Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2023

GLI STATISTI

QUINTA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE
 


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 


 

GLI STATISTI

INDICE PRIMA PARTE


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le carte segrete del Caso Moro.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ricordando il Divo.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Secessionisti.

Ingiustizia. Il caso Tangentopoli - Mani Pulite spiegato bene.

Ricordando Craxi.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Italiano per Antonomasia.

La Biografia.

Berlusconi e la Morte.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Berlusconi e la Salute.

Berlusconi e gli Affari.

Berlusconi e la Politica.

Berlusconi e lo Sport.

Berlusconi ed i Media.

Berlusconi e la Chiesa.

Berlusconi e la Cultura.

Berlusconi e la Gastronomia.

Berlusconi e gli Animali.

Berlusconi e la Famiglia.

Berlusconi e le donne.

Berlusconi e la Giustizia.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Al tempo del Nazismo.

Al tempo del Fascismo.


 

INDICE QUINTA PARTE


 

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli eredi del Duce.


 

GLI STATISTI

QUINTA PARTE


 

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I fanatici.

Il MSI.

La Moralità.

Giorgia Meloni.

Alfredo Mantovano.

Marco Tarchi.

Claudio Anastasio.

Patrizia Scurti.

Augusta Montaruli.

Gianfranco Fini.

Ignazio La Russa.

Guido Crosetto.

Francesco Lollobrigida.

Giovan Battista Fazzolari.

Francesco Rocca.

Fabio Rampelli.

Italo Bocchino.

Daniela Santanchè.

Andrea Delmastro Delle Vedove.

Giovanni Donzelli. 

I fanatici.

Il consigliere dell'Ordine degli avvocati di Torino Mussano con Edda Negri Mussolini: è polemica. Massimiliano Nerozzi su Il Corriere della Sera l'8 Maggio 2023

La presentazione del libro della nipote del duce venerdì 5 maggio al circolo Asso di Bastoni, storico luogo di ritrovo degli attivisti subalpini di Casa Pound. La sua replica: «Chi mi critica conosce l'articolo 21 della Costituzione?»

È polemica negli ambienti giudiziari torinesi in merito alla presenza di un componente del Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Torino, Giampaolo Mussano, 64 anni, alla presentazione del libro I Mussolini dopo Mussolini di Edda Negri Mussolini, nipote del duce. L'evento si è svolto venerdì 5 maggio al circolo Asso di Bastoni, storico luogo di ritrovo degli attivisti subalpini di Casa Pound. 

Mussano non ha partecipato come consigliere, ma all'organo di rappresentanza dell'avvocatura sono state inoltrate delle segnalazioni di carattere informale. «Una serata da non dimenticare», il commento di Mussano su Facebook a una foto che lo ritraeva insieme alla nipote del duce.

Alle elezioni del 2023 per il consiglio dell'ordine Mussano ha raccolto 681 preferenze risultando quinto fra i candidati più votati. Il 13 marzo si è proposto come presidente ricevendo nove voti a fronte dei quindici andati a Simona Grabbi.

La replica di Mussano

Non tarda ad arrivare la replica dell'avvocato. «La circostanza che susciti stupore frammisto a sdegnata riprovazione, da parte di taluni, il fatto che un consigliere dell'Ordine degli avvocati di Torino assista alla presentazione di un libro in un circolo culturale privato, e poi reputi di diffondere su un social network la fotografia che lo ritrae con l'autrice dell'opera, pone seri interrogativi sulla conoscenza, da parte dei detrattori, dei principi fondamentali della nostra carta Costituzionale», le parole di Mussano. 

«Vi è infatti da stupirsi che il contenuto dell'art.21, consacrante il principio della libertà della manifestazione del proprio pensiero, con la parola, lo scritto od ogni altro mezzo di diffusione, noto anche all'uomo della strada - continua - possa essere sconosciuto a chi dovrebbe invece possedere una formazione giuridica. Spiace dover constatare come talune sterili polemiche siano destinate a coprire di ridicolo chi se ne rende autore».

"Un tir nero con il profilo del Duce". Scoppia la polemica a Venezia. Bufera per il mezzo pesante avvistato in Canal Grande. Immediata la reazione di chi lo ha visto. Sul posto si è addirittura precipitata la polizia ma, una volta sopraggiunta, il tir era già andato via. Federico Garau il 14 Dicembre 2022 su Il Giornale.

A Venezia compare un autoarticolato con rappresentato su un fianco il profilo di Benito Mussolini e si scatena il putiferio. Il mezzo pesante ha fatto la sua comparsa martedì mattina, in Canal Grande. Appoggiato su una chiatta, il camion era di colore nero e avava stampato in bianco il volto del Duce. Un'immagine inequivocabile perché molto caratteristica e in formato gigante.

Il tir "scandalo"

Secondo quanto riferito dai quotidiani locali, si tratta di un mezzo al servizio dell'hotel Bauer che ha recentemente cominciato i lavori di ristrutturazione che andranno avanti almeno fino al 2025.

Immediata la reazione di chi lo ha visto. Sul posto si è addirittura precipitata la polizia ma, una volta sopraggiunta, il tir era già andato via. Stando alle ultime informazioni a riguardo, sul caso si starebbero facendo accertamenti per verificare se vi è reato di apologia di fascismo.

Il consigliere comunale Marco Gasparinetti (Terra&Acqua) ha provveduto a immortalare il camion e a postare le immagini sulla pagina Facebook del Gruppo25Aprile. "De gustibus non disputandum, ma qui siamo oltre, e lo diremmo anche se al posto di Benito Mussolini 'il Duce' ci fossero i baffoni di Stalin. Il prestigioso committente (hotel 5 stelle) non ha nulla da dire?", ha scritto.

In realtà l'hotel Bauer non solo non ha riconosciuto il mezzo come suo, ma ha addirittura provveduto a farlo spostare. Stando a Repubblica, l'autoarticolato sarebbe stato chiamato da Artcurrial, una società francese. Il mezzo serviva a portare via alcuni mobili e interni dell'albergo. Artcurrial avrebbe convocato la ditta Obiettivo per far svolgere il lavoro, e Obiettivo avrebbe assegnato l'incarico alla società Arterìa.

La bugia integrale del fascismo. La biblioteca della destra, autori e testi tra storia vissuta e costruzione del mito. Filippo La Porta su Il Riformista il 14 Dicembre 2022

Ho già accennato alla difficoltà di immaginare una biblioteca dietro i nostri partiti. Proviamo a chiederci quale potrebbe essere quella di Fratelli d’Italia. Ora, è singolare come siano degli autori di sinistra a ricostruire – con lodevole puntiglio e intelligenza ermeneutica – le narrazioni di destra nel dopoguerra: Non di sola destra (Rubbettino, Zonafranca), di Alex Bardascino e Luciano Curreri (autori di saggi separati), che hanno preso in esame sei di queste narrazioni dal 1953 al 1986.

Si tratta di opere molto diverse tra loro, che testimoniano una adesione al fascismo (in qualche caso ritrattata), e al tempo stesso invocano una qualche comprensione da parte dei lettori. Bardascino e Curreri aggiungono che si tratta di narrazioni “non di sola destra”, poiché contengono una ricchezza di elementi che sfugge alla ideologia dei loro autori. Proviamo a ripassarle velocemente. Giosè Rimanelli nel Tiro al piccione (1953) racconta il suo arruolamento nella neonata Repubblica di Salò, provenendo da un paesino del Molise, ad appena 18 anni. Per un attimo lo trattiene la “carne di Giulia” nel sole di settembre, ma “sulla strada ripresero a rotolare i camion” verso il Nord. Molti di questi volontari, anche Carlo Mazzantini in A cercar la bella morte (1986), Giuseppe Berto in Guerra in camicia nera (1955), o Roberto Vivarelli (giovanissimo repubblichino e poi autorevole storico del fascismo), “rotolano” via nel buio sui camion, che diventano una specie di grande gavetta, che porta la zuppa alle tante piccole gavette dei militi.

Il libro di Berto, accanto a Tempo di uccidere di Flaiano, è uno dei rari romanzi italiani sull’occupazione coloniale (qui in Libia), dove l’autore – pur insofferente verso la retorica ufficiale – intende onorare coloro “che servirono il fascismo con la convinzione di servire l’Italia”, chiedendo il riconoscimento della loro “sostanza umana comune a tutti i soldati e a tutti gli eserciti”. Poi Berto sarà quello che nel Male oscuro (1964) denuncerà la “mafia” degli ambienti intellettuali antifascisti. Vero. Ma quando la destra prende il potere nelle cose della cultura, come avviene adesso, non è specularmente identica? Un caso a parte sarà il romanzo “nazista” apocalittico La distruzione, del misterioso Dante Virgili ( già interprete delle SS a Salò) pubblicato nel 1970, capace di prevedere stragi e complotti, avvolto da fantasie nichilistico-paranoiche e deliri di onnipotenza. Un documento raggelante, ai limiti della psicopatologia, non solo sul sadomasochismo dell’autore ma su umori e filoni della sottocultura nazi, da un romanticismo degradato alla lettura ridicolmente strumentale di Nietzsche e Spengler. L’io narrante “spera per davvero nell’estinzione definitiva, odia profondamente il genere umano e la vita”.

Il testo più interessante è certamente Il viaggio attraverso il fascismo (1962) di Ruggero Zangrandi che dopo un primo fervore fascista ne prende le distanze, e dal regime verrà arrestato nel 1942, deportato in Germania, avvicinandosi infine all’azionismo. La percezione che il giovane Zangrandi aveva del fascismo e della sua “rivoluzione” è sorprendente: l’anticapitalismo del cosiddetto programma di San Sepolcro (tassazione della ricchezza privata – se ne ricordino Fratelli d’Italia! -, soppressione di ogni speculazione finanziaria, suffragio universale, terra ai contadini, perfino l’internazionalismo). Nei Littoriali della Cultura e dell’Arte di Palermo, nel 1938, questa universalità del fascismo si dichiara incompatibile con concezioni imperialiste e razziste. Forse così il fascismo somiglia a un informe melting pot dove troviamo tutto e il contrario di tutto, ma certo questo spiega la adesione ai Littoriali di scrittori e intellettuali illustri, da Meneghello a Pratolini, da Guttuso a Comencini, da Ingrao ad Aldo Moro.

Un altro libro della rassegna che si smarca dall’iniziale adesione al fascismo è Autobiografia di un picchiatore fascista (1976) di Giulio Salierno. Quella di Salierno in carcere (recluso dal 1953 al 1968 per omicidio) sarà una vera e propria conversione culturale, finendo in una adesione al “movimento rivoluzionario operaio” e nella solidarietà con i compagni carcerati, tutti sottoproletari. Punto di partenza di Salierno, che all’inizio degli anni ’50 militava nella famigerata sezione di Colle Oppio del Msi – almeno allora non proprio un circolo di virtuosi boyscout come tende ad accreditare Giorgia Meloni nella sua autobiografia (riferendosi ovviamente a un periodo successivo) – è il recupero degli avversari politici come “obiettivo naturale della lotta per la democrazia”. Di qui un rifiuto radicale della violenza, la quale, come invece fomentava Julius Evola, il Tolkien degli squadristi, capace di vedere nei testi sapienziali indiani il Terzo Reich, “è l’unica soluzione possibile e ragionevole”.

Commendevole è la intenzione “inclusiva” dell’agile libretto (non censurare punti di vista e linguaggi altri), certamente utile per un capitolo della storia delle idee nel passato recente. Ma tento di fare un paio di considerazioni in margine. D’accordo, le scelte di un ventenne in una situazione storicamente confusa vanno contestualizzate. Né possiamo dubitare della buona fede di tanti volontari della Rsi. Però è possibile che nel 1943 non ci si rendesse minimamente conto della natura di stato-fantoccio di quella repubblica, un governo illegittimo al servizio diretto dello straniero invasore (altro che orgoglio patriottico, piuttosto tradimento della patria!). Una volta Mazzantini volle onestamente ammettere che “se avesse vinto la parte in cui militammo non avrebbero vinto le vaghe idealità di onore, di dignità, di eroismo, che ci muovevano, ma avrebbe vinto una orrenda ideologia, un sistema di odio razziale, di intolleranza, di barbarie”. E veniamo al punto decisivo.

Le narrazioni filofasciste rievocate hanno indubbi motivi di interesse. Però messe accanto alle opere di Fenoglio, Primo Levi, Bassani – su quegli stessi anni ed eventi – mostrano l’abisso che separa le due narrazioni (qui mi riferisco solo alle opere di narrativa, escludendo Zangrandi e Salierno): sul piano anzitutto stilistico, e poi di qualità intellettuale, di sensibilità e immaginazione morale. Da che dipende? Il punto è che gli scrittori che si muovono nell’area antifascista hanno un maggior rapporto con la realtà, mentre i “solisti” di queste pagine tendono a muoversi, almeno finché restano fascisti, in una dimensione perlopiù irreale. Se la democrazia è una mezza bugia (fondata sulla finzione che ognuno sappia giudicare del proprio interesse) il fascismo è una bugia integrale sulla condizione umana perché pretende di rimuoverne la originaria infermità. Rivolgiamoci a un classico: in una lettera Manzoni dichiara la scelta di “star basso”, che significa entrare in contatto con la propria debolezza – che poi appartiene a tutti – con la propria ontologica fragilità. Ecco, il fascismo – di destra e di “sinistra”, in doppio petto ed estremista, esplicito e dissimulato – nega questa fragilità, e perciò rischia sempre di sprofondare nell’irrealtà. Filippo La Porta

Il MSI.

Fratelli d’Almirante. Il percorso carsico che ha portato la fiamma al potere, con l’armamentario missino. Piero Ignazi su L'Inkiesta il 23 Giugno 2023

Il partito di Meloni alterna ancora gli accenti tribunizi al bon ton istituzionale, ma per un vero cambio di pelle serve la revisione delle sue convinzioni. Una nuova edizione del saggio di Ignazi analizza i trent’anni in cui la destra neofascista è passata dall’irrilevanza al potere, a colpi di svolte ideologiche 

Con l’ingresso di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi dopo le elezioni del 25 settembre 2022 la fiamma, recuperata da un cenacolo di reduci nell’immediato dopoguerra, entra trionfalmente nelle stanze del potere politico. Il percorso ha avuto un andamento sussultorio e carsico.

Poco dopo la sua nascita semiclandestina, il MSI diviene il referente non solo dei reduci ex-fascisti ma anche di quell’area grigia di italiani che avevano convissuto con il fascismo pur senza esserne particolarmente attratti. Negli anni cinquanta, insieme ai monarchici e a spezzoni di notabilato meridionale moderato, il MSI ottiene risultati elettorali a due cifre in molte città del sud accedendo anche al governo di alcuni centri importanti.

Il successo è tale da prefigurare, con la cosiddetta «operazione Sturzo», la partecipazione a una lista comune con la DC per le comunali di Roma del 1952. In questo decennio il partito si offre alla Democrazia Cristiana come un rinforzo anti-comunista, per frenare ogni deriva a sinistra. La «strategia dell’inserimento nel sistema» prosegue tranquilla verso quello che appare il suo compimento: il sostegno decisivo e indispensabile alla nascita di un governo monocolore democristiano, che alla fine si realizza nell’estate del 1960, con l’esecutivo Tambroni.

La reazione all’interno della DC, i passi falsi del partito e la mobilitazione della sinistra convergono per far fallire rovinosamente l’operazione e cacciano il MSI nel ghetto dell’opposizione anti-sistema. Senza più sponde, sospinto in angolo, il partito ristagna e declina. […]

L’effervescenza sociale e la mobilitazione politica del Sessantotto, e il ricambio nella leadership con il ritorno alla guida del più battagliero Giorgio Almirante nel 1969, offrono una chance di ripresa al partito. Che infatti si concretizza nell’«onda nera» delle amministrative parziali del 1971, dove il MSI rinverdisce i fasti di vent’anni prima nel Mezzogiorno, e nel voto al nuovo presidente della Repubblica Giovanni Leone nel dicembre di quell’anno.

Il nuovo vestito adottato dal partito con la trasformazione in Destra Nazionale contribuisce a fornirgli un’immagine meno cupa e reducistica, funzionale all’acquisizione di nuove constituencies elettorali che infatti lo portano, nel 1972, al tetto dei suoi consensi, 8,7%. Ma anche questa fiammata si esaurisce presto tra connivenze, volute e subite, con servizi segreti, gruppi eversivi e terroristi, e pulsioni golpiste. […] Di nuovo si stringe intorno al MSI un cordone sanitario inscalfibile.

Il rientro del giovane Fini, già approdato alla segreteria come delfino di Almirante nel 1987, riporta il partito sui suoi binari tradizionali consentendogli una navigazione tranquilla ma senza la prospettiva di un futuro radioso. Anzi. Solo lo sconvolgimento del sistema partitico prodotto da Tangentopoli lo strappa dall’isolamento e da un inevitabile declino.

Grazie alla mano tesa del nuovo protagonista della politica italiana post-1994, Silvio Berlusconi, si aprono praterie inimmaginabili. La rapida mutazione in Alleanza Nazionale del 1995, con qualche frettolosa abiura del passato nel Congresso di fondazione di Fiuggi, consente al partito di giocare un ruolo primario nella politica italiana, ed entrare ripetutamente al governo.

Dopo aver accarezzato più volte il sogno di conquistare la leadership del centro-destra, la vicenda di AN si chiude in due tempi. Prima con il suo scioglimento quando, nel 2009, confluisce insieme a Forza Italia nel contenitore comune del PDL; e poi con la fragorosa uscita di Gianfranco Fini, insieme a un manipolo di fedelissimi, appena un anno più tardi, nel 2010, dopo aver perso la sfida lanciata alla leadership berlusconiana.

Questo epilogo è conseguente a un distacco ideale e personale tra il leader e gran parte del partito. Mentre Fini proseguiva nel tentativo di trasformare AN in un partito conservatore di stampo europeo, la sua classe dirigente rimaneva sedotta e avvinta dal populismo perbenista e qualunquista di Berlusconi, tanto da obbligarlo alla confluenza nel PDL e da lasciarlo praticamente solo al momento dello scontro finale con il Cavaliere.

La fine catastrofica del gruppo finiano di Futuro e Libertà, sepolto sotto un ignominioso 0,5% alle elezioni del 2013, e il 2,0% raccolto dal trio Giorgia Meloni, Ignazio La Russa, Guido Crosetto, usciti a fine 2012 dal PDL per fondare una costola di destra, Fratelli d’Italia, sembrano seppellire definitivamente la vicenda del post-fascismo.

Invece, nell’arco di un decennio, con velocità progressivamente accelerata, tutto cambia. FDI viene trascinato dalla sua leader lungo una lenta rincorsa che prende slancio solo nel 2018, dopo l’ingresso del partito in Parlamento, e si trasforma poi in un’impetuosa cavalcata dopo la fuoriuscita della Lega dal governo giallo-verde nell’estate 2019.

Da quel momento Meloni esce dall’ombra massiccia del Salvini trionfante e, smarcandosi anche dal paternalismo berlusconiano, riesce a intercettare gli scontenti di centro-destra. FDI diventa l’interlocutore privilegiato di questa area enfatizzando le caratteristiche distintive della leadership, in particolare il côté giovane donna, sorridente quanto decisa.

I toni più estremi e radicali delle Tesi di Trieste, il corposo documento teorico elaborato nel Congresso del 2017, vengono larvatamente edulcorati, ma quando la polemica si accende viene messo in campo tutto l’armamentario sovranista-nazionalista, autoritario e securitario.

Pur senza rinnegare nulla dell’esperienza neofascista e velando appena con qualche limitata critica il regime mussoliniano, il sapiente alternarsi di accenti tribunizi e di bon ton istituzionale negli ultimi mesi del governo Draghi fornisce a Meloni il viatico per offrirsi all’opinione pubblica quale credibile alternativa e, allo stesso tempo, solerte esecutrice dell’agenda economica e internazionale del passato governo.

Ma quanto vi sia di strumentale e di congiunturale in questa linea accomodante di FDI e della sua leader lo attesterà il tempo. Certamente, un autentico cambiamento non può che comportare una revisione profonda, e inevitabilmente dolorosa, delle perduranti convinzioni del partito sulla validità della destra neofascista e dei suoi valori.

Da “Il polo escluso. La fiamma che non si spegne: da Almirante a Meloni” di Piero Ignazi, Il Mulino, 456 pagine, 19 euro.

Qualche dato oggettivo sulla storia del Msi. Risponde Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 28 Dicembre 2022.

 Caro Aldo, fa una certa impressione leggere le parole della seconda carica dello Stato che celebrano l’anniversario della nascita del Msi. Sostenere che quel partito e i suoi aderenti abbiano avuto «idee rispettose della Costituzione italiana» è un’affermazione antistorica e nessuna rievocazione può cancellare fatti ed eventi che collocano il Msi nel solco della tradizione fascista. Sarebbe opportuno ricordarlo e tenerlo sempre a mente. Giorgio Siranti

Caro Giorgio, Ognuno ha la propria storia e la propria memoria, e non la può cambiare. Non si vede perché gli ex missini dovrebbero farlo proprio ora che hanno stravinto, senza neppure dover cambiare simbolo. Forse lei sottovaluta quel che è accaduto il 25 settembre scorso. Il partito della fiamma tricolore (che non è un simbolo fascista, ma è lo storico simbolo del postfascismo italiano) ha preso oltre un quarto dei voti, staccando nettamente il secondo partito, il Pd, superato persino nell’ex rossa Toscana; e a differenza del Pd è riuscito ad aggregare alleati, ottenendo una vittoria politica ancora più netta di quella numerica. Tutto questo conferma che la maggioranza degli italiani non ha un giudizio storico negativo del fascismo, oppure non si pone il problema. E l’antifascismo sta loro antipatico, perché lo considerano — a torto — una «cosa di sinistra». Mi limito ad aggiungere alla discussione qualche dato oggettivo. Il Msi non nasce dal fascismo «istituzionale», quello dei Patti lateranensi e di Dio patria famiglia (slogan non tecnicamente fascista). Nasce dal fascismo di Salò, alleato con i nazisti. Fin dall’acronimo: Rsi sta per Repubblica sociale italiana; Msi per Movimento sociale italiano. Il partito aveva due anime. Una, ispirata da Arturo Michelini, borghese, atlantista, filoamericana, filoisraeliana. L’altra, ispirata da Pino Rauti, antiborghese, antiatlantica, filoaraba (filoarabo era anche Pino Romualdi, uno che si proclamava figlio naturale del Duce). Prevalse la prima anima, anche grazie alla scelta di Giorgio Almirante che, dopo essersi scontrato con Michelini al congresso del 1963, strinse con lui un accordo, rompendo con Romualdi (il destino li riunì: Romualdi e Almirante sarebbero morti a un giorno di distanza, il 21 e il 22 maggio 1988). Dopo Almirante divenne segretario il giovane Gianfranco Fini. Ma Rauti lo scalzò, sia pure per un breve periodo. Riconquistata la segreteria e vinte con Berlusconi le elezioni del 1994, Fini avviò una revisione storica, con un’aperta abiura del fascismo, che avrebbe dovuto condurlo a Palazzo Chigi; terminò la sua parabola conquistando lo 0,4%, con un partitino alleato di Monti. Per non sostenere il governo Monti, Giorgia Meloni e i suoi fondarono Fratelli d’Italia. Le leggi razziali sono del 1938. La Rsi rappresenta uno stadio successivo della tragedia, quando gli ebrei italiani venivano mandati ad Auschwitz, compresi i bambini veneziani di tre e quattro anni (la razzia del ghetto di Venezia non è un crimine tedesco, è opera di italiani). Inoltre, le leggi razziali e la guerra non sono un impazzimento di Mussolini, non sono l’inspiegabile devianza di un regime fin lì buono e lungimirante; sono l’esito naturale del fascismo, in cui è insita l’idea di una razza che si impone su un’altra, di una nazione che si impone su un’altra.

Il “caso” La Russa e il Msi, perché i dem vanno a caccia di fantasmi? Come con il Cav demonizzano l’avversario. Ma non sul piano della battaglia politica. Paolo Delgado su Il Dubbio il 28 dicembre 2022

Alla fine dell'inverno 1975 la sinistra extraparlamentare italiana lanciò una grande campagna per mettere fuorilegge il Msi.

Nessun partito si lasciò tentare, tanto meno il Pci. Di lì a poco sarebbero state sciolti gruppi neofascisti radicali, prima Ordine Nuovo nel 1976, poi Avanguardia Nazionale. Nessuno si sognò mai però di procedere allo stesso modo contro il Msi. Sarebbe stato probabilmente impossibile costituzionalmente e di certo politicamente sconsigliabile: forse la seconda considerazione valse ancora più della prima.

Il Msi, soprattutto nella prima fase della sua lunga esistenza, si rifaceva al fascismo e fascisti erano stati ed erano tutti i suoi dirigenti. Ma non a questo si riferisce la Costituzione quando vieta la ricostituzione del Pnf.

Il Msi, nostalgie e coreografie a parte, non si presentava come partito fascista ma tutt'al più come partito che al fascismo guardava come a un'esperienza essenzialmente positiva. Discutibile e forse anche qualcosa di più ma egualmente cosa diversa da un tentativo di ricostruire il partito di Benito Mussolini. Politicamente, la Repubblica e lo stesso Pci aveva capito sin dal dopo guerra che a quella parte minoritaria ma non inconsistente di elettorato di estrema destra bisognava offrire uno sbocco istituzionale perché questo avrebbe garantito la sicurezza della democrazia più di qualsiasi messa al bando autoritaria.

Il Msi rappresentò quello sbocco istituzionale e democratico e lo fece sempre anche negli anni della guerriglia di strada, dei pestaggi e della violenza esercitata e subìta. A differenza dei movimenti apertamente neofascisti, sul Msi non ci sono mai stati sospetti di stragismo, anche se il confine nella galassia di estrema destra era effettivamente labile, soprattutto al livello della base militante, e il ruolo di Pino Rauti è certamente più ambiguo di quello di Giorgio Almirante.

Si tratta comunque di una storia non di ieri ma dell'altro ieri. L'ultimo segretario del Msi è poi stato ministro, vicepremier e presidente della Camera. Se nel 1994, quasi trent'anni fa, era ancora comprensibile porre problemi sulla nomina a ministri degli ex missini, tanto che nel primo governo Berlusconi entrò solo Mirko Tremaglia proprio per evitare lo scandalo, di certo le cose non sono più così nel 2022, anno di grazia nel quale la leader di un partito nato come una sorta di Rifondazione missina è capo del governo grazie al voto degli elettori e non pare sospetta di tendenze assolutiste o antidemocratiche.

La campagna contro La Russa per i suoi elogi del vecchio Msi, in questa situazione, non appare solo poco fondata ma anche frutto di una disperazione culturale prima ancora che politica. E' come se la sinistra e in particolare il Pd o almeno un'area culturale al Pd molto vicina fosse incapace di combattere i rivali politici per quello che sono oggi ma solo avanzando sospetti e denunciando ombre nel pedigree, nella genealogia oppure in aree distanti da quelle dell'impegno politico.

Da questo punto di vista la levata di scudi contro la candidata 5S nel Lazio Daniela Bianchi, perché conduttrice di un programma in tv, non sono molto diverse dalla richiesta di dimissioni dalla presidenza del Senato di Ignazio La Russa.

Si tratta di un'eredità della quale il sistema politico italiano dovrebbe sbarazzarsi una volta per tutte: quella dell'antiberlusconismo, cioè di una battaglia politica combattuta per vent'anni almeno in nome del conflitto di interessi o delle malefatte, vere o presunte, del capo della destra.

Per quanto sbagliata ed esiziale per la cultura politica del Paese intero, quel modo di intendere la lotta politica era però parzialmente spiegata, se non giustificata, dalla natura stessa del berlusconismo, che rendeva quasi impossibile separare la fazione politica dalla personalità e della biografia del suo leader e fondatore. Oggi non vale più neppure quella parziale spiegazione. In termini di efficacia, oltretutto, si trattava di una strategia comunicativa perdente già allora. Oggi lo è ancora di più.

Rauti l’impresentabile, chi è l’anima eversiva del neofascismo italiano. Simonetta Fiori su La Repubblica il 28 dicembre 2022

Dalla Repubblica di Salò all'accusa di complicità nelle stragi fasciste. Oggi il "Gramsci nero" è tra le stelle polari di Giorgia Meloni 

Lo chiamavano il "Gramsci nero". Ma Pino Rauti non è stato solo un intellettuale, ma un uomo d'azione che ha incarnato in modo paradigmatico l'anima più eversiva del neofascismo italiano. Da vecchio gli piaceva dire che il fascismo non era più ripetibile "ma un giacimento di memoria a cui si poteva ancora attingere". Tutta la sua vita è stata nel segno d'una religione fascista irriducibile, pericolosamente ai bordi delle istituzioni democratiche, talvolta invischiata nelle più nefaste trame stragiste della storia repubblicana, dalle quali fu assolto in sede penale ma non sul piano morale, come disse il pubblico ministero nel processo per l'attentato di Piazza della Loggia ("La sua posizione è quella del predicatore di...

Articolo di Angela Giuffrida per “The Guardian”, pubblicato da lastampa.it il 29 Dicembre 2022.

La senatrice Liliana Segre, sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz, si è trovata a vedere un governo di estrema destra prendere nuovamente il potere a Roma, e ha detto che il suo «incubo personale» è che l’Olocausto scompaia dai libri di Storia. 

Liliana Segre, 92 anni, è stata l’unica dei suoi familiari a sopravvivere all’Olocausto in cui furono uccisi sei milioni di ebrei nell’ambito della campagna bellica della Seconda guerra mondiale della Germania nazista per sterminare la popolazione ebraica in Europa.

«Che l’Olocausto possa ridursi ad appena un rigo nei libri di storia: questo è il mio incubo personale», dice Segre in un’intervista al Guardian. «Non si tratta di pessimismo, ma del frutto dell’osservazione. Osservo alcuni eventi con lo spirito di una scienziata: l’esperimento è tatuato sulla mia pelle. Qualcosa andò storto, e resta molto da fare». 

Nata a Milano, Segre fu espulsa da scuola nel 1938, dopo che Benito Mussolini, il dittatore fascista nonché alleato di Adolf Hitler, promulgò le leggi razziali. Aveva 13 anni il 30 gennaio 1944, quando fu arrestata dalla polizia fascista di Mussolini e deportata ad Auschwitz insieme a molti altri suoi familiari dalla stazione ferroviaria centrale di Milano. Fu separata dal padre, che venne ucciso il giorno seguente. La madre era morta quando lei era ancora piccola. Tornarono soltanto 25 dei 776 bambini italiani deportati in quel campo di concentramento. 

Dopo il suo rientro in Italia, Segre ha vissuto con i nonni materni nelle Marche. Soltanto negli anni ’90 ha parlato apertamente della sua esperienza ad Auschwitz e da allora ha dedicato gran parte del suo tempo a far visita a scuole e università per raccontare l’Olocausto agli studenti. 

«Noi sopravvissuti abbiamo il dovere della testimonianza», spiega. «Storia e memoria vanno di pari passo e sono il patrimonio comune del genere umano. Se la memoria svanisce come la nebbia, il mondo sarà condannato, come nel girone dantesco dell’Inferno, a perpetuare quelle atrocità».

Segre è stata nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica Mattarella il 18 gennaio 2018 – in occasione dell’80° anniversario della promulgazione delle leggi razziali di Mussolini. Messa sotto i riflettori, è diventata bersaglio di minacce di morte e dal 2019 è costretta a vivere sotto scorta. In uno degli incidenti nei quali è stata coinvolta, un insegnante veneto ha scritto su Facebook che Segre «starebbe bene in un piccolo forno». 

Le minacce contro di lei sono aumentate in modo esponenziale dopo la sua nomina a presidente di una commissione parlamentare, costituita alla fine del 2019, per contrastare razzismo, antisemitismo e incitamento all’odio. Di recente ha ricevuto minacce di morte dai No vax per il suo sostegno alla campagna vaccinale. È la persona più anziana in Europa ad avere la scorta.

«Vivere con la scorta a 92 anni è assurdo», commenta. «Ho subito attacchi razzisti, cose inverosimili. Non si tratta mai di uno scontro faccia a faccia: si consuma tutto online e viene amplificato dal web, un luogo chiuso nel quale gli hater alla tastiera scatenano i peggiori istinti con autentica ferocia, nascondendo il viso e camuffando l’identità dietro nomignoli di animali. Temo che non esistano cure efficaci per il razzismo e l’intolleranza. Bisogna combatterli entrambi. Si tratta di una guerra, come ha sempre detto Primo Levi». Lo scrittore torinese è stato uno dei pochi italiani ebrei sopravvissuti ad Auschwitz e il suo libro Se questo è un uomo è uno dei più apprezzati resoconti di prima mano dell’Olocausto.

Da senatrice a vita, Segre ha presieduto alla riapertura del Parlamento lo scorso ottobre, dopo che le elezioni di fine settembre hanno visto Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia – partito di radici neofasciste – conquistare il potere in coalizione con la Lega di estrema destra di Matteo Salvini e Forza Italia di Silvio Berlusconi. 

Durante la campagna elettorale, Segre aveva sollecitato Giorgia Meloni a rimuovere la fiamma tricolore fascista dal logo ufficiale del suo partito, ma il suo invito è stato ignorato. 

All’inaugurazione del Senato, Segre ha tenuto un discorso molto forte ricordando le conseguenze del fascismo sulla sua gioventù e facendo notare che il nuovo governo si stava insediando nel mese del centenario della Marcia su Roma di Mussolini, l’evento che diede il via ufficiale all’epoca fascista.In seguito, la senatrice a vita ha stretto la mano e ricevuto fiori da Ignazio Benito Maria La Russa, neoeletto presidente del Senato, che colleziona cimeli fascisti. Lunedì scorso La Russa è stato criticato per aver celebrato il 76° anniversario della creazione del defunto Movimento Sociale Italiano, partito neofascista cofondato da suo padre.

 «Il mio discorso era scritto con il cuore, sapendo che la nuova maggioranza parlamentare si ispira agli ideali della destra con qualche tendenza nostalgica», dice Liliana Segre.

La Costituzione italiana vieta il fascismo e la rifondazione dei partiti fascisti. «La nostra Costituzione è antifascista, una sorta di scudo stellare. Rispettare ciò e applicarlo è nostro dovere, l’elisir di una vita democratica», conclude Segre che poi aggiunge di essere «orgogliosa» del suo ruolo di senatrice a vita. «Io, sopravvissuta ai campi di sterminio, in questa fase della mia vita inaspettatamente sono diventata parlamentare. Il mio auspicio per il futuro è che la memoria trionfi sempre». (Traduzione di Anna Bissanti)

Pino Rauti responsabile del terrorismo nero? Quindi accolliamo a Berlinguer i delitti delle Br…Federico Gennaccari su Il Secolo D’Italia il 28 dicembre 2022.

Prima la Fiamma, ora la nascita del Msi e la figura di Pino Rauti. Ancora una volta politici, giornalisti e intellettuali di sinistra si scagliano contro la storia della Destra dimostrando di non conoscerla affatto (come peraltro non conoscono neppure la storia del Pci) per cui sembrano fare la gara a chi la spara più grossa. Rauti in prima pagina su “Repubblica” come fondatore del Centro Studi Ordine Nuovo viene accusato di portare «la responsabilità politica di tutti gli atti del gruppo” compresi quelli compiuti dal Movimento Politico Ordine Nuovo negli Anni Settanta. Un clamoroso falso.

Cosa c’entra Concutelli con Pino Rauti?

Usando la stessa logica applicata a Rauti da Eugenio Occorsio (figlio di Vittorio, il magistrato ucciso da Pierluigi Concutelli, “capo militare” del MpOn il 10 luglio 1976), si dovrebbe affermare che Enrico Berlinguer era responsabile politico degli atti compiuti da Alberto Franceschini e gli altri comunisti reggiani quando poi sono entrati a far parte delle Brigate Rosse. Chiaramente non si può affermare ciò di Berlinguer, esattamente come non si può addossare a Rauti le responsabilità per quanto compiuto da coloro che nel 1969 non vollero rientrare nel Msi e fondarono, proprio in contrapposizione con Rauti, il Movimento Politico Ordine Nuovo. E poi Evola “ideologo del fascismo e del nazionalsocialismo”.

Ferrara ricorda il milazzismo e i voti missini per Segni e Leone

Abbiamo voluto fare questo esempio per far capire la pretestuosità degli argomenti usati da “Repubblica”,  da politici del Pd e di Azione contro le dichiarazioni di Isabella Rauti e Ignazio La Russa che hanno ricordato l’anniversario del Msi, fondato il 26 dicembre 1946. Vogliono criticare il Msi lo facessero, ma studiassero, leggessero, si documentassero. Non a caso nei giudizi sul Msi si distingue uno come Giuliano Ferrara che da militante e dirigente del Pci è stato un avversario politico, ma non è uno sprovveduto e quindi su “Il Foglio” afferma «che è legittimo, che non crea imbarazzo alcuno, ricordare il Msi» (poi naturalmente da ex comunista ne dice peste e corna). Ferrara, ad esempio, ricorda talune vicende storiche come il governo Milazzo in Sicilia che alla fine degli anni Cinquanta era appoggiato assieme dal Pci di Togliatti e dal Msi di Michelini, nonché il voto missino determinante per l’elezione di Segni e di Leone alla presidenza della Repubblica nel 1962 e nel 1971.

La storia della destra va studiata e conosciuta

Eh sì perché la storia della Destra e del Msi è poco conosciuta ma I libri sulla storia della Destra ci sono, bisogna leggerli. Ne ricordiamo due di Adalberto Baldoni “La Destra in Italia 1945-1969” dove approfondisce e ricostruisce le vicende della fondazione del Movimento Sociale Italiano fino alla morte del segretario Arturo Michelini, e “Destra senza veli 1946-2018. Storia e retroscena dalla nascita del Msi a Fratelli d’Italia”. Leggendoli si potrebbero fare scoperte interessanti da trasformare in quiz. Pino Rauti “il più impresentabile, tra gli impresentabili” e “anima eversiva del neofascismo italiano” come lo definisce Simonetta Fiori su “Repubblica” è stato invitato al congresso di fondazione dei Democratici di Sinistra nel 1997? La risposta è sì, D’Alema volle invitare anche lui, allora segretario del Movimento Sociale Fiamma Tricolore.

I contatti tra Rauti e i giovani del Pci

Rauti e i giovani missini sono stati mai corteggiati dai giovani del Pci guidati da Enrico Berlinguer? Anche qui la risposta è sì. Rauti scrisse anche un articolo per il giornale comunista “Pattuglia” e ci furono incontri e scambi politici nel nome dell’antiamericanismo dovuto precisamente all’opposizione al Patto Atlantico.

Già nel 1952 erano missini i sindaci di Benevento e Foggia

Altre scoperte che si possono fare riguardano la storia del Msi. Quando sono stati eletti i primi sindaci missini di capoluoghi di provincia e i primi assessori? Nel 1993? No sbagliato, quasi quarant’anni prima, nel lontano 1952 erano missini i sindaci a Benevento e a Foggia, mentre assessori vennero nominato anche a Napoli con la prima Giunta Lauro e in altre città dove la coalizione fra missini e monarchici vinse le elezioni.

Potrebbero scoprire che il Msi non è nato come partito neofascista, ma voluto da Romualdi come partito postfascista, e poi è sempre stato più un partito conservatore che altro sin dal 1950 quando i moderati assunsero la guida del partito con Augusto De Marsanich e poi con Arturo Michelini che per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta perseguì la politica dell’inserimento, eleggendo Gronchi alla presidenza della Repubblica nel 1955 e astenendosi su qualche governo fino a sfruttare la possibilità del governo Tambroni (retto alla Camera dal voto determinante missino) nel 1960 ma sbagliando clamorosamente con la scelta di tenere il congresso del Msi a Genova.

Si scatenò la reazione della piazza social-comunista e il Msi dovette rinunciare al congresso e poi al governo per entrare nell’isolamento da cui uscirà più di trent’anni dopo, nel 1993-1994. Un Msi conservatore che infatti è sempre stato contestato da quanti si collocavano nell’estrema destra (e dalla minoranza interna) o si definivano “fascisti” o “neofascisti” e non è mai stato sciolto per ricostituzione del partito fascista, accusa mossa da più procure ma sempre respinta.

Borghi (Pd): il Msi era votato da milioni di persone

Un partito che in quarantasette anni di storia ha tenuto 17 congressi (alcuni dei quali molto animati, forse anche troppo) partecipando alla vita politica italiana, anche se chi ea di destra veniva ritenuto un “cittadino di serie B”. Del resto c’è un esponente del Pd, il senatore Enrico Borghi che pur criticando il Msi riconosce che «sia detto per sgombrare il campo da infantili letture, era certamente legittimato in un sistema democratico ad esistere. Il Msi è stato un partito votato da milioni di italiani, è entrato in Parlamento, e mai nessuno si è sognato (tantomeno Togliatti!) di metterlo fuori legge».

La svolta di Fiuggi non è incompatibile con il Msi

Ricordare il Msi e quel cammino iniziato il 26 dicembre 1946 non vuol dire rinnegare la svolta di Fiuggi, perché la traversata della Destra è cominciata quel giorno con Romualdi, Almirante, De Marsanich e Michelini, poi si è evoluta in Alleanza Nazionale per finire poi con Fratelli d’Italia che ha raccolto il testimone della Destra italiana fino ad arrivare al governo Meloni.

E’ questo che dà fastidio per cui, comprendiamo i tentativi di “Repubblica” e dei vari esponenti del Pd di voler accreditare una Destra “neofascista” e “nostalgica” per mettere in difficoltà la Meloni, ma si rassegnino e soprattutto studino la storia dei partiti, non solo del Msi ma anche del Pci.

Francesco Borgonovo per “La Verità” il 29 Dicembre 2022.

Sarà pure stantio e nauseante, ma va riconosciuto che l'allarme fascismo funziona sempre. Sono bastati un paio di tweet di Ignazio La Russa e di Isabella Rauti sul Msi per far ripartire il circo sulla «minaccia nera», e i media progressisti hanno potuto tirare un sospiro di sollievo: ora possono finalmente levare dalle prime pagine il caso Soumahoro e le porcherie del Qatargate, e possono tornare a infierire come ai bei tempi sui rappresentanti del Male assoluto. 

In fondo, la cagnara sulla memoria del Movimento sociale serve soltanto a questo: a consentire alla sinistra di ribadire (prima di tutto a sé stessa) la propria superiorità morale. Come a dire: noi saremo pure corrotti, ma quelli restano fascisti, ergo siamo sempre i migliori.

Tutto prosegue secondo copione: i parlamentari del Pd che si indignano e pretendono addirittura le dimissioni del presidente del Senato; i maniaci di Twitter che si consumano i polpastrelli a colpi di indignazione; i presunti intellettuali che si mobilitano, ripongono per un istante la fetta di pandoro e si mettono a sbraitare «vergogna!». 

Nel bel mezzo del putiferio, almeno per qualche ora i sacchetti pieni di contanti passano in secondo piano assieme ai favori concessi agli emiri. Chiaro, serve una bella faccia tosta per mettersi a cianciare di pericoli per la democrazia dopo l'euroscandalo, ma sappiamo bene che tra i progressisti il bronzo abbonda, e sembra pure impossibile da scalfire. A dimostrarlo basta un piccolo ma non insignificante particolare.

Fra qualche giorno - per la precisione il 13 gennaio - in prima serata su Rai 3 andrà in onda un documentario intitolato Lotta continua a dedicato al noto movimento comunista. Su queste pagine ne abbiamo già dato conto: ispirato al libro I ragazzi che volevano fare la rivoluzione di Aldo Cazzullo, il docufilm è stato prodotto da Verdiana Bixio per Publispei con Luce Cinecittà, in collaborazione con Rai Documentari e Rai Play.

Insomma, si tratta di un bell'investimento pubblico che verrà adeguatamente esibito sulle emittenti pubbliche. Si tratta, giusto riconoscerlo, di un'opera tecnicamente ben fatta e molto suggestiva, ma che suscita qualche perplessità sul piano politico. 

Il documentario fa udire giusto un paio di voci critiche, tra cui spicca quella di Giampiero Mughini, ma per il resto assomiglia a una celebrazione di Lotta continua, e offre ampio spazio agli ex militanti oggi famosi per rivendicare la bontà del proprio impegno negli anni di piombo. In particolare, colpisce l'atteggiamento dello scrittore Erri De Luca: non solo non rinnega nulla, ma appare anche piuttosto tollerante (per usare un eufemismo) riguardo all'utilizzo politico della violenza.

Quale sia l'impostazione del film lo si evince con chiarezza dal comunicato ufficiale rintracciabile sul sito della Rai. «Sul finire degli anni Sessanta, mentre la rivoluzione anti sistema accomuna i giovani di tutto il mondo», si legge nel testo, «in Italia nasce un gruppo rivoluzionario particolarmente interessante per capacità di aggregazione, aggressività politica e personalità dei dirigenti».

Già: l'aggettivo più indicato per descrivere Lotta continua è proprio «interessante». Sempre dal comunicato ufficiale apprendiamo anche che «la serie racconta le storie, i valori, i sentimenti e i ricordi di alcuni di quei ragazzi. Dopo lo scioglimento del movimento, alcuni di loro sono diventati politici, giornalisti, manager. 

Sono quelli di cui conosciamo i visi e riconosciamo la voce. Altri hanno preferito continuare la lotta attraverso forme più violente e drammatiche, ma la maggior parte ha semplicemente abbandonato l'attività politica. Il capo di tutti, l'uomo che fondò e sciolse Lotta Continua, il ragazzo che conquistò gli intellettuali e sedusse una generazione, Adriano Sofri, ha scontato 15 anni di carcere per un omicidio per il quale si è sempre dichiarato innocente».

Capito? Fu tutto molto affascinante, molto seducente. E pazienza se così, en passant, ci scappò qualche morto. E rieccoci al punto. Il Movimento sociale italiano si è regolarmente presentato alle elezioni per decenni, non è mai stato eversivo (come qualcuno ha provato a insinuare ieri), ha sempre rispettato la prassi democratica. Eppure da sinistra considerano «vergognoso» che qualcuno lo ricordi. In compenso, sulla tv di Stato può andare in onda una serie in cui si racconta che una certa simpatia un movimento extraparlamentare destinato a rimanere nella Storia per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Il nodo è sempre lo stesso: la superiorità morale. A sinistra si ritengono migliori anche e soprattutto quando sbagliano. E pervertono la Storia al punto da trasformare in oro persino i loro anni di piombo.

Post di Mentana asfalta la sinistra: «È vecchia: sul Msi dice lo stesse cose di 30 anni fa». Michele Pezza su Il Secolo d’Italia il 29 Dicembre 2022.

C’è solo il vuoto di idee, di tesi e di programmi dietro l’aggressione a chi, come Ignazio La Russa e Isabella Rauti, ha osato ricordare l’anniversario della fondazione del Msi. A sostenerlo è non è un nostalgico della Fiamma tricolore ma un giornalista distinto e distante dalla destra come Enrico Mentana. È suo il lungo post in cui il direttore di Tg La7 esorta gli ayatollah della sinistra nostrana ad aggiornare il logoro armamentario politico di cui dispongono. «Il Msi – vi si legge – è stato in parlamento dalla nascita fino al passaggio a Alleanza Nazionale. Trentotto anni. E non solo da “emarginato“: nel suo ultimo anno di vita prese il 31% alle elezioni comunali di Roma e, subito dopo, alleato con la neonata Forza Italia e in parallelo con la Lega, vinse le politiche. Molti articoli di oggi sono praticamente uguali a quelli di allora».

Così Mentana su Fb

Acqua gelata per menti intorpidite. Tanto più che il ricordo della nascita del Msi viene puntualmente celebrato. Se quest’anno ha suscitato polemiche è perché a riproporlo, tra gli altri, sono stati il presidente del Senato e una sottosegretaria. A dimostrazione che a dare fastidio non è tanto la commemorazione del Msi quanto il fatto che i suoi eredi siano al governo. Ma torniamo a Mentana. «La novità del 1994 – scrive ancora – fu la fine dell’arco costituzionale, e cioè l’ammissione della destra nel gioco politico grazie al bipolarismo. La novità del 2022 è che quella destra ha vinto le elezioni». Altra acqua gelata. Seguita da altro choc a carico della sinistra.

Chi ha consentito tutto questo, avverte ancora Mentana, non è né La Russa né la Rauti né Giorgia Meloni «ma gli elettori che li hanno votati». Della serie: la verità spesso fa male. «Dar dei fascisti a questi milioni di elettori – infierisce il giornalista – è un po’ più difficile. E sarebbe ora di cominciare ad analizzare più seriamente ed approfonditamente alcuni fatti scomodi ma evidenti». Quali? «Che la destra piace più del centrodestra, e che la sinistra piace sempre meno». Morale: «Coloro che non vogliono questa destra hanno un solo modo per batterla, e non è l’anatema (…), ma un’offerta politica migliore sulla scia di una diversa idea di futuro». Mentana conclude così: «Servono idee più che persone, analisi autocritiche più che invettive, futuro più che nostalgia, politica più che corretta amministrazione». Parole sante.

Anatemi sul Msi e soldi pubblici per il Pci. Francesco Giubilei il 29 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Gli attacchi da parte di numerosi esponenti della sinistra italiana nei confronti di Ignazio La Russa e di Isabella Rauti, colpevoli di aver ricordato la nascita del Movimento Sociale Italiano, si scontrano con una grande ipocrisia di fondo

Gli attacchi da parte di numerosi esponenti della sinistra italiana nei confronti del presidente del Senato Ignazio La Russa e del Sottosegretario Isabella Rauti, colpevoli di aver ricordato il 26 dicembre la nascita del Movimento Sociale Italiano, si scontrano con una grande ipocrisia di fondo. Molte delle persone che oggi puntano il dito contro La Russa e la Rauti, a inizio 2021 celebravano i cent'anni dalla nascita del Partito Comunista Italiano. Si tratta in larga parte di politici e personalità che non hanno mai condannato i crimini del comunismo e che pretendono di dare patenti di democrazia alla destra. Ora il nuovo bersaglio diventa il Msi arrivando addirittura a chiedere le dimissioni di chi ha ricordato un partito che per quasi 50 anni è stato in parlamento.

Ci sono varie differenze tra la storia del Msi e quella del Pci ma ce n'è una che oggi riguarda i contribuenti. Come si evince dal sito della presidenza del Consiglio, con la legge del 27 dicembre 2019, n. 160, è stato previsto, in occasione del centenario della fondazione del Pci, l'assegnazione di «risorse finalizzate alla promozione delle relative iniziative culturali e celebrative».

Tali risorse servivano per iniziative culturali rivolte «alla promozione e divulgazione, a livello nazionale e/o internazionale con particolare riguardo verso le giovani generazioni degli eventi, delle personalità e delle motivazioni storico, sociali e culturali, che portarono alla fondazione» del Pci. L'ammontare delle somme disponibili ammontava per l'anno 2021 a 800mila euro. Soldi pubblici per celebrare la nascita del Pci di cui «50% da destinare a istituzioni ed enti pubblici e al 50% da destinare ad enti privati senza fini di lucro (per un totale di euro 400.000)». Se i soggetti pubblici ammessi al contributo sono principalmente università, i dati interessanti emergono dai soggetti privati che hanno ricevuto le erogazioni. Tra questi c'è la Fondazione Gramsci Emilia-Romagna con 31.150 euro, l'Istituto storico della resistenza e della società contemporanea nella provincia di Livorno per 32.620 euro, la Fondazione Gramsci onlus con sede a Roma che ha ricevuto 50.000 euro, così come l'Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico. 48.000 euro i fondi erogati alla Fondazione Gramsci di Puglia, 29.000 dall'Associazione Studentesca Universitaria Unica Radio. Quando si fa notare l'incoerenza di accusare chi ricorda il Msi e poi celebrare il Pci, la risposta più frequente è che in Italia abbiamo avuto il fascismo e non un regime comunista. L'obiezione è molto semplice: perché dobbiamo utilizzare quasi un milione di euro pubblici per celebrare un partito che si rifà a un'ideologia che ha fatto milioni di morti come il comunismo? Se gli ex militanti del Pci vogliono ricordare il loro partito sono liberi di farlo, così come gli ex missini perché la storia non si cancella, non chiedeteci però di dover anche utilizzare i soldi dei contribuenti per celebrare il comunismo.

Vietato celebrare la nascita del Msi. La sinistra scatena l’Inquisizione contro Isabella Rauti. Stefania Campitelli su Il Secolo D’Italia il 27 dicembre 2022.

Vietato celebrare l’anniversario della fondazione del Msi, il partito fondato da Giorgio Almirante, Rauti e Michelini che ha segnato quasi 50 anni di storia di vita italiana. “Oggi voglio ricordare il 26 dicembre di 76 anni fa, quando, a Roma, nasceva il Movimento sociale italiano. Onore ai fondatori e ai militanti missini”. Un innocuo post scatena l’inferno delle opposizioni, che si stracciano le vesti e urlano all’attentato costituzionale. Specie se a firmarlo è Isabella Rauti. Doppiamente colpevole, chissà perché.

Il post di Isabella Rauti sul Msi

Anzi loro (Pd e Terzo Polo) provano a spiegarlo. La Rauti è sottosegretaria alla Difesa del governo di Giorgia Meloni, quindi dovrebbe tacere. A rompere il ghiaccio è Federico Fornaro, dell’ufficio di presidenza del gruppo Pd-Italia democratica e progressista, secondo il quale la senatrice di Fratelli d’Italia (che alle elezioni ha battuto nel collegio Emanuele Fiano) avrebbe “tolto anche l’ultimo velo di ipocrisia”. Perché ha reso onore ai fondatori di un partito nato “su iniziativa di esponenti del vecchio regime e della Repubblica Sociale Italiana”. E giù teoremi grondanti antifascismo militante e ignoranza storica. Rauti ha da poco giurato «sulla Costituzione italiana, vera grande eredità della Resistenza antifascista”. A questo punto – è lo sport preferito – l’opposizione chiede alla premier “parole chiare” sul presunto incidente.

La sinistra corre a processare la senatrice di FdI

Ma non basta. Qualcuno storce il naso perfino davanti alla conclusione del post. “Le radici profonde non gelano”, parole prese in prestito dal Signore degli Anelli (non dal Mein Kampf), molto amate dalle giovani generazioni di destra per rivendicare la fedeltà alle fonti ideali e culturali di riferimento. Tutto qui.  Ma per il ‘calendiano’  Osvaldo Napoli quelle remote radici “sono un problema per la destra”. Perché  il Msi “aveva un orizzonte di valori e di ideali che erano e sono una minaccia per la democrazia liberale finita soffocata nei vent’ anni di regime fascista”.

Meloni: andiamo fieri della fiamma nel nostro simbolo

Nel post della senatrice di FdI compaiono alcune vecchie foto con il simbolo della fiamma tricolore e la scritta “Viva il Msi”. Nulla di grave, direte. Ma per la sinistra è troppo. E torna a scagliarsi contro il simbolo del Msi che in campagna elettorale è stato l’oggetto privilegiato del centrosinistra a corto di argomenti contro il partito del premier. Liliana Segre è arrivata a chiedere a Giorgia Meloni di togliere quel simbolo dal logo di FdI. Ma quella fiamma – la sinistra non lo sa o finge di non saperlo – non ha nulla a che fare con il fascismo. “È il riconoscimento del percorso fatto da una destra democratica nella nostra storia repubblicana, ne andiamo fieri”, ha chiarito la Meloni mettendo tutti a tacere.

Il Msi è parte della storia d’Italia. Onorarne i fondatori è un atto dovuto, altro che scandalo. Mario Landolfi su Il Secolo D’Italia il 28 dicembre 2022. 

No, il Msi non fu un «partito orrendo» (copyright Giuliano Ferrara). Fu, semmai, una riserva di persone per bene accomunate dalla condizione di esuli in patria. A tanto li condannava la scelta di militare in un movimento, i cui fondatori avevano accettato il verdetto della storia ma non i giudizi liquidatori sul regime mussoliniano. E neppure il ribaltone venticinqueluglista che nello spazio di un annuncio radio aveva trasformato gli italiani da tutti fascisti in tutti antifascisti. E questo spiega perché a unire i missini non era tanto un programma elettorale quanto uno stato d’animo, ben condensato nella formula «non rinnegare, non restaurare».

L’accanita discriminazione contro il Msi

È qui, infatti, in questo primato della psicologia sulla politica che s’innerva la storia – tormentata ed esaltante – del Msi, partito sopravvissuto con successo alla più accanita discriminazione mai sperimentata nella storia di una democrazia occidentale. Ma nello stesso tempo partito che frequentava il Parlamento, praticava la democrazia, celebrava congressi, alternava leadership, partoriva correnti, subiva scissioni, sosteneva governi e inquilini del Quirinale. Partito vivo e reattivo, che le ha prese e le ha date in nome di un anticomunismo senza compromessi in anni in cui – per dirla con parole altrui – lo spaccio della bestia trionfante aveva i portoni spalancati e un commercio avviatissimo.

I voti in frigorifero

Certo, il Msi si beava del proprio isolamento e custodiva gelosamente in frigorifero i propri voti. Ma all’occorrenza sapeva scongelarli. Predicò e praticò, infatti, opposizione dura, ma corteggiò Malagodi, si unì ai monarchici, inglobò reperti di antiquariato democristiano e pezzi di società civile (tra cui il marito della senatrice Liliana Segre) ai tempi della costituente di destra. L’obiettivo, manco a dirlo, era uscire dal ghetto e farli contare quei tre milioni di voti che andavano e venivano a seconda dell’intensità dell’anticomunismo della Dc, di cui si sentiva spina nel fianco. Insomma, piaccia o meno, a modo suo il Msi è stato tra i protagonisti della Prima repubblica nata dalla Resistenza. Rendere perciò onore a chi l’ha fondato è un atto dovuto, altro che scandalo.

Sansonetti e Ferrara difendono il Msi: fu un partito che diede ricchezza alla democrazia. Vittoria Belmonte su Il Secolo D’Italia il 28 dicembre 2022. 

Ricordare la fondazione del Msi è legittimo, nessuno scandalo. Gli indignati a comando dovrebbero solo tacere anziché correre a twittare le loro ridicole condanne. Lo sostiene Piero Sansonetti oggi sul Riformista e gli fa Eco, sul Foglio, Giuliano Ferrara. Non a caso si tratta di due giornalisti di lungo corso, colti, conoscitori della storia politica italiana e non improvvisati esperti che sfornano un inutile libro all’anno e ripetono in modo pappagallesco i luoghi comuni che trovano su wikipedia.

Sansonetti: il Msi fu un partito democratico di massa

Detto ciò, vediamo cosa hanno scritto i due. Sansonetti sul Riformista annota: “Il senatore La Russa ha celebrato con un tweet l’anniversario della fondazione dell’Msi. Il senatore La Russa è il presidente di una delle due Camere del Parlamento. Il Pd ha chiesto le dimissioni del senatore La Russa. Perché? Perché non rappresenta tutto il Paese. Vero: non lo rappresenta”.

Secondo voi – continua Sansonetti – Ingrao rappresentava tutto il paese? O la deputata Nancy Pelosi rappresenta l’America? La fondazione del Msi, nel 1946, che raccolse molti vecchi militanti fascisti, per il Pd fu una ferita alla democrazia. Io non credo che sia così. Il Msi fu un partito vero, di massa, democratico, che diede rappresentanza all’estrema destra e al popolo nostalgico del fascismo. Diede ricchezza alla democrazia. La rese più piena”.

Ferrara: il Msi non fu un movimentaccio populista

Più duro Giuliano Ferrara, che giudica il Msi un “partito orrendo” ma spiega che è legittimo ricordarlo: “Una visione non moralistica e non retorica delle cose deve riconoscere che è legittimo, che non crea imbarazzo alcuno, ricordare il Msi, un partito forse orrendo ma non un movimentaccio populista; un partito perfino, come si dice, inquietante in molte fasi della sua storia lunga e non sempre eroica, tutt’altro, ma un partito che era nato dai morti, dell’una e dell’altra parte, ma non era nato morto“.

Il Msi contribuì ad eleggere i presidenti Segni e Leone

Ferrara ricorda inoltre l’esprimento del governo Milazzo in Sicilia, che riuniva insieme Msi e Pci: “Con il governo Milazzo in Sicilia, anni Cinquanta, i comunisti, per fottere i democristiani sorretti dai poteri collusi e mostrare tutto il loro machiavellismo, con l’assenso di Togliatti e sotto la guida di Macaluso e Bufalini, entrarono in un governo regionale assieme ai missini ancora molto lontani dallo sdoganamento”. E sottolinea che i voti missini servirono per eleggere due presidenti della Repubblica. “Segni Sr. fu eletto anche con i loro voti. Leone fu eletto capo dello stato con i loro voti determinanti. Tra botte, drammi, tragedie, farse e ruffianerie incrociate il Movimento sociale fu un organismo vivo” contro il quale non sono lecite operazioni da “cancel culture“.

Il Pd si scaglia contro La Russa, ma l’antifascismo è libertà. Piero Sansonetti su Il Riformista il 28 Dicembre 2022.

Il senatore La Russa ha celebrato con un tweet l’anniversario della fondazione dell’Msi. Il senatore La Russa è il presidente di una delle due Camere del Parlamento. Il Pd ha chiesto le dimissioni del senatore La Russa. Perché? Perché non rappresenta tutto il Paese. Vero: non lo rappresenta.

Secondo voi Ingrao rappresentava tutto il paese? O la deputata Nancy Pelosi rappresenta l’America? La fondazione del Msi, nel 1946, che raccolse molti vecchi militanti fascisti, per il Pd fu una ferita alla democrazia. Io non credo che sia così. Il Msi fu un partito vero, di massa, democratico, che diede rappresentanza all’estrema destra e al popolo nostalgico del fascismo. Diede ricchezza alla democrazia. La rese più piena. Fece grandi battaglie. Alcune, credo, giuste. Molte sbagliate e reazionarie. Le perse tutte. Non è un demerito. La Russa è fascista? Forse sì. Ha una storia ricca e robusta. Di combattente politico. Non nasce da una colata d’acqua fresca. Come molti leader politici di oggi. È una colpa? No, è un merito. L’antifascismo, se esiste, è solo questo: culto della libertà e della tolleranza. Verso tutti.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Estratto dell’articolo di Giuliano Ferrara per “il Foglio” il 28 dicembre 2022.

Isabella Rauti ha sostato un momento in ricordo del Movimento sociale italiano, ed è stato subito un mezzo scandalo. Farlocco. Abortito. Abbiamo una presidente del Consiglio del 1977, che ha fatto a tempo a contaminarsi per via del Fronte della Gioventù, insomma, proviene da quelle file. Ha poi spezzato la continuità e riformulato (quasi) tutto. 

E ha conquistato un forte consenso con una ideologia di destra, passatista perché conservatrice, e legittimamente conservatrice, combinata alla tigna dell’opposizione e a una politica via via più istituzionale, normalizzata rispetto alla memoria divisa che le stava attaccata alla schiena, a lei e alla sua creatura e a parte notevole del personale politico che l’accompagnava. Ora è tutta una gara a dimenticare, in nome della memoria condivisa, ma personalmente ho sempre trovato più interessante la memoria divisa. 

[…] Con il governo Milazzo in Sicilia, anni Cinquanta, i comunisti, per fottere i democristiani sorretti dai poteri collusi e mostrare tutto il loro machiavellismo, con l’assenso di Togliatti e sotto la guida di Macaluso e Bufalini, entrarono in un governo regionale assieme ai missini ancora molto lontani dallo sdoganamento. 

Segni Sr. fu eletto anche con i loro voti. Leone fu eletto capo dello stato con i loro voti determinanti. Tra botte, drammi, tragedie, farse e ruffianerie incrociate il Movimento sociale, alterne vicende elettorali, […] tentativo di preservare una cultura di destra non troppo polverosa, e chi più ne ha più ne metta, fu un organismo vivo, isolato, passabilmente corrotto come tutti i partiti italiani, e fu un organismo tenuto insieme dalla discriminazione antifascista che stette a fondamento dell’arco costituzionale, base della democrazia consociativa, che ha reso l’Italia un paese progredito e opulento ma lo stava alla fine paralizzando nella gnagnera, contro la quale si batterono Pannella e Craxi. 

Una visione non moralistica e non retorica delle cose deve riconoscere che è legittimo, che non crea imbarazzo alcuno, ricordare il Msi, un partito forse orrendo ma non un movimentaccio populista; un partito perfino, come si dice, inquietante in molte fasi della sua storia lunga e non sempre eroica, tutt’altro, ma un partito che era nato dai morti, dell’una e dell’altra parte, ma non era nato morto.

Aveva ragione Pannella. La polemica contro La Russa e Rauti è il trionfo dell’antifascismo farisaico. Carmelo Palma su L’Inkiesta il 29 Dicembre 2022.

Dare di fascista agli oppositori è un tic politico identitario e così ora, oltre ai fascisti, abbiamo anche il problema di chi ne applica inconsapevolmente i metodi ideologici

Da molti punti di vista, l’antifascismo della sinistra è come la cosiddetta cultura cristiana della destra: un semaforo rosso trasformato in totem; un bigino di citazioni e sentimenti d’ordinanza; un patrimonio di istanze più interdittive che identitarie e più poliziesche che profetiche; un inesauribile deposito di divise e di indignazioni prêt-à-porter per tutti i sabati antifascisti che Dio manda in terra. C’è – diciamolo – tanto antifascismo nelle richieste di dimissioni di Ignazio La Russa e di Isabella Rauti per il culto della memoria missina, quanto cristianesimo nel rosario di Matteo Salvini agitato come un amuleto tribale o nel Soy cristiana urlato da Giorgia Meloni e divenuto formula magica dei Vaffa-Day sovranisti. In pratica, cioè, non ce n’è nulla, neppure la sembianza esteriore.

La storia politica missina è stata anche una storia di ombre e di fantasmi, di tentazioni e di doppiezze, cui l’afflato nostalgico di camerati e post-camerati offriva perfino una misura di umanità, se non di rispettabilità, a fronte di un profilo pubblico – di picchiatori e generali, intrallazzoni e palazzinari, agenti segreti e filosofi nazisteggianti – che sembrava costruito su misura per suffragare il pregiudizio dei nemici e dare loro ragione. Non è stato solo questo, il Movimento sociale italiano (MSI). Ma per l’essenziale, fino all’inizio della Seconda Repubblica, è stato questo. Questo contava e pesava, all’esterno e ancora di più all’interno, non quelle componenti, pure presenti e diffuse, sensibili a una cultura politica e a una cultura tout court un po’ antagonistica e un po’ libertaria, ma comunque distante anni luce dal reducismo mussoliniano e dal tradizionalismo clerico-fascista.

In ogni caso non è la complessità della storia missina a rendere banali e riduzionistici i tentativi di liquidarla come un romanzo criminale. Il problema è proprio il proposito dei liquidatori, che rimanda a esperienze e abitudini vecchie quante il post-fascismo.

Il fatto è, cioè, che gli antifascisti “certificati”, dal 1945 a oggi, hanno per lo più (anche loro!), combattuto il post-fascismo per non fare i conti col fascismo, e hanno cantato la svolta e l’alba della Resistenza per esorcizzare o dissimulare la continuità di quella notte della libertà e del diritto e di quel fascismo eterno e cangiante – sul piano della cultura e delle leggi, dell’organizzazione della vita sociale e del ruolo dello Stato – che ha continuato a essere l’autobiografia della nazione anche dopo la fine del regime mussoliniano.

A dire queste cose, ormai quarant’anni fa, c’era Marco Pannella, che andava ai congressi del MSI per denunciare che il vero fascismo ormai era fuori di lì, mentre Almirante si agitava, non capiva e protestava: «No, il fascismo è qui». Pannella faceva campagne e referendum per attaccare il fascismo vivente nel codice e nella legislazione penale, nell’organizzazione corporativa dell’economia e della società, nella cultura dell’emergenza permanente e nel culto della ragion di Stato e quindi dell’arbitrio e del potere assoluto.

Per questa ragione Pannella sfuggiva alla retorica post-resistenziale e alle celebrazioni necrofile di piazzale Loreto e denunciava la trasmutazione della tragedia fascista nella commedia antifascista e la «litania della gente-bene della nostra politica» sul fascismo fuori legge, lungo la linea che dall’intransigentismo del Partito d’Azione aveva portato a quello, diciamo così, ben più disinibito di Lotta Continua.

Soprattutto Pannella si opponeva a quel razzismo antropologico che voleva i fascisti tutti umanamente a immagine e somiglianza dell’orrore del fascismo, mentre riconosceva ai comunisti – e solo a essi – la differenza di una moralità tradita dalle carambole della storia, di una dirittura contraddetta dalle storture del comunismo realizzato e non solo immaginato. Questo razzismo, per Pannella, poggiava sull’equivoco di vedere nel fascismo la radice del male, e non una delle sue manifestazioni e dei possibili rigogli della malapianta totalitaria, dell’illusione della violenza rivoluzionaria e della menzogna del potere salvifico.

Una delle conseguenze di questo continuo gioco di specchi dell’antifascismo farisaico è di illudere tutti, compresi gli illusionisti, che l’ortopedia retorica e l’ortopratica ideologica bastino a raddrizzare il corso della storia. Che basti mettere il fascismo fuori legge per metterlo fuori gioco. Che basti lanciare un anatema per suscitare la religiosa devozione del popolo. I fatti – compresi quelli di Fratelli d’Italia e della lunga contro-Fiuggi sovranista inaugurata da Giorgia Meloni dieci anni fa, riaccendendo appunto la fiamma del MSI – dimostrano che purtroppo o per fortuna la storia politica è una cosa molto più complicata.

Nostalgia canaglia. La Russa difende le sue celebrazioni del Msi, Sgarbi chiede a Meloni una nuova Fiuggi. L’Inkiesta il 29 Dicembre 2022.

«Me ne frego della liturgia! La verità è che, quando esprimo le mie idee, rosicano. Se avessero voluto uno solo per dirigere il traffico dell’aula di Palazzo Madama, avrebbero potuto eleggere un semaforo. Io non rinuncio, e non rinuncerò mai, al mio pensiero», risponde il presidente del Senato

«Me ne frego della liturgia! La verità è che, quando esprimo le mie idee, rosicano. Se avessero voluto uno solo per dirigere il traffico dell’aula di Palazzo Madama, avrebbero potuto eleggere un semaforo. Io non rinuncio, e non rinuncerò mai, al mio pensiero». Sono le parole al Corriere di Ignazio La Russa, presidente del Senato e seconda carica dello Stato, in risposta alle critiche che gli sono piovute addosso dopo il post che celebrava su Instagram il Movimento sociale italiano.

Dopo il post commemorativo di Isabella Rauti, sottosegretaria alla Difesa, «ho deciso di intervenire anche io», dice La Russa. Con un post che raffigura un vecchio manifesto missino e un ricordo del padre Antonino — già segretario politico del partito nazionale fascista a Paternò (Catania) — «che fu tra i fondatori del Msi in Sicilia e che scelse, per tutta la vita, la via della partecipazione democratica…».

Durissima la reazione di Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche, e di Ruth Dureghello, presidente della comunità ebraica romana: «Quando si ricoprono ruoli istituzionali il nostalgismo assume, contemporaneamente, contorni gravi e ridicoli». Appena nove giorni prima, al museo ebraico, Meloni si era commossa durante la cerimonia dell’accensione delle luci dell’Hanukkah, parlando dell’«ignominia delle leggi razziali» e abbracciando proprio Ruth Dureghello.

«Rispetto le sensibilità della comunità ebraica, ma li invito a documentarsi bene. Anche perché il Msi è sempre stato schierato a favore di Israele, mentre pezzi di sinistra, spesso, tifavano per i palestinesi», dice La Russa. «Io rispetto le leggi, i valori costituzionali, in aula sono imparziale e super partes…». Certo, «ho le mie idee. Non le rinnego. E ho il diritto di celebrare la figura di mio padre, con orgoglio e senso di appartenenza a un partito dove, a lungo, ho militato anche io. Dov’è il problema?». E sul 25 aprile «non devo rassicurare nessuno. Certo non andrò a infilarmi in qualche corteo per beccarmi fischi e uova marce. Le ricordo però che, da ministro della Difesa, come suggeriva Luciano Violante, ho già omaggiato i partigiani morti e i morti che, credendo in un’altra ideologia, stavano dall’altra parte».

Ma nel dibattito interviene il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi, che in un’intervista a Repubblica definisce la celebrazione del Movimento sociale Iialiano da parte di La Russa non illegittima ma inopportuna. Sostenendo che Giorgia Meloni dovrebbe fare una Fiuggi bis per rivendicare la sua diversità. Sgarbi parla della destra «nostalgica» già stigmatizzata da Liliana Segre. «Il ricordo del Msi del mio amico La Russa, che si arrabbierà, è stato non illegittimo ma quantomeno inopportuno. Soprattutto politicamente. Perché finisce per richiamarsi al passato e non al futuro, come invece fa Giorgia Meloni. Tra i due, ci scommetto, probabilmente ci sarà qualche discussione», dice Sgarbi.

Sgarbi sostiene che Almirante fosse un post-fascista: «La Costituzione non avrebbe potuto prevederlo. Sono nostalgici di un mondo battuto dalla storia. La loro cultura non può prescindere dal fascismo, che però è finito nel 1944. La Russa non ha elogiato Bottai o Arnaldo Mussolini, ma un partito che era dentro il Parlamento. Per quanto anche a me allora sembrava incredibile che ci fosse».

Ma «Fratelli d’Italia è un mondo che ormai è più ampio, pur avendo delle radici ben definite nella destra», dice Sgarbi. «Poi c’è chi è erede diretto del Msi e chi, come la giovane Meloni, viene da Fiuggi, figlia della svolta di Fini che si era già spinto oltre le colonne d’Ercole e aveva portato Alleanza nazionale al 15 per cento. Oggi Meloni ha raddoppiato il consenso e se tocchi il 30 per cento avrai a che fare un po’ con tutti. La Russa è l’ultimo emblema di quel mondo lì, che esiste ancora nella loro area di riferimento. Non puoi certo uccidere chi proviene dal Msi».

Proprio per questo Meloni dovrebbe fare una nuova Fiuggi, secondo Sgarbi: «Gliel’avevo proposto quando era al 4 per cento in una colazione a cui l’avevo invitata. “Cambia il nome di FdI, trasformalo in Rinascimento”, le dissi. E ancora: “Taglia completamente la fiamma, la memoria del Msi. Vai oltre». Ma non gli ha dato retta: «Disse che doveva confrontarsi con gli organi di partito». E alle porte del 2023, riecco il dibattito sui nostalgici del Msi.

Jena per la Stampa il 28 dicembre 2022.

Ma se La Russa è fascista mica è colpa sua. 

Estratto dell’articolo di Emanuele Lauria per la Repubblica

Solo otto giorni fa Giorgia Meloni era scoppiata in lacrime al museo ebraico, durante la cerimonia dell'accensione delle luci dell'Hanukkah. Aveva parlato dell'«ignominia delle leggi razziali » e aveva abbracciato la presidente della Comunità, Ruth Dureghello, che a sua volta aveva riconosciuto come le parole della premier «contribuiscano a contrastare definitivamente le ambiguità che in una parte del Paese sono ancora presenti sul fascismo».

Un percorso di riconciliazione storica che ieri, con l'uscita del presidente del Senato Ignazio La Russa per celebrare la nascita dell'Msi, ha subito uno stop. Basti leggere le dichiarazioni di condanna che la stessa Dureghello, e Noemi Di Segni, hanno pronunciato. Ed è questo aspetto, più che il contenuto in sé del ricordo di La Russa, dedicato al padre, ad avere indispettito l'inquilina di Palazzo Chigi. È l'idea di un passo indietro, in un lungo processo di affrancamento dalle polemiche sulle "radici" dell'attuale destra istituzionale, a irritare Meloni (…)

Da open.online il 28 dicembre 2022.

Edith Bruck, testimone della Shoah ungherese e tra le prime a chiedere a Giorgia Meloni di togliere la fiamma dal simbolo di Fratelli d’Italia, vuole le dimissioni di Ignazio La Russa da presidente del Senato. Dopo l’invocazione di Isabella Rauti sull’«onore ai fondatori e ai militanti missini», la seconda carica dello Stato su Instagram ha parlato del padre, che «fu tra i fondatori del Msi in Sicilia e che scelse con il Msi per tutta la vita, la via della partecipazione libera e democratica in difesa delle sue idee rispettose della Costituzione italiana». 

Bruck risponde a tutto ciò con una citazione dal Signore degli Anelli: «Le radici profonde non gelano». E spiega: «È pensabile che si possa ancora celebrare la fiamma e quello che rappresenta? Liliana Segre e io stessa le abbiamo chiesto tante volte di toglierla dal simbolo di Fratelli d’Italia. Non l’ha tolta. Ha paura di perdere il suo elettorato tradizionale anche se oggi quel tipo di elettore pare le sia nemico».

Per Bruck oggi «La Russa non dovrebbe neanche essere dov’è. Ma è colpa nostra, di coloro che votano senza pensare, si accodano, applaudono chi urla di più. La colpa è nostra e anche dell’opposizione che con un signore come Enrico Letta non è riuscita a farsi ascoltare. Sono molto preoccupata per questo paese». 

Sulla commozione di Meloni nel giorno della cerimonia dell’Hannukkah Bruck è scettica: «Ho visto, mi è sembrata falsa, una cosa squallida. Come si può cambiare da un momento all’altro in questa maniera? È come dopo la guerra: prima erano tutti fascisti poi tutti democratici. Non esiste un cambiamento così repentino». Mentre il presunto abbandono del fascismo da parte della premier è «un’operazione di immagine fatta per l’ambizione di arrampicarsi in qualche maniera. Non credo Meloni sia cambiata e in generale sono in ansia per l’Italia, per l’Ucraina, per quanto accade nel mondo, perché tutto ciò che è connesso ci riguarda. Per non parlare dell’Europa».

Da lastampa.it il 28 dicembre 2022.

(...) La presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello sul caso La Russa: "Quando si ricoprono ruoli istituzionali il nostalgismo assume contorni gravi e ridicoli. Non sono accettabili passi indietro, soprattutto dalla seconda carica dello Stato"

La Russa e Rauti ricordano il Msi, Boldrini guida il coro Pd: "Dimissioni". Il Tempo il 27 dicembre 2022

Ipost per ricordare la fondazione del Movimento sociale italiano, costituito il 26 dicembre del 1946, ricompattano la sinistra che non manca occasione per chiedere le dimissioni del presidente del Senato e della sottosegretaria alla Difesa Isabella Rauti. I primi mugugni sono spuntati dopo che Rauti aveva omaggiato il padre Pino che del Msi fu segretario:"Radici profonde che non gelano mai", aveva scritto. La Russa ha poi ricordato Rauti "che fu fra i fondatori del Movimento sociale italiano in Sicilia e che scelse il Msi per tutta la vita, la via della partecipazione libera e democratica in difesa delle sue idee rispettose della Costituzione italiana", postando un'immagine d'epoca. 

Dal Pd chiedono le dimissioni il deputato Stefano Vaccari e l'ex presidente della Camera, Laura Boldrini: "Zero senso delle istituzioni. Svilita la seconda carica dello Stato". Parla di uscite nostalgiche Simona Malpezzi: "Con tutto l'umano rispetto per i padri di Isabella Rauti e Ignazio La Russa le loro uscite nostalgiche verso il Msi sono gravi. Chi rappresenta le Istituzioni non può non ricordare che le radici democratiche del Paese e la nostra Costituzione sono antifasciste". All'attacco anche il senatore Walter Verini: "Celebrare fascismo e fascisti, come fanno La Russa, Rauti, è offensivo per l'Italia democratica". Sull'onda anche Emanuele Fiano: "In questi giorni l'esaltazione dell'Msi, partito fondato dai fascisti reduci di Salò, come Almirante e Romualdi, è ormai ai massimi livelli, qui la seconda carica dello Stato. E voi? Ex colleghi in Parlamento? Tutti zitti?".

"Mi domando se chi strumentalmente sta polemizzando contro il Presidente del Senato abbia veramente letto il suo post nel quale ricorda il padre che - testuale - 'scelse con il MSI per tutta la vita, la via della partecipazione libera e democratica in difesa delle sue idee rispettose della Costituzione italiana'. La piena adesione del MSI alla democrazia e al Parlamento è storia e nessuno può negarla", ha dichiarato Emiliano Arrigo, portavoce del presidente del Senato.

La Russa celebra la nascita del Movimento sociale italiano. Reazioni durissime. Storia di Angelo Picariello su Avvenire il 28 dicembre 2022.

La ricorrenza del 76esimo anniversario della fondazione de Movimento sociale italiano, ricordato sui social prima da Isabella Rauti e poi da Ignazio La Russa, diventa un caso politico. «Onore ai fondatori ed ai militanti missini», afferma su Twitter la sottosegretaria alla Difesa, che pubblica anche alcune vecchie fotografie sia della Fiamma Tricolore, simbolo del partito, sia di suo padre Pino Rauti. Il presidente del Senato interviene invece Instagram per ricordare suo padre, «fra i fondatori del Movimento Sociale Italiano in Sicilia e che scelse il Msi per tutta la vita, la via della partecipazione libera e democratica in difesa delle sue idee rispettose della Costituzione italiana», rimarca.

Il Pd parte all’attacco. Alessio D’Amato, candidato alla presidenza della Regione Lazio arriva a chiedere le dimissioni di La Russa. «Un fatto gravissimo, che viola il giuramento sulla Costituzione antifascista». Per l’assessore alla Sanità della Giunta Zingaretti «La Russa è incompatibile con la carica di Presidente del Senato e auspico che anche gli altri candidati alla Presidenza della Regione Lazio prendano le distanze». Anche per Simona Malpezzi, presidente dei senatori dem, queste «uscite nostalgiche verso il Msi sono gravi».

«Zero senso delle istituzioni. Il Presidente del Senato della Repubblica nata dalla Resistenza non può mortificare la Costituzione antifascista. Svilita la seconda carica dello Stato. Si dimetta» scrive su Twitter Laura Boldrini, da ex vicepresidente della Camera. Walter Verini, senatore del Pd, alza il tiro sulla presidente del Consiglio Giorgia Meloni: «Ipocrita piangere per le leggi razziali e avallare questo schifo».

In difesa di Rauti e La Russa si schiera invece Alberto Balboni, di Fdi, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato: «Qualche nostalgico della guerra civile nega ad Isabella Rauti, Ignazio La Russa e con loro ad una intera comunità politica, il diritto di ricordare la fondazione del Msi e l’importanza che essa ebbe per la democrazia italiana. Come riconoscono gli storici più indipendenti - sostiene il senatore di FdI - il Msi consentì a tanti italiani di partecipare alla vita politica del dopoguerra accettando i valori costituzionali e la democrazia» sottolinea.

Concetto ripreso dal portavoce di La Russa, Emiliano Arrigo: «Mi domando se chi strumentalmente sta polemizzando contro il Presidente del Senato abbia veramente letto il suo post nel quale ricorda il padre che “scelse con il Msi per tutta la vita, la via della partecipazione libera e democratica in difesa delle sue idee rispettose della Costituzione italiana“», cita testualmente.

Ma per il Pd queste argomentazioni non reggono. Parla di «esaltazione dell’Msi, partito fondato dai fascisti reduci di Salò, come Almirante e Romualdi», Emanuele Fiano. Se la prende con la seconda carica dello Stato, «del quale - afferma - ovviamente rispetto il ricordo del padre, ma non l’esaltazione dell’Msi. Un partito che sotto la guida di De Marsanich negli anni Cinquanta sosteneva che rispetto al fascismo bisognava “Non rinnegare, non restaurare”. Hai capito? - incalza Fiano -. E voi? Ex colleghi in Parlamento? Tutti zitti?», scrive su Facebook l’esponente dem.

