Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2023

GLI STATISTI

TERZA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE
 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.
 


 

GLI STATISTI

INDICE PRIMA PARTE


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le carte segrete del Caso Moro.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ricordando il Divo.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Secessionisti.

Ingiustizia. Il caso Tangentopoli - Mani Pulite spiegato bene.

Ricordando Craxi.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Italiano per Antonomasia.

La Biografia.

Berlusconi e la Morte.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Berlusconi e la Salute.

Berlusconi e gli Affari.

Berlusconi e la Politica.

Berlusconi e lo Sport.

Berlusconi ed i Media.

Berlusconi e la Chiesa.

Berlusconi e la Cultura.

Berlusconi e la Gastronomia.

Berlusconi e gli Animali.

Berlusconi e la Famiglia.

Berlusconi e le Donne.

Berlusconi e la Giustizia.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Al tempo del Nazismo.

Al tempo del Fascismo.


 

INDICE QUINTA PARTE


 

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli eredi del Duce.
 


 

GLI STATISTI

TERZA PARTE



 

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Silvio Berlusconi, prima intervista dopo il ricovero: «È stata dura, ma ho sentito affetto. Ora rinnovo il partito». Paola Di Caro su Il Corriere della Sera il 22 Maggio 2023.

Il leader di Forza Italia: «Ho sempre avuto fiducia. Il centro? C’è più spazio e lo presidiamo noi» 

Si è affidato «al Cielo», ai medici, agli affetti più cari, a «mia moglie Marta, che ha superato sé stessa», all’amore del suo popolo e perfino all’affetto dei suoi avversari. Ma soprattutto alle sue forze, che sente di star ritrovando e che userà — assicura Silvio Berlusconi che torna per la prima volta a parlare dopo 45 giorni di ricovero al San Raffaele in cui si è temuto per la sua vita — per continuare a guidare Forza Italia. Il suo partito, del quale ci tiene a riconfermarsi leader assoluto, senza delfini o successori.

Continuerà il «rinnovamento» del suo movimento, annuncia il leader azzurro, senza «rottamazioni», come continuerà l’impegno a «presidiare il centro», senza rincorrere nessuno: Matteo Renzi, se vuole, venga «dalla nostra parte» ma non sarà Forza Italia a corteggiarlo. E guarda al futuro con ottimismo: gli italiani «si stanno rendendo conto» dell’«ingiustizia» da lui subita sul piano giudiziario per anni e «ci daranno fiducia».

Presidente, per prima cosa: come sta?

«Sto meglio, grazie. Devo ancora recuperare le forze, ma è solo questione di tempo».

È stata dura, c’è stata grandissima preoccupazione per le sue condizioni: ha avuto paura di non farcela?

«È stata dura, ma sono sempre stato fiducioso. Mi sono affidato, come in altri momenti difficili, all’aiuto del Cielo e alla professionalità dei medici e del personale sanitario del San Raffaele, che non finirò mai di ringraziare».

La sua Marta, i suoi figli, i suoi migliori amici: quanto sono stati importanti in un momento come questo? Cosa le hanno trasmesso?

«Marta ha superato sé stessa, mi è stata accanto con una cura e una dedizione senza eguali, spiegabili solo con il grande amore che ci lega. Molte volte ho dovuto pregarla io di riposarsi e di prendersi cura di sé, ma non mi ha lasciato neanche per un minuto. I miei figli, mio fratello, i miei amici mi sono stati anch’essi molto vicini, ogni giorno. Nei momenti difficili l’amore di una famiglia è davvero la cosa più importante. Ma vorrei dire una cosa in più».

Cosa?

«Ho percepito anche questa volta l’amicizia e l’affetto sincero, a tratti addirittura commovente, di molte persone, anche sconosciute. Tutti i leader politici, di maggioranza e di opposizione, mi hanno rivolto parole di augurio e di incoraggiamento, delle quali sono davvero molto grato. Ma poi c’è stato l’emozionante abbraccio del popolo azzurro, dei militanti e degli elettori di Forza Italia, che mi hanno sommerso di messaggi e di manifestazioni affettuose. Se ho superato bene questo momento difficile lo devo certamente anche a loro».

Lei è pronto a riprendere il suo lavoro, e come? Non ha avuto dubbi sul mostrare anche la sua sofferenza in video, non una scelta scontata.

«In verità non ho mai smesso di lavorare, anche dalla terapia intensiva ho tenuto i contatti con i dirigenti di Forza Italia dando indicazioni e suggerimenti sulla campagna elettorale per le Amministrative. A questo proposito, vorrei rivolgere un appello ai cittadini dei Comuni nei quali domenica e lunedì prossimi si va al ballottaggio: andate a votare, perché senza il voto la democrazia muore e muore il futuro dell’Italia, delle vostre città, dei vostri figli. Per quanto riguarda il futuro, abbiamo molte cose da fare e continuerò a farle, come sempre, alla guida di Forza Italia».

È vero che sta già pensando a una riorganizzazione del partito, anche in vista delle Europee?

«La storia di Forza Italia è quella di un continuo rinnovamento, dal 1994 ad oggi. Forza Italia è nata, oltre che per impedire ai comunisti di impadronirsi del governo della Nazione, anche per rinnovare profondamente la politica. Ma perché il rinnovamento sia credibile dobbiamo prima di tutto rinnovare noi stessi. Lo abbiamo sempre fatto e continueremo a farlo, ovviamente senza rottamare nessuno».

È soddisfatto di come è stata gestita Forza Italia mentre lei era in ospedale? È un partito che sta imparando a camminare da solo?

«Forza Italia ha una classe dirigente nazionale e locale esperta e autorevole. Ma non sono e non saranno soli, perché io continuerò naturalmente ad esercitare appieno, come ho sempre fatto, le mie responsabilità di fondatore e di leader di Forza Italia».

Come sono oggi i rapporti con i suoi alleati? E che spazio ha Forza Italia?

«Sono assolutamente eccellenti. Giorgia Meloni e Matteo Salvini mi sono stati vicini in queste settimane come dei veri amici, a riprova del fatto che il rapporto fra noi non è solo politico, ma è fatto anche di un profondo legame personale. Questo non toglie, ovviamente, che Forza Italia abbia un suo ruolo specifico. Con il Partito democratico sempre più spostato a sinistra e il tramonto del cosiddetto Terzo polo, che è morto prima ancora di nascere, lo spazio al centro si allarga e Forza Italia lo presidia con coerenza, perché siamo gli unici davvero liberali, cristiani, garantisti, europeisti, atlantisti. Siamo l’unica espressione italiana del grande centro della politica europea, il Partito popolare».

È possibile un rapporto più stretto con Renzi?

«Renzi dice spesso cose giuste, ma fino a quando non ne trarrà le conseguenze politiche, scegliendo la nostra metà campo, non si potrà andare al di là di occasionali convergenze in Parlamento».

Intanto il governo va avanti: su cosa ci si deve concentrare adesso?

«Occorre continuare sulla strada che abbiamo imboccato nei primi mesi: stabilizzare il taglio del cuneo fiscale anche per far ripartire l’occupazione giovanile, realizzare la riforma fiscale procedendo verso la flat tax, continuare a lavorare per accrescere le pensioni minime fino ad arrivare a 1.000 euro entro la legislatura, porre mano alla riforma della giustizia secondo le linee indicate dal ministro Nordio».

Con una emergenza imprevista in Emilia-Romagna: che fare, come? L’Europa può dare una mano?

«Ogni aiuto dall’Europa è naturalmente prezioso. Da parte nostra l’impegno è totale, a partire dalla sospensione di tutti i pagamenti, le bollette, i mutui, gli adempimenti tributari e contributivi e poi l’attivazione del fondo di garanzia per le piccole imprese, aiuti per il pagamento dei canoni di affitto e altro ancora. Di fronte alle drammatiche immagini che ci vengono dalla Romagna nessuno sforzo è troppo grande per aiutare quelle popolazioni».

Lei crede nell’emergenza climatica o come alcuni a destra pensa che sia un allarme esagerato?

«Io credo a quanto dice la gran parte della comunità scientifica oltre che all’evidenza stessa dei fatti. Cambiamenti climatici sono in corso ed è ragionevole pensare che, per una parte significativa, dipendano dall’uomo. Quindi impegnarci per salvaguardare il Creato, il mondo intorno a noi, che sarà il nostro lascito alle generazioni future, è un dovere che non ha nulla a che fare con questioni ideologiche o di schieramento politico. Altra cosa è discutere sui mezzi più efficaci e sul loro costo economico e sociale. Un certo ambientalismo ha più a che fare con l’avversione per il nostro modello di civiltà che con la difesa dell’ambiente».

Da uomo della tv, cosa pensa della Rai che verrà? Serve più spazio a volti di centrodestra?

«Non mi è mai piaciuto porre la questione in questo modo. Serve garantire il pluralismo dando spazio alla professionalità, senza etichette di parte. È quello che il governo si è impegnato a fare».

Ma lei che futuro vede per Forza Italia?

«Per Forza Italia vedo una funzione sempre più importante, perché noi e solo noi siamo il centro liberale e cristiano, che è indispensabile in una democrazia europea ed è parte essenziale della coalizione di governo. Sul piano dei consensi siamo stati penalizzati negli anni scorsi dagli effetti di una persecuzione giudiziaria nei miei confronti basata sul nulla e conclusa con una serie di assoluzioni, ma che ci ha gravemente danneggiato sul piano dell’immagine. Credo che gli italiani se ne stiano progressivamente rendendo conto e che torneranno a darci una larga fiducia».

E come vede la strada che sta imboccando il nostro Paese, tra crescita imprevista ma anche problemi strutturali e gestionali cronici?

«L’Italia, il Paese che amo, ha un grande futuro, perché il nostro è un popolo straordinario, capace di veri miracoli. Ma abbiamo anche grandi problemi da risolvere, a cominciare da una povertà diffusa davvero inaccettabile e dalla difficoltà per i giovani a costruirsi un futuro. Dobbiamo riformare la giustizia, snellire la burocrazia, modernizzare le infrastrutture. Dobbiamo insomma rendere il nostro Paese attrattivo per chi lavora e per chi crea lavoro. Per il resto, siamo già il Paese più bello del mondo».

(Adnkronos il 19 maggio 2023) – Dai pompelmi all'acqua santa di San Francesco di Paola, fino alla Madonna della Neve con il lumino, passando per coppole e catenine: Silvio Berlusconi durante la lunghissima degenza al San Raffaele di Milano ha potuto contare anche su omaggi (sacri e profani) portati al capezzale da una 'corte dei miracoli' di supporter venuti da tutta Italia. 

Non si sa quanto abbiano contribuito alla guarigione del Cav, ma sicuramente sono in tanti oggi a esultare per le sue dimissioni dall'ospedale, a 44 giorni dal ricovero in terapia intensiva per un'infezione polmonare in un quadro di leucemia mielomonocitica cronica.

Quando le condizioni dell'ex premier destavano ancora grande preoccupazione, una processione spontanea è iniziata fuori dal San Raffaele, dove il 7 aprile è spuntato lo striscione dei tifosi del Monza calcio: "Forza Silvio, Monza è con te", firmato dalla curva Davide Pieri. 

Immancabili la 'pasionaria' Noelle, la consacrata che da trent'anni segue il leader azzurro nei momenti più duri, scovata con rosario tra le mani a pregare per lui tra le corsie dell'ospedale e il 'fedelissimo' Marco Macrì, arrivato a Milano dopo dieci ore di treno dal Salento e rimasto a presidiare l'ingresso del San Raffaele per un'intera settimana, Pasqua inclusa, fin quando non è stato costretto al rientro al lavoro a Roma. 

E' stato Macrì, appostato con la sua vela 'Forza Silvio, il Salento è con te', a prendere in consegna i tanti doni arrivati da vicino e da lontano. ''Gli ho portato una coppola siciliana e tre pompelmi: uno rappresenta me, uno mio padre e uno Silvio'', che per noi ''è un cugino acquisito", raccontava il 7 aprile un supporter di Berlusconi, prima di consegnare tutto nelle mani del 'fedelissimo', che in appena 24 ore ha raccolto 35 lettere scritte a penna da militanti e fan di ogni età.  

'Caro presidente Berlusconi - scriveva un 17enne del Milanese - ti seguo politicamente e moralmente da anni. Ho voluto lasciarti questa lettera per dirti che non sei solo: io sarò sempre con te con il cuore, con la mente, sono sicurissimo che anche questa volta ce la farai'' "In molti casi chi viene giudicato, è migliore di chi giudica", il passaggio di un altro biglietto indirizzato al Cav. 

Tra i mittenti c'è anche chi ha tentato di consegnare la lettera direttamente nelle mani di Berlusconi: è il caso di Falco T. (si fa chiamare però 'il Tatuato'), che arrivato al San Raffaele incappucciato e con gli occhiali da sole, è entrato in ospedale diretto alla terapia intensiva, dove il leader di Arcore era ancora ricoverato. E non si è arreso di fronte all'impossibilità di accedere al reparto neanche Ettore Fragale, il 67enne arrivato da Cosenza in Flixbus a Pasquetta per consegnare a "zio Silvio" delle boccette di acqua santa di San Francesco di Paola e l'abitino per le grazie ricevute.

Non è riuscito a metterli nelle mani del presidente, ma ha dato il via - complice la ricorrenza pasquale - ai doni a tema religioso: e così davanti all'ingresso carrabile di via Olgettina 60, quello utilizzato dai parenti e dagli amici più stretti di Berlusconi per andare a fargli visita, Antonio, un operatore ecologico in pensione, ha fissato il quadro di una Madonna delle Neve con dei cerotti, che hanno 'miracolosamente' tenuto per oltre un mese, nonostante l'ondata di maltempo. Si è spento dopo pochi minuti, invece, il lumino acceso dal pensionato, che a opera completata ha detto ai cronisti:

"Speriamo che la Madonna lo salvi. Gli auguro ancora 240 mesi di buona vita''. Passando dal sacro al profano, nel mese e mezzo di ricovero i cronisti appostati fuori dal San Raffaele ne hanno viste di tutti i colori: dal passante che chiedeva 'avete mica visto Claudio Baglioni?', a 'Sasà re di Mykonos' con il suo cartello 'Forza Silvio', fino a John Travolta. O meglio, il sosia di 'Tú sí que vales' Stefano Bonesini. 

Questo però non l'ha specificato quando, la sera di Pasqua, si è fatto largo tra i giornalisti e, con aria distinta, giacca e cravatta, ha suonato al citofono dell'ingresso di via Olgettina 60, chiedendo di Berlusconi. ''Chi è lei?'', ha chiesto l'addetto alla sicurezza. Risposta: ''John Travolta''. Poi il balletto, per dimostrare che oltre l'aspetto dell'attore americano ha anche tutte le doti. Un tributo per "Silvio, che mi è simpatico". Chissà se il Cav lo avrà apprezzato.

Le condizioni di Berlusconi, oggi. di Simona Ravizza, Sara Bettoni, Redazione Online su Il Corriere della Sera il 6 Aprile 2023

Silvio Berlusconi, 86 anni, è ricoverato da ieri in terapia intensiva all’ospedale San Raffaele di Milano: non sono stati ancora emessi bollettini medici, ma le condizioni sono ritenute gravi

Silvio Berlusconi è ricoverato da mercoledì 5 aprile all’ospedale San Raffaele di Milano. Si trova in terapia intensiva, e le sue condizioni sono ritenute gravi, ancorché stabili.

Il senatore di Forza Italia non è intubato, e nella giornata di ieri era vigile.

Accanto all’ex premier c’è la sua compagna, Marta Fascina. Nel pomeriggio di ieri sono giunti al San Raffaele anche il fratello Paolo Berlusconi, i figli Marina, Barbara, Eleonora, Piersilvio e Luigi e la senatrice Licia Ronzulli: ma solo i familiari hanno potuto vedere il fondatore di Forza Italia.

Nella giornata di ieri non sono stati emessi bollettini medici; non è chiaro se ne saranno diramati oggi.

Ore 06:51 - La notte più difficile

(Gianluca Mercuri) Quella che è appena trascorsa è stata forse la notte più difficile di Silvio Berlusconi. L’ex presidente del Consiglio è ricoverato da ieri al San Raffaele di Milano e le sue condizioni sono considerate gravi, come conferma il fatto che tutta la sua cerchia familiare e amicale si sia stretta attorno a lui nel giro di poche ore. A dare per ore il titolo ai siti è stata però una frase ottimista del fratello Paolo: «È stabile, è una roccia, ce la farà anche stavolta».

Il leader di Forza Italia è stato ricoverato in terapia intensiva, ma non intubato: il trasferimento nel reparto al piano sotterraneo della palazzina Q dell’ospedale milanese è servito a isolarlo in un ambiente protetto, mentre veniva curato con gli antibiotici.

Ma cos’ha Berlusconi?

Inizialmente si è parlato di problemi respiratori legati a una recidiva di polmonite. E già questo bastava al suo entourage a definire la situazione delicata, anche se non drammatica. Il quadro è complicato da varie patologie e dall’età, 86 anni e mezzo. Ma è un quadro che Simona Ravizza aggiorna con questa rivelazione:

«Silvio Berlusconi soffre di una grave patologia del sangue. La stessa che ha causato il ricovero precedente (dal 27 al 30 marzo): non solo, dunque, esami di routine, ma anche le cure del caso. I dolori che lo affliggono e la polmonite di questi ultimi giorni in realtà sono complicazioni che possono subentrare su un fisico già debilitato».

Un fisico debilitato negli ultimi anni da varie vicissitudini: l’operazione a cuore aperto dopo un malore causato da un’insufficienza aortica, nel giugno 2016, che portò il suo medico Alberto Zangrillo a dire che aveva «rischiato di morire»; la colica renale acuta dell’aprile 2019; il Covid e la polmonite bilaterale nel settembre 2020; i 24 giorni di ricovero nell’aprile 2021, con valori anomali legati a problemi immunitari; l’infezione alle vie urinarie nel gennaio 2022, mentre si candidava alla presidenza della Repubblica. Ma è da un quarto di secolo che Berlusconi si difende da mali di ogni tipo: dal cancro alla prostata nel 1997, rivelato tre anni dopo, all’attentato — con una statuetta del Duomo scagliatagli sul volto — di cui fu vittima nel 2009.

Berlusconi, il più importante politico italiano degli ultimi trent’anni nonché la personalità più divisiva, ieri ha ricevuto messaggi di auguri da tutto il mondo politico, tranne dai 5 Stelle e dalla sinistra radicale.

La sua ultima uscita pubblica è stata sul suo profilo Instagram, il 2 aprile, domenica delle Palme: «Per me è anche la festa di tutti i fiori. Io li amo tutti, ma più di tutti amo i tulipani, soprattutto per la varietà dei loro colori. E allora guardate cosa ho combinato: un prato, un grande prato tutto di tulipani a casa mia, vi piacciono? Allora cercherò di farvelo vedere meglio in televisione. Per ora vi tulipano, no scusate ho sbagliato; vi saluto e vi abbraccio tutti!».

Ore 07:11 - Il corpo di Berlusconi, continuo elemento di sfida: gli infortuni, gli interventi e la statuetta sul viso

(Tommaso Labate) Adesso che amici e avversari pregano perché venga fuori dalla terapia intensiva del San Raffaele col ghigno classico di chi l’ha scampata bella ancora una volta, regalando nuova gloria alla vecchia teoria del medico Umberto Scapagnini sulla straordinarietà di un sistema neuro-immunitario che lo renderebbe «tecnicamente immortale», adesso insomma si può aggiornare il calcolo delle parti del corpo di Silvio Berlusconi che hanno finora ricacciato all’indietro i colpi proibiti del malanno.

Una guerra politica, più che un affare di salute: nella storia italiana a cavallo tra i due millenni, insieme forse al solo Marco Pannella — che però si è sottoposto a un numero imprecisato di scioperi della fame, oltre che all’auto-somministrazione di un’ottantina di sigarette al giorno fino all’ultimo giorno — Silvio Berlusconi ha assistito da vivo a quello che altre personalità di primissimo piano della politica del Dopoguerra, da Aldo Moro a Enrico Berlinguer, hanno avuto solo da morti.

E cioè al fenomeno di un corpo che si trasforma in strumento di lotta politica, motore di consenso, inchiostro per pagine di giornali e per libri di storia, stampa su magliette e spillette, materiale da convegno, icona impermeabile all’incedere del tempo. Ore 07:07 - I figli in visita, con Confalonieri e il fratello Paolo

(Sara Bettoni) La famiglia di Silvio Berlusconi e le persone a lui care gli si stringono attorno, nel difficile momento del nuovo ricovero al San Raffaele di Milano. Non il primo, ma sicuramente uno di quelli considerati con più preoccupazione.

L’apprensione si misura dalla scelta di mantenere un grande riserbo e in quella di evitare di sbilanciarsi con bollettini ufficiali.

È stata Marta Fascina, deputata 33enne di Forza Italia e compagna di Berlusconi (solo un anno fa hanno celebrato a Villa Gernetto, a Lesmo, un matrimonio simbolico) ad accompagnarlo di corsa in via Olgettina ieri. Gli è stata accanto per tutta la giornata.

Nei corridoi della struttura sanitaria ha trascorso lunghe ore anche Fedele Confalonieri, amico di una vita.

Il fratello di Silvio, Paolo, è stato tra i primi ad arrivare in ospedale per seguire gli sviluppi della polmonite che ha colpito Berlusconi. L’unico a concedere poche parole ai giornalisti che per tutto il pomeriggio hanno affollato gli ingressi del San Raffaele. «È stabile, è una roccia. Il suo umore? Il nostro è buono» ha detto infilandosi in auto.

Tutti i figli dell’ex premier gli hanno fatto visita per manifestargli vicinanza: Marina, Pier Silvio, Barbara, Eleonora. A loro si è aggiunto un poco più tardi anche Luigi.

Licia Ronzulli, capogruppo di Forza Italia in Senato — a cui da poco è stato tolto il coordinamento della Lombardia — ha voluto raggiungere l’ospedale una volta appreso delle sue condizioni. Ha preso un volo da Roma attorno alle 14, è arrivata al San Raffaele, ma l’accesso alla terapia intensiva è stato riservato solamente ai parenti e a Fascina.

Ore 07:16 - La malattia del sangue che ha colpito Berlusconi

(Simona Ravizza) Solo 10 giorni fa, lunedì 27 marzo, Silvio Berlusconi entra al San Raffaele nel tardo pomeriggio, e lo fa sulle sue gambe: per i beninformati sulle condizioni di salute dell’ex premier è un particolare importante che spinge a considerare il ricovero ormai quasi una routine alla voce «esami di controllo». Niente ambulanza, nessun elicottero come successo in passato.

Ma il sospetto che qualcosa non vada per il verso giusto arriva subito dopo.

Di ieri, ad appena una settimana di distanza dal rientro ad Arcore, il ritorno a sorpresa al San Raffaele intorno a mezzogiorno: anche stavolta l’ingresso è con l’auto privata e senza ambulanza. Poco dopo l’1 di pomeriggio la notizia che sorprende tutti: si è reso necessario l’ingresso in terapia intensiva, padiglione Q, piano - 1.

Le prime indiscrezioni parlano di problemi respiratori legati a una recidiva di polmonite. Chi ben conosce Silvio Berlusconi non nasconde che la situazione è delicata, anche se non viene definita drammatica.

La certezza che c’è qualcosa di ancora più grave arriva poco dopo: Silvio Berlusconi soffre di una grave patologia del sangue. La stessa che ha causato il ricovero precedente: non solo, dunque, esami di routine, ma anche le cure del caso.

I dolori che lo affliggono e la polmonite di questi ultimi giorni in realtà sono complicazioni che possono subentrare su un fisico già debilitato.

Poi la Pet, il prelievo del midollo, le cure. E forse la notte più complicata della vita.

Ore 07:32 - Così è scattato l’allarme, ieri

(Sara Bettoni) L’allarme scatta poco prima di mezzogiorno. Un malessere, il respiro affannoso, poi il viaggio in auto in tutta fretta verso via Olgettina insieme alla compagna Marta Fascina.

Il fondatore di Forza Italia si affida come di consueto alle cure di Alberto Zangrillo, suo medico personale e direttore della terapia intensiva.

Dopo una tac e gli esami del sangue, una volta accertata l’infezione polmonare, il primario decide di trasferirlo nel reparto al piano sotterraneo della palazzina Q.

Non viene intubato, ma si procede con gli antibiotici.

Il ricovero in terapia intensiva viene visto come una scelta precauzionale, per garantire al paziente un ambiente il più possibile protetto. Nessun bollettino medico ufficiale dal San Raffaele (qui i particolari sulla malattia dell’ex premier, una forma di leucemia).

È Antonio Tajani, ministro degli Esteri, ad accennare qualche dettaglio sullo stato di salute del leader attorno alle 14.

«Non era stato risolto il problema che riguardava una infezione, ma parla» dice a margine della riunione ministeriale Nato di Bruxelles.

Tantissimi i messaggi di sostegno, soprattutto dal mondo di centrodestra, che si susseguono col passare delle ore. La premier Giorgia Meloni twitta: «Un augurio sincero e affettuoso di pronta guarigione a Silvio Berlusconi, ricoverato al San Raffaele di Milano. Forza Silvio». Alle sue parole si accompagnano quelle di Ignazio La Russa, a nome suo e del Senato: un incoraggiamento rivolto al «senatore e amico». Proprio dai colleghi di Palazzo Madama scatta l’applauso al momento della chiamata a Berlusconi, che cade nel vuoto. Auguri di rapida guarigione anche dal presidente della Camera Lorenzo Fontana. Uguale supporto arriva da Anna Maria Bernini, ministra dell’Università e della Ricerca e vicecoordinatrice nazionale di Forza Italia: «Forza grandissimo presidente, siamo come sempre tutti al tuo fianco. Ti aspettiamo prestissimo con tutto l’entusiasmo e la carica che ogni giorno ci ispiri e ci insegni». Dal fronte leghista, il vicepremier e ministro Matteo Salvini pubblica sui social network uno scatto insieme a Berlusconi in Sardegna, corredato da una didascalia: «Forza Silvio, l’Italia ti aspetta!». Da Valditara a Crosetto, da Sangiuliano a Locatelli fino a Santanché e Fitto, il governo esprime solidarietà. Matteo Renzi (Italia viva) manda un «grande in bocca al lupo» a Berlusconi, durante la conferenza stampa in cui viene presentato come nuovo direttore del Riformista, mentre Carlo Calenda (Azione) lo definisce un «leone». Dal Pd il capogruppo Francesco Boccia coglie l’occasione di un intervento in Aula per inviare i propri auguri. Sostegno dai parlamentari Andrea Orlando e Debora Serracchiani.

Silenzio, invece, dagli esponenti del Movimento 5 Stelle.

Silvio Berlusconi da tempo “malato di leucemia mielomonocitica cronica”. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 6 Aprile 2023

Al San Raffaele il fratello Paolo e i figli Luigi e Marina. Le condizioni di Silvio Berlusconi, oggi, e le ultime notizie sulla salute dell’ex premier, età: 86 anni, ricoverato da ieri in terapia intensiva all’ospedale San Raffaele di Milano per una polmonite, insorta in seguito a una leucemia.

Il presidente Silvio Berlusconi è attualmente ricoverato in terapia intensiva per la cura di un’infezione polmonare. L’evento infettivo si inquadra nel contesto di una condizione ematologica cronica di cui è portatore da tempo: leucemia mielomonocitica cronica, di cui è stata accertata la persistente fase cronica e l’assenza di caratteristiche evolutive in leucemia acuta” secondo quanto riporta il bollettino diffuso dall’Ospedale San Raffaele di Milano, dove l’ex premier è ricoverato da ieri.

La strategia terapeutica in atto prevede la cura dell’infezione polmonare, un trattamento specialistico citoriduttivo mirato a limitare gli effetti negativi dell’iperleucocitosi patologica e il ripristino delle condizioni cliniche preesistenti”, prosegue il bollettino firmato dal medico personale Alberto Zangrillo, direttore del Dipartimento di Anestesia e Terapia intensiva del San Raffaele, e da Fabio Ciceri, primario delle Unità di Ematologia e Trapianto di midollo osseo e Oncoematologia.

La leucemia mieloide cronica (LMC) “è una malattia che si sviluppa nel midollo osseo e progredisce lentamente”, viene spiegato sul sito dell’Airc. “Il midollo osseo è un tessuto spugnoso“, dove “originano cellule immature, dette anche cellule staminali o blasti, da cui si sviluppano le cellule che costituiscono la parte corpuscolata del sangue (globuli rossi, globuli bianchi e piastrine). Se nel percorso che porta le cellule staminali a diventare adulte subentrano errori e mutazioni, può avvenire una trasformazione maligna che dà origine alla LMC”. 

Sia il fratello Paolo Berlusconi che la figlia maggiore del Cavaliere Marina, dopo essersi recati in ospedale questa mattina, sono tornati nel pomeriggio. In mattinata al San Raffaele era arrivato anche il figlio Luigi: i tre si sono trattenuti nel nosocomio per poco più di due ore.

A far visita all’ex premier nel pomeriggio anche il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri e Marcello Dell’Utri. “Oggi molto meglio di ieri – ha detto Confalonieri interpellato dai cronisti – Ci sono i medici. Stava dormendo. C’è preoccupazione però siamo più ottimisti“.

La prima notte in ospedale per Berlusconi è trascorsa senza particolari novità, avevano fatto sapere questa mattina fonti ospedaliere che in un primo momento avevano escluso la diffusione di un bollettino per la giornata di oggi. “Notte tranquilla, le condizioni sono stabili” ha dichiarato il vicepremier, ministro degli Esteri e numero due di Forza Italia, Antonio Tajani. “Ho parlato col professor Zangrillo che mi ha detto che le condizioni sono stabili – ha poi affermato intervenendo a “Start” su Sky TG24 – Lui chiama al telefono dirigenti del suo partito e questo significa che è vigile e dà indicazioni concrete”.

La telefonata ai vertici di Forza Italia

Da quanto si è appreso a seguito di una nota dell’Ufficio stampa di Forza Italia, Berlusconi questa mattina ha telefonato a Tajani, ha parlato con il capogruppo alla Camera Paolo Barelli, con il vice presidente del Senato Maurizio Gasparri e ha sentito gli altri dirigenti e vertici del partito. Ha rivolto un affettuoso saluto e ha raccomandato il massimo impegno in Parlamento, al governo e in Forza Italia perché “il Paese ha bisogno di noi!“. Tutti gli hanno assicurato che non mancheranno di essere più attenti, ligi e presenti nel seguire le sue indicazioni, in attesa che si ristabilisca presto e torni a essere il combattente di sempre, si apprende dalla nota.

Il presidente Berlusconi mi ha chiamato questa mattina: ero con dei colleghi al telefono e vedevo l’insistenza di una telefonata. La cosa mi ha fatto molto piacere, mi ha detto che ha lavorato fino a ieri sera e che si è interessato dei lavori parlamentari e dell’impegno di Forza Italia per il sostegno al governo” ha detto Barelli. “Era impegnato – ha ribadito il presidente dei deputati azzurri – nel voler essere informato dei lavori parlamentari e dell’attività organizzativa del partito, come se niente fosse. Ovviamente è una persona ricoverata, risulta che sta reagendo alle cure in maniera significativa. Credo che questa telefonata faccia ben sperare“.

A margine del saluto ai dipendenti di Palazzo Madama per la Pasqua, Gasparri, a chi gli chiedeva della telefonata ricevuta questa mattina dal leader di Fi, ha risposto: “Berlusconi ha fatto delle telefonate stamattina, già mi sembra questo un segno di speranza, direi che l’ho sentito normale, anche se so bene il contesto, per questo ho evitato che facesse sforzi”. “Ci ha detto di agire, è stato commovente, anche perché ieri sera ci siamo addormentati tutti preoccupati“, ha aggiunto. “Il presidente c’è – ha sottolineato – ora tocca ai medici, immagino che la vicenda sia impegnativa, ma il solo fatto che lui abbia pensato di voler comunicare ti dà lo spirito del personaggio”. “Ora aspettiamo e vediamo – ha concluso – Capisco la sua volontà di dare un segnale“.

Casini: “Come tanti condivido apprensione familiari”

Voglio abbracciare affettuosamente Silvio Berlusconi che conosco da tanti anni e con cui sono sempre rimasto, anche negli anni del più duro dissenso, in un rapporto di sincera amicizia. Come tanti italiani, condivido l’apprensione dei suoi familiari” scrive Pier Ferdinando Casini su Facebook.

Marina e Paolo tornati al San Raffaele

Sono ritornati alle 15 di oggi omeriggio all’ospedale San Raffaele di Milano Marina e Paolo Berlusconi, la figlia primogenita e il fratello di Silvio Berlusconi che si trova ricoverato da ieri in terapia intensiva nella struttura. I due sono arrivati con la stessa auto; per loro è la seconda visita odierna all’ex premier dopo quella di questa mattina.

Auguri e in bocca al lupo a Silvio Berlusconi. Esprimo anche la gioia personale di aver visto ieri tutto il Senato applaudire quando Berlusconi è stato nominato durante il voto di fiducia” ha dichiarato Raffaella Paita Presidente del Gruppo Azione-Italia Viva al Senato a SkyTg24.

Berlusconi reagisce bene, leucemia è trattabile

Le condizioni di Silvio Berlusconi “registrano oggi un incoraggiante miglioramento rispetto a ieri. Sebbene la situazione imponga la massima prudenza, l’ex premier starebbe reagendo in modo positivo alla terapia antibiotica decisa per curare la polmonite insorta negli scorsi giorni“.

Lo apprende l’Ansa da fonti vicino al presidente. “La forma di leucemia cronica da cui è affetto da tempo – come riferiscono le stesse fonti – peraltro non sarebbe rara per soggetti della sua età e viene normalmente trattata con terapie poco invasive, consentendo una qualità della vita pressoché normale“.

Siamo più sollevati, c’è un miglioramento. Siamo fiduciosi”. Così Paolo Berlusconi, ha commentato con i giornalisti uscendo dall’ospedale San Raffaele di Milano, dove ha fatto visita al fratello Silvio ricoverato da ieri. “Adesso sta riposando” ha concluso.

Alle 18 di oggi è arrivato al San Raffaele anche l’amministratore delegato del Monza, Adriano Galliani, per far visita all’ex premier Silvio Berlusconi. “Chi ci crede combatte, chi ci crede supera tutti gli ostacoli, chi ci crede è un vincente. Forza Presidente, ti aspettiamo presto”. Questo il messaggio inviato da tutti i calciatori del Monza, attraverso un video sui canali social del club, al presidente Silvio Berlusconi ricoverato all’ospedale San Raffaele.

Berlusconi, è Marta Fascina a gestire i contatti: il nuovo ruolo (con il benestare dei figli del Cavaliere) della “quasi moglie” di Silvio

Che il ruolo di Marta Fascina fosse in forte ascesa all’interno della famiglia Berlusconi si era capito già da tempo. Ma che improvvisamente potesse diventare così centrale, sia nella sfera privata che politica di Silvio Berlusconi, forse non se lo immaginava neanche lei stessa. Da quando l’ex premier è ricoverato nel reparto di terapia intensiva del San Raffaele, è la Fascina a tenere i rapporti con l’esterno, a dare informazioni sulle condizioni di salute del Cavaliere, ma anche a badare agli equilibri interni di Forza Italia. Con una delega pressochè totale.

Un ruolo ben visto e condiviso con i figli di Berlusconi, Piersilvio e Marina in particolar modo, che l’hanno in qualche modo eletta “first lady” di Arcore. Ma anche quello di Antonio Tajani e l’ala “governista” del partito. E così Marta Fascina si è ritrovata a gestire un’enorme mole di contatti, a raccogliere un’eredità pesantissima come può essere quella dei rapporti e contatti di Silvio Berlusconi. 

La deputata trentatreenne originaria di Melito Porto Salvo (Reggio Calabria), cresciuta a Portici (Napoli), non è più la ragazzina riservata entrata in Forza Italia nel 2018. Non a caso nel partito crescono di numero (e di “peso” politico) le persone vicine alla Fascina, mentre il graduale allontanamento di Licia Ronzulli – anche ieri rimbalzata all’ingresso del San Raffaele – sta a manifestare la definitiva benedizione sul ruolo della fidanzata di Silvio Berlusconi. Che il Cavaliere chiama “moglie“. Redazione CdG 1947

Leucemia mielomonocitica cronica: cos'è la malattia che ha colpito Berlusconi. Giampiero Casoni su Notizie.it il 6 Aprile 2023 

Leucemia mielomonocitica cronica: cos’è la malattia che avrebbe colpito Silvio Berlusconi anche se persone a lui vicine hanno detto che non risulta tale diagnosi. Sintomi, terapia e conoscenze attuale su una patologia che tende ad insorgere in età avanzata sono al centro dell’attenzione pubblica dopo il ricovero in terapia intensiva del leader di Forza Italia al San Raffaele di Milano.

Berlusconi ha la Leucemia mielomonocitica cronica

Premessa: in questa sede si analizza una diagnosi ufficiale. La Leucemia mielomonocitica cronica colpisce generalmente persone in età avanzata, in media intorno ai 70 anni. Non è fra le neoplasia sanguigne più aggressive ma “rappresenta comunque un grave problema di salute”. La forma leucemica di cui soffrirebbe Silvio Berlusconi, come comunicato oggi nel ‘bollettino’ diramato dall’ospedale San Raffale di Milano, è una malattia cronica che ha un rischio elevato di evoluzione clinica. Quale?

I dati Airc e le possibilità di terapia

Quello che si trasformi in una leucemia mieloide acuta, quella davvero pericolosa. I dati dell’Airc spiegano che si tratta di una patologia relativamente rara: in Italia colpisce circa 2 persone (2,4 per gli uomini e 1,8 per le donne) ogni 100.000. Il Riformista spiega che “si stimano quindi ogni anno circa 650 nuovi casi tra gli uomini e 500 tra le donne”. E le possibili cure? Una cura c’è e se ne era parlato a proposito del caso dello scrittore Alessandro Baricco: il trapianto di cellule staminali da un donatore.

Cos’è la leucemia mielomonocitica cronica? E la terapia citoriduttiva che sta facendo Berlusconi? Vera Martinella su Il Corriere della Sera il 6 Aprile 2023

La leucemia mielomonocitica cronica che ha colpito Berlusconi è uno dei molti sotto tipi di tumori del sangue esistenti: ognuno richiede cure differenti. Oltre alla chemioterapia, esistono farmaci mirati, a bersaglio molecolare. Ecco i sintomi che possono insospettire

Silvio Berlusconi è ricoverato in terapia intensiva, al San Raffaele di Milano, a causa di una polmonite, conseguenza di una  leucemia mielomonocitica cronica.La leucemia mielomonocitica cronica è una rara forma di leucemia, un tumore del sangue che colpisce le cellule staminali del midollo osseo, da cui «nascono» tutte le cellule del sangue (globuli rossi, bianchi e piastrine). In Italia si stimano circa 600 nuovi casi annui, ma non esistono numeri precisi. Si manifesta soprattutto attorno ai 70 anni, assai di rado può interessare persone più giovani. Come la maggior parte dei tumori del sangue, generalmente non dà sintomi specifici e viene per lo più scoperta attraverso esami del sangue di routine che presentano alcuni valori «sballati» (è sempre presente monocitosi, aumento dei monociti, che sono un tipo di globuli bianchi)

Come si arriva alla diagnosi di leucemia?

«L’ematologo procede con analisi del sangue specifiche, con l’agoaspirato midollare (per la biopsia), l’unica procedura che consente di avere una diagnosi certa – spiega Paolo Corradini, presidente della Società italiana di ematologia (Sie) e direttore di Ematologia alla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori (Int) di Milano -. Dagli esiti emergono informazioni utili a valutare, oltre alla cura, il tipo preciso di leucemia mielomonocitica cronica (ne esistono diversi sottotipi) lo stadio della malattia, i rischi per il paziente e, dunque, farsi un’idea della prognosi».

Quali sono le terapie?

«La maggior parte delle volte la leucemia mielomonocitica cronica evolve lentamente: il paziente può continuare le sue normali attività, ma fa dei controlli specifici - risponde Fabrizio Pane, Ordinario di Ematologia e direttore dell’Unità Operativa di Ematologia e Trapianti di Midollo all’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli -. In alcuni casi la malattia è così poco aggressiva che per molto tempo, anche anni, le persone non devono neppure sottoporsi a trattamenti. Oppure vengono prescritte cure per “bilanciare” le anomalie del sangue presenti nel singolo malato. In altri casi si inizia una terapia cosiddetta citoriduttiva (cioè quella prescritta a Berlusconi) che può essere con idrossurea con farmaci biologici ipometilanti (azacitidina oppure decitabina)».

Poi come si procede?

«Dipende. Se la malattia evolve in leucemia mieloide acuta si deve fronteggiare un tumore molto più aggressivo, con una prognosi spesso severa - risponde Corradini -. La strategia di cura per la mieloide acuta (la forma che aveva colpito l'ex calciatore Sinisa Mihajlovic) prevede cicli di chemioterapia ad alte dosi. Quando le condizioni del paziente lo consentono, si procede in seguito con un trapianto di cellule staminali, che è l’unico trattamento in grado di far sperare nella guarigione completa, ma che è molto complesso, pesante da tollerare e non può quindi essere eseguito in persone anziane (i 70 anni sono per lo più considerati l’età-limite) e con altre patologie».

Qual è la prognosi del paziente?

«In fase iperproliferativa (significa che la malattia sta procedendo rapidamente) la situazione è complessa - chiarisce Pane -. Ma si tratta di una situazione estremamente eterogenea, che varia da persona a persona, in base a diversi fattori, a partire dall’età e dalle condizioni generali di salute del singolo malato, oltre alla presenza di eventuali altre patologie diverse dal tumore. Se la cura prevista per la leucemia mielomonocitica cronica fa effetto, si può tenere sotto controllo la malattia anche per anni. Se invece la neoplasia “accelera” velocemente il suo decorso la situazione potrebbe degenerare in fretta».

Insomma, per valutare la situazione, bisogna conoscere bene molti aspetti e sapere con precisione tanti fattori relativi allo specifica neoplasia della singola persona. Esistono oltre 100 tipi diversi di tumori del sangue appartenenti a tre grandi macro-gruppi: leucemie, linfomi e mielomi. Per ognuno di questi ci sono poi decine di sottotipi differenti, che richiedono cure specifiche e che hanno una prognosi molto varia. Ogni anno sono circa 30mila gli italiani che si ammalano di una neoplasia ematologica. In alcuni casi il paziente non deve neppure fare dei trattamenti, ma soltanto controlli e convive con il tumore anche decenni. In altri, purtroppo, la malattia è talmente aggressiva che può provocare il decesso nel giro di pochi giorni.«Anche le leucemie possono manifestarsi in forma acuta (più grave e con un decorso aggressivo), ma la maggior parte in realtà tende ad avere un andamento molto “lento” o cronico» chiarisce Paolo Corradini.  

Se è certo che, essendo i tumori patologie tipiche dell’invecchiamento, due terzi dei malati oncoematologici sono persone con più di 65 anni, molto più complicato è rispondere alla domanda: come si cura la leucemia? «Impossibile dare una risposta valida per tutti, la decisione viene presa innanzitutto in base al sottotipo di tumore in questione e poi considerando diversi fattori, a partire dall’età e dalle condizioni di salute generali del paziente» spiega Fabrizio Pane.

Quali sono i sintomi che devono insospettire?

«I segnali iniziali sono sempre piuttosto vaghi e poco specifici e potrebbero essere spia di molte altre patologie, non di rado simili a quelli di una brutta influenza) – conclude Corradini —. È però importante parlare con un medico in presenza di: febbre o febbricola (in particolare pomeridiana o notturna) e un senso di debolezza che perdurano senza cause apparenti per più di due settimane; dolori alle ossa o alle articolazioni che non regrediscono; perdita di appetito e dimagrimento improvviso e ingiustificato; emorragie sottocutanee (piccole chiazze rosse chiamate petecchie) e/o sanguinamenti delle mucose spontanei (epistassi e; sanguinamenti e ulcerazioni del cavo orale); gonfiore indolore di un linfonodo superficiale del collo, ascellare o inguinale. Possono essere presenti anche una sudorazione eccessiva, soprattutto di notte, che obbliga a cambiare gli indumenti e un prurito persistente diffuso su tutto il corpo».

Berlusconi, la leucemia cronica e l’insufficienza renale: le cure e le speranze della famiglia. Simona Ravizza su Il Corriere della Sera il 7 Aprile 2023

Il leader di Forza Italia è in terapia intensiva ma la malattia è trattabile e i figli e il fratello si dicono «più sollevati». I problemi ai reni ora sotto controllo, l’azione per ridurre i globuli bianchi

Dopo i timori e il grande spavento, è il momento del cauto ottimismo. Perlomeno della speranza. È troppo presto per tirare un sospiro di sollievo, ma le condizioni di Silvio Berlusconi ricoverato dall’altroieri in Terapia intensiva al San Raffaele sono in leggero miglioramento. La diagnosi di leucemia cronica, scoperta oltre un anno fa, non è rara visti gli 86 anni compiuti. L’ex premier ora è sotto chemioterapia.

La lotta è contro i globuli bianchi alle stelle: il tentativo di farli scendere è affidato a una pastiglia, che non comporta effetti fastidiosi anche psicologicamente come la caduta dei capelli e la nausea. I forti dolori alla schiena che hanno afflitto il leader di Forza Italia negli ultimi tempi sono una delle conseguenze della malattia.

In questo contesto va inserito anche il ricovero di quattro giorni dal 27 al 30 marzo. E legati alla leucemia sono soprattutto i rischi di processi infiammatori che la grave patologia del sangue può scatenare a cascata. La polmonite è uno di questi: di qui la cura antibiotica che potrà dare a breve i primi effetti.

L’altro problema che ha fatto preoccupare è l’insufficienza renale, che ora appare sotto controllo. In chi ben conosce lo stato di salute del premier c’è la voglia di credere che anche stavolta il fondatore di Fininvest e di Mediaset darà prova della sua capacità di reagire, come già avvenuto in passato. Ma allo stesso tempo c’è la consapevolezza che non bisogna cadere in eccessi di ottimismo. Cautela, è la parola che ripete chi più gli sta vicino.

La leucemia, anche se in forma cronica, rende Berlusconi come gli altri malati un soggetto immunodepresso: in queste condizioni ogni minima complicazione può fare cambiare il quadro clinico da un momento all’altro. Il miglioramento delle sue condizioni viene, comunque, definito incoraggiante.

Silvio Berlusconi resta in terapia intensiva: impossibile al momento fare previsioni su quanto tempo dovrà restarci. È al padiglione Q, piano - 1, in un box isolato dal passaggio dei parenti degli altri malati. Al fianco del medico di fiducia Alberto Zangrillo, primario di Anestesia e Rianimazione, da ieri esce allo scoperto anche Fabio Ciceri, primario di Ematologia, Trapianto di midollo osseo e Oncoematologia.

Nelle ultime settimane l’ex premier è stato sottoposto a Pet e prelievo del midollo, i tipici esami per arrivare alla diagnosi di leucemia. Nella giornata di ieri più volte scatta l’allarme: la vita di Berlusconi appare appesa a un filo. Sotto osservazione i movimenti dei figli: nel primo giorno di ricovero, l’altroieri 5 aprile, il loro arrivo tempestivo, uno dopo l’altro, a trovare il papà è il primo segnale che stavolta non si tratta dei controlli di routine a cui le cronache sulla salute di Berlusconi ci hanno abituato. E ieri il loro andirivieni viene interpretato a più riprese come la prova di un aggravarsi delle condizioni del leader di Forza Italia. Supposizioni smentite dalla realtà: anche a tarda sera le condizioni dell’ex premier non vengono definite drammatiche.

Del resto, Silvio Berlusconi ha sorpreso più volte. È il giugno 2016 quando dopo l’operazione a cuore aperto in seguito a un malore causato da un’insufficienza aortica Zangrillo dichiara: «Ha rischiato di morire, era davvero in condizioni severe, preoccupanti e ne era consapevole». E dopo il Covid del settembre 2020 è lo stesso Berlusconi ad ammettere: «Grazie al cielo e alla professionalità dei medici ho superato quella che considero la prova più pericolosa della mia vita». Nessuno può scommettere se sarà così anche stavolta. Quel che è certo è che la famiglia si consola pensando che Berlusconi sta reagendo bene e che il tipo di leucemia è trattabile. Lo spiega il fratello Paolo uscendo dall’ospedale: «Sta riposando. Siamo più sollevati, c’è un miglioramento. Abbiamo la consapevolezza che è curato nel migliore dei modi e quindi siamo fiduciosi».

Dagonews il 7 aprile 2023.

La diagnosi di leucemia mielomonocitica cronica su Silvio Berlusconi risale a due anni fa. La malattia è stata tenuta sotto controllo fino alla fine di marzo, quando l’aggravarsi dei problemi al sangue ha destato preoccupazione rendendo necessario il primo ricovero al San Raffaele.

 In quell’occasione il Cav è stato sottoposto al primo ciclo di chemioterapia per contrastare questa particolare forma di leucemia.

 Si tratta di una terapia molto pesante che ha debilitato l’organismo dell’ottantaseienne Silvio e portato alla polmonite bilaterale acuta. Le difficoltà respiratorie del Cav (“Mi manca l’aria”) lo hanno costretto a un secondo ricovero al San Raffaele. Berlusconi, arrivato in ospedale alle 5 del mattino, è stato sottoposto a un secondo ciclo di cure chemioterapiche. Il “vecchio leone” di Arcore starebbe reagendo positivamente alle cure. La situazione, per ora, resta stazionaria…

 Estratto da open.online

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La chemioterapia

L’esperto spiega che la chemioterapia è la cura necessaria: «Si usa in genere la azacitidina, una terapia demitilante che si somministra per via sottocutanea per sette giorni al mese». Si deve poi somministrare periodicamente. L’obiettivo è portare alla guarigione il midollo osseo in tempi lunghi. Sperando che non dia tossicità. Invece in caso di leucemia acuta si usa il trattamento d’urto, quello per via endovenosa. Tra gli effetti collaterali Pagano spiega che il paziente può andare incontro all’aplasia post chemioterapica. 

«Si tratta di un periodo di 15 giorni durante il quale non ha difese nei confronti delle infezioni perché i globuli bianchi sono molto bassi», aggiunge il dottore. «In queste condizioni si possono sviluppare infezioni di tipo batterico o fungino», fa sapere. E il paziente può rischiare una sofferenza cardiaca e un numero crescente di episodi emorragici. Tra cui il più pericoloso è quello cerebrale. Oltre al rischio di polmoniti e sepsi.

La pastiglia

Il Corriere della Sera invece scrive che Berlusconi sta assumendo la chemioterapia tramite una pastiglia. Che non comporta, dice, la nausea e la caduta dei capelli. I dolori alla schiena che hanno afflitto l’ex Cavaliere invece sono una delle conseguenze della malattia. E sono legati alla leucemia anche i rischi di processi infiammatori a cascata. Come la polmonite, curata con gli antibiotici e che dovrebbe avere i primi effetti a breve. (...)

 Prognosi e diagnosi La particolarità della forma che ha colpito Silvio Berlusconi è che la malattia è caratterizzata dall’aumento di una particolare popolazione di globuli bianchi: i monociti. Il trattamento è richiesto quando le cellule cancerose aumentano così tanto da bloccare la produzione di globuli rossi, piastrine e globuli bianchi normali da parte del midollo osseo. La prognosi associata alle neoplasie del sangue sta migliorando significativamente in tutte le fasce d’età. Le immunoterapie, i farmaci a bersaglio molecolare e gli approcci intercellulari stanno modificando la storia clinica del trattamento dei tumori. Sebbene il tasso di successo sia ancora molto variabile, queste nuove prospettive fanno davvero ben sperare.

Zangrillo e Ciceri, i due medici di Berlusconi: il primario-amico e l’esperto di leucemia. Silvia Turin su Il Corriere della Sera l’8 Aprile 2023

Le due figure chiave: il primo lo segue da 30 anni, il secondo si occupa da sempre di leucemia

Due figure chiave dell’ospedale San Raffaele si occupano dei parametri vitali e della patologia per cui Silvio Berlusconi è ricoverato in terapia intensiva: sono Alberto Zangrillo e Fabio Ciceri.

Il primo è da 30 anni il medico personale del leader di Forza Italia, sempre vicino in tutti i momenti in cui c’è stato bisogno di intervenire, ma anche legato a Silvio ormai da un’amicizia profonda.

Il secondo è stato chiamato per affrontare le conseguenze della leucemia mielomonocitica cronica diagnosticata a Berlusconi e causa delle complicazioni in atto, in particolare modo la polmonite bilaterale e l’insufficienza renale.

Le ultime notizie sul ricovero di Silvio Berlusconi, in diretta

Ciceri si occupa da sempre del trattamento di leucemie acute, linfomi aggressivi, neoplasie mieloproliferative e anemie. Nel corso della sua carriera ha maturato competenze avanzate nel campo del trapianto di midollo. Da anni è impegnato nello sviluppo clinico di programmi di terapie avanzate (come la terapia genica e quella cellulare) nell’ambito oncologico e non.

Nato il 29 luglio 1964 a Milano, Fabio Ciceri è primario delle unità di Ematologia e trapianto di midollo osseo e dal 2022 direttore del Cancer center dell’Irccs ospedale San Raffaele. È ordinario di Ematologia all’università Vita-Salute San Raffaele, dove dirige la rispettiva scuola di specializzazione ed è presidente di Gitmo, Gruppo italiano di trapianto midollo osseo.

Appassionato di musica classica e opera, è attivo anche nel sociale. È impegnato da anni nella cooperazione internazionale in ambito medico sanitario con Aispo (Associazione italiana per la solidarietà tra i popoli), ong di cui è anche presidente.

Figura più nota al pubblico, anticonformista, corteggiato più volte dalla politica, Alberto Zangrillo ha sempre scelto la medicina dichiarando «sono nato medico e morirò medico». Attualmente è primario dell’unità operativa di Anestesia e rianimazione generale, cardio-toraco-vascolare e dell’area unica di Terapia intensiva cardiologica e cardiochirurgica. Per l’università Vita-Salute San Raffaele ricopre i ruoli di prorettore per le attività cliniche e professore ordinario di Anestesiologia e rianimazione.

La sua carriera medica è stata interamente dedicata alla rianimazione. Zangrillo ha lavorato tantissimo affinché la terapia intensiva fosse interpretata in modo multidisciplinare coinvolgendo di volta in volta le competenze utili al malato.

Tra i suoi successi clinici si ricorda il caso di un 14enne di Cuggiono, Michi, rimasto intrappolato nelle acque del Naviglio grande nel 2015 per 43 minuti (dopo il tuffo da un ponte) e rianimato con una tecnica «estrema» che ha permesso al ragazzo di risvegliarsi in buona salute dopo un mese.

Nato a Genova il 13 aprile del 1958, tifoso accanito del Genoa Calcio fin da bambino, da due anni ne è anche diventato il presidente. È stato insignito del titolo di Cavaliere al merito della Repubblica Italiana e di Commendatore.

Estratto da open.online il 10 aprile 2023.

Sono state diverse le visite ricevute dal leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, […] ricoverato all’ospedale San Raffaele dopo le complicazioni di una polmonite e per proseguire la chemioterapia contro la leucemia mielomonocitica cronica.

 A raggiungere nel pomeriggio di ieri, domenica 9 aprile, l’ex premier nel reparto di terapia intensiva, […] anche Orazio Fascina, padre di Marta Fascina, deputata di Forza Italia e compagna del Cavaliere. Orazio Fascina dal giorno del ricovero di Berlusconi non ha mai abbandonato la struttura sanitaria del capoluogo lombardo.

 Il rapporto tra Marta e i suoi genitori – che sono divorziati da quando lei era ancora piccola: gli ultimi anni della sua adolescenza li ha vissuti con la madre e lo zio Antonio – sembra essere stato sempre molto disteso da quello che trapela dalle varie interviste.

 La madre, Angela Della Morte, è un’ex insegnate da tempo in pensione che non ha mai posto vincoli alla storia della figlia con Silvio. Mentre il padre, Orazio Fascina, un cancelliere prima del Tribunale di Napoli, oggi di Salerno stando agli elenchi del Comune campano, nonostante abbia ottimi rapporti con la ex moglie e la deputata, pare, […] non fosse presente al ricevimento del 19 marzo scorso a Villa Gernetto, residenza di Lesmo (Monza e Brianza), durante la celebrazione del “matrimonio simbolico” (senza alcun valore legale e patrimoniale) tra la figlia, Marta Fascina, e Silvio Berlusconi. Anche se il nome di un “Orazio” era tra gli invitati.

«Una famiglia semplice», viene descritta dai residenti del quartiere dove la compagna del leader di Forza Italia ha vissuto dagli 8 anni (quando la famiglia si è trasferita da Porto Salvo, in Calabria a Napoli, nel comune di Portici) ai 18 anni, poi è andata a Roma a studiare alla Sapienza. […]

Dagospia il 25 Aprile 2023. SU TWITTER I COMMENTI ALLA VISITA DELLA MAMMA DI MARTA FASCINA, ANGELA DELLA MORTE, A BERLUSCONI

Selvaggia Lucarelli: Angela Della Morte fa visita al genero Berlusconi. Io avrei aspettato un attimo

-La signora Angela Della Morte al capezzale di Berlusconi. Manco in un cinepanettone

-Angela Della Morte, madre di Marta Fascina, fa visita al genero per la prima volta. Ci credo che Berlusconi non voleva vederla in ospedale

-- Per fortuna che Silvio non è scaramantico

-Ditelo che sta scrivendo tutto uno sceneggiatore geniale e malvagio

-Le battute su Angela Della Morte solo se sei Age o Scarpelli, altrimenti è prima media convinti di fare satira politica

-Angela Della Morte in ospedale? Secondo me una toccatina alle palle, Silvio se l’è data

-Queste cose non si fanno, proprio ora che si stava riprendendo…

Estratto da open.online il 25 Aprile 2023.

Dall’ingresso di via Olgettina 60 dell’ospedale San Raffaele di Milano, dove Silvio Berlusconi è ricoverato dal 5 aprile scorso per una polmonite come conseguenza di un indebolimento delle difese immunitarie per una leucemia mielomonocitica cronica di cui il Cavaliere soffre da due anni, esce una misteriosa donna bionda, con il viso coperto da grandi occhiali da sole. Secondo le voci che si rincorrono dalla corsia al capannello di giornalisti fuori dalla struttura, si tratterebbe di Angela, la mamma di Marta Fascina, che mai era apparsa accanto alla figlia. 

E i fotografi non si fanno pregare: negli archivi non esistono immagini sue, e la signora, il cui cognome da nubile è Della Morte, non ha mai fatto uso di social. Mamma Fascina oggi è in pensione, ma per tutta la vita ha insegnato lingue alle superiori. Da anni è separata dal marito Orazio, anche lui in pensione, che era cancelliere al tribunale di Salerno.

Ma gli ex coniugi hanno mantenuto rapporti amichevoli, ed entrambi hanno condiviso la scelta della figlia di candidarsi con Berlusconi. Il video e le immagini girate all’uscita del San Raffaele fanno intravedere alla guida dell’auto un uomo con occhiali e mascherina, difficile da identificare con certezza ma assai simile a papà Fascina, che in queste settimane ha spesso fatto visita all’ex premier.  

(...)

Orazio Fascina, il padre di Marta, al San Raffaele: chi è l’ex cancelliere che Berlusconi chiama «papà». Fulvio Bufi per corriere.it il 10 aprile 2023.

Lavorava al tribunale di Salerno, oggi è in pensione e in questi giorni vuole stare accanto alla figlia. Il forte legame con il leader di Forza Italia, con cui ha stretto una profonda amicizia

Nel ristretto giro di persone che hanno accesso al capezzale di Berlusconi al San Raffaele, dall’altro giorno c’è anche Orazio Fascina, il padre della compagna del leader di Forza Italia, Marta Fascina. Da quando è nato il legame tra Berlusconi e la giovane ex impiegata dell’ufficio stampa del Milan, entrata poi in Parlamento con FI, i familiari della Fascina hanno sempre mantenuto un profilo bassissimo. Mai una dichiarazione pubblica, un commento, una foto. Orazio pare non fosse nemmeno presente nel marzo 2022 alla simbolica cerimonia nuziale a Villa Gernetto, sebbene tra quanti ebbero accesso all’organizzazione della festa trapelò che nell’elenco degli invitati c'era qualcuno che si chiamava Orazio. Nessuna indiscrezione, però, sul cognome e quindi nessuna certezza se il padre della «sposa» abbia partecipato all’evento oppure no.

Che sia stato o meno quel giorno a Villa Gernetto, Orazio Fascina, così come la sua ex moglie Angela Della Morte, insegnante in pensione, ha comunque sempre condiviso e approvato la decisione della figlia di stringere una relazione con Silvio Berlusconi e poi di trasferirsi in pianta stabile ad Arcore, dove oggi risulta ufficialmente residente. Orazio, poi, è andato anche oltre la semplice approvazione del legame tra sua figlia e l’ex premier. Con lui ha stretto una profonda amicizia che in breve tempo si è consolidata al punto che oggi Berlusconi lo chiama affettuosamente «papà».

Nessuna sorpresa, quindi, tra quanti sono a conoscenza del rapporto tra i due, che oggi Orazio Fascina si sia temporaneamente trasferito a Milano. Anche per essere accanto a sua figlia che in questi giorni sta praticamente vivendo al San Raffaele. Del resto Orazio Fascina oggi non ha impegni di lavoro che possano impedirgli di spostarsi dove gli pare e per tutto il tempo che vuole. Nel 2019 è andato in pensione, dopo aver lavorato per molti anni come cancelliere al Tribunale di Salerno. Quella di dipendente dell’amministrazione giudiziaria è stata per lui una sorta di seconda vita professionale, iniziata quando la famiglia ritornò a Napoli (città di cui il padre di Fascina è originario) dalla Calabria, dove per un periodo Orazio e Angela decisero di trasferirsi stabilendosi a Melito Porto Salvo, la cittadina in provincia di Reggio dove c’erano già altri parenti e che compare come comune di nascita sui documenti di Marta Fascina, anche se lei la ricorda poco perché l’ha lasciata quando era poco più che una bambina.

A Melito suo padre aveva messo in piedi insieme con il fratello una agenzia di assicurazioni che divenne in breve una delle più quotate non solo della provincia di Reggio Calabria, e che ancora oggi è attiva e gestita con successo dai nipoti di Orazio. Poi la chiamata dal tribunale — difficile ricostruire oggi se in virtù di una domanda presentata prima del trasferimento a Melito Porto Salvo o di un concorso al quale Orazio decise di partecipare, alla ricerca di una occupazione stabile e più sicura — e il ritorno in Campania. Ma in quello stesso periodo arrivò anche la separazione dalla moglie. Orazio Fascina, infatti, non ha mai abitato a Portici, dove Marta è vissuta con la madre e dove ha frequentato le scuole superiori, diplomandosi al liceo classico. Il rapporto tra l’ex cancelliere e sua figlia (così come quello con Claudio, il figlio maschio), non ne ha però mai risentito. Normale, quindi, che ora le sia accanto.

Estratto da corriere.it il 24 aprile 2023.

Angela Della Morte, la madre di Marta Fascina, per la prima volta ha fatto visita al «genero» Silvio Berlusconi al San Raffaele. La donna è arrivata all'ospedale lunedì 24 aprile alle 12.15, nascondendosi dietro occhiali scuri e mascherina, ed è andata via intorno alle 13 uscendo da via Olgettina 60 a bordo di un'auto della scorta. Nessuna dichiarazione ai giornalisti. 

Riservata, la signora Angela, come lo fu al «matrimonio» simbolico del 19 marzo 2022 tra l'ex premier e Marta a Villa Gernetto, a Lesmo (in Brianza, vicino ad Arcore), quando preferì restare defilata: «Non rilascio dichiarazioni, cosa dovrei dire? Siamo persone semplici», l'unica risposta. Introvabile anche sui social. Di lei si sa che ha insegnato lingue alle scuole superiori, e che ora è in pensione. 

Una signora bionda di mezza età che vivrebbe a Portici, Napoli, con la madre anziana e il fratello. Le sue origini sono calabresi, e infatti Marta è nata a Melito Porto Salvo (Reggio Calabria) il 9 gennaio 1990. 

Ha un altro figlio, Claudio, che ha fatto la carriera militare. Da quanto Marta era piccola, è separata da Orazio Fascina, con cui avrebbe però mantenuto buoni rapporti. Marta, dagli 8 ai 18 anni, ha vissuto con la mamma, il fratello Claudio e lo zio Antonio a Portici (Napoli). Poi si è trasferita a Roma per gli studi alla Sapienza

(...)

La prevalenza del twittarolo.  Il ricovero di Berlusconi e la gara d’imbecillità nel Grande Indifferenziato Guia Soncini su L’Inkiesta l’8 Aprile 2023

Su Twitter in questi giorni c’era chi diceva che il leader di Forza Italia è peggio di Bin Laden e chi si felicitava per la sua imminente morte. Udite, udite, non c’è bisogno di dire al mondo le cose maleducate che direste ai vostri amici a cena, parola di cafona di gran classe

Mi piacerebbe inaugurare una modalità accogliente per quest’epoca di lettori analfabeti ai quali dopo due righe s’abbiocca la concentrazione. Una modalità in cui, nelle prime due righe, c’è il senso di tutto l’articolo (modalità che piacerebbe moltissimo anche ai seo che indicizzano gli articoli con criteri giustamente adeguati all’imbecillità dei lettori-non-lettori).

Secondo questa modalità, che non so però per quanti giorni avrò la pazienza di portare avanti (la mia capacità di ricordarmi dei buoni propositi è commisurata a quella dei lettori di capire gli articoli), le prime due righe di questo articolo dovrebbero essere: la civiltà è andata a meretrici quando abbiamo iniziato a chiamare le buone maniere «ipocrisia».

Oggi sono dieci anni dalla morte di Margaret Thatcher e, poiché la vita è sceneggiatrice, il ricovero di Silvio Berlusconi ha scatenato esattamente le stesse dinamiche. Thatcher muore nell’anno in cui compirebbe ottantotto anni; Berlusconi viene ricoverato nell’anno in cui ne compirà ottantasette. Per entrambi, la mia derelitta generazione mai uscita dall’assemblea d’istituto (e quelle successive, che sono persino peggio quanto a scarsezza dialettica e immaturità) ritiene di dover comunicare al mondo quant’è contenta della morte o quasi morte dell’avversario politico.

Che non è mica avversario politico, naturalmente: è incarnazione del male con un livello di complessità da cartoni animati (adesso mi diranno che i cartoni animati sono una sofisticatissima forma espressiva, tanto per completare il quadro della loro perpetua sedicennitudine).

La settimana in cui morì la Thatcher, scrissi su un blog che non esiste più del mio trovare buffo il fatto che i miei coetanei «vibrino di sdegno al ricordo delle politiche thatcheriane (quello che la psicanalisi definirebbe un falso ricordo, visto che le suddette politiche erano in essere quando loro ancora dovevano aspettare tre ore dopo mangiato prima di fare il bagno), empatizzino come fossero stati minatori in sciopero quando sono rigorosamente gente che è stata fuori corso fino a trentacinque anni e cui la mamma non ha mai smesso di passare la paghetta e, quel che è più esilarante, abbiano pronta la riduzione a un dittatore qualunque se obietti in tal senso: “Mica devi esser stato partigiano per disprezzare Hitler”».

Ieri, girando su Twitter, c’era uno che diceva che Berlusconi è stato peggio di Bin Laden, e io veramente non so da dove cominciare con questa gente che una volta non avrei incrociato e la cui imbecillità ora l’internet mi costringe a constatare quotidianamente – dandomi in cambio la pizza a domicilio, sì, ma a volte quasi penso che sarebbe meglio dover ricominciare a cucinare, se in cambio tornasse la civiltà della conversazione.

L’altroieri un’adulta di cui non faremo il nome ha scritto un tweet in cui si felicitava per l’imminente decesso di Berlusconi. È successo un putiferio francamente sproporzionato rispetto all’impatto culturale e di fama della signora, perché nel Grande Indifferenziato è tutto, appunto, uguale, e l’urgenza della signora di sentirsi spiritosa e di sinistra si specchia nell’urgenza degli altri di dirle «vergogna, puntesclamativo» come fossero tutti il Gabibbo.

In cui che la signora «ha pubblicato con Mondadori» viene puntesclamativato con l’enfasi che si userebbe se questo significasse qualcosa: viviamo in un posto in cui un libro l’ha pubblicato pure il mio portiere, non è che si possa dar retta a chiunque abbia pubblicato un libro come fosse Umberto Eco.

Una pletora di giornalisti televisivi ha rilanciato la foto del tweet (che l’autrice aveva nel frattempo cancellato), e io da due giorni mi chiedo: chi è più imbecille?

L’adulta che sente l’urgenza espressiva di dirsi felice perché muore uno che manco ha mai incontrato, o l’adulto che le risponde vergogna, non si augura la morte a nessuno, e quasi certamente venti minuti prima ha augurato la morte a uno che gli ha fregato il parcheggio?

L’adulta che prova qualcosa – qualunque cosa: sollievo, gioia, rivalsa – rispetto alla morte d’un tizio che ha vissuto a lungo e bene e ignaro della di lei esistenza, o l’adulto che si agita dicendo bisogna scrivere a Mondadori, devono sapere, devono stracciarle il contratto?

L’adulta che invece di dire agli amici «ahò, a me sta antipatico e son contenta se muore» lo dice – giacché qualche sortilegio ci ha convinti che dobbiamo dire in pubblico tutto tutto tutto quel che diremmo in privato, altrimenti siamo ipocriti – a decine di migliaia di sconosciuti? Gli sconosciuti che le dicono «vergogna, hai anche lavorato per Mediaset»? Gli sconosciuti che per difenderla dicono «eh ma come si fa a non aver lavorato per Berlusconi se hai lavorato nella cultura in questo paese»?

È una gara di imbecillità che avrebbe fatto scrivere a Fruttero&Lucentini un quarto volume della saga dei cretini, e il fatto che “La prevalenza del cretino” fosse uscito trentotto anni fa rende drammaticamente evidente che le dinamiche sociali sono ormai solo copie di mille riassunti (d’altra parte lo sono almeno dai tempi di Balzac, ma finché gli imbecilli non ci arrivavano in forma di notifica sul telefono lo notavamo meno).

Il ricatto «eh ma non si può non lavorare per Berlusconi» mi pare il più divertente, forse perché mi ricorda «eh ma se non l’avesse data a Harvey Weinstein la sua carriera sarebbe finita»: siamo l’epoca che ha deciso che per difendere una scelta sia necessario dire imbecillità indifendibili. Non finì la carriera di Sandro Veronesi quando smise di pubblicare con Mondadori, non finirono le carriere della Paltrow o della Jolie quando non vollero più avere a che fare con Weinstein: né a Hollywood né in Italia c’è mai stato un monopolio del mondo dello spettacolo o dell’editoria, checché ci abbiano raccontato retori pigri.

Se proprio si vuole difendere il proprio diritto a lavorare per un editore che si disprezza, mi pare che l’unico modo non imbecille sia quello di Paolo Rossi che, più di trent’anni fa, a obiezioni sofisticate quali «fai il comunista e poi prendi i soldi da Fininvest», rispondeva: non è chi te li dà, è come li spendi.

Ma, in generale, vale il fatto che non c’è bisogno di dire al mondo le cose maleducate che dici ai tuoi amici a cena. Giuro. Non è trasparenza: è cafonaggine. Ve lo dico da cafona d’un certo livello, ma da cafona abbastanza adulta da essere cafona per scelta, non per distrazione né per malintesa sincerità.

Non ho tuttavia ancora risposta alla domanda su quale sia la cretineria che prevale in questa gara serratissima, e non è solo perché, come diceva la canzone, risposta non c’è nelle parole. È perché, oggi come dieci anni fa, non ho capito di cosa esultino coloro che sentono che la loro vita migliorerà a Berlusconi morto. Fosse morto giovane. Fosse morto nel pieno del potere. Ma, se dovesse morire oggi, o quandunque morirà dopodomani, somiglierà parecchio alla morte della Thatcher ottantasettenne in un letto dell’hotel Ritz. Scusate se mi cito di nuovo, ma «si può sapere di cosa esulti? Della morte tout court? Ti è chiaro, sì, che non ne sei esentato? Che moriremo pure noi, non so se più giovani ma probabilmente alla pensione Miramare?».

Estratto da open.online il 7 aprile 2023.

Massimo Tartaglia è l’uomo che il 13 dicembre 2009 aggredì Silvio Berlusconi scagliandogli in faccia la statuina in ferro del Duomo. L’ex Cavaliere ne uscì sfigurato e pieno di sangue. accusato di lesioni pluriaggravate nei confronti dell’ex premier, Tartaglia era stato assolto dal gup Luisa Savoia nel giugno del 2010 perché totalmente incapace di intendere e volere.

 […] Mentre Berlusconi è malato, torna a parlare con l’edizione milanese di Repubblica. Dicendo in primo luogo che gli dispiace per la diagnosi: «Ho sentito che ha diverse patologie, una leucemia, la polmonite. Che deve fare la chemioterapia. Che è il secondo ricovero nel giro di pochi giorni».

Poi torna sulla sera dell’aggressione: «Sono passati tredici anni, quella sera io ero fuori, non stavo bene. Adesso mi dispiace per Berlusconi veramente. Non è un mio parente stretto, non voglio essere ipocrita nel dire che sto soffrendo eccetera. Non nascondo nemmeno che all’epoca avevo sviluppato una rabbia e un odio nei suoi confronti. Ma spero tanto che si riprenda. Prego con il cuore per lui».

