Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2023

I PARTITI

PRIMA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

I PARTITI

INDICE PRIMA PARTE


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ipocriti.

La Morte del Grillismo.

Beppe Grillo.

Giuseppe Conte.

Virginia Raggi.

Luigi Di Maio.

Rocco Casalino.

Danilo Toninelli.

Dino Giarrusso.

Donatella Bianchi.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Marx ed il Rinascimento comunista.

I Secessionisti.

L’Amichettismo.

La Questione Morale.

Ipocriti.

Massimiliano Romeo.

Luca Zaia.

Giancarlo Gentilini.

Irene Pivetti.

Il Capitano.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Secessionisti.

La Questione Morale.

Ipocriti.

Politicamente Corretti.

Gli Antifascisti.

Le Primarie dem.

Antonio Gramsci.

Enrico Berlinguer.

Romano Prodi.

Pierluigi Bersani.

Stefano Bonaccini.

Elly Schlein.

Francesco Boccia.

Dario Franceschini.

Achille Occhetto.

Alessia Morani.

Bruno Astorre.

Il Potere dei Mignon.

Carlo Calenda.

Matteo Renzi.

Maria Elena Boschi.

Elettra Deiana.

David Sassoli.

Giovanni Pellegrino.

Fausto Bertinotti.

Giovanni Cuperlo.

Laura Boldrini.

Luciana Castellina.

Luigi de Magistris.

Massimo D’Alema.

Nichi Vendola.

Nicola Fratoianni.

Angelo Bonelli.

Piero Fassino.

Stefania Pezzopane.

Marco Rizzo.

Walter Veltroni.

I Radicali.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

IL SOLITO AMICO TERRORISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Giovani e radicali: ecco i nuovi black bloc.

Gli estradandi.

Le Brigate Rosse.

Lotta Continua.

Prima Linea.

Ordine Nuovo.

Gli anarchici.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Farsa continua degli anni Settanta.



 

I PARTITI

PRIMA PARTE


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ipocriti.

Pentiti.

Privilegiati.

Scrocconi.

Il finanziamento pubblico.

L’autofinanziamento.

Da padroni a vittime del web.

La Condanna penale.

Ipocriti.

Tra voltagabbana e curriculum dubbi, ascesa e declino dell’M5S siciliano. Sergio Rizzo su L'Espresso il 10 Agosto 2023  

C’è chi è andato con Cateno De Luca, chi sotto le bandiere dei Fratelli d’Italia. Storia della rivoluzione grillina mai partita, nonostante le premesse e i trionfi elettorali degli inizi. Con un primatista: Giancarlo Cancelleri, l’ex no Ponte sullo Stretto sedotto dai forzisti

«Basta con le sceneggiate!». Sono imbestialiti, i grillini di Sicilia, con l’ex sindaco di Messina Cateno De Luca. Lui gliel’ha fatta sotto il naso, alle cinque del mattino del 10 febbraio 2023. Da settimane le polemiche scuotono l’Assemblea regionale siciliana, per il via libera all’aumento di 890 euro al mese degli stipendi dei deputati in virtù di un fantomatico adeguamento automatico Istat. Allora De Luca impugna il vessillo dei rivoltosi. Il capo del partito Sud chiama Nord presenta un emendamento che sopprime l’aumento. Ma alle cinque del mattino, quando tutti i parlamentari sono ormai a uno stato avanzato di cottura e qualcuno è stato sconfitto da Morfeo direttamente sul banco, né lui, né i suoi, lo votano. E l’aumento è salvo.

Un capolavoro di arte democristiana. Ma Scateno, come lo chiama qualche fan, è un professionista. Ha imparato giovanissimo, a 18 anni. Poi, quando la Dc si è spenta e i succedanei si sono avvizziti, ha navigato nelle correnti centriste fino a farsi il suo partitino. Che con un pugno di voti, 0,76 per cento alla Camera e 0,99 al Senato, si è preso un seggio a Montecitorio con Francesco Gallo e uno a palazzo Madama con Dafne Musolino. Due onorevoli nazionali con appena 272 mila voti. Contro i nove seggi dei grillini, che di voti ne hanno presi 4,3 milioni. E qui c’è la sintesi della più incredibile, nonché rapida, diaspora politica cui la Sicilia abbia mai assistito. Quella del Movimento 5 Stelle.

Tutti si prendono un pezzo. Esattamente tre giorni dopo lo scontro violentissimo di quella notte per il voltafaccia di Scateno, il Movimento 5 Stelle si accorda proprio con lui a sostegno del candidato sindaco di Trapani Francesco Brillante. Ancora tre giorni ed ecco la nuova portavoce del partito di De Luca. Il suo nome è Laura Castelli, diploma universitario triennale in economia aziendale, ex viceministra dell’Economia con i governi di Giuseppe Conte e Mario Draghi. Laura Castelli, che durante una puntata di Porta a Porta sui mutui e lo spread ribatte con un irriverente «Questo lo dice lei!» a Pier Carlo Padoan, ex ministro, ex direttore esecutivo del Fmi, ex capo economista dell’Ocse, ex docente di Economia in otto università internazionali.

Grillina della prima ora, poi passata con gli scissionisti di Luigi Di Maio e bocciata alle elezioni politiche del 2022, Laura Castelli è infine approdata a Sud chiama Nord. Dove per pochi mesi non incrocia la ex Iena Dino Giarrusso, europarlamentare eletto con i 5 stelle che dopo aver lasciato il Movimento fa un’intesa con Scateno per le Regionali, ma poi rompe pure con lui. A differenza di un’altra ex Iena che De Luca porta nel «Parlamento più antico del mondo»: Ismaele La Vardera. Il quale avrà il privilegio di assistere in diretta, nella campagna elettorale del 2022, all’opa del centrodestra su un bel pezzo di ciò che rimane del M5S in Sicilia.

La Vardera ha appena superato l’esame di maturità al liceo Danilo Dolci di Palermo quando Beppe Grillo si tuffa a Villa San Giovanni per attraversare a nuoto lo Stretto di Messina. La politica trema, e non solo la politica siciliana. Fanno bene, perché assieme al comico genovese nell’isola è in arrivo il terremoto e ciò che accade in Sicilia di solito anticipa quanto succede nel resto d’Italia. Alle Regionali del 2012 il candidato di Grillo prende 368 mila voti, il 18 per cento e 15 consiglieri. Si chiama Giovanni Carlo Cancelleri detto Giancarlo, è geometra e ha le idee chiare: «Siamo diversi dagli altri. In una terra che ha inventato la mafia presentiamo candidati puliti e senza alcuna condanna». Quanto al Ponte sullo Stretto, «la riteniamo un’opera inutile».

Nel febbraio seguente il Movimento 5 Stelle non è il primo partito nel Parlamento per un pelo: il voto degli italiani all’estero. Ma è l’inizio della volata che avrà ben presto esiti clamorosi. Nemmeno l’inchiesta giudiziaria sulle presunte firme false raccolte per le Amministrative del 2012 potrà arginarla. Le regionali siciliane del 2017 sono l’anticamera del trionfo nazionale. Stavolta Cancelleri porta a casa 722.555 voti, il doppio di cinque anni prima. È al 34,65 per cento, e deve cedere la presidenza della Regione a Nello Musumeci di Fratelli d’Italia per 5 punti percentuali e appena 108.266 voti.

Il 4 marzo successivo, alle elezioni politiche, il Movimento 5 Stelle è il primo partito. Sull’onda della promessa del reddito di cittadinanza ha fatto cappotto al Sud. In Sicilia è appena al di sotto del 50 per cento: come la Dc nel 1948. I seggi grillini conquistati nell’isola sono 53. E il problema, mai verificatosi prima in una elezione generale, è che non ci sono glutei così numerosi per occuparli. I candidati sono appena 49. Fra di loro c’è anche Azzurra Cancelleri, la sorella del candidato presidente regionale sconfitto di misura da Musumeci qualche mese prima.

Ma un conto è stare all’opposizione; conto ben diverso è la gestione del potere. E le contraddizioni emergono impetuose. C’è chi al potere non ci vuole stare e chi dal potere è invece fortemente sedotto. Così da cambiare punto di vista anche sulle questioni di principio. La diaspora, anche dura e violenta, è la conseguenza inevitabile per una classe politica fragile e improvvisata. 

Un bel giorno del 2020 in piena pandemia cinque deputati regionali siciliani del M5S, che sarebbero poi un quarto del totale, decidono la scissione. Sono Angela Foti, che è pure vicepresidente dell’Assemblea, Matteo Mangiacavallo, Valentina Palmeri, Sergio Tancredi ed Elena Pagana. Il loro gruppo Attiva Sicilia, che perde quasi subito Valentina Palmeri, punta a destra: fiancheggia quello di Musumeci.

Nel frattempo Cancelleri fratello se n’è già andato dalla Regione. È a Roma, viceministro delle Infrastrutture nel secondo governo Conte, oggi capo del M5S. E ha rivisto quella sua opinione sullo Stretto di Messina. Annuncia che proporrà di fare un tunnel anziché il Ponte. Poi eccolo sottosegretario, sempre alle Infrastrutture, nel governo Draghi. E il tunnel è uscito dai radar a favore del Ponte, che non è più inutile. «Servirà al territorio e all’Italia. Sarà pronto in dieci anni», dice alla Stampa.

Mentre in Sicilia, dopo il trionfo, si prepara il massacro. Le elezioni regionali del 25 settembre 2022 per i quattro ex grillini scissionisti sono una tragedia. Cinque anni prima sommavano 42.689 voti; ora che sono candidati nelle liste di Fratelli d’Italia tutti insieme ne racimolano 3.842. Fra i quattro, si apre solo un paracadute. Quello di Elena Pagana, che il nuovo presidente di Regione Renato Schifani nomina assessora all’Ambiente. Per capirci, quella che deve pensare anche agli incendi. Qualche mese prima lei ha dato anche alla propria vita personale coerenza con il cambio di visione politica, sposando l’assessore alla Salute della giunta Musumeci, Ruggero Razza. Ora è stato tirato in ballo in una inchiesta sulla sanità catanese dalla Procura che ha appena chiesto il rinvio a giudizio per lui e altri 15.

Ma non è che vada molto meglio ai resti dell’M5S isolano. Da quasi il 35 per cento precipita al 13 o poco più, perdendo 401.413 voti. E se alle Politiche il risultato siciliano appare più confortante, evidentemente grazie ai voti dei percettori di reddito di cittadinanza, in termini di seggi è semplicemente disastroso. Erano 53, adesso sono 9. Questo è anche l’effetto del taglio del numero dei parlamentari voluto dagli stessi grillini, ma la débâcle è comunque enorme.

E Cancelleri? Che ne è stato dell’uomo che per un decennio è stato la bandiera dei grillini siciliani? Colui che nel 2017 attaccava Silvio Berlusconi e il suo partito Forza Italia «fondato da un condannato per concorso esterno in associazione mafiosa» come Marcello Dell’Utri? Voleva provare a fare il sindaco di Catania, ma dice che Conte gli ha negato la deroga alla regola del limite dei due mandati, sbarrandogli la strada. «E nessuno mi ha fatto neanche una telefonata». Allora lui ha sbattuto la porta, come si fa in questi casi. Per ripicca se n’è andato. Ha chiesto asilo al partito di Berlusconi e Dell’Utri, Forza Italia. Dove l’hanno accolto a braccia aperte.

Vignette sessiste e provocazioni alle deputate: tutte le volgarità di M5S e Fatto Quotidiano. Un excursus tra istigazioni, offese e doppi sensi di grillini e del quotidiano di Marco Travaglio. Luca Sablone su Il Riformista il 19 Luglio 2023 

L’uscita infelice di Filippo Facci ha sollevato da subito un’ondata di indignazione, tanto forte da essergli costata un contratto pronto per lui in Rai. A Viale Mazzini invece – così dicono le voci – potrebbe guadagnare un posto Peter Gomez, direttore del sito de Il Fatto Quotidiano.

Al coro degli stizziti nei confronti della firma di Libero si è aggiunto in tempo zero il Movimento 5 Stelle, che però in passato è finito al centro di aspre polemiche in seguito a dichiarazioni deplorevoli di alcuni esponenti grillini. Ora i 5S sono esattamente in prima linea a pontificare e a battere i pugni indossando i panni da adirati. Davvero possono vantare coerenza? È doveroso rinfrescare loro la memoria, con la speranza che sia utile per prendere coscienza di quanto detto e fatto dalla galassia gialla. Così come è doveroso ricordare che anche Il Fatto Quotidiano, e non solo Libero, abbia tenuto in passato certe posizioni.

L’esempio più recente è la vignetta di pessimo gusto sparata in prima pagina dal quotidiano di Marco Travaglio. Quello che doveva essere un attacco diretto a Francesco Lollobrigida si è trasformato in un’immagine che da molti è stata bollata come «volgare e sessista». Il tutto iniziava con un cappello introduttivo: «Obiettivo incentivare la natalità. Intanto, in casa Lollobrigida…». Il disegno vedeva ritratti al letto una donna e un uomo di colore con un relativo dialogo: «E tuo marito?»; «Tranquillo, sta tutto il giorno a combattere la sostituzione etnica».

Il Fatto voleva ironizzare sulle parole pronunciate dal ministro dell’Agricoltura, ma a chi ha visto bene la vignetta non è sfuggito come sia stata tirata in ballo sua moglie Arianna (tra l’altro sorella del presidente Giorgia Meloni). In quel caso non era passata inosservato un silenzio assordante da parte del M5S, sintomo di forte imbarazzo per l’«opera» firmata da Natangelo. Va menzionata anche la vignetta – sempre de Il Fatto Quotidiano, sempre spiattellata in prima pagina – su Maria Elena Boschi: «Lo stato delle cos(c)e». Travaglio e l’autore Mannelli avevano respinto al mittente il polverone di critiche. «Ma poi ci vorrebbero pure tre lingue come le sue per leccarli tutti e tre». 

Nel 2020 aveva fatto discutere l’editoriale di Marco Travaglio. Dal suo canto Annalisa Chirico sosteneva la necessità di una triade Salvini-Draghi-Renzi. Una tesi che, piaccia o meno, non meritava affatto di essere volgarizzata con quella che la giornalista aveva etichettato come un vero e proprio «insulto sessista».

Per non dimenticare la valanga di odio scatenata contro Laura Boldrini in seguito a un post di Beppe Grillo. Il 31 gennaio 2014 il comico genovese sul suo profilo Facebook si era rivolto agli utenti del web ponendo loro una domanda: «Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?». C’è chi ne aveva approfittato, cogliendo la palla al balzo per scaraventarsi contro l’ex presidente della Camera. E così messaggi carichi di sessismo, di violenza e addirittura di inneggiamento allo stupro si erano susseguiti l’uno dietro l’altro nei commenti. Poi il Movimento si era attivato prendendo le distanze e cancellando le volgarità più spietate, ma niente potrà rimuovere l’offensiva irricevibile di cui si sono macchiati diversi sostenitori pentastellati.

Nel 2001 Grillo aveva definito Rita Levi Montalcini «vecchia putt…» nel corso di uno spettacolo a Fossano nel Cuneese. Non contento, più tardi aveva rincarato la dose: «Quella che c’ha lo zucchero filato in testa. Mi fa una denuncia penale a 94 anni, in Italia un processo penale dura mediamente dai 10 ai 15 anni. Io cosa devo fare? Aspetto con ansia. Vaff…».

Altri esempi non mancano. Il video di Casalino che nel 2004 affermava: «Dico sempre che a me i vecchi fanno schifo. Tutti quei ragazzi down a me dà fastidio. Non mi va di stare dietro a uno che è down». Anche se lui aveva spiegato che la situazione andava contestualizzata perché si trattava di un corso in cui si sviluppava lo studio dei personaggi forzandone i caratteri. Ma comunque non era stata una bella scena.

Nel 2018, a pochi giorni dalla Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, Matilde Siracusano di Forza Italia era stata coperta da insulti sessisti e pesanti invettive. La sua «colpa» che aveva scatenato un’aggressione verbale via social del genere? Aver preso le difese di Silvio Berlusconi. Tanto era bastato per attaccarla in maniera vile sotto il video del suo intervento in Aula rilanciato sui social dai grillini.

Nel 2014 le parlamentari del Partito democratico avevano denunciato un’espressione volgare di Massimo De Rosa. «Offende pesantemente le deputate Pd: ‘Siete qui solo perché avete fatto pomp…’. Linguaggio maschilista, sessista e fascista», aveva riportato Alessandra Moretti.

Da anni va avanti la lotta per combattere la visione di una società maschilista e un atteggiamento generale sessista che talvolta prendono campo in diversi settori. Ecco perché occorre affrontare questo tema senza ambiguità e senza sminuire delle uscite volgari come se fossero semplici battute da bar. Proprio questo apre le porte a irripetibili epiteti e a rigurgiti misogini di cui l’Italia certamente non ha bisogno. Così come non ha bisogno della doppia morale: il sessismo va condannato sempre, non solo quando a praticarlo sono gli avversari.

Luca Sablone

L'opposizione intransigente... al Movimento arrivano posti e poltrone. La mappa del potere a 5 Stelle: Conte pigliatutto, s’indigna in piazza e in privato lottizza. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 27 Maggio 2023 

“Chiagni e fotti”, dicono a Napoli. Piangi, lamentati ma intanto mieti grano e metti in cascina. Questo succede. Giuseppe Conte piange e fotte. Si dice indignato, si veste da barricadero. Dichiara che la sua è una “Opposizione intransigente”. E tanto è indignato e intransigente che appena ha un minuto libero, chiama e incontra chi può, dal centrodestra di governo e dall’area di Giorgia Meloni in particolare, dargli una mano.

Un posticino, una poltrona. Urla ai quattro venti la sua preoccupazione per la Rai lottizzata e subito dopo va a incontrare Gianmarco Chiocci al ristorante. A pranzo, in pieno centro, con l’uomo che Giorgia Meloni ha chiamato a dirigere il Tg1 – e dunque, secondo la retorica grillina, incarnerebbe l’avversario – a dimostrazione che quello sulla Rai è un cantiere aperto e non proprio secondario. Anzi: è il primo interesse del Movimento, consapevole che senza tv non c’è audience, dunque consenso.

Rimanere a viale Mazzini con una compagine composita di autori e conduttori, ma anche (e soprattutto) di direttori e dirigenti. Conte chiede e, spesso, ottiene. Lamenta “l’occupazione della destra sulla Rai”, poi quelli gli fanno strada e lui si accomoda. Al Movimento arrivano posti e poltrone. E l’addio improvviso di Lucia Annunziata – così polemico e così politico, “Non sono d’accordo su niente con questo governo” – sembra lasciare spazio a una ennesima posizione per una giornalista “bollinata” 5 Stelle come Luisella Costamagna. Sarebbe la ciliegina sulla torta della spartizione Rai.

Il Direttore di Rai Parlamento, sospinto dal Movimento, è Giuseppe Carboni, già direttore del Tg1 “mezzo marziano, mezzo cossuttiano”, come lo definirono tra i corridoi di Saxa Rubra. E a dirigere Radio 2 va Simona Sala, graditissima a Conte. Rimane inalterata la sfera di potere di Sigfrido Ranucci, nominato vice direttore “ad personam” del 2020 e da allora, malgrado i terremoti che si sono abbattuti su viale Mazzini, inamovibile. Stavamo per dire: intoccabile.

Per le conduzioni dei format, si fanno largo amici del Movimento che i Cinque Stelle non sapevano di avere. Come ai tempi d’oro di Rocco Casalino, ecco che sono tornati a chiamarlo conduttrici di seconda serata e voci della radio, tutti alla ricerca di un posto al sole della odiatissima, avversata lottizzazione. Così come si fanno strada con le nomine i membri laici del Csm. L’avvocato Francesco Cardarelli, che nel curriculum può vantare di aver aiutato Conte al tribunale di Napoli dove i dissidenti lo avevano sfidato su una questione di legittimità, è diventato membro laico per la giustizia amministrativa.

E l’ex ministro Guardasigilli, Alfonso Bonafede, che fino a quando non è entrato nel Movimento tirava avanti con un piccolo studio di avvocato, oggi può percorrere il tappeto rosso per entrare trionfalmente nel consiglio di presidenza della Giustizia tributaria. In Parlamento il tetris del potere ha già disposto al meglio le sue tessere. I Cinque Stelle hanno stretto sottobanco un patto di ferro con Giorgia Meloni e la sua maggioranza, correndo in soccorso ogni volta. Come per l’elezione del presidente del Senato, quando a La Russa servivano poco più di una dozzina di voti, venuti meno per un dissapore con Forza Italia.

Conte fu generoso e persino premuroso. Immediatamente dopo, guarda caso, la vicepresidenza di Palazzo Madama venne assegnata a Mariolina Castellone. E non è andata male neanche quando venne il momento di eleggere i segretari d’aula. Il Pd, che è la principale forza dell’opposizione, ebbe un solo scranno. Il M5S, che per rappresentanza elettorale viene dopo, ha ottenuto anche in questo caso la generosità di due segretari d’aula: Pietro Lorefice e Marco Croatti. Nessuna rappresentanza per il Terzo polo.

Identico premio per la Camera. La vicepresidenza in questo caso va a Sergio Costa. E ampio spazio ha il Movimento con il Questore della Camera, che viene individuato in Filippo Scerra. Mentre i segretari d’aula diventano anche in questo caso due, per i 5 Stelle: l’onorevole Gilda Sportiello e Roberto Traversi. Numeri utili a rilanciare, ogni volta, le trattative successive. Come le due conclusesi negli ultimi dieci giorni: Vigilanza e Antimafia.

La Commissione di Vigilanza Rai poteva andare a un soggetto meno avvantaggiato, per garantire il pluralismo di tutte le voci. E invece indovinate su chi è andato a finire? Sul M5S, naturalmente. Nella persona di Barbara Floridia. Insegnante di liceo 46 enne che non ha nascosto di non avere particolare dimestichezza con la materia radio-tv. E da ultimo è arrivato lo sblocco per la commissione parlamentare Antimafia, una delle due bicamerali. Assegnata la presidenza a Chiara Colosimo, Fratelli d’Italia, ecco che torna a farsi valere l’accordo Centrodestra-Movimento. E viene nominato Vicepresidente l’ex magistrato, Procuratore nazionale antimafia, Cafiero De Raho. Espressioni eloquenti del M5S di piazza e di mercato, partito incollato alle poltrone, al potere per l’esercizio del potere che tanto grida fuori quanto tratta fino all’ultimo, dentro al Palazzo. Aldo Torchiaro

Il ritorno di Toninelli: «La politica rende str... Di Maio? Un traditore». Giulia Ricci su Il Corriere della Sera il 26 Maggio 2023

L’ex ministro a «La confessione» sul Nove attacca il vecchio leader del Movimento 5 Stelle e la regola del doppio mandato: «Ne basta uno» 

«Di Maio? Un traditore. E la politica rende str...». Un ritorno in pieno stile, senza peli sulla lingua, quello di Danilo Toninelli che stasera alle 22.45 sarà ospite della prima puntata della nuova stagione de «La Confessione», sul Nove. L’ex ministro, nel corso della trasmissione, punta il dito soprattutto contro l’ex leader pentastellato, ma dà anche un giudizio sul Movimento e la carriera politica.

«Di Maio era, prima di tutto, il frontman, quello che diceva “basta sprechi, avanti con la legge contro la corruzione e con il taglio dei parlamentari”. Sono tutte cose che finalmente avevano aperto alla speranza i polmoni delle persone. E poi cosa fai? Ti aggrappi alla poltrona? Me lo immagino Luigi, che si è suicidato politicamente come mai nessuno, come stava crollando, precipitando dalla torre alta in cui si trovava. Era arrivato a un metro da terra e qualcuno all’ultimo secondo gli ha lanciato un salvagente». «Aveva finito i due mandati come grillino — aggiunge contro l’ex compagno di partito, fresco di nomina come inviato Ue per il Golfo persico— e quindi è diventato un qualcosa di sconvolgentemente opposto a quello che era e rappresentava per me, per il movimento e per gli italiani. Di Maio rappresenta il tradimento della più grande speranza di rinnovamento politico degli ultimi 10 anni». I due, a quanto pare, non hanno più alcun rapporto: «Certo, se fai una giravolta come questa, stai sulle balle all’universo mondo. Se l’ho più sentito? E come faccio? Alzo la cornetta per dirgli “vai a quel paese, Luigi” e metto giù?».

La colpa, secondo Toninelli, è anche nella regola del doppio mandato, che l’ex ministro non aumenterebbe, anzi, ridurrebbe: «Visto come sono andate le cose con un certo Di Maio e, ultimo in ordine di tempo, con un certo Cancelleri, basta un mandato. L’essere umano — rincara — è l’animale peggiore che c’è sulla Terra. La politica, se va bene, peggiora le persone rendendo chiunque uno str... A meno che sei un soggetto, diciamo particolare come me, che nasce in una famiglia molto povera, dove sai che l’incarico che ricopri è uno strumento per soddisfare bisogni non tuoi ma di chi sta fuori Palazzo, ti senti investito dall’incarico che ricopri. E il tuo obiettivo — conclude — diventa rinnovare l’incarico e infine rinnovare la poltrona». 

Riccardo Tucci, il fedelissimo di Conte a processo per frode: «Sereno, chiarirò». I mal di pancia nel M5S. Claudio Bozza su Il Corriere della Sera il 26 Maggio 2023

Il deputato calabrese davanti ai giudici dopo un sequestro preventivo. È la prima volta che un esponente dei Cinque stelle viene rinviato a giudizio per un’accusa simile

Il deputato calabrese del Movimento 5 Stelle Riccardo Tucci, è stato rinviato a giudizio insieme ad altre tre persone, con l’accusa di frode nell’ambito di una indagine della guardia di finanza coordinata dalla Procura di Vibo Valentia che, a gennaio del 2021, aveva portato anche ad un sequestro preventivo di beni per oltre 800 mila euro. Dopo numerosi rinvii, oggi il gup ha disposto il processo a carico di tutti gli indagati fissando la prima data del dibattimento all’11 luglio prossimo.

Tucci, in Calabria, in quanto fedelissimo di Giuseppe Conte, è un esponente di primo piano dei Cinque stelle. L’ex premier, nonostante questa inchiesta fosse ben nota già prima e durante l’ultima campagna elettorale, decise ugualmente di candidare Tucci per un secondo mandato, anche se nel Movimento serpeggiassero diversi mal di pancia: «È un’accusa grave, come facciamo a candidarlo?», era la frase più ricorrente. Ma oggi l’onda giustizialista, che favorì il successo dei Cinque stelle degli albori, sembra solo uno sbiadito ricordo.

Il Corriere ha contattato Tucci, chiedendogli se, davanti a questo rinvio a giudizio, intenda autosospendersi o meno dal partito: «Il rispetto per il lavoro della magistratura e per la sua indipendenza è un principio sancito dalla Costituzione che il Movimento ha fatto proprio dalla sua nascita — risponde il deputato —. Per questo motivo accetto con la massima serenità il rinvio a giudizio, consapevole che nel corso dell’iter potrò dimostrare la mia totale estraneità ai fatti. Sono a posto con la mia coscienza e sono pronto ad affrontare questo percorso processuale, è giusto che la verità emerga nelle sedi opportune». Tucci sottolinea poi come la vicenda che lo vede coinvolto sia «antecedente all’inizio della mia attività politica. Ho tuttavia già provveduto ad informare gli organi del M5S mettendomi a disposizione per qualunque chiarimento e anche in questo caso mi muoverò in piena trasparenza».

Insieme al deputato sono imputati il cugino, Adriano Tucci, Domenico Garcea e Vincenzo Schiavello, tutti residenti nel vibonese. Le accuse sono, a vario titolo, di dichiarazione fraudolenta mediante l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti e emissione di fatture per operazioni inesistenti. Secondo gli investigatori, Tucci ha ricoperto il ruolo di legale rappresentante della Assistenza servizi telematici satellitari - Società Cooperativa Sociale» fino al 19 marzo del 2018, quindi prima dell’inizio della sua attività parlamentare, e «al fine di evadere le imposte - si legge nel decreto di sequestro - aumentando i costi da portare in deduzione del reddito e in detrazione dell’imposta sul valore aggiunto, dopo aver fatto annotare nella contabilità della società» una fattura del 10 marzo 2015, emessa dalla «Autoelettrosat Srl, relativa ad operazioni oggettivamente inesistenti, la utilizzava nelle dichiarazioni delle imposte dirette e dell’Iva dell’anno 2015, evadendo, in tal modo, le imposte per un ammontare pari a 9.900 euro (di cui 5.500 di Ires e 4.400 di Iva».

La presunta frode fiscale si sarebbe basata su un complesso meccanismo volto a consentire l’evasione delle imposte sui redditi e sul valore aggiunto mediante l’emissione di fatture per operazioni inesistenti emesse da imprese qualificabili come «cartiere», create dal rappresentante legale della società sottoposta a verifica. L’indagine avrebbe accertato l’emissione di fatture per operazioni inesistenti per un importo di oltre 3 milioni di euro.

Pentiti.

Federico Pizzarotti, il primo sindaco grillino, dal comune al B&B: «Ora invento liquori». Storia di Emanuele Buzzi su Il Corriere della Sera domenica 29 ottobre 2023.

«Davvero? Lei è stato sindaco?». L’ultima sorpresa i pellegrini e i turisti, per lo più stranieri, che si spingono fino alla casa alle soglie del bosco l’hanno salendo le scale. Un calco in gesso, uno stemma, quello di Parma, li attende e li sembra scrutare. Qualcuno chiede informazioni. Poi strabuzza gli occhi. L’ostelliere che li guarda ha un passato e un presente (politico) particolare. E una nuova vita cominciata in parallelo da qualche mese. «A volte si fermano e mi fanno domande. Gli italiani invece mi chiedono come sono Grillo o Di Maio. Ma quelli interessati alla politica sono pochi». Federico Pizzarotti ha amministrato Parma per un decennio - dal 2012 al 2022, eletto per un primo mandato con il Movimento 5 Stelle, poi nel 2017 da solo a capo di una lista civica che ha sfidato e battuto i partiti - e ora è il presidente di + Europa, impegnato ancora in prima linea al fianco di Emma Bonino. Negli ultimi tempi però la sua vita ha preso una nuova strada. L’ex sindaco è anche albergatore.

«PENSAVO A QUESTA VITA GIA’ DURANTE IL MIO PRIMO MANDATO, HO TROVATO IL POSTO GIUSTO NEL 2018, POI C’E’ STATO IL COVID...»

Da luglio gestisce insieme alla moglie Cinzia Piastri “Il bordone del pellegrino” ( qui il sito web), un bed & breakfast nel borgo di Castello di Casola, a poco meno di un’ora d’auto da Parma (venti minuti dal casello autostradale di Fornovo), sulla via Francigena, l’itinerario che i pellegrini seguivano dall’Inghilterra e dalla Francia per arrivare a Roma o ai porti d’imbarco per la Terrasanta. «In realtà io e Cinzia viviamo qui. Il soggiorno in cui viene servita la colazione è anche il nostro soggiorno. Al pian terreno ci sono uno studio e una cucina che sono un po’ i nostri spazi. Questo progetto ha radici antiche», spiega Pizzarotti.

Le radici

«Ci pensavo già durante il mio primo mandato, ma ho trovato il luogo ideale - un rustico alle spalle del paese - solo nel 2018 e tra il Covid e i lavori di ristrutturazione alla fine abbiamo aperto solo a luglio di quest’anno». Due le stanze disponibili, quella “delle stelle” e quella “del cuore”, una tripla e una matrimoniale, e novantacinque gli ospiti finora transitati. «La maggior parte sono pellegrini, per lo più stranieri. Abbiamo avuto inglesi, francesi, tedeschi. Anche una signora thailandese e degli australiani. Si fermano lungo il cammino. Si tratta di persone che hanno già una certa predisposizione d’animo per il tipo di percorso che stanno facendo. Le esigenze che hanno sono davvero minime», racconta Pizzarotti, che non a caso per il b&b ha scelto il nome del bastone dei devoti. E per chi come lui era abituato ai comizi in piazza non è così difficile gettare un ponte agli ospiti di passaggio: «A volte li accompagno al ristorante in paese e ci fermiamo a parlare. Lo faccio volentieri, alleno l’inglese. Ci sono persone che hanno fatto l’intero cammino da Canterbury a Roma». (continua a leggere dopo il sommario e i link)

«SI, I CLIENTI ITALIANI MI CHIEDONO CHE TIPI SONO GRILLO E DI MAIO, MA I PELLEGRINI CHE VENGONO QUI SONO SOPRATTUTTO STRANIERI»

I commenti dei clienti sembrano premiare la nuova attività del sindaco-ostelliere. Su Booking (al momento le recensioni sono 22) “Il bordone del pellegrino” ha una valutazione di 9,6. «Eccezionale», «un piccolo paradiso», «posto magnifico». Lo “staff” - i coniugi Pizzarotti - ha una valutazione da 9,9. E c’è chi dice di loro: «Cinzia e Federico meriterebbero una recensione a parte, persone splendide che auguro a tutti d’incontrare sulla propria strada, due anime in cammino, che vi faranno sentire a casa». Nelle camere c’è un piccolo guest book che sembra fare eco a ciò che è scritto sul web. «Gestire delle stanze sembra banale, ma non lo è. Ci teniamo molto. Questo è solo l’inizio. La mia idea era quella di non dipendere dalla politica una volta finito il mandato. Sono io che dico cosa faccio alla politica e non il contrario», dice l’ex sindaco, impegnato a tagliare legna per il camino.

Far convivere lavoro e politica

«Se ho avvertito + Europa? Certo che lo sanno. Li ho anche invitati. Anzi, in futuro mi piacerebbe organizzare qualcosa di politico qui», racconta dalla terrazza che guarda due vallate. «Ho in mente dei mini-dibattiti, anche se ancora non so con chi». Il pensiero per forza vola alle Europee del prossimo anno. Ci sono voci che lo vedono ancora in campo, candidato per un posto a Bruxelles. In questi mesi + Europa ha lanciato una piattaforma che metterà al centro l’obiettivo di dar vita agli “Stati Uniti d’Europa”. «Ho intenzione di contribuire», sottolinea Pizzarotti, «per portare alla ribalta del dibattito politico le future sfide e le problematiche dell’Unione Europea, partendo dalla fondamentale esigenza di compiere un passo avanti significativo nell’integrazione politica europea, con una maggiore sovranità, maggiori deleghe a partire da difesa, immigrazione e welfare, oltre ad un assetto istituzionale più efficiente».

Chilometro zero

«Ma non sono solo le Europee, in questo momento penso anche ai liquori», scherza Pizzarotti. Il prossimo step è creare una produzione. «Sono due anni che abbiamo piantato delle bacche e stiamo ristrutturando un locale da adibire a laboratorio. Sono anche bravino o così mi dicono, i miei amici che hanno sperimentato le mie prove». Ginepro, ma non solo. «Prugnolo, biancospino, rosa canina: la filosofia» - racconta il presidente di + Europa «è quella che per anni ho seguito in politica: piccoli borghi, prodotti bio, chilometro zero».

LAVORA CON LA MOGLIE CINZIA, SEMPRE AL SUO FIANCO. QUANDO ERA SINDACO LA CHIAMAVANO LA “FORMICA ATOMICA”

Pizzarotti sul suo trattore. Appassionato di teatro e judo, è sposato dal 2003 con Cinzia Piastri

C’è una linea invisibile che unisce la lotta all’inceneritore di Ugozzolo, prima bandiera dell’impegno politico di Pizzarotti, all’ex sindaco alla guida di un trattore nel silenzio di Castello di Casola: «Secondo me nella vita la coerenza è importante. E paga». Ma la politica si riflette anche nelle idee per sviluppare e far crescere il Bordone. Coinvolgere diventa la parola chiave. «L’idea di comunità è l’altro filo-conduttore del mio percorso personale: tradurlo in qualcosa di concreto con il b&b significa progettare delle attività collaterali che riguardino i borghi o i boschi. Sto pensando, ad esempio, di proporre delle visite guidate con gli scalpellini che lavorano nei geositi della valle, un approccio diretto con gli apicoltori della zona e di organizzare anche “residenze d’artista” nei casali dei dintorni».

Cinzia, una presenza costante

Ma il Bordone non è solo un albergo, è anche una casa. «La stagione dura da maggio a ottobre. Io e Cinzia invece siamo qui tutto l’anno. Ormai a Parma passiamo poco». Lei, Cinzia, è una presenza costante in ogni progetto. Durante l’avventura da primo cittadino a Parma l’avevano soprannominata la “formica atomica” - un personaggio dei cartoon dotato di super forza e super velocità -, proprio per sottolineare la sua presenza e la sua importanza al fianco del marito. Una presenza fattiva anche nella nuova avventura. Un luogo scelto insieme. Un luogo anche di ritrovo. Qui racconta l’ex sindaco di Parma hanno festeggiato l’arrivo dell’estate e della nuova avventura con amici, attivisti e simpatizzanti. Qui Pizzarotti sta stringendo legami nuovi. Anche semplicemente con i vicini. La politica e la nuova attività sembrano percorsi che si toccano, che si incrociano. Destini che finiscono per incontrarsi. Come per lo stemma di Parma che sembra fissare presente e futuro dalla parete delle scale. «Era nella cantina di un vicino. Apparteneva a un palazzo demolito dopo la seconda guerra mondiale. Gli ho detto che sembrava lì apposta per me e me l’hanno regalato».

CHI E’

LA VITA Federico Pizzarotti è nato a Parma il 7 ottobre 1973. Diplomato all’istituto per l’industria e l’artigianato, ha lavorato per anni come consulente per banche e istituti finanziari LA POLITICA Ha aderito al Movimento 5 stelle di Beppe Grillo (con lui nella foto) nel 2009. Si è presentato alle Regionali del 2010 ma non è stato eletto. Nel 2012 arriva la candidatura a sindaco di Parma. Ha vinto al ballottaggio diventando il primo sindaco “grillino”. Nel 2016 esce dal movimento e nel 2018 fonda il partito dei sindaci. Il 25 giugno 2017 viene rieletto sindaco con una lista indipendente. Nel 2022 ha aderito a + Europa, della quale è diventato presidente

Estratto dell’articolo di Simone Canettieri per “il Foglio” l'11 maggio 2023. 

Riccardo Fraccaro da sottosegretario di Giuseppe Conte nel governo rossogiallo ha creato il controverso Superbonus 110 per l’edilizia (“sono il papà di questa riforma”), poi lo ha difeso da deputato mentre Mario Draghi guardando i conti e le truffe si metteva le mani fra i capelli e adesso, che non siede più in Parlamento, lavora come consulente per sanare i danni prodotti dalla sua legge.

E lo fa, da libero professionista, anche con il prestigioso studio tributario che fa capo a Giulio Tremonti, ex ministro dell’Economia dei governi Berlusconi, attualmente onorevole di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni che gli ha affidato la presidenza della commissione Affari esteri e comunitari della Camera. 

D’altronde: chi conosce meglio dell’ex grillino Fraccaro il pasticcio (per le imprese e per le casse pubbliche) della cessione dei crediti d’imposta causato dalla legge di cui è stato artefice? Questo intreccio […] è un piccolo grande apologo su un protagonista del vecchio M5s. Che in questo caso ha prima creato il problema e poi, una volta uscito di scena perché non più ricandidabile per la regola dei due mandati, dovendo mettere insieme il pranzo e la cena, ha pensato bene di diventare (legittimamente) consulente del guasto procurato. 

Sicché dallo studio di Tremonti è arrivata poco tempo fa una commessa a otto zeri per piazzare i crediti d’imposta acquistati dalle banche. Il compito della società di Fraccaro è quello di riempire il plafond che gli è stato affidato girando per le imprese che si ritrovano con questi crediti incagliati perché non riescono a scalarli dalle tasse o a cederli. Un tema che Tremonti ben conosce, da politico e da tecnico. 

Tanto che lo scorso 25 giugno dalle pagine del Sole 24 Ore tuonò contro “le truffe del Superbonus edilizio”. Aggiungendo che dopo le prime grane il “governo sarebbe dovuto intervenire subito perché il settore ormai è drogato”.

Fraccaro, 42 anni, veneto di Montebelluna, ma trentino d’adozione, ha rappresentato da sempre la parte più attenta alle nomine, ai tributi e alla finanza del M5s. Da ministro del Conte I, governo gialloverde, si propose fin da subito come cinghia di trasmissione fra il grillismo di piazza (e di balcone) e il mondo milanese della Casaleggio associati. La scintilla con Tremonti scoccò alla luce del sole, anzi di un portone, grazie all’inviato della trasmissione “Tagadà”, di La7, Luca Sappino.

Erano i tempi dei giorni folli del Quirinale quando a un certo punto Salvini e Fraccaro vennero pizzicati […] mentre entravano in un palazzo di Via della Scrofa […]. Tra mille smentite di rito, si venne a sapere che Fraccaro aveva promesso un gruzzoletto di voti grillini a Salvini per l’elezione di Tremonti al Quirinale. Una mossa che per poco non gli costò l’espulsione dal M5s, appena Conte se ne accorse, scoprendo poi che il suo ex ministro era anche nel collegio dei probiviri (quindi si sarebbe dovuto cacciare da solo).

Com’è finita la faccenda è abbastanza noto: Sergio Mattarella è stato rieletto, dopo qualche mese il governo è caduto, si è andati a elezioni anticipate. Con Fraccaro che è uscito di scena, una volta esaurito il bonus mandato, e Tremonti che è tornato […] alla ribalta […]. Mentre, nel frattempo, il Superbonus continuava a macinare debiti (75 miliardi il costo complessivo) e crediti incagliati (circa 20 miliardi). Adesso le strade del grillino e dello studio del professore […] sembrano essersi di nuovo incontrate. Attraverso una commessa da capogiro. C’è chi parla – anche se è sempre volgare tirare fuori i soldi – di una missione da 200 milioni di euro di crediti d’imposta. Chissà. […]

 Estratto dell’articolo di Stefano Cappellini per repubblica.it il 29 aprile 2023.

 “Sono entrato nel Movimento 5 Stelle perché ritenevo interpretasse i valori della sinistra, ora vorrei capire se tali valori sono effettivamente nostri”. Se fosse la sceneggiatura di un film, tipo il film di Walter Veltroni sul militante del Pci che si risveglia dopo trent'anni di coma, questa frase del senatore Roberto Scarpinato, ex pm antimafia e ora senatore del Movimento 5 Stelle, deluso per le parole di approvazione di Giuseppe Conte sul 25 aprile di Giorgia Meloni, sarebbe l’incipit del copione.  

Immaginatela scritta così: Palazzo Madama, interno giorno, il senatore Scarpinato guarda pensoso alla finestra e si interroga sulle sue scelte politiche. Quindi a voce alta, tra sé e sé, pronuncia la frase che avete già letto. 

Dissolvenza incrociata. 

Parte il flashback. Ottobre 2009, Scarpinato è a una manifestazione per la difesa dell’acqua pubblica organizzata dal M5S. Si guarda intorno felice e soddisfatto. Bambini con la bandiera del Movimento. Due signore con il fazzoletto dell’Arci. Sul palco parla un giovane con la barba, Roberto Fico. Si collega Dario Fo. Poi il fattaccio: a un anziano partigiano dell’Anpi, che non ha più i riflessi di quando stava in montagna, sfugge l’asta della bandiera, che si abbatte sul capo di Scarpinato. Scarpinato perde conoscenza. Si risveglia tredici anni dopo, senatore della Repubblica, eletto mentre non si era ancora ripreso. 

(...)

Primo piano di Scarpinato, basito. Noi e la Lega? Non capisce. Prosegue l’indagine. Scarpinato scopre che Conte è stato presidente del Consiglio di un governo di coalizione con la Lega di Matteo Salvini. Scopre che hanno approvato insieme i decreti sicurezza, il codice Rocco del governo che tutti chiamavano gialloverde. Pensa al Conte che ha conosciuto lui, che gli ha parlato tutta la sera di Mélenchon. Allora approfondisce. Scopre che Conte ha sostenuto Trump negli Usa, ricambiato dall’ex presidente che lo chiamava affettuosamente “Giuseppi”. Scopre che Conte ha elogiato Jair Bolsonaro in Brasile. Scopre che Conte ha rifiutato di scegliere tra Macron e Le Pen alle ultime presidenziali in Francia. 

Scarpinato, sempre più sconvolto, si guarda allo specchio. Un velo di disillusione gli attraversa il volto. E pronuncia di nuovo la battuta, guardando in macchina, alla Toni Servillo: “Ritenevo che il M5S incarnasse i valori della sinistra”. 

Dissolvenza in nero.  

Titoli di coda. 

Una scritta avverte gli spettatori: “Per la realizzazione di questo film alcuni militanti di sinistra sono stati maltrattati, ma a molti piace”.

Dino Giarrusso, il figliol prodigo torna all’ovile del Pd. L’ex Cinque stelle dice di sentirsi «a casa» al corteo milanese del 25 aprile. Parole che a noi osservatori imparziali creano un senso di straniamento, almeno quanto i suoi vuoti di memoria...Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 26 aprile 2023

A scendere in piazza dietro gli striscioni del Partito democratico l’ex Cinque stelle Dino Giarrusso si sente decisamente «a casa». Nessun imbarazzo, nessun tentennamento e nessuna folgorazione improvvisa, quello è il suo luogo naturale, da sempre, come ha spiegato ai giornalisti presenti al corteo milanese del 25 aprile.

A noi osservatori imparziali il candore di queste parole crea però un senso di straniamento, almeno quanto i suoi vuoti di memoria. Stiamo parlando dello stesso Giarrusso che, quando era un fiero militante pentastellato, definiva il Pd un partito «corrotti e corruttori», chiedendosi con sarcasmo chi fosse mai il responsabile del “dipartimento tangenti”. E che si è allontanato dal movimento guidato da Giuseppe Conte accusandolo di «subalternità» verso gli odiati dem: «Allearsi con loro sarebbe un suicidio!», sentenziò appena sei mesi fa. Ma, come dice il saggio, le cose evolvono e solo gli stupidi non sanno cambiare idea.

E Giarrusso non è certo uno stupido. Così, già lo scorso gennaio ha annunciato il desiderio di ritorno all’ovile e l’intenzione di iscriversi al partito per sostenere la corsa alle primarie di Stefano Bonaccini, allora dato largamente in testa da tutti i sondaggi. Che poi Bonaccini abbia perso le primarie è soltanto un dettaglio perché il nostro campione sa adattarsi a ogni scenario. «Sono felice che abbia vinto Elly Schlein, darà un’impronta di sinistra al partito». Ben tornato a casa Dino.

 Estratto dell’articolo di Emanuele Buzzi per il “Corriere della Sera” il 26 aprile 2023.

Uno, nessuno, o forse centomila. All’inizio, però, per tutti ci sono stati i meet up di Beppe Grillo prima e il Movimento 5 Stelle: primi passi nel mondo politico. Ora molti stellati che hanno lasciato il partito o sono stati espulsi proseguono il loro percorso. Dall’estrema sinistra all’estrema destra è possibile rintracciare ex più o meno delusi dalla loro precedente vita politica. 

Quello di Giancarlo Cancelleri, passato a Forza Italia, è solo l’ultimo di una lunga serie di addii. La prima fu Vincenza Labriola, pugliese, transitata da Forza Italia, rieletta nel 2018. Poi i parlamentari o i big che hanno lasciato il Movimento sono fioccati come neve, a decine, a centinaia.

Così si possono trovare una truppa di ex in Fratelli d’Italia (Walter Rizzetto, Salvatore Caiata e Rachele Silvestri) o un assessore in quota Pd (Max Bugani) a Bologna. O addirittura, chi, come Federico Pizzarotti, simbolo del grillismo della prima ora, è diventato presidente di un altro partito, +Europa, conquistando il nuovo ruolo nel giro di pochi mesi. Non manca ramo o colore politico in cui non figurino ex. Molti, però, non si sono limitati a transitare in un partito, ma hanno dato vita a nuove formazioni o associazioni. 

L’ultimo, ma solo in ordine di tempo in questa Spoon river stellata è Emanuele Dessì. L’ex senatore è presidente di Noi, un partito che si pone come obiettivo quello di «consolidare i rapporti di amicizia e collaborazione con le comunità, i governi e le ambasciate dei Paesi che oggi combattono il neocolonialismo imperialista della Nato». […] 

Barbara Lezzi e Nicola Morra hanno dato vita a Equa e potrebbero sostenere già alcuni candidati sindaci alle prossime Amministrative di maggio. Anche Alessandro Di Battista è tornato in campo: per il momento con la sua associazione «Schierarsi» è impegnato «solo» nell’attivismo […]

Estratto dell’articolo di Massimiliano Panararai per “La Stampa” il 23 aprile 2023.

La gratitudine, si sa, non è di questo mondo. Così, dopo avere ballato alla grande per un paio di stagioni (quelle del doppio mandato lecito e consentito), capita che qualcuno molli gli ormeggi. E, magari, pur senza sputare proprio nel piatto dove ha allegramente mangiato, si accorga che tutto quello che aveva predicato – con accenti spesso savonaroliani – in precedenza non vale più. Improvvisamente. Inopinatamente. E oplà – come prescrive il manuale della perfetta capriola – eccolo (o eccola) cambiare casacca e tuffarsi a capofitto in una nuova avventura. 

[…]

Dal Movimento 5 Stelle dell'uno vale uno siamo così passati, nei casi di alcuni ex e fuoriusciti, all'uno vale tutti, o all'uno vale qualsiasi altro. Purché garantisca un posto a tavola (o una promessa di poltrona). Insomma, per chi proviene dal partito-movimento dove Beppe Grillo perorava la causa dell'economia circolare e del riciclo il riciclaggio vale anche nell'ambito della carriera. 

Non male per chi stigmatizzava il professionismo politico come la sentina di ogni corruzione e, vistosi messo in panchina dal divieto di terzo mandato ha pensato bene di cambiare casacca. Quella regola che, non a caso, Giuseppe Conte ha rivendicato come scelta giusta proprio nelle scorse ore, e che – al di là di quanto se ne possa pensare nello specifico – costituisce innegabilmente una delle (non molte) manifestazioni di coerenza del M5S.

[...] 

E dunque, Giancarlo Cancelleri, già frontman del Movimento in Sicilia, pochi giorni or sono ha fragorosamente sbattuto la porta di fronte alla scoperta (un po'tardiva…) che «l'esperienza e la professionalità non sono valori aggiunti», esclamando con indignazione – sempre immancabilmente presente, ma a corrente alternata – «altro che uno vale uno, qui uno vale l'altro!».

Così, adesso, lo ritroviamo alla convention berlusconiana a Palermo, mirabilmente seduto in seconda fila, salutato dagli applausi della platea e benedetto dall'apprezzamento di Schifani perché, va da sé, «Forza Italia è un partito aperto». E dire che Cancelleri, novello «smemorato di Caltanissetta», nel corso della sua militanza a 5 Stelle aveva cannoneggiato il centrodestra a ogni piè sospinto, accusandolo di incapacità, corruzione e candidature di collusi con la criminalità organizzata; e la frase più gentile che aveva rivolto a Berlusconi era quella di «inventore dello scilipotismo». E ora, come spesso avviene, siamo alla nemesi, perché chi di Scilipoti colpisce…

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Il gattopardismo, visto che stiamo parlando di politici già pentastellati siciliani, è sempre in agguato. Che dire, infatti, di Dino Giarrusso, uno dei grillini "castigadem" più implacabili? Tra le sue numerose prese di posizione in materia si possono ricordare tweet e post nei quali, allo scoppio di uno scandalo nella sanità regionale, sosteneva che «in Umbria c'è un'organizzazione criminale legata al Partito democratico». E al culmine dello scontro con Conte gli aveva pure rimproverato di avere trasformato il M5S nello «zerbino del Pd».

Eppure, evidentemente, quel «partito morto» (altra garbata definizione del Pd) esercitava nei suoi confronti un fascino "necrofilo" irresistibile, al punto da avere sfacciatamente provato a entrarci, fino a che una sollevazione interna ai dem gli ha sbarrato la strada. 

E non c'è due senza tre, come mostra la plurima parabola di Laura Castelli, anche lei purissima fondamentalista del grillismo e "integerrima" avversaria della partitocrazia (altrui), che salpò con la scialuppa dimaiana di Insieme per il futuro. Avventura finita ingloriosamente e, allora, ecco che la "creativa" e sabauda ex viceministra dell'Economia ha deciso di approdare al ruolo di portavoce di «Sud chiama Nord», la lista di Cateno De Luca, per la quale era brevemente transitato (con dirompente litigio finale) lo stesso Giarrusso.

[...] anche i protagonisti della diaspora grillina si ergevano a (incendiari) rivoluzionari, per poi finire, inevitabilmente, pompieri. 

E, per riprendere il filo della comparazione storica, si sono rivelati degli aspiranti notabili postmoderni, alquanto – non ce ne voglia nessuno, si tratta semplicemente di una constatazione (e del principio di realtà) – in sedicesimo rispetto ai predecessori ottocenteschi.

Forza centrifuga. La metamorfosi di Cancelleri e i grillini che finiscono berlusconiani. Giacomo Di Girolamo su L'Inkiesta il 24 Aprile 2023

Il ragioniere di Caltanissetta ha costruito una carriera nel M5S facendo il duro e puro. Nel 2017 criticava Musumeci per l’alleanza con «Berlusconi, indagato per le stragi di mafiose del ’93». Oggi è entrato nel partito del Cavaliere senza mostrare alcun imbarazzo

«Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno». Li aveva accolti con questa citazione – forse autocitazione, essendo lui l’Eletto –  i pochi giovani accaldati che lo avevano aspettato sotto il sole per la grazia di un incontro per loro rivelatore. Lui era il famoso comico Beppe Grillo, che in Sicilia veniva a nuoto, mica con l’aereo. E loro erano un gruppo di giovani di belle speranze che avevano deciso di costruire in Sicilia i comitati degli amici di Beppe Grillo. Più di quindici anni fa.  Un comico che si dà alla politica, chi ci avrebbe mai scommesso una lira. Quei giovani erano ingenui, arrabbiati contro tutto ciò che per loro era il sistema, ma soprattutto – lo si capirà in seguito – affamati, molto affamati. Pronti a fare la rivoluzione, con un programma talmente vasto da trovare sintesi in una sola parola: vaffanculo.

Tra loro spiccava un giovane ragioniere di Caltanissetta che del gruppo diventerà presto il leader: Giovanni Carlo Cancelleri, detto Giancarlo. Faccia da giovane vecchio (alla Luigi Di Maio, per intenderci), classe ’75, una preparazione basata su molti slogan, pochi concetti, parecchi luoghi comuni, aveva cominciato a fare politica perché si era arrabbiato per l’acqua. Gli era arrivata la bolletta dell’acqua, ed era carissima. Da qui il suo impegno. Proprio quello che serve a Beppe Grillo in quel momento, pronto a travolgere la Sicilia con una valanga di voti, al grido di «onestà! onestà!» per fare eleggere non onorevoli, ma “portavoce”.

Curriculum eccezionale, quello di Cancelleri: «Sono convinto nel valore dell’uomo, essere buono e capace di azioni straordinarie», scrive. E, poi, circa la sua carriera lavorativa: «Dal gennaio del 2000 lavoro presso una ditta specializzata nel settore metalmeccanico nella quale fino al 2007 ho ricoperto il ruolo di magazziniere e dal febbraio dello stesso anno sono stato promosso a geometra presso lo studio tecnico della stessa azienda». Se una casalinga, per i Cinque Stelle, può fare il ministro dell’Economia, uno con il curriculum di Cancelleri lo prendono subito alla Nasa. 

La crescita dei Cinque Stelle in Sicilia è tumultuosa. Dal 2007 i meet up, novelli comitati del partito, crescono come funghi dappertutto. E Cancelleri è ovunque, e con ragionieristica scaltrezza fa bene i suoi calcoli e presto diventa l’uomo immagine dei Cinque Stelle in Sicilia, con un canale diretto con Beppe Grillo, Di Maio e Di Battista che pendono dalle sue labbra. È candidato presidente della Regione nel 2012. Gira la Sicilia in bicicletta, organizza l’accoglienza per i migranti, promette di abbassare lo stipendio dei deputati a 2500 euro. Prende il 18,5 per cento dei voti ed è il leader dell’opposizione al governo di centrosinistra, guidato da Rosario Crocetta.  È di nuovo candidato nel 2017, e sfiora la vittoria con il 38 per cento. Viene eletto presidente, per un soffio, Nello Musumeci, ma lui non si congratula e denuncia che la sua è «una vittoria contaminata da impresentabili». Cancelleria rimprovera a Musumeci l’alleanza con «Berlusconi, indagato per le stragi di mafiose del ’93 e il cui partito è stato fondato da un condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, Marcello Dell’Utri».

Dovunque vanno, in quegli anni, i Cinque Stelle fanno il vuoto. Alle politiche del 2018 in Sicilia sfiorano il 50 per cento. Anche nel 2022 sono il primo partito. E la loro fame – una fame dettata dalla voglia di onestà, mica dalla carriera o dalle poltrone – è insaziabile. Il culmine si raggiunge quando lo stesso Giancarlo Cancelleri, con i poteri conferitigli dal fatto di essere uno più uno degli altri uno, riesce a piazzare nelle parlamentarie (la pantomima di elezioni con le quali i Cinque Stelle decidevano chi doveva candidarsi alle elezioni), anche la sorella Azzurra, che sarà, infatti deputata per due mandati. Azzurra Cancelleri. Magari, oggi, con il senno di poi, possiamo dire che colorato nome della ragazza c’era la premonizione di quello che sarebbe successo. Il cognato, invece, lo segue come esperto nei tavoli sui cantieri pubblici in Sicilia.

Sono all’opposizione, sempre, i Cinque Stelle in Sicilia. A volte anche di loro stessi. Quando sembrano prendere confidenza con qualcuno degli orribili politici siciliani, Cancelleri li richiama all’ordine. E l’ordine è essere duri e puri. Una delle vittime è Rosario Crocetta. Il presidente del centrosinistra, eletto nel 2012 (e oggi felice pensionato in Tunisia), ammicca subito: il mio sarà un governo a sei stelle. Li seduce con le parole e qualche idea. I Cinque Stelle vogliono abolire le province della casta? Ma si, cancelliamo (un disastro che vede questi enti commissariati ed abbandonati da dieci anni …). Ma loro chiedono ancora di più e Crocetta finisce incartato dalle sue stesse promesse.

Il capolavoro, poi, è il ponte. Non quello sullo Stretto, per carità, ma quello sull’A19 Palermo – Catania. È il viadotto Hymera. Crolla, nel 2015, tagliando in due la Sicilia. L’isola è bloccata.  La reazione dei Cinque Stelle è pronta: i parlamentari, guidati da Cancelleri, a spese loro (300mila euro) realizzano una strada alternativa, non asfaltata, una trazzera, come viene affettuosamente chiamata e la inaugurano in pompa magna nel Luglio del 2015. «Siamo gli unici a fare qualcosa di concreto per i siciliani» esulta Cancelleri.

Giancarlo Cancelleri è stato candidato presidente, deputato regionale, leader dei Cinque Stelle in Sicilia. Avendo avuto l’esperienza della trazzera, lo fanno vice ministro ai trasporti nei governi Conte II e Draghi.  A settembre 2022 non viene ricandidato, né alla Regione, né alle Politiche. Il no al doppio mandato lo colpisce nell’orgoglio. Fino all’ultimo chiede a Conte una wild card, perché lui è il puro, il primo che ha accolto l’Eletto in Sicilia, e tornare a fare il ragioniere proprio non gli va. Vuole candidarsi sindaco a Catania, ma anche lì Conte dice no.

Il puro, l’onesto, il pupillo dell’Eletto, il ragioniere Giancarlo Cancelleri trova subito una nuova casa: è Forza Italia. Sabato scorso, a Palermo, al Teatro Politeama, il suo debutto ufficiale nella convention sui primi sei mesi di governo Schifani. Completo blu inappuntabile, posto riservato in prima fila e standing ovation per lui in sala: «Probabilmente in passato ho fatto delle valutazioni errate – dichiara candido – e  ho cambiato idea. Chi non cambia mai idea non cambia mai nulla. Oggi mi rendo conto che c’è una famiglia di valori che mi può accogliere». E poi, testuale: «Mi metto a disposizione del presidente Schifani e di chi ne avrà bisogno con carattere di attivismo». Si nasceva comunisti, una volta. Si moriva democristiani. Adesso si nasce grillini, e si muore forzisti, ma con un gran carattere di attivismo.

«Forza Italia è un partito aperto, così come lo siamo con Giancarlo Cancelleri che è stato un avversario di stile e che io accolgo con piacere», commenta sornione Schifani, che lo abbraccia e, come un padre, lo perdona: non sapeva quello che faceva. Chissà se mai lo saprà. 

Quattro giorni fa l'addio al partito di Conte. Cancelleri dai 5 Stelle a Forza Italia, la parabola dell’ex frontman grillino in Sicilia: “Qui la mia famiglia di valori”. Carmine Di Niro su Il Riformista il 22 Aprile 2023 

Dal Movimento 5 Stelle, di cui è stato per anni esponente di grido grazie al rapporto storico col fondatore Beppe Grillo, al passaggio in Forza Italia. È la parabola politica eclatante di Giancarlo Cancelleri.

Un volto noto dei pentastellati, quello di Cancelleri: già ex sottosegretario alle Infrastrutture del governo Conte e per ben due volte candidato 5 Stelle alle Regionali in Sicilia, il suo addio è legato alla mancata ricandidatura proprio alle scorse elezioni per la regola del limite del secondo mandato.

Una scelta che non è andata giù al già capogruppo all’Ars, che voleva provare la terza corsa consecutiva alla poltrona più importante di Palazzo d’Orléans. Sabato mattina si è presentato alla convention del partito di Silvio Berlusconi al teatro Politeama, in seconda fila dietro l’attuale presidente della Regione, il berlusconiano di lungo corso Renato Schifani.

Ed è stato quest’ultimo, intervenendo dal palco, a ufficializzare la sua adesione: “Forza Italia è un partito aperto, accolgo con piacere Giancarlo Cancelleri. È stato un avversario di Musumeci (l’ex governatore di centrodestra, ora ministro nel governo Meloni, ndr), ma l’ha fatto con stile. Nel suo ruolo di viceministro e sottosegretario ha dimostrato di fare gli interessi della Sicilia”. 

Cancellieri aveva annunciato il suo addio al partito di Giuseppe Conte il 18 aprile scorso, in una intervista al Quotidiano della Sicilia. “Oggi il Movimento è distrutto e non ha più consensi. Quello in cui ero io era un gruppo capace di fare attivismo nel territorio”, aveva detto l’ex sottosegretario.

Pochi giorni ed ecco la nuova ‘casa politica’ per Cancelleri, che ha rapidamente dimenticato la netta opposizione al centrodestra siciliano. Dal Politeama infatti l’ormai ex grillino professa stima assoluta per Forza Italia: “Chi non cambia mai idea, non cambia mai nulla. Oggi c’è una famiglia di valori che mi può accogliere e che lo ha fatto nonostante in campagna elettorale per le Regionali abbia espresso parole contro Schifani. Il presidente è andato oltre e ha voluto tributarmi un gesto di affetto e stima. Queste cose io le apprezzo. Ti rendi conto che hai fatto errate valutazioni nel passato. Non rinnego nulla. Ho lavorato in questi dieci anni per la Sicilia e i siciliani. Non rinnego neanche la militanza in un movimento che ha fatto la storia di questo paese ma che oggi non mi appartiene più”.

Cancelleri che è già pronto per la ‘battaglia politica’, a partire dalle amministrative del prossimo maggio, in particolare quelle di Catania. Nella città etnea “voterò convintamente Enrico Trantino. È il migliore candidato possibile”, dice dal Politeama il neo forzista, stesse parole che solo poche settimane fa riservava ad Enzo Bianco, più volte sindaco della città e candidato del centrosinistra prima di venire escluso dalla competizione elettorale da una sentenza di incandidabilità dalla Corte dei Conti.

Per Cancelleri comunque le parole più dure dopo il ‘voltafaccia’ ai grillini arrivano da un personaggio che a sua volta non è più iscritto ai 5 Stelle, il ‘pasdaran’ Alessandro Di Battista. 

“Che parabola indegna. Io mi vergognerei come un ladro al suo posto. Ma evidentemente c’è chi la vergogna proprio non la conosce, come ormai non conosce la vita al di fuori dei palazzi. Gente che ha perso la testa al primo “onorevole” ascoltato. Gente che ha perso il contatto con la realtà alla prima tartina offerta. Che preferisce la promessa di una poltrona alla dignità personale e che ora è costretta pure a ridere alle battute di Schifani per tentare di accreditarsi un po’”, scrive su Facebook l’ex deputato.

Cancelleri in ogni caso ostenta indifferenza: “Ad Alessandro piace fare i post su Facebook… gli mando un grande saluto. Per me rimane una persona e un amico a cui voglio bene. È libero di scrivere quello che vuole, a me non frega assolutamente niente, come non mi frega dei tanti che in queste ore stanno scrivendo”.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Estratto dell’articolo per corriere.it il 13 aprile 2023.

Nessun post, nessuna dichiarazione dal garante, dal presidente e neppure dagli organi di comunicazione M5S in occasione del settimo anniversario della morte del fondatore. Il ricordo arriva da alcuni big della vecchia guardia come Raggi, Di Battista e Buffagni. […]

Da Grillo a Conte, nessun messaggio per l’anniversario di Casaleggio. Svista o scelta?

Non una parola. Silenzio. […] i vertici stellati sorvolavano sul settimo anniversario della morte del loro fondatore, Gianroberto Casaleggio.

 Sui profili ufficiali del Movimento, ma anche su quelli di Beppe Grillo (che ieri promuoveva le ultime tappe del suo tour) e Giuseppe Conte non veniva postata nemmeno una foto per ricordare chi ha dato vita al M5S nell’ottobre 2009. Segno dei tempi che cambiano, della svolta contiana del partito o lapsus collettivo? […] Tra gli ex di peso, Alessandro Di Battista […] posta un video e scrive: «Grazie per tutto quello che hai fatto per me, non ti dimenticherò mai». […]

Dagospia l’11 aprile 2023. RACHELE SILVESTRI: “SMENTISCO CATEGORICAMENTE DI AVER PARLATO CON GIORGIA MELONI DELLA PATERNITÀ DI MIO FIGLIO” – DAGO-REPLICA: ''SILVESTRI HA PARLATO. ORA TOCCA A PALAZZO CHIGI. PERCHE' I PROTAGONISTI SONO DUE E UNA SMENTITA DI MELONI ERA D'OBBLIGO. E COMUNQUE IL DAGO-FLASH E’ STATO POSTATO IERI POMERIGGIO: LE SMENTITE ALLE 17.47 DEL GIORNO DOPO NON SI FANNO. LE SMENTITE VANNO FATTE DI MATTINA (INTERESSANTE CASUALITÀ: DA QUANDO È USCITA QUESTA STORIACCIA, MELONI NON HA PIÙ FATTO UNA CONFERENZA STAMPA: FORSE PER TIMORE DI DOMANDE?)

DAGO-REPLICA: ''Silvestri ha parlato. Bene, ora tocca a palazzo Chigi. Perché i protagonisti sono due e una smentita del premier Meloni era d'obbligo. E comunque il Dago-flash è stato postato ieri pomeriggio: le smentite alle 17.47 del giorno dopo non si fanno. Le smentite vanno fatte di mattina.

 Si saranno messi a pensare cosa dire e cosa scrivere, tipo gli sceneggiatori di Boris? (Interessante casualità: da quando è uscita questa storiaccia, Meloni non ha più fatto una conferenza stampa: forse per timore di domande? Ah, saperlo…)

(Adnkronos l’11 aprile 2023) - "Nonostante la lettera che ho inviato alcuni giorni fa al Corriere della Sera e l'apparente ondata di solidarietà che ho ricevuto, è ancora attivo l'ignobile tentativo di spargere clamorose infamie sul mio conto. Alcune notizie pubblicate dalla stampa e rilanciate addirittura in un comunicato stampa da un parlamentare, per di più una donna, riportano ora che sarei persino stata convocata dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni per parlare della paternità di mio figlio.

Un'attribuzione, lo ribadisco, che non è mai stata messa in dubbio né da me né dal mio compagno Fabio, ma soltanto da chi ha diffuso voci sottobanco con l'unico scopo di diffamare. Smentisco categoricamente di aver parlato con Giorgia Meloni in merito ed è semplicemente indegno che alcuni mezzi di informazione continuino a riportare queste notizie false, alimentando una vergognosa spirale. 

Adesso è palese che qualcuno provi ad usare me e la mia maternità con l'intento di attaccare Giorgia Meloni. Mi sto tutelando in ogni sede per difendere me, il mio compagno e mio figlio di soli tre mesi da queste calunnie e da tutti coloro che riportano queste falsità". Così la deputata di Fratelli d'Italia, Rachele Silvestri, dopo quanto apparso oggi su alcuni organi di informazione.

(Adnkronos l’11 aprile 2023) - ''Il coinvolgimento di Palazzo Chigi nella nota vicenda che coinvolge la deputata Rachele Silvestri, se confermato, attenua di certo la riservatezza del caso. Spiace che tutto questo sia pubblicamente a carico solo della parte femminile della storia. I contorni fumosi del gossip, accentuati da una presenza maschile incerta ma insistente, assumono consistenza con l'interessamento della presidente Meloni che rende la questione meno gossip e più di Stato''. Così Luana Zanella, capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera.

Estratto dell’articolo di Simone Canettieri per ilfoglio.it il 7 giugno 2023.

“Ora va meglio, il peggio è passato. Ma rifarei tutto. Il test del Dna? E’ stata una decisione che ho preso per il mio compagno, ma Giorgia non mi ha mai chiesto di farglielo vedere”. La deputata di Fratelli d'Italia Rachele Silvestri sorride e si muove con destrezza in Transatlantico: parla con i vertici del partito, mima una telefonata con il governatore delle Marche Francesco Acquaroli che passa di sfuggita.  

E’ il giorno in cui per la prima volta un neonato è stato allattato in Aula: è il piccolo Federico, figlio dei deputati M5s Gilda Sportiello e Riccardo Ricciardi. C’è aria di bebè a Montecitorio e spunta lei, la deputata di Fratelli d’Italia. Finita, suo malgrado, in una storia torbida e per la sua famiglia inaccettabile. Non è una faccenda da cronaca rosa, ma è politica.

Lo scorso 5 aprile [...] scrisse una lettera indirizzata al Corriere della Sera per svelare “di essere stata costretta a fare il test di paternità per mio figlio” perché  era di un politico di FdI. I boatos (mai confermati e anzi sempre smentiti) indicavano Francesco Lollobrigida, ministro e compagno di Arianna Meloni. “Una cattiveria per colpire la mia famiglia", disse poi al Foglio la sorella della presidente del Consiglio. 

Ora Silvestri, 36 anni e due legislature alle spalle […] ripercorre quei momenti. Con la massima serenità [...]. Ma c’è un problema politico che va ben oltre il gossip: FdI è il primo partito d'Italia e le parole della deputata fanno intuire un clima non proprio armonioso [...] Dunque questo è il cuore della faccenda.

Scusi onorevole Silvestri ma perché decise di aprire un caso inviando una lettera a un giornale? “Perché ormai ero perseguitata da voi giornalisti. […]: mi cercavano per invitarmi in trasmissione a parlare di una cosa falsa, vergognosa e incredibile. E dunque insieme al partito, già un mese prima della pubblicazione della lettera, decidemmo una strategia che poi si è concretizzata”. 

Lei però diede la colpa a una voce messa in giro dentro Fratelli d’Italia. Ce l’aveva con il senatore Guido Castelli: è stato lui? “Diciamo che non posso metterci la mano sul fuoco, ma forse altro sì”. Ride con estrema leggerezza. E poi riprende a parlare e si fa seria: “Quella è stata una chiacchiera iniziata nel mio territorio, nelle Marche. Che poi non si è più fermata. [...] la mia vita era diventata insopportabile: non potevo uscire di casa, e non solo io”.

La premier Meloni è stata contenta della lettera? “Sì, credo che l’abbia apprezzata”. Le ha chiesto di vedere il test del Dna di suo figlio? “No, ma che dice!”.  Ma insistiamo: perché ha voluto sollevare lei il caso? Così facendo ha trasformato una chiacchiera da [...] buvette in un fatto pubblico e dunque politico. “In prima battuta l’ho fatto per mio figlio, che era appena nato. Ma anche per il mio compagno Fabio che è un imprenditore e ovunque andasse era inseguito da frasi del tipo: guarda che il padre del tuo bambino non sei tu. [...] era diventata una situazione intollerabile”.

Meloni [...] non ha mai detto una parola sul caso. Lei l’aveva avvisata? “Certo, come detto, già un mese prima della lettera dentro Fratelli d'Italia è iniziata una riflessione per trovare il modo di fare un’uscita pubblica su questo caso vergognoso. Vede, di me si può dire tutto, non mi importa, ho le spalle larghe e mi scivola tutto addosso. Ma mio figlio e il mio compagno hanno diritto a essere tutelati”.   […]

La denuncia di Rachele Silvestri: «Io costretta a fare il test di paternità per mio figlio: dicevano che era di un politico di FdI». di Rachele Silvestri (deputata di FdI) su Il Corriere della Sera il 5 aprile 2023.

La deputata ex M5S ora con Meloni: gira voce che il mio bimbo di tre mesi sarebbe figlio di un politico molto influente di Fratelli d’Italia. La prova del dna contro la calunnia: il papà è il mio fidanzato. Mi chiedo: ma in quanti modi il corpo di una donna può essere violato, calpestato e abusato?

La lettera di Rachele Silvestri al Corriere. 36 anni, deputata passata dal Movimento 5 Stelle a Fratelli d’Italia, spiega perché ha deciso di fare il test di paternità di suo figlio di tre mesi.

Sono stata costretta a fare il test di paternità per mio figlio di soli tre mesi. E il padre è proprio Fabio, il mio compagno. Naturalmente, non avevo dubbi. Perché, quindi, l’ho fatto? E, soprattutto, perché chiedo che venga riportata la notizia sui giornali? Se la fantasia (o la curiosità) vi sta portando chissà dove, leggete, e poi, mi auguro, vi indignerete insieme a me. Perché, delle volte, la becera realtà arriva a superare anche la più fervida fantasia. Devo partire dal lontano 2018, quando sono stata eletta parlamentare tra le fila del Movimento 5 Stelle.

Nel 2019 sono uscita dal Movimento e, dopo un periodo nel gruppo Misto, ho aderito a Fratelli d’Italia. È stata una scelta di cuore e di ragione, perché col partito di Giorgia Meloni condividevo da tempo le idee e il coraggio. I sondaggi, allora, davano Fratelli d’Italia su valori ben lontani da quelli attuali. Desidero precisarlo affinché sia chiaro che la mia scelta non fu basata su calcoli elettorali. Se sono stata inserita nelle liste delle elezioni politiche dello scorso anno, è per il lavoro e l’impegno profusi in Commissione e in Aula. E, probabilmente, ha contribuito anche il fatto di essere donna in una forza politica che pratica, nei fatti, la parità di genere. Scusate la lunga premessa, ma era importante perché tutto è collegato.

Circa un mese fa, una persona amica mi racconta che gira la voce che il mio bambino non sarebbe figlio del mio compagno, ma di un politico molto influente di Fratelli d’Italia, a sua volta sposato. Mio figlio sarebbe, quindi, nato da una relazione clandestina, grazie alla quale io avrei anche ottenuto la mia candidatura. Riuscite soltanto a immaginare come mi sono sentita? Non bisogna essere una donna per capire lo schifo, la violenza, l’umiliazione. Mi chiedo: ma in quanti modi il corpo di una donna può essere violato, calpestato, abusato? Quante volte il dono della procreazione può essere strumentalizzato e degradato? In nome di cosa è giustificabile la violenza su un bambino appena nato? Non so chi sia stato. Molti, però, hanno scelto di condividere una evidente calunnia, di telefono in telefono, di chat in chat, rendendosi complici di questo schifo. E anche chi sa ma ha deciso di non parlare lo è.

Alla fine, la presunta notizia è uscita su qualche organo d’informazione e molti giornalisti mi hanno telefonato chiedendo un commento. L’unica cosa che so è che, chi si è inventato questa storia, è un uomo, probabilmente un politico. Qualcuno dice che la calunnia sia stata pensata per attaccare alcune figure del mio partito, magari per insinuare un degrado da basso impero. Altri mi dicono che sia nato da cacicchi in cerca di gloria. Qualunque sia la ragione, mi fa orrore. E penso che qualsiasi persona dotata di buonsenso, ispirata a un ethos sociale condiviso, a un’umanità viva e solidale la pensi allo stesso modo. La politica in questa vicenda non c’entra nulla. Perché se non condividiamo i principi fondamentali di una civile convivenza, che va oltre le legittime convinzioni politiche, non c’è alcuna speranza per la nostra società.

Ho scelto di rendere pubblica questa storia per tutelare mio figlio e Fabio, legittimo papà e mio amato compagno. Tutto quello che ho passato nell’ultimo periodo, mi ha portato a ricordare e fare mie le parole del premio Nobel per la pace, Elie Wiesel, quando dice: «Ho giurato di non stare mai in silenzio, in qualunque luogo e in qualunque situazione in cui degli esseri umani siano costretti a subire sofferenze e umiliazioni. Dobbiamo sempre schierarci. La neutralità favorisce l’oppressore, mai la vittima». Il mio augurio è che nessuno sia indulgente con l’autore della calunnia e con chi contribuisce a diffonderla: non siate neutri, abbiate il coraggio di spezzare la catena dell’indifferenza. deputata di Fratelli d’Italia

Estratto dell’articolo di Antonello Caporale per il “Fatto quotidiano” il 6 aprile 2023.

Rachele Silvestri, deputata picena di Fratelli d’Italia (ex M5S fino al 2020), sente il bisogno di inviare una lettera al Corriere della Sera per smentire una voce che rimbalza da settimane in tutto il Transatlantico e nelle redazioni dei giornali. L’oggetto è il mistero dell’amore che la vorrebbe mamma di un bimbo appena nato da “una relazione clandestina” con un “politico molto influente di Fratelli d’Italia”, per giunta “sposato”.

 […] Politici e giornalisti ricordano una strana intervista rilasciata il 15 marzo allo stesso Corriere della Sera […] dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, anche lui di FdI, da oltre 15 anni compagno di Arianna Meloni, sorella della premier, con cui ha avuto due figlie: “Ormai – diceva Lollobrigida – di me si dice di tutto. Mi conoscono tutti, sono a capo di tutto, ho la gestione di enorme potere, finisco pure nel gossip. È tutto assolutamente falso”. Quale gossip? Che cos’è che è falso?

Non è dato saperlo: nessuna domanda, nessuna risposta. Le voci continuano fino alla lettera di ieri: “Alla fine, la presunta notizia è uscita su qualche organo di informazione e molti giornalisti mi hanno telefonato chiedendo un commento”. Ma la notizia non è uscita da nessuna parte, salvo qualche spiffero di Dagospia che alludeva genericamente a un “potente politico con un figlio illegittimo”: nessun nome, nessun personaggio riconoscibile. Almeno per i lettori.

 Rachele Silvestri, che ha partorito il 27 dicembre, tre mesi dopo le elezioni, racconta: “Sono stata costretta a fare il test di paternità per mio figlio di soli tre mesi […]”. Dunque è stata “costretta” a quel test: dai giornalisti, dalle dicerie o da qualcun altro? Mistero. […] nel frattempo la voce, partita da Ascoli Piceno, chat dopo chat ha raggiunto Roma con strisce roventi di sospetti.

[…] su Ascoli tira aria di neve. Al caffè Meletti, chi scrive è in attesa di Guido Castelli, già sindaco e oggi senatore […] di Fratelli d’Italia […] […] Rachele, commessa al Penny market, già militante effervescente e combattente grillina, sceglie di abbandonare il M5S nella scorsa legislatura poco dopo essere entrata a Montecitorio, cioè nel 2020, quando i 5Stelle passano dall’alleanza con la Lega a quella col Pd. Devia verso Fratelli d’Italia, […] E l’estate scorsa ottiene di essere ricandidata. 

Ma la sua Ascoli è off-limits. Viene proposta al proporzionale in Abruzzo: un ruolo di primo piano nella composizione delle liste ce l’ha Lollobrigida […] Molte foto delle cronache locali lo ritraggono con Silvestri, […] Rachele viene rieletta, ma a rovinare la festa piomba ben presto la spirale maligna della vocina sulla gravidanza e la paternità. […] Chiedere dunque a Castelli. […] Viene? Invece no, urgenti e improvvisi problemi di famiglia gli impongono il dietrofront. […]

[…] Mentre […] Rachele Silvestri verga la ormai famosa lettera al Corriere sul test del Dna, il “ministro-cognato” Lollobrigida compare in Transatlantico accompagnato da Arianna Meloni. Che coincidenza. L’indomani, ieri, esce la lettera. E il caso diventa ufficiale, pubblico e politico. La notizia rimbalza su tutti i siti, sempre con quella domanda: ora si sa chi è la donna. Una donna che […] affronta la diceria con un’altra diceria: afferma che forse potrebbe essere addirittura un politico (della sua città?) a soffiare sul fuoco, calunniarla, riducendo a vizi le sue virtù, a convenienze le sue scelte pubbliche. Ma chi? Vattelapesca. Idem per l’uomo delle voci sulla presunta relazione clandestina e la paternità del bimbo, che continua a restare nell’ombra.

La deputata parla di un certificato sul vero padre, senza però mostrarlo. Ma perché ricorrere a quel test del Dna? Qualcuno gliel’ha chiesto, visto che lei è certa di se stessa? Di nuovo: vattelapesca. Ultima puntata (per ora) del giallo. Selvaggia Lucarelli, su Twitter, fa notare l’assurdità della situazione: “Non mi è ben chiaro perché, per mettere a tacere un gossip tra politici e giornalisti, debba esporsi pubblicamente SOLO la protagonista femminile della vicenda. Attendiamo che il protagonista maschile della storiaccia, vittima anche lui a quanto pare, uno che ha le spalle piuttosto grosse e coperte e a cui piace rivendicare l’italico orgoglio, faccia altrettanto. Che disinneschi anche lui la maldicenza, forza”. Il ritratto di Mister X comincia a prendere forma?

A quel punto l’excusatio non petita raddoppia e tracima. Chissà che non funzioni anche qui come nell’antico adagio: “La prima gallina che canta è quella che ha fatto l’uovo”.

Nel pomeriggio alla buvette il “ministro-cognato” Lollobrigida accetta l’accerchiamento dei giornalisti e prorompe: “Povera Rachele, anche la Lucarelli ne ha scritto”. Già, ma mica contro Rachele: contro il maschio mascherato, vittima anche lui della vocina. “Lollo” sembra aspettare la domanda. Che però non arriva. I giornalisti osservano che ora spetterebbe all’uomo del gossip farsi avanti. E il ministro: “Ma vi siete chiesti perché il nome non l’ha ancora fatto nessuno, non è ancora uscito su nessun giornale? Voglio vedere chi è il primo che lo scrive!”. Il Fatto lo chiama per saperne di più, lui non risponde. Il suo era un avvertimento? Un consiglio che non si può rifiutare? Il ministro vuole vedere, già. .

Arianna Meloni, sorella della premier: «Contro di me gossip e cattiverie. Quale sarà la prossima?» Redazione politica su Il Corriere della Sera il 15 Aprile 2023.

La sorella della premier rompe il silenzio con il Foglio per replicare ad alcuni pettegolezzi che hanno investito la sua famiglia

«Ormai tra nomine e gossip, non ci facciamo mancare nulla». Arianna Meloni, sorella della presidente del Consiglio, esprime al Foglio tutta la sua irritazione per essere continuamente tirata in ballo, sia che si tratti di pettegolezzi che di scelte dei vertici delle società partecipate dallo Stato. L’ultima che le è stata attribuita è Giuseppina Di Foggia, neo amministratrice delegata di Terna. «Sì - spiega al quotidiano — ero stupita dalla lettura dei giornali. Oddio, possibile che la conosca e non me ne ricordi? Così ho scritto a Giorgia: ma io la conosco la nuova ad di Terna? Mi ha risposto: non lo so, penso di no». Schiva per carattere e per scelta vista l’illustre parentela, Arianna non si sorprende più di essere tirata in mezzo: «Penso che il veleno continuerà ancora contro di me e contro di noi. Basti pensare a cosa è successo recentemente».

Ma non sono queste delle nomine le faccende che le danno più fastidio. C’è quella storia di gossip che ha investito la deputata di FdI Rachele Silvestri che, due settimane fa, si è sentita in dovere di scrivere una lettera al Corriere per «porre fine alle calunnie che circolavano nelle chat» (relative all’insinuazione che il figlio non fosse stato concepito con il compagno ma con un influente parlamentare di Fratelli d’Italia). Qualcuno ha fatto, seppur in modo indiretto e allusivo, il nome del ministro Francesco Lollobrigida, che di Arianna Meloni è il legittimo consorte. Qui la reazione è dura: «Sì, anche questa abbiamo dovuto sopportare, ma abbiamo le spalle larghe. Peccato che nessun giornale abbia scritto in maniera chiara una cosa del genere. Così saremmo andati in vacanza con i soldi del risarcimento delle querele. Anzi no, mi correggo: li avremmo devoluti tutti in beneficenza: molto meglio». Ma insomma Arianna va avanti, si è fatta una risata quando ha sentito dire che aveva cacciato di casa il marito ministro. Va avanti «fino alla prossima cattiveria».

Estratto dell’articolo di Simone Canettieri per “il Foglio” il 15 aprile 2023

[…] Arianna Meloni, sorella di Giorgia, è sempre pronta alla battuta. Mini biografia: due anni in più della capa del governo, moglie del ministro Francesco Lollobrigida detto Lollo, dirigente apicale di Fratelli d’Italia, mai candidata (“non mi piace parlare in pubblico, lo feci solo una volta in tv da Santoro: mai più”). […] Le sono state attribuite le scelte di Enrico Michetti (candidato mitologico a Roma), la lista dei ministri, l’ultima parola su Francesco Rocca alla regione Lazio. Potere purissimo.

 Dio, patria e tinello. Fra chiacchiere d’osteria e realtà. Adesso l’ultima è che Giuseppina Di Foggia – neo ad di Terna nonché prima donna manager di un’azienda di stato – sarebbe sua amica. “Ecco, non è così. Ma ormai tra nomine e gossip, non ci facciamo mancare nulla”.

Arianna Meloni quando ha letto che avrebbe ispirato lei la nomina nella importante società ha sgranato gli occhi: “Sì, ero stupita dalla lettura dei giornali. Oddio, possibile che la conosca e non me ne ricordi? Così ho scritto a Giorgia: ma io la conosco la nuova ad di Terna?”. E la premier? “Mi ha risposto: non lo so, penso di no”.

 […] “Penso che il veleno continuerà ancora contro di me e contro di noi. Basti pensare a cosa è successo recentemente”. E qui si entra, in punta di piedi e chiedendo permesso, in una storia abbastanza surreale capitata nel primo partito d’Italia.

La deputata di FdI Rachele Silvestri, due settimane fa, si è sentita in dovere di scrivere una lettera al Corriere per “porre fine alle calunnie che circolavano nelle chat”. Secondo le quali avrebbe avuto un figlio da un importante parlamentare del suo partito, e non dal suo compagno Fabio. […] Una bolla di veleno terminata con le parole della deputata Silvestri, rimaste sospese così a mezza aria: “Sono stata costretta al test del dna per tutelare mio figlio di tre mesi”.

 Ma costretta da chi? La vicenda non è stata chiarita, resa pubblica sì, ma non del tutto. Privacy salvo intese. Il gossip di Palazzo e le ricostruzioni di alcuni giornali hanno tirato fuori dal mazzo addirittura il nome di Francesco Lollobrigida, super ministro del governo di Giorgia Meloni nonché marito della sorella Arianna, appunto. […] “Sì, anche questa abbiamo dovuto sopportare, ma abbiamo le spalle larghe”. A. Meloni […] alle amiche ha confidato con una battuta delle sue: “Peccato che nessun giornale abbia scritto in maniera chiara una cosa del genere. Così saremmo andati in vacanza con i soldi del risarcimento delle querele. Anzi no, mi correggo: li avremmo devoluti tutti in beneficenza: molto meglio”.

Arianna Meloni conosce Rachele Silvestri come conosce tutti gli eletti in Parlamento del suo partito. […] capisce, da donna, lo sfogo di Rachele Silvestri “sottoposta a tanto veleno gratuito su una cosa così importante come la nascita di un figlio”.

 Ma allo stesso tempo ha confessato a chi la conosce bene che non avrebbe inviato la lettera al Corriere per non alimentare ancora di più questa storia.

 […] Anzi, racconta di essersi fatta anche una risata quando ha letto che avrebbe cacciato il marito-ministro da casa. In verità la famiglia si è solo trasferita, tutta insieme, di un paio di isolati in un altro appartamento. Tutto passa, insomma, fino alla “prossima cattiveria”. […]

Silvestri, il gossip sul figlio e il test del Dna che la scagiona. Eleonora Ciaffoloni su L’Identità il 6 Aprile 2023

Voci, donne, pettegolezzi, additate e smentite. Fino alla parola “fine”. A scriverla è stata la protagonista della storia, Rachele Silvestri, la deputata di Fratelli d’Italia che per settimane è stata al centro di un insistente giro di voci che è circolato tra i banchi dell’aula fino a tutto il Transatlantico per cui è stata costretta a fare il test di paternità al figlio di appena tre mesi. La storia è semplice ed è sempre legata a doppio filo a un maschilismo che ancora, in politica, imperversa.Tornando poco indietro nel tempo, Rachele Silvestri, deputata marchigiana di Ascoli Piceno, è entrata nella politica nazionale qualche anno fa, nel 2018, tra le fila del Movimento 5 Stelle. Nel 2021 – dopo aver più volte condiviso la politica e il linguaggio di Giorgia Meloni – è approdata in Fratelli d’Italia, partito con cui, alle elezioni politiche dello scorso settembre è stata ricandidata nella circoscrizione abruzzese. Rachele Silvestri è stata rieletta e, le voci sul suo conto – a quel tempo era incinta – hanno cominciato a rincorrersi. È così che alcuni bisbigli, a seguito della nascita del figlio pochi mesi fa, sono diventati pettegolezzi “confermati” che hanno coinvolto tutto Montecitorio. Le voci sono semplici e dicono che il figlio della Silvestri sarebbe nato da una relazione clandestina con “un esponente di spicco di Fratelli d’Italia, sposato”. Relazione da cui non solo sarebbe nato il piccolo, ma anche con cui la stessa Silvestri avrebbe riottenuto la candidatura alle elezioni politiche. Gossip insistenti che, un mese fa, sono arrivati fino a lei e per cui è stata costretta a smentire attraverso un test sulla paternità del bambino, risultata – chiaramente – essere del compagno.

Una verità venuta fuori grazie a una lettera-sfogo che la deputata ha reso nota sul Corriere della Sera. “Riuscite soltanto a immaginare come mi sono sentita? Non bisogna essere una donna per capire lo schifo, la violenza, l’umiliazione” scrive Silvestri. E invece, molto probabilmente, bisogna essere donne per capire. Perché nessuna voce è andata a insinuarsi tra i trascorsi del famoso “esponente di spicco di FdI”, nessuno è andato a chiedere a lui di smentire, nessuno – tra le altre cose – glie ne ha fatto una colpa. Portare il fardello non solo del gossip, ma anche dell’umiliazione, è stata ancora una donna. “Mi chiedo – aggiunge Silvestri nella lettera– Ma in quanti modi il corpo di una donna può essere violato, calpestato, abusato? Quante volte il dono della procreazione può essere strumentalizzato e degradato?”. La sua colpa, quindi, sarebbe stata quella di essere rimasta incinta in campagna elettorale e aver partorito a parlamento conquistato: tempi e momenti sbagliati, per essere mamma. Nella sua lettera Silvestri spiega che non sa da chi questa voce sarebbe stata lanciata e inventata – “L’unica cosa che so è che è un uomo, probabilmente un politico” – e non ne conosce i secondi fini: “Qualunque sia la ragione, mi fa orrore. E penso che qualsiasi persona dotata di buonsenso ispirata a un ethos sociale condiviso, a un’umanità viva e solidale la pensi allo stesso modo”.

E conclude con un augurio: “Ho scelto di rendere pubblica questa storia per tutelare mio figlio e Fabio legittimo papà e mio amato compagno, il mio augurio è che nessuno sia indulgente con l’autore della calunnia e con chi contribuisce a diffonderla: non siate neutri, abbiate il coraggio di spezzare la catena dell’indifferenza”.

Rachele Silvestri? Corna e tresche: tutte le malelingue della politica. Francesco Specchia su Libero Quotidiano il 07 aprile 2023

«Lo sai cosa fa? Lo sai con chi va? E con chi si vede?/Il pomeriggio dopo palestra, verso le sei/ Lei sale da lui all’ultimo piano, lei va da quell’uomo/ Ha un uomo maturo, si dice sposato, tanto più grande di lei». Quando, nel 1994, l’urticante talento di Ivan Graziani cantava Maledette malelingue – l’inesorabile condanna del pettegolezzo Rachele Silvestri aveva dodici anni. Oggi ne ha trentasei male malelingue continuano ad annichilire mondi, affetti, dignità. Oggi, la deputata Silvestri passata dal Movimento Cinque Stelle a Fratelli d’Italia, trafitta dal pettegolezzo, è stata costretta, attraverso una lettera aperta sul Corrierone contro le cattive coscienze della politica, a rivelare di aver fatto il test del dna al figlioletto di tre mesi. Questo perché travolta –lei e il compagno- dalla calunnia che ne attribuiva la maternità ad una presunta liaison con potente ministro di Fratelli d’Italia. Ovviamente, era una balla clamorosa.

 LA CALUNNIA È TEMPESTA

Ma la deputata, a cui va la piena solidarietà anche dei colleghi che l’hanno strapazzata, si è chiesta: in quanti modi il corpo di una donna può essere violato, calpestato, abusato? «Quante volte il dono della procreazione può essere strumentalizzato e degradato? In nome di cosa è giustificabile la violenza su un bambino appena nato?». Quesiti feroci. Contestualmente, è arrivato come un tuono nella quiete familiare e protetta di Elly Schlein, anche lo scoop di Diva e donna in cui si disvelano fattezze, nome e privacy di Paola Belloni, compagna della segretaria del Pd. Una ragazza, a quel punto, costretta dall’evidenza giornalistica a fare outing (non coming out, che è una scelta volontaria) sulla propria sessualità. Era un po’ di tempo che non si verificavano pesanti irruzioni della vita privata dei protagonisti della politica nella vita pubblica come queste. La calunnia in politica non è un venticello, è crudeltà e tempesta.

La società di sondaggi Youtrend, una decina di anni fa, inaugurò perfino un «osservatorio del gossip politico sull’onda lunga berlusconiana»; anche se, in effetti, Silvio, a quei tempi, non solo creava simulacri di gossip extraparlamentare, ma addirittura quasi se ne compiaceva. E spesso li alimentava, sulla base di quella “funzione sociale del pettegolezzo” che permette di confrontare sé stessi e il proprio valore con la realtà, sulla base della teoria di Leon Festinger il grande psicologo esperto di dissonanza cognitiva. Anche se credo che Berlusconi ascoltasse più Alfonso Signorini che Festinger. Comunque sia, il caso Minetti o le “cene eleganti” -se si esclude la rilevante parte giudiziaria non incisero minimamente sul fascino pop del Berlusca. Il quale, anzi, ne uscì col machismo fortificato. Ma era Berlusconi. Per gli altri è diverso. Il gossip, per fare male, segue regole semplici: deve riguardare una terza persona assente nel momento in cui se ne parla; la persona di cui parla dev’essere conosciuta anche indirettamente dai pettegoli;devono essere espressi giudizi valutativi anche con linguaggio del corpo. L’ultimo oggetto di uno stillicidio al limiti dello stalkeraggio è stato il deputato di Azione Matteo Richetti accusato di molestie sessuali ai danni d’una acclarata mitomane che lo conosceva appena.

E l’ombra del gossip si è allungata spesso e volentieri sulle donne. Donne spesso belle e in carriera. Il pettegolezzo Fini-Prestigiacomo consumato negli anfratti di una caffetteria romana contribuì alla scissione di An. Quello tra la Carfagna e lo stesso Berlusconi fece scattare l’orgoglio della ministra contro la Costamagna in un’indimenticata intervista Rai (in cui Mara reagì evocando un gossip altrettanto potente che aleggiava su Luisella e Santoro). Il connubio Renzi-Boschi allo zenith del potere era visto come qualcosa di più di un’osmosi politica.

Un presunto incontro clandestino omosex con calciatori, in uno yacht in mezzo al mare, nutrì le dicerie sulla vita convulsa di un ex notabile Dc. Cosa che, decenni prima, avvenne con un Presidente del Consiglio vistosi sessualmente rappresentato in un film del ‘73, Nonostante le apparenze e purché la nazione non lo sappia... All’onorevole piacciono le donne (ma in realtà erano uomini). La pellicola, con Lando Buzzanca, costò l’ostracismo al regista Lucio Fulci.

LA DENUNCIA FINALE

Per dire. I palazzi del potere sono innalzati per definizione dall’arte del dubbio insinuato e cementati attraverso la malalingua divenuta, in chiave amorosa, arma politica. Eppure, un limite invalicabile resta. Rachele Silvestri cita il Nobel Elie Wiesel nella necessità di denunciare la cattiveria del gossip e si augura che «nessuno sia indulgente con l’autore della calunnia e con chi contribuisce a diffonderla: non siate neutri, abbiate il coraggio di spezzare la catena dell’indifferenza». E lei, coraggiosamente, ha denunciato. È un inizio doloroso, ma è un inizio... 

Chissenefregava. Signore e signori, la lettera di Rachele Silvestri al Corriere non vale un corno. Proprio come ha fatto la compagna di Elly Schlein parlando delle sue foto su Diva e donna, la parlamentare ex grillina ora di Fratelli d’Italia ha sentito il bisogno di alimentare una cosa di cui nessuno sapeva niente. E così ha solo peggiorato la situazione. Guia Soncini su L’Inkiesta il 6 Aprile 2023

Rachele Silvestri, mi rivolgo a lei. A lei che fino a ieri non avevo mai sentito nominare. A lei che ieri era sulla prima pagina del Corriere della sera con un testo che in confronto la lettera a sé stessa di Chiara Ferragni era scritta da Gadda. A lei che paragona il suo essere oggetto di pettegolezzi all’essere sopravvissuti ad Auschwitz.

Rachele Silvestri, io le voglio parlare, a lei che sembra un’americana moralista che parla d’un’ipotesi di corna come si parlerebbe di tragedie vere, ma Google dice che è nata ad Ascoli Piceno e non nello Utah.

Rachele Silvestri, stia lì un attimo, poi torno, ma prima credo di dover spiegare ai lettori le circostanze, perché non ci crederà ma ieri c’era anche chi aveva delle bollette da pagare, delle corna proprie da curarsi, delle bozze da chiudere, delle valigie per Pasqua da preparare, e insomma non è che proprio tutti tutti tutti si siano informati sulla Ciranda de pedra di cui ha deciso di rendersi protagonista.

Dunque lei ieri compare sul Corriere con questo articolo che, sebbene sia alla seconda legislatura da parlamentare, non parlava d’una sua qualche proposta di legge. L’ultima che risulta da lei presentata, sul sito della Camera, è del marzo 2022, ma mi piace soprattutto l’interpellanza sulle mascherine che presenta nel 2021 spiegando che la fascia d’età tra i 6 e i 12 anni «ha esigenze di ossigenazione maggiore rispetto agli adulti». Le son sempre stati a cuore i bambini.

