Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

ANNO 2023

GLI STATISTI

QUARTA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE
 


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 


 


 

GLI STATISTI

INDICE PRIMA PARTE


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le carte segrete del Caso Moro.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ricordando il Divo.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Secessionisti.

Ingiustizia. Il caso Tangentopoli - Mani Pulite spiegato bene.

Ricordando Craxi.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Italiano per Antonomasia.

La Biografia.

Berlusconi e la Morte.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Berlusconi e la Salute.

Berlusconi e gli Affari.

Berlusconi e la Politica.

Berlusconi e lo Sport.

Berlusconi ed i Media.

Berlusconi e la Chiesa.

Berlusconi e la Cultura.

Berlusconi e la Gastronomia.

Berlusconi e gli Animali.

Berlusconi e la Famiglia.

Berlusconi e le donne.

Berlusconi e la Giustizia.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Al tempo del Nazismo.

Al tempo del Fascismo.


 

INDICE QUINTA PARTE


 

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli eredi del Duce.

 


 

GLI STATISTI

QUARTA PARTE


 

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Fake News.

Lui.

Lo Sport.

La Cultura.

I Viaggi.

Gli scontri tra Oriente e Occidente.

La nascita del Nazismo.

L’Epoca tra due Guerre.

La Svolta della Guerra.

I Combattenti.

I Raid.

La Shoah.

La Shoah degli Zingari.

Le Fughe.

Le Resistenti.

Le Spie.

Norimberga 1945.

I Condannati.

I Tesori.

L’Esoterismo.

Le Fake News.

La Bandiera sovietica sul Reichstag, storia di un "falso" d'autore. Andrea Muratore il 2 Maggio 2023 su Il Giornale.

Come accaduto per la foto di Iwo Jima, anche l'immagine della "Bandiera della Vittoria" è un "falso" che non celebra la conquista del parlamento della Germania mentre avveniva in tempo reale, ma è stato costruito ex post. Ottenendo l'obiettivo di mostrare il trionfo di Mosca sul nazismo

Tabella dei contenuti

 La battaglia di Berlino e la marcia sul Reichstag

 La foto definitiva

 Il simbolo dei sacrifici dell'Armata Rossa

L'immagine del soldato sovietico che issa una bandiera sovietica sul Reichstag, per la precisione la Bandiera della Vittoria che in tutta l'ex Unione Sovietica accompagna le celebrazioni per la fine della Seconda guerra mondiale, è passata alla storia come simbolo della sconfitta della Germania di Hitler e della liberazione dell'Europa del nazismo. L'immagine scattata il 2 maggio 1945 è però a tutti gli effetti una brillante opera di comunicazione politica, ma di fatto un "falso" d'autore.

La battaglia di Berlino e la marcia sul Reichstag

Intendiamoci: fu verissima, e brutale, la battaglia con cui l'Unione Sovietica espugnò la capitale del Terzo Reich. L'offensiva compiuta all'inizio del 1945 per accerchiare e assediare Berlino causò oltre 80mila morti tra i sovietici e più di 100mila tra i tedeschi. Fu parimenti comprensibile la volontà di Mosca e del governo di Iosif Stalin di celebrare enfaticamente la vittoria nella Grande Guerra Patriottica, dopo che la marcia per cacciare l'invasore tedesco che aveva attaccato l'Urss nel 1945 aveva portato in due anni dalle rive del Volga a quelle della Sprea, attraverso una serie di offensive travolgenti con cui l'Armata Rossa aveva liberato Polonia, Paesi baltici, Ungheria, Romania e Bulgaria. E il terribile tributo di sangue pagato dall'Urss - oltre 20 milioni di morti tra militari e civili - da un lato e gli odi accumulati per le repressioni, le stragi e le deportazioni di civili sul territorio sovietico avevano reso spietata la campagna di occupazione della Germania.

Ciononostante, la storia del "falso" del Reichstag è interessante e merita di essere raccontata. Perché mostra come realtà e propaganda in guerra spesso si sovrappongano. Nel pieno della battaglia per conquistare Berlino, mentre anche Adolf Hitler vedendo persa ogni speranza di riscossa meditava il suicidio che avrebbe compiuto il 30 aprile 1945, Stalin ordinò che, simbolicamente, il Reichstag dovesse essere occupato entro il primo maggio, Festa dei Lavoratori e giornata nazionale di celebrazione in tutta l'Urss. L'obiettivo simbolo era lo storico palazzo del parlamento tedesco identificato come un simbolo della Germania e del nazismo, nonostante Hitler ritenesse il Reichstag il tempio di una democrazia imperfetta che si riprometteva di superare col progetto del "Reich millenario". Ma il nome, la riconoscibilità e la solennità del Reichstag lo rendevano il luogo simbolo per un'offensiva. Stalin sognava di produrre, amplificandolo, lo stesso effetto emotivo che quattro anni prima aveva suscitato l'immagine della bandiera tedesca con la svastica innalzata sul Partenone.

L'obiettivo fu dunque politico nel pieno di una battaglia inclemente. Il maresciallo Georgij Zhukov, comandante del teatro di Berlino, decise di amplifiare la prospettiva di Stalin immaginando la scena della foto e annunciandola anzitempo. Mentre ancora il Reichstag non era stato bonificato dalle truppe tedesche al suo interno Zukhov annunciò il 30 aprile, giorno del suicidio di Hitler nel Bunker della Cancelleria, che il palazzo del Parlamento era stato occupato. La notte, mentre parte del Reichstag era già caduto nelle mani dei sovietici, il soldato kirghizo 23enne Rakhimzhan Qoshqarbaev del 674esimo Reggimento di Fanteria salì sull'edificio e inserì una bandiera nella corona della statua femminile rappresentante l'allegoria della Germania. Qoshqarbaev, "fegataccio" che poche settimane prima si era distinto guidando un assalto nell'attraversamento dell'Oder, compì un atto ad altissimo rischio in un edificio ancora teatro di guerra.

La foto definitiva

La giornata successiva, tuttavia, il vessillo fu tolto dai tedeschi che resistevano. Restava l'annuncio di Zhukov, che molti corrispondenti sovietici provarono ad andare a verificare ricevendo però, dall'interno del Reichstag, un nutrito fuoco di sbarramento tedesco in risposta. Fu solo il 2 maggio 1945, ultimo giorno della difesa di Berlino da parte della Wehrmacht, che il Reichstag cadde totalmente in mano alle armate sovietiche. Mentre il generale Helmuth Weilding, comandante della difesa della capitale, offriva la resa delle forze tedesche definendo "un abbandono" dei combattenti il suicidio del Fuhrer, la propaganda sovietica preparò l'agognata foto desiderata da Stalin. Che si classificò come "falso" perché immagine costrutita ad arte e non genuina conclusione della campagna di occupazione del Reichstag.

Un ufficiale ebreo ucraino di Donetsk, Yevgeny Ananyevich Khaldei, che aveva perso la madre e tre delle quattro sorelle durante la brutale occupazione tedesca, fu il fotografo incaricato di redigere la foto passata alla storia con il nome di "La Bandiera della Vittoria sul Reichstag" (in russo Znamya Pobedy nad Reykhstagom). L'immagine, potente nel messaggio evocativo, mostra il vessillo sventolare su una Berlino in macerie, sostenuta da due soldati. Il gruppo di soldati scelti per innalzare la bandiera sull'ex sede del Parlamento diventata ultima ridotta tedesca è rimasto a lungo oggetto di questione. Ed è un "falso nel falso". Inizialmente si pensò a dei soldati del 380esimo e del 756esimo reggimento di fantiera sovietica identificati nel russo Mikhail Yegorov e nel georgiano Meliton Kantaria. Il motivo di questo duo è comprensibile: la Grande Guerra Patriottica conclusa dall'unione tra un esponente del popolo sovietico che si era intestato la massima parte di sofferenze e lutti, il russo, e di quello del comandante Stalin, il georgiano.

Ma oltre la storia ufficiale sovietica la realtà è un'altra. A issare la bandiera furono tre soldati: Aleksei Kovalyev, un 20enne russo, è il militare che appare tenere la bandiera sul Reichstag, mentre il nativo del Daghestan Abdulchakim Ismailov appare nel principale degli scatti di Khaldei. In alcune sequenze appare anche il soldato bielorusso Aleksei Goryachev, nativo di Minsk, che ha coadiuvato l'operazione. Nella foto diffusa, poi, Ismailov appariva inizialmente con due orologi. Visto che si temeva potesse averne saccheggiato uno, compiendo un reato passibile di pena capitale, l'immagine modificata "ufficiale" mostrava il soldato daghestano, ultimo a morire nel 2010 tra i membri dell'impresa, solo con l'orologio sinistro. Evitando ogni ulteriore polemica.

Nella foto originale non compaiono orologi sul polso del soldato sovietico. 

Il simbolo dei sacrifici dell'Armata Rossa

La foto fu pubblicata il 13 maggio, pochi giorni dopo la capitolazione definitiva della Germania, sulla rivista Ogonëk, come risposta a un altro falso d'autore di altissimo valore simbolico, l'alzabandiera di Iwo Jima dei soldati Usa ritratto nel febbraio precedente dopo la già avvenuta conquista del Monte Suribachi, realizzata da Joe Rosenthal dell'Associated Press. A prescindere dalla storia "artefatta" dell'evento è indubbio che la vittoria di Berlino, cruenta fino all'ultimo istante e ultima fatica dell'Armata Rossa prima della vittoria finale, meritasse un simbolo di livello. La foto del Reichstag conquistato dai sovietici ottenne infatti l'effetto voluto, mostrando al mondo il tracollo militare del Reich hitleriano e spegnendo sul nascere qualsiasi mito simile a quello post-Grande Guerra, che parlava di una Germania tradita ma non sconfitta sul campo.

Uno tra migliaia a Iwo Jima: identificato il marine dello storico scatto

L'immagine del Reichstag riassunse per la propaganda comunista i sacrifici dell'Urss e della sua forza armata per liberare dal nazismo l'Europa orientale e riassunse in un'istantantea le vittorie di Stalingrado, di Kursk, dell'Operazione Bagration, della rottura dell'assedio di Leningrado, dell'offensiva sull'Oder. Vittorie pagate con un tributo di sangue immenso da parte sovietica, inferiore tuttavia alla conta dei morti caduti nelle camere a gas, nelle rappresaglie, nelle marce della morte o per le carestie causate dall'occupazione tedesca. Preludio alla vittoria finale e alla definitiva demolizione del progetto di Hitler e dei suoi intenti di destabilizzazione e dominio dell'Europa. Conclusisi col "Crepuscolo degli Dei" di Berlino in cui solo il suicidio del Fuhrer evitò ulteriori, inutili morti da parte tedesca in una difesa ormai vana.

Lui.

Estratto dell’articolo di Uski Audino per “La Stampa” mercoledì 23 agosto 2023.

È di nuovo polemica sulla casa natale di Hitler a Braunau am Inn, nell'Alta Austria. […] L'immobile, da decenni meta di pellegrinaggio dei nazisti dell'intero orbe terracqueo, è stato espropriato nel 2017 dalla Repubblica austriaca e poi destinato a diventare – così si è deciso nel 2019 – la sede di una stazione di polizia. Fin qui un'opzione legittima, per quanto discutibile. 

Ora, secondo la ricostruzione del documentario presentato lunedì alla stampa «Chi ha paura di Braunau?», si è saputo che questa destinazione sarebbe nient'altro che la realizzazione esatta della volontà del Führer.

[…] La prova fornita nel documentario emerge da un fondo di archivio locale ed è un articolo uscito il 10 maggio del 1939, poco più di un anno dopo l'Anschluss, l'annessione dell'Austria da parte del Terzo Reich. «Il Führer ha messo la sua casa natale a disposizione della direzione del distretto di Braunau. Su sua richiesta, sarà trasformata negli uffici della direzione del distretto» si scriveva sul quotidiano locale Neuen Warte am Inn. In altre parole Hitler avrebbe voluto destinare la sua casa d'origine a funzioni pubbliche.

È una peculiare "ironia della storia" che la volontà di Hitler ora sia in qualche modo messa in opera, ha commentato lo storico che dirige l'Archivio della città di Braunau, Florian Kontako. Proprio quanto sta facendo ora il governo Nehammer che, lo stesso giorno della proiezione del filmato, ha confermato al quotidiano austriaco Kurier l'intenzione di partire con i lavori di ristrutturazione il 2 ottobre prossimo. 

Per il rinnovo saranno messi a disposizione circa venti milioni di euro, quattro volte tanto l'importo previsto inizialmente, fa sapere il ministero degli Interni austriaco. E il tutto dovrebbe concludersi entro il 2026, autorizzazioni permettendo. 

Secondo Günther Schwaiger, il regista del documentario, sulla futura stazione di polizia «graverà sempre il sospetto di essere stata voluta da Hitler» anche nel caso diventasse un ufficio dell'agenzia dell'Entrate o di altre istituzioni amministrative. «Qui ci deve essere un ripensamento» ha detto il regista in conferenza stampa nel café Landtmann, nel cuore di Vienna.

«Si possono commettere errori, ma bisogna riconoscerli», ha aggiunto. La critica è stata invece definita «assurda» dallo storico Oliver Rathkolb, membro della commissione di esperti incaricata di trovare un nuovo uso dell'abitazione del dittatore. 

[…] Ma c'è una seconda e non banale osservazione che emerge nel documentario. Secondo gli abitanti di Braunau il disprezzo con cui viene additata la loro città nasconde il desiderio della maggior parte degli austriaci di lavarsi la coscienza. Relegare il male in un luogo geografico ben delimitato è comodo per tutti. 

Questa la tesi del regista, secondo il quale «la vera paura è fare i conti con la nostra storia familiare», perché la maggior parte di noi discende dai carnefici, dai collaboratori, dai simpatizzanti e non dalle vittime. Un'affermazione scomoda che porta in luce un tema poco affrontato. 

Quanto ha fatto i conti l'Austria con il suo passato nazista? È noto a tutti che l'Anschluss fu sostenuto da un referendum che vide un'adesione dell'oltre 99% della popolazione austriaca? Konrad Adenauer nel 1955, a chi gli chiedeva un commento sull'autofedinizione dell'Austria come «prima vittima incolpevole» della Germania rispondeva: «Se gli austriaci chiedono un risarcimento, fategli mandare le ossa di Hitler».

 

Estratto dell’articolo di Paolo Valentino per il “Corriere della Sera” il 16 marzo 2023.

Ad Adolf Hitler, che secondo uno studio psicologico di Harvard aveva una «forte componente femminile», volevano mettere estrogeni nei pasti, in modo che gli cadessero i baffetti, la voce diventasse stridula e soprattutto gli crescesse il seno. Un Führer con le tette difficilmente avrebbe ancora esercitato il suo carisma sui tedeschi. […]

 Un altro piano prevedeva che il Paese del Tenno fosse invaso da migliaia di pipistrelli kamikaze, lanciati da aerei, sotto le cui ali erano fissati congegni che avrebbero incendiato case ed edifici di legno. Non erano idee per una sceneggiatura cinematografica. Ma alcuni dei progetti pensati e in molti casi sperimentati da una speciale sezione dell’Oss, l’Office of Strategic Services, antesignano della Cia, creato nel 1942 per coordinare l’intelligence contro le potenze dell’Asse.

Nell’estate di quell’anno, Stanley Lowell, un chimico industriale conosciuto per la sua mente vulcanica, venne convocato a Washington da William “Wild Bill” Donovan, il generale che Roosevelt aveva voluto alla guida del nuovo servizio segreto. Dopo averlo fatto aspettare per ore in una cella, Donovan entrò e senza presentarsi gli disse: «Lei conosce Sherlock Holmes, naturalmente. Io per il mio staff ho bisogno del Professor Moriarty. Penso che lei possa esserlo».

Per Lowell fu l’incontro della vita. Da quel momento diventò capo di un gruppo segreto, il Research & Development Branch, incaricato di sviluppare tecniche clandestine e congegni per ingannare, destabilizzare e distruggere il nemico. Nei quasi tre anni in cui fu operativa sotto la guida di Lowell, l’unità produsse di tutto: pistole silenziate, inchiostri invisibili, penne che sparavano, esplosivi camuffati da dolci, sieri della verità, congegni per far deragliare i treni, pillole avvelenate senza odore né sapore, valigette che esplodevano all’apertura. Suona familiare? Sì. Lowell sembra la versione reale di Q, il mago dei trucchi tecnologici dei romanzi e dei film di James Bond. Non tutti i progetti andarono a buon fine. […]

Non fece alcun progresso neppure il piano degli ormoni femminili per Hitler. In compenso, lanciate sul Giappone, alcune decine di pipistrelli kamikaze sopravvissero e riuscirono a mandare in fiamme alcuni edifici e la torre di controllo di una base aerea. Ma la maggioranza morì per il freddo.

 A raccontare la storia dell’unità di Lowell è ora lo storico americano, John Lisle, in un libro appena uscito per St. Martin Press: The Dirty Tricks Department , il dipartimento dei trucchi sporchi, ricostruisce un mondo delle ombre, popolato di doppiogiochisti, eroi, tipi strani e scienziati pazzi. […]

Lo Sport.

Leni Riefenstahl mi svelò che Hitler amava solo la boxe. Flavio Vanetti su Il Corriere della Sera il 6 Marzo 2023.

La regista tedesca immortalò con «Olympia» le Olimpiadi di Berlino del 1936 e con «Trionfo della volontà» l’adunata nazista di Norimberga

Stretta nel tempo, come aveva scritto nella sua biografia. Ma non negli incredibili cento anni che aveva compiuto tre mesi prima e che non le pesavano affatto mentre saliva con passo fermo e senza alcun aiuto le scale del Palazzo dei Giureconsulti, nel cuore di Milano. Leni Riefenstahl, ex ballerina e attrice, ma soprattutto fotografa e regista cara ad Adolf Hitler, nel novembre 2002 partecipò alla rassegna «Sport Movies & Tv», organizzata dal professor Franco Ascani, per ricevere la ghirlanda alla carriera. Il destino le avrebbe riservato ancora nove mesi di vita, permettendole però di arrivare a quota 101 (era nata nel mese di agosto, si spense nel novembre 2003). Credo di essere stato uno degli ultimi giornalisti a intervistarla, forse l’ultimo in Italia. Quell’incontro mi lasciò una sensazione che ancora oggi è molto viva: era l’idea di un personaggio sbucato dalla storia. Bertha Helene Amalia (detta appunto Leni) Riefenstahl non era un tipo inavvicinabile. Anzi, gli organizzatori dell’evento la contattarono con facilità — viveva a Monaco di Baviera — e trovarono una donna contenta di raccogliere l’invito e disposta a onorarlo senza problemi di data. Il soggiorno milanese durò un paio di giorni, ma quella manciata di ore fu sufficiente per capire la sua personalità. Si sentiva donna moderna («Ma non femminista» volle precisare), senza nostalgia per quelle radici che affondavano in un mondo tanto differente.

L’eleganza

Aveva ancora il piacere dell’eleganza e dell’apparire, declinata però in senso positivo e con orgoglio. Una volta sistemata in hotel, domandò: «Stasera le ragazze come si vestono?». Lei alla cena si presentò con pantaloni color blu elettrico che le donavano tantissimo. Aveva poi una vitalità contagiosa: oltre a fare le scale a piedi, rifiutando con decisione di prendere l’ascensore, non usava gli occhiali. Ed era rimasta la perfezionista che aveva caratterizzato il periodo nel quale aveva fuso con successo il cinema con lo sport, che per lei è «l’espressione positiva della vita»: prima di cominciare la chiacchierata, infatti, si era sincerata che il «sonoro» fosse a posto.

Su Hitler

L’intervista fu un crescendo di temi e di emozioni, ben sapendo che prima o poi si sarebbe arrivati alla cruciale questione del suo rapporto con Hitler e con il Terzo Reich. Le chiedemmo: «Lei ammise di aver subito il fascino ipnotico del dittatore; se non ci fosse stato lui, la creatività di Leni Riefenstahl sarebbe stata differente?» La risposta fu priva di esitazioni: «Sarei stata diversa, molto diversa. Hitler mi ha cambiato la vita, ma in peggio. Diciamo che mi ha rovinato. Non è stata una fortuna incontrarlo e per 48 anni, prima che tornassi alla ribalta con Impressionen unter Wasser, documentario sulle mie quasi 2 mila immersioni subacquee, sono stata boicottata: nessuno ha voluto vedere la mia vita disgiunta da quella parentesi».

Trionfo della volontà

Fu sincera? Secondo me sì. Sia in quell’affermazione sia nelle altre che raccontarono la coesistenza con il nazismo, bollata e criticata soprattutto quando firmò la regia di Trionfo della volontà sul congresso nazista di Norimberga del 1934: «Quel film è stato un documentario, nulla di più. Io dovevo spiegare quello che accadeva e le immagini, spesso, valgono più delle parole. Ma le immagini devono anche essere chiare e inequivocabili». Leni Riefenstahl mi svelò poi che Hitler amava la boxe e basta, salvo aver afferrato che lo sport è un buon mezzo per mandare messaggi alle masse, e che la sua follia non le era sfuggita: «Hanno detto che ero vicina a tutti i gerarchi, ma la verità è che la frequentazione è stata occasionale: è come se non li avessi mai conosciuti. Quando Hitler nel 1937 cominciò a prendersela con quella che definiva “arte degenerata”, ebbi il timore che potesse trasferire certe idee alla politica. Purtroppo andò così, ma mi sono sempre rifiutata di imitare le persone — e ne ho incontrate tante, ve l’assicuro — che hanno negato di aver ammirato il Führer».

L’ideologia

Peraltro la condanna del nazismo — «un’ideologia sbagliata» — era in lei definitiva («Pur essendo apolitica, è un argomento che mi condiziona in negativo; l’Olocausto è stato qualcosa di orribile») e si sposava con il concetto del riscatto della Germania: «Il mio Paese si è riabilitato dagli orrori? Mi pare che abbia offerto delle testimonianze concrete in questo senso e i governanti di oggi si stanno impegnando affinché uno scempio del genere non si ripeta mai più. Anche la Ddr e il Muro di Berlino sono stati un trauma. Provavo una strana sensazione: era come avere un arto amputato e sapere, tuttavia, che era lì vicino. Volendo poteva essere riattaccato».

Berlino 1936

La infastidiva di sicuro l’accusa di aver estetizzato la politica tramite il cinema e in particolare con Olympia, il docu-film sui Giochi estivi del 1936 ospitati a Berlino che ha dato una svolta alla cinematografia sportiva. Di quella pellicola era fiera e lo dimostrò anche autografandomi con piacere le copertine dei due VHS che qualche anno prima avevo acquistato senza immaginare che un giorno sarei riuscito a ottenere la firma dell’autrice di quello storico documentario. «Non ho mai avuto lo scopo di fornire sostegni ideologici. La verità è più semplice: i miei film testimoniano solo il modo in cui ho visto le cose. E la politica era solo un aspetto, secondo me sfumato e nemmeno il più importante: la realtà mi intristiva e io badavo esclusivamente al mio lavoro». La difesa di Olympia, quindi, è puramente tecnica: è stato davvero un film modernissimo, «perché ha tradotto nei fatti ciò che era in potenza e quello che avevo in mente. Non solo: l’ho reputato un modo per proporre un’idea di pace e ho accettato di farlo solo per questa ragione». Girare Olympia è stato faticoso («Temevo di mancare delle immagini ed essendo una presa diretta non ci sarebbe stato modo di rimediare: ritengo la pellicola attualissima anche a causa dello stress che ho dovuto sopportare») e ha messo Leni di fronte al dilemma di filmare Jesse Owens, l’eroe di colore in un’Olimpiade che avrebbe dovuto celebrare la razza ariana. A sorpresa, viste certe precedenti dichiarazioni, se ne uscì con una battuta un po’ così, per quanto anche questa figlia della spontaneità: «Avrei realizzato un film solo su Owens? No, però lo reputo il più grande atleta che sia mai esistito».

Il corpo

La valutazione sul fuoriclasse americano era prima di tutto di ordine estetico, «secondo le caratteristiche dello sport che nel movimento esprime fisicità». Il cinema esalta questi aspetti «con la lentezza delle immagini che emana poesia e con un linguaggio che può spiegare il campione al pubblico sotto varie angolazioni». A proposito: per lei non era meglio un corpo femminile rispetto a uno maschile, o viceversa. «Sono assolutamente uguali», disse congedandosi. Anni dopo capitai allo stadio olimpico di Berlino: in una zona dedicata alla storia dell’impianto c’è anche una foto di Leni Riefenstahl insieme a Hermann Goering, ad altri gerarchi nazisti e a Galeazzo Ciano. Impossibile non avvertire un brivido, collegando l’immagine a quel novembre a Milano e al giorno di un mio straordinario viaggio in un lontano passato.

La Cultura.

Estratto dell'articolo di Tonia Mastrobuoni per “la Repubblica” lunedì 11 settembre 2023.

«Qui nelle foreste del Sudamerica fonderemo una razza padrona ariana. Vi condurrò in una nuova patria. Soltanto i più puri, i più forti ci seguiranno». Quando la sorella di Friedrich Nietzsche scrive queste righe apparentemente euforiche, il suo sogno è svanito da un pezzo. La sua avventura in Paraguay per fondare una “Nueva Germania” si è rivelata un colossale fiasco. Cinque anni prima, nel 1886, Elisabeth Foerster-Nietzsche ha lasciato la Germania per fondare una colonia di invasati voelkisch con il pallino del vegetarianesimo, del patriarcato, dell’astinenza e della “razza ariana”. 

L’idea è di suo marito, il fervente antisemita Bernhard Foerster. Persino “Fritz”, come Elisabeth chiama affettuosamente il fratello Friedrich, reagisce con sollievo quando la nave con la sorella e il disprezzato cognato salpa nel 1886 per il Sudamerica. Finalmente “gli antisemiti” hanno lasciato “volontariamente” l’Europa, scrive Nietzsche alla madre. […]

Nietzsche ha persino snobbato il matrimonio della sorella con il “filosofo insano”. […] Foerster, insegnante di ginnasio, sostenitore incallito delle teorie della razza, è stato cacciato da un liceo di Berlino dopo aver fissato i compiti in classe di sabato per umiliare gli studenti ebrei ed essersi lasciato andare ad altri eccessi. Nel 1881 è tra i promotori di una “Petizione antisemita”: il cancelliere Bismarck l’ha ignorata allegramente […]

Foerster, dopo essere stato cacciato dalla scuola e con disonore dall’esercito (si è dato a gambe levate per evitare un duello) […] è convinto di poter trascinare nella sua “Nueva Germania”, ben 140 famiglie tedesche. Sono quelle che promette perlomeno al governo del Paraguay in cambio delle terre in mezzo al nulla. Nonostante la propaganda […] anche il reclutamento si rivela un flop. Soltanto quattordici famiglie sassoni, povere in canna, cadono nella trappola dell’Eldorado ariano. Arriveranno dopo otto giorni di massacrante viaggio dalla capitale Asunción e scopriranno un lembo di terra piuttosto sterile e infestato di zanzare e felini. 

Quattro anni dopo, Bernhard Foerster si suiciderà, inseguito dai creditori e dalla rabbia dei coloni.

Alla tragicomica disavventura della sorella del grande filosofo di Così parlo Zarathustra è dedicata una mostra al Nietzsche-Archiv di Weimar, Die Prinzessin von Neu-Germanien . […]

Anche l’eroicizzazione del fratello, la sistematica manipolazione delle sue opere furono il frutto della megalomania di Elisabeth. Soprattutto, del suo bisogno di riconquistare un posto in società dopo che la disavventura in Paraguay aveva prosciugato le sue ricchezze e annientato la sua reputazione. Negli anni Trenta, Elisabeth accoglierà a Weimar più volte Adolf Hitler: Nietzsche sarà uno dei pensatori di riferimento dei nazisti – anche grazie alle sistematiche manipolazioni della sorella.

Dal 1889, dall’impazzimento a Torino, Nietzsche non si è ripreso più. E quando la sorella torna in Germania, l’anno successivo, capisce che intorno al fratello sta nascendo un vero e proprio culto. Che lei alimenta, persino pubblicando un’opera assemblata da frammenti che lo renderà popolarissimo tra i nazionalisti, La volontà di potenza. Sarà Elisabeth a portare Nietzsche, ormai avvolto dalle tenebre della follia, a Weimar, a fondare il Nietzsche-Archiv. […]

Fino alla morte nel 1900, Friedrich Nietzsche, ormai malatissimo, fu trattato come una reliquia vivente: Elisabeth consentiva a pochissimi eletti di vedere il filosofo della Nascita della tragedia. […] Dopo la Seconda guerra mondiale il Nietzsche-Archiv decadde a causa della damnatio memoriae che i comunisti inflissero al filosofo. 

La sua riscoperta negli anni Sessanta fu opera di due grandissimi studiosi italiani, Giorgio Colli e Mazzino Montinari, cui fu consentito l’accesso al colossale lascito di Nietzsche perché erano stati eroi della Resistenza. La loro meticolosa ricostruzione del pensiero di Nietzsche passò attraverso una colossale entschwesterung – “desorelizzazione”, la liberazione di Nietzsche dalle incursioni dannose di Elisabeth che avevano distorto il suo pensiero per decenni.

Quando il Terzo Reich era una meta turistica. Famiglie, coppie in luna di miele, studenti: tanti viaggiarono in Germania sotto il nazismo. Ignari dell'orrore incombente. Stenio Solinas l'1 Agosto 2023 su Il Giornale.

Si poteva fare del turismo nella nazione dove Hitler era al potere? È la domanda, provocatoria, va da sé, che si è posta Julia Boyd nel suo Viaggiare in Germania all'epoca del nazismo (Luiss editore, pagg. 418, 26 euro; traduzione di Antonella Salzano). La risposta, che l'autrice registra stupefatta, è che sì, c'erano i turisti durante il Terzo Reich, inglesi e americani soprattutto, e tali continuarono a essere in pratica sino alla vigilia della guerra: ancora mezzo milione nel 1937. Si dirà che era un turismo «politico» oppure un turismo «ideologico», fascista in entrambi i casi, o più sottilmente antinazista se ci si recava nella «tana del lupo» per vedere quanto e come stese affilando i denti e dare poi in casa propria l'allarme... Ma Julia Boyd non fa sconti e dice che no, la grande maggioranza della gente era gente normale, famiglie con bambini, coppie in luna di miele, ragazze e ragazzi al loro apprendistato di giramondo e di studenti, giovani Erasmus ante litteram che andavano lì per un programma di studi, un corso di lingue, uno scambio culturale...

Ogni storico che si rispetti sa che non si può fare la storia con il senno di poi, sapendo cioè come è andata a finire. Il rischio infatti non solo è di travisare il passato, ma di renderlo incomprensibile. Le testimonianze d'epoca hanno un valore proprio perché ce ne restituiscono il clima, le speranze e le illusioni, così come i timori, i fraintendimenti e le paure: giudicare a posteriori, per di più dall'alto di una moralità adamantina che sa sempre dove sta il bene e dove sta il male, disegna i contorni di un mondo perfetto, ma irreale, costretto ogni volta a stigmatizzare l'imperfezione di quello reale, il cui principale difetto sta proprio nel suo essere esistito.

Il libro Viaggiare in Germania all'epoca del nazismo aiuta a riportare in superficie verità lasciate sprofondare. La prima, la più banale, se si vuole, è che in Germania ci si poteva recare senza troppi problemi (complicato, caso mai era, ma per i tedeschi, uscirne). Nancy Mitford, la sorella più intellettuale di un clan femminile che si divideva fra supporter fasciste e supporter antifasciste, osservò alla vigilia della guerra: «Ho sempre detto che non c'è nessuna differenza tra bolscevichi e nazisti, se non il fatto che gli ultimi, essendo meglio organizzati, probabilmente sono più pericolosi». Lasciando da parte la fondatezza della comparazione, fatta propria con meno disinvoltura, ma più serietà scientifica, da molti studiosi del totalitarismo, almeno una differenza c'era, visto che la Mitford era andata e tornata dalla Germania senza problemi, mentre in Russia non aveva mai messo piede... Questo non perché Hitler fosse più ospitale e meno sospettoso di Stalin, ma perché la Germania, per il suo ruolo, la sua storia, la sua cultura, era parte integrante del Vecchio continente, mentre la Russia era qualcosa a sé: troppo grande, troppo impenetrabile, troppo asiatico. La musica, la filosofia, la storiografia e la letteratura europea parlavano in tedesco e, più in generale, la grande industria e la grande borghesia, per non parlare dell'aristocrazia tedesca, avevano ramificazioni e intrecci, sia economici, sia familiari, sia di stile di vita, di respiro europeo, facevano insomma parte, come orizzonte ideale dello stesso panorama. La rivoluzione bolscevica, oltre ad aver sanguinosamente tagliato i ponti con il proprio passato monarchico e imperiale, nonché culturale, le sue alleanze, le sue frequentazioni, aveva fatto del proprio credo ideologico una sfida a quella che era l'impalcatura delle società europee: la proprietà privata e le classi sociali, i partiti, l'economia di mercato, la religione, la pluralità della stampa come delle opinioni. Nel nazismo, per come sorse e si affermò, non c'era nulla di tutto questo: c'era l'idea di una grande Germania che voleva riprendere il ruolo che era stato il suo e che lo sciagurato, diplomaticamente parlando, trattato di Versailles aveva cercato di rendere impossibile.

Il periodo che in Germana seguì la fine della guerra e che culminò con la crisi mondiale di Wall Street nel 1929, come osserva la Boyd in un capitolo significativo, fu il decennio della «miscela in ebollizione», prendendo a prestito una definizione dello scrittore inglese Christopher Isherwood: un ribollire «di disoccupazione, malnutrizione, panico in borsa e altri potenti ingredienti». Chi, come il suo amico Stephen Spender, aveva approfittato della debolezza del marco e della promiscuità sessuale a essa strettamente legata, il corpo come strumento di scambio economico, per vivere senza troppi problemi economici e inibizioni morali, si sorprese a osservare: «A causa della sofferenza diffusa in questo Paese, là dove un tempo le orde della prostituzione potevano essere considerate merce, ora non riesco a ritenerle altro che carcasse: e non è piacevole immaginarmi nel ruolo di avvoltoio straniero». Ancora nella primavera del 1931, il giovane diplomatico britannico Rumbold, in una informativa per il Foreign Office, scrisse che in Germania «le persone non sanno come faranno a superare l'inverno. Hanno l'impressione di non avere niente da perdere e niente in cui sperare (...). È la mancanza di speranza che fa apparire la situazione così deprimente ai loro occhi e che rende difficile al cancelliere Bruning riuscire a controllarli». Hitler non nasce dal nulla...

Sull'antisemitismo, un intellettuale raffinato e progressista come John Maynard Keynes, aveva fatto, ancora negli anni Venti, osservazioni tanto sorprendentemente sgradevoli, quanto purtroppo in linea con quella che era una comune tendenza europea, in Francia, come in Inghilterra, per tacere dell'Europa orientale: «Sentivo che se fossi vissuto lì avrei potuto diventare antisemita, perché il povero prussiano è troppo lento e piantato sulle gambe rispetto a quell'altro tipo di ebrei, quelli che non sono folletti, ma servi del diavolo, con piccole corna, forconi e code pelose». Ai suoi occhi, era sgradevole vedere una civiltà «schiacciata dagli orrendi pollici del suo ebreo impuro che ha i soldi, il potere e il cervello».

Più in generale, scrive Julia Boyd, uno dei paradossi degli anni Trenta fu che «genitori liberali con ideali di sinistra inviassero regolarmente i loro figli nella Germania nazista, quando si aspettavano che aprissero le loro menti trascorrendo vacanze all'estero». C'è chi mandava la femmina a studiare arte a Stoccarda, chi il maschio a impratichirsi nel diritto... Fra i motivi non secondari, osserva la Boyd ironicamente, c'era anche che «il tasso di cambio era favorevole».

«Per tutti gli anni Trenta un flusso incessante di ragazze inglesi per bene arrivò a Monaco per completare la propria formazione. C'erano picnic, feste danzanti, gite culturali, incontri con aitanti ufficiali della Wermacht «tremendamente eleganti» e, come le ragazze scrivevano a casa, «le loro uniformi sono immacolate e la loro autostima inossidabile».

Per i giovani americani, l'esperienza fu altrettanto piacevole, soprattutto perché la Germania offriva una bellezza urbana plurisecolare a loro sconosciuta che si univa però al fascino dei paesaggi naturali a loro più familiare: i castelli medievali li colmavano di stupore, ma di boschi e foreste potevano vantare una certa pratica. Tuttavia, le Olimpiadi del 1936 fecero affiorare tensioni impreviste all'interno della squadra sportiva statunitense. Un velocista ebreo-americano, Marty Glickman, si trovò escluso dalla staffetta, ma, come disse ai giornalisti, quello «fu il primo e unico episodio d'antisemitismo che ho sperimentato. E quell'esperienza è dipesa dagli allenatori americani non dai tedeschi». Hitler rifiutò di stringere la mano a Jess Owens, ma il vincitore dell'oro nei quattrocento metri, Archie Williams, anch'egli di colore, intervistato su come lo avessero trattato «quegli sporchi nazisti» rispose che aveva visto «solo tanti tedeschi gentili. E non avevo dovuto viaggiare seduto n fondo all'autobus».

Interessante è anche come Julia Boyd inserisce nel suo Viaggiare in Germania all'epoca del nazismo, alcune visite ufficiali e/o politiche che vanno un po' in controtendenza rispetto alla lettura comune dell'epoca fatta successivamente da molti storici. La cosiddetta politica di appeasement, non aveva tanto a che fare con una paura della potenza tedesca, il suo riarmo, la sua volontà di espansione. L'autrice cita il caso del settantenne David Loyd George, già premier britannico nella Grande guerra. Le sue sperticate lodi di Hitler («il George Washington della Germania», «la più grande fortuna che sia capitata al vostro Paese da Bismark e, oserei dire, da Federico il Grande») furono motivo di sarcasmo per i suoi avversari politici, ma testimoniano come intorno alla Germania e il suo Führer, al concetto di leadership e di democrazia, all'idea dell'«uomo forte» i pareri fossero molteplici e discordi.

Un diplomatico australiano che era stato in Germania durante gli anni di Weimar e della depressione e poi vi era tornato nel 1935, notò che «i tedeschi avevano riacquistato il rispetto di sé stessi». Si sorprese anche a osservare che erano molto più biondi del passato. L'anno prima, stando alle statistiche ufficiali, si erano vendute in Germania 10 milioni di confezioni di tinta per capelli...

"Febbraio 1933", il mese che mandò in esilio la letteratura tedesca. Dopo la salita al potere di Hitler, moltissimi intellettuali decisero di lasciare la Germania. Stenio Solinas l’8 Febbraio 2023 su Il Giornale.

All'inizio degli anni Trenta del Novecento si chiuse in Germania un ciclo apertosi all'indomani della Grande guerra e che aveva avuto nella Repubblica di Weimar la sua ragion d'essere politica. In Febbraio 1933 (Marsilio, pagg. 303, euro 19, traduzione di Isabella Amico di Meane e Giovanni Targia), Uwe Wittstock racconta, attraverso un'abile opera di montaggio che incastra fra loro una trentina di personalità della scena culturale tedesca, come nel giro di appena un mese il neonominato cancelliere Adolf Hitler spazzi via, a colpi di decreti avallati dalla presidenza Hindenburg, i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione e trasformi quella repubblica in una dittatura.

«L'inverno della letteratura» recita il sottotitolo del saggio, perché «mai prima di allora così tanti scrittori e artisti hanno lasciato il proprio Paese nel giro di così poco tempo», da Thomas Mann a Bertolt Brecht, da Alfred Döblin a George Grosz, per citare i nomi più conosciuti. Wittstock sottolinea altresì come la presa del potere da parte di Hitler sia dovuta a più fattori: l'estremismo partitico, la propaganda infuocata, il terrore da guerra civile, la debolezza del centro politico, la miseria causata dalla crisi economica mondiale. Ne tralascia uno che però li racchiude tutti e che può essere riassunto nelle parole di un illustre storico dell'epoca, Hans Delbrück: «Servire la repubblica non vuol dire amarla». In sostanza, Weimar non piaceva a nessuno. Che non piacesse a destra, era comprensibile: schematizzando, era l'emblema della sconfitta e insieme della decadenza, il trionfo della Zivilisation sulla Kultur. Più complesso è capire perché non piacesse a sinistra. Ci si scagliava contro la sopravvivenza della vecchia burocrazia e del potere giudiziario, si riteneva un'offesa il peso, per quanto ridotto, dell'esercito, veniva giudicata troppo diversa rispetto a quanto sognato allorché era nata, si sparava a alzo zero contro ogni alleanza, ogni compromesso, ogni accordo parlamentare. Come ha scritto Walter Laqueur in quel classico che è La repubblica di Weimar, gli scrittori di sinistra che animavano quest'ultima, «estranei nel Paese natio, erano per di più incapaci di riconoscersi nell'uno o nell'altro dei due grandi partiti socialisti. Per loro era la stessa cosa prendere a bersaglio Adolf Hitler oppure un qualsiasi malcapitato ministro socialdemocratico». Infine, il parlamentarismo rimaneva, a destra come a sinistra, un corpo estraneo.

A questo proposito, in Febbraio 1933 Wittstock riporta le parole con cui, all'indomani della nomina di Hitler, il commediografo George Kaiser liquida le preoccupazioni del suo editore: «Un club di bowling cambia la sua presidenza», ovvero «il teatrino di quart'ordine della politica fa parte degli aspetti seccanti della realtà che lui finge di non vedere».

Non è il solo a non vedere, meglio a non capire. Thomas Mann cade nello stesso errore, con un'aggravante che è insieme una scusante. Prima della guerra le sue Considerazioni di un impolitico sono state il manifesto della Kultur tedesca contro la Zivilisation cosmopolita, la specificità e per certi versi la superiorità della Germania rispetto alle altre culture e ai loro valori, democrazia inclusa. Ha cambiato idea all'indomani della sconfitta, ma, come scrive Wittstock, «per ragioni politiche più che estetiche». Era rimasto inorridito «dalla violenza nazionalista dei primi anni del dopoguerra, che aveva provocato assassinii e tentati colpi di Stato». Da qui una sua riscoperta del «nucleo dell'idea democratico-repubblicana, ovvero la risoluzione pacifica dei conflitti, tramite compromessi», un germanesimo da lui inteso come «liberale nel senso più umanitario, mite nella sua civiltà, dignitoso nel suo amore per la patria».

In quel febbraio del 1933 ha tenuto a Monaco la sua grande conferenza su «Dolore e grandezza di Richard Wagner», dove lo ha definito «un socialista, un utopista culturale», persino «un bolscevico della cultura, come oggi sarebbe detto»... Due mesi dopo, quando Hitler ha ormai in mano i pieni poteri, tutto questo gli viene rinfacciato in una lettera aperta firmata fra gli altri da Richard Strauss e Hans Pfitzner che in fondo lo rimbeccano con le sue stesse idee dei tempi della Considerazioni di un impolitico... Nel chiuso del suo studio, davanti alle pagine del suo diario, Mann si interroga su come e quanto sia possibile andare d'accordo con quello che è ora il nuovo regime al potere: «La rivolta contro l'elemento ebraico potrei capirla entro certi limiti, se l'elemento tedesco non ritenesse così allarmante l'aver perso il controllo a causa dello spirito ebraico, e se i fanatici del carattere tedesco non fossero così stupidi da gettare uno come me nella stessa risma, cacciandomi insieme agli ebrei».

Quell'«uno come me» è una spia interessante per cercare di capire sia l'iniziale cecità di fronte all'hitlerismo, sia la lenta quanto contorta presa d'atto, fra compromessi, viltà e eroismi, di ciò che esso andava via via rappresentando. Nessuno l'ha detto meglio di Martin Niemöller, che era un teologo e un uomo di punta della Bekennede Kirche luterana, la cui religiosità suonava come una sfida al nazismo, ma che era stato nella Grande guerra un valoroso comandante di sottomarini, poi un membro dei Corpi franchi, infine un iniziale sostenitore del regime. Sino al 1937 tutto ciò lo aveva protetto, poi anche per lui si aprirono le porte del lager. La poesia-preghiera di Niemöller recita: «Quando i nazisti presero i comunisti,/ io non dissi nulla/ perché non ero comunista./ Quando rinchiusero i socialdemocratici/ io non dissi nulla/ perché non ero socialdemocratico./ Quando presero i sindacalisti,/ io non dissi nulla/ perché non ero sindacalista./ Poi presero gli ebrei,/ e io non dissi nulla/ perché non ero ebreo. /Poi vennero a prendere me./ E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa».

In Febbraio 1933 emergono con grande chiarezza due cose. La prima è l'altissimo tasso di violenza politica che percorre quel mese. Giorno per giorno Uwe Wittstock stila una sorta di bollettino dei caduti in risse, agguati, regolamenti di conti, manifestazioni politiche. A spanne, mettendo da parte i feriti, gravi e non gravi, gli sfortunati passanti, qualche caso di semplice malavita, restano sul terreno 21 nazisti e 27 fra comunisti e socialisti, in media più di un omicidio politico al giorno. L'altra cosa è l'estrema quanto rapida spietatezza con cui Hitler prende il potere. Lo fa dall'interno, svuotandolo legalmente: ha imparato la lezione, rispetto al suo fallito putsch di un decennio prima, lezione di cui invece i comunisti della precedente e altrettanto fallita insurrezione spartachista non hanno fatto tesoro.

Degli esuli di quell'anno e degli anni seguenti, Wittstock dà conto in rapide biografie finali. Curiosamente, ma non troppo, quelli più a sinistra, Grosz, Brecht, Ernst Toller, Erwin Piscator, preferirono Roosevelt a Stalin, ovvero il capitalismo al comunismo. Sarà così anche per l'intera famiglia Mann, anche se poi il suo capostipite, Thomas, opterà nel dopoguerra per la Svizzera. Wittstock dà anche conto di alcuni di quelli che rimasero, Gottfried Benn, Carl von Ossietzky, Ricarda Huch, per fare solo i nomi di chi da quel non partire non ricevette onori, ma dolori. Quello della cosiddetta «emigrazione interna» è un tema che esula da questo libro, e però è un tema fondamentale per capire gli scrittori e la Germania dell'epoca.

Chi ne voglia sapere di più deve leggere il saggio di Marino Freschi Germania 1933-1945: l'emigrazione interna nel Terzo Reich (Aragno, 2019), esemplare nel dare conto di questo amore «radicato» per la terra tedesca e per la lingua materna e fondamentale per il recupero di grandi scrittori ingiustamente dimenticati: Hans Carossa, Ernst Wiechert, Stefan Andres, tutti rappresentativi, oltre che di una «catastrofe» tedesca, di un destino tedesco.

I Viaggi.

Il Levriero dei mari.

Charles Lindbergh.

La "Gustloff"

La Warrimo.

Il Levriero dei mari.

"C'è la guerra": così il Levriero dei mari si inabissò per sempre. Storia di Francesca Bernasconi su Il Giornale il 4 Marzo 2023.

Era il transatlantico più veloce dell’Oceano. Una leggenda dei mari, lunga 240 metri, con una stazza che superava le 30mila tonnellate e con una capienza di oltre duemila persone. Ma alle acque irlandesi bastarono 18 minuti per inghiottirla, dopo che lo scafo venne colpito da un siluro del sommergibile tedesco U-20. Fu la fine del Lusitania.

Il "Levriero dei mari"

Costruito nei cantieri navali scozzesi, il transatlantico era di proprietà della Cunard Line, la più prestigiosa compagnia di navigazione britannica. I lavori iniziarono nel giugno del 1904, per terminare due anni dopo: il varo della nave infatti risale al 6 giugno 1906.

Multistrato

Il Lusitania era lungo poco meno di 240 metri e largo quasi 27. Un gigante con una stazza di 31.550 tonnellate, pronto a solcare gli oceani, per portare i suoi passeggeri da un estremo all’altro del mondo. La sua grandezza gli permetteva di accogliere a bordo 2.198 persone, che occupavano tre classi, oltre a 850 membri dell’equipaggio. Le sue dimensioni e le sue capacità lo resero il transatlantico più grande mai costruito.

Ma non solo. La sua velocità non aveva pari: l'imbarcazione poteva navigare a una velocità di 27 nodi, corrispondenti a circa 46 chilometri all'ora. Il viaggio inaugurale del Lusitania si tenne nel 1907. Partita il 7 settembre, al suo primo viaggio la nave concluse la traversata in tempi record: solamente sei giorni dopo, il 13 settembre, arrivò a New York. Era la nave più veloce mai costruita.

Sempre nel 1907 il Lusitania ottenne un altro primato, come transatlantico più rapido nella traversata dall’Atlantico verso Ovest: conquistò il premio Nastro Azzurro, un riconoscimento attribuito alla nave passeggeri che deteneva il record di velocità media di attraversamento dell’Oceano Atlantico senza scali. Per altri quattro anni il Lusitania migliorò il suo stesso tempo, restando l’imbarcazione più rapida dei mari. Questa caratteristica le valse l’appellativo di “Levriero del mare”. Solo nel 1909, il transatlantico perse il suo primato, superato dal Mauritania, un’altra imbarcazione della Cunard.

La Prima guerra mondiale

La storia (e la fine) del Lusitania si intreccia con le vicissitudini storiche di quegli anni, durante i quali prima l’Europa e poi l’America precipitarono nella Prima guerra mondiale. Gli inglesi, bisognosi dei continui contributi americani, avevano deciso di armare anche le navi civili.

Per questo, spiegò l’allora Primo Lord dell’ammiragliato Winston Churchill nel libro The World Crisis 1911-1918, citato dal podcast L’affondamento del Lusitania, trappola in mare?, nel febbraio 1913 vennero avviati i preparativi presenti nei documenti con i quali la Cunard aveva accettato di mettere la propria flotta a disposizione della Marina Militare. Così, il Lusitania venne dotato di supporti girevoli su ogni ponte, per permettere l’installazione di diversi cannoni, in modo da scoraggiare gli U-Boot da possibili attacchi di superficie. I tedeschi infatti sospettavano la presenza di materiale bellico sulle navi passeggeri che giungevano in Europa.

A quel punto, i tedeschi partitono con la cosiddetta guerra sottomarina. Ma queste azioni comportavano non pochi rischi, perché la scarsa visibilità dell’obiettivo poteva indurre i tedeschi a confondere mercantili neutrali per navi britanniche, scatenando un’eventuale reazione di nazioni rimaste fuori dalla guerra, in particolare della potenza americana. Per scongiurare un intervento degli Stati Uniti, l’ambasciata tedesca fece pubblicare un comunicato stampa sui giornali statunitensi.

Il 22 aprile 1915 il New York Herald riportò la comunicazione: "Ai viaggiatori che intendono intraprendere la traversata atlantica si ricorda che tra la Germania e la Gran Bretagna esiste uno stato di guerra - recitava il comunicato - Si ricorda che la zona di guerra comprende le acque adiacenti alla Gran Bretagna e che, in conformità di un preavviso formale da parte del Governo Tedesco, le imbarcazioni battenti la bandiera della Gran Bretagna o di uno qualsiasi dei suoi alleati sono passabili di distruzione una volta entrati in quelle stesse acqua". Un avvertimento che non bastò a scoraggiare il Lusitania a compiere, dopo oltre duecento traversate, il suo ultimo viaggio.

Gli ultimi 18 minuti

Il primo maggio 1915 il porto di New York brulicava di persone. L’imbarco sul Lusitania era stato fissato per quella mattina: il transatlantico avrebbe fatto rotta per Liverpool. A bordo salirono circa 1960 persone. Poi la nave prese il mare, sotto la guida del capitano William Turner. Per scongiurare il rischio di eventuali attacchi tedeschi, la nave avrebbe dovuto essere scortata da un incrociatore britannico, Juno. Ma il 5 maggio il Juno ricevette l’ordine di abbandonare la missione di scorta. Nel frattempo un sottomarino tedesco, l’U-20, stava percorrendo la costa occidentale dell’Irlanda.

Dopo sei giorni di navigazione, il 7 maggio 1915, il Lusitania arrivò in vista delle coste irlandesi. Alle 14.10, a dieci miglia dal promontorio del Old Head of Kinsale, il Lusitania incontrò l’U-20. Un siluro, sparato dal sommergibile, colpì il transatlantico a dritta, causando il repentino allagamento di alcune parti della nave e il suo inclinamento a destra. Difficile, nelle condizioni in cui si trovava il transatlantico, calare le scialuppe sul lato sinistro. Intanto la nave si inabissava sempre di più: la prua, completamente sommersa, stava trascinando con sé tutto lo scafo. Poco dopo anche la poppa si immerse completamente. Il tutto avvenne in una manciata di minuti. Intorno alle 14 il Lusitania era stato colpito da un siluro dell’U-20. Solamente 18 minuti dopo, il mare lo aveva trascinato sul fondo.

Sei scialuppe riuscirono a raggiungere la riva, portando in salvo 761 sopravvissuti. Nei giorni successivi, si iniziarono a contare le vittime: 1198 ufficialmente, alle quali vanno aggiunte tre infiltrati tedeschi, che erano stati inviati sul Lusitania allo scopo di individuare la presenza di materiale bellico.

Quello terminato il 7 maggio 1915 fu l’ultimo viaggio del Lusitania, che divenne il primo transatlantico civile andato perso durante la Prima guerra mondiale. Il Levriero dei mari, che aveva battuto tutti i primati di velocità all’inizio del Novecento, giaceva ormai sul fondo del mare.

Charles Lindbergh.

Charles Lindbergh, un'elica sopra l’Atlantico. Paolo Lazzari il 5 Marzo 2023 su Il Giornale.

Nel 1927 l’aviatore di origini svedesi raccolse la sfida lanciata dall’imprenditore Raymond Orteig: da New York a Parigi senza scalo

pensarci bene l’impresa non è così peregrina. Lui l’ha accolto nel suo hotel conficcato nel bel mezzo del Greenwich Village per esporgliela. Si erano già visti altre volte, ma adesso si tratta di stringere. Lì, nella lower Manhattan, luccicano gli abiti dei newyorchesi bene, abbinati a qualche faccia da smargiasso. E, in fondo, una bella dose di sfrontatezza devono averla in vena entrambi, per immaginare una sfida del genere. Che poi sarebbe trasvolare l’Atlantico per la prima volta in solitaria. Dalla grande mela a Parigi, con un monoelica. Venticinquemila verdoni in palio, l’equivalente del munifico premio Orteig, cognome di Raymond, il filantropo che gli siede davanti. Mai nemmeno pensata una roba del genere. Tazze di caffè fumanti. Polpastrelli che trafiggono la condensa. Charles Lindbergh accetta. Il sogno è già decollato.

Un pazzo volante

Del resto il nostro, origini svedesi e certificato di nascita con su impresso “Detroit - 4 febbraio 1902” non è esattamente la persona più misurata del mondo. I compagni di aeronautica, per dirne una, gli hanno appiccicato un soprannome aderente alla sua verve: “Pazzo volante”, lo chiamano. Piroette, passaggi a raso, ribaltamenti. Certo, ma questa è tutta un’altra cosa. Lui però fa spallucce. Non sbadiglia, ma poco ci manca. Supponenza o incoscienza? Magari nessuna delle due.

Lo Spirit of Saint Louis

Se Charles sprizza sicumera da ogni poro un altro motivo c’è. Il suo destriero volante gli trasmette sentimenti confortanti. Faccenda di clangori californiani. L’ha costruito la Ryan Airlines. Giunture metalliche indefettibili e motore da 240 cavalli di potenza ad alimentare l’unica elica. Un monoplano ad ala alta, a tutti gli effetti. Il nome è evocativo: Spirit of Saint Louis. E oggi, che è il 20 maggio 1927, Lindbergh ci si infila dentro senza indugio, per iniziare un lento rullaggio sulla pista dell’aeroporto Roosvelt Field, qualche manciata di chilometri da New York City.

Un’impresa temeraria

Va bene tutto, d’accordo, ma la sfida resta potenzialmente intrisa di uno spiacevole retrogusto kamikaze. Da solo per tutto quelle miglia. Con un solo motore a disposizione. Senza scalo. Senza riposo. Con condizioni meteo che possono sbriciolare ogni convinzione pregressa nel tempo di un amen. Appare oggettivamente più una scommessa col destino che un tentativo lucido. Gesti apotropaici in sequenza nell’abitacolo. Menagrami e allibratori da tutto il mondo si attaccano alla radio. Portatori di iattura e dispensatori di buona sorte. Charles non si lascia distrarre, ma sa che un singolo tentennamento può equivalere alla morte.

Lindbergh riscrive la storia

Sono le 7,52 in punto del 20 maggio 1927 quando il monoplano si stacca dal suolo americano, per iniziare a fendere le nubi. Mezzo mondo trattiene il fiato. I più tesi sono ovviamente gli statunitensi e i francesi, ma ogni casa in grado di sintonizzarsi sulla stazione giusta è pervasa da una curiosità malandrina. La trasvolata è lunghissima: 33 ore e mezza. Charles si fa sentire in radio di quando in quando, mentre solca a debita distanza quei flutti tumultuosi. Il meteo regge. L’apparecchiatura non fa cilecca. La sera del 21 maggio 1927 lo Spirit of Saint Louis appare come un’incisione miracolosa nei cieli parigini. Atterra sulla pista dello Champs Bourget alle 22,54. Il mondo intero esulta. Orteig si fruga volentieri. Lui alza la mano in segno di vittoria. Onorificenze dalla Casa Bianca, Legion d’Onore dalla Francia. Un Pulitzer per la sua biografia e la copertina di uomo dell’anno sul Time. A volte bisogna essere pazzi per volare oltre i recinti del destino.

Storia d'assalto. L'affondamento della "Gustloff", disastri e misteri che portano a Hitler. Quella Gustloff è un disastro navale rimasto celato. Eppure l'Operazione Annibale poteva esser paragonata all'evacuazione di Dunkerque, per non parlare del mistero legato a uno dei più grandi tesori trafugati dai sicari di Hitler. Davide Bartoccini il 9 Febbraio 2023 su Il Giornale.

30 gennaio 1945. Sono da poco passate le nove di sera quando la Wilhelm Gustloff, transatlantico di lusso del Terzo Reich convertito a nave ospedale con diecimila passeggeri a bordo - per la maggior parte sfollati in fuga dall’Armata Rossa, feriti di guerra, giovani allievi e ausiliarie - viene messa a fuoco nel periscopio di un sottomarino sovietico che affiora dalle gelide acque del Baltico. La rotta del vecchio transatlantico di lusso - voluto dal Partito Nazionalsocialista come ammiraglia di una flotta di navi che organizzassero pionieristiche crociere alla portata del volk, il popolo - prevede un ultimo disperato viaggio verso la Danimarca ancora occupata dai nazisti, dopo dove aver lasciato la baia di Danzica battuta dall’artiglieria e dai cacciabombardieri sovietici che avanzavamo in Pomerania.

Per il comandante del sottomarino sovietico, il capitano di corvetta Alexander Marinesko che riceverà postumo l’encomio di “Eroe dell’Unione Sovietica”, non è importante se si tratti di un convoglio mercantile o di una nave ospedale. Ci sono troppi conti da regolare e vendette da riscuotere. L’ordine quindi è di lanciare immediatamente una salva di siluri contro la nave illuminata e sicuramente nemica. E così avviene. Dai tubi di lancio dello S-13, sottomarino classe Srednyaya, partono tre tubi d’acciaio carichi di esplosivo che tagliano ghiaccio e onde, centrando la nave che qualcuno aveva descritto come “l'arca di Noè” per tutti i tedeschi che si erano messi in fuga dalla vendetta. Da lì a un’ora si sarebbe consumato uno dei più gravi e meno noti disastri marittimi della storia.

Una tragedia dimenticata

L’affondamento della Wilhelm Gustloff, non meno tragico di quello Titanic o del più simile siluramento delle navi bianche italiane come del famoso Lusitania, è rimasto nascosto o segregato per decenni, sebbene i pochi superstiti abbiano offerto le loro testimonianze, raccontato storie atroci e non dissimili da quelle narrate dopo le tragedie che riguardarono i più celebri transatlantici scomparsi negli abissi.

Quando i siluri lanciati dal sottomarino sovietico che sorpresero il transatlantico - che ormai si sentiva quasi al sicuro fuori dallo stretto di Danzica - colpirono lo scafo nella sezione degli alloggi per l'equipaggio, dell'area della piscina che ospitava i membri dell'Ausiliario navale femminile, e quelli della sala macchine infliggendo “colpi fatali” per il suo galleggiamento, apparve immediatamente chiaro che non c’erano abbastanza scialuppe di salvataggio. Quella nave, infatti, era in origine pensata per trasportare meno di duemila passeggeri. A bordo erano invece 8.956 rifugiati, 918 tra ufficiali e membri della 2°Unterseeboot-Lehrdivision (allievi destinati al servizio sui sommergibili, ndr), 373 donne delle Unità Ausiliarie, 173 uomini delle forze navali, e 162 soldati feriti. Per un totale di quelle che si stimarono essere almeno 10.582 anime.

Tra le parti danneggiate, quelle con i sostegni ghiacciati alla temperatura ampiamente sotto lo zero, molti passeggeri rimasti senza altra scelta si getteranno nel Baltico con una temperatura al di sotto degli 0° centigradi. Morendo per annegamento o per ipotermia. Si narra di uomini che ancora con la fascia con la svastica al braccio, assassinarono moglie e figli prima di rivolgere contro se stessi la propria pistola - per evitare ai loro cari il trauma del gelo e della morte comunque certa.

Quando le navi militari chiamate in soccorso arriveranno sul posto - nonostante corressero l'ovvio rischio di diventare obiettivi da affondare - troveranno la nave inclinata sul lato sinistro, con il lato di dritta ormai sommerso e il 90% dei passeggeri che avevano già perso la vita in appena un'ora. Circa mille anime verranno salvate.

Una nave della speranza sotto il simbolo della svastica

La Wilhelm Gustloff, varata dalla Kraft durch Freude nel 1938 col sua stazza di 25.000 tonnellate, venne intitolata all’omonimo “martire” che secondo il Partito Nazionalsocialista sarebbe rimasto "nei ranghi degli immortali martiri del Reich", rimase nella storia come uno degli sfortunati convogli della speranza che intrapresero il loro ultimo viaggio nel freddo gennaio del '45. Quando era diventata, al parti di altre, mezzo necessario al un massiccio piano d’evacuazione che doveva portare in salvo attraverso il Baltico civili, soldati e tonnellate di carichi del più vario genere: dai militari ai beni governativi e privati.

Tra le più grandi operazione di questo genere mai tentante nella storia, l’operazione che prese il nome in codice “Annibale” rappresentava l’unica possibilità di salvezza per sfuggire all’avanzata delle truppe dell’Armata Rossa comandata dal generale Ivan Chernyakhovsky. Benché fosse “vietato” fuggire dalla Germania fino a poco tempo prima, l’ammiraglio tedesco Karl Dönitz - comandante in capo della Kriegsmarine - fu abilitato a pianificare e mettere in opera un’evacuazione di grandi dimensioni in stile Dunkerque. Per un periodo di 15 settimane, oltre mille navi di tutti i tipi, dalle navi da guerra a semplici pescherecci, trasportarono tra gli 800.000 e i 900.000 civili tedeschi e 350.000 soldati attraverso il Mar Baltico nella speranza di potersi riorganizzare e mettere in salvo i civili.

Lupi sovietici a caccia di convogli superstiti

Quale che fosse il piano, le unità della marina sovietica erano ormai in attesa di ogni tipo di naviglio tedesco sorpreso a incrociare la loro rotta, decise a non lasciare il passo in virtù della feroce guerra che si era combattuta per più di quattro anni sul Fronte orientale. La Gustloff non sarebbe stata infatti l'unica nave affondata nel Baltico nel corso dell’Operazione Annibale. Alcune settimane dopo, anche la Generale von Steuben venne colata a picco, sempre per mano del sottomarino S-13 comandando da Marinesko, portando sul fondo del Baltico oltre tremila passeggeri. In primavera, fu il tragico turno della Goya con altri settemila passeggeri, la Cap Arcona sarebbe stato affondato degli inglesi mentre aveva a bordo 4.500 prigionieri dei campi di concentramento.

Ma ciò che ha interessato maggiormente gli storici negli ultimi tempi è l’affondamento del piroscafo Karlsruhe, salpato nell’aprile del ‘45 da Königsberg con un carico di diverse centinaia di tonnellate di merci e 1.083 passeggeri tedeschi in fuga da Prussia e Pomerania. Il cui relitto è stato individuato a settantacinque anni dalla sua sparizione tra i flutti del Baltico.

Tale interesse è strettamente legato all’ipotesi avanzata da alcuni cacciatori di tesori, convinti che esso possa custodire in alcuni forzieri individuati nelle vicinanze della sua stiva i famosi pannelli della Camera d’Ambra: tesoro russo d’inestimabile valore saccheggiato dai nazisti durante l’assedio di Stalingrado e scomparso misteriosamente dal 1945.

Questa ipotesi nasce dal “particolare” assortimento del carico - che comprese dai mezzi militari, effetti personali di uomini evidentemente facoltosi, come porcellane, insieme a numerosi bauli dal contenuto tutt’ora ignoto. Di qui il sospetto di alcuni fantasioso che i forzieri possano contenere i pannelli d’oro della Stanza d’Ambra, trafugati dal Palazzo di Caterina per mano del Heeresgruppe Nord e dei “cacciatori di tesori” sguinzagliati da Hitler. Inviati a Königsberg, dove già si pensava di ricostruire la Stanza d’ambra e per essere messa in mostra come trofeo di guerra. Fecero perdere le loro tracce dopo una serie di pesanti incursioni lanciate dai bombardieri britannici che martellavano con le loro bombe incendiarie i principali centri della Germania come "rappresaglia" intesa a fiaccare il morale di una popolazione già stremata. E ovviamente, come vendetta per i bombardamenti perpetrati sul Londra.

Perché ciò che si evince da questi tragici eventi, che videro navi convoglio non armate, bombardate e silurate dagli Alleati senza tenere alcun conto del loro carico - come della possibilità che trasportassero al loro interno civili e sfollati - non fa altro che ricordarci come la guerra moderna non conceda quartiere al nemico: sia per ragioni strategiche o di pura vendetta. Fu proprio il terrore della vendetta, per resocontato nei libri di storia di sconfitti e collaborazionisti, a spiegare quanto incise il timore di finire sotto l'oppressione dei sovietici, spingendo al massimo rischio quei tanti che trovarono la morte in mare mentre speravano, fino all'ultimo, di riuscire a mettersi in salvo da ciò che il führer aveva iniziato tra gli applausi scroscianti delle folle, incapaci d'immaginare quale atroce devastazione avrebbe serbato il futuro.

Storia d'assalto. La strana storia della Warrimo, il piroscafo che "viaggiò" nel tempo. Probabilmente affascinato dai racconti di Jules Verne e Mark Twain, un capitano australiano portò sulla linea immaginaria dell'Equatore un piroscafo alla mezzanotte di fine secolo. Davide Bartoccini il 12 Gennaio 2023 su Il Giornale.

È possibile viaggiare indietro nel tempo o addirittura trovarsi in due secoli diversi? Essenzialmente no. Eppure un particolare accadimento, registrato su un vecchio diario di bordo reso celebre dalle cronache, potrebbe darci lo spunto per ribaltare le certezze delle nostre risposte.

Era la notte del 31 dicembre 1899 quando la SS Warrimo, piroscafo australiano in linea con la New Zealand & Australian Steamship Company, si dirigeva sulle acque calme dell'Oceano Pacifico, a metà della sua rotta che dal Canada lo avrebbe ricondotto a Sydney. Varato nei cantieri navali della vecchia Inghilterra, lungo 105 metri e capace di ospitare passeggeri e carichi che necessitavano la refrigerazione, la Warrimo era al comando del capitano John D. S Phillips, abile ed esperto navigatore che voleva in qualche modo “sfidare il tempo”, forse dopo aver saputo che lo scrittore Mark Twain, autore di Seguendo l'Equatore, aveva scritto qualche battuta a riguardo proprio mentre si trovava a bordo della sua nave.

A pochi giri di orologio dalla mezzanotte infatti, pare che Phillips attendesse sul ponte le informative del primo ufficiale F. J Bayldon, cui era stato comandato di calcolare in punto stellare per portare la nave, impegnata a tenere la sua rotta, su una particolare coordinata. Il risultato, ottenuto attraverso una serie di calcoli che almeno noi uomini di terraferma o acque dolci non possiamo comprendere con semplicità, si basava sulle ore precedenti. Ma considerata la direzione, la velocità sostenuta e ogni variabile del caso, fu sufficiente a contentare il capitano che, intento a fumare un sigaro mentre nel salone interno si era a un passo dal festeggiare l’arrivo nel “nuovo anno”, si apprestava a entrare singolarmente nella storia. Phillips si era reso conto, infatti, che data la posizione raggiunta dalla nave era possibile, manovrando come si conveniva, oltrepassare l’Equatore in corrispondenza della “linea di cambiamento di data” proprio allo scoccare della mezzanotte. Facendo in modo che la sua nave - ufficialmente territorio australiano - si trovasse contemporaneamente e dunque nello stesso tempo “in due giorni, mesi, stagioni e anni diversi, ma soprattutto in due secoli diversi”.

Comunicata la “prodezza” ai suoi ufficiali, diede disposizioni affinché in plancia ci si preparasse a manovrare in modo da mantenere il più a lungo possibile la nave in questa singolare condizione “spazio temporale”. Fu così che a cavallo tra il 1899 e il 1900, il piroscafo Warrimo ,governato dall’eccentrico capitano della marina mercantile australiana, si ritrovò a incrociare il meridiano 180° E/W tra le isole Ellice e Phoenix- ovvero sulla linea “immaginaria” del cambiamento di data istituita nel 1884. E valse, almeno della tradizione romanzesca, la vittoria della scommessa accettata dal Phileas Fogg nel celeberrimo romanzo di Jules Verne Il giro del mondo in 80 giorni. Allo stesso tempo, la prua della Warrimo era di fatto nell’emisfero australe, dunque nella stagione estiva, mentre la sua poppa, appena centocinque metri più distante, la seguiva dall'emisfero boreale, dunque nella stagione invernale. Così, mentre nella sezione di poppa formalmente era il 31 dicembre del 1899, a 105 metri o poco meno si festeggiava il primo giorno di gennaio del 1900 (anche se formalmente l'inizio del XX secolo venne festeggiato il 1° gennaio del 1901, ndr).

La singolare avventura da "Golden Shellback" del capitano Phillips e della Warrimo - gli shellback sono nelle tradizione anglosassone i marinai divenuti per rito "figli di Nettuno" dopo aver attraversato l'Equatore - finì per stabilire un record che ha fatto epoca. Benché non essenzialmente dimostrabile data la rudimentale strumentazione di quel periodo storico. E questo nonostante il segreto di quella notte sia stato custodito gelosamente da Phillips e dai suoi fino agli anni della pensione.

Solo nel 1942, quando la Warrimo - convertita durante la Prima guerra mondiale in nave per il trasporto truppe - riposava già da un pezzo sul fondo del Mediterraneo accanto al cacciatorpediniere francese Catapulte che, urtandola, l'aveva affondata con l'esplosione delle sue cariche di profondità nel 1918, un giornalista canadese dell'Ottawa Journal andò a fare visita al capitano Phillips per riportare alla luce quella strano viaggio di fine secolo. Raccontando al mondo come era stato possibile "viaggiare nel tempo", pur potendo contare su una velocità massima di appena 14 nodi e mezzo.

Gli scontri tra Oriente e Occidente.

L'ultimo "lampo" di Napoleone. Storia di Andrea Muratore il 29 Marzo 2023 su Il Giornale.

Il 30 marzo 1814 le forze della coalizione avversa a Napoleone Bonaparte, reduci dalla vittoria di Lipsia l'anno precedente, entrarono a Parigi accelerando la fine dell'epopea del Corso. L'impero proclamato solennemente il 2 dicembre 1804 e plasmato col sangue e il sacrificio di centinaia di migliaia di uomini, ma anche con ideali di libertà e emancipazione portati in tutta Europa, collassò in pochi giorni e si avviò, dopo il Trattato di Fontaineblau, verso un precipitoso declino. A cui avrebbe fatto seguito, come ultima coda, la fugace parabola dei Cento Giorni del 1815 conclusasi a Waterloo.

La rapida dissipazione del potere napoleonico seguito a quell'evento e la vittoria di forze soverchianti contro una Francia che aveva subito i contraccolpi della sciagurata invasione della Russia del 1812 cancellarono nella memoria storica quella che fu, paradossalmente, la più vittoriosa delle campagne di Napoleone, almeno sul fronte dei risultati ottenuti fatto salvo il rapporto di forze con i nemici. La campagna del Nord-Est della Francia del 1814 fu paragonabile alle grandi epopee rivoluzionarie di resistenza alle monarchie europee ai tempi di Valmy, valorizzò il fiuto strategico di Napoleone e lo condusse di vittoria in vittoria.

Ma Bonaparte dimenticò i precetti di Sun Tzu sul fatto che il grande stratega è colui che, in fin dei conti, vince senza scendere in battaglia. E così per il novero soverchiante delle forze e l'assedio su più lati, alla fine una serie di vittorie tattiche non evitarono una sconfitta strategica. Napoleone, comprese le furerie e i reparti logistici, poteva contare su 80mila uomini. Al suo fianco alcuni dei più bei nomi dell'epopea militare del decennio precedente: Michel Ney, figura di tragica grandezza; Louis Alexandre Berhier, vincitore di Wagram e capo di Stato Maggiore dal 1812; Nicolas Oudinot, veterano di Austerlitz. Contro, le forze di Russia, Austria, Prussia, Svezia e diversi alleati minori, dalla Sassonia ai Paesi Bassi, per un totale di circa 350-400mila soldati schierati su tre colonne. L'austriaco Karl Philipp Schwarzenberg, con metà delle forze, avanzava da Sud, mentre da Est e da Nord avanzavano prussiani, russi e svedesi guidati da Carlo Giovanni di Svezia, già maresciallo dell'Impero come Jean-Baptiste Bernadotte, e dai marescialli prussiani Gebhard von Blucher e Friedrich Wilhelm von Bülow. Al seguito, anche lo zar Alessandro I di Russia, desideroso della vittoria definitiva dopo la cacciata del Corso dal suo Paese.

Napoleone, contro queste armate convergenti, si mosse come fulmine di guerra per ritardare l'inevitabile. Le truppe della Vecchia Guardia, i coscritti delle leve 1814 e 1815 chiamati in anticipo e le poche truppe straniere fedeli all'Impero combatterono, dopo il passaggio nemico del Reno, nelle terre che un secolo dopo sarebbero state teatro della Grande Guerra. Le valli della Mosella e della Marna, ben conosciute dai veterani francesi, furono teatro della battaglia di retroguardia di Napoleone. Alla testa delle sue truppe, forse cercando un'eroica morte sul campo in patria, Napoleone colpì il 28 gennaio i prussiani a Brienne, fu costretto dal gelo a concedere l'occupazione di Troyes, travolse i russi a Champaubert il 10 febbraio, un contingente russo-prussiano guidato dai generali Osten-Sacken e Yorck a Montmirail il giorno successivo e cercò di anticipare, una settimana dopo, il ricongiungimento con la colossale colonna austriaca guidata da Schwarzenberg.

Quest'ultimo affrontò Napoleone a Mormant, tra la Senna e la Marna, il 17 febbraio 1814. Napoleone schierò l'intera Vecchia Guardia contro i corpi d'armata dell'Impero Austriaco. Il muro di fuoco dei fucilieri francesi infranse le cariche nemiche, i cannoni in fuoco incrociato fecero strage delle truppe di Vienna e 3mila austriaci restarono sul campo. Napoleone aveva nella sua difesa in profondità fermato un altro assalto. Tutte queste battaglie erano però accomunate da un dato di fatto: il Corso doveva gettarsi muovendo a marce forzate le sue truppe sempre più stanche contro singole unità o corpi separati delle forze nemiche, evitando con disperazione che esse unissero le loro forze. Ma la tecnica poteva essere solo dilatatoria.

A Monterau, il giorno dopo Mormant, gli austriaci furono di nuovo respinti e Napoleone colpì, il 21 febbraio a Mery-sur-Seine. Sei vittorie in un mese avrebbero inchiodato qualsiasi invasore, ma non quello preponderante numericamente della Sesta Coalizione, ben rifornito via mare dal Regno Unito e con una solida retrovia. Oltre che - ovviamente - in controllo del fattore più importante: il tempo. Napoleone non poteva essere ovunque, le città francesi cadevano comunque per mano delle colonne rimaste indisturbate dai rapidi movimenti di fronte. Mentre Bonaparte conduceva con sé il grosso delle sue armate, le giovani reclute di guarnigione indietreggiavano non ingaggiando i nemici. Così cadde una delle principali città di Francia, Reims, che Napoleone riconquistò il 13 marzo. A Bonaparte erano però rimasti meno di 40mila uomini. Quattro giorni prima, a Laon, per la prima volta i francesi erano stati colpiti da un'armata unita, prussiana in questo caso, in netta superiorità numerica. 85mila prussiani respinsero ogni tentativo nemico di incunearsi nel loro fronte. Del resto, combattevano contro soli 35mila francesi: Napoleone si ritirò combattendo, riconquistando come detto Reims, ma il tempo giocava a suo sfavore.

Mancato il successo definitivo, ovvero il flop politico della coalizione, la più rapida e vittoriosa delle guerre di Bonaparte ebbe il canto del cigno ad Arcis-sur-Aube, vicina Parigi, tra il 20 e il 21 marzo, quando Oudinot dovette ritirarsi di fronte a Schwarzenberg. Napoleone tentò l'ultima difesa ordinando alla cavalleria di disturbare le linee logistiche degli alleati, che però piuttosto che disperdere le sue truppe, ridotte a 25-30mila, scelsero di conquistare il gioiello più prezioso: Parigi. La capitale dell'Impero era ritenuta strategicamente non decisiva. Ma l'ingresso di russi e prussiani fu uno choc per tutti i residui fedeli di Napoleone.

Il 30 marzo ci fu l'entrata in forze. Il 31 marzo i pochi combattimenti cessarono. Il 6 aprile Napoleone era caduto: firmò il Trattato di Fontaineblau, accettando il temporaneo esilio all'Elba prima del colpo di coda dei Cento Giorni. I principi Metternich e Nesselrode per Austria e Russia confezionarono una pace onorevole, che però non nascondeva la realtà dei fatti: Napoleone era sconfitto dopo una sequela inevitabile di vittorie. A testimonianza del trionfo degli obiettivi politici su quelli militari in un Impero francese ormai al tramonto.

Come sarebbe andata la storia se non ci fosse stato Adolph Hitler? O se gli Usa avessero sganciato un’atomica sulla Germania. Oppure se non fosse caduto il muro di Berlino. Una mostra sulle “sliding doors” che hanno cambiato il mondo. Stefano Vastano su L’Espresso il 28 Febbraio 2023.

Qualcosa dentro di noi ci spinge ad immaginare la storia umana come un congegno ad orologeria. Le componenti sono i cosiddetti “fatti storici”, tutti connessi fra loro e in movimento. «Questa visione della storia come un meccanismo lineare e puntato a una meta è falsa, e soprattutto controproducente», inizia a dire lo storico Dan Diner introducendoci alla mostra che ha curato al Deutsches Historisches Museum di Berlino. La mostra si intitola “Roads not taken”. Sottotitolo: “Ovvero: come tutto sarebbe potuto accadere diversamente”. E in quattordici tappe, dal novembre 1989 in cui crolla il Muro di Berlino, illustra come si sarebbero potuti svolgere altrimenti gli ultimi 150 anni di storia tedesca.

«Il primo effetto della mostra», specifica Diner, «è spiazzare il visitatore, che si aspetta nell’esposizione un filo cronologico». E invece no: dalle prime foto e documenti dei cortei di protesta a Lipsia e Berlino, nell’autunno 1989, andiamo all’indietro agli anni del 1968 e di Willy Brandt; e poi più giù ancora, sino ai moti rivoluzionari del 1848. Ogni passaggio è diviso in due parti, per farci intravedere, accanto a ciò che è stato, come i fatti si sarebbero anche potuti svolgere.

Ad esempio: se nel novembre 1989 il regime della Ddr non avesse aperto il Muro, ma seguito la linea dura cinese, e cioè la repressione della rivolta come sulla piazza di Tienanmen? «La repressione delle proteste a Lipsia e Berlino era già programmata dal regime della Ddr», ricorda Diner, «e a Berlino est avevano già dato l’ordine di distribuire le munizioni ai soldati». Basta grattare un po’ la superficie degli eventi per scoprirne i punti casuali e di svolta in cui «tutta la situazione», spiega Diner, che ha insegnato storia all’università di Gerusalemme e di Lipsia, «sarebbe potuta configurarsi diversamente». In realtà sono solo le nostre paure che ci portano a pensare al futuro come a una catena di fatti. «Ma da questa mostra sulla storia tedesca emerge come al fondo degli eventi ci sia sempre tanta contingenza», precisa Diner. Prendiamo i due passaggi che Diner - di cui Bollati ha di recente pubblicato “Tutta un’altra guerra”, la seconda guerra mondiale vista dalla Palestina ebraica - considera i più densi. L’8 maggio 1945, il giorno in cui i nazisti firmano la capitolazione incondizionata. «Il piano degli americani era di sganciare la prima bomba atomica sul centro industriale di Ludwigshafen», racconta lo storico: «Ancora oggi i tedeschi nutrono una paura della bomba atomica come nessun altro popolo in Europa».

Quel maggio del 1945 è uno dei momenti-limite in cui si percepisce davvero quel che sarebbe potuto accadere - in questo caso, la distruzione atomica della Germania - se non si fosse giunti alla capitolazione. L’altro momento decisivo è l’attentato a Hitler, organizzato ma non riuscito, dal colonnello von Stauffenberg il 20 luglio del 1944. «Nella mostra non si vedono grandi immagini dell’Olocausto», dice Diner. «Mi sono concentrato sull’attentato del 20 luglio per far vedere che a quella data la distruzione degli ebrei in Europa era già avvenuta».

Nei momenti più intensi della storia non cogliere l’opzione, o agire tardi può causare effetti disastrosi per l’umanità. «Volevo scuotere il senso del visitatore per la storia», insiste Diner, «far vedere come la contingenza e quindi la possibilità di alternative siano sempre aperte e siano atti di volontà politica». Nulla meglio, o forse peggio del momento più nero della storia tedesca, il 30 gennaio 1933, l’istante in cui Hitler sale al potere a Berlino, mostra come opera la contingenza nella storia. Con vari grafici e film rivediamo in mostra l’enorme tsunami della crisi mondiale, innestato dal crac alla Borsa di New York nell’ottobre 1929.

«Ma non dimentichiamo che sino al 1929 Hitler era solo un’attrazione bavarese e in Germania non contava nulla», spiega Diner. Cosa ha portato il caporale austriaco nel giro di tre anni a conquistare il potere? I documenti esposti spiegano le disastrose conseguenze della crisi globale negli ultimi anni di Weimar. L’esercito di 6 milioni di disoccupati in Germania. L’inflazione che straccia la valuta tedesca e i risparmi del ceto medio. «Ma ancora nel dicembre del 1932 il partito di Hitler era dilaniato da tensioni e in piena crisi finanziaria, e Hitler minacciò di risolvere i problemi in tre minuti, suicidandosi con un colpo di pistola». Come annotò Goebbels, futuro ministro della propaganda del Terzo Reich, l’avvento al potere del ’33 fu «ein Wunder», un miracolo. Ma una specie di miracolo è anche la metamorfosi nel dopoguerra dei tedeschi - almeno quelli dell’Ovest - a partire dall’era Adenauer. Sino a trasformarsi oggi nella prima potenza economica e nell’ancora della stabilità politica in Europa.

Tutte queste svolte della storia tedesca ci fanno toccare con mano come i cosiddetti fatti storici «non siano legati da nessuna finalità prefissata», conclude Diner.

«Negli eventi è in gioco la libertà e la responsabilità politica che dobbiamo assumerci di fronte alle vie della storia». Ed è questo il “fantasma”, come lo chiama Diner, che aleggia per la sua mostra. «Il fantasma è chiaramente l’Europa dell’est. Cosa stiamo facendo oggi, nel 21° secolo, per evitare che l’Europa dell’est riprecipiti nella barbarie del nazionalismo più gretto e reazionario del ventesimo secolo?». Ecco perché comprendere il senso della storia è importante e aiuta ad assumersi le proprie responsabilità: per evitare la catastrofe che incombe sull’Ucraina.

Ernst Jünger e il "nodo" dell'incontro-scontro tra Oriente e Occidente. La sfida archetipica segna tutta la storia della civiltà: sempre in bilico, mai risolta. Marino Freschi su Il Giornale l’11 Gennaio 2023

Erano passati quattordici anni, non molti, eppure era tutta un'altra storia. Nel 1939 usciva Sulle scogliere di marmo il romanzo simbolico di Ernst Jünger, uno dei racconti più intensi della letteratura del primo Novecento, un puro capolavoro. Nel 1953 lo scrittore pubblica un saggio inquietante e nel medesimo tempo un classico: Il nodo di Gordio, che suscitò una vivace discussione intellettuale. In mezzo c'erano state la guerra, la catastrofe tedesca, la vergogna tedesca, la sconfitta di tutta l'Europa, con i russi a Berlino, pronti ad avanzare ancora: la bandiera rossa sventolava sprezzante sulle rovine del Reichstag «millenario». A pochi metri il bunker sotterraneo con il corpo carbonizzato del Führer. Ernst Jünger era stato coinvolto nell'attentato fallito a Hitler del 20 luglio del 1944. Il suo nome venne depennato dalla lista dei condannati a morte dallo stesso Führer. Lo scrittore dovette immediatamente abbandonare Parigi, sparire in un villaggio tedesco. Con l'arrivo degli alleati fu sottoposto alle aspre pratiche di denazificazione, consistenti per lui nel divieto di pubblicare, che venne ritirato nel 1953. Nello stesso anno usciva un saggio sorprendentemente affine di A. Toynbeee: The world and the West; si era pronti a riaprire una grande discussione sulle rovine dell'Occidente.