Tartaglia racconta di aver scritto all’ex premier una lettera attraverso i suoi avvocati per chiedergli di perdonarlo: «Lo ha fatto. Non ha mai agito nei miei confronti. Avrebbe potuto chiedermi un risarcimento, avrebbe potuto rovinarmi…. E invece niente. Glielo riconosco».  […]

Estratto da today.it il 6 aprile 2023.

Sono ore di apprensione per Silvio Berlusconi […]. […] Purtroppo in casi come questo, quando si parla di un personaggio molto importante e allo stesso tempo divisivo, non mancano parole irrispettose, che qualcuno non risparmia neanche davanti a una situazione così delicata. Quando però questo "qualcuno" è un personaggio noto, cadono le braccia.

Daniela Collu, conduttrice e scrittrice, ha pubblicato un tweet, poi prontamente rimosso: "La morte non si augura a nessunoahahahhaha pepepeppeppeppe zazueira zazueira" ha scritto, simulando virtualmente la nota canzone di quando parte il trenino alle feste. Un tweet vergognoso che il giornalista Massimo Falcioni ha ripubblicato, avendo fatto lo screen: "C'è chi cancella - ha aggiunto - e chi salva". E poi ancora: "Ride di una persona malata. Fa un tweet perculativo. Lo cancella. Blocca. Che elemento. Daniela Collu ha cancellato il suo tweet vergognoso. Neanche il coraggio di rivendicare le figure di merda".

Daniela Collu, infatti, dopo la mossa di Falcioni lo ha bloccato sul social, dove nei suoi confronti - adesso - si è scatenata una bufera. E qualcuno fa giustamente notare: "Si può contattare la Mondadori in qualche modo? Non è ammissibile pubblicare i libri di una persona del genere". Mondadori, che ha edito il nuovo libro di Collu, di cui Marina Berlusconi è presidente dal 2003.

Da liberoquotidiano.it il 6 aprile 2023.

"Se muore non mi dispiaccio certo. Quell’uomo lì merita il peggio": un tweet orribile quello scritto da Enrico Sola su Twitter a proposito di Silvio Berlusconi, ora ricoverato al San Raffaele di Milano.

Si tratta di un blogger che in passato ha scritto anche sul Post (l'ultimo articolo risale al 2018) e che rivendica tutt'ora questa collaborazione sul suo profilo Twitter. Ma questo non è l'unico tweet dedicato al Cav. Sola ha scritto anche: "Trump quasi in galera, Berlusconi quasi morto, la juve quasi in B. Stai a vedere che le preghiere funzionano. Quasi".

 Quando un utente gli ha fatto notare che la sua uscita "non è bellissima", lui ha risposto: "È un’uscita sincera. Non ho problemi ad ammettere che sono uno dei tanti che sarà contento quando Berlusconi morirà. È uno dei pochi a cui ho augurato ogni male, date le vite rovinate e le morti che ha sulla coscienza. A partire da Carlo Giuliani. Senza ipocrisie". […]

Berlusconi, Frankie hi-nrg: "Io lo detesto, voi mi fate ribrezzo e schifo". Da liberoquotidiano.it il 6 aprile 2023.

Silvio Berlusconi ricoverato. E in gravi condizioni. […] Eppure in un momento così drammatico, si distinguono anche alcune bestie […] che si spendono in particolare sui social […] augurandogli pronta morte e assicurando di essere pronti a festeggiare in caso di dipartita.

Un orrore, becero e violento, contro il quale si è scatenato anche Matteo Salvini, definendo "penosi" questi personaggi, persone con "tare mentali". Ma il caso indigna non soltanto la politica. Per esempio, anche il celebre rapper Frankie hi-nrg ha voluto esprimere tutta la sua rabbia e il suo disappunto per questa incommentabile vicenda.

 E lo ha fatto a sua volta su Twitter, laddove ha cinguettato: "Io tutti quelli che si dicono pronti a festeggiare, ridanciani e biricchini, senza citare il motivo di tanta incontenibile impazienza in queste ore, ecco, mi fanno tra il ribrezzo e lo schifo. E lo dico io, che lo detesto da sempre", scrive in modo rude, ma efficace. […]

Estratto dell’articolo di Antonio Fraschilla per “la Repubblica” il 6 aprile 2023.

Svenimenti in diretta, operazioni tenute segrete e poi rivelate anni dopo, ricoveri sotto i riflettori delle telecamere. Silvio Berlusconi, il “potenzialmente immortale”, come arrivò a dire venti anni fa il suo medico di fiducia, Umberto Scapagnini, della sua salute ha fatto scena e retroscena. E ha sempre giocato con il suo corpo, colpito dalle malattie della vita, e cercato di farlo sembrare più giovane e forte rispetto all’età. L’immagine che ne è venuta fuori, così come lui voleva, è quella di un uomo che può superare tutto, rinvigorendo il mito del Berlusconi senza tempo.

 Così il Paese, accanto alle donne che gli ruotavano intorno e ai tanti peones nominati ai vertici dello Stato, ha conosciuto negli anni anche i medici che ne hanno narrato le gesta, e che ne hanno curato la pelle: da Scapagnini appunto, che aveva trovato l’elisir di lunga vita berlusconiana, un intruglio con yogurt, oli e minerali naturali che arrivavano dalla Cina, ad Alberto Zangrillo, che in diverse occasioni lo ha fisicamente sorretto evitando rovinose cadute a terra.

 (…)

L’uveite, il pacemaker, la statuetta sul viso: tutte le battaglie combattute sul corpo di Berlusconi. di Tommaso Labate su Il Corriere della Sera il 6 Aprile 2023

Nel 2018 la battuta: non sono mai riuscito a invecchiare perché ho sempre lavorato

Silvio Berlusconi colto da malore nel 2006 (in alto), colpito al volto da una statuetta nel 2009 (nel riquadro) e al Senato con gli occhiali nel 2013 per l'uveite (in basso)

Adesso che amici e avversari pregano perché venga fuori dalla terapia intensiva del San Raffaele col ghigno classico di chi l’ha scampata bella ancora una volta, regalando nuova gloria alla vecchia teoria del medico Umberto Scapagnini sulla straordinarietà di un sistema neuro-immunitario che lo renderebbe «tecnicamente immortale», adesso insomma si può aggiornare il calcolo delle parti del corpo di Silvio Berlusconi che hanno finora ricacciato all’indietro i colpi proibiti del malanno. 

Una guerra politica, più che un affare di salute: nella storia italiana a cavallo tra i due millenni, insieme forse al solo Marco Pannella — che però si è sottoposto a un numero imprecisato di scioperi della fame, oltre che all’auto-somministrazione di un’ottantina di sigarette al giorno fino all’ultimo giorno — Silvio Berlusconi ha assistito da vivo a quello che altre personalità di primissimo piano della politica del Dopoguerra, da Aldo Moro a Enrico Berlinguer, hanno avuto solo da morti. E cioè al fenomeno di un corpo che si trasforma in strumento di lotta politica, motore di consenso, inchiostro per pagine di giornali e per libri di storia, stampa su magliette e spillette, materiale da convegno, icona impermeabile all’incedere del tempo.

Partendo dai piedi e finendo alla testa, il calcolo va per approssimazione: la prostata aggredita da un tumore nel 1997, le vie urinarie interessate da un’insidiosa infezione all’alba dell’elezione del presidente della Repubblica nel 2022, l’intestino occluso nel 2019, un frammento di menisco asportato nel 2006 ad Aversa, un femore contuso (inizialmente si pensava rotto) nel 2019 a Zagabria, un ginocchio maltrattato dall’artrosi nel 2014, il cuore a cui è stato impiantato un pacemaker nel 2006 e a cui è stata sostituita una valvola aortica dieci anni dopo perché «stavo per morire», i polmoni attaccati da un Covid «con una carica virale mai vista», gli zigomi e la mandibola colpiti dalla statuetta del Duomo lanciatagli contro da Massimo Tartaglia nel 2009, gli occhi tumefatti dall’uveite nel 2013.

Il corpo martoriato, che per altri sarebbe diventato quantomeno elemento di serena riflessione in vista di un onorevole ritiro dal proscenio, da un certo punto in poi per Berlusconi è diventato l’elemento di una nuova narrazione. L’uomo che con Fininvest rompeva il monopolio della Rai, che col Milan batteva il Real Madrid, che con Forza Italia sconfiggeva «i comunisti», s’è trasformato col tempo nel corpo ferito sì ma mai domo. 

La prima volta che si dà del vecchietto è a 77 anni compiuti, la notte di San Silvestro del 2013, in un attimo di cedimento a una malinconia alimentata dalla condanna in via definitiva e dalla conseguente decadenza da senatore: «Sono un vecchietto ma non posso permettermi di finire la mia avventura umana, imprenditoriale, da uomo di sport e da uomo di Stato come un perdente». Quattro anni dopo, l’aggettivo «vecchietto» se l’è già rimangiato. Durante un viaggio in Molise per le Regionali del 2018 si ferma a discutere con alcuni anziani a Bagnoli del Trigno, provincia di Campobasso. «Io non sono riuscito a invecchiare perché ho sempre lavorato!», dice ad alta voce. Un pastore si fa avanti e gli fa: «Eh ma la vecchiaia arriva...». E il Cavaliere: «Arriva? Lei dice? Posso toccarmi le p...e?».

A tutti i malanni arrivati in seguito, il corpo e la testa di Berlusconi hanno risposto allo stesso modo, seguendo sempre una liturgia ogni volta più difficile da replicare: malattia, guarigione, convalescenza, la sorpresa per il primo intervento telefonico a un convegno periferico di Forza Italia, il sollievo generale per la prima foto postata sui social, l’attenzione collettiva per il primo ritorno in televisione, il tutto come se fosse la prima volta che succede, con la strana magia di quei film che hai visto e rivisto ma è come se fosse sempre la prima volta. Si piange a questo punto, si sorride poi. Una sceneggiatura che l’amico Vittorio Sgarbi, ieri, sfruttando l’imminenza del Venerdì Santo, ha colorito con un parallelo noto più o meno a tutti: «Stavolta Silvio ci sorprenderà domenica, che è il giorno di Pasqua». È vecchia la storia, in fondo, dell’autoconsacratosi «unto del Signore». Trent’anni dopo.

Eredità Berlusconi, il nodo sui marchi: dal cognome a «Rivoluzione Italia». Storia di Mario Gerevini e Daniela Polizzi su Il Corriere della Sera domenica 3 dicembre 2023. 

I marchi europei di proprietà personale di Silvio Berlusconi non erano una priorità nella successione. Ma adesso sono sul tavolo dei suoi eredi. «Che ne facciamo?», si staranno chiedendo i 5 figli che hanno appena chiuso l’iter della successione e riorganizzato l’assetto di Fininvest secondo le intese firmate a settembre. Per esempio «L’Italia che lavora» fino al 23 ottobre 2032 è una loro esclusiva e ci possono marchiare innumerevoli prodotti. Così CENTRODESTRA UNITO o GRANDEITALIA o altri, in maiuscolo o minuscolo. Non c’è, tuttavia, «Forza Italia» che è di proprietà diretta del partito. Il pacchetto di marchi passato ai figli per successione comprende, innanzitutto, il cognome di famiglia tutto maiuscolo «BERLUSCONI». I diritti d’uso del brand, però, sono limitati al solo comparto «Mutande», tra le centinaia di categorie commerciali possibili (profumeria, utensili, abbigliamento, giochi, carne, caffè, bevande ecc).

Il ricorso di Brenno Bianchi

Il motivo è che Brenno Bianchi, 32 anni, studioso di diritto (tesi di 378 pagine rintracciabile sul web), uomo fuori dagli schemi (dicono gli amici), contitolare a Milano della piccola casa editrice «Le lucerne», aveva presentato un ricorso per decadenza (l’ha scritto Il Fatto Quotidiano) all’Euipo, l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale. Al termine dell’iter ha ottenuto ragione quasi su tutto col timbro finale del 26 giugno scorso, due settimane dopo la morte dell’ex premier. Procedura per decadenza perché nessun prodotto con il marchio BERLUSCONI era stato realizzato. Tranne, forse, mutande. Il Cavaliere non si è opposto e alla fine, soccombendo, ha dovuto pagare le spese.

Il cognome in minuscolo

Ad oggi però Bianchi non risulta titolare del marchio BERLUSCONI né, probabilmente, avrebbe ottenuto il via libera dell’Euipo. Ma allora perché l’ha fatto? Gli telefoniamo: «L’idea era farmi notare e magari avere l’occasione di parlare 5 minuti con Berlusconi». Ci è riuscito? «No, anzi credo non se ne se ne sia nemmeno accorto». Archiviamo il caso Bianchi e passiamo al cognome minuscolo. Il marchio «berlusconi» se l’era invece accaparrato 10 anni fa, investendo 4.050 euro, un’azienda tedesca di information technology, la Netspeed di Monaco che poi però ha rinunciato a sfruttarlo e a confermarne la registrazione. Cosa resta dunque oggi nel portafoglio marchi ereditato dai figli? Quelli attivi spaziano da «Grande Italia» a «Centrodestra Unito» e «Centrodestra per la libertà» in varie declinazioni e poi «Altra Italia» che dà l’idea della voglia di cambiare che aveva Berlusconi, al punto che a 81 anni nel luglio 2018 registrò anche il marchio ben più aggressivo «Rivoluzione Italia».

Il marchio «Bunga Bunga»

Intanto la società inglese Italian Circus di due imprenditori dell’intrattenimento, Charles Gilken e Duncan Stirling, sfruttando l’eco mondiale di una vicenda di cronaca italiana con l’ex premier al centro, aveva registrato ovunque, Stati Uniti compresi, il marchio «Bunga Bunga». È nato così a Londra il nightclub Bunga Bunga, con arredi e orpelli «impreziositi» dai classici stereotipi sull’Italia, «un mix di karaoke, piste da ballo e pizze lunghe un metro», ha scritto il Guardian. Un successo, almeno all’inizio, e pare fosse frequentato anche dal principe Harry. Però ha chiuso definitivamente l’anno scorso.

Gli ossessionati: Il Fatto Quotidiano e Report continuano a fare “inchieste giornalistiche” su Silvio Berlusconi. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 24 Ottobre 2023

Dopo qualche settimana di silenzio, il Fatto Quotidiano e Report sono tornati nuovamente nei giorni scorsi sul loro argomento preferito: i rapporti di Silvio Berlusconi con Cosa nostra. Il Fatto, in particolare, ha rispolverato la storia dello stalliere di Arcore Vittorio Mangano che serviva a evitare i rapimenti e che era al soldo di Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca e quindi dei fratelli Graviano. Report, invece, si è concentrato sui lasciti di Berlusconi a Marcello Dell’Utri che sarebbero la contropartita per le condanne patite ed il suo silenzio nei processi penali che lo hanno visto e lo vedono coinvolto. Le ‘inchieste’ giornalistiche, va detto, non hanno svelato nulla che già non si sapesse. Un po’ come le indagini della Procura di Firenze sulle stragi mafiose del 1993. La Procura del capoluogo toscano, infatti, ha iscritto l’ex capo di Publitalia ed ex senatore azzurro nel registro degli indagati nell’ambito dell’ennesima inchiesta, la quinta per l’esattezza, sui mandanti esterni delle stragi a Milano, Roma e Firenze.

I procuratori aggiunti Luca Turco e Luca Tescaroli, titolari del fascicolo, hanno contestato a Dell’Utri il concorso in strage con i boss Giuseppe e Filippo Graviano e Gaspare Spatuzza. Secondo i Pm, Dell’Utri avrebbe agito per finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico per agevolare l’attività di Cosa nostra e le stragi avevano lo scopo di indebolire il governo Ciampi, allora alla guida del Paese, ed avevano l’obiettivo di “diffondere il panico e la paura fra i cittadini in modo da favorire l’affermazione del progetto politico di Silvio Berlusconi”. Tescaroli, fino ad oggi, non è mai riuscito a portare a processo Berlusconi e Dell’Utri, ed ha dovuto aprire e chiudere continuamente con archiviazioni sempre la stessa vicenda. L’ex senatore azzurro è poi anche indagato per trasferimento fraudolento di valori in concorso con la moglie Miranda Ratti, alla quale Berlusconi aveva bonificato somme di denaro, con la causale di prestito infruttifero, “al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione”. Dell’Utri, che ha riportato una condanna definitiva nel 2014 per concorso esterno in associazione mafiosa, non avrebbe comunicato le “variazioni patrimoniali” circa i bonifici ricevuti direttamente Berlusconi per circa un milione di euro nell’arco di nove mesi fra il 2021 e il 2022.

I magistrati sospettano che questi flussi di denaro potrebbero costituire una ‘contropartita’, come puntualmente ricordato dai segugi di Report, per le condanne subite da Dell’Utri e per il suo silenzio nei processi penali. L’accordo stragista, descritto nell’imputazione, si fonderebbe proprio sui rapporti economici tra Giuseppe Graviano ed esponenti di Cosa nostra, da una parte, Dell’Utri e Berlusconi dall’altra. L’abitazione milanese di Dell’Utri era stata perquisita da parte degli uomini della Dia nei mesi scorsi. Nel decreto di sequestro erano stati riportati gli esiti di una consulenza tecnica “che individua ingressi di flussi finanziari nelle imprese riconducibili a Berlusconi, di cui Dell’Utri già all’epoca era referente e fidatocollaboratore, privi di paternità per 70 miliardi e 540 milioni di lire, nel periodo febbraio 1977 – dicembre 1980”.

Nulla di nuovo, dunque, che non sia stato abbondantemente esaminato dalle autorità giudiziarie che negli ultimi trent’anni si sono occupate dello stesso periodo storico ancora oggetto di indagine da parte dei magistrati fiorentini. “Anche la Corte d’Assise d’Appello di Palermo e la Corte di Cassazione hanno avuto modo di vagliare in modo critico la gran parte del materiale, che oggi appare “rivitalizzato” dalla Procura di Firenze, assolvendo Dell’Utri nel procedimento Trattativa”, aveva ricordato l’avvocato Francesco Centonze, difensore di Dell’Utri, sottolineando come questa nuova tesi accusatoria sia già “a prima vista del tutto incredibile e fantasiosa”. “Ciò che da subito deve stigmatizzato con forza è la singolare trasposizione mediatica – “a specchio” – di ogni iniziativa istruttoria della Procura di Firenze.

Atti e documenti coperti da segreto istruttorio continuano ad essere oggetto, in tempo reale, di illegittima rivelazione e di successiva pubblicazione su organi di stampa”, aveva quindi concluso il difensore, annunciando di aver presentato una denuncia e di cui si sconosce però l’esito. “È un’ipotesi giudiziaria, insieme irreale e surreale: tale ipotesi nel corso del tempo si è sempre inequivocabilmente dimostrata priva di qualsivoglia fondamento, ed è stata smentita dall’accertamento dei fatti che ha originato plurime archiviazioni”. Così, invece, in una nota l’avvocato Giorgio Perroni, legale di Berlusconi, che era stato indagato prima di morire nel medesimo procedimento. Sulla fuga di notizie che stanno caratterizzando l’inchiesta, con atti d’indagine fedelmente riportati dai soliti giornali era stata presentata una interrogazione al ministro della Giustizia Carlo Nordio da parte del deputato di Forza Italia Pietro Pittalis, firmata anche da Tommaso Calderone e Annarita Patriarca La domanda da porsi, comunque, è quale possa l’interesse a raccontare sempre la stessa storia stranota. Misteri del ‘giornalismo’. Paolo Pandolfini

Il testamento. Report Rai PUNTATA DEL 22/10/2023 di Luca Bertazzoni

Collaborazione di Marzia Amico

L’inchiesta di Report su come è stato suddiviso il patrimonio di Silvio Berlusconi.

Il patrimonio ereditario di Silvio Berlusconi ammonta a circa 4 miliardi e mezzo di euro. L’inchiesta di Report racconta come è stato suddiviso fra gli eredi e quali sono i nuovi assetti societari delle aziende di proprietà del Cavaliere. Nel testamento di Berlusconi non c’è alcun riferimento ai 90 milioni di euro di debito di Forza Italia nei confronti del suo fondatore e il partito ha i conti in rosso. Analizzando i conti di Forza Italia, ci sono due fideiussioni di Silvio e Paolo Berlusconi per un totale di 7 milioni di euro: fideiussioni che sono state fatte anni dopo l’approvazione della norma del tetto di 100mila euro annui al finanziamento ai partiti. L’inchiesta si occupa anche dei lasciti del Cavaliere, in particolare quelli destinati alla compagna Marta Fascina e a Marcello Dell’Utri, ex senatore di Forza Italia condannato in via definitiva a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Infine, il racconto di un altro “presunto” testamento che Silvio Berlusconi avrebbe lasciato a un imprenditore torinese residente in Colombia.

Le nota della Presidenza del Consiglio dei Ministri

Da: Fabrizio Alfano Inviato: giovedì 19 ottobre 2023 20:18 A [CG]: Redazione Report Cc: Oggetto: R: Richiesta informazioni – Report, Rai3

Buonasera, riscontriamo la vostra richiesta, per comunicarvi quanto segue. In merito alla revoca della costituzione di parte civile nel processo penale c.d. ‘Ruby ter’, si richiama la nota già diramata lo scorso 13 febbraio, della quale si riportano integralmente i contenuti: “La Presidenza del Consiglio informa di avere in data odierna dato incarico all’Avvocatura dello Stato perché revochi la propria costituzione di parte civile nel processo penale c.d. 'Ruby ter' a carico - fra gli altri - del Sen. Silvio Berlusconi. La costituzione era stata disposta nel 2017 dal Governo Gentiloni, un Esecutivo a guida politica, in base a una scelta dettata da valutazioni sue proprie, in un momento storico in cui non erano ancora intervenute pronunce giudiziarie nella medesima vicenda. La formazione, avvenuta nell’ottobre 2022, di un nuovo Governo, espressione diretta della volontà popolare, determina una rivalutazione della scelta in origine operata. Ciò appare tanto più opportuno alla stregua delle assoluzioni che dapprima la Corte di Appello di Milano con sentenza del luglio 2014, divenuta irrevocabile, poi il Tribunale di Roma con sentenza del novembre 2022 hanno reso nei confronti del Sen. Berlusconi in segmenti della stessa vicenda”. Per completezza d’informazione si ricorda che, lo scorso 15 febbraio, è intervenuta l’ulteriore assoluzione dell’ex Sen. Silvio Berlusconi proprio nel procedimento ‘Ruby ter’, con sentenza emessa dal Tribunale di Milano, perché “il fatto non sussiste”: il che dà ragione a posteriori della scelta di non confermare la costituzione di parte civile. Assolutamente fantasiosa e priva di fondamento è la tesi dello scambio con la posizione del Presidente Berlusconi sull’Ucraina. Relativamente alla rimodulazione della cosiddetta “tassa sugli extra-profitti bancari”, il Governo ha preso atto della volontà emersa nel corso del dibattito parlamentare per la conversione del decretolegge approvato ad agosto. È stato quindi approvato un emendamento che ha ribadito l’intenzione iniziale del provvedimento, volto a ristabilire il corretto equilibrio nel rapporto tra banche e risparmiatori in un mercato sensibile come quello del credito. Con la norma approvata, le banche verseranno allo Stato un'imposta straordinaria sull’extraprofitto generato nel 2023, determinato sulla differenza fra gli interessi attivi e quelli passivi, confrontati con gli stessi dati del 2022. Tale imposta sarà destinata a finanziare il fondo di garanzia mutui prima casa e interventi finalizzati alla riduzione della pressione fiscale di famiglie e imprese. In alternativa, gli istituti di credito potranno costituire una riserva che servirà a consolidare il loro patrimonio, troppo spesso debole rispetto a fenomeni finanziari nazionali e internazionali. In questo modo si eviterà in futuro che il ripianamento delle perdite delle banche ricada sui cittadini. Sorprende che il rispetto per il contributo del Parlamento in sede di conversione sia considerato una retromarcia del Governo. Cordialmente, Fabrizio Alfano Capo Ufficio stampa e relazioni con i media

IL TESTAMENTO Di Luca Bertazzoni Collaborazione Marzia Amico Immagini Carlos Dias – Davide Fonda – Andrea Lilli – Marco Ronca Ricerca immagini Eva Georganopoulou – Alessia Pelagaggi Montaggio Igor Ceselli Grafica Giorgio Vallati

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO All’hotel Parco dei Principi di Roma va in scena il primo Consiglio Nazionale di Forza Italia dopo la morte del suo presidente e fondatore Silvio Berlusconi.

ALESSANDRA MUSSOLINI - EURODEPUTATA FORZA ITALIA Siamo resilienti, siamo forti e andiamo avanti.

LUCA BERTAZZONI Però è un tema questi 90 milioni…

ALESSANDRA MUSSOLINI - EURODEPUTATA FORZA ITALIA Ma qual è ‘sto tema?

LUCA BERTAZZONI I 90 milioni di euro che il partito deve a Berlusconi.

ALESSANDRA MUSSOLINI - EURODEPUTATA FORZA ITALIA Ma quelli ce li hanno tutti i debiti, ragazzi hanno tolto il finanziamento pubblico ai partiti. La vita è bella perché ci sono i rischi, se va tutto bene non funziona.

LUCA BERTAZZONI Dei 90 milioni di euro che il partito deve a Berlusconi ne avete discusso con la famiglia, c’è il rischio…

FRANCESCO PAOLO SISTO - SENATORE FORZA ITALIA – VICEMINISTRO DELLA GIUSTIZIA Ce li stiamo dividendo, un po’ per uno.

LUCA BERTAZZONI È a rischio la sopravvivenza del partito.

FRANCESCO PAOLO SISTO - SENATORE FORZA ITALIA – VICEMINISTRO DELLA GIUSTIZIA Arrivederci, buona giornata.

GILBERTO PICHETTO FRATIN - MINISTRO DELL’AMBIENTE E DELLA SICUREZZA ENERGETICA Non è una questione che riguarda il partito, riguarda la famiglia.

LUCA BERTAZZONI Eh, ho capito. Avete avuto rassicurazioni da parte della famiglia sotto questo punto di vista?

GILBERTO PICHETTO FRATIN - MINISTRO DELL’AMBIENTE E DELLA SICUREZZA ENERGETICA La valuteranno gli amministratori.

ANTONIO TAJANI - SEGRETARIO FORZA ITALIA Questo è il primo Consiglio Nazionale che si svolge senza la presenza del nostro leader Silvio Berlusconi, ma credo, credo che sia meglio dedicare a lui invece che un minuto di silenzio un minuto di applausi, vedo che l’applauso è partito spontaneo.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Dopo i cinque minuti di applausi dedicati a Berlusconi, il congresso elegge all’unanimità Antonio Tajani segretario di Forza Italia. Ma la presenza della famiglia Berlusconi si fa comunque sentire.

ANTONIO TAJANI - SEGRETARIO FORZA ITALIA – MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI “Grazie per l’appoggio e la vicinanza che avete sempre dato al nostro caro papà e grazie per tutto ciò che da oggi farete per continuare a far vivere gli ideali che hanno sempre contraddistinto il suo pensiero e le sue azioni”.

LUCA BERTAZZONI Volevo capire se avete parlato con la famiglia Berlusconi dei 90 milioni che il partito deve, è un tema importante: sono un sacco di soldi, se si è confrontato con loro…

ANTONIO TAJANI - SEGRETARIO FORZA ITALIA – MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI Non abbiamo parlato di soldi, mi pare che il messaggio della famiglia sia chiaro, no?

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Se il messaggio di vicinanza è chiaro, rimane da capire quale sarà in futuro la strategia della famiglia nei confronti di un partito che finanziariamente è sempre stato tenuto in piedi da Silvio Berlusconi.

LUCA BERTAZZONI Che impressione ha avuto leggendo i bilanci di Forza Italia degli ultimi dieci anni?

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Si vede il disastro economico, ma non poteva che essere così: è come una squadra di calcio un partito politico: non può che perdere.

LUCA BERTAZZONI Fosse stato un’azienda con questi squilibri sarebbe potuta rimanere in piedi o no?

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO No. Assolutamente no. Nel tempo ha perso più di cento milioni di euro: molto semplicemente i soldi che mancavano ce li ha messi Berlusconi. D’altra parte, era il suo partito, no?

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Berlusconi usa questi cento milioni per saldare i debiti del partito con le banche, ma non fa lo stesso con gli altri creditori.

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Nel momento in cui i creditori diversi dalle banche hanno chiesto di essere pagati, Forza Italia non ha pagato e allora i creditori hanno pignorato i soldi dei contributi pubblici. Chissà come l’ha presa Berlusconi.

LUCA BERTAZZONI Per uno come lui…

GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO DI RICICLAGGIO Una società in perdita costante, patrimoni negativi, dipendenti licenziati, pignorata dai creditori…

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Per cercare di mettere sotto controllo i conti del partito, Berlusconi affida il ruolo di tesoriere ad un suo fedelissimo, il senatore Alfredo Messina.

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Io ho fatto tre legislature, ho fatto

LUCA BERTAZZONI Tre legislature non sono poche, eh, si è divertito in Parlamento?

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Bah, insomma. Ho conosciuto gente simpatica, in teoria, sì, sì, no, no

LUCA BERTAZZONI Però lei è stato una vita con Berlusconi?

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Trent’anni.

LUCA BERTAZZONI È stato Prodi a consigliarla a Berlusconi?

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Sì, Berlusconi quando veniva a Roma andava sempre a trovare Prodi, faceva due chiacchiere così, no? Mi puoi consigliare un dirigente che rimetta a posto le cose? E Prodi ha fatto il mio nome, io ero ad Alitalia.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Dopo la segnalazione di Prodi, Alfredo Messina entra nelle stanze del potere di tutte le principali aziende di Berlusconi: è prima direttore generale e poi amministratore delegato di Fininvest, vicepresidente del Gruppo Mediolanum, consigliere di Mediaset e membro del Cda di Mondadori. Insomma, di conti ne capisce.

LUCA BERTAZZONI C’è questo problema dei debiti: sono 90 milioni di euro nei confronti di Berlusconi.

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Quando cessa il finanziamento pubblico, le banche chiedono a Forza Italia di rientrare e Forza Italia non è in grado di rientrare. Alla fine, lui ha pagato i debiti con le banche ed è diventato nostro creditore.

LUCA BERTAZZONI Ha fatto questo giro.

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Al posto delle banche noi abbiamo scritto “Silvio Berlusconi”.

LUCA BERTAZZONI E come si fa ora?

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Eh, come si fa? Lui non li chiede e io non glieli do evidentemente.

LUCA BERTAZZONI Questo in passato. E adesso la famiglia, secondo lei, la famiglia chiederà indietro questi soldi?

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 La famiglia è diventata titolare di questo credito, ma non farà nulla per avere questi soldi.

LUCA BERTAZZONI Anche perché se li chiedessero indietro Forza Italia che fine farebbe?

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Ma, avrebbe difficoltà, certamente, avrebbe difficoltà

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Avrebbe, quindi, le stesse difficoltà che hanno avuto tutti i partiti italiani. Eletto per la prima volta in Senato nel 1987 con il Pci, Ugo Sposetti è stato il tesoriere del partito che ha affrontato per oltre vent’anni Forza Italia.

UGO SPOSETTI – TESORIERE DEMOCRATICI DI SINISTRA 2001 - 2007 La prima cartella di sottoscrizioni per il referendum del 1946.

LUCA BERTAZZONI E poi c’è il famoso “vota comunista”.

UGO SPOSETTI – TESORIERE DEMOCRATICI DI SINISTRA 2001 - 2007 Vabbè, quello è la storia.

LUCA BERTAZZONI Lei quando nel 2001 diventa tesoriere che situazione trova?

UGO SPOSETTI – TESORIERE DEMOCRATICI DI SINISTRA 2001 - 2007 Debiti accertati per 584 milioni.

LUCA BERTAZZONI Quindi una situazione tosta, quantomeno tosta.

UGO SPOSETTI – TESORIERE DEMOCRATICI DI SINISTRA 2001 - 2007 Sì.

LUCA BERTAZZONI E dall’altra parte, diciamo, il vostro principale competitor come era messo?

UGO SPOSETTI – TESORIERE DEMOCRATICI DI SINISTRA 2001 - 2007 C’era una fideiussione che Silvio Berlusconi aveva fatto a Forza Italia.

LUCA BERTAZZONI Essere esposti con le banche per 584 milioni di euro rispetto ad essere esposti con il presidente del partito…

UGO SPOSETTI – TESORIERE DEMOCRATICI DI SINISTRA 2001 - 2007 La differenza è enorme, no, perché lì non devi trattare con nessuno.

LUCA BERTAZZONI Nel 2013 arriva l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.

UGO SPOSETTI – TESORIERE DEMOCRATICI DI SINISTRA 2001 - 2007 Hanno fatto una sciocchezza perché la democrazia costa.

LUCA BERTAZZONI E lei dice: “Si è lasciato la politica solo a chi ha grandi disponibilità finanziarie”.

UGO SPOSETTI – TESORIERE DEMOCRATICI DI SINISTRA 2001 - 2007 Non c’è più politica, non c’è più democrazia.

LUCA BERTAZZONI Perché il partito poi diventa…

UGO SPOSETTI – TESORIERE DEMOCRATICI DI SINISTRA 2001 - 2007 …Succube di chi ti finanzia.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO La sciocchezza di cui parla Sposetti è una legge del 2013 fatta del governo delle larghe intese, fra il Pd di Enrico Letta e Forza Italia, che sancisce l’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti e soprattutto pone un tetto alle donazioni dei privati.

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Non si possono dare più di 100mila euro a testa e difatti tutte le mogli, i figli…

LUCA BERTAZZONI Hanno sempre contribuito con questa cifra.

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Amici, società del gruppo: tutti hanno sempre messo un bel 100mila cadauno.

LUCA BERTAZZONI Perché quello è il tetto.

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Sì, però fanno un milione, no. Questi hanno bisogno di ben più di un milione all’anno.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO E per questo Forza Italia chiede agli eletti in Parlamento un contributo mensile di 900 euro.

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 I singoli parlamentari pagano meno degli altri partiti e non pagano tutti.

LUCA BERTAZZONI Nell’ultimo bilancio che ha fatto prima di andar via ha scritto proprio questo, che uno dei problemi principali del buco di bilancio è il fatto che non pagano i parlamentari.

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 E certamente, perché per pagare sono tutti quanti contrari.

LUCA BERTAZZONI E non gli diceva niente?

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Io?

LUCA BERTAZZONI Eh, in quanto tesoriere.

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 E cosa gli dicevo? Scrivevo lettere e telefonavo, insomma, certo.

LUCA BERTAZZONI La paga la quota mensile al partito?

CLAUDIO LOTITO - SENATORE FORZA ITALIA Certo, assolutamente sì.

LUCA BERTAZZONI Quant’è?

CLAUDIO LOTITO - SENATORE FORZA ITALIA La quota mensile sono 900 euro e qualcosa e 1000 euro la tessera e 20mila euro a fondo perduto.

LUCA BERTAZZONI E perché non la paga nessuno, quasi la metà dei deputati.

CLAUDIO LOTITO - SENATORE FORZA ITALIA E adesso metteremo la condizione la gente di far pagare.

LUCA BERTAZZONI Lei paga la quota mensile al partito?

MAURIZIO GASPARRI - SENATORE FORZA ITALIA Eh, da sempre. Ma molto di più, magari fosse solo la quota mensile. Voi vi occupate degli interstizi, buongiorno, buon lavoro: esistiamo alla faccia vostra.

LUCA BERTAZZONI È un punto importante, i conti del partito sono…

MAURIZIO GASPARRI - SENATORE FORZA ITALIA Esistiamo alla faccia vostra.

LUCA BERTAZZONI Ma io sono felicissimo per voi, però i buchi

MAURIZIO GASPARRI - SENATORE FORZA ITALIA Siamo più forti di Report.

LICIA RONZULLI - SENATRICE FORZA ITALIA C’era una leggenda per cui le persone vicine a Berlusconi non pagavano. Io proprio per evitare, ho sempre pagato, sono sempre stata in regola.

LUCA BERTAZZONI Però non troviamo nessuno, tutti dicono che hanno pagato, qui quasi la metà degli eletti non ha pagato

LICIA RONZULLI - SENATRICE FORZA ITALIA Io rispondo per me.

LUCA BERTAZZONI Lei ha pagato?

GIORGIO MULE’ - DEPUTATO FORZA ITALIA C’è a chi si allunga il naso

LUCA BERTAZZONI Qualcuno c’è quindi.

GIORGIO MULE’ - DEPUTATO FORZA ITALIA Eh, qualcuno ci sarà.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Quello del mancato pagamento delle quote mensili al partito è un problema atavico per Forza Italia, tant’è che dopo due anni dall’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti le casse sono già vuote.

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Forza Italia ha bisogno di liquidità, e quindi deve ricominciare ad accedere al credito bancario e Berlusconi gliela fa nuovamente una fideiussione di tre milioni, poi nel 2019 interviene anche il fratello con altri quattro milioni

LUCA BERTAZZONI Successivamente arriva Paolo Berlusconi, stesso meccanismo, quattro milioni di euro.

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Ci troviamo a corto di soldi e quindi io vado da Paolo e gli dico: “Paolo, che facciamo qui?”. E allora lui si fa carico del problema e quindi garantisce, insomma, questa disponibilità in più. Anche gli altri figli danno i 100mila euro.

LUCA BERTAZZONI I figli danno i 100mila, il fratello ha dato quattro milioni però: è diverso.

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Beh, è diverso perché uno è un imprenditore e gli altri, i figli, sono figli.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Nel 2016, con la legge sul tetto alle donazioni dei privati già in vigore, Berlusconi fa una fideiussione di tre milioni di euro a Forza Italia, e nel 2019 il fratello Paolo ne fa una da quattro.

LUCA BERTAZZONI Ma è legale questa cosa? Perché il tetto dei finanziamenti è chiaro, sono 100mila euro.

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Sarebbe da studiare, no, perché Berlusconi non ha mai messo, non ha mai finanziato personalmente Forza Italia, ha garantito debiti di Forza Italia quindi c’è questa…

LUCA BERTAZZONI …sottile differenza…

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Sottile differenza che potrebbe essere giuridicamente interpretata, no.

LUCA BERTAZZONI È un modo un po’ furbo per…

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Non è furbo, lei lo chiama furbo ma non è furbo, no, perché furbo LUCA BERTAZZONI È stato in qualche modo aggirato con queste fideiussioni il tetto dei 100mila euro.

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 No, sempre 100mila. Lui non ha mai versato un euro in più di quelli che doveva versare.

LUCA BERTAZZONI Però ha garantito fideiussioni per tre milioni di euro.

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Questo sì, era quello che la legge consentiva di fare.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO La legge lo consentiva è quello che dice l’ex tesoriere di Forza Italia, Alfredo Messina. Ecco, nel corso degli anni Forza Italia ha accumulato debiti per oltre cento milioni di euro. Si è arrivati a un punto dove i creditori hanno addirittura chiesto il pignoramento. Non sappiamo chi, perché sui bilanci ci sono solo voci generiche, si parla di “banche e fornitori di servizi”. Ora, a garantire ci ha pensato sempre Silvio Berlusconi, che ha rilevato il debito con le banche di circa 90 milioni di euro che ora hanno ereditato i figli. Se chiedessero i soldi indietro, ecco, il partito crollerebbe. Anche perché, come ci ha confessato l’ex tesoriere Messina, insomma, gli eletti, la metà degli eletti in Forza Italia non contribuisce con la quota mensile di 900 euro al sostentamento del partito. Che cosa è successo? Nel 2013, con l’abolizione del finanziamento pubblico, si stabiliva per legge che un singolo donatore o una società non poteva superare una donazione di 100mila euro all’anno per un partito e nel 2016, invece, Berlusconi ha presentato una fideiussione per salvare Forza Italia di circa tre milioni di euro. Nel 2019, poi, la stessa cosa ha fatto il fratello, ben quattro milioni di euro. E dunque: hanno violato la legge sul finanziamento pubblico ai partiti? No, hanno, abbiamo chiesto alla Commissione che è garante, che controlla lo statuto, la trasparenza e i rendiconti dei partiti e ci hanno risposto che la fideiussione a garanzia dei partiti segue delle regole diverse rispetto alle donazioni singole o quelle delle società, non esistono, cioè, limiti. Solo nel caso in cui la garanzia venga escussa, cioè se le banche chiedono indietro i soldi, il garante non potrà fare ulteriori donazioni al partito negli anni successivi fino a quando non compenserà la cifra della fideiussione. In parole povere, non puoi superare i limiti di 100mila euro l’anno come donazione ma puoi fare da garante e ottenere milioni di euro dalle banche a un partito senza violare quella legge, la legge del 2013 che fu approvata con un governo di larghe intese, Pd e Pdl, però a beneficiarne è stato soprattutto Forza Italia perché aveva alle spalle le spalle larghe di Berlusconi e della sua famiglia. Certo è, però, che la ricaduta è che se tu hai dei debiti con le banche, non puoi consentire di approvare leggi che possono danneggiarle. E poi c’è anche chi ha quote di banche e incassa dei profitti di decine e decine di milioni.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Il 14 gennaio del 2022 i leader del centrodestra si ritrovano a Villa Grande, residenza romana di Silvio Berlusconi: quel giorno il Cavaliere è candidato formalmente alla Presidenza della Repubblica.

LUCA BERTAZZONI Quale è stato il ruolo della Fascina nella candidatura di Berlusconi a presidente della Repubblica?

PARLAMENTARE FORZA ITALIA “Solo tu puoi fare il presidente della Repubblica, solo tu, Presidente, solo tu”. Tutti i giorni così: una goccia cinese e Berlusconi aveva iniziato a crederci, tant’è che ha passato la notte di Natale al telefono, chiamando i parlamentari alle 6 del mattino per dire: “Tu chi mi porti? Tu chi hai da portarmi?”. Capito?

LUCA BERTAZZONI Ma Berlusconi aveva i numeri per diventare Presidente della Repubblica?

PARLAMENTARE FORZA ITALIA Era una partita di poker. Noi avremmo dovuto insistere sul suo nome fino all’ottava, alla decima votazione e con il voto segreto forse ce l’avrebbe pure fatta perché Dell’Utri in quel periodo gli organizzava degli incontri segreti con i più improbabili parlamentari del Movimento Cinque Stelle.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Era partita la cosiddetta “operazione scoiattolo”, trovare voti che sostenessero la candidatura di Berlusconi al Quirinale. I protagonisti dietro le quinte erano Sgarbi, Dell’Utri e l’ex direttore dell’Avanti Valter Lavitola.

LUCA BERTAZZONI – INTERVISTA DEL 31/01/2022 Conti alla mano ce la potrebbe fare Berlusconi a diventare presidente della Repubblica, lei che, insomma, di conti parlamentari ne sa qualcosa?

VALTER LAVITOLA - DIRETTORE L’AVANTI 2003 – 2011 – INTERVISTA DEL 31/01/2022 Sì. Quel terreno fertile nel 2008 non c’era, lo abbiamo fatto diventare fertile.

LUCA BERTAZZONI – INTERVISTA DEL 31/01/2022 E adesso?

VALTER LAVITOLA - DIRETTORE L’AVANTI 2003 – 2011 – INTERVISTA DEL 31/01/2022 Adesso invece il terreno è fertilissimo. Il prossimo parlamento sarà dimezzato, il Movimento Cinque Stelle sarà più che dimezzato. Cosa c’è di male se c’è un po’ di autoconservazione con questi parlamentari che capiranno magari che il Presidente della Repubblica eletto grazie a loro potrà avere un occhio di riguardo per loro?

LUCA BERTAZZONI E poi che cos’è che ha fatto crollare la sua convinzione?

PARLAMENTARE FORZA ITALIA C’è stata una pressione fortissima della figlia, di Letta e di Ghedini che, conoscendolo, era terrorizzato perché si incontrava con queste persone e cercava di convincerle dicendo: “Ti faccio assumere di qua, ti faccio assumere di là”. Stava diventando un gioco pericolosissimo.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO E il gioco finisce. Silvio Berlusconi rinuncia al sogno di diventare presidente della Repubblica e pochi mesi dopo contribuisce alla caduta del governo, togliendo la fiducia a Mario Draghi.

LUCA BERTAZZONI Che ruolo ha avuto la Fascina sulla caduta del governo Draghi?

PARLAMENTARE FORZA ITALIA La stessa cosa. Lei tutti i giorni gli diceva: “Deve cadere, deve cadere, deve cadere”.

LUCA BERTAZZONI Ma c’era una strategia dietro?

PARLAMENTARE FORZA ITALIA Strategia? Non c’era nessuna strategia. Erano sfizi di una donna convinta che Berlusconi sarebbe ridiventato di nuovo presidente del Consiglio. Era tutto un vedere lui di nuovo in pista per alimentare il suo ego già ipertrofico.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO In realtà alle elezioni politiche trionfa Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni diventa presidente del Consiglio. Il giorno prima della formazione del nuovo governo di centro destra esce un audio di Silvio Berlusconi.

AUDIO SILVIO BERLUSCONI – 19/10/2022 Sapete come è avvenuta la cosa della Russia? Anche su questo vi prego, però, il massimo riserbo. Dovevano entrare in Ucraina, in una settimana raggiungere Kiev, deporre il governo in carica e mettere un governo di persone perbene e di buon senso. Zelensky secondo me… Lasciamo perdere, non posso dire…

PARLAMENTARE FORZA ITALIA Il gruppo di deputati di Forza Italia la riunione la fa alla Camera, Berlusconi parla e qualcuno, forse qualche ex anche di Forza Italia, lo registra.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO L’audio di Berlusconi viene consegnato nelle mani di un giornalista di La Presse, che lo pubblica, creando non pochi imbarazzi a Tajani, nuovo ministro degli Esteri in pectore.

PARLAMENTARE FORZA ITALIA La Meloni era veramente fuori di sé, ma anche Marina si arrabbiò con il padre. Il problema è che la Fascina è una vera fan di Putin, e Paolo Berlusconi e lei avevano questi video della propaganda russa e li mostravano a tutti, anche a tavola.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO A febbraio del 2023, mentre Giorgia Meloni è in viaggio per Kiev, Silvio Berlusconi rilascia un’intervista.

SILVIO BERLUSCONI – 12/02/2022 Io a parlare con Zelensky se fossi stato Presidente del Consiglio non ci sarei mai andato perché, come sapete, bastava che lui cessasse di attaccare le due Repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe avvenuto. Quindi io giudico molto, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore.

PARLAMENTARE FORZA ITALIA La Meloni dice a Marina che il padre doveva stare tranquillo, altrimenti lei non avrebbe ritirato la costituzione di parte civile del governo nel processo sulle escort a Bari e nel Ruby Ter.

LUCA BERTAZZONI E cosa comportava questo dal punto di vista processuale?

PARLAMENTARE FORZA ITALIA Beh, se Palazzo Chigi ritira la costituzione di parte civile non hai più contro il governo, no?

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO E così nasce “il patto” fra Marina Berlusconi e Giorgia Meloni.

PAOLO MADRON - DIRETTORE LETTERA43.IT Il patto prevedeva sostanzialmente l’appoggio incondizionato di Forza Italia alla Meloni, alla premier, in cambio del fatto che non sarebbero stati toccati in nessun modo gli asset dell’impero berlusconiano. Eh, questa cosa degli extraprofitti invece va, come dire, ad intaccare.

MARINA BERLUSCONI - ASSEMBLEA CONFINDUSTRIA 15 SETTEMBRE 2023 Intanto non mi piace il termine extraprofitti, lo trovo fuorviante e anche demagogico. Chi stabilisce quando un profitto è extra e quando un profitto è normale?

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO La norma che tocca gli interessi è quella approvata l’8 agosto scorso dal Consiglio dei ministri.

MATTEO SALVINI - MINISTRO INFRASTRUTTURE - CONFERENZA STAMPA CDM 8 AGOSTO 2023 Una norma di equità sociale, mi permetto di dire che è un prelievo sugli extraprofitti delle banche. Nel 2023 stiamo parlando, si può ipotizzare, di alcuni miliardi.

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Il grosso degli utili Fininvest li ha ritratti negli ultimi anni soprattutto da una partecipazione di minoranza nella banca dei Doris, Mediolanum. Nel 2022 Fininvest, consolidato di gruppo, ha fatto 200 milioni, di cui 150 di Mediolanum. Se va avanti così rischia di fare 700 milioni di utile netto.

LUCA BERTAZZONI E qui però veniamo a un punto molto importante: la famosa tassa sugli extraprofitti che Marina Berlusconi non avrebbe preso benissimo per le cifre che sta dicendo lei.

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO E ci credo perché se fa ‘sta tassa le portano via il 40% degli extraprofitti di Mediolanum. No? Rischiano di portarle via 50 0 100 milioni, voglio dire… Sono soldi, no!

MARINA BERLUSCONI - ASSEMBLEA CONFINDUSTRIA 15 SETTEMBRE 2023 Ho visto che sono stati anche sollevati dei dubbi di incostituzionalità, e mi auguro che il Parlamento possa modificare la norma rendendola più equilibrata.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Da Confindustria Marina indica la strada: la norma va cambiata. Forza Italia inizia la sua battaglia in Parlamento presentando emendamenti e alla fine passa la linea della famiglia Berlusconi. Il Governo mette un tetto alla tassa e permette alle banche di non pagare se utilizzano quei soldi per aumentare il loro patrimonio.

PARLAMENTARE FORZA ITALIA È normale che Marina sia andata a Confindustria per dare una botta al governo sugli extraprofitti e noi dopo una settimana ritiriamo gli emendamenti? Nessuno dice niente, ti sembra normale?

LUCA BERTAZZONI Beh, però alla fine ha vinto Forza Italia perché di fatto la tassa sugli extraprofitti è stata depotenziata.

PARLAMENTARE FORZA ITALIA La Meloni si è spaventata dopo le parole di Marina, dopo la resistenza del mondo bancario, a quel punto non poteva fare altrimenti.

PAOLO MADRON - DIRETTORE LETTERA43.IT Tajani si è trovato in mezzo, evidentemente la famiglia ha detto: “Ti abbiamo eletto a garante di questo patto”. Perché dobbiamo dire una cosa, no, la premessa è che Forza Italia è un asset della famiglia Berlusconi così come la Mondadori, Mediolanum.

LUCA BERTAZZONI Quanto peso ha ancora la famiglia Berlusconi, diciamo, nell’influenzare la linea del partito? Glielo chiedo in relazione alla tassa sugli extraprofitti.

ANTONIO TAJANI – SEGRETARIO FORZA ITALIA - MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI La famiglia Berlusconi è la famiglia Berlusconi, la figlia, sono i figli del nostro fondatore ma le nostre scelte sono assolutamente autonome, siamo indipendenti. La tassa sugli extraprofitti è una tassa…

LUCA BERTAZZONI Che il governo aveva annunciato, poi è intervenuta Marina dicendo che non andava bene, no...

ANTONIO TAJANI – SEGRETARIO FORZA ITALIA - MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI Se Marina Berlusconi condivide quello che dice Forza Italia noi siamo molto contenti.

LUCA BERTAZZONI Eh, perché hanno il 30% di Mediolanum, quindi erano direttamente interessati al provvedimento sugli extraprofitti, no, questo mi sembra evidente.

ANTONIO TAJANI – SEGRETARIO FORZA ITALIA - MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI Tutte le banche italiane erano interessate, anche le piccole. Quindi siamo riusciti a tutelare le piccole banche, ma non è che, non siamo un partito azienda. La famiglia Berlusconi ha le sue idee…

LUCA BERTAZZONI E ha il 30% di Mediolanum.

ANTONIO TAJANI – SEGRETARIO FORZA ITALIA - MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI Beh, ma quello è legittimo e giusto che lo dica, ma noi ci muoviamo per l’interesse nazionale, non per l’interesse di Mediolanum.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO L’8 agosto il governo annuncia una misura draconiana: le banche devono pagare una tassa sugli extraprofitti. È una norma di equità sociale, dice Salvini, recupereremo dei miliardi. Invece, il giorno dopo si bruciano nove miliardi di euro in borsa di azioni per quello che riguarda le banche. E poi, c’è un però: Marina Berlusconi attraverso la Fininvest detiene il 30% di Mediolanum, che è una banca, quella che ha portato, nel 2022, 150 milioni di euro nelle casse della Fininvest. E alla prima assemblea di Confindustria Marina Berlusconi chiede di modificare la norma. Ora, Marina Berlusconi, i suoi fratelli e lo zio Paolo sono i garanti di Forza Italia. Il governo fa marcia indietro, cambia la norma: pensava di recuperare tre miliardi di euro, ora, invece, saranno le banche che decideranno se pagarla o meno o se tenerla e gestirla all’interno delle loro casse. Poi, la nostra fonte ci ha rivelato come è uscito un audio riguardante Berlusconi: il giorno prima della formazione del governo, in una riunione alla Camera dei deputati di Forza Italia, qualcuno, un ex parlamentare o un parlamentare, ha registrato il discorso di Berlusconi oppure teneva semplicemente il telefono aperto perché qualcun altro, dall’esterno, lo potesse registrare. In quell’audio Berlusconi critica fortemente Zelensky, leader ucraino. E poi, dopo questo, ovviamente ha portato un grande imbarazzo in Forza Italia, un grande imbarazzo e anche irritazione all’interno del nascente governo e anche e soprattutto imbarazzo in quello che era il ministro degli Esteri in pectore, Tajani. Poi, dopo qualche tempo, Berlusconi rincara la dose: mentre la Meloni è in viaggio in Ucraina, dice pubblicamente: io, se fossi stato premier, non sarei andato a trovare Zelensky. Ecco, a quel punto la Meloni si irrita ancora di più, Marina Berlusconi teme per le sorti della sua azienda e là, secondo la nostra fonte, sarebbe nato un patto: Berlusconi avrebbe dovuto tenere una posizione più morbida, in cambio il governo avrebbe ritirato la partecipazione come parte civile all’interno dei procedimenti che vedevano coinvolto Berlusconi, il Ruby Ter e anche quello Escort Tarantini, un filone. Il governo su questo ci risponde su la revoca di costituzione di parte civile nel processo penale Ruby Ter si ricorda che era stata una scelta del governo Gentiloni nel 2017 in un contesto storico politico completamente diverso, quando ancora non erano intervenute pronunce giudiziarie. Ora, l’avvento nel 2022 del nuovo governo ha portato alla rivalutazione della scelta, che è apparsa opportuna anche in virtù delle varie assoluzioni. E giudica assolutamente fantasiosa e prova di fondamento la tesi dello scambio con la posizione del presidente Berlusconi sull’Ucraina. È comunque un fatto che poi la posizione di Berlusconi si è molto ammorbidita ed è anche un fatto che il governo ha ritirato anche la partecipazione come parte civile nel procedimento del filone Escort Tarantini a Bari che era ancora aperto, almeno fino alla morte del Cavaliere. Mentre invece, sulla norma extraprofitti bancari, il governo ci scrive che non c’è stata alcuna marcia indietro: con la norma approvata le banche verseranno l'imposta straordinaria sull’extraprofitto generato nel 2023, determinato sulla differenza fra gli interessi attivi e quelli passivi. L’imposta finanzierà il fondo di garanzia mutui prima casa, interventi per la riduzione della pressione fiscale di famiglie e imprese. In alternativa, gli istituti potranno costituire una riserva, che servirà a consolidare il loro patrimonio. In questo modo si eviterà in futuro che il ripianamento delle perdite delle banche possa ricadere sui cittadini. Ecco, ma quanto vale il patrimonio lasciato dal Cavaliere? Complessivamente quattro miliardi e mezzo di euro. Ha lasciato scritto tre testamenti, l’ultimo il 19 gennaio del 2022. Insomma, una grafologa per noi ha analizzato questo testamento: si è recata personalmente nello studio del notaio Roveda, era quel testamento che è stato portato a mano da Marta Fascina, dalla sua compagna. Ecco, che cosa c’è dentro? Che cosa ha rilevato? E poi, in fila tra gli eredi, c’è anche, è spuntato un colombiano.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Le immagini del funerale di Silvio Berlusconi hanno fatto il giro del mondo. E quello che ha colpito di più è stata l’unità della famiglia. Ora i figli dovranno gestire l’impero economico creato dal padre.

LUCA BERTAZZONI Quanto vale il patrimonio di Berlusconi?

MARIO GEREVINI - GIORNALISTA ECONOMICO DEL CORRIERE DELLA SERA L’eredità di Berlusconi vale intorno ai 4, 4 miliardi e mezzo e bisogna considerare che nel patrimonio ereditario non c’è il 100% della Fininvest, ma il 61% che era di proprietà di Berlusconi. Il 61% cos’è, circa 2,8 miliardi, ed è quello del patrimonio Fininvest che è stato diviso fra i figli. Più una holding parallela che non dipende da Fininvest, che era al 100% di Silvio Berlusconi, la Dolce Drago, dove ci sono tutte le principali ville.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Dopo la morte di Silvio Berlusconi il notaio Roveda ha svelato l’esistenza di tre testamenti scritti dal Cavaliere.

PIERCARLO MATTEA - NOTAIO Con il primo testamento del 2 ottobre 2006 Berlusconi ripartisce la propria eredità fra i cinque figli, lasciando la disponibile ai primi due, e cioè a Marina e Pier Silvio.

LUCA BERTAZZONI Il controllo del gruppo, quindi, diciamo, come è stato suddiviso?

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Il 53% ce l’hanno i due figli maggiori e il 47% ce l’hanno i tre figli piccoli. È chiaro che c’è un problema cosiddetto di governance, no, nel senso che i maggiori devono gestire in armonia, no, Fininvest per forza.

LUCA BERTAZZONI Ma gli altri tre figli che cosa fanno?

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Da quel che si vede le due figlie femmine non hanno grandi iniziative: la Barbara è socia delle holding, l’altra ha qualche società floreale, ma probabilmente sono hobbies. Mentre il figlio Luigi invece…

LUCA BERTAZZONI Ha diversificato. GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Eh, è lanciatissimo.

MARIO GEREVINI - GIORNALISTA ECONOMICO DEL CORRIERE DELLA SERA Luigi grazie anche ai dividendi Fininvest, ha diversificato le attività: molto nelle attività tecnologiche, FinTech, eccetera, eccetera, creando peraltro una holding con un patrimonio di oltre 400 milioni al di fuori della quota Fininvest, quindi con notevole capacità imprenditoriale.

LUCA BERTAZZONI Luigi ha investito anche nel mattone perché si è comprato quella che era la prima villa milanese di Berlusconi.

MARIO GEREVINI - GIORNALISTA ECONOMICO DEL CORRIERE DELLA SERA Sì, l’ha comprata da Fininvest, peraltro, facendo un mutuo come fanno tutti, però un mutuo che gli costa più di 50mila euro al mese.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Luigi Berlusconi ha speso circa 10 milioni di euro per i 1600 metri quadri di Villa Borletti, più altri sette per i lavori di ristrutturazione: l’intera cifra è stata finanziata con tre mutui diversi da Intesa San Paolo. Dal testamento del 2006 Berlusconi non ha mai modificato la suddivisione societaria dell’impero, ma nei due testamenti successivi ha disposto dei lasciti.

PIERCARLO MATTEA - NOTAIO Il secondo testamento è del 2020 e aggiunge un legato, è una somma di denaro pari a 100 milioni di euro al fratello Paolo.

LUCA BERTAZZONI E poi arriviamo al terzo testamento.

PIERCARLO MATTEA - NOTAIO Mentre i primi due erano stati consegnati fiduciariamente al notaio Roveda, il terzo era a mano della signora Marta Fascina e prevede sostanzialmente tre legati: uno di 100 milioni a favore sempre del fratello Paolo, un altro sempre di 100 milioni a favore della stessa Marta Fascina e uno di 30 milioni a favore di Marcello Dell’Utri.

LUCA BERTAZZONI Paolo Berlusconi è stato citato due volte, 100 milioni una volta e 100 l’altra: vuol dire che deve avere 200 milioni?

PIERCARLO MATTEA - NOTAIO Si sarebbe potuto fare anche su questo una controversia, si è deciso di non farla evidentemente con l’accordo di Paolo perché altrimenti li avrebbe chiesti e quindi ne prenderà solamente 100.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO La grafologa Patrizia Giachin, perito del Tribunale di Modena, ha analizzato tutti e tre i testamenti di Berlusconi, e ha notato che la calligrafia dell’ultimo appare molto diversa rispetto ai precedenti.

PATRIZIA GIACHIN – PERITA GRAFOLOGA TRIBUNALE DI MODENA Questo testamento a differenza degli altri il ritmo è molto più rallentato, le ampiezze si fanno molto più contratte. Ci sono, in corrispondenza del tratto di avvio, delle circonvoluzioni e lì, in quel momento, Berlusconi faceva fatica a trovare l’appoggio per iniziare la scrittura. L’andamento del tracciato va su e giù, è altalenante.

LUCA BERTAZZONI È dovuto, probabilmente, alla particolare condizione del momento

PATRIZIA GIACHIN – PERITA GRAFOLOGA TRIBUNALE DI MODENA Sì. PARLAMENTARE FORZA ITALIA Prima di andare al San Raffaele, Berlusconi scrisse di suo pugno questa lettera su cui c’è molto mistero. Era già stato ricoverato, poi ho saputo che il dottor Zangrillo lo ha fatto tornare a casa, ma solo a patto che si sarebbe fatto ricoverare il giorno dopo.

LUCA BERTAZZONI E perché non ha inserito Luigi in quel testamento?

PARLAMENTARE FORZA ITALIA Bisognerebbe chiederlo a chi era presente. Posso immaginare che lui fosse molto agitato quella mattina del 19 gennaio, perché era proprio convinto che non sarebbe tornato più a casa, era convinto di morire.

LUCA BERTAZZONI Nel terzo testamento c’è la dicitura “se non dovessi tornare”. Questo può far sì che in qualche modo venga impugnato il testamento proprio perché lui poi è tornato dal San Raffaele?

PIERCARLO MATTEA - NOTAIO Questo avrebbe potuto essere un motivo di impugnazione. Così non è stato perché nell’accordo che hanno raggiunto gli eredi hanno tranquillamente considerato questo testamento come valido, ecco, a tutti gli effetti, anche se lui poi è tornato.

LUCA BERTAZZONI Le particolari condizioni di salute di Berlusconi possono aver, come dire, influenzato le sue volontà?

PIERCARLO MATTEA - NOTAIO Chi volesse contestare la capacità di un soggetto nel momento in cui ha scritto il testamento, deve essere lui che dimostra che il soggetto in quel momento non era in grado di intendere e di volere.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Un compito praticamente impossibile perché il testamento è stato reso noto solo un anno e mezzo dopo che Berlusconi lo ha scritto.

LUCA BERTAZZONI Perché quel testamento è rimasto un anno e mezzo nel cassetto e non è stato portato al notaio?

PARLAMENTARE FORZA ITALIA Questa è una domanda che dovete fare alla Fascina, ce l’aveva lei la lettera e lei l’ha portata brevi manu al notaio Roveda.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Fra le varie anomalie che emergono analizzando il testamento di Berlusconi si nota l’assenza del nome del figlio più piccolo Luigi e un errore di scrittura che riguarda Piersilvio.

PATRIZIA GIACHIN – PERITA GRAFOLOGA TRIBUNALE DI MODENA Sbagliare il nome del figlio è un po’ una stranezza perché fa parte di quelle parole che i genitori scrivono tutta la vita.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Una parte importante dell’ultimo testamento di Berlusconi riguarda i lasciti, che sono oltretutto introdotti da un condizionale.

LUCA BERTAZZONI “Dovreste riservare” questi soldi a Dell’Utri, Fascina e Berlusconi: è un desiderio che gli eredi possono non realizzare o è un obbligo?

PIERCARLO MATTEA - NOTAIO Se c’è il disaccordo è il giudice che lo dice, nel nostro caso l’accordo prevede anche la conferma, quindi il dovreste è stato interpretato e letto come “dovete”.

LUCA BERTAZZONI Cosa ha notato lei?

PATRIZIA GIACHIN – PERITA GRAFOLOGA TRIBUNALE DI MODENA Ci sono le tre parole “milioni” che sono scritte con delle estensioni differenti, nell’ultima mancano addirittura delle lettere. Possiamo pensare che abbia fatto l’elenco, ha scritto Marta Fascina e Marcello Dell’Utri e poi dopo ha scritto i 100 e ha pensato…

LUCA BERTAZZONI La cifra da destinare.

PATRIZIA GIACHIN – PERITA GRAFOLOGA TRIBUNALE DI MODENA Esatto.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Nonostante le tante anomalie presenti nel testamento di Berlusconi, i figli hanno trovato un accordo in tempi record.

PIERCARLO MATTEA - NOTAIO Loro hanno fatto a mio avviso una cosa estremamente saggia perché anche nella mia esperienza notarile un accordo anche non tanto buono è meglio di una causa.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Ma sugli equilibri raggiunti potrebbe pesare un altro presunto testamento che arriva direttamente dalla Colombia.

LUCA BERTAZZONI Tutto bene in Colombia?

MARCO DI NUNZIO – IMPRENDITORE Sì, tutto bene, tutto bene.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Marco Di Nunzio è un imprenditore torinese che da anni vive in Colombia e si occupa di cantieristica navale, oltre a essere consigliere del Comites, il comitato degli italiani all’estero.

LUCA BERTAZZONI Io ho questo pezzo di carta, questo testamento. Berlusconi sostanzialmente le lascia 20 milioni di euro per l’attività di Forza Italia in Colombia e sei a lei.

MARCO DI NUNZIO – IMPRENDITORE Sì, una volta che c’è la pubblicazione del testamento ufficiale vediamo di arrivare ad un accordo direttamente con la famiglia Berlusconi, sennò facciamo direttamente causa.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Oltre ai 26 milioni di euro per Di Nunzio, nel testamento colombiano ci sono tutte le imbarcazioni di proprietà di Silvio Berlusconi, le ville di Antigua ma soprattutto il 2% delle azioni Fininvest.

MARCO DI NUNZIO – IMPRENDITORE L’unica persona autorizzata è Pier Francesco.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Pier Francesco Corso è un giornalista romano che ci ha contattato poco dopo la morte di Berlusconi proponendosi come intermediario di Marco Di Nunzio, il presunto erede che vive in Colombia.

PIER FRANCESCO CORSO - GIORNALISTA Ciao Luca.

LUCA BERTAZZONI Come stai, tutto bene?

PIER FRANCESCO CORSO - GIORNALISTA Vieni, vieni. Mi hanno cercato perché sapevano che ero una persona corretta e perbene e che, insomma, ero abbastanza agganciato qui al mondo politico.

LUCA BERTAZZONI ‘Sto Marco Di Nunzio chi è?

PIER FRANCESCO CORSO - GIORNALISTA Era quello che gli organizzava praticamente i partiti civetta a Berlusconi.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO I partiti civetta erano liste elettorali create ad arte da partiti o coalizioni per aggirare il meccanismo dello scorporo della vecchia legge elettorale. “Bunga bunga” era il nome della lista creata da Di Nunzio, che nel 2016 è stato condannato a Torino per firme falsificate.

LUCA BERTAZZONI Lui sostiene, no, che questo notaio ha registrato…

PIER FRANCESCO CORSO - GIORNALISTA Il notaio sotto la sua responsabilità civile e penale ha certificato la presenza di Berlusconi.

LUCA BERTAZZONI Il 21 settembre del 2021.

PIER FRANCESCO CORSO - GIORNALISTA Esatto.

LUCA BERTAZZONI L’unica risposta, diciamo, che hanno dato da Fininvest è che Berlusconi quel 21 settembre…

PIER FRANCESCO CORSO - GIORNALISTA Non hanno dato risposta, hanno detto semplicemente che Berlusconi era qui in Italia.

LUCA BERTAZZONI Era a Milano.

PIER FRANCESCO CORSO - GIORNALISTA Lì c’è praticamente la certificazione della dogana, praticamente la certificazione del notaio.

LUCA BERTAZZONI C’è un notaio che certifica la presenza di Berlusconi, però questo pezzo di carta è scritto tutto al computer e poi c’è una firma di Berlusconi che però potrebbe essere, diciamo, fatta da chiunque.

MARCO DI NUNZIO Abbiamo un sacco di documentazione, dai video alle carte di Antigua e tutto il resto, perché, è tutto documentato.

LUCA BERTAZZONI Perché uno potrebbe pensare che lei s’è buttato dentro questa cosa, come dire, per provare a sparigliare e a prenderci qualcosina.

MARCO DI NUNZIO No, no. Andiamo a fare una transazione a saldo e stralcio con la famiglia Berlusconi se arriviamo ad un accordo, sennò in caso andiamo alla causa.

LUCA BERTAZZONI Quando lei mi dice “un accordo” magari la chiudete a meno soldi, dico?

MARCO DI NUNZIO Purtroppo, conosciamo come sono le cause in Italia, possono durare anche 10 o 15 anni. È molto meglio a volte per il quieto vivere arrivare a una transazione a saldo e stralcio.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Meglio pochi, maledetti e subito. Altrimenti saltano fuori i presunti documenti colombiani, fra cui il contratto di noleggio intestato a Berlusconi di una barca dal nome “Eja, Eja, Alalà” e la testimonianza di Di Nunzio dei conti off-shore del Cavaliere in Svizzera con i quali, secondo l’imprenditore torinese, comprò le ville ad Antigua.

LUCA BERTAZZONI A te i documenti li ha fatti solo vedere, non ce li hai fisicamente questi documenti?

PIER FRANCESCO CORSO - GIORNALISTA Ho tutto. Ce li ho tutti quanti catalogati, messi a punto e tutti quanti organizzati come Dio comanda, per cui se dovessero dire picche allora a quel punto i documenti escono tutti fuori. Ovviamente però non lo mettere che sembra quasi un ricatto, insomma...

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO E se la famiglia non dovesse pagare, magari qualche soldo si rimedia lo stesso.

PIER FRANCESCO CORSO - GIORNALISTA Senti, perché non negozi tu, visto che sei uno che gira dappertutto le esclusive? Se è una notizia si vende, che dici? Ce la vendiamo, ti becchi pure te un po’ di soldi.

LUCA BERTAZZONI No, io non faccio ‘ste cose.

PIER FRANCESCO CORSO - GIORNALISTA Perché? È una cosa scorretta?

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Eh beh! Insomma, il messaggio che arriva dalla Colombia è chiaro: o la famiglia Berlusconi riconosce a Di Nunzio il pagamento di 26 milioni di euro, il possesso delle imbarcazioni, delle ville di Antigua, il 2% di Fininvest oppure usciranno documenti imbarazzanti. Quali? Per esempio, il noleggio di un’imbarcazione dal nome “Eja, Eja, Alalà”, e i conti offshore in Svizzera con i quali avrebbe acquistato le ville di Antigua. Ora, insomma, se non è un ricatto, poco ci manca. Qui c’è un notaio colombiano che giura che il 21 settembre del 2021 Berlusconi fosse a Bogotà e avesse lasciato questo testamento a Di Nunzio, ecco, quest’eredità, cioè all’uomo che aveva creato per lui le liste civetta, una delle quali, in occasione delle competizioni elettorali, una delle quali dal nome “Bunga Bunga”. Ricordiamo che nel 2016 Di Nunzio è stato condannato dal Tribunale di Torino per aver presentato delle firme falsificate. Però, oggi è consigliere dei Comites, cioè di quell’organismo che rappresenta gli italiani all’estero. Insomma, a noi questa storia colombiana non ci convince, lo diciamo chiaramente. Tuttavia, l’avvocato Di Nunzio ha depositato pochi giorni fa a Napoli il testamento nel quale diffida la famiglia Berlusconi a riconoscere l’inserimento nel possesso dei beni proprio di Di Nunzio. Da parte loro, invece, i legali degli eredi di Berlusconi ci rispondono che ritengono il testamento colombiano “assolutamente non veritiero e che davanti alla Procura della Repubblica di Milano è pendente un procedimento penale che farà certamente piena luce sulla vicenda”. Ora, mentre è certo, invece, che i figli del Cavaliere hanno chiesto di non pagare le tasse sulla quota di 423 milioni di euro, quota Fininvest, che hanno ereditato. Questo la legge lo consente, consente a chi eredita delle quote societarie di non pagare le tasse se poi deterrà il controllo per i prossimi cinque anni, cosa che i figli di Berlusconi hanno sottoscritto un mese fa circa all’interno di un patto parasociale. Chi dovrà, invece, pagare certamente le tasse, otto milioni di euro sul lascito di cento milioni, è Marta Fascina, questo perché tra i due non c’è alcun vincolo parentale, e a poco è servito celebrare il matrimonio simbolico il 19 marzo del 2022 a Villa Gernetto. Ora, insomma, ma come è arrivata Marta Fascina alla corte di Berlusconi?

ALBANO - CONVENTION FORZA ITALIA - PAESTUM 29/09/2023 Buonasera. “Felicità”…

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Il 29 settembre scorso, giorno in cui Berlusconi avrebbe compiuto 87 anni, Forza Italia ha celebrato il ricordo del suo fondatore a Paestum, in Campania.

LUCA BERTAZZONI Sottosegretario, colpisce un po’ l’assenza di Marta Fascina, volevo capire...

TULLIO FERRANTE - SOTTOSEGRETARIO ALLE INFRASTRUTTURE E ALLE MOBILITA’ SOSTENIBILI In che senso colpisce?

LUCA BERTAZZONI No, perché era un evento per ricordare Berlusconi, tutto qua.

TULLIO FERRANTE - SOTTOSEGRETARIO ALLE INFRASTRUTTURE E ALLE MOBILITA’ SOSTENIBILI È in una fase di lutto, di elaborazione del lutto per cui era noto che non ci sarebbe stata oggi.

ALESSANDRO SORTE – DEPUTATO - COORDINATORE FORZA ITALIA IN LOMBARDIA Il ruolo della Fascina è importantissimo per dare ulteriore slancio al partito. Ha un momento di difficoltà che dobbiamo rispettare, ma siamo sicuri che al più presto sarà con noi.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Marta Fascina non era né con il partito a Paestum né con la famiglia Berlusconi in Regione Lombardia.

