo il segreto, e quindi io rispetto la riservatezza". […] I lavori del Giurì s'intrecciano con la pesante contestazione in corso da parte delle opposizioni proprio contro Delmastro, la cui presenza viene rifiutata nelle commissioni di Camera e Senato, e in aula nella veste di rappresentante del Guardasigilli Carlo Nordio. Che nel question time, interrogato dal deputato grillino ed ex procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, si appresta ad affrontare la questione.

Gli attacchi e le polemiche. Caso Cospito, quella società che si crede migliore dell’anarchico. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 16 Febbraio 2023

Adesso gli fanno le pulci perché si è mangiato uno yogurt. Dicono che in quel modo Alfredo Cospito ha confessato di essere un magliaro, di aver intrapreso una battaglia farlocca, falsamente intestata all’abolizione per tutti del 41bis e in realtà rivolta soltanto a vederlo revocato per sé. E questo – tu guarda che immoralità – non appena ha avuto speranza che appunto in proprio favore, dopo la requisitoria del procuratore generale della Cassazione, potesse aprirsi una prospettiva di cambiamento. Una specie di vigliacco, insomma.

È difficile trovare le parole per descrivere a quale grado di empietà si debba giungere per esercitarsi nel dileggio di una persona che per mesi si è sottoposta a privazioni e sofferenze serissime e infine, sul bordo del precipizio, per spossatezza, per disperazione o forse, come in questo caso, per un palpito di speranza, fa un passo indietro e concede al proprio corpo esausto qualche grammo di nutrimento. E si noti che a sbertucciarlo non è chi mostrava qualche considerazione della sua iniziativa, reclamando attenzione pubblica sull’ingiustizia, in linea di principio e per tutti, di quel regime carcerario. Non è che gli han detto bravo, hai ragione, ma vai fino in fondo: un atteggiamento che sarebbe stato crudele – perché la pelle era di quello lì, non di chi l’avesse in quel modo sostenuto – ma dopotutto coerente.

No: a fargli lo scrutinio morale son quelli per cui a Cospito il 41bis stava bene non una volta ma due volte, a lui e a tutti gli altri; quelli che anzi condannavano lo sciopero della fame dell’anarchico proprio perché era teso a favorire i criminali, la mafia, i terroristi. E adesso? E adesso è un cialtrone – ah ah ah, lo vedi? – uno che appena ha sentore di poterla spuntare ecco che si fa la scorpacciata, altro che balle, altro che battaglia garantista.

Vedremo come andrà a finire ma, comunque vada a finire, resta che su una importante questione di giustizia l’Italia si è divisa in due fronti oscenamente diseguali: da un parte la demagogia maggioritaria, pervasiva a destra e a manca, il populismo della gente perbene e della politica corrispondente, la politica Cappio&Rosario, nella competizione a chi era più affidabile, più risoluto, più credibile nell’inflessibilità del maltrattamento dei detenuti; e dall’altra parte un galeotto, un criminale, uno che ha commesso e rivendicato delitti molto gravi e che tuttavia, da quella sua condizione di colpa e di prigionia, ha dato a questo Paese una possibilità di giustizia e civiltà che altri non ha saputo difendere.

Ci sono le responsabilità di Cospito per i delitti che egli ha commesso, e nessuno si è mai sognato di mandarle assolte. Ma ci sono i meriti di cui ha dato prova con questa sua iniziativa, e praticamente nessuno glieli ha riconosciuti. È un disonore per la società che si pretende meglio di lui.

Inno alle foibe, botte e droga: lezioni di anarchia ai giovani. Nei collettivi e sui social, i gruppi antagonisti cercano di «educare» gli studenti. Che giocano alla rivoluzione. Francesca Galici il 17 Febbraio 2023 su il Giornale.

Centri sociali e anarchici fanno ancora proselitismo in scuole e università. Niente di nuovo, una strategia che si ripete: una cantera di giovani volubili, sobillati da ideali rivoluzionari, che poi vengono messi nelle prime file dei cortei violenti, come si è già verificato in diversi episodi, anche recenti. Le occupazioni sono il pretesto migliore, i collettivi studenteschi il «piede di porco» delle organizzazioni per infiltrarsi nelle istituzioni scolastiche. Siamo entrati nelle chat di alcuni di questi per capire come funzionano e come si muovono, trovando conferme sul loro modus operandi.

Abbiamo individuato il leader di uno dei collettivi in un giovane non ancora maggiorenne, molto vicino a uno dei centri sociali più attivi nelle guerriglie No Tav. Lui stesso, come dimostrano i suoi social, ha preso parte agli assalti al cantiere di San Didero, l’ultimo nel giorno dell’Epifania. È a lui, figura più carismatica, che fanno riferimento tutti gli altri ragazzini, ammaliati dal fascino dello scontro violento con le istituzioni. Si sentono adulti che giocano alla rivoluzione, insultano gli «sbirri», parlano di «lotta armata» e condividono le foto, diventate celebri, degli Anni di Piombo a Milano. Dicono di volere lo «scontro» con le forze dell’ordine alle quali rispondere con le «botte», ma pochi messaggi dopo spiegano di non poter partecipare alle riunioni del collettivo, perché la loro mamma non vuole.

Il giovane leader inneggia alle foibe e nel Giorno del Ricordo ha cercato di coinvolgere gli altri giovanissimi a partecipare al contro-corteo per mettere in pratica gli insegnamenti del «laboratorio» seguito durante l’occupazione. Quale laboratorio? Quello dell’antifa-boxe. Durante l’occupazione, infatti, in uno dei licei sono stati organizzati alcuni incontri con personaggi esterni alla scuola, spesso provenienti dai centri sociali. Tra questi, appunto, anche quello di boxe-antifascista. Non è mancato il «corso sulla lotta No Tav», il tutto all’interno di un liceo statale, che per alcuni giorni è stato nelle mani di un manipolo di studenti. Nella maggior parte dei licei occupati, anche in quello a cui fa riferimento uno dei collettivi delle chat, si tengono incontri contro il 41-bis e in solidarietà con Alfredo Cospito, che vengono spesso organizzati e gestiti da personaggi vicini al mondo anarchico e dei centri sociali, esterni alla scuola.

L’occupazione a cui fa riferimento uno dei collettivi da noi seguiti è stata camuffata come un gesto di protesta nei confronti del ministro dell’Istruzione Valditara, anche solo per il fatto che sia vivo. Così si legge in una delle conversazioni che si trovano in questa chat, in cui gli pseudo-rivoluzionari parlano anche di cacciare gli «sbirri» in caso di tentativo di sgombero dell’edificio. Un trattamento che vorrebbero riservare anche al dirigente scolastico, per avere la massima libertà di azione. Libertà che, dal loro punto di vista, include anche quella di portare e consumare droga, come scrivono senza remora alcuna nelle loro conversazioni, quando parlano di ragazzi «fatti» durante l’occupazione.

Stando a quanto emerge dai messaggi che si scambiano a ogni ora del giorno e della sera, anche durante le ore scolastiche, a essere maggiormente coinvolti nei collettivi sono gli studenti delle classi inferiori, spesso quelli delle prime classi, che vengono forse attirati dall’idea di fare qualcosa di nuovo e di alternativo, senza comprenderne a pieno le implicazioni. Ragazzini che, appunto, vanno a scuola ed escono accompagnati dalla mamma e dal papà, ai quali gli impavidi «rivoluzionari» si preoccupano di non mostrare gli eccessi di queste occupazioni.

Cospito, riecco i soliti anarchici: scontri con la polizia e vetrine distrutte a Milano. Altissima tensione a Milano: anarchici in corteo con caschi e bastoni spaccano la vetrina di una banca durante il corteo in favore di Cospito. Francesca Galici l’11 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Nuovo corteo degli anarchici e stavolta, a differenza della scorsa settimana, è Milano la piazza più calda. Il clima è teso e fin dall’inizio del corteo si sono verificati problemi. Diversi gavettoni e un paio di fumogeni sono stati lanciati contro le forze dell'ordine e i giornalisti. I commercianti, spaventati da possibili azioni aggressive, hanno abbassato le serrande, mentre il corteo passava in via Col di Lana. Partiti da piazza XIV maggio, giunti in viale Bligny, hanno rotto le vetrine di un istituto di credito. "Da Vicepremier porterò in Cdm la richiesta di intervenire duramente contro questi delinquenti, chiudendo covi e bloccando siti", ha dichiarato Matteo Salvini.

Che le intenzioni dei manifestanti non fossero delle migliori lo dimostra anche il fatto che le prime file indossavano caschi e manifestavano a volto coperto, diversi di loro avevano bastoni tra le mani. Tra gli insulti a giornalisti e forze dell'ordine, i manifestanti hanno scandito i cori in favore di Alfredo Cospito, che questa sera è stato trasferito all'ospedale San Paolo di Milano in via precauzionale. 11 fermati tra i manifestanti e 6 poliziotti feriti, alcuni dei quali con schegge di bombe carta.

I cittadini che incrociavano il corteo erano costretti a scappare. Le vie di Milano rimbombavano tra lo scoppio di petardi e di bombe carta, in un sabato pomeriggio blindato. I giornalisti sono stati invitati dalla polizia a tenersi a distanza di sicurezza dal corteo, per evitare di essere oggetto di lancio di pietre, fumogeni e oggetti vari da parte degli anarchici, che non appena vedono qualcuno che si avvicina sono pronti a colpire.

La polizia si è trovata costretta a caricare i manifestanti, che hanno lanciato bombe carta, cassonetti, sedie e tavolini contro le forze dell'ordine. Sono state almeno quattro le cariche di alleggerimento per fermare il corteo, composto da circa 400 persone. Dopo un vero e proprio corpo a corpo in due tempi, la polizia è riuscita a far indietreggiare gli anarchici in via Altaguardia dove sono lanciati più lacrimogeni e dove sull'asfalto restano tavolini dei dehors e piante.

La sinistra che difende i violenti e l'allergia alle divise. Domenico Ferrara il 12 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Ma perché è così difficile condannare chi distrugge le vetrine, lancia bombe carta, gira a volto coperto armato di spranghe senza autorizzazione e ferisce i poliziotti?

Ma perché è così difficile condannare chi distrugge le vetrine, lancia bombe carta, gira a volto coperto armato di spranghe senza autorizzazione e ferisce i poliziotti? Perché da una parte politica - quella che sta a sinistra - c'è sempre un ma che accompagna ogni tipo di azione o dichiarazione volta ad arginare il fenomeno della violenza?

La risposta non è di facile reperibilità ma nemmeno di difficile intuizione. Veniamo ai fatti. Succede che gli anarchici a Milano devastano auto e vetrine e mandano in ospedale sei agenti. Valter Mazzetti, Segretario Generale Fsp Polizia di Stato, chiede a gran voce che si delinei un'apposita fattispecie di reato di "terrorismo di piazza" per arginare il fenomeno della caccia alla forza dell'ordine. Poco dopo gli fa eco l'esponente di FdI Riccardo De Corato. Apriti cielo. La sinistra insorge. "Il partito di Giorgia Meloni coglie l'occasione di una manifestazione di 400 anarchici per annunciare in Parlamento una proposta di legge che, guarda un po', introduce un nuovo reato, quello di "terrorismo di piazza". Lo applicheranno anche alle violenze degli ultras?", tuona la capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera Luana Zanella. Che poi rincara la dose: "Vogliono farci credere che 400 manifestanti, anche se non pacifici, come è accaduto ieri, possano assediare una città. Noi condanniamo ogni forma di violenza ma è ovvio che già esistono tutte le misure possibili nel Codice penale, non c'è bisogno di un nuovo reato, oltretutto generico, che ha tutto il sapore di un'arma per reprimere ogni dissenso di piazza".

Ora, a parte che la Zanella ignora totalmente il fatto che la proposta sia partita dal sindacato di polizia e non da FdI, ma questo si annovera nel faldone della sinistra incapace di ascoltare il grido d'allarme delle forze dell'ordine. Ma poi, soprattutto, non si capisce con quale competenza si possa sostenere che 400 persone non possano assediare una città. Di bollettini di guerra ormai le cronache da anni sono piene, eppure c'è sempre qualcosa che va nella direzione opposta a chi lavora per far rispettare la legalità e proteggere i cittadini. Alla fine è sempre il solito il film: a chiedere a gran voce i codici identificativi sui caschi e sulle uniformi dei poliziotti per renderli riconoscibili, controllabili e sanzionabili la sinistra è maestra, a chiedere invece di individuare, punire e bloccare la ripetibilità della violenza di piazza di anarchici e no global la sinistra è scolara del primo giorno.

P.S: sì, l'eventuale reato di terrorismo di piazza si applicherebbe anche agli ultras e a tutti coloro che non rispettano le regole, devastano auto, negozi, caserme e feriscono i nostri agenti. Perché non dovrebbe?

Ecco i "cocchi" dei politici della sinistra. E non chiamateli anarchici. Ché l'anarchia, seppur tremenda, è una cosa seria. Giannino della Frattina il 12 Febbraio 2023 su Il Giornale.

E non chiamateli anarchici. Ché l'anarchia, seppur tremenda, è una cosa seria. Roba da uomini veri e pure con qualche ragione di interesse. Questi che il sabato pomeriggio all'ora dell'aperitivo sfasciano Milano, sono invece brutta roba. Delinquenti da strada che immaginano di riempire il vuoto cosmico delle loro vite con una foto sui giornali. Un attimo di notorietà con cui cercar di dare un senso al loro nulla di orizzonti e valori. Ma non sono loro da condannare, da sperare di vedere chiusi tra due cordoni della polizia e portati in una cella fredda e buia a purgare la loro arroganza. E magari a pagare i danni fatti ai negozianti o ai milanesi che si sono ritrovati la macchina sotto casa sfasciata dalla loro pretesa di impunità. A dover essere portati in cella sono i politici della sinistra. Tutti. Quelli che questi delinquenti li hanno coccolati e lusingati per anni, facendo finta di non vedere dove portava la loro deriva ideologica e criminale. Quelli che urlavano e continuano a urlare al pericolo della violenza fascista, mentre lisciano il pelo ai centri sociali diventati i veri covi dell'illegalità. Perché stupirsi oggi quando bastava vedere le violenze del primo maggio del 2015, il giorno dell'inaugurazione dell'Expo a Milano? Bastava fotografarli e andarli a prendere uno per uno. Non serviva finire lontano, bastava consultare la mappa dei centri sociali che ammorbano la città e aspettano solo l'occasione per sfogare la loro frustrazione politica e umana prendendo a mazzate negozi, automobili e quello che capita loro a tiro. E allora, tanto per non far nomi, sarebbe interessante sapere cosa pensano e soprattutto cosa intendano fare di questi bravi ragazzi dei centri sociali, il sindaco di Milano Giuseppe Sala, il candidato del centrosinistra alla regione Pierfrancesco Majorino, gli aspiranti segretari del Partito democratico Nicola Zingaretti, Elly Schlein, Gianni Cuperlo e Paola De Micheli. Immaginano magari per il futuro di smetterla di trincerarsi dietro il solito comodo antifascismo di maniera e affrontare finalmente il problema della violenza rossa? Perché oggi, diciamolo chiaro, la violenza è solo e unicamente di sinistra. Chi attenta al vivere sereno della comunità non sono i fascisti, ma solo comunisti, ex comunisti e para comunisti. E i loro complici, i politici della sinistra che siedono comodamente (e ipocritamente) nelle poltrone delle istituzioni.

Quei radical chic sedotti dalla rivolta. Francesco Maria Del Vigo l’1 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Ora che la scintilla della violenza anarchica ha infuocato - in alcuni casi, purtroppo, nel vero senso della parola - l'Italia, è giusto rimettere in fila tutte le cose e dare a ciascuna il proprio peso

Ora che la scintilla della violenza anarchica ha infuocato - in alcuni casi, purtroppo, nel vero senso della parola - l'Italia, è giusto rimettere in fila tutte le cose e dare a ciascuna il proprio peso.

Adesso che è evidente e palmare quanto dietro i movimenti anarco insurrezionalisti ci sia una struttura criminale, disposta a ogni cosa pur di scardinare dalle fondamenta la solidità dello Stato, bisogna mettere i puntini sulle i: non si può difendere chi, in un modo o nell'altro, palesemente o larvatamente, per difendere i propri interessi tutela anche quelli dei mafiosi che sciolgono i bambini nell'acido. Di fronte all'abominio e alla mostruosità delle mafie non possono esistere «compagni che sbagliano», non possono esserci cedimenti alla fascinazione dell'eroe negativo. Una certa sinistra, quella degli appelli e delle manifestazioni permanenti, quella degli intellettuali sempre pronti a stare dalla parte sbagliata nel nome di qualche sedicente giusta causa (quasi sempre la propria visibilità), di fronte al caso Cospito rimane nuda. Non basta la legittima, ma opinabile, critica nei confronti del regime carcerario duro. Non è certo solidarizzando con chi solidarizza con i mafiosi, con chi chiede la rimozione per tutti i criminali dal 41-bis - come abbiamo scritto ieri su queste colonne - che si induce la politica, la magistratura e l'opinione pubblica a rivedere il più severo dei provvedimenti di reclusione. In questo modo la lotta contro il carcere duro diventa vittima della sudditanza ai deliri e alle rivendicazioni politiche di Cospito. Così come lo stesso leader anarchico è ostaggio della violenza dei suoi compagni che, bruciando auto e attaccando le istituzioni, confermano proprio quanto il legame con il loro capo sia ancora attivo e - per paradosso - confermando, quindi, l'utilità del suo isolamento. E capiamo perfettamente l'imbarazzo di chi, come alcuni parlamentari dem, fino a ieri è andato legittimamente a trovare Cospito e ora, con malcelato imbarazzo, fa finta di nulla e vorrebbe che tutti tacessero. Sarebbe bastato leggere la fedina penale del numero uno degli anarco insurrezionalisti, il sopraccitato gambizzatore, per capire che era meglio non aver nulla a che fare con lui e adesso attaccare chi ha diffuso la notizia (vedi Donzelli) è come guardare il dito invece che la luna. Quando il problema è un altro: la solita sinistra - fortunatamente sempre più residuale - che flirta con violenti e sovversivi.

Il terrorismo per fare politica, il solito vizietto della sinistra. Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 30 gennaio 2023

Alfredo Cospito è un anarchico di 55 anni. Alfredo Cospito però è soprattutto un criminale, in carcere da dieci anni e in attesa di una condanna definitiva. È in prigione per il ferimento dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare e per aver messo due bombe a basso potenziale davanti alla caserma della Scuola Allievi dei Carabinieri di Fossano. È in carcere con l’accusa di tentata strage, commutata da qualche mese in tentata strage politica. Si tratta di un reato gravissimo, non riconosciuto neppure per la strage di Bologna e che ha determinato il passaggio del detenuto al regime penitenziario del 41bis, che prevede forti privazioni della socialità, ritenute addirittura incostituzionali.

La Corte Costituzionale deciderà in merito il 20 aprile, ma per allora Cospito, che è in sciopero contro il carcere duro cui è sottoposto, potrebbe essere già morto da un pezzo. Questo giornale, che è per il rispetto dei diritti umani e contro l’accanimento carcerario, ha scritto più di una volta per condannare l’applicazione a Cospito, che è giustamente in cella, di un regime penitenziario mirato a impedire ai boss mafiosi e ai capi del terrorismo eversivo di continuare a comandare da dietro le sbarre e quindi non pensato per lui.

L’UNICO RIFUGIO

Quanto avvenuto però ieri a opera dei movimenti anarchici a Barcellona e Berlino, dove sono state attaccate le sedi diplomatiche italiane, e a Torino, dove è stato dato fuoco a un ripetitore, nonché qualche mese fa ad Atene, con un attentato incendiario, impone qualche considerazione ulteriore. La prima è che, anche se non hanno causato vittime, questi agguati sono atti terroristici. La seconda è che il terrorismo è l’eterno, unico rifugio e mezzo d’espressione che l’universo dell’estrema sinistra conosce. La terza è che è alquanto improbabile che essi siano stati architettati da Cospito, che è in condizioni fisiche preoccupanti, però i loro autori hanno indicato nella richiesta di attenuare il carcere duro al loro compagno la motivazione dei loro gesti ma è evidente che sarà lui a pagarne il prezzo più caro. Va da sé che ciascuno di questi atti complica, anziché semplificare, la situazione del detenuto perché, se sfidato dal terrorismo, lo Stato non può abbassare la testa e mostrare il proprio volto pietoso. Oltre ai suoi compagni anarchici, gli altri veri nemici di Cospito sono tutti coloro che, da sinistra, hanno provato a buttare in vacca l’arresto di Matteo Messina Denaro con non provate teorie di una trattativa tra lo Stato e la mafia mirate unicamente a svilire un successo del governo Meloni.

IL RITORNELLO

Il boss si è consegnato in cambio dell’eliminazione del 41bis, è stato il ritornello dei cacasenno da redazione ormeggiati a sinistra. Ë per colpa di questa marmaglia, pronta a interpretare un gesto di umana carità verso Cospito come il primo passo verso concessioni ai mafiosi in carcere, se difficilmente la giustizia mostrerà il suo volto più equo. L’alternativa sarebbe esporre Meloni e soci a una valanga di attacchi strumentali. In politica infatti ti vengono rinfacciati pure i gesti umanitari. 