La Germania di Jünger era un campo di macerie materiali e ancor più morali e spirituale, il figlio morto in combattimento sulle Alpi Apuane, vittima forse di fuoco amico in quanto dissidente del regime. Malgrado tanto dolore, il saggio Il nodo di Gordio è perfetto come un bassorilievo greco di travolgente bellezza stilistica e densità intellettuale: si avverte già dall'incipit la mano dell'artista e del pensatore. «Oriente e Occidente: negli avvenimenti mondiali questo incontro non è soltanto di primaria importanza, ma rivendica un'importanza tutta particolare. Fornisce il filo conduttore della storia, l'inclinazione dell'asse rispetto all'orbita solare. Balenando sin dagli albori, i suoi motivi si dipanano fino ai nostri giorni. Con tensione sempre rinnovata i popoli salgono sull'antico palcoscenico e recitano l'antico copione. Il nostro sguardo si fissa soprattutto sul fulgore delle armi che domina la scena».

La visione è nitida e riconosce gli antichi attori: i Sarmati, i Persiani, i Tartari, le masse enormi dei popoli dell'Asia, e dall'altro parte i valorosi spartani, greci, romani, crociati e templari: Oriente e Occidente. A leggere oggi quelle pagine di settant'anni fa il pensiero riconosce le tracce visibili della storia negli attacchi notturni dei nuovi Sarmati sugli operosi villaggi della Vodolia, della Galizia fino alle «rive del Dnipro, Muro di Berlino che spezza l'Ucraina» (titolo del quotidiano La Repubblica), mentre Massimo Cacciari apre il primo numero dell'anno de La Stampa con un articolo in sorprendente consonanza con l'intuizione storico-mitica di Jünger: «L'Occidente che non riesce a sciogliere i nodi di Gordio», ma con una curvatura irenica che non è certo la prospettiva di Jünger, la cui forte impressione mitica fa riapparire gli archetipi dello scontro epocale tra due civiltà, tra due antropologie, tra due etnologie. Riaffiora, in Jünger, la grande tradizione culturale tedesca, quella che con Nietzsche aveva fondato l'antinomia cultural-spirituale tra apollineo e dionisiaco che con Thomas Mann e Oswald Spengler si era precisata nel contrasto fondante tra Kultur e Zivilisation, tra spirito e democrazia. Le radici intellettuali di Jünger risalivano al monumentale Matriarcato di J. J. Bachhofen del 1861 in cui il regno, oscuro delle madri è contrapposto al dorico, apollineo sorgere degli Dei luminosi dell'Olimpo, già intuito dai Veda. Il sigillo oriente-occidente era stato affrontato, dalla prospettiva tradizionale, da Réne Guénon nel 1924 in un saggio d'immensa risonanza. In realtà il contrasto era apparente: l'Occidente evocato dal pensatore tradizionalista francese era privo del fulgore olimpio scolpito da Jünger nel suo saggio, cui rispose nel 1955 Carl Schmitt, replica che a appare in appendice a Il nodo di Gordio jüngeriano. Oggi il libro è ripubblicato da Adelphi insieme a un utilissimo aggiornamento sull'intera discussione a cura di Giovanni Gurisatti (che ha anche tradotto con Alessandro Stavru i saggi dei due maestri tedeschi).

Con Il nodo di Gordio Jünger torna alla classica grandezza stilistica delle Scogliere di marmo: nel saggio il mondo confuso barbarico, oscuro, «asiatico» del Forestaro - il principe del caos del romanzo - incarna il polo dell'Oriente, quello di una umanità senza la luce della coscienza, a cui la civiltà d'Occidente è pervenuta con immensi sforzi, ché la storia nulla regala: «Per dimostrare che lo spirito libero domina il mondo si paga il prezzo più alto. Questa è la prova che dev'essere superata nel sacrificio. Con essa bisogna mostrare che il libero governo è superiore ai dispotismi, che i liberi combattenti pesano più delle masse e che le loro armi sono meglio congegnate e di più lunga gittata. Si arriva così ai momenti di svolta, nei quali gli spiriti si gettano nella mischia. Eserciti immensi vengono affrontati, incalzati nelle valli, nelle sacche, nelle gole, ricacciati nei mari o negli stretti. I superstiti fuggono, i loro capi si danno la morte in foreste e deserti». Lo scontro diventa epocale, tra i valori della luce e le forze ctonie dell'oscurità, tra la cultura della forma contro l'amorfo. Il sacrificio di Leonida segna non solo un evento bellico, ma un'illuminazione, l'epifania di un nuovo splendore della coscienza: in questo contesto la lotta si sublima in un evento grandioso, epocale: «Adoperata in questo modo la spada è spirituale; è lo strumento di una decisione libera e risolutiva».

A leggere oggi questo saggio insieme con la risposta di Schmitt - si viene travolti dalla lucente bellezza di ogni classica memoria, ma anche dalla sua travolgente attualità. Pare ma è così! - che l'Occidente sia chiamato a difendere, ancora una volta, la sua identità storica, la sua libertà, sulle mugghianti rive del Dnipro nella reiterazione dell'epocale scontro tra civiltà. Tutto è ancora in bilico, nulla è ancora perduto se l'Occidente saprà elevare al sole i propri vessilli di libertà, ritrovare i valori della propria cultura, e tagliare con decisione l'eterno nodo di Gordio: nell'intramontabile mito «compare un principio spirituale in grado di disporre in modo nuovo e più pregnante del tempo e dello spazio».

"Il Nodo di Gordio", Junger e Schmitt raccontano il rapporto tra Occidente e Oriente. Jünger e Schmitt scrivono un saggio attuale sul rapporto tra Occidente e Oriente, fermandosi più volte sulla sfida tra "democrazia" e "autoritarismo" evocata dal presidente Usa Joe Biden. "Per la storiografia occidentale l'atto di arbitrio è inconciliabile con la dignità del monarca". Roberto Vivaldelli su Il Giornale il 28 Febbraio 2023

Tabella dei contenuti

 Lo storico Franco Cardini racconta Il Nodo di Gordio

 Il rapporto tra Occidente e Oriente

Il Nodo di Gordio, proprio come il nodo che stringeva il giogo al timone del carro consacrato da Gordio a Zeus nel suo tempio, e che Alessandro Magno nel 334 a. C. troncò con un colpo netto di spada, ottenendo così il dominio dell’Asia e del mondo, così come predicava un'antica profezia. Ma Il Nodo di Gordio è anche un'opera monumentale di Ernst Jünger, pubblicata per la prima volta nel 1953, dopo la Seconda guerra mondiale e in piena Guerra Fredda, a cui due anni dopo replicava con uno scritto altrettanto intenso l'amico Carl Schmitt. È un'opera che riflette sulla natura del rapporto-scontro fra Oriente e Occidente.

"Questo incontro", scrive Ernst Jünger in apertura del suo Nodo di Gordio, non soltanto occupa una posizione di primo piano fra gli avvenimenti mondiali, ma "rivendica di per sé un’importanza capitale. Fornisce il filo conduttore della Storia". Un incontro, tuttavia, che nella storia si è spesso trasformato in scontro: "Con tensione sempre rinnovata i popoli salgono sull’antico palcoscenico e recitano l’antico copione. Il nostro sguardo si fissa soprattutto sul fulgore delle armi che domina la scena".

Lo storico Franco Cardini racconta Il Nodo di Gordio

"Il Nodo di Gordio" è stato recentemente ripubblicato dalla Piccola Biblioteca Adelphi con gli scritti originali di Jünger e Schmitt, in un'edizione curata da Giovanni Gurisatti. Saggio fondamentale che è stato raccontato e sviscerato nei suoi punti focali - in occasione di una serata svoltasi lo scorso 28 gennaio al Teatro di Pergine Valsugana (Tn) e organizzata dall'omonimo think-tank - dallo storico Franco Cardini. "La spada è un elemento risolutivo, anche nel suo uso militare. Si usa la spada per stabilire chi vince e chi perde. La spada di Artù dall'incudine, dalla pietra, o dall'albero in cui è infitta, secondo le varianti della leggenda arturiana, è uno strumento che indica il modo in cui l'ordine mondiale sarà ristabilito. Chi estrae la spada è un eletto a ristabilire l'ordine in uno stato di disordine. Il Nodo di Gordio è esattamente la stessa cosa. È un nodo fra due apici di una corda che serve ad aggogiare due bui o due tori ad un aratro, ma il nodo è così intricato che non si può sciogliere".

Alessandro, ha spiegato, "fa una scelta: risolve, non sciogliendo il nodo con pazienza, ma con un taglio netto della spada, ottenendo un risultato, ma a un prezzo. Perché una sezione della corda viene rovinata da questo gesto". Così si ritrova, ha continuato Cardini durante la serata organizzata dal think-tank Il Nodo di Gordio, "sospeso tra l'Oriente e l'Occidente, fra l'Europa e l'Asia". Alessandro, ha sottolineato lo storico incalzato da Daniele Lazzeri e Andrea Marcigliano, "non è considerato un greco dai greci. È considerato un greco dai persiani, e risolve il problema del loro rapporto con un taglio netto e dando avvio a un sistema di governo nuovo".

Il rapporto tra Occidente e Oriente

L'attualità dei due saggi di Jünger e Schmitt sul rapporto fra Occidente e Oriente, sulla sfida tra "democrazia" e "autoritarismo" più volte evocata - con una buona dose di retorica - dal presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, è impressionante. Per la storiografia occidentale, scrive Jünger, l'atto di arbitrio è "inconciliabile con la dignità del monarca", e getta come un'ombra sul carattere di quei pochi cui viene attribuito il titolo di "grande". E ancora: il filosofo tedesco sottolinea come in Oriente l'atto di arbitrio "non pregiudica la grandezza di un principe", ma ne è piuttosto la conferma.

In Oriente è del "tutto nella norma che durante un banchetto Alessandro uccida Clito", che gli aveva salvato la vita. La sentenza del principe "ha valore sia che derivi da una ponderata riflessione", sia che provenga da una vampata di collera. Nel pensiero occidentale e nella relativa storiografia l'atto di arbitrio, soprattutto quando si manifesta in modo brutale, osserva Jünger, "viene considerato una macchia". Anche quando mira al bene, alla giustizia, "come nella lotta contro il drago, getta un'ombra sull'impresa".

A tal proposito, scrive Carl Schmitt commentando l'opera dell'amico, quando si parla di "Nodo di Gordio" ci si immagina perlopiù un groviglio confuso. Il gesto di Alessandro Magno sarebbe stato quello di sciogliere il groviglio, e in modo semplice - pericolosamente semplice - decisionistico: "con un colpo di spada". Ma il libro di Jünger, come spiega bene Schmitt, non rappresenta una condanna del mondo orientale e un'esaltazione occidentalistica: "In realtà -osserva -il libro di Jünger non fa che parlare di polarità e transizione. La sua conclusione non è un aut-aut, ma un et-et, un incontro reciproco, un bussare alla porta, uno scambio e un equilibrio, un ritorno nell'eterno nel tempo e un accenno alle recondite risposte che spettano all'Oriente". Perché senza aver letto questo libro fondamentale, difficilmente si può comprendere il complesso rapporto tra Oriente e Occidente. Scritto 70 anni fa, questo saggio si presenta oggi come un classico: senza tempo.

Il "miracolo" che salvò Federico il Grande. 1759 e 1762: due volte Federico II di Prussia fu salvato dal fato durante la Guerra dei sette anni. E poté così difendere Berlino e il suo regno. Andrea Muratore il 17 Febbraio 2023 su il Giornale.

Prussia, anno del Signore 1759: Federico II di Prussia è un sovrano sconfitto e prossimo al tracollo. Russi e austriaci assediano il suo Stato, la capitale Berlino rischia una doppia offensiva convergente, il sovrano ha visto il suo esercito dimezzato. Nel pieno della Guerra dei Sette Anni scoppiata per le dispute austro-prussiane per la Slesia la Prussia era vicina al completo annientamento e l'antico Ducato di Brandeburgo promosso a regno invaso nel pieno del suo territorio.

Sconfitto a Kunersdorf il 12 agosto 1759, forte di un esercito che si era dimezzato a meno di 20mila uomini e poté essere rimpinguato a 30mila solo grazie alla milizia territoriale, Federico II era arrivato a considerare l'ipotesi di cercare la "bella morte" qualora russi e austriaci avessero assediato Berlino. Ma Vienna e San Pietroburgo divergono sull'obiettivo strategico. Temono la battaglia campale diretta, si ritirano e non passano l'Oder. La capitale è salva, Federico può riorganizzare le sue truppe e dare vita a quel sentimento militare prussiano che sarebbe stato per un secolo il motore dell'unificazione tedesca.

Federico II si sentì come "miracolato" e riorganizzò le truppe. Il sovrano l'anno successivo riuscì a colpire gli eserciti austriaci divisi dalle colonne russe battendoli nella battaglia di Torgau in dicembre. Il sostegno inglese via mare garantì rifornimenti di armi, ma l'anno successivo la caduta di Kolberg, unico porto del sovrano, aprì una nuova fase di disperazione per Federico II. A cui favore però intervenne una nuova fatalità. Nelle prime settimane del 1762 un'acerrima nemica di Federico, la zarina Elisabetta, morì. Il trono dei Romanov passò al suo successore Pietro III, in passato principe e diplomatico che aveva conosciuto il re di Prussia e non desiderava il suo annientamento. Con le truppe russe alle porte di Berlino, Pietro III aprì trattative con la Prussia. Il trattato di pace firmato a San Pietroburgo il 5 maggio 1762 dal cancelliere russo Michail Illarionovič Voroncov e dall'inviato prussiano barone Wilhelm Bernhard von der Golt sanciva la restituzione alla Prussia dei territori occupati da San Pietroburgo in cambio di un impegno della casata di Brandeburgo a non attaccare l'impero zarista. In più la corte dei Romanov guidò la mediazione con la Svezia, che firmò due settimane dopo il Trattato di Amburgo.

"Ogni mia balla di fieno, sacco di soldi o lotto di reclute possono giungere solo per gentile concessione del nemico o per sua negligenza", scriveva Federico II nel suo diario poco prima di questo evento da lui considerato un secondo miracolo. L'evento fu un game-changer nella guerra. Pietro III arrivò a paventare un ribaltamento delle alleanze contro l'imperatrice d'Austria Maria Teresa, ma fu assassinato pochi mesi dopo l'ascesa al trono nella congiura indetta dalla futura zarina Caterina II.

A luglio, a Burkesdorf, Federico II sconfisse e fermò gli austriaci. La guerra scivolò dal rischio-disastro a una sostanziale impasse. Risoltasi l'anno dopo, per la debacle francese contro gli inglesi nelle colonie, in un negoziato complessivo che costituiva un vero e proprio spartiacque nel Trattato di Parigi. Federico conservava la Prussia integra, manteneva la Slesia e soprattutto fu riconosciuto come sovrano di valore da Maria Teresa e Caterina II. Con le quali, nove anni dopo, operò la spartizione di un terzo della Polonia, atto d'inizio dell'espansionismo orientale della Prussia. Federico II, memore dell'esperienza bellica, andò riorganizzando la Prussia come Stato-caserma, militarista e assertivo. Per tutti sarebbe stato "Federico il Grande", primo padre della Germania un secolo in anticipo su Bismarck che evitò che potenze esterne finissero per cancellare il regno futuro unificatore del Paese dalle carte geografiche.

La sua memoria sarebbe arrivata ai drammatici giorni del "Crepuscolo degli Dei" nel 1945. Adolf Hitler invocò un nuovo "miracolo del Brandeburgo" quando, con i russi alle porte di Berlino, il 12 aprile 1945 gli giunse la notizia della morte di Franklin Delano Roosevelt, presidente degli Stati Uniti. Molti gerarchi nazisti, da Joseph Goebbels a Heinrich Himmler, pensavano che la morte di Roosevelt potesse aprire a un rovesciamento di fronte anticomunista e unire occidentali e nazisti contro Stalin. Una prospettiva irrealizzabile a cui solo i tedeschi vicini al redde rationem potevano credere.

La storia andò come sappiamo: Berlino occupata, la Germania nazista debellata, Hitler suicida nel suo bunker, Goebbels Fuhrer per un giorno prima di seguirlo dopo aver ucciso i figli assieme alla moglie Magda, Himmler ultimo a togliersi la vita dei tre dopo l'arresto ad opera degli Alleati e l'estremo tentativo di presentarsi come baluardo anticomunista. Nel nibelungico "Crepuscolo degli Dei" i nazisti si rivolsero a Federico il Grande, padre di un militarismo che moriva col Terzo Reich. Il quale, spingendolo alle estreme conseguenze, aveva distrutto l'eredità del Miracolo del 1759-1762 che aveva salvato la Prussia.

La nascita del Nazismo.

I "cento giorni" che chiusero la Grande Guerra. Storia di Andrea Muratore su Il Giornale il 22 settembre 2023.

L'offensiva dei cento giorni, sviluppatasi tra agosto e novembre 1918, fu l'ultimo, rilevante e decisivo fatto che spinse alla conclusione la Prima guerra mondiale sul fronte occidentale. Spesso nel ricordo della Grande Guerra si tende a dimenticare che la lunga guerra di posizione tra la Germania da un lato e l'Intesa dall'altro ebbe, infine, una risoluzione militare con la rottura del fronte. E che dunque l'Impero tedesco fu battuto sul campo prima dell'armistizio firmato all'undicesima ora dell'undicesimo mese dell'undicesimo giorno, il fatidico 11 novembre 1918.

Nelle stesse terre al confine tra Francia, Belgio e attuale Germania ove si consumarono i "cento giorni" napoleonici un secolo prima le truppe dell'Intesa guidate dal comandante supremo francese Ferdinand Foch e aventi come comandanti operativi sul campo il maresciallo Philippe Pétain, il generale britannico Douglas Haig e quello americano John Pershing sfondarono nel settore che tanti lutti aveva portato ai due contendenti: il saliente tra la Somme e Amiens dove era stata riassorbita l'ultima grande offensiva di primavera della Germania.

L'8 agosto 1918 le truppe britanniche, americane, francesi, canadesi ed australiane assaltarono proprio questa zona riuscendo a creare una breccia nella battaglia di Amiens, la cui rapida conclusione ribaltò in poche ore anni di sanguinosi combattimenti corpo a corpo nelle trincee del Nord della Francia e portò il comandante del fronte occidentale tedesco, generale Erich Ludendorf, a parlare del "giorno nero" dell'esercito tedesco. Il morale delle truppe germaniche, unito a quello della popolazione civile fiaccata dal durissimo blocco navale britannico che danneggiava la prospettiva di resistenza della popolazione, era a terra.

Video correlato: La guerra dei mondi (Mediaset)

In Piccardia in pochi giorni l'Intesa conquistò diverse decine di chilometri. E si poté vedere all'opera la capacità di sostegno alla fanteria dei carri armati, che colpirono in profondità le difese tedesche. L'esercito di Berlino, forte di 2 milioni di uomini schierati da Basilea al Mare del Nord, non sembrava dar segno di collasso imminente e provò a trincerarsi dietro le fortificazioni della cosiddetta "linea Hindenburg", un enorme complesso di nidi di mitragliatrice, bunker, postazioni d'artiglieria e rilievi blindati che copriva la quasi totalità del fronte da Aisne ad Arras, in Belgio. Nel frattempo, pochi giorni dopo Amiens i britannici, col ruolo decisivo di canadesi e australiani, sfondarono sulla Somme avanzando di 55 km a Ferragosto e di altri 12 nella settimana successiva. In pochi giorni, insomma, l'Intesa aveva cancellato nel migliore dei casi (per i tedeschi) tutti i guadagni territoriali dell'offensiva di primavera delle truppe del Kaiser. In alcuni punti era andata vicina a riconquistare i territori occupati dalla Germania dal 1914.

Dietro la linea Hindenburg le truppe tedesche rifiatarono alcune settimane ma sul fronte l'offensiva di Foch non si fermò: puntate logoranti di canadesi e australiani fiaccavano il morale delle armate della Germania; sulla Somme le città di Albert e Bapaume furono riconquistate il 22 e 29 agosto dai britannici; gli americani colpivano più a Nord, con Pershing che mise pienamente in campo il potenziale umano della sua armata. Mentre nuove truppe continuavano a fluire verso l'Europa dal Regno Unito, dai dominion britannici, dal fronte mediorientale ormai messo in sicurezza e dall'America, Foch preparava l'azione decisiva che sarebbe partita in quattro giorni nel Nord della Francia e in Belgio.

Quattro dei cento giorni assurgono, col senno di poi, a date decisive per la risoluzione dell'offensiva e dunque della Grande Guerra. Il 26 settembre cominciò l'offensiva condotta dagli americani di Pershing che si muovevano lungo il corso del fiume Mosa nella regione collinosa e ben trincerata delle Argonne; il 27 i britannici si mossero lungo il corso del Canale del Nord collegante i fiumi Oise e Schelda e aprendo un saliente nella regione di Dunkerque, in Alta Francia, e due giorni dopo nella stessa regione assieme alle truppe di Parigi puntarono le città di Cambrai e San Quintino; in mezzo, il 28 settembre i francesi sostenuti dai belgi di Re Alberto operarono una grande offensiva nelle Fiandre.

Fu l'inizio della marea che sommerse le truppe tedesche, i cui comandanti militari avevano colto tutta la criticità del momento, non riuscendo però a trovare una soluzione militare a un conflitto che avevano, duramente, esasperato anno dopo anno esautorando l'autorità politica. Quelli furono i giorni della rotte per la Germania, specie mentre nella zona circostante a Cambrai con la pressione decisiva dei canadesi distintisi come genieri e inauguratori della grande offensiva le truppe di Londra travolgevano le difese delle armate del Kaiser, causando di fatto a cascata rallentamenti su ogni fronte. Tra il 29 settembre e il 9 ottobre nei settori di Cambrai e San Quintino la linea Hindenburg collassò sull'onda della marea umana dell'Intesa e della scelta britannica di arrivare alle estreme conseguenze con il primo, decisivo, uso di bombe all'iprite da parte delle truppe di Sua Maestà. Un controverso bombardamento di 5.200 proiettili all'iprite, il 29 settembre, inaugurò un'offensiva che si rivelò decisiva mentre sulla Mosa e le Argonne i franco-americani tenevano sotto scacco, avanzando, le possibili riserve che la Germania poteva spostare. Con la rottura della linea Hindenburg, i tedeschi provarono a ricostruire le difese sulla Selle, ma furono inseguiti dagli alleati iniziando una seria di rese a cascata che portò in pochi giorni, a inizio ottobre, alla cattura di 200mila prigionieri da parte dell'Intesa.

La Selle fu superata il 20 ottobre, e tra Francia e Belgio fu riconquistato tutto il territorio sull'asse Metz-Bruges che forniva alla Germania la retrovia strategica. Intanto nel Paese il Kaiser Guglielmo II fuggiva in Olanda, mentre divampava la rivoluzione e la rivolta contro la conduzione della guerra. La sconfitta era politica, militare, morale: tanti, a partire dal generale presente in quella campagna, Ludendorff, lo avrebbero poi strumentalmente dimenticato ai tempi dell'ascesa del nazismo, rilanciando il mito della "Pugnalata alle spalle". L'epilogo è noto. La rotta tedesca si concluse con l'armistizio di Compiègne l'11 novembre 1918. I cento giorni che avevano chiuso la Grande Guerra si compirono quel giorno. L'Intesa in tre mesi aveva subito circa 250-300mila morti e oltre un milione di perdite complessive contando feriti e dispersi. Le perdite tedesche erano state inferiori sul piano materiale, come capitava in termini generali durante la Grande Guerra a chi lottava in difesa: 200mila morti circa, 785mila contando feriti e dispersi. Ma poco meno di 400mila uomini si erano arresi alle truppe alleate in avanzata. Come si evince dai numeri, anche gli ultimi cento giorni furono, nonostante la guerra di movimento, un vero e proprio carnaio. Destinato a creare strascichi morali e sentimenti di rivalsa. Tali da rendere l'armistizio di Compiegne e la successiva pace di Versailles non una garanzia di ordine ma una tregua ventennale per l'Europa.  Il Giornale

Perdere la pace. Il giorno in cui finì la grande guerra (e cominciò la successiva). Jay Winter su L'Inkiesta il 24 Luglio 2023.

Un trattato annuncia la fine delle ostilità fra gli Stati, ma non la fine delle violenze o dei risentimenti. A Losanna il 24 luglio 1923 si disinnescarono alcuni conflitti, ma si innescarono nuove ostilità. Di fatto venne introdotta nel diritto internazionale una definizione di cittadinanza basata sulla religione

Il modo migliore per valutare le molteplici conseguenze del trattato di Losanna è rifarsi a uno degli slogan semplificatori di Lenin: Losanna fu un passo in avanti, e molti passi indietro. Un successo controverso, quindi, e dai molti lati oscuri. Il passo in avanti fu evidente, all’epoca: il trattato pose formalmente fine sia alla guerra scoppiata nel 1914 in Medio Oriente sia a quella greco-turca del 1919-1922.

Questo è ciò che la carta del trattato diceva, anche se si potrebbe aggiungere che Losanna segnò anche la conclusione dei conflitti scoppiati nel 1912, se non prima. Dal luglio del 1923 a oggi i confini fra i due Stati sono rimasti invariati. [….] E tuttavia, sotto almeno tre aspetti Losanna lasciò un’eredità negativa che avrebbe segnato da quel momento in avanti il mondo delle relazioni internazionali, imprimendo il sigillo della legalità alla cancellazione dalle carte geografiche dello Stato armeno stabilito dal trattato di Sèvres. […]

In secondo luogo, il trattato di Losanna si rivelò catastrofico per la Società delle Nazioni. Lo scambio forzato di popolazioni deciso il 30 gennaio 1923 – il cardine dell’intero trattato – evidenziò le macroscopiche debolezze della Società quale attore politico per la difesa delle minoranze. Come ha messo in luce Carole Fink, si trattava potenzialmente di una novità rivoluzionaria, ma un ruolo reale di questa nuova istituzione venne vanificato in ultima istanza dalle grandi potenze, che privarono il Consiglio della Società delle Nazioni della facoltà di imporre a uno Stato l’obbedienza alle sue raccomandazioni. […]

Carole Fink ci ha mostrato come, nell’approccio della Società delle Nazioni ai diritti delle minoranze, il pragmatismo si sostituì alla giustizia. È possibile che si sia trattato di un esito inevitabile: gli Stati fecero ciò che vollero coi diritti delle minoranze, e quando ritennero che rispettandoli non avrebbero ricavato nulla si limitarono a ignorarli […]. La Società delle Nazioni offriva dei suggerimenti, ma la decisione finale spettava agli Stati. […]

Losanna mise a nudo l’inconsistenza della Società delle Nazioni in quanto attore politico nell’ordine internazionale postbellico (in campo sociale ed economico, al contrario, l’organizzazione acquistò importanza). Losanna non era Ginevra: la sovranità assoluta degli Stati rimase il fondamento delle relazioni internazionali. L’atteggiamento italiano nel corso della crisi di Corfù fu un clamoroso schiaffo all’autorità della Società e le grandi potenze rimasero a guardare senza muovere un dito. […]

Nel 1914 un assassinio aveva condotto a un ultimatum impossibile da accettare e quindi respinto da una delle parti in causa, la Serbia. Nel 1923 la storia si ripeté, ma questa volta toccò alla Grecia rivestire il ruolo di infelice oggetto di pretese inaccettabili (che, peraltro, anch’essa respinse). Certo, la crisi dell’estate del 1923 fu in qualche modo gestita, o contenuta, ma le grandi potenze ritennero che negoziare direttamente con Mussolini senza ricorrere agli uffici della Società delle Nazioni fosse la via migliore da seguire per stemperare la crisi. […]

La guerra venne scongiurata, ma il danno inflitto fu considerevole, e con ogni probabilità irreparabile. Il 1923 segnò il debutto dell’appeasement sul palcoscenico mondiale, ben prima dell’ascesa al potere del nazionalsocialismo. Nei primi anni della sua attività la Società delle Nazioni ebbe modo di intervenire in maniera decisiva in occasione di dispute internazionali, e lo fece con determinazione, ma soltanto quando le grandi potenze lo ritennero utile al proprio tornaconto.

Questo primato dell’interesse sovrano rispetto alla sicurezza collettiva appare oggi piuttosto scontato. Eppure, la presenza della Società delle Nazioni in qualità di potenziale barriera contro aggressioni e conflitti a livello internazionale fu significativa, al pari di quanto accade oggi con le Nazioni Unite o con la Corte penale internazionale dell’Aia. […]

Una terza eredità di Losanna, negativa oltre ogni ragionevole dubbio, fu il modo in cui l’accordo sullo scambio forzato mise in luce e consolidò quel processo che io – assieme ad altri studiosi – ho chiamato il processo di civilianization della guerra. Forse, avvicinandoci alla conclusione, tornerà utile soffermarci ancora una volta su questa espressione, per renderla quanto più precisa possibile.

I conflitti precedenti erano stati caratterizzati da una tradizione onorata da tempo, che prevedeva lo scambio dei prigionieri di guerra come clausola automatica dei trattati di pace siglati al termine delle ostilità. Nel 1923 accadde invece qualcosa di nuovo e terrificante: la condizione per la cessazione delle ostilità fu uno scambio forzato di civili. Coloro che vennero sradicati dalle proprie abitazioni, in Grecia come in Turchia, erano non combattenti, identificati in base all’appartenenza religiosa e non alle idee politiche, all’identità linguistica, o culturale.

Il precedente stabilito a Losanna fu tossico. Certo, c’è una differenza fra il modo in cui a Losanna fu cancellato il diritto alla cittadinanza di comunità umane ritrovatesi in una zona di guerra, e le azioni che avrebbero compiuto in futuro i nazionalsocialisti. A Losanna si usò la religione e non la razza come requisito per determinare la cittadinanza. È una distinzione importante. Eppure, sancire nel diritto internazionale la definizione di nazionalità su base religiosa […] fu un primo passo in direzione di quel futuro oscuro. […]

Gli Stati che vinsero la guerra del 1914-1918 persero la pace. Come ha osservato Jörn Leonhard, essi furono travolti dalla violenza e dal caos scatenati dal conflitto. Losanna è parte della storia di quell’insuccesso nel dar vita a uno stabile ordine internazionale. La conferenza di pace svoltasi sulle sponde del lago di Ginevra indicò con precisione che l’assetto postbellico costruito dalle vittoriose potenze alleate poteva essere stravolto. Per farlo, un Paese scontento aveva bisogno da un lato di un esercito, e dall’altro della volontà di sondare la debolezza dei vincitori. […]

Il collasso della pace nel 1939 – l’equivalente nella vita reale del crollo del ponte di San Luis Rey – era ancora distante nel tempo, ma lo smantellamento dell’ordine internazionale creato per salvaguardarla aveva avuto inizio molto prima. I difensori di Losanna presentano il trattato come un successo, e in parte hanno ragione. Nulla aveva reso la guerra inevitabile nel 1914, e nulla la avrebbe resa inevitabile nel 1939. Eppure, il trattato del 1923 finì per creare almeno tanti problemi quanti furono quelli che risolse.

Da “Il giorno in cui finì la Grande Guerra” di Jay Winter, il Mulino, 334 pagine, 28 euro.

Il tragico attentato di Sarajevo. La rotta dei tedeschi in Russia. ANNABELLA DE ROBERTIS su La Gazzetta del Mezzogiorno l'1 Luglio 2023.      

«L’Arciduca Ereditario d’Austria e la moglie assassinati mentre ieri, a Seraievo, si recavano ad una festa in loro onore». È il 29 giugno 1914: il giorno prima al «Corriere delle Puglie» è arrivata per telegrafo la tragica notizia che cambia per sempre la storia d’Europa e del mondo intero. Francesco Ferdinando e la moglie Sofia, Duchessa di Hohenberg, erano appena arrivati a Sarajevo, capitale della Bosnia Erzegovina: nel 1908, nonostante le tensioni etniche e religiose e le rivendicazioni della vicina Serbia, la regione era stata annessa all’Impero austro-ungarico. Si legge sul quotidiano la cronaca dell’accaduto: «Alle 10 giungeva a Sarajevo l’automobile arciducale. Nella vettura era l’Arciduca in uniforme di feldmaresciallo austriaco e l’Arciduchessa in abito bianca. Ad un tratto si udì una forte esplosione. Una bomba era caduta sull’orlo sinistro dell’automobile ma senza esplodere. Si vide allora l’Arciduca tendere le braccia ed allontanare l’involucro, che precipitò a terra, scoppiando. Ma l’automobile, che andava a notevole velocità, non fu colpita; la coppia principesca rimase illesa, ma alcuni tra la folla, rimasero feriti. L’automobile aveva percorso una settantina di metri quando si udirono secchi alcuni colpi di rivoltella. Dalla folla un giovane, con l’arma spianata verso l’automobile, aveva scaricato tutti i colpi. Si vide nell’automobile l’Arciduca abbandonarsi sui cuscini con il volto rigato di sangue». Il nome del secondo attentatore già compare sul «Corriere»: è il nazionalista serbo Gavrilo Princip, di appena vent’anni. L’assassinio è il culmine di una escalation di tensione tra la Serbia e l’Impero asburgico, che riesce a sfruttare l’occasione per una definitiva resa dei conti. Il 28 luglio l’Imperatore Francesco Giuseppe dichiarerà guerra alla Serbia: sarà solo l’inizio del Primo conflitto mondiale. 

«I russi investono Minsk»: così titola «La Gazzetta del Mezzogiorno» del 1° luglio 1944 dando notizia dell’avanzata dell’esercito sovietico e della progressiva disfatta dei tedeschi. Mentre l’Italia centro-settentrionale e l’Europa intera sono ancora immerse nell’incubo del secondo conflitto mondiale, Bari e la Puglia vivono, invece, con la ritirata dell’esercito nazista e l’arrivo degli Alleati, una prima fase di dopoguerra. Riprendono, fin da subito, anche le attività culturali, in gran parte grazie al ruolo svolto da Radio Bari, una delle prime emittenti libere d’Italia, e dalla stampa. In quarta pagina, sulla stessa edizione del quotidiano, scopriamo che al cinema Umberto si proietta Eterna illusione di Frank Capra, mentre al Cineteatro dopolavoro si può assistere a Serenata a Vallechiara con Glenn Miller e Lynn Bari. Al Teatro Piccinni, invece, dopo il grande successo dei giorni precedenti, va di nuovo in scena Piccola città di Thornton Wilder: ad allestire la pièce è la Compagnia italiana di prosa, «un’organizzazione teatrale sorta ad iniziativa di attori e registi profughi nell’Italia liberata», si scrive sulla «Gazzetta». Il capoluogo pugliese, infatti, si rivela in quei mesi rifugio per una grande quantità di sceneggiatori, registi, attori italiani e stranieri – ma anche musicisti e direttori d’orchestra che si esibiscono in concerti sinfonici organizzati dall’Eiar – approdati a Bari dopo esser sfuggiti alla guerra, all’occupazione nemica, ai campi di internamento e di prigionia: costoro, nonostante le precarie condizioni di vita, riescono a dare avvio ad una vera e propria stagione teatrale. La Compagnia è diretta da Gae Petro ed è composta dai registi Alberto Perrini ed Edmondo Cancellieri e da Carlo Bressan, Ubaldo Lai e molti altri attori e attrici, in gran parte ebrei. Tra questi c’è Guido Ferri, pseudonimo di Cesare Polacco, che nel decennio successivo raggiungerà la popolarità con gli sceneggiati Rai ed il celebre Carosello della brillantina Linetti, in cui vestirà i panni dell’ispettore Rock. Il Teatro Piccinni è, in quei mesi del ‘44, un laboratorio culturale, ma anche il luogo in cui decine di artisti possono riacquisire la propria dignità, umana e professionale, in un’Italia e in un’Europa che ancora a lungo avrebbero dovuto patire per ritrovare la pace.

Estratto da repubblica.it il 27 aprile 2023.

L'attore di origine austriaca ed ex governatore della California, Arnold Schwarzenegger, ha ricordato il passato nazista della sua famiglia, che spera possa servire da esempio nella lotta all'antisemitismo, un fenomeno che sembra essere in crescita negli Stati Uniti. In un'intervista alla CNN, la star di Terminator ha fatto riferimento a suo padre, Gustav Schwarzenegger, che era un membro del partito nazista durante la Seconda Guerra Mondiale. 

"Mio padre, e milioni di altri uomini, sono stati risucchiati in un sistema di odio attraverso bugie e inganni. E abbiamo visto dove porta", ha detto l'attore. "Ho visto di persona quanto quest'uomo fosse distrutto", ha continuato, "il tipo di atrocità che sono accadute. Quanti milioni di persone sono dovute morire e poi sono finite perdenti". Questo "non funziona. Voglio dire, andiamo e andiamo d'accordo. E l'amore è più potente dell'odio", ha detto al network. […]

Democrazia incenerita. L’incendio del Reichstag e i due decreti del febbraio 1933 rimasti in vigore per tutto il regime nazista. Uwe Wittstock su L’Inkiesta il 21 Gennaio 2023.

È bastato un mese al potere perché il neocancelliere Hitler trasformasse la Germania in una dittatura. Una ricostruzione corale di una società letteraria e artistica sull’orlo dell’abisso

Il governo si riunisce al mattino. Hitler prepara i suoi ministri soprattutto a due decreti di emergenza, che vorrebbe far firmare a Hindenburg. Ritiene infatti sia arrivato il momento psicologicamente giusto per una resa dei conti definitiva con la Kpd, che non vuole – come dice apertamente – far dipendere da considerazioni giuridiche. Nessuno dei ministri ha nulla da obiettare.

Dopo la fine della seduta Hitler sottopone a Hindenburg il Decreto del Presidente del Reich per la protezione del Popolo e dello Stato e il Decreto contro il tradimento del popolo tedesco e le attività sovversive. Hindenburg firma senza esitare.

Il secondo decreto serve anzitutto a introdurre la pena di morte per determinati reati politici. Il primo, di portata assai più vasta, abolisce tutti i principali diritti fondamentali. Da oggi non ci sono più limiti alle prevaricazioni dello Stato. La libertà di parola, di stampa, di associazione e di riunione, il segreto postale e telefonico, l’inviolabilità del domicilio e della proprietà vengono soppresse.

E così i diritti alla libertà personale: d’ora in poi la polizia può arrestare chiunque a proprio piacimento, prolungando il periodo di reclusione illimitatamente e impedendo il contatto del detenuto con la sua famiglia o con un avvocato. In altre parole: entro i confini della Germania chiunque è in balia dell’arbitrio del governo e delle autorità. Il terrore ha la strada spianata.

La soppressione dei diritti fondamentali vale nominalmente solo «fino a nuovo ordine». Ma entrambi i decreti firmati nella giornata di oggi rimarranno in vigore per l’intera durata del regime nazista. Lo Stato di diritto è abolito. Il paragrafo 2 del Decreto per la protezione del Popolo e dello Stato riconosce inoltre al governo centrale il diritto di assumere i poteri di tutte le regioni del Reich, abolendo con ciò anche il federalismo.

Appena un mese dopo il suo giuramento come cancelliere del Reich, Hitler ha creato così le basi giuridiche fondamentali per detenere il potere assoluto. Per rendere definitivamente superfluo il parlamento non mancava che la Legge dei pieni poteri, varata poche settimane dopo.

In un’intervista per il «Daily Express» inglese viene chiesto a Hitler che cosa c’è di vero nelle voci secondo cui SA e SS starebbero pianificando una carneficina tra i loro avversari politici. Lui risponde divertito: «Non ho bisogno di nessuna notte di San Bartolomeo. Grazie al Decreto per la protezione del Popolo e dello Stato abbiamo attivato i tribunali, che mettono sotto accusa e processano i nemici dello Stato affinché le congiure abbiano fine una volta per tutte». La dittatura ha inizio.

L’Epoca tra due Guerre.

1923, la Germania in bilico fra Mann, Hitler e "Bambi". Cento anni fa l'Europa iniziò a scivolare nel baratro. Furono mesi di contraddizioni, capolavori e orrori. Marino Freschi il 26 Agosto 2023 su Il Giornale.

Il 1923 si aprì con un segno nefasto: l'incendio doloso del Goetheanum di Dornach dove Rudolf Steiner tentava di organizzare un singolare centro spirituale, quello della Società Antroposofica, con un tempio in legno con un'ardita e intrigante struttura architettonica, sostituito da una monumentale costruzione in cemento, assai meno «spirituale». Negli stessi mesi a Weimar si stava sviluppando la corrente architettonica più interessante del secolo, il Bauhaus, intorno a Walter Gropius, che culminò in quell'anno con una grande mostra che ha lasciato una memorabile traccia con «Haus am Horn», l'edificio-simbolo progettato da Georg Muche.

Siamo agli inizi della Repubblica di Weimar che era nata sotto la cattiva stella della disfatta del 1918, con la capitolazione dell'esercito ancorché non battuto in battaglia-, con l'abdicazione del Kaiser Wilhelm II e con il fardello insostenibile di ingentissime riparazioni di guerra, imposte alla nuova Repubblica parlamentare dalla Francia e dal Belgio, che, a causa di un ritardo nei pagamenti, occuparono nel 1923 la ricca regione industriale della Ruhr, provocando l'innaturale alleanza tra comunisti e nazisti, scatenando il risentimento dell'intera nazione, che stava dissolvendosi a causa di spinte separatistiche sostenute generosamente e irresponsabilmente dalla Francia. La severità dei vincitori provocò una iperinflazione galoppante. Nel novembre un chilo di pane era giunto a costare 233 miliardi di marchi. Ciò spiega come mai si diffondessero movimenti contro la nuova repubblica, culminati nel putsch dell'8 e 9 novembre a Monaco guidato dal Feldmaresciallo Ludendorff e di fatto da un giovane agitatore politico Adolf Hitler, nato nel 1889 in un paesino austriaco, formatosi a Vienna nei circoli dell'antisemitismo razzista, prima di emigrare in Germania e combattere nell'esercito tedesco. Il colpo di stato questa volta fu represso nel sangue e a Hitler fu inflitta una pena abbastanza mite in un carcere dove scrisse (in realtà: dettò a Rudolf Hess) il Mein Kampf, il testo sacro dell'ideologia nazista e razzista. In prigione rivide la sua prospettiva politica lasciando la fallimentare strategia golpista per un'azione interna alle ampie maglie della democrazia repubblicana. Eppure in quel periodo così turbolento vi erano ancora abbastanza energie per una svolta genuinamente parlamentare segnata dalla nomina a cancelliere di Gustav Stresemann che dal quell'anno fino alla morte nel 1929 diresse la politica estera tedesca, con il progetto di traghettare la Repubblica verso un rafforzamento interno con ampi riconoscimenti internazionali, segnati dal conferimento del Premio Nobel per la Pace nel 1926.

Le sorti della Germania e dell'Europa erano ancora aperte, come prova anche la definitiva stesura in quell'anno della Montagna magica di Thomas Mann (ma pubblicata nel 1924), in cui si evocavano tutte le minacce e le redenzioni ancora possibili, che ritroviamo, in una visione apocalittica nell'opera di Franz Kafka, l'altro grande autore della letteratura tedesca del Novecento, che nel 1923 si era rifugiato a Berlino con la sua giovane compagna Dora Diamant, trovando finalmente la forza di emanciparsi dalla famiglia, dal quel padre cui aveva dedicato la struggente e famosa Lettera al padre. Aveva sbagliato anno: l'immane inflazione lo costrinse a mesi d'incertezza economica e di privazioni immense. Per il freddo di quell'inverno gettò nella stufa i suoi manoscritti e a Dora, che tentava di fermare quell'inutile rogo, prometteva che avrebbe composto nuovi testi inspirati dall'intuizione di una «letteratura della libertà». Non ne ebbe più tempo: morì pochi mesi dopo in un sanatorio vicino Vienna per tubercolosi che si era aggravata irreversibilmente a Berlino. Intanto si stava aprendo un altro scenario della letteratura da parte di un giovane scrittore Bertolt Brecht che alla fine dell'anno metteva in scena il suo primo lavoro teatrale, Baal, pervaso da un urlato atteggiamento espressionista che caratterizzò tutta la prima fase della sua produzione drammaturgica. Il dramma incarnava le angosce e le rivolte di una generazione che non si voleva riconoscere più nella compassata etica borghese della Germania anteguerra, quella guglielmina del Secondo Reich, ma che non aveva ancora trovato una via di uscita dai morsi della disperazione. Per Brecht una prospettiva possibile di salvezza dalla crisi nichilistica di quei tempi cominciò a profilarsi negli anni seguenti con l'adesione, alquanto fideistica, al marxismo-leninismo. Teatralmente l'intuizione era già presente, ancorché appena accennata, nel Lied der Mutter Courage, nella Canzone di Madre Coraggio del 1923, che era il nucleo costitutivo del successivo, omonimo dramma storico-ideologico, uno dei capolavori della drammaturgia del '900. In quello stesso anno Felix Salten, esponente dell'impressionismo viennese con Schnitzler e Hofmannsthal, pubblicò una apologia di Karl Marx e Leo Trotzky, nonché il libro che lo rese famoso: Bambi. Una vita nei boschi, che divenne con il film del 1942 di Walt Disney un successo mondiale. Salten era uno tipo assai curioso: ebreo assimilato, amico di Theodor Herzl, il fondatore del sionismo, era però anche vicino agli ambienti del conservatorismo cattolico, apologeta di Marx, ma anche dello Stato autoritario di Dollfuss. Ma il paradosso più sensazionale è che l'autore di delicate storie di animali come Bambi e Perri, lo scoiattolo è anche (molto probabilmente) l'autore di un bestseller, pubblicato anonimo, della letteratura pornografica, Josefine Mutzenbacher ovvero la storia di una prostituta viennese da lei stessa raccontata, che divenne persino un caso giudiziario, per altro ancora aperto: nel 1990 una corte tedesca affermò la possibilità di essere pubblicato e diffuso; un paio di anni dopo un'altra corte tedesca ne limitò la diffusione al solo pubblico adulto, intanto era stato tradotto e ripetutamente oggetto di film. Lo scandalo è che il racconto tematizza con spregiudicatezza la prostituzione infantile e persino l'incesto, quale segno del disorientamento dell'epoca... Un'età, tuttavia, che è ancora ricca di insegnamenti, risorse, contraddizioni, da Mann a Kafka, da Gropius a Hitler, da Steiner a Brecht, da Josefine a Bambi.

Sul baratro. Nella malinconia straziante di Bruno Schulz ci sono i dubbi di un’epoca tra due guerre mondiali. Marina Valensise su L’Inkiesta il 23 Dicembre 2022

L’Europa è un continente spaccato, incombe l’occupazione nazista e un conflitto che durerà per anni. Marina Valensise descrive questo senso di angoscia e scoraggiamento attraverso gli autori più caratteristici delle nazioni coinvolte, da Freud a Moravia ad Anna Achmatova

In Ucraina, a settanta chilometri a sud da Leopoli, Drohobyč respira ancora l’antico splendore multietnico di quando la Galizia orientale era uno dei territori dell’Impero austroungarico, e fra le strade di questa cittadina, propulsa verso il progresso industriale dai giacimenti di gas naturale e di petrolio, si commerciava alacremente, ci si arricchiva spropositatamente, e si soffriva, come anche altrove, per il tramonto dell’aristocratica tradizione della bontà, del bene e della carità, parlando in varie lingue.

Perché qui da secoli vivevano insieme popoli diversi, ebrei, polacchi, ruteni, ucraini, tedeschi. Ma nel giro di vent’anni, dalla fine della Grande guerra, Drohobyč, come l’intera regione, cambiò frontiere varie volte. Dall’imperialregia monarchia ritornò alla Polonia che dopo la Grande guerra aveva ritrovato la sua indipendenza. Nel settembre 1939, quando i tedeschi invasero la Repubblica di Polonia, Drohobyč e il voivodato di Leopoli vennero consegnati dalla Wehrmacht all’Armata rossa e caddero sotto l’amministrazione della repubblica sovietica dell’Ucraina, visto che i russi in base al patto di non aggressione Ribbentrop-Molotov firmato il mese prima erano all’epoca i loro alleati.

Nel giugno 1941, però, quando Hitler lanciò contro Stalin l’operazione Barbarossa e invase l’Urss, Drohobyč vide smobilitare i sovietici e arrivare i nazisti, che crearono il nuovo distretto della Galizia, confinarono gli ebrei in un immenso ghetto a cielo aperto, per deportarli nel campo di sterminio di Bełżec, finché nel 1944 la città non venne liberata dall’Armata rossa, rientrando così nei confini dell’allora Repubblica Socialista Sovietica Ucraina.

Quando Drohobyč era tornata a essere polacca, Bruno Schulz, nato nel 1892, aveva quasi trent’anni. Era il figlio di un ebreo, commerciante di stoffe, intraprendente e assimilato, che aveva casa e bottega sulla piazza del Mercato. Era un tipo timido, originale, ipersensibile. Un giorno da ragazzo la madre lo trovò in camera sua intento a nutrire con granellini di zucchero le ultime mosche sopravvissute al freddo dell’autunno.

«Ma che fai?» gli domandò. «Le sto irrobustendo per l’inverno». Delicato di costituzione, soffriva di disturbi cardiaci e per una polmonite dovette abbandonare gli studi di architettura a Leopoli. Ma era un artista, un patito di grafica, incisioni e disegni che aveva esposto a più riprese, a Leopoli, Vilna, Varsavia, e nel 1920 aveva persino raccolto in un volume (Xięga bałwochwalcza, «Il libro idolatrico»), facendole passare per le illustrazioni della Venere in pelliccia di Leopold Sacher-Masoch, tanto l’imbarazzava il loro contenuto erotico, con tutte quelle donnine nude lussuriose dalle gambe interminabili, che schiacciavano i loro amanti collassati come schiavi ai loro piedi. […]

Esiliato dalla vita, incapace di accedere all’età adulta, di ottenere un posto di ruolo a Varsavia, masochista impenitente, prigioniero del gineceo della famiglia d’origine tanto da esasperare la fidanzata Józefina, sino a rompere dopo quattro anni di frequentazione, Schulz si rifugiava nell’arte, ricreando la sua infanzia nei disegni e nei racconti. Tanto Kafka era ascetico, quanto lui era estatico. «L’errore di Józef K è di aggrapparsi alla ragione umana, invece di arrendersi senza condizione» scrisse di Kafka. Proprio quello che lui evitava. Disinteressato a Dio, pur animato da un profondo senso etico, era immune dalla morale corrente, come imperativo all’agire umano.

Per questo, secondo Gombrowicz, non gli restava altro che l’arte, alla quale si dedicò con la devozione di uno schiavo e lo zelo fanatico di un monaco prigioniero delle regole del suo ordine, pur di attingere alla perfezione. Anche se Schulz la santità non la toccò mai, sebbene mettesse in pratica il paradosso del peccatore, che escogita torture sempre più orribili per raggiungere la salvezza, perché quanto maggiore è il dolore, tanto maggiore è il divertimento e delizioso è il peccato.

Anche per questo, secondo Gombrowicz, si compiaceva di tutto ciò che lo umiliava, che lo faceva cadere, che lo scaraventava per terra: si avvicinava «all’arte come a un lago, con l’intenzione di annegarvi. Cadendo in ginocchio davanti allo spirito, sperimentò il piacere sensuale. Voleva essere un servitore, e nient’altro. Desiderava l’inesistenza». Che cosa poteva sperare dai rivolgimenti in corso un uomo simile, un animo tanto travagliato dall’esistenza? Nella primavera del 1938, quando la storia reale e la politica prendono il sopravvento sulla vita immaginaria, quando il nazismo stringe con l’Anschluss la sua morsa su Vienna e sulla Cecoslovacchia e iniziano a vedersi le prime avvisaglie dell’antisemitismo, Schulz scrive a Thomas Mann per inviargli un racconto, l’unico che abbia scritto in tedesco, intitolato Die Heimkehr, «Il ritorno a casa».

Trenta pagine dattiloscritte, un altro racconto fantasma che si aggiunge alle lettere, ai saggi, alle note e alle corrispondenze andati perduti dopo la sua morte, e da allora oggetto di culto, di supposizioni e fonte di ispirazione per i patiti di Schulz e per gli studiosi come Jerzy Ficowski che hanno dedicato l’intera vita a ricostruire quella del profugo di Drohobyč. Nella primavera 1938, Schulz sta leggendo Eyeless in Gaza di Aldous Huxley e lo trova magnifico per la «saggezza selvaggia». Il 20 marzo al colmo dello sgomento, sempre slittando dalla vita alla letteratura e dalla storia al romanzo, scrive una lunga lettera alla giornalista Romana Halpern, un’amica di Witkiewicz, legata alla cerchia letteraria di Varsavia, conosciuta due anni prima e da allora sua confidente:

«La distanza fisica scoraggia la scrittura, la sottrae alla realtà, facendola apparire un’attività magica di dubbia utilità. Forse sono cose che non vanno dette, è meglio combattere il fallimento dell’immaginazione che non vuole credere alla realtà delle cose lontane». In attesa di rivederla in maggio a Truskawiec, un paesino a lui molto caro, distante quindici minuti da Drohobyč, meravigliosamente triste e solenne, dove gli usignoli cantano in maggio sui ciliegi in fiore, e al quale pensa di dedicare un racconto, le dice della sua apatia, del suo disinteresse, la sua solitudine, confessandole lo scoramento che prova davanti agli eventi:

«Nel frattempo, eventi storici così cupi. La loro direzione è sempre peggiore. Mi deprime moltissimo. Sono stato vicino alla disperazione in alcuni momenti proprio come prima di una catastrofe imminente. La primavera è così bella: si dovrebbe vivere e inghiottire il mondo. E io passo i miei giorni e le mie notti senza una donna e senza una Musa lasciandoli andare via senza frutto. Mi sono appena svegliato all’improvvisa profonda disperazione e la vita mi scivola via senza che io trattenga nulla. Se una tale disperazione durasse a lungo, si potrebbe anche impazzire. Ma forse una volta che la disperazione viene e si sistema in modo permanente, allora sarà troppo tardi per la vita. Guarisci presto e vivi, perché non vivere pienamente la vita è la piú grande infelicità».

Passano pochi mesi, e nell’estate del 1938, in un estremo tentativo di reagire agli eventi, Schulz parte per Parigi, con un centinaio di disegni, passando per l’Italia per evitare di attraversare il Terzo Reich. Vi resterà tre settimane, dal 2 al 26 agosto, anche se nel giro di sette giorni capisce che non sarà in grado di realizzare i suoi piani. «È stata un’ingenuità partire come ho fatto io alla conquista di Parigi, che è la città piú esclusiva, autosufficiente e chiusa del mondo» scriverà sempre alla Halpern il 29 agosto 1938. La scarsa conoscenza della lingua non gli aveva permesso di entrare in contatto con i francesi. L’estate poi non aiutava, visto che la città era vuota, e molti dei suoi contatti erano in vacanza. L’ambasciata polacca l’aveva snobbato grandemente, l’unico rapporto che aveva avuto era con un gallerista del Faubourg Saint-Honoré, André J. Rotgé, che gli propose una mostra, progetto al quale lui stesso aveva rinunciato per i costi esorbitanti.

Ma in fondo era contento di essere stato a Parigi, di aver visto tante cose meravigliose, di aver potuto scoprire da vicino anziché in riproduzione le opere d’arte del passato, e in fondo anche di essersi liberato di alcune illusioni su una sua possibile carriera internazionale. E poi aveva scoperto anche cose inquietanti e bellissime. Le meravigliose parigine gli avevano fatto una grande impressione, sia quelle della vera società sia le cocotte, coi loro modi liberi, col loro ritmo di vita… Eppure a nulla valse quel viaggio a Parigi, e nemmeno il premio dell’Accademia polacca di letteratura ricevuto in novembre.

La depressione continuava a insidiarlo, con un senso profondo di scoramento, disaffezione di sé, estraneità al mondo. Si sentiva solo, privo di amici, senza legami. «Ancora una volta mi sto dirigendo verso zone del destino in cui regna la solitudine» scriverà a Romana nel giugno 1939. «A volte questo mi riempie di tristezza e di paura di fronte al vuoto, altre volte mi attira con una tentazione famigliare e piena di fiducia». Aveva paura di andare a Varsavia, paura della gente e dei rapporti con gli altri.

Voleva ritirarsi dal mondo con un’altra sola persona in santa pace, e intraprendere come Proust la formulazione finale del suo mondo. Era persino pronto a mettersi in pensione col quaranta per cento dello stipendio, ma rinunciò all’idea perché non avrebbe potuto sostenere la sua famiglia. Si sentiva a terra, pieno di dubbi. Cercava un buon neurologo a Varsavia che lo curasse per poco. Doveva chiedere consiglio. Sono sicuramente malato, un po’ di esaurimento, un po’ di malinconia incipiente, disperazione, tristezza, sensazione di sconfitta inevitabile, perdite irrimediabili. Non scrivo dei miei progetti e del mio lavoro, non riesco a scriverne. Mi rende troppo nervoso e non riesco a parlarne con serenità», scriverà alla Halpern sempre nel giugno 1939, l’ultima estate prima della guerra. Non sapeva di incarnare il barometro ipersensibile dello stato del mondo, e di indicare col suo malessere la cappa di bassa pressione che soffocava la coscienza europea.

La Svolta della Guerra.

Nazioni in trappola. La Marna fu una battaglia decisiva della storia perché decise che la guerra sarebbe continuata. Barbara W. Tuchman su L’Inkiesta il 20 Marzo 2023.

Neri Pozza pubblica il libro che John Fitzgerald Kennedy stava leggendo quando scoppiò la crisi dei missili a Cuba. Barbara Tuchman, Premio Pulitzer proprio per questo lavoro, rievoca l’inizio del Primo conflitto mondiale come se stesse sfogliando un album di famiglia

La battaglia della Marna, come tutti sanno, finí con la ritirata dei tedeschi. Tra l’Ourcq e il Grand-Morin, negli ultimi quattro giorni contemplati dal piano si lasciarono sfuggire le «vittoria decisiva» e quindi l’occasione di vincere la guerra. Per la Francia, per i suoi alleati e in ultima analisi per il mondo la battaglia della Marna ebbe questo di tragico: che poteva essere la vittoria e non lo fu. […]

I tedeschi erano giunti cosí vicino alla vittoria e i francesi cosí vicino al disastro, e con tale sgomento negli ultimi giorni il resto del mondo aveva visto i tedeschi avanzare e gli Alleati ripiegare su Parigi, che la battaglia in cui le sorti si invertirono passò alla storia come «il miracolo della Marna». Henri Bergson, che aveva formulato per la Francia la mystique della «volontà», intravide nella battaglia della Marna i segni di un miracolo già avvenuto: «La battaglia della Marna è stata vinta da Giovanna d’Arco».

Lo sentiva anche il nemico, che si era trovato d’improvviso di fronte a un muro di pietra sorto dalla sera alla mattina. […] A dispetto di Bergson, ciò che avvenne sulla Marna non fu il risultato di un miracolo, ma dei «se», degli errori, degli impegni, emersi nel primo mese di guerra. A dispetto di von Kluck, la vitalità del soldato francese non vi contribuí piú che gli errori del comando tedesco.

Se i tedeschi non avessero ritirato dal fronte occidentale due corpi d’armata per mandarli contro i russi, uno dei due sarebbe stato a destra di von Bülow e probabilmente avrebbe colmato la falla tra lui e von Kluck; l’altro sarebbe stato nell’armata di Hausen dove poteva aggiungere quel tanto di forze che bastava a sopraffare Foch.

L’offensiva prematura lealmente sferrata dai russi indusse i tedeschi a trasferire a est quelle truppe. Il loro merito fu riconosciuto dal colonnello Dupont, il capo del servizio informazioni francese: «Rendiamo a quei nostri alleati l’onore che meritano» disse, «perché uno dei fattori della nostra vittoria fu la loro disfatta».

Molti altri «se» si accumularono in quel mese. Se i tedeschi non avessero impegnato troppe forze nel tentare un doppio accerchiamento con la loro ala sinistra, se l’ala destra non si fosse allontanata troppo dalle linee di rifornimento e non avesse sfinito i suoi uomini, se von Kluck avesse mantenuto l’allineamento con von Bülow, se – magari l’ultimo giorno – avesse ripassato la Marna invece di avanzare ancora verso il Grand-Morin, la battaglia della Marna sarebbe finita in tutt’altro modo e i tedeschi avrebbero potuto realizzare il loro programma iniziale vincendo la Francia in sei settimane.

«Avrebbero potuto», cioè, se non fosse stato per un altro «se» che fu determinante: se quel termine di sei settimane non avesse comportato l’invasione del Belgio. Anche non tenendo conto che essa provocò l’intervento inglese, e tralasciando l’effetto che produsse sull’opinione mondiale l’aggiunta del Belgio alla lista dei nemici, obbligò i tedeschi a ridurre le divisioni sulla Marna, e aumentò le altre forze in linea contro i tedeschi di cinque divisioni inglesi.

Sulla Marna gli Alleati raggiunsero quella superiorità numerica che non avevano posseduto, nemmeno in un singolo settore, durante la battaglia delle frontiere. […]

Gli uomini non avrebbero potuto far fronte a una guerra di tale entità e tale costo senza una speranza: la speranza che la sua stessa enormità ne facesse l’ultima guerra; e che quando fosse giunta in qualche modo a una conclusione, si sarebbero gettate le basi per un mondo meglio ordinato.

Come la visione smagliante di Parigi teneva in piedi i soldati di von Kluck, il miraggio di un mondo migliore scintillava al disopra delle distese crivellate di buche e disseminate di monconi, che un tempo erano state campane verdi e file di pioppi ondeggianti al vento. Solo tale speranza poteva dare una dignità e un senso logico alle mostruose offensive in cui migliaia e centinaia di migliaia d’uomini venivano uccisi per guadagnare dieci metri di terreno e passare da una trincea allagata a un’altra trincea allagata.

Ogni autunno, quando la gente pensava che la guerra non sarebbe potuta durare un altro inverno, ogni primavera quando la gente si rendeva conto di nuovo che la fine non era in vista, uomini e nazioni erano in grado di continuare nella lotta solo perché speravano che ne sarebbe uscito qualcosa di buono per l’umanità. […]

Dopo la Marna la guerra si intensificò e si ampliò finché vi attirò le nazioni dei due emisferi, in una trama complicata di conflitti che nessun trattato di pace sarebbe riuscito a rompere. La battaglia della Marna fu una delle battaglie decisive nella storia del mondo non perché essa decise che la Germania avrebbe finito col perdere la guerra e gli Alleati per vincerla, ma perché decise che la guerra sarebbe continuata.

Alla vigilia della battaglia Joffre aveva detto ai soldati che non si poteva più guardare indietro. Dopo la battaglia non c’era più modo di tornare indietro. Le nazioni erano in trappola: una trappola tesa nei primi trenta giorni da una serie di battaglie che non erano riuscite a essere decisive. Una trappola senza uscita, che, infatti, non ebbe uscita.

Da “I cannoni d’agosto” di Barbara W. Tuchman, 640 pagine, 25 euro.

Così il novembre 1942 fu la svolta della Guerra. Peter Englund racconta, con gli occhi di chi c'era, il mese che cambiò la storia del mondo. Matteo Sacchi l’8 gennaio 2023 su Il Giornale.

Un punto di svolta, un tornate improvviso e violento dove tutto cambia, lasciando i testimoni quasi annichiliti di fronte all'imprevista modifica di un paradigma che sembrava inciso nell'acciaio, nel solco dei cingoli dei carri armati vincitori. Capita di rado che la Storia, quella con la «S» maiuscola, si presti a questi improvvisi turning point. Eppure accade: i persiani a Salamina nel 480 a.C., la disfatta dei turchi a Vienna nel 1683... E accade in maniera esponenziale, su diversi fronti, nel novembre 1942. La Seconda guerra mondiale assume per l'Asse un andamento totalmente inaspettato per i contemporanei, compie una violenta inversione a «U» verso il disastro.

Non a caso il monumentale libro di Peter Englund si intitola proprio La svolta. Novembre 1942. I giorni che cambiarono il destino del mondo (Marsilio, pagg. 614, euro 24) e raccoglie le stupite testimonianze di molti di coloro che assistettero al grande cambiamento. L'ex segretario dell'Accademia di Svezia è uno storico che ha abituato i suoi lettori ad approcci non convenzionali agli eventi del passato, ma sempre ficcanti. In questo caso, con uno sforzo documentario eccezionale, intreccia le vicende di moltissimi individui, noti e meno noti, per tracciare, dall'interno, la parabola di un mese che improvvisamente vide l'espansione dell'Asse, che a quasi tutti sembrava inarrestabile, volgersi rapidamente verso una sconfitta, magari non immediata ma inevitabile.

Per dare l'idea della varietà delle dramatis personae che compaiono in questo saggio/racconto corale (e quasi romanzo): lo scrittore Albert Camus, il maggiore dei paracadutisti italiani Paolo Caccia Dominioni, la pacifista britannica Vera Brittain, il mitragliere sui bombardieri Lancaster John Bushby, lo scrittore sovietico Vasilij Grossman, il comandante di cacciatorpediniere giapponese Tameichi Hara, lo scrittore e ufficiale tedesco Ernst Jünger e Leonard Thomas, macchinista su una nave in un convoglio artico... E potremmo continuare con altre decine di nomi di persone che, grazie ai loro scritti e ai loro diari, letterari o meno, noti o meno, consentono di vedere tutte le sfaccettature del cambiamento che all'improvviso, come ghiaccio che si sfaldi di colpo sulla superficie di un lago alpino, trasforma la guerra. Per usare le parole di Englund, questo libro molto sperimentale «scaturisce dalla convinzione che la complessità degli eventi emerge al meglio proprio a livello individuale». Ecco che allora tutte queste testimonianze si saldano come le tessere di un mosaico, ovviamente un mosaico dell'Apocalisse o di quanto di più simile all'apocalisse l'essere umano abbia mai sperimentato.

Prendiamo il fronte africano. La battaglia di El Alamein è stata raccontata tante volte... Ma vederla narrata con la prospettiva che risulta guardando fuori dagli iposcopi del carro armato dal tenente Keith Douglas è un'altra cosa. Campi minati ovunque, temibili soprattutto quelli degli italiani, agguati con i cannoni tedeschi da 88. I corpi dei camerati contorti e bruciati che affiorano da rottami di metalli annerito. Poi di colpo il fronte cede. Vista da chi è in prima linea la vittoria è sorprendente, del tutto inattesa. Inizia la grande corsa, l'inseguimento alle forze dell'Asse in fuga... Ma mentre gli inglesi raccattano qualsiasi cosa di valore lasciata indietro da italiani e tedeschi, c'è più stupore che altro.

E sull'altro versante? Englund vi farà vedere la disfatta con gli occhi dell'autista di automezzi militari Vittorio Vallicella. Ci sono sette uomini che nel deserto devono decidere che cosa fare, se arrendersi o tentare la sorte per tornare in patria attraverso il deserto. Non farete in tempo a esservi adattati alla opprimente sensazione di trovarsi in un autocarro rovente nel deserto, però, che Englund vi sposterà a Leningrado, in compagnia di Lidija Ginzburg, docente universitaria che è sopravvissuta al primo inverno di assedio e adesso ne vede arrivare un secondo. Eppure in città, nonostante l'enorme strage qualcosa è cambiato, c'è la sensazione di potercela fare e che le cose andranno d'ora in poi diversamente. Così come sarà possibile passeggiare per le vie di Parigi con il coltissimo Ernst Jünger che medita su quanto sia diversa la Seconda guerra mondiale dalla prima e inizia a presentire il disastro. Quando invece seguirete Vasilij Grossman a Stalingrado vedrete scattare il 19 novembre l'operazione Urano che porta al crollo del fronte e alla grande sacca dove la 6ª Armata della Wehrmacht viene bloccata verso un destino di sconfitta certa.

Ma le notazioni più sottili del grande mutamento potrebbero venirvi dai testimoni più umili, più impensati. Il mitragliere John Bushby, dell'ottantatreesimo squadrone del comando bombardieri della Raf, è sempre pieno di terrore mentre vola sul suo Lancaster. La domanda che di continuo si pone è: perché io sono ancora vivo? Eppure quando guarda le città tedesche sotto di lui si accorge che gli incendi sono sempre più grandi, la difesa sempre più fragile. La massa dei bombardieri alleati sta iniziando ad avere il sopravvento. E la guerra anche per gli alleati diventa di necessità un massacro di civili innocenti. Intanto le truppe americane sono già sbarcate in Marocco e la Francia di Vichy scopre quanto possa essere duro il tallone dell'occupante tedesco.

Davvero un arazzo incredibile, quello intessuto dai molti testimoni di cui Englund sfrutta le voci. Si vede in filigrana come venne costruito un gigantesco mosaico fatto di milioni di tasselli di sangue e ossa. E all'improvviso in quel mosaico iniziò a delinearsi un mondo diverso che riuscì a fermare l'avanzata delle dittature, sebbene a un prezzo altissimo. E chi riuscì in questa impresa che con il senno di poi ci può sembrare come scritta nel destino, lo fece aggrappandosi con le unghie e con i denti a ogni flebile speranza. Senza sapere sino all'ultimo se ce l'avrebbe fatta.

La lunga caduta di Hitler che ebbe inizio nel 1939.

La Germania in fiamme vista con gli occhi (liberi e spregiudicati) di una "russa bianca". Dal 1940 al 1945 l'esule aristocratica Marie Vassiltchikov raccontò la vita nella capitale. Stenio Solinas il 5 Maggio 2023 su Il Giornale.

Nel settembre del 1939, quando scoppiò la Seconda guerra mondiale, la ventiduenne Marie Vassiltchikov, Missie per gli amici, era in vacanza in Germania, nella Slesia precisamente, ospite di una amica della madre, la contessa Olga Pückler. I Vassiltchikov facevano parte di quell'aristocrazia russa, i cosiddetti «russi bianchi», scappata dalla Rivoluzione d'Ottobre e sparpagliatasi, con alterna fortuna, fra Europa e Medio Oriente. Educata in Francia, Missie era poi cresciuta in Lituania, repubblica indipendente all'indomani della Grande guerra, dove la sua famiglia aveva conservato delle proprietà terriere. In virtù del patto Molotov-Ribbentrop, l'invasione nazista della Polonia mise anche fine all'indipendenza della Lituania, considerata da Mosca nient'altro che un territorio russo da riannettere, e per il principe Vassiltchikov, sua moglie e il loro figlio più piccolo, l'inizio di nuove difficoltà. Restare in Lituania significava, nel migliore dei casi, l'arresto, raggiungere Missie in Germania una scelta obbligata, ma rischiosa: erano esuli e si ritrovavano apolidi, erano anticomunisti, ma cercavano rifugio in una nazione che con la Russia comunista aveva appena firmato un'alleanza...

Fu proprio la giovane Missie a trovare la soluzione. Conosceva le lingue, aveva amicizie nel mondo diplomatico (ancora in Lituania aveva lavorato per la legazione inglese), il suo status aristocratico le consentiva la frequentazione di quella nobiltà tedesca terriera e militare convivente, ma non sempre connivente con il nazismo, ancora utilissima per le relazioni sociali. In breve, Missie riuscì a farsi assumere prima alla radio di Stato, poi al ministero degli Esteri, nella Sezione Informazioni.

I miei giorni a Berlino (Rizzoli, pagg. 486, euro 20, traduzione di Annita Biasi Conte) è il diario (The Berlin Diaries è il titolo dell'edizione originale inglese uscita nel 1985), che Marie, «Missie», Vassiltchikov tenne pressoché ininterrottamente dal 1940 al 1945, testimonianza di prima mano di che cosa fosse la quotidianità tedesca in una grande città, meglio, in quella che era la grande città tedesca per eccellenza, per tutto l'arco di un conflitto sempre più distruttivo e al termine del quale la Germania si ritroverà a essere un cumulo di macerie. Una testimonianza privilegiata, se si vuole, visti i rapporti di chi la scriveva, ma non per questo meno significativa rispetto ai dolori e alle sofferenze delle classi medie e popolari tedesche. La giovinezza di Missie, ovvero la sua voglia di vivere, e il suo essere comunque estranea rispetto a quel popolo e a quel regime, esule e straniera in terra altrui, le consentono uno sguardo più libero, al di sopra di tutto e di tutti, spregiudicato, per molti versi, e che fa il fascino di questo libro.

Si prenda, a puro titolo di esempio, questo brano del novembre 1943, quando Berlino subisce il primo massiccio attacco aereo: «Il mattino dopo la prima incursione avevo un appuntamento per scegliere un cappello in un negozietto dei dintorni. Le case tutt'intorno erano bruciate, ma io volevo assolutamente quel cappello e così sono andata fin là e ho suonato il campanello e, meraviglia delle meraviglie, mi sono trovata davanti una modista sorridente: Durchlaucht kommen anprobieren! (Sua Altezza può venire dentro a provarlo!'). E così ho fatto, ma poiché indossavo dei pantaloni tutti infangati, era difficile giudicarne l'effetto»...

Il curatore del libro, George Vassiltchikov, ovvero il fratello minore di Missie, sottolinea, per quello che riguarda il fallito attentato a Hitler del luglio del '44, come questo sia «l'unico diario di una testimone oculare di cui si conosca l'esistenza». Missie conosceva infatti, direttamente o per interposta persona, molti membri antinazisti di quella congiura, nonché le loro intenzioni, e fu testimone del regime di terrore che si scatenò in seguito. In proposito, vale la pena riflettere su quanto da lei scritto allora: «Non riusciamo a capire l'atteggiamento della radio alleata. Continuano a elencare i nomi di coloro che, essi dichiarano, hanno preso parte al complotto. E anche di quelli che non sono ancora stati ufficialmente implicati! Ricordo di aver avvertito Adam Trott, a suo tempo, che sarebbe successo proprio questo. Ma Adam continuava a sperare che gli Alleati avrebbero sostenuto la Germania decente e io continuavo a dire che al punto in cui erano arrivati non volevano che distruggere la Germania, qualunque Germania, e che non avrebbero esitato a eliminare i buoni tedeschi insieme a quelli cattivi». In sostanza, come spiega bene George Vassiltchikov, «la guerra psicologica degli inglesi aiutò de facto la Gestapo a decimare la Resistenza antinazista quindi, in una certa misura, a prolungare la guerra». Era una politica di annientamento riassumibile nel cinismo di Churchill all'indomani dell'attentato di von Stauffenberg: «Più tedeschi si ammazzano fra loro, meglio è»... È lo stesso cinismo con cui gli alleati, nonostante le promesse fatte, consegneranno a Stalin, ovvero alla morte, l'esercito russo di Liberazione del generale Vlasov e i cosacchi del generale von Pannwitz.

In I miei giorni a Berlino, spiccano anche alcune figure italiane. Una è Giorgio Cini. «È venuto fino a Berlino per cercare di indurre le SS a liberare il padre, il vecchio conte Vittorio Cini (...). È molto cambiato da quando l'ho visto l'ultima volta, poco prima della guerra. Ha l'aria di un uomo disperatamente preoccupato. Adora suo padre e per molti mesi non ha saputo dove fosse, neppure se fosse vivo. Adesso stava aspettando un pezzo grosso della Gestapo. Chissà? Con quella determinazione e quella forza di volontà - e il denaro -potrebbe farcela». Un'altra è Filippo Anfuso. «È uno dei pochi diplomatici di grado elevato che sono rimasti fedeli a Mussolini. Molti topi hanno abbandonato la nave che affondava. Ciò che Anfuso sta facendo forse non è saggio, ma lo rispetto per questo. È un uomo intelligente, ma il suo lavoro è molto difficile, soprattutto perché non ha un'autentica simpatia per i tedeschi».

Rispetto al tartufismo censorio di chi pontifica ex post su come ci si sarebbe dovuti eticamente comportare in un regime totalitario, I miei giorni a Berlino ha la concretezza della realtà. Missie capisce come si possa combattere per la Germania senza per questo essere nazisti, si rende conto che i bombardamenti a tappeto sulle popolazioni civili rinsaldano i legami anziché affievolirli, è ammirata dalla capacità di resistere e di reagire, non si sente in colpa se riesce a ritagliarsi piccole oasi di serenità in mezzo alle tragedie che la circondano, perché è poi da lì che si deve attingere per continuare ad andare avanti.

Da una Berlino distrutta a una Vienna dalla quale dovrà poi fuggire quando l'Armata rossa è oramai alle porte della città, fra malattie, lutti, pericoli, fame, crocerossina in un ospedale della Luftwaffe, nella capitale austriaca Missie celebrerà il suo ventottesimo compleanno in compagnia di due amici e di una bottiglia di champagne... Nel maggio successivo, la fine della guerra la troverà ricoverata in un altro ospedale, a Gründen, nella Baviera appena arresasi alla III Armata del generale Patton. Un anno dopo sposerà, sempre nel mese del suo compleanno, gennaio, un ufficiale americano nella chiesa ortodossa di Kitzbühel. Avrà per testimoni, e in uniforme, i nobili tedeschi von Herwath e Metternich e il francese conte de la Brosse. «Era una cerimonia che univa persone di quattro nazioni che, fino a poco tempo prima, avevano combattuto una feroce guerra l'una contro l'altra».

Estratto dell’articolo di Paolo Mieli per il “Corriere della Sera” il 24 aprile 2023.

Tra il suicidio di Adolf Hitler e il conferimento dei poteri all’ammiraglio Karl Dönitz, l’uomo che l’8 maggio del 1945 avrebbe firmato la resa nazista, la Germania ebbe un governo guidato da Joseph Goebbels. Un governo che ebbe brevissima durata, poco più di un giorno: dal pomeriggio del 30 aprile quando Hitler si uccise (tra le 15.15 e le 15.30), alla sera del 1° maggio quando Goebbels si suicidò assieme alla moglie, Magda, dopo aver avvelenato con una capsula di cianuro i suoi sei figli.

Quasi sempre i libri di storia trascurano quella giornata. La trascurano nonostante nel corso di quella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio 1945 i successori di Hitler abbiano tentato una mediazione in extremis con i sovietici meritevole di una qualche attenzione. Ed è a questo tentativo di patteggiamento che Giovanni Mari dedica un’accurata ricostruzione, Il governo Goebbels. Trenta ore di morte e menzogne, in uscita il 27 aprile per Lindau.

Nelle intenzioni del Führer, il suo successore avrebbe dovuto essere Hermann Göring. Ma una settimana prima di darsi la morte, Hitler, in un accesso d’ira, accusò Göring e Heinrich Himmler di «alto tradimento» per aver trattato sottobanco la resa con gli angloamericani. E li espulse dal partito. Poi, con un’ordinanza specifica, predispose la propria successione con un atto che prevedeva Karl Dönitz alla presidenza del Reich mantenendo il comando supremo delle forze armate, l’ex ministro della propaganda Goebbels a capo del governo e Martin Bormann «ministro del partito» (un incarico equivalente a quello di segretario, ma con un ruolo subalterno a quello del cancelliere). 

Hitler stilò anche una dettagliata lista di ministri. Così facendo il dittatore nazista sdoppiò le cariche di capo dello Stato e cancelliere che lui stesso aveva unificato, con una forzatura, nel 1934. Nella letteratura «anche di alto livello» scrive Mari, «e talvolta persino in quella accademica», si indica il «governo Dönitz» come l’entità succeduta alla dittatura hitleriana. Errore.

Grave errore. Si dovrebbe invece parlare di «governo Goebbels», anche se durò soltanto una trentina di ore. E non è una questione di dettaglio. […] Goebbels […] appena si insediò al posto di Hitler, avviò, tramite il capo di stato maggiore Hans Krebs, trattative per concedere a Stalin — alle cui truppe mancava solo un giorno o due per espugnare completamente Berlino — qualche ora di ulteriore vantaggio sugli angloamericani. In cambio sperava di ottenere un riconoscimento, un attestato di legittimità, nonché — ma questo è più controverso — l’attenuazione del dispositivo di una resa che lui stesso forse considerava ormai quasi inevitabile.

In quel momento Dönitz, trovandosi altrove, non sapeva né della morte del Führer né di essere stato designato da Hitler suo successore. Goebbels era padrone assoluto […] Giunsero, la sera del 30 aprile, il capo della Gestapo Heinrich Müller e il pilota Hans Baur al quale […] Goebbels si rivolse con queste parole: «Hitler è di là che brucia; si è sparato alla tempia ed è caduto sul pavimento». Era evidente in ognuno dei presenti, a cominciare dallo stesso Goebbels, uno stato di alterazione. 

Bormann cercava ancora una via di fuga per sé stesso. Goebbels no. Si capì immediatamente che, ove mai non fosse riuscito a trattare con i russi (causa che perorava già dal 1943), Goebbels si sarebbe suicidato all’istante. E forse anche se fosse riuscito a intavolare quella trattativa. Il generale Krebs era l’uomo adatto per la disperata missione dell’ultima ora: aveva vissuto a Mosca, come primo assistente dell’addetto militare del Reich in Unione Sovietica, e parlava bene il russo. Aveva anche incontrato Stalin.

All’incontro fu convocato il generale Helmuth Weidling il quale […] sostenne che difficilmente i russi avrebbero accettato di negoziare con un governo in cui il maggiore esponente del nazionalsocialismo (Goebbels) ricopriva la carica di cancelliere. Goebbels, racconta Mari, si offese «enormemente» e «servì l’intervento di Krebs per placarlo». 

Fu accolta da tutti la proposta di trasmettere un messaggio radio in chiaro così che il quartier generale russo potesse intercettarlo con estrema facilità. Questo messaggio […] conteneva la richiesta di un incontro con il capo supremo dell’Armata rossa il maresciallo Georgij Zukov. Il quale Zukov, per certi versi inaspettatamente, disse di sì. E delegò il generale Vasilij Ivanovic Ciuikov ad occuparsi della trattativa. 

[…] Dönitz, che non aveva più visto il Führer dal 21 aprile, come si è detto in quel momento non era neanche a conoscenza del fatto che Hitler era morto e quando saprà di essere stato designato da Hitler presidente del Reich sarà alquanto sorpreso delle contemporanee nomine di Goebbels e di Bormann. Le respingerà e addirittura ordinerà l’arresto dei due. 

E siamo al faccia a faccia Krebs-Ciuikov. […] Quest’ultimo stava cenando con lo scrittore Vsevolod Višnevskij (che avrebbe trascritto l’intero dialogo tra il generale russo e quello tedesco), un giornalista della «Pravda», Evgenij Dolmatovskij, e il compositore Matvej Blanter che […] provò ad ascoltare la conversazione di nascosto sistemandosi all’interno di un armadio.

[…] Krebs diede al generale russo la notizia che Hitler si era suicidato e che i poteri erano passati a Dönitz e a Goebbels. Ciuikov finse di esserne già a conoscenza. A quel punto il tedesco chiese una tregua per consentire una riunione del nuovo governo. Il russo rispose che prima gli eredi di Hitler avrebbero dovuto arrendersi. 

La stessa risposta che Eisenhower aveva dato a Himmler. Ciuikov racconta nelle sue memorie — La fine del Terzo Reich (Baldini e Castoldi) — che Krebs provò a insistere: dateci «la possibilità di iniziare relazioni con il governo sovietico», così l’Urss risulterà «lo Stato che ha vinto la guerra». Aggiungendo: «Non mi trovo nelle condizioni di iniziare altre trattative».

I termini della questione vengono sottoposti a Zukov che a sua volta, alle cinque del mattino del 1° maggio, con un fonogramma li riporta a Stalin. Il quale però si interessa solo alla parte della comunicazione che riferisce dell’avvenuto suicidio di Hitler. «Ha avuto quel che si meritava, il mascalzone», è il commento del dittatore georgiano, «peccato che non siamo riusciti a prenderlo vivo». 

A questo punto l’incontro potrebbe dirsi del tutto infruttuoso se i russi a sorpresa non proponessero di stabilire una linea telefonica diretta tra loro e il quartier generale di Goebbels. Krebs accetta dal momento che anche Goebbels gli aveva detto che avrebbe apprezzato la possibilità di comunicare di persona con i russi.

Allestire quella linea telefonica fu complicato ma la conversazione ci fu, a mezzogiorno del 1°maggio. Da un capo del filo c’era Krebs che era restato con i russi, dall’altra Goebbels. Questi, quando capì che la trattativa non aveva fatto nessun passo avanti, chiese di poter parlare direttamente con Ciuikov che prese in mano la cornetta e maltrattò platealmente l’interlocutore. Goebbels scoraggiato chiese a Krebs di rientrare per poter esaminare con lui, istante per istante, parola per parola, come erano andati i colloqui.

Ma qui ci fu una sorpresa. I sovietici decisero di offrire ai tedeschi quella che giustamente Mari definisce «un’ultima inattesa e clamorosa possibilità». In cambio della capitolazione di Berlino, i russi sarebbero stati disposti ad agevolare l’annuncio pubblico del nuovo governo, mettendo anche a disposizione una stazione radio ed eventualmente un’auto o un aereo per stabilire il contatto con Dönitz. 

L’obiettivo dei sovietici […] era […] «ottenere nelle loro mani una resa pesante dei nazisti, la prima ufficiale da parte dell’alto comando, per di più nella capitale del Reich». Un segno di vittoria «immenso, in anticipo rispetto ai tempi previsti […] I tedeschi avrebbero ottenuto quello a cui Goebbels più teneva, un pieno riconoscimento del suo governo. Ma ancor prima che Krebs potesse tornare al comando tedesco […] Goebbels iniziò a preparare il suicidio suo e dei suoi familiari. Evidentemente[…] «non si rese conto dell’alto valore politico delle contropartite». […] Goebbels […] diede la morte a sé e ai suoi familiari, […] «senza che nessuno avesse saputo del suo cancellierato». 

Un governo che […] «la storia dimenticherà». Nella notte tra il 1°e il 2 maggio l’intero apparato nazista crollò. E con esso la città di Berlino. Quella stessa notte Krebs si uccise (ma sulla sua morte c’era qualcosa che non tornava quantomeno nei resoconti dei soldati sovietici). Le numerose carte che avrebbero potuto costituire gli atti del pur brevissimo «governo Goebbels» furono bruciate. 

Bormann provò a fuggire e fu ucciso. Il suo cadavere fu ritrovato solo nel 1973. Era stato colpito in maniera «compromettente e non medicabile». Poi, per non cadere in mano ai nemici, aveva ingerito una capsula di cianuro. Al generale Weidling spetterà la firma della capitolazione di Berlino. Preso in consegna dai sovietici, Weidling verrà condannato nel 1952 a venticinque anni di reclusione. Morirà in prigione nel 1955. Toccò invece a Dönitz — nei panni di capo dello Stato di Flensburg (un piccolo territorio tedesco al confine danese) — firmare la resa finale.