BARBARA BERLUSCONI - IMPRENDITRICE - MILANO 19/09/2023 Desidero ringraziare soprattutto il presidente Attilio Fontana per aver deciso di intitolare il Belvedere di Palazzo Lombardia a mio padre, sono visibilmente commossa.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO A parte questa apparizione allo stadio del Monza, non è mai comparsa in pubblico dal funerale di Berlusconi.

PAOLO MADRON - DIRETTORE LETTERA43.IT È una ragazza calabra che da piccola va a vivere in Campania. Le piace la politica, si è laureata in Filosofia, grande, diciamo, infatuazione per Forza Italia e per Silvio Berlusconi. Quindi il grande sogno dalla provincia è come arrivare a contattare il Cavaliere. Uno dei canali con cui arrivare era quello di mandare le fotografie, il book come si diceva, e qui viene buono Emilio Fede che le procura un colloquio con Berlusconi. Finisce che lei viene assunta all’ufficio stampa del Milan, poi c’è la vendita del Milan e bisogna trovare un altro posto dove mettere Marta Fascina e lì inizia la sua avventura in politica.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Marta Fascina viene candidata ed eletta nel 2018 nel collegio blindato di Portici in Campania.

MARTA FASCINA - DEPUTATA FORZA ITALIA - INTERVENTO ALLA CAMERA 6/12/2018 Sono lontani i tempi dei governi presieduti da Silvio Berlusconi in cui con le leggi di bilancio si eliminava l’Ici sulla prima casa, venivano eliminate le imposte sulle donazioni e sulle successioni, veniva costruito il termovalorizzatore di Acerra per risolvere a tempi record il problema rifiuti in Campania.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Due anni dopo l’avvento di Marta Fascina a Montecitorio inizia la crisi fra Silvio Berlusconi e Francesca Pascale.

PARLAMENTARE FORZA ITALIA Ad un certo punto il rapporto tra Berlusconi e la Pascale era diventato violento. Lui faceva fatica a vedere la famiglia perché ogni giorno c’era una sceneggiata di Francesca, la situazione era diventata insostenibile.

PAOLO MADRON - DIRETTORE LETTERA43.IT La Fascina appare come lo strumento ideale per sostituire sostanzialmente la Pascale.

LUCA BERTAZZONI E poi sono uscite le famose foto su Diva e Donna.

PARLAMENTARE FORZA ITALIA Eh sì, a marzo del 2020. Il presidente va in un resort in Svizzera e si porta dietro lei. La pubblicazione delle foto apre di fatto la crisi tra Pascale e Berlusconi.

LUCA BERTAZZONI Secondo lei l’uscita di queste foto è stata casuale?

PARLAMENTARE FORZA ITALIA Eh… Il sospetto è che la famiglia non fosse molto contenta della Pascale.

LUCA BERTAZZONI Cosa è cambiato con l’arrivo della Fascina ad Arcore?

PARLAMENTARE FORZA ITALIA Col senno di poi, dico che a Berlusconi giovava più la Pascale che la Fascina. Francesca aveva una personalità forte, bizzarra, ma non entrava mai nelle questioni politiche. Mentre la figura di Marta è diventata di colpo imponente.

LUCA BERTAZZONI Anche in ambito politico sta dicendo?

PARLAMENTARE FORZA ITALIA Soprattutto in politica, partecipava a tutti gli incontri di Berlusconi. Passava le ore del giorno a condizionarlo nelle relazioni con gli altri: “Lui è cattivo con te, non gli parlare più”, sempre così.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO A gennaio del 2022 le condizioni di salute di Berlusconi sono preoccupanti e il Cavaliere viene ricoverato al San Raffaele.

PAOLO MADRON - DIRETTORE LETTERA43.IT Quando si sveglia la Fascina è lì accanto al letto e lui commosso le dice: “ti sposo”. E qui, evidentemente sì, suonano tutti i campanelli di allarme possibili.

LUCA BERTAZZONI Dentro la famiglia Berlusconi?

PAOLO MADRON - DIRETTORE LETTERA43.IT Beh, sì. Perché sposarla evidentemente vuol dire che Marta Fascina entra nella linea ereditaria. Allora con un’idea geniale si inventa questa storia del finto matrimonio.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Pochi mesi dopo il matrimonio simbolico, la Fascina non viene candidata a Portici come nella precedente legislatura, ma nel collegio di Marsala in Sicilia, storico feudo di Forza Italia.

VINCENZO SMALDORE - RESPONSABILE EDITORIALE OPENPOLIS Entrambe le volte sono stati scelti collegi super sicuri e questo fa sì che la deputata non abbia fatto neanche campagna elettorale né la prima né la seconda volta: era sicura dell’elezione.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO A garantire l’elezione di Marta Fascina in Sicilia ci ha pensato Gianfranco Miccichè, l’artefice del famoso 61 a 0 di Forza Italia del 2001 e fino a pochi mesi fa coordinatore del partito nell’isola.

LUCA BERTAZZONI Fu Berlusconi a chiederle di candidare Marta Fascina nel collegio blindato di Marsala?

GIANFRANCO MICCICHE’ - DEPUTATO FORZA ITALIA 1994 - 2006 Ma che minchia di cosa inutile.

LUCA BERTAZZONI È una domanda legittima, siccome non era una candidata del territorio.

GIANFRANCO MICCICHE’ - DEPUTATO FORZA ITALIA 1994 - 2006 Chi me lo doveva chiedere Biden? Chi me glielo doveva dire?

LUCA BERTAZZONI Glielo ha chiesto Berlusconi? Però lei da siciliano, da coordinatore di Forza Italia in Sicilia non poteva dire mettiamoci uno del territorio piuttosto che la Fascina che non è mai neanche stata in Sicilia? Non se l’è sentita di chiederlo al Cavaliere?

GIANFRANCO MICCICHE’ - DEPUTATO FORZA ITALIA 1994 - 2006 Ripeto: stiamo parlando di cose inutili, era la moglie del presidente che mi ha chiesto una cosa e quindi non era possibile rispondere diversamente.

LUCA BERTAZZONI Quindi lei ha fatto quello che le ha chiesto Berlusconi.

GIANFRANCO MICCICHE’ - DEPUTATO FORZA ITALIA 1994 - 2006 Come sempre nella vita.

LUCA BERTAZZONI Una volta eletta cosa ha fatto in Parlamento?

VINCENZO SMALDORE - RESPONSABILE EDITORIALE OPENPOLIS La scorsa legislatura si è conclusa e lei è stata quasi sempre assente, ha fatto solo un 20-25% di presenze, due disegni di legge ha presentato ed entrambe le volte non sono neanche stati discussi, sono rimasti nei cassetti. Questa legislatura ha fatto ancora meno, questo è il tabulato ufficiale della Camera: Marta Antonia Fascina, eccola qua, è stata assente 3015 volte che è pari al 99,43%. Non c’è niente da aggiungere.

LUCA BERTAZZONI Quale è il ruolo della Fascina all’interno del partito?

PARLAMENTARE FORZA ITALIA Nessuno. Però ha fatto entrare in Parlamento tre suoi fedelissimi: Sorte, Benigni e Ferrante.

LUCA BERTAZZONI Lei è molto amico di Marta Fascina, ho letto che sua mamma era compagna di scuola della Fascina, lei pure è compagno...

TULLIO FERRANTE - SOTTOSEGRETARIO ALLE INFRASTRUTTURE E ALLE MOBILITA’ SOSTENIBILI Sì, conosco da oltre vent’anni Marta, certo.

LUCA BERTAZZONI Lei come si avvicina alla politica, ho visto che lei faceva politica da ragazzo con la Fascina.

TULLIO FERRANTE - SOTTOSEGRETARIO ALLE INFRASTRUTTURE E ALLE MOBILITA’ SOSTENIBILI Io milito in Forza Italia da circa 18-19 anni, credo che non c’è bisogno di aggiungere altro.

LUCA BERTAZZONI Dicono che lei sia stato eletto in quota Fascina, no, esiste anche la quota Fascina

TULLIO FERRANTE - SOTTOSEGRETARIO ALLE INFRASTRUTTURE E ALLE MOBILITA’ SOSTENIBILI Sono stato eletto in quota Berlusconi, è il presidente Berlusconi che mi ha voluto candidare alle elezioni del 25 settembre e che mi ha messo in lista.

LUCA BERTAZZONI Ma in quanto amico di sua moglie?

TULLIO FERRANTE - SOTTOSEGRETARIO ALLE INFRASTRUTTURE E ALLE MOBILITA’ SOSTENIBILI In quanto mi ha conosciuto, ha conosciuto le mie qualità e competenze.

PARLAMENTARE FORZA ITALIA Ha ottenuto che Ferrante facesse il sottosegretario alle Infrastrutture, stiamo parlando di uno che ha incontrato Berlusconi due volte nella vita. Era compagno di liceo della Fascina e solo per quel motivo sta lì.

TULLIO FERRANTE - SOTTOSEGRETARIO ALLE INFRASTRUTTURE E ALLE MOBILITA’ SOSTENIBILI Sono il più giovane sottosegretario, quindi

LUCA BERTAZZONI Eh, ma come mai sottosegretario un avvocato? Sottosegretario alle Infrastrutture?

TULLIO FERRANTE - SOTTOSEGRETARIO ALLE INFRASTRUTTURE E ALLE MOBILITA’ SOSTENIBILI Ah, gli avvocati non possono? Quindi secondo lei solo gli ingegneri possono andare al ministero delle Infrastrutture?

LUCA BERTAZZONI Mi chiedevo, eh, tutto qua.

TULLIO FERRANTE - SOTTOSEGRETARIO ALLE INFRASTRUTTURE E ALLE MOBILITA’ SOSTENIBILI Le posso dire che gli avvocati possono fare tutto.

LUCA BERTAZZONI Quindi lei sottosegretario chi gliel’ha offerto questo ruolo?

TULLIO FERRANTE - SOTTOSEGRETARIO ALLE INFRASTRUTTURE E ALLE MOBILITA’ SOSTENIBILI La nomina è del presidente del Consiglio controfirmata dal capo dello Stato.

LUCA BERTAZZONI Lei è diventato coordinatore regionale della Lombardia di Forza Italia al posto della Ronzulli, dico…

ALESSANDRO SORTE – DEPUTATO - COORDINATORE FORZA ITALIA IN LOMBARDIA Che è di là, tra l’altro.

LUCA BERTAZZONI Sì, l’abbiamo vista. Ma come è riuscito ad ottenere il posto della Ronzulli che è una figura fondamentale per il partito?

ALESSANDRO SORTE – DEPUTATO - COORDINATORE FORZA ITALIA IN LOMBARDIA Innanzitutto, una lunga gavetta e poi sono anche amico di Marta Fascina, cosa di cui vado orgoglioso.

LUCA BERTAZZONI Dopo la morte di Berlusconi, la Fascina non è praticamente mai più uscita da Arcore.

PARLAMENTARE FORZA ITALIA Sì, vive con l’uomo di scorta del presidente, si chiama Nino Battaglia. Lavora per i Servizi, è stato con Berlusconi per trent’anni, lo ha messo lì sotto la presidenza del Consiglio Gianni Letta.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO E un invito a Marta Fascina a riprendere almeno la sua attività politica arriva anche da Paolo Berlusconi.

PAOLO BERLUSCONI - IMPRENDITORE - MONZA 26/09/2023 Dobbiamo essere sereni e addirittura felici perché abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo, di amarlo e di viverlo. Basta con le lacrime: è un discorso che faccio anche a Marta, che è inconsolabile però dovrà avere la forza anche lei di tornare in Parlamento perché è un suo diritto, ma soprattutto un suo dovere.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Già, il dovere. Insomma, anche Marta Fascina rientra nell’eredità di Berlusconi, che le ha lasciato cento milioni di euro. Però, per quello che riguarda il ruolo di parlamentare, quell’eredità l’ha lasciata sulle spalle degli italiani. E insomma, qual è la storia di una giovane calabrese, appassionata di politica che si sposta prima a Portici, poi arriva ad Arcore e finisce sullo scranno del parlamento a Montecitorio. Ecco, un viaggio che richiederebbe più rispetto per quei cittadini che l’hanno eletta in un collegio blindato, quello di Marsala, l’hanno eletta perché avevano fiducia in Berlusconi, così come aveva fiducia in Berlusconi il coordinatore di Forza Italia in Sicilia, Miccichè. Insomma, dice: è la moglie del presidente, me l’ha chiesto il presidente, io, come sempre nella mia vita, ho fatto quello che mi chiedeva Silvio Berlusconi. Dispiace, però, che l’onorevole Fascina non senta il dovere di rappresentare quei cittadini che l’hanno eletta in parlamento: il, oltre il 99% delle assenze. È un dato che, oltre il rispettabile, inconsolabile dolore che prova per la scomparsa di Berlusconi, è un dato che fa riflettere. È stata assente anche nei tre giorni a Paestum, dedicati proprio a Forza Italia dove, però, c’erano tre suoi fedelissimi, c’era Tullio Ferrante, sottosegretario alle Infrastrutture, Alessandro Sorte, coordinatore di Forza Italia in Lombardia, ha preso il posto di Licia Ronzulli, e poi Stefano Benigni, coordinatore nazionale di Forza Italia Giovani. Ecco, a proposito di fedelissimi, ce n’è uno, Dell’Utri, Marcello Dell’Utri, anche lui ha ottenuto un lascito da parte del Cavaliere, trenta milioni di euro, ma non è stato il solo.

LUCA BERTAZZONI Ragioniere Spinelli, buongiorno, sono Luca Bertazzoni, sono un giornalista della Rai, di Report. Come sta? La disturbavo semplicemente perché mi sto occupando del testamento di Berlusconi e lei è stato custode dei segreti finanziari del Cavaliere per 40 anni.

GIUSEPPE SPINELLI – EX RAGIONIERE DI SILVIO BERLUSCONI Non sono al corrente di niente perché hanno fatto tutto gli avvocati.

LUCA BERTAZZONI Certo. Secondo lei ci sono stati problemi, diciamo, sul lascito che ha fatto alla Fascina e a Dell’Utri, insomma… Lei è stato sentito a Firenze, no, nel processo sui soldi a Dell’Utri.

GIUSEPPE SPINELLI – EX RAGIONIERE DI SILVIO BERLUSCONI Ha letto i giornali o no?

MOGLIE GIUSEPPE SPINELLI Basta con queste storie, basta.

GIUSEPPE SPINELLI – EX RAGIONIERE DI SILVIO BERLUSCONI È quello che lei ha letto sui giornali.

LUCA BERTAZZONI Volevo solo capire, ho letto, insomma, lei in questi più 10 anni per volere di Berlusconi ha dato più di 30 milioni a Dell’Utri, volevo capire perché Berlusconi glieli dava.

GIUSEPPE SPINELLI – EX RAGIONIERE DI SILVIO BERLUSCONI L’ho detto, non lo ridico adesso, però se va a rileggere l’ho detto.

LUCA BERTAZZONI Sì, sì, però, insomma, siccome i Pm sostengono che questo potesse essere, diciamo, la ricompensa per il carcere che aveva fatto Dell’Utri e per il silenzio.

GIUSEPPE SPINELLI – EX RAGIONIERE DI SILVIO BERLUSCONI Quello che ho detto ai Pm lei lo sa meglio di me.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Ai Pm di Firenze che indagano sulle stragi di mafia del 1993, Giuseppe Spinelli, ragioniere di Bresso e presidente delle quattro holding di Silvio Berlusconi che controllano Fininvest, ha raccontato i rapporti economici fra il Cavaliere e Marcello Dell’Utri: “Si trattava di richieste di aiuto da parte della moglie di Dell’Utri, dovevano pagare gli avvocati e altre spese: io mi limitavo a predisporre bonifici secondo le indicazioni del dottor Berlusconi”.

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 La cassa di Berlusconi la seguiva Spinelli, bisogna fare un pagamento e ci pensa Spinelli. Povero Spinelli, ha passato i guai Spinelli, poveretto.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Nel 2012 il ragionier Spinelli e la moglie vengono sequestrati per una notte intera nella loro casa di Bresso. I rapitori chiedevano a Berlusconi 35 milioni di euro in cambio di documenti riguardanti il processo Lodo Mondadori. Sono stati poi condannati a più di otto anni di carcere per sequestro di persona. Ma se Spinelli era il mero esecutore dei bonifici, a predisporli spesso era l’ex Direttore Generale di Fininvest Alfredo Messina.

LUCA BERTAZZONI Lei il 4 dicembre del 2020 incontra alla Fininvest Dell’Utri insieme a Danilo Pellegrino, amministratore delegato di Fininvest. E poi successivamente ci sono tutta una serie di altri incontri in cui sostanzialmente si discute dei soldi che Berlusconi deve dare a Dell’Utri.

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Dell’Utri ha fatto ingiustamente alcuni anni di carcere, Berlusconi è un uomo ricco, ha un amico in difficoltà e se ne occupa.

LUCA BERTAZZONI Ma perché se ne occupava lei di questi pagamenti?

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Perché ero il direttore Generale della Fininvest, di cosa mi dovevo occupare?

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO E quindi Messina nel 2019 si sarebbe anche occupato di disporre il pagamento dell’acquisto di una casa per la figlia di Dell’Utri e dei successivi lavori di ristrutturazione. Prezzo totale: due milioni e mezzo di euro. E poi c’è un’altra dimora, ben più costosa, che affaccia sul lago di Como: si chiama Villa Comalcione, 30 vani e 3000 metri quadri di giardino. Silvio Berlusconi l’ha acquistata da Dell’Utri nel 2012 al prezzo di 21 milioni di euro.

LUCA BERTAZZONI Berlusconi anche prima del lascito ha sempre dato un sacco di soldi a Dell’Utri.

PARLAMENTARE FORZA ITALIA Sempre però per amicizia. Gli ha comprato la villa sul lago di Como, gli ha pagato tutti gli avvocati, ha dato una specie di mantenimento pure alla moglie. Quindi secondo me ha fatto un calcolo: gli alimenti glieli ho già dati, gli lascio altri 30 milioni che gli serviranno ancora.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO A Marcello Dell’Utri evidentemente non basta la pensione da 18 mila euro al mese, e quindi a maggio del 2021 Giuseppe Spinelli manda una mail in cui chiede all’ex senatore gli estremi del suo iban perché Berlusconi aveva concordato un accreditamento mensile di 30mila euro in suo favore. Secondo i magistrati di Firenze, fra il 2011 e il 2021 il Cavaliere avrebbe versato a Dell’Utri più di 32 milioni di euro.

LUCA BERTAZZONI Però 32 milioni di euro sono tanti, no?

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Eh, sono tanti. Lui aveva dei processi che francamente richiedevano ingenti spese di legali.

LUCA BERTAZZONI E perché doveva pagarli Berlusconi?

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Anche i miei legali li paga la Fininvest.

LUCA BERTAZZONI Però Dell’Utri non è più in Fininvest da una vita.

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Beh, questo non vuol dire che…

LUCA BERTAZZONI Quindi per sempre? Un vitalizio, anche gli avvocati pagati sono un vitalizio?

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Non è che ce lo dimentichiamo, insomma, certo, questo non è possibile.

LUCA BERTAZZONI Però per questioni legate alla Fininvest.

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Perché Dell’Utri a cosa era legato Dell’Utri?

LUCA BERTAZZONI Ha una condanna definitiva a sette anni, ha fatto anche il carcere, no, per concorso esterno in associazione mafiosa.

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Ma parliamo di mafia? Lasciamo perdere.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Secondo la procura, Marcello Dell’Utri è stato il garante dell’accordo fra Berlusconi e Cosa Nostra dal 1974 al 1992 e per questo è stato condannato in Cassazione a sette anni. Nel 2019 ha finito di scontare la sua pena.

PARLAMENTARE FORZA ITALIA Quando Dell’Utri è uscito dal carcere, Berlusconi faceva pressioni su Ghedini: “facciamolo venire qui, incontriamolo di nascosto”, ma l’avvocato gli ha detto sempre di no.

LUCA BERTAZZONI Perché Ghedini osteggiava questo rapporto?

PARLAMENTARE FORZA ITALIA Per Niccolò, Dell’Utri era una fonte di guai e gliel’ha sempre tenuto lontano. Tant’è che Marcello ricomincia a entrare ad Arcore e a dormire lì solo quando Niccolò si ammala.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Nelle carte della Procura di Firenze c’è una conversazione del luglio 2021 fra Marcello Dell’Utri e Alfredo Messina.

LUCA BERTAZZONI Dell’Utri le dice che “pagare i suoi difensori equivale a pagare anche la difesa di Berlusconi”.

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Non me lo ricordo onestamente.

LUCA BERTAZZONI Però è un passaggio importante, no, come dire: “guarda che se mi difendo io difendo anche te”.

 ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Beh, insomma sì, si può dire anche così certamente. Però insomma…

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Dell’Utri sta in carcere perché è nato in Sicilia, guardi, non ci sono altri motivi francamente, non ci sono altri motivi

LUCA BERTAZZONI Mangano, il famoso Mangano, se lo ricorda

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Ma vede, Mangano… Lei ricorda quel periodo quando venivano rapite persone? C’era il timore che rapissero anche i figli di Berlusconi. E allora credo che non fosse stata di Berlusconi l’idea di Mangano, ma fosse stata di Dell’Utri a proporre se si metteva una tutela particolare ed evitiamo di rapire qualche ragazzo.

LUCA BERTAZZONI Fino a due anni fa invece Mangano era lo stalliere che stava lì ad accudire i cavalli. È ben diversa la cosa, no?

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Fu preso come stalliere, perché…

LUCA BERTAZZONI E poi? ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Certamente la presenza di Mangano poteva allontanare il pericolo di un rapimento.

LUCA BERTAZZONI Perché era un mafioso?

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Non lo so se era mafioso.

LUCA BERTAZZONI E allora per cosa?

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 Non lo so.

LUCA BERTAZZONI Dottor Dell’Utri, buonasera, salve, sono Luca Bertazzoni di Report. Come sta? Ci siamo sentiti telefonicamente. Tutto bene?

MARCELLO DELL’UTRI - SENATORE FORZA ITALIA 2001 - 2013 Tutto male.

LUCA BERTAZZONI Tutto male… La disturbavo semplicemente perché ci stiamo occupando del testamento di Berlusconi, abbiamo visto che nell’eredità lei, diciamo, ha ottenuto 30 milioni di euro e volevo capire se se l’aspettava.

MARCELLO DELL’UTRI - SENATORE FORZA ITALIA 2001 - 2013 Non ho nessuna voglia di parlare.

LUCA BERTAZZONI Come mai?

MARCELLO DELL’UTRI - SENATORE FORZA ITALIA 2001 - 2013 Non ne ho nessuna voglia.

LUCA BERTAZZONI Però l’occasione è ghiotta, siamo qua, insomma…

MARCELLO DELL’UTRI - SENATORE FORZA ITALIA 2001 - 2013 Eh, lo so. Siete venuti senza avvisare.

LUCA BERTAZZONI Lo so, abbiamo fatto un tentativo, dottore, solo se se l’aspettava o no.

MARCELLO DELL’UTRI - SENATORE FORZA ITALIA 2001 - 2013 Sentiamoci un’altra volta.

 LUCA BERTAZZONI Ci sentiamo un’altra volta e poi mi dirà no, io già lo so.

MARCELLO DELL’UTRI - SENATORE FORZA ITALIA 2001 - 2013 Non lo so, può darsi che dirò di sì: lei mi chiami.

LUCA BERTAZZONI Va bene, la ringrazio. Ci sono delle persone che la vogliono salutare.

MARCELLO DELL’UTRI - SENATORE FORZA ITALIA 2001 - 2013 Ciao caro, come stai? È da tempo che non ci vediamo. Ciao caro. Solo che adesso mi prendi alla prendi alla sprovvista.

AMICO DI MARCELLO DELL’UTRI Avevamo solo questo desiderio, io sono venuto da Budapest.

MARCELLO DELL’UTRI - SENATORE FORZA ITALIA 2001 - 2013 Io avrei desiderio di prendere un caffè con voi.

AMICO DI MARCELLO DELL’UTRI Posso presentare mia moglie, è ungherese

MARCELLO DELL’UTRI - SENATORE FORZA ITALIA 2001 - 2013 Certo, molto piacere. Lieto di conoscerla.

LUCA BERTAZZONI Con me no il caffè però invece?

MARCELLO DELL’UTRI - SENATORE FORZA ITALIA 2001 - 2013 Certo, inviterò anche lei.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO L’invito per il caffè non è mai arrivato. Avremmo voluto chiedere a Dell’Utri perché il Cavaliere, oltre al lascito da trenta milioni di euro, gli avesse corrisposto nel tempo, dal 2011 al 2021, la cifra di 32 milioni 768mila 994 euro. È un pagamento che ha riscontrato la Procura di Firenze, che sta indagando sui mandanti occulti alle stragi del, delle stragi del 1993. L’ex tesoriere Messina, che è stato a lungo direttore generale della Fininvest, ci dice di aver disposto molti pagamenti a favore di Dell’Utri proprio per la sua militanza all’interno dell’azienda, pagamenti che erano dedicati alle spese legali. Ora, premesso che Dell’Utri è da tanto tempo che non lavorava più per l’azienda Fininvest, e premesso che quei processi nulla avevano a che fare con Fininvest, ma erano legati a questioni di mafia, quello che noi avremmo voluto sapere da Dell’Utri è che cosa intendeva dire quando, intercettato proprio con l’ex tesoriere Messina, ha detto: “Pagare i difensori di Dell’Utri è pagare anche la difesa di Berlusconi”. È proprio questa intercettazione che ha reso i magistrati sospettosi che quel pagamento fosse per compensare il silenzio con il quale Dell’Utri ha accettato la condanna per essere stato per 18 anni, fino al 1992, il garante di un patto fra Berlusconi e Cosa Nostra.

Zero in condotta. Report rai. PUNTATA DEL 29/10/2023 di Luca Bertazzoni

La settimana scorsa abbiamo mandato in onda una puntata sull’eredità di Berlusconi, quella economica e politica. E siamo stati sottoposti a una settimana di tiro incrociato.

Zero in condotta Di Luca Bertazzoni Collaborazione Marzia Amico Immagini Paolo Palermo – Marco Ronca Montaggio Igor Ceselli

ALESSANDRA MUSSOLINI – EURODEPUTATA FORZA ITALIA Siamo resilienti, siamo forti e andiamo avanti.

LUCA BERTAZZONI Però è un tema, questi 90 milioni...

ALESSANDRA MUSSOLINI – EURODEPUTATA FORZA ITALIA Ma qual è ‘sto tema?

LUCA BERTAZZONI Eh, i 90 milioni di euro che il partito deve a Berlusconi.

ALESSANDRA MUSSOLINI – EURODEPUTATA FORZA ITALIA Ma quelli ce li hanno tutti i debiti, ragazzi hanno tolto il finanziamento pubblico ai partiti.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO La scorsa settimana abbiamo raccontato del debito di 90 milioni di euro di Forza Italia nei confronti della famiglia Berlusconi.

LUCA BERTAZZONI Dei 90 milioni di euro che il partito deve a Berlusconi ne avete discusso con la famiglia, c’è il rischio…

FRANCESCO PAOLO SISTO - SENATORE FORZA ITALIA Ce li stiamo dividendo un po’ per uno.

LUCA BERTAZZONI È a rischio la sopravvivenza del partito…

FRANCESCO PAOLO SISTO - SENATORE FORZA ITALIA Arrivederci, buona giornata.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Come ci ha raccontato lo storico tesoriere di Forza Italia Alfredo Messina, una delle voci più importanti del buco di bilancio è il mancato pagamento da parte degli eletti della quota mensile al partito.

ALFREDO MESSINA - TESORIERE FORZA ITALIA 2016 - 2023 I singoli parlamentari pagano meno degli altri partiti e non pagano tutti perché per pagare sono tutti quanti contrari.

LICIA RONZULLI - SENATRICE FORZA ITALIA Io, proprio per evitare, ho sempre pagato, sono sempre stata in regola.

LUCA BERTAZZONI Però non troviamo nessuno, tutti dicono che hanno pagato qui quasi la metà degli eletti non ha pagato.

LICIA RONZULLI - SENATRICE FORZA ITALIA Io rispondo per me.

LUCA BERTAZZONI Lei ha pagato?

GIORGIO MULE’ - DEPUTATO FORZA ITALIA C’è a chi si allunga il naso

LUCA BERTAZZONI Ah!

LUCA BERTAZZONI La paga la quota mensile al partito?

MAURIZIO GASPARRI - SENATORE FORZA ITALIA Eh, da sempre. Ma molto di più, magari fosse solo la quota mensile. Voi vi occupate degli interstizi, buongiorno, buon lavoro: esistiamo alla faccia vostra.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Questo diceva il senatore Gasparri prima della messa in onda di Report, ma subito dopo la puntata è intervenuto nella Commissione di Vigilanza Rai.

MAURIZIO GASPARRI – SENATORE FORZA ITALIA - AUDIZIONE COMMISSIONE DI VIGILANZA SERVIZI RADIOTELEVISIVI 24/10/2023 Accadono cose gravissime perché Report domenica ha mandato in onda cose inaudite. Hanno mandato uno con scritto “parlamentare di Forza Italia” che era certamente un figurante, per cui noi abbiamo fatto ricorso a tutti i metodi per vedere chi poteva essere, in carica o ex.

BARBARA FLORIDIA - SENATRICE MOVIMENTO CINQUE STELLE – PRESIDENTE COMMISSIONE DI VIGILANZA SERVIZI RADIOTELEVISIVI 24/10/2023 Però senatore Gasparri…

MAURIZIO GASPARRI – SENATORE FORZA ITALIA - AUDIZIONE COMMISSIONE DI VIGILANZA SERVIZI RADIOTELEVISIVI 24/10/2023 No, mi faccia finire sull’ordine dei lavori. Ho diritto a parlare… E quindi sto dicendo che io trovo sconcertante la condotta cialtronesca, un uso criminale della televisione con i figuranti che vogliamo sapere se sono stati pagati, spacciandoli per parlamentari.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Vogliamo rassicurare il senatore Gasparri sul fatto che nessuno è stato pagato, mentre il giornalista Gasparri dovrebbe apprezzare il modo in cui abbiamo tutelato la nostra fonte. Il ministro Tajani, anche lui giornalista, è invece intervenuto a Sky con dei preziosi consigli.

ANTONIO TAJANI - SEGRETARIO FORZA ITALIA – MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI - SKYTG24 24/10/2023 Un buon giornalista non dice mai “la fonte è anonima”. Un buon giornalista è in grado di dimostrare quello che dice e se, quando la fonte è anonima, la fonte non è credibile. Quindi, voto in giornalismo a Report zero, lo dico da vecchio giornalista. Io ho visto la partita, non ho visto Report, però poi sono andato a riguardarmi alcune cose dopo e insomma da un punto di vista giornalistico veramente un prodotto scadente quindi qualche lezione di giornalismo dovrebbero prenderla.

LUCA BERTAZZONI Ministro… Qui possiamo andare però scusi, eh, qui possiamo stare. Ministro, intanto volevamo ringraziarla per la lezione di giornalismo che ci ha fatto, ma volevamo capire che cosa avremmo detto di sbagliato, piano però, piano eh

LUCA BERTAZZONI Quale è il ruolo della Fascina all’interno del partito?

PARLAMENTARE FORZA ITALIA Nessuno. Però ha fatto entrare in parlamento tre suoi fedelissimi: Sorte, Benigni e Ferrante.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Il racconto della fonte di Forza Italia è stato verificato ed è stato confermato dai diretti interessati.

LUCA BERTAZZONI Lei è molto amico di Marta Fascina, ho letto che sua mamma era compagna di scuola della Fascina, lei pure è compagno…

TULLIO FERRANTE - SOTTOSEGRETARIO ALLE INFRASTRUTTURE E ALLE MOBILITA’ SOSTENIBILI Sì, conosco da oltre vent’anni Marta, certo.

PARLAMENTARE FORZA ITALIA Ha ottenuto che Ferrante facesse il sottosegretario alle Infrastrutture, stiamo parlando di uno che ha incontrato Berlusconi due volte nella vita. Era compagno di liceo della Fascina e solo per quel motivo sta lì.

LUCA BERTAZZONI Dicono che lei sia stato eletto in quota Fascina, no, esiste anche la quota Fascina…

TULLIO FERRANTE - SOTTOSEGRETARIO ALLE INFRASTRUTTURE E ALLE MOBILITA’ SOSTENIBILI Sono stato eletto in quota Berlusconi.

LUCA BERTAZZONI Come è riuscito a ottenere il posto della Ronzulli che è una figura fondamentale per il partito?

ALESSANDRO SORTE – DEPUTATO - COORDINATORE FORZA ITALIA IN LOMBARDIA Be, innanzitutto una lunga gavetta, e poi sono anche amico di Marta Fascina, cosa di cui vado orgoglioso.

MAURIZIO GASPARRI - SENATORE FORZA ITALIA - AUDIZIONE COMMISSIONE DI VIGILANZA SERVIZI RADIOTELEVISIVI 24/10/2023 La mia richiesta è anche di esprimere intanto la nostra indignazione nei confronti della Rai e di Report e di tutti quelli che... Quindi, invece di riunirci su amenità, chi è il vicecaporedattore di Poggibonsi, noi dobbiamo riunirci per parlare di queste gravi violazioni diffamatorie, un uso criminale del mezzo televisivo da parte di Report e di Ranucci.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Dopo il fuoco di fila di Forza Italia contro Report, l’unico parlamentare che ci parla è il capogruppo alla Camera, Paolo Barelli.

LUCA BERTAZZONI Buonasera onorevole.

PAOLO BARELLI - DEPUTATO - CAPOGRUPPO FORZA ITALIA Ci consegniamo.

LUCA BERTAZZONI No, consegniamo addirittura? Siccome ha parlato di aggressione a Forza Italia a urne aperte, volevo capire che cosa abbiamo detto di non vero, intanto

PAOLO BARELLI - DEPUTATO - CAPOGRUPPO FORZA ITALIA Di non vero? Avete fatto una trasmissione, a parte, voglio dire, andate magari a chiederlo a qualcun altro e non a me che magari sono di parte, però avete fatto…

LUCA BERTAZZONI Beh, ha fatto una nota e per questo vengo da lei

PAOLO BARELLI - DEPUTATO - CAPOGRUPPO FORZA ITALIA Mi stavi aspettando per questo motivo? Prendi appuntamento, no? Comunque io parlo, non scappo. Non sono come quelli che dicono: “no, ma ho da fare qualcosa”. Allora, avete fatto una trasmissione di circa 50 minuti dove non si è capito quale era il problema. Avete fatto intervenire uno specialista in riciclaggio quando poi alla fine correttamente è stato detto: “No, ma non c’è nessun riciclaggio” perché le norme permettono, prevedono…

LUCA BERTAZZONI Non abbiamo parlato di riciclaggio, abbiamo parlato del buco di 90 milioni di Forza Italia che è un dato di fatto, no

PAOLO BARELLI - DEPUTATO - CAPOGRUPPO FORZA ITALIA Il tizio che parlava di, il tecnico di riciclaggio che stava a fa?

LUCA BERTAZZONI Analizzava i bilanci, non parlava, le assicuro.

PAOLO BARELLI - DEPUTATO - CAPOGRUPPO FORZA ITALIA Perfetto. Eh vabbè, i buffi, i buffi ce li hai te, ce li ho io.

LUCA BERTAZZONI No, io non ho nessun buffo.

PAOLO BARELLI - DEPUTATO - CAPOGRUPPO FORZA ITALIA E che ne so? Magari, beato te!

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Gian Gaetano Bellavia ha analizzato i conti di Forza Italia e non ha mai utilizzato la parola riciclaggio.

LUCA BERTAZZONI Che impressione ha avuto leggendo i bilanci di Forza Italia degli ultimi dieci anni?

GIANGAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Si vede il disastro economico, ma non poteva che essere così: è come una squadra di calcio, no, un partito politico, non può che perdere. Nel tempo ha perso più di cento milioni di euro, molto semplicemente i soldi che mancavano ce li ha messi Berlusconi. D’altra parte, era il suo partito, no?

PAOLO BARELLI - DEPUTATO - CAPOGRUPPO FORZA ITALIA Poi l’altro argomento: avete fatto ‘sta mascherona dietro che non si capisce chi è, che era un attore? Non era un attore? Che ha detto? Che cosa non ha detto? Quindi in realtà 50 minuti di fuffa.

LUCA BERTAZZONI Abbiamo tutelato una fonte che è un parlamentare di Forza Italia.

PAOLO BARELLI - DEPUTATO - CAPOGRUPPO FORZA ITALIA Ma lo dici tu, io non lo so.

LUCA BERTAZZONI Eh, lo so, ci abbiamo parlato noi evidentemente.

PAOLO BARELLI - DEPUTATO - CAPOGRUPPO FORZA ITALIA Affari vostri, secondo noi è una fuffa, secondo noi era un attore vostro, magari tuo fratello, tua zia

LUCA BERTAZZONI Le fonti si tutelano. Siccome ha detto delle cose molto precise quindi che cosa contestate, non ho capito

PAOLO BARELLI - DEPUTATO - CAPOGRUPPO FORZA ITALIA Che è tutta fuffa.

LUCA BERTAZZONI Tutta fuffa. Abbiamo parlato dell’eredità di Berlusconi, i buchi del partito sono un dato di fatto, i lasciti che ha fatto

PAOLO BARELLI - DEPUTATO - CAPOGRUPPO FORZA ITALIA I buchi del partito, vabe, sono normali, sono regolari. Ci sono delle illegalità? No, e a voi che vi frega?

LUCA BERTAZZONI Certo, è una notizia che il partito più indebitato d’Italia è Forza Italia.

PAOLO BARELLI – DEPUTATO E CAPOGRUPPO FORZA ITALIA Ma magari, non lo so se è il più indebitato.

LUCA BERTAZZONI Sì, è così.

PAOLO BARELLI - DEPUTATO - CAPOGRUPPO FORZA ITALIA Vabbè, comunque fuffa.

LUCA BERTAZZONI No, è un dato di fatto.

PAOLO BARELLI - DEPUTATO - CAPOGRUPPO FORZA ITALIA Continuate a fare fuffa. Fuffa, fuffa. Televisione libera, Rai è un’emittente libera, voi potete fare quello che vi pare, continuate a fare quello che vi pare.

LUCA BERTAZZONI Però poi ci convocate in Commissione.

PAOLO BARELLI - DEPUTATO - CAPOGRUPPO FORZA ITALIA E quale è il problema, oh? Democrazia

LUCA BERTAZZONI Noi non abbiamo niente da nascondere.

PAOLO BARELLI - DEPUTATO - CAPOGRUPPO FORZA ITALIA E allora quale è il problema?

LUCA BERTAZZONI Perché avete alzato un polverone ancor prima di vedere la trasmissione.

PAOLO BARELLI - DEPUTATO - CAPOGRUPPO FORZA ITALIA Ma pensa ai polveroni tuoi, perché pensi ai polveroni degli altri?

LUCA BERTAZZONI Ma quali sono i polveroni miei?

PAOLO BARELLI - DEPUTATO - CAPOGRUPPO FORZA ITALIA E che ne so? I polveroni… Vai in Commissione di Vigilanza e dirai che tu sei fico, è tutto a posto, trasmissione meravigliosa. Quale è il problema?

MAURIZIO GASPARRI – SENATORE FORZA ITALIA - AUDIZIONE COMMISSIONE DI VIGILANZA SERVIZI RADIOTELEVISIVI 24/10/2023 Ha mandato in onda una vicenda di un’eredità di Berlusconi in Colombia che loro stessi hanno detto “sembra non attendibile” dopo che dieci minuti ne hanno parlato.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Abbiamo raccontato la storia del presunto testamento colombiano che vorrebbe capitalizzare Marco Di Nunzio, l’uomo che per conto di Berlusconi creava le cosiddette liste civetta.

LUCA BERTAZZONI Tutto bene in Colombia?

MARCO DI NUNZIO - IMPRENDITORE Sì, sì, tutto bene, tutto bene.

LUCA BERTAZZONI Io ho questo pezzo di carta, questo testamento. C’è una firma di Berlusconi che però potrebbe essere, diciamo, fatta da chiunque.

MARCO DI NUNZIO - IMPRENDITORE Abbiamo un sacco di documentazione, dai video alle case di Antigua e tutto il resto perché c’è, è tutto documentato

LUCA BERTAZZONI No, perché uno potrebbe pensare che lei si è buttato dentro questa cosa, come dire, per provare a sparigliare e a prenderci qualcosina.

MARCO DI NUNZIO - IMPRENDITORE No, no, no. Andiamo a fare una transazione a saldo e stralcio con la famiglia Berlusconi se arriviamo ad un accordo.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Del presunto testamento lasciato da Berlusconi ai colombiani Report ha fatto emergere tutte le ombre.

PIERFRANCESCO CORSO - GIORNALISTA Se dovessero dire “picche” allora a quel punto i documenti escono tutti fuori. Ovviamente però non lo mettere perché sembra quasi un ricatto, insomma

MAURIZIO GASPARRI – SENATORE FORZA ITALIA - AUDIZIONE COMMISSIONE DI VIGILANZA SERVIZI RADIOTELEVISIVI 24/10/2023 Dobbiamo parlare di un uso criminale del mezzo televisivo da parte di Ranucci, di Report e dei dirigenti che l’autorizzano. Non è il circo Barnum la Rai, deve rispettare anche le decisioni recenti del governo che ha confermato canoni, finanziamenti e quant’altro. Non è giornalismo, quello di Ranucci e di Report è una militanza politica quindi noi vogliamo che ci sia un’audizione rapida convocata dall’ufficio di Presidenza sullo sconcio di Report: il Direttore Generale, l’Amministratore Delegato, il Responsabile degli Approfondimenti, Ranucci.

LUCA BERTAZZONI Senatore…

MAURIZIO GASPARRI - SENATORE FORZA ITALIA Prendiamo un appuntamento.

LUCA BERTAZZONI Buonasera senatore, un secondo, siccome è stato molto pesante…

MAURIZIO GASPARRI - SENATORE FORZA ITALIA Deve prendere un appuntamento.

LUCA BERTAZZONI Siccome è stato molto pesante con Report, volevo capire in base a cosa diceva, ha detto queste cose, senatore.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO L’appuntamento, poi, ce l’ha dato in commissione di vigilanza parlamentare, dove siamo stati convocati. Premetto che neppure in quella sede riveleremo mai il nome del parlamentare di Forza Italia che ci ha dato quelle informazioni: la legge lo consente, tutela le fonti, Gasparri dovrebbe saperlo perché oltre a essere un parlamentare è anche un giornalista. Ed è, oltre che un diritto, anche un dovere nei confronti della fonte che si è fidata. E poi, premettiamo anche che non abbiamo mai pagato una fonte in trent’anni di storia di Report.

Fenomenologia di Gasparri, dal Puffo Brontolone alla carota: «Se mi provocano, io reagisco». Roberto Gressi su Il Corriere della Sera giovedì 9 novembre 2023.

Tra affondi, querele e provocazioni: le mille baruffe del senatore

Macché, non si pente. E quindi, tantomeno promette di non farlo più. Fenomenologia della carota. Avvistata nelle Gallie, ma forse originaria della Turchia, o dell’Afghanistan, o della Cina. Ma anche gli antichi egizi pare che conoscessero la carota viola. Simbolo di furberia e menzogna, «vendere carote per raperonzoli», i capelli rosso carota associati a persone maliziose, bizzarre, addirittura malvagie. Rosso Malpelo, che nella novella di Verga è disprezzato. Pel di Carota, che nel romanzo di Renard si fa sornione e bugiardo per autodifesa. Il bastone e la carota. Lo sketch di Ficarra e Picone, dove anche per la gestualità il «conto carota» proposto dalle banche assume un significato inequivocabile. Fa eccezione la tradizione araba, dove la carota è simbolo di bontà, favorisce la salute della bocca e un alito fresco. Unica cosa che pareva certa, finora, è che tale pianta non fosse originaria dell’orto di Palazzo Madama.

Finora. Che Maurizio senatore Gasparri ha ritenuto di agitarla, insieme a una bottiglietta di brandy, alla volta di Sigfrido Ranucci, audito in Commissione di vigilanza Rai su Report, in quel di San Macuto. Stupore, sconcerto, la presidente della commissione, Barbara Floridia, che lo richiama: «Senatore, manteniamo il livello».

Gasparri, al telefono, contrattacca subito, che chi mena per primo mena due volte. «Me li sono trovati lì fuori, una trentina, a gridarmi buffone. C’era pure il presidente dell’Ordine dei giornalisti del Lazio, Guido D’Ubaldo. E sul sito di Report anonimi che mi minacciavano, ti veniamo a prendere con il passamontagna, ho fatto un esposto ai carabinieri». 

Ma lei, senatore, sotto San Macuto c’era andato già «armato», con tanto di carota e bottiglietta di brandy. «Che c’entra, mica era un pugnale. Avevo chiesto a un mio collaboratore di procurarmeli, non so dove li ha presi. Volevo dire a Ranucci che è un pauroso, che si porta la scorta, eccoti la carota coniglio». E il brandy? la bottiglietta era pure un po’ vuota... «Sì, me ne sono accorto, Stock 84, ma era sigillata, giuro, volevo offrirgli un cordiale, perché si facesse coraggio. E comunque se ne sono viste di cose, in Parlamento». C’è anche chi ha agitato il cappio. «Ma la carota mica è un cappio! Serviva a irridere».

Macché, niente da fare, non si pente. «Ma come no, ho dato dei monnezzari al sito di una radio e mi sono pure scusato!». Ma lei è anche tweet dipendente, negli anni duecentomila cinguettii. A Zoro: «Sopravvive pur non avendo capito che la vasca serve per lavarsi, pratica a lui ignota, e non per coltivare piantine». Era la replica a una puntura di spillo perché si era esibito in un «chiesimo» al posto di chiedemmo. «Ma quello era un tweet di una collaboratrice dello staff, non mio, si è pure dimessa». A Riccardo Puglisi ha scritto «Ignorante, presuntuoso, fa vomitare», e si è preso pure una querela. «Chissà che fine avrà fatto, la querela, sapeste quante ne scrivono a me. Su mia moglie, a mia figlia, sui miei genitori morti». Sulle volontarie Vanessa e Greta ha dettato: «Sesso consenziente con i guerriglieri? E noi paghiamo». «Ma quello era un retweet!». Ancora: «Nasce il preservativo marchio Coop, beh con tutte le teste di c. che ci sono a sinistra sarà un boom di vendite». «Ma quello è un fake! Mi hanno pure fotomontato un libro al contrario per dire che Gasparri fa finta di leggere».

 Ma poi: «Fa piacere mandare a fare... gli inglesi, boriosi e coglioni». «Ma siete amanti delle antichità! Quello era dopo una partita. Ebbene sì, sono colpevole di tifare per l’Italia». Se l’è presa pure con tal Puffo Brontolone. «E dai!». Ma sempre cercando, senatore, eccone un altro: «Impietoso paragone tra orrenda Merkel e giovani argentine inquadrate poco fa». La replica: «Ma insomma, questa è archeologia!».

Si basta, fermiamoci qui, che un punto bisogna metterlo. Anche se ci sarebbero ancora la Cina,  la Crimea, Jim Morrison, mamme, figlie e sorelle che fanno il «mestiere più antico del modo».

Non sarebbe il caso che anche lei, senatore, si fermasse? «Ma guardi che lei ha tirato fuori cose vecchie e stravecchie, di recente mi sono molto moderato. Certo, poi se mi insultano io rispondo».

Insomma, qualche piccola concessione. Ma poi, per difendere Nunzia De Girolamo finita nel ciclone per come ha condotto l’intervista alla ragazza violentata a Palermo, scrive: «Manderò carote e cordiale anche ad altri».

Niente da fare. Franti. Incorreggibile.

La Repubblica, il Fatto Quotidiano e Domani in testa. I rapporti economici fra Berlusconi e Dell’Utri: l’ossessione estiva di alcuni quotidiani. I rapporti economici fra Berlusconi e Dell’Utri non sono una novità essendo stati oggetto di centinaia di approfondimenti giudiziari. Ma, colpa dell’estate e della tradizionale mancanza di notizie, lascia interdetti l’attenzione a dir poco morbosa di alcuni giornali, Repubblica, Fatto e Domani in testa, sull’indagine della Procura di Firenze circa i rapporti fra Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri a proposito delle stragi di mafia del 1993. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 23 Agosto 2023

Sarà l’estate e quindi, a parte la novità di quest’anno rappresentata dal feroce granchio blu, la tradizionale mancanza di notizie, ma l’attenzione a dir poco morbosa di alcuni giornali, Repubblica, Fatto e Domani in testa, sull’indagine della Procura di Firenze circa i rapporti fra Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri a proposito delle stragi di mafia del 1993 non può non lasciare interdetti.

Lunedì scorso Repubblica e Fatto sono tornati ancora una volta sull’argomento pubblicando due articoli “fotocopia” in cui si citavano passi dell’interrogatorio del ragioniere Giuseppe Spinelli, l’uomo che per oltre 40 anni ha curato l’amministrazione dell’ex premier. Il ragioniere era stato sentito due anni fa, per la precisione il 15 novembre del 2021, proprio sui rapporti economici fra Berlusconi e Dell’Utri. Spinelli, in particolare, aveva confermato che Berlusconi versò diverse decine di migliaia di euro nel corso degli anni a Dell’Utri e che questi soldi non erano stati mai restituiti. Ieri, invece, per non essere da meno il quotidiano di Carlo De Benedetti ha riportato la testimonianza, sempre a Firenze, dell’ex fidanzato di Marina Berlusconi, Giulio Tassera, interrogato lo scorso giugno per riscontrare le dichiarazioni di Salvatore Baiardo, il gelataio di Omegna che in passato era stato condannato per aver favorito la latitanza dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, ex boss del quartiere Brancaccio di Palermo.

Per la cronaca, il verbale di Spinelli era stato depositato dalla Procura di Firenze al Tribunale del riesame per il ricorso presentato da Dell’Utri contro la perquisizione effettuata nella sua casa milanese il mese scorso dagli agenti della Direzione investigativa antimafia. Quello di Tassera, invece, per il ricorso contro la decisione di non applicare la custodia cautelare a Baiardo richiesta dai Pm per calunnia.

I rapporti economici fra Berlusconi e Dell’Utri non sono una novità essendo stati oggetto di centinaia di approfondimenti giudiziari. Nel 2014 la prima sezione penale della Cassazione, estensore della sentenza Margherita Cassano, attuale primo presidente, aveva messo un punto fermo a tal proposito, escludendo profili di rilevanza penale a carico di Berlusconi. Le dazioni di denaro, in altre parole, erano state ampiamente accertate ma non avevano determinato alcuna contestazione formale. Nonostante ciò, per i Pm di Firenze Dell’Utri continuerebbe ad essere “portatore di un profilo particolarmente adatto per alimentare intese stragiste, in ruolo di trait d’union fra Berlusconi e la criminalità mafiosa dal 1974 al 1992”, il quale con le conoscenze mafiose ha poi alimentato “la nascita di Forza Italia”.

Il teorema accusatorio prevede poi Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore, al soldo di Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca e quindi dei fratelli Graviano. I soldi dati negli anni da Berlusconi a Dell’Utri sarebbero, allora, la contropartita per “le condanne patite ed il suo silenzio nei processi penali che lo hanno visto e lo vedono coinvolto”. È la quinta volta, va detto, che si apre un fascicolo per dimostrare il contatto fra Graviano, il mafioso stragista, e Berlusconi, il mandante delle stragi.

Secondo gli aggiunti Luca Turco e Luca Tescaroli ed il Pm Lorenzo Gestri, le stragi avevano lo scopo di indebolire il governo Ciampi, in quel momento alla guida del Paese, ed avevano l’obiettivo di “diffondere il panico e la paura fra i cittadini in modo da favorire l’affermazione del progetto politico di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri”. Sul Riformista del 27 giugno è stato ricordato che il procedimento sulle stragi del 1993 della Procura di Firenze aveva raccolto parti di “Sistemi criminali”, l’indagine condotta dagli ex Pm palermitani Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato e archiviata nel 2000.

In quella indagine si ipotizzava la presenza di personaggi esterni alla mafia che avrebbero poi partecipato agli attentati, un “terzo Livello” composto da massoni, imprenditori, piduisti, e mafiosi per i quali l’avvio delle stragi era finalizzato a destabilizzare la vita democratica nel Paese. La sentenza definita del processo Trattativa Stato-mafia, però, aveva messo una pietra tombale sul ruolo di Dell’Utri come colui che avrebbe veicolato la minaccia mafiosa al primo governo Berlusconi. Secondo la tesi dei Pm fiorentini, l’ex presidente del Consiglio sarebbe invece arrivato al governo proprio grazie alle stragi e all’appoggio di Cosa nostra.

Una contraddizione, dunque, con la teoria della Trattativa. Durante le stragi del 1992-93, infatti, Berlusconi non aveva ancora fondato Forza Italia e con le sue televisioni appoggiava i Pm milanesi di Mani pulite. L’ipotetico sostegno al primo governo Berlusconi era emerso durante il processo Borsellino Ter. Sia Giovanni Brusca che Angelo Siino e Tullio Cannella avevano parlato di un consistente apporto di voti fornito da Cosa nostra a Forza Italia in occasione delle elezioni politiche del 1994. Appoggio che sarebbe stato offerto nella prospettiva di ottenere modifiche legislative, mai però realizzate, nel senso auspicato dall’organizzazione mafiosa. Nessuno dei tre mafiosi aveva comunque fatto riferimento a contatti tra Cosa nostra e Berlusconi già nel 1992 nell’ambito della ricerca di nuovi referenti politici. Sarebbe molto meglio, vista la situazione, concentrarsi sul granchio blu e non rincorre i fantasmi. Paolo Pandolfini

Estratto dell’articolo di Lirio Abbate per repubblica.it lunedì 21 agosto 2023.

“Sono 43 anni che lavoro per il dottor Silvio Berlusconi. All’inizio seguivo le cose tipiche della famiglia, mi sono occupato dell’amministrazione spicciola come gli acquisti, le spese, il personale domestico, ed avevo un ufficio ad Arcore; successivamente mi sono spostato a Milano 2, ed ho continuato ad occuparmi dell’amministrazione della famiglia, ma ho iniziato a curare anche alcune società”. 

Il ragionier Giuseppe Spinelli, 82 anni, è l’uomo che custodisce i segreti finanziari di Silvio Berlusconi e fino alla scomparsa del Cavaliere ha avuto le chiavi delle holding di famiglia. Ha seguito la sua amministrazione personale, è presidente dell’Immobiliare Idra, proprietaria degli immobili di famiglia; presiede le quattro Holding di proprietà di Silvio Berlusconi, ed è amministratore delegato delle due Holding di proprietà di Marina e Piersilvio.

Il rapporto tra Berlusconi e Dell’Utri

Seduto davanti ai magistrati di Firenze nell’inchiesta sulle stragi del 1993 in cui è indagato Marcello Dell’Utri (fino alla morte lo è stato anche Silvio Berlusconi), il 15 novembre 2021 da testimone descrive il rapporto col Cavaliere e con Dell’Utri. Risponde alle domande e spiega i movimenti bancari, le operazioni immobiliari, le donazioni in favore di amici e parenti. Il verbale è depositato agli atti e nella disponibilità delle parti. 

"Ho conosciuto il dottor Dell’Utri nel periodo in cui avevo l’ufficio ad Arcore; non ho mai avuto rapporti diretti con lui; ricordo che alla fine degli anni ‘80 Berlusconi fece una serie di donazioni notarili a varie persone, tra cui Dell’Utri, Bernasconi, Confalonieri e il cugino Foscale; erano donazioni in favore dei principali responsabili che avevano procurato lo sviluppo di Fininvest.

Dopo le donazioni, fui incaricato da Berlusconi di effettuare bonifici in favore di Dell’Utri, con la causale prestito infruttifero, ma i prestiti non sono mai stati restituiti. Dell’Utri ha lavorato per società riconducibili a Berlusconi dagli inizi degli anni ‘80 fino alla metà degli anni ‘90”. Spinelli spiega che fra lui e Berlusconi “c’era un rapporto fiduciario” e dice di aver conosciuto Dell’Utri “quando Pubblitalia è nata nell’80” e ricorda che la prima volta si sono incrociati ad Arcore “come poteva capitare di arrivare mentre i politici se ne andavano, ecco, qualcosa del genere, ho incrociato Dell’Utri come ho incrociato anche altre persone”. 

Secondo Spinelli per riconoscere ad alcuni manager il lavoro che avevano fatto di far espandere la Fininvest “ha voluto ringraziarli” facendo donazioni che riguardavano Dell’Utri, Confalonieri, Bernasconi, Foscale e il fratello Paolo Berlusconi, “poi ha aggiunto anche qualche cugina che non c’entrava niente col lavoro, perché è sempre stato molto generoso”.

Il procuratore aggiunto Luca Tescaroli chiede spiegazioni sulle operazioni dal 2011 al 2021, che hanno movimentato 32 milioni e 700mila euro a favore di Dell’Utri. “Erano richieste di aiuto che la moglie di Dell’Utri ha fatto. La signora Ratti doveva pagare gli avvocati, c’erano le spese e non avendo più nessun lavoro… era una richiesta di aiuto fatta direttamente a Berlusconi”. Sui conti correnti utilizzati Spinelli ha qualche incertezza: “Alcuni conti sono cambiati a causa del divorzio con la signora Veronica, perché a un certo punto c’era la Montepaschi… bloccato i conti e allora abbiamo dovuto aprire conti nuovi in quel periodo, è per quello che rischio di fare confusione". 

L’amicizia tra Ratti e Veronica

Il ragioniere spiega l’amicizia fra Ratti e Miriam Bartolini, la “signora Veronica” che possedeva una villa in Sardegna, e ritorna su altri bonifici: “A Foscale proprio come gratitudine per quello che ha fatto quando era uno dei responsabili di Fininvest, e suo fratello perché è suo fratello. 

Ricordo che il papà del dottor Berlusconi quando ha iniziato con Milano Due, che doveva comprare, aveva dato tutta la sua liquidazione, tutto quello che poteva e gli ha detto: ‘Ricordati sempre che hai un fratello e una sorella’, che purtroppo è morta. Ecco, lui è ligio e anche dopo cinquant’anni e anche di più, quando ha bisogno, il fratello è il fratello insomma”, dice Spinelli. Quindi persone diverse dalla cerchia familiare che ricevono somme di denaro, come Dell’Utri, non ce ne sono? “A me non vengono in mente”, e descrive il loro rapporto come “un’amicizia fraterna”.

“I giornali mi hanno dipinto come se fossi il factotum del dottor Berlusconi”, si lamenta il ragioniere, “grazie a questo mi sono trovato in casa anche dei delinquenti, perché pensavano che io potessi andare in banca a prelevare quello che volevano”. Ma in quarant’anni al fianco di Berlusconi non gli ha mai rappresentato che poteva ricevere un danno d’immagine dando così tante somme di denaro a Dell’Utri, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa? “Questi argomenti non li tocco con lui. Sono il classico ragioniere… la mia preoccupazione è non fargli spendere più del necessario, ma se lui mi dice: ‘Fai un bonifico di tot’, non batto ciglio. Ho puntato soprattutto sulla mia onestà nei suoi confronti, di essere trasparente, prudente, senza entrare mai nel merito, se non mi veniva richiesto”.

Ha saputo che nella villa di Arcore ha vissuto il pregiudicato Vittorio Mangano? “Sì, questo l’ho saputo dai giornali. Quando sono arrivato non c’era più”. Spinelli dice di non conoscere il modo con il quale veniva pagato Mangano, perché chi amministrava prima di lui i conti non ha lasciato una contabilità in ordine. 

(...)

Marco Benedetto per Blitzquotidiano.it - Estratto il 20 giugno 2023.  

Analisi  su grandezze e nefandezze di un protagonista della vita italiana dell’ultimo mezzo secolo. 

All’Espresso, controllato dalla CIR, controllata dalla Cofide, controllata dalla holding di famiglia di Carlo De Benedetti, andarono Repubblica e una quindicina di quotidiani locali. 

Grazie alla guerriglia di Caracciolo e Passera, De Benedetti si trovò in mano un gioiello che era anche un bazooka politico. Se ne servì in più modi. Il giornale fu decisivo nella caduta di Berlusconi. 

Come primo atto da nuovo proprietario, De Benedetti licenziò da direttore dell’Espresso Giovanni Valentini, che aveva retto la Resistenza a Berlusconi come un vero capo partigiano.

Mi ordinò anche di non comprare da Scalfari e Caracciolo le rotative che avevo clandestinamente comprato per fare uscire, in caso di sconfitta, un nuovo giornale (Scalfari non era molto ottimista circa la forza del suo solo nome come elemento di vendita del nuovo giornale: contro le 600 mila di Repubblica ne prevedeva al massimo 240 mila). 

Disobbedii a De Benedetti, come altre volte. Scalfari, forse il più grande giornalista italiano del secolo, volle anche gli interessi. 

Spietato con i concorrenti, Berlusconi era grande e generoso con i suoi fedeli. Se eri dei suoi, ti colmava di doni, inclusi gli appartamenti. Ricordo la gioia di Amedeo Massari, quando scoprì che Berlusconi gli aveva regalato una casa. E credo che non sia stato il solo, nell’inner circle, a essere così beneficato. 

Ma credo che anche grande parte dei dipendenti non potesse lamentarsi di Berlusconi e della sua larghezza col denaro.

Sfido. Tra ricavi stellari e stretto controllo degli sprechi, Mediaset arrivava a margini sopra il 30%, fatturato in rapporto ai costi. Poteva permettersi di essere generoso.

Ma c’era qualcosa di più, un senso di fedeltà e lealtà con i suoi uomini (donne credo solo un paio) che ha trattenuto attorno ai figli e alle aziende il massimo del patrimonio professionale accumulato in mezzo secolo di lavoro. 

La storia di Berlusconi ha inizio negli anni ’50-’60, quando, appena laureato, mette su un complessino con il suo compagno di scuola (e ancor oggi al vertice di Mediaset) e intrattiene i passeggeri sugli ultimi transatlantici e sulle prime navi da crociera. Ho letto in alcuni coccodrilli un tono snobistico da parte di giornalisti di oggi nel riferirsi a questi esordi. Snobismo da figli di papà. All’epoca molti giovani di buone speranze trovavano in quella delle band una divertente attività per guadagnare un po’ di soldi in vacanza. Per me bambino erano un mito.

L’Italia era in pieno boom. Milano, capitale morale ed economica, era satura di immigrati, non solo contadini dalla Padania e dal Veneto ma anche giovani diplomati e laureati figli della guerra, emergenti dei nuovi ceti medi, per i quali vivere in centro era troppo costoso e anche soffocante.

Berlusconi fu tra i primi a capire e, ispirandosi ai modelli inglesi e americani delle città satelliti, inventò Milano 2. Erano anni di inflazione galoppante, sopra il 25%, le banche i soldi non li davano nemmeno alla Fiat, figuratevi se imprestavano milioni di allora a un baldo giovanotto trentenne con grandi idee e poco più. Questo dà credibilità alla ipotesi che Berlusconi sia stato messo in contatto con qualcuno in Sicilia che i soldi li aveva ma non erano, come si dice oggi, tracciabili.

Questo è un lampo di quel dark side di Berlusconi che ci ha tormentato in questi anni. Penso che le varie rivelazioni dei vari pentiti abbiano contribuito a inquinare il racconto, spostando convenientemente i tempi e dirottando l’attenzione sulle stragi mancate degli anni ’80 invece che sugli esordi. 

Anche la presenza dello “stalliere” Mangano ad Arcore per me è più legata ai fondi neri costituiti da Berlusconi ai Caraibi con la cresta sull’acquisto dei film americani, probabilmente senza dirlo agli azionisti impresentabili, che non a paure di rapimenti o stragi.

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Marco Benedetto per Blitzquotidiano.it - Estratto il 20 giugno 2023.

Analisi su grandezze e nefandezze di un protagonista della vita italiana dell’ultimo mezzo secolo. 

Mentre Berlusconi costruisce Milano 2, in Italia il monopolio Rai si sgretola. Siamo nei primi anni ’70. Ancora nel 1960 la Corte Costituzionale aveva confermato l’esclusiva Rai con l’argomento della scarsità delle frequenze disponibili in Italia, negando al Tempo di Renato Angiolillo la possibilità di mandare in onda Tempo Tv. Stesso argomento per le radio. 

La tesi era che chiunque può fare un giornale, in quanto basta una rotativa, mentre le frequenze disponibili in Italia erano contate. Argomento un po’ fallace, visto che per fare il Corriere della Sera o Repubblica da zero ci vuole qualche milione o miliardo.

Poi però succede che in Inghilterra esordiscono le prime radio private e sfidano il monopolio della BBC: la mitica Radio Luxembourg, che trasmetteva da una nave ancorata in acque extraterritoriali, poi Capital Radio. Intanto volano le tv private regionali consorziate in Itv: il modello vede i costi coperti della pubblicità, mentre la BBC è finanziata dal canone e non trasmette spot pubblicitari.

In Italia rompe il muro Tele Biella, una tv via cavo. Sfrutta il fatto che la Tv via cavo non era inclusa nei divieti della legge italiana. Seguono feroci polemiche politiche fino a quando la Corte Costituzionale apre al futuro, riconoscendo il diritto di esistere non solo per le tv via cavo, ma anche alle trasmissioni via etere, limitatamente all’ambito locale.

Restava il macigno del limitato numero di frequenze disponibili in Italia che sarebbe stato rimosso col passaggio al digitale, 40 anni dopo durante i quali fu una costante della Corte Costituzionale. E fu anche alla base della Legge Mammì del 1990 (quella per la cui rapida approvazione rinunciarono alla poltrona di ministro Mattarella e gli altri del gruppo di Ciriaco De Mita: fatto talmente eccezionale da essere ricordato nei libri di scuola; ma in Italia pochissimi conservano memoria, tra loro era Berlusconi).

La legge Mammì, basandosi sulla scarsità delle frequenze, stabilì che Rai3 di Rai e Italia1 di Mediaset non fossero più trasmesse via etere da terra bensì per via satellitare. Ciò avrebbe ridotto di un terzo il bacino di spot della offerta pubblicitaria di Berlusconi, per il quale invece la interfunzionalità delle tre reti, con tutti i possibili giochi di pacchetti e orari, era un dogma come la Trinità per i cristiani.

Come chiunque giunto a maturità prima del nuovo secolo può avere constatato, Rai3 e Rete4 sul satellite non ci sono mai andate. 

Berlusconi è stato fuori legge per vent’anni e nessuno se ne è accorto o ha voluto accorgersene. Nemmeno i tanto feroci comunisti, sempre con la testa da un’altra parte, sempre complici nel gioco della Rai.

Anche la Corte dimostrò una fantastica tolleranza per Berlusconi. Ci fu un momento, una ventina di anni fa, in cui Berlusconi prese ad attaccare la Corte Costituzionale. Mi chiesi perché. Conclusi che si trattava di un attacco preventivo, forse aveva avuto sentore di un imminente richiamo all’ordine, e attaccava per primo.

Finalmente un passaggio di Rai al digitale terrestre un po’ arronzato e ancora imperfetto dissolse l’incubo.

Erano passati trent’anni dall’inizio della avventura e aveva avuto inizio la fase calante.

Ma allora, negli anni ‘80, era la ouverture di una marcia trionfale.

Il genio di Berlusconi si scatena. Fa incetta di tv locali e di frequenze (ben consigliato da Adriano Galliani in questa mossa decisiva), mentre aggira la legge che limita le emissioni all’ambito locale con un semplice, quasi banale stratagemma. Registra i programmi, manda le cassette in tutta Italia facendole mettere in onda con pochi minuti di intervallo fra le varie emittenti. 

Così la legge era formalmente rispettata ma agli inserzionisti era garantita una quasi contemporaneità, condizione indispensabile per l’efficacia degli spot e la loro coerenza con le caratteristiche dei profili delle ricerche. 

Ma un pretore non accettò la soluzione e bloccò Canale 5. Ne seguì una pantomima politica. Bettino Craxi, grande amico di Berlusconi e come lui ossessionato dai comunisti che poi alla fine ne decretarono la fine, ricattò il primo ministro Andreotti minacciando la crisi di governo se non fosse stato permesso a Berlusconi di trasmettere. Fu il liberi tutti. (Il decreto fu dichiarato incostituzionale 10 anni dopo e sostituito dalla Legge Mammì del 1990 di cui dico sopra. In quei 10 anni Berlusconi costruì il suo impero). 

Così due editori della carta stampata si misero all’opera, Mondadori con Rete4 e Rusconi con Italia1. Fu una catastrofe. Rusconi si ritirò dalla tv nel giro di pochi mesi, cedendo la rete allo stesso Berlusconi. 

Mondadori quasi fallì. L’azienda fu salvata con una operazione di ingegneria finanziaria architettata dalla Mediobanca di Enrico Cuccia. A controllare la casa editrice fu costituita una holding, Amef, il cui capitale era diviso fra i discendenti del fondatore Arnoldo Mondadori, Berlusconi e il suo arcinemico Carlo De Benedetti. Erano le premesse per la guerra di Segrate, scoppiata a fine anni ’80 fra i due tycoon. 

Nel procedere Berlusconi si prese Rete 4. Se non l’avesse fatto, la Mondadori sarebbe affondata.

Hai voglia a dire che Berlusconi li ha stesi tutti con l’inganno e si è preso le loro tv a prezzo di saldo. La verità è che è stato il più bravo di tutti, nel bene come nel male.

Nel bene si registra l’incetta di film americani fatta da Berlusconi, lasciando ai concorrenti ben poco da mostrare.  Quando si presentarono a Hollywood, festanti come in una gita aziendale, trovarono terra bruciata. 

Con quei film Berlusconi rivoluzionò usi e costumi della tv in Italia. Fino al suo avvento, la Rai monocanale trasmetteva un solo film l a settimana, scelto con criteri anche di qualità e valori cultuali da un bravo critico genovese, Claudio G. Fava. Dovevano inoltre essere trascorsi 2 anni dal passaggio in sala. Con Berlusconi furono film di ogni tipo a ogni ora dall’alba a notte fonda, un trionfo.

Nel processo fu scardinato anche il sistema di distribuzione: Molto meno gente andava al cinema, la tv glielo portava in casa. Ci sono proprietari di sale che ancora girano gli occhi al cielo al solo nome di Berlusconi. Il quale entrò poi nel settore, comprando parecchie sale, forse un po’ con intenzioni risarcitorie. 

Dalla lista del male ricordo solo un racconto che circolava negli anni ’80.

Riguarda la pubblicità ed è esemplare della astuzia di Berlusconi, sempre in azione.

Raccontavano, nei secondi anni ‘80, di un episodio della concorrenza fra Canale5 e Rete4. 

Publitalia, la rete costruita da Marcello Dell’Utri, vendeva la pubblicità di Canale5. Berlusconi era il venditore principe, pranzo e cena con potenziali clienti, contratti basati sul principio: mi paghi in funzione dell’aumento del tuo fatturato. 

Soprattutto però, l’argomento vincente erano i prezzi bassissimi se confrontati con quelli di Rai e della carta stampata. Su entrambi i rivali pesava lo scarcity value, il valore dato dalla limitatezza dell’offerta. Per Rai era conseguenza dei forti limiti imposti all’affollamento, gli editori dovevano considerare, oltre agli ingenti costi da coprire, anche il costo di carta e stampa delle pagine pubblicitarie aggiuntive. 

La tv commerciale non aveva costi aggiuntivi, anzi. Dovendo riempire le 24 ore, più pubblicità c’era meno film e programmi servivano. Lato ricavi, una lira era ed è meglio di zero. Gli spettatori erano felici e tolleranti. In alternativa a una Rai che ti infliggeva l’Orlando Furioso in versione Luca Ronconi, qui avevi gratis i film del momento e più avanti Drive In. 

La pubblicità su Rete4 era venduta dagli stessi uomini e donne che vendevano Panorama e Grazia. Logiche di costi e prezzi opposte. 

L’allora capo di Mondadori, Mario Formenton, dopo tante proteste, arrivò a un accordo. I prezzi sarebbero stati bloccati senza sconti. Era venerdì. L’accordo entrava in vigore lunedì. Quelli di Mondadori partirono per il week end, Berlusconi e i suoi si misero pancia a terra e riempirono i carnet ordini. Quando con la nuova settimana i concorrenti iniziarono a vendere, scoprirono che non c’erano più budget disponibili. 

Concludo con un altro fatto determinante nella sua romanzesca carriera. Coincide con il suo ingresso in politica, la discesa in campo. 

A quel tempo l’Italia era sconvolta dalla tormenta nota come Mani Pulite. Un gruppetto di magistrati della Procura della Repubblica di Milano aggredì la classe politica ed economica italiane con una serie di arresti per corruzione e tangenti.

Avevano il pieno sostegno della gente, esasperata dalla virulenza dei potenti. 

Il risultato non è stato granché, anzi penso che avere spettacolarizzato inchieste e processi (incluse dirette tv) ha fatto solo danni. Guardate come si sono comportati i tedeschi con Helmut Kohl per rendervi conto: anche questo ha pesato nella differente evoluzione dei due Paesi. L’Italia non è il Paese più corrotto del mondo. Altri che si vestono di ipocrita moralismo nel giudicarci sono peggio. Noi però ce l’abbiamo messa tutta per coprirci di ignominia.

Ricordo con un brivido quel momento in cui i pm di Milano sfidarono i vertici dello Stato in diretta tv all’ora di pranzo. In Francia sarebbe arrivata la gendarmeria, da noi fu un tripudio.  