Da Berlino a Barcellona: attacco anarchico all'Italia. Un agente ferito a Roma. Cinque persone fermate in Catalogna. Sono ritenute responsabili dell'azione contro il Consolato. Massimiliano Scafi il 29 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Attacco all'Italia? A Barcellona un blitz serale di cinque incappucciati al consolato generale, danni e scritte contro lo «Stato omicida», molto più di una bravata. A Berlino, più o meno nelle stesse ore della notte, va a fuoco l'auto del primo consigliere dell'ambasciata. «Un attentato», lo definisce Giorgia Meloni.

La miccia si accende anche a Roma, dove in serata gli anarchici hanno inscenato una sorta di manifestazione vicino a piazza Trilussa. Degenerata. Intonati cori di solidarietà con Alfredo Cospito (l'anarchico in carcere al 41 bis e da 60 giorni in sciopero della fame contro il 41 bis), alcuni hanno lanciato bottiglie e oggetti contro gli uomini delle forze dell'ordine e un poliziotto è rimasto ferito alla testa durante gli scontri. Lanci di sedie, tavoli, bottiglie e cestini dei rifiuti, la «protesta» è proseguita come una sorta di guerriglia verso gli agenti e i blindati delle forze dell'ordine schierate in assetto antisommossa.

Intanto la magistratura riannoda il filo delle ultime settimane, guarda ai blitz di Berlino e Barcellona e si concentra sulla pista anarchica. Il 30 dicembre era stato verniciato il portone del consolato a Porto Alegre, in Brasile, ed erano stati ritrovati diversi biglietti di solidarietà a Cospito. Due mesi fa era stata presa di mira la numero due della sede diplomatica di Atene Susanna Schlein, con le stesse motivazioni.

Allarme, un po' di paura. «Il governo segue con preoccupazione e attenzione questi nuovi casi di violenza nei confronti dei nostri funzionari e delle nostre rappresentanze diplomatiche», scrive la premier. Il ministro Antonio Tajani contatta l'ambasciata di Berlino e il consolato di Barcellona e chiede «che sia fatta piena luce sulle dinamiche di questi atti criminosi». Azioni vandaliche di forte impatto, ma nessun ferito. «Le locali forze di polizia - riferisce la Farnesina - hanno effettuato i necessari rilievi scientifici e investigativi. In ambedue gli episodi fortunatamente non si registrano danni alle persone». Il ministro ha comunque «già disposto l'avvio delle procedure per la verifica e il rafforzamento della sicurezza delle sedi diplomatiche e del personale».

La Procura di Roma attende i rapporti di Digos e Ros per aprire un fascicolo e affidare l'inchiesta ai magistrati dell'antiterrorismo, intanto indaga. Il collegamento tra i fatti appare però evidente. Nella città catalana, si legge in una nota della Farnesina, «ignoti hanno infranto la vetrata del consolato generale imbrattando una parete dell'edificio». Grazie alle telecamere esterne, sono state identificate cinque persone, che sono state fermate e poi rilasciate. «Libertat Cospido», «amnistia total» e «Estat Italia assassi», ecco le scritte sui muri riportate dall'agenzia Efe. «Avevano la testa coperta da un cappuccio», scrive El periodico de Catalunya. La gendarmeria spagnola ha aperto un'inchiesta: non era infatti la prima manifestazione di protesta per Cospito davanti al consolato. E i Mossos de esquadra, il corpo di polizia della Catalogna, aumenteranno le misure di controllo specialmente nelle ore notturne.

E nei giorni scorsi un rafforzamento dei controlli era stato chiesto ai tedeschi dalla nostra ambasciata berlinese. Nella notte il rogo della macchina del primo consigliere Luigi Estero. L'ipotesi investigativa a cui lavora l'intelligence, spiegano da Palazzo Chigi, è quella di un collegamento con i gruppi di matrice anarchica mobilitati per solidarizzare con Cospito.

L'assalto alla nostra diplomazia provoca una reazione bipartisan. «Destano forte preoccupazione - dice Ignazio La Russa, presidente del Senato - i ripetuti attacchi alle sedi italiane. È urgente capire quali siano i motivi e se vi sia una regia unica dietro questi gesti criminosi. Tutta la mia vicinanza al personale». Pure il presidente della Camera Lorenzo Fontana mette in relazione «l'attentato di Berlino e gli atti di vandalismo di Barcellona, speriamo venga fatta in fretta piena luce». Stessi timori, stesse parole, «attacchi», anche dall'opposizione. Il Pd esprime «preoccupazione» e domandano chiarezza. Per i 5 Stelle parla l'ex premier Giuseppe Conte: «A Berlino e a Barcellona violenze e intimidazioni, atti gravi che comunque non scalfiscono la dedizione del nostro corpo diplomatico».

"Chiamata internazionale all'azione". Il volantino degli anarchici per Cospito. Azioni internazionali dal 22 al 28 gennaio in solidarietà di Alfredo Cospito: ecco il voloantino della Federazione anarchica informale. Francesca Galici il 28 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Nelle prossime ore la procura di Roma aprirà un fascicolo di indagine per gli attentati compiuti a Berlino e a Barcellona contro le strutture diplomatiche italiane. I pm sono in attesa di ricevere le informative da Digos e Ros, prima di formalizzare l'avvio dell'istruttoria ma quel che è certo è che i procedimenti saranno all'attenzione dei magistrati dell'antiterrorismo, anche perché la pista principale al momento è quella anarchica in nome di Alfredo Cospito, rinchiuso al 41-bis. Una possibilità avvalorata da un volantino che circola sul web del quale ilGiornale.it è entrato in possesso sul quale è presente il simbolo del Fai, la Federazione anarchica informale.

Diplomatici italiani sotto attacco, attentati a Barcellona e Berlino: spunta la pista anarchica

La "chiamata internazionale all'azione in solidarietà con Alfredo Cospito" è stata effettuata attraverso i canali di informazione seguiti dalle cellule anarchiche con un manifesto che richiama le parole dello stesso anarchico rinchiuso nel carcere di Sassari e pubblicate nel libro "Quale internazionale? Intervista e dialogo con Alfredo Cospito dal carcere di Ferrara". Nella "chiamata" viene indicato un periodo ben preciso per l'azione, ossia quello compreso tra il 22 e il 28 gennaio 2023. E i fatti non smentiscono che proprio in quell'arco temporale, precisamente nella notte tra il 27 e il 28 gennaio, sia stata colpita l'ambasciata italiana di Barcellona e l'auto con targa diplomatica del primo consigliere dell'ambasciata tedesca. Nelle stesse ore, cavi di un ripetitore di telefonia mobile sono stati incendiati sulla collina di Torino e sul posto è stata trovata dai carabinieri la scritta "Fuori Cospito dal 41 bis".

La chiamata alle armi è stata effettuata sullo sfondo di un'immagine di un blindato dei carabinieri in fiamme in una foto sicuramente molto datata. Il logo del Fai è ben evidente sopra il volantino e questa sigla anarchica non è certo nuova alle cronache. È attiva dal 2003 ed è nota principalmente per i pacchi esplosivi della prima metà degli anni Duemila. Impossibile dimenticare le pentole esplosive posizionate a breve distanza dall'abitazione di Romano Prodi, allora presidente della Commissione europea, o i pacchi bomba indirizzati a Jean Claude Trichet, che all'epoca era presidente della Bce. La Federazone anarchica internazionale è la stessa che ha rivendicato il ferimento dell'amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi, gambizzato a Genova. Per quell'azione venne condannato anche lo stesso Alfredo Cospito. Sono state decine le azioni rivendicate dal gruppo, il cui obiettivo è alzare la tensione e destabilizzare la democrazia.

Il web ribolle: "Chiamata internazionale all'azione". La matrice anarchica è l'ipotesi investigativa più accreditata per gli attentati a Berlino e Barcellona contro il corpo diplomatico italiano. Francesca Galici il 29 Gennaio 2023 su Il Giornale.

La matrice anarchica è l'ipotesi investigativa più accreditata per gli attentati a Berlino e Barcellona contro il corpo diplomatico italiano per ottenere il trasferimento di Alfredo Cospito, anarchico al 41bis nel carcere di Sassari. È da mesi che le organizzazioni anarchiche agiscono con operazioni passate sotto silenzio ma rivendicate sui social. Dalla Spagna alla Germania, passando per la Francia, sono state numerose le manifestazioni e gli atti dimostrativi, per lo più incendiari e sabotatori, a sostegno del detenuto.

Lo scorso 10-11 dicembre, dopo gli attentati che hanno preso di mira le auto di Susanna Schlein ad Atene, gli anarchici hanno incendiato una stazione di ricarica per veicoli elettrici a Madrid. Un'azione simile è stata condotta a Berlino pochi giorni fa, nella notte tra il 19 e 20 gennaio nel quartiere di Kreuzberg. Nello stesso giorno dell'azione di Madrid, un altro gruppo è intervenuto sabotando il traliccio dell'alta velocità sulla linea Fessenheim-Parigi, svitando i bulloni. Numerose, poi, le manifestazioni per chiedere il trasferimento di Cospito, una delle quali domani nella città di Santa Coloma de Gramenet. Il 23 dicembre e il 19 gennaio sono state convocate assemblee davanti alle sedi diplomatiche italiane di Valencia e Madrid per lo stesso motivo. A Marsiglia, lo scorso 9 gennaio uno striscione è stato esposto «contro tutte le prigioni» in solidarietà di Cospito. Lo scorso 23 novembre circa 100 persone si sono radunate nei pressi della porta di Brandeburgo a Berlino esponendo striscioni contro il 41-bis al grido di «fuoco alle galere». Le «chiamate» trovano posto principalmente su Twitter e su Facebook, dove vengono rilanciate da profili vicini ai movimenti anarchici e sedicenti antifascisti, che operano anche a supporto delle occupazioni dei centri sociali.

Immergendosi nelle pieghe del web in cui si muovono i gruppi anarchici che trova la chiamata internazionale all'azione dal 22 al 28 gennaio. Nel volantino, una vettura dei carabinieri alle fiamme fa da sfondo al logo della Federazione anarchica informale, alla quale apparteneva Cospito. E gli attacchi ai diplomatici italiani si sono svolti all'interno di questo spazio temporale, la notte tra il 27 e il 28 gennaio.

Trasferito a Opera, ha perso più di 40 chili. Chi è Alfredo Cospito, il primo anarchico al 41-bis: in sciopero della fame dal 19 ottobre 2022. Vito Califano su Il Riformista il 30 Gennaio 2023

Sempre più gravi le condizioni di salute di Alfredo Cospito, il militante anarchico insurrezionalista sottoposto al regime detentivo 41bis che dal 19 ottobre scorso sta conducendo uno sciopero della fame contro la sua condanna, la sua pena al cosiddetto “carcere duro” e la possibilità dell’applicazione al suo caso dell’ergastolo ostativo. Ha perso oltre 40 chili e qualche giorno fa è caduto riportando la frattura del naso e perdendo molto sangue. Oggi, per ragioni mediche, è stato trasferito al carcere di Opera, in provincia di Milano, perché meglio attrezzata rispetto a quella di Sassari.

Cospito è nato a Pescara ma viveva a Torino con la compagna Anna Beniamino, anche lei detenuta. Entrambi si riconoscevano nella Fai-Fri, Federazione Anarchica Informale – Fronte Rivoluzionario Internazionale, composta da cellule diverse sparse in diversi Paesi che agiscono in via del tutto autonoma e che invoca la lotta armata contro lo Stato. L’organizzazione non è strutturata in maniera gerarchica.

Cospito è stato condannato nel 2013 a dieci anni e otto mesi di carcere. Aveva ferito a Genova, con colpi di pistola alle gambe, il dirigente dell’Ansaldo Roberto Adinolfi. Era già in carcere quando venne accusato di aver posizionato, nella notte tra il 2 e il 3 giugno del 2006, due pacchi bomba davanti alla scuola allievi dei carabinieri di Fossano, in provincia di Cuneo. Le esplosioni non causarono morti o feriti ed esplosero a mezz’ora di distanza l’una dall’altra. Erano state realizzate con una pentola a pressione e un tubo di metallo con dentro 800 grammi di polvere pirica.

Cospito e Beniamino vennero condannati – così com’era successo in primo grado – a 20 e 16 anni di carcere secondo l’articolo 422 del codice penale, “strage comune”. Secondo i giudici fu solo per caso che quelle esplosioni non causarono morti o feriti, anche perché quello spazio di tempo tra la prima e la seconda bomba “sarebbe stato più che sufficiente ad assicurare la presenza sul posto di personale incaricato dei primi rilievi”. Cospito fu così inserito nel circuito penitenziario ad alta sicurezza. E da lì scriveva per pubblicazioni di area anarchica.

Dopo sei anni, nel 2022, è stato sottoposto al regime di 41-bis, il cosiddetto “carcere duro”, diventando il primo anarchico ristretto a questa condizione. Un trasferimento giustificato dall’ex ministra della Giustizia Marta Cartabia per i “numerosi messaggi che, durante lo stato di detenzione, ha inviato a destinatari all’esterno del sistema carcerario; si tratta di documenti destinati ai propri compagni anarchici, invitati esplicitamente a continuare la lotta contro il dominio, particolarmente con mezzi violenti ritenuti più efficaci”.

Perciò Cospito fu trasferito dal carcere di Terni a quello di Sassari, dove ha vissuto isolato, con colloqui solo con familiari divisi da un vetro, il visto di controllo della posta in entrata e in uscita, la privazione di giornali e libri. Lo scorso maggio inoltre la Corte di Cassazione ha modificato il reato, su richiesta dell’accusa, da “strage comune” a “strage politica”, articolo 285 del codice penale, punito con l’ergastolo anche se non ha causato vittime. Particolare che rende possibile l’applicazione dell’ergastolo ostativo: se non il condannato non collabora con la Giustizia, non può accedere ai benefici della pena.

È anche contro questa misura che Cospito ha avviato il suo sciopero della fame. Contro l’applicazione del 41-bis la difesa di Cospito ha presentato un ricorso alla Corte di Cassazione, che aveva fissato una prima udienza al 20 aprile salvo poi anticiparla al 7 marzo. “Un’attesa così lunga non è compatibile con le condizioni fisiche di Alfredo”, secondo la medica Angelica Milia. Lo scorso 19 dicembre il tribunale di sorveglianza di Roma aveva rigettato il reclamo dell’avvocato di Cospito, Flavio Rossi Albertini, contro l’applicazione del 41-bis, e la misura era stata confermata per i prossimi quattro anni. Respinta per il rischio, secondo il tribunale, che dalla leadership di Cospito potessero partire ordini verso la sua organizzazione anarchica. Insomma la relazione che si descrive tra Cospito e la Fai è paragonabile a quella tra boss e affiliati alla criminalità.

È un ossimoro, una contraddizione, pensare che una struttura orizzontale, come è stata ritenuta dagli stessi giudici di Torino, possa avere un capo”, ha argomentato il legale. La vicenda di Cospito ha acceso riflettori e l’attenzione pubblica sul regime del 41-bis, sulla galassia anarchica – manifestazioni e atti di protesta si sono susseguiti negli ultimi mesi – , sulla proporzionalità e i benefici della pena. A fine novembre, in Tribunale a Torino, lo stesso Cospito aveva dichiarato: “Sono stato raffigurato come un sanguinario ed è stato detto che sono un professionista degli esplosivi. Di me si può dire tutto, ma non che sono un ipocrita. Ho fatto una sola azione violenta: ho sparato a Genova e ho colpito alle gambe perché non volevo usare esplosivo. Quell’azione che ho fatto, l’ho rivendicata con onore come fanno gli anarchici. È assurda l’accusa di strage politica per due attentati dimostrativi in piena notte, in luoghi deserti, che non dovevano e non potevano ferire o uccidere nessuno. In futuro cercherò di mettere in discussione questa idea che io sono un sanguinario”.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e te

Estratto Giacomo Amadori per “La Verità” il 5 febbraio 2023.

Una striscia di sangue e violenza lunga 40 anni unisce le azioni degli anarco-insurrezionalisti di questo Paese, a partire dagli anni di piombo. Una storia di cui è diventato fiero erede il cinquantacinquenne pescare Alfredo Cospito.

 Tra il 1977 e il 1979 in Toscana seminarono il terrore i militanti di Azione rivoluzionaria, causando alcuni ferimenti e tentando sequestri. Come gli anarco-insurrezionalisti di oggi erano abbastanza vicini ai gruppi marxisti-leninisti e, infatti, quando si sciolsero alcuni confluirono in Prima linea. Un loro ex rappresentante, il calabrese Pasquale Valitutti, nonostante l’invalidità e i suoi 75 anni suonati, nei giorni scorsi ha minacciato: «Pagherete con le vostre vite, la vita di Alfredo […] voi vi mettete nel mirino delle armi libertarie, prima o poi capiterà l’occasione e ve la faranno pagare» ha dichiarato il black bloc in carrozzina.

Le indagini condotte all’epoca su Azione rivoluzionaria si focalizzarono fin dal primo momento sulla frangia più oltranzista del movimento anarchico, quella insurrezionalista che, in parte, si ispirava agli scritti di Alfredo Maria Bonanno, bilaureato ex sportellista del Banco di Sicilia. Nel 1977 quest’ultimo scrisse uno dei primi tomi che teorizzava l’insurrezione a colpi di pistola, Gioia armata.

 Da lì ha iniziato una carriera a cavallo tra dottrina e rapine. L’ultima, nel 2009, a 70 anni compiuti, in Grecia. Negli anni ha propalato idee come questa: «Non c’è un luogo della teoria e uno della pratica […] Se la mattina voglio guardarmi allo specchio, seppure quello di una cella di isolamento, devo entrare in una gioielleria con la pistola».

 Nelle loro prime indagini i carabinieri lo inserirono tra gli appartenenti di Azione rivoluzionaria, salvo non trovare prove di quanto affermato da un collaboratore, anche perché per lui non dovevano esistere strutture verticistiche, ma solo «gruppi di affinità», «nuclei di base».

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 Tra le pagine più sanguinose di questa storia c’è anche quella della fantomatica «Organizzazione rivoluzionaria anarchica insurrezionale» che avrebbe agito tra il 1985 e il 1996 e contro cui il pm Antonio Marini istruì un processo monstre in cui chiese le prime condanne per partecipazione ad associazione sovversiva, ma la sua innovativa ipotesi si scontrò contro il muro dei giudici. Alla sbarra con quell’accusa finirono anche Cospito e l’ex compagna Anna Beniamino, successivamente assolti.

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Dopo la fine della banda, gli indagati Cospito e Beniamino iniziano a dare alle stampe Pagine in rivolta (dal 1997 al 2002), Kno3 (unico numero del 2008), che prende il nome dal salnitro, utilizzato per la polvere da sparo, e Croce nera anarchica, dal 2014 al 2016. Sono loro a prendere il testimone dell’insurrezionalismo armato predicato da Bonanno e messo in pratica in primis da Azione rivoluzionaria. È proprio questa sigla a ispirare il nuovo corso.

 Durante il processo all’Orai Garagin e un altro imputato diffondono un proclama con cui propugnano, con riferimento all’esperienza lottarmatista degli anni ‘70, «la ricostruzione di un’organizzazione anarchica combattente». Cospito, la Beniamino e altri, in un documento del 1997, rispondono a quella chiamata alle armi e, pur rivendicando che ogni azione, dal sabotaggio alla rapina, «è una scelta personale di attacco al dominio», ribadiscono di non essere contrari «a qualsiasi forma organizzativa».

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 Nel 2003 fa la sua comparsa la Federazione anarchica informale che sembra l’erede dell’esperienza di Azione rivoluzionaria e che coagula intorno a sé le quattro nuove cellule anarco-insurrezionaliste. Secondo gli inquirenti protagonista di questa stagione è Cospito. La Fai con la sua sigla si fa beffe dell’acronimo della Federazione anarchica italiana che raccoglie i seguaci del pensiero di Mikhail Bakunin. Ma la critica è anche al cosiddetto insurrezionalismo sociale, rappresentato da Massimo Passamani, antico allievo di Bonanno.

 Un’area, a giudizio di Cospito, malata di assemblearismo, uno «strumento» da superare. Per colui che è considerato tra i fondatori della Fai «parlano solo le azioni, solo gli anarchici e le anarchiche che rischiano la vita colpendo duramente, la comunicazione avviene attraverso le rivendicazioni».

Nel 2007 otto presunti delegati dei gruppi fondatori si riuniscono e mettono nero su bianco la nuova strategia. Nel verbale i presenti si celano dietro i nomi di alcuni personaggi Disney. «Quo», espressione della «genovese» Brigata 20 luglio, lancia la sfida: «Io parlo per il nostro gruppo: abbiamo deciso di procurarci le pistole e iniziare ad usarle».

Secondo i giudici e le Digos che per anni hanno indagato su di loro Cospito, l’amico Nicola Gai e la compagna Beniamino avrebbero piazzato, nel giugno del 2006, due ordigni davanti alla caserma degli allievi carabinieri di Fossano e, nel 2007, tre bombe nei cassonetti del quartiere residenziale della Crocetta di Torino, attentati firmati dalla sigla Rivolta anonima e tremenda. In entrambe le occasioni venne scelta la stessa tecnica utilizzata in Spagna dai terroristi dell’Eta e dagli insurrezionalisti nostrani davanti alla Questura di Genova nel 2002 e al commissariato di Sturla nel 2004: più ordigni programmati per esplodere in orari diversi, così da colpire le forze dell’ordine eventualmente accorse. Per gli investigatori tali atti puntavano a uccidere o almeno non escludevano questa eventualità.