Da quell’istante l’impegno di Dönitz fu quello di far arrendere i suoi connazionali nelle mani degli statunitensi e non dei sovietici. Fu arrestato il 23 maggio e successivamente processato a Norimberga. Nonostante si fosse macchiato di gravissimi crimini di guerra, fu condannato a soli dieci anni che trascorse nel carcere di Spandau a Berlino Ovest. Uscito di prigione sopravvisse, libero, fino al 1980. Morì di morte naturale trentacinque anni dopo il suicidio di Goebbels.

Così l'esercito di Hitler lasciò l'Ucraina senza ebrei. Fiamma Nirenstein il 25 Aprile 2023 su Il Giornale.

Ecco il breve testo del 1943 in cui Vasilij Grossman narra lo sterminio del suo popolo da parte dei nazisti 

Vasilij Grossman (1905-64) entra nel 1941 con l'Armata Rossa nei villaggi della riva sinistra Ucraina; e persino le oche che «nelle aie si staccano da terra sbattendo le loro enormi ali bianche» hanno qualcosa di «strano», che «turba», e «urlano», e «esortano» i soldati dell'Armata Rossa a «non perdersi le scene tristi e tremende della vita», «e sembrano felici che i soldati siano lì... ma intanto «piangono e gemono e gridano per le disgrazie tremende...».

Rotto il patto fra URSS e Germania di Hitler, la guerra nazista contro il bolscevismo diventa subito sterminio degli ebrei. Cominciano quelle che Leon Poliakov in Il nazismo e lo sterminio degli ebrei (1954) chiama «le eliminazioni caotiche». Adolf Eichmann valuta a due milioni gli ebrei fatti a pezzi nel 1942 durante l'avanzata tedesca verso Stalingrado e il Caucauso. Nel 1941 mancano dati complessivi, proprio per la confusione in cui gli ebrei si rastrellavano, si ammassavano, si fucilavano a strati in fosse scavate sotto la minaccia delle armi da loro stessi, si bruciavano, si sterminavano a botte, si gasavano nei camion: però dati locali ce ne sono a bizzeffe, e tutti terribili. Per esempio, restando in Ucraina, si sa di 33771 ammazzati solo a Babij Yar vicino a Kiev tra il 29 e il 30 settembre, 34mila a Ponary, 175mila ebrei lituani, per non parlare della Polonia. Sono gocce nel mare di come gli ebrei uno a uno venivano cacciati, inquadrati, macellati in tutta l'Unione sovietica non solo dalle SS, ma da tutti i corpi dell'esercito tedesco più i volenterosi carnefici antisemiti dei Paesi occupati. L'ispettore degli armamenti tedeschi in Ucraina in un rapporto confidenziale racconta che «la milizia ucraina partecipava alle fucilazioni sistematiche in modo ufficiale... si raggiunse facilmente il numero di 150mila, 200mila arresti di ebrei nella zona occupata dell'Ucraina...» cui seguiva la «soppressione». Dove arrivavano i tedeschi, con l'aiuto qui degli Ucraini, là dei Polacchi, gli ebrei furono eliminati, uccisi uno a uno e tutti insieme. Si fa fatica a staccarsi dalle prime pagine del libro Ucraina senza ebrei di Vasilij Grossman - un lungo articolo pubblicato nel 1943 - in uscita da Adelphi, a cura di Elisabetta Zevi. È una lettura ipnotica. La scrittura di Grossman è un dono metafisico. Parola dopo parola i suoi scritti, quando era comunista per amore e per forza e quando finalmente approda al sé stesso più onesto con Vita e destino e con Tutto scorre, ci spalancano davanti l'abisso in cui l'uomo può sprofondare. Lui, il Vassilij trentaseienne che entra nella sua natale Ucraina devastata, cerca insieme alla verità anche la madre Ekaterina Savel'evna, lasciata nel paese natale di Berdicev, dove venticinque SS e una torma di ucraini uccisero 30mila ebrei. La cerca, e non la ritroverà mai più. Saprà con certezza che è morta solo nel 1944.

Un grande scrittore parla sempre di sé, e in Ucraina senza ebrei Vasilij Grossman descrive l'annichilimento della popolazione ebraica dell'Ucraina: rompe così la legge del silenzio imposto dallo stalinismo. Ma è ancora comunista. Questo crea una specie di esplosione atomica di espressione nel descrivere insieme, poi, a un contraddittorio sforzo teorico di conciliazione con l'Ucraina, il mondo sovietico, e con una spiegazione dell'antisemitismo che funzioni coll'universalismo comunista: Grossman paga il conto del suo inquieto essere comunista mentre tuttavia descrive, da ebreo, l'indescrivibile, come non l'abbiamo letto nei pur tanti testi sulla Shoah. Dopo il grande gesto di audacia di porgere la verità nuda e cruda ai lettori del giornale Krasnaja Zvezda (Stella Rossa), per cui scrive da corrispondente di guerra, cerca di porgere una più sovietica elaborazione teorica della realtà: ma il testo parla soprattutto del suo dolore, della sua incredulità, del suo essere ebreo. Krasnaja Zvezda infatti lo censurerà: la stampa sovietica maggiore rifiuterà l'articolo. Esso troverà spazio marginale solo su pagine minori.

Vasilij è già qui lo scrittore epico che nasce comunista e entusiasta poeta della lotta sovietica e dell'anima russa contro il nemico nazifascista e che negli anni cambia. Arriverà gradualmente dopo un terribile corpo a corpo con la sua coscienza a descrivere per intero la perversione totalitaria, a descrivere la sofferenza desolante che nasce dall'identità del nazismo e del fascismo con l'ideologia e la politica comunista. Nel breve prezioso testo Ucraina senza ebrei, ovviamente suscitando nel lettore pensieri sulla situazione attuale, paragona allo sterminio degli ebrei la distruzione e la morte dell'Ucraina cristiana che ha trovato nelle città e i villaggi, e li chiama tutti per nome: «Starobel'sk, Svatovo, Kupjansk, Valujki, Vporosilovgrad...» e molti altri. In tutti trova le efferatezze tedesche, le ferite del popolo che piange: «... centinaia di paesini sulle rive della Desna e del Dnepr nella steppa circondata da pascoli, nelle casette sperdute dei cavatori di resina...», tutti hanno sofferto e sanguinano ancora per il «lavoro coatto, balzelli inauditi, bambini presi e portati in Germania. Case incendiate, granai saccheggiati, forche nelle piazze...». Orfani, vedove, vecchi: le loro «lacrime fluiscono come ruscelli nel fiume immenso del dolore e dell'ira di tutto un popolo». E tuttavia ecco, c'è qualcosa di molto di più di questo: «In Ucraina ... ci sono villaggi in cui regnano il silanzio e la quiete». In uno di essi, a Kozary sulla strada per Kyev, Vasilij vede le rovine in cui sono arse le famiglie che vivevano nelle 750 case cui i nazisti hanno dato fuoco: «Le fiamme non avevano risparmiato nessuno, né i vecchi, né le donne, né' i bambini». E qui Grosmann dice la cosa proibita dal regime comunista: «Mi sono scoperto a pensare che il silenzio di Kozary è il silenzio degli ebrei. Non ci sono più ebrei in Ucraina. Da nessuna parte: a Poltava, Char'kov, Kremencug, Borispol...».

In poche righe lo scrittore assomma tutto l'orrore di quella parte della Shoah in cui gli ebrei furono uccisi a casa loro uno a uno a milioni, ignari della sorte che li aspettava. La stessa censura che vieta a Grossman di scrivere aveva bloccato ogni notizia sulle stragi di ebrei già in corso. Il regime sovietico nascose lo sterminio, in parte a causa della confusa politica del patto Ribbentrop-Molotov poi abbandonato; in parte perché il vittimismo sovietico a fronte dell'invasione nazista non deve essere spezzato dalla specificità della Shoah, il «bene sovietico» si erge contro il «male nazista», non vuole ebrei fra i piedi; in parte perché Stalin praticherà in massa l'antisemitismo comunista.

Scrive Grossman, in poche righe, il compendio della Shoah: «... un popolo ucciso. Uccisi vecchi artigiani: maestri d'eccezione, sarti, cappellai, ciabattini, stagnai, orafi, imbianchini, pellicciai, rilegatori. Uccisi gli operai: scaricatori, meccanici, elettricisti, muratori, fumisti fabbri; uccisi i balagula, i trattoristi, gli autisti, gli ebanisti... i dottori: i medici generici, dentisti, chirurghi... uccisi gli esperti di biochimica e di batteriologia... Gli insegnati di storia algebra e trigonometria, gli assistenti di facoltà, dottorandi e dottorati, le maestre, le sartine, le nonne che facevano le calze... le belle ragazzi e le studentesse, le cantanti... i ciechi e sordi, uccisi i bambini di due anni e quelli di tre, uccisi gli ottantenni, i neonati che urlavano bramosamente attaccati ai seni delle madri fino all'ultimo... Hanno ucciso un popolo i suoi usi, i ricordi, le canzoni tristi, la poesia di una vita allegra e amara insieme...». Grossman è implacabile: «Se in una cittadina c'erano cento ebrei, furono giustiziati tutti e cento: non uno di meno mai... se erano cinquantacinquemila, tutti e cinquantacinquemila, non uno di meno». E spiega la differenza: «Nei territori occupati, i tedeschi uccidono per qualunque supposto misfatto, per un sorso d'acqua a un partigiano, per un saluto mancato... Gli ebrei invece solo perché sono ebrei».

La descrizione si avventura e svilupperà più avanti in altre implacabili pagine. Poi, quando Grossman si avventura nell'atteggiamento russo e ucraino, la sua fede comunista lo porta a un'analisi contraddittoria: da Gogol a Cechov, al popolo ucraino, alla Russia sovietica... gli ebrei sono cari a tutti fuorché al nemico nazi-capitalista: «Gli ebrei ci sono sempre... chi nato e cresciuto in Ucraina non si è nutrito delle scene di vita del popolo ebraico?». La descrizione della propria parte è nostalgica e a tratti dolce come lo può essere quella di un figlio, che, infatti, cerca la madre. Il suo avventurarsi sulla strada della definizione di antisemitismo come di un portato del fascismo capitalista, il suo avvicinamento ideale fra Ucraina e Russia, dimentico dell'Holodomor e della storia vera dell'antisemitismo come dell'odio più antico e diffuso, nulla toglie al suo coraggio di esporsi per raccontare la Shoah. È Grossman, sempre troppo grande per essere parte di una storia sola. 

Volker Ullrich racconta la tragica parabola che portò la Germania verso il disastro finale. Matteo Sacchi l’11 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Il 20 marzo del 1945 Hitler, accompagnato dal capo della gioventù hitleriana Artur Axmann, riceve nel giardino della Cancelleria venti militanti - alcuni sono soltanto dei bambini, nemmeno dei ragazzi - da poco decorati per essersi distinti nella resistenza sul fronte orientale. Di quell'episodio esiste una famosa fotografia. Si vede il dittatore, ingobbito e invecchiato, che accarezza un ragazzino impettito. Sembra la carezza della morte, quella che falcerà sotto un inferno di fuoco molti degli ultimi disperati difensori di Berlino.

Quest'immagine, che è diventata quasi iconica della caduta finale del Reich millenario, potrebbe però essere per molti versi ingannevole. Proietta l'idea di una parabola che diventa una feroce picchiata verso il nulla a partire dal 1943 se non dal 1944. Lo storico e giornalista tedesco Volker Ullrich nel suo ponderoso saggio, intitolato appunto La Caduta (1939-1945), uscito in Italia per i tipi di Mondadori (pagg. 758, euro 100), racconta però una storia diversa. Si intuisce già dalla partizione temporale, chiarita a partire dal sottotitolo. Ullrich, che è autore di un altrettanto corposo e denso studio: Hitler, l'ascesa (1889-1939) sull'ascesa del dittatore, individua con chiarezza già un punto di svolta nel 1939. Nella velocissima campagna militare voluta dal Führer che in diciotto giorni aveva piegato la Polonia, lo storico identifica già tutti i germi dell'autodistruzione, di una strategia che non aveva alcuna possibilità di essere vincente. Le scelte di Hitler si caratterizzano da subito per alcune caratteristiche. La prima: ignorare le tempistiche di sviluppo delle forze armate tedesche che erano state delineate dalle gerarchie militari. La Germania nazista scende in campo molto prima di aver ultimato la modernizzazione delle sue forze. La seconda: la scelta di non condividere mai sino in fondo le proprie scelte e anche le informazioni con gli alleati, in primis gli italiani. Per usare le parole di Ullrich: «L'inchiostro con cui era stato firmato poche ore prima il Patto d'acciaio non si era ancora asciugato, e gia Hitler metteva in chiaro che non si sentiva vincolato dall'obbligo concordato di informare e consultare i suoi alleati». Anzi la volontà di Mussolini di trovare soluzioni pacifiche per la questione polacca fu vissuta come una pericolosa ingerenza. Gli italiani se ne resero drasticamente conto solo con il patto Ribbentrop-Molotov di cui gli italiani non erano stati in alcun modo informati. Per citare il diario di Galeazzo Ciano: «Torno a Roma disgustato dei suoi capi, dei loro modi di agire. Ci hanno ingannato e mentito».

Una grande menzogna era stata raccontata anche al popolo tedesco: e questo è il terzo nodo fondamentale dell'inizio delle ostilità. Per sostenere lo sforzo di riarmo e le faraoniche politiche del partito, Hitler già nel 1938 aveva portato la Germania sul limite del collasso economico. Un rischio che era stato per altro ampiamente previsto dal presidente della Reichsbank, Hjalmar Schacht, che anche per questo venne licenziato nel gennaio del 1939. Ecco perché Hitler parlando ai suoi vertici militari, perplessi nei confronti dell'entrata in guerra con la Polonia così presto, finì con l'ammettere: «Non abbiamo niente da perdere, solo da guadagnare. Per via delle nostre limitazioni, la situazione economica è tale che potremmo resistere ancora solo qualche anno... Non abbiamo altra scelta, dobbiamo agire».

Già nel momento del massimo consenso interno e prima ancora di aver fatto muovere i cingoli dei panzer verso la Polonia o di aver fatto decollare il primo Stuka, Hitler aveva già incatenato mani e piedi il suo Paese alla necessità di giocarsi il tutto e per tutto in guerra.

E se il libro di Ullrich è molto attento a delineare questa parabola inevitabile e intrinseca alla politica di Hitler e del suo entourage più stretto, che sin dall'inizio aveva le idee chiarissime sull'entità ferale del conflitto, lo è altrettanto a scardinare il mito della Wehrmacht sostanzialmente innocente rispetto a i crimini nazisti.

Se l'inizio delle ostilità l'attacco alla Polonia fu caratterizzato inizialmente da una grande freddezza della popolazione e uno scetticismo dei militari che pure non rallentava la loro esecuzione degli ordini, ben presto il tutto si mutò in una cieca adesione alla guerra e anche alla soluzione finale. Le linee guida fornite da Hitler, ben attento almeno all'inizio a fingere che la Germania fosse l'aggredita, vennero trasmesse con chiarezza ai militari e subito recepite. «Annientamento della Polonia in primo piano. L'obiettivo è l'eliminazione delle forze attive, non il raggiungimento di una linea specifica». Questa direttiva tattica, pienamente nella logica della guerra moderna, venne però accompagnata nella pianificazione al Berghof del 22 agosto 1939 con spiegazioni precise della natura etnica e feroce del conflitto che intendeva portare avanti: «Chiudere il cuore alla compassione. Agire con ferocia... La ragione è del più forte. Massima durezza». Era quella implacabile germanizzazione di cui i suoi generali sentivano parlare sin dal 1933. Questa volontà di sterminio etnico di cui nessuno in Germania poteva non essersi accorto diventa il cuore del capitolo intitolato «Verso l'olocausto» che non lascia spazio a dubbi sul peso delle responsabilità collettive. Collettiva anche l'altra atroce barbarie praticata dal regime: l'eugenetica, che ebbe con l'inizio della guerra una brusca accelerazione. Nacque così sotto l'anodino nome di «Comitato del Reich per la registrazione scientifica delle gravi patologie ereditarie e congenite» una vera e propria commissione della morte. Solo un esempio della velocità con cui si estese l'orrore: tra il settembre 1939 e la primavera del 1940, nei soli territori della Prussia occidentale e bel Wartheland, oltre 10mila pazienti psichiatrici vennero assassinati.

In questo crescendo di orrore e di autodistruzione dell'umanità all'interno della Germania la guerra si mutò rapidamente da gloriosa vittoria lampo in guerra di logoramento prima e in disperata resistenza verso un nemico sempre più preponderante poi. Sono quei capitoli che più si avvicinano alla vulgata sulla wagneriana e delirante strada di distruzione e di morte che porta sino al bunker della cancelleria dove Hitler si tolse la vita il 30 aprile 1945. Una strada che il dittatore percorse senza alcun segno - almeno esteriore - di dubbio o di crisi di coscienza. Ancora il 27 aprile del 1945 recriminando sulla situazione militare attribuiva la sconfitta al non essere stati capaci di far tabula rasa dei nemici interni ed esterni abbastanza in fretta: «Ci si pente dopo di essere stati così buoni». Ed è solo dopo la sua morte che molti tedeschi hanno aperto gli occhi oppure hanno scelto di lavarsi la coscienza disponendo di un colpevole. Come constatò lo scrittore tedesco Victor Klemperer: «Ora tutti, qui, sono stati sempre nemici de partito. Ma se lo fossero stati davvero sempre...». E quella bugia ormai può essere decostruita con onestà. E Ullrich lo fa.

I Combattenti.

Duello nella stratosfera: quando un principe fuggitivo entrò nella storia. Nella fase più incerta del Secondo conflitto mondiale, un principe russo scampato al comunismo e inteso a combattere il nazismo sarà protagonista di un duello nei cieli a un’altitudine mai raggiunta prima. Davide Bartoccini il 7 Settembre 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Piloti da guerra nella stratosfera

 Una vittoria senza vittime

Mai titolo di altezza reale fu tanto adeguato a un principe come nel caso di Emmanuel Galitzine, l’araldo volante che dopo essere scampato alla Rivoluzione d’Ottobre, si arruolò nella Royal Air Force britannica per dare filo da torcere ai nazisti che volevano imporre la svastica in tutta Europa.

Pronipote dello zar di tutte le Russie Paolo I, il principe era nato in Russia all'alba della rivoluzione bolscevica e la sua famiglia fu costretta a darsi alla fuga come tutti quanti facevano parte dell’aristocrazia russa per non rimanere vittime delle esecuzioni sommarie che stermineranno, tra gli altri, anche tutta la famiglia Romanov. Stabilitosi a Londra, il futuro asso dell’aria aveva ricevuto una buona educazione nonostante la precaria condizione di esule, e benché non fosse stato richiamato alle armi, allo scoppio del conflitto decise di arruolarsi nell’aviazione britannica che presto avrebbe avuto un disperato bisogno di piloti. La perdita di sua madre, rimasta uccisa proprio a causa di una bomba sganciata durante un blitz della Luftwaffe tedesca in quella che fu la Battaglia d'Inghilterra, non poté far altro che aumentare la sua ostinazione nel combattere quegli uomini che notte e giorno bombardavano la terra che lo aveva accolto.

Piloti da guerra nella stratosfera

Brevettato al volo dall'aeronautica finlandese, dopo essere stato a lungo sospettato d'essere una spia nemica per via del suo passato singolare, venne assegnato alla medesima squadriglia Raf che aveva visto volare tra le sue fila il famoso giocatore di rugby e principe russo, come lui esule, Alexander Obolensky, entrerà nella storia il 12 di settembre del 1942; quando a bordo del suo caccia monoposto Supermarine Spitfire Mk. IX per appositamente modificato per operazioni "ad altitudini elevate" intercetterà un bombardiere/ricognitore d'alta quota tedesco, il Junker 86 R-2 pilotato dal sottufficiale Horst Götz e comandato dal tenente Erich Sommer.

Solitario e indisturbato il bombardiere sperimentale tedesco fluttuava nell'aria rarefatta e gelida a oltre 12mila metri d'altezza sopra Southampton, quando il caccia dalla particolare livrea celeste di Galitzine lo intercetta nel tentativo di trovare battaglia.

Convinto che un caccia monoposto non avrebbe avuto l'ardore e la capacità di seguirlo ad una quota ancora più elevata, il comandante del bombardiere tedesco aveva ordinato di portare lo Junkers alla proibitiva altitudine di 13mila metri, certo di seminare l'inglese per proseguire senza spiacevoli contrattempi; ma scoprirà ben presto che quello Spitfire appositamente modificato non ha nessuna intenzione di mollare la preda. Galitzine infatti sgancia il serbatoio ausiliario e spinge al massimo i motori Rolls-Royce Merlin del suo caccia per portarsi alla stessa altitudine, nella stratosfera, e punta lo Junkers dritto sulla coda. È lì, sopra ogni nuvola, che il duello ha iniziò. Sarà il combattimento aereo alla maggiore altitudine mai registrato prima nella storia.

Una vittoria senza vittime

Per analizzare la straordinarietà dell'evento, è innanzitutto corretto ricordare che un aereo di linea attuale come un moderno Airbus A380 dichiara una tangenza massima di 13.100 metri. Metro più metro meno, dunque, il giovane e ostinato Galitzine, allora 24enne, era impegnato ad ingaggiare a oltre mille metri di altezza oltre l'inizio della stratosfera un bombardiere tedesco con un solo cannoncino, quello dell'ala destra - dal momento che l'altro, a causa della rigida temperatura imposta dall'altitudine, si era già congelato rivelandosi inservibile.

Furono appena poche raffiche - assai complicate dal rinculo del cannoncino da 20 mm che provocava pericolose imbardate e dalla scia di condensa lasciata dallo Junkers tedesco - a essere scaricate da Galitzine. Almeno uno o due colpi, tuttavia, centrarono le ali del bombardiere convincendo i tedeschi a ritirarsi per riportare l'accaduto: un rapporto che spingerà la Luftwaffe a considerarsi "vulnerabile" anche ad alta quota, cancellando dai suoi programmi l'idea di lanciare ulteriori raid di quel tipo contro l'Inghilterra.

Il principe aveva in qualche modo ottenuto la sua piccola vittoria: le bombe tedesche non sarebbero più cadute da altissime altitudini per colpire bersagli completamente ignari dell'agguato nemico. Avrebbe continuato a volare, fino alla fine del conflitto, prendendo tra le altre parte dall'Operazione Anvil-Dragoon: lo sbarco nella Francia meridionale che lo vedrà decollare più di una volta dal campo di volo di Ramatuelle, proprio alle spalle di Saint Tropez.

Quando non avrebbe mai immaginato, 33 anni più tardi, di incontrare a Londra quel pilota tedesco che aveva duellato con lui nella stratosfera in una mattina di fine settembre. Davanti a un bicchiere di sherry si raccontarono i problemi che avevano incontrato quel giorno a quell'altitudine proibitiva tanto per l'uomo quanto per loro straordinarie macchine volanti, felici di ritrovarsi vivi, entrambi.

Kommando, un testo inedito sulle forze speciali del Terzo Reich. Pioniere sul campo ma assai poco note, le forze speciali del Terzo Reich hanno portato a termine missioni temerarie in terra, mare e aria. Incentrato su di esse "Kommando", a cura di Italia Storica, è un prezioso compendio per appassionati di "unità d'élite" e storia militare. Davide Bartoccini il 30 Agosto 2023 su Il Giornale.

Si crede spesso di conoscere tutto quanto c'è da conoscere sul Terzo Reich e sulla guerra scatenata in Europa dalle armate di Hitler, eppure ci si inganna. Lo dimostra l'ultima pubblicazione di Italia Storica a cura di Andrea Lombardi Kommando, le forze speciali tedesche nella Seconda guerra mondiale di James Lucas.

Il testo inedito nella nostra lingua e rimaneggiato da Lombardi ripercorre infatti il pionieristico, strategico e temerario impiego delle unità speciali basate su commando e raggruppamenti d'élite che, agli ordini del'Abwher (il servizio segreto tedesco, ndr), della Kriegsmarine e della Luftwaffe, rispettivamente aeronautica e marina, hanno dato battaglia agli Alleati usando tattiche inedite quanto peculiari, insieme a una vasta gamma di mezzi anfibi e aerei speciali che potrebbero essere annoverati in una sotto categoria delle Wunderwaffen, le armi meravigliose. Tanto per citarne qualcuna: i siluri pilotati o "torpedini umane" Neger, i sommergibili tascabili Hecht e Moloch, o la combinazione di aereo-pilota e aereo-bomba nota come Mistel: sistema pionieristico e di grande valore strategico che andrebbe quasi associato al moderno concetto di munizionamento aereo "fire and forget".

Incentrato sulle Forze Speciali terrestri, navali e aeree, il libro (586 pagine sormontate dalla mitica insegna dei brandeburghesi con maschera e pugnale) dedica particolare attenzione, per stessa ammissione dell’autore, a quelle formazioni di “commando” e “unità di una specialità d’Arma convenzionale che vengono raggruppate per formare un distaccamento di combattimento di tipo speciale” che hanno preso parte ai cinque lunghi anni di conflitto combattuto dal 1 settembre del 1939 alla resa incondizionata della Germania nazista, che pure nelle ultime tragiche battute del conflitto ha visto il sacrifico dei piloti dei reparti di speronamento aereo noti come Rammjäger, quanto dei giovani e giovanissimi guerriglieri/sabotatori delle forze speciali definite come "politiche", inquadrate nelle bande Werwolf.

Non solo "Commando"

Nel libro J.Lucas non ripercorre soltanto le temerarie azione dei commando della Divisione "fantasma" Brandenburg o dei raggruppamenti speciali aviotrasportati di fallschirmjäger che si distinsero in operazioni leggendarie come "Quercia" - la liberazione di Benito Mussolini dalla sua prigione sul Gran Sasso avvenuta nel 1943 sotto il controllo di Otto Skorzeny ma grazie al comando dello stimato maggiore Harald Otto Mors; ma analizza anche le azioni di destabilizzazione attutate dagli agenti del Servizio di Sicurezza delle Ss (Sicherheitsdienst, o Sd) in Boemia: impiegati come agent provocateur per fomentare una crisi politica facilitare l’invasione della Cecoslovacchia; sullo stormo per missioni aeree speciali o "segrete" Kg 200 (che all'occorrenza operava su velivoli nemici catturati, ndr); fino alle azioni subacquee dei Kampfschwimmer, specialità analoga agli uomini-rana italiani della Xª Mas.

Il tutto è puntualmente accompagnato da documenti, mappe, schede tecniche e materiale fotografico inedito quale utile contributo per riconoscere gli uomini che hanno comandato le operazioni e comprendere meglio il tipo di mezzi e unità schierate sul campo.

Come di consueto Italia Storica scova nello sterminato panorama editoriale dedicato alla storia militare, in particolar modo concentrato sui conflitti del XX° secolo e su quanto legato al Terzo Reich, un argomento tanto di nicchia quanto interessante ed essenziale per avere contezza delle invidiabili capacità raggiunte dalle forze speciali tedesche che, a differenza dei commandos britannici e degli uomini rana della nostra Regia Marina, rimangono sconosciute ai più. Fino ad oggi almeno.

I Raid.

Storia d'assalto. Atlantis, la nave corsara nazista che dettò la caduta di Singapore. L'ultima nave corsare tedesca entrò in possesso di documenti classificati di altissimo livello, così Singapore cadde in mano ai giapponesi, alleati di Hitler e Mussolini nelle fila dell'Asse. Davide Bartoccini il 12 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Novembre 1940, Oceano Indiano. Una nave corsara nazista avvista a proravia una sagoma in navigazione, circa duecento miglia a nord-ovest dell’isola di Sumatra. Potrebbe trattarsi di un preda bellica come tante altre, come una delle tante catturare e affondate dall’esperto comandate della Kriegsmarine Bernhard Rogge, predatore camaleontico che si aggira per i sette mari al comando di un mercantile di 155 metri armato come nave corsara, classificato come Schiff 16, e ribattezzato Atlantis, come il leggendario continente perduto.

Identificata come nave britannica, la preda viene ingaggiata secondo le consuete procedure della guerra di corsa: avvicinata con l’inganno per intimare la resa con la minaccia di adoperare i cannoni ben camuffati sul ponte. La prima bordata di avvertimento viene sparata dall’Atlantis che può contare su ben 6 cannoni da 150mm, oltre all’artiglieria contraerea e un singolo pezzo da 75.

A bordo nella nave britannica è il caos, cercando di forzare il blocco opposto dall’Atlantis un inteso cannoneggiamento proveniente dalla nave corsara martella il ponte di comando, e tra morti e feriti, quindici plichi di posta destinati al British Far East Command e classificati come top secret rimangono incustoditi fino all’arrembaggio dei marinai tedeschi armati di pistole mitragliatrici Mp-40; contengono informazioni della massima importanza strategica. Ma facciamo un passo indietro, all’inizio dell’epopea corsara dell’Atlantis.

Nave corsara agli ordini di Dönitz, per volere di Hitler

Mercantile della compagnia Hansa Goldenfels varato nel ’37 , con una stazza poco inferiore alle ottomila tonnellate, l’Atlantis non era molto diversa da tante altre navi che percorrevano avanti e indietro le principali rotte marittime che collegavano commerci e interessi nel mondo.

Adeguata per aumentare le capacità delle sue riserve di carburante, per accogliere, lanciare e recuperare due idrovolanti Arado Ar-196 (in origine Heinkel He-114), quattro tubi lanciasiluri, trasmettitori radio, un telemetro nascosto nel serbatoio dell’acqua, cannoni navali e mine navali elettriche del tipo C, che avrebbe inizialmente posato a largo di Capo Agulhas, dove l’Oceano Atlantico Meridionale e quello Indiano s’incontrano, prese il mare nel secondo anno della guerra scatenato dalla Germania Nazista. Cinque minuti prima della mezzanotte di un venerdì 13, per ragioni dovute alla nota scaramanzia degli uomini di mare.

Atlantis “camaleonte” dell’Oceano Indiano

Agli ordini dell’astuto capitano Rogge, l'Atlantis venne puntualmente dipinta e ridipinta per camuffarsi da nave mercantile di potenze neutrali o alleate dopo aver attentamente studiato il registro delle spedizioni internazionali della compagnia di assicurazioni Lloyd, individuando profili, stazza, peculiarità come fumaioli e poppa per essere “più che confondibile” ad ogni avvistamento, e fino a poco prima dell’abbordaggio di una qualsiasi preda che avrebbe cercato di lanciare immediatamente il segnale radio in codice "Qqq" - ossia l'assalto di una nave corsara - mentre l'Atlantis abbandonava le bandiere di comodo per issare le insegne da battaglia tedesche.

Era infatti abitudine dell’equipaggio armarsi di pennelli e tavole sospese per ridipingere da cima a fondo lo scafo e ogni parte lo richiedesse, prima di issare bandiere di Norvegia, Olanda, Russia e perfino Giappone. Per spaventare navi sospettose nei momenti più “delicati”, sventolava la bandiera gialla di quarantena, che significata lo stato di quarantena a bordo. Dopo aver razziato e preso il controllo di unità minori, arriverà per fino a fingere d’essere ella stessa una nave “catturata” e scortata verso il porto per superare i controlli della marina britannica e procedere con l’arrembaggio.

La sua lunga missione iniziò fingendosi la giapponese Kasii Maru della Kokusai Company: una nave da carico passeggeri gialla e nera con un grande K bianco sul fumaiolo rosso. Fa sorridere il pensiero che l’equipaggio della Kriegsmarine indossò addirittura dei kimono per ingannare le vedette della britannica Hms Exter.

Spie da Singapore

Quando l’Atlantis incontrò la sfortunata rotta di una solitaria nave inglese a largo di Sumatra, l’11 di novembre 1940, nessuno poteva immaginare che a bordo avrebbero trovato documenti segreti come tabelle di decodificazione dei messaggi in cifra usati dai mercantili inglesi, report dell'intelligence della Royal Navy, ordini da impartire alla flotta dell’Estremo Oriente e vari informazioni sull’artiglieria; ma sopratutto una piccola borsa marcata con la dicitura “Altamente confidenziale” che conteneva un report dettagliato del Comandante in Capo dell'Estremo Oriente, il maresciallo dell’aria e Sir Robert Brooke-Popham: esso riportava, oltre ai dettagli delle difese navali e aeree britanniche che doveva proteggere la “fortezza” di Singapore, lo stato delle capacità militari marine e terrestri inglesi nell'Estremo oriente, delineando la debolezza del Regno Unito in quel teatro della Malesia, e concludendo che l’entrata in guerra contro l’Impero Giapponese avrebbe rappresentato un enorme rischio.

Di norma tali documenti sarebbe stati distrutti o gettati fuori bordo se solo la nave fosse stata prossima al rischio di cattura, ma appare ovvio come i messaggeri, rimasti uccisi o gravemente feriti, non siano stati capaci di adempiere il loro dovere. Il lauto bottino fu impiegato sia dagli alti papaveri di Berlino, che dagli agenti d’intelligence giapponese, i quali ricevettero attraverso attraverso l'attaché navale presso l’ambasciata tedesca di Tokyo per informazioni più rilevanti. Per tale ragione, dopo la conclusione della battaglia della Malesia e la caduta di Singapore, i giapponesi regalarono al capitano Rogge una spada da samurai ornata di diamanti, rendendolo uno dei tre tedeschi - gli altri due erano niente di meno che Hermann Göring ed Erwin Rommel.

Si crede infatti che le informazioni top-secret trafugate sull’Automedon abbiano condizionato l’ammiraglio Yamamoto nella pianificazione dell'attacco a sorpresa di Pearl Harbor, e nelle manovre che portarono alla caduta di Singapore.

L’epilogo e la salvezza firmata Fecia di Cossato

“Dopo aver portato a termine con successo la sua missione e aver percorso 102.000 miglia in 622 giorni in mare, Atlantis fu localizzata e distrutta mentre era sul punto di tornare a casa e mentre era impegnata in un'operazione di rifornimento che non era inclusa nei suoi ordini operativi…. La nostra amarezza per la perdita della nostra nave è stata intensificata dal pensiero che avremmo dovuto abbandonarla senza combattere”. Scrive di suo pugno in data 22 novembre del 1942 il comandante dell’Atlantis nel diario di bordo.

Sorpreso mentre era intento a rifornire di carburante un u-boot nel settore “battuto” dalle navi da guerre britanniche che iniziavano a "riconoscere" e pattugliare i punti di rendez-vous dove potevano incontrarsi le navi d'altomare naziste, l’Atlantis venne ingaggiato dall’Hms Devonshire, incrociatore pesante britannico. Questo nonostante continuasse a spacciarsi alla radio per l’Ss Polyphemus, mercantile olandese. Il comandante della Devonshiere aveva mangiato foglia e ordinato di fare fuoco sulla nave corsara mentre l’equipaggio dell’Atlantis minava la nave e si apprestava ad abbandonarla con una certa premura.

Mentre la nave colava sul fondo dell'Oceano, come l'Atlantide sommersa, trecentocinquanta tra ufficiali e marinai si trovarono abbandonati a se stessi, in balia delle onde su poche scialuppe di salvataggio e senza possibilità d'essere tratti in salvo: dal momento che la presenza di un sottomarino nemico nell’area non garantiva incolumità all’attaccante britannico, che doveva fare rotta a zig-zag verso acque sicure. Va annotato che l’incrociatore Hms Dorsetshire, compagno di battaglia e pattugliamento del Devonshire, aveva già affondato la nave corsara gemella dell'Atlantis, il Pinguin.

I naufraghi alla deriva verranno recuperati al largo delle isole di Capo Verde da una spedizione congiunta di u-boot tedeschi e sommergibili della Regia Marina italiana che comprendeva l’Enrico Tozzoli comandato da Carlo Fecia di Cossato, il Luigi Torelli comandato da De Giacomo, il Pietro Calvi agli ordini del comandante Olivieri, e il Giuseppe Finzi, del comandante Giudice. Dopo aver circumnavigato il globo in un viaggio di 110.000 miglia nautiche - di cui 1.000 su scialuppe di salvataggio 5.000 miglia nelle profondità marine a bordo del sommergibile che lo aveva tratto in salvo - il capitano Bernhard Rogge faceva ritorno a casa. Sopravvissuto alla guerra con il grado di ammiraglio, nel 1957 verrà richiamato a formare la nuova Marina tedesca inquadrata nella nuova Alleanza Atlantica. Al pari di Atlantide, rimane una leggenda che ognuno dovrebbe conoscere.

La guerra corsara dello "Emden": terrore dei mari d'Oriente. Storia di Davide Bartoccini su Il Giornale giovedì 27 luglio 2023.

C’era una volta la guerra di corsa, quando le navi di potenze belligeranti armate e spesso camuffate, in diritto d’una lettera di corsa - necessaria garanzia emessa dal governo- catturavano o distruggevano mercantili di una potenza avversaria per ostacolarne il commercio, minarne le finanze e trarne soprattutto ogni profitto. Antica tradizione d’invenzione squisitamente britannica – tra i corsari più noti della storia ricordiamo infatti Sir Francis Drake e Sir Henry Morgan, entrambi al servizio di Sua maestà – sarà la Germania l'ultima grande potenza ad impegnarsi e farsi valere in questa pratica.

Lo ha fatto, iscrivendo nella leggenda il suo Sms Emden, incrociatore leggero della Kaiserliche Marine che una volta salpato da Tsing Tao in Cina, mieterà nei mari dell’estremo oriente ben 30 navi nemiche nell'autunno del 1914. Primo anno di quella che verrà da tutti ricordata come la Grande Guerra.

Soprannominata il “Cigno d’Oriente” data l’estrema eleganza della sua linea, l'Emden era affidato ai comandi del capitano di fregata Karl von Müller – l’archetipo marinaresco di quella stirpe prussiana di combattenti naturali da cui egli stesso discendeva - e del suo secondo, il tenente di vascello Helmuth von Mucke. Classificato come incrociatore mercantile leggero “armato” di classe Dresden, l'Emnden era stato costruito a Danzica per una stazza di 3.593 tonnellate e una lunghezza di 118 metri dalla bianca e immacolata livrea. Come incrociatore armato era provvisto di dieci cannoni da 10,5 cm di calibro, quattro mitragliatrici e due tubi lanciasiluri che, assieme alla sua manovrabilità e velocità massima di 24 nodi, lo rendevano un avversario temibile e difficilmente “identificabile”.

30mila miglia nautiche a cacci di un ricco bottino

Abbandonato lo Ostasiengeschwader, forza navale incaricata di proteggere i possedimenti coloniali tedeschi e i mercantili che transitavano nell’area dell’Oceano Indiano, l’ordine dello Emden divenne presto quello di "assaltare i mercantili" delle potenze che nel frattempo si erano alleate contro gli Imperi centrali. Compiva “incursioni" nel Golfo del Bengala e incrociando le rotte marittime più trafficate per ostacolare in ogni modo il transito di navi nemiche, fossero queste militari o commerciali, che dall’Australia, dalla Nuova Zelanda, dai possedimenti d'oltremare francesi o britannici, e dal Giappone, puntavano con il loro prezioso carico verso la vecchia Europa divisa dalle trincee.

Saranno 23 le navi mercantili alleate catturate dal Cigno d’Oriente, che incuteva tanto terrore da rallentare di molto la partenza di un convoglio di rifornimenti militari provenienti dell’Australia. Ma non si limitò a questo. Il Cigno distrusse anche un deposito della Burma Oil a Madras in una sortita eccezionale: dopo essere entrato fin dentro il porto per evitare di colpire edifici civili con il tiro dei cannoni da lunga distanza, centrò con poche bordate ben mirate serbatoi, una batteria costiera e addirittura un carro armato. Due furono le navi da guerra affondate - l’incrociatore russo Zhemchug e la torpediniera francese Mousquet - nell’attacco di Penang, al largo di quella che al tempo era la Malesia britannica.

Un inganno da gentiluomini

Una delle tattiche preferite del comandante dell'Emden era quella di camuffare la sua nave corsara come fosse un incrociatore britannico, o come una nave di linea, per “avvicinare” e catturare mercantili quando era troppo tardi per qual si volesse fuga o manovra evasiva. L’idea di camuffare la nave aggiungendo un quarto finto fumaiolo ai tre già presenti, era inoltre una garanzia di sopravvivenza nelle acque infestate da navi da guerra nemiche che presto avrebbero iniziato a darle la caccia.

A eccezione di questo escamotage assai poco corretto in tempo di guerra, rimase ben nota la condotta da gentiluomo del capitano von Muller, che si dimostrerà sempre integerrimo nei confronti degli equipaggi avversari presi prigionieri, tanto quanto dei passeggeri imbarcati sulle navi catture. Garantendo sempre un passaggio verso porti neutrali dove potevano essere sbarcati per essere liberati o scambiati.

La gesta cavalleresche mostrate dal comandante von Müller saranno tanto roboanti da trovare addirittura spazio sui quotidiani britannici, che rimarranno, come di rado è capitato nella storia, estremamente colpiti dal senso di umanità del nemico rendendo Müller e i suoi degli “eroi” suppur temuti in tutti i mari d’Oriente.

Affondate la Emden, imperativo per la flotta alleata

Dopo mesi di scottanti sconfitte e audaci incursioni patite ai danni di porti e installazioni, con ben cento tonnellate di naviglio “catturate” dal comandante Von Müller, distruggere l'Emden divenne in quei mesi imperativo categorico per le flotte alleate a cavallo tra il Pacifico e l’Oceano Indiano.

Pare che all’apice della caccia, furono ben 78 le navi da guerra britanniche, francesi, russe e giapponesi impegnate a perlustrare i mari e le remote isole alla ricerca dell'incrociatore corsaro al servizio del Kaiser Guglielmo. L’ordine per ogni stazione telegrafica presente su isole, atolli o continente era quello di scandagliare continuamente l’orizzonte e segnalare immediatamente il passaggio di navi che potessero somigliare alla nave corsara per fornire le coordinate e ipotizzare possibili rotte per raggiungerla al fine di trovare battaglia. Anche perché, nel frattempo, i tassi di assicurazione delle navi mercantili che doveva affrontare le rotte depredate dall'Emden erano saliti alle stelle. E tutti chiedevano una scorta di navi da guerra che sovente era impossibile garantire.

L'epiologo di un'impresa da romanzo

Quando il 9 novembre del 1914, l'Emden arrivò a vista dell’arcipelago delle Cocos dove intendeva distruggere la stazione di comunicazione britannica situata su Direction Island, nessuna nave nemica doveva trovarsi alla sua portata. Le comunicazioni intercettate nei giorni precedenti e la mancanza di contatti visivi, avevano convinto Von Müller a passare all’azione. Ma un convoglio pesantemente scortato, che aveva mantenuto il silenzio radio, stava facendo rotta a poca distanza dalle Cocos.

Quando la piccola squadra d’assalto condotta a terra da Von Mücke sbarcò sull’isola per sabotare la stazione, l'incrociatore australiano Hmas Sydney ingaggiò l'Emden, che nel frattempo era stato segnalato. Con cannoni più potenti e una maggiore corazzatura, inatteso e più veloce nella manovra, l’incrociatore australiano ebbe la meglio sul vecchio Cigno d’Oriente, caduto nella stesso errore di valutazione che molte sue prede avevano fatto: a bordo aveva scambiato la nave nemica per la carboniera Buresk, che aveva fino al giorno prima affiancato l'Emden. I più fidati cannonieri tedeschi, inoltre, erano tutti a terra con la squadra d’assalto.

Al contrario i cannonieri australiani centreranno immediatamente l’apparato radio della nave nemica, riducendola al silenzio e a brandelli, bordata dopo bordata. Faccia a faccia con l’epilogo, il comodante Von Müller, ormai sconfitto, si rifiutò di abbandonare la nave, facendola arenare sulla barriera corallina di North Keeling Island. Lì dove il suo inquietante relitto rimase fino per oltre 30 anni.

Nel fervore della battaglia, 134 marinai e ufficiali della Marina imperiale tedesca persero la vita. Il comandante Von Müller e una ventina di superstiti vennero fatti prigionieri. Von Mücke e i 50 uomini posti ai suoi ordini per l’azione di sabotaggio, trovarono e fuggirono quindi su una goletta a vela, l’Ayesha. Riusciranno a tornare in Germania portando con loro il racconto incredibile di una sontuosa avventura. La leggendaria storia dello Sms Emden e dell’ultimo capitolo della guerra di Corsa. Entrambi gli ufficiali sopravviveranno alla Grande Guerra, passando alla storia come eroi degni d’imprese che andranno ben oltre le avventure di Conrad e di quelle immaginate per il capitano Aubrey raccontato da O'Brian, oltre ogni ogni linea d’ombra, oltre la vastità dei confini del mare che avevano dominato come astuti marinai e gentiluomini in battaglia.

Colossus, Little Fortune e italiani brava gente nel primo “raid” dei diavoli rossi Davide Bartoccini il 29 Giugno 2023 su Il Giornale.

Nel 1941 paracadutisti alleati si lanciarono sull'Italia nell'operazione Colossus: il sabotaggio di un acquedotto vitale per i porti strategici delle Puglie

Febbraio 1941, nella notte aerei nemici sorvolarono i cieli dell’Italia meridionale, alcuni colpiscono con le loro bombe obiettivi secondari, di poco conto, nelle Puglie e nei pressi di Avellino. Sembra una missione priva di senso; un errore di valutazione, si penserà all'alto comando; ma non è niente di tutto ciò. Quella di una coppia di bombardieri sganciatisi dal gruppo principale era solo un’operazione diversiva per confondere le acque mentre nei cieli della Lucania un raggruppamento di commandos si lanciava con un solo e unico obiettivo: distruggere l’Acquedotto Pugliese e minare le risorse idriche di un’intera regione strategica in quello che diverrà noto come “il ventre molle dell’Europa”, secondo Churchill e i suoi delfini del Soe. Colpire ovunque si possa per minare il morale dell’avversario, senza risparmiare i colpi più bassi nella ricerca della vittoria a tutti i costi; sarà quella d'ora in avanti la missione dei commandos.

È per dare inizio a questo progetto che una squadra di sabotatori composta da membri dello Special Air Service e dei Royal Engineers, si è lanciata da bombardieri Whitley nei pressi di un viadotto eretto sul torrente Tragino, al confine tra Campania e Basilicata. Devono minare la struttura, farla saltare in aria, e così privare dei rifornimenti d'acqua dolce i porti strategici di Taranto, Brindisi e Bari. L'Operazione prende il nome in codice di "Colossus" e l'unità mista che si è unità nella cosiddetta "X Troop": prima formazione militare britannica a prendere parte in un'azione militare lanciandosi con il paracadute.

Una volta portata a termine la missione - basata su informazioni acquisite tramite una ditta privata che aveva collaborato alla costruzione di questa opera idrica straordinaria per la sua epoca, la George Kent & Sons - i commandos si sarebbero ritirati verso la costa, puntando la foce del fiume Sele dove cinque giorni dopo un sottomarino, l'Hms Triumph, li avrebbe prelevati per portarli a Malta.

Isola fortezza dalla quale erano partiti con particolari dotazioni che faranno scuola. È infatti questo uno dei primi raid di commando operati dietro le linee che indusse Londra a prendere necessarie accortezze per i suoi soldati, come la dotarli di valuta locale, 50mila lire cucite nei colletti della camicia, e mappe dell'Italia stampate su foulard di seta cucite nelle fodere delle maniche delle loro battle dress. Le stesse accortezze verranno prese per i piloti inviati in missione sui territori occupati. Piloti di bombardieri, da caccia, o degli aerei che trasportavano le spie proprio per il Soe.

Una mera missione di disturbo

Tanto vale chiarire subito che la missione, di indubbia audacia, a maggior ragione perché i parà si lanciarono dalla temeraria altitudine di soli 120 metri, si concluderà in un fallimento abbastanza eclatante: con un gruppo di paracadutisti lanciati fuori la zona designata; la perdita di buona parte dell'esplosivo e dell'equipaggiamento lanciato negli appositi contenitori; l'amara scoperta che il viadotto del Tragino, "fiume “nascosto” della Puglia, lungo ben 244 chilometri "era stato eretto dove serviva in solido cemento armato; e con la cattura di tutti commandos inglesi, che nel corso dell'azione senza esito - i danni all'acquedotto furono limitati - uccisero due civili italiani armati. Si annoti inoltre che, a causa di avaria/danno ai motori, uno dei bombardieri inglesi comunicò via radio di tentare un ammaraggio proprio nei pressi del punto scelto per il rendez-vous che avrebbe portato a termine l'esfiltrazione del commando. Per tale ragione, la missione di recupero del sottomarino venne annullata dato il rischio che la segretezza della missione fosse stata compromesso. O altre ai commandos venisse catturato anche il sottomarino.

Questa storia di guerra, nonostante illustri il preludio di tutte le operazioni aviotrasportate condotte dagli Alleati nel corso dell'intero conflitto, è comunque un pretesto per raccontare la vicenda dell'idealista Fortunato Picchi, Little Fortune, come lo chiamavano gli inglesi, e la condotta onorevole del generale Nicola Bellomo; che dopo essersi fatto consegnare come segno di resa la pistola dell'ufficiale inglese più alto in grado, una Colt M1903 "pocket", mise sotto la sua protezione i 35 prigionieri che rischiavano d'essere linciati da una folla dei civili inferociti che invocavano un'esecuzione sommaria, da consumare all'istante, per vendetta. Il possesso di quella pistola, tenuta come particolare arma d'ordinanza, tornerà bruscamente nella storia del generale del Regio Esercito, che sarà fucilato dagli stessi inglesi nel 1945.

Lo chiamavano Little Fortune

Quando il controspionaggio italiano interrogherà gli inglesi catturati, un uomo meno giovane degli altri balzerà subito all'occhio. Si era spacciato per francese, ma rispondeva in vero al nome di Fortunato Picchi. Gli inglesi però lo chiamavano "Little Fortune", era veterano della Grande Guerra, ed un esule antifascista che si era trasferito a Londra, dove lo si poteva incontrare nello splendido Hotel Savoy, impegnato a ricoprire il ruolo di responsabile di sala durante i banchetti. Internato in Canada come tutti gli italiani allo scoppio della guerra, Picchi era stato "rivalutato" dallo Special Operation Executive impegnato a formare delle cellule di "inglesi d'importazione" che potessero operare dietro le linee grazie alla loro padronanza della lingua parlata dal nemico.

Little Fortune, narrato come un "mite cameriere quarantenne" non ci pensò due volte ad arruolarsi nelle nuove forze speciali inglesi, sentendosi "più inglese degli inglesi", come scriveranno nel suo dossier di valutazione i cacciatori di teste del Soe. Tuttavia, per quanto lui potesse sentirsi inglese, restava pur sempre un italiano con un uniforme nemica indosso. Per il controspionaggio è semplicemente un traditore, e come tale deve finire davanti a un plotone d'esecuzione.

Il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato lo vedrà infatti colpevole di "tradimento e connivenza con il nemico", condannandolo a morte. La pena verrà eseguita il 6 aprile dello stesso anno presso il Forte Bravetta di Roma. Nella lettera indirizzata alla madre, Picchi scriverà: “Mi dispiace cara mamma per voi e per tutti .. di morire non mi importa gran cosa, della mia azione mi pento perché proprio io che ho voluto sempre bene al mio Paese debbo oggi essere riconosciuto come un traditore. Eppure io in coscienza non penso così". A margine della lettera, un semplice "Viva l'Italia" anticiperà di molto l'epilogo degli ultimi pensieri strazianti di tanti uomini destinati all'esecuzione per aver cospirato contro il potere vigente. Little Fortune, come altri, non troverà sepoltura. Le spoglie perdute, il ricordo svanito per anni. Saranno il tempo e il cambiare del vento a dare ragione all'atto di coraggio di un cameriere tranquillo, che poteva restarsene in disparte. Rendendolo un patriota della Repubblica e della Corona.

Storia d'assalto. La flotta che salvò l'onore britannico in Norvegia. Nel 1940 la corazzata Warspite annichilì la flotta tedesca nelle acque di Narvik, facendo sì che la Royal Navy uscisse vittoriosa dalla campagna di Norvegia. Andrea Muratore l'8 Giugno 2023 su Il Giornale.

Prima del "We shall never surrender" di Winston Churchill, pronunciato nel maggio 1940 alla Camera dei Comuni poco dopo la nomina a Primo ministro britannico, la volontà di resistenza del Regno Unito nella Seconda guerra mondiale fu dimostrata dalla tenace volontà di sostenere la Norvegia invasa dalla Germania nazista: la "crociera" bellica della flotta della corazzata Warspite, che si risolse in una vittoria pressoché totale sulla Kriegsmarine germanica, fu un esempio della capacità di risposta della Royal Navy che aveva come referente politico, cioè Primo Lord dell'Ammiragliato, proprio sir Winston tra il 1939 e il 1940. E motivò la volontà britannica di continuare a combattere.

A partire dal giorno dopo l'invasione tedesca della Norvegia, avvenuta il 9 aprile 1940, le forze navali britanniche colsero l'occasione per ingaggiare nelle acque del Paese nordico la cui neutralità era stata violata dai tedeschi una flotta nemica in larga inferiorità in termini di preparazione militare. L'obiettivo era colpire la flotta tedesca attorno Narvik, punto più lontano dalle basi della Kriegsmarine nel Mare del Nord. A guidare la flotta fu messa in campo la corazzata Hms Warspite, una componente della classe Queen Elizabeth entrata in linea nel 1915 e schierata già nella dura ma non risolutiva Battaglia della Jutland del 1916.

La 2nd Destroyer Flotilla, comandata dal commodoro Bernard Warburton-Lee, il 10 aprile 1940 si confrontò senza coinvolgimento diretto della Warspite ingaggiando una flottiglia tedesca: la battaglia, non risolutiva, portò all'affondamento di due cacciatorpediniere per parte, alla perdita di una petroliera tedesca e alla messa fuori combattimento di sei navi da carico della Kriegsmarine. Questa mossa costrinse la Kriegsmarine a ritirarsi nelle acque di Narvik e a lasciare mano libera alla Warspite, che incrociava alle spalle della flotta che aveva combattuto il 10.

La nave da 196 metri di lunghezza e 33mila tonnellate da dispiegamento, armata di quattro cannoni da 381 millimetri e quattordici da 152 mm fu affiancata da ben nove cacciatorpediniere. Tra questi quattro moderni della classe Tribal (Bedouin, Cossack, Punjabi ed Eskimo) assieme ad altri cinque di scorta appartenenti a classi precedenti (Kimberley, Hero, Icarus, Forester e Foxhound). Già solo la flotta di scorta avrebbe creato la superiorità numerica contro quella tedesca, che constava di otto navi residue.

Il 13 aprile la Warspite giunse vicino alla flotta nemica e iniziò una campagna che avrebbe portato a una delle più nette vittorie navali della Seconda guerra mondiale. I suoi cannoni da lunga gittata schiacciarono i caccia tedeschi a ritirarsi nell'Oftofjord vicino Narvik e qua venne fuori la supremazia navale nel manovrare in acque strette e in condizioni di grave pressione operativa. I lanciasiluri dei cacciatorpediniere di scorta colpivano da lontano i vascelli rivali, rallentandoli di fronte alle poderose bordate della Warspite. Nel primo pomeriggio del 13 aprile colarono a picco tre navi tedesche: i cacciatorpediniere Erich Koellner, Diether von Roeder e Erich Giese.

Il comandante della Warspite, l'ammiraglio William Whitworth, avrebbe potuto accontentarsi di un risultato già di per sé soddisfacente. Ma l'ufficiale nato nel Kent nel 1884 e che aveva avuto, diciassettenne, il suo battesimo del fuoco come fante di marina inviato in Cina nella spedizione contro la Rivolta dei Boxer, veterano della Grande Guerra e comandante di una piccola flotta nella campagna di Norvegia, non volle fermarsi. Un suo aerosilurante Swordfish riuscì con bombe da 250 libbre a colpire e affondare l'U-64, sommergibile tedesco ancorato nell'Herjangsfjord vicino a Bjerkvik, in un episodio che testimoniò il primo affondamento di un battello di questo tipo dal cielo. E presto nel pomeriggio del 13 aprile ben cinque cacciatorpediniere tedeschi, ritrovatisi senza carburante e munizioni, furono costretti ad autoaffondarsi.

La Kriegsmarine aveva perso in tre giorni metà dei suoi cacciatorpediniere, per la Royal Navy si ottenne invece un successo strategico dopo la caccia che aveva portato all'autoaffondamento a fine 1939 della nave corsara Graf Spee nel Mar della Plata. Nel mare di Narvik la disfatta navale isolò il corpo di spedizione tedesco composto da truppe alpine, più volte incalzate da truppe norvegesi, francesi, britanniche e polacche ivi sbarcate e cacciate dalla città fino al 9 giugno successivo, quando furono evacuate dopo che altrove, proprio nelle pianure delle Ardenne e del Nord della Francia, la Wehrmacht era dilagata in tutta la sua forza. La Royal Navy uscì vittoriosa da una campagna che si concluse con l'occupazione tedesca della Norvegia, ma a un duro prezzo. Che sarebbe rimasto una costante per tutto il resto della Battaglia dell'Atlantico, che i tedeschi dovettero condurre quasi esclusivamente con i sottomarini avendo perso, nelle gelide acque del Nord, buona parte del loro potenziale di superficie.

Nome in codice Kikusui: quando i kamikaze si immolarono a Okinawa. Storia di Andrea Muratore su Il Giornale il 4 maggio 2023.

Kikusui ("Acqua dei Crisantemi") era il nome dello stendardo da guerra del leggendario samurai giapponese Kusunoki Masashige, guerriero nipponico simbolo di nobiltà e fedeltà morto nel 1336. La sua nobiltà e fedeltà furono richiamati dalle forze armate dell'Impero giapponese nell'ora più buia, precedente la disfatta finale, della Seconda guerra mondiale, quando proprio allo stendardo Kikuskui fu intitolata l'operazione con cui i kamikaze nipponici furono spinti a immolarsi in massa per contrastare le operazioni americane e britanniche al largo di Okinawa, isola in cui infuriava una ferocissima battaglia tra le armate del Sol Levante e gli Alleati.

Kikusui, kamikaze a Okinawa

Forza della disperazione e forza di un irrefrenabile senso dell'onore. Spesso risoltosi in drammatiche scelte. Questo spinse i generali e gli ammiragli dell'Impero giapponese a riscoprire la leggenda del "Vento Divino", il "kami-kaze" che nel XIII secolo, poco prima dell'epopea di Kusunoki aveva distrutto la flotta mongola di Kubilai Khan salvando il Giappone. Interpretandone la riedizione moderna sotto forma del varo dell'armata di aerei suicidi chiamati a immolarsi contro le portaerei e le altre navi della flotta alleata.

Perse con la battaglia del Golfo di Leyte, a inizio 1945, le ultime portaerei e sbandate le ultime corazzate di peso, perse molte isole strategiche nell'Indo-Pacifico le forze del Giappone trovarono nella riconversione in aerei da attacco suicidi dei caccia Zero e dei bombardieri della flotta imperiale e dell'Esercito un estremo tentativo di fermare l'avanzata anglo-americana. La questione chiave della storia dell'ultimo, folle per la mentalità occidentale ma chiaro per quella nipponica, tentativo di resistenza, sta nell'adesione massiccia dei piloti dell'imperatore Hirohito alla missione suicida di massa.

Inizialmente gli attacchi suicidi dei kamikaze erano apparsi gesti estemporanei, che avevano portato le forze armate del Giappone a incassare risultati come l'affondamento di due portaerei leggere, di diverse navi di scorta e di decine di mercantili al largo delle Filippine durante la battaglia di Leyte. A aprile 1945, con gli americani in movimento su Okinawa, l'ammiraglio Matome Ugaki, nominato due mesi prima comandante della Quinta Flotta Aerea dell'Aviazione del Giappone, si mosse per organizzare la campagna suicida di massa. Mentre in Europa la Germania nazista veniva travolta dall'avanzata congiunta di Alleati da Ovest e sovietici da Est, nell'ottica di Tokyo la resa era ritenuta un'operazione totalmente da escludere.

Le dieci ondate dei kamikaze su Okinawa

Ugaki ordinò "la conversione in aerei d'attacco speciali di tutti gli aerei da guerra dell'esercito e della marina" applicando le direttive del Quartier Generale delle Forze Armate di Tokyo. I mitici caccia Zero, gli aerosiluranti Tenzan, i bombardieri pesanti Hiryuus furono convertiti in larga misura in "bombe" volanti. I migliori piloti dell'aviazione furono risparmiati dalle missioni suicide per organizzare la copertura da caccia necessaria alla strategia dell'Operazione Kikusui.

A partire dal 6 aprile 1945, in dieci diverse ondate, stormi di centinaia di aerei si alzarono in volo da Formosa e da Kyushu per dirigersi nel Mar di Okinawa. Squadroni componenti almeno 300 aerei per volta, per due terzi kamikaze e per un terzo di scorta, prendevano intenzionalmente di mira le navi alleate. Mentre nel frattempo anche la super-corazzata giapponese Yamato partiva per la sua missione suicida nelle stesse acque, che si sarebbe conclusa con l'affondamento della più grande nave del Sol Levante, i cacciatorpediniere Haynsworth, Bush e Colhoun della United States Navy divennero le prime vittime degli stormi di kamikaze caduti in picchiata sulle navi alleate. Con lealtà e dedizione, il fior fior dell'aeronautica giapponese scelse consapevolmente la strada della morte: l'obiettivo era portare con sé il maggior numero possibile di militari nemici, far pagare loro duramente l'appoggio a una campagna di conquista che si riteneva violante il territorio metropolitano dell'Impero.

"Morire era l'adempimento supremo del nostro dovere"

Assieme ai veterani, si unirono in massa una serie di giovani reclute, spesso addestrate a volare esplicitamente per conseguire l'obiettivo ideologico di morire per l'Imperatore nell'inferno di Okinawa. "Siamo stati addestrati a sopprimere le nostre emozioni. Anche se dovessimo morire, sapevamo che era per una causa degna. Morire era l'adempimento supremo del nostro dovere e ci fu comandato di non tornare. Sapevamo che se fossimo tornati vivi i nostri superiori si sarebbero arrabbiati"", dichiarò nel 2015 al Guardian il 92enne Hisao Horiyama, tra i pochissimi a sopravvivere a questa fase cruenta.

Salvato dall'armistizio e dalla resa del 15 agosto 1945 seguita al bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, Horiyama è tra i pochi kamikaze arruolati ad aver raccontato la sua storia personale. Come lui, migliaia di giovani si immolarono nei due mesi dell'Operazione Kikusui. Oltre 2mila aerei tra caccia di scorta e kamikaze si schiantarono nei mari o sulle navi e ben 3mila piloti persero la vita. Gli Alleati subirono l'affondamento di 26 navi e il ferimento di portaerei come la britannica Formidable e l'americana Enterprise, ma soprattutto una conta dei morti spaventosa: 4.500 caduti e quasi 5mila feriti. L'Operazione Kikusui fu una delle poche battaglie della fase finale della guerra in cui le perdite alleate sopravanzarono in numero quelle nipponiche.

La resistenza dei kamikaze spinge l'opzione atomica

L'Operazione Iceberg, la campagna terrestre di Okinawa, per fare un paragone vide oltre 7mila morti da parte alleata nei feroci combattimenti e una vera e propria ecatombe tra i giapponesi, che ebbero oltre 100mila morti e videro inoltre l'uccisione di 42mila civili nei combattimenti o sotto i bombardamenti. Nel frattempo, tra aprile e giugno, i nipponici mettevano in linea anche aerei pensati esclusivamente per l'uso da kamikaze, come la bomba volante Ohka vista in azione terrorizzando gli equipaggi delle navi, costretti a un perenne contesto di stress e veglia.

Kikusui giocò un ruolo fondamentale nel mostrare la strenua volontà di resistenza delle forze armate imperiali. E mobilitò il comando strategico americano del generale Douglas MacArthur a considerare potenzialmente gigantesche le perdite da tenere in conto per un'invasione dell'arcipelago giapponese. L'Operazione Downfall, divisa nei due tronconi di Olympic — l'invasione dell'isola meridionale Kyūshū - e Coronet — l'invasione dell'isola principale, Honshū, pensata per l'1 novembre 1945 veniva preparata mentre, dopo l'esaurimento dei combattimenti attorno Okinawa, in patria Ugaki preparava l'armata finale di kamikaze puntando ad arruolarne fino a 10mila per le missioni suicide volte a contrastare uno sbarco nemico considerato inevitabile.

Da parte americana, una stima di mezzo milione di morti per la conquista del Giappone era ritenuta, in tal senso, ottimistica. Lo staff del Segretario di Guerra Henry Stimson calcolò che solo gli Alleati avrebbero subito come minimo 1,7 milioni e potenzialmente fino a 4 milioni tra morti o feriti e i giapponesi tra i 6 e i 10 milioni di morti, in buona parte civili, se le isole fossero diventate campo di battaglia. Ogni stima citava la tenacia dei kamikaze e la possibilità che Tokyo decidesse di replicare sotto altre forme la mobilitazione totale contro gli invasori. Da qui nacque lo stimolo che portò il presidente Harry S. Truman ad autorizzare l'utilizzo dell'arma atomica per forzare la resa del Giappone.

La morte di Ugaki

Dopo il doppio shock di Hiroshima e Nagasaki, il 15 agosto 1945 Tokyo ordinò di cessare i combattimenti. Tra coloro che non si arresero all'ordine dato dall'imperatore fu l'architetto della strategia di guerra kamikaze, Ugaki. Desideroso di finire con una percepita nobiltà o dignità la sua guerra. L'ammiraglio 55enne, veterano della Grande Guerra e stratega della grande corsa al suicido di migliaia di piloti che allungò un conflitto già perso, non fu da meno di coloro che aveva indottrinato per andare a morire né cercò un estremo rifugio.

Sentita la notizia della resa agli Alleati, Ugaki posò per un'estrema foto di rito, si spogliò delle sue medaglie e salì su un bombardiere Yokosuka D4Y pilotato dal capitano Tatsuo Nakatsuru. Da un aeroporto di Kyushu decollarono altri dieci aerei della stessa squadriglia, puntarono sulla rotta delle Ryukyu e si diressero nel Mar di Okinawa, in un'ultima estrema missione kamikaze. Disperata, ma onorevole, fu la battaglia in cui, a Paese già arreso si immolarono gli ultimi kamikaze nella coda dell'operazione Kikusui. Estrema - ed emblematica - manifestazione di un onore guerriero che aveva partorito i disegni espansionistici del Giappone imperiale ma anche storie di drammatico pathos guerresco come quelle andate in scena nell'inferno di Okinawa.

Risolto il mistero della Montevideo Maru, affondata dagli Usa nel 1942 con 1.000 soldati alleati a bordo. Storia di Guido Olimpio su Il Corriere della Sera il 23 aprile 2023.  

La Montevideo Maru giace a 4 mila metri di profondità, a nord ovest di Luzon, nelle Filippine. L’ha trovata una spedizione determinata a indagare su una tragedia del Secondo conflitto mondiale. Il cargo giapponese è sul fondo del Mar Cinese meridionale dall’estate del 1942 quando è colato a picco con a bordo oltre mille prigionieri alleati, in gran parte australiani, e dei civili. Tutti morti nel disastro. Ad affondare il mercantile un sottomarino americano il cui comandante ignorava la presenza dei soldati.

La storia riparte da Rabaul, Nuova Guinea, da dove la nave salpa, dopo aver imbarcato il suo carico umano, in direzione di Hainan, località cinese occupata dall’esercito del Sol Levante. Avanza a 17 nodi, deve raggiungere un punto per incontrare la sua scorta, un cacciatorpediniere. Nella notte del primo luglio rallenta, scala a 12 nodi, forse è in attesa e questo apre una finestra d’attacco per lo Sturgeon, uno «squalo» della US Navy, impegnato nella caccia al naviglio nemico. Il capitano Wright annota nel «diario» i movimenti a zig-zag dell’obiettivo, si avvicina sfruttando la riduzione della velocità, quindi alle 2.25 ordina il lancio di quattro siluri, necessari — secondo la sua stima — per neutralizzare un target importante. La missione ha successo, la Montevideo Maru è centrata dagli ordigni, si piega e in appena undici minuti si inabissa. Chi è a bordo ha poco tempo, i prigionieri devono risalire sul ponte. Ammesso che riescano. Quanti sono in mare si aggrappano ai rottami, a qualsiasi cosa possa aiutarli a rimanere a galla. Una lotta disperata. Un marinaio giapponese, Yohiaki Yamachi, rintracciato dopo molti anni, aggiungerà un particolare inverificabile spesso rilanciato: alcuni dei naufraghi avrebbero iniziato a cantare la celebre Auld lang syne (in italiano è Il Valzer delle candele), l’ultimo saluto rivolto a loro stessi e ai compagni. Note che somigliano ad una preghiera. Poi il silenzio. Se è andata davvero così non lo sapremo mai.

Video correlato: Relitto della Montevideo Maru, il team di ricerca individua la nave sul fondo del mare (RaiNews)

Sugli schermi, due immagini di quel che resta della nave (foto Afp)

Lo Sturgeon si allontana, i membri dell’equipaggio sopravvissuti raggiungono la costa a bordo di un paio di scialuppe. E, secondo una prima versione, sarebbero stati tutti uccisi in seguito all’attacco di guerriglieri filippini. Ma non è così. Il cargo scompare, in Australia pochi conoscono la verità, la scopriranno solo alla fine del conflitto una volta fatta la conta con chi era rimasto a Rabaul. Parte una lunga indagine con l’analisi di brogliacci, documenti, verifiche, rapporti ufficiali. Indagine difficile tra sospetti di coperture, racconti traballanti, mancanza di elementi precisi. Sempre Yamachi afferma che un nucleo di prigionieri sarebbe stato recuperato da un’unità nipponica, particolare però smentito da ulteriori controlli. C’è anche incertezza sull’identità delle vittime, dubbio alimentato da alcune osservazioni del giapponese. È possibile che alcuni siano deceduti a bordo di un altro mercantile. Sono i misteri che spesso accompagnano le sciagure in mare. Materia per storici ma anche dettagli per coloro che hanno perso un congiunto. Ricerche negli archivi sulla terraferma mentre la Montevideo Maru è destinata a diventare un sacrario e nulla sarà toccato.

"Uccidete Rommel", sicari inglesi a caccia nel deserto. Storia di Davide Bartoccini su Il Giornale

il 25 marzo 2023.

Novembre 1941. Un gruppo di commando e membri dello Special Boat Service britannici agli ordini del colonnello Robert Laycock e del tenente colonnello Geoffrey Keyes lascia il porto di Alessandria d'Egitto su due sottomarini che devono raggiungere in gran segreto e coste della Libia. A bordo dell'Hms Torbay e dell'Hms Talisman, i due gruppi di 25 uomini ciascuno ripassano il piano: affiorare nell'oscurità, imbarcarsi delle canoe pieghevoli folbot e raggiugnere la spiaggia di Khashm al-Kalb, rinominata in codice "The Dog's Nose", nei pressi di Al Hamamah.

Una volta raggiunta la spiaggia, a circa 400 chilometri dietro le linee nemiche, si sarebbero ricongiunti con un secondo gruppo di incursori aviotrasportati nelle vicinanze per poi essere "accompagnati" da una colonna del Long Range Desert Group - i taxi del deserto - a Baida Littoria. Lì dove le informazioni dell'intelligence inglese avevano individuato il quartier generale del temuto stratega Erwin Rommel, la "volpe del deserto" che comandava le armate dell'Afrika Korps.

Il nome in codice dell’operazione era “Flipper”, ma diverrà anche nota come “Rommel Raid”, sebbene non sia stata trovata menzione ufficiale del "disdicevole" intento di eliminare o catturare il comandante avversario per gettare nella confusione l'armata dell’Asse. Il fine ultimo era quello di favorire l’offensiva britannica che sarebbe iniziata appena una settimana dopo. Stiamo parlando Operazione Crusader, pianificata e condotta dal generale Claude Auchinlek per rompere l’assedio di Tobruk con l'Ottava Armata.

Posta sotto il comando del giovanissimo Keyes, all'epoca il più giovane tenente colonnello di tutto l'Esercito, inquadrato nel Commando n. 11, la missione prevedeva il conseguimento di diversi obiettivi oltre a quello di sorprendere e uccidere Rommel nel suo quartier generale a Sidi Rafa, posto, secondo le spie inglesi, in un palazzotto a due piani in una zona isolata. Tali obiettivi erano distruggere il vicino quartier generale italiano e la sua rete di comunicazioni, sabotare il centro dell’intelligence italiana (Servizio Informazioni Militare, ndr) situato ad Apollonia e la sua rete di comunicazione tra Faidia e Lamdula, condurre qualsiasi tipo di azione di sabotaggio generalizzata di concerto con gli uomini dello LRGD per gettare scompiglio nelle retrovie dell’Asse. L’operazione venne approvata da Winston Churchill che, come sappiamo, era appassionato sostenitore di questo genere di operazioni, ragion per cui aveva dato mandato di costituire il SOE, lo Special Operations Executive, che si attiverà anche in Nord Africa e Medio Oriente.

Il presunto quartier generale di Rommel, un antesignano target di “high-value” messo nel mirino dai britannici, era stato individuato dal capitano John Haselden. Il capo della squadra di incursori aviotrasportati aveva perlustrato l'area travestito da arabo, riferendo un transito continuo e ripetuto dell'auto del personale di Rommel verso quello che dovevo essere l’ex edificio della prefettura locale.

Un fallimento da ricordare

Giunti in prossimità nella costa la notte tra il 14 e il 15 novembre, gli incursori - che potevano contare su una forza complessiva di 59 uomini - si trovarono in serie difficoltà fin dal momento dello sbarco, dovendo rinunciare a 25 operatori rimasti bloccati sui sottomarini. L’inaffidabilità della guida araba che doveva accompagnare i commando sull’obiettivo, il maltempo che li accolse a terra e l’inattendibilità delle informazioni raccolte dall’intelligence fecero il resto, rendendo l’operazione "Flipper" uno terribile fallimento.

Il generale Rommel, noto oltre che per le indiscusse capacità strategiche anche per essere benvoluto tra i suoi soldati, aveva spostato il suo quartier generale nelle vicinanze di Tobruk da tempo. Era convinto, come ogni bravo comandante, che il comando operazioni dovesse essere stabilito vicino all’azione, e mai al sicuro nelle distanti retrovie. Inoltre, la notte prescelta per il raid, tra il 17 e il 18 novembre, non era nemmeno in Africa, ma a Roma per festeggiare il suo compleanno con la moglie e chiedere rinforzi agli alti comandi.

Tutti i commando sbarcati - ad eccezione di due, tra cui il comandante delle operazione, Laycock - vennero catturati o rimasero uccisi in azione. Compreso il giovane Keyes, che insistette per guidare l’assalto al presunto quartier generale venendo ferito a morte. Sarà Rommel, offeso dall’idea dei britannici che lo pensavano così distante dall’azione ma conscio del coraggio dimostrato dagli incursori inglesi che si erano spinti così dietro le linee per “prelevarlo”, a ordinare una solenne cerimonia funebre con tutti gli onori militari per il giovane avversario, che verrà seppellito nel cimitero cattolico locale.

La cerimonia verrà documentata e le foto spedite alla famiglia come atto di vicinanza e cavalleria tra nemici nonostante la guerra e l'obiettivo della missione. Il tenete colonnello Goffrey Keyes verrà insignito della Victoria Cross postuma. Aveva solo 24 anni.

Rommel, che gli inglesi pensarono di rapire ancora una volta nel ’44 per mano dello Special Operation Service con la mai lanciata Operazione Gaff, morirà il 14 ottobre dello stesso anno - dopo essere quasi stato ucciso dal mitragliamento di un caccia britannico in prossimità del fronte in Normandia - ingerendo una pasticca di cianuro di potassio poiché sospettato da Bormann di essere tra congiurati che avevano attentato alla vita di Adolf Hitler. Aveva 52 anni. Era stato insignito dell’onorificenza Pour le Mérite già nel primo conflitto mondiale, e verrà ricordato senza alcuna obiezioni da entrambe le parti belligeranti o da alcuno in seguito, come uno dei migliori condottieri della storia bellica mondiale. Le sue spoglie riposano prive di disonore nel cimitero di Herrlingen sotto una croce patente. Sul dubbio che l'intelligence militare britannica fosse a conoscenza della reale posizione di Rommel durante il raid, attribuito alla volontà di mantenere segreta la capacità di intercettare e tradurre i messaggi cifrati con la macchina Enigma, gettiamo un velo.

Pippo. Storia d'assalto. Pippo, l'aereo fantasma degli Alleati che terrorizzò l'Italia. Davide Bartoccini il 23 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Quando calava la notte nel nord dell'Italia incombeva il "Pippo", l'aereo della guerra psicologica portata avanti dagli Alleati tra terrore e folklore

Un rombo di motore solitario e solitarie eliche, poi la picchiata, e distante un grande botto, o una mitragliata. Faceva lo stesso. Laggiù, distante da chi l’aveva scampata, qualcun altro doveva essersela vista brutta forse, o forse non l’avrebbe vista più, l’alba. Una luce lasciata accesa per dimenticanza, qualcuno che era uscito con il coprifuoco, che aveva messo il muso fuori dall'uscio, ed ecco che il Pippo, il Pippetto, il Notturno - come lo chiamavano in Toscana - se n’era accorto: l’aveva visto al volo, e le bombe, quella notte, erano per lui.

Dalla seconda metà del 1943 fino al terminare della guerra, a nord della Linea Gustav e della successiva Linea Gotica, in Toscana e soprattutto in quella che gli americani rinominarono la “Po valley”, la Pianura Padana, formazioni di appena cinque aeroplani, caccia pesanti adibiti al volo notturno e talvolta dotati delle prime delicate apparecchiature radar, compirono pressoché indisturbati centinaia di sortite nell’ambito delle Night Intruder: una sofisticata e subdola attività d’intelligence e guerra psicologica.

Perché il Pippo, che secondo il folklore popolare era un unico solitario aeroplano, sempre lo stesso, che ogni notte “..se la spadroneggiava per le vie dell’aria" scaricando “le bombe ed i colpi della mitraglia di bordo, ovunque trapeli una luce” (la frase originale era al presente, ndr) erano in realtà molti aerei. Si trattava essenzialmente di caccia bimotore Bristol Beaufighter e De Havilland Mosquisto della forza aerea britannica, meno frequentemente P-61 Black Widow o A-20 Havoc della forza aerea statunitense, impegnati in missioni di interdizione e disturbo, che decollavano dalle basi nel sud Italia per suddividersi sui settori che avrebbero sorvolato individualmente per sganciare ordigni esplosivi di ridotte dimensioni ("spezzoni", ndr) su obiettivi prefissati di varia natura - piccoli ponti, strade, snodi ferroviari - o per condurre raid su obiettivi improvvisati.

A queste direttive si sarebbe aggiunto il compito di “volare in tondo” per fare da ponte radio e trasmettere le comunicazioni in cifra ricevute dalle radio a onde corte usate da gruppi di incursori paracadutisti britannici inviati a raccogliere informazioni a ridosso e oltre la linea del fronte. Proprio al fine di nascondere la vera natura di queste missioni d'intelligence della prima ora, gli aerei avrebbero mitragliato o colpito bersagli improvvisati per fingersi "impegnati" a dare la caccia a qualcosa.

La componente psicologica giocò sulla popolazione civile italiana - che aveva appena subito lo shock di vivere in una nazione spaccata in due, tra occupanti nazisti e Alleati, fiancheggiati da repubblichini fedeli al Duce e da cobelligeranti fedeli al Re - un ruolo ben più fondamentale nelle piccole missioni di disturbo di cui rimangono centinaia di testimonianze, raccolte su diari, citate in libri e articoli di giornale, ma delle quali non si trova un completo riscontro oggettivo da parte degli Alleati.

Il mito e mistero del Pippo, l'aereo fantasma che svolazzava "..qua e là in cerca di chissà cosa!" (scriveva E.Dall’Osso nel suo “Il giorno del cannone a cartuccia”), venne così relegato nell'ambito del folklore. Non a caso un prezioso documento del 2003 dedicato all'argomento dal professor Allan R. Perry, docente di letteratura italiana del Gettysburg College, venne intitolato proprio "Pippo: An Italian Folklore Mystery of World War II". Perry, che viene citato assieme alla firma del nostro Fausto Biloslavo in un articolo dello Smithsonian magazine, rimase estremamente colpito durante una ricerca condotta sulla Resistenza e la guerra in Italia, dai frequenti riferimenti concordanti sul misterioso aereo notturno che secondo alcuni era addirittura un velivolo tedesco che aveva il compito di esasperare la popolazione civile e tenere alto il livello di ostilità contro gli Alleati che stavano bombardando la loro terra.

Sul conto del Pippo - "la voce più inquietante prodotta dall'Italia in guerra" secondo lo storico Giovanni De Luna - sappiamo ancora troppo poco sebbene siano ormai passati ben 80 anni dalla sua prima comparsa nei cieli italiani. Ciò che è certo, è che migliaia d'italiani, giovani e vecchi, brava gente di campagna che si credeva al sicuro dai bombardamenti a tappeto che devastavano le grandi città, i porti sulla costa e le province industriali, dovettero convivere una ventina di mesi con i nervi a fior di pelle, ogni notte. Convinti che se solo avessero violato l'oscuramento, dimenticando accesa una luce, una candela o accendendo anche solo un fiammifero per fumare, un aereo nero come la pece sarebbe piombato su di loro e avrebbe mitragliato, senza pietà. Fosse amico o nemico, alla fine, poco importava: bombe e proiettili non conoscevano più la differenza una volta presa la via.

Storia d'assalto. Pierre Clostermann: fiamme nel cielo sotto la croce di Lorena. Clostermann, asso da caccia arruolato tra i "francesi liberi", fu uno dei testimoni più audaci e affascinanti della guerra aerea che incendiò i cieli europei nel Secondo conflitto mondiale. Le sue memorie, per importanza e stile, rimangono ineguagliate. Davide Bartoccini il 9 Marzo 2023 su Il Giornale.

Teso d’emozione, un giovanotto bruno e di bell’aspetto, indossa per la prima volta, dopo tanto, tanto tempo, la divisa del suo paese in guerra. È un perfetto damerino, in quel blazer blu notte, con i pantaloni anch’essi blu, e le ali da pilota appuntante sul petto.. i bottoni scintillanti e tutto il resto. È appena l’alba in Inghilterra – quel Paese che ha morso e sorpreso la sconfitta proprio per aria; che ha combattuto fino a stravolgere le sorti di una guerra che pareva già parduta. Diceva Churchill al preludio di quel tentato salvataggio: “Remember gentlemen, it’s not just France we are fighting for, it’s Champagne!”. Tutti ridevano; tutti sapevano che in fondo, non era affatto così. Molti del BEF non tornarono quella volta come la prima, ma senza salvare la Francia. La guerra sarebbe durata oltre, eccome.

Pierre Clostermann usciva così dalla sua baracca umida e vuota mentre la luce timida dell’alba si affacciava sulla terra. I fili d’erba della pista di volo erano zuppi di brina. I brividi corrono lungo la sua schiena, e non sono quelli portati dal freddo delle ore più silenziose, né quelli della paura che precede l’ennesima missione: sono quelli dell’emozione. Tra qualche ora, sorvolate in cielo le onde grigie della Manica, se la caccia nemica non sarà abbastanza brava, e se il fuoco di sbarramento della contraerea sarà gentile; se l’atterraggio andrà come deve andare e tutto il resto pure, Pierre rimetterà piede sulla sua terra, sulla sua patria.

Il giovane Pierre non calpesta il suolo di Francia da tre anni. Ha risposto all’appello del generale De Gaulle, e ormai vola nella Royal Air Force, per conto di quella che venne nominata la ‘"France libre" dal '42. È diventato uno degli assi da caccia alleati più famosi di tutto il conflitto, il leggendario Pierre, sul suo ‘Grand Cherles’, che porterà più di venti piccole croci patenti bianche e nere sulla fusoliera: ognuna sta a indicare una vittoria sui caccia nemici. Venti abbattimenti, venti palle di fuoco spedite dalle nuvole alla terra in una manovra da togliere il fiato, mentre il sangue sfugge al cervello e le mitragliatrici sputano fuoco dalle ali: è quello il grande circo che si consuma in aria. Formalmente è un pilota delle Forces Aériennes Françaises libres, ma il suo caccia è un Supermarine Spitfire inglese. Sulle ali porterà le strisce bianche e nere come tutti gli aerei che presero parte all’Invasione della Normandia. In più, una croce di Lorena sotto l’abitacolo: la risposta della forza e della perseveranza che la Francia "Libera" adottò contro la Svastica che aveva piegato Vichy.

Così lo Spitfire con il simbolo del leone del City of Glasgow era pronto. Clostermann aveva con se una valigia minuscola, con i suoi pochi effetti personali, e sotto al culo, infilato nel paracadute che poteva salvargli la vita, un quaderno dove ogni notte annotava le sue impressioni sul "Grande circo" che ogni volta che andava in scena quando si incontrano aerei nemici. Una giostra che prende vita e accende "Fiamme nel cielo". Alcuni dei suoi compagni di squadriglia vestono divise color kaki, le stesse adottate dalla 2° Tactical Air Force che sono in uso nell’esercito - nel caso vengano abbattuti - per farsi riconoscere immediatamente. Ma Pierre non ha a cuore quel genere di rischio. Anzi, ha un solo desiderio: che i francesi che lo vedessero, sia mai ne incontrasse qualcuno, possano gridargli a un primo sguardo, nella sua lingua madre, "Vive la France!". Non vedeva l’ora. Era il 2 di luglio del 1944.

Addestrato del 1942, dopo essere scappato dalla Francia, prima in America, poi alla volta dell’Inghilterra, come tutti i piloti francesi viene assegnato al 341º Gruppo Caccia “Alsazia“, di stanza a Turhouse, a sud di Londra. Poi al 602º gruppo “City of Glasgow“, il gruppo misto, dove confluivano piloti da caccia di tutte le nazionalità che sugli Spitfire V – il suo è siglato LO D- davano filo da torcere ai caccia tedeschi che attaccavano gli stormi da bombardamento alleati. Nel gennaio del ’44, Clostermann e Remlinger, il suo gregario e sodale, vengono inviati alle Orcadi per proteggere la flotta britannica ormeggiata al largo di Scapa Flow. Qualcosa bolliva in pentola.