Il 1989 fu in tutto il mondo un anno di crisi economica. In Italia, in fase di riassestamento dopo un decennio di crescita, la crisi durò più a lungo e Berlusconi rischiò di esserne travolto. Si era allargato troppo. Oltre al blitz su Mondadori pesava l’attuazione di un altro grandioso disegno. Lo sentii raccontare dallo stesso Berlusconi in un momento di umiltà in una delle riunioni del lunedì.

L’idea era semplice. Avendo ottenuto la completa copertura della Penisola con le frequenze di Canale5, appariva logico l’abbinamento spot- supermercati. In tal modo gli italiani guardavano Canale5, vedevano la pubblicità e alla Standa, nel frattempo annessa al nascente impero, trovavano i prodotti da acquistare. 

Non andò così perché la Standa non copriva l’Italia con la facilità delle frequenze. E anche perché nel frattempo arrivò la recessione di cui sopra.

Fu una altra occasione per Berlusconi per mostrare la sua capacità di sopravvivenza e oltre. 

Si era arrivati al punto che a Milano ti dicevano che Berlusconi era ormai spacciato. Si parlava di debiti oltre i 7 mila miliardi di lire, tre miliardi e mezzo di oggi. Enrico Cuccia, il gran maestro della grande imprenditoria italiana, con la sua Mediobanca architetto della rinascita industriale del dopoguerra, si diceva che a Berlusconi non rispondeva nemmeno al telefono. 

Berlusconi fondò Forza Italia, con l’aiuto organizzativo di Dell’Utri e la ossatura della rete di Publitalia, aggregò fascisti e Lega, fenomeno nato dalla ribellione del Nord alla redistribuzione di risorse in eccessivo favore del Sud. Vinse le elezioni e diventò presidente del Consiglio. 

Allora Cuccia prese il treno e si presentò a Palazzo Chigi di persona, senza bisogno di telefono. 

Cuccia inventò Mediaset, costrinse Berlusconi a subire le regole della Borsa e dei soci di minoranza e lo salvò dalla bancarotta. 

E ora? Sono un reporter e non mi sento in grado di fare previsioni.

Lo scenario è molto cambiato dai miei tempi. I giornali vendono sempre meno copie (ma contano sempre molto), internet ha sconvolto gli usi di lettura e la pubblicità. Il modello della tv di Berlusconi è saltato dall’arrivo del satellite ed è stato sconvolto da Netflix e replicanti. 

Unica sopravvissuta mi sembra la Mondadori. Sotto la guida di Ernesto Mauri si è focalizzata sulla vocazione originaria della editoria libraria. Mi pare con risultati positivi.

(ANSA il 12 giugno 2023) - Mfe in forte rialzo in Borsa a Piazza Affari dopo la notizia della morte di Silvio Berlusconi. Le azioni B con dieci diritti di voto salgono del 5,4% a 0,72 euro e il titolo A con un diritto di voto guadagna il 5,6% a quota 0,49 euro. Avanza anche Mondadori che registra un rialzo dello 0,9% a 1,97 euro.

Il credo impreditoriale. Berlusconi portò in azienda il modello leninista. È stato un illusionista capace di coniugare rigidi dettami imprenditoriali e creatività, edonismo e difesa dei valori tradizionali. Un venditore di sogni di massa. Paolo Persichetti su L'Unità il 13 Giugno 2023

Fin dal momento della sua entrata diretta in politica, nel lontano 1994, il dispositivo Berlusconi ha agito come un grande diversivo, un potentissimo magnete capace di captare su di sé passioni contrapposte. Una sorta d’incantesimo che ha permesso al padrone della televisione commerciale di collocarsi da subito al centro della scena scompaginando gli schieramenti, rimescolando le carte, sparigliando il tavolo da gioco.

Forse solo riconoscendo questa sua irresistibile capacità illusionistica si può riuscire a spiegare anche l’essenza contraddittoria, quella combinazione di contrari che è l’antiberlusconismo. Solo in questo modo si riesce a comprendere perché personaggi della destra storica, come Indro Montanelli o populisti di destra come Antonio Di Pietro siano diventati dei paladini del popolo della sinistra, oppure un damerino reazionario come Marco Travaglio, abbia potuto ispirare prima le correnti giustizialiste della sinistra, dai girotondi al popolo viola, e poi i Cinque stelle.

Sicuramente Berlusconi ha saputo intercettare e interpretare a modo suo quel nuovo spirito del capitalismo descritto da Luc Boltansky e Éve Chiappello in un volume pubblicato da Gallimard nel 2000 e arrivato in Italia solo nel 2014 con Mimesis. Versione italiana di quella nuova etica della valorizzazione del capitale che, secondo i due sociologi, dopo l’originaria fase puritana e la successiva età della programmazione e della razionalità fordista, ha trovato nuova fonte d’ispirazione e legittimazione in una parte delle critiche rivolte al modo di produzione capitalista durante la contestazione degli anni Settanta.

La critica al taylorismo fordista, all’alienazione seriale del lavoro, ai rapporti di società rigidi e gerarchizzati e alla società dello spettacolo, sono state assorbite e metabolizzate fino a fare della creatività e della flessibilità i tratti salienti del nuovo sistema dell’economia dei flussi, del valore aggiunto, del lavoro immateriale incamerato nel prodotto finito. Inventiva, piacere e pazzia – sempre secondo l’analisi di Boltansky e Chiappello – sono diventati ingredienti del successo capitalista molto più dei costipati valori del lavoro, della preghiera e del risparmio che ispiravano gli albori del capitalismo ma anche quella sorta di calvinismo del valore lavoro di cui era intriso il togliattismo.

Se l’immaginazione non è mai arrivata al potere, sicuramente ha trovato posto in piazza Affari. Dimostrazione della capacità dinamica e innovativa dell’«imprenditoria deviante», secondo una categoria forgiata dalla sociologia criminale. L’ambivalenza del comportamento berlusconiano, condotta all’interno e all’esterno dell’ordine stabilito, ha permesso di condurre esperimenti, d’esplorare possibilità anche illegittime. Risorsa necessaria affinché l’iniziativa economica innovativa potesse avere luogo. In questo modo l’uomo di Arcore ha mantenuto «una distinta leggerezza che ha consentito alle sue imprese, in maniera weberiana, di levarsi al di là del bene e del male», come ha scritto Vincenzo Ruggiero in, Crimini dell’immaginazione. Devianza e letteratura, il Saggiatore, Milano 2005.

Il patron della pubblicità con le sue televisioni è stato il volto italiano di questa rivoluzione del capitale. Con la sua abilità nel produrre ideologia è riuscito a sintetizzare anche interessi e spinte sociali diverse ma accomunate da un’ipertrofica rapacità individualista. Venditore di sogni e d’illusioni, spacciatore di marche, dealer di un mondo ridotto al dominio del logo e delle sue imitazioni. Divenuto sistema-mondo, occupata la società, a Berlusconi mancava solo la politica. Non la politica vera. Quella l’aveva sempre fatta, come una volta vantò in una intervista. La sua rete commerciale non era altro che un partito di tipo leninista. L’unico rimasto. Il partito dei professionisti della pubblicità.

Una struttura di quadri selezionati, radicati nel territorio e nei distretti economici, con rapporti diffusi e alleanze con le corporazioni, le organizzazioni di categoria e gli imprenditori legali e illegali. Un vero modello d’organizzazione bolscevica della borghesia. E difatti, alla fine del 1993, in pochi mesi riuscì a farne la struttura portante di Forza Italia per lanciare l’attacco alla cittadella della politica istituzionale, all’occupazione della macchina statale.

Grazie a una scientifica attività lobbistica e alle protezioni ottenute da settori influenti della politica, più che alla capacità di stare sul mercato, ha potuto costruire negli anni Ottanta la sua posizione dominante nel settore delle televisioni commerciali e della raccolta pubblicitaria. Ma a spianare la strada al suo ingresso diretto nel mondo dei palazzi romani è stato il tracollo del sistema politico dei partiti provocato dalle inchieste giudiziarie.

Quando sulle ceneri della Prima Repubblica rivaleggiavano ormai forme contrapposte di populismo, Berlusconi è riuscito a sconvolgere la scena politica del paese sradicando la tradizione dei partiti di massa già in crisi e imponendo il proprio modello anche ai suoi avversari. In grado di miscelare elementi elitari e plebiscitari, premoderni e ipermoderni, quello berlusconiano è apparso un modello di populismo dove vecchio e nuovo s’integravano. Sorretto dal ritorno all’affermazione della leadership carismatica e provvidenziale, nella quale il potere patrimoniale sostituisce la vecchia legittimità paternalista-patriarcale, il paradigma berlusconiano ha accompagnato l’elogio dell’imprenditorialità diffusa dentro la quale riescono a convivere anche forme arcaiche e bestiali di taylorismo.

Il sogno e l’inganno di milioni di piccole imprese, nuova configurazione di un rapporto lavorativo che occulta dietro il mito dell’imprenditorialità individuale le gerarchie di un nuovo modello di sfruttamento. Illusione di un facile accesso al ceto medio e all’arricchimento personale modellato con i valori profusi dalle televisioni commerciali, tra gossip, cronaca nera, veline e reality show.

Esaltazione retorica e sognatrice dell’autoaffermazione individuale, della proprietà (tanto più quando questa è insignificante e si riduce ad un’abitazione o un’automobile acquistata contraendo mutui bancari pluridecennali o alla conversione dei propri risparmi in bond e partecipazioni in titoli finanziari).  Ideologia che riesce a far convivere con un mirabile gioco di prestigio temi legati alla riscoperta dei valori morali, come patria, famiglia e presunta etica della vita (ostilità verso l’aborto e l’uso delle staminali), insieme a una sorta di sfrenato “edonismo proprietario”, di ’68 dei padroni (il “bunga bunga”).

«Goffamente astuto, furbescamente ingenuo, balordamente sublime, superstizione calcolata, farsa poetica, anacronismo genialmente sciocco, buffonata della storia mondiale, geroglifico inesplicabile», l’apparente inconsistenza del personaggio berlusconiano si è rivelato in realtà un suo punto di forza: «Appunto perché non era nulla, egli poteva significare tutto», come capitò di scrivere a Marx a proposito di un altro «uomo della provvidenza», ed essere così reinventato da ogni ceto sociale o individuo a propria immagine e somiglianza. Tutto ciò come è stato possibile?

Quando la società dei lavoratori e dei cittadini volontari è messa fuori gioco, ha risposto Mario Tronti: «la politica diventa il monopolio dei magistrati, dei grandi comunicatori, della finanza, delle lobby, dei salotti. Cessa di essere la sede in cui i progetti di società si affrontano e confrontano e diventa il luogo dell’indifferenza, uno spazio indistinto dove l’apparenza prevale sul contenuto, l’estetica s’impone sulla sostanza». Per questo l’antiberlusconiano giustizialista non solo non si è rivelato efficace ma si è addirittura dimostrato dannoso riverberandosi unicamente come riflesso subalterno del suo acerrimo nemico spianando la strada al governo della destra fascista. Paolo Persichetti 13 Giugno 2023

Estratto dell’articolo di Francesco Spini per “La Stampa” il 13 giugno 2023.

«E adesso?». La notizia della scomparsa di Silvio Berlusconi corre veloce nelle sale operative, i telefoni degli analisti si fanno roventi, tempestati dalle domande dei gestori dei fondi internazionali che si interrogano sul futuro. 

Di Fininvest, certo, ma soprattutto di quella Mediaset (di cui la famiglia controlla il 50%) che da un anno e mezzo ha cambiato nome in Mfe-MediaforEurope, sede, ad Amsterdam, e vocazione: non più confinata a Cologno Monzese ma protesa verso un polo europeo delle tv in chiaro.

«E i figli, venderanno?». La domanda rimbalza, i titoli in Borsa decollano. Le azioni tipo B, la "B" di Berlusconi, quelle che contano per comandare (10 diritti di voto per ciascun titolo) in mezzora toccano un rialzo del 10%. 

Qualcuno immagina grandi manovre, finché un comunicato marchiato Fininvest, della famiglia insomma, raffredda gli entusiasmi: evoca il patrimonio del Cavaliere […] E tale patrimonio – si sottolinea – resterà alla base di tutte le nostre attività, che proseguiranno in una linea di assoluta continuità sotto ogni aspetto». 

Traduzione: non si vende. E basta questo per raffreddare chi, nella speculazione, stava gettando il cuore ben oltre l'ostacolo

[…]  il mercato, in ogni caso, disegna scenari, compila ipotesi. La più scontata di queste è già lì, appollaiata in Mfe con il 23,6% dei diritti di voto. Si chiama Vivendi, ovvero Vincent Bolloré, il rider bretone con cui Berlusconi nel 2016 si era accordato per fare una grande alleanza che invece si rivelò un pantano: tra un tentativo di scalata (di cui la famiglia non ha mai perdonato il tempismo, visto che cominciò durante una degenza del Cavaliere), guerre legali, scontri all'ultimo voto. 

Due anni fa la pace ha avviato una discesa dei francesi dal 29,9% raggiunto, discesa che si è però interrotta, visti i corsi non favorevoli del titolo. Un nemico carissimo, insomma, che oggi rende onore al Cav: «Il suo fascino e la sua energia rimarranno nella memoria di tutti», recita la nota che arriva da Parigi. Torneranno alleati? […] Bolloré non farà la prima mossa.

La seconda congettura porta in Germania, dove Mfe ha spostato il primo carrarmatino del suo risiko delle tv: ha comprato poco meno del 30% di ProsiebenSat1. Una combinazione sull'asse Cologno-Monaco […] creerebbe un colosso con soci i Berlusconi, i francesi e i cechi di Ppf, saliti al 15% del gruppo tedesco. 

Terza suggestione: la vendita a gruppi internazionali. I pretendenti negli anni non sono mancati. Tutti ricordano il doppio tentativo di Rupert Murdoch negli Anni 90. E anche oggi un gruppo presente in Italia, Spagna e Germania può destare interesse: Discovery si dice abbia bussato alla porta di Pier Silvio Berlusconi, ad di Mfe, ricevendo un «no, grazie». Varrà in futuro?

Per ora va registrato il mantra di famiglia: «Assoluta continuità». E questo dovrà valere per tutto l'impero Berlusconi, uno scrigno che vale una fortuna: 6 miliardi di euro, calcola Forbes, circa 4,9 solo di patrimonio di Finivest la holding a capo della catena.

Un portafoglio che spazia dalle tv, alle radio (105, 101, Monte Carlo), dala pubblicità (Publitalia 80), alle produzioni (TaoDue), all'editoria con Mondadori. E ancora il calcio col Monza. Il teatro Manzoni, salotto di Milano, la flotta di tre aeroplani e un elicottero, gli immobili, in parte anche fuori con le società Dolcedrago e Idra, con le ville San Martino e Certosa. 

Poi c'è il gioiello Banca Mediolanum […] di cui Fininvest ha il 30%: quota che da sola vale 1,8 miliardi. Senza più il Cavaliere […] la Bce non opporrà più nulla e il Biscione non dovrà più scendere sotto il 10%. Resta da capire come si suddividerà adesso l'impero.

C'è curiosità, ad esempio, su quello che sarà il lascito all'ultima compagna, Marta Fascina. Soldi e case, si scommette. Non le aziende. Marina e Pier Silvio, figli della prima moglie Carla Dall'Oglio, hanno già il 15,3%, il 7,65% di Fininvest ciascuno tramite le Holding Italiana Quarta e Quinta. Barbara, Eleonora e Luigi, frutto delle nozze con Veronica Lario, hanno insieme il 21,42% nella H14, di cui ha ognuno un terzo. Oltre a un 2% di azioni proprie, il restante 61,3% circa era nella disponibilità di Berlusconi, tramite altre quattro casseforti.

Una divisione paritaria sposterebbe l'asse della maggioranza a favore dei figli di secondo letto, ma con la quota disponibile (un quarto) Berlusconi potrebbe aver sistemato le cose, con compensazioni, anche con gli accordi in occasione dei suoi divorzi. Difficilmente poi la governance del Biscione sarà lasciata al caso. La guida di Fininvest (così come di Mondadori) saldamente nelle mani di Marina, quanto il timone di Mfe a Pier Silvio non appaiono in discussione. Appuntatevi la linea strategica: «Assoluta continuità».

Estratto dell’articolo di Mario Gerevini per corriere.it il 13 giugno 2023.

[…] Intestata direttamente all’ex premier c’è innanzitutto Villa San Martino ad Arcore, sua residenza da quasi 50 anni: 3.500 metri quadrati, acquistata dal Cavaliere negli anni Settanta dalla ventitreenne Anna Maria Casati Stampa (titolare della proprietà dopo l’omicidio della madre e il suicidio del padre), assistita nella transazione dall’avvocato Cesare Previti. 

A 6 km di distanza, sempre nei pressi del Parco e dell’Autodromo di Monza, si trova Villa Belvedere (Macherio), comprata all’asta nel 1988 dalla Provincia di Milano. Lì a Macherio ha vissuto a lungo l’ex moglie Miriam Bartolini (alias Veronica Lario) prima del divorzio.

Uno dei rifugi preferiti da Berlusconi fuori dalla Brianza è Villa Campari sul Lago Maggiore, a Lesa […]: 30 stanze, splendido parco, erba pettinatissima e porticciolo privato. La villa fu fatta costruire alla fine dell’800 dal patriota risorgimentale e senatore del Regno d’Italia Cesare Correnti, che morì proprio tra quelle mura nel 1888. 

Poi l’allora Villa Correnti venne acquisita dalla famiglia del famoso bitter che la ribattezzò Villa Campari. Berlusconi l’ha aggiunta alla sua collezione nel 2008. «Sono andato su Internet e ho comprato una casa a Cala Francese, si chiama Due Palme. Anch’io diventerò lampedusano». Nel marzo 2011, atterrato a Lampedusa assediata dagli sbarchi, l’allora premier tra le varie promesse (campo da golf «indispensabile» e casinò sull’isola) annunciava il suo nuovo affare immobiliare. Il prezzo? Top secret anche se la villa, stile anni Settanta, realizzata da un aristocratico siciliano, era offerta su internet a 1,5 milioni (250 metri quadrati, otto posti letto, ampio giardino).

All’inizio di agosto il leader della Lega Matteo Salvini è stato ospite qualche giorno in Villa Due Palme. Ad Antigua, nei Caraibi, Berlusconi ha altre due proprietà immobiliari. Intestate direttamente a lui sono anche una vecchia Audi A6 di 17 anni e tre imbarcazioni: lo yacht Magnum 70 «Sweet Dragon» del 1990, il «San Maurizio» del 1977 e la barca a vela «Principessa Vai Via» del 1965. Il resto del portafoglio berlusconiano sono partecipazioni in società e dunque è lì dentro che bisogna andare a vedere cosa c’è. Ecco allora il ramo numero due, quello delle società prettamente immobiliari.

Le ville della Dolcedrago

A spanne si può calcolare che più di mezzo miliardo di patrimonio sia gestito sotto l’ombrello della Dolcedrago, una holding di partecipazioni in società quasi esclusivamente immobiliari: Essebi Real Estate, Immobiliare Dueville, Brianzadue e la big del gruppetto l’Immobiliare Idra. A presidiare questo prezioso e riservato “territorio” è quello che potremmo chiamare il team «operazioni riservate». 

Ovvero i fidatissimi professionisti con base a Segrate che si occupano degli affari personali del Cavaliere: Giuseppe Spinelli (81 anni), Salvatore Sciascia (80), Giuseppino Scabini (75) e il «ragazzo» Marco Sirtori (57). Berlusconi possiede il 99,5% della Dolcedrago, le briciole sono di Pier Silvio e Marina Berlusconi, figli avuti nel primo matrimonio con Carla Dall’Oglio, di quattro anni più giovane. Parentesi familiare: Marina ha una splendida villa a Châteauneuf-de-grasse, nell’entroterra della Costa Azzurra tra Antibes e Cannes e la madre è titolare di una piccola quota. Nel marzo 2020, con la prima ondata di Covid, il padre si rifugiò proprio lì per diverse settimane. 

La Lampara di Cannes

A Cannes, e qui torniamo nel portafoglio della Dolcedrago, un’altra lussuosa villa è stata teatro di un intreccio familiare. Villa «La Lampara» è un gioiello da 500 metri quadrati più 2mila di giardino con piscina e vista mare. Fu costruita dal marchese George De Cueves, marito di Margaret Rockefeller e poi è passata di mano più volte. Era finita sulle pagine dei giornali anni fa per lo sfogo di Antonia Costanzo, l’ex moglie di Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, che acquistò la villa nel 2007 con un prestito milionario di Mps e l’incoraggiamento – lei disse - di Silvio Berlusconi che gli mandò anche i suoi giardinieri a sistemare il parco.

Lui, secondo quanto fu scritto, fece da garante fino a oltre 8 milioni. Poi le rate e il debito furono «dimenticate» per anni. Una «distrazione» che costrinse la banca nel 2015 a chiedere (e ottenere) dal Tribunale un decreto ingiuntivo contro i beni della signora Costanzo. 

Alla fine Berlusconi subentrò nel debito e rimborsò Mps diventando egli stesso creditore dell’ex cognata con annessi pignoramenti e connesse ipoteche. Poi il cerchio si è chiuso: una delle società immobiliari che fanno capo alla Dolcedrago del leader di Forza Italia ha acquistato «La Lampara» per 3,55 milioni. Prezzo presumibilmente al lordo dei debiti e anche degli oneri di ristrutturazione. Oggi la villa è in vendita. Il suo valore di bilancio, che non vuol dire di mercato, è di 8,1 milioni. 

Villa Certosa

Il gioiello della corona, però, è indiscutibilmente Villa Certosa in Sardegna a Porto Rotondo, Il buen retiro nel cuore della Costa Smeralda. E’ stata acquistata negli anni Settanta, poi completamente ricostruita e ampliata. Ai tempi di Berlusconi premier era classificata come «sede alternativa di massima sicurezza per l’incolumità del presidente del Consiglio». 

Di qui sono passati ospiti illustri, dal russo Vladimir Putin a George W. Bush. Una perizia tecnica del gennaio 2021 indicava un valore di 259.373.950 euro. Documento assolutamente attendibile perché è firmato da Francesco Magnano, geometra di fiducia del cavaliere.

Villa Certosa difficilmente potrà essere divisa tra tutti i figli anche se lo spazio non manca: 68 vani, 181 metri quadrati solo di autorimessa e altri 174 di posti auto. Poi - scorrendo le carte della perizia - 4 bungalow di cui 2 accatastati A/2 (abitazioni civili), così come due immobili denominati Cactus e Ibiscus, il teatro, la torre fronte teatro, la serra, la palestra, la talassoterapia, 297 mq di orto medicinale. Isolata nell’elenco una voce: «La Palappa». Che cos’è? Non è specificato ma dovrebbe essere una specie di capanna tropicale. Palapa è un termine spagnolo di origine Maya che indica una dimora senza pareti con un tetto di paglia fatto di foglie di palma essiccate.

Quella di Berlusconi ha tre «p» e una rendita catastale di 361 euro. Il tutto è immerso in un parco di 580.477 metri quadrati (un campo da calcio è circa 7mila mq). Anche se il prezzo di mercato potrebbe essere superiore a quello della perizia, già così la reggia di Porto Rotondo si colloca tra le ville più costose in assoluto. Per fare un paragone, nel 2019 a Cap-Ferrat in Costa Azzurra la Campari ha venduto per 200 milioni Villa Les Cèdres, appartenuta al re del Belgio e poi ai fondatori del marchio Grand Marnier e a lungo considerata la residenza più cara al mondo.

L’acquirente, si è saputo a distanza di tempo, è stato il miliardario ucraino Rinat Akhmetov. Ma le classifiche sono più che altro curiosità perché si tratta di pezzi unici che sfuggono a valutazioni attendibili. Nel 2009 si parlò di un’ offerta dagli Emirati Arabi per Villa Certosa da 450 milioni di dollari, l’anno successivo secondo la stampa spagnola era quasi fatta con un imprenditore iberico per 400 milioni di euro, e poi nel 2015 sarebbe stato lo stesso Cavaliere a mostrare le bellezze della residenza al figlio del re d’Arabia: la richiesta pare fosse 500 milioni. Mai nulla di scritto, mai alcuna conferma.

Le altre proprietà immobiliari

Frugando nell’arcipelago Dolcedrago si individuano anche altre «16 unità immobiliari» nel milanese che, terreni compresi, sono iscritte a un valore di 16 milioni. E fin qui le proprietà sono al 100% della Dolcedrago, ovvero Silvio. 

Poi però c’è il caso unico della società Brianzadue dove l’architetto Ivo Redaelli (40%) divide con Berlusconi (60%) un portafoglio immobiliare da una trentina di milioni dove spicca Villa Sottocasa di Vimercate (Monza), edificata alla fine del XVIII secolo e acquistata nel 2018 per 2,5 milioni ma da ristrutturare profondamente. Poco distante, a Lesmo, un’altra splendida proprietà è finita nel portafoglio del Cavaliere: Villa Gernetto, dove spesso vengono organizzati incontri istituzionali.

Proprio lì di fronte l’ex moglie Veronica Lario ha comprato Villa Sada, storica residenza della famiglia fondatrice della Simmenthal (poi venduta alla Bolton). A Roma Berlusconi ha acquistato nel 2001 e poi ristrutturato Villa Zeffirelli sull’Appia Antica che negli ultimi anni era diventata il suo quartier generale romano. Ma l’anima del costruttore e immobiliarista che fu, si intuisce dal portafoglio «varie ed eventuali»: terreni a Olbia e in Brianza, decine di immobili tra Roma e il milanese e soprattutto i 116 posti auto nel Centro Direzionale di Milano Due a Segrate, dove tutto è cominciato con la Edilnord negli anni Settanta.

Estratto dell’articolo di Mario Gerevini per corriere.it il 13 giugno 2023.

[…] quale è il valore di tutte le proprietà e dei conti in banca che il Cavaliere lascia in eredità? A 4 miliardi ci si arriva con stime abbastanza attendibili e conservative. Vediamo che cosa c’è, dunque, nel portafoglio dell’ex premier, dettagli compresi. 

Le proprietà di Berlusconi

Le superville: dalla Certosa di Porto Rotondo, valutata 259 milioni, alla “Lampara” di Cannes della ex cognata. I 116 box auto parzialmente sfitti. I 170mila euro di guadagno al giorno (calcolati sugli ultimi 2.000 giorni) grazie alle attività della Fininvest. Una vecchia Audi A6 del 2006 e i diritti su un centinaio di storiche pellicole tra cui «Peppone-Don Camillo» e «I Tre giorni del Condor». 

L’immobile a Porto Rotondo che fu del fondatore di Playmen e ora «incorporato» nel complesso di Villa Certosa. Il Cinema Fiamma a Roma venduto per 3,1 milioni l’anno scorso a una fondazione emanazione del ministro della Cultura. Si capisce da questi esempi che l’impero ha mille derivate.

Le dichiarazioni al Parlamento sono piuttosto generiche (per tutti, non solo per il cavaliere). Ci dicono quello che era il suo reddito record (50 milioni nel 2021 e 18 milioni nel 2022) presumibilmente realizzato in gran parte con i dividendi che risalgono da Fininvest. Ma è una sorta di fotografia dal satellite, sfuggono i particolari e le operazioni più recenti. 

Mentre a quasi 86 anni (29 settembre) riscendeva nella mischia elettorale, nel suo conto in banca arrivavano, appunto, 93,7 milioni di euro sotto forma di dividendo e altri 63 milioni sono rientrati ad Arcore da un prestito erogato a una società controllata, tanto per dire un paio di particolari che insieme fanno 156 milioni. 

I tre rami dell’impero del Cavaliere

Possiamo dividere l’impero in tre grandi rami. Il primo, quello privatissimo delle case di residenza (Arcore, Macherio ecc ), fa capo a Silvio Berlusconi in persona e potrebbe avere un valore indicativo di 100-150 milioni. Il secondo ramo, quello personale delle ville da vacanza (Porto Rotondo, Cannes ecc) e altri investimenti immobiliari, ha un valore stimabile in 500 milioni ed è gestito da decenni da quattro professionisti di assoluta fiducia attraverso una serie di società che fanno capo alla holding immobiliare Dolcedrago. 

Siamo a quota 650 milioni. E fin qui i 5 figli non toccano palla o quasi. Il terzo ramo, l’unico che non brucia cassa ma ne produce in gran quantità, è la Fininvest, la gallina dai dividendi d’oro con le sue partecipazioni in Mediaset, Mondadori, Mediolanum ecc; controllata al 61% dal fondatore con il resto diviso equamente tra i cinque figli. Qui la quota attribuibile al fondatore, sulla base del patrimonio netto Fininvest 2021 (4,9 miliardi), è quasi 3 miliardi. Quindi considerando anche liquidità, opere d’arte e altri investimenti non noti si arriva rapidamente ai 4 miliardi, come minimo. 

[…] Dove le due generazioni della famiglia si compattano è proprio nel capitale Fininvest, il motore dell’impero. Lì dentro ex mogli e compagne non sono mai entrate, solo Silvio e i figli. Una volta, molti anni fa, anche il fratello Paolo, poi uscito. Era l’epoca delle 22 nebbiose holding, schermate da fiduciarie. 

Oggi la struttura di controllo è totalmente italiana e alla luce del sole. La presidente da molti anni è Marina Berlusconi e il consiglio di amministrazione è un mix di famiglia e manager, tra cui i fedelissimi Adriano Galliani e Salvatore Sciascia. Certamente il fondatore ha pianificato nel dettaglio gli equilibri futuri. 

Marina e Pier Silvio hanno il 7,65% a testa attraverso le loro holding personali mentre Barbara, Luigi ed Eleonora hanno raccolto le loro quote (21,4%) in una società comune. Fininvest ha attività immobiliari, controlla la società Alba che gestisce i jet e gli elicotteri, il Monza calcio, il Teatro Manzoni ma soprattutto detiene partecipazioni rilevanti nelle tre società quotate MediaForEurope-Mediaset (50%) la cui sede legale è stata trasferita in Olanda nel 2021, Banca Mediolanum (30%) e Mondadori (53%). Dalle prime due arriva, sotto forma di cedole, gran parte della benzina che alimenta il «sistema». Ecco perché è qui che si gioca la vera partita dell’eredità. Nel 2021 Fininvest ha fatturato 3,8 miliardi con 360 milioni di utile. […]

Estratto dell’articolo di Marco Belpoliti per doppiozero.it il 13 giugno 2023.

Ha scritto Maurice Blanchot che è solo nella morte che il defunto comincia a rassomigliare a sé stesso, sino ad arrivare ad affermare che “il cadavere è la propria immagine”. I vivi sarebbero del tutto privi di somiglianza. Eppure, se c’è stato un uomo che ha costruito da vivo la propria somiglianza, questo è stato Silvio Berlusconi. Per lui l’immagine era tutto, così ha lungamente modellato il proprio corpo per essere l’immagine più perfetta di sé. 

Con una intuizione formidabile ha compreso che doveva in ogni caso e in ogni momento avere quella immagine che si legava per lui all’essere un Capo, sia che fosse il proprietario di una società immobiliare come di una televisione commerciale, il fondatore di un partito personale come il Presidente del Consiglio dell’Italia. 

Avere un’immagine è necessario se si è, o si vuole essere, un capo, senza immagine non c’è il Capo. Italo Calvino l’aveva scritto in anni non sospetti, quando ancora nessuno avrebbe immaginato che dopo il corpo del Duce avremmo avuto il corpo di Berlusconi […]. Parlando a memoria dei copricapi di Benito Mussolini, […] lo scrittore ligure riconosceva l’importanza dell’uso del corpo e in specifico l’immagine del corpo per costruire un leader politico.

Una lezione che Berlusconi aveva ben chiara sin dagli anni Sessanta quando si faceva fotografare da Alberto Roveri negli uffici della Edilnord in posa da uomo d’affari: capello lungo, nonostante l’incipiente calvizie, e le mani incrociate l’una sopra l’altra in segno di forza. 

Il sorriso era già stampato sul suo viso, un sorriso che partiva più dagli occhi che non dalle labbra, perché è stato con lo sguardo che Silvio ha comunicato prima di tutto sé stesso e ha sedotto i propri interlocutori. 

Prima della parola viene l’immagine, quella fotografica, per quanto Sua Emittenza con le parole ci sapesse fare da perfetto pubblicitario di sé stesso: “bisogna avere il sole in tasca”, diceva ai suoi venditori. E infatti è stato col corpo che ha comunicato sé stesso a un paese abbacinato da questo uomo piccolo, decisamente bruttino, con due orecchie grandi coperte, fin che ha potuto, dai capelli, anche quelli persi ma ripiantati sul capo, poiché i capelli sono stati per lui il segno di un potere, così da non potervi mai rinunciare al prezzo di una chirurgia estetica che l’aveva reso negli ultimi due decenni della sua vita una sorta di mummia inespressiva dal colorito brunito. 

Il corpo del capo

L'essere in vita è stato il senso stesso del suo essere: a qualunque costo e in qualsiasi modo, sino a questo giorno in cui non ha potuto rimandare l’incontro con la fissità di sé, quella che inseguiva da sempre in immagine e che alla fine l’ha raggiunto nello stato finale che per tutti è la morte. 

La spiegazione del fascino esercitato da questo uomo di cultura media, di media altezza, di media intelligenza, ma dotato di una formidabile ambizione che confina con l’astuzia, da un lato, e con la spregiudicatezza, dall’altro, e che è tutt’uno con il cinismo, un cinismo senza confini se non quelli posti dalla sua stessa esistenza condotta sempre ignorando i limiti imposti dall’essere un uomo in carne e ossa, che l’immagine ogni volta trapassa col suo potere di alterare il rapporto con la realtà.

Le immagini sono quanto di più permanente ci sia, perché il loro potere agisce nella mente di chi le ha osservate ben al di là della loro stessa presenza. Si chiama immaginario, e dell’immaginario sociale e politico italiano negli ultimi trent’anni Silvio Berlusconi è stato il padrone: l’uomo delle apparenze. 

[…] Il potere si esercita attraverso l’immagine come sanno le religioni iconiche, il cattolicesimo in primis, mentre nel mondo aniconico del protestantesimo, e prima ancora dell’ebraismo seppur diversamente, a governare i singoli e le nazioni è altro: il potere, il denaro, l’idea d’un dio terribile che certifica il destino di ciascuno in forme imperscrutabili.

Berlusconi, il più cattolico dei politici italiani, ben più dei democristiani che lo hanno preceduto nella costruzione del miracolo italiano. Silvio era un uomo degli anni Sessanta che ha saputo inventare gli Ottanta senza dover pagare pegno alla Chiesa o al potere religioso, perché la sua religione è stata quella della televisione e del consumo di immagini, premessa indispensabile per il consumo degli oggetti e delle cose. 

La televisione possiede un potere captativo irrefrenabile, la televisione come intrattenimento, come incultura, come “Colpo grosso” e le altre innumerevoli trasmissioni che Silvio e la sua corte di immaginatori ha saputo creare e far prosperare: “l’immaginazione al potere”, era scritto sui muri del Maggio parigino del 1968.

[…]  Berlusconi considerava sé stesso un gigante, non aveva il minimo dubbio, sia che facesse deviare il decollo degli aerei su Milano 2 per costruire la sua città ideale del neocapitalismo, sia che convincesse Bettino Craxi a consegnargli le chiavi della televisione commerciale su scala italiana. Era convinto che il potere di persuasione è superiore alla realtà stessa, e che questa la si può modellare così come ha fatto col proprio corpo. Il Corpo, poi, è diventato lui stesso il dio della contemporaneità con tutto quello che comporta. 

Così l’ex imprenditore edile si è presentato all’appuntamento con la Storia forte dell’assenza di giudizio dei suoi simili e con la convinzione che l’immagine che stava costruendo di sé sarebbe stata più forte e potente di qualsiasi altra forza in campo. 

Una cosa di sicuro ha compreso seppure in modo intuitivo, mai profondo: la natura biopsichica dell’Italia, il paese della mamma, dell’eterno femminino, dell’immaturità, della credenza e dell’illusione. Una natura profondamente radicata nel nostro paesaggio, nel clima, nella forma stessa dell’Italia, lo Stivale che Berlusconi ha indossato senza colpo ferire, come se nessuno potesse arrestarne l’irresistibile ascesa.

Se nel Medioevo esisteva la credenza taumaturgica dei Re di Francia, capaci di guarire dalle scrofole la pelle dei sudditi, nella modernità, nel capitalismo, non può funzionare in modo analogo il tocco del Re Mida di Arcore e delle sue televisioni: il sogno di diventare belli e ricchi nel corso di una notte soltanto? 

[…] Certo, c’era stato Mussolini con la sua politica dell’immagine, ma quella era una dittatura custodita dalla polizia segreta con carcerazione, confino e assassinio politico. Berlusconi è stato un uomo dei tempi nuovi, così nuovi che lui stesso non è stato sempre in grado di anticiparli e dirigerli. Tanto quanto è stato innovativo nella comunicazione, tanto è stato anche un uomo del passato. Forse proprio in questa commistione di futuro e passato, sta il segreto della sua durata nel tempo. […] 

Cosa dire ora che il corpo del Capo ha cessato di vivere? Che era già un corpo morto? E non perché alimentato e conservato oltre sé stesso nella lotta con la malattia. Non è questo il tema principale che la scomparsa di Berlusconi ci pone.

Nella società postmoderna nulla più scompare a causa della fine o della morte, ha scritto Jean Baudrillard, piuttosto “per proliferazione, contaminazione, saturazione e trasparenza”. 

La morte, che pure batte implacabile alle porte, è stata da sempre esclusa dall’ordine dell’immaginario di Silvio Berlusconi. Morte e scomparsa sono due modalità diverse di “cessare d’essere”, ha scritto Zygmunt Bauman parlando della politica dell’immortalità del contemporaneo. Berlusconi è entrato nel regno warholiano della ripetizione: “Nel mondo in cui lo scomparire ha sostituito il morire, l’immortalità si dissolve nella malinconia della presenza, nella monotonia dell’interminabile ripetizione”. Il corpo del Capo resterà presso di noi nonostante che Silvio abbia preso congedo. Era proprio quello che voleva diventando Immagine.

Il compagno di scuola: “Con i compiti in classe Berlusconi accumulò un tesoro”. Rita Cavallaro su L'Identità il 12 Giugno 2023

Silvio Berlusconi e i suoi anni di studio al Sant’Ambrogio, l’istituto dei Salesiani in via Copernico, a Milano, dove frequentò la scuola media e il ginnasio. E il racconto di Giulio Colombo, un ex compagno di classe che ricorda così il giovane Silvio:

“Direi che era un ragazzo di un’intelligenza inquieta, uno che non indugiava sulle cose più del necessario e subito passava a altri interessi. Faceva i compiti in un baleno, e poi aiutava i vicini di banco, ma pretendeva in cambio caramelle, oggettini, di preferenza 20 o 50 lire… se il compito non prendeva almeno la sufficienza, restituiva il compenso… una volta lo trovai a contare il suo “tesoro” di spiccioli dentro un portamonete che gli avevo dato per avermi risolto un problema di matematica, e lui lamentò che quello era un periodo di magra. Gli “affari” migliori, disse, li aveva fatti con le recite in casa: per vederlo nella parte protagonista, genitori, parenti e amici avevano dovuto pagare il biglietto di ingresso.”

Insomma, Berlusconi aveva già inventato il “soddisfatti o rimborsati”. 

Estratto dell’articolo di Marigia Mangano per 24plus.ilsole24ore.com il 12 giugno 2023.

«C'è la compattezza più assoluta della mia famiglia su un punto molto preciso: non abbiamo alcuna intenzione di lasciare che qualcuno provi a ridimensionare il nostro ruolo di imprenditori». 

Qualche anno fa Silvio Berlusconi, subito dopo l'ingresso e la successiva ascesa del finanziere bretone Vincent Bolloré in Mediaset, chiarì un punto assai delicato: ad Arcore non c'erano spaccature. Nell'impero, del resto, ha sempre comandato il Cavaliere. Ne aveva il controllo con oltre il 60% di Fininvest a lui intestato, e prendeva le decisioni più importanti in piena autonomia.

Cosa succede ora? Sarà una successione industriale o finanziaria quella che coinvolgerà la famiglia Berlusconi? In futuro i cinque figli, Marina, Piersilvio, nati dal primo matrimonio, e Barbara, Eleonora e Luigi, figli della storia con Veronica Lario, si divideranno le aziende o il patrimonio? 

Con quasi 4 miliardi di fatturato registrati nel 2021 e profitti per 360 milioni che hanno garantito un dividendo “famigliare” di 150 milioni, Fininvest rappresenta una delle realtà imprenditoriali più importanti in Italia.

La holding ha il controllo di Mfe (ex Mediaset) con il 50%, è presente nell'editoria con il 53,3% di Mondadori, partecipa al 30% Mediolanum, detiene il 100% del Teatro Manzoni e, dopo la cessione del Milan, possiede il Monza calcio. Fuori da Fininvest, ma sempre parte dell'impero costruito dalla dinastia di Arcore, c'è poi il patrimonio immobiliare, gran parte del quale è custodito nella società Dolcedrago, di proprietà esclusiva del Cavaliere. 

L'assetto di controllo di Fininvest

Nell'impero Berlusconi, il debutto di Luigi, Eleonora e Barbara, i tre figli più giovani di Silvio Berlusconi, nati dal matrimonio con Veronica Lario, risale al 2005. La Fininvest, nata alla fine degli anni ‘70 e per decenni di proprietà esclusiva dell'ex presidente del Consiglio, è stata per molto tempo controllata attraverso 22 “scatole”. 

Nel corso degli scorsi anni sono state avviate una serie di semplificazioni e ne sono rimaste solo sette: Holding Italiana Prima, Seconda, Terza e Ottava di proprietà personale del premier (oltre il 60% della Fininvest); la Quarta che fa capo a Marina; la Quinta di Piersilvio; la Quattordicesima suddivisa tra i tre figli più piccoli e recentemente oggetto di una scissione per separare la partecipazione della holding dal resto delle attività.

Per quest’ultima, il passaggio di proprietà risale a metà del 2005 e ha garantito a ciascuno di loro di diventare proprietario del 7% della Finivest, come Piersilvio e Marina. […] Se si guarda però agli equilibri, se Marina e Piersilvio Berlusconi hanno una quota del 7,65% a testa che insieme fa 15,3%, i figli di secondo letto, Barbara, Eleonora e Luigi Berlusconi, possono contare sul 21,4%. […] 

Il sistema delle holding […] ha sempre garantito ricchi profitti alla famiglia Berlusconi. Ma la prassi, almeno negli ultimi anni, è sempre stata quella di “accumulare” gli utili per gran parte a riserva. 

L'ultimo esercizio […] non ha fatto eccezione. I bilanci al 30 settembre 2022 si sono chiusi tutti in utile grazie principalmente al dividendo da circa 150 milioni staccato in estate da Fininvest. Le quattro società con sede a Segrate di proprietà del Cavaliere hanno totalizzato circa 98 milioni di profitti, un ammontare in linea quindi con la quota di competenza (63%) dell’assegno complessivo che Fininvest ha appunto “girato” al suo fondatore e ai cinque figli. 

La gran parte di questi profitti è stata posta a riserva straordinaria mentre la Holding Italiana Seconda ha deciso, per scelta del suo socio unico Silvio Berlusconi, di distribuire l’intero utile oltre a 500mila euro di riserve per un totale di 24,2 milioni. 

Copione simile per la Quarta di Marina Berlusconi (presidente di Mondadori e di Fininvest), la Quinta di Pier Silvio (vicepresidente esecutivo e a.d. di MediaForEurope) - con il 7,6% ciascuno - e la Quattordicesima di Barbara, Eleonora e Luigi con il 21,8% circa.

 […] Gli equilibri famigliari in Fininvest reggeranno l'uscita di scena di Silvio Berlusconi? Il punto più delicato sarà capire in che modo decideranno di muoversi gli eredi del Cavaliere e soprattutto in quali proporzioni sarà redistribuito il pacchetto di controllo finora nelle mani del fondatore. Senza dimenticare che ci sono alcune partite aperte assai delicate, il cui esito probabilmente sarà segnato dalla scomparsa dell'ex premier. Prima fra tutte Mediaset, oggi diventata Mfe, e due anni fa oggetto del grande accordo con i francesi di Vivendi ancora non perfezionato. 

Una pace che è andata a interrompere cinque anni di scontri con la “promessa” non appena le condizioni di mercato saranno favorevoli dell'uscita di Vivendi dal capitale del gruppo. Oggi Fininvest può contare sul 50% di Mfe, mentre Vivendi ha un 4,5% diretto e il 19,19% trasferito nel 2018 a Simon Fiduciaria, il trust del gruppo Ersel, che in base al patto verrà progressivamente venduto in 5 anni, a tranche di circa il 4% ogni anno. Finora però, a distanza di due anni da quell'armistizio, Vivendi è rimasta salda al suo posto. 

[…]  L'uscita di scena del Cavaliere spianerà forse la strada per un ridimensionamento di Fininvest nel capitale di Mfe a favore del gruppo transalpino? Difficile dirlo. 

Ma se dovesse succedere è evidente che sembra profilarsi più una successione finanziaria nel futuro di Arcore, con la famiglia meno «socio imprenditore» e più «azionista», e con una holding sempre più ricca. La partita Mediaset, ad ogni modo, rappresenta ora la priorità. […] Ma non è chiaro se ci sia la stessa visione comune sul futuro industriale del gruppo.

Perché se Marina e Piersilvio hanno già dimostrato in passato di essere decisi a mantenere saldo il controllo della famiglia nella vecchia Mediaset, posizioni meno rigide avrebbero fatto trapelare gli altri figli di Silvio Berlusconi che vedrebbero in questa complessa partita non solo criticità, ma anche opportunità. Due correnti di pensiero che in futuro potrebbero misurarsi anche con i rispettivi pesi azionari in Fininvest. Anche perché si tratterà di capire cosa in Fininvest è strategico o no, incluse Mediolanum, Mondadori e gli asset immobiliari e finanziari.

L'impero economico di Silvio Berlusconi, da Mediaset al calcio. Con un fatturato delle società controllate o fortemente partecipate superiore ai 5 miliardi di euro e circa 20mila dipendenti totali, il gruppo che fa riferimento alla Fininvest fondata da Silvio Berlusconi è una delle maggiori realtà imprenditoriali italiane e si pone tra i protagonisti internazionali della comunicazione, dell’intrattenimento e della finanza. MASSIMO LAPENDA su la Gazzetta del Mezzogiorno il  13 GIUGNO 2023

Con un fatturato delle società controllate o fortemente partecipate superiore ai 5 miliardi di euro e circa 20mila dipendenti totali, il gruppo che fa riferimento alla Fininvest fondata da Silvio Berlusconi è una delle maggiori realtà imprenditoriali italiane e si pone tra i protagonisti internazionali della comunicazione, dell’intrattenimento e della finanza.

La galassia di Berlusconi, già prima dell’ingresso in politica del Cavaliere, aveva il suo cuore in Fininvest, controllata con un sistema di 7 holding di cui quattro sono riconducibili a Silvio Berlusconi con una quota complessiva del 61,21%. Nelle altre 3 holding ha fatto entrare con una quota ciascuno i cinque figli: Marina e Piersilvio con il 7,65% rispettivamente nelle holding IV e V; Barbara, Luigi ed Eleonora con una quota complessiva del 21,42% nella holding XIV. Nel suo portafoglio figurano le partecipazioni nelle tre quotate Mfe (47,9%), Mondadori (53,3%), Banca Mediolanum (30%), ed altri investimenti tra cui il Teatro Manzoni (100%). La storica quota del 2% in Mediobanca è invece stata ceduta nel maggio 2021, raccolta soprattutto da Delfin.

La gran parte del patrimonio immobiliare, incluse le residenze più famose è invece custodito nella società Dolcedrago, di proprietà esclusiva del Cavaliere. Nel 1994 all’interno di Fininvest c'erano già il Milan, Mondadori e le televisioni. Nel 1995 nacque la società di distribuzione cinematografica Medusa, nel 1996 Mediaset, in cui confluirono le tv e Publitalia, venne quotata in borsa, seguita a ruota da Mediolanum, società di risparmio gestito di cui è comproprietaria la famiglia Doris.

MEDIASET: il gruppo vede al vertice Pier Silvio Berlusconi come A.d. e Fedele Confalonieri come presidente: è quotato alla Borsa di Milano dal 1996. Nel novembre del 2021 l’assemblea ha approvato definitivamente la trasformazione in MediaforEurope, trasferendo la sede legale ma non fiscale in Olanda. I conti del 2022 non sono ancora stati approvati, ma nel 2021 Mediaset-Mfe ha registrato ricavi netti per 2,9 miliardi, in crescita dell’11% rispetto al 2020, con un utile netto di 374 milioni, in aumento del 169% rispetto all’anno precedente e circa il doppio del 2019 pre-Covid.

Mediaset opera in Italia attraverso due concessionarie pubblicitarie televisive, entrambe controllate al 100%: Publitalia '80 (tv free) e Digitalia '08 (tv pay). In Spagna l'attività di raccolta pubblicitaria è affidata a Publiespana. Per le attività pubblicitarie all’estero c'è Publieurope, società con sede a Londra. Le attività online del Gruppo sono gestite da Mediamond, concessionaria costituita pariteticamente con Mondadori. Mfe, inoltre, possiede il 40% di 2i Towers, controllante di Ei Towers, ed è salita fino al 29,9% del gruppo media tedesco Prosieben.

MONDADORI: al vertice del gruppo Marina Berlusconi (presidente) e Antonio Porro (amministratore delegato). Si tratta del maggiore editore di libri e magazine in Italia e possiede inoltre uno dei più estesi network di librerie sul territorio nazionale. Il gruppo ha registrato nel 2022 ricavi netti a 903 milioni, in crescita del'11,8% rispetto all’anno precedente, e un utile di 52 milioni, il miglior risultato netto degli ultimi 15 anni. L’anno scorso Mondadori era tornata a distribuire il dividendo dopo 10 anni di assenza della cedola per gli azionisti. Oltre 600 i punti vendita in gestione diretta e in franchising con le insegne. A questi canali si aggiunge il sito mondadoristore.it per l’attività di e-commerce, in un sistema multipiattaforma di presidio di tutti i canali di vendita.

BANCA MEDIOLANUM: controllata da Fininvest e dal gruppo Doris, è leader del mercato finanziario italiano con oltre un milione di clienti. L’anno scorso ha registrato un utile netto di 521 milioni, ottenendo buoni risultati nonostante la forte correzione dei mercati. E anche questa volta non ha deluso gli azionisti, a partire appunto dalle famiglie Doris e Berlusconi, distribuendo nel complesso 369 milioni di dividendi. E le previsioni economiche del gruppo per il 2023 sono nettamente migliori dei risultati dell’anno scorso.

TEATRO MANZONI: un’ampia proposta di spettacoli ha contrassegnato le stagioni del Teatro Manzoni fin da quando, nel marzo 1978, Silvio Berlusconi aveva preso l’impegno di preservare la storica sala dalla minacciata trasformazione in un supermarket, affidandone la direzione a un appassionato di teatro come Luigi Foscale.

IL CALCIO: il gruppo Fininvest è ancora presente anche nel mondo del calcio. Nell’aprile del 2017, dopo 30 anni dall’acquisto del pacchetto di maggioranza, il gruppo ha ceduto il Milan ad una cordata cinese, che poi l’ha ceduta al fondo Elliott. Nel settembre 2018 Silvio Berlusconi intraprese una nuova avventura calcistica con l’acquisizione del 100% della Società Sportiva Monza 1912.

L’IMPERO. Il patrimonio di Berlusconi: Fininvest, Mediaset, Mondadori, ville, super yacht. di Mario Gerevini su Il Corriere della Sera il 12 Giugno 2023

Il patrimonio di Silvio Berlusconi

Il patrimonio di Silvio Berlusconi è la fotografia della sua vita da imprenditore: immobili e grandi aziende create da zero (Mediaset e Mediolanum con Ennio Doris). Poi ci ha aggiunto Mondadori e negli anni la passione sportiva, prima con il Milan e ora con il Monza. La Fininvest con i suoi 4,9 miliardi di patrimonio netto (2021, ultimo bilancio reso noto) e i dividendi distribuiti alla famiglia (150 milioni l’anno scorso) è l’architrave. Berlusconi ha il 61%, il resto è in mano ai 5 figli. Ma quale è il valore di tutte le proprietà e dei conti in banca che il Cavaliere lascia in eredità? A 4 miliardi ci si arriva con stime abbastanza attendibili e conservative. Vediamo che cosa c’è, dunque, nel portafoglio dell’ex premier, dettagli compresi.

Le proprietà di Berlusconi

Le superville: dalla Certosa di Porto Rotondo, valutata 259 milioni, alla “Lampara” di Cannes della ex cognata. I 116 box auto parzialmente sfitti. I 170mila euro di guadagno al giorno (calcolati sugli ultimi 2.000 giorni) grazie alle attività della Fininvest. Una vecchia Audi A6 del 2006 e i diritti su un centinaio di storiche pellicole tra cui «Peppone-Don Camillo» e «I Tre giorni del Condor». L’immobile a Porto Rotondo che fu del fondatore di Playmen e ora «incorporato» nel complesso di Villa Certosa. Il Cinema Fiamma a Roma venduto per 3,1 milioni l’anno scorso a una fondazione emanazione del ministro della Cultura. Si capisce da questi esempi che l’impero ha mille derivate. Le dichiarazioni al Parlamento sono piuttosto generiche (per tutti, non solo per il cavaliere). Ci dicono quello che era il suo reddito record (50 milioni nel 2021 e 18 milioni nel 2022) presumibilmente realizzato in gran parte con i dividendi che risalgono da Fininvest. Ma è una sorta di fotografia dal satellite, sfuggono i particolari e le operazioni più recenti. Mentre a quasi 86 anni (29 settembre) riscendeva nella mischia elettorale, nel suo conto in banca arrivavano, appunto, 93,7 milioni di euro sotto forma di dividendo e altri 63 milioni sono rientrati ad Arcore da un prestito erogato a una società controllata, tanto per dire un paio di particolari che insieme fanno 156 milioni.

I tre rami dell’impero del Cavaliere

Possiamo dividere l’impero in tre grandi rami. Il primo, quello privatissimo delle case di residenza (Arcore, Macherio ecc ), fa capo a Silvio Berlusconi in persona e potrebbe avere un valore indicativo di 100-150 milioni. Il secondo ramo, quello personale delle ville da vacanza (Porto Rotondo, Cannes ecc) e altri investimenti immobiliari, ha un valore stimabile in 500 milioni ed è gestito da decenni da quattro professionisti di assoluta fiducia attraverso una serie di società che fanno capo alla holding immobiliare Dolcedrago. Siamo a quota 650 milioni. E fin qui i 5 figli non toccano palla o quasi. Il terzo ramo, l’unico che non brucia cassa ma ne produce in gran quantità, è la Fininvest, la gallina dai dividendi d’oro con le sue partecipazioni in Mediaset, Mondadori, Mediolanum ecc; controllata al 61% dal fondatore con il resto diviso equamente tra i cinque figli. Qui la quota attribuibile al fondatore, sulla base del patrimonio netto Fininvest 2021 (4,9 miliardi), è quasi 3 miliardi. Quindi considerando anche liquidità, opere d’arte e altri investimenti non noti si arriva rapidamente ai 4 miliardi, come minimo.

Fininvest: «Assoluta continuità»

«Con profondo dolore e sincera partecipazione la Fininvest ricorda - in una nota - il proprio fondatore, Silvio Berlusconi. La sua forza creativa, il suo genio imprenditoriale, la costante correttezza dei comportamenti, la straordinaria umanità sono sempre stati patrimonio inalienabile della società, come delle aziende del gruppo. E tale patrimonio resterà alla base di tutte le nostre attività, che proseguiranno in una linea di assoluta continuità sotto ogni aspetto».

La cassaforte Fininvest

Dove le due generazioni della famiglia si compattano è proprio nel capitale Fininvest, il motore dell’impero. Lì dentro ex mogli e compagne non sono mai entrate, solo Silvio e i figli. Una volta, molti anni fa, anche il fratello Paolo, poi uscito. Era l’epoca delle 22 nebbiose holding, schermate da fiduciarie. Oggi la struttura di controllo è totalmente italiana e alla luce del sole. La presidente da molti anni è Marina Berlusconi e il consiglio di amministrazione è un mix di famiglia e manager, tra cui i fedelissimi Adriano Galliani e Salvatore Sciascia. Certamente il fondatore ha pianificato nel dettaglio gli equilibri futuri. Marina e Pier Silvio hanno il 7,65% a testa attraverso le loro holding personali mentre Barbara, Luigi ed Eleonora hanno raccolto le loro quote (21,4%) in una società comune. Fininvest ha attività immobiliari, controlla la società Alba che gestisce i jet e gli elicotteri, il Monza calcio, il Teatro Manzoni ma soprattutto detiene partecipazioni rilevanti nelle tre società quotate MediaForEurope-Mediaset (50%) la cui sede legale è stata trasferita in Olanda nel 2021, Banca Mediolanum (30%) e Mondadori (53%). Dalle prime due arriva, sotto forma di cedole, gran parte della benzina che alimenta il «sistema». Ecco perché è qui che si gioca la vera partita del’eredità. Nel 2021 Fininvest ha fatturato 3,8 miliardi con 360 milioni di utile.

Il patrimonio di Silvio

Intestata direttamente all’ex premier c’è innanzitutto Villa San Martino ad Arcore, sua residenza da quasi 50 anni: 3.500 metri quadrati, acquistata dal Cavaliere negli anni Settanta dalla ventitreenne Anna Maria Casati Stampa (titolare della proprietà dopo l’omicidio della madre e il suicidio del padre), assistita nella transazione dall’avvocato Cesare Previti. A 6 km di distanza, sempre nei pressi del Parco e dell’Autodromo di Monza, si trova Villa Belvedere (Macherio), comprata all’asta nel 1988 dalla Provincia di Milano. Lì a Macherio ha vissuto a lungo l’ex moglie Miriam Bartolini (alias Veronica Lario) prima del divorzio. Uno dei rifugi preferiti da Berlusconi fuori dalla Brianza è Villa Campari sul Lago Maggiore, a Lesa, poco distante dalla casa che fu di Mike Bongiorno: 30 stanze, splendido parco, erba pettinatissima e porticciolo privato. La villa fu fatta costruire alla fine dell’800 dal patriota risorgimentale e senatore del Regno d’Italia Cesare Correnti, che morì proprio tra quelle mura nel 1888. Poi l’allora Villa Correnti venne acquisita dalla famiglia del famoso bitter che la ribattezzò Villa Campari. Berlusconi l’ha aggiunta alla sua collezione nel 2008. «Sono andato su Internet e ho comprato una casa a Cala Francese, si chiama Due Palme. Anch’io diventerò lampedusano». Nel marzo 2011, atterrato a Lampedusa assediata dagli sbarchi, l’allora premier tra le varie promesse (campo da golf «indispensabile» e casinò sull’isola) annunciava il suo nuovo affare immobiliare. Il prezzo? Top secret anche se la villa, stile anni Settanta, realizzata da un aristocratico siciliano, era offerta su internet a 1,5 milioni (250 metri quadrati, otto posti letto, ampio giardino). All’inizio di agosto il leader della Lega Matteo Salvini è stato ospite qualche giorno in Villa Due Palme. Ad Antigua, nei Caraibi, Berlusconi ha altre due proprietà immobiliari. Intestate direttamente a lui sono anche una vecchia Audi A6 di 17 anni e tre imbarcazioni: lo yacht Magnum 70 «Sweet Dragon» del 1990, il «San Maurizio» del 1977 e la barca a vela «Principessa Vai Via» del 1965. Il resto del portafoglio berlusconiano sono partecipazioni in società e dunque è lì dentro che bisogna andare a vedere cosa c’è. Ecco allora il ramo numero due, quello delle società prettamente immobiliari.

Le ville della Dolcedrago

A spanne si può calcolare che più di mezzo miliardo di patrimonio sia gestito sotto l’ombrello della Dolcedrago, una holding di partecipazioni in società quasi esclusivamente immobiliari: Essebi Real Estate, Immobiliare Dueville, Brianzadue e la big del gruppetto l’Immobiliare Idra. A presidiare questo prezioso e riservato “territorio” è quello che potremmo chiamare il team «operazioni riservate». Ovvero i fidatissimi professionisti con base a Segrate che si occupano degli affari personali del Cavaliere: Giuseppe Spinelli (81 anni), Salvatore Sciascia (80), Giuseppino Scabini (75) e il «ragazzo» Marco Sirtori (57). Berlusconi possiede il 99,5% della Dolcedrago, le briciole sono di Pier Silvio e Marina Berlusconi, figli avuti nel primo matrimonio con Carla Dall’Oglio, di quattro anni più giovane. Parentesi familiare: Marina ha una splendida villa a Châteauneuf-de-grasse, nell’entroterra della Costa Azzurra tra Antibes e Cannes e la madre è titolare di una piccola quota. Nel marzo 2020, con la prima ondata di Covid, il padre si rifugiò proprio lì per diverse settimane.

La Lampara di Cannes

A Cannes, e qui torniamo nel portafoglio della Dolcedrago, un’altra lussuosa villa è stata teatro di un intreccio familiare. Villa «La Lampara» è un gioiello da 500 metri quadrati più 2mila di giardino con piscina e vista mare. Fu costruita dal marchese George De Cueves, marito di Margaret Rockefeller e poi è passata di mano più volte. Era finita sulle pagine dei giornali anni fa per lo sfogo di Antonia Costanzo, l’ex moglie di Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, che acquistò la villa nel 2007 con un prestito milionario di Mps e l’incoraggiamento – lei disse - di Silvio Berlusconi che gli mandò anche i suoi giardinieri a sistemare il parco. Lui, secondo quanto fu scritto, fece da garante fino a oltre 8 milioni. Poi le rate e il debito furono «dimenticate» per anni. Una «distrazione» che costrinse la banca nel 2015 a chiedere (e ottenere) dal Tribunale un decreto ingiuntivo contro i beni della signora Costanzo. Alla fine Berlusconi subentrò nel debito e rimborsò Mps diventando egli stesso creditore dell’ex cognata con annessi pignoramenti e connesse ipoteche. Poi il cerchio si è chiuso: una delle società immobiliari che fanno capo alla Dolcedrago del leader di Forza Italia ha acquistato «La Lampara» per 3,55 milioni. Prezzo presumibilmente al lordo dei debiti e anche degli oneri di ristrutturazione. Oggi la villa è in vendita. Il suo valore di bilancio, che non vuol dire di mercato, è di 8,1 milioni.

Villa Certosa

Il gioiello della corona, però, è indiscutibilmente Villa Certosa in Sardegna a Porto Rotondo, Il buen retiro nel cuore della Costa Smeralda. E’ stata acquistata negli anni Settanta, poi completamente ricostruita e ampliata. Ai tempi di Berlusconi premier era classificata come «sede alternativa di massima sicurezza per l’incolumità del presidente del Consiglio». Di qui sono passati ospiti illustri, dal russo Vladimir Putin a George W. Bush. Una perizia tecnica del gennaio 2021 indicava un valore di 259.373.950 euro. Documento assolutamente attendibile perché è firmato da Francesco Magnano, geometra di fiducia del cavaliere. Villa Certosa difficilmente potrà essere divisa tra tutti i figli anche se lo spazio non manca: 68 vani, 181 metri quadrati solo di autorimessa e altri 174 di posti auto. Poi - scorrendo le carte della perizia - 4 bungalow di cui 2 accatastati A/2 (abitazioni civili), così come due immobili denominati Cactus e Ibiscus, il teatro, la torre fronte teatro, la serra, la palestra, la talassoterapia, 297 mq di orto medicinale. Isolata nell’elenco una voce: «La Palappa». Che cos’è? Non è specificato ma dovrebbe essere una specie di capanna tropicale. Palapa è un termine spagnolo di origine Maya che indica una dimora senza pareti con un tetto di paglia fatto di foglie di palma essiccate. Quella di Berlusconi ha tre «p» e una rendita catastale di 361 euro. Il tutto è immerso in un parco di 580.477 metri quadrati (un campo da calcio è circa 7mila mq). Anche se il prezzo di mercato potrebbe essere superiore a quello della perizia, già così la reggia di Porto Rotondo si colloca tra le ville più costose in assoluto. Per fare un paragone, nel 2019 a Cap-Ferrat in Costa Azzurra la Campari ha venduto per 200 milioni Villa Les Cèdres, appartenuta al re del Belgio e poi ai fondatori del marchio Grand Marnier e a lungo considerata la residenza più cara al mondo. L’acquirente, si è saputo a distanza di tempo, è stato il miliardario ucraino Rinat Akhmetov. Ma le classifiche sono più che altro curiosità perché si tratta di pezzi unici che sfuggono a valutazioni attendibili. Nel 2009 si parlò di un’ offerta dagli Emirati Arabi per Villa Certosa da 450 milioni di dollari, l’anno successivo secondo la stampa spagnola era quasi fatta con un imprenditore iberico per 400 milioni di euro, e poi nel 2015 sarebbe stato lo stesso Cavaliere a mostrare le bellezze della residenza al figlio del re d’Arabia: la richiesta pare fosse 500 milioni. Mai nulla di scritto, mai alcuna conferma.

Le altre proprietà immobiliari

Frugando nell’arcipelago Dolcedrago si individuano anche altre «16 unità immobiliari» nel milanese che, terreni compresi, sono iscritte a un valore di 16 milioni. E fin qui le proprietà sono al 100% della Dolcedrago, ovvero Silvio. Poi però c’è il caso unico della società Brianzadue dove l’architetto Ivo Redaelli (40%) divide con Berlusconi (60%) un portafoglio immobiliare da una trentina di milioni dove spicca Villa Sottocasa di Vimercate (Monza), edificata alla fine del XVIII secolo e acquistata nel 2018 per 2,5 milioni ma da ristrutturare profondamente. Poco distante, a Lesmo, un’altra splendida proprietà è finita nel portafoglio del Cavaliere: Villa Gernetto, dove spesso vengono organizzati incontri istituzionali. Proprio lì di fronte l’ex moglie Veronica Lario ha comprato Villa Sada, storica residenza della famiglia fondatrice della Simmenthal (poi venduta alla Bolton). A Roma Berlusconi ha acquistato nel 2001 e poi ristrutturato Villa Zeffirelli sull’Appia Antica che negli ultimi anni era diventata il suo quartier generale romano. Ma l’anima del costruttore e immobiliarista che fu, si intuisce dal portafoglio «varie ed eventuali»: terreni a Olbia e in Brianza, decine di immobili tra Roma e il milanese e soprattutto i 116 posti auto nel Centro Direzionale di Milano Due a Segrate, dove tutto è cominciato con la Edilnord negli anni Settanta.

Silvio Berlusconi, affari e politica insieme: il futuro di Mediaset cambierà di nuovo l’Italia. Dopo la morte del Cavaliere, i figli devono scegliere se continuare a gestire l’impero o assicurarsi una serena esistenza da milionari. Ma è impensabile che la famiglia vada avanti rinunciando al partito (e al governo). Carlo Tecce su L'Espresso il 12 Giugno 2023 

Il finanziere bretone Vincent Bolloré non è chiamato a caso «requin». Lo squalo s’è avventato con ferocia predatoria su Mediaset e Telecom e su altri salotti ben più ovattati d’Italia. E se la rete unica di Telecom è ancora un enigma avvolto in un mistero poiché il primo azionista Vivendi di Bolloré pratica un ferreo ostruzionismo per tutelarsi, il duello con Mediaset s’è risolto un paio di anni fa. La pace fu siglata dopo un colloquio fra Vincent e il vecchio amico-nemico Silvio Berlusconi. I loro ragazzi, cioè i figli, non s’erano capiti. È toccato ai papà.

Vivendi aveva tentato una scalata a Mediaset rastrellando azioni fino a sfiorare il trenta per cento, il sistema Italia l’aveva respinta (determinante fu l’intervento governativo in Telecom) e per troppo tempo i francesi hanno bloccato l’espansione europea del Biscione, che oggi si chiama MediaForEurope (Mfe), sede legale olandese ad Amsterdam, scatola con le partecipazioni più rilevanti da Mediaset Espana alla concessionaria Publitalia ’80, sostanzioso investimento nella tedesca ProSibenSat (peraltro lievitato a maggio al 28,8%). Oggi Vivendi detiene ancora una quota totale – inclusa quella affidata alla fiduciaria Simon – sopra il ventitré per cento, l’accordo prevede che entro il ‘26 si riduca e rimanga un 4,6 vendibile a qualsiasi prezzo.

Il controllo di Mediaset traslocata in Olanda è blindato. La prospettiva è un gruppo europeo che fabbrica contenuti per un pubblico generalista e si avvale di economie di scala per competere in un settore globalizzato. Gran parte del merito è di Silvio. Questa opzione – sfruttare il carisma e l’influenza politica del fondatore per risolvere garbugli – non è più valida per la famiglia. Le volontà testamentarie diranno quale e quante famiglie per un uomo che ha avuto una quasi moglie, due mogli, cinque figli, sedici nipoti, un pronipote appena nato. Oggi Marina ha il partito per il tramite di Gianni Letta e la guida di Fininvest (Mondadori), Pier Silvio ha le televisioni e il progetto europeo, invece i figli di Veronica Lario (Barbara, Eleonora e Luigi), più giovani, non sono coinvolti.

Marina e Pier Silvio vogliono emulare il padre e proseguire la carriera di imprenditori; Barbara, Eleonora e Luigi potrebbero rinunciare al controllo di Fininvest e godersi una serena esistenza di «cassettisti», nessuna decisione, nessuna magagna, nessun pericolo, soltanto dividendi.

Il futuro di Mediaset senza Berlusconi non spaventa la Borsa che si prepara alle grandi manovre: i titoli di MediaForEurope a Milano e di ProSibenSat a Francoforte sono in crescita. Il mercato è pronto per il post Berlusconi. A L’Espresso risulta che Bolloré e Berlusconi, siglato il primo patto, ne abbozzarono un altro: Mediaset è invendibile, ma se si dovesse vendere, il compratore sarebbe Vivendi.

È presto per stabilire cosa ne sarà di Mediaset o di Forza Italia o del rapporto tra i figli di Berlusconi e la politica nazionale. Certamente, però, Mediaset potrebbe diventare una televisione normale, non così direttamente implicata in un conflitto di interessi non degno di un regime democratico, e contaminare i programmi delle rivali. Lo stesso ruolo di Vivendi in Telecom è strettamente legato al ruolo di Vivendi in Mediaset.

Affari e politica per i Berlusconi si mescolano ancora assieme. È impensabile che la famiglia si tenga Mediaset e molli Forza Italia e viceversa. Tutto. O niente.

Fininvest e la nascita di un impero ora affidato ai figli. L’avventura di uno dei più grandi gruppi italiani: la tv e la finanza, il boom negli anni ’80 e la conquista della Mondadori. La crescita all’estero e il rapporto con Mediobanca. Marcello Zacché il 13 Giugno 2023 su Il Giornale.

Ricostruire il percorso societario e finanziario di Silvio Berlusconi equivale a scrivere un racconto unico, che trova ben pochi eguali nella storia del capitalismo italiano. È un sogno americano senza esserein America. È il boom economico che si moltiplica nel tempo. È l’Italia in cui viviamo pensata con mezzo secolo di anticipo sui tempi. E, d’altra parte, è da qui che bisogna partire. È dal Berlusconi imprenditore che nascono tutti gli altri Berlusconi, dalmilanista, al politico. Berlusconi è stato prima di tutto un imprenditore, un «animal spirit» allo stato puro, istintivamente lanciato verso la costruzione di qualcosa di nuovo senza la paura di fallire, allontanata proprio come «ogni uomo positivo respinge l’idea della morte», per citare le parole che John Maynard Keynes utilizza per descrivere le immagini dell’impresa individuale quale motore dell’intera economia. E quindi del benessere di tutta la collettività. Certo, alle capacità imprenditoriali innate serve aggiungere anche quel tanto dimalizia e abilità nelle relazioni senza le quali non si può farela differenza. Eil Cavaliere avevamaturato tutto questo. Riavvolgendoil nastro dallafine, bisogna andare aMilano, al numero tre di via Paleocapa, nella neo rinascimentale Casa Sardi. È la sede storica del gruppo Fininvest.

La holding oggi presieduta da Marina Berlusconi. Tutto inizia 45 anni fa, nel 1978, quando Fininvest è stata fondata come una srl, poi trasformata in spa nel 1982. Le facevano capo i primi progetti del Berlusconi costruttore, che negli anni Settanta siinventa prima Milano 2 a Segrate e poi Milano 3 a Basiglio. Ma la fondazione di Fininvest corrisponde alla prima diversificazione, quella neimedia, conla nascita di Telemilano (inizialmente un circuito interno via cavo) che, affiancata da Publitalia ’80 e Reteitalia, costituiscono l’embrione di Canale 5. Nel 79 Berlusconi entra anche nel Giornale allora diretto da Indro Montanelli, e nell’82 fonda, con Ennio Doris, Programma Italia, primo passaggio verso quello che è oggi il gruppo bancario Mediolanum. Nell’82 Fininvest rileva dal gruppo Rusconi il circuito tv Italia1, e due anni dopo arriva il controllo di Retequattro, che Mondadori cede in toto l’anno successivo. Sono questi gli anni della nascita della televisione commerciale, che Berlusconi avvia anche attraverso la dura battaglia politica per le concessioni della «diretta» nazionale, che permette a Fininvest di trasformarei circuiti tv locali nei tre canali generalisti che oggi conosciamo.