E ora è diventata mamma, Rachele Silvestri. E io che non sono mamma non posso capire. Molte cose, ma soprattutto non posso capire la sua letterina al Corriere, e non solo per una sua certa qual tendenza a mettere una inopportuna virgola tra il soggetto e il predicato (una interpellanza sul fallimento dell’istruzione obbligatoria, onorevole Silvestri, non la vogliamo presentare?).

«Non bisogna essere una donna per capire lo schifo, la violenza, l’umiliazione. Mi chiedo: ma in quanti modi il corpo di una donna può essere violato, calpestato, abusato?». Ora, a parte l’uso delle triplette da ginnasiale che cerchi di far colpo sul professore belloccio, io di fronte a queste righe penso: ohibò, sarà una storiaccia di stupro, come minimo. Di violenza coniugale. Di molestie sul luogo di lavoro. E invece.

«Quante volte il dono della procreazione può essere strumentalizzato e degradato?» (non le veniva il terzo participio). «In nome di cosa è giustificabile la violenza su un bambino appena nato?» (oddio, ma forse devo smetterla con questo tono scherzoso, ’sto porco schifoso dopo di lei ha stuprato pure un neonato?). E invece.

Cita persino Elie Wiesel, dai, è chiaro che si tratta di qualcosa di molto grave, altrimenti finisce che il dio della mancanza di senso delle proporzioni ci fulmina tutti. E invece.

E invece siamo dentro la più classica commedia all’italiana: il figlio della Silvestri, dicono i pettegoli, sarebbe non figlio di quello con cui sta ufficialmente la Silvestri, ma figlio d’un corno, come diciamo noi emancipati (i retrogradi direbbero: figlio della colpa). L’avrei saputo se non fossi solita saltare le prime pagine dei giornali. In prima, dove il Corriere aveva messo l’incipit, c’erano tre righe degne d’una lettera a Cronaca Vera: «Sono stata costretta a fare il test di paternità per mio figlio di soli tre mesi. E il padre è proprio Fabio, il mio compagno».

Ed è stata costretta anche a scrivere al Corriere, perché questo non è mica solo un sospetto di corna, è una questione di trasparenza istituzionale: se il figlio non è figlio della colpa, neanche la carriera della Silvestri lo è. È lei a collegare le due cose, a me che sono meno contorta non verrebbe mai in mente. Il mio mondo è pieno di adultere che non fanno carriera, nel suo invece ci sono questi sillogismi: «Mio figlio sarebbe, quindi, nato da una relazione clandestina, grazie alla quale io avrei anche ottenuto la mia candidatura».

Ora, benedette ragazze, dico a questa deputata ma anche alla fidanzata di Elly Schlein, io non so se voi ci siate o ci facciate, ma lasciate che ve lo dica avendo più anzianità di voi su questo pianeta e quindi avendo visto più pettegolezzi (una componente indispensabile e neanche troppo malsana della società): così fate peggio.

Quando la fidanzata della Schlein fa un post per dire che Diva e donna le ha fatto outing, non fa altro che prendere le informazioni che pochi ambienti politici e giornalistici avevano su di lei e sulla goffa gestione dell’inevitabile messa in pubblico della sua relazione con una segretaria di partito, e renderle informazioni che anche il grande pubblico ha.

Non fa altro che alimentare una cosa di cui non si ricordavano neanche più quelle che sfogliano i vecchi numeri di Diva e donna dal parrucchiere (erano foto uscite da due settimane, che nei tempi di cicli di notizie di questo secolo sono due secoli).

Non fa altro che stuzzicare la curiosità: senza quel post, a me non sarebbe mai arrivata una foto di lei con tatuato sul braccio il ritratto d’una nota scrittrice, perché nessuno di quelli che conosco si sarebbe incuriosito: chi se ne frega di con chi va a letto Elly Schlein, se non è proprio quella con cui va a letto a farne un caso.

Quando Rachele Silvestri scrive un testo del genere, non fa altro che far partire migliaia di messaggi. Alla stazione successiva, ci sono molti più «Lollobrigida» tra i messaggi ricevuti di quando partiva. Benedette ragazze, possibile che siate così inattrezzate ad affrontare la vita pubblica in un secolo in cui la vita pubblica è affare di più o meno tutti i privati cittadini?

Ma ora, scusate la lunga divagazione, vorrei finalmente porre la domanda che sono venuta qui a formulare. Rachele Silvestri, dico a lei. Il test di paternità, lei che scrive al Corriere che le hanno violato il corpo (al massimo la reputazione, che è quanto di più incorporeo), il pettegolezzo come male principale del mondo, le comari che malignano sulla sua carriera, i giornalisti che insinuano che a chiedere il test sia stata la moglie del presunto fedifrago, la gita di Pasquetta in cui la non più malignata cornuta potrà finalmente avvolgere le uova nei ritagli del Corriere e ridere in faccia alle cognate. Rachele, non sente anche lei tantissimo la mancanza di Pietro Germi?

La parabola dell’uomo della comunicazione il cui stipendio fece scattare le polemiche. Nik il Nero, per 10 anni videomaker dei 5 stelle torna a fare il camionista: “Dire di aver lavorato con loro è castrante”. Rossella Grasso su Il Riformista il 29 Marzo 2023

Tutti lo conoscono come Nik il Nero. Per dieci anni Nicola Virzì è stato l’uomo della comunicazione del movimento Cinque Stelle. Dalla prima era del meet up bolognese, da video maker per passione era entrato ufficialmente nello staff supportato anche da Gianroberto Casaleggio negli anni del boom delle politiche del 2013. Aveva così lasciato il suo posto da camionista ed era entrato nella squadra con uno stipendio da 4mila euro, come ricorda il Corriere della Sera, che all’epoca fece discutere. Ora sui social annuncia il suo addio: “Tra pochi giorni tornerò su un camion a fare quello che so fare, guidare un TIR, mi ero illuso di poter essere un fotografo, ci avevo creduto e ci ho provato in tutti i modi, ma evidentemente la classe era tutta acqua”.

Nik il Nero racconta in un post su Facebook gli anni trascorsi nelle stanze dei gruppi parlamentari, sia alla Camera sia al Senato. Poi la conferma del suo ruolo non è arrivata e così con rammarico ha deciso di mollare quella carriera che aveva provato a portare avanti ma con qualche difficoltà. “Lo ammetto – ha scritto nel post – dopo la mia avventura in parlamento non è stato facile, dire di aver lavorato per quasi 10 anni nel Movimento 5 stelle è castrante, non da nessun tipo di vantaggio (anzi), quando mi chiedevano cosa hai fatto negli ultimi anni non potevo che dirlo, ho lavorato nella comunicazione per il Movimento, prima al Senato poi alla Camera dei Deputati, la faccia di chi mi stava di fronte cambiava tragicamente, dicevano che mi avrebbero fatto sapere ma il telefono non ha mai squillato”.

E ancora: “Il sogno di fare il fotografo svanisce come neve al sole e tra pochi giorni sarò seduto ad un metro e mezzo da terra, con un volante tra le mani, un sorriso smagliante e zero rimpianti, perché i rimpianti li ha chi non ha dato tutto quello che aveva da dare e non ha messo passione e amore in quello che ha fatto. Oggi sono felice di ricominciare a lavorare perché lavorare mi fa star bene. Con il senno di poi sono rimasto un po’ troppo tempo alla finestra, ma speravo di fare quello che amavo fare, fotografare, purtroppo era una strada troppo in salita, ed io non sono più un ragazzino a quanto pare nemmeno abbastanza bravo per avere uno straccio di speranza e possibilità in quel mondo”.

E conclude: “Pazienza, alla fine va bene così, in fondo ho sempre amato guidare fin da bambino, sapete quale era il mio sogno? fare il pilota… alla fine sembra ci sia riuscito alla grande(ed il camion è anche rosso) – conclude il post con accanto al foto del suo nuovo tir – Accettare quello che sono mi ha liberato dalle illusioni e da un mondo che non mi apparteneva più, è stata dura ma ci sono riuscito. Buona vita a tutti e ci vediamo per strada”.

Rossella Grasso. Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. È autrice anche di documentari tra cui “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.

Privilegiati.

La nuova vita senza politica ma con la scorta di Roberto Fico. Andrea Soglio Panorama il 17 Febbraio 2023.

Uno scoop de Il Foglio racconta che l'ex Presidente della Camera, oggi senza incarichi ufficiali in Parlamento, avrebbe ancora la scorta (che gli spetta per l'antico incarico). Una vicenda che racconta la trasformazione di un uomo e del suo partito

Ci sono cose che, grazie al Movimento 5 Stelle, resteranno indelebili nella mente di chi ha vissuto queste decine d’anni della politica nazionale. Come il grido «Abbiamo abolito la povertà» di Luigi Di Maio; purtroppo la povertà è rimasta così gli italiani hanno abolito lui; oppure la famosa minaccia «apriremo i palazzi della politica come una scatoletta di tonno», salvo poi capire che il caviale è più buono del tonno in scatola e così tutto è rimasto come prima; ma anche il dogma supremo, «uno vale uno» che ci è costato anni ed anni di improvvisati in politica con tutti i danni sotto gli occhi di tutti. E proprio su questo insegnamento ecco immagini epiche, come quel Roberto Fico, fresco nominato Presidente della Camera che annunciava e si faceva fotografare a bordo del bus diretto a Montecitorio: «Niente scorta, solo mezzi pubblici…». Poi però il tempo passò e, rispettoso delle regole della politica che promettevano di voler cambiare, il buon Fico si accomodò ogni giorno sulla comoda berlina con i sedili in pelle e scorta al seguito.La cosa strana è che certi servizi e vizi della politica poi devono essere stati particolarmente graditi tanto che anche una volta che la carriera è finita, restano presenti. Ieri ad Orvieto c’è stata la prima del nuovo spettacolo di Beppe Grillo, «Io sono il peggiore» e tra gli ospiti in platea ecco arrivare anche lui, Roberto Fico. Non da solo però, con scorta al seguito, come rivelato in esclusiva da Il Foglio. Sissignori, Roberto Fico, ex politico ma ancora grillino convinto, viaggerebbe ancora oggi con gli angeli custodi pagati da noi.

Inutile dire che dietro a tutto questo ci sono proprio le norme della Prima Repubblica secondo le quali quando hai ricoperto certi ruoli hai diritto alla scorta, per sempre. Anche se non rischi nulla di nulla. Non ci risultano infatti minacce di morte rivolte a Fico o azioni violente tentate nei suoi confronti in questi anni. Anzi; piuttosto eravamo noi italiani che avremmo meritato scorta e protezione quando lui era un potente politico. Sarebbe bello che Fico provasse, non sappiamo nemmeno se sia possibile, a chiedere la revoca di questo privilegio che davvero sa di inutilità. Soprattutto per andare ad applaudire Beppe Grillo al suo spettacolo dove, siamo certi, troverà solo amici e nessun contestatore.

Scrocconi.

Estratto dell’articolo di Simone Canettieri per “il Foglio” il 26 gennaio 2023.

Ecco gli onorevoli ciuff ciuff. C’è quello ligure che a ottobre, a due settimane dall’insediamento del nuovo Parlamento, ha deciso di farsi acquistare dalla Camera, tramite l’agenzia di viaggi convenzionata Carlson Wagonlit, carnet di biglietti dell’alta velocità per 3.888 euro. Quanto basta per fare su e giù da Genova a Roma per tre mesi tutti i giorni. Sapeva che non sarebbe rientrato a Montecitorio e quindi ha deciso di fare incetta di ticket.

Ma c’è anche il deputato romano che al tramonto del suo mandato, si è preso pacchetti di Italo e Frecciarossa per Milano, andata e ritorno, per un totale di 1.345 euro. E che dire del torinese che sempre a ottobre ha salutato lo scranno con in tasca carnet da 3.276 euro? Questo è un caso particolare: l’onorevole piemontese-pendolino da quando si è dimesso Draghi, quindi il 20 luglio, all’inizio della nuova legislatura si è fatto una scorpacciata di 11.226 euro di carnet (7.267,5 a luglio, 2.047,5 ad agosto, 1.365 a settembre fino ai tremila e rotti di ottobre). […] E comunque era anche un No Tav... [...]

Si tratta di trentotto eletti. Tutti ormai ex. Dieci di questi sono del M5s, arrivati alla seconda corsa (nel senso del mandato) e quindi non più candidabili come da volere contiano. Altrettanti provengono da Insieme per il futuro, la pattuglia di grillini scissionisti che seguirono Luigi Di Maio fino al flop elettorale (solo Bruno Tabacci ce l’ha fatta a tornare su 49 onorevoli uscenti di Ipf). Poi ce ne sono altri dieci provenienti dal gruppo Misto: si tratta sempre di ex M5s usciti o cacciati dal partito. Infine: quattro renziani di Iv e due leghisti, un esponente di Fratelli d’Italia e uno del Pd.

[…] Alcuni di questi hanno ridato i carnet indietro. Altri, a quanto risulta al Foglio, continuano a usarli. Perché? “L’emissione del titolo di viaggio vale, a seconda della compagnia, dai tre ai sei mesi e non serve il tesserino: basta fornire il codice del biglietto al controllore”. […]

L'ipocrisia grillina sulla Tav: fanno scorta di ticket gratuiti. Demonizzano l'alta velocità, ma trenta ex deputati 5s hanno fatto incetta di carnet prima della fine del mandato. Domenico Di Sanzo il 27 gennaio 2023 su Il Giornale.

Grillini che fanno carte false per viaggiare con l'alta velocità. Chi l'avrebbe mai detto? Eppure, come rivelato oggi dal Foglio, nelle settimane precedenti all'avvio della nuova legislatura trenta ex deputati del M5s si sono dati da fare come non mai per procurarsi pacchetti gratuiti di biglietti di treni veloci con Italo e Frecciarossa tramite l'agenzia di viaggi Carlson Wagonit, convenzionata con Montecitorio. Dei 38 parlamentari che hanno fatto incetta di carnet gratis, ben 30 sono stati eletti nel 2018 con i Cinque Stelle. Dieci ancora iscritti al Movimento, altrettanti provenienti dalla pattuglia degli scissionisti dimaiani di «Insieme per il Futuro» e altri dieci sono ex pentastellati che erano finiti nel Gruppo Misto.

Una storia che ha il sapore dell'ennesima beffa nei confronti dello spirito del grillismo delle origini, tutto No Tav e blocchi dei cantieri della famigerata Torino-Lione. Il M5s ha difeso anche gli attivisti arrestati per manifestazioni violente e blocchi dei caselli autostradali. Cinque anni fa, addirittura, la deputata Francesca Businarolo si era fatta trasferire il domicilio del suo ufficio parlamentare in una casetta circondata dai campi a Castelnuovo del Garda pur di bloccare i lavori dell'alta velocità Brescia-Verona, che sarebbe dovuta passare proprio attraverso uno di quei terreni. Nel 2013, l'allora capogruppo al Senato Vito Crimi era stato costretto a pubbliche scuse perché paparazzato a ronfare beato sui sedili di prima classe dell'alta velocità Roma-Milano. Per non parlare degli strali No-Tav ancora reperibili sul Blog di Beppe Grillo, il sacerdote del vangelo della decrescita felice. Ma anche facendo una semplice ricerca sul Blog delle Stelle. Ecco solo alcuni titoli: «Fregatura ad Alta Velocità», «Corruzione ad Alta Velocità», «Ingiustizia ad Alta Velocità», «Ndrangheta ad alta velocità». E ora grillini ad alta velocità. Come l'onorevole piemontese No-Tav che dalle dimissioni di Mario Draghi - il 20 luglio - all'inizio della nuova legislatura si è accaparrato 11mila e 226 euro di carnet. Pentastellati ed ex pentastellati non fanno altro che parlare di biglietti di treni veloci. Così la questione dei ticket gratuiti della Camera è diventata l'ennesima scusa per litigare. «Sono dati sensibili, io non so chi siano questi ex deputati, comunque prendetevela con Vito Crimi e Paola Taverna, perché gli ex senatori possono viaggiare gratis per dieci anni», racconta al Giornale un ex grillino eletto a Montecitorio nel 2018, che preferisce non dirci se è uno dei 38 che hanno chiesto i biglietti gratis. Alla buvette della Camera una ex grillina parla dei privilegi dei colleghi di Palazzo Madama: «Io non mi sono fatta dare viaggi gratuiti, anche se non capisco perché gli ex senatori abbiano diritto a viaggiare gratuitamente per dieci anni, pure noi ce li avevamo per 10 anni, ma Fraccaro li ha levati nella scorsa legislatura». Ogni senatore, infatti, ha diritto a circa 1500 euro all'anno di viaggi per dieci anni. Nostalgia delle piccole e grandi comodità della vita da parlamentare, sacrificate sull'altare della lotta contro la casta. E comunque, tra gli ex deputati del M5s, il refrain è sempre lo stesso: «Prendetevela con Crimi e la Taverna che si sono fatti assumere dai gruppi e possono viaggiare gratis per dieci anni». Per quelli che salivano sulle barricate No-Tav viaggiare a scrocco con l'alta velocità è solo un peccato veniale.

Quanto piace al grillino l'alta velocità gratis. Federico Novella su Panorama il 26 Gennaio 2023.

Un'inchiesta ha portato alla luce le gesta di 38 parlamentari che, poco prima della fine della passata legislatura, hanno fatto incetta dei biglietti omaggio. 30 di questi sono grillini. E meno male che erano contro la Tav

Quanto piace al grillino l'alta velocità gratis PUBBLICITÀ 27/01/23, 08:44 Quanto piace al grillino l'alta velocità gratis - Panorama https://www.panorama.it/news/politica/biglietti-alta-velocita-gratis-m5s 2/7

Un po’ come accadeva nei film western, possiamo definirla come una spettacolare rapina al treno: prendi i biglietti e scappa. Magari a Cortina, con la carrozza business: e “sei in pole position”. Potrebbe essere questo il titolo della commedia andata in scena a Montecitorio qualche mese fa negli ultimi giorni prima dello scioglimento delle Camere. Sapendo di non essere rieletti, 38 parlamentari si sono precipitati nell’agenzia di viaggi della Camera per fare incetta di biglietti del treno gratuiti. Così possono viaggiare a sbafo anche da ex parlamentari

Il lato curioso di questa razzia è che a mettere in conto al Parlamento l’acquisto dei biglietti sono stati soprattutto i deputati grillini. Ben 30 onorevoli passeggeri su 38 sono pentastellati (gli altri sono così suddivisi: 4 renziani, 2 leghisti, 1 fratello d’Italia e 1 Pd). Esatto, parliamo proprio di quei Cinque Stelle che hanno costruito la loro carriera politica sulla lotta ai privilegi della Casta, sul taglio dei parlamentari, sulla sforbiciata alle prebende della classe politica parassitaria. Proprio loro, hanno deciso di lasciare la politica in carrozza lusso: ma a spese del contribuente. Segno che, se gratti il populismo grillino, sotto ci trovi una buona dose di ipocrisia. Alcuni erano di fede Di Maiana, altri erano reietti o confluiti nel gruppo misto: ma tutti con la passione dei viaggi ferroviari gratuiti. “Se ci si innamora del palazzo in centro a Roma con l'ufficio faraonico, se ci s'innamora di stipendi importanti, perché sennò non si può andare a Cortina…Il tema è che noi abbiamo dimostrato che si può fare politica in modo diverso, in modo francescano” , ha detto l’altro giorno l’ex guru Davide Casaleggio parlando della nuova gestione di Giuseppe Conte. Ma qui di Francescano c’è ben poco: a parte la santificazione della carrozza ristorante. Con alcuni casi limite: un (ex) deputato ligure ad ottobre si è fatto dare un carnet di biglietti per 3888 euro. Uno romano ha rastrellato biglietti frecciarossa per Milano per 1345. Fino al fenomeno torinese, per giunta no tav, che dal 20 luglio si è portato a casa più di 11 mila euro di biglietti. Insomma, per alcuni parlamentari la poltrona è irrinunciabile: l’importante è viaggiare sempre in prima.

M5s, mandrie di parlamentari per i biglietti a scrocco sui treni. Francesco Specchia su Libero Quotidiano il 24 gennaio 2023

Più che quel treno per Roma, quel treno per Yuma.Ce l’immaginiamo, i plotoni di grillini che –come nel famoso film western- si ritrovano prigionieri nelle scintillanti carrozze dei Frecciarossa diretti a Roma.Da quesi vagoni i nostri stanchi eroi continuano evidentemente a scendere e salire, salire e scendere, vidimare e sonnecchiare dall’alba al tiepido imbrunire. Il tutto, nella condanna al consumo senza requie di pacchi di biglietti del treno. Trattasi, in fondo, d’un un esprit da pendolari del nulla.Perché di questo si parla: di ex parlamentari, soprattutto marchiati Movimento Cinque Stelle i quali, dopo l’inebriante esperienza romana, riprecipitano nell’oblio d’una vita ordinaria. Parlamentari che assaltano le ferrovie, onde triplicare il loro numero di carnet di dieci carte di viaggio a botta, staccate e soprattutto gratuite. Parlamentari d’una voracità ferroviaria che mai t’aspetteresti.

L’ANSIA DEL TICKET 

Lo ha scoperto Il Foglio, spulciando le note spese di Montecitorio e Palazzo Madama. La reconquista del ticket perduto non figura come un atto illecito, beninteso. Semmai appare come un gesto d’ineleganza, di piccineria da casta selvaggia vibrata in articulo mortis da coloro che la casta avrebbero dovuto scardinarla con la mitica scatoletta di tonno. Mi rendo conto di rischiare il banale. Eppure, l’assalto al treno funziona così, scrive Il Foglio: «I deputati hanno diritto (sacrosanto) ai biglietti ferroviari per spostarsi da e per Roma in Italia. Tutte le volte devono passare dall’agenzia Carlson Wagonlit che è convenzionata con la Camera. Basta una mail o una telefonata. Loro chiedono, l’agenzia emette i ticket e poi presenta il conto a Montecitorio. Tac. Una volta a bordo – viaggiano in business – si mostra il coupon nominativo al controllore insieme al tesserino parlamentare. In rarissimi casi vengono acquistati i carnet da dieci. A marzo ne erano stati venduti per un valore di 3.756 euro (7 per cento della spesa mensile totale per i treni). A luglio – Draghi si dimette il 20 – diventeranno 11.979,5. Ad agosto 10.168, a settembre 9.631 e a ottobre 50.740,5 euro». Bene. Per puro scrupolo statistico si è cercato, dunque, di profilare quei deputati e senatori prodottisi -nel pieno rispetto di legge seppur un po’ lasca- nell’affannosa corsa al carnet, e perdipiù in estate, stagione in cui notoriamente i parlamentari vanno in letargo.

E gli amantissimi della ferrovia spiccano dunque tra le file del M5S, specie tra quelli trombati, sia per la questione di taglio dei parlamentari voluto ardentemente dal M5S stesso, sia per via del vincolo del secondo mandato dei pentastellati. Ma, tra i nostri corsari del biglietto, si notano anche tra i 164 «ragazzi meravigliosi» (come li chiamava Beppe Grillo: se li avesse multati come predicato, il M5S avrebbe in cassa 16,4 milioni in più...) che, dal 2018 all’avvento della Meloni, avevano cambiato casacca. Per non dire dei 49 ex grillini passati con Impegno civico di Luigi Di Maio: vittime di un’ecatombe da cui riuscirà a salvarsi soltanto l’immortale Bruno Tabacci.

Ora, altro dato curioso, è che tutti costoro non sono esattamente viaggiatori mattinieri dotati di abbonamento sulle linee tramviarie di Milano. Di solito, i biglietti del treno i parlamentari li acquistano singolarmente di volta in volta, corsa per corsa.Alla bisogna, diciamo. Mentre qui li comprano in blocco; e in un periodo che va dalle dimissioni di Draghi -20 luglio- alla fissazione della data di nuove elezioni da parte di Mattarella, il 15 settembre. E, allora, perché tutta questa foga per lo stoccaggio dei viaggi su rotaia in business class? La spiegazione è assai banale: i servitori dello Stato tornati semplici cittadini credevano che i biglietti/benefit valessero almeno un anno solare, sopravvivendo alla nuova legislatura. Eppure, il boom delle richieste per i carnet era inusuale, roba da finale di Champions o da concerto dei Maneskin. E si è verificato giusto mentre mandrie di onorevoli invadevano, per l’ultima volta, gli uffici giusto per preparare gli scatoloni. Emergeva una situazione paradossale, insomma. Al punto che gli uffici della Camera si sono attivati, e dal 13 ottobre, giorno dell’insediamento del nuovo Parlamento, hanno invalidato tutti i biglietti risalenti al Parlamento precedente. E sta bene. Resta la traccia etica, l’ultima prodezza degli ex rivoluzionari. Roba un po’ micragnosetta, da italiano alla Alberto Sordi; a dimostrazione – se mai ci fosse stato bisogno di conferma – che i grillini si sono perfettamente adattati al sistema che avevano sempre combattuto.

CARTA DEI PRINCIPI 

Ma non è tanto questo. Il Movimento come tutti i partiti politici abbisogna di danaro fresco; e pure i suoi portavoce non sono mai stati esenti dalla sindrome del braccino corto. Il disincanto, però, sta nel fatto che, nonostante l’adeguamento al nuovo tenore di vita –dagli hotel cortinesi di Conte in giù- nel Movimento oramai non ci s’indigna più come ai bei tempi. E si dà oramai per scontata la violazione «dell’ethos», delle «virtù della correttezza» e del «senso di responsabilità», sanciti dalla inesorabile Carta dei Principi e dei Valorigrillina. Che un tempo, eticamente, valeva davvero più del prezzo del biglietto... 

Il finanziamento pubblico.

Estratto dell’articolo da repubblica.it il 5 gennaio 2023.

Per la prima volta il M5S potrà accedere ai finanziamenti pubblici. Il Movimento di Giuseppe Conte ha sanato le irregolarità dello scorso anno che avevano causato l'esclusione e ora spunta nell'elenco dei beneficiati del due per mille.

  Nella lista c'è anche Italia dei Valori: l'ex partito di Antonio Di Pietro potrà ricevere i finanziamenti grazie all'alleanza con la formazione centrista di Maurizio Lupi. Restano fuori invece Rifondazione comunista e Italexit di Gianluigi Paragone: entrambi non sono riusciti a eleggere alcun parlamentare nelle ultime elezioni politiche.

Il Movimento di Conte debutta così nell'elenco dei beneficiari del due per mille. Lo scorso anno la Commissione di garanzia sugli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici aveva respinto la richiesta del leader dei grillini. Una richiesta con cui l'ex premier aveva infranto il tabù del finanziamento pubblico ai partiti, nonostante il gelo di Beppe Grillo. […]

Salvatore Dama per “Libero quotidiano” il 5 gennaio 2023.

La legge dice che i contributi alla campagna elettorale devono essere resi pubblici. Così come l'identità dei benefattori. Poi però in Parlamento fanno come gli pare. Tanti deputati e senatori sbianchettano i nomi lasciando solo le cifre. Altri, tanti altri, sono in ritardo nella consegna della dichiarazione patrimoniale.

 Il caso è sollevato da Franco Bechis, direttore di Open. Solo un centinaio di parlamentari hanno presentato le carte patrimoniali. Reddito più rendiconto elettorale. Tra i leader che non hanno ancora depositato la dichiarazione ci sono: Giorgia Meloni, Enrico Letta, Giuseppe Conte, Matteo Renzi, Nicola Fratoianni, Carlo Calenda, Matteo Salvini, Silvio Berlusconi.

E indovina un po' chi altro non ha consegnato la documentazione fiscale? Aboubakar Soumahoro. Per carità, non è il solo. Però negli ultimi tempi il deputato di origini ivoriane è finito nell'occhio del ciclone per il suocera-gate. E anche per polemiche sollevate dai suoi ex compagni dei sindacati di base, che hanno accusato l'ex paladino dei braccianti di una gestione poco trasparente nelle raccolte fondi. Abou, che si è autosospeso dal gruppo di appartenenza, l'Alleanza Verdi e Sinistra, per il momento priva i cittadini della possibilità di farsi i fatti suoi.

Chiara Appendino non ha immobili, non ha macchine, non ha quo L'europarlamentare Andrea Cozzolino, coinvolto nell'inchiesta della magistratura belga sul cosiddetto Qatargate «non intende invocare l'immunità parlamentare per l'attività politica che ha svolto in maniera libera e trasparente». Cozzolino chiederà all'europarlamento di essere sentito per «rispondere a tutte le domande e offrire tutte le informazioni e i chiarimenti».

Il terzo polista Matteo Richetti ha ottenuto 5mila euro per la campagna: strisciata nera sul contribuente. Michela De Biase ha ricevuto bonifici per 30mila euro. Da ignoti. Nel senso che l'identità è coperta.

E questo nonostante la legge dica altro. E, cioè, trasparenza totale per tutti i contributi provenienti da società, persone giuridiche, associazioni, fondazioni, comitati. Indicazione obbligatoria anche per le persone fisiche che versino cifre superiori ai 5mila euro. Non solo. In caso di finanziamenti da parte di società è obbligatoria anche la delibera degli organi societari. Quello che non è chiaro è se i pdf sono stati consegnati già sbianchettati dai deputati o se sono stati gli uffici di Montecitorio a coprirei benefattori.

 Molto probabile la prima tesi, la seconda non avrebbe senso. Anche la dem Anna Ascani tutela l'identità dei due finanziatori: uno le ha dato 500 e l'altro 150. Giusto, se sono persone fisiche; sbagliato, se sono società. In ogni caso: quanta avidità, oh. Campagna low cost anche per Matteo Orfini. La sua rielezione è costata 500 euro. Tutto qui. Piero Fassino dichiara sei immobili tra Roma e Torino, un casale in Toscana, un terreno agricolo in Piemonte.

Ma tralascia la parte sui finanziamenti elettorali. Distrazione. Il senatore Bruno Astorre ha ricevuto 12mila euro di contributi. In questo caso, trattandosi di singole elargizioni sotto i 5mila, la pecetta ci sta. L'esponente dem, inoltre, non nasconde di essersi appena fatto una BmwX3 xdrive, tremila di cilindrata, 184 cavalli. Presa in leasing, precisa però.  

L’autofinanziamento.

La guerra ai 'Dimaiani'. Conte come Equitalia, le lettere agli ex 5 Stelle ‘morosi’ per riavere i soldi: “Con gli interessi o costretti a vie legali”. Redazione su Il Riformista il 20 Gennaio 2023

L’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte come Equitalia, la società di riscossione ‘sciolta’ nel 2017 e diventata un incubo per i cittadini che dovevano ripagare i propri debiti.

Il leader del Movimento 5 Stelle ha infatti preso carta e penna e assieme al tesoriere pentastellato Claudio Cominardi ha firmato le raccomandate partite subito dopo la Befana agli ex parlamentari 5 Stelle che hanno lasciato il partito e che devono soldi alle casse del Movimento.

A darne notizia oggi è Matteo Pucciarelli su Repubblica, entrato in possesso di alcune delle raccomandante spedite agli ex grillini, in gran parte passati in ‘Impegno Civico’ di Luigi Di Maio, il partitino formato dall’ex ministro degli Esteri assieme ai fuoriusciti del M5S che ha ‘floppato’ miseramente alle elezioni del 25 settembre scorso.

L’oggetto della lettera è chiaro: “Regolarizzazione posizione contributiva. Intimazione ad adempiere e costituzione in mora”. La vicenda è nota: come un po’ tutti i partiti, il Movimento 5 Stelle per sopravvivere dopo il taglio del finanziamento pubblico (battaglia degli stessi pentastellati cavalcata sull’onda dell’antipolitica dal resto del Parlamento) chiede a parlamentari e consiglieri regionali di restituire una parte della propria indennità per finanziare la ‘struttura’.

I 5 Stelle si sono però differenziati dagli altri partiti per una seconda richiesta ai propri eletti: una parte delle restituzioni andava infatti ad un fondo con il quale si finanziavano microimprese e associazioni di solidarietà.

Ora nella raccomandata spedita da Conte e Cominardi, scrive Repubblica, si chiedono agli ex 5 Stelle presunti morosi sia la quota non versata per le restituzioni (2 mila euro al mese) che quella per i cosiddetti servizi forniti dal partito (circa mille euro al mese), ovvero quella parte necessaria per il “mantenimento delle piattaforme tecnologiche, scudo della rete, comunicazione e altre spese generali”.

La ‘missiva’, contenente anche il codice Iban per versare la somma calcolata per ogni presunto moroso da Cominardi, si chiude quindi con una minaccia agli ex compagni di strada che scelsero la strada della scissione con Di Maio: “La invitiamo a provvedere immediatamente al saldo pagando, oltre al capitale, anche gli interessi moratori, calcolati al tasso legale, dal giorno della mora al soddisfo”. Se non pagheranno entro 15 giorni “saremo costretti ad adire le vie legali”.

Vicenda che però, come fanno notare alcuni ex pentastellati, rischia di finire in tribunale: “Mi chiedono dei soldi per una piattaforma che non ho richiesto, che non mi è mai servita e che aveva un contratto con l’associazione M5S. Se questa è la scusa per avere fondi per il partito, allora si dovrebbe trattare di erogazioni liberali, che già dal nome sono tali, quindi non obbligatorie. Altrimenti si chiama estorsione di partito”, racconta uno dei riceventi a Repubblica.

Movimento 5 stelle, allarme bonifici: "Non paga più nessuno", neanche Conte. Il Tempo il 13 gennaio 2023

Allarme conti per il Movimento 5 Stelle: non paga più nessuno o quasi, neanche il capo politico Giuseppe Conte. Nel mese di novembre le casse grilline hanno visto entrare 65.700 euro dalle donazioni di parlamentari, cittadini ed eletti, riporta la Stampa. Si registrano solo 46 bonifici versati da 24 persone, neanche tutti deputati o senatori (uno su quattro). Tanti i big del Movimento che non hanno mandato i primi bonifici della legislatura come Alessandra Todde o Mario Turco, ma anche il leader Conte.

Dal Movimento assicurano che si tratta di un semplice ritardo, riporta il retroscena, e che i soldi arriveranno presto sui conti grillinii ma dietro ci sarebbe anche uno scontro sulle restituzioni. Si tratta delle modifiche al codice etico e alle norme sulle donazioni dei deputati e senatori su cui il comitato è diviso. Virginia Raggi, al contrario di Roberto Fico, non vuole modificare le norme "che hanno a che fare con il Dna storico del Movimento, come, ad esempio, la norma che ridurrebbe al 20% la percentuale dell'assegno di fine mandato che gli eletti sono tenuti a «restituire»".

 Si è arrivati così a uno stallo che come primo effetto ha avuto l'alleggerimento delle case del Movimento. Che sembra destinato a durare fin tanto che la situazione legata alle restituzioni continuerà. Quanto versare? E quanto destinare al partito e quanto ai progetti di microcredito e solidarietà? Questioni cruciali per la vita del Movimento vista anche la riduzione dei parlamentari generale (voluta proprio dai grillini) e degli eletti. 

Emanuele Buzzi per il “Corriere della Sera” il 13 Gennaio 2023.

Le casse piangono. Nel mese di novembre il Movimento ha incassato 65.700 dalle donazioni di parlamentari, cittadini ed eletti: si tratta (quasi) di un record storico negativo per i conti stellati.

 Sono stati accreditati, da quello che si evince sul sito ufficiale M5S, solo 46 bonifici. A versare 24 persone, poco più di una ventina di deputati e senatori. Novembre era il primo mese delle restituzioni per gli eletti del nuovo corso contiano e alla «chiamata» ha risposto solo un parlamentare su quattro. All'appello mancano moltissimi big, a partire dal leader Giuseppe Conte, per seguire poi con alcuni vice come Alessandra Todde o Mario Turco. L'effetto è un incremento di poco più di 65 mila euro sui conti correnti M5S.

Come mai un afflusso così ridotto? E come mai parlamentari e vertici hanno evitato il primo versamento della nuova legislatura? «Un semplice ritardo. Aspettate e vedrete i bonifici nei prossimi mesi», assicura uno stellato.

 In verità, tra le cause probabili c'è anche la «riforma» delle restituzioni e del codice etico che Conte aveva in mente di attuare già ad ottobre. Il presidente ha attivato il comitato di garanzia per modificare sia il codice sia le norme (e gli importi) relativi alle donazioni dei deputati e senatori.

 Il comitato - composto da Roberto Fico, Laura Bottici e Virginia Raggi - però si sarebbe spaccato. Secondo le indiscrezioni, Raggi sarebbe contraria a modificare alcune norme che hanno a che fare con il Dna storico del Movimento, come, ad esempio, la norma che ridurrebbe al 20% la percentuale dell'assegno di fine mandato che gli eletti sono tenuti a «restituire».

Una norma che coinvolgerebbe, in quanto diretti interessati, anche Fico e Bottici. Si è arrivati così a uno stallo che ha comportato il rinvio delle votazioni degli attivisti sulle nuove regole, una consultazione che era prevista inizialmente subito dopo la fine delle festività. Probabilmente, una volta sbrogliata la situazione, anche il problema di cassa si risolverà.

 Intanto ieri Conte ha presentato la candidata governatrice del Lazio per il M5S, Donatella Bianchi. «Noi non siamo per la logica del voto utile, del voto del meno peggio, secondo noi con queste logiche non si va da nessuna parte», ha detto il leader stellato in conferenza stampa. Il presidente ha detto no a un eventuale «campo largo» con il Pd «perché il nostro programma riformista non ha nulla a che vedere con quello di Italia Viva e Azione».

Sulle riforme - ha assicurato il presidente Cinque Stelle - «ci confronteremo con le forze di maggioranza: condividiamo l'esigenza di stabilizzare gli esecutivi e abbiamo già delle misure che riteniamo ragionevoli per la riforma dell'architettura costituzionale». E ha aggiunto: «Pensiamo che questa possa avvenire senza forti traumi, non nella logica presidenzialista o semi presidenzialista portata avanti dalle forze di maggioranza. Se loro insistono in questa direzione il dialogo sarà difficile». Infine, sul caso carburanti, Conte ha attaccato l'esecutivo: «Sorpresi dall'incoerenza e dall'inadeguatezza di questo governo».

Da padroni a vittime del web.

Nemesi grillina: da padroni della rete a vittime dei pirati del web. Domenico Pecile su L’Identità il 12 Gennaio 2023. 

Eccola, la nemesi. Ma potremmo definirla tranquillamente anche ironia della sorte. E la sorte toccata al M5S è quella di avere assistito impotente alla violazione delle pagine facebook di diversi esponenti di spicco è apparsa la pubblicità alle criptovalute. Tra le vittime della pirateria informatica anche il leader Giuseppe Conte e Vito Claudio Crimi. La maggior parte dei profili nel mirino dell’aggressione tecnologica riguarda senatori grillini della passata legislatura: Gabriele Lanzi, Andrea Cioffi, Sergio Puglia, Gianni Girotto, Vincenzo Sant’Angelo, Giovanni Endrizzi e Stefania Ascari che, invece, è parlamentare in carica. Già, il danno e la beffa. Il primo è quello dell’immagine che ne esce tecnologicamente ridimensionata; il secondo attiene al fatto che è i 5S sono stari gli esegeti della rete, quelli che hanno o avrebbero voluto cambiare le sorti della democrazia diretta facendola lievitare in rete e non più nelle sezioni oppure dentro le segreterie dei partiti. Siì, erano stati i fondatori del ‘vaffa, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio a fare del digitale una sorta di totem che a loro avviso avrebbe dovuto rappresentare la svolta epocale non solo nella comunicazione dei partiti ma anche nell’organizzazione dei medesimi. Come dire: i cantori della rete che si ritorce contro, appunto, in una sorta di beffarda nemesi. E la rete da loro osannata è rimasta senza difese nei profili facebook di fronte all’irruzione dei pirati informatici. Tra le ipotesi della prima ora ci sarebbe quella del furto degli accessi di un social media manager che si occupa della pubblicazione del post, tramite uno stesso gestionale, sui molteplici profili. Così, diversi profili di parlamentari penta stellati si sono trasformati in cantori della pubblicità alle criptovalute e a Tinaba. Si tratta di una app, nata nel 2015, grazie al Fruppo Sartor e a Banca Profilo – come si legge su Open – attraverso la quale è possibile accedere a una serie di servizi bancari e finanziari. Tinaba – si legge ancora – consente di aprire un conto corrente totalmente digitale e offre anche una carta prepagata e sempre utilizzando sullo smartphone, con questa app è possibile effettuare pagamenti digitali, inviare denaro, condividere le spese con altri fruitori del servizio, creare salvadanai e avviare raccolte di fondi online. E sicuramente il movimento principe della rete sapeva che 533 milioni i profili facebook nel mondo sono stati violati dagli hacker anche se Zuckemberg aveva assicurato che il bug era stato debellato. L’Italia, tra l’altro, era stata uno tra i Paesi più colpiti con oltre 35 milioni di persone, in pratica più del 50 per cento della popolazione. Si tratta, per rimanere dentro le statistiche, del 90 per cento degli utenti italiani registrati alla piattaforma. I post sarebbero stati pubblicati in maniera simultanea ma i gestori li avrebbero già rimossi manualmente. Dunque, l’ennesimo episodio – al di là che la vittima sia stato il M5S – che ripropone il problema per certi versi sempre più inquietante del come garantire la rete dagli attacchi degli hacker e da tutte le insidie con cui deve fare i conti. “Importante – era il testo che si poteva leggere nella grafica diffusa sui social -. L’Italia segue il sentiero della introduzione delle criptovalute nella vita di ogni persona europea”. Intanto, sul fronte interno del Movimento di Conte non cvi sono ancora prese di posizione ufficiali quasi a minimizzare quanto è accaduto.

La Condanna penale.

(ANSA il 22 giugno 2023) - Il Gip del tribunale di Bologna Domenico Truppa ha ordinato di formulare l'imputazione per Giovanni Favia per l'accusa di violenza sessuale nei confronti di una donna con cui l'ex esponente del Movimento 5 Stelle (il primo eletto in Emilia-Romagna e uno dei primi espulsi) aveva avuto una relazione. 

La decisione arriva contestualmente a quella di accogliere la richiesta di archiviazione per altri reati inizialmente ipotizzati dalla Procura: stalking e lesioni. L'episodio per cui si procede risale alla notte tra il 5 e il 6 novembre 2021, quando Favia, denunciò la vittima, l'avrebbe costretta a un rapporto sessuale. Secondo il giudice in relazione a quel fatto gli elementi acquisiti consentono di formulare una ragionevole previsione di condanna: lo si evincerebbe dai messaggi che i due si scambiarono la mattina dopo, in cui commentarono quanto accaduto.

Altri riscontri sarebbero poi rappresentati dalle testimonianze di persone con cui la donna si confidò. La vittima si era opposto alla richiesta di archiviazione del Pm Tommaso Pierini, assistita dall'avvocato Barbara Iannuccelli. "Non abbiamo dato notizia in precedenza della richiesta di archiviazione di tutto il procedimento fatta dalla Procura, che condividiamo anche oggi - dice il difensore di Favia, Francesco Antonio Maisano - solo per il rispetto e la delicatezza che certe indagini impongono a tutti. Affronteremo con serenità gli ulteriori passaggi della vicenda, con la consapevolezza che la decisione presa oggi dal giudice si sostanzia su una diversa interpretazione di due messaggi whatsapp scambiati all'indomani dei fatti, da due persone che all'epoca avevano una relazione sentimentale".

(ANSA il 22 giugno 2023) - "Sottolineo che la Procura ha chiesto l'archiviazione per tutti e tre i reati. E questo è un fatto importante. Le indagini hanno certificato che la ragazza ha mentito per molti aspetti, io la ritengo una querela ritorsiva per aver messo fine alla nostra relazione". 

Lo dice all'ANSA Giovanni Favia, ex esponente del M5s, per cui il gip ha disposto di formulare l'imputazione per un'accusa di violenza sessuale. "Sono tranquillo, pur sorpreso dalla valutazione del Gip, ma prove alla mano chiariremo anche questo aspetto nell'udienza preliminare. Rammarica solo vedere, senza che nemmeno un processo sia iniziato, che vengo colpito mediaticamente, io e la mia reputazione e credo che questo non sia cosa da paese civile. Io per rispetto delle istituzioni non diedi notizia della richiesta di archiviazione, evidentemente per altri lo scopo è solo quello di delegittimarmi mediaticamente. Mi dispiace per la mia famiglia, ma ho tanta pazienza e sono fiducioso avendo la coscienza a posto".

Estratto dell’articolo di Francesco Merlo per “la Repubblica” il 26 giugno 2023. 

[…] è quasi commovente questo Marcello Minenna che, improvvisamente riemerso, ha riportato l'Italia all'epica del vaffa, che iniziò con il V-day nel 2007 ed è già l'antichità del teppismo politico nazionale. 

Adesso che è stato arrestato e che ogni giorno si allunga il catalogo delle scelleratezze che gli vengono attribuite, sarebbe troppo facile ridere di questo prototipo della classe dirigente grillina che si presentava dicendo «sono un civil servant» ed elogiava sé stesso e soprattutto la propria esemplare onestà a 5 stelle. 

Ed è un'ovvietà che Conte lo rinneghi e lo attribuisca a Di Maio, mentre a tutti chieda scusa quel Nicola Morra, che fu, pensate, presidente della Commissione Antimafia. 

Tra le vestigia sepolte chissà dov'è Virginia Raggi e, per trovare l'ex ministro dei Trasporti che voleva costruire a Genova un «ponte vivibile sul quale si mangia e si beve», bisogna andare su Instagram dove si esibisce nel Tg-Toninelli. 

Nel parco archeologico del vaffa c'è anche il passamontagna che la settimana scorsa Grillo ha proposto di indossare alle sue “brigate di cittadinanza”, con un ammiccamento incongruo al terrorismo perché mai i brigatisti rossi usarono il passamontagna […] dello stesso Grillo, che se lo calava sul viso negli anni in cui erano tutti ladri, tutti maiali, tutti venduti, tutti mafiosi, tutti camorristi, tranne, ovviamente, lui ei suoi squinternati d 'assalto dal viaggiatore Di Battista al giornalista Travaglio, «il mio ministro della Giustizia preferito».

Peccato che non organizzino un raduno di ex, tutte queste macchiette dell'onestà, come ancora fanno gli ex dc. Nella Pompei a 5 stelle sarebbe bello rivedere Fico e Bonafede, che hanno ancora ufficio e scrivania, Paola Taverna che denunziava «il complotto per farci vincere» e, andando più indietro nella civiltà, Roberta Lombardi e Vito Crimi, i due simpaticoni che elogiavano il fascismo, si addormentavano in aula e […] non trovavano la porta della Camera.

E si è perso quel Massimo De Rosa che affrontò due deputate così: «Voi donne del Pd siete qui perché siete brave solo a fare p...». […] Due soli ce l'hanno fatta: Conte, che è l'impiegato di concetto del trasformismo, e Di Maio che ha imparato un mestiere vero ed è l'invidia di tutti i disoccupati.

Cercavano la rivoluzione, trovarono l’agiatezza”. Caro Minenna, da che Porsche viene la predica: perché a me non l’hai mai proposta? Andrea Ruggieri su Il Riformista il 27 Giugno 2023 

Io sono offesissimo. E incazzato nero. Ce l’ho con Marcello Minenna, ex direttore dell’Agenzia delle Dogane nominato a suo tempo da Giuseppe Conte, l’avvocato del “bobolo”, e che è finito in arresto anche per la gestione, che gli si contesta allegra e marchettara, di alcune auto di lusso che, sequestrate o confiscate dall’Agenzia stessa a dei criminali, finivano in mano ad alcuni parlamentari. Ce l’ho a morte con lui, cavolo. E non perché io creda sia colpevole (lo ripeto as usual: garantismo ragazzi, perché le inchieste nascono suggestive su giornali e tv ma spessissimo muoiono per scarsezza di prove in aula, quindi prudenza e rispetto dell’articolo 27 della Costituzione, please). No, ce l’ho con Minenna perché io ho fatto il deputato nella scorsa legislatura.

Fino a poco prima di entrare in carica, avevo una Porsche Carrera 4S (di proprietà) da panico: nera, cerchi stupendi, tetto in vetro, una pantera. Quando davi gas sentivi un boato e un calcio nel sedere: sembrava di decollare. Bellissima. Così rampante e rabbiosa, ma anche elegante, si addiceva perfettamente alla mia riverita personcina. L’avevo comprata usata (65mila euro) con i soldi guadagnati dal mio precedente lavoro in televisione. E appena diventato deputato ritenni -scopro oggi evidentemente sbagliando- che non si addicesse al mio ruolo di rappresentante del popolo. Pensai che sarebbe stato frainteso il mio personaggio se fossi stato visto su una Porsche. Ma mi piaceva eccome, e quando la vendetti a 50mila euro per spontanea sobrietà, mi dispiacque.

Ebbene, ma porca miseria Marcello, dico io: hai distribuito Porsche a destra e manca, e a me nemmeno la hai mai offerta? Ma vuoi mettere che figurone avresti fatto tu, e l’Agenzia che le sequestrava e confiscava, se ne avessi data una a me? Cavolo, ero perfetto: forzista, giovanile, belloccio, disinvolto, rampante, amante delle donne, sportivo, con una vivace vita sociale. Ma come non ti è venuto in mente di alzare il telefono e dirmi: “Onorevole Ruggieri, le posso offrire l’opportunità, lecita sia chiaro, di avere in comodato d’uso gratuito una Porsche sequestrata alla mafia?”. Io ti avrei detto subito: “Ma certo Direttore, e ci lasci pure un adesivo sulla fiancata tipo: “Produced by Agenzia delle Dogane”, che magari finisco con una bella donna nelle foto di qualche paparazzo e le faccio anche pubblicità”. Poi magari mi sarei ricordato che Angelo Siino, il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra, andava a estorcere il pizzo presso gli imprenditori di mezza Sicilia in doppiopetto blu con bottone dorato, e su una Ferrari, e avrei cambiato idea e desistito. Ma almeno offrirmela, cavolo, mi sembrava il meno. Invece niente. Quanta volgaritè.

Ora ci manca solo che esca che l’hai offerta a dei grillini. Ma li hai visti i grillini? Tutti un po’ sfigati, un po’ nerd, dei vorrei ma non posso un po’ già esteticamente picchiati dalla vita, che ci hanno fracassato le palle per anni con “ho-ne-stà”, il pauperismo delle istituzioni, la guerra alle auto blu degli altri, e poi sono finiti a farsi rimborsare di tutto da Camera e Senato, e a girare con scorte da decine di persone dopo essersi fatti un selfie su un autobus. Ti avverto: se scopro che hai anche solo proposto a uno di loro una Porsche, la mia offesa sarà massima.

Ah però solo ora mi sovviene che anche tu nasci grillino. Perbacco. Ma che fine ha fatto la vostra recita della diversità, del pauperismo della politica, dell’assalto al Parlamento da aprire come una scatoletta di tonno, “dell’arrendetevi ladri, siete circondati…!” che Grillo strillava dalle piazze del Vaffanculo Day? Dove è finita la guerra alle auto blu dei politici protagonisti della mangiatoia, per citare Alessandro “una vita in vacanza” Di Battista? Tutta sta nenia moralista è finita in tragicommedia di serie C2, condita di dilettantismo persino nel fare marchette, volte – secondo l’accusa, ma noi daremo ampio spazio alla difesa, ovviamente, perchè effettivamente le auto confiscate devono essere vendute all’asta ma possono anche essere utilizzate per finalità istituzionali- a guadagnare consenso politico personale “tessendo alleanze con tutti i partiti”, come dice Marcellone nostro all’ex ministro Visco che gli contesta: “Ma proprio una Porsche gli dovevi dare?” Insomma, fuor di scherzo, la cosa più triste e per me miserabile di certa politica che i Cinquestelle dovevano spazzare via e di cui invece sono diventati interpreti ridicoli è proprio questa: utilizzare oggetti colorati di status per fare pubbliche relazioni. E alla fine di questa mia risentita protesta, figlia della mia esclusione dai possibili beneficiari di una Porsche del concessionario Agenzia delle Dogane, mi domando: ma Giuseppe Conte, quello del “tutto gratis”, che in alcune immagini tv si faceva portare a giocare a tennis dalla scorta, si sarà liberato della scorta stessa, che gli pagano gli italiani, sì…? E Roberto Fico l’ufficio con annessa segreteria riservata agli ex Presidenti della Camera dei Deputati, l’avrà abbandonato…? Non è che scopro che si sono tenuti scorta e ufficio…?

Non vorrei dover dare ragione a Leo Longanesi, che l’ipocrisia grillina l’aveva tratteggiata anni e anni fa: “Cercavano la rivoluzione, trovarono l’agiatezza”. E, presso di me, anche tanta tenerezza…

Andrea Ruggieri

Gli arabi sbagliano a fidarsi di "Dibba". Sono contento per Alessandro Di Battista il quale, come il suo ex collega di partito, Luigi Di Maio, ha più successo in Medio Oriente che in casa. Vittorio Feltri il 27 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Illustre Direttore Feltri,

sembra che Alessandro Di Battista sia diventato un personaggio amatissimo nei Paesi arabi, addirittura l'idolo degli estremisti islamici sparsi per il mondo, per via della difesa che egli ha fatto in tv della Palestina e quindi anche di Hamas, che ha aggredito Israele il 7 ottobre mettendo a segno una carneficina, un massacro di civili. Non ci facciamo una bella figura. Le pare possibile che un cittadino italiano si faccia promotore della causa dei terroristi antisemiti come se fosse un qualunque imam radicalizzato e dedito al proselitismo contro l'Occidente?

Mi vergogno per lui. Renato Bianchi

Caro Renato,

sono contento per Alessandro Di Battista il quale, come il suo ex collega di partito, Luigi Di Maio, ha più successo in Medio Oriente che in casa. Sai come si dice...: «Nemo propheta in patria». Certo, lo avremmo preferito falegname, o animatore nei villaggi turistici, attività che svolgeva prima di essere eletto alla Camera dei deputati nel 2013, o avventuriero con lo zaino sulle spalle a zonzo per il mondo e impegnato a farci le prediche da ogni latitudine, attività che ha svolto una volta conclusosi il suo mandato, invece Alessandro Di Battista, due braccia strappate all'artigianato o alle segherie italiane afflitte dalla carenza di personale, è diventato idolo di massa nei Paesi islamici per il suo sostegno ad Hamas e alla Palestina, tanto che i suoi dibattiti e le sue disamine audio-video vengono trasmessi con sottotitoli in arabo. E saremmo curiosi di sapere come egli venga presentato, cioè introdotto, dal momento che in patria è il Signor Nessuno.

Del resto, il cinquestelle cadente, anzi no, scadente, anni fa arrivò a dichiarare che «l'Isis va compreso», insomma i terroristi islamici sono cattivi ragazzi ma hanno, dopotutto, le loro buone ragioni che noi ragionevoli cristiani non conosciamo. E che dire del suo appoggio ai gilet gialli nel momento in cui mettevano a ferro e fuoco Parigi e la Francia tutta? Alessandro è così: ha la capacità straordinaria di stare sempre dalla parte sbagliata, ossia di chi adopera la violenza come ordinario strumento di pressione e di potere. Nel marzo del 2022, ospite nel programma Di Martedì, spiegò che, se diamo le armi all'Ucraina per difendersi da Putin, anzi dai «missili supersonici russi» (sic!, anziché ipersonici), allora sarebbe giusto fornirle anche ai palestinesi «senza Stato per colpa dell'ipocrita comunità internazionale». Il rivoluzionario (con il sedere degli altri) Dibba, uno che per intenderci è convinto che la nostra Costituzione sia stata «approvata a suffragio universale nel 1948» e che ritiene che «Mario Draghi non capisce nulla di politica e nemmeno di economia», se la prende se osi parlargli sopra in uno degli show televisivi in cui è troppo spesso ospite replicando con un congiuntivo maccheronico alla Gigi Di Maio: «Lei non mi interrompi». Ci sfugge il motivo per il quale il Dibba seguiti ad intervenire nel dibattito pubblico dispensando troppo generosamente le sue perle (o supposte) di saggezza. A che titolo blatera? Non è un politico. Al massimo, lo fu, per qualche annetto. Non è un esperto. Non lo è mai stato e mai lo sarà, sebbene a tale si sia atteggiato. Non è un intellettuale. Non è un giornalista. Non è un politologo. È un rompipalle conclamato e pluridecorato, sì, ma questo non ci sembra faccia curriculum. Che l'ex grillino sia stato promosso difensore della causa dei terroristi antisemiti di Hamas non dovrebbe tuttavia stupirci, ove consideriamo che Dibba è uno che in aula ha confuso Austerlitz con Auschwitz, salvo scusarsi poi su Facebook. «Macron piace a tutti quanti voi come se fosse Napoleone, ma almeno quello combatteva sui campi ad Auschwitz e non nei cda delle banche d'affari», affermò Di Battista nel 2017.

Io lo terrei in auge soltanto perché ci fa divertire. E, in fondo in fondo, noi commettiamo lo stesso errore di chi ora nei Paesi arabi lo applaude: lo prendiamo troppo ma davvero troppo sul serio. E questo è un vizio che persino Dibba coltiva nei confronti di se stesso.

Quelli che volevano ripulire le istituzioni. La parabola giudiziaria dei manager grillini. Minenna ultimo di una lista di boiardi M5s che va da Marra a Lanzalone. Pasquale Napolitano il 23 Giugno 2023 su Il Giornale.

Marra, Lanzalone, Minenna, Romeo: sono i nomi (e i volti poco conosciuti) di quei manager grillini chiamati a portare nelle Istituzioni la «rivoluzione» al grido honestà, honestà.

Di Maio, Raggi, Fico e Di Battista infiammavano le piazze, promettevano il Cambiamento. Marra, Minenna, Lanzalone, Romeo dovevano trasformare il sogno in realtà. Di quella stagione, segnata da un'euforia collettiva, resta l'incubo di una rivoluzione sommersa da fallimenti politici e inchieste giudiziarie. Come una maledizione, simile a quella dei fondali dove dorme il Titanic, quei manager scelti da Grillo, Di Maio e Raggi sono finiti tutti intrappolati in inchieste della magistratura. Ieri è toccato a Marcello Minenna, uno dei pochi boiardi grillini che ancora risultava indenne. L'ex capo dell'Agenzia delle dogane si trova agli arresti domiciliari nell'ambito dell'inchiesta aperta dalla Procura di Forlì sulle forniture di mascherine durante la pandemia. Era il fiore all'occhiello del potere pentastellato. Grillo stravedeva per Minenna. Di Maio lo volle assessore al Bilancio della giunta Raggi: delega pesante che Minenna restituì nelle mani del sindaco dopo 70 giorni per contrasti politici. Lo strappo non compromise il legame con il M5s che lo volle poi a capo dell'Agenzia delle Dogane. É stato in pole, sempre con lo sponsor di Grillo e Di Maio, per andare al timone della Consob. Un altro Grillo boys macinato dalla magistratura è stato Luca Lanzalone. Ligure (come il suo sponsor Grillo) fu il super consulente del Movimento, ascoltato da Di Maio e Casaleggio, e uomo di fiducia di Virginia Raggi. Fu piazzato dall'ex sindaco di Roma a capo di Acea, la prima municipalizzata dal Comune di Roma. La sua esperienza finì con le dimissioni dopo l'inchiesta della procura di Roma sul progetto dello stadio dell'As Roma.

Secondo l'accusa fu uno degli uomini che curò la mediazione tra la giunta M5s Raggi e la società Eurnova di Luca Parnasi per modificare, tra gennaio e febbraio 2017, il masterplan dell'impianto (con il taglio delle cubature). Quando il Ms5 conquistò il Campidoglio non poteva commettere passi falsi. E dunque Di Maio, Raggi e Grillo si affidarono a Raffaele Marra, un ex ufficiale della Guardia Finanza. Marra divenne in pochissimo tempo il plenipotenziario e braccio destro di Raggi: se ne andò nel dopo l'arresto da parte dei carabinieri con l'accusa di corruzione. Dopo Marra arrivò Salvatore Romeo che finì indagata della Procura di Roma per concorso in abuso d'ufficio. Più conosciuto è Domenico Arcuri: l'ex numero uno di Invitalia tra il 2018 e il 2020 si conquistò velocemente la stima dell'allora premier Giuseppe Conte che nella fase della pandemia gli affidò i poteri di commissario. Pure il manager contiano è stato travolto dall'inchiesta dalla Procura di Roma nell'indagine sull'acquisto di oltre 800 milioni di mascherine ritenute non conformi. Una maledizione.

Stinchi di santo. Nessuna voglia di mandare qualcuno sul rogo, né tantomeno di pronunciare sentenze quando le indagini sono solo agli inizi. Se così fosse non potremmo definirci garantisti. Augusto Minzolini il 23 Giugno 2023 su Il Giornale.

Nessuna voglia di mandare qualcuno sul rogo, né tantomeno di pronunciare sentenze quando le indagini sono solo agli inizi. Se così fosse non potremmo definirci garantisti. Semmai l'arresto di Marcello Minenna, ex direttore dell'Agenzia delle dogane e già assessore della giunta Raggi al Comune di Roma, per l'ennesima truffa sulle mascherine all'epoca della pandemia, offre uno spunto di riflessione sulla fenomenologia del Movimento 5 Stelle, da cui Minenna è stato lanciato prima di approdare all'assessorato della Regione Calabria guidata dal centrodestra. Anche perché sono diversi i cosiddetti tecnici grillini finiti nei guai. Dal superconsulente della Raggi, Luca Lanzalone, al capo di gabinetto sempre dell'ex sindaco di Roma 5 Stelle, Raffaele Marra. Si potrebbe aggiungere pure il nome, visto che siamo in tema di mascherine, dell'ex commissario straordinario per il Covid, Domenico Arcuri, voluto in quel ruolo da Giuseppe Conte.

Il tema è semplice: non basta presentarsi come dei giacobini, atteggiarsi a giustizialisti tutti d'un pezzo, lanciare accuse, requisitorie e sospetti al grido di «ladri, ladri», ispirarsi a Travaglio e al Fatto per imporre rigore di comportamenti e tenere lontano il malaffare. Anzi, spesso chi ostenta la propria onestà a parole e slogan, predica bene e razzola male. Ci vuole ben altro. Ci vuole soprattutto una «competenza» che il populismo grillino rifugge, guarda con diffidenza e che, francamente, il Movimento dell'uno vale uno non ha nel Dna. Competenza per non essere presi per il naso dai «tecnici» e districarsi tra i «burocrati». Competenza per sapere chi promuovere e chi no.

Ci sarebbe da rileggere Benedetto Croce quando considerava «il governo degli onesti» (tipico lessico grillino) «utopia per imbecilli». E ancora: «L'onestà politica non è altro che la capacità politica: come l'onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza». Siamo agli antipodi dell'atteggiamento grillino che si ubriaca di moralismo ed è fedele al credo giustizialista per coprire la propria inadeguatezza. E ora che l'Elevato non impressiona più nessuno e il Movimento - al tramonto - si è affidato ad un avvocato d'affari, vengono i sudori freddi se si ritorna con la memoria agli anni in cui i 5 Stelle erano nella stanza dei bottoni: la stessa sensazione che si ha sulle montagne russe, il pericolo del baratro ad ogni curva.

Appunto, ora che la maggioranza del Paese è cosciente di cosa ha rischiato, c'è da sperare che non si faccia più ammaliare dal populismo giustizialista, che non dia retta alle sirene di chi recita quotidianamente requisitorie contro gli altri per coprire la propria incapacità. Di chi moltiplica organismi di controllo inutili, di chi ha immaginato un sistema giudiziario in cui i processi possono durare una vita, di chi lancia ombre su qualsiasi scelta abbeverandosi alla dottrina che tutto è marcio. È una filosofia che i grillini portano all'esasperazione, ma che attrae anche un certo tipo di sinistra, quella che parla di impunità per lanciare una crociata contro la riforma della giustizia di Nordio. Il risultato? Decrescita infelice, un Paese fermo e un paradosso: gli ignoranti al potere fatti fessi da improbabili stinchi di santo.

 Tangenti e corruzione sul Covid: arrestati ex capo delle dogane ed ex deputato leghista. Stefano Baudino su L'Indipendente il 23 Giugno 2023

Per i magistrati, esisteva un “pactum sceleris” tra l’ex parlamentare leghista Gianluca Pini e l’ex direttore generale dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, oggi assessore in Calabria, Marcello Minenna, da cui sarebbero sfociate azioni delittuose per l’ottenimento di reciproci vantaggi. È quanto emerge dalla maxi-inchiesta della Procura di Forlì e della Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna, che ha portato 34 persone agli arresti domiciliari o in carcere e al sequestro di 63 milioni di euro. Sia Pini che Minenna sono stati arrestati e, tra gli altri soggetti raggiunti da misure cautelari, ci sono funzionari della Prefettura di Ravenna e dell’Ausl Romagna.

L’attuazione del patto criminale stretto dalle due figure più note dell’inchiesta risalirebbe al contesto della pandemia. Secondo la ricostruzione della Procura, l’ex deputato del Carroccio – in Parlamento dal 2006 al 2018 – avrebbe promesso a Minenna di “accreditarlo all’interno della Lega” così che “venisse considerato un uomo di quel partito”, promettendogli inoltre “la conferma della nomina a direttore generale dell’Agenzia delle Dogane a seguito del cambio del governo, che effettivamente otteneva”. Conseguentemente, scrivono i pm, Minenna “accettava le promesse in cambio dell’asservimento della sua funzione pubblica”.

Pini avrebbe gestito “una rete di rapporti che gli ha permesso, tra l’altro, di ottenere un appalto milionario dall’Ausl Romagna”, che comprende i territori di 73 comuni, tra cui Forlì, Cesena, Ravenna e Rimini, “per la fornitura di dispositivi medici (attività rispetto alla quale non sussisteva alcuna specifica attitudine aziendale) lucrando così anche sulla crisi pandemica del 2020“. Nel periodo Covid, infatti, Pini era passato dal settore della ristorazione a quello della fornitura di mascherine provenienti dalla Cina, accaparrandosi un appalto da 3,5 milioni di euro senza gara dalla Regione. Poiché le mascherine sarebbero state prive delle necessarie certificazioni, per questa vicenda si ipotizza per lui il reato di truffa. Proprio qui sarebbe risultato fondamentale il ruolo giocato da Minenna: secondo i pm, che parlano di “comprovati rapporti corruttivi” tra Pini e l’ex numero uno dell’Agenzia delle Dogane, la connivenza nell’importazione da parte dell’ente sarebbe stata determinante.

Attraverso le intercettazioni telefoniche e ambientali, svolte nel quadro di un’inchiesta partita da un sequestro di 28 chili di cocaina proveniente dal Belgio, gli investigatori hanno scoperto un “forte e consolidato rapporto personale e d’affari” tra un imprenditore forlivese attivo nel settore degli autotrasporti e Gianluca Pini, che “grazie al suo incarico istituzionale” si sarebbe assicurato “la presenza di persone a lui asservite all’interno di diverse istituzioni pubbliche locali e nazionali” che gli “garantivano la cura dei suoi interessi all’interno dell’amministrazione di appartenenza”. Gli inquirenti parlano esplicitamente di “due veri e propri ‘sistemi’ di illecito arricchimento” facenti capo agli universi economici riconducibili all’ex parlamentare e all’imprenditore di Forlì, “uniti, oltre che da saldi e fiduciari rapporti privati, da vicendevoli interessi finanziari”. Per quanto concerne la posizione dell’uomo d’affari forlivese, i pm scrivono che “si giovava di importanti conoscenze criminali legate alla malavita albanese e al narcotraffico per approvvigionarsi di denaro da reinvestire in attività formalmente lecite o per acquisto di immobili”.

Marcello Minenna, in seguito all’arresto, è stato automaticamente sospeso (come prevede la legge) dall’assessorato in Calabria. Il presidente della regione forzista Roberto Occhiuto ha dichiarato di voler «confermare» la sua «fiducia a Minenna», che in Calabria «ha svolto molto bene il proprio lavoro, in modo particolare per quanto riguarda i fondi comunitari». [di Stefano Baudino]

Estratto dell’articolo di Giuseppe Baldessarro per repubblica.it il 23 giugno 2023.

Le auto sequestrate e confiscate dall’Agenzia delle Dogane finivano a politici e ministri come “auto di cortesia”. C’è anche questo nell’atto d’accusa che ha portato l’ex direttore generale dell’agenzia, Marcello Minenna, agli arresti domiciliari. 

Minenna, scrivono gli investigatori “tra il 2020 ed il 2022 assegnava le auto in violazione di qualunque normativa di riferimento e con il solo fine di accrescere la propria personale sfera di influenza su esponenti politici e alti rappresentanti delle istituzioni, ha consegnato svariate autovetture confiscate dall'Agenzia delle dogane e dei monopoli disponendone come se fossero suoi beni personali”.

[…] Una conversazione registrata il 16 aprile 2021 - all’epoca del governo Draghi - finita agli atti dell’indagine per la frode delle mascherine prive di certificazione vendute da Pini all’Ausl di Forlì. Una delle auto sarebbe finita all’allora ministro del Turismo, Massimo Garavaglia. Dice Minenna a Pini: “Io gli sto dando una mano a costruire la sua segreteria … gli ho anche dato la macchina di servizio … gli ho dato una macchina sequestrata”. 

La circostanza è stata successivamente confermata anche da un collaboratore del direttore dell’Agenzia che interrogato a Bologna ricordava si trattasse di una Lexus […]: “Se non ricordo male ne diede una anche a Brunetta e a diversi altri ministri in carica”. […] il 31 ottobre successivo delle macchine sequestrate si torna a parlare in un’altra intercettazione. 

L’interlocutore di Minenna questa volta è l’ex ministro dell’Economia Vincenzo Visco. Quest’ultimo infatti sembra conoscere la prassi del direttore a cui chiede: “Ho capito della distribuzione delle auto, delle auto … cioè ma a quello gli dovevi dare una Porsche? Perché gli dovevi dare una Porsche?”. E Minenna con toni confidenziali spiega: “Enzo perché ognuno si sceglie dal sistema l’auto che vuole …”.

Estratto dell’articolo di Andrea Pasqualetto per il “Corriere della Sera” il 23 giugno 2023. 

[…] Lo scorso 21 aprile, in un’ordinanza precedente a quella eseguita ieri, il gip di Forlì riporta una serie di testimonianze e intercettazioni dalle quali emerge la preoccupazione di Marcello Minenna […] di non essere riconfermato alla guida dell’Agenzia delle dogane: «Il Pini assicurava che avrebbe interceduto personalmente presso l’onorevole Giorgetti (all’epoca, luglio 2020, non era ministro, ndr )».

[…] Minenna […] Si era affidato a Pini promettendogli favori che i magistrati hanno letto come prezzo della corruzione. […] 

[…] Il dg parla con diversi «esponenti politici e/o alti rappresentanti delle istituzioni» […] e assicura la «dazione di auto di rappresentanza che erano in carico all’Agenzia delle dogane e dei Monopoli».

Il fatto di assegnare i mezzi era stato oggetto, il 18 ottobre 2022, di una nota del Mef nella quale si sottolineava chiaramente la «non conformità di tale usanza» introdotta da Minenna «di concedere gratuitamente, senza aste pubbliche, auto anche di grossa cilindrata ad esponenti politici e/o alti rappresentanti delle istituzioni».

[…] In un appunto della polizia giudiziaria del 4 maggio scorso, tra il 2020 ed il 2022, Minenna assegnando le auto «in violazione di qualunque normativa di riferimento e con il solo fine di accrescere la propria personale sfera di influenza su esponenti politici e/o alti rappresentanti delle istituzioni, ha consegnato svariate macchine confiscate dall’Agenzia come se fossero suoi beni personali».  Senza aste pubbliche queste assegnazioni sono «illegittime e produttive di rilevante danno erariale per l’amministrazione pubblica». […]

Estratto dell’articolo di Giuseppe Colombo per “la Repubblica” il 23 giugno 2023.

L’ossessione per il potere, dietro l’autodefinizione di civil servant. Così sfrenata, la smania di Marcello Minenna, da non lasciare nulla al caso. Perché nella spericolata parabola dell’ex direttore generale dell’Agenzia delle Dogane, [...] tutto può essere funzionale ad aggiungere un tassello in più al disegno dell’autocelebrazione. E tutto, perciò, deve essere posseduto. Soprattutto amministrato. 

A iniziare dalla cura del corpo, immagine emblematica di quel culto della persona coltivato giorno per giorno. Per questo nell’estate del 2016, fresco di nomina ad assessore al Bilancio della Giunta grillina guidata da Virginia Raggi, pretese e ottenne di ricavare una mini palestra dentro i suoi uffici. E la maniacalità per i particolari trovò sfogo in una barra appesa a una porta per tirarsi su e provare a scolpire gli addominali.

Restò poco o nulla di quell’esperienza, la prima avventura politica per il manager laureato alla Bocconi, che fino ad allora si era diviso tra la multinazionale Procter & Gamble e la Consob. Fu l’allora capo politico dei 5 stelle Luigi Di Maio a volerlo a fianco della sindaca. 

Ma l’idillio [...] durò appena settanta giorni, prima dell’addio furibondo, condito da una lettera velenosa contro la nomina di Salvatore Romeo a capo segreteria [...]. Ma il destino di Minenna è rimasto legato ai 5 stelle tanto che nel 2019 arrivò a sfiorare la nomina a presidente della Consob, preferito al fotofinish a Paolo Savona. 

[...] la spinta non si è fatta attendere quando si è trattato di resettare le agenzie fiscali. Serviva un uomo di fiducia, ai grillini. E Minenna era l’uomo giusto per il posto giusto: le Dogane. Chiamato [...] a rendere visibile un lavoro che tradizionalmente è poco esposto perché delicato. E lui [...] non se l’è fatto ripetere due volte. Il trasloco a piazza Mastai, nel centro di Roma, trasformato in una missione napoleonica, con tanto di loghi in marmo sui muri dei suoi uffici.

Le spese folli, come quei 21 milioni di euro spesi per tirare a lucido i dodicimila dipendenti [...], dai giubbotti ai pantaloni, passando per felpe, stivaletti e maglioni. E poi distintivi e stellette, per elevare la “sua” creatura. 

Soldi pubblici, soprattutto soldi sprecati. [...] E poi la storia dello yacht sequestrato e poi restaurato con il logo delle Dogane: spesa, 200mila euro. L’imbarcazione senza aver percorso un miglio è stata in seguito assegnata alla Guardia di Finanza. Mentre lui, [...] a gennaio ha trovato rifugio in Calabria, nella squadra del governatore forzista Roberto Occhiuto. Assessore all’Ambiente, questa volta. [...]

LETTERA DEL DIRETTORE DEL “SOLE 24 ORE” FABIO TAMBURINI il 23 giugno 2023.

Caro Dago, vedo che riprendi una nota del cdr sul provvedimento cautelare nei confronti di Marcello Minenna che ha una rubrica settimanale sul Sole. Ovviamente la rubrica verrà sospesa. Ma lasciami dire, chiosando Papa Francesco, chi sono io per giudicare? 

Ricordo soltanto che il gotha delle istituzioni e della magistratura ascoltavano e applaudivano le considerazioni che il dottor Minenna svolgeva nel corso delle sue relazioni annuali. Per quanto mi riguarda la sua rubrica era sempre piena di spunti che favorivano il dibattito economico. Attenderò gli sviluppi dell inchiesta sperando, da garantista convinto, che il dottor Minenna possa chiarire la sua posizione. 

Cordiali saluti e buon lavoro.

Fabio Tamburini

Da ilsole24ore.com il 23 giugno 2023. 

Nel novembre 2021 così scrivevamo in una mail alla direzione rimasta senza esiti: 

Ciao direttore, come avrai letto, dalle notizie di queste ore risulta che il nostro collaboratore, Marcello Minenna è attualmente indagato dalla procura di Roma per abuso d'ufficio. 

In casi simili, anche nel recente passato, abbiamo sempre adottato una linea di prudenza, a tutela della credibilità della nostra testata: crediamo che anche questa volta sarebbe opportuno seguirla.

Ti chiediamo, quindi, di valutare la sospensione della collaborazione di Minenna, in attesa che la vicenda venga chiarita. 

Ieri Marcello Minenna è stato arrestato nell'ambito di un'inchiesta della procura di Forlì. Il reato contestato è la corruzione. A Marcello Minenna, che ha proseguito in questi anni la sua collaborazione con Il Sole 24 Ore (ancora quattro giorni fa un suo articolo era ospitato come sempre in prima pagina), auguriamo sinceramente di chiarire la propria posizione nel più breve tempo possibile.

Al direttore torniamo a chiedere, questa volta pubblicamente, la sospensione della collaborazione. In questione infatti non c'è un atteggiamento rispetto alle politiche della giustizia e alle singole indagini che continuiamo a interpretare come garantista, quanto piuttosto la reputazione della testata e di tutta la redazione. 

Tema che dovrebbe stare tanto più a cuore ad un'azienda che da tempo richiama, peraltro del tutto impropriamente, i giornalisti al rispetto degli interessi morali e materiali della società.

Estratto dell’articolo di Giuliano Foschini per “la Repubblica” il 23 giugno 2023.

«Noi vecchi leghisti teniamo alle persone serie come te…». Nel leggere gli atti dell’indagine sul sistema Dogane e le intercettazioni a essa allegate […] Gianluca Pini — ex deputato ma soprattutto leghista della prima ora prima che entrasse in rotta, fortissima, con il segretario Matteo Salvini, tanto da portarlo in tribunale per la gestione del partito — stupisce non tanto la disinvoltura negli affari e nelle richieste («Marcello, ho quel carico bloccato…»), alla fine comune con un certo tipo di indagini.

Quanto la disinvoltura con la quale metteva un partito — e le istituzioni — a disposizione dei suoi business personali. Di come confondesse, le parole sono del gip di Forlì Massimo de Paoli, «la funzione pubblica» e il «profitto privato». 

Pini non è considerato infatti soltanto «un faccendiere» o un banale «intermediario ». Ma piuttosto un «soggetto che esercitava una funzione pubblica: in cambio di utilità all’interno del partito Lega Salvini premier», scrive il gip, «assicurava vantaggi grazie al suo rapporto personale con i pubblici ufficiali, ignari dell’accordo corruttivo».

Cosa significa? Pini ha un «patto corruttivo » con il direttore delle Dogane, Marcello Minenna; una promessa di copertura politica in cambio dei favori alle sue società. L’ex deputato leghista vantava soprattutto la sua vicinanza con l’attuale ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, di cui in passato è stato anche socio. Ma con il quale da qualche tempo — giurano dall’entourage di Giorgetti — non ha nulla a che fare.

Giorgetti non è in alcun modo coinvolto nell’inchiesta. «Mi hanno detto però che Pini era il suo braccio destro» racconta ai magistrati uno degli assistenti di Minenna. L’ex deputato leghista effettivamente si muoveva come tale. Per dire: a luglio del 2020 Minenna tempesta di telefonate Pini perché Giorgetti partecipasse alla «presentazione del libro Blu», un lavoro dell’Agenzia delle Dogane. «Con la tua Autorevole Garanzia… » dice a Pini.

«Gli parlo io!», lo rassicura l’ex deputato. Giorgetti però dà buca (ma poi rimedia partecipando qualche mese dopo a un altro incontro). E Pini si fa perdonare in altra maniera. […] E così si muove direttamente con Giorgetti. È il 9 aprile quando chiama l’allora ministro allo Sviluppo economico: «Minenna è incazzatissimo. Chiamalo e digli guarda è un deficiente, scusami ti chiedo scusa io». «Va bene, mo lo chiamo io» gli dice Giorgetti. «E infatti — annota il gip — il ministro contattava Minenna alle 17,25 del 10 aprile, in una telefonata che dura 231 secondi».

Minenna è contento: «Mi ha fatto molto piacere» dice a Pini ricordando come già qualche mese prima, sempre grazie alla sua intercessione, aveva sentito Giorgetti. «Noi leghisti teniamo a persone serie come te». Pini mette a disposizione dei suoi affari tutta la Lega. Minenna vuole parlare con Zaia? Lui lo cerca. […] Minenna cerca una sponda in Piemonte? Pini cerca Riccardo Molinari, «già vicepresidente regionale». Ci sono brutti articoli sulle Dogane? «Ora sento i direttori». 

La “buona stampa” non era però soltanto una questione di narcisismo. Ma serviva ad altro: Minenna voleva infatti la riconferma alle Dogane. E, più in avanti, mirava alla poltrona di “presidente Consob”, ente da cui proveniva. Si muoveva con tutto il governo, grazie dice il gip, al «sistema delle auto sequestrate » (una, per esempio, era stata messa a disposizione dell’allora ministro leghista, Massimo Garavaglia). 

Ma Pini resta il suo core business. «Dopo il cambio di governo di febbraio 2021, poteva non essere riconfermato per effetto dello spoils system» scrive il gip. «E sapeva che solo attraverso il sostegno del ministro Giorgetti e, più in generale, del partito della Lega poteva ottenere la riconferma. «Facciamo un punto con Giancarlo in prospettiva?» chiedeva a Pini già a febbraio. «Io sono certo del suo supporto dopo le tue parole» gli dice.

E ancora più avanti: «Io speravo di essere aiutato dalla Lega…» gli dice, prima di incontrarlo a Roma. Il lavoro va a buon fine. Il 16 aprile 2021 Minenna incontra Giorgetti. Parlano, probabilmente, della nomina. Ma anche di un decreto — «sui prodotti metallici» — che interessava al ministro e per il quale Minenna si prodiga […]. Il 21 maggio Minenna veniva riconfermato. 

Le persone vicine a Giorgetti fanno notare che la nomina non dipendeva del suo ministero. E anzi quando è toccato a lui, arrivato al Mef, Minenna è stato mandato a casa. […]

Estratto dell’articolo di Paolo Baroni per “la Stampa” il 23 giugno 2023. 

Il suo sogno era fare dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli il quinto corpo di polizia del Paese, con tanto di nuove divise al posto delle tradizionali pettorine, gradi con mostrine e stellette applicate al personale civile, macchine e mezzi con la livrea dell'Adm ed una targa speciale come quella in dotazione al pari di Carabinieri e Guardia di Finanza.

Per l'appalto del vestiario, […] aveva messo in conto ben 21 milioni di euro di spesa sfociata in un atto di censura da parte dell'Autorità anticorruzione per violazione della par condicio, della libera concorrenza e massima partecipazione nella gara d'appalto ed in una denuncia per abuso d'ufficio. 

Alle Dogane Marcello Minenna, 51 anni originario di Bari, una laurea in economia alla Bocconi ed un master alla Columbia, era arrivato a inizio 2020 designato dal governo Conte. Incarico di consolazione dopo aver sfiorato la nomina a presidente della Consob sospinto dall'allora presidente grillina della Commissione Finanze Carla Ruocco a lui molto vicina.

Nell'orbita dei 5 Stelle Minenna era entrato nel 2016 quando su indicazione di Beppe Grillo e Luigi Di Maio era stato nominato super assessore nella giunta Raggi con deleghe su bilancio, patrimonio, partecipate e spending review, incarico che però aveva lasciato dopo appena 70 giorni a causa di dissidi interni. 

Nel suo curriculum […] on line Minenna si presenta come «civil servant», ed «economista esperto in finanza stocastica», professore a contratto alla Sapienza e all'Università San Raffaele di Roma. Lasciata l'Adm a gennaio Il suo ultimo incarico, dal quale ieri è stato subito sospeso, era quello di assessore tecnico della Regione Calabria con delega all'ambiente.

La sua idea di «militarizzare» i 10 mila dipendenti di Monopoli e Dogane, in realtà, ha avuto vita breve scontrandosi innanzitutto col veto della Finanza […]. Erano però rimaste le divise, ma private delle mostrine, oltre 40 tipi differenti, che scandivano le qualifiche contrattuali del personale […] e le 4 stelle riservate al direttore generale, ovvero allo stesso Minenna. Da inizio anno col cambio di gestione tutti i dipendenti dell'Adm sono tornati a vestire solo abiti civili. […]

Estratto dell’articolo di Vanessa Ricciardi per “Domani” il 23 giugno 2023.

«Un pactum sceleris» tra Gianluca Pini, un tempo vicinissimo al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ed ex parlamentare leghista, e l’ex direttore generale dell’Agenzia delle dogane Marcello Minenna, oggi assessore in Calabria. Questa l’ipotesi dei pm di Forlì che ha portato alla richiesta di arresto dei due uomini con l’accusa di corruzione per l’importazione di mascherine durante il Covid-19.

Pini, si legge nell’ordinanza del tribunale di Forlì, prometteva a Minenna di accreditarlo all'interno della Lega e la riconferma della nomina a direttore generale dell'Agenzia delle Dogane. Minenna dal canto suo, consapevole del ruolo di primo piano nella Lega dell’ex parlamentare diventato imprenditore (e importatore di mascherine), faceva di tutto per andare incontro ai suoi interessi: «Interveniva in prima persona con gli uffici territoriali per risolvere i problemi di Pini», oppure «chiedeva ai suoi collaboratori di mettersi a disposizione». 

Nell’ordinanza del tribunale di Forlì i messaggi di “Gianluca” a “Marcello”: «Ciao Marcello, scusa il disturbo ma stanno lentamente arrivando le mascherine per gli ospedali», il riferimento per sbloccare il lotto più velocemente, e «grazie mille». 

Le conoscenze di Pini erano di alto livello. Le comunicazioni acquisite dagli investigatori hanno ribadito l'esistenza dei legami dell'ex parlamentare con esponenti politici di rilievo nazionale. «È emerso che l’indagato Pini conversa con persone che nel corso delle indagini risultavano svolgere l'incarico di parlamentari della Repubblica italiana, come l’onorevole Giancarlo Giorgetti, l’onorevole Jacopo Morrone e altri ancora». 

Dal Mef ricordano a Domani che i rapporti tra Pini e il ministro dell’Economia si sono però interrotti da tempo, e che il leghista nulla sa degli affari dell’imprenditore di Forlì sulle mascherine, tantomeno dei suoi rapporti con l’economista ex Consob. 

Anche Minenna, quanto a contatti importanti, non è da meno. Dopo che non era stato ritenuto necessario in un primo momento, adesso il tribunale ha disposto gli arresti domiciliari, anche a fronte del fatto che nel 2021, prima ancora che gli venisse notificata un’altra indagine della procura di Roma, si era mosso con il parlamentare del Pd Luciano D’Alfonso per capire come difendersi al meglio dalle accuse dei magistrati. 

[…] A scoperchiare il “pactum” è stata inizialmente un’inchiesta parallela sul narcotraffico. Un imprenditore forlivese con precedenti penali secondo gli inquirenti avrebbe fatto parte di un giro internazionale di spaccio. Con le intercettazioni telefoniche e ambientali è emerso un consolidato rapporto personale e d’affari tra lui e Pini.

Gli investigatori hanno scoperto che quest’ultimo, intercettato a sua volta, sfruttando conoscenze di alto livello maturate grazie all'incarico istituzionale in parlamento nel tempo è riuscito a garantirsi la collaborazione in istituzioni pubbliche, locali e nazionali. La rete di rapporti gli ha permesso appunto di ottenere anche un appalto milionario dall'Ausl Romagna per la fornitura di dispositivi medici, «attività rispetto alla quale non sussisteva alcuna specifica attitudine aziendale» […]. Interpellato da Domani alla fine del 2021 rispondeva: «Non sapevo nemmeno come fosse fatta una mascherina».

Il lockdown per frenare il Covid-19 era stato proclamato il 9 marzo una settimana dopo, la società di Pini si aggiudicava un appalto pubblico per la fornitura di mascherine per oltre tre milioni di euro. […] 

Nelle conversazioni presentate dai pm, Minenna sapeva che Pini aveva legami politici di primo piano. Quelli che, sembra, gli interessavano davvero. Aveva spiegato ad Alessandro Canali, ex dirigente poi licenziato in tronco dal grillino (la vicenda è finita in tribunale), l'importanza di Pini perché «braccio destro di Giorgetti». Una sponda per accreditarsi presso il centrodestra nella prospettiva di una progressione di carriera all'interno delle istituzioni. Si fa riferimento a ipotesi di ruoli ministeriali o nella Consob.

Minenna si sarebbe offerto a Pini dicendogli che avrebbe in seguito saputo a chi «essere grato». Qualche giorno prima del 31 gennaio 2020, data nella quale era nominato direttore dell'agenzia delle dogane dei monopoli, faceva capire a Pini che insieme avrebbero lavorato come una squadra. 

Attaccato dall’ex deputato Paolo Tiramani, Minenna chiedeva a Pini di fargli giustizia. Pini chiamava Morrone per difenderlo visto che lo «abbiamo messo io e Giancarlo (Giorgetti, ndr)». Una millanteria, secondo l’entourage del ministro.

Frequenti, certamente, da parte di Minenna le richieste di intercessione presso Giorgetti. Nel 2020 Giorgetti contattava Minenna nel tardo pomeriggio del 10 aprile 2020, dopo che Pini aveva inviato a Minenna il seguente messaggio: «Ti chiamerà Giancarlo». 

Minenna cercava anche contatti pubblici. Dopo diversi eventi a cui Giorgetti tornato ministro si era negato, alla fine, racconta Canali, «ricordo che Minenna si era rivolto a Pini per far venire Giorgetti all'evento della “Casa dell'anticontraffazione”», nel 2021. Fu «rilevante, anche perché venne Bruno Vespa e si organizzò una tavola rotonda con personaggi di spicco, tra cui il ministro Giorgetti. So che la presenza di Giorgetti avvenne grazie all'intervento di Pini».

Minenna si era convinto che era la svolta leghista che desiderava. L’indagine ha rilevato che Pini aveva raggiunto un grado di «monopolio conseguito in ambienti istituzionali di sicuro spessore» e «l’eccezionale rete di conoscenze» costruita negli anni grazie alla sua pregressa attività di deputato, grazie alla quale avrebbe ottenuto «la compiacenza spesso servile nei suoi confronti da parte di uomini delle pubbliche istituzioni». […]

Estratto dell’articolo di Andrea Pasqualetto per il “Corriere della Sera” il 23 giugno 2023.

«Pini agiva nella prospettiva funzionale di vedere riconfermato Minenna nel ruolo di direttore generale dell’Agenzia delle dogane. Si muoveva al fine di sollecitare la partecipazione ad alcuni eventi importanti da parte dell’onorevole Giancarlo Giorgetti, presentazione del libro Blu, inaugurazione della Casa dell’Anticontraffazione...». 

Lo scorso 21 aprile, in un’ordinanza precedente a quella eseguita ieri, il gip di Forlì riporta una serie di testimonianze e intercettazioni dalle quali emerge la preoccupazione di Marcello Minenna, rispetto al quale aveva peraltro negato la misura cautelare, di non essere riconfermato alla guida dell’Agenzia delle dogane: «Il Pini assicurava che avrebbe interceduto personalmente presso l’onorevole Giorgetti (all’epoca, luglio 2020, non era ministro, ndr)».

A leggere gli atti sembra che la rovina di Minenna sia stata la ricerca, ansiogena, di accreditarsi con i partiti di governo per non perdere la poltrona. Si era affidato a Pini promettendogli favori che i magistrati hanno letto come prezzo della corruzione. 

«Parlo io a Giancarlo»

Giorgetti veniva dunque contattato per partecipare alla presentazione del libro Blu, dove Giorgetti non andò, e all’inaugurazione della casa dell’Anticontraffazione. 

«Nel maggio 2021 si ipotizzava la non riconferma per l‘indisponibilità del politico alla partecipazione dell’evento». Il dg delle Dogane cercò così un contatto diretto e poi di nuovo attraverso Pini: «Però con una tua... autorevole... garanzia». E Pini: «Parlo io con Giancarlo per avere la certezza».

«Però Gialù, io sono in squadra e Matteo (Salvini, ndr) lo sa, Giancarlo (Giorgetti, ndr) pure... non riesco a capire perché questi mi trattano...». 

[...] Il dg parla con diversi «esponenti politici e/o alti rappresentanti delle istituzioni», scrive il magistrato, e assicura la «dazione di auto di rappresentanza che erano in carico all’Agenzia delle dogane e dei Monopoli». 

Il fatto di assegnare i mezzi era stato oggetto, il 18 ottobre 2022, di una nota del Mef nella quale si sottolineava chiaramente la «non conformità di tale usanza» introdotta da Minenna «di concedere gratuitamente, senza aste pubbliche, auto anche di grossa cilindrata ad esponenti politici e/o alti rappresentanti delle istituzioni». 

In un appunto della polizia giudiziaria del 4 maggio scorso, tra il 2020 ed il 2022, Minenna assegnando le auto «in violazione di qualunque normativa di riferimento e con il solo fine di accrescere la propria personale sfera di influenza su esponenti politici e/o alti rappresentanti delle istituzioni, ha consegnato svariate macchine confiscate dall’Agenzia come se fossero suoi beni personali». 

Senza aste pubbliche queste assegnazioni sono «illegittime e produttive di rilevante danno erariale per l’amministrazione pubblica».

Attraverso il suo staff il ministro Giorgetti ha fatto sapere di essere totalmente estraneo alla vicenda Pini- Minenna. Ha precisato che in ogni caso non ha bisogno di intermediari per parlare con il direttore delle Dogane e partecipare agli eventi. Dubbio: Pini forse millantava? Anche perché alla fine Minenna non ha ottenuto un granché: ha lasciato l’Agenzia ed è stato pure arrestato. 

Mascherine Pulite – Le intercettazioni. Quell’aiuto chiesto ai dem su come comportarsi con i pm. D’Alfonso a Minenna: “Scegli un avvocato che prende il caffè nei palazzi alti”. Rita Cavallaro su L'Identità il 23 Giugno 2023 

Marcello Minenna voleva influenzare i pubblici ministeri di Roma che indagavano sulle minacce del direttore dell’Agenzia delle Dogane nei confronti del funzionario dell’Antifrode Miguel Martina, incaricato nei primi mesi del 2020 di investigare su una presunta truffa sulle mascherine prive di certificazione che entravano in Italia. Ad accertarlo è il giudice per le indagini di Forlì, che nella richiesta di custodia cautelare ai domiciliari per Minenna ha ravvisato il pericolo di inquinamento delle prove, riportando una telefonata del 5 novembre 2021 che l’allora numero uno delle Dogane, piazzato in carica dal governo Conte, aveva fatto a Luciano D’Alfonso, parlamentare del Pd e amico di lunga data, in quanto aveva lavorato in passato con il padre del grillino. Scrive il gip: “Durante la conversazione Minenna chiedeva al dem alcuni consigli su come comportarsi nella fase delle indagini preliminari pendenti presso la Procura della Repubblica di Roma. La telefonata assume rilievo in quanto è particolarmente indicativa della spiccata attitudine di Minenna di intessere relazioni con esponenti di tutti gli apparati dello Stato proprio al fine di soddisfare le sue esigenze private, cercando di incidere concretamente sullo sviluppo delle indagini“. 

Ecco la conversazione: 

Minenna: “Pronto?”

D’Alfonso: “Marcè”

Minenna: “Eccoci caro”

D’Alfonso: “Fammi di’ due, tre cose… intanto complimenti per questa battaglia. Allora, due, tre cose, sei solo? Puoi ascoltarmi bene?

Minenna: “Allora un attimo che mi sposto… ora sono solo dimmi”

D’Alfonso: “Allora bene questa cosa è un punto fermo importante… questa cosa del giudice del Lavoro… io adesso ti devo dettagliare tre questioni. Al Mef hanno impaludato la tua credibilità (il riferimento deve intendersi alla cessione della auto confiscate ad esponenti politici criticata dal Mef, scrive il gip), il che non significa che io faccia il giornalista riferitole, io non mi limito mai a riferirti quello che ascolto, io ho già edificato controdeduzioni, ho già edificato minimalismo di lettura, però tu non puoi essere minimalista sui rischi e sui pericoli per i quali devi reagire proporzionalmente. La prima cosa che devi fare è contro dedurre rispetto ad ogni attacco, non fare l’errore di essere minimalista. Il verosimile… io ti parlo… io non sono un teorico della Luiss. Il verosimile si impossessa di sostituire la verità. Se tu non contro deduci idoneamente, non tu da solo, tu devi scrivere le controdeduzioni, dopodiché il valore a quello che tu scrivi dopo glielo dò io dialogando al Mef, glielo dò io dialogando in Parlamento, tu glielo dai parlando con i tuoi amici giornalisti. Tieni conto se tu oggi dovessi fare il libro blu (un’iniziativa fatta alla Dogane, ndr) mettiamo caso sui 10 che ti hanno applaudito, oggi ne troveresti 4 per ragioni di vigliaccheria dell’Italia salottiera. Tu adesso devi lavorare per ripristinare l’ordine. Che cosa ti consiglio di fare io. Uno: contro dedurre, sai che significa? Punto per punto anche le cazzate… ti dicono che tu hai avvelenato le mosche? E tu devi dire che le mosche non sono avvelenatili per questa ragione. Ti dicono che tu hai pettinato le bambole? Tu devi dire che non hai mai avuto pettini per pettinare le bambole. Terzo: secondo dato. Scegliti un avvocato non di seconda mano che vada prendere i caffè… nei luoghi non te lo devo dire io, lo sai tu dove sono i luoghi dove si prendono i caffè perché in Italia c’è una parte che si chiama procedimento… ascoltami bene… ascoltami bene e togliti tutte le cose che fanno adesso nei tuoi ambienti, questa è verità rivelata. L’accertamento della verità in Italia è fatto di due pezzi: un primo pezzo si chiama procedimento, un secondo pezzo si chiama processo. Gli avvocati vogliono lavorare sul processo perché vengono pagati. Tu devi lavorare sul procedimento che è la fase iniziale, è quando l’ovulo incontra lo spermatozoo non quando c’è il feto e nella fase del procedimento servono i colloqui nei palazzi alti, dove l’avvocato va, parla, prende il caffè e sedimenta l’opinione favorevole. Ti consiglio di mettere un avvocato idoneo, non ascoltando quello che dicono gli avvocati, ma se non hai fatti formali aspetta… nooo! Subito l’avvocato idoneo e a Roma ce ne sono tre o quattro che io non ti devo suggerire. Avvocati che abbiano capacità di curvare la schiena e capacità di mettere in campo credibilità”

Minenna: “Eeeeh! Però Lucia’… io ti posso fare…”

D’Alfonso: “Io ti faccio degli assist incredibili, quando si discuterà l’interrogazione su di te al Senato io farò un lavoro che nessuno sa fare come me! Nessuno!”

Minenna: “Ne sono sicuro”

D’Alfonso: “Ma proprio… perché ne sono convinto perché se non ne fossi convinto facevo la pantera rosa”

Minenna: “Lo so bene. Allora guarda io ti dico quello che…”

D’Alfonso: “No, non mi rispondere, non mi rispondere“

Minenna: “No, no”

D’Alfonso: “Ci rifletti, ci rifletti e ci risentiamo nel pomeriggio”

Minenna: “Va bene, ciao”, 

Dopo pochi minuti il direttore delle Dogane contattava l’avvocato “idoneo”, che sarebbe stato nominato successivamente suo legale dinnanzi alla Procura della Repubblica di Roma, per l’inchiesta aperta nei confronti di Minenna con le accuse di minaccia e calunnia verso Miguel Martina. Un fascicolo arrivato a conclusione delle indagini.     

Mascherine Pulite: quali sono i dispositivi medici e quanto costano veramente. Redazione su L'Identità il 23 Giugno 2023

Chirurgiche, di tessuto, Ffp2. Le mascherine ci hanno accompagnato durante tutto il periodo della pandemica, da primi giorni dell’emergenza, fino a qualche mese fa. Un oggetto che è stato parte della nostra quotidianità e che ne rimane tutt’ora presente. Anche in questi giorni, soprattutto in merito alla nuova inchiesta sull’appalto dei dispositivi medici durante l’emergenza sanitaria per cui è finito agli arresti l’ex presidente dell’Agenzia delle Dogane Marcello Minenna.