Il 31 marzo 2011 il gruppo Sorelle in armi, Nucleo Mauricio Morales (cileno morto nel 2009 durante il trasporto di una bomba) invia un plico esplosivo alla sede della Brigata paracadutisti Folgore di Livorno. Lo apre il tenente colonnello Alessandro Albamonte che, per quello scoppio, perde l’occhio sinistro e quattro dita.

 Ma quel sangue non sazia Cospito che si dice colpito dall’esplosione della centrale nucleare di Fukushima, avvenuta qualche giorno prima, il 16 marzo. Per questo inizia a rimuginare «odio profondo» e decide di «azzoppare» uno di quelli che definisce gli «stregoni dell’atomo». E così il 7 maggio 2012, insieme con Gai, colpisce personalmente alle gambe il manager dell’Ansaldo nucleare Roberto Adinolfi.

 Quel giorno scende dal motorino, si avvicina al bersaglio e dopo avergli sparato due volte alle gambe resta fermo a guardarlo. Un errore imperdonabile, che consente alla vittima di vedere bene il motorino e dare impulso alle indagini.

Nella rivendicazione, lunga quattro pagine, i feritori ci fanno sapere: «Pur non amando la retorica violentista con una certa gradevolezza abbiamo armato le nostre mani, con piacere abbiamo riempito il caricatore». L’azione è rivendicata da un nucleo intitolato all’anarchica greca Olga Ikonomidou, detenuta appartenente alla Cospirazione delle cellule di fuoco. Un vezzo pericoloso quello delle firme, che ha alimentato l’inchiesta torinese Scripta manent, costruita proprio sulle rivendicazioni degli anarchici.

 Tanto che Cospito, nel 2021, ha dovuto ammettere che «le azioni rivendicate hanno un svantaggio nei confronti di quelle non rivendicate: comportano un rischio maggiore dal punto di vista repressivo». La scelta di Cospito assomiglia più al modello delle avanguardie armate marxiste-leniniste che a quello agognato da Bonanno dell’insurrezione diffusa e anonima.

Per questo un sito legato all’ideologo catanese, nel 2012, anonimamente, boccia l’invio del comunicato: «La rivendicazione è arrivata ai media ed è stata subito presa in considerazione. Niente selva oscura, ma luci al neon accese per illuminare la propria figura. Essendo esclusiva proprietà di qualcuno, non potrà quindi appartenere a tutti». Dopo essere stato pizzicato dai poliziotti ed essere stato arrestato nel 2016, Cospito ha continuato a offrire dettagli sulla gambizzazione di Adinolfi: «In una splendida mattina di maggio ho agito e in quelle poche ore ho goduto a pieno della vita. […] Non c’è bisogno di una struttura militare, di un’associazione sovversiva o di una banda armata per colpire; chiunque, armato di una salda volontà, può pensare l’impensabile e agire di conseguenza. […] La pistola la comprai al mercato nero, trecento euro.

Non servono infrastrutture clandestine o grandi capitali per armarsi». Una specie di memorandum per il killer fai-da-te. Da allora le parole di Cospito si diffondono attraverso interviste non autorizzate e comunicati. Difende la pratica del terrorismo, che gli anarchici «hanno sempre utilizzato», spiega che «la rivoluzione la può fare solo chi ha il diavolo in corpo», sostiene l’«azione diretta e distruttiva», inneggia allo scontro «armi in pugno con il sistema», alle «azioni che mettono in pericolo la vita degli uomini e delle donne del potere» e critica i compagni che rifiutano le «nuove forme di lotta», fatte di «attentati dinamitardi, incendi, pacchi bomba, gambizzazioni, espropri».

E ancora spiega che gli anarchici nichilisti come lui privilegiano «le azioni di violenza a impatto forte», hanno come obiettivo «il semplice spargere il terrore tra le fila degli sfruttatori», infine si lamenta che, rispetto alla retorica rivoluzionaria di molti, solo «pochissimi si spingono oltre colpendo uomini e donne delle gerarchie del dominio», mentre ricorda che il ruolo dell’anarchico oggi è quello di «colpire, colpire e ancora colpire». Nell’ottobre del 2018 un diciasettenne insurrezionalista russo, Mikhail Zhlobitsky, si fa saltare per aria in una sede dell’Fsb (ex Kgb) di Arkhangelsk, città del circolo polare artico, ferendo tre agenti. Dal carcere Cospito mostra di apprezzare, parlando di «direzione giusta» e «gesto vendicatore». Nel settembre 2020 la Fai rivendica in nome del kamikaze russo due plichi esplosivi, uno dei quali indirizzato alla polizia penitenziaria del carcere di Modena, dove in pieno lockdown ci fu una sanguinosa rivolta con morti tra i detenuti. Alla fine per questa bulimia da riflettori e per il suo ruolo di cattivo maestro Cospito a maggio si è beccato il 41bis, il carcere duro che vieta ogni tipo di comunicazione con l’esterno.

 A luglio, la Cassazione ha riqualificato il reato per l’attentato alla scuola allievi di Fossano, chiedendo di contestare devastazione, saccheggio e strage ai danni dello Stato. La Procura generale di Torino ha chiesto la condanna all’ergastolo e dodici mesi di isolamento diurno, le difese hanno eccepito la costituzionalità della pena e i giudici hanno rinviato la decisione alla Corte costituzionale. Intanto catene umane, appelli e visite dei parlamentari fanno pressione su chi deve decidere sulla sorte del più aggressivo degli anarco-insurrezionalisti

Ecco chi è Alfredo Cospito per cui la sinistra si batte ed i deputati del PD vanno a trovarlo in carcere al 41bis. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 13 Febbraio 2023

Ecco chi è il teorico Alfredo Cospito, diventato il simbolo dell’anarchismo. Non gli interessa la rivoluzione, in quanto secondo lui "creerebbe inevitabilmente altre catene, nuova autorità, nuova tecnologia, nuova civiltà". Un vero nichilista, che non costruisce nulla, anzi distrugge: "Nella civiltà non c’è futuro". Quindi nessuna retorica, ma attentati mirati.

La fine degli Anni 90 è stato un periodo significativo per l’Italia e per il mondo con un rincorrersi di ideali ed idee di ogni genere. Nel marzo 1998 arrestati per i primi attentati contro la Tav muoiono suicidi Rosas Soledad (detta “Sole“) ed Edoardo Massari, (detto “Baleno“) due moti della lotta eco-terrorista, . che fanno accendere Il dibattito anarchico. Alfredo Cospito proietta scenari lottarmatisti, predicando violenza, parlando di azione “diretta e distruttiva”.

L’anarchismo sociale, che vorrebbe la rivoluzione si scontrava con l’anarchismo individuale. Il filosofo rivoluzionario Alfredo Maria Bonanno, catanese, era un punto di riferimento nel panorama nazionale, padre dell’anarchia informale, promuove il confronto tra i gruppi anarco-insurrezionalisti, attraverso il dibattito e l’analisi comune su obiettivi limitati nel tempo e azioni per ottenerli. Le sue idee sulle “pratiche per attaccare il dominio” prendono vita e alimentano animi ribelli. Non usano nessuna sigla, nessuna struttura, ma per demolire il sistema alimenta e sostiene azioni dirette, immediate , imprevedibili e spontanee.

Alfredo Cospito muove i suoi primi passi a Torino quasi trentenne dove abitava insieme ad Anna Beniamino, originaria di Sanremo, tatuatrice, figlia di un gallerista d’arte, andando a vivere compagni di vita e nella lotta. in una casa all’ultimo piano di un palazzo in via Donizetti, nel quartiere San Salvario. Secondo gli apparati investigativi, furono loro i teorici della Fai, la Federazione anarchica informale, un’ organizzazione “con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico”.

È il 1997 mentre l’area insurrezionale torinese sintetizza le idee del rivoluzionario-filosofo Alfredo Maria Bonanno e la prassi di Azione Rivoluzionaria, un’ organizzazione di stampo anarco-comunista, quando il 20 giugno, in casa di un anarchico torinese viene trovato il testo base della Fai, dal titolo “Prospettive operative comuni contro la repressione dei compagni“. E fu proprio Alfredo Cospito a spiegarne il concetto: “Non aborriamo affatto ogni ipotesi o progetto di banda armata”.

Alfredo Cospito emerge in questo clima e si dichiara subito favorevole ad una articolazione delle forme di lotta diversa, alle rivendicazioni, alle sigle. Assieme a lui per citarne alcuni, Anna Beniamo e Nicola Gai figlio di un noto industriale torinese e si scontrano panorami diversi e deflagra il confronto.

In una “Intervista delle Cospirazioni cellule di fuoco a me medesimo”, questo reazionario nato a Pescara, con pizzetto ed occhiali si definisce “anarco-nichilista” nel 2014 si racconta così “Frequento il movimento anarchico dalla fine degli Anni 80″ e le sue parole non sono casuali o scelte per caso: “Per nichilismo io intendo la volontà di vivere subito, ora la propria anarchia, lasciando da parte l’attesa per una futura rivoluzione. Vivere l’anarchia vuol dire lottare, armarsi, scontrarsi con l’esistente senza aspettare”.

Per attaccare il nemico-Stato però serviva una progettualità, una strategia. Centrale la questione dell’organizzazione: “Senza la pretesa che tutti noi ci omologhiamo in unica strategia difensiva, o in una sola prassi di attacco, auspichiamo la rivolta in ordine sparso, ciascuno organizzandosi o meno se lo ritiene opportuno, coordinandosi o agendo individualmente, secondo le proprie sensibilità e metodologie”. Riunioni, incontri, adunanze per stimolare e diffondere il più possibile delle azioni di attacco e di sabotaggio però non attaccano l’individualità delle cellule anarchiche.

La scissione fu duplice: dall’ala più ortodossa e da quella movimentista. Tra loro, gli squatter dei centri sociali, ritenuti dei “falliti che anelano a un facile consenso su temi nazional-popolari, rinunciando a una vera rivolta“. Ma non solo. “Riformisti, pacifisti, paraculi, cacasotto, topi da biblioteca”. La strategia pensata è quella dell’azione diretta. Alfredo Cospito è un radicale: rifiuta qualsiasi ipotesi di confronto legale con le istituzioni; “solamente l’azione diretta può parlare”.

I pensieri di Cospito si trasformarono in parole ed azioni. Nell’agosto 1998 vennero recapitati plichi esplosivi e incendiari a chi aveva avuto un ruolo nella vicenda degli anarchici “Sole” e “Baleno“. Destinatari: il magistrato Maurizio Laudi a quell’epoca procuratore aggiunto di Torino , il giornalista Daniele Genco corrispondente dell’ Agenzia Ansa, l’on. Giuliano Pisapia, noto avvocato milanese, presidente della commissione giustizia della Camera dei Deputati, Remo Urani direttore sanitario della casa circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino Nel 2001 arrivarono altri plichi destinati alla stazione “San Fruttuoso” dei Carabinieri di Genova , alla Prefettura di Genova, alla redazione milanese del Tg4. Il giornale anarchico “Pagine in Rivolta” ne diede grande risalto. L’ultimo numero risale al 2001.

Ecco chi è il teorico Alfredo Cospito, diventato il simbolo dell’anarchismo. Non gli interessa la rivoluzione, in quanto secondo lui “creerebbe inevitabilmente altre catene, nuova autorità, nuova tecnologia, nuova civiltà“. Un vero nichilista, che non costruisce nulla, anzi distrugge: “Nella civiltà non c’è futuro“. Quindi nessuna retorica, ma attentati mirati. Dalle sue parole si evince la rabbia di Cospito nei confronti di quei politici “che strumentalizzano la mia protesta trasformandola in una macchietta”.

Caspito non vuole essere la vittima da salvare: è un combattente, sconfitto, ed infatti la sua battaglia muove da una posizione anticarceraria. Nel 2015 scriveva: “Il terrorismo fa parte della nostra storia, quella dell’anarchia. Ancora oggi esistono degli anarchici che non si scandalizzano ad essere definiti terroristi, alla faccia del codice penale e del politically correct“. Ancora oggi come 7 anni fa, la sua posizione è molto chiara: “Le uniche azioni che incidono realmente sono quelle illegali”.

Per la prima volta nel dicembre 2003 compare la sigla Fai, Federazione anarchica informale, che rivendica due ordigni rinvenuti nei cassonetti dei rifiuti presenti davanti all’abitazione bolognese di Romano Prodi, a quell’epoca presidente della Commissione Europea. La rivendicazione è esplicativa: “Chi siamo? Un organismo dedito alla lotta armata senza una struttura interna e organi direttivi”, al quale partecipavano da “lupi solitari” uniti dalla stessa ideologia e dalle stesse finalità. Un organismo a cui si aderisce con un patto di mutuo appoggio e con la disponibilità a rivendicarne le azioni.

Gli inquirenti definivano la Fai un’ “associazione sovversiva“, che agisce utilizzando una pluralità di sigle. Ed erano davvero tante: “Solidarietà internazionale”, “Cooperativa Artigiana Fuoco e Affini”, “Brigata 20 Luglio”, “Cellula contro il capitale il carcere i suoi carcerieri e le sue celle“, “Nucleo Rivoluzionario Horst Fantazzini, Narodnaja Volja”,”Rivolta Anonima e Tremenda”, “Sorelle in armi – Nucleo Mauricio Morales”, “Cellula rivoluzionaria Lambros Fountas”, “Nucleo Olga”.

Gli obiettivi sono comuni. E l’attentato a Prodi è il primo di una lunga serie di attacchi contro i vertici degli apparati politici, finanziari, giudiziari dell’Unione Europea. Altri vengono recapitati a Francoforte, all’allora presidente della Banca centrale europea, al direttore dell’Europol all’Aja, ed al presidente di Eurojust, a Manchester, a Bruxelles. La campagna ha anche un nome: “Operazione Santa Claus”.

L’esordio della Fai nel panorama eversivo nazionale e internazionale si accompagna all’affermarsi della rivista “Croce Nera Anarchica”, un bollettino anticarcerario diventato l’organo di stampo della Federazione anarchica informale. E’ da quelle pagine che si spiegano e rivendicano le azioni violente, si consumano i dibatti interni. La Fai ha compiuto un passo ulteriore rispetto agli altri: riunisce chi ha scelto di mettere da parte gli “intellettualismi” per stringere legami con i “compagni di lotta” scappati all’estero per poi “passare all’attacco“.

Torino è uno dei centri di grande interesse per via della Tav ma anche di uno dei Centri di permanenza per il rimpatrio più grossi d’Italia. Ma anche Bologna, Firenze, Genova, Lecce e Roma, non sono da meno. C’è la lotta all’Alta velocità della Tav, alle trivellazioni della Tap nel mare Adriatico del Salento e più in generale alle grandi opere. Alle carceri, ed ai Cpt, diventati successivamente Cie e ora Cpr.

Colpire, colpire, colpire !” Questo il loro mantra. Ma chi ? Obiettivi istituzionali, caserme dei Carabinieri e sedi della Polizia di Stato, istituzioni politiche e amministrative, giornalisti, strutture aziendali, università. I loro avversari ? “Sbirri”, “magistrati”, “burattini governativi”, “industriali novelli conquistadores alla ricerca di terre da depredare”, “gendarmerie dell’ordine”, “cani da guardia del capitale”.

Un pacco esplosivo spedito al comando di Polizia Municipale di San Salvario (Torino). Esplode, causando ferite lievi. La rivendicazione anarchica: “Abbiamo colpito alcuni ingranaggi della macchina delle espulsioni“. Un altro pacco esplosivo, arriva al Centro di Permanenza Temporanea di Modena, l’attuale Cpr, dove vengono portati i migranti irregolari in attesa di rimpatrio. Il 26 maggio nel mirino degli anarchici, finisce la Questura di Lecce, dove viene recapitata una bomba posizionata all’interno di un libro “Il ritorno di Sherlock Holmes”.

Le azioni di lotta degli anarchici crescono e si ripetano. Ma sono più violente. Il 24 ottobre 2005 un’esplosione fuori dalla caserma dei Carabinieri del Ris di Parma, definiti “Moderni e tecnofili scienziati al servizio del dominio, nella forma più recente e digeribile di carabinieri in candida veste, simpatici, utili e intelligenti come cani ben addestrati”. Due gli ordigni spediti, uno non è esploso in quanto l’interruttore dell’innesco era posizionato su “off”. Un caso ? solo fortuna? Premeditazione? I frammenti metallici contenuti all’interno avrebbero perforato anche un giubbotto antiproiettile, mentre se fosse esploso a ridosso di un muro, la deflagrazione avrebbe aperto un varco. Al Comune di Bologna, all’allora sindaco Sergio Cofferati, arrivò una videocassetta contenente polvere pirica e fili elettrici.

Nel 2006, l’operazione “Fai da te”, in solidarietà ai migranti dei Cpr, contro l’ampliamento della struttura di Torino. Il 2 giugno 2006 le bombe fuori dall’ex scuola allievi Carabinieri a Fossano, in provincia di Cuneo. Un’esplosione alle 3.05, ed un’altra alle 3.30. Ordigni dentro cassonetti della spazzatura programmati e temporizzati a detonare 25 minuti uno dall’altro. Per creare un effetto a sorpresa, ma anche per essere più letali. 

Gli anarchici volevano avere un’altra strage di Nassiriya, ma “italiana” così recitano i loro volantini. Un testimone ricorda: “Ho trovato la strada piena di detriti, un cassonetto e un cestino sventrali, sui muri della scuola bulloni, viti, dadi”. Dopodichè una serie di pacchi bomba: uno, nascosto all’interno dell’ ’edizione de “Il maestro e Margherita” inviato al direttore di “Torino Cronaca“, un altro spedito alla ditta Coema che si era aggiudicata l’appalto per ristrutturare il Cpr, questa volta contenuto in un libro di poesie di Federico Garcia Lorca, un altro ancora al sindaco di Torino Chiamparino, questa volta dentro il libro “L’Idiota” di Dostoevskij.

Porteremo la guerra e la paura nei quartieri del privilegio”. Così scrivevano nei loro volantini di rivendicazione degli attentati . Il 5 marzo 2007, l’attentato alla Crocetta, con ordigni temporizzati, programmati per attirare residenti e soccorsi e poi farli saltare in aria: “Questa volta abbiamo scelto il quartiere d’elezione, degli sfruttatori e dei potenti. Un quartiere d’elite dove certo non sorgeranno mai carceri o centri di detenzione per immigrati, destinati sempre alle periferie: esclusi tra gli esclusi. Questa volta abbiamo portato la guerra tra gli sfruttatori. Oggi abbiamo programmato le esplosioni di notte, la prossima, se il Cpt di corso Brunelleschi non chiuderà, sarà di giorno. Così la Croce Rossa la prossima volta potrà raccogliere nel mucchio dei privilegiati piuttosto che contribuire alla repressione degli sfruttati“.

L’ arrogante vergogna senza limiti degli anarchici

Buongiorno, inviterei gli imputati ad alzarsi”. «No, la ringrazio». La magistrata giudicante non si lascia scalfire “Perfetto. Buongiorno a tutti, possiamo iniziare l’udienza“. È una prova di forza, in Tribunale, come a scuola. Si gioca tutta nei primi secondi, nei primi scambi di battute. La giudice, imperterrita, austera, davanti all’atteggiamento dell’imputato, strafottente, prosegue. Alfredo Cospito pure. Beve un sorso d’acqua. Da uno sguardo ai fogli, poi li riordina picchiettando sul banco: “Allora, prima che inizi l’udienza avrei da leggere una testimonianza“. “Le dichiarazioni spontanee dell’imputato vengono fatte secondo le regole dell’udienza preliminare…”. “Guardi, io la leggo poi esco. Perché non voglio…Quindi io inizio a leggerla, poi faccia lei”. “Mi dice il suo nome per cortesia?”. “Cospito“. Le voci si sovrappongono: “”Quindi lei è il signor Cospito” “Io la leggo lo stesso, la leggo adesso così poi esco” “Le dichiarazioni spontanee, le ribadisco, non sono consentite in questo momento“. “Guardi, io il foglio glielo lascio. Io inizio a leggere” diceva Cospito, ed inizia: “In una splendida mattina di maggio”…

La giudice: “Signor Cospito le devo togliere la parola“ , Cospito: “in quelle poche ore per una volta mi sono lasciato alle spalle paura e autogiustificazione” , “Signor Cospito l’ammonisco” “e ho sfidato l’ignoto“. Dal fondo dell’aula di tribunale di Genova, protetto da misure di sicurezza eccezionali, parte un urlo dal pubblico : “Lo lasci parlare!“. E Cospito: “Non permetterò che il mio agire distolga l’attenzione da quello che è l’obiettivo dell’azione, che venga messo in un osceno assurdo calderone mass mediatico e giuridico”. La giudice “Signor Cospito” e lui “Sono nichilista perché vivo la mia anarchia oggi e non in attesa di una rivoluzione che seppure verrà, creerà solo…“. A quel punto su ordine della giudice gli agenti di scorta della Polizia Penitenziaria lo portarono via. Lui come Nicola Gai il quale seduto dietro di Cospito, sempre nel banco degli imputati con sorriso orgoglioso. “Liberi! Liberi! Liberi! Bravo! La vita, l’azione per la libertà, è più forte di ogni autorità”, urlano i compagni anarchici tra il pubblico.