Gli Ottanta sono anche gli anni della crescita smisurata del gruppo, che da una parte pompa ricavi dalla pubblicità, dall’altra investe e si indebita con le banche per entrare in tanti nuovi business, portando a casa prima il braccio della grande distribuzione, rilevando la Standa dalla Montedison nel 1988 per 681 miliardi di lire, e i supermercati brianzoli (SB) per altri 300miliardi, poi le sale cinematografiche Cannon per 60 miliardi. Nel 1986 arriva l’acquisto del Milan, preso dal fallimento di Giussy Farina, mentre il decennio si chiude con l’operazioneforse più clamorosa:la conquista del gruppo Mondadori dalla Cir di Carlo De Benedetti, conclusa solo nel 1991, dopo dispute legali e un arbitrato, a fronte dell’esclusione del gruppo Espresso-Repubblica dal perimetro. Venti anni più tardi, una causa civile condannerà Fininvest a rimborsare alla Cir 491 milioni di euro.

La Fininvest di fine secolo, cresciuta così in fretta, si trova di fronte al problema del debito e al pressimg delle banche creditrici. Berlusconi, assistito dalla Mediobanca di Enrico Cuccia, risolve il problema con le prime cessioni della sua storia imprenditoriale, liberandosi via via della grande distribuzione e poi collocando sul mercato quote rilevanti del capitale di Mediolanum, della Mondadori nel 1994 e delle attività televisive nel 1996, conferite nella newco Mediaset. E da quel momento Fininvest diventa una holding che, nel primo decennio del nuovo secolo, mette in portafoglio anche un investimento bancario, con l’ingresso nel capitale di Unicredit, successivamente trasformato in una quota del 2% in Mediobanca, la banca d’affari al centro di ogni equilibrio finanziario nazionale. Partecipazione rivenduta nel 2021. L’assetto di fine secolo scorso resta sostanzialmente stabile, salvo le diverse operazioni effettuate all’interno delle controllate, tra le quali spiccano l’espansione di Mediaset in Spagna e la focalizzazione di Mondadori sui libri (anche grazie all’acquisto dei marchi Rizzoli).

Mentre nello sport, Fininvest cede il Milan nel 2017 per poi rilevare il controllo del Monza. Oggi Fininvest ha nel suo portafoglio le partecipazioni nelle tre quotate Mfe-Mediaset (47,9%), Mondadori (53,3%), Banca Mediolanum (30%), il 100% del Teatro Manzoni e del Monza Calcio. La gran parte del patrimonio immobiliare, incluse le residenze più famose del Cavaliere in tutta Italia e all’estero, è invece custodito nella società Dolcedrago, di proprietà esclusiva di Berlusconi. Naturalmente, dalla primavera del ’94, con l’ingresso dell’ex premier in politica, Berlusconi ha lasciato ogni sua carica nel gruppo Fininvest, le cui società, holding compresa, sono state guidate negli ultimi 30 anni da fedelissimi come Fedele Confalonieri, manager importanti nel momento delle quotazioni sul mercato quali Franco Tatò o Ubaldo Livolsi, poi dai figli Marina e Pier Silvio, al comando ormai da anni. Ma è sempre Berlusconi ad avere il controllo del capitale della holding di via Paleocapa, controllata a sua volta con un sistema di 7 holding di cui quattro sono riconducibili a Silvio Berlusconi con una quota complessiva del 61,21%. Nelle altre 3 holding ha fatto entrare con una quota ciascuno i cinque figli: Marina e Pier Silvio con il 7,65% rispettivamente nelle holding IV e V; Barbara, Luigi ed Eleonora con una quota complessiva del 21,42% nella holding XIV. Un assetto che fa perno sull’unità della famiglia come garanzia di stabilità del gruppo. Ma questa è un’altra storia, che inizia solo adesso.

Silvio Berlusconi, si apre il nodo della successione: l'impero tra finanza, tv, editoria e calcio. Il Tempo il 12 giugno 2023

Tre chilometri di case tra il San Raffaele e Parco Lambro, a nord-est dalla città del Duomo. È Milano 2, quartiere residenziale costruito alla fine degli anni '60 da Edilnord e punto di partenza della scalata imprenditoriale di Silvio Berlusconi. Il Cav - figlio di un funzionario di banca - inizia proprio dal mattone, con Centro Edilnord, Milano 2, Milano 3 e il Girasole. In poco tempo, diventa il primo operatore del settore e inizia ad allargare il proprio raggio d'azione, diversificando le attività, e raggruppandole, nel corso degli anni, sotto l'ombrello largo di Fininvest, costituita nel 1978, sotto la sua presidenza. Dall'edilizia, Berlusconi approda alla televisione, rilevando e trasformando la tv via cavo di Milano 2 nella prima televisione commerciale nazionale alternativa al servizio pubblico. Sono gli anni '80, e nasce così Canale 5, (a cui si affianca Publitalia), a cui seguono a ruota altre due reti, Italia 1 e Rete4. Si costruisce così un network di reti Tv capace di dare filo da torcere alla Rai, che nel 1995 confluirono in Mediaset, nata per riorganizzare le attività televisive di Fininvest.

Sempre negli anni '80, vede la luce il gruppo Mediolanum, quando Ennio Doris e la Fininvest fondano Programma Italia, una rete di agenti assicurativi. Nel 1984 vengono acquisite le compagnie assicurative Mediolanum Vita e Mediolanum Assicurazione e l'anno dopo viene creata Gestione Fondi Fininvest. Nel 1994, tutte queste società vennero incorporate alla neonata Mediolanum e nel 1997, il gruppo entra nel settore bancario trasformando Programma Italia in Banca Mediolanum. Negli anni '90 Berlusconi si prende anche una fetta importante del mondo dell'editoria, conquistando la maggioranza della Arnoldo Mondadori e aprendo quella che passa alle cronache come la 'Guerra di Segrate', lo scontro giudiziario-finanziario tra Berlusconi e Carlo De Benedetti per il possesso della Mondadori, che portò il Cav ad affrontare un processo per corruzione nel 2000 (accusa da cui viene prosciolto nel 2001, per "intervenuta prescrizione"). Berlusconi, comunque, ne esce vittorioso ed entra negli anni ‘90 come il primo editore italiano nel settore libri e periodici, oltre a essere presente nella grande distribuzione (con la proprietà del gruppo Standa, poi ceduto). Infine, lo sport: nel 1986 Berlusconi diventa proprietario - e anche presidente - della squadra di calcio A. C. Milan, da cui si congeda nel 2017 dopo averla venduta ad un fondo Usa. Ma il commiato dalla serie A dura poco, perché già nel 2018 Fininvest torna in campo prendendosi il Monza.

Una galassia di società, quella che faceva capo al Cavaliere, quasi sterminata. Dalle televisioni di Mediaset, ora internazionalizzata in Mfe-MediaForEurope, fino ai libri della Mondadori, passando per il calcio e arrivando fino al 30% di Banca Mediolanum detenuto dalla holding di famiglia, fino al teatro Manzoni di Milano. In cima a tutto Fininvest, la finanziaria - intanto passata nel 2005 sotto la guida di Marina Berlusconi. Silvio Berlusconi con le Holding Italiana Prima, Seconda, Terza e Ottava controllava circa il 60%. La Holding Italiana Quarta (7,65% di Fininvest), fa capo a Marina Berlusconi. La Holding Italiana Quinta è di Pier Silvio Berlusconi (ai vertici di Mfe-MediaForEurope) che, come quella della sorella, ha il 7,65% di Fininvest.  L'azionariato di Fininvest è completato da un’altra società, la Quattordicesima dei figli di Silvio Berlusconi, Barbara, Eleonora e Luigi, con il 21% circa.

GLI SCENARI DELLA SUCCESSIONE

Ora che il Cavaliere non c'è più, si aprono gli scenari sull’assetto di controllo. Piazza Affari attende trepidante notizie sulla successione, fra ipotesi giornalistiche di vendita di Mfe, la questione della proprietà delle azioni, il rischio scalate. Il mercato punta i fari poi sul secondo socio, cioè Vivendi con circa il 23% ( anche tramite Simon fiduciaria, riconducibile al gruppo francese). Sullo sfondo l'appeal speculativo del titolo, come ha denotato l'andamento diverso dei due tipi di azioni di Mfe che sono collegate ai diritti di voto in assemblea. Quelle di tipo A, che garantiscono un diritto di voto per ciascun titolo, mercoledì 5 aprile, sono cresciute meno di quelle di tipo B, che ne garantiscono dieci. Mfe - Mediaforeurope è la holding di uno dei maggiori poli radiotelevisivi pan-europei. Nata nel 2021, ha sede legale ad Amsterdam (Paesi Bassi) e sedi fiscali in Italia e Spagna, dove si svolgono le attività operative. È quotata alle Borse di Milano e Madrid. Mfe è controllata in modo 'blindato' da parte di Fininvest, che ne detiene oltre il 48%.

Conosciuto fino al 2021 come Gruppo Mediaset, Mfe ha come core business la tv commerciale generalista. In Italia, Mediaset è editore di tre reti: Canale 5, Italia 1 e Retequattro. In Spagna controlla Telecinco e Cuatro. In Germania è il primo azionista del polo tv ProsiebenSat1. Il Gruppo Mondadori nei libri è un leader storico in Italia, con una quota di mercato pari al 23,7% nel trade, nel quale opera con alcune delle maggiori case editrici e marchi del Paese, tra cui Mondadori, Einaudi, Piemme, Rizzoli, BUR, Sperling & Kupfer, Frassinelli, Fabbri Editori, Rizzoli Lizard e Mondadori Electa. Il Gruppo Mondadori è leader nei libri scolastici e opera nella vendita diretta al cliente attraverso Mondadori Retail, alla quale fanno capo oltre 500 punti vendita. Il Gruppo Mediolanum, controllato al 40% dalla famiglia Doris, vede Fininvest possedere una partecipazione del 30%. E ora tutti gli occhi sono puntati sui nodi della successione e su nuovi possibili assetti della galassia Berlusconi, dalla tv alla finanza, passando dal mattone.

Estratto dell’articolo di Francesco Spini per lastampa.it il 12 giugno 2023.

Le televisioni di Mediaset, oggi divenuta Mfe-MediaforEurope, ancor prima il mattone, e poi l'editoria con la Mondadori. Il grande calcio con il Milan, ceduto il 13 aprile 2017, poi il Monza, per non perdere l'abitudine. Un tempo ci fu la “casa degli italiani”, la Standa, venduta nel ’98. 

Ci sono ancora il teatro Manzoni di Milano, poi polizze e fondi con la Mediolanum dell’amico Ennio Doris, scomparso sul finire del 2021. E ancora il cinema di Medusa, le produzioni di Taodue, le radio, gli studi tv, quindi gli investimenti nei fondi di private equity. La fotografia di un impero.

L'impero di Silvio Berlusconi. Una ricchezza considerevole, un patrimonio stimato in oltre 6 miliardi di euro. Frutto di un business diversificato che, tra alti e bassi, ha riversato alla famiglia, in particolare tramite Fininvest, una media di poco meno di 90 milioni di dividendi all'anno. 

Berlusconi parte da via Volturno, quando il milanese quartiere Isola era ancora periferia, e diventa il terzo Paperone italiano (dopo Ferrero e Armani), il numero 352 nel mondo, nella classifica di Forbes.

L'avvio dell'avventura è nel mattone, dove ad aiutarlo c'è Carlo Rasini, a capo dell'omonima banca dove il papà di Silvio lavora prima come impiegato, poi come procuratore. Sono gli anni del boom economico e il futuro Cavaliere si butta nell’immobiliare, con la Edilnord, quella che costruisce Milano 2, a Segrate, con cui Berlusconi comincia fare i soldi veri, a cui negli Anni 80 seguirà Milano 3, nella vicina Basiglio. 

[…]  Il 7 settembre del 1978, poi, è una data storica: dagli studi di Segrate, parte la grande avventura della tv commerciale, quello che cambierà per sempre il costume degli italiani.

Contemporaneamente Berlusconi coltiva anche interessi finanziari grazie all’amicizia, scoccata di un giovedì, nella primavera del 1981 con Ennio Doris con cui, al 50%, fonda Programma Italia, poi Mediolanum infine Banca Mediolanum, di cui Fininvest ha il 30% e che il Cavaliere difende coi denti quando, in seguito alla condanna per frode fiscale, Bankitalia chiede di scendere al di sotto del 10% per i perduti requisiti di onorabilità. […] 

Nel 2007 Berlusconi fa un ulteriore passo nella Milano della finanza e mette un piede anche in Mediobanca dove arriva fino al 2%, legame che si scioglierà nel 2021[…].

Riavvolgiamo un poco il nastro. Arriva il 1994 e la famosa “discesa in campo”, l’impegno in politica. Il Cavaliere ora ha altri orizzonti. Nel business entrano così in campo gli eredi. I due figli di primo letto, avuti con Carla Elvira Dall’Oglio, Pier Silvio e Marina occupano i posti di primo piano. 

Marina […] assume le redini della Fininvest, divenuta la cassaforte di famiglia, e di Mondadori. Pier Silvio Berlusconi, invece, accanto a Confalonieri prima come vicepresidente poi anche come ad, va alla guida delle tv.

A entrambi fa capo il 7,6% di Fininvest. Attraverso la Holding Italia Quattordicesima i figli avuti con Veronica Lario - di cui Barbara, Eleonora e Luigi hanno il 31,33% ciascuno – hanno il 21,4%. 

Luigi Berlusconi trasforma questa holding in un family office da cui investe in start-up e progetti innovativi. La quota del Cavaliere di Fininvest, mantenuta fino alla fine, era del 61%. Gli interrogativi per il futuro sono tanti: come cambieranno gli assetti alla guida della galassia? Resteranno i Berlusconi a capo dell'ex Mediaset? Già negli ultimi anni, col patriarca concentrato sulla politica, Mfe – oggi controllata col 48,27% dei diritti di voto - ha cercato nuove vie per il futuro. In un certo senso per reinventarsi.

Parte l’avventura della diversificazione nella pay tv, con Mediaset Premium, che chiude sotto il peso della concorrenza di Sky e dei faraonici diritti tv del calcio. Finché nel 2016 Silvio Berlusconi stringe un accordo con il raider bretone Vincent Bolloré. Nell’aprile di quell’anno i due gruppi siglano un accordo di collaborazione industriale secondo cui, a fronte di uno scambio azionario reciproco del 3,5% i francesi si impegnano a rilevare Premium e ad avviare una collaborazione nei contenuti. 

Sembra l’inizio di una nuova era per le televisioni del Cavaliere, una soluzione anche per la successione, secondo molti osservatori. Si rivelerà un Vietnam. All’inizio dell’estate di quello stesso anno, infatti, Bolloré cambia idea, sostenendo che i conti sulla pay tv non tornano. Ne esce una guerra legale che sfocia anche in uno scontro finanziario perché Bolloré, per forzare la mano, avvia una scalata a Mediaset che si ferma appena sotto la soglia dell’Opa obbligatoria, al 29,9%. Lo scontro si fa durissimo. La famiglia Berlusconi chiede danni per 3 miliardi ai francesi, l’Agcom interviene e, in virtù della Legge Gasparri, costringe i francesi a girare il 19,9% in una trust (Simon Fiduciaria) e a tenere solo poco più del 9%.

Nel frattempo, Mediaset cambia strategia, e punta sull’Europa per creare Mfe-Mediaforeurope, un polo delle tv generaliste in chiaro, con sede ad Amsterdam in Olanda, in cui aggregare Mediaset Italia e España altri operatori e creare economie di scala. Vivendi, però si mette di traverso, e […] avvia un’aspra battaglia legale nelle corti di mezza Europa per mandare tutto a monte. 

I giudici italiani danno ragione a Mediaset, Spagna e Olanda risultano invece fatali per il progetto. La Corte di Giustizia europea mette la ciliegina sulla torta, sconfessando i paletti della Legge Gasparri. La tv italiana ritorna nel far west, i Berlusconi si trovano costretti, per non restare incatenati, a riaprire un dialogo con i francesi di Vivendi con cui trovano l’accordo in extremis che li vede vendere subito il 5% e impegnarsi a quasi azzerare le quote entro il 2026.

Oggi, in ogni caso, Vivendi è il secondo azionista di Mfe, con il 23,35% dei diritti di voto. Con la fine del lungo braccio di ferro con Parigi, il Biscione riprende la via dell’Europa. Per inaugurare la nuova era, compra il 29,9% di una tv tedesca, ProsiebenSat1, prova, senza successo, a comprare una tv in Francia, M6, guarda alla Gran Bretagna (Channel 4), fonde in Mfe la spagnola Mediaset España, pensa all'espansione in Portogallo. Ma la scomparsa del fondatore […] apre la prospettiva di nuovi assetti e la Borsa cinicamente lo sottolinea facendo volare del 5% le azioni di Mfe di Tipo B, quelle che contano, che portano appunto la B di Berlusconi.

La morte di Berlusconi. Ora la battaglia tra i figli per il 61% della cassaforte in mano al Cavaliere. Luca Piana su La Repubblica il 13 Giugno 2023 

La successione. Il primo round si terrà durante la prossima assemblea di Fininvest, quando verranno suddivise le azioni tra gli eredi

La riunione è convocata per gli ultimi giorni di giugno, come ogni anno. E come sempre dovrà compiere un passo importante: nominare il nuovo consiglio di amministrazione, che resterà in carica per soli dodici mesi.

La differenza rispetto al passato è sostanziale: l’assemblea della Fininvest sarà la prima dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi, che fino all’ultimo non aveva mai rinunciato alla maggioranza assoluta della holding dove sono custodite le partecipazioni del gruppo che aveva fondato.

Un anno fa – era il 29 giugno – al momento opportuno aveva preso la parola il fidato ragionier Giuseppe Spinelli, che in rappresentanza delle società personali dell’ex premier aveva indicato una lista di nove consiglieri più Marina Berlusconi, confermata come da copione alla presidenza, la carica dove l’aveva voluta il papà.

Un Cda eletto all'unanimità

Tutti i soci avevano votato il consiglio, eletto all’unanimità dai soci, senza contrari o astenuti: Silvio, Marina e Pier Silvio - i due figli della prima moglie, che di Fininvest possiedono il 7,65% ciascuno - nonché la H14, come si chiama ora la vecchia Holding Quattordicesima, dove si trova il 21,42% che era stato assegnato ai tre figli della seconda moglie, Barbara, Eleonora e Luigi.

L’imminente assemblea di Fininvest sarà dunque il primo appuntamento dove verranno messi alla prova gli assetti futuri del gruppo. Rispetto a un anno fa è mancato anche un altro consigliere, l’avvocato Niccolò Ghedini, quindi è possibile che qualche ritocco fosse già in programma.

Bisognerà ora vedere se la scomparsa di Berlusconi determinerà un rinvio dell’assemblea e come, nel frattempo, verrà redistribuito il 61,2% del capitale che aveva mantenuto, posseduto attraverso quattro holding quasi gemelle, la Prima, la Seconda, la Terza e l’Ottava. 

La maggioranza assoluta

Se le quote venissero semplicemente divise per testa tra i cinque figli, i tre avuti con Veronica Lario si ritroverebbero tutti insieme la maggioranza assoluta del capitale (il 58%), lasciando in minoranza i due fratelli maggiori.

Un esito che sarebbe in contraddizione con il fatto che Berlusconi da sempre aveva designato Marina alla guida di Fininvest e di Mondadori, così come Pier Silvio a quella di Mediaset, che da quando si è trasferita ad Amsterdam è stata ribattezza Mfe-MediaForEurope, con l’obiettivo di farne un gruppo di respiro europeo.

Berlusconi tuttavia non aveva mai voluto anticipare le sue decisioni sulla redistribuzione delle quote né confermato che avesse affidato la questione all’avvocato Michele Carpinelli dello studio Chiomenti, uno dei suoi legali di fiducia. Per cui occorrerà attendere che si alzi il velo sul testamento.

Mondadori, Mediolanum

Fininvest è al centro di un reticolo societario che vede quote azionarie di rilievo in tre società quotate in Borsa, il 53% della casa editrice Mondadori, il 48% delle televisioni Mfe, il 30% di Banca Mediolanum. Tutte insieme valgono oltre 2,9 miliardi, con la parte del leone (1,8 miliardi) che spetta alla società del risparmio gestito.

Qui la scomparsa di Berlusconi potrebbe avere un effetto diretto: a causa di una vecchia condanna penale dell’ex premier e alla conseguente perdita dei requisiti di onorabilità, Fininvest avrebbe dovuto ridurre la partecipazione sotto il 10%.

Il procedimento non si era ancora esaurito (si aspettava una sentenza definitiva della Corte di giustizia dell’Ue) ma ora l’ordinanza perde ogni ragione e gli eredi di Berlusconi se vorranno potranno conservare la presenza nella società guidata da Massimo Doris, che a sua volta ha raccolto il testimone del papà Ennio, scomparso nel 2021.

Il bilancio del 2021

Oltre alle quotate Fininvest detiene altre partecipazioni, più difficili da valutare. L’ultimo bilancio disponibile è il 2021 e qualcosa potrebbe essere cambiato.

Ci sono diverse immobiliari, che ricadono sotto la sub holding Fininvest Real Estate & Services, compresa la dimora brianzola di Villa Gernetto. Sempre alla stessa società fa capo anche la Alba Servizi Aerotrasporti, che governa la flotta di velivoli aziendali, con un elicottero e tre jet.

Sempre sotto Fininvest si trova anche il 100% del Monza Calcio, la squadra della nuova avventura nel pallone dopo la cessione del Milan, venduto nel 2017, nonché investimenti in società protagoniste della finanza digitale, come il 6,8% di Soldo e il 2% di Satispay. Tutte insieme queste attività sono iscritte nel bilancio Fininvest per 350 milioni.

La Costa Smeralda

Non tutto però ricade sotto Fininvest. Berlusconi aveva mantenuto fuori dal gruppo una serie di società immobiliari: in particolare la Idra, dove sono custodite alcune delle case di famiglia più note, da Arcore a Villa Certosa, in Costa Smeralda. I “gioielli” di Idra sono iscritti in bilancio per 426 milioni, una cifra che porta a quasi 3,7 miliardi la stima del patrimonio che Berlusconi lascia agli eredi.

Silvio Berlusconi e il suo impero immobiliare: da Arcore a Porto Rotondo passando da Antigua. Redazione su Il Riformista il 12 Giugno 2023 

Sogno, leggenda o realtà. Silvio Berlusconi si è spento questa mattina dopo quattro giorni di ricovero all’ospedale San Raffaele di Milano. Uomo straordinario e controverso, nel bene e nel male ha fatto la storia dell’Italia dalla politica, all’imprenditorialità, dalle donne alla televisione. Berlusconi è stato anche proprietario di moltissime case da favola. Location enormi, giardini principeschi e stanze segrete. Sono svariati i luoghi simbolo che hanno caratterizzato il percorso, non solo politico, del leader di Forza Italia, che di case ne ha abitate tante e, da imprenditore edile, ne ha costruite di più: a partire da quelle a Segrate, nel quartiere che sarà noto come Milano 2.

Villa San Martino ad Arcore

La prima dimora che viene alla mente è senza dubbio la storica residenza brianzola di Arcore, Villa San Martino. Realizzata dai marchesi Casati Stampa nel XVIII secolo, venne venduta nel 1973 da un’erede, Anna Maria Casati Stampa di Soncino, all’allora imprenditore Berlusconi, tramite l’ex pro-tutore della donna, l’avvocato Cesare Previti. La villa, negli anni, è stata oggetto di numerosi interventi di ristrutturazione, è circondata da un parco immenso, contiene una preziosa pinacoteca e una biblioteca di diecimila volumi. Ed è proprio nel parco di Villa San Martino che Berlusconi ha fatto costruire un discusso mausoleo dall’artista Pietro Cascella, intitolato ‘La volta celeste’, che difficilmente, però, potrà ospitare le spoglie del Cavaliere. La legge, al momento, lo vieta.

Villa Certosa a Porto Rotondo

Altro luogo simbolo è sicuramente Villa Certosa, a Porto Rotondo. La residenza estiva di Berlusconi ha goduto di enorme popolarità negli anni ruggenti del Cav, quando in Sardegna ospitava personaggi famosi e leader politici potenti come il presidente russo Vladimir Putin. Iconica, in particolare, l’immagine in cui il Silvio nazionale, con tanto di bandana, fu immortalato in compagnia dell’allora premier britannico Tony Blair e della moglie Cherie.

I luoghi simbolo di Roma

Diversi anche a Roma i luoghi diventati simbolo della politica del centrodestra. Dopo la prima sede di Forza Italia, in via dell’Anima, e prima dell’ultima residenza romana – Villa Grande sull’Appia antica, a lungo offerta in comodato d’uso a Franco Zeffirelli – per anni Berlusconi ha usufruito di Palazzo Grazioli, a due passi da piazza Venezia. Il Cavaliere prese in affitto il secondo piano dell’edificio (pare per 40mila euro al mese) e lo trasformò nel quartier generale di Forza Italia e dell’intero centrodestra, chiudendo la sede di partito in via dell’Anima.

Le dimore meno famose

Altre dimore sono salite meno frequentemente alla ribalta, da Villa Due Palme a Lampedusa a Villa Comalcione sul lago di Como, da Villa Gernetto a Lesmo (che dovrebbe accogliere l’Università del pensiero liberale) alle ville di Antigua, da Villa Maria a Rogoredo di Casatenovo a Villa Campari sul lago Maggiore (a lungo proprietà del politico e patriota dell’800 Cesare Correnti).

Più note sono invece la villa di via Rovani a Milano e Villa Belvedere a Macherio, quest’ultima a lungo residenza dell’ex moglie Veronica Lario. Resta infine scolpita nella memoria la villa Blue Horizon, alle Bermuda, anche grazie a un’immagine che fece il giro del mondo: Berlusconi che fa jogging con Letta, Confalonieri, Dell’Utri, Galliani e Bernasconi. Tutti a correre dietro al capo e tutti in calzoncini bianchi: l’allenamento quotidiano voluto da Berlusconi per tenere i suoi uomini in forma.

Estratto dell’articolo di corriere.it l'11 giugno 2023.  

Villa Maria, la lussuosa dimora che Silvio Berlusconi aveva acquistato nel 2015 a Rogoredo di Casatenovo, nel cuore della Brianza non lontano da Arcore, per l’allora fidanzata Francesca Pascale, venne venduta nel luglio 2022. Un affare conclusosi assai rapidamente, pochi giorni dopo che la tenuta venne messa sul mercato, con la mediazione di Lionard spa.

Il particolare che ancora non era ancora emerso era il nome dell’acquirente (rivelato oggi da Il Fatto): Lavinia Eleonoire Jacobs, nipote di Klaus Jacobs, il re (svizzero) del cioccolato scomparso del 2008. L’imprenditore, che Forbes, annovera tra i più grandi del settore, tra le sue varie operazioni di successo vantava la produzione del «Toblerone”, la barra di cioccolato e croccante famosa in tutto il mondo e oggi di proprietà di una multinazionale.

Di Villa Maria continua però a non essere noto il prezzo di questa ultima vendita. Estesa su 1.140 metri quadrati, circondata da un parco di 40 mila, Villa Maria era stata in precedenza la dimora dell’ex calciatore e imprenditore Valentino Giambelli, noto per essere stato (proprio come Berlusconi) il presidente del Monza Calcio. Acquistata nel 2015 per 2,5 milioni di euro era stata oggetto di importanti interventi di ampliamento e ristrutturazione con un investimento di 29 milioni di euro. […]

Estratto dell’articolo di Franco Bechis per open.online l'8 giugno 2023.

Ci sono voluti quasi 40 anni, ma alla fine Silvio Berlusconi ha messo ko tutti i pastori sardi che gli avevano occupato i terreni di proprietà in Sardegna fra Murta Maria e Capo Ceraso. Dove dal 1984 aveva in mente di realizzare un grande villaggio turistico nominato “Costa Turchese”. Ed è proprio dal bilancio 2022 della società omonima- la Costa Turchese spa – che arriva la buona novella per il Cavaliere. Anche l’ultima causa intentata dal signor Calvisi è stata respinta definitivamente intimando al pastore e alle sue greggi di lasciare i terreni della società con sentenza ora passata in giudicato.

L’occupazione delle terre e l’incubo Murgia

Era da decenni che Berlusconi con la sua società, che più volte ha cambiato nome negli anni, combatteva una guerra durissima contro i pastori sardi. L’imprenditore aveva presentato all’inizio un suo progetto di urbanizzazione di quelle terre, pensando di costruire il più grande villaggio vacanze della Sardegna. Ma amministratori locali e le varie leggi regionali hanno reso impossibile la costruzione e nell’attesa molti pastori hanno occupato quei terreni con le loro greggi. Successivamente hanno richiesto al tribunale di Tempio Pausania l’assegnazione della proprietà degli stessi per usucapione. 

Uno di loro era diventato l’incubo di Berlusconi: Paolo Murgia. 

(...) che rivendicò l’usucapione presentando una serie infinita di cause, che il pastore all’inizio vinse sentendosi poi così forte da rifiutare il tentativo di transazione economica avanzato dagli uomini del Cavaliere.

L’usucapione e la discesa in campo di Galliani

Di fronte a quella situazione Berlusconi decise un paio di anni fa di inviare nella sua Costa Turchese spa uno dei manager più fidati e combattivi che aveva: Adriano Galliani. E non ho avuto torto. Perché con lui alla guida i pastori hanno dovuto capitolare. E la società ha protetto i terreni con robuste recinzioni e riscritto il progetto da presentare al comune di Olbia. Una prima versione cercava di recuperare almeno una parte della grandeur originaria (una lottizzazione di 2 milioni di metri cubi). Cercando di sfruttare il Piano casa della Regione Sardegna. Che però è stato impugnato dal governo di Mario Draghi sollevando con successo conflitto con la Corte Costituzionale che ha cassato le norme regionali. 

Il progetto minimal

Al comune di Olbia la Costa Turchese di Galliani ha quindi ripresentato un progetto minimal che è stato inserito fra molte difficoltà nel piano di urbanizzazione. 140 mila metri cubi di costruzione rinunciando al villaggio e proponendo due alberghi per 933 posti letto, uno a Murta Maria e l’altro poco prima di Capo Ceraso. Il via libera definitivo non è ancora arrivato, perché la Regione ha chiesto di rivederne alcuni punti. Ma almeno i terreni non vengono più occupati dai pastori. E dopo 40 anni la speranza di Berlusconi di portare a casa il suo sogno di una “Milano2” sarda è ancora viva. Anche se la Costa Turchese fin qui ha investito solo in parcelle di avvocati e in consulenze tecniche per riscrivere più volte il piano di costruzione. E anche nel 2022 ha chiuso il bilancio in perdita per 613 mila euro.

A quanto ammonta il patrimonio personale netto in euro di Silvio Berlusconi. A quanto ammonta il patrimonio personale netto in euro di Silvio Berlusconi tra Fininvest, Mediaset, immobili e politica. Giampiero Casoni su Notizie.it il 7 Aprile 2023

A quanto ammonta il patrimonio personale netto in euro di Silvio Berlusconi? I mezzi a disposizione di quello che è stato indicato come il terzo uomo più ricco d’Italia sono immensi e rimandano ad una cifra da sogno. A voler considerare auto, case di lusso, la Fininvest e lo stipendio politico, c’è da fare conti molto laboriosi. Attenzione: in base ad una recentissima classifica di Forbes sui miliardari italiani 2023 Silvio Berlusconi è stato indicato come il terzo uomo più ricco d’Italia.

Il patrimonio personale di Silvio Berlusconi

Si, ma in concreto a quanto ammonta il suo patrimonio? Fra aziende di famiglia che gestisce e beni vari il patrimonio di Silvio Berlusconi è enorme. Fininvest ad esempio, che possiede Mediaset, aveva dichiarato nel 2021 un fatturato pari a 3.817,9 milioni di euro con un incremento di 358,8 milioni di Euro. Si tratta di un +10,4% rispetto ai 3.459,1 milioni di Euro del 2020. Ma il Cav è stato proprietario del Milan tramite il Gruppo Fininvest dal 1986 al 2017.

Fininvest, Mediaset, politica e immobili

In quegli anni i rossoneri fecero sfaceli non solo con le vittorie, ma anche con gli utili. A voler considerare tutte le proprietà, le varie aziende di famiglia, e i relativi introiti politici, Silvio Berlusconi è al 352esimo posto nella classifica degli uomini più ricchi del mondo. Con quanto? La cifra ammonta a 6,9 miliardi di dollari, circa 6,3 miliardi di euro, malgrado una perdita di 0,2 miliardi rispetto allo scorso anno.

Estratto dell’articolo di Claudio Bozza per corriere.it il 3 giugno 2023.

Silvio Berlusconi, dopo le dimissioni dal lungo ricovero al San Raffaele , ha depositato in Senato la sua ultima dichiarazione dei redditi. Il leader di Forza Italia si conferma saldamente il politico più ricco d’Italia. L’ultimo imponibile lordo è di circa 18 milioni di euro (tra denaro, azioni ville e auto). Un record confermato nonostante il Cavaliere abbia incassato 32 milioni in meno rispetto all’anno precedente, quando raggiunse «quota 50 milioni» . Presumibilmente, ha pesato il mancato incasso di utili a causa della crisi provocata dalla pandemia. 

Analizzando l’ultima dichiarazione dei redditi, quella relativa al periodo di imposta 2021 e consegnata nel 2022, si scopre che l’ex premier ha percepito per l’esattezza 17 milioni 697 mila 119 euro. […] 

Nel documento, escludendo le centinaia di immobili […], figurano anche alcune proprietà dirette del Cavaliere: 5 appartamenti e 2 box auto a Milano; tre ville (Antigua, Lampedusa e a Lesa, sul lago Maggiore). Figurano anche tre imbarcazioni: la San Maurizio (1977); la Principessa Vai via (1965) e la Magnum 70 (1990). Segue poi un lungo elenco dei pacchetti azionari posseduti tra le numerose società della famiglia Berlusconi.

Berlusconi è sempre stato al top della classifica dei più facoltosi nelle aule parlamentari. […] Nel 2019 lo «stipendio» del numero uno di Forza Italia è rimasto sostanzialmente invariato, pari a 48 milioni (riferito al 2018). È diminuito nel periodo d’imposta successivo, arrivando ai 47 milioni incassati nel 2020 da eurodeputato, con un ammanco di poco più di 500mila euro rispetto all’esercizio precedente, come certificato dalla dichiarazione dei redditi, firmata il 20 gennaio 2021.

Anticipazione da “Oggi” il 27 aprile 2023.

Il letto di ragazzo di Silvio Berlusconi? Un divano nel soggiorno con vista sulle bandiere rosse del Partito Comunista milanese, la cui sede era nella stessa via Volturno, a Milano. L’imprenditore e politico che ha cambiato l’Italia viveva con papa Luigi, mamma Rosa, la sorella Maria Antonietta e il fratello Paolo in appartamento di tre stanze con cucina e bagno nel quartiere piccolo borghese dell’Isola a Milano. 

OGGI, in edicola da giovedì 27 aprile, è entrato per la prima volta nella casa dove la famiglia del futuro presidente del Consiglio ha abitato tra gli anni Trenta e Sessanta. L’arredamento è stato sostituito, ma la struttura dell’abitazione che ha visto crescere Berlusconi è rimasta immutata. Quel salotto, raccontata e mostrata da OGGI, è stata la sua cameretta da letto dai 13 anni in poi. Nel racconto fotografico si mostra la disposizione della casa, immutata nel tempo.

La porta d’ingresso di casa Berlusconi è l’unica, nel piccolo pianerottolo. E da lì si esce sul corridoio lungo da cui si accede, a sinistra, alle stanze che si affacciano su via Volturno: la camera di Maria Antonietta e Paolo, con il balconcino in pietra, quella di papà Luigi e mamma Rosa, con una finestra alta e larga.

A destra si trovano invece il bagno lungo e stretto e la cucina, abitabile, ma in cui in cinque si faceva sicuramente un po’ fatica a sedersi a tavola. Silvio è tornato qui, nella sua strada di ragazzo, l’ultima volta nel 2016, alla vigilia dell’ottantesimo compleanno e dopo un periodo difficile per l’operazione al cuore appena subita. Ma non volle salire a rivedere l’appartamento.

Mamma Rosa, Mike Tyson e il cavallo bianco: nel regno di Silvio Berlusconi. Tommaso Labate su Il Corriere della Sera il 23 Aprile 2023.

Due mogli, una fidanzata e una «quasi» consorte, pranzi di Natale sempre tutti insieme (qualsiasi cosa fosse accaduta), i lunedì con Bossi, due mancati sequestri di persona: il dietro le quinte della saga italiana più creativa di sempre. L’entusiasmo di Francis Ford Coppola, ospite a Villa San Martino: «Abbiamo parlato tutto il giorno di Micene» 

Una storica foto della famiglia Berlusconi (2005): da sinistra Eleonora Berlusconi, Piersilvio, Marina, Silvio Berlusconi, Barbara e Luigi, il figlio più giovane

«E questo è il cavallo della pubblicità», diceva il giovanissimo Piersilvio senza il benché minimo cedimento alla vanteria, al contrario, come se fosse la cosa più normale del mondo avere nel giardino di casa il cavallo più amato dai bambini italiani degli Anni 70 del secolo scorso, quello della pubblicità del bagnoschiuma. Tra i suoi coetanei, ovviamente, non ce n’era uno che non gli credesse. 

Se il secondogenito iniziava le visite guidate alla villa partendo dalle stalle, il papà, Silvio, negli Anni 90 avrebbe prediletto la sosta al sacrario firmato dallo scultore Pietro Cascella, con il colonnato in marmo bianco delle Alpi Apuane, l’accesso alla cripta, i loculi in parte pre-assegnati (Indro Montanelli rifiutò cortesemente l’offerta con la citazione passata alla storia, “Domine, non sum dignus”) e i due interruttori con cui il padrone di casa sorprendeva di volta in volta gli amici. Premuto il primo, si azionava un sistema di luci soffuse; col secondo, partiva l’Ave Maria di Schubert. 

Oltre il cancello di Villa San Martino

Ad Arcore, oltre il cancello di Villa San Martino, nascoste e per un certo numero di anni addirittura sepolte da carte poi diventate cronaca giudiziaria, ci sono le tonnellate di pagine dell’unico romanzo italiano che ha toccato, spesso contemporaneamente, i più disparati ambiti della vita pubblica al massimo dei livelli: la politica, le istituzioni, l’economia, la finanza, il cinema, la televisione, lo sport, il giornalismo. 

È la saga dei Berlusconi, ramo Silvio ovviamente, e delle diramazioni genealogiche che hanno preso il largo da matrimoni iniziati come un libro di favole per adolescenti (Marina e Piersilvio sono figli di Carla Dall’Oglio, sposata nel 1965: faceva la commessa in un negozio del centro di Milano, Berlusconi l’aveva incrociata dalle parti della Stazione Centrale, se n’era innamorato e un giorno aveva seguito con la macchina l’autobus su cui era appena salita) oppure come una storia newyorkese (Barbara, Eleonora e Luigi sono figli di Veronica Lario, conosciuta all’inizio degli Anni 80 al Teatro Manzoni dopo una replica del Magnifico Cornuto , lei divideva il palco con Enrico Maria Salerno, Berlusconi si era presentato alla serata con l’annunciatrice Fabrizia Carminati, che alla fine del primo atto gli aveva consigliato di rimediare un mazzo di rose e di presentarsi nei camerino per fare i complimenti alla Lario); ad arricchire i capitoli sentimentali, un divorzio consensuale (da Carla), uno burrascoso (da Veronica), un fidanzamento accreditato (Francesca Pascale) fino a nozze non ufficiali ma come se lo fossero (Marta Fascina). 

Mamma Rosa

I momenti più felici sono stati quelli in cui, ad Arcore, c’era la donna che Silvio Berlusconi ha venerato di più: sua mamma, Rosa Bossi. La presenza o meno sulla scena di Mamma Rosa scandiva come un metronomo perfetto il calendario della casa. Protagonista la domenica, consacrata dal pranzo familiare che iniziava molto presto nei giorni in cui il Milan giocava in casa, perché poi bisognava avere il tempo di raggiungere San Siro in elicottero; defilata il lunedì, il giorno dedicato alla riunione col gotha delle aziende. 

Il lunedì berlusconiano ha subìto nel corso degli anni due cambiamenti: il tempo dedicato al patrimonio è stato man mano eroso dalle riunioni con gli avvocati, Niccolò Ghedini su tutti, per fare il punto sulle inchieste e sui processi; e poi c’è stato il sodalizio politico e umano con Umberto Bossi, che una volta ricostruito il rapporto con Berlusconi dopo il ribaltone del Natale 1994 ha preso a frequentare Villa San Martino tutti i lunedì sera, seguendo una tradizione azzurro-leghista che il padrone di casa ha provato poi a estendere a Matteo Salvini, senza lo stesso successo.

LE ROTTURE CON FUNARI E VILLAGGIO: IL PRIMO SI LICENZIÒ VIA FAX, IL SECONDO FUGGÌ IN CORSICA DOPO UNA LITIGATA CON IL CAVALIERE

Le perplessità di Umberto Bossi

Fu di un lunedì sera, anno 2001, che Bossi espresse a Berlusconi le perplessità sulla squadra di governo che l’altro stava mettendo in piedi dopo la vittoria alle elezioni del 13 maggio. «Umberto, domani ti presento questo professor Pera, sarà un ottimo ministro della Giustizia». Fu il giorno dopo, coi favori della luce, che l’allora leader della Lega — con qualche leggero cedimento al turpiloquio che lasciò di sasso il diretto interessato — chiese e ottenne che il professor Pera lasciasse il ministero della Giustizia a un ingegnere, il leghista Castelli, e andasse a fare il presidente del Senato. 

Mamma Rosa e l’epoca dei governi Berlusconi sono due capitoli che si sono chiusi molto velocemente, nell’arco di tre anni. La prima è scomparsa nel 2008, a 97 anni; la seconda è finita nell’autunno nel 2011, col passaggio della campanella nelle mani di Mario Monti. Diversi testimoni oculari, nel corso degli ultimi anni, hanno giurato che le ceneri dell’adorata mamma non riposano nel mausoleo di Cascella bensì in un’urna che il Cavaliere ha voluto tenere il più possibile vicina a sé, in camera da letto.

Personaggi e caratteri diversi

La forza del romanzo di Arcore sta nella varietà dei personaggi. E nel fatto che nessuno, fondamentalmente, somigli così tanto a un altro da risultare un doppione. 

Marina Berlusconi, la primogenita, sin da ragazza ha cominciato a seguire il padre a lavoro, trascorrendo l’adolescenza a parlare con i manager della Fininvest; Piersilvio, il secondo, ha avuto una giovinezza decisamente più esuberante e si è scoperto uomo-azienda solo dopo i ventun anni, quando era già papà di una bimba; Barbara è stata una specie di portabandiera dei figli di secondo letto, è stata l’unica ad aver sperimentato le attenzioni dei paparazzi, ha avuto un ruolo di prim’attrice nell’asset mediaticamente più esposto (il Milan), compensando da sola la ritrosia della sorella Eleonora per il business e quella dei fratello Luigi per attenzioni dei media. 

Il termometro della pace casalinga, da sempre, sono stati i segnaposto dei pranzi di Natale, che li hanno visti a ranghi completi anche nei momenti più drammatici. 

DURANTE LE RIUNIONI DI FAMIGLIA IL FRATELLO PAOLO AMA MOSTRARE LA SUA PASSIONE SEGRETA, LA MAGIA E I GIOCHI DI PRESTIGIO

Le riunioni familiari sono state da sempre l’occasione per Paolo Berlusconi, fratello minore di Silvio e storico editore de Il Giornale , di deliziare la vasta platea di figli, nipoti e pronipoti con la sua piccola passione coltivata in gran segreto: quella per giochi di prestigio e i numeri di magia. 

L’ossessione per il controllo degli accessi diretti all’attenzione di Silvio Berlusconi — l’agenda degli appuntamenti, la lista delle telefonate, le richieste di appuntamenti — è stato un tema da sempre. Anche prima che i «cerchi magici», con Maria Rosaria Rossi prima e Licia Ronzulli dopo, s’intestassero ruoli quasi creati ad hoc e poi utilizzati anche per finalità di potere personale. 

A inquinare il rapporto poi sfociato in un divorzio clamoroso tra Gianfranco Funari e Fininvest, per esempio, contribuì il fatto che il primo, che guadagnava cinque miliardi l’anno, non sopportava mediazioni nel rapporto tra sé e il Cavaliere. E quando nel 1992 le cose cominciarono a non andare più bene, mentre conduceva il programma Mezzogiorno italiano , il popolare presentatore televisivo romano iniziò a mandare dei fax che venivano sputati fuori dall’apparecchio della villa in uso esclusivo al padrone di casa, di cui aveva un numero diretto. L’ultimo di questi iniziava così, con una ripetizione che denotava la foga rabbiosa del mittente: «Caro dottore, mi sento abbandonato, non ho abbastanza contatti con il vertice Fininvest. E sento dirigenti del gruppo che mi criticano. Ho chiesto più studi e più troupes inutilmente. Così, caro dottore, la sollevo dall’impegno contrattuale che mi lega alla Fininvest».

La «regola della casa»

Divorzi e matrimoni sono stati una regola della casa anche fuori dal diritto familiare.

Paolo Villaggio ne è stato un esempio. «Berlusconi mi ha cercato quando era appena agli inizi. Gli chiesi 200 milioni perché ne avevo bisogno per pagare le tasse e lui, senza colpo ferire, con una telefonata mi procurò un bonifico bancario», raccontò il comico trent’anni fa. 

Poi iniziarono i guai. 

«Quando poi era ormai diventato quello che è adesso, voleva farmi fare la ballerina di fila. Allora sono andato ad Arcore, gli ho mostrato un contratto ma lui ha risposto che bastavano le strette di mano. E quindi sono scappato in Corsica perché non volevo fare Risatissima , lui mi ha fatto causa ma tutto è finito a tarallucci e vino». Nella divertita versione di Berlusconi, consegnata al Giornale il giorno dopo la morte di Villaggio, il comico chiuse la vicenda entrando nel salone di Villa San Martino e dicendo, con la voce di Fantozzi, “sire, pietà!”. 

La sceneggiatura di un poliziesco

La genesi dell’epopea berlusconiana nella residenza di Arcore sembra la sceneggiatura di un poliziesco all’italiana. 

La proprietà era passata al Cavaliere dalla giovanissima Anna Maria Casati Stampa dopo che il padre di lei, Camillo, si era reso protagonista dell’omicidio-suicidio passato alla storia come il Delitto di via Puccini, a Roma. 

Il pro-tutore della ragazza era l’avvocato Cesare Previti, poi diventato esponente di Forza Italia e ministro della Difesa prima che due condanne definitive (Imi-Sir e Lodo Mondadori) lo inchiodassero all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Berlusconi entra nella villa nel 1974. La notte di Sant’Ambrogio, al ricevimento che inaugura l’epoca dei nuovi inquilini, sono ospiti — tra gli altri — il principe Luigi d’Angerio di Sant’Agata ed Eugenio Perfetti, il re delle chewing-gum. Entrambi sono nel mirino dell’anonima sequestri, due bande armate che li aspettano nella notte brianzola. 

D’Angerio viene catturato e bendato ma riesce a fuggire perché l’auto dei malviventi finisce contro un’aiuola spartitraffico; il commando che deve sequestrare Perfetti viene invece neutralizzato dalle forze dell’ordine prima dell’azione. I due episodi arricchiranno, negli anni a venire, i faldoni delle tante informative sullo stalliere Vittorio Mangano.

La boxe e la giornata con Coppola

Francis Ford Coppola, regista del Padrino , trascorre una giornata intera a Villa San Martino il 12 settembre del 1988. Uscirà dalla residenza dichiarandosi estasiato dalla chiacchierata con Berlusconi: «Abbiamo tantissimi interessi in comune. Abbiamo parlato tutto il giorno di Micene, di letteratura latina e dell’arte nel Rinascimento». 

Nella palestra della casa, all’inizio degli Anni 90, un giorno Mike Tyson ha incrociato i guantoni con Piersilvio Berlusconi, appassionato di boxe, mentre il Cavaliere e Don King, al piano di sopra, discutevano di affari. Tutti si aspettavano che Iron Mike, finita la visita ad Arcore, si recasse a Milano 2 per registrare un’intervista per Canale 5. Ma Tyson disse che non aveva voglia. E così si salutarono là, al cancello.

Chi guida l’impero di Arcore Storia di una dinastia italiana. Adolfo Spezzaferro su L’Identità l’8 Aprile 2023

L’impero finanziario di Silvio Berlusconi è l’impero di famiglia. Mentre si leggono sempre più retroscena secondo cui la primogenita del Cavaliere intenderebbe occuparsi anche di Forza Italia, quando non potrà più farlo il padre, una cosa è certa: Marina, tra i figli è quella che più somiglia al capofamiglia. Per attitudine e per fiuto per gli affari. E, quando sarà, saprà di certo esercitare il suo potere per spartire la torta di famiglia.

Torta davvero immensa, oltre che multistrato. Lievitata nei decenni. Berlusconi, da costruttore edile dagli anni ‘70, è riuscito a erigere un impero mediatico, sportivo e finanziario come mai prima di lui in Italia. Secondo Forbes, il Cavaliere ha un patrimonio da 6,8 miliardi di dollari: il terzo uomo più ricco d’Italia. Un ammontare enormemente cresciuto nei decenni, grazie all’incremento dei valori di Borsa delle società controllate. Per dare un ordine di grandezza: Berlusconi – e successivamente i suoi figli – hanno incassato cedole pari a 2,5 miliardi di euro. Una media di 85 milioni l’anno per trent’anni. Una ricchezza costruita prima con la Edilnord (che ha dato vita alle famose Milano 2 e poi Milano 3) e proseguita con Fininvest, la finanziaria costituita nel lontano 1978 e che ha sotto di sé i gioielli di famiglia. Stiamo parlando di Mediaset con la relativa raccolta pubblicitaria, Mediolanum, Mondadori, il Milan che ha vinto tutto (fino all’aprile del 2017) e oggi il Monza, portato in Serie A.

Questa però è soltanto una parte dell’impero. Ci sono infatti le holding personali di controllo, distribuite dal 2005 tra i due rami della famiglia: da una parte i figli Marina e Pier Silvio, dall’altra Luigi, Barbara e Eleonora, nati dal secondo matrimonio. Le Holding Italiana Prima, Seconda, Terza e Ottava fanno capo al 100% al Cavaliere e tutte insieme posseggono il 61,2% della capogruppo. Poi ci sono le quote di Marina e Pier Silvio, pari al 7,65% ciascuna, raggruppate nelle Holding Italiana Quarta (Marina) e Quinta (Pier Silvio). Ai figli più giovani del Cavaliere Barbara, Eleonora, Luigi in quote proporzionali è andata la Holding Italiana Quattordicesima, che detiene il 21,42% della Fininvest.

Nel 2021, Fininvest vanta un attivo di 8,7 miliardi, ricavi per 3,8 miliardi con un patrimonio netto di gruppo di tre miliardi. Poi c’è Mediolanum, il gruppo bancario della famiglia Doris di cui Fininvest controlla il 30%. A bilancio vale appena 116 milioni ma sul mercato quella quota capitalizza 1,9 miliardi.

Nel 2022 i Berlusconi hanno già attinto alle riserve delle singole holding: il leader di Forza Italia ha preso liquidità per quasi 90 milioni, mentre Pier Silvio ha attinto 51 milioni dalla sua cassaforte e Marina 29 milioni. A conti fatti, dalla sua discesa in politica ad oggi, fanno 1,5 miliardi intascati direttamente dal Cavaliere. Il resto è in mano ai cinque figli. Poi c’è il patrimonio. Le quattro holding personali del Cavaliere hanno in carico il 61% di Fininvest al costo storico di 237 milioni di euro. Ma il capitale netto del Biscione è di 1,59 miliardi: una ricchezza inespressa di almeno sette volte.

Poi ci sono diverse immobiliari, che ricadono in parte sotto la Fininvest Real Estate & Services. Sotto cui si trova per esempio Villa Gernetto, nota anche perché vi svolge i ritiri il Monza. In questa sub-holding, oltre alle ville e agli sviluppi immobiliari, si ritrova anche Alba Servizi Aerotrasporti, la società che gestisce la flotta aziendale. Oltre all’elicottero Agusta classe 2006, ci sono tre jet, due dei quali entrati in esercizio in tempi recenti: un Gulfstream G550 del 2018 e un Hawker 800 XP di meno di due anni fa.

Berlusconi ha poi conservato al di fuori della capogruppo altre proprietà, custodite attraverso la holding immobiliare Dolcedrago, la cui controllata Immobiliare Idra gestisce alcune delle case di famiglia, compresa Villa Certosa, in Costa Smeralda. Il patrimonio immobiliare della Idra è iscritto a bilancio per 426 milioni.

IL PATRIMONIO DI FAMIGLIA. Berlusconi, 80 milioni per Marina e Pier Silvio: il maxi dividendo dalle casseforti di famiglia. Mario Gerevini su il Corriere della Sera il 21 Febbraio 2023

Marina e Pier Silvio Berlusconi si sono fatti un «regalo» da 80 milioni di euro. Piersilvio ha prelevato 51 milioni dalla sua cassaforte e Marina 29 milioni dalla società che controlla. Hanno fatto cassa per esigenze personali? Una fonte vicina alla famiglia fa sapere che non c’è stato un incasso di dividendo ma la decisione di deliberare la distribuzione di utili pregressi unicamente per obiettivi di razionalizzazione e ottimizzazione finanziaria.

Le holding di famiglia

L’operazione, per la sua rilevanza, non ha paragoni recenti nel perimetro degli eredi Berlusconi ma di sicuro il patrimonio delle holding di famiglia ha ampio margine per sostenere dividendi straordinari come quelli che si sono attribuiti i due figli maggiori del proprietario della Fininvest e leader di Forza Italia. La manovra finanziaria emerge tra le righe dei bilanci al 30 settembre 2022, da poco depositati, della Holding Italiana Quarta (Marina) e della Holding Italiana Quinta (Pier Silvio), ognuna titolate del 7,65% di Fininvest.

Le riserve extra

Con i dividendi distribuiti negli anni proprio dalla capofila "industriale", a cui fanno capo il controllo o partecipazioni rilevanti in Mediaset-Mfe, Mondadori, Mediolanum, Monza ecc, le holding di famiglia hanno irrobustito le riserve. E infatti nella società personale di Pier Silvio i 51 milioni sono stati prelevati dalla riserva straordinaria di 175 milioni mentre Marina ha pescato i 29 milioni dai 71 disponibili. Intanto Piersilvio, dopo l’incasso sul suo conto dei 51 milioni extra, ha mandato a riserva l’utile 2022 di 12,6 milioni e lo stesso Marina con i 11,6 milioni di risultato netto della sua finanziaria.

I 90 milioni di Silvio

Le Holding Italiana possedute da Silvio Berlusconi (61,3% complessivo di Fininvest) hanno anche loro archiviato il bilancio al 30 settembre 2022 con risultati positivi come era nelle attese dopo il cedolone da 150 milioni distribuito dal Biscione a valere sui 360 milioni di utile 2021. La H1, per esempio, ha realizzato 29 milioni di utile (20 nel 2021) e distribuito nel 2022 16 milioni al leader di Forza Italia, la H2 11,7 milioni il risultato e altrettanti girati al Cavaliere come la H8 con i suoi 32 milioni di utile. Quindi alla fine Il patron del gruppo ha incassato circa 90 milioni. E cosa fanno gli altri tre figli, Barbara, Eleonora e Luigi riuniti nella H14 (21,4% di Fininvest)? Lo sapremo in tarda primavera, loro chiudono il bilancio al 31/12.

Berlusconi, tra quote azionarie e politica. La famiglia (senza guerre) davanti alla malattia del leader. Roberto Gressi su Il Corriere della Sera l’8 Aprile 2023

Il futuro delle aziende e il ruolo dei cinque figli, ma anche di Fascina

Quanto è difficile la malattia di un leader. Quanta esposizione crudele e ineluttabile, quando in gioco non c’è solo la sofferenza personale e quella dei propri cari, ma anche la sorte di un impero economico, quella di un partito e di un governo, alleanze e relazioni internazionali, con la ragione di Stato che rivendica la sua parte. Silvio Berlusconi, quando fu operato al cuore e subì una terrificante convalescenza, confessò a pochi intimi di aver pensato alla morte, come fine del supplizio. Reazione umana che non gli impedisce ora di combattere, con tutte le sue forze e con buone speranze, la nuova battaglia. Né si stupisce del volare alto dello stormo degli avvoltoi garbati, che assistono mesti, chi trovando il modo di dire che gli era stata promessa una spilla di Trifari, chi un dipinto di de Chirico, chi qualche centinaio di migliaia di voti. 

È in questo quadro, dalle tinte variabili, che l’anziano leader scopre, o ha la conferma, di avere una famiglia. Per interesse, in qualche modo non c’è dubbio, visto che parliamo del terzo uomo più ricco d’Italia, stando a Forbes, con più o meno sette miliardi di euro, e del trecentosettantottesimo Paperone del mondo. Senza trascurare che i soldi non solo si contano, ma si pesano, e il potere politico di relazione che li accompagna è incommensurabile. Ma il cordone di protezione familiare che intorno a lui si è stretto parla anche di altro, e cioè di un futuro comune, fatto di prospettive e di affetti profondi, e della speranza, non abituale nelle grandi famiglie, che il Fondatore abbia ancora anni da condividere con loro. E però. È certamente una situazione complessa quella che si è aperta. Non ci sono notizie certe che esista uno scritto o un qualcosa che prefiguri gli assetti futuri del gruppo. Del resto, è proprio del Cavaliere far strage di Delfini in politica e non prevedere, anche nel privato, un Dopo, almeno non pubblicamente. Tanti anni fa, a una vigilia elettorale, partecipò a un forum al Corriere. All’ingresso, in strada, subì una quasi aggressione, e poi affrontò domande anche brutali. Nulla turbò il suo buon umore, se non quando gli fu chiesto, era argomento di cronaca di quei giorni, se lui avrebbe donato i suoi organi. Si adombrò, cupo, e Paolo Bonaiuti sussurrò, inquieto: «Ma vi pare il modo?».

 I cinque futuri eredi sono frutto di due matrimoni, finiti con un divorzio. Marina e Pier Silvio sono figli di Carla Elvira Lucia Dall’Oglio, Barbara, Eleonora e Luigi di Veronica Lario. I primi due, 56 e 53 anni, sono nati quando il padre costruiva il suo percorso, gli altri tre, nell’ordine, hanno 38, 36 e 34 anni. L’età non registra solo una differenza anagrafica, ma anche una partecipazione qualitativamente diversa alla crescita imprenditoriale della famiglia, pur invece paritaria sul fronte degli affetti. Marina è presidente di Fininvest, con il controllo del 7,65% delle azioni, guida Mondadori e siede nei consigli di amministrazione di Mediaset e Mediobanca. Pier Silvio è amministratore delegato e vicepresidente esecutivo del gruppo Mediaset e come la sorella possiede il 7,65% delle azioni Fininvest. Barbara siede nel consiglio di amministrazione di Fininvest ed è amministratrice delegata di Holding italiana quattordicesima (H14), che controlla il 21,42 % di Fininvest. Il capitale di H14 è diviso in parti uguali tra Barbara, Eleonora e Luigi. Eleonora è quella con il ruolo più defilato, non siede in alcun consiglio di amministrazione. Luigi, il più piccolo, fa parte del consiglio di amministrazione di Fininvest e di banca Mediolanum, è amministratore unico della holding B cinque e presidente del consiglio di amministrazione di H14. Marta Fascina, come è noto, non è sposata, ma il suo ruolo di moglie, come l’ha definita Berlusconi nell’intervista a Paola Di Caro sul Corriere, potrebbe renderla partecipe del destino politico ma anche aziendale. 

Persone diverse, madri diverse, situazioni diverse. Ce ne sarebbe abbastanza, gli esempi sono innumerevoli, per una guerra dei Roses moltiplicata per diecimila. Ma non è questa la strada che ha scelto la famiglia, che sta invece affrontando unita la tempesta. C’è poi il fronte strettamente politico, dove il ruolo di Silvio Berlusconi appare insostituibile, più che su altre barricate. Anche lì l’intervento della famiglia è stato fondamentale, accompagnando il leader nella scelta di raddrizzare la barra, nel frenare le ambizioni di chi pretendeva di pilotarlo, di controllarne l’agenda, di selezionare addirittura con chi dovesse parlare. 

Insieme al Cavaliere e con l’aiuto di Marta Fascina, i figli hanno restituito il timone ad Antonio Tajani e ai consigli di Gianni Letta, che per un po’ era stato costretto ad assistere da lontano all’azione di dilettanti allo sbaraglio che portavano Forza Italia a sbattere. Naturalmente ci si interroga su che cosa sarà del movimento fondato dal Cavaliere e che ha saputo federare il centrodestra, oggi al governo con Giorgia Meloni. Le donne hanno sempre avuto un ruolo fondamentale nella famiglia di Berlusconi, a cominciare dalla madre, e dalla sorella. Difficile sfuggire alla suggestione che un domani possa essere Marina a portare avanti il testimone, l’unica tra i suoi figli ad avere talento per la politica. Ma, oltre ai suoi personali dinieghi, fa al momento fede il pensiero del padre, che a torto o a ragione ritiene di aver pagato un prezzo molto alto per il suo impegno e non vorrebbe per lei la stessa sorte.

Estratto dell’articolo di Fabrizio Massaro e Fabio Pavesi per “Milano Finanza” il 7 aprile 2023.

Da trent’anni ci sono due Silvio Berlusconi in Italia. C’è l’uomo politico che dalla discesa in campo sulle rovine di Tangentopoli permea di sé, nel bene e nel male, la scena politica italiana: quattro volte presidente del Consiglio tra il 1994 e il 2011, fondatore del centrodestra italiano, ha percorso per intero la lunga epopea della Seconda Repubblica. […]

 E c’è il Berlusconi delle origini, l’imprenditore, Sua Emittenza, come veniva chiamato agli inizi dell’avventura televisiva, poi diventato il Cavaliere. O semplicemente “il Dottore”, come lo chiamano i suoi manager.

Da costruttore edile dagli anni 70, è riuscito a costruire un impero mediatico e finanziario come mai prima di lui in Italia, ingigantitosi in parallelo al ruolo di leader politico. Così è diventato uno degli uomini più ricchi del pianeta e, naturalmente, d’Italia. Nel ristretto club dei miliardari di Forbes la famiglia Berlusconi è accreditata di 6,8 miliardi di patrimonio […]

 […] Secondo quanto calcolato da MF-Milano Finanza sulla base dei dati di bilancio rielaborati dalle ricerche di R&S di Mediobanca, Berlusconi - e da un certo momento, anche i suoi figli - ha incassato cedole pari a 2,5 miliardi di euro. Una media di 85 milioni l’anno per trent’anni.

Una ricchezza iniziata proprio con il mattone con la Edilnord con la quale ha creato dal nulla Milano 2 e poi Milano 3 e proseguita con Fininvest, la finanziaria costituita nel lontano 1978 e che ha sotto di sé i gioielli di famiglia: oltre al mattone, Mediaset con la relativa raccolta pubblicitaria, Mediolanum, la Mondadori, il Milan e ora - una volta ceduta la squadra tanto amata - al Monza calcio […]

 […] Sopra Fininvest ci sono le holding personali di controllo di Silvio. Dapprima intestate solo a lui, poi a partire dal 2005 oggetto di un riassetto che, in vista della successione ereditaria, le ha distribuite tra i due rami successori: i figli Marina e Piersilvio da una parte, i figli Luigi, Barbara e Eleonora avuti dal secondo matrimonio dall’altra.

In origine le scatole di controllo della Fininvest erano 38, poi ridotte a 22, tutte denominate Holding Italiana, Prima, Seconda e via così […]

 […] Solo dal 2005 l’assetto viene razionalizzato scendendo da 22 scatole societarie alle attuali 7. Quelle che tuttora governano l’impero Fininvest. Le Holding italiana Prima, Seconda, Terza e Ottava fanno capo al 100% al Cavaliere e tutte insieme posseggono il 61,2% della capogruppo.

Poi ci sono le quote di Marina e Piersilvio, pari al 7,65% ciascuna, raggruppate nelle Holding italiana Quarta (Marina) e Quinta  (Piersilvio). Ai figli più giovani del Cavaliere  Barbara, Eleonora, Luigi in quote proporzionali è andata la  Holding Italiana Quattordicesima, che detiene il 21,42% della Fininvest. E’ nelle varie holding che affluiscono i dividendi staccati dalla Fininvest.

 E dire che al momento della discesa in campo, nel 1993, Fininvest non era messa bene, Faceva utili per 11 miliardi di lire, equivalenti al cambio lira-euro attualizzato pari a poco più di 9 milioni di euro. Aveva un capitale netto per soli 1.450 miliardi di lire ed era piena di debiti, oltre 4 , 4 miliardi di lire tre volte il patrimonio netto.

Ma soli quattro anni dopo, in seguito alla quotazione in borsa di Mediaset e di Mediolanum che nel 1996 avevano salvato il gruppo, la situazione finanziaria patrimoniale si era invertita: nel 1997 Fininvest si ritrova con debiti finanziari pari circa l’’80% del capitale netto e con utili cumulati tra il ’95 e il ’98 per 1.500 miliardi di vecchie lire. La progressione è evidente.

 Al cambio di passo del secolo, nel 2001, Fininvest si presenta con una redditività importante. Gli utili pre-tasse viaggiano al 10% dei ricavi. E il capitale netto si attesta a 2,74 miliardi di euro con un debito finanziario a 2,5 miliardi. Sempre meno leva e profittabilità più che buona.

Gli anni successivi confermeranno il trend che vediamo oggi. Del resto Fininvest poggia da anni su solide basi. Nel 2021 il Biscione vantava un attivo di 8,7 miliardi, ricavi per 3,8 miliardi con un patrimonio netto di gruppo di 3 miliardi, una redditività netta a due cifre sui ricavi (360 milioni l’utile) e un debito finanziario a un terzo del valore dell’equity. 

 Eppure la vecchia Mediaset pur resistendo sulla marginalità ha perso ricavi. Dal 2015 il gruppo televisivo ha lasciato sul terreno oltre un quarto del fatturato. Per Fininvest la voce tv comincia a farsi dura, dato che Mfe è oggi a bilancio a un valore di carico di 1 miliardo  mentre in borsa la quota di Fininvest vale meno di 700 milioni.

Meglio, molto meglio, Mediolanum, il gruppo bancario della famiglia Doris di cui Fininvest controlla il 30%. A bilancio vale appena 116 milioni  ma sul mercato quella quota capitalizza 1,9 miliardi di euro. Qui, al contrario di Mfe c’è una plusvalenza virtuale di quasi 20 volte.

 Queste due macchine da soldi non potevano non far affluire ricche cedole alla famiglia e alle sette holding personali. Con metodo, tra l’altro. Un metodo certosino e non casuale. Da sempre la finanziaria di via Paleocapa stacca mediamente dividendi per un livello pari al 2-3% dei ricavi del gruppo. In media fanno appunto 85 milioni di euro l’anno.

Una media certo, dato che ci sono anni in cui il dividendo non viene erogato e però recuperato negli anni successivi con la distribuzione di riserve. Per esempio quando nel 2016 chiuse in perdita a causa della guerra con i francesi di Vivendi per la questione su Mediaset Premium e poi per la cessione del Milan. Un rosso recuperato l’anno successivo.

Il gruppo televisivo non ha ancora approvato i conti 2022 con la relativa cedola; lo hanno fatto invece la banca e la casa editrice. La prima staccherà a Fininvest 111 milioni, la seconda 15 milioni. Ma se si guarda solo al 2021, Fininvest ha reso molto bene: oltre 360 milioni di profitti netti e la cedola alla famiglia di 150 milioni, dei quali poco più di 90 milioni al Cavaliere. Marina e Piersilvio hanno incassato 11,7 milioni a testa. Mentre ai tre figli Barbara, Eleonora e Luigi sono finiti complessivamente 32,7 milioni.

 Nel frattempo, in attesa delle cedole dell’anno appena concluso, nel 2022 i Berlusconi hanno già attinto alle riserve […]

In trent’anni quindi, dei 2,5 miliardi di dividendi totali, nelle holding personali di Silvio Berlusconi è finita una quota di circa il 61%. In denaro fanno 1,5 miliardi intascati direttamente dal Cavaliere a partire dalla sua discesa in politica. Il resto è in mano ai cinque figli.

 Poi c’è il patrimonio. Le quattro holding personali del Cavaliere hanno in carico il 61% di Fininvest al costo storico di 237 milioni di euro. Ma il capitale netto di Fininvest è di 1,59 miliardi: una plusvalenza implicita di almeno 7 volte.

(ANSA martedì 28 novembre 2023) - La Corte di Cassazione ha confermato oggi la condanna a 5 anni 6 mesi per l'ex senatore e ex banchiere Denis Verdini per bancarotta fraudolenta nel fallimento della Società Toscana di Edizioni che pubblicava il Giornale della Toscana.

Confermate anche le condanne degli altri imputati, 5 anni all'ex deputato di Forza Italia Massimo Parisi, 3 anni ciascuno a Girolamo Strozzi Majorca, Pierluigi Picerno e Gianluca Biagiotti in qualità di amministratori della Ste in varie fasi. 

Il procuratore generale della Cassazione aveva chiesto l'annullamento della sentenza della corte di appello di Firenze nel maggio 2022 ma i giudici hanno dichiarato inammissibili i ricorsi presentati dagli imputati. 

Denis Verdini sta già scontando alla detenzione domiciliare, per motivi di salute, nella sua abitazione di Firenze, una precedente condanna definitiva a 6 anni 6 mesi per il crac del Credito Cooperativo Fiorentino, la banca di cui è stato presidente 20 anni.

Lirio Abbate per "la Repubblica" - Estratti mercoledì 29 novembre 2023. 

È un banchiere in bancarotta, che ha sempre avuto il pallino della politica. L’ex senatore Denis Verdini, 72 anni, toscano, a furia di fare affari però è finito prima in carcere — e poi ai domiciliari — per due crac milionari. Proprio ieri la Cassazione gli ha confermato la seconda condanna, cinque anni e mezzo per il fallimento della Ste, che pubblicava “Il giornale della Toscana”, e non gli era andata meglio con il Credito cooperativo. 

La politica, invece, l’ex parlamentare ha sempre continuato a gestirla, a suggerire strategie e intrecci di vari colori. E in famiglia vanta ancor oggi un ministro della Repubblica, Matteo Salvini, compagno di sua figlia. Nei corridoi della Lega non si fa mistero del fatto che, in più di un’occasione, sia stato proprio il banchiere a suggerire alcune mosse politiche al leader del Carroccio, a cominciare dalla svolta moderata del “Capitano”.

Va detto che l’ex senatore Verdini, nonostante i suoi guai giudiziari, in questi anni ha sempre guardato avanti, a quel che sarebbe venuto dopo Berlusconi, al quale pure si era molto legato. È stato proprio Verdini a consigliare all’ex Cavaliere di benedire, come successore, il genero Matteo. L’investitura è arrivata puntuale in occasione delle finte nozze con Marta Fascina, quando — in favore di telecamere e cellulari — Berlusconi ha abbracciato calorosamente Matteo Salvini, dicendo che era l’unico amico politico di cui si poteva fidare. Senza però calcolare chi Salvini aveva accanto in coalizione: Giorgia Meloni. Questa variabile, Verdini non l’aveva presa in considerazione. Lui però è stato uno che non si è mai posto limiti.

D’altronde avrebbe voluto avere un ruolo anche nell’elezione del Capo dello Stato: autorizzato dai giudici, mentre era ai domiciliari, ad andare a Roma due volte alla settimana per alcune cure, dal suo quartier generale in via della Scrofa faceva all’epoca diverse telefonate amichevoli agli amici del centrodestra, suggerendo manovre. Ed è proprio grazie ai buoni collegamenti con la Lega che il banchiere è riuscito a far avere un posto in Parlamento anche ad Antonio Angelucci, sottraendolo a Forza Italia. Angelucci è un imprenditore della sanità privata e dell’editoria che muove molti capitali, e finanzia anche la Lega. Lui e Verdini sono legati in complessi intrecci, alla cui base ci sono movimenti di denaro. 

Qualche anno fa la Banca d’Italia, dopo aver commissariato il Credito cooperativo fiorentino di cui Verdini era presidente (crac per il quale il banchiere è finito ai domiciliari), ha imposto a lui e a sua moglie, Maria Simonetta Fossombroni, di coprire il buco e ripianare il “rosso” di oltre nove milioni di euro. A salvare l’allora coordinatore del Pdl è stato proprio Angelucci. 

(...) I rapporti con Dell’Utri sono sempre stati molto stretti, come pure quelli fra le loro mogli. C’è per esempio una conversazione intercettata dalla Dia di Firenze, nell’ambito dell’inchiesta sulle stragi che coinvolge proprio Dell’Utri, in cui si racconta come le due famiglie fossero in collegamento e condividessero strategie, soprattutto in tema di denaro. Gli investigatori intercettano Miranda Ratti, moglie di Dell’Utri. La donna, si legge negli atti, «ritiene di essere portatrice, e titolare, di veri e propri diritti economici verso Berlusconi », per cui, parlando con Simonetta Fossombroni, la moglie di Verdini, insiste nel far capire «che il debito verso di loro è ancora aperto ».

E afferma: «È un fatto di principio; l’obiettivo va portato fino in fondo, io non mollo». Alla base c’è «una storia nostra». Secondo la Dia in queste parole di Ratti c’è «la consapevolezza che tutte le loro richieste, assecondate da Berlusconi, trovano fondamento in una sorta di risarcimento di quanto hanno patito nel tempo per colpa sua, per averlo, probabilmente, coperto». Gli investigatori di Firenze scrivono: «In quest’ottica scatta il ricatto». 