Ma cosa sono le mascherine e che differenza c’è tra le varie tipologie? Le mascherine sono dispositivi medici di protezione che coprono bocca e naso e filtrano l’aria.

Le più semplici, quelle chirurgiche sono formate da 2 o 3 strati di tessuto non tessuto (in fibre di poliestere o polipropilene) che filtrano l’aria in uscita e proteggono da schizzi di liquido, come la saliva emessa con tosse o starnuti.

Tutt’altra efficacia hanno le mascherine di tipo Ffp2 e Ffp3 di cui la maggior parte delle persone è venuta a conoscenza in occasione della pandemia e che, inizialmente, erano state destinate al personale sanitario. Queste sono realizzate con tre strati di tessuto non tessuto a diversa densità. Lo strato esterno protegge dallo sporco più grossolano, lo strato intermedio filtra e quello interno protegge il filtro dall’umidità del respiro. Una sorta di effetto meccanico che rende difficoltoso il passaggio dell’aria, bloccando l’ingresso delle particelle più grosse.

In Italia il costo di produzione per una mascherina chirurgica è di circa 12 centesimi di euro al pezzo. Durante il periodo della pandemia, il prezzo calmierato in farmacia e al supermercato prevedeva un costo di 50 centesimi, che è stato anche alzato nei momenti di maggiore richiesta, fino ad arrivare a tre euro al pezzo.

Per le mascherine Ffp2 (a norma di legge), provenienti molto spesso dal mercato asiatico e dalla Cina, il costo di produzione si aggira attorno ai 35 centesimi al pezzo, da sommare alla percentuale di vendita e ai costi di importazione. Durante il periodo di pandemia, il prezzo calmierato per le mascherine Ffp2 (che erano diventate obbligatorie) era di 0,75 euro. Prezzo che si è alzato, a seconda dei periodi e della distribuzione da 3,50 euro fino a 5 euro.

(ANSA il 22 giugno 2023) E' partita da un sequestro di 28 chili di cocaina nel gennaio 2020 l'inchiesta che ha poi portato all'arresto di Marcello Minenna e di Gianluca Pini. Le indagini hanno infatti scoperto che dietro alla droga sequestrata su un camion proveniente dal Belgio, c'era un imprenditore forlivese con precedenti, che lavora nel settore dell'autotrasporto. Dalle intercettazioni la procura di Forlì ha scoperto che aveva un consolidato rapporto con l'ex parlamentare Pini, non più in carica dalle elezioni del 2018.

La procura di Forlì accusa i due di un vero sistema, con scambi di favori. L'imprenditore forlivese, per il quali si ipotizza il traffico internazionale di stupefacenti, investiva il denaro in attività apparentemente lecite. Pini, secondo la procura di Forlì, aveva creato legami in varie istituzioni: le misure cautelari hanno riguardato infatti anche funzionari dell'Usl Romagna, appartenenti alle forze di polizia e un funzionario della prefettura di Ravenna.

(ANSA il 22 giugno 2023) - L'ex direttore dell'Agenzia delle Dogane Marcello Minenna, attuale assessore all'ambiente della Regione Calabria ed ex assessore del Comune di Roma, è stato arrestato nell'ambito di un'inchiesta della procura di Forlì e si trova ai domiciliari. Arrestati, su disposizione della Dda di Bologna, anche un ex parlamentare, funzionari della prefettura di Ravenna, dell'Ausl Romagna. In tutto sono stati 34 i provvedimenti cautelari. L'indagine riguarda vari episodi di corruzione ed è scaturita da un'inchiesta sul traffico di droga.

Arrestato l'ex parlamentare leghista Gianluca Pini

(ANSA il 22 giugno 2023) - C'è anche l'ex parlamentare della Lega Gianluca Pini, non più in carica dal 2018, fra gli arrestati nell'inchiesta della procura di Forlì che ha portato all'arresto di Marcello Minenna. Fra le accuse rivolte a Pini quelle di aver ottenuto un appalto dall'Ausl Romagna. Le comunicazioni acquisite della procura hanno rivelato l'esistenza di legami con esponenti politici di rilievo nazionale. 

Pm, fra Pini e Minenna "pactum sceleris"

(ANSA il 22 giugno 2023) - Un "pactum sceleris" fra Gianluca Pini e Marcello Minenna: è l'ipotesi dei pm di Forlì che ha portato agli arresti domiciliari dei due. Secondo i pm, Pini aveva promesso a Minenna di "accreditarlo all'interno della Lega in modo venisse considerato un uomo di quel partito e gli prometteva la conferma della nomina a Dg dell'Agenzia delle Dogane a seguito del cambio del governo, che effettivamente otteneva". Minenna, continuano i pm,"accettava le promesse in cambio dell'asservimento della sua funzione pubblica",in particolare "alle richieste di Pini in occasione di importazione di merci" fra cui le mascherine al centro dell'inchiesta

Estratto dell’articolo di Emiliano Fittipaldi per editorialedomani.it - 2 dicembre 2021 

Che il Covid fosse un disastro per molti e un affare per pochi è evidenza diventata lampante dopo le inchieste della procura di Roma sull’ex socio di Giuseppe Conte – l’avvocato Luca Di Donna – e soprattutto su Mario Benotti, l’ex giornalista della Rai capace di incassare 12 milioni per mediare una compravendita di mascherine dalla Cina per conto della struttura commissariale al tempo guidata da Domenico Arcuri.

In pochi, però, sanno che pure politici ed ex deputati sono finiti di recente nel mirino della magistratura per aver fatto (o provato a fare) business con mascherine anti-coronavirus e apparecchi medicali assortiti, termometri compresi. Non solo nella Capitale o a Siracusa, dove i pm stanno lavorando sui deal di Irene Pivetti. Ma anche a Forlì: Domani ha scoperto che la procura romagnola sta indagando da mesi su Gianluca Pini, ex onorevole di lungo corso della Lega e per anni vicinissimo al ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, di cui è stato socio in affari fino a poco tempo fa. 

Pini è finito sotto la lente d’ingrandimento della procura e dell’ufficio antiriciclaggio della Banca d’Italia perché proprietario di una piccola srl di Fusignano (a 30 chilometri da Ravenna), la Codice, specializzata in commercio all’ingrosso di bevande, ma ora coinvolta in un’inchiesta sull’importazione di mascherine. Un’indagine in cui gli inquirenti ipotizzano reati gravi come la corruzione, la frode, il falso ideologico e la turbativa d’asta. «Non ho notizie in tal senso» dice Pini «Ma nel caso sarei tranquillissimo: ho svolto i miei affari rispettando tutte le leggi».

La storia è complessa. Il leghista, storico segretario del Carroccio in Emilia-Romagna dal 1999 al 2015 e onorevole dal 2006 al 2018, è tornato a fare l’imprenditore a tempo pieno da due anni, da quando non è riuscito ad ottenere la ricandidatura [...] 

[...] Pini [...] è tornato al suo vecchio amore: tecnologo alimentare, si è buttato nella ristorazione, aprendo a Forlì locali e bar come “Ruggine” e “Ginetto”, nome che viene dalla crasi tra il gin tonic e il nome del suo cane. 

Gli affari vanno bene, ma a inizio del 2020 l’arrivo del virus e i lockdown azzerano di colpo i profitti [...]. Il superfederalista [...] Capisce che può riciclarsi alla grande e fare un bel po’ di soldi comprando e vendendo mascherine per il pubblico e il privato.

Pini non ha mai lavorato nel settore medico, («non sapevo nemmeno come fosse fatta una mascherina», ci dice) ma un mese dallo scoppio della pandemia con la sua Codice riesce a piazzare il primo colpo: l’Ausl Romagna – senza un bando di gara – gira alla piccola srl della ristorazione un contratto che può fruttare al leghista fino a 6,3 milioni di euro. «Finora ho incassato solo tre milioni», chiarisce. 

Secondo il racconto dell’imprenditore, non è lui ha proporre l’affare. Ma è l’ente sanitario allora guidato da Marcello Tonini, dirigente nominato dal presidente Stefano Bonaccini, a chiedere aiuto al ristoratore ex deputato e alla Codice, nonostante fosse una società con un capitale sociale di soli 10mila euro. Com’è possibile? [...]

«I dirigenti apicali di Bonaccini non c’entrano nulla. Un venerdì, mentre ero a guardare la tv, preoccupato per la chiusura delle mie attività, mi ha telefonato un vecchio compagno di scuola che oggi lavora proprio alla Ausl Romagna. Si ricordava che, prima di diventare deputato, facevo trading di alimenti sui mercati asiatici. Mi chiese se potevo provare a trovare mascherine per il suo ente sanitario, perché erano disperati. Io ho ancora buoni contatti in effetti, e trovai subito chi poteva vendere dispositivi a buon prezzo». 

Sul perché decise di trasformarsi in mediatore, Pini dice: «Fui io stesso a suggerire all’Ausl che sarebbe stato meglio che li contattassero direttamente loro, perché se avessi intermediato io la compravendita ci sarebbero state polemiche, in quanto fino a poco tempo fa ero persona politicamente esposta. Replicarono che l’Ausl avevano tentato acquisti in Cina ed a Hong Kong senza successo, e che stavolta preferivano che il buyer fosse una società del territorio. Cioè la mia Codice. È andata così, glielo assicuro».

Pini chiarisce anche che i milioni di mascherine importate, una volta giunte in Italia, sono «stati preventivamente validate dall’Ausl. Non solo: le importazioni sono state sottoposte a rigidissime verifiche da parte dell’antifrode dell’Agenzia delle dogane, risultando pienamente conformi e regolari». 

Per la cronaca, Pini conosce bene il numero uno delle Dogane e dei Monopoli Marcello Minenna: a Domani risulta che l’ex deputato leghista sia stato visto almeno una volta nella sede centrale dell’ente negli scorsi mesi, e che Pini abbia dato qualche consiglio al direttore dell’agenzia anche sul nome da dare alla “Casa dell’anti-contraffazione”, un museo del falso inaugurato lo scorso giugno nella romana Piazza Mastai.

All’evento era presente [...] anche il Giorgetti, che Pini dice essere solo un suo vecchio amico: «Ci scambiamo consigli in assoluta amicizia, non sono il suo segretario-ombra come sostiene malignamente qualcuno. Credo solo che lui sia una delle poche teste pensanti della Lega. Dire come fa lei che lui è il braccio destro di Salvini mi fa ridere, è perfino offensivo per Giancarlo. Lo stimo molto, e credo che il giudizio sia ricambiato». Mai stato, sottolinea, a eventi pubblici con lui da quando è diventato ministro dello Sviluppo: «Al massimo ci vediamo insieme qualche partita della nostra squadra del cuore, il Southampton».

Anche i rapporti tra Pini e Minenna sono stretti, ma l’imprenditore leghista nega che abbia mai chiesto favori per sdoganare mascherine cinesi o altri apparecchi. «Lo conosco fin da quando era in Consob, è vero, ma non mi pare che sulle certificazioni e suoi controlli Minenna abbia un ruolo operativo. Non gli ho mai sollecitato nulla comunque, e sono andato a trovarlo in sede a Roma solo una volta, quando avevo una mezz’oretta libera». 

Come mai un alto dirigente pubblico incontri un imprenditore ex politico discutendo di anticontraffazione resta un mistero, così come non è chiaro come mai Pini abbia provato a importare anche una partita di termometri dall’estero. Il leghista è secco: «I termometri non me li ha chiesti l’Ausl Romagna, ma un amico che gestisce la distribuzione in farmacia» spiega «Ho importato un centinaio di campioni che però ho verificato non essere conformi, e così li ho fatti distruggere: tutto qui, non ci sono arcani».

Ora, non sappiamo se l’indagine di Forlì che indaga a vario titolo per corruzione e truffa sia incentrata anche sulle mascherine inviate alla Ausl Romagna dalla Codice. [...] Di certo però gli inquirenti hanno sentito come persone informate sui fatti alcuni dipendenti delle Dogane. E hanno messo sotto il microscopio altri affari in cui risulta coinvolta la società di Pini. Che tra aprile e luglio 2020 ha ordinato e ricevuto bonifici da centinaia di migliaia di euro anche da ditte che, con l’arrivo della pandemia, hanno cominciato a dedicarsi improvvisamente anche alla compravendita di dispositivi di protezione.

Tra i soggetti finiti nel mirino dei pm di Forlì e di Bologna c’è la Top Defender srl di Gianluca Fiore («non è un amico, ma un avventore del mio bar», chiosa Pini) e di una misteriosa donna di nazionalità ceca, Zuzana Miczkova («mi pare sia la segretaria di Fiore»). La sconosciuta Fi.da Obchod (riconducibile anche questa alla Miczkova e alla rumena Mihaela Atomei), che risulta essere localizzata nella Repubblica Ceca. E una terza società intestata ai fratelli Bruno e Giorgio Ciuccoli, dal 1976 specializzata in autotrasporti ma trasformatasi – nell’aprile 2020 – anche lei in buyer di Dpi.

Proprio dalla srl dei Ciuccoli (suoi conti correnti dell’azienda può operare anche Fiore) la Codice di Pini incassa la bellezza di 970mila euro tra aprile e luglio 2020. In pratica, l’amico di Giorgetti ricava in poche settimane circa 4 milioni di euro, sommando l’affare con la Ausl Romagna e altri business paralleli. «Ho venduto ai Ciuccoli mascherine cinesi, ma – come è scritto anche negli atti doganali – il destinatario finale era la Corofar». Ossia una grande cooperativa di farmacie territoriali, presieduta da Pier Luigi Zuccari. Proprio quest’ultimo potrebbe essere il «vero dominus» della Top Defender, che ha come cliente principale la Codice di Pini. Come mai questo sospetto?

Perché «Zuccari è delegato ad operare» segnalano ancora dall’antiriciclaggio «sul conto corrente privato intestato alla cittadina ceca Miczkova», la “segretaria” citata da Pini ma socia della Top Defender. Zuccari in Emilia-Romagna non è un impresario qualsiasi: gran capo della coop Corofar (la sede di Forlì è stato l’hub vaccinale del vaccino Pfizer) è pure membro del cda di Federfarma.Co, azienda che rappresenta 26 cooperative e società di farmacisti sparse su tutto il territorio nazionale, che rappresentano il 35 per cento dell’intero fatturato della distribuzione intermedia dei farmaci. 

Il nome della Corofar qualche mese fa è spuntato anche in un decreto della procura forlivese che ordinava il sequestro di alcune partite di mascherine distribuite dalla cooperativa, ma Zuccari gettò al tempo acqua sul fuoco, sostenendo che la mancata conformità dei prodotti cinesi era frutto solo di un «inconcepibile» errore burocratico. Anche i suoi amici sostengono che il suo nome sia finito nelle carte dell’antiriciclaggio per «errore». 

Vedremo se i magistrati indagheranno ancora sugli affari di Pini e sul turbinio di bonifici a cinque zeri tra società ceche e romagnole, se i reati ipotizzati cambieranno oppure se l’indagine verrà archiviata in tempi brevi senza formalizzare accuse a nessuno. Come già accaduto, ricorda Pini, a un processo per millantato credito che il leghista ha dovuto affrontare anni fa: condannato in primo grado a due anni di carcere, «la mia pena è stata poi cancellata in appello».

Ma al netto dei rilievi penali tutti ancora da dimostrare, quello che colpisce è come sia possibile che un ex politico impegnato in ristobar sia riuscito dal giorno alla notte a fatturare milioni con l’emergenza Covid. Non solo: il leghista antisalviniano mentre importava mascherine era contemporaneamente in affari anche con Giorgetti in persona. 

Non nella srl delle bevande Covid al centro dell’inchiesta forlivese, ma nella Saints Group. Una società informatica ed elettronica di cui – come raccontò Report ipotizzando il rischio di conflitti di interesse – il ministro era socio paritario con Pini e tal Enzo Pellizzaro. 

«Giorgetti non c’entra nulla con i miei affari con le mascherine, e con la Saints Group non ha più nulla a che fare da anni» dice Pini «Io posso avere in società chi mi pare, e non ci sono conflitti di interesse: a marzo del 2020 c’era il Conte II, Giorgetti era all’opposizione, né poteva decideva della sanità dell’Emilia Romagna o incidere sulla sanità nazionale». 

È vero che la Saints Group è del tutto estranea all’inchiesta di Forlì, ma in realtà Giorgetti si è sfilato dalla start up solo a giugno 2020, quando ha deciso di donare le sue quote a una sua parente stretta. Che ha poi controllato il 32 per cento della Saint Group fino ad aprile del 2021, quando – forse perché Giorgetti era diventato ministro del governo Draghi ha prevalso la questione di opportunità – ha ceduto tutte le quote a Pini. 

Non sono chiari i motivi per i quali il potente numero due della Lega abbia deciso di investire in una srl specializzata in app e in brevetti informatici, ma di sicuro i giri vorticosi di denaro che passano sui conti correnti del suo ex socio rischiano di causargli quantomeno qualche imbarazzo. 

Dall’entourage di Giorgetti spiegano che il numero due di Salvini «ha chiuso ogni rapporto con Pini da quando è diventato ministro», e che della vicenda delle mascherine «non sapeva nulla». Anche i rapporti tra il ministro e Minenna si sarebbero assai «raffreddati», anche a causa delle inchieste di Domani sul direttore dell’agenzia, indagato per abuso d’ufficio e falso dalla procura di Roma. [...]

Esclusivo Mascherine Pulite – Le intercettazioni. Pini a Giorgetti: “Chiama Minenna, ce lo dobbiamo tenere buono”. Rita Cavallaro su L'Identità il 22 Giugno 2023 

Marcello Minenna nelle intercettazioni si lamentava con Gianluca Pini perfino degli articoli negativi che uscivano sulla stampa. Il 6 aprile 2020, dopo che il direttore delle dogane si era interessato a risolvere questioni relative allo sdoganamento della merce importata da Pini, chiamava il leghista per un ingiusto attacco mediatico che gli era arrivato proprio da un esponente della Lega. Si trattava delle accuse rivoltegli dal deputato Paolo Tiramani, in riferimento a come le dogane stessero impedendo lo sdoganamento delle mascherine necessarie al contrasto della pandemia.

Pini si diceva pronto a interessarsi affinché il deputato venisse ricondotto a miti consigli. E diceva: “Faccio fare subito domattina. Tiramani è un coglione… Domattina chiamo Molinari (Riccardo Molinari, all’epoca vicepresidente del Consiglio Regionale del Piemonte, ndr) che è anche il segretario del Piemonte. Prima faccio fare lo shampoo a ‘sto coglione poi chiedo di fare una dichiarazione a sostegno del lavoro, invisibile ai più, ma fondamentale, che state facendo. Il vero dramma sono commissari… Han fatto più danni della grandine“.

Dal 7 aprile 2020 seguivano altri messaggi e, dall’esame dei tabulati di Pini, risultavano in effetti contatti tra il leghista e Molinari, in cui l’arrestato anticipava una richiesta di scambio di favori mediante l’intervento del direttore delle dogane per il proprio esclusivo interesse. E diceva a Minenna: “Nel mentre, ho trovato un ennesimo pirla di operatore privato che si rifiuta di applicare l’esenzione di dazi e Iva… Ho provato a contattarlo ma senza successo. Appena lo senti se puoi informarlo“.

Nel mentre, Pini proseguiva il suo lavoro di accreditamento di Minenna, contattando l’8 aprile 2020 un altro autorevole esponente della Lega, Jacopo Morrone, al quale diceva che Minenna era stato nominato alla direzione delle dogane per interessamento suo e di Giancarlo Giorgetti, e magnificava le doti del dirigente: “Lo abbiamo messo lì io e Giancarlo… Le dogane hanno fatto il loro lavoro, purtroppo ci sono degli approfittatori… Stanno facendo un lavoro della Madonna, mai fatto prima, anzi mi ritrovo spesso a dover discutere con la Protezione Civile, e le dogane sono gli intermediari perché tu non puoi operare come… In dogana tu non puoi andare da solo come non puoi andare in un processo senza un avvocato in Italia no? Devi avere un operatore doganale privato che ti flussa la merce… ci sono i privati che fanno resistenza, perché vedono che le procedure sono talmente farraginose, invece questo Minenna qua con due determine le ha rese semplici e quindi sono spaventati perché non vogliono fare le procedure semplificate, perché hanno paura di dovere rispondere, quindi siamo al paradosso dove c’è lo Stato che ha semplificato e i privati stanno incasinando la cosa“.

Il 9 aprile 2020 Minenna diceva a Pini che ancora non aveva avuto contatti con la Lega e il leghista contattava Giorgetti, al quale manifestava l’importanza di “tenere buono” il direttore delle dogane. “Allora se hai voglia di fare una buona azione, una buona azione in realtà (ride) è una rottura di cazzo ma è a buon fine… Se ti va di dare una telefonata al povero Minenna perché… Abbiamo veramente dei coglioni. L’altro giorno quel deficiente di parlamentare nuovo che si chiama Tiramani… Che mi han detto che è un cazzone di prima categoria… E’ andato a striscia dicendo che questo ha comprato delle mascherine per il suo comune, le ha comprate da un suo amico che ha un maglificio… Pensa un po’… Chiamalo e digli ‘guarda è un deficiente, scusami ti chiedo scusa io’… Perché è incazzatissimo… Cioè far incazzare adesso il direttore delle dogane… Allora mi ha chiamato due volte e gli ho detto Marcello siamo amici però io non faccio più politica quindi io che cazzo vuoi che ti dica“. E Giorgetti risponde: “Sì, no lo chiamo io“. E infatti Giorgetti contatta Minenna nel tardo pomeriggio del 10 aprile 2020, dopo che Pini aveva inviato alle 17 e 23 il seguente messaggio al direttore delle dogane: “Ti chiametà Giancarlo“. Pini poi, manda un messaggio a Minenna: “Noi vecchi leghisti teniamo a persone serie come te. Spiace quello che succede per colpa di quattro coglioni, ma come ti ho detto, ci sarà modo di far emergere tutto il buono che stai facendo. Un abbraccio, buona serata“.

Un secondo intervento in favore di Minenna avviene il 15 aprile 2020, quando il direttore segnalava a Pini di essere stato intervistato da una testata giornalistica, ma che le sue parole erano state travisate e voleva che l’articolo fosse rettificato. Si ipotizzava anche il travisamento delle parole rilasciate nell’intervista fosse dovuto a ragioni politiche, perché Il Foglio era ritenuto una testata vicina al Pd. “Parlo con il direttore è un buon amico e persona seria. Vediamo di far emergere la verità velocemente“, dice Pini riferendosi a Claudio Cerasa. “Intanto preparo rettifica” risponde Minenna “Ok, ma aspetta prima fammi parlare con Claudio, questa è una chiara marchetta del Pd e lui non è del Pd” dice Pini. Il 16 maggio 2020 Minenna si lamenta con il leghista di Maurizio Belpietro, direttore de La Verità: “Ciao Gianluca, ma perché Belpietro ci attacca così… C’è un modo per parlargli, conviene fare una lettera di precisazione“, sottolinea riferendosi a un articolo intitolato “Conte ci allenta il guinzaglio ma dovranno girare col metro” nel quale veniva scritto che “un esempio di come l’apparato pubblico stia contribuendo a non far capire più niente, lo fornisce l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, la quale ha addirittura pubblicato una guida per lo sdoganamento delle mascherine, un manuale talmente complicato e rigoroso che sta contribuendo a bloccare alla frontiere le importazioni di dispositivi di protezione”. E Pini rispondeva: “Leggo e ti dico. Lo conosco ma non mi è mai stato simpatico, pensa di essere un genio in realtà è solo uno che va a soldi, per scrivere ciò che gli pagano di scrivere“.

Arrestato Marcello Minenna, ex direttore dell’Agenzia delle Dogane, ora assessore regionale in Calabria.

Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 22 Giugno 2023  

Operazione della Dda di Bologna a Ravenna. Al centro dell’inchiesta una vendita di mascherine all’Asl di Forlì. Manette anche all’Ausl e in Prefettura a Ravenna

Una maxi operazione con 34 provvedimenti di custodia cautelare (alcuni in carcere) e  63 milioni di euro. E’ il terremoto che parte dalla procura di Forlì, affiancata dalla direzione distrettuale Antimafia di Bologna, che contesta corruzione e traffico di sostanze stupefacenti: le ordinanze sono state eseguite dalla Questura di Forlì e di Modena, ma anche in Germania e Belgio.

L’ arresto di Minenna infatti rientra nell’ambito di uno dei due filoni dell’inchiesta, quello sulla corruzione. Ai domiciliari anche l’ex parlamentare della Lega Gianluca Pini. Quest’ultimo avrebbe promesso a Minenna, precedentemente di area M5S, di accreditarlo nel partito “Lega Salvini Premier”, garantendogli la riconferma della nomina a direttore generale delle Dogane con il nuovo governo. In cambio Minenna avrebbe favorito Pini sbloccando un carico di mascherine che l’ex parlamentare aveva venduto alla Asl di Forlì. Un’operazione da 3,5 milioni di euro. Gli arresti sono avvenuti alle 6.30 di oggi.

L’inchiesta ha avuto inizio dopo un’operazione antidroga della Squadra Mobile di Forlì nel gennaio del 2020 da cui sono seguite numerose intercettazioni telefoniche. Secondo la Procura di Forlì , “è stato così possibile disvelare due veri e propri sistemi di illecito arricchimento facenti rispettivamente capo agli universi economici riconducibili in particolare a un imprenditore forlivese e all’ex parlamentare”. Tutto parte infatti da un’indagine avviata che vede Gianluca Pini indagato per aver fornito 3,3 milioni di mascherine dalla Cina all’Ausl Romagna per 6 milioni di euro. Era la primavera, la prima fase della pandemia, quando tutta la sanità cercava dispositivi di protezione dal Covid. Altri sette gli indagati, in tutta la Romagna per quel filone. L’operazione ha portato agli arresti, anche, di “pubblici funzionari presso l’Ausl Romagna”. Nonché, scrive la procura, “presso la Prefettura di Ravenna e le forze dell’ordine”.  

Sempre secondo la Procura, “l’imprenditore forlivese si giovava di importanti conoscenze criminali legate alla malavita albanese e al narcotraffico per approvvigionarsi di denaro da reinvestire in attività formalmente lecite o per acquisto di immobili. Si profilerà chiaramente il pieno coinvolgimento di questo soggetto – viene sottolineato – in un’attività di traffico internazionale di stupefacenti operato in collaborazione con un gruppo criminale armato di origine albanese”.

L’ex parlamentare leghista avrebbe sfruttato le sue conoscenze di alto livello maturate grazie all’incarico istituzionale per “garantire la presenza di persone a lui asservite all’interno di diverse istituzioni pubbliche locali e nazionali” i quali gli “garantivano la cura dei suoi interessi all’interno dell’amministrazione di appartenenza“. Secondo quanto emerso, è stato dunque possibile evidenziare la costituzione di “una rete di rapporti che ha permesso, tra l’altro, all’ex parlamentare di ottenere un appalto milionario dall’Ausl Romagna per la fornitura di dispositivi medici (attività rispetto alla quale non sussisteva alcuna specifica attitudine aziendale) lucrando così anche sulla crisi pandemica del 2020. Sono stati inoltre comprovati rapporti corruttivi tra l’ex parlamentare e appartenenti alle forze di polizia, un funzionario prefettizio e vertici dell’Agenzia delle Dogane”.

Secondo la Procura di Forlì, sono due gli episodi fondamentali che hanno dato una svolta alle indagini: l’arresto in frontiera da parte delle autorità italiane nell’estate del 2020 di due fratelli soci di un’impresa di autotrasporto.  In seguito “le perquisizioni eseguite nella primavera del 2021 che hanno avuto come obiettivo le sedi di diversi operatori economici, dell’Agenzia delle Dogane e Monopoli, dell’Ausl Romagna e di alcuni degli indagati“.

L’analisi dei dispositivi elettronici sequestrati “ha permesso di ricostruire dettagliatamente i rapporti intessuti dall’ex parlamentare con appartenenti alle istituzioni per ottenerne uno stabile asservimento delle loro pubbliche funzioni ad interessi economici e imprenditoriali prettamente personali. Le comunicazioni acquisite hanno inoltre rilevato l’esistenza di legami dell’ex parlamentare con esponenti politici di rilievo nazionale“.

La difesa ambigua della Regione Calabria per Minenna

“A seguito della sospensione – automatica e prevista dalla legge – dell’assessore Marcello Minenna, ho fatto mie le sue deleghe, in modo che il lavoro della Regione possa andare avanti nelle prossime settimane senza particolari scossoni. La giustizia farà il suo corso e rispetto l’operato della magistratura, ma allo stesso tempo voglio confermare la mia fiducia a Marcello Minenna, che in questi mesi in Calabria ha svolto molto bene il proprio lavoro, in modo particolare per quanto riguarda i fondi comunitari. I fatti che gli vengono contestati dalla Procura di Forlì riguardano il periodo nel quale Minenna è stato direttore dell’Agenzia delle Dogane: sono certo che dimostrerà la sua estraneità”. Lo afferma in una nota Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria. Redazione CdG 1947

Corruzione e appalti, arrestato il barese Minenna, ex direttore Agenzia delle Dogane. L'inchiesta della Procura di Forlì ha portato all'arresto anche di un ex parlamentare, Gianluca Pini (Lega), funzionari della prefettura di Ravenna, dell’Ausl Romagna. In tutto sono 34 i provvedimenti cautelari. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 22 Giugno 2023

L’ex direttore dell’Agenzia delle Dogane, il barese Marcello Minenna, attuale assessore all’ambiente della Regione Calabria ed ex assessore del Comune di Roma, è stato arrestato nell’ambito di un’inchiesta della procura di Forlì e si trova ai domiciliari. Arrestati, su disposizione della Dda di Bologna, anche un ex parlamentare, Gianluca Pini (Lega), funzionari della prefettura di Ravenna, dell’Ausl Romagna. In tutto sono stati 34 i provvedimenti cautelari. L’indagine riguarda vari episodi di corruzione ed è scaturita da un’inchiesta sul traffico di droga.

Marcello Minenna, l’ex direttore dell’Agenzia delle dogane arrestato e posto ai domiciliari nell’ambito di un’inchiesta della Procura della Repubblica di Forlì, è stato nominato assessore di area tecnica della Regione Calabria il 31 gennaio scorso. Il presidente, Roberto Occhiuto, gli ha attribuito le deleghe all’Ambiente, alle Partecipate ed ai Fondi comunitari.

Minenna è subentrato come assessore al dimissionario Mauro Dolce, anche lui tecnico, che aveva però le deleghe alle Infrastrutture ed ai Lavori pubblici, settori che il presidente Occhiuto attualmente gestisce direttamente.

Minenna ha 52 anni ed è originario di Bari. È un economista ed è professore a contratto di Teorie e Politiche per lo sviluppo economico all’Università La Sapienza e di Econometria finanziaria e Finanza empirica all’Università telematica San Raffaele.

In passato Minenna è stato anche assessore tecnico al Bilancio, Patrimonio, Partecipate, Politiche Sociali e Spending review di Roma Capitale.

C'è anche un maxi appalto con l'Ausl Romagna per la fornitura di mascherine nell’inchiesta che ha portato all’arresto, fra gli altri, dell’ex dg dell’Agenzia delle Dogane Marcello Minenna e dell’ex parlamentare Gianluca Pini

Secondo l’ipotesi accusatoria della procura di Forlì, lo stesso parlamentare avrebbe ottenuto un appalto milionario dall’Azienda Usl Romagna per la fornitura di mascherine, nonostante non esistesse nessuna specifica attitudine aziendale, lucrando così anche sulla pandemia del 2020.

È partita da un sequestro di 28 chili di cocaina nel gennaio 2020 l’inchiesta che ha poi portato all’arresto di Marcello Minenna e di Gianluca Pini.

Le indagini hanno infatti scoperto che dietro alla droga sequestrata su un camion proveniente dal Belgio, c'era un imprenditore forlivese con precedenti, che lavora nel settore dell’autotrasporto. Dalle intercettazioni la procura di Forlì ha scoperto che aveva un consolidato rapporto con l’ex parlamentare Pini, non più in carica dalle elezioni del 2018. La procura di Forlì accusa i due di un vero sistema, con scambi di favori. L'imprenditore forlivese, per il quali si ipotizza il traffico internazionale di stupefacenti, investiva il denaro in attività apparentemente lecite. Pini, secondo la procura di Forlì, aveva creato legami in varie istituzioni: le misure cautelari hanno riguardato infatti anche funzionari dell’Usl Romagna, appartenenti alle forze di polizia e un funzionario della prefettura di Ravenna.

Caso Minenna, Palamara: “Grillini vittima del loro giustizialismo”. Edoardo Sirignano su L'Identità il 22 Giugno 2023

“Mutato il contesto politico di riferimento, viene meno quella iniziale rete di protezione che forse aveva consentito di indirizzare queste vicende sul classico binario morto”. Così l’ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Luca Palamara commenta l’arresto dell’ex direttore dell’Agenzia delle Dogane in merito all’inchiesta sui dispositivi anti Covid.

Possiamo dire che il caso Minenna apre il mascherina gate?

Come in tutte le vicende giudiziarie, penso che sia doveroso attendere la lettura di tutte le carte. E ciò al fine di meglio comprendere quelli che potranno essere gli sviluppi di questa inchiesta.

La verità sui soldi spesi durante la pandemia è venuta tutta a galla?

Mutato il contesto politico di riferimento, viene meno quella iniziale rete di protezione che forse aveva consentito di indirizzare queste vicende sul classico binario morto. Penso che ora tante altre verità potranno venire a galla.

Fare chiarezza interessa soprattutto ai cittadini…

Certamente! Mi riferisco a quelle persone, che hanno vissuto quel periodo nella totale incertezza di ciò che improvvisamente stava avvenendo. Non dimentichiamo mai che uno dei momenti più oscuri fu proprio quello legato al prezzo delle mascherine, inizialmente schizzato alle stelle e poi improvvisamente ribassato.

Minenna sembra essere amico di Grillo. Non è che quel giustizialismo che hanno sempre difeso i pentastellati, adesso, gli si ritorce contro?

Distinguerei le due vicende. Quella di Minenna attiene al piano giudiziario e come tale deve essere affrontata, nel rispetto di tutte le garanzie difensive. Quella del giustizialismo attiene, invece, ai rapporti tra politica e magistratura e per una sorta di nemesi si sta ora ritorcendo contro coloro i quali dopo le elezioni politiche del marzo 2018 ritenevano essere in qualche modo “immuni” da ogni iniziativa giudiziaria. Il mondo della magistratura è un mondo complesso e l’idea di una parte politica, in questo caso quella dei 5 Stelle, di poter maggiormente “flirtare” con la corrente della magistratura capeggiata da Piercamillo Davigo, come ha plasticamente evidenziato la vicenda dei verbali della Loggia Hungaria, si è rivelata alla fine un boomerang.

Perché?

Non dimentichiamo che molte delle riforme di Bonafede traevano ispirazione proprio da questo connubio e che alla fine anche l’iniziale battaglia dello stesso ministro e dei cinquestelle contro il correntismo e le logiche del sistema si è rivelata di corto respiro. Basti considerare che, oggi, secondo le logiche del sistema, Bonafede compone il consiglio di giustizia tributaria e due ex magistrati, Cafiero de Raho e Scarpinato, siedono al Senato tra le loro fila. Insomma, come dice Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “tutto cambia affinché nulla cambi”.

Esiste una guerra all’interno della magistratura sul Coronavirus.  Il tribunale dei ministri, intanto, ha assolto l’ex premier Conte. Le sembra strano?

Non parlerei assolutamente di guerra, ma dicevo prima che la magistratura è un mondo complesso e l’autonomia, l’indipendenza che la contraddistingue comporta che ci siano tanti magistrati che in qualche modo non vogliono essere allineati a un unico pensiero. Tutto questo comporta che ci possano essere iniziative e decisioni divergenti tra di loro. Aspetterei ulteriori sviluppi per comprendere come potrà evolversi la vicenda.

Estratto dell’articolo di Filippo Fiorini per “la Stampa” il 24 giugno 2023.

I viaggi con una collaboratrice pagati dall'istituzione che dirigi. La gara d'appalto indetta dallo stesso organo di controllo, per ingaggiare il geometra che ti ristruttura casa. Le auto sequestrate (sempre dal tuo ufficio), offerte gratis ai ministri. La telefonata a un senatore che promette di «servirti degli assist», durante l'interrogazione parlamentare su un'inchiesta contro di te. 

Sommarie informazioni testimoniali, certo. Semplici denunce da verificare, vero. Ma anche intercettazioni e ipotesi di reato, finite in un'inchiesta che ieri l'altro ha disposto misure cautelari per 34 persone, tra cui spiccano i nomi dell'ex parlamentare leghista Gianluca Pini (arrestato), e del suo «sodale», l'ex direttore dell'Agenzia delle Dogane (oggi assessore regionale in Calabria sospeso), Marcello Minenna, ovvero l'uomo a cui vengono addebitati questi illeciti e che ora, finito ai domiciliari, causa imbarazzo a tutto l'arco politico italiano.

Le mascherine contraffatte erano un business esclusivo di Pini e di un suo socio narcotrafficante: 10 giorni dopo il primo lockdown, l'ex onorevole leghista stava fornendo Ffp2 cinesi all'Ausl Romagna senza gara d'appalto e con documenti falsi. Lo scrive la Procura di Forlì e aggiunge che Minenna lo aiuta a liberare i carichi bloccati in frontiera a causa di queste lacune. Minenna le Dogane le dirige.

Faceva favori a Pini «per essere accreditato all'interno della Lega ed essere riconfermato» in questo incarico. È convinto che solo con l'intercessione dell'attuale ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti (Lega, al tempo deputato), potrà restare al suo posto e poi sperare in «una carriera ministeriale o la presidenza della Consob». Giorgetti dice che la sua decisione fu invece quella di rimuoverlo. 

Alla Consob, Minenna c'è già stato. Nei corridoi dell'autorità che vigila sulla Borsa ricordano come dirigesse una piccola unità, si muovesse con un Suv in compagnia di un cane molesto e premesse per essere sempre in missione. Poi, rammentano: «Quando nel 2018, Mario Nava si trasferì dalla Commissione Ue per diventare presidente della Consob, Minenna gli chiese di nominarlo direttore generale e in cambio fece balenare la garanzia di un settennato di pace con il Movimento 5 Stelle». […]

Estratto dell'articolo di Andrea Pasqualetto per "il Corriere della Sera" il 24 giugno 2023.

[…] Brunetta, oggi presidente del Cnel, sospira: «Ma si tratta dell’auto della mia scorta, un mezzo suv bianco, che è stato dato all’Arma dei carabinieri ed è guidata da loro, non a me. Questa delle auto confiscate è una prassi consolidata e per me anche virtuosa. Perché o si vendono o si usano ma se si vendono l’incasso è irrisorio». […]

Estratto dell’articolo di Vanessa Ricciardi per “il Domani” il 24 giugno 2023. 

L’ex direttore generale dell’Agenzia delle Dogane, Marcello Minenna, oggi assessore (sospeso) in Calabria, è agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione della procura di Forlì. Per gli inquirenti avrebbe aiutato l’ex leghista Gianluca Pini a importare illecitamente un lotto di mascherine in cambio di entrature politiche.

Per il Gip, Massimo De Paoli, esiste la possibilità che possa inquinare le prove, e nell’ordinanza di custodia cautelare in cui parla della sua «personalità criminale» e delle sue «relazioni persistenti» ha citato una telefonata con il senatore Pd Luciano D’Alfonso del 5 novembre. I due discutevano il da farsi riguardo a un’altra indagine presso la procura di Roma, che ancora non gli era stata nemmeno notificata. Per il sentore D’Alfonso, non indagato, è tutto lecito nell’ambito del diritto.

Domani pubblica in esclusiva un video del 2021 non menzionato nell’ordinanza in cui Minenna già il 2 novembre chiedeva ai suoi dirigenti di informarlo sulle loro interazioni con le procure, sempre prima ovviamente che gli venisse notificato di essere iscritto nel registro degli indagati, oggetto di un esposto. 

Minenna diceva ai dipendenti dell’Agenzia delle dogane seduti attorno a un tavolo che «bisogna seguire le veicolazioni del caso» con l’autorità giudiziaria. E, proseguiva, «negli ultimi 20 giorni vedo che non c’è la giusta veicolazione informativa». Nonostante «la comunicazione fluida, ci vediamo in maniera settimanale, il mio ufficio è sempre aperto e abbiamo le chat whatsapp». 

Alessandro Canali, ex vicedirettore, avvocato un tempo vicinissimo al direttore dei Monopoli e rimosso dal suo incarico a ottobre del 2021, ha appreso dell’intervento di Minenna e nel 2022 ha depositato un esposto in procura presumendo potesse trattarsi di un tentativo di inquinare le prove. Quando Minenna ha parlato ai dirigenti infatti era già a conoscenza della indagine aperta sul licenziamento di Canali, visto che Domani ne aveva scritto a settembre. 

Nel verbale della seduta testualmente si legge: «Il presidente (Minenna) invita tutti i Direttori delle DC (Direzioni centrali) e delle DT (Direzioni Territoriali) che abbiano rapporti con l'esterno (....)Autoritò Giudiziaria (...) a inviare prontamente le segnalazioni alla Direzione Generale (...) considerato che il Direttore Generale cura le interazioni ed i rapporti con l'esterno». 

Per l’avvocato «Minenna quindi sembra rappresentare al management di ADM una realtà di diritto che capovolge esattamente quanto previsto dall'art. 329 c.p.p, che per quanto attiene le attività dell' Autorità Giudiziaria prevede un obbligo di segretezza e riservatezza generale che può essere derogato solo dal procuratore della Repubblica e non il contrario». 

[…] Minenna, per Canali, avrebbe letteralmente imposto ai dipendenti di riferirgli di ogni interazione con l'Autorità Giudiziaria, e quindi anche delle interazioni relative all’indagine: «Palese rischio di inquinamento  delle attività di indagine svolte in quel periodo e nel periodo successivo».

Appena due giorni dopo la seduta della Conferenza dei direttori, il 4 novembre, Domani ha riferito la notizia dell'iscrizione di Minenna sul registro degli indagati per abuso d'ufficio. Il giorno in cui è andata anche in edicola, Minenna ha deciso di parlarne con l’allora presidente della commissione Finanze D’Alfonso, che gli ha suggerito di «controdedurre» e dare la sua versione dei fatti. 

Ancora non è nemmeno stata ufficializzata la sua posizione di indagato, ma per D’Alfonso bisogna intervenire «quando l'ovulo incontra lo spermatozoo, non quando c'è il feto». Ad aprile il gip di Forlì ha detto di no alla richiesta di arresto, il giudice ha cambiato idea quando ha visto la trascrizione della telefonata con D’Alfonso.  […]

L’ex grillino rischia il processo, Minenna accusato di calunnia. EMILIANO FITTIPALDI E NELLO TROCCHIA su Il Domani il 05 aprile 2023

Marcello Minenna, per anni potente direttore dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli in quota M5s, e oggi assessore nella giunta di centrodestra in Calabria, è stato raggiunto da un avviso di conclusione delle indagini, preludio alla richiesta di rinvio a giudizio. 

Minenna era finito al centro delle cronache a seguito della presentazione di due esposti, il primo presentato dall’ex vicedirettore Alessandro Canali, un avvocato grillino un tempo vicinissimo al direttore dei Monopoli, e l’altro dall’ex finanziere Roberto Fanelli.

L’avviso di conclusione delle indagini preliminari, firmato dai pubblici ministeri Antonio Giammaria e Michele Prestipino, lo vede indagato per minaccia, ma anche per il reato di calunnia

Marcello Minenna, per anni potente direttore dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli in quota M5s, e oggi assessore nella giunta di centrodestra in Calabria, è stato raggiunto da un avviso di conclusione delle indagini, preludio alla richiesta di rinvio a giudizio. Minenna era già finito al centro delle cronache a seguito della presentazione di due esposti. Il primo dell’ex vicedirettore Alessandro Canali, un avvocato un tempo vicinissimo al direttore dei Monopoli, e l’altro dell’ex finanziere Roberto Fanelli. Vicende per le quali Minenna era stato anche iscritto nel registro degli indagati per il reato di abuso d’ufficio (il Corriere dà conto di un’archiviazione), mentre un altro filone è in mano al pm anticorruzione Fabrizio Varone.

La questione giudiziaria per la quale la procura ha concluso le indagini è però un’altra ancora, e incrocia uno degli episodi raccontati dalle inchieste di Domani, e in particolare il rapporto tra l’ex grillino con un suo ex funzionario: Miguel Martina, difendendosi da gravi sospetti, ha convinto i magistrati ad agire non contro di lui, ma contro Minenna che lo accusava.

LA GUERRA DI MINENNA

La posizione giudiziaria di Minenna è seria, visto che l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, firmato dai pubblici ministeri Antonia Giammaria che ha condotto l’inchiesta e dall’aggiunto Michele Prestipino, lo vede indagato per minaccia e per il reato di calunnia che prevede pene da 2 a 6 anni di carcere.

Quella ricostruita nell’atto della procura di Roma è una vicenda di un presunto abuso di autorità e di potere, che di fatto Minenna avrebbe commesso minacciando un dipendente per fargli rivelare notizie coperte da segreto istruttorio e atti coperti da indagine.

Contemporaneamente, emerge l’immagine di un’Agenzia delle dogane e dei monopoli che, sotto la guida di Minenna, voluto da Beppe Grillo e Luigi Di Maio, è diventata una caserma agli ordini di un solo generale.

Martina aveva fatto diversi accessi nella banca dati perché stava indagando – dopo aver ricevuto una delega dall’autorità giudiziaria di piazzale Clodio -sull’approvvigionamento di mascherine forse non regolari da parte della Protezione civile. Vicenda sulla quale l’autorità giudiziaria sta svolgendo ulteriori ed accurate indagini.

Quando Minenna è stato informato di quest’attività, avrebbe avviato una guerra contro Martina.

In quei mesi del 2020, ipotizza il documento dell’accusa, cercava di «costringerlo a compiere atti contra ius, cioè a rivelargli indebitamente notizie coperte dal segreto istruttorio, con particolare riguardo sia alle indagini che il Martina stava conducendo (...) sia ai soggetti dipendenti di quest’ultima (agenzia, ndr) coinvolti nelle predette indagini», si legge nell’atto.

Minenna, pur di raggiungere il suo obiettivo, a seguito del diniego di Martina di dare informazioni segrete, si rivolge a un suo fedelissimo, Alessandro Canali, all’epoca vicedirettore dell’Agenzia, chiedendogli di licenziarlo.

Canali, che successivamente sarà lui stesso cacciato dall’Agenzia e presenterà per altre vicende un esposto contro Minenna, rifiuta però di eseguire l’ordine. Così il direttore si rivolge a Gianfranco Brosco, ottenendo lo stesso rifiuto alla richiesta di ritiro delle password.

Minenna non si scompone e continua la sua crociata ottenendo il ritiro delle password di accesso dalla direzione generale e trasferendo poi Martina, senza alcuna apparente giustificazione, all’ufficio giochi dell’agenzia fiscale.

La vicenda ha anche un altro snodo che rappresenta per l’ex direttore la contestazione più spinosa in sede giudiziaria, quella di calunnia. Un reato che si contesta quando un soggetto nella piena consapevolezza della verità dei fatti accusa un’altra persona di un delitto che, in realtà, non ha commesso.

In questo caso, Minenna avrebbe indotto in errore Maurizio Montemagno, direttore generale dell’agenzia, che contro Martina ha presentato una denuncia per accesso abusivo alla banca dati «incolpandolo falsamente, pur sapendolo innocente, di aver effettuato interrogazioni ai predetti terminali senza alcuna autorizzazione, mentre, al contrario, era pienamente a conoscenza della legittimità di quegli accessi», si legge.

LETTERE

Montemagno, lo scorso novembre, dopo aver letto una delle puntate dell’inchiesta sul re delle dogane realizzate da Domani, ha deciso di scrivere alla procura di Roma.

Nella missiva, Montemagno racconta che Minenna, in un incontro risalente all’aprile 2020, si era mostrato «subito particolarmente innervosito, ci portò a conoscenza di avere appreso dalla procura della Repubblica di Roma (senza specificare da chi) che un dipendente dell'Agenzia – tale Miguel Martina - avrebbe sostenuto (non disse in quale circostanza) di poter condizionare le scelte non solo del suo direttore interregionale, ma di poter manovrare lo stesso direttore dell’agenzia», si legge.

«In sede di audit, Martina non ha mai affermato espressamente che gli accessi erano stati da lui effettuati su delega dell'autorità giudiziaria fornendo risposte sibilline che lo lasciavano intendere, senza tuttavia fornire alcun estremo (...) lo scrivente, a motivo soprattutto dell'insistenza/pressione operata da Minenna (…) mise a punto una notizia di reato nei confronti di Martina ipotizzando accessi abusivi ai sistemi informatici, pur rappresentando nella parte finale della stessa che naturalmente sarebbe venuto meno ogni addebito in presenza di delega da parte dell'autorità giudiziaria», si legge nella lettera, risalente allo scorso novembre.

Minenna aveva dovuto affrontare, prima del caso Martina, anche le accuse mossegli dall’ex braccio destro, Canali, che aveva presentato un esposto per i viaggi in hotel di lusso, in giro per l’Italia, che l’ex direttore aveva effettuato in compagnia di una dipendente, Patrizia Bosco, sua fedelissima diventata capo delle relazioni istituzionali. Esposto che ha portato accurate indagini della Guardia di Finanza, che ha scoperto che – prima di essere chiamata da Minenna alle Dogane – i due si frequentavano durante alcuni week end in Sicilia. Ad ora non è ancora chiaro se l’indagine di Claudia Terracina, però, porterà o meno a accuse specifiche o si concluderà con un’archiviazione.

Fanelli, alto dirigente dei Monopoli da poco andato in pensione, ha invece accusato Minenna di aver girato 152mila euro con un affidamento diretto al geometra Giorgio Paciucci. Che, ha scoperto poi Domani, in passato è partito in vacanza in compagnia proprio di Minenna. Destinazione Messico.

Di recente, il geometra ha seguito i lavori di ristrutturazione della casa privata del direttore. Si tratta di certo di un conflitto di interesse macroscopico. «Marcello Minenna ha speso milioni tra divise, loghi in marmo sul pavimento, ha organizzato banchetti, usa una camera da letto realizzata nella sede di piazza Mastai», ha aggiunto Fanelli in una denuncia parallela inviata alla Corte dei conti qualche mese fa. La procura indaga, la giustizia contabile anche e un faro sul regno Minenna è stato acceso anche dagli ispettori della Ragioneria generale del ministero dell’Economia.

Sono tante le vicende sulle quali fare luce come i lavori effettuati nella sede dell’agenzia: gli infissi nuovi, le porte di lusso, il rifacimento del terrazzo, la nuova stanza per i riposi del direttore. Senza dimenticare il capitolo relativo ad automobili di grossa cilindrata sequestrate dai Monopoli e poi finite non solo in uso a ministri del governo Draghi, ma pure ad amici dell’università di Minenna come Andrea Villotti, presidente di una spa del Trentino, che ha avuto in consegna dal direttore una Porsche Mecan.

NUOVI INIZI

Il regno di Minenna alle Dogane è finito nel gennaio di quest’anno, ma è subita iniziata l’esperienza in regione Calabria come assessore all’Ambiente della giunta guidata dal forzista, Roberto Occhiuto. «Ho conosciuto Minenna negli scorsi mesi, durante il suo mandato alla guida dell’agenzia delle Dogane, e collaborandoci ho potuto apprezzare le sue qualità, le sue competenze, la sua determinazione. Agirà da tecnico nell’esclusivo interesse del nostro territorio».

Al posto dell’amico di Grillo alle Dogane, organismo fiscale che conta un personale di circa 10 mila unità, il governo di destra guidato da Giorgia Meloni ha voluto Roberto Alesse, che era da poco diventato capo di gabinetto del ministro Nello Musumeci. Docente della scuola superiore della pubblica amministrazione, per adesso non ha dato soddisfazione a chi sperava, dentro l’agenzia, in un cambio ai vertici.

Il neo direttore ha infatti dato agli ex fedelissimi di Minenna, Stefano Saracchi e Rocco Flore, le direzioni centrali più importanti e strategiche. «Non abbiamo perso, ci hanno letteralmente demolito», spiega un dirigente che al tempo si opponeva al dominio di Minenna, e che sperava che la destra facesse – conquistato il palazzo – un cambio radicale del personale apicale. Lo spoils system li ha invece stupiti in negativo.

EMILIANO FITTIPALDI E NELLO TROCCHIA. È inviato di Domani. Ha firmato inchieste e copertine per “il Fatto Quotidiano” e “l’Espresso”. Ha lavorato in tv realizzando inchieste e reportage per Rai 2 (Nemo) e La7 (Piazzapulita). Ha scritto qualche libro, tra gli altri, Federalismo Criminale (2009); La Peste (con Tommaso Sodano, 2010); Casamonica (2019) dal quale ha tratto un documentario per Nove e Il coraggio delle cicatrici (con Maria Luisa Iavarone). Ha ricevuto il premio Paolo Borsellino, il premio Articolo21 per la libertà di informazione, il premio Giancarlo Siani. È un giornalista perché, da ragazzo, vide un documentario su Giancarlo Siani, cronista campano ucciso dalla camorra, e decise di fare questo mestiere. Ha due amori, la famiglia e il Napoli.

Jacopo Iacoboni per lastampa.it il 23 dicembre 2022.

«Il M5s nel 2017 ha modificato il Codice etico e per non essere candidabile è necessaria una condanna in primo grado. Io non sono neanche stato rinviato a giudizio». Rispondeva così, Riccardo Tucci, allora candidato del Movimento 5 stelle alla Camera, oggi eletto deputato, quando gli si faceva notare che il partito di “onestà onestà” candidava un uomo su cui pendeva una richiesta di giudizio per una presunta frode fiscale di importi considerevoli, che avrebbe generato una notevole evasione fiscale. 

E diceva la verità: non era stato rinviato a giudizio, nonostante la richiesta della Procura di mandarlo a processo fosse del luglio 2021. Ma non raccontava tutta la storia, che si è appena arricchita di un altro capitolo. Giovedì scorso, una settimana fa, per la quarta volta in un anno e mezzo è saltata l’udienza preliminare nella quale il giudice avrebbe dovuto decidere della richiesta di rinvio a giudizio di Tucci da parte della Procura di Vibo.

In un classico delle difese di questi anni, stavolta è stato l’impedimento di uno dei difensori, in precedenza errori di notifiche o il covid di alcuni degli avvocati. Insomma, l’udienza è stata rinviata ancora una volta (al 30 marzo 2023), e la prescrizione comincia a diventare una opzione non più impensabile. 

La Procura chiede il processo per il deputato del M5S per due questioni. Una è la presunta emissione di fatture false del socio della sua società, fatture per 701.500 euro per «operazioni oggettivamente inesistenti», e connesse dichiarazioni fraudolente. La prima accusa riguarda il fatto che – scrivono i pm – «con una pluralità di azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, in qualità di legale rappresentante della “Assistenza Servizi telematici satellitari” sino al 19 marzo 2018», si sarebbe «consentita l’evasione delle imposte sui redditi e sull’Iva alla Autolettrosat srl». In questi importi: 18.300 euro nel 2014, 222.400 euro nel 2015, 204.600 euro nel 2016, 219.600 nel 2017, 36.600 euro nel 2018.

Una seconda accusa riguarda un caso specifico: secondo i pm, Tucci, da legale rappresentante della cooperativa “Assistenza Servizi telematici satellitari” fino al 19 marzo 2018, «al fine di evadere le imposte aumentando i costi da portare in deduzione del reddito e in detrazione dell’imposta sul valore aggiunto, dopo aver fatto annotare nella contabilità della società una fattura del 10 marzo 2015 emessa dalla Autolettrosat srl, relativa ad operazioni oggettivamente inesistenti, la utilizzava nelle dichiarazioni delle imposte dirette e dell’Iva dell’anno 2015 e in tal modo evadeva le imposte per un ammontare pari a 9mila euro».

La frode, secondo i magistrati, sarebbe stata tecnicamente ideata dal socio di Tucci, Vincenzo Schiaviello: gli investigatori, scrive il decreto del gip, «hanno acclarato la verosimile esistenza di un complesso meccanismo di frode fiscale messo in atto attraverso l’utilizzo di società “cartiere”, apparentemente terze rispetto alla società verificata». 

Nessuno, ovviamente, è colpevole prima di una sentenza definitiva. E meno che mai lo si è per un’indagine e una richiesta rinvio a giudizio. Ma la storia sta diventando sempre più imbarazzante politicamente per il M5S, e sta facendo mugugnare molto, in Calabria e non solo, perché Tucci è stato uno dei volti più esposti del M5S locale, si era speso tantissimo in campagna elettorale a favore di Giuseppe Conte, e a essere criticati sono anche pezzi della sua famiglia: tra gli indagati c’è anche Adriano Tucci, cugino del deputato grillino.

Nei giorni in cui era saltata la terza udienza preliminare – che erano poi coincidenti con la campagna elettorale per le ultime politiche – Tucci si era appunto difeso spiegando di non essere ancora neanche rinviato a giudizio. Aveva poi però tirato in ballo il partito e il leader, spiegando che erano al corrente di tutto: «Da due anni ho consegnato tutti i documenti sulla mia situazione ai vertici del Movimento e evidentemente hanno valuto anche loro la mia posizione».

Tucci, che da giovane era iscritto a Rifondazione comunista, nel M5S era partito come ammiratore di Grillo, poi era stato considerato dimaiano, prima di diventare, negli ultimi anni, un super sostenitore in Calabria di Conte. Subito dopo il voto spiegava che tutto il risultato del M5S si doveva all’avvocato del popolo e alla sua battaglia per il reddito di cittadinanza: «Conte ha rappresentato l’80 per cento della forza e in ciascun collegio l’80 per cento è dato dalla sua figura, questo è innegabile». È anche un grande sostenitore di una linea che porti all’alleanza col Pd, ma a condizione di un nuovo segretario che non sia Enrico Letta.

Insomma: quella che sembra essere la linea dei vertici. E soprattutto, è stato l’uomo scelto dai vertici grillini per fare da cinghia di trasmissione tra il territorio calabrese e Roma. Ma interi pezzi di Mezzogiorno sono agitati dal malcontento tra gruppi politici rivali, nel mare di quello che era il Movimento 5 stelle.

M5S in crisi per la richiesta di rinvio a giudizio per frode fiscale del deputato grillino Riccardo Tucci. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 22 Dicembre 2022

Il silenzio di Conte e del M5S sul caso di Riccardo Tucci, che è stato uno dei volti più esposti del M5S in Calabria, impegnandosi moltissimo in campagna elettorale per il leader del movimento Giuseppe Conte Interi pezzi di Mezzogiorno sono agitati dal malcontento tra gruppi politici rivali

Riccardo Tucci, allora candidato del Movimento 5 stelle alla Camera, oggi eletto deputato, quando gli si faceva notare che il partito di “onestà onestà”… candidava un uomo su cui pendeva una richiesta di giudizio per una presunta frode fiscale di importi considerevoli, che avrebbe generato una notevole evasione fiscale, rispondeva con queste parole: “Il M5s nel 2017 ha modificato il Codice etico e per non essere candidabile è necessaria una condanna in primo grado. Io non sono neanche stato rinviato a giudizio”. . In quell’epoca diceva la verità: non era ancora stato rinviato a giudizio, nonostante la richiesta della Procura di mandarlo a processo fosse del luglio 2021. Ma non diceva la verità e raccontava una sua ricostruzione dei fatti non completa, che si è appena arricchita di un nuovo ulteriore capitolo.

Giovedì della scorsa settimana, è saltata l’udienza preliminare per la quarta volta in un anno e mezzo  nella quale il giudice avrebbe dovuto decidere della richiesta di rinvio a giudizio di Riccardo Tucci da parte della Procura di Vibo. Questa volta l’impedimento è stato di uno dei difensori, mentre in precedenza si erano avvicendati errori di notifiche o il covid di alcuni degli avvocati. L’udienza è stata rinviata al 30 marzo 2023, e la prescrizione comincia a diventare una opzione non più impensabile.

La Procura di Vibo chiede il processo per il deputato Tucci del M5S per due ragioni. La prima è la presunta emissione di fatture false del socio della sua società, fatture per 701.500 euro per “operazioni oggettivamente inesistenti”, e connesse dichiarazioni fraudolente. La prima accusa riguarda il fatto che secondo quanto scrivono i pm nella richiesta di rinvio a giudizio Riccardo Tucci “con una pluralità di azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, in qualità di legale rappresentante della “Assistenza Servizi telematici satellitari” sino al 19 marzo 2018“, si sarebbe “consentita l’evasione delle imposte sui redditi e sull’Iva alla Autolettrosat srl”. Per questi importi: 18.300 euro nel 2014, 222.400 euro nel 2015, 204.600 euro nel 2016, 219.600 euro nel 2017, 36.600 euro nel 2018, come accertato dalla Guardia di Finanza previa consultazione delle banche dati dell’ Agenzia delle Entrate.

La seconda accusa riguarda un altro caso specifico: secondo i pm, Riccardo Tucci, da rappresentante legale della cooperativa “Assistenza Servizi telematici satellitari” fino al 19 marzo 2018, “al fine di evadere le imposte aumentando i costi da portare in deduzione del reddito e in detrazione dell’imposta sul valore aggiunto, dopo aver fatto annotare nella contabilità della società una fattura del 10 marzo 2015 emessa dalla Autolettrosat srl, relativa ad operazioni oggettivamente inesistenti, la utilizzava nelle dichiarazioni delle imposte dirette e dell’Iva dell’anno 2015 e in tal modo evadeva le imposte per un ammontare pari a 9mila euro”. Il reato porta quale luogo di commissione Vibo Valentia in data 19 settembre 2016.

Secondo i magistrati, la frode sarebbe stata ideata “tecnicamente” da Vincenzo Schiaviello socio del Tucci: gli investigatori, riporta il decreto del Gip, “hanno acclarato la verosimile esistenza di un complesso meccanismo di frode fiscale messo in atto attraverso l’utilizzo di società “cartiere”, apparentemente terze rispetto alla società verificata“.

hiaramente nessuno è colpevole prima di una sentenza definitiva, e tantomeno lo si è per un’indagine e una richiesta di rinvio a giudizio, ma la vicenda giudiziaria che coinvolge Tucci sta diventando sempre più imbarazzante politicamente per il M5S, e sta creando non pochi mugugni interni, non solo in Calabria, dove Riccardo Tucci è stato uno dei volti più esposti del M5S locale, impegnandosi moltissimo in campagna elettorale per il leader del movimento Giuseppe Conte, ma ad essere oggetti di malumori e critiche sono anche altri componenti della sua famiglia: tra gli indagati della Procura compare anche Adriano Tucci, cugino del deputato grillino, che avrebbe ereditato la gestione della cooperativa una volta che il cugino Riccardo è volato in Parlamento.

Ad Adriano Tucci la Guardia di Finanza, in esecuzione del decreto del Gip del Tribunale di Vibo, Marina Russo, ha notificato un decreto di sequestro per 19.200 euro. Peggio ancora è andata all’ex socio di Riccardo Tucci, ovvero Vincenzo Schiavello, 48 anni, di Vibo Valentia, che si è visto notificare un decreto di sequestro per più di 775mila euro e l’interdizione di 12 mesi per l’attività di impresa.  

La cooperativa “Autoelettrosat” in liquidazione è stata costituita il 9 marzo 2011 da Luigino Schiavello (nominato amministratore unico), da Vincenzo Schiavello e da Riccardo Tucci ed ha cessato l’attività nel 2017 venendo formalmente cancellata dal registro delle imprese il 25 giugno 2018. Fino a quella data la società aveva avuto sede legale, domicilio fiscale e luogo di esercizio a Vibo Valentia in contrada Colamazza ed ha esercitato servizi di verifica e controllo dell’installazione e disinstallazione di apparecchiature elettroniche, controllo di qualità e certificazione di prodotti. Oltre a Domenico Garcea, 36 anni, di Ionadi (amministratore unico dal 30 giugno 2016 in sostituzione di Luigino Schiavello), indagato, ed a Riccardo Tucci, dal decreto del gip si ricava che figurava tra i soci cooperatori anche Stella Franzone cioè l’attuale compagna di Riccardo Tucci che però non risulta indagata nell’inchiesta.

Va però segnalato  per dovere di cronaca che il padre di Stella Franzone (attuale compagna di Riccardo Tucci), cioè Nicola Franzone, è persona ben “nota” alle forze dell’ ordine in quanto è stato arrestato il 18 luglio 1994 per usura ottenendo i domiciliari il 4 agosto 1994 e la rimessione in libertà il 15 novembre 1994. Il 7 giugno 2001 è stato affidato in prova ai servizi sociali. Nicola Franzone è inoltre fratello di Domenico Franzone, 64 anni, di Vibo Valentia, alias “Chianozzo”, condannato il 29 dicembre scorso nell’operazione ‘Mbasciata a 4 anni per concorso in estorsione ai danni di due imprenditori che stavano eseguendo dei lavori fognari a Vibo. 

la pm Concettina IannazzoIl procuratore di Vibo Camillo Falvo

Domenico Franzone  oltre ad essere stato condannato in via definitiva per associazione mafiosa a 12 anni nell’operazione “Nuova Alba” contro il clan Lo Bianco si trova attualmente detenuto per l’inchiesta “Rinascita-Scott” rispondendo sempre di associazione mafiosa (clan Lo Bianco) per un arco temporale differente da quello per il quale è già stato condannato in “Nuova Alba”. Dagli atti delle inchieste si ricavano inoltre diversi “controlli” sul territorio a Vibo fra i due fratelli Franzone, padre e zio della compagna del deputato del Movimento Cinque Stelle Riccardo Tucci, alle prese ora con l’inchiesta della Guardia di Finanza (Nucleo di polizia economico-finanziaria di Vibo Valentia, guidato dal Maggiore Giuseppe Froio) coordinata dal procuratore di Vibo Camillo Falvo e dal pm Concettina Iannazzo, da cui si è ieri dichiarato estraneo ed intenzionato a dimostrare la propria innocenza.

Allorquando era saltata la terza udienza preliminare – che era peraltro concomitante con la campagna elettorale per le ultime elezioni politiche ,  Riccardo Tucci si difendeva sostenendo di non essere ancora neanche rinviato a giudizio, coinvolgendo il M5S e il suo leader Conte, affermando che erano al corrente di tutto: “Da due anni ho consegnato tutti i documenti sulla mia situazione ai vertici del Movimento e evidentemente hanno valuto anche loro la mia posizione“.

Riccardo Tucci era stato iscritto precedentemente a Rifondazione comunista, ed era partito nel M5S come ammiratore di Grillo, poi veniva considerato “DiMaiano”, prima di diventare, negli ultimi anni, un acceso sostenitore in Calabria di Conte. Subito dopo il voto spiegava che tutto il risultato del M5S si doveva all’ “avvocato del popolo” e alla sua battaglia per il reddito di cittadinanza: “Conte ha rappresentato l’80 per cento della forza e in ciascun collegio l’80 per cento è dato dalla sua figura, questo è innegabile“. Tucci è anche un acceso sostenitore di una linea politica interna al M5S che porti all’alleanza col Pd, ma a condizione di un nuovo segretario che non sia Enrico Letta. In pratica ripete come un pappagallo quella che sembra essere la linea dei vertici del movimento. E soprattutto, è stato l’uomo scelto dai vertici grillini per fare da cinghia di trasmissione tra il territorio calabrese e Roma. Ma interi pezzi del M5S nel Mezzogiorno sono agitati dal malcontento tra gruppi politici rivali, nel mare di quello che era il Movimento 5 stelle.

A proposito, chissà se l’on. Tucci, nel rispetto del concetto-slogan di “onestà-onestà” avrà il coraggio e l’onesta intellettuale di rinunciare ad una eventuale prescrizione nel giudizio che lo vede coinvolto …Redazione CdG 1947

Grillini d’Italia. Edoardo Sirignano su L'Identità il 30 Aprile 2023 

di EDOARDO SIRIGNANO

Il ritorno di Bonafede. I grillini, per l’ennesima volta, si dimostrano campioni assoluti di riciclaggio politico. Come lo sanno fare loro, non è riuscito neanche ai migliori papponi democristiani. Dopo Luigi Di Maio, che grazie alla raccomandazione di Mario Draghi, riesce a diventare l’inviato dell’Ue nel Golfo Persico, anche l’ex Guardasigilli si prende la poltrona a 5 Stelle, ovvero quella di membro laico del Csm, ruolo su cui solitamente si preferisce un super-tecnico. A dargliela in questo caso, non sono i padroni continentali, ma piuttosto quel Giuseppe da Volturara Appula, che intendeva pagargli la giusta moneta per non aver seguito l’amico Giggino nella fallimentare esperienza dell’ape civica, dimostrando fedeltà assoluta al gotha dell’ex premier. Ecco perché dopo un anno di divano, dovuto all’Antitrust, che per mesi gli ha impedito di riprendersi il vecchio studio da avvocato, avremo la possibilità di rivedere nelle stanze che contano quel ministro con gli occhiali che si era fatto riconoscere nel mondo per i suoi scivoloni. Una cosa è certa, i grillini dimostrano di essere eccellenza della memoria labile.

Campioni di riciclaggio

Coloro che fino a qualche mese fa definivano “i mestieranti della politica” il male assoluto, nei fatti, dimostrano di saper far peggio di chi li ha preceduti. La promozione avuta da Alfonsino, infatti, non è l’unica. Basti pensare al buon Roberto Fico. Quest’ultimo, dopo aver avuto una scrivania di tutto rispetto in Parlamento, come ex presidente della Camera e consigliere speciale di Conte, sogna addirittura di fare lo sgambetto allo sceriffo De Luca, signore incontrastato della Campania. Non devono trovare un lavoro, potendo usufruire dei ben retribuiti uffici di Montecitorio, neanche gli ex Paola Taverna e Vito Crimi. Il delegato alla comunicazione Rocco Casalino vuole sfondare in tv. Finanche chi esce dalle grazie del grande capo, riesce a trovare uno spazio in una società nostalgica, che secondo o terzo mandato, non dimentica chi ha cambiato la propria esistenza col concetto dell’uno vale uno. L’ex sottosegretario Giancarlo Cancelleri, ad esempio, si ricicla come nuovo maggiordomo di Arcore, mentre il suo acerrimo rivale, ovvero l’eurodeputato Dino Giarrusso, si era guadagnato le grazie di Bonaccini. Se Schlein non lo avesse battuto, sarebbe stata la prima Iena nel direttivo del Nazareno. Nel centrosinistra, più centro che sinistra, si è collocata pure l’ex viceministra all’Economia Laura Castelli. Quest’ultima, infatti, è la portavoce del movimento Sud chiama Nord, guidato da Cateno De Luca. Anche chi è rimasto fuori dal caos della politica, fa una vita migliore. Stefano Buffagni, dopo il Mise, è il riferimento di grandi fondi di investimento. Il papà del superbonus Riccardo Fraccaro è ormai nel gotha dell’energia. L’unico big a tornare alla normalità è Danilo Toninelli, anche se, secondo fonti locali, avrebbe un’agenzia assicurativa in quel di Milano. Dalle stalle alle stelle, quindi, per chi oltre a tutelare i deboli e i bisognosi, ha innanzitutto tutelato il proprio portafoglio. I grillini, adesso, sono tutti felici e contenti.

Cambio di abito

La missione, ora, è salvare un Movimento, vittima della svolta a sinistra di Schlein. Con un Pd progressista, non c’è spazio per il Conte compagno. Occorre quanto prima voltare pagina. Altrimenti si rischia di buttare al vento il simbolo dei miracoli, quello per cui Grillo ha inventato addirittura una nuova religione. Ecco perché l’esperto legale di Palazzo Chigi si porta avanti e si candida a stampella di Giorgia. Secondo indiscrezioni, starebbe corteggiando i fedelissimi della premier e mandando i suoi migliori diplomatici, tra cui il vice ed esperto di relazioni Michele Gubitosa, per accaparrarsene le simpatie. A Fratelli d’Italia serve come il pane una stampella che possa sostituire la Lega. Negli ultimi tempi i verdi non si sono dimostrati il massimo dell’affidabilità. Prima, quindi, che si rubi il ruolo da alleato nascosto un tale Matteo Renzi, reiventandosi quella creatura magica chiamata centro, i gialli devono dimostrare di saper stare avanti. Si comincia, pertanto, un ricamo dello schema. Nella preziosissima commissione di vigilanza Rai, grazie a una mediazione con gli alleati si riesce a ottenere una poltrona per un’altra ex. Stiamo parlando di Barbara Floridia, ex sottosegretaria all’Istruzione, che dopo aver fatto da capogruppo per qualche mese, ottiene il controllo della tv di Stat. Le buone relazioni con la maggioranza, d’altronde, salvano lo stesso Bonafede. La nuova strategia si dimostra, sin da subito, fruttifera. Poco importa cosa ne pensa un’opinione pubblica, ormai abituata alle alleanze imprevedibili dei 5 Stelle. In questo caso, poi, non c’è nulla di nuovo. Lo stesso Conte ha fatto un governo con i sovranisti della Lega, così come è stato l’unico a ritrovarsi sul fronte dei ribelli, insieme a FdI quando era il momento di sfiduciare Draghi. Non sarebbe certamente un’operazione agli estremi. Meglio, quindi, ricordarsi di quel vecchio scudocrociato, conteso tra i due litiganti. Il proverbio parla chiaro: il terzo gode. In questo caso, non si sa se la massima corrisponderà alla realtà. Per l’ex presidente del Consiglio, considerando che i rossi sono già scappati, è l’unica strada per continuare a mantenere in vita una macchina vicina alle persone, come appunto il cattolicesimo impone e non in grado di lasciare nessuno a terra, neanche quei non privilegiati che non hanno il lusso di aver studiato alla Bocconi. Finanche un bibitaro del San Paolo è riuscito a diventare star. Basta solo riprendersi quella fede, che non tanto si addice a un Salvini, che come dimostra il Papete, spesso ha uscite che non eccedono per moralità. Meglio, dunque, il “Credo” del santone Grillo che quello di un pagano che professava la religione di Alberto da Giussano. Una cosa è certa, tale posizionamento fa arrabbiare anche i renziani, che volevano invece prendersi la posizione di alleato nascosto per rubarsi, pezzo a pezzo, tutta la torta. A svelare il piano è il fedelissimo Davide Faraone, che dopo un tweet, scritto in maniera abbastanza frettolosa, tanto da confondere il suo partito con il Movimento, spiega appunto l’accordo tra Conte e quelli che probabilmente saranno i suoi nuovi alleati. Ci riferiamo ovviamente ai fratelli del partito conservatore pensato dalla prima donna presidente del Consiglio. Quest’ultima sa bene che le grandi riforme, nel paese del Vaticano e della Santa Sede, non si possono fare senza unire tutto il mondo possibile, nel segno di valori e principi che certamente non possono appartenere a una paladina della sinistra come Elly.

Maurizio Belpietro per la Verità il 30 aprile 2023.

Più che cittadini avrebbero dovuto farsi chiamare furbini. Infatti, uno dopo l’altro, una volta cacciati da quel Parlamento che intendevano aprire come una scatola di latta, deputati e senatori eletti con il Movimento 5 stelle stanno facendo di tutto per tornarci e quando questo non è possibile si intrufolano negli uffici annessi, che in qualche modo hanno a che fare con la politica. 

Il caso più clamoroso è quello di Luigi Di Maio, il quale, rimasto appiedato, nonostante per aggirare il limite del secondo mandato si fosse fatto un partito su misura, non è riuscito a tornare a Montecitorio. In soccorso dell’ex ministro del Lavoro, come è noto, è arrivata la Ue, nominandolo inviato speciale nei Paesi del Golfo, sebbene le ultime esperienze nell’area abbiano prodotto un incidente diplomatico fra Italia ed Emirati Arabi Uniti. Ma non c’è solo Di Maio. Mentre l’ex capo politico grillino trovava un’occupazione ben remunerata a Bruxelles, altri seguivano le sue orme. È il caso di Alfonso Bonafede, indimenticato ministro della Giustizia, che una volta perso il seggio annunciò solennemente che sarebbe tornato a fare l’avvocato. Un gesto di grande dignità, contraddetto nel giro di pochi mesi.

(...)

Dunque, ecco Manlio Di Stefano, già vice di Di Maio agli Esteri durante il Conte due e il Draghi uno. Di lui si ricorda un memorabile tweet con cui, rivolto agli abitanti di Beirut dopo l’esplosione che distrusse il porto, mandò con tutto il cuore un abbraccio ai suoi «amici libici». Sì, da grande esperto di politica estera, l’ex sottosegretario visitò nel maggio dello scorso anno il quartier generale di Axiom Space, un colosso americano attivo nel settore aerospaziale. Beh, a quanto pare pochi mesi dopo aver lasciato il Parlamento, Di Stefano si è accasato come senior advisor proprio nel gruppo con sede a Houston. 

Un approdo che pare quasi ovvio, visto che quando era al governo, l’onorevole grilllino aveva la delega per le questioni relative allo spazio e all’aerospazio. Forse qualcuno intravede motivi di opportunità che avrebbero sconsigliato di passare da una poltrona all’altra senza fare troppa attenzione a politica e affari? Più che questioni di eleganza, ce n’è una di sostanza, in quanto la legge Frattini vieta le porte girevoli, che consentono rapide giravolte dall’esecutivo all’industria, ma l’ex grillino non pare avere intravisto ostacoli.

Di Maio, Bonafede e Di Stefano sono i casi più clamorosi di cittadini rivelatisi furbini, che la scatola di latta, invece di aprirla con un apriscatole, l’hanno in qualche modo trasformata nella loro casa o per lo meno in una succursale, con ottimi guadagni. Tuttavia, per un ex ministro del Lavoro che trova lavoro per sé stesso a 12.000 euro al mese e un ex sottosegretario con delega alle questioni aerospaziali che va alla conquista della luna con 17.000 euro di retribuzione, ci sono tanti altri grillini che si sono sistemati negli uffici accanto a quelli che sono stati costretti a lasciare. C’è chi dai 5 stelle ha traslocato in Forza Italia o in Fratelli d’Italia. 

Chi si è accasato con il Pd e chi ha trovato un posto da dirigente in un’azienda pubblica. Ma c’è anche chi, come Laura Castelli, ex viceministro dell’economia nel governo gialloblù, dopo essere stata esclusa dal Parlamento si è fatta nominare portavoce del partito dell’ex sindaco di Messina Cateno De Luca, Sud chiama Nord, nella speranza di tornare in gioco per le prossime elezioni europee.

Sì, a guardare la lista di onorevoli-furbini che non si rassegnano a tornare alle proprie occupazioni, fa quasi tenerezza il povero Danilo Toninelli, che fedele fino all’ultimo alla causa grillina ed escluso dalle liste per via della regola dei due mandati, non ha avuto altra alternativa che ricominciare il suo vecchio mestiere di liquidatore di sinistri per una compagnia d’assicurazione. Per chi lo volesse incontrare per esternargli la propria solidarietà, segnalo che fa il pendolare sulla tratta Cremona-Milano. Ma volendo lo si può ascoltare anche su YouTube, e immagino che molti non vedano l’ora.

I dieci motivi del declino del (fu) Movimento 5 Stelle. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno l’11 Marzo 2023

Il caso giudiziario che ha investito Beppe Grillo sul presunto traffico di influenze illecite è soltanto l'ultimo capitolo di un Movimento 5 Stelle che si è ormai completamente snaturato con il passare del tempo

Se si cerca legittimazione politica in un tribunale, vuol dire che la democrazia interna è fallita“. Sono le parole scritte il 5 giugno 2021. da Davide Casaleggio, figlio di Gianroberto Casaleggio, il fondatore, l’ideologo, la “mente” informatica del M5S “Come tantissime altre persone che ho avuto la fortuna di incontrare in questo percorso, in questi 15 anni ho contribuito gratuitamente, senza mai chiedere nulla in cambio, se non il rispetto di quei fondamentali principi, valori e regole che erano alla base del progetto che insieme a mio padre avviammo nel 2005, Con dolore, al completamento del passaggio dei dati, mi disiscriverò dal MoVimento 5 Stelle come tanti hanno deciso di fare negli ultimi mesi. Questo non è più il MoVimento e sono certo non lo avrebbe più riconosciuto nemmeno mio padre“

Uno vale uno”, ma alla fine comanda ed incassa solo Grillo

Sono almeno 10 temi sui quali il Movimento 5 Stelle ha spesso compiuto delle retromarce clamorose. Chi non ricorda lo slogan “uno vale uno” ? Un proposito che ha sempre dimostrato tutte la sua falsità illusiva fin da subito. Nato come elemento che avrebbe dovuto caratterizzare la presunta democrazia interna del partito, 14 anni dopo la nascita del Movimento si è ormai capito che ha sempre comandato una sola persona: Beppe Grillo. “Giuseppi” Conte ha cercato e sta continuando a provarci ancora adesso di soffiargli effettivamente le leve del comando, ma il maxi-contratto da oltre 300mila euro l’ anno stipulato da Grillo con il Movimento 5 Stelle nella figura del suo presidente Conte, per supportarne la comunicazione e le campagne elettorali è parecchio eloquente da questo punto di vista: tempo perso !

Dal “non più di due mandati” alla decisione “mandato zero“

Era stato proprio il comico genovese a imporre a “Giuseppi” Conte la scorsa estate di non concedere alcuna proroga a tutti quei parlamentari italiani a 5 Stelle che avevano già collezionato due mandati. Così in apparenza è stato: niente più seggio in Parlamento ai vari Bonafede, Crimi, Fico, Fraccaro, Taverna, Toninello. Originariamente, il divieto di accumulare più di due legislature doveva riguardare qualsiasi tipo di incarico politico elettivo e non solo i deputati e i senatori. Questi ultimi due, invece, sono stati alla fine gli unici due ruoli a non potere usufruire del fantomatico “mandato zero“: una regola ideata dal “bibitaro” (all’ anagrafe Luigi Di Maio) che consentì a Virginia Raggi tanto per fare un esempio di ricandidarsi a sindaco nonostante avesse già svolto un mandato da consigliera comunale, ed uno da prima cittadina di Roma, e quin di non avrebbe dovuto ricandidarsi. Invece per gli ex deputati, lauti compensi pagati dal M5S e dalle istituzioni con il denaro pubblico del contribuente. Da ex disoccupati a mantenuti statali il passo è stato veloce !

Alleanze ? “Mai con nessuno” e dopo le fanno con tutti

E vogliamo parlare delle alleanze politiche ? Il Movimento 5 Stelle dall’atto della fondazione si era sempre posto come l’unico movimento politico che non avrebbe mai stretto accordi né sarebbe entrato in coalizione con nessun altro partito. Ma dopo soli 5 anni del loro ingresso in Parlamento , la svolta e la giravolta continua pur di non perdere le poltrone, hanno portato i grillini dalla primavera del 2018 ad entrare al Governo alleandosi prima con la Lega di Salvini , pur di dare vita al 1° Governo Conte, ed allearsi soltanto un anno dopo con il Partito Democratico di Enrico Letta per formare il 2° Governo Conte. Ma Beppe Grillo non contento di tutte le giravolte politiche, e delle bugie propinate al popolo “grillino” impose nell’inverno 2021 ai parlamentari e senatori del M5s di appoggiare l’esecutivo guidato da Mario Draghi al cui interno era presente addirittura persino Forza Italia dell’ “odiatissimo” Silvio Berlusconi. A livello amministrativo, nelle varie elezioni comunali e regionali, la coalizione a macchia di leopardo del M5S con il Pd si è sempre ripetutamente rivelata fallimentare.

Non sempre a favore dei diritti civili

Uscendo dai temi politici, si rivela curioso anche il modo in cui “Giuseppi” Conte abbia affrontato il tema dei diritti civili. Nel programma elettorale con cui il Movimento 5 Stelle si era presentato al giudizio degli elettori nel 2022 parlando di “possibilità di adozione estesa anche alle persone single e alle coppie dello stesso sesso, per le quali deve essere aperto l’accesso all’istituto del matrimonio laico e civile (matrimonio egualitario)”. Eppure, appena un anno prima, “Giuseppi” era parecchio reticente sul ddl Zan ed il Movimento 5 Stelle si era astenuto nel 2016, quando il Parlamento votò per il provvedimento, nota come “legge Cirinnà“, sull’istituzione anche Italia delle unioni civili tra persone dello stesso sesso.

Mattarella via dal Quirinale“, ma rivotato al Colle dal M5s

Uno dei tanti protagonisti della politica italiana a essere stato bersaglio diretto dei grillini è stato addirittura il Capo dello Stato Sergio Mattarella che volevano al suo posto al Quirinale il professor Stefano Rodotà all’epoca dei fatti Garante della Privacy. Nel maggio 2018 il Presidente della Repubblica decise di non controfirmare il decreto di nomina dell’ antieuropeista Paolo Savona come ministro dell’Economia: Giggino Di Maio andò su tutte le furie ed arrivo a chiedere la messa in stato di accusa del capo dello Stato. Una mossa politica che durò appena 48, prima che Giggino il “bibbitaro” accettasse lo spostamento di Savona agli Affari Europei e fece immediato dietrofront sulla richiesta di impeachment. Soltanto meno di quattro anni dopo, il Movimento 5 Stelle votava per il “bis” di Mattarella che non aveva alcuna intenzione di restare al Quirinale.

Giustizialismo a targhe alterne

Beppe Grillo dovrà cucirsi la bocca e mordersi la lingua per non commettere ulteriori gaffe sulla sua presunta “mediazione illecita” che sarebbe stata finalizzata a orientare l’azione pubblica di parlamentari “in senso favorevole agli interessi del gruppo Moby“ del patron Vincenzo Onorato “cliente” pagante centinaia di migliaia di euro del blog di Grillo . Un paio di anni fa, il comico genovese delirò a favore di telecamera pur di difendere il figlio imputato per violenza sessuale sostenendo che si trattatva di una “speculazione” politica. Il doppiopesismo giustizialista dei 5 Stelle (che valeva contro per gli avversari) ed il garantismo “talebano” nei confronti degli amici, sono il manifesto vivente di una metamorfosi a 360° che ebbe la propria origine ai tempi di Virginia Raggi. Se qualche amministratore di centrodestra o centrosinistra veniva anche solamente sfiorato da un’indagine si chiedevano le dimissioni immediate; l’allora sindaca di Roma, imputata in un processo, se ne restò tranquillamente al proprio posto anche se imputata. Per non parlare poi della pletora di “nominati” dal M5S, finiti nelle patrie galere.

Il pasticcio del condono a Ischia

I grillini del M5S si sono sempre ripetutamente schierati in maniera fermamente contraria a qualsiasi tipo di condono. Ma non appena salgano al governo, i 5 Stelle danno semaforo verde ad un processo di condono edilizio con il DL Genova. Infatti nel decreto del Governo Conte, le pratiche di sanatoria inevase su Ischia vennero giudicate con i criteri più permissivi del condono Craxi del 1985, permettendo con i soldi pubblici la ricostruzione di edifici in aree a rischio sismico e idrogeologico. Il primo comma dell’articolo 25 del decreto Genova (intitolato “Definizione delle procedure di condono“). L’alluvione che provocò 12 vittime a Ischia lo scorso novembre fece tornare in auge questo tema e le polemiche relativa a quella scelta di cinque anni fa.

Le grandi opere fortemente (non) volute

Una delle più grandi “capriole” grilline riguarda l’approccio ideologico sulle grandi opere che venivano considerate da sempre il “male assoluto”, il Movimento 5 Stelle ha poi rivisto le proprie posizioni perché non c’erano soluzioni alternative rispetto ai progetti originari. Il Tav era “un’opera inutile che non si completerà mai, perché era uno spreco di soldi e porta solo inquinamento ambientale”? Dopodichè nel luglio 2019 Giuseppe Conte in pectore a Palazzo Chigi, ha dato infatti il via libera all’infrastruttura. Sempre con il Movimento 5 Stelle a Palazzo Chigi valevano ancora le dichiarazioni di Alessandro Di Battista: “il Tap verrà bloccato in due settimane”? Macchè, venne immediata confermata dal 1° Governo Conte. Le Olimpiadi, che non si potevano svolgere a Roma nel 2024 con l’ostracismo di Virginia Raggi, si sono potute però organizzare a Milano e Cortina nel 2026, avvallate dallo stesso esecutivo. Il trionfo dell’incoerenza !

Ex-Ilva: da “chiusa subito !” a “caso risolto…”

Sempre in nome della crescita e del pragmatismo, anche sull’ex Ilva di Taranto il Movimento 5 Stelle ha più volte cambiato idea. Luigi Di Maio sembrava essere sempre fermo e deciso sulla questione. “Il Movimento 5 Stelle è e sarà sempre per la chiusura dell’Ilva” (dichiarazione del 22 luglio 2015). “Lo diciamo chiaramente, chiuderemo l’Ilva. Il denaro pubblico va investito sulle vere priorità del Paese. Non sulle opere inutili e dannose. È stata sempre dritta la barra del Movimento 5 Stelle e continua ad esserlo. E chi vuole leggere altro nel contratto sbaglia” (19 maggio 2018). “Chiuderemo l’Ilva nel giro di qualche anno” (22 maggio 2018). Ma dopo qualche mese il ministro Di Maio nel settembre 2018 annunciò trionfante la (presunta) risoluzione del problema, tenendo aperta la fabbrica: “Il contratto con ArcelorMittal non si poteva rescindere”. Salvo fuggire alle domande insidiose nel nostro direttore in conferenza stampa al Mise ed in Prefettura a Taranto !

L’invio a intermittenza delle armi in Ucraina

Infine, il tema internazionale che negli ultimi 13 mesi sta tenendo “banco” in tutto il mondo : la guerra avviata dal governo russo all Ucraina. Nel giro di pochissime settimane il gruppo parlamentare del M5S ha cambiato idea per quattro volte: prima votò a favore dell’invio delle armi compattamente con la maggioranza, poi cominciò a porre dei paletti che si trasformarono immediatamente in un no secco in prossimità con la caduta del governo Draghi.

In campagna elettorale “Giuseppi” Conte tentò l’azzardo del dietrofront dicendosi “orgoglioso” di quell’invio (“eravamo consapevoli che non ci si può difendere con le mani nude da una tale aggressione”), ma visto che i sondaggi non lo premiarono, fece l’ennesima puntale giravolta, e due giorni doposi riposizionò sul versante “pacifista”. La curiosità che resta ancora insoluta sull’argomento da parte del M5S: qual è l’alternativa per difendere senza le armi, la popolazione ucraina dalla Russia ? La “pochette” nel taschino di Conte, o mandiamo il fidanzato cubano di Rocco Casalino al Cremlino a discutere la resa dell’ Ucraina con Putin ?

Redazione CdG 1947

Le dieci ragioni della morte del grillismo. Lorenzo Grossi l’11 Marzo 2023 su Il giornale.

Il caso giudiziario che ha investito Beppe Grillo sul presunto traffico di influenze illecite è soltanto l'ultimo capitolo di un Movimento 5 Stelle che si è ormai completamente snaturato con il passare del tempo

La recente comunicazione della chiusura delle indagini da parte della procura di Milano sul presunto traffico di influenze illecite di cui è accusato Beppe Grillo è l'ennesima dimostrazione di come la legge del contrappasso abbia colpito un'altra volta il Movimento 5 Stelle e, in questa particolare circostanza, la figura del fondatore. Come se già non bastasse la fedina penale del comico genovese, ora un'altra grana giudiziaria (e non da poco) si aggiunge alla lista del garante dei grillini. Nelle ultime ore nessuno tra i pentastellati ha voluto commentare l'inchiesta penale: sintomo di un imbarazzo più che palbabile che emerge tra i militanti e palesa nuovamente tutte le contraddizioni e le incoerenze che il Movimento ha dovuto affrontare.

Giustizialismo a targhe alterne

Anche lo stesso Grillo dovrà cucirsi la bocca per non commettere ulteriori gaffe sulla sua presunta "mediazione illecita" che sarebbe stata finalizzata a orientare l'azione pubblica di parlamentari "in senso favorevole agli interessi del gruppo Moby" del patron Vincenzo Onorato. Cosa che non fece assolutamente un paio di anni fa, quando delirò in favore di telecamera pur di difendere il figlio imputato per violenza sessuale. Il doppiopesismo dei 5 Stelle sulla dicotomia giustizialismo (per gli avversari) e garantismo (nei confronti degli amici) è l'emblema di una metamorfosi definitiva che ebbe la propria origine ai tempi di Virginia Raggi. Per tutti gli amministratori di centrodestra e centrosinistra che venivano anche solamente sfiorati da un'indagine si chiedeva le dimissioni immediate; l'allora sindaca di Roma, invece, poté restare tranquillamente al proprio posto anche se imputata.

"Uno vale uno", ma alla fine conta solo Grillo

Ma ci sono almeno altri nove temi sui quali il Movimento 5 Stelle ha spesso compiuto delle retromarce clamorose. Lo slogan "uno vale uno", per esempio, ha sempre dimostrato tutte le sue pecche fin da subito. Nato come elemento che avrebbe dovuto caratterizzare la presunta democrazia interna del partito, 14 anni dopo la nascita del Movimento si è ormai capito come abbia sempre comandato una persona sola: Beppe Grillo. Conte ha cercato (e sta cercando ancora adesso) di soffiargli effettivamente il posto, ma il maxi-contratto da oltre 300mila euro stipulato da Grillo e il Movimento 5 Stelle per supportarne la comunicazione e le campagne elettorali è parecchio eloquente da questo punto di vista.

Da "non più di due mandati" a "mandato zero"

Fu proprio il comico genovese a imporre a Giuseppi nell'estate scorsa di non concedere alcuna proroga a tutti quei parlamentari italiani a 5 Stelle che avevano già collezionato due mandati. In effetti così fu: niente più seggio, dunque, ai vari Fico, Toninello, Bonafede, Taverna, Fraccaro, Crimi. Peccato che, originariamente, il divieto di accumulare più di due legislature doveva riguardare qualsiasi tipo di incarico politico elettivo e non solo i deputati e i senatori. Questi ultimi due, invece, sono rimasti alla fine gli unici due ruoli a non potere usufruire del fantomatico "mandato zero": una regola ideata da Luigi Di Maio che consentì, per esempio, a Virginia Raggi di ricandidarsi a sindaco nonostante avesse già svolto un mandato da consigliera comunale e uno da prima cittadina di Roma.

Alleanze con nessuno e poi con tutti

Che dire, poi, delle alleanze politiche? Per anni il Movimento 5 Stelle si è sempre orgogliosamente posto come l'unico che non avrebbe mai stretto accordi né entrato in coalizione con nessun altro partito. Ma, dalla primavera del 2018, la svolta (e la giravolta continua) ha portato i pentastellati ad allearsi prima con la Lega, per dare vita al governo Conte 1, e un anno dopo con il Partito Democratico per il Conte 2. Non contento, Grillo impose nell'inverno 2021 di appoggiare l’esecutivo guidato da Mario Draghi al cui interno era presente anche Forza Italia dell’odiatissimo Silvio Berlusconi. A livello amministrativo, inoltre, la coalizione a macchia di leopardo con il Pd si è sempre ripetutamente rivelata fallimentare.

"Mattarella via dal Quirinale", ma rivotato al Colle dal M5s

Uno dei tanti protagonisti della politica italiana a essere stato, a un certo punto, bersaglio diretto dei 5 Stelle è stato addirittura Sergio Mattarella. Nel maggio 2018 il Presidente della Repubblica decise di non controfirmare il decreto di nomina di Paolo Savona come ministro dell'Economia: Di Maio andò su tutte le furie e chiese la messa in stato di accusa del capo dello Stato. La mossa politica durò appena due giorni scarsi, prima che Giggino accettasse lo spostamento di Savona agli Affari Europei e fece immediato dietrofront sulla richiesta di impeachment. Il destino volle che, meno di quattro anni più tardi, il Movimento 5 Stelle votasse per il bis di Mattarella al Quirinale.

Il pasticcio del condono a Ischia

I pentastellati si sono sempre ripetutamente schierati in maniera fermamente contraria a qualsiasi tipo di condono. Succede però che, non appena salgano al governo, i 5 Stelle abbiano dato il via a un processo di condono edilizio con il dl Genova. Nel decreto, infatti, le pratiche di sanatoria inevase su Ischia vennero giudicate con i criteri più permissivi del condono Craxi del 1985, permettendo con i soldi pubblici la ricostruzione di edifici in aree a rischio sismico e idrogeologico. Il primo comma dell’articolo 25 del decreto Genova (intitolato "Definizione delle procedure di condono"). L'alluvione che provocò 12 vittime a Ischia lo scorso novembre fece tornare in auge questo tema e le polemiche relativa a quella scelta di cinque anni fa.

Le grandi opere fortemente (non) volute

Una delle più grandi giravolte grilline riguarda l'approccio ideologico sulle grandi opere. Considerate da sempre il "male assoluto", il Movimento 5 Stelle ha poi dovuto rivedere le proprie posizioni perché non c'erano soluzioni alternative rispetto ai progetti originari. Il Tav era "un'opera inutile che non si completerà mai, perché era uno spreco di soldi e porta solo inquinamento ambientale"? Ebbene, non più. Nel luglio 2019 Conte darà infatti il via libera all'infrastruttura. Con i 5 Stelle al governo il Tap "verrà bloccato in due settimane", come sosteneva Di Battista? No, venne immediata confermata dal Conte 1. Le Olimpiadi, che non si potevano svolgere a Roma nel 2024, si sono potute però organizzare a Milano e Cortina nel 2026, avvallate dal medesimo esecutivo.

Ilva: da "chiusa subito" a "caso risolto"

Sempre in nome della crescita e del pragmatismo, anche sull’ex Ilva il Movimento 5 Stelle ha dovuto cambiare idea. Luigi Di Maio era sempre fermo e deciso sull'argomento. "Il Movimento 5 Stelle è e sarà sempre per la chiusura dell'Ilva" (22 luglio 2015). "Lo diciamo chiaramente, chiuderemo l'Ilva. Il denaro pubblico va investito sulle vere priorità del Paese. Non sulle opere inutili e dannose. È stata sempre dritta la barra del Movimento 5 Stelle e continua ad esserlo. E chi vuole leggere altro nel contratto sbaglia" (19 maggio 2018). "Chiuderemo l'Ilva nel giro di qualche anno" (22 maggio 2018). Nel settembre 2018 il ministro Di Maio annunciò trionfante la (presunta) risoluzione del problema, tenendo aperta la fabbrica: “Il contratto con ArcelorMittal non si poteva rescindere”.

Non sempre a favore dei diritti civili

Uscendo dai temi economici, si rivela curioso anche il modo in cui CamaleConte abbia affrontato il tema dei diritti civili. Nel programma elettorale con cui si è presentato alle elezioni nel 2022 si parla di "possibilità di adozione estesa anche alle persone single e alle coppie dello stesso sesso, per le quali deve essere aperto l'accesso all'istituto del matrimonio laico e civile (matrimonio egualitario)". Eppure, solo un anno prima, Giuseppi era parecchio reticente sul ddl Zan e, nel 2016, il Movimento 5 Stelle si era astenuto quando il Parlamento votò per il provvedimento, nota come legge Cirinnà, sull'istituzione anche Italia delle unioni civili tra persone dello stesso sesso.