"È difficile poter dare una impressione d’insieme dello sbarco così come lo abbiamo visto noi, a volo d’uccello. La Manica è ingombra d’un guazzabuglio di navi da guerra, di mercantili d’ogni tonnellaggio, petroliere, trasporti carri armati, dragamine, tutti col loro pallone d’argento di sbarramento assicurato a un cavo. Incrociamo una mezza dozzina di rimorchiatori che s’affannano (…) Il tempo non è molto bello. La Manica è solcata da onde corte e nervose che mettono a dura prova le imbarcazioni. (…) Costeggiamo la penisola di Cotentin. Incendi lungo tutta la costa; una torpediniera, attorniata da piccole imbarcazione, affonda nei pressi di un’isoletta. La nostra zona di pattugliamento è compresa tra Montebourg e Carentan e si chiama con nome di codice: Utah Beach. Siamo di copertura delle divisione aerotrasportate americane 101 e 82, mentre la quarta divisione, appena sbarcata marcia su Sainte-Mère-l’Eglise. Non si vede granché. Il cielo è pieno di caccia americani a coppie. Vanno su e giù un po’ a caso, s’abbassano a fiutarci da vicino, sospettosi (…) L’assenza di reazione da parte della Luftwaffe ci sorprende". Tratto dal suo libro "Le grand cirque" e datato 6 giugno 1944.

Clostermann prende parte al D-Day, e nei giorni seguenti, in missioni di scorta, senza incontrare mai il nemico: al massimo prende qualche mitragliata di un P 51 americano che sembra non aver riconosciuto la formazione alleata – forse qualche yankee annoiato con il grilletto facile. Stabilita la testa di ponte, il secondo giorno di luglio viene definitivamente assegnato a Longues-sur-mer, in territorio francese. Quel giorno, incontra gli Fw 190 – quei caccia ‘dal ventre giallo acceso e verde smeraldo’ e ne abbatte 3. Si guadagna la DFC. Closterman però è giunto sull’orlo del collasso psicofisico. I nervi sono sempre a fior di pelle, da 2 anni. Le missioni e le ora di volo sono centinaia. Gli venne imposto di ritirarsi dalle operazioni di combattimento, e di tornare allo Stato Maggiore ad insegnare come si abbattono i caccia nemici, a migliorare le formazioni, a terra.. distante dal cielo, dove lui non sa più stare – goffo come l’albatro di Baudelarie. Alla fine del 1944 Clostermann chiese ed ottenne il permesso di ritornare in combattimento presso il 122º stormo, unità dotata dei nuovi caccia Hawaker Tempest: così veloci, da staccarti le braccia al decollo, se vuoi tenere la cloche. Vengono impiegati, poco maneggevoli e estremamente difficili da pilotare, per contrastare i nuovi e famigerati caccia a reazione di Hitler, i Messerschmitt Me 262. Sul suo, Les Grand Charles – siglato JF E – li incontrerà in più di una sortita, li inseguirà senza successo, e per abbatterli, volerà in solitaria fino oltre le linee, dovrà aspettare che tolgano manetta per atterrare e piombargli alle spalle per privare il nemico di quel velivolo straordinario. Nel frattempo continuerà a scontrarsi ancora con gli Fw 190 e i Bf 109; pilotati da quei piloti della Luftwaffe che a volte riesce a guardare quasi negli occhi -per quanto gli volta vicino nei duelli aerei – li descrive come dei "piccoli insetti" per via dei respiratori neri e gli occhialini da volo piccoli e tondi, dello stesso colore.

Nell’aprile del 1945, Clostermann ottiene il comando di un intero stormo caccia, il 122°. Al termine del conflitto, quel giovanotto che è divenuto uomo tra le nuvole di mezza Europa, è il pilota francese più decorato di tutta la guerra. Al suo attivo ha circa duemila ore di volo, seicento missioni di guerra e 33 vittorie confermate (23 secondo altre fonti, ndr). Scriverà sul suo quaderno fino alla fine della guerra, fino all’ultimo giorno da pilota da caccia, portandolo sempre con se, sotto il paracadute. E l’ultima volta, la descriverà così: ".. E nel ritorno sono salito con lui molto alto nel cielo d’estate senza nubi, perché solo là potevo dirgli addio. Per l’ultima volta, insieme io e lui, abbiamo puntato dritto incontro al sole. Abbiamo fatto un looping, forse due, alcuni tonneaux molto lenti, accurati, amorevoli, per poter portare via nelle mie dita la vibrazione delle sue ali obbedienti e agili. Ed ho pianto, nella stretta cabina, come non piangerò più in vita mia, quando ho sentito il cemento della pista sfiorare le sue ruote e con una pressione della mano l’ho costretto al suolo come un fiore reciso …".

Commando in kayak, il leggendario raid dei Marines. A ottanta anni dalla sua tragica conclusione, l'operazione Frankton, condotta da un commando di Royal Marines che tornano noti alle cronache, rimane una delle incursioni più coraggiose e leggendarie della storia. Davide Bartoccini il 22 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Uno sbuffo di schiuma compare all’improvviso sulla superficie d’un mare scuro come pece e privo d’una sola onda. Una sagoma scura e affilata la segue , affiorando dalle profondità degli abissi. È un fatto di solito metallo, ma compare silenzioso come un grosso pesce preistorico che pare esserci spinto fino all’estuario della Gironda per saggiare l’acqua dolce. Ma sono i bastimenti nemici ed una missione impossibile ad aver attratto l’HMS Tuna, sommergibile britannico classe T, oltre il possibile. Spingendolo proprio fin sotto la costa occidentale della Francia ormai occupata dai nazisti. È il 7 dicembre del 1942.

Dal ponte del Tuna, sei piccoli kayak a due posti - tipo "Cockle" Mk II - vengono calati in mare. E con loro i rispettivi equipaggi per un totale di dodici commandos dei Royal Marines. Inquadrati nello Special Boat Service, e più precisamente Royal Marines Boom Patrol Detachment. Rispondono tutti agli ordini di un egocentrico e determinato maggiore, che porta un paio di lungi e folti baffi biondi. Tra gli ufficiali è noto con il soprannome di Blondie, nonostante l’incipiente calvizie lo abbia già reso calvo. Ma il suo nome completo è Herbert George Hasler. Ha il volto pinto di tintura nera per mimetizzarsi meglio nella notte, e il cranio calvo coperto dal tipico berretto di di lana scura che adoperano i commandos. Così bardato, i suoi baffi imperiali biondo cenere risaltano ancora di più.

Il SOE, divisione per il sabotaggio e le operazioni "particolari” nata sotto l’auspicio di “infiammare l’Europa” occupata, gli ha affidato un compito a dir poco audace: pagaiare per 145 chilometri e infiltrarsi furtivamente nel porto di Bordeaux per piazzare delle cariche esplosive (essenzialmente mine Limpet, ndr) sulle navi mercantili tedesche ancora alla fonda, svanendo poi nell’oscurità, come spettri inviati per togliere il sonno ad Adolf Hitler, all’Ammiraglio Canaris e a tutto l’alto comando della Kriegsmarine. L’operazione prenderà il nome in codice “Frankton”, mentre i dieci commandos passeranno alla storia come gli eroi delle Cockleshell.

L'incursione più coraggiosa e mai tentata

Dopo il disastro di Dieppe, le operazione di commandos su “vasta scala” erano state escluse fino a nuove ordina dal Comando per operazione combinate. Tuttavia, era necessario e impellente sabotare la rotta che trasportava "attrezzature speciali” in Giappone, alleato della Germania quale potenze dell’Asse. Si optò dunque per inviare una piccola squadra di incursori ben addestrati che avrebbero risalito la Gironda, sebbene fortemente difeso, approfittando del favore delle tenebre. Dei sei kayak appositamente studiati per operazioni di questo genere, uno rimase danneggiato al preludio dell’operazione. Proseguirono quindi solo 5 equipaggi, divisi in due formazione: la A, che comprendeva i kayak con i nomi in codice di Catfish, Crayfish e Conger, e la B che ridotta di una unità contava solo Seppie e Coalfish.

Lasciate nove chilometri al largo di Montalivet-Soulac, le cinque Cockleshell entrano nell’estuario della Gironda - fortificato e ben difese - per seguire il piano che prevede una serie di tappe, ma già la prima sera una canoa affonda, riducendo a il gruppo d’attacco a quattro unità, poi a tre e in fino a solo due unità superstiti che proseguono verso l’obiettivo. Sono Catfish e Crayfish, che arriveranno nel porto di Bordeaux nella notte tra l’11 e il 12 dicembre, piazzando oltre una dozzina di mine magnetiche su cinque mercantili e una nave da guerra, portando a termine con successo la missione. Non potevano sapere come i loro compagni dispersi fossero già caduti in mano dei tedeschi, che hanno l’ordine di giustiziare i commandos per esplicito volere di Hitler.

L'epilogo di una missione rischiosa

Separatisi, i due equipaggi risalgono la Gironda dove si sta già dando la caccia a ulteriori “incursori”. Sbarcati a Saint-Genès-de-Blaye, i quattro commandos affondarono i loro kayak per proseguire a piedi, ma solo l’equipaggio della Catfish - composto proprio dal comandante Hasler e dal caporale Sparks - riuscirà ad arrivare a Ruffec nella Charente per seguire la via di fuga "Marie Claire", e raggiungere di lì la Spagna neutrale e finalmente Gibilterra. Dove arriveranno solo il 23 febbraio del 1943.

Il secondo equipaggio superstite, verrà catturato e giustiziato come gli altri temerari Royal Marine che oggi vengono ancora ricordati - ogni anno - per la celebre impresa. Sebbene non sia stata decisiva sul piano strategico e nemmeno sul piano del morale - i danni inflitti al nemico furono marginali a confronto delle perdite - Lord Mountbatten, capo delle Operazioni Combinate, non stentò a considerare l’Operazione Frankton come "la più coraggiosa e fantasiosa di tutte le incursioni mai effettuate dagli uomini delle operazioni combinate”.

Il celebre corpo dei Royal Marines, che ancora oggi può contare sullo Special Boat Service, non ha mai smesso di rendere omaggio all'incursione di Blondie Hasler e del suo manipolo di coraggiosi. Celebrando la storia di queste due formazioni d'élite tra le più letali, efficaci e preparate nel pianeta. Vantando un'esperienza sul campo di battaglia unica nel suo genere. Non è un caso, infatti, se queste truppe d'élite siano state recentemente menzionate da quelle voci indiscrete che le vedrebbero al centro di operazioni "ad alto rischio", condotte sotto copertura nel teatro di scontro ucraino. Le missioni più complesse e delicate, ieri come oggi, vanno affidate agli uomini migliori.

La Shoah.

La Shoah degli Ebrei.

La Shoah degli Zingari.

La Shoah degli Ebrei.

«Il 16 ottobre 1943 e quello zelo dei poliziotti fascisti nel rastrellare gli ebrei di Roma». Ottant'anni fa l'operazione che costò la vita a più di mille persone spedite nei campi di sterminio. Parla la storica Anna Foa, tra i massimi esperti dell'occupazione nazista in Italia. E racconta il ruolo delle SS ma anche la solidarietà diffusa da parte dei non ebrei. Emanuele Coen su L'Espresso il 16 Ottobre 2023 

La verità di quel giorno, il 16 ottobre 1943, è inchiodata a pochi numeri. Freddi e impietosi. A poco più di un mese dall’inizio dell’occupazione nazista, alle prime luci del mattino, gli ebrei di Roma vengono rastrellati casa per casa, portati in strada e poi deportati: 1259 persone - 689 donne, 363 uomini e 207 bambini - vengono strappate dalle loro abitazioni, dal loro lavoro, dalla loro vita. Per quasi tutti si apriranno le porte dei campi di concentramento, solo in 16 faranno ritorno nella capitale. È la razzia degli ebrei di Roma. Anna Foa, storica, già docente di Storia moderna a La Sapienza di Roma, autrice di opere sulla storia degli ebrei in Europa e in Italia, è tra i massimi esperti sull’argomento. Oltre ai tanti saggi, qualche anno fa raccontò in un libro struggente la vicenda di una casa e dei suoi abitanti nel quartiere ebraico, “Portico d’Ottavia 13” (Laterza). A ottant’anni da quel giorno, torniamo a riflettere su quei fatti. 

Professoressa Foa, sappiamo tutto del 16 ottobre 1943?

«Come storica, non affermo mai di sapere tutto sui fatti storici. Possono emergere dai cassetti nuovi documenti, nuovi fatti sconosciuti, rimasti nascosti per decenni. Dettagli conservati dalle famiglie, storie di salvezza o di denuncia. In altri casi è già accaduto, anche a distanza di secoli. Qualche anno fa, ad esempio, con Lucetta Scaraffia abbiamo raccontato nel libro “Anime nere” (Marsilio editore, ndr) la storia di Celeste Di Porto, giovane ebrea amante di un fascista, che aiuta a scovare nel quartiere ebraico i suoi stessi vicini di casa, che con disprezzo la chiamano “Pantera Nera”. E la storia di Elena Hoehn, una ricca donna tedesca nella città liberata viene accusata di spionaggio, colpevole di aver dato rifugio a un carabiniere ricercato per aver arrestato Mussolini dopo la sua destituzione». 

Dagli studi recenti è emerso qualche fatto rilevante sulla razzia degli ebrei di Roma?

«Negli ultimi anni Sara Berger, la storica tedesca specializzata nella storia dei campi di sterminio e della persecuzione nazista in Italia, ha messo in luce chi fossero i nazisti ad aver effettuato la razzia del 16 ottobre 1943. E chiarisce alcuni punti: ad esempio Theodor Dannecker, specialista dei rastrellamenti di ebrei, per realizzare l’operazione a Roma si è dovuto appoggiare a un gruppo di soldati SS non abituati ai rastrellamenti».

Cosa ci insegna questa vicenda?

«Quel giorno a Roma ci fu una grande unità. Un sentimento di solidarietà diffusa da parte dei non ebrei, a differenza dal periodo successivo alla promulgazione delle leggi razziali, nel 1938. La gente si mobilitò per salvare i vicini di casa affacciandosi dai balconi, alle finestre. È un pezzo significativo di storia romana, non solo ebraica. Quella di Roma è la prima razzia a essere coordinata direttamente dai nazisti. I fascisti organizzarono gli elenchi, quartiere per quartiere, furono particolarmente zelanti i poliziotti fascisti e Raffaele Alianello, il commissario di pubblica sicurezza che in seguitò compilò le liste dei condannati per le Fosse Ardeatine. Dopo il 16 ottobre, la maggior parte degli arresti viene effettuata da bande di fascisti agli ordini diretti di Herbert Kappler, non dei nazisti. E poi nella caccia all’ebreo è fondamentale il ruolo dei fascisti della Repubblica di Salò, quando gli ebrei vengono considerati stranieri e gli arresti si intensificano». 

C’è chi ha rilevato analogie con il passato, di fronte alla recente strage del kibbutz di Kfar Aza, in Israele, oltre duecento persone uccise dalle milizie di Hamas, tra cui 40 bambini. Cosa ne pensa?

«Non c’è nessun rapporto tra i due fatti, dal punto di vista delle modalità. A Roma il 16 ottobre gli ebrei vengono rastrellati, non vengono aggrediti. Certo, poi verranno deportati nelle camere a gas, l’80 per cento di loro non farà mai ritorno. La strage di Hamas ricorda piuttosto i pogrom o il massacro di Babij Jar, in Ucraina durante la seconda guerra mondiale, dove decine di migliaia di ebrei furono trucidati e gettati nelle fosse comuni».

Il ricordo degli oltre duemila carabinieri deportati dai nazisti. David di Segni su shalom.it il 5 ottobre 2018. Nel cortile della Legione Allievi Carabinieri, sede della Caserma “De Tommaso”, le sinfonie degli Orchestrali scandiscono il tempo della storia. Risuonano nel piazzale, mentre il Generale di corpo d'armata dell’Arma Teo Luzi e l’Assessore alle Politiche Educative dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Livia Ottolenghi accompagnano la deposizione della corona d’alloro in memoria degli oltre duemila carabinieri deportati dai Nazisti nell’ottobre 1943.

Presenti all’evento anche il Presidente della Comunità Ebraica di Roma Victor Fadlun e il Rabbino Capo Riccardo Di Segni, che ha recitato una preghiera tratta dal libro dei Salmi.

“La memoria corre ai carabinieri che furono disarmati e deportati senza fare ritorno. Ricordare è un dovere, è il faro della società che illumina il tempo e lo spazio e che ci rammenta da dove veniamo” ha sottolineato il Generale Teo Luzi. Per l’Assessore Ottolenghi “è una storia da trasmettere come valore fondante alle future generazioni”. Davanti a due scolaresche, fra cui il liceo ebraico Renzo Levi, sono state ricostruire le vicende di questa buia pagina della storia. 

Considerato una garanzia per la difesa della popolazione e al contempo un intralcio per il progetto di razzia degli ebrei di Roma, il 7 ottobre 1943 il Corpo dei Carabinieri fu ingannato e neutralizzato dai soldati tedeschi. Su ordine del Capo della Gestapo a Roma, Herbert Kappler, e con l’autorizzazione di disarmo da parte del Maresciallo Rodolfo Graziani, paracadutisti tedeschi e SS circondarono le principali caserme dell’Arma della Capitale: oltre duemila Carabinieri furono deportati in Austria e Germania, molti non fecero più ritorno. “Se viviamo in un paese libero e democratico - aggiunge il Generale Teo Luzi - lo dobbiamo al sacrificio di italiani come loro. Libertà e democrazia sono conquista di ogni giorno”.

Una storia di coraggio. Racconta l’Assessore UCEI Livia Ottolenghi: “Dopo l’inganno agli ebrei di Roma, cui fu richiesto un riscatto di cinquanta chili d’oro, duemila giovani carabinieri furono disarmati perché ritenuti dalle SS e dal Maresciallo Graziani un intralcio per la deportazione degli ebrei. Avrebbero potuto salvarsi, ma decisero di opporsi”.

Simbolo di fedeltà e dedizione alla causa sociale, di protezione dell’ordine e della sicurezza, i carabinieri hanno rappresentato questo e molto altro, e perciò sono stati onorati anche quest’anno delle celebrazioni alla loro memoria.

La deportazione dei Carabinieri di Roma nei campi nazisti. Prima di inviare nei lager gli ebrei della capitale, Herbert Kappler, comandante delle SS a Roma, decise di fare piazza pulita dei militari dell'Arma che, schierati al fianco della popolazione, si sarebbero opposti al rastrellamento.

Marco Patricelli su AGI - 4 ottobre 2023. La razzia e la deportazione dei Carabinieri erano necessarie per poter procedere al rastrellamento e all’invio nei campi di sterminio degli ebrei romani. E infatti, con la radicata presenza dei militari dell’Arma nella capitale, l’operazione originariamente prevista per il 26 settembre 1943 era stata rinviata a ottobre dall’Obersturmbannführer Herbert Kappler, comandante del Sicherheitsdienst, della polizia tedesca e della Gestapo a Roma, l’SS che aveva avuto un ruolo di primo piano nell’intelligence che aveva portato alla liberazione di Mussolini il 12 settembre dall’albergo-prigione di Campo Imperatore.

Kappler aveva altresì realizzato il sequestro e l’invio in Germania della riserva aurea della Banca d’Italia e aveva ideato e portato a compimento l’ignobile ricatto alla comunità ebraica per farsi consegnare 50 chili d’oro entro 36 ore e non procedere così alla deportazione, che invece avverrà il 16 ottobre. Era, questo, il suo piano B, fatto scattare proprio il 26 settembre, con un inganno criminale, non potendo mettere subito le mani sui circa 12.000 ebrei romani del ghetto di Portico d’Ottavia fino a quando i Carabinieri non fossero stati tolti di mezzo.

Le forze tedesche erano infatti numericamente scarse, i fiancheggiatori fascisti anche, mentre i militari dell’Arma erano apertamente dalla parte della popolazione, oltre che ligi al giuramento di fedeltà al Re: si erano infatti rifiutati di partecipare a retate e rappresaglie, e sugli ebrei avevano un atteggiamento che non era quello delle autorità naziste. Temendo, a ragione, che si sarebbero opposti al rastrellamento, Kappler aveva guadagnato tempo per consentire che le autorità della Repubblica Sociale Italiana appena fondata da Mussolini a Salò effettuassero le loro mosse d’intesa col Reich.

La vendetta sui "traditori"

Il 6 ottobre un foglio d’ordine con protocollo riservato 296 del Maresciallo d’Italia e ministro per la difesa nazionale della RSI Rodolfo Graziani, nel sottolineare con fastidio l'«inefficienza numerica, morale e combattiva» dei Carabinieri, si rivolgeva al generale Casimiro Delfini, facente funzioni di comandante generale, e al generale Umberto Presti comandante della Polizia dell’Africa italiana (PAI), disponendone il disarmo, la consegna in caserma e il divieto di allontanamento dai reparti dei Carabinieri di Roma.

Gli ufficiali che non avessero adempiuto erano passibili di fucilazione e i loro familiari sottoponibili all’arresto, secondo il barbaro Sippenhaft adottato dal Terzo Reich, la responsabilità oggettiva familiare che è ripudiata da qualsiasi ordinamento penale che riconosce la sola responsabilità personale. Il controllo delle caserme di Roma passava quindi ai militi della PAI alla quale veniva assegnato anche il servizio d’ordine nella Città aperta, ed era evidente che fosse per conto dei tedeschi, in attesa che potessero farlo loro. Alla raccolta delle armi, l’indomani, 7 ottobre, provvedono i paracadutisti tedeschi che hanno l’ordine di sparare a vista contro chiunque tenti la fuga.

I Carabinieri vengono quindi portati alla stazione ferroviaria e fatti salire sui treni sostenendo che dovranno prendere servizio nelle caserme del nord Italia, quando invece è già stabilito che oltrepasseranno il Brennero e avranno come destinazione finale i lager nazisti, dove andranno a ingrossare le fila già mostruose degli Internati militari italiani, i soldati disarmati e rinchiusi dopo l’armistizio dell’8 settembre: gli IMI sono un’invenzione lessicale di Hitler, che così può vendicarsi dei “traditori” e non applicare le convenzioni internazionali a tutela dei prigionieri che possono altresì essere utilizzati come mano d’opera forzata nelle fabbriche del Reich.

La resistenza dell'Arma

Non conosciamo il numero esatto dei Carabinieri deportati, una cifra che oscilla tra i 1.500 e i 2.500, poiché la documentazione di fonte tedesca è andata perduta, ma è evidente che qualche notizia su quello che sarebbe accaduto fosse filtrata alla vigilia per consentire di sfuggire alle maglie tedesche. Non a caso buona parte dei Carabinieri la loro scelta di campo, etica prima ancora che militare, l’avevano già fatta.

Il 25 settembre a Bosco Martese, nel Teramano, la prima battaglia campale della Resistenza antitedesca era stata guidata dal capitano Ettore Bianco. Il giovane ufficiale di complemento Carlo Alberto Dalla Chiesa, in servizio nelle Marche, condannato a morte dai tedeschi per la sua attività entrò subito in clandestinità mettendosi alla testa di «bande di patrioti» e responsabile «di intere popolazioni civili»; e, con loro, poco meno di 200 ufficiali che si distinsero nella Guerra di liberazione.

Lo scollamento tra l’Arma e il rinato regime fascista repubblicano è comprovato dalla decisione di neutralizzare i Carabinieri nell’Italia del nord sciogliendoli l’8 dicembre 1943 nella Guarda nazionale repubblicana, esercito di partito sul modello delle SS. Nei lager nazisti, come ricorda l’oggi centenario Abramo Rossi che il 7 ottobre 1943 venne deportato da Roma assieme ai commilitoni, «quando ci chiesero se volevamo essere liberati in cambio del giuramento a Mussolini noi Carabinieri rispondemmo tutti di no».

80 anni dalla razzia. Rastrellamento del ghetto ebraico di Roma, 80 anni fa la razzia delle SS. Pubblichiamo brani dello sconvolgente libro di Giacomo Debenedetti che racconta minuto per minuto quella terribile giornata del 16 settembre 1943. Forse è l’unica lettura da rendere obbligatoria nelle scuole. Giacomo Debenedetti su L'Unità il 16 Ottobre 2023 

…Entriamo ora in una casa di via Sant’Ambrogio, nel Ghetto. Potremo seguire la razzia in tutte le sue fasi. Verso le cinque la signora Laurina S. viene chiamata dalla strada. È una nipote che le grida: “Zia, zia, scendi! I tedeschi portano via tutti!”.

Questa ragazza, qualche momento prima, uscendo di casa in via della Reginella, aveva veduto portar via una intera famiglia con sei bambini, il maggiore dei quali di dieci anni. La signora S. si affaccia alla finestra. Vede ai lati del portoncino due tedeschi, armati di moschetto (o di mitra, non sa specificare). Ci si domanderà come abbia potuto la nipote gridare così dalla via, e parole tanto esplicite, alla presenza di due tedeschi (la via è angosciosamente stretta, un budello).

Ripetiamo che i tedeschi, in massima, non rastrellarono la gente per via: fuor di casa furono presi soltanto quelli che, infelici, vollero farsi prendere. Né bisogna credere che la tragedia si sia svolta in un’atmosfera di muta e trasecolata solennità: le persone seguitavano a parlare tra di loro, a gridarsi degli avvisi, delle raccomandazioni, come nella vita di tutti i giorni. La fatalità svolgeva il suo lavoro sostanzioso, senza preoccuparsi del cerimoniale, senza badare alle inezie di forma. Il dramma entrava nella vita, vi si mescolava con una spaventosa naturalezza, che lì per lì non lasciava campo nemmeno allo stupore.

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Dapprima la signora S. suppose, come tutti, che i tedeschi fossero venuti a portar via gli uomini per il “servizio del lavoro”. Questa idea, sparsa probabilmente ad arte, fu la rovina di molte famiglie, che non pensarono a mettere in salvo vecchi, donne e bambini. Comunque, fidando nella presunta immunità delle donne, la S. si veste alla meglio, prende carte annonarie e borsa della spesa, poi scende per cercare di capire di che si tratti. Qualche giorno prima è caduta, trascina una gamba ingessata.

Giunta per via, si avvicina ai tedeschi di sentinella, offre loro da fumare, quelli accettano. Dei due, l’uno poteva avere venticinque anni, l’altro ne dimostrava una quarantina. Come in tutte le mie prigioni c’è sempre un carceriere buono, così in questa razzia ci saranno le SS di gran cuore: questi due, per esempio. La leggenda formatasi poi nel Ghetto ha deciso che fossero due austriaci. “Portare via tutti ebrei…” risponde il più anziano alla donna. Costei si batte la palma sull’ingessatura: “Ma io gamba rotta… andare via con la mia famiglia… ospedale…”. “Ja, ja,” annuisce l’“austriaco”, e con la mano le fa cenno di svignarsela. Mentre aspetta la famiglia, la S. pensa di mettere a frutto la sua amicizia con i due soldati per veder di salvare qualche vicino. Chiama anche lei dalla strada: “Sterina! Sterina!” “Che c’è?” fa quella dalla finestra. “Scappa, che prendono tutti!”. “Un momento, vesto Pupetto, e vengo.”

Purtroppo vestire Pupetto le fu fatale: la signora Sterina fu presa con pupetto e con tutti i suoi. Dalla via del Portico di Ottavia giungono lamenti mischiati con grida. La signora S. si affaccia all’angolo della via Sant’Ambrogio col Portico. Com’è vero che prendono tutti, ma proprio tutti, peggio di quanto si potesse immaginare. Nel mezzo della via passano, in fila indiana un po’ sconnessa, le famiglie rastrellate: una SS in testa e una in coda sorvegliano i piccoli manipoli, li tengono suppergiù incolonnati, li spingono avanti coi calci dei mitragliatori, quantunque nessuno opponga altra resistenza che il pianto, i gemiti, le richieste di pietà, le smarrite interrogazioni.

Già sui visi e negli atteggiamenti di questi ebrei, più forte ancora che la sofferenza, si è impressa la rassegnazione. Pare che quell’atroce, repentina sorpresa già non li stupisca più. Qualche cosa in loro si ricorda di avi mai conosciuti, che erano andati con lo stesso passo, cacciati da aguzzini come questi, verso le deportazioni, la schiavitù, i supplizi, i roghi. Le madri, o talvolta i padri, portano in braccio i piccini, conducono per mano i più grandicelli. I ragazzi cercano negli occhi dei genitori una rassicurazione, un conforto che questi non possono più dare: ed è anche più tremendo che dover dire: “Non ce n’è” ai figli che chiedono pane.

D’altronde è questione di tempo: se non li uccidono prima, verrà l’ora anche per questo. Taluno bacia le proprie creature: un bacio che cerca di nascondersi ai tedeschi, un ultimo bacio tra quelle vie, quelle case, quei luoghi che li hanno veduti nascere, sorridere per la prima volta alla vita. Chi scrive questo resoconto passò la mattinata del 16 ottobre in casa di una vicina. Costei si lasciò sfuggire, all’inizio dell’estate, che la razzia era preveduta: infatti un suo conoscente, impiegato all’anagrafe, le aveva confidato giorni prima che si erano dovuti ammazzare di lavoro per certi elenchi di ebrei, che bisognava approntare per i tedeschi. Di ritorno a Roma nel luglio successivo, cercammo di ripigliare il discorso, ma non ci fu verso: la vicina cadeva dalle nuvole, non si ricordava di aver mai saputa una simile notizia.

Il tempo che si era mantenuto per tutta la mattina fradicio e basso, verso le undici ebbe una breve remissione. Un poco di sole brillò sulle selci del Portico di Ottavia, dove da ore si trascinavano quei poveri piedi, quei piedi già stanchi, già dolenti prima di iniziare il viaggio. Nei Sabbati ormai lontani, quel raggio di sole attraversava le vetrate della sinagoga, andava ad accendere le canne dell’organo, che gli rispondeva nel registro più d’oro. E lo riversava, quel raggio, sui fedeli in concenti di giubilazione, in uno sfolgorare di santa allegrezza. I fanciulli cantavano: “Santo, Santo Santo, il Dio degli eserciti, della Sua gloria tutta la terra è colma.”

Ora, dal fondo della fossa in cui stanno aspettando di essere deportati, quei fanciulli non levano altro che pianto, un pianto che non fa coro, che non si innalza al cielo come il fumo dei sacrifizi; che il cielo tornato basso sembra respingere, far ricadere sulle loro spalle.

Quanti anni ancora dovranno passare, prima che quel pianto diventi il cantico dei fanciulli nella fornace? Prima che il Dio degli eserciti li ascolti, nuovamente rapiti nel celebrare la Sua gloria? La razzia si protrasse fino verso le 13. Quando fu la fine, per le vie del Ghetto non si vedeva più anima, vi regnava la desolazione della Gerusalemme di Geremia: “quomodo sedet sola civitas…”. Tutta Roma era rimasta allibita.

….Nella fila la signora S. vide anche zia Chele, una vecchia di ottant’anni mezza andata di mente: si trascinava tra gli altri, come un po’ saltellando, senza capire che cosa le facessero fare, e rispondeva con saluti e sorrisi ebeti e perfino un po’ fatui agli sguardi della gente; ma poi trasaliva d’improvviso e si spaventava, biascicando frammenti di preghiere, quando i tedeschi si rimettevano a urlare. Urlavano senza un motivo, probabilmente solo per tenere desto il terrore e vivo il senso della loro autorità, affnché non nascessero intoppi e le cose fossero sbrigate alla svelta. Passa un’altra vecchia di ottantacinque anni, sorda e malata. Passa un paralitico, portato a braccia sulla sua sedia. Una donna con un lattante in collo si slaccia la camicetta, estrae la mammella e la spreme per mostrare al soldato che non ha più latte per la creatura: ma quello le punta il mitragliatore contro il fianco perché cammini.

Un giovanotto si stacca dalla fila: ha ottenuto di andare a prendere un caffè, sotto la sorveglianza di una SS, che però non accetterà di “tenergli compagnia”. Deglutisce rumorosamente, la tazzina gli trema nelle mani, e anche le gambe gli ballano sotto. Gira gli occhi smarriti verso i tavolini, dove si è seduto a giocare a carte nelle sere che avevano ancora un indomani. Con una specie di sorriso timido e stanco, domanda al caffettiere: “Che faranno di noi?”. Queste povere parole sono tra le poche lasciateci da coloro nell’andarsene. Ci fanno sentire la voce di un essere tornato per un momento nella nostra vita, tra noi, quando a lui vivo la nostra vita ormai non apparteneva più, e già era entrato in quella nuova esistenza oscura e terribile. E ci dicono pure che cosa sia passato per la testa di quegli sciagurati nei primi momenti: una sfiduciata speranza di non aver capito bene.

Le file vengono spinte verso la goffa palazzina delle Antichità e belle arti, che sorge al gomito del Portico di Ottavia di fronte alla via Catalana, tra la chiesa di Sant’Angelo e il Teatro di Marcello. Ai piedi della palazzina si stende una breve area di scavi, ingombra di ruderi, qualche metro più bassa che la strada. Entro questa fossa venivano raccolti gli ebrei, e messi in riga ad aspettare il ritorno dei tre o quattro camion, che facevano la spola tra il Ghetto e il luogo dove era stabilita la prima tappa. Giunta con la famiglia a largo Argentina – varcato ormai il mar Rosso – la signora S. viene a sapere di un parente che per paura di quelle sentinelle alla porta, è rimasto per le scale. (Un caso purtroppo frequente; per quella paura, molti non si vollero muovere di casa e vi si fecero prendere.).

Malgrado le proteste dei suoi, la S. decide di tornare indietro a soccorrere il parente, se ancora farà in tempo. Che può parere una bravata in sovrappiù, il troppo che stroppia; ma c’è della gente, a cui le congiunture estreme danno una sovrabbondanza vitale, che li fa credere in una specie di invulnerabilità. È il caso di quegli infermieri che circolano tra le epidemie con uno scanzonato e quasi irritante disprezzo per la profilassi, e sono poi proprio quelli che se la scapolano, come se davvero il contagio su di loro non avesse presa. I due “austriaci” sono sempre alla porta. Un’occhiata basta alla S. per sincerarsi che il tacito patto di protezione vige sempre ancora.

Dal vano delle scale chiama il parente. “ Enrico!”. Ma in questo momento sette tedeschi sopraggiungono: hanno sentito quel richiamo e, per quanto non lo capiscano, a buon conto il loro capo appioppa alla S. uno schiaffone, che la manda lunga e distesa attraverso l’andito. Poi con incomprensibili parole tedesche e fin troppo chiare minacce col calcio del mitragliatore, la costringe a rialzarsi da sola. Due uomini si mettono davanti a lei, tre alle sue spalle, e le tocca di salire. Sul pianerottolo, le porte dei tre appartamenti sono chiuse, sbarrate (una è quella dell’appartamento di S., ormai deserto).

I tedeschi consultarono un elenco dattilografato. Disgraziatamente, due delle porte si erano concessa l’assurda civetteria di una targa sul battente. E i nomi rispondevano a quelli dell’elenco. I tedeschi bussarono; poi non avendo ricevuto risposta, sfondarono le porte. Dietro le quali, impietriti come se posassero per il più spaventosamente surreale dei gruppi di famiglia, stavano in esterrefatta attesa gli abitatori, con gli occhi da ipnotizzati e il cuore fermo in gola. L’allarme era stato dato da forse un’ora: ma nella concitazione di consultarsi, di fuggire, di salvare un po’ di roba, nella ridda delle decisioni impotenti e contraddittorie, quasi nessuno aveva trovato il tempo di vestirsi. I più erano ancora in camicia, con un vecchio pastrano o una frusta gabardine infilati alla meglio.

Il caposquadra si avanza verso di loro. Ha in mano una specie di cartolina scritta a macchina, di cui legge il testo in tedesco. Quelli non capiscono altro che il tono perentorio di minaccia. Si sciolgono i pianti delle donne e dei bambini. La S. ha avuto il tempo di sbirciare che, sull’elenco dei nomi, il suo non c’è. Questo le dà coraggio: come a vendicarsi dello schiaffo, strappa di mano al tedesco la cartolina. Il testo è bilingue. È lei che lo legge ad alta voce ai vicini:

1. Insieme con la vostra famiglia e con gli altri ebrei appartenenti alla vostra casa sarete trasferiti.

2. Bisogna portare con sé:

a) viveri per almeno otto giorni;

b) tessere annonarie;

c) carta d’identità;

d) bicchieri.

3. Si può portare via:

a) valigetta con effetti e biancheria personali, coperte ecc.;

b) denari e gioielli.

4. Chiudere a chiave l’appartamento. Prendere con sé la chiave.

5. Ammalati – anche casi gravissimi – non possono per nessun motivo rimanere indietro. Infermeria si trova nel campo.

6. Venti minuti dopo la presentazione di questo biglietto, la famiglia deve essere pronta per la partenza.

Venti minuti: neppure il tempo per lamentarsi. Meno di quanto occorra per fare fagotto. I bicchieri belli è meglio lasciarli a casa. E le valigette, dove trovarne una per ciascuno? I bambini ne vogliono una tutta per loro. Non seccate! Bisogna che i tedeschi non vedano dove stavano nascosti i manhood. Gioielli non ce n’è più, tutti da un nharèl. Le parole necessarie bisogna dirsele in ebraico, come si sa e si può – in quel gergo che pare un furbesco e ha sempre fatto sospettare che gli ebrei complottino – come si fa a parlare con quei due soldati entrati in casa a sorvegliare i preparativi? I bambini si aggrappano alle gonne, non lasciano bene avere. Alcuno si busca un ceffone. Gli ebrei, nei rapporti coi figli sono pronti di mano….

I soldati rimasti sul pianerottolo si avvicinano alla S. e le domandano se sia parente con quelle famiglie. No, non è parente. Se sia Juda. Non è Juda. Ne dia le prove: la signora estrae la chiave, apre il proprio appartamento per dimostrare che quella è casa sua, che lei non abita con gli altri, che non ha niente di comune con loro. La cacciano dentro casa, intimandole di chiudere la porta. I venti minuti concessi ai vicini stanno quasi per spirare. Alle sollecitazioni dei tedeschi, ricominciano le grida, le invocazioni: nella confusione dei preparativi, si era quasi dimenticato che erano i preparativi per essere portati via. La S. non regge più, esce sul pianerottolo. I tedeschi fanno per ributtarla dentro; ma lei torna a mostrare la gamba ingessata, deve andare all’ospedale. Alcuno le accenna che è libera, che fili alla lesta.

In questo momento, vedendola avviarsi per le scale, quattro bambini scappano dagli altri due appartamenti, le si attaccano alle braccia, alle vesti: “Aiutaci, Laurina! Laurina, salvaci!” Una di quei quattro è la bambina Ester P., che aveva allora dodici anni. Racconta che quella notte era venuta a dormire da zia, perché all’indomani mattina presto doveva andare “a fare la fila dell’erba”, e di uscire sola al buio lei aveva paura. Appena con zia furono fuori di casa, videro tutti gli angoli di strada piantonati dai tedeschi. Rientrarono subito: zia pensava (anche lei) che i tedeschi fossero venuti per prendere gli uomini, perciò voleva dare i soldi al marito, che scappasse.

Avessero tirato di lungo per la loro strada, almeno loro due si sarebbero salvate: invece rimasero incastrate, perché di lì a poco, erano sopraggiunti i sette tedeschi. Quando capì di essere presa, la bambina ebbe soprattutto paura che suo padre, non vedendola tornare, si arrabbiasse. Anche zia, correndo tra armadio e cassone per far fagotto, le diceva: “Scappa, torna a casa, se no poi papà mi strilla.” Questa idea della strillata e soprattutto quel “poi” dicono molte cose. Loro continuavano a pensare a un dopo nella vita di prima, con le abitudini di prima. (Eppure il biglietto parlava chiaro.)

Senza dubbio ci fu gente più consapevole, che subito si rese conto di quello che stava capitando. Ma a quelli di “piazza Giudìa”, a una gran parte almeno, successe come quando portano un parente dal medico, che fa loro una diagnosi senza speranza. Per parecchio tempo ripetono il nome di quella malattia, ci fanno i commenti, quasi ci prendono confidenza, come fosse il nome di una delle tante malattie che già conoscono, che sono già state in casa. Solo più tardi capiscono che cosa ci sia dentro quel nome. La S. strinse a sé i bambini, disse che erano suoi. I tedeschi lasciarono correre. Appena in istrada, i piccoli se la squagliano. La signora S. fa pochi passi, e poi sviene. La soccorrono alcuni “ariani”, che la portano al caffè di ponte Garibaldi.

CHI È GIACOMO DEBENEDETTI – Giacomo Debenedetti è uno dei maggiori critici letterari del novecento. E’ stato anche uno scrittore e un professore universitario. Piemontese, nato nel 1901 morì nel 1967. Ha scritto molto in vita sua ma quel piccolo libbriccino intitolato 16 ottobre 1943 è un capolavoro assoluto. Una cronaca secca e travolgente della giornata nella quale fu rastrellato il ghetto di Roma e furono deportati più di 1000 ebrei, destinati ai lager e alla morte. Pubblichiamo qui alcuni brevi brani di quel suo lavoro, edito dalla Nave di Teseo con le prefazioni di Natalia Ginzburg e Alberto Moravia.

Giacomo Debenedetti 16 Ottobre 2023

Un secolo dopo gli ebrei in fuga non è cambiato nulla. Iuri Maria Prado su L'Unità il 18 Luglio 2023

Un giorno di fine settembre del 1943, in un posto di polizia dalle parti di Bruzella, nel Canton Ticino, un vecchio fa domanda per poter restare nella Confederazione. Comunica le proprie generalità: Carlo Strauss, nato a Francoforte sul Meno il 27 Aprile 1864. Il motivo della richiesta è scritto in calce al modulo, verosimilmente dall’ufficiale di polizia, in un tedesco non ben padroneggiato: “Weil in Italien die Judenverfolgung eingesetzt hat” (pressappoco: “Perché in Italia è attuata la persecuzione degli ebrei”).

Carlo Strauss (nato Karl, in realtà) era il mio bisnonno. La notte precedente, per sfuggire ai rastrellamenti nazisti, aveva passato la frontiera, per i boschi, venendo da Cernobbio. La figlia, mia nonna, in quello stesso periodo faceva un percorso simile, più a Ovest, verso Astano, con mia madre nel ventre e un bambino di sette anni, mio zio, per mano. Almeno tre elementi di interesse emergono dall’esame di quel modulo. Il primo, nella parte alta: la dicitura “Permesso di dimora – soggiorno – domicilio...”, e nessun numero o sigla identificativa a compilare la parte mancante, ma solo una parola: “Ebreo”. Ciò che in Italia ormai bastava (i documenti recavano più precisamente “razza ebraica”) per essere caricati sui carri bestiame, ma ciò che ancora non bastava (ci arrivo subito) per trovare rifugio in Svizzera.

La seconda curiosità del documento cade appunto in proposito: è l’annotazione secondo cui il profugo “Ha una sorella in Ginevra”. Perché questa nota ulteriore? Non bastava, per accogliere la richiesta di rifugio di un vecchio ebreo, il fatto non propriamente sconosciuto che gli ebrei fossero perseguitati e fossero altrimenti destinati al sicuro viaggio nei vagoni piombati? No, non bastava. Gli svizzeri, infatti, avevano in realtà politiche abbastanza restrittive e discriminatorie sull’ingresso degli ebrei in fuga: facevano entrare donne e bambini, ma non i maschi adulti, salvo appunto che dimostrassero di avere parenti in Svizzera. Ed ecco allora il motivo di quell’aggiunta apparentemente incongrua: non una gratuita precisazione sulle diramazioni familiari, ma la soddisfazione di un requisito la cui mancanza avrebbe comportato il diniego di ingresso.

Il terzo elemento di apparente stranezza è affogato nella parte bassa dello scritto, questa volta in un italiano a sua volta poco digesto: “Ha un po’ mezzi”. Cioè quel vecchio aveva un po’ di soldi, o qualche oggetto di valore: e chissà se l’annotazione veniva dall’autonoma iniziativa dell’anziano, per rendere più suadente la domanda di asilo, o se invece rispondeva alle investigazioni del funzionario preoccupato di far entrare un nullatenente.

Avevo letto cronache ticinesi sul respingimento degli ebrei proprio nei pressi del posto di polizia in cui il bisnonno sottoscriveva quel “Formulario n. 110”: ma erano notizie, per così dire, senza pezza d’appoggio, ritratte dai ricordi di qualche paesano. Quel documento, che diventava lasciapassare grazie all’ostentazione di una parentela ginevrina, racconta invece silenziosamente la sorte diversa e innominata degli ebrei che di notte attraversavano le foreste e salivano le montagne per arrivare bensì in Svizzera, ma per esserne respinti quando non potevano dimostrare un motivo valido per rimanere: un motivo che non si riducesse all’insufficiente notizia che gli ebrei (questa volta senza distinzione di età, di sesso e di censo) erano rastrellati per la deportazione verso i campi di sterminio.

Non erano tutti salvi gli ebrei che arrivavano nei villaggi oltre la frontiera. E nella storia di questa immane tragedia c’è dunque posto anche per questo piccolo capitolo, scritto in tre lingue dietro la schiena dei monti di Lombardia: la vicenda dei bambini e delle mogli che in quei villaggi salutavano per l’ultima volta i padri e i mariti soltanto ebrei, soltanto perseguitati, soltanto destinati alla morte, e perciò senza il diritto di essere salvati.

Iuri Maria Prado 18 Luglio 2023

Auschwitz, il male e quel silenzio intollerabile di Dio. Il dilemma di Ciglia e Voltaggio nel nuovo libro "Nella tempesta Dio. Sul dolore, tra Bibbia e Filosofia". Danilo Di Matteo su L'Unità il 10 Giugno 2023

La domanda che l’ebreo rivolge più spesso a Dio è: “dove sei?”. E tale, più in generale, è la domanda del credente (e non solo). Nella Bibbia, certo, è spesso Dio a interrogare l’essere umano: celeberrimo è il “dov’è tuo fratello?”, rivolto a Caino. Né mancano, da parte di Dio, le “domande di rimando”, analoghe a quelle a cui è avvezzo chi ha esperienza di sedute psicoanalitiche: “dottore, perché sogno tutte le notti un albero dalle foglie nere?”. E l’analista, di rimando: “vediamo un po’, perché secondo lei?”.

È (anche) così che si tesse la trama del silenzio e del dialogo, tra paziente e terapeuta come fra Dio e gli umani. Sulla trama del silenzio, quasi fosse il volto ombroso della parola, si è soffermato, alla fine degli anni Sessanta e agli inizi dei Settanta, un autore ebreo alsaziano come André Neher, muovendo dalla tragedia dei campi di sterminio. Sul suo pensiero e su tanto altro si soffermano Francesco Giosuè Voltaggio, presbitero della Diocesi di Roma, biblista e profondo conoscitore della letteratura ebraica antica, e Francesco Paolo Ciglia, filosofo, specialista, tra l’altro, del pensiero ebraico del Novecento, con il volume Nella tempesta Dio. Sul dolore, tra Bibbia e Filosofia, con la Prefazione di Fabrice Hadjadj (Edizioni San Paolo, pp. 270, euro 22).

Eloquente, e drammatico più che mai, è il silenzio (e, dunque, l’assenza, almeno apparente) di Dio nel libro biblico di Giobbe (e che dire del silenzio di Auschwitz?). “Perché egli rimane muto spettatore delle tragedie? È la domanda rivolta spesso a Dio da Israele e perfino dai suoi profeti più pii come, per esempio, Abacuc: ‘Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese […]. Tu dagli occhi così puri che non puoi vedere il male e non puoi guardare l’oppressione, perché, vedendo i perfidi, taci, mentre il malvagio ingoia chi è più giusto di lui?’”.

Vi sono, dunque, la questione del male, quella del dolore e della sofferenza e, accanto a esse, quella della giustizia. E Dio può divenire persino l’imputato. “Dove sei?”. Oppure: “dov’eri?”. Se l’intera Bibbia “non è altro che un corpo a corpo con Dio”, fatto di parole e di silenzi, in talune situazioni la parola sembra perdersi e, in apparenza almeno, resta solo un abissale, vertiginoso, spaventoso silenzio. Un urlo inquietante e quasi senza fine fatto di silenzio. Un urlo, talora, ma, forse più spesso, una voce silenziosa. Nel primo libro biblico dei Re, infatti, “il narratore nota che ‘il Signore passò. Si verificano vari possenti fenomeni della natura”.

Il primo di essi “è il fuoco: ciò richiama la scena del capitolo precedente, in cui il Signore, grazie all’invocazione di Elia, si era manifestato nel fuoco.  Eppure, il Signore non è nel fuoco. In seguito vi è un terremoto, ma Dio non è presente neanche in esso. Dopo ancora viene un vento impetuoso; Dio non è nemmeno lì. Infine, sopraggiunge” una “voce di silenzio sottile”. “Quando Elia sente questa voce o, meglio, questo silenzio – si tratta, infatti, di un ossimoro: ‘la voce del silenzio’, cioè il silenzio della voce di Dio –, si copre il volto con il mantello, e non vuole vedere, perché capisce che lì è presente Dio”. Un volume, insomma, che, in maniera circolare, raccoglie dubbi e domande e ne pone. Un volume, lo dico non senza un pizzico d’orgoglio, che vede in bibliografia anche un mio libretto, frutto di una rapida incursione nell’argomento.

Danilo Di Matteo 10 Giugno 2023

 La ribellione il 16 maggio '44. La rivolta degli zingari di Auschwitz, l’unica in un campo di sterminio: l’urlo della ragazza che ruppe l’equilibrio. Marco Revelli su L'Unità il 16 Maggio 2023

Il 16 maggio del 1944, nello Zigeunerlager di Birkenau, il “campo degli zingari” allestito nel cuore della parte più atroce di Auschwitz, specificamente destinata alla Vernichtung, letteralmente all’“annientamento”, scoppia la rivolta. L’unica rivolta in un campo di sterminio. Secondo programma le SS comandate dall’Obersturmführer Johann Schwarzhuber avrebbero dovuto procedere alla liquidazione di tutti i 6mila reclusi nel “Block IIe”, una sezione speciale del campo, dove le famiglie, contrariamente alla regola, non venivano separate, le donne potevano partorire, ma le condizioni di vita erano proibitive e le infezioni e le malattie facevano strage più che altrove. Lì erano stati concentrati i “nomadi” rastrellati prima in Germania e poi in tutta l’Europa occupata dalle forze naziste, lì il dottor Mengele faceva esperimenti mirati su quella razza “degenerata” seppur d’origine indo-europea, lì – complice l’odio delle popolazioni “autoctone”, soprattutto polacchi, ucraini, baltici, rumeni e ungheresi per quelli che venivano considerati criminali “per natura” – erano stati ammucchiati gli ultimi tra i dannati della terra. Ma quel giorno, quel popolo di straccioni senza patria, ebbe la forza di resistere alle SS armate fino ai denti, le donne in prima fila – le donne strette a difesa intorno al propri bambini – con ogni mezzo grazie alla straordinaria creatività degli “zingari” e alla loro capacità di riciclare ogni cosa che potesse trasformarsi in arma: “sassi, ferri da calza, pezzi di legno acuminati, spilloni, cucchiai affilati, tubi di ferro, vanghe”.

Quando verso le sette di sera fu ordinata la Lagerspelle, la “serrata”, i soldati si trovarono di fronte a un’imprevista insubordinazione di massa, da parte di una folla cenciosa ma compatta nel rifiuto di obbedire, silenziosa all’inizio, poi, dopo che il comandante aveva messo mano al frustino come pensasse di trattare con animali, sempre più robusta e minacciosa. Probabilmente fu l’urlo di una ragazza, presa per i capelli da uno scherano dell’Obersturmführer, a rompere l’equilibrio e a scatenare una vera a propria carica che respinse le frastornate SS, evidentemente impreparate a una tale imprevista reazione, e le costrinse a ripiegare fuori dal Block. Qualcuno provò anche a sparare qualche colpo, ma la marea era tale da non poter essere fermata nemmeno da qualche proiettile a bruciapelo, e il timore che qualche arma cadesse nelle mani degli insorti generando una reazione a catena nel Campo suggerì di soprassedere all’operazione di liquidazione.

Ritorneranno, gli aguzzini, due mesi e mezzo più tardi, dopo aver trasferito in altri lager buona parte degli uomini, il 2 di agosto, a finire il lavoro: quel giorno i 2.897 rimasti, soprattutto bambini, donne e vecchi, ridotti ormai a scheletri, febbricitanti, denutriti, moribondi, sarebbero passati per le camere a gas e i loro corpi per il crematorio che per tutto il giorno e tutta la notte avrebbe fumato, ininterrottamente. Nel gennaio del 1945, all’ultimo appello prima della liberazione del campo di Auschwitz da parte dell’Armata rossa, solo quattro “zingari” risposero. Pagavano la colpa di appartenere a un “razza pericolosa per natura” o, come l’aveva definita il famigerato direttore del Centro Ricerche per l’Igiene e la Razza di Berlino Robert Ritter, a “un miscuglio pericoloso di razze deteriorate”. Fin dal 1929 – quattro anni prima dell’avvento al potere di Hitler – erano stati oggetto delle feroci attenzioni dell’ “Ufficio centrale per la lotta alla piaga zingara” che dopo averli definiti “razza impura” si prodigò affinché fosse loro impedito con misure di polizia di passare da un accampamento all’altro senza uno speciale permesso. Poi, col 1938, sarebbe venuta la schedatura di massa di quella “minoranza degenerata, asociale e criminale”, l’internamento nei campi di Buchenwald, Flossemburg e Mauthausen-Gusen, e con il 1940 la vera e propria deportazione sistematica e di massa, in vista della “soluzione finale”.

Loro lo chiamano il Porrajmos, che nella lingua romanÍ significa “grande divoramento” o “devastazione”. Oppure, anche, Samudaripen (da “sa” che vuol dire “tutti” e “mudaripen” ovvero “uccisione” cioè “uccisione di tutti”, genocidio). È l’equivalente dell’ebraica Shoah, solo che in questo caso, per questa popolazione del margine, con una cultura esclusivamente orale, quasi nessuno ne ha sentito parlare, e nel Giorno della memoria quel genocidio è poco ricordato, come se si trattasse di un sacrificio minore, e per le vittime di “figli di un dio minore”. Eppure le statistiche della morte ci dicono che lo sterminio, nel loro caso, fu radicale e sistematico: si calcola che su una popolazione di circa un milione di Rom e Sinti in Europa ne siano stati eliminati circa la metà. In alcune aree del nord e nord-est o dei Balcani, l’ “eradicazione” dei Rom, Sinti e delle altre etnie nomadi è stata tanto profonda che in Paesi come la Lituania, il Lussemburgo, l’Olanda e il Belgio fu cancellato il 100 per cento delle rispettive comunità. In Germania, su una popolazione di circa 20mila censiti come “Zigeuner” ne scomparvero 15mila. In Estonia si giunge al 90%. La stessa percentuale in Croazia ad opera dei fascisti Ustascia…

Né si salva, da questa vergogna, l’Italia dove il regime fascista perseguitò costantemente le comunità cosiddette “nomadi” a cominciare dal 1926, quando fu ordinata l’espulsione dal regno di tutti gli “zingari stranieri” per pulire “il paese dalle carovane degli zingari” considerati pericolosi per la sicurezza e la salute pubblica “in virtù del caratteristico stile di vita gitano”. E poi col settembre 1940, quando con circolare del Ministero degli Interni per tutte le Prefetture, ne veniva avviato l’internamento nel celebre campo di Ferramenti, in Calabria, e in luoghi di reclusione come Agnona (in Molise), Tossicia (in Abruzzo), o le Isole Tremiti e la Sardegna, con l’obbiettivo roboante e grottesco di colpire “il vero cuore dell’organismo gitano”.

Di quelle loro sofferenze e di queste nostre vergogne sarebbe bene ricordarsi, quando si sente soffiare dall’alto del palazzi di governo il vento maligno della discriminazione e del suprematismo razziale o “etnico”, come si dice adesso. O qualche sindaco zelante, sotto il pretesto del decoro urbano, predica più o meno velate forme di apartheid. Personalmente, quando sento l’odore di questo cattivo vento, preferisco evocare nella mente le strofe luminose del poema che recita: “Noi Rom e Sinti siamo come i fiori di questa terra/Ci possono calpestare,/ci possono eradicare, gassare,/ ci possono bruciare,/ ci possono ammazzare/ ma come i fiori noi torniamo comunque sempre…”.

Marco Revelli 16 Maggio 2023

L'episodio in un liceo di Ponticelli. Nel giorno della Memoria tema da brividi a Napoli: “Sono tutti morti bruciati”. Fine. Francesca Sabella su Il Riformista il 27 Gennaio 2023

Sono tutti morti bruciati”. È il “tema” di un ragazzino di quasi diciotto anni. Ha scritto solo quattro parole sul foglio bianco quando la professoressa, nel giorno della Memoria, ha assegnato la traccia alla sua classe. Scrivere per ricordare l’olocausto, l’ignobile follia che portò alla morte di milioni di ebrei. Scrivere per non dimenticare mai quanto può essere malvagio l’animo umano. Scrivere perchè mai più la banalità del male possa offuscare la mente di milioni di persone. Scrivere perché non accada mai più un tale e atroce sterminio. Non la pensava così lo studente di una scuola di Ponticelli a Napoli, l’Isis Archimede, sul Giorno della Memoria.

L’argomento, infatti come ha raccontato Repubblica, è stato liquidato dal giovane con un rigo solo: “so’ tutt muort abbruciat” (sono tutti morti bruciati, ndr). Quando la professoressa di Italiano ha letto il compito dell’alunno, lo ha portato subito all’attenzione della preside che si è rivolta con una lettera ai docenti della scuola. “Dobbiamo trovare – ha spiegato la dirigente, Mariarosaria Stanziano – le parole per evitare che quella ignobile frase, graffiata su un foglio bianco, passi inosservata. Abbiamo da educatori il dovere di accogliere e rilanciare”. Purtroppo, rileva la dirigente, le giovani generazioni “sempre più spesso si mostrano incapaci di raccogliere emozioni, di entrare in sintonia con i drammi dell’altro, di mostrare empatia. È una vera patologia – dice – l’alexitimia, ma se ne parla poco”. Nella lettera ci si chiede: “quel ragazzo ha voluto fare lo splendido? O l’irriverente? O ancora l’ironico barzellettiere? ha voluto lanciare una aperta sfida alla scuola, all’autorità dei docenti, mostrandosi disincantato e irrispettoso?”.

L’interrogativo è se “ha inteso interpretare per iscritto le mille battute caustiche e imperdonabili che rimandano ai forni crematori, alle saponette, al gas letale…; oppure ha usato formule verbali aggressive pari a quei violenti cori da stadio che inneggiano al Vesuvio?”. Domande, per ora, senza risposte. L’unica difronte a un gesto del genere è l’indignazione. La seconda risposta, invece, deve essere domandare per trovare le motivazioni. Perché scrivere una cosa così cruda? E sull’argomento è intervenuto anche l’europarlamentare Fulvio Martusciello, coordinatore regionale di Forza Italia in Campania: “Possibile – si chiede Martusciello – che nessuno provi indignazione di fronte al tema dell’alunno del liceo Archimede di Ponticelli sul giorno della memoria? Il ragazzo andrebbe bocciato senza indugi”. “È incredibile – aggiunge Martusciello – che nessun consigliere comunale proferisca parola su quanto accaduto. Il sindaco ha forse perso la voce? Chiediamo provvedimenti esemplari. Quel tema – conclude l’esponente forzista – è una vergogna nazionale che ci fa rabbrividire”.

Francesca Sabella. Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

I dati Eurispes aggiornati al 2020. Per un italiano su 6 la Shoah non è mai esistita: “Negazionismo forma più subdola e insidiosa del razzismo”. Redazione su Il Riformista il 27 Gennaio 2023

Pochi giorni sono passati da quelle parole di Liliana Segre: “So cosa dice la gente del Giorno della Memoria. La gente già da anni dice, ‘basta con questi ebrei, che cosa noiosa’”. Dichiarazioni che erano arrivate pochi giorni prima della Giornata della Memoria, una tragedia da tenere sempre ben presente, e anche a costo di sottovalutare l’impegno di chi attivamente si spende per il ricordo, la Memoria, e non solo il 27 gennaio. Parole che erano un monito perché in Italia il negazionismo della Shoah è vivo e vegeto. Anzi sempre più vivo e vegeto che in passato.

I dati Eurispes contenuti nel Rapporto Italia 2020 comunicavano infatti come secondo il 15,6% degli italiani intervistati “l’Olocausto degli ebrei non è mai avvenuto”, “(con un 4,5% addirittura molto d’accordo ed un 11,1% abbastanza), a fronte dell’84,4% non concorde (il 67,3% per niente, il 17,1% poco)”. Saliva invece al 16,1% la percentuale di quelli che ritengono che “l’Olocausto non avrebbe prodotto così tante vittime come viene sostenuto”, “(il 5,5% è molto d’accordo), mentre il disaccordo raggiunge l’83,8% (con il 64,9% per niente d’accordo ed il 18,9% poco d’accordo)”.

A preoccupare il dato che a distanza di 15 anni, dal 2004, misurava un aumento del 2,7% dei negazionisti. “Risultano in aumento, sebbene in misura meno eclatante, anche coloro che ne ridimensionano la portata (dall’11,1% al 16,1%)”, si leggeva ancora. La percentuale degli italiani “secondo i quali gli ebrei determinano le scelte politiche americane” era invece passata dal 30,4% al 26,4%. Lo stesso rapporto descriveva come “casi isolati” gli episodi di antisemitismo, ma al tempo stesso “il 60,6% ritiene che questi episodi siano la conseguenza di un diffuso linguaggio basato su odio e razzismo”.

Dati con qualche anno sulle spalle, che sarebbe forse il caso di aggiornare, ma comunque utili e da tenere in conto. “I principi che informano la nostra Costituzione repubblicana e la Carta dei Diritti Universali dell’Uomo sono la radicale negazione dell’universo che ha portato ad Auschwitz. Principi che oggi, purtroppo, vediamo minacciati nel mondo da sanguinose guerre di aggressione, da repressioni ottuse ed esecuzioni sommarie, dal riemergere in modo preoccupante – alimentato dall’uso distorto dei social – dell’antisemitismo, dell’intolleranza, del razzismo e del negazionismo, che del razzismo è la forma più subdola e insidiosa”, ha detto oggi il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della cerimonia di commemorazione al Quirinale del giorno della Memoria.

«Eredi della Shoah», il valore della memoria e il rischio dell’oblio. Aldo Grasso su Il Corriere della Sera il 27 Gennaio 2023.

Il problema della trasmissione della memoria è visto con uno sguardo di rapinosa lucidità e di affettuosa partecipazione nel documentario ideato e scritto da Roly Kornblit e Gianfranco Scancarello e diretto da Francesco Fei

Alla vigilia del «Giorno della memoria», la senatrice Liliana Segre ha lanciato un monito: «Il pericolo dell’oblio c’è sempre e sono convinta di quello che dico. E cioè che tra un po’ ci sarà una riga su un libro di storia e poi non ci sarà più neanche quella… La gente già da anni dice, “basta con questi ebrei, che cosa noiosa”». Dimenticare non è solo una strategia politica, è anche un problema antropologico, come scrive Milan Kundera: «La maggior parte della gente si inganna con una duplice fede errata: crede nella memoria eterna (delle persone, delle cose, delle azioni, dei popoli) e nella riparabilità (di azioni, errori, peccati, ingiustizie). Sono entrambi fedi false». Il problema dell’oblio, o meglio, della trasmissione della memoria è visto con uno sguardo di rapinosa lucidità e di affettuosa partecipazione da «Eredi della Shoah», un documentario ideato e scritto da Roly Kornblit e Gianfranco Scancarello e diretto da Francesco Fei (Sky Documentaries).

A guidare la narrazione è Kornblit, che con la sua storia personale e familiare parte da Tel Aviv, città in cui è nato e cresciuto, alla ricerca di sei «nipoti della Shoah» che vivono in Italia, suo paese di adozione. Eredi di un passato che li accomuna. Quando i sopravvissuti sono tornati a casa, per anni non hanno voluto parlare della loro terribile esperienza, come se l’orrore fosse troppo grande per essere raccontato. Poi, poco per volta, sono diventati testimoni dell’atrocità e dell’abisso in cui l’uomo a volte è capace di precipitare; adesso se ne stanno andando. Chi manterrà viva la memoria? C’è una cerimonia molto toccante: ogni superstite dei campi di sterminio sceglie un nipote cui affidare il compito di raccontare ancora quei terribili eventi e gli consegna una «candela della memoria» da tenere idealmente sempre accesa. Sei nipoti raccontano sei storie perché il ruolo della riparazione non venga assunto dall’oblio.

Shoah e Binario 21: trent’anni di ricerca per «costruire» la memoria. Paola D’Amico su Il Corriere della Sera il 26 Gennaio 2023.

La scoperta dei sotterranei della Stazione Centrale dove prigionieri ebrei e detenuti politici furono caricati sui vagoni dei treni per essere deportati ai lager nazisti nel ‘43-’44. Lunedì 30 alle 18 l’evento al Memoriale della Shoah

Un totem in Stazione Centrale oggi indica come raggiungere il Memoriale della Shoah. Lunedì 30 gennaio alle 18 sarà punto di incontro per i milanesi per una preghiera insieme alla Comunità di Sant’Egidio e alla Comunità ebraica. Ma per ricostruire la storia di come questo luogo, che oggi è un monumento vivo e visibile a tutti, da cui tra il ’43 e il ’44 partirono i convogli ferroviari che trasportarono nei campi di sterminio nazisti migliaia di cittadini ebrei – uomini, donne, bambini - e deportati politici, bisogna fare un salto indietro di 30 anni esatti. A quando cioè un gruppo di studenti e studentesse universitari della Comunità di Sant’Egidio ascoltarono una delle prime testimonianze di Liliana Segre e poi insieme a lei, guidati da Milena Santerini, decisero di riscoprire le tappe e i luoghi della sua deportazione. Ulderico Maggi era uno di loro. «Ascoltando la storia di Liliana Segre che da poco aveva iniziato a testimoniare capimmo che potevano esserci dei luoghi a Milano che dovevano diventare elementi cruciali della memoria della città – racconta – e con lei decidemmo di percorrere il tragitto che dal carcere l’aveva portata al treno, passando per via Carducci dove c’era la sua casa. Ci parlava di un sotterraneo scuro, di un montacarichi, dei rumori dei treni sui binari che rimbombavano là sotto. Iniziò così la ricerca, dai sotterranei lungo la via Tonale, dove a lungo c’erano state le Poste, poi trasferite. Non fu semplice la ricostruzione, ci impiegammo qualche anno per capire, elaborare, trovare quell’enorme spazio ormai dismesso dove entravano i camion e scaricavano le merci che fu usato per trasportare i prigionieri. Intanto, però, le proponemmo di ritrovarci il 30 gennaio, la data in cui lei era stata deportata da lì con oltre 600 persone. E nel 1997 ci fu il primo incontro al quale inaspettatamente si presentò anche il rabbino Laras. L’anno seguente venne il cardinale Martini e fu posta una lapide con una frase di Primo Levi».

In un volume dato alle stampe nel 2017, sono riportate le parole pronunciate da Liliana Segre proprio quel giorno, il 30 gennaio 1997, durante l’incontro con i ragazzi e le ragazze della Comunità: «La nostra impossibilità di capire quello che ci stava succedendo è provata dal fatto che nessuno di noi si era reso conto che non erano dei treni quelli preparati nei sotterranei ma solo dei tronchi, uno, due, tre vagoni, che man mano che venivano riempiti – questo l’abbiamo saputo da poco – e poi, con un meccanismo incredibile che c’è ancora in uso, portati, spinti su una specie di piattaforma che, come un enorme ascensore, portava vagone per vagone al livello superiore». Conclude Ulderico Maggi: «Quando nel 1977 uscimmo da quel sotterraneo buio e umido ho in mente chiaramente due cose, la ricerca e la responsabilità: il nostro ingresso in quel luogo era stato preceduto da una lunga ricerca, dovevamo capire quale fosse il punto giusto, e ci eravamo assunti la responsabilità di costruire un pezzetto di questa storia di cui solo un passo alla volta abbiamo compreso l’enormità. E sono, siamo grati a questa amicizia, l’amicizia dei grandi maestri che segnano la vita, ed è quel sentimento che coglie tantissimi oggi quando incontrano Liliana».

Come si ricorda la Shoah senza più testimoni. Wlodek Goldkorn su L’Espresso il 26 Gennaio 2023.

La figura del sopravvissuto ha acquisito una grande importanza solo dagli Ottanta in poi: prima l’Europa preferiva non guardare troppo a quanto successo agli ebrei. E ora le ragioni anagrafiche costringono a interrogarsi

«Anche se volessimo raccontare non saremmo creduti», scriveva Primo Levi. E invece i sopravvissuti, “i salvati”, sono stati creduti. Però, appena finita la guerra e per oltre tre decenni, non c’è stata molta voglia di ascoltarli. Le ragioni di quel rifiuto? La prima: prevaleva comprensibilmente l’urgenza di ricostruire, di vedere il futuro e non guardare il passato. Era un fenomeno comune a tutta l’Europa e al nascente Stato d’Israele. Si volevano rimettere in moto le economie o, nel secondo caso, porre le fondamenta di una nuova patria. Risale a quel periodo il boom delle nascite. Si voleva, lo desideravano pure i reduci dei lager, mettere su famiglie, fare figli, ricominciare a sognare.

La seconda ragione dello scarso ascolto è più drammatica. È il senso di colpa di chi non è rimasto fra “i sommersi”, di chi avvertiva nel fondo dell’animo di essere in vita perché gli altri sono morti; e anche di questo ha parlato Levi. La terza ragione, infine, era l’inadeguatezza del racconto. Era difficile testimoniare, perché nessuna parola né immagine erano in grado di rispecchiare la realtà. La Shoah (e qui sta la sua unicità) significava la totale negazione di tutti i valori alla base della civiltà. Il Male diventò Bene e il Bene Male in un rovesciamento del mondo radicalmente nichilista.

E tuttavia, a partire dagli anni Ottanta, la figura del testimone diventò centrale perché restituiva l’aura dell’autenticità a un’esperienza altrimenti difficile da assimilare. Vennero fuori migliaia di testi, libri, memoir. Divennero prassi diffusa i viaggi nei luoghi dello sterminio, sono nati musei della Shoah e una serie di rituali civili. Soprattutto grazie alla Fondazione Spielberg, abbiamo circa 50 mila testimonianze registrate dei reduci della Shoah. Materiale prezioso per gli storici.

Oggi i testimoni vengono a mancare. E allora come faremo a conservare la memoria? Ovviamente con i riti civili. Ma c’è pure un passaggio generazionale interessante: artisti (di ogni genere) della “terza generazione” — nipoti veri o ideali dei reduci o dei sommersi — che producono opere, dove il passato serve a immaginare l’avvenire. E poi c’è la lezione di Ágnes Heller: la filosofa ammoniva che non basta sentire i testimoni o visitare i luoghi per stare dalla parte giusta. Occorre imparare il sentimento dell’empatia. In apparenza indicava i limiti della testimonianza, in realtà tracciava un sentiero per trasportarla nel futuro.

«Alla Memoria della Shoah si deve accompagnare la coscienza della Storia». Massimo Castoldi su L’Espresso il 26 Gennaio 2023.

Il giorno della liberazione di Auschwitz è la data simbolo per non dimenticare lo sterminio degli ebrei per mano di nazismo e fascismo. Ma occorre evitare la vuota ritualità e restituire complessità ai fatti. Ridestando interesse e sgomento

Il giorno della Memoria — 27 gennaio, in ricordo del 27 gennaio 1945, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz — non è una festa nazionale come sono il 25 aprile, festa della Liberazione, e il 2 giugno, festa della Repubblica, ma un giorno di lavoro, di studio, che dovrebbe essere pretesto per cercare di comprendere le ragioni storiche di quanto è avvenuto nel nostro Paese e in Europa tra anni Venti e anni Quaranta del secolo scorso.

La legge del 2000 che lo ha istituito invita a riflettere «su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti [...] affinché simili eventi non possano mai più accadere». Ho sempre trovato molto velleitaria questa proposizione finale, la quale presuppone che possa crearsi una consapevolezza così diffusa di quanto avvenuto, che le aberrazioni del passato non possano ripetersi.

La storia conferma che non è così e la cronaca lo rende tragicamente tangibile. Ciò non toglie opportunità e necessità all’operazione della ricostruzione storica delle dinamiche che hanno consentito l’affermazione di quelle dittature, fascista e nazista, delle quali lo sterminio di massa organizzato è stato la più macroscopica conseguenza.

Mi chiedo, tuttavia, se e fino a qual punto questa riflessione sia stata fatta fuori dall’ambiente degli specialisti, o se invece ci siamo il più delle volte limitati a una narrazione rituale, nell’inesorabile affermarsi di “Un tempo senza storia”, come Adriano Prosperi ha intitolato un suo libro recente (Einaudi, 2021).

I dati che l’Eurispes ci fornisce sono eloquenti. Se nel 2004 il 2,7 per cento della popolazione italiana credeva che la Shoah non fosse mai esistita, nel 2020 questa percentuale è salita al 15,6. Se dovessimo estendere l’inchiesta dalla Shoah alla deportazione politica, che peraltro in Italia è fenomeno più rappresentativo (circa 24.000 deportati politici, circa 8.000 ebrei), queste percentuali di ignoranza salirebbero in modo esponenziale. L’istituzione del giorno della Memoria non ha evidentemente ottenuto gli effetti sperati. Anzi si potrebbe dedurre che alla ritualità delle commemorazioni corrisponda un incremento di atteggiamenti razzisti e neofascisti.

Occorre restituire complessità storica al fenomeno, per ridonargli interesse. Invito a vedere il film documentario del 2016 “Austerlitz” di Sergei Loznitsa, che il regista girò con una telecamera fissa posta in alcuni luoghi del campo di Sachsenhausen. In una serie di lunghe sequenze passano turisti intenti compulsivamente a fotografarsi nei luoghi di tortura e di morte nella generale incoscienza della storia, che le guide meccanicamente raccontano.

È il percorso inverso rispetto a quello fatto da Austerlitz, il protagonista dell’omonimo romanzo di Winfried Georg Sebald (Adelphi, 2002), che attraverso una faticosa ricerca storica e memoriale prende coscienza da adulto di essere uno di quei bambini ebrei giunti a Londra in treno durante la guerra, mentre i suoi genitori venivano deportati in un campo di sterminio.

Osservando il film, ho notato nella sconcertante babele turistica, in due momenti diversi, nello sguardo di due ragazze un lampo di sgomento e un istante di confusione. Due bagliori improvvisi che indicano, con Prosperi e Sebald, una strada.

*Quello di Massimo Castoldi (professore di Filologia italiana presso l’Università di Pavia) è il secondo degli interventi sul calendario civile italiano (cioè le ricorrenze fondamentali della Repubblica) affidati agli esperti dell’Istituto pavese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea. Il primo, dedicato al 12 dicembre, strage di Piazza Fontana, è pubblicato qui sul sito de L’Espresso. I prossimi saranno su: 10 febbraio, 8 marzo, 25 aprile, 1° maggio, 2 giugno, 4 novembre.

«Elena Colombo, morta da sola ad Auschwitz a dieci anni: raccontare la sua storia è un dovere». Chiara Sgreccia su L’Espresso il 26 Gennaio 2023.

La storia dell’unica bambina italiana ad aver affrontato da sola l’orrore della deportazione e dello sterminio diventa un cortometraggio. La scrittrice Laura Doglione: «Oggi il fascismo è un atteggiamento strisciante, la mentalità di chi vive secondo la legge del più forte. Avremmo dovuto imparare a vivere secondo coscienza»

«Cara Bianca, devo darti una notizia meravigliosa. Oggi mi hanno annunciato che finalmente potrò raggiungere i miei genitori! Andrò anch’io nel campo tedesco dove lavorano e così li potrò rivedere e stare con loro. Non c’è bisogno che tu mandi pacchi, non preoccuparti più per me. Sono tanto felice! Parto domani per la Germania». Così Elena Colombo, bambina di poco più di 10 anni, ha scritto in una lettera a Bianca Ballesio, staffetta partigiana, prima di partire per il campo di sterminio di Auschwitz.

Da sola perché non conosceva nessuno. Ma schiacciata in un carro bestiame insieme ad altri seicento ebrei. Tra questi c’erano 32 bambini, come aveva già raccontato a L’Espresso Fabrizio Rondolino, parente di Elena, che insieme alla scrittrice Laura Doglione, figlia della staffetta partigiana Bianca, ha contribuito a ricostruire il vissuto dell’unica bambina italiana ad aver affrontato da sola l’orrore della deportazione e dello sterminio.

Una storia che, in occasione del Giorno della Memoria, celebrazione internazionale che commemora le vittime dell’Olocausto, è diventata un cortometraggio, “La Cartolina di Elena Colombo”, prodotto da Stand by me in collaborazione con Rai Kids. In onda il 27 gennaio su Rai3 alle 16.00 e su RaiGulp alle 16.50.

Era il 5 aprile 1944 quando Elena è salita sul treno per Auschwitz. Arriva il 10 aprile e viene subito portata nella camera a gas. Aveva 10 anni e 10 mesi. Il padre, Sandro Colombo, era ancora vivo all’interno del campo, ma nessuno dei due ha potuto sapere che per un attimo sono stati di nuovo vicini. La madre, Wanda Debora Foa, era già stata uccisa, sempre nella camera a gas, poco dopo il suo arrivo a Auschwitz, avvenuto il 30 gennaio 1944, con lo stesso treno su cui c’era anche la senatrice Liliana Segre.

Come racconta Doglione, testimone e custode della storia di Elena, grazie ai racconti vividi della madre Bianca che hanno riempito la sua infanzia, la vita della bambina, spensierata e protetta dall’affetto dei familiari, viene sconvolta dalla promulgazione delle leggi razziali. Improvvisamente, per il solo fatto di essere ebrea, tutto il suo mondo è stravolto.

Nel 1942, Torino viene bombardata. Così i Colombo sono costretti a trasferirsi a Rivarolo Canavese, in Piemonte. Lì Elena stringe amicizia con una ragazza più grande, Bianca: «Dai racconti di mia madre ho avuto l’impressione che sentisse Elena quasi come una figlia. Passavano tantissimo tempo insieme. Mia madre l’adorava. E ha provato a salvarla: quando ha incontrato i Colombo con le valige, pronti per fuggire a Forno Canavese, ha detto loro di lasciargli Elena. “Se qualcuno chiede dirò che è mia sorella”. Ma Sandro e Wanda hanno preferito tenere la famiglia unita. A mia madre è sempre rimasta questa spina nel cuore, chissà come sarebbero andate le cose se Elena fosse rimasta a Rivarolo. Io, vedendo la sofferenza e la tenerezza di mia madre nel parlane ho sempre considerato Elena come una di famiglia. E ho sentito il dovere di raccontare la sua storia».

L’8 settembre del 1943, quando entra in vigore l’armistizio firmato dall’Italia, i tedeschi occupano il Paese e cominciano la caccia agli ebrei. I Colombo fuggono sulle montagne, a Forno Canavese, dove si nascondono in una baita. Ma l’8 dicembre vengono arrestati durante un rastrellamento in cui sono stati catturati e fucilati diciotto partigiani. I genitori di Elena, Sandro e Wanda, vengono deportati ad Auschwitz. Lei, invece, viene prima affidata a amici di famiglia, poi trasferita all’istituto Charitas, un centro per l’infanzia abbandonata. Infine, portata nel campo di prigionia di Fossoli, in provincia di Modena, da dove le SS, ottenuta la sua collaborazione promettendole che rivedrà i genitori, la mandano a Auschwitz.

«Scrive a mia madre l’ultima lettera. In cui si dice felice, perché rivedrà la famiglia. Era un inganno. Le parole di Elena l’ho imparate a memoria», dice Doglione subito dopo averle ripetute. «Sono diventata testimone di questa storia. Per me raccontarla è un dovere, una missione. Affinché non venga dimenticata. Perché oggi il fascismo è un atteggiamento strisciante, che si nasconde nei comportamenti di tutti i giorni. È sopraffazione, è la mentalità di chi vive secondo la legge del più forte quando, invece, avremmo dovuto imparare a vivere secondo coscienza». E anche perché, come è scritto alla fine del cortometraggio “La cartolina di Elena Colombo”, «l’ultimo diritto delle vittime è di essere ricordate».

«Ecco come tanti uomini comuni sono diventati carnefici della Shoah». Wlodek Goldkorn su L’Espresso il 26 Gennaio 2023.

L’Olocausto non è stato solo il risultato di un’ideologia criminale messa in atto da gerarchi nazisti. Ha avuto anche la responsabilità di moltissime persone qualunque. Lo storico americano Christopher Browning, che da anni ragiona sul genocidio, spiega perché

A metà luglio 1942, un battaglione di riserva della polizia tedesca: uomini di mezz’età, fra i trentatré e quarantotto anni, in stragrande maggioranza operai, gente normalissima, cuore pulsante della società industriale, reclutati ad Amburgo, città portuale di scarse simpatie naziste, insomma a metà luglio 1942, in Polonia, a Jozefòw un paesone di poche migliaia di abitanti, sbarca il Battaglione 101 (questa era il nome) e compie una strage degli ebrei. Questo episodio, marginale nella spaventosa economia della Shoah, è stato posto, una trentina di anni fa, al centro di un libro che in larga parte ha cambiato la storiografia dell’Olocausto e la nostra percezione della catastrofe europea. Il testo, scritto da Christopher Browning, intitolato “Uomini comuni. Polizia tedesca e «soluzione finale» in Polonia”, tradotto dall’inglese da Laura Salvai, esce ora di nuovo con Einaudi, in un’edizione ampliata. Occasione questa per parlare con l’autore, non solo del libro, quanto della questione, cruciale per chi studia la Shoah non come fatto isolato ma per capire la contemporaneità. La questione è: come uomini (sono tutti uomini non ci sono donne in quel battaglione), normalissimi diventino carnefici, privi di elementare empatia.

Sullo schermo del computer appare la faccia del settantottenne professore, sullo sfondo di un’ampia finestra e dietro il cielo azzurro, sereno. «Da quando sono in pensione vivo a Tacoma, nello Stato di Washington. In un’ora posso essere a Seattle e intanto mi godo la montagna e l’Oceano».

E poi comincia: «Lasciamo da parte, per un attimo, l’Olocausto. Parliamo di Ruanda, Bosnia, Cambogia. Quando un governo vuole assassinare masse di persone, il problema non è come trovare chi mette in atto il massacro, ma come impedire a quei governi di farlo. Gli uomini comuni possono compiere ogni delitto quando sono convinti di eseguire compiti conferiti da autorità legittime». Riflette: «Né io né lei abbiamo mai dovuto affrontare situazioni simili. Quindi né io né lei sappiamo come ci saremmo comportati. Il meglio che possiamo fare è cercare di comprendere perché cose simili siano successe».

All’obiezione che già Hannah Arendt ha ampiamente spiegato quanto l’ubbidienza possa essere crimine, e che questa constatazione non è più sufficiente, anche perché lei da filosofa aveva giuste intuizioni ma non conosceva i fatti più tardi scoperti dagli storici, per esempio che Eichmann non era un anonimo burocrate ma un nazista di primissimo rango, Browning risponde: «Ci vogliono sia persone con forti motivazioni ideologiche, che uomini comuni per mettere in atto il genocidio. Un Eichmann o un Himmler non potevano uccidere da soli tutti gli ebrei. Occorrevano uomini comuni che lo facessero. Nel mio libro ho cercato di mettere a fuoco una vicenda di uomini così e che non era stata sufficientemente indagata». La domanda è: perché non era indagata? Risposta: «A causa della convinzione che fossero uomini comuni e quindi non valesse la pena occuparsene». E cosa ha imparato? Browning solleva le mani: «Tempo fa, eravamo convinti che per fare certe cose occorressero uomini selezionati con attenzione, sottoposti a un forte indottrinamento e motivati ideologicamente. Eppure, gli uomini del Battaglione 101, fra i più efficienti nell’eseguire le uccisioni di massa nei territori della Polonia occupata, erano persone senza una preparazione specifica, senza indottrinamento, né selezionati all’uopo. All’inizio qualcuno aveva difficoltà a uccidere, ma hanno recuperato velocemente e sono diventati assassini abituali».

E allora, torniamo sulla scena di Jòzefow che Browning ha ricostruito dagli atti giudiziari tedeschi degli anni Sessanta. Il comandante, maggiore Wilhelm Trapp, raduna i suoi uomini. Spiega il compito (fucilare gli ebrei) e dice: «Chi non se la sente, faccia un passo in avanti». Quel passo lo fa un solo uomo, poi lo segue una dozzina di commilitoni. Nessuno viene punito, nessuno costretto a sparare. Ma allora gli altri diventano assassini, per lo spirito di corpo? Per complicità maschile? Opportunismo? Il professore interrompe, ha fretta di rispondere: «È ovvio che la paura di subire una punizione non è sufficiente per spiegare come si diventa un boia. Molto più interessante è il concetto di “Kameradschaft” (cameratismo) e di “Volksgemeinschaft” (la comunità del popolo nell’accezione nazista). Ne ha parlato un mio collega, Thomas Kuhne (NdR: nel libro, in italiano, “Il male dentro. La comunità di Hitler: psicologia del genocidio e orgoglio nazionale”. Edizioni dell’Altana). Sì, c’entra senso di appartenenza, una certa idea della mascolinità: essere duri, implacabili». Si ferma, poi guarda dritto lo schermo, si solleva leggermente dalla sedia: «I circa cinquecento uomini, del battaglione 101, in una Polonia occupata, in territorio ostile, avevano un solo punto di riferimento: la loro unità. Niente famiglie, niente amici. Niente i soliti riferimenti della loro città Amburgo. Come gruppo in Polonia hanno fatto cose che non avrebbero mai fatto come individui ad Amburgo». Riflette: «Penso agli americani in Vietnam. In mezzo a un Paese straniero, dove non ti puoi fidare di nessuno, sei condannato a stare solo fra i tuoi commilitoni, maschi. Vuoi essere stimato, far parte del gruppo, perché è l’unico che hai. Il conformismo è molto forte in queste situazioni».

Obiezione obbligatoria: la guerra del Vietnam non è paragonabile alla Shoah. Obiezione accolta in quanto ovvia, ma con una annotazione: «Stiamo parlando di situazioni concrete e di uomini comuni, non della filosofia della Storia. Cerchiamo di capire come si diventa assassini, non (per ora) come si compie il genocidio. E allora, la tattica di contro-guerriglia comportava, anche in Vietnam uccisioni fra popolazione civile. Nessuno ha ordinato il massacro di My Lai (NdR: una strage nel marzo 1968 di oltre cinquecento civili) ma era prevedibile che un episodio simile sarebbe prima o poi successo».