Cospito e Gai erano insieme il 7 maggio 2012 a sparare contro l’ingegnere Roberto Adinolfi, amministratore delegato dell’Ansaldo Nucleare. Sono di nuovo insieme il 30 ottobre 2013 a rivendicare con orgoglio davanti alla Corte di Genova quell’azione delinquenziale. “Nick” e “Bart”, come si firmavano nei loro editoriali di Pagine in Rivolta. Cospito (come Gai) non è un’ innocente finito in carcere per sbaglio . E tutti e due lo rivendicano e lo ribadiscono. “In una splendida mattinata”, intorno alle 8, volti coperti da un casco di motociclista, si appostarono sotto casa del manager. Uno aveva in mano una pistola Tokarev, una semiautomatica sovietica calibro 7,62. L’altro si preoccupava del motociclo tenuto acceso e pronto, essenziale per la fuga. L’avevano rubato a febbraio, sempre a Genova, quando pianificavano l’attentato al manager di Ansaldo. Aspettavano Adinolfi in strada, in via Montello 14, nel quartiere residenziale Marassi. Quando arriva, si avvicinano e gli sparano alle gambe. Poi via in motorino in fuga sino alla fermata dei pullman: lì abbandonarono lo scooter e presero l’autobus per raggiungere la periferia della città, direzione Arenzano, dove si trovata parcheggiata la macchina di Gai. Ed insieme fuggirono lontano da Genova, lontano dalla Liguria.

La rivendicazione venne firmata come “Nucleo Olga”. Tutto era spiegato lì. Roberto Adinolfi è “uomo di punta dell’Ansaldo, tentacolo della Finmeccanica, mostruosa piovra artificiale, sinonimo di morte e sfruttamento, nuove frontiere del capitalismo italiano“, “uno dei tanti stregoni dell’atomo dall’anima candida e dalla coscienza pulita”, indicato come “uno dei maggiori responsabili del rientro del nucleare in Italia“, e “con il suo ferimento proponiamo una campagna di lotta contro Finmeccanica piovra assassina”.

Anche il salto di livello nelle azioni violente venne messo nero su bianco. Rispondendo in maniera decisa ed arrogante a quegli anarchici che li accusano di essere suicidi o provocatori : “Con le vostre lotte sociali lavorate al rafforzamento della democrazia. Sempre alla ricerca del consenso, l’unica bussola delle vostre azioni è il codice penale. Siete disposti a rischiare sino a un certo punto“. Alfredo Cospito preferisce il terrorismo al sabotaggio. Alla retorica predilige “l’umana violenza, la mancanza di calcoli, l’incoscienza di chi spara senza pensare alle conseguenze penali”. Lo dimostra il 7 maggio 2012 a Genova, con quei fogli letti in un’aula di tribunale un anno dopo, sostenendo che “sparare ad Adinolfi è stata una gioia, un godimento“.

Redazione CdG 1947

Caso Cospito, dagli attentati allo scontro politico: tutto quello che sappiamo in 10 punti. Franco Stefanoni su Il Corriere della Sera il 4 Febbraio 2023.

Sciopero della fame, attacchi, rivendicazioni, bagarre in Parlamento, informazioni sensibili, indagini, funzione del 41 bis, manifestazioni di piazza, querele, parlamentari sotto scorta. Il caso del leader anarchico tappa per tappa

Dal maggio scorso sottoposto al regime carcerario del 41 bis, l’anarchico Alfredo Cospito da oltre cento giorni è in sciopero della fame (benché in certi periodi nutrito con soluzioni di miele al mattino e integratori la sera). Leader della Federazione anarchica informale-Fronte rivoluzionario internazionale, Cospito è stato condannato a oltre 10 anni e 20 anni rispettivamente per gli attentati a Roberto Adinolfi, amministratore delegato di Ansaldo nucleare, nel 2012 e alla caserma dei carabinieri di Fossano (Cuneo) nel 2006. Il 41 bis gli è stato inflitto dalla ministra Cartabia (governo Draghi) perché accusato di organizzare attività illegali nonostante il carcere. Lo sciopero della fame per protestare contro il regime detentivo duro ha fomentato le azioni violente degli anarchici solidali con lui.

L’attentato di Atene

1: i primi attentati

Lo scorso 2 dicembre, ad Atene, alla diplomatica Susanna Schlein (sorella di Elly candidata alla segreteria del Pd), prima consigliera dell’ambasciata italiana, viene incendiata l’auto, sotto la sua abitazione viene inoltre trovata una molotov inesplosa. Il fuoco danneggia anche un’altra auto, ma non ci sono feriti. Nelle settimane precedenti erano comparse scritte a sostegno di Cospito sulle mura dell’ambasciata d’Italia ad Atene e, poco distante, su quelle della Banca di Grecia. La Federazione anarchica informale aveva rivendicato nel maggio 2012 la gambizzazione a Genova di Roberto Adinolfi, alto dirigente di Ansaldo nucleare (una delle imputazioni dello stesso Cospito) firmandosi come Olga-Fai. Olga Ekonomidou è il nome dell’anarchica che in quel periodo si trovava detenuta in Grecia in sciopero della fame.

2: la seconda serie di attacchi

Nella notte del 27 gennaio, a Berlino due auto vengono incendiate a Starnberger-Strasse nel quartiere di Schöneberg, zona sud occidentale della città. Una delle due auto è una Bmw con targa diplomatica utilizzata da un funzionario dell’ambasciata italiana, Luigi Estero, primo consigliere dell’ente diplomatico. Secondo le forze dell’ordine tedesche, l’attacco all’auto del funzionario italiano è legato alle proteste dei gruppi anarchici a sostegno di Cospito. A stretto giro arriva infatti la rivendicazione. Ancora nella notte del 27 gennaio, cinque persone entrano nel consolato generale italiano di Barcellona e, dopo aver rotto una vetrata, imbrattano una parete dell’ingresso dell’edificio. I cinque scrivono sul muro «Libertà per Cospito», «Amnistia totale» e «Stato italiano omicida». I cinque sono fermati dalla polizia regionale catalana e rilasciati la stessa giornata. Le scritte vengono cancellate. Prima di iniziare le indagini, e ipotizzare reati, la procura di Roma dovrà ricevere le informative della Digos e dei carabinieri.

3: gli scontri a Roma

Il 28 gennaio a Roma, nel quartiere Trastevere, gli scontri tra la polizia e alcuni esponenti di area anarchica che manifestavano in piazza Trilussa. Un gruppo formato da una quarantina persone, tra cui alcuni anarchici e studenti presenti alla manifestazione, si rifugia all’interno di un garage in via dei Panieri, dove viene bloccato dalla polizia. Le forze dell’ordine hanno portato diversi manifestanti in questura per l’identificazione.

L’attacco a Milano

4: I nuovi attentati

Nella notte del 29 gennaio, nel comando della polizia locale in via Tibaldi a Milano vengono bruciate due auto. Nella rivendicazione anarchica seguente, si legge: «Solidarietà ad Alfredo Cospito. Libertà per Anna, Juan, Ivan, Dayvid. Attacchiamo lo Stato». Intanto uno striscione compare nella notte sul ponte del Naviglio Pavese con una scritta contro il carcere duro: «41bis uguale tortura. In solidarietà ad Alfredo». Il 30 gennaio cinque auto aziendali della Tim vengono incendiate da ignoti riusciti a introdursi all’interno del parcheggio esterno della sede della compagnia telefonica, in via val di Lanzo 139, nel quartiere Monte Sacro, a Roma. Sempre a Roma, su una cabina elettrica è poi scritta con una bomboletta di vernice nera la «A» di anarchia e «No 41 bis», mentre all’esterno del muro di cinta del parcheggio compare la scritta «Black block». Successivamente arriva la rivendicazione anarchica: «Che lo stato assassino e i padroni sappiano che questo è solo l’inizio e più che una minaccia è una promessa. In lotta contro il 41 bis». A Roma seguono inoltre il lancio di una molotov contro il commissariato di Polizia Prenestino, altre scritte a Porta Maggiore mentre a Torino sono incendiati i cavi del traliccio Torre Bert, un ripetitore di telefonia mobile. Anche in questo caso l’attacco è riconducibile all’area anarchica perché vicino al traliccio viene trovata la scritta «Fuori Cospito 41 bis». Sono indirizzati dei proiettili al procuratore generale Francesco Saluzzo (pm del processo Cospito) e al direttore del quotidiano toscano Il Tirreno (accompagnati da un messaggio su Cospito). Il 31 gennaio la telefonata e la lettera minatorie alla redazione del Resto del Carlino di Bologna contro la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il ministro della Difesa, Guido Crosetto.

5: il trasferimento a Opera

A causa dello sciopero della fame in corso e delle condizioni di salute precarie (il peso è calato da oltre cento chilogrammi a meno di settanta), il 31 gennaio Cospito viene è trasferito dal carcere di Sassari a quello di Opera (Milano). «Alfredo Cospito non accetterà somministrazioni di cibo e continuerà lo sciopero della fame», fa sapere ancora il suo avvocato. L’unico elemento di novità con questo trasferimento è che nella struttura di Opera hanno specialisti in grado di intervenire tempestivamente in caso di emergenza».

6: il caso Donzelli

Dai casi di cronaca si passa anche alla politica. Il caso scoppia in parlamento l’1 febbraio, a Montecitorio. Il deputato di FdI Giovanni Donzelli (vicepresidente del Copasir) svela la circostanza di conversazioni in carcere di Cospito (nonostante il 41 bis) raccolte dagli agenti penitenziari e poi, tramite il Dap, inviate al ministero della Giustizia, in cui Cospito discute con esponenti della camorra e della ‘ndrangheta di come opporsi a 41 bis ed ergastolo ostativo. Scoppia il caos in Aula, perché Donzelli ricorda che in quei giorni quattro esponenti del Pd erano andati a trovare Cospito a Sassari. Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra deposita un esposto in procura di Roma e la Camera decide di affidare a un giurì d’onore la questione.

7: le parole di Nordio

Anche Andrea Delmastro, FdI, sottosegretario alla Giustizia, è chiamato in causa perché è lui ad aver informato Donzelli, anche se nega comportamenti scorretti. Il Guardasigilli Carlo Nordio, il giorno successivo, in Parlamento afferma alla fine che le informazioni svelate sono sì sensibili ma non segrete. Intanto i magistrati di Torino, competenti sui fatti di Cospito, confermano che l’anarchico deve rimanere in 41 bis, mentre la premier Giorgia Meloni spiega in tv che Cospito già nel 1991, in carcere, dopo uno sciopero della fame era stato graziato, «ma una volta fuori era andato a sparare alla gente».

8: le posizioni dei partiti

Maggioranza e opposizione sono allo scontro. Centrosinistra e Terzo polo invocano le dimissioni di Donzelli e Delmastro, si dicono delusi dalla comunicazione di Nordio e vanno all’attacco contro le argomentazioni dello stesso Donzelli, accusato di aver messo insieme circostanze (attività di Cospito con mafiosi e visite di parlamentari in carcere) che non c’entrano niente. Nel centrodestra, Meloni prende tempo nell’intervenire sul polverone scatenato da Donzelli, mentre esponenti di Forza Italia, come Giorgio Mulè, si smarcano dalla difesa degli alleati appellandosi al garantismo.

9: le manifestazioni a rischio

Mentre Cospito, incontrato dal consigliere regionale Michele Usuelli di +Europa/Radicali italiani, dice di «non approvare le azioni dei compagni» aggiungendo però di «non essere nessuno per dire che cosa devono fare», attivisti e simpatizzanti anarchici si preparano a proteste di piazza a suo sostegno. Intanto viene occupata la facoltà di Lettere della Sapienza di Roma. «Al fianco di Alfredo, contro il 41 bis», questo lo striscione esposto sulla facciata dell’università. Al termine dell’assemblea in solidarietà con Cospito, le sigle Osa e Cambiare Rotta hanno dato il là all’occupazione. «Tutti e tutte libere», il coro degli studenti. Le istituzioni vengono definite «Assassini di Alfredo Cospito».

Il sottosegretario Delmastro

10: sottosegretari sotto scorta

Il 3 febbraio, in un’intervista Delmastro dichiara che il Pd «dovrà spiegare all’opinione pubblica quell’inchino ai mafiosi» riferendosi alla visita dei quattro parlamentari dem al carcere di Sassari. Il Pd annuncia querele, mentre Delmastro, e il collega e omologo Andrea Ostellari (con delega sul trattamento dei detenuti), finiscono sotto scorta perché a rischio sicurezza per la vicenda Cospito. La polemica politica insomma non accenna a spegnersi.

Ecco chi è Alfredo Cospito (dagli attentati al 41 bis) difeso dal PD ed i suoi alleati. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 3 Febbraio 2023

I pensieri dell' anarchico Cospito: "Cosa abbiamo noi anarchici e anarchiche da “offrire” agli sfruttati ? In mancanza di un cambiamento reale, di una “rivoluzione”, una cosa sola: violenza contro i padroni e vendetta contro gli aguzzini".

Alfredo Cospito è nato a Pescara ma torinese d’adozione nel 1967 con una  lunga militanza fatta di azioni e una costante contestazione ideologica che ha accompagnato l’evoluzione del fenomeno anarchico-insurrezionalista sviluppatasi soprattutto a Torino e nel nord-ovest con analisi e proclami mai rinnegati, anzi enfatizzando sempre di più la lotta armata come strumento di battaglia politica. Dieci anni fa all’età di 45 anni d’età venne arrestato ritenuto responsabile del ferimento dell’ Amministratore Delegato dell’Ansaldo Roberto Adinolfi e di altri gravi reati. A portare gli investigatori sulle tracce dei due anarchici (fra cui il Cospito) numerose intercettazioni ricavate da una microspia piazzata nello studio di tatuaggi della moglie di Cospito, in cui si sentivano chiaramente i due che parlano, prima e dopo, dell’attentato.

In una di questi anarchici terroristi Gai affermare: “Dovevamo mandare il messaggio da Milano!», la conversazione risale al 13 giugno 2013, quando ormai i tre temevano di essere stati scoperti. “Come vengono, il pomeriggio non ci sto – dice Gai – pensa se trovavano quel pistolone! (la Tokarev usata nell’attentato, ndr)”. Gai aggiungeva poi: «Io te lo dico: sì ho sparato ma non…». Queste intercettazioni hanno chiarito agli inquirenti la chiara intenzione dei due di fuggire all’estero.

Un’ attività mai interrotta dal settembre 2012 e proseguita con scritti che non ha mai smesso di inviare ai suoi compagni in libertà, messaggi veicolati attraverso la normale corrispondenza, e non canali occulti per bloccare i quali è stato istituito il “41 bis” che venne applicato al suo caso con un provvedimento dell’ex ministra della Giustizia Marta Cartabia che racchiude un’antologia di carichi pendenti e di “istigazioni a delinquere” che si voleva interrompere.

Contro l’applicazione del regime del 41-bis a Cospito i suoi legali avevano fatto reclamo al Tribunale di Sorveglianza di Roma, che ha respinto la richiesta perché il detenuto potrebbe continuare ad esercitare “il suo ruolo apicale” nella Fai anche dal carcere. I legali di Cospito hanno quindi fatto appello al ministro della Giustizia Nordio e ricorso in Cassazione. Gli avvocati ritengono che la motivazione alla base della scelta del 41bis nei suoi confronti sia carente, in quanto secondo la difesa che non esisterebbe nessuna associazione terroristica da ricondurre a Cospito. Se è vero che la Fai è ancora operativa, dal 2012 – sostengono gli avvocati di Cospito – non si può più parlare di un’associazione terroristica vera e propria. Venendo meno questa condizione, per la difesa si sgretolerebbero i presupposti per tenere in carcere il loro assistito con il 41-bis.

Cospito viene considerato dalle forze dell’ ordine e della magistratura “capo e organizzatore di un’associazione con finalità di terrorismo” denominata “Federazione anarchica informale/Fronte rivoluzionario internazionale”. che prima della “gambizzazione” a colpi di pistola di Adinolfi ha firmato una serie di attentati dinamitardi tra il 2005 e il 2007, di cui il detenuto è stato dichiarato responsabile.

Il primo attentato avvenne contro la sede del Ris dei Carabinieri a Parma, seguito dall’invio di alcuni plichi esplosivi e l’attacco alla caserma dell’Arma a Fossano in provincia di Cuneo, per finire all’ultimo accaduto al parco della Crocetta a Torino. Per quest’ultima azione, che per fortuna non provocò né morti né feriti, Cospito rischia comunque l’ergastolo, che diventerebbe ostativo a qualunque beneficio penitenziario, ma la Corte d’assise di Torino s’è rivolta alla Corte costituzionale ritenendo irragionevole non poter valutare la “tenuità del fatto”.

Per tutti gli altri suoi reati il procuratore generale ha calcolato un cumulo di pena di trent’anni di carcere, che non hanno minimamente influito sulle sue teorie anarchiche e terroriste. La “censura” , in parole più semplici il controllo della corrispondenza, applicatagli a settembre 2021, non gli ha impedito di far uscire da dietro le sbarre delle lettere sottoscritti con tanto di nome e cognome, con contenuti come questo: “Cosa abbiamo noi anarchici e anarchiche da “offrire” agli sfruttati ? In mancanza di un cambiamento reale, di una “rivoluzione”, una cosa sola: violenza contro i padroni e vendetta contro gli aguzzini“. O come quest’altro: “Togliendo il superfluo si arriva alla sostanza, alla lotta armata contro gli stati. Per me la base di questa lotta non può che essere guerra di classe e lotta antitecnologica. Partendo dal “piccolo” (azioni sul territorio) si arriva al “grande” (collasso del sistema)“. 

In presenza di simili esternazioni, l’ex ministra guardasigilli Cartabia  a seguito della richiesta ricevuta della Procura antiterrorismo di Torino e dalla Procura nazionale antimafia ed antiterrorismo all’epoca guidata da Federico Cafiero de Raho, oggi deputato del Movimento Cinque stelle,  decise l’applicazione del duro regime “41 bis” nei confronti di Alfredo Cospito con questa motivazione: “La possibilità fino ad ora consentita a Cospito di diffondere le sue tesi per l’incitamento allo scontro diretto e armato con le istituzioni e il “potere”, deve essere considerata particolarmente pericolosa, posta la sua capacità di porsi come una figura da emulare per la sua condizione di “perseguitato politico”. 

Nel novembre 2021 Cospito prima del «carcere duro», faceva proprio il motto di un’altra militante: “La prigione è solo un altro modo di intendere la lotta, il conflitto antiautoritario non è finito per me, ha solo cambiato forma”. Questo è il “signore” da cui sono andati in pellegrinaggio i deputati dem. Ieri la Serracchiani in aula è stata netta: “Abbiamo ritenuto di visitare il carcere di Sassari e incontrare il detenuto Cospito per ragioni umanitarie, per verificare se il suo stato di salute fosse compatibile con quel carcere”, dimenticando che non spetta a lei stabilirlo, ma alle magistrature competenti ed al ministro Guardasigilli. Ed ecco come Andrea Orlando e Walter Verini “fiancheggiano” l’anarchico-terrorista Cospito:

Qualcuno spieghi al PD che Alfredo Cospito è ritenuto dalla magistratura e dalle forze dell’ordine uno degli elementi di spicco della galassia anarchica. il governo ha scelto la linea dura: “Lo Stato – ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi – non si lascerà mai intimidire e condizionare da queste azioni del tutto inaccettabili, nella convinzione che nessuna rivendicazione o proposta possa essere presa in considerazione se viene portata avanti con questi metodi, ancor più se rivolti contro le forze dell’ordine”

Il capogruppo di Fratelli d’ Italia, Tommaso Foti sostiene che Cospito avrebbe “indirizzato i parlamentari a parlare con tre mafiosi suoi vicini di cella”, l’artificiere della mafia Pietro Rampulla, il killer di ‘ndrangheta Francesco Presta e il camorrista Francesco Di Maio. Un’accusa gravissima, rilanciata da diversi parlamentari di FdI. E poi qualcuno a sinistra si chiede come mai il Pd sia in caduta libera di consensi da parte degli italiani !

Ma esattamente per quali motivi Cospito è in carcere? Per quali reati? E quale pena deve scontare?