La moglie di Dell’Utri si lamenta con quella di Verdini che Berlusconi sta ormai pagando chiunque mentre non ha ancora pagato i loro avvocati. La conclusione cui le due donne giungono è «certamente indicativa di cosa possa stare alla base delle continue dazioni economiche, e tramite cosa continuare ad ottenerle». «E, ma se uno non lo ricatta figlia mia...», dice infatti Simonetta Fossombroni, e Miranda Ratti le risponde: «È quello il punto». Il punto del patatrac di Verdini.

Il caso del senatore. Caso Gasparri, la legge dà ragione al senatore ma impone anche trasparenza…La legge 441 dà ragione al senatore, che non ha dichiarato di essere presidente di una società di cybersecurity. Ma il Codice di condotta del ‘22 impone trasparenza. Salvatore Curreri su L'Unità il 2 Dicembre 2023

La vicenda riguardante il sen. Gasparri, accusato da una nota trasmissione televisiva di non aver dichiarato una carica ricoperta in una società privata, costituisce un’utile occasione per fare un po’ di chiarezza sugli obblighi di trasparenza cui il parlamentare è soggetto.

Chiarezza peraltro imposta dalla delicatezza e complessità della materia. Come accennato, la vicenda in questione riguarda – a quanto pare – la carica di Presidente di una società di cybersicurezza che il sen. Gasparri sostiene non fosse suo obbligo includere tra le dichiarazioni che, ai sensi dell’art. 2 della legge n. 441/1982, i parlamentari devono rendere circa le loro attività finanziarie e patrimoniali.

In effetti, in base a tale disposizione, ogni parlamentare deve, tra l’altro, comunicare alla propria camera “l’esercizio di funzioni di amministratore o di sindaco di società”. Nel caso specifico, il fatto che la legge si riferisca non alla mera titolarità di cariche amministrative ma all’esercizio di funzioni induce ad escludere l’obbligo di dichiarazione qualora il parlamentare non svolga funzioni amministrative all’interno della società.

Questo sembra essere il caso in questione se è vero, come sostiene il senatore, che egli ricopra la carica di Presidente di tale società senza compiti gestionali o operativi. Ad ogni modo, in caso di omessa dichiarazione sono previste solo sanzioni disciplinari interne (dalla censura fino all’interdizione dai lavori) e la sanzione morale dell’annuncio in Aula della sua inadempienza. È evidente che quest’ultima sanzione ha funzione prevalentemente preventiva, così da dissuadere il parlamentare dall’omettere comunicazioni che potrebbero esporlo alla pubblica riprovazione.

Ma ogni senatore, oltre a dichiarare le proprie attività finanziarie e patrimoniali, deve comunque dichiarare ogni incarico o ufficio ricoperto, retribuito o gratuito, esistente all’atto dell’accettazione della candidatura o assunta in corso di legislatura. Ciò al fine di permettere al Senato, tramite la Giunta delle elezioni e delle immunità, di valutarne la compatibilità con l’esercizio del mandato parlamentare.

Peraltro la Giunta, indipendentemente da quanto comunicato dai senatori, può in ogni caso svolgere accertamenti sulle cariche e sugli uffici ricoperti di cui comunque abbia avuto notizia, come nel caso in questione, divenuto ormai di dominio pubblico.

Ai fini della verifica di cause d’incompatibilità, non spetta dunque al singolo senatore decidere quali cariche ricoperte dichiarare, non foss’altro perché nessuno è buon giudice di sé stesso.

Piuttosto egli deve dichiarare ogni carica così da permettere alla camera d’appartenenza di valutare se essa sia incompatibile con il libero esercizio del suo mandato parlamentare. Se così non fosse, e se dunque la carica fosse dichiarata incompatibile, il parlamentare è chiamato a scegliere espressamente quale tra le due mantenere; altrimenti, egli potrebbe essere dichiarato decaduto dal mandato dall’Assemblea.

Di tali due comunicazioni e delle loro diverse finalità si trova oggi riscontro nel Codice di condotta dei senatori che il Consiglio di Presidenza del Senato ha approvato il 26 aprile 2022. Tale Codice, infatti, nello stabilire “principi e norme di condotta ai quali i Senatori devono attenersi nell’esercizio del mandato parlamentare”, impone ai senatori sia di dichiarare le attività patrimoniali e finanziarie e i finanziamenti ricevuti, sia tutte le cariche e gli uffici ricoperti a qualsiasi titolo, retribuiti e gratuiti, compilando un apposito foglio-notizie.

Sull’osservanza di tali obblighi – inclusi quelli di trasparenza – vigila il Consiglio di Presidenza del Senato (di cui lo stesso Gasparri faceva parte fino a pochi giorni fa) che, su richiesta del Presidente, svolge gli accertamenti istruttori necessari, in contraddittorio con il senatore interessato.

Al loro esito – fatto salvo l’obbligo di denuncia in presenza d’ipotesi di reato (art. 331 c.p.p.) – il Presidente potrebbe proporre al Consiglio dei Presidenza l’irrogazione di sanzioni disciplinari nei confronti del senatore interessato qualora fossero emersi fatti di particolare gravità in grado di determinare una alterazione del principio della libertà di mandato ovvero di compromettere il prestigio del Senato.

Ai sensi della normativa vigente, dunque, la carica societaria ricoperta dal senatore Gasparri, se non denunciata a fini di trasparenza in quanto non comportante lo svolgimento di funzioni operative, avrebbe comunque dovuto essere comunicata sia ai medesimi fini di trasparenza sulla base di quanto previsto dal Codice di condotta dei senatori, sia ai fini dell’accertamento di eventuali incompatibilità alla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentare, così da permettere a tale organo di valutare se essa abbia potuto incidere così negativamente sul libero esercizio del mandato parlamentare fino al punto da proporre la decadenza del senatore che non vi abbia espressamente rinunciato. 

Tutto ciò al netto dei noti dubbi che si nutrono da tempo circa l’effettiva imparzialità del giudizio di un’assemblea – per sua natura politica – circa la regolarità del procedimento elettorale e la sussistenza di cause d’incandidabilità, ineleggibilità e incompatibilità dei propri membri. Dubbi alimentati da non commendevoli precedenti in cui, sulla base della massima giolittiana per cui le leggi s’interpretano per gli amici e si applicano per i nemici, alla fine la ragione della forza ha prevalso sulla forza della ragione.

Salvatore Curreri 2 Dicembre 2023

L’inchiesta di Report sul ruolo «omesso». Gasparri reagisce: tutto trasparente. Cesare Zapperi su Il Corriere della Sera il 26 novembre 2023.

Il capogruppo al Senato di Forza Italia accusato di non aver segnalato la presidenza in una società di cybersicurezza. «Ma non ho ruoli operativi»

«Sembrava Striscia la notizia...». Maurizio Gasparri a caldo, ieri sera un minuto dopo la messa in onda della puntata di Report che gli ha dedicato la prima parte di un’inchiesta che avrà un seguito nelle prossime settimane, cerca di derubricare le accuse che i giornalisti guidati da Sigfrido Ranucci gli hanno rivolto. Al neo capogruppo di Forza Italia al Senato i reporter contestano di non aver segnalato di essere il presidente di una società di cyber security (la Cyberealm) che si avvale di manager e collaboratori che hanno rapporti con i servizi segreti di Paesi stranieri (Israele in particolare).

Secondo l’inchiesta giornalistica, Gasparri avrebbe tenuto relazioni istituzionali per l’assegnazione di commesse tenendo all’oscuro la sua Camera di appartenenza. Secca la risposta: «Cyberealm non ha stipulato contratti con nessuno in Italia o altrove, né ha commesse di alcun genere». Al rilievo sulla mancata comunicazione al Senato del ruolo ricoperto, il parlamentare di Forza Italia risponde che l’incarico «non comporta alcuna attività di gestione. Per questa ragione si è ritenuto che non rientri in quei casi di “funzione di amministratore o di sindaco di società” che vanno segnalati al Senato secondo la legge 441/1982».

Per i giornalisti di Report , invece, la mancata segnalazione del ruolo di presidente di Cyberealm violerebbe un obbligo di trasparenza che per il regolamento del Senato potrebbe comportare un provvedimento disciplinare o addirittura la decadenza. «Peccato che a giudicare sarebbe stato il consiglio di presidenza di Palazzo Madama — ha osservato in trasmissione Ranucci — di cui fino a pochi giorni fa Gasparri faceva parte» (e anche questo avrebbe spinto allo «scambio» con Licia Ronzulli tra guida del gruppo parlamentare e vicepresidenza del Senato).

Report ha ricostruito le attività della società di sicurezza informatica e chiama in causa figure che hanno intessuto rapporti con i servizi segreti israeliani o che hanno avuto problemi con la giustizia americana. «Gasparri ha chiesto la mia audizione davanti alla commissione di Vigilanza Rai — ha spiegato Ranucci — accusandoci di aver confezionato un’inchiesta per vendetta, ma lui ne conosceva l’esistenza già da venti giorni. Ci ha accusato e denigrato solo perché abbiamo scoperto i suoi interessi privati».

Gasparri conclude sottolineando che le attività della società «non hanno alcuna relazione con attività politiche di alcun tipo, né hanno interferito con decisioni politiche passate o recenti». Ma la vicecapogruppo M5S a Montecitorio Vittoria Baldino va all’attacco: «Qui siamo di fronte al solito utilizzo distorto delle istituzioni, che vengono piegate ad interessi personali e particolari». La richiesta, anche di Bonelli (Avs), è di lasciare la Vigilanza Rai, la replica è un secco no.

Estratto dell’articolo di Giacomo Salvini per “il Fatto quotidiano” mercoledì 29 novembre 2023.

Destinare il 3% del valore di ogni opera del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che preveda l’acquisizione di un elemento digitale alla cybersicurezza, aumentando i volumi di affari delle imprese del settore. Ma non solo: la Rai dovrà occuparsi di educare i cittadini alla cultura cibernetica. A febbraio 2023 e poi sei mesi dopo, il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri, che dal giugno del 2021 presiede la società Cyberealm Srl senza dichiararlo al Senato, ha presentato due emendamenti sulla cybersicurezza, principale business dell’azienda.

Il primo è stato bocciato dal governo che ne aveva chiesto il ritiro, mentre il secondo è stato assorbito nel nuovo contratto di Servizio Rai approvato dalla commissione parlamentare di Vigilanza. 

Proposte parlamentari che dimostrerebbero l’attenzione del senatore azzurro per il settore della sicurezza informatica, aumentando la pressione sul potenziale conflitto d’interessi non dichiarato di Gasparri e scoperto domenica dalla trasmissione d’inchiesta di Rai3, Report. 

Il primo emendamento firmato da Gasparri insieme ai colleghi di partito Adriano Paroli e Dario Damiani è stato presentato in commissione Bilancio del Senato al decreto del 24 febbraio 2023 sull’attuazione del Pnrr.

La norma, proposta anche dagli altri partiti di maggioranza perché richiesta dalle aziende del settore, prevedeva di legare le opere del Pnrr alla cybersicurezza e aumentare il volume di affari delle imprese che vendono prodotti e software legati alla sicurezza cibernetica. 

[…] Gasparri proponeva che per qualsiasi opera del Pnrr che comportasse l’acquisizione o la “messa in funzione” di un elemento digitale, si introducesse una sorta di “quota cyber”: almeno il 3% delle risorse dovevano essere spese per l’acquisizione di beni e servizi “atti a garantire, o a incrementare la sicurezza cibernetica degli elementi digitali”. 

In sostanza, le imprese vincitrici di appalti del Pnrr avrebbero garantito un investimento cospicuo sulla sicurezza informatica, aumentando quindi il volume di affari delle aziende del settore che vendono prodotti o software cyber, proprio come la società presieduta Gasparri e le sue partecipate.

Per attuare questa norma sarebbe stata l’agenzia per la Cybersicurezza [...] a fare da consulente e nei bandi sarebbero stati inseriti meccanismi di “premialità” per le “proposte o per le offerte, che contemplino l’uso di tecnologie di cybersicurezza nazionali o europee”. Dopo il parere negativo del governo, le aziende della sicurezza informatica hanno protestato con articoli sui siti specializzati come cybersecurityitalia.it. 

Il secondo emendamento, invece, è più recente e rispetto a quello sul Pnrr è andato a buon fine: a settembre Gasparri ha firmato una proposta di Forza Italia al contratto di Servizio Rai, […]  che imponeva all’azienda di “intensificare la frequenza e di migliorare il collocamento nei palinsesti” di programmi relativi “all’educazione e alla cultura informatica, alla disciplina giuridica del web, alla cybersicurezza e alla sostenibilità digitale”. Emendamento, firmato anche dai colleghi azzurri, su cui la maggioranza ha dato parere favorevole […] . Insomma, la tv di Stato dovrà aumentare i programmi legati alla cybersicurezza. 

Il 3 agosto 2021, invece, Gasparri era intervenuto in dichiarazione di voto finale nella discussione al Senato per approvare la legge che istituiva l’agenzia sulla Cybersicurezza. “Un’occasione da non perdere – diceva Gasparri – perché il Pnrr investe anche nella sicurezza tecnologica, nella modernizzazione delle reti e quindi anche nella cybersecurity”. Una passione che ha portato il senatore a presentare gli emendamenti due anni più tardi.

Estratto dell’articolo di Giacomo Salvini per “il Fatto quotidiano” venerdì 1 dicembre 2023.

Negli ultimi due anni il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri ha partecipato a quattro convegni che riguardavano i temi della cybersicurezza nella sua veste di vicepresidente del Senato. E lo ha fatto continuando a non dichiarare di aver assunto, dal 17 giugno 2021, la presidenza della Cyberealm, la società che si occupa proprio di sicurezza informatica. In ognuno di questi eventi è stato presentato come vicepresidente del Senato e spesso attraverso la formula dei saluti istituzionali.

Dopo i due emendamenti […] sul tema della cybersicurezza, anche la partecipazione di Gasparri ai convegni dimostrerebbe l’attenzione del senatore azzurro per il settore della sicurezza informatica, aumentando la pressione sul potenziale conflitto d’interessi non dichiarato […] e scoperto domenica dalla trasmissione d’inchiesta di Rai3, Report. Tanto più che a questi convegni avevano partecipato alcune delle principali imprese del settore cyber.

Il primo […] in ordine di tempo risale al 30 giugno 2021, tredici giorni dopo la nomina a presidente di Cyberealm. L’evento era stato organizzato da Federsicurezza, azienda che si occupa della sicurezza della Vigilanza e Privata e in parte anche di intelligence, con l’obiettivo di incontrare le istituzioni.

Tra i partecipanti c’era anche l’allora presidente del Copasir […] Adolfo Urso. In quell’occasione, Gasparri era intervenuto come senatore per sostituire l’esponente del Copasir di Forza Italia, Elio Vito, spiegando di “conoscere bene il settore” […]. 

Il secondo incontro è del 2 febbraio scorso: a Palazzo Giustiniani era stata presentata l’indagine dell’istituto Piepoli sul tema dei cyber risk e del progetto “Giovani Ambasciatori per la cittadinanza digitale contro cyberbullismo e cyber risk”. L’incontro era stato organizzato da Moige (Movimento Italiano Genitori) e nel suo intervento Gasparri aveva ribadito l’importanza dell’educazione all’uso dei social ma anche ribadendo l’attenzione sui rischi cyber.

A marzo, un mese dopo, Gasparri viene invitato alla Cybersec 2023, uno degli eventi più importanti del settore organizzati dal quotidiano online cybersecurityitalia.it a cui partecipano le maggiori istituzioni e imprese della cybersicurezza. Il titolo dell’evento è “Nuovi domini, guerre ibride e cooperazione” e l’esponente di Forza Italia viene invitato al panel “Pnrr, prevenzione e Partnership pubblico-privato”. 

[…] A maggio di quest’anno, poi, il senatore di Forza Italia ha organizzato a Palazzo Madama un incontro sul tema delle telecomunicazioni e in particolare della telefonia dal titolo “Piange il telefono, dal caso Blu alla crisi Tim”. Un argomento legato solo in parte alla cybersicurezza ma che viene inserito nel più ampio comparto della Rete unica e degli asset strategici italiani. 

Evento che viene descritto così. L’azzurro invitato a parlare di intelligence dal sito affaritaliani.it: “Rete unica, Gasparri ruba la scena a Urso e Butti”. Ovvero i due ministri che hanno la delega al digitale.

Negli ultimi mesi, poi, il vicepresidente del Senato era stato invitato ad altri due eventi legati alla sicurezza informatica – la presentazione del rapporto Censis sul valore della cybersecurity in Italia e il premio Mosca organizzato dalla Società di intelligence italiana – ma non risulta la sua partecipazione.  Nei volantini di entrambi i convegni, però, Gasparri era stato presentato unicamente come vicepresidente del Senato. […]

Spy game. Report Rai PUNTATA DEL 26/11/2023

Un'anteprima dell’inchiesta sugli interessi nella cybersicurezza del Senatore Gasparri

Le anticipazioni dell’inchiesta di Report sulle attività private nella cybersicurezza del senatore Maurizio Gasparri sono già diventate un caso nazionale. Nelle scorse settimane Gasparri si è scagliato ripetutamente contro Report, agitando la famosa carota in Commissione di Vigilanza Rai, quando però era già a conoscenza del servizio su di lui.

SPY GAME Di Carlo Tecce e Lorenzo Vendemiale Immagini Cristiano Forti, Carlos Dias, Paco Sannino, Dario D’India, Chiara D’ambros Montaggio Marcelo Lippi

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Dal 2001 al 2005 Maurizio Gasparri è stato ministro delle Comunicazioni nel governo Berlusconi. Proprio in quegli anni, lo Stato cede un suo asset strategico, l’azienda Telit. Telit nasce a Trieste nel 1986, per opera di un gruppo di esperti militari. All’inizio produceva telefoni portatili, poi si è specializzata nella ricerca e nella tecnologia wireless. Nel 2003, quando Gasparri è ministro viene acquistata dalla israeliana Dai Telecom, guidata da Oozi Cats

CARLO TECCE Lei, finito il mandato di ministro delle Comunicazioni del governo Berlusconi, entrò nel cda di Telit.

MAURIZIO GASPARRI – CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Per qualche tempo. Restiamo sulle domande che dobbiamo fare, questa domanda non era prevista.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Alle domande non previste, anche se di interesse pubblico visto il suo ruolo, preferisce non rispondere. Ma è proprio in Telit che Gasparri stringe i rapporti con le persone che oggi lo hanno voluto in Cyberealm, una scatola societaria che detiene quote di altre aziende, specializzate nel campo della sicurezza informatica e della difesa contro gli attacchi hacker.

CARLO TECCE E chi l'ha introdotta in questa società? Chi l'ha nominata?

MAURIZIO GASPARRI – CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Conosco le persone che animano questa società da decenni, quindi hanno ritenuto che la mia competenza potesse essere utile per ruoli appunto di consulenza

STEFANO CAPACCIOLI - COMMERCIALISTA E REVISORE LEGALE Nel verbale di nomina risulta, tra gli altri poteri conferiti, anche quello di curare e gestire i rapporti istituzionali.

LORENZO VENDEMIALE Dovrebbe curare i rapporti istituzionali per Cyberealm con le istituzioni di cui fa parte.

STEFANO CAPACCIOLI - COMMERCIALISTA E REVISORE LEGALE Così è scritto nel verbale di nomina.

MAURIZIO GASPARRI – CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Nessun ruolo operativo. Il presidente dà dei pareri, dei consigli su quelle che possono essere le scelte strategiche.

CARLO TECCE Gasparri presidente che ha rapporti con Gasparri senatore

MAURIZIO GASPARRI – CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Con chiunque si occupi di cose che possono interessare a questo gruppo

CARLO TECCE Relazioni anche con la politica

MAURIZIO GASPARRI – CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Potrebbe capitare. Adesso non ricordo incontri con dei politici, però è chiaro che si parla con chiunque

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Gasparri non li nomina, immaginiamo perché i suoi compagni d’avventura non sono degli imprenditori qualsiasi. Il titolare della società è l’italoisraeliano Leone Ouazana, che è stato a lungo direttore delle relazioni istituzionali di Telit e che oggi svolge attività di interesse nazionale nel suo Paese.

LEONE OUAZANA – PROPRIETARIO DI CYBEREALM Eccomi, ci siamo, ci siamo. Intanto vi ringrazio, mi presento: sono Leone Ouazana. Dunque premessa, come le ho anticipato, io faccio attività abbastanza sensibile e delicata qui in Israele. Io adesso mi vedete, io adesso rientro dentro, continuo in vocale.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Il titolare della società di cui Gasparri è presidente rientra nella War Room, in quanto sta gestendo attività sensibili nell’ambito del conflitto israelo palestinese

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Ma Report ha scoperto che dietro Cyberealm si nasconderebbe anche un altro discusso imprenditore israeliano, molto legato a Ouazana. Si tratta di Oozi Cats, ex n.1 di Telit fino al 2017, quando viene travolto da uno scandalo: emerge che all’inizio degli Anni Novanta, quando viveva negli Stati Uniti sotto un’altra identità, Cats era finito sotto indagine dell’Fbi per una frode da 5 milioni di dollari su mutui di immobili dal valore gonfiato. Dopo lo scandalo americano, Cats viene cacciato da Telit. Sparisce dai radar. Riemerge dal nulla a Viterbo, alla fine del 2022, quando tenta di acquistare la Viterbese.

MARCO ARTURO ROMANO – PRESIDENTE A.S. VITERBESE CALCIO La trattativa è stata brevissima. si è arenata perché non è stato raggiunto un accordo economico

LORENZO VENDEMIALE Ovviamente voi vi siete incontrati.

MARCO ARTURO ROMANO – PRESIDENTE A.S. VITERBESE CALCIO Sì sì ci siamo incontrati 3 o 4 volte.

LORENZO VENDEMIALE Lui parla italiano?

MARCO ARTURO ROMANO – PRESIDENTE A.S. VITERBESE CALCIO No no, parlavamo inglese. C'era una persona pure lui di religione ebraica che parlava italiano.

LORENZO VENDEMIALE E si ricorda come si chiamava

MARCO ARTURO ROMANO – PRESIDENTE A.S. VITERBESE CALCIO sì sì Leone.

LORENZO VENDEMIALE Leone Ouazana

MARCO ARTURO ROMANO – PRESIDENTE A.S. VITERBESE CALCIO Io adesso non ricordo il cognome, non ricordo sinceramente… Sì, penso che fosse lui

LORENZO VENDEMIALE Ah, vede, com'è piccolo il mondo… Politica? In questa trattativa ci sono mai stati contatti politici.

MARCO ARTURO ROMANO – PRESIDENTE A.S. VITERBESE CALCIO No, no. C'è un vabbè poi glielo dico poi lo dico magari in separata sede..no no no no non glielo dico… vabbè, diciamo che un minimo di contatto con la politica… cioè nel senso loro si vantavano di avere rapporti politici.

LORENZO VENDEMIALE ah sì. con chi?

MARCO ARTURO ROMANO – PRESIDENTE A.S. VITERBESE CALCIO e non glielo posso dire

LORENZO VENDEMIALE Gasparri?

MARCO ARTURO ROMANO – PRESIDENTE A.S. VITERBESE CALCIO Se lei lo sa, se lo dice vuol dire che lo sa

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Adesso Report scopre che Oozi Cats sarebbe di nuovo attivo in Italia, come rappresentante occulto della società Cyberealm, in un incontro ufficiale all’Agenzia delle Dogane favorito dallo stesso Gasparri.

FONTE AGENZIA DELLE DOGANE A luglio la società Cyberealm ci ha chiesto un appuntamento. Volevano presentarci un particolare software informatico che catalogava le merci. Poi l’affare non si è concluso perché il programma non ci ha convinto, sia per le funzioni e soprattutto per il costo

CARLO TECCE Chi ha partecipato all’incontro?

FONTE AGENZIA DELLE DOGANE Alla segreteria del direttore Alesse sono stati registrati due nomi: un certo Arik Ben Haim, mai sentito primo. E Oozi Cats

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO L’altro rappresentante di Cyberleam è Arik Ben Haim: in Italia nessuno sa chi sia, ma Report è riuscita a ricostruire la sua identità. Si tratta di un ex dirigente al vertice dei servizi segreti israeliani, che in pensione si è dedicato all’attività imprenditoriale. Ora è stato richiamato dal governo e proprio in questi giorni è coinvolto nella gestione del conflitto contro Hamas.

LORENZO VENDEMIALE Ministro Report, buonasera

ANTONIO TAJANI - MINISTRO DEGLI ESTERI E SEGRETARIO DI FORZA ITALIA Che è successo.

LORENZO VENDEMIALE Volevo sapere che cosa pensa del caso di Gasparri e della società di cybersicurezza

ANTONIO TAJANI - MINISTRO DEGLI ESTERI E SEGRETARIO DI FORZA ITALIA Uh, mamma mia! E che cosa penso!

LORENZO VENDEMIALE Lei però è ministro degli esteri… lei trova normale che … 1.53 un vicepresidente del Senato abbia legami con una società attorno a cui ci sono persone vicini ai servizi di un altro Paese?

ANTONIO TAJANI - MINISTRO DEGLI ESTERI E SEGRETARIO DI FORZA ITALIA Non mi pare sia vietato dalla legge

LORENZO VENDEMIALE Ma lei lo trova normale, cioè lei è contento che un membro del suo partito abbia questo genere di relazioni

ANTONIO TAJANI - MINISTRO DEGLI ESTERI E SEGRETARIO DI FORZA ITALIA Non è che io devo essere contento o non contento…

LORENZO VENDEMIALE Lei lo sapeva, voi lo sapevate? Almeno nel partito ve lo aveva dichiarato?

ANTONIO TAJANI - MINISTRO DEGLI ESTERI E SEGRETARIO DI FORZA ITALIA Uno fa le domande, non è mica un interrogatorio

LORENZO VENDEMIALE ma non mi ha risposto

CARLO TECCE Senatore, lei sapeva che Cyberealm ha uomini legati ai servizi segreti di un paese straniero?

CARLO TECCE Lo sapeva quando li introduceva nelle istituzioni italiane?

CARLO TECCE Senatore, un’ultima domanda: Cyberleam ha rapporti con i servizi segreti?

CARLO TECCE Senatore, solo una domanda, la domanda è semplice. Quando lei ha introdotto Cyberleam nelle istituzioni sapeva che dentro e attorno a Cyberleam ci sono rappresenti o collaboratori di servizi di intelligence straniera?

MAURIZIO GASPARRI Sto parlando di cose private con un amico. C’è la privacy lo sa? Sto parlando con lui di fatti miei.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Gasparri è presidente di una società che ha direttamente o indirettamente relazioni con lo Stato. Ma questa carica non l’ha dichiarata al parlamento

CARLO TECCE Nella dichiarazione sulla situazione patrimoniale del Senato questa carica non è menzionata

MAURIZIO GASPARRI – CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO La legge prevede che siano da indicare funzioni di amministratore o di sindaco. Io non sono né sindaco né svolgo funzioni di amministratore.

CARLO TECCE qui lei cita che è membro del Cda della Fondazione Alleanza Nazionale. Potrebbe anche citare che è membro del cda...

MAURIZIO GASPARRI – CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Sì perché è un incarico politico... si potrà anche citare, però non ha...

CARLO TECCE Ma poi non succede nulla perché le leggi sono più che permissive

MAURIZIO GASPARRI – CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Guardi ne stiamo parlando in televisione e quindi non c'è nulla da nascondere

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Ora il capogruppo del Movimento 5 stelle, Stefano Patuanelli, vuole portare il caso in Senato, di cui Maurizio Gasparri è stato vicepresidente fino alla settimana scorsa. Senza questo passo indietro, sarebbe stato membro del Consiglio di presidenza che valuta la condotta dei parlamentari, e quindi anche la sua. Mentre la giunta per le elezioni valuta l’eventuale incompatibilità tra le cariche. In compenso, Gasparri ora è diventato capogruppo di Forza Italia, e rimane in Vigilanza Rai dove si è spesso lamentato delle inchieste di Report fino ad arrivare a una convocazione il 7 novembre scorso. Quando però era già a conoscenza da circa 20 giorni della nostra inchiesta su di lui

MAURIZIO GASPARRI - SENATORE FORZA ITALIA guardi, vuole un po’ di cordiale? Non si preoccupi, non si scomponga. C’ho anche la carota se qualcuno c’ha paura della Commissione di vigilanza

CARLO TECCE Senatore lascia la Vigilanza Rai?

MAURIZIO GASPARRI Quando mai! Non lascerò mai la Vigilanza.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Andremo all’origine della carota. Il senatore ci ha convocato in Commissione di Vigilanza Rai il 7 novembre scorso quando già sapeva da oltre 20 giorni che noi stavamo realizzando un’inchiesta su di lui. Sapeva che avevamo scoperto che era presidente di una società di Cybersecurity e che i collaboratori di questa società chiari e anche occulti erano in qualche modo legati ai servizi segreti di un Paese straniero. Tuttavia in commissione di Vigilanza ci ha attaccato, ha denigrato Report, e il giorno successivo ha in qualche modo denunciato la rai per dei commenti che sono stati messi sui nostri social contro di lui. Poi il giorno successivo h anche detto sempre in commissione di vigilanza che Report stava realizzando un servizio per vendetta per l’audizione. Cosa che non è vera, lo sapeva benissimo erano oltre 20 giorni che stavamo realizzando questa inchiesta. E poi ha usato l’istituto dell’interrogazione parlamentare si è rivolto al ministro della Giustizia Nordio sollecitando a inviare gli spettori presso le procure che stavano indagando sul sottoscritto e su Report. Il Senatore Gasparri si è dimesso dal ruolo di vicepresidente del senato, in questi giorni è stato nominato capogruppo di Forza Italia, è stata una scelta opportuna perché il senatore Gasparri in qualità di vicepresidente del Senato sarebbe entrato nel consiglio di presidenza che avrebbe dovuto giudicare il comportamento del senatore Gasparri. Lui dice io ho un ruolo come presidente in questa società che non è operativo e quindi non è incompatibile. Però intanto avrebbe dovuto comunicarlo per legge. E poi i regolamenti dicono altro, che proprio per mancata trasparenza ci sono delle sanzioni che possono andare dal provvedimento disciplinare alla decadenza, solo che dovrebbero giudicare gli stessi componenti della sua maggioranza. Poi ci sarebbe una gravità sostanziale. Il senatore Gasparri è nelle commissioni Esteri e Difesa oltre che in quella sulla Vigilanza Rai, e svolge un ruolo di rappresentante di relazioni istituzionali in una società che fa cyber security, dove operano dei collaboratori in chiaro e anche occulti legati agli apparati di sicurezza di un Paese straniero. E questa società opera direttamente e indirettamente con la Pubblica amministrazione, con lo Stato. Tutto questo è normale? Ce lo chiediamo e lo chiediamo al Parlamento. Report tornerà con un’altra inchiesta rivelando ulteriori dettagli

Carote e spyware. Report Rai PUNTATA DEL 03/12/2023 

di Lorenzo Vendemiale e Carlo Tecce 

L'inchiesta integrale sugli interessi privati del Senatore Gasparri nella cybersicurezza.

Dopo le anticipazioni degli scorsi giorni, l'inchiesta integrale di Report sugli interessi privati del Senatore Maurizio Gasparri nella cybersicurezza. Report ha scoperto che Gasparri, da vicepresidente del Senato prima e ora da capogruppo di Forza Italia, è stato ed è ancora presidente anche di Cyberealm, una società specializzata nella sicurezza informatica. Ma chi c’è davvero dietro Cyberealm? E qual è il ruolo, mai dichiarato al Parlamento, di Maurizio Gasparri? Dall’inchiesta emerge che l’azienda, in cui operano rappresentanti ufficiali e occulti vicini ad apparati stranieri, ha rapporti diretti e indiretti con le nostre istituzioni.
 

- La nota Atlantica Cyber Security a Report

- La nota di Deloitte smentisce Atlantica Cyber Security


 

- La nota Atlantica Cyber Security a Report

Queste sono le risposte del gruppo Atlantica alle nostre domande arrivate in redazione venerdì 1 dicembre 2023. 1. Atlantica Digital e Atlantica Cyber Security, acquistate da un veicolo riconducibile a un gruppo francese, hanno notificato a Palazzo Chigi, come previsto dalla normativa sul Golden Power, le operazioni societarie concluse nel 2022 riguardanti anche l’acquisto del 25% di Cyberealm in Atlantica Cyber Security? Sì 2. Il 25% di Cyberealm è stato pagato 1,2 milioni di euro nel giugno 2022, due mesi dopo che le stesse azioni, in altre operazioni, erano state valutate 25.000 euro. Perché l’acquirente SM4, proprietaria di Atlantica, ha ritenuto di valorizzare così tanto quella quota? Premettiamo che i soci di Atlantica Cyber Security per creare il SOC e avviare la società hanno versato in proporzione oltre al capitale di 100.000 € un importo di circa 1 milione di €. A titolo di finanziamento soci. Nel considerare la plusvalenza dell’operazione va quindi considerato l’intero investimento. Il ritorno di 48 volte evocato nella precedente trasmissione non è corretto perché il ritorno reale è di poco più del doppio. Evidenziamo inoltre che la società Atlantica Cyber Security è stata valutata da uno dei principali advisor mondiali sulla base dei valori di mercato per aziende simili, e su modelli ampiamente riconosciuti dal mondo finanziario e dai fondi di private equity per le startup tecnologiche early-stage (ad alto potenziale di crescita). Ad esempio, Cyberoo, CY4Gate, Sababa, società quotate, di piccole dimensioni, e attive nel segmento della cybersecurity in Italia, hanno una capitalizzazione di borsa che esprime multipli del fatturato fino a 10x, di EBITDA (marginalità operativa) in alcuni casi (Sababa) fino a 35x, e addirittura (Cyberoo) 95x gli utili. La precedente operazione fatta al valore nominale tra i soci di Atlantica Digital non è una cessione ma una ridistribuzione delle quote tra gli stessi soci e quindi non paragonabile. 3. Quali strutture/conoscenze Cyberealm ha conferito in Atlantica Cyber Security e quali servizi fornisce? Cyberealm non ha conferito nessuna struttura né conoscenza ad a Atlantica Cyber Security e non fornisce nessun servizio. 4. Il Security Operation Center (Soc) di Atlantica Cyber Security è già operativo? Ha già clienti? Quale è stato il contributo tecnologico e/o finanziario di Cyberealm e di C4gate del gruppo Elettronica spa? Il SOC di Atlantica è operativo dal 2020 e ovviamente ha dei clienti. Cyberealm come già detto non ha dato nessun contributo tecnologico a Atlantica Cyber Security. Ha partecipato, come detto in precedenza, in proporzione al finanziamento soci di circa 1.000.000 € in Atlantica Cyber Security. CY4Gate è un fornitore/partner tecnologico di Atlantica Cyber Security . 5. Qual è il ruolo di Atlantica Cyber Security nella gara Consip CIG 8884642E81 vinta dal raggruppamento Deloitte-Ye? Nessun ruolo. Atlantica non ha partecipato alla gara 6. Come è nata la collaborazione col raggruppamento Deloitte-Ey? Corrisponde al vero che è stata l’azienda Atlantica Cyber Security a proporre alle due multinazionali di partecipare alla gara mettendo a disposizione le sue capacità nel settore? Non c’è nessuna collaborazione con il raggruppamento Deloitte-EY. Certamente due multinazionali di quel calibro non hanno bisogno di una piccola società per partecipare ad una gara di diverse decine di milioni di €. Le capacità di Atlantica ed i suoi servizi sono a disposizione di tutti gli operatori del settore che desiderano acquistarle secondo un modello ampiamente diffuso nelle società digitali. 7. In merito alla gara Consip, quali software fornisce Atlantica Cyber Security? Ci risulta che fin qui il servizio, identificato con CIG 8884642E81, sia stato fornito alle Regioni Puglia, Friuli, Veneto, al ministero del Turismo, all’agenzia Agid, alla Polizia di Stato. Ci sono altre pubbliche amministrazioni che hanno aderito? Ripetiamo; Atlantica Cyber Security non ha mai fornito nessun sotware in merito alla gara Consip. 8. Come mai il ruolo di Atlantica Cyber Security non è stato segnalato a Consip? Atlantica non ha mai avuto nessun ruolo nella gara Consip 9. Gli amministratori e i dirigenti di Atlantica Cyber Security e la stessa azienda sono dotati di Nulla osta sicurezza (Nos)? La società e il gruppo non lavorano su progetti che implicano la trattazione di informazioni classificate “riservatissimo” o superiore.


 

- La nota di Deloitte smentisce Atlantica Cyber Security

Gentilissimi, vi contattiamo dalla redazione di Report, il programma di Rai3, perché nella prossima puntata di domenica 2 dicembre ci occuperemo di cyber sicurezza e anche dei servizi di penetration test. A questo proposito, vi scriviamo perché avremmo bisogno di alcune informazioni in merito alla gara Consip – lotto 2 vinta dalla vostra azienda Deloitte in raggruppamento con EY. In particolare, la società Atlantica Cyber Security (p.i. 15806171003), di cui ci occuperemo diffusamente nel nostro servizio, nel suo bilancio 2022 scrive che “la società, avendo proposto al raggruppamento Deloitte-EY di rispondere al lotto 2 della convenzione, questo ha generato l'assegnazione di una nuova convenzione CONSIP SPC Cloud, sul tema dei Vulnerability Assessment e Penetration Test. La soluzione adottata dalla Atlantica Cyber Security, ha ridotto notevolmente il costo di questi servizi. Il raggruppamento è risultato vincente e il valore stimato in questo lotto per questa attività è di circa 7milioni di euro su 3 anni. Il raggruppamento utilizzerà il nostro servizio per rispondere alle PAL che faranno richiesta”. Vorremmo quindi sapere dalla vostra azienda: - Qual è il ruolo di atlantica cyber security nella gara Consip CIG 8884642E81 vinta dal raggruppamento Deloitte-EY? - Come è nata questa collaborazione? Corrisponde al vero che è stata l’azienda Atlantica Cyber Security a proporvi di partecipare alla gara? - Quale software fornisce Atlantica? - Come mai il ruolo di Atlantica non è segnalato a Consip nell’offerta tecnica? - A quali amministrazioni pubbliche è stato fin qui erogato il servizio? Per esigenze di produzione, vi chiediamo di rispondere entro e non oltre le ore 18 di oggi, giovedì 30 novembre. Per qualsiasi motivo potete contattare direttamente l’autore del servizio, Lorenzo Vendemiale, al numero xxxxxxx Certi di una vostra collaborazione, cordiali saluti, Redazione Report -Rai3 Gentilissimi, facciamo seguito alla vostra richiesta in calce per segnalare, anzitutto, che Deloitte Risk Advisory S.r.l. S.B. apprende soltanto adesso del passaggio da voi riportato e contenuto nel bilancio 2022 della società in questione. In relazione a tale circostanza evidenziamo che Deloitte Risk Advisory S.r.l. S.B. svolgerà le dovute valutazioni al fine di tutelare i propri interessi. Rispetto alla gara in oggetto si precisa inoltre che, il Raggruppamento Temporaneo di Imprese (RTI) composto da Deloitte Risk Advisory S.r.l. S.B. (in veste di Mandataria) - EY Advisory S.p.A. e Teleco S.r.l. (in veste di Mandanti) ha sottomesso la propria offerta in data 7/10/2021. La gara è stata aggiudicata al Raggruppamento da CONSIP in via non efficace in data 26/01/2022 ed in via definitiva in data 16/03/2022. La società Atlantica Cyber Security non ha rivestito alcun ruolo né in sede preliminare di costituzione del RTI, né in sede di elaborazione della proposta, né nell’esecuzione dei contratti afferenti alla gara stessa. Per completezza segnaliamo che la società Atlantica Cyber Security ha contattato Deloitte Risk Advisory S.r.l. S.B. (quale Mandataria del RTI) nel mese di maggio 2022 al fine di proporre i propri servizi professionali, al pari di altri operatori del settore, con la finalità di supportare l’RTI nell’esecuzione dei servizi di cui alla Gara. A seguito degli approfondimenti svolti, non si è dato seguito ad alcuna collaborazione con la medesima. Cordiali saluti, Barbara Tagliaferri

CAROTE E SPYWARE. Report Rai Di Lorenzo Vendemiale e Carlo Tecce Immagini di Cristiano Forti, Carlos Dias, Fabio Martinelli, Dario D’india, Paco Sannino, Chiara D’ambros Ricerca immagini Tiziana Battisti Montaggio Marcelo Lippi, Raffaella Paris Grafiche Giorgio Vallati

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Il 7 novembre il senatore Gasparri ci convoca in Vigilanza Rai. Il pretesto è l'inchiesta di Report sull’eredità di Berlusconi andata in onda qualche giorno prima. Ma poi in commissione denigra il lavoro di Report.

MAURIZIO GASPARRI - CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Guardi, vuole un po’ di cordiale? Non si preoccupi, non si scomponga. C’ho anche la carota se qualcuno c’ha paura della Commissione di vigilanza. LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Non soddisfatto il giorno dopo annuncia di aver denunciato Report e la Rai, per alcuni commenti violenti apparsi sui nostri social. Poi il 15 novembre annuncia in Vigilanza che Report sta realizzando un’inchiesta su di lui per vendicarsi dell’audizione in cui aveva mostrato la carota.

MAURIZIO GASPARRI - CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Credo anche che il mio partito e Fratelli d’Italia nella trasmissione di Report sono in testa come spazio. io ho anche una puntata di denigrazione nei giorni prossimi da parte di Ranucci; quindi, avrò una puntata personale giustamente per vendetta perché poi l'uso del servizio pubblico per vendetta è un privilegio che hanno i Ranucci della situazione.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Quello che dice non corrisponde al vero. Il senatore Gasparri, all’epoca di questa dichiarazione era vicepresidente del senato, è membro della commissione di Vigilanza Rai, membro della commissione difesa ed esteri, sapeva un mese prima, oltre un mese prima della convocazione in commissione di vigilanza Rai, quando ci ha mostrato la carota che Report stava realizzando un’inchiesta su di lui. Ecco, questo documento del 27 settembre dove mandiamo le domande a Gasparri, lo prova e quindi non può parlare di un’inchiesta realizzata per vendetta. Cosa ha scoperto Report? Che Gasparri è presidente dal 2021 di una società che si occupa di cybersecurity e, intorno a questa società ruotano dei personaggi in chiaro e anche occulti che sono legati agli apparati di sicurezza di un paese straniero, Israele in particolare. E che cosa fa Gasparri per queste persone, per questa società? Fa il lobbista, stasera mostreremo il documento che prova questa attività, cioè cerca di favorire gli incontri tra enti pubblici direttamente o anche indirettamente con questi personaggi che hanno tra i loro prodotti anche dei software di spionaggio molto invasivi. Ora Gasparri avrebbe dovuto comunicare al senato questa sua attività di lobby già dal 2021. Avrebbe dovuto dirlo alla giunta delle elezioni. Particolare non trascurabile però è che il presidente della giunta del 2021 era Gasparri stesso. Ecco, per questo, questo suo ruolo è rimasto nell’ombra fino a quando Report l’ha scoperto. I nostri Lorenzo Vendemiale e Carlo Tecce.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Dal 2001 al 2005 Maurizio Gasparri è stato ministro delle Comunicazioni nel governo Berlusconi. Proprio in quegli anni, lo Stato cede un suo asset strategico, l’azienda Telit

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Telit nasce a Trieste nel 1986, per opera di un gruppo di esperti militari. All’inizio produceva telefoni portatili, poi si è specializzata nella ricerca e nella tecnologia wireless. Nel 2003, quando Gasparri è ministro, smette di essere italiana: piena di debiti, viene acquistata dalla israeliana Dai Telecom, guidata da Oozi Cats, e si quota alla Borsa di Londra. Ed è qui che, terminato il mandato da ministro, Gasparri diventa consigliere della nuova Telit.

CARLO TECCE Lei, finito il mandato di ministro delle Comunicazioni del governo Berlusconi, entrò nel cda di Telit

MAURIZIO GASPARRI - CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Per qualche tempo. Restiamo sulle domande che dobbiamo fare, questa domanda non era prevista.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Alle domande non previste, anche se di interesse pubblico visto il suo ruolo, preferisce non rispondere. Ma è proprio in Telit che Gasparri stringe i rapporti con le persone che oggi lo hanno voluto alla presidenza di Cyberealm, una scatola societaria che detiene quote di altre aziende, specializzate nel campo della sicurezza informatica e della difesa contro gli attacchi hacker

CARLO TECCE E chi l'ha introdotta in questa società? Chi l'ha nominata?

MAURIZIO GASPARRI - CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Conosco le persone che animano questa società da decenni, li ho conosciuti per come lavorano nel settore delle telecomunicazioni già vent'anni fa, quando ero ministro; quindi, hanno ritenuto che la mia competenza potesse essere utile per ruoli appunto di consulenza.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Gasparri non li nomina, immaginiamo perché i suoi compagni d’avventura non sono degli imprenditori qualsiasi. Il titolare della società è l’italo israeliano Leone Ouazana, che è stato a lungo direttore delle relazioni istituzionali di Telit e che oggi svolge attività di interesse nazionale nel suo Paese. Al punto che, quando lo raggiungiamo telefonicamente, si trova in Israele e non può nemmeno apparire in video, se non per pochi secondi.

LEONE OUAZANA - PROPRIETARIO DI CYBEREALM Eccomi, ci siamo, ci siamo. Intanto vi ringrazio, mi presento: sono Leone Ouazana. premessa, come le ho anticipato, io faccio attività abbastanza sensibile e delicata qui in Israele. Io adesso mi vedete, io adesso rientro dentro, continuo in vocale.

LORENZO VENDEMIALE Non riesce a tenere due minuti il video?

LEONE OUAZANA - PROPRIETARIO DI CYBEREALM No, no, no. Non sono autorizzato.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Il titolare della società di cui Gasparri è presidente rientra nella War Room, sta gestendo attività sensibili nell’ambito del conflitto israelo palestinese. Ma Report ha scoperto che dietro Cyberealm si nasconderebbe anche un altro discusso imprenditore israeliano, molto legato a Ouazana. Si tratta di Oozi Cats, ex n.1 di Telit fino al 2017, quando viene travolto da uno scandalo: emerge che all’inizio degli Anni Novanta, quando viveva negli Stati Uniti con un’altra identità, Cats era finito sotto indagine dell’Fbi per una frode da 5 milioni di dollari su mutui di immobili dal valore gonfiato. A rivelare la storia in Italia è il giornalista Stefano Feltri.

CARLO TECCE Oozi Cats o Uzi Kaz, qual è la storia di questo controverso imprenditore israeliano?

STEFANO FELTRI - GIORNALISTA Uzi Katz era un imprenditore attivo nel settore immobiliare negli Stati Uniti, sposato con una certa Ruth che poi finisce nei guai con la giustizia americana. Lo cercano per delle presunte frodi sui mutui su cui si compravano una casa poi un'altra e lucrava sulle differenze dei mutui e l'ultima informazione per la giustizia americana sono del ‘99 in cui lui risultava un fuggitivo. Poi riappare un certo Oozi Cats, scritto con due “o”, in Europa, attivo nel settore delle telecomunicazioni, anche lui è sposato con una certa Ruth. Il primo Uzi Katz era sparito, ma in realtà come abbiamo rivelato sul Fatto Quotidiano nel 2017 erano la stessa persona, ma Oozi Cats aveva tenuto nascosto questo suo passato problematico e quindi quando l'abbiamo rivelato la sua seconda carriera è finita.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Dopo lo scandalo americano, Cats viene cacciato da Telit. Sparisce dai radar. Riemerge dal nulla a Viterbo, alla fine del 2022, quando tenta di acquistare la Viterbese, la squadra dove per alcuni mesi ha anche giocato suo figlio calciatore. Anche qui, è accompagnato da un certo Leone…

MARCO ARTURO ROMANO - PRESIDENTE U.S. VITERBESE La trattativa è stata brevissima. si è arenata perché non è stato raggiunto un accordo economico.

LORENZO VENDEMIALE Ovviamente voi vi siete incontrati.

MARCO ARTURO ROMANO - PRESIDENTE U.S. VITERBESE Sì, sì ci siamo incontrati 3 o 4 volte. c'era una persona che parlava italiano.

LORENZO VENDEMIALE E si ricorda come si chiamava.

MARCO ARTURO ROMANO - PRESIDENTE U.S. VITERBESE Sì, sì Leone. LORENZO VENDEMIALE Leone Ouazana.

MARCO ARTURO ROMANO - PRESIDENTE U.S. VITERBESE Io adesso non ricordo il cognome, non ricordo sinceramente… Sì, penso che fosse lui.

LORENZO VENDEMIALE Ah, vede, com'è piccolo il mondo… Politica? ci sono mai stati contatti politici.

MARCO ARTURO ROMANO - PRESIDENTE U.S. VITERBESE No, no. C'è un vabbè poi glielo dico poi lo dico magari in separata sede...no no no no non glielo dico… loro si vantavano di avere rapporti politici.

LORENZO VENDEMIALE Ah, sì? con chi?

MARCO ARTURO ROMANO - PRESIDENTE U.S. VITERBESE E non glielo posso dire.

LORENZO VENDEMIALE Gasparri?

MARCO ARTURO ROMANO - PRESIDENTE U.S. VITERBESE Se lei lo sa, se lo dice vuol dire che lo sa.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Adesso Report scopre che Oozi Cats sarebbe di nuovo attivo in Italia, come rappresentante occulto della società Cyberealm, in un incontro ufficiale all’Agenzia delle Dogane, favorito dallo stesso Gasparri.

FONTE AGENZIA DELLE DOGANE A luglio la società Cyberealm ci ha chiesto un appuntamento. Volevano presentarci un particolare software informatico che catalogava le merci. Poi l’affare non si è concluso perché il programma non ci ha convinto, sia per le funzioni e soprattutto per il costo.

CARLO TECCE Chi ha partecipato all’incontro?

FONTE AGENZIA DELLE DOGANE Sono stati registrati due nomi: un certo Arik Ben Haim, mai sentito primo. E Oozi Cats. LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO L’altro rappresentante di Cyberealm è Arik Ben Haim: in Italia nessuno sa chi sia, ma Report è riuscita a ricostruire la sua identità. Si tratta di un ex dirigente al vertice dei servizi segreti israeliani, che in pensione si è dedicato all’attività imprenditoriale. Ora è stato richiamato dal governo e proprio in questi giorni è coinvolto nella gestione del conflitto contro Hamas. Anche Leone Ouazana conferma la sua presenza, smentendo però quella di Oozi Cats.

LEONE OUAZANA - PROPRIETARIO DI CYBEREALM Io sono andato con Arik Ben Haim, Oozi Cats non è mai venuto all'Agenzia delle Dogane. Oozi Cats è un amico esterno e non ha nessun ruolo e nessuna attività con noi. Ho presentato un'azienda israeliana che fa un'attività particolare per il mondo delle dogane. Non è andata a nessun fine, non è andata da nessuna parte, quindi…

LORENZO VENDEMIALE Posso chiederle quale società israeliana.

LEONE OUAZANA - PROPRIETARIO DI CYBEREALM No, perché le aziende di cyber sicurezza israeliane sono abbastanza riservate

LORENZO VENDEMIALE Ci era stato detto anche che quell'incontro era stato anticipato da una chiamata introduttiva del senatore Gasparri.

LEONE OUAZANA - PROPRIETARIO DI CYBEREALM Questo io non glielo posso dire perché io non seguo le telefonate introduttive.

LORENZO VENDEMIALE Come mai lei ha scelto il senatore Gasparri come presidente della società? Che cosa fa lui per voi?

LEONE OUAZANA - PROPRIETARIO DI CYBEREALM Lui in realtà mi aiuta a capire lo scenario italiano nel settore della sicurezza.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Cioè Gasparri è anche membro della commissione difesa ed esteri e aiuta un soggetto straniero legato ai servizi israeliani a capire lo scenario della sicurezza del nostro Paese. Gasparri è anche il presidente di una società che manda un uomo vicino al Mossad a presentare software israeliani alla nostra Pubblica amministrazione. Dietro l’ombra ingombrante del discusso Oozi Cats

CARLO TECCE Il tema è quello dell’altra volta, il suo incarico in Cyberealm.

MAURIZIO GASPARRI - CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Ho già risposto.

CARLO TECCE Dobbiamo integrarlo.

MAURIZIO GASPARRI - CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Ho già risposto

CARLO TECCE Abbiamo una novità.

MAURIZIO GASPARRI - CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Mi dica la novità.

CARLO TECCE Volevo sapere di Oozi Cats.

MAURIZIO GASPARRI - CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Qual è il problema?

CARLO TECCE Lei conosce Oozi Cats.

MAURIZIO GASPARRI - CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Si certo, conosco tanta gente.

CARLO TECCE Lui lavora per Cyberealm, no?

MAURIZIO GASPARRI - CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO È un imprenditore.

CARLO TECCE Quindi collabora anche con voi?

MAURIZIO GASPARRI - CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Mah, le mie collaborazioni sono molto episodiche e molto occasionali.

CARLO TECCE Ma che ruolo ha in Cyberealm Oozi Cats.

MAURIZIO GASPARRI - CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO È un imprenditore, questo lo deve chiedere a Cats.

CARLO TECCE Ma si ricorda che Cats fu costretto a dimettersi da Telit perché si scoprì che lui aveva cambiato identità.

MAURIZIO GASPARRI - CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Questo non è un problema che riguarda me, chiedete a Cats della sua identità, non è un problema che riguarda me.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO E noi lo abbiamo chiesto anche a Oozi Cats.

OOZI CATS - IMPRENDITORE Si sono inventati una storia su qualcosa accaduta 30 anni fa per farmi fuori!

LORENZO VENDEMIALE Sta dicendo che non era lei la persona coinvolta nell’inchiesta?

OOZI CATS - IMPRENDITORE No, no, la persona ero io, e ci fu un’indagine, ma fu chiusa senza nessun addebito a mio carico. Prima e dopo sono andato decine di volte negli Stati Uniti, non sono mai stato un ricercato.

LORENZO VENDEMIALE Che cosa ci faceva lo scorso luglio alle Dogane per conto di Cyberealm?

OOZI CATS - IMPRENDITORE non sono mai stato all’Agenzia delle Dogane in tutta la mia vita. Questo è un fatto e non può essere messo in dubbio. Leone Ouazana è un mio amico, come Gasparri, ma non sono coinvolto nella società.

LORENZO VENDEMIALE Eppure, il suo nome è stato registrato, insieme a un altro, quello di Arik Ben Haim

OOZI CATS - IMPRENDITORE Ho già risposto. Per quanto riguarda Ben Haim, lo conosco molto bene, l’ho presentato io a Leone Ouazana, non so che cosa faccia per loro.

LORENZO VENDEMIALE Non è inopportuno che il vicepresidente del Senato italiano sia a capo di una società che manda un ex agente dei servizi segreti a presentare software israeliani alle nostre istituzioni.

 OOZI CATS - IMPRENDITORE Trovo il vostro punto di vista un po’ ingenuo: se sei il presidente di una compagnia che si occupa di cybersicurezza e fai anche parte del governo italiano, dovresti essere molto interessato ad ascoltare l’opinione di una persona come Arik Ben Haim…

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Interessati forse, preoccupati certamente. Il perché lo spiega bene proprio un Gasparri d’annata. A gennaio 2016 il senatore criticava la possibile nomina di Marco Carrai, imprenditore del giglio magico di Renzi, a capo dell’Agenzia per la Cyber Security.

MAURIZIO GASPARRI - DA L’ARIA CHE TIRA DEL 19.01.2016 Renzi, dicci che questa cosa non è vera, perché mettere l’amichetto tuo a gestire tutti i flussi di notizie, perché uno che si occupa della sicurezza informatica poi può dire ‘non funziona, mi fai vedere in quel file che c’è’,.

CARLO TECCE Senatore, lei sapeva che Cyberealm ha uomini legati ai servizi segreti di un paese straniero? Lo sapeva quando li introduceva nelle istituzioni italiane?

CARLO TECCE Senatore, la domanda è solo sui servizi segreti: Cyberealm ha rapporti con i servizi segreti?

CARLO TECCE Senatore, solo una domanda, la domanda è semplice. Quando lei ha introdotto Cyberealm nelle istituzioni sapeva che dentro e attorno a Cyberealm ci sono rappresentanti o collaboratori di servizi di intelligence straniera?

MAURIZIO GASPARRI - CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Sto parlando di cose private con un amico. C’è la privacy lo sa? Sto parlando con lui di fatti miei.

LORENZO VENDEMIALE Ministro Report, buonasera.

ANTONIO TAJANI - MINISTRO DEGLI ESTERI E SEGRETARIO DI FORZA ITALIA Che è successo.

LORENZO VENDEMIALE Volevo sapere che cosa pensa del caso di Gasparri e della società di cybersicurezza.

ANTONIO TAJANI - MINISTRO DEGLI ESTERI E SEGRETARIO DI FORZA ITALIA Uh, mamma mia! E che cosa penso!

LORENZO VENDEMIALE Lei però è ministro degli esteri…lei trova normale che …un vicepresidente del Senato abbia legami con una società attorno a cui ci sono persone vicini ai servizi di un altro Paese?

ANTONIO TAJANI - MINISTRO DEGLI ESTERI E SEGRETARIO DI FORZA ITALIA Non mi pare sia vietato dalla legge.

LORENZO VENDEMIALE Ma lei lo trova normale, cioè lei è contento che un membro del suo partito abbia questo tipo di relazioni.

ANTONIO TAJANI - MINISTRO DEGLI ESTERI E SEGRETARIO DI FORZA ITALIA Non è che io devo essere contento o non contento…

LORENZO VENDEMIALE Lei lo sapeva, voi lo sapevate? Almeno nel partito ve lo aveva dichiarato?

ANTONIO TAJANI - MINISTRO DEGLI ESTERI E SEGRETARIO DI FORZA ITALIA Uno fa le domande, non è mica un interrogatorio.

LORENZO VENDEMIALE Ma non mi ha risposto. LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Il fatto che Gasparri faccia attività di lobby per uomini legati all’intelligence straniera ha allertato il Copasir, che stavolta dovrebbe valutare se il comportamento di un parlamentare mette a rischio la sicurezza nazionale.

CARLO TECCE La società di Gasparri, i suoi legami con i Paesi stranieri, sono materia da Copasir?

ETTORE ROSATO - SEGRETARIO COMITATO PARLAMENTARE PER LA SICUREZZA DELLA REPUBBLICA Qualsiasi materia del Copasir, non è oggetto di discussione pubblica. Qualsiasi cosa fa il Copasir, qualsiasi cosa, non ne parliamo mai, nessuno di noi, per regola. Che facciamo o non facciamo una cosa, neanche quello diciamo

CARLO TECCE Il pensiero lo metterete.

ETTORE ROSATO - SEGRETARIO COMITATO PARLAMENTARE PER LA SICUREZZA DELLA REPUBBLICA Non diciamo neanche i pensieri, proprio fuori dal nostro radar.

CARLO TECCE Gasparri le sembra plausibile che possa essere presidente di una società che si occupa di cyber security.

ETTORE ROSATO - SEGRETARIO COMITATO PARLAMENTARE PER LA SICUREZZA DELLA REPUBBLICA Le regole sono chiare, non le scriviamo qui adesso

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Ma cosa fa Gasparri per questa società intorno a cui ruotano collaboratori ufficiali e occulti, legati ad apparati di sicurezza stranieri?

STEFANO CAPACCIOLI - COMMERCIALISTA E REVISORE LEGALE Nel verbale di nomina risulta, tra gli altri poteri conferiti, anche quello di curare e gestire i rapporti istituzionali.

LORENZO VENDEMIALE Dovrebbe curare i rapporti istituzionali per Cyberealm con le istituzioni di cui fa parte.

STEFANO CAPACCIOLI - COMMERCIALISTA E REVISORE LEGALE Così è scritto nel verbale di nomina.

MAURIZIO GASPARRI - CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Nessun ruolo operativo. Il presidente dà dei pareri, dei consigli su quelle che possono essere le scelte strategiche.

CARLO TECCE Gasparri presidente che ha rapporti con Gasparri senatore.

MAURIZIO GASPARRI - CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Con chiunque si occupi di cose che possono interessare a questo gruppo.

CARLO TECCE Relazioni anche con la politica.

MAURIZIO GASPARRI - CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Potrebbe capitare. Adesso non ricordo incontri con dei politici, però è chiaro che si parla con chiunque.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Gasparri avrebbe dovuto comunicare la carica di presidente di questa società al parlamento, ma fino al giorno della nostra intervista aveva dichiarato solo la sua presenza come membro del cda della fondazione di Alleanza Nazionale.

CARLO TECCE Nella dichiarazione sulla situazione patrimoniale del Senato questa carica non è menzionata.

MAURIZIO GASPARRI - CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO La legge prevede che siano da indicare funzioni di amministratore o di sindaco. Io non sono né sindaco né svolgo funzioni di amministratore.

CARLO TECCE qui lei cita che è membro del Cda della Fondazione Alleanza Nazionale. Potrebbe anche citare che è membro del cda...

MAURIZIO GASPARRI - CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Sì perché è un incarico politico... si potrà anche citare, però non ha...

CARLO TECCE Ma poi non succede nulla perché le leggi sono più che permissive.

MAURIZIO GASPARRI - CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Guardi ne stiamo parlando in televisione e quindi non c'è nulla da nascondere.

SALVATORE CURRERI - PROFESSORE ORDINARIO DIRITTO COSTITUZIONALE UNIVERSITA’ DI ENNA per valutare le situazioni di incompatibilità il parlamentare è tenuto a dichiarare ogni incarico o ufficio ricoperto a qualunque titolo. E questo per permettere alla Giunta delle elezioni di valutare eventuali situazioni di incompatibilità. Non può egli valutare cosa dichiarare e cosa no, non foss'altro perché nessuno è buon giudice di sé stesso. In caso di omissione, certamente c'è una violazione all'articolo 18 del Regolamento per la verifica dei poteri, e una violazione all'articolo due del Codice di condotta dei senatori.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Sulla presunta incompatibilità nel 2021 avrebbe dovuto esprimersi la Giunta per le elezioni, che però della carica non è mai stata informata: il presidente all’epoca era proprio Gasparri.

ETTORE LICHERI - SENATORE M5S - da L’aria che tira del 28.11.2023 Gasparri non poteva mettere la società dentro quell’elenco perché Gasparri faceva e fa lobbysmo, Gasparri è un lobbysta e non potendo mettere quell’azienda ovviamente ha dovuto superare, bypassare quel passaggio. Se avesse segnalato questa cosa ovviamente avremmo, come ha fatto Report, notato che tra i compiti c’era quello di essere referente per gli affari istituzionali, cioè il lobbysta. È scritto, Report non si è inventato nulla

SALVATORE CURRERI - PROFESSORE ORDINARIO DIRITTO COSTITUZIONALE UNIVERSITA’ DI ENNA Sono incompatibili tutte quelle situazioni che metterebbero in difficoltà, in conflitto di interessi, il parlamentare, il quale potrebbe essere condizionato nelle sue scelte dal fatto di avere legami, ad esempio, di carattere economico attraverso queste società. Il parlamentare che viene colto questa situazione di incompatibilità a questo punto deve optare tra le due cariche. Qualora non lo facesse l'assemblea ne può pronunciare la decadenza. Quindi è una sanzione molto grave.

DALL’ASSEMBLEA DEL SENATO DEL 29.11.2023 ETTORE LICHERI - SENATORE M5S Ma di che cosa ha paura?

GIAN MARCO CENTINAIO – VICEPRESIDENTE DEL SENATO Caro senatore, lei sta parlando con un senatore che non ha proprio paura di niente. E proprio per questo motivo ora le tolgo la parola

STEFANO PATUANELLI – CAPOGRUPPO DEL M5S IN SENATO Mai in questa aula si è concordato l’argomento dell’ordine dei lavori. Per questo motivo sull’ordine dei lavori io le anticipo che il Movimento 5 stelle abbandona quest’aula, perché riteniamo che non si possa non dare la parola sull’ordine dei lavori a un senatore che lo richieda.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Gasparri ha comunicato tardivamente il suo incarico con una lettera al presidente Larussa e la Giunta per le elezioni ha aperto un’istruttoria

WALTER VERINI - SENATORE PARTITO DEMOCRATICO Come volevamo, dopo l’inchiesta di Report la giunta delle elezioni si è mossa per fare chiarezza. è interesse delle istituzioni, della trasparenza ma pensiamo anche dello stesso Gasparri.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Senza nessuno che sapesse della sua possibile incompatibilità, nel frattempo Gasparri ha anche partecipato come vicepresidente del senato, in veste istituzionale, al congresso internazionale di cybersecurity, dove ha annunciato investimenti pubblici in un settore in cui lui stesso ha interessi privati.

LUIGI GAROFALO - DA CYBERSEC2023 DEL 1.3.2023 Il senatore Gasparri ci ha inviato una lettera. Vi ringrazio quindi per l’invito. Questo è un tema fondamentale, dice Gasparri, per il nostro Paese, la digitalizzazione della Pa rappresenta una delle principali sfide individuate dalle strategie di ripresa delineate del Pnrr.

LORENZO VENDEMIALE Ora magari viene fuori che la carica è incompatibile. Però intanto sono passati due anni. E adesso che si fa adesso?

SALVATORE CURRERI - PROFESSORE ORDINARIO DIRITTO COSTITUZIONALE UNIVERSITA’ DI ENNA questo certamente è un vulnus che potrebbe essere oggetto di sanzione di carattere disciplinare. In tutto questo poi la valutazione è rimessa sostanzialmente alla maggioranza. Lei capisce che i presupposti di imparzialità sul giudizio vengono meno. D’altra parte, siamo in un Paese in cui la legge si interpreta per gli amici e si applica per i nemici.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO E saranno gli amici della maggioranza alleata di Gasparri a interpretare la legge; vedremo come. Però cosa è successo dopo la nostra puntata? Che Gasparri ha scritto una lettera al vecchio amico del Fronte della Gioventù, presidente del Senato, Ignazio La Russa nella quale ammette insomma la sua presenza in Cyberealm come presidente, scusandosi anche del ritardo. Insomma, un modo un po’ irrituale per ammettere che non aveva comunicato la sua presunta incompatibilità. Il presidente La Russa ha girato la lettera alla Giunta delle Elezioni, presidente Franceschini, PD, che ha incaricato un comitato perché appurasse un’eventuale incompatibilità. Se questa venisse confermata, ci troveremmo di fronte a un caso più unico che raro nella storia della nostra Repubblica perché si tratterebbe di un senatore che ha operato per circa due anni con una grave irregolarità. Però poi la Giunta delle Elezioni dovrà giudicare se incompatibile, anche dovrà decidere qual è la sanzione che può essere una sanzione economica, una sospensione, ma può arrivare fino alla decadenza. Ora però questo ovviamente va di pari passo anche con un altro procedimento che è disciplinare del quale deve occuparsi il Consiglio di Presidenza, cioè quel consiglio formato da tutti i vicepresidenti del Senato del quale avrebbe fatto parte anche Gasparri se non si fosse dimesso poco tempo fa; gli è stato tolto l’imbarazzo di dover giudicare sé stesso. Però, insomma, alla fine Gasparri è presidente di questa società che si occupa di cybersecurity, la Cyberealm. Intorno a questa società ruotano, come abbiamo detto, dei personaggi occulti e in chiaro che sono legati agli apparati di sicurezza di paesi stranieri. Uno di questi occulti che gira è Oozi Cats. Oozi Cats è stato coinvolto in un’inchiesta dell’Fbi su una presunta frode. Lui dice: è stato creato apposta questo caso per farmi fuori da Telit. E allora c’è da chiedersi come mai se è stato fatto fuori da Telit, può girare liberamente qui da noi invece in maniera occulta per fare gli interessi di questa società di cui Gasparri è presidente. E poi abbiamo visto che in maniera occulta opera anche Arik Ben Haim che è un ex dirigente dei servizi di sicurezza israeliani, che è stato richiamato in questi giorni proprio per gestire la fase calda della guerra tra Israele e Palestina. Come anche Ouazana, Leone Ouazana, trovato al telefono proprio nella war-room, mentre era impegnato, a suo dire, in operazioni delicate, sensibili. E lui ci ha dato una risposta, insomma, quella che ci ha sorpreso di più. Gli abbiamo chiesto: ma perché avete scelto come presidente della società proprio Gasparri? Perché, ci spiega lo scenario della sicurezza del vostro Paese, cioè dell’Italia. Ecco. Ci chiediamo se è una cosa normale che un membro della Commissione Difesa ed Esteri, spieghi lo scenario della sicurezza del nostro Paese a uno che è legato agli apparati di sicurezza di un paese straniero. La Cyberealm è una società che è sostanzialmente una scatola vuota; possiede delle quote di un’altra società, l’Atlantica Cyber Security ed è socia di un’altra società, grande, importante nel campo della sicurezza informatica che è Atlantica Digital. Quali sono i prodotti che cerca di piazzare Cyberealm? E in che modo?

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Cyberealm, la società presieduta da Gasparri, è legata a doppio filo con Israele, patria della cybersecurity. Una delle sue attività è proprio introdurre in Italia le tecnologie più avanzate di alcune aziende israeliane. Grazie anche ai colleghi di StartMag, Report è entrato in possesso di una vecchia presentazione di Cyberealm inviata ad alcune compagnie di telecomunicazioni europee, in cui si vedono alcuni dei prodotti proposti dall’azienda. Fra questi, c’è anche Achille, un trojan con veri e propri compiti di spionaggio, molto simile al software-spia Pegaus, diventato tristemente famoso per l’utilizzo nell’omicidio Khashoggi.

FRANCESCO ZORZI - ESPERTO CYBER INTELLIGENCE La cosa che colpisce nella lista di prodotti è che spaziamo da prodotti di monitoraggio o comunque di sicurezza difensiva, con invece soluzioni di intelligence.

LORENZO VENDEMIALE Cioè 007 per intenderci.

FRANCESCO ZORZI - ESPERTO CYBER INTELLIGENCE Sì, praticamente soluzioni d'attacco.

LORENZO VENDEMIALE Attacco vero e proprio?

FRANCESCO ZORZI - ESPERTO CYBER INTELLIGENCE In una slide possiamo anche trovare dei tool hardware per intercettazione massiva che sono attività di fatto vietate.

LORENZO VENDEMIALE Ma a chi possono servire questi software?

FRANCESCO ZORZI - ESPERTO CYBER INTELLIGENCE Ah, usualmente si utilizzano in teatri di conflitto, alcune tipologie di tecnologia sono nella categoria della guerra elettronica. abbiamo anche dei casi purtroppo nella storia in cui queste soluzioni sono state utilizzate ad esempio nell'omicidio del giornalista Khashoggi.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Ma l’attività principale dichiarata da Cyberealm è il possesso delle quote di un’altra società chiamata Atlantica Cyber Security, grazie a cui è protagonista di un affare clamoroso. Nel 2021 Cyberealm chiude il bilancio in rosso di 13mila euro: in pancia ha il 49% di Atlantica Cyber Security, che a sua volta ha perso mezzo milione. Tuttavia, nel 2022 riesce a vendere il 25% delle quote al gruppo francese Smart4, realizzando un incredibile guadagno: la stessa quantità di azioni pochi mesi prima era stata venduta a 25.000€, ma Cyberealm incassa la bellezza di 1,2 milioni.

CARLO TECCE Cosa c'è di anomalo in questa operazione.

STEFANO FELTRI - GIORNALISTA Che la società di cui è presidente Gasparri vende le sue quote di Atlantica Cyber Security a un valore 48 volte superiore a quello a cui quote della stessa azienda erano state scambiate pochi mesi prima. Quindi due possibilità: o è cambiato qualcosa in quell'arco temporale così breve che ha fatto rivedere così drasticamente il valore dell'azienda? Oppure uno dei due soggetti ha fatto un affare a logiche non di mercato?

CARLO TECCE Che fine fanno questi soldi? 1,2 milioni?

STEFANO FELTRI - GIORNALISTA Beh, si capisce che è una plusvalenza un po' inattesa, perché subito la Cyberealm si attribuisce un dividendo non previsto straordinario. Quindi 400.000€ vanno al socio principale, Leone Ouazana.

LORENZO VENDEMIALE Li vale questi soldi questa società?

STEFANO CAPACCIOLI - COMMERCIALISTA E REVISORE LEGALE Guardando i bilanci no, ha avuto perdite nei due anni precedenti, anche abbastanza consistenti.

LORENZO VENDEMIALE quindi o la valutazione è…

STEFANO CAPACCIOLI - COMMERCIALISTA E REVISORE LEGALE Esuberante!

LORENZO VENDEMIALE Oppure evidentemente questa società ha dentro un progetto importante.

STEFANO CAPACCIOLI - COMMERCIALISTA E REVISORE LEGALE Presumibilmente sì.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Atlantica Cyber Security ha realizzato un SOC di ultima generazione: si tratta di una infrastruttura informatica all’avanguardia, con tecnologia israeliana. Praticamente un centro di vigilanza digitale, specializzato in ambito industriale. Recentemente è stato potenziato con un accordo di collaborazione con Cy4gate, società del gruppo Elettronica, attivo nel settore difesa e partecipata dall’azienda pubblica Leonardo. E a proposito di legami con lo Stato, l’azienda di cui la società di Gasparri è azionista avrebbe voluto anche inserirsi in una gara pubblica Consip, per fornire delicati servizi di sicurezza informatica alla Pubblica amministrazione.

STEFANO CAPACCIOLI - COMMERCIALISTA E REVISORE LEGALE Dopo la chiusura dell'esercizio viene riportato il fatto che è stata vinta o hanno partecipato o hanno proposto i propri servizi a un raggruppamento di imprese all'interno di una gara Consip che dovrebbe dare un fatturato di almeno 7 milioni di euro nei prossimi tre anni.