Polemiche «pretestuose e ingenerose», per il vice capogruppo di Fdi alla Camera, Alfredo Antoniozzi. Quello di La Russa, è «semplicemente il ricordo di un figlio verso il proprio padre e verso un partito che era inserito nelle regole costituzionali».

Ma per il presidente dell'Anpi Gianfranco Pagliarulo il post del presidente del Senato, «è uno sfregio alle istituzioni democratiche». La Russa ricorda anche i 75 anni dalla promulgazione della Costituzione repubblicana: «Giornata di grande significato di libertà e democrazia per tutti noi», afferma la seconda carica dello Stato.

«Eppure, alla vigilia di una giornata così importante per l'Italia - rimarca la presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane Noemi Di Segni - c'è chi ritiene di esaltare un altro anniversario - quello della fondazione del Msi - partito che, dopo la caduta del regime fascista da poco sconfitto, si è posto in continuità ideologica e politica con la Rsi».

Stefano Baldolini per repubblica.it il 27 dicembre 2022.

Un omaggio destinato a far discutere. Una foto di un vecchio poster con la fiamma tricolore, un'altra con la scritta 'Viva il Msi", altre due foto del padre e fondatore del Movimento Pino Rauti. Così la sottosegretaria alla Difesa Isabella Rauti ha voluto celebrare su Twitter il 76esimo anniversario della nascita del Movimento sociale Italiano, fondato il 26 dicembre del 1946. "Oggi voglio ricordare il 26 dicembre di 76 anni quando, a Roma, nasceva il Movimento Sociale Italiano - scrive il sottosegretario - Onore ai fondatori ed ai militanti missini".

"Le radici profonde non gelano", conclude Isabella Rauti, che cita una delle frasi iconiche della destra italiana, tratte da Il Signore degli Anelli di Tolkien. La frase è stata anche il titolo di un convegno in memoria di Pino Rauti a un anno dalla morte, il 3 novembre 2013. "Il tema più profondo che è il filo rosso di tanti ricordi è quello delle radici, - rievocò allora la figlia alla fondazione Nuova Italia - quello dell'identità, dell'appartenenza, del radicamento". "Tra radici e nostalgismo" è anche il titolo di un articolo del fondatore di Msi.

Nato in provincia di Catanzaro il 19 novembre 1926, Giuseppe Umberto Rauti a 16 anni si arruolò volontario nella Repubblica sociale italiana e nel 1946 partecipò appunto alla fondazione del Movimento Sociale. Ne fu segretario dal 1990 al 1991. Dopo il congresso di Fiuggi del 1995 che criticò con vigore e che trasformò, sotto la guida di Gianfranco Fini, il Movimento Sociale in Alleanza Nazionale, Rauti fondò il Movimento Sociale Fiamma Tricolore. 

Le parole di Isabella Rauti, membro del governo di Giorgia Meloni, non sono passate inosservate dall'opposizione che attacca.

"Comprendo l'orgoglio e gli affetti famigliari che legano l'onorevole Isabella Rauti alla storia del Msi. Comprendo, ma non posso giustificarlo, come italiano e come democratico. Quelle remote radici sono un problema per la destra, perché il partito nato 76 anni fa aveva un orizzonte di valori e di ideali che erano, e sono, una minaccia per la democrazia liberale finita soffocata nei vent'anni di regime fascista". Lo dichiara Osvaldo Napoli, della segreteria nazionale di Azione. 

"La sottosegretaria alla difesa Isabella Rauti ha tolto anche l'ultimo velo di ipocrisia e nel giorno dell'anniversario della fondazione del movimento sociale italiano, su iniziativa di esponenti del vecchio regime e della Repubblica sociale italiana nel 1946, ha scritto che le radici profonde non gelano e che occorre rendere onore ai fondatori di quel partito".

Lo scrive in una nota Federico Fornaro, dell'ufficio di presidenza alla Camera del gruppo Pd Italia Democratica e Progressista. "Isabella Rauti si è già dimenticato di aver giurato qualche settimana fa sulla costituzione italiana vera grande eredità della resistenza antifascista. Quelle sono le radici di cui essere orgogliosi e da ricordare come democratici e come italiani. Sulla vicenda ci attendiamo parole chiare della presidente Meloni". 

La questione delle origini di Fratelli d'Italia, partito della premier, torna ciclicamente alla ribalta. Nei giorni precedenti alle elezioni del 25 settembre, la senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz, e il Pd, chiesero a Giorgia Meloni di togliere la fiamma dal simbolo. "Non ha a che fare con il fascismo - fu la risposta di Meloni - ma è il riconoscimento del percorso fatto da una destra democratica nella nostra storia repubblicana. Ne andiamo fieri".

Stefano Baldolini per repubblica.it il 27 dicembre 2022.

Dopo Isabella Rauti, anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa, celebra la fondazione del Movimento sociale italiano, costituito il 26 dicembre del 1946. Il Pd chiede le dimissioni di entrambi. 

Come la sottosegretaria alla Difesa, che ha omaggiato Pino Rauti che del Msi fu segretario, parlando di "radici profonde che non gelano mai", anche La Russa lo ha fatto ricordando il padre, "che fu fra i fondatori del Movimento sociale italiano in Sicilia e che scelse il Msi per tutta la vita, la via della partecipazione libera e democratica in difesa delle sue idee rispettose della Costituzione italiana". A corredo una immagine d'antan con simbolo e fiamma tricolore. 

Fioccano le polemiche per le origini, oggi rivendicate, della formazione della premier Giorgia Meloni. Questione sollevata a suo tempo anche dalla senatrice a vita Liliana Segre.

"Solo qualche giorno fa hanno giurato sulla Costituzione antifascista ed ora esaltano fondatori, nascita e storia del Msi. Isabella Rauti e Ignazio La Russa sono incompatibili con i loro ruoli di governo e istituzionali. Una deriva culturale inqualificabile. Dimissioni!", tuona su Twitter il deputato del Pd Stefano Vaccari. 

Chiede il passo indietro anche l'ex presidente della Camera, Laura Boldrini: "Zero senso delle istituzioni. Svilita la seconda carica dello Stato". Più morbida la posizione della presidente dei senatori dem Simona Malpezzi: "Con tutto l'umano rispetto - scrive - per i padri di Isabella Rauti e Ignazio La Russa le loro uscite nostalgiche verso il Msi sono gravi. Chi rappresenta le Istituzioni non può non ricordare che le radici democratiche del Paese e la nostra Costituzione sono antifasciste".

Netto il senatore Walter Verini: "Celebrare fascismo e fascisti, come fanno La Russa, Rauti, è offensivo per l'Italia democratica". "Signori, - fa notare l'esponente dem Emanuele Fiano - in questi giorni l'esaltazione dell'Msi, partito fondato dai fascisti reduci di Salò, come Almirante e Romualdi, è ormai ai massimi livelli, qui la seconda carica dello Stato. E voi? Ex colleghi in Parlamento? Tutti zitti?". 

Chi parla è il senatore FdI Alberto Balboni, presidente della commissione Affari costituzionali che difende i suoi: "Qualche nostalgico della guerra civile nega ad Isabella Rauti, Ignazio La Russa e con loro ad una intera comunità politica, il diritto di ricordare la fondazione del Msi e l'importanza che essa ebbe per la democrazia italiana". 

La replica di La Russa arriva attraverso il suo portavoce: "Mi domando se chi strumentalmente sta polemizzando contro il Presidente del Senato abbia veramente letto il suo post", scrive in una nota Emiliano Arrigo. "La piena adesione del Msi alla democrazia e al  Parlamento è storia e nessuno può negarla" 

Al coro di voci che chiedono le dimissioni si aggiunge anche il co-portavoce dei Verdi, Angelo Bonelli. Mentre Osvaldo Napoli (Azione) si chiede se La Russa e Balboni abbiano intenzione di sconfessare la svolta di Fiuggi del 1995 di Gianfranco Fini, da cui nacque Alleanza Nazionale proprio "per condannare il fascismo e, con esso, qualsiasi richiamo esplicito o velato come poteva essere il Msi". 

A celebrare il compleanno del Msi sui social è anche il senatore ligure di FdI ed ex assessore della giunta Toti, Gianni Berrino. Un post su facebook con la fiamma tricolore e la scritta "buon compleanno Msi". Nei commenti tante bandierine tricolori e qualche emoticon di mano tesa a ricordare il saluto romano.

(ANSA il 27 dicembre 2022) - "Mi domando se chi strumentalmente sta polemizzando contro il Presidente del Senato abbia veramente letto il suo post nel quale ricorda il padre che - testuale - 'scelse con il MSI per tutta la vita, la via della partecipazione libera e democratica in difesa delle sue idee rispettose della Costituzione italiana'. La piena adesione del MSI alla democrazia e al Parlamento è storia e nessuno può negarla". Lo afferma Emiliano Arrigo, portavoce del presidente del Senato.

Da repubblica.it il 27 dicembre 2022.

La replica di La Russa arriva attraverso il suo portavoce: "Mi domando se chi strumentalmente sta polemizzando contro il Presidente del Senato abbia veramente letto il suo post", scrive in una nota Emiliano Arrigo. "La piena adesione del Msi alla democrazia e al  Parlamento è storia e nessuno può negarla". 

Non la pensa così Noemi Di Segni, la presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane: "Si celebrano oggi i 75 anni dalla promulgazione della Costituzione repubblicana, l'affermazione della nostra democrazia antifascista. Eppure c'è chi ritiene di esaltare un altro anniversario - quello della fondazione del Msi - partito che, dopo la caduta del regime fascista, si è posto in continuità ideologica e politica con la Rsi, governo dei fascisti irriducibili che ha attivamente collaborato per la deportazione degli ebrei italiani. 

Grave che siano i portatori di alte cariche istituzionali a ribadirlo, legittimando quei sentimenti nostalgici". "Le leggi razziali furono un abominio", le parole di qualche giorno fa della premier Giorgia Meloni, che si è commossa alla sinagoga di Roma, in occasione dell'Hannukkah, ricordando la deportazione degli ebrei. 

Anche l'Anpi condanna. "Con tutto il rispetto per i suoi affetti familiari, l'Onorevole La Russa non ha ancora capito che è il Presidente del Senato della Repubblica antifascista e non il responsabile dell'organizzazione giovanile del Msi. Il suo post è uno sfregio alle istituzioni democratiche", fa sapere il presidente dell'associazione nazionale partigiani, Gianfranco Pagliarulo.

Estratto dell’articolo di Emanuele Lauria per la Repubblica il 27 dicembre 2022.

Solo otto giorni fa Giorgia Meloni era scoppiata in lacrime al museo ebraico, durante la cerimonia dell'accensione delle luci dell'Hanukkah. Aveva parlato dell'«ignominia delle leggi razziali » e aveva abbracciato la presidente della Comunità, Ruth Dureghello, che a sua volta aveva riconosciuto come le parole della premier «contribuiscano a contrastare definitivamente le ambiguità che in una parte del Paese sono ancora presenti sul fascismo».

Un percorso di riconciliazione storica che ieri, con l'uscita del presidente del Senato Ignazio La Russa per celebrare la nascita dell'Msi, ha subito uno stop. Basti leggere le dichiarazioni di condanna che la stessa Dureghello, e Noemi Di Segni, hanno pronunciato. Ed è questo aspetto, più che il contenuto in sé del ricordo di La Russa, dedicato al padre, ad avere indispettito l'inquilina di Palazzo Chigi. È l'idea di un passo indietro, in un lungo processo di affrancamento dalle polemiche sulle "radici" dell'attuale destra istituzionale, a irritare Meloni (…)

La Russa: «Polemiche? Rispetto le leggi. Ho le mie idee, non le rinnego e nel Msi ho militato a lungo». Fabrizio Roncone su Il Corriere della Sera il 28 Dicembre 2022.

Il presidente del Senato: il mio ex partito sosteneva Israele, altri i palestinesi. E poi: «Sul razzismo Almirante riconobbe l’errore. E fondò un partito che ha difeso la democrazia e la Costituzione»

Palazzo Chigi, ufficio staff della premier, martedì sera.

«Avverti subito Giorgia».

«Che succede?».

«La Russa».

«Che ha fatto, stavolta?».

«Ha pubblicato un post su Instagram. Leggi».

«Santo Cielo… ok, chiamo Giorgia».

La liturgia istituzionale prevede, per il presidente del Senato, seconda carica dello Stato, un riserbo, un distacco dalle beghe della vita politica quotidiana, e da certi spinosi anniversari.

«Me ne frego della liturgia! La verità è che, quando esprimo le mie idee, rosicano — dice adesso più sarcastico che preoccupato, Ignazio La Russa, la caratteristica voce ruvida, un aperitivo prima di andare a pranzo —. Ripeto: se avessero voluto uno solo per dirigere il traffico dell’aula di Palazzo Madama, avrebbero potuto eleggere un semaforo. Io non rinuncio, e non rinuncerò mai, al mio pensiero».

(Flash-back: via della Scrofa, sede di Fratelli d’Italia, il partito che aveva appena stravinto le elezioni. Per la prima volta, una donna — Giorgia Meloni — stava per diventare premier; e non solo: una donna di destra. Ore confuse, nervose, di dubbi e anche allegria, con un diffuso senso di rivalsa, con scosse di battente eccitazione, l’odore denso del potere impregnava le trattative in corso per stabilire l’elenco dei nuovi ministri. Poi però dal portone usciva lui, La Russa, già eletto presidente del Senato. E rassicurava, blandiva mettendoci tutto il suo strepitoso mestiere, parlando da fondatore del partito, da dirigente ancora in carica, e allora giù chiacchiere spicciole davanti ai microfoni, e spiegando intrighi, spicchi di retroscena, graffiando con le sue battute saliva poi sull’auto blu e i cronisti, basiti, restavano lì, sul marciapiede, a interrogarsi: ma ha capito che, dopo Mattarella, c’è lui?).

Ora però torniamo al compleanno del Msi: 26 dicembre 1946. Ridotte post-fasciste in festa. La prima ad uscire sui social è Isabella Rauti, sottosegretaria alla Difesa: didascalia («Onore ai fondatori e ai militanti missini») a corredo dell’album di famiglia, foto con la fiamma, comizi con il padre Pino — gran capo di Ordine nuovo, movimento extraparlamentare di estrema destra, una tragica scia nera negli anni Settanta.

Lampi di critiche, stupore che diventa indignazione (si compattano persino le opposizioni, di solito rarefatte: Pd, 5 Stelle e Terzo polo).

«A quel punto, ho deciso di intervenire anche io» (non so se avete capito: ma La Russa mantiene il punto e, perciò, tra un po’ ci parleremo meglio). Ecco allora il suo post: un vecchio manifesto missino e un ricordo del padre Antonino — già segretario politico del partito nazionale fascista a Paternò (Catania) — «che fu tra i fondatori del Msi in Sicilia e che scelse, per tutta la vita, la via della partecipazione democratica…».

Durissima la reazione di Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche, e di Ruth Dureghello, presidente della comunità ebraica romana: «Quando si ricoprono ruoli istituzionali il nostalgismo assume, contemporaneamente, contorni gravi e ridicoli».

Dettaglio (gigantesco): appena nove giorni fa, al museo ebraico, Meloni si era commossa durante la cerimonia dell’accensione delle luci dell’Hanukkah; le sue lacrime, parlando dell’«ignominia delle leggi razziali» e abbracciando proprio Ruth Dureghello.

Presidente La Russa, ha sentito la premier?

«No. E, comunque, non mi è giunta alcuna sua critica».

Non teme, con quel suo post, di aver minato un percorso di riconciliazione storica?

«Rispetto le sensibilità della comunità ebraica, ma li invito a documentarsi bene. Anche perché il Msi è sempre stato schierato a favore di Israele, mentre pezzi di sinistra, spesso, tifavano per i palestinesi».

Le ricordo che Giorgio Almirante, il 5 maggio del 1942, sulla rivista «La difesa della razza», scrisse: «Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti».

«Però poi Almirante riconobbe l’errore. E fondò un partito che ha eletto capi di Stato, sostenuto la democrazia…».

Lei, di quel post, non è pentito.

«Io rispetto le leggi, i valori costituzionali, in aula sono imparziale e super partes…».

Con il rispetto che si deve alla sua carica, presidente, tanto al di sopra delle parti, ecco, non sembra.

«Ho le mie idee. Non le rinnego. E ho il diritto di celebrare la figura di mio padre, con orgoglio e senso di appartenenza ad un partito dove, a lungo, ho militato anche io. Dov’è il problema?».

Celebrerà la festa della Liberazione, il 25 aprile?

«Me lo chieda il 23 aprile. Non devo rassicurare nessuno. Certo non andrò a infilarmi in qualche corteo per beccarmi fischi e uova marce. Le ricordo però che, da ministro della Difesa, come suggeriva Luciano Violante, ho già omaggiato i partigiani morti e i morti che, credendo in un’altra ideologia, stavano dall’altra parte».

Sul web, in queste ore, ha ripreso a girare un video del 2018 in cui La Russa mostra il suo appartamento: con busti di Mussolini, immagini di gerarchi, e poi la sua foto, in bianco e nero, giovane, barbuto, di quando teneva comizi a Milano (il regista Marco Bellocchio ne scelse uno e, nel 1972, ci confezionò la scena iniziale del suo celebre film: «Sbatti il mostro in prima pagina»).

Da open.online il 27 dicembre 2022.

Edith Bruck, testimone della Shoah ungherese e tra le prime a chiedere a Giorgia Meloni di togliere la fiamma dal simbolo di Fratelli d’Italia, vuole le dimissioni di Ignazio La Russa da presidente del Senato. Dopo l’invocazione di Isabella Rauti sull’«onore ai fondatori e ai militanti missini», la seconda carica dello Stato su Instagram ha parlato del padre, che «fu tra i fondatori del Msi in Sicilia e che scelse con il Msi per tutta la vita, la via della partecipazione libera e democratica in difesa delle sue idee rispettose della Costituzione italiana». 

Bruck risponde a tutto ciò con una citazione dal Signore degli Anelli: «Le radici profonde non gelano». E spiega: «È pensabile che si possa ancora celebrare la fiamma e quello che rappresenta? Liliana Segre e io stessa le abbiamo chiesto tante volte di toglierla dal simbolo di Fratelli d’Italia. Non l’ha tolta. Ha paura di perdere il suo elettorato tradizionale anche se oggi quel tipo di elettore pare le sia nemico».

Per Bruck oggi «La Russa non dovrebbe neanche essere dov’è. Ma è colpa nostra, di coloro che votano senza pensare, si accodano, applaudono chi urla di più. La colpa è nostra e anche dell’opposizione che con un signore come Enrico Letta non è riuscita a farsi ascoltare. Sono molto preoccupata per questo paese». 

Sulla commozione di Meloni nel giorno della cerimonia dell’Hannukkah Bruck è scettica: «Ho visto, mi è sembrata falsa, una cosa squallida. Come si può cambiare da un momento all’altro in questa maniera? È come dopo la guerra: prima erano tutti fascisti poi tutti democratici. Non esiste un cambiamento così repentino». Mentre il presunto abbandono del fascismo da parte della premier è «un’operazione di immagine fatta per l’ambizione di arrampicarsi in qualche maniera. Non credo Meloni sia cambiata e in generale sono in ansia per l’Italia, per l’Ucraina, per quanto accade nel mondo, perché tutto ciò che è connesso ci riguarda. Per non parlare dell’Europa».

Da lastampa.it il 27 dicembre 2022. 

(...) La presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello sul caso La Russa: "Quando si ricoprono ruoli istituzionali il nostalgismo assume contorni gravi e ridicoli. Non sono accettabili passi indietro, soprattutto dalla seconda carica dello Stato"

Msi, assurda polemica contro La Russa: la sinistra si schianta ancora. Andrea Indini su Il Giornale il 28 Dicembre 2022.

I post per l'anniversario del partito diventano un caso. I dem chiedono le dimissioni

Dopo la fallimentare campagna elettorale agostana, tutta allarmismi e crisi scomposte per l'avvento delle destre e la restaurazione del fascismo, il Pd si aggrappa ancora ai presunti strascichi di Ventennio per fare la guerra al governo. Il pretesto? Un paio di post eccellenti in ricordo del fu Msi.

A scriverli sono stati Isabella Rauti (oggi sottosegretario alla Difesa) e il presidente del Senato Ignazio La Russa. Apriti cielo. «Fu un partito neofascista», ha sbraitato la Boldrini correndo, insieme ad altri compagni di partito, a invocare le dimissioni di entrambi. «È una deriva culturale inqualificabile - hanno urlato dal quartier generale dem - quei due sono incompatibili con i loro ruoli di governo e istituzionali». E dire che il Msi fu un partito democraticamente rappresentato in Parlamento, da deputati e senatori regolarmente scelti nelle urne. Mai si pose fuori dall'alveo costituzionale e da quella Carta che oggi gente come la senatrice piddina Simona Malpezzi usa per inforcare la bandiera dell'antifascismo.

Oggi lo sappiamo. Lo starnazzare estivo sulla restaurazione del regime fascista in caso di vittoria del centrodestra non ha portato bene ad Enrico Letta. Gli è costato una sonora batosta alle elezioni, il posto da segretario e una figuraccia colossale. Infatti, non solo con la Meloni a Palazzo Chigi il Paese non è tornato indietro di cent'anni, ma non è nemmeno scivolato in una «democratura» come aveva paventato Roberto Saviano. Sui social i vaneggiamenti di artisti radical chic, che avevano preconizzato liste di proscrizione, soppressione delle libertà e azzeramento dei diritti umani, sono oggi post invecchiati male.

Anche i dem stanno pagando a caro prezzo questa linea partigiana. Il tracollo continua anche dopo le elezioni. Eppure non sembrano imparare la lezione. Lo dimostra il clamore per i post sul Msi. Uno di questi, tra l'altro, in ricordo del padre di La Russa che, come ha scritto il presidente del Senato, scelse con il Msi «la via della partecipazione libera e democratica in difesa delle sue idee rispettose della Costituzione italiana».

Su questa ennesima, futile polemica il Pd è destinato a prendersi un'altra musata contro il muro. È, infatti, sbagliato ridurre, come fa Emanuele Fiano, il Msi a «partito fondato dai fascisti reduci di Salò» che mai hanno voluto rinnegare «il fascismo dell'omicidio Matteotti, delle leggi razziali, dell'alleanza coi criminali nazisti». La storia della Repubblica è lì a spiegargli che ha torto. Nei suoi 76 anni di cammino il Msi ha sempre rispettato la Costituzione. E negli anni più bui, quelli in cui si sparava per strada e si spaccavano le teste ai ragazzi con le chiavi inglesi, non ha mai supportato le frange più estreme dell'eversione nera.

Nessuno si aspetta che, a distanza di tanti anni, la sinistra pretenda dai suoi un'abiura del comunismo e dai crimini che gli sono indissolubilmente legati. Ma, perlomeno, che non punti il dito contro chi ricorda un partito che ha contribuito, democraticamente, alla maturazione della destra di oggi.

Tutte le balle della sinistra sull’Msi. I dem si infuriano per i post di Rauti e La Russa. Ma dimenticano che l'Msi abbandonò il fascismo e fu sempre un partito democratico. Matteo Carnieletto su Il Giornale il 27 Dicembre 2022.

È bastato un post sui social di Isabella Rauti per far impazzire la sinistra: “Oggi voglio ricordare il 26 dicembre di 76 anni fa quando, a Roma, nasceva il Movimento Sociale Italiano (M.S.I.). Onore ai fondatori ed ai militanti missini”. Subito è arrivata la replica di Federico Fornaro, dall’ufficio di presidenza alla Camera del Pd: “Si è già dimenticata di aver giurato qualche settimana fa sulla Costituzione”. Poi è arrivata la volta di Filippo Sensi, sempre dei dem: “Mi fa vergogna come italiano una esponente del governo che rivendica le radici del Msi. Mi fa sanguinare pensare che sia in Parlamento al posto di Lele Fiano. Mi fa stare sveglio la notte che sia questa la classe dirigente di questo Paese". Finita qui? Non proprio. Qualche ora dopo, anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha fatto un post per ricordare sia il padre sia la nascita del partito di destra: "Fu fra i fondatori del Movimento sociale italiano in Sicilia e scelse il Msi per tutta la vita, la via della partecipazione libera e democratica in difesa delle sue idee rispettose della Costituzione italiana”. Apriti cielo. Emanuele Fiano è corso subito a scrivere sui social: “Signori, in questi giorni l'esaltazione dell'Msi, partito fondato dai fascisti reduci di Salò, come Almirante e Romualdi, è ormai ai massimi livelli, qui la seconda carica dello Stato. Del quale ovviamente rispetto il ricordo del padre, ma non l'esaltazione dell'Msi. Un partito che sotto la guida di De Marsanich negli anni 50' sosteneva che rispetto al fascismo bisognava 'Non rinnegare, non restaurare”. E ancora: “Hai capito? Per l’Msi il fascismo, quello dell’omicidio Matteotti, del Tribunate Speciale, della chiusura dei partiti, dei sindacati, dell’annullamento del Parlamento, dell’istituzione della censura, delle torture, delle violenze, delle leggi razziali, della servile alleanza con bastardi criminali nazisti semplicemente non andava rinnegato. Poi per cara grazia non andava restaurato. E oggi viene esaltato da esponenti del governo e dalla seconda carica dello Stato. Che si prende la rivincita di una vita”. Immancabile, Laura Boldrini che ha chiesto le dimissioni di La Russa in quanto avrebbe mortificato la Costituzione antifascista.

Ora è storia il fatto che l’Msi venne fondato da alcuni reduci della Repubblica sociale italiana (anche se poi al suo interno confluirono pure membri della Costituente). Ma è altrettanto vero che le differenze tra il partito fondato il 26 dicembre del 1946 e quello ideato da Benito Mussolini sono molte e non di poco conto.

Il fascismo è sempre stato anti americano, mentre l’Msi, pur avendo al suo interno frange molto diverse e alcune di sinistra (quella che faceva capo a Rauti, per esempio) è sempre stato filo Nato. Tanto che nel 1970 Giorgio Almirante poteva liberamente affermare che il partito era filo occidentale e che qualsiasi altra posizione, anche di terza via tra Stati Uniti e Unione sovietica, non era né concepibile né praticabile all’interno dell'Msi. Non solo: il fascismo promulgò le leggi razziali contro gli ebrei e più volte sostenne il mondo arabo (vedi la celebre immagine che ritrae Mussolini mentre impugna la spada dell’islam e l’idea del Duce, rispedita al mittente dal Vaticano, di far costruire una moschea a Roma). L’Msi invece, a livello istituzionale, guardava con simpatia a Gerusalemme: “Israele si espande perché è la Storia dell'Uomo che lo chiama a compiere quell'opera di civiltà e di guerra che altri popoli, altre nazioni (…) rifiutano di compiere. Israele è anche il nostro futuro”, si legge sulle riviste giovanili del partito.

E ancora: il fascismo non accettò mai le regole democratiche. Prima si impose con la Marcia su Roma e poi, dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti, con la dittatura. L’Msi, invece, seppe sedere sugli scranni del Parlamento per decenni passando ogni volta democraticamente dal voto.

Nel corso del tempo, inoltre, l’Msi si allontanò, sia per motivi anagrafici dei dirigenti sia per convinzioni ideologiche, dal fascismo. Nel 1987, un anno prima della morte, Giovanni Minoli intervistò Almirante, chiedendogli conto del rapporto col Ventennio. Il segretario dell’Msi rispose: “La mia formula è non rinnegare, non restaurare. Quindi io non rinnego nulla del mio passato, il che non vuol dire che io ripeterei il mio passato in tutto e per tutto. Non rifarei quello che potevo fare in regime fascista: obbligare gli altri a indossare una certa divisa e negare la possibilità di critica”.

Certamente all’interno dell’Msi ci furono frange violente. Frange che però non possono essere paragonate a quelle che agirono sotto il fascismo. E non bisogna nemmeno dimenticare che fu Almirante, durante gli Anni di piombo, a chiedere addirittura la pena capitale per i terroristi, di qualsiasi credo politico, che in quei giorni commettevano gli attentati nel nostro Paese.

La svolta di Fiuggi di Gianfranco Fini - appoggiata sia da La Russa sia da una giovanissima Giorgia Meloni, oggi presidente del Consiglio e leader di Fratelli d’Italia - rappresentò un passaggio di maturità del fu Msi. Un passaggio che, però, si inseriva nel credo politico di Almirante (“noi siamo centro-destra”) e che portò in Italia, e pure in Europa, una destra moderna, che non aveva più nulla a che fare con un partito, quello fascista, che era ormai stato definitivamente abbandonato alla Storia.

L’ombra nera. I meloniani sono pericolosi perché inadeguati, non perché eredi del Msi. Mario Lavia su L’Inkiesta il 28 Dicembre 2022

Il partito antenato di Fratelli d’Italia, piaccia o no, era legittimato a stare in Parlamento. È ipocrita criticare adesso chi si richiama a quella orribile tradizione, senza aver cercato di renderla illegale allora

Con l’ascesa al potere di Giorgia Meloni si pone in modo nuovo il problema storico-politico del Movimento sociale italiano, il “nonno” di Fratelli d’Italia. Il legame ideal-affettivo ostentato da Isabella Rauti, figlia di Pino Rauti, che fu tra i fondatori del Msi, poi segretario nonché figura molto discussa per i suoi rapporti con la destra eversiva, ci poteva essere tranquillamente risparmiato, peraltro in coerenza con il distacco, sino all’oblio, esibito da Meloni che evidentemente non ha alcun interesse ad accostare il suo nome agli eredi diretti del fascismo storico. 

L’uscita di Isabella Rauti, accompagnata da quella più soft – un omaggio al padre missino – ma anche più significativo del presidente del Senato Ignazio La Russa, riapre così il problema del rapporto tra FdI e il Msi (saltando a piè pari l’esperienza di Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini) evidenziando ciò che è incontrovertibile e suggellato dalla fiamma che tuttora è nel simbolo del partito di Meloni, cioè un rapporto di continuità e non di rottura tra le due storie. Ma la vicenda politicamente s’ingarbuglia un poco se teniamo presente, come sempre ripetono i meloniani, che il Movimento sociale fu un partito rappresentato in Parlamento e ampiamente legittimato dalla legge e dal piccolo ma significativo consenso elettorale. E allora dov’è la polemica? 

La questione sta nel non risolto rapporto non con quella storia ma con le sue ombre, pesanti ombre: come se il superamento storico del partito di Giorgio Almirante e Pino Romualdi (ma anche appunto di Pino Rauti e di personaggi loschi da Vito Miceli a Sandro Saccucci a Massimo Abbatangelo) fosse stato sufficiente a fare i conti con una lunga stagione fatta sì di Parlamento ma anche di compromissioni con l’estremismo nero, finanche eversivo, e con le trame oscure ordite a quei tempi contro la democrazia italiana. 

Meloni insomma, meno di Fini, non ha risciacquato i panni nelle acque del revisionismo storico e dell’abiura politica, cavandosela per così dire con la ripulsa delle leggi razziali ma senza affrontare il cuore nero degli anni Settanta e Ottanta, il che suona come una nota stonata, un che di imbarazzante, un’incompiuta sul terreno politico e anche morale. 

Ed è in questa zona grigia che Isabella Rauti può bellamente inneggiare al partito di Almirante suscitando reazioni giustamente critiche o allarmate da parte degli antifascisti, fino però alla riproposizione della medesima contraddizione che vale per FdI, cioè questa: gli esponenti del Partito democratico scoprono adesso che Rauti o La Russa sono legati idealmente, sentimentalmente e politicamente (in quanto non ne rinnegano la storia) al Movimento sociale italiano? 

Si comprende la reazione indignata di Emanuele Fiano, che alle ultime elezioni ha duellato con Isabella Rauti in un collegio milanese a lui sfavorevole e membro autorevole della comunità ebraica; meno senso ha la richiesta di dimissioni di La Russa di formulata da Stefano Vaccari, della segreteria del Pd, come se si pretendesse di annullare quel voto del Senato di poche settimane fa che ha portato il cofondatore di Fratelli d’Italia alla seconda carica dello Stato, e come se non si sapesse chi è e da dove viene, Ignazio La Russa. 

Anche qui, gli eredi della storia comunista dovrebbero chiudere razionalmente un discorso storico-politico e scegliere: o il Msi è stato un partito legittimato a stare in Parlamento, e allora non ha senso chiedere le dimissioni di un esponente che a quella vicenda si ricollega; oppure fu un partito semi-eversivo e allora non si capisce perché la sinistra non ne chiese all’epoca la messa fuori legge o non ponga oggi la questione della illegalità dei suoi eredi morali e politici. 

Detto questo, c’è però una questione che potenzialmente potrebbe diventare un problema da porre all’attenzione del Presidente della Repubblica che è quella di un presidente del Senato che continuamente esterna posizioni politiche di parte, al di là del ricordo dell’Msi, cosa che semplicemente non può fare in coerenza con il suo ruolo di seconda carica e potenziale supplente del Capo dello Stato. È questa di La Russa la prima, vera stortura istituzionale dell’era Meloni, ed è su questo, caso mai, che le opposizioni dovranno alzare la voce: non per gli omaggi al padre missino ma per gli sfregi all’imparzialità che la sua carica comporta.

La Moralità.

Estratto dell’articolo di Carmelo Caruso per “Il Foglio” martedì 14 novembre 2023.

La vera riforma di Meloni è il “dirigenziato”. Non ha bisogno di referendum: la premier l’ha già approvata. A ogni Cdm, nei comunicati, c’è una voce che passa inosservata. E’ la voce “riorganizzazione dei ministeri”. In silenzio, si sta rivedendo, e moltiplicando, la pianta organica di governo. Si procede alla progressiva eliminazione della figura del segretario generale, si scorporano dipartimenti. 

Al ministero del Turismo l’organico delle aree passa da 159 a 294. I dirigenti da 21 a 30. A cosa serve? Serve a stipendiare, a fidelizzare funzionari in ministeri dove manca perfino il wi-fi. […]

Cos’è il “dirigenziato”? E’ il premierato del funzionario che grazie al governo Meloni viene promosso, incoronato. Quando la premier ha formato il governo, in molti hanno sorriso di fronte allo sfrenato desiderio di rinominare ministeri. Si credeva fosse dadaismo. Al posto dell’Agricoltura, la sovranità alimentare, il vecchio Sviluppo economico è diventato Made in Italy. Le competenze venivano passate da un ministero a un altro. Ebbene, è servito più di un anno per prendere le misure e per varare queste “riorganizzazioni”. 

Vengono impilate a ogni Cdm tra una nomina e un’altra. Le ultime riguardano il Turismo, la Salute, l’Ambiente, e il ministero delle Infrastrutture. Sono documenti interni. Il 30 ottobre 2023, la ministra Santanché ha definito la riorganizzazione “un atto necessario dal punto di vista tecnico”. Vediamola. I dirigenti di prima fascia nel precedente regolamento erano 4 e ora diventano 7. I dirigenti di seconda da 17 passano a 23. Nel nuovo regolamento si prevede anche la nomina di un vicecapo segreteria del ministro. 

[…]

Il ministero del Turismo fino a pochi anni fa neppure esisteva. Faceva parte del ministero della Cultura. Adesso ha il suo portavoce, capo ufficio stampa, consigliere diplomatico (ci si augura che verifichi le telefonate). E’ curioso. In molti di questi regolamenti c’è di solito una frase che recita senza “ulteriore aggravio”. 

Chiediamo a un ex ministro, uno di tre governi passati, come sia possibile avere più dirigenti e spendere sempre la stessa cifra. Risponde: “E’ una presa in giro. E’ chiaro che i ministeri diventano stipendifici. Naturalmente è denaro che poi viene a mancare per le politiche del ministero”. Andiamo alla Salute. Qui viene superata la carica di segretario generale. Stessa cosa avviene al Mimit.

Il segretario generale di Urso è un dirigente che abbiamo imparato a conoscere. E’ “Mister Prezzi”, Benedetto Mineo. Non deve stare molto simpatico al ministro. Il primo gennaio, secondo questa riorganizzazione che entrerà a regime, Mineo farà altro. Per la destra, la figura del segretario generale dei ministeri è una specie di vampiro. 

Il più famoso è stato, per anni, con governi di destra e sinistra, Salvo Nastasi. Reggeva il ministero della Cultura, altro ministero dove, per volere di Sangiuliano, tutta la vecchia pianta è saltata. La destra ha sempre definito i segretari generali, dei vari ministeri, “i veri ministri”. 

Con le nuove riorganizzazioni “scalano” i capi di gabinetto. E poi ci sono i “galloni”. Qui la destra fa la sinistra. E’ socialista. Allarga. Dicevamo della sanità. Da 1.699 funzionari si passa a 2.332. Nell’area “tre” del ministero si registra il grande balzo in avanti. Fino a meno di un anno fa era governato da un segretario generale e 12 direzioni generali. Adesso si avranno quattro dipartimenti 12 direzioni generali. I dirigenti di prima fascia da 13 salgono a 16. I dirigenti di seconda fascia da 111 a 134.

Spostiamoci al Mase, dal gozzaniano ministro Pichetto Fratin.

Gli uffici sono in via Cristoforo Colombo. Era l’ex ministero di Cingolani. Il sito web era finito sotto attacco hacker. Si è lavorato per mettere in sicurezza i sistemi. Ma, e lo dicono i dipendenti, non funziona la connessione wi-fi. 

Anche qui si riorganizza. Da dieci direzioni si passa a 12. Per i dipartimenti Amministrazione generale, pianificazione e patrimonio natura, Sviluppo sostenibile, viene istituita una segreteria tecnica che sarà, a sua volta, coordinata da un capo segreteria. Il personale degli uffici di diretta collaborazione si allarga: da 110 unità a 140. Aumenta pure il numero dei consiglieri giuridici, economici, scientifici. Da 26 a 31

 […]

Negli appunti di Giorgia, il rito della premier, del dirigenziato non se ne parla. Come si concilia la necessità di risparmiare con questa “piantagione” di dirigenti che cresce? E se proprio si vuole essere buoni: serviva più di un anno per varare la “necessaria riorganizzazione”? L’anno passato era dunque una esercitazione di guida? La speranza è che almeno per il Mase venga assunta una squadra di tecnici informatici.

Fratelli di soldi, L’Espresso in edicola. Chi c’è dietro il patrimonio di FdI. Forza Italia come l’arca di Noè. Le scelte di Netanyahu che hanno bruciato al-Fatah. Tutti in piazza contro la manovra sterile. L’ora del romanzo globale. E come sempre molto altro. Chiara Sgreccia su L'Espresso il 10 Novembre 2023

Fondi privati e aziende, l’obolo degli eletti, merchandising e immobili. Con il tesoro di Fdl, seguendo il filo che lega i reduci missini alla creatura di Giorgia Meloni, comincia la nostra inchiesta sui patrimoni delle forze politiche. 

«Come si reggerebbe oggi anche la politica, ormai disintossicata dai rimborsi elettorali, senza che gli amici offrissero continue prove di generosità? », il talento dei Fratelli per i soldi lo spiega Sergio Rizzo nell’inchiesta di copertina. 

«Fratelli d’Italia ha chiesto ai suoi parlamentari e dirigenti di partito una cifra decisamente fuori dal comune: 50 mila euro a testa una tantum per finanziale la campagna», aggiunge Simone Alliva. Mentre il direttore Alessandro Mauro Rossi, nell’editoriale, fa i conti dei danni del cambiamento climatico: colpa del clima ma anche della politica.

Chi finanzia Fratelli d'Italia e Giorgia Meloni. I benefattori, le aziende, gli immobili della Fondazione An, il merchandising dell’ex forzanovista e poi il 2 per mille e l’obolo dei parlamentari. Così FdI fa utili e tiene in banca 3 milioni su 8,7 di entrate. La prima puntata della nostra inchiesta sui conti dei partiti. Sergio Rizzo su L'Espresso il 16 novembre 2023

Gli amici si vedono nel momento del bisogno. E quali momenti più bisognosi esistono in politica, se non quelli delle campagne elettorali? Ecco allora che Paola Francesca Ferrari, conduttrice in Rai di 90° minuto, dà 40 mila euro ai Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Si potrebbe sospettare che la giornalista, volto storico di Rai sport, abbia riguadagnato piena visibilità nella tivù di Stato, dopo la cocente epurazione dalle trasmissioni dei Mondiali di calcio in Qatar, grazie alla vittoria della destra. Cui anche lei avrebbe dato un piccolo contributo.

Ma per Paola Ferrari, nuora dell’ex editore del gruppo Repubblica-L’Espresso Carlo De Benedetti, è invece solo una questione di fede. E di amicizia. Nel 2008 tenta la via del Parlamento con la sua amica Daniela Garnero Santanchè, candidata premier della Destra di Francesco Storace. Senza fortuna. Il loro sodalizio tuttavia continua, sia pure in altalena, e oltre i confini della politica. 

Nel 2014 la giornalista Rai entra in società con Santanchè in Visibilia editore. Un annetto e volano gli stracci. Paola Ferrari si dimette dalla presidenza di Visibilia e presenta una denuncia per infedeltà patrimoniale in relazione alle acquisizioni dei periodici Novella 2000 e Visto. Che però finisce archiviata. E se l’amicizia sembrava irrimediabilmente in crisi, ora è acqua passata. Neppure quattro mesi fa, il 17 luglio 2023, mentre infuria la bufera sulla ministra del Turismo scatenata da un’inchiesta di Report, Paola Ferrari compra per 200 mila euro il 25 per cento di Visibilia concessionaria. Perché gli amici si vedono nel momento del bisogno. 

E come si reggerebbe oggi anche la politica, ormai disintossicata dai rimborsi elettorali, senza che gli amici offrissero continue prove di generosità? Anche se «offrire» in molti casi, è una parola grossa. Più che una scelta libera, infatti, è una scelta obbligata. La fonte principale di finanziamento dei partiti oggi sono i contributi dei loro parlamentari. Lo faceva un tempo solo il Partito Comunista. Da quando è finita la pacchia dei rimborsi lo fanno tutti. Nel 2022 più del 40 per cento delle entrate di Fratelli d’Italia, pari a 8,7 milioni e praticamente raddoppiate rispetto al 2021, sono state garantite da questa voce. Un salasso che non ha risparmiato nessun onorevole della fiamma. I versamenti più cospicui, quelli di Giulia Cosenza: 51 mila euro. Ed è ancora niente, se è vero che per la campagna delle elezioni europee il partito ha chiesto ai suoi eletti uno sforzo ancora più straordinario (richiesta che non tutti, a quanto pare, hanno accolto con giubilo). 

Certo, le tasche da cui attingere sono molto più numerose di quando l’avventura di Giorgia Meloni è iniziata. Nel 2013 Fratelli d’Italia aveva 13 deputati e senatori. Nel 2018 erano già 61. Adesso sono addirittura il triplo: 181. Un sacco di tasche e un sacco di soldi. In ogni caso il partito incassa più da loro che dai contribuenti che destinano al partito il 2 per mille delle tasse: circa 3,5 milioni contro 3,1. 

E dire che pure il gettito del 2 per mille è aumentato vertiginosamente. Nel 2015, primo anno di applicazione del nuovo sistema di finanziamento dei partiti, a Fratelli d’Italia erano stati destinati poco più di 135 mila euro da 56.362 contribuenti, con una media pro capite di 2 euro e 40 centesimi. Nel 2022 sono arrivati invece oltre 3,1 milioni da 233.874 contribuenti. In media, 13 euro e 39 centesimi. 

Mentre i contributi delle imprese languono: 510 mila euro. Che per il partito di Giorgia Meloni sono comunque un record assoluto. Nella lista ci sono i 40 mila euro della Confagricoltura di Massimiliano Giansanti, che non fa mai mancare il sostegno al partito. Anche se il partito sembra avere maggiore feeling con la Coldiretti di Ettore Prandini. E poi i 50 mila della I.V.P.C. di Oreste Vigorito, patron del Benevento calcio e amico di Clemente Mastella, nonché ritenuto il papà dell’energia eolica italiana. E i 30 mila del gruppo Cremonini. E i 26 mila del Twiga di Flavio Briatoree Daniela Garnero Santanchè (prima della sua nomina a ministra del Turismo). Più altre frattaglie, tipo i 5 mila euro di “Verde è popolare”, associazione ambientalista dell’ex democristiano Gianfranco Rotondi, eletto con FdI. 

Denari comunque decisivi per far tornare i conti. Il bilancio 2022 è finito in archivio con un utile di mezzo milione e quasi tre milioni di soldi liquidi in banca. Mica male, per un ex partitino che aveva debuttato nove anni prima con poche persone, scarse risorse e un bilancio in perdita per 158 mila euro. Agli albori, poi, non si vendevano neppure i gadget. Magliette, portachiavi, tazze, cappelli e accendini con gli slogan del tempo che fu, dal «Memento audere semper» di Gabriele D’Annunzio a «Le radici profonde non gelano» del Signore degli anelli di John Ronald Tolkien. Cose che adesso, a giudicare dal giro d’affari della società che li ha gestiti fino alla fine del 2021, vanno letteralmente a ruba. In tre anni la People service, questa la sigla, ha fatturato qualcosa come un milione e mezzo. Ora la società responsabile dell’oggettistica di Fratelli d’Italia si chiama in un altro modo: Italica solution. Ma il titolare è sempre il medesimo. Il suo nome, Martin Avaro. È l’ex capo di Forza Nuova del quartiere Salario, a Roma. Per la serie, appunto, che «Le radici profonde non gelano». Frase comparsa qualche anno fa in un manifesto per il tesseramento di Forza Nuova sotto una fotografia di Benito Mussolini.

Perduti i rimborsi elettorali, i partiti si sono dovuti organizzare. C’è chi ha sofferto, come Forza Italia, Lega e Pd. E chi invece non altrettanto. Fratelli d’Italia è nato quando il giro di vite era già in atto, ma senza il costoso apparato che avevano altri sul groppone. Poi ci sono sempre i contributi pubblici, mai cancellati del tutto. I rimborsi elettorali sono stati sostituiti dal 2 per mille, che però garantisce oggi ai partiti sì e no un decimo di quelle somme. Per non parlare dello sgravio fiscale del 26 per cento: significa che chi versa 10 mila euro a un partito in realtà ne spende 7.400, perché i rimanenti 2.600 ce li mettono i contribuenti. Uno sconto fiscale maggiore perfino di quello riconosciuto a chi finanzia opere benefiche. 

Né bisogna trascurare i contributi alla stampa di partito, ancora esistenti. In vent’anni il Secolo d’Italia, adesso esclusivamente online, ha incassato dallo Stato la bellezza di 34,1 milioni. Il presidente della società editrice è Filippo Milone, una delle figure chiave dell’apparato economico che regge il partito, sotto il segno di Ignazio La Russa. Per descrivere il tenore e la qualità dei loro rapporti, quando con il governo di Mario Monti l’attuale presidente del Senato deve lasciare la Difesa, il suo consulente e braccio destro Milone resta a presidiare il ministero con la carica di sottosegretario. Fattore comune fra i due è Salvatore Ligresti da Paternò. Di Ligresti La Russa da Paternò è qualcosa più che un amico: come fossero di famiglia. Suo figlio Antonino Geronimo è stato consigliere della holding Premafin. E anche Milone frequenta le società di Ligresti. Da un sacco di tempo. È lui, nel tramonto della prima Repubblica, che gestisce la Grassetto. L’impresa di costruzioni di Ligresti finisce come tante nel tritacarne di Tangentopoli e Milone ne fa le spese, sperimentando tutte le varianti dall’assoluzione in appello alla prescrizione. Prima che il suo nome spuntasse, un bel giorno, nelle intercettazioni dell’inchiesta sulla Finmeccanica, l’industria militare pubblica. 

Adesso, a 71 anni, è consacrato alla politica. Il capo del Secolo d’Italia è anche consigliere di Italimmobili, la holding in cui sono state concentrate nel 2020 tutte le proprietà del fu Movimento sociale italiano, presieduta da Roberto Petri. Un altro fedelissimo di La Russa, responsabile della sua segreteria alla Difesa. Primo dei non eletti aennini nelle liste del Pdl nel 2008, è subito risarcito con uno strapuntino (guarda caso) nel cda della Finmeccanica. E tre anni dopo con un’altra poltrona nel cda dell’Eni, nientemeno. Completa il consiglio di Italimmobili l’ex consigliere regionale della Basilicata Antonio Tisci. E tutti e tre hanno anche un posto nel consiglio della Fondazione Alleanza nazionale. 

Costituita nel 2011 dopo la diaspora di Futuro e libertà per l’Italia di Gianfranco Fini, la Fondazione An riunisce in qualche modo tutti gli eredi della galassia missina. C’è Gianni Alemanno, che ha fondato un nuovo partito a destra di Fli. C’è Maurizio Gasparri, ora in Forza Italia. E c’è Italo Bocchino, che aveva seguito Fini. Alemanno e Gasparri sono anche fra i sei membri del comitato esecutivo presieduto da Giuseppe Valentino nel quale figura anche La Russa. 

Ma nonostante ciò la Fondazione altro non è che il forziere di Fratelli d’Italia. Dentro c’è una settantina di immobili. Il valore dei suoli asset è decisamente ragguardevole, ben oltre il patrimonio netto di 55 milioni che denuncia il bilancio 2022. Che qui i soldi non facciano difetto, del resto, lo dicono con chiarezza i quasi 30 milioni di depositi e titoli custoditi in banca, da Unicredit a Intesa, da Bpm a Deutsche bank a Banca Generali. All’atto della fusione con Forza Italia, nel 2009, si parlava di una cifra non lontana dai 350 milioni. Un’esagerazione? Chissà. Certo era prima della battaglia legale innescata dai fedeli di Fini, chiusa dai commissari liquidatori nominati una decina d’anni fa dal tribunale. Da allora la Fondazione si identifica nei fatti con il partito di Giorgia Meloni, che contribuisce a finanziare (40 mila euro lo scorso anno). Proprietaria delle federazioni, affitta i locali al partito che paga regolarmente le pigioni. Ma i soldi restano tutti in casa. Ovviamente. 

Non senza qualche incidente di percorso. Per esempio l’eredità della contessa Anna Maria Colleoni, pro-pro-pronipote del capitano di ventura Bartolomeo Colleoni. Così fascista che al confronto Assunta Almirante sembrava di sinistra, la nobildonna un giorno dice a Fini: «A Gianfra’, se te comporti bene quando me moro te lascio tutto», racconta nel 2010 sul Giornale l’attuale direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci. E fa proprio così. Totale dell’eredità, 4,3 milioni di euro secondo l’Agenzia delle Entrate. Ci sono terreni edificabili, titoli e immobili. C’è anche un appartamento a Monte Carlo, che Fini cede per 300 mila euro a una società dietro cui, pare a sua insaputa, c’è Giancarlo Tulliani. Cioè il fratello della sua compagna. Il terremoto che investe l’ex leader di An pone fine alla sua carriera politica. Nel 2015, mentre le cause giudiziarie sono ancora in corso, il settimanale Oggi rivela che l’appartamento è in vendita per 1,6 milioni. 

Ma nel legato Colleoni di appartamenti romani ce ne sono pure altri. Il più prestigioso è in via Paisiello al civico 40. Nel 2012 viene occupato da un manipolo capitanato da Giuliano Castellino, lo stesso che guiderà nel 2021 l’assalto alla Cgil di Corso d’Italia. «Per assegnarlo alla Destra» di Francesco Storace, dichiara. E Storace ringrazia. Quindi diventa sede del Giornale d’Italia. Ben presto però rioccupato, stavolta da Roberto Fiore. Resistono fino all’inevitabile sfratto sollecitato al tribunale dalla Fondazione. Prova provata che la «contiguità» fra Forza Nuova e FdI, di cui si continuerebbe «a favoleggiare», non esiste. Pensieri e parole del Secolo d’Italia. 

Arianna Meloni chiede 50mila euro agli eletti di Fratelli d'Italia per le Europee. E nel partito crescono i malumori. La sorella di Giorgia Meloni, responsabile del tesseramento, sta lavorando alla prossima tornata elettorale. Da qui la richiesta del super-obolo: «Su questa campagna ci giochiamo tutto». E spuntano le prime critiche: «Questa è una roba da matti. Hanno perso ogni misura». Simone Alliva su L'Espresso il 10 novembre 2023

Da via della Scrofa i malumori salgono sonori e si sentono forse per la prima volta. Questo modello del partito familista reso ancora più evidente con l’ascesa di Arianna Meloni, sorella maggiore di Giorgia Meloni e moglie del ministro dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare, Francesco Lollobrigida, «disturba».  

Romana, classe 1975 (due anni in più della presidente del Consiglio), Arianna Meloni la politica – aveva raccontato in una lunga intervista rilasciata a Il Foglio durante l’estate 2022 – la fa fin da quando era giovane. Ma mai in prima persona. «Io sono un’ansiosa: non mi piace apparire. Ecco perché non mi sono mai candidata, nonostante faccia politica da quando sono ragazza». Dal 2000 lavora per la Regione Lazio come precaria («Sempre lo stesso genere di contratto, senza evoluzione di carriera, stesso stipendio»). 

«La ribelle della famiglia», da capa del tesseramento di Fratelli d’Italia, il mese scorso ha imposto ai dirigenti di tesserare più persone possibile entro il 16 ottobre. Ordine eseguito. In tutta Italia si è visto un incremento di circa il 40%. «Quanto ce costa, però», racconta un dirigente che chiede l’anonimato, non essendo autorizzato a parlare della questione figuriamoci di quello che non va nel partito. Già, perché la sorella d’Italia avrebbe chiesto anche una quota specifica a seconda del peso politico. A chi è ai vertici fino mille-duemila, ai novizi 300. «Chiedere, pretendere, alzare la voce», è questo il metodo con cui la responsabile del dipartimento adesioni della segreteria politica difende l’impero meloniano. 

Di recente è stata nominata anche nel Consiglio di amministrazione della Fondazione Alleanza nazionale. Poltrona di peso: la Fondazione possiede tra liquidità e patrimonio immobiliare quasi 230 milioni di euro e finanzia iniziative di propaganda e comunicazione. Il suo ruolo nel partito è stato fino a oggi quello della consigliera personale della presidente del Consiglio, coordinatrice delle decisioni che contano. Senza farsi troppo vedere, quasi nell’ombra, del resto: «Il potere – come spiegava una volta Francesco Cossiga – ha bisogno di gente che sa stare al microfono e di gente che regola la sintonia della radio. Chi parla è un burattino, chi manovra è il burattinaio». Giorgia Meloni di nessuno si fida più che di sua sorella («Siamo simbiotiche»). 

E adesso Arianna Meloni tiene in ordine le file del partito ma anche i conti. Si è parlato e scritto molto della sua possibile candidatura alle Europee. Alla domanda su una sua disponibilità a mettersi in gioco, ha risposto al Corriere della Sera: «Preferirei di no. Ma sono un soldato». Intanto al «soldato» è stato affidato il compito di preparare il terreno in vista delle Europee, ovvero «la sfida più importante per il partito al governo in questo momento storico. Tutte le nostre figure politiche più esperte credo che debbano necessariamente mettersi a regime, ponendo al primo posto la necessità di lavorare per un bene maggiore sacrificando se occorre un bene minore». Sacrificio è la parola chiave. In vista delle elezioni europee, Fratelli d'Italia ha chiesto ai suoi parlamentari e dirigenti di partito una cifra decisamente fuori dal comune: 50 mila euro a testa una tantum per finanziare la campagna. «Certo, ci giochiamo tutto», spiegano i meloniani. Eppure i parlamentari versano ogni mese la propria quota al partito, pari a mille euro ciascuno. E non sono neanche pochi: 118 deputati, 63 senatori. 

«Ma questa sarà una campagna in grande. Anche Salvini ha chiesto ai suoi 30 mila euro. Non bisogna stupirsi. E finora l’invito è rivolto soprattutto ai parlamentari più facoltosi e a nomi di peso», specificano da Fratelli d’Italia. Perché la campagna elettorale costa, lo sappiamo, costa moltissima fatica e moltissimi soldi. Ma il punto di rottura psicologico si sente già sotto traccia: intemperanze, nervosismo. «Ma questa è una roba da matti. Hanno perso ogni misura. Su questo sta giocando sul fuoco». Del resto anche i dirigenti di Fratelli d’Italia, non solo le sorelle Meloni, tengono famiglia.

La Destra ha una poltrona per tutti: la carica di amici e trombati continua. Enti pubblici, società partecipate, commissariati di governo. Una carica ai posti senza precedenti. E Fratelli d’Italia fa la parte del leone.i Sergio Rizzo su L'Espresso il 5 Settembre 2023 

Per dire quanto la nomina risulti indigesta, è andata di traverso anche a Renato Schifani. Che pure è siciliano come Fabio Fatuzzo e condivide con il suo partito, cioè Fratelli d’Italia, la giunta della Regione siciliana. Ma si è detto comunque sbalordito per il fatto di passare per quell’incarico da una figura «di altissima competenza a un ex parlamentare senza alcuna preparazione specifica». Folgorante la sintesi del giornale online Fanpage.it, che ha titolato: “Il governo si prende anche le fogne”. Perché è andata proprio così. Hanno fatto perfino sloggiare il commissario governativo per gli interventi di depurazione delle acque reflue, il professore di costruzioni idrauliche ingegner Maurizio Giugni nominato a maggio del 2020, per consegnare il suo posto all’ex deputato di An, già finiano prontamente ripassato alla destra con l’attuale ministro Adolfo Urso, e ora meloniano a trazione integrale, Fatuzzo. Per l’anagrafe, anni 72 suonati. Non bastasse, gli hanno pure affiancato due vice, nelle persone dell’ex assessore della precedente giunta siciliana del Fratello d’Italia Nello Musumeci, Salvatore Cordaro (avvocato), e del dirigente calabrese di Forza Italia Antonino Daffinà (commercialista), trombato fra il 2018 e il 2020 alle elezioni politiche e regionali. 

Per completezza d’informazione Fanpage.it ricorda che fra i due predecessori dei vice c’era anche un ex onorevole del Pd, Stefano Vaccari. Così fan tutti. Ma stavolta la sensazione è che si stia passando ogni limite. 

L’invasione non risparmia nulla. Enti pubblici, società partecipate, commissariati di governo. Ogni buco è buono per sistemare trombati, amici, anche parenti. Come forse mai accaduto prima. Siamo tornati agli anni ruggenti, senza nemmeno più il rispetto della forma, se non di un barlume di competenza. 

Le avvisaglie, va detto, c’erano già state con la prima ondata di nomine nelle grandi aziende di Stato. Ma ora l’occupazione delle poltrone pubbliche procede inarrestabile, come un fiume carsico. Qualche volta non orchestrata solo dai partiti, ma sempre ben oltre i confini dell’opportunità istituzionale. 

Se con un governo simile era forse logico attendersi la sostituzione del commissario alla ricostruzione Giovanni Legnini, ex onorevole del Pd, con il senatore meloniano Guido Castelli, e la nomina a commissario di governo per la Fiera del libro di Francoforte dell’ex direttore del Tg2 fedele alla destra Mauro Mazza, la sorpresa è la commissaria dell’Inps Micaela Gelera. Una sorpresa, ovviamente, per chi non sa che è stata per anni consulente della Enpacl, la Cassa di Previdenza dei Consulenti del Lavoro. E che la ministra che l’ha nominata è stata a sua volta per 17 anni, fino a quando ha assunto l’incarico di governo, presidente e suprema guida dei Consulenti del Lavoro: ora rilevata ai vertici della potente lobby dal suo marito e socio, già consigliere dell’Inps. 

Così anche la nomina di Marco Mezzaroma alla presidenza di Sport e Salute, voluta dal ministro dello Sport Andrea Abodi già presidente della Lega calcistica di serie B e componente della Federcalcio, non può essere ridotta a una banale questione politica. Anche se il prescelto è cognato di un pezzo da novanta di palazzo Madama qual è il senatore di Forza Italia Claudio Lotito. Il cui peso politico però non è minimamente paragonabile a quello che il presidente della Lazio ha sul mondo dello sport. 

Ma di posti di sottogoverno ce ne sono così tanti, e disseminati ovunque, che si possono apprezzare anche curiose ricomparse. Tipo quella di Ferruccio Ferranti, che negli anni berlusconiani ruggenti la destra del centrodestra piazzava ovunque, dal Poligrafico dello Stato a Sviluppo Italia, alla Consip. Ex socio in affari dell’ex ministro di An Andrea Ronchi, riappare adesso alla presidenza del Mediocredito Centrale, banca del gruppo ex Sviluppo Italia di cui Ferranti era stato amministratore delegato durante una breve e non indimenticabile stagione. Ma a volte, com’è noto, ritornano. Per ragioni imperscrutabili, come quella che ha condotto insieme a Ferranti, nel cda del Mediocredito, l’ex sindaco di Anzio Stefano Bertollini, in passato consulente di Urso. 

Decisamente imperscrutabile è anche il motivo che ha portato nel consiglio di amministrazione di Cinecittà spa, ad occupare l’unico posto disponibile, l’ex deputato Udc Giuseppe De Mita: il nipote dell’ex segretario Dc e sindaco di Nusco fino alla morte, Ciriaco De Mita. 

Invece una ragione per la svolta di Sestino Giacomoni c’è eccome. A lungo ombra di Silvio Berlusconi, non ha superato l’ennesimo esame delle urne. Né poteva bastargli, evidentemente, la consulenza alla Farnesina di Antonio Tajani. Eccolo allora, a fine giugno, presidente della Consap. Un dignitoso parcheggio, prima occupato dall’ex direttore generale della Rai berlusconiana, Mauro Masi. Comodamente parcheggiati con Giacomoni nel cda della società assicurativa pubblica che indennizza le vittime di incidenti non coperti da polizze anche l’ex deputato abruzzese della Lega Antonio Zennaro e l’ex consigliera regionale leghista della Lombardia Francesca Ceruti. 

Per restare nel popoloso campo dei salviniani, ecco l’ex vicepresidente del consiglio regionale lombardo Francesca Attilia Brianza alla presidenza di Equitalia giustizia. Ed ecco Jacopo Vignati, ex segretario del partito di Matteo Salvini a Pavia, nel consiglio di amministrazione della Sogin. In compagnia, nella società che da anni generosamente foraggiata con le bollette elettriche non riesce a smaltire come si deve le scorie nucleari, dell’avvocata Fiammetta Modena: senatrice di Forza Italia bocciata alle ultime politiche. 

Ma le società pubbliche spesso funzionano anche da paracadute per chi dovrà liberare una poltrona delicata. Per esempio quella di vicedirettore dei servizi segreti per l’estero (Aise) incarico affidato dal secondo governo Conte all’ammiraglio Carlo Massagli. Ora nominato presidente della Sogin. L’altro vicedirettore, Luigi Della Volpe, generale della Finanza, ha avuto invece a giugno un posticino da consigliere di amministrazione dell’Acquirente Unico, la società pubblica per il mercato tutelato dell’energia. Di cui è stato nominato nella stessa tornata amministratore delegato Giuseppe Moles, già senatore di Forza Italia, ex assistente di Antonio Martino e nel governo di Mario Draghi sottosegretario per l’editoria. Non ricandidato alle elezioni del 2022. E per la serie che la seggiola non si nega a nessuno, ne spetta una nel cda dell’Acquirente Unico anche a Noi moderati, il partitino governativo di Maurizio Lupi. Ma non per un onorevole trombato, bensì per una funzionaria del gruppo parlamentare. Si chiama Maria Chiara Fazio, ed è nientemeno che la figlia dell’ex cattolicissimo governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio. Esperta in diritto tributario. 

I vertici di una società energetica pubblica te li aspetteresti esperti di energia. Così come i consiglieri di una società ambientale pubblica dovrebbero capire qualcosa di ambiente. Ma tant’è. La società in questione si chiama Sogesid e dipende, appunto, dal ministero dell’Ambiente, ed è stata rinnovata qualche settimana fa. Con l’innesto nel cda di un ingegnere esperto di trasporti del Comune di Roma, Errico Stravato, considerato vicino a Fratelli d’Italia e al suo capogruppo alla Camera Tommaso Foti. Dell’avvocata Ernestina Sicilia, dirigente brindisina di Forza Italia. E del giornalista Massimiliano Panero, duramente attaccato dal Pd per la sua presunta vicinanza a Casapound. Mancava solo questo. Il seguito, temiamo, alla prossima puntata.

Da nicolaporro.it il 9  Luglio 2023

Siamo quasi al traguardo di un anno di governo Meloni. Ed è tempo dei primi bilanci. Alessandro Sallusti, che sta scrivendo un libro con il premier prossimo alle stampe, ha avuto accesso a Palazzi Chigi più di tanti altri giornalisti. E ha potuto analizzare da vicino aspettative e strategia del leader di Fratelli d’Italia. 

Qualcosa il direttore si è lasciato sfuggire. Soprattutto per quanto riguarda la classe dirigente del partito di cui è a capo. L’accusa è la seguente: il premier si è fatto da solo, ha conquistato l’Italia, è stata molto brava. Ma si circonda di persone non al suo livello. “La Meloni è conscia di questo – dice Sallusti – Non crede che tutti quelli che sono siano degli scappati di casa, ma sa che ci sono. Un giorno ero con lei e Meloni si distrae con il cellulare. Le ho detto: ‘Cosa succede presidente?’. E lei mi fa vedere la dichiarazione di un ministro importante. Dichiarazioni che hanno fatto un casino. E io gli dico: ‘Vabbè, c’è sempre più realista del Re’. E lei: ‘No, Alessandro: c’è sempre qualcuno più coglione del Re'”.

Meloni amari, i cinque fantasmi di Giorgia che vede una strategia contro. Alessio De Giorgi su Il Riformista l'8 Luglio 2023 

A metterli in fila fanno impressione: sono i guai di Giorgia, per qualcuno i suoi fantasmi inesistenti, problemi di cui dovrebbe sapersi liberare, per altri macigni insormontabili, che dovrebbero indurla a scelte draconiane. Giorgia e i suoi fantasmi. Non che Palazzo Chigi non sia abituato ad ospitare fantasmi, visto che tutti i suoi inquilini ne hanno visti eccome in quei corridoi lunghi e regolari, in quelle stanze damascate. Ma sicuramente quelli che inseguono Giorgia sono molti e lei non ha ancora imparato a gestirli: qualche fallo di reazione di troppo, che abbiamo registrato nei giorni scorsi, ci dimostra che la difficoltà è crescente. Proviamo a metterli in fila uno dopo l’altro, per vedere se e quanto questi fantasmi siano reali – perché a volte eccome se lo sono stati in passato – o siano totalmente immaginari.

La vicenda del coinquilino Delmastro.

Che i due coinquilini Delmastro e Donzelli abbiano fatto qualcosa di grave divulgando, in quella maledetta seduta della Camera di gennaio, il contenuto di una relazione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria contenente conversazioni in carcere dell’anarchico Alfredo Cospito è evidente a tutti, anche a Giorgia. Forse non c’è una dicitura “Segreto” su quei fogli, ma a tutti è chiaro che la condizione di detenuto, anche per reati gravissimi, non rende le sue intercettazioni pubbliche e pubblicabili. Che poi Delmastro, sottosegretario del Ministero da cui dipende il Dap, lo abbia fatto per motivi di polemica politica è semmai un’aggravante. Al Gip di Roma che giovedì ha deciso l’imputazione coatta del Sottosegretario, contro quindi il parere del Pubblico Ministero – come dovrebbe accadere più spesso in una giustizia ideale, in cui le funzioni delle due carriere si esercitano anche in modo non armonico -, Chigi ha pensato di rispondere con una inusitata rabbiosità, del tutto fuori stile per la comunicazione ufficiale del Governo. Facendo riferimento anche all’altra vicenda che sta interessando il governo, quello della Ministra Santanché, la nota firmata “fonti di Chigi” si domanda “se una fascia della magistratura abbia scelto di svolgere un ruolo attivo di opposizione. E abbia deciso così di inaugurare anzitempo la campagna elettorale per le elezioni europee”. Fantasmi, appunto. Perché se nel caso della Ministra è evidente che ci sia stata l’ennesima e inopportuna fuga di notizie sulla sua iscrizione nel registro degli indagati, la decisione del Gip su Delmastro era scontato che venisse resa pubblica: lo è nel momento in cui viene emessa la decisione, che questa ci piaccia o no.

La Rimborsopoli.

Augusta Montaruli, deputata, fedelissima di Giorgia, si è dimessa a febbraio da sottosegretaria all’Istruzione dopo la condanna della Cassazione a un anno e 6 mesi nel processo sulla rimborsopoli piemontese, una vicenda che investì la legislatura regionale 2010-2014. “Ho deciso di dimettermi dall’incarico di Governo per difendere le istituzioni certa della mia innocenza”, ha dichiarato annunciando le sue dimissioni arrivate dopo le richieste pressanti da parte delle opposizioni, quando ancora la scia delle polemiche sui due coinquilini non si erano sopite. Anche qui Giorgia si è sentita sotto assedio, ma non ha potuto far nulla a fronte di una sentenza di condanna definitiva, tanto più che aveva tenuto la barra ferma (fin troppo, anche per alcuni colleghi di maggioranza) su Delmastro e Donzelli.

Tengo famiglia.

A seguire, l’assedio al fortino nel quale Giorgia si è asserragliata è proseguito con l’inchiesta sulla famiglia della Premier e sulla veridicità delle sue dichiarazioni nel libro autobiografico da lei pubblicato. Nulla di illecito, nulla di penalmente rilevante, nulla di così enormemente grave peraltro. Ma l’assedio è durato più giorni ed ha occupato le prime pagine di molti giornali, specie di quelli che non eccellono per garantismo. Si è scavato nella sua vita, nelle sue memorie, nel travagliato rapporto col padre. Un po’ troppo? Quasi sicuramente sì, nonostante parliamo di uno dei principali attori della scena politica italiana. Tutto questo ha pesato molto sulla tranquillità di Giorgia, facendo crescere la percezione di un vero e proprio assedio al suo fortino.

Santanché o Santadeché?

Che la Ministra sia indagata da mesi pare ormai una certezza. Che lei non abbia ricevuto alcuna comunicazione al riguardo è altrettanto certo. Che sia l’ennesima vicenda italica in cui un esponente politico riceve dalla stampa la comunicazione di un avviso di garanzia è agli atti. Che l’indagine sia per falso in bilancio e che quindi poco abbia a che fare con il suo ruolo da Ministra della Repubblica, questo è un altro dato di fatto. Che ci siano stati comportamenti inopportuni con l’etica politica, è possibile, per tanti sarà pure probabile, ma è materia di contesa politica e oggetto di valutazione da parte della Ministra stessa e della Presidente del Consiglio, giacché la Costituzione repubblicana non è giacobina e i costituenti non hanno previsto un Tribunale della Verità. E’ infine indubbio che, qualora si desse per assodato che le dimissioni devono necessariamente seguire l’avviso di garanzia, si darebbe nelle mani del magistrato che fa filtrare la notizia e del giornalista che la pubblica una sorta di potere di veto su qualunque politico. Ed è proprio su questo punto che Giorgia ha visto l’ennesimo fantasma – che forse così fantasma non è, visto che in casi come questi la forma diventa sostanza – ed ha reagito con quel comunicato di Palazzo Chigi decisamente fuori dagli schemi.

Last but not least.

In ultimo, questa brutta, delicatissima vicenda di presunta violenza sessuale che riguarda il figlio di Ignazio, uno dei principali sparring partner della Premier, attuale Presidente del Senato. Una vicenda sulla quale, per le modalità con cui si è svolta e per la sensibilità delle parti coinvolte, in un paese civile il silenzio sarebbe d’obbligo, almeno fino al primo provvedimento del giudice, se non alla sentenza. Di tutti, nessuno escluso. Lo stesso silenzio che peraltro ci fu per la vicenda per certi versi simile che coinvolse il figlio del guru del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo il cui processo va avanti con mille ostacoli e mille ritardi. Anche in questo caso siamo sicuri che il senso di assedio di Giorgia sarà alle stelle.

Giorgia e i fantasmi che la inseguono su e giù per le scale di Chigi.

Una cosa è certa: quando ha varcato il portone di Palazzo Chigi per la prima volta sapeva che da quel momento in poi la sua vita sarebbe cambiata, e non necessariamente in meglio. Un’altra cosa però è altrettanto certa, sicuramente a noi, non sappiamo se pure a lei: Giorgia ed i suoi sodali, sempre pronti quando erano opposizione a chiedere le dimissioni anche solo per un battito di ciglia di un giudice, oggi si sono trasformati in straordinari garantisti. Il che di per sé sarebbe un bene: ma a noi piacerebbe vederli sì garantisti, non a targhe alterne.

Alessio De Giorgi. Giornalista, genovese di nascita e toscano di adozione, romano dai tempi del referendum costituzionale del 2016, fondatore e poi a lungo direttore di Gay.it, è esperto di digitale e social media. È stato anche responsabile della comunicazione digitale del Partito Democratico e di Italia Viva

Tutte le inchieste della magistratura attorno al Governo Meloni. Giovanni Capuano su Panorama il 07 Luglio 2023

Non solo Santanché e Delmastro. I fascicoli più o meno aperti sono diversi. E spesso finiscono con un nulla di fatto

Fascicoli di indagine aperti nelle procure, inchieste giornalistiche, accuse e smentite, ricostruzioni storiche. Da quando Giorgia Meloni è entrata a Palazzo Chigi i fari si sono accesi su lei e sul suo Governo in un crescendo che ha rimesso la questione giudiziaria al centro della politica italiana come già ai tempi di Silvio Berlusconi. La nota con cui fonti vicino a Palazzo Chigi si chiedevano se non sia “lecito domandarsi se una fascia della magistratura abbia scelto di svolgere un ruolo attivo di opposizione e abbia deciso così di inaugurare anzitempo la campagna elettorale per le elezioni europee” , ha solo messo nero su bianco un sentimento condiviso seguendo il filo di quanto accaduto in questi mesi. Vale la pena mettere insieme tutti i tasselli del puzzle. - Partiamo dal ministro Santanché la cui iscrizione nel registro degli indagati per bancarotta dallo scorso mese di ottobre, circostanza di cui Santanché non è ancora a conoscenza secondo quanto da lei dichiarato in Parlamento, è stata annunciata dai giornali. La vicenda è quella di Visibilia, il gruppo editoriale da lei fondato e delle sue partecipazioni in altre società. - C’è poi l’imputazione coatta chiesta dal gip di Roma per Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, indagato per rivelazione di segreto d’ufficio in relazione al caso Cospito. La Procura di Roma aveva chiesto l’archiviazione della posizione di Dalmastro, il gip si è opposto imponendo l’apertura del processo. - Da Milano ecco anche la denuncia per violenza sessuale contro Leonardo Apache La Russa, uno dei figli del presidente del Senato. Vicenda emersa a oltre un mese dall’episodio e della quale si sta occupando la Procura di Milano. Il legale della famiglia La Russa parla di rapporto consenziente, ma La Russa padre e famiglia sono sulle prime pagine di tutti i quotidiani per una storia che verrà chiarita nei prossimi mesi. - La salita di Giorgia Meloni a Palazzi Chigi era stata, invece, accompagnata dalle voci sui rapporti pericolosi dei suoi genitori. La madre Anna Paratore accusata di essere stata una disinvolta imprenditrice immobiliare e il padre, Francesco Meloni (peraltro senza legami da anni con la figlia avendo abbandonato la famiglia quando la futura premier era appena nata), con lo scheletro nell’armadio di una condanna per narcotraffico nel lontano 1995. In Spagna. Non è una novità. - La nomina di Guido Crosetto a ministro della Difesa aveva scatenato inchieste giornalistiche e polemiche per la sua presenza in aziende del settore. “Per tutti quelli che (non per amore) me lo stanno chiedendo, rispondo – aveva precisato Crosetto -. Mi sono già dimesso da amministratore, di ogni società privata (non ne ricopro di pubbliche) che (legittimamente) occupavo. Liquiderò ogni mia società, rinuncio al 90% del mio attuale reddito”. - Nello Musumeci, ministro per la Protezione Civile, è finito invece nel tritacarne nel maggio scorso, a margine dell’inchiesta siciliana su favori e corruzione nella sanità isolana. La ragione? Il coinvolgimento di Ruggero di Razza, da sempre braccio destro di Musumeci e presente anche nel suo staff ministeriale dopo essere stato assessore alla Salute quando l’attuale ministro era presidente della Regione Sicilia. - Il nome di Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, è comparso nelle carte che hanno messo nei guai l’ex direttore generale dell’Agenzia delle dogane Marcello Minenna e l’ex parlamentare leghista Gianluca Pini, un tempo vicino a Giorgetti. La colpa di Giorgetti, secondo le ricostruzioni, essere citato come uno degli interlocutori cui Pini era in grado di arrivare nel corso della sua attività politica. Nessuna accusa, nessun coinvolgimento. Il Mef ha precisato che i rapporti tra i due erano interrotti ormai da tempo. - Su Marina Calderone, ministro del Lavoro, e sul marito Rosario De Luca indaga la Guardia di Finanza per una storia riguardante presunti abusi della gestione del personale dell’Ordine dei Consulenti di cui è stata presidente per 18 anni prima che le subentrasse il consorte. “Illazioni generiche” la difesa, gli accertamenti chiariranno il quadro. - Adolfo Urso, ministro per le Imprese e il Made in Italy, ha querelato invece Report per una puntata nel maggio scorso nel corso della quale il programma di inchiesta della Rai aveva sollevato il problema dell’esistenza di “facilitatori” a pagamento dai quali si doveva passare per arrivare al ministro. “Palesi falsità” la reazione di Urso che ha dato mandato ai suoi legali di querelare.

Meloni: “Un certo potere costituito vuole farci cadere. Non ci fermeremo”. Redazione su L'Identità l'8 Luglio 2023 

Prima Santanchè, poi Delmastro, fino a La Russa. Il governo Meloni sembra essere sotto assedio, ma la premier aveva messo in conto che durante il suo operato “un certo potere costituito” si sarebbe dato da fare “per fermare le riforme che abbiamo messo in cantiere”. Adesso, riporta il Corriere della Sera, “l’attacco è arrivato” ma non intende fare passi indietro. “Continuerò il mio lavoro con serenità, sono soddisfatta degli ottimi risultati sul piano interno e in politica estera e resto concentrata sul lavoro quotidiano e sul consenso degli italiani”, avverte la leader.

Le indagini sulla ministra Santanchè, l’imputazione coatta per il segretario Delmastro fino alla denuncia nei confronti del terzogenito del presidente del Senato, hanno convinto la premier a dichiarare “guerra” alla Magistratura. “Ho preso atto che si vuole alzare lo scontro, ma non sono io che ho aperto le ostilità e continuerò a non rispondere alle provocazioni”. Un’accusa alla Magistratura che, dice, ha iniziato “anzitempo” la campagna elettorale per le Europee.

La tesi di Palazzo Chigi, riporta il Corriere è che “un certo potere costituito” vada contro l’esecutivo. “Chi spera di poter mettere in discussione il governo sarà deluso. Io non posso impedire che cerchino di farci cadere, ma il tentativo non arriverà in porto. Andremo avanti con le riforme perché le ritengo necessarie per il bene del Paese, a cominciare da quella della giustizia”.

Estratto da mowmag.com sabato 8 luglio 2023.

Nel giro di poche ore il governo è finito sotto il fuoco della magistratura. Le toghe si danno un gran da fare per mettere nel mirino l'esecutivo di centrodestra, che nonostante tutto cresce nei sondaggi. Tre casi in poche ore: Santanché, Delmastro e il figlio di Ignazio La Russa. Saranno soltanto coincidenze? Ci crede poco Vittorio Feltri, giornalista di lungo corso e direttore da sempre garantista, che ci ha raccontato come mai questo “tempismo” lo insospettisce 

(...) Altra partita quella di La Russa, visto che il presidente del Senato non è coinvolto direttamente, ma certamente le accuse verso il figlio (indagato per violenza sessuale) mettono in imbarazzo. Intanto Vittorio Feltri ci ha spiegato perché ha dei dubbi su tutti e tre i casi: “Io di puttanate fatte dalla magistratura ho il taccuino pieno...”.

La Russa, Delmastro, Santanchè, tutti casi così delicati in poche ore. Le sollevano qualche dubbio?

Mi sembra ovvio che ce l'abbiano con la destra, in quanto al comando. E siccome non riescono a fare un'opposizione accettabile, utilizzano gli amici della magistratura per andare in cu*o al governo. Nella giustizia è sempre stato pieno di anomalie, partendo dal caso di Enzo Tortora che ho seguito io quarant'anni fa fino ad ora, per cui non mi stupisco più di niente. 

È normale che un ministro venga a sapere da un giornale che è sotto inchiesta?

Ma è ovvio, è tutto distorto, però non è una novità, non lo scopriamo mica oggi che la giustizia fa cagare. Poi che i giornali facciano il loro lavoro e riescano ad avere notizie, anche riservate, non è mica la prima volta.

Quindi il quotidiano Domani ha fatto soltanto il suo lavoro?

È stata una forzatura, ma se è sicuro di quello che ha scritto è perché qualche magistrato gliel'ha detto, non scherziamo. Per cui il problema è la giustizia, non il giornale. Io sono amico della Santanchè e so anche che è una persona perbene, però è normale che un giornale che riesce ad avere una notizia riservata, di cui peraltro ha la certezza, la scriva e questo succede da sempre. Ma se vogliamo che non succeda più, è il caso di fare una legge per cui i giornali non possono pubblicare certi atti giudiziari finché non sono giunti al diretto interessato. Io di puttanate fatte dalla magistratura ne ho un taccuino pieno. 

Quali sono gli errori giudiziari più clamorosi che le vengono in mente?

Il più clamoroso è quello che ho scoperto io, il caso Tortora. Poi ce ne sono tanti altri che mi lasciano dubbioso, di cui però non ho le prove. Posso discuterne sul giornale e nessuno me lo può vietare, sono infatti convinto che Bossetti sia innocente, che la condanna che hanno inflitto al ragazzo che dicono abbia ammazzato la fidanzata (Stasi) non sia plausibile, perché è stato assolto in primo grado, poi in secondo grado e poi la Cassazione lo condanna a 16 anni, ma siamo impazziti? Allora i magistrati precedenti erano deficienti? 

Cosa cambierebbe nella giustizia italiana?

Secondo me i gradi di giudizio dovrebbero essere applicabili solo in un caso, ovvero nel momento in cui l'imputato, condannato in primo grado, richieda di accedere a un secondo grado di giudizio, ma nel momento in cui si è assolti da un primo magistrato non vedo perché ce ne debba essere un altro che contraddice il primo. Direi che una aggiustatina alla magistratura bisogna dargliela.

La premier crede al complotto? Meloni amari, i cinque fantasmi di Giorgia che vede una strategia contro. Alessio De Giorgi su Il Riformista l'8 Luglio 2023 

A metterli in fila fanno impressione: sono i guai di Giorgia, per qualcuno i suoi fantasmi inesistenti, problemi di cui dovrebbe sapersi liberare, per altri macigni insormontabili, che dovrebbero indurla a scelte draconiane. Giorgia e i suoi fantasmi. Non che Palazzo Chigi non sia abituato ad ospitare fantasmi, visto che tutti i suoi inquilini ne hanno visti eccome in quei corridoi lunghi e regolari, in quelle stanze damascate. Ma sicuramente quelli che inseguono Giorgia sono molti e lei non ha ancora imparato a gestirli: qualche fallo di reazione di troppo, che abbiamo registrato nei giorni scorsi, ci dimostra che la difficoltà è crescente. Proviamo a metterli in fila uno dopo l’altro, per vedere se e quanto questi fantasmi siano reali – perché a volte eccome se lo sono stati in passato – o siano totalmente immaginari.

La vicenda del coinquilino Delmastro.