Cospito si trova rinchiuso in carcere da 10 anni per la gambizzazione di Roberto Adinolfi, amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, fatto che risale al maggio 2012. Venne arrestato quasi subito (insieme a Nicola Gai) e rinchiuso in carcere. La condanna, diventata definitiva nel 2015, prevede una pena di 10 anni e 8 mesi. Nel frattempo, sulla sua testa è arrivata una nuova condanna a 20 anni per l’attentato alla scuola allievi dei Carabinieri di Fossano (Cuneo) e per aver guidato la Fai, Federazione anarchica informale, per cui è accusato di associazione per delinquere con finalità di terrorismo. Ma per Fossano, in realtà, per cui Cospito è imputato insieme alla compagna Anna Beniamino, ora l’anarchico rischia l’ergastolo. A Fossano gli anarchici, nel 2006, misero delle bombe carta dentro due cassonetti davanti alla caserma: non si ferì nessuno ma gli ordigni erano diretti ai Carabinieri. L’arresto avvenne solo nel 2016 dopo lunghe indagini

La vicenda processuale della caserma di Fossano è piuttosto complicata: il reato era stato classificato come “strage semplice” e la condanna era arrivata, in appello, a 20 anni. La Corte di Cassazione, però, ha avuto da ridire ed ha rinviato gli atti del processo alla Corte d’appello di Torino per un ricalcolo della pena, pensando dovesse essere più alta. Questo perchè secondo i giudici della Cassazione il reato giusto da contestare era quello di “strage politica” ovvero attentato contro la sicurezza dello Stato e non strage semplice come è stato fino a ora. È uno dei reati più gravi del codice penale ed esclude il condannato dall’accesso a qualunque beneficio. Come mai? Perchè gli anarchici misero le bombe carta dentro i cassonetti, ma le programmarono con un’esplosione distanziata l’uno dall’altro. la prima bomba carta, cioè, doveva richiamare qualcuno dalla caserma, la seconda ferire o uccidere qualcuno. La Corte d’appello di Torino non è d’accordo e a dicembre ha portato il caso all’attenzione della Corte costituzionale, per capire se sia possibile applicare l’attenuante del fatto di lieve entità rispetto ad un’accusa di strage politica.

Il regime del 41 bis, nel frattempo, è stato applicato a Cospito a maggio (per 4 anni), alla luce delle lettere che l’anarchico si scambiava con altri attivisti (viste dai magistrati come un fermento e una rinascita della Federazione anarchica informale). Con il nuovo regime, Cospito non può avere alcun tipo di corrispondenza, non può avere libri nè altri testi o scritti. Gli è stato anche vietato di pubblicare suoi scritti su riviste d’area, cosa che l’anarchico aveva sempre fatto da quando è entrato in carcere. È il primo caso di un anarchico sottoposto al regime del carcere duro. Nel corso del processo, Cospito ha rilasciato dichiarazioni spontanee: “Oltre all’ergastolo ostativo, visto che dal carcere continuavo a scrivere e collaborare alla stampa anarchica, si è deciso di tapparmi la bocca per sempre con il 41 bis“. E ha annunciato: “Continuerò il mio sciopero della fame per l’abolizione del 41 bis e dell’ergastolo ostativo fino all’ultimo mio respiro, per far conoscere al mondo questi due abomini repressivi di questo paese”.

Redazione CdG 1947

«Alfredo Cospito è un sovversivo, non un boss. Il 41 bis per lui è una persecuzione». Diletta Bellotti su L’Espresso il 30 Gennaio 2023.

Applicato per scopi diversi da quello di tagliare i ponti con la struttura mafiosa di appartenenza, il regime carcerario restrittivo diventa “illegittimo”. Una strategia contro chi pratica il conflitto sociale

Allo scoccare del novantesimo giorno di sciopero della fame un detenuto nel carcere di Sassari, l’anarchico Alfredo Cospito, aveva perso 38 chili. A maggio 2022, al suo decimo anno di carcere, Cospito è stato rinchiuso in una cella di un metro e 52 centimetri di larghezza per due metri e 52 centimetri di lunghezza, cioè uno spazio occupato quasi tutto dal letto.

Cospito, sepolto, come altri 749 detenuti in Italia (2021), in un sarcofago di cemento armato, è sotto regime di 41 bis. Nel 2022, il reato di Cospito è passato da strage comune a strage politica, reato non applicato neanche per Capaci o Piazza Fontana. Il 41 bis, nella sua fondazione giuridica, ha una ratio non punitiva, ma di prevenzione: è infatti per esempio applicato indistintamente a persone condannate o in attesa di giudizio.

Lo scopo dell’isolamento, o quasi isolamento, è quella di impedire che il detenuto possa comunicare con altri soggetti, sia all’interno che all’esterno del carcere, per proseguire le attività criminose. Da misura emergenziale, nel 2002, questo regime detentivo è diventato cardine del sistema a tempo indeterminato ed è stato applicato, da lì in poi, anche ai reati di terrorismo. Il 41 bis nella sua formulazione giuridica non si identifica necessariamente con il “carcere duro”; lo scopo della norma è quello di recidere i rapporti con l’organizzazione criminale di riferimento.

Il 41 bis dunque, quando applicato fuori dal suo scopo fondante, ovvero quello di tagliare i ponti con la struttura mafiosa, è un carcere che si potrebbe definire “illegittimo”, perché persegue concretamente e produce conseguenze diverse dalla norma, dalla sua finalità, dalla sua ratio. Ha un intento afflittivo e persecutorio, nega l’identità, depriva i sensi, non lascia spazio alla rieducazione a cui il carcere dovrebbe mirare.

Così vi è l’assenza della natura rieducativa e umana dell’istituzione carceraria, e, ancor più che agli anarchici, il carcere duro deve far paura a chi crede e protegge uno Stato di diritto. Il carcere duro e il 41 bis sono l’epitome di un’istituzione che condanna, in ogni caso, alla marginalità sociale e all’illegalità, di fatto la istituzionalizza. È una struttura intrinsecamente criminogena e patogena, ovvero reitera, anzi rafforza, le distorsioni di una società che di fatto non sa emancipare l’individuo dalle proprie condizioni materiali. Il carcere deve redimere, deve socializzare, deve assurdamente correggere devianze che sono le devianze di Stato: la precarietà, la marginalizzazione.

Chiaramente l’ambiente sovversivo, quello che spazia dalle azioni dimostrative e simboliche, alla non-violenza, all’azione diretta e quant’altro, teme il carcere duro, perché la sua applicazione richiede necessariamente, da parte di chi esercita il diritto, l’identificazione di una categoria politica criminosa, non di un fatto. È la torsione del diritto, l’apice d’offensiva dello Stato: sugli anarchici si sperimenta la tortura e la repressione, parte di una strategia che viene allargata poi a chiunque pratichi il conflitto sociale, anche in forme lievi. Non è un caso infatti, che anche strumenti come la sorveglianza speciale, derivino dal codice Rocco. Ma cosa c’entrano i boss mafiosi con chi pratica il conflitto sociale?

Chi è Alfredo Cospito: il leader anarchico al 41 bis e l’internazionale in lotta per lui. Storia di Claudio Bozza su Il Corriere della Sera il 28 Gennaio 2023.

La matrice anarchica dei due attentati alle sedi diplomatiche italiane di Berlino e Barcellona è apparsa subito chiara. Perché la firma (incendiaria) e l’obiettivo sono gli stessi: fare pressione sullo Stato per attenuare il carcere duro all’anarchico . Il leader della Federazione anarchica informale–Fronte rivoluzionario internazionale (Fai-Fri), frangia oltranzista e violenta ritenuta responsabile di oltre 50 attentati in tutta Europa e non solo, è in sciopero della fame da quasi tre mesi. Cospito, dopo oltre sei anni di detenzione nel carcere di Sassari, dallo scorso maggio è sottoposto al 41 bis, che prevede un isolamento quasi totale. E deve scontare in tutto 20 anni di reclusione, dovuti ad attentati dinamitardi contro i carabinieri e la gambizzazione di un manager di Ansaldo Nucleare, pena che potrebbe anche trasformarsi in ergastolo ostativo.

Le condizioni di Cospito, 55 anni, si sarebbero assai aggravate a causa della sua protesta dietro le sbarre: «Sta rischiando la vita», ripete il suo avvocato. Ma l’inasprimento del regime carcerario ha ragioni fondate. L’ex Guardasigilli Marta Cartabia decise di firmare un decreto contro il leader anarchico, perché, secondo il tribunale di sorveglianza di Roma, grazie al normale regime carcerario poteva continuare a coordinare le attività eversive: «Le comunicazioni di Cospito con le realtà anarchiche all’esterno del circuito carcerario appaiono assidue e producono l’effetto di contribuire a identificare obiettivi strategici e a stimolare azioni dirette di attacco alle istituzioni». Cospito, quindi, riusciva ancora a coordinare una rete anarchica fortemente operativa e radicata a livello europeo. Ma poi, nonostante l’applicazione del 41 bis, gli anarchici hanno continuato a colpire in più Paesi. Il campanello d’allarme più grave era stato l’attentato contro Susanna Schlein, prima consigliera dell’ambasciata italiana ad Atene, la cui auto fu data alle fiamme a inizio dicembre, in piena notte, mentre era in casa con i figli. Pochi giorni dopo arrivò la rivendicazione del «Carlo Giuliani Revenge Nuclei».

Ieri, 28 gennaio, era anche l’ultimo giorno di una «chiamata internazionale all’azione» lanciata nelle scorse settimane via web sui siti della galassia anarchica per ribadire solidarietà a Cospito. Una iniziativa eversiva, spiegano fonti di intelligence, durata una settimana e veicolata in lingua spagnola. In questi giorni sono state infatti rivendicate azioni meno eclatanti compiute anche tra Roma, Milano, Torino e Buenos Aires. E proprio a Barcellona, nella notte tra venerdì e sabato, il consolato italiano è stato colpito in un territorio dove la rete dei fedelissimi di Cospito è molto agguerrita, e può contare anche sul sostegno di frange sindacali di estrema sinistra. Qui, cinque soggetti in via di identificazione hanno colpito a volto coperto. Ma se il blitz spagnolo si è limitato a una vetrata infranta e una scritta pro Cospito, quello dinamitardo messo a segno a Berlino contro l’auto del primo consigliere dell’ambasciata, Luigi Estero, ha destato forte preoccupazione, con i livelli di sicurezza innalzati ai massimi livelli.

Tutto mentre, nei giorni scorsi, un nutrito gruppo di intellettuali come l’ex presidente della Consulta Giovanni Maria Flick, il musicista Moni Ovadia, il filosofo Massimo Cacciari e don Ciotti aveva firmato un appello rivolto al ministro della Giustizia Nordio: «Chiediamo un gesto di umanità e coraggio come la revoca del 41 bis a Alfredo Cospito che è a un passo dalla morte».

Il caso dell'anarchico. Perché Alfredo Cospito è detenuto al 41bis e rischia la vita. Frank Cimini su Il Riformista il 20 Dicembre 2022

Alfredo Cospito continuerà a essere torturato nel carcere di Sassari Bancali. Lo ha deciso il Tribunale di Sorveglianza di Roma rigettando il reclamo contro l’applicazione dell’articolo 41bis del regolamento penitenziario presentato dall’avvocato Flavio Rossi Albertini e discusso nell’udienza del primo dicembre scorso. Cospito, considerato l’ideologo della Federazione Anarchica Informale, continua lo sciopero della fame contro il carcere duro iniziato oltre due mesi fa.

La decisione era nell’aria, considerando il clima, non certo quello meteorologico, creato intorno alla vicenda dalla politica e dai giornali che avevano chiamato in causa Cospito per l’attentato incendiario avvenuto in Grecia ai danni di Susanna Schlein, vice ambasciatrice e sorella di Elly candidata alla segreteria del Pd. Cospito aveva implicitamente replicato di non essere a capo di tutte le cose anarchiche che accadono nel mondo. Questo nell’aula della Corte d’Assise di Appello di Torino chiamata a decidere sulla richiesta di ergastolo formulata dalla procura generale in relazione ai pacchi esplosivi di Fossano contro ì carabinieri. Azione che non aveva provocato morti e nemmeno feriti. Tanto che i giudici avevano deciso di mandare gli atti alla Corte Costituzionale che, nei prossimi mesi ma non certo a breve, dovrà decidere sulla concessione o meno delle attenuanti per la lieve entità dei danni provocati.

Era apparso un piccolo passo in avanti in relazione e alla posizione di Cospito che sta già scontando la condanna per il ferimento del manager dell’Ansaldo Roberto Adinolfi. Ma il Tribunale di Sorveglianza di Roma, unica autorità giudiziaria alla quale spetta di decidere sul 41bis, non ha evidentemente inteso sentire ragioni. Per altri quattro anni, a meno che la decisione non venga modificata in sede di ricorso, Cospito starà con la posta bloccata sia in entrata sia in uscita e con solo due ore di aria al giorno in un cubicolo da dove non si vedono il sole o le nuvole e con socialità praticamente inesistente. “A questo punto qualsiasi conseguenza in questa vicenda è addebitare esclusivamente allo Stato” rilanciano i siti anarchici. Il difensore Flavio Rossi Albertini prepara il ricorso in Cassazione che non sembra avere molte speranze di essere accolto.

Cospito ha deciso di mettere a rischio la vita per affermare i suoi diritti di detenuto, la possibilità di scrivere dalla cella articoli e interventi da pubblicare sulle riviste dell’area anarchica.

La situazione insomma al momento sembra senza via di uscita. Anna Beniamino la detenuta anarchica e coimputata di Cospito per la vicenda dei pacchi esplosivi intanto ha sospeso lo sciopero della fame a causa della pressione troppo bassa. Rischiava di finire in ospedale e anche l’alimentazione forzata. Sferzante il commento dell’avvocato Rossi Albertini: “Avranno un martire. Tra 100 anni i posteri si ricorderanno di Cospito e non dei suoi persecutori”. Frank Cimini 

Il caso dell'anarchico. Cospito non cambia idea e resta al 41bis. Frank Cimini su Il Riformista il 21 Dicembre 2022

A fronte di un profilo elevatissimo di pericolosità sociale non risulta alcun segno di ravvedimento o di dissociazione del detenuto il quale anzi dimostra di non aver effettuato alcun percorso di revisione critica”. Questo scrivono i giudici del Tribunale di Sorveglianza di Roma per motivare il rigetto della richiesta dei legali di Alfredo Cospito di revocare l’applicazione del carcere duro prevista dall’articolo 41 bis del regolamento penitenziario.

Lo status derivante dalla condizione di detenuto ordinario anche in alta sicurezza secondo i giudici non consentirebbe di contrastare adeguatamente l’elevato rischio di comportamenti orientati all’esercizio del suo ruolo apicale nell’ambito dell’associazione di appartenenza la Federazione Anarchica Informale. A carico di Cospito c’è anche la “proposta di un nuovo manifesto anarchico”. Il linguaggio e i toni usati dai giudici farebbero pensare a un periodo di morti ammazzati per le strade tutti i giorni che non risulta essere assolutamente quello che stiamo vivendo. “Nonostante tutto Alfredo Cospito dimostra forza tenacia e determinazione” dice l’avvocato difensore Flavio Rossi Albertini che ieri lo ha incontrato nel carcere di Sassari Bancali dove il detenuto è in sciopero della fame da oltre due mesi. “E continuerà a digiunare, è determinatissimo in questo” aggiunge l’avvocato che sta già preparando il ricorso in Cassazione contro la decisione del Tribunale. Secondo Rossi Albertini le condizioni di salute del suo assistito sono già al limite, “ma – ripeto – Cospito non ha intenzione di recedere”. Frank Cimini

In tutta Italia prosegue la mobilitazione per l’anarchico Alfredo Cospito. Valeria Casolaro su L'Indipendente il 26 Dicembre 2022.

Le festività natalizie non hanno arrestato l’ondata di proteste e iniziative in favore di Alfredo Cospito, l’anarchico detenuto in regime 41bis presso il carcere Bancali di Sassari. Proprio in segno di protesta contro il regime di carcere duro, Cospito ha iniziato uno sciopero della fame che dura ormai da oltre due mesi. Nei giorni scorsi il tribunale di sorveglianza ha convalidato il regime di carcere duro, ma il processo è attualmente sospeso, in quanto la Corte d’Assise d’Appello di Torino ha sottoposto alla Corte Costituzionale la questione circa eventuali attenuanti che potrebbero essere applicate. Nel frattempo, le azioni dimostrative della galassia anarchica si moltiplicano in tutta Italia.

Alfredo Cospito si trova in carcere per aver fatto esplodere in orario notturno due ordigni a bassa intensità in una scuola di allievi carabinieri in provincia di Cuneo, in Piemonte, senza che questi causassero morti né feriti né tantomeno danni gravi. Nel luglio di quest’anno, tuttavia, il reato a lui imputato è stato riformulato da attentato per finalità terroristiche (art. 280 c.p.) a strage ai danni dello Stato (art. 285 c.p.), il più grave del nostro ordinamento, che prevede la possibilità di ergastolo ostativo (il “fine pena mai”) anche in assenza di vittime. Nel maggio di quest’anno, inoltre, Cospito è stato sottoposto a regime di 41bis, per aver intrattenuto negli anni relazioni epistolari con realtà del mondo anarchico, testi ritenuti “istigatori” dalla Corte.

Lo scorso 20 dicembre il Tribunale di sorveglianza ha stabilito la necessità che il detenuto permanga in tale regime carcerario. Allo stesso tempo, tuttavia, la Corte di Torino ha accolto la richiesta dei legali dell’uomo, che contestano la riformulazione del reato il 285 c.p., riconoscendo così di fatto l’attentato come atto di lieve entità. La questione ora passa alla Consulta: in caso di esito positivo, la pena potrebbe ridursi a un periodo compreso tra 21 e 24 anni di carcere.

Mentre la questione ha sollevato l’interesse di gran parte della stampa nazionale, non si è riscontrato lo stesso livello di attenzione da parte della politica. Le interrogazioni parlamentari presentate in merito hanno prodotto scarsi risultati. Nel corso di quella presentata da Ilaria Cucchi e rivolta al ministro della Giustizia Nordio, questi si è in sostanza limitato a rispondere che la vicenda «ha l’esito del previsto iter procedimentale», al termine del quale la condotta di Cospito è stata ritenuta colpevole del reato di 285 c.p. e quindi «rientrante tra i casi per cui è applicabile lo speciale regime dell’art. 41bis», aggiungendo poi che «il ministro non ha alcun potere sull’indipendenza della giurisdizione».

La contestazione del mondo anarchico, tuttavia, prosegue senza sosta. Numerosi anche i detenuti anarchici che hanno iniziato scioperi della fame e della sete in solidarietà con la protesta – tra questi anche Ivan Allocco, detenuto nella prigione di Villepinte, vicino a Parigi, e Juan Sorroche, accusato di un’attentato al tribunale di sorveglianza di Trento. Nel pomeriggio di venerdì 23 dicembre, a Torino, alcune decine di antagonisti si sono ritrovati in centro per protestare contro il regime di 41bis: durante la manifestazione due anarchici si sono arrampicati su una gru e vi hanno appeso uno striscione recante la scritta “No 41bis tortura”. Diversi presidi sono stati programmati anche in altre città italiane, tra le quali Genova, Roma e Giulianova, mentre per il 31 dicembre prossimo è prevista una manifestazione a Roma, seguita da un presidio sotto al carcere di Bancali il 1° gennaio del nuovo anno.

Nel frattempo, Cospito è deciso a proseguire con lo sciopero della fame, giunto ormai quasi al settantesimo giorno. Per quanto sia tenuto in vita dalla somministrazione di integratori, la protesta non potrà continuare ancora per molto. Resta da chiedersi se per la politica e le istituzioni Cospito rappresenti più un problema da morto o da vivo. [di Valeria Casolaro]

Il caso dell'anarchico. Cospito ricorre in Cassazione: “Il 41bis viola la libertà di pensiero”. Frank Cimini su Il Riformista il 28 Dicembre 2022

L’applicazione dell’articolo 41 bis relativo al carcere duro con il blocco della corrispondenza sia in entrata sia in uscita viola il principio della libertà di pensiero. Questo sostiene l’avvocato Flavio Rossi Albertini nel ricorso depositato ieri in Cassazione con cui viene impugnata la decisione del Tribunale di Sorveglianza sull’anarchico Alfredo Cospito in sciopero della fame dal 20 ottobre scorso.

I tempi della Suprema Corte per decidere sul ricorso vengono definiti dal legale “incompatibili” con le condizioni di salute di Cospito che comunque saranno verificate ancora domani 29 dicembre in una visita dal medico di fiducia Angelica Melia nel carcere di Sassari Bancali. “Lo strumento del 41bis viene utilizzato per interrompere e impedire a Cospito di continuare a esternare il proprio pensiero politico ovvero per sanzionare l’istituzione o comunque il proselitismo e pertanto per arginare un pericolo che poteva essere diversamente contenuto tramite strumenti allo scopo proporzionati meno invasivi e meno limitativi” scrive l’avvocato.

Stiamo parlando di un’attività interamente pubblica che viene dal detenuto apertamente diffusa all’esterno ovvero destinata non agli associati bensì a soggetti gravitanti nella cosiddetta galassia anarchica” aggiunge l’avvocato ricordando che si va oltre la stessa ratio della norma nata per recidere i contatti con l’organizzazione di appartenenza. Dal ministro dell’epoca Marta Cartabia e successivamente dal tribunale di Sorveglianza è stata fatta una interpretazione estensiva. Secondo il legale il Tribunale non aveva tenuto conto degli eventi critici portati dalla difesa nel reclamo. Cospito è il primo anarchico sottoposto al regime del 41bis che era nato per recidere i collegamenti con le organizzazioni mafiose.