L'invio a intermittenza delle armi in Ucraina

Infine, il tema internazionale che sta tenendo testa in tutto il mondo negli ultimi 13 mesi: la guerra in Ucraina. Nel giro di pochissime settimane il gruppo parlamentare pentastellato cambia idea almeno quattro volte: prima votò a favore dell'invio delle armi compattamente con la maggioranza, poi cominciò a porre dei paletti che si trasformarono immediatamente in un no secco in prossimità con la caduta del governo Draghi. In campagna elettorale Conte tentò l'azzardo del dietrofront dicendosi "orgoglioso" di quell'invio ("eravamo consapevoli che non ci si può difendere con le mani nude da una tale aggressione"), ma visto che i sondaggi non lo premiarono, si riposizionò due giorni dopo sul versante "pacifista". La curiosità che resta ancora inevasa sull'argomento è: qual è l'alternativa per difendere la popolazione ucraina dalla Russia?

Il funerale del grillismo. Beppe Grillo si è ricucito addosso il ruolo da battitore libero, solitario, e la distanza con l'avvocato di affari Giuseppe Conte è ormai siderale. Vittorio Macioce l’11 Marzo 2023 su Il giornale.

Sembra una nemesi, che arriva quando il sogno di Gianroberto Casaleggio e del suo uomo da palcoscenico si è già sgonfiato. Beppe Grillo si è ricucito addosso il ruolo da battitore libero, solitario, e la distanza con l'avvocato di affari Giuseppe Conte è ormai siderale.

I Cinque Stelle delle origini hanno da tempo rinnegato se stessi e vagano in cerca di una seconda o terza vita, alcuni cercando di non tornare indietro, altri bussando alle porte di Elly Schlein, giurando che il Pd, soprattutto questo Pd, è la loro casa naturale. L'immagine sfocata è quella di una diaspora di accattoni. I grillini non hanno più un nome, perché tutto ciò che avevano è stato usurpato da Conte, uomo in grado di indossare qualsiasi vestito, con la faccia di chi sta bene con tutto.

La stagione politica del grillismo è finita, dispersa nella sua metamorfosi. È stato un grande fuoco che si è consumato in fretta, bruciando speranze e illusioni, con un populismo nato in teatro, spopolato in piazza, per poi svaccare nei social, con quella miscela di rabbia e vaffa, di chi rivendicava la sovranità dell'uomo qualunque contro la casta dei «sempreinpiedi».

Adesso sembra che i «controcasta» non hanno mai avuto nelle vene il vaccino contro il potere. Troppo velocemente si sono resi conto, senza salvarsi, che la casta erano loro, anche loro, come capita da sempre alle schiatte di scribi e farisei. È una legge da cui non si sfugge.

Il sigillo è un'inchiesta giudiziaria che ha il sapore da tarda prima repubblica, come se il governo pentastellato avesse i crismi della cricca. È la Procura di Milano che si muove, quella di tangentopoli, e notifica a Beppe Grillo e Vincenzo Onorato, proprietario del gruppo Moby, la conclusione delle indagini. Ora tocca al gip dire se ci sarà un processo. Non tocca a noi, non tocca alla piazza. Quello che si può dire è che i due sono indagati per traffico di influenze illecite, uno di quei reati dai confini grigi.

Secondo l'accusa, Grillo avrebbe ricevuto pagamenti per la diffusione di contenuti sul blog che sarebbero serviti come mediazione verso il mondo politico. Il grande capo del Movimento avrebbe fatto pressioni su ministri grillini per dare una mano all'armatore, che negli ultimi anni si è ritrovato a navigare in acque economiche insicure.

C'è in questo gioco anche un contratto pubblicitario per il 2018 e il 2019 tra Moby spa e la Beppe Grillo srl. La cifra totale è di 240mila euro. Troppo, a sentire gli inquirenti. Nelle carte ci sono i nomi di Luigi Di Maio, Danilo Toninelli e Stefano Patuanelli. Non sono indagati.

Questa è la breve cronaca di giornata. La realtà è che sul destino grillino non inciderà più di tanto. È solo il grottesco finale di partita. Qui non si parla di colpevoli o innocenti, ma si guarda al senso di questa roboante avventura politica. Il grillismo è stato già seppellito da Conte, personaggio cresciuto nel sottobosco del potere. È lui il becchino del Movimento.

Sulla scena c'è invece il teschio politico di Grillo, che ricorda lo Yorick di Amleto, quel che resta di infinite facezie.

Beppe Grillo.

Ciro Grillo.

Beppe Grillo.

Chi è.

Sparacazzate.

Santone.

Trafficatore.

Diffamatore.

Trottolino.

Beppe Grillo.

Chi è.

Il Bestiario, il Grilligno. Il Grilligno è un animale leggendario che dice cose che, se un esponente di destra solo le pensasse, verrebbe “linciato” pubblicamente. Giovanni Zola il 22 Giugno 2023 su Il Giornale.

Il Grilligno è un animale leggendario che dice cose che, se un esponente di destra solo le pensasse, verrebbe “linciato” pubblicamente.

Il Grilligno è un essere mitologico che di tanto in tanto emerge da lunghi periodi di letargo strategico per salire su un palco e lanciare provocazioni che vogliono lasciare il segno: "Diventate leader di voi stessi! Fate le brigate di cittadinanza, mettetevi il passamontagna e di notte, senza farvi vedere, fate i lavoretti, sistemate i marciapiedi. Reagite!", ha ruggito il Grilligno. Le esternazioni del leggendario animale ligure muovono a inevitabili reazioni di chi giustamente non apprezza un linguaggio che evoca il terrorismo italiano di mezzo secolo addietro. Ma sappiamo che il Grilligno è un comico in decadenza e non vogliamo dare troppa importanza alle sue parole. Però, a parti invertite, se per esempio un esponente di centro destra avesse parlato di “squadre di cittadinanza”, l’ipersensibilità di alcuni giornaligni e politicigni, che in un passato recente hanno scambiato un gesto militare, per un saluto romano, evidentemente affetti da gravi problemi di vista o di un disturbo ossessivo compulsivo, ci avrebbero ammorbato per almeno una settimana solare, riempiendo le pagine e i notiziari di articoli scandalizzati e preoccupati per il ritorno del peggior neofascismo.

Ciò che preoccupa davvero dell’apparizione del Grilligno è un’altra: riuscirà l’essere mitologico a infondere nuovo coraggio alle fila dei 5 Stelle? No, è impossibile, ormai ha fatto il suo tempo. Ma il suo nuovo avvento ci ricorda la peggior classe politica dirigente, nella storia italiana della Repubblica, benchè parlare di “classe politica” dei 5 Stelle sia un complimento immeritato. Contigni, Dimaigni, Fittigni, Bonafedigni e Toninelligni si sono trovati al comando di un Paese già in grave difficoltà e alle prese con l’emergenza pandemica. Un aereo pilotato da un non vedente avrebbe avuto più chance di sopravvivenza. La “classe dirigente dell’onestà”, portata agli altari del potere dal Grilligno, tanto impreparata quanto incoerente che si è rivelata essere moralmente peggiore della politica da loro stessi aspramente denigrata.

Il Grilligno, invece di lanciarsi in sproloqui, o forse soliloqui, senza senso, farebbe bene a chiedere scusa per aver illuso degli inadeguati di poter sedere in parlamento e per aver rischiato di affondare definitivamente un Paese che non si meritava la sciagura del Movimento 5 Stelle.

Estratto dell’articolo di Brunella Bolloli per “Libero quotidiano” giovedì 14 settembre 2023. 

Dal reddito di cittadinanza al reddito di "grillanza”: una volta i Cinquestelle pensavano ai poveri, oggi pensano a foraggiare chi indigente proprio non è. Parliamo del fondatore Beppe Grillo, fresco di rinnovo di un contratto da 300mila euro […] Grillo […] ha avuto anche un’altra formidabile intuizione: quella di passare dal palcoscenico dei suoi tour a quello virtuale del suo blog facendosi pagare per fare lo show anche lì. Come un dipendente di lusso.

E il blog, un tempo bibbia del pensiero Cinquestelle, poi a lungo silente (specie dopo il divorzio dalla Cassaleggio Associati), oggi di nuovo attivo, è però adesso più distante dai parlamentari M5S. Tra i contributi non si notano, infatti, i nomi di deputati o senatori pentastellati, non vi è riferimento come in passato a questioni di politica interna, non ci sono i commenti della famigerata “base” ad animare il dibattito grillesco.

Tutto cambia e […] Quale è esattamente il ruolo del comico ligure? Il consulente per la comunicazione. Ma attenzione, non un competitor di Rocco Casalino, il portavoce di Giuseppi che avrebbe sognato la candidatura, ma lo stratega delle campagne elettorali, il frontman per i comizi, l’animatore del villaggio pentastellato. Di solito un leader si spende gratis per il proprio partito, non Grillo che ha stipulato con il suo Movimento un contratto da 300mila euro l’anno. 

Scaduto a maggio, Conte glielo ha appena rinnovato, come ha rivelato lo stesso ex presidente del Consiglio alla festa del Fatto quotidiano. Top secret, però, i dettagli tra le parti, com’è nello stile dei grillini trasparenti quando pare a loro. «Il contratto di Grillo? Non riguarda il nostro gruppo parlamentare», precisa a Libero Emiliano Fenu, tesoriere M5S alla Camera. Ed è chiaro che sia così altrimenti dovrebbe essere tutto rendicontato e invece non c’è traccia del documento che sta facendo fibrillare la pattuglia parlamentare.

Sul sito di Montecitorio, alla voce amministrazione trasparente, ci sono ancora alcuni versamenti di poca entità a Rousseau, fermi al 2021, ma per sapere qualcosa sul compenso del garante bisogna chiedere al tesoriere del Movimento Cinquestelle, l’ex sottosegretario Claudio Cominardi, e a Nina Monti, la cantautrice romana titolare della società che cura il blog di Grillo (le cui spese vive si aggirano sui 200mila euro). Rumors danno la Monti in lista alle Europee per il M5S.

Ufficialmente nessuno si sbottona sui soldi intascati dal fondatore, ma di fronte alla promessa di anonimato i grillini si sfogano: «Assurdo parlare di reddito di cittadinanza e poi pretendere somme del genere», «Conte ha deciso di venire a patti con Grillo: tu non mi rompi i c...i sulla gestione politica del Movimento e io ti rinnovo il contratto». […] in tanti avrebbero smesso di versare il contributo mensile al Movimento ormai a tutti gli effetti partito, specie da quando i vertici hanno deciso di dire sì ai fondi pubblici. Insomma, una volta Grillo diceva: «La politica senza soldi si può fare». Oggi non solo ha cambiato idea, ma parte il vaffa se non gli rinnovano il contratto. […]

Vittorio Feltri a valanga su Conte e Grillo: "I 300mila euro? Una tangente legale". Il Tempo il 14 settembre 2023

Lontani i tempi del Parlamento da aprire come una "scatoletta di tonno": Beppe Grillo, che ha fondato il Movimento 5 Stelle insieme a Gianroberto Casaleggio, oggi preferisce altre pietanze come il "caviale". Vittorio Feltri nella sua "Stanza" sul Giornale risponde a un lettore che gli chiede un commento sulla notizia, data dal Tempo, che il M5S di Giuseppe Conte ha rinnovato il contratto da 300mila euro l'anno a Grillo come consulente per la comunicazione. "Sono contento per Beppe Grillo, il quale riesce a farsi pagare bene senza fare nulla di tangibile. Questo è un merito, quindi non me la sento di inveire né di rimproverarlo" premette il direttore editoriale. "Ciò che invece mi genera qualche perplessità risiede altrove: in cosa diavolo consiste esattamente l’attività di consulente della comunicazione fornita dal comico al partito che per anni ci ha parlato di merito, di tagli ai super stipendi, di reddito universale (pochi spiccioli ma per ciascuno)?".

Feltri ricorda che Conte non ha spiegato fino in fondo quale sarà il ruolo di Grillo, se non parlando in generale di suggerimenti nella comunicazione. "Consiglio io qualcosa all’avvocato del popolo per le sue campagne elettorali, e lo faccio a titolo gratuito: qualsiasi monito Grillo vi consegni, evitate di seguirlo, per il vostro bene e per la vostra già precaria sopravvivenza politica", è il messaggio all'ex avvocato del popolo.

Grillo ha avuto la "straordinaria capacità" di imporsi nella politica sfruttando il malcontento, ma "il comico lì si è fermato e mai è andato oltre". Senza considerare i fallimenti del Movimento: "Uno scivolone dietro l’altro, che hanno lasciato delusi gli elettori, i quali erano stati milioni e milioni". E diete alla deriva del partito c'è anche lui, Grillo. "È stato tanto bravo a creare ma è stato ancora più bravo a distruggere quello che aveva edificato", afferma Feltri che sintetizza: "Come comunicatore ha senza dubbio fallito, quindi non si capisce per quale ragione assumerlo in questa specifica veste". Insomma, andrebbe pagato per non comunicare, spiega il direttore, che va oltre: "L’emolumento di 300mila euro ha più il carattere della tangente, una tangente legale, perdonate la contraddizione in termini, ma sempre una sorta di pizzo versato dal partito a colui che lo ha ideato insieme a Gianroberto Casaleggio. Forse una forma anche di rispetto verso il comico, di riconoscenza".

Beppe Grillo è passato dal tonno al caviale. Sono contento per Beppe Grillo, il quale riesce a farsi pagare bene senza fare nulla di tangibile. Vittorio Feltri il 14 Settembre 2023 su Il Giornale.

Direttore Feltri,

ho letto sul Tempo che il leader del Movimento Cinque Stelle, Giuseppe Conte, ha rinnovato il contratto al fondatore del Movimento, Beppe Grillo. In pratica, il comico fornirebbe consulenza in materia di comunicazione al partito al modico compenso di 300mila euro. Non le sembra un po' troppo? Io ero rimasta alla scatoletta di tonno e al taglio degli stipendi di politici e affini.

Simona

Gentile Simona, sono contento per Beppe Grillo, il quale riesce a farsi pagare bene senza fare nulla di tangibile. Questo è un merito, quindi non me la sento di inveire né di rimproverarlo. Anzi, ne riconosco l'abilità, almeno quella di incassare. Ciò che invece mi genera qualche perplessità risiede altrove: in cosa diavolo consiste esattamente l'attività di consulente della comunicazione fornita dal comico al partito che per anni ci ha parlato di merito, di tagli ai super stipendi, di reddito universale (pochi spiccioli ma per ciascuno)? E pongo questo quesito senza malizia e senza sarcasmo, lo giuro. Conte ha spiegato ma non a sufficienza il ruolo di Grillo: questi aiuterà il movimento durante le campagne elettorali e darà anche suggerimenti nella comunicazione. Consiglio io qualcosa all'avvocato del popolo per le sue campagne elettorali, e lo faccio a titolo gratuito: qualsiasi monito Grillo vi consegni, evitate di seguirlo, per il vostro bene e per la vostra già precaria sopravvivenza politica. Certe uscite del padre dei grillini sono state altamente nocive.

Dobbiamo ammettere che Grillo ha avuto la straordinaria capacità, sfruttando un sentimento diffuso, ossia il malcontento, di fondare un movimento e di condurlo a varcare le soglie delle istituzioni, dove il M5s si è affermato in maniera indiscussa, sempre sotto la spinta di quella frustrazione popolare sapientemente sfruttata. Eppure il comico lì si è fermato e mai è andato oltre. Il suo movimento ha poi inanellato un insuccesso dopo l'altro, un flop dopo l'altro, uno scivolone dietro l'altro, che hanno lasciato delusi gli elettori, i quali erano stati milioni e milioni. Grillo ha contribuito enormemente alla deriva. Egli è stato tanto bravo a creare ma è stato ancora più bravo a distruggere quello che aveva edificato. Come comunicatore ha senza dubbio fallito, quindi non si capisce per quale ragione assumerlo in questa specifica veste. Io lo pagherei non per comunicare, bensì per stare zitto, possibilmente anche fermo, magari pure nascosto. L'emolumento di 300mila euro ha più il carattere della tangente, una tangente legale, perdonate la contraddizione in termini, ma sempre una sorta di pizzo versato dal partito a colui che lo ha ideato insieme a Gianroberto Casaleggio. Forse una forma anche di rispetto verso il comico, di riconoscenza.

La vicenda M5s non sia sottovalutata dagli altri partiti: dalle stelle si può arrivare rapidamente alle stalle quando l'elettore, pronto a entusiasmarsi davanti al nuovo e al promettente, percepisce l'ipocrisia dei personaggi nei quali ha riposto piena fiducia. Mettiamoci in testa che l'elettore è molto meno cretino di quanto lo si creda. È facile sbraitare dai palchi e raccogliere applausi.

Difficile è poi quando dalla teoria si deve passare alla pratica o dare l'esempio o compiere quello su cui si è predicato a lungo. Allora è tutta un'altra storia, belli miei. Così a volte accade che la scatoletta di tonno non si apra e si dirotti sul caviale, al cui sapore è troppo agevole abituarsi.

Antonio Giangrande: L'ambientalista Grillo con una casa sul bagnasciuga del mare. Per lui non ci sono vincoli ambientali, idrogeologici e distanze di rispetto? In affitto a 12.750 euro a settimana la villa in Toscana di Beppe Grillo. Maurizio Bologni su La Repubblica il 28 giugno 2021. Sulla spiaggia di Marina di Bibbona, ha segnato la storia politica del movimento 5S: dai summit al caminetto coi leader pentastellati ai faccia a faccia con Giuseppe Conte. Disponibile da settembre. Da Villa Corallina, splendida dimora di Beppe Grillo isolata dalla macchia mediterranea sulla spiaggia di Marina di Bibbona, provincia di Livorno, passa la storia politica del Movimento 5S, ma anche quella personale del comico diventato leader politico. Dai ripetuti summit del caminetto – c’è anche quello nella residenza al mare – coi vertici del partito, ai recenti faccia a faccia con Giuseppe Conte, tutto in quella che qualcuno ha definito l’ultima villa di un potere balneare, anche fatta perquisire dalla magistratura nel settembre 2019 nell’ambito dell’inchiesta giudiziaria per lo stupro di gruppo che coinvolge Ciro, figlio del leader.

Estratto dell’articolo di Pasquale Napolitano per “il Giornale” l'1 agosto 2023.

La battaglia di Beppe Grillo contro la povertà gli frutta 25mila euro al mese. Euro più, euro meno. Una battaglia sacrosanta, insomma. Quella somma sarebbe […] il compenso che il comico genovese, ritornato negli ultimi due giorni a fare da megafono al M5S, porterebbe a casa grazie al contratto di consulenza stipulato nel 2022 con il capo politico Giuseppe Conte. 

Una consulenza per svolgere attività di comunicazione, in bilico quest’anno per le casse vuote del M5S, rinnovata poi nel gennaio del 2023 per un altro anno. Il contratto prevede un compenso di circa 300mila euro l’anno. Suddiviso per 12 mesi, frutterebbe a Grillo 25mila ogni 30 giorni. 

Una montagna di soldi che fa a pugni con le crociate portate avanti da Grillo. A cominciare da quella di questi giorni contro il governo Meloni dopo la rimodulazione del reddito di cittadinanza. Anche ieri, il fondatore del M5S ha lanciato la sua invettiva, puntando sulla questione dei salari in Italia. 

Grillo ha pubblicato in un tweet con la lista degli stipendi medi netti in diversi Stati del mondo. L’Italia, con i suoi 1.724 dollari, è al 31esimo posto [...]. L’immagine è accompagnata da un «No comment».

Certo che lui, problemi di salario minimo, non ne ha. Domenica il garante del M5S aveva condiviso sui suoi social un articolo del suo blog sul tema del salario minimo. [...] Due uscite in 24 ore. Grillo si guadagna il pane. [...] Il via libera alla consulenza è arrivato dopo un lungo braccio di ferro. 

Grillo è chiamato a svolgere «attività di supporto nella comunicazione con l’ideazione di campagne, promozione di strategie digitali, produzione video, organizzazione eventi, produzione di materiali audiovisivi per attività didattica della Scuola di formazione del Movimento, campagne elettorali e varie iniziative politiche». In cambio il Movimento versa nelle casse della società del comico una somma pari a 300mila euro l’anno. 

Con il conto corrente rimpinguato ogni mese con 25mila euro, il comico ha tutto il tempo per dedicarsi alla povertà (degli altri). E nel frattempo, tra un post e l’altro, Grillo ha ripreso anche la tournée con lo spettacolo L’Altrove. Prossima tappa in Calabria, aspettando il bonifico di Conte.

[...] Per fine agosto sarebbe in programma una grande manifestazione contro l’esecutivo. Il sogno è riproporre una mobilitazione stile vaffa-day. E magari con un Grillo in piazza. C’è solo un nodo da sciogliere: il cachet sarà extra o rientra nei 300mila euro?

Gli eccessi, le contraddizioni, gli insulti: i 75 anni nevrotici di Beppe Grillo. Lorenzo Grossi il 21 Luglio 2023 su Il Giornale.

Da quando ha intrapreso la scia politica, il comico ligure si è molto spesso lasciato andare a delle sparate clamorose che, col tempo, si sono dimostrate dei clamorosi autogol

L'ultima sua sparata, in ordine di tempo, è stata quella relativa a una tassa sui beni di lusso, perché - spiega nel suo blog - "tassare i prodotti che usano i ricchi può portare a significativi benefici per il clima e la giustizia sociale". Perché? "La loro produzione richiede risorse naturali preziose, consuma energia e produce emissioni di gas serra". Parole pronunciate da uno come Beppe Grillo che possiede storicamente un super yacht con cui scorrazza in Costa Smeralda. Il problema è che non si può nemmeno motivare questa uscita con il caldo africano di questi giorni. Perché la psiche dell'"Elevato" è già stata ampiamente attraversata - a prescindere dalle stagioni che si susseguono - da diverse manie pseudo-ecologiste che, tra la fine degli anni Novanta e l'inizio dei Duemila, avevano fatto la fortuna di alcuni suoi spettacoli pre-ingresso in politica.

"Grillo ormai è patetico. Nemmeno lui sa più se è politico o comico"

Questo ennesimo suo improbabile studio universitario condotto dagli immancabili ricercatori dell'Università di Leeds e Losanna ha in un certo senso chiuso il cerchio delle castronerie socioeconomiche che recentemente Grillo ha dispensato a quei "coraggiosi" follower che ancora si appassionano alle opinioni di un personaggio che, nel giorno del suo settantacinquesimo compleanno, dovrebbe prendere atto di essere ormai un artista bollito. Dopo quasi mezzo secolo ininterrotto di comicità - che è proseguita anche (e soprattutto) quando conduceva le campagne elettorali per il suo Movimento Cinque Stelle - chi gli sta vicino dovrebbe saggiamente consigliargli di godersi la cospicua pensione. E invece no.

Un 2023 disastroso per Grillo

Proprio nell'anno solare in cui ha tagliato l'ambito traguardo dei tre quarti di secolo di vita, il fondatore del M5s ha inanellato una serie di sfondoni uno dietro l'altro che non era semplice concentrare in sette mesi scarsi di periodo. Si va dal contratto da oltre 300mila euro con il Movimento - per un ruolo che molti militanti hanno considerato non avere ricoperto a pieno - alla battutaccia sulle Brigate del reddito di cittadinanza con il passamontagna, per passare attraverso il flop a teatro dello spettacolo "Io sono il peggiore", la fondazione della "Chiesa dell'Altrove", l'amarezza di assistere alla possibile sentenza sul figlio imputato per stupro "su Rete4", la difesa sgangherata dopo essere finito indagato per traffico di influenze illecite, l’abbraccio della carne sintetica e la gaffe sull'attentato jihadista a Tel Aviv in cui era morto un nostro connazionale.

Dal passamontagna alla "lupara bianca": tutte le sparate di Grillo

E dire che il suo talento comico è sempre stato indiscutibile fin dai suoi esordi in televisione alla fine degli anni Settanta, quando venne lanciato da Pippo Baudo. Dopo una fase iniziale contraddistinta soprattutto da una pungente ironia di costume, ecco approdare la satira politica grazie ai testi scritti dai vari Antonio Ricci, Michele Serra, Stefano Benni e Gino & Michele. La vulgata per cui venne cacciato dalla Rai per la famosa battuta sui "socialisti che rubano" è stata più che altro una grossa leggenda metropolitana: Grillo ha continuato in più circostanze a fare comparsate nella televisione pubblica. Festival di Sanremo compreso. Non solo, ma la Rai mandò in onda un suo spettacolo durissimo contro tutto e tutti nel 1992, anno in cui esplose Tangentopoli. Fu il vero inizio della parabola politica, che sicuramente ebbe il suo apice con le elezioni politiche del 2013 e del 2018 (rispettivamente 25% e 33%), prima di subire un crollo inevitabile quanto rapidissimo.

Offese, incoerenze e messaggi anti-scientifici

Dopo di che è il teatro ad accompagnare i successi delle sue esibizioni: e qua le contraddizioni cominciano seriamente a venire a galla. Respira il vapore che usciva da un tubo di scappamento di un'automobile a idrogeno ed esalta la patacca Biowashball, una pallina che prometteva lavaggi della biancheria senza l'utilizzo dei detersivi. Topiche ambientali clamorose, accompagnate poi da sfondoni sulla tecnologia: nel 2005 fonda il suo blog personale, non prima di avere spaccato un computer cinque anni prima con un martello in segno di protesta anti-informatica. Da testimonial in uno spot di uno yogurt - quale lui era - passa ad attaccare i messaggi delle pubblicità. Irride i talk show condotti dai vari Vespa e Mentana, ma poi nella primavera 2014 si accomoda volentieri nei loro salotti tv. Le dirette streaming tanto evocate nei palazzi del potere, in segno di trasparenza, sono poi via via scomparse una volta che i 5 Stelle sono andati al governo. Specialmente quando Grillo organizzava importanti vertici nella sua villa al mare in Toscana.

Grillo abbraccia la carne sintetica: ultima follia di un leader in caduta libera

Senza contare le decine di altre contraddizioni dei pentastellati, abbiamo un Movimento che non può essere rappresentato politicamente da pregiudicati, lui ne è stato il creatore nonostante fosse un pluricondannato in via definitiva. Per l'incidente stradale del 1981 a Limone Piemonte in cui persero la vita tre persone e per il quale Grillo venne ritenuto colpevole di omicidio plurimo colposo, venne sospeso dalla Rai per poi essere insultato dal pubblico nei suoi show con l'epiteto "Assassino!". Quarant'anni fa era ancora esclusivamente un comico. Poi, l'ingresso in politica scompaginò le carte in tavola: lui stesso fa sempre un enorme fatica a comprendere la differenza che il senso di una provocazione può assumere a seconda del fatto che venga pronunciato da un comico oppure da un leader politico.

Da trent'anni Grillo è fuori dalla realtà

Nel dicembre 2013, invitò le forze dell'ordine "a non proteggere più questa classe politica che ha portato l'Italia allo sfacelo, di non scortarli con le loro macchine blu o al supermercato". Con quell'anatema rischiò di violare che l'articolo 266 del Codice Penale di istigare i militari a disobbedire alle leggi. "Celebre" poi il post contro l'allora presidente della Camera, Laura Boldrini, nel febbraio 2014: "Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?". Il video ritrae un ragazzo alla guida di una vettura con una sagoma della Boldrini accanto. Un pericolo messaggio che venne replicato nel 2021 quando se la prese con la ragazza che aveva denunciato suo figlio Ciro per violenza sessuale: "Una persona che viene stuprata la mattina, al pomeriggio va in kitesurf e dopo otto giorni fa la denuncia… Vi è sembrato strano. Bene, è strano", perché "vi siete resi conto che non è vero niente che c'è stato lo stupro".

Il maxi-contratto con il M5s, il processo al figlio, il lungo silenzio: gli imbarazzi di Beppe Grillo

Come dimenticarsi poi di altre perle di saggezza? "Basta con i copyright e con i diritti di autore", "La mafia non ha mai strangolato le proprie vittime, i propri clienti: si limita a prendere il pizzo. Ma qua vediamo un'altra mafia che strangola la propria vittima", quelli per il Sì sono "dei serial killer, persone che vogliono attentare alla vita dei nostri figli tra 20 anni", "Prevenire è meglio che curare. La lupara bianca attende Renzi che in fondo è uno smargiasso, un fanfarone, quello che si vede quando apre bocca, ma va avvertito, è un essere umano anche lui […]. Chi fallisce il progetto paga con la lupara bianca. Renzi stai all'occhio, anzi stai sereno". Il Consiglio di Amministrazione della STET (la futura Telecom Italia) è un'"associazione a delinquere di stampo telefonico", i vaccini abbassano il sistema immunitario, Umberto Veronesi era "Cancronesi, l'uomo d'affari del cancro" e infine, Rita Levi Montalcini è "una vecchia putt…". Il discorso è che in questo caso non si tratta nemmeno una questione di vecchiaia: perché, se è vero che - come sosteneva Cicerone - "la leggerezza è propria dell'età che sorge, la saggezza dell'età che tramonta", nel caso di Grillo è almeno da trent'anni che mancano entrambi gli elementi.

"Grillo ormai è patetico. Nemmeno lui sa più se è politico o comico". Il documentarista: "Senza la spalla di Casaleggio fa solo una grande confusione". Lorenzo Grossi il 21 Luglio 2023 su Il Giornale.

Beppe Grillo compie 75 anni. Tre quarti di secolo tra televisione, teatro e politica di un talento comico puro che però non ha certo risparmiato contraddizioni, grida, polemiche, insulti, sparate, uscite pubbliche disastrose, gaffe, flop. Quale tipo di bilancio si può trarre di un personaggio in piena parabola discendente che una decina di anni fa ha completamente scompaginato la mappa dei partiti italiani, con un Movimento nato e cresciuto esclusivamente dal web e salito al governo del Paese?

Ce lo spiega Luca Martera, autore televisivo, documentarista, storico della televisione e da anni specialista di archivi ed esperto in ricerche storico-investigative, giornalistiche e audiovisive tra Italia e Stati Uniti. Nonché uno dei più attenti ed esperti conoscitori e osservatori di Grillo e del grillismo fin dalle sue origini.

Che tipo di contatti ha avuto con Grillo?

"Me ne sono occupato mentre lavoravo con Giovanni Minoli, al quale avevo proposto nel 2005 di fare un approfondimento su Grillo e sul nascente blog. Sapevo fin dall'inizio che la difficoltà maggiore sarebbe stata legata al fatto di mostrare i contenuti teatrali di Grillo che erano di sua proprietà, perché lui non appariva in Rai da più di dieci anni. Chiesi al suo manager se fossero interessati a una collaborazione, dandomi una liberatoria su questi materiali in cambio di una ricostruzione precisa della sua storia".

Come finì la trattativa?

"Venni a sapere poi dagli avvocati che lui avrebbe accettato di liberare questi materiali solo in cambio del diritto di vincolo e proprietà sulle sue esibizioni degli anni '70 e '80. Ma un minuto di materiale costava tre mila euro e lui aveva realizzato un sacco di roba. Io, per non mandare in fumo il lavoro, riutilizzai tutti i filmati Rai disponibili e quella puntata di La storia siamo noi fu comunque un successo: un milione e mezzo di telespettatori in seconda serata".

Cosa emerse?

"Era un documentario che raccontò alcuni pezzi di verità. Per esempio, ci fu la prima intervista ufficiale rilasciata da Gianroberto Casaleggio. È un documento a suo modo unico, che già allora rivelava alcuni aspetti poco chiari di questo guru che aveva lavorato per multinazionali americane dove forse aveva studiato quel modello di democrazia diretta attraverso il web. Nel 2005 (anno in cui è nato il blog beppegrillo.it) lui dava per morti i giornali entro dieci anni. Non è accaduto. Però aveva già in testa la futura piattaforma Rousseau".

Fu di fatto l'inizio dei Cinque Stelle?

"Io ho seguito il suo blog all'inizio, poi ho lasciato perdere perché il linguaggio si era fatto veramente da complottisti, di quelli dissociati totalmente. Ha presente il suo video di Casaleggio su Gaia (in cui si profetizza un governo mondiale nel 2054 dopo le prime elezioni via internet ndr)? Ricordo anche una chiacchierata con il sindaco di Parma, che uscì presto dal movimento, dicendo che l’aria si era fatta irrespirabile".

E pensare che nel 2000 Grillo spaccava i computer. Che tipo di esperimento si rivelò ai tempi?

"A me colpì molto la novità dei 'meetup', organizzati attraverso una piattaforma web di ideazione americana. Era uno strumento che permetteva poi di incontrarsi fisicamente per discutere il 'Verbo dell'Elevato'. Durò almeno cinque anni e creò quella classe dirigente, chiamiamola così, espressione - alla fine della fiera - di un certo tipo di populismo reazionario".

Cosa è cambiato da allora?

"Mi ricordo che una delle prime campagne del blog fu quella sul 'Parlamento Pulito'. Comprarono una pagina sull'Herald Tribune in cui c’era l'elenco dei parlamentari inquisiti. In realtà, però, non è poi cambiato molto da allora. È aumentato il sentimento anti-casta e, parallelamente, le retribuzioni della casta. Inoltre faccio fatica a ricordare un provvedimento importante di Giuseppe Conte".

Come si spiega la recente battuta sulle brigate di cittadinanza e del passamontagna?

"Non ha più la spalla tecnocratica di Casaleggio. Quindi ogni tanto ritorna a dire cavolate, mischiando i piani. Non si capisce più a che titolo stia parlando: se da politico o da comico. E poi fa il video dicendo pure che sta scherzando. È patetico tutto questo".

Uno stile non dissimile a quello in cui difende Ciro Grillo.

"Se dovessi ricordare la sua più grande perfomance comica involontaria degli ultimi anni, direi proprio questa in cui fa la difesa d'ufficio del figlio, indagato per stupro.

Perché?

Come potrei mai avere io empatia per un padre (giustamente preoccupato) che strepita di ragazzi che stavano solo divertendosi con l’uccello di fuori? Ma che linguaggio è? Grillo è sempre stato fascista nei modi. Se per fascista intendiamo maschilista e sessista. Sul suo blog stilava la lista dei giornalisti sgraditi, usando un linguaggio violento che parodiava i comunicati delle BR. Pensiamo al Vaffa-Day".

Quello avvenne nel 2007 la prima volta, giusto?

"Nella sostanza, in realtà, già agli inizi degli anni '90. In 'Buone Notizie', spettacolo prodotto da Giorgio Gaber, lui faceva tutto un elenco di giornalisti e politici che gli stavano sulle scatole e, dopo avere pronunciato ogni nome e cognome, invitava il pubblico a gridare 'Vaffanculo!'. All'epoca il linguaggio aggressivo era di rottura e dirompente perché c'era ancora la cappa democristiana. In un certo senso l'Italia è stata un laboratorio che ha poi dettato la linea ad altri Paesi. Basti vedere il fenomeno Trump".

Un modello che, nel suo insieme, si è rivelato irripetibile?

"A tutt’oggi, il Movimento 5 Stelle rimane il più grande partito di massa nato dal web in una democrazia matura. E questa è una roba che ancora fa una certa impressione in un Paese ad alto tasso di analfabetismo funzionale come il nostro. Non si è ripetuta ancora un’esperienza simile all’estero, almeno con questi numeri. Nato nel 2009, il Movimento andò benissimo in Sicilia nel 2012 per fare il botto alle elezioni del 2013 con 8 milioni e mezzo di voti".

Come fece ad arrivare a questi risultati?

"Grillo giocò su una tecnica classica dell'anti-propaganda. Per sparizione e sottrazione: 'Noi non appariremo mai in televisione perché sono tutti corrotti e venduti'. C'era tutto il filone della casta, dal libro di Stella e Rizzo alle trasmissioni populiste alla Santoro. Tutta la classe politica era già delegittimata e lui godeva di un'autorevolezza costruita in 20 anni al di fuori del sistema. E molti giornali non capirono nulla di questo fenomeno, sottovalutando Grillo e questa sua operazione".

Nel 2014, invece, si fece intervistare in tv da Mentana e Vespa: perché questa strategia opposta rispetto a un anno prima?

"Senza scomodare i soliti aforisti della patria Flaiano e Longanesi, Grillo avrà pensato: 'Mi conviene o non mi conviene?'. Bei tempi quelli in cui diceva che i politici sono nostri dipendenti e vanno assunti a progetto o quando denunciava in anticipo la 'finanza allegra' di multinazionali come la Parmalat mettendo in guardia i piccoli azionisti".

Quando Grillo sosteneva che il Movimento era diventato un "argine" alla guerra civile, aveva ragione?

"Ricordo bene che Grillo, poco tempo dopo la vittoria del 2013, disse: 'Se non ci fossimo stati noi, in Italia il consenso sarebbe andato a partiti estremisti come Alba Dorata in Grecia'. Sostanzialmente Grillo rassicurò i mercati, con la benedizione del dipartimento di stato americano, ben sapendo che in Italia non ci sarebbero state proteste di piazza in stile indignados e Occupy, ma giusto le solite file lunghissime per acquistare l'ultimo modello di iPhone".

Ma, in fin dei conti, perché Grillo è entrato in politica?

"Potremmo parlare dei capricci di un miliardario? Può anche essere. Io non so se sia vero, come sosteneva Giuliano Ferrara, che puoi fare carriera politica solo se sei ricattabile. Non sono un complottista: tutte le risposte (o quasi) le ho sempre trovate studiando la storia italiana, confrontando fonti e documenti. Sicuramente lui ha avuto come comico un pubblico trasversale. E possibile che, proprio per questa sua forza, qualcuno lo abbia 'scelto'? E che lui non potè rifiutare questo nuovo ruolo di guru perché ricattabile?".

E perché avrebbe potuto esserlo?

"Solitamente il motivo più banale è quello legato alle tasse. Quando Vincenzo Visco fece pubblicare sul sito dell'Agenzie delle entrate le dichiarazioni dei redditi del 2005, quando era appena nato il blog, Grillo si adirò parecchio, appellandosi a motivi di privacy. Questo diede bene l'idea del personaggio molto 'sensibile', se lo andavi a toccare sul soldo. A posteriori i manager dei suoi spettacoli dal vivo negli anni ‘80 dissero che voleva essere pagato in nero. Però è anche vero che un sacco di artisti lo facevano e lo fanno ancora".

Qual è stato, secondo lei, l'elemento più negativo di questo fenomeno?

"Grillo ha rotto un tabù per me gravissimo: tu sei un comico, un giullare e fai satira, ma un certo punto scendi in campo. Se prima giocavi con i paradossi dicendo che il re è nudo, che fai poi? Diventi proprio quel re che cerca continuamente di nascondere la verità. Si sa che non è mai potuto entrato in Parlamento perché pregiudicato. Ma poi cosa fa ancora? Si prende una pausa dalla politica e ritorna nei palazzetti. O meglio, nei piccoli teatri, perché gli incassi non sono più come prima. Io pago un attore per vedere cosa: un politico o un comico?".

Facciamo qualche passo indietro: com'era il Grillo degli esordi in tv?

"A rivederlo oggi, certamente colpisce per la sua carica di aggressività e simpatia. Lui era figlio di una nuova generazione di comici: alla fine degli anni '70 si affacciò sul piccolo schermo una nidiata che farà strage di tutti i comici senior: nascono infatti Carlo Verdone, Roberto Benigni, Diego Abatantuono, la Smorfia, i Giancattivi, Nanni Moretti. Ma, a differenza di molti di loro, Grillo non è mai stato ideologico".

In che senso?

"Non ha mai fatto il '68. Era abbastanza 'rustico' nei suoi primi monologhi. La scuola genovese era famosa soprattutto per i cantautori: per i comici c’erano stato il vernacolare Gilberto Govi e un intellettuale, questo sì veramente rivoluzionario, di nome Paolo Villaggio. Grillo prese molto la gestualità e la vocalità di Orlando Portento, che era un po' più bello di lui ed ebbe successo solo in ambito locale. Il talento e la fortuna consentirono poi a Grillo di trovarsi a Milano a fine anni '70, dove si unì all'ex preside 'situazionista' Antonio Ricci, che gli diede una mano per i testi".

Scoperto e portato in tv da Baudo, arrivò subito il successo.

"C'è da dire che rimase in panchina sulla Rai per un paio d'anni dopo l'incidente di Limone Piemonte. Ricci mi raccontò che quando riprese a esibirsi dal vivo, gli spettatori gli dicevano assassino. Tuttavia, già a metà degli anni '80, è miliardario: insieme a Benigni, è quello che ha il cachet più alto. Conquista una platea di 15-20 milioni di telespettatori e può permettersi ormai tutto, capricci compresi.

Merito anche di chi gli scriveva i testi?

Ha avuto comunque sicuramente l'intelligenza di circondarsi di autori molto diversi tra loro: oltre al suo amico Ricci, Stefano Benni, corsivista del Manifesto, e poi Michele Serra, Gino e Michele. Tutte persone ascrivibili alla sinistra, con cui Grillo non aveva niente a che fare. I loro monologhi non erano anti-sistema, ma lui era un battitore libero".

La sua non era ancora satira?

"Più che altro era comicità divertente e aggressiva che aveva come bersaglio soprattutto i personaggi famosi dello spettacolo, senza dimenticare la satira di costume e in particolare il confronto tra italiani e americani e brasiliani nei due programmi di Enzo Trapani scritti da Antonio Ricci 'Te la do io l'America' e 'Te lo do io il Brasile'.

Quando subentrò la politica nella sua comicità prima ancora dell'avvento del blog?

"I primi due programmi in cui sperimenta la satira politica furono entrambi del 1983: prima con la diretta elettorale e poi con la rubrica Buone Notizie all'interno della 'Domenica in' di Baudo. Antonio Ricci racconta divertito che fu Sandro Pertini in persona a complimentarsi con lui e Grillo per le battute contro De Mita e Craxi durante la diretta, togliendoli dai guai con la Rai. A 'Domenica in' rimase celebre il teorema Longo P2 scritto da Benni con riferimento all'iscrizione del segretario del Psdi alla loggia di Gelli. Nel frattempo Grillo va sia alla festa dell'Amicizia della Dc sia a quella dell'Unità del Pci e in entrambi i casi parla male del Psi".

Ed è in questo periodo che arriva la polemica con Craxi. Giusto?

"Sì. Siamo nel novembre 1986 e arriva il monologo in diretta di Grillo a 'Fantastico': Baudo fa la solita spalla rassicurante in funzione democristiana e il comico se ne esce con questa battuta sui socialisti che rubano".

Fu un monologo scandaloso?

"Precisiamo una cosa: il tormentone comico del 'Craxi cinghialone' imperversava già da un bel po' di tempo. Io ho trovato battute, ad esempio, su Craxi Alì Babà e i quaranta ladroni anche in un film di Steno a inizio anni '80. Quindi era già un luogo comune in voga. A rivedere questo monologo sembra comunque che Grillo stia recitando 'a pappagallo'. Non è naturale, non sembra del tutto convinto di quella battuta".

Per quale motivo?

"Una mezza verità l’ho avuta dall’ipotetico mandante di questa battuta: Ciriaco De Mita. In un'intervista del 2013, mi disse di aver fatto in modo che Grillo pronunciasse quelle cose senza che fosse poi toccato. Perché in qualche modo quella battuta gli faceva comodo in vista della staffetta con Craxi a Palazzo Chigi".

E così venne cacciato dalla Rai?

"Assolutamente no. È vero che subito dopo quella battuta, Craxi affermò - in un comunicato Ansa - che certi episodi non si dovevano più ripetere perché di dubbio gusto, ma non disse Grillo fuori dalla Rai. E i fatti sono là a dimostrarlo".

Ovvero?

"Grillo continuò a fare ospitate, andò a Sanremo, stette in onda in qualunque orario su tutte le tv con gli spot della Yomo. Recitò in un film, dal titolo 'Topo Galileo'. Addirittura alle elezioni dell'87 ricevette una proposta da Mario Maffucci, potentissimo capostruttura della Rai, per condurre la diretta elettorale. A confermarlo testimonianza di questo è un'intervista di Maria Novella Oppo sull'Unità. Non ci fu alcuna epurazione. Anzi, accadde un fatto curioso appena due mesi dopo".

Quale?

"Per la serata di Capodanno del 1986, Canale 5 mandò in onda uno show registrato condotto da Johnny Dorelli con la partecipazione di Roberto Benigni. Guardandolo non si può non fare il confronto con la battutina di Grillo. Benigni attaccò frontalmente Craxi: 'Come Gesù è nato in una mangiatoia, anche lui cammina sull'acqua: non va a fondo, galleggia proprio. È nato come Gesù e morirà come Gesù: circondato dai ladroni'.

Ormai era diventato un tormentone.

"La cosa divertente è che un assistente dell'epoca di Berlusconi, Gigi Reggi, ha raccontato nel suo libro di memorie che durante quella esibizione Craxi era ospite a casa di Berlusconi e quest'ultimo fece in modo di portarlo in un'altra ala della villa per evitargli di vedere Benigni, che il Cavaliere invitò a Canale 5 perché aveva capito che bisognava accontentare tutti i tipi di pubblico, compreso quello di sinistra".

E così, qualche anno dopo, Grillo si buttò sul teatro.

"Io all'epoca ero suo fan ed ero strabiliato dalla sua bravura: lui disse che i politici erano morti e che i nuovi nemici del popolo erano le multinazionali. Memorabile - e a suo modo auto-profetica - fu questa sua battuta: 'Si sono rovesciati tutti i concetti, adesso i ladri non ci sono più. Sta andando al potere la gente, mi fa più paura'. Era l'anno di Tangentopoli. In quello spettacolo al Teatro delle Vittorie, trasmesso in diretta, citò anche Berlusconi (due mesi prima della sua discesa in campo) e se la prese anche con la Stet (la futura Telecom), che faceva indebitare gli italiani con il 144, la chat-line erotica a pagamento. Poi inaugurò il filone ecologista, ma oggi io ho dei dubbi sui messaggi di quegli spettacoli, rileggendo la sua storia".

Perché?

"Collaborò con una serie di scienziati e teorici, come Remo Bodei e anche il suo amico Renzo Piano, veicolando talvolta dei messaggi anti-scientifici in maniera molto pericolosa. Grillo, con l'obiettivo di voler semplificare tutto, diceva spesso delle cose inesatte.

Come sui vaccini? O sulla pallina "miracolosa" che lava la biancheria senza detersivo?

Nel 1995 propose alla Rai lo spettacolo 'Energia e Informazione' che però si rifiutò di trasmetterlo, apparentemente per una battuta tacciata di antisemitismo contro Cesare Romiti, paragonato ad Eichmann, ma più probabilmente per gli attacchi rivolti contro alcune multinazionali. Anche se non era mancato un affondo contro Romano Prodi, reo di stare svendendo l'Italia con le privatizzazioni ma fatte però 'con garbo bolognese'".

Che conclusioni possiamo trarre sul Grillo post-comico e post-politico?

"Se a Dario Fo è andato il Nobel e a Benigni l'Oscar, a lui è andato sicuramente un posticino nella storia italiana a futura memoria, ma come sempre in Italia questa storia non è mai limpida. Parafrasando lo stesso Grillo, il quale diceva che 'quando morirà Andreotti finalmente gli toglieranno la scatola nera dalla gobba e finalmente sapremo la verità', verrebbe da dire che conosceremo il mandante delle sue cazzate quando il suo parrucchiere fidato gli taglierà tutti quei riccioli d'oro che nascondono una scatola nera altrettanto inquietante come quella del divo Giulio".

E cosa rimane invece del grillismo e di questa "Chiesa dell'Altrove"?

"Il ciclo è sicuramente declinante e purtroppo continuano ad aumentare le fila del partito italiano oggi più importante: quello degli astenuti. A cui si sono aggiunti alle ultime elezioni quei molti che hanno creduto in Grillo e poi sono rimasti assolutamente traditi. Si dice che il loro lascito più significativo sia rappresentato dal reddito di cittadinanza. Ma come faccio a non associarlo alle inchieste su tutti quelli che non dovevano prenderlo perché perdigiorno, criminali e persino mafiosi? E poi: hanno aggiunto democrazia al nostro Paese? Ho seri dubbi…".

Estratto dell’articolo di Franco Bechis per open.online il 21 giugno 2023.

Beppe Grillo per un paio di anni può non dipendere più dal contratto di consulenza da 300 mila euro annui che gli aveva garantito Giuseppe Conte a spese delle casse del M5s. In tasca infatti gli sono arrivati bei soldini: 651.974,70 euro, che sono la plusvalenza ottenuta vendendo tre appartamentini in Sardegna. 

Per ognuno dei tre è riuscito quindi a incassare 215 mila euro più di quello che li aveva originariamente pagati. La notizia viene dal bilancio 2022 della Gestimar srl, la società immobiliare di cui è unico socio il comico genovese.

Gli appartamenti- in località Marineledda a Golfo Aranci- però non li ha venduti Grillo, ma la moglie Parvin Tadjik, che in famiglia è la sola ad avere il senso degli affari. Non a caso il fondatore del M5s ha consegnato dal 2021 a lei la guida dell’immobiliare […]. 

Da quando la signora Tadjik Grillo amministra la società, i bilanci sono tornati in utile. Tanto è che la Gestimar nel 2022 ha potuto restituire integralmente «al socio Giuseppe Grillo» anche 65.519,83 euro che derivavano da «finanziamenti infruttiferi di interessi erogati in anni precedenti».

La signora Parvin è così brava ad amministrare che il marito che ne è proprietario è disposto ad accettare un ruolo di secondo piano dentro la Gestimar. Tanto è che quando il 20 aprile scorso si è tenuta l’assemblea della società a presiedere e illustrare l’andamento dei conti è stata la signora Tadjik, la sola manager esistente. E il marito Beppe è stato chiamato a fare il segretario […]. 

Verbalizzando anche un mini aiuto Covid arrivato sia pure con tre anni di ritardo (il 3 aprile 2023) in base al decreto Conte 34/2020 a titolo di agevolazione fiscale come “rimedio a un grave turbamento dell’economia”. L’aiutino ottenuto- 283 euro- per quanto ridicolo non sembra però avere fatto sorridere il comico.

[…] Gestimar ha ancora la proprietà della villetta a Porto Cervo nel comprensorio delle case del Golf Pevero, di due uffici a Genova Nervi e a Genova in via Ceccardi oltre che la quota di una multiproprietà in Valle d’Aosta […]. Qualche problema però nella gestione degli uffici, perché non tutti gli inquilini sono stati puntuali a versare le rate degli affitti. Pur rompendo il contratto di locazione […], i coniugi Grillo hanno però preferito arrivare a un accordo con l’inquilino moroso […[. 

Nella nota integrativa del bilancio si segnala infatti che «a seguito di un accordo transattivo con un precedente inquilino degli uffici di Nervi si è giunti ad un piano di rientro rateale del credito residuo procedendo a uno sconto onde non addivenire alle vie legali che quasi certamente non avrebbero sortito effetti benefici per la società».

Estratto dell'articolo di Emanuele Buzzi per il “Corriere della Sera” il 20 giugno 2023.  

Ancora lui. Ancora Beppe Grillo protagonista. Prima il garante Cinque Stelle getta acqua sul fuoco e prova a stoppare le polemiche nate per le sue frasi sulle «brigate di cittadinanza» con il «passamontagna» «Per favore fermatevi, era una boutade. Ma è possibile che prendete tutto sul serio. Anche i giornali hanno esagerato un po’. Fermatevi perché mi sono arrivate delle notizie drammatiche, veramente», dice Grillo ironizzando in un video sui social. 

[…]

E qualche ora dopo, però, smette i panni da garante e lancia un appello sul suo blog per chiedere il 5 per mille ai seguaci dell’Altrove, la sua confessione religiosa. «Aderite alle Forze dell’Altrove e partecipate alle loro azioni. Oppure salpate sulle Arche dell’Altrove per liberarvi dai vostri mali, a cominciare dal Superfluo», scrive Grillo. E specifica: «Per sostenerci destinate il vostro cinque per mille all’Associazione Amici dell’Altrove». 

Le parole di Grillo, quelle del video sulla polemica del passamontagna, servono per placare gli animi nel Movimento. «Finalmente torniamo a occuparci di politica, delle battaglie in Parlamento», dicono diversi stellati.

L’attenzione, ora, è rivolta alle prossime sfide e all’alleanza (traballante) con i dem. Per il momento i Cinque Stelle seguono da vicino le evoluzioni in casa Pd. Entrambi i partiti, nonostante le polemiche seguite alla piazza stellata di sabato, si troveranno di nuovo a manifestare insieme il 24 a Roma alla iniziativa indetta dalla Cgil sulla sanità. Al momento non è escluso che i due leader, Giuseppe Conte e Elly Schlein, si trovino ancora fianco a fianco. 

Ma più che al Pd, intanto, nel Movimento c’è chi inizia già a pensare in ottica Europee, che non prevedono alleanze tra partiti. E torna a circolare il nome di Alessandro Di Battista come possibile candidato spendibile.

Intanto l’ex deputato ha iniziato un nuovo viaggio-reportage. Lo ha annunciato con un post e uno scatto da Quito, in Ecuador. «Nei prossimi giorni lascerò la città, direzione Amazzonia — scrive Di Battista —. Discenderò prima uno degli affluenti del Rio delle Amazzoni e poi il “grande fiume” fino all’oceano Atlantico. Dalle Ande all’oceano, passando per l’Ecuador, il Perù, una piccolissima parte di Colombia e poi il Brasile. Mi aspettano 5.000 km in barca». […]

Estratto dell’articolo di Emanuele Buzzi per corriere.it il 26 aprile 2023.

Un accordo che pesa come un macigno sugli orizzonti del Movimento. Un altro nodo sul tavolo delle trattative che da mesi tengono impegnati i vertici Cinque Stelle. Beppe Grillo e Giuseppe Conte devono decidere il da farsi. La questione è duplice. A maggio scade l’intesa da 300mila euro annui (divisi in due contratti) per la collaborazione del garante con il Movimento come comunicatore. L’intesa per il rinnovo - secondo i rumors interni agli stellati - sarebbe “vicina”, ma pendente ancora. E tra le pieghe dei discorsi sarebbe spuntato un altro “scoglio”, un macigno appunto che complica le dinamiche interne del M5s. 

Secondo indiscrezioni, Grillo non sarebbe più coperto da manleva per eventuali cause legate al suo ruolo di garante dalle ultime elezioni Politiche. Il fondatore del Movimento aveva siglato un accordo nel 2018, alla vigilia delle elezioni, con Luigi Di Maio e Davide Casaleggio che lo tutelava per una importante cifra in caso di azioni giudiziarie mosse contro di lui per via del suo ruolo politico. Quel contratto era arrivato proprio in seguito ad alcune perplessità del garante, che aveva ipotizzato di non concedere l’uso del simbolo per le Politiche (poi vinte dal M5S). Ora, cambiati i vertici e finita la legislatura , quella tutela sarebbe venuta meno.

Forse non è un caso, quindi, che Grillo negli ultimi mesi sia stato molto più prudente del solito nelle sue esternazioni politiche (...)

Estratto dell’articolo di Domenico Di Sanzo per “il Giornale” il 13 marzo 2023.

Tra l’Altrove e la realtà. Di là la nuova religione di Beppe Grillo, l’Elevato. Di qua, una sfilza di processi e guai giudiziari. È il gioco degli specchi del fondatore del Movimento 5 stelle. […] Tanti processi, decine di carte bollate e qualche condanna. […]

 L’ultima inchiesta che coinvolge il Garante del M5s è il cosiddetto caso Moby, dal nome della compagnia di navigazione dell’armatore napoletano Vincenzo Onorato. Venerdì è stato notificato a Grillo e a Onorato l’avviso di conclusione delle indagini dalla Procura di Milano. Molto probabile la richiesta di un processo per traffico di influenze illecite.

Secondo le accuse l’Elevato, in cambio di contratti di pubblicità sul suo Blog per la compagnia di navigazione, avrebbe inoltrato a diversi parlamentari del M5s le richieste di aiuto dell’amico Onorato indirizzate a vari ministeri allora guidati da esponenti grillini, come lo Sviluppo Economico di Luigi Di Maio prima e Stefano Patuanelli dopo e le Infrastrutture di Danilo Toninelli. I tre ex ministri non sono indagati, ma per il profeta dell’Altrove si prospetta un processo.

La storia dei guai giudiziari del sedicente Elevato comincia nel 1981. Il 7 dicembre Grillo perde il controllo della sua Chevrolet sulla strada che porta da Limone Piemonte al Colle di Tenda. Nell’incidente muoiono una coppia di suoi amici e il loro bambino di nove anni. Grillo viene condannato per omicidio colposo. Più di una le condanne per diffamazione, sempre propiziate dallo spirito polemico del comico moralizzatore. Nel 2003 fa scalpore il patteggiamento per una causa intentata da Rita Levi Montalcini.

Grillo, in un suo spettacolo, aveva definito «vecchia putt...» la scienziata allora 94enne, accusandola di avere vinto il Nobel grazie a una ditta farmaceutica. E poi i 50mila euro di risarcimento a Fininvest per un articolo su Internazionale. Ancora, la condanna per diffamazione ai danni dell’ex sindaco di Asti ed ex parlamentare di Forza Italia Giorgio Galvagno, tacciato di essere un «tangentista». […]

 Il Torquemada genovese, negli anni ’80, ha dovuto porre rimedio con un condono a un abuso edilizio nella sua villa di Sant’Ilario, zona esclusiva di Genova. Senza contare le varie cause intraprese contro di lui dall’avvocato Lorenzo Borrè. Una pioggia di ricorsi, tra conflitti di interesse, espulsioni irregolari e problemi con gli statuti grillini. […]

Estratto dell’articolo di Domenico Di Sanzo per “il Giornale” il 18 febbraio 2023.

Comico, solitario y final. Beppe Grillo, l’Elevato diventato Il Peggiore, ha perso il pubblico. Ai margini nel M5s, deluso dal teatro. Per rendersi conto del declino del fondatore del Movimento basta poco. […]

 E allora non resta che provare a prenotare un posto per assistere alle prossime date dello show «Io sono il Peggiore», l’atteso ritorno in scena di Grillo dopo l’annullamento, tre anni fa causa pandemia, di Terrapiattista, il suo ultimo tour.

 Partiamo da Napoli, spettacolo in programma oggi al Teatro Diana. Innanzitutto notiamo che i prezzi non sono proprio accessibili per un percettore-tipo del reddito di cittadinanza. Si parte dai 24 euro in galleria per arrivare ai 33 euro in poltroncina, fino ai 42 euro della platea. Reindirizzati dal Blog di Grillo sul sito della vendita dei ticket, balzano subito all’occhio i posti ancora disponibili. Insomma, non c’è la fila. Anzi, accaparrarsi un biglietto all’ultimo minuto non è per niente difficile. Nel tardo pomeriggio di ieri c’erano 77 sedie vuote in platea, 39 poltroncine disponibili e 55 in galleria.

[…] Lo staff di Grillo è preoccupato. Anche perché il comico puntava molto […] sul suo ritorno a teatro dopo un periodo di silenzio. […] Un leader a mezzo servizio che prova a fare il comico a metà produce teatri semivuoti. 28 febbraio, Teatro Colosseo di Torino, altra città simbolo del grillismo, siamo sempre lontani dal sold out. In poltrona ci sono 127 posti ancora vuoti. Non va meglio in galleria: 214 ticket disponibili. […] 

A più di un mese di distanza dalla chiusura del Festival più politico della storia della canzone italiana, il fondatore del M5s sarà al Teatro Ariston di Sanremo. Nella cittadina della sua Liguria, in vista della data del 17 marzo, per il Garante si ripropone lo stesso scenario non entusiasmante che abbiamo visto nelle grandi città. Poltronissima numerata a 40 euro, 64 posti liberi. Poltrona numerata a 35 e 30 euro? C’è posto per 201 persone. E per finire 224 biglietti acquistabili in galleria numerata al prezzo di 25 e 22 euro.

Rimanendo al mese di marzo, va un po’ meglio la data del 20 al Teatro Brancaccio di Roma, la città della politica. La platea è tutta occupata, ma ci sono 109 sedie vuote sulla prima balconata e 256 in seconda balconata. Il peggiore poteva fare di meglio.

Estratto dell’articolo di Claudio Bozza per il “Corriere della Sera” il 18 febbraio 2023.

[…] Conte guida sì un partito che veleggia sopra il 15%, ma le chiavi sono di «Beppe». Il garante, a sua volta, ha bisogno che la sua creatura sia in salute, perché dal Movimento riscuote un contratto di circa 300 mila euro annui come consulenza per la comunicazione, che oltretutto scade ad aprile.

Difficile il momento anche a livello privato: il figlio Ciro è finito alla sbarra con l’accusa di violenza sessuale di gruppo ai danni di due ragazze conosciute in Costa Smeralda: «È un processo politico», si è sfogato a Orvieto. Le spese legali sono molto alte e, in caso di condanna, c’è il rischio di risarcimenti colossali. E anche per questo far quadrare il bilancio famigliare per Grillo è ben più complicato di prima. Così, forse per il medesimo motivo, a quasi 75 anni «Beppe» è stato costretto a tornare a lavorare come showman. E la politica, almeno per ora, resta lontana: «Il leader è Conte, il mago di Oz che ha fatto rinascere il Movimento», gli riconosce oggi dopo gli scontri brutali di un paio d’estati fa. In questa fase racconta di volersi dedicare ad altro, come a fondare la Chiesa dell’Altrove; per ottenere l’8 per mille e finanziare, ha spiegato dal palco, progetti di beneficenza.

Estratto dell’articolo di Pasquale Napolitano per “il Giornale” il 7 febbraio 2023.

Il flop mediatico di Beppe Grillo è certificato nei numeri: l’ultimo post con un contenuto politico non sfonda la soglia dei 300 like tre ore dopo la pubblicazione. Un declino inesorabile. E anche i big del Movimento stanno alla larga dai messaggi del Garante. Il timore è di essere risucchiati nel vortice negativo. Basta fare un giro nelle bacheche di Conte, Silvestri, Castellone: nessuno dei vertici del Movimento osa ripubblicare i post del comico.

 […] Le sue invettive non tirano più. […] Eppure, l’ultimo post tocca il cuore delle battaglie grilline: il reddito di cittadinanza. Alle 10 in punto sgancia l’attacco contro il governo Meloni: «Il governo ha impostato il nuovo corso politico all'insegna del favore a chi ha di più togliendo anche il poco a chi ha di meno, perché con quel poco intende tenere in ordine il bilancio dello Stato. Sono sempre i poveri a salvare la Patria» attacca il fondatore, rilanciando un intervento di Torquato Cardilli.

Tripudio? Zero. Una tragedia. Alle 13 il bilancio social è drammatico: 225 like, 41 commenti e 78 condivisioni. […] Ma c’è un’altra mortificazione: nessuno dei big pentastellati rilancia le parole del garante.

 […] Conte parla in tv di reddito di cittadinanza, senza mai citare Grillo: «È un governo dissociato, cancella l'Italia per inchinarsi all'Europa. Meloni aveva promesso corsi di formazione, e invece siamo a febbraio e non sta accadendo nulla. Avremo una platea sterminata che resterà senza lavoro, perché non c'è una sola misura sull'occupazione.

Stiamo andando consapevolmente contro il disastro sociale. Ci sono tutte le premesse. Nella guerra ai poveri, il governo sta dimostrando di essere assolutamente dissociato» - morde il leader grillino su La 7.

 Ma è lo stesso Grillo che sembra aver smarrito il guizzo.  […] Si comporta un po' come il juxebox del Movimento: pagato per sparare (a richiesta) contro gli avversari. Il comico deve guadagnarsi i 300mila euro che incassa dal Movimento per l’attività di comunicazione. […] Dopo un lungo periodo di silenzio, Grillo ritorna con «Io sono il peggiore», lo spettacolo delle rivelazioni, dove tutti sono coinvolti e nessuno è escluso. L’esordio il 15 febbraio ad Orvieto. Nei tempi d’oro in prima fila c’erano Fico, Di Maio e Di Battista. Stavolta ci saranno Conte e consorte?

Il maxi-contratto con il M5s, il processo al figlio, il lungo silenzio: gli imbarazzi di Beppe Grillo. Lorenzo Grossi il 29 Gennaio 2023 su Il Giornale.

È da più di sei mesi che il comico non interviene più pubblicamente sulle iniziative politiche dei 5 Stelle: di mezzo c'è non solo il suo nuovo spettacolo, ma anche i non pochi grattacapi familiari

Che fine ha fatto – politicamente parlando – Beppe Grillo? La domanda sorge spontanea dopo la notizia di pochi giorni fa maxi-contratto da oltre 300mila euro con il Movimento 5 Stelle. Un accordo che nell’aprile del 2022 prevedeva, tra le altre, attività come il supporto nella comunicazione con l’ideazione di campagne, promozione di strategie digitali, produzione video, organizzazione eventi, produzione di materiali audiovisivi per attività didattica della Scuola di formazione del Movimento, campagne elettorali e varie iniziative politiche. Senza dimenticare che, secondo gli impegni assunti, Grillo si sarebbe dovuto poi occupare anche della promozione delle attività del Movimento all'estero, attraverso la partecipazione a convegni, giornate di studio, incontri con personalità scientifiche e istituzionali. Un vero e proprio ruolo da "ambasciatore del M5S" che però, secondo quanto trapela, il fondatore del M5s non avrebbe mai ricoperto a pieno, provocando così dure critiche all'interno di un partito che vedrà l'assenza del proprio fondatore anche in occasione delle elezioni regionali in Lombardia e in Lazio.

Beppe Grillo e i guai giudiziari del figlio

Anche perché è da più di sei mesi che Beppe Grillo non interviene (direttamente o indirettamente) nella vita politica attiva del Movimento 5 Stelle. Era il luglio scorso e, non appena le Camere furono sciolte da Mattarella e vennero indette le elezioni politiche al 25 settembre, Giuseppe Conte tentò un 'blitz' nelle liste elettorali per introdurre qualche esponente di spicco del Movimento che aveva già svolto due mandati parlamentari. Una mossa che non piacque per niente al comico, che vinse poi il braccio di ferro contro l’ex presidente del Consiglio affinché nessuno potesse usufruire di alcuna deroga in merito a tale regola ferrea. Dall'inizio ufficiale della campagna elettorale, dunque, Grillo è completamente scomparso dai radar. Anche perché Giuseppi riuscì comunque – per quanto i 5 Stelle dimezzarono i voti rispetto al 2013 – a ottenere un discreto successo personale a inizio autunno al termine di quella risalita fino al 15%, considerata la base di partenza del M5s prevista dai sondaggi.

A quel punto Conte si è preso mediaticamente tutta la ribalta mediatica pentastellata: tra la battaglia per la difesa del reddito di cittadinanza e le polemiche relative alla sua vacanza a Cortina. Così Grillo, ormai detronizzato (seppur sempre ben stipendiato), ha pensato bene di rifugiarsi nel teatro, con il ritorno sul palcoscenico per mettere in scena il suo nuovo spettacolo ("Io sono il peggiore"). Un'inversione di marcia in direzione del suo primo amore, dimostrata anche dai tanti post sul suo blog e sui propri social che toccano solo in maniera molto generica temi a lui cari come l'economia, il lavoro, la società, l'ecologia. Su tutto il resto c'è stato (e continua a esserci) un lunghissimo e profondissimo silenzio. Silenzio molto probabilmente dettato anche dall’imbarazzo per il processo in corso ai danni del figlio Ciro, imputato per violenza sessuale di gruppo. Quest’ultimo, naturalmente, resta e rimarrà non colpevole fino a sentenza definitiva. Certo è, tuttavia, che la pessima difesa che suo padre mosse nei suoi confronti, tramite un delirante video dell'aprile 2021, non gli giovò per nulla. Le udienze a Tempo Pausania proseguono e l'unico elemento oggettivo che, al momento, si può trarre è che Ciro Grillo non sarà mai difeso in tribunale da Beppe: in certi contesti il silenzio può risultare assolutamente d'oro.

Patriarcale.

Machismo di cattivo gusto. Il femminismo grillino che Conte non ricorda: volgarità e sessismo by Beppe Grillo. Le uscite di Grillo&Co. restituiscono l’immagine di un Movimento 5 Stelle ipocrita sulla causa femminista. Insulti, maschilismo e allusioni di cattivo gusto: Conte fa il paladino ma dimentica il passato del partito. Giulio Baffetti su Il Riformista il 29 Novembre 2023

Il M5S di Giuseppe Conte dice di essere in prima linea contro il sessismo e la violenza sulle donne. Ancora lunedì l’ex premier, reduce dal corteo femminista cui ha partecipato sabato a Perugia con Nicola Fratoianni, rifletteva pensoso e accigliato: “Bisogna lavorare per superare modelli culturali che assolutamente rischiano di rimanere intrinsecamente sopraffattori rispetto alla libertà delle donne, soprattutto rischiano di contenere il germe anche della violenza nei confronti delle donne”. Addirittura, mercoledì scorso, il leader pentastellato si è spinto a dire che “il tema della violenza sulle donne e delle misure di prevenzione il Movimento lo ha affrontato concretamente e da sempre”. Ed è qui che Conte si contraddice. La storia del M5S, a partire proprio dal fondatore Beppe Grillo, è stata contraddistinta da episodi di sessismo e maschilismo. Altro che patriarcato. Forse il caso che fece più notizia risale al 2014. Quando il Blog di Grillo, con un post, attacca violentemente l’allora presidente della Camera Laura Boldrini. “Cosa fareste da soli in auto con la Boldrini?”, scrive il sito del comico con un’allusione che definirla di cattivo gusto è un complimento. A corredo dell’articolo c’è un video su Boldrini. Ma la cosa più scandalosa sono i commenti degli attivisti sotto al post. Una vera e propria marea di insulti sessisti e violenti, non censurati da chi gestiva il Blog, ovvero la Casaleggio Associati. A metterci il carico, dopo la polemica, l’allora capo della comunicazione del M5s al Senato, Claudio Messora, fondatore della web tv ByoBlu, famosa per le sue posizioni complottiste, no vax e filo-Putin. Ecco il tweet di Messora in risposta alle accuse di Boldrini, che aveva sentenziato che “i commentatori sul Blog di Grillo sono potenziali stupratori”: “Cara Laura, volevo tranquillizzarti. Anche se noi del blog di Grillo fossimo tutti potenziali stupratori, … tu non corri nessun rischio!”. Non proprio la dimostrazione di un’attenzione particolare del M5s rispetto al tema della violenza sulle donne.

Ben prima del video del 2021 in cui il comico colpevolizzava la presunta vittima di stupro che accusa il figlio Ciro, il Garante dei Cinque Stelle dava sfoggio di machismo di cattivo gusto. Nel 2001 definisce “vecchia putt…” la premio Nobel Rita Levi Montalcini. Nel 2006, in un post sul Blog intitolato “Il nuovo femminismo”, Grillo sfodera un’altra prodezza: “Le donne non sono mai state così desiderate. Il desiderio maschile cede alla passione che poi cede allo stupro. È da animali, ma è così. La natura fa il suo corso”. E ancora il fondatore, che nel 2012 redarguisce così la consigliera comunale di Bologna Federica Salsi, colpevole di essere andata in tv, ospite di Giovanni Floris a Ballarò: “La tv è il vostro Punto G, quello che ti dà l’orgasmo nei salotti dei talk show”. Se Salsi fosse stata un uomo, sicuramente Grillo avrebbe usato un altro argomento per rimproverare un esponente del suo Movimento. Nel gennaio 2016 Grillo lancia sul web l’hashtag #boschidovesei per attaccare Maria Elena Boschi per la vicenda di Banca Etruria. Hashtag lanciato in rete dal comico con questo tweet allusivo e sessista: “#Boschidovesei in tangenziale con la Pina”. E poi gli attacchi misogini degli utenti del Blog, nel 2018, alla deputata di Forza Italia Matilde Siracusano, bersagliata dopo un video condiviso dal sito di Grillo in cui la parlamentare difendeva Silvio Berlusconi e smontava in Aula il decreto anticorruzione del primo governo Conte. Nel 2014 Matteo Renzi candida alle europee quattro capolista donne. “Quattro Veline”, le apostrofa Grillo. “La scelta è una presa per il culo ma tinta di rosa”, commenta ancora il fondatore dei Cinque Stelle.

Ma sarebbe sbagliato prendersela con il solo fondatore del M5s. Nel 2014 il deputato grillino Massimo De Rosa si rivolge così in commissione alle colleghe del Pd: “Siete qui solo perché avete fatto pomp…”. E l’ex ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, che in alcuni tweet e post su Facebook risalenti al 2013 parlava così di Daniela Santanché: “Se fossi una donna le sputerei in faccia, con tutti quegli zigomi rifatti”. Tradito dal passato social anche Enrico Esposito, che nel 2018 era vicecapo dell’ufficio legislativo del Mise guidato dall’allora capo politico del M5s Luigi Di Maio. Ecco un tweet a proposito di Micaela Biancofiore, nominata sottosegretaria: “Non c’è modo migliore di onorare le donne mettendo una mignotta in quota rosa”. Hashtag #biancofiore. Esposito si dilettava anche a offendere gli omosessuali, anzi i “ricchioni”, come li chiamava lui. Non bisogna dimenticare la vicenda che coinvolge la deputata del M5s Giulia Sarti nel 2019.

Quando le Iene scoprono che sue foto private sono in giro da anni dopo un hackeraggio che, secondo diverse fonti pentastellate, era stato opera di personaggi interni al Movimento. Un presunto “inside job” che più sessista non si può. Ma il vero numero uno del sessismo in salsa pentastellata è sempre Grillo. Sempre nascosto dietro la scusa della battuta, in uno spettacolo, rivolto alle donne di Forza Italia, dice: “Ora lo psiconano (Berlusconi, ndr) vuole incontrarci: vorrà capire se nel Movimento c’è fica. Ma le nostre donne sono diverse dalle sue, forse non la danno nemmeno ai mariti”. Al netto della volgarità e della considerazione della donna come poco più di un oggetto, colpisce anche la scelta di usare aggettivi possessivi come “nostre” e “sue”, riferiti alle esponenti femminili dei Cinque Stelle e di Forza Italia. Conte parli con Grillo del sessismo del M5S. Giulio Baffetti

Sparacazzate.

Marco Zonetti per Dagospia giovedì 30 novembre 2023.

Spronata dalla domanda di una lettrice della rubrica "7 e mezzo", che la giornalista altoatesina firma ogni settimana su Sette, magazine del Corriere della Sera, Lilli Gruber torna sul recente "comizio" di Beppe Grillo nel salottino di Fabio Fazio. E lo fa senza lesinare critiche al fondatore del M5s, partendo dalla veridicità (o meno) del mea culpa del comico secondo cui il suo sarebbe stato un "fallimento", visto che tutti quelli che egli ha "mandato affanculo" sono ora al governo.

"Da quando è nato il Movimento 5 Stelle" scrive Gruber, "ogni volta che Beppe Grillo parla, tutti i media si fanno sempre la stessa domanda: sta parlando il comico o il politico? Va preso sul serio o sta recitando un pezzo del suo spettacolo? Un'ambiguità voluta e mai risolta, riproposta con forza nella trasmissione di Fabio Fazio". 

Per Lilli, quello di Grillo è "un fallimento molto paradossale, verrebbe da dire, visto il tono sarcastico con cui lo stesso Grillo conduceva il suo personale show".

A parere della giornalista, "il punto centrale non è però la performance televisiva" di Grillo, quanto invece "il bilancio della sua politica italiana". Lilli chiama in causa una disamina del collega Giovanni Floris, secondo il quale "Grillo non ha peggiorato il Paese, perché ha rimesso in gioco molte forze e molte istanze che sembravano scomparse. Il suo vero fallimento è stato aver scatenato il linguaggio populista a sinistra per poi regalarlo alla destra". 

A parere di Gruber, è stato per l'appunto questo "il grande limite di un movimento che, per molti anni, ha insistito sugli slogan 'uno vale uno' e 'né di destra né di sinistra', arando il terreno della rivolta contro le cosiddette élite, tutte indscriminatamente, solleticando il furore contro la 'casta' e 'l'establishment', a prescindere e senza distinzioni".

E la conduttrice di Otto e mezzo precisa: "Come se ogni forma di competenza e di esperienza fosse una colpa o uno stigma di correità per i problemi del Paese, arrivando al paradosso - come ha osservato Ezio Mauro - che 'solo l'ignoranza fosse garanzia di innocenza". 

A questo punto, Lilli indirizza una lode al "rivale" interno di Grillo - e da questi "bastonato" durante il comizio televisivo da Fazio - ovvero Giuseppe Conte, più volte ospite di Otto e mezzo e per il quale - durante il secondo mandato de 'l'avvocato del Popolo' - la conduttrice pareva avere una certa simpatia personale.

Riferendosi alla suddetta celebrazione del M5s dell'ignoranza quale garanzia d'innocenza, Lilli Gruber puntualizza infatti: "Per converso, proprio il secondo governo Conte, durante gli anni del Covid, fu quello che più si affidò - meritoriamente - alle istituzioni europee e alle istituzioni scientifiche per contrastare gli effetti della pandemia. 

Ma a quel punto proprio in quello spazio anti-sistema che Grillo ha creato e nutrito, si è insediata una nuova forza populista, stavolta radicalmente di destra, capace di imporsi nel dibattito politico e nell'immaginario elettorale come unico vero presidio contro i 'palazzi' del potere, ultra-nazionalista, anti-immigrati e anti-europeo. Come ha riconosciuto lucidamente Grillo: 'Tutti quelli che ho mandato aff... sono ora al governo'".

Ed è a questo punto che Lilli rivolge l'accusa più risonante al comico genovese. "Questo quindi è il vero fallimento di Grillo, il suo 'peggiorare il Paese': non il reddito di cittadinanza, di certo non l'aver risvegliato un sentimento di partecipazione e una sacrosanta richiesta di onestà in politica. 

Ma aver preparato il terreno alla destra post-fascista oggi al potere. Grillo ha saputo fondare un movimento, portarlo al 34% dei consensi, condurlo al governo del Paese. Ma non ha saputo chiudere una volta per tutte le sue ambiguità, non ha saputo dare una direzione precisa al momento giusto. E - conclude la giornalista - ha lasciato inevase troppe domande: di destra o di sinistra? competente o dilettante? Comico o politico? E in questo libro resterà probabilmente per sempre".

Beppe Grillo risponderà mai a Lilli Gruber e alle sue accuse di aver in ultima analisi lastricato la strada alla destra meloniana oggi al potere? Staremo a vedere.

Ha seminato odio, mischiando pubblico e privato. Beppe Grillo il tragicomico che ha peggiorato l’Italia: le frasi celebri che hanno rovinato gli italiani. Aldo Torchiaro e Annarita Digiorgio su Il Riformista il 16 Novembre 2023

Ha seminato odio, mischiando pubblico e privato. E quando oggi tocca a lui, per i guai del figlio Ciro, fa la morale: “Ti rovinano la famiglia”. Parla lui, proprio lui. Il professionista dell’aggressione a parola armata.

Tutto ebbe inizio nel 1986 con un comizio-show su Rai Uno, al tempo del primo governo Craxi. Il leader del Psi e presidente del Consiglio va in visita a Pechino. “Ma se in Cina sono tutti socialisti, a chi rubano?” fu la battuta che costò a Beppe Grillo una tale lavata di capo dai vertici di viale Mazzini da metterlo fuori dalle ospitate Rai per un po’. Da quel momento la politica è diventata la bestia nera del comico genovese, da trattare sempre con disprezzo, perfino con astio. L’irriverenza che diventa ostilità, avversione qualunquista. Con la scusa di essere un comico usa la violenza verbale un po’ scimmiottando il francese Coluche e un po’ inserendosi sulla scia di Dario Fo, è nata l’antipolitica-show.

La messa alla berlina del politico da colpire con l’unica regola di sfidare il paradosso, ingannare la coerenza, osare oltre il grottesco per strappare un sorriso amaro, o almeno provarci. Perché molti, per la verità, sono quelli che Grillo non ha mai convinto. La parabola politica è nata con il guru dei social network, Gianroberto Casaleggio. Nel 2005 nascono i MeetUp degli “Amici di Beppe Grillo”. Prende il via il “sacro blog”. Sassate digitali, legnate virtuali che poi agitano le piazze. Senza riguardi: donne, anziani, figli, famiglie finiscono nel tritacarne dell’odio. Silvio Berlusconi è lo psiconano e viene insultato ogni giorno. Nel giugno 2009 Grillo minaccia: “Stia attento, la marea sta montando. Può fare comizi solo in piazze chiuse”.

Qualcuno lo prende sul serio e va a colpire Berlusconi al volto, durante un comizio in piazza. Grillo ne ha sempre avute per tutti. Matteo Renzi è ‘l’ebetino di Firenze’. Pier Luigi Bersani? E’ Gargamella, uno ‘Zombie’. Walter Veltroni ? ‘Topo Gigio’. Prodi è ‘Alzheimer’. Mario Monti è ‘Rigor Montis’. Il ministro Elsa Fornero? ‘Elsa Frignero’. Giorgio Napolitano? ‘Salma’. Rita Levi Montalcini, letteralmente, “Vecchia puttana”. Dallo sproloquio al torpiloquio, più che satira, livore per tutti fino al più recente delirio in cui il fideismo della setta plaude il travestimento da cabarettista: “Sono l’Elevato, noi crediamo nell’Altrove”. Tutti gli spettacoli, il Blog, il Movimento, le provocazioni, la setta religiosa finiscono sempre nello stesso modo: con la richiesta al gentile pubblico di versare al comico un contributo in denaro.

Nel frattempo però con la sua trivialità, violenza verbale, diffusione di idee antiscientifiche e credenze pericolose, ha rovinato gli italiani che gli sono andati dietro. Infine, una resa che camuffa l’ennesima presa in giro: “Sono il peggiore”, il titolo del suo ultimo spettacolo, parte dall’ammissione di aver “Peggiorato l’Italia”. E finalmente, per una sola volta, gli si può dare pienamente ragione.

La sintesi di Beppe Grillo, il tragicomico che ha rovinato l’Italia, in alcune delle sue più celebri frasi:

Non possiamo lasciare che un movimento nato per diffondere la democrazia diretta e partecipata si trasformi in un partitounipersonale governato da uno statuto seicentesco. Vanno affrontate le cause per risolvere l’effetto ossia i problemi politici (idee, progetti, visione) e i problemi organizzativi (merito, competenza, valori e rimanere movimento decentralizzato, ma efficiente). E Conte, mi dispiace, non potrà risolverli perché non ha né visione politica, né capacità manageriali. Non ha esperienza di organizzazioni, né capacità di innovazione – 29 giugno 2021

“Fate le brigate di cittadinanza e reagite mettendo il passamontagna” 17 giugno 2023

L’Aids è la più grande bufala del secolo. il sistema vi imbroglia, vi fa credere che esiste l’Aids ma non è vero, 1998

Definì Rita Levi Montalcini una vecchia puttana, 2001

La mafia è stata corrotta dalla finanza. Prima aveva una sua morale, chiamiamola così, 26 ottobre 2014

Napolitano non deve dimettersi, deve costituirsi, 18 dicembre 2014

Tutti collusi. Tutti complici. Con le mani sporche di petrolio e denaro. #RenzieBoschiACasa marzo 2016

E se togliessimo il voto agli anziani? 18 ottobre 2019

Famoso il post del 2014 del blog gestito dalla Casaleggio: «Cosa fareste da soli in auto con la Boldrini?» 

Aldo Torchiaro e Annarita Digiorgio

Scaletta costruita e ghigno compiaciuto. Grillo, show e monologo nel silenzio: caro Fazio bastava fare una domanda come Piers Morgan. Giulio Baffetti su Il Riformista il 16 Novembre 2023

Non bisogna per forza fare tante domande. A volte basta soltanto porre quella giusta. Magari ripeterla più volte, se l’interlocutore decide di non rispondere. A pensarci bene, è questo il ruolo del giornalismo. Così si dovrebbe condurre un’intervista. Nel giro di 24 ore abbiamo assistito a due ospitate televisive. Una senza domande. Un’altra in cui il politico è stato messo di fronte alle sue contraddizioni da un conduttore che lo ha incalzato. Domenica Fabio Fazio a Che Tempo Che Fa sul Nove ha lasciato libero Beppe Grillo di mettere su il suo personalissimo one man show. Una performance psicotica, più che un’intervista. Tanto che lo stesso padrone di casa, alla fine dello spettacolo, ha dovuto ammettere: “Non mi ha dato il tempo di fargli tutte le domande, ce le ho intatte”. Un comodo escamotage di fronte alle critiche scontate per il monologo del politico-comico. Accuse di poca incisività che infatti sono arrivate, puntuali, nei confronti di Fazio.

Ecco, meglio passare all’altra intervista. Quella vera. Siamo in Regno Unito e i protagonisti del duello sono il conduttore Piers Morgan e Jeremy Corbyn, ex leader del Labour Party britannico. Morgan, proprio come Fazio, è un mostro sacro dell’infotainment nel suo Paese. Solo che non ha scelto di rinunciare al suo ruolo di intervistatore. Scoprendo così l’ipocrisia dell’ex capo della sinistra inglese. Che per 17 volte non ha risposto a un solo quesito piuttosto semplice, forse perfino banale: “Hamas è un gruppo terroristico?”. Ovviamente lo spezzone diventa “virale”. Quell’ “are they a terror group?” scandito dal presentatore del Piers Morgan Uncensored è una mitragliata letale per uno dei volti simbolo di certo progressismo terzomondista, molto amato anche in Italia, soprattutto quando guidava con incertezza i laburisti britannici. Morgan incalza da subito. Corbyn è evasivo, mostra limpidamente al pubblico la sua difficoltà nel pronunciare la parola “terrorista” riferita a Hamas.

Dovrebbe essere scontata la definizione di “terrorista” per gli islamisti che dominano Gaza. Soprattutto dopo gli attacchi del 7 ottobre. E invece no, Corbyn non ci riesce proprio. Con Morgan che va avanti, ripetendo una litania scintillante. L’ex leader del Labour zoppica, beve un sorso d’acqua. In sintesi, non risponde. “Possiamo discutere?”, chiede il politico. “Possiamo discutere razionalmente?”, domanda ancora. Sembra di sentire i troppi che tirano in ballo la “complessità” per negare l’evidenza della brutalità di Hamas. È proprio in questo frangente che Piers Morgan si staglia come un gigante al confronto dei silenzi di Fabio Fazio della sera prima. Il conduttore inglese mette in chiaro le cose: “È il mio show, lei risponde alla mia domanda”.

E qui ci tocca tornare allo spettacolo desolante di domenica scorsa. Fazio è accondiscendente. La scaletta della trasmissione è costruita per permettere a Grillo di ricorrere al suo espediente retorico di dire “Io sono il peggiore”. Il conduttore, infatti, non appena arriva il comico sul palco proietta una serie di insulti ricevuti negli anni dal fondatore del M5s. Tutto funzionale a far scivolare via liscio lo show preparato da colui che si autodefiniva “L’Elevato”. Grillo può impostare la trama narrativa della sua esibizione, che scorre senza la traccia di una domanda. A un certo punto Fazio ci prova e chiede al Garante dei grillini cosa ne pensa di Giuseppe Conte, che prima ha firmato i decreti sicurezza di Matteo Salvini, salvo poi riciclarsi, con la complicità del Pd, come leader progressista. Il comico passa a parlare d’altro, di fronte al ghigno compiaciuto del conduttore di Che Tempo Che Fa. È la tv in cui è l’intervista a essere la notizia stessa, perché si sa già che l’intervistatore non vorrà tirare fuori nulla di nuovo. Gli basta mostrare il personaggio, creare l’evento mediatico. Senza preoccupazioni di sorta rispetto all’opinione pubblica. Che avrebbe diritto alle domande e anche alle non-risposte dell’ospite.

Con Morgan la notizia non è Corbyn, ma sono le sue scuse per non rispondere a una domanda semplice, eppure dirimente. L’incalzare del conduttore, in quel caso, ha squarciato il velo sull’ipocrisia di una parte della sinistra, balbuziente davanti a questioni di principio fondamentali, segnanti. Anzi, di più. Aggiunge un elemento alle accuse di antisemitismo piovute addosso a Corbyn nel corso degli anni. Piers Morgan glielo dice apertamente: “Lei non risponde alle domande e si chiede perché la gente crede che lei abbia un problema con gli ebrei”. “È il mio show”, gli ribadisce. Innalza quel muro sacrosanto che dovrebbe esistere tra la politica e chi è chiamato a controllarne l’operato. E non si dica che Grillo non è un politico. Con il M5s al governo, una frase criptica del comico genovese sul suo Blog poteva sconquassare una maggioranza o indirizzare un provvedimento. Ma anche ora è fuor di dubbio l’influenza di Grillo. Nessuna domanda nemmeno quando l’illustre ospite ha deciso di attaccare Giulia Bongiorno, l’avvocato che difende la presunta vittima di stupro nel processo contro Ciro, il figlio del comico. “Beppe così è inopportuno”, l’unica obiezione. Più un saggio consiglio che una replica. Sul punto, il fondatore del Movimento si è scoperto perfino garantista, quando ha sostenuto che “se il mondo entra nella tua famiglia, te la sfascia”. Non sarebbe stato complicato ricordargli il giustizialismo su cui ha prosperato il suo successo politico. La gogna mediatica ai danni delle famiglie degli avversari. Bastava fare una domanda. Come Piers Morgan.

Giulio Baffetti

Estratto dell’articolo di Paolo Bracalini per “il Giornale” martedì 14 novembre 2023.

[…] Il «comizietto» di Grillo raccoglie critiche, dai commentatori di cose televisive alla politica. Imbarazzo nel M5s anche perché Beppe è profumatamente pagato (circa 300mila euro l’anno) come consulente, e da Fazio ha sbertucciato tutti i grillini, a partire da Giuseppe Conte. 

Ma Grillo è riuscito ad essere pagato due volte. Dal M5s, ma anche da Che tempo che fa. Non considerandosi più un soggetto politico ma un artista, peraltro con ricavi non entusiasmanti dall’ultima tournée teatrale, Grillo per tornare in tv dopo nove anni ha chiesto un cachet a Fazio.

Quanto? Si parla di qualche decina di migliaia di euro, la cifra che gira è di 30mila euro, la produzione del programma - interpellata dal Giornale - non smentisce né dà informazioni in merito. Pagato due volte, per sfottere Conte e per difendere il figlio sotto processo. «Io sono il peggiore», il titolo del suo ultimo spettacolo. Se lo dice lui.

Da quotidianocontribuenti.com martedì 14 novembre 2023.

“Beppe Grillo in tv ieri ha parlato di molte cose. Ha ammesso di aver fallito. E fin qui: meglio tardi che mai. Ma poi ha detto una cosa che mi ha colpito: ‘Se il mondo entra nella tua famiglia, il mondo ti sfascia la famiglia’. Vero. È esattamente quello che Grillo e i grillini hanno fatto per tanti anni con gli avversari. Lo hanno fatto anche con la mia famiglia. Oggi Grillo va in TV e recita la parte della vittima”. Lo scrive su Facebook Maria Elena Boschi.     

“Ma questo sistema di aggressione alle persone e alle famiglie – aggiunge la deputata Iv – è nato con lui e con il suo movimento. Non entro nel merito delle vicende della famiglia di Grillo. Dico soltanto che in TV non ho visto semplicemente la preoccupazione di un padre, ho visto soprattutto l’ipocrisia di un uomo che ha diffuso per anni odio e violenza verbale”.

Estratto dell’articolo di Luca Bottura per “La Stampa” martedì 14 novembre 2023. 

[…] Beppe Grillo […] Casaleggio […] pensavano entrambi che il popolo fosse composto da fessi, che fossero sufficienti quattro slogan ripetuti per realizzare il loro unico obiettivo: gloria, potere. L'altra sera, da Fabio Fazio, Grillo ha ammesso che non c'era alcun progetto. Non c'erano risposte. Non esisteva il benché minimo orizzonte. E che ha peggiorato il Paese.

Si potrà obiettare (lui lo farebbe) che era spettacolo, farsa, bugia. Ma spettacolo, farsa, bugia, è ciò che Grillo e i suoi epigoni manettari […] hanno miscelato alla politica, quella vera, in questi anni di cupio dissolvi civile. […] 

Grillo è un Berlusconi che non ce l'ha fatta: accentratore, malato di "vita", mentitore, spregiudicato. Non a caso, Gianroberto Casaleggio veniva da Forza Italia. Non a caso, ogni qual volta gli è toccato di andare a soggetto, gli è uscito di tutto, sempre da destra, dacché ogni populismo da là viene. Il sostegno a Casa Pound, le "botte" agli immigrati, gli attacchi (ora) ai giudici. Tra Bersani e Salvini, scelse Salvini.

Poi, la disinformazione. Casaleggio junior ha fatto sparire da tempo Le Fucine, TzéTzé, e altri siti con cui macinava denaro all'ombra del Movimento Cinque Stelle, con un volano poderoso: il Sacro Blog. 

Un agglomerato di notizie grigie, gonfiate, spesso prese da siti disinformativi russi come Sputnik. Un mosaico rancoroso che oggi si ritrova tale e quale nei siti "fuori dal coro", una sentina che ha devastato il livello dell'informazione italiana […]. Con un corollario pre-autoritario: la violenza verbale verso i non allineati.

Grillo è stato responsabile degli attacchi ai cameraman Rai che lo riprendevano, delle gogne ai danni dei cronisti colpevoli di criticarlo (e delle croniste, con che gioia), persino degli autori satirici. 

Grillo, e Casaleggio, hanno creato coi mezzi dell'epoca – appunto il blog – ciò che Salvini, Meloni, Renzi, avrebbero perfezionato: una Bestia di pessima informazione, aggressiva, basata sul bastone, sulla dannazione, sulla cacciata a furor di popolo dei non allineati.

[…] In questa malafede e nei suoi adepti c'è un'aggravante non da poco: l'aver fatto propria, una volta andati al potere, la peggiore consorteria partitica, la più disastrosa lottizzazione, la contrattazione del singolo strapuntino. Chiunque abbia avuto a che fare coi Cinque Stelle "di governo" – a parte lodevoli eccezioni, che resistono tuttora – ricorda una gestione militare dei rapporti con la stampa, la fuga dalle domande, le pagelle dei buoni e cattivi. 

[…] Oggi, quando Giorgia Meloni fa passerella web a Palazzo Chigi saltando a piè pari ogni confronto coi giornali, applica la "regola Grillo". […] Grillo ha peggiorato anche l'opposizione, ha dato a intendere a una parte del Paese che la sinistra fosse quella roba lì: una giusta – ad esempio il reddito di cittadinanza – insieme a cento sbagliate ma a furor di popolo. Manipolato. Anzi, peggio: in mezzo a un nulla di slogan vuoti, di parole messe lì per far numero: «Giuseppe Conte parlava difficile, non si capiva. L'ho scelto per quello».

L'ultimo paradosso è che l'autodafé di Grillo sia avvenuto anch'esso per promozione, in casa di un conduttore che aveva insultato e irriso, da cui si è fatto agilmente gestire come a suo tempo nel salotto di Bruno Vespa. Una passerella mesta […] a caccia di un pubblico per spettacoli sempre meno affollati, o di qualche lettore in più per un blog che senza Casaleggio è defunto. Per raggranellare un po' di attenzione ad anni luce dal successo di piazza da cui iniziò la caduta: gli 800.000 (autocertificati) di piazza San Giovanni del 2013. Un pubblico così, Grillo, non l'avrebbe mai più avuto. Il suo unico vero programma era completato. Oggi […] ha il coraggio artistoide di venire in tv a spiegarci che sì, ci aveva preso per i fondelli. Una sincerità che merita adeguata risposta: Beppe, hai settant'anni. Adesso vattene affanculo tu. E restaci.

Beppe Grillo hai ragione, hai rovinato l’Italia con invidia, rancore e ignoranza. Andrea Ruggieri su Il Riformista il 14 Novembre 2023

Fatti i complimenti sinceri a Fabio Fazio per il record di portarsi via dalla Rai tutto il suo pubblico, caso unico nella storia, segno un mio record anche io: devo dare ragione a Beppe Grillo. È vero, ha ragione: ha contribuito a peggiorare una nazione. Dopo aver agitato piazze al grido di ‘Vaffanculo’, ha eletto quasi a norma di legge l’invidia e il rancore, raccontando a chiunque avesse difficoltà o frustrazione che era vittima di una manica di ladri, e offerto loro di rimpiazzarli con gente che però non sapeva fare nemmeno la ‘o’ con il bicchiere, che difendeva l’Isis e voleva regalarci alla Cina, sosteneva che lo sbarco sulla luna fosse un complotto di chi ci aveva messo un microchip sotto pelle, o che si dovesse poter celebrare matrimonio tra specie diverse, purché con il consenso dell’animale, che non sapeva in quale città sorgesse la Casa Bianca, e che la rata del mutuo di ognuno di noi dipendeva dallo spread.

Ha fatto recitare a una genia di politicanti di una ignoranza crassa come nessun altro, una pantomima penosa partita con gli streaming perché “il Parlamento deve essere trasparente”, e finita a riunioni carbonare in cui studiava come rimanere attaccata a ogni costo al governo (“uno vale uno” era la boiata con cui si giustificavano gli incompetenti, “uno vale l’altro” era quella per gli alleati di governo); ha solleticato i peggiori istinti forcaioli e straccioni: chi gridava di aver abolito la povertà, chi spacciava il processo eterno a carico di nostri connazionali, via abolizione della prescrizione, come la fine dell’impunità.

Ha spacciato sul suo blog per “favoletta del partito del cemento” quella di chi sosteneva si dovesse fare la gronda per alleggerire il carico del ponte Morandi che altrimenti avrebbe rischiato, salvo inviare il giorno dopo il crollo i suoi emissari dell’odio ad aizzare le folle inferocite. Poi, la favoletta per cui nessuno produce i soldi che il Movimento regalava a chiunque non volesse fare nulla, creando un esercito di questuanti illusi che i sostegni pubblici cadano dal cielo, quando sono la fatica di altri italiani, ad esempio quelli che chiamavano ‘prenditori’ anche se con le loro intuizioni e fatiche offrono lavoro a chi non ne ha e vuole realizzarsi tramite l’impegno, e non con il reddito di cittadinanza.

Ha ragione anche su Conte, che parla, parla e non dice niente, ma è vanitoso. L’avvocato del popolo contro le auto blu ma che si fa portare a giocare a tennis dalla scorta, dopo averci chiuso in casa senza nemmeno uno straccio di dibattito parlamentare, e imposto continue limitazioni di libertà corredate di 200 miliardi di debito in più che noi e i nostri giovani dovremo rimontare a suon di tasse.

Per una volta, ha ragione, Beppe Grillo. Andrea Ruggieri

Il collega di Buster Conte. Grillo cerca di sbigliettare per il suo spettacolo, ma gli italiani applaudono solo gratuitamente. Guia Soncini su L'Inkiesta il 14 Novembre 2023

Il vecchio monologo a Che Tempo Che Fa è stato interrotto da una domanda feroce di Fabio Fazio, che il comico diventato politico e tornato comico evidentemente non ha colto

Quindi gli italiani, gratis, guardano Beppe Grillo.

Gratis guardano le battute vecchie (quella sul datore di stipendio ero alle elementari la prima volta che gliel’ho sentita fare), l’italiano traballante («io vorrei che ti dasse la possibilità» è un congiuntivo che neanche Luciano Salce sceneggiando Fantozzi), e in generale la disperazione, che è in effetti uno spettacolo sempre telegenico. Guardano, gratis, la magrezza: la prima cosa che ho pensato io è stata «eh ma com’è dimagrito», preparandomi quindi subito a fare ammenda per aver detto che usava foto promozionali di quaranta chili fa. No, è proprio dimagrito, che è una buona ragione per andare in tv: cosa hai fatto la dieta a fare, se nessuno vede i risultati.