Che i due coinquilini Delmastro e Donzelli abbiano fatto qualcosa di grave divulgando, in quella maledetta seduta della Camera di gennaio, il contenuto di una relazione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria contenente conversazioni in carcere dell’anarchico Alfredo Cospito è evidente a tutti, anche a Giorgia. Forse non c’è una dicitura “Segreto” su quei fogli, ma a tutti è chiaro che la condizione di detenuto, anche per reati gravissimi, non rende le sue intercettazioni pubbliche e pubblicabili. Che poi Delmastro, sottosegretario del Ministero da cui dipende il Dap, lo abbia fatto per motivi di polemica politica è semmai un’aggravante. Al Gip di Roma che giovedì ha deciso l’imputazione coatta del Sottosegretario, contro quindi il parere del Pubblico Ministero – come dovrebbe accadere più spesso in una giustizia ideale, in cui le funzioni delle due carriere si esercitano anche in modo non armonico -, Chigi ha pensato di rispondere con una inusitata rabbiosità, del tutto fuori stile per la comunicazione ufficiale del Governo. Facendo riferimento anche all’altra vicenda che sta interessando il governo, quello della Ministra Santanché, la nota firmata “fonti di Chigi” si domanda “se una fascia della magistratura abbia scelto di svolgere un ruolo attivo di opposizione. E abbia deciso così di inaugurare anzitempo la campagna elettorale per le elezioni europee”. Fantasmi, appunto. Perché se nel caso della Ministra è evidente che ci sia stata l’ennesima e inopportuna fuga di notizie sulla sua iscrizione nel registro degli indagati, la decisione del Gip su Delmastro era scontato che venisse resa pubblica: lo è nel momento in cui viene emessa la decisione, che questa ci piaccia o no.

La Rimborsopoli.

Augusta Montaruli, deputata, fedelissima di Giorgia, si è dimessa a febbraio da sottosegretaria all’Istruzione dopo la condanna della Cassazione a un anno e 6 mesi nel processo sulla rimborsopoli piemontese, una vicenda che investì la legislatura regionale 2010-2014. “Ho deciso di dimettermi dall’incarico di Governo per difendere le istituzioni certa della mia innocenza”, ha dichiarato annunciando le sue dimissioni arrivate dopo le richieste pressanti da parte delle opposizioni, quando ancora la scia delle polemiche sui due coinquilini non si erano sopite. Anche qui Giorgia si è sentita sotto assedio, ma non ha potuto far nulla a fronte di una sentenza di condanna definitiva, tanto più che aveva tenuto la barra ferma (fin troppo, anche per alcuni colleghi di maggioranza) su Delmastro e Donzelli.

Tengo famiglia.

A seguire, l’assedio al fortino nel quale Giorgia si è asserragliata è proseguito con l’inchiesta sulla famiglia della Premier e sulla veridicità delle sue dichiarazioni nel libro autobiografico da lei pubblicato. Nulla di illecito, nulla di penalmente rilevante, nulla di così enormemente grave peraltro. Ma l’assedio è durato più giorni ed ha occupato le prime pagine di molti giornali, specie di quelli che non eccellono per garantismo. Si è scavato nella sua vita, nelle sue memorie, nel travagliato rapporto col padre. Un po’ troppo? Quasi sicuramente sì, nonostante parliamo di uno dei principali attori della scena politica italiana. Tutto questo ha pesato molto sulla tranquillità di Giorgia, facendo crescere la percezione di un vero e proprio assedio al suo fortino.

Santanché o Santadeché?

Che la Ministra sia indagata da mesi pare ormai una certezza. Che lei non abbia ricevuto alcuna comunicazione al riguardo è altrettanto certo. Che sia l’ennesima vicenda italica in cui un esponente politico riceve dalla stampa la comunicazione di un avviso di garanzia è agli atti. Che l’indagine sia per falso in bilancio e che quindi poco abbia a che fare con il suo ruolo da Ministra della Repubblica, questo è un altro dato di fatto. Che ci siano stati comportamenti inopportuni con l’etica politica, è possibile, per tanti sarà pure probabile, ma è materia di contesa politica e oggetto di valutazione da parte della Ministra stessa e della Presidente del Consiglio, giacché la Costituzione repubblicana non è giacobina e i costituenti non hanno previsto un Tribunale della Verità. E’ infine indubbio che, qualora si desse per assodato che le dimissioni devono necessariamente seguire l’avviso di garanzia, si darebbe nelle mani del magistrato che fa filtrare la notizia e del giornalista che la pubblica una sorta di potere di veto su qualunque politico. Ed è proprio su questo punto che Giorgia ha visto l’ennesimo fantasma – che forse così fantasma non è, visto che in casi come questi la forma diventa sostanza – ed ha reagito con quel comunicato di Palazzo Chigi decisamente fuori dagli schemi.

Last but not least.

In ultimo, questa brutta, delicatissima vicenda di presunta violenza sessuale che riguarda il figlio di Ignazio, uno dei principali sparring partner della Premier, attuale Presidente del Senato. Una vicenda sulla quale, per le modalità con cui si è svolta e per la sensibilità delle parti coinvolte, in un paese civile il silenzio sarebbe d’obbligo, almeno fino al primo provvedimento del giudice, se non alla sentenza. Di tutti, nessuno escluso. Lo stesso silenzio che peraltro ci fu per la vicenda per certi versi simile che coinvolse il figlio del guru del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo il cui processo va avanti con mille ostacoli e mille ritardi. Anche in questo caso siamo sicuri che il senso di assedio di Giorgia sarà alle stelle.

Giorgia e i fantasmi che la inseguono su e giù per le scale di Chigi.

Una cosa è certa: quando ha varcato il portone di Palazzo Chigi per la prima volta sapeva che da quel momento in poi la sua vita sarebbe cambiata, e non necessariamente in meglio. Un’altra cosa però è altrettanto certa, sicuramente a noi, non sappiamo se pure a lei: Giorgia ed i suoi sodali, sempre pronti quando erano opposizione a chiedere le dimissioni anche solo per un battito di ciglia di un giudice, oggi si sono trasformati in straordinari garantisti. Il che di per sé sarebbe un bene: ma a noi piacerebbe vederli sì garantisti, non a targhe alterne.

Alessio De Giorgi. Giornalista, genovese di nascita e toscano di adozione, romano dai tempi del referendum costituzionale del 2016, fondatore e poi a lungo direttore di Gay.it, è esperto di digitale e social media. È stato anche responsabile della comunicazione digitale del Partito Democratico e di Italia Viva

Nessun complotto, solo mediocrità. Santanchè, Delmastro, Davigo e il segreto d’ufficio in un tinello marron. Cataldo Intrieri su L'Inkiesta l'8 Luglio 2023

Mai come nelle vicende di questi giorni, la magistratura si è mostrata così prudente, quasi timorosa, verso il potere politico

Come prevedibile, le vicende di Daniela Santanchè e Andrea Delmastro hanno risvegliato gli animal spirits dei complotti giudiziari in un governo dalla modesta cultura giuridico-istituzionale. Assistiamo dunque a un festival di strampalate teorie giuridiche da parte di cronisti e politici accomunati dalla totale ignoranza dei fondamenti del diritto, senza la pena non di consultare un codice, ma almeno un figlio laureando, un parente o un amico avvocato.

Uno dei più autorevoli commentatori politici a piena pagina proclamava ieri addirittura la riapertura ufficiale della nuova stagione di caccia grossa delle toghe alla politica. Assunto che, allo stato degli atti, per usare un adeguato linguaggio giuridico non è sorretto da sufficienti elementi di prova.

Sul caso Santanchè questo giornale ha avuto modo di dire come sia difficilmente e tecnicamente poco credibile che il ministro non avesse avuto informazione della sua condizione giudiziaria perché, decorsi i primi sei mesi di indagini dopo l’iscrizione nel registro degli indagati – avvenuta a ottobre nel caso della parlamentare piemontese – va notificata a lei la richiesta di ulteriore proroga del termine per svolgere gli accertamenti che la procura ritenga necessari.

Al contrario delle molte castronerie sostenute sul punto, l’avviso in questione va recapitato all’indagato e non solo al suo difensore (ci è toccato sentire anche questo) nominato o meno.

Delle due l’una: o la procura ha gravemente trascurato un preciso adempimento – compromettendo irrimediabilmente la validità delle indagini in corso – o il ministro ha omesso al Parlamento una circostanza rilevante per accreditare senza fondamento la tesi di un possibile reato di violazione del segreto commesso dagli uffici giudiziari di Milano e subito rilanciato da interessati corifei.

La realtà è tutt’altra: mai, come nelle vicende in questione, la magistratura si è mostrata più prudente e quasi timorosa nei confronti del potere politico.

Personalmente, in mezzo secolo di professione, non ho mai visto “secretare” un’indagine per una banale bancarotta come è stato fatto per le società del ministro Santanchè. Il termine per il vincolo del segreto può essere apposto solo per tre mesi, prorogabile solo per reati assai più gravi, dopo di che l’esistenza dell’indagine è conoscibile dall’interessato e dai suoi difensori a loro richiesta e quindi nessuna violazione di segreto può essere invocata.

Il caso Delmastro presenta invece interessanti particolarità che lambiscono temi importanti quale quello (spiegato su questo giornale) del conflitto di interessi di un governo che vede uno dei suoi membri processato dall’amministrazione giudiziaria di cui lo stesso si occupa istituzionalmente nel suo dicastero.

Con la solita tempestività, invece di doverosamente tacere, è intervenuto il ministro Carlo Nordio, che ha criticato il provvedimento di rigetto dell’archiviazione del suo sottosegretario e minacciato (vista la qualità delle precedenti il termine è appropriato) ulteriori riforme. Paradossalmente l’ex procuratore veneziano lamenta ciò che molti garantisti come lui propugnano: il controllo del giudice sul doveroso esercizio dell’azione penale, obbligatoria nel nostro sistema, un principio appena appena costituzionale che, certo, ne converrà il ministro, non si può solo utilizzare quando tutela le ragioni dell’indagato, specie se della propria parrocchia politica.

Ma la vicenda del sottosegretario veneto, che Linkiesta ha potuto approfondire con la conoscenza dei particolari, presenta precise peculiarità che vanno approfondite ben oltre la gazzarra politica.

Il punto cruciale non è la natura (segreto o no) del rapporto che la polizia penitenziaria ha inoltrato al Dap (Direzione dell’amministrazione penitenziaria) alcuni mesi fa durante la protesta dell’anarchico Alfredo Cospito contro il 41 bis –nel quale si segnalava il contenuto di un colloquio intercorso tra lui e alcuni detenuti per mafia –, ma se la condotta di Delmastro rientrasse nelle sue facoltà istituzionali di parlamentare o abbia commesso reato trasmettendolo al suo collega, amico e coaffittuario Giovanni Donzelli nel corso di un colloquio privato che peraltro i due ammettono. Sul punto, Donzelli dichiara di aver inoltrato una formale richiesta di accesso, evidentemente “mirata”, ma la procura sottolinea che essa è impropria e irrituale in quanto andava indirizzata al ministro e non al sottosegretario.

Sulla natura dell’atto, la difesa di Delmastro ha sollecitato un parere del Dap, che ha qualificato l’atto come riservato e a “limitata divulgazione” entro l’ambito del ministero, ma non etichettabile come segreto, su questo ha poi richiesto l’archiviazione dell’indagine. In pratica, a dimostrare l’enormità del conflitto di interessi in atto, il sottosegretario ha certificato la propria innocenza tramite un attestato rilasciato dal “suo” ministero.

La vicenda ricorda da vicino un’altra – non meno clamorosa – svoltasi sempre all’ombra di un tinello, simbolo classico della medietà italiana: quella di Piercamillo Davigo, cui il collega Paolo Storari consegnò nel salotto di casa i verbali dell’avvocato Piero Amara sulla Loggia Ungheria, e che l’ex pm poi diffuse presso alcuni colleghi del Csm e alte cariche istituzionali, ricavandone un’incriminazione e la condanna in primo grado per lo stesso reato contestato al parlamentare di Fratelli d’Italia.

Storari è stato assolto, mentre è stato condannato Davigo dal Tribunale di Brescia, che ha ritenuto la sua colpevolezza sulla base del potenziale pericolo che la divulgazione dei verbali della Loggia Ungheria poteva arrecare all’indagine in atto a Milano. In particolare si è censurata la gestione privatistica di atti coperti dal segreto nel soggiorno di casa Davigo e poi diffusi al di fuori dell’ordinario circuito istituzionale tramite colloqui privati.

Di tale precedente non ha tenuto conto la procura di Roma, che ha richiesto l’archiviazione per Delmastro, sostenendo – con una qualche contraddizione, ma con lodevole scrupolo garantista – che l’atto fosse sì riservato, e dunque non divulgabile, in quanto riportava colloqui di detenuti in regime di massima sicurezza ma che il sottosegretario, ancorché valente giurista e avvocato penalista, non lo avesse percepito come tale, pur contenendo la relazione di servizio notizie suscettibili di costituire uno spunto di indagine.

Il gip non ha condiviso l’afflato difensivo dei pm, ha ritenuto in astratto configurabile il reato e sostenibile l’accusa nel processo in quanto come sostenuto anche dalla procura i colloqui tra detenuti al 41 bis sono coperti da segreto salvo costituiscano prova in un processo penale pubblico. Ed esercitando il legittimo controllo sul corretto esercizio dell’azione penale ha ordinato al pm di avviarla, chiedendo il rinvio a giudizio dell’illustre imputato, con la conseguente apertura di un palese conflitto di interessi e a rischio di scontro istituzionale tra un membro dell’organo di governo titolare del potere disciplinare sulle toghe e la magistratura.

C’è una cosa che accomuna i due casi: la disinvolta utilizzazione di atti pubblici e di estrema delicatezza come se fossero gossip, non nell’ambito dei circuiti istituzionali ma nella penombra metaforica e reale di un qualche “tinello marron” come quelli cantati da Paolo Conte per i suoi malinconici amori clandestini, tra un letto sfatto, le briciole in cucina, la tv aperta su qualche reality, lo sfondo più adatto per ospitare e cogliere la mediocrità triste e piccina di una classe dirigente.

Delmastro e Santanchè, il ministero della Giustizia bacchetta i magistrati. Dario Martini Il Tempo l'08 luglio 2023

Caso Delmastro e caso Santanchè. Il ministero della Giustizia entra a gamba tesa nella polemica, con la contrapposizione tra toghe e politica che raggiunge livelli che non si vedevano da tempo. Partiamo dalla vicenda che riguarda il sottosegretario alla Giustizia per il caso Cospito. È dell’altro ieri la notizia dell’imputazione coatta di Andrea Delmastro (FdI) disposta dal gip Emanuela Attura, dopo che i pm romani avevano chiesto l’archiviazione in seguito all’esposto del deputato di Verdi e Sinistra Angelo Bonelli. A Delmastro viene contestato di aver rivelato al coinquilino e compagno di partito Giovanni Donzelli il contenuto delle intercettazioni ambientali in carcere tra l’anarchico Cospito e alcuni boss mafiosi al 41 bis. Donzelli, poi, ha rivelato tutto in Aula alla Camera il 31 gennaio scorso.

Per la Procura, che ricordiamo aveva proposto l’archiviazione, Delmastro non era consapevole della segretezza di quelle informazioni. Tesi che il gip ha ritenuto non fondata. Adesso, ad intervenire nel merito sono fonti del ministero della Giustizia, secondo cui l’imputazione coatta disposta dal gip del tribunale di Roma nei confronti di Delmastro per il caso Cospito «dimostra, come nei confronti di qualsiasi altro indagato, l’irrazionalità del nostro sistema». Le stesse fonti di via Arenula aggiungono: «Nel processo che ne segue l’accusa non farà altro che insistere nella richiesta di proscioglimento in coerenza con la richiesta di archiviazione. Laddove, al contrario, chiederà una condanna non farà altro che contraddire se stessa. Nel processo accusatorio il pubblico ministero, che nonè né deve essere soggetto al potere esecutivo ed è assolutamente indipendente, è il monopolista dell’azione penale e quindi razionalmente non può essere smentito da un giudice sulla base di elementi cui l’accusatore stesso non crede». E ancora: «La grandissima parte delle imputazioni coatte si conclude con assoluzioni dopo processi lunghi e dolorosi quanto inutili, con grande spreco di risorse umane ed economiche anche per le necessarie attività difensive. Per questo è necessaria una riforma radicale che attui pienamente il sistema accusatorio». Quest’ultimo punto, ovvero la riforma su cui sta lavorando il Guardasigilli Carlo Nordio è il punto saliente della questione. Il governo, in pratica, fa sapere che quanto sta accadendo non si ripeterà più proprio per le nuove norme su cui si sta lavorando. Anche lo stesso Delmastro, con un tweet che riprende le parole di Nicola Porro, scrive: «Imputazione coatta? Quella cosa che avviene una volta ogni milione di capelli nella testa pelata di Kojak».

Battute a parte, il ministero della Giustizia interviene anche sul caso Santanchè, soprattutto sul fatto che la notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati da parte della Procura di Milano è arrivata proprio nel giorno in cui la ministra del Turismo riferiva in Aula sulle presunte irregolarità nella gestione delle sue aziende. Tra l’altro l’esponente di governo non ha mai ricevuto alcuni avviso di garanzia nonostante sia indagata dal 5 ottobre scorso e la sua posizione sia stata desecretata tre mesi dopo. Il motivo? Imprecisate questioni burocratiche. Le fonti di via Arenula sottolineano quindi quanto sia «urgente» la riforma dell’iscrizione del registro degli indagati e dell’informazione di garanzia. Le stesse fonti «manifestano, ancora una volta, lo sconcerto e il disagio per l’ennesima comunicazione a mezzo stampa di un atto che dovrebbe rimanere riservato.

La riforma proposta mira ad eliminare questa anomalia tutelando l’onore di ogni cittadino presunto innocente sino a condanna definitiva». Nordio lo ripete da mesi: tutto ciò deve finire. Ese il M5S annuncia battaglia in parlamento contro un «attacco vergognoso alla magistratura» e il Pd, con la segretaria Elly Schlein, ritiene che il governo stia passando il segno, Giandomenico Caiazza, presidente dell’Unione camere penali, sposa la linea del governo: «L’imputazione coatta disposta dal gip contro la volontà del pm è da sempre una delle norme più irrazionali e insensate del nostro codice di procedura penale per ragioni che sono state ben espresse dal Ministero. Ma è una norma che esiste dalla fine degli anni Ottanta. Ce ne accorgiamo solo ora? Meglio tardi che mai». 

Indagini, giustizia ed informazione, un sistema che sta andando in tilt. Egidio Lorito su Panorama il 07 Luglio 2023

Il caso-Santanchè ha fatto riemergere le storiche problematiche che incidono sul delicato rapporto tra indagini preliminari e potere dei media. L'opinione del Prof Dinacci

Il ciclone mediatico-giudiziario che si è abbattuto sul ministro del turismo Daniela Santanchè era balzato alle cronache già lo scorso novembre, quando era stata divulgata la notizia di indagini a suo carico per falso in bilancio nelle comunicazioni 2016-2020 di Visibilia Editore spa. Era emersa un’annotazione del settembre precedente secondo cui il Gruppo Tutela Mercati della Guardia di Finanza di Milano esplicitava “la sussistenza del reato di false comunicazioni sociali”. Il ministro, per difendersi, aveva provato a smentire la notizia ricorrendo all’art. 335 del Codice di procedura penale (registro delle notizie di reato), ovvero alla c.d. certificazione della Procura rilasciata su istanza dell’interessato attestante l’iscrizione, a proprio carico, di procedimenti penali in corso: e in quel caso la certificazione richiesta aveva dato esito negativo. Ma come era stato possibile? Tecnicamente è possibile che la stessa Procura avesse fatto ricorso al c. 3 bis della norma citata, che afferma che “(…) Se sussistono specifiche esigenze attinenti all’attività di indagine, il pubblico ministero, nel decidere sulla richiesta, può disporre, con decreto motivato, il segreto sulle iscrizioni per un periodo non superiore a tre mesi e non rinnovabile (…)”. In pratica la Procura di Milano, trovandosi innanzi a indagini complesse, potrebbe aver ritardato, per un massimo di 3 mesi, la comunicazione agli avvocati della Santanchè dell’iscrizione del procedimento penale. Il ministro, insomma, era formalmente indagato ma non lo sapeva ne avrebbe potuto (e dovuto…) saperlo. Intanto i suoi legali avevano, in quei mesi, interloquito con la Procura, intuendo, informalmente, che la propria assistita fosse effettivamente indagata per falso in bilancio e concorso in bancarotta: in più non avevano più richiesto il rilascio della certificazione ex art. 335 c.p.p. e così avevano potuto continuare ad affermare che la propria assistita non avesse avuto comunicazione formale di un’indagine a proprio carico. Forse sarà andata così, ma il resto lo hanno compiuto i media in questi ultimi giorni, come sempre… Panorama.it ha rivolto alcune domande al professore Filippo Dinacci, ordinario di diritto processuale penale nell’Università Luiss di Roma, sul delicato e complesso meccanismo esistente in materia di indagini preliminari e conoscenza da parte dell’indagato. Professore, innanzitutto facciamo chiarezza. Può una persona essere indagata senza sapere di esserlo? «Certamente si ed è questa una forte criticità dell’impianto codicistico che non risulta allineato agli obblighi costituzionali e convenzionali laddove impongono che l’accusato debba, nel più breve tempo possibile, essere informato riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa». Se non erriamo le indagini preliminari si caratterizzano per l’assoluta segretezza... «Sul punto le scelte legislative sono chiare: la segretezza vige fino alla chiusura delle indagini ovvero, pur nel corso delle stesse, fino a quando l’indagato possa legittimamente venire a conoscenza di singoli atti di indagine. Al di fuori di tali ipotesi, queste ultime sono tutelate dal segreto che è posto a presidio dell’efficienza delle stesse. Non a caso si è previsto un potere del pubblico ministero di secretare atti di indagini che non potrebbero più essere tutelati dal segreto e, d’altro canto, consentire la pubblicazione di atti non pubblicabili ovvero vietare la pubblicazione di atti che sarebbero pubblicabili». Le variabili delle esigenze investigative, in ogni caso, prevalgono… «Non è irrilevante la circostanza che tali variabili possono essere realizzate solo attraverso l’adozione di un decreto motivato il quale, pur nel silenzio codicistico, è da ritenere debba fondarsi su esigenze di indagini».

In ogni caso le indagini hanno una durata e, quindi, una data di chiusura: cosa succede a quel punto? «Le indagini non possono essere illimitate nel tempo per il semplice fatto che un cittadino non può divenire un “eterno indagabile”. Se l’accusa, entro il termine fissato dalla legge, non raccoglie elementi sufficienti per esercitare l’azione penale, deve formulare richiesta di archiviazione; in caso contrario, come detto, dovrà esercitare l’azione penale ma prima deve, a pena di nullità, instaurare un contraddittorio cartolare con l’indagato preceduto dal deposito di tutti gli atti di indagine». Solo a questo punto l’indagato potrà iniziare a difendersi. «E’ su questi atti depositati che il sottoposto ad indagine potrà esercitare il suo diritto di difesa con le iniziative che riterrà opportune. Si tratta del primo momento in cui la difesa viene a conoscenza di tutto il materiale investigativo raccolto». Quindi sarà il magistrato del pubblico ministero, dominus delle indagini preliminari, ad “avvisare” l’indagato del suo status. «Potrebbe accadere che l’indagato scopra di essere tale al momento della chiusura delle indagini. E ciò, in particolare, si verifica se il pubblico ministero in quelle specifiche indagini non richiede proroghe delle medesime. In tali evenienze l’indagato, infatti, ha diritto ad un avviso, purché non si proceda per reati cc.dd. di criminalità organizzata ovvero di particolare allarme sociale, predefiniti normativamente, in relazione ai quali anche questa garanzia viene meno». Il tema è da sempre centrale: non è inusuale che l'indagato venga a conoscenza delle indagini direttamente dai mezzi di informazione... «Quando ciò accade mi pare ovvio che qualcosa non abbia funzionato». A proposito: già durante gli anni di Tangentopoli la c.d. “informazione di garanzia” prevista dal codice di rito, si era praticamente trasformata in “garanzia di informazione”"...

«Quella dell’informazione di garanzia è una lunga storia. Non c’è dubbio che un istituto diretto a garantire i diritti dell’indagato si sia nel tempo decisamente trasformato. Basti pensare che l’attuale codice, proprio per evitare forme di indebito utilizzo dell’informazione in discorso, ne ha previsto la notifica solo nell’ipotesi in cui si debba compiere un atto di indagine al quale il difensore ha diritto di assistere. Opzione legislativa ambigua, orientata a limitare notifiche di informazioni di garanzia al solo fine di prevenire divulgazioni di stampa». Ma l’informazione di garanzia non viene sempre notificata! «Perché si sposta in avanti il momento dell’eventuale notifica, tant’è che nella maggioranza dei casi le indagini si concludono senza che venga notificata l’informazione di garanzia stessa. Così, però, di fatto si è arretrata la garanzia alla conoscenza del procedimento e sul punto occorre rimarcare come la conoscenza in discorso sia il presupposto per un effettivo diritto di difesa». A proposito… «Non si può infatti esercitare tale diritto fondamentale se non si è a conoscenza di essere sottoposto a procedimento penale. In sostanza per combattere un indebito uso dell’informazione di garanzia si sono sottratti diritti difensivi». Si continua ad assistere a comunicazioni a mezzo stampa di atti procedimentali a soggetti che nemmeno sapevano di essere indagati. Tale modus comportandi anche nel passato ha prodotto effetti deflagranti sul piano della politica e dell’economia. Quali sono i rischi di tali comportamenti? «I rischi sono molteplici: in una democrazia evoluta il comando giuridico espresso dalla norma deve essere osservato e se ciò non accade deve essere sanzionato. Purtroppo ciò difficilmente avviene e tale circostanza determina inevitabilmente l’aumentare dei casi». Sul punto occorre essere chiari… «Nell’ordinamento non esistono diritti assoluti che secondo una felice espressione della Corte costituzionale diverrebbero “tiranni”: la libertà di stampa deve essere garantita e tutelata ma non quando vìola i precetti normativi, in quanto questi costituiscono il fondamento di quel “contratto sociale” stipulato tra cittadino e Stato. Pertanto il diritto all’informazione deve trovare dei limiti da individuarsi nella legittimità della notizia assunta e pubblicata». Il problema non è costituito solo dalla notizia indebitamente pubblicata, ma anche da quella illegittimamente fornita. «E qui, come accennato, necessiterebbe una maggiore attenzione alla repressione di condotte che assumono una valenza penalistica. Non si dimentichi che, anche nella nostra storia repubblicana l’indebita fuoriuscita di notizie ha comportato conseguenze politiche rilevantissime e destabilizzanti e ciò anche in quei casi in cui, anni dopo, i soggetti incriminati sono stati assolti con formula piena». Da giurista non le sembra che il sistema sia da tempo cortocircuitato, proprio sul punto? «Ritengo di sì, ma noto anche che il legislatore non ha il coraggio di varare riforme più decise. Ad oggi l’indebita pubblicazione di una notizia è punita con un reato oblabile, gli accertamenti sulla violazione di segreti quasi sempre non approdano a nulla, e tutto ciò crea un margine di impunità che induce ad una proliferazione dei casi». E assoggettare a forme di responsabilità dell’editore le evenienze di indebita pubblicazione di notizie? «In tale evenienza vi sarebbe certamente più attenzione proprio da parte dell’editore. Né si dica che la proposta ha un sapore liberticida per il semplice motivo che non può invocarsi un valore nobile come la libertà a scudo del mancato rispetto delle regole» Eppure le norme per il rispetto delle persone sottoposte alle indagini esistono.. Cosa non funziona? «Semplice, non funziona il rispetto delle regole e sul punto mi piace ricordare quel che all’indomani dell’entrata in vigore del codice Vassalli mi disse, nel mentre si discuteva di alcuni aspetti della riforma, Giovanni Conso: “questo è un codice la cui riuscita dipende dalla regolarità dei comportamenti delle parti”». Procure colabrodo o giornalisti deontologicamente scorretti? «Giudizi di genere è sempre difficile esprimerli, e quel che mi si chiede è un vero e proprio uovo di Colombo. Una cosa è certa: se i giornalisti non hanno la notizia non possono pubblicarla». Filippo Dinacci, classe 1961, è Ordinario di Diritto Processuale Penale nell’Università LUISS Guido Carli di Roma, dopo aver insegnato sempre da ordinario nell’Università degli Studi di Bergamo. Avvocato cassazionista, nel 2006 era stato nominato componente della segreteria scientifica della Commissione di riforma del Codice di procedura penale, mentre dal 2007 al 2017 è stato titolare del corso “Diritto processuale penale interno e comparato” presso la Scuola Superiore di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza. E’ nel board di prestigiose riviste di settore come “Le ragioni del garantismo” , “Archivio Penale” , “Questioni nuove di Procedura Penale” , “Anales de Derecho” dell’Università di Murcia “Cassazione penale”. Come avvocato ha assunto la difesa in delicati processi di grande rilevanza politica ed economica.

Giorgia Meloni.

La cugina di Gramsci. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 2 dicembre 2023.

Oltre a un cognato del calibro di Lollobrigida, Giorgia Meloni può vantare anche un cugino come Antonio Gramsci. Dobbiamo la sensazionale scoperta ad Alessio Vernetti, analista politico di Youtrend, che si è trasferito per un lungo picnic sotto gli alberi genealogici di Ghilarza, comune di quattromila anime in provincia di Oristano. E lì ha potuto appurare come la nonna del fondatore del partito comunista lasciato marcire in carcere da Mussolini avesse sposato in prime nozze il fratello della nonna della bisnonna dell’attuale premier di destra. Mi gira già troppo la testa per azzardare il grado preciso di parentela: me la caverò con «cugini alla lontana per via della bisarcavola», che in un Paese di familisti accaniti come il nostro è già un legame piuttosto stringente.

Dirà qualcuno: anche Berlinguer e Cossiga erano cugini. Vero, ma la distanza politica tra loro era poco più di un vicoletto, se paragonata al Gran Canyon che separa Gramsci e Meloni. I quali, giusto per completare l’arco costituzionale, risultano imparentati anche con entrambi i Letta: lo zio Gianni e il nipotino Enrico, Forza Italia e Pd. Altro che premierato forte, siamo alla maggioranza bulgara, anzi sarda. In attesa di capire chi esercita l’egemonia culturale sugli altri (ma un sospetto ce l’ho), tornano alla mente le parole definitive di Ennio Flaiano: «In Italia è impossibile fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti».

Giorgia Meloni "discende da Gramsci, come Letta". C'è l'albero genealogico. Il Tempo il 02 dicembre 2023

Legami di famiglia e alberi genealogici impensabili entrano nel dibattito politico, almeno come "curiosità". Giorgia Meloni in qualche modo discende da Antonio Gramsci, nume tutelare della sinistra, così come per un altro ramo della famiglia, Enrico Letta. A fare la curiosa scoperta è Alessio Vernetti, analista politico di YouTrend e appassionato di genealogia. "La nonna di Gramsci sposò in prime nozze il fratello di una 'bisarcavola' (il nonno di un bisnonno, ndr) di Giorgia Meloni. A Ghilarza (Oristano) gli avi di Giorgia Meloni si intrecciano con quelli di Antonio Gramsci e, tramite quest’ultimo, con Gianni ed Enrico Letta. Così ho scoperto il legame familiare tra tutti loro", spiega in una serie di tweet in cui mostra con grafici e collegamenti l'albero genealogico dello storico segretario del Partito comunista italiano.

I legami parentali di Letta con l'intellettuale erano noti, non quelli della premier. "Elsa Bazzoni, nonna materna di Letta, era infatti cognata di Franco Paulesu, che a sua volta aveva come zio Antonio Gramsci - spiega l'analista a Libero - il legame familiare tra Giorgia Meloni e Antonio Gramsci, invece, è più remoto, e per comprenderlo bisogna passare per il nonno paterno della premier, il regista Nino Meloni", nato nel 1899 a Ghilarza, lo stesso paesino dell’entroterra sardo da cui proveniva anche la madre di Gramsci. Tecnicamente, "sono legami non di sangue, ma 'acquisiti'", spiega Vernetti. Tra l'altro, nella tortuosa genealogia gramsciana, potrebbe spuntare un legame anche con Santi Licheri, il giudice scomparso noto ai più per Forum, il programma Mediaset... 

L’albero genealogico che lega Giorgia Meloni, Antonio Gramsci ed Enrico Letta. Il Posta l'1 dicembre 2023

Probabilmente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è imparentata molto alla lontana con il filosofo Antonio Gramsci, storico segretario generale del Partito Comunista d’Italia e fondatore dell’Unità. Lo sostiene l’analista politico di YouTrend Alessio Vernetti, che è anche un appassionato di genealogia e ha fatto una approfondita ricerca per dimostrarlo. In un thread su X (Twitter) Vernetti ha scritto che in base alle sue ricostruzioni la nonna di Gramsci sposò in prime nozze il fratello di una bisarcavola di Meloni, cioè la nonna di una sua bisnonna. Sia Gramsci sia Meloni, poi, sono imparentati alla lontana con l’ex segretario del Partito Democratico Enrico Letta: anche questo legame, di cui si era già parlato in passato, è stato ricostruito da Vernetti.

Vernetti racconta che la sua ricerca era partita con la scoperta che Nino Meloni, il nonno paterno della presidente del Consiglio, era nato a Ghilarza, lo stesso paese dell’entroterra sardo dove crebbe Gramsci. Così, consultando diverse fonti, tra cui l’Archivio di Stato di Oristano, è arrivato a ricostruire l’albero genealogico delle famiglie, che sembra dimostrare il legame. Lo stesso Vernetti sottolinea che comunque la parentela tra Meloni e Gramsci è acquisita, e non deriva da un legame di sangue. 

Vernetti ha ricordato che anche l’ex presidente del Consiglio ed ex segretario del PD Enrico Letta era imparentato con Gramsci, come aveva detto lo stesso Letta nel 2021.

( Alessio Vernetti)

DAGOREPORT mercoledì 29 novembre 2023.

A Palazzo Chigi stamani c’era un clima di euforia. Non appena i balilla della Presidenza del Consiglio hanno letto che Giorgia Meloni era al primo posto nella classifica dell’influente edizione brussellese del sito Politico, nella sezione “Doers” (coloro che “fanno”, gli esecutori), lo staff della Ducetta ha gongolato, strepitando contro i “gufi” della sinistra che strepitano dell’irrilevanza dell’Italia. 

Poi, Meloni ha preso in mano l'articolo e ha avuto un travaso di bile: già dal titolo, il pezzo parlava della Ducetta come di “Camaleonte”. E la gioia della premier si è trasformata in incazzatura. 

La sintesi dell’articolo di Politico è che la Ducetta, rispetto ai governi malconci di Macron e Scholz, è sì “l’esecutrice” numero uno in Europa ma in virtù del fatto che fa esattamente il contrario di quanto ha promesso negli anni all’opposizione. 

“Sembra aver subito una trasformazione nell'ultimo anno di potere – si legge su Politico -. Mentre prima chiedeva che l'Italia abbandonasse l'euro e prendeva ripetutamente di mira ‘i burocrati di Bruxelles’, la Meloni di oggi sembra essere in buoni rapporti con la presidente della Commissione europea.

Si temeva che la Meloni avrebbe usato la sua premiership per indebolire l'accesso all'aborto. Ma […] non ha toccato la disposizione costituzionale che consente l'aborto entro 90 giorni a determinate condizioni”. In politica estera, “la Meloni, il camaleonte politico per eccellenza, si è reinventata come una dura sostenitrice della Russia”.

Insomma, è l’euro-imborghesimento, la mutazione da urlante a dialogante a farla apprezzare in Ue. Cioè esattamente quello che le rimprovera Matteo Salvini, impegnato nel tentativo di rubare voti a destra a Fratelli d’Italia. 

Il ministro delle Infrastrutture lavora ai fianchi della Ducetta: il 3 dicembre radunerà a Firenze tutta l’estrema destra europea, da Wilders a Le Pen, passando per i cripto-nazi tedeschi di Afd. Il senso del suo messaggio è: noi siamo fedeli alle promesse della campagna elettorale, non come Giorgia, che ha “tradito” per entrare nella stanza dei bottoni.

Traduzione da politico.eu mercoledì 29 novembre 2023.

L'ascesa di Giorgia Meloni alla premiership italiana lo scorso anno ha fatto correre un brivido lungo la schiena dei centristi di tutto il Continente e non solo. Bruxelles si è preparata a vedere un membro di un partito post-fascista sedersi (e votare) ai suoi tavoli più alti, rafforzando i ranghi dei bambini problematici dell'UE. 

Kiev si preparava a vedere l'Italia staccarsi dal gruppo e cercare di ammorbidire il sostegno all'Ucraina e di ridurre le sanzioni alla Russia. Ma un anno dopo essere diventata leader della terza economia dell'UE, la Meloni ha sfidato le aspettative e si è costruita un significativo (anche se cauto) fan club.

La Meloni si è mossa per attuare riforme costituzionali che rafforzerebbero in modo significativo i poteri del primo ministro. E continua a offrire molta carne rossa alla sua base di estrema destra: ha vietato i rave, ha inveito contro l'immigrazione, ha ordinato alle autorità locali di smettere di registrare le coppie omosessuali come genitori, ha criminalizzato la maternità surrogata e ha introdotto una serie di politiche che avrebbero dovuto migliorare la sorte delle donne a basso reddito (anche se ci sono dubbi sul fatto che si siano effettivamente ritorte contro). 

Ma la Meloni, una fan sfegatata del "Signore degli Anelli" che, secondo quanto riferito, si definiva la “Draghetta di Undernet" nelle chat online quando aveva vent'anni, sembra aver subito una trasformazione nell'ultimo anno di potere.

Mentre prima chiedeva che l'Italia abbandonasse l'euro e prendeva ripetutamente di mira "i burocrati di Bruxelles", la Meloni di oggi sembra essere in buoni rapporti con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, e ha persino lavorato a stretto contatto con lei e con il primo ministro olandese Mark Rutte per trovare un accordo sfortunato con la Tunisia per limitare le partenze dei migranti.

Si temeva che la Meloni avrebbe usato la sua premiership per indebolire l'accesso all'aborto. Ma mentre i membri della sua coalizione hanno redatto una legge che dà valore legale al feto fin dal concepimento (sollevando il timore che siano in arrivo ulteriori restrizioni), la Meloni non ha toccato la disposizione costituzionale che consente l'aborto entro 90 giorni a determinate condizioni.

Le sorprese più grandi sono arrivate in politica estera. Prima di diventare primo ministro, la Meloni sembrava essere un'altra delle compagne di estrema destra del presidente russo Vladimir Putin: si è opposta alle sanzioni contro Mosca dopo l'annessione illegale della Crimea nel 2014 e nel 2018 si è congratulata con Putin per la sua "rielezione", dicendo che rappresentava "l'inequivocabile volontà del popolo russo".

Nel 2022, poco prima che Putin lanciasse la sua invasione su larga scala dell'Ucraina, Meloni ha dichiarato in un'intervista che l'Italia ha bisogno di "una pace laica con la Russia" e ha accusato il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden, la cui amministrazione aveva lanciato avvertimenti urgenti sull'imminente offensiva, di "usare la politica estera per coprire i problemi che ha in casa". Non c'è da stupirsi che l'ascesa al potere della Meloni abbia preoccupato la Casa Bianca.

Eppure questi timori non si sono realizzati. La Meloni, il camaleonte politico per eccellenza, si è reinventata come una dura sostenitrice della Russia. Poco dopo l'invasione su larga scala, ha denunciato "l'inaccettabile atto di guerra su larga scala della Russia di Putin contro l'Ucraina", per poi recarsi a Kiev all'inizio di quest'anno in segno di solidarietà. A maggio, in occasione del vertice del G7 in Giappone, la Meloni ha piacevolmente sorpreso i funzionari statunitensi per il suo desiderio di costruire una forte relazione con Biden; due mesi dopo, ha visitato la Casa Bianca, dove ha ricevuto un trattamento VIP completo.

La trasformazione della Meloni in falco della sicurezza è stata completa quando ha deciso di ritirare l'Italia dalla Belt and Road Initiative cinese, dopo che il Paese era diventato l'unica nazione del G7 ad aderire al controverso programma nel 2019. Con l'Italia destinata ad assumere la presidenza del G7 a gennaio, l'inversione di rotta della Meloni ha suscitato sollievo da entrambe le sponde dell'Atlantico. 

Tuttavia, non è andato tutto liscio come l'olio: All'inizio dell'anno, la 46enne ha subito un notevole imbarazzo dopo essere stata registrata mentre diceva a due burloni russi che si fingevano funzionari dell'Unione Africana che i leader europei sono "stanchi" della guerra in Ucraina. Detto questo, la Meloni non è certo il primo politico di alto profilo ad essere caduto nel tranello: Anche l'ex cancelliere tedesco Angela Merkel e l'ex primo ministro britannico Boris Johnson sono stati ingannati.

Il prossimo anno elettorale sarà cruciale per Meloni, che è anche presidente dei Conservatori e Riformisti a livello europeo, una famiglia politica che comprende il partito nazionalista polacco Diritto e Giustizia e i Democratici di Svezia di estrema destra. Con gli elettori di tutta l'UE che si recheranno alle urne a giugno e con Fratelli d'Italia della Meloni che sembra più forte che mai, non è un segreto che il Partito Popolare Europeo di centro-destra abbia corteggiato il leader italiano, forse con l'obiettivo di un pareggio post-elettorale che potrebbe ridisegnare il panorama politico europeo.

Estratto dell’articolo di Francesco Merlo per “la Repubblica” il 27 Novembre 2023 

L’unico successo della cultura di destra è il suono romanesco che il nuovo potere ha imposto al Paese, la parlata strascicata di Giorgia Meloni. A Chigi “l’italiano sfatto”, come diceva Moravia, è quello delle interiezioni, “daje” alla fine di ogni frase e “stacce”, “stai manzo”, “m’arimabarza”, “t’accolli”. Così lo staff, da Giovanna Ianniello a Patrizia Scurti, e uscieri e portaborse, il cognato Lollobrigida che pare Gnecco er Matriciano e ovviamente Arianna, moglie e sorella romanaccia.

[…] La destra occupa tutte le poltrone, perché “è lo spoils system, bellezza”, ma sinora sembra l’egemonia dei tontoloni. I mejo intellettuali di destra sono gli stessi da decenni, Guerri, Cardini, Veneziani, Tarchi… e finalmente con la Biennale vedremo all’opera Pietrangelo Buttafuoco. Non ci sono nuovi scrittori, registi, pittori, attori e professori.

È un flop Pino Insegno, ed è un mezzo flop il Comandante Favino. È naufragata in una buffa velleità, non di egemonia ma di mitomania culturale, la celebrazione del Signore degli anelli come mito fondativo della “Signora Giorgia degli anelli”. […] È segnata dal macchiettismo la crociata contro l’inglese di Rampelli. Sono penose le battaglie sul sovranismo alimentare. Non ci sono a destra storici dell’alimentazione made in Italy: i libri di riferimento sono ancora e sempre quelli di Elisabetta Moro e Marino Niola.

[…] Davanti a quest’intruglio, si capisce perché il più applaudito sia ancora Pingitore, quello del Bagaglino, chiuso nel 2011, dove pure Berlusconi si romanizzava tra Pippo Franco, Oreste Lionello e Pamela Prati nel ruolo della donna serpente. Quella sì che era egemonia culturale di destra, la trippa dell’umorismo italiano. A orchestrare l’intonazione […] c’è er fidato Fazzolari, che dirige anche il ciociaro Tajani e Rampelli, Abodi, Isabella Rauti e “anvedi “ Durigon… sino al Tg1 di Chiocci, più romano del Rugantino.

Dal “Corriere della Sera” mercoledì 8 novembre 2023. 

Esce oggi il libro di Bruno Vespa, «Il rancore e la speranza. Ritratto di una nazione dal dopoguerra a Giorgia Meloni, in un mondo macchiato di sangue», 21 euro, 364 pagine. Anticipiamo un brano dal capitolo XI «L’ambizione del primo governo di legislatura». 

Giorgia Meloni mi accoglie da sola nella sua stanza a Palazzo Chigi, che ha reso più semplice e luminosa. Colori chiari, niente damaschi. È appena passato il primo anno di governo, ma sembrano dieci, tante sono le cose accadute. (...) La traumatica rottura della relazione decennale con Andrea Giambruno, annunciata il 20 ottobre 2023, l’ha ferita profondamente, ma lei è una donna forte.

Eppure, in un anno a Palazzo Chigi, qualcosa è cambiato. La sua persona, per esempio. 

«Me la sono persa. A volte mi dicono “mi manchi”, e io rispondo “anch’io mi manco”. Questo è un ruolo che ti toglie tutto, e puoi farlo solo se ci credi veramente. 

Puoi farlo, certo, se sei molto vanitosa — e non è il mio caso — o se sei troppo responsabile. In questo caso non riesci a vedere i vantaggi personali di quello che fai. 

Io vedo sempre il bicchiere mezzo vuoto, ma è anche la mia forza riuscire a immaginare sempre lo scenario peggiore. Appena risolto un problema, vedo solo che ne ho altri cento davanti.

Assumendo questo incarico non avevo capito che avrei dovuto fare i conti con due problemi enormi. Il primo: qualunque imprevisto accada nel mondo, riguarda anche te. Il secondo: non esiste programmazione. L’emergenza è la tua unica certezza». 

Una tragedia, per una come lei, commento. «Infatti. Io sono del segno del Capricorno. Molto schematica. Per me, che devo sapere tutto prima di affrontare qualunque cosa, è un problema. Eppure mi sono sorpresa di me stessa. Un paradosso.

Di fronte all’emergenza sono serena, senza l’ansia di un tempo. Ha presente gli atleti quando si mettono ai blocchi? Il cervello li isola: pensano unicamente alla gara. 

Allo sparo, partono concentrati solo su quella. Margaret Thatcher si faceva portare soltanto i giornali che parlavano bene di lei. Io nemmeno quelli. Non leggo niente per non essere condizionata. 

Non ho padroni, non ho niente da restituire. Mi fido solo della mia coscienza e mi interessa solo il giudizio degli italiani».

Com’è cambiato in un anno il presidente del Consiglio?, le chiedo. «Anche qui sono la stessa persona, e la cosa che mi rende orgogliosa è di essermi mossa a livello internazionale esattamente come mi sono sempre mossa. 

Mai paludata per il ruolo. La franchezza di sempre. Sono schietta nel trasferire le mie convinzioni. Non abbasso la testa. Non ho complessi d’inferiorità. 

Quello che temevano fosse una debolezza per l’Italia è diventata una forza. In Italia è mancata troppo a lungo la politica, e l’impressione che ho è che in politica estera l’assenza della politica ci abbia portato a essere dei follower, cioè a inseguire gli altri per essere certi di non sbagliare. Io provo a fare dell’Italia una nazione leader, da inseguire. Prenda il vertice arabo del Cairo del 21 ottobre, un incontro cruciale con la crisi in Israele.

Ho spiazzato tutti e sono stata l’unico leader del G7 a essere presente. Qualcuno lo sconsigliava, visto che gli altri avevano preferito essere presenti con i loro ministri degli Esteri, ma i paesi arabi, a cominciare dal presidente egiziano al-Sisi, hanno apprezzato moltissimo questo coraggio». 

Si parla di un suo rapporto privilegiato con Biden. «Mi ci intendo bene. Quando non sono d’accordo, glielo dico, perché sei utile, e sei amico, se dici le cose come stanno.

Con Ursula von der Leyen lavoro bene, con il primo ministro britannico Sunak siamo diventati amici. Ma anche con molti leader mediorientali e con il primo ministro indiano Modi. 

In India è scoppiata la “Melodimania”, i social hanno rilanciato i miei incontri con Modi montando i nostri scambi con le musiche di Bollywood. Alla fine ho scoperto di avere follower anche tra gli indiani…» . 

(...) Il 30 ottobre è stato raggiunto anche l’accordo di maggioranza sulla riforma costituzionale che prevede l’elezione diretta del primo ministro. 

(...) Non è anomalo che un premier eletto non possa revocare un ministro che non funziona?, le chiedo. «Abbiamo voluto lasciare inalterati i poteri del presidente della Repubblica come elemento di garanzia assoluta.

Se oggi andassi da lui chiedendogli di revocare un ministro che dà problemi, credo che non incontrerei resistenze. A maggior ragione non le incontrerebbe un presidente del Consiglio eletto direttamente dal popolo. Se poi nella discussione parlamentare si vorranno introdurre dei correttivi, vedremo».

Estratto dell’articolo di Tommaso Ciriaco, Giuliano Foschini per “La Repubblica” giovedì 9 novembre 2023.

Il caso della telefonata fake in cui è inciampata Giorgia Meloni, e con lei la sicurezza nazionale, non è finito. Anzi, emergono nuove dirette responsabilità nella catena di comando diplomatica e politica. Non tutto si è chiuso infatti con le dimissioni di Francesco Talò, consigliere diplomatico della premier, che risulta in parte responsabile, in parte capro espiatorio di una sequenza di errori, sottovalutazioni e impreparazione che hanno portato i due comici russi Vovan e Lexus a beffare la presidente del Consiglio. Ieri il sottosegretario alla Presidenza e Autorità delegata, Alfredo Mantovano, è stato ascoltato al Copasir.

E dall’audizione sono emersi almeno tre elementi. Il primo: l’ambasciatore italiana presso l’Unione africana, Alberto Bertoni, era stato contattato per verificare la bontà della mail arrivata a Palazzo Chigi con la quale i russi - spacciatisi per Moussa Faki, presidente della commissione dell’Unione africana - chiedevano un contatto per rintracciare la premier. Apparentemente, si trattava di un indirizzo corretto, perché hackerato. Ma sarebbe bastato fare un controllo con il gabinetto di Moussa Faki per capire che si trattava di una trappola. 

Una verifica che non è stata fatta. E questo nonostante, si scopre ora, l’ufficio diplomatico di Palazzo Chigi avesse correttamente avviato l’istruttoria. «Non è chiaro se sia arrivato un via libera dalla nostra ambasciata o piuttosto, come sembra, un silenzio che è stato interpretato erroneamente come assenso», ragiona una fonte vicina al dossier. «Ma è stato commesso un imperdonabile errore, anzi due: da parte di chi non ha risposto. E da parte di chi quella risposta non l’ha sollecitata».

[…] La premier nella coda della telefonata avesse avuto qualche sospetto sulla “bontà” dell’interlocutore, a causa dell’insistenza dei quesiti centrati sulla crisi ucraina. La premier aveva poi affidato i suoi dubbi all’ufficio diplomatico, che l’aveva però tranquillizzata. «Per questo si è dimesso Talò». 

Nella discussione interna al Copasir, ma anche in quella in corso tra le forze parlamentari, è emerso anche - e veniamo al secondo punto - come la ricostruzione non possa fermarsi qui. L’obiettivo adesso è capire se davvero non sono stati compiuti ulteriori accertamenti. E, nel caso, il perché di questa scelta. E ancora, se c’è stata in quelle ore un’interlocuzione tra l’ufficio diplomatico, che fatto salvo Talò è rimasto attualmente nella composizione precedente all’incidente, e la premier.

O magari con la sua segreteria particolare che aveva gestito fino a quel momento il dossier. Un dubbio legittimo, visto che in queste ore è emerso un particolare in più. Con un comunicato stampa datato 12 ottobre l’Unione africana scriveva: “È giunto all’attenzione dell’Ufficio di presidenza che diverse capitali straniere sono state vittime di indirizzi e-mail falsi che pretendono di essere e-mail ufficiali del vice capo di stato maggiore per conto del presidente della Commissione dell’Unione Africana, chiedendo telefonate ai leader stranieri. 

L’Unione Africana desidera inoltre ricordare che tutte le richieste di impegno ad alto livello da parte del Presidente avvengono sistematicamente attraverso i normali canali diplomatici, tramite Nota Verbale indirizzata alle ambasciate accreditate interessate con sede ad Addis Abeba, all’attenzione dei paesi stranieri interessati”.

A chi si riferivano? Probabilmente alla leader estone, Kaja Kallas, che ha subito uno “scherzo” simile a quello di Meloni, accorgendosene e denunciandolo subito. Ma il punto è capire se parlassero anche dell’Italia, come il comunicato sembra fare: il problema è che, stando alla ricostruzione ufficiale fin qui fatta, il 12 ottobre non c’era alcuna certezza che la premier avesse parlato con i russi e non con Moussa Faki. Perché allora questo comunicato? Qualcuno sapeva? 

Infine, la “matrice”. Al Copasir, Mantovano ha spiegato come i nostri servizi non ritengano “uno scherzo” quello dei due comici russi. Piuttosto, un potenziale atto di guerra ibrida, vista anche la linea dell’Italia sul conflitto in Ucraina. […]

Tommaso Ciriaco per "La Repubblica" - Estratti venerdì 3 novembre 2023

Cade la prima testa. E che testa: Giorgia Meloni “licenzia” in conferenza stampa Francesco Maria Talò, al suo fianco come consigliere diplomatico fin dai tempi dell’insediamento. A lui – e al suo ufficio – attribuisce la colpa per la trappola telefonica subita dai due comici russi. È il bersaglio sacrificale di una disfatta collettiva di Palazzo Chigi. 

La formula scelta di fronte ai cronisti è: «Questa mattina l’ambasciatore ha rassegnato le sue dimissioni. C’è stato un inciampo. E il suo è stato un gesto di responsabilità». 

Ma è evidente che quello che la premier sostiene subito dopo suona come una totale sconfessione dell’operato dell’ex rappresentante italiano presso la Nato. «Verso la fine della telefonata ebbi un dubbio, soprattutto nella parte in cui sui parlava del nazionalismo ucraino, perché è un tema tipico della propaganda russa. L’ho segnalato al mio ufficio diplomatico. Credo ci sia stata una superficialità da parte loro».

Non ricostruisce l’intera catena di errori, che manca di dettagli fondamentali. Non entra nel merito dei tagli all’audio, che presuppongono l’esistenza di una versione originale in mano ai russi. Meloni si concentra su quello che considera l’anello debole che ha provocato il pasticcio internazionale: l’ufficio diplomatico di Palazzo Chigi, appunto. Una volta che la presidente del Consiglio solleva il dubbio, Talò e la sua squadra non compiono le opportune verifiche: «È una vicenda gestita con leggerezza che ha esposto la nazione ». Ma c’è di più: la premier sostiene di aver avvisato i diplomatici, ma di aver ricevuto rassicurazioni.

Per questo, giura, non sono stati allertati i Servizi, che pure avrebbe potuto interpellare personalmente o attraverso l’autorità delegata Alfredo Mantovano: «Credo che questo sia stato l’errore principale dell’ufficio diplomatico. Segnalai, ma loro non fecero verifiche fatte bene. 

A me non è tornato un alert che non mi ha consentito di muovermi» con l’intelligence. Peggio: «Ho dato per scontato che le cose fossero corrette. Se ricevo una telefonata dall’ufficio del consigliere diplomatico la devo dare per buona». Per questo salta Talò. Il nome più forte che circola per sostituirlo è quello di Luca Ferrari, attuale sherpa per l’Italia del G7 e G20. Altri profili che trapelano a sera sono quelli dell’ambasciatore in Etiopia, Agostino Palese, e in Albania, Fabrizio Bucci.

Va però sottolineato un altro elemento dirimente, in questa storia.

Per la prima volta, Meloni ammette che lo “scherzo” telefonico potrebbe in realtà rappresentare un atto di guerra ibrida portato avanti dal governo russo. Disiformazione, prova di forza per mostrare la vulnerabilità del Paese. Per di più, in una fase in cui la pressione di Mosca sulle democrazie occidentali sembra aumentare, cercando di sfruttare una «stanchezza» per la guerra in Ucraina che si fa strada nelle Cancellerie. 

Riccardo Barbin per policymakermag.it venerdì 3 novembre 2023 

Dopo l’infortunio diplomatico di cui è rimasta vittima la premier Giorgia Meloni, con lo scherzo dei due comici russi Vovan e Lexus, tutti gli occhi sono puntati sul consigliere diplomatico l’ambasciatore Francesco Maria Talò. Si dimette? Non si dimette? C’è in corso un’indagine interna agli uffici? Verranno presi provvedimenti disciplinari nei confronti di qualcuno?

Oggi sui giornali sono molteplici le ricostruzioni. Ma anche se volessimo addebitare a Talò tutte le responsabilità della gestione della telefonata fake con il finto presidente dell’Unione africana, chiaramente non ha potuto fare mai tutto da solo. 

Da quello che emerge c’è già una corsa al rimpallo di colpe tra i vari uffici, forse con il tentativo di distribuire le responsabilità e annacquare il caso. E così nel mirino sono finite la segreteria della premier, la segreteria dell’ufficio diplomatico fino a chi ha la competenza diplomatica sui dossier relativi all’Africa e in particolare ai Paesi in via di sviluppo.

Stiamo parlando di Lucia Pasqualini, consigliere d’Ambasciata a Palazzo Chigi dalla scorsa primavera. Prima di addentrarci sul suo profilo, vediamo i giornali come hanno raccontato la genesi del contatto con gli ‘impostori’ russi. 

Scrive Marco Galluzzo sul Corriere della Sera: “Chi si occupa di Africa nell’ufficio di Talò è la consigliera Lucia Pasqualini, ma con il comunicato è come se il capo dell’ufficio, l’ambasciatore Francesco Talò, si sia preso la responsabilità dell’accaduto. Anche se non ha gestito direttamente lui la vicenda”. Marco Iasevoli su Avvenire annota che “la referente per l’Africa è Lucia Pasqualini. Ma il tramite del ‘raggiro’ potrebbe anche essere negli ‘scalini’ inferiori”.

Tommaso Ciriaco scrive che il primo contatto fake è avvenuto tramite email “con un messaggio di posta elettronica inviato all’indirizzo dello staff presidenziale (…) Giunta la mail, si diceva, lo staff di Meloni avvisa l’ufficio del consigliere diplomatico”, di Francesco Talò. “Sotto di lui – continua Repubblica – c’è un ufficio con un vice e sei consiglieri. Ognuno ‘gestisce’ un continente. In questo caso viene attivata la consigliera Lucia Pasqualini. A sentire fonti diplomatiche di Roma, tutto viene fatto al meglio: verifica e controllo. abili i russi di certo Forse anche a sfruttare alcuni bag della procedura standard. Resta il fatto che, giunta la mail, il contatto fittizio non viene certificato nel modo più corretto”.

Questa invece la ricostruzione di Carmelo Caruso sul Foglio: la “telefonata arriva alla segreteria dell’ufficio diplomatico” che “viene smistata alla funzionaria delegata per l’Africa. Viene presa in carico la richiesta, si annota l’oggetto e si fissa un appuntamento. Da quel momento dovrebbe esserci uno scudo a protezione di Meloni. Si dovrebbero incrociare i numeri, i nomi, le cariche. Non accade. (..) Il delegato di Talò per l’Africa, sempre da quanto è possibile ricostruire, contatta le ambasciate interessate, si dice quella Eritrea, ma non i Servizi”.

Lucia Pasqualini è una new entry a Palazzo Chigi dove ha messo piede la scorsa primavera e data in ascesa tra i diplomatici. Ha trascorsi a New York e in Cina, esperienze durante le quali ha conosciuto i suoi due mentori che ha ritrovato proprio alla Presidenza del Consiglio, ovvero gli ambasciatori Francesco Talò e Luca Ferrari.

Al consolato di New York Pasqualini è arrivata nell’autunno del 2010, quando console generale era appunto Talò. In Cina invece è stata console generale a Canton, la terza città più grande della Repubblica cinese con 13 milioni di abitanti, nel periodo più acuto della pandemia. Periodo che è coinciso con la presenza alla guida dell’Ambasciata italiana a Pechino di Luca Ferrari, attuale rappresentante della premier Meloni per il G7 e il G20 e tra i papabili a diventare consigliere diplomatico quando l’ambasciatore Talò lascerà. Pasqualini, scrive Caruso sul Foglio, fa parte di “un gruppo di giovani ambasciatori su cui la destra sta scommettendo”.

Il marito di Pasqualini è Clemente Contestabile, consigliere diplomatico del ministro Sangiuliano, che ha seguito un iter geografico simile. Dal 2010 al 2014 a New York ha lavorato alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso le Nazioni Unite mentre dal 2018 è stato il Console Generale d’Italia a Hong Kong.

Appena pochi giorni fa su X Pasqualini ha postato una foto mentre stringe la mano al Primo Segretario di Gabinetto del Kenya, Musalia Mudavadi e a corredo il commento: “Costruire relazioni con l’Africa. Un incontro molto fruttuoso, per discutere di cooperazione bilaterale nel settore dello spazio aereo, lotta al terrorismo e cambiamento climatico”.

E il giorno prima aveva ripostato un tweet dell’ambasciatore Talò in occasione dell’apertura della Munich Security Conference a Nairobi: “L’Italia è impegnata ad ascoltare la voce dell’Africa per affermare principi condivisi per l’ordine globale. Abbiamo bisogno di una prospettiva africana!”

Estratto dell’articolo di Emiliano Fittipaldi per “Domani” venerdì 3 novembre 2023

La trappola russa nella quale è scivolata Giorgia Meloni con tutte e due le scarpe, al netto dei penosi tentativi degli yes men dai quali è circondata di alleviarne le responsabilità dirette (i sottosegretari Giovanbattista Fazzolari e Alfredo Mantovano su tutti), esplicita in modo adamantino uno dei difetti principali della premier. Limite che, continuasse imperterrita nella reiterazione, la porterà ineluttabilmente a sbattere, come già avvenuto ad alcuni predecessori affetti dal medesimo tic. 

Meloni, è il postulato diffuso, è brava. Ma pagherebbe il fatto di non avere una classe dirigente adeguata alla causa. […] Il problema principale però sembra ormai un altro: Meloni stessa non sembra essere capace di individuare le competenze necessarie a costruire una squadra degna di guidare il paese.

L’inettitudine che traspare dalla vicenda dei comici di Putin, una gaffe planetaria che rischia di creare tensioni con la Francia e altri alleati, coinvolge infatti tutti gli uffici di Palazzo Chigi. 

Quello del povero consigliere diplomatico Francesco Talò, scelto direttamente dalla premier e consegnato […] al pubblico ludibrio come unico colpevole. Quello dell’amica e segretaria Patrizia Scurti, sorta di vice premier in pectore ben felice di lavorare spalla a spalla con suo marito (agente segreto in forza all’Aisi, è diventato autista personale di Meloni) ma incapace di fare filtro alla presidente del Consiglio.

Fino alle responsabilità di Fazzolari, che difende il capo ma ammette senza rendersene conto un possibile coinvolgimento dell’Fsb di Putin, e a quelle dello stesso Mantovano. Se fosse vero […] che la premier ha intuito subito la beffa, come mai in queste settimane il sottosegretario con delega ai Servizi segreti non ha ricostruito la catena delle responsabilità che hanno provocato il patatrac?

Mantovano […] non ha […]contattato né il ministero degli Esteri né l’intelligence per provare a individuare i bug del processo che ha portato il presidente del Consiglio a chiacchierare amabilmente per 15 minuti di politica estera con un impostore in odore di servizi russi. Dunque, delle due l’una: o è solo colpa di Talò, […] Oppure gli errori sono da suddividere con altri soggetti, che Palazzo Chigi preferisce coprire. 

Sia come sia, l’ombrello del consenso non può proteggere sine die la leader dal dilettantismo suo e del suo staff. Anche perché è a rischio non solo la sua immagine, ma quella dell’alta istituzione che rappresenta. In questi mesi già messa a dura prova dalle vicende balorde di Giovanni Donzelli e Andrea Delmastro, di Daniela Santanchè, di Vittorio Sgarbi e del cognato Francesco Lollobrigida. Per tacere dell’affaire dell’ex compagno Andrea Giambruno.

[…] Ora, la speranza è che lo scherzo telefonico dei russi sia foriero di un cambio di passo. Meloni provi a cambiare registro nella cooptazione dei suoi collaboratori, e faccia entrare nella stanza dei bottoni gli encomiabili, e non solo gli ex camerati e i vecchi amici di Colle Oppio. Per il bene di tutti.

Francesco Talò a Mario Sechi: "Ecco perché mi dimetto". Libero Quotidiano il 03 novembre 2023

Francesco Talò, classe 1958, ambasciatore di lungo corso, è un uomo colto, sottile, con il guizzo dell’ironia. In un paese dove pochi trovano coraggio e il senso del dovere è una pagliuzza d’oro nel fiume, si è dimesso dall’incarico di responsabile dell’ufficio diplomatico di Palazzo Chigi. È la storia di una telefonata e di un intrigo internazionale. Ambasciatore Francesco 

Talò, cominciamo dal fatto, la telefonata, che cosa è successo?

«Prima di tutto il contesto: sappiamo la priorità attribuita all’Africa dal governo Meloni. È un impegno che si traduce in un enorme sforzo, portato avanti ovviamente soprattutto dall’Ufficio del Consigliere diplomatico, ci crediamo perché pensiamo che sia urgente affrontare insieme le tante sfide e le opportunità che vengono dall’Africa, l’immigrazione, l’energia, il cambiamento climatico, la sicurezza, l’instabilità. Sono tutti temi che s’intrecciano. E quindi a settembre eravamo impegnati a lavorare per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che è la grande occasione in cui si incontrano i leader di tutto il mondo e per noi era utile incontrare gli africani. Un impegno portato avanti con grande passione e competenza dalla collega responsabile per l’ONU e l’Africa. E infatti la partecipazione di Meloni il 19 e il 20 settembre è stata molto focalizzata sugli incontri con i leader africani e sul suo discorso all’assemblea generale. E quindi lì si inserisce una telefonata con un esponente significativo come il presidente della Commissione dell’Unione Africana».

Era una telefonata programmata?

«L’interlocutore era interessante. Abbiamo ricevuto una mail proveniente da un indirizzo plausibile e quindi si è svolta la telefonata con i suoi normali preparativi. Nella conversazione il presidente del Consiglio ha dimostrato una perfetta coerenza tra il suo pensiero ben conosciuto e le cose che ha detto. Questo è l’episodio, è adesso evidente che la gestione dell’episodio avrebbe potuto essere migliore, perché altrimenti non saremmo caduti nell’inganno. Un inganno che ci accomuna a tanti leader illustri, dotati di importanti apparati, strutture che li assistono, paesi che dedicano alla sicurezza una notevolissima attenzione. Non deve succedere, ma è successo. Per questo io ho ritenuto giusto assumermi la responsabilità per non aver effettuato quelle verifiche supplementari che sarebbero state opportune, sia pure in un contesto di grande impegno, di sovraccarico di lavoro del mio ufficio e di plausibilità del messaggio ricevuto. La vicenda ha suscitato uno scalpore che credo non si sia verificato in casi analoghi altrove e così ho ritenuto di dover rassegnare le mie dimissioni, anche perché spero che questo possa contribuire a continuare quel percorso avviato con il presidente del Consiglio che ha portato tanti importanti successi alla politica estera italiana in questo scorso anno, risultati che sono riconosciuti dall’opinione pubblica e soprattutto nel mondo. Meloni è diventata rapidamente una protagonista nella scena politica europea e internazionale, grazie alla sua competenza, capacità di interloquire con i leader mondiali, grazie all’impegno profuso insieme intorno a alcune linee di azione su tutti i principali temi dell’attualità internazionale, abbiamo avuto sfide senza precedenti che si sono cumulate l’una con l’altra, un intreccio davvero terribile, a partire dalla guerra in Ucraina e ora al conflitto in Medio Oriente».

Ambasciatore, lei ha quindi scelto le dimissioni per aiutare tutti a superare questa fase?

«È una questione di coerenza, è il mio modo di essere, io credo sempre opportuno assumersi le proprie responsabilità. Capisco che non sia molto comune, ma è un mio modo di essere. Penso di essere stato coerente, io prima di 40 annidi carriera diplomatica, sono stato ufficiale dei carabinieri, questa è un’esperienza che mi è rimasta per sempre, anche perché viene da una tradizione di famiglia. E questo senso del dovere, del sacrificio, del sentirsi sempre in obbligo nei confronti dello Stato, della nazione, fa parte della mia natura».

Si aspettava un’azione di disturbo del Cremlino?

«Sappiamo che c’è un’attenzione della Russia nei confronti dei paesi occidentali, soprattutto su una nazione come l’Italia che è impegnata con coerenza, con un ruolo importante, a fianco dell’Ucraina nella resistenza all’aggressione. È una cosa di cui non ci si può sorprendere, dobbiamo quindi continuare coerentemente con questo impegno. Corrisponde ai nostri valori e interessi, è la politica che abbiamo portato avanti, lo ha detto chiaramente Meloni in quella telefonata e corrisponde alle mie convinzioni profonde. Io ero ambasciatore alla Nato nei giorni dell’aggressione, nel febbraio del 2022, ho vissuto in diretta quelle giornate, non posso dimenticare quell’impegno corale dell’Alleanza nella quale l’Italia ha un ruolo fondamentale».

Siamo attrezzati per fronteggiare la guerra ibrida della Russia, la “disinformatia”, un classico del loro repertorio?

«È una sfida quotidiana, non si è mai attrezzati alla perfezione, la perfezione non esiste, questo ci deve indurre a sforzarci sempre di più. Siamo consapevoli, è un tema discusso ampiamente nella Nato, nell’Unione europea e in Italia, dobbiamo avere gli occhi aperti e convincerci delle nostre opinioni, per capire come possono essere a rischio di disinformazione e distorsione della verità. E non oso pensare a cosa potrebbe succedere un giorno con l’applicazione dell’intelligenza artificiale, che può portare al rischio supremo dell’ambiguità, la non distinzione tra ciò che è vero e ciò che è falso».

Cosa le ha detto Giorgia Meloni?

«Abbiamo ricordato il lavoro fatto nel corso di questo anno insieme, questo mi ha confortato. È consapevole del nostro impegno, il mio e dell’ufficio diplomatico, un impegno senza precedenti. Chi fa tanto una volta può sbagliare, non dovrebbe succedere, ma è successo».

Da quando è nella carriera diplomatica?

«L’anno prossimo sono 40 anni, andrò in pensione tra pochi mesi, sono diventato ambasciatore nel 2017. Ho iniziato il mio lavoro alla Farnesina nel 1984, in uno scenario completamente diverso, ero al servizio stampa, il ministro degli Esteri era Giulio Andreotti, c’era la Cortina di Ferro, c’era Leonid Breznev, non potevamo neanche lontanamente immaginare tutto quello che sarebbe successo: la caduta del muro, la fine dell’Unione Sovietica, la riunificazione della Germania, ho vissuto anni entusiasmanti».

Un ricordo della vita in una delle sue sedi estere?

«Dopo il servizio stampa alla Farnesina, sono andato in Giappone. E con mia moglie abbiamo iniziato una vita, quella di due giovani con una bambina che aveva tre settimane – la mia seconda figlia è nata a Tokyo – e quel paese allora era davvero lontano (non c’era neanche il volo diretto), un luogo affascinante, in pieno boom economico, abbiamo vissuto la morte del grande imperatore Hirohito, il Giappone aveva tutto il fascino dell’Oriente ma con una grande modernità occidentale e quella cortesia particolare».

Quanto le pesa questa vicenda in finale di carriera?

«Ho trascorso un anno importante, con tanti successi della politica estera italiana, è una enorme soddisfazione aver contributo con la mia squadra. E poi ci sarà un futuro».

Le mancheranno i colloqui con Jake Sullivan, di cui è diventato buon amico?

«Mi mancheranno quelli con tutti i colleghi, ho conosciuto persone straordinarie. Questo è uno dei privilegi del nostro lavoro, entrare a contatto con personalità uniche al mondo, in tanti settori. Penso alla giornata di ieri, alla conferenza dedicata all’intelligenza artificiale organizzata dal primo ministro britannico Rishi Sunak, a Bletchley Park, nel Regno Unito, un luogo dove durante la Seconda guerra mondiale Turing svelò i codici cifrati della Germania di Hitler. Ho ascoltato dei colloqui affascinanti tra alcuni leader, persone che stanno facendo una rivoluzione epocale». 

Torniamo alla Russia: quei due non erano dei comici ovviamente. 

«Erano... “dual use”, erano dei comici che fanno comodo a qualcuno». 

Fare quello che hanno fatto non è facile. 

«Per farlo tante volte a tanti interlocutori importanti ci vuole grande abilità e una buona organizzazione». 

E bisogna conoscere l’agenda.

«Bisogna capire le priorità degli altri. Per noi in quel momento era l’Africa. E hanno trovato l’esca buona». 

Cosa la preoccupa di più in questo scenario? 

«Il fatto che non si riesca a comprendere che c’è un interesse comune: l’interesse a una pace giusta, che deve rispettare il diritto internazionale e quindi la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina. È nell’interesse di tutti, anche del popolo russo, che sono sicuro vuole vivere in pace. Bisogna che questo succeda per l’Europa, per la sicurezza europea e per il mondo. Non dimentichiamo che tutti i teatri sono collegati. La nostra politica estera mette insieme i vari settori della scacchiera, la presidente Meloni è stata definita da una rivista americana “la regina degli scacchi”, perché ha la capacità di guardare l’insieme, tutti i teatri. È fondamentale come fa l’Italia impegnarsi nell’ambito euro-atlantico per l’Ucraina, ma bisogna tenere conto che l’esito della guerra avrà un impatto nell’Indo-Pacifico, dove siamo sempre più impegnati (ricordo tra l’altro le nostre due visite in India) e poi in Africa e nel Mediterraneo, e così si chiude il cerchio. L’Italia in questo scenario è un ponte tra l’Oriente, il Medio Oriente, il Mediterraneo e l’Africa». 

Che cosa si rimprovera? 

«Mi rimprovero di più le cose che non ho fatto. Nonostante si dica che io sono un iper-attivo, anche un po’ pedante. Penso che i peccati di omissione siano più gravi di quelli d’azione». 

Ha dei consigli per il suo successore? 

«Avrà la stessa guida che ho avuto io, dovrà continuare a correre su dei binari già tracciati, consiglio di continuare a farlo avendo visione, impegnandosi, essendo appassionato del suo lavoro, con interesse e curiosità. Troverà colleghi straordinari con i quali condividere le sue fatiche». 

E dovrà ricontrollare tutte le telefonate.

«Su quello sono tranquillo, farà altri errori, come tutti noi, ma quello no, non lo farà».

Si chiama Francesco Talò, classe 1958, ambasciatore di lungo corso, ieri mattina si è dimesso dall'incarico di responsabile dell'ufficio diplomatico di Palazzo Chigi. Un passo indietro dovuto alla telefonata delle iene russe, lo scherzo telefonico del finto leader africano a Giorgia Meloni. E Talò racconta le motivazione della sua scelta in un'intervista firmata da Mario Sechi, direttore di Libero. "Quella telefonata? Ho sbagliato. I comici bene organizzati fanno comodo a qualcuno. Mosca guarda a noi per la nostra coerenza su Kiev", spiega Talò. E ancora: "Mi dimetto perché non ho effettuato le verifiche necessarie".

Su Libero Quotidiano leggi l'intervista a Francesco Talò del direttore, Mario Sechi

(LaPresse su mercoledì 1 novembre 2023) - "Giorgia Meloni ci ha sorpreso. Perché nella maggior parte degli scherzi che abbiamo fatto a dei leader politici, loro ci hanno sempre risposto come se leggessero dei comunicati. 

Sembravano dei robot, o ChatGpt. Invece Meloni ci è sembrata avere le proprie idee. È vero, non si è accorta dello scherzo, ma ha parlato esprimendo dei concetti importanti, anche critici rispetto ad esempio ai partner dell'Ue". 

Lo hanno detto a LaPresse Vovan e Lexus, al secolo Vladimir Kuznetsov e Aleksej Stoljarov, il il duo russo specializzato in scherzi telefonici a personaggi famosi.

(LaPresse mercoledì 1 novembre 2023) - "Immaginiamo che ci siano state polemiche per il nostro scherzo. Ma ora Giorgia Meloni appartiene ad una lista di 'grandi' che sono stati presi in giro da noi".

Lo hanno detto a LaPresse Vovan e Lexus, al secolo Vladimir Kuznetsov e Aleksej Stoljarov, il duo russo specializzato in scherzi telefonici a personaggi famosi. I due, che si descrivono giornalisti-pranker (prank, scherzo o burla in inglese), hanno spiegato di aver scelto Meloni per il loro scherzo "intanto perché l'Italia è membro del G7" e poi perché "in Italia come leader importante c'è lei". 

"Conosciamo Salvini, e prima c'era Berlusconi. Ma per Meloni abbiamo ricevuto anche molte richieste dalle persone che ci seguono", hanno affermato Vovan e Lexus. I due hanno poi raccontato di avere una grossa passione per il personaggio di Fantozzi: "Amiamo i suoi film. Sarebbe stato bello poterci parlare...".

(LaPresse mercoledì 1 novembre 2023) - "È dal 2011, da quando abbiamo iniziato con i nostri scherzi, che dicono che siamo legati ai servizi segreti russi o al Cremlino. Ma è assolutamente falso. Queste sono teorie del complotto.

Che interesse potrebbero avere il Cremlino o il Kgb nel fare degli scherzi telefonici a star del cinema o a cantanti famosi? Pensare che ci sia qualcuno dietro di noi è semplicemente il modo più facile per pensare che siamo riusciti ad arrivare a prendere in giro dei personaggi famosi. Ma siamo solo due ragazzi che hanno trovato un sistema per arrivare a fare degli scherzi a queste persone importanti". 

Lo hanno detto a LaPresse Vovan e Lexus, al secolo Vladimir Kuznetsov e Aleksej Stoljarov, il duo russo specializzato in scherzi telefonici a personaggi famosi. "Come siamo arrivati a Meloni o altri personaggi? Abbiamo un nostro metodo, una procedura studiata e migliorata negli anni", hanno spiegato Vovan e Lexus che, "come i maghi", preferiscono non svelare il loro trucco. "Anche per non mettere in difficoltà le persone che ci aiutano in questi scherzi", hanno detto ancora i due.

Dagospia mercoledì 1 novembre 2023. Dal profilo Twitter di Dario D’Angelo

Giorgia Meloni è stata vittima lo scorso 18 settembre dello scherzo telefonico di un impostore spacciatosi per il presidente della Commissione dell’Unione Africana. A parlare era in realtà “Vovan & Lexus“, il duo comico ritenuto vicino ai servizi di intelligence russi, negli ultimi anni riuscito a beffare altri leader internazionali: da Boris Johnson a Pedro Sanchez, da Christine Lagarde a Recep Tayyip Erdogan, estorcendo in molti casi affermazioni favorevoli alla narrazione russa. 

Al di là dell’incidente – non è mai positivo che il “filtro” del presidente del Consiglio venga violato con questa facilità – la (buona) notizia mi sembra un’altra: Meloni ha ripetuto in privato ciò che per mesi ha raccontato pubblicamente in fatto di politica estera. In primo luogo sul sostegno all’Ucraina e sulla necessità di una soluzione che non distrugga il diritto internazionale. 

Conclusioni: dal mio punto di vista, il vero problema di questo governo si confermano la gestione degli affari interni, l’ordinaria amministrazione, le uscite spesso improvvide di alcuni ministri ed esponenti di partito. Dal punto di vista internazionale abbiamo visto molto – molto, fidatevi – di peggio. Ad oggi non mi lamenterei, anzi.

In ogni caso, ho pensato che fosse utile per chi non mastica perfettamente l’inglese proporre la traduzione integrale della conversazione telefonica. Mancano solo piccoli stralci in quanto non pienamente comprensibili. Buona lettura. 

Comico russo: “Che piacere sentirti, grazie per il tuo tempo”. 

Meloni: “Come stai?” 

Comico russo: “Sto bene, ho sentito notizie molto brutte”.

Meloni: “Sì, sì, la situazione è un po’ difficile, la situazione è molto difficile per noi da gestire. Dall’inizio dell’anno, dunque in pochi mesi, abbiamo avuto più di 120mila persone arrivate principalmente dalla Tunisia. Quindi la situazione è molto difficile da ogni punto di vista. Dal punto di vista umanitario, logistico, di sicurezza. Ciò che vedo è che questi flussi rischiano di aumentare per la situazione che c’è in Africa, soprattutto nel Sahel ma anche per il problema del grano, per tutti i problemi che tu conosci meglio di me. Stiamo lavorando anche nell’Unione Europea per un memorandum in Tunisia per aiutare, non solo per gestire la migrazione. La mia idea è sempre che si debbano fare molte altre cose”. 

Comico russo: “Sono d’accordo. Ho appena incontrato Charles Michel, abbiamo avuto una conversazione riguardo la situazione. Ha detto che il problema è che l’Italia non può fermarli. E pensa che il problema è un problema soprattutto per l’Italia”.

Meloni: “Sì, assolutamente. L’Europa per molto tempo ha pensato di poter risolvere il problema limitandolo all’Italia. Quello che non capiscono è che è impossibile. La portata di questo fenomeno colpisce, secondo me, non solo l’Unione Europea, ma anche le Nazioni Unite. Ma il problema è che agli altri non interessa. Non hanno risposto al telefono quando li ho chiamati. E sono tutti d’accordo sul fatto che l’Italia deve risolvere da sola questo problema. Penso che è una maniera molto stupida di pensare a queste cose”. 

Comico russo: “Ho provato a parlarne a Macron, ma anche lui rifiuta di comprendere la mia posizione…”. 

Meloni: “Posso chiederti qualcosa, fra me e te…? Tu pensi che ciò che sta accadendo, per esempio in Niger, sia qualcosa che va contro la Francia?”. 

Comico russo: “Dico di sì. Specialmente adesso…”.

Meloni: “Vedo che la Francia sta spingendo per una sorta di intervento ma io sto cercando di capire come possiamo sostenere uno sforzo diplomatico. Dobbiamo stare attenti”. 

Comico russo: “Perché i francesi non capiscono quelle che sarebbero le ulteriori conseguenze. Se ci fosse un’aggressione militare questo condurrebbe ad un’altra crisi migratoria”. 

Meloni: “Ma loro hanno altre priorità, che non sono l’immigrazione in nazioni come il Niger come sai. Il loro punto di vista non è necessariamente il mio. Loro hanno l’uranio, il franco africano…Loro hanno delle priorità che sono priorità nazionali. Noi stiamo provando a dire loro…non dobbiamo – come si dice – fare cose che ci creano più problemi di quanti già ne abbiamo”. 

Comico russo: “Ma un altro problema è come lavorare sulla nuova iniziativa del Mar Nero. Cosa ne pensi di sbloccare alcune banche russe?”. 

Meloni: “Penso che dobbiamo discuterne. Dobbiamo trovare una soluzione per una situazione che è impossibile da fronteggiare per noi. Ci deve essere una soluzione. Ne ho discusso anche al G20 nel meeting sull’Africa. Se noi permettiamo alla Russia di ricattarci potrebbe essere ancora peggio. Ma se non troviamo altre soluzioni diventa un problema impossibile. In qualche modo dobbiamo uscirne. La Polonia potrebbe essere la strada giusta ma stanno avendo problemi…”.

Comico russo: “Il problema è che ci aspettavamo che la guerra potesse finire grazie ad una buona controffensiva ucraina, ma ora vedo che non è così di successo come mi aspettavo. Quindi (…) molti nostri e miei amici nel continente stanno aspettando un qualsiasi negoziato affinché Ucraina e Russia fermino questo conflitto”. 