Proponiamo di allargare il discorso. La Shoah è l’espressione di un nichilismo radicale, di rovesciamento di tutti i valori. Browning interrompe di nuovo, per dire: «Ciò che era giusto è diventato sbagliato. Il torto dritto. Non uccidere il nemico è diventato peccato. L’etica era ristretta al tuo gruppo di appartenenza, la vita di chi era fuori da quel collettivo valeva zero. E questo ci porta all’Olocausto».

E quindi siamo nel cuore della Shoah. E delle immagini. Non molti lo sanno, ma circa il 90 per cento delle foto che abbiamo sono state scattate dai nazisti. Dimostrano masse dove è difficile distinguere le singole persone, le facce. Oppure ci sono fotografie di donne, spesso nude, poco prima di essere uccise. Insomma, noi vediamo le vittime e la storia con gli occhi dei nazisti. Browning resta in silenzio. Sospira: «Da storico devo usare le prove. E le foto sono prove, per quanto la situazione possa essere dolorosa». Di nuovo silenzio. Un sorriso: «Nella nuova edizione di “Uomini comuni” c’è un intero capitolo fatto di immagini ma ogni immagine è spiegata. La prima edizione aveva didascalie, ma spesso senza la contestualizzazione». Ancora una lunga pausa e poi: «Ho capito che le foto vanno raccontate, non solo citate. Devi dire chi le ha fatte, qual è il loro significato. Non sono e non devono essere illustrazioni. È quello che ho imparato negli ultimi trent’anni. Sa, anche noi storici continuiamo a imparare, sempre».

Ma le interpretazioni possono variare, obiettiamo. Nel libro c’è la foto di una donna, ebrea, in sottoveste con tre ufficiali nazisti intorno. Il professore la commenta come una situazione di violenza: una donna svestita con tre maschi brutali intorno. Noi vediamo però anche un altro aspetto: la donna guarda dritto negli occhi un ufficiale. Verosimilmente gli dice delle cose. I nazisti restano sorpresi per tanto coraggio. La foto dunque racconta l’eroismo di una donna comune di fronte a tre uomini spregevoli. «Ho avuto poche foto, le ho usate come ho ritenuto giusto», dice Browning. Certo, ma perché, in genere, anche là dove ci sono immagini di coraggio (alcune foto dei rivoltosi nel ghetto di Varsavia, seppur fatte dai nazisti: per esempio una dove tre insorti catturati, due donne e un uomo, guardano diritto nell’obbiettivo mentre l’uomo chiude la mano in un pugno) noi prediligiamo invece vedere le foto delle vittime inermi come quella iconica del bambino, con le mani alzate?

Il professore tace di nuovo. Poi: «Gli ebrei non avevano le macchine fotografiche. Le avevano invece i nazisti e producevano le immagini. Però...». Però? «Lo stesso principio vale per i documenti scritti. La maggior parte delle fonti sono fonti tedesche. I diari degli ebrei o verbali delle sedute degli Judenrat (i consigli ebraici nei ghetti) sono rari. Sono andati distrutti o dispersi». Poi ride di cuore: «L’unico ambito dove quella situazione è rovesciata, sono le testimonianze del dopo la guerra. I nazisti non amavano raccontare. I sopravvissuti invece hanno scritto e parlato, specie a partire dai primi anni Novanta». All’annotazione che in Italia molti reduci hanno parlato solo dopo la morte di Primo Levi, un po’ come se fossero intimiditi prima dalla potenza delle sue parole e dei suoi giudizi, Browning risponde: «Cosa puoi dire che non abbia già detto Levi?». Poi si corregge: «È una questione generazionale. La gente voleva ricostruire la vita, lavorare, avere famiglia. Una volta pensionati, arrivati a una certa età, potevano mettere insieme tutte le parti della loro vita. E così, oggi, abbiamo tantissime testimonianze, specie in video». Non lo dice ma si riferisce alle testimonianze registrate in tutto il mondo dalla Fondazione Spielberg.

Ci avviamo verso la conclusione. Abbiamo cominciato con la domanda su come si diventa boia. Abbiamo parlato delle situazioni concrete. Ma l’antisemitismo e l’ideologia quanto erano importanti? Risposta: «Per Hitler l’ideologia era la chiave. Per lui i destini del mondo dipendevano dalla lotta fra le razze e dallo spazio vitale (Lebensraum). Più Lebensraum, più cibo e benessere. In quel quadro gli ebrei erano considerati la minaccia universale e principale. Non potevi vincere la guerra fra le razze senza annientarli. Hitler pensava a se stesso come a una specie di salvatore messianico che sapeva quale era la fine della storia. Molti tedeschi ci hanno creduto. Ma resta la questione su come trasformi l’ideologia di una minoranza, in una convinzione condivisa dalla maggioranza della popolazione di un grande Paese. È una questione molto difficile». Ci provi, professore, provi a riassumere in una frase come si trasforma un’ideologia folle nella sua apparente logica, in un consenso di massa. La risposta arriva qualche ora più tardi via mail: «Ci vogliono i seguenti ingredienti: nazionalismo, razzismo, cameratismo, l’abilità di accarezzare un senso di risentimento, vittimismo e lo spettro di minaccia esterna che giustifichi qualunque mezzo adottato come legittima autodifesa».

Per ricordare davvero occorre guardare ciò che è inguardabile. Fiamma Nirenstein il 27 gennaio 2023 su Il Giornale.

È difficile ricordare la Shoah, e infatti nella mia famiglia sono serviti anni per farlo, anche se ne era stata colpita sia dalla parte materna, con espulsioni, fughe, due morti a Mauthausen, sia da quella paterna, con lo sterminio quasi completo della famiglia del mio babbo Alberto (Aaron) Nirenstein. Lui si salvò con un'avventurosa fuga da Baranov in Israele, Palestina mandataria, nel '36, e con lui due sorelle, Miriam e Ada. Del nucleo stretto, quattro sorelline e il suo adorato fratello Moshe furono sterminati a Sobibor con il padre Joseph e sua moglie, e tutti gli zii e i cugini.

Ma quando mio padre decise con i suoi libri di condividere il fardello che rese per sempre il suo linguaggio diretto, nemico delle sciocchezze, quando espose i punti esclamativi e interrogativi che ne avevano fatto una persona brusca, allora la sua storia della Shoah, più che memoria divenne imperativo a combattere sempre, perché il rischio non è svanito. Dice Elie Wiesel: «Ci avesse detto qualcuno, quando fummo liberati, che saremmo di nuovo stati obbligati a combattere l'antisemitismo, non avremmo avuto la forza di alzare gli occhi dalle rovine. Pensammo che se solo avessimo raccontato, il mondo sarebbe cambiato. Bene, l'abbiamo fatto, e il mondo è rimasto lo stesso».

Gli appelli alla memoria di questi giorni, mentre il mio computer seguita a essere bombardato da episodi di antisemitismo, ormai legalizzato e anche bene accetto quando si presenta come critica allo Stato d'Israele, travestito da battaglia per i diritti umani, sono in gran parte acqua su una ferita suppurata. Ci sono due elementi che rendono la Memoria della Shoah mal praticata. Anzitutto, sapere che un popolo intero, dagli ufficiali che dicevano di limitarsi a obbedire agli ordini, fino alla maggioranza dei cittadini che hanno con piacere perverso collaborato a uccidere fra i sei milioni di ebrei anche un milione e mezzo di bambini, o assistito in silenzio all'eccidio; inghiottire il concetto che quasi tutta Europa vi ha collaborato finché gli americani hanno imposto con le armi la fine di quel rogo collettivo... è molto difficile. È quello che mio padre fa nel suo libro È successo solo 50 anni fa. Se si vuole ricordare, per esempio si deve leggere come a Varsavia, Lodz, Byalistock, Cracovia... nei ghetti «si nota un numero sempre maggiore di bambini dalle facce gonfie, con gambe e braccia anch'esse gonfie; dai corpicini coperti di bolle e croste; dalle facce scheletriche da cui spiccano con violenza degli occhi grandi spaventati, affamati con ossa del cranio sporgenti; di bambini con le gambette inverosimilmente magre e dalle facce invecchiate, appassite; bambini per le strade, rannicchiati, miseri, sofferenti - bambini affamati».

Per ricordare occorre guardare l'inguardabile: Emanuel Ringelblum scrive che «nei ghetti le strade erano piene di corpicini che una mano pietosa copriva coi giornali, e rimanevano così». Guardare le stragi dei bambini nelle fasi dell'eliminazione dei disabili fisici e mentali, del gas nei camion, delle fucilazioni in braccio alle madri, della deportazione in massa di bambini separati dai genitori verso le camere a gas, delle processioni di creature con i loro maestri che decidevano di morire con loro, silenziosi e disciplinati. Durante i rastrellamenti i tedeschi davano la caccia ai bambini ebrei con cani lupo ammaestrati, buttavano i bimbi in aria e li infilzavano con le baionette, tagliavano le loro teste con le asce, spaccavano i neonati in due, li gettavano nei roghi, nei pozzi e nei fiumi, li seppellivano vivi. Una bimba di 7 anni ricevette da un SS la promessa che se avesse baciato il cadavere della sua mamma lui non l'avrebbe uccisa: lei la bacia e lui le spara. Un bimbo di 5 anni offrì a un SS una matita morsicata e uno specchietto rotto, i suoi tesori più cari, e l'SS gli sparò; una bimba tredicenne prima di essere uccisa si rivolse al capo SS dicendo «ma io sono grande, posso lavorare, perché vuole fucilarmi?». Nel '46 a Lublino i bambini deportati furono ricondotti al loro orfanotrofio perché il numero non soddisfaceva gli SS. I genitori, credendo il posto sicuro, lo riempirono di bambini che subito furono portati via mezzi nudi e affamati, falciati con mitragliatrici e buttati vivi nelle fosse preparate nelle cave vicine. Per chi vuole ricordare la Shoah, qualsiasi versione edulcorata non è memoria, è un film scolorito che riguarda responsabilità collettive vaste, riguarda l'antisemitismo genocida.

E questo è il secondo ostacolo veso la vera Memoria. Il messaggio che generalmente è stato tramandato è che un mondo emendato e consapevole mai più avrebbe potuto avventarsi sugli ebrei in quanto tali per ucciderli. Ma gli eventi di questi anni ci mostrano una versione completamente diversa della realtà. Nonostante le prove siano migliaia, non c'è un sostenitore dell'importanza del Giorno della Memoria che accenni alla necessità di farla finita con l'intenzione da parte di Stati e di gruppi ricchi, famosi, potenti, di eliminare il Popolo Ebraico e la sua maggiore istituzione, Israele. Mi riferisco soprattutto all'Iran, che ne ha fatto la sua pietra di fondazione, e a buona parte della propaganda palestinese, sia di Hamas, sia di Fatah, che solo ogni tanto traveste il suo terrorismo da irredentismo, ma in genere punta a uccidere gli ebrei. L'Iran è un'enciclopedia di dichiarazioni e di operazioni genocide.

Il caso più citato è quello del presidente Mahmud Ahmadinejad che nel 2005, evocando il padre fondatore Ayatollah Ruhollah Khomeini, disse che il regime di Gerusalemme «deve essere cancellato dalla mappa». Il ministro degli Esteri Manouchehr Mottaki nel 2008 affermò che «deve essere eliminato dalla faccia della terra»; Ahmad Khatami chiese nel 2012 di «annichilire il regime sionista»; Hassan Rouhani ha promesso di «mondare il mondo dalla ferita imposta al mondo» e via via verso i nostri giorni le Guardie della Rivoluzione, i basiji, i politici, Ali Khamenei stesso... È stato lui a usare l'espressione «soluzione finale». Esmail Ghaani, capo delle guardie rivoluzionarie, ha precisato il piano: «gli hezbollah stanno per portare il colpo fatale». E con loro le altre milizie che ormai circondano gli ebrei. L'Iran ne è il maggior finanziatore, ma è l'Ue che senza battere ciglio seguita ad aiutare Abu Mazen che paga fra i 400 e i 3500 dollari al mese chi uccide o tenta di uccidere un ebreo. Hamas resta il leader del terrorismo genocida; quanto a Fatah, ci si illude che si tratti di un sogno irredentista, anche se la suddivisione è stata respinta almeno cinque volte dal 1948, quando in cambio di due Stati per due popoli i palestinesi scelsero la guerra di distruzione per la prima volta, seguiti poi, disastrosamente, da tutto il mondo islamico.

È mai possibile che l'Onu, l'Unione Europea, le istituzioni più svariate che sostengono l'Autorità Palestinese, non le chieda mai conto della sua intenzione genocida, del perché i bambini imparano a odiare gli ebrei disegnandoli con tutte le caratteristiche di ferocia, perversione, egoismo, razzismo, facendone i diffusori del Covid e la causa della guerra in Ucraina? L'Ue del «mai più» non è compatibile con quella che non vede come Israele abbia tentato invano ogni strada di pace da contrapporre a un odio ideologico inestinguibile. Che cosa pensa chi ripete «mai più» quando Fatah vanta 7200 attacchi nel solo 2022 e si eccita annunciando di aver compiuto 76 attacchi a fuoco in un mese? Quando il paragone fra Israele e il nazismo diventa luogo comune insieme alla follia degli ebrei come «suprematisti bianchi»? Tornando a Eli Wiesel e al «mai più». È una pratica di revisione intellettuale, di abbandono ai paradossi politici per cui Israele è uno Stato coloniale, imperialista, di apartheid, gli ebrei sono suprematisti bianchi, criminali di guerra. Slogan sempre più frequenti durante le manifestazioni contro Israele.

Gli europei devono saper riconoscere la tradizione antisemita, conoscere la loro stessa storia ricordandola con vergogna, e rinnegare gli stereotipi.

Ella Blumenthal, la 'joie de vivre' dopo l’orrore nazista. Il documentario “I am here” di Jordy Sank è disponibile in streaming da oggi, in occasione del Giorno della Memoria, in esclusiva su Nexo+: una grande storia, uno straordinario insegnamento. Massimo Balsamo il 27 gennaio 2023 su Il Giornale.

Di lei è impossibile non innamorarsi. Una personalità magnetica e illuminante, un carattere esuberante, una joie de vivre travolgente. Ella Blumenthal è molto più di una vivace nonnina sudafricana sopravvissuta all’Olocausto: vive a Città del Capo, ha quattro figli, undici nipoti e nove pronipoti. Tutti al suo fianco mentre racconta quanto attraversato negli anni del nazismo, tra campi di concentramento e violenze, tra deportazioni e morte. A partire da oggi, in occasione del Giorno della Memoria, grazie alla collaborazione con DNC Entertainment Factory, arriva in esclusiva su Nexo+ "I am here", il documentario di Jordy Sank che ci permette di ripercorrere l'incredibile storia della sopravvissuta all’eccidio nazista.

È durante le celebrazioni del suo novantottesimo compleanno che Ella Blumenthal si apre ad amici e familiari e narra, come non ha mai fatto prima, la sua storia di sopravvissuta all'Olocausto. I suoi ricordi drammatici, ripercorsi nel film e illustrati attraverso animazioni essenziali e comprensibili a tutti, attraversano tre campi di concentramento e si alternano alle immagini di Ella, che le videocamere seguono nel presente mentre recita le sue preghiere, nuota in piscina, impasta il pane per lo Shabbat e cammina sulla promenade a Cape Town.

Ella Blumenthal nasce a Varsavia nel 1921, la più piccola in una famiglia di sette fratelli. Una bambina monella, amata dai suoi cari, piena di ricordi felici. Un’adolescenza felice, finchè non inizia la guerra: quando la Germania nazista invade la Polonia tutto cambia. I conti bancari congelati, le terre requisite e le varie misure discriminatorie: dalle radio confiscate al cibo razionato, passando per il coprifuoco e la chiusura di scuole e sinagoghe.

Ella e la sua famiglia devono trasferirsi nel ghetto di Varsavia, dove si patisce la fame, ci si ammala e ci si infetta. Una situazione terribile, ma è solo l’inizio dell'incubo. Presto le persone vengono catturate con metodi brutali e spedite nei “campi di lavoro”, rmentre onde e irruzioni aumentano esponenzialmente. Lei perde quasi tutta la sua famiglia: 23 persone tra madre, fratelli, sorelle e nipoti, tutti mandati a Treblinka. Per un semplice colpo di fortuna, lei, il padre e la nipote Roma riescono a salvarsi. Ma la libertà dura poco: i tedeschi danno fuoco al ghetto, edificio dopo edificio, e loro sono costretti ad abbandonare il nascondiglio.

Prima Majdanek, poi Auschwitz e infine Bergen-Belsen. Nel primo campo di concentramento perde il padre, destinato alle camere a gas. Ogni giorno un dramma: impiccagioni, violenze, soprusi, angherie. Ella Blumenthal e la nipote non perdono mai la speranza, nemmeno nei momenti più bui. "Affronterei tutto dall'inizio, anche se dovessimo venire uccisi e perseguitati: sceglierei ancora di essere chi sono", la forza d’animo della donna. "Fate amicizia e offrite alla gente sorrisi e gentilezza, tornano sempre indietro", il suo credo dopo gli anni trascorsi nei lager. Una volontà di vivere e/o sopravvivere fortissima, pronta a tutto per andare avanti con l’aiuto di Dio. Fino alla liberazione, al momento più bello, alla fine della sofferenza: Ella viene liberata il 15 aprile 1945, dopo più di cinque anni di persecuzione.

Dalle eroine dei ghetti al pugile morto nel lager: il dramma della Shoah riscoperto leggendo. Sono molti i nuovi titoli che aiutano a capire l'enormità della violenza. Eccone alcuni. Matteo Sacchi il 27 gennaio 2023 su Il Giornale.

Come ogni anno sono molti i libri usciti poco prima del Giorno della memoria e che possono essere utili per dare spessore e umanità nel perpetrare il ricordo di quella che è stata una delle più aberranti violenze della storia umana: la Shoah.

Tra i nuovi titoli vale la pena citare Figlie della resistenza. La storia dimenticata delle combattenti nei ghetti nazisti (Mondadori, pagg. 562, euro 25) a firma di Judy Batalion. Il libro racconta i moltissimi episodi, spesso inspiegabilmente trascurati dalla storiografia, che videro le ebree polacche resistere attivamente, e anche con una incredibile inventiva, alla furia dei nazisti. Percorrendo il testo si scoprono gli atti temerari e di forza disperata compiuti da donne come Bela Azan, la quale sfruttava il suo aspetto quasi ariano per infiltrarsi nella Gestapo. O Sarah Kukielka, tra le eroine del Ghetto di Varsavia.

Un interessante e doloroso incrocio tra la storia dello sport e quella dei campi di concentramento lo si può trovare nel saggio di Antonello Capurso La piuma del Ghetto. Leone Èfrati, dalla gloria al campo di sterminio (Gallucci, pagg. 334, euro 16,50). Il romano Leone Èfrati (classe 1915) era una promessa del pugilato italiano. Veloce e di grande temperamento, il 28 dicembre 1938 sfiorò il titolo mondiale dei pesi piuma sfidando, negli Usa, Leo Rodak. Poi le ignominiose leggi razziali lo cancellarono dagli annuari sportivi fascisti e dai giornali. Rimosso perché ebreo. Avrebbe potuto scegliere gli Stati Uniti ma tornò a Roma per restare vicino alla moglie e alla figlia. Venne tradito consegnato ai nazisti che lo deportarono prima ad Auschwitz e poi a Ebensee/Mauthausen. Lo uccisero massacrandolo di botte dopo che intervenne per difendere suo fratello preso di mira dai kapò. Capurso alla sua straziante storia aveva precedentemente dedicato anche uno spettacolo teatrale.

Sempre alla persecuzione degli ebrei romani è dedicato il nuovo romanzo della giornalista Ritanna Armeni Il secondo piano (Ponte alle Grazie, pagg. 278, euro 16,90). Narra la vicenda di un gruppo di coraggiose suore che nel 1944 rischiano la vita per salvare alcune famiglie sfuggite al rastrellamento nel ghetto. In un convento di periferia la madre superiora e le sue sorelle gestiscono l'assurda situazione di avere un'infermeria tedesca al pian terreno e degli ebrei in fuga al secondo piano che dà il titolo al romanzo.

Di notevole interessa anche il volume KZ2 di Davide Romanin Jacur (Ronzani Editore, pagg. 312, euro 20). Come il precedente KZ lager (sempre Ronzani Editore) ricostruisce nel dettaglio l'evoluzione del delirio concentrazionario nazista. Davide Romanin Jacur, membro attivissimo della Comunità ebraica di Padova, ha accompagnato decine e decine di viaggi didattici nei lager e in questi libri mette tutta la sua esperienza nello spiegare una violenza che la mente umana fatica ad accettare.

Il dramma dei campi rivive anche in Auschwitz non finisce mai (Rizzoli, pagg. 272, euro 19) di Gabriele Nissim. In questo libro Nissim fondatore e presidente della fondazione Gariwo, nata per riconoscere i Giusti che si sono opposti a ogni genocidio si batte perché la memoria della Shoah si trasformi in una lente di ingrandimento, attraverso la quale riconoscere l'orrore ovunque esso si manifesti. Considerando le riflessioni e gli interrogativi di figure fondamentali quali Primo Levi, Simone Weil, Hannah Arendt, Yehuda Bauer e Raphael Lemkin, questo libro ci guida a indagare il meccanismo che porta alle atrocità di massa.

Breaking bad. Primo Levi ha reso il sadismo indecifrabile di Auschwitz una esperienza biologica e sociale. Massimo Bucciantini su L’Inkiesta il 27 gennaio 2023.

In un altro mondo” (Il Saggiatore) racconta tre figure rivoluzionarie e il momento in cui, grazie a un’inattesa scoperta, la loro vita, il loro tempo e la nostra storia sono cambiati per sempre. Galileo Galilei, Vincent van Gogh e Primo Levi

Primo Levi ha dichiarato più volte che Auschwitz è stata la sua università. Si sa che questa analogia non è sua ma di Lidia Beccaria Rolfi, anche se per lei non si trattò di Auschwitz ma di Ravensbrück, il principale lager femminile della Germania nazista, circa 90 chilometri a nord di Berlino.

Anche per Levi Auschwitz si trasformò in un luogo di apprendimento. Anzi, nel luogo di apprendimento che prima e più di ogni altro lo ha costretto a scrivere. Non una scuola qualunque, dunque, ma una universitas, deputata alla conoscenza della condizione umana nel senso più generale del termine. «Io credo di poter dire altrettanto» dichiara nell’«Appendice» a Se questo è un uomo, richiamandosi a Lidia Rolfi, «e cioè che vivendo e poi scrivendo e meditando quegli avvenimenti, ho imparato molte cose sugli uomini e sul mondo».

Pochi però appresero quello che era necessario apprendere. L’Häftling, il prigioniero 174517, vi riuscì in tempi brevissimi, grazie anche al fatto che per lui, diversamente da Lidia Rolfi e dalla stragrande maggioranza dei deportati, Auschwitz fu la sua «seconda università»: perché Levi entrò nell’altro mondo non come scrittore o come intellettuale, ma come chimico. Se non avesse avuto quel tipo di mentalità tecnico‐scientifica, la forza della sua scrittura e la sua maniera di vedere e di capire non sarebbero state le stesse.

Non sarebbe stato lo stesso il modo in cui riesce a farci vedere quanto accadde quella notte di gennaio del 1945, quando i tedeschi, pressati dall’avvicinarsi delle truppe russe, abbandonarono il Campo senza uccidere i prigionieri rimasti in infermeria. Oppure quando ci fa immaginare quel giorno di primavera del 1944, portandoci con lui nel Polimerisations‐Büro, nel Kommando 98, dove si tenne l’esame più folle del mondo. Oppure, ancora, quando ci fa udire il grido di morte dell’«ultimo» – «un duro», un solitario che «doveva essere di un altro metallo del nostro» –, la sua voce e le sue parole, insieme al rumore secco della botola che si apre e dove «il corpo ha guizzato atroce [e] la banda ha ripreso a suonare».

Vale ripeterlo: la chimica – come approccio metodico, come forma mentis – gli servì a scrivere, ma anche a conoscere il complicato intreccio di relazioni umane di un mondo apparentemente assurdo, a capire che quella città‐prigione circondata da due altissimi reticolati di filo spinato non era altro che una «gran macchina» costruita dagli uomini per distruggere altri uomini.

A Levi sembra di essere stato cacciato dentro un meccanismo indecifrabile, costruito per divertimento e sadismo, dove anche un medico, un ungherese che ha studiato in Italia e che si presenta come un criminale‐dentista, dice cose folli.

Ma con il passare dei giorni la capacità di Levi di cogliere i minimi dettagli, di individuare gli apparentemente incomprensibili dispositivi di funzionamento della «macchina» si affinò sempre di più. «Il Lager è stato per molti di noi e per me in specie, un osservatorio; cioè un altro modo parallelo a quello che dicevo prima del mestiere chimico, di immagazzinare esperienze positive».

Ciò dipese in larga misura proprio dal tipo di attenzione e di sensibilità allo studio dei fenomeni naturali, e in particolare a quelli legati alla trasmutazione della materia che aveva acquisito negli anni universitari. A mano a mano che oltrepassa la soglia di quel congegno infernale, l’impressione che ne ricava è di essere finito in una macchina‐mondo fatta a rovescio, dove regna la confusione delle lingue e la prima regola è non pensare e non capire.29 «Qui siamo su un altro pianeta. Non dimenticartelo» sentenziò Rudolf Höss, rivolgendosi al cognato Fritz Hensel.

Levi descrive con grande accuratezza questo stato di vita umano‐animalesca. Com’è evidente all’inizio del capitolo «Le nostre notti», dove i verbi «scavare» e «secernere», e i sostantivi «nicchia» e «guscio», ci fanno percepire quanto questo legame sia in gran parte originario e non acquisito.

È il Levi curioso osservatore della natura animale e umana a prendere la parola. E non importa sapere se nel 1947 avesse letto di etologia, se già conoscesse Konrad Lorenz o fosse al corrente di altri studi sul comportamento animale. Certamente aveva letto Darwin, ed era più che sufficiente: è lui stesso a dirlo, per di più a quindici‐sedici anni, a un’età precocissima.

Levi si sentiva chimico dentro, e quanto questa sua condizione era così pervasiva e compenetrata con qualunque altro aspetto del suo animo. Qualsiasi linea di confine interiore è saltata. Il suo modo di lavorare e di pensare la materia, di percepirla e osservarla, di competere e lottare con essa, si riflette nel suo modo di vedere e di stare al mondo.

Leggendo brani come questo, sembra quasi che la sua abitudine all’osservazione dettata dal suo essere chimico influenzi ogni altro suo aspetto dell’agire e del pensare. A tal punto che tra cose e persone non c’è soluzione di continuità. Vita e materia non sono campi separati: il termine «cose» si riferisce anche alla materia umana, «comprende anche le persone». «Per lui non esistono confini di genere tra materia inanimata, vegetali e animali».

Prima di giungere ad Auschwitz, la mente e l’occhio di Levi sono dunque già allenati al distanziamento necessario per «cacciare» la materia in qualunque forma essa si presenti, sia come reazione chimica nel regno minerale sia come trasformazione della vita nel regno vegetale e animale. L’attestazione più evidente di questo legame è «Carbonio», l’ultimo racconto del Sistema periodico, ma che venne concepito per primo.

La storia di un atomo di carbonio prendeva corpo nel carcere di Aosta, prima del trasferimento di Levi a Fòssoli e poi ad Auschwitz. Qui il nesso strettissimo tra materia e vita è già presente: «La mia idea era quella di insegnare alla gente questo miracolo del carbonio quale elemento vitale, di spiegarle il perché di questa storia sbalorditiva, di come il carbonio può diventare un elemento vivo».

Fin da subito, quindi, fare il chimico e riflettere sul mestiere del chimico sono due aspetti inseparabili da un discorso più generale che coinvolge anche la vita umana nella sua costitutiva ambiguità e mutevolezza. Per Levi, per il chimico sui generis Levi, non c’è nessuno iato tra lo studio della trasmutazione della materia e lo studio delle infinite variazioni che si manifestano nell’animale‐uomo, nella complessa macchina umana. L’attitudine mentale è la medesima. E l’osservazione del comportamento umano all’interno del Lager lo dimostrava pienamente.

Liliana Segre: «Iniziai a testimoniare quando divenni nonna». CorriereTv su Il Corriere della Sera il 27 Gennaio 2023.

La senatrice a vita, superstite della Shoah, spiega la scelta di raccontare l’orrore dopo quarantacinque anni di silenzio.

«Quando un silenzio, per l’impossibilità di parlare di un argomento, dura quarantacinque anni, la testimone si domanda se le uscirà la voce, a chi interesseranno le sue parole...». Inizia così la videointervista di Liliana Segre che pubblichiamo qui sopra, nella quale la senatrice a vita, superstite della Shoah, racconta la sua scelta di testimoniare. Una decisione presa «quando divenni nonna, esperienza straordinaria per una che sarebbe dovuta morire». Ha parlato per trent’anni, Liliana Segre, in centinaia di scuole, davanti a migliaia di studenti, fino a quando a novant’anni il dolore di rivivere ogni volta la tragica esperienza di Auschwitz e la fatica fisica non l’hanno portata a smettere. L’ultima indimenticabile testimonianza l’ha resa il 9 ottobre 2020 nella Cittadella della Pace di Rondine, un luogo quanto mai simbolico dove, in uno Studentato internazionale, giovani provenienti da Paesi in conflitto convivono e costruiscono il dialogo.

Il filmato che pubblichiamo, online nel Giorno della Memoria, nasce da un dialogo con il regista Ruggero Gabbai ed è prodotto dalla Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec), cui la senatrice ha deciso di donare l’archivio della sua testimonianza nelle scuole. Appunti su carte sparse e block notes d’epoca, ma anche tantissime lettere ricevute da alunni e insegnanti, articoli di giornale, contenuti didattici. Dal 1992 a oggi. «Intorno agli ottant’anni — ha raccontato lo scorso giugno Liliana Segre al «Corriere» — pensai di buttare tutti quei materiali. Non volevo restassero ai miei figli, già coinvolti nei traumi di una mamma sopravvissuta. Però non l’ho fatto. E quando il Cdec mi ha chiesto se poteva occuparsene, ho detto di sì». Sono documenti «che fin dall’inizio custodii religiosamente perché erano lo specchio di una profonda scelta di vita fatta a sessant’anni, un mare che mi ha travolto, una spinta inarrestabile a rompere il silenzio».

«Nel corso del nostro lavoro — spiegano ora gli archivisti Francesco Lisanti e Rori Mancino — ci siamo trovati di fronte alla costruzione e alla continua rielaborazione del racconto dell’esperienza individuale di una testimone diretta e di quanti, accanto a lei, non sopravvissero. Un’esperienza condivisa con studenti di diverse fasce d’età e di diversi indirizzi scolastici che, spesso, hanno ripreso ciò che avevano ascoltato, rielaborando le parole di Liliana Segre in modo personale e inviando a lei il risultato».

Nel video la senatrice, che non è mai più tornata ad Auschwitz, dove fu deportata a tredici anni, racconta anche un episodio del 1995. «Nel cinquantenario della liberazione, ero in macchina con mio marito e abbiamo sentito una cronaca in diretta in cui venivano descritti la regina d’Olanda e altri che erano lì. Tutti in pelliccia. Siccome io lo so cos’è il freddo, ho detto: come ho fatto bene a non andare. Li avrei obbligati a spogliarsi e avere freddo, perché non si può andare in pelliccia ad Auschwitz. Se uno vuole visitare quel posto, deve avere freddo e anche un po’ fame».

La sera del 27 gennaio Liliana Segre, accompagnata da Fabio Fazio, condurrà gli spettatori al Memoriale della Shoah di Milano nel corso dell’evento televisivo «Binario 21», in diretta su Rai 1 alle ore 20.35. Oltre ai sotterranei della Stazione Centrale da cui fu deportata, mostrerà altri luoghi di Milano, come la scuola da cui fu cacciata e il carcere di San Vittore in cui fu rinchiusa. (di Ruggero Gabbai, con il testo di Alessia Rastelli )

Segre, la testimonianza al Binario 21: «Calci, pugni, sputi e ci spinsero sui treni per Auschwitz». Cesare Giuzzi e Alessia Rastelli su Il Corriere della Sera il 27 Gennaio 2023.

La senatrice a vita, nel giorno della Memoria, ricorda i giorni della deportazione. Per le ingiurie contro Segre ci sono 20 indagati, compreso un dirigente della Lega

La senatrice a vita Liliana Segre, 92 anni, con Fabio Fazio, 58, ieri sera durante , lo speciale Rai sul Giorno della Memoria

«Arrivammo in questo posto buio, non capivamo niente. Ci spinsero dentro il treno a calci e pugni, ci sputarono, era qualcosa che andava al di là dell’immaginazione più spaventosa. La gente piangeva, si disperava». Da quell’antro oscuro, sottostante i binari ordinari della Stazione Centrale di Milano, Liliana Segre fu deportata a 13 anni «per la sola colpa d’essere nata». Chiusa in un carro bestiame diretto ad Auschwitz. Ieri sera, nel Giorno della Memoria, ha rivissuto quei momenti con Fabio Fazio, nel corso della diretta televisiva Binario 21, trasmessa da Rai 1. E ha ribadito di non poter perdonare, ma di non odiare. «Sono diventata mamma. Non avrei mai potuto odiare».

È stata la stessa senatrice a vita a guidare gli spettatori in un luogo di dolore estremo, ma attorno al quale si è spesa perché venisse realizzato il Memoriale della Shoah di Milano: un polo per non dimenticare e insieme un centro di cultura che, lo scorso giugno, ha accolto anche la biblioteca e l’archivio del Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec). Il dialogo tra Segre e Fazio è iniziato sotto la scritta «Indifferenza», impressa a caratteri cubitali all’ingresso del Memoriale. E ha attraversato anche altri luoghi di Milano, come la casa dove la futura senatrice abitò bambina; le elementari Ruffini, da cui fu cacciata a otto anni. E, ancora, il carcere di San Vittore, dove fu rinchiusa prima della deportazione.

Ieri, proprio nel Giorno della Memoria, venti persone — 17 uomini e tre donne di diverse regioni d’Italia — sono state segnalate dai carabinieri di Milano alla Procura per le ingiurie postate sul web contro la senatrice. Tra gli indagati, anche il 71enne Nicola Barreca, eletto da un mese segretario cittadino della Lega di Salvini a Reggio Calabria. E poi, Chef Rubio, medici, professionisti e anche disoccupati. L’accusa, per tutti, è diffamazione a mezzo telematico con l’aggravante delle motivazioni religiose, etniche o razziali. Era stata la stessa Segre a rivolgersi ai carabinieri lo scorso 6 dicembre e ora, a una serie di profili anonimi, è stato dato un nome.

Ma alla storia della senatrice, sempre ieri, si sono aggiunti tasselli preziosi. Esposta nella Sinagoga di Siena c’è una lettera, datata 26 gennaio 1946 ed emersa da poco, del nonno di Liliana Segre, Alfredo Foligno, scampato alla Shoah. Dopo la guerra quest’ultimo, quando aveva già riabbracciato la nipote, scrisse al rabbino della città toscana: «Voglio sperare che Dio, che mi ha dato la grazia di riavere la mia nipotina Liliana, mi conceda la gioia di riabbracciare mio genero». Quel genero, Alberto Segre, padre di Liliana, non tornò. Ieri dal Memoriale, il sindaco Beppe Sala, ha detto che gli sarà conferito l’Ambrogino d’oro.

Estratto dell’articolo di Flavia Amabile per “La Stampa” il 27 gennaio 2023.

Per 60 anni si è sentito in colpa di essere sopravvissuto al padre, alla sorella, all'intera famiglia sterminata dai nazisti. Nel 2005 è tornato a Birkenau, dove tutto era finito e dove era il tempo che qualcosa ricominciasse. Da quel momento Sami Modiano, 93 anni, ha capito perché è ancora vivo e svolge il suo compito di testimone di quello che è accaduto.

 Che cosa ricorda?

«Mi ricordo qualche giorno prima del 27 gennaio che io ho dovuto fare la marcia della morte come avevano fatto in molti. Ero un ragazzo di 14 anni, ero distrutto, agonizzavo.

L'ordine preciso era dare il colpo di grazia perché nessuno doveva testimoniare ai russi quello che i nazisti avevano creato. Qualcuno ha voluto che io rimanessi in vita».

 […]

 Provava un senso di colpa?

«Sicuramente. Mi sono sentito privilegiato. Mi dicevo: ma come, hai lasciato tutti dall'altra parte e sei rimasto qui? Purtroppo, sono stato scelto per rimanere. Non capisco il motivo della mia vita, diverse volte ho avuto episodi evidenti in cui sarei dovuto entrare nelle camere a gas e per un motivo o l'altro non sono entrato, in cui mi avrebbero dovuto dare il colpo di grazia e non me l'hanno dato. Sono questi i pensieri che mi tormentavano e a cui non trovavo risposta».

Quando ha trovato una risposta?

«Nel 2005 quando avevo deciso di andare a Birkenau. Volevo capire se aveva senso tornare e raccontare. Mi sembrava inutile perché ero convinto che non mi avrebbero creduto. Era la mia paura più grande, raccontare la verità e non essere creduto. Sarebbe stato tremendo.

 Poi sono andato e ho scoperto che non avevo dimenticato nemmeno una virgola. Dopo 60 anni ho rivisto mio papà, mia sorella e tutte le scene orrende che avevo visto da ragazzo. Ero anche io un ragazzo di 14 anni quando mi hanno mandato lì e questo mi ha fatto scoppiare in una crisi di pianto rivedendo tutto da capo.

Avevo dietro di me 300 studenti che mi seguivano e che vedevano che parlavo e raccontavo. Poi quando mi sono girato per vedere, i ragazzi avevano le lacrime agli occhi anche loro. Lì ho capito, ho trovato la risposta alle domande che mi ero portato dietro per sessant'anni». […]

La storia segreta dei reduci della guerra di Spagna deportati a Mauthausen con gli ebrei. Alessandra Zavatta su Il Tempo il 28 gennaio 2023

Quando, il 5 maggio 1945, due carri armati dell'undicesima divisione corazzata dell'esercito americano entrarono a Mauthausen, scoprirono che tra i prigionieri c’erano i Repubblicani che avevano combattuto nella guerra di Spagna. Fuggiti in Francia quando il dittatore Francisco Franco salì al potere a Madrid, vennero traditi dal governo filonazista di Vichy. E consegnati al Terzo Reich. Finirono così rinchiusi nel campo di concentramento costruito vicino a Linz, in Austria. L’ultimo campo ad essere liberato.

Delle 190mila persone che hanno varcato quei cancelli, più di 90mila sono state assassinate o sono morte per fame. Tra loro ebrei, zingari, omosessuali, testimoni di Geova, e oppositori politici del nazismo, come in tutti i campi di concentramento. Meno noto è il fatto che quasi cinquemila prigionieri che morirono a Mauthausen erano Repubblicani spagnoli privati ​​della nazionalità e deportati dalla Francia collaborazionista del Maresciallo Pétain.

Ottant’anni dopo una mostra al Sefarad-Israel Center, a Madrid, ne ricostruisce la storia, intrecciata con ricordi, documenti ufficiali ed effetti personali. Accanto a questi ci sono resoconti di prima mano della morte e della vita all'interno di Mauthausen e dei sottocampi circostanti. E dell'amicizia nata con molti ebrei, per sopravvivere nelle tremende condizioni in cui venivano tenuti i prigionieri.

Due dei luoghi più famosi di Mauthausen erano la cava di granito e la "scala della morte" di 186 gradini su cui uomini e donne esausti e affamati erano costretti a marciare trasportando pietre da cinquanta chili.

Alcuni prigionieri, soprattutto giudei olandesi, furono semplicemente spinti oltre il bordo della cava. Tali omicidi vennero ufficialmente registrati come "suicidio saltando", ma le guardie davano un altro nome alle vittime: "paracadutisti". Altri detenuti, sfiancati oltre il limite della sopportazione umana, si sono gettati contro le recinzioni elettrificate. Poi c'erano gli "esperimenti" medici per determinare quale tipo di dolore e paralisi derivassero dalle iniezioni al cuore e per vedere quanto tempo le persone potevano vivere mangiando soltanto pappa.

Cinquecentomila Repubblicani spagnoli fuggirono in Francia all'inizio del 1939 dopo che divenne chiaro che i Nazionalisti di Franco avrebbero vinto la guerra civile, iniziata quasi tre anni prima con un tentativo di colpo di Stato militare contro il governo eletto. Sessantamila tra loro si unirono all'esercito francese, per poi ritrovarsi alla mercé dei nazisti e del regime di Vichy dopo l’invsione della Francia da parte dei soldati di Adolf Hitler, nel 1940. Diecimila Repubblicani furono radunati e deportati, tre quarti di loro venne spedito a Mauthausen. Dichiarati “apolidi” e costretti a indossare triangoli blu capovolti sulle uniformi per sottolineare la mancanza di patria, si trovarono accanto a decine di migliaia di ebrei i cui abiti a strisce portavano cucita una stella di Davide gialla. Mentre i prigionieri spagnoli di Mauthausen erano schiavi apolidi costretti a lavorare, quelli ebrei, Sinti e Rom furono vittime del genocidio.

A Mauthausen c’era pure Simon Wiesenthal, che avrebbe continuato a dare la caccia ai nazisti dopo la guerra e avrebbe combattuto per garantire che l'Olocausto non fosse mai dimenticato. Francesc Boix, un soldato e fotografo repubblicano spagnolo, ha documentato la vita del campo. Le sue immagini e testimonianze sono state utilizzate nei processi per crimini di guerra a Norimberga e Dachau. Scatti ora inclusi nella mostra al Sefarad-Israel Center che resterà aperta fino al 17 giugno prossimo.

Liberati dagli americani, molti repubblicani si stabilirono in Francia, perché in Spagna Francisco Franco resterà al potere fino al 1975, e morirono prima di vedere tornare la democrazia a Madrid.

Quando l’ignoranza e la malafede fa informazione.

Stasera Italia, niente russi ad Auschwitz? Senaldi: è cancel culture. Il Tempo il 27 gennaio 2023

C’è la possibilità che la guerra tra Russia ed Ucraina porti ad uno scontro mondiale o ad un allargamento del fronte di battaglia? È questo il quesito rivolto a Pietro Senaldi, codirettore di Libero, nel corso del collegamento effettuato durante la puntata del 27 gennaio di Stasera Italia, il programma televisivo condotto da Barbara Palombelli: “Non credo che si rischi un’escalation, ovverosia che la guerra arrivi ad uno stato superiore di quello che abbiamo visto in questi undici mesi. Penso che il conflitto si estenderà in durata e sarà molto difficile venirne fuori, ma non vedo un’escalation, il mondo si è fermato prima. Qualche mese fa ero più preoccupato. Poi voglio fare una battuta, cioè non invitare i russi ad Auschwitz è cancel culture, come abbattere la statua di Cristoforo Colombo, è paradossale che avvenga nella Giornata della Memoria. Quando in questo giorno non ricordi chi ha liberato Auschwitz mi sembra - la battuta finale di Senaldi - che si crei una situazione abbastanza paradossale”.

Prima di tutto l’armata rossa era formata da soldati sovietici e non russi. Unione sovietica nata 30 dicembre 1922 e sciolta il 26 dicembre 1991.

L’imbarazzante tentativo mediatico di riscrivere la liberazione di Auschwitz. di Giorgia Audiello su L'Indipendente il 29 Gennaio 2023

Il tentativo di riscrivere la storia è uno dei principali “ingredienti” della propaganda, uno strumento imprescindibile soprattutto in tempo di guerra per irregimentare e ottenere il favore delle masse. Non a caso, si dice che “la storia la scrive chi vince”, a conferma del fatto che non di rado essa finisce per essere il frutto delle convenienze politiche e geopolitiche del momento, piuttosto che una materia oggettiva basata su fatti e documenti. Lo dimostra proprio in questi giorni il tentativo di stravolgere la storia della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz ad opera di diversi media nazionali, spinti dal risentimento che vede l’Europa e il mondo occidentale in genere contrapposto alla Russia. Una opposizione politica e culturale sempre più profonda e incolmabile che ha portato strumentalmente a sostenere che Auschwitz non fu liberato dai russi, ma dagli ucraini: in particolare, il quotidiano online Linkiesta scrive che a liberare il lager «fu un reparto dell’Armata Rossa che era composto al novanta per cento da ucraini e per il restante dieci per cento da bielorussi», anche per giustificare il mancato invito della Russia alla cerimonia per la liberazione del campo di sterminio. A causa dell’invasione dell’Ucraina, infatti, i rappresentanti russi non sono stati invitati alle commemorazioni del settantottesimo Anniversario della Liberazione da parte dell’Armata Rossa: lo ha reso noto direttamente il sito del museo di Auschwitz.

Il «reparto» dell’Armata Rossa cui fa riferimento Linkiesta è, per essere precisi, la Centesima Divisione Fucilieri dell’esercito sovietico: formata il 5 febbraio del 1942, questa divisione era composta dai coscritti di diverse repubbliche sovietiche, tra i quali comparivano anche reclute ucraine. Tuttavia, la formazione era prevalentemente “russa”, essendo costituita principalmente da soldati dell’oblast di Vologda e dell’Oblast di Arcangelo. La divisione è stata successivamente insignita del titolo onorifico di “Lviv” (o “Lvov” in russo, l’attuale Leopoli) per il suo ruolo determinante nella liberazione della città, invasa dai tedeschi e facente parte della Polonia fino al 1939. Il 27 gennaio del 1945, la divisione ha liberato il campo di Auschwitz-Birkenau guidata dal maggiore ebreo ucraino Anatoly Shapiro nato a Krasnograd. Shapiro si arruolò volontario nell’Armata Rossa nel 1938 e poi di nuovo nell’ottobre del 1941. Da sottolineare anche come, al tempo, esistesse un unico esercito sovietico e chiunque ne facesse parte era considerato sovietico, così come anche le varie etnie ricadevano sempre sotto la “sfera” russa, in quanto territori come l’Ucraina sono storicamente e culturalmente legati alla Russia. Ad esempio, lo scrittore Gogol è annoverato tra le grandi personalità della letteratura russa nonostante fosse di origine ucraina. Solo a seguito del crollo dell’Urss e con l’indipendenza delle ex repubbliche sovietiche si cominciano a fare delle distinzioni nette in questo senso. Allo stesso modo, anche Stalin e Beria erano georgiani, ma i loro operati politici sono legati all’Unione Sovietica e a Mosca e non alla Georgia che ne era, comunque, una parte integrante come l’Ucraina.

Si tratta, dunque, del tentativo di distorcere gli avvenimenti storici con un chiaro intento propagandistico che si traduce nell’ergere a eroi gli ucraini, continuando – di contro – il processo di demonizzazione degli avversari russi, di modo che l’opinione pubblica sia maggiormente propensa a solidarizzare e simpatizzare per Kiev e a identificare Mosca come barbaro nemico che si appropria indebitamente di azioni encomiabili compiute da altri. Nel feroce scontro in corso tra l’Occidente liberal e la Russia, infatti, l’obiettivo non può essere che mettere in luce Kiev per promuovere e legittimare – soprattutto agli occhi dei popoli europei che ne pagano maggiormente le conseguenze – le azioni politiche del fronte occidentale in suo favore, tra cui anche l’invio di carrarmati. Se difficilmente i tank potranno cambiare il corso della guerra, infatti, sicuramente aumenteranno le tensioni tra Russia ed Europa a danno soprattutto di quest’ultima.

Con ciò non si vuole negare che anche gli ucraini hanno avuto un ruolo importante nella liberazione dei lager nazisti. Tuttavia, negare che l’Armata Rossa fosse innanzitutto l’armata sovietica composta dalle varie etnie dei vastissimi territori dell’Urss non è solo un errore giornalistico, ma anche uno scempio storico e culturale che dimostra l’altissimo livello di indottrinamento – e dunque di distorsione e alterazione dei fatti – che anima a livello comunicativo uno dei conflitti più importanti del decennio. Controllare l’informazione, infatti, è un efficace elemento per “imbrigliare” le menti e creare il consenso. Tuttavia, la manipolazione dei fatti sta precipitando a livelli sempre più bassi, tali per cui anche la sua funzione di livellamento e omologazione del pensiero rischia di diventare inefficace. [di Giorgia Audiello]

Mistificazione sovietica. Sono stati gli ucraini a liberare Auschwitz, non i russi. Maurizio Stefanini su L’Inkiesta il 27 Gennaio 2023.

Il cancello del campo di sterminio è stato aperto dai soldati del 100° battaglione della divisione di Lviv, comandata da Anatolyj Shapiro, un ebreo nato a Poltava. Poi la propaganda di Mosca ha rimodellato la storia secondo convenienza

per il fatto che la Russia non è stata invitata alla commemorazione di Auschwitz, e la macchina della propaganda si metterà a protestare che erano stati i soldati russi a liberare il lager. Allora, cominciamo subito a ricordare che fu un reparto dell’Armata Rossa che era composto al novanta per cento da ucraini e per il restante dieci per cento da bielorussi». Su questo appello si è chiuso giovedì il convegno “Dezinformacija e misure attive: Le narrazioni strategiche filo-Cremlino in Italia sulla guerra in Ucraina”, a cura dell’Istituto Gino Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici. Proprio perché il giorno dopo sarebbe seguita la Giornata della Memoria, che ricorda il giorno in cui l’Armata Rossa arrivò ad Auschwitz. È un elemento forte della narrazione sovietica sulla «Grande guerra patriottica» che è stato rilanciato da Putin, ed è un elemento chiave nella propaganda su questa «operazione speciale» come strumento per «denazificare l’Ucraina».

Per capire una certa suscettibilità che c’è sul tema, basta ricordare il modo in cui su Roberto Benigni rimbalzò l’accusa di “falso storico” lanciata da Mario Monicelli e dall’allora leader dei Comunisti Italiani, Oliviero Diliberto, per aver rappresentato il padre e il figlio di “La vita è bella” liberati dagli americani, invece che dai sovietici.

Un’accusa di manipolazione filo-americana e anticomunista invero curiosa, nei confronti di un regista e attore il cui primo film si era intitolato “Berlinguer ti voglio bene”, e che il leader del Pci Enrico Berlinguer aveva addirittura “preso in collo” durante una famosa Festa dell’Unità.

Indubbia ruffianeria da Oscar a parte, Benigni ebbe buon gioco a puntualizzare che «il film non parla di Auschwitz, e infatti intorno al campo ci sono i monti, che ad Auschwitz invece non ci sono». I monti della Valnerina, perché il campo di concentramento nel film è in realtà una vecchia fabbrica dismessa che fu riadattata come lager per le riprese e che si trova a Papigno, vicino a Terni. «Quello è il campo di concentramento, perché qualsiasi campo contiene l’orrore di Auschwitz, non uno o un altro», disse pure Benigni.

E si può anche ricordare che il film è ispirato a uno zio della moglie di Benigni che era morto davvero a Mauthausen: un lager dove invece i liberatori erano stati gli americani. Ovviamente, la bufala che «Benigni fa entrare gli americani a Auschwitz» è stata ritirata fuori anche per questa polemica.

Ma Auschwitz si trova in Polonia, che è in primissima linea nell’aiuto all’Ucraina. E il museo di Auschwitz ha dunque deciso di escludere la Russia dalla cerimonia per il 78esimo anniversario della liberazione da parte dell’Armata Rossa, il 27 gennaio del 1945, del campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau.

Lo ha annunciato il portavoce del sito museale Piotr Sawicki: «Data l’aggressione contro l’Ucraina libera e indipendente, i rappresentanti della Federazione Russa non sono stati invitati a partecipare alla commemorazione. Era ovvio che non potessi firmare alcuna lettera all’ambasciatore russo con un tono invitante, dato il contesto attuale. Spero che cambierà in futuro, ma abbiamo ancora molta strada da fare», ha detto ipotizzando che ci vorrà del tempo affinché Mosca «faccia un autoesame molto profondo dopo questo conflitto per tornare ai raduni del mondo civilizzato».

Per il museo, infatti, l’invasione in Ucraina è un «atto barbarico». Auschwitz-Birkenau è diventato un simbolo del genocidio della Germania nazista ma, dai massacri di Bucha alle leggi sull’adozione di bambini ucraini per russificarli, la Russia putiniana in questo momento non solo sta emulando alcuni dei comportamenti peggiori delle truppe naziste, ma sta addirittura violando apertamente la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 9 dicembre 1948.

In effetti, il non invito rappresenta il punto di arrivo di una tensione che iniziò a scalare dopo l’attacco a Crimea e Donbas, quando per i settant’anni dalla liberazione di Auschwitz, nel 2015, Putin non venne per lo sgarbo di non essere stato ufficialmente invitato. Cioè, in realtà l’invito gli era stato mandato. Ma tramite l’ambasciata russa a Varsavia, invece che al Cremlino: cosa che era stata percepita come uno sgarbo, e in effetti lo era. Appunto, come reazione a quel primo attacco all’Ucraina. «Si è cercato di non invitarlo, benché lo si sia invitato», spiegò alla Bbc Konstanty Gebert, editorialista della Gazeta Wyborcza, il principale giornale polacco. La Russia, comunque, fu presente. Al posto di Putin, andò il capo dell’amministrazione presidenziale, Sergej Ivanov.

Proprio in quell’occasione, però, il ministro degli Esteri polacco Grzegorz Schetyna ricordò che a liberare Auschwitz erano stati in realtà soldati ucraini. Il governo ucraino subito confermò. Mosca protestò: non ancora screditato dall’aver spiegato che «Hitler era ebreo», il ministro degli Esteri russo Lavrov, disse che «sfruttare la storia del lager a fini nazionalistici sia molto cinico», e che «tutti sanno che a liberare Auschwitz fu l’Armata Rossa, composta da soldati di più etnie».

Schetyna ammise che il reparto dell’Armata Rossa che varcò i cancelli dell’inferno di Auschwitz era ovviamente multietnico, ma insistette sul fatto che il suo comandante era di nazionalità ucraina, ed era ucraina la maggior parte dei soldati.

In effetti, il cancello del campo di sterminio di Auschwitz fu aperto dai soldati del 100° battaglione della divisione di Lviv, comandata dal futuro Eroe dell’Ucraina, Anatolyj Shapiro, un ebreo ucraino nato a Poltava. Questo momento storico fu immortalato da un altro ebreo nato in Ucraina, a Kyjiv: Volodymyr Judin, il fotografo del giornale “Per l’onore della patria del Primo Fronte Ucraino dell’Armata Rossa”, cui apparteneva il reparto.

La Shoah degli Zingari.

La memoria dimenticata del Porrajmos, lo sterminio degli zingari. GIOVANNI GIOVANNETTI su Il Domani il 28 gennaio 2023

Anche gli zingari erano usati come cavie negli esperimenti “scientifici”; e molti zingari (uomini, donne, bambini) nemmeno videro i campi di sterminio perché, fuori da ogni contabilità, vennero uccisi davanti a casa loro. 

Tutto questo è potuto accadere nello stesso clima di colpevole silenzio, nella stessa apatia morale e con la stessa ammorbante indifferenza di chi, in Italia come nel resto d’Europa, ha lasciato che si discriminassero e poi si deportassero e si uccidessero milioni di ebrei. 

Si ritiene che almeno 700mila zingari siano stati massacrati dentro e fuori i campi di sterminio, il 70 per cento dell’intera popolazione. 

La grande poetessa svizzera Mariella Mehr, zingara di etnia Jenisch, riteneva che bisognasse favorire l’ascesa in Europa di una élite culturale propria, così da ridare voce e credito al popolo Romanì.

Per esempio, quando nei media e nel senso comune si parla dell’Olocausto, istintivamente si pensa agli ebrei e solo agli ebrei, dimenticando che anche gli zingari, fra gli altri, furono dai nazifascisti derubricati a non-umani. Ad ogni 27 gennaio, ricorrenza del Giorno della memoria, prevale quindi il ricordo della Shoah, termine che vuole indicare lo sterminio di sei milioni di esseri umani di religione ebraica. Una enormità, che va ad eclissare la memoria di altri genocidi, come appunto quello del popolo zingaro (Rom, Sinti, Jenisch). 

GLI INDIFFERENTI

L’élite culturale zingara invocata da Mehr tuttora fatica a manifestarsi e di conseguenza la memoria dell’Olocausto – la più grande tragedia del Novecento, una delle più cupe pagine della storia dell’umanità – parrebbe affare che riguarda i soli ebrei.

Lo dico con tutto il garbo e il rispetto che un argomento così delicato richiede: chi è in condizione di farlo – e cioè tutti coloro che, a differenza del mondo zingaro, hanno accesso ai media – dovrebbe anche ricordare quanto meno la “Shoah zingara”, ovvero l’altrettanto efferato massacro di centinaia di migliaia di “zigeuner” nei lager nazisti di Auschwitz e Treblinka e in quelli balcanici di Jasenovac in Croazia, con il pieno appoggio dell’Italia fascista, e di Semlin presso Belgrado.

Erano anche loro usati come cavie negli esperimenti “scientifici”; e molti zingari (uomini, donne, bambini) nemmeno videro i campi di sterminio perché, fuori da ogni contabilità, vennero uccisi davanti a casa loro. 

Tutto questo è potuto accadere nello stesso clima di colpevole silenzio, nella stessa apatia morale e con la stessa ammorbante indifferenza di chi, in Italia come nel resto d’Europa, ha lasciato che si discriminassero e poi si deportassero e si uccidessero milioni di ebrei. 

UN FALSO CONFLITTO

In Romania nel biennio 1941-1942 il governo filo-nazista di Ion Antonescu deportò 25mila zingari in Transdniestria, una zona compresa tra la Moldavia e l’Ucraina sovietica occupata dai tedeschi. In pochi hanno fatto ritorno e quasi tutti i Rom rumeni oggi in Italia hanno in famiglia uno di questi lutti. 

Si ritiene che almeno 700mila zingari siano stati massacrati dentro e fuori i campi di sterminio, il 70 per cento dell’intera popolazione. Questo genocidio i Rom serbi lo chiamano Porrajmos, un percorso di morte condiviso, assieme agli Ebrei, con circa 9mila omosessuali e transessuali, 1.500 testimoni di Geova e un numero imprecisato di disabili, malati di mente, comunisti e pentecostali. Di questi ultimi (una declinazione del protestantesimo) il sottosegretario all’Interno Guido Buffarini Guidi sosterrà che credevano in pratiche religiose «contrarie all’ordine sociale e nocive all’integrità fisica e psichica della razza». A loro aggiungeremo altri “indesiderati”, come i circa 45mila militari italiani che, deportati nei campi di lavoro coatto in Germania, da questi luoghi infami non usciranno vivi. 

Come è potuto accadere? Per derubricare l’altro a nemico servono uno sguardo deumanizzante (così da negare i tratti costitutivi dell’umano, direbbe Chiara Volpato) e la creazione del “falso conflitto”: noi-loro (o noi o loro), ovvero la menzogna della conflittualità che vede l’altro relegato a non-umano alieno e inanimato, tanto da legittimare il peggiore arbitrio: ieri con zingari, omosessuali e soprattutto ebrei. Oggi con ebrei, omosessuali e soprattutto zingari.

UN POPOLO DI TROPPO

Se nella Germania nazista e nell’Italia fascista gli zingari erano considerati l’emblema dell’asocialità, non di meno le discriminazioni ai loro danni si prolungheranno nel dopoguerra. 

Mariella Mehr è morta lo scorso 5 settembre, dopo essere stata una delle voci più alte della poesia europea del nostro tempo nonché luminoso punto di riferimento per chiunque tra noi ha mosso anche solo un dito in favore dei diritti delle minoranze etniche e degli oppressi: apparteneva alla minoranza più discriminata e vessata del suo paese.

Dal 1926 al 1974 (avete letto bene: 1974!) nella socialisteggiante Svizzera 600 bambini Rom sono stati sottratti alle famiglie e le loro madri sterilizzate nell’ambito dell’operazione “Kinder der Landstrasse”, che si proponeva l’estirpazione del «fenomeno zingaro». Questa attività ha avuto fra le ultime vittime proprio Mariella: nata nel 1947, sottratta bambina alla madre, come la madre e la nonna ha subìto l’allontanamento del figlio ed è stata resa sterile. Ha affrontato un tormentato percorso tra orfanotrofio, istituti psichiatrici, violenze, stupri, elettroshock di cui troviamo traccia nei romanzi della “trilogia della violenza” (Il marchio, Labambina, Accusata). Tutto questo ha avuto fine solo dopo la denuncia pubblica da parte di Mariella, sostenuta da alcune femministe.

Non più forni crematori, ma «fosse stato per il sindaco, i Rom li avrebbe messi sopra un treno e mandati via». Sono parole di un primo cittadino italiano già membro della Commissione etica di un partito “progressista” che, nel 2008, nuovo secolo, parlava di sé in terza persona. L’anno prima, lo stesso sindaco – un dirigente scolastico – aveva sentenziato che «nessuno di questi bambini verrà prossimamente inserito nelle scuole perché farlo costituirebbe un incentivo per le famiglie a radicarsi sul territorio», disdegnando così la Costituzione, i diritti universali dei minori e il buonsenso.

Un popolo “di troppo” si aggira per l’Europa e anche a sinistra vi fu chi sconsideratamente minacciò deportazioni “sopra un treno”.

VECCHI E NUOVI PREGIUDIZI

Nel maggio 1945, lacera, sporca, incattivita, Liliana Segre può a fare ritorno a Milano reduce dall’inferno di Auschwitz-Birkenau (è tra i pochi sopravvissuti). Ma il portiere della sua abitazione al numero 55 di corso Magenta non la riconosce, e la allontana: «Via, via le zingare...», dirà. 

Incredibile, ma l’anti-ziganismo e la romofobia – il pregiudizio razziale oppure quello dettato da istintiva paura – abitano in noi, nel “falso conflitto” con stranieri, diversi e poveracci, o con chi semplicemente la vede in modo diverso, trasformati in valvola di sfogo, per dirla con Bauman, «delle nostre inquietudini, della nostra insicurezza, del nostro disagio verso i problemi autentici».

E non da ora. Gli anni Cinquanta e Sessanta sono infatti decenni in cui in Italia (limitiamoci al nostro paese) assistiamo al lento processo di sedentarizzazione e di perdita delle identità culturali zigane, percorso che ha portato al progressivo avvicinamento alle città degli zingari italiani e balcanici (fuggiti in Italia dopo la presa del potere da parte di Tito in Jugoslavia e di nuovo negli anni Novanta, per salvarsi dal conflitto), con la loro ghettizzazione in enormi, periferici «campi per i nomadi», ovvero aberranti luoghi di convivenza forzata che hanno limitato i processi di inclusione e il pieno accesso al sistema dei diritti.

Una grande occasione sprecata. Finita l’epoca romantica del nomade giostraio o dedito al riciclo dei materiali di recupero, si sarebbe dovuto investire su scuola e lavoro, e su patti di reciprocità. Invece hanno avuto spazio i pregiudizi e i processi di marginalizzazione più autodistruttivi (nei campi si registrano forme elevate di tossicodipendenza). La strategia del rifiuto e dell’abbandono, insieme allo sgombero dei campi-ghetto senza disegnare un’alternativa, ha potuto solo spostare il problema, poiché sospinge Sinti e Rom tra i «perdenti radicali» di cui ci ha parlato Enzensberger, con il pericolo di vederli reclutati dalla criminalità.

Ecco, a superare i vecchi e i nuovi steccati potrebbe concorrere un maggiore coinvolgimento dei Sinti e dei Rom nei riti della sfera pubblica, specie quelli, come il Giorno della memoria, che li riguardano più direttamente e in profondità. Un degno passo lo ha fatto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo discorso del 27 gennaio. Si spera che a lui possano accodarsi altri, anche dalle sinagoghe, nel comune vincolo a ricordare che lega tutti, proprio tutti i popoli e le minoranze perseguitate e discriminate di questa nostra Terra. 

GIOVANNI GIOVANNETTI. Giornalista, editore e fotografo, nel 1988 ha fondato l'agenzia fotografica Effigie, divenuta poi anche casa editrice.

Le Fughe.

80 anni dalla Rivolta del Ghetto di Varsavia:1943-2023. Silvia Turin su Il Corriere della Sera il 19 aprile 2023.

Il 19 aprile 1943 alcuni giovani ebrei rimasti

nel ghetto dopo le deportazioni di massa decisero di imbracciare le armi contro il nemico nazista. 

Fu la prima rivolta urbana nell’Europa occupata 

Il ghetto di Varsavia fu creato dai nazisti il 12 ottobre 1940 in una zona della città che fu tenuta separata con lo scopo di segregare la componente ebraica della popolazione. In un’area di circa 400 ettari vennero rinchiuse fino a circa 450mila persone

Le mura che circondarono il ghetto erano alte 3 metri e lunghe 18 km.

L’area venne costantemente ridimensionata e ridotta.

Nell’ottobre del 1941 venne creata la suddivisione in ghetto Piccolo e ghetto Grande.

Un ponte univa le due parti del ghetto passando sopra a una strada che apparteneva al settore cosiddetto ariano.

La densità di popolazione giunse fino a 146mila persone per km quadro: dalle 7 alle 11 persone costrette a convivere per ogni appartamento

Dal 22 luglio 1942 al 12 settembre i nazisti procedettero alla cosiddetta Grossaktion («La grande azione»): la deportazione di più di 250.000 persone, la maggior parte delle quali venne inviata direttamente a Treblinka per essere gasata.

Nel ghetto rimasero circa 60mila persone

Davanti allo sterminio del 1942 i movimenti giovanili ebraici dell’Hashomer Hatzair, dello Dror e dell’Akiva decisero di resistere con le armi e crearono la Zydowska Organizacya Bojowa o ZOB (Organizzazione Ebraica di Combattimento) che darà vita alla Rivolta del 1943 DI SILVIA TURIN

L’inizio

19 aprile 1943

Le truppe tedesche, sostenute da carri armati e autoblindo, entrarono nel ghetto per liquidarlo definitivamente e trasportare la popolazione verso il campo di sterminio di Treblinka. Parteciparono all’azione più di mille soldati e poliziotti delle Waffen-SS. 

Per la prima volta i nazisti si trovarono di fronte a un’opposizione armata che era stata pianificata dopo le deportazioni di massa avvenute nel 1942: la resistenza era guidata da circa 300-500 membri della ZOB (Organizzazione Combattente Ebraica) divisi in 22 gruppi di battaglia sotto il comando di Mordechaj Anielewicz e circa 250 combattenti della ZZW (Unione Militare Ebraica), oltre a gruppi armati che non appartenevano alle principali organizzazioni clandestine. 

Iniziò così la prima rivolta popolare in una città dell’Europa occupata dai nazisti. 

I promotori dell’insurrezione, molti dei quali giovanissimi ragazzi e ragazze provenienti dalle fila delle organizzazioni scoutistiche, sapevano di andare verso una sconfitta sicura, ma decisero di non andare incontro alla morte «come agnelli al macello», ma imbracciando le armi come ultimo atto davanti alla volontà degli occupanti di «liquidare» il ghetto e deportare gli ebrei rimasti verso lo sterminio. 

La rivolta, con grande sgomento dei tedeschi, durò 4 settimane: l’8 maggio i nazisti scoprirono il bunker del quartier generale della ZOB in via Mila 18 e un centinaio di combattenti soffocarono nel fumo o si suicidarono (tra questi, il comandante Anielewicz) per coprire l’evacuazione dei pochi che sopravvissero. 

Il 16 maggio Jurgen Stroop, comandante delle SS e della Polizia tedesca nella Varsavia occupata dai nazisti, in segno di vittoria diede l’ordine di far saltare in aria la Grande Sinagoga e scrisse nel suo rapporto: «Il quartiere residenziale ebraico di Varsavia non esiste più».«La battaglia è divampata per la libertà nostra e vostra.

Per l’onore e dignità umana sociale e nazionale nostra e vostra! Dobbiamo vendicare i crimini di Oswiecim, Treblinka, Belzec e Majdanek! Lunga vita alla fratellanza d’armi e al sangue della Polonia combattente! Lunga vita alla libertà! Morte ai carnefici e torturatori!»  (il proclama della ZOB, Organizzazione combattente ebraica)

I tedeschi «sotto scacco»

Il 19 aprile il primo atto di resistenza fu opposto dai combattenti ZOB agli incroci di Gesia, Nalewki, via Mila e Zamenhofa, dove spararono e lanciarono granate e molotov contro le colonne tedesche. 

I combattimenti durarono tre giorni. Poi, la continuazione della resistenza fu ostacolata dalla mancanza di munizioni e dagli incendi appiccati dai tedeschi, che spinsero gli insorti in bunker e cantine. I combattenti vi si nascosero insieme alla popolazione civile rimasta (45mila-50mila persone circa), modificando le tecniche di combattimento in incursioni e agguati. 

«Dopo qualche giorno divenne evidente che gli ebrei non avevano più nessuna intenzione di lasciarsi trasferire volontariamente, ed erano decisi a opporsi alla loro evacuazione… Più e più volte si sono accesi nuovi nuclei di resistenza, ad opera di gruppi di combattenti costituiti da una ventina o trentina di ebrei, a cui si sono unite altrettante donne», si legge nel Rapporto Stroop, preparato dal comandante delle SS Jurgen Stroop per documentare la liquidazione del ghetto (si veda didascalia a sinistra, ndr). 

«Ciò che abbiamo passato è impossibile da esprimere a parole, ciò che è successo supera tutti i nostri sogni più audaci: i tedeschi sono stati costretti a fuggire per ben due volte dal ghetto. Uno dei nostri reparti è riuscito a rimanere nella propria posizione per 40 minuti, un altro per ben 6 ore», scriveva il comandante della ZOB, Mordechai Anielewitz, in una lettera datata 23 aprile. 

Quando l’8 maggio venne scoperto il nascondiglio principale del comando della ZOB in via Mila 18, chi non era morto soffocato dal fumo si suicidò per non cadere nelle mani dei nazisti, ma alcuni riuscirono a scappare grazie all’aiuto che veniva fornito dalla rete di assistenza e soccorso creata dai membri delle organizzazioni insorte rimasti come collegamento operativo nella parte cosiddetta ariana della città, all’esterno delle mura del ghetto. La rete comprendeva membri dell’Esercito nazionale polacco (Armia Krajowa), della Guardia del Popolo creata dal Partito Operaio Polacco (Gwardia Ludowa), degli scout e del Comitato di supporto agli ebrei chiamato Zegota. 

Stroop riferì nel suo rapporto che le sue truppe catturarono o uccisero oltre 56.000 ebrei e scoprirono 631 bunker. Secondo il rapporto, i tedeschi deportarono 36.000 persone nei campi di lavoro nella regione di Lublino. I restanti vennero uccisi nella rivolta o morirono nelle camere a gas di Treblinka. Sono cifre amplificate dal comandante nazista per giustificare un’operazione durata troppo rispetto a quanto previsto, ma sono le uniche «ufficiali».«L’operazione era appena iniziata quando fummo fatti segno a un fuoco concentrato

da parte degli ebrei e dei banditi. Un tank e due carri blindati sono stati tempestati da bottiglie molotov. A causa di questo contrattacco nemico ci siamo dovuti ritirare» (dal Rapporto Stroop)

Nella foto, gli uomini del generale Stroop accanto a edifici in fiamme nel ghetto. Lo scatto appartiene al «Rapporto Stroop», un album preparato dal comandante delle SS Jurgen Stroop, incariato di «liquidare» il ghetto di Varsavia. Era stato concepito come un album «ricordo» per Heinrich Himmler per celebrare la vittoria duramente conquistata in 4 settimane

Queste sono le uniche foto conosciute scattate all’interno del ghetto durante la Rivolta che non furono fatte dai tedeschi. Sono state scattate da un vigile del fuoco di 23 anni di Varsavia, Zbigniew Leszek Grzywaczewski.

Nella foto, ebrei condotti alla Umschlagplatz (centro di raduno prima della deportazione).

Foto scattata il 20 aprile 1943 attraverso la finestra dell’ospedale di Santa Sofia, all’incrocio tra le vie Zelazna e Nowolipa

In totale sono 48 scatti, 33 dei quali mostrano il ghetto.

Tra questi, ci sono 12 foto precedentemente pubblicate, conservate come stampe al Museo dell’Olocausto di Washington e al Jewish Historical Institute «Emanuel Ringelblum» di Varsavia, ma ce ne sono alcune che non sono mai state mostrate prima, ora esposte al Museo POLIN di Varsavia per le celebrazioni degli 80 anni della Rivolta del ghetto. 

Commento dell’autore della fotografia scritto nel dopoguerra sul retro della stampa: «Incendio doloso di case abbandonate dalla popolazione ebraica durante l’evacuazione. Dalla finestra contrassegnata X (balcone) l’intera famiglia ebrea saltò fuori sul marciapiede, circa 5-6 persone, morendo sul colpo. Poiché si sono nascosti e non sono usciti per evacuare, non abbiamo potuto aiutarli» 

Maciej Grzywaczewski, figlio dell’autore delle fotografie, ha consultato nuovamente l’archivio fotografico del padre all’inizio del dicembre 2022 su invito del Museo POLIN e ha ritrovato il film con i negativi da cui sono state realizzate le stampe e le copie note negli anni successivi alla guerra.  

L’autore delle fotografie, un polacco non ebreo, ha trascorso quasi quattro settimane nel ghetto. Nel suo diario di guerra scrisse: «La vista di quelle persone portate fuori dai bunker rimarrà probabilmente nei miei occhi per il resto della mia vita. Occhi folli, sagome barcollanti dalla fame e dal terrore, straziati, fucilati, alcuni vivi cadono sui cadaveri di altri già liquidati».

La resistenza civile

Quando i gruppi combattenti diedero inizio alla rivolta, il 19 aprile, la popolazione del ghetto contava circa 45mila-50mila persone. La resistenza dei civili che, anziché consegnarsi ai nazisti, si barricarono in bunker e nascondigli, colse di sorpresa i tedeschi e fu importantissima per la tenuta dell’insurrezione. 

In risposta, i tedeschi decisero di mettere a ferro e fuoco il ghetto: iniziarono a bruciare sistematicamente gli edifici, trasformandoli in una trappola di fuoco. Furono costretti a setacciare i quartieri e le strade. Per forzare gli ebrei a uscire dai loro nascondigli, appiccarono il fuoco a una casa dopo l’altra. 

Proprio al valore della resistenza civile sono dedicate le celebrazioni in Polonia per gli 80 anni dalla Rivolta. Il Museo POLIN, che a Varsavia conserva e tramanda la memoria e la storia dei polacchi ebrei, tra le iniziative ha organizzato una mostra intitolata «Un mare di fuoco intorno a noi. Il destino dei civili ebrei durante la rivolta del ghetto di Varsavia», che racconta l’eroismo delle persone comuni tramite documenti, fotografie (tra cui alcuni scatti inediti) e le parole dei discendenti dei sopravvissuti.

«L’unica cosa che potevamo fare in quella situazione era opporci ai tedeschi, sapendo che la morte ci attendeva. Era l’unica cosa certa. Non c’era alcuna illusione, non pensavamo nemmeno di poter sopravvivere. Né all’inizio della rivolta, né dopo»

La Campagna dei Narcisi

La parola d’ordine è «non essere indifferenti»: un’altra iniziativa che ogni anno a Varsavia viene organizzata dal Museo POLIN in memoria della Rivolta del ghetto è la Campagna dei Narcisi. Oltre 3.000 volontari distribuiscono narcisi di carta per le strade raccontando ai passanti la storia di quei giorni per non dimenticare.

Il Museo POLIN di Varsavia per gli 80 anni dalla Rivolta del ghetto ha organizzato una mostra dal titolo: «Un mare di fuoco intorno a noi», per ricordare i civili che erano nascosti nei bunker e dare una testimonianza del loro esempio di resistenza eroica. Li si chiama «civili» per semplificazione nonostante anche i combattenti rivoltosi che imbracciarono le armi fossero «civili», non essendo soldati. Nella foto, proveniente dal Rapporto Stroop, ebrei fatti uscire da un bunker dai tedeschi durante la soppressione della Rivolta (credit, Yad Vashem) 

È stato anche per l’atteggiamento della popolazione civile, che non voleva sottostare agli ordini di espulsione tedeschi e si ostinava nei bunker e nei nascondigli, che l’operazione di liquidazione tedesca durò quattro settimane. Nella foto, proveniente dal Rapporto Stroop, ebrei vittime dei ratrellamenti nazisti in attesa di deportazione all’Umschlagplatz, 1943

Nascondersi nei bunker sotterranei fu un’esperienza estrema: affollamento, mancanza di aria, acqua fresca e cibo, caldo e fumo degli incendi che divampavano intorno, tensione costante, necessità di rimanere fermi e silenziosi per non rivelare l’ubicazione del bunker alle pattuglie tedesche. Nella foto, proveniente dal Rapporto Stroop, ebrei prelevati dai bunker, controllo dei documenti e perquisizione alla ricerca di armi  

Ancora più terribile fu il destino delle persone che rimasero nascoste sotto ai pavimenti delle case popolari bruciate. Molti, messi alle strette in questo modo, decisero di buttarsi in strada. Nella foto, proveniente dal Rapporto Stroop, un ebreo si getta dalla finestra del 4° piano di un edificio in fiamme durante la repressione della Rivolta del ghetto di Varsavia  

Migliaia di persone morirono negli incendi, sotto le macerie delle case crollate, nei bunker fatti saltare in aria o sepolti vivi. Nella foto, proveniente dal Rapporto Stroop, gli ebrei catturati durante la soppressione della Rivolta vengono condotti dalle SS all’Umschlagplatz per la deportazione, 1943  

La rivolta finì con la distruzione della Grande Sinagoga il 16 maggio, ma nelle case bruciate e nei bunker c’erano ancora persone, sia civili che ribelli. Rapporti della polizia tedesca e della stampa clandestina polacca riferirono che a giugno si sentivano «ancora degli spari nel ghetto». Nella foto, proveniente dal Rapporto Stroop, soldati delle SS a guardia degli ebrei costretti a uscire dai bunker sotterranei durante la Rivolta del ghetto, 1943  

Nella foto, proveniente dal Rapporto Stroop, Juergen Stroop passa in rassegna i soldati delle Waffen SS durante la soppressione della Rivolta  

Nella foto, proveniente dal Rapporto Stroop, il ghetto in fiamme

Come nacque la Rivolta

Il 22 luglio 1942, i tedeschi iniziarono le deportazioni di massa dal ghetto di Varsavia per il progetto chiamato Grossaktion («La grande azione»). Quando terminarono, il 12 settembre, circa 250.000 ebrei erano stati deportati nel campo di sterminio di Treblinka. Le deportazioni erano state effettuate a partire dalla Umschlagplatz, la piazza dove gli ebrei erano costretti ad attendere di salire sui treni sotto il controllo armato dei nazisti.«Lo storico del futuro dovrà dedicare un capitolo degno dell’importanza avuta in questa guerra dalla donna ebrea. Dobbiamo al coraggio e all’abnegazione delle nostre donne che migliaia di famiglie sono riuscite a sopportare questi tempi duri. In alcuni Comitati di Caseggiato si fanno avanti le donne per sostituire gli uomini, che crollano esausti...in alcuni la direzione è completamente in mani femminili» 

(10 giugno 1942, dal diario dello storico Emanuel Ringelblum)Nella foto, soldati tedeschi puntano le armi contro donne e bambini durante

la soppressione della Rivolta. Dal Rapporto Stroop

Dopo le deportazioni a Treblinka, nel ghetto di Varsavia rimasero circa 60mila ebrei, la maggior parte dei quali ancora in vita poiché giudicati utili come manovalanza schiava per le fabbriche. Erano perlopiù adolescenti e ragazzi.

Dopo la Grossaktion capirono che avrebbero condiviso la stessa sorte di chi non c’era più. Ogni illusione era caduta. Così decisero di reagire e andare incontro alla morte. Imbracciare le armi fu l’ultima forma di resistenza quando tutto era perduto.

Mordechai Anielewicz (1919-1943) - Fu leader del movimento scoutista sionista socialista dell’Hashomer Hatzair. Membro importante della resistenza, fu inizialmente un educatore, poi al comando della ZOB (Organizzazione ebraica di combattimento). L’8 maggio, dinanzi alla sconfitta imminente, si suicidò con un gruppo di resistenti barricati nel quartiere generale di via Mila 18, per coprire le ultime fughe dei compagni dal bunker  

Marek Edelman (1919-2009) - Uno dei leader della rivolta del ghetto di Varsavia, cardiologo, attivista sociale e politico. Vicecomandante della Rivolta del ghetto di Varsavia. Apparteneva al Bund, il Partito Socialista dei Lavoratori ebrei. Il 9 maggio 1943, dopo la morte di Mordechaj Anielewicz, riuscì ad uscire dal ghetto con un gruppo di insorti attraverso le reti fognarie. Ha preso parte alla rivolta della città di Varsavia contro i nazisti. Dopo la guerra rimase in Polonia e divenne membro del movimento Solidarnosc. Si stabilì a Lodz, dove lavorò come cardiochirurgo  

Icchak Cukierman (1915-1981) - Membro del movimento giovanile Dror, fu uno dei leader della ZOB. Da gennaio ad aprile 1943 fu comandante di uno dei tre settori in cui era suddiviso il ghetto tra i membri della ZOB. Dal 13 aprile 1943 Cukierman fu nella parte ariana della città. Organizzò l’uscita di un gruppo di combattenti dal ghetto attraverso le reti fognarie. Dopo la fine della Rivolta rimase a Varsavia e contribuì a salvare gli ebrei sopravvissuti  

Frumka Plotnizka (1914-1943) - Membro dei movimenti giovanili HeHalutz e Dror, fu la prima persona a riferire sull’istituzione del campo di sterminio a Sobibor all’inizio di maggio 1942. Nel ghetto di Varsavia, Frumka organizzò l’autodifesa e la resistenza. Stabilì i contatti con le organizzazioni clandestine nella parte ariana e contrabbandò armi. Sopravvissuta alla rivolta del ghetto di Varsavia, prese parte alla rivolta di un altro ghetto, quello di Bedzin. Morì insieme ai suoi compagni il 3 agosto 1943, uccisa in un bunker durante la liquidazione del ghetto

Cywia Lubetkin (1914-1978) - Attivista del Dror, membro e co-fondatore della ZOB. Nel 1943 partecipò alla Rivolta del ghetto. Trascorse gli ultimi giorni della Rivolta nel bunker di via Mila 18. Il 10 maggio 1943 riuscì a passare attraverso la rete fognaria sul cosiddetto lato ariano. Ha combattuto anche nella rivolta della città di Varsavia contro i nazisti. Sposò Icchak Cukierman e con lui fondò nel 1946 il kibbutz dei Combattenti del Ghetto.  

Tosia Altman (1919-1943) - Una delle leader del movimento scoutistico socialista dell’Hashomer Hatzair. Grazie al suo aspetto e alla padronanza della lingua tedesca riuscì a viaggiare più volte all’esterno del ghetto per raccogliere informazioni sui crimini nazisti contro gli ebrei. Inviava così dei report cifrati in Svizzera, in Austria e nel Mandato Britannico di Palestina, diventando un simbolo. Dopo le prime deportazioni da Varsavia, organizzò un gruppo di ragazze deputate all’approvvigionamento delle armi nella parte ariana della città. Partecipò attivamente alla Rivolta della primavera del 1943 e, scampata alla distruzione del bunker di via Mila 18, rimase nascosta nella parte ariana. A seguito di un incendio accidentale, si ferì gravemente e venne catturata dai nazisti. Morì il 26 maggio per le ustioni e le torture subite  

Symcha Rotem (1924-2018) - Nella seconda metà del 1942 entrò a far parte della ZOB. Prese parte alla Rivolta del ghetto di Varsavia, guidando l’evacuazione dei ribelli scampati attraverso la rete fognaria. Dopo la guerra emigrò in Palestina e lavorò presso lo Yad Vashem

Il significato della Rivolta del ghetto di Varsavia

«Dobbiamo conquistare almeno due righe di storia sui testi futuri». 

Questo l’auspicio dei ragazzi e delle ragazze che decisero di dare inizio alla Rivolta: «Per capire il significato di quell’atto di resistenza — spiega Andrea Bienati, Docente di Storia e Didattica della Shoah e delle Deportazioni — dobbiamo rifarci alle parole di Marek Edelmann, uno dei comandanti, che disse: “La nostra disperata battaglia era un esempio per gli altri”. Dopo la Grossaktion dell’estate del 1942, davanti all’ineluttabilità del progetto di sterminio, vi fu la scelta dolorosa di impugnare le armi e di ribellarsi, anche per creare una memoria eroica di resistenza. I capi dello ZOB, giovani che avevano già sperimentato altre forme di resistenza (educativa, intellettuale, di conservazione e divulgazione delle memorie quotidiane al di fuori del ghetto), sapevano a cosa sarebbero andati incontro. Il loro esempio nei decenni seguenti fu ricordato come: “Una lotta per la liberazione”. È stato detto da intellettuali polacchi che “si sacrificarono in difesa dei valori e della dignità umana” e che “combatterono per un mondo migliore”».«Quando i tedeschi sono arrivati, abbiamo innescato il detonatore... dopo l’esplosione, sono ripartiti all’assalto in ordine sparso. Questo ci colpiva.

Noi una quarantina, loro un centinaio... si vedeva che ci prendevano sul serio» 

(da un resoconto di Marek Edelman sul 19 aprile, si veda gallery dei protagonisti, ndr)

«Nell’ottobre del ‘43 già negli Stati Uniti, in un testo che parla dei crimini compiuti dai nazisti ai danni degli ebrei (The black book of the Polish Jewry) trovò spazio la Rivolta del ghetto di Varsavia, che era già diventata una storia da tramandare, un mito eroico», aggiunge Bienati.

Il monumento alla Rivolta del ghetto di Varsavia progettato nel 1948 da Natan Rapaport (credit: arch. Bienati)

«Non dobbiamo dimenticare che dopo la Rivolta del ghetto di Varsavia vi furono altre rivolte: nel 1943 — ricorda l’esperto — nei ghetti di Sosnowiecz, Bedzin e Bialystok ad agosto; nei campi di sterminio ad agosto a Treblinka, a ottobre a Sobibor e nel 1944 in ottobre ad Auschwitz-Birkenau. Alcuni dei combattenti sopravvissuti a Varsavia si unirono alle formazioni partigiane esterne al ghetto o mantennero una propria identità e parteciparono, nell’estate del 1944, all’insurrezione della città di Varsavia contro i nazisti».