Gratis, gli italiani sono molto più disponibili a tutto, figuriamoci a farsi intrattenere senza pagare un biglietto a teatro. Teatri che all’ultimo tour Grillo ha faticato a riempire, e potremmo dire per forza, potremmo dire ma l’avete visto da Fazio, potremmo dire sembrava un monologo di chissà quanti anni fa, citava Facebook come fosse l’ultima diabolica invenzione, ma insomma non è che i grandi successi di massa si facciano con la roba sofisticata e avanguardista. È quindi improbabile che, a pagamento, non siano andati a vederlo per la qualità dei testi comici. Temo c’entrino le tifoserie: chi era contrario a Grillo come politico, vedrebbe come tradimento l’apprezzare Grillo comico; chi votava da quella parte, ora lo considera un traditore del Movimento (questi ultimi, come tutti i tifosi delusi, sono più invasati, e si racconta chiamassero i teatri dicendo: come osate ospitare lo spettacolo di quel marrano? – o forse la parola non era esattamente «marrano»).

A metà dell’ora del Grillo, “Che tempo che fa” era a quasi due milioni e novecentomila spettatori. La settimana prima, alla stessa ora, c’era mezzo milione di persone in meno, e quindi è incontrovertibile: gratis, lo guardiamo. Il passaggio successivo è: il campione gratuito di prodotto ci fa venir voglia di comprare il salume del caso, in questo caso il biglietto a teatro? Ci sono, nell’ora in cui Beppe Grillo strologa da Fabio Fazio, un paio di momenti utili a capire a cosa serva un conduttore televisivo, e un paio di buone battute. Poi c’è anche Grillo che spiega al pubblico in studio che loro sono ignoranti, «state capendo il quaranta per cento di quello che dico», che non leggono, «io ho i libri tutti segnati», e noi sui nostri divani medi riflessivi diciamo va bene, Beppe, tutto giusto, ma tu poco fa hai detto «gravitare» intendendo «gravare», e insomma sei la dimostrazione che leggere non serva a niente, neanche a imparare la lingua in cui leggi, la lingua in cui ti parlavano da piccolo, la lingua nella quale hai frequentato le scuole, la lingua che parli come fossi sbarcato a Lampedusa il mese scorso. In un documentario su George Carlin che ho citato un milione di volte, Chris Rock dice che i comici sono i nuovi filosofi, perché i filosofi chi li ascolta più, e io sono d’accordo: mi hanno spiegato più il mondo Rock o CK o Guzzanti di quanto l’abbiano mai fatto Fichte oAnassimandro, e non solo perché a scuola facevo più assenze di quante ne facessi le sere in cui andava in onda “Avanzi”. «Rubavano tutti, era meraviglioso» è la sintesi grilliana di com’era Genova prima che al porto arrivassero i container, prima che il primo ladro decidesse di stare a casa una sera invece di uscire a rubare e il virtuoso circolo economico s’interrompesse. È anche, per noi vegliardi, una citazione della fine della sua prima vita, dei socialisti che se rubano tutti a chi rubano, della Rai 1 della cacciata, del ritorno in politica come conte di Montegrillo? Chissà: i secondi livelli di lettura dipendono da chi fruisce l’opera quanto da chi la crea. Il governo inutile da contestare perché «è una decalcomania: più ci sputi più si appiccica» pure non è male, così come l’immagine di Beppe Grillo che negli autogrill mette il libro di Casalino davanti a quello di Vespa. Ma forse la mia battuta preferita della parte debole del monologo è quella in cui Grillo, egomaniaco quanto e più di tutti noi, dice «nel mio testamento mi son lasciato tutto a me» (forse era, di sponda, una battuta sul processo del figlio – certo, un po’ sofisticata per la prima serata).

La parte non debole è quella in cui Fabio Fazio ci ricorda che la tv non si fa da sola, che qualcuno lì a gestire la situazione serve; quando riesce a ricondurre Grillo nel binario «gettone/aneddoto» delle interviste alle celebrità, tutto funziona meglio. La volta alla Casa Bianca, con Renzo Piano e Bill Clinton. La volta con Gino Paoli e i Kiss. Beppe, raccontaci di quella volta che. Quel tipo di tv lì, quella dei late night americani, quella di Fazio, si fa così, col repertorio di aneddoti che in casi come quelli di Grillo (cioè: di ospite che non si fa intervistare spesso) non è neanche troppo consunto. Lo so, non ho detto niente del Grillo pentito che parla della sua invenzione politica, di Conte (il segnaposto, no il cantante) che non si capiva niente quando parlava e quindi era perfetto, di quella che i giornali di ieri titolavano come un’ammissione d’aver peggiorato il paese. Poiché il pubblico non sa niente, Grillo non sa niente, e quindi perché i giornali dovrebbero sapere che pure quella era promozione: “Io sono il peggiore” è il titolo del suo ultimo spettacolo, mica una frase a caso. Non ho detto niente perché mi sembra che, come all’inizio lo si era sottovalutato pensando che chi mai avrebbe votato degli analfabeti il cui slogan è «Vaffanculo» (chi mai, in questa società di raffinati intellettuali), ora Grillo lo si sopravvaluti: se non fosse stato lui, sarebbe stato un altro. Mica in natura può esserci un vuoto di istanze grossolane. Adesso, col senno di poi, tutti a dire «genio», invece di dire «Tutto qui?», tutti a dire «eh però le battute erano mosce», invece di dire: per forza, mica i testi glieli scrive più Michele Serra. Certo, Grillo è ancora un notevole talento fisico, ma quel tipo d’impetuosità a trent’anni funziona inevitabilmente più che a settantacinque, quando ti tocca stare a dieta per non restare senza fiato a metà spettacolo. Domenica, a un certo punto, mi sono ricordata d’un libro giovanile in cui Gramellini spiegava che Fazio, che passava per il principino dei buoni, era in realtà cattivissimo. È stato quando Fazio ha chiesto a Grillo chi gliel’abbia fatto fare di mettersi a fare un partito, e gliel’ha chiesto con una premessa che faceva così: «Tu che eri collega di Buster Keaton».

Ho avuto la sensazione che Grillo non cogliesse la ferocia di quell’iperbole, e mi sono imbarazzata come sempre succede quando, alla tele, vedi qualcuno che la sa più lunga accanirsi su un tapino che non s’accorge dell’abisso di ridicolaggine. Quell’imbarazzo di quando, per vedere sbranare qualcuno, non hai neanche pagato il biglietto.

Estratto dell’articolo di Aldo Grasso per corriere.it lunedì 13 novembre 2023.

Imbarazzante? Inopportuno? Noioso? Difficile definire l’apparizione di Beppe Grillo a Che tempo che fa (Nove). Un’ora di comizio, di autoassoluzione, di banalità politiche spacciata come show. 

Ha iniziato con un vecchio espediente retorico dei giullari, autoaccusandosi prima che lo facciano gli altri: «Sono qui per sapere chi sono. Sono il peggiore? Sì, sono il peggiore, ho peggiorato questo Paese… Tutti quelli che avevo mandato a fare in c... sono al governo».

[...] Ovviamente, ha ironizzato sulle persone da lui scelte, Giggino Di Maio e Giuseppe Conte, ha difeso senza vergogna il reddito di cittadinanza, il Superbonus, persino i navigator. 

Poi […] ha cominciato a impartire una lezioncina su come ci si deve comportare per il futuro. Ha detto che studia molto ma gli è scappato un “ti dasse”. Si è concesso persino una grave caduta di stile attaccando Giulia Bongiorno, avvocata della ragazza che accusa suo figlio Ciro di violenza sessuale.

Siamo ancora qui a fare i conti con le macerie prodotto dai suoi “vaffa”, come comico ormai è un po’ in confusione e Fabio Fazio finge di non potergli fare le domande che si era preparato. Sembrava una scena già vista: la Bianchina alle prese con Mauro Corona, salvo che Corona di danni al Paese non ne ha fatti. 

Grillo ha preso un branco di scappati di casa, li ha spediti al Quirinale a giurare sulla Costituzione nelle mani del capo dello Stato, pronti a chiedere deficit e a spezzare le reni all’Europa e all’euro dei burocrati e poi li ha trasformati in lobbisti di sé stessi. Ha detto che era “un movimento evangelico”.

Davvero una pagina non esaltante di tv , un goffo tentativo di ridare cittadinanza mediale a un signore che con gli sberleffi, la furia giustizialista, l’imbroglio politico mascherato da millenarismo pop e con una concezione della democrazia radicale (uno vale uno) ha recato al Paese danni enormi. Forse Fabio Fazio voleva sdoganare Grillo e dimostrare la propria indipendenza (a chi? Alla Rai?), ma ha fatto un favore non da poco all’attuale governo mostrando di chi pasta è fatta l’opposizione.

 (Adnkronos lunedì 13 novembre 2023) "Io sono dispiaciuto di quello che è diventato oggi il Movimento 5 Stelle, perché non c’è più una partecipazione dal basso e quella che c’è è di facciata". Non usa giri di parole Davide Casaleggio per commentare con l'Adnkronos i lineamenti assunti dalla creatura politica ideata dal padre Gianroberto e dei principi di base che hanno subito diversi cambiamenti nel corso degli anni. Il fondatore dell'associazione Rousseau e socio fondatore del progetto Camelot interviene all'indomani del 'mea culpa' politico fatto da Beppe Grillo in tv. 

"Ieri era il compleanno dei miei bimbi e l'ho visto in seconda battuta - ammette Casaleggio -. Ho ascoltato quello che è stato detto, posso dire che l'approvazione verso una gestione precedente è sempre apprezzata". Sul pensiero espresso da Grillo, però, non si sbilancia: "Io cerco di non interpretare le parole altrui - dice - Grillo ha parlato più di un’ora e credo che il suo pensiero lo abbia espresso benissimo da solo, senza aggiunte da parte mia". Ma sul Movimento guidato oggi da Giuseppe Conte Casaleggio muove più di una critica: "Avere i mono candidati da approvare dal basso o le mono liste già confezionate non è democrazia dal basso - sottolinea - è un utilizzo di puro marketing che però non funziona, perché poi i risultati elettorali si vedono".

"Ogni movimento, ogni comunità o partito deve avere delle fondamenta su cui basarsi - osserva ancora Casaleggio - e oggi le fondamenta sulle quali era stato costruito il M5S non ci sono più". Ad esempio, se la partecipazione è una di queste fondamenta "oggi non esiste - rileva - i candidati sono scelti da poche persone chiuse in una stanza, tra l’altro è quello di cui ci lamentavamo sempre con il M5S parlando di altri. E adesso sta succedendo in tutte le occasioni con il Movimento". Se in passato la creatura politica ideata dal padre si era battuta contro il finanziamento pubblico "oggi il finanziamento pubblico è diventato centrale nella strategia del M5S - fa notare Casaleggio -. Si parla di pacifismo e il Movimento ha votato più volte a favore dell'invio di armi in contesti di guerra, cosa contro la quale ci eravamo battuti. E' ovvio che se non ci sono le fondamenta non si può andare da nessuna parte".

Secondo Casaleggio, andrebbero ricreate altre fondamenta perché, "se questa comunità, piccola che sia, ha altre idee probabilmente dovrebbe affermare queste altre idee e dare loro corpo e forse anche un altro nome". Le lamentele sul conto del Movimento non finiscono qui: "Quello che vedo - rimarca - è che le persone che oggi stanno guidano il progetto non si basano sulle battaglie che abbiamo portato avanti negli ultimi 15 anni. Questo ovviamente fa sì che le persone siano disorientate e siano tornate sostanzialmente all'estensionismo. Alle scorse politiche 6 milioni di voti sono mancati all’appello, gli elettori erano disgustati". 

Quanto alla presenza di Conte in piazza con il Pd "io penso che gli elettori valutino i fatti e le idee - commenta - se queste idee vengono raccontate e poi il giorno dopo viene fatto il contrario, come per l’invio delle armi, è ovvio che le persone non ci credono più". Il consiglio per Conte è quello di "dare un nome e delle fondamenta al suo progetto" e non di "prendere in prestito fondamenta che non condivide" come la partecipazione dal basso. "Le persone lo vedono che non stanno scegliendo i candidati alle regionali o alle europee - spiega Casaleggio -. Alle ultime europee 5mila persone hanno potuto candidarsi, e tutti gli altri iscritti, centinaia di migliaia, hanno potuto partecipare alla loro scelta. Oggi, lo vediamo con le Regionali, la scelta dei candidati è fatta completamente in stanze chiuse ed è un percorso che non funziona".

Ad esempio, in Trentino Alto Adige, dove per la prima volta nella sua storia il Movimento è rimasto fuori dai due consigli provinciali, perdendo tre quarti dei voti. "Abbiamo visto i risultati: l'1,8% contro l'11% della volta scorsa. C’è chi dice che nel locale il M5S non sia mai stato forte ma qui si sta parlando di dividere per 5 o per 10 i risultati del passato". Sull'ex grillino Alessandro Di Battista Casaleggio non si sbilancia: "Se dovesse tornare nel Movimento? Preferisco non parlare per altri - dice-. Lui farà le sue scelte, e penso non siano legate a un’organizzazione specifica ma a battaglie. La coerenza si vede anche da questo. Uno porta avanti le sue battaglie a prescindere dal contenitore in cui si finisce un giorno piuttosto che un altro". 

Quanto al suo futuro in politica, interpellato sull'ipotesi di scendere in campo e fare qualcosa per il Paese Casaleggio scandisce: "Vedremo cosa succederà in futuro, mi sono sempre dedicato alla costruzione di piattaforme di partecipazione e questo è il tema in cui mi sto concentrando in questo periodo con il progetto Camelot".

Grillo torni a fare il comico dopo aver peggiorato la politica italiana, non l'Italia. Federico Novella su Panorama il 13 Novembre 2023

La sua comparsata a «Che Tempo che fa» è stata la dimostrazione di un fallimento non solo personale di cui noi stiamo ancora pagando i danni L’esibizione tronitruante di Beppe Grillo nel salotto di Fabio Fazio rappresenta l’incarnazione di un partito allo sbando. Nella sua allegra follia, nel suo sconcertante non sense, il comico genovese ha voluto rivelarci i suoi patemi: “Non so più chi sono”, e certamente questa crisi di identità si riflette da anni sulla sua creatura politica, che non ha più nulla da dire, se non “superbonus” per tutti. Resta la performance artistica, che qua e là ha strappato un sorriso (quando ha raccontato per l’ennesima volta della sua gioventù con Donato Bilancia come suo vicino di casa), ma il dramma sta anche qui. Mentre Grillo spadroneggiava nello studio di Fazio, chiedendo al pubblico un referendum sul suo futuro professionale, non sapendo se insistere con la politica o tornare al cabaret, ecco in quel preciso istante la gente a casa deve aver pensato fatalmente: come è stato possibile? Come è potuto accadere che un partito fondato da Beppe Grillo possa essere divenuta la prima formazione nazionale, tanto da esprimere ministri e presidenti del consiglio? Quale ubriacatura di massa deve aver colpito gli italiani per aver consentito una simile deriva? Quando Grillo dice di “aver peggiorato il Paese”, forse esagera. Semplicemente ha peggiorato la politica, dando sfogo alla parte peggiore della società. Quella che vede nel sussidio o nelle facili scorciatoie la soluzione a tutti i problemi. Certo, non che la politica ante-Grillo fosse popolata da grandi statisti: ma con il Movimento pentastellato la pulsione viscerale populistica ha certamente raggiunto vette stratosferiche. “Sono anziano e sono confuso”, ha detto il comico davanti alle telecamere, in una sorta di confessione urbi et orbi, non sappiamo quanto sincera. Non è chiaro perché questa crisi di coscienza arrivi soltanto adesso, ora che il partito gli è scoppiato in mano e l’avvocato Conte ha divorziato da lui. Forse è troppo comodo, il pentimento fuori tempo, che sa un po’ troppo di autoassoluzione. Una sorta di amnistia televisiva, dopo la debacle politico elettorale. Suona tutto poco autentico, copionato come le sue battute. Di veritiero, nel tele-sfogo, certamente l’attacco a gamba tesa a Giulia Bongiorno, un rigurgito di rabbia, un fallo da cartellino rosso, considerando che l’avvocatessa difende la presunta vittima nelle indagini in cui è implicato il figlio. Né trovano giustificazioni le lamentele del tipo: “Se metti la famiglia in piazza, la famiglia si sfascia”, poiché arrivano da un personaggio che del giustizialismo e degli attacchi personali ha fatto uno punto irrinunciabile del modus operandi del suo partito. Insomma, ha ragione il pubblico di “Che tempo che fa”, in questo frangente valido campione dell’elettorato. Grillo non può che tornare a fare il comico: il talento non gli manca e i dati d’ascolto sono lì a dimostrarlo.

Beppe Grillo a «Che tempo che fa»: «Io ho peggiorato l’Italia. Conte perfetto in politica, parlava e non si capiva». Storia di Emanuele Buzzi  su Il Corriere della Sera domenica 12 novembre 2023.

Era atteso. Mancava dal piccolo schermo da nove anni. Il suo ritorno in tv è uno show, il Beppe Grillo-Show. Ospite da Fabio Fazio a Che tempo che fa il garante Cinque Stelle domina la scena, mescolando brani del suo repertorio, soprattutto del suo ultimo spettacolo Io sono il peggiore, a battute sui protagonisti della scena politica. In realtà Grillo impiega mezz’ora prima di pungere volti noti e meno noti del Movimento. Prima il fondatore dei Cinque Stelle attacca un grande ex: «Giggino la cartelletta, parlo di , era il politico più preparato ma non pensavamo si facesse prendere dal potere di organizzare le persone. Conte l’abbiamo scelto io e lui. Io guardavo i programmi, le idee, se è di destra o sinistra non importa, se un’idea è buona. Ma poi ci ha pugnalato...».

Poi ironizza sull’attuale leader stellato, Giuseppe Conte: «Quando l’ho scelto non era iscritto al Movimento. È un bell’uomo, un laureato, parla inglese, poi parlava e si capiva poco... perfetto per la politica... ma è migliorato». Poi ammette: «C’è stato un bel litigio all’inizio». C’è anche una sferzata contro l’esecutivo Meloni. «Questo governo è una decalcomania, più gli sputi sopra più si appiccica. Devi stare fermo e quando si asciuga si stacca da solo», dice Grillo. E aggiunge: «Il tessuto sociale si sta scollando» e il governo «cerca di fare quello che può».

Il fondatore dei Cinque Stelle difende le battaglie storiche del Movimento, dal reddito di cittadinanza al Superbonus. «Era un’idea anche il superbonus edilizio, con Draghi gli accordi erano che doveva durare almeno 5 anni, come il reddito di cittadinanza, e poi andava diluito. Invece li hanno fermati», racconta. Ma la politica è marginale. E l’affondo più duro ha a che fare con il privato. Grillo, infatti, nel suo intervento cita Giulia Bongiorno, senatrice della Lega e legale della ragazza che ha accusato di violenza sessuale il figlio di Grillo, Ciro. «È un avvocato, presidente della commissione Giustizia, è una senatrice della Lega che fa comizietti davanti ai tribunali — dice il fondatore M5S — dove c’è una causa a porte chiuse... È inopportuno. Così si mischia tutto». Ma prima che Grillo vada oltre, Fabio Fazio lo stoppa.

Eppure lo show del garante Cinque Stelle era iniziato con altri auspici. «Questa è una campanella. Se vado fuori tono mi suoni», aveva detto entrando nello studio tv. Ma Grillo poi è stato un fiume in piena, citando aneddoti già presenti negli ultimi spettacoli. E infilando battute. Unica costante che ripete più volte, quella che sembra una boutade, ma che segna una scelta (forse) definitiva tra spettacolo e politica. «Non posso condurre o portare a buon fine un movimento politico, mi sono ritirato a guardare cosa succede», dice diverse volte.

Solo al mondo dei media e della tv il fondatore riserva un egual numero di battute (quasi sempre stoccate). Tra il serio e il faceto, Grillo ricorda: «Ho fondato il Movimento ma mi ero iscritto al Pd, ad Arzachena». E arringa: «Io sono qui per capire se sono il peggiore. Sì, io sono il peggiore. Io ho peggiorato questo Paese, non c’è battuta. L’ultima intervista con Vespa ho perso le elezioni, tutti quelli che ho mandato aff... sono al governo, ho combattuto tutto il mondo ed ora vado in un bar e mi fate pagare il caffè». E ancora: «Bruno Vespa ha scritto un libro Da Mussolini a Beppe Grillo ma vi rendete conto? Io quando vedo un suo libro in autogrill, lo copro con quello di Casalino, toh!». Sono lontani gli anni dello Tsunami tour, del Grillo megafono M5S: lui stesso spiega di avere almeno quattro vite. L’ultima è una nuova pagina, sempre più lontana dalla ribalta dei palazzi.

(ANSA il 18 giugno 2023) - Cappello e giacca militare, sul volto un passamontagna ed in mano un cartello con su scritto 'Brigata riparazione delle panchine". Così una foto sul profilo Instagram di Beppe Grillo fa riferimento a quanto detto ieri dal fondatore del M5s dal palco della manifestazione del Movimento, scatenando le polemiche politiche: "Fate le brigate di cittadinanza, mettetevi il passamontagna e di notte, senza farvi vedere, fate i lavoretti, sistemate i marciapiedi. Reagite". 

Estratto dell’articolo di Niccolò Carratelli per “La Stampa” il 18 giugno 2023.

Elly Schlein alla partenza del corteo, Beppe Grillo all'arrivo, a chiudere la manifestazione. Quando Giuseppe Conte li ha chiamati per invitarli a partecipare alla manifestazione contro la precarietà, probabilmente in cuor suo pensava (sperava) che non accettassero. 

[…] Grillo, in particolare, protagonista del solito show dal palco, quasi cinque anni dopo l'ultima apparizione ufficiale. Con polemiche annesse, per la chiamata alle «brigate di cittadinanza: mettetevi il passamontagna e di notte, senza farvi vedere, fate i lavoretti, sistemate i marciapiedi».

Quello che per molti suona come un'istigazione all'eversione, in realtà, spiegano dallo staff del comico, è un appello alla cittadinanza attiva, perché «le leggi vietano di riparare da soli la panchina sotto casa e bisogna farlo di nascosto». Ma quasi tutto l'arco parlamentare si indigna. «Parole gravi, Grillo evoca pagine drammatiche della storia del nostro Paese», attaccano dalla Lega. «È un cattivo maestro vile, che aizza le persone più semplici e più deboli socialmente», aggiunge Fabio Rampelli da Fratelli d'Italia.

Mentre per Licia Ronzulli, capogruppo di Forza Italia al Senato, «Grillo incita alla violenza». Nella mischia si buttano anche Maria Elena Boschi, «Grillo scherza col fuoco», e Carlo Calenda: «Invocare i passamontagna è gravissimo, cosa ne pensa Conte?». 

Il presidente M5s non ci sta: «Una frase estrapolata dal contesto e criminalizzata ha scatenato un ridicolo coro di indignazione - dice - non coprano con questi giochetti il grido levatosi dalla piazza di Roma».

Conte non può immaginare la piega che prenderà la giornata, quando, intorno alle 15, arriva in piazza della Repubblica sotto un sole infuocato e anticipa che Grillo «farà una sorpresa». Almeno all'inizio, la scena è sua: «Un presidente, c'è solo un presidente», cantano i 5 stelle, richiamando il coro scandito mercoledì in piazza del Duomo a Milano. Qualcuno ci fa caso e, allora, scatta immediato un «chi non salta Berlusconi è». 

Ressa spaventosa di giornalisti e telecamere, tutti aspettano l'arrivo di Schlein. […] È appena arrivata in treno da Bologna, andrà a prendere un altro treno per tornarci dopo circa un quarto d'ora. Tanto dura la sua partecipazione alla manifestazione, «è venuta giusto a farsi due foto», maligna un parlamentare M5s.

Conte la vede arrivare e si fa largo nella calca per abbracciarla e baciarla: è l'immagine che tutti aspettavano, decine di telefonini sollevati a scattare. Scambiano solo poche parole: «Di percorso ne abbiamo da fare, ma assolutamente questo è un buon passaggio. Grazie per essere venuta», dice l'ex premier. 

«Giusto esserci, avete fatto bene a mobilitarvi, Giuseppe, dobbiamo lavorare insieme per il salario minimo e per il reddito», risponde la segretaria Pd. Altro abbraccio e Schlein prova a ritornare sui suoi passi, viene braccata dai giornalisti: «Ci tenevamo a portare un segnale di volontà di unire le forze con le altre opposizioni». 

[…] ma all'improvviso arriva lui, come fosse di passaggio, «da dove si entra?», chiede Grillo al cronista de La Stampa. Abbraccia Conte, sale sul palco. «Figli miei, come vi siete ridotti – esordisce – vi hanno preso con i pullman alla bocciofila?». Poi arringa la piazza: «Dovete rifare le battaglie sui territori, mandate i progetti a Conte, prima o poi li capirà», la feroce ironia del fondatore. Il presidente ascolta impassibile, anche la battuta sulle brigate di cittadinanza, e forse ripensa a quella telefonata di troppo.

Dal passamontagna alla "lupara bianca": tutte le sparate di Grillo. Lorenzo Grossi il 18 Giugno 2023 su Il Giornale.

La frase di ieri rivolta alla piazza grillina è soltanto l'ultimo impazzimento generale di un comico/leader politico che è ormai da anni che ha intrapreso una deriva pericolosissima 

"Fate le brigate di cittadinanza e reagite mettendo il passamontagna. Mettete a posto i marciapiedi, le aiuole e i tombini, reagite, fate il lavoro e scappate". Il delirio di Beppe Grillo di ieri sera, sul palco di Largo Corrado Ricci a Roma, è soltanto l'ultimo di una lunghissima serie di istigazioni all'illegalità. Del resto, in una manifestazione assolutamente priva di pathos come quella organizzata dal Movimento 5 Stelle per protestare contro le politiche del governo sul lavoro, mancava giusto quel coup de theatre da fare infiammare la piazza grillina, nonché un intero fine settimana politico caratterizzato da aspre polemiche proprio in merito a queste sue parole. Qualcuno ha parlato di battuta, di provocazione: ma resta il fatto che è da decenni che Grillo fa un enorme fatica a comprendere la differenza che il senso di un messaggio può assumere a seconda del fatto che venga pronunciato da un comico o che venga fatto da un leader politico.

"Mettete il passamontagna e reagite". Il delirio di Grillo (che incita alla rivolta)

Un confine molto labile, ma al quale non bisogna impiegarci meno attenzione. Glielo aveva ricordato Vauro Senesi (non certo tacciabile di essere un filo-meloniano, filo-leghista o filo-forzista) qualche anno fa. Successe infatti che nell'aprile 2014 che il blog di Grillo riscrisse Primo Levi, prendendo a prestito la poesia che fa da incipit al libro Se questo è un uomo (capolavoro letterario scritto nel 1947 che rappresenta una testimonianza forte e tragica della sua esperienza nel lager). Dopo averla trasformata e stravolta, la usò per attaccare Napolitano, il governo Renzi, la sinistra e il patto Pd-Berlusconi sulle riforme. A corredo, una foto simbolo - modificata anche questa - dell'ingresso di Auschwitz. La scritta piazzata in alto, però, non è la tristemente nota "Arbeit Macht Frei" ("Il lavoro rende liberi") posta sopra il cancello di entrata del campo di concentramento nazista, ma "P2 Macht Frei".

Il putiferio di polemiche si scatenò in un battibaleno. Vauro commentò la vicenda così: "La differenza tra me e Grillo è che io sono soltanto un vignettista. Non sono una figura ambigua. Non sono in quella terra di nessuno tra il capopopolo e il vignettista. Quindi, quando io uso quel linguaggio, lo uso nel contesto che gli è consono: quello della satira. Lo stesso linguaggio, avulso da quel contesto e usato da un palco politico da una persona che rappresenta il 25% dell'elettorato italiano, non ha lo stesso impatto. Perde il significato e ne acquista un altro. Ed è un significato grave".

Il refrain delle "Brigate" e l'invito alle forze dell'ordine

Ed è in questo equivoco che Grillo ci è spesso cascato pienamente. Già nello scorso ottobre aveva utilizzato lo stesso identico concetto di sabato scorso: "Oggi, i percettori del reddito di cittadinanza sono circa 3 milioni, molti dei quali con competenze che vorrebbero mettere a disposizione della comunità […]. Per questo chiamo a rapporto le Brigate di Cittadinanza, cittadini volenterosi che vogliano offrire il loro operato 'illegalmente' per aiutare la comunità in cui vivono, con lavori e opere di bene nel proprio quartiere o nel proprio paese, perché servire la comunità è un dovere ma anche e soprattutto un diritto di ognuno".

Per poi concludere: "Brigatisti di Cittadinanza, abbiamo bisogno di voi! Abbiamo bisogno della vostra abilità e della vostra partecipazione! L'iniziativa delle Brigate di Cittadinanza giova gravemente alla Comunità. Autorizzazione Ministeriale Non Richiesta", conclude il cofondatore del M5S. nella bufera che si scatenò, le parole più dure furono utilizzare da Igor Iezzi, della Lega: "Se non è istigazione al terrorismo, poco ci manca. In ogni caso, delle due l'una: o Grillo ignora la storia più recente che ha imbrattato di sangue il nostro Paese durante gli Anni di piombo o il fondatore del M5S è diventato completamente matto. Le sue parole restano comunque di una gravità inaudita".

"Servono le brigate di cittadinanza". Grillo soffia sulla rivolta

Nel dicembre 2013, nel vortice della protesta dei Forconi, il fondatore del Movimento 5 stelle invitò tutte le forze dell'ordine a disobbedire alle leggi e alle proprie prerogative rivolgendosi a loro così: "Vi chiedo di non proteggere più questa classe politica che ha portato l'Italia allo sfacelo, di non scortarli con le loro macchine blu o al supermercato, di non schierarsi davanti ai palazzi del potere infangati dalla corruzione e dal malaffare". All'epoca qualcuno ricordò che il nostro Codice Penale, all'articolo 266, punisce con la reclusione fino a 5 anni chi "istiga i militari a disobbedire alle leggi o a violare il giuramento dato o i doveri della disciplina militare o altri doveri inerenti al proprio stato, ovvero fa a militari l'apologia di fatti contrari alle leggi, al giuramento, alla disciplina o ad altri doveri militari". Ma non se ne fece mai niente.

Il sessismo di Grillo in tutte le sue forme

A proposito di istigazione (voluta o non voluta che sia), è sull’ampio tema del sessismo quello in cui Beppe Grillo è inciampato più volte. Celebre il post contro l'allora presidente della Camera, Laura Boldrini, nel febbraio 2014: "Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?". Il video ritrae un ragazzo alla guida di una vettura con una sagoma della Boldrini accanto. Moltissimi furono, tra i commenti, gli insulti (spesso a sfondo sessuale) e i suggerimenti alla violenza da parte dei seguaci di Grillo. Nel gennaio 2016, andò in tendenza anche l'hashtag #boschidovesei, nell'ambito degli attacchi a Maria Elena Boschi relativi alla vicenda di Banca Etruria, che fu lanciato in rete dal comico genovese con un retweet sessista: "#Boschidovesei in tangenziale con la Pina", in riferimento alla Picerno.

Grillo scatena il web contro la presidente Boldrini Poi cancella i commenti

Che dire, poi, dell'attacco in video contro la ragazza che aveva denunciato Ciro Grillo, figlio di Beppe, per violenza sessuale. L'attore lo difese dalle accuse per cui si trova adesso sotto processo a Tempio Pausania: "Una persona che viene stuprata la mattina, al pomeriggio va in kitesurf e dopo otto giorni fa la denuncia… Vi è sembrato strano. Bene, è strano. Se non avete arrestato mio figlio, arrestate me perché ci vado io in galera". La sua spiegazione è quindi molto semplice: se una donna sporge denuncia otto giorni dopo un (presunto) stupro subìto - e non immediatamente - allora c'è qualcosa che per forza non quadra. Questo diventa il suo pericolosissimo messaggio nei confronti delle vittime. "Vi siete resi conto che non è vero niente che c'è stato lo stupro".

Nel febbraio 2017, poi, Grillo insultò i trans: "Sono donne col belino o uomini che parlano tanto". Intervistata pochi giorni dopo, la portuale trans Valentina Canepa, di Genova, commenterà quelle parole in questo modo: "Quella frase è un incitamento all'odio: ritengo che sia giunto il momento di dire le cose come stanno sul Movimento Cinque Stelle. Denigrare, irridere, schernire persone, per di più fragili, é razzismo. Simili affermazioni dovrebbero finire al vaglio della magistratura. Grillo colpisce persone che affrontano un percorso faticoso e difficile, e combattono ogni giorno contro i pregiudizi e l'emarginazione".

Quel "Vaffa" nato più di 30 anni fa

Per un Movimento nato sotto i cori del "Vaffa", l'insulto e l'incitamento all'odio o al'’illegalità (spesso con il rischio che si tramuti in violenza) diventa quasi una regola di casa. Prima di quel V-Day del 2007, c'è da ricordare che in realtà i primissimi inviti a mandare a quel paese le persone che stavano sulle scatole risalgono almeno al 1992, quando si buttò sul teatro dopo l'addio alla Rai. Sul palcoscenico, in quei primissimi spettacoli irriverenti, si faceva telefonare dal pubblico e faceva telefonate a personaggi famosi, coinvolgendo la platea in un liberatorio gioco di insulti e corali improperi, che terminavano sempre con un "Fa**ulo!". Quelli erano gli anni in cui Grillo si presentava davanti al Consiglio di Amministrazione della STET (la futura Telecom Italia) definendolo un'"associazione a delinquere di stampo telefonico".

Sempre a proposito di tecnologie, nel 2006 va in scena con il suo tour di Incantesimi, dove si dice orgoglioso di avere difeso da Rupert Murdoch un ragazzo bergamasco che era finito indagato per avere messo in rete un sito dove mostrava tutte le partite di Serie A in maniera gratuita: "Perché la conoscenza deve viaggiare libera. Basta con i copyright e con i diritti di autore". Ma è sulla criminalità organizzata che Beppe Grillo va particolarmente forte: per fare fronte comune per votare No al referendum sulla riforma costituzionale di Renzi, il leader pentastellato mette in cittadini in guardia: quelli per il Sì sono "dei serial killer, persone che vogliono attentare alla vita dei nostri figli tra 20 anni". Poco prima delle Regionali in Sicilia nel 2012, andò proprio di matto: "La mafia non ha mai strangolato le proprie vittime, i propri clienti: si limita a prendere il pizzo. Ma qua vediamo un'altra mafia che strangola la propria vittima".

Anche Conte si è fatto prendere la mano

Parole di una gravità inaudita, che forse riescono a essere superate da queste, recapitate a Renzi pochi giorni prima delle Europee del 2014: "Prevenire è meglio che curare. La lupara bianca attende Renzi che in fondo è uno smargiasso, un fanfarone, quello che si vede quando apre bocca, ma va avvertito, è un essere umano anche lui. Il Sistema assume i suoi uomini a progetto, se ci riescono, bene, altrimenti vengono fatti scomparire nel nulla. Come per la mafia. Lupara bianca. Renzi è stato assunto a progetto per vincere le elezioni europee che perderà". E poi, l'ultima frase, la più inquietante: "Chi fallisce il progetto paga con la lupara bianca. Renzi stai all'occhio, anzi stai sereno".

"Venga qui senza scorta". Attacco choc di Conte a Renzi

Non è probabilmente un caso se, sulla scia di questi messaggi deliranti, anche Giuseppe Conte (solitamente attento a un linguaggio politico più consono) si sia lasciato sfuggire parole choc sempre contro il leader di Italia Viva: "Renzi venga senza scorta a parlare con i cittadini a parlare ed esporre le sue idee. Dica che in Italia non serve un sistema di protezione sociale. Venga a dirlo e non si nasconda". Una frase che a molti è sembrata ambigua e vagamente minatoria al termine di una campagna elettorale per le Politiche del 2022 che è stata a tratti esasperata. E per fortuna che, secondo certi intellettuali, chi farebbe aumentare odio e tensione dovrebbe essere di destra.

Santone.

Da fondatore a profeta, Grillo lancia la Bibbia della religione a 5 Stelle. Edoardo Sirignano su L’Identità il 13 Aprile 2023

La religione di Grillo. Non è uno scherzo. C’è già il testo sacro. Ad annunciarlo è proprio il comico genovese. Il “libro dell’Altrove” sarà la Bibbia del percorso iniziatico, che trova la propria genesi davanti al nespolo del giardino dell’Elevato, il noto eden con vista Sant’Ilario. Il messaggio dell’Altissimo del Movimento, stavolta, si rivolge non solo a chi intende adoperarsi per la cosa pubblica, ma a ogni cittadino italiano, anche quegli ultracattolici che poco amavano il linguaggio non troppo erudito del Vaffa-day. Non è un caso che al centro dell’ opera presentata c’è la “morale”. Il nostro, questa volta, grida battaglia agli “avidi-ostentati e volgari, ai bugiardi, furbi e traditori, a presuntuosi, sbruffoni e arroganti, a invidiosi, adulatori e opportunisti, a noiosi e micragnosi e moralisti”. Il problema, però, è che tutte queste categorie, a cui dovrebbe essere indirizzata la buona novella, nei fatti, hanno caratterizzato le recenti cronache pentastellate. I cambi di casacca, le menzogne e i super-protagonismi, d’altronde, sono all’ordine nel giorno nelle stanze della forza guidata da Giuseppe Conte. Ecco perché il padre si isola dai peccatori e prova a togliere il malcostume dalla creatura. I suoi non possono far altro che abbandonare i falsi profeti e riflettere sul verbo del fondatore, quello delle origini. Alle sue sue idiozie, come ben scrive Gurrado su “Il Foglio”, d’altronde, possono attecchire esclusivamente yes man e soggetti in grado di credere che l’asino vola. Gli allievi, in certi casi, hanno addirittura dimostrato di superare il maestro. Basti pensare alle uscite dell’ex sottosegretario Sibilia, il quale aveva proposto addirittura di “legalizzare i matrimoni di gruppo tra specie diverse purché consenzienti”. Per l’irpino, uomini e scimpanzè possono andare tranquillamente sull’altare. La stessa persona, d’altronde, ha negato lo sbarco sulla luna. Non c’è nulla, quindi, di cui meravigliarsi. La religione di Grillo può tutto. I miracoli sono all’ordine del giorno. Un esempio è quello di un bibitaro di Pomigliano diventato titolare della Farnesina. Il momento, d’altronde, è quello giusto. Se Conte decide di lasciare la sinistra, occupata dalla nuova compagna Schlein, meglio diventare, sin da subito, “credo” per i bianchi 2.0. Questo popolo, la storia insegna, ha bisogno di una religione. L’occasione giusta, quindi, per riciclarsi e riprendersi una centralità perduta. Una cosa è certa, quando Grillo dice qualcosa non passa inosservata. Non è importante essere seguiti, ma piuttosto riservarsi uno spazio di visibilità, diverso dai palchi dei soliti teatri. I giovani amano sempre meno la parola politica. Meglio, pertanto, puntare su una nuova relgione o odottrina.

Estratto dell’articolo di Matteo Pucciarelli per “la Repubblica” il 12 aprile 2023.

[…] Su Amazon è possibile acquistare Il libro dell’Altrove , autoproduzione del comico che vale come testo cardine della chiesa fondata sulla collina vista mare di Sant’Ilario a Genova («La prima cattedrale dell’Altrove sarà realizzata davanti all’albero di nespolo del giardino dell’Elevato»).

 Il garante del M5S ormai da mesi sul proprio blog e nelle date dello spettacolo Io sono il peggiore butta qua e là alcune massime sull’Altrovismo; nessuno ha ancora capito bene - forse lui per primo - se si tratti di uno scherzo («Convertirmi? Dipende quanto costa...», era stata la battuta di Giuseppe Conte a Orvieto dopo la prima tappa del tour) ma intanto il libretto in questione prova a darne un senso.

 […] Il Grillo santone probabilmente non approverebbe il Grillo politico, ammesso che le due figure siano mai state scisse. Il primo avverte come i tunnel digitali siano «ancora più distopici e alienanti del “tunnel del divertimento” »; a parte la citazione di Caparezza, fa specie che a dirlo sia il creatore del Movimento che doveva fare tutto, ma proprio tutto, sul web.

La missione dell’Altrove «si fonda sulla negazione del dogmatismo», «il pensiero libero e puro inizia dalla rimozione dei Pensieri Unici», e anche qui stride parecchio con il Grillo che espelleva a destra e manca chiunque nel M5S osasse vederla in maniera leggermente diversa (da lui).

 La vera pienezza […] «si realizza nella sobrietà, nel pudore e nel rispetto, non nella volgarità», considerazione pure condivisibile anche se l’ascesa dei 5Stelle nasce sotto la stella del Vaffanculo- day, gridato e perorato per anni e anni in ogni piazza, fisica e telematica.

 Nel pamphlet Grillo si scaglia contro «avidi ostentati e volgari », «bugiardi furbi e traditori», «poveri miserabili e vili», «presuntuosi sbruffoni e arroganti», «invidiosi adulatori e opportunisti», «noiosimicragnosi e moralisti» […]

Probabilmente per rifuggire dalle suddette caricature patetiche e grottesche, san Grillo immagina otto regole, otto rituali, per i nuovi adepti di una chiesa che — sostiene — somiglia un po’ a quella originaria dei primi cristiani. Il comico immagina infine un “tribunale del pregiudizio” per «avvelenatori di pozzi, incantatori di serpenti e pifferai che intossicano gli esseri umani», una corte che esprima «giudizi senza contraddittorio ma sulla base della percezione degli altri». Una specie di giustizialismo in salsa confessionale a suggello di un’unica certezza: a casa Grillo non ci si annoia mai.

Estratto dell'articolo di Lorenzo Giarelli per “il Fatto quotidiano” il 10 aprile 2023.

Liberarsi dal Superfluo, vero male dell’umanità, per vivere meglio ed esaltare i vantaggi della Comunità. Beppe Grillo si muove tra politica, filosofia e spettacolo. Persino religione, perché la sua ultima creazione è una Chiesa dell’Altrove che da un paio di giorni ha anche un testo sacro, Il Libro dell’Altrove, appunto, un’ottantina di pagine scarse che oscillano tra etica personale e collettiva, riferimenti pop (si arriva a Caparezza) e richiami pasoliniani.

 Come si fa però, noi non Elevati, a non leggerlo come un manifesto politico, un ritorno all’abc del movimentismo, un inizio per qualcosa di nuovo?

 […]

Di tutto questo Grillo si farà al massimo una risata, gustandosi lo spettacolo delle variopinte interpretazioni alla sua creazione. Il libello parte dall’assunto che l’Eterno non possa occupare lo spazio e il tempo delle religioni antiche e dunque sia necessario un Altrove, (non) luogo dove nulla è per noi conoscibile né comprensibile, ma a cui è cosa buona e giusta avvicinarsi ponendosi domande, abbandonandosi al dubbio costante: “Viaggiare Altrove significa essenzialmente porre e porsi nuove domande, nella speranza che possano condurci a nuove rivelazioni”.

 E la missione della Chiesa dell’Altrove – guidata dall’Elevato – si fonda sulla negazione del dogmatismo e sulla liberazione degli esseri umani dai loro mali.

 […]

Ed eccoci al “superfluo”, inteso sia come problema “per la sostenibilità del pianeta” ma anche “per la vita degli stessi esseri umani”, per la salute “fisica e mentale”. Il superfluo genera “obesità, depressione, frustrazione, stress, alienazione e molti altri disturbi. Quanto al pianeta, “oggi viviamo nell’ossessione della transizione energetica, come se i consumi energetici fossero incomprimibili dimenticandoci però che non molto tempo fa consumavamo meno energia e stavamo meglio”.

 Concetti che riportano alle invettive di Pasolini contro il consumismo e di nuovo, come alle origini del M5S, Serge Latouche e la sua decrescita felice, una delle teorie filosofiche più storpiate di sempre da parte dei suoi oppositori, riusciti a deriderla fino a spacciarla per sinonimo di scarsa voglia di lavorare o giù di lì.

A sconfiggere questa ed altre ingiustizie serve la Chiesa dell’Altrove, che alla metafisica unisce però anche tratti ben più terreni. Qualche esempio? “Lo scoiattolo del giardino dell’Elevato” chiede agli esseri umani di “non mangiare il pesto fatto con le noci”. Non è un giardino qualsiasi, quello: “La prima cattedrale dell’Altrove sarà realizzata davanti all’albero di nespolo del giardino dell’Elevato”.

 Il senso di tutto però è riassunto a metà Vangelo: “Un Elevato fra i cantautori disse una volta di voler uscire dal tunnel del divertimento, che è più intossicante del tunnel della droga”. […]

Estratto dell'articolo di Cesare Zapperi per il “Corriere della Sera” il 20 marzo 2023.

«Il nostro universo potrebbe non essere l’unico, ma solo uno fra molti universi paralleli. Tutto questo ci porta a pensare che l’umanità sia davvero poca cosa rispetto alla Realtà delle ultime rappresentazioni di scienza. Dunque la Realtà religiosa deve per forza trovarsi Altrove». Scrive così Beppe Grillo per spiegare di cosa si è messo alla ricerca fondando la Chiesa dell’Altrove.

 Prima ha messo in rete il sito, poi ha pubblicato l’atto fondativo del suo nuovo credo che ha lanciato durante il suo nuovo tour che stasera fa tappa al teatro Brancaccio di Roma (dove potrebbero spuntare Giuseppe Conte e Alessandro Di Battista).

Ora ecco dispiegati, in un agile volumetto intitolato appunto «L’Altrove», i rituali, gli esorcismi, i simboli della nuova religione.

 Il marchio è una A stilizzata come fosse il traliccio di un’antenna. Ma c’è anche, con un rimando a scherno dell’iconografia cristiana, una «corona di spinotti che l’Elevato indossa per testimoniare le sue Connessioni».

[…] Grillo si esprime come un santone (o un guru). Un esempio? «Altrove tutte le domande “sbagliate” sono “giuste” e tutte le risposte “giuste” sono “sbagliate”». È il classico paradosso grillino a cui è chiamato a conformarsi il fedele della neoreligione. «L’approccio migliore per intraprendere questo viaggio è quello dei dilettanti e degli stravaganti, non quello dei sedicenti esperti e ottimati». […]«Un Elevato fra gli architetti disse che “meno” è “più”. Ma “meno” è anche “cura”. Per vivere meglio, dunque, dobbiamo smettere di chiederci cosa vogliamo e iniziare a chiederci cosa non vogliamo».

 […] La risposta, secondo il padre del M5S, non può che essere la Chiesa dell’Altrove fondata «a mezzogiorno del solstizio d’inverno dell’anno 2022 dell’Era Volgare» (anche se è precisato che non vi è incompatibilità con «le Chiese delle altre religioni»).

 La guida l’Elevato e si fonda su un ministero dell’Altrove che è costituito dagli Altrovatar che «presiedono le leggi, l’apostolato e l’amministrazione della Chiesa dell’Altrove in Terra». Si può aderire in via volontaria (sottoponendosi ad almeno tre rituali) o involontaria (subendo tre esorcismi). Tra i primi ci sono il «bendaggio», la «rottura dello specchio», la «lapidazione» e la «resurrezione».

Quanto ai secondi, «gli atti di redenzione devono essere improntati alla rimozione dei Mali che intossicano gli Antivatar». Chi supera gli uni o gli altri ottiene la «patente» (con un meccanismo a punti, come fosse quella di guida...). Dopodiché dovrà perseguire i progetti della Chiesa che sono «delle comunità e non degli individui».

[…] Resta da chiedersi chi potrà aderire alla nuova Chiesa, quali le qualità che devono avere i fedeli. Anche in questo caso Grillo gioca su cosa bisogna «non essere». E via con un lungo elenco di aggettivi negativi: «Avidi, ostentati e volgari», ma anche «bugiardi, furbi e traditori» così come «poveri miserabili e vili».

Trafficatore.

(ANSA il 21 marzo 2023) - "Adesso ho un processo per traffico di influenza ma io ve lo confesso qui: sono 40 anni che faccio traffico di influenza perché se posso aiutare qualcuno lo faccio, non mi aspettavo che fosse una cosa illecita".

 L'ha detto Beppe Grillo, durante il suo spettacolo 'Io sono il peggiore' in scena al teatro Brancaccio di Roma. Il riferimento è alla probabile richiesta di processo a Milano per Grillo e Vincenzo Onorato, patron del gruppo Moby, accusati di traffico di influenze illecite per una presunta "mediazione illecita" da parte del fondatore dei Cinque stelle.

(ANSA il 21 marzo 2023) - "Il Movimento è nato per mettere un po' di sentimento nella politica ad esempio l'onestà ma l'onestà dovevamo tenerla nascosta. Abbiamo sbagliato a gridarla, non dovevamo gridarla anche se noi siamo davvero onesti. Io sono onesto perché ho un tic nervoso e non riesco a non essere onesto".

 L'ha detto Beppe Grillo, durante il suo spettacolo 'Io sono il peggiore' in scena al teatro Brancaccio di Roma, rispondendo a un "pizzino" scritto da uno spettatore che gli chiedeva che fine ha fatto lo slogan clou del M5s, 'Onestà'. Poco prima - come prevede il 'copione' del suo spettacolo - Grillo aveva chiesto al pubblico di scrivere considerazioni o domande su alcuni foglietti che il comico legge.

Un saluto e una foto di Giuseppe Conte e Beppe Grillo insieme. Si è concluso così lo spettacolo del comico genovese oggi a Roma in scena al teatro Brancaccio. I due hanno poi scambiato qualche parola, all'uscita laterale del teatro, circondati da spettatori e telecamere.

A Conte, ospite in sala, il pubblico ha rivolto due applausi. A citare la sua presenza in sala è stato il comico. A fine spettacolo, e ancora in sala, decine di persone si sono avvicinate a Conte per stringergli la mano e scattare selfie. Fra gli spettatori molti esponenti storici del Movimento tra cui l'ex ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e l'ex deputato Alessandro Di Battista. (ANSA) 

 Estratto dal “Corriere della Sera” il 21 marzo 2023.

[...] Beppe Grillo torna a Roma, al teatro Brancaccio, con lo show Io sono il peggiore e scalda il mondo Cinque Stelle. C’è spazio per l’«Altrovismo», ma anche per le vicende personali. [...]

 In platea è riunito il gotha del Movimento: da Giuseppe Conte (che dovrebbe incontrare Grillo nelle prossime ore), a Stefano Patuanelli, ad Alfonso Bonafede. E anche Alessandro Di Battista, che ha lasciato i Cinque Stelle nel 2021 in polemica con la scelta di entrare nel governo Draghi. Ora diversi stellati guardano a un suo possibile ritorno (anche in vista delle Europee) in chiave anti-Schlein. «Sono venuto a vedere uno spettacolo di Beppe Grillo — ha detto Di Battista — . Per me è un grande artista e una persona a cui sono legato».

(ANSA il 20 marzo 2023) In cerca di un nuovo ruolo, dopo il successo del suo Movimento arrivato a sorpresa a Palazzo Chigi nel 2018, Beppe Grillo non rinnega nulla della 'rivoluzione' politica lanciata con Casaleggio. Così il garante del M5s si presenta al pubblico del Brancaccio di Roma dove va in scena per quasi 2 ore il suo spettacolo 'Io sono il peggiore'. Sul palco ammette di aver cercato di "aprire uno spiraglio con il Movimento", di aver provato a cambiare il Paese e che "il Movimento è nato per mettere nella politica un po' di sentimento come ad esempio l'onestà".

Ma proprio sullo slogan più identitario dei 5S riconosce: "Abbiamo sbagliato a gridare 'Onestà, onestà!'. L'onestà devi tenerla nascosta, anche se noi siamo davvero onesti. Io sono onesto perché ho un tic nervoso, non riesco a non esserlo". Tra battute e lunghe riflessioni sul valore della scienza e della tecnologia e sull'importanza delle domande, più delle risposte, per cambiare il mondo, la tappa romana dello show è l'occasione per rivedere insieme per una sera molti nomi storici del Movimento 5 stelle.

A partire da Alessandro Di Battista ("Gli sono riconoscente, anche se ho avuto dissapori politici con Beppe", dice l'ex deputato entrando) fino all'ex ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede e all'attuale presidente del Movimento, Giuseppe Conte. È Grillo a indicarlo al pubblico che ricambia applaudendolo, mentre a fine spettacolo è Conte a raggiungerlo a un'uscita laterale per un saluto e una foto insieme. I due scherzano anche sul progetto della chiesa dell'Altrove lanciato da Grillo sul palco.

 Dopo aver ricordato più volte di avere tanti processi a carico, compreso quello che rischia a Milano per traffico di influenze, ha dedicato un passaggio all'ex premier Mario Draghi. "Con lui mi sembrava di avere un rapporto di amicizia. E mi aveva detto che quella sulla transizione ecologica o il Superbonus erano delle bellissime idee. Io gli avevo detto più volte di parlare con Conte, non con me. Ma poi lui ha cambiato in modo terribile...".

Tagliente invece sull'attuale governo che sarebbe in mano "alla nana, a Crosetto uomo forzuto e La Russa dama barbuta", aggiungendo che probabilmente seguiranno le idee del Movimento: "Se le prenderanno perché sono del futuro come la tecnologia, l'idrogeno, le nuove rinnovabili. Io queste idee le avute 30 anni fa. Loro ora ne hanno capito l'importanza".

Grillo fa autocritica: «Non dovevamo gridare onestà». L’abbraccio di Di Battista, Conte e Bonafede. Redazione politica su Il Corriere della Sera il 21 Marzo 2023

Il garante del M5S a Roma per il suo spettacolo: «L’onestà dovevamo tenerla nascosta. Abbiamo sbagliato a gridarla». In platea alcuni volti noti del Movimento

«Il Movimento è nato per mettere un po’ di sentimento nella politica ad esempio l’onestà ma l’onestà dovevamo tenerla nascosta. Abbiamo sbagliato a gridarla, non dovevamo gridarla anche se noi siamo davvero onesti. Io sono onesto perché ho un tic nervoso e non riesco a non essere onesto». Beppe Grillo fa autocritica durante il suo spettacolo `Io sono il peggiore´ in scena al teatro Brancaccio di Roma (dove ha presentato anche la sua Chiesa dell’Altrove), rispondendo a un «pizzino» scritto da uno spettatore che gli chiedeva che fine ha fatto lo slogan clou del M5s, `Onestà´. Poco prima - come prevede il `copione´ del suo spettacolo - Grillo aveva chiesto al pubblico di scrivere considerazioni o domande su alcuni foglietti che il comico legge. Fra gli spettatori molti esponenti storici del Movimento tra cui l’ex ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e l’ex deputato Alessandro Di Battista. Giuseppe Conte è arrivato alla fine e con Grillo c’è stato un abbraccio.

Il garante del M5S si è anche soffermato su un’inchiesta che lo vede coinvolto in prima persona. «Adesso ho un processo per traffico di influenza ma io ve lo confesso qui: sono 40 anni che faccio traffico di influenza perché se posso aiutare qualcuno lo faccio, non mi aspettavo che fosse una cosa illecita». Il riferimento è alla probabile richiesta di processo a Milano per Grillo e Vincenzo Onorato, patron del gruppo Moby, accusati di traffico di influenze illecite per una presunta «mediazione illecita» da parte del fondatore dei Cinque stelle.

Grillo ha dedicato un passaggio anche all’ex premier Mario Draghi. «Con lui mi sembrava di avere un rapporto di amicizia. E mi aveva detto che quella sulla transizione ecologica o il Superbonus erano delle bellissime idee. Io gli avevo detto più volte di parlare con Conte, non con me. Ma poi lui ha cambiato in modo terribile...». Tagliente invece sull’attuale governo che sarebbe in mano «alla nana, a Crosetto uomo forzuto e La Russa dama barbuta», aggiungendo che probabilmente seguiranno le idee del Movimento: «Se le prenderanno perché sono del futuro come la tecnologia, l’idrogeno, le nuove rinnovabili. Io queste idee le avute 30 anni fa. Loro ora ne hanno capito l’importanza».

(AGI il 10 marzo 2023) - La Procura di Milano ha chiuso le indagini su Beppe Grillo e Vincenzo Onorato per traffico di influenze illecite. L'ipotesi accusatoria è che il co-fondatore del Movimento 5 stelle Beppe Grillo abbia commesso "un'illecita mediazione" finalizzata a orientare l'azione pubblica di parlamentari "in senso favorevole agli interessi del gruppo Moby". Per questa attività la compagnia di traghetti dell'armatore Onorato avrebbe sottoscritto contratti pubblicitari nel 2018-2019 con il blog di Grillo.

Estratto dell’articolo di Luca Fazzo per “il Giornale” il 13 marzo 2023.

«Marchette per la politica»: erano catalogate così, in un appunto sequestrato negli uffici dell’armatore Vincenzo Onorato, le somme stanziate per addomesticare i partiti e convincerli a sostenere la causa della Moby, la compagnia di navigazione sull’orlo del fallimento.

 Nasce anche da quell’appunto l’inchiesta che ora investe in pieno Onorato e Beppe Grillo, che la Procura di Milano vuole portare a processo per traffico illecito di influenze. Insieme all’appunto, a portare i due sul banco degli imputati una Sos, ovvero segnalazione per operazione sospetta di Banca d’Italia, la relazione di una commercialista e soprattutto una mole imponente di mail e di chat [...].

[…] Un episodio sintomatico è il comizio che Grillo tiene a Torre del Greco il 12 febbraio 2018. Il 20 dicembre precedente Grillo scrive a Onorato: «Organizza a Castellamare, veniamo io e Di Maio. Senza dire che ci sentiamo». Onorato lo corregge: «Torre del Greco comandante». «Sì sì Torre». «Ti porto la città in piazza». La piazza infatti si riempie di marittimi disoccupati che fanno il tifo per il leader dei 5 Stelle.

 Un successo tale che Onorato si offre di replicare: il 10 agosto 2019 scrive a Grillo «ora sarà battaglia per i voti del sud, ti porto in piazza Torre del Greco, Portici, Ercolano, la Calabria, tutti i marittimi quando vuoi tu».

Soldi, manifestanti, voti: questa è la contropartita che Onorato mette sul tavolo per gli aiuti che Grillo gli garantisce e che puntualmente arrivano. Per Grillo d’altronde si tratta di salvare dal fallimento uno dei principali clienti del suo blog. Il 30 luglio 2019 Onorato dopo averlo cercato insistentemente scrive a Grillo una mail disperata: «Il ministero da gennaio non ci paga più la sovvenzione, io sono senza soldi, ci devono 62 milioni di euro, mi stanno strozzando, Toninelli non sa niente, è circondato da Giuda».

 Grillo risponde immediatamente «Vincenzo ho attivato Luigi (Di Maio, ndr) e Toninelli, vediamo cosa dicono». E Toninelli scatta sull’attenti: il giorno stesso risponde alle pressioni di Grillo «Prima di Ferragosto la mia direzione paga, il problema è che c’è pendenza di fronte all’Antitrust, comunque dovrei avere risolto». Il 6 agosto Onorato scrive a Grillo: «Caro comandante, grazie di cuore, senza di te saremmo nella merda […]

Il problema, per la Procura, è che in questo modo a Onorato viene consentito, grazie al «comandante» Grillo, di scavalcare gli altri creditori dello Stato che attendono da tempo di essere pagati.

 [...] Pur di accontentare Onorato, Grillo non esita a tacitare i dubbi dei ministri pentastellati, che tratta come fossero cosa sua. Accade anche quando Toninelli, all’ennesima richiesta di aiutare l’armatore, obietta «Onorato gestisce Tirrenia che sappiamo come abbia mal operato, siamo sicuri di volerci muovere per lui per tirarci addosso Msc e Grimaldi?». Ma Grillo gli ordina: vai avanti.

Beppe Grillo e Vincenzo Onorato indagati dalla Procura di Milano per traffico di influenze illecite. Redazione CdG 1947 su Il Corriere dell Giorno l’11 Marzo 2023

Per l'accusa la società di Grillo avrebbe percepito soldi - complessivamente 240 mila euro - per 'favorire' la società di navigazione, ma tale "mediazione illecita" sarebbe stata nascosta da un finto 'accordo di partnership' "avente a oggetto la diffusione su canali virtuali di 'contenuti redazionali' per il marchio Moby".

ABeppe Grillo fondatore e “garante”….del Movimento Cinque Stelle  e al patron di Moby Vincenzo Onorato, entrambi accusati di traffico di influenze illecite dall’ex procuratore aggiunto Maurizio Romanelli e dal pm Cristiana Roveda, è stata notificata la chiusura delle indagini, radicate sulle indagini svolte del Nucleo di polizia economica finanziaria della Guardia di Finanza di Milano, per una presunta “mediazione illecita” da parte del fondatore dei Cinque Stelle.

I magistrati hanno chiuso le indagini, in vista di un possibile processo.  Al centro dell’inchiesta ci sono una serie di contratti pubblicitari sottoscritti nel 2018-2019 dalla compagnia marittima. Per l’accusa la società di Grillo avrebbe percepito soldi – complessivamente 240 mila euro – per ‘favorire’ la società di navigazione, ma tale “mediazione illecita” sarebbe stata nascosta da un finto ‘accordo di partnership’ “avente a oggetto la diffusione su canali virtuali di ‘contenuti redazionali’ per il marchio Moby“.

Contratti e contatti sono stati ricostruiti anche per esempio con la Casaleggio Associati. In questo caso però i pm, al termine delle indagini del Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf, non hanno ritenuto ci fossero gli estremi per contestare un reato e hanno avanzato una richiesta di archiviazione.

Vincenzo ho attivato Luigi e Toninelli, vediamo cosa dicono”. Sono molteplici gli scambi di sms tra il giugno ed il settembre 2019, intercorsi tra il fondatore del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo e il patron di Moby Vincenzo Onorato, ma ci sono anche quelli con gli allora ministri Danilo Toninelli e Stefano Patuanelli. Tutti finalizzati a quella che per la procura, è il tentativo di “consentire a Moby di conseguire un indebito vantaggio patrimoniale a prescindere dalla valutazione dell’interesse pubblico”. più che una semplice rappresentazione “in modo trasparente ai propri referenti politici delle esigenze e gli interessi del gruppo Onorato Moby” .

Il comico genovese stando a quanto era stato ricostruito nelle indagini, in cambio di contratti per fare pubblicità a Moby sul suo blog , tra il 2018 e il 2019, avrebbe inoltrato a parlamentari del M5S le richieste di aiuto avanzate dall’armatore, suo amico di lunga data, quando la sua compagnia di navigazione e trasporti marittimi si trovava in una pesante crisi finanziaria. Le richieste di aiuto a Grillo erano finalizzate a orientare l’azione pubblica di parlamentari “in senso favorevole agli interessi del gruppo Moby“.

Beppe Grillo secondo la procura di Milano avrebbe ottenuto la promessa e il parziale versamento di 240mila euro dal 2018 al 2019 “apparentemente come corrispettivo di un “accordo di partnership” tra Moby spa e la Beppe Grillo srl, avente ad oggetto la diffusione su canali virtuali con il blog beppegrillo.it“. Ma non solo. Persino anche l’organizzazione di un comizio elettorale a Torre del Greco, il 12 febbraio 2018, a cui hanno partecipato lo stesso Beppe Grillo e Luigi Di Maio. “Organizza a Castellamare veniamo io e Di Maio. Senza dire che ci sentiamo ok?” dice Grillo ad Onorato il 20 dicembre 2017. “Torre del Greco Comandante. Torre – risponde Onorato – ti porto la città in piazza”.

A gennaio 2018 Vincenzo Onorato scrive a Beppe Grillo: “A Torre tutto è pronto per un comizio del tuo partito. Torre è la capitale del regno dei marittimi disoccupati. 60.000 persone ti riempio la piazza principale“. Dopo il comizio Onorato scrive “Com’è andata?” a Grillo che gli risponde “bene, piazza pienissima”. Un accordo che si ripete con “la promessa di organizzare comizi elettorali per esponenti del partito. “ora sarà battaglia per i voti del sud. Ti porto in piazza Torre del Greco, Portici, Ercolano, la Calabria, tutti i marittimi quando vuoi tu”, promette Onorato.

L’imprenditore Onorato che si trovava in una grave crisi economica, aveva bisogno che il M5S si attivasse per ottenere, tramite il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli (non indagato), innanzitutto gli sgravi fiscali per le sue navi. “Ho convinto Toninelli di occuparsi della questione a Bruxelles. A sorete” anticipa Grillo a Onorato il 12 giugno 2019. Dopodichè gli inoltra la risposta ricevuta dal ministro: ‘Eccoci Beppe… ciò che mi chiedi è avviato e fermo in Commissione Europea. Unico mio dubbio è di natura politica”. Toninelli manifesta dei suoi dubbi: “Onorato è amico e finanziatore di Renzi e gestisce Tirrenia che sappiamo come abbia mal operato. Siamo sicuri di volerci muovere per lui per tirarci addosso MSC e Grimaldi?”. Grillo comunque rassicura Onorato:” Toninelli scrive, io ho risposto di andare avanti a Bruxelles“.

In realtà ciò che sta molto più a cuore a Onorato è il pagamento del credito da 62 milioni che sostiene di vantare dal ministero. Scrive Onorato a Grillo: “ti devo spiegare dl persona: il ministero da gennaio non ci paga più la sovvenzione perché la struttura è di Grimaldi. Io sono senza soldi. Ci devono 62 mil mi stanno strozzando! Toninelli non sa niente! Si fermano i collegamenti e la colpa sarà solo sua. Toninelli è circondato da Giuda. Questi soldi sono dovuti a me a partire da Gennaio”. Ed arriva subito la risposta di Beppe Grillo: “Vincenzo ho attivato Luigi ( Di Maio n.d.r.) e Toninelli vediamo cosa dicono”.

Tutto ciò per la procura di Milano costituisce una “attività di mediazione illecita perché finalizzata a fare ottenere a Moby spa un trattamento di favore nel pagamento dei predetti crediti, in violazione della procedura prevista dalla legge per il pagamento dei debiti della p.a.”. Il 30 luglio 2019 Toninelli scrive a Grillo: “Prima di Ferragosto la mia direzione paga, il problema è che c’è pendenza di fronte all’Antitrust. Comunque dovrei aver risolto”. E infatti il giorno dopo Grillo scrive: “comunque paganoooooo”. E in effetti pochi giorni dopo Onorato esulta: “Caro Comandante grazie di cuore senza di te saremmo nella merda. Tony è una brava persona la struttura e i dirigenti gli remano contro…“. Ed alla fine: “Hanno pagato grazie”. Parliamo di 62 milioni di euro non di noccioline e caramelle !

Nell’indagine emerge anche un “contatto mediato da Grillo con il dott. Marcello Minenna (non indagato ed attualmente in uscita dal vertice dell’ Agenzia delle Dogane, ndr), che a quell’epoca era soltanto un funzionario presso la Consob con la richiesta a Stefano Patuanelli (non indagato) di un suo intervento per sbloccare la vendita di due navi della flotta di Moby”. “Comandante Unicredit mi sta impedendo la vendita di due navi si può fare qualcosa?” scrive l’imprenditore molto preoccupato a Grillo, che risponde risponde: “contatto Patuanelli“. Un dialogo continuo in quelle settimane. Fino a un sms di Patuanelli che Grillo inoltra a Onorato. L’ex ministro dello sviluppo economico del Governo Conte 2 scrive: “Sto approfondendo la questione Onorato ti chiamo domani pomeriggio se posso..”. E Grillo riferisce a Onorato: “so che non ti ha chiamato patt. (Patuanelli n.d.r.) ho parlato ora mi ha assicurato che sei seguito dal suo uff che comunque ti chiama. Un abbraccio fratello”. Redazione CdG 1947

Beppe Grillo e il caso Moby, chiuse le indagini: si va verso la richiesta di rinvio a giudizio. Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera il 10 marzo 2023.

Il fondatore del M5s è accusato di «traffico di influenze illecite» sugli allora ministri Danilo Toninelli e Stefano Patuanelli in favore della Moby Lines, la compagnia marittima di Vincenzo Onorato

La Procura di Milano, in un avviso di conclusione delle indagini preliminare all’intenzione di chiedere quindi il rinvio a giudizio, contesta al fondatore del M5S Beppe Grillo l’ipotesi di reato di «traffico di influenze illecite» sugli allora ministri 5Stelle dei Trasporti, Danilo Toninelli, e dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, in favore della Moby Lines, la compagnia marittima di proprietà dell’armatore Vincenzo Onorato (pure indagato) che tra il 2018 e il 2019 sottoscrisse accordi economici con il blog beppegrillo.it e con la Casaleggio associati (dove Davide Casaleggio non si vede invece muovere addebiti, risultando essere stato prima indagato ma ora stralciato e avviato a richiesta di archiviazione).

Lo schema dell’accusa è che, nel periodo in cui la società Beppe Grillo srl (di cui Grillo era socio unico e legale rappresentante) percepiva da Moby 12o mila euro annui come corrispettivo di un «accordo di partnership» per contenuti redazionali, Grillo abbia ricevuto da Onorato, e veicolato a parlamentari del Movimento da lui fondato, le richieste di interventi in favore di Moby s.p.a., trasferendo quindi al privato Onorato le risposte della parte politica o i contatti diretti con il movimento. Tra le utilità contestate, oltre ai soldi, anche l’organizzazione da parte di Onorato del comizio elettorale del 12 febbraio 2018 a Torre del Greco con Grillo e il ministro Di Maio, e la promessa l’anno dopo di organizzare ulteriori comizi. Mentre sono tre i vantaggi selezionati come rilevanti dai pm tra le richieste di Onorato per le quali Grillo si attivó sui ministri: sblocco della vendita di due navi incagliata da ipoteche bancarie, sgravi fiscali legati all’assunzione di marinai italiani e riduzione del ritardo della pubblica amministrazione nel pagare alcuni crediti dovuti a Onorato. 

Il grosso dell’inchiesta si basa sulle chat trovate nei telefoni sequestrati a Firenze nell’inchiesta Open e a Milano in quella sul dissesto del gruppo di Onorato. La pm Cristiana Roveda con l’ex procuratore aggiunto Maurizio Romanelli ritengono illecita la mediazione operata da Grillo in quanto finalizzata a orientare l’azione pubblica dei pubblici ufficiali parlamentari M5S, in senso favorevole agli interessi del gruppo Moby. E ciò anche in considerazione dell’entità degli importi versati o promessi da Onorato, della genericità delle cause dei contratti, e delle relazioni effettivamente esistenti e utilizzate da Grillo su richiesta di Onorato nell’interesse del gruppo Moby.

Un mese fa gli altri pm milanesi Roberto Fontana e Luigi Luzi avevano già concluso il filone sull’armatore Onorato per il dissesto della compagnia Moby in concordato preventivo, e cioè per aver secondo l’accusa depauperato Cin Spa (con bond e fidi per 500 milioni) della liquidità necessaria a far fronte alle proprie obbligazioni, oltre a distrarre 7 milioni per una casa a Milano o 4,4 milioni per una villa in Costa Smeralda, il noleggio di auto di lusso e di un jet privato. 

Nessun concorso in bancarotta era stato invece addebitato, e nemmeno viene contestato adesso per il traffico di influenze, ai politici che dal mondo Moby ricevettero denaro, come i 200 mila euro alla Fondazione «Open» di Matteo Renzi, i 100 mila alla Fondazione «Change» del presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, i 90 mila al Pd di cui 50 mila al deputato poi renziano Ernesto Carbone (neomembro del Csm), i 10 mila a Fratelli d’Italia.

Estratto dell’articolo di Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” l’11 marzo 2023

Per un crudele contrappasso proprio il fondatore del M5S, cioè del partito artefice nel 2019 del potenziamento del reato di «traffico di influenze illecite» nella cosiddetta «legge Spazzacorrotti», finisce incriminato dalla Procura di Milano […] In un avviso di conclusione di indagini sulle chat nei telefonini sequestrati a Onorato nell’inchiesta fiorentina sulla Fondazione renziana Open e in quella milanese sul dissesto del gruppo Moby, la pm Cristiana Roveda e l’ex procuratore aggiunto Maurizio Romanelli contestano infatti a Beppe Grillo il «traffico di influenze illecite» sugli allora ministri M5S dei Trasporti, Danilo Toninelli, e dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, a favore della compagnia marittima Moby del pure indagato armatore Vincenzo Onorato: cioè del gruppo che tra il 2018 e il 2019 sottoscrisse accordi economici da 120 mila euro l’anno con il blog beppegrillo.it per contenuti redazionali pro Moby, e da 600 mila euro con la Casaleggio associati (dove però Davide Casaleggio, che non si sapeva fosse stato indagato, ora risulta avviato a richiesta di archiviazione).

Come «utilità» i pm individuano non solo i 120 mila euro annui, ma anche l’organizzazione da parte di Onorato del comizio elettorale del 12 febbraio 2018 a Torre del Greco con Grillo e il ministro Luigi Di Maio: «Organizza a Castellammare, veniamo io e Di Maio. Senza dire che ci sentiamo, ok?», chiede Grillo a Onorato, che gli risponde: «Ti porto la città in piazza… 60.000 persone», per la soddisfazione postuma di Grillo («bene, piazza pienissima»).

 In cambio il garante del M5S è accusato di aver attivato Toninelli nell’estate 2019 davanti alla Commissione europea per dare efficacia agli sgravi fiscali (ambìti da Onorato) del «decreto Cociancich» per i traghetti con marinai solo italiani: «Ho convinto Toninelli a occuparsi della questione a Bruxelles», vanta Grillo a Onorato, inoltrandogli poi la risposta di Toninelli messosi a disposizione pur con una perplessità politica: «Beppe, ciò che mi chiedi è avviato e fermo in Commissione europea. Unico mio dubbio, Onorato è amico e finanziatore di Renzi e gestisce Tirrenia che sappiamo come abbia mal operato. Siamo sicuri di volerci muovere per lui per tirarci addosso Msc e Grimaldi?» (cioè i concorrenti di Onorato). Ma subito Grillo rassicura Onorato: «Toninelli scrive. Io ho risposto di andare avanti a Bruxelles».

Altro intervento di Grillo su Toninelli nell’estate 2019 riguarda lo sblocco di 62 milioni che Onorato attendeva dallo Stato («Vincenzo, ho attivato Luigi e Toninelli, vediamo cosa dicono»). Dopo pochi giorni Toninelli gli assicura che «prima di Ferragosto la mia direzione paga»; Grillo riferisce a Onorato che «comunque paganoooooo»; e Onorato esulta: «Caro Comandante grazie di cuore, senza di te saremmo nella cacca», con annessa promessa di ulteriori comizi nei quali «ti porto in piazza tutti i marittimi quando vuoi».

 Il terzo favore a Onorato sarebbe stato prima «un contatto mediato» da Grillo con l’allora funzionario Consob (e nel 2020-2023 direttore delle Dogane) Marcello Minenna, e poi «il contatto con Patuanelli» per sbloccare la vendita di due navi di Moby impedita secondo Onorato dalle ipoteche delle banche guidate da Unicredit: «So — scrive Grillo — che non ti ha chiamato patt, parlato ora, mi ha assicurato che sei seguito dal suo staff e comunque ti chiama».

Estratto dell’articolo di Monica Serra per “la Stampa” l’11 marzo 2023

[…] Beppe Grillo […] «sfruttava le relazioni esistenti con pubblici ufficiali, ossia i parlamentari eletti, nominati ministri» per «veicolare» le richieste dell'armatore partenopeo Vincenzo Onorato. In cambio Grillo non riceveva solo soldi, tramite un contratto di partnership tra la Moby spa e la Beppe Grillo srl, da 240 mila euro in due anni. Ma anche la promessa di voti e l'organizzazione di comizi in giro per il sud Italia per gli esponenti del M5s: «Ora sarà battaglia per i voti del Sud». E ancora: «Ti porto la città in piazza … 60 mila persone. Torre del Greco è la capitale del regno dei marittimi disoccupati».

[…] entrambi sono ora accusati di traffico di influenze illecite, in un'indagine appena conclusa. C'è da dire che il modus operandi di Onorato, secondo quanto ricostruito dai pm Maurizio Romanelli e Cristiana Roveda, era sempre lo stesso, anche con altri «mediatori» che si interfacciavano col mondo politico bipartisan, non solo dell'area dei M5s. Contratti e contatti sono stati ricostruiti anche per esempio con la Casaleggio Associati. In questi casi però i pm, al termine delle indagini del Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf, non hanno ritenuto ci fossero gli estremi per contestare un reato e hanno avanzato una richiesta di archiviazione.

 […] Non solo nel giugno - luglio del 2019, quando il fondatore del M5s chiese al ministro Toninelli di attivarsi davanti alla Commissione europea per dare efficacia agli sgravi fiscali previsti dal decreto Cociancich, «a tutela di Moby e anche a fronte di interessi confliggenti». Grillo scrive a Onorato: «Ho convinto Toninelli a occuparsi della questione a Bruxelles. A sorete!» .

Ma anche tra il luglio e l'agosto del 2019, quando Grillo ha chiesto a Toninelli e all'allora vicepremier Luigi Di Maio di intervenire per ottenere l'immediato pagamento dei 62 milioni di euro che il ministero doveva a Cin, controllata da Moby, per il servizio di collegamento con Sicilia, Sardegna e Tremiti. «Ti devo spiegare – scriveva Onorato – il ministero da gennaio non ci paga più la sovvenzione perché la struttura è di Grimaldi. Sono senza soldi, mi stanno strozzando! Toninelli è circondato da Giuda. Si fermano i collegamenti e la colpa sarà solo sua!». Lo stesso giorno Toninelli rassicura Grillo: «Prima di Ferragosto la mia direzione paga». E così succede. Scrive Onorato: «Caro comandante, grazie di cuore. Senza di te saremo nella m...».

E ancora, tra settembre e novembre del 2019, dopo le istanze di fallimento - Onorato è anche accusato in un'altra indagine di bancarotta fraudolenta - l'armatore si rivolge a Grillo: «Comandante, Unicredit sta impedendo la vendita di due navi, si può fare qualcosa?» . E Grillo: «Contatto Patuanelli» allora ministro dello Sviluppo economico. Che risponde: «Approfondisco la questione». Grillo rassicura l'armatore: «Sei seguito dal suo ufficio e comunque ti chiama. Un abbraccio, fratello!» .

Traffici di influenze”. Ora Grillo va verso il processo Francesca Galici il 10 Marzo 2023 su Il Giornale.

Beppe Grillo e Vincenzo Onorato a processo da parte della procura di Milano: l'accusa è di traffico di influenze illecite

La procura di Milano ha comunicato la chiusura delle indagini nell'ambito dell'inchiesta incentrata sull'accusa di traffico di influenze illecite per Beppe Grillo e Vincenzo Onorato, patron del gruppo Moby. Al centro delle attenzioni della procura c'è una presunta "mediazione illecita" da parte del fondatore dei Cinque Stelle. Secondo le ricostruzioni, infatti, in cambio di contratti, tra il 2018 e il 2019, per fare pubblicità a Moby sul suo blog, il comico, stando a quanto era stato ricostruito nelle indagini, avrebbe inoltrato a parlamentari del M5S le richieste di aiuto avanzate dall'armatore, suo amico di lunga data, quando la sua compagnia era in crisi finanziaria.

In base a quanto emerso dall'indagine delle toghe, quella che viene definita come "illecita mediazione" da parte di Beppe Grillo sarebbe stata finalizzata a orientare l'azione pubblica di parlamentari "in senso favorevole agli interessi del gruppo Moby". Dalle indagini, che avevano portato a perquisizioni da parte della Gdf nel gennaio 2022, emerse che sarebbero stati almeno tre i fronti al centro delle richieste di interventi pubblici, che sarebbero state avanzate da Onorato a Grillo. Il garante del M5S le avrebbe girate a sua volta agli eletti in parlamento del partito che erano in contatto con i ministeri dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture, a quel tempo rispettivamente guidati da Luigi Di Maio (e poi da Stefano Patuanelli) e il secondo da Danilo Toninelli. I tre ministri non risultano coinvolti nell'indagine.

A riprova delle accuse mosse a Grillo e Onorato sono stati messi agli atti i messaggi delle chat in cui si fa menzione alle istanze avanzate dall'armatore napoletano al fondatore dei Cinque Stelle per tenere a galla il gruppo che aveva una flotta di oltre 60 navi. I contratti pubblicitari stipulati tra il 2018 e il 2019 hanno avuto un valore di 240 mila euro. Una cifra elevata, secondo le indagini del pm Cristiana Roveda e del procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, e non adeguata alle prestazioni fornite. Prestazioni ritenute modeste dato che l'accordo di partnership prevedeva per 10 mila euro mensili "inserimenti pubblicitari", sotto forma di banner, sul blog del comico "non più di 2 volte al mese" e la pubblicazione di "contenuti redazionali", come interviste a testimonial o articoli "sino ad un massimo di 1 al mese" e con un limite di estensione di "2000 vocaboli".

Nelle comunicazioni, scandagliate dai pm e dal Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf, sono emersi gli interventi chiesti a Grillo dall'armatore, nonché amico da una vita, che avrebbero riguardato il contenzioso civile tra Tirrenia in amministrazione straordinaria e il gruppo Onorato, la proroga della convenzione fra lo Stato e Compagnia Italiana di Navigazione per la continuità territoriale marittima e la limitazione dei benefici fiscali alle sole navi che imbarcano equipaggi italiani e comunitari

Diffamatore.

Beppe Grillo condannato per diffamazione su un ex parlamentare pugliese del Pd. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 27 Gennaio 2023.

I giudici: «La critica non si fonda sulla menzogna». Le parole pronunciate ad «Anno Zero» (Raidue) del 9 giugno 2011 contro Cinzia Capano. «Non era alle votazioni e ha boicottato l’Election day». In realtà era in ospedale

Resa nota la decisione e le motivazioni della terza sezione penale della Corte d’Appello di Bari che hanno ribaltato di fatto l’assoluzione in primo grado di Beppe Grillo, il fondatore del Movimento Cinque Stelle, che è stato condannato per diffamazione aggravata nei confronti dell’ex parlamentare barese del Pd Cinzia Capano (avvocato ed attuale componente del consiglio di amministrazione della Banca Popolare di Bari).

Il collegio giudicante ha depositato le motivazioni del provvedimento dello scorso 30 settembre 2022, sul quale si legge: “Il diritto di critica, anche quella politica è un bene prezioso della democrazia. È uno dei pilastri sui quali si fonda lo Stato democratico. Se viene meno il diritto di critica, viene meno la democrazia. Esso, però, non può spingersi né può essere accolto oltre il concreto senso della ragionevolezza; non può insomma fondarsi sulla menzogna; non può confondersi con la menzogna denigratoria; non può costituire menzogna denigratoria finalizzata all’attacco personale lesivo della dignità della persona“.

È vero viviamo in un’epoca di post-verità, così come è stata più volte definita da eminenti filosofi e sociologi. È l’opinione che si sostituisce alla verità. – scrivono i giudici – Ciò che conta è ciò che penso, non ciò che è, ma la giustizia si fonda sulla verità, non sulla menzogna e costituisce il primo e più importante baluardo a protezione della civile convivenza“.

Il riferimento dei giudici è alle parole pronunciate dal comico nelle veste di opinion-leader del M5S intervenendo nella trasmissione “Anno Zero” (Raidue) condotta da Michele Santoro, andata in onda il 9 giugno 2011. Grillo intervenendo criticò l’assenza della parlamentare barese in Aula in occasione del voto sulla proposta di accorpare nell’ “Election day” il referendum sull’acqua pubblica a quello amministrativo del maggio 2011, accusando la Capano ed altri parlamentari del Pd che erano assenti di avere volutamente fatto fallire l’accorpamento per boicottare la consultazione popolare a vantaggio delle lobbies della privatizzazione dell’acqua.

Ma i magistrati annotano ed evidenziano che Il giorno del voto, il 16 marzo 2011, la Capano come venne subito riportato in un comunicato dal Pd, era assente in quanto ricoverata d’urgenza in ospedale a causa di un grave malore. “Nonostante ciò, Grillo confezionò il suo intervento televisivo – è riportato nella sentenza – sottacendo quel comunicato, così denigrando, attraverso una palese menzogna e un attacco immotivato alla persona, la Capano” che querelò il “garante” del M5S. Redazione CdG 1947

Bari, Beppe Grillo condannato per diffamazione aggravata nei confronti della ex parlamentare del Pd Cinzia Capano. Depositate le motivazioni, la condanna ai soli fini civili. Redazione online su La Gazzetta del Mezzogiorno il 27 Gennaio 2023

 «Il diritto di critica, anche quella politica, è un bene prezioso della democrazia. E’ uno dei pilastri sui quali si fonda lo Stato democratico. Se viene meno il diritto di critica, viene meno la democrazia. Esso, però, non può spingersi né può essere accolto oltre il concreto senso della ragionevolezza; non può insomma fondarsi sulla menzogna; non può confondersi con la menzogna denigratoria; non può costituire menzogna denigratoria finalizzata all’attacco personale lesivo della dignità della persona».

Per questi motivi i giudici della terza sezione penale della Corta d’Appello di Bari, il 30 settembre 2022, hanno condannato Beppe Grillo per diffamazione aggravata nei confronti della ex parlamentare barese del Pd Cinzia Capano. La sentenza, le cui motivazioni sono state depositate in questi giorni, riguarda solo il risarcimento del danno, che sarà quantificato dal giudice civile. In primo grado il giudice monocratico aveva assolto Grillo.

La condanna riguarda alcune dichiarazioni fatte dal fondatore del M5s durante la trasmissione «Anno Zero» (Raidue) del 9 giugno 2011. Grillo parlò dell’assenza della parlamentare barese in Aula in occasione del voto sulla proposta di accorpare nell’Election day il referendum sull'acqua pubblica a quello amministrativo del maggio 2011, accusando Capano (e gli altri parlamentari del Pd assenti) - «attraverso una palese menzogna e un attacco immotivato alla persona», scrive la Corte - di avere volutamente fatto fallire l’accorpamento per boicottare la consultazione popolare a vantaggio delle lobbies della privatizzazione dell’acqua.

Il giorno del voto, il 16 marzo 2011, Capano - come fu subito chiarito con un comunicato dal Pd, annotano i magistrati - era assente perché ricoverata d’urgenza in ospedale a causa di un grave malore. «Nonostante ciò, Grillo confezionò il suo intervento televisivo - è scritto in sentenza - sottacendo quel comunicato, così denigrando, attraverso una palese menzogna e un attacco immotivato alla persona, la Capano», che querelò il leader M5S.

«E' vero - scrivono i giudici - viviamo in un’epoca di post-verità, così come è stata più volte definita da eminenti filosofi e sociologi. E’ l’opinione che si sostituisce alla verità. Ciò che conta è ciò che penso, non ciò che è», ma la Giustizia «si fonda sulla verità, non sulla menzogna» e «costituisce il primo e più importante baluardo a protezione della civile convivenza». 

Trottolino.

Estratto dell’articolo di Emanuele Buzzi per “Sette – Corriere della Sera” il 26 gennaio 2023.

L’ultima crociata è già targata 2023. L’invettiva è chiara, netta, come sua consuetudine. Stavolta Beppe Grillo si spende in favore di una società cashless. «La Danimarca ha registrato il suo primo anno senza rapine in banca, poiché l’uso di denaro contante è diminuito negli ultimi anni […]», scrive sul suo blog. […]

 L’ultima crociata in ordine di tempo, l’ultima invettiva, ma anche l’ultima capriola, l’ultimo salto del fondatore dei Cinque Stelle, che dieci anni prima – sempre dalle pagine del blog – difendeva il contante e, con un post a firma del saggista Beppe Scienza, attaccava «l’indecenza delle banche»: «Le banche guadagnano su tutti i pagamenti, salvo quelli in contanti. Per questo vogliono colpevolizzare chi li usa», si leggeva nel testo.

Parole in antitesi per Grillo che ha fatto delle contraddizioni, un po’ come delle improvvisazioni, una cifra della sua carriera. Almeno da un punto di vista politico. Diktat, prese di posizione si sono sovrapposti spesso con cambi di rotta più o meno improvvisi. A volte, quasi istantanei.

 […] Ma le sortite del fondatore M5S vanno ben oltre i confini nazionali. E toccano la geopolitica. Nel dicembre 2007, quando esistevano solo i meet up e la fondazione del Movimento era ancora un progetto sulla carta, incontrava privatamente a Milano il Dalai Lama. Sul blog, in un post intitolato “Free Tibet” raccontava: «Il Dalai Lama mi ha regalato una sciarpa bianca, gli ho promesso che sarò per lui il Richard Gere italiano per la liberazione del Tibet». Tre lustri dopo lo showman viene preso di mira dai suoi detrattori spesso per le posizioni filo-cinesi sostenute sul blog.

[…] Grillo, che […] a metà febbraio tornerà in scena dopo quattro anni con un nuovo spettacolo, Io sono il peggiore (il debutto il 15 a Orvieto, poi una serie di date in tutta Italia e conclusione, al momento, a Lugano, in Svizzera, il 2 aprile) è mattatore della scena, è tutto e il contrario di tutto. E i suoi “salti” hanno in parte origine lì, davanti alle “sue” folle.

 Come quando, a cavallo del Duemila, distruggeva in scena i computer. «Come un bambino che per amore vuol guardarci dentro», diceva ironico sul palco prima di farli a pezzi. Era prima di incontrare Gianroberto Casaleggio (4 anni più tardi), prima di fondare con lui il partito che ha reso i pc e la Rete attori fondamentali del processo partito.

D’altronde, nelle pieghe dei suoi cambi di prospettiva forse ha una sua logica che sia stato proprio lo showman ligure a dare vita al Movimento più fluido che la seconda Repubblica ricordi, un Movimento ondivago negli anni su temi e programmi.

 Così, durante la prima fase populista Grillo arringava militanti e attivisti sull’euro: «La mia personale impressione è quella di uscire immediatamente il prima possibile». Dal palco, durante la campagna elettorale tuonava – «Hanno paura di noi in Europa perché noi ridiscuteremo tutte le cose che hanno deciso loro» – salvo poi, con la svolta del Movimento, riconvertirsi: «Io non ho mai detto di uscire dall’euro».

 Vite parallele quelle di Grillo e dei Cinque Stelle. Con il padre-fondatore che spesso ha fatto da parafulmine ai suoi figli politici. Come quando nell’estate del 2019, prima del crollo del governo gialloverde, il garante difese gli stellati, che non erano riusciti a bloccare il via libera alla Tav: «Non avere la forza numerica per bloccare l’inutile piramide non significa essersi schierati dalla parte di chi la sostiene».

Proprio lui, che nel 2014 era stato condannato a 4 mesi in primo grado per violazione dei sigilli del cantiere dell’alta velocità Torino-Lione, condanna che nel 2018 la corte d’appello di Torino aveva cancellato per prescrizione, quella prescrizione combattuta proprio dal M5S.

Ora i ruoli si sono invertiti. Il Movimento ha preso l’ex leader come padre nobile, ma non solo. Ne ha fatto un suo consulente. Grillo ha firmato due contratti per un compenso di circa 300mila euro annui. I Cinque Stelle, per finanziare le proprie attività, hanno deciso di aderire al due per mille. Un altro piccolo paradosso nei paradossi, dato che Grillo, che anche con quei soldi viene pagato, nel marzo 2010 ammoniva sul suo blog: «Il costo della politica è un’invenzione linguistica dei politicanti per diventare ricchi, o almeno benestanti, con le risorse dello Stato. Io non conosco un solo politico povero».

Uno, nessuno, centomila Grillo. Un po’ pirandelliano, un po’ prigioniero di battute e dichiarazioni estemporanee, che fanno da pendant al suo lato istrionico. Showman, capo politico, ora forse anche fondatore di una nuova religione, l’altrovismo (anche se molti stellati pensano sia una trovata per lanciare il nuovo spettacolo teatrale).

Estratto dell'articolo di Lorenzo De Cicco per repubblica.it il 19 gennaio 2023.

 Beppe Grillo torna a fare il comico a tempo pieno, ma il M5S è pronto a rinnovargli il maxi-contratto da 300mila euro per seguire la "comunicazione" dei 5 Stelle. Giuseppe Conte lo ha già detto a chi ci ha parlato in questi giorni: il contratto, in scadenza a breve, sarà confermato per un altro anno.

 E allo stesso importo: 300mila euro. La mossa crea qualche malumore, fra le truppe degli eletti alla Camera e al Senato, dove il budget per i collaboratori si è già ridotto, a causa del taglio dei parlamentari, e dove andranno messe a bilancio anche le parcelle per i grandi ex esclusi dal tetto del doppio mandato, da Paola Taverna a Vito Crimi (70mila euro a testa).

 Il motivo dei mal di pancia interni viene spiegato così: cosa ha fatto Grillo per la comunicazione del Movimento nell'ultimo anno? Nell'ultima campagna elettorale, per le Politiche, non si è fatto vedere, ha concesso appena una foto social, di schiena, con Conte. Per queste Regionali sono in programma zero appuntamenti in Lazio e Lombardia. 

Sul suo blog, oltre a reclamizzare il nuovo spettacolo, "Io sono il peggiore", non c'è traccia del simbolo del M5S e i post pubblicati sono i soliti, si parla di massimi sistemi: "Trasformare gli scarti di cibo in materiali più resistenti del calcestruzzo"; "L'Elevato ha costituito la Chiesa dell'Altrove"; "Motorinas elettrici in Cuba".  Dunque, si chiedono gli scettici, perché continuare a pagarlo profumatamente per un altro anno, a maggior ragione ora che sta per imbarcarsi in un tour che lo porterà in giro per mezza Italia, perfino in Svizzera a Lugano, con una replica in calendario ogni 2-3 giorni?

 Il contratto siglato ad aprile 2022 era annuale. E prevedeva, stando alla nota diramata dal M5S, una serie di attività a prima vista impegnative: "Supporto nella comunicazione con l'ideazione di campagne, promozione di strategie digitali, produzione video, organizzazione eventi, produzione di materiali audiovisivi per attività didattica della Scuola di formazione del Movimento, campagne elettorali e varie iniziative politiche". E ancora "la promozione delle attività del Movimento all'estero, attraverso la partecipazione a convegni, giornate di studio, incontri con personalità scientifiche e istituzionali".

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 "Vuole fondare una nuova religione". Il sospetto sui deliri mistici di Grillo. Il comico genovese ha lanciato in rete una serie di messaggi criptici. "L'Elevato ha costituito la Chiesa dell'Altrove...". Svolta mistica o supercazzola per lanciare il proprio show? Marco Leardi su Il Giornale il 2 Gennaio 2023

Guru e un po' santone lo è sempre stato, almeno per quegli ingenui che lo assecondavano pure. Ora però Beppe Grillo sembra fare sul serio (sempre per chi vuole abboccare all'amo). Da qualche tempo a questa parte, infatti, il comico genovese ha iniziato a lanciare in rete una serie di messaggi criptici e ammantati di un certo misticismo. Si è trasformato in profeta, tra promesse di rivelazioni e allusioni escatologiche. Così, anche tra i pentastellati, si è fatto strada il dubbio che lo showman stia preparando il terreno per il lancio di una nuova confessione religiosa: l'altrovismo.

Beppe Grillo e l'altrovismo

Di quell'improbabile culto Grillo aveva già fatto menzione nel giugno scorso parlando con i parlamentari del Movimento. A questi ultimi - tra il serio e il faceto - aveva infatti confidato di aver "aderito a una nuova confessione, l'altrovismo". Da buon provocatore, aveva lanciato il sasso e poi ritratto la mano, così quella boutade era lì per lì caduta nel nulla. Nei giorni scorsi, però, Beppe è tornato a farsi sentire sui social con frasi in apparenza confuse e intrise di ascetismo spicciolo. "Oggi, alle ore 12 del giorno del solstizio d'inverno, l'Elevato ha costituito la Chiesa dell'Altrove. L'atto costitutivo della Chiesa dell'Altrove è stato consegnato agli Altrovatar e sarà divulgato il primo giorno delle rivelazioni", aveva scritto Grillo lo scorso 21 dicembre, accompagnando quella fantasticheria con l'immagine di una luce solare che fende la foschia.

I messaggi mistici di Grillo

E due giorni fa il comico ha aggiunto su Instagram: "Il sole ha ripreso ad alzarsi sulla linea dell'orizzonte e molti hanno propositi per l'anno nuovo, che sono di fare o di non fare: fare diete, non rimandare, fare sport, non desistere... Altrove ci si propone di essere o non essere: essere generosi, non essere poveri, essere gentili, non essere saccenti, essere limpidi, non essere falsi". Molti si sono interrogati su cosa intendesse comunicare il fondatore dei pentastellati e, ridendo, più di qualcuno ha scherzato su quel surreale misticismo da social network. Del resto, hanno ironizzato alcuni suoi simpatizzati, "se ha fondato un partito, perché non potrebbe fondare una religione?".

Il sondaggio sulla fine del mondo

Nelle scorse ore, poi, sul proprio blog "l'Elevato" ha dato risalto a un recente sondaggio statunitense dal quale si evince che, secondo il 39% degli adulti intervistati, "stiamo vivendo la fine dei tempi". Chiaramente la rilevazione non ha alcun valore, né significa nulla in quanto basata su mere interpretazioni soggettive della realtà; eppure Grillo ha rilanciato quella notizia anche nelle proprie storie di Instagram. Che sia anche questo un messaggio evocativo?

La gigantesca provocazione

L'impressione è che anche stavolta il comico genovese stia cavalcando una gigantesca provocazione delle sue, mescolando elementi ideologici e di pura fantasia. E c'è chi fa notare che l'artista il prossimo 15 febbraio debutterà a Orvieto con il suo nuovo show, "Io sono il peggiore". Altro che nuovo culto: è più facile credere che sia tutta un'operazione promozionale per richiamare in sala quel pubblico che ultimamente era un po' calato. Amen.

Gli Altrovatar e le nuove rivelazioni. Da comico alla Chiesa dell’Altrove, i messaggi criptici di Beppe Grillo tra nuova fede e lo show “Io sono il peggiore”. Redazione su Il Riformista il 2 Gennaio 2023

Foto Valerio Portelli/LaPresse 20-02-2019 Roma, Italia Beppe Grillo a Roma Cronaca Nella foto: Beppe Grillo Photo Valerio Portelli/LaPresse 20 February 2019 Rome, Italy Beppe Grillo in Rome News In the pic: Beppe Grillo

Da comico a fondatore di una nuova religione. Bisognerà attendere ancora qualche settimana per capire se Beppe Grillo ha davvero intenzione, dopo aver fondato il Movimento 5 Stelle, di creare un nuovo credo o si tratta solo di una trovata legata al suo nuovo show teatrale (“Io sono il peggiore“) che debutterà il 15 febbraio a Orvieto e si concluderà, dopo 16 tappe, il 2 aprile a Lugano.

Intanto il garante del Movimento 5 Stelle continua a predicare l’altrovismo, una sorta di nuovo credo religioso già annunciato la scorsa estate ai suoi parlamentari. E in occasione delle festività natalizie due messaggi, mistici, lanciati dallo stesso Grillo hanno alimentato questa nuova suggestione. Da giorni si ricorrono voci all’interno del partito pentastellato sulla nuova fede, la Chiesa dell’Altrove, del loro leader e garante.

Il primo messaggio durante le festività natalizie: “Oggi alle 12 del giorno del solstizio d’inverno, l’Elevato ha costituito la Chiesa dell’Altrove. L’atto costitutivo della Chiesa dell’Altrove è stato consegnato agli Altrovatar e sarà divulgato il primo giorno delle rivelazioni”.

Poi il 31 dicembre un secondo messaggio criptico dello stesso Grillo: “Il sole ha ripreso ad alzarsi sulla linea dell’orizzonte e molti hanno propositi per l’anno nuovo, che sono di fare o di non fare: fare diete, non rimandare, fare sport, non desistere… Altrove ci si propone di essere o non essere: essere generosi, non essere poveri, essere gentili, non essere saccenti, essere limpidi, non essere falsi”.