Meloni: “Lo capisco. E anche l’immigrazione e i problemi che abbiamo con l’inflazione, la crisi energetica, è difficile per tutti noi. (…) Uno dei miei piani strategici su cui sto tentando di discutere anche con gli altri Paesi europei è un piano di investimento per l’energia in Africa. Penso che potrebbe essere, assolutamente non immediato quando inizi a fare un investimento…Nei primi giorni di novembre presenteremo qui a Roma in una conferenza il nostro Piano Mattei, che consiste nell’investire soprattutto nell’energia per l’Africa, per produrla e per esportarla se riescono. Il prossimo anno avremo anche la presidenza del G7. E mi piacerebbe concentrare la nostra presidenza del G7 soprattutto sul tema dell’Africa. Andiamo verso un’epoca in cui (..) è già troppo tardi. Dobbiamo muoverci”.

Comico russo: “Posso chiederti cosa pensi dei piani di alcuni funzionari britannici di inviare alcuni migranti in Ruanda?”. 

Meloni: “Sì. Non ne ho discusso. Non so quali sono gli elementi di questo accordo. Il problema che abbiamo è anche che queste persone che arrivano illegalmente sono impossibili da integrare. Loro perdono molto tempo nell’intervallo che impieghiamo a processare le loro richieste, e poi perdiamo le tracce di molti di loro, alcuni finiscono tra le mani della criminalità organizzata, alcuni vanno in altri Paesi e tentano di rimandarli indietro…” 

Comico russo: “Ma pensi che la Commissione Europea lo capisca?”. 

Meloni: “Cosa?” 

Comico russo: “Pensi che la Commissione Europea comprenda questa…”.

Meloni: “La Commissione Europea DICE di capirlo (ride, ndB). Il problema è di quanto tempo ha bisogno per darci risposte concrete. In conclusione del Consiglio Europeo, nelle parole di Ursula von der Leyen, loro capiscono assolutamente ma quando chiedi di prendere i soldi e di investire per aiutarci, per discutere con questi Paesi, beh, lì diventa più difficile. Devo dire la verità. Questo riguarda anche la Tunisia. Ho organizzato questo memorandum tra Europa e Tunisia che il presidente Saied ha firmato con noi alla metà di luglio, ma lui non ha visto ancora un euro”. 

Comico russo: “Quanto pensi che durerà il conflitto tra Ucraina e Russia? Hai avuto conversazioni con il presidente Biden e altri?”. 

Meloni: “Vedo che c’è molta stanchezza, devo dire la verità. Da tutti i lati. Siamo vicini al momento in cui tutti capiranno che abbiamo bisogno di una via d’uscita. Il problema è trovarne una che possa essere accettabile per entrambi senza distruggere il diritto internazionale. Ho alcune idee su questo, su come gestire la situazione ma sto aspettando il momento giusto per mettere sul tavolo questo idee”. 

Comico russo: “L’Ucraina non sta avendo il successo che tutti ci aspettavamo…”. 

Meloni: “La controffensiva dell’Ucraina forse non sta funzionando come ci aspettavamo. Sta andando avanti ma non ha cambiato le sorti del conflitto. Dunque tutti capiamo che potrebbe durare molti anni se non proviamo a trovare qualche soluzione. Il problema è quale situazione è accettabile per entrambi senza aprire altri conflitti. (…) Tu sai cosa penso riguardo la Libia. Forse non lo sai (ride, ndB). Potremmo discuterne per ore, amico mio, su ciò che è accaduto in Libia! Forse oggi qualcuno capisce che la situazione del dopo non è stata così buona, non è stata migliore. (Incomprensibile) Dobbiamo fare funzionare il nostro cervello.

Comico russo: “Abbiamo bisogno di soldi ma non ne chiediamo ad altre istituzioni come la Commissione Europea. Vedo che tutti i soldi dell’UE stanno andando in Ucraina adesso”. 

Meloni: “Ciò su cui sto lavorando è farne arrivare anche in Africa. Questo è il mio primo impegno. Come saprai se segui un po’ ciò che dico a tutti, dagli americani alla NATO, dico ovunque che dobbiamo prenderci cura dell’Africa”.

Comico russo: “Inoltre non sono d’accordo con l’ideologia nazionale dell’Ucraina, intendo Bandera, ci sono nazionalisti in Ucraina, che è la cosa che la Russia odia maggiormente”. 

Meloni: “No, non sono d’accordo. Loro hanno il diritto di farlo. Io penso che il problema del nazionalismo è un problema che ha Putin”. 

Comico russo: “Sto parlando di Stepan Bandera, è una persona che la Russia presenta come Hitler”. 

Meloni: “Non lo so. Io penso che stanno facendo quello che devono e ciò che è loro diritto di fare. E noi stiamo cercando di aiutarli”. 

Comico russo: “Ad ogni modo, signora primo ministro, grazie per questa conversazione”. 

Meloni: “No grazie a te! Spero che possiamo avere altre occasioni. Grazie, grazie mille. Ciao”.

Estratto dell’articolo di Rosalba Castelletti per repubblica.it mercoledì 1 novembre 2023.

Sono i maestri dello scherzo telefonico. Hanno beffato leader e celebrità mondiali, da Boris Johnson a Recep Tayyip Erdogan passando per J.K.Rowling ed Elton John, riuscendo sempre a strappare loro affermazioni che facessero gioco alla narrazione russa. Per questo in molti sospettano che il duo “Lexus e Vovan”, al secolo Aleksej Stoljarov e Vladimir Kuznetsov, più che comici siano complici dei servizi di sicurezza russi. 

Vovàn alias Vladimir Kuznetsov, quasi 37 anni, si è laureato in Legge prima di studiare Giornalismo. Lexus, alias Aleksej Staljerov, un anno più giovane, ha un passato da giornalista nelle cronache di quotidiani. Il loro metodo è semplice: chiamano qualcuno al telefono fingendosi qualcun altro e lo mettono a suo agio finché non gli strappano una frase di troppo.

[…]  Meloni non è che l’ultima vittima del duo di presunti comici. Soltanto negli ultimi mesi hanno messo alla berlina l’ex segretario di Stato statunitense Kissinger e la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde spacciandosi in entrambi i casi per il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky. 

Ma in passato sono riusciti a beffare anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan o l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel. […] 

La facilità con cui i due riescono a entrare in contatto con i leader mondiali ha portato molti a sospettare che Vovan e Lexus debbano avere, quanto meno, un aiuto significativo da parte dei servizi di sicurezza russi.

All’ex corrispondente di Repubblica da Mosca Nicola Lombardozzi che, nel 2016, gliene chiedeva conto, rispondevano: “Che qualcuno ci aiuti a trovare i numeri è lecito. Ma siamo noi a scegliere. E poi che male c’è ad essere patriottici? Volete sapere se faremmo mai uno scherzo a Putin? La risposta è no. Al Patriarca, forse. Ma rispettando la legge”.

Giorgia tra palco e realtà. Storia di Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 2 novembre 2023.

Esaurito il sacrosanto quarto d’ora di presa in giro della Meloni — e del dilettante allo sbaraglio che le ha passato improvvidamente al telefono il duo comico russo spacciatosi per presidente dell’Unione Africana — bisognerà pur occuparsi della sostanza e riconoscere che lo scherzo, lungi dal rivelare chissà quali segreti inconfessabili, ci restituisce una versione della premier assai meno spavalda di quella del dibattito pubblico. Nessun proclama da consegnare alla storia di Facebook né slogan da trasformare in rap, ma una riflessione pragmatica sulla necessità di una via d’uscita dalla guerra in Ucraina. Che poi è quel che auspichiamo tutti, quando non ci mettiamo l’elmetto del polemista per sostenere la nostra parte in commedia nello sterminato talk-show che si consuma a ogni ora del giorno sui social.

Gli scherzi telefonici, come gli agguati in strada spacciati per interviste, nascono dalla convinzione che la verità dell’intervistato emerga solo quando lo si inganna o lo si prende alla sprovvista. Ma non è più così: ormai si è capito che le persone sono molto più finte ed estremiste quando recitano in pubblico che quando vengono prese, o sorprese, in privato. Per qualcuno sarà una cattiva notizia, e per certi versi lo è. Ma è anche una notizia rassicurante: dietro le quinte i politici e, ve l’assicuro, persino gli opinionisti sono più prudenti di quanto non sembrino sul palcoscenico, dove si agitano al puro scopo di compiacere la loro tribù.

Il Caffè di Gramellini vi aspetta qui, da martedì a sabato. Chi è abbonato al Corriere ha a disposizione anche «PrimaOra», la newsletter che permette di iniziare al meglio la giornata. Chi non è ancora abbonato può trovare qui le modalità per farlo e avere accesso a tutti i contenuti del sito, tutte le newsletter e i podcast, e all’archivio storico del giornale.

Da Putin a Harry Potter: le trappole dei comici russi (e chi ci è cascato). Storia di Redazione Il Corriere della Sera il 2 novembre 2023.

Dall'ex cancelliera tedesca Angela Merkel, convinta di parlare con l'ex presidente ucraino Poroshenko, al presidente turco Recep Tayyip Erdogan, da Elton John al premier spagnolo Pedro Sanchez: è lunga la lista delle vittime eccellenti dei fake telefonici del duo di comici russi Vovan e Lexus (Vladimir Krasnov e Alexei Stolyarov), che questa volta hanno preso di mira la premier Giorgia Meloni.

Vovan e Lexus utilizzano una tecnica ormai ben rodata. Adottando una finta identità, normalmente quella di un esponente di governo o di un politico, e citando informazioni di cui sono a conoscenza, colgono alla sprovvista il loro interlocutore e riescono a farlo parlare in modo confidenziale. Più che sull'imitazione delle voci puntano sull'effetto sorpresa. I due sono diventati famosi grazie al loro canale Youtube, che è stato messo al bando quest'anno.

Solo il mese scorso nella trappola era caduto Sanchez, convinto di parlare con il presidente di un Paese africano preoccupato per la sospensione dell'accordo per l'esportazione del grano ucraino dai porti sul Mar Nero. Il primo ministro spagnolo si era mostrato comunque fermo sulla sua posizione contraria a riammettere le banche russe nel sistema Swift e aveva mostrato interesse a «ristabilire l'ordine in Niger» giudicando «inaccettabile lasciare la Russia come primo attore nella regione» del Sahel. Nel mese di aprile i due erano riusciti a registrare una conversazione con il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, fingendosi nientemeno che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Nel novembre dello scorso anno erano arrivati al presidente polacco Andrzej Duda con uno dei due che si era spacciato per Emmanuel Macron.

In passato uno dei due comici aveva addirittura impersonato il presidente Vladimir Putin per parlare al telefono con Elton John. Era stato lo stesso musicista a rendere nota la presunta conversazione con il leader russo su Instagram, dicendosi pronto a incontrarlo per discutere della discriminazione dei gay in Russia. Spacciandosi ancora per Zelensky uno dei due aveva parlato lo scorso anno con la scrittrice britannica J K Rowling, proponendosi come attore in un eventuale nuovo film della saga di Harry Potter. Poi aveva criticato l'allora premier britannico Boris Johnson con un «preferisco Tony Blair».

Scherzo telefonico a Giorgia Meloni, Conte e Renzi: «Una figuraccia». Guerini (Copasir): «Evitare che riaccada». Storia di Redazione Politica su Il Corriere della Sera mercoledì 1 novembre 2023.

Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stato la vittima dello scherzo telefonico dei comici russi Vovan & Lexus. I due si sono finti il presidente della Commissione dell'Unione Africana e hanno interrogato la premier sulle sue posizioni in fatto di politica estera, domande alle quali Meloni non si è trattenuta dal rispondere riferendo anche di una sua presunta «stanchezza» da entrambe le parti per la situazione in Ucraina.

Il raggiro di cui è stata vittima Meloni è presto diventato un caso per la politica italiana. E se i compagni di partito della premier fanno scudo, definendo lo scherzo «una trappola», come il sottosegretario di FdI all’Attuazione del programma, Giovanbattista Fazzolari («La propaganda russa è disperata per il catastrofico andamento della loro cosiddetta "operazione speciale", ma il presidente conferma la linea italiana di sostegno all Ucraina e di rispetto del diritto internazionale»), i leader di opposizione puntano il dito sul presidente del Consiglio.

Secondo Giuseppe Conte, capo del Movimento 5 Stella, dalla telefonata a Meloni «sono emersi fatti molto gravi». «Ha parlato della nostra politica estera e di altri dossier delicati per la nostra sicurezza e credibilità, dalla guerra ai migranti. Meloni ammette che non riesce più a intravedere una via d'uscita che non sia quella negoziale. Sconcertante come siano aggirabili i protocolli di sicurezza di Palazzo Chigi. Una figuraccia planetaria», giudica Conte.

È dello stesso avviso anche Matteo Renzi che affida a Facebook il suo pensiero sulla vicenda: «Avendo lavorato qualche anno a Chigi mi chiedo come sia possibile raggiungere un livello di superficialità così devastante che fa fare una figuraccia non solo alla Meloni ma alla Repubblica Italiana. Se questo è il livello della sua squadra proprio non ci siamo».

Il senatore del Partito Democratico, Antonio Misiani, definisce l'accaduto un «infortunio imbarazzante», commentando su Twitter che «a Palazzo Chigi ci sono troppi dilettanti allo sbaraglio» e Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, accusa Meloni di essere stata «ingannata» come «fa lei con gli italiani, quanto accaduto è lo specchio di come sia gestita l'Italia».

Dello scherzo telefonico ha parlato anche Lorenzo Guerini, il presidente del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), il quale ha sottolineato, dopo aver parlato con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e Autorità delegata, Alfredo Mantovano («che mi ha utilmente e adeguatamente ragguagliato») che «al netto delle legittime considerazioni che ciascuno può formulare sull'episodio, è prioritario agire affinché simili circostanze non si ripetano in futuro, consapevoli che possono essere considerate, tra le diverse ipotesi, anche come attività con fini malevoli e che quindi necessitano della massima attenzione».

Il leader di Azione Carlo Calenda chiede di «non strumentalizzare la vicenda a fini politici»: «C'è stato indubbiamente un grave errore dell'ufficio del consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, che non ha fatto le opportune verifiche. Non ci pare tuttavia che tale errore si possa addebitare a Giorgia Meloni. Siamo convinti - prosegue Calenda - che la posizione del governo italiano sull'Ucraina rimarrà la stessa».

Il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri, interviene a gamba tesa contro le contestazioni rivolte al presidente del Consiglio: « I veri comici sono quelli che stanno criticando Giorgia Meloni per le risposte in questa telefonata sulla politica estera. Le risposte sono precise e incontestabili. La verità è che le persone serie mantengono la stessa linea sia che parlino con interlocutori occasionali che con interlocutori di altro genere - sostiene l'ex ministro -. E invece quelli che non hanno niente da dire o che dicono fesserie non hanno bisogno di ricevere telefonate di qualsiasi tipo per rivelare la loro vera natura». Attacca l'opposizione anche l'europarlamentare Carlo Fidanza: «Conte che accusa Giorgia Meloni di incoerenza è più comico dei comici russi. Con buona pace dell'ex premier campione di trasformismo, l'attuale Presidente del Consiglio esprime le stesse posizioni in pubblico e in privato, senza doppiezze o infingimenti».

Chi sono Vovàn e Lexus, i due autori dello scherzo telefonico a Giorgia Meloni. Storia di Alessandra Muglia su Il Corriere della Sera mercoledì 1 novembre 2023.

La premier Giorgia Meloni è soltanto l’ultima vittima di Vovàn e Lexus, la coppia di «comici» russi specializzati in scherzi telefonici. Nella loro trappola sono caduti personalità politiche come l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel, l’ex presidente francese François Hollande, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, Kamala Harris, il principe Harry. Il colpo che li ha fatti conoscere a livello internazionale è stato essere riusciti a far credere a Elton John, nel 2015, di parlare al telefono con Vladimir Putin. La prima e l’ultima volta che i due hanno osato impersonare il presidente russo, che peraltro hanno garantito è escluso dai loro target. Dall’inizio della guerra in Ucraina preferiscono spacciarsi per Volodymyr Zelensky o membri del governo ucraino ma con Meloni impegnata a ospitare a Roma i l 5-6 novembre il Vertice Italia-Africa, i due hanno evidentemente pensato che sarebbe stato più facile strappare alla premier una frase di troppo vestendo i panni di un alto funzionario dell’Unione Africana. Vengono definiti comici ma i due si sono formati fuori dal mondo dello spettacolo: Vovàn, al secolo Vladimir Kuznetsov, quasi 37enne, ha una laurea in legge e trascorsi da giornalista a Mosca mentre Lexus, ovvero Aleksej Staljerov, di un anno più giovane, è laureato in economia e «ha lavorato con contratti statali per organizzazioni commerciali» riferisce Meduza. Le loro burla sembrano fare il gioco della narrazione russa. Le loro «gag» vengono ampiamente trasmesse sui canali televisivi pubblici russi e circolano sui social in cirillico. Per diversi osservatori questo umorismo è al servizio di un progetto politico: molti sospettano che il duo sia una pedina dei servizi di sicurezza russi, accusa che Vovàn e Lexus hanno più volte respinto. Già nel 2021, la società di cybersicurezza americana Proofpoint ha assegnato ai due il nome in codice TA-499 , come se fossero due cyberspie. «Riescono a ottenere in modo rapido informazioni verificate», osserva Zydeca Cass, specialista in criminalità informatica dell’Europa orientale per Proofpoint. «Hanno iniziato negli anni 2010-2011 ingannando celebrità russe; poi a partire dal 2014 , con l’annessione della Crimea alla Russia, hanno cominciato a prendere di mira sempre più personalità internazionali», constata Stephen Hutchings, specialista in media russi all’Università di Birmingham. «Lo scopo di queste chiamate è chiaramente quello di far dire cose compromettenti o rivelare informazioni sensibili. Si tratta di una vera e propria battuta di pesca d’informazioni, che si è ulteriormente intensificata con l’aumento delle tensioni tra Mosca e Kiev e poi con l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022», sottolinea Stephen Hall, specialista in politica russa all’Università britannica di Bath. Nel 2018, ad esempio, si sono spacciati per politici ucraini davanti al funzionario democratico americano Adam Schiff dicendo di avere foto compromettenti di Donald Trump in Russia. Probabilmente volevano sapere come avrebbero reagiosa avrebbero fatto i Democratici con questo tipo di informazioni. «Nelle settimane precedenti l’invasione, tra gennaio e febbraio 2022, abbiamo osservato TA-499 prendere di mira individui e organizzazioni legate all’autorizzazione delle spese per fornire armi all’Ucraina», afferma Alexis Dorais-Joncas, di Proofpoint. Il sospetto è che attraverso i loro scherzi telefonici il Cremlino stesse cercando di scoprire se Washington avrebbe sostenuto militarmente Kiev in caso di attacco. Per Vovan e Lexus questa è diventata una «attività a tempo pieno», assicura Dorais-Joncas. Per ogni target individuato dai due c’è un lavoro di scouting, di creazione di account di posta elettronica specifici con magari l’acquisto di dominii per rendere più credibile il furto d’identità. Per esempio avevano acquistato ambassy.usa@ukr.net. «Stanno creando un’infrastruttura digitale degna dei cyber player più tradizionali» valuta Dorais-Joncas. È impossibile dire se siano indipendenti o no, ma per Stephen Hall «deve necessariamente esserci un legame con qualcuno al Cremlino perché questi hanno comunque numeri di telefono o contatti a cui i comuni mortali non hanno accesso».

Estratto dell’articolo del “Corriere della Sera” giovedì 2 novembre 2023.

Otto diplomatici, undici persone di staff, due esperti. In tutto fa ventuno, escludendo l’ufficio che si occupa di G20 e di G7, dove lavorano altri diplomatici. Sono queste le persone che a Palazzo Chigi assistono la presidente del Consiglio nella sua politica estera. Assistere significa preparare i dossier, consigliarla, affiancarla in alcune telefonate, tenere i rapporti con gli staff di altri leader, partecipare ai più importanti incontri, in Italia e all’estero, che il capo del governo italiano svolge durante il suo mandato.

Il capo dell’ufficio, detto anche consigliere diplomatico, è oggi Francesco Talò, già ambasciatore italiano presso la Nato, un carattere mite e una consuetudine con i giornalisti che è stata troncata del tutto da quando ha assunto la guida dello staff delle feluche. Gli altri diplomatici che lavorano sotto la sua guida sono divisi per aree geografiche. Il suo vice è Alessandro Cattaneo, ministro plenipotenziario, già consigliere di ambasciata a Washington e poi alla Nato proprio insieme a Talò.

[…] è un ruolo apicale e molto delicato, basti pensare che oltre a prepararli partecipa a tutti i colloqui che hanno carattere internazionale del presidente del Consiglio. Ha accesso a tutta la documentazione dei principali dossier di politica estera. […]

 Estratto dell’articolo di M. Gal. per il “Corriere della Sera” giovedì 2 novembre 2023.

«C’è molta stanchezza da tutte le parti» sul conflitto in Ucraina e «si avvicina il momento in cui tutti capiranno che abbiamo bisogno di una via d’uscita». È quanto ha affermato Giorgia Meloni in una telefonata con due comici russi, Vovàn (Vladimir Kuznetsov) e Lexus (Alexey Stolyarov), uno dei quali si è spacciato per un politico africano.

La registrazione della conversazione, che risale al 18 settembre, è stata postata ieri mattina sulla piattaforma online canadese Rumble e ripresa dall’agenzia russa Ria Novosti. […]

Alcune ore dopo la diffusione dell’audio Palazzo Chigi ha diramato una nota in cui l’Ufficio diplomatico del governo «esprime il rammarico per essere stato tratto in inganno da un impostore», in sostanza assumendosi la responsabilità dell’accaduto. 

[…] Ai suoi collaboratori Meloni ha ricostruito così quanto accaduto: «Se l’ufficio diplomatico mi passa una telefonata attraverso il centralino di Chigi io devo darla per buona, anche se avevo detto che qualcosa non funzionava, perché i toni del mio interlocutore non erano consoni. Nel merito ho ribadito le posizioni che tutti conoscono, sul resto bisognerà andare a fondo su come sia potuto accadere, perché non deve accadere di nuovo». […]

 Estratto dell’articolo di Rosalba Castelletti per “la Repubblica” giovedì 2 novembre 2023.

«Avremmo voluto invitarla nel nostro ufficio presso l’ex Kgb, ma sa…».Da professionisti della burla telefonica, e non solo, “Vovan e Lexus”, al secolo Vladimir Kuznetsov e Aleksej Stoljarov, ci scherzano subito su. Prima di Giorgia Meloni, hanno beffato leader e celebrità mondiali, da Boris Johnson a PedroSanchez passando per J.K. Rowling ed Elton John, riuscendo sempre a strappare loro qualche dichiarazione che facesse gioco alla propaganda russa. 

Per questo in molti malignano che il duo di prank journalist , giornalisti specializzati nello scherzo, come si definiscono, nasconda un oscuro segreto: un legame con i servizi russi. Loro negano. «Escluso», dicono in coro “Vovan”,37 anni,e “Lexus”, un anno più giovane.

Come siete riusciti a raggiungere Giorgia Meloni al telefono?

Lexus: «Preferiamo non dirlo. Non vogliamo mettere nei guai le persone che sono state coinvolte. Palazzo Chigi sa com’è successo. O almeno spero. Se non lo sa, vuol dire che ha un problema di sicurezza». 

Vovan: «È stata lei a chiamarci all’orario concordato. Non è l’ufficio della premier ad avere colpe. “Grandi” colpe. Siamo noi che sappiamo fare il nostro lavoro». 

[…]  Ma ora in Italia si discute di protocolli di sicurezza…

Vovan: «Sappiamo come funzionano i protocolli, sappiamo come sfruttare i bachi nella sicurezza».

Lexus : «Non vuol dire che, nel caso italiano, il protocollo fosse sbagliato».

Vovan : «Non incolpateli!». 

Quindi c’è stato un intermediario seppur inconsapevole?

Lexus : «Preferiamo non dirlo». 

Quanto c’è voluto per arrivare a Meloni?

Vovan: «È sempre un processo lungo. Non abbiamo numeri privati».

Lexus : «Circa due giorni…». 

[…] La chiamata si è tenuta il 18 settembre. Perché avete aspettato a diffonderla?

Vovan : «Abbiamo tante telefonate nel cassetto che dobbiamo ancora mandare in onda nel nostro show». 

Perché proprio Meloni?

Lexus: «Ce lo hanno suggerito i nostri fan. E abbiamo pensato che fosse una buona idea. È interessante e molto espressiva. Non è un robot».

Vovan: «È una donna vivace. Avevamo visto le sue interviste e i suoi discorsi. Ed è una leader G7». 

Avete diffuso l’audio integrale?

Vovan: «Abbiamo tagliato giusto i noiosi convenevoli iniziali». 

Come avete scelto i temi?

Vovan: «Chiamavamo dall’Africa, no? Quindi l’immigrazione. E poi l’Ucraina perché è il tema di principale interesse qui in Russia».

Lexus : «Meloni aveva dichiarato di essere pronta a mandare ulteriori aiuti a Kiev. E aveva appena visitato Lampedusa con Von der Leyen». 

[…] Dall’audio sembra che sia stata Meloni a tirare in ballo la Francia…

Lexus: «Non eravamo pronti a parlarne. Ha preso lei il discorso. Da quel che abbiamo capito, è davvero stanca della Francia perché pensa che sia una parte in causa nei conflitti e nei golpe in Africa, mentre a soffrirne è l’Italia». 

[…] È vero che avete contatti con i servizi segreti?

Lexus: «Non siamo in contatto con i servizi né russi né stranieri. E men che meno, siamo agenti segreti».

Vovan : «Lo sentiamo dire da 10 anni oramai, ma quale sarebbe la prova?». 

Il sospetto nasce dalla facilità con cui riuscite a raggiungere i leader mondiali… Ci si chiede anche se abbiate un’agenda politica visto che i temi che toccate fanno spesso il gioco della propaganda russa.

Lexus: «La nostra è un’agenda giornalistica. Chiamando Meloni, non volevamo incidere sulla politica italiana. Stiamo solo cercando di capire che cosa pensino davvero i politici europei della crisi ucraina». 

Avete totale carta bianca? O dovete chiedere autorizzazioni?

Lexus: «Non concordiamo nulla . Capiamo da noi quali conseguenze potrebbe avere una telefonata. Non chiameremmo mai un leader arabo».

Vovan : «O Kim Jong-un. Molta gente è sparita in Corea del Nord. Non vorremmo mai essere responsabili della “scomparsa” di qualcuno». 

Non avete mai superato qualche linea rossa o ricevuto un richiamo?

Lexus: «[…] Le autorità non commentano quello che facciamo». 

Perché non le prendete mai di mira...

Vovan: «Abbiamo fatto scherzi telefonici a governatori regionali. Il problema è che molti politici li conosciamo di persona. Li incontriamo a eventi o talk show. Se fossimo stati amici di Meloni, non l’avremmo mai chiamata». 

Chiamerete mai Vladimir Putin?

Vovan: «Non siamo mai riusciti a raggiungere Joe Biden o Putin. Il loro livello di sicurezza è troppo alto».

Estratto dell’articolo di Jacopo Iacoboni per lastampa.it mercoledì 1 novembre 2023.

C’è già chi dice che, dopo l’imboscata dei “comici” russi a Giorgia Meloni, ci sarà una testa a cadere, quella del consigliere diplomatico di palazzo Chigi Francesco Talò. La realtà è che Talò è comunque vicino alla pensione, e si parla da tempo di un possibile avvicendamento con l’ambasciatore Luca Ferrari, che attualmente è a capo dell’Unità per il supporto alle attività dello Sherpa del G7/G20. 

Tra l’altro non è ancora nemmeno certo che abbia gestito materialmente lui la telefonata dei due russi, fatto sta che è lui il responsabile dell’ufficio, e in questi casi il responsabile è quello che potrebbe pagare. Anche se è possibile che Meloni attenda un po’, per non cedere alle richieste di dimissioni immediate che arrivano dall’opposizione. Il che delinea un paradosso: Talò è certamente uno dei tasselli più atlantisti della nostra diplomazia, che ha al suo interno, come noto, diverse differenti cordate, non tutte esattamente euro-atlantiste.

Gli altri componenti dell’ufficio che è stato gabbato dai russi – con il forte sospetto che dietro la mano dei comici ci sia una operazione di interferenza coordinata dai servizi esteri russi – sono il consigliere diplomatico aggiunto Alessandro Cattaneo, i consiglieri di ambasciata Luca Laudiero, Andrea Arnaldo, Lorenzo Ortona, Lucia Pasqualini, e i consiglieri di legazione Stefano La Tella e Raffaella Di Carlo. 

E non si può neanche dire che Talò fosse tecnicamente uno sprovveduto, con quarant’anni in diplomazia culminati con l’incarico di rappresentante permanente dell’Italia presso la Nato a Bruxelles dal 2019, e prima, Talò era stato il coordinatore per la sicurezza cibernetica alla Farnesina (2017-2019), una figura che dovrebbe occuparsi istituzionalmente proprio del coordinamento delle attività italiane contro le interferenze, la disinformation, le ingerenze estere (cibernetiche, ma poi non solo).

Talò aveva poi ricoperto incarichi come inviato speciale del ministro degli Esteri per l’Afghanistan e il Pakistan (2011-2012), e in precedenza era stato console generale a New York (dal 2007 al 2011), e capo missione a Tel Aviv, da cui si è portato dietro nella carriera un costante impegno contro la diffusione dell’antisemitismo in occidente. 

Insomma, sul caso sembra esserci poco da ridere. Il primissimo a dare la notizia dello «scherzo» a Meloni è stato, anche questo non sembra essere casuale, il propagandista di stato più amato da Vladimir Putin, Vladimir Solovyov, che è anche quello più introdotto nei servizi russi. 

Il fatto che proprio l’ufficio di Talò sia incappato in questa vicenda è una doppia soddisfazione per Mosca, perché Talò è considerato uno dei capofila del “partito atlantico” di Palazzo Chigi, è stato a New York, come si diceva, e prima era il vice di Gianni Castellaneta, e era a New York anche l’11 settembre 2001, un evento che ha contribuito a rafforzare il suo impegno atlantista.

A gennaio proprio Talò era stato a Washington a tenere colloqui al Dipartimento di Stato con la numero due della diplomazia statunitense Wendy Sherman, e a Washington aveva incontrato il Consigliere per la Sicurezza nazionale americano. Se Meloni ha assunto posizioni corrette e euro-atlantiche nel dossier ucraino-russo (posizioni che di fatto non smentisce neanche nella telefonata con i due russi), molto si deve anche al lavoro di Talò. Gioia al Cremlino per la beffa dei due comici che, guarda caso, scherzano su tutti i leader sgraditi al Cremlino (l’ultimo “scherzo” era stato fatto al ministro inglese Ben Wallace), ma sul Cremlino poi non scherzano mai.

Che la cosa puzzi di “operazione” lontano un miglio è confermato anche da date e orari. Il primo a rilanciare la telefonata dei due russi è stato, si diceva, il propagandista di stato Solovyov, alle 8.11 di stamattina su telegram. Tuttavia Palazzo Chigi informa che l’episodio è avvenuto «il giorno 18 settembre  […]». In Russia però hanno aspettato 45 giorni per diffondere questo audio: lo fanno esattamente nel momento in cui il Cremlino sta spargendo attraverso mille canali occidentali la narrazione più gradita, quella […] della stanchezza dell’Occidente per lo stallo della guerra in Ucraina. […] 

Estratto dell’articolo di Simone Canettieri per ilfoglio.it mercoledì 1 novembre 2023.

Se telefonando, se scherzando. Se non fosse una cosa seria - con l'ombra dei servizi russi e il tentativo di Mosca di fare propaganda sulla guerra in Ucraina - la terribile burla in cui sono incappati Giorgia Meloni e tutto l'apparato di Palazzo Chigi sarebbe la perfetta chiusura del cerchio. C'è molta Roma, c'è molto Meloni in tutto questo. Anche se a parti inverse. 

Lo scherzo telefonico è da sempre una maschera della commedia Capitale. Da Alberto Sordi […] a Carlo Verdone, che alla cornetta si è sempre esaltato (tra il socio Aci ed Enzo di un Sacco bello) passando per Gigi Proietti. Ne è stato un maestro Ugo Tognazzi, certo. Ma anche Teo Mammuccari, al punto di imbastirci un intero programma […].

Negli annali rimarrano anche le imitazioni del giornalista Paolo Guzzanti in versione Sandro Pertini a "Quelli della notte" di Renzo Arbore, ma anche all'ufficio centrale del giornale per cui lavorava.  

Pure la premier, romanissima, da sempre si diverte con la voce. Lo ha fatto, sette mesi fa, con l'amico Fiorello a VivaRai2 proponendo l'imitazione di se stessa e soprattutto lo faceva fino a non molto tempo fa con la sorella maggiore Arianna con la quale […]ha anche da sempre il medesimo timbro di voce. […]  “A volte chiamavo io  per lei - ha raccontato Arianna Meloni al Foglio -  a suo nome. Pronto, sono Giorgia Meloni, e tutti ci credevano".

Pronto, chi parla? Nella figuraccia telefonica di Meloni c’è tutto il dilettantismo del suo governo. Mario Lavia su L'Inkiesta il 2 Novembre 2023

La premier si è infuriata per essere stata ingannata da due comici russi, ma lei ha rivelato cose che forse nessun altro presidente del Consiglio avrebbe detto con la stessa leggerezza

Infuriata, ancora una volta. Infuriata come ormai le capita tutti i giorni, dal caso Giambruno ormai è una goccia che scava la pietra, altroché.

Stavolta sarebbe colpa del servizio diplomatico e del suo capo Francesco Talò che potrebbe avere ha le ore contate. Un capro espiatorio lo si trova sempre, Mediaset, un giornalista, un ambasciatore. Lei, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni detta l’Infuriata, si è cacciata in un guaio dai contorni tra il ridicolo e il penoso, e come al solito fa la vittima, ormai sta diventando una reazione prevedibile e stucchevole come le scuse di John Belushi.

Invece il problema è lei che stavolta si è un po’ allargata, come si dice a Roma. Ingannata da due comici russi (si chiamano Vovan e Lexus, pseudonimi di Vladimir Krasnov e Alexei Stolyarov), chissà in quali rapporti con il regime di Mosca – già autori di “scherzi” con politici importanti come Angela Merkel, Boris Johnson o Recep Tayyip Erdoğan ma anche star come Elton John – il 18 settembre, credendo di parlare con un importate politico dell’Unione Africana, la presidente del Consiglio italiana ne ha dette tante. Troppe. Perché di tutta questa storia da “Scherzi a parte” non va sottovalutato l’aspetto politico, cioè il contenuto delle parole pronunciate da lei in un inglese fluent soprattutto sull’Ucraina quando parla di una «stanchezza» e dice di avere la «sensazione di essere vicini al momento in cui tutti capiscono che c’è bisogno di una via d’uscita».

In che senso, stanchezza? Di chi? Di Volodymyr Zelensky? Della Nato? O dell’Italia? Non sembra la posizione né degli americani né tantomeno di Kyjiv. E il Parlamento italiano non si è mai riferito a una «via d’uscita».

Lecita è dunque la domanda che circola nell’opposizione: sta cambiando qualcosa nella linea italiana che pure Meloni ha confermato a proposito del sostegno all’Ucraina? Ecco un quesito che forse il Parlamento dovrebbe porre alla presidente del Consiglio. La quale, sempre parlando con i comici – alias politico dell’Unione africana – ha proseguito dandosi anche delle arie: «Il problema è trovare una soluzione che sia accettabile per entrambe le parti, senza violare il diritto internazionale. Ho alcune idee su come gestire questa situazione, ma sto aspettando il momento giusto per provare a presentare i miei pensieri. La controffensiva dell’Ucraina potrebbe non andare come previsto. Tutti capiscono che il conflitto potrebbe durare molti anni se non troviamo una soluzione. Il problema è trovare una soluzione accettabile per tutti senza aprire altri conflitti. Tu sai cosa penso della Libia? Potremmo parlarne per ore…».

Meloni dunque aspetta «il momento giusto» per indicare al mondo la famosa «via d’uscita». Questa “rivelazione” viene fatta a un interlocutore che non è esattamente un alleato strategico, non è Joe Biden né Olaf Scholz: sono cose da dirsi così, a un “esterno” alla Nato?

C’è da chiedersi se un altro presidente del Consiglio avrebbe avuto la stessa leggerezza, un Giulio Andreotti, un Bettino Craxi, un Romano Prodi, un Mario Draghi. E poi ovviamente c’è l’altro corno del problema, la figuraccia mondiale della quale non si sa nemmeno bene cosa dire tanto è enorme.

Si resta senza parole dinanzi al dilettantismo di chi dovrebbe “proteggere” il capo del governo, chiunque esso sia, da simili buffonesche incursioni che però costituiscono un problema serissimo addirittura per la sicurezza nazionale: e se avesse chiamato un terrorista? Le opposizioni chiedono conto di quanto è successo, con durezza Giuseppe Conte ma anche il Partito democratico, mentre Carlo Calenda accusa il servizio diplomatico osservando che «l’errore non si può addebitare a Giorgia Meloni». Mentre molto più severo è Matteo Renzi: «Giorgia Meloni dice che nessuno ascolta le sue proposte e che altri leader neanche le rispondono. Se è vero, è segno di debolezza. Se non è vero, peggio mi sento».

Intanto, tutti furibondi a Palazzo Chigi, l’Infuriata, il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari che ha impapocchiato una confusa difesa. Saltano gli ingranaggi nervosi a tutta la macchina di governo di questo Paese travestito per un giorno da Repubblica delle banane. E speriamo solo per un giorno, con dilettanti così.

La beffa dei comici russi, tutti gli errori di Meloni e del suo staff. GIULIA MERLO su Il Domani l'01 novembre 2023

La presidente parla di Ucraina, migranti e del rapporto difficile con la Francia. Intelligence e Farnesina preoccupati. Ma palazzo Chigi ha già un capro espiatorio

Sono state ore di imbarazzo e rabbia, quelle di ieri pomeriggio a palazzo Chigi dopo che è stato pubblicato l’audio di una telefonata datata 18 settembre in cui la premier Giorgia Meloni ha parlato a tutto campo di strategie internazionali con due comici russi, uno dei quali si era presentato come un diplomatico africano. 

In poche ore quello che doveva essere un tranquillo giorno festivo si è trasformato in enorme pasticcio internazionale e poi nella caccia al capro espiatorio nell’ufficio diplomatico di palazzo Chigi. 

La dinamica dei fatti ma soprattutto i concetti ascoltati dalla viva voce di Meloni segnano la più grossa debacle della premier da quando si è insediata al governo, proprio nel settore – la politica estera – a cui lei più tiene e che le stava riuscendo meglio. La responsabilità degli errori, per altro, non può che essere attribuita a falle di sistema nella macchina degli uffici di stretta fiducia di Meloni, che non potrà – come già successo in passato – addossare la colpa ad altri. Al «rammarico» per l’accaduto manifestato da palazzo Chigi in un imbarazzato comunicato stampa, infatti, fa eco lo «sconcerto» manifestato da una fonte della Farnesina sentita da Domani.

Nè il ministero degli Affari esteri nè i servizi di intelligence, infatti, erano stati informati della telefonata tra Meloni e il presunto diplomatico africano e dunque nessuna verifica preliminare sarebbe stata fatta, come invece prassi vorrebbe. Un errore macroscopico di cui qualcuno dovrà rispondere, che costringerà la diplomazia italiana a un surplus di lavoro per ricucire gli strappi. Oltre alla beffa, infatti, ci sono anche i danni da riparare: la notizia dell’audio è rimbalzata su tutti i siti stranieri e i suoi contenuti mettono in discussione lo standing italiano nei contesti internazionali ed europei.

GLI AUDIO

L’audio della telefonata, infatti, contiene una lunga conversazione in inglese tra Giorgia Meloni e una voce che si è spacciata per il presidente della Commissione dell’Unione Africana.

La conversazione prosegue a tutto campo: sull’Ucraina la premier ammette di vedere «molta stanchezza, devo dire la verità, da tutte le parti. Potremmo essere vicini al momento in cui tutti capiranno che abbiamo bisogno di una via d’uscita» e, all’obiezione sul fatto che i fondi Ue vengano drenati tutti verso l’Ucraina, risponde che «il problema è trovare una soluzione che sia accettabile per entrambe le parti, senza violare il diritto internazionale. Ho alcune idee su come gestire questa situazione, ma sto aspettando il momento giusto per provare a presentare queste idee».

Poi, per fortuna, non cade nel tranello della provocazione sul nazionalismo, dicendo che «È Putin ad avere un problema di nazionalismo». Considerazioni lecite sul fronte italiano e che rispecchiano l’attuale posizionamento della premier ma che irriteranno non poco Kiev.

Meloni entra poi anche nei dettagli del problema migratorio, dicendo che «la portata di questo fenomeno colpisce, secondo me, non solo l'Unione Europea, ma anche le Nazioni Unite. Ma il problema è che agli altri non interessa. Non hanno risposto al telefono quando li ho chiamati. E sono tutti d’accordo sul fatto che l’Italia deve risolvere da sola questo problema», inoltre «la Ue dice di capire. Ma quando chiedi loro di stanziare fondi, di aiutare, diventa più difficile».

Infine, Meloni riporta a galla l’ormai storica inconciliabilità con la Francia chiedendo in via confidenziale al finto diplomatico africano se, secondo lui, il golpe in Niger fosse una mossa contro la Francia e aggiungendo che «Il loro punto di vista è diverso dal mio. Per questo diciamo loro che dobbiamo evitare situazioni che potrebbero creare più problemi di quelli che già abbiamo».

LA CACCIA AL COLPEVOLE

Al netto delle dichiarazioni di sconcerto e rabbia delle opposizioni, i contenuti della telefonata difficilmente condizioneranno la politica interna: il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari – che ha gestito le strategie di FdI in politica estera – ha detto che «Meloni su Kiev non è caduta in trappola». La dinamica dei fatti, però, apre uno squarcio inquietante sui malfunzionamenti della macchina di palazzo Chigi. Di qui lo sconcerto, sia della Farnesina che dell’intelligence, davanti a una falla così macroscopica.

La caccia al colpevole ha già dato i suoi frutti, individuando il responsabile oggettivo del disastro nel consigliere diplomatico Francesco Maria Talò. Diplomatico con 38 anni di carriera alle spalle e a pochi mesi dalla pensione, durante il governo Draghi era stato il rappresentante dell’Italia presso la NATO. La sua testa sarebbe già pronta, anche se non è chiaro se sia stato personalmente lui a cadere nel tranello dei comici russi, considerati per altro vicini al Cremlino.

Fonti diplomatiche sottolineano come l’accento del presunto presidente africano abbia evidente inflessione russofona che non poteva essere scambiata per africana. Ancora più clamoroso, quindi, sarebbe se un dettaglio così macroscopico non fosse stato colto da chi, nello staff diplomatico di Meloni, dovrebbe (almeno secondo prassi) aver seguito in viva voce la telefonata. Per sostituire Talò sarebbero già pronti due nomi: l’ambasciatore in Albania Fabrizio Bucci, che in estate ha organizzato la vacanza di Meloni nella villa di Edi Rana, e quello in Etiopia Agostino Palese.

La vicenda, grave quanto surreale, evidenzia per l’ennesima volta l’incapacità del governo di circondarsi di personale all’altezza. Il fatto che palazzo Chigi sia potuto cadere in un tranello all’apparenza così grossolano, infatti, apre interrogativi sulla permeabilità e inadeguatezza della struttura, con riverberi anche di sicurezza nazionale.

Il presidente del Copasir, Lorenzo Guerini, ha infatti avuto un confronto con il sottosegretario Alfredo Mantovano: «É prioritario agire affinché simili circostanze non si ripetano in futuro, consapevoli che possono essere considerate, tra le diverse ipotesi, anche come attività con fini malevoli e che quindi necessitano della massima attenzione». Che la presidente del Consiglio di un paese del G7 abbia discusso di delicatissime vicende internazionali, ignara di parlare con due comici russi, è un errore tutto interno di cui il governo dovrà assumersi la responsabilità e anche prendere contromisure.

GIULIA MERLO. Mi occupo di giustizia e di politica. Vengo dal quotidiano il Dubbio, ho lavorato alla Stampa.it e al Fatto Quotidiano. Prima ho fatto l’avvocato.

Lo scherzo telefonico. Chi sono Vovan & Lexus, i due comici russi che hanno ingannato Giorgia Meloni. Russi, trentasei e trentasette anni. In passato sono riusciti a farla franca anche con Pedro Sanchez, Henry Kissinger e Boris Johnson. Redazione su Il Riformista l'1 Novembre 2023

Per gli amici Vovan & Lexus. Ma occhi a come si presentano: che sia Vladimir Putin, Volodymyr Zelensky o – come nel caso di Giorgia Meloni – un importante leader africano. Lo scherzo telefonico in cui è cascata la Premier è stato architettato da due “comici” russi, considerati vicini ai servizi d’intelligence del Cremlino. Vladimir Kuznetsov e Aleksej Stolyarov il loro nome. Famosi già dal 2011, Il primo 37 anni è laureato in Giurisprudenza e ha studiato giornalismo, settore nel quale ha lavorato in passato anche il secondo, un anno più giovane. Insieme hanno trovato fama e fortuna, una telefonata dopo l’altra. Con qualche buona fonte riescono a reperire il contatto delle vittime: “Siamo noi a sceglierle – raccontavano ai microfoni di Nicola Lombardozzi, ex corrispondente di Repubblica -, e che qualcuno ci aiuti a trovare i numeri è lecito”.

Il gusto di simulare una conversazione formale, aspettando il racconto di un retroscena. Mettono a proprio agio l’interlocutore e tengono il punto con assoluta credibilità. Giorgia Meloni non è stata l’unica a cascarci: in passato i due hanno “colpito” anche leader internazionali come il primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez, l’ex segretario di Stato Usa, Henry Kissinger, il ministro degli Esteri danese, Lars Lokke Rasmussen, e la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde. Ma anche Boris Johnson,  J.K.Rowling ed Elton John. Il duo ha anche fatto uno scherzo alla cantante Billie Eilish e all’attore Joaquin Phoenix.

Lo sguardo al conflitto

Quasi sempre il loro obiettivo è di sentirsi raccontare qualche frase da contestualizzare nel conflitto tra Russia e Ucraina: per questo a molti è venuto il dubbio che i due potessero lavorare per i servizi d’intelligence del Cremlino. Sono definitivi “comici di Stato” e puntano chi mantiene una posiziona critica sull’operato di Mosca. Sul tema la Premier ha soltanto ammesso: “C’è molta stanchezza”. 

Critiche alla Francia per i migranti e per la situazione in Niger. Giorgia Meloni ammette: Gli altri leader mondiali neppure mi rispondono al telefono. E critica Macron sul Niger. Redazione su Il Riformista l'1 Novembre 2023

Una telefonata vera ma con il finto presidente dell’Unione Africana Azali Assoumani. E’ lo scherzo, fatto il 18 settembre scorso, dei comici russi Vladimir Kuznetsov e Aleksei Stoliarov, meglio conosciuti come Vovan e Lexus, alla presidente del Consiglio italiana. Nel corso della conversazione Meloni ha ammesso che alcuni leader europei, tra cui il presidente francese Emmanuel Macron, non rispondono alle sue telefonate. Il duo ha spiegato che Meloni si è lamentata soprattutto dell’atteggiamento del presidente francese sull’emergenza migratoria, con migliaia di persone che arrivano illegalmente in Italia. Critiche a Macron anche per quanto accaduto in Niger, con il colpo di stato, appoggiato dalla Russia, che ha rovesciato il governo.

“La Commissione europea dice che capisce la questione, il problema è quanto tempo ci vuole per dare risposte concrete”, prosegue la premier nell’audio. Il presidente affronta poi alcuni contenuti presenti nel Piano Mattei per l’Africa. “Sto cercando di parlare con altri Paesi europei degli investimenti energetici in Africa. Nei primi giorni di novembre presenteremo qui a Roma in una conferenza il nostro Piano Mattei, che consiste nell’investire nell’energia per l’Africa”, spiega la premier in riferimento alla conferenza poi slittata in seguito agli attacchi di Hamas in Israele e alla successiva guerra in corso nella Striscia di Gaza. “Vorrei che la presidenza del G7 si concentrasse sull’Africa”, aggiunge Meloni, facendo riferimento anche alla Libia, un dossier molto importante per l’Italia, dicendo che si potrebbe “discutere per ore” di cosa è successo al Paese nordafricano e comprendere che “la situazione ora non è migliore” visto che c’è anche “una crisi energetica”.

Uno scherzo ammesso anche da Palazzo Chigi che “si rammarica per essere stato tratto in inganno da un impostore che si è spacciato per il presidente della Commissione dell’Unione Africana e che è stato messo in contatto telefonico con il presidente Meloni”. Una telefonata – precisano – avvenuta il 18 settembre scorso “nel contesto dell’intenso impegno sviluppato in quelle ore dal presidente Meloni per rafforzare i rapporti con i leader africani con i quali ha avuto importanti incontri a margine dell’Assemblea Generale dell’Onu tra il 19 e il 21 settembre”.

Fonti di palazzo Chigi spiegano poi che “nonostante il tentativo di farle dire frasi ‘scomode’ Meloni ha invece ribadito nella sostanza le posizioni assunte dal governo, pur nei toni consueti di estrema cortesia formale che si tengono in interlocuzioni con rappresentanti istituzionali stranieri”. “Il presidente del Consiglio, nonostante le provocazioni, ha confermato il pieno sostegno all’Ucraina e le politiche italiane di contrasto all’immigrazione illegale”, concludono le fonti.

Il duo Vovan e Lexus tra 007 e beffe ai vip. Storia di Domenico Di Sanzo su Il Giornale il 2 novembre 2023.

Premessa: loro negano di essere vicini ai servizi di sicurezza russi. Svolgimento: gli scherzi telefonici di Vovan e Lexus producono sempre dichiarazioni che fanno il gioco della propaganda della Russia. L'ultima beffa ha visto protagonista Giorgia Meloni, ma tra le vittime illustri delle burle di Vladimir Aleksandrovich Kuznetsov e Aleksei Vladimirovich Stolyarov ci sono Pedro Sanchez e Recep Tayyip Erdogan. Angela Merkel e Christine Lagarde. Ma anche Elton John e J.K. Rowling, la «madre» di Harry Potter. Un elenco lungo e prestigioso, composto prevalentemente da personaggi critici nei confronti della Russia e di Vladimir Putin. E questa è la seconda coincidenza. Da qui le voci sulla collaborazione di Vovan e Lexus con i servizi segreti di Mosca. Accusa formalizzata nel 2016 dall'avvocato Mark Feygin. Il legale difendeva la pilota ucraina Nadya Savchenko, contattata da un finto Petro Poroshenko, allora presidente filo-occidentale dell'Ucraina, che la esortava a sospendere lo sciopero della fame. I due, ad aprile scorso, si sono spacciati per l'attuale leader ucraino Volodymyr Zelensky e hanno parlato con il presidente della Federal Reserve Jerome Powell. Impersonando sempre Zelensky, la coppia l'anno scorso ha contattato la scrittrice britannica Rowling, spingendola a criticare l'allora premier Boris Johnson, tra i maggiori sostenitori dell'Ucraina nella guerra contro la Russia. L'ultimo big a finire in trappola, il mese scorso, è stato il premier spagnolo Sanchez. Come con Meloni, in quel caso i due comici si sono spacciati per un capo di Stato africano, preoccupato per lo stop all'accordo per l'esportazione del grano ucraino dai porti del Mar Nero. Sono finiti nella loro rete Greta Thunberg e il principe Harry. Donald Trump, Mikhail Gorbacev e forse ultimamente Henry Kissinger.

Resta il fatto che spesso gli scherzi di Vovan e Lexus sono funzionali alla strategia del Cremlino. «È assolutamente falso che siamo legati ai servizi segreti russi o al Cremlino. Queste sono teorie del complotto», smentiscono ancora i due autori delle burle telefoniche. Poi parlano di Meloni: «Ci ha sorpreso, è una tra i pochi leader che sembra avere proprie idee, ha parlato esprimendo dei concetti importanti, anche critici rispetto ad esempio ai partner dell'Ue». Vovan e Lexus si sono anche finti Putin in persona per chiamare il cantante Elton John e parlare della situazione dei diritti dei gay in Russia. Nel 2016 il giornale online indipendente russo Meduza adombrava dubbi sugli scherzi che, guarda caso, andavano sempre «a servire l'interesse delle autorità russe». Ma i due comici, ex giornalisti di 36 e 37 anni, continuano a negare e a ripetere che sono «solo due ragazzi che hanno trovato un sistema per arrivare a fare degli scherzi a queste persone importanti». Nonostante ciò, anche il governo britannico sostiene che siano coinvolti con il Cremlino. L'anno scorso è stato chiuso il loro seguitissimo canale You Tube. Decisione maturata dopo una finta telefonata in cui, fingendosi il primo ministro ucraino Denys Shmyal, Vovan e Lexus annunciavano all'allora ministro della Difesa britannico Ben Wallace fantomatici piani di Kiev sul nucleare nell'ambito della guerra con Mosca. Da quel momento sono passati alla piattaforma russa Ru Tube. Le voci sulla natura «politica» delle loro goliardate non si sono mai fermate.

Marco Zonetti per Dagospia martedì 26 settembre 2023.

Ieri sera, lunedì 25 settembre 2023, Marco Damilano nella sua trasmissione in onda in access prime time su Rai3, Il Cavallo e la Torre, ha tirato fuori dal cilindro del tempo una simpatica e suggestiva chicca.  

Analizzando il primo anno di Governo a trazione Fratelli d'Italia, Damilano ha stupito i telespettatori e il suo ospite Giovanni Orsina, storico e direttore della Luiss School of Government, annunciando "la prima volta in Tv di Meloni".

A quel punto è partito un filmato tratto dalla trasmissione Tempo Reale andata in onda nel lontano 12 gennaio 1995 su Rai3, con un giovanissimo Michele Santoro al timone. Santoro dava quindi parola a una diciannovenne attivista di Destra dell'epoca. Ma non Giorgia Meloni, bensì la sorella Arianna. 

Quest'ultima, incalzata da Santoro, si lanciava in diretta televisiva in una disamina politica sulla crisi del primo Governo di Silvio Berlusconi, il quale aveva rassegnato le dimissioni meno di un mese prima, il 22 dicembre 1994, dopo l'uscita di Umberto Bossi e della sua Lega Nord dalla maggioranza. La disquisizione della giovane Arianna polemizzava per l'appunto sulla decisione del "Senatur", che aveva "mandato a casa un governo votato dagli italiani il 27 e 28 marzo 1994" tornando quindi a una "situazione ambigua" tipica del passato. Ospiti di quella puntata di Tempo Reale, erano Fausto Bertinotti e Cesare Previti. 

Seguendo la trasmissione di Damilano di ieri, si scopriva quindi (o, meglio si aveva la conferma) che già 28 anni fa Arianna Meloni faceva politica attiva, veicolando in seguito il suo impegno nel partito della sorella. Fino a divenire - come ricordato dal quotidiano La Repubblica rilanciata da Dagospia - "già responsabile del tesseramento" oltre a sedere "anche nel board della Fondazione Alleanza Nazionale. Un ente, questo, che ha in pancia depositi bancari per una trentina di milioni e beni immobili che valgono sul mercato circa 200 milioni di euro". Per poi essere nominata, poco tempo fa, responsabile della segreteria politica di Fratelli d'Italia.

Non proprio, quindi, quella "privata cittadina senza incarichi pubblici" che aveva suscitato difese a spada tratta all'epoca della pubblicazione della famosa vignetta di Natangelo sul Fatto Quotidiano riguardante la sostituzione etnica a casa Meloni-Lollobrigida, finito poi querelato. 

Dalla rubrica delle lettera del “Venerdì – la Repubblica” sabato 18 novembre 2023. 

Gentilissima signora Aspesi, […] volevo riprendere per un attimo il caso Meloni. Solo per un attimo. Vado per punti.

A) Nel suo famoso comunicato il presidente dice che il rapporto con Giambruno era finito da tempo. Allora la masseria pugliese? La serata a teatro dove entrambi scherzano con il duo comico? Tutto teatro, appunto. E Dio, Patria e Famiglia? Sarà per un’altra volta. 

B) Sempre sul caso Giambruno, mi sembra che molti suoi colleghi non abbiano visto chi, in fondo, è stata la vera vittima: la giornalista che viveva la giornata lavorativa tra richieste di partecipazione a vari rapporti plurimi e visioni celestiali di tastate del pacco del fu compagno di tanto presidente. Di lei si è scritto poco e ancor meno ho visto solidarietà femminile. Come se il tutto fosse un fatto lecito o assolutamente normale.

Mi chiedo: e le consuete femministe in servizio permanente attivo? Silenzio. […] Dove sono finite quante inneggiarono al presidente del Consiglio donna? Mistero. […] Luigi Bicchi 

Risposta di Natalia Aspesi

Gentile signor Bicchi, lei ha scoperto una novità cui non avevo fatto caso: abbiamo tutti perso la memoria, e un fatto avvenuto pochi giorni fa con relativo scandalo, chi se lo ricorda più? Le notizie da noi durano poche ore, poi entrano nella confusione vacua con cui ci proteggiamo dal sapere troppe cose, soprattutto quasi sempre sbagliate. […]

non so dirle del suo punto A, perché non ho seguito le vacanze della signora Premier, quindi non so di chi sia esattamente il trullo che li ha ospitati con piccina e tutto. B, forse ormai la vera vittima non ci interessa più, e quindi la giornalista implicata nello sciocco divertimento del suo capo a Mediaset. 

Quindi ecco un’altra trasformazione: la vittima della “gran rottura” è rimasta quasi senza volto, come se la sua presenza fosse “lecita e normale”, diciamo “sopraffatta” dalla personalità del grazioso Giambruno, il quale è scomparso come se l’avessimo inventato, chissà che spavento ha preso per sparire di brutto.

Altra dimenticanza: me lo ricordo benissimo quanto si ribellarono le donne a cui volevano aumentare il costo dei pannolini, quasi una rivoluzione. E adesso, silenzio: i pannolini aumentano e la premier ne sta facendo di eccessive (però per essere sinceri, non è che tutti eravamo contenti di averla come premier, io per esempio proprio no) o come fosse un’‘’incantatrice” o il pifferaio magico, ci sta portando, nell’antro dove, mah…

Lettera a Natalia Aspesi – dalla Posta del "Venerdì di Repubblica" venerdì 10 novembre 2023.

Eppure Signora, lei col suo primo marito ferrarese alquanto sovrappeso e del quale avrebbe potuto essere madre, ci ha vissuto il tempo giusto perché la sua leggiadria potesse esprimersi adeguatamente anche nel talamo. Poi è passata ad altro per provare nuove emozioni e dall'85 alla sua morte nel 2012 ha avuto come compagno Antonio Sirtori. O sbaglio? 

Mi fa sorridere il suo perenne livore radicalchampagne che la porta a spiegare a tutti i "caproni" della parte politica che non le garba come "savoir se porter", con la ormai più che stantia spocchia che va di pari passo con la sua veneranda età. È ormai da un anno che si attacca a tutto il pochissimo che passa il convento. Il bischerotto dal ciuffo svolazzante Giambruno, se fosse stato compagno di qualche signora dem, sarebbe dipinto come uno spiritoso malandrino e una simpatica canaglia, magari concupito anche da lei nonostante la sua verde età.

Peccato che anche questa volta all'ex borgatara, alla quale non avete risparmiato nessun aggettivo, i suoi articoli e quelli dei compagni di redazione passino sopra la testa. Non gliene può fregar di meno dei vostri acidi e prevenuti pistolotti. Poco gentile signora, anche lei non ha capito una legge fondamentale della vita. E cioè che c'è un tempo per ogni cosa, oltre che per ognuno di noi. 

Lei li ha snobbati, rendendosi patetica nel ruminare fino allo sfinimento pezzulli di cui resta ogni volta solo un'infinitesimale stilla di veleno, che si perde senza nuocere, se non a lei che non ha avuto il buongusto di ritirarsi al momento giusto dal palcoscenico dell'avanspettacolo, nonostante il pomposo nome di Repubblica. Buon thè delle 17 chez Cova.

Massimo Scaglia 

Risposta di Natalia Aspesi:

Mi sono chiesta come mai coloro che non sanno scrivere una lettera senza livore, proprio quello che chissà perché lei imputa a me, siano sempre quelli che credono che nel disprezzo ci sia la loro forza che invece, indebolendoli, poi ne segna la sconfitta. Ma perché, per esempio, non sapete rispettare l'età, che vi suscita grandi risate di spregio, avendo voi, giovani vecchi, perduto il ricordo che noi vegliardi, almeno, l'abbecedario l'abbiamo studiato? 

E sappiamo che il famoso thè delle 17 non si fa più al Cova di Milano o altrove, anche se da anni il posto ha cambiato proprietario. Perché un'antica abitudine delle gentili signore di 50 anni fa (non si preoccupi, io c'ero abbondantemente) lei la usa come se esistessero ancora, ed erano quelle che per anni abbiamo combattuto e che adesso sono amministratori delegati o padrone di grandi marchi?

Comunque non capisco perché lei affidi alla sinistra quello che è sempre stato di destra, sino a quando le crudeli femministe hanno risvegliate le signore nullafacenti che adesso in parte vi comandano. Adesso il salario minimo, che mette quelli che lavorano nella parte miserabile del pianeta, l'hanno già cancellato con l'aiuto del frenetico e bizzarro uomo con la barba che solo chiamarlo Salvini viene paura.

Poi ci sono le stupidaggini sulle signore con compagno stupidello (ma anche qui, in che secolo si trova?) e poi giù, "verde età", "veneranda età", "il buon gusto di ritirarsi al momento giusto dal palcoscenico dell'avanspettacolo". Mamma mia, che spavento, non c'era qualcosa di più orribile della mia età di cui accusarmi? Sono andata sulla scena del delitto, a rivedere il mio pezzo di spocchia comunista o addirittura khmer, e, mi perdoni, l'ho trovato certo con l'antiquata voglia di far sorridere come si usava quando voi di cattivo umore non eravate nati. 

Sono quasi sicura che lei il mio pezzullo non l'ha letto perché mai scrissi un articolo così carino verso una donna che io, come lei sa, ammiro per la capacità di affrontare il momento più drammatico della nostra avventura. Mi dica una sola frase azzardata, a meno che lei sia di quelli che non ridono mai.

Forse le ha dato fastidio che abbia ricordato che lei con quel bel giovanotto, "un bischerotto dal ciuffo svolazzante", ci ha vissuto dieci anni; mai una toccata, mai qualche parolina, mai qualche parola un po' rustica? Un simpaticone da presentare a Buckingham Palace? E come faccio a presentare una "ex borgatara" alle signore che prendono il thè alle 17? O questa cosa, averci vissuto insieme, non si poteva dirlo? Perché? 

C'è una cosa in cui, eliminando tutta la sua antica paccottiglia, sono d'accordo con lei: e piango, per ora, al ritorno dei grandi ricchi e dei super poveri. La sinistra quella vera, quella grande, si è spenta, e gli ultimi rimasti stanno, compresa me, morendo. Dimenticavo: odio lo champagne e sono astemia.

Estratto dell’articolo di Natalia Aspesi per “la Repubblica” domenica 24 settembre 2023.  

Quando la famiglia Meloni decise che era ora che noi, gli italiani, venissimo un po’ puniti per i troppi peccati che non piacciono al generale Vannacci, da anni la loro Giorgia lavorava e lavorava decisa a passare dal tre per cento alla vittoria, sotterrando la sinistra.

Lei aveva già imparato l’inglese mentre i nostri ministri di solito balbettano […] Ne sapeva più del diavolo ma anche lei incontrando il cosiddetto amore, ne rimase fulminata tanto da fargli subito una figlia. Un uomo su cui, almeno a guardarlo, non c’è nulla da dire, tranne quando gli scappa qualcosa non proprio di sinistra. Intanto la famiglia Meloni a poco a poco si sistemava, la sorella Arianna nel di lei partito, il compagno Andrea a dire la sua, il cognato Lollobrigida ministro dell’Agricoltura dall’università privata Niccolò Cusano.

E intanto la sinistra […] lottava serena per ottenere più fluid e più una gran variabile di gender. La famiglia Meloni stava per agevolmente prendersi il governo cosa che fece un anno fa stupendosi lei stessa, mentre gli oppositori, […] litigavano sino all’ultimo dicendosene delle belle. […] 

[…] Bisogna dire che magari uno si chiede come faccia quella signora a girare come un fulmine il mondo, in qua e in là, coi bei capelli che basta un tocco perché vadano a posto, che arriva dove ci sono i microfoni e dice cose persino sensate, per lo meno per vecchi che l’hanno votata (poi ci sono anche “i Santanché”, quelli che hanno votato per farne di ogni colore).

Non si fosse portata una miriade di ignoti da compensare, quasi ci si poteva dimenticare che lei è la prima signora donna a essere premier, di destra ovvio, e chi l’avrebbe mai detto. E tutti a sperare che finalmente crolli e invece… Perché è carina, perché è influencer, perché nasconde i fianchi con una quantità di vestiti che cambia a migliaia a giorno. Insomma spiace dirlo, ma quella piccina che si muove tra Biden e chi sa chi, e sa rispondere, potrebbe anche far venire il nervoso, ma insomma… Poi ha anche una piccina e suo padre, quel bell’uomo, Giorgia non l’ha sposato. A parte Dio che lei nomina spesso, e a parte il chiedere anche a noi di farlo, c’è questo mistero: una graziosa signora che non si sposa, proprio per non rendere definitivo il matrimonio con un bel giovane di cui non si conosce bene il futuro. 

Estratto dell’articolo di Simone Canettieri per “il Foglio” il 23 Settembre 2023

Roma. “Niente brindisi, concentrati”. All’alba del 23 settembre 2022 Giorgia Meloni, dopo un breve discorso, mette in riga tutti i colonnelli accorsi al Parco dei Principi, l’hotel dove Fratelli d’Italia è riunito per i risultati delle elezioni che lo lanceranno a Palazzo Chigi. E’ passato un anno, domani la premier riunirà tutti all’auditorium della Conciliazione, per tracciare un bilancio di questi dodici mesi. […] Al di là dei successi rivendicati, il governo Meloni non si è aperto a nuove energie e contributi eretici. Anzi, per paradosso, sembra essersi ristretto: sono sempre meno i decisori e i consiglieri, sono sempre di più i mondi che restano fuori dal piano nobile del palazzo del governo.

[…] tra i primi atti del nuovo esecutivo c’è lo spostamento del Pnrr: i fondi europei finiranno direttamente sotto l’egida di Palazzo Chigi, tolti dalla solida e ramificata struttura del dicastero di Via XX Settembre[…] Dopo un anno l’unico consigliere economico della premier è Renato Loiero, proveniente dalla direzione Servizio bilancio del Senato. Per il capo di gabinetto salterà l’ipotesi di Riccardo Pugnalin (manager Fininvest, Sky, Vodafone, transitato anche in America Tobacco) che andrà a ricoprire il ruolo di capo delle relazioni esterne di Autostrade.

La scelta cade su Gaetano Caputi, pescato dal ministero del Turismo. La Fiamma magica non si allarga nemmeno nell’ufficio stampa, anzi. Prova ne è l’esperienza di Mario Sechi, durato da febbraio a settembre: sette mesi. Veniva dalla direzione dell’agenzia Agi ora è sulla tolda di comando di Libero. Meloni lo ha sostituito formalmente con il caporedattore sempre dell’Agi Fabrizio Alfano, già portavoce di Gianfranco Fini […] E ora dopo un anno di assenza, con i corrispondenti disperati, pare essere stato individuato anche un responsabile dei rapporti con la stampa estera (si pensa a un diplomatico, ma non a un giornalista). 

Nel frattempo […] la comunicazione politica del governo e del partito […] è stata centralizzata nelle mani di Giovanbattista Fazzolari, pirotecnico sottosegretario alla presidenza del Consiglio nonché ideologo di Via della Scrofa. […] In tantissimi casi in questi dodici mesi – in una perenne sindrome di accerchiamento fatta di “ me posso fida’ ?” – si interviene a colpi di normale spoil system solo se c’è un uomo d’area di provata fiducia da inserire.

E’ il caso in Rai di Giampaolo Rossi, predestinato a Viale Mazzini, diventato dopo la pasticciata uscita di Carlo Fuortes direttore generale. Come viene da fuori anche il navigato Gian Marco Chiocci, direttore già del Tempo e dell’agenzia Adnkronos, nominato alla guida del Tg1 (una rivoluzione gradita dalla redazione, a quanto pare, visto che tutti commentano così: “E’ un giornalista e uomo squadra: nulla da eccepire”). Le logiche che hanno governato Fratelli d’Italia fino al boom sono state riprodotte a Palazzo Chigi in carta carbone. I pochi uomini e donne che ruotavano intorno al partito quando era al 4 per cento sono gli stessi che adesso danno le carte.

Non c’è dunque da stupirsi della promozione di Arianna Meloni, sorella maggiore della leader e compagna del ministro Francesco Lollobrigida, a responsabile della segreteria politica oltre che del tesseramento. L’unico innesto in questo grumo di potere porta ad Alfredo Mantovano, prezioso sottosegretario alla presidenza con delega al deep state . Tutti gli altri, come le stelle di Cronin, stanno a guardare.

L'anno nero della nazione. Il primo anno (indecente) da premier di Giorgia Meloni: tra sceneggiate, claque e smorfie.  Dall’Emilia a Caivano il copione è sempre lo stesso, indecente: a parte i selfie coi potenti non ha fatto nulla, se non alludere con metafore dal sapore bellico, alle maniere forti proprie di uno Stato di polizia che pulisce, elimina, reprime. Michele Prospero su L'Unità il 7 Settembre 2023

Non solo a Cernobbio monta il disincanto. Cala nei sondaggi la fiducia nel governo, dopo i quasi dodici mesi di attività, e Meloni perde ben tre punti percentuali nel gradimento. Non bastano le trasvolate in ogni parte del mondo a mostrare una “fuoriclasse”, secondo la definizione di Repubblica, alle prese con vestiti griffati, scarpe cangianti e capelli al vento. Anche nell’età in cui il reale pare dissolversi nell’ambiguità delle seriali post-verità e nelle incursioni degli influencer, non è scomparsa irreparabilmente la capacità degli elettori di percepire se le decisioni politiche siano efficaci o meno.

A Caivano il presidente Meloni ha sentenziato che lo Stato lì non esiste. Dinanzi al territorio napoletano sfregiato dal vuoto di potere, tocca a lei “metterci la faccia”. E per questo la patriota dona il suo viso alle telecamere, che la riprendono in ogni passerella che volentieri si concede nei luoghi del dolore. Molta rappresentazione e poca capacità di incidere sulle situazioni effettive di disagio si convertono però, alla fine, in un cortocircuito della comunicazione. Quelle doti da statista, che aveva certificato anche Panebianco (“una leader indubbiamente capace e carismatica”), non appaiono confermate dalla scialba prova di governo.

La crescita non c’è, l’economia ristagna e perciò la cronaca nera funge da occasione salvifica. Giorgia afferra una emergenza dopo l’altra e, attraverso le sue fugaci uscite, sparge proclami con inflessione romanesca rivolgendosi direttamente al pubblico, senza neppure il rumore di fondo delle domande dei cronisti. Dopo aver citato la stessa banale frase, attribuendola una volta ad Agostino d’Ippona e l’altra a Francesco d’Assisi, il volto del potere si dilegua e un’altra tappa lo attende nella continua fuga dal concreto. Questo Stato volatile, interessato solo alla collezione delle foto di rito con i grandi della Terra, riassume la sostanza dell’esperienza di un anno nero a Palazzo Chigi.

Che si tratti del limo di Forlì o del degrado urbano di Caivano, architettura e scenografia dell’evento non cambiano di una virgola. Il telefilm governativo prevede la comparsata di un automobilista con i social intasati dalle immagini di Mussolini – scherzo del destino! – che, rimasto impantanato tra le acque melmose, incontra Giorgia e la venera come la reincarnazione dello Stato. In Campania il copione contempla una folla di militanti di partito travestiti da “persone qualunque” che passeggiano accidentalmente sul posto. La gente, appena vede la donna forte che si materializza con lo scettro del comando, si scioglie in manifestazioni spontanee di giubilo.

La costruzione di uno spettacolo politico attorno alle gesta del capo, che si sposta ovunque tra i battimani della claque al seguito, non è certo una invenzione di Meloni. Anche Napoleone III, il piccolo commediante salito al potere benché privo di attitudini di governo, aveva colpito Marx per il fatto di aver innalzato il viaggio a fabbrica del consenso. In ogni città che visitava, il capetto avvertiva negli applausi scroscianti un tangibile sostegno popolare. Spiegava Marx che la “virtù magica del suo nome” non era sufficiente, cosicché il carisma aveva bisogno di arruolare nelle piazze taluni passanti i quali, “in qualità di claqueurs”, dovevano gridare evviva e “simulare l’entusiasmo”; e però, “nonostante tutte le manovre, questi viaggi erano molto lontani dall’essere marce trionfali”.

Lo stesso fiasco comunicativo accompagna le peregrinazioni di Meloni. Le disposizioni minuziose impartite per far sembrare senza trucchi le acclamazioni, che si levano ogni volta alla visione della donna della previdenza, si rivelano delle maldestre messinscene che smontano i piani della narrazione. A Caivano il presidente del Consiglio, oltre a recitare, ha pronunciato comunque una parola politicamente evocativa: “bonifica”. Altre volte aveva invocato i blocchi navali. Allude, con metafore dal sapore bellico, alle maniere forti proprie di uno Stato di polizia che pulisce, elimina, reprime.

Il malessere collettivo può però essere affrontato in due modalità. Lo ha chiarito Leopardi con un paragone illuminante tra Napoleone il grande (“il suo governo, contuttoché dispotico, perciò appunto conservava una vita interna, che non si trova mai ne’ governi dispotici, e non sempre nelle repubbliche”) e il Papa. In una pagina dello Zibaldone, egli precisa: “Bonaparte per isnidare i malandrini da una contrada di Parigi v’introdusse i giullari e i giocolieri per richiamarvi il popolo, e frequentarla. Il Papa alcuni mesi addietro per isnidare i malviventi da Sonnino, luogo di loro rifugio nei confini del suo stato verso Napoli, decretò la distruzione di quel paese” (Zib., 251).

Con il progetto “bonificatore” l’esecutivo sovranista si mette sulle orme del papa-re che ordinò l’abbattimento degli ambienti più malfamati, e sceglie la via della repressione lasciando del tutto irrisolte le cause sociali e culturali del crimine, del male di vivere. Eppure molto più istruttiva fu la creatività sperimentata dal governo civile di Napoleone I che, attraverso politiche dell’effimero proto-nicoliniane, varò soluzioni utili per restituire vitalità agli spazi dell’abbandono.

La realtà è troppo complessa per essere governata da un ceto politico reclutato tra i sodali tolkieniani di Colle Oppio allevati nel mito della bonifica (quella vera dell’Agro Pontino) e della battaglia del grano. Tra il cognato attore non protagonista, che ai fornelli fa lo spot pubblicitario per persuadere i consumatori a servire i granchi blu a tavola, e Giorgia, che da attrice principale (già consacrata, peraltro, nel video da Oscar girato in una pompa di benzina) registra lo sketch della donna di Stato con la campanella che lavora anche il primo maggio, allestisce la cornice della macchina nel fango dell’Emilia-Romagna, o ancora si finge genuinamente sorpresa dinanzi a gruppi organizzati di plaudenti, a Palazzo Chigi la politica tramonta e si susseguono le prove di un cine-panettone.

Giambruno e gli altri: la maledizione dei compagni imbarazzanti. Storia di Candida Morvillo su Il Corriere della Sera domenica 5 novembre 2023.

In principio, ci fu Margaret Thatcher, prima donna premier del Regno Unito, anno 1979. Stette undici anni a Downing Street e, se lei passò alla storia come la Lady di ferro, il marito, Sir Denis Thatcher, segnò uno standard arduo da eguagliare: quello del first gentleman che sta un passo indietro senza mai creare problemi. Come fu scritto sul Guardian alla sua morte, nel 2003, «fu un uomo d’affari che non prendeva la politica di Westminster abbastanza sul serio da mettere in imbarazzo sua moglie o da rivaleggiare con lei, che considerava speciale senza provare soggezione nei suoi confronti». Oggi, invece, in un’epoca in cui le presidenti del Consiglio donne sono ormai almeno una piccola pattuglia, i loro consorti non sempre sanno stare nel ruolo con standing da lord.

La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, con il marito Heiko von der Leyen: i suoi interessi nel biotech l’hanno messa in imbarazzo, ma lui si è subito tolto d’impaccio dimettendosi da direttore scientifico (foto Getty images)

Giorgia Meloni ha lasciato per direttissima il compagno Andrea Giambruno, ma persino la presidente della Commissione Europe Ursula von der Leyen è stata messa in imbarazzo dal marito (lei, però, per questioni di affari). E abbiamo appena visto l’ex premier norvegese Erna Soldberg presentarsi sull’orlo delle lacrime in conferenza stampa per denunciare di avere un crollo di fiducia nei confronti del consorte, pure lui coinvolto in business poco chiari. Il primo ministro estone Kaya Kallas ha rischiato di doversi dimettere per via del consorte implicato in un commercio con la Russia perlomeno inopportuno, considerata la fervente posizione pro Ucraina del Paese. Intanto, da un anno, i pettegolezzi su una presunta amante del suo Joachim Sauer stanno dando tormento ad Angela Merkel, la quale, pervicacemente, li ignora. Al pari di un temibile virus spuntato dai ghiacchiai sciolti, la maledizione dei mariti imbarazzanti è un virus emerso dal tetto di cristallo nel momento in cui le donne lo hanno rotto. In un’era in cui la parità di genere va soppiantando il patriarcato, i partner delle donne in vista sembrano l’anello debole della catena evolutiva: soffrono, non tengono il passo e, in definitiva, finiscono per fare sabotaggio di mogli e compagne.

Il 14 febbraio 2019 Giorgia Meloni pubblica su Instagram una foto con il compragno Andrea Giambruno che è un inno all’amore, scrive, «paziente, benevolo, che non invidia, che non si vanta...»

È come quando Fedez, a Sanremo, rubò la scena a Chiara Ferragni. Lei era coconduttrice e quello doveva essere «il suo festival», ma il rapper la oscurò prima con un freestyle che prendeva di mira politici, poi, baciando in diretta Rosa Chemical. Così, tocca a loro, alle donne, trovare la quadra per adattarsi al cambiamento e fare un salto evolutivo che vale per due. Andrea Giambruno è stato colto in un fuorionda del suo programma tv Diario del giorno mentre esagera con le parolacce, fa il piacione con una collega, le dice: «Sei una donna intelligentissima, ma perché non ti ho conosciuta prima?». Quindi, secondo fuorionda: a una collega non inquadrata, propone un threesome e anche un foursome. Una cosa a tre, o a quattro, che sulla stampa estera riecheggerà il successo, si fa per dire, del Bunga Bunga di berlusconiana memoria.

«Partner presentatore desideroso di sesso a tre e a quattro» titolerà El Mundo, quotidiano di quella Spagna, dove Giorgia Meloni aveva tuonato «Yo soy Giorgia, soy una mujera, soy una madre, soy cristiana», sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono una cristiana. Ma lei, che ha passato buona parte del primo anno di governo ad accreditarsi sulla scena internazionale, non ci sta a essere sbeffeggiata sulla stampa mondiale. Alle 8.30 del mattino successivo al secondo fuorionda, pubblica un post che dice «la mia relazione con Andrea Giambruno, durata quasi dieci anni, finisce qui» e in dieci righe stupisce per almeno tre motivi: la tempestività, il fatto che anteponga la ragione di Stato a quella del cuore; e perché, avversata dalle femministe in quanto donna ma non femminista, lascia il compagno per delle frase sessiste. Meloni che mette a tacere le istanze del cuore e fa prevalere quelle di capo di un partito e di guida del governo dà prova di un decisionismo che neanche Margaret Thatcher. «Gravitas» è la parola usata da Giuliano Ferrara sul Foglio per riassumere il modo con cui la premier affronta una crisi familiare esplosa invece a mo’ di macchietta.

LA CONSERVATRICE NORVEGESE SOLDBERG HA (QUASI) PIANTO IN PUBBLICO LA PREMIER ESTONE HA CONTESTATO LA PRETESA DELL’ELETTORATO DI RISPETTARE «VALORI MORALI ECCESSIVI»

Alla fine, Meloni è l’unica leader che ha il coraggio di sacrificare l’amore sul piatto della politica. La conservatrice norvegese Erna Soldberg se l’è cavata buttandola sul vittimismo. Stava per ricandidarsi alle elezioni del 2025 e si è saputo che, mentre era premier, il marito ha fatto investimenti e guadagni approfittando di informazioni riservate carpite in casa. Così, a metà settembre scorso, lei si è presentata in conferenza stampa e, quasi piangendo, ha parlato di «un crollo di fiducia» nella sua relazione. Ha giurato che il consorte le ha detto bugie e che potrebbe essersi reso colpevole di conflitto di interessi, però a sua insaputa. Non l’ha lasciato e non ha ritirato la candidatura. Ha solo promesso che, se diventasse di nuovo primo ministro, assumerà una sorta di «baby sitter» per supervisionare gli affari del consorte.

Nella vicenda che ha colpito casa von der Leyen, Ursula non si è dimessa ma si è dimesso il marito e lei se l’è cavata senza scucire una sola dichiarazione. Heiko von der Leyen si è trovato a essere medico e direttore scientifico della società biotech statunitense Orgenesis, destinataria di fondi del Pnnr stanziati dall’Europa. Non solo, era anche stato inserito dalla sua azienda nel consiglio di sorveglianza che pianifica la strategia di budget di quei fondi. In seguito a interrogazioni parlamentari e polemiche, il «first gentleman» si è dimesso dal comitato, ma non dall’azienda. Per Ursula, ha parlato un portavoce della Commissione Europea, limitandosi a dire che il marito di un alto Commissario che riceve finanziamenti Ue e nazionali «non incorre in conflitto di interessi».

Quanto alla premier estone Kaya Kallas, pur di non lasciare il marito e tenersi anche la poltrona, ha visto la sua popolarità scendere ai minimi. Si era scoperta che Stark Logistics - una società di trasporti di cui è azionista il marito Arvo Hallik - aveva continuato a fare profitti con la Russia nonostante la guerra. Profitti legali, salvo che Kallas, fervente anti putiniana, andava esortando gli imprenditori a «ritrovare la bussola morale» e a limitare i traffici con Mosca.

Inchiodata dalla stampa, si è aggrovigliata fra «a casa non parliamo di affari» e «non è vero niente, le accuse sono infondate». Poi, ha tacciato i giornalisti di «bullismo» ed è arrivata a dire che gli estoni esigono dai leader valori morali troppo elevati. A quel punto, il 70 per cento dell’opinione pubblica voleva le sue dimissioni. L’ha scampata perché l’opposizione non ha i numeri per far cadere il governo. Insomma, fino all’atto d’imperio di Meloni, questa sembrava una gara fra congiunti imbarazzanti, ma dopo è diventata anche una prova di leadership femminile.

Estratto dell’articolo di Simone Canettieri per “il Foglio” il 5 dicembre 2023.

La sala regia è la sua isola d’Elba: un esilio (dallo schermo) destinato a terminare il prossimo settembre. Dopo dieci napoleonici mesi. Almeno così dice – sperando – ai pochissimi amici fidati Andrea Giambruno, il grande ex fatto persona. Già compagno di Giorgia Meloni, licenziato con un post sui social dalla premier; già conduttore del “Diario del giorno” su Rete 4; già ciuffo d’Italia (le parrucchiere di Cologno Monzese, che bene lo conoscono, sostengono che “con Giorgia non sia proprio finita”: chiacchiere di lacca?).