La Fai, Federazione Anarchica Informale di cui Cospito per l’accusa sarebbe l’ideologo non è neanche una organizzazione sulla cui perdurante vitalità appare necessario nutrire molti dubbi. Il ricorso in Cassazione comunque non sembra avere molte speranze di successo (eufemismo) a causa del “clima” creato intorno al caso dai media e dalla politica. Insomma se si trattano ferocemente 4 ragazzini scappati dal Beccaria figuriamoci con Cospito. Frank Cimini

Alfredo Cospito, l’anarchico sepolto al 41 bis. E il ministero ora vieta anche di parlarne. Una nota del dicastero della Giustizia diffida la dottoressa che ne segue le condizioni di salute a rilasciare interviste a una radio. E il caso dell’uomo in sciopero della fame mobilita politica e intellettuali. Simone Alliva su L’Espresso il 24 gennaio 2023.

Con una nota del ministero della Giustizia che diffida una radio indipendente a raccontare le condizioni di salute di un detenuto, continua la saga di Alfredo Cospito, militante anarchico insurrezionalista da più di 100 giorni in sciopero della fame contro il regime del 41 bis.

La direzione del carcere di Bancali, a Sassari, ha infatti scritto all'avvocato dell'anarchico detenuto per invitare la dottoressa che segue le condizioni di salute di Cospito, Angelica Milia, a non rilasciare più dichiarazioni a Radio onda d'urto, emittente dell'area anarchica.

È una storia che ripercorsa a ritroso dice molto del sistema giustizia, del “carcere duro”, dell’indifferenza della politica. È lì, nelle difese di Luigi Manconi, Massimo Cacciari e di numerosi avvocati e intellettuali che in queste ore chiedono attenzione sulla questione che bisogna andare a cercare il bandolo di una vicenda che racconta l’Italia.

La condanna

Nel 2013 Alfredo Cospito fu condannato a dieci anni e otto mesi di carcere per aver ferito a Genova, con colpi di pistola alle gambe, il dirigente dell’Ansaldo Roberto Adinolfi. Quando era già in carcere venne accusato di aver posizionato, nella notte tra il 2 e il 3 giugno 2006, due pacchi bomba davanti alla scuola allievi dei carabinieri di Fossano, in provincia di Cuneo. L’esplosione non causò né morti né feriti.

Dopo la condanna Cospito venne inserito nel circuito penitenziario ad alta sicurezza in cui sono riuniti i detenuti per reati di tipo associativo che sono sottoposti a sorveglianza più stretta e che prevede limitazioni ma salvaguarda alcune garanzie e diritti: poteva per esempio scrivere per alcune pubblicazioni di area anarchica, cosa che ha continuato a fare.

In cella sotto il livello del mare

Poi qualcosa cambia: dal 4 maggio 2022 viene trasferito in regime di Art. 41bis, ordinariamente applicato ai mafiosi, e in attesa di una rideterminazione della pena con l’applicazione dell’ergastolo ostativo, cioè senza possibilità di usufruire dei benefici di legge come la liberazione condizionale, il lavoro all’esterno, i permessi premio e la semilibertà. È la ministra della Giustizia Marta Cartabia a giustificare l’applicazione del 41-bis a Cospito con i «numerosi messaggi che, durante lo stato di detenzione, ha inviato a destinatari all’esterno del sistema carcerario». Per l'avvocato Flavio Rossi Albertini una scelta anomala, avvenuta «senza che sia intervenuto alcun fatto nuovo».

Cospito finisce così in una cella sotto il livello del mare. Il Bancali, infatti, ha una peculiarità già denunciata dalla delegazione del Garante Nazionale delle persone detenute e private della libertà personale. Nel rapporto si può apprendere che le sezioni del 41 bis sono state realizzate in un’area ricavata, scavando, al di sotto del livello di quota dell’Istituto e degli altri manufatti che lo compongono complessivamente.

Cinque sezioni che scendono gradatamente, con una diminuzione progressiva dell’accesso dell’aria e della luce naturale e che filtrano solo attraverso piccole finestre poste in alto sulla parete, corrispondenti all’esterno al livello di base del muro di cinta del complesso. Bunker dove sia le persone detenute nelle proprie stanze che il personale nei propri locali sono costrette a tenere continuamente la luce elettrica accesa in assenza di quella naturale.

Cosa prevede il carcere in regime di 41-bis

Cospito è così costretto a un isolamento nei confronti degli altri detenuti, alla limitazione dell’ora d’aria – solo due ore e anch’esse in isolamento da dentro un cubicolo murato dove una grata gli consente la vista di una toppa di cielo -, alla limitazione dei colloqui (solo con i familiari, con un vetro divisorio e senza possibilità di contatto fisico), al visto di controllo della posta in entrata e in uscita, alla privazione di giornali e libri. Al detenuto è stato fatto anche divieto di tenere in cella le foto dei genitori defunti, se non dopo che fossero state riconosciute dal sindaco della località di residenza.

Lo sciopero della fame

Dal 19 ottobre Alfredo Cospito ha iniziato lo sciopero della fame. Assume solo acqua, un po' di sale e miele e qualche integratore. A oggi ha perso 40 chili passando da 118 a 78 kg. «Io vado avanti, non mi fermo nella protesta», ha ribadito aggiungendo che è pronto a "sacrificare la vita" perché quella al 41 bis «non è vita e se tale deve essere tanto vale sacrificarla in una lotta contro la barbarie». L’altra misura contro cui ha intrapreso lo sciopero della fame è la possibilità che la sua pena venga tramutata in quella di ergastolo ostativo, cioè la pena senza fine prevista nell’ordinamento penitenziario italiano che “osta” a qualsiasi sua modificazione, e che non può essere né abbreviata né convertita in pene alternative. Per i legali di Cospito, questo regime «si traduce in condizioni di detenzione ai limiti dei trattamenti inumani, nell’assenza di attività rieducative e nell’impossibilità di accedere alle misure alternative». Una “vera e propria deprivazione sensoriale”.

La mobilitazione di intellettuali e società civile: “È a un passo dalla morte”

Nelle ultime settimane è stato inviato un appello al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, perché revochi il 41bis ("è un passo dalla morte"). A sottoscriverlo un gruppo di giuristi, intellettuali e religiosi. Tra questi il presidente emerito della Corte costituzionale ed ex guardasigilli, Giovanni Maria Flick, il filosofo Massimo Cacciari, il presidente dell'Unione delle Camere penali, Gian Domenico Caiazza, Moni Ovadia, attore, musicista e scrittore, Luigi Ferrajoli, filosofo del diritto, il missionario comboniano padre Alex Zanotelli, don Luigi Ciotti, presidente di Libera, alcuni ex magistrati come l'ex pm di Mani pulite Gherardo Colombo, Nello Rossi, Livio Pepino, e Domenico Gallo.

Si mobilitano anche le città. Il Consiglio comunale di Torino ieri ha approvato il documento presentato dal consigliere Silvio Viale che chiede di revocare il 41 bis per l'anarchico Alfredo Cospito. E a Napoli sulla scia del caso una sessantina di gruppi e associazioni e centocinquanta tra artisti, tra cui anche Zerocalcare, hanno sottoscritto la neonata piattaforma “Morire di pena. Per l'abolizione ddi ergastolo e 41 bis”. È Luigi Manconi a sottolineare l’assenza di interesse: «Presso la classe politica, a parte le interrogazioni presentate da un pugno di parlamentari, e presso l'amministrazione penitenziaria, ulteriormente indebolita da un cambio di vertice si dà per scontato che la vicenda sia destinata a finire nell'oblio, ma è sufficiente scavare negli archivi per avere qualche sorpresa. Dal 2009 a oggi sono state ben quattro - Sami Mbarka Ben Gargi, Cristian Pop, Gabriele Milito, Carmelo Caminiti - le persone che hanno perso la vita facendo del proprio corpo l'estrema posta in gioco di una battaglia contro ciò che si riteneva una ingiustizia».

L’ex senatore già chiama in causa il ministro Nordio: «In questo caso deve essere il ministro della Giustizia a intervenire, può revocare il 41-bis: una misura eccessiva, non strettamente necessaria e sproporzionata». «Il regime speciale di 41-bis secondo la legge che lo ha istituito ha una e una sola finalità, - ha spiegato Manconi - quella di recidere i legami tra il detenuto e la criminalità organizzata esterna alla quale apparterrebbe, tutte le altre finalità non sono previste dalla legge quindi prevedibilmente sono extralegali cioè semplicemente sono illegali».

Il bavaglio a Radio Onda d'Urto

Mentre da via Arenula fanno sapere che il Ministro Nordio, segue "con la massima attenzione" la vicenda, arriva proprio dal ministero della giustizia una lettera che diffida la dottoressa Angelica Milia a rilasciare dichiarazioni sullo stato di salute d Cospito all'emittente radio Onda d'Urto al fine di non vanificare le finalità del regime di massima sicurezza. Un attacco non solo alla singola emittente dichiarano dalla radio: «Ma più in generale alla libertà di informazione e che denota un accanimento repressivo-carcerario contro il detenuto, di cui pare acclarato non si vogliano far conoscere le condizioni di salute sempre più critiche». Intanto la difesa di Alfredo Cospito chiede di trasferire l'anarchico in un altro istituto penitenziario dotato di centro clinico. L'avvocato Flavio Rossi Albertini comunica di aver saputo dal medico di Cospito che «le condizioni di salute del proprio assistito stanno precipitando» e che nel penitenziario dove sta al 41 bis non troverebbe «alcuna possibilità di cura e/o intervento salvifico della vita» perché il Bancali non ha un centro clinico.

Il carcere diffida il medico di Cospito: non parli della sua salute. L'anarchico Alfredo Cospito è al 41 bis. La direzione di Bancali, dove è recluso l’anarchico, chiede che la dottoressa non vanifichi la finalità del regime duro. Eppure, ai microfoni di “Radio Onda d’Urto”, lei non manda “pizzini”, ma parla in termini sanitari. Presentata un’altra interrogazione parlamentare e una alla Commissione europea. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 24 gennaio 2023 • 04:39

Alfredo Cospito, l’anarchico da oltre tre mesi in sciopero della fame al 41 bis, è allo stremo. E a riferire il suo stato di salute è la sua dottoressa Angelica Milia, tanto che l’avvocato difensore Flavio Rossi Albertini, ha chiesto un trasferimento urgente in un carcere dove c’è un centro clinico. Ma oltre al danno, arriva la beffa. La direzione del supercarcere di Sassari, il Bancali, dove è recluso Cospito, nel confermare all’avvocato Albertini l’autorizzazione per la visita di giovedì prossimo da parte della dottoressa di fiducia, diffida il medico stesso «a rilasciare a seguito delle visite – si legge nella missiva - , dichiarazioni all’emittente radio “Onda d’Urto”, al fine di non vanificare le finalità del regime di cui all’ex art. 41 bis O.P. Ulteriori dichiarazioni rese in tal senso, potranno indurre questa A.D a valutare la revoca dell’autorizzazione all’accesso in Istituto».

Una diffida che non si comprende il motivo, anche perché la dottoressa Milia, ai microfoni dell’emittente radio in questione, si è sempre limitata a esternare le condizioni di salute di Cospito da quando ha iniziato lo sciopero della fame. Quale finalità del 41 bis avrebbe vanificato? Non ha veicolato nessun messaggio particolare all’esterno. Non parla in codice, ma in termini puramente sanitari. La diffida da parte della direzione del carcere di Sassari è, di fatto, inspiegabile. E ciò non si potrebbe palesare come un attacco alla libertà di informazione e un ulteriore afflizione del 41 bis che sulla carta non esiste.

Ci viene in aiuto la sentenza della Corte Costituzionale numero 351 del 1996, dove si specifica che il limite interno attiene all’esigenza “intrinseca” del 41 bis, che impone la limitazione delle restrizioni a quelle riconducibili alla concreta esigenza di tutela dell’ordine e della sicurezza, e che siano congrue rispetto allo scopo. In assenza di tale congruità si sarebbe davanti ad un «significato diverso», quello di «ingiustificate deroghe all’ordinario regime carcerario, con una portata puramente afflittiva». Il dramma è che, secondo quanto ben argomentato dal suo avvocato difensore tramite l’ultima richiesta di revoca inoltrata da settimane al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, l’anarchico Cospito nemmeno dovrebbe essere recluso al 41 bis.

Tutto tace, nessuna risposta alla richiesta. Il senatore di Sinistra Italiana Peppe De Cristofaro ha da poco presentato una interrogazione, rivolta al guardasigilli, a risposta orale con carattere di urgenza. In premessa, il senatore ricorda che Cospito, detenuto all'interno della casa circondariale di Bancali, a Sassari, ha intrapreso dallo scorso 20 ottobre uno sciopero della fame per denunciare le condizioni cui si trova costretto dal regime del 41 bis dell'ordinamento penitenziario cui è sottoposto dall'aprile 2022, nonché per protestare contro la misura comminatagli dell'ergastolo ostativo. Sottolinea come Cospito abbia riportato nei primi due gradi di giudizio una condanna per strage contro la pubblica incolumità (art. 422 del codice penale) per due ordigni a basso potenziale esplosi presso la scuola allievi Carabinieri di Fossano, senza causare morti né feriti. Un reato che prevede la pena non inferiore ai 15 anni. L’interrogante, ricorda che lo scorso luglio, tuttavia, la Cassazione ha riqualificato il fatto in strage contro la sicurezza dello Stato (art. 285 del codice penale), reato che prevede l'ergastolo, anche ostativo, pur in assenza di vittime: una fattispecie che non è stata contestata nemmeno agli autori degli attentati che uccisero i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Prosegue l’interrogazione specificando che, a parere del senatore De Cristofaro, «si configura uno stravolgimento della ratio del regime di cui all'art. 41-bis, che vede l'estensione ad un anarchico individualista: l'obiettivo originario del regime differenziato era infatti quello di impedire i collegamenti tra il detenuto e l'associazione criminale di appartenenza, mentre nel caso di Cospito la finalità è quella di impedirgli di continuare a esternare il proprio pensiero politico, attività svolta pubblicamente e dunque né occulta né segreta». Sottolinea che la scelta appare motivata, infatti, proprio dal diffondersi di una serie di scritti e opuscoli di Cospito che, invitando gli anarchici a non rinunciare alla violenza, lasciano intendere per i giudici un collegamento con la militanza attiva al di fuori del carcere e la possibilità di condurre i movimenti anarchici verso nuovi atti criminali.

Eppure, - ci tiene a sottolineare l’interrogante – «fino ad aprile scorso Cospito poteva infatti comunicare con l'esterno, inviare scritti e articoli e partecipare al dibattito della sua area politica, ricevere corrispondenza e beneficiare dell'ordinario regime trattamentale in termini di socialità, colloqui visivi e telefonici, ore di aria, palestra e biblioteca. La sottoposizione al regime del 41-bis comporta ora il trattenimento delle lettere in entrata – e conseguentemente l'autocensura delle proprie - nonché la riduzione a due ore d'aria in un cubicolo di cemento di pochi metri quadrati; la "socialità" è limitata a un'ora al giorno, nessun accesso alla biblioteca di istituto, con la fruizione di un unico colloquio mensile: una vera e propria deprivazione sensoriale, che finisce con l'ottundere e deprimere la sua personalità».

Il senatore De Cristofaro nell’interrogazione segnala come il 19 dicembre 2022 la Corte di Assise di appello di Torino, davanti alla quale si celebra il processo, abbia accolto la richiesta dei legali di sollevare una questione di legittimità costituzionale per verificare la prevalenza della circostanza attenuante prevista dall'art. 311 c.p. sulla recidiva ex art. 99 comma 4 c.p. Nelle scorse settimane il Tribunale di Roma ha invece respinto un'istanza del legale di Cospito per la revoca dell'applicazione del carcere duro prevista dall'articolo 41-bis, fornendo come motivazione un mancato "percorso di revisione critica". L’ interrogazione prosegue facendo presente che una nuova istanza in tal senso è stata presentata nei giorni scorsi al ministro della Giustizia sulla base delle motivazioni di una sentenza depositata successivamente alla decisione del tribunale di Sorveglianza di Roma.

L’interrogazione parlamentare conclude con la recente dichiarazione dell’avvocato Rossi Albertini, il quale ha affermato che il Ministero «continua a serbare un incomprensibile silenzio sull'istanza eppure era stato lo stesso Ministro a lamentare in una nota l'assenza di un suo formale coinvolgimento. Ciò detto, anche qualora la decisione ministeriale fosse negativa, Cospito e tutti e tutte coloro che si sono mobilitati in questi mesi a sostegno del suo sciopero della fame hanno il diritto di sapere per quali ragioni l'anarchico debba essere condannato ad espiare la sua pena nel regime detentivo speciale». Il senatore di Sinistra Italiana, quindi, chiede di sapere se il ministro Nordio non ritenga di dover rispondere con urgenza all'istanza relativa alla revoca del regime 41 bis presentata dai legali di Cospito, anche «considerato il deterioramento dello stato psicofisico del detenuto, in sciopero della fame da ormai diversi mesi».

Anche l'eurodeputato Massimiliano Smeriglio di Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici, ha presentato una interrogazione urgente alla Commissione europea, mettendo in evidenza la situazione attuale del detenuto dal punto di vista del rispetto e della tutela dei diritti umani e della dignità della persona.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La marcia di Washington. Quell’agosto del ’63 quando nacque il sogno del ’68. Il 68 è figlio dei neri d’America. La strada la aprì Martin Luther King, pronunciando uno dei più clamorosamente potenti discorsi rivoluzionari della storia contemporanea. Piero Sansonetti su L'Unità il 26 Agosto 2023

Giusto 60 anni fa, il 28 agosto del 1963, nacque il sessantotto. A Washington. Il 68 è figlio dei neri d’America. La strada la aprì lui, Martin Luther King, pronunciando di fronte a una folla sterminata di afroamericani, ma anche di bianchi, uno dei più clamorosamente potenti discorsi rivoluzionari della storia contemporanea.

Non erano le parole incendiarie di un capopopolo: il suo era il ragionamento pacato, e pieno di idee e di sentimento, di un grandissimo intellettuale, che sapeva parlare al popolo ma anche ai potenti, che sapeva organizzare le lotte e che teneva fissa una idea di fondo: il domani. Avete presenti i leader politici di oggi? Nessuno di loro conosce la prospettiva. King metteva quella idea al centro di tutto: il futuro. Il sogno per lui non è l’utopia: è il destino. Morì a 43 anni, abbattuto da un cecchino razzista, cinque anni dopo il discorso di Washington.

Il ‘68, cioè la più possente spinta ideale e socialista che mai si sia espressa a livello mondiale, con l’energia e la forza di una intera generazione, è il figlio di quella intuizione di Luther King. Non furono i ragazzi bianchi tedeschi e italiani a mettere in moto la macchina: furono i neri. Il ‘68 lo puoi capire davvero solo se lo inquadri in questo contesto. È inventato, disegnato e messo in movimento dai neri d’America.

Non dal Black Panther e neanche da Malcom X, straordinarie avanguardie della lotta al razzismo, ma senza una strategia generale, senza una ideologia. King invece aveva una ideologia: la nonviolenza come contenuto e programma politico, non come metodo. Quel 28 agosto a Washington una folla gigantesca affermò un concetto essenziale: che i diritti civili e i diritti sociali devono essere tenuti insieme. Amici miei della sinistra, datemi retta: leggetelo quel discorso del reverendo King. C’è tutto.

Piero Sansonetti 26 Agosto 2023

28 agosto 1963. La storia della marcia su Washington: il giorno in cui Marthin Luther King cambiò gli USA. Il governo si aspettava 100 mila guerriglieri. Arrivarono 300 mila pacifisti. Fu il momento più alto del dopoguerra di unificazione delle lotte per i diritti civili e diritti sociali, per il lavoro e contro il razzismo. David Romoli su L'Unità il 26 Agosto 2023

L’apparato di sicurezza era da stato d’assedio: 6mila poliziotti, 2mila appartenenti alla Guardia nazionale, 4mila soldati arrivato in aeroporto dalla Carolina del Nord e dalla Virginia. Altri 19mila militari erano accampati alle porte di Washington pronti a intervenire in caso di disordini gravissimi che molti ritenevano inevitabili: “E’ impossibile portare 100mila neri a Washington senza incidenti e rivolte”. La vendita di alcolici fu sospesa e non era mai successo dalla fine del proibizionismo. Le operazioni chirugiche vennero rinviate e gli ospedali accumularono enormi riserve di plasma per essere pronti a fronteggiare una mezza guerra civile.

Il presidente Kennedy incaricò un suo uomo di fiducia di essere pronto ad ammutolire gli altoparlanti se i discorsi si fossero rivelati troppo incendiari. Per lo stesso motivo al grande scrittore nero James Baldwin fu vietato di prendere la parola. Il 24 maggio 1963, pochi mesi prima, con altri intellettuali neri aveva incontrato il ministro della Giustizia e fratello del presidente Robert kennedy. Era finita quasi in alterco e farlo parlare sembrò un rischio troppo grosso.