(ANSA il 15 febbraio 2023) "Il reddito di cittadinanza lo darei a tutti, ricchi e poveri, 1.500 euro a tutti": è quanto ha detto Beppe Grillo verso la fine dello spettacolo "Io sono il peggiore di tutti", con il quale stasera è tornato in scena al teatro Mancinelli di Orvieto. "Il reddito di cittadinanza a tutti costerebbe 140 miliardi, dove trovi i soldi? Togli gli ammortizzatori sociali e le pensioni", ha detto Grillo rivolgendosi ad uno spettatore che ha sollevato la domanda. Grillo ha anche invocato una "leggera patrimoniale sui grandi patrimoni". "Bisogna eliminare la povertà e non metterci delle pezze. Abbiamo bisogno - ha detto ancora - di sognare qualcosa di diverso".

 (ANSA il 15 febbraio 2023) C'è anche l'ex presidente del Consiglio, e attuale leader del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte ad assistere al ritorno a teatro di Beppe Grillo, questa sera al Mancinelli di Orvieto con lo spettacolo "Io sono il peggiore". L'ex premier è seduto in uno dei palchetti centrali, proprio davanti al palcoscenico. Assieme al presidente Conte, anche Pasquale Tridico, presidente dell'Inps. Tra gli spettatori anche l'ex presidente della Camera, Roberto Fico.

(ANSA il 15 febbraio 2023) Alla domanda se sia deluso dal Movimento 5 stelle, posta dagli spettatori presenti al teatro Mancinelli di Orvieto, Beppe Grillo, nel corso del suo spettacolo "Io sono il peggiore", ha risposto con un: "Ma no, la mia testa non ragiona come ragiona un politico normale". Per poi portare il discorso sul governo in carica: "Governo di centro

Da open.online il 15 febbraio 2023.

«Cosa penso di Di Maio? Dio mio, Dio mio, Dio mio». Beppe Grillo si prende un po’ di tempo prima di rispondere, più o meno scherzosamente, a chi gli chiede cosa pensa dell’ex capo politico del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio. «Non penso né male né bene, il suo non lo chiamo neanche tradimento», risponde il comico alla domanda del pubblico del suo spettacolo teatrale Io sono il peggiore a Orvieto, «ha fatto una cosa meravigliosa, ci ha tolto un po’ di roba che c’era dentro e ci ha permesso di rinascere».

Dopo una lunga militanza, due elezioni alla Camera e numerosi incarichi di governo con i 5 Stelle – ministro del Lavoro, degli Esteri e dello Sviluppo economico, vicepresidente del Consiglio e della Camera – Di Maio ha lasciato il partito per alcune divergenze con Giuseppe Conte. «Ci ha permesso di rinascere con il Mago di Oz Conte, oggi ci vuole una persona corretta, educata, non uno che grida», aggiunge Grillo, «io ho gridato tanto, ora basta». Ad assistere al suo spettacolo al teatro Mancinelli, tra il pubblico, anche Conte e l’ex presidente della Camera Roberto Fico.

 Grillo è poi intervenuto anche su altri temi, criticando Benigni a Sanremo e parlando del reddito di cittadinanza: «Lo darei a tutti, ricchi e poveri, 1.500 euro a tutti. Costerebbe 140 miliardi, dove trovi i soldi? Togli gli ammortizzatori sociali e le pensioni».

Estratto dell'articolo di Emanuele Buzzi per il “Corriere della Sera” il 16 febbraio 2023 

(...)

Di Maio però ci ha permesso di rinascere con Conte, il mago di Oz». Il garante stellato annuncia la presenza del presidente M5S in sala arrivato con Michele Gubitosa («Siamo venuti a goderci lo spettacolo»). E gli stellati che sono venuti a rendere omaggio al padre nobile del Movimento sono diversi: da Roberto Fico all’ex deputata Tiziana Ciprini. C’è anche il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico che «sarà fatto fuori a breve appena si accorgeranno che è valido». «Sei deluso dal Movimento? Ma no, ma no».

 Nega Grillo e ironizza sul centrodestra: «Abbiamo l’unico partito di estrema destra che si chiama centrodestra. Succede solo da noi, in qualsiasi altro Paese lo chiamerebbero di estrema destra».

 Dribbla i Cinque Stelle. Sottolinea quelli che sono a suoi dire i paradossi. Usa il sarcasmo parlando del Festival: «Sanremo è stato straordinario con questo Amadeus come Nicholson del Nido del cuculo li conduceva a liberarsi a essere felici. Fedez? Ha goduto». E aggiunge: «Gino Paoli che va sul palco a parlare di orge. Benigni che da una linguata al presidente della Repubblica con la Costituzione, l’incompiuta». E ancora: «A me fanno un processo politico sui figli.

Sono sicuro di come andrà. Se fate i processi in tivù date anche le sentenze. Riesco anche a riderci un po’ sopra con la morte che ho dentro». E qui il riferimento è al processo che vede imputato per violenza sessuale di gruppo il figlio Ciro ed alcuni amici. Poi riavvolge il nastro della propria storia: l’ambientalismo, la politica, gli incontri con Stiglitz e Mujica.

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 Estratto dell'articolo di Niccolò Carratelli per “la Stampa” il 16 febbraio 2023

 (...) «Perché se la prendono con me? Ho cercato di salvare questo Paese, dovrebbero ringraziarmi – chiede – invece mi attaccano per le mie idee, già 20 anni fa dicevo che dovevamo passare alle macchine elettriche».

 Mentre parla, sullo schermo scorrono le immagini dei suoi vecchi show, delle sue gesta più clamorose nella carriera da comico-politico: da quando fece l'aerosol dal tubo di scappamento di un'auto alimentata a idrogeno alla famosa "navigazione" in piazza seduto dentro un canotto, sollevato dalle persone. Fa un passaggio sul reddito di cittadinanza, che "doveva avere un'evoluzione e si potevano trovare i soldi", e un altro durissimo sul processo contro il figlio Ciro, accusato di violenza sessuale:

«Un processo politico, contro di me, lo stanno facendo in tv, aspettiamo la sentenza su Rete4». Poi dedica un pensiero a Dario Fo, «è morto tra le mie braccia, ridendo per una mia battuta», e Gianroberto Casaleggio, «era bello sentirlo parlare». Tanti ricordi, ammette Grillo, «ma ho anche idee per il futuro».

 Come quella di «fare una mia religione, fondare una Chiesa dell'Altrove (già lanciata sul blog, ndr), così ci prendiamo l'8 per mille». Presenta anche il simbolo, «già depositato», e invita il pubblico a unirsi a lui, «e vediamo dove andiamo a finire». Si mette una finta corona di spine (con spinotti elettrici), prende un bicchiere per «trasformare l'acqua in chinotto, che col vino sono capaci tutti». Quindi, l'appello ai presenti: «Sento che siete già cambiati, qualcosa dobbiamo tentare». Ai nostalgici del vecchio Movimento sembra un déjà vu. «Se è gratuito mi iscrivo anche io», scherza però Conte con La Stampa lasciando la platea e andando a salutare Grillo dietro le quinte. Poi, intorno a mezzanotte, i due hanno cenato insieme (a tavola anche Fico e altri), nel ristorante di fronte al teatro.

Beppe Grillo e il figlio sott’accusa: «È un processo politico». Per la prima nella città umbra arrivano Giuseppe Conte, Roberto Fico e Pasquale Tridico. Il fondatore del Movimento lancia Chiesa dell'Altrove e avverte “a fine tournée 10mila iscritti”. Il Dubbio il 16 febbraio 2023.

Teatro gremito per la prima di ''Io sono il peggiore'', il nuovo spettacolo di Beppe Grillo che per la data zero ha scelto il teatro Mancinelli di Orvieto. A rendergli omaggio, tra il pubblico, il presidente del M5S Giuseppe Conte, arrivato a spettacolo iniziato (''c'erano i lavori alla Camera'', si giustifica dribblando i giornalisti all'ingresso), Roberto Fico (arrivato in anticipo), il vice presidente del movimento Michele Gubitosa, il presidente dell'Inps Pasquale Tridico.

Dopo un lungo silenzio, Grillo porta in scena i temi a lui cari: rinnovabili, comunità energetiche, intelligenza artificiale («che non sa di essere stupida, una persona stupida invece lo sa»), ambiente, tecnologia e dietro la tecnologia le terre rare con tutto il retroscena di sfruttamento e inquinamento.

Nel corso della serata, Grillo parla anche del processo che coinvolge il figlio Ciro: «Mi fanno un processo politico sui figli. Sono sicuro di come andrà ma se fate i processi in tv date anche le sentenze. Guardate, riesco anche a riderci un po' su, con la morte che ho dentro», dice il fondatore del M5S.

La bordata più dura, la riserva al governo di «estrema destra». Poi rilancia la Chiesa dell'Altrove, come cripticamente annunciato da un paio di post pubblicati dal comico genovese da dicembre. Corona “di spinotti” in testa, trasforma l'acqua in chinotto (''non in vino, quello sono capaci tutti'') e annuncia «fondo la Chiesa dell'Altrove e andiamo tutti insieme alla conquista dell'8x1000». 

«Dio non c'è più, questo è il problema. Tutti i grandi capolavori non ci sarebbero senza Dio, motore del mondo, e oggi che non c'è più, non c'è più niente. Lo abbiamo sostituito con il capitalismo, con il denaro. Abbiamo bisogno di un'entità - dice Grillo - La scienza non dà risposte, la tecnologia non dà risposte, la religione non dà più risposte. Poi succede che negli Usa nascono nuove strane religioni. Allora perché io non posso fare una mia chiesa? Perché non posso fondare una Chiesa dell'Altrove? È tutto altrove, altrove non dà risposte ma si va alla ricerca. Ho già pronto lo statuto, già fatta l'associazione, c'è il sito altrove.com'', continua Grillo mostrando il simbolo dell'Altrove: una A a forma di antenna. «Siamo una forza, io lo sento che è già successo qualcosa, che siete con me: siamo una forza per conquistare tutti insieme l'8x1000!». 

COME HA INIZIATO LO SPETTACOLO BEPPE GRILLO

Ma lo spettacolo inizia dall'attualità, scaturita dal gioco delle “domande del pubblico”: Grillo fa consegnare carta e penna al pubblico che può scrivergli quello che vuole e poi legge alcune delle domande. «Cosa penso oggi di Di Maio? Dio mio, né male né bene. Non lo chiamo nemmeno tradimento perché Giuda era socio di Gesù. Di Maio ha fatto una cosa meravigliosa, ci ha permesso di rinascere con il mago di Oz. Conte, che è fuori che aspetta di entrare credo...» (Conte non era ancora arrivato, arriverà di lì a pochi minuti).

E ancora: «Come faccio a capire questo governo di destra? Si chiama “centro destra”, solo da noi, in qualsiasi altro Paese lo chiamerebbero di estrema destra''. E poi Sanremo 2023: «Straordinario, il Nido del Cuculo, con quel conduttore lì… come si chiama? Amadeus, che all'Ariston guidava le persone a liberarsi, sono partiti tutti i freni inibitori. Fedez che ha goduto perché finalmente ha sentito un culo mentre sua moglie non ce l'ha, Gino Paolo che va sul palco a parlare di orge, Benigni che dà una linguata al presidente con la Costituzione, l'incompiuta».

Alla fine dello spettacolo, tutto fuori e dietro al leader del M5S Giuseppe Conte non vuole parlare, ''intervistate Grillo'' dice a chi cerca di fargli delle domande; scatta qualche foto con i sostenitori poi raggiunge il comico genovese nel camerino che lo ringrazia: «che bello che sei venuto, grazie». I due restano a chiacchierare a lungo, ridono, il clima è allegro e con loro ci sono amici e intimi. Grillo ne approfitta per fare proselitismo per la sua Chiesa dell'Altrove: «Alla fine della tournée - dice a Conte - avrò 10mila iscritti».

Ciro Grillo.

Giacomo Amadori per “La Verità” - Estratti venerdì 24 novembre 2023.

La giovinezza di Silvia, la ragazza che accusa di stupro Ciro Grillo e tre suoi amici, è costellata di episodi dolorosi. In aula, a Tempio Pausania, pochi giorni fa, la ventitreenne ha raccontato del suo rapporto tormentato con il proprio corpo e con il cibo, ingurgitato e vomitato, o dei digiuni prolungati. 

Dell’uso di droghe come la cocaina, che sarebbe stata assunta, però, solo dopo l’esperienza traumatica con i quattro imputati. Poi, incalzata dalle domande (legittime) delle difese ha dovuto scavare nel suo passato, ripescando avvenimenti che forse avrebbe preferito dimenticare. Dalle brume dei fiordi della Scandinavia è riemerso il drammatico ricordo di un precedente (presunto) stupro, mai denunciato. 

Il fatto sarebbe avvenuto mentre la ragazza si trovava in Norvegia con il padre, nativo di Oslo, per completare le scuole superiori, dopo aver lasciato Milano e il liceo classico alla fine del terzo anno per problemi con una materia a lei particolarmente ostica. 

Noi siamo stati i primi a svelare questa storia e adesso gli avvocati delle difese, approfondendo l’episodio, vogliono probabilmente mettere in discussione l’attendibilità della testimone a causa delle reiterate e, per certi versi, contraddittorie accuse di violenza.

A Oslo la giovane sarebbe stata tradita dal suo migliore amico, il coetaneo di origine nicaraguense David Enrique Bye Obando, figlio di un giornalista ed ex parlamentare norvegese. Il resoconto della vicenda, considerando anche la giovane età della presunta vittima, non può che colpire. 

Il 7 novembre scorso Silvia ha giustificato così la mancata querela: «Io ero comunque più piccola (aveva 17 anni e mezzo come David, ndr), in Norvegia avevo solo mio padre e in piu non l’avevo nemmeno detto a lui; inoltre, un mese dopo è venuta a mancare mia nonna, quindi sono dovuta rientrare in Italia e diciamo che il tutto l’ho abbastanza messo da parte, perché comunque dovevo stare vicino ai miei genitori, c’era altra sofferenza insomma». 

La studentessa ha deciso di non denunciare anche per un altro motivo: «Non sapevo come si agisse, non sapevo nemmeno troppo il termine violenza a cosa si riferisse, perché quella era avvenuta con quello che reputavo il mio migliore amico. Cioè io, ingenuamente, non sapevo nemmeno che quella potesse essere una violenza, siccome era una persona cosi vicina. Adesso lo so, però, al tempo non sapevo nemmeno come definire il tutto».

Lo stupro sarebbe avvenuto tra maggio e giugno del 2018. «Eravamo con la mia classe a fare un camping in Norvegia...» racconta Silvia, «i professori ci avevano accompagnato, poi loro se ne erano andati, noi siamo rimasti li, abbiamo tutti bevuto, tranne questo ragazzo, David, perché lui non si sentiva comodo a bere con persone che non conosceva. Io e David eravamo migliori amici in Norvegia». 

A metterli in quella situazione imbarazzante sarebbe stato il caso. «Io non ero sicura fino all’ultimo di andare al camping perché avevo gli allenamenti di nuoto» continua la ragazza. «Avevano chiesto a tutti di mettersi a coppie per le tende e io ero rimasta fino all’ultimo senza mettermi con qualcuno, quindi ho chiesto a David: “Ti va se segniamo insieme i nostri nomi, poi nel caso, quando siamo li, ci cambiamo, cosi siamo liberi?”. “Okay”. La serata, si beve, si ride, qualsiasi cosa, poi e successo che...». Silvia tentenna: «Devo spiegare tutto? Oppure vado direttamente al punto?».

Le domande non si fermano e la ricostruzione della presunta vittima prosegue: «Beh, io ho provato ad andare dalle mie amiche, ma loro stavano gia dormendo, non sono riuscita a entrare in quella tenda, allora ho detto: “Vabbè, me ne torno a dormire in quella (di David, ndr)”». E mai scelta fu più sbagliata, almeno a volere credere alla ragazza. «È successo che mentre io stavo dormendo, lui mi ha penetrato e quando poi mi sono svegliata, mi sono accorta che ero da un lato, mi facevano tanto male le parti intime, ho provato a girarmi e lui mi ha coperto il volto e poi l’ho visto finire sul sacco a pelo». 

Uno dei difensori degli imputati, Antonella Cuccureddu, chiede delucidazioni e Silvia conferma di essere stata violentata nel sonno: «C’è stato un rapporto mentre io dormivo». Il botta e risposta si fa incalzante. Avvocato: «Dentro il sacco a pelo?». Testimone: «Avevamo due sacchi a pelo, lui aveva aperto da un lato il mio e ha fatto questo mentre io dormivo».

Avvocato: «L’ha svestita?». Testimone: «Mi ha tirato giù i pantaloni». Il legale va avanti: «Lei con chi ne ha parlato di questo fatto? Con molte persone? Poche?». Silvia risponde tutto d’un fiato. I ricordi si accavallano, la turbano. Rammenta di essersi confidata con le sue due migliori amiche: «Io ne ho parlato con May, ma prima con Shaira […] non sapevo cosa fosse successo, ero molto confusa al riguardo, nel senso che io stavo dormendo e il mio migliore amico mi fa questo e, quindi, ero totalmente scossa. 

Una volta tornata a casa, ne ho parlato con Shaira e lei mi ha detto: “Ma vogliamo andare dai medici e dalla Polizia”? Io non sapevo nemmeno perché dovessi andare e ho detto: “Sono viva, sono okay, mi e successa questa cosa brutta, però, non vedo perché...”. Nessuno mi ha mai spiegato: devi andare dalla Polizia, devi andare in ospedale.

Quindi le ho detto di no, mi sono messa la cosa alle spalle… successivamente ne ho parlato anche con May, perché lei era venuta in Italia…». La Cuccureddu le chiede se quell’esperienza le abbia lasciato dei segni e Silvia rivela: «All’inizio avevo un po’ di problemi a dormire, ma poi subito dopo sono tornata in Italia… comunque anche il fatto di lasciare per l’estate la Norvegia… poi appunto e morta mia nonna… quindi non ha influito tantissimo quanto questa vicenda…». 

Il confronto con il presunto stupro al centro del processo è inevitabile:

«Per me sono due cose completamente diverse, siccome in una stavo dormendo, l’altra l’ho proprio vissuta con gli occhi aperti». Il difensore insiste, domandando se avesse sentito il bisogno di parlarne con uno psicologo. 

Risposta: «Allora, io non ho avuto l’esigenza, ma al mio compleanno, sempre nel 2018, l’ho detto a mia madre, mi sono confidata con lei e lei mi aveva consigliato di parlare, di vedere qualcuno. Io ho visto una dottoressa una volta o forse due, pero, non mi piaceva, non vedevo perché dovessi andare e non l’ho più sentita, preferivo parlare con una persona vicina, tipo un’amica. Mi sentivo scomoda .Era anche molto più adulta di me. Era un po’ anziana, quindi non mi sentivo comoda».

Estratto dell’articolo di Mattia Feltri per “la Stampa” mercoledì 15 novembre 2023. 

Una corale disapprovazione ha accolto il monologo di Beppe Grillo, domenica sera da Fabio Fazio, specialmente nella parte in cui se l'è presa con Giulia Bongiorno, avvocato della ragazza per lo stupro della quale il figlio di Grillo è accusato e sotto processo. Non devo sforzarmi più di un po' per unirmi alle moltitudini sdegnate: Grillo è uno persuaso di avere in tasca la soluzione per tutto, e se tutto va a monte non è mai colpa sua. […]

non riuscendo a cambiare i destini dell'umanità, cerca di cambiare quelli del figlio, e coi soliti sistemi: strilli e sputazzi. […] però non saprei quale attenuante invocare per Giulia Bongiorno che […] s'è messa fuori da un tribunale a svelare quanto era successo durante un'udienza a porte chiuse. E se è a porte chiuse è proprio per evitare alla ragazza la giostra mediatica a cui invece la sottopone proprio l'avvocato.

Del resto è così che si amministra la giustizia oggi in Italia. Ed è oltremodo curiosa l'assenza di stupore per Bongiorno, presidente della Commissione giustizia e senatrice della Lega, cioè di un partito di maggioranza, che difende in giudizio l'accusatrice del figlio del garante dei Cinque stelle, cioè di un partito di opposizione. Sarebbe come minimo una questione di opportunità, ma mentre lo scrivo sento il ridicolo travolgermi.

Estratto dell’articolo di Roberto Gressi per il “Corriere della Sera” mercoledì 15 novembre 2023.

La domanda è di quelle insidiose. Può un avvocato, che è anche un tuo avversario politico, essere protagonista in un processo che riguarda tuo figlio? Il processo è quello che si svolge a Tempio Pausania, il politico è il fondatore dei Cinque Stelle, Beppe Grillo, imputato per stupro è Ciro Grillo, l’avvocata è Giulia Bongiorno, senatrice leghista e presidente della commissione Giustizia. «È inopportuno, così si mischia tutto», ha sostenuto in tv Beppe […] 

Giulia Bongiorno, che si è già scontrata con Grillo che l’ha accusa di «fare comizietti davanti al tribunale», non crede minimamente di essere in conflitto di interessi e ha una certezza: «È stata proprio l’esperienza maturata nei processi con donne vittime di violenza a permettermi di dare un contributo decisivo alla scrittura di leggi in favore delle donne. Penso per esempio a quella sullo stalking e al Codice rosso.

Il confronto con le donne mi ha permesso di scoprire delle lacune che ho cercato di colmare attraverso il mio lavoro in Parlamento. Avrei saputo scrivere quelle leggi se non avessi maturato questa esperienza sul campo? Credo di no». 

[…] 

Gian Domenico Caiazza, già presidente delle Camere penali, la vede così: «L’incompatibilità non c’è, ha una funzione parlamentare e non di governo. Poi certo, lei ha un peso, un prestigio. Ma l’opportunità non può essere codificata. La domanda sul conflitto tra due politici che si avversano è suggestiva, ma nel caso di specie l’inopportunità proprio non la vedo, semmai è Grillo che chiede trattamenti speciali per suo figlio, e che certamente li considererebbe inaccettabili per altri. E non vale soltanto per Beppe Grillo, direi la stessa cosa anche per il figlio di Ignazio La Russa». 

[…]

Il Parlamento per altro è ricolmo di avvocati, pare 114 in questa legislatura, si fa notare, e a nessuno si chiede di rinunciare alla professione. «La mia notorietà non dipende dalla carica parlamentare; piuttosto le mie competenze sono al servizio della collettività. Ho iniziato a lavorare a 28 anni nel processo Andreotti — insiste Bongiorno — e ho prestato il mio patrocinio in tanti processi che hanno avuto ampia risonanza ben prima di essere parlamentare». 

Giuseppe Conte si tiene alla larga dalle polemiche sul tema, e già aveva avuto occasione di prendere le distanze dal garante quando si era esibito in un video di difesa del figlio: «Ho un ruolo politico, penso che la politica non debba mischiarsi ai processi in corso».

Considerare la frase del leader dei Cinque Stelle, per estensione, come riferita anche all’opportunità che Giulia Bongiorno si astenesse dal partecipare al processo, sarebbe davvero una forzatura. Né l’accusa di Beppe Grillo ha trovato qualcuno disposto a rilanciarla, nemmeno nella sua parte politica c’è chi evoca un conflitto di interessi. 

Giulia Bongiorno respinge anche la sola ipotesi: «Se si estremizzasse il concetto di conflitto di interessi, si arriverebbe all’assurda e illiberale conseguenza di dover ammettere solo parlamentari di professione, perché chiunque svolga un’attività o una professione è un potenziale portatore di interessi della categoria alla quale appartiene». […]

Bongiorno dopo l'attacco in tv di Grillo sul processo al figlio Ciro: «Ha trasformato il dolore della mia assistita in uno show, è gravissimo». Storia di Redazione Online su Corriere della Sera lunedì 13 novembre 2023.

«Il 19 aprile 2021, il signor Grillo ha tentato di ridicolizzare in un video la ragazza che ha denunciato suo figlio, unitamente ad altri, per violenza sessuale, mettendo in dubbio – tra l'altro – la credibilità della denuncia solo perché sporta dopo 8 giorni dai fatti. Ieri invece, in un monologo-show all'interno di una trasmissione televisiva, ha ritenuto di attaccare me perché, dopo una drammatica udienza, commentata come da prassi anche dai difensori degli imputati, ho riferito che la mia assistita ha dichiarato in aula di essere devastata e di aver tentato il suicidio».

Così la presidente della Commissione Giustizia del Senato, Giulia Bongiorno, ai microfoni del Tg1, dopo che Beppe Grillo ieri sera, durante la trasmissione di Fabio Fazio alla Tv Nove, l'aveva attaccata in quanto legale difensore della giovane donna che accusa di stupro il figlio di Grillo e altri suoi tre amici. «Ho riferito che la mia assistita in Aula ha dichiarato di essere devastata e di aver tentato il suicidio. Un dolore immenso. Ecco, questa sofferenza è stata trasformata da Grillo in una farsa inserendola in uno show. Questo è gravissimo. Gravissimo. Perché la donna è stata massacrata due volte» ha aggiunto Bongiorno.

«È un avvocato, presidente della commissione Giustizia, è una senatrice della Lega che fa comizietti davanti ai tribunali dove c'è una causa a porte chiuse» ha dichiarato ieri sera il comico e garante del Movimento 5 Stelle nel corso di Che tempo che fa.

Nell’ultima udienza del processo al Tribunale di Tempio Pausania Bongiorno aveva detto (e questo è il riferimento di Grillo): «Quella di oggi è stata un’udienza nella quale gli avvocati degli imputati, facendo il loro lavoro, hanno fatto una serie di domande di caccia all’errore. Come spesso capita in questi processi, è come se la persona offesa che ha denunciato qualcosa di grave fosse improvvisamente sul banco degli imputati e, quindi, ci sono una serie di domande su come è vestita, sulle precedenti frequentazioni, sulla scuola cattolica, dirette a tratteggiare una personalità che la mia assistita ha sempre respinto».

Lunedì sera Matteo Salvini, ospite di Rete4 ha attaccato Grillo e le accuse lanciate alla Bongiorno: «L’avvocato Bongiorno difende i diritti e la dignità di una ragazza che denuncia di essere stata stuprata. Grillo si sciacquasse la bocca, per rispetto non della Lega ma di una ragazza che ha denunciato di aver sofferto uno dei crimini più orrendi, paragonabile a un omicidio»

Estratto dell'articolo di Giacomo Amadori per “La Verità” martedì 14 novembre 2023.

Da tempo ha perso il sorriso. È torvo e cupo. Un umore che traspare persino dal colore degli abiti (neri) sfoggiati nella sua ultima intervista televisiva, concessa al conterraneo Fabio Fazio, domenica sera. […] 

Sarà l’età (settantacinque anni suonati), sarà la sensazione di non riuscire a salvare il figlio Ciro dalla tagliola di un processo penale, divenuto mediatico, troppo mediatico. Ma, offuscato dall’amore paterno, nel giro di un anno e mezzo è riuscito a mettere d’accordo tutti […] contro di lui.

In principio, era il 19 aprile 2021, fu il famoso video con cui aveva goffamente tentato di salvare il figlio commentando il filmato del rapporto sessuale su cui si incentra il processo: «Si vede che c’è la consensualità, che c’è un gruppo che ride, ragazzi di 19 anni che si stanno divertendo, che sono in mutande e saltellano col pisello così perché sono quattro coglioni. Non sono quattro stupratori».

Tutti, giustamente, considerarono l’uscita fuori luogo. E a reti unificate ci fu la condanna del comico-padre-politico. Con Fazio, chi gli vuole bene e vuole bene a Ciro gli aveva consigliato prudenza, ma Beppe non si è trattenuto.

Il suo inner circle gli aveva suggerito di toccare l’argomento solo su precisa domanda. Ma Fazio, il non impavido Fazio, si era ben guardato dall’affrontare la questione e allora Grillo si è dato la risposta da solo: «La Bongiorno è un avvocato, presidente della commissione Giustizia, è una senatrice della Lega che fa comizietti davanti ai tribunali, dove c’è una causa a porte chiuse. È inopportuno. Ormai si mischia tutto». 

[…] Persino il Fatto quotidiano ha stigmatizzato l’uscita, «dopo la dolorosissima testimonianza della ragazza» al processo. […] Il coro di biasimo si è alzato unanime.

A Genova, a Nervi, qualcuno ha tentato una timida difesa. Un amico di Beppe, scuotendo la testa, si è lasciato andare, quasi con tenerezza, a una constatazione definitiva: «È pazzo, ingovernabile». 

[…] Grillo è e resta incontrollabile. Ma forse è questa la sua cifra, il marchio di fabbrica che lo rende unico. Certo Ciro rischia di finire sotterrato da tanto padre, nonostante stia cercando di ripartire studiando con profitto alla facoltà di Giurisprudenza.

A inizio mese l’avvocato Bongiorno aveva dettato la linea ai giornali, riportando i passi salienti della drammatica testimonianza, a porte chiuse, della sua assistita. Passaggi privatissimi come il tentato suicidio, i disturbi alimentari, il sesso disordinato post traumatico. Poi aveva accusato i colleghi delle difese di fare domande fuori luogo e di mettere la persona offesa sul banco degli imputati.

Adesso Grillo, con un secondo autogol, ha prestato il fianco a nuove polemiche. Non certo utili al figlio. Per esempio la Bongiorno ha diramato un comunicato, in cui ha prontamente ricordato la gaffe del 2021, quando, a suo dire, Grillo aveva «tentato di ridicolizzare in un video la ragazza» che aveva denunciato suo figlio. 

Poi il dispaccio si è concentrato sulla performance di domenica: «In un monologo-show all’interno di una trasmissione televisiva, ha ritenuto di attaccare me perché, dopo una drammatica udienza (commentata come da prassi anche dai difensori degli imputati), ho riferito che la mia assistita ha dichiarato in aula di essere devastata e di aver tentato il suicidio».

La nota prosegue: «Il signor Grillo quindi ha cercato di trasformare in show persino il dramma che questa ragazza sta vivendo, ridacchiando, gridando e definendo “comizietto” il mio intervento». A questo punto è arrivata l’accusa di sessismo: «Forse ha usato il diminutivo “comizietto” perché non mi ritiene in grado, in quanto donna, di tenere un vero comizio, ma quel che è davvero grave è che con questa tecnica della ridicolizzazione si finisce per massacrare per la seconda volta chi ha denunciato».

Il riferimento è, di nuovo, alla cosiddetta «vittimizzazione secondaria» di una ragazza che la Bongiorno ha già stabilito in via definitiva essere stata stuprata. Anche se i video agli atti sollevino più di un dubbio. 

«Rimane da capire a quale scopo il signor Grillo sia tornato ad attaccare ridacchiando e gridando. Vuole intimidirci? Vuole provare a mettere pressione al Tribunale?» ha concluso la Bongiorno. 

Da una parte un «pazzo», dall’altra un legale che non scorge conflitto d’interessi nel suo presenzialismo mediatico in un procedimento che la vede contrapposta al nipote (l’avvocato Enrico Grillo) e al figlio (Ciro) del garante di un movimento politico con cui, il suo partito, ha governato per un anno, prima che volassero gli stracci.

Lei adesso, come ha sottolineato il comico genovese, presiede, in quota maggioranza, la Commissione giustizia del Senato e fa parte del partito che ha espresso il laico che guida il Consiglio superiore della magistratura. Eppure la Bongiorno paventa possibili condizionamenti del Tribunale. Il piccolo Tribunale di Tempio Pausania. 

Ma, ove mai il Collegio giudicante fosse influenzabile dal mondo esterno, sarebbe più in soggezione nei confronti di un comico quasi pensionato che non si è mai presentato in aula o di fronte a un avvocato che nell’ambito della Giustizia ricopre un ruolo da assoluta protagonista? Grillo dovrebbe stare zitto, ma, forse, la Bongiorno dovrebbe ammettere a sé stessa che quando parla, le toghe non possono vedere solo l’avvocato.

Estratto dell’articolo di Gianfranco Pellegrino per editorialedomani.it lunedì 13 novembre 2023.

Ho vissuto larga parte della mia vita nell’epoca berlusconiana. E per molto tempo la mia mente è stata occupata da riflessioni sul conflitto d’interessi, che ha mutato forma, nella mia testa e nella vita politica del paese. Questa fastidiosa nozione mi è ritornata in mente leggendo le angoscianti dichiarazioni della sua cliente riportate dall’avvocato Giulia Bongiorno, nel processo a carico di Ciro Grillo per un presunto stupro di gruppo.

[…] L’imparzialità serve sempre, nell’amministrazione della giustizia. […]  È la capacità di considerare il peso e la rilevanza di tutti gli interessi in gioco, di mettersi nei panni di tutti. È per questo […] che il padre di una persona accusata di stupro può e deve tacere, senza per questo venire meno ai suoi doveri genitoriali.

[…] Ma la capacità di vedere e tutelare gli interessi di tutti è necessaria soprattutto quando la giustizia serve a proteggere la dignità umana […]. E l’imparzialità è necessaria non solo a chi giudica, ma anche a chi concorre al giudizio rappresentando le parti. Pur se un avvocato rappresenta gli interessi di una parte, la base e la giustificazione della sua presenza nel processo stanno sempre nell’obiettivo di assicurare l’interesse pubblico alla giustizia.

La brillante difesa di un imputato o il successo di un’accusa giova non solo a una delle parti, ma alla società in generale. La senatrice Giulia Bongiorno rappresenta la parte civile al processo che vede imputato Ciro Grillo, il quale, com’è noto, è figlio di chi ancora rappresenta l’ispiratore di uno dei movimenti politici del paese, in questo momento all’opposizione. 

La senatrice Bongiorno appartiene alla maggioranza politica. Il suo impegno a favore delle donne e della parità di genere è noto. Si può capire che per chi l’ha scelta questo sia garanzia. E garanzia, ovviamente, sono le enormi abilità che Bongiorno ha dimostrato […]. E anche la capacità di lavoro della senatrice è commendevole, dato che è anche presidente dalla Commissione Giustizia.

Ma è qui che il conflitto si manifesta. Può una persona con un profilo professionale di questo tipo tenere le propria mente e la propria azione sgombra dall’influsso degli altri interessi che rappresenta nella sua attività politica, e guardare con la sua azione all’interesse non solo del suo cliente ma anche della società in generale? Non credevo durante la lunga era berlusconiana alle soluzioni esclusivamente legislative del conflitto di interessi e non ci credo neanche ora.

[…] Ma la sensibilità civica, invece, avrebbe le armi per farlo. La capacità di discernere quale cliente rappresentare e quale no, per esempio, sarebbe una dote auspicabile nei professionisti che si occupano di questioni delicate e di rilevante funzione pubblica, come gli avvocati. 

La capacità di evitare di trovarsi all’incrocio di interessi opposti e la sensibilità di evitare anche solo la tentazione di una rappresentanza surrettizia di certi interessi sarebbe una dote non solo auspicabile, ma anche necessaria in chi occupa una funzione politica, rappresentando interessi anch’essi di parte, ma all’interno di un sistema che mira nel suo complesso a tutelare il bene pubblico.

Processo a Ciro Grillo, Giulia Bongiorno e il rispetto delle istituzioni. Il fatto che l’accusa sia sostenuta dalla Presidente della Commissione giustizia aiuta a inquinare ancora di più un processo che già è molto complicato. Piero Sansonetti su L'Unità il 9 Novembre 2023

Giulia Bongiorno, parlamentare della Lega, è anche presidente della commissione Giustizia della Camera. Giulia Bongiorno ha accettato di essere l’avvocata di parte civile nel processo contro il figlio di Beppe Grillo, cioè del fondatore del partito che ha fatto saltare tutti gli equilibri politici in Italia.

E che, rompendo l’alleanza con la Lega, spinse la Lega fuori dal governo – dove l’aveva collocata Grillo – collocandola all’opposizione. Non so se il ruolo di presidente della Commissione parlamentare sulla Giustizia sia compatibile con l’esercizio della professione di avvocato.

E soprattutto non so se è compatibile con un processo che deve restare un processo esclusivamente agli imputati, e che non dovrebbe in nessun modo riguardare il padre di uno degli imputati. Sappiamo che non sarà così.

E il fatto che l’accusa sia sostenuta dalla Presidente della Commissione giustizia aiuta a inquinare ancora di più un processo che già è molto complicato. Un po’ di rispetto delle Istituzioni non farebbe male. Piero Sansonetti 9 Novembre 2023

Avvocata e senatrice: il conflitto di interessi di Giulia Bongiorno. GIANFRANCO PELLEGRINO, filosofo, su Il Domani l'08 novembre 2023

La senatrice Giulia Bongiorno rappresenta la parte civile al processo che vede imputato per stupro Ciro Grillo, il quale, com’è noto, è figlio di chi ancora ispira uno dei movimenti politici del paese, in questo momento all’opposizione. La senatrice Bongiorno appartiene alla maggioranza politica. Ma è qui che il conflitto si manifesta. 

Giacomo Amadori per “la Verità” - Estratti giovedì 9 novembre 2023. 

«Per Ciro Grillo si mette male eh?». Così ieri mattina un magistrato ha commentato con chi scrive l’andamento del processo al rampollo del comico-politico, accusato, insieme con tre amici, di violenza sessuale di gruppo nei confronti di due ragazze milanesi. La toga era arrivata a quella conclusione dopo aver letto la rassegna stampa di giornata. 

Un giudizio che dimostra come la mossa dell’avvocato Giulia Bongiorno di portare in aula la presunta vittima, ribattezzata dai media «Silvia», a testimoniare in un’audizione non protetta, non sia stato un autogol come, forse un po’ superficialmente, aveva pensato anche qualche difensore, ritenendo che un controesame senza paletti avrebbe potuto far emergere in modo incontrovertibile le contraddizioni nella versione della ragazza e dato la possibilità di valutare «l’attendibilità e la credibilità della testimone».

Ieri gli avvocati della difesa hanno ribadito di essere disponibili a rinunciare al controesame e di essere pronti a vedere in aula le circa sette ore di video denuncia registrate in una caserma milanese dei carabinieri nell’immediatezza dei fatti. Ma la Bongiorno, portando sui banchi di Tempio Pausania la sua assistita, le ha consentito di ricostruire le ore del presunto stupro in modo diverso rispetto a quanto riferito nel 2019. 

Una versione «depurata» dalle contraddizioni, senza punti oscuri, che ha potuto tenere conto dei materiali trovati sui cellulari degli imputati e su quelli delle parti civili.

Un resoconto, per dirla con uno dei legali, «aggiustato» grazie a un elemento subentrato a indagini in corso, il black out conseguente all’ubriacatura da vodka che la giovane sarebbe stata costretta a ingurgitare durante la serata incriminata.

Ma qualcosa non torna. Nel luglio del 2019, quando la studentessa ha denunciato per la prima volta la violenza di gruppo, la presunta vittima non fece riferimento al buio che avrebbe occupato la sua mente, ma anzi descrisse l’aggressione con dovizia di particolari, il racconto di uno stupro di gruppo con lei immobilizzata dal branco. Poi, quando, nel febbraio del 2020, il procuratore Gregorio Capasso, che aveva visto i video dove la ragazza aveva un ruolo attivo nell’atto sessuale, le aveva chiesto dove tenesse le mani e, allora, la teste aveva fatto riferimento per la prima volta al black out.

Adesso la ventitreenne ha alternato ricordi lucidissimi, per esempio sul numero di scalini saliti, ad amnesie totali. 

Per questo il controesame si annuncia lunghissimo e faticosissimo, con momenti di tensione perché la Bongiorno si sta opponendo a molte delle domande dei colleghi, sostenendo che la ragazza avrebbe già risposto. In realtà i quesiti tengono conto delle discrepanze tra quanto detto il 26 luglio 2019 e il 7 novembre 2023 e si basano sulla trascrizione della video denuncia di quattro anni fa. 

Un esempio su tutti? Due giorni fa la giovane ha affermato di aver appreso che uno dei suoi presunti stupratori era il figlio di Beppe Grillo solo in caserma, mentre in una chat del 24 luglio 2019, quindi prima della sua querela, con l’amica norvegese Shaira C., sino a oggi inedita, scriveva altro.

L’interlocutrice spiegava di non aver potuto sentire i messaggi audio di Silvia e allora questa spiegava: «Comunque, si trattava del fatto che forse avrei denunciato l’accaduto alla polizia. È semplicemente fastidioso perché queste persone conoscono il mio amico e non voglio metterlo in una brutta situazione.

Inoltre questi ragazzi appartengono a famiglie ricche e potenti, alcuni erano figli di politici e merda... ma questo non mi interessa davvero perché non giustifica le loro azioni... voglio dire, sono ancora una persona e cazzo merito rispetto. E visto che la cosa è già successa in modo simile in passato (con il suo “migliore amico”, ndr)… non so se questa volta voglio lasciar perdere. Perché mi ha fatto davvero male e, se posso dire, mi ha anche ucciso psicologicamente... in quel momento e soprattutto dopo. Quindi volevo chiederti cosa pensi che dovrei fare. Non so nemmeno come lavora la polizia qui Perché so che in Norvegia prendono le cose molto sul serio, soprattutto per questi casi...».

A proposito della presunta violenza subita dal «migliore amico» (una storia svelata in anteprima dalla Verità nei mesi scorsi), ieri la ragazza ha raccontato che David, durante un campeggio fuori Oslo, avrebbe approfittato di lei aprendo il suo sacco a pelo e togliendole i pantaloni mentre era addormentata e che si sarebbe accorta dell’abuso sessuale solo alla fine dell’amplesso. Ma ha pure puntualizzato che all’epoca aveva scelto di non denunciare. L’amico ha sempre negato la versione di Silvia. (…)

Eppure la complessità dei rapporti con l’altro sesso della presunta vittima era già emersa prima della serata in Sardegna, tanto che in un file audio risalente al 28 luglio 2019 ascoltato ieri la stessa lamentava: «La sfiga madornale è il fatto che magari mi faccio gente in diverse serate, poi me li ritrovo lì, tutti insieme allo stesso tavolo e son tipo “Ah guarda il gruppetto che mi sono fatta a luglio” magari, o a giugno o a marzo, sempre così, ma che cazzo di sfiga». Ma in aula la giovane, ieri, avrebbe esclamato: «Mica mi sono fatta tutta Milano». O qualcosa del genere. E anche sui disturbi alimentari, l’amica A.M. aveva raccontato di non aver salvato delle foto di Silvia «per non metterla in imbarazzo perché stava perdendo molto peso in maniera preoccupante e non era seguita da alcun specialista».

La stessa testimone aveva pure sostenuto che la presunta vittima «è una ragazza “un po’ troppo influenzabile” e che, mentre le conoscenze femminili la rispettano, i ragazzi pensano che sia “una ragazza più facile di altre”». 

(…) In effetti la ragazza, quattro anni fa, mentre si sfogava con l’amica Mia, esprimeva questo concetto. Nello stesso tempo si lamentava di essere usata e buttata «via come spazzatura» anche da quelli che considerava «amici», e pensava di rivolgersi a uno psicoterapeuta: «Magari, chi lo sa, mi aiuterà a tornare nella strada giusta […]. Hai ragione, sto accumulando così tanti episodi e altro che non riesco più a gestirli e diventa sempre più difficile capire perché cose così accadano e come evitarle […]».

Di certo la consulente della Procura, la psicologa Cinzia Piredda, dopo aver esaminato la studentessa, ha sottolineato «la difficoltà da parte di S. a esprimere la propria volontà e rispondere con un diniego alle richieste poste dagli altri». Con questa mole di prove a disposizione, che metteva in discussione la credibilità di Silvia, a partire dai video che nei prossimi giorni verranno mostrati in aula («Ovviamente sconvolgenti» li ha definiti la Bongiorno), la parte civile ha deciso di accettare il rischio, evidentemente calcolato, di un drammatico confronto tra la presunta vittima e i legali dei giovani che accusa di stupro. Ma forse questa, seppur non priva di controindicazioni, era la mossa più intelligente per superare le incoerenze del racconto di Silvia e ottenere una sentenza di condanna. Che il tribunale mediatico ha già emesso.

Grillo jr, la difesa processa la vittima. Pressing e domande scabrose, la ragazza crolla in udienza. Ma conferma tutte le accuse. Luca Fazzo il 9 Novembre 2023 su Il Giornale.

Bisogna credere molto nei diritti della difesa per accettare quanto avviene ieri nell'aula del tribunale di Tempio Pausania dove vengono processati i quattro giovanotti genovesi - tra cui Ciro Grillo, figlio di Beppe - accusati di stupro di gruppo. Si sapeva che il controinterrogatorio di Silvia, la coetanea italo-norvegese che accusa i quattro di averla violentata a turno, sarebbe stato impegnativo, faticoso, duro. Ma quanto accade ieri fa dire a Giulia Bongiorno, difensore della ragazza, che «in Italia capita spesso che la persona che ha denunciato improvvisamente sia sul banco degli imputati».

E sul banco degli imputati Silvia ieri ci si è sentita davvero, sottoposta a raffiche di domande di cui è difficile capire la rilevanza. Perché ha lasciato la scuola cattolica? Con quanti ragazzi è andata a letto? Al Billionaire ha baciato Ciro Grillo? «È per verificare la sua credibilità», spiegano i difensori degli imputati. Ma la sensazione è che invece si voglia trarne un profilo psicologico di Silvia, l'immagine di una ragazza sessualmente disinvolta, come se questo aiutasse a capire cosa accadde davvero la notte del 16 luglio 2019, nella villa di Beppe Grillo in Costa Smeralda.

Lei, Silvia, un po' regge e un po' crolla. Come già il giorno prima ha momenti di difficoltà, scoppi di pianto che costringono il giudice a sospendere l'udienza. Ma riesce ad arrivare in fondo. Ed è pronta a tornare in aula il 14 e 15 dicembre, quando le domande dei difensori arriveranno alle fasi finali di quanto accadde a casa Grillo, a ridosso dell'alba.

Sarà anche più dura di ieri, ma è una sua scelta, lo ha voluto lei. I legali dei ragazzi ieri spiegano ai giornalisti che se fosse stato per loro l'interrogatorio di Silvia si sarebbe potuto evitare, bastava che i suoi difensori dessero l'okay ad acquisire i verbali riempiti durante le indagini preliminari. Vero. Ma c'è una spiegazione. «Sin dall'inizio - spiega Giulia Bongiorno - loro volevano evitare che lei venisse in aula. Ma lei ha fatto una denuncia per fatti gravissimi ed è evidente che li vuole ribadire davanti al tribunale. Loro volevano evitare questo, invece lei li ha ribaditi per due giorni di fila». È stato, dice la Bongiorno, un passaggio doloroso ma necessario per mettere il proprio racconto all'esame diretto del tribunale chiamato a giudicare, per dare ai giudici il polso concreto della sua attendibilità. È un racconto che è entrato nei dettagli cruciali dello stato di lucidità o di incoscienza in cui la ragazza si trovava al momento dei rapporti sessuali: «Lei - racconta ancora Giulia Bongiorno - ha detto che quella sera ha bevuto tantissimo, che non ha mangiato nulla, e che alla fine dopo avere bevuto è stata costretta a bere mezza bottiglia di vodka mischiata a qualcos'altro senza aver mangiato, mentre la temevano con forza. E che a quel punto non ha capito più nulla. Durante le violenze ha visto nero».

Di quei momenti esiste un video, sequestrato sul telefono di uno dei giovani. I difensori degli imputati chiedono che sia proiettato in aula la prossima volta, Silvia non lo ha mai visto e non ha la forza di guardarlo. Il video dura pochi secondi, è esplicito su quanto sta accadendo, ma - secondo chi l'ha visto - non fa capire nulla sul tema decisivo: Silvia era brilla ma lucida, o era un corpo senza volontà?

Giuseppe Filetto per la Repubblica - Estratti mercoledì 8 novembre 2023.

C’è un prima e un dopo in quello che racconta Silvia in aula, al processo a Tempio Pausania contro Ciro Grillo ed i suoi tre amici genovesi, tutti accusati di stupro di gruppo e di violenza sessuale. Il prima, precedente il 17 luglio 2019: «Ho avuto un solo fidanzato, Nik, ma dopo non ho più dato importanza al sesso». Tant’è che la ragazza in aula ha fatto ascoltare un messaggio audio inviato alla sua amica Mei qualche giorno dopo l’accaduto: «Facevo una netta differenza tra il bacio (forse si riferiva a quello dato a Ciro in discoteca, ndr) e il sesso. Per me era sacro, ora non lo è più».

Il dopo: «Oggi faccio atti di autolesionismo, mi graffio e mi procuro tagli, ho disturbi alimentari. Mangiavo e vomitavo, pesavo 53 chili (è alta un metro e ottanta, ndr). Ho tentato più volte il suicidio, di notte andavo sui binari contro i treni in corsa...». È uno dei drammatici passaggi in cui Silvia (nome di fantasia) racconta la notte di alcol e sesso del 17 luglio 2019 nella villetta di Cala di Volpe in uso alla famiglia di Beppe Grillo. Descrive nei dettagli il primo stupro subito da parte di Francesco Corsiglia. Più tardi — secondo la ragazza, all’epoca appena maggiorenne — Ciro Grillo, figlio del fondatore dei 5S, Vittorio Lauria ed Edoardo Capitta, tutti ventenni, l’hanno costretta a bere mezza bottiglia di vodka che «aveva un sapore e un colore strano»:

«Troppe contraddizioni nelle sue deposizioni – ripete Gennaro Velle, uno degli avvocati che difendono i quattro imputati –: troppe cose non convergono con quanto dichiarato da lei stessa durante gli interrogatori precedenti ed anche con le dichiarazioni rese nel processo dalla sua amica». L’amica è Roberta, studentessa milanese che si trovava in Sardegna in vacanza con Silvia. 

Tra le incongruenze, quella del bacio dato a Ciro Grillo in discoteca, prima dello stupro. Secondo le difese lei in aula avrebbe dichiarato di non ricordarselo, mentre la sua amica (vittima pure lei di violenza sessuale e testimone) il 22 settembre scorso ha confermato che quel bacio c’è stato. Così come lo ha ribadito Alex Cerato, l’altro amico presente al Billionaire di Porto Cervo. «Questo processo si basa sulla credibilità della ragazza», sottolinea Velle. Cioè della principale vittima. E le controrepliche di oggi (secondo giorno di deposizione di Silvia) da parte delle difese puntano ad evidenziare tutto ciò. Perciò mostrano in aula una chat tra lei e una sua amica. Che porta la data del 28 luglio di quell’anno. Undici giorni dopo lo stupro. Secondo le difese nel messaggio vocale ci sarebbe da una parte la prova che Silvia ha mentito, dall’altra che sarebbe una ragazza con precedenti relazioni.

Per Giulia Bongiorno, che la difende insieme a Dario Romano, «C’è un tentativo di screditarla, di trasformarla da vittima a imputata: è molto comune in Italia, capita spesso. Si vedrà durante l’udienza appena iniziata quale piega prenderà questo processo. Certo che comunque «E’ una ragazza devastata», afferma la senatrice della Lega.

(…)

Processo Ciro Grillo, la ragazza in aula: «Dopo lo stupro volevo farmi mettere sotto da un treno». Giusi Fasano su Il Corriere della Sera l'8 novembre 2023.

La ragazza tra le lacrime: «Costretta a bere, ero paralizzata: non potevo nemmeno urlare»

Ciro Grillo, 22 anni, figlio del comico Beppe, attualmente a processo per violenza sessuale di gruppo assieme a tre coetanei di Genova

Pare di vederla, Silvia. Sola, di corsa lungo i binari per cercare il coraggio di buttarsi sotto il treno. Oppure mentre manda giù qualche droga che la faccia vomitare, mentre si procura dei tagli perché il male emotivo trovi la via per andarsene attraverso quello fisico. Ieri la Silvia di tutto questo era in aula per la prima volta a rispondere alle domande del procuratore capo Gregorio Capasso. È stato il racconto di un dramma, di mesi neri e di dettagli finora sconosciuti.

«Dopo lo stupro mi volevo suicidare, correvo sui binari per farmi mettere sotto da un treno, mi procuravo dei tagli, volevo farmi del male», ha raccontato. E poi i problemi alimentari: «Mangiavo e dopo prendevo qualcosa per vomitare, per non ingrassare». «Qualcosa» vuol dire sostanze stupefacenti. Molte. Adesso quella fase è in parte superata ma questa ragazza che sembra un fuscello — alta un metro e ottanta e nemmeno 55 chili — va ancora avanti a psicofarmaci per non cedere ai demoni della sua angoscia. «Prendo alte dosi di antidepressivi», confessa in aula. «Una vita devastata», per dirla con l’avvocata Giulia Bongiorno che la difende e che a fine udienza se n’è andata con gli occhi lucidi: «Per un legale queste giornate sono forse le più difficili, le più complicate, le più dolorose».

Ieri è stato il giorno più emotivo dall’inizio del processo per violenza sessuale di gruppo contro Ciro Grillo e i suoi tre amici genovesi : Edoardo Capitta, Vittorio Lauria e Francesco Corsiglia. La ragazza che li accusa, e che abbiamo sempre chiamato Silvia anche se il suo nome è un altro, ha ripercorso un pezzetto dopo l’altro la versione dei fatti che mise a verbale nel pomeriggio del 26 luglio 2019. Quel giorno andò dai carabinieri del Comando Milano Porta Garibaldi e raccontò che nove giorni prima, il 17 di luglio, l’avevano stuprata in quattro , ripetutamente, nella casa dove quei ragazzi erano in vacanza , in Costa Smeralda.

Lei e la sua amica Roberta avevano conosciuto i quattro la sera prima in discoteca, al Billionaire di Briatore, e poi avevano accettato il loro invito a casa. Roberta dormiva sul divano e non si è accorta di nulla mentre i ragazzi scattavano fotografie a sfondo sessuale accanto a lei. Silvia invece ha sempre sostenuto di essere stata violentata prima da uno dei ragazzi, poi costretta a bere e infine stuprata da tutti, ripetutamente. «Fui costretta a bere della vodka da una bottiglia» ha ripetuto anche ieri ai giudici. «Aveva un sapore e un colore strano. Vittorio mi afferrò la testa con la forza e mentre con una mano mi teneva il collo con l’altra mi forzava a bere. Da lì in poi il black-out». Quello è, nel racconto di Silvia, la linea di confine fra ricordi nitidi e flash disordinati. «Ero come paralizzata, non sentivo più il mio corpo, non sentivo le braccia, non riuscivo a muovermi né a urlare...».

In aula è stato ascoltato un audio in inglese che lei mandò a una sua amica norvegese il giorno dopo i fatti. Diceva che sì, la sera al Billionaire aveva baciato Ciro Grillo ma «guarda che io faccio una netta differenza fra bacio e sesso. Per me il sesso è sacro. Lo faccio solo con chi amo». Una difesa preventiva, chiamiamola così, davanti alla tesi degli imputati che dicono «lei era consenziente». Della sua vita sentimentale Silvia dice che «ho avuto solo una storia bella nella mia vita, con Nick», che «dopo la violenza è cambiato tutto anche nei sentimenti, nelle relazioni con gli uomini, nella vita di tutti i giorni...».

Se già ieri per lei non è stata una passeggiata, oggi l’aspetta una giornata forse ancora più dura. Stavolta a fare le domande saranno gli avvocati degli imputati. Che promettono delicatezza e rispetto ma che non potranno fare a meno di mettere in evidenza eventuali lacune o contraddizioni che ritengono di aver rilevato nella sua ricostruzione. Antonella Cuccureddu e il suo collega Gennaro Velle, difensori di Francesco Corsiglia, parlano per esempio di contraddizioni «insanabili» fra quello che aveva raccontato in aula Roberta un mese fa e quel che invece ha detto ieri Silvia. L’avvocata Cuccureddu aggiunge che sono «contraddizioni molto marcate ed evidenti» e che «riguardano diversi aspetti, dalla scelta di seguire i ragazzi a casa fino a quando se ne sono andate». E a proposito di «contraddizioni marcate» ce n’è una evidente fra le stesse avvocate. Giulia Bongiorno: «Giornata drammatica, la ragazza parlava singhiozzando». Antonella Cuccureddu: «Non è stato drammatico. Era lucida e tranquilla, c’è stato solo qualche momento di cedimento». Purtroppo l’udienza è a porte chiuse.

Processo Ciro Grillo “costretta a bere, ero paralizzata e non avevo la forza per reagire”. Il black out della vittima dopo la vodka. Redazione su Il Riformista il 7 Novembre 2023

“Non avevo la forza di reagire. Mi hanno costretta a bere una bottiglia di vodka, da lì in poi il black out”. La ragazza italo-norvegese sta proseguendo il suo racconto nel processo a porte chiuse per violenza sessuale di gruppo che vedi imputati Ciro Grillo, Edoardo Capitta, Vittorio Lauria e Francesco Corsiglia. La principale accusatrice ha ripercorso, rispondendo prima al pm e poi alla sua avvocata Giulia Bongiorno, la serata del 16 luglio 2019 e la notte del 17 trascorsa nella villa della famiglia Grillo a Porto Cervo: è qui che sarebbe stata costretta a bere una bottiglia di vodka che le avrebbe causato una sorta di black out.

Un crollo emotivo della ragazza italo-norgevese, all’epoca dei fatti 19enne, ha convinto i giudici ad interrompere la sua deposizione. La studentessa ha cominciato a raccontare la serata del 16 luglio 2019 trascorsa al Billionaire, avrebbe detto che tutti avevano bevuto molto, poi però si è bloccata quando la ricostruzione ha toccato la notte tra il il 16 e 17 agosto trascorsa nella villetta di Porto Cervo della famiglia Grillo, dove si sarebbe consumata la violenza. La ragazza non è riuscita a trattenere la lacrime, e l’udienza ha subito uno stop.

Quindi è stato chiesto di far proseguire la deposizione proteggendo la teste con un paravento, ma l’istanza è stata respinta. La giovane sta così nuovamente rispondendo alle domande del pm Gregorio Capasso. Nel frattempo sono state fissate altre due udienze: dopo quelle già previste per il 13 e 14 dicembre, quando proseguirà l’esame della ragazza italo-norvegese, si andrà al 31 gennaio e all’1 febbraio 2024.

La sparata di Beppe Grillo in difesa del figlio

Beppe Grillo, aveva pubblicato un video su Facebook difendendo il figlio Ciro dall’accusa di stupro ai danni di una ragazza italo-svedese 19enne nella villa di famiglia in Sardegna, nell’estate 2019, sta terremotando il ‘partito’. Accanto alla difesa e alla solidarietà di Alessandro Di Battista e Paola Taverna, molti altri deputati e senatori in privato hanno provato imbarazzo per il video del co-fondatore, con le urla disperate in difesa dell’innocenza del figlio Ciro, addossando le responsabilità dell’intera vicenda alla presunta vittima dello stupro, parlando di “ragazzi che si divertono e ridono in mutande e saltellano con il pisello” e di una denuncia che, se presentata 8 giorni dopo il fatto, prova l’innocenza dei figlio e dei tre amici.

Tommaso Fregatti per “la Stampa” - Estratti martedì 24 ottobre 2023.

«Per quei ragazzi non ero una persona, ma solo un oggetto. Si sono comportati come se non avessi un nome. Ero semplicemente un divertimento per loro, qualcosa che dimostrava il loro potere maschile su di me». Dopo dieci ore di interrogatorio davanti ai giudici di Tempio Pausania in Sardegna con gli avvocati degli imputati che la incalzano alla fine, Roberta crolla. Lei è una delle due vittime degli abusi sessuali per cui sono sotto processo Ciro Grillo, figlio di Beppe, leader del Movimento Cinque Stelle, e i suoi tre amici (Vittorio Lauria, Francesco Corsiglia ed Edoardo Capitta). 

I quattro sono accusati di una violenza sessuale di gruppo ai danni di una studentessa italo-norvegese di 21 anni, Silvia, e di abusi su Roberta a cui gli studenti hanno scattato foto hard mentre dormiva sul divano del salotto. 

(,...)«Quando ho saputo che mi sono state scattate foto hard mentre dormivo - spiega - mi sono sentita come se al mondo non ci fosse sicurezza, come se fosse una cosa che potrebbe succedere tante altre volte».

E ancora, prosegue Roberta: «Chi commette questi atti sente di avere il potere sulla vittima. Per loro non ero una persona in quel momento, ero un oggetto. Non era rilevante che avessi un nome, ero semplicemente il loro divertimento e questo atto dimostra che loro sentissero di avere il potere». 

Roberta prosegue: «Il potere che è dato dal loro essere maschi, ragazzi di vent'anni, magari anche con i soldi». Inevitabile che una vicenda del genere abbia avuto ripercussioni nella vita della giovane milanese: «È qualcosa a cui penso spesso. Cioè penso che vorrei uscire con un ragazzo, mi interessa qualcuno, ma ho sempre quel pensiero in testa: come fai a sapere che non è uno che farebbe una cosa così?

Questo non mi esce dalla testa mi rimane sempre perché non puoi sapere chi potrebbe fare una cosa del genere». In aula, Roberta racconta ai giudici anche come ha saputo delle immagini hard che i quattro le avevano scattato passando da testimone oculare (aveva trascorso la serata con l'amica Silvia che ha denunciato la violenza di Ciro e dei suoi amici) a vittima anche lei degli abusi: 

«All'inizio nonostante avessi saputo delle fotografie che mi avevano scattato - sottolinea Roberta - nella mia testa ho fatto finta che non esistessero. Poi andando avanti la vicenda giudiziaria mi, sono dovuta fare forza e ho dovuto ammettere che era tutto vero. Sono stati momenti difficili».

Processo a Ciro Grillo, oggi e domani parla la testimone chiave: «Quando mi sono svegliata ero sola, sul divano in sala». Giusi Fasano su Il Corriere della Sera venerdì 22 settembre 2023.

La parola passa in aula all’amica della ragazza che denunciato lo stupro

Sono le 10 del mattino, 27 agosto 2019. Una ragazza che abbiamo sempre chiamato Roberta, anche se non è il suo vero nome, sta rispondendo alle domande dei carabinieri della Compagnia Duomo di Milano. Si parla di una presunta violenza sessuale avvenuta in Sardegna all’alba del 17 agosto 2019.

«Quando mi sono svegliata ero sola, sul divano in sala», racconta Roberta . «Saranno state le 12,30- 13. Mi sono alzata e sono andata a cercare Silvia (lei dice il nome reale dell’amica che noi chiamiamo Silvia, ndr). L’ho trovata nella prima stanza a destra, nel letto, nuda, ed era sola. L’ho svegliata, l’ho vista molto confusa e sconvolta, aveva tutto il trucco colato, si guardava attorno, credo che non riuscisse a capire dove si trovasse. Mi è capitato di vederla ubriaca in altre occasioni, ma mai in quello stato, quindi in quel caso non mi è sembrato che fosse per gli effetti dell’alcol. Le chiedevo che cosa fosse successo, soprattutto avendola vista nuda nel letto, lei inizialmente non mi rispondeva. Poi glielo chiedevo di nuovo e alla fine mi rispondeva: mi hanno violentata. Chi?, ho chiesto. E lei: tutti. Le chiedevo cosa voleva che facessi. E lei: andiamo via di qui».

È una testimonianza, quella di Roberta. Non un interrogatorio. Lei è una testimone di fatti successi fra la sera del 16 luglio 2019 e la mattina del 17. E non immagina minimamente che il processo contro le persone accusate di aver violentato la sua amica Silvia sarà anche il suo processo. Perché Roberta scoprirà soltanto un anno dopo - il 28 luglio del 2020 - che, mentre lei dormiva sul divano, i ragazzi accusati di aver violentato Silvia hanno scattato fotografie e hanno girato un video a sfondo sessuale accanto a lei.

Oggi e domani Roberta sarà sentita in udienza a Tempio Pausania , dove si sta celebrando il processo per violenza sessuale di gruppo contro i quattro ragazzi genovesi che quel luglio 2019 erano in vacanza in Costa Smeralda. Sono Ciro Grillo (figlio di Beppe, garante e fondatore del Movimento cinque stelle) e i suoi amici Edoardo Capitta, Vittorio Lauria e Francesco Corsiglia, all’epoca tutti diciannovenni. Roberta dovrà ricostruire in aula la serata del 16, quando lei e Silvia conobbero Ciro e gli altri. Dovrà rievocare quel che accadde al Billionaire di Briatore, dove la compagnia passò parte della serata, poi l’nvito a casa dei quattro, lei che si addormenta sul divano e, il mattino dopo, il racconto di Silvia che accusa tutti aver abusato di lei dopo averla fatta bere.

«Mi sono addormentata da sola sul divano in sala» aveva detto prima ai carabinieri e un anno dopo al procuratore di Tempio Pausania, Gregorio Capasso. «Ricordo di essermi svegliata tre volte. In una occasione ho sentito Ciro che urlava con qualcuno, era molto irritato perché avrebbe voluto un rapporto con Silvia e invece stava succedendo a Corsiglia. L’altra persona cercava di calmarlo: tanto è brutta, ne trovi un’altra domani. Una seconda volta, mentre dormivo, si è avvicinato Ciro e mi ha chiesto se ero sicura di voler dormire sul divano o se volessi andare con lui. Ho risposto che stavo benissimo e che volevo solo dormire, e si è allontanato senza insistere». E infine la terza volta: «Non ricordo se ero già sveglia o se mi ha svegliato Silvia. Ero sdraiata sul divano, lei era accanto a me, in accappatoio e stava piangendo. Le ho chiesto cos’era successo ma lei piangeva singhiozzando e non mi ha risposto. Continuava a piangere ma mi ha detto: non preoccuparti, va tutto bene, sto bene. Le ho chiesto più volte cosa fosse successo ma lei diceva che andava tutto bene. Poi si è allontanata, e credo di essermi riaddormentata subito. Saranno state le 8.30. Non ricordo di essermi più svegliata fino alla tarda mattinata, intorno alle 12.30-13».

In questi quattro anni le strade di Silvia e Roberta si sono divise. Dell’amicizia profonda di quell’estate restano ricordi. E immaginiamo che fra oggi e domani, dentro e fuori dall’aula del tribunale di Tempio, Roberta riaprirà la scatola di quei ricordi e ripenserà alla sua amica Silvia al di là delle parole e delle immagini del 16 e 17 luglio.

Processo Ciro Grillo, l’amica della vittima in aula: «Mi disse: mi hanno violentata tutti, ora mi sento solo un corpo». Giusi Fasano su Il Corriere della Sera sabato 23 settembre 2023.

A Tempio Pausania il secondo giorno di audizioni. La ragazza ha tenuto il punto: «Silvia era nella prima stanza, completamente nuda. L’ho vista confusa e sconvolta. Quella notte non eravamo nè sobrie, nè ubriache, ma eravamo lucide» 

Due giorni di domande. Roberta (nome di fantasia) ha tenuto il punto su tutto. Ha risposto con lucidità e ha ricordato i dettagli che aveva già descritto nel suo primo verbale davanti ai carabinieri. «Quando mi sono svegliata saranno state le 12:30/13:00, mi sono alzata e sono andata a cercare Silvia. Lei era nella prima stanza a destra, nel letto, completamente nuda. L’ho visto molto confusa e sconvolta e non mi è sembrato che fosse per via dell’alcol perché l’ho vista ubriaca in qualche occasione, ma mai in quello stato. Le ho chiesto più volte cosa fosse successo e lei alla fine mi ha detto “mi hanno violentata”. Chi, le ho chiesto io. E lei: “Tutti”».

Parole già messe a verbale, appunto, ma ripetute come risposte alle domande degli avvocati di Silvia, Giulia Bongiorno e Dario Romano. La questione che a loro più interessava era proprio questa: lo stato emotivo di Silvia quella mattina e la conferma del racconto che fece all’amica.

Tutto questo nel Tribunale di Tempio Pausania, dove è in corso il processo contro Ciro Grilllo (figlio di Beppe Grillo) e gli amici Edoardo Capitta, Vittorio Lauria e Francesco Corsiglia. Sono accusati tutti di violenza sessuale di gruppo e le due presunte vittime sono Silvia e Roberta.

Roberta però quella notte dormiva sul divano. Tre dei ragazzi hanno scattato fotografie a sfondo sessuale accanto a lei e quindi, nel suo caso, fu quella la violenza. Silvia invece denuncia uno stupro di gruppo. I fatti sono del 16-17 luglio 2019 e il processo ha chiamato in causa ieri e oggi Roberta. Gli avvocati dei ragazzi hanno insistito con lei sullo stato di sobrietà della compagnia la sera del 16 e la notte tra il 16 e il 17. «La mia assistita ha detto che avevano bevuto qualcosa, ma non erano nè sobrie nè ubriache», ha spiegato l’avvocato di Roberta, Vinicio Nardo. Antonella Cuccureddu, avvocata di Corsiglia assieme a Gennaro Velle, sostiene che Roberta «ha detto che avevano bevuto, ma che erano entrambe lucide e ha aggiunto che nessuno ha tenuto comportamenti che facessero sospettare la non lucidità». In questi due giorni di esame in aula Roberta si è soffermata sullo stato d’animo dell’amica Silvia: «Dopo i fatti era solo un corpo e non le interessava più niente di sé stessa». «Aveva mostrato interesse per qualcuno dei ragazzi?», le è stato chiesto. «Aveva detto che non era interessata a nessuno di loro, non le piaceva nessuno», ha risposto Roberta.

Il processo si tiene a porte chiuse. Fuori dall’aula alcuni dei legali dei ragazzi raccontano anche del tentativo di far entrare in questo processo un secondo procedimento aperto a Genova proprio contro Corsiglia: un caso recente e lieve, ancora tutto da definire. È stata chiesta l’acquisizione degli articoli di stampa relativi a quel caso, ma il Tribunale l’ha respinta.

 Estratto dell’articolo di Giuseppe Filetto per genova.repubblica.it venerdì 22 settembre 2023.

Di quella notte a Cala di Volpe, nella villetta in uso alla famiglia di Beppe Grillo, ricorda soprattutto di essere stata svegliata tre volte, mentre dormiva sul divano e dopo aver rifiutato “di andare in camera con uno di loro” e respinto le varie avance. Roberta, l’amica di Silvia (entrambi i nomi sono di fantasia), è la seconda vittima di violenza sessuale subita da Ciro (figlio del fondatore dei Cinque Stelle) e dai suoi tre amici genovesi, Francesco Corsiglia, Edoardo Capitta e Vittorio Lauria, all’epoca tutti ventenni.

Appunto in quella notte tra il 16 e il 17 luglio del 2019. Roberta è la persona offesa che oggi sarà sentita in aula a Tempio Pausania. Qui, nel cuore della Gallura, da più di un anno sono a processo i quattro giovani, imputati di stupro di gruppo verso Silvia, studentessa italo-norvegese, e di violenza sessuale su Roberta. 

A quest’ultima – difesa dagli avvocati Vinicio Nardo e Fiammetta Di Stefano del Foro di Milano – coi loro telefonini hanno scattato foto oscene, a sua insaputa, mentre dormiva.    

In aula, oggi, potrebbero sorgere delle contestazioni da parte dei difensori degli imputati: derivanti dall’assegnazione del giudice Marcella Pinna all’Ufficio Gip e di una sua eventuale sostituzione. D’altra parte, è la seconda volta che succede: si è già avuta la surroga di un altro componente del collegio giudicante, di Nicola Bonante trasferito al tribunale di Bari e sostituito da Alessandro Cossu. Gli avvocati (Andrea Vernazza, Gennaro Velle, Alessandro Vaccaro, Enrico Grillo ed Ernesto Monteverde del Foro di Genova; Mariano Mameli ed Antonella Cuccureddu del Foro di Sassari) vogliono (ri)chiedere al presidente Marco Contu la rilettura in udienza di tutti gli atti finora trattati e le deposizioni delle decine di testimoni già interrogati. 

Al netto di colpi di scena, la studentessa milanese in quei giorni appena maggiorenne come la sua amica, dovrebbe riavvolgere il nastro della sua memoria e cristallizzare cosa ha già detto ai carabinieri della Compagnia Milano Duomo il 27 luglio del 2019, dieci giorni dopo la notte di sesso ed alcol in Costa Smeralda; poi ripetuto al procuratore capo di Tempio Pausania, Gregorio Capasso, ed alla sostituta Laura Bassani il 28 luglio del 2020.  Di quella notte iniziata al Billionaire di Flavio Briatore a Porto Cervo, l’amica di Silvia, oltre che parte offesa, è anche unica testimone presente nell’appartamento. E nei verbali racconta: «Mentre cucinavo la pasta, Corsi (Francesco Corsiglia, ndr) si avvicinava a mi diceva “dai che ti aiuto” e capivo che era un approccio per restare da solo con me». Dopo arriva l’invito di Edoardo Capitta. «Ma ho rifiutato di dormire in camera con lui per evitare situazioni ambigue», precisa Roberta.

Alle sei del mattino la studentessa non vede più la sua amica, che nel frattempo si è appartata in camera con Corsiglia, e si addormenta sul divano. Poi per tre volte viene svegliata. La prima, sente Ciro Grillo urlare: «Io me la sono portata a casa perchè me la volevo s…, invece se la sta s… lui». E l’altro (non si sa se sia Capitta o Lauria) gli dice: «Tanto era brutta, ne troviamo un’altra domani». 

Il sonno di Roberta è interrotto altre due volte. «Nel primo caso Ciro mi ha chiesto se volessi andare con lui, gli rispondevo che stavo benissimo lì e lui si allontanava senza insistere». La seconda volta svegliata da Silvia, in accappatoio, che piangeva: «Le ho detto cosa è successo, lei mi ha risposto “tutto bene, non è successo niente”, saranno state le 8 e mezza». Poco prima si sarebbe consumata la violenza sessuale da parte di Corsiglia. 

Prima di mezzogiorno, Capitta, Grillo Junior e Lauria compiono gli abusi su Roberta. Lei lo scoprirà un mese più tardi, ad indagine esplosa dopo la denuncia presentata ai carabinieri di Milano da Silvia e da sua mamma. La donna (italiana, mentre il papà è norvegese) prima l’ha fatta visitare dai ginecologi della Clinica Mangiagalli.

Roberta non sa delle foto oscene e nella villetta di Cala di Volpe, tra le 12.30 e le 13, si sveglia e cerca l’amica. «L’ho trovata completamente nuda sotto il lenzuolo, nel letto della prima stanza, da sola, era molto confusa e sconvolta, con il trucco colato sul viso per il pianto». Le domanda cosa è successo. «Mi hanno violentata», risponde Silvia. L’amica incalza: «Chi?». E l’altra: «Tutti insieme». I quattro, però, sostengono di avere avuto rapporti sessuali consensuali 

La studentessa italo-norvegese (difesa dall’avvocato e senatrice della Lega Giulia Bongiorno e dal suo collega Dario Romano) ha detto agli inquirenti di essere stata costretta a bere una bottiglia di vodka “dall’odore strano”, poi di essere stata stuprata prima da Corsiglia, tenuta ferma sotto la doccia. L’indomani da Ciro, Capitta e Lauria, tutti insieme. Anche se Roberta dice di non avere notato segni particolari sul corpo di Silvia.

(...)

Estratto dell’articolo di Filippo Ceccarelli per repubblica.it domenica 9 luglio 2023.

I figli sono la benedizione di Dio, i figli sono la Provvidenza, i figli so’ piezz’ ‘e core. Però anche: chi non ha figlioli non ha né pene né duoli, figlioli e guai non mancano mai. Si trova la più vasta e contraddittoria gamma di proverbi in tema nel benemerito dizionario di Carlo Lapucci (Mondadori, 2007), compreso il motto secondo cui i figli scontano le colpe dei padri, vedi le malattie ereditarie, la cattiva fama e la perdita del patrimonio, come accade fin dai tempi della Tragedia greca e della Bibbia – anche se lì nessun genitore risulta aver colpevolmente battezzato i propri figli Geronimo, Cochis e Apache.

Vero è che anche Umberto Bossi, chiamando gli ultimi suoi due innocenti Roberto Libertà ed Eridano Sirio, qualche rischio se l’è assunto; anche se i guai più seri gli sono arrivati a causa di Renzo, detto il Trota, catapultato in politica con un eccesso di capricci suoi e di chi lo proteggeva. Ma al di là delle lauree albanesi e della fantasia onomastica è pur vero, anzi è verissimo che anche le colpe dei figli ricadono sui padri, tanto più, viene da pensare, quando questi ultimi sono potenti e fin troppo felici di esserlo, e allora sul più bello, al culmine dell’arroganza e della vanità: zòt, ecco il fulmine del figlio che ti inguaia e ti sistema per le feste.

Su questo Ignazio La Russa potrà utilmente confrontarsi, magari a cena o anche solo per un caffè, con Beppe Grillo, gemello di disgrazia filiale senza più limiti di schieramento. Può suonare lievemente ironico, ma più che la politica c’entra la vita e il destino; e se in questi ultimi due casi si tratta di vicende tristi e drammatiche, è pur vero che il Presidente del Senato e l’Elevato del Vaffa la loro bella passeggiata nella storia patria se la sono fatta, e forse pure troppo, mentre Ciro e Leonardo Apache, per come sono messi a poco più di vent’anni, vai a sapere.

(…) 

In questo senso l’esempio primigenio va recuperato nell’affare Montesi (1954 e seguenti), antenato e modello di tutti gli scandali d’età repubblicana; allorché durante successione di De Gasperi la carriera di Attilio Piccioni, segretario dc del 18 aprile, venne bloccata e stroncata perché il figlio Piero, che componeva musica jazz e aveva una relazione con Alida Valli, finì in galera per la morte della povera Wilma (Montesi, appunto) senza che alcuno abbia mai dimostrato che avesse conosciuto quella giovane e sventuratissima donna.

Secondo caso, anche più crudele e lacerante, quello di Marco Donat Cattin, figlio di Carlo, influente ministro, di cui nella primavera del 1980 in modo abbastanza avventuroso si venne a sapere che non solo aveva parte attiva nel terrorismo (Prima linea, uno dei gruppi più sanguinari), ma che il governo guidato da Cossiga avrebbe fatto in modo di farlo scappare all’estero. La storia è ovviamente più intricata anche perché c’era chi da tempo sapeva e taceva, o aspettava il momento giusto; ma di sicuro, oltre a dimettersi, Carlo Donat Cattin smise di essere figura chiave della nuova maggioranza Dc.

Dopo di che, nel paese del familismo amorale, si potrebbe compilare un lungo elenco di più lievi traversie causate da figli discoli o potenzialmente nocivi. Con l’avvertenza che non è possibile né giusto fare di tutt’erba un fascio; mentre su di un altro piano è forse utile riconoscere che il ruolo di figli di padri e madri ingombranti, se qualche vantaggio materiale procura, è spesso scomodo, faticoso e tale da spingere a compiere qualche scemenza in più. Si aggiunga il fatto che, in quel campo di veleni e trabocchetti, la famiglia si colloca nell’area della vulnerabilità dell’uomo o della donna impegnati in politica, che cento occhi stanno addosso ai figli della gente che conta e che la crescente disponibilità di mezzi tecnologici aumenta a dismisura i rischi.

Se ne può chiedere conferma, per quanto riguarda la Prima Repubblica, ai figli del presidente Leone (“i tre monelli” delle intemerate di Mino Pecorelli e del libro di Camilla Cederna); così come ai figli di Ciriaco De Mita e a quelli di Bettino Craxi. Rispetto alla Seconda, tenendosi prudentemente sul vago e per pura vocazione documentaria gli osservatori più diligenti hanno trovato traccia di: raccomandazioni telefoniche eseguite dal figlio del celebre e severissimo Pm divenuto politico; euforiche frequentazioni di figlie di magnati (con costoso acquisto di relative foto); singolari esuberanze edilizie ispirate a super eroi e altre stranezze da parte di figlio di alte cariche municipali; raid menacciuti di ulteriore figlio di sindaco.

Si omettono i nomi con la più viva speranza che abbiano tutti messo la testa a posto. Si raccomanda infine un supplemento di riflessione su un breve e simpatico adagio, pure estratto dall’inesauribile giacimento della sapienza popolare: trulli trulli, chi li fa se li trastulli.

L’ennesimo esempio di disinformazja giudiziaria. Il giudice lascia il processo per avvicinarsi a casa e nessuno se ne frega: più interessi che diritti (dell’imputato). Gian Domenico Caiazza su Il Riformista l'8 Luglio 2023 

La cronaca giudiziaria di questi giorni, attenta solo ai processi che fanno audience, segnala l’abbandono di uno dei giudici del processo a Ciro Grillo. Seguono corrucciate previsioni di allungamento dei tempi, e di possibili speculazioni difensive che – pensate un po’ – potrebbero chiedere la ripetizione della istruttoria. Questa annosa questione, ben oltre il singolo caso di cronaca, è l’ennesimo esempio di disinformazja giudiziaria.

C’è qualcuno di voi che, da imputato, accetterebbe l’idea che il giudice – il quale abbia seguito tutta la istruttoria dibattimentale dalla quale dipende più o meno la tua vita – se ne vada bellamente prima di concludere il processo? E che costui venga sostituito da un giudice che non sa nulla del processo, e che se ne farà una idea leggendo i verbali? Io non credo. E infatti il codice impone la ripetizione della istruttoria, come è ovvio e giusto che sia, e come ciascuno di voi pretenderebbe che fosse. Ma la magistratura italiana da sempre aborre questo elementare principio di civiltà giuridica: si perde tempo, dicono.

E – detto fatto – a sezioni unite riscrive la norma, che grazie a quella spericolata interpretazione non è più la regola, ma una cervellotica ed improbabile eccezione, ignota al legislatore. Almeno la Corte costituzionale pone un freno (si eviti la ripetizione solo se c’è la videoregistrazione delle udienze precedenti), e la riforma Cartabia riscrive la norma a ricalco su quella decisione del Giudice delle Leggi. La magistratura, tuttavia, scalpita e fa rullare i tamburi, perché le videocamere nelle aule non ci sono (ed è vero), ma non accetta che, in attesa, i processi si ripetano.

Ora, il punto è questo: qualcuno si è mai chiesto perché accade tutto ciò? Perché, insomma, si pone il problema del giudice che va via? Sappiate che la risposta è semplicissima. Lo fa per ragioni di carriera: vuole cambiare sezione, vuole andare al grado superiore, vuole avvicinarsi a casa, vuole raggiungere il coniuge. Tutto legittimo, beninteso. Ma lo scandalo sta nella odiosa prevalenza di questi interessi, legittimi ma corporativi, sul sacrosanto diritto dell’imputato (ma anche delle parti offese!) a vedersi giudicato dallo stesso giudice che ha raccolto la prova.

Dovrebbe accadere almeno che il trasferimento venga eseguito solo quando il giudice abbia esaurito la trattazione dei processi che ha iniziato. Lo dice anche la più ignorata circolare dello stesso CSM. Ma non accade: e quindi parte la grancassa mediatica contro i soliti avvocati che cercano pretesti per perdere tempo, calpestando il principio della ragionevole durata del processo. Pensino a non intralciare la speditezza dei processi, chè l’Europa ci guarda! Così funziona la giustizia penale nel nostro Paese, così venite informati dai media, così si formano le vostre opinioni sulla giustizia penale.

Gian Domenico Caiazza. Presidente Unione CamerePenali Italiane

Estratto dell'articolo di Giuseppe Filetto per genova.repubblica.it il 12 maggio 2023.

Dovrebbe essere la giornata conclusiva di Alex Cerato, studente di Milano, oggi in aula a Tempio Pausania testimone contro i quattro ragazzi genovesi imputati di stupro di gruppo nei confronti di Silvia e di violenza sessuale verso Roberta (entrambi nomi di fantasia), amiche dello studente. 

Ciro Grillo, il figlio del Garante dei Cinque Stelle, Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria nella notte tra il 16 e il 17 luglio del 2019 avrebbero abusato delle due ragazze. I fatti nella villetta di Cala di Volpe, in Costa Smeralda, in uso alla famiglia Grillo. Ma i quattro giovani sostengono di essere stati protagonisti di un rapporto consensuale con Silvia, mentre lei ha denunciato lo stupro dopo essere stata costretta a bere vodka.

[…] 

L'udienza di oggi, però, è attesa soprattutto per la presenza di Cinzia Piredda, la psicologa "ingaggiata" dalla Procura di Tempio Pausania, che ha stilato una perizia sulle condizioni emotive della vittima al momento degli interrogatori prima ai carbinieri di Milano, poi ai pm della cittadina della Sardegna dove si sono svolte le indagini ed ora è in corso il processo. 

L'udienza è a porte chiuse (come tutte le precedenti) ma la psicologa è chiamata a ripercorrere quanto da lei descritto nella relazione. Ovvero, "la difficoltà da parte della .... (vittima, ndr) ad esprimere la propria volontà e rispondere con un diniego alle richieste poste dagli altri...".

Questo si legge nelle quattro pagine stilate da Piredda. E queste difficoltà - si descrive sempre nella perizia -  emergono in diversi momenti del racconto di Silvia. Quando, seduta sotto il gazebo, i ragazzi l'avrebbero costretta a bere vodka "poco prima del secondo rapporto sessuale". 

Quando "chiede a Roberta di andare via, dopo il primo rapporto sessuale" con Francesco Corsiglia, "ma la sua richiesta non viene accolta dall'amica". Quando racconta al pm "di un precedente rapporto sessuale non consenziente con il suo migliore amico in Norvegia nel maggio 2018... emerge la difficoltà a negarsi ad un rapporto sessuale non desiderato". 

La perizia si presta a diverse interpretazioni, sia della difesa (gli avvocati Gennaro Velle, Andrea Vernazza, Alessardo Vaccaro, Ernesto Monteverde ed Enrico Grillo tutti del Foro di Genova, e di Mariano Mameli ed Antonella Cuccureddu del Foro di Sassari), sia della parte civile (l'avvocata Giulia Bongiorno e il suo collega Dario Romano): da una parte le difficoltà della ragazza sarebbero la prova-provata che i quattro giovani avrebbero agito verso un soggetto debole; dall'altra, l'assenza di reazioni viene vista come una sorta di silenzio-assenso. 

[…]

Intanto, il giudice Marco Contu oggi, in accordo con il pm, ha deciso di ascoltare Silvia, la studentessa italo-norvegese, in aula nel prossimo autunno, fra i mesi di ottobre e novembre.  Le date non sono state stabilite con precisione, anche perché la calendarizzazione delle udienze è in preparazione.

Processo Ciro Grillo: in aula (per la prima volta) i genitori della ragazza che ha denunciato lo stupro. Storia di Giusi Fasano su Il Corriere della Sera il 9 gennaio 2023.

Sarà un anno segnato dalle date d’udienza, questo 2023, per la famiglia di Beppe Grillo, garante e fondatore del Movimento cinquestelle. Al tribunale di Tempio Pausania riprenderanno il giorno 8 febbraio gli appuntamenti in aula per il processo che riguarda suo figlio Ciro e i suoi tre amici genovesi, Francesco corsiglia, Vittorio Lauria ed Edoardo Capitta.

Gli avvocati delle parti hanno ricevuto nelle scorse ore l’elenco dei testi che sono programmati per quel giorno. Il procuratore capo Gregorio Capasso ha convocato in aula il padre e la madre di Silvia, la ragazza vittima della violenza sessuale di gruppo della quale sono accusat i i quattro imputati. Oltre ai due genitori di lei sono stati convocati un ragazzo e una ragazza amici di Silvia che avevano avuto contatti e raccolto confidenze della ragazza nelle ore e nei giorni successivi ai fatti . Stiamo parlando — ricordiamolo — del luglio del 2019 quando tutti i protagonisti di questa storia erano diciannovenni, tutti in vacanza in Sardegna.

Tutti compresa Roberta, l’amica di Silvia che è anche lei parte lesa in questo processo e che però non ha realizzato subito di essere una vittima dei comportamenti a sfondo sessuale degli imputati: dormiva sul divano q uando loro hanno scattato fotografie e girato un filmato accanto a lei dagli espliciti riferimenti sessuali. Dettagli che Roberta ha scoperto soltanto a indagini avviate. Finora i testimoni sfilati in aula a tempio Pausania sono stati marginali per la ricostruzione dei fatti. Con i genitori di Silvia e i suoi amici, invece, si arriva al centro delle accuse e delle difese.

Nell’elenco dei testi compare per ultima anche Veronica Chiodino, consulente tecnica del pubblico ministero (in questo caso lo stesso procuratore Capasso) che si è occupata della traduzione di alcune chat fra Silvia (di origini norvegesi) e una sua amica norvegese.

Estratto dell’articolo di Giusi Fasano per corriere.it l’8 febbraio 2023.

«Pensa che scandalo che salterebbe fuori se quello che ho capito da Silvia fosse vero...». Era luglio del 2019 e Alex, amico ed ex compagno di scuola di Silvia, commentava così (con amici) il racconto incompleto che lei gli aveva fatto a proposito dei fatti di casa Grillo.

 Lo scandalo è arrivato. Mesi dopo. Quando si è saputo che la ragazza li aveva denunciati e la procura di Tempio Pausania stava indagato per violenza sessuale di gruppo su quattro ragazzi genovesi: Ciro Grillo, il figlio di Beppe, fondatore e garante del Movimento Cinque Stelle, e i suoi compagni di vacanza dell’estate 2019, cioè Francesco Corsiglia, Vittorio Lauria ed Edoardo Capitta.

Alex oggi doveva essere uno dei testimoni chiamati a ripetere davanti al tribunale di Tempio quel che disse a verbale ad agosto di quattro anni fa, compresa quell’intuizione sul possibile scandalo per il coinvolgimento del figlio di Beppe Grillo. Ma la sua deposizione è stata rimandata. Lo stesso è accaduto per Adelaide, un’altra testimone.

 Ha testimoniato invece la madre della vittima e si è trattato di un racconto drammatico. «Dopo i fatti mia figlia era una persona diversa - ha riferito - Un corpo che camminava. Da quella sera è iniziato un periodo di tragedia. Mia figlia mi ha detto: “mamma sono stufa di sentire il mio respiro”». La donna ha spiegato della profonda crisi psicologica della ragazza che adesso vive fuori dall’Italia e che «non è più la stessa. La sera - ha detto - non riesce più a dormire con le luci spente». La ragazza, dopo quell’esperienza, soffrirebbe anche di disturbi alimentari.  […]

Davanti ai carabinieri, invece, Alex descriveva Silvia «sconvolta» davanti alle sue domande su come fosse andata con i ragazzi conosciuti al Billionaire. «C’era qualcosa che non voleva raccontare...Le ho chiesto se potevo fare qualcosa. Vuoi che vada a menarli? le ho detto. Ma lei mi ha detto che non era necessario e ha cercato di sminuire l’episodio, era evidente che si vergognava...».

La sera dopo quel racconto Alex incontra Ciro Grillo per caso. gli chiede: ma poi l’altra sera com’è andata con la mia amica? E lui risponde: «l’abbiamo trattata come dei veri gentleman». […]

Caso Ciro Grillo, la madre di Silvia: «Dopo lo stupro mia figlia disse di essere stufa di sentire il suo respiro». Giusi Fasano su Il Corriere della Sera il 9 Febbraio 2023.

Il caso delle accuse di stupro di gruppo a Ciro Grillo, Edoardo Capitta, Vittorio Lauria e Francesco Corsiglia. La testimonianza della madre della ragazza che ha sporto denuncia: «Mia figlia non dorme più con la luce spenta»

Quattro ore di testimonianza drammatica. Una madre che dice ai giudici: «Dopo lo stupro mia figlia era una persona diversa, era solo un corpo che camminava. Sembrava spaccata. È arrivata a dirmi: mamma sono stufa di sentire il mio respiro». A parlare è la madre di Silvia, la ragazza che accusa di violenza sessuale di gruppo Ciro Grillo (il figlio del fondatore del Movimento Cinque Stelle) e i suoi tre amici d’infanzia, genovesi come lui: Edoardo Capitta, Vittorio Lauria e Francesco Corsiglia. Ieri davanti ai giudici del tribunale di Tempio Pausania la sua era la testimonianza più attesa. Toccava a lei raccontare la profonda crisi psicologica di Silvia dopo quel 17 luglio del 2019. «Quella mattina mi ha violentata prima uno di loro poi tutti assieme» aveva detto lei ai carabinieri nove giorni dopo i fatti. A convincerla a denunciare fu proprio sua madre che l’aveva lasciata in Sardegna in vacanza con la sua amica Roberta e che, tornando una settimana dopo, sapeva di una insolazione e invece la trovò «in condizioni pietose, tremava come in preda alle convulsioni». Dice la donna: «Già al telefono mi ero resa conto che c’era qualcosa che non andava, perché era sempre stanca e nervosa, un po’ irascibile».

Le lacrime

Nell’aula la sua voce emozionata si è interrotta più di una volta. Lacrime agli occhi. Pause. E parole accurate a scandire un racconto di grandissima difficoltà psicofisica: «Mia figlia non riesce più a stare in camera con la luce spenta», ha detto. «Non dorme». «Una testimonianza autentica, sofferente e senza incertezze», ha commentato Dario Romano, il legale che assiste la ragazza assieme all’avvocata Giulia Bongiorno, attuale presidente della Commissione Giustizia, che pensa ai genitori di Silvia e parla di «un dolore che si propaga come un sistema di vasi comunicanti». Silvia oggi vive all’estero e nella sua vita, fra il 2019 e oggi, sarebbero entrati in scena anche disturbi alimentari e un crescente senso di vulnerabilità. Lo stesso che proprio lei raccontava all’amica norvegese subito dopo i fatti attraverso le chat tradotte da una consulente che era nell’elenco dei testimoni di ieri. Fragilità, sensi di colpa. Che in quelle chat lei condensava in una frase drammatica: «La verità è che l’unica cosa che provo dopo questa esperienza è che sono insignificante... Le persone mi usano solo come e quando vogliono e poi mi buttano via come spazzatura».

Gli amici

Ieri sono arrivati a Tempio, convocati come testi, anche due cari amici di Silvia, Alex e Adelaide, con i quali si era confidata. Ma la lunga testimonianza della madre della ragazza ha costretto il presidente, Marco Contu, a rimandare la loro udienza al prossimo 8 marzo. Anche perché a un certo punto il giudice della sezione accanto ha avuto un malore serio (poi risolto) e il pubblico ministero del caso Grillo, (il procuratore Gregorio Capasso) e lo stesso giudice Contu hanno lasciato il dibattimento per più di mezz’ora per correre dal collega. L’attenzione dell’aula ieri era tutta per la madre di Silvia, è vero. Ma gli avvocati dei ragazzi dicono di avere «prove che smentiscono lo stato di sofferenza» della ragazza dopo i fatti. E annunciano di voler depositare fotografie che la mostrano, al contrario, apparentemente felice. Parlano delle «contraddizioni» fra il racconto di sua madre e quello di alcuni testimoni che hanno avuto a che fare con lei quello stesso giorno e promettono di «controbattere, punto per punto».

Lo Stupro di Porto Cervo.

Estratto dell’articolo di Giuseppe Filetto per repubblica.it il 12 aprile 2023.

Alex Cerato è l'amico di Silvia e Roberta (entrambi nomi di fantasia) chiamato oggi a testimoniare a Tempio Pausania. Lui che la sera del 16 luglio del 2019 le aveva fatto conoscere alla comitiva genovese: Ciro Grillo, figlio del fondatore dei 5S, e i suoi tre amici Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria, imputati di stupro di gruppo nei confronti della prima ragazza e di sola violenza sessuale verso la seconda. Tutti all'epoca poco più che ventenni.

 Alex a Milano ha frequentato lo stesso liceo delle due studentesse e nell'estate di quell'anno era con loro, appena maggiorenni, in Costa Smeralda, al Billionaire di Porto Cervo. Le aveva accompagnate lui ed era con loro anche quarantotto ore dopo, quando "Silvia non era più la stessa", quando "Silvia era sconvolta". […]

Il giovane, prima il 28 agosto di quell'anno ai carabinieri di Milano, dopo il 28 luglio del 2020 al procuratore capo di Tempio Pausania Gregorio Capasso, aveva raccontato: "Mentre eravamo al Billionaire io e Roberta abbiamo visto Silvia e Ciro Grillo baciarsi". Poi: "Ne ho parlato subito con Roberta, perché quei quattro tipi avevano un atteggiamento che non mi piaceva. Io non li conoscevo personalmente, li conosceva un nostro amico". Però: "Verso le tre e mezzo me ne sono andato. Le ho lasciate lì con loro".

Alex, due giorni dopo, chiama Silvia e le chiede se il bacio con Grillo Jr ha avuto un seguito: "Alla fine hai fatto sesso con Ciro?". Gli risponde di sì. Aggiungendo: "Prima mi hanno fatto bere mezza bottiglia di vodka". E ancora Alex ricorda: "Silvia mi ha fatto capire che aveva avuto rapporti anche con qualcuno degli altri".

 […] la presenza in aula di Alex è attesa […] per avere conferme sulla versione fornita dalla vittima. […] Nel verbale, che ormai fa parte degli atti dell'inchiesta e del processo, Alex racconta: "Dopo che Silvia e Ciro si sono baciati, ne ho parlato subito con Roberta, perché quei quattro facevano gli sbruffoni. Quel Ciro aveva gli occhiali da sole nonostante fosse notte e fossimo al chiuso".

Alex, comunque, va via tranquillo: le due ragazze gli avevano detto che avrebbero preso un taxi per rientrare al bed & breakfast di Palau. Così non è stato. E' arrivato l'invito a trascorrere la notte a Cala di Volpe. Qui Silvia prima ha un rapporto sessuale solo con Corsiglia, più tardi lo stupro di gruppo da parte di Grillo, Lauria e Capitta. Lei dice di essere stata costretta, loro sostengono si sia trattato di un rapporto consensuale. Non basta: quando Silvia, sfinita, crolla e si assopisce, Roberta dorme ancora sul divano e i tre le avvicinano i genitali al volto, scattano foto e girano un video. 

[…] Qualche giorno dopo Cerato incontra i quattro ragazzi genovesi al "Zamira Lounge" di Porto Cervo. Chiede conto di come si erano comportati con la sua amica, cercando di capire meglio i fatti. "Ciro mi ha risposto, ridendo, 'l'abbiamo trattata come dei veri getlemen […]".

Da ansa.it l’8 marzo 2023.

"La deposizione della teste di oggi ci dà un riscontro dell'autenticità su quanto dichiarato dalla mia assistita".

 Così al telefono con l'ANSA Giulia Bongiorno, l'avvocata che tutela Silvia, la ragazza italo-norvegese presunta vittima di una violenza sessuale di gruppo contestata a Ciro Grillo e altri suoi tre amici genovesi.

     La legale non era presente oggi in Tribunale a Tempio ma ha voluto comunque commentare il racconto di una delle migliori amiche di Silvia, che aveva raccolto le sue confidenze dopo i fatti della notte tra il 16 e il 17 luglio 2019, a Porto Cervo, contestati ai quattro imputati.

La deposizione di Adelaide Malinverno, amica d'infanzia di Silvia con la quale ha mantenuto un rapporto confidenziale molto stretto, è tuttora in corso. All'inizio la teste ha detto di ricordare poco, poi però, quando il procuratore Gregorio Capasso le ha rinfrescato la memoria rileggendo in aula il verbale con le dichiarazioni rese ai carabinieri della compagna di Milano Duomo, ha confermato le confidenze ricevute Stando al suo racconto, Silvia l'avrebbe chiamata la notte stessa delle presunte violenze dicendo di averle subite mentre si trovava in uno stato di incapacità totale, offuscata dall'abuso di alcol.

Davanti ai giudici, la teste avrebbe inoltre confermato di aver visto le foto dei lividi sul corpo di Silvia, immagini mandate a lei dalla stessa italo-norvegese tramite Snapchat ma non agli atti del processo perchè il social dopo un po' le cancella automaticamente.

 Al Tribunale di Tempio Pausania si sta svolgendo la settima l'udienza del processo per stupro di gruppo su due ragazze, la notte tra il 16 e il 17 luglio del 2019 a Porto Cervo, che vede imputati Ciro Grillo e tre suoi amici genovesi, Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria.