E’ il conte di Montecristo del Palatino. Sul colle di Mediaset, segregato in un ruolo che gli sta stretto, sogna il gran rientro. Magari in un tg, senza più dover improvvisare tra “lupi che prima o poi ti trovano” e con il rischio di fuorionda birichini (immortale quello sul “threesome” proposto con piacioneria, un po’ romanesca un po’ da maranza, a una collega). 

[…] Sa di essere stato tradito da colleghi che considerava amici, questo pensa. “Cammina radente al muro: buongiorno e buonasera, ha perso la consueta allegria guascona. Lo incontriamo al bar o in mensa: così riservato da non essere più lui”, raccontano i romani di Mediaset, comunque considerati periferia dell’impero berlusconiano.

Andrea? Un bravo ragazzo, aggiungono tutti. Giambruno si è sentito vittima di “una caccia all’uomo”. Pensa di aver pagato più del dovuto per il ruolo pubblico che ricopriva. In questi giorni c’è chi gli ha sentito fare ragionamenti del tipo: se avessi detto io le cose che ho ascoltato in certe trasmissioni di La7 mi avrebbero scorticato vivo. Pare si riferisse a Lilli Gruber e Corrado Formigli, chissà.

La sua nuova vita professionale inizia alle 10 e termina alle 18. Riunione del mattino con la redazione di “Diario del giorno”. Si parte: commento dei giornali, argomenti, scelta degli ospiti, scaletta, punto sui collegamenti. Poi mini riunione con chi ha preso il suo posto. A rotazione, i conduttori della trasmissione che ha lanciato e sotterrato l’ex compagno di Meloni sono: Luigi Galluzzo, Elena Tambini e Manuela Boselli. 

Ciò che fino a poco tempo fa era tutto un blu Estoril, adesso è diventato un nome giallo su uno sfondo grigio nei titoli di coda della trasmissione alla voce “coordinamento”. 

[…] Ma attenzione, eccolo in cuffia: “Manda la pubblicità!”. “Siamo lunghi”. Dopo la puntata […] nuova piccola riunione e appuntamento alla mattina seguente. E così è: dal lunedì al venerdì. E’ la vita quotidiana nelle segrete del Palatino.

[…] “Diario del giorno” non ha avuto contraccolpi da quando non c’è più il suo mattatore “Giambrunasca”, come lo chiama Antonio Ricci. Anzi. Dati alla mano dal 19 ottobre – quando è scomparso dagli schermi sotto i colpi di “Striscia la notizia” – al 1° dicembre ha registrato una media di 478 mila spettatori pari al 5,27 per cento di share. 

Quando iniziò la nuova stagione, con gentile concessione aziendale di produrlo a Roma e non più a Milano, “Diario del giorno” si era fermato a una media del 4,8 pari a 403 mila spettatori. In poche parole da quando non c’è più il “first husband” decaduto, il prodotto ha acquistato mezzo punto.

[…] Giambruno […] vuole essere dimenticato e giudicato solo per il suo lavoro: coordina e non straripa. Funziona. Di Mediaset non parla. Spera di ritornare alla conduzione, com’è normale che sia. Magari come mezzobusto. Non a gennaio, forse a settembre. […]Giovedì non andrà alla prima della Scala, come accadde nel 2022. Un destino che lo accomuna alla premier che rimarrà lontana dal debutto del Don Carlo. Troppi ricordi.

Ilario Lombardo per La Stampa - Estratti mercoledì 6 dicembre 2023.

Andrea Giambruno scherza con un gruppo di amici, a pranzo. Sono una decina di persone in tutto, seduti all’Osteria del Sostegno, un piccolo ristorante in centro, a due passi dal Pantheon e a due passi dal Palazzo dove ogni giorno si reca a lavorare la sua ex compagna, Giorgia Meloni.  

(...) 

Giambruno ha voglia di rivincita e in queste settimane ha studiato con il suo avvocato la migliore strategia, quella che gli darebbe più chance di rifarsi sull’azienda: «Faccio causa per violazione della privacy e diffamazione a mezzo stampa. L’avvocato mi ha detto che così vinciamo sicuro». Sono parole sue, riportate da testimoni diretti a cui ha raccontato cosa pensa di fare, e perché.

Ora bisognerà vedere se andrà fino in fondo, con l’obiettivo di ottenere un risarcimento. È consapevole di cosa lo aspetta, ma è determinato. Troppa la delusione, troppo grande la ferita. «Mi hanno fatto fare un figura di merda mondiale» si è sfogato. L’eco è stato effettivamente globale. Titoli di giornali internazionali dedicati al first gentleman, partner della prima presidente del Consiglio italiana donna che scherza con battute pesanti a sfondo sessuale con colleghe in studio, allude ironicamente a rapporti a tre e si tocca le parti intime. Il tutto trasmesso dalla stessa tv di cui lui è dipendente, e che appartiene alla famiglia di Silvio Berlusconi, padre-padrone del centrodestra per trent’anni.

C’è una sentenza della Corte di Cassazione, anno 2011, che è un precedente favorevole. È una delle armi che avrebbe in mano il suo avvocato, convinto che si tratti di colloqui privati, tra colleghi, intercettati sul luogo di lavoro, e che non potevano essere divulgati. I fatti sono noti: dopo mesi di inciampi in diretta, a metà ottobre Striscia la notizia crea una rubrica – Giambrunasca - dedicata al giornalista. Già la prima puntata è insostenibile. La seconda è fatale. Si profila uno stillicidio. Qualche giorno dopo Antonio Ricci, autore del programma, allude ad altri episodi. Ma Giorgia Meloni arriva prima e con una nota pubblicata al mattino sui social, all’indomani della seconda puntata, annuncia la separazione, chiudendo così il comunicato: «Tutti quelli che hanno sperato di indebolirmi colpendomi in casa sappiano che per quanto la goccia possa sperare di scavare la pietra, la pietra rimane pietra e la goccia è solo acqua».

Non ha mai spiegato a chi si riferisse. Quel che è certo è che in quella famiglia-partito che è Fratelli d’Italia i sospetti che non si sia trattato di una scelta in solitaria di Ricci, e che i suoi editori, Marina e Pier Silvio Berlusconi, non ne fossero a conoscenza, sono tuttora forti. Meloni però non può più difenderlo. Né tentare di giustificarlo, come è stata costretta a fare, visibilmente seccata, quando in conferenza stampa, a settembre, le viene chiesto un parere su quella raccomandazione che il compagno aveva rivolto in diretta alle ragazze: di non uscire ubriache per non tentare «il lupo» sempre in agguato. 

Il 25 ottobre Mediaset e Giambruno si accordano. Il giornalista lascia la conduzione e torna dietro le quinte, come autore. È quello che ha fatto per anni, prima di avere un programma tutto suo, ottenuto in coincidenza con l’ascesa a Palazzo Chigi della sua compagna. In questa storia, sin dall’inizio, il privato e il pubblico si mescolano troppo facilmente e pericolosamente. Meloni ha una responsabilità di governo e c’è una figlia in comune, da proteggere.

Giambruno però non esce di scena né di lui si sono mai perse le tracce per davvero. I fotografi lo inseguono, il suo taglio di capelli fa più notizia dei bilaterali con i leader mondiali della sua ex. 

La presenza di Mister Meloni aleggia nei racconti di palazzo, nella maliziosità tutta romana, nelle leggende che in questa città ci impiegano poco a diventare mezze verità. La famiglia li protegge. Arianna, sorella di Giorgia, viceregina del partito, moglie del ministro Francesco Lollobrigida, accusa i giornali di fare gossip. Gli amici, però, non credono troppo alla separazione. Giambruno ha preso una casa vicino a Meloni per stare più tempo possibile con la figlia. Fidatevi, racconta chi li conosce e li ha frequentati per anni, non è finita come Totti e Ilary. Non tutti i finali infelici si assomigliano tra di loro.

Estratto dell’articolo di repubblica.it mercoledì 6 dicembre 2023.

“Non ho niente da dire, nulla da aggiungere”, taglia corto Andrea Giambruno interpellato da Repubblica in merito alla presunta causa che il conduttore sarebbe pronto a fare a Mediaset. “Faccio causa per violazione della privacy e diffamazione a mezzo stampa. L’avvocato mi ha detto che così vinciamo sicuro”, si legge su la Stampa. 

L’ex compagno della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, silurato dalla conduzione di Diario del giorno, in onda su Rete4, sarebbe andato dai legali dopo la serie di gaffe culminate negli imbarazzanti fuori onda pubblicati da Striscia la notizia, programma dello stesso network guidato da Pier Silvio Berlusconi. 

A dar manforte a Giambruno una sentenza della Corte di Cassazione del 2011, un precedente favorevole. “È una delle armi che avrebbe in mano il suo avvocato, convinto che si tratti di colloqui privati, tra colleghi, intercettati sul luogo di lavoro, e che non potevano essere divulgati”. 

I fuori onda di Striscia

Lo scorso 18 e 19 ottobre in due puntate consecutive, Striscia la notizia, il tg satirico di Mediaset, ha diffuso dei fuori onda di Giambruno, allora compagno della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Sono soprattutto quelli del 19 ottobre a far scattare l’allarme rosso a Palazzo Chigi e provocare la reazione durissima da parte dell’opposizione per le “allusioni sessuali incommentabili” a colleghe. 

Gli audio rubati hanno contenuti poco equivocabili. “Posso toccarmi il pacco mentre ti parlo?” chiede Giambruno probabilmente a una collega, che risponde: “Lo hai già fatto”. Poi le chiede ancora: “Tu sei fidanzata?”, e la risposta è la seguente: “Sì, te l’ho già detto stamattina, Andrea”. Il tono sembra scherzoso ma le uscite di Giambruno cominciano ad avere toni più insistenti.

Il giorno prima Striscia aveva mostrato un fuorionda video in cui Giambruno fa delle avance alla collega Viviana Guglielmi: “L'unico giudizio che conta per me è quello della Viviana, ma la bellezza di questo blu estoril, una donna acculturata come te dovrebbe saperlo, blu Cina no, non ti si addice, sei di un livello superiore, meglio oggi? Sei di buon umore? Mi è dispiaciuto ieri vederti un po'…Sembri una donna intelligentissima, ma perché non ti ho conosciuta prima”. 

Il benservito della premier e l’addio alla conduzione

All’indomani dei fuori onda, il 20 ottobre, Giorgia Meloni dà il benservito ad Andrea Giambruno via social. “La mia relazione con Andrea Giambruno, durata quasi dieci anni, finisce qui. – scrive la premier – Lo ringrazio per gli anni splendidi che abbiamo trascorso insieme, per le difficoltà che abbiamo attraversato, e per avermi regalato la cosa più importante della mia vita, che è nostra figlia Ginevra”. 

Quattro giorni dopo, il 24 ottobre, l’ex compagno della premier lascia la conduzione di Diario del giorno. “Dispiaciuto per l’imbarazzo e il disagio creato con il suo comportamento, concorda con l’azienda” l’addio al video. Secondo fonti di Cologno Monzese il giornalista 42enne manterrà il posto nel programma, però dietro le quinte. […]

Estratto dell’articolo di Luca Uccello per leggo.it giovedì 7 dicembre 2023.

Andrea Giambruno è pronto a raccontare la sua verità. Nessun docufilm alla Ilary Blasi. Ma bensì in un libro che il giornalista, ex compagno della premier Giorgia Meloni sarebbe pronto a scrivere. 

[...] quando l'ex volto di Rete 4 è stato "retrocesso" dietro le telecamere ha più tempo libero per sé, da dedicare a sua figlia Ginevra e pensare a nuovi progetti. E uno di questi sarebbe proprio quello di cimentarsi alla scrittura di un libro. 

Secondo il settimanale Oggi sarebbe stato avvicinato da tanti editori, di destra come di sinistra, per convincerlo a mettere nero su bianco la sua storia. [...]

Ma in tanti si chiedono se si tratterebbe solo di una provocazione o un modo per attirare nuovamente l'attenzione di Giorgia... Ma per l'ex della premier queste sarebbero settimane intense. Andrea Giambruno avrebbe in agenda tanti appuntamenti e incontri professionali. Ma è il libro a essere al centro dell'attenzione...

Estratto dell’articolo di Massimiliano Panarari per “La Stampa” giovedì 7 dicembre 2023.

Medium ancora "caldo" la radio, per dirla con Marshall McLuhan. Anche se non precisamente nel senso che intendeva il famoso teorico delle comunicazioni sociali, le onde radio di Rtl 102,5 sono state utilizzate da Giorgia Meloni per pronunciare una breve arringa difensiva intorno a un tema appunto hot e scottante come il naufragio "mediatico" della sua vita di coppia. Ha così dichiarato che «si è parlato delle volte senza pietà delle mie questioni personali. Ma... elmetto in testa e combattiamo!».

 Una glossa a metà tra l'underdog e la guerriera di una qualche popolazione fantastica del Signore degli anelli per citare un immaginario a lei consono, ma anche e soprattutto la proclamazione della resistenza al clima di assedio che la destra si rivela incline a "denunciare" pure quando si ritrova massicciamente all'interno della stanza dei bottoni e dispone di un vasto potere mediatico. […]

Nessuno, naturalmente, si permette di sindacare alcunché rispetto ai sentimenti e al dolore della persona Giorgia Meloni per la fine di una relazione. E ci mancherebbe altro. Ma, «sine ira et studio», vale la pena di ritornare sulla delicata questione proprio sulle tracce di quanto affermato dalla premier, che è una donna ferita da questi eventi, ma pure – e inequivocabilmente, come attesta il fatto che ne abbia riparlato su un network radiofonico nazionale – una donna pubblica e una figura apicale delle nostre istituzioni.

 […] In epoca postmoderna la sfera privata dei politici è stata largamente travasata dal backstage alla ribalta, e sono proprio loro – e, va detto, specialmente quelli di orientamento neopopulista – a ostentarla in chiave elettoralistica. 

Per quanto dolorosa sia stata la vicenda vissuta dalla premier, e per quanto possano essere state avvertite come sgradevoli certe "attenzioni", non si è qui in presenza di alcun trattamento ad personam. Anzi, l'elenco degli uomini politici le cui vite personali sono entrate nel circuito mediale – sbattute in prima pagine, rovistate come dei calzini, "gettate in pasto" ai lettori e ai telespettatori – è davvero assai nutrito.

Una situazione ancora più speciosa e inclemente si verifica nei confronti delle donne politiche, alle quali viene applicato, come noto, un atteggiamento particolarmente irriguardoso con riferimento all'aspetto fisico ed estetico. Spesso per ragioni di battaglia politica, talvolta per voyeurismo, talaltra come contrappasso di quella pipolizzazione a cui attingono a piene mani per dopare i loro consensi gli stessi politici. O ancora per gossip volto a incrementare contatti, audience o vendite dei media – e che, giustappunto, può diventare pure strumento di «gossipolitica». […]

Si pensi a quanto ogni anfratto, anche il più recondito, dell'esistenza di Silvio Berlusconi – alfa e omega della celebrity politics all'italiana – sia stato indagato e divulgato, dai matrimoni e le separazioni alle corsette con la bandana e i vertici delle aziende familiari nei parchi delle ville, sino al funesto epilogo "olgettino".

 

Ci si rinfreschi la memoria con le immagini di Walter Veltroni e di Piero Fassino in spiaggia, bersagliati per il colorito non precisamente abbronzato, e dileggiati perché non dotati delle tartarughe addominali a cui ci hanno abituato tronisti e affini. 

E si rammentino – a proposito, invece, di una deliberata distruzione della reputazione a scopo politico – le fotografie svilenti di Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini fatte circolare sui rotocalchi patinati mondadoriani all'indomani delle loro rotture con l'editore-presidente del Consiglio. Un fenomeno che non costituisce certamente una prerogativa nazionale; basti citare la dissezione per filo e per segno della lista di infedeltà coniugali (effettive o supposte) di Bill Clinton e gli appostamenti al seguito di François Hollande, che fuggiva nottetempo dall'Eliseo a bordo di uno scooter per recarsi dalla (presunta) amante Julie Gayet. […]

Da piacione a Casanova: L’intraducibile Giambruno. Redazione su L'Identità il 5 Novembre 2023

Da piacione a Casanova: L’intraducibile Giambruno – di FRANCESCA ALBERGOTTI

Esistono parole intraducibili. Talvolta sono molto belle, fino a diventare poetiche: ngangiwummir in lingua aborigena significa “dare voce alla primavera dentro di noi”, per i turchi gumusservi significa “riflesso della luna sull’acqua”, ya’aburnee è usata dagli arabi per esprimere la speranza che la persona che ami di più viva più a lungo di te. Ci sono anche parole che non solo non possono essere tradotte, ma delle quali ci domandiamo disorientati perché siano state inventate. Gli islandesi usano hoppipolla che vuol dire “saltare nelle pozzanghere” parola che noi non avremmo mai concepito in quanto quando piove stiamo ben attenti a non infilare il piede nella pozzanghera. Anche i tedeschi hanno sentito l’obbligo di inventare la parola waldeinsamkeit per raccontare la sensazione di essere “solo in mezzo agli alberi”.

In Finlandia per dar notizia che si sono ubriacati da soli in casa usano kalsarikannit, uno stile di vita che non ci rappresenta perché se ci ubriachiamo da soli ci dev’essere sotto qualcosa di davvero grave. Anche il nostro italiano ci regala termini incredibilmente originali, senza contare i vocaboli dialettali. Se passeggiata non è semplice walking né promenade, come spiegare a un non madre lingua l’intrinseco significato delle parole menefreghismo, qualunquismo, e ancora struggersi, meriggiare, gigione o provolone. Per spiegare le parole è necessario far conoscere singolarità e archetipi di un paese, entrare dentro la cultura e indagare sulle sfaccettate sfumature. Per questo non stupisce leggere sulla stampa straniera gli articoli relativi al comunicato della Meloni sulla fine della relazione con il compagno liquidati più o meno con il semplificativo “il premier italiano lascia il compagno per gravi comportamenti sessisti”. Stupisce invece che la stampa italiana si sia fatta trascinare senza criterio a usare più o meno le stesse parole, in un paese dove i “Giambruno” sono una categoria ben precisa e definibile.

Dunque, Giambruno è il primo uomo a essere diventato compagno del primo presidente del consiglio donna della repubblica. Nonostante la presidente si proclami affezionata a un’idea di famiglia tradizionale i due non si sono sposati e hanno avuto una figlia, con il risultato di dare un’aura di progressismo altrimenti a rischio di arretratezza culturale e insensibilità verso attuali modelli familiari. Anche che il Giambruno fosse fotografato mentre va a fare la spesa o a riprendere la bambina all’asilo mentre Giorgia sta volando verso la Tunisia ha contribuito a diffondere l’immagine dell’Italia come di un paese che sta al passo con altri europei ed extraeuropei verso un sano e giusto sviluppo sociale. A un certo punto al Giambruno il ruolo casalinga-madre perfetta gli dev’essere parso stretto, si sentiva soffocare, così è tornato a fare il suo lavoro, accettando una rischiosa conduzione. Rischiosa in quanto sono bastati due minuti per neutralizzare il complesso lavoro fatto fino a allora e demolire l’immagine di uomo emancipato e orgogliosamente libero, l’incarnazione del modello di quell’uomo tanto ricercato da ogni donna. Qui però, di fronte alle parole “violazione di codice etico professionale, stalking, sessismo violento, misoginia, cameratismo tossico” usate dalla stampa per descrivere il siparietto rubato, credo sia necessario tornare alla ricchezza interpretativa della nostra lingua, perché può essere rischioso abusare di certi termini.

È certo complicato spiegare a un non italiano che nella nostra cultura esistano vari termini per identificare una categoria di uomini che, spinti da un insaziabile desiderio di ammirazione e con ridotta empatia verso i sentimenti altrui, pretende di imporsi all’attenzione attraverso atteggiamenti smodati ed eccessivi. Il gigione o piacione o provolone non è da confondere con il raffinato dongiovanni o l’insidioso seduttore, tanto meno con il letale narcisistico predatore seriale. Il gigione è sopra le righe fino a diventar goffo, caricaturale e incapace che il più delle volte viene non considerato. Il piacione è volgare, innocuamente molesto, inopportuno, di rado furbo, non è spiritoso né divertente anche se crede di esserlo. È alla ricerca di attenzione, ha una fissazione per l’immagine che rimanda di sé agli altri e i “complimenti” che distribuisce sono più blandizie fuori luogo. Queste adulazioni tentano di nascondere la necessità di mantenere vivo il miraggio di un ruolo di superiorità, consapevole però di non poterlo raggiungere. A volte possono essere uomini brutti, perché l’aspirazione non è esser tentatori né ammaliatori, neppure seduttori. L’atteggiamento dominante-arrogante è più teatrale, è solo un pretesto per dare un’immagine di sé che non corrisponda a quella effettiva. Ogni donna ha avuto a che fare con un gigione e molte hanno fatto come la collega di Giambruno. Li abbiamo ignorati, abbiamo alzato gli occhi al cielo, li abbiamo tollerati, abbiamo pensato ”che coglione” ma difficilmente ne abbiamo avuto paura. Qualcuna di noi ne ha anche sposato uno, perché alla fine possono non esser peggio di tanti altri. Alcune se li tengono comunque stretti, altre se ne sono liberate e forse ora sono più felici.

Estratto dell’articolo di Antonio Fraschilla per “la Repubblica” mercoledì 1 novembre 2023.

La paura della presidente del Consiglio Giorgia Meloni è ancora quella di finire risucchiata nel gorgo Mediaset. Perché sa di non essere del tutto estranea all’andamento della carriera dell’ex compagno Andrea Giambruno, lunedì tornato al lavoro. E sa anche, nonostante sempre ieri Pier Silvio Berlusconi si sia detto «dispiaciuto» per i fuori onda che hanno inguaiato il padre di sua figlia, che se metti solo un dito dentro l’azienda della famiglia rischi poi che ti resti impigliato: «Non sono ricattabile», disse non a caso dopo gli sgarbi fatti al Cavaliere durante le trattative sul governo e la frase, sibillina, del fondatore di Fininvest che sussurrò: «Il suo compagno è un mio dipendente».

Ma da dove arriva il vero timore di Meloni di finire risucchiata in questo gorgo? Per rispondere a questa domanda bisogna fare qualche passo indietro. Giambruno è davvero un underdog: famiglia borghese, studi all’Università Sacro Cuore, dopo una breve esperienza in una televisione locale lombarda, Telenova, inizia a collaborare intorno al 2010 a Mattino Cinque allora diretto da Claudio Brachino. 

La segnalazione arriva da Lele Mora, che gestiva la sua agenzia di star e meno star che frequentavano l’abitazione di viale Monza. Ma Mora non ha mai spinto la carriera di Giambruno. E chi frequentava in quegli anni viale Monza assicura: «Giambruno non era uno che saliva al secondo piano dell’appartamento di Lele, dove c’erano molte donne e ragazzi belli».

[…] Non a caso fa molta gavetta a Mattino Cinque , con il compito di cercare gli ospiti. Poi lavora anche con il suo “mito” giornalistico Paolo Del Debbio a Quinta Colonna , e ritorna a Mattino Cinque dove cura la nota politica avendo come capo redattore Francesco Vecchi: ha conosciuto da poco, siamo nel 2013, Giorgia Meloni negli studi Mediaset ed è scoccata la scintilla. Da tutti è considerato un lavoratore: sa anche di essere piacente e fa il piacione, ma a Brachino o a Vecchi non arrivano segnalazioni di comportamenti scorretti. 

Poco dopo […] viene mandato a Roma negli studi del Palatino per lavorare a Matrix , allora condotto da Luca Telese. È ancora un semplice “collaboratore” con contratti a tempo. Ai dirigenti Mediaset arriva un giorno della fine del 2018 una telefonata da Fedele Confalonieri: «Assumetelo ». 

E negli studi televisivi si rincorre subito la voce che a perorare la causa sia stato un «autorevole esponente» lombardo di Fratelli d’Italia che conosce bene la linea alta di Mediaset composta dallo stesso Confalonieri, ma anche da Adriano Galliani e Mauro Crippa. Sono gli anni di FdI in ribasso.

Ma a Cologno registrano la richiesta. Andato nel frattempo via Brachino, Giambruno passa per un periodo a Tgcom24 e arriva a condurre qualche telegiornale: salvo poi essere rimesso in redazione pochi giorni dopo una intervista di Meloni che disse di «non dovere nulla a Berlusconi». 

Gli alti e i bassi in Mediaset legati alle vicende politiche della illustre compagna. E lui un po’ inizia a giocarci su con l’essere nelle reti berlusconiane fuori sistema: la barbetta (un particolare che Berlusconi detesta per i suoi dipendenti), il ciuffo, il guascone che vuole rimarcare il suo essere di provincia.

Si arriva ai giorni recenti: la nomina del governo Meloni, la promozione alla conduzione di Diario del giorno . Lui sembra subito voler dimostrare che dopo tanta gavetta la conduzione se l’è meritata, ma diventa anche più spavaldo […]. E saltano fuori quelle frasi con allusioni sessuali a colleghe e collaboratrici inaccettabili e inscusabili. 

Fuorionda […] registrati […] a luglio, vengono mandati in onda a ottobre. Nel frattempo alcune tensioni tra Meloni e i Berlusconi. Per Palazzo Chigi non si tratta di una coincidenza. Da dieci anni a questa parte c’è stato un filo che ha legato Meloni e Giambruno in Mediaset: «E quindi perché non dovrebbe essere così anche questa volta?», è il ragionamento nel cerchio magico meloniano.

Ieri Pier Silvio Berlusconi, in un’intervista a Bruno Vespa per il suo libro, è tornato a dirsi «dispiaciuto»: «Sono vicino a Giorgia, le dietrologie sono ridicole ». Ricci intervistato su Radio 1 ha detto sibillino: «Se Giambruno parla è un casino». Poi ha ribadito: «Nessuno sapeva di quegli audio». Ma in Mediaset sussurrano: come faceva la direzione generale, che tutto osserva, a non sapere di comportamenti inaccettabili? Nessuno ha riferito qualcosa alla direzione di Tgcom24? Intanto Giambruno […] è tornato a lavorare: giubbotto di pelle e capello corto con gel. Lo stile spavaldo non cambia, e non sembra volersi adeguare nemmeno ai canoni berlusconiani.

Dagospia mercoledì 1 novembre 2023. Da “Un giorno da Pecora – Radio1”

Giambruno? “Lavorava con me, in redazione, quando io conducevo Matrix. Aveva già il ciuffo, girava con degli splendidi stivali Camperos ed era anche un elettore democratico, del Pd”.  Lo racconta a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1 il giornalista e conduttore Luca Telese, intervistato da Giorgio Lauro. 

Si è meravigliato dei suoi comportamenti nei fuori onda trasmessi da Striscia la Notizia? “No, sono una patacca secondo me, se fossimo ripresi h24 da una telecamera avremmo un momento in cui diciamo qualcosa che non dovremmo dire. Il pacco vero l’ha fatto Striscia”. Nel 2016 lei fu il primo ad intervistare, come compagno di Giorgia Meloni, Andrea Giambruno. “Si, lui era un libertario radicale - ha spiegato a Un  Giorno da Pecora - era antiproibizionista, cosa che sconvolse Fratelli d’Italia. Poi certo nel corso del tempo si possono cambiare le opinioni”.

Estratto da iltempo.it il 3 ottobre 2023.  

Selvaggia Lucarelli non molla la presa su Andrea Giambruno, giornalista Mediaset e come noto compagno della premier Giorgia Meloni. Durante Diario del giorno, lo spazio del Tg4 che conduce, aveva definito i flussi dei migranti una "transumanza", espressione seguita da numerose proteste, tanto rumorose quanto strumentali.  

(...) 

Parole e immagini passate ai raggi x da Lucarelli:  «Di questo video di “scuse” di Andrea Giambruno per aver definito le migrazioni “transumanze”, mi colpiscono alcune cose: la prima è l’utilizzo del plurale maiestatis in apertura (“ci prendiamo 30 secondi”), come a voler spartire le colpe con altri. La seconda è il modo in cui definisce i destinatari delle scuse, ovvero “il pubblico da casa”, “l’azienda che mi ospita” e poi quelli che sarebbero i VERI DESTINATARI delle scuse definiti con vaghezza “QUESTE PERSONE”. Ed è interessante perché passa dall’associarli agli animali a togliergli un’identità sociale, non sono neppure “migranti”, sono “queste persone”. Tipo “lui, coso”».

Poi c'è tutto l'aspetto non verbale della comunicazione: «La parlata robotica, con pause continue e innaturali, aggrava la sensazione di disumanità. Infine, la mia parte preferita, quella passivo-aggressiva finale, con i finti ringraziamenti ai giornalisti che l’hanno criticato e quel rancore malcelato che esplode nel volume di quel “MOLTO” pronunciato rompendo il muro del suono. 

Questo modo astioso di gestire le criticità, come se ci fosse sempre un torto subito anziché un errore commesso, come se sospeso nell’aria, nel mondo invisibile ma percepibile del non detto, ci fosse sempre un “ve la faró pagare” mi ricorda quello che adotta spesso qualcun altro: Giorgia Meloni». Insomma, Lucarelli nel video di poco più di un minuto - di scuse e di ammissione di un errore, tra l'altro... - vede "disumanità" e atteggiamento "passivo-aggressivo", e tira in ballo la compagna.

Michele Prospero 7 Settembre 2023

Da “Posta e risposta – la Repubblica” sabato 2 settembre 2023.

Caro Merlo, c’ero anch’io in piazza a Bologna quando, nel giugno scorso, lei e Filippo Ceccarelli ci avete raccontato le avventure di “casa Meloni”, prevedendo e persino anticipando l’escalation di trovate del fidanzato d’Italia Andrea Giambruno e del cognato d’Italia, Francesco Lollobrigida, i due maschi ad alto rischio del governo Meloni. 

Ma in fondo Giambruno può essere visto come una piccola vittoria del femminismo. Anche il familismo si è emancipato: non la moglie di Cesare combina guai, ma il marito di Cesare.

Lilly Rosano - Bologna 

Risposta di Francesco Merlo:

Solo a prima vista c’è un bel progresso del costume in questo malcostume che rovescia lo stereotipo: la moglie “ingravida” il marito, e il marito (o compagno), nella dimensione parassita del macho che traffica nel nome della moglie, ne mette a rischio la carriera. L’Italia che, come lei acutamente nota, è stato il Paese della moglie di Cesare, rischia di diventare il Paese del marito di Cesare. 

Tra le tanti mogli che inguaiarono Cesare ricordo, senza ordine, la moglie di Crispi, la prima moglie di Fanfani, la signora Leone, la signora Dini, la moglie dell’ex presidente della Banca d’Italia Fazio, e poi tutte le mogli e le compagne che i grandi scrittori italiani imposero come scrittrici. E ci sono ovviamente le Mulieres di Berlusconi. A guardar bene, però, con Giambruno e Lollo non siamo alla versione maschile della moglie di Cesare, ma allo svampitello che imbarazza la moglie e tuttavia la gratifica: è la debolezza che ne certifica la forza.

Nella famiglia politica più familistica che l’Italia abbia mai avuto al potere, comandano le due sorelle e gli ometti a rimorchio, con le loro poche e maschiette trovate, alla fine confermano e persino esaltano il potere della Padrina, della Godmather, come una volta accadeva, all’inverso, con “la bionda del capo”. 

La maggiorata svampita al maschile diventa il palestrato svampito. Non mi pare che il femminismo italiano, che si incantò davanti alla Meloni, meriti questo finale da commedia buffa. Quel genio misogino di Carmelo Bene, arrestato perché aveva picchiato la moglie, disse ai carabinieri: “Sono io la moglie di me stesso”.

Natalia Aspesi, editoriale choc contro Meloni: "Odia le donne e le sceglie brutte". Il Tempo il 08 agosto 2023

Giorgia Meloni è la protagonista dell'ultimo editoriale di Natalia Aspesi pubblicato sul quotidiano La Repubblica. Proprio in questo suo lungo intervento la giornalista, che ribadisce con costanza la necessità di battersi per i diritti e il rispetto delle donne, non si è lasciata sfuggire l'occasione di attaccare il presidente del Consiglio e l'universo femminile in toto. 

Giorgia Meloni, stando alle parole di Natalia Aspesi, sarebbe "furba come il demonio". Attacco, questo, che ha avuto poi un seguito. Nel mirino della scrittrice è finito il rapporto tra il premier e la tv "Si è capito benissimo dove vuole arrivare. Farli parlare, da Salvini a Schillaci, che quasi sempre non ne dicono una giusta, così l’informazione, contenta, si occupa esterrefatta solo di loro mentre lei fa altro". Poi Aspesi ha puntato il dito contro tutte le donne che circondano il presidente del Consiglio: "Si è circondata di poche donne in più bruttine (tranne la Bernini, bella ma molto alta). Di donne non ha mai parlato e se lo ha fatto è stato per caso. Ecco quindi una donna veramente donna e che come tale, odia o meglio non ama le donne, vuole che stiano al loro posto, secondarie", ha scritto. 

Quindi la giornalista ha continuato: "Fa parte di un partito che se è contento di una donna presidente, tutte le altre le vuole in casa a fare figli, impegnate a fabbricare bimbi come vorrebbe la tremendissima signora ministra Roccella che rimpiange la ghigliottina per colpire i colpevoli del suo famoso reato universale. Alla Meloni quel suo Fratelli (e non Sorelle) d’Italia tiene molto, ed è probabile che anche lei veda le donne come secondarie. Eppure sono proprio le donne, quelle di sinistra, a pensare che in fondo l’importante è che una sia già diventata primo ministro, poi ne arriveranno altre; e saranno certamente di sinistra".  

Natalia Aspesi ha lanciato addirittura un allarme: "Il partito di Meloni sale nei sondaggi", ha avvertito i suoi lettori. Poi ha aggiunto: "È giovane, mica come Biden che saltella in continuazione per via della schiena, portando con sé un misterioso carico di brutti vestiti. Bacia, sorride a Trudeau, bacia Macron, pare carina davvero, così piccina, gli racconta quel che loro vogliono, tanto non conta nulla, basta che resti atlantista". Alla fine dell'editoriale la scrittrice ha affidato l'ultimo appello alle donne: "Ma se a lei siamo antipatiche e pretendiamo il salario minimo, che tanto ce lo darebbero dei quasi ricchi, non potremmo cominciare a provare un minimo di fastidio per lei? Tanto a detestare le altre donne ci siamo abituate, proviamo anche con la premier Meloni", ha concluso.

Estratto dell’articolo di Natalia Aspesi per “la Repubblica” l'8 agosto 2023.

[…] il 25 settembre la svolta epocale! […] vince […] una ragazza piccolina, carina, con i capelli che un tempo erano bruni e adesso biondi […]: tutti noi non la calcolavamo, anche se, stupidi, aveva l’occhio di falco, era già presidente del partito dei conservatori e dei riformisti europei, vicepresidente della Camera dei Deputati e dal 2006 deputata a destra, anche nel Popolo della Libertà.

Era la Giorgia! Era la Meloni! […] Dopo lunghi momenti di sconcerto, di colpo il silenzio delle donne impegnate a cazzeggiare su lei, lui, *, e altro, era diventato subito obsoleto seppellendo in quel momento, almeno per ora, i transgender. Adesso è passato quasi un anno e tali sono i ministri che lei, furba come il demonio, si è portata dietro. E anche il bel giovane compagno con la testa scompigliata, e non vorremmo essere lui al rientro casa dopo la scemata — scenata? — al ministro degli Esteri tedesco. […]

Da subito, Meloni aveva detto di voler essere chiamata presidente del Consiglio e non altre amenità, si è circondata di poche donne in più bruttine (tranne la Bernini, bella ma molto alta). Di donne non ha mai parlato e se lo ha fatto è stato per caso. Ecco quindi una donna veramente donna e che come tale, odia o meglio non ama le donne, vuole che stiano al loro posto, secondarie. Le fa parte di un partito che se è contento di una donna presidente, tutte le altre le vuole in casa a fare figli, impegnate a fabbricare bimbi […]

Alla Meloni quel suo Fratelli (e non Sorelle) d’Italia tiene molto, ed è probabile che anche lei veda le donne come secondarie. Eppure sono proprio le donne, quelle di sinistra, a pensare che in fondo l’importante è che una sia già diventata primo ministro, poi ne arriveranno altre; e saranno certamente di sinistra. Errore! Intanto, più ne fa, più il partito di Meloni sale nei sondaggi. Noi tutti a ridere, ma l’hai sentita questa? O a lasciarci desolate, senza la voglia di reagire.

Lei intanto gira, un momento qua e un momento là, è giovane, mica come Biden […] Bacia, sorride a Trudeau, bacia Macron, pare carina davvero, così piccina, gli racconta quel che loro vogliono, tanto non conta nulla, basta che resti atlantista. Ma chi la vota? Saranno mica […] gli sciocchini che la votano perché usa il loro shampoo e hanno lo stesso influencer. È una maledizione? È un sortilegio? È il diluvio universale? […] Ma se a lei siamo antipatiche […] non potremmo cominciare a provare un minimo di fastidio per lei? Tanto a detestare le altre donne ci siamo abituate, proviamo anche con la premier Meloni.

Estratto dell’articolo di Ilario Lombardo per “La Stampa” il 10 luglio 2023.  

Fratelli d’Italia: mai nome fu più profetico. Anticipatore di una storia i cui protagonisti sono sorelle, cognati, figli, coinquilini, compagni, generi e amici di sangue. […] un cronista con lunghi anni di esperienza in un giornale di destra […]: «Il grande limite di Meloni è la logica del clan. Dovrà dimostrare di essere capace di governare non solo con i “famigli”, e uscire dalla mentalità da Scientology che la perseguita da sempre. Se non lo farà, avrà un sacco di problemi». […] La testuggine meloniana è scattata in difesa della famiglia allargata […]

C’è […] il clan Tolkien, una generazione cresciuta nei campi Hobbit del Fronte della Gioventù dove la militanza della destra missina e post-fascista si appropriò della carica mitopoietica del Signore degli Anelli. «Noi siamo nati lì» rivendicava la storica portavoce di Meloni, Giovanna Ianniello, oggi coordinatrice della comunicazione […] Sua sorella è moglie di Paolo Quadrozzi, devotissima ex firma della Voce del Patriota, anche lui assunto negli uffici di Palazzo Chigi, nella squadra del sottosegretario Alfredo Mantovano.

Nella catena familiare che blinda l’agenda e la logistica della leader, un’altra coppia ha un ruolo cruciale: la segretaria di sempre Patrizia Scurti, oggi capo della segreteria, e il marito chiamato come caposcorta della premier. Sempre tra le stanze della presidenza del Consiglio si muove la nipote di Scurti, Camilla Trombetti, oggi collaboratrice diretta del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. […] Di lui Meloni dice: «Qualunque cosa mi dica mi fido ciecamente». Nell’immaginario tolkeniano Fazzolari potrebbe essere Gandalf, […]

[…] Arianna è diventata la Signora delle Tessere di FdI. L’anello che porta al dito è quello che la lega al marito Francesco Lollobrigida, il ministro-cognato che Meloni ha voluto all’Agricoltura […] C’è da immaginarsi un vertice di governo o di partito, come un pranzo di Natale o una festa di compleanno. A tavola siede anche Andrea Giambruno, promosso alla conduzione di un programma Mediaset […] 

Tempo fa la premier ha usato i social per difendere la sorella da una vignetta del Fatto, in cui si ritraeva Arianna a letto con un migrante. L’episodio è rivelatore della mentalità di Meloni: […] Se toccate lei, toccate me. Un po’ come ha fatto Ignazio La Russa con il figlio Leonardo Apache. Il papà viene prima della carica di presidente del Senato […]

Così è. Meloni ha inasprito ancora di più la sua indole, ogni volta che ha sentito odore di assedio ai suoi uomini. Non semplici colleghi di partito, ma amici. Sta succedendo di nuovo con Andrea Delmastro e Giovanni Donzelli. Il primo è sottosegretario alla Giustizia, il secondo coordinatore di FdI. I due a Roma sono coinquilini e una sera tra tante Delmastro […] rivela a Donzelli il contenuto di alcune intercettazioni dell’anarchico Alfredo Cospito, detenuto al 41 bis. Frasi che poi Donzelli userà in Parlamento contro il Pd.

Tre giorni fa il gip ha disposto l’imputazione coatta di Delmastro. […] Meloni […] deve ancora dare una risposta […] se l’annunciata stretta sulle intercettazioni e gli avvisi di garanzia sono un assaggio di nuove leggi ad familiam, sullo stile di Silvio Berlusconi, dopo i casi Delmastro e le inchieste sulla bancarotta per cui è indagata la ministra del Turismo Daniela Santanché, a sua volta amica e sodale di La Russa, co-fondatore di FdI e mentore di Meloni.

[…] Alessandro Giuli, giornalista e amico […] Meloni ha voluto a Rai 2, […] ha piazzato al Maxxi di Roma. La sorella, Antonella, è la portavoce di Lollobrigida. C’è il senso dell’esilio eterno, nel modo in cui la leader tiene compatta e difende la sua tribù. Il sapore di una battaglia che non finisce mai, neanche dopo la vittoria. Perché c’è da difendere una storia che si vive come una leggenda. Come insegna Aragorn, e cioè ancora una volta Tolkien, che nel film ha il volto di Viggo Mortensen e nella versione italiana la voce di Pino Insegno. […]

Il ritratto della premier. Chi è veramente Giorgia Meloni, la donna a una dimensione. A un vero leader non basta un solo linguaggio. Ne servono tanti. E non basta un solo modo di comunicare e di pensare e di agire. Ne servono tanti, diversi e complessi. Alla Meloni manca completamente la complessità. Maneggia solo il linguaggio del populismo. E cambia solo il vestito... di Michele Prospero su L'Unità il 9 Luglio 2023

Solo pochi mesi fa ne aveva decantato “grinta, carattere, tenacia, indipendenza di giudizio, ironia, naturale simpatia, temperamento e intuito”, ora invece sul “Corriere della sera” un amareggiato Galli della Loggia segnala che “questa voce capace di parlare alto e di guardare lontano ancora non si è udita”. Si riferisce, ovviamente, a Giorgia Meloni. E però, se esiste un solo segno tangibile dell’azione politica del presidente del Consiglio, questo è rappresentato proprio dal “timbro nuovo” dei suoi squillanti gorgheggi. Gramsci non aveva dubbi in proposito: “Ogni movimento politico crea un suo linguaggio, cioè partecipa allo sviluppo generale di una determinata lingua, introducendo termini nuovi”.

Certo, nella file di Fratelli d’Italia, alle prese con il pensatore sardo per edificare la nuova egemonia culturale, si sono fatti un po’ prendere la mano. E così, se anche il conduttore tv Giambruno si lanciava in diretta nel recupero involontario di un arcaismo – “sparimento” – che tanto sarà piaciuto al ministro Sangiuliano, la condottiera Giorgia non poteva certo rimanere inerte. Allora, per attingere l’autarchia linguistica, ha dato in pasto a Montecitorio un originale “li abbiamo abbraccettati tutti”, con l’obiettivo di irridere il Pd per le sue presunte contiguità con i caudillos sudamericani.

Ci sono molti politici, da Trump in giù, che fingono la parte dell’estraneo ai riti del Palazzo. Attraverso un linguaggio spesso maleducato, sfidano le élites ufficiali in nome della identificazione con i gusti della gente comune. I capi populisti si esprimono, secondo un calcolo e un artificio, però, nei sottocodici coloriti che gli esperti di comunicazione costruiscono per loro volendo riecheggiare ipotetici scambi da saloon o bettola. Costoro in fondo giocano, interpretano un ruolo nel teatro della politica, scelgono di parlare come il popolino, ma “non sono” la periferia, gli esclusi. Meloni, invece, con le sue metafore, nella ricorrente perdita del controllo accompagnata da svariate cadute di stile, non recita affatto, è “underdog” per davvero. Da capo del governo, esibisce una ambigua schiettezza che affonda diritta e senza infingimenti contro l’avversario. Su un palco catanese arringa come la prediletta “pesciarola” e stigmatizza la tassazione quale “pizzo di Stato”.

Che dia spettacolo in una piazza dell’Andalusia sotto i simboli di Vox o legga una dichiarazione in Parlamento, il registro di Giorgia rimane identico. Il suo problema non è certo quello di maneggiare il gergo del piccolo esercente di provincia o del borgataro di città, ma di possedere solo quel particolare codice simbolico e non saperne adottare altri più complessi. Anche quando sul Mes insegue quello che definisce “un approccio a pacchetto”, a trionfare è sempre la scorciatoia della semplificazione.

La viandante Giorgia, per mostrarsi degna di “rappresentare una Nazione”, sostituisce di continuo solo il vestiario. Dagli anfibi, sfoggiati davanti ai combattenti post-franchisti di Marbella, sa velocemente passare al più rassicurante tailleur griffato in occasione degli incontri ufficiali. Cambia l’abito, ma mai muta la “monaca” che, di bianco vestita, lancia persino una sfida cromatica al pontefice, a cui fa anche pat-pat sul braccio, oppure, sprofondando su un divanetto, cerca inutilmente di addomesticare i suoi sodali conservatori d’Ungheria e Polonia, i quali però, terminati i baciamani e i convenevoli, le rispondono picche.

Non tanto gli occhi dello spettatore, ma le orecchie, sono l’organo di senso che la comunicazione di Meloni sollecita di più. Come una Tony Dallara dell’oratoria politica, urla aumentando a dismisura le vibrazioni delle corde vocali. E questo suo non già sembrare o apparire una “sfavorita”, ma esserlo realmente, condanna la leader ad agire secondo un formato unico, privandola della capacità, essenziale per un capo, di ricorrere in pubblico alle più diverse maschere comunicative. Lo stesso piglio aggressivo svelato in un angolo sperduto della penisola contro dei giovani contestatori (“siete figli di papà, ad agosto stavate sulla barca di vostro padre e ora che è settembre siete tornati”) rimbomba ora nell’Aula che un tempo volevano sorda e grigia (“dire «vabbè, fumati una canna» non sarà mai la mia politica”).

Giorgia è una politica ad una sola dimensione, quella della comiziante. Che si scaldi in una conferenza stampa in Calabria dopo una strage di migranti (“se qualcuno dice che c’è stata la volontà delle istituzioni di girarsi dall’altra parte, questo è grave per la Nazione che rappresento”) o si inalberi in Parlamento contro chi espone un cartello di dissenso (“sì sì, grazie grazie, abbiamo visto i risultati del lavoro che avete fatto in questi anni”), il carattere della rappresentazione rimane sempre lo stesso. Cesare Pavese (Il mestiere di vivere, Einaudi, p. 334) spiegava che “un discorso di comizio ha la natura del rito religioso. Si ascolta per sentire ciò che già si pensava, per esaltarsi nella comune fede e confessione”. Più che una potenza persuasiva, il comizio sprigiona una forza confermativa e rafforzativa (di credenze già possedute). Per questo chi parla dal palco segue ripetitivamente formule, parole d’ordine, slogan. In piazza l’uditorio è composto da tanti Galeazzo (Bignami) con l’uniforme di partito, invece in Parlamento chi segue possiede di norma una levatura superiore, ma soprattutto è la solennità del contesto ad imporre argomentazioni più articolate.

La parola tormentone della Meloni è “Nazione”, che infilata in ogni passaggio. Il suo sogno è “una Nazione solida, credibile, affidabile, forte, non isolata”. In nome di essa, il capo del governo non si propone come un leader di parte, ma come il Tutto. Chi osa differenziarsi dal suo credo è un nemico dell’intero. L’opposizione è una malattia che non coglie come proprio grazie alla guida della fiamma tricolore aumenti ogni giorno “il peso della nostra Nazione”. Si tratta, per lo più, di irresponsabili che propugnano un disfattista “diritto inalienabile alla migrazione”, ignorando che “la difesa dei confini esterni è l’aspetto fondamentale”, oppure ammiccano al “rivale sistemico” cinese. Meloni non tollera alcuno spirito di dissenso, né la presenza di organismi tecnici come la Corte dei conti. Se la prende perciò anche con “la semplicistica ricetta della Bce”, ossia con “una cura più dannosa della malattia”. Chi è al potere rappresenta la totalità, e quindi si identifica con la Patria, qualcosa di cui “andare tutti fieri, non solo il Governo, ma l’intero parlamento e la Nazione”. È consequenziale, per chi interpreta in tal guisa la funzione di governo, usare l’aula parlamentare per fare solo comizi di propaganda.

Estranei le risultano i riti, le forme del potere. La raccomandazione di Aristotele di adattare la strategia retorica all’uditorio, al luogo e all’occasione, Meloni la lascia cadere del tutto inascoltata. Ovunque, quali che siano il destinatario e l’istituzione che la ospita, comunica con gli stessi artifici, per mezzo dei quali il pathos surriscaldato inghiotte ogni traccia di logos. Dove le parole di stizza non bastano, arrivano in soccorso gli occhi sgranati a puntellare l’aggressione verbale verso l’interlocutore, rappresentato caricaturalmente come un agente al servizio di oscure trame (Maduro, Soros o la grande finanza internazionale), oppure come un meschino calcolatore politico (“so cosa vuol dire stare al 3% e cercare visibilità”).

Ci sono discorsi politici che, una volta trascritti, resistono alla prova della lettura senza perdere di efficacia. Quelli di Meloni sono invece recitati con i decibel che salgono incontrollati e, nel succedersi caotico delle parole, respingono la verifica della trascrizione, oltre a mostrarsi privi di senso compiuto (“forse lei dovrebbe guardare a questi ragazzi che sono in questa sala e avere rispetto di quello che la vostra propaganda ha fatto sulla pelle di queste persone, di queste famiglie”). La voce che si diffonde è tutto, il pensiero quasi niente. Alla Camera le è capitato di perdere i foglietti svolazzanti dove erano appuntati dettagli tecnici ed economici – cioè materie che non possiede –, e tutt’a un tratto la premier è caduta in preda al panico. Questo smarrimento dinanzi all’imprevisto dipende da una carenza sui fondamenti, non solo da un mero deficit di tecnica retorica.

David Hume (La regola del gusto, Laterza, p. 121) ha insistito sul fatto che l’oratore preparato, se nel corso del dibattito “capita qualcosa di nuovo, deve rimediarvi con la sua capacità inventiva, e la differenza fra le sue composizioni elaborate e quelle estemporanee non deve apparire troppo”. Questa attitudine a creare una risposta con prontezza e a ribattere con sagacia non è molto sviluppata nella leader della destra. Qualsiasi interruzione diventa per lei un oltraggio (“lo stanno facendo apposta, mi sono stufata”). In piazza, ad ogni cenno di dissenso che si leva, Meloni denuncia una “grave e continua turbativa di manifestazioni”. In Parlamento, il suo disappunto verso una inattesa obiezione la spinge alla ricerca della semplificazione (“scusami, tutti ci sentiamo scolari della storia, sai”, afferma rivolgendosi con il “tu” ad un deputato dell’opposizione) o dell’invettiva che scalda un clima tendente al rissoso (“onorevole Boldrini, le lezioni da quelli che andavano a braccetto con tutte le dittature comuniste del mondo di oggi non le accetto”).

Le fa difetto quell’attitudine, preziosa in politica, di “sorprendere ingannando”, che per Aristotele è il contrassegno dell’ironia che spiazza l’interlocutore. Capace solo di toni strillati ed esasperati, denuncia le proposte altrui come un imbroglio (“dire che ci sono droghe che possono essere usate è un inganno”). Evita il confronto come la peste, e non raccoglie mai una provocazione con un pizzico di arguzia o una scelta lessicale sapida (“con buona pace dei gufi che preconizzavano catastrofi di ogni sorta”). Scongiurando ogni segno di leggerezza, sa solo rimbrottare, tuonando con il suo accento di chiara matrice romano-periferica: “dovete accettare che c’è un altro governo eletto dagli italiani”.

All’interno delle istituzioni parla nelle forme aggressive di una comunicazione urlata, con amplificazioni e sceneggiate sub specie theatri. Ogni gesto dell’opposizione nasconde a suo dire un delitto di lesa maestà: “lei, onorevole Magi, dovrebbe sapere che io non sono una persona che si fa intimidire”, scandisce con tono minaccioso. Nella sua inclinazione alla teatralizzazione, Meloni fa un ricorso eccessivo alla tecnica retorica dell’amplificatio, cosicché ogni sillaba che pronuncia suona come ultimativa (“è l’esegesi della vigliaccheria, dovete dirci se siete d’accordo”; “stanno cercando di rovinarci”). Talvolta lo scivolamento verso gli stilemi della farsa consente alla premier persino di cimentarsi nella imitazione, quando si diletta a fare il verso a chi muove delle critiche al governo (“l’Italia è isolata, ragazzi, l’Italia è isolatissima, è una tragedia”, dice scimmiottando un tipico tono di voce paternalistico).

Così facendo, però, sfida un fondamentale monito di Cicerone (De oratore, Milano, p. 477): “l’oratore deve evitare di abbassarsi al livello dei mimi e degli imitatori, deve scrupolosamente schivare la comicità grossolana”. Il limite di Meloni risiede proprio in una comunicazione monocorde che le impedisce di adattare il registro linguistico. Non è per calcolo che si getta in un crescendo vocale, con le palpebre spalancate e il collo rigonfio. Si esprime in tal modo, nelle aule del potere o in piazza non fa differenza, perché solo così è in grado di fare. Quando interviene in pubblico è incapace di sembrare altro da quello che in effetti è, e questa sua rigidità la condanna ad esercitarsi in un unico repertorio. Priva di fioretto, predilige il tono perentorio di chi si identifica come la donna della provvidenza: “sono fiera di essere arrivata alla guida di questa Nazione quando era lanciata a folle velocità verso la cancellazione dei confini nazionali”. Per una democrazia liberale, non è un bell’ascoltare.

Michele Prospero. 9 Luglio 2023

Estratto dell'articolo di Marco Travaglio per il Fatto Quotidiano il 30 giugno 2023.

Giorgia Meloni è una romanaccia simpatica. Battuta pronta, risata contagiosa e un po’ di sana autoironia. Anche sulla statura non proprio slanciata, eterno cruccio dell’altro nano ancor più della calvizie (“Sono alto un metro e 71, cribbio!”). Ma, nelle ultime uscite pubbliche, di quella Giorgia non rimane neppure l’ombra. La sostituisce una donna truce, torva, astiosa, biliosa, minacciosa, in una permanente crisi di nervi. Non ride né sorride: ghigna e digrigna. Non parla: ruggisce. Non c’è più l’underdog che, dopo un’infanzia difficile e una carriera costruita con le sue mani, ce l’ha fatta. Ora c’è una capetta che fa la spavalda per nascondere l’insicurezza e attacca per difendersi da nemici immaginari. 

Come se fosse ancora lì col 4% a fare opposizione sola contro tutto e tutti. Invece è a Palazzo Chigi con un potere smisurato, il 99% dei media che canta le sue lodi e le opposizioni che balbettano (quando non la fiancheggiano). E il travestimento da San Sebastiano non suscita solidarietà, ma ilarità. Dalle praterie dell’opposizione solitaria alle strettoie del governo, dai voli della campagna elettorale all’atterraggio sulla realtà, c’è un bel salto.

Che però non basta a spiegare una metamorfosi che può costarle cara. Ci dev’essere dell’altro.

Forse si rende conto di quanto sia scadente il personale politico di cui si circonda (e giustamente diffida). Forse in cuor suo soffre a fare o a subire tutto ciò che rinfacciava agli “altri” (migranti, accise, austerità, condoni, politiche anti-sociali e anti-legalitarie, riverenze a Usa e Ue, Mes, draghismo, Figliuolo, Panetta, scandali di ministri gaffeur o impresentabili). La “pacchia” che doveva finire per l’Ue è finita per lei. E questo suo primo luglio al governo lo ricorderà e lo ricorderemo tutti.

(...)

Dio, patria (e famiglie), tutti gli omissis di Meloni. GIOVANNI TIZIAN E NELLO TROCCHIA su Il Domani l'1 giugno 2023

Il mito dell’underdog, della donna senza possibilità in un mondo chiuso ed elitario, ha bisogno di un baratro narrativo. Così è d’obbligo tornare nella casa di infanzia, data alle fiamme per errore da Giorgia e Arianna mentre giocavano con una candela. Questa è solo una parte della storia della famiglia di Meloni, ricostruita nei dettagli da Domani

Nel motto dei nuovi patrioti al potere, Dio, patria e famiglia, quest’ultima è tradizionale per definizione. Eppure la genealogia di Giorgia Meloni è l’esempio più distante dal modello propagandato dalla destra al governo.

È una storia più simile alla trama di un film, magari La famiglia, capolavoro di Ettore Scola: con le sue sovrapposizioni, gli errori umani, le fragilità, in un’epoca, gli anni Ottanta, in cui l’Italia affrontava cambiamenti radicali. Del resto le origini paterne della premier affondano nel fantastico mondo del cinema d’autore, con lo sceneggiatore Agenore Incrocci, scrittore di copioni per lo stesso Scola e per Mario Monicelli, fratello di Zoe, ossia la mamma di Francesco Meloni, padre di Giorgia.

Il capitolo Incrocci, dunque, il primo e più affascinante del romanzo neorealista della vita della presidente del Consiglio, omesso del tutto dalla sua autobiografia di successo Io sono Giorgia. Perché Incrocci è il cognome che forse ha fatto soffrire di più la premier nella sua infanzia e adolescenza. Freudianamente andava rimosso.

Papà Franco

Agenore Incrocci era il fratello di Zoe. Attrice di successo, ha recitato con Scola e ha vinto un David di Donatello nel 1991 per l’interpretazione del film Verso sera di Francesca Archibugi. Zoe aveva sposato Nino Meloni, altro gigante del mondo dello spettacolo romano. Dall’amore tra i due è nato Francesco, “Franco”, il papà di Giorgia e Arianna, avute con Anna Paratore alla fine degli anni Settanta.

Ancora prima, Franco aveva messo al mondo Barbara e Simona con un’altra donna, Maria Grazia Marchello, perciò sorelle consanguinee di Giorgia e Arianna, o “sorellastre”, come la presidente ha scritto in una lettera di risposta a Domani, rivelatrice di molti aspetti intimi mai raccontati. Di questa famiglia allargata (ribadiamo: svelata dalla premier nella lettera) non c’è traccia nel libro elogiativo Io sono Giorgia, nella parte dedicata al trauma dell’abbandono del padre e alle difficoltà economiche della madre Anna, descritta come una forza della natura capace di crescere due figlie da sola, senza mezzi e con poche risorse economiche. 

La prima caduta da cui le figlie e la madre hanno tratto la forza per rialzarsi è quest’abbandono, sommato all’incendio che, secondo il racconto ufficiale della premier, avrebbe distrutto l’intera casa nell’elegante quartiere della Camilluccia a Roma. Il fuoco che divora ogni cosa, peluche e ricordi, la fuga verso un quartiere popolare e comunista (Garbatella), diventano metafora del successo futuro quando a 35 anni Meloni ha deciso di fondare una «nuova casa politica», Fratelli d’Italia. Peccato solo che in questa epica rinascita, in questo «costruir su macerie» (per dirla con i versi di Francesco Guccini), è assente una parte consistente della realtà. Per esempio la capacità di Paratore di gestire affari e operazioni immobiliari.

MAMMA ANNA

Partiamo dalla casa bruciata: venduta dopo la “distruzione” per quattro volte il valore di acquisto, così devastata non era, come hanno raccontato a Domani i nuovi proprietari che hanno versato nel 1983 a mamma Meloni la bellezza di 160 milioni di lire, nonostante un’ipoteca da 27 milioni estinta solo dopo il rogito. Poi ci sono gli intrecci azionari di Paratore, le aziende, i rapporti con gli immobiliaristi: non proprio faccende di chi è sul lastrico. Ma soprattutto sono i cocci sparsi di un romanzo familiare che messi in fila contraddicono la versione della premier e della madre sui rapporti con il padre “rinnegato”. Il frammento che più si nota: uno dei soci storici di Paratore si chiama Raffaele Matano, geometra attivo fin troppo nel settore immobiliare.

Negli stessi anni in cui condivideva con Paratore progetti societari, Matano deteneva a sua volta quote di un piccola impresa spagnola amministrata nel 2004 da Francesco Meloni, il papà Franco con il quale la figlia Giorgia ha sempre detto di aver tagliato ogni rapporto nel lontano 1988. Omettendo, anche in questo caso, un fatto: papà Franco era stato condannato nel 1996 per narcotraffico in Spagna. Scontata la pena, una seconda opportunità gli è stata offerta da Matano, che non era solo socio della mamma della premier, ma con lei aveva avuto una relazione sentimentale dopo la fine della storia con Franco.

“LA SORELLASTRA”

In questa filiera familiare va detto dell’ulteriore groviglio umano, sentimentale, politico, un vero colpo di scena: Matano a un certo punto della storia è diventato il compagno di Barbara Meloni. La figlia di Franco, dunque “sorellastra” della presidente del Consiglio. Sia Matano sia Barbara risultano tra i collaboratori dello studio dell’avvocato Romolo Reboa, candidato alle ultime regionali nella lista per Francesco Rocca presidente, eletto con Fratelli d’Italia presidente della regione Lazio. E ancora: il geometra Matano e Barbara li ritroviamo azionisti della società spagnola con il papà Meloni amministratore unico. Azionista in questa ditta di Madrid era pure Simona Meloni, l’altra sorellastra rimasta a vivere in Spagna.

Non è chiaro perché Giorgia abbia interrotto i rapporti con Barbare e Simona. Di certo ha continuato a frequentarle anche dopo la rottura con papà Franco. La presidente del Consiglio ha spiegato così a Domani la fine dei rapporti con le sorelle da parte di padre: «Quando la relazione di mia mamma con il sig. Matano era già terminata, i nostri rapporti con le nostre sorellastre si sono interrotti e non ho con loro alcun contatto da allora. Con loro ho sempre avuto pochissimi rapporti, con eccezione del periodo che vi ho indicato, e quei rapporti sono interrotti completamente da circa vent’anni, per ragioni personali che non ritengo di dover condividere».

Se alla prevedibile trama di Io sono Giorgia avesse aggiunto il capitolo sull’album completo di famiglia, certo poco tradizionale, avrebbe innalzato l’autobiografia a opera di realismo magico, dal sapore di Cent’anni di solitudine, il capolavoro del premio Nobel Gabriel García Márquez.

UN FILM

Il mito dell’underdog, della donna senza possibilità in un mondo chiuso ed elitario, ha bisogno di un baratro narrativo. Così è d’obbligo tornare nella casa di infanzia, data alle fiamme per errore da Giorgia e Arianna mentre giocavano con una candela. Questa è solo una parte della storia, ricostruita nei dettagli da Domani. L’abitazione ha subito pochi danni, hanno detto i testimoni contattati. La paura, questa sì, è stata tanta. Da adulti i ricordi dell’infanzia sono sfocati, a volte ingigantiti, è normalissimo, umano. I ricordi di quell’età (era il 1982, Giorgia aveva 5 anni, Arianna 7) si depositano nella memoria sulla base anche dei racconti dei genitori, in questo caso della madre Anna.

C’è però un aspetto che è utile raccontare e che ci riporta a quel mondo del cinema di successo cancellato senza possibilità di appello dall’autobiografia della premier. La casa nel 1983, poco dopo l’incendio, è stata venduta a Nadia Vitali, famosa costumista che aveva lavorato nell’ambiente degli Incrocci, in particolare con Agenore, zio del papà di Giorgia Meloni. Vitali è sposata con Pier Ludovico Pavoni, altro mostro sacro del settore, direttore della fotografia di successo. Loro comprano l’appartamento di 120 metri quadri a 160 milioni di lire. 

«Non era distrutto», hanno detto a Domani, «c’era una finestra rovinata, le fiamme erano circoscritte alla stanza». In più comprano con l’ipoteca che gravava su Paratore. Di certo si fidavano ciecamente, chi comprerebbe un immobile con una condizione così sfavorevole, seppure Paratore estinguerà quel debito dopo aver incassato il denaro della vendita. Né Vitali né Pavoni però ammettono di conoscere gli Incrocci. Almeno questo dicono al telefono mentre si stavano preparando per partire da Miami direzione Italia.

IL PORTIERE

Chi ricorda bene l’incendio è il portiere dello stabile. Fu lui a portare fuori da quelle mura le due piccole sorelle Meloni. C’era molto fumo, sostiene. Le ha salvate. Di una cosa è certo questo signore sull’ottantina: sebbene il fumo si fosse diffuso in tutta l’abitazione, le fiamme non avvolsero l’intero appartamento, si svilupparono solo nella stanza delle piccole Meloni. Una giornalista dell’epoca avrebbe voluto scrivere un articolo su di lui, «l’eroe della Camilluccia». L’uomo non acconsentì. Certo, confida oggi, si sarebbe aspettato maggiore riconoscenza per quel gesto. Dopo Paratore ha venduto e portato via le bimbe, nessuno di loro è più andato a trovarlo. Un altro personaggio da Cent’anni di solitudine cancellato dalla biografia di Io sono Giorgia.

GIOVANNI TIZIAN E NELLO TROCCHIA

Giovanni Tizian. Classe ’82. A Domani è capo servizio e inviato cronaca e inchieste. Ha lavorato per L’Espresso, Gazzetta di Modena e ha scritto per Repubblica. È autore di numerosi saggi-inchiesta, l’ultimo è il Libro nero della Lega (Laterza) con lo scoop sul Russiagate della Lega di Matteo Salvini.

Nello Trocchia è inviato di Domani, ha realizzato lo scoop sulle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere pubblicando i video e un libro sul Pestaggio di stato, Laterza editore. Ha firmato inchieste e copertine per “il Fatto Quotidiano” e “l’Espresso”. Ha lavorato in tv realizzando inchieste e reportage per Rai 2 (Nemo) e La7 (Piazzapulita). Ha scritto qualche libro, tra gli altri, Federalismo Criminale (2009); La Peste (con Tommaso Sodano, 2010); Casamonica (2019) dal quale ha tratto un documentario per Nove e Il coraggio delle cicatrici (con Maria Luisa Iavarone). Ha ricevuto il premio Paolo Borsellino, il premio Articolo21 per la libertà di informazione, il premio Giancarlo Siani. È un giornalista perché, da ragazzo, vide un documentario su Giancarlo Siani, cronista campano ucciso dalla camorra, e decise di fare questo mestiere. Ha due amori, la famiglia e il Napoli.

La vera storia dell’incendio di casa Meloni: i testimoni, le carte, il cinema. GIOVANNI TIZIAN E NELLO TROCCHIA su Il Domani l'01 giugno 2023

«Le fiamme distrussero l’abitazione intera», scrive la premier nella sua autobiografia “Io sono Giorgia”. «No, i danni riguardavano una finestra», dice chi ha comprato l’immobile subito dopo. I ricordi del portinaio: quando arrivarono i vigili del fuoco lo trovarono con una pompa in mano mentre era intento a disperdere il fumo, le fiamme erano divampate solo nella cameretta e rovinato la finestra. Forse una porta.

La vicenda drammatica della distruzione della casa (provocata, pare, dalle piccole Meloni mentre giocavano con una candela) è stata ingigantita a dismisura? Di certo è stata funzionale alla costruzione del mito della “underdog”, che senza mezzi o favori è riuscita a scalare i vertici della politica italiana e delle istituzioni indossando infine l’abito di presidente del consiglio.

Abbiamo contattato la coppia telefonicamente, la casa è ancora di proprietà di Vitali, ma loro vivono da tempo negli Stati Uniti. «Sono andati via dopo l’incendio lasciando tutto aperto», aggiunge Vitali. Pavoni sostiene che la finestra bruciacchiata l’hanno sostituita loro quando sono entrati. Nell’atto di vendita Paratore-Vitali non c’è alcun cenno allo stato dei luoghi, non è chiaro dunque in che condizioni fosse l’immobile venduto a 160 milioni di lire, ben quattro volte di più a quanto Paratore lo aveva acquistato quattro anni prima. 

«In poco tempo l’incendio si è preso tutto l’appartamento e noi siamo scappate con una sola borsa in cui avevamo infilato un pigiama, due paia di pantaloni e una maglietta. Ci siamo ritrovate, di punto in bianco, per strada, sole, senza più un tetto. Mia madre ha dovuto ricominciare letteralmente da zero. Un’impresa pazzesca. Forse è per questo che ho trovato il coraggio, molti anni dopo, di rifondare una casa politica quando la nostra era andata in fumo. Venduto l’appartamento uscito malconcio dalle fiamme, mia madre ne ha comprato un altro a poca distanza dai miei nonni, alla Garbatella».

Eccolo il passaggio cruciale dell’autobiografia di Giorgia Meloni, consegnata alla storia e ai posteri con un libro dal titolo “Io sono Giorgia”. «Ma i danni riguardavano una finestra», è invece la nuova testimonianza rilasciata a Domani dalla coppia che ha acquistato subito dopo l’appartamento. Danni di piccola entità, solo un grande spavento, conferma il portiere dello stabile.

La presidente del consiglio è la sola artefice della divulgazione di aspetti intimi e privati della sua infanzia e adolescenza. Un racconto che il nostro giornale con diverse inchieste ha passato al setaccio, scoprendo diverse omissioni: su tutte il ruolo della madre, Anna Paratore, descritta nel libro come una donna senza più mezzi al limite della povertà, dopo il fuoco che aveva distrutto l’appartamento in cui erano nate Giorgia e Arianna; ma anche le contraddizioni sul rapporto con il padre Francesco Meloni, scomparso undici anni fa, nel 1996 condannato per narcotraffico in Spagna, notizia emersa a settembre 2022 in un articolo pubblicato da un giornale spagnolo e completamente omessa nell’autobiografia.

Domani ha documentato per esempio che Paratore era in affari con un socio di papà Meloni, Raffaele Matano, negli anni in cui secondo la versione della presidente nessuno della famiglia lo sentiva più da tempo. Gli intrecci individuati tra Italia e Spagna sono numerosi e mettono in dubbio la versione fornita nel libro prima e da Paratore dopo, che è sempre stata netta nel dire «con Francesco Meloni abbiamo tagliato ogni rapporto nel 1988». Sempre Paratore, insieme a una delle migliore amiche della premier, qualche anno fa è stata protagonista di una compravendita di un lounge bar a Roma, che ha portato le due donne a incassare una plusvalenza da 87mila euro.

L’INCENDIO

La vicenda drammatica della distruzione della casa (provocata, pare, dalle piccole Meloni mentre giocavano con una candela) è stata ingigantita a dismisura? Di certo è stata funzionale alla costruzione del mito della “underdog”, che senza mezzi o favori è riuscita a scalare i vertici della politica italiana e delle istituzioni indossando infine l’abito di presidente del consiglio. Un conto è la narrazione epica, però, altro paio di maniche è la realtà, che probabilmente Meloni non può ricordare per via dell’età (era il 1982) in cui è avvenuto l’ormai celebre incendio dell’appartamento nel cuore della Roma borghese, in via Cortina D’Ampezzo 237, quartiere la Camilluccia: «L’incendio ha riguardato un piccola parte dell’appartamento, c’era solo una finestra bruciata», dice infatti Pier Ludovico Pavoni, merito di Nadia Vitali, la costumista in pensione che il 13 gennaio 1983 ha acquistato la casa di via Cortina D’Ampezzo da Paratore.

Abbiamo contattato la coppia telefonicamente, la casa è ancora di proprietà di Vitali, ma loro vivono da tempo negli Stati Uniti, a Miami, Florida. Ci rispondono da lì. «Sono andati via dopo l’incendio lasciando tutto aperto», aggiunge Vitali. Pavoni sostiene che la finestra bruciacchiata l’hanno sostituita loro quando sono entrati. Nell’atto di vendita Paratore-Vitali non c’è alcun cenno allo stato dei luoghi, non è chiaro dunque in che condizioni fosse l’immobile venduto a 160 milioni di lire, ben quattro volte di più a quanto Paratore lo aveva acquistato quattro anni prima. «Noi abbiamo avuto pure uno sconto perché c’era la stanza bruciata e abbiamo rimesso a posto noi con i nostri soldi, in contanti».

PARLA IL PORTIERE

Che la casa non fosse stata distrutta totalmente lo conferma anche una persona che all’epoca aiutò la famiglia a mettersi in salvo con cui Domani ha potuto parlare. Il testimone oculare è il portiere dello stabile signorile. Non vuole che le sue parole vengano virgolettate, ma neanche che qualcuno neghi quello che lui dice di aver visto al tempo: il fumo, la fuga e la paura. Era mattina e il fumo cominciava a uscire dalla casa al pian terreno della signora Paratore, fu proprio lui a intervenire e a mettere in salvo le bambine portandole nella sua casa. Quando arrivarono i vigili del fuoco lo trovarono con una pompa in mano mentre era intento a disperdere il fumo, le fiamme erano divampate solo nella cameretta e rovinato la finestra. Forse una porta. Non vuole dire di più. Non ha simpatia né antipatia per il corso politico della presidente del Consiglio, ha cura solo che si dica la verità.

L’IPOTECA

C’è poi un altro giallo nella storia della casa di via Cortina D’Ampezzo. Si tratta di una documento del 1982 recuperato presso gli archivi catastali e citato anche nell’atto di vendita a Vitali. È un’ipoteca da 27 milioni di lire imputata a Paratore, per via di un debito con la società Fin.Com Spa. Il decreto di ingiunzione che aveva portato all’ipoteca è del tribunale civile di Roma ed è datato 1982. Il rappresentate legale dell’epoca della società non ricorda i dettagli della vicenda, «potrebbe essere stato un prestito non restituito da Paratore», dice. L’ambito in cui si muoveva Fin.Com erano i finanziamenti e la vendita di azioni.

L’ipoteca c’è ancora quando Paratore, dopo l’incendio, decide di vendere a Vitali a un prezzo molto più elevato di quanto l’aveva pagata. In pratica Vitali acquista una casa da ristrutturare e con un’ipoteca sul groppone, a un valore tre volte più alto di quanto speso dalla famiglia Meloni. L’operazione immobiliare potrebbe sembrare senza una logica economica, eppure Pavoni e Vitali sostengono di aver goduto addirittura di «uno sconto» e che il prezzo era ottimo per 120 metri quadrati, «non erano 70 come hanno scritto alcuni giornali». Contattata da Domani, Paratore (come Meloni) non ha risposto alle domande.

La casa è stata venduta il 13 gennaio 1983, Gioria e Arianna Meloni avevano già cambiato quartiere, nella più popolare Garbatella. «La Garbatella è il mio quartiere non solo perché lì sono cresciuta e ho vissuto per lunghi anni, ma perché abitare in un determinato luogo non ci è mai indifferente, imprime dentro di noi un certo modo di stare al mondo», ha scritto la premier nell’autobiografia. Lì dove a 15 anni ha bussato «al portone blindato della sezione del Fronte della Gioventù», la sua «seconda famiglia», l’inizio della salita che l’ha condotta da «underdog» fino a Palazzo Chigi.

CROCEVIA CINECITTÀ

Il cinema nei primi anni di vita di Meloni è spesso presente con personaggi che hanno segnato la storia dello spettacolo italiano, non solo della capitale. Protagonisti che ritornano anche nella vendita della casa di via Cortina d’Ampezzo. L’acquirente, Vitali, è del 1936. Il marito Pavoni è nato nel 1927. La loro carriera professionale si snoda tra set cinematografici, grandi registi, celebrità del cinema italiano. Lei famosa costumista, lui direttore della fotografia pluri-premiato. Lo stesso ambiente da cui proviene la famiglia di papà Meloni: la madre era Zoe Incrocci, attrice premiata con una David di Donatello come attrice non protagonista, per “Verso sera” di Francesca Archibugi; il padre era Angelo “Nino” Meloni, punto di riferimento del mondo dello spettacolo nella capitale; lo zio si chiamava Agenore Incrocci, autori di pellicole che hanno segnato la storia italiana come “I soliti ignoti” e naturalmente “Romanzo popolare” di Mario Monicelli. Un titolo degno di una seconda edizione di “Io sono Giorgia”.

GIOVANNI TIZIAN E NELLO TROCCHIA

Giovanni Tizian. Classe ’82. A Domani è capo servizio e inviato cronaca e inchieste. Ha lavorato per L’Espresso, Gazzetta di Modena e ha scritto per Repubblica. È autore di numerosi saggi-inchiesta, l’ultimo è il Libro nero della Lega (Laterza) con lo scoop sul Russiagate della Lega di Matteo Salvini.

Nello Trocchia è inviato di Domani, ha realizzato lo scoop sulle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere pubblicando i video e un libro sul Pestaggio di stato, Laterza editore. Ha firmato inchieste e copertine per “il Fatto Quotidiano” e “l’Espresso”. Ha lavorato in tv realizzando inchieste e reportage per Rai 2 (Nemo) e La7 (Piazzapulita). Ha scritto qualche libro, tra gli altri, Federalismo Criminale (2009); La Peste (con Tommaso Sodano, 2010); Casamonica (2019) dal quale ha tratto un documentario per Nove e Il coraggio delle cicatrici (con Maria Luisa Iavarone). Ha ricevuto il premio Paolo Borsellino, il premio Articolo21 per la libertà di informazione, il premio Giancarlo Siani. È un giornalista perché, da ragazzo, vide un documentario su Giancarlo Siani, cronista campano ucciso dalla camorra, e decise di fare questo mestiere. Ha due amori, la famiglia e il Napoli.

Buoni padri, figli e famigli. Meloni, gli attacchi alla madre e la corsa al calcio del somaro: le risse tribali di media e politici. Andrea Ruggieri su Il Riformista il 17 Maggio 2023

Alcuni quotidiani, da giorni, attaccano un po’ goffamente la famiglia di Giorgia Meloni. Questo, per attaccare la premier. Che altri difendono, giustamente. Premesso che io metterei la mano sul fuoco non solo sull’onestà della Meloni, ma anche della mamma, portatrice sana di una storia di difficoltà e coraggio che solo alcune donne sono capaci di interpretare (e che in una Nazione normale sarebbe storia da fiction, a proposito di grandezza delle donne da difendere e promuovere, anziché cianciare), a chi vi scrive capitò la ghiotta occasione qualche anno fa quando ero parlamentare di Forza Italia, di poter restituire pan per focaccia con gli interessi, a Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista quando uscì fuori, dopo che ci avevano dato ridicolmente dei ladri per anni, che ai loro padri erano contestati rispettivamente abusi edilizi e irregolarità fiscali.

Ebbene, pur essendo ai tempi assoluto avversario e censore di Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista e di qualunque forma di vita a Cinque Stelle, io ritenni di difenderli da chi addebitava loro un “non potevano non sapere”, adombrando così che dunque eventualmente sarebbero stati anche loro colpevoli o inopportuni. Perché rinunciai a un calcio di rigore a porta vuota? Perché la competizione politica deve darsi il limite del rispetto personale e non sfociare in rissa tribale (come pure i Cinque Stelle avevano fatto fin dalla loro nascita fondata sul “Vaffanculo”), perché eventuali colpe dei padri non devono ricadere sui figli, ma soprattutto perché – come scrivevo ieri riguardo a Travaglio, che sbaglia a tentare di screditare Renzi dandogli dell’indagato, lui che peraltro è condannato – dei politici si devono poter criticare idee, progetti e loro relative realizzazioni o fallimenti.

Nient’altro: nemmeno i loro privati comportamenti, non dovendo essere i politici un modello per nessuno (figuriamoci le famiglie e le loro traversie). Giorgia Meloni ha dunque ragione a dolersi di certa stampa, ma – siccome ne conosco personalmente l’onestà intellettuale e so quanto sia persona sana e fiera – avrebbe anche lei dovuto aderire sin dall’inizio a questo protocollo di rispetto reciproco, che – lo so – costa. Perché in passato anche lei ha ceduto alla tentazione del calcio del somaro verso protagonisti e loro famiglie che, ingiustamente, erano state attinte dal sospetto ingenerato da inchieste poi svanite nel nulla o che tradivano evidente movente politico ostile, e aggredite dallo sputtanamento di un sistema mediatico che, anziché contribuire ad alzare l’asticella del dibattito, costringendo così la politica a dare il meglio di sé o a mostrare che non ne è capace, ha solo difeso il proprio ius sputtanandi, perché rilevante e condizionante, cioè strumento di potere. Andrea Ruggieri

Lettera di Anna Paratore a “Domani” il 19 maggio 2023. 

Con la diffusione di false informazioni e connesse ricostruzioni distorte afferenti la mia vita personale, avete profondamente ferito la mia persona e leso il mio diritto alla riservatezza. Ma ancor di più avete offeso la mia dignità e la mia onorabilità basandovi su menzogne volte strumentalmente a dare una narrazione falsata della mia storia e della mia identità.

Tra le molte falsità che avete diffuso sul mio conto, avete affermato un presunto collegamento in affari tra me e il sig. Francesco Meloni, padre delle mie figlie, in quanto sarei stata socia di società con il sig. Matano nello stesso periodo nel quale questi era socio in altre società con Francesco Meloni Invece, come facilmente verificabile, le mie minimali partecipazioni in società in cui sono stata coinvolta dal sig. Matano sono definitivamente cessate nel febbraio del 2002, e quindi anni prima della costituzione della società spagnola che vedrebbe coinvolti insieme il sig. Meloni e il sig. Matano, sorta solo nel 2004 quando era cessato ogni tipo di rapporto, anche personale, tra me e il sig. Matano.

È altrettanto falso che, dalla cessione delle quote di mia proprietà della Raffaello Eventi srl, io abbia avuto una considerevole plusvalenza. Dalla vendita della società in questione ho tratto meno di quanto versato alla società, così come documentato in atti ufficiali. 

Chiaramente diffamatoria è la narrazione che fate di me abile affarista immobiliare semplicemente per aver venduto la mia casa di proprietà a un importo maggiore di quello di acquisto, come accaduto a moltissime famiglie italiane nel corso degli anni.

Come volutamente diffamatori sono i sospetti che lanciate sulla veridicità dell'incendio che avviluppò più di quaranta anni fa la casa dove abitavo con le mie bambine, non foss'altro perché intervennero i vigili del fuoco a spegnere le fiamme. 

Per tutto quanto sopra vi diffido a procedere con questa campagna diffamatoria volta solo a denigrare la mia persona con il chiaro intento di gettare discredito su mia figlia Giorgia Meloni, attuale presidente del Consiglio Preciso sin d'ora di non avere nulla da aggiungere, di non voler essere da voi contattata e che mi riservo di far valere le mie ragioni in ogni e più opportuna sede, ivi compresa quella legale, con tutti i mezzi che la legge mi mette a disposizione.

Anna Paratore 

Lettera di Milka Di Nunzio a “Domani” il 19 maggio 2023.

Con la presente, vi diffido dal proseguire con la diffusione di informazioni false, faziose e fuorvianti relative alla mia persona e che hanno causato un grave danno alla mia immagine. 

In particolare, è del tutto falso che io abbia realizzato una straordinaria plusvalenza dalla vendita delle mie quote di partecipazione della società Raffaello Eventi, avendo ottenuto addirittura meno di quanto versato in questa società, come riscontrabile da atti ufficiali. Ritengo estremamente grave che, sulla base di notizie false e distorte, abbiate costruito una narrazione volta a denigrarmi e a ingenerare sospetti sulla mia vita e sulla mia persona. Preciso sin d'ora che mi riservo di far valere le mie ragioni in ogni e più opportuna sede con tutti i mezzi che la legge mi mette a disposizione.

Milka Di Nunzio

"Non sono un'abile affarista immobiliare". Anna Paratore, la madre di Meloni, si difende. "Con la vostra inchiesta avete offeso la mia onorabilità". La replica di Repubblica il 20 maggio 2023.

Con la diffusione di false informazioni e connesse ricostruzioni distorte afferenti la mia vita personale, avete profondamente ferito la mia persona e leso il mio diritto alla riservatezza. Ma ancor di più avete offeso la mia dignità e la mia onorabilità basandovi su menzogne volte strumentalmente a dare una narrazione falsata della mia storia e della mia identità.