FRANCESCO ZORZI - ESPERTO CYBER INTELLIGENCE In gergo tecnico si parla di Vulnerability assessment e penetration testing. Cosa sono queste attività: in sostanza è fingere un attacco per comprendere le eventuali vulnerabilità e poi per poi andare a portarne una soluzione.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO E quanto è delicata e sensibile questo tipo di attività?

FRANCESCO ZORZI - ESPERTO CYBER INTELLIGENCE Si viene a contatto con informazioni altamente sensibili anche perché...

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Cioè per esempio?

FRANCESCO ZORZI - ESPERTO CYBER INTELLIGENCE Ad esempio le credenziali degli utenti.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Le password.

FRANCESCO ZORZI - ESPERTO CYBER INTELLIGENCE le password, le mail sono le cose più semplici. È chiaro che se io vado ad attaccare un soggetto mi porto a casa il suo patrimonio informativo, i documenti riservati, aspetti strategici o altro nel caso delle pubbliche amministrazioni.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Nel suo bilancio, Atlantica Cyber sostiene addirittura di aver dato lei l’idea di partecipare alla gara Consip a Deloitte e Ernest&Young, il raggruppamento poi risultato vincitore. Deloitte però pur confermando i contatti, specifica di non aver dato alcun seguito alla collaborazione. e minaccia addirittura di denunciarli.

FRANCESCO ZORZI - ESPERTO CYBER INTELLIGENCE non è chiaro il legame che vi sia tra atlantica sarebbe Security e Deloitte per quanto riguarda la gara Consip. un'azienda che offre servizi di monitoraggio e controllo per la pubblica amministrazione non dovrebbe avere delle correlazioni con prodotti di natura offensiva, dunque di Intelligence

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Cyberealm condivide la proprietà di Atlantica Cyber Security con il colosso informatico Atlantica Digital. L’azienda di cui è presidente Gasparri, dunque, non ha quote in Atlantica Digital, ma ne è di fatto socia nella realizzazione del Soc, sotto il controllo dei francesi di Smart4. Un altro legame indiretto con il pubblico. Tra le più importanti aziende del settore, Atlantica Digital lavora da anni per infrastrutture strategiche dello Stato. Tra gli appalti più recenti risultano 6,9 milioni di euro da Sogei, l’occhio telematico dello Stato, 132mila euro dall’Arma dei Carabinieri, circa mezzo milione dalla stessa Rai. Rappresentante del gruppo Atlantica è Carlo Torino, una vecchia conoscenza di Report.

STEFANO FELTRI - GIORNALISTA È un imprenditore di relazioni di consulenza dalla provincia di Portici, che poi spunta qua e là in vicende legate alla politica italiana e internazionale di massimo livello. lo troviamo legato a Renzi e al business delle conferenze internazionali di Renzi. Viene citato in un'inchiesta poi archiviata. E poi adesso appare in questa intricata rete di affari intorno alla cyber security tra Italia e Francia, tra politica italiana con Gasparri e affari di massimo livello sul fronte francese.

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO È da Portici, in provincia di Napoli, che parte l’epopea di Carlo Torino, 37 anni, esperienze in Barclays e Goldman Sachs, una “superstar degli affari pubblici”, come lo definisce il suo capo, Cyril Roger. Proprio in questo palazzo, dove ha sede l’azienda di famiglia che vende scarpe all’ingrosso, nel 2020 una società di Carlo Torino aveva ricevuto un bonifico di 75.000 euro dall’ex portavoce di Donald Trump, per retribuire una conferenza di Matteo Renzi negli Emirati Arabi. Di lui e di questa vicenda, poi archiviata dalla magistratura, Report si era già occupata in passato.

DA REPORT DELL’11.5.2021 MATTEO RENZI - LEADER ITALIA VIVA I soldi non fanno un giro strano. Quando ci sono le conferenze, ci sono in alcuni casi dei soggetti che le organizzano. Non c'è niente di strano

DANILO PROCACCIANTI Dico: perché non pagano direttamente lei?

MATTEO RENZI - LEADER ITALIA VIVA Ma gliel’ho appena spiegato, faccia uno sforzo, faccia uno sforzo per ascoltare.

DANILO PROCACCIANTI Tra l'altro questa società, questa società era nata da sei giorni dopo che lei aveva chiuso la sua che si occupava proprio di questo, la Digistart.

MATTEO RENZI - LEADER ITALIA VIVA Scusi qual è la domanda? Lei mi domanda: tu hai preso 30. Quanti erano?

DANILO PROCACCIANTI 33 mila circa.

MATTEO RENZI - LEADER ITALIA VIVA 33 mila euro, benissimo. Questi soldi sono trasparenti? Sì. Sono tracciati? Sì

LORENZO VENDEMIALE FUORI CAMPO Tre anni dopo, Carlo Torino ricompare come regista nell’operazione di acquisto di Atlantica: c’è proprio la sua firma nell’atto di compravendita fra Cyberealm e SM4, con cui il gruppo francese compra il 25% delle quote di Atlantica Cyber alla cifra di 1,2 milioni, facendo la fortuna della società presieduta da Gasparri

CARLO TECCE l’avevamo lasciata con le conferenze di Matteo Renzi. Ora la ritroviamo vicino a Maurizio Gasparri. Com’è possibile?

CARLO TORINO - RAPPRESENTANTE GRUPPO ATLANTICA non ho mai conosciuto il senatore Gasparri e quindi temo che il mio contributo possa essere francamente pari a zero.

CARLO TECCE Voi però siete di fatto soci della sua società, di Cyberealm.

CARLO TORINO - RAPPRESENTANTE GRUPPO ATLANTICA Loro sono degli azionisti di minoranza. Ho conosciuto il rappresentante legale di Cyberealm, il dottor Ouazana, che mi sembra una persona di altissimo spessore.

CARLO TECCE Come mai avete valutato così tanto le loro azioni di Atlantica Cyber Security?

CARLO TORINO - RAPPRESENTANTE GRUPPO ATLANTICA essendo Atlantica Cyber Security una start up, Lei deve attribuire un valore futuro che le tecnologie di Atlantica Cyber Security, che è una straordinaria tecnologia nella quale il nostro gruppo crede.

CARLO TECCE Lei si è occupato di questa…?

MAURIZIO GASPARRI - SENATORE FORZA ITALIA No, sono stato informato, non mi sono affatto occupato. A cosa avvenute mi hanno informato di questa che non è materia che compete la mia funzione.

CARLO TECCE E ha un compenso per questa sua attività?

MAURIZIO GASPARRI - CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Mi è stato dato un compenso una tantum che c'è nella dichiarazione dei redditi per il tempo che ho impiegato. è stato un rimborso spese molto limitato.

CARLO TECCE Quindi hanno fatto un affare a prenderla come presidente? Beh, costa poco, le cose vanno bene.

MAURIZIO GASPARRI - CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO Probabilmente sì. Anche Report farebbe un affare, perché sono molto più competente di voi, so più cose e sono anche più corretto.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO È così poco indulgente nei confronti degli altri, quanto lo è invece nei confronti di sé stesso. Per essere corretto fino in fondo avrebbe dovuto denunciare al Senato la sua attività di lobbista per questa società di cui è presidente è che si occupa di cyber security. E inoltre ruotano attorno a questa società Oozi Cats, Ouazama, e Arik Ben Haim che sono legati agli apparati di sicurezza di paesi stranieri e che Gasparri ha favorito in qualche modo nell’incontro con le Dogane, per piazzare i loro software. Ma generalmente che tipo di prodotto vendono? Ci viene in aiuto un vecchio catalogo: dall’archivio spunta il nome di un software: Achille che è un trojan che serve proprio per lo spionaggio, in tutto simile Pegasus, noto tristemente per aver spiato il giornalista Kashoggi che è stato poi ucciso. La Cyberealm, di cui Gasparri è presidente, è una scatola vuota ed è azionista di Atlantica Cyber Security che vanta tra le sue realizzazioni il SOC, un centro anti hacker dove immaginiamo una sala dove ci sono gli hacker buoni che devono contrastare quelli cattivi. Chi sono gli hacker buoni? Intanto sono i prodotti israeliani proprio della Cyberealm realizzati poi in collaborazione con quelli americani e anche in collaborazione con CY4GATE una società del gruppo Elettronica partecipata anche da Leonardo. Report ha scoperto che sia Cyberealm che Atlantica Cyber Security non sono in possesso del nulla osta di sicurezza che è essenziale se vuoi lavorare con aziende strategiche per lo Stato. Loro hanno risposto che al momento non ce ne è bisogno. Però c’è anche un’altra anomalia che è avvenuta nel giugno del 2022 quando Cyberealm, la società presieduta da Gasparri, vende il 25% delle azioni di Atlantica Cyber Security e le vende a un gruppo francese. La regia è di Carlo Torino, cioè dell’uomo che incassava i soldi delle conferenze arabe di Matteo Renzi. L’anomalia qual è? Che l’equivalente di quelle quote era stato venduto due mesi prima al valore di 25 mila euro, mentre qui il gruppo francese le acquista da Cyberealm al valore di un milione e due. Perché è stato possibile generare una così ricca plusvalenza? Intanto perché nella pancia di Atlantica Cyber Security c’è il SOC e poi perché a un certo punto loro scrivono nel bilancio semestrale, giugno del 2022 che hanno in pancia delle commesse con delle multinazionali che si sono aggiudicate la gara Consip, cioè con la pubblica amministrazione. E in particolare fanno i nomi di Deloitte ed Ernst&Young. Peccato che le due multinazionali ci che con Atlantica Cyber Security non hanno alcun tipo di rapporto. E allora in base a quali elementi hanno questo nei loro bilanci? È una comunicazione falsa? È un punto di domanda. Ora i rapporti tra Gasparri e gli israeliani di Telit risalgono a vecchia data, al 2006 quando appunto questi imprenditori acquistano Telit. E già nel 2006 contribuiscono danno un contributo elettorale attraverso una società svizzera; parliamo di circa 20 mila euro e poi nel 2013 anche di 25 mila euro. Ora nel 2021 hanno nominato Gasparri presidente della loro società con un mandato ben preciso dal quale si evince la sua attività di lobbista. E c’è scritto che, come presidente, deve “vigilare sull’andamento della società, curare e gestire i rapporti istituzionali con enti pubblici e privati, con le imprese operanti nei settori di interesse delle società, comprese le società partecipate”, come per esempio Atlantica Cyber Security, “collegate a investitori istituzionali. Deve valutare e verificare il potenziale interesse di operatori pubblici e privati per acquisizioni di tali servizi e deve curare e gestire i rapporti” anche “con gli organi di informazione”. Quindi gli toccano anche le nostre interviste, le interviste con Report.

(ANSA martedì 28 novembre 2023) - Report ha diffuso sui social una clip con nuovi contenuti dell'inchiesta relativa a Maurizio Gasparri e alla Cyberealm, la società che si occupa di sicurezza informatica di cui il capogruppo di FI al Senato è presidente. 

Stando alla ricostruzione del programma - che tornerà sul caso domenica prossima su Rai3 - nel 2022 la società presieduta da Gasparri chiude il bilancio con un guadagno record di oltre 800mila euro. Merito della trattativa conclusa con SM4, gruppo francese che nel 2022 compra parte delle quote che Cyberealm ha in Atlantica Cyber Security, una società che si occupa di sofisticati sistemi di sicurezza informatica.

Un'operazione, secondo Report, anomala perché azioni della stessa società erano state vendute solo pochi mesi prima a un valore 48 volte inferiore. Sotto l'atto di compravendita - sostiene il programma - la firma di Carlo Torino, rappresentante del gruppo Atlantica, di cui Report si era già occupato in passato: è lo stesso imprenditore sui cui conti nel 2020 erano transitati i soldi per pagare una conferenza di Matteo Renzi negli Emirati Arabi. 

Nel filmato anche un frammento dell'intervista a Gasparri. "No, sono stato informato, non mi sono affatto occupato. A cose avvenute mi hanno informato di questa che non è materia che compete la mia funzione", risponde l'ex ministro alla domanda del giornalista Carlo Tecce. "Non conosce questo fondo francese?", gli viene chiesto.

"Non mi occupo di questi aspetti, non rientrano in quelle che sono le mie competenze", la replica di Gasparri. E sul nome di Carlo Torino dice: "Non so niente". Nel 2020 una società di Torino - si ricorda nella clip - aveva ricevuto un bonifico di 75mila euro dall'ex portavoce di Donald Trump, per retribuire una conferenza di Renzi negli Emirati Arabi. Di lui e di questa vicenda, poi archiviata dalla magistratura, Report si era già occupata in passato.

Estratto dell’articolo di Alessandro Mantovani per “il Fatto quotidiano” martedì 28 novembre 2023.

Dice Maurizio Gasparri che la società di cui è presidente dal giugno 2021, Cyberealm Srl, non ha appalti pubblici. È vero. Gli appalti Consip per la sicurezza informatica e quelli con Rai, Esercito e Carabinieri li hanno Atlantica Cyber Security e Atlantica Digital, entrambe con sede in via Barberini a Roma. 

La prima è tuttora partecipata da Cyberealm al 24%: è la società operativa nella protezione dalle incursioni informatiche. Il 20 giugno 2022, però, Cyberealm ha ceduto il 25% di Atlantica Cyber Security al gruppo Smart4 Engineering, guidato dal francese Cyril Roger e dall’italiano Carlo Torino, che ne ha acquisito così la quota di controllo. 

Roger è stato a capo di Altran, gruppo di consulenza ingegneristica oggi passato a Capgemini, che lavora tra gli altri per industrie della difesa e dell’aerospazio in Francia e altrove. Torino invece viene da Portici (Napoli), ha lavorato per Goldman Sachs ed è noto alle cronache per aver fatto da intermediario per una conferenza di Matteo Renzi ad Abu Dhabi.

Un pagamento di 33 mila euro, transitato su un conto di Torino prima di arrivare a Renzi, è anche finito in un’indagine giudiziaria, che però è stato archiviata. Il gruppo Sm4 l'ha pagato bene quel 25% di Atlantica Cyber Security. A Cyberealm, rappresentata dall'amministratore delegato italo-israeliano Leone Ouazana, sono andati 1,2 milioni di euro […]

Appena due mesi prima il 25% della stessa società era stato frazionato tra i soci Pierre Levy e altri al suo valore nominale di appena 25 mila euro. In due mesi, […] il valore si è moltiplicato per 48, senza che almeno apparentemente fosse accaduto nulla che lo giustifichi. 

A bilancio vale un utile di 800 mila euro, al netto di un dividendo di 400 mila, per la società presieduta da Gasparri. Negli anni precedenti, 2020 e 2021, aveva registrato perdite, come del resto Atlantica Cyber Security.

“È una start up”, ha detto Torino a Report, quindi Sm4 ha pagato “il valore futuro”. Peraltro Cyberealm resta tuttora socia dell’azienda rappresentata da Roger e Torino con il 24% di Atlantica Cyber Security. La quale, ha scritto Domani, ha anche una partnership con Elettronica, società partecipata al 31% dal gruppo pubblico Leonardo, ex Finmeccanica. 

Gasparri sostiene di non sapere granché della vendita a Sm4 delle quote di Atlantica Cyber Security: “A cose avvenute mi hanno informato di questa che non è materia che compete la mia funzione”, ha dichiarato a Report, confermando la linea che nega qualsiasi “ruolo operativo” in Cyberealm.

Vedremo quale sarà la valutazione del Senato, al quale Gasparri in oltre due anni non ha mai ritenuto di comunicare nulla nello stato patrimoniale. Intanto però, da quando nel giugno 2021 ha assunto la presidenza della società, esercita la sua delega a “curare e gestire i rapporti istituzionali con enti pubblici e privati”, come si legge nella relativa delibera.

[…] È stato lui, ad esempio, a favorire lo scorso luglio l’appuntamento all’agenzia delle Dogane per i due rappresentanti di una società partecipata che proponeva l’acquisto di un software […], affare poi non concluso. Uno dei due si chiama Arik Ben Haim ed è legato agli apparati di sicurezza israeliani. Come lo stesso Ouzana del resto […]. E come un altro misterioso personaggio di questa storia, Oozi Cats, a lungo a capo della società italiana Telit: fabbricava telefonini, era un asset strategico pubblico che fu venduto nel 2004 al gruppo israeliano Dai Telecom di Cats, quando Gasparri era ministro delle Telecomunicazioni del governo Berlusconi-2. Poi, per qualche hanno, è stato anche nel cda di Telit.

Le reazioni alle anticipazioni dell'inchiesta di Report sulle attività private nella cybersicurezza del senatore Maurizio Gasparri. Report Rai 26 novembre 2023

Dopo le anticipazioni dell’inchiesta di Report sulle attività private nella cybersicurezza del senatore Maurizio Gasparri si sono espressi alcuni parlamentari: 

Per il membro della commissione di vigilanza Rai Angelo Bonelli: "Desta profonda preoccupazione il silenzio sulla vicenda del senatore Maurizio Gasparri, componente della commissione di Vigilanza Rai, ex primo vicepresidente del Senato e oggi capogruppo di Forza Italia. Secondo quanto spiegato dall'inchiesta di Report in onda stasera, il senatore Gasparri é presidente della società Cyberealm srl, ma non lo ha mai comunicato, come previsto dal regolamento del Senato e dalle norme di legge. Il suo é l'incarico di presidente di una società legata alla sicurezza informatica, composta anche da ex membri dei servizi segreti israeliani. Apprendiamo quindi che lo stesso Gasparri, utilizzando il suo ruolo istituzionale, ha chiesto e ottenuto un appuntamento con l'agenzia delle Dogane per la Cyberealm srl per vendere software.. Apprendiamo anche che la Cyberealm ha ottenuto commesse anche da aziende e organi dello Stato." 

Per Vittoria Baldino vicecapogruppo M5S a Montecitorio: "La domanda che sorge spontanea è: quali sono gli interessi che persegue il senatore e lobbista Gasparri, quelli generali, del Paese, o quelli particolari, della società che rappresenta, in un settore, peraltro, più che strategico per gli interessi nazionali, come quello della sicurezza informatica? Quello che vedo, già ad occhio nudo, è un enorme, gigantesco, conflitto di interesse che è un'anomalia, ma nel nostro Paese è normale perché non esiste una seria legge sul Conflitto di interesse - spiega -.  Ma la cosa più inquietante di tutte sta nei presunti interessi esteri che si inseriscono in questa vicenda, avendo il senatore lobbista procacciato appuntamenti di affari con la nostra agenzia delle dogane a un ex agente dei servizi segreti israeliani. Quindi, di chi fa gli interessi il senatore lobbista Gasparri, dello Stato, della società di cui è presidente e rappresentante di interesse o di imprenditori ed ex 007 israeliani con cui tratta in ragione del suo incarico, mai comunicato agli uffici del Senato nonostante il regolamento glielo chiedesse?".

"La vicenda del senatore Gasparri, dopo le notizie apprese dalla nuova puntata di Report, merita senz’altro un chiarimento urgente. Per questo pensiamo sia opportuno, a questo punto, che l’Ufficio di Presidenza del Senato si esprima: è necessario capire se siamo di fronte ad un caso di mancata comunicazione da parte del sen. Gasparri o se ci sia stata la volontà di non fornire le dovute informazioni al Senato. Lo diciamo senza particolare spirito polemico: fare chiarezza è interesse delle istituzioni, del confronto politico e - ci permettiamo - dello stesso sen. Gasparri”. Così il senatore Walter Verini, membro dem della commissione Giustizia a Palazzo Madama e capogruppo Pd in commissione Antimafia.

“Dall’inchiesta di Report e da fonti di stampa emergerebbe che sarebbero diversi gli enti pubblici che negli anni avrebbero intrattenuto rapporti ed elargito appalti e commesse a società riconducibili a Maurizio Gasparri, nella sua qualità di presidente della società Cyberealm. Tra queste potrebbe esserci la Rai, il che assume particolare rilevanza soprattutto alla luce del fatto che Gasparri è membro della commissione di vigilanza ed è il principale promotore della convocazione di Sigfrido Ranucci. Se l’ipotesi fosse confermata ci troveremmo di fronte a un possibile conflitto di interessi che non può passare in secondo piano. Per questo abbiamo presentato una interrogazione in vigilanza, volta a sapere dalla Rai se l’azienda o società del Gruppo Rai abbiano mai affidato alla Cyberealm o a società della sua orbita l’espletamento di servizi e, se si, con quale modalità sia stata scelta, quale durata ha o ha avuto il rapporto contrattuale, quali servizi ha espletato e a fronte di quale corrispettivo. Siamo stati i primi, quasi nel silenzio generale, a rilevare l’incompatibilità di Maurizio Gasparri con il suo ruolo in vigilanza. Continueremo ad andare a fondo di questa questione, anche sollevando la questione nell'ufficio di presidenza di domani, perché le istituzioni non possono essere piegate all’uso e al consumo di un politico che usa la commissione per i suoi show e ha una situazione opaca su cui avrebbe il dovere di fornire tutti i chiarimenti del caso”. Così gli esponenti M5S in commissione di vigilanza RAI.

 "Sul caso Gasparri ci sono tanti punti oscuri, evidenziati dall'inchiesta di Report, ma una cosa è certa: il neocapogruppo di Forza Italia ha omesso di comunicare il suo ruolo di presidente di una società che si occupa di cybersicurezza, la Cyberealm. Su questo Gasparri non può fare finta di nulla, visto che secondo la legge i parlamentari 'non possono ricoprire cariche né esercitare funzioni di amministratore, presidente... in associazioni o enti che gestiscano servizi di qualunque genere per conto dello Stato o della pubblica Amministrazione, o ai quali lo Stato contribuisca in via ordinaria, direttamente o indirettamente'". A rilevarlo è il capogruppo M5s al Senato, Stefano Patuanelli. "Per questo - anticipa - abbiamo scritto al presidente della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, Dario Franceschini, affinché si attivi subito il giudizio di compatibilità tra il mandato parlamentare e le cariche ricoperte dal Senatore Gasparri, omesse in sede di dichiarazione".

"Abbiamo inviato una lettera al presidente della Giunta per le elezioni del Senato perché valuti la violazione da parte del senatore Gasparri del regolamento del Senato che impone di dichiarare ogni carica ricoperta anche a titolo gratuito. Gasparri non ha dichiarato il suo ruolo nella società Cyberealm perché sapeva che altrimenti sarebbe risultato un lobbista il che è incompatibile con la carica di senatore, tanto più se membro della commissione Difesa. Se lo avesse fatto sarebbe emerso subito il suo ruolo di referente per gli affari istituzionali, cioè la sua attività di lobbying, un'attività che non può esser fatta da un senatore, da un parlamentare". Lo ha dichiarato il senatore del M5s Ettore Licheri nel corso della trasmissione "L'aria che tira" su La7.

"Se, come appare oramai chiaro,risulta che Gasparri non ha adeguatamente informato il Senato circa i suoi ruoli e incarichi in enti e società, di ciò dovrà necessariamente e rapidamente essere interessata la Giunta delle elezioni, che dovrà valutare eventuali profili di incompatibilità con il ruolo di senatore. Domani, insieme alla collega Rossomando, solleveremo la questione in Giunta". CosìAlfredo Bazoli, capogruppo Pd nella Giunta delle elezioni a Palazzo Madama

Estratto dell’articolo di Filippo Ceccarelli per “La Repubblica” mercoledì 8 novembre 2023.

Se le mura dei palazzi hanno un’anima e i loro ricordi un qualche effetto sugli individui, una tempesta emotiva attende i giornalisti dell’Associazione della stampa estera, circa 300 iscritti, che fra un paio di mesi andranno a lavorare al piano nobile di Palazzo Grazioli, la cui denominazione e la cui spaziosa memoria sono indissolubilmente legate al periodo aureo del berlusconismo. 

Lavori di ristrutturazione quasi compiuti; trasloco in itinere; affitto a carico (da sempre) del governo italiano, più o meno 5 mila euro al mese; escluso purtroppo dall’affitto il locale al piano terra dove, con scranni in miniatura, era insediato il cosiddetto “parlamentino”. [...]

Per cui sarebbe bello che i nuovi arrivati, da tutto il mondo, trovassero nelle varie stanze delle illuminanti targhe: qui Putin lanciò la palletta a Dudù; qui Berlusconi fece ostensione dell’improbabile cimicione; qui il ministro La Russa battezzò uno dei brani dei premiati autori Silvione-Apicella; qui consumavano pizzette e champagne le benemerite dell’ordine presidenziale delle farfalle; da qui vennero fatti defluire i presenti la notte dell’abdicazione, 12 novembre 2011, con la folla pericolosamente assiepata davanti al portone, per paura di un saccheggio.

Palazzo romano polveroso e appena un po’ tetro: meno bello del vicino Palazzo Bonaparte e a due passi dal fatidico Palazzo Venezia, dove lavorava (e non solo) il duce. Conclamata reggia di Sua Maestà il Cavaliere, ma a seconda dei momenti anche sede del governo ombra e dimora della corte in esilio, comunque con bandiere al balcone, gatta egizia sul cornicione (dietro la finestra della fida segretaria Marinella) e indiscutibile rilievo nella storia politica italiana. 

Perché mai come in queste stanze ha avuto luogo la compiuta privatizzazione del potere, con il che assai più che a Palazzo Chigi nella sua propria casa il sovrano convocava, nutriva, incontrava, si proteggeva e si dilettava; d’altra parte era fermamente convinto di incarnare il Popolo e quindi lo Stato – e tuttora è aperta la questione se fosse un salto della post-politica, una regressione a regimi pre-democratici o magari tutte e due le cose. […]

Dentro, l’arredamento richiamava la catastrofe estetica e casalinga del berlusconismo in un caotico ammucchiarsi di obelischi, arazzi, ninnoli, bei quadri che convivevano con evidentissime croste e coppe del Milan. Una porta scorrevole separava, per modo di dire, il pubblico dal privato. E su questo scivolosissimo confine i giornalisti stranieri non potranno fare a meno di ricordare anche l’epopea orgiastica di palazzo Grazioli: il reclutamento massivo di escort sull’asse Roma-Bari, il severo dress code (tubino nero, eccetera) di cui si fece garante Giampi Tarantini, la sua auto dai vetri abbrunati.

Fino al sancta sanctorum dell’erotica di palazzo: il lettone di Putin, che in realtà a dar retta a un incrocio di testimonianze (Vespa-Ape regina) non esisterebbe proprio, era un giaciglio king size che il Cavaliere si era fatto costruire sulla base di un quadro, questo sì regalato dall’autocrate russo. 

Di quella stagione, unico documento resta la formidabile foto-ricordo che alcune ragazzette pugliesi si fecero diciamo pure nel cesso: perché la storia è fatta di cose nobili e basse, il potere consuma le une e le altre – e gli spasmi dopo tutto ci appartengono.

Estratto dell’articolo di Antonio Polito per il “Corriere della Sera” mercoledì 6 dicembre 2023.

Che cosa c’è dietro il nuovo «dottor Letta»? Che cosa l’ha spinto a dire in pubblico […] che la riforma costituzionale del governo avrebbe l’evidente effetto di limitare i poteri del presidente della Repubblica […]? Da giorni noi giornalisti ci interroghiamo, al solito, su che cosa ci sia dietro. […] Secondo me la risposta era già contenuta nell’ultimo libro di Bruno Vespa: «Conosco Gianni dal 1963 — scrive l’autore —. Per trent’anni gli ho chiesto un colloquio per i miei libri, invano. Questa volta, finalmente...». E che cosa racconta Letta nell’intervista a Vespa?

Che quando Berlusconi sperava di essere candidato al Quirinale, e lui gli diceva in privato che non aveva alcuna chance, molti intorno al Cavaliere bisbigliavano che lo facesse perché sul Colle voleva andarci lui. Allora, in una riunione dello stato maggiore berlusconiano, Letta prese la parola per chiedere al leader di non fare mai più il suo nome, perché non avrebbe mai accettato una candidatura «nemmeno se me la proponessi tu: non vorrei che un giorno, anche lontano, tu potessi pensare, anche solo per un istante, che avesse ragione chi ti diceva che lavoravo per me e non per te».

Ecco che cosa è cambiato: la scomparsa di Berlusconi ha liberato il «dottor Letta» da questo obbligo di lealtà personale. Che non gli ha impedito di dire in privato che cosa pensava, ma mai in pubblico, per non danneggiarlo. Gianni Letta ora può dire ciò che pensa. Non è la famiglia Berlusconi che parla per bocca sua, come qualcuno sospetta, e nemmeno una corrente di Forza Italia che manovra contro la premier. È […] la sua ambizione trentennale: trasformarsi in uomo delle istituzioni, non più di parte.

Estratto dell’articolo di Concetto Vecchio per “La Repubblica” mercoledì 4 ottobre 2023.  

È il novembre del 2011. Silvio Berlusconi è stato dimissionato. Al suo posto è arrivato il professor Mario Monti […] I due si vedono a pranzo, insieme a Gianni Letta ed Angelino Alfano. Berlusconi - ha rivelato ieri Monti al Senato, commemorando Giorgio Napolitano - in quell’occasione gli disse di prendere in toto la sua squadra di ministri, tranne uno: «Mi citò un ministro. Ma io fui in grado di rassicurarlo, dicendogli che il capo dello Stato mi aveva già dato il suo chiaro indirizzo, ovvero che avrei dovuto assumere io quel ministero ad interim».

Chi è quel ministro che Berlusconi non voleva più vedere al governo? Giulio Tremonti, pare. Era stato lui il ministro dell’economia fino a quel momento. E non andava più d’accordo con il Cavaliere. Al punto che Tremonti, ricordano i berlusconiani più fedeli, nell’ultimo vertice estero, a Cannes, il 6 novembre, volle tenersi lontano dal premier, non comparirgli vicino nelle foto di rito. Secondo questa vulgata Tremonti sperava di farlo lui il premier. Circolava voce che Napolitano glielo avesse promesso, o forse era stata messa in giro ad arte, vai a sapere. Poi, tre giorni dopo Cannes, il 9 novembre, Napolitano nominò Monti senatore a vita. Il 12 Berlusconi si dimise.

Quel cambio al vertice del 2011 è per i berlusconiani semplicemente «il complotto». Dell’Europa, dei poteri forti, di Napolitano. Dimenticano lo spread a 600. […] Berlusconi a Cannes la minimizzò: «Quale crisi, non li vedete i ristoranti pieni?». Tre mesi prima, ad agosto, la Bce aveva imposto il pareggio di bilancio entro il 2012. A luglio Tremonti aveva lanciato un allarme angosciato: «Il debito ci divora. Siamo come il Titanic». […] Ieri Monti ha provato a difendere l’immagine di Silvio Berlusconi. «Non fu vittima, ma protagonista di quella fase».

[…] «l’allora premier mi incoraggiò a superare le difficoltà che ancora sussistevano alla formazione del governo e con generoso trasporto mi offrì la sua squadra: caro Monti, deve diventare presidente del Consiglio, mi rendo conto che non sono più in grado in queste condizioni politiche e finanziarie di gestire, ma tutti sono eccellenti ministri. Tutti glieli offro, tranne uno». […]

Estratto dell’articolo di Giacomo Salvini per “Il Fatto Quotidiano” il 3 ottobre 2023.

Quasi un terzo dei parlamentari di Forza Italia non è in regola con il pagamento delle quote mensili al partito. Sono 16 eletti su 61, 11 deputati e 5 senatori, secondo una lista che circola nel partito e che Il Fatto ha letto. 

Tra questi anche nomi noti che hanno una visibilità pubblica e con incarichi rilevanti nel partito: c’è la vice capogruppo alla Camera, Deborah Bergamini, la deputata campana Annarita Patriarca, ma anche il senatore Mario Occhiuto, fino alla ministra per le Riforme, Maria Elisabetta Alberti Casellati.

Quello dei cosiddetti “morosi” è diventato un tema di stretta attualità in Forza Italia. Dopo la morte di Silvio Berlusconi (che in tutti questi anni ha sostenuto generosamente il partito), la famiglia in questi giorni ha fatto sapere che sarà sanato il debito pregresso di Forza Italia ma, come ha detto sabato il fratello di Silvio, Paolo, per il futuro dovranno essere parlamentari, dirigenti e consiglieri regionali a sostenere il partito autonomamente. In occasione del ricordo di Silvio Berlusconi a Paestum, il presidente del partito, Antonio Tajani, ha fatto approvare una modifica allo Statuto che prevede che gli eletti che non pagano la quota mensile al partito decadranno da tutte le cariche. Quella che è stata ribattezzata la “stretta sui morosi” di Forza Italia.

Secondo le regole interne, i candidati in Parlamento devono al partito 10 mila euro per un seggio nel maggioritario e 30 nel proporzionale. A questi si aggiungono i 900 euro mensili una volta eletti alla Camera o al Senato per contribuire alle finanze del partito. In un anno –- da settembre 2022 a settembre 2023 – i 62 parlamentari eletti di Forza Italia avrebbero dovuto sborsare 11.700 euro a testa. Peccato che quasi un terzo (16, il 26%) non lo abbia fatto. 

I deputati che non sono in regola con i pagamenti – secondo una lista che circola nel partito incrociata con le banche dati del Parlamento – sono 12. Tra i più conosciuti c’è la vice capogruppo Deborah Bergamini che ha pagato tutte le quote fino a fine 2022 (compresi i 10 mila euro per il seggio, più 8.200 a settembre) ma non nei primi nove mesi del 2023: secondo due dirigenti azzurri, Bergamini per mesi ha polemizzato con il gruppo dirigente del partito fino a che non ha ottenuto un posto da vice capogruppo a Montecitorio.

Poi Annarita Patriarca, componente della commissione Salute, il cui ultimo bonifico da 2 mila euro risale al giugno 2022. Anche Francesco Maria Rubano, vicecoordinatore in Campania e sindaco di Puglianello (Benevento), non avrebbe pagato nemmeno una quota. Tra chi non ha mai pagato c’è anche Andrea Orsini, molto vicino a Marta Fascina. [...] 

Infine c’è la ministra delle Riforme Maria Elisabetta Alberti Casellati: quest’ultima ad agosto scorso aveva saldato i debiti pregressi con il partito versando 27 mila euro tutti in una soluzione, ma da allora ha pagato solo la quota di 900 euro a settembre 2022 e altri 8.100 ad aprile. In questo modo Casellati avrebbe quasi ripagato la candidatura nel maggioritario in Veneto.

[…] Le casse sono in rosso. Il partito ha un debito monstre di 92 milioni e, per quanto la famiglia Berlusconi possa continuare a garantire per il partito, difficilmente potrà sostenerlo per la campagna elettorale delle Europee: la legge Spazzacorrotti di Alfonso Bonafede impone un finanziamento massimo a persona di 100 mila euro.[…]

Lara Comi (Fi) condannata a quattro anni e due mesi: corruzione e truffa. Il Domani il 02 ottobre 2023

La sentenza sull’eurodeputata di Forza Italia nel processo “Mensa dei poveri” su un sistema di tangenti in Lombardia. Su 62 indagati i giudici hanno inflitto 11 condanne

L'eurodeputata di Forza Italia, Lara Comi, è stata condannata dai giudici del tribunale di Milano a quattro anni e due mesi nel processo “Mensa dei poveri”, un sistema di mazzette, appalti, nomine pilotate e finanziamenti illeciti in Lombardia, che vedeva al centro l'ex coordinatore di Fi a Varese Nino Caianiello, presunto "burattinaio del sistema" che ha patteggiato l'anno scorso 4 anni e 10 mesi.

Difesa dall'avvocato Gian Piero Biancolella, Lara Comi era finita ai domiciliari (poi revocati) nel novembre del 2019 per corruzione, false fatture e truffa ai danni dell'Europarlamento per circa 500mila euro per i corsi di formazione dei dipendenti di Afol, agenzia per la formazione, orientamento e lavoro. Per l’europarlamentare il pm Stefano Civardi ha chiesto una riduzione di pena da 5 anni e mezzo a 4 anni e 2 mesi per la derubricazione del reato di corruzione: l'aggravante di aver commesso il fatto in qualità di pubblico ufficiale andava riqualificata in incaricato di pubblico servizio. I giudici hanno di fatto accolto la tesi accusatoria.

Su 62 imputati, il giudice ha inflitto 11 condanne e ha disposto 51 assoluzioni. Oltre a Lara Comi che risponde di corruzione di incaricato di pubblico servizio e di un episodio di truffa - quest'ultimo in concorso con l'allora suo assistente all'europarlamento Daniele Aliverti (ha preso 1 anno e 4 mesi) - i giudici hanno condannato l'imprenditore Daniele D'Alfonso a 6 anni e mezzo di carcere, Giuseppe Zingale, ex dg di Afol Metropolitana, a 2 anni, Maria Teresa Bergamaschi, legale civilista ligure e amica di Comi, a 6 mesi, - entrambi in concorso con l'esponente politica azzurra - l'ex parlamentare di Fi Diego Sozzani a 1 anno e 1 mese, Carmine Gorrasi, ex consigliere comunale di Busto Arsizio (Varese) ed ex segretario provinciale di Forza Italia, a 2 anni e Giuseppe Ferrari a 2 anni e mezzo di reclusione.

Per tutti, tranne che per Lara Comi, la pena è sospesa. Per l'eurodeputata sono state inoltre disposte, oltre alla confisca di 28,7 mila euro, anche l'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, pena accessoria decisa anche per Bergamaschi, Zingale e Sozzani.

Tra gli assolti ci sono l'ex vicecoordinatore lombardo di Fi Pietro Tatarella, l’ex consigliere regionale Fabio Altitonante (ora sindaco di un comune in Abruzzo), il patron della catena dei supermercati Tigros Paolo Orrigoni con la stessa società. Assolto, in linea con la richiesta della Procura, anche Andrea Cassani, ex sindaco di Gallarate (Varese).

«Una sentenza incomprensibile, che lascia perplessi. È caduto tutto l'impianto accusatorio tranne le accuse alla mia assistita che non sono riscontrate da alcun elemento», è il commento dell’avvocato Gian Piero Biancolella.  

Smacco ai pm di Milano: quasi 50 assoluzioni. Undici condanne, quarantasei assoluzioni: è sconfortante per la procura della Repubblica di Milano il bilancio del processo terminato ieri per la cosiddetta inchiesta "Mensa dei poveri". Luca Fazzo il 3 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Undici condanne, quarantasei assoluzioni: è sconfortante per la procura della Repubblica di Milano il bilancio del processo terminato ieri per la cosiddetta inchiesta «Mensa dei poveri», come era stato ribattezzato il ristorante sotto la sede della Regione Lombardia frequentato dal Gotha della politica locale. Tra le poche condanne ottenute dalla Procura, spiccano i quattro anni e due mesi inflitti a Lara Comi(foto), eurodeputata di Forza Italia, accusata di corruzione e di truffa all'Unione Europea per l'assunzione di un collaboratore. «Una sentenza incomprensibile, la definisce il suo legale Gian Piero Biancolella. Condanna anche per l'ex deputato azzurro Diego Sozzani, ma dimezzata rispetto alle richieste della Procura: un anno con la condizionale.

Per il resto fioccano le assoluzioni anche per politici per cui i pm Silvia Bonardi e Stefano Civardi avevano avuto richieste di condanna pesanti: Pietro Tatarella, ex consigliere comunale a Milano, era stato candidato a sette anni di carcere con giudizi quasi infamanti, viene riconosciuto del tutto innocente, «il fatto non sussiste». Stessa formula per l'assoluzione di Fabio Altitonante, ex consigliere regionale azzurro, per cui i pm avevano chiesto tre anni e tre mesi di carcere. E stessa sorte per altri quarantaquattro imputati - politici di secondo piano, manager pubblici, imprenditori - che erano stati indicati come i partecipi di un sistema di corruzione e di finanziamenti illeciti che pervadeva la politica lombarda. O meglio, un solo partito: Forza Italia.

Invece tutto, nella sentenza, si riduce ai fatti contestati a Sozzani e alla Comi. Per il primo, una modesta violazione alla legge sul finanziamento dei partiti. Per la seconda, due episodi che con la Lombardia hanno poco a che fare, le assunzioni di due collaboratori a Strasburgo avvenute secondo i giudici a prezzi gonfiati. «Sono stupita della sentenza di condanna. Tutti gli elementi emersi nel corso del dibattimento militavano per una pronuncia assolutoria», dice l'eurodeputata. «È quindi evidente che impugneremo una sentenza che ribadisco ritengo ingiusta e lotterò in ogni sede per dimostrare la mia innocenza».

Estratto dell’articolo di Concetto Vecchio per repubblica.it sabato 30 settembre 2023.

Siamo ripiombati nel 1994. Nella sala ristorante parte l’inno di Forza Italia. Anche i camerieri lo canticchiano con discrezione. Per forza. È come una canzone che affiora alla radio e ti ricorda i tuoi vent’anni. 

Nella sala convegni sono stipati in tremila. Ventenni vestiti come a un matrimonio, con la spilletta del partito attaccata alla giacca. Sventolio frenetico di bandiere del partito. Come allora, quando c’era lui. 

[...]  La signora meridionale che scandisce “Silvio, Silvio” è un altro tuffo nel passato. Un tizio urla: “Forza zio Silvio”. “Perché zio?”, chiede la signora al marito. Un altro, come allo stadio: “Silvio con noi!”. Tutti, anche sui social, gli fanno gli auguri, per il compleanno. Ma Silvio non c’è più. Aleggia però il suo fantasma.

Benvenuti alla convention di Forza Italia a Paestum. Il lancio della campagna per le Europee di Antonio Tajani. 

Operazione nostalgia. Kermesse di ras. Memorial. Fedele Confalonieri se ne è lamentato: “Ma non potevano farla a Milano?”. Così la famiglia è rimasta a casa, inaugurando il Belvedere al Pirellone. 

Ma i cinque figli hanno mandato una lettera (“siamo al vostro fianco”), che Tajani ha letto con molto trasporto. Tajani ha bisogno dello scudo del casato, il nome Berlusconi finirà nel simbolo, la famiglia non si capisce se è contenta. Paolo Berlusconi ha escluso un ingresso in politica: “Abbiamo già dato”. Tajani dovrà saper navigare in mare aperto. Intanto si è presentato col pulloverino blu, proprio quello che indossava lui.

Nemmeno Marta Fascina si è vista. È sempre in lutto ad Arcore. Però è tornata a postare sui social, ricordando il suo compagno con parole sobrie: “Leader indiscusso, illuminato statista, straordinario imprenditore, re della comunicazione, uomo buono generoso giusto”. E di leggende rosa sono ammantati i discorsi di quelli che si succedono sul palco. Augusto Minzolini: “Berlusconi mi manca”. Antonio Tajani: “È stato il miglior ministro degli Esteri di sempre”. Chi ha organizzato tutto, il ras regionale Fulvio  Martusciello, gira soddisfatto per l’albergo hollywoodiano (il buffet, senza il dolce, costa 40 euro) che ospita l’evento, con una maglietta bianca con la scritta “Berlusconi day”.

Vuole la maglietta o la borraccia come gadget?”, ti accolgono all’ingresso. File di telecamere per intervistare l’artista Eugenio Lenzi, che ha portato le sue sculture raffiguranti “il grande Silvio”, in una è col cane Dudù. “Ma chiste chi è?” chiede un militante di Avellino. Un’altra che suscita slanci impensabili è Alessandra Mussolini. No, non sta con Giorgia Meloni. Indossa pure lei la maglietta del memorial e un’esponente di Azzurro Donna sgomita per farsi un selfie. Questa mania dei selfie sta sfuggendo di mano. Bisogna averne uno, non importa con chi. Selfie per tutti. “Avete tre giorni di tempo per farveli!”, perde la pazienza Maurizio Gasparri.

Ah, se ci fosse ancora lui! L’attore Giancarlo Giannini - “un uomo libero” lo elogia Tajani - legge il discorso filo atlantico e anticomunista che il Cavaliere recitò al congresso americano nel marzo 2006. “Avete visto che attualità? Memorabile!”, commenta il segretario. “Forza Italia sarà la grande protagonista della politica italiana, e protagonista in Europa”, assicura il leader, che domani cambierà lo statuto per consentire l’elezione di quattro vicesegretari, un posto toccherà a Schifani. Decisa anche la decadenza da ogni incarico per chi non paga i 900 euro di quota, Forza Italia detiene storicamente il record di inadempienti, tanto pagava sempre “zio Silvio”. Tra un intervento e l’altro Tajani motiva, comizia, racconta di sé, ma a pomeriggio inoltrato i più hanno ammainato le bandiere. Va bene tutto, ma alla lunga anche cantare «Meno male che Silvio c’è» stanca. Meloni e Salvini si litigano le estreme, i moderati sceglieranno Forza Italia? Il centro in Italia è come il tesoro di Indiana Jones, nessuno ha capito dove sia.

Anche Adriano Galliani è rimasto a Milano, con la scusa che deve fare campagna elettorale a Monza. Provano a fargli raccontare le gesta del grande Milan, in un duetto con Gasparri, ma il collegamento video traballa, a un certo punto salta la linea, Galliani non sembra particolarmente dispiaciuto. Chiude Al Bano. Con Rita Dalla Chiesa cantano “Felicità”. “È un bicchiere di vino con un panino, la felicitaaa”. C’è pure Katia Ricciarelli. È l’Italia della lira. “E ora spostiamoci in zona piscina”, dice Tajani. Bum bum. I fuochi di artificio illuminano la notte di Paestum. Come alle feste del santo patrono nei paesi del Sud. Santo Silvio

I cinque figli di Berlusconi salvano i conti di Forza Italia. Pier Francesco Borgia il 24 Settembre 2023 su Il Giornale.

I 90 milioni di debito del partito assicurati dalle fideiussioni degli eredi. Stretta sui parlamentari in ritardo con i pagamenti

Celebrare Berlusconi ma al tempo stesso avviare la nuova stagione di Forza Italia, quella in cui il movimento deve imparare a camminare (e correre) sulle proprie gambe. A Paestum i due volti di Forza Italia: quella che il 29 settembre, compleanno dell'ex premier, celebrerà la figura del fondatore di Forza Italia e quella del Consiglio nazionale convocato proprio nell'ultima giornata della trasferta campana (primo ottobre). Un Consiglio durante il quale si discuterà anche di un'importante modifica dello statuto, con l'inserimento di una norma che stabilisca la decadenza dagli incarichi di partito per i consiglieri regionali e parlamentari che non sono in regola con le quote mensili da versare nelle casse del partito.

La fine del finanziamento pubblico dei partiti e la morte di Berlusconi rendono necessaria un'amministrazione della struttura politica molto più rigorosa. I quasi cento milioni di debiti accumulati da Forza Italia sono comunque garantiti dalle fideiussioni assicurate dagli eredi del fondatore del partito. Si è più volte ipotizzata la discesa in campo di uno dei figli del Cavaliere (Marina? Piersilvio?). Le voci sono state poi smentite dai diretti interessati che però hanno assicurato la vicinanza al partito. La figlia Marina ha usato parole nette sul ruolo di Antonio Tajani. Nella sua trasferta romana di metà settembre per partecipare all'assemblea di Confindustria non ha lasciato margine di ambiguità sul supporto che la famiglia garantirà al partito. «Stimo molto Antonio Tajani che sta guidando il partito in una fase di transizione con forte senso di responsabilità - ha ribadito la presidente di Fininvest - noi abbiamo sempre dichiarato che rimarremo vicini al partito. È una questione di amore e di rispetto nei confronti del nostro papà».

Il partito, però, deve iniziare a correre sulle proprie gambe. Da qui il giro di vite sulle quote da versare. «D'altronde - spiega un dirigente azzurro - versare le quote di adesione non è un fatto puramente economico. Serve anche per sottolineare che si è parte attiva di una squadra che si vuole vedere vincere».

A Paestum troverà spazio anche uno stand per la campagna del 2 x mille. «Finora non ha reso granché - ammettono dal partito - ma questo è dovuto anche al fatto che lo stesso Berlusconi non dava molto peso a questa forma di finanziamento». Ora che l'ex premier non c'è più bisogna fare di necessità virtù. Ecco quindi l'idea di dedicare proprio un ufficio alla campagna promozionale per la raccolta dei fondi attraverso il 2 x mille.

La «stretta» contro gli inadempienti (si tratta di rate mensili di 900 euro e di una quota una tantum per la candidatura in un collegio plurinominale) verrà sanzionato con la decadenza dagli incarichi di partito come stabilisce la norma che sarà introdotta nello statuto.

Intanto prosegue l'organizzazione del Berlusconi day di Paestum. Per la kermesse promossa dal coordinatore regionale in Campania, Fulvio Martusciello, verranno schierati quattrocento giovani e duecento rappresentanti di Azzurro donna. Saranno tre giorni di dibattiti con al centro il voto per le europee. Prevista la partecipazione di oltre tremila militanti azzurri e simpatizzanti. Il programma della manifestazione, che ha già fatto registrare il tutto esaurito delle strutture ricettive, è ancora da svelare. «Sarà il segretario Tajani ad annunciare l'agenda - dice Martusciello - agli incontri e alle tavole rotonde previste interverranno, oltre a ministri, esponenti di governo e dirigenti politici di Forza Italia, manager di imprese ed esponenti dell'associazionismo».

Estratto dell'articolo di Marco Palombi per “il Fatto quotidiano” giovedì 24 agosto 2023.

[…] la nuova puntata delle memorie di Nicolas Sarkozy, Le temp des combats, nella parte in cui il condannato per corruzione e traffico di influenza francese parla del pregiudicato per frode fiscale italiano e, segnatamente, di come lui e Angela Merkel – a margine del G20 a Cannes del 3 novembre del 2011, l’autunno dello spread – decisero “di convocare Berlusconi” (sic) per dirgli che doveva dimettersi.

Niente di nuovo, ma è la prima volta che la scena viene descritta da uno dei partecipanti: “Ci fu tra di noi un momento di grande tensione, quando ho dovuto spiegargli che il problema dell’Italia era lui! Angela e io eravamo convinti che era diventato il premio per il rischio che il Paese doveva pagare ai sottoscrittori dei titoli del Tesoro. 

Pensavamo sinceramente che la situazione sarebbe stata meno drammatica senza di lui e il suo atteggiamento patetico… L’ora era grave. Abbiamo dovuto sacrificare Papandreou (ex premier greco, nda) e Berlusconi per tentare di contenere lo tsunami… I mercati hanno capito che noi auspicavamo le sue dimissioni. È stato crudele, ma necessario”.

Com’è noto, il fu Cavaliere si dimise nove giorni dopo. Ora, a parte che fino a che non ha parlato la Bce (luglio 2012) lo tsunami non si era fermato affatto e dunque non era Berlusconi il premio di rischio, come d’altronde non lo era Papandreou, ma non suona un po’ inquietante che i leader di due Paesi pensino di poter “sacrificare” il capo del governo di un Paese terzo, democraticamente indicato a quel ruolo, sulla base di loro (legittime ancorché fallaci) convinzioni? 

E non è ancor più inquietante che pensino di poterlo raccontare in pubblico spiegando agli elettori di quel Paese quale ridicola sciarada sia ormai la “sovranità popolare”? Ma soprattutto: ve lo immaginate un premier italiano che dice a un presidente francese che si deve dimettere? Ah no?

La prefazione di Silvio Berlusconi al libro “Berlusconi deve cadere”, di Renato Brunetta (Il Giornale, maggio 2014)

Il sangue è il mio. Il complotto era contro di me. Contro l’Italia, contro la sovranità del popolo italiano che mi aveva scelto con il voto per essere il capo del suo governo. Nel leggere la parola “sangue” ho pensato per un attimo che si fosse trattato proprio di eliminarmi fisicamente. Sarebbe interessante a questo punto sapere i particolari del “piano”. 

Obama disse comunque di no, di qualunque cosa si trattasse, come conferma anche un’inchiesta del Financial Times, uscita anch’essa a maggio 2014, che gli fa pronunciare le parole: «I think Silvio is right», penso che Silvio abbia ragione. Grazie. Lo penso ancora. 

Avevo ed ho ragione. Non è con l’austerità, non è schiacciando il tallone sul collo della gente che si esce dalla crisi. Soprattutto, il bene della democrazia non è negoziabile, a nessun costo.

Quella volta Obama per due volte disse di no. E il complotto non riuscì. Ma il golpe fu soltanto rimandato. Dovevo essere punito, e con me il popolo italiano che mi aveva scelto.

 Era successo che in quell’estate-autunno del 2011, mi ero opposto in ogni modo alla politica di austerità che Angela Merkel e Nicolas Sarkozy volevano imporre all’Italia, al punto di volerla far commissariare dal Fondo monetario internazionale. Non intendevo – anche se lasciato solo dal capo dello Stato – rinunciare alla nostra sovranità, per rispetto alla nostra gente e per ragioni di dignità nazionale.

Fui costretto però, pochi giorni dopo il G20 di Cannes, dove ai primi di novembre ero stato sottoposto a pressioni tremende, a dimettermi. Lo feci perché preferii ritirarmi piuttosto che danneggiare irreparabilmente l’Italia, che era tenuta sotto tiro con la pistola dello spread. 

Un’arma costruita a freddo per consentire a potenze esterne e interne, extra democratiche, di prendere il timone della nave. Lo prova il fatto che, come ha riconosciuto nell’autunno 2013 il capo economista del Fondo Monetario Internazionale Olivier Blanchard, la morsa dello spread non si è allentata con l’austerità imposta dal governo Monti, ma solo quando a luglio 2012 Draghi ha promesso che avrebbe fatto «qualsiasi cosa» per difendere l’euro. Perché queste due parole non sono state pronunciate prima che l’Italia adottasse le riforme di Monti, ingiuste e rabberciate?

Questi ulteriori elementi di prova confermano in modo indiscutibile l’intuizione che il professor Renato Brunetta mi espose sin da allora, e che documenta con una narrazione stringente in queste pagine: e che cioè l’Italia sia stata oggetto, attraverso lo spread e ricatti finanziari di ogni genere, ad un “grande imbroglio” e che Mario Monti fosse il terminale di interessi che poco avevano a che fare con l’interesse nazionale. 

I primi mesi del 2014 hanno visto la fioritura di una serie di testimonianze convergenti.

Sin dal giugno del 2011, quando ancora lo spread era ai minimi, Mario Monti era già stato oggetto di un profetico sondaggio da parte del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, così che si tenesse pronto al gran salto a Palazzo Chigi.

Lo ha confessato lo stesso Monti ad Alan Friedman, e lo hanno confermato al medesimo giornalista americano Carlo De Benedetti e Romano Prodi. Addirittura Corrado Passera – si viene a sapere – aveva confezionato un programma economico ad uso di Mario Monti sin da quell’estate. Già nel novembre del 2013, l’ex premier spagnolo Luis Zapatero, nel suo libro Il Dilemma, aveva raccontato che Monti era stato di fatto nominato premier durante il G20 di Cannes da Merkel, Sarkozy, dai burocrati di Bruxelles e del Fondo monetario internazionale. 

La stessa cosa venne confermata poi da Lorenzo Bini Smaghi, allora alla BCE, nel suo libro Morire d’austerità. Brunetta racconta i fatti del 2011 con dovizia di particolari inediti, ma va oltre. E documenta come il colpo di Stato, non pienamente portato a compimento con Monti, abbia poi trovato il suo coronamento con la mia estromissione dal Senato e con la mia incandidabilità per 6 anni. Un’infamia perseguita sulla base di una legge ambigua, applicata retroattivamente a seguito di una condanna infondata e ingiusta (e che sono sicuro sarà capovolta dalla Corte dei diritti umani di Strasburgo e dalla revisione del processo). 

Come si vede gli elementi sono troppi per fingere non sia accaduto nulla di anomalo, e che la democrazia italiana abbia avuto un andamento ligio alla Costituzione. Sono stupefatto che, dinanzi a questa sequenza di avvenimenti per lo meno strana, nessuna procura abbia – almeno nel momento in cui scrivo queste righe – aperto alcun fascicolo con scritto sopra “Estate - autunno 2011: Attentato alla Costituzione”.

Quello che è successo è davvero troppo grave per non determinare conseguenze giudiziarie, perché, oltre ad aver colpito il sottoscritto, ha causato due fatti gravissimi: la sospensione della democrazia nel nostro Paese e l’accettazione supina da parte dei governi venuti dopo il mio delle politiche imposte dall’Europa che hanno prodotto per tanti italiani disoccupazione, tasse, impoverimento e disperazione. Si sta ora discutendo di riforme istituzionali. Direi però che la prima riforma deve essere il ripristino della democrazia. Da quel 2011 in Italia non ci sono più presidenti del Consiglio e governi eletti dai cittadini. La prima riforma dunque deve essere quella di riconoscere la verità e di rimediare ai torti che l’Italia ha subito.

La verità di Sarkozy. «Io e Angela Merkel chiedemmo a Silvio di dimettersi». Giuseppe Sarcina su Il Corriere della Sera il 22 agosto 2023.

Cannes, 3 novembre 2011, vertice del G20. Nicolas Sarkozy e Angela Merkel cercano di convincere Silvio Berlusconi «a lasciare la guida del governo». Cosa che poi avverrà pochi giorni dopo, il 12 novembre. Sarkozy aveva già raccontato questo passaggio cruciale. Ma non nei termini e con i particolari ripresi nel suo libro, «Le temps des combats», il tempo delle battaglie, in uscita oggi in Francia, per l’editore Frayard.

L’ex presidente si dice «rattristato per la scomparsa di Berlusconi», poi ricostruisce gli eventi, partendo dal 26 aprile 2011, quando arriva a Roma per un bilaterale franco-italiano. In quell’occasione si mescolano i giudizi su Berlusconi e su Mario Draghi. Scrive Sarkozy: «Le nostre relazioni avevano iniziato a peggiorare. Berlusconi stava diventando la caricatura di se stesso. L’imprenditore brillante, l’uomo politico dall’energia indomabile, non era più che un lontano ricordo. Il triste episodio del “Bunga-Bunga” aveva annunciato una fine poco gloriosa...Ho approfittato di quel viaggio romano per sostenere la candidatura di Mario Draghi alla presidenza della Banca centrale europea… Draghi era competente, aperto e simpatico… La sua lunga collaborazione con Goldman Sachs ci avrebbe garantito un approccio più “americano” che “tedesco”. Aspetto decisivo ai miei occhi».

Sarkozy ricorda la micidiale crisi finanziaria, alimentata dalla sfiducia delle Borse. L’allarme in Europa era generale. In questo clima si arriva a novembre, al G20 di Cannes. Anche il presidente americano Barack Obama e il leader cinese Hu Jintao «erano molto preoccupati».

Il summit si era occupato del collasso greco, ma, nota Sarkozy, «a questo punto si trattava di salvare la terza economia dell’eurozona: l’Italia». I tassi di interesse sul debito pubblico avevano raggiunto il 6,4%, un livello considerato insostenibile.

«Angela Merkel e io decidemmo di convocare Berlusconi per convincerlo a prendere ulteriori misure per provare a calmare la tempesta in atto». Il premier italiano «cominciò a spiegare che non avevamo capito che non c’erano rischi sui mercati internazionali, perché il debito pubblico italiano era nelle mani degli italiani. Voleva creare altro debito da mettere sulle spalle solo dei suoi compatrioti. Tutto ciò era abbastanza delirante».

L’incontro diventò sempre più aspro, nonostante Berlusconi cercasse di alleggerire l’atmosfera «con qualche battuta delle sue», che Sarkozy giudicò «completamente fuori luogo».

Epilogo drammatico: «Ci fu tra di noi un momento di grande tensione, quando ho dovuto spiegargli che il problema dell’Italia era lui! Angela e io eravamo convinti che era diventato il premio per il rischio che il Paese doveva pagare ai sottoscrittori dei titoli del Tesoro. Pensavamo sinceramente che la situazione sarebbe stata meno drammatica senza di lui e il suo atteggiamento patetico...L’ora era grave. Abbiamo dovuto sacrificare Papandreu (all’epoca premier greco) e Berlusconi per tentare di contenere lo tsunami...I mercati hanno capito che noi auspicavamo le dimissioni di Berlusconi. È stato crudele, ma necessario».

Fi insorge contro il libro di Sarkozy. Storia di Matteo Marcelli su Avvenire martedì 22 agosto 2023.

Forza Italia insorge contro le rivelazioni dell’ex presidente francese, Nicolas Sarkozy, colpevole di aver infangato la memoria dell’amato fondatore con la sua recente autobiografia, Le temps des combats, da due giorni disponibile nelle librerie d’oltralpe. In effetti il ritratto di Silvio Berlusconi che ne esce fuori non è dei migliori. In particolare per quanto riguarda il racconto di quel terribile 2011, l’anno della caduta più fragorosa dell’ex premier. Sarkò scrive di un Cav. ormai diventato «la caricatura di se stesso», rievoca la triste vicenda del “bunga-bunga”, e rivela un particolare scottante sulla fine del governo italiano dell’epoca: «Angela Merkel e io decidemmo di convocare Berlusconi per convincerlo a prendere ulteriori misure per provare a calmare la tempesta in atto», lui «cominciò a spiegare che non avevamo capito che non c’erano rischi sui mercati internazionali. Voleva creare altro debito da mettere sulle spalle solo dei suoi compatrioti. Tutto era abbastanza delirante». Poi le parole più dure: «Ci fu tra di noi un momento di grande tensione, quando ho dovuto spiegargli che il problema dell’Italia era lui! Pensavamo sinceramente che la situazione sarebbe stata meno drammatica senza di lui e il suo atteggiamento patetico…L’ora era grave. È stato crudele, ma necessario».

Davvero troppo per gli azzurri, per giunta a soli due mesi dalla scomparsa del “presidente per sempre”. «Berlusconi rispetto a Sarkozy ha saputo resistere sulla scena più a lungo, molto più apprezzato e rispettato – è la replica di Maurizio Gasparri –. Sarkozy riversa in questi suoi scritti il livore di un politico fallito». Per Licia Ronzulli invece il libro dell’ex inquilino dlel’Eliseo non è la prova «che la caduta del governo Berlusconi fu il risultato di un complotto internazionale contro l'Italia e gli italiani, di cui egli fu protagonista per sua stessa ammissione, con ben note complicità nel nostro Paese, anche di alto livello». «Sono scritti da chi ha vissuto una parabola discendente fino a scomparire del tutto – chiosa caustico il capogruppo di Forza Italia al Parlamento europeo, Fulvio Martusciello –, ed ora con il libro punta a sbarcare il lunario».

Sarkozy, la reazione di Forza Italia al libro: "Livore di un politico fallito". Il Tempo il 22 agosto 2023 

Come era prevedibile la biografia dell’ex presidente francese Nicolas Sarkozy ha scatenato il dibattito anche in Italia vista l’ammissione del suo ruolo nel "complotto" che portò alla caduta del governo Berlusconi. Da Forza Italia non si sono fatte attendere le reazioni. Licia Ronzulli, presidente dei senatori forzisti, si è chiesta se «Sarkozy avrà dedicato spazio anche alle beghe giudiziarie che lo riguardano tuttora. Invece di denigrare e offendere un grande leader come il presidente Berlusconi che oggi non è più fra noi e non può difendersi».

Maurizio Gasparri, senatore di FI, ha dichiarato: «Sarkozy riversa in questi suoi scritti il livore di un politico fallito, sconfitto sul piano del consenso e sul piano morale. Con queste sue ricostruzioni conferma il suo scarso valore. Aveva illuso tanti, è un fallimento clamoroso».

Per Maria Tripodi, sottosegretario agli Esteri, in una nota ha scritto: «Ci sono leader che rimangono nella storia, altri di cui si dimentica a volte persino il nome. Il signor Sarkozy è probabilmente in cerca di gloria postuma, riscrive gli eventi in maniera grossolana e approssimativa, al limite dell’insulto». 

Il ministro per gli Affari europei Raffaele Fitto dà una testimonianza di quei giorni convulsi: «Ero ministro in quel governo, considero quella una brutta pagina, non penso che altri governi possano incidere o determinare la caduta di un governo sovrano eletto dal proprio Paese a prescindere non va bene». Anche Maurizio Lupi c’era in quel governo 2011. «Ero vicepresidente della Camera, quella notte eravamo tutti col presidente Berlusconi a Palazzo Grazioli quando prese la decisione di dimettersi; lo avevamo detto: c’era un clima internazionale che spingeva in quella direzione e oggi quelle rivelazioni confermano ovviamente quanto dicevamo noi in quel momento».

Per Tullio Ferrante, deputato di Forza Italia e sottosegretario alle Infrastrutture, «occorre qualche precisazione». Va chiarito «che le sue dimissioni (Berlusconi) non furono dettate dai poco diplomatici ed eleganti sorrisini suoi e della cancelliera Merkel o da presunte opere di convincimento dagli stessi esercitate, ma da un gesto di concordia nazionale che Silvio Berlusconi fu costretto a fare a fronte di un ampio blocco istituzionale, politico, economico/finanziario, mediatico che, non avendolo sconfitto nelle urne, provò a farlo con una manovra spericolata, aiutato da pericolosi speculatori con la minatoria leva dello spread, che si concluse con un poco onorevole governo tecnico».  

La vera storia del golpe che fermò Berlusconi nel 2011. Davide Vecchi su Il Tempo il 23 agosto 2023

Per descrivere la catena di eventi che nel 2011 portarono alla caduta del governo Berlusconi c’è un pamphlet scritto nel 1931 da Curzio Malaparte che calza a pennello, perché spiega lucidamente la tecnica di prendere il potere: con la nomina-lampo a senatore a vita, Monti poté infatti legittimarsi come espressione dello stesso Parlamento in cui era stato paracadutato da Napolitano, e così il massimo tempio della sovranità popolare divenne complice del disegno quirinalizio, accettando il fatto compiuto e legalizzandolo formalmente. Il tutto giustificato dallo «stato di necessità». 

Se non fu un golpe nel senso tradizionale del termine, con i militari nelle piazze, si trattò comunque di un colpo di Stato moderno di cui la storia è colma, ma nella democraticissima Europa non era mai accaduto che un governo eletto – traballante ma mai sfiduciato dalle Camere - fosse destituito così, attraverso una congiura combinata tra attori interni ed ingerenze straniere: dal punto di vista costituzionale, una cosa gravissima.

Sono le rivelazioni contenute nel nuovo libro di Nicolas Sarkozy, "Le temps des combats", a confermare che la congiura ci fu, con l’Italia condannata a seguire il destino della Grecia attraverso una studiata combinazione di manovre politiche e di tempeste finanziarie, attraverso l’uso sapiente degli spread, per imporre ai due Paesi l’austerità a trazione franco-tedesca. Ma mentre il governo socialista di Atene aveva truccato i conti dello Stato, in tre anni e mezzo il governo Berlusconi aveva varato quattro manovre finanziarie per un impatto complessivo sui conti pubblici, nel periodo 2008-2014, di 265 miliardi, con l’obiettivo di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013, come attestato dalle considerazioni finali di Bankitalia del 31 maggio: «La gestione della crisi è stata prudente, il pareggio di bilancio appropriato, la correzione richiesta all’Italia inferiore rispetto a quella necessaria per altri Paesi». E lo stesso tipo di considerazioni positive ci fu a fine luglio 2011, nel consiglio dei capi di Stato e di governo europei. Ma una settimana dopo arrivò la lettera-diktat della Bce che ordinava al governo italiano di varare, per decreto, una manovra bis da 65 miliardi che si sommava a quella da 80 miliardi decisa appena un mese prima. Com’era possibile che un grande Paese come l’Italia (too big to fail) fosse precipitato nel giro di pochi giorni in una crisi così profonda?

Eppure Sarkozy accomuna incredibilmente la situazione dei due Paesi: «L’ora era grave. Abbiamo dovuto sacrificare Papandreou e Berlusconi per tentare di contenere lo tsunami [...]I mercati hanno capito che noi auspicavamo le dimissioni di Berlusconi. È stato crudele, ma necessario». E ancora: «Angela Merkel e io decidemmo di convocare Berlusconi per convincerlo a prendere ulteriori misure per provare a calmare la tempesta in atto», cercando di convincerlo «a lasciare la guida del governo». In realtà, i governi affidati nelle mani di due tecnocrati non abbassarono affatto la febbre degli spread, e la crisi sarebbe stata superata solo nel 2012 col famoso "Whatever it takes" della Bce di Draghi.

La ricostruzione di quei mesi è nota, con il Quirinale sempre più interventista nella politica parlamentare, e con una serie impressionante di anomalie: le consultazioni continue al Colle, le lettere e i richiami della Bce e della Commissione europea scritti da manine italiane, l’attacco speculativo ai titoli Mediaset, la frettolosa vendita di sette miliardi di titoli di Stato da parte di Deutsche Bank, le risatine della Merkel e di Sarkozy diffuse e amplificate dai media italiani e stranieri. 

Fu poi il Wall Street Journal a scrivere che la cancelliera Merkel «incoraggiò gentilmente» Napolitano «a cambiare il primo ministro se Berlusconi non fosse riuscito a cambiare l’Italia». Tesi poi confermata dall’ex segretario al Tesoro americano Tim Geithner, il quale, nel suo libro di memorie, rivelò di quando «alcuni funzionari europei» chiesero senza successo all’amministrazione Obama di impegnarsi per far uscire Berlusconi di scena. Nel frattempo sul Corriere della Sera usciva un editoriale intitolato "Il podestà straniero" scritto da Mario Monti che censurava l’incapacità del governo di prendere serie decisioni. Un’autocandidatura a premier già di fatto concordata col Quirinale prima ancora che esplodesse lo spread.

Ma il golpe strisciante aveva radici più lontane, ed era stato sventato nel dicembre precedente quando Fini dopo la scissione con Fli tentò la spallata al governo fallita grazie ai Responsabili, e chi frequentava i Palazzi conosceva bene la sintonia fra il Quirinale e il presidente della Camera. Il quale, come altri, non vedeva l’ora di disarcionare Berlusconi nell’illusione di prenderne il posto, senza sapere che Napolitano aveva in mente la svolta tecnica. 

Lo sparo di Sarajevo fu il voto sul rendiconto dello Stato, nel quale la maggioranza si fermò a 308 voti, con Berlusconi che annotò su un foglietto gli «otto traditori». Ma i malpancisti erano molti di più dentro Forza Italia, e gli echi del vertice di Cannes del 3 novembre, solo qualche giorno prima, avevano alimentato le fibrillazioni. 

A livello internazionale l’immagine di Berlusconi era stata compromessa dai gossip personali, ma anche dalle fregole di qualche suo ministro che ne diceva peste e corna nei consessi oltre confine.

A Palazzo Grazioli il clima era di massima allerta, con lo stato maggiore del partito riunito quasi in permanenza. Quando Napolitano chiamò Berlusconi per informarlo della volontà di nominare Monti senatore a vita, non tutti compresero subito che quello era il segnale della fine. Si alzò però una voce concitata che disse: «Presidente, cosa ci stai dicendo, capisci che questo è il primo passo per farti fuori? Il Colle ti sta chiedendo di accettare un senatore a vita nominato in 48 ore, il Ppe che è casa nostra lo sta benedicendo, questo è un golpe vero e proprio». Berlusconi era molto provato, ma non voleva assolutamente mollare: Napolitano aveva chiesto un nuovo voto sul rendiconto, una verifica parlamentare della maggioranza insomma, ma nessuno era in grado di garantire al premier – che chiedeva se ci fossero numeri certi alla Camera – il rientro nei ranghi dei malpancisti. Da fuori la spinta di Merkel e Sarkozy era fortissima, come quella delle agenzie di rating e dei mercati finanziari. Nel cerchio ristretto berlusconiano cominciava a farsi spazio la rassegnazione e serpeggiavano i dubbi: ma i nostri all’Europarlamento cosa fanno? Chi tiene i contatti col Partito Popolare non si è accorto di nulla, non ha visto che Doll sta orchestrando il complotto? Gli sono passati gli aeroplani sopra la testa? Anche se Berlusconi aveva assicurato a tutti di aver risposto colpo su colpo a Merkel e Sarkozy, Gianni Letta era il più preoccupato di tutti per l’atteggiamento ostile della strana coppia che comandava l’Europa che ormai riteneva il Cavaliere «imbarazzante». Mentre Brunetta rumoreggiava chiedendo di rispondere in modo durissimo alla lettera della Bce.

Alla fine Berlusconi gettò la spugna e si dimise: «Era successo – avrebbe rivelato anni dopo - che in quell’estate-autunno 2011 mi ero opposto in ogni modo alla politica di austerità che Merkel e Sarkozy volevano imporre all’Italia, al punto di volerla far commissariare dal Fmi. Non intendevo - anche se lasciato solo dal capo dello Stato - rinunciare alla nostra sovranità, per rispetto alla nostra gente e per ragioni di dignità nazionale. Fui costretto però, pochi giorni dopo il G20 di Cannes, dove ai primi di novembre ero stato sottoposto a pressioni tremende, a dimettermi. Lo feci perché preferii ritirarmi piuttosto che danneggiare irreparabilmente l’Italia, che era tenuta sotto tiro con la pistola dello spread. Un’arma costruita a freddo per consentire a potenze esterne e interne, extra democratiche, di prendere il timone della nave». 

Eccola la vera storia. Una storia da tecnica di colpo di Stato, in cui ebbero un ruolo cancellerie, poteri forti, avversari politici ma anche amici che si voltarono dall’altra parte.