Doveva essere il giorno della testimonianza di due tra i migliori amici di Silvia, la giovane italo-norvegese che ha denunciato la violenza sessuale, ma uno dei due, Alex Cerato, non si è presentato: ha fatto avere ai giudici una richiesta di impedimento a causa di impegni legati alla sua carriera universitaria che non gli hanno permesso di spostarsi da Milano. Presente invece l'altra amica di Silvia, Adelaide Malinverno, che avrebbe raccolto le confessioni della giovane nei giorni successivi allo stupro.

Estratto dell'articolo di R. C. per il “Corriere della Sera” il 9 marzo 2023.

«E allora adesso siamo noi che lo chiediamo: facciamo un processo a porte aperte».

Gli avvocati di Ciro Grillo e dei suoi tre amici genovesi sott’accusa per violenza sessuale di gruppo, ieri hanno dichiarato guerra a distanza alla loro collega, Giulia Bongiorno.

 (...)

 Ieri, a processo in corso (da sempre a porte chiuse), i legali hanno saputo di alcune agenzie di stampa che riportavano un commento di Giulia Bongiorno (non presente in aula) sull’unica teste convocata per la giornata in aula, a Tempio Pausania. È una ragazza (Adelaide) che all’epoca era una delle migliori amiche di Silvia (ora non sono più in contatto) e con la quale Silvia si era confidata subito dopo i fatti. Ieri ha in sostanza confermato quel racconto.

 «La deposizione della teste di oggi ci dà un riscontro dell’autenticità su quanto dichiarato dalla mia assistita», era il commento di Bongiorno. Ma quel che ha fatto infuriare gli avvocati dei ragazzi è il seguito, cioè: il fatto che la teste avrebbe confermato in aula che Silvia le confidò di essere ubriaca quando fu violentata. «Mai detta una cosa del genere» ha chiarito poi l’avvocata.

Ma ormai la polemica era scoppiata e al presidente del tribunale i legali degli imputati hanno chiesto ufficialmente di aprire le porte ai media per questo processo.

 Non succederà, data la delicatezza del caso e il tipo di reati contestati. Ma ci saranno di sicuro altre scintille. Per la cronaca: la ragazza ha parlato di Silvia «offuscata» dall’alcol. Il suo racconto davanti ai giudici per le parti civili «è una conferma di quanto già detto a verbale», per i legali degli imputati è «una conferma dei nostri dubbi». Per esempio uno: Adelaide descrive lividi di Silvia visti in fotografie arrivate via Snapchat, app che distrugge le immagini dopo la visualizzazione. «Come ha fatto a vedere così bene i lividi che descrive in così pochi secondi?», si chiedono. Per approfondire questo e altri mille punti ci sono volute 7 ore d’aula. Prossima udienza: 12 aprile.

Quei deliri grillini dei figli di un comico. Francesco Maria Del Vigo il 2 Novembre 2023 su Il Giornale

Dobbiamo ammetterlo: lo scherzo telefonico ai danni di Giorgia Meloni ordito dal duo russo Vovan e Lexus, che si sono spacciati per politici africani di alto rango, è divertente

Dobbiamo ammetterlo: lo scherzo telefonico ai danni di Giorgia Meloni ordito dal duo russo Vovan e Lexus, che si sono spacciati per politici africani di alto rango, è divertente. Ma ieri ci sono state almeno un paio di cose che sono riuscite a superarlo ampiamente, rompendo fragorosamente il muro del suono del senso del ridicolo. Mettiamole in ordine: in cima al podio di chi finisce seppellito dalle risate c'è Giuseppe Conte. «Giorgia Meloni ha parlato della nostra politica estera e di altri dossier delicati con due comici russi. Sono emersi fatti molto gravi». Lo ha detto Giuseppe Conte, l'ex premier, non un suo omonimo, lui, il leader di un partito fondato da un comico, colui il quale da anni prende ordini da un comico e che durante la sua presidenza del Consiglio concordava col succitato comico anche se bere l'acqua liscia o frizzante, oltre che la politica nazionale e internazionale. E già tutto questo sarebbe molto comico, se la premiata ditta grillina non avesse sfasciato un Paese. Non solo, l'ex avvocato del popolo ha pure un'aggravante: la Meloni non sapeva di stare parlando con due buffoni, lui invece sì.

Non pago rincara la dose: «Abbiamo fatto una figuraccia planetaria». Ah sì? Come quando il suo ministro e pupillo Di Maio chiamò «Ping» il presidente cinese Xi Jinping o delirava sulla sconfitta della povertà dai balconi dei palazzi delle istituzioni? Senza dubbio, in quei casi, si vedeva balenare l'imprinting del fondatore genovese.

Ma dopo i Cinque Stelle arrivano gli esponenti del Pd e della sinistra tutta a indignarsi, accrescendo così la mole del grottesco: in assenza di validi motivi, si accontentano di appendere la loro battaglia di opposizione e il loro sempiterno cipiglio pure a uno scherzo telefonico.

Anche perché, al netto della burla, la premier non ha detto nulla di sconveniente o divergente dalla linea politica che il suo esecutivo ha sempre tenuto: chi non è stanco di un conflitto sanguinoso che si protrae da più di un anno e mezzo? E fa sorridere (ancora una volta) che a denunciare questo desiderio di pace siano quelli che nella bandiera arcobaleno si avvolgono sempre a favor di telecamera. Ma scommettiamo che le polemiche e le risate continueranno perché, si sa, non c'è nulla di più ridicolo di chi prende sul serio ciò che serio non è, come uno scherzo, appunto.

Ps. Suggerimento non richiesto: consigliamo a Vovan e Lexus, se mai dovessero trovarsi male in Russia, di venire qui in Italia. Ci metterebbero un attimo a diventare leader dell'opposizione.

Che valore hanno le posizioni di Conte? Politica, 5 Stelle e 2 morali: ma quante sono le facce di Giuseppe Conte? Giulio Baffetti su Il Riformista il 4 Novembre 2023

Giuseppe Conte ha sempre detto tutto e il contrario di tutto.

 Proprio per questo non può più dire niente senza contraddire se stesso. Prendiamo solo l’ultimo caso. Quello dello scherzo telefonico dei due comici russi in odore di servizi segreti ai danni della premier Giorgia Meloni. Un episodio che sicuramente suscita tante domande e altrettante perplessità sulla facilità con cui Vovan e Lexus hanno “bucato” tutti i filtri che dovrebbero proteggere un capo di governo di un Paese del G7 da un’incursione pericolosa, come quella messa a segno dai due comici il 18 settembre scorso. Conte commenta subito e non si risparmia, parlando di “figuraccia planetaria” e avverte: “Meloni pensava di parlare con un alto rappresentante africano invece era al telefono con due comici russi, a cui ha spiegato le posizioni del nostro Paese su dossier delicatissimi per la nostra sicurezza e credibilità, dalla guerra ai migranti”. Poi incalza ancora Meloni: “Quando fornirà le necessarie spiegazioni al Paese? Dobbiamo attendere i prossimi ‘appunti di Giorgia’ o possiamo confidare che verrà a risponderne in Parlamento?”. Tutto giusto. E infatti Matteo Renzi twitta: “Bravo Conte, stavolta hai ragione”. Il leader di Italia Viva però sottolinea la contraddizione: “La Premier Meloni deve rispondere dell’inganno dei due comici russi. E tu invece quando risponderai per aver fatto entrare l’esercito russo in Italia durante la pandemia? Quelli erano soldati, non comici. Caro Conte, la tua doppia morale ti impedisce di fare il moralista a senso unico”.

Si parla della famosa missione “Dalla Russia con amore”, concordata da Conte con Vladimir Putin in persona. Ufficialmente una spedizione umanitaria, anche se condotta da militari. Con dubbi mai chiariti su eventuali informazioni importanti sulla sicurezza nazionale che i benefattori in divisa inviati dal Cremlino per soccorrere l’Italia durante la fase più dura dell’emergenza Covid avrebbero potuto raccogliere indisturbati. Pagine in chiaroscuro, più ombre che luci. Come, sempre a proposito di sicurezza nazionale, le visite in Italia nel 2019 dell’allora procuratore generale americano William Barr per incontrare i vertici dei servizi segreti italiani. Incontri irrituali, che secondo diverse fonti erano stati autorizzati direttamente dall’allora premier Conte, che non ha mai ceduto a nessun sottosegretario la delega sui servizi segreti. Vertici a tema Russiagate. Incontri segreti che, secondo la stampa Usa e non solo, erano finalizzati a dimostrare la teoria del complotto, cara a Donald Trump, di un Russiagate come macchinazione ordita da Renzi e Barack Obama.

Anche per questo sono contraddittorie le affermazioni di Conte sulla politica estera italiana di Mario Draghi e Giorgia Meloni, a suo giudizio troppo schiacciata sugli Usa. “Non prendo ordini da Washington”, era arrivato a dire il leader del M5s nell’ultima campagna elettorale per le elezioni politiche. Eppure la sua vicinanza a Trump è documentata ed era rivendicata. Conte è lo stesso ex presidente del Consiglio che oggi non è credibile quando va all’attacco contro il sovranismo di Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Conte parla di “sovranismo da operetta” di Meloni e da premier giallorosso nel 2021 se la prendeva furibondo con “le derive nazionaliste e le logiche sovraniste”. Peccato che lo stesso attuale leader del M5s, in versione gialloverde, nel 2018 andava al Palazzo di Vetro dell’Onu a dire che “sovranismo e populismo sono in Costituzione”. Non basterebbe l’edizione integrale del giornale per elencare una a una tutte le contraddizioni e le giravolte di Conte. Perfino sulle armi. Il suo cavallo di battaglia da quando è cominciata la guerra in Ucraina. Il presidente del M5s si è travestito da pacifista e tuona contro l’obiettivo Nato del 2% del Pil per la Difesa. Peccato che i suoi due governi, tra il 2018 e il 2021, abbiano aumentato le spese militari da 21 a 24,6 miliardi di euro l’anno, con una crescita del 17%.

Conte non si capisce cosa pensi nemmeno sui diritti civili. Nel contratto di governo gialloverde del primo governo dell’avvocato di Volturara Appula non c’era traccia di queste questioni. Il programma del M5s per le elezioni politiche del 2022 era invece molto progressista e proponeva l’adozione per i single e per le coppie omosessuali, nonché il matrimonio egualitario. Ma a giugno scorso Conte ha preferito non andare al Roma Pride. Per non parlare dell’immigrazione. Adesso il presidente del M5s contesta da sinistra le politiche di pugno duro sui migranti e allo stesso tempo dice al Pd di Elly Schlein che lui, a differenza dei dem, “non è per l’accoglienza indiscriminata”. Chi ci capisce è bravo. Quel che è certo è che Conte, quando era al governo con la Lega, ha firmato i decreti sicurezza di Matteo Salvini e si è fatto fotografare sorridente insieme all’allora ministro dell’Interno con tanto di cartelli in cui si annunciava la stretta salviniana sui migranti. E allora è lecito farsi una domanda: che valore hanno le prese di posizione di Conte? Giulio Baffetti

Estratto da foggiatoday.it venerdì 4 agosto 2023.

Nicola Conte non c'è più. Il padre dell'ex Premier si è spento questa mattina all'età di 93 anni. Era stato segretario comunale di San Giovanni Rotondo, dove il leader del Movimento 5 Stelle nato a Volturara Appula, aveva trascorso l'adolescenza e gli anni del liceo. 

La notizia è stata comunicata dal vicepresidente della Camera dei Deputati Giorgio Mulè: "Il collega Giuseppe Conte è stato colpito da un grave lutto, la perdita dl padre. La presidenza della Camera ha già formulato ai familiari l'espressione della più sentita partecipazione al loro dolore che desidera ora rinnovare anche a nome dell'assemblea".  Da un po' di tempo le sue condizioni di salute non erano buone. […]

Considerava l'ingresso in politica del figlio un errore: "Non era il momento. Giuseppe è troppo ambizioso, forse è questo il motivo per cui...non c'erano le condizioni ideali per accettare un incarico del genere, gli avevano promesso di fare il ministro della Pubblica Amministrazione, andava bene per lui". 

Qualche mese dopo, nel settembre 2018, abbracciò il figlio nella sala consiliare del Comune di San Giovanni Rotondo prima della consegna all'ex Presidente del Consiglio dei Ministri delle chiavi della città (il video).[…]

I mille equilibrismi di Giuseppe Conte e del Movimento 5 Stelle. Costruisce le liste per le Europee a sua immagine. Cavalca tutti i temi, dal lavoro alla pace, per fermare la concorrenza di Schlein. Ma rischia di finire in un patto non scritto con Meloni. Susanna Turco su L'espresso il 18 luglio 2023.

Che fine ha fatto Giuseppe Conte? È passato giusto un anno dall’ennesimo atto auto-fondativo del personaggio più versatile della politica italiana: la compartecipazione alla caduta del governo Draghi e, subito dopo, alla distruzione del centrosinistra. Da allora l’ex avvocato del popolo, col suo partito personale che fu grillino, sembra fermo al ruolo di chi sta tra le macerie, senza un progetto. Come il personaggio interpretato da Robin Williams nel dolente Woody Allen di “Harry a pezzi”, pur dandosi molto da fare ha contorni poco nitidi, manda in tilt le lenti auto-focus delle telecamere, appare perennemente sfocato. Comparsa di rango di un orizzonte che però nei suoi progetti dovrebbe vederlo protagonista.

Ma protagonista di che? A parte qualche parola d’ordine, nulla di preciso, neanche come suggestione. E anche questa forse è una strategia: basti vedere quanto invece sia forte il patto non scritto con la destra, una costellazione che si può comodamente tracciare unendo fra loro i voti espressi in Consiglio di amministrazione Rai dal consigliere grillino Alessandro di Majo; o notare come la precipitosa proposta M5S di una mozione di sfiducia nei confronti di Daniela Santanchè abbia finito per compattare una maggioranza che era verso la ministra del Turismo per lo meno fredda, soprattutto dal lato della Lega, quando non in esplicito imbarazzo.

Quanto alle mancate suggestioni, Conte non era, per dirne una, alla chiesa di San Pietro e Paolo all’Eur, per i funerali solenni di Arnaldo Forlani, al quale pure tante volte è stato accostato, per via dell’eloquio e non solo («un trapezista doroteo che ricorda Forlani», ebbe a definirlo Gian Antonio Stella, al suo esordio al Senato), del resto lui stesso ha già molto attutito l’ammicco col quale sottolineava le frequentazioni giovanili di stampo democristiano e gli studi a Villa Nazareth. Per passare all’altro versante delle grandi ideologie (Conte nelle sue evoluzioni nulla risparmia), è quasi sparita anche tutta quell’aria da aspirante Enrico Berlinguer che a un certo punto l’ex premier Zelig si era dato, quando aveva intravisto la possibilità di raccogliere, come a fare la scarpetta col pane in fondo al piatto, i pezzi di sinistra residuati dal trauma elettorale del settembre 2022.

«Credo che alcune battaglie fondamentali portate avanti da Berlinguer noi stiamo dimostrando coi fatti di portarle avanti», osò dire il 2 febbraio, in visita al “M5S lab” di Ostia, davanti alla foto del segretario del Pci sistemata su un muro bianco proprio sotto la sua. Girava in quel periodo volentieri con la sciarpetta blu attorno al collo e l’aria malinconica, faceva il tour a Scampia per la difesa del reddito di cittadinanza (poi abolito dalla destra), protestava per lo smantellamento del bonus 110 per cento (sempre Meloni, ma già Draghi avrebbe voluto), stava incollato alla Cgil di Maurizio Landini, a Napoli come a Roma, guardava  il Pd dall’alto in basso augurandogli un congresso «vero», a carattere «rifondativo» - proprio lui, che è stato eletto presidente del M5S con il 93 per cento, candidato unico alla carica, i voti certificati dal suo notaio di fiducia, Alfonso Colucci, ora ovviamente parlamentare.

L’ha scrollato dal sogno di estendersi a sinistra la vittoria di Elly Schlein (il congresso «vero» appunto: bisogna sempre stare attenti con gli auguri, rischiano di avverarsi): tuttora Conte sembra non aver tanto chiaro da che lato accostarla, forse perché si tratta di una donna e lui - nella maschia politica italiana - non è abituato.

Dopo il corteggiamento a favore di telecamera e il distacco a favore di telecamera, adesso Conte tende a tenersi lontano appena può da Schlein, ma riesce a evitarla sempre meno. Lei lo tallona, forse per sgonfiarlo. Lui fa appello a tutta la sua sapienza avvocatesca per dimostrare in ogni situazione che lui era arrivato prima, aveva già elaborato, aveva già presentato. Emblematico in questo senso, due settimane fa, il desiderio (realizzato) di comparire come primo firmatario della proposta di legge unitaria delle opposizioni sul salario minimo, la prima dopo una ventina di testi proposti dai singoli partiti nel corso di tre legislature. Può apparire puerile: ma in ballo ci sono comunque gli elettori M5S, meno abbarbicati al loro leader come potrebbe sembrare, soprattutto dacché il Pd è guidato da Schlein. Voti contendibili insomma.

Per capire il grado di problematicità della militanza grillina, bastava sentire le parole pronunciate il 17 giugno dal palchetto ai Fori imperiali da Beppe Grillo, rivolto ai partecipanti della manifestazione contro il precariato: «A voi vi hanno raccattato in qualche bocciofila! Abbiamo mandato i pullman! Io mi ero prefisso nella vita di non dover mandare i pullman a prendere qualcuno per farmi sentire, purtroppo è successo, me ne assumo la responsabilità, ma a Roma hanno triplicato i prezzi per dormire». 

Una fotografia spietata, tra il serio e il faceto (poi oscurata dall’evocazione delle «brigate di cittadinanza»), che corrispondeva a una situazione evidente, osservando l’intero corteo e non solo l’ammucchiata fatta opportunamente radunare attorno all’ex premier per dare l’idea opposta (materia nella quale i Cinque Stelle restano maestri): lungo il breve tragitto, più vuoto che pieno, latitavano gli attivisti spontanei, c’erano soprattutto quelli inquadrati, i pullman appunto. Raccattati «in qualche bocciofila», a stare alla celia grillina.

Le folle oceaniche di piazza San Giovanni sono in ogni caso sbiadite, per i Cinque Stelle. In Parlamento non siede più nessuno di coloro che festeggiarono sbigottiti la prima fragorosa vittoria elettorale nei sotterranei dell’hotel Saint John, nel febbraio 2013. In attesa che le liste per le Europee del 2024 rendano i Cinque Stelle un partito-fotocopia del leader anche a Bruxelles -per ora come volti-simbolo del casting girano i nomi del presidente Inps Pasquale Tridico, del direttore de “La Notizia” Gaetano Pedullà, dell’ex direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio - c’è il fatto che tra gli adesso ottanta parlamentari di M5S, trentuno sono al primo mandato: fedelissimi di Conte, nella maggior parte dei casi devono tutto all’attuale leader; i più anziani, per via del limite dei due mandati, sono entrati comunque nell’epoca sua, hanno conosciuto le stagioni del governo grillino, dal 2018 in poi. Risultato: si stenta a riconoscere una faccia. Non c’è Roberto Fico, relegato al ruolo di padre nobile nonostante l’età tuttora incongrua per il ruolo, non c’è Paola Taverna (collaboratrice parlamentare come Vito Crimi), non c’è più neanche Nunzia Catalfo, che per dieci anni ha depositato le proposte di legge sul salario minimo (la prima a firma Conte, all’inizio di questa legislatura, era la fotocopia della sua). Non c’è in generale nessuno riconoscibile, a parte l’ex premier, il suo braccio destro Stefano Patuanelli, l’ex sindaca di Torino Chiara Appendino - la cui ascesa continua a essere azzoppata dalle sentenze su piazza San Carlo - e, a tutto concedere, la giovane Vittoria Baldino. A Roma Virginia Raggi continua a essere mal vista e considerata una potenziale traditrice, Alessandro Di Battista direttamente un competitor, adesso per via dell’associazione culturale Schierarsi che al momento appare tuttavia in stand by (forse essendo Dibba in viaggio-reportage dal Sudamerica, tanto per cambiare: gli ultimi post lo davano nel lebbrosario di San Pablo Loreto, Amazzonia peruviana, dove fu volontario Che Guevara, figuriamoci). 

Conte d’altra parte non sembra avere un vero interesse a riorganizzare il partito dotandosi di un gruppo dirigente vero. E questo nonostante i risultati magrissimi delle elezioni locali, un punto debole ora diventato un punto tragico dei Cinque Stelle. Nelle ultime amministrative di maggio, ha calcolato Youtrend, solo in cinque capoluoghi su tredici il Movimento ha superato il 3 per cento, mentre per le Regionali il Molise ha confermato la tendenza in vigore dalla fine del governo gialloverde: i Cinque Stelle non superano il 10 per cento da quattro anni in tutta Italia (unica eccezione, la Sicilia 2022, quando però si votava in contemporanea con le Politiche). A fronte di questo scarso radicamento, l’ultimo annuncio sul «cambiamento già iniziato» riguarda i cosiddetti gruppi territoriali («abbiamo sostanzialmente già nominato i coordinatori regionali e provinciali e sono partiti i primi 84 gruppi territoriali», ha dichiarato Conte, laddove la parola più eccitante è «sostanzialmente»), ma anche l’altrettanto coinvolgente «progetto giovani», che però partirà in via ufficiale soltanto a ottobre. L’opposto insomma dell’estate militante lanciata da Schlein per il Pd. Ennesima dimostrazione di quanto, visti metodi e traiettorie, il centrosinistra che unito potrebbe contendere la vittoria alla destra (secondo gli ultimi sondaggi di Euromedia research sarebbe addirittura un punto sopra) sia in pratica non coalizzabile. O meglio: poco interessato ad esserlo, per lo meno dal lato Conte. Sfocato è bello.

Dr. Jeckyll e Mr. Hyde, breve storia di Conte, il populista per caso che ora punta al centro. Antonio Polito su Il Corriere della Sera il 25 Maggio 2023

Lo Schiaffo di Massa, che l’ex premier ha ricevuto da un no-vax, è la nemesi del governante che si trasforma in oppositore. L’«avvocato del popolo» (sua la definizione) ha sacrificato la parte ribellista e “sentimentale” dei Cinque stelle per ridurre i danni elettorali. Il futuro? Come insegna la politica bisogna occupare gli spazi vuoti...

Questo articolo di Antonio Polito è stato pubblicato su 7 in edicola il 19 maggio, unitamente al servizio che Claudio Bozza ha dedicato a Luigi Di Maio (lo trovate al link nel Leggi anche). Lo proponiamo online per i lettori di Corriere.it

Lo Schiaffo di Massa, vigliaccamente assestato da un fanatico no-vax all’ex premier Giuseppe Conte, è solo un episodio. Ma è carico di simboli. Rappresenta un po’ la summa di quelle che un grande rivoluzionario, Mao Tse-tung, definiva le «contraddizioni in seno al popolo»; e che oggi, applicate alla rivoluzione minore dei Cinque stelle, potremmo chiamare le «contraddizioni in seno al populismo».

Un frame dello schiaffo ricevuto da Conte il 5 maggio a Massa da un militante no vax

Il paradosso

La pandemia insegue infatti come un fantasma la nuova vita all’opposizione dell’ex premier. Sembra un paradosso: mentre il Tribunale dei ministri lo indaga per aver agito poco e tardi nel chiudere la Bergamasca, i no-vax lo identificano come l’uomo che chiuse l’Italia intera, calpestando secondo loro le libertà dei cittadini. Se c’è un esempio della nemesi storica che può colpire chi da governante si trasforma in oppositore, quello è lo Schiaffo di Massa. La storia del Conte politico è del resto tutta segnata da una doppia personalità. C’è in questo azzimato maggiorente meridionale un Dottor Jeckyll e un Mr. Hyde. Da «avvocato del popolo» ha portato, forse per la prima volta dai tempi del fascismo, la parte più qualunquista e anti-politica del Paese al governo della Repubblica. Ma, una volta arrivato lì, ha dovuto anche imbrigliarla a vantaggio dell’interesse generale, dunque respingerne la demagogia ogni volta che entrava in conflitto con la democrazia. Non è questa la sede per decidere se l’ha fatto bene o male, e neanche per stabilire se ha gestito accuratamente la pandemia. Se qualche sbaglio ha fatto, gli si possono - secondo me gli si devono - riconoscere le attenuanti: si trattava di un virus globale, mortale e sconosciuto, che ha fatto venti milioni di vittime in tre anni in tutto il mondo, e che in Occidente ha scelto proprio l’Italia per manifestarsi con la sua massima virulenza.

La ribellione interna

Però, il fondo più oscuro dell’elettorato che Grillo era riuscito a evocare suonando il piffero del “vaffa”, si è infine ribellato anche al suo governo. E si è di nuovo trasformato in jacquerie, pulsione anarchica, rabbia contro l’establishment, qualsiasi esso sia. Così Giuseppe Conte, erede un po’ per caso di quel patrimonio di consensi, è riuscito a portarne con sé, nella nuova avventura all’opposizione, solo una metà, che potremmo definire il “populismo politico”, più interessato a questione morale e questione sociale, e alla redistribuzione dei soldi pubblici: sia ai ceti popolari (come i percettori di reddito di cittadinanza), sia a quelli proprietari (come i fruitori di superbonus edilizi). L’altra metà, che chiameremo qui il “populismo sentimentale”, più radicale e intransigente, una versione mediterranea dell’individualismo anti-comunitario che in America chiamano dei “forgotten men”, dei “dimenticati”, gli si è rivoltata contro. Ed è la schiuma da cui è emerso lo Schiaffo di Massa.

Statista di lotta e di governo

Così la figura politica di Conte resta sospesa tra Macron e Mélenchon. Tra lo statista che ai Consigli europei strappò durante la pandemia una quantità oggi da alcuni giudicata persino eccessiva di prestiti miliardari per il Pnrr; e l’agitatore di piazza che va ora in giro a chieder voti per fare più spesa pubblica e più indebitamento, cioè per chiedere altri prestiti, stavolta al mercato, e dunque ben più costosi di quelli europei.

Lui stesso forse non sa ancora che cosa essere, perché non sa che cosa era. Gli avversari l’hanno definito un volta-gabbana, per le numerose e clamorose piroette che è stato capace di fare. Ma per voltare gabbana, cioè bandiera, bisogna averne una; e Conte non ne aveva nessuna quando è entrato in politica. Più che altro lo si potrebbe definire - rubo qui un’immagine dell’ex senatore Quagliariello - un “situazionista”. Nel senso che adatta la sua politica alle situazioni in cui viene a trovarsi, non il contrario. È insomma un politico di un tipo del tutto nuovo; un post-politico potremmo dire.

Dal punto di vista sociologico, Conte è invece un perfetto esponente del tradizionale “partito del Sud”. Professionisti, avvocati, professori, medici, notai e notabili: quella classe dirigente meridionale che in passato compiva la sua ascesa sociale all’ombra della Democrazia Cristiana. E che nella Seconda Repubblica ha invece usato come un taxi le due grandi rivoluzioni politiche, quella del 1994 con Berlusconi e quella del 2018 con i Cinquestelle, per scalare posizioni e conquistarsi un posto al sole.

Le radici

Di origini culturalmente e geograficamente morotee, prima di essere scelto da Di Maio come ministro tecnico in pectore in caso di vittoria elettorale, Conte era genericamente di sinistra, una sinistra moderata, quasi piddina. Tanto è vero che l’avvocato perorò con Di Maio l’ipotesi di un governo col Pd, dopo le elezioni del 2018. Invece governo giallo-verde fu, ma lui pescò il jackpot. A corto di premier plausibili, Di Maio e Salvini lo scelsero come presidente del Consiglio nonostante non avesse mai messo piede non dico nel Parlamento, ma neanche in un consiglio comunale.

Sempre sulla scena

Bisogna ammettere però che il nostro seppe poi meritarsi alla grande questo bacio della Dea Fortuna. Da allora infatti ha saputo costruirsi una carriera politica che è passata pressoché indenne tra crisi e ribaltoni, tradimenti e scissioni. Al punto da poter dire che se Conte è un situazionista della politica, di sicuro lo è di talento.

Non solo infatti sopravvisse alla fragorosa fine del suo primo governo; ma presentandosi come il nemico numero 1 di quel Salvini di cui era stato alleato, riuscì a traghettarsi alla guida di un governo di segno opposto, non più con la destra della Lega, ma con la sinistra del Pd.

Quando poi anche il gabinetto giallorosso fu scosso dall’azione di Renzi, Conte strinse un patto con la vecchia guardia di Di Maio e Fico per ottenere un terzo mandato. Fallito quello, per lo sbarco su Palazzo Chigi di Mario Draghi, Conte rubò però la scena a entrambi, per prendersi la guida dei Cinquestelle. In realtà lui era orientato a farsi un partito tutto suo, per sfruttare l’indiscussa popolarità raggiunta negli anni di governo, anche grazie a un’eleganza nel vestire e a un eloquio d’altri tempi, quasi berlusconiani nello stile.

La strategia

Ma poi gli mostrarono un sondaggio: rischiava di perdere la metà dei voti e una quantità di denaro che non aveva, per andare da solo. Così si infilò nel corpo quasi cadaverico dei Cinquestelle, lasciato vuoto dalla fuga di Di Maio, e lo rianimò come se fosse un Frankenstein, fino a portarlo a un onorevole risultato nelle elezioni del 2022. C’è chi dice (Paolo Mieli lo ha scritto) che ora Conte potrebbe essere tentato da una nuova reincarnazione. Visto che Elly Schlein gli sta togliendo l’ossigeno a sinistra che pensava di avere, andando a braccetto con la CGIL e gli LGBTQ+, magari l’ex premier potrebbe tornare a presentarsi nei panni del moderato compiendo l’ennesima piroetta, stavolta a destra. Pare che il fido Casalino gli stia consigliando proprio questo. Ma lui si fida ancora di Casalino?

VITA E CARRIERA 

Giuseppe Conte è nato a Volturara Appula il 8 agosto 1964, figlio di un segretario comunale e di una insegnante elementare. Laureato in Giurisprudenza, ha iniziato a lavorare come avvocato civilista cassazionista. Professore ordinario di diritto privato, ha insegnato in diverse università. Conte è separato e ha un figlio di 16 anni. La nuova compagna si chiama Olivia Paladino.

Conte è entrato in Parlamento nel 2013, quando è stato eletto dalla Camera come componente laico del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, l’organo di autogoverno dei magistrati amministrativi. Poco dopo ne è diventato vicepresidente. Al governo Designato dai grillini come ministro del futuro governo durante la campagna elettorale del 2018, è poi stato indicato come premier, incarico che ha ricoperto dal 1°giugno 2018 al 13 febbraio 2021.

 Non accettiamo le verità preconfezionate. Conte sognava di fare il Robin Hood ed è finito come lo Sceriffo di Nottingham: ora è nel cuore di Meloni. Matteo Renzi su Il Riformista il 16 Maggio 2023 

Il Riformista che avete in mano oggi offre vari spunti di riflessione. Le elezioni in Turchia, innanzitutto. Riusciranno le opposizioni a mandare a casa Erdogan dopo vent’anni? Sarebbe una svolta di portata storica e solo il fatto che ci sarà il ballottaggio costituisce una notizia Saranno i ballottaggi a decidere anche i vincitori di questa tornata amministrativa.

Bassa l’affluenza, ancora più bassa l’attenzione dei media: è come se la politica fosse sotto anestesia. Spenta. Vale la pena rifletterci, nei prossimi mesi. Potrà sembrarvi lontano da noi ma invito a non sottovalutare anche il passaggio elettorale in Thailandia, uno dei paesi potenzialmente più interessanti di questo nuovo secolo asiatico: i militari al potere perdono anche se – non essendoci elezione diretta – non sarà facilissimo formare un nuovo Governo anche alla luce delle peculiarità costituzionali di Bangkok.

Nel frattempo, Zelensky chiude il tour europeo ribadendo che la pace o sarà ucraina o non sarà. Comprensibile la sua postura, quella del capo di un Paese aggredito e impegnato da quindici mesi in una straordinaria guerra di resistenza e di contrattacco. Penso che gli ucraini saranno protagonisti del loro futuro, e visto come si stanno mettendo le cose anche di quello europeo, ma credo anche che la pace sarà (anche) una pace cinese. Ed americana, si capisce. Forse persino vaticana. Ma la pace per definizione richiede un’iniziativa diplomatica accanto al necessario sostegno economico e militare che giustamente Kiev ha ricevuto e continuerà a ricevere.

Parliamo poi come facciamo tutti i giorni di due temi decisivi per il nostro Paese, due temi di cui altri scrivono poco: sanità e giustizia. Il paginone centrale vede un dibattito civile tra Tommaso Nannicini, uno dei padri del JobsAct, e Susanna Camusso, allora segretaria della CGIL. Mi piace che questo giornale contenga opinioni diverse, inciti al pensiero, valorizzi le intelligenze naturali e non solo quelle artificiali. Proprio per questo non accettiamo le verità preconfezionate: sostenere che i giovani siano costretti a vivere in tenda dalla globalizzazione cattiva è una storiella cui non crede nessuno.

La politica ha delle responsabilità: aver sprecato decine di miliardi per il superbonus ha arricchito i benestanti e aumentato le difficoltà dei più poveri. Giuseppe Conte sognava di fare il Robin Hood ed è finito come lo Sceriffo di Nottingham. Non a caso Conte e la Meloni filano d’amore e d’accordo e Giuseppi ha preso il posto di Enrico nel cuore della premier. Non ci credete? Guardate la vigilanza Rai, il salvataggio di Bonafede, le nomine dei vicepresidenti di Camera e Senato. E ieri anche la Rai. Conte è l’unica stampella del Governo. Su Fazio, la polizia, la Finanza e tutto il resto… torniamo domani.

Matteo Renzi (Firenze, 11 gennaio 1975) è un politico italiano e senatore della Repubblica. Ex presidente del Consiglio più giovane della storia italiana (2014-2016), è stato alla guida della Provincia di Firenze dal 2004 al 2009, sindaco di Firenze dal 2009 al 2014. Dal 3 maggio 2023 è direttore editoriale de Il Riformista

Francescano e 'comunista', ma spendaccione: il surreale restyling di Conte. Lorenzo Grossi l’11 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Il nuovo Movimento 5 Stelle ha completamente abbandonato l'idealismo originario di Beppe Grillo per intraprendere un percorso politico contraddittorio

C'è stato un periodo in cui Giuseppe Conte si autoproclamava "avvocato del popolo". Un'espressione che ebbe origine a Palazzo del Quirinale nel momento in cui si presentava per la prima volta alle telecamere, se si esclude la sua breve apparizione nello studio televisivo di Giovanni Floris quando Luigi Di Maio lo proponeva come ministro della Pubblica Amministrazione. Adesso, da borghese qual era, Conte si è trasformato in un Che Guevara de' noantri che ha fatto finta di dimenticarsi quali sono state le sue vere origini: un po' pacifista, un po' seguace di Berlinguer e talora anche un po' troppo dilapidatore.

In quel suo debutto istituzionale Giuseppi era stato appena incaricato da Sergio Mattarella di formare un nuovo governo a seguito delle elezioni politiche che avevano visto i successi di Movimento 5 Stelle e Lega. Era il 23 maggio 2018 e in pochi potevano prevedere che quell'uomo della strada – con la pochette – avrebbe potuto incredibilmente assurgere a 'statista' nel giro di pochissimi mesi. Eppure è quello che è successo. O meglio: è quello di cui alcuni media a lui compiacenti hanno tentato di convincerci. Probabilmente elogiavano la sua qualità di non ridere di se stesso nel transitare tra il Conte 1 e il Conte 2: ovvero dall'abbraccio con Salvini e i decreti sicurezza a quello con il Pd e i dl che li smontavano (o che perlomeno tentavano di farlo). Ma quello era soltanto la prima delle tante trasformazioni dell'attuale leader dei 5 Stelle. È bastato giusto il tempo di farsi defenestrare da Palazzo Chigi da Renzi e di costruirsi una propria semi-verginità da battitore libero contro le politiche di Mario Draghi per potere quantomeno limitare i danni grillini alle elezioni politiche del 2022.

Ma a chi vuole assomigliare Conte?

Stando soltanto a quello che lui stesso ha fatto o dichiarato in questo scampolo di 2023, abbiamo assistito ad almeno tre grandi sceneggiate di Giuseppe Conte. In un paio di dichiarazioni pubbliche si è infatti paragonato a San Francesco e a Enrico Berlinguer. In entrambi i casi il filo del suo ragionamento era veramente notevole. Nel primo l'ex presidente del Consiglio ha voluto sfottere il Partito Democratico che, tramite Nicola Zingaretti, si era identificato come il "partito della pace": "Il Pd è il partito della pace? Allora io sono San Francesco", si è limitato a commentare Conte. Un delirio dialettico che fa il paio con quello di qualche giorno più tardi quando, in visita in un circolo del Movimento a Ostia, si è avvicinato a una foto dello storico segretario del Pci affissa alla parete, commentando: "Credo che alcune battaglie fondamentali portate avanti da Berlinguer noi stiamo dimostrando coi fatti di portarle avanti".

E chissà a quali battaglie di Berlinguer o – a maggior ragione – di San Francesco si riferiva il 'compagno' Conte quando ha messo in soffitta l'idealismo di Grillo sulla politica senza soldi. Ora può (quasi) autonomamente gestire il nuovo giocattolo; e lo fa alle sue regole. Una di questa ha lambito la sua decisione di affittare uno spazio in pieno centro a Roma, a Campo Marzio, il cui costo è di 12mila euro al mese. Quindi stop al partito liquido e via alla classica impostazione di partito, con una sede in una zona di pregio nella Capitale e altre satellite sparse sul territorio. Del resto Giuseppi è il presidente e nel nuovo codice etico ogni potere è a lui demandato: anche quello di picconare l'intera ideologia pentastellata. Ecco quindi, in sintesi, il nuovo M5s di contiana ispirazione: da quello affidato alla protezione di San Francesco d'Assisi (il "santo povero") si è trasformato in spendaccione e nababbo. Il tutto nel solco dell'indiscutibile coerenza.

M5S o il partito di Conte ? Buona la seconda. Addio Movimento ed addio multe sul cambio di casacca. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 3 Febbraio 2023

Nuove regole che hanno stravolto i principi ed impegni elettorali molto diversi da quando 10anni fa (era il 2013) nacque il Movimento costituito da Casaleggio e Grillo, era predeterminato in 2.500 euro l'importo totale che i parlamentari potevano trattenere, chiamati a devolvere tutto il resto a iniziative benefiche

Il M5s fondato da Casaleggio e Grillo ogni giorno che passa è sempre meno movimento e  sempre più un partito monocratico, quasi dittatoriale, gestito da Giuseppe Conte a seguito della sua trasformazione, già avviata da tempo, a seguito dal nuovo “codice etico” grillino che ieri è stato approvato dagli iscritti tramite voto online (i “sì” sono stati 24mila). Eliminata la penale da 100mila euro sui “cambi di casacca”, ridotta ad una minima parte la beneficenza, è stata data la luce alla costituzione di un vero e proprio un partito che si finanzierà prevalentemente attraverso le “restituzioni” dei parlamentari, il cui ammontare non è stato ancora definito .

Tra i punti cardinali del nuovo “codice etico” modificati rispetto alla versione precedente, scompare la penale da 100mila euro a carico di chi viene espulso, abbandona il gruppo o si iscrive ad altro gruppo parlamentare, e per dimissioni anticipate dalla carica in assenza di gravi motivi. Una modifica che aveva fatto esplodere il numero dei contenziosi, con richieste di risarcimenti ed esposti nei confronti degli ex onorevoli pentastellati ancora tutte da determinare. Ma non solo: per gli eletti è prevista adesso la possibilità di incassare parte degli importi di indennità di funzione e assegno di fine mandato, che in precedenza andavano restituiti.

Il nuovo codice impone agli eletti a  fronte di questa “concessione”, l’obbligo di restituire una parte dell’assegno al partito “nella misura da determinarsi”, in quanto finanziamenti sono in forte calo a causa del pesante crollo del numero dei parlamentari eletti. 

Lo “strapotere” del presidente Conte

L’importo di quanto restituire ogni mese al Movimento non è stata ancora decisa: l’ipotesi circolante è che il bonifico di ogni parlamentare al Movimento debba essere di 2mila euro, più 500 euro da destinare a un fondo per la beneficenza. Delle nuove regole che hanno stravolto i principi ed impegni elettorali molto diversi da quando 10anni fa (era il 2013) nacque il Movimento costituito da Casaleggio e Grillo, era predeterminato in 2.500 euro l’importo totale che i parlamentari potevano trattenere, chiamati a devolvere tutto il resto a iniziative benefiche. 

Giuseppe Conte e Vladimir Putin

Aumentano anche i poteri del presidente, cioè di Giuseppe Conte che si è ritagliato il nuovo statuto ed il Movimento a sua immagine e somiglianza. Il quale però smentisce: “Non ne vengono introdotti di nuovi”. Secondo il “finto” avvocato del popolo, “con l’ultima modifica statutaria dell’organo del Comitato direttivo viene  identificato con la figura del Presidente”, motivo per cui la parola è più spesso citata. “Senza intervenire a variare le facoltà e i poteri spettanti a quest’organo apicale“. 

Il dissenso “interno” al Movimento 5 Stelle

Diverse le critiche da parte degli attivisti, che sui social network sulle pagine del Movimento, si chiedono: “Sta diventando un movimento presidenzialista?” E ancora: “Perché togliete la penale di 100mila per chi cambia casacca?” alle quali risponde Vito Crimi, ex-capo politico del Movimento e oggi responsabile delle piattaforme informatiche, che ha contribuito ad aggiornare il codice, iniziando dalla penale cancellata: “Nessuna novità, è un aspetto su cui aveva già obiettato la commissione per la trasparenza dei partiti che non la riteneva una previsione compatibile con le norme“.

Ma i malumori in crescita nel popolo grillino, si concentrano anche su altre scelte dei vertici. A cominciare dalla nuova sede del Movimento, un elegante ufficio nella centralissima via di Campo Marzio, a due passi da Montecitorio e dall’abitazione dove risiede Conte (cioè la casa della sua compagna Olivia Paladino) . Il canone mensile di affitto, secondo quanto scrive La Repubblica, si aggira intorno ai 12 mila euro mensili, e nei gruppi parlamentari grillini cresce il dissenso ed i l malcontento: “Chiedono i soldi a noi e poi spendiamo così tanto per la sede. Ma non dovevamo fare tutto online“. In molti ricordano che il partito “liquido” sembra finito nel libro dei ricordi: ormai anche i grillini sono diventati un partito, come tutti gli altri. Il tempo in cui i grillini si sentivano diversi e migliori è ormai finito. Da tempo. E gli elettori se ne sono accorti e li hanno abbandonati.

Redazione CdG 1947

Estratto dell’articolo di Emanuele Buzzi per corriere.it l’1 febbraio 2023.

Polemiche sui poteri del presidente, il ruolo comunicazione “depotenziato”, stop alle sanzioni per chi abbandona il Movimento 5 Stelle, sì a una postilla che di fatto sbarra la strada a Virginia Raggi per nuove candidature: questo in sintesi è il codice etico che i militanti Cinque Stelle sono impegnati a votare in queste ore.

 La ratifica di una delle pietre miliari che disciplinano le regole interne al Movimento sta creando dibattito, specie per quello che riguarda la figura del presidente. L’accusa che viene rivolta da alcuni stellati a Giuseppe Conte è quella di aver accentrato nelle sue mani con il nuovo codice troppi poteri. C’è chi ironizzando parla di «presidenzialismo M5S».

Il leader stellato replica alle accuse spiegando che si tratta di mere modifiche tecniche. Sostituire un nome con un altro, in poche parole. «L’organo apicale di indirizzo politico e rappresentanza legale, inizialmente, era il “Capo politico”. Successivamente, quest’organo è stato modificato in “Comitato direttivo”. Con l’ultima modifica statutaria e, quindi, nello Statuto vigente quest’organo è identificato con la figura del Presidente», dice Conte. Ma tra stellati e ex proseguono le critiche.

C’è chi fa notare: «L’indirizzo politico del Movimento ricade sul presidente e non più sugli iscritti. Sulla base di questo indirizzo si può sanzionare un eletto». […] Altro terreno di scontro è il ruolo degli europarlamentari. «Si tolgono gli obblighi in assoluto per i parlamentari europei di decurtazione del proprio stipendio o di limitazione ai propri privilegi. Esistono regole di divieto ai finanziamenti ai partiti, non di beneficienza», si lamentano alcuni. […]

Nelle pieghe del comunicato si nota che il nuovo codice etico è stato approvato «a maggioranza» dei componenti del comitato di garanzia. Facile desumere che a opporsi sia stata Virginia Raggi. L’ex sindaca di Roma è contraria, infatti, a un cambio di rotta che sradichi il M5S dai valori delle origini. Il testo, peraltro, contiene una precisazione che di fatto preclude proprio a Raggi eventuali nuove candidature: «Al fine del computo dei mandati elettivi svolti, non si prende in considerazione un solo mandato da consigliere comunale o circoscrizionale o municipale, in qualunque momento svolto».

I fedelissimi di Conte precisano: «Si tratta di una precisazione già implicita nelle regole vigenti, tant’è che Raggi non si è candidata alle Politiche». Ma c’è chi, non certo nell’alveo della sindaca, fa notare: »A Raggi conta un mandato elettivo da sindaco perché ha avuto la sfortuna di essere stata eletta dal popolo, a Conte no perché è stato scelto da Di Maio e Salvini. è ridicolo conteggiare i mandati elettivi e non quelli “esecutivi”». Intanto, dal codice etico spariscono anche i riferimenti a Rousseau e alle sanzioni da 10mila euro per chi abbandona il Movimento. […]

Estratto dell'articolo di Francesco Boezi per ilgiornale.it il 29 gennaio 2023.

Angelo Bonelli, storico leader dei Verdi italiani, spiega perché il Movimento 5 Stelle non sia stato accolto nella famiglia ecologista in Ue.

 In questi giorni lei e Conte non vi state risparmiando...

«[…] La famiglia dei Verdi europei ha dei valori. Mi sono limitato a constatare che in questi anni, brevi, Conte ha governato con Salvini, col Pd e la sinistra, con Draghi, indicando Cingolani. Vogliamo chiamarla contraddizione?».

 Poi c'è il tema della politica internazionale.

«I suoi endorsement a Bolsonaro, i reciproci endorsement con Trump e l'equidistanza tra Macron e Le Pen. Io non condivido molte cose di Macron ma in quella campagna elettorale, se fossi stato francese - usando un'espressione di Conte nella mia modestia del mio consenso elettorale -, non avrei avuto dubbi su chi votare. Queste sono le questioni, poi ce ne sono molte altre».

 Lei ha una storia di coerenza, Conte è un populista liquido.

«Alcune convergenze ci sono con il M5S. Ma io non ho fatto il presidente del Consiglio, sempre perché la «modestia del mio consenso elettorale» non me l'ha consentito. Ma io non ho approvato condoni edilizi o leggi che non hanno rispettato gli obiettivi climatici, come il piano su Energia e Clima.

Un piano che continua ad essere fuori target. Non ho utilizzato il decreto Morandi per inserire, oltre al condono edilizio di Ischia, anche una norma, che definisco assassina del territorio, e che consente lo spargimento di fanghi di depurazione su suoli agricoli, con livelli alti di diossina e metalli pesanti. Questo è stato fatto durante il governo Conte. Io ho pagato il prezzo della coerenza ambientalista e l'ambientalismo non è un elemento di marketing».

[…]

Da iltempo.it il 25 Gennaio 2023.

A Dimartedì va in scena il Giuseppe Conte show, con l'ex premier ora alla guida del Movimento 5 stelle che spara a zero sul governo di Giorgia Meloni accusandola di mancate promesse, giravolte e incoerenze. Insomma, ogni sorta di tradimento politico. Con il Pd concentrato sulle primarie, d'altronde, all'opposizione restano solo i grillini. 

 (...)

Tra gli applausi scroscianti dello studio "amico" di Giovanni Floris, Conte snocciola il repertorio di accuse all'esecutivo, ma quando l’intervista termina la parola passa ad Alessandro Sallusti che spiazza tutti, conduttore compreso: "Stasera mi sembra di essere da Crozza, non da Floris...", premette. "Se non fossimo in prima serata direi che Conte ha la faccia come il cu**", afferma il direttore di Libero che poi mette i puntini sulle "i": "Lui parla di incoerenza? Uno che ha attraversati le alleanze politiche più disparate pur di governare? Uno che in camopagna elettorale diceva no Tap e no Tav e poi ci sono state entrambe le opere? Uno che ha aumentato le spese militari dell'Italia e poi, oggi, ha votato contro? Uno che ha fatto disastri inenarrabili sul Covid, insieme al ministro Roberto Speranza (anche lui in studio, ndr) viene a dare lezioni di coerenza? Siamo da Crozza..." conclude Sallusti.

Estratto dell’articolo di Nino Luca per CorriereTv il 24 gennaio 2023.

 «Se ci si innamora del palazzo in centro a Roma con l'ufficio faraonico, se ci s'innamora di stipendi importanti, perché sennò non si può andare a Cortina…». […] Davide Casaleggio, […] parla di come è cambiato il Movimento 5 Stelle con la guida di Giuseppe Conte, in occasione della presentazione del libro di Emanuele Buzzi «Polvere di stelle» […] «Ovviamente quando uno diventa parlamentare ha accesso a uno stipendio da 13mila euro e può farne quello che vuole. Il tema è che noi abbiamo dimostrato che si può fare politica in modo diverso, in modo francescano» […] «Io in 15 anni non ho toccato un euro».

«Giuseppe Conte ha interpretato un ruolo importante per quanto riguarda la presidenza del Consiglio, non altrettanto bene per quanto riguarda la gestione di un movimento politico che a questo punto dovrebbe cambiare nome, quanto meno». […] «A mio padre? Di certo non piacerebbe». Quindi per il futuro il Movimento 5 stelle, «che ha una nuova organizzazione, non ha senso che prenda delle regole e dei principi di qualcosa di passato e li porti avanti. […] Beppe Grillo ha la stanchezza di aver portato avanti per 15 anni un movimento politico importante, sacrificando la sua vita personale».

Oltre che con Beppe Grillo ho «buoni rapporti con tante persone che sono tuttora all'interno del Movimento. Mi spiace molto che venga dileggiato Di Maio. Non è corretto farlo nel suo momento di difficoltà. Oggi il M5s sta […] stipendiando le persone per fare qualunque attività, anche gli ex parlamentari stanno stipendiando. E servono molti soldi per farlo: soldi dei cittadini, finanziamento pubblico». Questa stoccata evidentemente diretta a Crimi e Taverna. […] «[…]Oggi […] facendo tesoro degli errori del M5s, si può creare qualcosa di nuovo. Cosa ho votato a settembre? Mi sono astenuto». […]

"C'è una persona che decide un capolista o un amico da mettere al Csm". Casaleggio contro il ragno a 5 Stelle: “Grillo è stanco, è il partito di Conte innamorato dei soldi”. Redazione su Il Riformista il 24 Gennaio 2023

Torna a parlare Davide Casaleggio della scissione avvenuta all’interno di quel Movimento fondato dal padre Gianroberto e da Beppe Grillo e, forse, si rende conto del ‘mostro’ che ha creato. Il presidente dell’associazione Rousseau, intervenuto ieri alla presentazione del libro “Polvere di Stelle” di Emanuele Buzzi (edizioni Solferino), attacca a testa bassa l’ex premier e alleato Giuseppe Conte, accusandolo di essersi allontanato dalla politica “francescana” che ha contraddistinto nei primi anni il Movimento 5 Stelle.

Casaleggio sostiene infatti che oggi il partito “dovrebbe cambiare nome, perché si fonda su un’altra organizzazione: è il partito di Conte”. Un partito, diventato “come tanti altri” che anche papà Ginaroberto “non condividerebbe né nelle forme né nella partecipazione”, all’interno del quale ”c’è una trasformazione dal punto di vista organizzativo da stella marina a ragno. Le stelle marine riescono a mantenere la loro struttura e la loro importanza nel tempo perché non hanno un punto centrale da cui tutto dipende. Ci sono i ragni che sono molto più problematici, perché è sufficiente che cada la testa perché non ci sia più un organismo”.

Conte – ha spiegato Casaleggio – ”penso che abbia interpretato un ruolo importante per quanto riguarda la presidenza del Consiglio, non altrettanto bene per quanto riguarda la gestione di un movimento politico che a questo punto dovrebbe cambiare nome”. Casaleggio non chiude alla creazione di un nuovo soggetto politico (”Oggi si è creato un grandissimo spazio nell’astensionismo per coinvolgere le persone”, facendo ”tesoro degli errori del M5s, si può ”creare qualcosa di nuovo”) perché “costruire strumenti di partecipazione è l’obiettivo che mi sono sempre posto in passato e che mi porrò anche in futuro”.

Sul rapporto con Grillo, Casaleggio spiega che “ci facciamo gli auguri nelle occasioni in cui bisogna farsi gli auguri” perché “Beppe ha la stanchezza di aver portato avanti per 15 anni un movimento politico importante, scarificando la sua vita personale”. Il presidente dell’associazione Rousseau fa sapere di aver ”buoni rapporti con tante persone che sono tuttora all’interno del Movimento”.

Movimento che “oggi sta stipendiando le persone per fare qualunque attività, anche gli ex parlamentari stanno stipendiando. E servono molti soldi per farlo: soldi dei cittadini, finanziamento pubblico“. Un conflitto d’interessi che riguarda soprattutto il tema della restituzione di parte dello stipendio da parlamentare: “Oggi si sta vedendo questo tema delle restituzioni come qualcosa di marginale e non più utile. Quando due su tre dei parlamentari che devono decidere se i parlamentari devono tenersi o meno 700mila euro, è ovvio che a queste due persone conviene dire di sì. Quando c’è un conflitto d’interessi così chiaro diventa problematico poi creare delle regole che tutti rispettino” perché – e qui arriva l’ulteriore stoccata a Conte –  ”se ci si innamora del palazzo in centro a Roma con l’ufficio faraonico, se ci s’innamora di stipendi importanti, perché sennò non si può andare a Cortina…”.

Ovviamente – precisa – quando uno diventa parlamentare ha accesso a uno stipendio da 13mila euro e può farne quello che vuole. Il tema è che noi abbiamo dimostrato che si può fare politica in modo diverso, in modo francescano”. Casaleggio vede inoltre “un’involuzione dell’organizzazione che era stata messa in piedi. I principi sono stati riscritti, le regole che erano alla base della partecipazione sono state disattese anche se si fa finta di seguirle. C’è una persona che decide un capolista o un amico da mettere al Csm”.

DAGOREPORT il 12 gennaio 2023.

Ma quale ex moglie! Valentina Fico, 48 anni, componente della VII sezione dell’Avvocatura dello Stato, nello stato di famiglia risulta ancora la coniuge di Giuseppe Conte, dal cui matrimonio sbocciò nel 2007 un figlio, il 16enne Niccolò.

 A precisarlo è la stessa signora Fico in una chat su Twitter (denominata “Le bimbe di Valentina Fico"), come ha rivelato due giorni fa Giuseppe Candela su Dagospia:

Così a giugno scorso la Fico si toglie qualche sassolino dalle scarpe: "Vi svelo un segreto mai detto. Non siamo separati legalmente ma ancora per poco spero", spiegando, a chi sottolineava che in rete si parlava del divorzio, che "fa comodo scrivere così" ma che "in teoria sulla carta siamo ancora sposati, ma non cambia niente".

 Sorge spontanea la domandina: una volta deciso di terminare la convivenza matrimoniale, come mai non hanno mai pensato di separarsi legalmente? E’ stata una decisione di comune accordo oppure qualche ostacolo ha determinato una “separazione di fatto”, pur avendo chiuso il matrimonio da almeno 5 anni? 

Infatti, le prime foto insieme dell’allora premier Giuseppe Conte e della sua fidanzata Olivia Paladino appaiono sul numero di 'Oggi' in edicola il 26 luglio 2018. I piccioncini, scrive il settimanale, "sono stati ripresi sul terrazzo con piscina di una bella villa sul litorale a sud di Roma (Hotel Punta Rossa, San Felice Circeo, Ndr)’’. 

E aggiunge: “Finora, pur essendo da tempo una coppia ufficiale e pur essendoci già tra le loro famiglie confidenza e affetti, i due si erano sempre molto impegnati per evitare di finire nello stesso scatto: lei non è mai apparsa accanto a lui nelle occasioni ufficiali; entrambi arrivavano e andavano via separatamente dalle cene, anche quelle con i loro bimbi, usando ingressi laterali e dandosi appuntamento a tarda notte, spesso proprio a Palazzo Chigi".

 La prima uscita ufficiale dei due risale invece al dicembre 2019, quando lei ha accompagnato Conte a un evento di beneficenza al Teatro San Carlo di Napoli. A parte essere la deliziosa figlia dell’attrice Ewa Aulin e del dovizioso proprietario dell’Hotel Plaza di Roma, di Olivia Paladino si sa poco o nulla. Ha una sorella, Cristiana Paladino, un fratellastro, Shawn John Shadow, e una figlia, Eva, il cui padre non è mai pervenuto alla stampa. Mai concessa una intervista, nessun profilo sui social.

C’è chi la ricorda giovanissima e scatenatissima tra la gioventù della Roma-bene intenta a svacanzare sull’isola di Ponza tra disco e barche, poi scende il silenzio. Finché, sguardo ''sospeso'' e chioma bionda alla Mae West, riciccia al fianco di quella inimmaginabile sorpresa politica chiamata Conte, premier per caso.

 Sui giornali si racconta che il colpo di fulmine tra Giuseppe e Olivia, detta Olly, sarebbe scoccato tra i banchi di una scuola, durante un colloquio scolastico con i professori dell’istituto frequentato dalla figlia di lei, Eva Paladino, e dal rampollo di lui, Niccolò, che frequentano la stessa classe. 

 In un’intervista su “Chi”, troviamo un rarissimo e lialesco accenno di Conte al suo nuovo legame: “I nostri rispettivi figli hanno un’amicizia fortissima, nata tra i banchi di scuola. Quanto a Olivia è una persona speciale, ha il suo lavoro che la impegna e l’appassiona ma riesce sempre a farmi sentire la sua premurosa vicinanza. Vorremmo trascorrere più tempo insieme ma purtroppo i nostri impegni non sempre ce lo consentono. Siamo però consapevoli di aver costruito su questa nostra d’amore un legame solido e duraturo”.

Davanti a tanto trasporto di amorevoli sensi, qualcuno sulla chat “Le bimbe di Valentina Fico" trasforma il dolce latte in acido yogurt e definisce Olivia Paladino una gatta morta, e la Fico è ben felice di puntualizzare: "Se ti leggi il libro sulle gatte morte capirai che vincono sempre. Quindi nessuna sorpresa. Io posso dare solo un consiglio: se avete figli non mandate mai i vostri mariti a prenderli a scuola. Specialmente dove ci sono mamme single".

La tenera storiella di un colpo di fulmine tra i banchi di scuola tra l’Avvocato del Popolo e "Olly" viene ribaltata sulla chat: "Non ce l'ho con lui ma con lei che non ha lasciato perdere un uomo sposato", scrive una donna a cui la Fico replica così: "Soprattutto se è marito di un'amica... ma lasciamo perdere. Mi taccio per sempre". 

 Ecco la notizia: tra Valentina e Olivia correva un’amicizia che precede il fatal incontro scolastico di Olly con l’avvocato gagà dello studio Alpa. Roma impicciona mormora che il rapporto di familiarità tra le due donne è di vecchia data e sottolineano l’affettuosa vicinanza di Valentina durante un periodo molto complicato della vita di Olivia. Tanta compassionevole affettuosità ripagata con la sottrazione del marito...

Di qui avrebbe origine la sua incazzatura: così, qualche tempo fa, a chi faceva complimenti alla coppia ("Tu e Olly siete stupendi") la moglie aveva così replicato: "Come no, dopo che hanno distrutto una famiglia". 

 E recentemente, sul caso del Conte tutto d’Ampezzo, intervistata dal “Corriere della Sera”, ha graffiato l’ex amica rubamariti senza mai degnarla del suo nome: “Ma la compagna è miliardaria! Dove volete che passi le vacanze? In un ostello? E lui era ospite, non ha mica pagato”. 

 Non soddisfatta, spruzza zizzania a piene mani: “Se lei avesse una donna ricca, abituata a fare la vita da ricca, non la raggiungerebbe forse a Capodanno dove sta? O le imporrebbe, in quanto capo dei 5 Stelle, di andare alla pensione Mariuccia? Altro sarebbe se Conte vivesse nel lusso sfrenato. Allora sì che potrebbe tacciarsi di incoerenza e ipocrisia”.

Sui social e in ogni intervista, il bersaglio dell’inviperita Fico è sempre e unicamente la gatta morta Paladino, da una parte. Dall’altra ha sempre sostenuto di essere rimasta in ottimi rapporti con il marito fedifrago che, dice, continua a sostenere con messaggi di incoraggiamento (“Gliene dico tante in privato!”). 

Nell’estate 2021 il settimanale Tpi, vicino ai 5 stelle, conferma: “Probabilmente pacifico anche per il bene del ragazzo, che avrebbe un legame molto forte con l’ex premier. A provare quanto sia saldo l’affetto tra i tre il fatto che l’ex presidente del consiglio si sia recato ad Agropoli, qualche settimana fa (alla fine di luglio) per la scomparsa dell’ex suocero Nino Fico. Le esequie sono state celebrate all’interno della Chiesa della Madonna delle Grazie. Fico, ex giudice della Corte di Cassazione, era molto conosciuto e stimato nella città cilentana. Con la sua presenza il leader del M5s aveva voluto esprimere vicinanza all’ex moglie e al suo adorato Niccolò”.

Come finirà la guerra della Fico contro l’usurpatrice Paladino? Ah, saperlo… Una cosa è però certa: non finirà…

Conte e Olivia, le accuse dell'ex moglie: "Hanno distrutto una famiglia..." In una chat, i veleni dell'ex moglie di Conte sull'attuale compagna dell'avvocato. "Non mandate i vostri mariti dove ci sono mamme single". Marco Leardi il 12 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Nei giorni scorsi era intervenuta in difesa di Giuseppe Conte, parlando di "inutile polemica". Valentina Fico, ex consorte del leader pentastellato, è entrata così nel dibattito sulle vacanze a Cortina del noto esponente politico. Ora, mentre quel caso continua a far discutere, a tratteggiare un profilo inedito della donna è stato il sito Dagospia, che ha ricostruito alcune sfumature del suo rapporto con l'ex premier. Il portale di Roberto D'Agostino ha nello specifico riportato alcuni messaggi che l'avvocato - componente della VII sezione dell’Avvocatura dello Stato - avrebbe scritto su una chat di Twitter dal titolo emblematico: "Le bimbe di Valentina Fico".

Conte e il "segreto" dell'ex moglie

"Vi svelo un segreto mai detto. Non siamo separati legalmente ma ancora per poco spero". In sostanza, "sulla carta siamo ancora sposati, ma non cambia niente", avrebbe digitato la donna nel giugno scorso, come descritto da Dago. Rivelazione: stando a quelle parole, quindi, il matrimonio tra Conte e la signora non sarebbe formalmente finito. Ora però l'ex premier ha una relazione con Olivia Paladino: il settimanale Chi pizzicò i due insieme, per la prima volta, nel 2018. Nonostante la stabilità di questo rapporto, nel tempo la Fico avrebbe comunque mantenuto contatti cordiali con il leader pentastellato. Ed è sui rapporti tra la donna e Olivia Paladino che Dagopia ha ricostruito un po' di retroscena.

Le "gatte morte" e le "mamme single"

Per farlo, il sito ha riportato altri messaggi attribuiti alla Fico e comparsi in una chat. Rispondendo a un'utente - sostiene Dago - l'avvocato avrebbe commentato: "Se ti leggi il libro sulle gatte morte capirai che vincono sempre. Quindi nessuna sorpresa. Io posso dare solo un consiglio: se avete figli non mandate mai i vostri mariti a prenderli a scuola. Specialmente dove ci sono mamme single". E ancora, replicando a un'ulteriore sollecitazione: "Soprattutto se è marito di un'amica... ma lasciamo perdere. Mi taccio per sempre". Il riferimento sibillino era probabilmente al fatto che Olivia Paladino e Conte si erano conosciuti così, in circostanze sulle quali l'ex premier aveva però fornito una versione differente. "I nostri rispettivi figli hanno un'amicizia fortissima, nata tra i banchi di scuola...".

Il retroscena su Olivia e Valentina

Ma l'ulteriore retroscena riguarda appunto il fatto che tra Valentina e Olivia ci sarebbe stata un'amicizia precedente al "fatal incontro" tra l'imprenditrice e l'avvocato. "Roma impicciona mormora che il rapporto di familiarità tra le due donne è di vecchia data e sottolineano l’affettuosa vicinanza di Valentina durante un periodo molto complicato della vita di Olivia. Tanta compassionevole affettuosità ripagata con la sottrazione del marito...", scrive in maniera caustica il sito di Roberto D'Agostino, sostenendo che per quel motivo i rapporti tra le due si sarebbero via via guastati.

A chi faceva i complimenti alla nuova coppia, l'avvocato in passato avrebbe risposto: "Come no, dopo che hanno distrutto una famiglia...". Tra presunti retroscena e sussurri, una storia che ancora non avrebbe conosciuto una vera e propria conclusione.

Da liberoquotidiano.it il 12 Gennaio 2023.

"È evidente a tutti che c’è un’attenzione morbosa nei miei confronti. Non devo giustificarmi di nulla". Giuseppe Conte ha consegnato a Veronica Gentili le parole definitive sulla sua vacanza a Cortina paparazzata da Dagospia e diventata in poche ore un caso politico. Ospite di Controcorrente su Rete 4, il leader del Movimento Cinque Stelle si sfoga.

 "Ho assistito a questa bolla mediatica e mi sono anche sorpreso, ho sentito anche tante stupidaggini", puntualizza l'avvocato del popolo. "La questione è molto semplice: ho raggiunto per Capodanno la mia famiglia che era a Cortina, per non rimanere solo a Roma, dove ho lavorato fino al 30. Ipocrisia? Non credo proprio, perché se c’è una cosa che mi caratterizza è la massima trasparenza". E ancora: "Se c’è la mia famiglia a Cortina la raggiungo, pagando di tasca nostra, e credo che non ci sia nessuna colpa, nulla di cui giustificarsi".

Per Conte "è evidente a tutti che c’è un’attenzione morbosa. Ho sentito tante stupidaggini, tipo che avrei pagato 1500 euro a notte. Abbiamo pagato molto meno di quella cifra. Siamo alla follia, se io devo giustificare le spese di un mènage familiare". "Secondo voi posso venire qui a restituire la contabilità di u chi paga la stanza, chi paga il ristorante, chi paga la spesa di viaggio? Siamo alla follia...", si difende il leader del M5S chiedendo provocatoriamente se "agli altri politici si chiede chi paga cosa?". 

 "Un giornalismo serio, che vuole fare inchiesta e non questo gossip", chiosa Conte, "dovrebbe, dedicarsi a chi, e mi riferisco a leader politici, le vacanze non le paga come le ho pagate io ma semmai se le fa pagare da Stati stranieri".

Da liberoquotidiano.it il 10 gennaio 2023.

Fanno ancora discutere le vacanze natalizie di Giuseppe Conte. L'ex premier ha seguito la filosofia del suo Movimento e ha trascorso un Capodanno a Cinque Stelle. Nel vero senso della parola. Immortalato con la compagna Olivia Paladino al Grand Hotel Savoia, la presenza del leader pentastellato a Cortina ha sollevato parecchia polemica.

 Tra gli ultimi a sottolineare qualche contraddizione è Marcello Sorgi. Ospite di Stasera Italia su Rete 4, l'editorialista de La Stampa esordisce: "Bisogna ricordare che nel governo gialloverde, il Conte 1, o forse nel Conte 2, si caratterizzò uno dei provvedimenti identitari, ossia delle ispezioni terribili a Cortina".

Il riferimento nella puntata di lunedì 9 gennaio è ai controlli a tappeto su eventuali evasori fiscali. Controlli che fecero storcere il naso al giornalista: "Come se Cortina fosse solo un luogo di evasori fiscali...", prosegue mentre Barbara Palombelli sembra dargli ragione: "È vero".

 Sorgi spiega che gli stessi albergatori si indignarono: "Non tutti gli hotel a Cortina costano 2.500 euro a notte, così come non credo che tutte le stanze dell'hotel dove ha alloggiato Conte costino così". Eppure qualche incongruenza c'è: "Ma se da presidente del Consiglio ti vanti perché hai mandato le ispezioni a Cortina e poi ci vai in vacanza, qualche problema nasce". 

Da ilfattoquotidiano.it il 10 gennaio 2023.

Scontro rovente a Otto e Mezzo (La7) tra Marco Travaglio e Alessandro Sallusti sul soggiorno del leader del M5s Giuseppe Conte in un hotel lussuoso a Cortina D’Ampezzo. 

Il direttore di Libero, che ha dedicato quotidianamente articoli sulla vacanza dell’ex presidente del Consiglio, osserva: “Quella di Conte mi è sembrata una contraddizione in termini. Prima passa il tempo in Parlamento, e non solo lì, a urlare contro i ricchi: ‘Tutti ladri, tutti evasori, tutti in galera! Dobbiamo stare coi poveri’.

E 10 minuti dopo, finito tutto, prende e va a Cortina. Io sono felice che vada a Cortina. A me non inquieta il Conte a Cortina, ma il Conte in Parlamento”.

 “Chi è che ha detto che i ricchi sono tutti ladri? – incalza il direttore de Il Fatto Quotidiano – Conte ha mai urlato contro i ricchi dicendo che sono ladri?”.

Io capisco che tu sia di parte”, risponde Sallusti.

Travaglio replica: “No, io voglio capire in quale dibattito parlamentare ha detto le scemenze che hai appena riportato, perché teoricamente faresti il giornalista anche tu, no? Quindi, saresti tenuto a un minimo di fatti. A te dà fastidio che Conte difenda i poveri e quindi – continua – secondo te chi non è povero non può difendere i poveri. Allora, dato che tutti i politici guadagnano 15mila euro al mese, nessuno deve difendere i poveri ma devono difendere tutti i ricchi. Questa è la tua idea balzana”.

 Sallusti rilancia: “Tu così mi stai rivalutando, perché nemmeno io nei tempi andati e gloriosi in cui cercavo di difendere Berlusconi ero così convincente. Appena si pronuncia la parola Conte, Travaglio salta sulla sedia e dice: ‘Quando? Come?'”.

Ma Conte ha frodato il fisco per 380 milioni di dollari? – chiede il direttore del Fatto – Ti risulta che Conte si sia comprato delle ville con la frode fiscale? Che paragoni stai facendo? Ma di che parli? Tu fai il giornalista, ogni tanto dovresti dire qualcosa di vero per sbaglio“.

 “Tu invece stai facendo l’avvocato di Conte“, ribatte Sallusti. “Ma io non faccio l’avvocato di niente – replica Travaglio – Io mi occupo di cose serie. Tu hai dovuto chiedere scusa a Bersani dopo averlo attaccato perché stava comprando una cosa in un negozio di lusso, perché secondo te uno di sinistra non può acquistare nulla in un negozio di lusso. E ci stai ricascando”.

Estratto dell’articolo di Gabriele Bartoloni per repubblica.it l’8 gennaio 2023.

Più che una polemica destinata a resistere giusto qualche ora, quella tra renziani e contiani sui lussuosi soggiorni a Cortina sta assumendo i tratti di un romanzo a puntate. L’ultimo capitolo riguarda un’interrogazione presentata in Parlamento dalla senatrice di Italia Viva, Silvia Fregolent, rivolta al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Obiettivo: sapere dal Viminale quanto sia costata la trasferta veneta (con tanto di scorta) del leader del M5s Giuseppe Conte, paparazzato insieme alla compagna nell’esclusiva località veneta. 

 La senatrice renziana, dunque, chiede di “verificare quanto sia stato speso per la trasferta e la protezione dell’ex presidente del Consiglio per il suo soggiorno" nella meta delle Dolomiti, in quanto - si legge nel testo dell’interrogazione - “elementari ragioni di opportunità imporrebbero estrema chiarezza circa il pagamento” dell’intero soggiorno.

  Secondo quanto scrive la stessa senatrice il pernottamento del leader pentastellato, vista l’alta stagione, sarebbe costato non meno di 1.500 euro a notte. Per questo l'esponente di Iv chiede al ministro Piantedosi “se la scorta di Conte è stata impegnata a tutela dello stesso a Cortina d’Ampezzo durante il suo pernottamento nel periodo di Capodanno, con quante unità, dove è stata fatta alloggiare e quanto sia stato speso dalle forze dell’ordine”.

 L’interrogazione di Fregolent è stata seguita da una precisazione diffusa dall’ufficio stampa di Matteo Renzi, anche lui immortalato a Cortina con la moglie e anche lui in possesso di scorta. A scanso di equivoci - visti anche i dubbi espressi sul tema dal sito Dagospia -  l’ex premier ha deciso di mettere le mani avanti prima di cadere nella stessa trappola di Conte. 

 “La scorta del senatore Renzi, composta di due unità, ha alloggiato in altra struttura rispetto al senatore. Le due unità sono state infatti alloggiate assieme alle scorte di altre personalità quali il Presidente del Senato e il Ministro del Turismo. Il senatore Renzi si è recato a Cortina con auto privata ed è rientrato da Cortina con auto privata”, ha precisato lo staff di Renzi. 

Lettera a Francesco Merlo pubblicata da La Repubblica il 7 gennaio 2023

Caro Francesco, Conte a Cortina: il paradosso è che fa battaglie per i più deboli. Ma la gente non capisce o non crede più in nulla?

Giuditta Mosetti - Monteverdi Marittimo

LA RISPOSTA DI FRANCESCO MERLO

L'estetica, comica e un po' volgare, che quest' anno si è messa in vetrina a Cortina, aiuta a capire l'Italia meglio di un saggio di politologia o dei film dei Vanzina. Come un cinepanettone andato a male.

Da “la Repubblica” il 5 gennaio 2023.

Caro Merlo, l'idea che se sei di sinistra non devi goderti la vita, ma dimorare nei tuguri che vorresti abolire è una stupidaggine, un vecchio orrore di cui ci siamo liberati. Ma Giuseppe Conte a Cortina è un'altra cosa, è il kitsch. Non c'entra la lotta di classe, ma solo quel gusto del cattivo gusto che ci ha insegnato a riconoscere Gillo Dorfles. Giulia Masera - Torino

 Risposta di Francesco Merlo

E infatti è stato beccato dal più grande cacciatore di kitsch italiano, Dagospia , l'inventore del Cafonal, lo stesso che ha beccato Stefano Bonaccini vestito da "tamarro". Un leader politico che alloggia a Cortina nell'hotel a mille stelle da 2.500 euro a notte non è immorale o immoralista né tantomeno un epicureo o uno spendaccione o un capitalista alla Dickens, e magari gliel'hanno pure offerto, chissà, come a un testimonial.

È invece un bru bru, che va a caccia di simboli pacchiani e di apparenze eccessive, sia quando fa il masaniello nella mensa dell'Opera cardinal Ferrari di Milano, "straficamente poveraccio" tra i veri poveri del centro di accoglienza di Torino, sia quando si gode la vita da ricco, ingoffito però nei simboli del riccastro. Troppi trasformismi e tutti incompleti: a Conte manca sempre qualcosa, è il parvenu italiano, fuori posto in qualsiasi posto.

Fabrizio Caccia per il “Corriere della Sera” il 6 gennaio 2023.

Dopo la fine del matrimonio, il rapporto tra il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte e Valentina Fico, 48 anni, componente della VII sezione dell'Avvocatura dello Stato e mamma del loro figlio sedicenne, è rimasto buono.

 I due si sono sentiti anche per gli auguri di Capodanno ed è stato inevitabile parlare di Cortina.

 «Polemica ridicola», ci scrive lei su WhatsApp. Perché? «Conte è stato una notte sola al Grand Hotel Savoia ed era ospite - rivela l'ex moglie -. Se lo scrivete rilascio l'intervista».

Ecco fatto. «Però non sono autorizzata a parlare per lui, perciò non è un'intervista...».

Un piccolo sfogo, allora: «Era la prima volta che andava a Cortina.

 Lì c'era già la compagna con la figlia e lui le ha raggiunte per il Capodanno». Questo, però, si è rivelato un assist per gli avversari: il capo dei 5 Stelle in un hotel 5 stelle, altro che reddito di cittadinanza.

«Ma la compagna è miliardaria! Dove volete che passi le vacanze - eccepisce la signora Fico - in un ostello? E lui era ospite, non ha mica pagato». Si parla di suite da 3 mila euro a notte: «Sul sito del Savoia si scoprirà che non è vero. E poi la compagna ha degli hotel, le fanno prezzi speciali».

 Olivia Paladino, in effetti, è una manager alberghiera, figlia di Cesare Paladino, il king dell'Hotel Plaza. Ora Conte «è amareggiato», continua l'ex moglie.

 E contrattacca: «Se lei avesse una donna ricca, abituata a fare la vita da ricca, non la raggiungerebbe forse a Capodanno dove sta? O le imporrebbe, in quanto capo dei 5 Stelle, di andare alla pensione Mariuccia?

Altro sarebbe se Conte vivesse nel lusso sfrenato. Allora sì che potrebbe tacciarsi di incoerenza e ipocrisia». La signora a Capodanno non era a Cortina: «Per carità! A casa di amici in Abruzzo».

Grand Hotel Savoia, la vacanza di Conte finisce in Parlamento: "Si è portato anche la scorta?" su Il Tempo il 7 gennaio 2023

Giuseppe Conte a Cortina si è portato anche la scorta? È quanto si chiede, in un'interrogazione al ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, la parlamentare di Azione/Italia viva Silvia Fregolent. "Premesso che da organi di stampa si apprende che l'ex Presidente del Consiglio e ora deputato Giuseppe Conte ha trascorso i giorni dello scorso capodanno alloggiando presso il Grand Hotel Savoia di Cortina d'Ampezzo - si legge nell'atto parlamentare - si chiede di sapere se la scorta dell'onorevole Giuseppe Conte è stata impegnata a tutela dello stesso a Cortina d'Ampezzo durante il suo pernottamento nel periodo di capodanno, con quante unità, dove è stata fatta alloggiare e quanto sia stato speso dalle forze dell'ordine per il suddetto periodo".

(Adnkronos il 7 gennaio 2023) - ''A fronte dell'articolo 'Conte, un grillino tutto d'Ampezzo', comparso oggi su Dagospia, nel quale si cita il senatore Renzi, si precisa per trasparenza che il senatore Renzi ha pagato il proprio soggiorno presso l'hotel in cui ha alloggiato a Cortina con un regolare bonifico bancario circa un mese prima. Nei giorni del capodanno infatti trovare posto nella località montana veneta non è semplice e le strutture chiedono, giustamente, il pagamento anticipato.  

La scorta del senatore Renzi, composta di due unità, ha alloggiato in altra struttura rispetto al senatore. Le due unità sono state infatti alloggiate assieme alle scorte di altre personalità quali il Presidente del Senato e il ministro del Turismo. Il senatore Renzi si è recato a Cortina con auto privata ed è rientrato da Cortina con auto privata''.  

Così in una nota l'ufficio stampa di Italia Viva. ''In merito all'interrogazione della senatrice Silvia Fregolent - si legge ancora nella nota - evidenziamo come sia tesa a capire quante persone della scorta hanno seguito l'onorevole Conte, in quale struttura abbiano alloggiato, con quanti mezzi si siano mossi e a quanto ammonti il costo per il contribuente. 

 L'onorevole Conte, celebre per aver chiesto a Renzi di rinunciare alla scorta per andare a Palermo, ha tutto il diritto di andare in vacanza dove vuole. Purché paghi regolarmente e purché rispetti le altrui scelte oltre che le fisiologiche regole di trasparenza previste dalla Camera dei Deputati e dalla Legge italiana'' conclude la nota di Italia Viva.

 Dagonews il 7 gennaio 2023

Presentando un'interrogazione parlamentare sui possibili costi della scorta dell'ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante la vacanza a Cortina, la senatrice di Italia Viva Fregolent ha risvegliato un ricordo. 

 Nel novembre 2018, in pieno governo giallo-verde, l'allora ministro dell'Interno Matteo Salvini annunciò una stretta del Viminale sulle scorte, e il suo omologo vicepremier Luigi Di Maio fece il seguente annuncio su Facebook: “Come governo del cambiamento a breve ne taglieremo un po'. Ne sentirete parlare, come era nel contratto di Governo. Giuseppe Conte ha dato il buon esempio, credo ci siano ex presidenti del Consiglio dei ministri che hanno più scorta di Giuseppe Conte. Lo devo approfondire ma credo sia così. Del resto a Giuseppe Conte i cittadini vogliono bene a quelli di prima no, visto che li hanno mandati a casa il 4 marzo”.

 Ma chi erano precisamente gli ex presidenti del Consiglio che, secondo le parole di Di Maio nel 2018, avevano più scorta di Conte? Gentiloni? Renzi? Letta? Monti? Berlusconi? E in ultima analisi queste scorte sono state poi davvero tagliate, come annunciava Di Maio? Sarebbe interessante saperlo.

Non solo, nell'estate 2022, Matteo Renzi - invitato provocatoriamente da Conte ad andare a Palermo "senza scorta" - aveva dichiarato: "Conte ha la scorta come me, più di me. Viviamo scortati per esigenze di sicurezza e per metterci al riparo da qualche pazzo esagitato».

 La domanda quindi sorge spontanea: se è vero che, per sua stessa ammissione, Renzi ha la scorta, e se è vero che Conte ha più scorta di Renzi, quanti uomini di scorta al seguito di ex presidenti del consiglio potrebbero essere transitati a Cortina durante queste vacanze invernali, a spese nostre? E quanti sono, se vi sono, gli ex presidenti del consiglio che dispongono ancora della scorta, come dichiarava Di Maio nel 2018? Forse potrebbe illuminarci la stessa senatrice Fregolent.

Emiliano Fittipaldi per editorialedomani.it il 5 gennaio 2023.

Il dibattito politico sulle vacanze a Cortina di Giuseppe Conte, che ha deciso di soggiornare in un albergo da 2.500 euro a notte insieme alla compagna Olivia Palladino, si è divisa in due partiti. I moraleggianti che, come Dagospia che ha segnalato il costoso viaggio, credono che colui che si innalza a paladino dei poveri debba comportarsi in privato in modo conseguente alla mission che sbandiera in pubblico.

E coloro che, pur criticando il populismo dell’avvocato che aizza i fragili contro la casta per puro ritorno elettorale, ritiene che Conte abbia comunque il diritto di spendere i suoi soldi come meglio reputi. I Giustificazionisti hanno anche paragonato le foto del presidente del Movimento inventato da Beppe Grillo a quelle dell’ex comunista Pier Luigi Bersani, immortalato dentro un negozio di Luis Vuitton e svergognato dai giornali di destra come un volgare mistificatore dell’etica. 

In realtà, i due casi mediatici sono assai diversi. Perché se Bersani, piaccia o meno, è uomo da sempre coerente nel pensiero e nell’azione, le vacanze da nababbo di Conte fanno riaffiorare la grande impostura politica costruita dal leader di Volturara Appula.

La passeggiata a Cortina è del tutto legittima sotto ogni profilo, ma fa rammentare come Conte, trasformato da Rocco Casalino in uno strenuo difensore degli ultimi, sia in realtà un semplice avvocato d’affari da sempre contiguo all’establishment, che come lui ama gli alberghi stellati. O un barone universitario cresciuto dai democristiani di Villa Nazareth, che un esperimento politico ha mutato prima in un populista di destra in mano a Matteo Salvini e Luigi Di Maio, poi in un Jean-Luc Mélenchon nemico giurato dei poteri forti che indica alla sinistra spaesata il Sol dell’Avvenire.

Un’operazione di costruzione di leadership che, a differenza di quella provata con Aboubakar Soumahoro, sembra funzionare ancora alla grande. Grazie a una comunicazione efficace e all’insipienza della classe dirigente del Partito democratico, che ha favorito l’ascesa di colui che appare oggi il suo carnefice. E ai fan accaniti e accecati del presidente, che perdonano al loro beniamino inciampi e scandali che per altri a sinistra sarebbero stati esiziali. 

Che non sono i soldi spesi a Cortina, ma trasformismi pubblici e affari poco coerenti con l’immagine del capo di un movimento giustizialista e integerrimo. Conte ha abbellito («imbrogliato», dissero i critici) il suo curriculum professionale. Poi è si presentato anti renziano doc mentre – scopre ora Domani - nel 2013 aveva persino ottenuto un incontro personale con Matteo Renzi in persona mediato da Maria Elena Boschi: a luglio i tre si erano incontrati al ristorante di lusso San Lorenzo.

Non solo. Il futuro presidente era pure vicinissimo a berlusconiani doc come l’avvocato Donato Bruno e il deputato Maurizio D’Ettore. Organico al gruppo di professionisti del potentissimo Guido Alpa (anche lui presente al pranzo al San Lorenzo), ha tentato di ereditarne la cattedra alla Sapienza provando a partecipare al concorso mentre era già premier, in pieno conflitto di interessi. Solo la pubblicazione, da parte di chi scrive, della vicenda e la ripresa della notizia sui giornali stranieri lo convinse a fine 2018 a rinunciare al bando.

Il fustigatore dei costumi immortalato a Cortina ha poi incassato consulenze (legittime) per centinaia di migliaia di euro dall’Acqua Marcia, chiamato dal lobbista Fabrizio Centofanti e dal figlio di Francesco Bellavista Caltagirone e, dopo aver lavorato al concordato, ha preso un altro incarico dal gruppo pugliese di Leonardo Marseglia, per portare in dote ai nuovi clienti il Molino Stucky, un albergo di lusso veneziano. Che faceva parte proprio del concordato a cui aveva lavorato un anno e mezzo prima.

 A parte il rischio evidente di un conflitto d’interessi, Conte ha lavorato per chiudere l’operazione finanziaria spalla a spalla con un architetto allora già condannato a 17 anni per bancarotta fraudolenta, tal Arcangelo Taddeo, poi scontati a sette anni in Cassazione, che però ha aggiunto il reato l’associazione a delinquere.

 Un avvocato d’affari può fare quello che crede, ma non si è certo obbligati a lavorare insieme a bancarottieri. La storia del Molino colpisce soprattutto se qualche mese dopo il legale d’assalto si inventa campione della giustizia e dell’etica pubblica senza se e senza ma.

 Che Conte ami i lussi e le atmosfere di Cortina non deve dunque sorprendere. L’ex premier è affezionato di Luca Di Donna, indagato di recente per traffico di influenze illecite nell’affaire mascherine, ed è consigliato dal suocero Cesare Palladino, ex proprietario dell’hotel a cinque stelle Plaza.

 Tra i nuovi amici il presidente grillino annover, infine, Giovanni Caffarelli, figlio del duca omonimo e proprietario di mezza via Condotti. Con questi sodali può fare il presidente una battaglia giusta per il reddito di cittadinanza? Certo che sì. Ma nessuno può giurare che l’ambizione («ne ha troppa», disse il padre) e il camaleontismo potrebbe portare in futuro l’impostura in altre direzioni. A secondo dell’interesse politico e personale dell’avvocato di Cortina.

DAGOREPORT il 3 Gennaio 2023.

Per i giornalisti progressisti e correct italiani c’è un lusso ammissibile, come il cachemire di BertiNight (e di BerSani), la barca di D’Alema e, ora, la vacanza a Cinquestelle del Cinquestelle Conte e poi, c’era quel lusso e divertissment inammissibile per un politico non presidente del Consiglio e non capo di un partito: quello di Gianni De Michelis.  

Onto, onto” (cioè unto, ovvero dai capelli sporchi) gli gridavano i compagni veneziani che volevano buttarlo in un canale. Ve lo ricordate? Ve lo ricordate quando morì? La foto di lui descamisado in discoteca (inammissibile lusso): “Non è stato un equivoco”, disse Claudio Martelli, “lo si è voluto ricordare così”, con il calice di champagne, come “avanzo di balera” così come lo aveva soprannominato Enzo Biagi. “Sì, andavaa ballare, e allora? Mica passava le sue giornate: stiamo parlando di un personaggio che aveva intuizioni straordinarie, come quella dei giacimenti culturali”.

Ma nel caso di De Michelis e dei socialisti, il lusso e l’estetica si prendevano tutto il giudizio dei giornalisti progressisti. Ecco Laura Laurenzi (Repubblica 27-2-1993): “È vero, o è solo una favola, che ha segretamente investito molto del suo danaro in un magnifico quadro di Renoir? E’ vero, o la sua era solo una battuta, che ha in animo di andare a vivere a Hong Kong? Lo disse durante una cena a otto al ristorante Il Tentativo di Roma, a Trastevere, mangiando ostriche”. E chi pagava? 

Sentiamo Gian Antonio Stella (“Corriere della Sera”, 16-11-99, titolo:  “De Michelis fa il censore dei moralisti”). Descrizione: “Aveva le mutande Eminence, le cravatte Hermes, i calzini Schostal che gli comprava il fedele Luigino Esposito, il mitico portiere del Plaza, perché tanta esuberanza adipica fosse griffata anche sotto i vestiti Caraceni. E il conto che l’albergo scoprì essere in sospeso al momento della caduta del potentissimo ospite. Ammontava per gli ultimi 29 mesi a 490 milioni: 563 mila lire al giorno. Un po’ per la suite scontata (190 mila), il resto (373 mila) per gli extra: pranzi, cene, tartine e champagne per allietare talvolta un paio di amiche o Deborah Caprioglio, di cui resta immortale una dichiarazione: ‘’Ho riempito di Paprika la cenetta del ministro’’. Chi l’avesse pagata, la cenetta, non si sa”. 

E avanti. Non disdegnava il solito Bolognese non soffre di “alcuna forma di anoressia”, ordina rapidamente e altrettanto rapidamente mangia; “verso il cibo, come verso il sesso osservano gli amici, ha un rapporto vorace e distratto”.  

Ed ecco la descrizione, politologica, dei socialisti fatta da Barbapapà Scalfari (“la Repubblica”, 24 luglio 1983): “Martelli è il giovane, che tiene ambo le chiavi... Gianni De Michelis, un corpo imponente, una testa da imperatore romano dell’etàargentea, che te lo vedi perfettamente a suo agio nelle stanze palatine di Adriano o al banchetto d’un Trimalcione…”.

Tanto per rinfrescare la memoria, “la Repubblica” è il giornale sul quale oggi Stefano Cappellini scrive: “Davvero con tutti gli argomenti per biasimare piroette e incoerenze di Giuseppe Conte c'è bisogno di attaccarsi al fatto che soggiorni in un hotel a cinque stelle di Cortina? Ma che accusa è?”. 

 Tanto per rinfrescare la memoria, il “Corriere della Sera” è il giornale sul quale oggi Massimo Gramellini scrive: “Se poi sei il capo dei cinquestelle e ozieggi a Cortina in un hotel omonimo, vieni costretto a giustificarti neanche ti fossi pagato la vacanza taglieggiando i percettori del reddito di cittadinanza”. Così ieri (su De Michelis) e così oggi, sull’ex presidente del Consiglio e leader di un partito a sinistra del Pd, Giuseppe Conte.

Corrado Ocone per “Libero quotidiano” il 3 Gennaio 2023.

Non è passato nemmeno un mese da quella sera di Sant' Ambrogio in cui, mentre le autorità sfilavano in eleganti abiti d'ordinanza alla prima della Scala, Giuseppe Conte, abbandonata la pochette e vestito in modo sobrio e dimesso, decideva di guardare l'evento in tv insieme ai poveri dell'opera cardinal Ferrari. Era una scelta netta, un gesto forte, simbolico, che "bucava lo schermo". Una scelta che segnava il ritorno della retorica anticasta del primo grillismo sotto le forme classiche del pauperismo populista. 

Implicitamente ammettendo che poi, a ben vedere, la povertà non era stata abolita, come pure Di Maio si era apprestato a dire ai tempi di Palazzo Chigi, colui che si era proclamato "l'avvocato del popolo" e che fu poi il sacerdote dei DPCM si mostrava a tutti nell'ultima sua versione: quella di un caudillo d'assalto in salsa sudamericana.

Come un novello Fregoli, questo straordinario azzeccagarbugli della provincia meridionale e del sottobosco clientelare romano cambiava ancora una volta abito e si presentava nei panni di un Peron all'amatriciana pronto a minacciare sfracelli, anzi la "guerra civile", se solo qualcuno si fosse permesso di abolire il reddito di cittadinanza. 

Un po' per disperazione, un po' perché il paese dei balocchi ove si guadagna senza lavorare piace a molti, un po' per la crisi del Pd, la strategia sembrava funzionare: nei sondaggi il Movimento cresceva e Conte poteva dire di aver vinto la sua partita. Era il tempo di una meritata vacanza. Senonché il diavolo, come si sa, fa le pentole ma non i coperchi, ed è sempre pronto a metterci il suo zampino.

Anche perché, per restare sempre in vena di saggezza popolare, il lupo perde il pelo ma non il vizio: può un uomo che ha sempre rincorso il potere e i suoi agi, che ha sempre utilizzato le idee per i suoi fini utilitaristici, contraddire di colpo la sua identità?

 Quando ha programmato le vacanze di Capodanno, forse sollecitato dalla bionda compagna, Conte non ha avuto dubbi: questa volta si viaggi al top, si scelga una vacanza corrispondente al proprio status! Tanto i poveracci non verranno a saperlo e, ritemprate le forze, come nulla fosse, si ritornerà a perorare a voce forte la loro causa. Sia beninteso: che chi può permetterselo si conceda belle e ricche vacanze è pienamente legittimo, ma buon senso e coerenza vorrebbero che non ci si spacci per quel che non si è.

Non solo e non tanto per una questione morale o di ipocrisia, che pure deve avere il suo peso nel giudizio che diamo del prossimo, ma soprattutto per una questione banalmente politica. Come si può pensare che, in una Cortina un po' cafona e pullulante di vip e aspiranti tali, si possa passare inosservati? E come non calcolare le conseguenze politiche di una tale e più che probabile "scoperta" da parte dell'opinione pubblica? Almeno, i vecchi democristiani, che in fatto di ipocrisia certo non scherzavano, avevano l'accuratezza e la furbizia di nascondere i loro vizi dietro le pubbliche virtù.

Sembra, come riportato da Dagospia, che Olivia Paladino, dopo aver sbirciato i giornali che commentavano la defaillance del compagno, abbia sospirato: «Ci hanno rovinato la vacanza. L'anno prossimo ci toccherà la pensione Mariuccia». A parte la battuta, non credo che una scelta così radicale e improbabile basterebbe a cancellare questa caduta di immagine, e cioè di sostanza politica.

Bene ha fatto perciò il premier, che pure era attesa a Cortina, a disdire la sua vacanza. Non perché lei non potesse politicamente permettersela, non avendo mai fatto proprio un pauperismo peloso, ma perché ancora una volta ha avuto senso politico. Giorgia Meloni ha avuto il buon senso di capire che in certi momenti la forma in politica è sostanza e, come tale, va accuratamente maneggiata.

Estratto dell’articolo di Marco Travaglio per il “Fatto quotidiano” il 3 Gennaio 2023. 

Siccome chi passa il Capodanno a Cortina in un bell'albergo non può difendere i poveri, immagino che il sottoscritto, non avendo mai subito sequestri di persona né lesioni gravissime, non possa difendere le persone sequestrate o menate a sangue. […]

Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” il 3 Gennaio 2023.

 Il mestiere del leader di sinistra non dev' essere facile. Se entri in un negozio di lusso per comprare un pensierino a tua moglie, come è successo a Bersani qualche tempo fa, ti ritrovi iscritto d'ufficio al club dei capitalisti. Se poi sei il capo dei cinquestelle e ozieggi a Cortina in un hotel omonimo, vieni costretto a giustificarti neanche ti fossi pagato la vacanza taglieggiando i percettori del reddito di cittadinanza.

In queste ore l'avvocato d'affari Giuseppe Conte starà rimpiangendo di non avere scalato un partito di destra o almeno di centro: adesso potrebbe farsi fotografare senza problemi mentre brinda al nuovo anno in un resort esotico dentro una piscina a forma di tetta.

 Meglio ancora, potrebbe andare a Cortina parlando male di quelli di sinistra che vanno a Cortina. Soprattutto potrebbe finalmente tirare fuori la Jaguar che ha nascosto in garage per paura di passare per ipocrita o per emulo della signora Soumahoro, il cui problema però - sia detto a scanso di equivoci piuttosto diffusi - non era lo sfoggio di abiti di lusso, ma il fondato sospetto che se li fosse procurati con i soldi destinati ai migranti.

Chi invece è già ricco di suo e si batte per migliorare le condizioni di chi è più povero viene guardato storto fin dai tempi dei Gracchi. Per risultare credibile, Conte avrebbe dovuto passare il Capodanno in un ostello a scattarsi selfie con Casalino, e anche questo spiega perché il leader di sinistra è uno di quei lavori che in Italia non vuole più fare nessuno.

Marcello Veneziani per “La Verità” il 4 gennaio 2023.

Non capisco lo scandalo di vedere Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle, svacanzare come un Boldi qualsiasi, nella lussuosa suite di un hotel a cinque stelle a Cortina d'Ampezzo. Ma costa 2.500 euro al giorno, scrivono i giornali; ma siete sicuri che Conte non l'abbia pagato o, comunque, che abbia pagato quella cifra? Un presunto trattamento privilegiato, di favore, non sarebbe un'attenuante semmai un'aggravante.

 Ma lui è quello del reddito di cittadinanza, incalzerete voi, è quello che non va alla prima della Scala ma la segue, senza smoking, in elegante povertà, alla mensa dei poveri, per simulare la sua solidarietà con i percettori del reddito di cittadinanza. Un'ora di povertà e poi, dopo la sceneggiata, si va a pranzo con abiti firmati nei ristoranti stellati.

Ma non c'è motivo di indignarsi, per due motivi. Il primo è che da svariati anni la sinistra occidentale vive nella Ztl e piange per le favelas, dimora in case e terrazze molto agiate e parteggia per i migranti e i poveri del mondo, possibilmente i più lontani da casa, ha domestiche filippine e reclama l'uguaglianza e la parità dei diritti. E si potrebbe continuare a lungo. Per amor di verità c'è anche il precedente dei principi della Chiesa, quei cardinali e vescovi che sermoneggiano sui poveri e poi vivono nel lusso e nell'abbondanza. Insomma, Conte non ha inventato nulla, non è il primo vistoso traditore del proletariato, semmai l'ultimo.

 Ma c'è poi una ragione specifica che spiega il suo sdoppiamento ed è la spiegazione di tutto il suo percorso politico e di tutte le sue giravolte che da anni segnaliamo. Il fatto è che Conte non è un politico, ma un avvocato: non proviene da alcuna militanza, non aderisce alle cause che difende ma le rappresenta da avvocato, dietro parcella o ritorno professionale e politico.

Lui può essere atlantista o antiatlantista, europeista o antieuropeista, filoleghista o filopiddino, pendere a destra o a sinistra, scappellare al centro o farsi cattolico e perfino credente, difendere i più agiati con lo studio Alpa e poi difendere i più sfortunati con i 5 stelle. Perché non ha una convinzione politica, tantomeno una missione: è un avvocato e fa l'avvocato, esercita il suo mestiere, cerca di trarre profitto dalla causa, indipendentemente dal suo contenuto e a prescindere se difenda chi ha ragione o chi ha torto.