Avete affermato un presunto collegamento in affari tra me e il Sig. Francesco Meloni, padre delle mie figlie, in quanto sarei stata socia di società con il Sig. Matano nello stesso periodo nel quale questi era socio in altre società con Francesco Meloni. Invece, come facilmente verificabile, le mie minimali partecipazioni in società in cui sono stata coinvolta dal Sig. Matano sono definitivamente cessate nel febbraio del 2002, e quindi anni prima della costituzione della società spagnola che vedrebbe coinvolti insieme il Sig. Meloni e il Sig. Matano, sorta solo nel 2004 quando era cessato ogni tipo di rapporto, anche personale, tra me e il Sig. Matano.

È altrettanto falso che, dalla cessione delle quote di mia proprietà della Raffaello Eventi srl, io abbia avuto una considerevole plusvalenza.

Chiaramente diffamatoria è la narrazione che fate di me di abile affarista immobiliare semplicemente per aver venduto la mia casa di proprietà a un importo maggiore di quello di acquisto, come accaduto a moltissime famiglie italiane nel corso degli anni. Come volutamente diffamatori sono i sospetti che lanciate sulla veridicità dell’incendio che avviluppò più di quaranta anni fa la casa dove abitavo con le mie bambine, non foss’altro perché intervennero i Vigili del Fuoco a spegnere le fiamme.

Anna Paratore

La replica di Repubblica

In merito a quanto rappresentato dalla signora Anna Paratore, si sottolinea che nella “certificación de hoja registral”, un atto ufficiale depositato presso la camera di commercio di Madrid con numero “tomo 16455, sec 8, libro 0, hoja M-279979”, viene reso noto che la Nofumomas SL è un’azienda spagnola costituita nel luglio 2001. È altresì scritto che l’1 marzo 2002 il consiglio di amministrazione è formato da: Simona Meloni (Presidente), Raffaele Matano (“Vocal”), Francesco Meloni Incroci (Segretario), Barbara Meloni (“Vocal”), Maria Grazia Marchello (“Vocal”). Fino a due settimane prima, Anna Paratore aveva quote in due aziende in cui era presente anche Raffaele Matano. Si fa riferimento alla Lazio Consulting srl, in cui Raffaele Matano era amministratore unico fino al 24 aprile del 2002, come desumibile dalla visura camerale, e al Gruppo Immobiliare Romano srl, in cui il signor Matano è stato amministratore unico dal 23 maggio 2001 fino al 29 ottobre 2004 (Visura camerale). Si tratta dell’azienda in cui la Paratore ha detenuto quote fino al 14 febbraio 2002 (Atti della camera di commercio datati 29–04-2002).

In merito alla doglianza relativa la plusvalenza realizzata con la cessione delle quote della Raffaello Eventi Srl, si fa presente che Repubblica non ha mai scritto di plusvalenze alla Raffaello Eventi. Si sottolinea comunque che la signora Paratore il 19 luglio 2012 ha acquistato complessivamente quote per 2.000 euro e le ha rivenduto le stesse quote a un prezzo di 48.000 euro. Circostanza questa non raccontata nell’inchiesta “La Sfavorita” ma verificabile dagli atti notarili in possesso del giornale.

In relazione alla vendita dell’appartamento “della Camilluccia” e all’incendio scoppiato al suo interno, Repubblica si è limitata a rilevare come le affermazioni contenute nell’autobiografia “Io sono Giorgia”, fossero prive di alcuni elementi capaci di dare un quadro più completo al lettore. Nel testo in questione è infatti citato il libro: “Ci siamo ritrovati, di punto in bianco, per strada, sole, senza più un tetto”. Attraverso l’esame dei documenti è stato possibile provare che l’appartamento è stato acquistato a 47 milioni e venduto a 160 milioni quasi quattro anni dopo. E che le testimonianze dell’epoca non ricordavano un incendio che “si è preso tutta la casa”.

Her.Ar. G.Fosch. A.Oss.

Giovanni Tizian e Nello Trocchia per “Domani” il 19 maggio 2023.

Anna Paratore e Milka Di Nunzio, madre e migliore amica della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, scrivono a Domani e contestano la nostra inchiesta. Iniziamo dalla missiva di Paratore. 

La signora parla genericamente di «false informazioni e connesse ricostruzioni distorte afferenti la mia vita personale», poi di «menzogne», di «narrazione falsata», ma non dettaglia mai a cosa si riferisce tranne per due episodi che ricostruisce in modo grossolano, come dimostrano i documenti ufficiali in nostro possesso. 

La società in Spagna

La prima contestazione riportata nella missiva riguarda l'uomo d'affari, il geometra Raffaele Matano, e le triangolazioni societarie che lo collegano a Francesco Meloni e all'ex moglie Paratore in anni diversi e successivi a quel 1988 nel quale si sarebbe consumato lo strappo della coppia Paratore-Meloni come più volte pubblicamente detto dalla madre e dalla stessa presidente del Consiglio.

Paratore dice di aver dismesso le quote nelle società italiane con il signor Matano nel 2002, due anni prima della costituzione della società spagnola «che vedrebbe coinvolti Meloni e Matano, sorta solo nel 2004», scrive. La madre della presidente del Consiglio accusa quindi Domani di aver scritto il falso.

Tuttavia è sufficiente leggere gli atti societari spagnoli consultati da Domani insieme al quotidiano Eldiario.es, per smentire la difesa di Paratore. La società Nofumomas è attiva a partire dal 2001, abbiamo documenti per sostenerlo, ci sono i bilanci a confermarlo. I soci sono sempre stati Matano, Barbara e Simona Meloni (figlie di Francesco e sorellastre di Giorgia) e Maria Grazia Marchello (madre di Barbara e Simona).

Nel 2004 diventa amministratore unico della società il padre della presidente del Consiglio. Dunque, la contestazione di Paratore all'inchiesta si fonda su un dato completamente sbagliato, la donna confonde gli anni di costituzione dell'azienda di Madrid, e non dice che al di là della presenza di Francesco, già prima, insieme a Matano, le azioniste erano le figlie del suo ex marito, padre della leader di Fdl. 

Perciò è certo che la società spagnola non è nata nel 2004, ma nel 2001, cinque anni dopo la condanna di Francesco Meloni per aver trasportato su una barca a vela grosse quantità di droga. Affari con Matano Paratore sostiene di essere uscita dalle società con Matano, con cui ha avuto una relazione sentimentale (lo ha rivelato la premier rispondendo alle nostre domande inviate per la prima puntata della nostra inchiesta), nel 2002.

Fatto ampiamente spiegato nell'articolo, in cui però aggiungevamo un'altra curiosa coincidenza: Paratore è rimasta dentro la Mr Partners, in passato amministrata anche da Matano, fino a pochi mesi fa. C'è scritto negli atti societari depositati presso la Camera di commercio: la srl è stata cancellata a dicembre 2022. due mesi dopo 'insediamento della figlia a palazzo Chigi. 

L'ultima amministratrice unica registrata era Maria Grazia Marchello, madre delle sorellastre di Meloni e tra le socie della Nofumomas insieme al padre della leader di Fdl. Casa e incendio Non abbiamo mai scritto né della vendita della casa né dell'incendio raccontato decine di volte dalla premier fin da quando era una giovane ministra della Gioventù nel governo Berlusconi.

La signora Paratore ci accusa di aver riportato la notizia della vendita della sua casa a un importo maggiore di quello di acquisto e di aver lanciato sospetti sull'incendio che ha interessato il suo appartamento nei primi anni Ottanta, dato narrato nel libro autobiografico scritto dalla figlia. Non abbiamo scritto né la prima notizia, né la seconda. È lecito avere un dubbio, quindi: Paratore ha letto i nostri articoli o ha elaborato queste accuse sulla base di cose che le sono state riferite? 

La plusvalenza

C'è infine la vicenda della vendita delle quote societarie nel 2016 grazia alla quale Paratore e Milka Di Nunzio (migliore amica di Meloni) hanno ottenuto un notevole guadagno. Entrambe contestano a Domani che non esiste alcuna plusvalenza e che sarebbe stato sufficiente leggere gli atti societari per non scrivere il falso.

Tuttavia non dicono quali siano questi atti. Per scrivere l'articolo abbiamo letto decine di documenti riguardanti lo scambio di quote della Raffaello Eventi srl, è difficile capire quali siano quelli manchi senza indicazioni precise. Nelle loro versioni, praticamente identiche su questo punto, Paratore e Di Nunzio parlano genericamente di «atti societari». 

Siamo in possesso di tutti i documenti notarili che attestano quanto scritto: il passaggio delle quote, acquistate nel 2012 a quattromila euro e rivendute agli stessi imprenditori a 90mila. Ma c'è una questione ancora più rilevante. Abbiamo chiamato due volte Di Nunzio e tre il socio, Lorenzo Renzi, perché ci spiegassero la plusvalenza. Entrambi hanno preferito non rispondere, Renzi ha più volte detto «non ricordo». Abbiamo dato a loro la possibilità di replicare punto su punto prima di scrivere l'articolo. Avremmo riportato integralmente le loro versioni. Ma tra dimenticanze e silenzi nessuno ha voluto entrare nel merito. 

Mai più

La madre della premier conclude la lettera chiedendo di non essere mai più contattata e accusa Domani di aver costruito l'indagine col solo fine di infangare il nome della figlia Giorgia. Volevamo assicurare a Paratore e a chi la pensa come lei che noi continueremo a fare il nostro dovere.

Pubblicare le notizie, come l'esistenza di una società spagnola con l'intreccio di relazioni che rappresenta, è un nostro dovere. Non farlo vorrebbe dire nascondere i fatti. Del resto invitiamo Meloni, Paratore e Di Nunzio, a riprendere nel nostro archivio online tutte le inchieste fatte in questi tre anni di vita del giornale: abbiamo firmato inchieste su Matteo Renzi e famiglia, sul deputato della sinistra Abubakar Soumahoro e moglie, su Giuseppe Conte e suocero, su Matteo Salvini, sul presidente della regione Campania Vincenzo De Luca e figli. Siamo convinti che sia compito dei giornalisti raccontare il potere e le sue contraddizioni, prescindendo dalla parte politica rappresentata. Lo dobbiamo ai nostri unici padroni: i lettori.

Estratto dell'articolo di Francesco Merlo per la Repubblica il 17 maggio 2023.

Quel che le dà spessore, Giorgia lo tiene segreto, come nei romanzi di Carolina Invernizio, come in Beautiful, come nelle telenovela sudamericane. E dunque, ricapitoliamo: ci sono le due sorelle che tutti conosciamo, Giorgia e Arianna, ma ci sono anche due altre Meloni, figlie dello stesso padre, le sorellastre Barbara e Simona. 

Giorgia le ha nascoste agli italiani che governa, anche se Barbara Meloni sembra, non solo nelle foto, la sua copia, il suo doppio sofferto. E forse le belle rughe di Barbara raccontano a Giorgia l'altra sé stessa che, come capitò a Borges, un giorno, anche Giorgia incontrerà su una panchina. 

Con Barbara e con la seconda sorellastra, Simona, i "rapporti si sono interrotti per ragioni personali che non ritengo di dover condividere" ha detto Giorgia al Domani. Mentre a Repubblica, Barbara, che è appunto la maggiore delle quattro, mormorando con amarezza "alle mie sorelle voglio un gran bene" ha raccontato un lessico familiare con il tocco della grazia: "tutti insieme, perché ad alcune cose mio padre ci teneva molto e non potevi mancare". 

Senz'altre spiegazioni, è lecito immaginare che all'origine del distacco di Giorgia ci sia il matrimonio della sorellastra Barbara con l'ex compagno della madre, il signor Raffaele Matano, che nelle foto sembra un energico mascellone delle serie latinoamericane di Netflix, occhiali scuri e basettoni: non certo il patrigno, ma una figura che, per qualche tempo, nei primi anni del 2000, in casa Meloni somigliava a un genitore. 

(…)

C'è, allora, un incanto nella nuova inchiesta sulla famiglia Meloni, sul pedigree di Giorgia direbbe Simenon, che è una reta fitta fitta di amore e odio, di affari e tradimenti, di politica e parenti. E finalmente si capisce quell'ostentazione del distacco dal padre, Francesco Meloni, che nella famosa autobiografia "Io sono Giorgia" è solo un groppo in gola, un nodo di stomaco di poche righe. Furono i giornali spagnoli a raccontarlo al timone della barca "cavallo pazzo" imbottita di hashish , e poi le Canarie come rifugio, i soldi facili, la condanna a nove anni e la violenza della malattia che in carcere l'ha ucciso. "La mia storia con il padre delle mie figlie non è materia pubblica" ha detto indignata la mamma di Giorgia, Anna Paratore. Giorgia lo aveva liquidato così: "Quando è morto, qualche anno fa, la cosa mi ha lasciato indifferente, lo scrivo con dolore".

Un inesauribile genio-imbroglione

Ma le sorellastre di Giorgia, Barbara e Simona, e la sorella di papà Meloni, Gemma Meloni, una signora piena di dignità e di prudenza, con Repubblica hanno rovesciato l'uomo rude in poeta romantico, e la barca a vela da nascondiglio della droga è diventata un pianeta solitario e veloce, un frammento di felicità staccato dalla terra. 

E le tante imprese, anche quelle con l'ex moglie e con quel suo nuovo compagno (ormai ex anche lui), Matano appunto, fanno di papà Meloni un inesauribile genio-imbroglione di quelli classici, affari e passioni, un piccolo Jean Paul Belmondo, la simpatica canaglia, donne, romanticismo e figli, anche due ragazzi acquisiti da una terza moglie, tutti coinvolti nelle sue avventure economiche: "mi disse che lavorava per mantenere tutte queste famiglie" ha confidato la sorella. Comprò belle case, aprì ristoranti e locali notturni, restaurò la storica villa che oggi ospita il Museo Archeologico a La Gomera.

Nelle inchieste giornalistiche come questa, si possono anche seguire i sentimenti invece di perdersi nei soldi, nelle società fittizie, nelle condanne per bancarotta, affari, fatture e intrallazzi che qui vanno da Ostia sino a Panama, da Roma alle Canarie, a Palma di Majorca, a tutti quei luoghi dell'imprenditoria sudata. E' l'Altrove che, riassunto nella parola "Sudamerica", Paolo Conte aveva segnalato come sottofondo dell'anima gaglioffa dell'italiano piccolo piccolo: "Il giorno tropicale era un sudario / davanti ai grattacieli era un sipario / campa decentemente e intanto spera / di essere prossimamente milionario". 

E si capisce che è accucciato lì il talento di Giorgia, in queste cronache dal disordine, nell'incanto dell'albero genealogico intrecciato, di una famiglia di famiglie, una famiglia plurima, radiale, che fuori dal nascondiglio potrebbe brillare di modernità. E' un bel pasticcio, insomma, di quelli che piacciono alla sinistra, con quei nonni paterni che sono pure artisti, ovviamente di sinistra: nonno Nino, l'antifascista, regista radiofonico di romanzi sceneggiati e nonna Zoe (Incrocci era il cognome), sorella maggiore di Age, lo sceneggiatore in coppia con Scarpelli, bravissima attrice caratterista e doppiatrice anche di Marilyn Monroe ("Eva contro Eva"). Nonna Zoe nel 1991 vinse il David di Donatello e pure il Nastro d'argento come migliore attrice non protagonista in Verso sera, il bel film di Francesca Archibugi. 

(...) 

E infatti Giorgia ha truccato la sua biografia con ragioni più intime, forti e drammatiche di Giuseppe Conte, che truccò il suo curriculum e gonfiò i suoi titoli. 

E come il padre spacciava hashish per liberarsi dai debiti, Giorgia ha spacciato candore per liberarsi di sé stessa: il candore come ideologia politica, la falsa aureola della destra - "mamma, cristiana, italiana" - che ne segnò il successo elettorale. Ma ora, grazie a questa inchiesta, che avanza su Repubblica, e che dall'autobiografia è partita e quel candore ha cercato di verificare, sappiamo che c'era, al contrario, da raccontare una grande storia di vite spericolate alla Vasco Rossi, che probabilmente alla fine daranno appunto spessore e senso a Giorgia Meloni. Senza nulla togliere alla sua innocenza, che rimarrà certamente intatta, prende infatti forma la forza di carattere e la sapienza di vita che stanno segnando una leadership inaspettata.

Io non vedo crimini finanziari e neppure grandi capitali, ma vedo la lotta testarda della piccola gente romana che teme la povertà e vive sempre al confine con l'umiliazione. C'è il grasso della vita e ci sono gli uomini malandrini del sottosuolo economico italiano e dei destini arruffati, tutti con il pensiero aristotelico: "Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu". Forza presidente Meloni, si liberi e ci liberi.

Estratto dell’articolo di Giovanni Tizian per “Domani” il 17 maggio 2023.

I vaffa, le invocazioni a Dio per fulminare i rom, ma anche Mattarella traditore, gli insulti ai giornalisti e gli immancabili elogi all’unica leader possibile: «Io voto Giorgia perché è un’amica, perché è in gamba, perché è onesta e preparata». 

Parola di Lorenzo Renzi, imprenditore romano, protagonista della compravendita con plusvalenza in favore di Anna Paratore e Milka Di Nunzio, madre e amica di Giorgia Meloni, con Di Nunzio inoltre molto attiva nell’ambiente politico della premier a tal punto da ricoprire il ruolo di contabile delle spese e delle donazioni nella campagna elettorale del 2016 con Meloni candidata a sindaca di Roma. 

La vicenda […] ruota attorno al cosiddetto affare Raffaello, dal nome della società Raffaello Eventi srl che ha gestito, in passato, il B-Place, un bar in zona Eur. 

L’affare prima del voto

Nel 2012 Paratore e Di Nunzio hanno acquisito alcune quote della srl, e sono entrate così in società proprio con Lorenzo Renzi, David Solari e Daniele Quinzi (candidato di Fratelli d’Italia alle comunali del 2013). Il lounge bar B-Place è diventato meta della destra romana e anche dalla futura fondatrice e leader di Fratelli d’Italia. 

C’è una foto che immortalava, nel 2013, proprio Meloni in compagnia della sua amica del cuore, Di Nunzio quando quest’ultima con mamma Anna erano nella società che gestiva il locale.  Passano quattro anni, e mamma e amica di Meloni decidevano di uscire dall’avventura imprenditoriale liberandosi delle loro quote. A ricomprarle ci sono proprio Renzi e Solari che le acquistano a quasi 90mila euro, una cifra venti volte superiore a quella incassata nel 2012.

I due soci hanno firmato l’accordo per pagare a rate le somme stabilite fino al 2018 a partire dal febbraio 2016, un mese prima dell’annuncio ufficiale della discesa in campo di Meloni, come candidata sindaca di Roma del centrodestra. 

All’epoca Di Nunzio non era ancora stata assunta come coordinatrice nella Croce Rossa Italiana durante la presidenza di Rocca, […] Ma da lì a poco sarebbe stata ingaggiata dall’amica del cuore per svolgere il delicato ruolo di mandataria elettorale, [...] la figura che gestisce i conti, le spese e le entrate per la campagna per la campagna del voto 2016 con Meloni candidata a sindaca di Roma. 

[…] quella srl […] finisce nelle mani di due signori pachistani, introvabili, che avevano il domicilio presso la mensa dei poveri della comunità di Sant’Egidio.

Iftikhar Ahmad Gondal acquista con 10mila euro le quote, come abbia fatto a reperire le risorse finanziarie è uno dei tanti misteri di questa storia così come il ruolo di Muhammad Tahir, diventato amministratore della società dopo la cessione a Gondal. 

[…]  Nello scacchiere societario di Renzi-Solari (il terzo socio è Quinzi) spunta un’altra srl con la sede legale allo stesso indirizzo della Raffaello eventi, viale dell’Arte 20. Si tratta di Italia ristorazione con capitale sociale di dieci mila euro, attualmente inattiva e che vede, anche in questo caso come amministratore unico uno straniero, il cittadino pachistano, Abdul Rehman Mirza.

Il rappresentante dell’impresa ha come domicilio il lungomare Paolo Toscanelli, la sede di Ostia della comunità di Sant’Egidio. È il terzo pachistano, con medesimo indirizzo, che affiora nella galassia societaria della coppia Renzi-Solari. 

«Non ricordo, non voglio rispondere. Non c’è niente da spiegare, [...] anzi la sto salutando, se lei mi saluta chiudiamo perché io sono una persona cortese», è la risposta di Renzi contattato da Domani più volte. La cortesia dell’imprenditore stupisce, sui social è molto più duro. «Giuliana Sgrena è una donna di me r...», scriveva nel febbraio 2014, quando era in società con madre e figlia di Meloni. 

«Sinisa zingaro si può dire?!», «non so se ha più rotto le palle la corte costituzionale o Napolitano», «sono a dir poco turbato...questa non è democrazia...#mattarella #traditore del voglio degli italiani». Poi passava all’analisi dell’offerta informativa televisiva: «Neanche se mettiamo insieme vespa e la durso (scritti proprio così dall’autore ndr) esce una porcata triste con fanta attori come quella di serviziopubblico», «il giornalismo di piazzapulita è vergognoso....fateveschifo!», scriveva l’imprenditore nel 2015. 

La raffinata analisi non può mancare di affrontare il tema lavoro e immigrazione. «Reddito di cittadinanza, reddito di emergenza...unico modo per questi inetti di prendere voti», «che Dio ti fulmini» con foto di una cittadina rom che rovista nel cassonetto nel periodo di Ignazio Marino sindaco, «non si tratta di bambini di serie b...se non hai il permesso di soggiorno non ci puoi stare», uno dei sui post.

[…] Renzi e Solari sono registi di un’esperienza di ristorazione d’eccellenza. Il loro ristorante, il Marchese, è una delle mete preferite della Roma che conta, il sito Dagospia rilanciava un articolo di Leggo con questo incipit: «Il solito magna magna, il Marchese, in via di Ripetta, è il nuovo ritrovo della politica forchettona (....) appuntamento irrinunciabile anche per lady Biden e lady Macron che si sono date appuntamento per un tè al limone e zenzero, durante il G20 (il vertice dei grandi della terra, svoltosi a Roma nel 2021 ndr)».

Un’avventura imprenditoriale che ha avuto un enorme successo di pubblico e di critica e che è stata replicata anche a Milano, dove ha aperto un ristorante con lo stesso nome, tra i soci di Renzi e Solari troviamo anche attori di fama nazionale, come Edoardo Leo e Luca Argentero.

Sotto il “gossip” sulla madre di Meloni, il nulla. La premier Giorgia Meloni. Non è ben chiaro il reato contestato alla premier, e neanche il motivo di questa inchiesta lanciata dalla stampa. Se non trascinare la premier nel patano mediatico-giudiziario...Davide Varì su Il Dubbio il 16 maggio 2023

Scatole cinesi, paradisi fiscali, compravendita di immobili. E poi: Panama, Lussemburgo, Ostia (sic!). Non manca niente nell'inchiesta sulla madre della premier Giorgia Meloni che tre, dicasi tre, cronisti di Repubblica hanno mandato alle stampe in questi giorni. Non manca neanche il link, a dire la verità piuttosto fragile, coi famigerati Panama papers. Quella sì una vera inchiesta giornalistica sulla blacklist dei fondi offshore dei potenti d’Europa.

Insomma, non manca nulla nel lessico assai evocativo e noir di Repubblica, si diceva. Ovvero, a ben vedere un paio di cose nell’inchiesta del giornale della famiglia Agnelli non tornano. Tanto per cominciare non è ben chiaro il reato “contestato” e, soprattutto, il motivo di questa inchiesta urlata a nove colonne.

Ovvero, il motivo è chiarissimo: trascinare la premier nel patano mediatico-giudiziario, coinvolgerla per via parenterale in vicende assai fumose e voyeuristiche che nessuna procura della repubblica ha mai pensato di “approfondire”. Almeno fino ad ora. Perché nel frattempo Giorgia Meloni è diventata premier ed accanto a sé ha un ministro della giustizia che sta facendo molto arrabbiare le toghe. Ma queste sono di certo malignità…

Per quel che ci riguarda vigileremo. E di certo lo faremo in solitudine. Così come è accaduto col Qatargate, ricordate? Ma sì, l’inchiesta della procura di Bruxelles presentata come il nuovo Watergate che avrebbe dovuto spazzare via il Pd e smascherare i suoi affari con le dittature mediorientali, ma che poi è finita in un nulla di fatto. Certo, Eva Kaili si è fatta mesi e mesi di galera senza poter mai prendersi cura della figlia di pochi mesi. Ma che vogliamo farci: è la stampa, bellezza, che ha bisogno delle sue vittime sacrificali.

DAGOREPORT il 16 maggio 2023.

Anna Paratore, madre di Giorgia Meloni, con il nome de plume di Josie Bell o Amanda King ha scritto circa 200 libri. “Il mio stile”, ha detto commentando la sua produzione di narratrice, “era particolare. Era una sorta di rivisitazione di Romeo e Giulietta”. 

In uno dei risvolti di copertina la Paratore annuncia che Josie Bell è sceneggiatrice, vive a Los Angeles (e la Garbatella?) con il marito, due figlie (la Paratore ha due figlie, Giorgia e Arianna), un gatto persiano. In un altro risvolto di copertina si dice che Josie Bell vive a Malibù in una casa da cui si vede il mare (e la Garbatella?). Però in questo ultimo risvolto il felino e il marito non ci sono più. Ha divorziato?

In “Desiderio” la protagonista è una giornalista d’assalto, Janet, così descritta: “Quella ragazza... aveva una cascata di soffici capelli biondi  e grandi occhi nocciola ornati da folte ciglia. Il nasino leggermente all’in su ... le conferiva l’aria sbarazzina…. ma nasconde un animo da tigre del Bengala”. Infatti, Janet si concede una grandissima scopata in aereo (vedi a seguire).

JOSIE BELL – “DESIDERIO”, editore Le Onde - Estratto

Un marpione, ecco cos'era. Sì, ma da mangiarselo di baci. Janet continuò con la sua esplorazione e si fermò all'altezza della cintura di cuoio. Avrebbe voluto slacciargliela... Per fare cosa? Davvero doveva essersi bevuta il cervello... Clive se ne stava stravaccato al centro del sedile, le gambe leggermente divaricate. Respirava tranquillo. Janet gli sfiorò la coscia muscolosa che tendeva senza pietà la stoffa dei pantaloni, e dovette mordersi le labbra per non mugolare.

Clive si mosse appena, e lei sobbalzò. Ritrasse in fretta la mano e si rincantucciò nel suo angolo. Che figura avrebbe fatto se lui si fosse svegliato e accorto di tutto? Lo scrutò con attenzione, ma l'uomo dormiva ancora, forse più profondamente di prima. 

Falso allarme, poteva ricominciare tutto da capo. Un gioco assurdo e forse pericoloso, ma sempre più coinvolgente. Allungò di nuovo la mano... Un guizzo nel buio, e le ferree dita di Clive si strinsero attorno al suo polso. 

Nell'oscurità della carlinga, lottarono silenziosamente. Janet che cercava di ritrarre la mano, e l'uomo che non la lasciava andare. Ma lui era troppo forte, e lei non aveva una chance di sfuggirgli. Sempre, poi, che lo desiderasse davvero. Smise di opporsi. Clive la trascinò verso di sé. Si portò la sua mano sulle labbra e le lambì la palma con la punta della lingua...

E poi non era una carogna? Janet deglutì a vuoto e tentò di controllare i battiti furiosi del cuore. Clive sovrappose una mano a quella di lei, e la spinse a carezzarlo sul collo, sul torace, sullo stomaco, e più giù... 

«Oh...» Un gemito sfuggì dalle labbra di Janet senza che lei avesse voluto. Come si dice: la situazione le era proprio sfuggita di mano... E poi, quell'uomo! Era scandaloso. Come poteva essere tanto eccitato su un aereo di linea, con degli estranei che dormivano solo una fila dietro alla loro? Era proprio un animale!

Lui sollevò il bracciolo che divideva i loro due sedili, e stavolta l'abbracciò stretta. Ansimava appena quando le infilò le mani sotto la camicetta e risalì sulla sua pelle nuda. «Non hai messo il reggiseno», le sussurrò. «Bene...» 

Janet non sapeva se essere più terrorizzata o più eccitata per quello che stava accadendo. Era tutto così incredibile, da sembrare un sogno; surreale. Clive la baciò; un contatto languido, umido, con le sue labbra che si sovrapponevano a quelle di lei, e la lingua che la carezzava in lenti movimenti circolari.

 La sollevò di peso e se la sistemò a cavalcioni sulle gambe. Infilò le mani sotto la sua gonna e si avventò sulle mutandine. «Adoro le donne che usano il reggicalze», mormorò. «Con i collant è sempre tutto più difficile.»

Era fuori di testa? Non pensava mica che lei... Che loro... Oddio! Stava armeggiando con la cintura dei pantaloni, e con la lampo. Insinuava il viso nell'incavo tra il collo e la spalla di lei, e la baciava, la mordicchiava, la leccava...

Janet cercò di resistere. Davvero, ce la mise tutta. Lo spinse indietro con le palme delle mani. Ma era un po' come accanirsi contro un solido muro. Clive non si spostò di un millimetro. Adesso lei avvertiva il pene di lui strusciarsi contro le mutandine, premere contro di lei, e spingere... 

Come fece, Janet non avrebbe saputo dirlo, né in quel momento, né più tardi. Di colpo, la penetrò. Dentro di lei, grosso, duro, caldo... Mugolò, tentò l'ennesima, inutile ribellione e, alla fine, si lasciò andare.

Speriamo solo che i passeggeri del volo Pan American per Buenos Aires abbiano il sonno pesante, pensò un attimo prima di spingersi contro Clive, ormai ben decisa a non perdersi niente...

JOSIE BELL – ANGEL 1, HONG KONG ADDIO, editore Curcio - Estratto

Un gemito roco le sfuggì dalle labbra mentre Nicola l'afferrava con entrambe le mani sui glutei, spingendola forte a incontrare il suo incontenibile, turgido desiderio. Ancora Angel mugolò roca mentre i capezzoli induriti dal piacere strusciavano sul torace di Nicola e lei nascondeva il suo viso alla base del collo dell'uomo, accarezzandogli i tendini resi evidenti dalla tensione con le labbra umide e socchiuse.

Immediatamente, Nicola voltò la testa verso di lei a incontrare la sua bocca. Il bacio fu un contatto esplosivo, mentre la lingua dell'uomo si insinuava tra le sue labbra, in una lunga circolare esplorazione che diventava sempre più esigente. Poi, Nicola, continuando a tenerla sopra di sé, la sollevò costringendola ad aprirsi, per riportarla subito dopo contro di sé, penetrandola ed entrando così per sempre nella resistenza della custodita verginità.

Il grido di Angel per quella dolce profanazione, si smorzò negli ansiti del piacere che unirono i due amanti, mentre Nicola affondava in lei sempre di più, ormai completamente incurante di tutto quello che non fosse Angel, la meravigliosa Angel stretta tra le sue braccia, la stupefacente Angel che lui possedeva, profondamente affondato nel suo caldo ventre.

Estratto dell’articolo di Heriberto Araujo, Giuliano Foschini e Andrea Ossino per “la Repubblica” il 16 maggio 2023.

Anna Paratore, la mamma di Giorgia Meloni, non era soltanto la scrittrice di romanzi d'amore della Garbatella, […] era anche socia di diverse aziende le cui proprietà, nel corso degli anni, si sono via via perse in complicatissimi giochi di scatole cinesi: da Roma, all'Inghilterra passando per i paradisi fiscali di Panama e Lussemburgo. 

[…] tutto si muove tra il 1998 e il 2002 proprio quando iniziava la vera storia politica della presidente del Consiglio. Ma la data cruciale è il 14 febbraio del 2002, il giorno di San Valentino. 

In quella data, infatti, un amore si interrompe: è quello della mamma della futura premier con due delle società nelle quali aveva quote insieme con il suo ex compagno (recentemente condannato per bancarotta fraudolenta), Raffaele Matano.

Si tratta […] della Lazio Consulting e della Mr Partners. Non erano aziende qualsiasi: la Lazio Consulting - la cui proprietà era per il 90 per cento della Mr Partners e per il 10 della signora Paratore - aveva presentato sei delle 162 proposte di progetto per la trasformazione del litorale romano nell'ambito del Patto Territoriale Ostia-Fiumicino, per un valore di 90 milioni di euro circa. Un progetto che evidentemente faceva gola a molti. 

La D Construction Limited compra infatti per 51mila euro il 10 per cento della Paratore e qualche settimana dopo per 431.160 euro il 90 per cento della Mr Partners. Ma chi sono quelli della D Construction?   

Da Ostia a Panama

Per dare una risposta bisogna fare un salto indietro. Al 30 novembre del 2000. Quel giorno, nel cuore di Panama, al secondo piano del lussuoso palazzo vetrato Frontenac, entra un uomo. È un avvocato, si chiama Jaime Eduardo Alemán e […] bussa alla porta di un notaio. 

Si presenta "in qualità di socio dello studio legale Alemán, Cordero, Galindo & Lee" - uno studio che anni dopo apparirà nei Pandora Papers, l'inchiesta sui paradisi fiscali - e deposita l'atto di costituzione di una società, la Fayson Trading s.a. 

I due firmatari dello statuto sono Andrés Maximino Sánchez e John Benjamin Foster. E anche loro compariranno in una fuga di notizie sui Paesi a fiscalità ridotta. Gli amministratori dell'azienda sono tre persone che hanno la residenza legale anche in un altro paradiso fiscale (le Isole del Canale).

Uno di loro, John Trevor Greer Donnelly, compare nell'archivio dei Panama Papers, un'altra inchiesta sui paradisi fiscali. Creata l'azienda a Panama, la mossa successiva è vincolarla all'Europa, e così succede il 23 febbraio 2001, quando tale Edna Nino costituisce la D Construction Limited presso la Companies House del Regno Unito. 

La società dichiara di avere sede legale al numero 1 di Knightrider Court. In questo indirizzo c'è l'ufficio di una società di consulenza per cui lavora Edna Nino che apre, chiude e gestisce aziende per conto di terzi. Il capitale sociale è composto da 100 azioni, di cui solo una è di proprietà di un'azienda britannica, la Easycircuit Limited. Il restante 99% appartiene alla Fayson Trading: siamo a Londra, quindi, ma in realtà siamo a Panama.

E da Panama in Lussemburgo

Ma […] poi succede altro. Sempre nel 2002 viene creata a Roma la Lunghezza Immobiliare, una srl "unipersonale a responsabilità limitata" costituita da un'altra società, la Polired s.a., con sede in Lussemburgo e fondata appena una settimana prima, il 10 luglio, da due cittadini italiani che lavoravano nel Granducato per una società di consulenza internazionale. 

Il 29 luglio 2002, la Lazio Consulting, che era già stata venduta alla D Construction, realizza una strana operazione. "Trasferisce a Lunghezza Immobiliare srl, che .... acquisisce il ramo di attività avente per oggetto l'esecuzione di lavori di costruzione", rivela un atto notarile in cui si legge: "Si conviene che Lunghezza Immobiliare srl sostituisce Lazio Consulting srl nella partecipazione alle gare, anche se queste sono state sottoscritte con la presentazione di atti e/o documentazione". Il prezzo del trasferimento è di 10.000 euro.

[…] Repubblica ha cercato di chiarire chi fosse il beneficiario finale della rete di società che collega le romane Lazio Consulting e Mr Partners con l'inglese D Construction e, tramite questa, alla panamense Fayson Trading. Rintracciato, il commercialista romano Carlo Stella, che era il "legale rappresentante" della Mr Partners in quell'affare, secondo gli atti notarili, ha rifiutato di essere intervistato. 

Ha accettato l'avvocato Giovanni Petrillo, "procuratore speciale della società D Construction Limited". "Non ricordavo che fossi il procuratore della D Construction - dice Petrillo -. Non ricordo nemmeno chi me l'ha chiesto (di essere il procuratore, ndr)" continua. "In realtà, non credo che abbia nulla da nascondere... Sono passati 20 anni e se ho commesso qualcosa consapevolmente o meno, c'è la prescrizione", sottolinea […]. La Fayson Trading e la Polired, nel frattempo, sono state cancellate del registro d'imprese di Panama e del Lussemburgo, rispettivamente, per non presentare bilanci.

Estratto dell’articolo di Giovanni Tizian e Nello Trocchia per “Domani” il 16 maggio 2023.

L’affare “Raffaello” è l’argomento di cui nessuno vuole parlare nell’entourage di Giorgia Meloni. Un certo nervosismo si percepisce anche nelle reazioni dei diretti interessati. L’operazione commerciale con al centro la madre di Meloni, Anna Paratore, e la migliore amica della presidente del consiglio, Milka Di Nunzio, riguarda una società chiamata Raffaello eventi Srl. 

Nel 2012 Paratore e Di Nunzio hanno acquistato alcune quote dell’azienda, e sono entrate così in società assieme a Lorenzo Renzi, David Solari e Daniele Quinzi (candidato di Fratelli d’Italia nel 2013) nella gestione del lounge bar B-Place nel quartiere Eur di Roma, locale che da lì in poi verrà frequentato anche dalla futura fondatrice e leader di Fratelli d’Italia.

Nel 2016 la mamma e l’amica del cuore della premier hanno dismesso le partecipazioni nella Raffaello Eventi, ottenendo dalla vendita una notevole plusvalenza: le stesse azioni pagate in tutto 4mila euro, nel 2016 sono state vendute dalle due donne a quasi 90mila euro agli stessi imprenditori (Renzi e Solari) da cui avevano comprato quattro anni prima. 

I due titolari hanno firmato l’accordo per pagare a rate le somme stabilite fino al 2018. La prima tranche era fissata per l’ultimo giorno di febbraio 2016, da mesi si rincorrevano le voci di una candidatura a sindaca di Meloni, ufficializzata solo il 13 marzo di quell’anno, qualche settimana dopo l’operazione “Raffaello”. 

Un colpo notevole per le due donne più importanti nella vita della premier. «Non voglio essere scortese, non voglio parlare di fatti che non vi riguardano, arrivederci e buongiorno!», è la risposta a Domani di Di Nunzio contattata nel suo ufficio della Croce Rossa, assunta come coordinatrice dell’unità che si occupa del volontariato e del servizio civile. Ingaggiata nel 2018, durante il regno in Croce Rossa di Francesco Rocca, a capo dell’organizzazione per dieci anni e ora presidente della regione Lazio con Fratelli d’Italia. 

Non è un mistero che Meloni sia stata il suo sponsor più importante per sbloccare la candidatura. «Francesco Rocca è una di quelle persone che sei fiera di poter chiamare amico! Personalmente non potevo sperare in un governatore migliore per la regione Lazio», così si congratulava con il suo ex capo la migliore amica della premier il 14 febbraio scorso.

A distanza di quattro mesi Renzi e Solari hanno chiuso bottega ma non la società, che hanno ceduto a Iftikhar Ahmad Gondal, cittadino pakistano, con un permesso di soggiorno in scadenza e domiciliato presso la mensa dei poveri della comunità di Sant’Egidio. Dove Gondal abbia trovato 10mila euro per saldare le quote di Solari e Renzi è l’ennesimo mistero di questa storia, così come il ruolo di Muhammad Tahir, diventato amministratore della società dopo la cessione a Gondal. Pure Tahir è domiciliato presso un indirizzo che corrisponde a un’altra sede della comunità di Sant’Egidio, questa volta a Ostia. 

I diretti interessati non hanno intenzione di chiarire: Renzi passa da un «non ricordo», a un tono molto seccato: «Non c’è niente da spiegare, non voglio parlare con voi […]». […]

«Queste cose», come le definisce Renzi, riguardano passaggi di denaro indirizzati a due donne legatissime all’attuale presidente del consiglio e allora in corsa per diventare sindaca della capitale. Due fattori che rendono la vicenda di interesse pubblico. Perché se è vero che al momento non c’è alcun illecito, resta l’obbligo della trasparenza per chi fa politica e chi è deputata a gestire la cassaforte di un candidato. 

[…] La faccenda è rilevante anche per un altro motivo: una delle protagoniste dell’operazione, insieme a Paratore, è Di Nunzio, che nell’anno in cui cede le quote è stata nominata mandataria elettorale di Meloni, nel 2016 candidata a sindaca di Roma. In pratica la migliore amica ha ricoperto l’incarico di guardiana delle spese e dei finanziamenti destinati alla campagna elettorale di Meloni.

Un ruolo delicato, confermato dai documenti, letti da Domani, relativi alle rendicontazioni dei candidati. La firma di Di Nunzio è in calce a certificare ogni entrata e uscita denunciata, proprio sotto quella dell’aspirante prima cittadina. 

«Non abbiamo gruppi di potere alle spalle, lobby che ci sostengono o banchieri amici che ci pagano la campagna elettorale. Preferiamo restare dalla parte degli italiani accettando solo piccole donazioni», diceva Meloni. Eppure qualche pezzo grosso l’ha sostenuta, quell’anno aveva raccolto 210mila euro grazie a decine di imprenditori della capitale: da Angiola Armellini, l’immobiliarista che ha avuto grossi problemi con il fisco, ai ras dei lidi di Ostia, i Balini, coinvolti in vicende giudiziarie varie. Contributi raccolti e rendicontati dall’amica promossa contabile, Di Nunzio.

La madre di Meloni ha navigato in diversi affari immobiliari fin dalla fine degli anni Novanta, come rivelato da Domani nella prima puntata dell’inchiesta sui rapporti tra lei, il geometra immobiliarista Raffaele Matano e il padre della premier con una condanna per narcotraffico nel 1996 e scomparso nel 2012. Di Nunzio, al contrario, ha costruito la sua carriera in organizzazioni attive nel sociale, sempre però con una passione per la politica, in particolare per la destra. 

Prima di entrare con Rocca nella Croce Rossa, nel 2008 ha seguito la sua amica Meloni al ministero della Gioventù, nel governo di Silvio Berlusconi: incaricata di coordinare i rapporti, progetti ed attività con associazioni giovanili di volontariato e terzo settore. Fino al 2021 è stata pure coordinatrice nell’organizzazione per l’educazione allo sport (Opes). 

[…] Con la premier ha un’amicizia lunga una vita, Di Nunzio rilancia ogni suo post, commento e intervento. Non si perde una festa di Atreju, la kermesse di Fratelli d’Italia, si fa fotografare con senatori e deputati del partito e con Arianna Meloni, sorella dell’attuale presidente del Consiglio. […]

Estratto dell’articolo di Conchita Sannino per “la Repubblica” venerdì 25 agosto 2023.  

Sorella d’Italia. La seconda, «timida e introversa» certo, ma non meno potente. Se la più giovane ha in mano “l’ottovolante” di Palazzo Chigi, lei nel backstage pesa. In Via della Scrofa, e non solo. Decide e conta. In senso letterale, anche: perché Arianna può andare avanti anche fino a dieci, pure a quindici, ironizzano i seniores del partito, prima di tagliare corto o esplodere, come tende a fare Giorgia. 

«Se solo sapessero», cominciava una lettera pubblica che Arianna aveva scritto alla neo premier, citando Tolkien. «Le angosce, i silenzi, le notti in bianco. Perché con me potevi mostrare il tuo lato vulnerabile».

[…] 48 anni, 18 mesi più della premier, da un ventennio legata al ministro Francesco Lollobrigida, oltre che madre delle loro due figlie. Super-esposta. Da ieri, di più. La “maggiore” è investita infatti, senza più dissimulazioni, o coordinamenti via telefono, del ruolo di responsabile della segreteria politica di FdI, con cruciale delega al tesseramento e all’organizzazione. Ennesimo incarico in famiglia. 

«Però siamo seri: lei ha cominciato a fare la militante nel 1992, tutto si può dire di Arianna tranne che sia stata una privilegiata. Mai un posto in prima fila, mai un collegio. E in Regione Lazio è sempre stata precaria, mai voluto un’assunzione per evitare polemiche, le veniva rinnovato il contratto come staff», spiegano a Repubblica fonti vicine alla signora Arianna.

[…] C’è chi, nel partito, addebita alla potente sorella il suggerimento che ha “riesumato” dal passato, al fianco del governatore del Lazio, un profilo come quello di Marcello De Angelis: autore del clamoroso affondo “revisionista” sulla strage di Bologna, per il quale il responsabile della comunicazione istituzionale del presidente Francesco Rocca è stato costretto poi a chiedere scusa, restando comunque al suo posto. 

[…] 

Alleate e complici. Maturate, in politica e nella vita. Fatale che per Giorgia, le idee di Arianna siano il primo riferimento. Oro colato. O quasi. Anche se poi si sbaglia. Come con Enrico Michetti. 

L’avvocato che correva come sindaco a Roma contro Gualtieri, al ballottaggio nell’ottobre 2021 rimase inchiodato al 39 per cento, nonostante Giorgia fosse scesa in campo per lui con ogni energia, a ritmi serrati, col cognato Lollobrigida, con l’allora fidatissimo Fabio Rampelli, e Arianna sempre a tenere le fila.

[…] 

Ma resistenza e multitasking hanno forgiato le due sorelle d’Italia. Arianna lo confessò poco meno di un anno fa. «A volte mi sento come nel mezzo del triangolo delle Bermuda. Passo dal croccantino del gatto alla Finanziaria, e ho anche due figlie adolescenti», disse a Chi. Poi la triangolazione s’è fatta tosta: più grande il potere, più forti i rischi. 

Una vita dietro le quinte, fino al gossip sul marito ministro, proprio mentre Lollobrigida cade su una citazione della “sostituzione etnica” : e Arianna, la discreta, ritratta a letto con un uomo straniero nella vignetta de Il Fatto quotidiano, querela il giornalista e disegnatore Natangelo. «Ferocia indegna», ira della premier, parola di sorella.

[…] Pazienza se può apparire una contraddizione che un partito così in ascesa, alla guida del Paese, sia arroccato nel tinello. «Io e te come Sam e Frodo», aveva scritto quella volta Arianna. E ieri, un caso: nel giorno in cui c’è il ministro Lollo al Meeting Cl, lui sfiora una delle sale dove si parla solo di lui, a 50 anni dalla morte: di Tolkien, “La missione di Frodo”. Passione di sorelle d’Italia.

Fratelli d’Italia è un affare di famiglia: Arianna Meloni nominata responsabile della segreteria. Il partito della premier si ristruttura e conferma la sua gestione familiare: ufficializzato il ruolo della sorella maggiore di Giorgia Meloni senior, sposata con il ministro Lollobrigida. Simone Alliva su L'espresso il 24 Agosto 2023 

Nella categoria, per Fratelli d’Italia politicamente rilevante, della “famiglia tradizionale” si certifica oggi l’ascesa di Arianna Meloni, sorella maggiore di Giorgia Meloni e moglie del ministro dell'Agricoltura e della Sovranità Alimentare, Francesco Lollobrigida. «Ricoprirà in Fratelli d'Italia lo stesso ruolo che in Alleanza Nazionale svolgeva Donato Lamorte per Gianfranco Fini», sintetizzano fonti di Via della Scrofa. 

La “sorella d’Italia” è infatti la nuova responsabile Adesioni e segreteria politica del partito leader della coalizione di maggioranza. Nella sezione dedicata ai 'Dipartimenti e laboratori tematici', lo si può leggere nero su bianco. In compagnia: il coordinatore Giovanni Donzelli e il neo responsabile della comunicazione Andrea Moi (che si è inventato il tour estivo nelle spiagge). Un matriarcato che si solidifica e così, oltre alla delega alle adesioni (il tesseramento), Arianna Meloni viene collocata al vertice della piramide di Via della Scrofa.

E non è l’unica novità: l’onere di tenere allineata e coordinata la comunicazione fra gli uffici della presidente del Consiglio, di Palazzo Chigi, del governo e del partito di Fratelli d'Italia è stata affidata nelle scorse settimane da Giorgia Meloni a Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario all'attuazione del programma. Una questione organizzativa interna la scelta della premier, raccontata in un articolo del Il Foglio. L'incarico diventerà operativo dal primo settembre. Di fronte alla necessità di adeguare la struttura di FdI a una realtà più articolata e complessa come quella affrontata ora dalla squadra di governo del primo partito di maggioranza, viene spiegato, Meloni ha deciso di puntare sul suo fidato braccio destro.

La scelta, si precisa, non è collegata al fatto che dal primo settembre Mario Sechi lascerà il ruolo di capo ufficio stampa di Palazzo Chigi. Fazzolari può vantare con Giorgia Meloni un’amicizia storica, considerato come un fratello, come raccontato già da L’Espresso è riuscito così a scavalcare anche la storica addetta stampa Giovanna Ianniello (che resta coordinatrice della comunicazione istituzionale). L’amicizia tra “il Fazzo” e Giorgia risale ai tempi dell’impegno universitario, quando lui – infanzia itinerante appresso al padre diplomatico, poi liceo francese a Roma allo Chateaubriand - era responsabile romano di Fare fronte-Azione universitaria, spola tra La Sapienza e la sezione di via Sommacampagna. Meloniano da sempre, sin dal congresso di Viterbo del 2004 in cui l’attuale Presidente del Consiglio con soli 16 voti di scarto su Carlo Fidanza fu eletta capo dei giovani di An.

Il Foglio ha riportato le parole usate dalla premier per formalizzare il nuovo ruolo del sottosegretario alla presidenza del Consiglio: "Da settembre il coordinamento della comunicazione è affidato a Giovambattista Fazzolari. A lui spetta riorganizzare la macchina per potenziarne il funzionamento e stabilire meglio i compiti di ciascuno, e dare quotidianamente le linee guida di comunicazione. Grazie a tutti".

Sul dare linee di comunicazione, tuttavia, qualcuno anche dentro FdI storce il naso, soprattutto per i suoi tweet, raccolti da L’Espresso e poi prontamente cancellati da Fazzolari stesso, in cui definiva pubblicamente Sergio Mattarella: «Un rottame» e «Aspirante demonio». Più di recente Fazzolari si è mostrato gran sostenitore del battaglione Azov. Fra le novità nella struttura di FdI, come si vede sul sito del partito, anche il dipartimento Immigrazione, la cui responsabile è Sara Kelany, deputata alla prima legislatura, figlia di padre egiziano e madre italiana.

Giorgia Meloni, una famiglia da film. Susanna Turco su L'Espresso il 15 Maggio 2023. 

Padri che scappano, madri che si fidanzano col socio in affari, case bruciate, panorami da furbetti del quartierino. Le vicende della famiglia d'origine della premier sembrano uscite dalla penna di Age (e Scarpelli), zio della leader di Fratelli d’Italia. Nulla di penalmente rilevante, ma forse s'è sbagliato a collocare l’autobiografia nella saggistica, quando era pura narrativa

Padri che scappano in Spagna, madri che si fidanzano col loro socio in affari, sorellastre che se lo sposano, plusvalenze, quote di società, notai, percentuali, case bruciate, condanne per droga e per bancarotta fraudolenta, ristoranti alle Canarie, compravendite di conventi di suore, nuovi ipermercati, ipotesi di imprese gelataie, panorami da furbetti del quartierino.

Visti gli avvenimenti intrecciati della sua (allargata) famiglia di provenienza, svelati nei giorni scorsi dalle inchieste di Carlo Bonini e Giuliano Foschini, Andrea Ossino per “Repubblica” e Giovanni Tizian e Nello Trocchia per “Domani,” di certo in una cosa Giorgia Meloni è partita sfavorita: nella sua passione per la politica. Era l’unica ad averla, a quanto pare.

Mentre il suo romanzo familiare, per complessità e topoi, sarebbe degno della penna del fratello di sua nonna, Agenore Incrocci detto Age, il geniale sceneggiatore che inventò la commedia all’italiana insieme con Scarpelli.

Negli intrecci, che sembrano tratti da un film a scelta dei loro cento (da I soliti ignoti a In nome del popolo italiano, passando per C’eravamo tanto amati, I mostri, il bigamo e L’armata Brancaleone) non manca in effetti nulla, tranne una cosa: la politica. A nessuno dei familiari, mezzi familiari, socie e amici stretti è venuto in mente di muovere un passo nel mondo dei partiti. Ed è magari così che si spiega l’iniziale scintilla di Giorgia Meloni, la sua passione civile nei primi anni Novanta. Trovare una dimensione solo sua, lontano dal clan familiare in effetti piuttosto ingombrante. La compagnia dell’anello, invece della compagnia del gelato.

Eppure, anche se non ha frequentato lo zio sceneggiatore, e nemmeno a quanto pare sua nonna attrice, Giorgia Meloni ha dimostrato di avere – forse nel sangue - una grande abilità narrativa. Nulla di ciò che ha raccontato in questi anni, nelle interviste e soprattutto nella sua autobiografia, è platealmente falso. Ma più si va avanti più salta fuori quanto molto sia l’arbitrio, e moltissimo il non detto, in una ricostruzione nella quale la premier – come componendo un puzzle assai soggettivo – ha invece fornito la versione di sé più funzionale al personaggio che andava costruendo, per conquistare la politica italiana.

Una narrazione che ha funzionato: Giorgia Meloni, autoproclamatasi “svantaggiata”, è premier, guida un partito che nei sondaggi sfiora il 30 per cento, ed è essenzialmente questo il motivo che spinge a verificare la sua versione, l’interesse a raccontare cosa ci sia di vero in quel che ha detto e dice. In questo senso, la divaricazione cresce. Basta qualche piccolo esempio.

Nel suo racconto familiare Meloni mette moltissimo in luce la fuga del padre, e nello stesso tempo fa sparire non soltanto l’intera famiglia paterna – il nonno regista, la nonna attrice, zii e cugini cinematografari, tutti quanti nemmeno nominati -ma pure le altre due figlie di Franco Meloni: passavano le estati insieme da ragazzine ma non sono mai state citate, fino a due giorni fa era come non fossero mai esistite.

Altro esempio. Meloni allude moltissimo alle difficoltà della madre Anna Paratore di crescere due bambine da sole; ma fa sparire, per dire, la circostanza che l’appartamento a via della Camilluccia comprato dalla madre alla fine del 1979, quando Meloni aveva quasi tre anni – e forse finanziato dal padre, secondo una ricostruzione fornita da Repubblica che ha sentito fra l’altro la sorellastra Barbara – abbia dopo cinque anni quadruplicato il suo valore. Consentendo alla Paratore, sempre secondo la ricostruzione di Repubblica, di realizzare una plusvalenza di circa 100 milioni di lire (in un’epoca in cui lo stipendio di un insegnante si aggirava sulle 800 mila lire al mese, 11 milioni l’anno) e di poter comprare nel quartiere romano della Garbatella un altro appartamento di cinque vani, dove Giorgia è cresciuta ma che non ha descritto nella sua autobiografia. In “Io sono Giorgia”, infatti, compare la casa dei suoi nonni. Molto più cinematografica.

Una descrizione minuziosa, quella:

«I miei nonni abitavano in un palazzo in cui c’erano gli alloggi riservati ai dipendenti dei ministeri. Ricordo quanto mio nonno fosse fiero il giorno in cui terminò di pagare il mutuo, sentiva finalmente suo quel minuscolo appartamento. Un bilocale di quarantacinque metri quadri, lo stesso in cui era cresciuta mia madre. La cucina, che era anche la sala da pranzo, era il luogo in cui si volgeva tutta la vita domestica. Nessuno, in quelle quattro mura, ha mai visto un divano. C’era un tavolo: là si mangiava, si facevano i compiuti, si giocava, si guardava la tv. Mia madre ha sempre lavorato, quindi i pomeriggi dopo la scuola li passavamo in quel soggiorno polifunzionale. E poi c’era un corridoio piuttosto angusto, con un mobile-letto che aprivamo per dormire quando mia madre decideva di uscire la sera, per cercare di vivere un po’ la sua vita. Come diceva mia nonna, dormivamo «una da capo e una da piedi”. Da bambina, insomma, ho passato tanti notti in corridoio coi piedi di mia sorella spalmati sulla faccia. Quando poi siamo cresciute ho avuto in premio una brandina in cucina tutta per me. È stata una bella conquista».

Ecco Meloni racconta l’appartamento dei nonni, 45 metri quadri senza un divano, non quello più normale in cui l’ha fatta crescere sua madre, dove immaginiamo non dormisse coi piedi della sorella in faccia. Dice del resto «di soldi non ce ne erano mai abbastanza». Non dice che non c’erano: lo lascia solo intuire. Dando così forza al racconto della underdog che si è fatta da sola partendo da una posizione svantaggiata anche laddove questo svantaggio alla fine era per lo meno molto relativo.

Nulla di penalmente rilevante, notano adesso la premier e i giornali della destra: come se l’elemento giudiziario fosse il punto. E invece, fuori dai tribunali, il punto è cosa ci racconta tutta questa vicenda di una premier che ama moltissimo raccontarsi – è la leader che forse si è più auto raccontata della storia - e mettere in luce alcuni punti della sua biografia, ma che non ama ci si incuriosisca della sua storia, senza prenderla per oro colato.

Protesta Marco Gervasoni sul Giornale: «Meloni avrebbe omesso molti particolari nella sua autobiografia? Sai che illuminazione: da quando esiste, l’autobiografia è un racconto in cui l’autore seleziona e, in un certo senso, inventa la propria vita». Va a finire insomma che “Io sono Giorgia” forse è stato collocato erroneamente nella saggistica, quando era pura narrativa.

Estratto dell’articolo di Stefano Cappellini per “la Repubblica” il 15 maggio 2023.

Underdog. Una parola che […] ha avuto una grande fiammata di popolarità dopo il discorso di insediamento di Giorgia Meloni, che l’ha usata per definire sé stessa e la sua scalata alla presidenza del Consiglio. Tecnicamente, era una forzatura. 

[…] Nella sua narrazione di sfavorita ha trovato un posto di rilievo anche la vicenda familiare, cui Meloni ha dedicato molte pagine nell’autobiografia di successo, Io sono Giorgia, tassello fondamentale nella costruzione del suo personaggio pubblico e della volata elettorale vincente.

Meloni ha raccontato le difficoltà di una famiglia monogenitoriale, con una mamma costretta a crescere due figlie in condizioni di precarietà economica a causa di un padre che ha abbandonato la famiglia e se ne è costruita un’altra fuori dall’Italia. Il racconto di questo svantaggio si è aggiunto all’evidenza di quello politico, un complesso di esclusione profondamente radicato già nella formazione culturale di Meloni, frutto dell’estraneità del Movimento sociale all’arco costituzionale. 

L’orgoglio di Meloni […] è sacrosanto come il diritto e dovere della stampa di verificarne i racconti. Ci sono confini privati che non è mai giusto oltrepassare, ma Meloni sa bene che il privato di una presidente del Consiglio non è paragonabile a quello di un cittadino qualunque.

Anche in assenza di rilievi penali o contestazioni giudiziarie, entrambi del tutto assenti nelle vicende che Repubblica ha ricostruito in questi giorni, è doveroso passare al vaglio ogni dichiarazione di un capo di governo ed è sano che l’opinione pubblica abbia tutti gli elementi per valutare la correttezza e la congruità delle ricostruzioni che riguardano anche le storie personali. 

Se emergono discrepanze o ambiguità, un leader ha il dovere di rispondere, senza che il porre domande passi per uno sconfinamento illecito o per un accanimento personale. Funziona così in tutto il mondo occidentale, lo stesso che Meloni difende con la scelta del sostegno all’Ucraina […]: la contendibilità del governo, la libertà dell’informazione, il dovere di rispondere di azioni e parole all’opinione pubblica.

[…] Viviamo da molti anni in un’era mediatica dove i politici, legittimamente, usano molto anche il privato per costruire consenso. Quello che non è dunque possibile è concepirlo come una porta a scorrimento, che si apre quando serve a raccogliere voti e si chiude appena si prova a entrare per verificare se tutto torna. Il dovere della trasparenza verso gli elettori è un pilastro della democrazia, la sua bellezza, la stessa che traspare nella storia di una ragazza di quindici anni che entra nella sezione semiperiferica di un partito per prenderne la tessera e diventa trent’anni dopo capo del governo di un Paese del G7.

Estratto dell’articolo di Heriberto Araujo, Giuliano Foschini e Andrea Ossino per “la Repubblica” il 15 maggio 2023.

Nella vita di Giorgia Meloni, nella storia personale e imprenditoriale di sua madre, Anna Paratore, c’è una persona assai importante che mai figura sia nell’autobiografia della premier “Io sono Giorgia” né mai viene citata nelle decine di interviste che la presidente del Consiglio ha rilasciato in questi anni. 

Si chiama Raffaele Matano, oggi ha 77 anni, ed è stato compagno di vita della Paratore quando Giorgia Meloni frequentava casa di sua madre. Della Paratore è stato per un periodo anche socio in tre aziende (Lazio Consulting srl, Mr Partners, Gruppo immobiliare Romano).

Ma non solo, il suo filo con la famiglia è doppio: era stato in alcune società spagnole anche con il padre di Giorgia, Francesco Meloni, e con la prima moglie dell’uomo, Maria Grazia Marchello. Di più: ha lavorato con le loro due figlie, Barbara e Simona, sorelle dell’attuale presidente del Consiglio. Con Barbara si è poi sposato e insieme, nei mesi scorsi, sono stati condannati in un processo per bancarotta. 

[…] Nel sito dello studio legale Reboa Law Firm, che ha i suoi uffici a Roma in via Flaminia, Matano e Barbara Meloni appaiono come membri of counsel . Nella biografia di entrambi si legge che “la specialità è la ricerca di siti commerciali da proporre ad aziende della grande distribuzione organizzata, i quali vengono successivamente consegnati con la formula ‘chiavi in mano’ all’azienda committente”.

Uno schema che assomiglia a quello che la Lazio Consulting, una delle società della Paratore e di Matano, dovevano realizzare nel 2002 all’Infernetto, a Roma. Un affare da 90 milioni cominciato e poi chissà come concluso visto che la società fu rilevata dalla britannica D Construction, controllata a sua volta da una società con sede a Panama. 

Per molto tempo il geometra ha avuto una decina di indirizzi in provincia di Roma, Viterbo e Latina. […] Ma ci sono due indirizzi importanti per capire meglio chi sia il geometra. Uno è via Barberini 11, nel cuore del centro storico di Roma. In un palazzo signorile la cui facciata ha come epigrafe il motto latino “MALO MORI QUAM FOEDARI” (preferisco la morte al disonore), Matano, Paratore e l’imprenditore casertano Giuseppe Statuto vi stabiliscono nel 1998 la sede legale iniziale della Compagnia del Gelato. A Repubblica , Paratore dichiara di «non sapere» chi è Statuto.

Secondo il primo amministratore della Compagnia del Gelato, Matano ha conosciuto il noto immobiliarista perché «in via Barberini aveva l’ufficio di fianco a quello di Statuto… erano vicini di porta» […]. […] 

[…] il secondo indirizzo cruciale nella sua storia è via Ennio Quirino Visconti, 12/14, nell’elegante quartiere romano di Prati. Quell’indirizzo è stato la sede legale di almeno cinque aziende partecipate da Matano o nelle quali lui ha avuto un ruolo di quotista o amministratore. Oggi c’è un franchising internazionale di servizi di posta dove viene offerta la domiciliazione per corrispondenza. Alcune cassette postali dorate e senza nomi garantiscono una totale privacy. Secondo il racconto di una dipendente a Repubblica , questo servizio esiste da 25 anni e ha sempre offerto le stesse prestazioni. Fino a poco tempo fa, secondo la donna, almeno una delle aziende della rete legata a Matano aveva ancora la domiciliazione postale proprio lì.

Il geometra romano è inoltre stato sospeso il 18 febbraio del 2008 dal Collegio dei Geometri di Viterbo per ragioni che Repubblica non è stata in grado di chiarire perché si sono rifiutati di rilasciare la documentazione. 

«Causerebbe pregiudizio concreto alla protezione dei dati personali» dell’iscritto, hanno detto. Certo, quella dell’ordine dei geometri non è la sola disavventura vissuta da Matano. Il 23 maggio 2022 è stato infatti condannato dai giudici della sesta sezione penale del Tribunale di Roma a quattro anni e sei mesi per bancarotta fraudolenta.

Anche sua moglie, Barbara Meloni, è stata processata per gli stessi fatti e ha patteggiato. Secondo le accuse […] si avvantaggiavano della loro posizione di amministratori unici di varie società […] per dissiparne il patrimonio. Nella sentenza si legge: con spese “di natura personale poiché inerenti il noleggio e l’assicurazione di auto di lusso (Mercedes S500, BMW X5, BMW z4, Porsche), spese di trasferta e spese telefoniche”.

E ancora: “Distruggevano, falsificavano, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare per sé o altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori, il libro e le scritture contabili o li tenevano in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio ed il movimento degli affari. Così cagionando il fallimento della società con le aggravanti di aver commesso più fatti di bancarotta e con l’aggravante del danno patrimoniale di rilevante gravità”. Non sappiamo, perché il rappresentante dello studio legale che difende entrambi ha preferito non rispondere alla domanda, se la sentenza sia stata o meno appellata.

Vittorio Feltri straccia Repubblica: "Contro Meloni toccato il fondo della decenza". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 15 maggio 2023

Con tutto il rispetto per il direttore di la Repubblica che fu mio stimato cronista all’Indipendente, occorre dire che ieri il quotidiano fondato da Scalfari ha toccato il fondo della decenza, pubblicando pagine e pagine per raccontare vita morte e miracoli della famiglia di Giorgia Meloni, della quale invero si sapeva poco mentre ora, grazie al foglio di Maurizio Molinari, sappiamo invece tutto. Peccato che non ce ne freghi un cavolo delle vicende personali e private dei genitori e dei parenti vari della presidente del Consiglio, visto che non siamo di fronte a una cosca mafiosa, ma a gente normale che ha cercato di vivere al meglio delle proprie possibilità.

Il titolo dell’articolo è già un programma: “La sfavorita”, che si legge come fosse sinonimo di sfigata. A parte che il testo è incasinato e quindi illeggibile senza uno sforzo sovrumano, bisogna aggiungere che non racconta nulla di sensazionale o di scandaloso. È la storia di un padre e una madre che hanno avuto delle figlie cresciute tra qualche difficoltà, esattamente come accadde nella mia casa di fanciullo, dove non tutto filava liscio come l’olio. Non mancano lunghi passaggi contorti da cui emerge soltanto l’ossessione degli autori (una specie di cooperativa) vogliosi di gettare ombre sui personaggi presidi mira. La cosa più ridicola che emerge dal fluviale racconto, lungo come dieci capitoli della Bibbia, è il fatto che Giorgia nella sua nota biografica avrebbe taciuto vari particolari giudicati piccanti dal gruppo degli autori. 

Omissioni che lasciano il tempo che trovano. Per rendere più frizzante la narrazione, sopra il titolo idiota che ho già riportato, è stato messo un occhiello esilarante. Questo: «Gli affari della madre, i legami con società offshore, la testimonianza delle sorelle nascoste». Poi vai a leggere il testo e scopri che è una pisciata infinita che svela particolari privi del benché minimo interesse. La Meloni ormai la conosciamo tutti e ammiriamo il modo in cui affronta i problemi nazionali. Gli elettori l’hanno premiata alle urne perché si fidano di lei, e non mi pare si siano pentiti di averla votata. Dei retroscena riguardanti la vita più o meno agra dei suoi parenti ci importa meno dell’attività notturna degli scarafaggi. 

Giorgia giustamente nel suo libro che ha avuto successo punta a descrivere se stessa per farsi conoscere al grande pubblico. Ha colto nel segno il suo obiettivo e non ha nulla da rimproverarsi. Mentre la Repubblica ha sprecato anche ieri molta carta per rimediare una brutta figura. Con quel che costa la materia prima dei giornali non ne valeva la pena. Comunque la foto della premier è molto bella anche se non compensa la volgarità di tutto il resto.

Estratto da corriere.it – articolo del 21 ottobre 2022

Un passato da scrittrice di romanzi rosa per sfamare le sue figlie. A raccontarlo in una lunga intervista a Dipiù è Anna Paratore, alisa Josie Bell. Paratore è la madre di Giorgia Meloni. «Josie Bell era un’attrice americana della fine degli anni Ottanta. 

Avrà fatto una manciata di film d’azione e, all’epoca, un responsabile della mia casa editrice, leggendo quel nome nei titoli di coda di un film, decise che suonava bene, era adatto a me e così nacque Josie Bell, la scrittrice di ben cento trentasette romanzi rosa.

Ma io ne ho scritti anche un’ottantina con lo pseudonimo di Amanda King. Sì, come dicono le mie figlie, se fossi vissuta in America sarei diventata famosissima come scrittrice. «Per bisogno. Ero sola, avevo due ragazzine da mandare a scuola e da crescere», racconta Paratore. 

[…]  Paratore […] aggiunge: «L’ispirazione e la motivazione le traevo dal bisogno. La fame aguzza la fantasia. Dovevo dare da mangiare alla mia famiglia, scrivere mi rendeva ed ero molto apprezzata perché il mio stile era particolare. 

Le spiego: il romanzo rosa per funzionare bene dev’essere una sorta di rivisitazione di Romeo e Giulietta: morte, amore, passione, separazione, ricongiungimento... In ogni romanzo di Josie Bell cercavo di metterci dentro anche un pizzico di giallo e, sì, c’era tantissimo anche della mia vita dentro quelle pagine. Nel primo romanzo un personaggio si chiamava Arianna e in un altro, ma non le dirò mai il titolo, c’è anche Giorgia».

La carriera da scrittrice finisce quando chiude la casa editrice. E ora? «Ormai faccio la nonna e vivo con Nando, il mio amato chihuahua, e Gigio, un altro cagnolino. Tifo per la Lazio e scrivo ancora, sa, ma di politica e di arte per un sito. Josie Bell è morta... Per il momento». […]

Estratto dell’articolo di Lorenzo Camerini per rivistastudio.com – articolo del 3 ottobre 2022 

[…] Anna Paratore […] ha pubblicato, a cavallo fra gli anni Ottanta e i Novanta, più di un centinaio di romanzi rosa con lo pseudonimo Josie Bell. Non che ci sia qualcosa di male, anche Massimiliano Gioni ha iniziato la sua carriera traducendo Harmony. Tuttavia, mi pare che questa rivelazione sia passata eccessivamente sotto traccia. 

Stiamo pur sempre parlando della first mamma d’Italia. Giusto per curiosità, ho cercato Josie Bell su Internet. […] eccoli lì, riconoscibili dalle copertine kitchissime sui toni del rosa, opere di disegnatori iper-realisti, che ritraggono coppie bellissime mentre si guardano come si è soliti fare pochi istanti prima di un bacio passionale.

Trovati: sono loro, i libri della mamma di Giorgia Meloni. […] 

Dunque, come sono queste opere di Josie Bell? Va detto subito, a costo di sembrare uno snob della Ztl: hanno scarso valore letterario. Sono romanzetti di genere. La regola “show, don’t tell” viene immancabilmente disattesa. 

I cattivi annunciano sempre il proprio piano malefico ad alta voce, parlando fra loro, mentre i buoni ascoltano di nascosto. Le donne sono squattrinate e vergini, la montatura degli occhiali fuori moda e un taglio di capelli mortificante nascondono la loro vera bellezza «mozzafiato».

Gli uomini, impenitenti donnaioli, hanno ereditato una fortuna, vestono smoking su misura e portano Rolex in oro e acciaio. La scrittura avrebbe bisogno di un robusto lavoro di editing. 

Ci sono temi ricorrenti: la causa irredentista nord-irlandese (a sorpresa), le ventiquattr’ore in pelle di coccodrillo, la litoranea di Los Angeles, gli alcolici costosi, l’invito di uno dei due partner a guardarsi negli occhi durante il sesso e le sigarette subito dopo. Le opere di Josie Bell hanno sempre un titolo originale in inglese anche se tutti gli indizi, il più schiacciante l’assenza di un traduttore, fanno pensare che Paratore in realtà abbia composto i suoi libri in italiano, ai tempi in cui Giorgia Meloni era adolescente.

Su tutte le quarte di copertina c’è una breve biografia, sempre uguale: «Vive con le due figlie in una villetta sulla spiaggia di Malibu, da quando ha divorziato da suo marito. “Quando scrivo”, ci ha confidato, “mi piace guardare il mare. Trasforma i ricordi in storie da raccontare”». 

Ma tuffiamoci nella lettura, iniziando da Vergine amante (titolo originale: A charming Cinderella), uscito nel 1996 per la collana Blue Tango Desiderio, edizioni Le Onde (indirizzo Via Salaria 125, Roma). 

Un riassunto della trama, perdonerete gli spoiler: Michelle Smith è una timida e sprovveduta orfanella, capelli color rame con venature di biondo, ospite da quando ha memoria di un collegio di suore severissime a Philadelphia. 

Finito il corso di studi, una sorpresa: la sua retta è stata pagata da un misterioso magnate di Los Angeles, il ricchissimo signor Kingstone, che aveva deciso di finanziare l’educazione di un’orfana a caso, nel tentativo (riuscito) di darsi un tono da benefattore e finire sulla copertina del Time.

Oggi si chiamerebbe virtue signalling. Ma non finisce qua: nel testamento del cinico e spietato Kingstone, morto da tre anni ma intenzionato a guadagnarsi una seconda copertina (postuma) di Time, è garantito alla povera Michelle Smith un lavoro nell’azienda di famiglia. 

Perciò seguiamo la nostra eroina a Los Angeles, dove viene portata da una bionda e procace segretaria al cospetto di Rainer Kingstone, erede dell’azienda di famiglia, e del suo avvocato Robert Malloy. Elettori di Bush senior, forti bevitori di scotch alle nove del mattino, proprietari di Ferrari rosse, quei due uomini alpha stanno trattando un importantissimo affare con il governo americano, si parla di un miliardo e mezzo di dollari. 

C’è però un contrattempo: Rainer Kingstone è stato paparazzato sulla sua spiaggetta privata di Palm Beach – in atteggiamenti equivoci – in compagnia di Rita Bum Bum, «la spogliarellista più richiesta da tutti i night del paese». L’affare è a rischio: il loro aggancio con il governo, il generale Coltrane, è un puritano e non approva questo flirt.

Michelle Smith arriva nel momento giusto: l’avvocato Malloy suggerisce a Kingstone di sedurla, sposarla, ripulirsi l’immagine, ottenere l’approvazione di Coltrane e chiudere l’affare, per poi sbolognarla. Rainer Kingstone usa tutte le sue armi (ristoranti costosi, profumo muschiato al sandalo e pettorali scolpiti) per conquistarla. 

Lei ci casca, si sposano, lui a quel punto chiude l’affare e diventa scostante, lei origlia una conversazione e capisce di essere stata usata, quindi conosce una contessa russa – fuggita dalla rivoluzione bolscevica – che la rende bona con due settimane di shopping a Rodeo Drive, dopo le quali Kingstone capisce che la ama e non può fare a meno di lei. Come si è già intuito, c’è un happy ending telefonatissimo. 

Passiamo al secondo volume: Prigioniera di te (in inglese: Unforgettable man), pubblicato nel 1994, sempre per edizioni Le Onde ma nella collana Blue Tango Sensualità. È un romanzo più a luci rosse, e con tinte politiche. 

Stephanie Carter è una vergine inglese, rimasta orfana giovanissima, che vive a casa degli zii (fra caraffe di cristallo baccarat e caviale iraniano), dove viene trattata come una cameriera. Durante un cocktail party viene rapita da un gruppo di terroristi dell’Ira, e rimane qualche settimana da sola con il suo carceriere, Patrick Devlin, in una baracca nel bosco. Lui è burbero ma dolce, e ha «capelli neri come ebano, tirati indietro sulla fronte e lunghi sul collo forte.

Gli occhi erano blu; non azzurri, ma di quel blu carico e un po’ elettrico che sconfina nel viola». Ma anche «cosce muscolose, dure come acciaio», e inoltre «con il fisico che si ritrovava e il volto da divo, avrebbe potuto guadagnare denaro a palate nel mondo della moda o, magari, facendo del cinema». 

Durante la prigionia, Patrick la stupra un paio di volte (per citare Josie Bell «con una mano si insinuò verso la segreta intimità, carezzandola con maestria» mentre Stephanie «vide il pene pulsante ergersi sfrontato, quasi animato di vita propria, e seppe alla fine com’era un uomo»), e a lei non sembra dispiacere nemmeno troppo, tant’è che alla fine si innamorano. Dopo aver ottenuto un riscatto in denaro, Patrick la libera.

Si incontrano nuovamente qualche mese dopo, in un lussuoso salotto londinese, sorseggiando un tè. Patrick sta provando a sedurre la sorella di un agente dei servizi segreti inglesi, ma la passione per la sua ex prigioniera sessuale è travolgente: scopano con violenza di nascosto al piano di sopra e si giurano amore eterno. Stephanie fugge con lui, e insieme partono verso una vita clandestina da terroristi dell’Ira. 

Inizio a essere un po’ stanchino, ma l’attualità incalza, quindi affronto il terzo libro di Josie Bell in un solo weekend: è Frammenti di sogno (titolo originale: Love holiday), pubblicato nel 1995 nella solita collana Blue Tango Sensualità. Ritornano molti dei temi classici della Bell: la protagonista, Amber Klein, è un’orfanella vergine nordirlandese, adottata da zii senza cuore, che vince un viaggio premio di due settimane a Saint-Tropez. Amber si sta godendo l’alba sulla spiaggia quando dall’acqua esce lui, Leon, «bello, imponente come un dio della mitologia greca».

Chiacchierano un po’, si piacciono e trascorrono insieme qualche serata piacevole. Dopo tre giorni, lui la bacia in spiaggia di notte e le chiede di sposarlo. Lei accetta, trovano un prete e organizzano una cerimonia alla buona sulla Costa Azzurra, poi partono per Parigi. All’aeroporto c’è una sorpresa per Amber: li aspetta un maggiordomo, pronto a portarli nella tenuta di Leon a Reims, nella regione di Champagne. 

Ma le sorprese non sono finite qua: in realtà Leon è il ricchissimo conte De la Croix, erede di Luigi XIV, uno degli scapoli più ambiti di Francia. Nella tenuta di Reims vivono anche la matrigna e la cuginastra del conte De la Croix, e non sono particolarmente ben disposte nei confronti dell’ex orfanella irlandese diventata contessa in una notte a Saint-Tropez. 

Il conte passerà due terzi del libro a flirtare con la cuginastra e maneggiare posate d’argento davanti alla povera Amber, che solo ogni tanto, e sempre durante un bagno nella vasca idromassaggio, riceve attenzioni erotiche da suo marito («Quando mi prese lo fece guardandomi negli occhi. Le sue mani mi afferrarono i glutei e mi spinsero a incontrarlo. Io non avrei saputo resistergli nemmeno se avessi voluto. E non volevo…»). Solo alla fine scopriremo che flirtare con la cugina era in realtà tutta una strategia per far ingelosire la nostra protagonista, e vissero tutti per sempre felici e contenti nelle ville di famiglia.

Ci sarebbe anche il quarto romanzo della mia collezione, Parigi, una promessa, ma scopro presto che è il secondo capitolo di una collana dedicata a Angel, una ex prostituta di Hong Kong scappata in Europa e braccata da tutta una serie di corteggiatori nobili, contro il volere delle madri, che non vedono di buon occhio il matrimonio del loro rampollo con una «cinese». 

Non possiedo il primo volume della collana […] e ripongo il romanzo di Josie Bell nella sezione dedicata della mia libreria, in attesa che il suo valore di mercato aumenti mentre la figlia dell’autrice si ritaglia un posticino nella storia.

Estratto dell'articolo di Giovanni Tizian, Nello Trocchia e Antonio M. Vélez per “Domani” il 13 Maggio 2023.

La versione ufficiale di Giorgia Meloni e della madre Anna Paratore ha rimosso dall’album di famiglia Francesco Meloni, padre dell’una e marito dell’altra: con lui hanno tagliato ogni rapporto dal 1988, hanno sempre sostenuto. Mai più incontrato da allora, otto anni prima che venisse condannato a nove anni per traffico di hashish da un tribunale spagnolo. Una vicenda dolorosa per la figlia a tal punto da rimuoverla dal racconto pubblico, con la quale, tuttavia, ha dovuto fare i conti dopo che un giornale delle Baleari ha pubblicato subito dopo la vittoria alle elezioni un articolo sulla condanna del padre ripreso dalle testate italiane.

Fino ad allora le notizie su Francesco riguardavano solo il rapporto conflittuale con la futura presidente. Tanto che nella sua autobiografia “Io sono Giorgia” la premier […] scrive parole durissime e amare nei suoi confronti: «Quando è morto, qualche anno fa, la cosa mi ha lasciato indifferente». 

C’è però una misteriosa società spagnola con sede a Madrid, che rischia di riscrivere almeno in parte la relazione tra il padre «commercialista di Roma nord (così definito nel libro di Meloni, ndr)» e la famiglia della presidente, in particolare il rapporto con la madre Anna.

Quest’ultima ha fatto affari per anni con Raffaele Matano, mentre lo stesso era contemporaneamente azionista dell’impresa amministrata dal padre della presidente. Per uno strano scherzo del destino il misterioso triangolo passa per la Spagna, paese a cui Giorgia Meloni è molto affezionata: indimenticabile quel «Yo soy Giorgia, soy una mujer, soy una madre, soy cristiana» urlato dal palco della manifestazione del partito Vox, l’estrema destra spagnola nostalgica del franchismo. 

L’azienda del padre […] potrebbe spostare molto avanti nel tempo il rapporto tra la famiglia Meloni e il padre “rinnegato” per avere abbandonato le figlie e la moglie. Almeno fino al 2004, l’anno in cui Giorgia Meloni conquistava la presidenza di Azione Giovani, la federazione giovanile di Alleanza Nazionale.

Ora Domani, in collaborazione con il quotidiano spagnolo Eldiario.es, ha esaminato nuovi documenti ed è in grado di rivelare nuovi elementi […]. I documenti societari svelano i nomi degli altri soci e i bilanci dell’azienda. Come Matano, condannato in Italia per bancarotta insieme alla sorellastra della premier Barbara Meloni, che appare in atti e visure che fotografano la rete d’affari della madre della leader della destra italiana.

La ditta spagnola era la NofumomasSL. L’attività principale è sintetizzata in un generico «altri servizi parasanitari». La società è allo stato inattiva, l’ultimo amministratore indicato è Francesco Meloni Incrocci, scomparso nel 2012. Si tratta appunto del padre di Giorgia, il secondo cognome è indicato come vuole la consuetudine in Spagna. La madre, come ricostruito da L’Espresso, si chiamava Zoe Incrocci, una delle più note attrici romane negli anni Cinquanta, vincitrice di un David di Donatello nel ‘91. 

Gli azionisti della Nofumomas erano cinque, tra cui Raffaele Matano (53, 3 per cento), Barbara Meloni (30,3 per cento), l’altra sorellastra Simona Meloni (1,5) e Maria Grazia Marchello (7,5).

Abbiamo chiesto alla premier se conosce Matano e le due Meloni. Ci ha spiegato che il geometra esperto di operazioni immobiliari non era solo socio di entrambi i genitori, ma «è stato per un periodo compagno di mia madre», mentre «Barbara e Simona sono mie sorellastre da parte di padre». Matano, Barbara Meloni e Marchello li ritroviamo tutti anche in società italiane spesso collegate tra loro. 

Soprattutto si scopre che Matano e Paratore hanno fatto affari insieme: nel 2000 soci nella Lazio Consulting Srl con sede a Roma, ancora prima nella Compagnia del Gelato e nella Mr Partners, con Paratore socia e Matano amministratore unico fino al 2001. Nella Compagnia del gelato troviamo anche l’immobiliarista Giuseppe Statuto, coinvolto nelle scalate a banche e giornali con la cordata passata alla storia giudiziaria dei “furbetti del quartierino” insieme a Stefano Ricucci e Danilo Coppola.