Nonostante l’apprensione generale il solo rischio fu rappresentato dall’impianto sonoro. Qualcuno lo aveva sabotato il giorno prima della Grande Marcia su Washington del 28 agosto 1963 e non si riusciva a ripararlo. Gli organizzatori fecero presente che la presenza di 200mila manifestanti senza che gli oratori potessero parlare sarebbe stata davvero una minaccia seria per la sicurezza. L’esercito riparò l’impianto durante la notte. Nessun incidente funestò la Marcia alla quale presero parte tra le 250mila e le 300mila persone, circa un quarto delle quali bianche. Erano arrivate da tutte le parti d’America, in treno. in autobus in automobile, i più ricchi, incluse molte stelle di Hollywood, in aereo.

Si concentrarono di fronte al monumento a Washington e di lì, senza neppure aspettare gli organizzatori impegnati in un incontro con la delegazione del Congresso, mossero verso il Lincoln Memorial dove erano previsti i discorsi degli organizzatori e un concerto. Suonarono quasi solo musicisti bianchi, Bob Dylan, Joan Baez, Peter Paul and Mary, anche se la regina del gospel Mahalia Jackson intonò I Got Over subito dopo la fine dello storico discorso di Luther King, “I Have a Dream”, e la contralto Marian Anderson eseguì a sua volta un pezzo. Al termine il giovanissimo Bob Dylan confessò un certo imbarazzo per quel concerto di musicisti per lo più bianchi.

La Marcia fu organizzata in una fase di massima tensione nella battaglia per i diritti civili. In primavera la campagna per eliminare la segregazione a Birmingham, “la città più completamente segregata d’America”, era stata lunga e violentissima. Dopo l’accordo che aveva parizalmente desegregato la città c’erano stati attentati sia contro Luther King che contro suo fratello. L’11 giugno il presidente Kennedy aveva promesso una legge sui diritti civili, che sarebbe stata approvata nell’agosto del 1964: la notte stessa uno dei principali leader del movimento per i diritti civili, Medgar Evers fu assassinato a Jackson, Mississippi. Eppure la March on Washington for Jobs and Freedom non era concentrata solo e neppure essenzialmente sulla desegregazione nel Sud.

Gli organizzatori, A. Philip Randolph e Bayard Rustin, ex comunista e omosessuale, pertanto particolarmente sospetto anche agli occhi dell’amministrazione Kennedy, avevano iniziato a prepararla, nel dicembre 1961, per mettere all’ordine del giorno il problema della disoccupazione e della povertà tra i lavoratori neri. Per la prima volta diritti civili e diritti sociali venivano apertamente intrecciati: “L’integrazione nei settori dell’educazione, immobiliare, dei trasporti e degli alloggiamenti pubblici sarà di limitata estensione e durata fintanto che persisteranno fondamentali disuguaglianze economiche lungo le linee razziali”, scrivevano i due organizzatori.

Nel giugno 1963 i leader delle 6 principali associazioni per i diritti civili, tra cui King, formarono il gruppo delegato a organizzare e a gestire la Marcia, i “Big 6”. Randolph ne era il leader, Rustin rimase vicecapo dell’organizzazione ma a patto che figurasse il meno possibile per il passato ex comunista. In un incontro con il presidente, il 22 giugno, Kennedy mise come condizione del suo appoggio l’allontanamento dei “comunisti” dall’organizzazione di Luther King. Stanley Levison, avvocato ebreo, intimo amico e collaboratore strettissimo di King, accettò di fare un passo indietro pur continuando a collaborare con il leader dei diritti civili sino al suo assassinio, il 4 aprile 1968. Kennedy si dichiarò anche molto preoccupato per “il rischio di intimidazioni” durante la marcia. Gli organizzatori accettarono di vietare ogni manifestazione di disobbedienza civile e persino di sbandierare cartelli diversi da quelli distribuito dal Comitato, anche se poi quest’ultima proibizione non venne di fatto rispettata. Su questa base, il 17 luglio, il presidente si pronunciò a favore della manifestazione.

I Big 6 erano nel frattempo diventati Big 10. Ai leader delle principali organizzazioni nere per i diritti civili si erano aggiunti un rappresentante dell’associazione delle chiese cristiane, uno di quelle cattoliche e il presidente dell’American Jewish Congress. L’ultimo ingresso fu quello di Walter Reuther, presidente della United Automobile Workers, UAW, il sindacato dei metalmeccanici. Malcolm X, ancora primo predicatore della Nation of Islam, disertò la manifestazione, bollandola come “la farsa di Washington”. Anche tra gli organizzatori c’erano dubbi sia sulla scelta di evitare gesti di disobbedienza civile sia sul sostegno alla legge proposta da Kennedy, che ritenevano non abbastanza coraggiosa. In particolare il presidente dello SNCC, Student Nonviolent Coordinating Committe, John Lewis, il più giovane tra gli oratori previsti aveva preparato un discorso molto critico nei confronti dell’amministrazione Kennedy ma fu convinto a cancellare tutti i passaggi più affilati nella notte prima della marcia.

Tra i 10 oratori ufficiali non ci furono donne. Rosa Parks era sul palco insieme alla cantante Lena Horne ma non prese la parola e lasciò il palco, con la Horne, prima dell’ultimo discorso, quello di King. La grande Jospehine Baker parlò nella fase della raccolta delle offerte ma senza figurare tra gli oratori ufficiali. Nel corso di un omaggio complessivo alle donne nere in prima fila nella lotta per i diritti civili intervenne Daisy Bates, giornalista nera la cui madre era stata stuprata e uccisa da tre bianchi e che aveva avuto un ruolo centrale nella campagna per la desegregazione delle scuole nella sua città natale, Little Rock in Arkansas. Il discorso di Martin Luther King fu l’ultimo, prima delle comunicazioni conclusive dei due ideatori della Marcia.

Nella primavera precedente il pastore era diventato il più noto tra i leader dei diritti civili grazie alla campagna di Birmingham ma anche grazie alla lettera che dal carcere di quella città, con mezzi di fortuna come il bordo dei quotidiani, aveva scritto per rispondere a otto religiosi che avevano esortato a combattere la giusta battaglia per i diritti civili solo nelle aule di tribunale e non nelle strade. Il discorso di quella sera è ancora oggi uno dei più famosi della storia moderna. Il reverendo aveva scritto il testo a New York, con Stanley Levison. Ma dopo quel famosissimo incipit, “Io ho un sogno”, Mahalia Jackson, dal palco, urlò “Parlagli del sogno Martin”. King abbandonò il testo preparato e proseguì a braccio, trovando parole definitive e immportali che andavano e vanno oltre la specifica battaglia dei neri d’America. Parlavano e parleranno sempre di libertà, ovunque e per tutti. David Romoli 26 Agosto 2023

28 agosto 1963. I have a dream: il discorso di Martin Luther King alla marcia di Washington. Martin Luther King prende la parola alla fine della manifestazione. Il suo è il più grande discorso rivoluzionario moderno: “Tornate in Alabama, in Mississipi, non rassegnatevi...” Martin Luther King su L'Unità il 26 Agosto 2023

“Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi neri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Ma cento anni dopo, il nero ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del nero è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il nero ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il nero langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra. Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa.

In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un “pagherò” del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo “pagherò” permetteva che tutti gli uomini, si, i neri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

È ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo “pagherò” per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai neri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: “fondi insufficienti”. Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia. Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo.

Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei neri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i neri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo. Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai neri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia. Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima. Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità nera non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: “Quando vi riterrete soddisfatti?” Non saremo mai soddisfatti finché il nero sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia. Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai neri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono: ”Riservato ai bianchi”. Non potremo mai essere soddisfatti finché i neri del Mississippi non potranno votare e i neri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.

Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione. E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho un sogno. È un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere.

Ho un sogno, oggi!.

Io ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. È questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud. Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.

Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.

Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.

Risuoni la libertà dai dolci pendii della California. Ma non soltanto.

Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.

Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: “Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”.

Martin Luther King - 26 Agosto 2023

Dove è andato a finire il grande “sogno” di Martin Luther King? Sessant’anni fa il celebre discorso del reverendo davanti al Lincoln Memorial di Washington, diventato simbolo dei diritti di tutti gli afroamericani. Lanfranco Caminiti su Il Dubbio il 26 agosto 2023

L’aveva già messo nei suoi discorsi, il fatto del sogno, in Alabama, in Mississippi, in South Carolina. Ma non prendeva – vai poi a capire perché. Qualcuno dei suoi collaboratori, convinto che lo avrebbe messo anche questa volta, glielo disse esplicitamente, quando King si chiuse nella sua stanza per preparare il discorso – Non metterlo il fatto del sogno, reverendo. E lui sembrava convinto.

Aveva incontrato il presidente Kennedy e il vicepresidente Johnson, insieme a tutto il gruppo dirigente della Southern Christian Leadership Conference – al tempo delle elezioni presidenziali Kennedy aveva voluto parlare con King, promettendo un impegno nella lotta per i diritti civili.

Il settanta per cento della comunità afroamericana poi lo aveva votato come proprio presidente. Era stato anche grazie all’impegno della Casa bianca che la SCLC aveva organizzato le campagne nel Sud per il diritto di voto, soprattutto in Mississippi e in Georgia, quando giovani studenti bianchi partivano dal nord per andare negli Stati del Sud e aiutare le lotte dei neri per la registrazione negli elenchi dei votanti e per abolire le forme più odiose della discriminazione razziale, sugli autobus, nei ristoranti, nelle scuole. Subivano agguati e pestaggi da razzisti del Ku Klux Klan spesso con la faccia delle istituzioni.

Ma ora Kennedy era molto preoccupato e quella marcia proprio non la voleva: c’era stato un vero e proprio braccio di ferro durante la campagna in Alabama, che era diventata simbolica del segregazionismo, soprattutto per la durezza del suo governatore George Wallace. L’ 11 giugno 1963, con i suoi sostenitori, Wallace si era presentato davanti all’Università dell’Alabama per impedire la desegregazione dell’istituto e l’entrata ai corsi dei primi due studenti neri, Vivian Malone e James Hood, che erano scortati e protetti dalla Guardia Nazionale, dal Marshall federale e dal procuratore dello Stato. I due allievi sarebbero entrati comunque nell’università tra le urla della folla. Kennedy temeva che quella marcia avrebbe finito con alimentare il conflitto, lo scontro, ma non poteva certo dire al reverendo King di non farla. Però, John e Bob si prepararono al peggio e richiamarono a Washington oltre cinquemila riservisti per fornire assistenza, e vennero vietati gli alcolici. «Sembrava che ci fossero più poliziotti che manifestanti» scrisse il «New York Times».

Così, Clarence Benjamin Jones, consigliere e amico intimo del dottor King, lo aveva aiutato a buttare giù i temi di quel discorso – la gente arrivava per il salario minimo a due dollari, il passaggio di un disegno di legge significativo sui diritti civili, la fine della segregazione razziale nelle scuole, un programma di lavori pubblici federale e il blocco delle pratiche di lavoro scorrette.

Era su questa traccia che il dottor reverendo Martin Luther King aveva iniziato il suo discorso il 28 agosto del 1963, una lunga estate calda: «Siamo venuti nella capitale del nostro paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della nostra repubblica hanno scritto le magnifiche parole della Costituzione e della Dichiarazione d’indipendenza, hanno firmato un “pagherò” di cui ciascun americano era destinato a ereditare la titolarità. Il “pagherò” conteneva la promessa che a tutti gli uomini, sì, ai neri come ai bianchi, sarebbero stati garantiti questi diritti inalienabili: “Vita, libertà e ricerca della felicità”. Oggi appare evidente che per quanto riguarda i cittadini americani di colore, l’America ha mancato di onorare il suo impegno debitorio. Invece di adempiere a questo sacro dovere, l’America ha dato al popolo nero un assegno a vuoto».

King, che usava molto nella sua oratoria riferirsi alla Bibbia, cadenzava ritmicamente i suoi discorsi, come fossero preghiere, come fossero gospel. Ripeteva una locuzione più volte. Quel giorno, usò «Now is the time / è adesso il momento». «Now is the time to make real the promises of democracy. Now is the time to rise from the dark. Now is the time to lift our nation. Now is the time to make justice / È adesso il momento per rendere concrete le promesse della democrazia. È adesso il momento per uscire dal buio. È adesso il momento per sollevare la nostra nazione. È adesso il momento per fare giustizia».

E poi usò «We can never be satisfied / non possiamo dirci soddisfatti». We can never be satisfied, finché i neri continueranno a subire gli indescrivibili orrori della brutalità poliziesca. Non potremo mai essere soddisfatti, finché non riusciremo a trovare alloggio nei motel. Non potremo mai essere soddisfatti, finché tutta la facoltà di movimento dei neri resterà limitata alla possibilità di trasferirsi da un piccolo ghetto a uno più grande. Non potremo mai essere soddisfatti, finché i nostri figli continueranno a essere spogliati dell’identità e derubati della dignità dai cartelli su cui sta scritto “Riservato ai bianchi”. Non potremo mai essere soddisfatti, finché i neri del Mississippi non potranno votare e i neri di New York crederanno di non avere niente per cui votare. No, no, non siamo soddisfatti e non saremo mai soddisfatti, finché la giustizia non scorrerà come l’acqua».

La gente applaude, il reverendo sa come parlare al cuore delle persone – e lì, al Lincoln memoria di Washington, sono venuti in duecentocinquantamila, da tutta l’America, bianchi e neri. C’è tutta Hollywood anche, e le grandi voci del rock, Joan Baez, Bob Dylan. Si sente che questo è un giorno che apparterrà alla Storia. Ma le parole del reverendo sono ancora ancorate a quella traccia scritta, forse non volano come tutti vorrebbero, come il giorno vorrebbe. È a questo punto che Mahalia Jackson, la regina del gospel, gli grida: «Digli del sogno, Martin».

E il reverendo King mette da parte i fogli, e inizia a parlare a braccio. Io ho ancora un sogno ed è profondamente radicato nel sogno americano. «I have a dream that one day this nation will rise up. I have a dream that one day on the red hills of Georgia, the sons of former slaves. I have a dream that one day even the state of Mississippi. I have a dream that my four little children. I have a dream that one day down in Alabama with its vicious racists. I have a dream that one day every valley shall be exalted».

Sembrava di stare in una chiesa, una chiesa immensa all’aperto – ricorderà qualcuno, quando il prete dice un passo e i fedeli lo ripetono. In duecentocinquantamila al Lincoln Memorial ripetevano quell’I have a dream. Quale potenza.

È un momento di grande speranza per l’America tutta, per il mondo intero – This is our hope. Brotherood, fratellanza è la parola chiave. We will be able to work together, to pray together, to struggle together, to go to jail together, to stand up for freedom together – lavorare insieme, pregare insieme, lottare insieme, andare in carcere insieme, sollevarsi per la libertà insieme. Insieme.

Il movimento per i diritti civili del dottor King è l’anima morale dell’America. Non ci sono rose e fiori sul cammino – l’anno dopo sarà la marcia di Selma, Alabama; nel 1968 King verrà assassinato; le rivolte dei ghetti si susseguiranno anno dopo anno. Ma si va verso la terra promessa. Insieme. Si cade e ci si rialza. Insieme.

Quale distanza dall’America di oggi – chiusa in se stessa, isolata, rancorosa, recintata.

Il dialogo che non c'è. Gli anni di piombo, il macchiettismo e quella pacificazione tradita dalla visione romantica degli estremismi. Benedetta Frucci su Il Riformista il 18 Agosto 2023

 L’avvento del Governo Meloni ha riportato in auge il dibattito sugli anni di piombo, un capitolo di storia con cui il Paese non ha fatto ancora e fino in fondo i conti.

Polemiche e accuse incrociate hanno ridotto però a macchiettismo quello che poteva essere un sano dibattito sugli estremismi che hanno attraversato il Paese, anziché cercare di aprire un confronto abbandonando lo scontro ideologico.

Di recente, in un’intervista rilasciata a Libero, il Viceministro Galeazzo Bignami ha parlato di un episodio terrificante della sua adolescenza: a 14 anni, ha raccontato l’esponente di FdI, un gruppo di ragazzi della Fgci entrò nella sua classe, chiedendo chi fosse Bignami. Lui alzò la mano e il risultato fu che venne messo al guinzaglio e trascinato a quattro zampe con un cartello al collo con su scritto “fascista”.

Gli anni di piombo erano finiti, ma il clima nella rossa Bologna a quanto pare non era cambiato.

Prevengo già le obiezioni: Bignami è quello che si è travestito da nazista per Carnevale, non importa se si è scusato. Contro obiezione: chi ha a cuore la democrazia, non approva la violenza neppure contro chi abbraccia con uno “scherzo” di pessimo gusto ideologie terribili.

Torniamo quindi al racconto del sottosegretario. O meglio, alla reazione. Quella del deputato del Pd De Maria, il quale sostiene che si sarebbe trattato di un fatto isolato e personale perché la FGCI non sarebbe stata protagonista di episodi di violenza politica in quegli anni.

Ebbene, la pratica di appendere al collo il cartello con scritto fascista era largamente usata dai giovani di estrema sinistra negli anni di piombo. A volte gli scontri si limitavano (da ambo le parti) a umiliazioni e botte. Altre volte, ci scappava il morto. Fu quella la sorte di Sergio Ramelli, che prima di essere massacrato a colpi di chiave inglese fu oggetto proprio di questa democratica usanza.

Ecco, che siano stati o meno i giovani comunisti o i giovani missini o esponenti di gruppi autonomi che nulla avevano a che fare con Pci e Msi a compiere atti di violenza in quegli anni, De Maria non ha centrato il punto: quel racconto di Bignami avrebbe potuto essere l’occasione infatti per riaprire un confronto da ambo le parti su quella stagione terribile.

Ci ha provato anni fa da sinistra Luca Telese, con il suo bellissimo “Cuori neri”, un’antologia delle storie dei ragazzi di destra morti negli anni di piombo.

Ci ha provato qualche mese fa la sottosegretaria Paola Frassinetti che si è recata a Milano a commemorare Fausto e Iaio, i due giovani di sinistra uccisi dai fascisti durante gli anni di piombo. Lo ha fatto Beppe Sala, ricordando Sergio Ramelli.

Entrambi sono stati oggetto di attacchi scomposti.

E di poca solidarietà.

Sembra quasi che la pacificazione in questo Paese non sia possibile: da un lato perché mantenere alto il livello dello scontro dà argomenti a chi argomenti non ne ha, dall’altro perché nel retro pensiero mai confessato di chi quegli anni li ha vissuti e se li è lasciati alle spalle, c’è talvolta un giustificazionismo alla violenza e una visione romantica degli estremismi o ancora perché, come nel caso Di Maria, si pensa ancora a difendere quella che fu la propria parte anziché provare a instaurare un dialogo. Benedetta Frucci

Estratto dell'articolo di Bruno Quaranta per la Repubblica venerdì 28 luglio 2023.

A ciascuno la sua lettera scarlatta. Per Toni Negri è un numero, 7, aprile 1979. Il suo Moloch, Autonomia Operaia, finiva in gabbia a Padova. Di fronte sarebbero stati a lungo lo Stato e il teorico dell’anti-Stato, ancorché docente di Dottrina dello Stato. Fin quando il pallottoliere giudiziario formò un ulteriore numero, 17, gli anni di carcere inflitti al professore, che ne sconterà 11 e mezzo. 

Toni Negri si avvia a compiere novant’anni a Parigi, l’1 agosto, attaccato ad “una sorgente d’ossigeno”. Si è diradato fino a dissolversi, nel suo studio, il fumo delle ultime mai ultime sigarette che fuoriusciva verso il boulevard dove ancora nitide sono le orme hemingwayane, tra la Coupole e la Closerie de Lilas. 

(...)

Non crede che sia fallita? Se a segnare l’Italia sarà il ventennio berlusconiano?

«È fallita anche la parte più decente della borghesia, che si è lasciata ammaliare e fagocitare dal Cavaliere o Caimano che dir si voglia».

E il Pci? Berlinguer non è mai stato un suo “compagno” ideale…

«Il Pci non ha capito la trasformazione del capitalismo. Si è adeguato a un modello di sviluppo industriale fordista, mai avventurandosi nel post-fordismo e mai andando al di là del keynesismo».

Le è successo di non nascondere la stima per Moro…

«Il quale aveva capito due cose: il Pci era in crisi, giustamente in crisi, una condizione che andava trasformata in fatto politico. Purtroppo sarà il Caf, Andreotti & C., a realizzare l’impresa in termini reazionari».

(...)

È nota la sua formazione cattolica, nella Padova degli anni Cinquanta. Le capitò di votare Dc?

«No, mai. Quando militavo nell’Azione Cattolica ancora non avevo diritto di voto. La prima volta scelsi il Pci».

Quale l’impronta cattolica degli anni di piombo?

«Perché cattolica? Direi cristiana. Ovvero amare i più poveri, sceglierli. Siamo giunti a papa Francesco che invita al Sinodo il disobbediente Casarini».

Evangelicamente amare… Ma allora gli omicidi erano quotidiani…

«Ma chi cominciò? Le stragi non erano forse di Stato? Io, comunque, non ho mai ucciso». 

E gli ex terroristi italiani che la Francia ha deciso di non estradare e la giustizia nei confronti delle vittime?

«Sono trascorsi più di quarant’anni… In qualsiasi altro Paese avrebbero goduto dell’amnistia. Qualcuno ricorderà l’amnistia Togliatti, la cancellazione dei crimini fascisti».

La Francia brucia, arriverà Marine Le Pen all’Eliseo?

«Se si votasse oggi, al 70 per cento».