L’impatto della Rivolta sugli occupanti nazisti

«Quando il 18 gennaio del 1943 i nazisti iniziarono l’operazione di deportazione che avrebbe dovuto portare a un’ulteriore riduzione del ghetto, si trovarono dinanzi a un’iniziale ribellione posta in essere da parte dello ZOB, una “prova generale” per la successiva resistenza. Quest’atto sorprese certo i nazisti, che fino a quel momento si erano abituati operazioni di liquidazione della popolazione del ghetto “gestibili” — osserva il Professore Andrea Bienati —, ma la Rivolta (iniziata poi il 19 aprile per contrastare l’atto finale della deportazione) cambiò tutto. L’impatto nell’opinione dei persecutori fu tale da far nascere l’esigenza della realizzazione del “Rapporto Stroop”: questo fotografare in maniera metodica e commentare ogni fase del combattimento per documentare che non restasse più una persona o un mattone in piedi. Fu chiaramente qualcosa che non si aspettavano.

I nazisti pensavano di avere a che fare con “agnelli” da condurre al massacro poiché le persone erano ingannate dalle parole dei persecutori, provate dalla vita di stenti nel ghetto e dalla paura utilizzata come strumento di controllo. Per questo era stata molto “semplice” la deportazione di massa del ‘42 e le tante deportazioni che c’erano state in tanti altri ghetti. Durante la Rivolta, invece, si trovarono a fronteggiare un piccolo gruppo di combattenti, composto per lo più da giovani, tra i quali anche ragazze, che, pur scarsamente armato, permise a chi restava della popolazione civile di trovare il coraggio di nascondersi o cercare di fuggire».«È impossibile descrivere in che condizioni viviamo nel ghetto. Soltanto pochi potranno sopportare tutto questo. Gli altri prima o poi si troveranno a soccombere.

Il loro destino è segnato.

In quasi tutti i “bunker” nei quali si nascondono i nostri compagni è impossibile accendere una candela per mancanza d’aria» (dall’ultima lettera di Mordechai Anielewitz, si veda gallery dei protagonisti, ndr)Nella foto, il primo monumento eretto il 19 aprile del 1946 in memoria della Rivolta. Ricorda un tombino di accesso ai condotti sotterranei nei quali morirono molti dei combattenti nel tentativo di rifugiarsi nella parte ariana

Cosa significò per la città di Varsavia

«Dobbiamo pensare a che cosa fosse Varsavia in quel periodo — chiarisce lo studioso —: una città occupata, dove la resistenza era forte e i rastrellamenti erano all’ordine del giorno. Vedere i nazisti lottare così strenuamente contro un gruppo di resistenti che partiva di gran lunga svantaggiato all’interno del ghetto ha avuto un impatto notevolissimo. Occorre dire che tutte le componenti della resistenza che operarono in città cercarono di supportare i combattenti, con azioni armate di disturbo nella parte ariana, fornendo supporto logistico, cercando di far entrare armi e provando a creare brecce nel muro del ghetto.

Si potrebbe pensare che la Rivolta fu anche una scintilla che mostrò a tutta la città che ci si sarebbe potuti ribellare ai nazisti, rappresentò quasi un banco di prova dal quale apprendere insegnamenti che sarebbero stati utilizzati nella rivolta di tutta Varsavia contro i tedeschi occupanti che iniziò nell’agosto del 1944».

Il monumento in pietra sul quale viene raccontata la storia dei momenti finali delle vite dei combattenti presso il bunker di via Mila 18. Sovrasta la collinetta fatta con i resti delle case sotto le quali c’era il rifugio segreto (credit: arch. Bienati)

Quale significato ha oggi, 80 anni dopo

«È una pagina di storia dell’umanità, che va ricordata anche per dimostrare che avevano ragione quei ragazzi che scelsero di combattere per conquistare “due righe nei futuri testi di storia” — commenta Andrea Bienati —. La Rivolta ci mostra come l’essere umano, anche all’interno del ghetto, fosse tornato a esistere in spregio alla reificazione posta in essere dai nazisti e come l’uso delle armi sia stato considerato l’ultima scelta di resistenza possibile davanti a ciò che oramai era inevitabile. È stato l’ultimo atto per cercare di tornare a esistere di fronte al male. Una rivolta fatta soprattutto da giovani ragazzi e ragazze di ogni ceto sociale, che scelsero di diventare un esempio per le future generazioni, insegnando a lottare per gli ideali di giustizia, dignità e vita.

La Rivolta è ora parte della memoria della città e il monumento ad essa dedicato, progettato da Rapoport, è uno dei cuori della città di Varsavia».

Storia d'assalto. I fuggitivi di Colditz, la prigione fortezza dei nazisti. Un aliante fatto con letti e lenzuola, la fuga in bicicletta fino alla libertà in terre neutrali, i travestimenti degni di un film di Hollywood. Quando in guerra la realtà supera ogni finzione. Davide Bartoccini il 26 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Nella bassa Sassonia, cuore della Germania orientale, c'è ancora oggi il castello di Colditz, fortezza in stile rinascimentale eretta sulla pianta di un antico presidio risalente al 1046, al tempo dell'imperatore Enrico III. Antica residenza di caccia degli araldi teutonici, Coldizt troneggia sulla vicina e omonima cittadina. E poiché si era già ben prestata alla funzione di carcere durante la Prima guerra mondiale, venne riportata in auge carcere di massima sicurezza per i prigionieri di guerra Alleati su espresso volere del Reichsmarschall Hermann Göring nella Seconda. La ragione? Una delicata condizione che era venuta a presentarsi richiedeva una struttura all’altezza della situazione.

Sorvegliati "speciali"

C’è un’espressione che troverete familiare: "Mettere tutte le mele marce in un paniere" (da La Grande Fuga, ndr). Si addice particolarmente alla storia di Colditz, che nei rapporti ufficiali verrà segnalato come Oflag IV C. A questo “lager per soli ufficiali” venivano infatti destinati i prigionieri ritenuti più talentuosi e "disinvolti" in tema di evasioni.

In parte ufficiali britannici, in parte ufficiali dell’esercito per la Francia libera, la compagine dei detenuti a Colditz vedeva un contingente di canadesi, australiani, neozelandesi, sudafricani, irlandesi e un indiano, per una media di 300 prigionieri, tra chi veniva trasferito, chi andava e chi a malincuore "tornava". Tra gli ospiti del castello che vennero trasferiti dal 1943 in poi - prima erano detenuti solo ufficiali polacchi e francesi - spiccavano nomi come l’asso “senza gambe” Douglas Bader (abbattuto sulla Francia nel 1941), il fondatore dello Special Air Service David Stirling (catturato in Nord Africa nel 1943), quello che ricorderete come il mitico Mister Q della film di 007, Desmond Llewelyn (catturato in Francia nel 1940), il capitano neozelandese insignito di ben due Victoria Cross Charles Upham, il generale polacco Tadeusz Bór-Komorowski, comandante dell'Armia Krajowa e responsabile della rivolta di Varsavia. Assieme a loro era anche i meno noti “Laufen six”, esperti fuggitivi - sempre riacciuffati - originari dello Stalag di Laufen: i capitani Barry, Elliot, Howe, Locwood e Reid, con il solo tenente Allan.

Proprio questi ultimi, insieme a degli inquieti e caparbi francesi, sarebbero stati tra i principali pianificatori di innumerevoli tentativi di fuga dalla fortezza "inespugnabile". Roccaforte circondata da un fossato asciutto, cinta da altissime mura e perennemente tenuta sotto controllo da una guarnigione che, sebbene fosse un misto di reclute e veterani, montava di sentinella su più di una dozzina di torri equipaggiate con delle micidiali mitragliatrici Mg-42 e sorvegliava notte e giorno una perimetro sormontato da rotoli e rotoli di filo spianto.

Tra questi, una particolare "squadra di agenti" era impegnata in attività di spionaggio per sventare tentativi di evasione: questi erano soprannominati i “furetti”, ed eraro perennemente attenti a fiutare ogni avvisaglia di qualsiasi irregolarità che potesse essere collegata a un piano di fuga.

Tuttavia, tutto questo non fu sufficiente a fermare gli ospiti del Reich che, in rispetto dell’ordine di tenere impegnato il nemico con continui tentativi d’invasione, non si risparmiarono né in tentativi, né in fantasia.

Piani di fuga assurdi per geni dell'improvvisazione

Ben coscienti di con chi avessero a che fare, i comandanti la guarnigione tedesca assegnata alla sorveglianza di Colditz imponevano dai tre ai quatto appelli giornalieri per ostacolare ogni pianificazione e verificare per tempo assenze ingiustificate. Sebbene la quantità dei pacchi della Croce Rossa garantisse a questi "geni" dell’evasione una quieta esistenza, lontana dalla guerra che si combatteva sue tre fronti - gli aggiornamenti sul corso del conflitto avvenivano attraverso due radio amatoriali realizzate dal prigioniero francese Frédérick Guiguesy, soprannominate "Arthur 1" e "Arthur 2” - nessuno rinunciò al suo tentativo. E il comitato di fuga del campo avvallò nel corso degli anni numerosi piani che in qualche modo superano anche la finzione cinematografica.

Tra i più ambiziosi spicca infatti l’idea di due piloti della RAF, Bill Goldfinch e Jack Best (catturati entrambi in Grecia nel ’41), che insieme al tenente della Rifle Brigade Tony Rolt (catturato durante la Battaglia di Calais nel '40) e con la supervisione del pilota D. Stephenson (abbattuto su Dunkerque nel '40), costruirono un aliante con assi di legno e lenzuola trafugate dai letti. Lo scopo era quello di tuffarsi dal tetto e tentare di planare al di là del fiume Mulde, dove secondo i calcoli avrebbero toccato terra abbastanza distanti dal castello per procedere nella fuga. Mentre i consueti tunnel - puntualmente scoperti - venivano interdetti dalle guardie, una coppia di ufficiali polacchi, Surmanowicz e Chmiel, tentò di calarsi con una corda fatta di lenzuola da ben 36 metri di altezza per scendere direttamente in testa a una sentinella che forse gli sorrise, forse no, ma senza dubbiò lanciò l’allarme rimandandoli direttamente in cella d’isolamento.

Se ne La Grande Fuga nessuno riuscì ad abbandonare il campo di concentramento nascondendosi in un camion in uscita, il tenente Allan ne fu davvero capace, saltando in mezzo alla paglia e partendo per un incredibile viaggio che gli permise di raggiungere addirittura Vienna, dove cercando di raggiugnere l'ambasciata americana fu ripreso e rispedito direttamente a Colditz, dopo ben 21 giorni di latitanza.

In fondo è vero che “i piani più semplici sono alla fin fine i migliori”. Lo dimostra il tentativo di fuga del tenente francese Alain Le Ray che, studiando la routine delle guardie dopo l’ultimo appello, si nascose in una posizione ben studiata e, scalando un muro, riuscì a raggiungere la Francia non occupata guadagnandosi il primo fuoricampo. Ma sono certamente i piani falliti più assurdi ad attirare maggiormente la stima di chi si imbatterà in questa storia. Come ad esempio il piano di fine giugno del 1944, quando un gruppo di prigionieri inglesi che veniva riportato dentro il perimetro, iniziò a fischiare al passaggio di una signorina tedesca che incedeva frettolosamente con passo incerto in prossimità della fortezza. Attirata l’attenzione delle guardie, uno degli ufficiali inglesi notò come fräulein avesse perduto l'orologio che le doveva essere scivolato. Da vero gentleman lo consegnò ad una delle sentinelle che, raggiungendola in corsa, scoprì come si trattasse del tenente Boulé truccato e vestito da donna.

Altri travestimenti celebri con annessi tentativi di fuga furono quelli del tenente francese Pérodeau, che approfittò di un intervento dell'elettricista del paese per rubargli giacca e capello e dire alla sentinella che aveva dimenticato uno strumento in negozio. Privo di lasciapassare, finì in isolamento come due ufficiali britannici, Airey Neave e Hyde-Thompson, che travestiti da ufficiali tedeschi vennero catturati in breve tempo. Mentre due ufficiali olandesi che avevano tentato lo stesso colpo e parlavano perfettamente il tedesco, Luteijn e Doners, raggiunsero la Svizzera. Pierre Mairesse Lebrun, approfittando del suo fisico d'atleta, saltò il perimetro grazie al muro fatto da un commilitone, scavalcò le recinzioni senza badare al filo spinato e, correndo come una lepre, finì fuori dal tiro delle sentinelle chi gli spararono appresso senza colpirlo. Rubata una bicicletta raggiunse il confine svizzero in otto giorni a tappe forzate.

Indubbiamente comici ma d'infelice epilogo furono invece i tentativi del tenente Mike Sinclair: intrepido imitatore che ebbe la faccia tosta di spacciarsi per il sergente maggiore Fritz Rothenberger, una delle più note sentinelle del campo per via de suoi vistosi baffi. Con altri detenuti al seguito, che dovevano apparire come la squadra che avrebbe montato la guardia, ordinò alle sentinelle di aprire uno dei passaggi e venne addirittura ascoltato. Fu tradito da un lasciapassare scaduto però. Pochi istanti dopo, nell'incredulità di sentinelle e fuggitivi, comparve il vero sergente maggiore Rothenberger che si trovò faccia a faccia con il suo sfortunato sosia. Purtroppo Sinclair perderà la vita in un secondo tentativo di fuga dopo esser stato raggiunto da un colpo di pistola. Divenendo l'unico "caduto di Colditz".

Al termine della guerra..

In tre di anni di detenzione a Colditz, furono 80 i tentativi d'evasione approvati dal comitato di fuga dell'Oflag IV C. Riusciranno nell'intento sette ufficiali britannici, cinque ufficiali francesi, tre olandesi e un belga. Infine, le truppe statunitensi entrarono nella città di Colditz liberando la prigione e i suoi inquieti ospiti che sarebbero passati alla storia come "i fuggitivi di Colditz". Se vi state domandando cosa ne sia stato dell'aliante, soprannominato il Coldtz Cock, è presto detto: non fece in tempo a spiccare il volo dalla soffitta dove era stato assemblato e nascosto, perché la fortezza venne liberata prima di tentare. Ma possiamo dirvi, tuttavia, che 67 anni dopo una copia esatta dell'aliante venne riprodotta e lanciata dal tetto come da programma, con due uomini a bordo. L'aliante atterrò in un prato dall'altra parte del fiume con l'equipaggio felice ed illeso. Dimostrando che quei due "matti" di Goldfinch e Best forse ce l'avrebbero anche fatta. E ricordando quello che ripetiamo spesso su queste colonne: a volte la realtà supera di gran lunga ogni finzione.

Le Resistenti.

Estratto dell’articolo di Gianluca Modolo per “la Repubblica” il 9 maggio 2023.

«Ti vengo a prendere alla stazione, così mangiamo assieme». Puntualissima, a mezzogiorno, Lee Yong-soo si presenta con uno splendido hanbok grigio perla con fiorellini ricamati, appoggiata al suo bastone. «Dammi la mano, cerchiamo un posto che faccia buona cucina coreana». 

Davanti ad un piatto di bulgogi la 94enne “Nonna Lee”, come tutti qui a Daegu la chiamano, inizia a trovare le parole per raccontare la sua storia, terribile e straordinaria. È una delle nove sopravvissute (l’unica ancora in grado di parlare) delle “donne di conforto” coreane. Termine orribile. Sarebbe più giusto chiamarle schiave.

Quelle decine di migliaia di ragazze rapite e costrette a prostituirsi nei bordelli per soddisfare le truppe imperiali nipponiche durante gli anni dell’occupazione della Corea, dal 1910 al 1945. «Da più di trent’anni, da quando per la prima volta decisi di parlare dopo la paura e la vergogna che mi avevano bloccata, chiedo solo una cosa al Giappone: scuse, sincere. Le sto ancora aspettando. Ma non mi arrendo». 

Gesticola continuamente Lee, la voce ogni tanto trema e prova a trattenere le lacrime. «Quando mi rapirono ero soltanto una bambina, avevo 14 anni». È una donna con una forza incredibile. «Ho incontrato Papa Francesco qualche anno fa: mi regalò un rosario che custodisco gelosamente», racconta mentre ci spostiamo nella sala da tè di un amico vicino casa sua. Ha testimoniato davanti al Congresso Usa.

Ha viaggiato per l’Asia per raccogliere le testimonianze di altre donne come lei - filippine, cinesi, indonesiane - schiave in quelle “stazioni di conforto” militari in tutto il Pacifico: gli storici stimano che siano state tra le 30mila e le 200mila. […] 

«La mia famiglia aveva un piccolo terreno, coltivavamo riso, ma gli occupanti giapponesi si portavano via tutto. Una sera di ottobre del 1943 portarono via anche me. Dormivo sempre con mia madre, ma quel giorno lei non c’era. Sentii un rumore, fuori dalla finestra vidi una ragazza che mi faceva il gesto di uscire e raggiungerla. 

Pensavo volesse giocare. Mi mise una mano sulla spalla e l’altra sulla bocca, a quel punto arrivò un militare che mi puntò un’arma dietro la schiena e mi disse di iniziare a camminare.  […] un soldato iniziò a picchiarmi, in testa: quei colpi li sento ancora oggi. Mi prese a calci, mi chiamava ‘feccia coreana’. Non era un gioco, ma ancora non capivo». […]

«Non avevo idea di dove fossi o di cosa ci fosse fuori». Dentro, 5 stanze: la prima volta che le dissero di entrare in una di queste dove la aspettava un ufficiale lei rifiutò. «Mi portarono allora in un magazzino, mi fecero sedere su una sedia e mi legarono i polsi: torturata con delle scosse elettriche. Per diversi giorni rimasi incosciente, mi risvegliai con delle cicatrici. Ho ancora gli incubi». 

Ricorda di come le altre ragazze all’inizio cercarono di proteggerla: «Ero la più giovane e quando i soldati mi picchiavano le altre mi suggerivano di fingermi morta. Un giorno persi tanto sangue, avevo avuto un aborto». […]

Ci resta tre anni Lee in quella base. A guerra ormai finita, nel 1946 riesce ad imbarcarsi di nuovo per la Corea. «Arrivai al porto di Busan con altre ragazze: appena scese ci spruzzarono addosso il Ddt». A casa, in famiglia, non riesce a raccontare quello che le era successo: pudore, vergogna. Non si è mai sposata. «Se mi chiedi i dettagli di quello che eravamo costrette a fare, scordatelo. Neanche ora, dopo 80 anni, certe parole riescono a dirle».  […] 

Chiede scuse sincere. Scuse arrivate da Tokyo nel 2015, con un accordo da 1 miliardo di yen (6,5 milioni di euro) per le vittime. Fondo poi abolito dalla Corea perché ritenuto insufficiente. Quell’intesa, raggiunta dai ministri degli Esteri dei due Paesi tra cui Fumio Kishida, attuale premier giapponese, in visita domenica e lunedì proprio in Corea - non ha risolto la questione in modo «definitivo e irreversibile».  […]

 Sopravvissute. Le storie volutamente dimenticate delle donne ebree nella resistenza. Judy Batalion su L’Inkiesta il 26 Gennaio 2023

Lo scenario politico del Dopoguerra e i traumi di chi era scampata all’orrore hanno limitato la diffusione di alcuni racconti sull’Olocausto. In “Figlie della resistenza” (Mondadori) Judy Batalion analizza le cause di questo oblio

Sono molti i motivi per i quali le vicende delle donne ebree nella resistenza sono passate sotto silenzio. La maggioranza delle combattenti e delle staffette sono state uccise – Tosia, Frumka, Hantze, Rivka, Leah, Lonka – e non hanno potuto raccontare la propria storia. Ma anche quando sono sopravvissute, i racconti delle donne sono stati messi a tacere per ragioni sia politiche sia personali che differiscono da un paese all’altro e da una comunità all’altra. La politica dei primi anni in cui Israele diventava una nazione influì sulla diffusione delle storie relative all’Olocausto.

Quando i sopravvissuti giunsero nell’Yishuv (l’insediamento ebraico in Palestina) a metà e sul finire degli anni Quaranta del Novecento, i racconti dei combattenti del ghetto facevano presa sui partiti politici di sinistra non soltanto perché le attività antinaziste erano più gradevoli della rievocazione delle orrende torture subite dagli ebrei, ma perché quelle storie di battaglie favorivano l’immagine del partito e l’appello a combattere per un nuovo paese. Come a Renia, a diverse combattenti del ghetto furono offerte tribune da dove parlare – e lo fecero prolificamente – ma, a volte, le loro parole venivano conformate alle direttive del partito.

Alcuni sopravvissuti accusavano l’Yishuv di passività e di scarso sostegno agli ebrei in Polonia. Fu allora che Hannah Senesh divenne un’icona. Benché non avesse mai portato a termine la sua missione, se non per aver risollevato il morale, il fatto che avesse lasciato la Palestina per andare a combattere in Ungheria dimostrava che l’Yishuv aveva avuto un ruolo attivo nell’aiutare gli ebrei europei. Subito dopo, spiegano gli studiosi, i primi politici israeliani cercarono di creare una dicotomia tra ebrei europei ed ebrei israeliani. Gli europei, dicevano gli israeliani, erano fisicamente deboli, ingenui e passivi. Alcuni sabra, o nativi d’Israele, chiamavano i nuovi arrivati «saponette», dalla voce che i nazisti facessero il sapone con i corpi degli ebrei assassinati. Gli ebrei israeliani, viceversa, si consideravano la forte ondata successiva.

Israele era il futuro; l’Europa, che per più di un millennio era stata una culla della civiltà ebraica, era il passato. Il ricordo dei combattenti della resistenza – gli ebrei d’Europa che erano tutt’altro che deboli – fu cancellato per rafforzare lo stereotipo negativo. Le vicende della resistenza caddero sempre più nell’oblio. Un decennio dopo la guerra, la gente era pronta a sentir parlare dei campi di concentramento e fu il trauma ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica. Negli anni Settanta, lo scenario politico cambiò e i racconti di singoli ribelli furono sostituiti dalle storie di «resistenza quotidiana».

[…]

Negli Stati Uniti è un’altra storia. L’idea che circola è che gli ebrei americani non discussero l’Olocausto negli anni Quaranta e Cinquanta presumibilmente per paura e senso di colpa e perché si stavano facendo una vita in provincia e volevano inserirsi nei loro quartieri popolati da borghesi non ebrei. Ma come dimostra Hasia Diner nel suo innovativo libro “We Remember with Reverence and Love: American Jews and the Myth of Silence After the Holocaust, 1945-1962”, questa spiegazione è infondata.

Semmai, nel dopoguerra gli scritti e le discussioni sull’Olocausto proliferarono. Un leader ebreo si preoccupava che l’attenzione sulla guerra fosse troppa, citando a esempio perfino il libro di Renia. Come fa notare Diner, gli ebrei americani – nella loro nuova identità di maggiore comunità ebraica del mondo – s’interrogarono su come parlare del genocidio, non sull’opportunità di farlo. Col tempo le storie cambiarono. Nechama Tec, autrice di “Resistance: Jews and Christians Who Defied the Nazi Terror e di Defiance. Gli ebrei che sfidarono Hitler” (da cui è stato tratto il film “Defiance – I giorni del coraggio”), sostiene che nel mondo accademico americano dei primi anni Sessanta c’era la tendenza a sposare la tesi della remissività degli ebrei e perfino a dare la colpa alle vittime. Questo «mito della passività», incoraggiato in parte dalla filosofa politica Hannah Arendt, non era obiettivo né suffragato dai fatti. Diner afferma che alla fine degli anni Sessanta la comunità ebraica americana era ormai consolidata e nota a tutti; un’esplosione di pubblicazioni successive sull’Olocausto aveva sepolto le opere precedenti, ed è forse per questo che il libro di Renia è scomparso dalla memoria collettiva. Perfino oggi, proporre questo materiale negli Stati Uniti presenta complicazioni etiche. Scrivere delle combattenti potrebbe dare l’impressione che l’Olocausto non sia stato poi «così terribile», una cosa rischiosa in un contesto in cui si sta perdendo il ricordo del genocidio.

Molti scrittori temono che glorificare chi resistette concentri troppo l’attenzione sulla capacità di agire, implicando che la sopravvivenza non dipese soltanto dalla fortuna, giudicando negativamente coloro che non imbracciarono le armi e, in fondo, biasimando le vittime. Inoltre, questa è una storia che rende obsoleto il tropo vittima-aggressore e svela sottili complessità, mettendo in primo piano il profondo disaccordo in seno alla comunità ebraica circa il modo di confrontarsi con l’occupazione nazista. Il racconto include inevitabilmente i collaborazionisti ebrei e i ribelli ebrei che rubarono denaro per comprare armi: un’etica traballante a ogni piè sospinto. La rabbia e la retorica violenta contenute in queste memorie di donne ebree lasciano interdetti. E così pure il fatto che molte di quelle combattenti per la resistenza fossero borghesi e urbane, più moderne e sofisticate, più «simili a noi» di quanto faccia comodo pensare. Tutti questi fattori dissuadono da una discussione. E poi c’è il genere. Di solito le donne scompaiono dalle storie nelle quali svolsero ruoli chiave, le loro vicende cancellate dalla Storia. Anche in questo caso, il silenzio è calato soprattutto sulle storie delle donne. Secondo il figlio di Chajka Klinger, lo studioso dell’Olocausto Avihu Ronen, ciò è dovuto in parte al ruolo delle donne nel movimento giovanile. In genere le donne erano quelle a cui veniva ordinato di fuggire con «la missione di raccontare». Dovevano documentare e divenire storiche di prima mano.

Molte delle cronache iniziali della resistenza furono scritte da donne. Come autrici, sostiene Ronen, riferirono le attività altrui – di solito degli uomini – anziché le proprie. Le loro esperienze personali finirono in secondo piano. Lenore Weitzman, autrice di studi fondamentali sulle donne e sull’Olocausto, spiega che, subito dopo la pubblicazione delle opere di queste donne, le storie principali furono scritte da uomini, i quali si concentrarono sugli uomini e non sulle staffette, che per prime minimizzarono la propria attività. Weitzman suggerisce che soltanto il combattimento fisico – che era organizzato e sotto gli occhi di tutti – fosse tenuto in grande considerazione, mentre altri compiti sotto copertura erano reputati banali. (Se anche così fosse, molte ebree combatterono nella rivolta e impugnarono le armi, e non dovrebbero scomparire nemmeno da quel racconto.) Anche quando le donne cercarono di raccontare le proprie storie, spesso vennero deliberatamente messe a tacere. Gli scritti di alcune sono stati censurati per convenienza politica, altre si sono trovate di fronte a una palese indifferenza e altre ancora sono state trattate con incredulità, accusate di essersi inventate tutto.

Dopo la liberazione, un reporter dell’esercito americano avvertì le partigiane Fruma e Motke Berger, del gruppo Bielski, di non ripetere la loro storia perché la gente le avrebbe prese per bugiarde o pazze. Molte donne furono schernite e rimproverate dai parenti di essere fuggite a combattere anziché rimanere a occuparsi dei genitori; altre furono accusate di «aver usato il letto per salvarsi». Le donne si sentirono giudicate in base alla persistente convinzione che, mentre i puri morivano, gli sleali sopravvivevano. E così, quando i loro vulnerabili sfoghi non erano accolti con empatia o comprensione, spesso le donne si ritiravano in se stesse e reprimevano le proprie esperienze, ricacciandole ben sotto la superficie.

E poi c’erano le strategie di adattamento. Erano le donne stesse a imporsi il silenzio. Molte avvertivano il «dovere sacro» e d’«importanza universale» di crescere una nuova generazione di ebrei e tennero per sé il proprio passato nel desiderio disperato di dare ai figli – e a se stesse – una vita «normale». Molte di quelle donne avevano circa venticinque anni quando la guerra finì; avevano tutta la vita davanti e dovevano trovare modi per andare oltre. Non tutte volevano essere «sopravvissute professioniste».

Gli stessi famigliari le invitavano al silenzio, preoccupati che affrontare i loro ricordi potesse essere troppo difficile, che incidere vecchie ferite le avrebbe annientate. Molte donne soffrivano dell’opprimente senso di colpa del sopravvissuto. Quando la staffetta di Białystok Chasia si sentì pronta a condividere il suo passato di furti d’armi e sabotaggi, gli ebrei si stavano ormai aprendo in merito alle loro esperienze nei campi di concentramento.

In confronto a quelle traversie, lei «aveva avuto vita facile». Il suo racconto apparve troppo «egoista». Altri hanno parlato della gerarchia della sofferenza nella comunità dei sopravvissuti. Una volta, il figlio di Fruma Berger si era sentito evitato a un evento per le seconde generazioni perché i suoi genitori erano stati partigiani. Alcuni combattenti e le loro famiglie si erano sentiti respinti dalle coese comunità di sopravvissuti, e si erano allontanati. E poi c’erano i tropi narrativi prevalenti sulle donne nel corso dei decenni. Hannah Senesh può essere stata un buon modello di ruolo perché dimostrava il coinvolgimento dell’Yishuv, ma gli studiosi dicono che divenne più famosa della sua compagna paracadutista Haviva Reich – che aveva convinto un pilota americano a consentirle di lanciarsi in segreto in Slovacchia, dove organizzò vitto e alloggio per migliaia di profughi, salvò militari alleati e aiutò bambini a fuggire – perché era una poetessa giovane, bella, nubile e ricca. Haviva, invece, era una divorziata bruna e sulla trentina, dal passato sentimentale con luci e ombre. Per gli ebrei nordamericani tutto ciò è storia passata, eppure la posta in gioco è alta. In Polonia, dove la gente risente ancora di anni di dominio sovietico, la collaborazione delle donne con l’Armata rossa assume un significato diverso.

Di recente il Senato polacco ha approvato una legge (poi emendata) che stabiliva che la Polonia non poteva essere accusata di nessun crimine commesso durante l’Olocausto. Oggi nel paese il ricordo della resistenza di Varsavia gode di un’enorme popolarità e la kotwica, il suo simbolo a forma di àncora, è inciso sugli edifici. Aver avuto in famiglia un combattente dell’Esercito nazionale è motivo di prestigio. La narrazione è tuttora in fieri, la resistenza e il suo ruolo sono esili. Il modo in cui la guerra è presentata – a se stessi e al mondo esterno – può spiegare chi si è, perché si agisce in un dato modo.

Copyright © 2020 by Judy Batalion © 2022 Mondadori Libri S.p.A., Milano

Per gentile concessione di Berla & Griffini Rights Agency.

Le Spie.

Nancy Wake, il "topo bianco" più temuto dai nazisti. Fu la spia britannica più ricercata durante la Seconda Guerra Mondiale, ma riuscì sempre a sfuggire ai nazisti. The White Mouse, come venne chiamata, guidò la Resistenza francese e salvò centinaia di uomini. Francesca Bernasconi il 23 agosto 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Chi era Nancy Wake?

 Il “topo bianco”

 La fine della guerra

Giornalista, infermiera e poi agente segreto e spia britannica. Durante la Seconda Guerra Mondiale si schierò in prima linea contro i tedeschi, diventando una risorsa fondamentale per gli Alleati. È la storia di Nancy Wake, soprannominata “White Mouse”, “topo bianco”, per la sua straordinaria capacità di sfuggire alla Gestapo, che non riuscì mai a catturarla. Una donna determinata che non si fermò mai davanti a niente, pur di combattere il nazismo e restituire la libertà ai popoli invasi: “Mentre ero una spia - disse poi - pensavo che non mi sarebbe importato di morire. Senza libertà non c’era motivo di vivere”.

Chi era Nancy Wake?

Nancy, la più piccola di sei figli, nacque il 30 agosto 1912 a Wellington, in Nuova Zelanda. Due anni più tardi, la famiglia si trasferì a Sydney, in Australia, ma poco tempo dopo il padre tornò in Nuova Zelanda, lasciando soli moglie e figli. La Wake lavorò inizialmente come infermiera, dopo aver lasciato la casa della madre a 16 anni e, grazie a una somma ricevuta da una zia all’età di vent’anni, lasciò l’Australia e iniziò a viaggiare. A New York si formò come giornalista, spostandosi poi a vivere a Parigi, lavorando come reporter freelance. In Francia conobbe l’industriale Henri Fiocca, che divenne suo marito e con il quale si stabilì a Marsiglia alla fine degli anni Trenta. In Europa, proprio in quel periodo stavano covando le mire e le tensioni che avrebbero portato allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Nancy Wake assistette all’ascesa del nazismo e alle crescenti violenze cui vennero sottoposte la popolazione ebrea e le altre minoranze. Il New York Times sostenne che la Wake raccontò di aver subito in quel periodo una “metamorfosi personale”, scatenata da una visita a Vienna negli anni Trenta. In quell’occasione infatti, la giornalista vide con i propri occhi le violenze dei nazisti, che malmenavano le persone ebree per le strade. Così promise a sé stessa che avrebbe “fatto tutto il possibile” per combattere l’odio scatenato dai nazisti: “Il mio odio per loro era molto, molto profondo”.

L’occasione per combattere il potere nazista le si presentò di lì a poco, quando la Germania invase la Francia. Nancy Wake iniziò infatti a collaborare con i gruppi della Resistenza locale, nascondendo chi aveva bisogno di copertura, corrompendo le guardie carcerarie per liberare i prigionieri e trasportando materiale tra gli oppositori. Le fu attribuito il merito di aver salvato centinaia di aviatori alleati abbattuti, scortandoli e facendoli uscire dalla Francia.

Dopo la caduta della Francia ed essendo diventata una seria minaccia per i tedeschi, che la cercavano in tutto il territorio, decise di fuggire in Gran Bretagna. Il marito, che non andò con lei, venne successivamente raggiunto dalla Gestapo, torturato per indurlo a rivelare il nascondiglio della moglie e infine ucciso. Nancy Wake non seppe nulla circa il destino di suo marito fino a dopo la guerra, quando le venne rivelata la sua morte.

Il “topo bianco”

I vari tentativi di cattura da parte della polizia nazista andarono in fumo. La capacità a darsi alla fuga senza farsi arrestare dalla Gestapo le valsero il soprannome di “topo bianco”. In poco tempo Nancy Wake divenne la donna più ricercata dai nazisti, che misero addirittura una taglia sulla sua testa.

Nel frattempo, “The White Mouse” era arrivata in Inghilterra, dove iniziò l’addestramento del British Special Operations Executive (Soe), l’intelligence britannica alleata della Resistenza francese. Nell’aprile del 1944, all’età di 31 anni, Nancy venne paracadutata in Francia, insieme ad altre 38 donne e 430 uomini, che avrebbero aiutato gli Alleati in prospettiva del D-Day, lo Sbarco in Normandia che avrebbe aperto un altro fronte europeo per l’attacco alla Germania nazista. La Wake arrivò in Alvernia, dove aiutò l’esercito britannico a stabilire linee di comunicazione con i maquisard, i locali combattenti partigiani, un’azione che si rivelò fondamentale, perché aveva lo scopo di distrarre e indebolire l’esercito tedesco in Francia, prima dello Sbarco degli Alleati.

L’agente “White Mouse” recuperò munizioni e armi lanciate in notturna con i paracadute, li nascose in depositi al riparo dai nazisti e pronti per l’esercito britannico, stabilì comunicazioni fondamentali con la Gran Bretagna. Una volta dovette affrontare uno scontro con i tedeschi, durante il quale la radio e i codici vennero compromessi e persi. Questo avrebbe significato l’interruzione delle comunicazioni con Londra. Per ripristinare la linea Nancy Wake percorse in bicicletta centinaia di chilometri, attraversando diversi checkpoint tedeschi per informare gli inglesi sulla perdita della comunicazione. Durante la guerra, l’agente britannica guidò una forza di migliaia di uomini della Resistenza francese di Alvernia, che riuscirono a dare del filo da torcere alle truppe tedesche.

"Senza le donne non va niente": la rivoluzione in teatro di Eleonora Duse

La fine della guerra

Dopo la liberazione della Francia, Nancy Wake seppe della morte del marito: “Mi sono sempre sentita responsabile della sua morte - disse la Wake nel 2002, come riporta The Australian - L'hanno torturato. E suo padre gli ha detto: 'Ti rilasceranno se dirai loro dov'è andata Nancy'. E lui ha detto: 'Papà, laisse-moi tranquille' (n.d.r. ‘Papà, lasciami in pace’)”. Poco dopo venne ucciso. Alla spia più ricercata dai nazisti venne attribuito il merito di aver salvato la vita a centinaia di soldati e quando la guerra finì Nancy Wake ricevette molti riconoscimenti da diversi Paesi del Mondo: tra le altre, venne insignita anche della George Medal britannica, della United State Medal of Freedom e tre volte della Croix de Guerre.

“The White Mouse” lavorò come agente segreto per il Ministero britannico dell’Aeronautica, nelle ambasciate di Parigi e di Praga. Nel 1957 sposò un pilota in pensione della Royal Air Force. La spia che tutti i nazisti avrebbero voluto catturare e uccidere non venne mai identificata. Morì a Londra, il 7 agosto del 2011.

Estratto dell’articolo di Gianluca Mercuri per corriere.it il 2 luglio 2023. 

C’erano due tipi di nazisti, nei tredici anni di Terzo Reich e durante la guerra: i volenterosi carnefici del regime — la massa enorme di burocrati che mandavano avanti la macchina totalitaria con la diligente apposizione di firme e timbri, […] e i professionisti dello sterminio e delle operazioni speciali. Questa seconda categoria, dopo la guerra, si differenziò in alcuni sottogruppi le cui vicende hanno continuato a segnare la storia ovunque: nella contrapposizione tra blocchi, nei conflitti mediorentali, nell’evoluzione a destra del Sudamerica.

Questa massa di nazisti vip sopravvissuti alle punizioni postbelliche si divise a seconda delle inclinazioni ideologiche prevalenti o della tendenza al pragmatismo. Alcuni abbandonarono la lotta al comunismo ma conservarono l’attitudine antidemocratica e antisemita, e fu in questo gruppo che pescarono i sovietici. Altri, tra i quali l’anticomunismo prevaleva sui sentimenti antidemocratici e antisemiti, si arruolarono invece con gli americani. Altri ancora mantennero l’odio antiebraico come ossessione principale, e si schierarono con la parte di mondo che si ribellava al colonialismo dei vecchi nemici della Germania, e in particolare col mondo arabo che aveva appena avviato il conflitto con Israele.

Di loro si occupa uno storico israeliano di 41 anni, Danny Orbach […] nel libro Fugitives: A History of Nazi Mercenaries during the Cold War, uscito l’anno scorso per Pegasus Books, e appena pubblicato nella traduzione in ebraico. Orbach — che un paio di anni fa si è visto recapitare a casa un pacco del Mossad con i file desecretati […] — si sofferma però soprattutto su un gruppo particolare. 

 Ovvero quelli, […]  che continuavano a «odiare tutti» e, nella loro apparente neutralità, «istigavano le parti coinvolte nella Guerra Fredda — americani, tedeschi, russi, arabi, persino israeliani — con l’obiettivo di arricchirsi il più possibile senza impegnarsi in nessuna di esse».  

[…]

Chi sfuggì al paradosso letale di essere sia un agente del Mossad sia nella sua lista di obiettivi fu un nome che è entrato — dalla parte sbagliata — nella parte più affascinante della storia: la leggenda. La figura di Otto Skorzeny è scolpita nella vicenda italiana come una maledizione: se l’ufficiale delle Waffen-SS non fosse riuscito a liberare Mussolini dalla prigionia sul Gran Sasso, nel settembre 1943, forse non avremmo avuto Salò.  

D’altronde, era l’agente scelto di Hitler per le missioni più spericolate […] Non è un caso, insomma, se Skorzeny fu definito per anni dai servizi americani e inglesi «l’uomo più pericoloso d’Europa», data la sua capacità di sopravvivere a tutto: i processi postbellici — in cui fu misteriosamente perseguito solo per l’uso di uniformi nemiche — come l’inevitabile caccia degli israeliani. Caccia dal doppio risvolto.

Che Skorzeny fu un agente assai operativo del Mossad, è stato rivelato sette anni fa dai giornalisti Dan Raviv e Yossi Melman in un articolo sul giornale The Forward, ma le loro fonti restarono anonime. Ora Orbach, nei suoi documenti, ha ricevuto la conferma ufficiale dell’intelligence israeliana.

Dopo la guerra Skorzeny fu per anni trafficante d’armi e mercenario «costantemente alla ricerca di avventure per superare la noia», scrive lo storico. Aiutò sia i siriani, reclutando consiglieri militari, sia gli egiziani, facendo affari con consulenti tedeschi del programma missilistico del Cairo. Per questo il Mossad oscillò a lungo tra l’ammazzarlo e l’arruolarlo: stava da sempre coi nemici ma era una delle migliori spie del mondo e sapeva tantissime cose. 

Non a caso, a farlo cadere nella rete, nel 1962, fu Rafi Meidan, ex comandante dell’Amal, l’unità di caccia ai nazisti del servizio segreto israeliano. A Madrid, dove l’ex ufficiale viennese si era stabilito, Meidan si tolse lo sfizio di diventare amante di sua moglie Ilse: fu lei a presentarlo al marito, col quale, svela il rapporto del Mossad, aveva una «relazione aperta»,.  

Skorzeny fu poi «assunto» da Avraham Ahituv, futuro direttore dello Shin Bet. Una volta capito che gli israeliani non volevano eliminarlo, l’ex SS chiese loro una polizza sulla vita definitiva: essere cancellato dalla lista di ricercati del cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal. Gli israeliani fecero finta di accontentarlo, ma è un dato di fatto che Skorzeny morì di cancro nella capitale spagnola, nel 1975.

Prima però, per Israele, fece qualcosa di clamoroso. Come spesso gli capitava era settembre, stavolta 1962, 19 anni dopo il blitz sul Gran Sasso. Heinz Krug, uno scienziato tedesco che lavorava a Monaco di Baviera, era stato vent’anni prima tra gli inventori dei missili che avevano quasi messo in ginocchio l’Inghilterra. 

Ora era pagato dagli egiziani per rendere lo stesso servizio a Israele, e per questo era finito in cima alla lista del Mossad. Lui lo sapeva, si sentiva in pericolo, ma non pensava che il pericolo potesse arrivare da Skorzeny quando andò a incontrarlo. Era stato lui stesso a chiederglielo, convinto che quell’uomo leggendario avrebbe protetto lui e altri scienziati tedeschi nella sua situazione.

Skorzeny salì sulla Mercedes bianca di Krug e gli disse di andare nella foresta per parlare in modo riservato. La macchina che li seguiva, lo assicurò, aveva a bordo tre sue guardie del corpo. Arrivati nella foresta, Otto Skorzeny uccise Heinz Krug e i tre agenti israeliani che lo accompagnavano sciolsero il suo corpo nell’acido per impedire ai cani di trovarlo. 

Alla fine, fu l’atto di guerra perfetto: difensivo ma pure punitivo, e fatto compiere da un nemico. 

Le vie del Mossad sono infinite ed è la spiegazione del suo fascino, terribile e inesorabile.

I commando di Hitler dietro le linee nemiche. Storia di Davide Bartoccini su Il Giornale l'11 maggio 2023.

Nell'estate del 1942, mentre l’invasione dell'Unione Sovietica da parte dei nazisti procedeva lungo il fronte aperto dall'Operazione Barbarossa, una particolare e poco nota unità con “talenti speciali” alle dipendenze dell’Abwehr, i servizi segreti tedeschi, mise a segno una delle più audaci missioni di guerra della storia. Stiamo parlando del primo distaccamento del reggimento "Brandenburg", i commando di Adolf Hitler che operarono per tutta la durata del conflitto dietro le linee nemiche. Lo fecero avvalendosi dell'inganno, delle false identità e della completa padronanza delle lingue straniere, ma soprattutto del travestimento, che prevedeva l'uso spregiudicato di uniformi e insegne nemiche.

Celando il simbolo divisionale che esibiva una maschera da teatro e un pugnale - al tempo della Sonderverbänd 800 un pugnale avvolto da un punto interrogativo - i “brandeburghesi” si infiltrarono all'interno del territorio sovietico con indosso uniformi dello NKVD, la temuta polizia segreta di Stalin. Questo artifizio bastò da garanzia per superare ogni posto di blocco, dalla linea del fronte all'obiettivo, ovvero le importanti strutture petrolifere del settore di Majkop, da catturare e consegnare intatte alla Wehrmacht che avanzava su panzer assetati di carburante.

Il colpo di mano fece estremo affidamento sul timore che la popolazione e gli stessi soldati dell'Armata Rossa nutrivano per la polizia segreta. Per tale ragione, un raggruppamento di 62 uomini della Brandeburg comandati da Adrian von Fölkersam, si procurò uniformi e camion da trasporto Zis-6 con insegne della NKVD per raggiungere il sito petrolifere con la copertura di alcuni disertori che erano stati "catturati" per completare la messa in scena.

Una volta raggiunta Majkop e spiate le sue difese, i finti agenti della polizia segreta sabotarono il centro radio in modo da tagliare ogni tipo di comunicazione con il comando sovietico, e persuasero i difensori ad abbandonare le strutture petrolifere per salvarsi di un bombardamento imminente che avrebbe probabilmente distrutto tutto. Così facendo consentirono alla Wehrmacht di occupare il sito intatto e con il suo tesoro di greggio, senza sparare un solo unico colpo. Contestualmente, una seconda operazione condotta dal tenente Ernst Prohaska finse una ritirata precipitosa dei sovietici per superare il ponte di Bjelaja. Questo consentì al commando della Brandenburg di impedire alla piccola guarnigione di far saltare le cariche esplosive che lo avrebbero polverizzato per frenare l'avanzata tedesca, consegnando alla Wehrmacht un passaggio sicuro oltre il fiume.

Lo stesso anno i diversi distaccamenti della Brandeburg, che inquadrerà anche un reggimento paracadutisti e uno dotato di piccoli motoscafi per missioni sotto costa analoghe a quelle dello Special Boat Service britannico, prenderanno parte a numerose operazioni. I "Küstenjäger", i "cacciatori costieri", daranno la caccia al naviglio sovietico nel Mar d'Avoz e disturberanno gli alleati nel Dodecaneso. I paracadutisti verranno inviati in Tunisia e Libia per dare manforte alle divisioni di Erwin Rommel. In Jugoslavia saranno condotte operazioni contro i partigiani. Mentre una particolare sezione si spingerà fino all'India.

Specialisti del sabotaggio agli ordini di Canaris

L'origine delle sub-unità che verranno inquadrate nella Brandenburg risale al 1939. Il capitano Theodore von Hippel, affascinato dalle azioni di guerriglia condotte dal generale Paul von Lettow-Vorbeck durante le campagne dell’Africa orientale e non meno dai sabotaggi messi a segno dal famigerato colonnello T. E. Lawrence in Medio Oriente durante la prima guerra mondiale, suggerì all’alto comando di Berlino la creazione di unità d’élite appositamente addestrate per condurre ricognizioni e azioni dietro le linee nemiche. Lo scopo era quello di potere individuare, ottenere o distruggere obiettivi d’importanza strategica prima che avessero inizio le operazioni principali su più vasta scala.

L’alto comando della Wehrmacht, visionario per quanto riguarderà le tattiche della Blitzkrieg ma estremamente tradizionalista su altri piani, declinò il consiglio, che, invece, avrebbe trovato il favore dell'Abwehr, il servizio di intelligence affidato all’ammiraglio Wilhelm Canaris. Quest’ultimo accolse con entusiasmo le idee di von Hippel affidandogli il compito di creare la prima unità di quelli che sarebbero diventato noti come i “brandeburghesi” - nome dovuto all'addestrarono ricevuto presso la caserma di Brandenburg-am-Havel, nell'omonima provincia prussiana.

Essa sarebbe stata inquadrata nella seconda sezione dell’Abwehr, essendo la prima adibita allo spionaggio, la seconda sezione al sabotaggio, e la terza sezione alle attività di controspionaggio. Il primo battaglione di "specialisti" verrà addestrato al sabotaggio, all'infiltrazione e alla cattura o distruzione di obiettivi strategici quali ponti, incroci, snodi ferroviari e via dicendo, ricevendo il battesimo del fuoco in Pomerania.

Un approccio "differente" alla guerra

Le reclute della Brandenburg, insieme ai primi sabotatori formati da von Hippel nel battaglione Ebbinghaus che aveva preso parte all'invasione della Polonia, venivano selezionate - oltre che alla loro essenziali qualità di combattenti - in base alla conoscenza di altre lingue e degli usi e costumi di altre culture o etnie, in modo da potersi infiltrare come agenti segreti e confondersi con la popolazione. Venivano ricercate essenzialmente nel Volksdeutsche europeo, con particolare attenzione a chi proveniva dal vecchio Impero austroungarico, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, dagli Stati baltici, e ovviamente dall'Unione Sovietica, Belgio, Paesi Bassi e Danimarca: tutti stati che il Reich avrebbe invaso nella prima fase del conflitto. Suddivisi in quattro sezioni, una scelta simile se non uguale a quella effettuata dal SOE inglese, lo Special Operation Executive che avrebbe condotto i suoi sabotaggi nell'Europa occupata, era prevista anche una sezione anglofona, pescando nei tedeschi che avevano abitato in Inghilterra, in America e in Africa e avevano risposto alla "chiamata" di Hitler per ritornare in Germania.

La prima operazione degna di nota dei brandenburghesi verrà registrata nel 1940 durante l'invasione dei Paesi Bassi, quando catturano intatto il ponte sulla Mosa di Gennep permettendo ai panzer di attraversarlo in gran fretta. Azione simile a quella che il battaglione Ebbinghaus aveva compiuto nel '39 con i ponti sulla Vistola. Nelle campagne in Danimarca e Norvegia condurranno le prime incursioni su alianti, mentre nel giugno 1941 viene un raid alla raffineria di petrolio di Abadan in Iran manderà in fumo ingenti risorse Alleate.

Agli ordini di Skorzeny e delle SS

I sabotatori della Brandenburg proseguirono le loro azioni e i loro sotterfugi su ogni fronte attivo e dietro tutte le linee nemiche fino alla fine del 1943, quando l'Abwehr di Canaris iniziò a perdere gradualmente la fiducia e il favore di Hitler, che ormai si apprestava a perdere la guerra. Quella che era diventata a tutti gli effetti una divisione, suddivisa in quattro battaglioni e rinominata Sonderverbänd 800 finì sotto il controllo dello SD, il servizio d'intelligence delle famigerate SS. Poco meno di duemila brandeburghesi si trasferirono nelle SS, inquadrati nella SS-Jagdverbande di Otto Skorzeny per continuare a operare come commando in missioni di ricognizione di lungo raggio, sabotaggio e interdizione. Secondo alcuni incroci di informazioni, alcuni di loro presero anche parte all'Operazione Quercia, la liberazione di Benito Mussolini che all'indomani dell'armistizio venne imprigionato a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, per ordine di generale Pietro Badoglio.

Si dice che a causa delle loro azioni di guerra spregiudicate, spesso non in conformità con leggi e convenzioni, molti dei superstiti che vennero addestrati a essere soldati "fantasma" nella caserma di Brandenburg si siano letteralmente dileguati al termine del conflitto. Indossando ancora una volta quella maschera e gli abiti o le uniformi di qualcun altro, per continuare un'esistenza tranquilla. Sotto copertura. Ragione per cui la loro storia forse non è tra le più note.

Estrogeni per Hitler e volpi radioattive contro il Giappone: in un libro i «trucchi» delle spie Usa nella Seconda guerra mondiale. Paolo Valentino su Il Corriere della Sera il 15 Marzo 2023

«The dirty tricks department» racconta la storia, i metodi e gli uomini dell’Oss, l’agenzia di intelligence di Washington antesignana della Cia

Ad Adolf Hitler, che secondo uno studio psicologico di Harvard aveva una «forte componente femminile», volevano mettere estrogeni nei pasti, in modo che gli cadessero i baffetti, la sua voce diventasse stridula e soprattutto gli crescesse il seno. Un Führer con le tette difficilmente avrebbe ancora esercitato il suo carisma sui tedeschi. In Giappone, pianificavano di introdurre centinaia di volpi dipinte di vernice radioattiva fosforescente, che avrebbero terrorizzato soldati e civili, favorendo la vittoria americana. Un altro piano prevedeva che il Paese del Tenno fosse invaso da migliaia di pipistrelli kamikaze, lanciati da aerei, sotto le cui ali erano fissati congegni che avrebbero incendiato case e edifici di legno.

Non erano idee per una sceneggiatura da film, né vaneggiamenti di una mente disturbata. Ma alcuni dei progetti pensati e in molti casi sperimentati da una speciale sezione dell’Oss, l’Office of Strategic Services, antesignano della Cia, creato nel 1942 per coordinare l’intelligence e intensificare la guerra ibrida contro le potenze dell’Asse.

Nell’estate di quell’anno, Stanley Lowell, un chimico brillante conosciuto per la mente vulcanica e la passione per le invenzioni più strane, venne convocato a Washington da William “Wild Bill” Donovan, il generale che Roosevelt aveva voluto alla guida del nuovo servizio segreto. Dopo averlo fatto aspettare per ore in una cella, Donovan entrò e senza presentarsi gli disse: «Lei conosce Sherlock Holmes, naturalmente. Io per il mio staff ho bisogno del Professor Moriarty. Penso che lei possa esserlo».

Per Lowell fu l’incontro della vita. Da quel momento diventò capo di un gruppo segreto, il Research & Development Branch, incaricato di sviluppare tecniche clandestine e congegni per ingannare, terrorizzare, destabilizzare e distruggere il nemico. Donovan non sarebbe stato deluso. Nei quasi tre anni in cui fu operativa sotto la guida di Lowell, l’unità produsse di tutto: pistole silenziate, inchiostri invisibili, penne che sparavano, esplosivi camuffati da dolci o pezzi di carbone, sieri della verità, congegni per far deragliare i treni, pillole avvelenate senza odore né sapore, bussole nascoste in bottoni da uniforme, valigette che esplodevano all’apertura. Suona familiare? Sì. Lowell sembra la versione reale di Q, il mago dei trucchi tecnologici dei romanzi e dei film di James Bond. E in verità, in quegli anni, il futuro creatore di 007, Ian Fleming, lavorava per l’intelligence britannica, anch’essa impegnata in azioni non ortodosse.

Non tutti i progetti andarono a buon fine. L’Operazione Fantasia, quella delle volpi luminescenti, venne abbandonata dopo che un gruppo di canidi, opportunamente verniciati, venne gettato nella Chesapeake Bay, al largo di Washington, ma quando riuscirono ad arrivare a riva la tintura era quasi tutta stata lavata via. Non fece alcun progresso neppure il piano degli ormoni femminili per Hitler. E fu abbandonato il Project Capricious, che voleva diffondere l’antrace fra le truppe tedesche nel Marocco spagnolo usando le mosche. In compenso, lanciate sul Giappone, alcune decine di pipistrelli kamikaze sopravvissero e riuscirono a mandare in fiamme alcuni edifici e la torre di controllo di una base aerea. Ma la maggioranza morì per il freddo.

A raccontare la storia dell’unità di Lowell è ora lo storico americano John Lisle, in un libro appena uscito per St. Martin Press. «The Dirty Tricks Department», il dipartimento dei trucchi sporchi è l’affascinante e documentata ricostruzione di un mondo delle ombre, popolato di doppiogiochisti, eroi, tipi strani e scienziati pazzi, in quella lotta senza esclusione di colpi contro il nazismo che fu la Seconda Guerra Mondiale. Ma è anche una riflessione sui dilemmi morali e sui lasciti più oscuri di quelle attività. Un esempio per tutti, furono le ricerche sul siero della verità del dipartimento di Lowell a ispirare negli Anni ’50 il programma clandestino di esperimenti Mk-Ultra, uno dei più famigerati progetti della Cia, nel quale centinaia di prigionieri, malati di mente e anche cittadini inconsapevoli furono sottoposti a sieri, droghe come l’Lsd, onde sonore ed elettromagnetiche, tecniche di tortura, per forzarne le confessioni attraverso il controllo mentale.

Il libro è denso di aneddoti quasi incredibili. Come quando Donovan, per provare l’efficacia di una pistola silenziata, entrò nello Studio Ovale dove Roosevelt stava dettando una lettera e dietro a lui sparò 10 colpi contro una borsa di sabbia che aveva con sé. Il presidente non si accorse di nulla, girandosi verso di lui solo quando sentì l’odore della polvere da sparo. Oppure quello di Lowell, che durante una presentazione dei suoi nuovi marchingegni ai capi militari Usa gettò casualmente nel cestino una Hedy, un petardo per creare panico così chiamato da Hedy Lamarr, attrice esplosiva appunto e prima donna a recitare nuda in un film. Il congegno esplose con un botto assordante e tutti i generali si diedero alla fuga.

Norimberga 1945, processo alla Storia e agli orrori nazisti.

Sì, Norimberga svelò l’orrore al mondo intero. Ma in quell’aula fu umiliato anche il diritto. La storia del processo ai gerarchi nazisti racchiude in sé tutto quello che può essere un processo, ma anche tutto quello che non deve essere: "Una giurisdizione dei vincitori che si ergono a giudici dei vinti". Domenico Tomassetti su Il Dubbio il 18 settembre 2023

Avvocato e scrittore, Domenico Tomassetti è il vincitore della prima edizione del “Premio Letteratura per la Giustizia” - il concorso promosso da Dubbio, Cnf e Fai - con il romanzo “Una vita come la tua”, pubblicato da Bertoni Editore. Liberamente ispirato a fatti di cronaca giudiziaria, il libro offre uno spaccato della professione forense vista dal suo interno e da chi, ogni faticoso giorno, cerca di sopravvivere al mondo della (in)giustizia. Ma soprattutto è il racconto del rapporto tra un padre con suo figlio. Andrea Armati ne è il protagonista, che continua a “vivere” e scrivere sulle pagine del Dubbio.

«Che vai a fare a Norimberga? », mi chiede mio figlio Marco che sta facendo un periodo di studio all’Università di Colonia. È partito a maggio, faceva caldo. Sono andato a trovarlo con la macchina piena della sua roba invernale. Ed ora, scarico, riparto per l’Italia.

«Vado a vedere l’Aula 600, quella del Processo» «Perché?» Non so rispondergli. Spero di trovare la risposta in viaggio. In verità una risposta semplice ci sarebbe. Sono solo. Che torno a fare a Roma, prima della riapertura dello studio? Ma non voglio ammetterlo, nemmeno con me stesso.

Non ero mai stato a Norimberga prima. Il navigatore mi porta facilmente in Furtherstrasse. Parcheggio ed entro nell’edificio storico della Corte di Appello. Mentre pago il biglietto e mi consegnano l’audioguida, penso che non sarei dovuto venire. Ho paura della spettacolarizzazione, provo disagio come se fossi venuto a spiare la Storia dal buco della serratura. Potevo leggere di più, studiare come ho sempre fatto, invece di venire fino a qui. Ma non è così, mi sbaglio. I tedeschi hanno fatto i conti con il loro passato e hanno allestito un memoriale sobrio e molto approfondito (anche se un po’ filoamericano) nel quale, attraverso una mostra fotografica commentata in 12 lingue, raccontano quello che è successo nel processo senza quasi mai indulgere in commenti. L’idea te la devi fare da solo, dopo.

Ma è altro quello che elimina ogni timore di trovarsi difronte ad una vuota rappresentazione ad uso e consumo di turisti “guardoni”. Con una scelta orgogliosamente razionale, già negli anni ’60 (quasi contemporaneamente ai primi processi di Fritz Bauer) hanno deciso che nell’aula si tornasse ad amministrare la Giustizia della nuova Repubblica Federale: in quel luogo, nel 1945, un popolo intero ha preso consapevolezza dell’orrore e, nello stesso luogo, cerca di superarlo attraverso il quotidiano esercizio democratico della giurisdizione. Però, quando entri e ti siedi sulle panche destinate al pubblico, il peso della Storia incombe. Non puoi non pensare che proprio lì sono stati processati alcuni dei responsabili della più grande tragedia del XX secolo.

Berlino fu conquistata dai russi il 2 maggio 1945, il 9 maggio la Germania dichiarò la resa incondizionata. Hitler, Himmler e Goebbels erano morti. Alcuni gerarchi nazisti, tra i quali Eichmann, riuscirono a scappare grazie ad insospettabili complicità. Altri – tra i quali Goering, Ribbentrop, Speer – furono catturati. Altissime gerarchie militari - Donitz – si consegnarono spontaneamente agli Alleati. Non pensavano che sarebbero stati processati. Alcuni di loro temevano di essere giustiziati; altri, come il morfinomane Goering, erano convinti che gli americani gli avrebbero permesso di uscire silenziosamente di scena in cambio della rivelazione di chissà quali segreti. Probabilmente nessuno di loro sapeva che Stalin e Roosvelt, prima, e Truman, poi, non volevano esecuzioni sommarie, ma la celebrazione di un processo che mettesse a nudo le atrocità perpetrate dai nazisti e che, attraverso la divulgazione degli atti a mezzo stampa, le facesse conoscere al mondo intero. L’8 agosto 1945 americani, russi, inglesi e francesi – cioè i vincitori della guerra - sottoscrissero la Carta di Londra nella quale, per la prima volta nella Storia, la guerra di aggressione e la sua pianificazione venivano considerate un crimine, veniva definito il concetto di crimine contro l’umanità e si “organizzava” il Tribunale internazionale militare che avrebbe giudicato i criminali nazisti.

La prima udienza si svolse a Berlino il 18 ottobre 1945, ma gli americani pretesero che il processo fosse trasferito a Norimberga: la città delle grandi adunate hitleriane, organizzate da Himmler e filmate da Leni Riefenstahl; ma soprattutto la città in cui furono promulgate le leggi razziali. Norimberga era stata quasi completamente rasa al suolo. Uno dei pochi palazzi ancora in piedi era la Corte di Appello di Furtherstrasse con annesso carcere in cui alloggiare gli imputati evitando quotidiani spostamenti e sempre possibili gesti autolesionistici. Qui – nella stessa Aula in cui, tra meno di un’ora, si discuterà un procedimento iscritto a ruolo nel 2023 - tra il 20 novembre 1945 e il 1° ottobre 1946 fu celebrato il Processo. Nel corso del dibattimento emersero prove inconfutabili sia della pianificazione della guerra, fin dalla presa del potere del nazionalsocialismo, sia soprattutto della Shoah. L’accusa si basò su documenti recuperati dagli americani, principalmente relazioni di servizio delle Einsatzgruppen, su rapporti del governo sovietico e di quello polacco relativi ai campi di sterminio e su testimonianze dirette dei sopravvissuti. Particolarmente sconvolgente furono le testimonianze sul trattamento riservato ai bambini ebrei a Birkenau.

Una deportata ad Auschwitz dichiarò, piangendo, che i neonati di madri ebree venivano uccisi subito dopo essere venuti al mondo, mentre i bambini più grandi, ma non utili (o non più utili in quanto ammalati o sottonutriti) al lavoro, venivano gettati nei forni crematori, saltando il passaggio nelle camere a gas. “In nome di tutte le donne d’Europa divenute madri nei campi di concentramento, chiedo alle madri tedesche: dove sono adesso i nostri bambini?”, gridò la donna, guardando il banco degli imputati. In quel momento “gli imputati abbassarono la testa”. Al termine dell’udienza si udì l’avvocato di Donitz chiedere al suo assistito: “Ma è possibile che nessuno ne sapesse niente?”. Donitz non rispose, limitandosi a scuotere il capo, ma Jodl confermò: “Certo che qualcuno sapeva”.

L’importanza storica del processo di Norimberga è talmente palese da essere innegabile. Nell’Aula 600 il mondo comprese che lo sterminio di sei milioni di ebrei fu, per usare le parole di Hannah Arendt, “un attentato alla diversità umana in quanto tale, cioè a una caratteristica della condizione umana senza la quale la stessa parola ’umanità’ si svuoterebbe di ogni significato”.

Eppure, sotto il profilo giuridico, i dubbi sulla correttezza del processo si fecero strada fin dalle sue prime battute. Principalmente due: sull’imparzialità dei giudici (i vincitori processavano i vinti) e sull’inesistenza di una previa norma che permettesse di individuare la responsabilità penale degli imputati (nullum crimen, nulla poena sine praevia lege poenali). La prima obiezione era rafforzata dalla indiscutibile circostanza che, tra i quattro giudici, sedevano un russo (nonostante la guerra fu scatenata in seguito alla sottoscrizione del patto Molotov-Ribbentrop di spartizione della Polonia, prontamente eseguito dall’Urss, dopo l’invasione nazista, con l’annessione di metà del territorio polacco) e un americano (a pochi mesi dalle bombe di Hiroshima e Nagasaki che, causando quasi 150 mila vittime tra la popolazione civile, configurano un crimine di guerra proprio secondo la definizione della coeva Carta di Londra). Kelsen, all’epoca del processo professore a Berkley, condannò “il fatto che il tribunale istituito dall’accordo fosse composto esclusivamente da rappresentanti degli Stati vittoriosi. Non solo i rappresentanti degli Stati vinti, ma anche – ciò che è più importante – rappresentanti degli Stati neutrali sono stati esclusi dall’ufficio Tra gli Stati, i cui rappresentanti erano i giudici e gli accusatori nel giudizio di Norimberga, ve ne era uno che aveva spartito con la Germania il bottino della guerra condotta contro la Polonia”. Persino un giudice del Collegio, il francese Donnedieu de Vabres, affermò che si trattava di “una giurisdizione dei vincitori che si ergono a giudici dei vinti”. Per superare la seconda obiezione, invece, si fece appello alla Carta di Londra, sottoscritta però l’8 agosto 1945, cioè dopo lo svolgimento dei fatti per cui si stava celebrando il processo.

Ancora Kelsen, probabilmente con l’animo lacerato dalla complessità di una Storia che aveva vissuto in prima persona (ebreo austriaco, costretto ad abbandonare l’insegnamento presso l’Università di Colonia nel 1933), ammise che il diritto applicato al processo di Norimberga era stato positivizzato post factum e che l’accordo di Londra aveva senz’altro infranto il principio d’irretroattività, ma giustificò tale forzatura facendo riferimento all’entità degli atti criminali: “Nel caso in cui due postulati di giustizia sono in conflitto l’uno con l’altro, prevale il più alto; e il punire coloro i quali erano moralmente responsabili per il crimine internazionale della seconda guerra mondiale può certamente essere considerato come più importante che osservare la regola che si oppone alle leggi ex post facto”. Posizione certamente comprensibile, ma maggiormente condivisibile se, con i medesimi principi, si fossero processati tutti i criminali di guerra, non solo i vinti giudicati dai vincitori.

Il processo si concluse con la condanna a morte di 12 imputati, tra i quali Goering, Jodl, e Ribbentrop. Furono condannati al carcere a vita Hess e altri due imputati; a pene minori Donitz (10 anni) e Speer (20 anni); tre furono invece assolti von Papen, Schacht e Fritzsche.

Sono ancora seduto sulle panche dell’Aula 600 quando sento toccarmi sula spalla. Un usciere, in un inglese persino più scolastico del mio, mi chiede garbatamente di uscire: sta per cominciare l’udienza di un nuovo processo. Alzo gli occhi e vedo entrare gli avvocati che parlano con le parti. Dopo quasi trent’anni di professione sempre più mi sorprendo della fiducia accordata dagli uomini all’intervento dei tribunali. Non so se gli imputati del processo, che sta per cominciare, siano colpevoli o innocenti. Spero, in cuor mio, che trovino Giustizia, ma so che la verità che uscirà da quell’Aula, scritta in una sentenza, non sarà comunque null’altro che una verità giudiziaria: umana, controvertibile ed insoddisfacente. Delle colpe (morali e politiche) di chi fu processato, nella stessa Aula, quasi 80 anni fa sono invece certo. Perché è una verità storica, sulla cui base la Germania e il mondo intero hanno costruito un’idea di progresso civile e morale che ancora condividiamo. E sono consapevole che parte fondamentale delle prove, che quella verità hanno svelato, sono state raccolte nel processo del ’45.

Ma altrettanto sono certo che quello di Norimberga fu un processo ingiusto e parziale, inquinato da (più o meno elevate) finalità politiche. La storia del Processo di Norimberga racchiude in sé tutto quello che può essere, ma anche tutto quello che non deve essere un processo. Esco dalla Corte di Appello di Furtherstrasse. Fuori piove e sento freddo, per la prima volta in un’estate torrida anche a queste latitudini. Mi squilla il cellulare. «Adesso hai la risposta? Hai capito perché sei andato a vedere l’Aula 600?», mi chiede mio figlio Marco. «Forse», rispondo risalendo in macchina.

Mentre mi allontano penso che ho fatto bene ad andare a vedere l’Aula 600 e sono contento che lì, ancora oggi, si coltivi la più scandalosa ed irriverente utopia del genere umano: amministrare la Giustizia nella consapevolezza che “alle altissime finalità del diritto fanno riscontro le sue limitate possibilità”. Andrea Armati

Morto a 103 anni Ben Ferencz, ultimo procuratore di Norimberga. di Redazione Online su Il Corriere della Sera il 9 aprile 2023

Fu tra i primi testimoni a documentare le atrocità dei campi di concentramento nazisti. Ottenne condanne contro 22 comandanti degli squadroni della morte

È morto all’età di 103 anni Ben Ferencz, l’ultimo procuratore vivente del processo di Norimberga che processò i nazisti per genocidio e fu tra i primi testimoni esterni a documentare le atrocità dei campi di concentramento della Seconda guerra mondiale. Ferencz è deceduto venerdì sera in una casa di cura a Boynton Beach, in Florida.

Da procuratore ha ottenuto condanne contro 22 comandanti degli squadroni della morte nazisti. Ferencz duranti i processi di Norimberga aveva 27 anni ed era l’ultimo ex procuratore ancora vivo.

In seguito ha svolto un ruolo cruciale nel garantire il risarcimento dei sopravvissuti all’Olocausto e nella creazione della Corte penale internazionale dell’Aia, che di recente ha emesso un mandato di arresto per il presidente russo Vladimir Putin per crimini di guerra.

Nato l’11 marzo del 1920, era un giurista ungherese naturalizzato statunitense. Di origine ebraica, aveva 10 mesi quando la sua famiglia emigrò negli Stati Uniti e si stabilì a New York. È cresciuto povero nelle strade di Hell’s Kitchen. Ha frequentato il City College di New York e ha ottenuto una borsa di studio per la Harvard Law School. Si arruolò nell’esercito dopo la laurea mentre la seconda guerra mondiale travolgeva l’Europa, sbarcando in Normandia e combattendo nella battaglia delle Ardenne.

In seguito fu trasferito in un’unità responsabile della raccolta di prove di crimini di guerra mentre le forze alleate si avvicinavano al centro del potere nazista a Berlino. Ferencz entrò in diversi campi di concentramento (Buchenwald, Mauthause, Flossenburg, Ebensee) poche ore o pochi giorni dalla loro liberazione.

Instancabile difensore dei diritti umani, ha anche scritto nove libri e decine di articoli, tenuto innumerevoli discorsi e viaggiato per il mondo fino ai suoi 90 anni diffondendo il suo motto di «legge non guerra». «Sono stato dannatamente fortunato a vivere così a lungo», ha detto Ferencz a Nbc News a novembre in quella che è stata la sua ultima intervista ai media. «Spero di aver fatto del bene durante la mia vita.»

Padre di 4 figli, nel 1946 aveva sposato la fidanzata dai tempi dell’adolescenza Gertrude Fried, con la quale aveva vissuto per 70 anni, fino alla morte di lei nel 2019. «Senza litigi» come amava dire.

Il Museo americano per la memoria dell’Olocausto ha dichiarato: «Oggi il mondo ha perso un leader nella ricerca della giustizia per le vittime del genocidio e dei crimini correlati».

Dagospia il 7 aprile 2023. Estratto della prefazione di Ezio Mauro alla nuova edizione Feltrinelli di “La banalità del male” di Hannah Arendt - pubblicato da “la Repubblica”

Si può raccontare il male non mentre si compie, ma quando si deposita attraverso la distanza del tempo e riassume la forma ordinaria del vivere quotidiano, mimetizzando l’inumano nell’umano? C’è un uomo in una gabbia di vetro che lo circonda per proteggerlo, lo isola mentre lo segnala e lo espone nell’aula del Tribunale di Gerusalemme, davanti al mondo.

 Di fronte tre giudici col capo scoperto e la toga nera, poi gli interpreti che traducono dall’ebraico al tedesco, quindi il pubblico ministero e il difensore, col suo unico assistente. Fuori poliziotti sui tetti e agli incroci, agenti in attesa nelle strade vicine, pronti a un intervento d’emergenza. Perché lui è Adolf Eichmann, catturato da un commando alla periferia di Buenos Aires la sera dell’11 maggio 1960 e portato a giudizio in Israele l’11 aprile 1961 con quindici imputazioni per crimini di guerra, contro il popolo ebraico e contro l’umanità, punibili con la pena di morte.

Bisogna immaginare Hannah Arendt con il taccuino aperto mentre si sporge dalla postazione dei giornalisti per guardarlo e raccogliere i segni della sproporzione tra la persona e il crimine, tra l’inaudito passato alla storia e l’ordinario registrato nell’aula: con quella presenza insieme materiale e simbolica del male racchiusa in una figura di mezza età, con la calvizie che si fa spazio, la dentatura irregolare, gli occhi miopi che ogni tanto si stringono, il collo magro e chiaro curvato sulle carte.

 Nulla di eccezionale traspare, niente suggerisce un segnale che riveli dove si nasconde l’origine dell’inconcepibile, il mistero germinale, come se il corpo umano nelle sue espressioni fosse incapace di contenerlo per intero. Ecco la prima rivelazione del processo: quel che si vede e quel che si sente non riescono a restituire la portata dell’accaduto che resiste al diritto, alla giustizia, alla pietà dunque alla comprensione, quasi che non si riesca a varcare la soglia dell’umano.

Eppure il dibattimento di Gerusalemme si basa sulle testimonianze dei sopravvissuti, non sulle carte come a Norimberga: ma sappiamo che nel primo periodo dopo la guerra non si può parlare di una vera e propria memoria della Shoah, perché gli stessi sopravvissuti non riescono a riprodurre l’immagine di ciò che hanno patito, portandolo nella vita comune.

 L’inconcepibile che avevano incontrato nei campi rimaneva inesprimibile, perché non era condivisibile, finché la scrittura ha rotto il silenzio con Primo Levi, permettendo al ricordo di rielaborarsi per comunicare se stesso, vivendo anche fuori dal singolo individuo e uscendo dall’esperienza fisica del dolore. Con la sofferenza che si fa strumento di conoscenza dell’inaudito e diventa immediatamente consapevolezza, responsabilità e giudizio. Dunque memoria.

 Non è quindi solamente un processo, quello di Gerusalemme, e non cerca soltanto di rendere giustizia alle vittime dell’olocausto e ai sopravvissuti. Non è vendetta e nemmeno risarcimento, ma qualcosa di più, doveroso e necessario, perché fa parte della liberazione. È il tentativo di recuperare una misura umana di razionalità che consenta di mandare avanti il mondo dopo Auschwitz, attraverso il dovere di rivivere gli avvenimenti per poterli leggere, catalogare e finalmente giudicare recuperando una norma e un criterio, ristabilendo infine un canone morale universale da cui ricominciare.

Il lavoro giornalistico, nella sua autonomia, è anche un libero strumento della memoria: il suo vero obiettivo è la ricerca di un significato di ciò che è stato, risalendo il tempo e recuperando il senso della storia, perché il mondo non è fatto di episodi alla deriva e fenomeni contingenti, senza radici, proiezioni e cause.

 La memoria è questo raccordo del tempo, ma è soprattutto un sistema di misura delle esperienze vissute, dunque è un atto politico nel senso più ampio e più alto del termine: non solo perché consente di conoscere, comprendere e giudicare, ma perché permette l’esercizio della coscienza.

 Arendt ha il lasciapassare dei giornalisti, siede tra i reporter, è in aula per scrivere le sue corrispondenze per il New Yorker. Il suo lavoro è quello di osservare, ordinare, restituire nella scrittura dei reportage quei pezzi di realtà che ha incontrato. Ma capisce subito che non può accontentarsi di essere il medium tra il lettore e il processo.

Ciò che è avvenuto e che rivive in aula confonde lo spazio e aggroviglia il tempo, porta l’oggi a entrare nello ieri, e il giornalismo non può limitarsi a registrare. Di fronte alla potenza di quell’accusa cambiano i doveri e le regole d’ingaggio, non si può rimanere spettatori, di lato, in un recinto protetto: e nemmeno soltanto testimoni.

 Arendt non è a Gerusalemme per assistere, ma per condividere, attraverso l’intelligenza degli avvenimenti (come la chiamerà Aldo Moro), la conoscenza dell’accaduto, la disponibilità a farsi carico della responsabilità che nasce dal disvelamento. Deve calarsi dentro, prendere parte coi suoi giudizi mettendosi direttamente in gioco, svolgere la sua funzione portando in quell’aula la sua dotazione di conoscenza, il suo sapere, la sua fatica di affondare e provare a risalire dentro questa tragedia. Di nuovo: l’intelligenza chiede aiuto alla coscienza.

È la consapevolezza di scrivere giorno dopo giorno la cronaca della storia, un impegno che comporta un obbligo morale, non solo una serie di doveri professionali. E che nasce e si realizza nel bisogno fondamentale di comprendere per far comprendere, di esplorare, lasciarsi contagiare, continuando ad ascoltare l’insistenza dell’unica domanda che conta nel mestiere: cosa resta da capire?

 La scrittura, come espressione concettuale della rivisitazione del reale, registra questo passaggio e il libro che raccoglie le corrispondenze dal tribunale lo testimonia. All’inizio la cronaca ha il sopravvento, come se nel clamore mondiale del processo bastasse assistere alle udienze e immergersi nelle ricostruzioni per governare i fenomeni, allinearli e renderli intellegibili.

Subito, però, il racconto in presa diretta si appoggia alla riflessione, si contamina e si arricchisce, porta Arendt nel cuore morale del problema, dove rimarrà fino all’ultima pagina aprendosi ai dubbi, persino alle questioni che la difesa avrebbe potuto sollevare mentre non lo ha fatto, alle domande scomode, al rifiuto anticipato del politicamente corretto.

 Quasi inconsapevolmente lo sguardo di Arendt si sposta e si prolunga, allarga il campo dall’imputato al mondo di complicità, obbedienza, cecità che lo circonda e lo accompagna rassicurandolo col conformismo generale, con la medietà regolare che rende normale l’eccezionale quando diventa consuetudinario, replicato burocraticamente con la meccanica abituale di un metodo.

Comincia l’esplorazione attenta e appassionata del contesto storico e politico, un’analisi del tempo nazista indispensabile per capire come quella quotidianità ordinaria e mediocre abbia potuto farsi strumento dell’orrore, superando i suoi limiti. O forse scivolando sotto la soglia del limite, perché il processo di riduzione della consapevolezza di sé e della responsabilità per gli altri ottunde, sgombra il terreno da ogni ostacolo e fa cadere qualsiasi tipo di interdetto, anche quelli supremi, morale, religioso, civile.

 Si può trasgredire la regola più sacra – e dunque più umana – trascendendola per superarla d’imperio col sacrilegio, non riconoscendola più come vincolante e legittima: quella norma però, scopriamo, è anche possibile ignorarla riparandosi nell’ottusità del compito assegnato dal comando, senza mai alzare lo sguardo sulle conseguenze, anzi limitando la visione alle proprie azioni ridotte a tecnica, impedendo a se stessi di pensare che fanno parte di un progetto di distruzione umana. Finché a Gerusalemme arriva il momento del rendiconto, per distribuire a ognuno degli attori di quella procedura la sua quota di responsabilità, che non si può nascondere per sempre.[…]

Cosa resta sul quaderno della corrispondente? La percezione fisica della difficoltà di comunicare l’offesa, la sua vergogna e i suoi guasti, di vederla riprendere forma dentro l’aula, di nominare l’impronunciabile. Una difficoltà per chi ascolta, e sa che può soltanto immaginare ciò che si sta ricostruendo nel tribunale perché tutti conoscano, e a quel punto possa aver corso la giustizia; ma anche per chi rievoca nelle udienze una realtà che ha patito, perché per rivisitare il peccato supremo contro l’uomo occorre «purezza d’animo, un’innocenza cristallina di cuore e di mente, quale soltanto i giusti possiedono». Poi, una frase di Arendt che vale anche per lei, come per tutti: «Si vide quanto fosse difficile raccontare » .

Oltre quattrocento udienze in 11 mesi, centinaia di testimonianze dirette, decine di migliaia di documenti da esaminare e, per la prima volta in un’aula di tribunale, vengono proiettate delle immagini su uno schermo per descrivere le atrocità commesse dai nazisti, alla sbarra per

Il processo ai gerarchi del Terzo Reich si apre con le macerie ancora fumanti nel cuore dell’Europa, a sei mesi dalla caduta del regime. È l’ottobre del 1945 e come sede viene individuata Norimberga, una scelta non casuale, la città tedesca è stata infatti il teatro prediletto della propaganda hitleriana che ogni anno celebrava per le sue strade la nascita il partito nazionalsocialista, una capitale “ideologica”.

Oltre quattrocento udienze in 11 mesi, centinaia di testimonianze dirette, decine di migliaia di documenti da esaminare e, per la prima volta in un’aula di tribunale, vengono proiettate delle immagini su uno schermo per descrivere le atrocità commesse dai nazisti, alla sbarra per crimini di guerra e crimini contro la pace. Non figura invece l’accusa di genocidio che acquista realtà giuridica solamente tre anni dopo, nel 1948 nella Conferenza di New York.

Quello di Norimberga è anche il “processo dei vincitori”, Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna e persino la Francia, riuscita a infilarsi in extremis grazie al colpo di reni del generale De Gaulle. Ogni nazione vincitrice infatti era rappresentata in aula da un giudice, un sostituto e i diversi procuratori.

Sovietici e britannici inizialmente non erano d’accordo sulle modalità con cui far svolgere il processo, Stalin aveva in mente i tribunali sommari del “grande terrore” con cui negli anni trenta aveva fatto giustiziare tutti i suoi oppositori, roba da far impallidire l’odierna Russia di Putin.

Churchill, da parte sua, si era spinto ancora più in là, sostenendo che i criminali nazisti sarebbero dovuti essere giustiziati «entro sei ore dalla cattura!» in quanto le prove di colpevolezza nei loro confronti erano schiaccianti. Alla fine prevalse il modello americano, molto più simile agli standard del moderno stato di diritto che prevede una procedura giudiziaria fondata sulla presunzione di innocenza e sul diritto degli imputati ad avere un avvocato, un processo equo per rispondere ad accuse formulate con chiarezza.

Il “pezzo grosso” era ovviamente Herman Goering, ex capo della Luftwaffe (l’aeronautica militare), ministro dell’aviazione e membro del cerchio magico di Hitler che per lungo tempo lo “elesse” a numero due del regime.

Il responsabile della propaganda Goebbels si era suicidato assieme all’amato fhurer nel bunker di Berlino, stessa sorte per il capo delle Ss Himler che si toglie la vita mentre era prigioniero degli alleati, il segretario personale di Hitler, Martin Borman viene infine freddato da un carro armato russo mentre tentava di fuggire dalla capitale tedesca. Mengele, medico dei campi di sterminio e Eichman, il “burocrate della Shoah” sono invece fuggiti in sudamerica ( il primo morirà di cause naturali, il secondo sarà catturato dal Mossad, processato e giustiziato in Israele nel 1961.

Assieme a quello di Goering i giudici leggono i nomi di altri 23 imputati: 12 vengono condannati a morte, tre all’ergastolo, quattro a pene dai 10 ai vent’anni di prigione. I restanti quattro se la cavano con un’assoluzione e un proscioglimento per motivi di salute grazie al giudice sovietico Iona Timofeevich Nikitchenko.

Alla lettura dei capi di imputazione sono professati tutti innocenti, affermando di non essere a conoscenza dello sterminio degli ebrei e di altri orrori compiuti dal regime, oppure di aver semplicemente «eseguito gli ordini», o addirittura evocando l’incapacità di intendere e di volere come Alfred Jodl, capo del Comando generale delle forze armate che affermò: «Non ero più me stesso». Una linea difensiva che si rivela fallimentare.

L’unico ad esibire spavalderia, ad avere atteggiamenti sprezzanti verso i testimoni, ad accompagnare con i sorrisetti e le smorfie le osservazioni dei procuratori e i racconti dei testimoni è Goering. Almeno fino a quando sullo schermo piazzato al centro dell’aula non appaiono le immagini dei campi di concentramento, dei forni crematori, dei mucchi di ossa dei prigionieri, in gran parte ebrei, ma anche omosessuali, gitani, malati di mente. A quel punto l’ex “eroe” della Prima guerra mondiale capisce che è tutto finito, che verrà condannato a morte. Sfugge all’impiccagione alla vigilia dell’esecuzione, suicidandosi, come Himler, con la classica pasticca di cianuro. Gliela aveva fornita una guardia americana che era rimasta affascinata dalla sua personalità magnetica.

I detrattori del processo hanno sempre sottolineato i limiti e le storture della “giustizia dei vincitori” gli unici a e essere rappresentati nel collegio inquirente e giudicante, l’assenza dei crimini di guerra commessi dagli Alleati come le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki o la distruzione di Dresda e di altre decine di città tedesche. Oppure c’è chi, in punta di diritto, fa notare come i reati contestati ai gerarchi nazisti non fossero presenti nel codice penale e che quindi essi vennero giudicati sulla base di leggi create ad hoc contro di loro come i crimini di guerra e i crimini contro la pace. Era peraltro la tesi di Otto Stahmes, difensore di Goebbels che in aula ha citato il principiodel nullum crimen, nulla poena sine Lege Praevia.

Giudicare Norimberga dal punto di vista giuridico è un esercizio interessante ma del tutto fuori dalla Storia: il processo ai crimini del Terzo Reich, si è svolto secondo standard giuridici per noi oggi inaccettabili, ma allo stesso tempo ha gettato le fondamenta per la moderna giustizia internazionale.

I Condannati.

Condannata Irmgard Furchner, la 97enne «segretaria del male»: ebbe un ruolo nell’uccisione di 10.500 detenuti del lager. Redazione Online su Il Corriere della Sera il 20 Dicembre 2022.