L’intreccio è complesso. Mr Partners era azionista di Lazio Consulting, che nel 2002 fu ceduta a una sconosciuta D Construction Ltd, sede a Londra, di cui non c’è più traccia nei registri delle imprese britanniche. Dagli atti catastali Lazio Consulting risultava all’epoca proprietaria di un piccolo tesoretto tra fabbricati e terreni, uno in zona Lunghezza di Roma di quasi 40mila metri quadrati. 

Paratore è rimasta dentro la Mr Partners fino a pochi mesi fa: la srl è stata cancellata a dicembre 2022, due mesi dopo l’insediamento della figlia a Palazzo Chigi. L’ultima amministratrice unica registrata negli atti societari è sempre Maria Grazia Marchello, la stessa che ritroviamo in Spagna nella Nofumomas insieme al padre della leader di Fratelli d’Italia.

Una doppia triangolazione curiosa, visto che sia Paratore sia la premier hanno costruito una narrazione pubblica in cui i rapporti con il narcotrafficante Francesco Meloni erano inesistenti da 35 anni. […] 

Possibile che Meloni e Paratore non abbiano mai ricevuto alcuna notizia dI Francesco nonostante la curiosa coincidenza? Può essere. […] Per la cronaca, Matano nel gennaio 2011 è stato prosciolto in un processo per appropriazione indebita e false comunicazioni sociali, ma solo perché intervenuta la prescrizione dei reati: secondo i giudici non c’è alcuna evidenza per ritenere il fatto insussistente. 

Tradotto: le anomalie contabili c’erano eccome. In questi atti giudiziari Barbara Meloni è indicata come compagna di Matano, molti anni dopo avere rotto la relazione sentimentale con la madre della presidente del consiglio. 

A maggio 2022 é stato invece condannato a 4 anni e sei mesi in primo grado dal tribunale di Roma per bancarotta fraudolenta (con interdizione dai pubblici uffici per cinque anni), «in concorso con Barbara Meloni». La sorellastra della premier ha però scelto il rito alternativo del patteggiamento. […]

Torniamo a Madrid. Negli ultimi bilanci, approvati nel giugno del 2004, presentati dalla società spagnola Nofumomas SL, risulta che l’amministratore unico era sempre Francesco Meloni. La società è stata fondata l’11 luglio 2001, cinque anni dopo la condanna per aver trasportato su una barca a vela grosse quantità di droga.

Matano risulta essere in quel momento il primo azionista con il 53,03 per cento del capitale. Lo stesso Matano è stato amministratore della stessa società tra il 2002 e il 2004, al suo posto è subentrato il padre della presidente del consiglio. 

Nofumomas SL nell'ultimo bilancio presentato, del 2003, ha dichiarato ricavi per 366.842 euro e una perdita di poco superiore a 75mila euro. Nello stesso anno […] i soci hanno versato ulteriori 65mila euro per compensare le perdite. Un’anomalia è che nei primi bilanci presentati del 2001 è stata indicata la stessa cifra di entrate e uscite: 48.434 euro. 

[…] Sullo sfondo di questo intreccio di società, condanne, soci e famigli resta ancora un ultimo personaggio chiave della storia. Matano e Barbara Meloni collaborano nello studio legale Reboa law firm dell’avvocato Rodolfo Reboa, storico militante della destra sociale romana, vicino ad alcuni dirigenti nazionali e locali di Fratelli d’Italia.

Un uomo orgoglioso del papà, camicia nera che ha marciato su Roma nel 1922 […] 

L’avvocato, oggi impegnato nella difesa delle vittime della tragedia di Rigopiano, ha sposato in pieno le politiche meloniane. Non solo era presente ai dieci anni della fondazione di Fratelli d’Italia: […] è stato candidato alle ultime regionali proprio a sostegno del fedelissimo di Meloni Francesco Rocca, eletto qualche mese fa presidente della Regione Lazio. 

«Sia Barbara sia Matano sono due consulenti del mio studio riguardo a questioni relative a investimenti sui centri commerciali», dice Reboa. Che è anche l’avvocato di Matano, e dunque risponde alle domande di Domani in sua vece: «Il progetto imprenditoriale in Spagna con il signor Francesco Meloni è durato un tempo molto limitato e non ha prodotto utili per Matano. Per quanto riguarda le micro partecipazioni dell’allora impiegata del suo gruppo, Anna Paratore, erano delle forme di incentivazione al dipendente e, come tali, sono state liquidate al momento della cessazione del rapporto di lavoro». 

«Mia mamma ha incontrato molte difficoltà nella vita, ha cresciuto due figlie da sola. A lei devo tutto. Il suo giudizio è uno dei pochi che temo di più», ha ripetuto spesso la presidente del Consiglio. Tra i molti ostacoli, tuttavia, Paratore ha avuto l’audacia di investire nel business immobiliare della capitale. Sempre grazie al geometra Matano, il socio in affari preferito dai genitori di Giorgia Meloni.

Giovanni Tizian e Nello Trocchia per editorialedomani.it il 13 Maggio 2023. 

Gentile Presidente Meloni, sapeva dell'esistenza a Madrid di una società in cui c'era suo padre Francesco Meloni insieme a Raffaele Matano come socio? Matano, in Italia, è stato socio in alcune aziende con Anna Paratore.

Non conosco le attività che svolgeva mio padre e non potrei conoscerle perché, come è noto, non avevo rapporti personali con lui. Il sig. Matano, circa vent’anni fa, è stato per un periodo compagno di mia madre, la quale aveva lavorato per lui per circa un paio di anni quale collaboratrice nel suo ufficio di Roma. 

Era a conoscenza delle società dove figurava come socia sua madre?

Non ne ero a conoscenza, e anche lei, a seguito di mia domanda da voi sollecitata, ne aveva un ricordo molto vago. A seguito di verifica abbiamo riscontrato che per brevi periodi ha posseduto quote decisamente minimali di società, in cui è stata inserita come socio di assoluta minoranza data la sua relazione con Matano e da cui è uscita dopo poco, alla fine della stessa.

Lei e sua madre avete sempre detto di non avere più rapporti con Francesco Meloni dal 1988. Come si spiega la società spagnola in cui nel 2004 troviamo Francesco Meloni e Raffaele Matano mentre quest’ultimo, in Italia, era socio di Anna Paratore? Sua madre le ha mai detto di questa società di Matano in Spagna con Francesco Meloni?

Non so nulla della società in Spagna e anche mia madre non ne rammenta nulla. E confermo di non aver avuto alcun rapporto con mio padre da quando ero ragazzina, né li ha più avuti mia madre. 

Quello che so è che nello stesso periodo nel quale mia madre frequentava il sig. Matano, c’è stato un tentativo di riavvicinamento tra me e mia sorella Arianna e una delle nostre due sorellastre da parte di padre, Barbara. Arianna ha presentato Barbara al sig. Matano, il quale la assunse nel suo ufficio.

Poiché le mie due sorellastre, a differenza nostra, hanno sempre mantenuto il rapporto con il padre, è plausibile che Barbara abbia creato il contatto tra il sig. Matano e mio padre. Quando la relazione di mia mamma con il sig. Matano era già terminata, i nostri rapporti con le nostre sorellastre si sono interrotti e non ho con loro alcun contatto da allora. 

La lega una parentela a Barbara Meloni e Simona Meloni? La prima residente a Roma, la seconda a Madrid. Entrambe azioniste nella società spagnola con Francesco Meloni e Matano?

Barbara e Simona Meloni sono, come ho scritto, mie sorellastre, da parte di padre. Con loro ho sempre avuto pochissimi rapporti, con eccezione del periodo che vi ho indicato, e quei rapporti sono interrotti completamente da circa vent’anni, per ragioni personali che non ritengo di dover condividere. Per questo ho sempre scelto di non farne menzione. Non considero giusto che persone che di fatto non fanno parte della mia vita e che non hanno ruoli pubblici vengano tirate in ballo e piazzate sui giornali con le loro vicende personali a causa mia, ovvero a causa del vostro spasmodico bisogno di attaccare me e gettare ombre su chiunque abbia, o abbia mai avuto a che fare con me.

Conosce l'avvocato Romolo Reboa, candidato alle ultime regionali in sostegno di Rocca presidente?

Lo conosco di vista, ma non ho mai avuto con lui rapporti degni di rilievo. 

Ora che ho risposto alle vostre domande, con la tranquillità di chi non ha nulla di cui vergognarsi, consentite a me di fare una domanda. In questa inchiesta – che immagino sia costata a voi e ad altri mesi di lavoro, impiego di risorse e personale – avete ravvisato degli illeciti, in questi fatti di vent’anni fa? Vi è una notizia da offrire ai lettori, qualcosa che il Presidente del Consiglio avrebbe fatto di illegale? Vi è qualcosa per cui valga la pena mettere la vita personale della mia mamma in piazza, riaprire vecchie ferite, gettare ombre su persone oneste che non sono personaggi pubblici e non vi hanno fatto nulla di male? Qualcosa di sbagliato, come, che so, chiedere prestiti per centinaia di milioni di euro che poi sono diventati incagli di una banca che lo Stato ha dovuto salvare con i soldi dei cittadini?

Perché se gli illeciti non ci fossero, come io sono certa che sia, allora quale è l'obiettivo di questo presunto scoop? Ve lo dico io. Mettere un po' di fango nel ventilatore e accenderlo. Sperando che, comunque vada, un po' di fango rimanga attaccato. Colpire tutte le persone che mi sono vicine, che mi vogliono bene, a una a una, giorno dopo giorno. E farmi perdere la calma, la lucidità, nella speranza che faccia qualche passo falso. 

Ma non accadrà, perché io so esattamente chi sono. Sono una persona onesta e libera, e mi sono convinta che sia proprio questo a farvi impazzire. Perché significa che nella vita si può fare qualcosa di grande senza doversi comportare in modo squallido o compiacere persone meschine. Qualcosa che altri, evidentemente, non possono rivendicare con la stessa forza. Fatevene una ragione, mi vedrete camminare sempre a testa alta.

Gli attacchi di Meloni e le risposte di Domani. EMILIANO FITTIPALDI su Il Domani il 13 maggio 2023

Qualche giorno fa abbiamo mandato una serie di domande alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. In merito all’inchiesta sugli affari incrociati della sua famiglia

La premier ha risposto senza smentire una riga di quanto abbiamo scritto, ma aggiungendo una lunga postilla in cui attacca duramente Domani e ponendoci a sua volta alcune domande capziose, a cui però rispondiamo volentieri

Chi rappresenta le istituzioni dovrebbe evitare il vittimismo e non lanciare insinuazioni volgari. Il nostro unico auspicio, da cittadini, è solo uno: che lei governi al meglio il paese

Come sanno i nostri lettori, qualche giorno fa abbiamo mandato una serie di domande alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. In merito all’inchiesta sugli affari incrociati della sua famiglia, un lavoro a cui per mesi hanno lavorato Giovanni Tizian e Nello Trocchia insieme ai colleghi della testata spagnola El Diario.

Un’investigazione che potrebbe riscrivere in parte la narrazione mediatica che la leader e sua madre Anna Paratore hanno costruito intorno alla figura del padre. Un narcotrafficante deceduto dieci anni fa, di cui le Meloni hanno chiarito non avere più rapporti dagli anni Ottanta. La leader ha risposto alle domande senza smentire una riga di quanto scritto. Aggiungendo però una lunga postilla in cui attacca duramente Domani. La premier ci ha posto a sua volta alcune domande capziose, a cui però rispondiamo volentieri. 

L’INTERESSE PUBBLICO

Il capo della destra ci chiede, in primis, se «in questa inchiesta avete ravvisato degli illeciti, qualcosa che il presidente del Consiglio avrebbe fatto di illegale». A parte le condanne ricevute dal padre, dall’ex socio della madre Raffaele Matano e dalla sorellastra, no. Ma il giornalismo d’inchiesta non si occupa di scovare reati, quello è lavoro dei giudici. La stampa – la premier è giornalista professionista e dovrebbe saperlo  – ha però tra i suoi compiti quello di fare le pulci ai potenti di turno, e raccontare fatti di interesse generale all’opinione pubblica. Svelare che il padre narcotrafficante e la madre della presidente del Consiglio, che ha sempre giurato di non avere notizie né rapporti con l’ex marito da 35 anni, avevano un socio d’affari comune quando Meloni faceva già politica, e che lo stesso Matano è stato compagno della madre, è secondo noi una notizia degna di essere pubblicata.

VERITÀ E PROPAGANDA

La premier si lamenta poi di come avremmo «messo in piazza la vita personale di mia mamma» e di aver «riaperto vecchie ferite». Ma è stata proprio lei a dirci della relazione di Paratore con il socio del padre, fatto di cui non eravamo a conoscenza. I dettagli sulla sua famiglia, inoltre, sono stati narrati per la prima volta dalla premier nella sua autobiografia, non da Domani. Che sta solo cercando di capire se la propaganda della leader sia del tutto genuina, oppure no. «Io sono una persona onesta, vi faccio impazzire. Il vostro obiettivo è farmi perdere la calma, nella speranza che faccia qualche passo falso», è la conclusione. Una chiusa non degna di chi siede a palazzo Chigi. Chi rappresenta le istituzioni dovrebbe evitare il vittimismo e non lanciare insinuazioni volgari. Il nostro unico auspicio, da cittadini, è solo uno: che lei governi al meglio il paese. Tra nostalgie fasciste, gestione inumana dei migranti, ritardi sul Pnrr e l’assalto alle poltrone di stato, sembra una speranza vana. 

EMILIANO FITTIPALDI

Nato nel 1974, è direttore di Domani. Giornalista investigativo, ha lavorato all'Espresso firmando inchieste su politica, economia e criminalità. Per Feltrinelli ha scritto "Avarizia" e "Lussuria" sulla corruzione in Vaticano e altri saggi sul potere.

In contemporanea i due quotidiani pubblicano inchieste sulla Presidente del Consiglio. Meloni nel mirino: le inchieste sulla sua famiglia di Domani e di Repubblica. Redazione su Il Riformista il 14 Maggio 2023

Il Domani e su Repubblica pubblicano due lunghe inchieste sulle società e sugli affari della madre e dell’entourage stretto della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

La storia era parzialmente nota ma si arricchisce di particolari significativi, tutti però che riguardano solo la cerchia stretta dell’attuale Presidente del Consiglio ed in particolare sua madre Anna Paratore e Milka Di Nunzio, una delle migliori amiche di Giorgia. A quanto si legge in particolare sul Domani, è il 2012 quando le due acquistano le quote di una società, la Raffaello Eventi srl, che per qualche anno ha gestito il B-Place, un locale alla moda a Roma, in zona Eur. Il costo di acquisto è decisamente modesto: 2000 euro ciascuna, per un totale quindi di 4000 euro.

Inchieste sulla famiglia Meloni: quando su Renzi Fratelli d’Italia era tutto fuorché garantista

Fin qui una storia già nota. La novità che in particolare il Domani svela è che quattro anni dopo, nel 2016, anno della candidatura di Giorgia a Sindaco di Roma, le quote vengono rivendute ad una cifra circa 20 volte superiore a quella dell’acquisto, e in particolare a 39 mila euro per Milka Di Nunzio e a 48 mila per la mamma di Giorgia, Anna Paratore. Il pagamento sarebbe stato assai dilazionato nel tempo: 30 rate mensili fino a luglio 2018. La plusvalenza, si legge sempre nell’articolo, sarebbe dovuta “alla rinuncia dei crediti”, a fronte del fatto – si fa notare – che i crediti esigibili sarebbero stati 103 mila euro. E queste cifre, nonostante ci fossero in effetti crediti da esigere, alla redazione del Domani fanno sorgere sospetti. La società, precisa sempre il Domani, sarebbe poi stata rivenduta nello stesso anno a un uomo originario del Pakistan, con permesso di soggiorno in scadenza e residenza presso la mensa degli indigenti della Comunità di Sant’Egidio: un commercialista da noi contattato ci conferma che operazioni di questo tipo, con vendite a nullatenenti, sono a volte messe in atto quando ci si vuole liberare di società “decotte”.

L’articolo invece su Repubblica questa mattina si propone l’obiettivo di smontare la principale narrazione meloniana, quella dell’”underdog”, della sfavorita che nonostante tutto e nonostante tutti, ce la fa e riesce ad emergere, immortalata nel buon successo editoriale a firma dell’attuale Premier, il libro “Io sono Giorgia”. Secondo Repubblica, questa narrazione sarebbe quanto meno poco realistica su molti punti. I dubbi che l’inchiesta di Repubblica pone riguardano innanzitutto l’appartamento alla Cammilluccia, zona residenziale decisamente costosa di Roma Nord, dove Giorgia e la sua famiglia nel 1979 si trasferiscono dalla Garbatella, dopo l’abbandono del padre trasferitosi improvvisamente in Spagna: acquistato per 47 milioni di lire dalla madre della Premier quando questa aveva 3 anni e quando, secondo ciò che risulta a Repubblica, la mamma di Giorgia al tempo aveva un reddito annuo di 6 milioni. L’inchiesta poi si occupa del padre che nel libro viene descritto con durezza, come un uomo egoista e distaccato. L’uomo si trasferisce in Spagna dove acquista proprietà di grande valore e che nel 1995 viene arrestato e condannato a 9 anni di carcere per traffico di stupefacenti dal Marocco: storia già nota, peraltro. Sempre Repubblica ricostruisce gli affari della mamma della Premier, prevalentemente nel settore immobiliare, con alcune operazioni imprenditoriali di successo, tutte a Roma e dintorni. Tutto fuorché “underdog”, quindi, secondo Repubblica: quella narrazione non reggerebbe affatto.

Giorgi Meloni ieri aveva risposto a Domani in maniera molto categorica: «Non so nulla della società in Spagna e anche mia madre non ne rammenta nulla. E confermo di non aver avuto alcun rapporto con mio padre da quando ero ragazzina, né li ha più avuti mia madre», ha dichiarato la Premier per poi incalzare: “Perché se gli illeciti non ci fossero, come io sono certa che sia, allora quale è l’obiettivo di questo presunto scoop? Ve lo dico io. Mettere un po’ di fango nel ventilatore e accenderlo. Sperando che, comunque vada, un po’ di fango rimanga attaccato. Colpire tutte le persone che mi sono vicine, che mi vogliono bene, a una a una, giorno dopo giorno. E farmi perdere la calma, la lucidità, nella speranza che faccia qualche passo falso. Ma non accadrà, perché io so esattamente chi sono. Sono una persona onesta e libera, e mi sono convinta che sia proprio questo a farvi impazzire. Perché significa che nella vita si può fare qualcosa di grande senza doversi comportare in modo squallido o compiacere persone meschine. Qualcosa che altri, evidentemente, non possono rivendicare con la stessa forza. Fatevene una ragione, mi vedrete camminare sempre a testa alta.”

Il garantismo ad personam. Inchieste sulla famiglia Meloni: quando su Renzi Fratelli d’Italia era tutto fuorché garantista. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 14 Maggio 2023

Il garantismo non è ad personam. O si è coerenti sempre e, quindi, si è garantisti con tutti (dal politico al disgraziato di turno) oppure, sbagliando, s’invoca il garantismo a convenienza, quando inchieste dei media e operazioni di polizia giudiziaria coinvolgono il tuo partito o la tua sfera privata, salvo poi mantenere quotidianamente uno spirito giustizialista su tutte le altre vicende.

Ne sanno qualcosa Giorgia Meloni e gli esponenti di Fratelli d’Italia. Nelle scorse ore, infatti, Il Domani e Repubblica hanno pubblicato due inchieste sulle società e sugli affari della madre e dell’entourage vicino alla premier. Un lavoro che prova a smontare la narrazione meloniana dell’underdog, ovvero della sfavorita che, nonostante le difficoltà, ce la fa e riesce ad emergere, analizzando le attività economiche dei familiari della Premier e i presunti affari (e plusvalenze) della madre tra una casa acquistata nonostante un reddito basso e un bar rilevato e rivenduto a prezzi più alti.

Una inchiesta che riguarda gli affetti di Meloni e chiama in causa ancora una volta una vicenda dolorosa per la premier, ovvero quella relativa al rapporto con il padre (Francesco Meloni, deceduto da tempo), scappato via in Spagna e protagonista di vicende giudiziarie che vedono la Premier del tutto estranea.  Meloni, infatti, ha più volte raccontato il doloroso rapporto con suo padre, che la abbandonò quando lei aveva poco più di un anno e con il quale dall’età di 11 anni non ha più avuto rapporti. “Quale è l’obiettivo di questo presunto scoop? Ve lo dico io. Mettere un po’ di fango nel ventilatore e accenderlo” ha replicato Meloni a Domani, aggiungendo che il loro obiettivo è “colpire tutte le persone che mi sono vicine, che mi vogliono bene, a una a una, giorno dopo giorno”. Per poi concludere: “Fatevene una ragione, mi vedrete camminare sempre a testa alta”.

Meloni nel mirino: le inchieste sulla sua famiglia di Domani e di Repubblica

E’ doveroso però ricordare come gli stessi esponenti di Fratelli d’Italia, premier in testa, in passato tutto questo garantismo non lo invocavano. Anzi. La stessa Meloni in Parlamento e l’allora consigliere regionale toscano Giovanni Donzelli, presentarono addirittura due interrogazioni per provare a far luce sugli ‘affari’ dell’azienda di Tiziano Renzi, padre di Matteo, e sull’inchiesta Consip.

Una inchiesta che vide addirittura Donzelli definirsi non felice “ma arrabbiato” per l’arresto del padre di Renzi (finì per un breve periodo ai domiciliari) perché “sono anni che alcuni fatti sono arcinoti, alcuni li abbiamo denunciati in maniera incontrovertibile: mi sorprendo che siano emersi solo adesso”. Peccato per Donzelli che dopo un lungo calvario giudiziario i genitori di Renzi sono stati assolti dal processo sulle false fatture perché “il fatto non costituisce reato”.

La stessa Meloni, all’epoca, sfoggiò la solita retorica giustizialista e populista sulla società del padre di Renzi: “E’ normale che in un’Italia in cui gli imprenditori non riescono ad accedere al credito e si suicidano oltre 200mila euro di debiti della famiglia Renzi vengano pagati da fondi pubblici?”. Ma il tempo è galantuomo, è Meloni a distanza di anni avrà, si spera, sicuramente cambiato approccio su inchieste mediatiche e giudiziarie. La presunzione d’innocenza vale per tutti e per averne certezza basta chiederne conferma al ministro della Giustizia (voluto proprio dalla premier) Carlo Nordio, garantista DOCG.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Arianna Meloni querela Natangelo per la vignetta, furia del "Fatto". Libero Quotidiano il 04 agosto 2023

La battaglia sulla "vignetta incriminata" non è finita: Arianna Meloni, sorella del premier Giorgia, infatti ha querelato Mario Natangelo, disegnatore del Fatto Quotidiano, per l'ormai celebre "interpretazione" sulla sostituzione etnica. Nella vignetta in questione si vedeva Arianna Meloni, moglie di Francesco Lollobrigida, a letto con un altro uomo di colore.

Per la vignetta, Natangelo è stato sottoposto a procedimento disciplinare dall'Ordine dei giornalisti, procedimento poi archiviato. Ora l'ultimo capitolo: la querela di Arianna Meloni, che non ci sta a veder usata la sua immagine in quel modo, anche in considerazione del fatto che, a differenza del presidente del Consiglio, non ha ruolo di rilievo pubblico. 

La notizia della querela è stata data dal Fatto Quotidiano nell'edizione di oggi, venerdì 4 agosto. A corredo, la dura replica del Cdr, che parla di "decisione grottesca e pericolosa". E ancora: "Siamo sicuri che la magistratura escluderà qualsiasi reato. A Natangelo va tutta la solidarietà dei colleghi del Fatto Quotidiano. Non ci faremo certo intimidire da questa incredibile iniziativa", concludono dalla redazione diretta da Marco Travaglio.

Estratto dell’articolo di Selvaggia Lucarelli per “il Fatto quotidiano” venerdì 4 agosto 2023. 

Non so se Giorgia Meloni abbia mai sentito parlare di quel meccanismo psicologico denominato “proiezione”. […] quando Giorgia Meloni […] è intervenuta alla presentazione delle Olimpiadi e paralimpiadi invernali Milano-cortina 2026 e ha dichiarato: “Questa è una nazione in cui molti tendono a farsi sopraffare da una sorta di sindrome di Calimero”, parlava esattamente di se stessa.

Se c’è qualcuno programmato per interpretare il ruolo del pulcino nero vittima dell’universo che trama contro di lui è proprio Giorgia Meloni. 

Nella sua strenua difesa della famiglia tradizionale con la sua famiglia tradizionale in cui la mamma si fa chiamare “il presidente” e il papà ha il ciuffo di Farrah Fawcett, Giorgia Meloni ha sempre puntato a trasformare il suo nucleo familiare nel simbolo del fortino minacciato. 

Fateci caso, lei e i suoi parenti di sangue o acquisiti sono tutti vittime, ex vittime, potenziali vittime, vittime designate perfino disegnate, se pensiamo a Natangelo e alla criminosa vignetta su Arianna Meloni.

[…] Giorgia ricorda che non bisogna piangersi addosso, ma lei era obesa e bullizzata, povera, abbandonata dal padre, a momenti manco nata, se la madre non ci avesse ripensato sull’uscio di una clinica. 

[…] Lei fa così tanto per tenere lontana la sua famiglia dalla ribalta, per preservare la sua famiglia dalle attenzioni della stampa e della politica e noi ci andiamo a cercare i suoi parenti con la torcia dell’iphone. 

Famiglia che, ovviamente, è vittima a sua volta. Il pulcino-cognato Lollobrigida, per esempio, è vittima di pettegolezzi, oltre che di inique accuse su raccomandazioni per via della sua parentela. Va detto una volta per tutte e a chiare lettere che la sua prozia Gina Lollobrigida non ha mai spinto perché diventasse ministro.

ARIANNA, la sorella-pulcino, è ovviamente vittima di vignettisti sessisti e criminali. Andava risparmiata dalla satira perché lei, proprio, con la politica non c’entra niente. […] In effetti attualmente è solo dipendente del partito, moglie di un ministro, sorella della presidente e probabile candidata alle Europee. 

La madre Anna è stata perfino “vittima all’occorrenza” quando al pulcino Giorgia è servito schermarsi dalle critiche col vittimismo. Dopo infatti che il pulcino Giorgia scrisse l’infelice sulle droghe e l’obesità definite “devianze” si è subito precipitata a tirar fuori una bella foto della madre per sottolineare come anche lei, mamma chioccia, poverina, soffra di obesità. 

Insomma, se non può usare il suo vittimismo, se lo fa prestare dai parenti. E finalmente arriviamo alla figlia. Anche lei è molto preservata dalla curiosità e dalle attenzioni della stampa perché, come dicevamo, Giorgia Meloni proprio non vuole che qualcuno possa commentare, notare, criticare i parenti. È per questo che la porta con sé giusto a due festicciole all’oratorio: a Bali per il G20 e in America in occasione del suo incontro con Biden. 

Siccome […] la visibilità della figlia le dà proprio fastidio, posta sui social una foto con lei sull’aereo e, con l’enfasi del Calimero che deve combattere contro tutti, scrive: “Io e te, che affrontiamo il mondo mano nella mano”.

Ora, va bene il vittimismo, […] va bene pure che il pulcino Giorgia, con la Santanchè nel suo governo, pensi di avere più problemi della Nato, ma non si capisce cosa debba affrontare la figlia a parte le tabelline in seconda elementare. Qualcuno le spieghi che l’unico serio rischio che ha corso la bambina è quello che Biden […] le franasse addosso. 

Comunque, inutile dire che anche quella foto in aereo è diventata un’ottima occasione per alimentare la sindrome di Calimero. 

I giornali di destra si sono indignati perché il Fatto ha pubblicato un fotomontaggio con il volto della bambina in braccio alla madre sostituito con quello di Renzi. Sarebbe uno sfregio alla bambina. Alla Meloni. Alla sorella.

Al cognato. A Ciuffo Giambruno. Al partito. A tutti. Non si capisce perché, ma qualunque cosa è buona per sostenere che la presidente sia attaccata, vessata, dileggiata. Del resto lei è “Calimero, piccolo e nero”. E no, non sto dicendo che è bassa e fascista, prima che Giorgia&c. ci si buttino a pesce.

Il vignettista Natangelo querelato da Arianna Meloni per la volgare vignetta sulla sostituzione etnica. L’ Ordine dei Giornalisti invece archivia…Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 4 Agosto 2023

Una vignetta del disegnatore Mario Natangelo. che secondo noi di satirico non aveva proprio nulla, ma soltanto frutto di palese volgarità, come giustamente l'ha definita Carlo Bertoli presidente dell' Ordine dei Giornalisti "sessista e disgustosa".

La vicenda è conseguente alla vignetta pubblicata lo scorso aprile sulla pagine del Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio (che per Legge dovrebbe risponderne a suo volta per “omesso controllo”)  ritraente la sorella della premier e moglie del ministro Francesco Lollobrigida, disegnata a letto con un uomo straniero: “Tranquillo, sta tutto il giorno fuori a combattere la sostituzione etnica“, rispondeva la sorella di Meloni davanti alle preoccupazioni dell’uomo sul possibile ritorno del marito. Una vignetta del disegnatore Mario Natangelo. che secondo noi di satirico non aveva proprio nulla, ma soltanto frutto di palese volgarità, come giustamente l’ha definita Carlo Bertoli presidente dell’ Ordine dei Giornalisti “sessista e disgustosa”.

La questione finì anche nell’aula di Montecitorio. A intervenire fu Augusta Montaruli parlamentare di Fratelli d’Italia , denunciando il “fango che vuole gettare discreto sulla vita delle persone sono per un attacco politico”. Sulla vignetta l’Aula della Camera dei Deputati espresse un disgusto bipartisan : “Non condivido una parola di ciò che ha detto Lollobrigida ma questa vignetta del Fatto Quotidiano è disgustosa“, disse, tra gli altri, Maria Elena Boschi, seguita da Carlo Calenda. 

Oggi Notangelo sul suo profilo Instagram si lamenta scrivendo che “Mi è stato notificato che Arianna Meloni, sorella della premier nonché leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, ha deciso di querelarmi”. In realtà più che una decisione di querelare, si tratta di elezione di domicilio conseguente alla sua iscrizione nel registro degli indagati a seguito di una querela ricevuta. “Colpevole su tutto di essere mia sorella– intervenne allora il premier– . Sbattuta in prima pagina con allusioni indegne, in sprezzo di qualsiasi rispetto verso una donna, una madre, una persona: la cui vita viene usata e stracciata solo per attaccare un governo considerato nemico“.

“Per conto mio continuerò a non commentare la vicenda: preferisco che a parlare per me, e per gli altri cento da educare, siano solo i miei disegni. E i miei legali”, ha scritto Natangelo a corredo del suo post pubblicato sui social. Il quale può stare tranquillo, a giudicare saranno dei magistrati e non qualche giornalista “sindacalizzato” componente del Consiglio di Disciplina, e quindi sodale con le posizioni antigovernative del Fatto Quotidiano.

Nelle motivazioni del consiglio di disciplina dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio riportate dal Corriere della Sera: “Il fatto era reale, la frase del ministro sulla natalità aveva suscitato interesse (…). I tratti e le parole usate non erano offensive né insultanti. (…). Natangelo, con la sua matita satirica, ha esercitato il proprio diritto di critica senza superare i limiti (…). Per questi motivi il collegio archivia l’esposto presentato con votazione all’unanimità”, ha scritto il consiglio di disciplina dell’OdG. Sarebbe interessante conoscere le competenze giuridiche dei componenti del consiglio. E come mai le decisioni non sono rese pubbliche da un bel pò di anni…. Redazione CdG 1947

Estratto dell’articolo di Gad Lerner per “il Fatto quotidiano” domenica 6 agosto 2023. 

Quando, il 20 aprile scorso, Giorgia Meloni rilanciò furbescamente sui suoi social la vignetta di Natangelo, lo fece sfoderando un repertorio vittimistico imperniato su un concetto: Arianna era “una persona che non ricopre incarichi pubblici, colpevole su tutto di essere mia sorella... donna, madre la cui vita viene usata e stracciata”. 

[…] Pazienza se entrambe le sorelle Meloni avessero già rilasciato numerose interviste per far sapere che Arianna era da sempre la più stretta collaboratrice di Giorgia, quasi una alter ego della premier. 

Neanche tre mesi dopo[…], quella finzione si è autodissolta grazie ai poderosi scatti di carriera che hanno formalizzato la di lei collocazione ai vertici di Fratelli d’Italia. 

Il 2 luglio veniva nominata responsabile del tesseramento, chiamata cioè a decidere chi possa arruolarsi e chi no nel principale partito di governo. Il 1º agosto, poi, veniva cooptata nel Cda della Fondazione Alleanza Nazionale, lo scrigno della destra post-missina che detiene il simbolo della fiamma tricolore, la testata Il Secolo d’Italia, ma soprattutto un patrimonio di 57 milioni fra proprietà immobiliari, fondi di deposito e titoli di Stato.

Si è così formalizzato – checché ne dicano le sorelle Meloni – che FdI è un partito a conduzione familiare. Altro che povera casalinga vilipesa. Arianna lo era già quando si pretendeva esente da satira, ma ora possiamo scrivere senza tema che figura tra le donne più potenti d’Italia. È da questa postazione che si lancia all’attacco di Natangelo per mettere la museruola ai vignettisti. Bando ai piagnistei, sono sicuro che può permettersi di pagare l’avvocato.

Estratto dell'articolo di Antonio Fraschilla per “la Repubblica” il 2 Agosto 2023

«Diciamo che stiamo virando verso un partito di stampo monarchico», scherza un deputato di Fratelli d’Italia. Da un collega che siede all’Europarlamento a Bruxelles ha appena ricevuto una telefonata con l’indiscrezione, che gira ormai in casa FdI da giorni, che per le prossime elezioni Europee non solo potrebbe essere capolista al Nord e nelle Isole la stessa presidente del Consiglio per trainare la lista, ma che Giorgia Meloni stia pensando di candidare anche la sorella Arianna nella circoscrizione Centro Italia. 

A coronamento di un percorso di Arianna in grande ascesa nel partito, dopo essere stata nominata nell’arco di poche settimane prima responsabile del tesseramento e poi componente in quota FdI del consiglio di amministrazione della ricca Fondazione Alleanza nazionale: un ente che ha in pancia depositi bancari per una trentina di milioni e beni immobili che valgono sul mercato circa 200 milioni.

[…] 

Una al governo, l’altra alla guida del partito che veleggia sondaggi alla mano intorno al 30 per cento e dà la direzione di marcia alla maggioranza in Parlamento. Una sempre sotto i riflettori, ragazza leader di Azione giovani, giovanissima ministra del governo Berlusconi e fondatrice e guida di Fratelli d’Italia. L’altra, la sorella maggiore, sempre nelle retrovie a lavorare dietro le quinte, meno appariscente anche del marito, il cognato d’Italia e ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. 

Ma adesso qualcosa in casa Meloni sta cambiando e Giorgia vorrebbe dare un ruolo istituzionale e politico (e ben remunerato) anche alla sorella: magari, appunto, facendola eleggere all’Europarlamento e togliendole il velo di Cenerentola della famiglia, che ama ripetere sempre di «essere la precaria più longeva nei gruppi consiliari della Regione Lazio», per rimarcare il suo essere una che «non cerca raccomandazioni».

[…] Arianna adesso sta prendendosi già un pezzo di palcoscenico come vuole anche la sorella. Lo fa a prescindere dal marito-cognato Lollobrigida, pure lui possibile candidato alle Europee insieme a una piccola squadra di ministri FdI perché Meloni (Giorgia) vuole l’impegno massimo di tutti per fare il “botto” alle prossime elezioni Europee. 

Ma per Arianna il discorso è diverso: una sua candidatura sarebbe un premio e il rafforzamento anche di un messaggio già inviato a tutta Fratelli d’Italia su chi comanda davvero nel partito e controllerà da adesso in poi tutto, fino a ogni spiffero in arrivo dai territori, dove si cerca maggior radicamento.

La nomina di Arianna alla guida del tesseramento è stata letta da molti dentro FdI come un modo per controllare quello che accade anche nell’estrema periferia del partito: avere in mano le tessere significa sapere cosa s i muove nelle sezioni più lontane da Roma e verificare in diretta chi nei Comuni vuole fare strada e tentare magari dei blitz. 

Altri hanno visto in questa scelta anche una sorta di commissariamento di Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione del partito […] 

Meglio Arianna, quindi, nominata nei giorni scorsi anche nel consiglio di amministrazione della Fondazione Alleanza Nazionale. Una poltrona che conta, perché la Fondazione ha in pancia tra liquidità e patrimonio immobiliare quasi 230 milioni di euro e finanzia iniziative di propaganda e comunicazione a vantaggio della “destra” che non possono andare certo in conflitto oggi con le posizioni della presidente del Consiglio.

Un evento non del tutto impossibile, quest’ultimo, considerando che nel cda siedono anche il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, Italo Bocchino, Gianni Alemanno e Giuseppe Valentino. Giorgia Meloni vuole che sia la sorella a controllare quello che accade in questo istituto dorato con tante teste calde e poco governabili, diciamo. […]

Giorgia Meloni e la sorella Arianna, legatissime fin da piccole: «È la persona migliore che abbia conosciuto». Monica Guerzoni su Il Corriere della Sera il 20 Aprile 2023

Le due sorelle Giorgia e Arianna Meloni sono andate avanti «senza aiuti, anzi con molti ostacoli» dopo l'abbandono del padre. Di lei la premier dice: «Fino alla nascita di mia figlia Ginevra è stata la persona più importante di tutta la mia vita» 

Legate a doppio filo (di Arianna). Simbiotiche, indissolubili. Le sorelle Meloni si raccontano come Frodo e Sam, lo hobbit protagonista del Signore degli Anelli e il suo devoto e leale compagno. Fino alla fine del romanzo epico di Tolkien, che la premier ama e compulsa da sempre per essere «una straordinaria metafora sull’uomo e sul mondo», Samvise detto Sam resta al fianco di Frodo Baggins, spalla, ombra, braccio destro e sinistro dell’amico, così come Arianna lo è della leader della destra. La sorella maggiore, classe 1975, è di due anni più grande e per capire la premier e le sue reazioni bisogna cominciare da lei, magari sfogliando il capitolo Piccole donne dell’autobiografia Io sono Giorgia. «Siamo sempre state dinamite, insieme. Lei, semplicemente, fino alla nascita di mia figlia Ginevra è stata la persona più importante di tutta la mia vita». 

Così scrive l’autrice e rivela che «non c’è segreto che non le confessi, consiglio che non le chieda» e se non ci parla al telefono almeno una volta al giorno sente che le «manca qualcosa». Quando il padre commercialista abbandonò la moglie Anna e la famiglia, Arianna e Giorgia erano ancora bambine. «Siamo arrivati dove siamo senza aiuti, anzi con molti ostacoli», ha ricordato la lunga traversata verso Palazzo Chigi la moglie del cognato-ministro Francesco Lollobrigida. Sorella, amica e consigliera, sul piano personale e su quello politico, Arianna c’è sempre ed era anche a Milano pochi giorni fa, durante la visita della presidente del Consiglio al Salone del Mobile. 

Quando erano bambine toccava alla più grande raccontare le favole alla piccola di casa per farla addormentare e la premier non dimentica: «Non le dirò mai grazie abbastanza per l’amore che mi ha regalato... Perché lei, Arianna, è la persona migliore che abbia conosciuto su questa terra». Anche con queste parole, stampate in tiratura record, si spiega la rabbia con cui la premier ha reagito per difendere la sorella dalle «allusioni indegne» della vignetta del Fatto quotidiano, che entra nella camera da letto di casa Meloni-Lollobrigida dopo le parole (improvvide) del responsabile dell’Agricoltura sul rischio di sostituzione etnica. «Se qualcuno pensa di fermarci così sbaglia di grosso», avverte la fondatrice di Fratelli d’Italia. Arianna potrebbe dirlo con le parole di Sam al padron Frodo: «Ma alla fine è solo una cosa passeggera, quest’ombra. Anche l’oscurità deve passare. Arriverà un nuovo giorno». 

 Estratto dal “Venerdì di Repubblica” il 13 aprile 2023.

Ricordi che dopo la nomina della Giorgia de' noantri alla illustre carica, poiché in fondo, ma proprio in fondo, credo di avere qualcosa di buono nell'animo, ti scrissi che la consideravo intelligente, con una certa preparazione, forte di carattere, che prima di crocifiggerla bisognava vederla agire?

 […]  La sua furbizia e la sua tracotanza fanno aggio anche sulle sue doti intellettive. Si esprime nei dibattiti solo con la "Rissa" senza rendersi conto dove siede e che ora è la Presidente di tutti gli Italiani, non è solo la Capo Ultras dei Laziali.

Lei che si è dilettata per tanti anni all'opposizione dovrebbe sapere che, quelli che fanno ora opposizione a lei, la tampinano e la tallonano ovunque. È la Politica bellezza! I fatti di Governo poi... Spottoni elettorali a valere quante saranno le loro fortune, come saranno conteggiate. […]

 La mia costernazione è stata esaltata dall'assoluta mancanza di opposizione all'inequivocabile misfatto. In quanto nell'esercizio di "Dagli al pensionato" si sono esercitate tutte le maggioranze di governo degli ultimi venti anni, con l'esagerazione del pessimo Renzi. Mal gliene incolse. Nessuno tiene in debito che i pensionati ammontano in questo Paese alla grandissima somma di 16 milioni. In termini di voto quasi una maggioranza assoluta. Inoltre, Meloni la deve smettere con il tormentone che chi si oppone a lei sia da considerare un traditore che attenta ai destini della Nazione. Tanto da veder di nuovo sui muri il triste e noto detto: Taci, il nemico ti ascolta. Lettera firmata

 Risposta di Natalia Aspesi:

Ebbene sì, con pochissima considerazione speravo anch'io che la signora, essendo la prima donna a Palazzo Chigi, avrebbe potuto fare gesti epocali, ridando finalmente un grande spazio alle donne, anche per segnare il suo fatale ingresso come premier nel nostro governo.

 Prima cosa, ha subito preteso di essere chiamata al maschile, e non ha voluto sentir parlare di donne che tra l'altro, in quanto tali, si sono subito ritirate e quelle che parlavano di Schwa sono state le prime. Poi ha continuato ad occuparsi da "uomo" di tutte le grandi questioni rivelando una sua grande capacità di apprendere, questo davvero, per lo meno le lingue.

Ciò che ha poi fatto è stato quello di eleggere suoi ministri persone troppo indietro per capire cosa stava succedendo. E questo sono sicura che lo ha fatto apposta, sapendo di poter fare poi quel che voleva. Diabolica signora. Rozza, certo, ma molto furba. Poi ci vengono in mente la rivolta immensa di Parigi che ha mandato in tilt la grande città. E i nostri, con la fantasmagorica diminuzione delle pensioni, un sospiro di rinuncia e nessuna rivoluzione.

Fiorello: «La Giorgia Meloni di questa mattina al telefono era lei». Il Corriere della Sera il 20 Marzo 2023.

Il retroscena svelato dallo showman durante la cerimonia del Premio giornalistico Mario Sarzanini 

«Sì, la Giorgia Meloni di questa mattina era lei». Così Fiorello ha confermato che era la presidente del Consiglio l'imitatrice che si è collegata con "Viva Rai 2!" L'occasione si è presentata alla cerimonia del premio giornalistico "Mario Sarzanini", dove Fiorello ha ottenuto il riconoscimento per il "giornalismo non convenzionale". Secca la risposta a chi gli chiedeva di svelare il mistero della telefonata di questa mattina, se fosse o no la vera Giorgia Meloni: «Sì, era lei».

Lo scherzo telefonico ha lasciato a lungo il pubblico nel dubbio. CorriereTv su Il Corriere della Sera il 20 Marzo 2023.

Telefonata di Fiorello a «Viva Rai 2!», lunedì 20 marzo, ad una (presunta) imitatrice della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, talmente brava da risultare poi essere proprio lei.

Dall’altra parte della cornetta una voce di donna di nome Giorgia, a cui Fiorello chiede di rifare la battuta su Chiara Ferragni fatta alla Cgil: l’imitazione è perfetta. Poi le chiede di pronunciare il famoso slogan «Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana...»: anche questa imitazione è perfetta. Poi Fiorello chiede all’imitatrice per chi ha votato e lei risponde, ridendo, «a sinistra». E sulle primarie del Pd, Giorgia, dice di non aver votato. Alla domanda se sappia imitare la Schlein, Giorgia risponde di «saper imitare solo la Meloni».

In serata lo showman durante la cerimonia del Premio giornalistico Mario Sarzanini ha confermato: «Sì, la Giorgia Meloni di questa mattina era lei».

Estratto da open.online l’1 marzo 2023.

 «La rivendicazione del diritto unilaterale di proclamarsi donna oppure uomo al di là di qualsiasi percorso, chirurgico, farmacologico e anche amministrativo andrà a discapito delle donne». Sono le parole della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che in un’intervista con la direttrice di Grazia, Silvia Grilli – in edicola domani – affronta temi che vanno dall’identità di genere, all’aborto, fino alla maternità surrogata.

 Per la premier – secondo cui esiste un «dato incontrovertibile» e cioè che «maschile e femminile sono radicati nei corpi» – le donne sono le «prime vittime dell’ideologia gender: la pensano così anche molte femministe», dice. «Oggi, continua, per essere donna, si pretende che basti proclamarsi tale, nel frattempo si lavora a cancellarne il corpo, l’essenza, la differenza».

 Durante l’intervista rilasciata in occasione della giornata internazionale della donna, la premier esprime la sua opinione sull’utero in affitto, definito dalla stessa «la schiavitù del terzo millennio». «È la legge italiana a dire che questa pratica non è lecita, non io», continua Meloni che aggiunge, inoltre, come «commercializzare il corpo femminile e trasformare la maternità in un business» non possano essere «considerate delle conquiste di civiltà».

(...)

L’ho capito pienamente quando lui è morto, e mi sono resa conto della profondità della sofferenza che il suo vuoto aveva creato in me», dice. E poi: «Non conosco nessuno che rinuncerebbe a uno dei propri genitori o che sceglierebbe di essere cresciuto solo dal padre o dalla madre. I bambini hanno il diritto di avere il massimo: una mamma e un papà», conclude la presidente del Consiglio.

 «A una donna che sta per abortire dico di darsi una possibilità: non è sola»

Nel corso della stessa intervista, Meloni parla anche di aborto: «A una donna che sta per abortire direi di provare a darsi una possibilità, che non è sola, che lo Stato le darà gli strumenti necessari per non negare a se stessa la gioia di crescere suo figlio, di metterlo al mondo nelle migliori condizioni possibili», afferma la premier, intervistata dalla direttrice del magazine.

Giorgia Meloni: «Donne vittime dell’ideologia gender». Protesta la comunità Lgbt: «Parole che rovinano la vita». La presidente del Consiglio in un’intervista attacca l’identità di genere e la comunità trans e le famiglie omogenitoriali. Si sollevano le più importanti sigle arcobaleno: «Non sa quello di cui parla. Dalla destra solo fake news». Simone Alliva su L’Espresso l’1 marzo 2023.

"Parole che rovinano la vita", così vengono accolte le dichiarazioni della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, pronunciate durante un'intervista al settimanale Grazia in occasione della Festa della donna colpiscono la comunità Lgbt che reagisce con sdegno.

La Presidente del Consiglio attacca in una sola intervista l'identità di genere (“ Le donne sono le prime vittime dell'ideologia gender. La pensano così anche molte femministe”) e la comunità trans ("No al diritto unilaterale di proclamarsi donna"), il diritto all'aborto ( "direi di darsi una possibilità di essere madre, lo Stato l'aiuterà") e la genitorialità ("I bambini hanno il diritto di avere il massimo: una mamma e un papà. L'utero in affitto è la schiavitù del terzo millennio").

A rispondere duramente a queste parole è Porpora Marcasciano attivista storica del Movimento Lgbt italiano e presidente onoraria del Mit – Movimento Identità Trans di Bologna di cui è stata fondatrice: «Le sue parole fanno capire che viaggia su un binario diverso da quelli che sono le posizioni scientifiche e soprattutto la realtà di milioni di persone nel mondo. In opposizione alla scienza e alla vita delle persone. Loro sono culturalmente e politicamente contrari a queste esperienze di vite significative e non ci sorprende». E sul concetto di ideologia gender Marcasciano spiega a L'Espresso: «Invito la Presidente a declinare genere in italiano, forse le farà meno paura. Usarlo in inglese è una furberia che richiama l'ignoto, regala quell'effetto messa in latino e spaventa. Si chiama identità di genere, è un concetto scientifico. Il “gender”, “ideologia gender” o “la teoria del genere” sono categorie polemiche create dal Vaticano, uno spauracchio che minacciava la famiglia. Sappiamo che loro, come tutti coloro che erano presenti al Congresso di Verona nel 2019 sono contrari a tutto questo e sappiamo che stanno lavorando sottotraccia. Ci aspettiamo delle sorprese non piacevoli sulla nostra pelle. Ma poiché siamo abituate a conquistarcele le cose, resisteremo e risponderemo colpo su colpo».

Sulla stessa linea la presidente nazionale dell'Arcigay Natascia Maesi: «Quella che Meloni definisce sommariamente "proclamazione” non è un atto arbitrario, un'alzata d'ingegno, un vezzo o un capriccio. È l'affermazione della propria identità di genere. L'identità di genere è la percezione stabile che ogni persona ha di sé. Tutte le persone hanno una identità di genere che è indipendente dal sesso che ci è stato assegnato alla nascita. Gli studi di genere - che non sono un'ideologia ma un ambito di studi che tiene assieme punti di vista anche dissimili - non negano i corpi in cui nasciamo, né la differenza tra essi, ma mettono in discussione i ruoli di genere costruiti socialmente in base a questa differenza e i rapporti di potere che ne derivano».

«Rivendichiamo - aggiunge - il diritto all'autodeterminazione di ogni persona, il riconoscimento di tutti i percorsi di affermazione di genere sia quelli che prevedono il ricorso a terapie ormonali ed interventi chirurgici, sia quelli non medicalizzati, perché chi ha una l'identità di genere non conforme alle aspettative sociali non ha una patologia da curare e non è una minaccia per la società, tanto meno per le donne, che sanno benissimo cosa vuol dire pagare il prezzo della propria differenza».

«Parole che rovinano la vita delle persone Lgbt». Non usa mezzi termini Mario Colamarino, presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli. «Ancora una volta la Presidente Meloni parla senza sapere quello che dice. Già nel 2021 durante una conferenza stampa nella sede di Fratelli d’Italia, dichiarò di non aver mai capito bene cosa vuol dire il termine gender a cui lei stessa fa opposizione. Infatti è una grande fake news. Sulla pelle della comunità trans si continua a fare propaganda non curante degli effetti negativi di disumanizzazione e percezione. Grave che questa operazione di disinformazione venga dalla Presidente del Consiglio».

«Non capisco l’insistenza della Presidente Meloni nel paragonare le famiglie omogenitoriali alla sua condizione familiare. Suo padre l’ha abbandonata ed è una storia molto triste ma non è la nostra - commenta a L’Espresso Alessia Crocini, presidente di Famiglie Arcobaleno, l’associazione di genitori omosessuali - i nostri figli non sono abbandonati da nessuno. Parla di diritti dei minori eppure nega ai nostri figli i diritti di tutti gli altri bambini. I bambini hanno diritto al massimo, con noi hanno il massimo. Li abbiamo fortemente voluti, abbiamo girato il mondo per farli nascere, abbiamo lottato e continuiamo a lottare per farli riconoscere legalmente. Suo padre legalmente e biologicamente non l’ha tutelata e mi dispiace ma io tutelo mio figlio da quando è nato anche se lo Stato non mi ha riconosciuto come madre. Meloni dovrebbe adoperarsi per cancellare le discriminazioni dei cittadini, questo è il suo ruolo». Unica stecca nel coro Arcilesbica, associazione che negli ultimi anni si è sempre distinta per le sue posizioni trans-escludenti, che ha applaudito le parole di Meloni.

Meloni smonta l'ideologia gender: "Maschile e femminile radicati nei corpi, dato incontrovertibile". Il premier demolisce l'ideologia gender e avverte: "Andrà a discapito delle donne. Ne sono le prime vittime". Francesca Galici lì1 Marzo 2023 su Il Giornale.

Giorgia Meloni è tornata a esprimersi sull'ideologia gender tanto cara a una certa sinistra, sottolineando quali sono i rischi concreti di una pressione così forte in quella direzione in un'intervista rilasciata al settimanale Grazia, in edicola da domani. "Oggi si rivendica il diritto unilaterale di proclamarsi donna oppure uomo al di là di qualsiasi percorso, chirurgico, farmacologico e anche amministrativo. Maschile e femminile sono radicati nei corpi ed è un dato incontrovertibile", ha spiegato il presidente del Consiglio, che in queste ore è in viaggio per l'India.

L'ideologia gender, il disconoscimento dell'esistenza di due generi distinti, secondo Meloni, andrà a discapito delle donne. Ma non lo dice solo il premier perché, come riportano le cronache, ci sono numerosi gruppi femministi non idealizzati e politicizzati all'interno di una certa corrente, che sollevano i medesimi dubbi: "Oggi per essere donna, si pretende che basti proclamarsi tale, nel frattempo si lavora a cancellarne il corpo, l'essenza, la differenza. Le donne sono le prime vittime dell'ideologia gender. La pensano così anche molte femministe". Le parole del presidente del Consiglio trovano conferme in numerosi casi che vengono riportati, fattispecie estreme che, però, delineano con chiarezza quale può essere la deriva di questa ideologia. Solo poche settimane fa, la Scozia che si fa portabandiera del sistema gender, è stata costretta a fare marcia indietro davanti al caso di un detenuto in carcere per stupro che, dopo essersi dichiarato transgender, è stato assegnato a una sezione femminile, prima di un repentino cambio di idea, visti i pericoli concreti.

Questo è solo uno degli esempi che possono essere portati per spiegare i rischi di un progetto portato avanti senza criterio, per pura ideologia, senza considerarne conseguenze sul mondo reale. Nella sua intervista, Giorgia Meloni si dimostra in tal senso più femminista di molte che sbandierano il woman-power senza concretezza: "Ritengo da sempre che le donne abbiano una grande forza autonoma che vada liberata dai mille ostacoli che la ingabbiano ma anche dai tabù di cui spesso le stesse donne rimangono vittime. Non credono di potercela fare a competere con gli uomini e finiscono per competere tra loro stesse, convinte che ci sia un livello più basso nel quale relegare le proprie competenze".

Da Arcilesbica è stato apprezzato l'intervento di Giorgia Meloni. La presidente Cristina Gramolini ha dichiarato: "Sono d'accordo con la Meloni sul fatto che dare la possibilità ad un uomo di dichiararsi donna, al di là di qualsiasi percorso chirurgico, farmacologico e amministrativo, danneggi le donne. Concordo con il fatto che non si può saltare il corpo sessuato, cioè non si è donna essendo di sesso maschile per la sola autodichiarazione, questo nuocerebbe alla realtà e alle donne , ad esempio negli sport femminili o nelle politiche di pari opportunità". Sull'ideologia gender, Gramolisi spiega di concordare ma nella misura in cui si "dice che si è uomini e donne nel tempo in modi diversi, che non è naturale la maschilità e la femminilità, mentre è naturale il corpo femminile e maschile. I ruoli sessuali sono storici, i corpi sono naturali".

La presidente di Arcilesbica sta con Meloni: “L'ideologia gender danneggerà le donne”. Il Tempo l’01 marzo 2023

Giorgia Meloni interviene a gamba tesa sulla discussione sull’ideologia gender. La presidente del Consiglio ha rilasciato un’intervista a Grazia nella quale commenta i possibili rischi di tale deriva: “Oggi si rivendica il diritto unilaterale di proclamarsi donna oppure uomo al di là di qualsiasi percorso, chirurgico, farmacologico e anche amministrativo. Maschile e femminile sono radicati nei corpi ed è un dato incontrovertibile. Tutto questo andrà a discapito delle donne? Credo proprio di sì - la certezza della leader di Fratelli d’Italia -. Oggi per essere donna, si pretende che basti proclamarsi tale, nel frattempo si lavora a cancellarne il corpo, l'essenza, la differenza. Le donne sono le prime vittime dell'ideologia gender. La pensano così anche molte femministe”.

A concordare con Meloni c’è la presidente di Arcilesbica, Cristina Gramolini, intervistata dal sito dell’Ansa: “Sono d'accordo con Meloni sul fatto che dare la possibilità ad un uomo di dichiararsi donna, al di là di qualsiasi percorso chirurgico, farmacologico e amministrativo, danneggi le donne. Concordo con il fatto che non si può saltare il corpo sessuato, cioè non si è donna essendo di sesso maschile per la sola autodichiarazione, questo - l’avviso - nuocerebbe alla realtà e alle donne , ad esempio negli sport femminili o nelle politiche di pari opportunità”.

Estratto dell’articolo di Concetto Vecchio per “la Repubblica” il 30 gennaio 2023.

Adesso ogni sera nei tg compare lui: Tommaso Foti. Il volto bonario del melonismo. In genere ci dice che grazie alla nostra premier l'Italia è tornata a farsi rispettare nel mondo. […] Anche Giovanni Donzelli è diventato un volto familiare. Duella forsennatamente nei talk. Ma lui in tv ci andava già quindici anni fa […]

I veri potenti in famiglia

In questi primi cento giorni abbiamo imparato a conoscere le idee di Gennaro Sangiuliano […] La battaglia delle idee finora è stata affidata anche ad Eugenia Roccella […] I veri potenti però bisogna cercarli in famiglia. Come Francesco Lollobrigida, il cognato. "Lollo". […] parente fidato, vicepremier ombra. […] Sullo stesso gradino, ma invisibile, la sorella, Arianna Meloni, la moglie di Lollobrigida. […] È la coordinatrice delle decisioni che contano.

[…] L'altra eminenza grigia è Patrizia Scurti, la responsabile della segreteria, che indovina i pensieri della leader, al punto dal portarle un bicchiere d'acqua quando la voce di Giorgia s'inceppa in un comizio […] La più ambiziosa, dicono, è Chiara Colosimo, "la nuova Meloni". Viene dalla Garbatella, come la premier. Arianna Meloni è stata la sua capo segretaria. […]

[…] La sera, a casa, nel bilocale a Roma, Donzelli divide la cucina con Andrea Delmastro Delle Vedove, il sottosegretario alla Giustizia, che ha suggerito di punire i giornalisti per la pubblicazione delle intercettazioni. […] È una classe dirigente che sa di avere addosso gli occhi dell'Europa. Ogni tanto tuttavia qualcuno cede al richiamo della foresta. […] Il viceministro agli Esteri Edmondo Cirielli […] ha proposto il carcere per i clienti delle prostitute se sorpresi svestiti in luogo pubblico […] Foti ha suggerito di uccidere i cinghiali che scorrazzano per Roma con carabine caricate col sonnifero. […] È questo il nuovo partito conservatore.

Estratto da professionereporter.it il 21 giugno 2023.

Archiviazione. Finisce così il caso Natangelo, la storia della vignetta su “casa Lollobrigida”, con una signora (evidentemente Arianna Meloni, la sorella della Presidente del Consiglio Giorgia, sposata con il ministro Francesco Lollobrigida) a letto con un uomo di colore. 

Pubblicata sul Fatto Quotidiano del 19 aprile. Titolo: “Obiettivo incentivare la natalità. Intanto in casa Lollobrigida…”. Lui: “E tuo marito?”. Lei: “Tranquillo, sta tutto il giorno fuori a combattere la sostituzione etnica”. 

Lollobrigida il giorno prima aveva detto al Congresso della Cisal: “Non possiamo arrenderci all’idea della sostituzione etnica: gli italiani fanno meno figli, quindi li sostituiamo con qualcun altro. Non è quella la strada”. 

Il Presidente dell’Ordine dei giornalisti del Lazio, Guido D’Ubaldo, ha ritenuto opportuno sollecitare il Consiglio regionale di disciplina dell’Ordine, per verificare se c’erano, nella vignetta, violazioni del Testo unico dei doveri del giornalista. Suscitando molte polemiche, nel nome della libertà di satira.

Il Consiglio di disciplina -come dovuto- per due volte ha convocato Mario Natangelo, che per due volte non si è potuto presentare. Il suo avvocato, Cristina Malavenda, nota esperta di questioni editoriali, legale da anni anche del Corriere della Sera, ha mandato una memoria. Il 20 giugno il collegio designato dal Consiglio di disciplina ha deciso per l’archiviazione: nella sua vignetta, Natangelo non ha violato alcuna norma della deontologia professionale, ha stabilito. La decisione è stata comunicata all’interessato. […]

Il Fatto Quotidiano il 21 aprile aveva rilanciato, dedicando la sua prima pagina alla vicenda, con il titolo: “Il nuovo Minculpop ha il terrore delle vignette”. Il Minculpop era la sigla del Ministero della Cultura Popolare durante il fascismo. E aveva annunciato per il giorno dopo un inserto speciale: “Tutto Nat”. 

Al centro della prima pagina c’era, intanto, un’altra vignetta di Natangelo, “riparatoria”, secondo la didascalia. Di nuovo “casa Lollobrigida”, ma stavolta a letto c’è il ministro e non più l’uomo di colore. Lui: “Come dici cara?”. Lei: “Mah, preferivo la vignetta di prima… No, gnente, bonanotte, France'”. 

Natangelo è napoletano, ha 38 anni, collabora con il Fatto dalla fondazione (2009).

Estratto dell’articolo di Maria Elena Viola per “Donna moderna” il 27 gennaio 2023.

Giorgia Meloni […] Prima donna premier nella storia d'Italia e, in più, mamma di una bimba di 6 anni. Il bilancio "personale" di questi primi 100 giorni.

«La mia vita è diventata più frenetica, ma non meno entusiasmante. […] Certo, […] questo ha reso ancor più complicato riuscire a conciliare famiglia e lavoro, ma cerco di mettercela tutta per ritagliarmi più tempo possibile per stare con Ginevra. A volte riesco di più, altre meno, ma ho la fortuna, che tantissimi altri genitori in Italia non hanno, di poter contare su diverse persone che mi danno una mano. Andrea è un padre straordinario, estremamente presente e attento, e sa arrivare dove io non riesco. Poi ci sono mia sorella Arianna, i nonni di Ginevra, la mia assistente Patrizia che risolve mille problemi, la tata di Ginevra, Betty, che ormai è parte della famiglia: sono insostituibili, e insieme a me fanno i salti mortali per stare dietro a tutto».

 Ci racconti una sua giornata tipo.

«È un po' come essere dentro un grande frullatore. Palazzo Chigi è una macchina che lavora h24, 7 giorni su 7, 365 giorni all'anno. Non ci si ferma mai. […] Il rischio è quello di essere completamente assorbiti, essere risucchiati del tutto, senza lasciare spazio a se stessi e alla famiglia.

 Faccio il possibile per accompagnare mia figlia a scuola, quando riesco, e per tornare a casa alla sera per metterla a dormire, come ho cercato di fare sempre. Leggerle i libri, giocare e parlare prima che si addormenti è la nostra tradizione. Per questo cerco di limitare al massimo le notti fuori casa […]».

[…] Il suo compagno come ha vissuto il suo nuovo ruolo? Per gli uomini non sempre è facile accettare che la compagna abbia una posizione più importante...

«Direi che solo gli uomini poco sicuri di se stessi e che hanno una visione distorta della donna vivono con fastidio la possibilità di aver al loro fianco una moglie o una compagna con una posizione più importante. Andrea non rientra in questa categoria».

 Sono molti i pregiudizi verso di lei. In questi mesi hanno avuto da ridire su tutto, dal look alla figlia al G20. Chi l'attacca di più, gli uomini o le donne?

«[…] È una statistica che non ho mai fatto e che sinceramente non mi interessa fare. Diciamo che sono una che agli insulti e alle critiche, anche le più feroci e cattive, è abituata. Infatti rispondo solo di rado. Rispondo più volentieri alle critiche, soprattutto quelle surreali, come ho fatto quando si è aperto il dibattito perché avevo portato con me Ginevra al G20 di Bali. Non credo che gli opinionisti o altri politici debbano sindacare anche su come crescere mia figlia».

Lei è una "prima della classe". Come la gran parte delle donne, studia, non improvvisa. Prova mai la cosiddetta "sindrome dell'impostore", ovvero quella ingiustificata sensazione di non essere all'altezza? […]

«È una sensazione che conosco bene. Sono cresciuta con l'idea di non meritare nulla. Non mi sento mai pronta e ho sempre paura di non essere all'altezza. Ma credo che questa paura sia anche la mia forza. E quello che mi spinge a non smettere mai di studiare, a essere così pignola […]»

[…] Come ha vissuto la bambina questo suo incarico così importante?

«Quando abbiamo vinto le elezioni mi ha scritto un biglietto: ."Cara mammina, sono tanto felice che hai vinto. Ti amo tanto". È stato un colpo al cuore, mi ha emozionato tantissimo. Ginevra non ha compreso benissimo quello che è successo, ma ha capito che ora la mamma fa un lavoro molto importante, che è più impegnata di prima e che spesso non può essere con lei. Ma è una bambina molto paziente e sa che faccio tutto questo per lei.

Poi a volte mi rimprovera per le mie assenze, e il mio cuore diventa una nocciolina. In ogni caso, cerchiamo di farla crescere tranquilla, proteggendo la sua infanzia e la sua intimità, evitando di farle vivere situazioni non adatte a una bambina della sua età. Trasferirsi a vivere a Palazzo Chigi, per esempio, sarebbe stata una di queste. Voglio che Ginevra faccia una vita normalissima».

 […] Perché ha deciso di farsi chiamare Presidente al maschile? Potrebbe cambiare idea?

«Ma, guardi, questa vicenda è nata soprattutto da un disguido. Sicuramente io penso che la parità uomo-donna non si risolva dicendo insegnanta" o "capatrena". Ma, a parte questo, gli italiani possono chiamarmi come preferiscono. Anche Giorgia».

Meloni: «Temo sempre di non essere all’altezza, così studio. Il mio compagno? Nessun fastidio per il mio ruolo». Edoardo Lusena su Il Corriere della Sera il 26 Gennaio 2023.

La vita pubblica, quella privata e gli impegni istituzionali in un’intervista della presidente del Consiglio a «Donna Moderna». E sulla giornata tipo a Palazzo Chigi: «Come essere dentro un grande frullatore ma è un privilegio».

L’impegno istituzionale, la vita privata, i diritti. Giorgia Meloni si racconta al periodico «Donna Moderna» in una chiave più intima di quanto la presidente del Consiglio non sia solita mostrare.

«Chigi un frullatore, ma è un privilegio»

La vita quotidiana, intanto. «È diventata più frenetica, ma non meno entusiasmante. Servire la Nazione come presidente del Consiglio è un privilegio che va onorato ogni giorno con tanto lavoro, dedizione e senso di responsabilità» spiega la premier, che - sulla giornata tipo a palazzo Chigi - aggiunge: «È un po’ come essere dentro un grande frullatore. Palazzo Chigi è una macchina che lavora h24, 7 giorni su 7, 365 giorni all’anno. Non ci si ferma mai. Enrico Mentana la definirebbe una `maratona´. È esattamente così: si è sempre in diretta, senza pause. Il rischio è quello di essere completamente assorbiti, essere risucchiati del tutto, senza lasciare spazio a se stessi e alla famiglia».

Le insicurezze come punto di forza

Le premier poi concede alla rivista una riflessione intima sulle proprie insicurezze: «Sono cresciuta con l’idea di non meritare nulla. Non mi sento mai pronta e ho sempre paura di non essere all’altezza. Ma credo che questa paura sia anche la mia forza. E quello che mi spinge a non smettere mai di studiare, a essere così pignola e a voler dimostrare anche più di quello che a volte sarebbe necessario». È la `Sindrome dell’impostore´? «Preferisco una parola straordinaria che usano i greci: meraki, fare qualcosa con tutto te stesso, con tutta la tua passione e con tutta la tua anima», risponde.

La famiglia come isola

Faccio il possibile per accompagnare mia figlia a scuola, quando riesco, e per tornare a casa alla sera per metterla a dormire, come ho cercato di fare sempre. Leggerle i libri, giocare e parlare prima che si addormenti è la nostra tradizione. Per questo cerco di limitare al massimo le notti fuori casa, facendo di tutto per tornare anche quando sono all’estero. Certo, a volte è impossibile, ma cerco di non perdere tempo, di comprimere al massimo l’agenda. Preferisco saltare il pranzo che tornare troppo tardi la sera. Non solo perché è importante per Ginevra, e per Andrea, ma perché lo è per me. Ci sono giornate che sembrano tragiche, poi torni a casa, stai un po’ con Andrea, con Ginevra e il suo entusiasmo, sai che stanno bene, e ti rendi conto che tutto il resto si supera».

Il compagno e il ruolo di Meloni

Quanto al compagno, il giornalista Mediaset Andrea Giambruno, Meloni non ha dubbi: «Solo gli uomini poco sicuri di se stessi e che hanno una visione distorta della donna vivono con fastidio la possibilità di aver al loro fianco una moglie o una compagna con una posizione più importante. Andrea non rientra in questa categoria». Poi Meloni parla della figlia Ginevra: Qual è l’insegnamento più grande che vorrei darle? «Che le scorciatoie nella vita non esistono. Devi prendere la strada lunga o rischi di arrivare alla meta senza avere il bagaglio adatto, e allora puoi farti male. E se credi in qualcosa, non devi mai avere paura di difenderlo. Anche se ne pagherai le conseguenze. La coscienza è l’unico giudice davvero disinteressato di cui disponi».

Se avrò dieci minuti di tempo sarà per le canzoni non per lui»

 Estratto dell’articolo di Simone Canettieri per “il Foglio” il 4 maggio 2023.

Sarà stato lui a consigliarle quel video. Sicuro. D’altronde lavora in televisione da 15 anni. Magari glielo avrà sussurrato sulle scale mobili del centro commerciale Laurentina (la loro Roma nord a Roma sud) o forse sotto al Big Ben a Londra, alla vigilia proprio del Primo maggio. 

“No, Giorgia ha una comunicazione che funziona molto bene e che si è inventata questa trovata che ha spaccato”, dice al Foglio Andrea Giambruno, compagno della premier, papà di Ginevra, conduttore di “Diario del giorno” su Rete 4. Facciamo finta di crederci. 

Il video della sua Giorgia è l’auto sublimazione del potere: gli stucchi, le volte affrescate, le pareti damascate. “Scusa, ma doveva farsi riprendere dentro a una salumeria? In mezzo ai prosciutti? E’ il presidente del Consiglio, basta con questo pauperismo”. Doveva farsi fare anche domande dai giornalisti, non credi? Da collega. “Questa è una loro scelta, immagino che non mancheranno le occasioni”.

Hai lanciato il video autoprodotto da Meloni, prima di tutti, con enfasi e fanfare. “Faccio questo nella vita, e non sono un robot. Non trovo giusto che altri colleghi si arroghino il diritto di spiegarmi come si conduce una trasmissione. Ora, capisco che sono il compagno di Giorgia, ma non era un video di mia nonna: era del premier. 

Do un giudizio tecnico, e non politico: è stata una bella mossa, ed è giusto che sia stato girato a Palazzo Chigi, che è la casa degli italiani. Insomma, erano altri che facevano finta di servire le pizze ai tavoli: Giorgia doveva rinchiudersi in cantina?”. Il problema, niente di nuovo, […] “Non faccio la vittima perché non rientra nel mio carattere: faccio il giornalista da 15 anni. E questa situazione per me ha anche dei vantaggi professionali”. Ti riferisci alla trasmissione che presto sarà prodotta da Mediaset a Roma su misura per te visto che ora lavori a Milano? “Di questa cosa non so niente”. E noi non ci crediamo. 

“E fate male. L’ho appreso dai giornali, e niente di più. Non ne so niente”. E quali sono questi vantaggi? “Magari il decreto Lavoro ho chi me lo spiega se poi ne devo parlare in tv”. Tu e Giorgia a cena che parlate dei voucher o del taglio del cuneo fiscale: che immagine. “Non fare lo spiritoso. Magari ho fonti tra i suoi collaboratori che a me, come immagino ad altri, possono dare delucidazioni o dritte”.

Da quando Meloni ha stretto un patto con la famiglia Berlusconi anche la tua vita in Mediaset è migliorata? Prima eri sottoposto agli umori di Licia Ronzulli? “Quante ricostruzioni! Io mi interfaccio da sempre con la mia direzione, come gli altri miei colleghi”. Il governo sta per cambiare i vertici Rai, la destra meloniana è pronta a entrare a Viale Mazzini: Giambruno sogna una trasmissione nella tv di stato. “Lavoro qui da 15 anni e mi trovo benissimo e ho un ottimo rapporto con tutti, a partire dai miei superiori”. 

A dire il vero, la storia ha avuto curve più tortuose. A ottobre, al momento della formazione del governo, quando per esempio il Cav. decise di non votare Ignazio La Russa presidente del Senato, quando Forza Italia era ostile, quando proprio Berlusconi ricordò al mondo che il compagno di Meloni era un suo dipendente, proprio in quei momenti Giambruno scomparì dalla conduzione dei tg. Messo a fare cucina redazionale. Puff.

Una strana coincidenza nella legittimità della scelta di un’azienda privata. Su questo punto il giornalista, che sa stare al mondo, non proferisce parola. “Sto benissimo nella mia azienda”. Allora tu sei un aziendalista e filogovernista per fatto privato: ti offendi? “No, sono un giornalista che si trova in questo momento in questa particolare situazione che è transitoria come tutto nella vita”.  […]

Andrea Giambruno, compagno di Meloni: «Io diviso tra Milano e Roma, ho da accudire mia figlia. Giorgia? È a casa alle 23». Candida Morvillo su Il Corriere della Sera il 19 Gennaio 2023.

Il compagno della premier e il ritorno in tv: «Sacrifici, ma questo so fare: raccontare. La famiglia? Organizzarsi a questa nuova vita è stato un girone dantesco»

Andrea Giambruno con la premier Giorgia Meloni e la figlia Ginevra durante l’udienza privata da Papa Francesco, in Vaticano

Andrea Giambruno, in questi tre mesi con la sua compagna Giorgia Meloni a capo del governo, cosa è stato più difficile del previsto e cosa meno?

«Sapevo che avrebbe dovuto viaggiare tanto, ma non pensavo tutti i giorni. È stata in Albania, Spagna, Bruxelles, Egitto, Indonesia. Organizzarsi è stato un girone dantesco».

Al G20 di Bali ha portato vostra figlia Ginevra , raccogliendo critiche tali da dover rispondere «ritenete che come cresco mia figlia sia materia che vi riguardi?».

«Ha fatto bene. C’è stato pure chi ha detto che stavo a Bali a scrocco anch’io, ma ero a Milano a lavorare».

Per la mamma il tema è riuscire almeno a dormire a casa?

«Riuscirci è complicato. Non so davvero come faccia. Anche quando è a Roma, non arriva prima delle 23».

Che desiderio pensa che abbia espresso Giorgia, domenica, spegnendo le 46 candeline di compleanno?

«Credo quello di fare bene il suo lavoro riuscendo anche a far passare il messaggio di quanto resta leale ai suoi ideali e al Paese. Io so quanto ci si sta dedicando, ma in tre mesi nessuno ha la bacchetta magica e trovo certe strumentalizzazioni scorrette».

Mettiamola così: lei, da professionista dell’informazione e da compagno, quali critiche ha trovato ingiuste e quali giuste?

«Ho trovato strumentali quelle sul taglio delle accise. Anche mia figlia di sei anni capisce che c’è differenza fra parlare di accise nel 2019 e parlarne oggi, fra guerra, pandemia, crisi energetica».

Una critica giusta, invece?

«Forse, la decisione poteva essere comunicata in modo diverso. Ma, dopo, mi sembra che le ragioni siano state chiarite bene. E Giorgia qualcosina l’ha fatta: ha fatto la manovra in venti giorni, è andata in giro per il mondo e siamo tornati centrali nella geopolitica, abbiamo riportato a casa dall’Iran Alessia Piperno, arrestato Matteo Messina Denaro».

Voi due come e dove avete festeggiato il compleanno?

«In casa di amici, niente di trascendentale, con una cena come se ne fanno, anzi, se ne facevano tante».

Subito dopo, lei è partito per Milano: da lunedì, è tornato in video dopo un passo indietro da «First gentleman» e conduce il Diario del giorno del Tg4. Cosa è cambiato da allora?

«Che il governo ha preso l’abbrivio. Avevo lasciato la conduzione di Studio Aperto mentre il governo s’insediava e potevo essere passibile di critiche, ma sono un giornalista, questo so fare: raccontare. Prima o poi, dovevo tornare. Tanto, pure se aprissi un bar, direbbero che lo faccio perché compagno di Giorgia. Che devo fare? Stare a casa e chiedere il reddito di cittadinanza?».

Condurre, però, significa stare a Milano.

«Comporta qualche sacrificio familiare, ma era giusto dare un segnale di disponibilità all’azienda».

Dagospia sostiene che Mediaset, dopo averla retrocessa ad autore, ha risposto no alla sua richiesta di stare a Roma, vicino a sua figlia.

«In 15 anni di lavoro, in azienda, non ho mai avuto un problema con nessuno. Lascio parlare, criticare... Un quotidiano ha scritto che lunedì avevo ospite il sottosegretario Andrea Delmastro, come a dire perché è di Fratelli d’Italia, ma non ha scritto che c’era anche la capogruppo Pd al Senato, Simona Malpezzi. Tutti i conduttori hanno un’idea politica. Non è che se una domanda la pone Paolo Del Debbio va bene e se la pongo io è faziosa. E cito lui perché è la persona da cui ho imparato di più. Quanto a tenere la diretta a Milano, credo sia una normale scelta aziendale di natura economica».

Diario del giorno è condotto a rotazione. D’ora in poi, condurrà sempre lei?

«No, anche perché ho da accudire una bimba a Roma, appunto. Conduco se posso e, per il resto, curo il programma da Roma come ho fatto in questi mesi».

È stato un ritorno in video con l’arresto di Matteo Messina Denaro e la diretta eccezionalmente allungata di oltre un’ora. Che effetto le ha fatto aprire con le dichiarazioni di Giorgia Meloni?

«Ero contento per il Paese. Abbiamo rimesso in onda le dichiarazioni del presidente quando disse: affronteremo il cancro mafioso a testa alta».

Chiama la sua compagna «il presidente»?

«Se parlo con amici, è Giorgia. Se no, è il presidente».

Che cosa vi ha detto papa Francesco il 10 gennaio?

«C’eravamo anche io e Ginevra, ma era un incontro privato e non so cosa si sono detti, da soli Giorgia e il pontefice. So che, come famiglia, è stata una giornata emozionante. Il papa ha avuto un gesto dolce: ha regalato a Ginevra dei cioccolatini, che lei si è mangiata davanti a lui».

Voi davanti al papa un po’ fa pensare: sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana... Non sono sposata.

«Credo che accadano cose più interessanti nel mondo».

Da papà, come ha accompagnato Ginevra nello stravolgimento della routine?

«Inizia capire che la madre c’è meno. Ma i genitori sentono lo stato d’animo dei figli e io vedo che lei cresce serena, che non le manca nulla».

Ha già chiesto un’intervista tv al presidente Meloni?

«No, perché non sarei fra i primi a cui la rilascerebbe».

Estratto dell’articolo di Matteo Pucciarelli per “La Repubblica” giovedì 31 agosto 2023.

E pensare che era anche partito volando basso: “Lei sta sulla scena, io dietro. Non amo i riflettori. Apparire non è il mio lavoro. Nel grande mondo della tv sto dietro le quinte, a immaginare cosa accade davanti”, diceva Andrea Giambruno nel 2016, intervistato da Luca Telese per la Verità. A furia di immaginare-cosa-accade-davanti, ora lì davanti c’è finito lui. 

Il compagno di Giorgia Meloni, conquistata la conduzione di una striscia pomeridiana su Rete 4 (“Diario del giorno”) poco dopo la di lei conquista della presidenza del Consiglio, non sembra avere alcuna voglia di limitarsi al cosiddetto modello anglosassone di giornalismo. E quindi fai una battuta in diretta oggi, un altro commento domani e riecco puntuale divampare la polemica, perché effettivamente la commistione c’è tutta e un semplice telespettatore può domandarsi: sta parlando il giornalista Giambruno oppure ho davanti una riproduzione delle chiacchiere al tinello di casa Giambruno-Meloni?

Il caldo asfissiante con temperature record: "Non è una notizia, a luglio ha sempre fatto caldo”, spiega Giambruno, e la considerazione sa di riproposizione del negazionismo anti-ambientalista molto in voga a destra. “Sono 20-30 anni che in qualche modo i tedeschi ci devono spiegare come campare. Se non ti sta bene stai a casa tua!”, il messaggio non proprio di pace ma parecchio nazionalista rivolto al ministro degli Esteri tedesco, il socialista Karl Lauterbach, preoccupato per il futuro del turismo italiano alle prese con i rovesciamenti climatici. Fino all’ultima lezione sugli stupri, forse la più imbarazzante tra le cadute di stile: “Se eviti di ubriacarti e di perdere i sensi, magari eviti anche di incorrere in determinate problematiche perché poi il lupo lo trovi”. 

(...)

Altri tempi, ora a guidare il centrodestra e il governo c’è Meloni, i cui rapporti con Marina Berlusconi vengono descritti come mediamente buoni. Per “Andrea” e “Giorgia” il vento è più o meno in poppa e Giambruno rivendica il diritto di essere se stesso, come quando sette anni fa rivelò di aver sempre votato Pd, o di essere favorevole all’adozione di figli per le coppie omosessuali e alla legalizzazioni delle droghe, facendo venire un mezzo mancamento ai fedelissimi della compagna. Dopodiché tra i diritti inalienabili dell’uomo c’è anche eventualmente quello di spararla grossa, che del resto in famiglia non è un’attività ignota, e quindi la sostanza è che al conduttore nessuno può menarla più di tanto. Neanche “Giorgia”.

Dopo averci lavorato qualche anno fianco a fianco, Giambruno si è convinto di voler seguire il modello Paolo Del Debbio, teorico e interprete di un’informazione “populista”, che prende posizione, che si concede il gusto della provocazione contro il famigerato politicamente corretto. E visto il filone politico tutt’altro che di sinistra, si potrebbe ben dire che Meloni, dai e dai, ha fatto egemonia culturale anche dentro casa. Se ne potrà mai fare una colpa a Giambruno?

Chi è Andrea Giambruno, il giornalista compagno di Giorgia Meloni: le polemiche sul clima e la violenza sessuale. Redazione Web su L'Unità il 29 Agosto 2023

Ormai una rubrica, tipo: la sai l’ultima di Andrea Giambruno. Il compagno della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è lasciato andare a una nuova sparata che ha attirato l’attenzione di social e le polemiche delle opposizioni. Queste volte parlando dei casi di stupri di gruppo denunciati a Palermo e a Caivano. Su Rete4, alla trasmissione Diario del Giorno, il first gentleman ha commentato che se “eviti di ubriacarti e perdere i sensi, magari eviti di incorrere in determinate problematiche” perché “il lupo lo trovi”. Inevitabili le accuse di colpevolizzazione delle vittime, di vittimizzazione secondaria. D’altronde Giambruno si era già fatto notare quest’estate con alcuni commenti sul caldo torrido e su una visita del ministro della Salute tedesco in visita in Italia.

Il Corriere delle Sera ha scritto che Meloni e Giambruno si sono conosciuti dietro le quinte di una trasmissione di Paolo Del Debbio di cui il giornalista era tra gli autori e Meloni ospite. A raccontare il loro primo incontro è stato proprio il giornalista. La leader di FdI era arrivata di corsa in studio, senza aver mangiato. La sua assistente le aveva allungato una banana per tarpare i morsi della fame durante una pausa pubblicitaria. Una volta tornati in onda, la leader era ancora lì con il frutto in mano: “Io mi precipito e gliela strappo di mano anche con una certa foga, ci manca la Meloni in diretta con una banana … — ha raccontato Giambruno al Corriere dicendo che la leader lo scambiò per un assistente — . Non so dire, i nostri occhi si incrociano in modo strano, è stato un attimo”. Cominciò così il corteggiamento. La coppia il 16 settembre 2016 ha avuto una figlia, Ginevra, chiamata così per via di Lancillotto.