 Profitto che a volte è economico, a volte è politico, di consenso o di potere. Ed è sorprendente come la sua totale neutralità, la sua indole di Zelig e da bottiglia di vetro, il suo avvocatismo integrale abbiano alla fine scavalcato e disarcionato sia l'integralismo grillesco dei Di Battista, apostolo dei 5 stelle, sia il trasformismo furbesco ma sfacciato di Luigino Di Maio. Li ha fregati tutti, incluso il Creatore, il Fondatore, l'Elevato, Beppe Grillo.

Che, non a caso, si atteggia ormai da tempo a papa alternativo, diciamo «VaffaPapa» della Chiesa dell'Altrove, come egli stesso l'ha battezzata. Visto che lo spazio politico ed elettorale è occupato interamente dall'avvocato e dal suo patrocinio, a Grillo resta il ruolo di autorità spirituale, ayatollah, messia, figura religiosa. Già intravedemmo, ai tempi di Casaleggio, la somiglianza tra il Movimento 5 stelle e alcune sette pseudoreligiose, perciò lo definimmo Grillology.

 Ora, quella deriva teologica, quel fritto mistico, assume le sembianze di una indefinita Chiesa dell'Altrove, dove non capisci dove finisce la parodia e dove comincia la profezia, sospesa tra religione e cazzeggio.

 Ma alla fine, nel suo ruolo di avvocato degli assistiti di Stato, con la sua vasta clientela di percettori del reddito, a carico dello Stato, Conte si è presentato come una specie di sindacalista umanitario, di tribuno della plebe, un po' come sono stati Mimmo Lucano e Aboubakar Soumahoro. Peppino Conte è la versione cinica del suo conterraneo Peppino Di Vittorio che fu cafone dalla parte dei cafoni, con la testa e col cuore, comunista sanguigno e verace, di pochi studi e grande passione.

 Lui invece è pauperista con rimborso a piè di lista, la sua causa ideale ha una parcella reale, che poi va a spendersela, come è coerente, a Cortina d'Ampezzo. Riuscendo a fare uno sberleffo ai ricchi e ai poveri. Cortina è il luogo in cui politica e goduria collimano, potere e piacere si ritrovano tra le piste e le vasche della nota località dolomitica. Se come diceva von Clausewitz «la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi», Cortina è la continuazione di Roma con altri mezzi.

 E bisogna avere davvero «altri mezzi», non solo gli sci, ma anche altri mezzi economici. Ma Zorro, d'altra parte, non frequentava i salotti dell'alta società messicana e poi si metteva la mascherina e la divisa nera e combatteva per i poveri? E Robin Hood non era, secondo alcuni, un nobile sassone passato dalla parte degli indigenti, con l'idea primitiva di redistribuire il reddito ovvero togliere ai ricchi e dare ai poveri? Dunque, non c'è da indignarsi per la nuova trasformazione di Conte, che nella sua breve carriera politica, conta già più versioni dell'IPhone.

 È curioso notare che questa è, oggi, la sinistra vincente e prevalente in Italia: pensate a che livello è sceso il Partito democratico quanto a credibilità, appeal e incisività politica, se gli elettori preferiscono più un avvocato mutante e nullivendolo che li difende per pure ragioni clientelari piuttosto che un partito di sinistra proveniente dalla storia del Partito comunista. Un uomo tutto d'Ampezzo, Conte, che, anziché dare l'assalto al Palazzo d'inverno come facevano i bolscevichi, assalta l'inverno dal palazzo, un grand'hotel pentastellato, circondato da lussi e moine.

Estratto dell'articolo di Giuliano Ferrara per il Foglio il 4 gennaio 2023.

La storia di Giuseppe Conte a Cortina, e il contorno di polemiche seguito, è un po' ridicola. Conte non razzola particolarmente male. L'avvocato del popolo, permettendosi una settimana bianca alle Dolomiti, non fa niente di particolarmente scandaloso, è evidente. Razzola come può, e non è che razzoli male. La predica è il problema. E invece tutti lo accusano di razzolare male e di predicare bene. No.

 Al capo dei Cinque stelle riconvertiti al mélenchonismo va semmai rimproverato il tono demagogico con il quale difende, legittimo, il Reddito di cittadinanza, compresa l'idea che sia in atto una crociata contro i poveri, i deboli, i socialmente vulnerabili. In tanti smontano quel tipo di predica con argomenti, giusti o sbagliati, ma argomenti di una certa tempra razionale.

E Conte predica invece male. Chi può lavorare e ha l'età giusta per farlo deve essere avviato al lavoro, con qualche serio investimento formativo dello stato e con qualche sacrificio da parte sua, nella ricerca del massimo livello di qualificazione e di condizione ambientale possibile, ma senza inseguire l'impossibile.

 (...) 

Comportatevi come vi pare, ma predicate bene, in modo non demagogico. Sarebbe un progresso.

Flavia Perina per “la Stampa” il 3 Gennaio 2023.

 Quelli della Prima Repubblica, che erano più furbi, in vacanza andavano in località minori della Val Gardena, alle terme di Abano, nei paesi d'origine delle loro famiglie in Sardegna o in Abruzzo, e di sicuro anche loro avevano i quattrini per l'hotel stellato ma se la tentazione c'era, resistevano.

La Seconda Repubblica resiste meno, ed è anche meno furba. Così, le foto di Giuseppe Conte al Grand Hotel Savoia di Cortina d'Ampezzo (che forse costa 2.500 euro a notte, forse mille) diventano polemica politica e rilanciano l'interrogativo: si possono difendere i poveri dal lunedì al venerdì e poi, nel week end di festa, stendersi al sole in località esclusive?

È un interrogativo vecchio come il cucco che ha trafitto sistematicamente la sinistra con cachemire (Fausto Bertinotti), con la barca (Massimo D'Alema), col Rolex (Matteo Renzi), con la villa a Capalbio (elenco infinito) e giù giù fino alla sciarpa di Vuitton regalata da Pier Luigi Bersani a sua moglie poco prima dell'ultimo Natale. Che adesso tocchi ai Cinque Stelle è coerente con la lunga storia del peloso moralismo nazionale e il nuovo ruolo del movimento di Conte.

 Sono i grillini, oggi, ad alzare la bandiera del Quarto Stato, loro quelli della politica francescana, ed è fatale che tra gli avversari scatti il riflesso pavloviano: ma come, avete fatto le pulci ai nostri conti, alle nostre ville, ai nostri smoking alla prima della Scala, e adesso che fate? Imitate?

 C'è un modo serio e uno faceto di affrontare questo scandaluccio di Capodanno. Parlandone sul serio si dovrà osservare che la sinistra sconta l'eredità ancestrale dei suoi padri e dei suoi nonni, quell'imprinting originario che considerò il consumismo al vertice di ogni male, al punto di ingaggiare battaglia contro la tv a colori portatrice - si disse - di "disvalore etico".

 E tuttavia siamo in un altro secolo, in un altro mondo, e dovrebbe ormai essere abbastanza chiaro che difesa dei diritti e redditi individuali, lotte sociali e scelte personali hanno scarsi legami: ogni parlamentare (e soprattutto uno che viene da una prestigiosa carriera da avvocato) ha redditi sufficienti per pagarsi una vacanza top, ma il suo impegno politico è un'altra cosa. Lo si valuterà guardando le battaglie che fa, quelle che vince e quelle che perde, non le vacanze che prenota.

L'antologia della destra e della sinistra divise dalle Marlboro, dai jeans e dalla piscina faceva già ridere all'epoca di Giorgio Gaber: oggi è ai limiti del surreale. Ma c'è anche un punto di vista più leggero, una lettura più ironica della foto dell'ex-premier con la sua signora seduti a fare colazione al sole sotto le Dolomiti. È l'attrazione fatale di Cortina, topos massimo del provincialismo italiano in versione Vanzina, icona dei Covelli e dei Braghetti d'Italia ("Arboreto is nothing" dice niente?), storico rifugio dell'alta borghesia che conta ed eterno brand aspirazionale di chi vuol dimostrare di essere qualcuno.

 E si capisce la scelta, le vette sono bellissime, le piste eccezionali, gli alberghi e la passeggiata sul corso assolutamente suggestivi, ma Cortina è anche un'arma a doppio taglio: può darti l'aura del vip o ridurti a personaggio da cinepanettone. Non a caso quelli della Prima Repubblica, che amavano quasi tutti la montagna ma erano più furbi, ci passavano magari per un caffè ma le vacanze le prenotavano in località più oscure, e meno infestate da fotografi.

Stefano Cappellini per “la Repubblica” il 3 Gennaio 2023.

 Davvero con tutti gli argomenti per biasimare piroette e incoerenze di Giuseppe Conte c'è bisogno di attaccarsi al fatto che soggiorni in un hotel a cinque stelle di Cortina? Ma che accusa è? Diciamolo subito: un'accusa che qualifica, male, chi la avanza.

Dice: ma Conte difende i poveri e poi sta al grande albergo di Cortina. Un ragionamento mezzo Bagaglino e mezzo Giordano (Mario, non certo Bruno), che ricorda un po' quello dei reazionari che negli anni Sessanta del secolo scorso incalzavano i conoscenti e militanti di sinistra: ma come, sei comunista e hai la macchina? Allora la tua macchina è mia!. E giù la risata del beota.

 Provate a guardare l'inevitabile rovescio del ragionamento: ha forse diritto a frequentare un hotel a cinque stelle solo chi non mette in dubbio la redistribuzione della ricchezza? Perfetto, ma allora chi punta il dito su Conte abbia il coraggio di finire il concetto: certe cose può permettersele solo un conservatore ricco, meglio ancora se di famiglia.

L'idea che il lusso debba essere precluso a chi ha idee di progresso e giustizia sociale è di un classismo spaventoso e di un pauperismo (per gli altri) miserabile. Che poi Conte di quelle idee sia un sincero paladino, beh, quella è un'altra storia e ognuno può farsi la sua opinione.

 Dice: eh, ma c'è comunque una questione di opportunità. L'opportunità è solo non spendere soldi rubati o sottratti al credito altrui (sia detto per placare subito quelli che "e allora lady Soumahoro?").

 Un cittadino che si senta rassicurato dal fatto che i denari di Conte riposino immobili sul suo corrente anziché sul buon materasso dell'albergo di Cortina è un ipocrita o uno scemo, anche se non si può escludere che abbia votato M5S in passato sulla base di convinzioni simili. Dice: eh ma infatti, i grillini su queste cose vanno sempre all'attacco, ora tocca a loro subire. 

Anche qui, però, bisognerebbe metterla al rovescio e vedere cioè la buona ragione di non imitarne la puerile propaganda, anzi per rallegrarsi che persino i più gonzi, forse, possano rendersi conto di quanto letame hanno gettato invano nel dibattito pubblico. Insieme alla solidarietà, a Conte si potrebbe recapitare la richiesta di utilizzare l'occasione per fare un po' di educazione civica ai suoi elettori. Ma non siamo sicuri che accadrà: il civismo, in Italia, fa spesso perdere voti e Conte è uno di quelli che ha appreso meglio la lezione.

Giuseppe Conte resti pure a Cortina e non faccia il paladino dei poveri. Federico Novella su Panorama il 02 Gennaio 2023.

Polemiche per la vacanza 5 stelle lusso del leader grillino che però con i suoi soldi è libero di fare quello che vuole, dove vuole. Il problema è quello che fa quando torna in Parlamento Giuseppe Conte resti pure a Cortina e non faccia il paladino dei poveri.

Quel genio di Federico Palmaroli, in arte “Osho” , ha riassunto bene la questione con la sua satira fotografica: Giuseppe Conte in vacanza con la fidanzata Olivia Paladino a Cortina D’ Ampezzo, nel lussuoso hotel Savoia, baciato da sole con maglioncino a collo alto e aperitivo in mano: “Sole, reddito di cittadinanza, e sei in pole position

Ora, il popolo della rete, e anche qualche parlamentare in vena di polemica, non ha resistito e si è posto la fatal domanda: può il Masaniello dei Cinque Stelle, quello che ha trascorso l’intera campagna elettorale tra i poveri, svernare in un posto da ricchi?

Non è forse un segno di incoerenza spinta? Non è forse uno schiaffo alla fame dei disoccupati che pure dice di rappresentare? Per carità, non che l’Avvocato in pochette sia nuovo alle giravolte: è partito populista-salviniano, ha continuato da amico dell’establishment, ha proseguito in veste di capopopolo descamisado, non sorprenderebbe se un domani si avvicinasse con una piroetta al mondo dell’alta società. Eppure, non stiamo qui a puntare il dito. Abbaiare contro le sinistre vecchie e nuove che, come si dice, “predicano bene e razzolano male” , è un esercizio divertente fino a un certo punto. Si rischia di debordare nella demagogia spicciola: roba da grillini di terza categoria, per l’appunto. Se scendessimo al livello super-populista di Conte, saremmo qui a fare la morale, a gridare “senti chi parla” , a distribuire patenti di dignità. Troppo facile, e troppo inutile. Se vogliamo dirla tutta, non c’è nulla di male se Conte, da uomo del popolo, diventa l’uomo delle nevi di Cortina. Se lo fa con i soldi suoi, faccia pure. Se il capo cinque stelle vuole farsi massaggiare nelle suite a sei stelle dei resort più esclusivi, è libero di farlo. Anzi, quasi verrebbe da fargli i complimenti. Perlomeno lassù non nuoce a nessuno. Conte in veste commendatore sulle nevi, che scialacqua lo stipendio in posti di lusso, se non altro fa girare l’economia a colpi di strisciate di carta di credito. E Dio sa quanto ne abbiamo bisogno, di un’economia che giri. Il problema vero è cosa succede dopo, quando Giuseppi scenderà dai monti e si rimetterà il poncho garibaldino facendo finta di essere l’eroe degli ultimi. Il problema, insomma, è che terminate le ferie ritroveremo in piena forma il paladino del proletariato, povero tra i poveri, pronto a fare le barricate per decuplicare il reddito di cittadinanza. Pronto a tuonare per avere più sussidi a pioggia, più bonus a tappeto, più soldi per tutti, a spese di tutti. A indignare non è il giro di aperitivi di Capodanno, ma la presa in giro tutto il resto dell’anno. Tanto valeva restarsene a Cortina senza far troppi danni, in esilio dorato, piuttosto che tornare a Roma, dove per lui inizierà la vera vacanza.

Il trionfo dell’ipocrisia: Giuseppe Conte in vacanza a Cortina, in hotel da 1000 euro a notte! Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno l’1 Gennaio 2023

La presenza dell’ex premier nel lussuoso albergo di Cortina d' Ampezzo hanno subito scatenato più di qualche polemica nel web. Sui social molti utenti hanno sottolineato il fatto che Conte abbia scelto di soggiornare in un albergo di lusso proprio nelle stesse ore in cui rilanciava un messaggio di fine anno sulla povertà.

La fotografia ha fatto il giro del web poche ore prima del brindisi di mezzanotte. L’ ex premier Giuseppe Conte , leader del M5S è stato fotografato mentre trascorre le ferie natalizie insieme alla sua compagna, Olivia Paladino (nota alla cronache anche per una storia familiare di evasione fiscale) alloggiando nel Grand Hotel Savoia a Cortina d’Ampezzo, dove una stanza costa in questo periodo minimo 1.000 euro a notte ! Senza conteggiare il costo della trasferta della scorta che purtroppo gli spetta di diritto in veste di ex-presidente del consiglio.

La presenza dell’ex premier nel lussuoso albergo hanno subito scatenato più di qualche polemica nel web. Sui social molti utenti hanno sottolineato il fatto che Conte abbia scelto di soggiornare in un albergo di lusso proprio nelle stesse ore in cui sui suoi canali social rilanciava un messaggio di fine anno in cui il leader stellato mostra le immagini di Milano con “10 mila persone in fila per un pasto caldo in appena due giorni nelle ore del Natale”.

Nel 2023 non cediamo alla rassegnazione e a chi ci vuole uno contro l’altro, a chi vuole dividerci. Non perdiamo mai la solidarietà, restiamo uniti. Il mio augurio per un felice anno nuovo a tutti quanti voi“, dice il presidente M5S. E attacca: «In quelle file ci sono persone che un lavoro ce l’hanno, ma è precario e malpagato. Non sono i fannulloni e i divanisti di cui parla Giorgia Meloni, che li paragona a tossici che prendono metadone di Stato. Di tossico c’è solo la narrazione di chi vuole convincere i cittadini che il nemico da combattere è chi è in difficoltà economica, chi non trova lavoro”.

Parole gonfie di ipocrisia e immagini che contrastano con il soggiorno sulle Dolomiti. C’è chi ironizza: “Basta povery“. “Conte, gauche caviar, a Cortina in un hotel a 5 stelle“, con chiaro riferimento al conto in hotel che il leader del M5S dovrà pagare (tanto sono soldi del suo stipendio di parlamentare, cioè dei contribuenti !). Basti pensare che un reddito di cittadinanza di un mese, non basterebbe a chiunque a potersi permettere di soggiornare una sola notte all’ Hotel Savoia durante il periodo delle feste natalizie e di fine anno.

Benedetta Frucci della comunicazione di Italia Viva scrive in un tweet : “Conte è a Cortina e alloggia in un hotel 5 stelle, non il movimento, ma la categoria extra lusso. Niente di male! Se non fosse che poi è lo stesso che va nelle piazze di Palermo a fare il Masaniello de noantri. L’ipocrisia fatta persona”. E l’account satirico delle Frasi di Osho: “Sole, reddito di cittadinanza… e sei in pole position”, ripredendo la battuta di un famoso film dell’Italia godereccia degli anni ’80.

Conte è a Cortina e alloggia in un hotel 5 stelle, non il movimento, ma la categoria extra lusso.

Niente di male!

Se non fosse che poi è lo stesso che va nelle piazze di Palermo a fare il Masaniello de noantri.

Redazione CdG 1947

Sebastiano Messina per “la Repubblica” il 24 dicembre 2022.

Beccato con le dita nella marmellata da uno sferzante Roberto Giachetti mentre tentava di spacciare per una sua vittoria il mancato aumento dello stipendio dei parlamentari (dovuto invece a una rinuncia automatica e unanime), Giuseppe Conte ha scritto che il partito di chi lo aveva smascherato è composto da «contubernali» che «si incartano in un diallelo». Dev'essere un messaggio in codice per i compagni in lotta contro l'ordoliberismo e la disintermediazione.

Da “Posta e risposta – la Repubblica” il 15 Dicembre 2022.

Caro Merlo, lo ammetta: la Meloni è stata brava sull'Ucraina. Ha parlato come qualsiasi altro premier occidentale. La confronti con Conte, che è ormai il megafono di Putin. In politica estera siano meloniani?

Giulia Masera - Torino 

Risposta di Francesco Merlo

No. Ammetto che sull'Ucraina è stata bravissima. Ma, per dirne una, è imperdonabile l'accanimento polemico contro la Francia. In quanto a Conte è posticcio qualunque sia la parte che recita. È un attore che, per risultare convincente, torce e strizza la maschera che via via indossa, mettendo a nudo, nell'esagerazione, la verità di un cinismo senza principi.

Difatti, contro l'invio alle armi in Ucraina, nella foga della recitazione pacifista, è arrivato a sostenere che l'Italia deve farsi carico della "sicurezza" e della "tutela delle minoranze russofone". C'è sempre una "troppità" di goffaggine che mette a nudo Conte e lo sovrasta.

Neppure si rende conto, per esempio, di parlare come i fedelissimi che Putin premia con il titolo di "Guardia dell'esercito russo".

Morto il padre di Virginia Raggi: il cordoglio della politica italiana. E' venuto a mancare Lorenzo Raggi, ingegnere informatico, padre dell'ex sindaca di Roma. Tantissimi i messaggi di cordoglio provenienti anche al di fuori del Movimento 5 Stelle. Cristina Balbo il 5 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Addio al papà di Virginia Raggi

 I messaggi di cordoglio del Movimento 5 Stelle

 Le condoglianze del ministro Piantedosi

 Lutto anche per Giuseppe Conte

“Siamo vicini a Virginia Raggi per la perdita del papà. In questo triste momento, a lei e alla sua famiglia le nostre più sentite condoglianze”. Questo l’annuncio in una nota del gruppo consiliare del Movimento 5 Stelle della Regione Lazio. La scomparsa di Lorenzo Raggi - il papà dell’ex sindaca di Roma - arriva esattamente il giorno dopo dalla morte del padre di Giuseppe Conte; si tratta, dunque, del secondo lutto di fila nel giro di due giorni in casa dei 5 Stelle. Tuttavia, le cause della morte dell’ex ingegnere informatico non sono ancora note.

Addio al papà di Virginia Raggi

Era stato proprio lui, in occasione di una vecchia intervista all’HuffPost, a parlare così della figlia Virginia, allora ancora in carica: “Il suo pregio? La determinazione. Si sa come sono le donne, quando si mettono in testa una cosa non ci sono padri e mariti che riescono a fargliela togliere”. Tuttavia, sono pochissime le notizie che si conoscono riguardo la sua vita; in passato, Claudia Daconto a proposito dei genitori dell’ex sindaca scriveva su Panorama: “Figlia di genitori ‘illuminati’ per averla iscritta ad un’organizzazione internazionale che organizzava viaggi per bambini finalizzati ‘a promuovere la pace nel mondo’".

I messaggi di cordoglio del Movimento 5 Stelle

Ad esprimere la vicinanza a Virginia Raggi, non soltanto il gruppo consiliare della regione Lazio, ma anche i consiglieri eletti in Campidoglio Linda Meleo, Antonio De Santis, Paolo Ferrara e Daniele Diaco che - in una nota firmata anche dai portavoce municipali del M5s e della lista civica Raggi di tutta la città – hanno commentato: “Esprimiamo profondo cordoglio e ci stringiamo attorno a Virginia Raggi per la triste scomparsa di suo papà Lorenzo. Le siamo vicini in questo momento di grande dolore”. Al di fuori degli attivisti e degli eletti romani, sono arrivate immediatamente le condoglianze anche da tutti gli esponenti del resto del Paese; infatti, i coordinatori regionali Gabriele Lanzi e Marco Croatti del Movimento 5 Stelle dell'Emilia-Romagna hanno riferito: “L'intera comunità del Movimento 5 Stelle dell'Emilia-Romagna si stringe al dolore che in queste ore ha colpito Virginia Raggi, per la scomparsa del padre. A lei e ai suoi familiari va tutto il nostro cordoglio e il più sincero affetto della nostra comunità”.

Le condoglianze del ministro Piantedosi

Tantissimi i messaggi di cordoglio provenienti anche al di fuori del Movimento 5 Stelle. In particolare, tra questi, anche quello dell’’attuale ministro degli Interni ed ex prefetto, Matteo Piantedosi, che così ha scritto: “Le mie sentite condoglianze a Virginia Raggi e a tutta la famiglia per la perdita di suo Papà”.

Lutto anche per Giuseppe Conte

All’età di 93 anni, il 4 agosto, è venuto a mancare Nicola Conte, il padre del leader del Movimento 5 Stelle. I funerali verranno celebrati questa sera, alle 18.30 nella chiesa Madonna delle Grazie a San Giovanni Rotondo, in provincia di Foggia, proprio dove l'anziano viveva e dove ha ricoperto a lungo l'incarico di segretario comunale.

Luigi Di Maio è stato nominato ufficialmente inviato Ue per il Golfo persico. Le proteste più dure erano arrivate dalla Lega che aveva presentato un'interrogazione alla commissione Ue «incarico retribuito con minimo 13.000 euro al mese». L’ex ministro Cinquestelle assumerà l’incarico il primo giugno. Simone Alliva su L'Espresso il 15 Maggio 2023. 

Alla fine Luigi Di Maio ce l’ha fatta. ll Consiglio Ue, riunito a livello di ministri dello Sport, ha dato il via libera definitivo alla sua nomina come inviato speciale dell'Ue per il Golfo Persico. La proposta avanzata dall'Alto rappresentante dell'Ue per la Politica estera, Josep Borrell, è passata come punto senza discussione.

Un finale arrivato dopo un lunghissimo iter: Di Maio aveva superato la selezione tecnica lo scorso autunno ma, complice anche il Qatargate, nel corso dell'inverno i tempi si sono dilatati notevolmente. Ma se l'Italia non ha fatto opposizione a Bruxelles, nella maggioranza la prospettiva che Di Maio rappresenti l'Europa nei Paesi del Golfo non era andata giù alla Lega di Matteo Salvini. La sua nomina rappresenta «una grave mancanza di rispetto verso gli elettori italiani che ne hanno bocciato sonoramente l'operato, verso il governo italiano che non lo sostiene e verso i tanti bravi diplomatici italiani che avrebbero avuto le carte in regola per ambire al ruolo», hanno protestato fonti della Lega che aveva presentato un'interrogazione alla commissione Ue, sottolineando che l'incarico è retribuito «con minimo 13.000 euro al mese» e chiedendo come un «ruolo cruciale di mediazione e diplomazia in una zona instabile e dai fragili equilibri geopolitici possa essere svolto da chi durante il suo mandato come titolare della Farnesina ha creato in maniera ripetuta incidenti diplomatici con alcuni Paesi parte del Golfo Persico».

Tranchant Matteo Salvini. «Con tutti i diplomatici di carriera che hanno fatto tanto in Italia ed in Europa, mandare a mediare il signor Di Maio Luigi è curioso - osservava il ministro delle Infrastrutture -. Non è l'unica iniziativa curiosa da parte delle istituzioni europee che sono più ideologiche che pragmatiche. Conto che ci ripensino perché in Italia ed in Europa ci sono mediatori con curriculum assolutamente superiori rispetto al pur rispettabile ex ministro degli Esteri. Non è una questione personale».

«Di Maio è incompetente e inadeguato», aveva ribadito il senatore Di Forza Italia Maurizio Gasparri. «Se passiamo da Blair a Di Maio la vedo male», ironizzava il leader di Azione Carlo Calenda. Silenzio invece da Fdi.

I giochi sono fatti. Di Maio assumerà il nuovo incarico il primo giugno e fino al 28 febbraio 2025. Avrà un compito arduo: affrontare la partita energetica e quella finanziaria in una regione dove l'Ue vuole essere molto più presente ma dove, allo stesso tempo, pesa il nodo della tutela dei diritti umani. 

Da “Posta e risposta – la Repubblica” il 27 aprile 2023.

Caro Merlo, il dittatore iraniano Khamenei è terrorizzato: ha appena saputo che Di Maio è stato nominato rappresentante Ue per il Golfo Persico. Ha capito di aver le ore contate e sta dando ordine di liberare tutte le prigioniere e di bruciare veli, jihab e burca prima che arrivi il rappresentante Ue.

Chiara Lena - Sestri Levante (Genova) 

Risposta di Francesco Merlo:

Di Maio si è certamente meritato gli sberleffi feroci, ma non ce n’è un altro, tra i tanti disperati a 5 stelle, che incarni come lui l’epopea del popolano che è diventato èlite, non c’è un altro dei vaffanculisti che, come lui, abbia davvero imparato la politica che era venuto a distruggere.

Perché la politica che lo ha dirozzato dovrebbe ora buttarlo via? Vale certamente più di Conte che fu un’invenzione di Di Maio e ancora oggi prende le forme che gli altri via via gli danno.

Estratto dell’articolo di Marco Travaglio per “il Fatto quotidiano” il 25 Aprile 2023.

[…] Chiunque ha visto all’opera Di Maio sa che è fin troppo sveglio, con una gran capacità di imparare e migliorare.  È stato un buon leader M5S, un buon vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo nel Conte-1, un buon ministro degli Esteri nel Conte-2 e nel Draghi. Buono non vuol dire condivisibile: il suo atlantismo acritico […] non ci piace. Ma sulla professionalità niente da dire: altro che “bibitaro”, come lo chiamavano i classisti e i razzisti incapaci di riconoscere i meriti dei 5Stelle […].

Ora, qualunque cosa dovrà fare nel Golfo, Di Maio la farà con abilità. Ma nelle cancellerie e diplomazie europee ci sono centinaia di figure che potevano farlo. Perché hanno scelto proprio lui, dopo lo 0,6% dei voti al suo partitucolo? Perché il sistema mafioso chiamato “politica” doveva premiare la sua fedeltà canina ai padroni italiani ed esteri. 

Guai se chi si immola per l’establishment finisse sul lastrico: nessun altro sarebbe disposto all’estremo sacrificio. Un anno fa Di Maio fu incaricato di far fuori Conte, unico ostacolo superstite alla normalizzazione draghiana del sistema, già ottenuta con la Lega giorgettiana, FI brunettian-gelminiana, il Pd lettiano, i centrini renzian-calendiani, la finta opposizione meloniana: tanti partiti con nomi diversi e programmi uguali. 

Prima provò a scalzare Conte da leader del M5S impallinando – con Giorgetti, Guerini, Renzi e Letta – la Belloni sulla via del Colle (lì doveva salire Draghi o restare Mattarella: tertium non datur). Ma, malgrado gli amorevoli consigli di Draghi a Grillo, Conte restò leader. E costrinse il governo a rinviare al 2028 l’aumento della spesa militare al 2% del Pil, promesso alla Nato entro il ’24. 

Allora Di Maio, con l’avallo dei suoi spiriti guida al Quirinale, a Palazzo Chigi e al Nazareno, scatenò la scissione di 66 parlamentari dai 5Stelle. Si illudeva di rafforzare Draghi e se stesso e di indebolire Conte. Accadde l’opposto. Draghi optò per l’harakiri e incolpò il M5S, convinto – nella sua hybris – che gli elettori avrebbero punito Conte e premiato Di Maio, candidato dal Pd insieme ai suoi fedelissimi.

Accadde l’opposto. Punito dal basso, Di Maio viene ora premiato dall’alto: si scrive Borrell, ma si legge Draghi, Quirinale, Nato e vecchio Pd. Ma adesso chi dovrebbe allarmarsi è il nuovo Pd: ove mai Elly Schlein si ricordi chi è e cambi musica, un Di Maio pidino da far esplodere e poi risarcire si trova sempre.

Poltrona a 5 Stelle. Edoardo Sirignano su L'Identità il 25 Aprile 2023

di EDOARDO SIRIGNANO

Giggino torna a indossare giacca e cravatta. Dopo mesi trascorsi sul divano a guardare il Napoli verso il terzo scudetto, Di Maio si prepara alla sua seconda vita. Non ci sarà un dicastero, piuttosto un turbante.

La riconoscenza paga

Grazie alla benedizione di un tale Mario Draghi, uno dei pochi a credere nel sacrosanto valore della riconoscenza, il nativo di Pomigliano sarà l’inviato speciale dell’Unione Europea nel Golfo Persico. Essendo impegnate tutte le poltrone nei salotti buoni della città eterna e di Bruxelles, i padroni continentali, su suggerimento di un saggio banchiere, decidono di mandare il bibitaro del San Paolo a dialogare con sceicchi, cammellieri e padroni vari di gas e petrolio. A queste latitudini l’ex capo dei gialli non potrà compiere scivoloni degni di nota. Gli basterà solo ripetere l’inglese, imparato negli anni di governo. In Qatar, Emirati, Bahrein e Arabia Saudita, poi, non serve avere grandi doti diplomatiche. Basta essere campioni nell’annuire. L’ex grillino è uno “yes man” provetto. Ha calato il capo finanche quando un vecchio Tabacci stava utilizzando la sua minuziosa “ape” per rubargli il seggio a Montecitorio. Il fondatore di Ic, come Rocky, è indiscusso campione di incasso. Qualunque altro mortale, dopo essere stato spostato dalla Farnesina al caminetto avrebbe fatto rotta sul Nazareno e preso a calci il primo piddino disponibile. Di Maio, invece, ha ringraziato Letta, pure se per mesi non si è degnato neanche di rispondergli a telefono. Grillo, d’altronde, lo ha educato bene: prima gliene diceva di tutti i colori e poi gli dava le nomine. Una cosa è certa, avere la pancia, saper superare qualsiasi maltrattamento, alla fine, premia. Chi viene dal basso lo sa bene, soprattutto se non deve prendere un voto per diventare onorevole. Sufficiente solo digerire qualche offesa ricevuta sulla rete per avere la partecipata desiderata o accontentare il compagno di banco che ti passava la merendina. Nell’organizzazione di potere, il pomiglianese a un certo punto stava superando finanche un grande maestro come Matteo da Firenze. Capacità, dunque, che lo hanno portato, in tempi brevissimi, alle corti dei grandi del pianeta, compresi quegli emiri che oggi lo accolgono a braccia aperte. Nessuno dimentica le visite del fondatore di Ic a Doha. Sia negli alberghi a cinque stelle, come nei quartieri periferici, l’ex titolare della Farnesina ha lasciato qualcosa su quella costa. Nella capitale dei mondiali, in un campo rifugiati per afghani, a parte i doni vari, gli hanno finanche dedicato un quadro. Una vera e propria divinità per chi spera di distrarre l’acquirente e vendere la merce al doppio del prezzo. Nella perla del Golfo Persico si può essere solo che entusiasti per il contentino dato a chi ha consentito all’immortale re Giorgio di tornare al Quirinale, evitando l’opzione Belloni, a chi ha sprecato ogni energia a propria disposizione per far prevalere il magico mondo della finanza di Mario sui piagnistei dei percettori del reddito di cittadinanza. Questi ultimi, vedi politiche, non perdonano. C’è sempre, però, un santo nel paradiso delle banche a salvarti dall’inferno più buio.

L’ira del governo

L’unico ostacolo per il campano, ora, è superare l’ira di quella destra, che urla contro la stampella che ha tentato l’inutile sgambetto. Maurizio Gasparri, ad esempio, non ha utilizzato giri di parole verso il nuovo inviato Ue. Lo definisce “un somaro, un incapace, una vergogna assoluta”. Dello stesso parere il capitano Salvini che se la prende con chi lo ha premiato: “Incarico curioso”. Non la pensano, allo stesso modo, al contrario, i vecchi amici piddini, che con uno stipendio da 20mila euro in meno da pagare, possono dividersi meglio la piccola torta rimasta nel piatto romano del Parlamento. Non gli interessa se l’attuale ministro degli Esteri Tajani, dica che “sia una scelta di Borrell e non del governo”, né le bordate provenienti da ambienti vicini alla premier. Quest’ultima, d’altronde, non può neanche parlare troppo. Non vale la pena rompere quei rapporti recuperati con Bruxelles per un contentino dato al Masaniello di turno. Il dato di fatto è che come si impara a sopravvivere tra i pentastellati, non è possibile farlo altrove. Casalino riesce a riciclarsi come showman, il sottosegretario Cancelleri si candida a nuovo portavoce di Arcore e il buon Giggino adesso si troverà a stipulare contratti da diversi milioni di euro. Quando non sei nessuno resti solo, ma con i soldi in mano qualche amico puoi sempre fartelo e perchè no riprenderti anche quella visibilità e quella credibilità che qualcuno ha provato a toglierti. Non è detto, pertanto, che, su un cammello, il nostro, prima o poi, possa far ritorno all’amata Camera, magari distribuendo spezie e tappeti. Tutti sappiamo, che stavolta, Di Maio non fallirà, anzi porterà in alto il nome di un Paese, che Giorgia o meno, ha bisogno di chi rivoluzioni gli equilibri. Il suo ex amico Sibilia aveva messo addirittura in discussione lo sbarco sulla Luna.

Il pugno di ferro di Borrell

Una svolta voluta dallo stesso Alto Rappresentante dell’Ue, per cui servono facce nuove o meglio ancora persone che non diano fastidio. In questo modo, si fa a capire alle destre che governano Roma, che c’è sempre un sistema al di sopra che può imporre e far passare tutto, anche il classico “ciuccio che vola – come si dice a casa Di Maio”.

Il paracadute europeo dell'ex ministro. Di Maio inviato dell’Ue nel Golfo Persico, l’ex ministro “miracolato” da Bruxelles dopo il flop alle elezioni. Carmine Di Niro su Il Riformista il 23 Aprile 2023 

Una decisione che era nell’aria da mesi e che oggi è diventata di fatto realtà, nonostante le aspre critiche e il cambio radicale di governo a Roma che sembrano aver ridotto le chance. Luigi Di Maio è stato indicato da Joseph Borrell, l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, quale “candidato più adatto” al ruolo di inviato speciale dell’Ue nel Golfo Persico.

La scelta si legge nella lettera che il ‘ministro degli Esteri’ europeo Borrell ha inviato ai 27 Paesi membri dell’Ue. La ratifica della nomina di Di Maio (che va vidimata da tutti i membri), come apprende l’Ansa da fonti vicine al dossier, non è prevista domani in occasione del Consiglio Affari Esteri a Lussemburgo e, in ogni caso, non si avrà in tempi brevissimi. Borrell ha proposto di dargli l’incarico “per un periodo iniziale di 21 mesi, a partire dal 1° giugno 2023 fino al 28 febbraio 2025“.

Di Maio era stato indicato come “miglior candidato” già nell’autunno scorso, tra i quattro curriculum esaminati a Bruxelles da un panel di tecnici, che aveva poi raccomandato la nomina a Borrell. Gli altri tre candidati per il nuovo ruolo di rappresentante speciale Ue per il Golfo erano l’ex ministro degli Esteri cipriota Markos Kyprianou, l’ex inviato dell’Onu in Libia, Jan Kubis, slovacco, e l’ex commissario europeo Dimitris Avramopoulos, greco, lambito dal caso Qatargate.

L’incarico a Di Maio era stato fortemente sponsorizzato dall’ex presidente del Consiglio Mario Draghi, ma col cambio radicale di governo a Roma l’ipotesi di vedere ‘Giggino’ inviato speciale nel Golfo sembravano essersi notevolmente ridotte.

La scelta di indicare Di Maio infatti non è andata giù alla Lega, che della maggioranza è il secondo partito per voti. Fonti del Carroccio sottolineano infatti che “gli italiani hanno scelto e continuano a scegliere il centrodestra, non sinistra o grillini. Quella di Bruxelles è una indicazione vergognosa, un insulto all’Italia ed a migliaia di diplomatici in gamba”.

Gelida la reazione anche del suo successore alla Farnesina, l’attuale ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani. L’esponente di Forza Italia nel corso del suo intervento alla trasmissione “Mezz’ora in più” di Lucia Annunziata ha sottolineato che “quella di Borrell è una scelta legittima, ma una sua scelta. Quella di Di Maio non era la nostra candidatura“.

Un ‘miracolo politico’ per l’ex titolare della Farnesina, che era uscito a pezzi politicamente dal voto del 25 settembre scorso: il suo ‘Impegno Civico’ aveva ottenuto meno dell’un per cento coalizzandosi col Partito Democratico e Di Maio non era stato eletto in Parlamento, sconfitto proprio a Napoli all’uninominale dal candidato del Movimento 5 Stelle Sergio Costa, ex ministro dell’Ambiente un tempo vicino proprio a Di Maio.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Di Maio miracolato, per lui arriva la superpoltrona Ue. Ma scoppia la bufera. Matteo Carnieletto il 23 Aprile 2023 su Il Giornale

L'ex leader grillino è finalmente riuscito a sconfiggere la povertà (ma solo per stesso). Per lui è in arrivo un nuovo incarico

Chi sa, fa. Chi non sa, invece, fa l'inviato speciale per l'Unione europea. Secondo un documento visionato dal Corriere della Sera, l'Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, "dopo un'attenta riflessione" ha indicato Luigi di Maio come "il candidato più adatto" all'incarico di inviato speciale per il Golfo Persico. All'ex ministro degli Esteri italiano verrà proposto "un periodo iniziale di 21 mesi, a partire dal 1° giugno 2023 fino al 28 febbraio 2025". La strada di Giggino è quindi segnata. E lui, va detto, è stato molto abile nell'arrivare a solcarla. E non solo perché è stato bravo a cambiare pelle più volte. Ma anche perché ha imparato, da quando è stato al governo, che il silenzio è d'oro e che, spesso, viene ricompensato.

Dopo essersi candidato alle scorse elezioni politiche ottenendo ben lo 0.6%, di Maio è stato trombato dalla scena politica. Sparito. Scomparso. Non sarà stato facile per il masaniello di Pomigliano accettare di non esser più capace di parlare alla folle e di riuscire a raccattare, senza il simbolo del M5S alle spalle, il consenso più basso di tutte le liste. Che fare dunque, dopo esser rimasto a piedi? Far fruttare i contatti raccolti quand'era ministro degli Esteri e puntare a una carica di prestigio. Lavorando nell'ombra con un unico obiettivo: abolire la povertà. Per se stesso.

Quando, l'anno scorso, si è sparsa la voce di una possibile candidatura di Di Maio a inviato speciale per il Golfo, sono arrivate le prime critiche. E non solo dai partiti a lui avversi (oggi la Lega afferma che con questa nomina l'Ue insulta l'Italia), ma anche da quotidiani autorevoli come Le Monde, che gli aveva dedicato un articolo in cui il suo profilo ne usciva a pezzi: "Da ministro degli Esteri non ha avuto buone relazioni e non è percepito come una personalità di peso", affermava Cinizia Bianco, esperta del Golfo al Consiglio europeo. E ancora: "Le sue competenze, soprattutto la sua conoscenza da debuttante dell’inglese e la sua scarsa esperienza nel Golfo, rendono curiosa questa scelta", spiegava, sotto richiesta di anonimato, un diplomatico. Un dilettante, insomma. Che aveva fatto parecchi danni quando era alla Farnesina, alla faccia dell'interesse nazionale.

Era il gennaio del 2021 e, da ministro degli Esteri, di Maio decise di congelare le licenze per la produzione di 20mila bombe per aerei destinate agli Emirati arabi. Un'azione politica, si disse, in risposta ai crimini di Abu Dhabi in Yemen (anche se Giggino si dimenticava del ruolo dell'Arabia Saudita in quel conflitto). Non contento, però, il nostro stabilì anche di bloccare le forniture di pezzi di ricambio per la pattuglia acrobatica emiratina - le loro Frecce tricolore, per capirci - che non hanno alcuna funzione bellica. Uno sfregio per Abu Dhabi, frutto di un'ideologia, quella pentastellata, che non tiene conto della realtà e, soprattutto, della realpolitik. Gli emiratini, infatti, non la presero bene. Qualche mese dopo, bloccarono lo scalo di un volo che portava i giornalisti italiani in Afghanistan e, soprattutto, intimarono lo sfratto dei soldati italiani dalla base, strategica per il nostro Paese, di Al Minhad. Secondo Carlo Panella, in realtà, dietro questa decisione di Di Maio non c'entrerebbe solo la guerra in Yemen, ma anche il nuovo assetto del Medio Oriente, nato in seguito alle aperture tra Israele e Emirati arabi. Il blocco imposto da Giggino, afferma il commentatore, "aveva e ha solo lo scopo di marcare una posizione di forte critica nei confronti dell’Accordo di Abramo, siglato nell’agosto del 2020 tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, che ha rivoluzionato in senso positivo il Medio Oriente. Insomma, Di Maio e i Cinquestelle, con l’assenso dell’allora premier Conte, hanno voluto ribadire la loro tradizionale posizione favorevole all’Iran contro il quale, appunto, è stato siglato l’Accordo di Abramo. Un perfetto esempio della strategia di politica internazionale ispirata da Beppe Grillo che non a caso ora rompe con Conte perché non rinuncia a dettare al governo la sua agenda di politica estera filo iraniana e filo cinese". Supposizioni, sia chiaro.

Però ci sono altri fatti concreti che testimoniano il fallimento di Di Maio, come l'arresto di Andrea Costantino, condannato a 20 mesi di carcere e impossibilitato a lasciare gli Emirati Arabi perché accusato di aiutare gli Houthi in Yemen. La realtà, però, secondo quanto raccontato dallo stesso Costantino in un'intervista potrebbe essere diversa: "Il mio arresto è legato alle pessime, direi ormai compromesse, relazioni diplomatiche fra Italia ed Emirati. L’allora ministro Luigi Di Maio ha rotto, a inizio 2021, un contratto, che esisteva dal 2016, relativo alla vendita di armi agli Eau, provocando così la loro reazione. Non è un caso infrequente nei Paesi del Golfo o in Russia arrestare delle persone per usarle nelle trattative per scambi politici, con accuse che sono del tutto inesistenti". Sono gli stessi emiratini a dirgli che il suoi rilascio "per loro non è una questione di denaro, ma una questione politica di principio".

Un flop diplomatico senza paragoni. Che ora gli permette di tornare sul luogo del delitto. Da vincitore.

Virginia Saba archivia Luigi Di Maio: beccata con lui. Libero Quotidiano il 22 marzo 2023

Quella tra Luigi Di Maio e Virginia Saba è acqua passata. I due non stanno più insieme. E dopo l'annuncio non si erano fatte attendere le prime foto. L'ex ministro degli Esteri è stato infatti pizzicato con la sua nuova fiamma. Ma anche la Saba non è rimasta a guardare. Dagospia mostra le foto della giornalista con Eugenio Ronchetti "musicista e cantautore meglio noto come Iuggi". Solo qualche settimana fa Di Maio è stato immortalato a Venezia con la compagna Alessia D’Alessandro. Alta, capelli biondi lunghi, occhi verdi, la giovane è già stata candidata senza successo dai Cinque Stelle nel collegio uninominale del Cilento durante le elezioni politiche del 2018. 

La nuova fidanzata dell’ex grillino parlerebbe ben cinque lingue, ha studiato alla Sciences Po di Parigi e alla Jacobs University Bremen di Brema. Tra i suoi lavori quello di modella, di impiegata per la contabilità di un’azienda. Diverse poi le esperienze alle risorse umane e come consulente internazionale nel turismo.

 Eppure il suo impiego più importante è stato quello nel settore marketing della Wirtschaftsrat, un’organizzazione imprenditoriale vicina al partito tedesco di Angela Merkel. Che quella della Saba sia dunque una vendetta all'ex? Chissà... certo è che tra i due la rottura è arrivata come un fulmine a ciel sereno.

Estratto da repubblica.it il 13 marzo 2023.

Nel fine settimana sono stati avvistati insieme a Venezia. Quanto basta per disegnare un nuovo inizio nella vita sentimentale di Luigi Di Maio, ex ministro e plenipotenziario dei Cinque Stelle [...].

 La nuova fiamma [...] sarebbe Alessia D’Alessandro, donna di grande fascino, già candidata appena 28enne alle politiche del 2018 per i 5S nel collegio uninominale di Agropoli-Castellabate, in provincia di Salerno. Fu sconfitta per un soffio ma ebbe 42mila voti. [...]

[...] Alessia D’Alessandro, definita nel 2018 “la più bella delle liste”, vantava un curriculum di assoluto prestigio: residente a Berlino, poliglotta, esperienze di studio alla Sciences Po di Parigi e all’università di Brema, assistente al marketing della Wirtshaftsrat, associazione imprenditoriale vicina alla Cdu.

 [...] Fu lo stesso Di Maio in televisione a presentare Alessia come "una economista che lavora con la Cdu in Germania". Dal partito della Merkel arrivarono precisazioni, perfino il New York Times dedicò alla candidata un’intervista. Non bastò tanto clamore, alla fine la spuntò Marta Ferraioli, docente universitaria candidata per il centrodestra. Ma il rapporto con Di Maio continuò. [...]

Anticipazione da "Chi" il 13 marzo 2023.

 Il settimanale “Chi” pubblica in esclusiva , nel numero in edicola da mercoledì 15 marzo, le immagini del romantico weekend che l'ex ministro Luigi Di Maio ha trascorso a Venezia con la nuova compagna , Alessia D'Alessandro. 

 Alessia, classe 1990,  è italo tedesca e ha studiato Scienze economiche a Parigi e a Brema, parla cinque lingue e per pagarsi gli studi ha saltuariamente lavorato come modella. L'incontro con Di Maio avviene nel 2018 quando Alessia si candida per il Movimento 5 stelle nel collegio Agropoli-Castellabate, nel Cilento, senza però riuscire a essere eletta. Ora il rapporto con l'ex ministro degli Esteri si è trasformato in qualcosa di più come dimostrano le foto pubblicate da “Chi”.

Alessia D'Alessandro, chi è la nuova fidanzata di Luigi Di Maio. Felice Naddeo su Il Corriere della Sera il 13 settembre 2023.

Insieme a Venezia nell'ultimo weekend, lei fu inserita in lista alle Politiche nel Cilento ma non venne eletta

Da capo politico a fidanzato. È la parabola che Luigi Di Maio ha compiuto con Alessia D'Alessandro, 33enne italo-tedesca adesso al suo fianco, oramai anche in pubblico come nell'ultimo weekend a Venezia. Ma prima dell'amore, era scoppiato un caso internazionale. Anno domini 2018: Di Maio in tv - nel corso di una puntata della trasmissione «Di Martedì» - annuncia il nome della giovane candidata alle Politiche dei Cinque Stelle, schierata nel Cilento (collegio Agropoli - Castellabate) per contrastare l'ascesa di Franco Alfieri, il «sindaco delle fritture» di deluchiana memoria. Solo che, piccolo particolare, furono sconfitti entrambi dalla candidata del centrodestra, Marzia Ferraioli.

Quel che conta, però, è la presentazione di D'Alessandro. Di Maio va un po' oltre nel tesserne le lodi in tv: «Una economista che lavora con la Cdu in Germania», il partito di Angela Merkel. Neanche il tempo di gioire per la scelta, che dalle latitudini della Porta di Brandeburgo arriva un chiarimento piuttosto eloquente. Mittente il Consiglio economico dei cristiano-democratici tedeschi: D'Alessandro lavora solo come assistente, «non è operativa in nessun ambito rilevante dal punto di vista politico» e «non cura contatti politici».

Il chiarimento

Poi, per spiegare il tutto ed evitare il tritacarne mediatico, la candidata grillina offre chiarimenti in una intervista al New York Times. Spegnendo le polemiche. La sua esperienza in seno alla Cdu ha riguardato l'ambito del Consiglio economico del partito, non ha mai avuto contatti politici e mai conosciuto Merkel. In sostanza era impegnata nel settore marketing della Wirtschaftsrat, un'organizzazione imprenditoriale vicina al partito tedesco.

Il profilo

Alessia D'Alessandro ha un profilo internazionale. Italo-tedesca, parla cinque lingue e ha vissuto per anni a Berlino. Ha studiato alla Sciences Po di Parigi e alla Jacobs University Bremen di Brema. E per pagarsi gli studi ha anche fatto la modella. Inoltre ha lavorato nel reparto di contabilità di un'azienda, nel campo delle risorse umane e ha operato come consulente internazionale nel turismo. E ha sempre avuto una spiccata attitudine politica: a 14 anni aveva letto il «Manifesto» di Karl Marx senza - ha detto - ritenersi di sinistra. 

Sui social

Sui social è molto attiva, soprattutto nell'affrontare temi di cronaca e politica. Infatti scrive, in occasione dell'otto marzo: «Tutti i sogni e gli obiettivi sono alla portata di entrambi i sessi, non c’è nulla che una donna non possa fare». E ancora, sul tema dell'onestà: «I politici onesti non dovrebbero essere solo coloro che si astengono dal commettere reati.. ma quelli che riescono ancora a guardare i cittadini negli occhi, perché uno sguardo può valere più di mille parole».

Chi è Alessia D’Alessandro, la fidanzata di Luigi Di Maio: “Politica o influencer?”. Redazione su Il Riformista il 13 Marzo 2023

Alta, capelli biondi lunghi, occhi verdi e un curriculum infinito. È Alessia D’Alessandro e avrebbe conquistato il cuore dell’ex ministro Luigi Di Maio. Alessia ha trentadue anni, vive a Berlino ma è di Agropoli, provincia di Salerno, dove è stata candidata, senza successo, dai Cinque Stelle nel collegio uninominale del Cilento nelle elezioni politiche del 2018. I due sono stati pizzicati a Venezia, dove si trovavano per un week end tutt’altro che di lavoro. Anzi. Sembrava una fuga d’amore in piena regola.

Ma chi è Alessia D’Alessandro? La nuova fidanzata dell’ex grillino Di Maio parla ben cinque lingue, ha studiato alla Sciences Po di Parigi e alla Jacobs University Bremen di Brema. E per pagarsi gli studi ha anche fatto la modella. Ha lavorato nel reparto di contabilità di un’azienda, nel campo delle risorse umane e ha operato come consulente internazionale nel turismo. Non solo, ha lavorato nel settore marketing della Wirtschaftsrat, un’organizzazione imprenditoriale vicina al partito tedesco di Angela Merkel. Sui social pubblica moltissime foto, quasi tutte la ritraggono in primo piano, poi le lunghe didascalie che parlano di politica, sociologia, economia, riforme e così via. Ogni tanto un follower commenta: politica o influencer? Magari entrambe.

L’ultimo post pubblicato dalla D’Alessandro sul suo profilo Instagram risale a cinque giorni fa, al giorno della festa delle donne. “Tutti i sogni e gli obiettivi sono alla portata di entrambi i sessi, non c’è nulla che una donna non possa fare – scrive la D’Alessandro – Non permettere a nessuno di limitare la tua libertà, di giudicarti o di discriminarti. Sii sempre la migliore versione di te stessa, resta fedele ai tuoi valori e non temere mai di essere diversa dagli altri. Sii solidale con le altre donne, crea sinergie per raggiungere obiettivi importanti. Per tutte le donne del mondo – conclude Alessia – siate padrone del vostro destino e fate scelte che vi rendono felici”.

E mentre si attendano sviluppi sulla nuova love story, quel che è certo è che quella di Di Maio con Virginia Saba sia definitivamente tramontata. Una storia durata poco meno di quattro anni. Sarda, classe 1985, Saba è un ex giocatrice di basket in serie A2, nella squadra femminile della Virtus Cagliari. È una giornalista professionista e assistente parlamentare della deputata pentastellata Emanuela Corda. Insomma, si rimane in ambito Cinque Stelle…

Estratto dell'articolo di Mattia Feltri per “La Stampa” il 2 marzo 2023.

Se avete perso di vista Rocco Casalino, sappiate della sua ricomparsa l'altra sera a Belve, la trasmissione di Francesca Fagnani. Nel corso del colloquio, [...] Francesca ha chiesto qualche dettaglio a Rocco a proposito della sua sbandierata passione per Charles Baudelaire. In particolare, quale poesia amasse di più. Adesso non saprei, ha risposto lui, due o tre volte, costernato per i vuoti di memoria da cui è storicamente funestato. Senonché un ricordo gli è infine riemerso dalle profondità della passione: "Madame Bovary!". Che però non è una poesia, è un romanzo, e non è nemmeno di Baudelaire, bensì di Flaubert.

[...] Casalino mi è sempre stato molto simpatico. E oggi me lo è ancora di più, saperlo smemorato apostolo di Baudelaire, uno che partecipò ai moti del Quarantotto per la democrazia, col popolo e per il popolo, e dopo l'elezione di Napoleone III fu disilluso al punto da definire il suffragio universale una scemenza cosmica.

 Il popolo, il popolo onesto eccetera, cominciò a stargli sul gozzo, dichiarò che nulla era tanto ridicolo come cercare la verità nella maggioranza, che in un mondo del genere si governa giusto correndo dietro alla scempiaggine della società, ovvero a un "vasto banditismo" nel quale il suddetto amato e probo popolo si rivolta soltanto se gli aumentano il prezzo della birra. Ecco, che gli piaccia uno del genere, mi rende Casalino fraterno e, se mi dice quando, andiamo a diffondere Baudelaire anche presso Conte e Grillo.

L’INGRANDIMENTO. Edoardo Sirignano su L’Identità l’1 Marzo 2023

La tentazione di Casalino, mollo Conte e prendo Elly

Con Elly non torna solo “Bella Ciao”. Il mondo Lgbt, spinto dal nuovo vento di sinistra, intende prendersi la propria rivincita. Nel giorno in cui una segretaria con la compagna prende le redini del Nazareno, in cui Alessandro Zan, l’uomo dell’omonima legge sulle coppie di fatto sta per entrare nel direttivo, ritorna sulla scena il disperso Rocco Casalino, l’ex spin doctor di Giuseppe Conte diventato famoso per il suo outing. Sarà l’ennesima strategia del volpone dei palazzi o una casualità? Una cosa è certa, grazie alla vittoria di Schlein, si riaprirà presto anche un dibattito su tematiche, tenute per troppo tempo nel cassetto. L’ex gieffino lo sa bene e proprio per questo annuncia una discesa in politica. Saranno le europee del 2024? Nessuno lo sa. Detto ciò, il comunicatore dei gialli potrebbe essere molto utile a Schlein. Tutti sanno che il centro è ormai distante dalla cosa rossa. L’unificazione dei partitini di Renzi e Calenda, così come il caso Fioroni, lo attestano. Ciò comporta un testa a testa tra Elly, che già qualcuno chiama la nuova Iotti e Peppino da Volturara Appula, denominato da mesi il compagno 2.0 . Ecco perché l’ex stratega potrebbe rivelarsi più di una semplice chiave per cacciare dall’armadio gli scheletri di chi, pur uscendo ferito dalle ultime regionali, ancora non è morto e anzi risulta essere il più carismatico, sia tra i ceti meno abbienti che tra i militanti delle piazze antisistema. A differenza dell’erede di Letta, l’ex premier resta fermo, ad esempio, sul no alle armi a Zelensky. Chi conosce tutti i punti di forza e debolezza del capo politico dei grillini, pertanto, potrebbe essere l’ago della bilancia nella prossima sfida di Elly. “Sono stato io – rivela al Corsera – che gli ho insegnato a parlare”. Casalino è una sorta di cavallo pazzo, indomabile, che certamente fa gioco a chi vuole attestarsi come la Meloni dei progressisti. La speranza, però, è che tra le varie guerriglie interne finalmente si possa avere qualche risposta in più rispetto al matrimonio ugualitario, ai diritti di tutte le famiglie. Stiamo parlando, d’altronde, di quei punti che hanno reso più appetibile al mondo esterno la campagna dell’ex sardina rispetto a quella dello sfidante Bonaccini. Il problema, però, è sempre il medesimo: si riuscirà a passare dalle belle parole ai fatti?

Anticipazione da “Belve – Rai2” il 28 febbraio 2023.

Torna Belve, il programma ideato e condotto da Francesca Fagnani, finalmente in prima serata il martedì su Rai2. Un ciclo di puntate dedicate a donne (e uomini) indomabili, ambiziose, forti, non necessariamente da amare, ma che non si potrà fare a meno di ascoltare.

 Nella puntata in onda martedì 28 febbraio anche Michela Andreozzi con poterà sul palco di Belve un inteso monologo teatrale, e ancora Ubaldo Pantani con un ironico sketch, e infine spazio alle incursioni comiche delle Eterobasiche e di Cristina Di Tella.

Tra gli ospiti, Rocco Casalino, responsabile della comunicazione del Movimento 5 Stelle. L'ex portavoce del premier si confida in una lunga intervista rilasciata a Francesca Fagnani, dal suo rapporto con l’ex premier Giuseppe Conte, gli inizi e il suo ruolo nel Movimento 5 Stelle, allo “stigma” per la sua partecipazione al “Grande Fratello”, fino a toccare temi più intimi e personali.

 A proposito del suo rapporto con Conte, rivela alla Fagnani: “Quanto mi deve Conte? Parte della mia vanità direbbe che ci sono io dietro ma non è così”. E quando la Fagnani gli chiede se oggi si sente abbandonato da Conte, dichiara: “Non mi sento abbandonato. Ha un ruolo diverso ma la sua comunicazione la curo ancora. Non c’è stato nessun allontanamento".

Spazio anche a lato più intimo e personale, con un toccante racconto di Casalino sulla sua infanzia difficile a causa di un padre violento (“Uno pensa di poter picchiare la propria moglie anche davanti ai figli e che questi dimenticheranno. Ma io non ho dimenticato nulla e non perdono”). A proposito della sua vita sentimentale, Casalino rivela: “Fino a 35 anni ho avuto una ragazza con cui facevo regolarmente sesso e a un certo punto mi ero convinto che la mia fosse una sorta di bisessualità e che potevo reggere una vita da eterosessuale anche perché desideravo una vita famigliare, dei figli. Ho insistito con tutte le mie forze ad essere etero, ho fatto sesso con centinaia di donne… Sembra strano? Anche a me. Ma non si può scegliere l’orientamento sessuale, essere gay non è un vizio”.

E infine per alleggerire, Francesca Fagnani parlando con Casalino della sua passione per la letteratura, gli chiede quali sono i suoi “classici” di riferimento: “Dostoevskij certamente, Goethe assolutamente, Pirandello, Moravia, Baudelaire...” , e Francesca Fagnani incalza: "Mi dica una poesia di Baudelaire" e mette in difficoltà Casalino. "Il mio problema è la memoria... allora, oddio…vediamo... Ora ricordo, Madame Bovary?"

Belve è prodotto da Rai-Direzione Intrattenimento Prime Time in collaborazione con Fremantle Italia. Ideato e condotto da Francesca Fagnani, e scritto da Fabio Pastrello, Antonio Pascale e Gabriele Paglino, per la regia di Duccio Forzano.

 L’appuntamento con Belve è dal 21 febbraio tutti i martedì in prima serata su Rai2 per cinque puntate; sempre disponile on demand su RaiPlay.

Casalino torna in Tv, lo scivolone su Baudelaire e il retroscena sul posto sfumato in Parlamento: «L’ho fatto per Conte» Redazione di open.online il 28 febbraio 2023.

Il responsabile comunicazione del M5s a “Belve” non perde ancora la speranza di diventare parlamentare: «La prossima volta, se ne avrò occasione, mi candido anch’io»

Vita privata, passioni politiche, influenze letterarie. Dopo essere scomparso dai riflettori, Rocco Casalino parla senza freni. Il responsabile della comunicazione del Movimento 5 Stelle è uno degli ospiti della puntata di questa sera 28 febbraio di Belve, la trasmissione di «interviste graffianti» condotta dalla giornalista Francesca Fagnani su Rai2. «Originariamente ero di sinistra, anzi di Rifondazione Comunista per la precisione, vicino a Fausto Bertinotti, poi vicino ai Ds e dieci anni dopo nasce il M5S e divento 100% grillino», racconta Casalino ripercorrendo il suo avvicinamento alla politica. Poi, il suo rapporto personale con l’ex premier Giuseppe Conte: «Quanto mi deve? Parte della mia vanità direbbe che ci sono io dietro ma non è così. La mia capacità è valorizzare le caratteristiche di una persona. Sicuramente, nella prima fase l’ho aiutato in una comunicazione più semplice, a far trasparire il lato umano, ma il merito è tutto suo». Poi il responsabile comunicazione del M5s precisa: «Non mi sento abbandonato. Ha un ruolo diverso ma la sua comunicazione la curo ancora. Non esiste più il ruolo di portavoce, nessuno lo ha. Non c’è stato nessun allontanamento». Anzi, Casalino precisa di non essersi candidato alle ultime elezioni politiche «per il bene di Giuseppe». Una scelta di cui confessa di essersi pentito. «Se mi sarà offerta l’opportunità, la prossima volta mi candido», rivela.

Il film mai realizzato

Nel corso dell’intervista, Casalino ripercorre anche la fase di produzione del film che avrebbe dovuto raccontare la sua vita. Un progetto che, per motivi poco chiari, a un certo punto si è arenato. «Sul film da trarre dal mio libro eravamo partiti alla grande. Il cinema è un mondo a parte, un mondo difficile – spiega il portavoce del M5S -. Era partito tutto molto bene, mi voleva un regista e una casa di produzione molto importanti, c’era tutta la squadra pronta. Poi ho detto quella sciocchezza, che mi sarebbe piaciuto Paolo Sorrentino come regista, e si sono offesi tutti, non mi hanno più rivolto la parola», rivela Casalino.

«Ho fatto fatica ad accettarmi per chi sono davvero»

Il dialogo con Francesca Fagnani si è spostato poi sulla vita privata del responsabile comunicazione dei 5 Stelle, che a un certo punto rivela: «Mio padre era un maschio del sud, molto virile, dominante. Non gli assomigliavo e questa cosa per lui era un problema. Faceva una serie di giochini per scoprire la mia omosessualità, ma io non ci cascavo perché sapevo che se lo avessi ammesso sarebbe stato peggio. Io ero sicuro che avrei avuto la vita impossibile. Anche per questa situazione la consapevolezza per me è arrivata molto tardi, ho fatto molta fatica ad accettarmi», rivela Casalino, che già in passato aveva raccontato di aver avuto problemi a fare i conti con la propria omosessualità. «Fino a 35 anni ho avuto una ragazza con cui facevo regolarmente sesso e a un certo punto mi ero convinto che la mia fosse una sorta di bisessualità e che potevo reggere una vita da eterosessuale. Anche perché avevo desiderio di una vita famigliare, dei figli. Ho insistito con tutte le mie forze ad essere etero, ho fatto sesso con centinaia di donne. Sembra strano? Anche a me», ammette durante l’intervista.

La gaffe su Baudelaire

Infine, per alleggerire, spazio alla cultura. Incuriosita dalla passione per la letteratura, Fagnani chiede a Casalino chi sono i suoi autori di riferimento. «Dostoevskij certamente, Goethe assolutamente, Pirandello, Moravia, Baudelaire…», risponde lui. Al che la giornalista lo incalza: «Mi dica una poesia di Baudelaire». Ma Casalino tentenna: “Il mio problema è la memoria… Allora, vediamo… Ora ricordo, Madame Bovary?», dice lui. Peccato, però, che si tratti di un’opera di Gustave Flaubert.

Casalino e la schiera degli sprovveduti: sbranati da Fagnani. Aldo Grasso su Il Corriere della Sera il l’1 marzo 2023.

La conduttrice è brava la prima serata, con la necessità di aggiungere il monologo di Michela Andreozzi o lo sketch di Ubaldo Pantani, ha un po’ slabbrato il programma

Gli ospiti che si offrono alle domande di Francesca Fagnani a «Belve» appartengono a due categorie: gli sprovveduti e i sicuri di sé. Ma gli uni e gli altri escono sempre sconfitti, tanto da far pensare che il genere sia uno solo: quelli cui piace apparire a ogni costo (Rai2). Anche a costo di venire sbranati. Vorrei iniziare subito dal caso più clamoroso, quello di Rocco Casalino. Che un responsabile della comunicazione di un partito politico, il Movimento 5 Stelle ed ex portavoce del premier Conte, abbia fatto una figura così barbina, la dice lunga sulla statura degli uomini che pretendono di governarci. È vero che Fagnani è molto brava e preparata nel porre le domande, è vero che con un sorriso smagliate «addenta» l’interlocutore incalzandolo fino allo stremo, ed è anche vero che sparare su Casalino è un po’ ecc., ecc.

Tuttavia, l’interlocutore ha mostrato quella fragilità che si tramuta in arroganza nel momento in cui il debole presuntuoso occupa un posto di potere. Il problema di Casalino non è quello di aver attribuito a Baudelaire la paternità di Madame Bovary (per quanto…) ma di non avere la statura per un ruolo così delicato. Era solo in astinenza da video? Temo di sì. Carolina Crescentini (la mitica «cagna maledetta» di «Boris») e Massimo Giletti si sono salvati perché hanno più mestiere, perché sanno come uscire da situazioni imbarazzanti, ma hanno solo guadagnato un passaggio in più in video. «Belve» si attaglia perfettamente alla padrona di casa, alla sua capacità di colpire la «preda» (la più bella recensione l’ha fatta Fiorello). Temo tuttavia che la prima serata, con la necessità di aggiungere il monologo di Michela Andreozzi o lo sketch di Ubaldo Pantani, abbia un po’ slabbrato il programma, gli abbia fatto perdere quella secchezza belluina che era anche il suo marchio inconfondibile.

Toninelli: «La mia nuova vita da assicuratore. E nel weekend mi dedico a YouTube». Emanuele Buzzi su Il Corriere della Sera il 25 Gennaio 2023.

L’ex ministro M5S lavora nelle assicurazioni: in ufficio mi rispettano. I viaggi da pendolare tra Cremona, Milano e Roma. La politica? La faccio la sera su YouTube

«I colleghi? C’è molta curiosità e voglia di capire cosa accade dentro i palazzi. Mi hanno fatto molte domande su come è questo politico o quest’altro. C’è da parte loro molto rispetto nei miei confronti per quello che ho fatto. Un collega in particolare che usa il monopattino mi adora per averlo reso un mezzo di trasporto utilizzabile»: a parlare è Danilo Toninelli, ex ministro delle Infrastrutture del governo gialloverde, volto storico del Movimento e tuttora probiviro M5S.

L’ex parlamentare lombardo non si è potuto ricandidare come molti altri Cinque Stelle per via del tetto dei due mandati imposto da Beppe Grillo e racconta al Corriere: «La vita fuori dai palazzi della politica sta andando molto bene. Ero preparato al ritorno alla routine di prima, perché non mi sono mai sentito identificato nel vestito della politica né da parlamentare né da ministro. Quindi quando è stato il momento di togliermi quella seconda pelle è stato facile».

E spiega: «Sono tornato a lavorare per una importante compagnia assicurativa» dopo un decennio tra Montecitorio e Palazzo Madama.

Una vita da pendolare in treno: «Faccio la spola tra Cremona e gli uffici di Milano e Roma». «Dal lunedì al venerdì svolgo il mio impiego, mentre di sera e nel weekend mi dedico al mio canale Youtube che fa oltre 100mila visualizzazioni a settimana», dice Toninelli. Già, perché nel frattempo l’ex ministro è diventato youtuber e ha anche lanciato una campagna per sostenere il suo canale. Una raccolta fondi che sta «andando bene», ma «siamo solo all’inizio», sostiene l’esponente M5S.

E motiva così la sua scelta: «YouTube è il social che preferisco rispetto ad altri perché dà più gratificazioni e ci sono meno hater e meno bot. C’è più dialogo con gli utenti e i loro commenti sono pertinenti». Perché YouTube o TikTok («Ho milioni di visualizzazioni», assicura)? Per parlare ai giovani. «La maggior parte di loro non trova o riceve informazioni dai canali tradizionali, è un mondo che va rispettato». E ribadisce: «È una comunicazione vera ed efficace».

«Così continuo a fare politica», dice l’ex ministro, anche se precisa che non ha abbandonato le riunioni con attivisti e militanti («quando posso partecipo»). L’attività da probiviro è un po’ ferma: «Ci sono state lungaggini nella trasmissione dei dati dalla vecchia gestione alla nuova», precisa.

Ma i contatti con i colleghi d’avventura del decennio romano sono costanti: «Sono ancora attive le nostre storiche chat», dice Toninelli.

E benedice il tetto dei due mandati nonostante questo lo abbia tagliato fuori da una possibile rielezione: «È organico, è vitale con una realtà come il Movimento, e dobbiamo ringraziare Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo».

È soddisfatto della linea attuale del Movimento? «Sono soddisfatto perché sono state rispettate le regole fondative». I Cinque Stelle ormai sono un pilastro del centrosinistra, non sono più un soggetto post-ideologico come erano agli inizi. «Sono situazioni collegate a momenti storico-politici», afferma l’ex senatore. E precisa: «In questo momento bisogna avversare le tematiche di questo centrodestra che sono agli antipodi del dna del Movimento, se questo significa essere etichettati come di centrosinistra lo accetto».

Nessun rimpianto verso il passato: «Tutto ciò che abbiamo fatto, lo abbiamo fatto in libertà ritenendolo giusto per quei determinati momenti storici. Valutare certe scelte con oggi è fuorviante». E conclude: «Non c’è futuro solido senza radici antiche».

L'ex ministro 5 Stelle si racconta. Toninelli e la ‘nuova’ vita da assicuratore: “Politica la sera su YouTube, i colleghi mi fanno domande sul ‘Palazzo'”. Fabio Calcagni su Il Riformista il 25 Gennaio 2023

Dopo un decennio trascorso tra Palazzo Madama e Montecitorio, oltre che al ministero delle Infrastrutture che ha guidato per poco più di un anno, Danilo Toninelli è tornato al suo precedente impiego: lavora in una “importante compagnia assicurativa”.

Lo racconta lo stesso ex parlamentare lombardo, volto storico del Movimento 5 Stelle che lo scorso 25 settembre non ha potuto ricandidarsi per il limite dei due mandati, così come tanti altri ‘big’ del partito al Corriere della Sera. Toninelli, che resta però tra i probiviri del Movimento di Giuseppe Conte, non si lamenta: “La vita fuori dai palazzi della politica sta andando molto bene. Ero preparato al ritorno alla routine di prima, perché non mi sono mai sentito identificato nel vestito della politica né da parlamentare né da ministro. Quindi quando è stato il momento di togliermi quella seconda pelle è stato facile”.

Un ritorno alla vecchia vita da assicuratore dunque, con in più l’esperienza da politico in Parlamento. Tema questo ricorrente nelle conversazioni con i nuovi colleghi: “C’è molta curiosità e voglia di capire cosa accade dentro i palazzi. Mi hanno fatto molte domande su come è questo politico o quest’altro. C’è da parte loro molto rispetto nei miei confronti per quello che ho fatto. Un collega in particolare che usa il monopattino mi adora per averlo reso un mezzo di trasporto utilizzabile”, racconta l’ex ministro nella conversazione con Emanuele Buzzi.

La politica resta però una passione, una fiamma che non si è spenta. Se dal lunedì al venerdì Toninelli si dedica al suo lavoro, una vita da pendolare in treno facendo la spola “tra Cremona e gli uffici di Milano e Roma”, nei fine settimana e di sera si dedica ai social dove è un seguitissimo commentatore politico. Il suo canale YouTube, dice l’ex ministro, “fa oltre 100mila visualizzazioni a settimana” e per questo ha anche lanciato una campagna per sostenere la su ‘seconda attività’ da youtuber. Piattaforma che ha scelto, assieme a TikTok, per parlare coi più giovani: “La maggior parte di loro non trova o riceve informazioni dai canali tradizionali, è un mondo che va rispettato”, assicura Toninelli.

Quanto alla politica ‘reale’ e non social, l’ex titolare del dicastero delle Infrastrutture spiega di non aver abbandonato le riunioni con gli attivisti pentastellati, mentre il suo lavoro da probiviro è invece un po’ fermo: “Ci sono state lungaggini nella trasmissione dei dati dalla vecchia gestione alla nuova”, sottolinea.

Toninelli che poi difende anche la regola che lo ha costretto a rimanere fuori dal Parlamento, il ‘sacro’ limite dei due mandati voluto da Beppe Grillo e mantenuto pur con qualche reticenza da Giuseppe Conte. Un tetto che è “organico, vitale con una realtà come il Movimento, e dobbiamo ringraziare Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo”.

L’ex parlamentare si dice “soddisfatto” dell’attuale linea tenuta dal Movimento in mano a Conte, anche se ormai gli stessi 5 Stelle sono spesso definiti come un soggetto politico ‘organico’ al centrosinistra e non più post-ideologici, come quelli degli inizi. Una situazione che per Toninelli è “legata a momenti storico-politici, in questo momento bisogna avversare le tematiche di questo centrodestra che sono agli antipodi del dna del Movimento, se questo significa essere etichettati come di centrosinistra lo accetto”.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Estratto dell’articolo di Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 31 gennaio 2023.

[...] La faccia di Dino Giarrusso. Con che faccia l’ex Iena ha potuto fare l’endorsement a Stefano Bonaccini? Con la sua faccia, che non è cambiata dai tempi in cui insultava pesantemente il Pd e in cui, di recente, elogiava Giuseppe Conte per non essere subalterno al Pd. Per molti artisti, il volto è sempre stato considerato lo specchio dell’anima: tra le inclinazioni o le passioni più segrete e la nostra faccia esisterebbe un legame originario e, soprattutto, irriducibile. La politica è qualcosa che non puoi capire se non ci sei dentro. [...]

Giarrusso, il retroscena: “Aveva chiesto la tessera Pd alla Schlein”. Libero Quotidiano il 31 gennaio 2023

La Repubblica ha tirato fuori un retroscena clamoroso, che imbarazza soprattutto Dino Giarrusso. Dall’entourage di Elly Schlein fanno sapere che l’ex grillino aveva provato a chiedere “ospitalità” alla rivale di Stefano Bonaccini, prima di buttarsi sul governatore emiliano. A quanto pare la Schlein ha ringraziato per l’interesse, ma rifiutato l’offerta, anche perché da regolamento non sembrano esserci spiragli per l’iscrizione di Giarrusso al Pd. 

Stando a quanto riporta La Repubblica, l’entourage di Schlein ha respinto l’ex grillino “con una punta di orgoglio” ma anche con un po’ di sollievo “per aver evitato l’asteroide e l’inconfessabile soddisfazione per l’incapacità degli avversari di scansarlo”. Di certo da questa storia chi ne esce peggio è proprio Giarrusso, che prima aveva bussato alla porta della candidata che in teoria era più affine a lui e poi ha ripiegato su Bonaccini, che tra l’altro è il favorito per la successione di Enrico Letta. 

Nel frattempo Stefano Vaccari, deputato e responsabile organizzazione del Pd, ha fatto il punto della situazione: “Per le regole Giarrusso non può essere tesserato. Non può esserlo perché iscritto a un altro gruppo nel Parlamento europeo. Non può esserlo perché nell’ultima tornata elettorale ha sostenuto liste avversarie del Pd”. “Lo dico ai nostri iscritti, ai nostri militanti e ai nostri simpatizzanti - ha sottolineato Vaccari - tra questi ultimi vorrei amichevolmente includere anche Alessandro Gassmann che ha lanciato un duro attacco sui social contro il Pd sulla vicenda Giarrusso. Nessun pericolo: Giarrusso non può ricevere la tessera”.

Estratto dell'articolo di Massimiliano Panarari per "La Stampa" il 29 gennaio 2023.

«Miracolo a Milano». Nel senso che l'annuncio di Dino Giarrusso dal palco della convention milanese di Stefano Bonaccini ha generato il miracolo di ricomporre, per un attimo, magicamente il Partito democratico nell'altolà al suo (temerario e spericolato) ingresso. Da Piero Fassino a Giuseppe Provenzano, da sinistra a destra passando per il centro, il coro dei dubbiosi e dei perplessi è trasversalissimo e pressoché unanime. E i «chi va là» e i trasalimenti risultano decisamente presenti anche tra le file dei sostenitori del governatore emiliano.

[…] l'impressione è che la vittoria sia soprattutto sua – e di quell'eterno vizio della politica italica, ovviamente e prevedibilmente dilagato presso tutti i novelli Savonarola che se ne dicevano indignati, che risponde al nome di trasformismo.

 Sceneggiatore e giornalista (anche), Giarrusso è persona disinvolta e vivace (fin troppo, come si evince da alcune delle sue numerose ospitate tv in difesa di una causa e, non troppo tempo dopo, del suo contrario), con una certa conoscenza dei meccanismi della società dello spettacolo, […] vita professionale di ex Iena, durata dal 2014 al 2017[…] E qui, di nuovo, tout se tient, a partire da quella matrice originaria – per l'appunto made in 5 Stelle – che Giarrusso, sebbene transitato nel frattempo attraverso svariati altri lidi, aveva calorosamente abbracciato. E il grillismo – ancor più di un diamante, per citare un noto claim pubblicitario – è «per sempre».

[…] Più che di uno soltanto, si è trattato, a dire il vero, almeno di un triplo carpiato, che dal Movimento 5 Stelle – dove soffriva di una certa competizione con Di Battista – ha portato il nostro a fuoriuscirne sbattendo la porta e rovesciando sugli ex colleghi di partito una sfilza di critiche inaspettate. Scegliendo, a fine giugno 2022, di diventare compagno di viaggio per le regionali siciliane di Cateno De Luca, e assurgendo a segretario nazionale del "poderoso" nuovo partito denominato «Sud chiama Nord»; salvo poi rompere il sodalizio già ad agosto. Per approdare infine in queste ore […] in quel Pd su cui ha rovesciato per anni anatemi e scomuniche di ogni genere.

[…]

Ma, in fondo, non c'è granché da stupirsi nel clima contemporaneo di presentismo e politica senza memoria. E, di nuovo, siamo sempre dalle parti del più puro dna pentastellato, quello dell'incoerenza genetica (che, se volessimo proprio nobilitarla, potremmo pure etichettare come paradosso postmoderno).

 E in questo Giarrusso è un po' una sineddoche, la figura che indica una parte per il tutto. D'altronde, Di Maio si diceva inorridito dal «Pd di Bibbiano», col quale schiererà in seguito il suo partitino dalla vita breve; e Giarrusso, qualche tempo dopo avere rivolto a Giuseppe Conte l'accusa di avere trasformato il M5S nello «zerbino del Pd», ha evidentemente pensato bene di fare una personale metamorfosi in battiscopa. Nulla di nuovo sotto il sole dell'(anti)politica: quanto più si invocano palingenesi e bonifiche contro il "sistema", tanto più facilmente si inventano successivamente contorsionismi di varia natura per giustificare ex post l'ingiustificabile. Del resto, anche per ragioni di continuità territoriale Giarrusso conosce bene il significato della parola gattopardismo. Ma, si intende, rigorosamente 2.0.

L'europarlamentare sosterrà Bonaccini alle primarie. L’ex M5s Dino Giarrusso entra nel Pd, la Iena che diceva: “Non farò mai lo zerbino dei dem”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 28 Gennaio 2023

A sorpresa, e nientedimeno “con grande gioia e orgoglio”, l’europarlamentare Dino Giarrusso, ex esponente del Movimento 5 Stelle, entra nel Partito Democratico. Lo ha fatto sapere lui stesso, durante un incontro elettorale a Milano a sostegno della candidatura alla segreteria del Pd del candidato Stefano Bonaccini, Presidente dell’Emilia Romagna. “Con grande gioia e orgoglio entro in una casa che esiste da tempo con rispetto per chi l’ha costruita e con umiltà”, ha detto Giarrusso.

Entro in punta di piedi in una casa che esiste da tempo. Credo che sia necessario un centrosinistra forte, credo nel progetto di rinascita che Bonaccini ha in mente”. Giarrusso ha 48 anni. Prima di candidarsi nel 2018 alle elezioni politiche con il M5s era stato un volto noto della trasmissione televisiva Le Iene. Quella notorietà lo aveva reso anche uno dei candidati più noti della formazione grillina a quelle elezioni. Non aveva comunque vinto nel collegio uninominale. A seguire aveva lavorato nello staff della consigliera della Regione Lazio Roberta Lombardi e aveva avuto un incarico di collaborazione al ministero dell’Istruzione.

Alle elezioni europee del 2019 era stato eletto nella circoscrizione Italia insulare con 117.211 preferenze. Lo scorso giugno, “per voler fondare una sua forza politica a trazione meridionalista”, Giarrusso aveva lasciato il Movimento 5 Stelle. Poco dopo aveva annunciato la fondazione del partito “Sud chiama Nord” con il già sindaco di Messina Cateno De Luca, “movimento popolare ed al tempo stesso un partito – spiegavano i due in una nota – che, ispirandosi ai principi autonomistici e federativi dei territori, vuole definire ed attuare un concreto ‘patto di solidarietà Sud Nord’, integrando un nuovo quadro di politiche nazionali ed europee finalizzate ad eliminare le sperequazioni sociali economiche ed infrastrutturali tra il meridione ed il resto dei territori europei che non rendono competitivo il ‘Sistema Italia'”.

E invece niente, oggi il salto al Pd: un passaggio clamoroso. Giarrusso ha citato Giorgio Gaber – “pensare di poter essere liberi e felici solo se lo sono anche gli altri” -, ricordato il segretario del Partito Comunista Enrico Berlinguer, spiegato di sognare una sinistra forte “che fermi l’individualismo esasperato e torni a far sognare gli italiani, mortificati da una destra che è partita malissimo e che candida chi si chiede se davvero Messina Denaro fosse un assassino”, ha parlato di antifascismo, giovani, ambiente, riformismo. Dal palco Giarrusso si è rivolto al suo ex partito il Movimento 5 Stelle con delle parole che lasciano intendere anche una precisa strategia: “Non facciamo una battaglia a chi ha mezzo punto in più o meno, uniamoci per poi fare passi avanti insieme”.

Solo qualche mese fa però, in un’intervista al quotidiano Il Giornale, Giarrusso parlava di un M5s “fin troppo” appiattito sulla linea del Pd. “Una cosa buona del M5s, era il non essere né di destra, né di sinistra. Non voglio, quindi, prima ancora di iniziare, schierarmi da una parte o dall’altra. Il bipolarismo non ha fatto bene all’Italia e spero che non ci sia più una divisione manichea. Di certo non farò lo zerbino al Pd, come oggi purtroppo molti miei colleghi“.

Non solo: appena lo scorso agosto Giarrusso si era intrattenuto in una vivace tenzone grammaticale proprio con Stefano Bonaccini su Twitter. “‘Come che FOSSE una colpa’, caro Bonaccini – richiamava l’ex Iena – E sarebbe meglio scrivere ‘come se’, non ‘come che’, ma quella è una scelta lessicale. Scambiare ‘fosse’ con ‘sia’ è invece proprio un errore da matita blu. In bocca al lupo, come che sia…”. Da oggi sosterrà la corsa alla segreteria del governatore emiliano, che al momento è “un ottimo amministratore, una persona cresciuta a pane e politica nel senso migliore del termine, nel senso dell’impegno quotidiano e personale, che proviene dunque dal PCI nella regione storicamente meglio amministrata d’Italia“.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Donatella Bianchi, "mira l'olandesina": cosa faceva la candidata M5S. A.V. su Libero Quotidiano il 30 dicembre 2022

«Mira mira l'olandesina, dolcemente si avvicina...». Donatella Bianchi adesso è la candidata M5S alle Regionali del Lazio: prima della lunga carriera da conduttrice Rai, a 15 anni aveva inciso l'immortatale disco per la Mira Lanza, l'azienda leader nel settore dei detersivi. «Vola vola l'olandesina, sopra i prati e sulla collina e ad ognuno porterà qualche momento di felicità». All'epoca, complice anche la pubblicità, la canzone era diventata un tormentone, e si trova ancora su Youtube e molti siti web, con tanto di copertina.

In quegli anni Donatella Bianchi debuttò anche a Domenica in. Poi da grande, è diventata il volto fisso di LineaBlu, programma televisivo di Rai 1 dedicato al mare che conduce da ben 25 anni. La Bianchi è stata sposata con Osvaldo Bevilacqua, altro conduttore di mamma Rai, patron del programma Sereno Variabile con il quale ha avuto nel 1991 una figlia, Federica Bevilacqua. Da 10 anni è invece legata sentimentalmente con l'imprenditore Tommaso Muntoni.

La sfida elettorale, sebbene i Cinquestelle nel Lazio abbiano un consenso abbastanza radicato, si preannuncia difficile soprattutto per il poco tempo a disposizione. Non a caso ieri il sondaggista Antonio Noto metteva in guardia i pentastellati: «Indipendentemente dalle qualità della Bianchi e dal suo profilo, il fatto di indicare un candidato presidente ad un mese dal voto lascia perplessi» spiega Noto. «Fare una campagna richiede tempo. E qui il problema non è il profilo, che andrebbe enfatizzato anche per la sua storia affine a quella del Movimento 5 Stelle, ma il poco tempo che hanno i pentastellati per promuovere questo profilo. Per far aumentare i consensi i 5S avrebbero dovuto partire prima».

La “signora in blu” si candida con Conte e sfida Rocca e D’Amato. Redazione L'Identità il 28 Dicembre 2022

DONATELLA BIANCHI GIORNALISTA di MAFALDA BOCCHINO

La signora in blu si candida con Conte e sfida Rocca e D’Amato. Donatella Bianchi, il volto di Linea Blu, sarà la candidata del Movimento 5 Stelle per la Regione Lazio. Dai più bei mari d’Italia alla Cristoforo Colombo è il destino della nota anchorwoman ligure, trapiantata per l’occasione nella capitale. Ad annunciarlo il capo dei gialli in un post Facebook. La cronista, secondo l’avvocato di Volturara Appula avrà il delicato compito di realizzare l’ambizioso programma di rilancio ambientale, politico e sociale ideato dai pentastellati insieme ad alcune realtà della sinistra e della società civile. Così si intende dare la scossa, laddove fino a ieri ha governato il Pd. I democratici, insieme al Terzo Polo di Matteo Renzi e Carlo Calenda sosterranno l’assessore uscente della giunta Zingaretti Alessio D’Amato. Per il centrodestra, invece, ci sarà il presidente della Croce Rossa Italiana Francesco Rocca. “Sono felice – dichiara l’ex presidente del Consiglio – di poter fare questo annuncio. Donatella incarna perfettamente quei valori, quelle sensibilità e quelle competenze che riteniamo condizioni imprescindibili per offrire ai cittadini una proposta credibile e all’altezza delle loro aspettative ed esigenze. Non potevamo che partire dalla necessità di una transizione ecologica vera, trasparente, che sia sinonimo di salvaguardia ambientale, lotta all’inquinamento e volano di occupazione”. Tale programma, secondo il gotha del M5S, dovrebbe essere presentato entro fine anno. “Sarà l’occasione giusta – sottolinea Conte – per affrontare subito i nodi politici e pratici per assicurare ai cittadini una migliore qualità della vita. Siamo pronti a rimboccarci le maniche, insieme, per una Regione aperta ed inclusiva, a misura di cittadino”.

La prescelta

Giornalista e scrittrice, già due volte presidente del Wwf Italia e dal 2019 Presidente del Parco nazionale delle Cinque Terre, Donatella Bianchi è considerata da sempre donna piena di energia. Sin da quando ha debuttato in televisione, nel 1978, nella Domenica In condotta da Corrado, si è sempre fatta riconoscere la indiscussa simpatia, nonché per la sua determinazione. Doti che le hanno consentito di diventare un’icona del piccolo schermo. Prima inviata speciale per “Sereno Variabile”, poi si è distinta nella redazione del Tgr Lazio. L’apice del successo, però, lo ha raggiunto con “Linea Blu”, che le ha consentito di diventare icona del mondo green. Negli ultimi anni, fondamentale il suo contributo, nella task force di esperti, che nella Fase 2 della pandemia, ha lavorato per il rilancio del Paese.

La polemica

Tale scelta, però, ha scatenato l’ira del Nazareno. Per il deputato del Pd Andrea Casu, la giornalista non deve più condurre più Linea Blu: “Fa una scelta politica – scrive su Twitter – che rispettiamo, ma è una decisione definitiva. La Rai non ha le porte girevoli”. Per la Lega, invece, deve lasciare quanto prima l’incarico di presidente del Parco Nazionale delle Cinque Terre: “Il ruolo che ricopre – sottolineano in una nota la senatrice Stefania Pucciarelli e il deputato Francesco Bruzzone – deve essere estraneo a qualunque dinamica di partito”. Italia Viva e Azione, invece, si sofferma sull’inadeguatezza della scelta politica. Secondo la senatrice renziana Raffaella Paita, il nome scelto da Conte non rappresenta le ampie convergenze auspicate, ma semplicemente la mozione più a sinistra del Pd: “Massimo rispetto per la persona Ricordo, però, i tempi in cui il suo nome veniva speso frequentemente dalla corrente di Andrea Orlando per diversi ruoli. Ho la sensazione, che pur di far perdere D’Amato, stanno provando un campo largo, larghino e stretto dai…”. L’unico a credere ormai in un centrosinistra compatto è il solo ex ministro all’ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, che lancia un ultimo appello agli alleati e replica alle accuse sulla presunta incompatibilità: “Non c’è due senza tre. I progressisti hanno già avuto due giornalisti Rai presidenti del Lazio, Badaloni e Marrazzo, che non hanno dovuto lasciare l’incarico. La Bianchi sarà la terza. Chiederne le dimissioni, denota il nervosismo del Pd, quasi un perdere la testa. I dem, al contrario, dovrebbero valutare il ritiro di D’Amato e accettare la leadership di Conte per non consegnare la Regione alle destre. Sono certo che l’elettorato dem, non schiavo delle correnti, guarderà con simpatia a una professionista stimata, conduttrice da 25 anni di una delle più belle trasmissioni della Rai”.

Domenico Di Sanzo per “il Giornale” il 28 dicembre 2022. 

La donna di Linea Blu ha detto sì. Donatella Bianchi, conduttrice della trasmissione di Rai1 dedicata al mare, sarà la candidata del M5s per la presidenza della Regione Lazio. Giuseppe Conte ufficializza la corsa delle giornalista dopo aver ricevuto una serie di no eccellenti. Da Bianca Berlinguer a Luisella Costamagna fino a Sabrina Ferilli. 

Ed ecco quindi il nome della Bianchi, già presidente del Wwf. Una personalità che «incarna perfettamente i valori del Movimento», dice l'avvocato in un'intervista ad Avvenire. La candidata, secondo il leader del M5s, «è un nome condiviso con le altre forze politiche, sociali e civiche, con cui stiamo condividendo il percorso a partire da Coordinamento 2050». 

Infatti la conduttrice sarà appoggiata anche da Sinistra Italiana, il partito di Nicola Fratoianni che in vista delle regionali in Lazio ha rotto l'alleanza con Europa Verde guidata da Angelo Bonelli. E poi c'è il coordinamento 2050, animato dagli ex Leu Stefano Fassina e Loredana De Petris. Con loro l'ex ministro verde Alfonso Pecoraro Scanio, presidente della fondazione Univerde. 

La giornalista Rai conferma la sua candidatura e mette al centro l'ambiente: «Transizione ecologica, salvaguardia ambientale e lotta alle disparità sociali hanno contraddistinto la mia vita professionale e la mia crescita come cittadina. Si tratta di valori non negoziabili che giorno dopo giorno ho ritrovato nell'azione politica del M5s e che sono alla base della proposta programmatica per il Lazio che ho condiviso con il Presidente Giuseppe Conte».

Bianchi sfiderà l'ex assessore di Nicola Zingaretti Alessio D'Amato, sostenuto anche dal Terzo Polo, e il candidato del centrodestra in quota Fdi Francesco Rocca, ex presidente della Croce Rossa. «Nel Lazio D'Amato è stato il punto di caduta del Pd dopo una guerra interna tra correnti e capibastone - va all'attacco Conte - noi avevamo fatto delle richieste programmatiche, loro il giorno dopo ci hanno risposto con il diktat su un nome senza neppure accettare una discussione sui temi. 

Mentre la nostra candidata va oltre gli schieramenti». Dal Nazareno la reazione più dura arriva dal deputato Andrea Casu, segretario del Pd di Roma. «Finalmente con la scelta del M5S di candidare Donatella Bianchi si chiarisce il quadro per le regionali nel Lazio. 

Ovviamente ora non può più condurre Linea Blu. La Rai non ha le porte girevoli», l'affondo di Casu. Dalla Lega i parlamentari Stefania Pucciarelli e Francesco Bruzzone chiedono le dimissioni della giornalista da Presidente del Parco delle Cinque Terre. «Ho la sensazione che pur di far perdere D'Amato stanno provando un campo largo. Larghino. Stretto dai», twitta Raffaella Paita, capogruppo del Terzo Polo al Senato.

Difendono la candidatura della conduttrice spezzina Pecoraro Scanio e la senatrice grillina Alessandra Maiorino. L'ex ministro ricorda i precedenti dei giornalisti Rai presidenti del Lazio Piero Marrazzo e Piero Badaloni e parla di «nervosismo» da parte del Pd. «Noi sappiamo benissimo che la Rai non ha le porte girevoli, ma non accettiamo lezioni dal Pd», replica Maiorino.

Donatella Bianchi candidata nel Lazio, ma per Conte è un ripiego dopo i no di Berlinguer e Costamagna. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 28 Dicembre 2022

Donatella Bianchi, giornalista Rai e scrittrice, due volte presidente del Wwf Italia, è la candidata M5S per la Regione Lazio. Alla fine Rocco Casalino ha trovato qualcuno che stesse al gioco. Aveva profilato da tempo la sfidante ideale per squassare centrodestra e centrosinistra: per il Lazio voleva una giornalista, un volto televisivo, una donna. Magari da pescare nel bacino di RaiTre, che nell’ultima spartizione della torta di viale Mazzini era finita sotto l’egida del Movimento.

Bianchi non era esattamente la loro prima scelta. Giuseppe Conte aveva puntato in alto, chiedendo per prima la candidatura a Bianca Berlinguer. Senza successo. Allora ha ripiegato su Luisella Costamagna; la conduttrice torinese ha titubato qualche giorno in più, poi ha declinato. A quel punto non era rimasta che Bianchi. Una conduttrice non solo vicina al Movimento, ma anche in debito di gratitudine: la nomina a presidente dell’ente Parco delle Cinque Terre era stata voluta da Sergio Costa, allora ministro M5S e oggi deputato grillino. “Una scelta fatta a suo tempo che rivendico con orgoglio. Quello di Donatella Bianchi è un nome che unisce”, si spinge a dire oggi Costa. Unisce solo i grillini, a dire la verità.

Centrodestra e centrosinistra le chiedono qualche doveroso passo indietro: dalla presidenza delle Cinque Terre – peraltro in Liguria, un po’ distante dalle questioni amministrative laziali – e dalla conduzione di Linea Blu, Rai Uno. Anzi, da viale Mazzini dovrebbe uscire per sempre, le dice chiaro e tondo il Pd. A partire dal segretario dem romano, Andrea Casu: “Finalmente con la scelta del M5S di candidare Donatella Bianchi si chiarisce il quadro per le regionali nel Lazio. Ovviamente ora non può più condurre Linea Blu. Fa una scelta politica che rispettiamo, ma è una scelta definitiva. La Rai non ha le porte girevoli”. Il messaggio è chiaro: Bianchi sceglie la politica, sottraendo voti al centrosinistra e consegnando il Lazio a Rocca e a Meloni? Faccia pure, ma è una scelta esiziale. Lei, in apparenza, non si dà troppa pena e si butta nel nuovo ruolo tutto politico: “Inizierò da subito a raccogliere le esigenze dei cittadini laziali nei territori, ascolterò le loro voci e farò in modo che questo dialogo non rimanga confinato nel classico programma della campagna elettorale”.

Il candidato del Pd e Terzo polo, Alessio D’Amato, la attacca parlando con il Riformista: “Rispetto ogni candidatura ma pensare di fare la governatrice mantenendo la presidenza del parco nazionale delle cinque terre significa non aver presente la complessità di una grande regione come il Lazio. Penso che la stagione dei volti televisivi – prosegue D’Amato – è definitivamente finita. Oggi la gente chiede concretezza, la stessa che ho messo durante il Covid. C’è bisogno di operai e operaie della politica che si dedicano a tempo pieno a questa missione”. Spezzina, Donatella Bianchi sarebbe già stata tentata dalla politica in passato.

È la senatrice Raffaella Paita, anch’essa ligure, a rivelarlo: “Ricordo i tempi in cui il nome di Donatella Bianchi veniva speso frequentemente dalla corrente di Andrea Orlando per diversi ruoli. Ho la sensazione che pur di far perdere D’Amato stanno provando un campo non largo ma stretto”. A sostegno di Donatella Bianchi scende in campo il Coordinamento 2050 con Stefano Fassina, Loredana De Petris, Paolo Cento, Alfonso Pecoraro Scanio. Quest’ultimo, folgorato sulla via del grillismo, si lancia in un appello sperticato: “Il Pd dovrebbe valutare seriamente il ritiro di D’Amato e accettare la leadership di Conte per non consegnare la regione alle destre”. L’ex presidente della Croce Rossa Italiana, Francesco Rocca, che riunisce il centrodestra, assiste compiaciuto e ringrazia per uno scenario così propizio.

Giuseppe Conte non fa mistero del suo obiettivo, far perdere il centrosinistra: “Nel Lazio D’Amato è il punto di caduta del Pd dopo una guerra interna tra correnti e capibastone. Noi avevamo fatto delle richieste programmatiche, loro il giorno dopo ci hanno risposto con il diktat su un nome senza neppure accettare una discussione sui temi. Mentre la nostra candidata, come avevo promesso, va oltre gli schieramenti”. Va oltre gli schieramenti di sinistra, semmai. Mancano 45 giorni al voto e al momento Lazio e Lombardia rischiano la stessa sorte.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.