E la sinistra?

«O sarà nuova o non sarà. Qualche segnale di incoraggiante lo scorgo. I Gilet Gialli che hanno archiviato lo sciopero classico, inventando lo sciopero sociale. Senza di loro non ci sarebbe stata la rivolta delle pensioni». 

Oltre che la sinistra, bisognerebbe fare l’Europa…

«Io sono sempre stato europeista. Fra dieci anni, terminata la guerra in Ucraina, sarà feudo dell’industria e del potere americano. Mentre la Russia sarà sotto l’ombrello cinese».

Come legge il fenomeno Meloni?

«Post-fascismo non vuol dire niente. Si tratta di una svolta autoritaria, molto liberale, incastrata nella continuità delle scelte reazionarie del ceto politico italiano».

(...)

Sua figlia le ha mosso la critica di aver sacrificato la vita all’ideologia…

«I miei figli hanno sofferto molto della repressione ed è giusto che abbiano una certa collera nei miei confronti. Ma fare un film su quella vicenda, come ora sta facendo Anna, è trasformare la sofferenza in una proposta. Stiamo ricostruendo».

Novant’anni. Bobbio affermava che avanzando negli anni gli affetti contano più dei concetti…

«Riecco Bobbio. Riecco aprirsi il dissenso. Io ritengo, con Foucault, che affetti e concetti siano maledettamente intrecciati».

Se ne è andato Kundera… Libération titola: “L’infinie liberté des lettres”. La letteratura come via alla libertà?

«Gli esempi non mancano. Dal nostro Risorgimento, da Alessandro Manzoni, a Victor Hugo per la Francia, a Tolstoj, al Grossman di Vita e destino».

Per lei è prioritaria la libertà o la giustizia?

«Bobbio distingueva, la giustizia contrassegna la sinistra, la libertà la destra. No, sono indivisibili, ora e sempre: giustizia e libertà».

Estratto dell'articolo di Antonio Gnoli per “Robinson - la Repubblica” lunedì 3 luglio 2023.

Come un lungo diario che si snoda nel tempo così prende vita il confronto tra una figlia e un padre. A tratti la densa e impietosa “confessione” sembra una lettera. E le lettere — la loro urgenza a volte differita — lasciano immaginare la disparità di vedute, gli equivoci, le frasi non dette, l’amore non dichiarato, la rabbia contenuta fino poi a esplodere, la confessione ilare e drammatica. 

Anna Negri è una donna compiuta e realizzata, grazie al suo impegno nel cinema, una professione che le piace. Anna è madre di un figlio e figlia di Toni Negri. Un padre così non si dimentica, non si rimuove. 

Tutto lo sforzo nel corso del libro (Con un piede impigliato nella Storia, ed. Derive e Approdi) servirà per delinearne i contorni, afferrarne i dettagli, provare a chiarire che rapporto è stato. Felice o infelice, appagante o misero, bello o brutto. O, come accade in quasi tutte le vicende umane, ricco di sfumature, di cieli tristi e di inferni tiepidi. Provo un certo stupore nel constatare che la linea delle persone somiglia, molto più di quanto si creda, alle linee della mano. Non per qualche malintesa chiromanzia che ne azzardi il futuro, quanto per l’ironica disposizione a leggervi il passato.

(...)

Non mi chiede se sia lei che mi sta parlando, ma se lo ha fatto il libro. E allora immagino quell’oggetto separato dall’autrice. Distante. Non estraneo, ma un po’ come è appunto Anna che conversa e ricorda sul confine incerto tra ideologia e vita. 

Hai provato a rifarti un’esistenza?

«Sono stata per 15 lunghi anni fuori dall’Italia, prima in Olanda e poi in Inghilterra. Per cercare una calma che non avevo, una serenità che non conoscevo. Non volevo più essere riconosciuta come la figlia di Toni Negri. Sono andata via e poi sono tornata. I problemi restano, le ferite non si rimarginano. Ma non voglio darti l’impressione patetica della figlia sofferente e piena di risentimento. Ho amato i miei genitori. Non ho capito fino in fondo le loro scelte, ma non mi sono mai vergognata di loro». 

Perché avresti dovuto?

«Perché hanno dipinto mio padre come un mostro. E ovviamente non lo era. Non eravamo una famiglia normale, certo. Ma una famiglia non la scegli». 

Quando hai avuto la sensazione di questa diversità?

«Avevo 12 anni, da Padova c’eravamo trasferiti a Milano. Una mattina la polizia irruppe in casa. Cercavano documenti, agende, prove che compromettessero mio padre. Suonarono alla porta, mezzo addormentata andai ad aprire. Erano armati. Mi misi davanti a loro e uno mi spostò spingendomi con la canna della mitraglietta sulla pancia. Arrivarono i miei. Frastornati. Ero spaventata. Poi con mio fratello Checco cominciammo a ridere. Una ridarella nervosa. Credo che in passato ci fossero state altre perquisizioni. Ma quella fu la prima che ricordo». 

Cosa ricordi di altro?

«Una delle mattine successive a scuola un ragazzo della classe accanto chiese quale fosse il mio banco. Lo trovai coperto di sputi». 

Che cosa sapevi di tuo padre?

«Tutto quello che faceva mi era noto. La casa era spesso piena di amici e compagni che discutevano. Certe sere le riunioni andavano avanti fino a tardi, dalla camera da letto con mio fratello sentivamo a volte urlare». 

Che cosa pensavi?

«Ho sempre pensato che i miei volessero fare la rivoluzione convinti che avrebbe messo fine alle ingiustizie sociali». 

Come ti vivevi?

«Di fatto ero coinvolta. Credo non immaginassero che io e mio fratello avessimo bisogno anche di un’attenzione diversa». 

Intendi dire come gli altri e le altre della tua età?

«Vivevo dentro il loro mondo più che nel mio». 

In quel mondo, mi pare di capire, ci stavi con un certo disagio.

«Mi incuriosiva e mi spaventava. Amavo i miei, ammiravo mio padre, al tempo stesso provavo un senso di fatica e di smarrimento». 

Racconti di aver cominciato ad avere problemi con il cibo.

«Ero alle medie quando ho cominciato a ingozzarmi, crescevo di peso a vista d’occhio».

Parlavi del disagio che provavi.

«Non credo che c’entrassero le scelte politiche dei miei. La verità è che a 11 anni avevo subito un abuso da parte di una persona che i miei conoscevano». 

Intendi violenza fisica?

«Non fino in fondo, diciamo una pesante molestia». 

I tuoi come hanno reagito?

«Non dissi nulla. Ma quell’evento così traumatico ha un po’ cambiato la mia vita. Però, ti prego, non ho voglia di parlarne ancora». 

Con un piede impigliato nella Storia è un “memoir” crudo e sofferente. Perché hai sentito il bisogno di scriverlo?

«Intanto risale a diversi anni fa e scriverlo è stato in qualche modo terapeutico. È come se avessi preso la distanza da tutto quello che mi era accaduto e potessi finalmente parlarne». 

Un atto liberatorio?

«Non c’è dubbio, ma più mi immergevo in quel fiume di ricordi e più sentivo che stavo dando voce a qualcosa di collettivo, alla generazione venuta dopo quella degli anni Settanta che aveva sperato, lottato, sbagliato, su cui inesorabilmente era sceso il sipario». 

Che eredità hanno lasciato quegli anni?

«Sono stati definiti anni di “piombo” e penso che in parte fu così. Ma non furono solo questo». 

Che cosa aggiungeresti?

«Penso ai diritti civili: divorzio e aborto oggi rimesso in discussione, alla chiusura dei manicomi, al femminismo con la rivendicazione che il privato fosse anche politico, penso alla cultura gioiosa che circolava allora. I giovani che leggevano, che viaggiavano. Purtroppo il terrorismo ha preso le nostre vite in ostaggio. E ha innescato quella repressione che ha fatto di ogni erba un fascio. Ma non si può cancellare la vitalità di quegli anni». 

(…)

 Hai detto che il terrorismo prese in ostaggio le vostre vite. Cosa intendevi?

«Ha condizionato tutto il resto. Non ha permesso di vedere e giudicare altro che quella violenza estrema, terribile, ingiusta». 

I tuoi come lo vissero?

«A casa non si parlava d’altro e vedevo i miei persi, smarriti, impotenti». 

Tuo padre fu arrestato nell’ambito dell’inchiesta denominata “sette aprile”. Da quel momento cambia la tua vita e quella della famiglia. Qual è il ricordo più acuto che hai conservato?

«Fammi dire che quell’inchiesta si basava su di un teorema che si è dimostrato infondato e cioè che il movimento dell’autonomia e le Brigate Rosse fossero le due facce della stessa medaglia. Fu il giudice Calogero a costruire l’impianto di accusa. Molti furono gli arresti. Mio padre subì la stessa sorte. Fu messo in isolamento e l’accusa nei suoi riguardi passò da “banda armata” a “insurrezione armata contro lo Stato”. Era nato il mostro da gettare in pasto all’opinione pubblica». 

In che senso?

«Così veniva dipinto dai giornali e non solo di destra. Accusato di 18 omicidi, accusato del rapimento di Aldo Moro. Non c’era misfatto politico che non fosse ricondotto a lui. Quasi tutte le accuse nel tempo furono smontate. Il pentito Patrizio Peci scagionò mio padre dal rapimento di Moro». 

Ma come reagì a quel rapimento?

«Con sconcerto, dicendo che erano dei pazzi, e anche con dolore». 

Dolore?

«Sì, gli era grato per l’aiuto che Moro disinteressatamente gli diede per fargli ottenere una cattedra universitaria. Però chiedevi del ricordo più acuto. Sono due, curiosamente opposti». 

(…) Hai scritto che le colpe dei padri ricadono sui figli. Cosa rimproveri a tuo padre?

«Non ho risentimenti e alla fine ho cercato di prendermi cura di me. Anche amandolo. Oggi sto preparando un documentario su mio padre». 

C’è una domanda in particolare che gli vorresti fare?

«Forse gli chiederei di spiegarmi perché nel conflitto tra la vita e l’ideologia, abbia scelto soprattutto quest’ultima. Ricordavi il tema della colpa».

Vuoi dire qualcosa.

«Ci sono ferite che non si rimarginano perché è morta tanta gente in quegli anni. Le vittime del terrorismo, i poliziotti, gli operai sul lavoro, i giovani alle manifestazioni. E ognuno di loro a casa aveva figli, mogli, padri e madri che li hanno pianti. E allora si capisce il senso di ingiustizia che pervade quelle morti, perché ogni morto è importante da qualunque parte provenga. E ho scoperto la cosa crudele che i figli portano su di sé le colpe dei genitori. E con esse devono confrontarsi. Non puoi sfuggire. Non puoi far finta di niente».

A ciascuno il suo Giusva. La politica della malafede e il bando rosso degli ex terroristi neri (e viceversa). Carmelo Palma su Linkiesta il 7 Giugno 2023

A fasi alterne, destra e sinistra mostrano una intransigenza a geometria variabile verso il coinvolgimento di criminali che hanno scontato la loro pena. Forse è un modo per negare o a rimuovere la compromissione del proprio campo politico con la violenza negli anni '70

Quando Adriano Sofri nel 2015 venne invitato a una riunione degli stati generali dell’esecuzione penale, Maurizio Gasparri accusò Andrea Orlando di avere nominato un assassino consulente ministeriale. Alcuni anni prima, lo stesso Gasparri aveva accusato il governo Prodi di «riciclare i terroristi» per avere inserito Susanna Ronconi, con un passato in Prima Linea e un presente e futuro da dirigente del Gruppo Abele e di Forum Droghe, in una consulta di operatori sulle tossicodipendenze del ministero degli Affari Sociali. Nello stesso periodo altri parlamentari della destra presentavano allarmatissime interrogazioni in cui, enumerando incarichi e affidamenti, gratuiti e retribuiti, a ex terroristi rossi, intimavano al Governo di assumere «iniziative, anche normative… per evitare che a terroristi ed a condannati per gravissimi reati vengano affidati, in futuro, incarichi presso ministeri ed enti locali».

A parti inverse, la cronaca politica antica e recente ha proposto casi identici e semplicemente rovesciati, in cui a denunciare la vergogna della nobilitazione pubblica degli avanzi dell’eversione fascista e a trarre conclusioni circa la mancata recisione del cordone ombelicale con il Ventennio sono stati politici di sinistra: a volte i medesimi politici che da destra erano indiziati di inconfessata intelligenza con la sinistra post-brigatista.

Il caso più grottesco – riguardando una persona che ha fama, evidentemente immeritata, di misura e di cultura giuridica non propriamente gasparriana – è quello di Andrea Orlando, che, forte dell’appello di molti familiari di vittime dell’eversione di destra, ha denunciato «con sgomento» il tradimento di Falcone per l’elezione alla presidenza della Commissione Antimafia di Chiara Colosimo, macchiata da una antica collaborazione con una associazione di ex detenuti guidata dall’ex Nar Luigi Ciavardini.

Sulla stessa linea il PD della Capitale aveva lanciato una petizione su Chance.org per la rimozione di Marcello De Angelis, ex militante di Terza Posizione, da responsabile della comunicazione istituzionale della Regione Lazio, in ragione di una condanna per associazione sovversiva finita di scontare oltre trent’anni fa. 

A corredo di questo prevedibilissimo rimpiattino politico tra destra e sinistra sugli scheletri eversivi stipati negli armadi della parte avversa c’è poi sempre, puntualissimo, quello della pubblicistica di area, che in queste occasioni eccelle per puntiglio conformistico e per fedeltà (anche a destra) trinariciute.

In questo caso è perfino inutile fare nomi, perché comprende quasi tutte le firme che contano dell’informazione (con rispetto parlando) di destra e di sinistra. Il “quasi” è rappresentato da quanti non si schierano, ma in genere non si dissociano da questo gioco, che non è bello, e quindi non dura poco, ma sembra destinato a trascinarsi in eterno o almeno fino a quando – per consunzione logica degli argomenti o per estinzione anagrafica delle memorie personali – le retoriche contrapposte di destra e sinistra continueranno a radicarsi nella tossica etnicità degli scontri di piazza degli anni ’70.

Ovviamente il non plus ultra della cattiva coscienza sulla violenza degli altri è stato raggiunto sul caso più scandaloso, quello di Valerio Fioravanti, accusato di lordare con il suo nero passato le pagine del giornale fondato da Antonio Gramsci, su cui però, come ha ricordato Piero Sansonetti, Fioravanti aveva già scritto parecchi anni fa, quando a dirigere l’Unità era Valter Veltroni. A quanto pare – aggiungo io – la benevola accoglienza riservata al condannato per la strage di Bologna serviva allora a esibire la superiorità morale della sinistra, mentre oggi la repulsione per i suoi articoli serve a ribadire il concetto della minorità morale della destra, nel momento in cui proprio quella post-fascista è diventata maggioranza politica.

La cosa storicamente più interessante in questo festival della malafede non è registrare la sostanziale identità dell’atteggiamento della destra e della sinistra. È comprendere quanto questa intransigenza a geometria variabile serva a negare o a rimuovere la compromissione del proprio campo con il culto della violenza necessaria, da cui da entrambe le parti è stata nutrita la reciproca ostilità e di cui, sia a destra che a sinistra, le deviazioni eversivo-terroristiche sono state manifestazioni non programmate e anche violentemente avversate (la politica della fermezza imposta dal Partito comunista italiano, la pena di morte per i terroristi richiesta dal Movimento sociale italiano), ma tutt’altro che estranee ai rispettivi album di famiglia. La violenza fascista come alibi di quella comunista, e viceversa.

L’avevano capito e scandalosamente dichiarato nel pieno degli anni di piombo i radicali, che prima denunciarono nelle leggi d’eccezione anti-terroriste un modo per esorcizzare il fantasma imbarazzante di questa parentela e in seguito furono, per usare un gergo gasparriano, dei formidabili “riciclatori” di ex terroristi, come dimostra l’esperienza di Nessuno Tocchi Caino, nata esattamente trent’anni fa: prima affidata deliberatamente da Marco Pannella alle cure di un ex terrorista di Prima Linea, Sergio D’Elia – che sarebbe poi sbarcato anche in Parlamento con la Rosa nel Pugno, attaccato da destra e difeso, ca va sans dire, da sinistra – e quindi integrata con le figure di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, a cui la stessa sinistra che difendeva il diritto di D’Elia di sedere in Parlamento non riconosce oggi il diritto di scrivere su l’Unità.

Farsa continua. L’ossessione per gli anni Settanta e le origini dell’antipolitica. Francesco Cundari su L’Inkiesta il 16 Gennaio 2023.

Un articolo del Washington Post presenta una spiazzante analogia tra gli esaltati trumpiani che il 6 gennaio 2021 assaltarono il Congresso e gli hippies del 1967. Un paragone audace, che tuttavia ha qualcosa da dire anche all’Italia

Pochi argomenti, forse solo il calcio, hanno avuto in Italia maggiore e più duratura fortuna, come oggetto di dibattito, polemica giornalistica, ricostruzione storica, rivisitazione letteraria o cinematografica, degli anni Settanta e delle relative vicende politiche, specialmente per quanto riguarda l’estremismo di sinistra.

Anche negli ultimi giorni, come del resto quasi ogni giorno da ormai più di mezzo secolo, si sono accese discussioni e polemiche di vario spessore a proposito di film, fiction e documentari dedicati a quella stagione (a loro volta di diverso valore): dalla fiction in otto puntate sul generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che sta andando in onda su Rai uno («Il nostro generale») al documentario su Lotta continua trasmesso su Rai tre pochi giorni fa, fino al film di Marco Bellocchio dedicato al caso Moro («Esterno notte», seguito ideale del suo precedente «Buongiorno notte»).

Personalmente ritengo che l’ossessione del giornalismo, della letteratura, della tv e del cinema italiano per gli anni settanta si spieghi anzitutto con un dato sociologico e psicologico. In poche parole, con il fatto che il mondo del giornalismo, del cinema e della comunicazione è composto in gran parte di persone provenienti da quelle esperienze giovanili. E si sa che ciascuno di noi tende a considerare la propria giovinezza come la stagione decisiva della storia umana.

Non facendo eccezione alla regola, ma essendo più giovane, sono convinto che il momento decisivo della nostra storia sia stata la stagione di tangentopoli – quando avevo quindici anni io – con il condensarsi di quella temperie antipolitica che avrebbe spazzato via i vecchi partiti e posto le basi del populismo oggi dominante. Proprio per questo, tuttavia, nel cercare le origini di tale ideologia (o comunque la vogliate chiamare), sono stato spinto spesso a guardare non solo agli anni Settanta, ma anche e soprattutto al modo in cui i protagonisti di quella stagione ce l’hanno raccontata. E il racconto è quasi sempre un polpettone complottista fondato su debolissimi appigli fattuali (proprio come tante inchieste giudiziarie e giornalistiche degli anni successivi) in cui i terroristi appaiono quasi come degli ingenui idealisti, magari un po’ impulsivi ma tanto appassionati e sinceri, mentre i partiti democratici, sia la Dc sia il Pci, sembrano le vere associazioni a delinquere, e in ultima analisi i maggiori responsabili di tanti lutti.

Ho sempre pensato che questa intramontabile fortuna degli anni settanta fosse una caratteristica specificamente italiana, che per varie ragioni storiche (non ultima la motivazione generazionale summenzionata), aveva aperto la strada al trionfo della cultura antipolitica e larvatamente eversiva prevalsa nel nostro paese, a destra come a sinistra, dagli anni novanta in poi.

Non la faccio lunga per motivi di spazio, ma chi fosse interessato alla tesi può trovarla ben più distesamente argomentata in due importanti libri di Miguel Gotor dedicati al caso Moro: «Lettere dalla prigionia» e «Il memoriale della Repubblica», entrambi pubblicati da Einaudi (sul fatto che poi lo storico Gotor, attuale assessore alla Cultura di Roma, dopo una breve stagione da parlamentare del Pd e consigliere di Pier Luigi Bersani, abbia collaborato come consulente alla sceneggiatura proprio di “Esterno notte”, nel quale compare anche in un cammeo, si potrebbero fare ulteriori considerazioni, ma lo spazio è tiranno e la parentesi è già troppo lunga così).

L’aspetto più interessante di tutta la questione, almeno per me, è che tale singolare caratteristica della storia italiana, a quanto pare, non è affatto solo italiana. Questo almeno è quello che mi è capitato di pensare leggendo l’articolo di Joe Klein sul Washington Post dal titolo «Performance e protesta», dedicato a una spiazzante analogia: quella tra gli esaltati trumpiani che il 6 gennaio 2021 assaltarono il congresso e gli hippies del 1967. Due movimenti apparentemente – e per molti versi effettivamente – agli antipodi, che tuttavia non condividevano solo una spiccata inclinazione per l’arte performativa. «Erano parte di un continuum, un Sisifo alla rovescia in cui noi, i figli privilegiati dell’alta borghesia, facevamo rotolare giù per la collina un masso di edonismo individualista senza alcun piano per frenarlo, finché l’alt-right non lo faceva schiantare contro il Campidoglio».

Forse sarebbe ora che le nuove generazioni – nella politica, nel giornalismo, nella storiografia e nella cinematografia – cominciassero a costruire l’officina in cui montare qualche tipo di freno a questo genere di massi.