Giambruno ha 42 anni, è di Milano. È giornalista e autore televisivo per Mediaset dove lavora da circa quindici anni. È stato autore di Quinta Colonna, Matrix, Mattino 5 e Stasera Italia e nelle redazioni di Tgcom24 e Studio Aperto, per entrambi i telegiornali ha fatto da conduttore. Da alcuni mesi conduce stabilmente il talk show politico Diario del giorno che va in onda nei giorni feriali su Rete4 tra le 15:30 e le 16:40. Dopo l’insediamento del governo Meloni per un periodo aveva smesso di apparire in video. La relazione con Meloni è stata sempre tenuta molto al riparo dai media, almeno prima che la leader di Fratelli d’Italia diventasse la prima Presidente del Consiglio in Italia. Da quel momento il giornalista è apparso anche numerose volte in pubblico in occasioni ufficiali.

Era il febbraio 2021 quando Giambruno interveniva direttamente per difendere la moglie dagli insulti del professore Giovanni Gozzini. “Per coloro che non lo sapessero, sono il compagno di Giorgia Meloni, la madre di mia figlia. Sono molto fiero di quello che ha fatto nella sua vita. Non mi permetto di commentare le parole del professore perché ci sono altri luoghi dove verranno commentate e sentenziate in altri termini. Mi permetto solo di dire che ci sono dei minori che leggono certe schifezze. Io spiegherò a mia figlia quanto sua madre sia valorosa e meritevole di ciò che ha fatto nella sua vita. Mi auguro, professore, ammesso che lei abbia dei figli, che i suoi di figli possano dire altrettanto dei suoi commenti misogini, indegni e vergognosi”.

Al settimanale Sette Meloni aveva raccontato come il compagno fosse “un padre fantastico, presentissimo. Passa a Milano una settimana al mese, ma quando è qui lavora quasi sempre di sera e durante il giorno sta molto con Ginevra. Ci alterniamo, ci aiutiamo, ci completiamo”. Al suo compagno chiede consigli, pareri. “Lo coinvolgo, sì, ma non troppo. Quando siamo assieme cerco di lasciare fuori la politica, di staccare. Non è facile: lui segue tutti i talk, io passo davanti: ‘Ancora co’ la politica? Ti prego, cambia, non ne posso più!’”. Il compagno le aveva anche confessato di avere idee più di sinistra in passato.

Giambruno non è nuovo a uscite che negli ultimi tempi hanno sollevato polemiche e forse anche un po’ di imbarazzo alla premier Meloni. “La notizia, ammesso che tale sia, è che a luglio fa caldo e probabilmente a dicembre nevicherà”, aveva detto lo scorso luglio che però era stato dichiarato il mese più caldo registrato sulla Terra. “So’ vent’anni, trent’anni che in qualche modo i tedeschi ci devono spiega’ come dobbiamo campare noi, se non ti sta bene stai a casa tua”, aveva detto a proposito dei commenti del ministro della Salute tedesco in visita in Italia. Redazione Web 29 Agosto 2023

"Se non ti sta bene...": la lezione di Giambruno al ministro tedesco. E la sinistra impazzisce. Karl Lauterbach ha dichiarato che il turismo italiano non avrà futuro a causa del caldo. La replica del giornalista e marito della Meloni: "Stai nella Foresta Nera, stai bene, no?". Ma la sinistra lo usa per attaccare il premier. Francesca Galici il 27 Luglio 2023 su Il Giornale.

Nei giorni scorsi hanno fatto discutere le dichiarazioni del ministro della Sanità tedesco, Karl Lauterbach, che in queste settimane è in vacanza in Italia da dove si è lamentato dell'eccessivo caldo del nostro Paese, spiegando che "in Italia il turismo non ha futuro, fa troppo caldo. Usate le chiese come celle frigorifere". E visitando Bologna, città dalla storia e dall'arte senza paragoni nel mondo, il ministro ha detto: "L’ondata di caldo qui è spettacolare. Se le cose continuano così, queste destinazioni di vacanza non avranno futuro a lungo termine. Il cambiamento climatico sta distruggendo l’Europa meridionale. Un’era volge al termine". Alle parole di Lauterbach ha risposto Andrea Giambruno, giornalista Mediaset di lungo corso, nonché compagno di Giorgia Meloni.

Il ministro tedesco choc: "In Italia il turismo non ha futuro. Le chiese come celle frigorifere"

Karl Lauterbach sembra davvero convinto delle sue affermazioni e, come sempre accade nel nostro Paese non mancano i soliti che, invece di replicare al nostro chiedendogli se pensa che la Germania sia davvero migliore rispetto all'Italia, gli danno ragione. Il ministro del Turismo, Daniela Santanché ha replicato con garbo al collega del governo tedesco, sottolineando come moltissimi dei suoi connazionali scelgano da sempre il nostro Paese e che il cambiamento climatico non riguarda solo l'Europa meridionale ma l'intero Vecchio Continente.

Dal ministro tedesco è arrivato un attacco screditante all'Italia e per ragioni che non sono ancora ben chiare Lauterbach ha forse tentato di mettere in cattiva luce il nostro Paese per agevolare qualche altra destinazione turistica, magari in Germania. "Se non ti sta bene stai a casa tua. Stai nella Foresta Nera, stai bene, no?", ha detto Andrea Giambruno al ministro nel corso del programma su Rete Quattro Diario del giorno da lui condotto. Non sono mancate per questo critiche al giornalista da parte di diversi esponenti politici rossi e della stampa amica della sinistra, perché la posizione di Andrea Giambruno è comoda per lo schieramento di opposizione, che utilizza i legami personali del giornalista per attaccare Giorgia Meloni, sua compagna nonché madre di sua figlia. Ancora una volta, la sinistra del nostro Paese si dimostra priva di qual si voglia pudore e capacità politica, sfruttando la famiglia del premier per tentare di indebolirla politicamente.

Una bordata verso Lauterbach è arrivata anche da Matteo Renzi, che nella sua newsletter ha dichiarato: "Ha detto che in Italia il turismo è destinato a scomparire e che le chiese dovrebbero diventare dei luoghi di ristoro per chi ha caldo. Non so se il caldo farà male al turismo italiano, sono certo che il caldo abbia già fatto male al ministro tedesco". Non pago della stilettata, l'ex premier ha concluso: "Quando leggo certi commenti superficiali e finalizzati a fare notizia non mi preoccupo per la tenuta del nostro patrimonio culturale, ma per la qualità della loro sanità".

Estratto dell’articolo di Maurizio Crosetti per “la Repubblica” su Il Corriere della Sera venerdì 28 luglio 2023. 

[…] Andrea Giambruno, in arte Meloni. Il lui di lei di Giorgia. Il primo first gentleman della storia repubblicana rischia di diventare il personaggio dell’estate. Ha 41 anni, è milanese, fa il giornalista a Mediaset dove neppure Emilio Fede arrivò mai a tanto (con Silvio Berlusconi erano una coppia di fatto, ma non vivevano sotto lo stesso tetto). 

Invece il signor Meloni sta da sette anni con Giorgia, insieme hanno messo al mondo Ginevra che negli ultimi mesi è stata cresciuta da papà, immaginiamo divertendosi un mondo, visto che mamma torna tardi la sera. Per poter restare di più a casa, il principe Andrea è stato pure trasferito a Roma: Marina e Piersilvio sanno essere molto gentili quando occorre, e di questi tempi con Meloni è meglio esserlo.

La carriera del principe in monopattino, suo mezzo di locomozione preferito, ha vissuto una lunga stagione a Mediaset tra rassegne stampa e programmi di un certo livello, poi però sembrava sbriciolata dopo le elezioni stravinte da lei. 

Sparito dal video (passo indietro per evitare imbarazzi? pausa strategica?), Andrea Giambruno è tornato alla grande con il suo Diario del giorno , […]. E così, tra gaffe onomastiche e negazionismi meteo, sevizie al vocabolario e casi diplomatici, il nostro eroe si è preso quasi più titoli e link della compagna, non sappiamo se così contenta dell’ormai ingovernabile deriva familiare.

«Chi attacca me, mira a Giorgia » dice lui, onesto nell’ammettere che un cognome giusto resta pur sempre un grimaldello, se poi fai il giornalista non c’è porta che non si spalanchi. «Stare con lei? Ho qualche vantaggio. Magari il decreto Lavoro ho chi me lo spiega, se poi devo parlarne in tivù». 

Dunque si delineano meglio i ruoli di questa memorabile coppia: lei dà ripetizioni a lui nei corsi di recupero, è la sua insegnante di sostegno. Poi, siccome viviamo in mezzo a cattiverie e invidie, tutti lì a far notare altri dettagli di un personaggio che andrebbe valutato soltanto per quello che dice, e già ce ne sarebbe d’avanzo, non per le scarpe con le suole blu o per la pettinatura appena cambiata: siccome sui social lo prendevano assai in giro, postando meme di Olmo, il leggendario presentatore creato da Fabio De Luigi, con l’identica zazzera del principe Andrea, ecco che il first gentleman si è spalmato mezzo chilo di gelatina sulla capoccia: almeno nessuno potrà dire che non abbia una mente lucida.

[…]  Narra la leggenda che Andrea e Giorgia si conobbero negli studi televisivi di Quinta Colonna , dove lei mangiava una banana e lui si preoccupò subito di raccoglierle la buccia: poi si è scoperto che gli sarebbe servita per scivolarci sopra. 

Sempre la leggenda tramanda che fu Lele Mora a portare il principe a Cologno Monzese, ma qui le fonti divergono e non concordano. Passo dondolante un po’ western, capello bizzarro e barbetta giusta, Andrea Giambruno è un classico piacione, a occhio uno sciupafemmine, anche se alla fine gli è toccato un osso durissimo. 

Lui in tivù la chiama «il presidente del Consiglio», rigorosamente al maschile, del resto un bravo giornalista sa usare le parole. Quando Giambruno collaborava con Il Tempo , si firmava Arnaldo Magro e nella rubrica “Segretissimo”, nome un po’ da parrucchiere o da “Intimità della famiglia”, svelava i retroscena del mondo politico italiano. Nessuno mai è riuscito a scoprire quali fossero le sue fonti, né chi gli raccontasse cosa si muove dentro il Palazzo. Amici, dobbiamo proprio abituarci ad Andrea Giambruno («Non sono un raccomandato, io lavoro duro da vent’anni!») e al suo stile narrativo, perché ci accompagnerà a lungo: qui non c’è davvero rischio di “sparimento”. A meno che il presidente del Consiglio non riservi al suo principe il consiglio più importante: tacere. 

Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera”  venerdì 28 luglio 2023. 

Lo dico sommessamente (il più meloniano degli avverbi), ma Andrea Giambruno non dovrebbe criticare in pubblico il ministro tedesco Lauterbach […]. Può criticare il tweet del ministro con i suoi amici, ma non in un programma televisivo, come ha fatto [l’altro]ieri: «Se non ti trovi bene da noi, stattene a casa tua nella Foresta Nera, no?». 

E non può farlo per la semplice ragione che lui è il compagno della presidente del Consiglio e ogni sua parola pronunciata in pubblico assume i contorni di un caso politico. […]

Sarà pure un pregiudizio, ma così va il mondo: quando e finché dividi la vita con una persona di potere, devi astenerti dall’esprimere opinioni attribuibili a lei. Per esempio, non puoi manifestare incredulità riguardo al cambiamento climatico, come ha fatto Giambruno nei giorni scorsi, perché tutti si sentiranno autorizzati a credere che quello sia anche il pensiero di Giorgia Meloni, cioè del governo. 

La condizione di non compagno della premier mi offre invece l’indubbio vantaggio di poter affermare, senza rischi di crisi diplomatiche, che sul tweet del ministro Lauterbach la penso sommessamente come Giambruno.

Vittorio Feltri dà del bischero a Gramellini: "Follia voler zittire il compagno di Giorgia". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 29 luglio 2023

Ieri Massimo Gramellini ha tirato le orecchie ad Andrea Giambruno, giornalista televisivo di Rete4, perché questi ha ridicolizzato un ministro tedesco che ha scritto un tweet alquanto sciocco. Questo: «In futuro, a causa del clima, sarà impossibile fare le vacanze in Italia». La risposta corretta del nostro collega è stata pronta: «Se non ti trovi bene da noi, stattene a casa tua, nella Foresta Nera». Infatti il politico crucco ha messo in ballo il surriscaldamento del pianeta, ripetendo le solite stucchevoli lagne che vanno di moda a riguardo delle temperature in crescita denunciate da alcuni scienziati e dagli immancabili verdi, teorie smentite da vari studiosi, i quali affermano che d’inverno fa freddo e d’estate si suda da sempre, come tutti noi ben sappiamo. 

Il corsivista del Corriere, pur confessando di essere d’accordo col collega del piccolo schermo, lo rimprovera di aver espresso il proprio inconfutabile pensiero pur essendo il compagno di Giorgia Meloni, il che alimenterebbe la sensazione che Giambruno parli in nome e per conto del presidente del Consiglio. Una accusa bizzarra visto che Andrea è pagato da Mediaset e non da Palazzo Chigi e, non essendo sotto tutela, è padrone di dichiarare quello che gli garba, esattamente come succede a Gramellini e anche a me, nonostante sia amico del capo del governo.

Secondo la firma del Corriere della Sera, invece, Andrea dovrebbe sigillare il becco e autocensurarsi altrimenti il popolo potrebbe credere che egli è il portavoce dell’esecutivo. Insomma, Giambruno dovrebbe fare il conduttore di un programma stando zitto edovrebbe vedersi limitata l’inviolabile libertà di parola in quanto “marito di”. Una bischerata così grossa non me l’aspettavo di certo da Massimo che è un professionista collaudato, al quale ricordo che i tedeschi ci redarguiscono da decenni con le loro critiche gratuite all’Italia, e basti menzionare la storica

prodezza di aver pubblicato sulla copertina di un settimanale teutonico un piatto di spaghetti conditi con due pistole,immagine riferita alle brigate rosse, come se il terrorismo fosse colpa dei cuochi. Nonostante ciò gli abitanti della Germania non hanno mai smesso di recarsi nel nostro Paese per trascorrere le vacanze, e continueranno a venirci a prescindere dai capricci del termometro, da sempre la colonnina dimercurio va su e giù e anche questa stagione estiva la nostra Romagna è piena di turisti provenienti dalla Germania.

Caro Gramellini, non è Giambruno a dovere tenere la bocca e il cervello inattivi. Forse tu hai bisogno di un riposino. Probabilmente è colpa del clima “estremo”, come amate definirlo in via Solferino.

Estratto dell’articolo di Assia Neumann Dayan per “La Stampa” venerdì 28 luglio 2023. 

Questa è la storia di un regalo. Non parliamo delle nuove puntate di "C'è posta per te" di Maria De Filippi, ma di Andrea Giambruno: giornalista, autore, conduttore di "Diario del giorno" – programma in onda su Retequattro– e incidentalmente compagno della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. 

Così come sono certa che le colpe dei padri non debbano ricadere sui figli, né quelle dei figli sui padri, sono altrettanto certa che le colpe dei mariti non debbano ricadere sulle mogli. 

[…] La parità è anche questo: ad esempio, nei giorni scorsi non si è fatto che parlare dei capelli di Giambruno, di che shampoo usasse o se avesse ecceduto con il balsamo. Questa è la storia di un regalo perché nel momento in cui Giambruno fa delle dichiarazioni di qualunque natura, siano esse che in fondo non fa poi così caldo o che si sta tanto bene nella Foresta Nera, tutti usano queste dichiarazioni per attaccare Giorgia Meloni. Onestamente, non rinuncerei mai al principio secondo cui il singolo si assume la responsabilità di quello che dice, e non i parenti.

Giambruno ieri durante la sua trasmissione stava parlando di "maltempo e incendi, è emergenza climatica?" come recita il sottopancia. […] A seguire un momento che sembra una scena tagliata da "Don't look up": «Il ministro tedesco viene in Italia e ci viene a spiegare che comunque venire in Italia a trascorrere le vacanze non s'ha da fare perché fa troppo caldo. Son venti-trent'anni che i tedeschi ci devono spiegare come dobbiamo campare noi, se non ti sta bene stai a casa tua, stai nella Foresta nera che stai bene, no?». 

La maggior parte di noi conosce la Foresta Nera per la celeberrima torta; quindi, immagino pure io che là si stia bene, speriamo solo che lì Retequattro non prenda. La tv è piena […] di certi programmi, di negazionisti, populisti, nostalgici di qualunque cosa […].

Questa volta ci stupiamo perché a fare demagogia climatica è il compagno della premier, e pensiamo che i testi glieli scriva lei. […] Non so se Giambruno sia un negazionista climatico, ma di sicuro i testi non glieli scrive il segretario generale dell'Onu Guterres che ieri ha dichiarato: «A meno di una mini-era glaciale luglio 2023 infrangerà i record. Il cambiamento climatico è qui. È terrificante. Ed è solo l'inizio». Non vorrei fare spoiler, ma mi ricordo che "Don't look up" non finiva bene, però possiamo sempre cambiare canale.

Estratto dell’articolo di Gennaro Marco Duello per fanpage.it venerdì 28 luglio 2023.

Il tweet del ministro tedesco Karl Lauterbach sul clima in Italia e la risposta muscolare di Andrea Giambruno su Rete 4, a Diario del giorno, fanno discutere Luca Telese e Marianna Aprile in diretta a "In onda" su La7. "Io e Marianna abbiamo opinioni molto diverse su questo punto", premette Luca Telese e Marianna Aprile: "Se la moglie di un presidente del consiglio avesse osato muovere una critica così accesa, cosa sarebbe successo?".  

[…] Antonio Padellaro del Fatto Quotidiano: "Diciamo che il ministro tedesco ha detto una fesseria, poi stiamo dicendo che Giambruno non deve fare più il giornalista?". Marianna Aprile risponde: "No, nessuno sta dicendo questo, però magari potrebbe mettersi in aspettativa". E Luca Telese: "Vogliamo mettergli un bavaglio?" e Padellaro: "Magari dirà una cosa giusta o sbagliata, ma facciamogliela dire". E ancora Luca Telese difende l'amico:

Io lo conosco da prima che diventasse il compagno della Meloni, è un giornalista e dice le sue opinioni, lo può fare e vivaddio che ha opinioni diverse dalle nostre. 

[…]  Anche Giuseppe Provenzano, responsabile Esteri, Europa, Cooperazione internazionale nella Segreteria Nazionale del Partito Democratico, ha fatto notare: "Le dichiarazioni del ministro tedesco non sono solo sgradevoli, ma sono molto sbagliate. È una mancanza di rispetto nei confronti di un Paese che è afflitto dalla crisi climatica. 

L'ho detto al ministro Musumeci in aula, che ha fatto una cosa importante, ha attaccato il negazionismo climatico. Ma questa cosa deve dirla ai suoi compagni di partito, come Pichetto Fratin che nega l'origine antropica dei cambiamenti climatici". E su Giambruno: "Anche se fosse stato il marito della Merkel a entrare nelle dinamiche tra due paesi sarebbe stato fatto notare. Quando si fa il presidente del consiglio ci possono essere relazioni molto dure, ma bisogna stare sul terreno della politica".  […]

Estratto dell’articolo di Selvaggia Lucarelli per “il Fatto quotidiano” venerdì 28 luglio 2023.

“Chi mi attacca mira a Giorgia”, aveva dichiarato qualche tempo fa il compagno di Giorgia Meloni, Andrea Giambruno. Vorrei tranquillizzarlo: miriamo proprio a lui. Nessuna strumentalizzazione, l’oggetto del nostro dileggio è esattamente il first gentleman conduttore di Diario del giorno su Rete4. 

Che, se va avanti così, rischia seriamente di oscurare le performance comiche della compagna premier. Giorgia Meloni posseduta da Belzebù che sbraita “Io sono Giorgia” o che al vertice Nato dice “Mi fanno male i piedi” e manca poco che chieda le calze elastiche col borotalco come la Sora Lella è solo uno sbiadito ricordo. Ora c’è “Io sono Andrea”, il conduttore poser che si mette di tre quarti, poggia il gomito sulla scrivania e guarda in camera con l’aria da piacione consumato.

Roba che se rifanno un remake di Barbie, altro che Ryan Gosling, il vero Ken è lui. Non solo perché è il perfetto “fidanzato di” come Ken, non solo perché è di gomma, ma soprattutto perché la vaporosa capigliatura è chiaramente in acrilico e fibre di vetro, di quelle che se avvicini una fiamma prende fuoco come la torcia olimpica. 

La puntata del suo programma in cui si fa portavoce del negazionismo climatico è diventata anche quella in cui è stato eletto bandiera dei negazionisti tricologici, ovvero quella speciale corrente di complottisti convinti che i parrucchieri siano l’esercito segreto di Soros e che vadano evitati come il vaccino e il 5G. 

La pettinatura a “schiaffo di Anagni” e quel suo “appuuuuunto” che è già tormentone sono diventati argomenti di discussione più dei roghi, dei tifoni, della siccità, delle scie chimiche e degli aerei colpiti dalla grandine. Il momento televisivo in cui lui, in modalità Olmo (nel senso del personaggio di Fabio De Luigi), dice “Oggi è il grande giorno del caldo torrido e qualcuno si chiede se sia una novità che nel mese di luglio si raggiungano queste temperature, secondo noi non è una grande notizia” e ti aspetti che quindi passi la palla a un esperto meteorologo mentre la passa a Vittorio Feltri, è poesia pura.

Roba da spiegargli in diretta che, se lui non sente molto caldo, è perché il ciuffo gli fa ombra. […] il discorso si conclude con Giambruno che si volta di scatto, piccato, spostando il ciuffo di botto da un lato a un altro e provoca uno spostamento d’aria che per il noto “Butterfly effect” dà vita, pochi giorni dopo, al drammatico tifone su Milano. 

La verità è che il cambiamento climatico è colpa del ciuffo di Giambruno. Infatti, non appena compresi i rischi della sua arroganza tricologica, il First Gentleman ha poi cambiato acconciatura e si è presentato in tv pettinato col capello all’indietro effetto bagnato come Gigi Hadid. 

Ma il nostro Ken di Rete 4 è instancabile e poco dopo è ritornato sul tema: il ministro della Sanità tedesco Karl Lauterbach […] si era detto scettico sulla capacità dei Paesi del Sud Europa di poter ancora a lungo ospitare i troppi turisti con queste temperature roventi […]. 

Giambruno non gliele ha mandate a dire: “Sono venti, trent’anni anni che in qualche modo i tedeschi ci devono spiegare come dobbiamo vivere noi. E, se non ti sta bene, te ne stai a casa tua. Stai nella Foresta Nera, no?”. E intanto agitava nervoso la foresta nera che abita sulla sua testa. […] Mancava solo un bel “mangiatevi gli Spätzle a casa vostra”.

Insomma, io non so come si faccia a dire che Andrea Giambruno sia raccomandato. Che sia lì perché è il compagno di Giorgia Meloni. È evidente a tutti che quel posto sia suo di diritto e chi dice il contrario è un negazionista del merito altrui. Anzi, io penserei seriamente a portarlo in Rai e ad affidargli la versione sovranista dell’ex programma di Fabio Fazio: “Che tempo che fa”. Sottotitolo: “Qualunque sia, basta che non mi increspi i capelli”.

Dagospia sabato 29 luglio 2023. Riceviamo e pubblichiamo:

Caro direttore, ma il signor Meloni, al secolo signor Giambruno, non avrebbe dovuto mettersi in aspettativa dopo la nomina della consorte a premier? Barbara Palombelli ha lasciato i suoi incarichi presso “Repubblica” e il “Corriere della sera” quando suo marito Francesco Rutelli è diventato ministro dei beni culturali poi vicepresidente del consiglio, Lo stesso hanno fatto altre giornaliste come Gianna Fregonara moglie del premier Enrico Letta. Solo le donne lasciano? Il signor Giambruno dopo la nomina della consorte ha al contrario rafforzato le sue esternazioni in video e le spara grosse.

Cordiali saluti F. G

Andrea Giambruno, smontato il fango della sinistra: "Ci passo sopra una volta, poi basta". Libero Quotidiano il 29 luglio 2023

Adesso parala lui. Andrea Giambruno, giornalista di Rete 4 e compagno di Giorgia Meloni in un'intervista al Corriere rispedisce al mittente tutte le critiche ricevute in questi giorni da diversi colleghi vicini a posizioni progressiste e anche da alcuni esponenti della sinistra: "Non c’è stato nessun “Giambruno sconquassa i rapporti con l’Europa”. C’è chi ha scritto che la sua compagna dovrebbe darle una strigliata. Cosa direbbero a me, se andassi in tv a dire che cosa devono fare le mogli degli altri". Poi sulle parole del ministro tedesco, Karl Lauterbach, che ha profetizzato la fine del turismo in Italia per il grande caldo, Giambruno afferma: "Escludo che un ministro tedesco si possa risentire della battuta di un giornalista italiano".

E ancora: "Noto che, fra tante polemiche, nessuno ha potuto scrivere che la battuta non era condivisibile. Massimo Gramellini, che stimo, ha scritto sul Corriere che tutti la pensano come me". Poi torna sul ministro tedesco: "Il tedesco ha detto che il turismo in Italia è destinato a fallire per via del clima: una cosa neanche supportata dai dati. Mi sembra pure da menagramo". Poi avverte: "Non querelo nessuno, al momento, ma deve esserci un limite. Hanno scritto anche che sono uno sciupafemmine e un piacione. Ma ho una famiglia e su questo posso passarci sopra una volta, poi basta". Infine sulle accuse di "negazionismo sul clima" per aver mostrato i giornali degli anni Sessanta che parlavano di caldo anomalo, risponde così: "E quindi? Il 18 luglio, prima della grandine a Milano, avevo ospite Vittorio Feltri, tutti i programmi e i tg aprivano sul caldo. Sono 40 anni che, appena fa caldo, sento il servizio in cui dicono che bisognare bere tanta acqua o non uscire nelle ore più calde. Dico: Vittorio, fa caldo, che notizia è? Sarà una notizia anche che a Natale nevica? Poi, ci sono stati la grandine, il nubifragio e quella sì che era una notizia. Ma ora sembra che la mia frase sul caldo sia correlata alla grandine che poi si è abbattuta su Milano". 

Giambruno: «La Foresta nera? La mia era una battuta. Escludo che un ministro tedesco possa risentirsi». Candida Morvillo su Il Corriere della Sera  il 29 luglio 2023

Il giornalista e compagno della premier torna sulla frase pronunciata in trasmissione e afferma: «Con Giorgia non ne ho parlato» 

Andrea Giambruno com’è stato svegliarsi leggendo titoli come «i colpi di sole del first gentleman», «il Ken di Giorgia Meloni», «il compagno che sbaglia», «Giambruno il tribuno»?

«È da stamattina che sorrido. Ho fatto una battuta sul ministro tedesco Karl Lauterbach, ma costruirci un “caso Giambruno” vuol dire proprio che non ci sono altri “casi” di cui scrivere».

Lauterbach si è lamentato del caldo in Italia e lei, conducendo «Diario del Giorno» su Rete4, gli ha risposto che può starsene a casa sua nella Foresta nera.

«Escludo che un ministro tedesco si possa risentire della battuta di un giornalista italiano».

Lei non è solo un giornalista, è il compagno della premier e il padre di sua figlia.

«L’articolo 21 della Costituzione ancora mi autorizza a fare una battuta, o dobbiamo cambiare la Costituzione apposta per me?».

Può confermare che, alle sue fonti a Palazzo Chigi, non risultano lamentele della diplomazia tedesca?

«Ma scherza? Non c’è stato nessun “Giambruno sconquassa i rapporti con l’Europa”».

C’è chi ha scritto che la sua compagna dovrebbe darle una strigliata.

«Immagini cosa direbbero a me, se andassi in tv a dire che cosa devono fare le mogli degli altri».

Insomma, non si è pentito.

«Noto che, fra tante polemiche, nessuno ha potuto scrivere che la battuta non era condivisibile. Massimo Gramellini, che stimo, ha scritto sul Corriere che tutti la pensano come me».

Però, ha anche scritto che lui può dirlo perché non ha parentele illustri, ma che lei dovrebbe astenersi.

«Quindi faremo l’albero genealogico a tutti i colleghi o solo a me? C’è persino chi ha scritto che le parole di Sergio Mattarella contro i negazionisti del clima si riferivano a me».

Ieri il direttore Alessandro Sallusti l’ha difesa, scrivendo di «linciaggio mediatico» e che «tra un italiano che difende l’Italia e un tedesco che ci denigra, la sinistra sceglie il tedesco».

«Il tedesco ha detto che il turismo in Italia è destinato a fallire per via del clima: una cosa neanche supportata dai dati. Mi sembra pure da menagramo».

Che intendeva dire dicendo «sono venti o trent’anni che i tedeschi cercano di spiegarci come vivere»?

«Mi riferivo alla caduta del governo Berlusconi, nel 2011».

Quindi alla teoria del complotto a trazione tedesca e non alla celebre foto della pistola sugli spaghetti?

«Tutti sappiamo come è andata: Silvio Berlusconi voleva fare debito per i cittadini, i nostri titoli di Stato furono venduti nella notte, lo spread salì in modo spropositato e il governo cadde. Questo perché Berlusconi non riteneva gli italiani secondi a nessuno e credo che questo dovrebbe essere l’atteggiamento di tutti i nostri governi».

Dopo la battuta a Lauterbach, lei è stato etichettato come negazionista del cambiamento climatico.

«Ho fatto decine di puntate sull’argomento e sui relativi fondi del Pnrr, invitando anche gli ambientalisti più esasperati… Nessuno può dire che ho negato il cambiamento climatico».

E che sia colpa dell’uomo?

«Non lo so: su questo la scienza è divisa e io ho invitato esperti che dicevano che è colpa nostra e altri che dicevano il contrario».

Negazionista, dicono, anche perché ha mostrato in onda i giornali degli anni ’60 che parlavano di caldo anomalo.

«E quindi? Il 18 luglio, prima della grandine a Milano, avevo ospite Vittorio Feltri, tutti i programmi e i tg aprivano sul caldo. Sono 40 anni che, appena fa caldo, sento il servizio in cui dicono che bisognare bere tanta acqua o non uscire nelle ore più calde. Dico: Vittorio, fa caldo, che notizia è? Sarà una notizia anche che a Natale nevica? Poi, ci sono stati la grandine, il nubifragio e quella sì che era una notizia. Ma ora sembra che la mia frase sul caldo sia correlata alla grandine che poi si è abbattuta su Milano».

Giorgia Meloni che le ha detto di queste polemiche?

«Non ne abbiamo parlato. Ma le pare normale che la sua visita alla Casa Bianca è un successo e che, accanto, sui quotidiani, si parli del “caso Giambruno”? Sviare l’attenzione su di me mi sembra un modo per non ammettere che questo governo le sta azzeccando tutte».

L’altro «caso» è che ci si è interrogati se il suo passaggio dal ciuffo vaporoso al ciuffo col gel non sia la nuova linea di una destra che vuole presentarsi più formale ed educata.

«Posso giurare che metto il gel sui capelli perché ho ascoltato un consiglio di mia madre e non di un giornalista di sinistra. Ma, se fossi una donna, sarebbe già partita una campagna contro il body shaming».

Querelerà qualcuno?

«Non querelo nessuno, al momento, ma deve esserci un limite. Hanno scritto anche che sono uno sciupafemmine e un piacione. Ma ho una famiglia e su questo posso passarci sopra una volta, poi basta».

Per concludere?

«Mi sembra che, in tutto ciò, oggi, a Milano, non faccia così caldo».

Estratto dell’articolo di Luca Telese per laverita.info - 21 settembre 2016 

Andrea, ti definiscono «Il signor Meloni?», ti spiace.

«Zero. Io sono Andrea Giambruno: ho una vita, una storia, un lavoro. Se mi associano a

Giorgia, come capita a milioni di donne in Italia con i loro mariti, sono contento». 

Fino a oggi non hai mai detto una sola parola.

«Lei sta sulla scena, io dietro. Non amo i riflettori. Apparire non è il mio lavoro. Nel grande

mondo della tv sto dietro le quinte, a immaginare cosa accade davanti». 

[...] «Mi piace mettermi in ultima fila, senza che lei mi veda, e sentire la cosa unica di quella sera. Ha una capacità di comunicazione rara». 

Non ti fai riconoscere?

«Se nessuno mi vede, meglio». [...] 

[...] Andrea Giambruno, 35 anni, l'unico marito dell'unica leader donna della politica italiana. Una bella rogna. Infanzia ribelle - quartiere popolare di Milano - laurea in filosofia, una lunga gavetta da autore tv. Conosce la Meloni a Quinta Colonna. Poi ha lavorato a Matrix: per questo l'ho «ricattato» per fargli rompere il silenzio. Ci sono stati mariti di ministri e mariti di presidenti della Camera, in questo paese, sempre vissuti come oggetti misteriosi, pittoreschi o ufo: i signori Finocchiaro, Kienge, Brambilla-Pivetti. 

Siete una coppia di fatto.

«Non c'è nulla di male. Tutti meritano gli stessi diritti». 

Ahia...

«Perché? Su alcuni punti con Giorgia discutiamo, litighiamo, riflettiamo…. È una ricchezza

della coppia». 

Esempio.

«Sono favorevole a liberalizzare le droghe. Anche pesanti». 

Non ci credo. E sei ancora vivo a casa Meloni? 

(Sorride). «Lo so, è il suo Dna. Ma il proibizionismo non produce risultati utili. È un fatto».

Fammi un esempio.

«Tuo figlio, in qualsiasi città può trovare droghe in dieci minuti. La cocaina in meno.

Bisogna distruggere questo congegno». 

[...] Perché non siete sposati?

«Non sono molto religioso. Per ora è così. Poi vedremo». 

In che senso?

(Sorriso). «Per farla felice sono pronto a tutto».

[...] Sei nato a Milano, nel 1981.

«Una famiglia molto modesta. Adolescenza a Baggio». 

Il ricordo che racconta una stagione».

«Una rissa in cui si affacciarono i coltelli. Tornammo a casa pesti Ma due lezioni in una notte». 

La prima?

«Le botte – se poi capisci - servono. La seconda è che se impari ad ascoltarti capisci prima». 

Cosa avevi capito?

 «A letto pensai: è la mia vita, ma quella sbagliata. Un bivio». 

E tu dove vai?

«Maturità scientifica, prendo atto dell'incompatibilità con la matematica: filosofia in Cattolica». 

Eri appassionato di politica. A destra?

«Il primo voto? Ulivo». 

Oddìo, chi lo dice ai Fratelli?

«Non scherzare… Ho sempre votato Pd». 

Che tipo eri fino ad allora?

(Risata). «Un palestrato: capelli lunghi fino alle spalle, anelli e bracciali, vivevo di Kick boxing». 

[...] Dall'università a Telenova.

«Mi trovo co-conduttore di Linea d'ombra, con Adriana Santacroce. Talk politico, bellissimo». 

Il test della luce rossa.

«Lo supero al contrario. Non ho mai preso la febbre da video». 

E poi? 

(Sospiro). «Autore, a Mtv. Lavoro a Trl Programma Itinerante: ogni settimana una regione diversa. 

Poi carta stampata.

«Per Signorini, a Sorrisi e Canzoni. Rapporto intensissimo. Ci confrontavano molto, anche

sulle storie private». 

Torni con lui in tv.

«Kalispera, a Mediaset. E lì rimango». 

L'esperienza più intensa?

«Intervista alla Nannini, neo mamma, in chiave alfabetica: alla P di Penelope - sua figlia - si commuove. Come la capisco ora». 

Poi Mattino 5?

«Colloquio con Fabio Del Corno: “Vedi il programma, vero?". E io: “Tutti i giorni". Era una

balla… Ma mi ha graziato».

Poi l'avventura con Del Debbio.

«Esigente, preciso. Scrivo 10 pagine di copione, inorridisce». 

E tu?

«Mi metto nei suoi panni: professore, ex assessore, istrione. Dopo due giorni, tre pagine». 

E lui?

«Sospira: “Oohhh". Soddisfatto. Un mese e fa: “Tenetemi Giambruno"». 

Nel magma di Quinta Colonna.

«Con Paolo il sodalizio diventa amicizia». 

[...] E qui incontri la Meloni?

«Tre anni fa. Casualmente». 

Che ti ricordi?

«Sala trucco. Non avevo confidenza. Discutiamo di fesserie. Poi mi fa ridere come un

matto…». 

Cioè?

«Dico: “C'è Gelli, deputato pd collegato. E lei: “Gelli? Nel Pd? Annamo bene!"». 

E poi?

«Ghiaccio rotto. Attrazione. Pensava fossi un assistente di studio. Il giorno dopo scrivo a

Giovanna, la sua portavoce…». 

Ti identifica.

«Giorgia le fa: “Dammi sto numero!". Non ci siamo più lasciati».

 Lavoravi da nove anni, ma diventi per tutti «il signor Meloni».

«Per me non è cambiato nulla. Cerco di far coesistere la mia anima di strada e quella

razionale. Lei mi capisce, ho imparato da lei». 

In che senso?

«Ha tutti contro? Se ne frega. Non gliene passano una». 

Secondo te perché?

«Una donna leader questo paese non se la immagina. Ha una umanità carismatica.

Ma…». 

Cosa?

«Studia come una matta se deve fare 25 minuti di tv». 

Dici che sono più severi con lei che con un uomo?

«Uhhh.. Essere donna la penalizzata. Ironie, battute stupide…».

[...] Dai il colpo di grazia a chi inizia a simpatizzare per te.

«Juve, nel midollo. Solo per Ginevra ho chiuso 18 anni di abbonamenti». 

Santa bimba! E poi Giorgia è giallorossa.

«Sì, felice se la Roma vince, in una famiglia lazialissima». 

[...] Differenze con Giorgia?

«Lei è maniaca dell'ordine».

Tutte le compagne, credo.

«Un giorno, ero a Milano, mi urla al telefono. Io non capivo. E lei: “Ma secondo te il dentifricio non va messo nel barattoloooo!?"». Non è cattiva: ci sono cose per me irrilevanti su cui lei soffre». 

Tipo?

«Entri a letto. Domanda: “Ma mica avrai lasciato la copertina sul divano?". Ah ah ah. Ma poi ci capiamo senza parole, è magia». 

Test fornelli?

«Torna tardi e preparo cena: sui primi sono forte». 

Cosa ascolti a parte i comizi di Giorgia?

«I Queen, i Guns N' Roses, Vasco. Lei Guccini e Gaber!». 

Daresti un figlio a una coppia gay?

«Ne ho discusso molto con Giorgia. Come lei sono contrario all'utero in affitto, non

accetto la mercificazione dei corpi. Invece…». 

Cosa?

«So che una coppia omosessuale può amare. Svuoterei gli orfanatrofi e darei tutti i bimbi alle famiglie arcobaleno». 

E chi ha paura dei «due papà»?

«So quanto si può soffrire senza. Se vogliono donare amore dateglieli di corsa».

[...]

Estratto dell’articolo di Renato Franco per il “Corriere della Sera” sabato 21 ottobre 2023.

Invidie e gelosie erano naturali nei confronti del «first gentleman» Andrea Giambruno, ma anche lui ci ha messo del suo per non farsi particolarmente amare all’interno della stessa Mediaset. Chi gli rimproverava l’atteggiamento da gagà e il ciuffo esibito; chi stigmatizzava l’aria da coatto del Nord e la parlata da milanese imbruttito; in tanti mal sopportavano quel fare sul confine tra lo sbruffone e l’arrogante, la sicumera di quello che te la spiega lui. E poi la gestualità impettita, l’irrefrenabile voglia di fare una battuta, «meglio» se a sfondo sessuale.

Un atteggiamento che facilmente suscita malumori, soprattutto se — volente o nolente — molti ti etichettano come il «compagno di». […] non erano pochi quelli che avevano letto la sua promozione non come una diretta conseguenza delle sue capacità, ma come un’attenzione verso la premier. Inevitabile che oggi molti a Cologno Monzese festeggino l’«hybris» punita, quella tracotanza immancabilmente seguita dalla vendetta divina. 

[…] Giambruno è stato a dir poco leggero, perché nel nuovo ruolo di fidanzato d’Italia doveva «volare basso», esporsi meno, anziché chiedere di più.

Dall’altra parte è facile immaginare l’umore di Antonio Ricci, il sorriso sornione, le mani ad accarezzare il pizzetto, ora che ha piazzato una doppietta che ha tenuto in scacco la politica italiana con il suo cascame di gossip. Del resto i fuorionda sono da sempre uno dei core business dell’inventore di Striscia : audio rubati, parole orecchiate di nascosto, confidenze rivelate a milioni di spettatori che diventano notizia. […]

Roma, 21 ottobre (LaPresse) - Una telefonata che viene definita "cordiale" e "di vicinanza" quella che - a quanto apprende LaPresse - ci sarebbe stata ieri tra l'amministratore delegato di Mediaset, Pier Silvio Berlusconi, e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dopo i fuori onda di 'Striscia la notizia' sul compagno della premier, Andrea Giambruno, e la decisione di Meloni di interrompere la loro relazione. "Non sapevo nulla di Striscia, altrimenti te l'avrei detto", avrebbe confermato Berlusconi alla premier, avvalorando così la ricostruzione secondo cui la trasmissione dei fuori onda su Giambruno sarebbe stata una scelta autonoma di Antonio Ricci e degli autori del programma.

Estratto dell’articolo di Ilario Lombardo per “la Stampa” sabato 21 ottobre 2023.

Quando Giorgia Meloni telefona ad Antonio Tajani, giovedì, Striscia la notizia ha pubblicato ancora solo il primo fuorionda del compagno Andrea Giambruno. La premier spera che il suo vice, capo di Forza Italia dopo la morte del fondatore Silvio Berlusconi, possa ancora fare qualcosa per fermare lo stillicidio. 

Al termine della telefonata Meloni comprende che le speranze sono nulle. Il servizio del tg satirico andrà in onda e all’ora di cena mostrerà il padre di sua figlia mentre molesta colleghe con battute a sfondo sessuale e si tocca le parti basse.

Cosa succede dopo lo sanno pochissime persone. […] Appena Meloni entra a Palazzo Chigi a Giambruno viene affidata una trasmissione di informazione quotidiana su Rete 4. Fino a quel momento è uno sconosciuto. Invece del classico passo indietro, il compagno entra in un fascio di luce abbagliante che lo espone anche alle gelosie dei colleghi. […]

[…] Giambruno si era fatto diversi nemici dentro l’azienda. Da mesi erano tornati a circolare gli articoli che scriveva su Il Tempo sotto lo pseudonimo Arnaldo Magro, in cui criticava Mediaset perché durante il governo Draghi le reti del Biscione non davano spazio «all’unica forza di opposizione», e cioè il partito della compagna. La promozione in odore di raccomandazione per privilegio coniugale ha fatto il resto. 

Giambruno avrebbe dovuto sapere cosa succede negli studi televisivi del Palatino, a Roma. I microfoni accesi e i fuorionda che vengono conservati e che hanno alimentato la leggenda del potere di “Striscia”. Giambruno sapeva da giorni degli audio che lo interessavano ed è difficile immaginare che non lo sapesse anche Meloni. Nel suo entourage più stretto smentiscono.

Mentre da Fi sostengono che sia stato Pier Silvio Berlusconi, ad di Mediaset, ad avvisarla durante un colloquio a settembre. La premier ha provato a neutralizzarli facendo leva sull’alleanza politica con Marina Berlusconi? O è vero che l’asse con la primogenita si è rotto dopo la forzatura sulla tassa – poi ritirata – sugli extraprofitti bancari? Di certo, ci sono due momenti che si richiamano tra loro in questa storia. Mentre forma il governo, un anno fa, Meloni manda un messaggio a Silvio Berlusconi, sostenendo di non essere ricattabile.

Ieri chiude il post avvertendo chi «spera di indebolirmi colpendomi in casa». Infine, ci sono due fatti che sono stati esaminati dai vertici di FdI. Il primo: a Meloni è stato risposto che Antonio Ricci, autore di “Striscia”, è una repubblica autonoma dentro Mediaset e fa quello che vuole. Il secondo: si parla di una riunione, di mercoledì, nello studio romano di Gianni Letta – pontiere tra gli affari della famiglia, il partito e il governo – dove era presente anche Tajani e in cui si sarebbe discusso di qualcosa di delicato, che avrebbe rimesso Mediaset al centro dell’attenzione politica.

Estratto dell’articolo di Francesco Moscatelli Monica Serra per “la Stampa” sabato 21 ottobre 2023. 

Da primo e in qualche modo moderno first gentleman italiano fotografato in smoking one step behind alla Prima della Scala a compagno sbattuto fuori casa via social. Da volto sempre più noto del piccolo schermo a giornalista sospeso che rischia addirittura il licenziamento. Una meteora. 

Gli unici a non essere rimasti sorpresi dalla repentina caduta dall'olimpo di Andrea Giambruno […] sono i colleghi di Mediaset […] «Lui è così. È sempre stato smargiasso, tamarro e pure un po' ingenuo – racconta uno di loro, rigorosamente in forma anonima -. Il vero errore è stato affidargli una conduzione in diretta. Quando l'abbiamo saputo in tanti abbiamo pensato: com'è possibile che una scaltra come Meloni, che sicuramente conosce bene anche il carattere del suo uomo, sia d'accordo con una scelta del genere?».

[…] Una collega, coinvolta nei fuorionda, consegna il suo telefono a un uomo a cui chiede di negare che quello sia il suo numero. Negli uffici di Mediaset circolano anche molte leggende su Giambruno. Per tanti, sarebbe stato Lele Mora a portarlo nella tv di Berlusconi. E, prima del salto di qualità sul piccolo schermo, per i maligni un giovanissimo Giambruno sarebbe stato addirittura tra i «driver» dell'agente televisivo notoriamente senza patente, poi caduto in disgrazia tra inchieste giudiziarie e condanne. Dicerie? Cattiverie? Possibile.

Quel che è certo, però, è che nelle vecchissime carte delle inchieste sul caso Ruby, il nome di Giambruno emerge dai «tabulati telefonici» raccolti all'epoca dalla polizia. Certo, tredici anni fa, Giambruno - mai indagato - era un signor nessuno e gli inquirenti non hanno avuto motivi di approfondire la sua posizione. Ma tra lui e Lele Mora compaiono una decina di contatti, sms anche ravvicinati, tutti nel luglio del 2010.

[…] Andrea Salvatore Giambruno, di cui ormai sono arcinoti tanto l'incontro con Giorgia Meloni in uno studio televisivo complice una buccia di banana quanto la lunga serie di scivoloni inanellata in diretta in pochi mesi (dalle frasi negazioniste sul «climate change» alla «transumanza» dei migranti, passando per i ministri tedeschi che farebbero meglio a «starsene nella foresta nera» alle riflessioni sulle ragazze che se «evitano di ubriacarsi e perdere i sensi» magari poi non trovano «il lupo»), è iscritto all'elenco dei giornalisti pubblicisti dal 12 giugno del 2014.

Nato a Milano, cresciuto fra l'hinterland e la provincia di Monza, dove si è diplomato allo scientifico Frisi per poi laurearsi in Filosofia alla Cattolica, ha sempre vissuto in quella zona grigia fra il desiderio di diventare qualcuno, televisivamente parlando, e l'anonimato. 

Primi passi a Telenova […] poi un'esperienza a Mtv e l'arrivo sotto il segno del Biscione nel 2009, quando di anni ne aveva 28: autore a Quinta Colonna, Matrix, Mattino Cinque e Stasera Italia, poi Studio Aperto e TgCom24. Chi non lo ama […] malignava sul suo passaggio dalla rassegna stampa notturna al titolo di conduttore. Altra storia è quella della collaborazione con il quotidiano Il Tempo. Come pseudonimo aveva scelto Arnaldo Magro.

La rubrica si chiamava «Segretissimo» e […] ha costretto il direttore Franco Bechis a pubbliche scuse perché una volta l'autore «ha sintetizzato in modo erroneo una frase pronunciata da Matteo Salvini». […]

Estratto dell’articolo di Gianluca Roselli per il “Fatto quotidiano” domenica 30 luglio 2023.

A Mediaset, di un programma in prima serata per Andrea Giambruno non parla più nessuno. Sparito dai radar. La promessa di un talk nel prime time di Rete 4 per il giornalista compagno di vita di Giorgia Meloni non trova conferme. E viene il sospetto che ai piani alti del Biscione, dopo gli ultimi incidenti di percorso dell’anchorman sul cambiamento climatico e sul ministro tedesco “nella Foresta Nera”, ci abbiano ripensato. 

Intendiamoci, di ufficiale non c’era nulla: alla presentazione dei palinsesti lo scorso 5 luglio a Cologno non s’era fatto cenno all’ipotesi. Il direttore dell’informazione, Mauro Crippa, si era limitato a sottolineare l’importanza di valorizzare un prodotto come Diario del giorno, il programma quotidiano che Giambruno conduce nel pomeriggio di Rete 4. E in quel “valorizzare” alcuni hanno inteso un cambio di orario, in una fascia con maggiore ascolto.

Ora però, se gli incidenti dovessero continuare, potrebbe essere a rischio anche Diario del giorno. “Se ne combina una ogni volta che va in onda, qualcuno dovrà porsi il problema”, è il ragionamento che si fa nelle redazioni tra Cologno e il Palatino a Roma. Ma che dentro Mediaset stia crescendo il malcontento verso colui che viene soprannominato “il Meloncino” lo si è visto anche sui social, dopo la polemica sul clima, quando il conduttore ha minimizzato sul caldo oltre i 40 gradi.

“È luglio, fa caldo, non mi sembra una gran notizia”, le parole di Giambruno, che poi con poca eleganza ha tolto la parola alla sua inviata che cercava di dimostrare il contrario. “No, ma tutto bene, a luglio il tempo è questo”, ha twittato Lella Confalonieri (vicedirettrice di Videonews e nipote di Fedele, presidente Mediaset: non proprio l’ultima arrivata), dopo il nubifragio che ha colpito Milano. Aggiungendo un sarcastico “lo dice anche il signor Meloni…”.

È intervenuta pure Laura Cannavò, giornalista politica del Tg5: “Eh sì, aspetta, chi l’aveva detto? L’ho sentito in quel programma di Rete 4. Diario del giorno?”. “La mia frase sul caldo non era correlata alla grandine che poi s’è abbattuta su Milano, quella sì che era una notizia”, ha spiegato Giambruno ieri al Corriere. Insomma, piccole-grandi perfidie tra colleghi, anche perché si sa, specie in tv, quando si assegna un programma a qualcuno, scattano invidie e gelosie. Ma comunque un segnale d’insofferenza dalla pancia di Mediaset verso Mr Meloni. Al momento, però, il giornalista gode ancora dei benefici del patto Marina-Giorgia, con la sponda di Pier Silvio, che ha fatto cessare il controcanto forzista dei primi mesi di governo. […]

Estratto dell’articolo di Ilaria Costabile per fanpage.it giovedì 19 ottobre 2023
Nella puntata di mercoledì 18 ottobre di Striscia la Notizia si inaugura una nuova rubrica dedicata ad uno dei nomi che più hanno fatto discutere in questa stagione tv: Andrea Giambruno. Il giornalista, nonché conduttore televisivo e compagno di Giorgia Meloni, durante un fuori onda recuperato dal tg satirico di Canale 5, si lascia andare ad alcune considerazioni piuttosto colorite e, inoltre, si rivolge alla collega presente facendole battute allusive.

In prima battuta Giambruno si lamenta del fatto che i suoi capelli siano diventati oggetto di scherno e, infatti, tra una pausa dalla diretta e l'altra non esita a commentare: "Ma non mi rompessero il ca**o col ciuffo, ho 42 anni e ce li ho i capelli, qua dentro sono tutti pelati, ma non mi rompessero i cog***ni, qua c'è gente che bestemmia in onda, mi vanno a guardare i capelli". Il giornalista, poi, in un successivo momento di stop, si avvicina alla sua collega giornalista presente in studio dicendo:
L'unico giudizio che conta per me è quello della Viviana, ma la bellezza di questo blu estoril, una donna acculturata come te dovrebbe saperlo, blu Cina no, non ti si addice, sei di un livello superiore, meglio oggi? Sei di buon umore? Mi è dispiaciuto ieri vederti un po'…Sei una donna intelligentissima, ma perché non ti ho conosciuta prima. […]

(LaPresse giovedì 19 ottobre 2023) - Il fuorionda trasmesso da 'Striscia la notizia' in cui si sente il compagno della premier, il conduttore di Rete4, Andrea Giambruno, rivolgersi a una collega dicendole "ma perché non ti ho conosciuto prima, sei così acculturata, sei di livello superiore", si aggiunge alla lunga lista di altre 'conversazioni' registrate all'insaputa delle persone ignare dei microfoni accesi, che hanno visto coinvolti politici italiani di diverse fazioni e personaggi dello spettacolo. Ecco alcuni dei più celebri fuori onda 'pizzicati' dalla tv.

1994 - Ad uno speciale del Tg4, Rocco Buttiglione, allora segretario del Ppi, pensando di essere in pubblicità approcciò così Antonio Tajani, portavoce di Forza Italia. E nel commentare i risultati delle amministrative caldeggia la possibilità di un'alleanza Ppi-Fi alle politiche. "Voi dovere fare un'alleanza con noi, dobbiamo fare un partito assieme, dovete darmi atto che io ho sempre parlato bene di Forza Italia. 

Si possono fare alle regionali degli esperimenti, a voi converrebbe fare nord con noi, che vinciamo dappertutto, scaricare la lega, un sud centro fronte di liberazione regionale non egemonizzato da nessuno.... Dobbiamo fare maturare le condizioni perché in altre situazioni con il doppio turno va un bel blocco di centro e allora Fini per un verso si ridimensiona, per un altro fa la lettura che deve fare". 

2009 - L'allora presidente della Camera Gianfranco Fini si mette a chiacchierare con il procuratore Nicola Trifuoggi durante un convegno su Paolo Borsellino. Parte uno scambio di battute su Berlusconi. "No ma lui (Berlusconi, ndr), l'uomo confonde il consenso popolare che ovviamente ha e che lo legittima a governare, con una sorta di immunita' nei confronti di... qualsiasi altra autorita' di garanzia e di controllo... magistratura, Corte dei Conti, Cassazione, Capo dello Stato, Parlamento... siccome e' eletto dal popolo...", dice Fini.
E Trifuoggi risponde: "E' nato con qualche millennio di ritardo, voleva fare l'imperatore romano". E ancora Fini: "Ma io gliel'ho detto... confonde la leadership con la monarchia assoluta.... poi in privato gli ho detto…

ricordati che gli hanno tagliato la testa a... quindi statte quieto". 
2013 - Ospite di Barbara D'Urso, Silvio Berlusconi, mentre parte lo stacco pubblicitario, chiede alla conduttrice di fargli alcune precise domande. "E poi mi domandi...". 

2013 - Dialogo tra Grillo, Rocco Crimi e Roberta Lombardi appena usciti dal Quirinale dopo le consultazioni del presidente Giorgio Napolitano. "Napolitano è simpatico – dicono -, mi sembra un po' più sveglio ultimamente" e Grillo è d'accordo: "Sì sì, mi è piaciuto molto". "Dobbiamo trovare un altro nome, non chiamarlo più Morfeo". 

2013 - Renzi ripreso con uno smartphone mentre parla con alcuni militanti alla festa del Pd di Bologna, fa i complimenti allo sfidante: "Bersani - dice Renzi - durante le primarie è stato perfetto, mi ha fatto un c... così".

2014 - L’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio si è lasciato andare a un’esternazione non troppo diplomatica con Sergio Chiamparino: "Comincio io, poi continua tu: non me ne frega un c...". 

2016 - A 'Dalla vostra parte' Laura Ravetto, esponente di Forza Italia, si infervora con Paolo Del Debbio e la sua redazione per averle tolto la parola durante un collegamento. "Adesso mi ridanno la parola se non mi inc... Io devo poter replicare se no faccio un casino". 

2019 - Laura Ravetto si lascia andare con Nicola Fratoianni: "Quel figlio di pu***na di Macron".
2021 - L’eurodeputata De Martini e l’onorevole Scalfarotto discutono a proposito dei parlamentari europei: "L'Italia manda in Europa il peggio... hanno usato l'Europa come discarica... almeno che sappiano l'inglese".

Da today.it - Estratti giovedì 19 ottobre 2023

"Sei di buon umore? Mi è dispiaciuto ieri vederti un po'…Sei una donna intelligentissima, ma perché non ti ho conosciuta prima…?". Queste le parole dello 'scandalo' con cui Andrea Giambruno si è rivolto alla collega Viviana Guglielmi durante un fuori onda del programma "Diario del giorno". Ma chi è Viviana, giornalista al centro dei filmati che tanto stanno facendo discutere su Giambruno, compagno della premier Giorgia Meloni?  

Classe 1977, Viviana Guglielmi è una giornalista che oggi si occupa di attualità ma che ha iniziato trattando di sport e intrattenimento. La sua carriera è stata sempre in ascesa, tanto da riuscire ad aprirsi a poco a poco una strada nel giornalismo. Nata a Sanremo ma cresciuta nel bergamasco, Guglielmi ha una laurea in Scienze della Comunicazione ed è iscritta all’Albo dei giornalisti della Lombardia dal giugno 2009.

In passato ha lavorato le testate Il Giornale e Style, poi l'approdo televisivo alla Gazzetta TV e in seguito nella redazione di Tgcom24, quindi nelle reti Mediaset. "Sono appassionata di sport. 

(...)
Da fanpage.it - Estratti giovedì 19 ottobre 2023

Finisce nell’occhio del ciclone l’ennesimo scivolone televisivo di Andrea Giambruno , questa volta immortalato in un pessimo fuori onda del suo programma Diario del giorno su Rete 4. Dopo le esternazioni degli ultimi tempi, dal caso degli stupri di Palermo e dopo aver usato il termine “transumanza” per parlare di immigrazione, il giornalista Mediaset viene colto in fallo da Striscia La Notizia, mentre tenta un approccio non ricambiato con la collega e giornalista in studio Viviana Guglielmi che, imbarazzata, non lo degna nemmeno di uno sguardo.

Viviana Guglielmi è una giornalista delle reti Mediaset. Nata nel 1977 a Sanremo ma cresciuta nel bergamasco, ha una laurea in Scienze della Comunicazione ed è iscritta all’Albo dei giornalisti della Lombardia dal giugno 2009. Inizia la sua carriera nel giornalismo televisivo occupandosi di sport e di intrattenimento. Nel 2008 approda ad Antennatre con il programma Azzurro Italia e dal 2010 viene affidata alla conduzione di Happy Hour, in onda su Tele Lombardia. Ha collaborato anche per diverse testate, da Il Giornale alla rivista Style. È apparsa sugli schermi di Inter Channel, poi su Sistal Tv: Approda infine a Gazzetta TV e in seguito nella redazione di Tgcom24. “Sono appassionata di sport.
Da ragazzina facevo i campionati regionali di nuoto, stile libero. In tv non perdevo una puntata de La domenica sportiva. E mi dicevo: “Un giorno mi piacerebbe condurre un programma di calcio…”, ha raccontato in un’intervista al Corriere nel 2015 ai tempi di GazzettaTv. “Il mio modello? Candido Cannavò. Mi sono nutrita dei suoi editoriali, dei suoi libri. Lo vedevo in tv e dicevo: “Quello è lo stile giusto, compassato e profondo, mai sopra le righe, mai una parola fuori luogo”.
(…)

Da open.online giovedì 19 ottobre 2023

Il giorno dopo il fuori onda di Striscia la Notizia Andrea Giambruno non è andato in onda con il suo Diario del Giorno su Rete 4 per moderare un convegno sul turismo a Pavia. Ma anche lì gli è andata male e i microfoni che lui pensava spenti prima di iniziare hanno captato un altro audio “rubato”. Al suo fianco il compagno di Giorgia Meloni aveva l’assessora al Turismo della Regione Lombardia, Barbara Mazzali, già capogruppo di Fratelli di Italia in consiglio regionale. Giambruno con galanteria le offre un bicchiere d’acqua in attesa dell’inizio del convegno. E inizia a sfogarsi, con chiaro riferimento a quanto accaduto la sera prima: «Ormai sono terrorizzato da tutto. Appena dico qualunque cosa diventa oggetto di mistificazione…». 

L’assessora Mazzali ha provato a confortare Giambruno, facendogli qualche complimento: «magari da dentro no, ma per chi guarda dal di fuori anche tu hai una tua leadership». Giambruno sembra condividere: «Sì…», e lei prosegue: «quindi anche questo ci sta nel tuo personaggio…». Il conduttore di Mediaset incassa il complimento, ma prosegue a raccontare la sua pena: «Sì, ma la cosa che ti dà noia è che ti vogliano fare passare per…».

Ecco, qui la frase viene interrotta da un tecnico di sala che avvisa Giambruno e l’assessora che avevano i microfoni aperti, quindi intercettabili da altri. E li chiude. Non sapremo mai come sia proseguito lo sfogo di Giambruno, che pure è continuato per lunghi minuti fino a quando non è iniziato il convegno. E dopo due ore di tavola rotonda è ripreso fitto fitto- questa volta in piedi sorseggiando un calice di spumante- durante una pausa dei lavori in cui Giambruno ha confessato alla Mazzali tutte le sue pene del momento.

Estratto dell’articolo di Gaia Martino per fanpage.it giovedì 19 ottobre 2023
Andrea Giambruno è ancora protagonista di Striscia La Notizia. Dopo il filmato del fuorionda nel quale si lascia andare ad alcune considerazioni e si rivolge alla collega, Viviana Guglielmi, con battute allusive, nella puntata di […] giovedì 19 ottobre, il tg satirico ha trasmesso nuove dichiarazioni del giornalista e conduttore. 
[…] Gli audio trasmessi da Striscia La Notizia stasera fanno parte ancora di un fuorionda di Andrea Giambruno. Non è chiaro a chi si rivolga il conduttore e giornalista, ma le dichiarazioni sono ben comprensibili: "Posso toccarmi il pacco mentre vi parlo" dice, "L'hai già fatto" risponde una donna. 

Il conduttore continua: "Tu sei fidanzata?". "Si, te l'ho già detto stamattina, Andrea", la risposta. Poi ancora: "Sei aperturista? Come ti chiami? Ci siamo già conosciuti io e te?, dove ti ho già vista? Ero ubriaco? Lo sai che io e *****, abbiamo una tresca? Lo sa tutta Mediaset, ora lo sai anche tu. 

Stiamo cercando una terza partecipante, facciamo le threesome. Anche le foursome con **** . Però generalmente va a Madrid a ciu***e. Hai sco*ato? C'è fi*a? Sco**to? Entrerai a far parte del nostro gruppo di lavoro? Ti piacerebbe? Però devi darci qualcosa in cambio". 

E allora che la donna risponde: "La mia competenza". "Noi facciamo le foursome, si sco*a", continua Giambruno. Il conduttore si rivolge poi a qualcun altro raccontando il botta e risposta avuto con quella donna: "Le ho detto […] devi fare le foursome con noi. Tradotto: si sco*a". A quel punto interviene un uomo: "Se ti registra Striscia, poi vedi te..". E allora che Giambruno ironizza: "Ma che ho detto? Dai. Si ride, si scherza. Veniamo dalla pandemia. Manco stessimo parlando dell'Agenzia delle entrate".

Estratto dell’articolo di Ilaria Costabile per fanpage.it giovedì 19 ottobre 2023
Nella puntata di mercoledì 18 ottobre di Striscia la Notizia si inaugura una nuova rubrica dedicata ad uno dei nomi che più hanno fatto discutere in questa stagione tv: Andrea Giambruno. Il giornalista, nonché conduttore televisivo e compagno di Giorgia Meloni, durante un fuori onda recuperato dal tg satirico di Canale 5, si lascia andare ad alcune considerazioni piuttosto colorite e, inoltre, si rivolge alla collega presente facendole battute allusive.

In prima battuta Giambruno si lamenta del fatto che i suoi capelli siano diventati oggetto di scherno e, infatti, tra una pausa dalla diretta e l'altra non esita a commentare: "Ma non mi rompessero il ca**o col ciuffo, ho 42 anni e ce li ho i capelli, qua dentro sono tutti pelati, ma non mi rompessero i cog***ni, qua c'è gente che bestemmia in onda, mi vanno a guardare i capelli". Il giornalista, poi, in un successivo momento di stop, si avvicina alla sua collega giornalista presente in studio dicendo:
L'unico giudizio che conta per me è quello della Viviana, ma la bellezza di questo blu estoril, una donna acculturata come te dovrebbe saperlo, blu Cina no, non ti si addice, sei di un livello superiore, meglio oggi? Sei di buon umore? Mi è dispiaciuto ieri vederti un po'…Sei una donna intelligentissima, ma perché non ti ho conosciuta prima. […]

Giulio Bucchi per liberoquotidiano.it – articolo del 2 dicembre 2018 
"Gianfranco Fini cercava un pretesto per rompere con Silvio Berlusconi, che ovviamente non c'entrava nulla". Antonio Ricci, intervistato dal Corriere della Sera, rivela perché, grazie a Striscia la notizia, è nato il Pdl, l'ex partito unico del centrodestra italiano.

Il momento cruciale fu un servizio mandato in onda da Canale 5 su Elisabetta Tulliani, compagna dell'allora leader di Alleanza nazionale, e il suo ex Luciano Gaucci. Fini la prese malissimo. "Tutti, come da copione, presero le sue difese e attaccarono Berlusconi", ricorda Ricci. "Alla domenica, dopo 3 giorni di bastonate, lui salì sul predellino e lanciò il Pdl al quale poco dopo dovette aderire lo spiazzato Fini". E così, conclude Ricci con un pizzico di amarezza, lui da sempre schierato a sinistra, "alla fine il grande partito della destra italiana nacque anche per colpa nostra".

Novembre 2010: nel libro di Bruno Vespa, "Il Cuore e la Spada" (Mondadori) si parla delle fibrillazioni nella politica italiana nel 2007 e delle origini della crisi, poi scoppiata nel marzo 2010, tra Berlusconi e Fini. 
L'irritazione di Fini nei confronti di Berlusconi aveva motivazioni politiche, ma era acuita da un fatto strettamente personale: uno sgradevole servizio di «Striscia la notizia» sulla sua nuova compagna, Elisabetta Tulliani.
Il 2007 era stato un anno decisivo per la vita privata del leader di An. Come abbiamo visto, il 16 giugno un comunicato di poche righe - redatto dall'avvocato di entrambi, Giulia Bongiorno - aveva annunciato la separazione di Gianfranco dalla moglie Daniela: «Dopo tanti anni di matrimonio [diciannove], può accadere che certi sentimenti cambino: noi ce ne siamo resi conto con immenso dispiacere ma anche con lucidità e la decisione di separarci è stata presa di comune accordo». 

FULMINE A CIEL SERENO - Per l'opinione pubblica era stato un fulmine a ciel sereno, anche perché, soltanto tre mesi prima, Daniela sembrava ancora innamoratissima del marito. (Una separazione davvero blindata, la loro, se nemmeno tre anni dopo - quando tra l'estate e l'autunno del 2010 è esplosa la vicenda della casa di Montecarlo -nessun cronista è riuscito a estorcerle una sola sillaba. Fra l'altro, Daniela ha continuato a frequentare gli amici politici dell'ex marito anche dopo la scissione dal Popolo della Libertà).
Quando si seppe la notizia, Fini, cinquantacinque anni, era in attesa che la nuova compagna Elisabetta, trentacinque anni, gli desse Carolina (poi arriverà anche Martina). L'unione divenne quindi pubblica solo dopo la separazione di Gianfranco, ma i due si conoscevano già dal 2005. 

Era stato Luciano Gaucci a presentarli. Dapprima Ignazio La Russa fece fare a Elisabetta un po' di pratica politica, ma ben presto scoprì che lei aveva aspirazioni televisive: bella e intelligente, non le fu difficile partecipare ad alcuni programmi di successo. Elisabetta, però, era innamorata di Gianfranco, e lui si innamorò di lei. «Ora ho deciso di lasciare il mondo dello spettacolo, per amore di Gianfranco» disse a Giulia Cerasoli di «Chi» (21 novembre 2007).

«Di personaggi pubblici in famiglia ne basta uno. Tornerò al mio lavoro di avvocato, ma non adesso». (Il suo elegantissimo sito Internet reca la scritta «Coming soon», prossima apertura). Quando si mise con Fini, Elisabetta era reduce da un lungo legame con l'imprenditore Luciano Gaucci (settant'anni nel 2010). «Sarebbe sciocco fingere di non avere un passato» affermò sempre nella stessa intervista.
«Avevo ventotto anni, ero libera e lo era anche lui. Gaucci è un uomo molto intelligente che mi ha insegnato moltissimo». E sul suo rapporto con Fini aggiunse: «Piano piano ci siamo accorti che ci capivamo al volo. È un uomo estremamente affascinante, sicuro di sé, ma con una dolcezza incredibile». 
(Dopo l'arrivo della primogenita, a Laura Laurenzi della «Repubblica» descrisse il compagno come un uomo molto affettuoso: «Quando la bimba si sveglia, Gianfranco si alza con me, e sta con lei ogni momento che può. Le cambia anche i pannolini»). La prima uscita pubblica della Tulliani a fianco di Fini fu nel gennaio 2008 in occasione di una sfilata «ecologica » di Gattinoni.

PARTE IL TORMENTONE - Ma fin dall'autunno precedente, appena si era diffusa la notizia della loro relazione, «Striscia la notizia» aveva trasmesso con irritante sistematicità filmati dell'epoca del suo rapporto con Gaucci: uomo intelligente, come l'ha definito lei stessa, ma divenuto ormai oggettivamente ingombrante. Il leader di An attribuì a Berlusconi la responsabilità dello sgradevolissimo tormentone. Chi conosce Antonio Ricci, il padre di «Striscia la notizia», ricorda bene quante ne abbia combinate allo stesso Cavaliere...
E, d\'altra parte, chi conosce Berlusconi sa che di certo quella campagna, visto il momento, non doveva essergli dispiaciuta. Come gli articoli graffianti che uscirono nelle stesse settimane sul «Giornale» e su «Libero». Sul piano politico, Fini, imbufalito con il Cavaliere per il patrocinio che aveva dato alla scissione da An della corrente di Francesco Storace e Daniela Santanchè, fondatori della «Destra» (da cui poi la seconda si sarebbe dissociata, diventando sottosegretario del nuovo governo Berlusconi), aveva reagito con due colpi bassi.

Il primo, con l'annuncio fatto ai suoi che, da quel momento, si sarebbe occupato personalmente dei due temi più sensibili per il Cavaliere, la giustizia e le televisioni. Il secondo, con una formidabile contestazione a Fabrizio Cicchitto, vice coordinatore nazionale di Forza Italia, inondato di fischi al convegno di Assisi della corrente di La Russa e Gasparri, a cui aveva partecipato come ospite. Quest'ultimo episodio avvenne sabato 17 novembre e fu lo «sparo di Sarajevo» che, l'indomani, portò Berlusconi alla svolta di piazza San Babila a Milano.

(ANSA 21 novembre 2007)  Più che di complotto per Antonio Ricci ''si tratta di miracolo'': ''ho la gioia mediatica di essere indicato come quello che ha fatto separare Fini e Berlusconi. E sono pure fiero di aver ucciso il bipolarismo'', dice l'autore di Striscia la notizia in un'intervista al Corriere della Sera in cui racconta quello che e' successo dopo aver trasmesso il video ''che girava da giorni'' della vecchia storia tra l'ex presidente del Perugia Luciano Gaucci e l'allora fidanzata Elisabetta Tulliani, che aspetta un figlio da Gianfranco Fini.

Il video e' andato in onda a Striscia proprio il giorno della Finanziaria, a due giorni dallo scioglimento di Forza Italia ha fatto infuriare Fini. ''Striscia - ha ribadito Ricci nell'intervista - ha fatto solo il suo dovere di programma di satira''. 

Ma non c'e' nessun complotto: ''Berlusconi non controlla Striscia tanto e' vero che lunedi' abbiamo mostrato le false firme ai suoi gazebo. Invece mi ha telefonato Confalonieri subito dopo la messa in onda del video. Balbettava - ha rivelato Ricci - frasi tipo 'Gentiloni... Complotto... non so come uscirne, cosa fare''. E il giorno dopo Mediaset ha diramato il comunicato prendendo le distanze da Striscia.
(ANSA 16 novembre 2007) ''Abbiamo fatto satira''. Cosi' Antonio Ricci, papa' di 'Striscia la notizia', sulla vicenda della nuova compagna del leader An Gianfranco Fini, Elisabetta Tulliani, dopo l'intervento di oggi della presidenza di Mediaset. 

Satira ''come l'abbiamo fatta - ha aggiunto Ricci - su Silvio Berlusconi, Massimo D'Alema e Walter Veltroni. La satira per definizione e' satura''.

Marco Galluzzo per corriere.it del 31 gennaio 2007

Alle due di notte c'è spazio per un governo possibile con la Margherita e una proposta di matrimonio all'avvenente Mara Carfagna. Alle tre per una sbirciatina fugace all' abito succinto della velina, un paio di interviste e una battuta a Zucchero («devo sottoporti alcuni testi che ho scritto, prima però tagliati barba e capelli»). Alle quattro infine l'indicazione di Fini come possibile successore, una favola di Esopo per denunciare i limiti della sinistra e i saluti ad un'Aida Yespica che gli sorride e lo fa sorridere: «Con te andrei ovunque, anche in un' isola deserta...».

Alla serata dei Telegatti Berlusconi non manca mai. Due sere fa ha rispettato la regola: è arrivato quando gli ospiti erano già seduti, è andato via tre ore dopo, alle quattro del mattino, quando i camerieri avevano sparecchiato i tavoli. All'una ha detto che non era serata per discorsi politici, semmai per galanterie alle signore; alle quattro ha cambiato idea e tenuto un piccolo comizio sul liberalismo e sul futuro del Paese. 
Accanto a lui la velina di Striscia la notizia Melissa Satta, abito quasi inesistente sul retro e anche lei tanti sorrisi al Cavaliere: «Vedo che ha risparmiato sul sarto, signorina. Guardi che conosco suo padre, domani lo chiamo, è avvertita...».

Al complesso monumentale del Santo spirito, ex ospedale per poveri e infermi, volte affrescate nel ' 400, l' atmosfera è quella di una festa vip e popolare: c' è lo staff di Mediaset al completo, i volti dei reality di successo, conduttori, soubrette, attori televisivi. Pippo Baudo è poco distante da Valeria Marini. 

Rita Rusic saluta affettuosamente le sorelle Carlucci, sedute al tavolo del Cavaliere insieme a Claudio Bisio e Vanessa Incontrada, che hanno condotto la serata tv, e al condirettore di «Tv Sorrisi e canzoni», Rosanna Mani. Poco distanti Pamela Prati e la Yespica, ma anche l' ex sottosegretario diessino Vincenzo Vita e il presidente diellino della Provincia, Enrico Gasbarra.

A quest' ultimo l' ex premier sussurra a lungo all' orecchio. Anni fa lo ospitò ad Arcore, gli disse che aveva gusto ed estetica adatti a una metamorfosi, cercò senza successo di cooptarlo in Forza Italia: «E ci riprova sempre - racconta lo stesso Gasbarra - dice che prima o poi bisogna fare un governo insieme, con noi della Margherita. Gli ho detto che così mi spaventava il mio assessore, Vita, e allora lui ha insistito con mia moglie: "lo dica lei a suo marito, deve venire con noi, e poi i ds ormai sono liberalizzatori, possiamo imbarcare anche loro in un governo tecnico..."». 

Sorridono mentre raccontano, in sala si addenta il tortino di zucca, Berlusconi è già qualche metro più in là, si lamenta scherzando del convegno di Liberal sul «berlusconismo», ovvero su se stesso, ieri e oggi nella Capitale: «Mi stanno paragonando a Reagan e de Gaulle e non mi va proprio giù, almeno per ora, sono ancora vivo....».

Prosegue il giro di tavoli, viene presentato e presenta il leader di Forza Italia, nel secondo caso sono due deputate azzurre ad essere introdotte, la bionda Micaela Biancofiore, la mora Mara Carfagna: «Belle, brave, molto più di tanti deputati». Ma per la seconda c' è un complimento in più: «Se non fossi già sposato la sposerei subito..». 

Poco prima di andare è la volta della favola: «Uno scorpione - racconta il Cavaliere - chiese alla rana di poter salire sul suo dorso, per farsi trasportare oltre il torrente. La rana rispose: "Non lo farò, perché altrimenti, durante il guado, mi pungerai". E lo scorpione: "Non potrei mai farlo, altrimenti annegheremmo entrambi".

La rana si fa convincere ma arrivati al centro del torrente lo scorpione la punge a morte. Prima che ambedue anneghino - conclude Berlusconi- alla rana rimane il tempo di chiedere allo scorpione il perché del suo gesto. Risposta: "l' ho fatto semplicemente perché è nella mia natura"». Morale: «Non si meravigli ora Prodi se all'interno della coalizione, sui temi delle riforme, i partiti che vantano ancora la definizione di comunisti prendano posizione divergenti: è la loro natura».
Da gazzetta.it – 31 gennaio 2007

"A mio marito e all'uomo pubblico chiedo pubbliche scuse, non avendone ricevute privatamente". Veronica Lario Berlusconi sceglie la strada di una lettera aperta al direttore di Repubblica per esprimere le sue reazioni alle affermazioni dell'ex presidente del Consiglio nel corso della cena di gala dopo la consegna dei Telegatti. 

"Mio marito - scrive Veronica Berlusconi - riferendosi ad alcune delle signore presenti - si è lasciato andare a considerazioni per me inaccettabili: 'se non fossi già sposato la sposerei subito', 'con te andrei ovunque". "Sono affermazioni - prosegue la Lario nella lettera - che interpreto come lesive della mia dignità, affermazioni che per l'età, il ruolo politico e sociale, il contesto familiare (due figli da un primo matrimonio e tre dal secondo) della persona da cui provengono, non possono essere ridotte a scherzose esternazioni".

LA RISPOSTA DI BERLUSCONI - Ecco il testo della lettera di risposta inviata dal Presidente Silvio Berlusconi alla moglie Veronica, che ha rifiutato poi ogni commento: "Cara Veronica, eccoti le mie scuse. Ero recalcitrante in privato, perché sono giocoso, ma anche orgoglioso. Sfidato in pubblico, la tentazione di cederti è forte. E non le resisto. 

Siamo insieme da una vita. Tre figli adorabili che hai preparato per l'esistenza con la cura e il rigore amoroso di quella splendida persona che sei, e che sei sempre stata per me dal giorno in cui ci siamo conosciuti e innamorati. Abbiamo fatto insieme più cose belle di quante entrambi siamo disposti a riconoscerne in un periodo di turbolenza e di affanno. Ma finirà, e finirà nella dolcezza come tutte le storie vere.

Le mie giornate sono pazzesche, lo sai. Il lavoro, la politica, i problemi, gli spostamenti e gli esami pubblici che non finiscono mai, una vita sotto costante pressione. La responsabilità continua verso gli altri e verso di sè, anche verso una moglie che si ama nella comprensione e nell'incomprensione, verso tutti i figli, tutto questo apre lo spazio alla piccola irresponsabilità di un carattere giocoso e autoironico e spesso irriverente. 
Ma la tua dignità non c'entra, la custodisco come un bene prezioso nel mio cuore anche quando dalla mia bocca esce la battuta spensierata, il riferimento galante, la bagattella di un momento. Ma proposte di matrimonio, no, credimi, non ne ho fatte mai a nessuno. Scusami dunque, te ne prego, e prendi questa testimonianza pubblica di un orgoglio privato che cede alla tua collera come un atto d'amore.
Uno tra tanti. Un grosso bacio Silvio". Insomma Berlusconi sembra sottoscrivere ancora quanto ribadito in un'intervista ad A e anticipata proprio oggi dal Corriere della Sera. "Veronica è una donna speciale. È stata una passione totale. Non mi ha mai fatto fare una brutta figura...". "E poi - conclude dulcis in fundo - è anche indulgente". 
REAZIONI - Le affermazioni audaci che hanno scatenato la reazione della signora Berlusconi sono state rivolte dal Cavaliere ad AIda Yespica e Mara Carfagna. All'arrivo dell'ex premier alla cena dei Telegatti, la prima gli si sarebbe rivolto confessando: "Presidente, con lei andrei su un'isola deserta".

Brillante e dalla risposta pronta, il Cavaliere le ha quindi risposto: "Io con te andrei dovunque". Ma è per la Carfagna, showgirl eletta nelle fila di Forza Italia, che l'ex-premier riserva la nota più romantica: "Guardatela... se non fossi già sposato me la sposerei". 

Veronica Berlusconi premette che gli costa molto vincere "la riservatezza" che ha contraddistinto il suo modo di essere "nel corso dei 27 anni trascorsi accanto a un uomo pubblico, imprenditore prima e politico illustre poi" qual è suo marito. Ma dopo aver affrontato "gli inevitabili contrasti e momenti più dolorosi che un lungo rapporto coniugale comporta, con rispetto e discrezione", Veronica Lario decide di rompere il muro del silenzio non solo per tutelare la sua dignità di donna, ma anche per dare un esempio ai figli: prima di tutto alle sue figlie femmine e poi per "aiutare suo figlio maschio a non dimenticare mai di porre tra i suoi valori fondamentali il rispetto per le donne".

"Oggi - sottolinea - nei confronti delle mie figlie femmine, ormai adulte, l'esempio di una donna capace di tutelare la propria dignità nel rapporto con gli uomini assume un'importanza particolarmente pregnante".

I fuorionda di «Striscia» su Giambruno (e l’assenza di ieri dalla conduzione). Le frasi: «Sei aperturista? Dove ti ho già vista?». Renato Franco su Il Corriere della Sera il 20 ottobre 2023
Il tg satirico Mediaset giovedì sera ha fatto sentire degli altri audio in cui il compagno della premier fa riferimenti sessuali verso una collega

Un doppio fuorionda di «Striscia la notizia» mette in imbarazzo Andrea Giambruno , il compagno della premier Giorgia Meloni. Il primo è stato trasmesso dal tg satirico di Antonio Ricci martedì sera. Su di giri, qualche battuta, qualche parolaccia, il giornalista si lamenta per le ironie sulla sua capigliatura («ma non mi rompessero per il ciuffo, già che ce li ho i capelli; qua dentro sono tutti pelati»). Poi si avvicina alla collega Viviana Guglielmi e se ne esce con una frase poco felice («sei una donna intelligentissima, ma perché non ti ho conosciuta prima?»).

Ieri sera il secondo round: lui non si vede ma si sente fare diversi espliciti riferimenti sessuali nei confronti di una collega: «Sei aperturista? Come ti chiami? Ci siamo già conosciuti? Dove ti ho già vista? Ero ubriaco?». Poi l’audio prosegue. «Come amore? Sai che io e XXX (il nome viene censurato, ndr) abbiamo una tresca? Lo sa tutta Mediaset, adesso lo sai anche tu. Però stiamo cercando una terza partecipante. Vuoi entrare a far parte del nostro gruppo di lavoro, ti piacerebbe?». A un certo punto forse si accorge di aver esagerato e minimizza: «Ma cosa ho detto? Si ride e si scherza, veniamo da una pandemia. Manco stessimo parlando dell’Agenzia delle Entrate».

Il primo fuorionda si è portato dietro anche una coda di giallo, p