L'accusa è quella di avere avuto un ruolo nell’uccisione di oltre diecimila prigionieri nel campo di concentramento di Stutthof, nel nord della Polonia

Alla fine la sentenza è arrivata. In Germania, un'ex segretaria di un comandante nazista, è stata condannata a due anni di carcere per avere avuto un ruolo nell’uccisione di oltre diecimila prigionieri nel campo di concentramento di Stutthof, nel nord della Polonia. Si chiama Irmgard Furchner e ha 97 anni ed è una delle poche donne a essere state processate per crimini legati al nazismo. Ma, visto la veneranda età, la sentenza è stata sospesa.

Il processo era iniziato nel 2021. Il giudice ha dichiarato che, anche se quello di Furchner era un ruolo amministrativo, negli anni del suo lavoro (1943-45) lei era consapevole di quello che i suoi capi facevano: nel campo di concentramento di Sutthof sono morte circa 65mila persone, tra cui prigionieri ebrei e soldati sovietici.

Quando Furchner ha saputo del processo, ha provato a scappare dalla casa di riposo in cui viveva, ma poi è stata trovata ed è stata arrestata dalla polizia. «Mi dispiace per tutto quello che è successo. Mi rammarico che in quel periodo fossi proprio a Stutthof. Non posso dire altro», ha dichiarato il 6 dicembre scorso, in aula.

I Tesori.

Estratto dell'articolo di Franco Zantonelli per repubblica.it il 2 Maggio 2023.

Da mercoledì 3 maggio a venerdì 12 si terrà da Christie’s, a Ginevra, la più importante asta di gioielli della storia. Un evento che suscita non poche polemiche, visto il passato di chi ha accumulato quei gioielli. Oltre 700 pietre per un valore di 150 milioni di dollari, comprendente il diamante da 90 carati di origine indiana “Briolette of India”, che ha avuto tra i proprietari Caterina de Medici. 

[…]

Si diceva delle polemiche. Derivano dal fatto che quell’immensa fortuna risale al periodo nazista, in quanto venne accumulata da un imprenditore austriaco ben introdotto nel regime hitleriano, quando vigeva il principio dell’arianizzazione delle proprietà delle persone di religione ebraica. Si tratta di Helmut Horten, accusato di spoliazione dei beni degli ebrei, cui secondo l’accusa che, tra il 1945 e il 1948 lo fece finire in carcere, sottraeva aziende floride a prezzi di realizzo. Iniziò con quei metodi nel 1936, a Duisburg, ritirando l’impresa tessile di proprietà di un ebreo fuggito all’estero. 

[...]

Fatto sta che, con questi metodi l’imprenditore austriaco, accumulò una fortuna stimata da Forbes 2,9 miliardi di dollari. Così Helmut Horten avrebbe creato un impero, nel settore dei grandi magazzini. Uscito di prigione si trasferì a Croglio, nel Canton Ticino, dove creò una fondazione con obiettivi filantropici. Morto nel 1987, la sua fortuna passò alla vedova Heidi, lei pure nel frattempo deceduta. 

Il ricavato dell’asta, intitolata a quest’ultima, ha fatto sapere Christie’s, andrà in buona parte alla Fondazione Horten, impegnata nella ricerca medica e nella protezione dell’infanzia, ma servirà, pure, per finanziare un’organizzazione che “vuol far progredire la ricerca e l’educazione sull’Olocausto”. Un bel modo per lavarsi la coscienza ha mandato a dire, da Amsterdam, la figlia di Reinhold Stephan.

La stessa Fondazione Horten ha, comunque, incaricato un giovane storico tedesco, Peter Hoeres, dell’università di Würzburg, di indagare sul passato del suo fondatore. Ebbene, ne vien fuori che il magnate fu effettivamente membro del partito nazista ma che, successivamente, venne assolto dal comitato per la denazificazione. [...]

"Svenduto per scappare dai nazisti". Bufera sul Picasso esposto al Guggenheim. Storia di Clara Trevisan su Il Giornale il 25 Gennaio 2023.

Il Guggenheim è finito di nuovo nell'occhio del ciclone. Il 21 dicembre il museo di New York è stato citato in giudizio da una famiglia di origini ebree tedesche perché dal 1978 espone un Picasso appartenuto ai bisnonni, che erano stati costretti a svenderlo per fuggire dallo sterminio nazista. La faccenda ha risvolti legali e finanziari importanti dato che l'opera è valutata tra i 100 e i 200 milioni di dollari. E gli eredi sono convinti di avere tutto il diritto di riaverla indietro.

Come tanti altri che sono stati acquistati o venduti durante il periodo nazista, il quadro ha avuto una storia travagliata, che testimonia le persecuzioni del regime hitleriano. “La donna che stira” (“La repasseuse”) è stato dipinto da Pablo Picasso nel 1904, quando il talento del cubismo spagnolo aveva solo 22 anni. L’atmosfera di pesantezza e sacrificio che caratterizza la condizione dei lavoratori poveri è trasmessa dalle tonalità di blu che dominano la composizione, rimanenze del Periodo Blu che l’artista stava concludendo.

E di sacrificio parla anche la storia dell’opera stessa, che si lega per la prima volta al nome degli Adler nel 1916, quando Karl Adler la acquista dal gallerista tedesco Heinrich Thannhauser. Nel corso degli Anni Venti, mentre a Monaco di Baviera il giovane Adolf Hitler militava nelle fila del Partito Nazionalsocialista Tedesco ed elaborava la sua personale dottrina su razza, storia e politica, Karl Adler sedeva a Berlino nel consiglio d’amministrazione della più grande azienda manifatturiera di cuoio di tutta Europa e conduceva una vita agiata con sua moglie Rosi e i tre figli.

Le persecuzioni e l'esilio

Nel 1933 l’instaurazione del regime nazista in Germania ha mandato in frantumi le loro vite” si legge sui documenti del tribunale, con cui i pronipoti degli Adler raccontano come la rapida ascesa di Hitler abbia significato per i propri nonni la fine di una vita normale. Le leggi varate dal Fuhrer privavano gli ebrei dei loro possedimenti e li estromettevano dalla vita sociale ed economica del Paese, relegandoli nei ghetti. In quelle circostanze sempre più incerte, Adler aveva cercato di vendere il suo Picasso per la prima volta, ma alla sua richiesta di 14.000 dollari (che corrisponderebbero oggi a circa 300.000) non aveva trovato acquirenti e aveva scelto di tenersi l’opera.

Nel 1937 però, non riuscendo a mettere in salvo la sua famiglia in Sud America come avrebbe voluto, Adler comincia una fuga che lo rimbalza tra numerose città europee al costo di salatissime “tasse di volo” da pagare al Reich, oltre che di gravosi visti temporanei. È la vigilia della Seconda guerra mondiale quando Karl e Rosi si trovano obbligati a vendere il quadro per pagare l’esilio itinerante a cui la famiglia è costretta. Nel 1938 scelgono di vendere tutto ciò che possiedono per fuggire dall’Europa, ed è così che il Picasso torna nelle mani dei Thannhauser - questa volta del figlio, Justin - per la misera cifra di 1.552 dollari, corrispondenti a 32.000 del 2023, un prezzo di gran lunga inferiore al valore del quadro. Justin Thannhauser ha conservato gelosamente “La donna che stira” per tutta la vita, per donarla infine insieme a tutta la sua collezione alla Fondazione di Peggy e Solomon Guggenheim di New York nel 1976.

Il New York Post riferisce che i discendenti di Karl e Rosi hanno condotto delle ricerche indipendenti sui Thannhauser. Hanno così scoperto che i mercanti d’arte bavaresi hanno costruito parte della loro fortuna approfittando delle sventure di altri ebrei tedeschi, che cercavano di vendere preziose opere d’arte per fuggire dalle persecuzioni naziste. Nella citazione in giudizio depositata alla Corte Suprema di Manhattan, l’accusa sostiene che “Thannhauser conosceva bene il dramma degli Adler, e sapeva che se non fosse stato per la persecuzione nazista non avrebbe mai potuto mettere le mani su quel Picasso, tantomeno a quel prezzo”.

Il tentativo di restituzione dell'opera

I figli degli Adler non avevano mai immaginato di poter avanzare pretese sul dipinto, convinti che il modo in cui Thannhauser si era appropriato del quadro fosse legale. Tuttavia, quando nel 2016 il Congresso ha varato la Direttiva per la Restituzione di opere d’arte trafugate durante l’Olocausto, la famiglia ha trovato nuovo vigore nella rivendicazione del quadro. Nella recente azione legale mossa contro la Fondazione Guggenheim, i bisnipoti sono supportati da una decina di fondazioni non profit citate nelle volontà di uno dei figli di Adler.

L’accusa ritiene ingiusto che il museo continui a beneficiare del possesso dell’opera senza che questa sia stata acquisita tramite un giusto pagamento. Gli eredi precisano che Karl e Rosi sono stati costretti dalle persecuzioni a cedere l’opera a quel prezzo e che se non l’avessero fatto avrebbero subito una sorte tragica in mano ai nazisti. Pertanto, secondo gli Adler, è ora che il museo riconsegni l'opera ai legittimi proprietari.

Il Guggenheim rigetta l'accusa come priva di fondamento. Il museo afferma di aver condotto ricerche estensive sulla provenienza di “La donna che stira” e ricorda che già negli anni Settanta aveva contattato Eric Adler, figlio di Karl e Rosi, che però non aveva sollevato dubbi sulla legittimità della compravendita. Sara Fox, portavoce della Fondazione, si dice sicura che la transazione tra Karl Adler e Justin Thannhauser era legale, e che quindi l’opera, “unica e insostituibile”, rimarrà appesa nella sua sala a New York.

Solo l’anno scorso, lo Stato di New York ha approvato una legge in base alla quale i musei sono tenuti a dichiarare apertamente se le opere d’arte esposte sono giunte al museo tramite furto, confisca, vendita forzata o altri motivi involontari come risultato della persecuzione nazista. È questo il caso di altre due opere di Picasso, “Ragazzo che conduce un cavallo” e “Il Moulin de la Galette”, entrambi passate per le mani di Thannahuser. Dopo aver raggiunto un accordo nel 2009 con l’erede che le rivendicava, le opere sono rimaste esposte rispettivamente al MoMa e al Guggenheim di New York.

Da repubblica.it il 12 gennaio 2023.

Nel 1945 i nazisti avrebbero sotterrato quattro casse piene di oro, argento e pietre preziose nei pressi delle città olandesi Amerongen, Elst, Eck, Ommeren e Linden. Il punto esatto è indicato con una croce rossa su una mappa tenuta segreta per 75 anni nell’archivio storico dei Paesi Bassi e ora resa pubblica per solleticare la curiosità degli aspiranti milionari.

Per gli storici il tesoro venne scoperto e portato via dagli Alleati subito dopo la guerra, ma i cercatori non perdono le speranze e seguendo le indicazioni della mappa hanno cominciato a scavare.

Samuele Finetti per corriere.it l’8 gennaio 2023.

Come in tutte le cacce al tesoro, ci sono una mappa con una croce rossa, delle casse piene di oro, monete e diamanti seppellite in un campo e decine di aspiranti milionari che si sono messi a cercare e scavare. A scatenarli è stato l’Archivio nazionale olandese, che martedì ha pubblicato una serie di documenti — 1.300 pagine in tutto, sulle quali vigeva un vincolo di segretezza di 75 anni — risalenti all’immediato secondo dopoguerra. Tra le carte è spuntata una piccola mappa abbozzata a mano del villaggio di Ommeren, 35 chilometri a sudest di Utrecht, e poi la fatidica X ai piedi di tre grossi alberi.

 Chi l’abbia disegnata, i ricercatori dell’Archivio non sono riusciti a scoprirlo. Si sa però chi la consegnò all’istituto: fu un soldato della Wehrmacht, Helmut S., classe 1925 e quindi potenzialmente ancora in vita (per questo l’Archivio non ha diffuso il cognome), anche se nessuno è riuscito a rintracciarlo. 

Fu lui che, rientrato in Germania, spifferò a troppe persone quello che doveva restare un segreto. Tanto che la voce giunse alle autorità olandesi di stanza nella Berlino occupata, che a loro volta informarono il Beheersinstituut, l’ente incaricato di rintracciare i beni delle persone scomparse nei quasi sei anni di conflitto.

 Lo stesso ente organizzò una serie di ricerche tra il 1946 e il 1947: la prima fallì perché il terreno era ghiacciato, la seconda perché i rudimentali metal detector non segnalarono nulla. Per la terza, fecero venire sul posto lo stesso Helmut S., che però non fu d’aiuto se non per ricostruire la storia del bottino scomparso.

 I beni preziosi, sostenne il soldato, capitarono nelle mani dei tedeschi nell’agosto del 1944, quando una bomba sganciata dagli Alleati sventrò il palazzo — e, con quello, la cassaforte — della banca Rotterdamsche di Arnhem. L’aprile successivo, quando i combattimenti erano alle battute finali, le squadre naziste nascosero oro e gioielli in quattro casse per munizioni e le seppellirono in un campo. 

Lì si troverebbero ancora oggi, pronte per essere rinvenute dal più abile tra i molti cercatori che sono accorsi da tutto il Paese, incuranti del parere degli storici. I quali hanno prima smontato la versione di Helmut S., e poi hanno messo in dubbio la possibilità che il tesoro sia ancora dove fu sepolto.

 Anzitutto, ha sottolineato il professor Joost Rosendaal, i tedeschi non entrarono in possesso del tesoro dopo un bombardamento: furono piuttosto loro a dar fuoco alla banca, proprio con l’intento di derubarla. Quel mese, del resto, l’area attorno ad Arnhem non fu colpita. Fu colpita, invece, il 24 aprile 1945 dalla Royal Air Force. 

Ed è probabile, spiega Rosendaal, che proprio quella notte una delle bombe piovute su Ommeren abbia fatto saltare in aria il nascondiglio, permettendo alle truppe Alleate — se non a qualche abitante del villaggio, o ad un’altra colonna della Wehrmacht — di impossessarsene senza fatica.

 Gli archeologi improvvisati non si sono però persi d’animo e hanno invaso il villaggio armati di vanghe e metal detector. A loro, l’ex sindaco Klaas Tammers ha augurato buona fortuna. Ma ha anche ricordato che chiunque trovasse mai il tesoro dovrebbe consegnarlo alla fondazione che possiede quei campi.

L’Esoterismo.

Il Reich e la ricerca del sacro Graal: ecco "Il codice Wagner". Pubblichiamo, per gentile concessione dell'autrice, un estratto di Il codice Wagner (Fede & Cultura). Laura Salvetti il 30 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Padre Herbert aveva avuto una notte agitata, e non solo per il maltempo. Le notizie che giungevano dalla sorella non lo lasciavano tranquillo. “Hoc est enim Corpus Meum”…. Mentre celebrava la Santa Messa, alle sei del mattino, pensava all’incontro apocalittico delle forze sul campo della storia.

La lotta contro la secolare oppressione cristiano ecclesiastica…ha creato in Europa una splendida tensione dello spirito, come non c’era mai stata prima sulla terra: con un arco così teso si può mirare ormai alle mete più lontane.” Un brivido gli corse lungo la schiena mentre si inchinava sul calice che pareva traboccare sangue. In ginocchio nei banchi di noce piallato a mano, tre o quattro fedeli assistevano al Sacrificio.

Prosit! – Deo gratias!”. Padre Glinge scrutava il volto dell’amico e confratello. “Dobbiamo comprendere i prossimi passi da fare”. Nello studiolo scarno del Preposito, ai lati di un piccolo scrittoio in ciliegio intarsiato con il piano coperto di panno verde scuro, i due gesuiti cercavano il bandolo della matassa, per poterla svolgere con minori tagli e rannodi possibili. La situazione era preoccupante.

Heinrich Himmler aveva sguinzagliato per mezza Europa alcuni fedelissimi del Dipartimento Ahnenerbe alla ricerca della radice dell’immortalità e onnipotenza ancestrale. Secondo gli studi archeologici del Dipartimento, tale radice, non meglio ulteriormente descritta e definita, avrebbe dovuto essere stata sepolta nella Chiesa di Santa Caterina a Norimberga da parte dei Cavalieri Teutonici e dei Templari di ritorno dalla Terra Santa, dopo la prima Crociata. Nelle descrizioni e iscrizioni trovate nella Chiesa di Santa Caterina, pare ci fosse sempre il riferimento a un’arma, una lancia. L’attendibilità di tale riferimento era rafforzata dalla mitologia nordica.

Anche le leggende celtiche si erano sviluppate intorno alle eroiche gesta di mitici cavalieri dalla nomea immortale, sempre accompagnati da una spada o da una lancia così densa di personalità da portare un nome proprio. I due gesuiti indugiarono sui racconti mitici che avevano accomunato la loro infanzia e fanciullezza e che avevano certamente aiutato il fiorire della loro vocazione monastico-militare.

Secondo la tradizione celtica, creature ritenute divine dal popolo, gli onniscienti Túatha Dé Danann, avrebbero regnato agli albori della civiltà sull’Irlanda, e prima di ritirarsi per l’eternità nel Tír na nÓg, il paese dell’“Età dell’oro”, avrebbero consegnato ai propri sudditi quattro potenti oggetti magici in grado di trasmettere la conoscenza a chiunque ne fosse entrato in possesso: la Spada di Nuada, la Pietra di Fál, la Lancia di Lúg e il Calderone di Dagda.

La Lancia di Lúg, portentosa arma dai terribili poteri distruttivi dalla cui estremità scaturiscono scintille e stille di sangue, poteva essere neutralizzata solo con l’immersione nel Calderone di Dagda, ricolmo di sangue e veleno, in modo tale che non bruciasse e distruggesse tutto ciò che la circondava quando il dio Lúg non la brandiva.

Padre Glinge, allora adolescente, era rimasto affascinato dal profondo legame tra le tradizioni norrene e la nuova religione, dove il cerchio che univa le antiche pietre del potere divino (i menhir) si incontrava con la Croce dell’Unico Agnello. E ricordava ora, al più giovane confratello, che anche nella tradizione mitologica cristiana ricorrono riferimenti alle Lance dell’immortalità, come nelle leggende sul Santo Calice e nei miti di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda, e nelle varie opere della tradizione cavalleresca.

La Lancia di Lúg, difatti, nel corso dei secoli negli antichi territori del Nord è stata accostata a miti cristiani, subendo una metamorfosi adattativa al racconto, tratto dagli eventi realmente accaduti relativamente alla Lancia del soldato Longino, che trafisse il costato di Cristo Crocefisso facendone scaturire sangue e acqua.

I due sacerdoti tacquero per un poco, seguendo il corso dei propri pensieri. “Se Himmler e le sue SS dovessero ritrovare la Lancia o il Santo Vasello…” Padre Herbert pronunciò la frase come se emergesse dal profondo di un pensiero remoto. Padre Glinge ribatté, senza timore di replica: “Non tengono conto della Volontà Superiore. Lo Spirito soffia dove vuole e non si sottomette al ciarpame terreno. È pur vero che a tempo debito Dio consente al Male di esprimersi anche con violenza – ricordiamoci, caro confratello, l’episodio di Giobbe, e tanti altri – ma è altrettanto vero che il consentire al Male di agire è finalizzato sempre al trionfo del Bene.”

Padre Herbert ammirava la Fede del Preposito Provinciale, così viva, limpida e svincolata da ogni evento terreno e da ogni supposizione umana. Il cimento cui andavano incontro necessitava di tutta la forza interiore di cui disponevano. “Caro confratello, è opportuno che Lei si rechi in loco per sincerarsi dello status quaestionis. Il contatto è Eva, la ragazza sveglia di cui le accennavo ieri l’altro. Ho conosciuto sua madre durante un periodo di direzione spirituale a Monaco, dieci anni orsono. Una brava donna, una bella famiglia, ed Eva ha votato tutta se stessa alla ricerca archeologica per una sorta di espressione estetica della propria profondità interiore. Le frequentazioni della ragazza non sono l’emblema dell’ortodossia, basti pensare al professor Sachs dell’Università di Archeologia e Paleontologia Ancestrale, ma potrebbero essere utili per le nostre ricerche. Bene. Prepari la valigia con poche cose. Non resterà lontano molto tempo.”

Padre Herbert sospirò, assorto, pensando a quanti anni prima era stato l’ultima volta a Norimberga.

Prima di Lui.

Dopo di Lui.

Lui.

Le Leggi Razziali.

La Morale.

La Religione.

Gli Eroismi.

I Savoia.

Il Colonialismo.

Gli Ufo.

Gli Esploratori.

L’Ecologia Fascista.

La Culinaria.

Operazioni culturali.

I Partigiani.

Gli Antifascisti.

Le Stragi.

I liberatori/invasori.

Giacomo Matteotti.

Claretta Petacci.

Edda e Galeazzo.

Margherita Sarfatti.

Prima di Lui.

Antonio Giangrande: Cultura. “Il Comunista Benito Mussolini”.

Quello che la sub cultura post bellica impedisce di far sapere ai retrogradi ed ignoranti italioti.

Non fu lotta di liberazione, ma solo lotta di potere a sinistra.

La sola differenza politica tra Mussolini e Togliatti era che il Benito Leninista espropriò le terre ai ricchi donandola ai poveri, affinchè lavorassero la terra per sé ed i propri cari in una Italia autonoma ed indipendente; il Palmiro Stalinista voleva espropriare le proprietà ai ricchi per far lavorare i poveri a vantaggio della nomenclatura di Stato assoggettata all’Unione Sovietica.

Mussolini è stato più comunista di Fidel Castro. Quel Castro che mai si era dichiarato comunista. Se non che, con l'appellativo di Líder Máximo ("Condottiero Supremo"), a quanto pare attribuitogli quando, il 2 dicembre 1961, dichiarò che Cuba avrebbe adottato il comunismo in seguito allo sbarco della baia dei Porci a sud di L'Avana, un fallito tentativo da parte del governo statunitense di rovesciare con le armi il regime cubano. Nel corso degli anni Castro ha rafforzato la popolarità di quest'appellativo.

“Il Comunista Benito Mussolini”. La nuova fatica di Antonio Giangrande in Book o in E-book sui canali editoriali alternativi: Amazon e Create Space; Lulu e Google Libri.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Libro obbiettivo e non ideologico formato da riferimenti e documenti storici e testimonianze di alternativa fonte.

Brani tratti dal libro.

Ecco chi era “Il Compagno Mussolini”. Il 18 marzo 1904, a Ginevra, Benito Mussolini tenne una conferenza per commemorare la Comune di Parigi. Secondo Renzo De Felice, il più noto biografo di Mussolini, è stata, questa, l’unica occasione in cui il Duce vide Vladimir Ilic Uljanov Lenin, anche lui presente al convegno. Ma Mussolini potrebbe avere incontrato l’esiliato russo anche a Berna, l’anno prima: era solito, infatti, pranzare alla mensa Spysi, dove anche Lenin e Trotsky mangiavano con regolarità. Dopo la Marcia su Roma, il Capo del Cremlino aveva rimproverato una delegazione di comunisti italiani (c’era anche il romagnolo Nicola Bombacci): «Mussolini era l’unico tra voi con la mente e il temperamento adatti a fare una rivoluzione. Perché avete permesso che se ne andasse?».

Viva le bandiere rosse della rivoluzione. Io saluto con ammirazione devota e commossa le bandiere vermiglie, scrive Benito Mussolini il 5 luglio 1917, (pubblicato da "Il Giornale" il 14/08/2016). Io saluto con ammirazione devota e commossa le bandiere vermiglie che dopo aver sventolato una prima volta nelle strade e nelle piazze di Pietrogrado in un pallido nevoso mattino di primavera, sono diventate oggi l'insegna dei reggimenti che il 1° luglio sono andati all'assalto delle linee austro-tedesche in Galizia e le hanno espugnate. Io m'inchino davanti a questa duplice consacrazione vittoriosa, contro lo zar prima, contro il Kaiser oggi.

Amate i profughi, sono l'Italia dolorante. Dobbiamo spezzare con loro il nostro pane. Sono i fratelli percossi dalla sventura, scrive Benito Mussolini il 28 novembre 1917 (pubblicato da "Il Giornale" il 17/08/2016). Non basta soccorrere i profughi che i treni e le tradotte dal Veneto rovesciano ogni giorno a migliaia e migliaia nelle nostre città. Bisogna comprenderli. Non basta comprenderli: bisogna amarli. La ospitalità dev'essere - soprattutto - amore.

«Le conquiste sociali del Fascismo? Non si trattava solo dei treni in orario. Assegni familiari per i figli a carico, borse di studio per dare opportunità anche ai meno abbienti, bonifiche dei territori, edilizia sociale. Questo perché solo dieci anni prima Mussolini era in realtà un Socialista marxista e massimalista che si portò con sé il senso del sociale, del popolo. Le dirò in un certo senso il fascismo modernizzò il paese. Nei confronti del Nazismo fu dittatura all’acqua di rose: se Mussolini non avesse firmato le infamanti leggi razziali, sarebbe morto di morte naturale come Franco. Resta una dittatura, ma anche espressione d’italianità. Bisognerebbe fare un’analisi meno ideologica su questo. Quello che ha ottenuto il fascismo in campo sociale oggi ce lo sogniamo». – Margherita Hack. La celebre astrofisica Margherita Hack candidata nel movimento politico "Democrazia Atea" come capolista alla Circoscrizione Veneto 2, ha rilasciato il 23 marzo 2013 un'intervista alla rivista Barricate che sicuramente farà molto discutere. Margherita Hack nell'intervista però ammette anche di essere comunista nonostante "il Comunismo ha soppresso le libertà. Io sono per la tutela della proprietà privata, il rispetto dell'individuo che non è solo gruppo. Questo è socialismo puro. Poi guardi basterebbe rispettare la Costituzione per avere una società più giusta".

Dr Antonio Giangrande Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Storia del 4 novembre, una festa controversa tra mito e condanna della guerra. Anniversario della vittoria nel primo conflitto mondiale nel 1918, è diventato giorno dell’Unità nazionale e delle Forze armate. Attraversando le diverse anime del Paese, dalla celebrazione marziale del fascismo alla sensibilità anti-regime della Repubblica. Elisa Signori su L'Espresso il 3 Novembre 2023

È la più longeva tra le celebrazioni dell’Italia unita, l’unica scampata ai suoi terremoti politici, istituzionali, sociali. In oltre cento anni di rituali, la semantica del 4 novembre è stata rimodulata più volte restando però un appuntamento ineludibile. Istituita come festa nazionale e anniversario della Vittoria (il 4 novembre 1918 finì la Prima guerra mondiale, dopo l’armistizio di Villa Giusti con cui si completò l’unificazione) il 23 ottobre 1922 dal governo Facta, l’ultimo a guida liberale, fu poi trasformata nell’apoteosi delle celebrazioni volute dal fascismo per l’anniversario della marcia su Roma: un ciclo cerimoniale che, dal 28 ottobre al 4 novembre, saldava insieme il culto delle origini del fascismo e quello della patria vittoriosa. 

Caduto il regime, mentre guerra e occupazione insanguinavano parte del Paese, il governo Bonomi nel 1944 riprese l’anniversario: epilogo “glorioso” di un’altra guerra, apparve simbolo corroborante per l’identità collettiva. Nel 1949 fu inserito come Giorno dell’Unità nazionale nel calendario civile della Repubblica tuttora vigente: dal 1977, tuttavia, non più giorno festivo, è solennità civile da celebrarsi la prima domenica di novembre. 

Al cuore della celebrazione si pone la riflessione su pace e guerra, sul ruolo delle Forze armate, sul concetto di patria e sui sentimenti che suscita e, in definitiva, sull’orizzonte valoriale del Paese. Tanto che ripercorrerne nel tempo il mutevole statuto – parole, luoghi, liturgie – risulta esercizio illuminante per cogliere nell’atteggiarsi di governi e istituzioni la costruzione della memoria ufficiale su temi tanto cruciali. 

Fu il fascismo ad appropriarsi della vittoria nella Prima guerra mondiale, che divenne mito fondativo e cardine della nuova religione politica: ai mesti riti del cordoglio per i caduti si sostituirono celebrazioni marziali per esaltare i martiri-eroi, il cui sangue aveva dato nuova linfa alla nazione, proiettata verso un destino di potenza. L’emarginazione progressiva del re e la centralità del culto del duce connotarono cerimoniali sempre più complessi e militarizzati. Tranne nel 1941, quando ridivenne giorno feriale: con la guerra in corso al fianco della Germania era inopportuno ricordare la sconfitta inflittale nel 1918. 

L’ipertrofia celebrativa imposta agli italiani nel Ventennio alimentò per reazione nel Dopoguerra una sorta di avversione della classe dirigente repubblicana per la dimensione simbolico-rituale della politica e i fattori emozionali del patriottismo, così a lungo deviati in senso nazionalista e bellicista. Una ritualità fredda, una retorica stanca segnarono molti anniversari, conflitti di memoria e contestazioni politiche vi si incrociarono specie negli anni ’70. Tra le diverse sensibilità e interpretazioni spicca l’iniziativa di Randolfo Pacciardi delle «caserme aperte» o il pellegrinaggio a Redipuglia rilanciato da Giuseppe Saragat. 

Di tutti i discorsi pubblici suonano incisive e attuali le parole di Sandro Pertini: tenente nella Grande Guerra, da presidente ne sfidò il mito e la definì nel 1983 «come ogni guerra crudele, devastatrice, tragicamente impotente a risolvere i veri problemi dell’umanità». E ricordando i caduti nella Seconda guerra mondiale: «A essi toccò sacrificare la vita in un’avventura temeraria e ingiusta voluta da un regime tirannico». Fu l’unica volta in cui in un messaggio ufficiale alle Forze armate figurò la condanna esplicita del fascismo.

Il mondo allo sbaraglio. L’inizio della Grande Guerra e il disprezzo per la vita umana nell’esercito italiano. Giuliano Cazzola su L'Inkiesta il 24 Maggio 2023

Il 24 maggio del 1915 cominciava la tragedia del conflitto globale anche per il nostro Paese, che non era attrezzato, né organizzato, né pronto a una simile tragedia e andò incontro a un triennio disastroso

Il 24 maggio del 1915 per l’Italia cominciava la tragedia della Grande Guerra. «Il Piave mormorava/ calmo e placido al passaggio/ dei primi fanti il 24 maggio /l’esercito marciava per raggiunger la frontiera/ per far contro il nemico una barriera». Così inizia “La canzone del Piave” destinata a diventare il canto della Grande Guerra (per un breve periodo, dopo la Liberazione del 1945, fu usata anche come inno nazionale, prima che venisse adottato l’inno di Mameli).

L’autore era un noto canzonettista napoletano, Giovanni Ermete Gaeta in arte E.A. Mario, paroliere e musicista di tante canzoni anche più recenti (morì infatti nel 1961), il quale compose quel brano nel 1918, in un raptus di patriottismo in una sola notte. Del resto, tanti altri celebri inni sono nati così. La “Marsigliese” venne eseguita su di una pianola e portata al fronte dalle truppe provenienti da Marsiglia. Oggi è una sorta di inno universale ai principi di libertà, uguaglianza e fraternità.

Il casus belli fu determinato dall’assassinio, il 28 giugno 1914, dell’Arciduca Francesco Ferdinando d’Austria, erede al trono austro-ungarico e della consorte durante una visita di Stato a Sarajevo a opera di un giovane studente nazionalista serbo-bosniaco, Gavrilo Princip. L’Austria colse l’occasione per realizzare i suoi piani aggressivi contro la Serbia (protetta dalla Russia), a cui dichiarò guerra un mese dopo.

Immediatamente si mise in moto il riflesso pavloviano del sistema delle alleanze: il 1° agosto la Germania dichiarò guerra alla Russia, il 3 alla Francia; il 4 agosto fu la volta della Gran Bretagna a dichiarare guerra alla Germania. Il 25 agosto il Giappone si schierò a fianco della Gran Bretagna.

Il vecchio mondo andava così allo sbaraglio. L’aspetto più paradossale era il seguente: il sovrano inglese, il Kaiser, lo Zar erano cugini di primo grado. La Belle Époque finiva, senza neppure rendersene conto, in un bagno di sangue che avrebbe aperto il vaso di Pandora dei nazionalismi, degli sciovinismi che travolsero gli ordinamenti liberali e aprirono la strada a regimi totalitari guerrafondai – che trasformarono l’intervallo tra la prima e la seconda guerra mondiale del secolo scorso in un armistizio.

Come ha notato Eric J. Hobsbawm nel suo “L’età degli imperi” (Laterza) dopo la Grande Guerra, nel 1919, sorsero molti Stati a ordinamento democratico, nel 1939 erano rimasti in pochi. Fino al 1915, l’Italia era alleata della Germania e dell’Austria, ma allo scoppio delle ostilità rimase neutrale.

Contro l’ingresso in guerra erano i socialisti, la Chiesa cattolica, Giolitti e gran parte dei liberali, settori dell’industria (mentre altri comparti sollecitavano una politica di armamenti). A determinare un diverso orientamento, sostenuto anche da un rovesciamento delle alleanze, furono delle minoranze attive che – come ha scritto Massimo L. Salvadori in “Storia d’Italia” – erano interventiste ciascuna a modo suo, partendo da posizioni politiche differenti. In sostanza, il connubio tra liberali antigiolittiani, irredentisti, repubblicani, interventisti cosiddetti democratici e nazionalisti finì per trascinare l’Italia nel conflitto.

Al momento della sua entrata il guerra l’esercito italiano poteva contare su trentacinque divisioni di fanteria. Il comandante supremo era Luigi Cadorna il figlio di quel Raffaele che nel 1870 aveva espugnato Roma dalla breccia di Porta Pia. Dei 5,7 milioni di richiamati 2,6 milioni erano contadini analfabeti. Mancavano gli ufficiali, tanto che si fece ricorso a giovani di complemento.

Ma soprattutto non c’era negli stati maggiori una visione della guerra moderna. Gli eserciti si stabilirono per anni sulle linee dei fronti raggiunti nelle prime offensive e restarono a macerarsi per anni nelle trincee, operando assalti alle linee nemiche che consentivano al massimo – con una ecatombe di morti e feriti – la conquista di qualche centinaio di metri, che sarebbero stati perduti pochi giorni dopo a seguito del contrattacco nemico. Furono usati micidiali gas asfissianti che coglievano all’improvviso le trincee nemiche seminando distruzione e morte. La disciplina – consistente nell’imporre operazioni militari assurde dove era evidente che i soldati andavano a morire inutilmente – era tenuta con le decimazioni.

Nel suo libro “La guerra dei nostri nonni” (Mondadori) Aldo Cazzullo narra – nell’incipit – un episodio che descrive la crudeltà e il disprezzo per la vita umana che costituivano la regola dei comandi. In un reggimento si verificarono delle proteste (di motivi ce ne erano tanti e giustificati). Il colonnello ordinò una decimazione per sorteggio. Gli chiesero se dovessero essere inseriti anche i nomi di quei militari che erano arrivati il giorno successivo a quello delle proteste (e che pertanto erano stati impossibilitati a prendervi parte). Il colonnello autorizzò l’inserimento; due di questi militari furono sorteggiati e andarono incontro increduli al loro destino davanti a un plotone d’esecuzione per una colpa (ammesso che lo fosse) a cui erano totalmente estranei, perché erano altrove.

La rotta di Caporetto nel 1917 non fu prodotta soltanto dai rinforzi che gli austriaci poterono trasferire dal fronte russo, ma anche dal malcontento che circolava tra le truppe per una conduzione idiota delle ostilità, che faceva dei soldati carne da cannone. Cadorna fu rimosso e sostituito con Armando Diaz, che inaugurò una linea meno disumana. Fu la resistenza eroica sul fiume Piave a risollevare le sorti del conflitto. La guerra finì il 4 novembre 1918 (si veda il bollettino firmato da Diaz), con il tragico conteggio di seicentocinquantamila morti (tra i milioni caduti sugli altri fronti).

Va detto che senza l’intervento americano gli alleati non sarebbero riusciti a vincere. Il presidente statunitense Woodrow Wilson fu il vero protagonista del trattato di Versailles, dove, su pressione della Francia, furono imposte dure condizioni alla Germania (che non furono estranee all’instabilità della Repubblica di Weimar).

Venne smembrato l’Impero austro-ungarico e ridisegnata la geografia dell’Europa. Si pensi che queste operazioni provocarono ben otto milioni di apolidi e all’interno dei nuovi confini furono costrette a convivere comunità di differenti nazioni, culture e religioni (soprattutto nei Balcani e nell’Europa centrale).

Wilson riuscì anche a definire un nuovo ordine mondiale con istanze sovranazionali (la Società delle Nazioni) dedicate a prevenire e dirimere i conflitti. Purtroppo non fu profeta in patria, perché il Congresso americano non ratificò il trattato. Quindi gli Stati Uniti si rifugiarono nell’isolazionismo e non poterono né vollero svolgere quella funzione di leadership che esercitarono dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Nazismo, Fascismo e Comunismo: la differenza spiegata in parole semplici. Scritto da FISAC CGIL il 23 agosto 2023.

Lo storico Alessandro Barbero spiega, in modo semplice e convincente, le differenze tra Nazismo, Fascismo e Comunismo.

Puoi scegliere in che modo seguire la sua spiegazione: leggendo il testo o guardando il video linkato alla fine dell’articolo.

Il Nazismo è una cosa che è stata inventata in Germania negli anni ‘20 e vent’anni dopo è finita: nel 1945 i capi nazisti sono morti tutti. Chiunque era stato nazista si è affrettato a buttare via il distintivo e a giurare che lui, per carità: “Sì, mi ero iscritto al partito per obbligo, però mai stato nazista in vita mia!” E il Nazismo lì è finito.

Poi voi direte “Ci sono ancora gli Skinheads in Germania Est che si ispirano a queste cose” (non ci stanno simpatici, magari): ma non è qualcosa di profondamente radicato e significativo. Il Nazismo, di per sé, è il Regime nazista: una roba che è stata messa su in Germania, che aveva lo scopo di rendere potente la Germania e sterminare gli Ebrei, scopo dichiarato fin dall’inizio. È stato quello. Tanto che, se voi trovate oggi uno che dice: “Io sono nazista”, è inutile chiedergli: “Ma Hitler ti sta simpatico?” Perché se uno è nazista, Hitler gli sta simpatico.

Il Nazismo aveva come simbolo la croce uncinata, la svastica; e la svastica vuol dire quello. Se uno oggi si volesse mettere una svastica all’occhiello, vuol dire: “Io sono per la dittatura, il militarismo, lo sterminio degli Ebrei, la grande Germania e così via”. Vuol dire quello.

E il Fascismo?

Il Fascismo è nato nel ‘19 e nel ‘45 è morto. È durato poco più di vent’anni anche lui. È morto il Fascismo ma non sono spariti i fascisti. L’Italia era piena di fascisti ed è tutt’ora piena di fascisti, perché il regime ha governato il Paese per lungo tempo, con un consenso diffuso anche se non generalizzato, ha fatto delle cose che una parte del Paese voleva. Nella memoria delle famiglie italiane moltissime famiglie hanno memoria di nonni antifascisti, operai finiti in galera, partigiani. Moltissime altre famiglie, invece, hanno memoria di nonni fascisti che hanno raccontato ai loro figli che nell’Italia fascista si viveva benissimo, non c’era nessun problema e non si capisce perché oggi si deve…. è così, questo è un dato di fatto. Però Il Fascismo in quanto tale, come fenomeno storico, dura dal ‘19 al ‘45. Dopo c’è il Neofascismo che è un’altra cosa. E infatti, se voi trovate qualcuno  (lo trovate di sicuro, anche qui nel quartiere penso sia pieno di persone che dicono “Ah, io sono fascista in realtà”) è inutile chiedergli: “E Mussolini ti sta simpatico?” Perché se uno è fascista, essere fascista vuol dire identificarsi col regime di Mussolini. Quello è. E il fascio littorio è il simbolo di quel regime, di quei valori. Quali sono i valori? Beh, l’Italia dev’essere forte, potente, unita, non bisogna litigare,  non ci devono essere partiti (che litigano fra loro), non ci devono essere giornali che scrivono cose scandalose. Dev’essere un Paese unito, forte, gerarchico. Non bisogna eleggere i Sindaci: decide il Governo chi dev’essere il Sindaco di Roma. Bisogna marciare tutti quanti per le strade, tutti inquadrati, e così l’Italia sarà forte, potente e rispettata. È una roba che piaceva a un sacco di gente. E a me, se qualcuno mi dice: “ Questa roba mi piace” mi sta anche bene. Ha tutto il diritto di dirlo, naturalmente. Però il Fascismo è quello.

Ma il Comunismo?

Ammettiamo pure che sia finito anche lui, perché nel mondo di oggi non lo si vede come una forza organizzata e attiva e neanche come un ideale preciso condiviso, come una cultura diffusa. Ammettiamolo pure. Ammettiamo che sia finito il Comunismo, che i Cinesi non siano comunisti, è tutta un’altra cosa (e lì sarebbe lunga), ma ammettiamo che sia finito.

È nato all’inizio dell’800 il Comunismo. Nel 1848 esce un librino firmato da Marx e Engels che comincia con le parole “Uno spettro si aggira per l’Europa”. E cioè i padroni, i ricchi hanno i brividi perché si sono accorti che i loro operai non si accontentano più di lavorare ed essere sfruttati ma si stanno organizzando e vogliono qualcosa. Vogliono cambiare il mondo.

Comincia nella prima metà dell’800 e dura fino a ieri. Centocinquant’anni. Il Comunismo è esistito in tutti i Paesi, nel senso che in tutti i Paesi del mondo ci sono state persone che dicevano “Io sono comunista, voglio il Comunismo”; ci sono state organizzazioni e partiti comunisti. Nella grande maggioranza dei Paesi non sono mai andati al potere, sono sempre stati perseguitati. Essere comunista voleva dire rischiare la galera o molto peggio. Perché ci sono tanti Paesi dove essere comunista a un certo punto voleva dire: ti sbattono al muro se ti trovano.

Dopodiché i partiti comunisti sono andati al potere in molti Paesi, per primo in Russia nel 1917 e poi, dopo la seconda guerra mondiale, nel ‘45 in tanti altri Paesi. E non c’è nessun dubbio che al governo siano stati disastrosi. Non c’è nessun dubbio sul fatto che i Comunisti, dovunque sono andati al governo, hanno messo in piedi dei regimi fallimentari.

In Unione Sovietica è stato messo in piedi un regime omicida e assassino che ha dato tante cose – molta più eguaglianza che sotto il capitalismo – ma anche molta retorica vuota, molta propaganda insopportabile e molta violenza omicida. Stalin incarna un comunismo al potere che nei suoi anni, in quei vent’anni in cui Stalin è stato al potere in Unione Sovietica, ha fatto più morti di quelli che ha fatto Hitler. Certo!

Dopodiché, il Comunismo è quello?

Vallo un po’ a dire a uno che lottava per organizzare gli operai e farli scioperare nell’Italia appena unita di Vittorio Emanuele II che il Comunismo sono i campi di concentramento. Vallo un po’ a dire a quelli che si son fatti ammazzare in tanti Paesi lottando contro il colonialismo per esempio, e pensando che il Comunismo era una cosa meravigliosa.

Erano degli illusi? Può darsi benissimo. Però essere comunista, per la stragrande maggioranza della gente che per 150 anni è stata comunista, ha voluto dire: “Noi sogniamo un mondo migliore”. E cioè non un mondo dove marciamo tutti inquadrati e invadiamo l’Etiopia o la Polonia, beninteso: un’altra cosa. Un mondo dove sono tutti fratelli, tutti uguali.

Era un’utopia, erano degli illusi? È probabile. Quando hanno avuto la possibilità di applicarlo hanno fatto dei disastri! Verissimo. Dopodiché, la differenza mi pare evidente rispetto al Fascismo e al Nazismo. E se uno ignora questa differenza ignora la verità. Perché la verità è che tu non puoi dire “Essere comunista è come essere nazista, la falce e martello è come la svastica”. Sono due cose diverse.

Fascismo. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il fascismo è un movimento politico di estrema destra sorto in Italia nel 1919 ad opera del politico, giornalista e in seguito dittatore, Benito Mussolini. Alcune delle dottrine e pratiche elaborate e adottate dal fascismo italiano si sono diffuse in seguito, anche se con caratteristiche differenti, in Europa e in altri Stati del mondo.

Si caratterizzò come un movimento nazionalista, autoritario, autocratico, razzista, anticomunista e totalitario; l'ideologia sottesa a tale movimento fu interpretata allo stesso tempo come rivoluzionaria e reazionaria; in particolare il fascismo si autodefiniva, nonché fu considerato da vari politologi e studiosi, come alternativo al capitalismo liberale, proponendo una terza via. Sul piano ideologico fu populista, collettivista, statalista, fautore della funzione sociale della proprietà privata e della divisione della società in classi e del rifiuto del liberalismo e della democrazia rappresentativa.

Trovò i suoi precursori, negli anni precedenti alla prima guerra mondiale, nel movimento artistico del futurismo (il cui ispiratore, Filippo Tommaso Marinetti, aderì successivamente al movimento di Mussolini), nel decadentismo di D'Annunzio e in numerosi altri intellettuali nazionalisti che si ritrovarono nella rivista Il Regno (Giuseppe Prezzolini, Luigi Federzoni, Giovanni Papini), molti dei quali militarono in seguito nelle file fasciste. Importante fu anche il contributo di correnti di pensiero della sinistra non marxista, quali il sindacalismo rivoluzionario, ispirato alle idee di Georges Sorel.

Una spinta decisiva alla nascita del fascismo venne anche dalle componenti, prodotte dalla prima guerra mondiale, dell'arditismo e del reducismo. La critica storica di alcuni studiosi come Piero Calamandrei o Paolo Alatri esita tuttavia ad attribuire una base ideologica al movimento fascista connotato, specie fra il 1920 e il 1924, da diverse filosofie operative, con repentini e opportunistici cambiamenti di impostazione politica tali da negare di per se stessi l'esistenza di una dottrina unitaria del movimento prima e del partito poi. Dopo la fine della seconda guerra mondiale si sono sviluppate una serie di correnti che si rifanno all'ideologia, definite come neofascismo; tuttavia, la natura prevalente del movimento è tuttora oggetto di dibattito. Bisogna inoltre distinguere tra "fascismo-movimento" (portatore delle spinte maggiormente rivoluzionarie e socializzatrici) e "fascismo-regime" (rappresentante di elementi maggiormente reazionari). L'apologia del fascismo, ad oggi, nell'ordinamento giuridico italiano è un reato.

Etimologia

Il termine «fascismo» deriva dai Fasci di combattimento fondati nel 1919 da Benito Mussolini, origine etimologica dalla parola fascio (in lingua latina: fascis). Il riferimento era ai fasci usati dagli antichi littori come simbolo del potere legittimo, e poi passati ai movimenti popolari e rivoluzionari come simbolo di unione dei cittadini (per tale motivo, il fascio è tutt'oggi presente nei simboli e nelle panoplie nazionali americani e francesi). L'ascia presente nel fascio simboleggiava il supremo potere di ius vitae necisque, diritto di vita o di morte, esercitato solo dalle massime magistrature romane, mentre le verghe erano simbolo dell'ordinaria potestà sanzionatoria, e materialmente usate dai littori per infliggere la pena (non capitale) della verberatio (fustigazione).

Il richiamo ai fasci va inoltre letto come un esempio del fascino che il mito di Roma esercitava sul fascismo, il quale di fatto tentò una restaurazione degli antichi fasti imperiali romani e giustificò la sua politica espansionistica alla luce di una missione civilizzatrice del popolo italiano, erede di Roma.

Storia.

Storia del fascismo in Italia

La crisi economica del primo dopoguerra, la disoccupazione e l'inflazione crescenti, la smobilitazione dell'esercito che restituì alla vita civile milioni di persone, i conflitti sociali e gli scioperi nelle fabbriche del nord, l'avanzata del partito socialista divenuto il primo partito alle elezioni del 1919, crearono negli anni 1919-1922 le condizioni per un grave indebolimento delle strutture statali e per un crescente timore da parte dei ceti agrari e industriali di una rivoluzione comunista in Italia sul modello della rivoluzione d'ottobre del 1917. Il periodo tra le due guerre mondiali fu caratterizzato da forti tensioni sociali, soprattutto riguardo al reinserimento dei reduci della prima guerra mondiale e in particolare nel cosiddetto biennio rosso, che in Italia fu caratterizzato da una serie di lotte operaie e contadine che ebbero il loro culmine e la loro conclusione con l'occupazione delle fabbriche, soprattutto nel centro-nord del Paese.

Benito Mussolini, ex dirigente del Partito Socialista convertito alle idee del nazionalismo, riuscì a fondere idee, aspirazioni, frustrazioni dei reduci della Grande Guerra, in un movimento politico che all'inizio ebbe una chiara ispirazione socialista e rivoluzionaria, e che subito si contraddistinse per la violenza dei metodi impiegati contro gli oppositori. Il 23 marzo 1919 a Milano si radunarono circa trecento persone, soprattutto socialisti, sindacalisti, anarchici, ex-combattenti e in particolare arditi, intellettuali futuristi, che fondarono i Fasci italiani di combattimento. L'intento era essenzialmente volto alla valorizzazione della vittoria sull'Austria-Ungheria e alla rivendicazione dei diritti degli ex-combattenti. Il primo fascismo contrapponeva i reduci, inviati al fronte, agli industriali che si erano arricchiti con l'industria bellica (definiti "pescecani"). Dopo il primo congresso nazionale nel 1919, si presentarono alle elezioni politiche, ma senza ottenere alcun seggio. Nelle successive elezioni del 1921 vennero invece eletti 35 deputati.

Le violenze durante il periodo del biennio rosso perpetrate da arditi, futuristi e fascisti in un'offensiva contro sindacati e partiti d'ispirazione socialista causarono numerose vittime (circa tremila nel solo biennio 1921-22, secondo le stime di Gaetano Salvemini) in particolare trecento morti fra i fascisti e quattrocento fra i socialisti nella sostanziale indifferenza delle forze di polizia; la violenza crebbe considerevolmente negli anni 1920-22 fino alla marcia su Roma nel 1922. Sempre Salvemini sostenne che i tumulti e i propositi di "fare come in Russia" da parte dei socialisti massimalisti crearono una situazione di tensione:

«Insieme all’"antibolscevismo" degli industriali e dei proprietari terrieri, vi era quello dei bottegai e dei commercianti. Molti di costoro avevano avversato la guerra, e nel 1919 avevano simpatizzato con le proteste dei «bolscevichi» contro i responsabili della guerra. Ma non appena questo "bolscevismo" cominciò ad imporre calmieri, saccheggiare negozi, rompere le vetrine, anch’essi divennero accesi "antibolscevichi".»

Di fronte all'incalzare dello squadrismo fascista e dopo la marcia su Roma, il re Vittorio Emanuele III, preferendo evitare ulteriore spargimento di sangue e probabilmente meditando di poter sfruttare e controllare gli eventi, ignorò i suggerimenti di Luigi Facta, Presidente del Consiglio dei ministri in carica, che gli aveva chiesto di firmare il decreto che proclamasse lo stato d'assedio, e decise invece di conferire l'incarico di primo ministro a Mussolini stesso che guidò così un governo di coalizione composto da nazionalisti, liberali e popolari. Dopo il delitto Matteotti, il regime assunse connotazioni dittatoriali e si attuò la progressiva identificazione del partito con lo Stato; l'azione di governo favorì i ceti industriali e agrari con privatizzazioni, liberalizzazione degli affitti, smantellamento dei sindacati. Grazie poi alla legge Acerbo, una legge elettorale proporzionale con un grande premio di maggioranza, alle elezioni del 1924 il "listone fascista" ottenne uno straordinario successo, favorito da ingenti brogli, violenze, intimidazioni e rappresaglie contro gli oppositori.

L'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, che aveva denunciato in parlamento i brogli e chiesto l'annullamento delle elezioni, sembrò aprire la possibilità di una crisi del governo in quanto si diffuse la convinzione che i mandanti fossero ai vertici dell'esecutivo; l'episodio dimostrava che la "normalizzazione" dello squadrismo annunciata da Mussolini non era riuscita e che un'opposizione legale non era possibile. I partiti d'opposizione reagirono abbandonando il Parlamento, sperando che il Re intervenisse ma questi, intravedendo una sovranità monarchica liberata del contrappeso parlamentare, si astenne da ogni iniziativa. Successivamente il discorso di Benito Mussolini del 3 gennaio 1925, con il quale si assunse la responsabilità politica del delitto Matteotti e delle altre violenze squadriste, di fatto proclamò la dittatura, sopprimendo ogni residua libertà politica e di espressione e completando l'identificazione assoluta del Partito Nazionale Fascista con lo Stato. Seguì quindi la costituzionalizzazione del Gran Consiglio del Fascismo, nel 1928. Pur assumendo alcune caratteristiche proprie dei regimi dittatoriali, il Fascismo si mantenne formalmente subordinato alla monarchia sabauda e fedele allo Statuto del Regno. Dal 1925 fino alla metà degli anni trenta il fascismo conobbe solo un'opposizione sotterranea e di carattere cospirativo, guidata da esponenti anarchici, comunisti, socialisti, demo-liberali, liberali, socialisti liberali, molti dei quali pagarono la loro opposizione al regime con la vita, l'esilio, la prigionia o il confino.

Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, Mussolini rimase in attesa degli eventi e inizialmente dichiarò l'Italia non belligerante. Quando, impressionato dalle facili e rapide vittorie della Germania e dall'imminente crollo della Francia, si convinse della vittoria dell'Asse, annunciò in un discorso a Roma il 10 giugno del 1940 l'entrata in guerra dell'Italia contro la Francia e l'Inghilterra, dando nel contempo ordine ai comandi di mantenere un contegno difensivo verso la Francia. L'impreparazione dell'esercito e l'incapacità dei comandanti condussero a terribili sconfitte su tutti i fronti, come nella campagna di Grecia nel 1940 e la rapida perdita dell'Africa Orientale Italiana (1941). Dopo una serie di alterne vicende nel tardo 1941 e nel 1942, la ritirata di Russia, nonché le sconfitte in Libia e Tunisia (1943), provocarono uno scollamento fra regime e popolo e il collasso degli apparati militari che aprì le porte all'invasione della Sicilia.

Il 25 luglio 1943 per iniziativa di alcuni gerarchi (Grandi, Bottai e Ciano) e con l'appoggio del Re, venne presentato un Ordine del giorno al Gran Consiglio del Fascismo col quale si chiedeva al Re di riprendere il potere; ciò portò all'arresto di Mussolini e all'improvviso crollo del regime, che si dissolse tra il giubilo di parte della popolazione italiana, stanca del regime e della guerra. L'esperienza bellica portò alla caduta del governo di Mussolini e al suo arresto e alla nomina del generale Badoglio come primo ministro. Con l'invasione degli Alleati, il paese era diviso in due, occupato dalle forze dell'Asse al nord e dagli Alleati al sud. Questa divisione consentì una temporanea rinascita del fascismo nelle regioni settentrionali, dove si organizzò la Repubblica Sociale Italiana, riconosciuta solo dai paesi dell'Asse. Negli ultimi venti mesi di esistenza il fascismo fu coinvolto nella guerra civile con le formazioni partigiane che fiancheggiavano l'avanzata alleata, nonché dall'attiva collaborazione con la politica tedesca di deportazione, concentramento e sterminio degli ebrei e di altre minoranze. Alla fine di aprile 1945 con il crollo del fronte e l'insurrezione popolare proclamata per il giorno 25 dal Comitato di Liberazione Nazionale, la RSI fu spazzata via. I suoi elementi dirigenti, compreso Mussolini, furono catturati dai partigiani e fucilati fra 28 e 29 aprile 1945. Con la morte di Benito Mussolini l'esperienza fascista si concluse.

Storia del fascismo in Europa

Quando in Italia il partito fascista giunse al potere, nel resto dell'Europa (comprese Francia e Regno Unito) e del mondo non si guardò a esso con sfavore, soprattutto per il suo impegno come argine al bolscevismo sovietico e l'eversione. In seguito, durante il periodo di massimo consenso del regime, fra 1925 e 1935, il miglioramento dell'immagine dell'Italia nel mondo portò perfino diverse personalità del pensiero democratico (fra cui Winston Churchill e il Mahatma Gandhi) a esprimere simpatia per Mussolini e il suo regime. D'altro canto l'esperienza fascista non mancò di provocare in Europa (e non solo) movimenti fascisti e filofascisti di emulazione, per lo più ideologica e di immagine.

Nella maggioranza di questi casi, infatti, la somiglianza col fascismo italiano è solo epidermica, legata a certi stilemi (saluto romano, colore scuro delle camicie, manifestazioni di massa etc.), al culto del capo e della violenza, e a un feroce anticomunismo. In altri casi si verificarono anche "gemellaggi" con la dottrina sociale, filosofica e politica vera e propria. Il più famoso dei movimenti para-fascisti fu il NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei o Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori) di Adolf Hitler. Nel resto d'Europa, furono molti i movimenti fascisti e filofascisti che si svilupparono e, soprattutto nell'Europa orientale, salirono anche al potere.

Descrizione

Caratteristiche generali

D'ispirazione sindacal-corporativa, militante, socialista revisionista e organicista, il fascismo raggiunse il potere nel 1922, dopo la grande guerra con la Marcia su Roma e si costituì in dittatura nel 1925. Il fascismo descrive se stesso come una terza via alternativa a capitalismo liberale e comunismo marxista, basata su una visione interclassista, corporativista e totalitaria dello Stato, contraria alla democrazia di massa. Radicalmente e violentemente contrapposto al comunismo, il fascismo rifiuta infatti anche i principi della democrazia liberale, pur riconoscendo la proprietà privata. Appare inoltre come un movimento tradizionalista e spiritualista in alcune componenti, in altre mostra una chiara ascendenza positivistica. All'elaborazione della dottrina fascista, oltre che Mussolini, contribuì il filosofo idealista Giovanni Gentile.

I testi teorici fondamentali del fascismo sono essenzialmente due: il Manifesto degli intellettuali fascisti e La dottrina del fascismo. Gentile pubblicò il 21 aprile 1925 il Manifesto degli intellettuali fascisti agli intellettuali di tutte le Nazioni e, insieme a Mussolini, lo scritto La dottrina del Fascismo (1933). Il 1º maggio del 1925, il filosofo Benedetto Croce, inizialmente favorevole al fascismo, pubblicò il Manifesto degli intellettuali antifascisti che ebbe tra i firmatari molti altri intellettuali. Importante anche la voce "fascismo" dell'Enciclopedia italiana, scritta da Mussolini con Gioacchino Volpe. Nel fascismo è presente anche l'influenza di Friedrich Nietzsche, tramite l'interpretazione teorica e pratica data da D'Annunzio, di Georges Sorel e del futurismo di Marinetti. Nietzsche fu l'unico filosofo che Mussolini studiò veramente, dal quale in gioventù fu ammaliato e dalla cui dottrina del superuomo egli trasse il senso da dare alla rivoluzione fascista.

Un fondamentale contributo alla nascita del fascismo fu dato dal movimento dello Squadrismo, ossia l'organizzazione di squadre paramilitari con le quali si realizzò una sistematica demolizione di sedi di partito (socialisti, popolari, comunisti) e di giornali, cooperative, case del popolo e la progressiva occupazione - con mezzi legalitari e illegali - di posizioni chiave nelle amministrazioni comunali. Inoltre lo stesso Giovanni Giolitti tenne nei confronti del movimento fascista un atteggiamento benevolo volto a utilizzarlo nel contrastare la sinistra in quanto era poi intenzionato a "costituzionalizzarlo" dopo essere arrivato al potere. Così facendo si riteneva di esaurirne le potenzialità poiché, essendo venuti meno gli avversari di sinistra, il fascismo avrebbe conseguentemente perso gli appoggi, anche finanziari, di coloro che temevano la "minaccia rossa".

Secondo l'ideologia fascista, una nazione sarebbe una comunità che richiede dirigenza forte, identità collettiva e la volontà e capacità di esercitare la violenza per mantenersi vitale. Per l'ideologia fascista la cultura è creata dalla società nazionale collettiva, dando luogo a un rifiuto dell'individualismo; il fascismo nega inoltre l'autonomia di gruppi culturali o etnici che non sono considerati parte della nazione fascista e che rifiutano di essere assimilati: questo in tutte le realizzazioni storiche del fascismo è stato applicato nei confronti di minoranze etniche o religiose, in particolare quella ebraica. L'ideologia fascista sostiene l'idea di uno Stato a partito unico e vieta qualunque opposizione al partito stesso.

Nacque principalmente come reazione alla Rivoluzione Bolscevica del 1917 e alle lotte sindacali, operaie e bracciantili, culminate nel Biennio rosso, ma al tempo stesso in parziale polemica con la società liberal-democratica uscita lacerata dall'esperienza della prima guerra mondiale unendo aspetti ideologici tipici dell'estrema destra (nazionalismo, militarismo, espansionismo) con quelli dell'estrema sinistra (primato del lavoro, rivoluzione sociale e generazionale, sindacalismo rivoluzionario soreliano), inserendovi elementi ideali originali e non, quali l'aristocrazia dei lavoratori e dei combattenti, la concordia fra le classi (organicismo), il primato dei doveri dell'uomo sui diritti (mediato dal pensiero di Giuseppe Mazzini), e il principio gerarchico, assorbito dal fascismo dall'esperienza dei reparti d'assalto volontari della divisione Arditi della Grande Guerra, che lo portarono al culmine dell'obbedienza cieca e pronta al capo. Si riporta qui la definizione di fascismo data, nel 1921, da colui che ne fu l'ideatore e il capo, Benito Mussolini:

«Il Fascismo è una grande mobilitazione di forze materiali e morali. Che cosa si propone? Lo diciamo senza false modestie: governare la Nazione. Con quale programma? Col programma necessario ad assicurare la grandezza morale e materiale del popolo italiano. Parliamo schietto: non importa se il nostro programma concreto, non è antitetico ed è piuttosto convergente con quello dei socialisti, per tutto ciò che riguarda la riorganizzazione tecnica, amministrativa e politica del nostro Paese. Noi agitiamo dei valori morali e tradizionali che il socialismo trascura o disprezza, ma soprattutto lo spirito fascista rifugge da tutto ciò che è ipoteca arbitraria sul misterioso futuro.»

(Benito Mussolini, 19 agosto 1921 - Diario della Volontà)

Il giornalista, politico e antifascista Piero Gobetti nel 1922, riconduceva il fascismo alla tendenza all'autoritarismo tipica della cultura italiana, che a suo parere rifugge dal confronto delle idee e predilige invece la disciplina dello Stato forte:

«il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l'autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi; che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco»

Fra le innumerevoli interpretazioni successive del fascismo si riportano le seguenti di Lelio Basso (1961):

«Il fascismo è stato un fenomeno più complesso, in cui hanno confluito e si sono incontrate componenti diverse, ciascuna delle quali aveva naturalmente le sue radici nella precedente storia d'Italia per cui è assurdo parlare del fascismo come di una parentesi che bruscamente interrompe il corso della nostra storia, ma neppure si può affermare che esso sia semplicemente il logico punto d'approdo di questo corso precedente. Se il fascismo trova indubbiamente le sue origini nel nostro passato risorgimentale, se le componenti (...) sono venute maturando attraverso il tempo talché si può dire che costituiscano dei filoni ininterrotti tuttavia ciò che determinò il loro incontro in una sintesi nuova fu la guerra mondiale e la crisi del dopoguerra che, virulentando i germi preesistenti, fece esplodere in forma acuta quelle che erano state fin allora delle malattie croniche del nostro organismo. Ci sono quindi nel fascismo elementi di continuità ed elementi di novità e di rottura rispetto alla storia precedente: gli elementi di continuità sono appunto quelle malattie croniche, quegli squilibri tradizionali che in parte affondano le loro radici nei secoli passati e in parte sono un portato del processo risorgimentale, del modo cioè come l'Italia giunse a essere uno Stato unitario e moderno, mentre l'elemento di novità è la virulentazione sopravvenuta con la guerra e il dopoguerra che, mettendo in crisi i precari equilibri precedenti, fa scoppiare tutte le contraddizioni e precipita la situazione italiana fino al punto di rottura, determinando una sintesi nuova, un equilibrio nuovo, un fenomeno nuovo che appunto s'è chiamato fascismo.»

Quella recente (2002) dello storico Emilio Gentile fu invece la seguente:

«Un fenomeno politico moderno nazionalista rivoluzionario antiliberale antimarxista organizzato in un partito milizia con una concezione totalitaria della politica e dello Stato con un'ideologia attivistica e antiteoretica, a fondamento mitico, virilistica e antiedonistica, sacralizzata come religione laica, che afferma il primato assoluto della nazione, intesa come comunità organica etnicamente omogenea, gerarchicamente organizzata in uno Stato corporativo, con una vocazione bellicosa alla politica di grandezza, di potenza e di conquista mirante alla creazione di un nuovo ordine e di una nuova civiltà.»

Da ultimo, è importante sottolineare come il fascismo fu sempre considerato dai suoi aderenti un movimento rivoluzionario, trasgressivo e ribelle (emblematico in tal senso il motto «me ne frego») in radicale contrasto col liberalismo dell'Italia pre-fascista. Pur avendo all'inizio tutelato gli interessi della borghesia industriale, Mussolini respinse ogni ipotesi di collusione con essa. Emblematico di ciò fu il cosiddetto programma di socializzazione dell'economia, tentata durante l'esperienza della Repubblica Sociale Italiana.

La politica interna e l'attività in Italia

Nel corso dei due decenni di governo, detti ventennio, il fascismo cercherà anche di imporre la propria visione antropologica al popolo italiano attraverso politiche educative, culturali, eugenetiche e infine attraverso una legislazione razzista e antisemita. In politica estera, il regime promuoverà prima una blanda revisione dei trattati di pace del 1919 per assicurare contemporaneamente una maggiore forza all'Italia e la stabilità in Europa, ma in seguito al sorgere del nazismo in Germania a metà degli anni trenta, il regime compì una spirale di scelte tali che nel suo ultimo quinquennio il fascismo finì col legarsi sempre più al regime nazista, con il quale finirà coinvolto nella seconda guerra mondiale. In seguito alla crisi del 1924-25 il regime fascista - fino ad allora al governo in maniera statutaria - subirà una svolta autoritaria che porterà all'abolizione delle libertà democratiche e alla realizzazione di una dittatura autoritaria. Il potere relativamente ampio del regime mussoliniano, ottenuto tramite la soppressione poliziesca dell'opposizione politico-partitica, consentirà al fascismo di imprimere radicali modifiche al paese, alla sua società, alla sua cultura e alla sua struttura economica.

L'esperienza bellica sarà disastrosa per il regime e per il paese. Le sconfitte sui fronti d'Africa e Russia con la conseguente invasione alleata delle regioni meridionali italiane portò alla caduta del governo di Mussolini e al suo arresto e la nomina del generale Badoglio come primo ministro: in una sola giornata venti anni di regime vennero spazzati via e quindi a una divisione della penisola in due tronconi, occupati rispettivamente dalle forze dell'Asse al nord e Alleati al sud. Questa divisione consentì una temporanea rinascita del fascismo nelle regioni settentrionali, dove esso organizzò uno Stato di fatto (Repubblica Sociale Italiana, RSI) riconosciuto solo dai paesi dell'Asse. Negli ultimi venti mesi di esistenza il fascismo fu coinvolto nella guerra civile con le formazioni partigiane che fiancheggiavano l'avanzata alleata. Alla fine di aprile 1945 con il crollo del fronte e l'insurrezione popolare proclamata per il giorno 25 dal Comitato di Liberazione Nazionale, la RSI fu spazzata via. I suoi elementi dirigenti - compreso Mussolini - catturati dai partigiani, furono fucilati fra 28 e 29 aprile 1945. Con la morte di Benito Mussolini l'esperienza fascista può essere considerata conclusa.

Lo storico Federico Chabod evidenzia le cause fondamentali dell'ascesa del fascismo: la complessa e conflittuale situazione politica con il benevolo atteggiamento di Giolitti verso i fascisti e i contrasti interni al partito socialista diviso tra riformismo e massimalismo nonché i contrasti tra cattolici e socialisti; il mito della vittoria mutilata nato alla fine della prima guerra mondiale; l'inflazione della moneta; l'aumento delle tasse e dei prezzi; la disoccupazione diffusa che riguardava ovviamente anche gli ex combattenti; il problema della riconversione industriale da industria bellica a industria di pace; la rovina economica delle classi medio e piccolo-borghesi; i facili arricchimenti di guerra; i grandi proprietari fondiari e gli industriali che temevano l'avvento di un bolscevismo italiano e vedevano con sgomento l'occupazione delle terre e delle fabbriche, gli scioperi, le agitazioni operaie, ed erano quindi pronti ad appoggiare le squadre fasciste per tutelare i propri interessi. Ha scritto testualmente lo Chabod: "Tutto questo determinò un profondo sconvolgimento che colpì tutti gli interessi e offese tutti i sentimenti. Interessi colpiti: piccoli borghesi che cadono nelle ristrettezze economiche, grandi proprietari fondiari che cominciano a temere l'avvento del bolscevismo italiano e vedono con sgomento l'occupazione delle terre, gli scioperi, le agitazioni operaie, l'occupazione delle fabbriche. Sentimenti offesi: l'amor di patria negato da socialisti e comunisti, la delusione dei trattati di pace, il mito della vittoria mutilata, la vana attesa delle masse della pace e della giustizia, il disordine e l'anarchia ogni giorno crescenti, la paura e l'incubo della rivoluzione sociale."

In queste circostanze il fascismo, che propugnava la necessità di uno Stato forte e totalitario, l'esigenza dell'ordine e del rispetto della proprietà, la lotta al bolscevismo, apparve come una concreta possibilità di salvezza alla borghesia, sia dal punto di vista economico sia da quello ideologico. "Agrari e industriali, reagendo al movimento proletario, appoggiarono il fascismo; se gli uni non volevano sentire parlare di terre ai contadini e dell'imponibile della mano d'opera, gli altri non accettavano il controllo operaio sulle fabbriche. Il loro appoggio finanziario al fascismo è fuori discussione". Lo Chabod evidenzia inoltre l'errore commesso dal Giolitti: "L'errore fondamentale del Giolitti fu di valutazione: giudicò il fascismo in base alle vecchie formule della lotta politica e parlamentare, credette ancora alla possibilità di blandirlo, di servirsene, di affidargli la parte di aiutante, salvo a sbarazzarsene in seguito". Le squadre, che, a detta di Mussolini, giunsero a raccogliere 300.000 aderenti, fornirono il nerbo della forza eversiva con la quale, il 28 ottobre 1922 il Fascismo marciò su Roma convincendo il sovrano Vittorio Emanuele III a consegnare le redini del governo.

Con il congresso di Roma del 9 novembre 1921 il fascismo si trasformò da movimento in partito. In seguito alla marcia su Roma del 28 ottobre del 1922, il re Vittorio Emanuele III incaricò Benito Mussolini di formare un nuovo governo. Mussolini si presentò alle Camere con un governo di coalizione formato soprattutto da esponenti liberali, cattolici e da alcuni esponenti moderati dal Partito Fascista, e ottenne la fiducia il 30 ottobre del 1922. Il programma politico aveva subito una serie di aggiustamenti con l'obiettivo di favorire gli abboccamenti con le forze conservatrici e reazionarie, le quali cominciarono quasi subito a finanziare il movimento.

Con l'arrivo al potere, Mussolini intraprese una politica di riassetto delle casse dello Stato, di liberalizzazioni e riduzioni della spesa pubblica. Venne riformata la scuola dietro impulso del filosofo Giovanni Gentile. D'altro canto diede seguito a una serie di rivendicazioni delle associazioni combattentistiche, e dei sindacati fascisti, garantendo le pensioni e le indennità ai reduci e ai mutilati e rendendo obbligatoria la giornata lavorativa di otto ore agli operai. In politica estera, l'Italia accettò i patti siglati a Locarno con la Jugoslavia, ma ebbe la protezione delle minoranze italiane in Dalmazia e l'autonomia di Fiume (che nel 1924 venne unita all'Italia). Infine ci fu anche la revisione - a favore dell'Italia - dei confini delle colonie (fu rettificato il confine di Tripolitania e Cirenaica ed esteso il Fezzan ad alcune oasi strategiche, e alla Somalia venne annesso l'Oltregiuba).

La presenza tuttavia di un'ala oltranzista nel PNF, rappresentata da elementi estremisti come Italo Balbo e Roberto Farinacci, impedì la "normalizzazione" delle squadre d'azione, che continuarono a imperversare nel paese spesso fuori da ogni controllo. Ne fecero le spese numerosi antifascisti, il più importante dei quali, Giacomo Matteotti, che accusò in Parlamento Mussolini di aver vinto grazie a brogli elettorali, venne assassinato il 10 giugno 1924 nel corso del suo rapimento da parte di una banda di squadristi capeggiata da Amerigo Dumini.

La cosiddetta "crisi Matteotti" che ne seguì mise il governo Mussolini di fronte a un bivio: continuare a governare in modo legalitario, rispettando quantomeno nella forma lo Statuto, oppure imprimere una svolta autoritaria. Mussolini, premuto dai ras dello squadrismo, optò per la seconda scelta. Il fascismo divenne dunque dittatura. I passaggi successivi con cui il governo Mussolini si trasforma in dittatura sono i seguenti (per approfondire, vedi anche leggi fascistissime):

3 gennaio 1925 - Discorso della "Ceka" (il cosiddetto "mezzo colpo di Stato" del 3 gennaio.) Mussolini respinge l'accusa di essere mandante dell'omicidio di Matteotti ma rivendica la "responsabilità politica storica e morale" degli avvenimenti e del clima di violenza di quei mesi. Annuncia provvedimenti straordinari contro la Secessione dell'Aventino e minaccia di usare la Milizia contro le aggressioni dell'opposizione a membri dei Fasci e a militari. Il giorno successivo il ministro degli Interni Federzoni, inoltre, fa diramare telegrammi a tutti i prefetti affinché si proceda alla "chiusura di tutti i circoli e ritrovi sospetti dal punto di vista politico", "lo scioglimento di tutte le organizzazioni "sovversive"", "la vigilanza sui comunisti e gli "antinazionali"".

2 ottobre 1925 - Patto di Palazzo Vidoni (perfezionato con la legge Rocco del 3 aprile 1926) che riduce i sindacati a due, uno per i lavoratori e l'altro per il padronato (entrambi fascisti), abolisce il diritto di sciopero (per gli operai) e di serrata (per il padronato) e riconduce le controversie fra lavoratori e datori di lavoro all'arbitrato dello Stato e delle corporazioni.

24 dicembre 1925 - Tutti i poteri vengono affidati a Mussolini: il capo del governo viene dichiarato non più responsabile di fronte al Parlamento, ma solo nei confronti del sovrano.

31 ottobre 1926 - Mussolini subisce un attentato da parte di Anteo Zamboni in seguito al quale vengono abolite la libertà di stampa per l'antifascismo, i partiti e le organizzazioni antifasciste e si dichiarano decaduti i deputati della Secessione dell'Aventino.

La politica economica.

Lo stesso argomento in dettaglio: Politica agraria del fascismo italiano, Politica economica fascista, Autarchia e Politiche sociali del fascismo.

La repressione e i rapporti con Cosa nostra

Durante il fascismo, la lotta alla mafia venne affidata a Cesare Mori, ricordato come il "prefetto di ferro", inviato nell'isola nel maggio del 1924, dove condusse una dura repressione delle attività criminose di Cosa nostra in Sicilia. In questo periodo venne arrestato il boss Vito Cascio Ferro. Dopo alcuni arresti eclatanti di capimafia, i vertici di Cosa nostra non si sentivano più al sicuro e scelsero due vie per salvarsi: una parte emigrò negli USA, entrando nella Cosa nostra statunitense, mentre un'altra restò in disparte. Il "prefetto di ferro" coinvolse anche personalità di spicco del PNF come Alfredo Cucco, che fu espulso dal partito. Nel 1928 Mori fu nominato senatore e nel 1929 collocato a riposo.

La mafia ridarà segni di vita prima dello sbarco alleato del luglio 1943. Nel 1932, nel centro di Canicattì, avvengono tre omicidi, altri a Partinico associati incendi, danneggiamenti in stile mafioso; e eventi delittuosi dei quali la stampa non parla, cui il regime risponde con «qualche condanna alla fucilazione e con una nuova ondata di invii al confino». Alcuni mafiosi erano membri del PNF, a conoscenza e con il favore di Benito Mussolini. Il principe Lanza di Scalea fu uno dei candidati nelle liste del PNF per le amministrative di Palermo mentre a Gangi il barone Antonio Li Destri, pure candidato del PNF, era protettore di banditi e delinquenti.

La repressione e i rapporti con la Camorra

La mano ferma contro la criminalità agli inizi era servita al fascismo per affermarsi. Centinaia di delinquenti, piccoli e grandi, vennero inviati al confino. L'obiettivo era duplice: arrestare i camorristi scomodi, restii ai patti con la polizia, e dare all'opinione pubblica dimostrazione di una mano ferma contro la criminalità, legando ancora di più al regime i delinquenti più morbidi.

Mussolini sottovalutò il fenomeno camorristico, tanto che concesse la grazia a molti dei camorristi condannati a Viterbo. Molti delinquenti diventarono squadristi entrando nelle squadre fasciste ed ebbero in cambio il silenzio sul loro passato. Un altro guappo violento, Marco Buonocuore, sparò a un operaio antifascista e ottenne buoni incarichi pubblici. L'iscrizione al Partito Fascista era comunque agevolata, senza tener conto della fedina penale.

La filosofia, il pensiero e l'ideologia

La dottrina fascista

Sebbene il fascismo sia nato come movimento politico filosoficamente a carattere prettamente idealista, anti-ideologico e pragmatico, storicamente si è estrinsecato in una serie di posizioni, di volta in volta supportate da un'ampia e roboante propaganda, apparentemente contraddittorie - se non incoerenti - fra loro. Per tale motivo, nell'analizzare il fenomeno fascismo occorre scindere il fascismo "ideale" da quello "reale" esattamente come si fa per il marxismo, considerando che il modus operandi del fascismo storico fu dettato dalle circostanze tanto quanto dall'ideologia e dalla filosofia, e che a circostanze diverse la medesima ideologia è stata cambiata e piegata dalla filosofia originaria del movimento.

Nel saggio La dottrina del fascismo pubblicato nel 1932 viene fatta un'esposizione sistematica del pensiero fascista. Nella dottrina del fascismo il movimento si percepisce come nazionalista, il cui obiettivo finale è "una più grande Italia". Secondo i pensatori fascisti e lo stesso Mussolini, questo obiettivo si inquadra in una visione della storia di tipo conflittuale, nella quale società a base più o meno nazionale si incontrano, concorrono fra loro e - se necessario - si scontrano. E - per necessità darwiniana - in questo scontro sopravvivono solo le nazioni compatte al proprio interno, da cui discende la necessità di trovare una sintesi hegeliana della lotta di classe e delle esigenze dello Stato, tramite l'obbligo per ciascun cittadino (prestatore d'opera o capitalista) a concorrere a una concordia nazionale nel nome della produzione (industriale, agricola, bellica, etc., fonte di ricchezza per l'intera comunità nazionale e di potenza per lo Stato).

All'origine del movimento vi è l'idea mussoliniana della nascita, nelle trincee della grande guerra e nelle fabbriche della produzione bellica, di una nuova aristocrazia dei combattenti (trincerocrazia) e dei lavoratori che realizzi, appunto, "la sintesi dell'antitesi classe-nazione".

«Voi oscuri lavoratori del Dalmine, avete aperto l'orizzonte. È il lavoro che parla in voi, non il dogma idiota o la chiesa intollerante, anche se rossa, è il lavoro che ha consacrato nelle trincee il suo diritto a non essere più fatica, miseria o disperazione, perché deve diventare gioia, orgoglio, creazione, conquista di uomini liberi nella patria libera e grande oltre i confini»

(Benito Mussolini, Discorso del Dalmine, 20 marzo 1919, in "Tutti i discorsi - anno 1919")

La concordia interna al paese viene sostenuta con argomentazioni organiciste e con l'affermazione metafisica che la Nazione è più della somma dei singoli individui che l'abitano, bensì "un organismo comprendente la serie indefinita delle generazioni di cui i singoli sono elementi transeunti". Per la qual cosa, i viventi sono impegnati da un obbligo di riconoscenza verso le generazioni che li hanno preceduti e da un obbligo a lasciare un paese migliore alle generazioni che seguiranno. Cardine fondamentale della filosofia fascista è l'assoluta preminenza dello Stato e tramite questo del partito fascista (che se ne considerava al servizio), in ogni aspetto della vita politica e sociale. In questo senso il fascismo si pone come un movimento politico di stampo neohegeliano propugnando lo stato etico. Organicismo e stato etico hanno come conclusione logica la proclamazione del totalitarismo, nel IV Congresso del PNF (1925) per voce dello stesso Mussolini. Lo Stato totalitario avoca a sé tutte le prerogative e i diritti e pervade in maniera "totalitaria", appunto, le esistenze dei suoi cittadini. La concezione fascista dell'uomo prevede la negazione del cosiddetto homo oeconomicus, visione che gli ideologi fascisti sostengono accomuni liberalismo e marxismo, per proporre una visione differente.

«Noi abbiamo respinto la teoria dell'uomo economico, la teoria liberale, e ci siamo inalberati tutte le volte che abbiamo sentito dire che il lavoro è una merce. L'uomo economico non esiste, esiste l'uomo integrale che è politico, che è economico, che è religioso, che è santo, che è guerriero.»

(Benito Mussolini, Discorso del 14 novembre 1933, in "Tutti i discorsi - anno 1933")

Il fascismo è filosoficamente debitore di due opposte e differenti correnti di pensiero ottocentesche: da un lato vi è una corrente che si potrebbe definire "di sinistra", che si pretende ispirata a personaggi come Sorel, Proudhon, Corridoni e ai Futuristi, che propugnavano la rivoluzione, il sindacalismo combattente, l'ascesa della violenza come irrazionale ma decisiva soluzione ai problemi e alle aporie della logica e della democrazia liberale.

Dall'altro lato si riallaccia a correnti di pensiero ultraconservatrici, che risalgono al XIX secolo, in generale contraddistinte dalla critica contro il materialismo e l'idea di progresso delle società capitaliste borghesi, ritenute distruttrici dei valori più profondi della civiltà europea. Tali scuole di pensiero tendono a rievocare un'idea romantica, di una mitica società premoderna, armonica e ordinata, nella quale i diversi ceti della società, ciascuno nel suo ambito, collaborano per il bene comune. Da questo promana la critica alla democrazia liberale e alla società di massa "che avvilisce l'uomo" (il numero contro la qualità), fino a giungere a pensatori che sul finire del XIX secolo e l'inizio del XX secolo ritenevano esaurita la funzione della civiltà occidentale (in particolare Oswald Spengler, autore del famoso saggio Il tramonto dell'Occidente). Infine, non meno importante, soprattutto in Mussolini, è l'influenza del pensiero di Nietzsche, che - sebbene sommamente impolitico - permea continuamente il modus cogitandi del capo del fascismo.

I punti fondamentali

Sebbene il fascismo si proclamasse anti-ideologico, un'ideologia del fascismo fu elaborata negli anni venti e successivamente stilata in un articolo scritto da Giovanni Gentile durante il suo incarico di Ministro della pubblica istruzione e poi siglato da Mussolini, che però venne applicata solo in parte. In particolare essa non fu mai rigidamente codificata, sebbene abbondassero durante tutto il ventennio le "volgarizzazioni" e i "catechismi", che ebbero più che altro funzione propagandistica verso il popolo minuto. In pratica, però, nell'élite dirigente e intellettuale del Regime si dibatté aspramente sui vari indirizzi da dare alla politica italiana, e il fascismo oscillò spesso fra posizioni diversissime e contraddittorie.

Fra gli aspetti ideologici del fascismo che occorre citare, vi sono i seguenti:

il culto di Roma – Il fascismo si propone come ideale rinnovatore dei fasti della Roma antica, e vede in essa una sorta di mito di fondazione della nazione italiana;

l'esaltazione dell'autarchia in economia e del nazionalismo, anche linguistico: infatti, durante il periodo fascista si perseguì una politica di italianizzazione forzata, e le minoranze linguistiche furono perseguitate;

il culto della giovinezza – Il fascismo si considerava innanzitutto una rivoluzione generazionale. Mussolini è stato il più giovane primo ministro dell'Italia unita e attraverso il Futurismo il fascismo ha assorbito il mito della gioventù;

il culto della violenza – Nascendo dagli arditi e dai futuristi e dal sindacalismo rivoluzionario di Sorel il fascismo fa suo ed esalta il culto della violenza;

il "principio del capo" – Anche questo mediato dagli arditi, prevede una concezione gerarchica e piramidale del mondo. Viene dunque esaltata l'obbedienza, anche cieca, irrazionale e totale;

il corporativismo, inteso come superamento sindacal-organicista e interclassista del socialismo e del liberalismo.

In particolare quest'ultimo addentellato divenne sempre più importante nel fascismo a partire dalla grande crisi del 1929, tanto da poter essere considerato più un aspetto genetico del fascismo che non semplicemente ideologico.

La dittatura

Fondamentalmente il fascismo rifiuta la democrazia; esso non considera sé stesso un'esigenza temporanea, ma un sistema politico a sé stante a tutti gli effetti: la "terza via" contrapposta tanto alla destra reazionaria quanto alla sinistra marxista.

«Nessuno vorrà gabellare per "rivoluzionario" il complesso dei fenomeni sociali che si svolgono sotto i nostri occhi. Non è una rivoluzione quella che si attua, ma è la corsa all'abisso, al caos, alla completa dissoluzione sociale. Io sono reazionario e rivoluzionario, a seconda delle circostanze. Farei meglio a dire -se mi permettete questo termine chimico- che sono un reagente. Se il carro precipita, credo di far bene se cerco di fermarlo; se il popolo corre verso un abisso, non sono reazionario se lo fermo, anche con la violenza. Ma sono certamente rivoluzionario quando vado contro ogni superata rigidezza conservatrice o contro ogni sopraffazione libertaria. I peggiori reazionari in questo momento sono, per il Fascismo e per la storia, coloro che si dicono rivoluzionari, mentre i Fascisti, tacciati cretinamente di "reazionari", sono in realtà, coloro che eviteranno all'Italia la terribile fase di un'autentica reazione. Chiunque in Italia abbia il coraggio di fronteggiare le degenerazioni della sovversione e non, corre il pericolo di essere bollato come reazionario; ma poiché tali degenerazioni esistono e poiché il coraggio di fronteggiarle lo abbiamo dimostrato seminando anche di nostri morti le piazze d'Italia, noi abbiamo la spregiudicata disinvoltura di sorridere se ci chiamano reazionari. Io non ho paura delle parole. Se domani fosse necessario, mi proclamerei il principe dei reazionari. Per me tutte queste terminologie di destra, di sinistra, di conservatori, di aristocrazia o democrazia, sono vacue terminologie scolastiche. Servono per distinguerci qualche volta o per confonderci, spesso»

(Benito Mussolini, dal discorso tenuto al senato il 27 novembre 1922)

Il fascismo sostiene che le "autoproclamatesi" democrazie siano in realtà effettivamente regimi plutocratici, sorta di dittature massoniche basate sulla manipolazione della volontà popolare.

«Il fascismo è un metodo, non un fine; un'autocrazia sulla via della democrazia»

(Benito Mussolini, dall'intervista concessa all'inviato del Sunday Pictorial di Londra il 12 novembre 1926)

Questa considerazione viene da un aspetto dell'origine del fascismo, che è riassunta nel famoso discorso di Benito Mussolini nella frase:

«Noi ci permettiamo di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente.»

Il fascismo secondo il suo fondatore avrebbe dovuto rappresentare una forma di governo al di sopra delle divergenti opinioni dei partiti.

Nella sua fase finale il fascismo rifiutò poi le elezioni sul modello dei regimi democratici liberali dell'epoca (definendoli Ludi cartacei) ideando la democrazia organica, che ebbe una sperimentazione parziale poi nella Spagna franchista e nel Portogallo.

Assumono carattere totalitario così sia le leggi che hanno provveduto a eliminare (o "fascistizzare") le libertà liberali quali quelle di associazione, di stampa, di espressione etc., sia le leggi cosiddette "fascistissime", ossia:

legge 24 dicembre 1925: il potere esecutivo passa completamente nelle mani di Mussolini che non deve più rispondere al parlamento ma rimane responsabile solo verso il re;

legge 31 gennaio 1926: al potere esecutivo viene data la facoltà di emanare norme giuridiche;

legge 5 novembre 1926: viene creato il "tribunale speciale" (e, fra l'altro, ripristinata la pena di morte);

legge 9 dicembre 1928: il Gran Consiglio del Fascismo diventa, da vertice gerarchico del partito, organo dello Stato, sovrapposto ai poteri e agli istituti designati dallo Statuto;

Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del 6 maggio 1926: viene ripristinato il confino di polizia, rivolto in particolare agli oppositori politici.

Queste leggi – altrimenti tipiche di qualunque autoritarismo – considerate nel contesto organico dello sviluppo del fascismo, permettono di approfondire ulteriormente i caratteri totalitari del fascismo, ossia:

un'ideologia ufficiale improntata da una filosofia assolutistica che prevede l'identificazione dell'individuo con lo Stato e la subordinazione dell'individuo allo Stato in tutti gli aspetti della vita (e per questo è legittimata la repressione nei confronti di qualsiasi opposizione);

Un sistema politico atto a sfruttare e sviluppare i caratteri della società di massa, dominato da un partito unico i cui vertici si identificano con le massime cariche del legislativo e dell'esecutivo;

L'organizzazione capillare delle forze di polizia a fini di controllo della vita privata dei cittadini e di repressione del dissenso in ogni sua forma (e, conseguente a ciò, un'ampia discrezionalità di tali forze nel fermare, imprigionare, interrogare qualsiasi cittadino da esse ritenuto sospetto di devianza politica nonché collusione palese tra polizia e magistratura nel trattamento giuridico e penitenziario di esponenti, veri o presunti tali, dell'opposizione).

Altro aspetto totalitario del regime si trova nella volontà appunto "totalitaria" di costringere ogni cittadino nell'ambito di un organismo collettivo (il cosiddetto "Armonico Collettivo"); l'individuo viene così inserito forzatamente, a prescindere dalla sua volontà, all'interno di strutture di partito le quali si occupano di "integrarlo" e inquadrarlo "dalla culla alla tomba" in formazioni educative, paramilitari, politiche, culturali, sindacali, corporative e assistenziali.

Accanto alle organizzazioni di partito, il fascismo intese anche dominare i mezzi di comunicazione di massa, avendo intuito Mussolini che il controllo capillare di stampa, radio e cinema era "l'arma più forte" per facilitare la trasmutazione fascista della società italiana; vi fu quindi un controllo rigoroso della circolazione delle informazioni sia attraverso il monopolio statale dei mezzi di informazione di massa (giornali, cinegiornali e radio), sia attraverso il controllo e l'uso della censura preventiva sugli altri mezzi di comunicazione di massa (teatro, cinema, musica leggera, fumetti) culminato nel 1939 con l'estensione del visto di censura preventivo anche per le opere musicali.

Ulteriore carattere totalitario del regime fu il costante uso della violenza e della repressione - oltre che il costante richiamo all'odio, al disprezzo e alla denigrazione - verso i partiti e i movimenti antifascisti o antinazionali (comunisti, neutralisti, bolscevichi, pacifisti, democratici), teso a imporre l'idea fascista su quelle dei suoi nemici (fin dall'inizio), nonché (dal 1938) verso gli ebrei, tramite l'approvazione dei provvedimenti di segregazione razziale. Alla luce di questi elementi, il fascismo inteso come forma di stato "totalitaria" si contraddistingue per la presenza di un partito unico che pervade la società in ogni suo aspetto, tramite un'incisiva e mirata propaganda tesa a imporre il volere del partito unico a ogni individuo, e tramite l'uso delle forze di polizia e della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale atte a scoraggiare qualsiasi atto contrario al regime, nonché con l'identificazione di un "nemico" da additare al popolo (comunisti, partiti antifascisti, democratici, pacifisti, e dal 1938 anche ebrei).

L'era fascista

La volontà del fascismo di incidere nella storia si manifestò anche con l'istituzione della cosiddetta era fascista, ossia una particolare numerazione degli anni che faceva riferimento al giorno della marcia su Roma. Il primo anno dell'Era fascista era considerato dal 29 ottobre 1922 al 28 ottobre 1923. Il calendario in uso rimaneva quello gregoriano, mentre venivano indicati in maniera diversa solo gli anni. In genere, era adottata una doppia numerazione: in cifre arabe l'anno secondo l'Era cristiana e in numeri romani quello secondo l'Era fascista.

L'indicazione dell'introduzione dell'era fascista risulta da una circolare del 25 dicembre 1926 emanata da Benito Mussolini come capo del Governo. L'origine viene però ricondotta a una richiesta presentata il 26 novembre 1926 da Pietro Fedele, ministro della pubblica istruzione.

L'anno era considerato a partire dal 29 ottobre di ogni anno (giorno successivo alla marcia su Roma per terminare il 28 ottobre dell'anno successivo.

Il sistema di datazione fu interrotto dal 26 luglio 1943 con la caduta del Governo Mussolini; fu ripreso dalla Repubblica Sociale Italiana tra il 15 settembre 1943 e il 28 aprile 1945.

L'attuazione pratica

Pochi punti fermi dell'ideologia fascista furono sempre rispettati, cambiando di volta in volta la politica contingente, attraverso una visione pragmatica quando non cinica: fra essi, il principio di "una più grande Italia"; il principio del "primato del duce"; il principio dei "doveri dell'uomo". Tutto il resto, dalla politica economica (di volta in volta liberista nel suo primo periodo, statalista dopo la crisi del 1929, infine velleitariamente socializzatrice durante il periodo repubblicano) a quella estera (con le alleanze oscillanti, l'anticomunismo accompagnato dal riconoscimento dell'URSS), a quella militare (militarismo per le masse, accompagnato da una progressiva riduzione delle spese per le Forze Armate), fu di volta in volta determinato dalle direttive mussoliniane.

Il fascismo visse infatti soprattutto della volontà di Mussolini e si limitò a seguire alcuni principi di massima da lui indicati di volta in volta. Inoltre questo portò ad alimentare il culto della personalità, adoperando i mezzi di comunicazione di massa per trasmettere un ideale di uomo forte, deciso e risoluto: un fenomeno che ha preso il nome di "mussolinismo".

«Il mussolinismo è [...] un risultato assai più grave del fascismo stesso perché ha confermato nel popolo l'abito cortigiano, lo scarso senso della propria responsabilità, il vezzo di attendere dal duce, dal domatore, dal deus ex machina la propria salvezza.»

(Piero Gobetti, "La rivoluzione liberale")

La cultura fascista

Il Manifesto degli intellettuali fascisti, pubblicato il 30 marzo 1925 fu il primo documento ideologico della parte della cultura italiana che aderì al regime fascista e il tentativo di indicare le basi politico-culturali dell'ideologia fascista. Anche la letteratura italiana durante il fascismo fu influenzata dal regime.

L'Istituto Nazionale di Cultura Fascista (INCF) fu fondato nel dicembre 1925 e preposto alla diffusione e allo sviluppo degli ideali fascisti e della cultura italiana. Fu alle dirette dipendenze del Segretario del Partito e fu sottoposto all'alta vigilanza di Mussolini.

Sempre nel 1925 nasce l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana a opera di Giovanni Treccani e Calogero Tumminelli, con direttore scientifico il filosofo Giovanni Gentile. Le sue principali opere furono dal 1929 l'Enciclopedia Italiana diretta da Gentile e nel 1940 il Dizionario di politica, diretto dal filosofo del linguaggio Antonino Pagliaro. Nel 1926 fu fondata la Reale Accademia d'Italia con il compito di "promuovere e coordinare il movimento intellettuale italiano nel campo delle scienze, delle lettere e delle arti". Prese il via nel 1929. Dopo il Manifesto degli intellettuali fascisti del '25, Mussolini e Gentile firmarono la voce fascismo dell'Enciclopedia Italiana, definita un "centone pragmatista" da Federzoni.

La Scuola di mistica fascista Sandro Italico Mussolini, fondata nel 1930 a Milano da Niccolò Giani e da Arnaldo Mussolini, si proponeva in particolare di essere il centro di formazione politica dei futuri dirigenti del Fascismo. I principi-chiave sui quali l'insegnamento si basava erano l'attivismo volontaristico, la fede nell'Italia dalla quale si riteneva derivasse quella in Benito Mussolini e nel Fascismo, l'anti-razionalismo, un certo connubio tra religione e politica, la polemica con la liberal-democrazia e il socialismo, il culto della "romanità".

I Littoriali dello Sport, della Cultura e dell'Arte e del Lavoro erano manifestazioni culturali, artistiche e sportive destinate ai migliori universitari dei GUF, svoltesi in Italia tra il 1932 e il 1940. Erano organizzati dalla Segreteria nazionale del Partito Nazionale Fascista.

Razzismo e antisemitismo.

Alla fine degli anni trenta il fascismo cominciò a elaborare una serie di teorie razziste e antisemite, in parte a imitazione di ciò che stava avvenendo parallelamente in Germania. Nell'autunno 1938, nel quadro di una grande azione razzista già tempo prima, il governo Mussolini varò la "normativa antiebraica sui beni e sul lavoro", ossia la spoliazione dei beni mobili e immobili degli ebrei residenti in Italia. In seguito a una feroce campagna di stampa (in parte pagata segretamente da agenti tedeschi incaricati da Goebbels) si giunse ad approvare in fasi successive delle leggi discriminatorie nei confronti degli ebrei e delle popolazioni non indoeuropee delle colonie. In queste ultime si puntò alla realizzazione di una sorta di sviluppo separato (apartheid) del genere praticato in quel periodo già in alcune colonie britanniche e negli Stati del sud degli Stati Uniti. In seguito i provvedimenti discriminatori si estesero anche ai cittadini italiani e libici di religione israelita, con un progressivo allontanamento della maggioranza di essi dalla vita pubblica italiana nonché con l'internamento in vari campi di concentramento fascisti.

Venne anche promulgato un Manifesto della razza, nella stesura del quale oltre a nomi dell'Accademia d'Italia vi era anche la mano di Mussolini. Nel 1938 Benito Mussolini espose il suo pensiero circa la questione razziale in questa maniera:

«Questo principio razzista introdotto per la prima volta nella storia del popolo italiano è di un'importanza incalcolabile, perché anche qui eravamo di fronte a un complesso di inferiorità. Anche qui ci eravamo convinti di non essere un popolo, ma un miscuglio di razze per cui c'era motivo di dire, negli Stati Uniti: “Ci sono due razze in Italia: quella della valle del Po, e quella meridionale.” Queste discriminazioni si facevano nei certificati, negli attestati, ecc. Bisogna mettersi in mente che noi non siamo camiti, che non siamo semiti, che non siamo mongoli. E, allora, se non siamo nessuna di queste razze, siamo evidentemente ariani e siamo venuti dalle Alpi, dal nord. Quindi siamo ariani di tipo mediterraneo, puri. (...).»

(Benito Mussolini, "Tutti i discorsi - anno 1938")

Mussolini, in merito all'insorgere di una questione ebraica per il fascismo, poi, così proseguiva:

«Il problema di carattere generale lo si pone in queste linee: che l'ebreo è il popolo più razziale dell'universo. È meraviglioso come si mantengano puri nel corso dei secoli, poiché la religione coincide con la razza e la razza con la religione (...) Non vi è dubbio che l'ebraismo mondiale è stato contro il fascismo; non vi è dubbio che durante le sanzioni tutte le manovre furono tracciate dagli ebrei; non vi è dubbio che nel 1924 i manifesti antifascisti erano costellati di nomi di ebrei (...) E a tutti coloro che hanno il cuore dolce - troppo dolce - e si commuovono occorre domandare: "Signori, quale sarebbe stata la sorte di 70.000 cristiani in una tribù di 44 milioni di ebrei?".»

(Benito Mussolini, "Tutti i discorsi - anno 1938")

Il razzismo fascista prese varie forme, nel tentativo di distinguersi da quello nazista, e in esso convissero sia la convinzione del razzismo biologico sia quella del razzismo spirituale, invece generalmente assente nei razzismi nazista e in quelli di altri paesi. Un importante contributo all'antisemitismo fascista venne anche da taluni ambienti cattolici, sebbene il Vaticano non abbia mai né approvato, né appoggiato ufficialmente i provvedimenti antisemiti. Nessun documento proverebbe invece pressioni ufficiali e dirette da parte tedesca durante la genesi dei provvedimenti razziali.

A differenza degli altri razzismi del suo tempo, quello fascista è solo tangente alle politiche eugenetiche condotte dal regime, che erano fondamentalmente razziste nella Germania nazista e invece assenti nei razzismi coloniali e post-schiavisti rispettivamente britannico e statunitense. Infatti sebbene i provvedimenti per la difesa della razza prevedessero l'apartheid degli ebrei e dei non-indoeuropei rispetto agli italiani ariani, tutte le provvigioni e le iniziative a carattere eugenetico (ginnastica, colonie per l'infanzia, sanatori, Opera Maternità e Infanzia etc.) proposte e imposte dal regime continuarono ad applicarsi anche ai sudditi di cittadinanza libica e a quelli dell'AOI, almeno fino al 1942.

Il rapporto col nazismo

Lo stesso argomento in dettaglio: Nazifascismo.

Il nazionalsocialismo si presenta, soprattutto dal punto di vista ideologico, come una particolare forma di "socialismo fascista". Nei fatti tuttavia l'aspetto "socialista" del regime tedesco era fondamentalmente una trovata propagandistica. L'interpretazione più diffusa è che il nazismo fu anch'esso una forma di fascismo; il regime tedesco si ispirava apertamente a Mussolini e condivideva col fascismo italiano impostazione economica, politica e sociale, nonché la politica estera aggressiva e i tratti ideologici caratteristici del fascismo fattosi regime.

Questa visione è respinta da alcuni storici che vedono nelle dittature italiana e tedesca due fenomeni distinti. Stanis Ruinas per esempio sostiene che il nazismo nasce come ideologia gemella al fascismo italiano, e tale rimane solo fino al 29-30 giugno 1934, quando con la "notte dei lunghi coltelli" la corrente "di destra" facente capo a Hitler elimina la corrente "di sinistra" facente capo a Ernst Röhm. Da quel momento il nazismo abbraccia implicitamente il capitalismo e si prefigura come un'ideologia prettamente di destra, abbandonando ogni ipotesi rivoluzionaria e quindi rimanendo "socialista" solo nel nome.

Secondo Ruinas da quel momento il paragone tra fascismo e nazismo è quindi unicamente fittizio e artificialmente mantenuto dal nazismo per motivi propagandistici di immagine pubblica. Questa analisi si basa sull'osservazione che nel fascismo italiano la componente "di sinistra" continuò a esistere, sebbene piuttosto emarginata per molti anni, e anzi nella RSI sarebbe tornata maggioritaria.

Secondo altre analisi, tuttavia, il passaggio dal cosiddetto "fascismo-movimento" (con slogan talvolta socialisteggianti) al "fascismo-regime" (con tratti più nettamente conservatori) fu un processo analogo, sebbene meno cruento e drastico, a quanto avvenuto in seguito in Germania in forma più convulsa durante la Notte dei lunghi coltelli. La spiegazione sociologica di questa "frattura" in entrambi i fascismi è dovuta al ruolo particolare (e caratterizzante del fascismo rispetto a generiche dittature di destra) che ha la mobilitazione dei ceti medi, rovinati dalla crisi economica in Germania o frustrati dalla fine della guerra e dallo scoppio delle lotte sociali in Italia; la mobilitazione di questi gruppi sociali è resa possibile specialmente dalla fraseologia rivoluzionaria e movimentista propria tanto dello squadrismo quanto delle SA, ma diventa successivamente un ostacolo al consolidamento della dittatura e richiede quindi l'eliminazione o l'emarginazione di quell'ala in un momento successivo. Con la RSI la necessità di mobilitare nuovamente ampie masse nella guerra civile spinse Mussolini a recuperare elementi dello squadrismo delle origini che erano stati messi in ombra negli anni precedenti.

L'idea di impero (neoghibellinismo)

Il continuo ritorno a un'idea di romanità portò come logica conseguenza l'affermarsi di teorie filosofiche neo-ghibelline, ossia propugnanti la ricostituzione di un Sacro Romano Impero o di un Impero romano che si ricongiungesse in qualche misura con una mistica tradizione ancestrale, e alla fine proponesse il superamento del fascismo in una forma di nuovo imperialismo spirituale e supernazionale, a carattere essenzialmente anticristiano.

Alfiere di queste tesi fu Julius Evola, filosofo perennialista e vicino in seguito al neopaganesimo romano di certi ambienti neofascisti del secondo dopoguerra, il quale rimase tuttavia alquanto isolato nell'ambito del dibattito culturale e filosofico del regime fascista, dominato invece da logiche nazionaliste e da forti correnti cattoliche che poco spazio intendevano lasciare al cosiddetto imperialismo pagano propugnato dal filosofo. Questa idea trovò in seguito sponda e nuovi argomenti in alcuni ambienti nazionalsocialisti e si diffuse soprattutto nel dopoguerra fra i movimenti neofascisti, neonazisti esoterici e tradizionalisti, restando perlopiù fuori anche dall'estrema destra maggioritaria che sarà rappresentata dal Movimento Sociale Italiano.

Secondo la teoria di Julius Evola, il fascismo si configurerebbe come una delle tante manifestazioni storiche del concetto più ampio di Tradizione, ossia di una società basata sui valori di gerarchia, militarismo e misticismo. In quest'ottica diverrebbero forme di Fascismo in senso lato le più disparate esperienze storiche: da Sparta e Roma alle società celtiche, nordiche e germaniche, al Sacro Romano Impero.

Il ruralismo.

L'uomo rurale venne esaltato come l'ideale forma di mascolinità da parte del governo fascista. È tradizionale, ed è anti-moderno. Ardengo Soffici descrive tale ideale mascolinità evidente nelle zone rurali d'Italia:

«[C]on la loro sobrietà, con la forza dei loro bracci nudi, abbronzati dal sole, e la resistenza feroce al lavoro e alla pena, rappresentavano [...] una lezione solenne di virilità»

In antitesi alla borghesia, questa figura è stata iconica nella suggestione che il governo fascista indica come il suo modo di essere, quando nella società del primo Novecento cominciò a venir meno il culto della mascolinità. È importante ricordare che il ruralismo fascista richiede esplicitamente il ripristino di un tradizionale, pre-moderno e rigidamente gerarchico ordine morale. In altre parole, il regime fascista ha utilizzato la figura del ruralismo come un mezzo attraverso il quale ha tentato di trasformare il modernismo in tradizionalismo. A questo proposito, la gioventù contadina che ha cercato di lasciare il villaggio e trasferirsi in città è stata dipinta come fatta di individui mettenti il destino della nazione a rischio attraverso il loro comportamento:

«Le varie fasi del processo di malattia e morte sono precisamente dimostrate, e portano un nome che li riassume tutti: urbanismo e metropolitanismo, come spiega l'autore .... La metropoli cresce, attirando persone dalla campagna, che, tuttavia, non appena esse sono urbanizzate, diventano - come la preesistente popolazione - sterili. I campi tornano a deserto, ma quando le abbandonate e bruciate regioni si diffondono, la metropoli è catturata alla gola: né la sua attività, né le sue industrie, né i suoi oceani di pietra e cemento armato possono ristabilire l'equilibrio che ormai è irrimediabilmente rotto: si tratta di una catastrofe»

Il modernismo, un fenomeno che include il trasferimento di giovani dai villaggi verso le città, è visto in luce negativa dal governo fascista, perché crea un sotto-tipo di mascolinità italiana che è più abile nel vivere all'interno di un'area metropolitana, assumendo meno responsabilità verso la collettività. In altre parole, la gioventù italiana non è più attiva nel coltivare i terreni agricoli, ma, invece, si disinteressa della collettività e quindi di se stessa, rendendo l'intero paese italiano meno fertile. Metaforicamente, ciò significa che essi smettendo di coltivare la loro mascolinità egemonica globalmente, e fisicamente, smettono di contribuire allo stato, perché quelli che si muovono in città di solito hanno meno figli e si sposano con una frequenza minore. Inoltre, l'ambiente sicuro della metropoli impedisce al "nuovo italiano" di godere il suo contatto con la natura, e gli ha impedito di contemplare profondamente sulle sfide morali, nessuna delle quali è messa a sua prova, come un risultato dell'artificiale, "materialista" atmosfera metropolitana che è priva di pericoli e avversità.

Il fascismo nella RSI

Il profilo delle personalità del fascismo rifondato nel Partito Fascista Repubblicano al Congresso di Verona si distinse da quello del ventennio per il protagonismo di numerosi personaggi degli ambienti squadristi, via via emarginati da Mussolini dopo la Marcia su Roma. I vecchi squadristi, che per lunghi anni spesso erano stati relegati a incarichi di secondo piano, tornarono alla ribalta, prendendo l'iniziativa sin dall'annuncio dell'armistizio e prima della proclamazione della Repubblica Sociale Italiana il 27 settembre 1943.

Un'altra caratteristica del fascismo repubblicano fu l'importanza assunta dalle componenti volontarie, che si vennero coagulando sin da prima della fondazione della repubblica e poi ne costituirono un tratto significativo, nelle proprie formazioni sia militari sia civili. Questo sforzo si lega al recupero della tradizione "movimentista" del primo fascismo. Ciò nonostante la RSI dovette ricorrere a numerosi bandi di leva al fine di mobilitare alcune centinaia di migliaia di italiani. Solo con la reiterazione dei bandi - che includevano la minaccia di passare per le armi i renitenti - si riuscì in fasi successive e ad arruolare un numero complessivamente calcolato da fonti reducistiche in sette-ottocentomila uomini, dei quali, sempre secondo le stesse fonti fasciste, un numero oscillante attorno ai duecentomila volontari, in buona parte giovanissimi (anche minorenni). La maggioranza della popolazione mantenne un atteggiamento di indifferenza e freddezza (la cosiddetta "zona grigia") o di ostilità (la "Resistenza disarmata" nelle fabbriche con centinaia di migliaia di scioperanti e sabotaggi continui dello sforzo bellico, nelle campagne, nei campi di internamento tedeschi (col rifiuto degli italiani internati di aderire alle forze armate della RSI) verso il rinato fascismo, consentendo al contempo lo sviluppo e il sostentamento della lotta armata antifascista.

Nel corso dei 600 giorni di durata della Repubblica Sociale, a partire dalla Carta di Verona, i dibattiti interni al Fascismo si orientarono essenzialmente su:

la critica al passato regime, ai suoi compromessi con la monarchia, la Chiesa e l'establishment industriale, ritenuti ostacoli che avevano impedito la completa realizzazione della "rivoluzione fascista";

la socializzazione delle imprese, che divenne tanto un propagandistico "ritorno alle origini" del fascismo quanto una maniera revanscista per colpire le classi sociali alto-borghesi, ritenute dal fascismo squadrista disfattiste, antifasciste se non in aperta combutta col nemico;

la nuova veste istituzionale da dare allo stato, se accettare l'introduzione di elementi democratici nella costituzione dello Stato e se consentire un regime pluripartitico o monopartitico;

la nuova forma da dare alle Forze Armate, interamente volontarie oppure mantenendo una continuità con il vecchio esercito monarchico di coscritti, nonché sulla loro apoliticità oppure sulla necessità di dar loro una veste politica;

il problema del "dopo" tanto in prospettiva di una vittoria dell'Asse (ritenuta ancora possibile grazie alle "armi segrete" di cui si pensava disponesse il Reich) sia quando la sconfitta divenne certa.

Fra le componenti psicologiche e politiche che mossero la RSI e il Fascismo Repubblicano se ne possono evidenziare alcune come emergono dalla memorialistica:

il desiderio di preservare la continuità del regime fascista e del suo collocamento bellico al fianco della Germania;

il desiderio di vendetta contro quegli elementi ritenuti esiziali per il vecchio fascismo: "i nemici di dentro e di fuori" che avevano impedito il completamento della "rivoluzione", avevano sabotato lo sforzo bellico facendo intelligenza col nemico, e avevano tradito Mussolini, identificati con la massoneria, gli ebrei, la plutocrazia, la monarchia, ecc.;

il cupio dissolvi, dettato dal desiderio di cercare "la bella morte" e concludere con essa un'esperienza politica e umana condannata alla sconfitta.

il desiderio di rendere un servizio alla nazione italiana nel suo momento ritenuto più buio (riscattandone l'onore, secondo i fascisti compromesso dall'armistizio dell'8 settembre). Da parte di taluni si è cercata una giustificazione della RSI nel tentativo - evidentemente fallito, visti gli esiti - di "ammorbidire" l'occupazione germanica e di mantenere in piedi l'apparato dello Stato per consentire la sopravvivenza del popolo durante la guerra.

Il dibattito sul significato del termine

Significato concettuale

Nell'ambito storiografico italiano il termine "fascismo" è usato soprattutto in riferimento al regime di governo e all'ideologia promossi e attuati da Benito Mussolini tra il 23 marzo 1919 e il 28 aprile 1945. Tale posizione è sostenuta anche da numerosi storici di formazione non-angloamericana.

Alcuni storici ritengono improprio l'utilizzo del termine "fascista" in riferimento alla Germania nazionalsocialista e ai regimi autoritari formatisi in Europa negli anni trenta e quaranta, considerati derivazioni del caso nazista più che di quello fascista (se si eccettuano il Portogallo di António de Oliveira Salazar, la Grecia di Ioannis Metaxas e il cosiddetto Austrofascismo, che tuttavia presentano somiglianze più che altro superficiali col fascismo italiano) o casi a sé stanti (come per la Spagna di Francisco Franco, il cui movimento e regime sono definiti Franchismo per distinguerli da fascismo e nazismo).

In tal senso, anche il termine "nazifascismo" è considerato scorretto da chi sostiene la specificità del fascismo italiano, perché non consentirebbe di cogliere le differenze avutesi tra i due movimenti. Questi studiosi contestano l'utilizzo del medesimo termine in riferimento a regimi autoritari post-bellici, uso che peraltro risulta essere effettuato in modo incoerente e, talora, con funzione di mero insulto (il termine "fascista" è usato, in tale accezione impropria, col significato astoriografico di "inumano, crudele, oppressivo"): in tal modo "fascista" è stato utilizzato tanto per indicare spregiativamente regimi quali quello di Augusto Pinochet in Cile (privo di una reale base ideologica), nonché regimi di segno ideologico opposto (quali quello comunista cinese e russo) oppure la democrazia americana.

Il punto di vista marxista e socialista

A sinistra, il termine "fascista" è talvolta usato per indicare qualsiasi regime autoritario di destra, specie quelli alleati dell'Asse durante la seconda guerra mondiale, come il regime militarista giapponese o il franchismo spagnolo, o più spesso i loro seguaci. Per alcuni anni, Stalin e la III Internazionale definirono i socialdemocratici come "socialfascisti" (una posizione abbandonata nel 1935).

Dal punto di vista di molte scuole interpretative marxiste, tuttavia, il fascismo vero e proprio è quello dell'Italia e della Germania: un "regime reazionario di massa" secondo la definizione di Palmiro Togliatti, accettata anche dal trotskismo internazionale e in qualche modo vicina alla definizione gramsciana di "rivoluzione passiva". In questo senso, non vengono fatte distinzioni di rilievo fra il regime hitleriano e quello di Mussolini, che vengono invece fatte rispetto a dittature prive di una base di mobilitazione di massa (come quella portoghese di Salazar o quella cilena di Pinochet). Il caso spagnolo è ambiguo, perché se pure esisteva un forte movimento fascista dal lato franchista, Franco non ne faceva parte e anzi si adoperò affinché venissero "riassorbite" in un generico "movimento nazionale" le forze che più apertamente si ispiravano a Hitler o a Mussolini (come la falange spagnola).

In generale, il termine è tuttora usato presso l'area culturale marxista o post-marxista come epiteto dispregiativo nei confronti della destra e in generale degli avversari politici. Un caso recente è stato quello del presidente venezuelano Chávez, che ha descritto il primo ministro spagnolo Aznar come "un fascista".Le interpretazioni del fascismo

All'interno della vasta critica storica sul fascismo, è possibile individuare varie interpretazioni, tra le quali:

quella di Mussolini (scritta con Gioacchino Volpe), che nell'Enciclopedia Italiana alla voce relativa scrisse "il fascismo fu ed è azione";

quella liberale di Benedetto Croce, che considera il fascismo come una "parentesi" della storia italiana, una "malattia morale" a seguito della grande guerra;

quella democratico-radicale di Gaetano Salvemini e del Partito d'Azione, che considera il fascismo come un prodotto logico, inevitabile, degli antichi mali d'Italia;

quella di tradizione marxista, che considera il fascismo come un prodotto della società capitalista e della reazione della grande borghesia contro il proletariato attraverso la mobilitazione di masse piccolo-borghesi e sottoproletarie (il "regime reazionario di massa" descritto dai comunisti italiani in clandestinità);

quella di Renzo De Felice e della sua scuola, che intende rivedere il giudizio storico tradizionale sul fascismo, proponendo un'analisi molto complessa e articolata che sottolinea, fra l'altro, il consenso raggiunto dal regime fascista, soprattutto fra il 1929 e il 1936, nella società italiana.

Interpretazione totalitarista

Il fascismo definiva sé stesso un sistema politico "totalitario". Nella concezione fascista dello Stato, l'individuo ha libertà e gode di diritti solo quando è pienamente inserito all'interno del corpo sociale gerarchicamente ordinato dello Stato (il cosiddetto Stato etico).

Nelle successive analisi degli storici (a partire dallo studio di Hannah Arendt del 1951) si sono sviluppate sostanzialmente due linee interpretative riguardo al carattere del regime fascista: una promossa inizialmente da Hannah Arendt e sviluppata successivamente da diversi autori, fra cui Renzo De Felice, che lo considera come prettamente "autoritario", e uno che lo considera "totalitario" (ma senza alcun'accezione apprezzativa) e che ha nell'allievo di De Felice Emilio Gentile uno dei massimi sostenitori. Tale interpretazione è soprattutto da riferirsi al concetto, promosso da Emilio Gentile, di:

«Totalitarismo inteso come metodo; metodo di conquista e gestione monopolistica del potere da parte di un partito unico, al fine di trasformare radicalmente la natura umana attraverso lo Stato e la politica, e tramite l'imposizione di una concezione integralistica del mondo.»

(Emilio Gentile)

E ancora:

«il totalitarismo – libero dallo sterminio di massa – è una tecnica politica che può essere applicata continuamente in una società di massa. [...] Una tecnica che punta a uniformare l'individuo e le masse in un pensiero unico, usando il controllo dell'informazione.»

(Emilio Gentile)

Inoltre questo totalitarismo è definito da alcuni autori un "totalitarismo statalista" perché, secondo le parole di Giovanni Gentile "per il fascista tutto è nello Stato e nulla [...] ha valore fuori dallo Stato".

Interpretazione autoritaria

Tale interpretazione si basa in gran parte sull'idea, proposta da Hannah Arendt, di considerare il terrore come "la vera essenza" della forma totalitaria di governo; in tal senso, il regime fascista non può considerarsi "prettamente" totalitario in quanto mancò, a differenza di altri regimi quale quello nazista e quello stalinista, uno "sterminio di massa" e un uso costante del "terrore di massa" (cosa che peraltro veniva perpetrata tramite il meccanismo di azione detto Squadrismo).

Mancò inoltre, un completo controllo della comunicazione e dell'informazione.

Inoltre, sempre secondo questa interpretazione, lo stato autoritario ha limiti prevedibili all'esercizio del potere, ossia è possibile "vivere tranquilli" e non incorrere nella vendetta dello Stato se si seguono alcune regole di comportamento, e non si fa opera di militanza e propaganda politica, mentre nello stato totalitario i limiti all'esercizio del potere sono mal definiti e incerti.

Infine a sostegno di questa tesi vi è anche il fatto che il fascismo (a differenza di nazismo e comunismo sovietico) fu obbligato a convivere (spesso anche trovando un comune accordo) con i poteri della Monarchia e della Santa Sede, i quali, nonostante una progressiva erosione delle proprie prerogative, mantennero la propria autonomia (spesso più formale che sostanziale).

Il problema del totalitarismo imperfetto 

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Posizione intermedia fra le due precedentemente citate, il concetto di "totalitarismo imperfetto", coniato dallo storico Giovanni Sabbatucci, riconosce nel fascismo una chiara matrice e una volontà totalitaria, resa però inane dalla presenza di altri poteri (Chiesa e Monarchia), dal suo eccessivo gradualismo e dalla politica mussoliniana di lasciare sempre qualche "valvola di sfogo" a personaggi afascisti o fascisti non "ortodossi" (come ad es. il caso di Nicola Bombacci).

Sono assenti o solo embrionali nel totalitarismo fascista i seguenti attributi caratteristici del caso nazista:

la supremazia del partito rispetto allo Stato;

i campi di sterminio di massa (Vernichtungslager);

un'ideologia sterminazionista nei confronti di nemici "di razza".

Mentre rispetto alla dittatura sovietica vi è una sostanziale differenza in termini di estensione ed efficacia della repressione del dissenso.

Riepilogo

«Per non parlare delle dittature militari di questi ultimi due decenni in Grecia, Cile, Argentina, che pure tanto spesso sono state e vengono definite fasciste. Oggi, in sede scientifica, pressoché nessuno ha più dubbi sul fatto che tali regimi non debbano essere annoverati tra quelli fascisti, ma considerati classici regimi conservatori e autoritari»

(Renzo De Felice)

Attributi del totalitarismo fascista:

monopolio dei mezzi di comunicazione;

presenza di un'ideologia organica, propagandata con i mezzi di comunicazione di massa, cui l'individuo è tenuto ad aderire fideisticamente;

presenza di un partito unico, portatore di questa ideologia, che esercita un'autorità assoluta sotto la guida di un capo e di un ristretto numero di persone;

abbattimento di ogni forza antagonista;

ricorso sistematico alla mobilitazione delle masse, mediante il partito, l'uso della stampa, della radio, del cinema e delle grandi manifestazioni scenografiche;

controllo e repressione di tutte le opposizioni (in particolare quella comunista);

presenza di una polizia politica segreta (OVRA) che controlla l'effettiva "fascistizzazione" degli individui;

sacralizzazione della politica e del capo;

programma di costruzione di un "uomo nuovo";

affermazione del dirigismo politico in ambito economico.

Il neofascismo

Nonostante il divieto di ricostituzione del disciolto Partito Nazionale Fascista, stabilito dalla Costituzione Repubblicana (XII Disposizione Transitoria), movimenti fascisti sopravvissero anche dopo la guerra. In particolare il Movimento Sociale Italiano di Pino Romualdi e Giorgio Almirante, che fu accusato a più riprese di ricostituzione del disciolto partito fascista. Il senatore Giorgio Pisanò nel 1989 fonda e guida la corrente interna al MSI denominata Fascismo e Libertà. Nel luglio 1991 Fascismo e Libertà esce dal partito guidato da Gianfranco Fini. Giorgio Pisanò guida la frangia dei camerati irriducibili verso un nuovo progetto politico profondamente mussoliniano; così fonda e diviene Segretario Nazionale del Movimento Fascismo e Libertà (MFL). Successivamente, l'11 dicembre 1993 il Comitato Centrale "missino" approverà il nuovo Movimento Sociale Italiano-Alleanza Nazionale con l'astensione di 10 dirigenti legati all'ex-segretario e combattente della RSI Pino Rauti. Nel 1994 Movimento Sociale Italiano-Alleanza Nazionale sciolse i legami interni con gli esponenti del MSI più nostalgici, trasformandosi in Alleanza Nazionale (AN) durante il congresso di Fiuggi. Fu il momento nel quale il gruppo di dirigenti vicini a Pino Rauti, si staccò da AN, coadiuvando insieme ai membri del MFL di Giorgio Pisanò nel progetto di conservazione dello storico partito, fondando la Fiamma Tricolore quale nuovo soggetto politico. Alcuni mesi più tardi il leader e segretario del MFL lascia però la vita politica, complice l'aggravarsi del suo stato di salute che lo porterà alla scomparsa (17 ottobre 1997). Il Movimento Fascismo e Libertà minoritario all'interno del nuovo soggetto, non trovando spazio ne esce dopo una breve esperienza. Nel 2001 il MFL subisce la scissione di alcuni dirigenti che fondano Nuovo Ordine Nazionale. Relativamente di recente, il 7 maggio del 2004, Pino Rauti il promotore e fondatore della Fiamma Tricolore, dopo alcune vicende personali, ha lasciato anche questo movimento per fondare il Movimento Idea Sociale (MIS).

Nel 2009 il MFL distingue e difende le sue finalità ideologiche nelle posizioni più socialiste dell'originario fascismo rivoluzionario e della Repubblica Sociale Italiana, optando per una netta contrapposizione e rottura verso tutte le altre forze neofasciste che si riconoscono nella destra italiana e/o comunque riconducibili alla cosiddetta Area, denominandosi Movimento Fascismo e Libertà - Partito Socialista Nazionale.

Contemporaneamente Alessandra Mussolini, nipote del dittatore, lasciava AN in polemica col suo presidente Gianfranco Fini, che aveva preso le distanze dalle posizioni legate al fascismo e alla figura di Mussolini. La Mussolini fondò così un proprio partito (AS, Azione Sociale) che promosse l'alleanza denominata Alternativa Sociale che univa AS ad altri due movimenti neofascisti e nazionalisti: Forza Nuova, guidato da Roberto Fiore, e Fronte Sociale Nazionale, fondato da Adriano Tilgher.

Storia del fascismo italiano. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La storia del fascismo italiano prende avvio alla fine del 1914 con la fondazione, da parte del giornalista Benito Mussolini, del movimento del Fascio d'azione rivoluzionaria, in seno ad un movimento interventista nella prima guerra mondiale.

Benito Mussolini con diversi militanti fascisti radunatisi a Napoli nell'ottobre 1922 per la Marcia su Roma. 

Le espressioni ventennio fascista o, semplicemente, ventennio si riferiscono al periodo che va dalla presa del potere del fascismo e di Benito Mussolini, ufficialmente avvenuta il 31 ottobre 1922, sino alla fine del regime, avvenuta formalmente il 25 luglio 1943. Specialmente dalla propaganda del regime, veniva inoltre utilizzata la locuzione Italia fascista per indicare il Regno d'Italia sotto il governo di Mussolini e del Partito Nazionale Fascista.

Il primo dopoguerra e la situazione sociale

All'indomani della prima guerra mondiale il Regno d'Italia si trovò in una situazione economica, politica e sociale precaria e difficile. Il drammatico conto presentato dalla guerra in termini di perdite umane fu pesantissimo, con oltre 650 000 caduti e circa 1 500 000 tra mutilati, feriti e dispersi, senza contare le distruzioni occorse nell'Italia nord-orientale, divenuta fronte bellico con il dislocamento e, sovente, la perdita della casa e di ogni bene da parte di centinaia di migliaia di profughi che erano fuggiti dalle loro case trovatesi nel mezzo di assalti e bombardamenti.

Il sorgere del Regno di Jugoslavia alle frontiere orientali pose una pesante e decisiva ipoteca sulle idee di irredentismo italiano, con l'acquisizione dei territori promessi e inclusi nel patto di Londra: gli altri Alleati si erano appoggiati ai quattordici punti del presidente statunitense Woodrow Wilson per assegnare al Regno di Jugoslavia stesso (in slavo SHS, Srbija-Hrvatska-Slovenija) la Dalmazia, Fiume (che secondo il trattato del 1915 sarebbe dovuto restare all'Impero austro-ungarico o, in subordine, a un piccolo Stato croato) e l'Istria orientale. La città - dal canto suo - aveva espresso fin dagli ultimi fuochi della guerra la volontà di essere riunita all'Italia, ponendo così il governo di Roma nell'imbarazzo di dover accettare i voti della cittadinanza fiumana e, contemporaneamente, entrare in urto con Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Regno di Jugoslavia. Infine, nonostante la fine delle ostilità con gli Imperi centrali, l'Italia restava coinvolta nella campagna di Albania, dai contorni incerti e dagli obiettivi ancora più incerti, mentre il Montenegro, Stato vincitore della guerra e col quale l'Italia per motivi dinastici e strategici intratteneva rapporti privilegiati, veniva annesso alla Jugoslavia con il consenso delle altre potenze alleate e ciò venne recepito come un'altra grave ferita alla politica adriatica italiana.

Alla situazione politica internazionale difficile si aggiungeva una situazione economica interna drammatica: l'Italia dipendeva in gran parte dalle importazioni oltremare di grano e carbone e aveva contratto pesantissimi debiti con gli Stati Uniti. Le casse statali erano quasi vuote, anche perché la lira, durante il conflitto, aveva perso buona parte del suo valore, con un costo della vita aumentato di almeno il 450%. Alla mancanza di materie prime faceva seguito anche la progressiva smobilitazione del Regio Esercito (dopo averne impiegato una grandissima parte come manodopera per le immediate necessità del dopoguerra e nel primo raccolto del 1919) e la fine della produzione bellica, che implicava una riconversione delle fabbriche. La mancanza di un solido mercato interno e la crisi di quelli esteri impediva - tuttavia - che la produzione potesse trovare sfogo e, di conseguenza, molte manifatture semplicemente chiusero.

In breve, inoltre, l'Italia si trovò ad affrontare il problema dell'assorbimento di centinaia di migliaia di disoccupati dell'industria di guerra e di milioni di soldati smobilitati. Molte delle promesse fatte durante la guerra a costoro (come l'espropriazione di terre ai latifondisti e la loro distribuzione in lotti ai reduci di guerra) non furono rispettate, provocando malcontento e delusione. L'attrito fra le masse di ex combattenti e quelle operaie si delineò immediatamente, con l'accusa nei confronti dei secondi di essersi "imboscati" e dei primi di essere stati "servi della guerra borghese". In un primo momento ciò provocò un'importante crescita di partiti e movimenti di sinistra, in particolar modo del Partito Socialista Italiano, la cui componente minoritaria rivoluzionaria era galvanizzata dal successo della rivoluzione russa. La fine della guerra, delle restrizioni politiche e della censura permise di riprendere le attività propagandistiche e sindacali. A destra, invece, le formazioni nazionaliste e interventiste si scatenavano nella contestazione del governo e dei trattati di pace, mentre attorno ai circoli dannunziani veniva creata l'idea della "vittoria mutilata", che sarebbe poi divenuta il simbolo della delusione dell'opinione pubblica italiana.

Lo Stato si venne quindi a trovare sotto un triplice attacco: dall'estero, con l'evidente tentativo delle potenze alleate di ridimensionare la portata della vittoria e delle rivendicazioni italiane a vantaggio del Regno di Jugoslavia. Dalle formazioni socialiste e sindacali, che cominciarono una campagna para-rivoluzionaria, soprattutto attraverso una durissima campagna di scioperi. Dalle formazioni nazionaliste, la cui campagna denigratoria verso l'azione del governo sarebbe poi culminata nel settembre 1919 con l'Impresa di Fiume. A risentire di questa instabilità fu soprattutto l'ordine pubblico, con l'acuirsi del radicalismo e della violenza, l'urto fra le compagini socialiste e internazionaliste (compresse durante gli anni del conflitto e ora libere di agire nuovamente) e quelle nazionaliste e interventiste. Subito dopo la fine della prima guerra mondiale, l'iniziativa politica rimase nelle mani dei movimenti sindacali rappresentati dalle leghe socialiste e popolari che lanciarono un'escalation di scioperi e occupazioni, storicamente nota come "Biennio rosso", culminata nell'estate del 1920 in un'occupazione generalizzata di terreni agricoli, opifici e installazioni industriali in quasi tutta l'Italia, con esperimenti di autogestione, autoproduzione e la creazione di consigli di fabbrica sul modello dei soviet.

La nascita del fascismo

I fasci di combattimento e la genesi del fascismo

Immediatamente prima della fine del conflitto mondiale, Benito Mussolini, uno degli esponenti più importanti dell'interventismo, agì cercando varie sponde per dar vita a un movimento che imprimesse alla guerra una svolta rivoluzionaria. Tuttavia i suoi sforzi riuscirono a concretizzarsi solo sei mesi dopo il termine delle ostilità, quando un piccolo gruppo di reduci e intellettuali interventisti, nazionalisti, anarchici e sindacalisti rivoluzionari, si radunò in un locale di Piazza San Sepolcro a Milano, dando vita ai Fasci di Combattimento, il cui programma si configurava come rivoluzionario, socialista e nazionalista allo stesso tempo.

Dagli strati sociali più scontenti e soggetti alle suggestioni della propaganda nazionalista che, a seguito dei trattati di pace, si infiammò e alimentò il mito della vittoria mutilata, emersero organizzazioni di reduci e, in particolare, quelle che raccoglievano gli ex-arditi. Queste ultime, riconosciute subito dai comandi militari come fonte di turbolenza politica, furono sciolte e i membri congedati, restituendo alla vita civile decine di migliaia di ex soldati agguerriti e portatori di un'ideologia aggressiva, violenta e gerarchizzante. Fra costoro, e fra gli altri congedati al malcontento generalizzato, si faceva largo un risentimento causato dal non aver ottenuto un adeguato riconoscimento per i sacrifici, il coraggio e lo sprezzo del pericolo dimostrati in anni di duri combattimenti al fronte e per le offese subite dai militanti socialisti, giunte fino alla bastonatura degli ufficiali in uniforme e all'insulto nei confronti dei decorati che ostentassero le medaglie. Come numerosi storici hanno fatto notare (ad esempio Federico Chabod) è poi soprattutto dalla piccola borghesia, in particolare quella rurale, che il primitivo fascismo attinge i suoi militanti. Questo strato sociale - tendenzialmente costretto in Italia da un proletariato industriale e agricolo più o meno organizzato e rappresentato da partiti di massa (PSI e popolari) e sindacati e l'alta borghesia, protagonista ed egemone dell'Italia del periodo liberale - con la guerra aveva acquisito un ruolo fondamentale, fornendo alle forze armate italiane il nerbo degli ufficiali di complemento.

In qualche misura, a fronte dunque delle altre classi sociali, già organizzate o rappresentate, la piccola borghesia nel dopoguerra si trovò priva di referenti e minacciata di essere riportata a un ruolo di secondo piano, minacciata com'era dal basso dalle agitazioni socialiste e, dall'alto, dal grande capitalismo che prometteva di assorbirne mercati e risorse. La frustrazione per questa situazione fu terreno fertile per la fondazione il 23 marzo 1919 a Milano del primo fascio di combattimento, adottando simboli che sino ad allora avevano contraddistinto gli arditi, come le camicie nere e il teschio.

Le elezioni del 1919 e lo squadrismo

Nel movimento fascista, oltre ad arditi, futuristi, nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari ed ex combattenti d'ogni arma confluirono successivamente anche elementi di dubbia moralità e avventurieri. Appena 20 giorni dopo la fondazione dei fasci di combattimento le neonate squadre d'azione si scontrarono con i socialisti e condussero l'assalto all'Avanti! (un quotidiano politico socialista), devastandone la sede: l'insegna del giornale fu divelta e portata a Mussolini come trofeo. Nel giro di qualche mese i Fasci si diffusero in tutta Italia, sebbene con una consistenza assai scarsa.

Il 23 giugno 1919 si insediò il governo di Francesco Saverio Nitti, sostituendo il dimissionario Vittorio Emanuele Orlando, dopo le delusioni seguite ai trattati di pace. Le politiche intraprese da Nitti sollevarono un fortissimo malcontento, soprattutto fra militari, reduci congedati e nazionalisti.

Il 19 settembre, Gabriele D'Annunzio ruppe gli indugi e alla testa di reparti ammutinati del Regio Esercito marciò su Fiume dove, manu militari, instaurò un governo rivoluzionario con l'obiettivo di affermare l'unione all'Italia del comune carnero. Questa azione fu immediatamente esaltata dal movimento fascista, anche se Mussolini non offrì – né avrebbe potuto offrire – alcun reale appoggio alla causa dei legionari. Per il suo contributo politico e alla propaganda, già all'epoca il poeta D'Annunzio (Massone di 33° grado) fu definito il vate del fascismo italiano.

Le elezioni politiche italiane del 1919 (per la prima volta secondo il sistema proporzionale) videro il trionfo dei due partiti di massa: il Partito Socialista Italiano che si affermò primo partito con il 32% dei voti e 156 seggi e il neonato Partito Popolare Italiano di don Sturzo che, alla sua prima prova elettorale ottenne il 20% dei voti e 100 seggi. Il movimento fascista, presentatosi nel solo collegio di Milano, con una lista capeggiata da Mussolini e Marinetti, raccolse meno di 5.000 suffragi sui circa 370.000 espressi, non riuscendo a eleggere alcun rappresentante.

In seguito alla durissima sconfitta elettorale, Mussolini meditò seriamente l'abbandono della politica, nonostante la sbandierata esistenza di 88 Fasci combattenti con 20.000 iscritti; cifra che alcuni storici ritengono viziata[chi sono? da eccessivo ottimismo. In ogni caso, sul Popolo d'Italia del 23 marzo 1929, il segretario del PNF Augusto Turati, affermò che al 31 dicembre 1919 i Fasci in Italia erano 31 con solo 870 iscritti. I risultati elettorali non garantirono tuttavia al paese la stabilità necessaria e il PSI, che aveva il maggior peso, continuò a rifiutare alleanze con i partiti "borghesi"; in particolare le occupazioni di terreni agricoli convinsero molti latifondisti, principalmente in Emilia, nell'alta Toscana e nella bassa Lombardia, a svendere cascine e fattorie a ex-mezzadri, fattori o piccoli coltivatori diretti. Fu questa la nuova categoria di proprietari terrieri, ben più decisa a difendere i propri beni dalle occupazioni rispetto ai precedenti latifondisti, alla quale Mussolini si rivolse per dare consistenza al movimento fascista, sposandone appieno le necessità.

Così, mentre i socialisti erano dilaniati dalle diatribe interne e dalla concorrenza sindacale delle leghe bianche dei Popolari sturziani, schiere di appartenenti alla piccola borghesia agraria, artigiana o del commercio, allarmati dalle occupazioni e dai disordini, confluirono nel movimento guidato da Mussolini. In pochi mesi si costituirono in Italia oltre 800 nuovi Fasci, con circa 250.000 iscritti, i quali diedero vita alle squadre d'azione, dette spregiativamente "squadracce" dagli avversari politici, che contrastarono le leghe rosse e bianche, durante gli scioperi o le azioni di occupazione, in un diffuso clima di violenza politica. La direzione velleitaria e confusa delle occupazioni, che aveva mostrato l'incapacità delle forze politiche più radicali a sviluppare una reale e progressiva azione rivoluzionaria, fu immediatamente chiara a molti politici, in particolar modo a Gramsci e a Giolitti, subentrato al secondo governo Nitti. Nel settembre 1920 Giolitti riuscì a spezzare il fronte occupazionista, attraverso la concessione di limitati progressi salariali, ottenendo il ritorno della legalità. Stabilita una temporanea pace sociale interna, affrontò la questione di Fiume, deciso a risolvere il problema internazionale della Reggenza del Carnaro. Dopo serrate trattative fra Italia, Jugoslavia e D'Annunzio, Giolitti diede il via all'azione militare, volta a sgomberare con la forza i legionari dal comune carnero, culminata con il Natale di sangue del 1920.

La componente militare largamente prevalente nelle squadre, conferì a queste una netta superiorità negli scontri coi socialisti, i popolari e i sindacati non fascisti, che sebbene notevolmente più numerosi subirono l'urto delle camicie nere. La sistematica campagna fascista di distruzione dei centri di aggregazione socialista, popolare e sindacale di intimidazione e aggressione dei loro militanti, assieme alla contemporanea politica sotterranea condotta da Mussolini nei confronti dei partiti moderati e della destra, portarono il socialismo a una crisi, mentre parallelamente cresceva la forza numerica e il morale dei Fasci di Combattimento. Così, mentre nel 1921 il Partito Socialista Italiano si disgregava in due successive scissioni, dando vita al Partito Comunista d'Italia, il 7 novembre 1921 nasceva il Partito Nazionale Fascista (PNF), trasformando il movimento in partito, abbandonando le posizioni del sindacalismo rivoluzionario, accettando alcuni compromessi legalitari e costituzionali con le forze moderate e distaccandosi sostanzialmente dalla linea politica fondativa del movimento, sancita nel programma di San Sepolcro del 1919. In quel periodo il PNF giunse ad avere 300.000 iscritti (nel momento di massima espansione il PSI aveva superato di poco i 200.000 iscritti).

Dal punto di vista organizzativo, al "gruppo di Milano" (nucleo originario del Fascismo) si aggiunse una componente rurale e agraria, forte dell'appoggio dei latifondisti e possidenti terrieri emiliani, pugliesi e toscani. Proprio in queste regioni le squadre guidate dai ras furono più determinate a colpire i sindacalisti, i popolari e i social-comunisti, e le masse rurali organizzate che avanzavano rivendicazioni sociali, politiche ed economiche, intimidendoli con la famigerata pratica del manganello e dell'olio di ricino o addirittura commettendo omicidi che restavano a volte impuniti. In questo clima di violenze alle elezioni del 15 maggio 1921 i fascisti riuscirono a portare in parlamento i loro primi deputati, fra cui Mussolini. Mimmo Franzinelli ha scritto in "Squadristi" (Mondadori 2003) che nei primi 3 mesi del 1921 i socialisti ebbero 164 fra morti e feriti, nello stesso periodo i fascisti ne ebbero 133, la forza pubblica 70, cittadini estranei 123, di cui una parte erano i cosiddetti crumiri. Renzo De Felice ha presentato dati analoghi per il primo semestre 1921. Gaetano Salvemini ha calcolato circa 300 fascisti uccisi nel triennio 1920-1922, 400 i "bolscevichi".

La celebrità del partito crebbe ancora quando i sindacati non fascisti proclamarono per il 1º agosto 1922 uno sciopero generale, come reazione agli scontri avvenuti a Ravenna: i fascisti per ordine di Mussolini sostituirono gli scioperanti, nel tentativo di far fallire la protesta. Sempre nell'agosto del 1922 gli abitanti di Parma, con epicentro nel quartiere popolare di Oltretorrente, organizzati dagli Arditi del Popolo, comandati da Guido Picelli e Antonio Cieri riuscirono a resistere alle squadre fasciste guidate da Italo Balbo, futuro "trasvolatore atlantico"; fu l'ultima resistenza all'incalzare del fascismo.

Particolare fu la situazione in Romagna, regione di origine di Mussolini: qui, nelle zone dove precedentemente era più forte il socialismo marxista più rapido fu il passaggio al fascismo, mentre nelle aree, come il forlivese e il cesenate, dove prevaleva la tradizione repubblicana fu molto più tenace la resistenza.

Inoltre tra le squadre fasciste dell'Italia meridionale militavano anche alcuni delinquenti, particolarmente a Napoli, dove la centralista organizzazione camorristica ottocentesca stava attraversando una fase di anarchia. Alcuni camorristi si dettero anima e corpo alla causa fascista, intravedendo la possibilità di carriera e di cancellazione dei reati precedenti. Ad esempio come nel caso di Guido Scaletti, piccolo camorrista dei Quartieri Spagnoli, che fondò il primo sindacato padronale partenopeo, o di Enrico Forte che per i suoi servigi di squadrista fu ricompensato, nel 1924, con la direzione della "Manifattura Tabacchi". Il fascismo, una volta preso il potere, usò abilmente i camorristi per controllare e reprimere l'attività di delinquenza comune, in cambio dispensando piccole cariche pubbliche, posti di lavoro e soprattutto tollerando il contrabbando. L'attività di Polizia di Stato e dell'Arma dei Carabinieri venne intensificata e diretta verso i malavitosi che non collaboravano con il regime. Nella zona di Aversa, dove si era formata una struttura camorristica potente e concorrente a quella napoletana, nel 1927 le forze dell'ordine operarono la maggiore retata anticamorra della storia, con 4.000 arrestati.

La marcia su Roma e l'arrivo al potere 

Dopo il congresso di Napoli, in cui 40.000 camicie nere inneggiarono a marciare su Roma, Mussolini decise di agire: il momento pareva propizio e così un forte contingente di 50.000 squadristi venne radunato in Umbria e Lazio e spinto dai quadrumviri contro la Capitale. Era il 28 ottobre 1922. Mentre le forze armate si preparavano a fronteggiare il colpo di mano fascista il re Vittorio Emanuele III non dichiarò lo stato di assedio e vietò al Regio Esercito di intervenire per contrastare il tentativo di colpo di Stato e disperdere gli insorti, per opportunità della Corona e strumentale calcolo politico, nonché per evitare un bagno di sangue che avrebbe potuto potenzialmente far precipitare il paese in una guerra civile. Il re non avendo firmato il decreto di stato d'assedio, aprì di fatto la strada alle colonne fasciste verso la capitale dello Stato. Le camicie nere entrarono così a Roma il 30 ottobre.

Lo stesso giorno, a compimento della marcia su Roma, il re mandò una missiva firmata a Benito Mussolini in cui lo convocava a Roma con il fine di formare il nuovo governo dopo che il primo ministro Luigi Facta si dimise Il capo del fascismo aveva lasciato Milano per Roma e si mise immediatamente all'opera. A soli 39 anni Mussolini diveniva presidente del consiglio, il più giovane nella storia del regno. Il nuovo governo comprendeva elementi dei partiti moderati di centro e di destra, militari e alcuni esponenti fascisti.

Fra le prime iniziative intraprese dal nuovo corso politico vi fu il tentativo di "normalizzazione", cioè rendere legali le squadre fasciste - che in molti casi continuavano a commettere violenze - , provvedimenti a favore dei mutilati e degli invalidi di guerra, drastiche riduzioni della spesa pubblica, la riforma della scuola (Riforma Gentile), la firma degli accordi di Washington sul disarmo navale, l'accettazione dello status quo col regno di Jugoslavia circa le frontiere orientali e la protezione della minoranza italiana in Dalmazia.

Nei primissimi mesi del governo Mussolini venne anche istituito il Parco nazionale del Gran Paradiso, grazie alla donazione, fatta nel 1919 allo Stato italiano, della riserva di caccia reale da parte di Vittorio Emanuele III.

Il fascismo si trasforma in dittatura.

L'omicidio Matteotti.

Motivo: i dati riportati non sono facilmente verificabili nelle fonti citate e, spesso, incongruenti. Inoltre, a volte sono fuorvianti perché omissivi. Inoltre si accorpano sotto la generica definizione di "vittime" le persone che hanno perduto la vita a quelle che furono inviate al confino creando confusione

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Al movimento e al partito fascista è stata ricondotta la responsabilità diretta o indiretta della morte di molte persone e del danneggiamento di sedi di associazioni e movimenti di opposizione al regime: tali due fenomeni sono concentrati soprattutto nel periodo di instaurazione del regime fascista (1919-1924) e nel periodo bellico (1940-1945).

Nel primo semestre del 1921, le squadre d'azione fasciste assaltarono 17 tipografie, 59 case del popolo, 119 camere del lavoro, 107 cooperative, 83 leghe contadine, 141 sezioni e circoli socialisti, 100 circoli di cultura e 53 circoli operai. Le vittime degli scontri, nel solo 1921, sono stimate in circa 500 morti e migliaia di feriti.

A volte gli squadristi, che (almeno sino alla loro riorganizzazione nella forma della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, creata nel 1923) erano sottoposti a uno scarso controllo da parte del Partito Nazionale Fascista, agirono di propria iniziativa nel compimento di tali azioni senza aver ricevuto ordini in materia dal PNF, che tuttavia avallava l'operato della sua base. Molti squadristi con la loro violenza sfogarono vecchie frustrazioni: la società italiana era stata sconvolta dalla prima guerra mondiale e viveva un periodo di grande violenza e di profondi tumulti e rivolgimenti sociali, dovuti principalmente all'insoddisfazione per la cosiddetta vittoria mutilata e alle precarie condizioni in cui si trovava a vivere il popolo, impoverito dagli sforzi patiti durante il conflitto.

Il Tribunale Speciale (operante sino al luglio del 1943 e dal gennaio 1944 al crollo della Repubblica Sociale Italiana), corte giudicante in materia di reati contro la sicurezza dello stato ma anche per reati comuni quali rapina e omicidio, emise 5.619 sentenze di condanna, delle quali 4 596 eseguite. Le sentenze di condanne a morte furono quarantadue, di cui trentuno eseguite; le sentenze di ergastolo furono 3.

Il regime fascista portò – in conseguenza delle leggi razziali fasciste – all'arresto di milleduecentocinquanta aderenti all'ebraismo.

Il regime fascista della Repubblica di Salò partecipò attivamente anche alla deportazione degli ebrei italiani nei campi di sterminio nazisti:

gli oltre 600 ebrei partiti il 30 gennaio 1944 da Milano per il campo di concentramento di Auschwitz, erano stati quasi tutti rastrellati dalla polizia italiana.

molti furono anche gli ebrei deportati nei campi di sterminio nazisti, raccolti dal regime della Repubblica Sociale Italiana nel campo di concentramento di Fossoli; il 15 febbraio 1944 il campo di Fossoli passò sotto il diretto controllo delle SS e immediatamente dopo, il 19 ed il 22 febbraio, partirono due treni di deportazione degli ebrei verso i campi di sterminio nazisti — tra i circa 650 ebrei partiti col secondo convoglio per Auschwitz c’era anche lo scrittore ebreo Primo Levi.

Durante la seconda guerra mondiale, sul suolo italiano furono 194.000 i militari e 3.208 i civili caduti sui fronti di guerra (17.488 i militari e 37 288 i civili caduti in attività partigiana). Fuori dai confini dell'Italia, i morti furono: 9 249 militari morti in attività partigiana, 42 510 militari e 23 446 i civili morti fra i deportati nei campi di concentramento della Germania nazista e 5 927 militari caduti al fianco degli Alleati e 38 939 civili morti per i bombardamenti degli Alleati.

Taluni considerano tra le vittime del fascismo i morti che si ebbero tra alcune tribù libiche ribellatesi allo stato italiano (la Libia fu tra il 1911 e il 1947 una colonia italiana) nel 1915, approfittando del fatto che il governo italiano aveva preferito concentrare le proprie truppe sul fronte veneto per la guerra contro la Germania e l'Austria-Ungheria. Tra il 1922 e il 1931 fu intrapresa una poderosa opera di riconquista dell'entroterra libico (perduto a vantaggio di tali tribù) che portò alla morte di circa 13 000 ribelli libici.

Infine, vanno considerati fra le vittime del fascismo coloro i quali furono sottoposti alla misura del soggiorno coatto, ovvero il confino in piccole isole del mar Mediterraneo o in paesini prevalentemente del meridione d'Italia. La misura punitiva venne adottata sulla base del regio decreto n. 1848 emesso il 6 novembre 1926. Era applicabile verso chiunque fosse ritenuto pericoloso per l'ordine statale o per l'ordine pubblico.

In totale, coloro i quali furono sottoposti a soggiorno coatto furono oltre quindicimila. Fra di esse figurano i nomi di Antonio Gramsci, Cesare Pavese, Altiero Spinelli, Ferruccio Parri e Giuseppe Di Vittorio.

Fonti online:

Minerva.unito.it. URL consultato il 19 luglio 2020 (archiviato dall'url originale il 4 novembre 2018).

Criminidiguerra.it.

In vista delle elezioni politiche del 1924 Mussolini fece approvare la legge Acerbo, una nuova legge elettorale che avrebbe dato i due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto la maggioranza con almeno un quarto dei voti. La campagna elettorale si tenne in un clima di tensione senza precedenti con intimidazioni e pestaggi e la Lista Nazionale guidata da Mussolini ottenne la maggioranza assoluta, con il 60% dei voti. Come ha scritto lo storico e senatore comunista Francesco Renda, le elezioni del 1924 furono di fatto "la prima e ultima legittimazione costituzionale del fascismo".

Il 30 maggio 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti prese la parola alla Camera contestando apertamente i risultati delle elezioni e dichiarandone la loro illegittimità. Al mattino del 10 giugno 1924 Matteotti fu rapito fuori dalla propria casa e fu successivamente ucciso da una squadraccia fascista capeggiata da Amerigo Dumini.

L'opposizione rispose a questo avvenimento ritirandosi sull'Aventino, la cosiddetta secessione dell'Aventino, ma la posizione di Mussolini tenne fino al 16 agosto, quando il corpo decomposto di Matteotti fu ritrovato nei pressi di Roma. Uomini come Ivanoe Bonomi, Antonio Salandra e Vittorio Emanuele Orlando esercitarono allora pressioni sul re affinché Mussolini fosse destituito, Giovanni Amendola gli prospettò scenari inquietanti, ma Vittorio Emanuele III appellandosi allo Statuto Albertino replicò: «Io sono sordo e cieco. I miei occhi e le mie orecchie sono il Senato e la Camera» e quindi non intervenne.

L'uccisione di un deputato fascista, Armando Casalini, da parte di un militante comunista, contribuì a ricompattare la maggioranza di governo che aveva dato segni di sfaldamento di fronte al precedente grave episodio. Ma per tutta la seconda metà del 1924 il regime apparve pencolante e Mussolini scatenò una controffensiva mediatica contro i "quartarellisti" (gli iscritti che stracciavano la tessera del PNF dopo il ritrovamento del cadavere di Matteotti al Fosso della Quartarella): durante tutto il Ventennio, il sostegno al PNF in questo periodo fu equiparato alle benemerenze "antemarcia".

Il punto di svolta si fa tradizionalmente cadere nella notte di San Silvestro del 1924: ciò che accadde esattamente non sarà forse mai accertato, ma si sostiene ricorrentemente che una quarantina di consoli della Milizia, guidati da Enzo Emilio Galbiati, ingiunsero a Mussolini di instaurare la dittatura minacciando di rovesciarlo in caso contrario.

Con il discorso del 3 gennaio 1925, alla Camera, Mussolini si assunse ogni responsabilità per i fatti avvenuti:

«Dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l'ho creato con una propaganda che va dall'intervento ad oggi.»

Questo discorso prelude all'avvento della dittatura. Il 26 gennaio, nel suo primo e unico intervento da deputato, Gramsci denuncia il carattere di regime piccolo-borghese del fascismo, alleato e sponsorizzato dai grandi proprietari terrieri e industriali e ironizza pesantemente sull'ex alleato di partito, rievocando il suo passato socialista.

Le leggi fascistissime

Nel biennio 1925-1926 vennero emanati una serie di provvedimenti liberticidi: vennero sciolti tutti i partiti e le associazioni sindacali non fasciste, venne soppressa ogni libertà di stampa, di riunione o di parola, venne ripristinata la pena di morte, venne creato un Tribunale speciale per la cognizione dei reati di matrice politica, venne potenziata la misura di prevenzione del confino, con la quale l'autorità amministrativa (il cui superiore gerarchico era il Ministro dell'interno) poteva imporre il domicilio alle persone sgradite.

Il 24 dicembre 1925 una legge cambia le caratteristiche dello stato liberale: Benito Mussolini cessa di essere presidente del Consiglio, cioè primus inter pares tra i ministri e diventa primo ministro segretario di Stato, nominato dal re e responsabile di fronte a lui e non più al Parlamento; a loro volta i vari ministri sono nominati dal re su proposta del primo ministro e responsabili sia di fronte al re sia di fronte al primo ministro. Inoltre la legge stabilisce che nessun progetto potrà essere discusso dal Parlamento senza l'approvazione del primo ministro. Il 4 febbraio 1926 i sindaci elettivi vengono sostituiti da podestà nominati con decreto reale, mentre gli organi elettivi quali consigli e giunte vengono sostituiti da consulte comunali di nomina prefettizia. Il Regio Decreto n. 1848 del 6 novembre 1926 sciolse tutti i partiti, associazioni e organizzazioni che esplicavano azione contraria al regime.

Il 16 marzo 1928 la Camera dei deputati è chiamata a votare il criterio per il rinnovo della rappresentanza nazionale. Il criterio prevede una lista unica di 400 candidati scelti dal Gran Consiglio del Fascismo su proposta dalle organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro nonché da altre associazioni riconosciute. Gli elettori approveranno o meno tale lista. La riforma passa, quasi senza discussioni, con 216 sì e 15 no. Giolitti è uno dei pochi a protestare, ma viene messo subito a tacere da Mussolini con la frase: «Verremo da lei a imparare come si fanno le elezioni». Al Senato del Regno le proteste sono leggermente più animate, ma la legge passa con 161 favorevoli e 46 contrari. L'8 dicembre si chiude così la 28ª legislatura.

Il 24 marzo 1929 il popolo italiano è chiamato a votare la lista di deputati proposta dal Gran Consiglio del Fascismo: otto milioni e mezzo voteranno sì, soltanto 136.000 voteranno no; la percentuale dei votanti fu dell'89,6%.

La crisi economica del 1929

Il primo grosso problema che la dittatura dovette affrontare fu la pesante svalutazione della lira. La ripresa produttiva successiva alla fine della prima guerra mondiale portò effetti negativi quali la carenza di materie prime dovuta alla forte richiesta e a un'esigua produttività rapportata ai bisogni reali della popolazione. Nell'immediato, i primi segni della crisi furono un generale aumento dei prezzi, l'aumento della disoccupazione, una diminuzione dei salari e la mancanza di investimenti in Italia e nei prestiti allo stato.

Per risolvere il problema, come in Germania, venne deciso di stampare ulteriore moneta per riuscire a ripagare i debiti di guerra contratti con Stati Uniti e Regno Unito, cosa che comunque portò un certo aumento di inflazione. Le mosse per contrastare la crisi non si fecero attendere: venne messo in commercio un tipo di pane con meno farina, venne aggiunto alcool etilico alla benzina, vennero aumentate le ore di lavoro da 8 a 9 senza variazioni di salario, venne istituita la tassa sul celibato, vennero aumentati tutti i possibili prelievi fiscali, venne vietata la costruzione di case di lusso, vennero aumentati i controlli tributari, vennero ridotti i prezzi dei giornali, bloccati gli affitti e ridotti i prezzi dei biglietti ferroviari e dei francobolli.

Una degli strumenti propagandistici più efficaci del regime fu quello della cosiddetta "quota 90"; rivalutando infatti la lira nei confronti della sterlina inglese, Mussolini riuscì sì a far quadrare i conti dello stato, ma mise il paese fuori dai mercati d'esportazione poiché con tale mossa raddoppiò il prezzo delle merci italiane all'estero. Quando poi si registrò il crollo della borsa USA nella giornata del 29 ottobre 1929 (martedì nero), Mussolini ordinò di ignorare totalmente l'evento, pensando che l'episodio non avrebbe toccato minimamente l'Italia. L'economia nazionale entrò invece in una profonda crisi che portò alla nascita dell'IRI e che durò fino al 1937-1938. Solo nella metà degli anni 1930 Mussolini si rese conto della situazione e solo allora svalutò la lira del 41% e introdusse nuove tasse; da quel momento la politica del governo Mussolini diede scarso peso all'economia del paese, concentrandosi invece su una politica estera, in particolare nella guerra d'Etiopia e nella guerra civile spagnola prima e nella seconda guerra mondiale a fianco della Germania nazista poi.

La politica estera

In politica estera il fascismo seguì fino alla nomina agli Esteri di Galeazzo Ciano esclusivamente le direttive mussoliniane, dopodiché si trovò a dover agire - sia per la direzione di Ciano agli Esteri, sia per i minori margini di manovra dati dalla situazione internazionale - in maniera sempre meno autonoma e sempre più ideologica. Dopo la crisi di Corfù del 1923, Mussolini non si discostò per un lungo periodo dall'obiettivo del mantenimento dello status quo in Europa, seguendo una politica prudente e scevra da avventure militari, nonostante la retorica nazionalista e militarista fossero tra i caratteri distintivi del regime. L'Italia mantenne buone relazioni con Francia e Regno Unito, collaborò al ritorno della Germania nel sistema delle potenze europee pur nei limiti del Trattato di Versailles, tentando altresì di estendere la sua influenza verso i Paesi sorti dalla dissoluzione dell'Impero austro-ungarico (Austria e Ungheria) e, nei Balcani, (Albania e Grecia) in funzione anti-jugoslava. L'Italia fu il secondo Paese al mondo, dopo la Gran Bretagna, a stabilire nel 1924 relazioni diplomatiche con l'Unione Sovietica.

Scopo dichiarato della politica estera fascista, fin dai primissimi atti e discorsi politici di Mussolini, era quello di assicurare "a un popolo di quaranta milioni di individui" un posto di primo piano sulla scena mondiale. Questo significava annettere all'Italia territori coloniali dove "esportare" la propria eccedenza demografica attraverso la valorizzazione delle colonie esistenti e poi - nel 1935 - con la conquista dell'impero d'Abissinia. Contemporaneamente, la politica a breve periodo previde - fin quando possibile - la revisione dei trattati sottoscritti dall'Italia fra il 1918 e il 1922 che "mutilavano" la vittoria nella grande guerra e che portarono l'Italia ad acquisire Fiume nel 1924 e a garantire Zara nonostante la rinunzia al resto della Dalmazia.

I rapporti con la Chiesa cattolica e il Concordato 

La neutralità di questa voce o sezione sull'argomento fascismo è stata messa in dubbio.

Motivo: Le informazioni riportate sono parziali e sembrano sposare interamente la tesi della connivenza tra fascismo e Chiesa cattolica. Non si fa alcun riferimento allo scontro tra Mussolini e l'Azione Cattolica, né all'ostilità aperta di Pio XI verso la guerra in Etiopia e l'alleanza con Hitler, né in genere ai fatti che non riguardino il solo Concordato (pur importante). La lettura fa sembrare che il rapporto tra fascismo finisca nel 1929, quando invece ci sono rilevantissimi sviluppi anche per tutti gli anni '30 e '40

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Pochi giorni dopo la firma dei Patti Lateranensi, il 13 febbraio 1929, Pio XI, tenne un discorso a Milano a un'udienza concessa a professori e studenti dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, che passò alla storia per una lettura secondo cui Benito Mussolini sarebbe «l'uomo della Provvidenza»:

«Le condizioni dunque della religione in Italia non si potevano regolare senza un previo accordo dei due poteri, previo accordo a cui si opponeva la condizione della Chiesa in Italia. Dunque per far luogo al Trattato dovevano risanarsi le condizioni, mentre per risanare le condizioni stesse occorreva il Concordato. E allora? La soluzione non era facile, ma dobbiamo ringraziare il Signore di avercela fatta vedere e di aver potuto farla vedere anche agli altri. La soluzione era di far camminare le due cose di pari passo. E così, insieme al Trattato, si è studiato un Concordato propriamente detto e si è potuto rivedere e rimaneggiare e, fino ai limiti del possibile, riordinare e regolare tutta quella immensa farragine di leggi tutte direttamente o indirettamente contrarie ai diritti e alle prerogative della Chiesa, delle persone e delle cose della Chiesa; tutto un viluppo di cose, una massa veramente così vasta, così complicata, così difficile, da dare qualche volta addirittura le vertigini. E qualche volta siamo stati tentati di pensare, come lo diciamo con lieta confidenza a voi, sì buoni figliuoli, che forse a risolvere la questione ci voleva proprio un Papa alpinista, un alpinista immune da vertigini e abituato ad affrontare le ascensioni più ardue; come qualche volta abbiamo pensato che forse ci voleva pure un Papa bibliotecario, abituato ad andare in fondo alle ricerche storiche e documentarie, perché di libri e documenti, è evidente, si è dovuto consultarne molti. Dobbiamo dire che siamo stati anche dall'altra parte nobilmente assecondati. E forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare; un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini della quale tutte quelle leggi, tutti quegli ordinamenti, o piuttosto disordinamenti, tutte quelle leggi, diciamo, e tutti quei regolamenti erano altrettanti feticci e, proprio come i feticci, tanto più intangibili e venerandi quanto più brutti e deformi. E con la grazia di Dio, con molta pazienza, con molto lavoro, con l'incontro di molti e nobili assecondamenti, siamo riusciti «tamquam per medium profundam eundo» a conchiudere un Concordato che, se non è il migliore di quanti se ne possono fare, è certo tra i migliori che si sono fin qua fatti; ed è con profonda compiacenza che crediamo di avere con esso ridato Dio all'Italia e l'Italia a Dio.»

(Pio XI, allocuzione Vogliamo anzitutto)

Questa lettura, suffragata dal regime, ad esempio attraverso la rivista ufficiale del fascismo Gerarchia, pesò su tutto il pontificato di Pio XI, ma il significato di quei patti, che sancirono il reciproco riconoscimento tra il Regno d'Italia e la Città del Vaticano, fu il coronamento di estenuanti trattative tra emissari del papa e rappresentanti di Mussolini. Infatti quest'ultimo gestì l'intera faccenda personalmente.

Tra fascismo e Chiesa ci fu sempre un rapporto ostico: Mussolini si era sempre dichiarato ateo ma sapeva benissimo che per governare in Italia non si poteva andare contro la Chiesa e i cattolici. La Chiesa dal canto suo, pur non vedendo di buon occhio il fascismo, lo preferiva di gran lunga all'ideologia comunista. Alla soglia del potere Mussolini affermò (giugno 1921) che «il fascismo non pratica l'anticlericalismo» e alla vigilia della Marcia su Roma informò la Santa Sede che non avrebbe avuto nulla da temere da lui e dai suoi uomini.

Con la ratifica del concordato la religione cattolica divenne la religione di stato in Italia, venne istituito l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole medie inferiori e superiori (nelle scuole elementari era stato introdotto nel 1923) e venne riconosciuta la sovranità e l'indipendenza della Santa Sede. Questo però non compensò i continui soprusi post-concordatari del regime nei confronti di quelle attività ecclesiastiche che contrastavano col volere del Duce di monopolizzare la cultura e l'educazione italica: i seimila Circoli cattolici chiusi con la forza e sottoposti a devastazioni e violenze di studenti indottrinati e protetti dalla polizia, i vari bollettini parrocchiali censurati e osteggiati, l'encicliche papali silenziate e censurate, le vessazioni sui membri del partito Popolare spiati di continuo dal regime come oppositori, o fatti incarcerare come De Gasperi dimostravano la vera volontà dei fascisti nei confronti della chiesa. Pio XI si doleva di tutto ciò e spesso si sfogava col quadrumviro De Vecchi o altri diplomatici del regime, con affermazioni riportate dal De Vecchi stesso in un suo testo: “Ecco cosa avete fatto, avete imbrogliato il Papa! Lo dicono tutti, lo sanno tutti, lo scrivono dappertutto, dentro e fuori l'Italia”. Oppure: “L'Azione Cattolica è la pupilla degli occhi del papa ed è perseguitata con sistemi che non voglio qualificare perché la qualifica sarebbe troppo grave…Gli vada a dire (al duce, ndr) che con i sistemi che usa e con i fini che si propone, mi fa schifo… nausea, vomito…”

Il consolidamento politico del regime

Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia del grano, Leggi fascistissime, OVRA e Tribunale speciale per la difesa dello Stato (1926-1943).

Roma 1934: Facciata di Palazzo Braschi, sede della federazione fascista di Roma, durante la campagna per le elezioni politiche del 1934.

 La maggioranza degli italiani, soprattutto nei ceti medio-alti ma anche quel mondo agricolo vicino al Partito Popolare, trovò un modus vivendi con la nuova situazione, vedendo forse in Mussolini un baluardo contro il pericolo di una rivoluzione bolscevica e soprattutto contro il disordine economico successivo alla prima guerra mondiale.

Tale situazione venne favorita dal riavvicinamento con la Chiesa cattolica, che culminò nel Concordato dell'11 febbraio 1929 – i cosiddetti Patti Lateranensi – con cui si chiudeva l'annosa questione dei rapporti tra Stato e Chiesa aperta nel 1870 dalla Breccia di Porta Pia e che concedeva al cattolicesimo il ruolo di religione di Stato. Con i patti lateranensi firmati il 11 febbraio 1929 ci fu un accordo tra stato italiano e chiesa: la Santa Sede riconobbe lo stato italiano, che a sua volta riconosceva la sovranità sullo Stato della Città del Vaticano della Santa Sede stessa; quest'ultima ricevette anche delle indennità per la perdita dello Stato della Chiesa. L'intento politico di Mussolini, che pure era stato un acceso anticlericale in passato, era quello di allargare fortemente la base del consenso al fascismo (la grande maggioranza degli italiani dell'epoca era cattolica praticante). Nonostante ciò alcune critiche giunsero anche dall'interno del regime, come quella di Giovanni Gentile che pur riconoscendo il valore del cattolicesimo nell'identità culturale del popolo italiano, intravedeva un possibile pericolo nella rinuncia a quel concetto di laicità sul quale, a suo dire, si doveva ispirare il moderno stato fascista. I rapporti con le organizzazioni cattoliche e con il clero si mantennero tuttavia in un clima di sospetto reciproco: basti ricordare che il clero di intere province, ad esempio quella di Forlì, venne schedato dalla polizia, che comunque sorvegliava, anche mediante infiltrati, l'attività dei circoli cattolici.

Già agli anni Venti risalgono le prime opere del regime nel campo dei lavori pubblici e delle politiche sociali, opere che procurarono ampio consenso, come la bonifica dell'Agro Pontino, battaglia del grano (1925) e appoderamento del aree del latifondo paludoso-malarico a favore delle famiglie degli strati più indigenti tra gli ex combattenti del primo conflitto mondiale, colonie estive marine per combattere il gozzo (allora malattia endemica), e fondazioni delle "città nuove", opera del Razionalismo italiano, rurali o coloniali come Latina (allora Littoria), Sabaudia, Portolago, Torviscosa, Carbonia, Arborea (allora Mussolinia di Sardegna) che modificarono la visibilità internazionale del regime.

La propaganda venne sviluppata sia per mettere in luce le realizzazioni del regime, e sia per esaltare la personalità di Mussolini, come richiamandone i luoghi natali: Predappio e Forlì, che diviene nota come la "Città del Duce". Tali luoghi, anche rimodellati con opportuni interventi dagli architetti fascisti, divennero meta di pellegrinaggi, tanto spontanei quanto organizzati dal regime stesso.

La battaglia del grano fu un'iniziativa del regime promossa nel 1925, che prevedeva l'aumento della superficie coltivata e l'utilizzo di tecniche più avanzate quali la meccanizzazione e la diffusione di nuove varietà di grano, come le Sementi Elette, realizzate da Nazareno Strampelli. La "battaglia" portò a un aumento del 50 per cento della produzione cerealicola e le importazioni si ridussero di un terzo. L'autosufficienza fu raggiunta nel 1933.

Negli anni successivi si decise di portare avanti una seconda campagna, che alle "bonifiche integrali" avrebbe dovuto aggiungere una riforma agraria, ma le successive guerre e la resistenza dei latifondisti ostacolarono il programma. Sebbene non venisse intaccata la percentuale di terre dedicate alle colture pregiate, la destinazione degli aiuti di Stato soprattutto al settore del frumento svantaggiò gli altri settori. La meccanizzazione portò a una riduzione del numero di capi di bestiame allevati, tanto che il Regime dovette successivamente dare sostegno di Stato anche alla zootecnia.

Fra gli argomenti di propaganda, uno dei più ricorrenti era il richiamo alla Prima Guerra Mondiale ed all'importanza della vittoria italiana, come dimostrano anche i numerosi monumenti alla Vittoria che il regime fascista volle inaugurare, magari collegando le vittime della Guerra ed i cosiddetti martiri della rivoluzione fascista. In particolare, i festeggiamenti per il decennale del Regime videro l'intensificarsi della propaganda e delle inaugurazioni, compreso il Monumento alla Vittoria, a Forlì, che il Duce volle personalmente presentare alla "sua" città, con un celebre discorso in cui legava gli eroi della guerra ed i loro ideali con le idee del fascismo.

All'inizio degli anni 1930 la dittatura si era ormai stabilizzata ed era fondata su radici solide. Dal punto di vista normativo, si ebbe l'emanazione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (TULPS), e poco dopo ancora fu istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato (1926-1943) (che aveva come compito la lotta agli oppositori politici) e fu reintrodotta la pena di morte in Italia. Sotto il profilo amministrativo, era stata creata una polizia segreta, l'OVRA, la cui rete di spie si aggiungeva ai rapporti informativi con cui le pubbliche amministrazioni riferivano direttamente al duce.

I bambini, così come tutto il resto della popolazione, erano inquadrati in organizzazioni di partito; ogni opposizione era stroncata sul nascere; la stampa era profondamente asservita al fascismo: l'Italia insomma si era "abituata" al regime, tanto da osannarne il leader.

Durante questo periodo vennero organizzate diverse imprese aeronautiche. Dopo le crociere di massa nel mediterraneo e la prima trasvolata dell'Atlantico meridionale (1931), nel 1933 il quadrumviro della marcia su Roma, Italo Ba