Sarkozy, la prova del golpe anti-Cav: "Così lo abbiamo fatto dimettere". Roberto Tortora su Libero Quotidiano il 22 agosto 2023

Per Nicolas Sarkozy è “Il Tempo delle Battaglie”, il che non significa che ritorna a candidarsi alla presidenza della Francia, bensì che esce il suo nuovo libro, edito da Frayard, che s’intitola appunto “Le temps des combats”. E sono tante le rivelazioni in esso contenute, una su tutte che riguarda l’Italia e Silvio Berlusconi, recentemente scomparso. Cannes, 3 novembre 2011, vertice del G20: l’ex-premier francese e Angela Merkel cercano di convincere Silvio Berlusconi "a lasciare la guida del governo". Cosa che poi avverrà pochi giorni dopo, il 12 novembre. Sarkozy racconta l’evolversi della vicenda, a partire dal 26 Aprile 2011, quando arriva a Roma per un bilaterale franco-italiano: “Le nostre relazioni avevano iniziato a peggiorare. Berlusconi stava diventando la caricatura di se stesso. L’imprenditore brillante, l’uomo politico dall’energia indomabile, non era più che un lontano ricordo. Il triste episodio del “Bunga-Bunga” – racconta Sarkozy - aveva annunciato una fine poco gloriosa...Ho approfittato di quel viaggio romano per sostenere la candidatura di Mario Draghi alla presidenza della Banca centrale europea… Draghi era competente, aperto e simpatico… La sua lunga collaborazione con Goldman Sachs ci avrebbe garantito un approccio più “americano” che “tedesco”. Aspetto decisivo ai miei occhi”.

Sarkozy ricorda la micidiale crisi finanziaria e l’allarme in Europa era generale. Anche il presidente americano Barack Obama e il leader cinese Hu Jintao erano preoccupati. Il G20 di Cannes si era occupato del collasso greco, ma, sempre su rivelazioni del marito di Carla Bruni, “a questo punto si trattava di salvare la terza economia dell’eurozona: l’Italia”. Da lì, l’iniziativa con l’ex-cancelliera tedesca su Berlusconi: “Angela Merkel e io decidemmo di convocare Berlusconi per convincerlo a prendere ulteriori misure per provare a calmare la tempesta in atto. Il premier italiano cominciò a spiegare che non avevamo capito che non c’erano rischi sui mercati internazionali, perché il debito pubblico italiano era nelle mani degli italiani. Voleva creare altro debito da mettere sulle spalle solo dei suoi compatrioti. Tutto ciò era abbastanza delirante. L’incontro diventò sempre più aspro – racconta Sarkozy - nonostante Berlusconi cercasse di alleggerire l’atmosfera con qualche battuta delle sue, completamente fuori luogo”. 

Fino all’epilogo drammatico: “Ci fu tra di noi un momento di grande tensione, quando ho dovuto spiegargli che il problema dell’Italia era lui! Angela e io eravamo convinti che era diventato il premio per il rischio che il Paese doveva pagare ai sottoscrittori dei titoli del Tesoro. Pensavamo sinceramente che la situazione sarebbe stata meno drammatica senza di lui e il suo atteggiamento patetico...L’ora era grave. Abbiamo dovuto sacrificare Papandreu (all’epoca premier greco) e Berlusconi per tentare di contenere lo tsunami...I mercati hanno capito che noi auspicavamo le dimissioni di Berlusconi. È stato crudele, ma necessario”. Se questa non è la prova di un golpe...

Estratto dell’articolo di Mauro Zanon per “Libero Quotidiano” mercoledì 23 agosto 2023.

A Parigi non si parla d’altro in questa estate che volge al termine: Le Temps des combats (Fayard), il nuovo libro di Nicolas Sarkozy, opera fiume di 592 pagine dove l’ex presidente della Repubblica francese ripercorre i suoi anni all’Eliseo (2007-2012), distribuendo voti, giudizi e cattiverie ai leader politici che ha incrociato […] 

Il volume, corredato da una raccolta di fotografie pubbliche e private dell’ex inquilino dell’Eliseo, è il terzo tomo dei suoi mémoires, dopo Passions e Le Temps des tempêtes, ed è ricco di aneddoti saporiti. Come quel terribile pranzo all’Eliseo con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, con cui non era d’accordo su nulla, sotto lo sguardo costernato dei diplomatici francesi. 

O come le sue sbuffate ripetute verso Angela Merkel, di cui critica la «pusillanimità» e l’avversione al rischio.  «Accettava di seguire, ma era soltanto una perdita di energia e di tempo», scrive Sarkozy, che con la cancelliera si era reso protagonista di uno degli episodi più infelici del suo mandato, le risatine su Berlusconi e l’affidabilità del suo governo.  […]

Nel novembre 2020, l’ex presidente americano Barack Obama aveva emesso un giudizio sprezzante contro il suo omologo francese, definendolo «un galletto che gonfia il petto» e niente più, paragonandolo a «un personaggio uscito da un quadro di Toulouse-Lautrec». 

Sarkozy, […]evidentemente ancora risentito dal comportamento obamiano, ha definito il premio Nobel per la pace 2009 un tipo «freddo, introverso e che manifesta uno scarso interesse verso tutti quelli che lo attorniano», e descritto nel dettaglio il loro rapporto a mezze tinte, rievocando tra gli altri l’episodio della designazione del danese Anders Fogh Rasmussen come nuovo segretario generale della Nato.

La decisione di nominare Rasmussen, all’epoca, rischiò di saltare a causa della Turchia, indispettita dalla pubblicazione delle caricature di Maometto sul Jyllands-Posten in Danimarca. «Quell’episodio mi ha aiutato ad aprire gli occhi sull’importanza che gli americani davano alla Turchia, e fino a che punto erano pronti ad aiutare il loro amico (Recep Tayyip Erdogan, ndr). 

Barack Obama era disposto a cedere o quantomeno... a lasciar passare un po’ di tempo. Io e Angela Merkel ci siamo opposti con un fronte unito fino a tarda notte perché eravamo certi che fosse una questione di civiltà dalla portata simbolica. Né lei né io eravamo disposti a cedere alla minaccia. Rinunciare a quella nomina significava accettare il diktat delle fatwa. Il campo della ragione ebbe la meglio», scrive Sarkozy nelle sue memorie.

Secondo l’ex presidente francese, le relazioni con Obama, che già non erano eccellenti, si degradarono dopo quell’episodio. «Da quel giorno, i miei rapporti con Obama non furono più gli stessi. Facevo fatica a perdonargli una tale mancanza di convinzione su un tema così grave», afferma Sarkò. 

Condannato in appello a tre annidi prigione per corruzione e abuso d’ufficio lo scorso maggio, fatto senza precedenti per un presidente della Repubblica francese, Sarkozy si è espresso anche sulla guerra in Ucraina, dicendo che la Francia sbaglia a consegnare «armi a flusso continuo a uno dei belligeranti» e prendendo di mira «le posture di convenienza» di quelli che invitano a sostenere l’Ucraina «fino alla fine».

«È ragionevole fare la guerra senza farla e portare avanti un conflitto senza preoccuparsi di precisare quali sono gli obiettivi che si cerca di raggiungere?», si interroga Sarkò, giudicando illusorio qualsiasi passo indietro sul piano territoriale, che si tratti della Crimea e del Donbass. 

[…] E Marine Le Pen? «Ha fatto molti progressi e conosce meglio i suoi dossier», ma secondo Sarkozy soffre ancora di una «mancanza di cultura».

Berlusconi, "chi e perché mi ha fatto fuori". L'atto di accusa del 2014. Silvio Berlusconi su Libero Quotidiano il 24 agosto 2023

Pubblichiamo la prefazione di Silvio Berlusconi al libro di Renato Brunetta Berlusconi deve cadere (Il Giornale, maggio 2014) nel quale racconta i momenti che hanno preceduto le sue dimissioni da premier nel 2011.

Il sangue è il mio. Il complotto era contro di me. Contro l’Italia, contro la sovranità del popolo italiano che mi aveva scelto con il voto per essere il capo del suo governo. Nel leggere la parola “sangue” ho pensato per un attimo che si fosse trattato proprio di eliminarmi fisicamente. Sarebbe interessante a questo punto sapere i particolari del “piano”. Obama disse comunque di no, di qualunque cosa si trattasse, come conferma anche un’inchiesta del Financial Times, uscita anch’essa a maggio 2014, che gli fa pronunciare le parole: «I think Silvio is right», penso che Silvio abbia ragione. Grazie. Lo penso ancora. Avevo ed ho ragione. Non è con l’austerità, non è schiacciando il tallone sul collo della gente che si esce dalla crisi. Soprattutto, il bene della democrazia non è negoziabile, a nessun costo. Quella volta Obama per due volte disse di no. E il complotto non riuscì. Ma il golpe fu soltanto rimandato. Dovevo essere punito, e con me il popolo italiano che mi aveva scelto.

NO ALL’AUSTERITÀ

Era successo che in quell’estate-autunno del 2011, mi ero opposto in ogni modo alla politica di austerità che Angela Merkel e Nicolas Sarkozy volevano imporre all’Italia, al punto di volerla far commissariare dal Fondo monetario internazionale. Non intendevo – anche se lasciato solo dal capo dello Stato – rinunciare alla nostra sovranità, per rispetto alla nostra gente e per ragioni di dignità nazionale. Fui costretto però, pochi giorni dopo il G20 di Cannes, dove ai primi di novembre ero stato sottoposto a pressioni tremende, a dimettermi. Lo feci perché preferii ritirarmi piuttosto che danneggiare irreparabilmente l’Italia, che era tenuta sotto tiro con la pistola dello spread. Un’arma costruita a freddo per consentire a potenze esterne e interne, extra democratiche, di prendere il timone della nave. Lo prova il fatto che, come ha riconosciuto nell’autunno 2013 il capo economista del Fondo Monetario Internazionale Olivier Blanchard, la morsa dello spread non si è allentata con l’austerità imposta dal governo Monti, ma solo quando a luglio 2012 Draghi ha promesso che avrebbe fatto «qualsiasi cosa» per difendere l’euro. Perché queste due parole non sono state pronunciate prima che l’Italia adottasse le riforme di Monti, ingiuste e rabberciate?

Questi ulteriori elementi di prova confermano in modo indiscutibile l’intuizione che il professor Renato Brunetta mi espose sin da allora, e che documenta con una narrazione stringente in queste pagine: e che cioè l’Italia sia stata oggetto, attraverso lo spread e ricatti finanziari di ogni genere, ad un “grande imbroglio” e che Mario Monti fosse il terminale di interessi che poco avevano a che fare con l’interesse nazionale. I primi mesi del 2014 hanno visto la fioritura di una serie di testimonianze convergenti. Sin dal giugno del 2011, quando ancora lo spread era ai minimi, Mario Monti era già stato oggetto di un profetico sondaggio da parte del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, così che si tenesse pronto al gran salto a Palazzo Chigi. 

I SONDAGGI DEL COLLE

Lo ha confessato lo stesso Monti ad Alan Friedman, e lo hanno confermato al medesimo giornalista americano Carlo De Benedetti e Romano Prodi. Addirittura Corrado Passera – si viene a sapere – aveva confezionato un programma economico ad uso di Mario Monti sin da quell’estate. Già nel novembre del 2013, l’ex premier spagnolo Luis Zapatero, nel suo libro Il Dilemma, aveva raccontato che Monti era stato di fatto nominato premier durante il G20 di Cannes da Merkel, Sarkozy, dai burocrati di Bruxelles e del Fondo monetario internazionale. La stessa cosa venne confermata poi da Lorenzo Bini Smaghi, allora alla BCE, nel suo libro Morire d’austerità. Brunetta racconta i fatti del 2011 con dovizia di particolari inediti, ma va oltre. E documenta come il colpo di Stato, non pienamente portato a compimento con Monti, abbia poi trovato il suo coronamento con la mia estromissione dal Senato e con la mia incandidabilità per 6 anni. Un’infamia perseguita sulla base di una legge ambigua, applicata retroattivamente a seguito di una condanna infondata e ingiusta (e che sono sicuro sarà capovolta dalla Corte dei diritti umani di Strasburgo e dalla revisione del processo). Come si vede gli elementi sono troppi per fingere non sia accaduto nulla di anomalo, e che la democrazia italiana abbia avuto un andamento ligio alla Costituzione. Sono stupefatto che, dinanzi a questa sequenza di avvenimenti per lo meno strana, nessuna procura abbia – almeno nel momento in cui scrivo queste righe – aperto alcun fascicolo con scritto sopra “Estate - autunno 2011: Attentato alla Costituzione”. Quello che è successo è davvero troppo grave per non determinare conseguenze giudiziarie, perché, oltre ad aver colpito il sottoscritto, ha causato due fatti gravissimi: la sospensione della democrazia nel nostro Paese e l’accettazione supina da parte dei governi venuti dopo il mio delle politiche imposte dall’Europa che hanno prodotto per tanti italiani disoccupazione, tasse, impoverimento e disperazione. Si sta ora discutendo di riforme istituzionali. Direi però che la prima riforma deve essere il ripristino della democrazia. Da quel 2011 in Italia non ci sono più presidenti del Consiglio e governi eletti dai cittadini. La prima riforma dunque deve essere quella di riconoscere la verità e di rimediare ai torti che l’Italia ha subito.

Tradimenti e lezioni. In questo Paese il libro di un generale ha scandalizzato molti benpensanti, ma se c'è un libro che dovrebbe turbare tutti gli italiani, o almeno quelli animati da un minimo di patriottismo (e non credo di sconfinare nella retorica), sono le memorie dell'ex presidente francese, Nicolas Sarkozy. Augusto Minzolini il 23 Agosto 2023 su Il Giornale.

In questo Paese il libro di un generale ha scandalizzato molti benpensanti, ma se c'è un libro che dovrebbe turbare tutti gli italiani, o almeno quelli animati da un minimo di patriottismo (e non credo di sconfinare nella retorica), sono le memorie dell'ex presidente francese, Nicolas Sarkozy. L'illustre personaggio, che prese soldi da Gheddafi e scatenò una guerra per non restituirli, regalandoci quella terra di nessuno che è la Libia di oggi, racconta come se fosse il comportamento più lecito del mondo che al G20 di Cannes del novembre 2011 lui e la Merkel «convocarono» l'allora premier Silvio Berlusconi per chiedergli di «dimettersi» visto che, secondo entrambi, il problema della crisi sui mercati «era lui». Naturalmente uno degli argomenti, scrive Sarkozy, fu la vicenda del «bunga bunga», per la quale il Cav - qui la memoria dell'ex presidente fa cilecca, forse per via del braccialetto elettronico a cui la giustizia francese lo ha sottoposto - poi fu assolto.

Sarkò e la Merkel dovrebbero vergognarsi, visto che quello è stato il momento più basso toccato dall'Unione. Anzi, è l'emblema del motivo per cui l'Europa stenta a decollare: la totale assenza di solidarietà (a parte la breve parentesi del Covid). Unita, in quell'occasione, ad una concezione della democrazia e del rispetto della volontà popolare da brivido: è come se oggi la Meloni e il cancelliere Scholz convocassero Macron al prossimo G7 in Puglia per intimargli di dimettersi per sedare le rivolte sociali in Francia.

Colpiscono la superficialità e la tracotanza con cui Sarkozy rivendica pubblicamente quella scelta, specie se si tiene conto che in quei giorni, quando i due, il gatto e la volpe, chiesero per vie traverse al presidente Usa Barack Obama di unirsi al complotto, ricevettero un «no» scandalizzato e categorico: «Non possiamo avere il sangue di Berlusconi sulle nostre mani». Una concezione diversa della democrazia. Del resto, al tempo, mentre a Washington si predicava la politica dello sviluppo per uscire dalla crisi, in Europa, grazie a Berlino e Parigi, si praticava il credo del rigore. Anzi, addirittura si individuarono due capri espiatori, la Grecia e l'Italia. Al punto che i tedeschi sponsorizzarono quella specie di «viceré» che fu Mario Monti per imporre la loro linea. E pensare che se il whatever it takes di Draghi fosse stato messo in atto un anno prima, l'Europa non avrebbe pagato, com'è avvenuto, cara la crisi. Una dimostrazione dei limiti della classe dirigente della Ue.

Ma le rivelazioni di Sarkò mettono sotto i riflettori anche i limiti della sinistra italiana, che all'epoca assunse il ruolo di quinta colonna del complotto (vedi l'inquilino del Quirinale di quegli anni), mettendo in atto una campagna di delegittimazione del governo e di Berlusconi. L'apoteosi di quel limite della sinistra che il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, lamenta ancora oggi per il tipo di opposizione praticata nei confronti del governo Meloni: «La fatica ad abbracciare il patriottismo». Ormai stiamo parlando di storia, ma quelle vicende vanno ricordate per rispetto al personaggio Berlusconi, perché da lì partì il suo calvario. E con un occhio anche al presente, per evitare che quell'attentato alla democrazia e quello sfregio alla volontà popolare si ripetano.

La via obbligata verso la Francia. Marco Gervasoni il 24 Agosto 2023 su Il Giornale.

Poniamoci subito un interrogativo scomodo. Siamo sicuri che, quel che accadde nell'autunno 2011, raccontato dal libro di memorie di Nicolas Sarkozy, non potrebbe succedere ancora? Cioè che il presidente francese e il cancelliere tedesco non domandino più a un premier italiano di lasciare? La formula, usata dall'ex presidente francese, «chiedemmo a Berlusconi di dimettersi», è infatti diplomatica; è molto probabile che Francia e Germania imposero al Cavaliere di rimettere l'incarico. Naturalmente, essi si permisero una tale forzatura, perché sapevano che la maggioranza era stata pesantemente falcidiata dall'azione del presidente della Camera, Gianfranco Fini. E perché la zona euro era sull'orlo del collasso. Si tratta, quindi, di un fatto assai grave, ma la cui eccezionalità farebbe pensare che non possa mai più accadere. E invece, su questo, non saremmo del tutto certi. Per una serie di ragioni. La prima, per come si è costituita storicamente l'Europa: in essa l'Italia, nonostante la sua importanza e il suo essere tra i fondatori nel 1957, riveste un ruolo di secondo piano. Giocano fattori storici: abbiamo perso la seconda guerra mondiale, come la Germania, certo, che però ha saputo costruire un sistema paese coeso e inattaccabile, sul piano dei fondamentali economici e finanziari: l'Italia invece, dopo la breve parentesi degli anni Cinquanta e Sessanta, è riprecipitata nella maledizione storica del debito pubblico e della eterna conflittualità interna. La seconda, per fattori geopolitici: Germania e Francia costituiscono spazialmente il centro dell'Europa, quello che confina idealmente da un lato con il blocco atlantico inglese e poi anglo americano e ad est con quello eurasiatico, costituito da Russia e, nel XX secolo, Cina. L'Italia insomma, già nell'Ottocento, nonostante i sogni e, a volte, i deliri di grandezza imperiali della classe politica post risorgimentale, è sempre rimasta una media potenza. Tutto questo per dire che la storia, la geografia e l'economia, ci rendono un attore debole all'interno della Ue, e soprattutto »continuamente attaccabile per via dell'abnorme debito pubblico. Un attore che, per forza di cose, ha dovuto aggiornare nella Ue la pratica dei cosiddetti giri di valzer della diplomazia dei primi decenni post unitari: a volte ballando con la Germania, a volte con la Francia. Quando prevale l'asse franco-tedesco, come si vide nell'autunno 2011, per noi sono dolori. Ora, di fronte alla nuova versione del «patto di stabilità», l'unica possibilità che il nostro paese ha di non essere stritolato, è quello di ballare questo giro con la Francia di Macron. È questo il senso del Patto dell'Eliseo, voluto dal presidente della Repubblica e da Mario Draghi, proprio perché consci che solo uno stretto rapporto con Parigi consentirebbe all'Italia di non finire nelle maglie dell'austerità tedesca.

La Francia non ha ovviamente i nostri stessi problemi, non cade sulle sue spalle lo stesso nostro debito pubblico ma, per citare il primo ministro di Sarkozy, Fillon, è pure «uno Stato in fallimento», come egli ammise candidamente da Matignon proprio nel novembre 2011. E più volte l'attuale ministro della Economia, Le Maire, anch'egli ex uomo di Sarko, ha mosso critiche al nuovo patto di stabilità sub specie tedesca e nordica. Insomma, questa è una porta stretta, ma l'unica da cui però passare.

"Quella grave interferenza che trovò complici interni". Il ministro degli Esteri e leader Fi: «Molte imprecisioni nel racconto di Sarkozy, irrispettoso verso Berlusconi». Gabriele Barberis il 23 Agosto 2023 su Il Giornale.

«Oggi mi sono dedicato alla famiglia a Fiuggi», confida Antonio Tajani tra la presentazione del libro di Andrea Riccardi a Fondi e la trasferta odierna in Emilia Romagna per partecipare al Meeting di Rimini e poi visitare le zone alluvionate a Forlì. Ma per il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia la giornata di relax è stata guastata dalle memorie velenose dell'ex presidente francese Sarkozy, che si è vantato di avere fatto cadere il governo Berlusconi nel 2011. Tajani all'epoca era commissario Ue all'Industria e già uno dei maggiorenti del Ppe. È una vicenda che ha vissuto da protagonista delle relazioni internazionali e che desidera ricostruire in questa intervista al Giornale.

La confessione tardiva del vostro ex alleato gollista è una ricostruzione molto velenosa nei confronti di Berlusconi. Quali sentimenti suscita in lei quasi dodici anni dopo?

«Mi pare ci siano due fatti gravi. Il primo: in democrazia un Paese non può interferire nella vita di un altro, per lo più amico e alleato, per modificarne il governo. Che diritto aveva Sarkozy di fare dimettere il presidente del Consiglio italiano? Fu un'operazione scorretta e illegittima. Come seconda conseguenza, fare cadere un esecutivo riconducibile al Ppe ha significato aprire le porte agli avversari in Italia».

E nel merito della narrazione di Sarkozy come controbatte? Andò veramente così?

«Ci sono molte imprecisioni. Sarkozy non racconta che in quell'incontro c'era anche il presidente Usa Obama che invece difese Berlusconi, dicendo che non si sarebbe sporcato con il suo sangue. Anche il passaggio sul debito pubblico italiano è scorretto: non si ricorda che il valore del patrimonio privato italiano era superiore all'esposizione e che c'erano i soldi nelle banche. Quindi non c'era quell'emergenza usata come operazione politica contro il Paese. È la dimostrazione che aveva ragione Berlusconi, che oltretutto rifiutò i 40 miliardi proposti dal Fmi paragonandoli a un'elemosina. Anche in quell'occasione lui tutelò il proprio Paese, ma forse per Sarkozy quell'Italia contava troppo sulla scena internazionale. Sono sbagliati pure i riferimenti a Draghi: era Berlusconi a volerlo capo della Bce e non lui, oltre a ad altre incongruenze sulle date dei fatti narrati».

La foto di Sarkozy e Merkel che deridono il presidente del Consiglio italiano resta nella storia del Paese. L'ex presidente francese coinvolge pienamente nella defenestrazione di Berlusconi anche l'ex cancelliera tedesca. Ebbero un ruolo paritario in quel golpe contro l'Italia?

«Più Sarkozy di Merkel. C'era la questione libica legata anche agli interessi petroliferi: la Francia contava molto poco e mal sopportava la presenza italiana in Nord Africa».

Lei ha avuto negli anni molte occasioni per parlare in privato con la Merkel. Quale fu la sua versione dei fatti?

«Berlusconi ricucì i rapporti con Merkel, ma con Sarkozy non ci furono più contatti. Ero presente all'incontro tra Berlusconi e Merkel al congresso Ppe di Malta del 2017, dove l'ex cancelliera tedesca capì quanto fossero importanti l'Italia e Forza Italia. Infatti lei con si arrivò al chiarimento».

La caduta del 2011 resta una ferita aperta. Ci furono quinte colonne italiane, non solo a sinistra, che remarono contro il Paese soltanto per sovvertire il voto degli elettori a favore del centrodestra?

«Sicuramente ci furono complici interni tra chi tramava contro Berlusconi, oltre a parecchi settori della vita pubblica che interloquivano con altri. La sua personalità forte dava fastidio a molti. E così, non riuscendo a batterlo alle urne, trovarono altri modi per spodestarlo, prima da presidente del Consiglio e poi dal Senato».

Fervono le trattative per le alleanze nel centrodestra europeo per le elezioni del 2024. Potranno ancora pesare i veleni interni del passato o la vicenda del 2011 è un capitolo chiuso?

«Vicenda chiusa e legata solo a quel momento. Sarkozy non ha più rilievo in Francia e in Europa, problema superato. Restano purtroppo i modi non rispettoso di rivolgersi a un grande protagonista che è stato anche invitato a intervenire al congresso Usa».

Oggi sono ancora ipotizzabili manovre internazionali così invasive da mettere a rischio il governo Meloni?

«Mi auguro che questo non accada mai più, è contro ogni fondamento democratico il voler interferire nella vita di altri Paesi. Di tutta la vicenda, resta l'occasione per ricordare come Berlusconi abbia sempre difeso in ogni modo l'interesse nazionale dell'Italia».

Sarkozy ammette il golpe morbido contro Berlusconi nel 2011: “fu crudele ma necessario”. Giorgia Audiello su L'Indipendente il 23 Agosto 2023

L’ex presidente francese, Nicolas Sarkozy, nel suo ultimo libro “Il tempo delle battaglie”, ha confermato ciò che molti osservatori politici sostenevano da tempo: la caduta del governo Berlusconi nel novembre 2011 fu ordita dall’asse franco-tedesco per imporre l’austerità all’Italia, utilizzando l’arma finanziaria come strumento, in particolare la leva dello spread e la relativa crisi dei debiti pubblici. In altre parole, si è trattato di colpo di stato mascherato, in quanto difficile da classificare come tale. È stato, infatti, utilizzato l’espediente della necessità di evitare un presunto fallimento per destituire un governo democraticamente eletto e sostituirlo con un governo tecnico. Parallelamente al golpe finanziario italiano, fu portato avanti anche quello in Grecia, che comportò la caduta del premier socialista Giorgos Papandreu. Tuttavia, come ha indirettamente ammesso Sarkozy, furono proprio le manovre di Francia e Germania ad agitare i mercati portando all’aumento dello spread e alle pressioni politiche per far dimettere Berlusconi: «L’ora era grave. Abbiamo dovuto sacrificare Papandreou e Berlusconi per tentare di contenere lo tsunami […] I mercati hanno capito che noi auspicavamo le dimissioni di Berlusconi. È stato crudele, ma necessario», scrive l’ex presidente francese nel suo libro.

Il contesto era quello della crisi dei debiti sovrani seguita alla recessione economica del 2008: privi di un prestatore di ultima istanza che garantisse i titoli del debito pubblico – nell’impianto economico-finanziario comunitario la BCE non svolge questo ruolo se non in casi di emergenza come avvenuto durante il periodo pandemico con il Pandemic Emergence Purchase Program – gli Stati si sono trovati esposti alle speculazioni degli investitori internazionali – i famigerati “mercati” – che possono influenzare il tasso di interesse sui titoli sovrani attraverso, ad esempio, il credit default swap, swap che ha la funzione di trasferire il rischio di credito, aumentando il differenziale con i bond tedeschi. Le intenzioni dichiarate da Sarkozy erano quelle di evitare un peggioramento dei conti pubblici e il conseguente presunto default. Tuttavia, furono proprio le operazioni messe in atto dalla Deutsche Bank e dalla BCE – dietro la regia dell’asse franco-tedesco – a decretare l’aumento del differenziale con i titoli di stato tedeschi (il cosiddetto spread): il 30 giugno 2011 la Banca centrale tedesca mise in vendita scientemente 8 miliardi di euro di titoli di Stato italiani su 9 che ne aveva in portafoglio scatenando il panico tra gli investitori che chiesero così rendimenti più alti facendo lievitare lo spread. Successivamente, ad agosto la BCE annunciò che per supportare i titoli di Stato italiani, il governo di Roma doveva approvare una nuova manovra che soddisfacesse le richieste degli organismi internazionali. Ciò, nonostante pochi mesi prima, Bruxelles avesse approvato la finanziaria stilata dal governo italiano.

L’intento della manovra ordita ai danni dell’allora governo italiano era quello di imporre un regime di austerità all’Italia non tanto per abbassare il debito pubblico e contenere l’aumento dello spread – cosa che non avvenne fino al celebre “Wathever it takes” di Mario Draghi – quanto per rallentare lo sviluppo economico della penisola e iniziare a smantellarne lo Stato sociale. Berlusconi era particolarmente inviso agli ambienti comunitari non solo perché contrario a una politica di eccessivo rigore e più propenso ad una politica economica espansiva, ma anche perché si era rivelato critico nei confronti dell’intervento in Libia, sostenuto innanzitutto proprio dall’Eliseo. Nel suo libro autobiografico, “Il dilemma”, l’ex premier spagnolo José Luiz Zapatero ha parlato di un’offensiva contro l’Italia premeditata e «condotta per terra, aria e mare». Sarkozy, invece, nel suo ultimo libro, raccontando l’ultimo incontro col Cavaliere a Cannes, lo descrive come «patetico e delirante»: «Angela Merkel e io decidemmo di convocare Berlusconi per convincerlo a prendere ulteriori misure per provare a calmare la tempesta in atto. Il premier italiano cominciò a spiegare che non avevamo capito che non c’erano rischi sui mercati internazionali, perché il debito pubblico italiano era nelle mani degli italiani. Voleva creare altro debito da mettere sulle spalle solo dei suoi compatrioti. Tutto ciò era abbastanza delirante. L’incontro diventò sempre più aspro nonostante Berlusconi cercasse di alleggerire l’atmosfera con qualche battuta delle sue, completamente fuori luogo».

Gli artefici della “strategia” franco-tedesca a livello comunitario furono l’allora governatrice del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde e il presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet, entrambi francesi: quest’ultimo in piena fase di crisi dei debiti procedette a due incauti rialzi del tasso di sconto, che crebbe dall’1% all’1,50%, nell’estate 2011; la Lagarde, invece,  propose a Roma di accettare una linea di credito forzosa da 80 miliardi di euro che avrebbe messo Roma sotto il controllo della Troika costituita da Ue, Fmi e Bce. In seguito al rifiuto del Cavaliere, vennero messe in atto le manovre finanziarie che portarono alla crisi dello spread: il governo di Berlusconi cadde il 16 novembre 2011, cinque giorni dopo quello di Papandreou.

La classe politica italiana non fece quadrato contro l’attacco di Stati stranieri, ma approfittò per regolare i conti interni in una logica che affligge da sempre la storia d’Italia, anche con la complicità dell’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il tutto fu favorito dall’architettura finanziaria europea nella quale gli Stati sono esposti alle speculazioni finanziarie. La crisi dello spread, infatti, si risolse solo con l’intervento della BCE disposto dall’allora governatore Mario Draghi: «Ho un messaggio chiaro da darvi: nell’ambito del nostro mandato la BCE è pronta a fare tutto il necessario a preservare l’euro. E credetemi: sarà abbastanza» furono le ormai celebri parole di Draghi. Da quel momento, con la copertura della BCE, i tassi d’interesse sui titoli scesero velocemente.

Il golpe finanziario del 2011, ammesso dallo stesso Sarkozy, è l’esempio più nitido di come la finanza sia in grado di avere il sopravvento sugli Stati portando alla destituzione di governi legittimi scelti dai cittadini, spazzando via così i processi e la stessa sostanza della democrazia, messa a rischio non tanto da presunti governi autoritari, bensì dalla logica dei mercati e della speculazione finanziaria, con la complicità delle lotte di potere interne agli Stati dell’Unione europea. [di Giorgia Audiello]

"Ubriaco", "Utile idiota". Quando tra Prodi e Berlusconi furono scintille in tv. Il faccia a faccia televisivo del 3 aprile 2006 fu l'ultimo confronto politico italiano in pieno bipolarismo centrodestra-centrosinistra: ma da Vespa fu tutt'altro che un confronto serenissimo. Lorenzo Grossi il 22 Agosto 2023 su Il Giornale.

I grandi affezionati al bipolarismo puro, inevitabilmente, non possono che provare molta nostalgia per le ultime elezioni Politiche che storicamente hanno espresso in maniera netta solo due campi sovrapposti: quelle del 2006. Diciassette anni fa, infatti, non poteva esserci minimamente una terza alternativa: o si stava con il centrodestra di Silvio Berlusconi oppure con il centrosinistra di Romano Prodi. Del resto, sommando poi le percentuali ottenute nei seggi dalle due coalizioni il 9 e 10 aprile di quell'anno, i due arriveranno a totalizzare il 99,55% dei voti validi (49,81 per il Professore e 49,74 per il Cavaliere).

Le regole di quel talk-show

Dal punto di vista mediatico questo dualismo venne plasticamente rappresentato dal faccia a faccia andato in onda il 3 aprile 2006, in prima serata. Rai1 propone uno Speciale chiamato "Elezioni 2006, leader a confronto". Si tratta del "match" di ritorno tra Berlusconi e Prodi dopo quello del precedente 14 marzo condotto da Clemente Mimun. A sei giorni dal voto, ora tocca a Bruno Vespa il ruolo di "arbitro" tra i due candidati premier, che devono rispondere alle domande poste dai giornalisti Marcello Sorgi e Roberto Napoletano. Le regole sono molto stringenti: i quesiti (uguali sia per il leader della Casa delle Libertà sia per quello dell'Unione) devono durare al massimo trenta secondi, mentre le risposte non possono andare oltre i due minuti e mezzo - senza potere essere interrotti - con tre repliche possibili ciascuno di un minuto.

Da Prodi a Vendola: gli omaggi a Berlusconi dai suoi "nemici"

Si parte alle 21.15 e si conclude alle 22.48. Quella trasmissione passerà alla storia per la promessa in diretta dell'abolizione dell'Ici fatta da Berlusconi nel suo appello conclusivo. Tutto si svolge regolarmente, tra botte e risposte anche puntute. Si parla di pena di morte (era appena stato ucciso il piccolo Tommaso Onofri, di 17 mesi, alle porte di Parma), di giustizia, di fisco, di scuola, di aborto. Poi, però, ecco la scintilla che per qualche secondo sconquassa tutto il precisissimo percorso del confronto. Dopo un'ora esatta di dibattito, Napoletano chiede ai due contendenti per la vittoria che cosa intendevano fare per i giovani e per il Sud. Berlusconi snocciola alcune cifre riguardanti gli investimenti fatti nel Mezzogiorno dal suo governo uscente (2001-2006), ma Prodi non ci sta non appena prende la parola.

Prodi punge Berlusconi

"A me sembra che il presidente del Consiglio si affidi ai numeri un po' come gli ubriachi si aggrappano ai lampioni". Il leader di Forza Italia rompe le regole dei tempi scanditi e va sopra la voce dell'ex presidente della Commissione Ue: "Grazie, Professore", bisbiglia ironicamente in sottofondo, poi alza la voce: "Dell'ubriaco se lo può tenere per lei. Caso mai è lei che parla da ubriaco, non il sottoscritto - sostiene con vigore il capo del governo in carica all'epoca -. Rispetti il presidente del Consiglio. Questo non lo accetto. Vespa, faccia il moderatore e lo moderi!", è l'invito al conduttore di Porta a Porta. Dopo l'interruzione subita, Prodi precisa che la sua frase altro non era che una citazione di George Bernard Shaw: "Spesso ci si attacca ai numeri come gli ubriachi si attaccano ai lampioni, non per farsi illuminare ma per farsi sostenere. Non mi sembra un insulto di nessun tipo". In realtà si scoprirà che quella frase venne scritta da Andrew Lang e non da Shaw. Ma Berlusconi rende subito dopo pan per focaccia per rispondere agli attacchi del suo avversario politico.

Da Prodi a Conte. Onore delle armi dagli avversari di una vita intera

"Mi chiedo se lui non si vergogna davvero di svolgere oggi lui il ruolo che fu definitivo storicamente di 'utile idiota'. Ovvero di colui che i partiti comunisti delle democrazie proletarie mettevano là a capo dei contadini per far finta che il governo non fosse del Partito Comunista. Lui - sottolinea - in questo momento presta la sua faccia di curato bonario a una realtà della sinistra che è composta dal 70% da attuali o ex comunisti. I quali comanderanno e che lo rottameranno di nuovo nel momento in cui riterranno che sia loro conveniente farlo". In effetti, due anni scarsi dopo la vittoria della sinistra, Romano Prodi verrà defenestrato da Palazzo Chigi proprio da coloro che lo sostenerono nella primavera del 2006. Gli era già capitato dieci anni prima, a opera di Bertinotti, ma la "testardaggine" del Professore non permise di consigliargli vie alternative all'inevitabile debacle.

Silvio Berlusconi trionfa alle urne, così inizia la Seconda Repubblica. Le elezioni di ventinove anni fa decretano definitivamente la sconfitta del vecchio sistema dei partiti. ANNABELLA DE ROBERTIS su La Gazzetta del Mezzogiorno il 2 aprile 2023.   

«Berlusconi trionfa e prenota il governo»: si legge in prima pagina su «La Gazzetta del Mezzogiorno» del 29 marzo 1994. Dopo due infiammate giornate elettorali, finalmente i dati ufficiali sono diffusi. «Il polo della Libertà ha raggiunto la maggioranza assoluta alle Camere. Sconfitta la sinistra, il centro (con Segni e Martinazzoli) conferma la scelta dell’opposizione. Per Fini, leader di Alleanza nazionale, Berlusconi sarà il prossimo capo del governo», si specifica nel pezzo d’apertura. Le elezioni di ventinove anni fa decretano definitivamente la sconfitta del vecchio sistema dei partiti, già messo a dura prova dalle conseguenze dell’inchiesta «Tangentopoli». È in vigore il nuovo sistema elettorale, il «Mattarellum», approvato dopo l’esito del referendum di un anno prima, che ha abrogato il proporzionale.

Al voto si sfidano, così, nuovi schieramenti: i partiti di sinistra si raccolgono nella formazione dei Progressisti, guidata dal Pds di Occhetto; il Polo delle Libertà è invece costituito dal neonato partito dell’imprenditore Silvio Berlusconi, dalla Lega nord e da Alleanza nazionale. Al centro restano il Partito popolare italiano, evoluzione della vecchia Democrazia cristiana, e altre piccole formazioni liberaldemocratiche. Il leader di Forza Italia, si legge sulla «Gazzetta», ha aspettato quasi l’una di notte per pronunciare il suo discorso della vittoria: costituitosi solo tre mesi prima, Fi è diventato il primo partito del Paese: «Per gioire aspetta i dati definitivi. Esorta i suoi alla prudenza, nella sala del Jolly Hotel di Roma gremita fino all’inverosimile. Ma negli occhi di Silvio Berlusconi brilla una furtiva lacrima mentre afferma che, comunque, il Polo delle Libertà un risultato già l’ha raggiunto: “consegnare il Paese ad un futuro di democrazia”».

Il giorno prima il Cavaliere si è recato a votare in una sezione del Ghetto di Roma, «in segno di solidarietà con la Comunità ebraica». Lì, però, l’accoglienza è stata a suon di urla: «Fascista!». «Se me lo avesse chiesto gli avrei detto che forse era meglio astenersi da questa manifestazione: un gesto demagogico, dettato dal desiderio di fare breccia», ha commentato Tullia Zevi, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche. Antonio Tajani, portavoce di Forza Italia, ha insinuato che la contestazione sia stata organizzata dal Pds.

C’è un altro aspetto innovativo nel voto del 1994: «Mai come stavolta la televisione l’ha fatta da padrone, con quasi tutte le emittenti pubbliche e private impegnate in una maratona elettorale tuttora in corso», scrive in quarta pagina Oscar Iarussi. È stato naturalmente Enrico Mentana su Canale 5 ad anticipare tutti, annunciando i dati dei primi exit-poll. «Un gran circo sotto i riflettori bollenti, un barnum dell’informazione-spettacolo con Emilio Fede che rimbrotta i suoi inviati». Importante è stato anche il ruolo delle emittenti locali, specifica Iarussi: «In particolare di Antenna Sud che, consorziata con altre private di Puglia, ha cominciato a fornire dati dalle Prefetture e interviste ad alcuni colleghi del settore politico».

«Il vento di destra soffia forte anche nelle nostre regioni» scrive Michele Cristallo. È solo l’inizio della complessa e tormentata «seconda Repubblica». Il 1° aprile 1923 sulla «Gazzetta di Puglia» grande spazio è riservato alla critica teatrale e cinematografica. Al Petruzzelli è andata in scena la compagnia Tumiati, accolta con entusiasmo dal pubblico barese, con la La cena delle beffe di Sem Benelli. Al Margherita è stato proiettato Dolores, «uno dei pochi film spagnuoli oggi in Italia». Enorme il concorso di pubblico al cinema Umberto per Max Linder toreador – film muto del 1913, che riscuote ancora in quei mesi un notevole successo – e al cinema Cavour per la pellicola Kim, Kip e Kop, i vincitori della morte, «meravigliosamente interpretata dal noto artista Lionel Buffalo». È il cinema, insomma, già nel 1923, ad appassionare i baresi più di ogni altra forma d’arte: cento anni dopo, alcune di quelle stesse sale ospiteranno un Festival cinematografico internazionale, il Bifest, giunto alla 14esima edizione.

Il liberalismo di Berlusconi è stato vita e azione. Silvio Berlusconi: il Cavaliere liberale di lotta non di governo. La promessa della “rivoluzione liberale” è stata mantenuta? Berlusconi è stato più bravo nella conquista del consenso in campagna elettorale che alla guida dell’Esecutivo. Vittorio Ferla su Il Riformista il 18 Giugno 2023

Lo stop all’abuso d’ufficio e la stretta sulle intercettazioni promossi dal governo riaprono il dibattito sulle riforme liberali della giustizia. Il vicepremier Antonio Tajani ha dedicato il pacchetto di misure alla memoria di Silvio Berlusconi. Si riapre così un’annosa domanda: la promessa della “rivoluzione liberale”, con cui il Cav esordì sul palcoscenico della politica, è stata mantenuta?

In realtà, il liberalismo di Berlusconi non è mai stato pensiero né progetto, bensì vita e azione. Facile trovare i segni dell’innovazione liberale nei successi dell’imprenditore più che nell’opera dell’uomo di governo. A lui si deve una delle più profonde svolte liberali della storia d’Italia: la rottura del monopolio pubblico sull’informazione, con l’apertura della concorrenza laddove esistevano soltanto i tg controllati dai partiti. La stessa innovazione che porta nello sport, quando con il Milan supera schemi consolidati e internazionalizza il calcio italiano. Così, nel 1994, il Cavaliere ha titoli sufficienti per collegare la sua “discesa in campo” in politica alla promessa di una “rivoluzione liberale”.

Berlusconi plana sulle macerie della “prima” Repubblica con un linguaggio seduttivo, coinvolgente, moderno. Non c’è ideologia alla base di questa epifania, bensì vitalismo ed energia propri di una società civile che conquista il suo spazio, in un paese dominato da riti politici distanti e inaccessibili e da un intervento pubblico omnipervasivo, gestito per decenni dal consociativismo dei partiti tradizionali. Berlusconi rifiuta il dirigismo statale, i lacci e laccioli dell’amministrazione, il fisco oppressivo, la spesa pubblica indiscriminata. Raccogliendo con almeno dieci anni di ritardo il messaggio di trasformazione del liberismo anglosassone di Ronald Reagan e Margaret Tatcher, il Cav riabilita quell’idea liberale che in Italia non ha mai attecchito per via dell’eredità storica di culture politiche tradizionalmente illiberali: la fascista, la comunista e la cattolica. Con lui, il termine “liberale” torna ad essere positivo. Perfino il centrosinistra è costretto a modernizzarsi e a inseguirlo sullo stesso terreno, facendo tesoro della lezione anglosassone di Clinton e Blair.

Viceversa, il Berlusconi di governo rinnega i suoi esordi. Diversi anni a Palazzo Chigi trascorrono senza una seria riforma liberale del fisco, della scuola, delle pensioni, della giustizia, della Pa. I governi di centrodestra mettono il loro carico su una spesa pubblica scriteriata e corporativa. La lettera che nel 2011 la Bce recapita a Silvio Berlusconi, allora premier riluttante, chiede all’Italia un vero e proprio programma liberale di governo per “accrescere il potenziale di crescita”, “assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche” e migliorare il rendimento delle amministrazioni: liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali, contrattazione salariale al livello d’impresa, norme sul licenziamento e politiche attive per il lavoro, tagli di spesa pubblica, uso di indicatori di performance nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione. Sappiamo com’è finita. Per evitare il definitivo tracollo dell’economia nazionale, Berlusconi è costretto a dimettersi, chiudendo un ciclo di governo nefasto. Ha tradito la sua promessa di rivoluzione liberale, consegnando il paese a stagnazione e declino di cui ancora soffriamo gli effetti.

C’è qualcuno in grado di raccogliere oggi quella speranza di liberalismo ancora così attuale? Sarebbe già tanto se la destra italiana al governo riuscisse a far evolvere le sue radici populiste e sovraniste in una prospettiva nazional-conservatrice di impronta europea. Ma è difficile immaginare che da quel mondo nutrito di statalismo e corporativismo possa emergere una proposta limpidamente liberale. Le stesse perplessità valgono per l’attuale Pd, preda di una confusa deriva socialpopulista corbyniana che non ha nulla in comune con il Manifesto del Lingotto né con una visione liberalprogressista del futuro del paese. In questo sentiero stretto per i riformisti – ovunque siano collocati – c’è ancora parecchio lavoro da fare. Vittorio Ferla

Berlusconi e il berlusconismo. Silvio Berlusconi amava spiegare la politica con degli schemi tracciati con la penna su un foglio di carta bianco. Augusto Minzolini il 16 Giugno 2023 su Il Giornale.

Silvio Berlusconi amava spiegare la politica con degli schemi tracciati con la penna su un foglio di carta bianco. In uno degli ultimi colloqui che ho avuto con lui descrisse così gli scenari futuri: «Giuseppe Conte in fondo è un buon uomo. Mi ha detto che fino alle Europee andrà da solo, ma poi in un modo o nell'altro dovrà allearsi con il Pd. A quel punto, mettendo insieme quei mondi e tutto il resto, la differenza tra il centrodestra e il centrosinistra sarà di 2, 3 punti al massimo. Bisognerebbe portare da questa parte Renzi, ma è pazzariello. Per cui l'unica strada è rafforzare Forza Italia, aumentare i suoi voti, portarla almeno a due cifre...».

Il Cavaliere diceva di non essere un politico, ma in realtà era diventato un luminare della materia. Guardava sempre più lontano degli altri. Partiamo da un dato per parlare del dopo Berlusconi: il personaggio è inimitabile perché era la somma delle esperienze di una vita eccezionale. Non ci sarà mai un altro Berlusconi. Resta però la sua intuizione politica, quella è ancora valida, anzi c'è chi punta ad esportarla in Europa: un partito che rappresenta un segmento elettorale moderato che guarda a destra, di ispirazione liberale e cristiana, con forti radici europeiste sul solco dei popolari europei, appunto Forza Italia, che si allea con la destra per governare il Paese. Non è poco. Anche perché adesso Forza Italia è indispensabile al centrodestra per imporsi.

Ora, però, la creatura del Cavaliere si trova ad un bivio. La premiership di Giorgia Meloni non è in discussione. Come pure il governo e le alleanze sono punti fermi. Ma in un'Italia senza Berlusconi quale formula può garantire al centrodestra di durare? C'è stata l'ipotesi del partito unico, di un partito Repubblicano, conservatore o qualsivoglia. O ancora c'è la possibilità di una dispersione dei parlamentari di Forza Italia o nelle file di Fratelli d'Italia o della Lega, o in entrambe. In realtà si tratterebbe di un errore per gli azzurri, ma anche per Meloni e Salvini: resterebbe, infatti, sguarnita quell'area moderata, al centro della geografia politica. C'è il rischio che lo spazio di Forza Italia sia preso da altri (Renzi e Calenda sono in agguato). Al contrario, gli alleati dovrebbero garantire e preservare Forza Italia, lasciandola a presidiare quella fascia di elettori.

Contemporaneamente, gli azzurri dovrebbero trasformarsi da seguaci di Berlusconi in interpreti del berlusconismo. Sfida non da poco. Che presuppone un'unità vera del partito. E ancora l'attitudine a dare un senso e un futuro al berlusconismo senza Berlusconi. È già successo in passato con altri statisti che hanno caratterizzato la fase storica di un Paese. Forse il paragone più vicino è quello con il generale De Gaulle: morì De Gaulle, ma non il gollismo. Tutt'altro. La sua visione e il suo elettorato furono rappresentati poi per decenni da personaggi come Pompidou, Chaban-Delmas, Chirac e quell'antipatico di Sarkozy. Il gollismo ha avuto un peso fondamentale nella storia della Francia. Un partito nato da una personalità eccezionale, moderato, con una forte impronta nazionalista e con gli occhi puntati a destra. Insomma, ci sono tante affinità con Forza Italia. Certo il progetto è ambizioso, perché il vuoto lasciato dal Cavaliere è enorme. Ma nella vita nulla è semplice. Basta crederci. È stata la prima lezione di Berlusconi.

Estratto dell'articolo di Giovanni Orsina per “La Stampa” il 15 Giugno 2023.

Non c'è stata, negli ultimi cinquant'anni della nostra vicenda nazionale, una personalità che abbia inciso così a fondo nella carne del Paese come Silvio Berlusconi. E anche se allarghiamo lo sguardo al di là delle Alpi, ai nostri tempi non troviamo molte altre figure storiche che abbiano avuto un impatto paragonabile.

[…] 

Se dovessi condensare in una sola battuta il valore storico della vicenda umana di Berlusconi, direi che ha impersonato meglio di chiunque altro in Italia, ma forse perfino nel mondo, lo spirito dell'ultimo quarto del ventesimo secolo.

Come secolo del primato della politica, segnato dai totalitarismi ma anche dal keynesismo e dal welfare state, il Novecento comincia a concludersi nella seconda metà degli anni '60 col presentarsi e il fallimento dell'ultima esplosione di politica, la contestazione studentesca e operaia. 

Nel decennio successivo si apre una fase storica ben diversa, che potremmo dire post novecentesca, segnata per un verso dal rifiuto più o meno radicale della politica, e per un altro dalla fiducia ottimistica nella capacità del mercato e della società civile di produrre spontaneamente ordine e progresso.

Questa fase si consoliderà nel corso degli anni '80 e giungerà al suo punto culminante dopo il crollo del comunismo. Sul terreno internazionale il suo spirito si è incarnato soprattutto in Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Da noi, in Berlusconi. 

Diversamente da Thatcher e Reagan, a quello spirito Berlusconi ha dato sostanza già da imprenditore. Prima come costruttore di un'interpretazione italiana delle "gated communities": comunità urbane protette e compiute in se stesse, quasi piccoli stati nello Stato capaci di offrire a chi li abitava servizi pubblici esclusivi sostitutivi o ulteriori rispetto a quelli, ritenuti insufficienti, forniti dalle istituzioni. E poi, soprattutto, come tycoon televisivo. 

[…]  Non possiamo dimenticare insomma quanto gli anni '80 siano stati un figlio irregolare delle aspirazioni rivoluzionarie degli anni '70. È in questo terreno che ha affondato le sue radici la poderosa spinta libertaria e, a suo modo, egualitaria che ha caratterizzato il berlusconismo politico.

Una spinta che la cultura progressista, altrettanto robustamente radicata nel moralismo, non è mai stata in grado di comprendere. Quella cultura non si è nemmeno avvicinata a capire quanto profondamente democratico fosse il berlusconismo, e per questo non gli è riuscita a prendere le misure e, dallo scontro, è uscita spesso con le ossa rotte. 

Nel 1994 Berlusconi ha saputo riempire col suo messaggio individualistico, libertario, vitalistico e sostanzialmente antipolitico l'immenso spazio politico che avevano aperto i magistrati di Mani pulite.

Fare politica con un messaggio antipolitico può sembrare una contraddizione in termini. Ma è una contraddizione che segna tutti gli anni '80, e non soltanto in Italia. Proprio in virtù della sua biografia d'imprenditore, poi, Berlusconi era perfetto per maneggiare quell'antinomia senza farsene intrappolare. 

 Infine, la cospicua parte destra dell'elettorato italiano sembrava fatta apposta per apprezzare il progetto proprio nella sua ambivalenza: militante abbastanza da partecipare alla vita pubblica, ma pure sufficientemente diffidente della politica e dello Stato da dare il proprio voto a un leader che prometteva di ridimensionare questo e quella.

La rivoluzione liberale – il risvolto costruttivo delle emozioni per lo più negative che ho illustrato finora – non si è mai materializzata, com'è ben noto. Berlusconi non era Thatcher, l'Italia non era il Regno Unito, gli anni '90 non erano gli '80. Soprattutto, quando Berlusconi è arrivato a governare stabilmente il Paese, nel 2001, il clima storico si era ormai profondamente modificato.

Con la svolta del secolo l'ottimismo e la fiducia negli spiriti vitali della società italiana hanno cominciato a lasciar spazio a un pessimismo crescente e al senso che la Penisola fosse entrata in una fase decadente. Come detto, Berlusconi incarnava lo spirito fiducioso dell'ultimo quarto del Novecento – con l'atmosfera cupa dell'inizio del ventunesimo non aveva più molto a che vedere. 

Certo, si è schierato al fianco di George W. Bush nella guerra al terrore, ha collaborato con la Conferenza episcopale del cardinal Ruini negli scontri biopolitici di quegli anni. Ma erano conflitti, in definitiva, che avevano ben poco a che vedere con la sostanza spensieratamente, caoticamente, inclusivamente libertaria del berlusconismo.

Era molto più nelle sue corde, semmai, lo spirito di Pratica di Mare, la promozione dell'incontro fra Russia e Stati Uniti: il Cavaliere era uomo di giochi a somma positiva, di transazioni felici e remunerative, non di lotte di religione. Perfino quando faceva l'anticomunista. 

[…]  Fra il 2011 e il 2013 la crisi del debito sovrano, il governo Monti e il successo elettorale del Movimento 5 stelle hanno fatto a pezzi il sistema politico bipolare che il Cavaliere aveva saputo costruire intorno a sé. Dotato di risorse straordinarie – vitalità, determinazione, televisioni, soldi –, Berlusconi è rimasto un protagonista della vita pubblica italiana per dieci anni ancora. La sua stagione era finita, però, e nella posizione centrale che aveva occupato fino ad allora nel sistema politico si sono avvicendati altri: Renzi, Grillo, Salvini, Meloni.

Il nuovo clima storico ha richiesto allora una nuova destra. Che è riuscita infine a prender forma in maniera ragionevolmente stabile, anche se ci son voluti quasi dieci anni. Nell'articolo che ha pubblicato ieri sul Corriere della Sera, Giorgia Meloni ha detto con grande chiarezza che cosa questa nuova destra voglia ereditare da Berlusconi. 

Nel ricordare il suo predecessore, la presidente del Consiglio si è soffermata in particolare su due punti: Berlusconi l'outsider, innanzitutto, l'italiano qualunque che ha fatto fortuna ma non ha perduto la capacità di mettersi in comunicazione empatica con gli altri italiani qualunque; e poi Berlusconi il fondatore del centro destra in uno schema politico bipolare. 

Sono i due punti cruciali: se tiene unito il suo popolo, molto più compatto e facile da maneggiare del dirimpettaio progressista, e alla testa di quel popolo mette un leader che senta di appartenergli profondamente, non se ne presuma migliore e non pretenda di educarlo, la nuova destra può andare lontano. […]

Qui, però, il suo desiderio di mettersi in continuità col Cavaliere deve fare i conti col radicale mutamento di clima degli ultimi trent'anni. Oggi difendere l'interesse nazionale significa ridare centralità alla politica. Non solo: proprio a quegli aspetti della politica – i duri conflitti di interesse, la competizione ultimativa per le risorse, il potere, la violenza – che negli anni '80 e '90 si sperava fossero stati esorcizzati per sempre. 

L'umanità sta giocando una difficilissima e pericolosissima partita di ripoliticizzazione, la nuova destra dovrà capire molto velocemente come affrontarla, e in questo l'eredità berlusconiana non potrà esserle di nessun aiuto. Ieri abbiamo celebrato il funerale dell'Italia felice, vitale, espansiva, spensierata che il Cavaliere ha cantato come imprenditore e come politico. Mi consenta il lettore di rimpiangerla.

Quel disgusto delle regole spacciato per libertà. GIANFRANCO PASQUINO, accademico dei Lincei su Il Domani il 13 giugno 2023

La libertà tanto vantata da Berlusconi consisteva quasi esclusivamente nell’assenza di regole, comunque, nell’evitare i controlli.

Lo Stato, poiché l’Italia non è solo una emozione, è fatto da cittadini che, anche se non si identificano pienamente nella Costituzione, sanno che la loro vita si svolge in quei confini e che deve tenere conto delle relazioni con gli altri cittadini e con lo stesso Stato.

Non riesco a capire come una persona condannata per frode fiscale, appunto ai danni dello Stato, possa essere onorata con funerali di Stato.

GIANFRANCO PASQUINO, accademico dei Lincei. Professore emerito di Scienza politica all'Università di Bologna, dal 2005 è socio dell'Accademia dei Lincei.

Tutte bugie del Cavaliere sulla rivoluzione liberale (che non ha mai realizzato). MASSIMO TADDEI, economista, Il Domani il 13 giugno 2023

Silvio Berlusconi ha costruito la sua carriera politica sulla rivoluzione liberale.

Nelle sue politiche, però, c’è molto poco di liberale, a partire dal mancato taglio di tasse e spesa pubblica

L’unica vera politica per le imprese è stato il silenzio assenso sull’evasione.

MASSIMO TADDEI, economista. Responsabile editoriale di Pillole di economia, startup di divulgazione economica dentro e fuori dai social. Giornalista economico, collabora con Domani, Pagella Politica, Linkiesta e lavoce.info, di cui è stato Editor e responsabile del desk editoriale fino al 2022. È stato anche caporedattore a Torcha, new media di informazione generalista. Ha ottenuto una laurea in economia e commercio all’Università di Genova e un Double degree Master in Economics alle Università di Pavia e di Hohenheim (Stoccarda).

(ANSA il 13 giugno 2023) Il fondatore di Forza Italia "ha avuto giuste intuizioni, ma è stato tradito dal suo solipsismo". Questa l'analisi tracciata dal co-fondatore del partito Giuliano Urbani. "Mi colpì subito il fatto che, almeno a parole, voleva fare un partito liberale di massa", ricorda in un'intervista a La Repubblica l'ex ministro azzurro parlando di Silvio Berlusconi. "Promettemmo una serie di novità legislative e funzionali. Gli italiani ci seguirono". "Solo che il progetto fu subito annacquato, condizionato dalle esigenze degli alleati: Bossi voleva la secessione, Fini era a quei tempi l'espressione di una Destra post-fascista", precisa Urbani.

Il suo giudizio su quel che è diventato il partito è "negativo". "FI non è mai stata un partito e solo in parte un movimento politico, è stata poco più di un comitato elettorale". Secondo Urbani, "l'errore strategico è stato quello di non creare un partito contendibile, in democrazia non ha senso. E di non lavorare mai per una successione all'altezza". "Ha spesso preferito maggiordomi a collaboratori in grado di succedergli", aggiunge. Un futuro per Forza Italia? "Francamente non ne vedo", ammette l'ex forzista. "Gli elettori di Forza Italia sono già con Giorgia Meloni, abile nel porsi come leader moderata. Oggi è l'unica alternativa al centrosinistra che non ha una guida aggregante".

«Il populismo delle toghe e i timori di Fini fermarono la rivoluzione giudiziaria di Silvio». Intervista a Gaetano Pecorella, avvocato di Berlusconi e “padre” della legge sull’inappellabilità delle sentenze. Valentina Stella su Il Dubbio il 13 giugno 2023

Gaetano Pecorella è stato avvocato di Silvio Berlusconi, deputato di Forza Italia in diverse legislature e Presidente dell’Unione Camere Penali. Con lui facciamo un bilancio della storia e dell’attività di Berlusconi in merito alla giustizia.

Che ricordo ha di Berlusconi come persona?

Il ricordo è quello di una persona con la voglia di cambiare il mondo e innovare e con un grande amore per la libertà, come principio alla base della società. Questa è stata tra le ragioni per cui entrai nel partito.

Lei è stato anche avvocato del Cavaliere. Come lui ha vissuto tutti gli anni dei processi?

Un uomo dalla straordinaria memoria: pur senza leggere gli atti bastava una riunione affinché ricordasse tutto e per questo era un ottimo collaboratore per la linea di difesa. Non si è mai trovato in difficoltà nei processi: ha sempre combattuto come ha fatto in politica e per la sua salute.

Qualcuno sostiene che diverse leggi in materia di giustizia non le abbia portate a termine per non inimicarsi i magistrati.

Non mi ha mai detto “lasciamo perdere questa riforma perché non piace ai pubblici ministeri”. Tanto è vero che è stata approvata la legge con il mio nome, relativa all’inappellabilità delle sentenze di assoluzione, che certamente non piaceva ai pm. Ancora oggi, anche tra i magistrati, c’è chi rimpiange che sia stata ritenuta incostituzionale. Berlusconi non calcolava le reazioni che una legge avrebbe suscitato nei magistrati, bensì quelle dell’opinione pubblica.

L’Anm nei confronti di Berlusconi ha scritto negli anni comunicati durissimi.

C’è stata una lotta politica che non è accettabile in democrazia tra il Parlamento e la magistratura. Quest’ultima dovrebbe limitarsi ad applicare le leggi che fanno Camera e Senato. Si dice che Berlusconi sia stato il primo populista. Io, invece, credo che in quegli anni i veri populisti furono i magistrati che lo attaccavano.

Ma perché Berlusconi non è riuscito a portare a termine la sua ‘epocale riforma della giustizia’ nonostante sia stato premier in quattro Governi?

Credo che sulla giustizia avessero idee molto diverse Forza Italia, la Lega e Alleanza nazionale. Il problema era interno, non esterno. Fu probabilmente un mancato accordo con le altre forze di maggioranza a bloccare certe riforme. Sicuramente la separazione delle carriere rappresentava da sempre per lui un obiettivo da perseguire ma su questo lo stesso Fini era perplesso, guardando ai rapporti con i magistrati.

A proposito di separazione delle carriere, Berlusconi disse agli elettori “non andate a votare, la riforma la faccio io”, in occasione del referendum del Partito radicale e dell'Unione Camere Penali sulla separazione delle carriere del 2000. Non è in contraddizione con quanto da lei affermato poco fa?

Confermo che disse quelle parole. Vi erano però altri quesiti non condivisi da Forza Italia: diventava un po' difficile, come messaggio, dire sì ad un quesito e no ad un altro. E poi presentò una riforma costituzionale che prevedeva la separazione delle carriere che però non fu portata avanti perché il governo cadde e arrivò Monti. E comunque in politica non si può fare tutto quello che si ritiene giusto fare, perché ci sono situazioni in cui mancano i numeri e rischi di far saltare la legislatura.

Quindi tra gli alleati di Governo, Forza Italia era la più garantista?

Le radici della Lega e di Alleanza nazionale erano molto diverse dalle nostre.

Secondo molti la colpa principale di Berlusconi è stato quella di aver declinato il garantismo solo con riferimento alle regole processuali (e nemmeno sempre), mentre poi i suoi Governi praticavano il contrario nel campo del diritto sostanziale agitando lo spettro della "sicurezza percepita" (la Bossi-Fini sull'immigrazione, la legge ex Cirielli su recidiva e prescrizione e la Fini-Giovanardi sulle droghe, solo per citarne alcune). Tutto questo stona col garantismo.

Dobbiamo prima metterci d’accordo sul significato di garantismo. Per esempio negli Stati Uniti la legge sostanziale è molto severa al contrario di quella processuale molto garantista, secondo il principio di offrire all’imputato tutte le possibilità per difendersi, dopo di che se si dimostra la sua colpevolezza lì si arriva addirittura alla pena di morte. Non credo però che Berlusconi avesse in mente questo modello. Penso semplicemente che la legge processuale ti consente di essere garantista non creando contrasti forti nel Paese, mentre quella sostanziale è la legge con la quale si dovrebbe dare un senso di sicurezza e questo di certo non lo puoi garantire abbassando le pene. Poi le leggi che lei citava portano il nome di persone non di Forza Italia, tranne Giovanardi.

Però Berlusconi era a capo del Governo e poi non credo che lei, quale ex presidente dell’Unione Camere Penali, possa essere d’accordo con quel tipo di pensiero rispetto all’esecuzione penale.

Certo, non posso essere d’accordo. Io non sono mai stato a favore delle pene severe. Un conto però è lo studioso di diritto, l’avvocato che concepisce il diritto secondo le regole di giustizia, altro conto è il politico che deve dar conto delle sue scelte anche con gli alleati e il Paese. Se avesse parlato di amnistia o depenalizzazione avrebbe rischiato di perdere voti.

Berlusconi è ricordato anche per le leggi ad personam e “salva amici”.

Le leggi ad personam, è inutile negarlo, ci sono state. Il problema è se erano buone o cattive leggi. Ho visto una trasmissione in cui Travaglio ha sostenuto che ci sono state 60 leggi ad personam e che tuttavia non furono più cambiate neanche dai Governi di centro-sinistra. L’unica legge che fu dichiarata incostituzionale fu quella sull’inappellabilità delle sentenze di assoluzione perché toccava i poteri del pm. Ma le altre alla fine nessuno le modificò, quindi forse non erano così sbagliate come le dipingevano.

Negli anni alcune leggi in materia di giustizia non sono state fatte, motivando che sarebbero andate a favorire Berlusconi. Ora con la sua morte le cose cambiano?

Troveranno sempre una ragione per non approvarle. Fino ad ora, poi, non ho visto il Governo presentare riforme garantiste, certo non lo sono quella sui rave party e l’immigrazione. Ma in fondo cosa ci si può aspettare da un Governo che affonda le sue radici storiche nel fascismo e nel sovranismo? Per quanto Forza Italia sia dell’idea di fare leggi garantiste, rappresenta comunque una minoranza che conta pochissimo.

Che fine farà ora Forza Italia?

Secondo me avrà un periodo di sviluppo, come è successo con la morte di Berlinguer e Togliatti. Poi, non essendoci soggetti all’interno del partito che possano essere dei leader, non rimarrà in piedi.

Qual è l’eredità che lascia Berlusconi al Paese?

La politica della tolleranza e della libertà della persona, della politica che distinguere le condotte immorali da quelle illegali, insomma il liberalismo storico.

Perché Berlusconi non ha cambiato l’Italia: il conflitto d’interessi e le riforme mancate con l’arrivo dell’Euro. Stefano Ceccanti su Il Riformista il 13 Giugno 2023

Nel “Si&No” del Riformista spazio al ricordo di Silvio Berlusconi, scomparso nelle scorse ore. La domanda la centro del dibattito è la seguente: “Ha cambiato l’Italia in meglio?”. Interpellati il giornalista Paolo Guzzanti, secondo cui l’ex premier “ha trasformato politica e società, era un conservatore che amava il progresso“, e il costituzionalista Stefano Ceccanti. “Fu l’immobilismo a produrre un’innovazione sbagliata” sostiene.

Qui l’editoriale di Ceccanti:

Alla fine, in un giudizio estremamente sintetico, possiamo dire che il Berlusconi politico non ha migliorato l’Italia, ma questo giudizio negativo non assolve molti altri attori che avrebbero potuto e dovuto contribuire a esiti migliori. Il sistema politico italiano era già pronto almeno dal 1989 col venir meno definitivo della Guerra Fredda ad approdare alla normalità europea di due schieramenti principali che si alternano senza traumi alla guida del Governo. Le componenti moderate dei partiti di Governo avrebbero potuto dar vita a un normale centrodestra italiano legato al Ppe. Vari i leaders possibili a partire da Mario Segni. Ciò però avrebbe significato la fisiologica divisione in due di quel partito anomalo che era la Dc italiana, effetto dell’anomalia di una sinistra ad egemonia comunista, le cui componenti progressiste minoritarie avrebbero dovuto sin da allora porsi il problema della costruzione dello schieramento alternativo.

Il Psi avrebbe dovuto per questo rinunciare alla sua comoda posizione di ago della bilancia che gli dava un potere sproporzionato rispetto ai voti. Il Pci superare la logica difensiva e identitaria in cui era caduto dopo la fine della solidarietà nazionale. Ma erano tempi di logiche difensive, del blocco all’innovazione costituito dal cosiddetto Caf (Craxi Andreotti Forlani). I due modernizzatori degli anni’ 80, De Mita e Craxi, pur di eliminare il rivale, si erano arresi alla palude delle componenti moderate della Dc che preferivano tirare a campare, cercando persino di ostacolare l’unificazione tedesca. Difficilmente dalle paludi prolungate nasce un’innovazione razionale. Quella che fu tentata dal basso col movimento referendario da sola poteva fare relativamente poco.

L’ultima occasione di un polo democratico ante litteram fu perduta col Governo Ciampi, con l’uscita repentina dei ministri del Pds dal Governo, che bloccò una convergenza che se fosse durata avrebbe portato anche ad un’alleanza democratica alle successive e non troppo frettolose elezioni politiche. In quel momento, vedendo il vuoto politico nello schieramento opposto, la divisione tra centro e sinistra, illusi di poter vincere alleandosi solo dopo in Parlamento, le elezioni a rotta di collo, e interpretando le leggi elettorali meglio di coloro che le avevano scritte, nacque il Berlusconi politico, da una costola del suo impero economico. Proprio questa genesi avvelenò il nuovo bipolarismo a livello nazionale, a differenza di quello pacifico che si era sperimentato per i sindaci anche incrociandosi con iniziative talora anomale del potere giudiziario.

Il conflitto di interessi, questa anomalia del potere economico che diventa politico, generò un partito e un polo personali e, all’opposto, la tentazione di descrivere questo avversario anomalo come un nemico contro cui allearsi solo in negativo. Un conflitto con esiti contraddittori: per un verso non permetteva mai davvero a Berlusconi di creare problemi irresolubili al sistema, come nelle dimissioni che capì di dover dare col via libera a Monti, ma che non consentiva neanche di stabilizzare il sistema rinunciando a possibili rendite di posizione, impedendo così una successione regolata alla guida del centrodestra. Oltre, ovviamente ai legami ingiustificabili con Putin anche dopo le prove provate della sua inaffidabilità e aggressività. Quello che resta l’errore maggiore e mai perdonabile, oltre all’errore minore ma non irrilevante di aver sprecato il dividendo dell’euro nella legislatura 2001-2006 senza reali riforme. I suoi limiti pertanto sono decisamente maggiori dei pochi aspetti positivi, ma i suoi sono anche i limiti di molti altri che hanno giocato per l’immobilismo invece che per l’innovazione razionale, per la demonizzazione invece del riformismo.

Saremo in grado di non ripetere questi errori in questa nuova fase dove soprattutto nei gruppi di opposizione continua a prevalere una coazione a ripetere di facile demonizzazione dell’avversario ora che dall’altra parte non c’è più neanche l’argomento vero ma parziale del conflitto di interesse? Anche perché, pur nato male, con quei difetti, il bipolarismo resta. Pur con una diversa leader il polo di centrodestra si vive sempre come tale. In questo senso un’eredità politica di Berlusconi resta. Per avere un bipolarismo civile e competitivo occorre creare una vera alternativa di governo per il dopo Berlusconi, non per il prima. Non è stato comunque una parentesi.

Stefano Ceccanti

DAGOREPORT - postato l'11 giugno giugno 2023

Il secondo ricovero dell’ottuagenario Silvio Berlusconi ha riattivato scosse di terremoto non solo in Forza Italia ma sull’intero quadro politico. Pur nanizzato all’8 per cento, il partito dell’ex Satrapo di Arcore è determinante negli equilibri della maggioranza del governo. 

Soprattutto dopo la tornata delle nomine delle partecipate di Stato e della Rai, dove Meloni ha fatto asse, attraverso Gianni Letta, con Forza Italia (vedi, tra l’altro, la direzione del Tg2 a Preziosi) per attuare il suo nuovo piano di conquista del potere: spegnere la fiamma del passato e spostare Fratelli d’Italia verso un centro conservatore spingendo a forza di schiaffi e sgambetti Matteo Salvini a destra (ultimo ceffone: la porta chiusa all’ingresso della Lega nel gruppo Ecr dei conservatori europei di cui è presidente).

L’attuale quadro politico potrebbe nei prossimi mesi saltare in aria, se il Cav dovesse definitivamente ritirarsi a vita privata o nella Casa del Signore (speriamo di no ovviamente). Fuori il Cavaliere dalle mille resurrezioni, cosa resterà del suo partito? Un vibratore, come quel birichino di Natangelo ha svignettato sul “Fatto”? 

Già adesso, con il patriarca che non ha più la forza di governare, assistiamo a quel mistero gaudioso di Marta Fascina, sbocciata geisha e trasformatosi in Grimilde, che si muove felpata per appropriarsi di Forza Italia. 

Anche se Marina e Piersilvio, che hanno il simbolo del partito e lo mantengono economicamente in vita, restano guardinghi e non siano del tutto convinti della fascinizzazione in corso. Ma basta solo l’idea dell’apertura del testamento dell’uomo che ha cambiato i connotati all’Italia e dintorni per agghiacciare il sangue non solo alla famiglia allargata (oltre ai cinque figli, spunterà anche Marta Fascina nell’asse ereditario?), ma anche di quel covo di serpi che è diventata Forza Italia, dove tutti sospettano l’uno dell’altro.

Infatti, se non fosse intervenuto l’attuale ricovero di Berlusconi, ad Arcore erano stati convocati a pranzo per il weekend i ministri forzisti del governo per annunciare, con la scusa di un piano di rilancio, la riorganizzazione del partito secondo Marta Fascina: tre nuovi coordinatori nazionali (nord, centro, sud) che avrebbero demansionato Antonio Tajani e taglio netto di quelle frange che resistono capitanate dai ribelli Ronzulli e Mulè. 

Ad opporsi al piano della “moglie morganatica” di Silvio e della sua task force con cui controlla Forza Italia (gli ex ronzulliani Alessandro Sorte e Stefano Benigni, ma in primis c’è il sottosegretario Tullio Ferrante, latitante al Ministero delle Infrastrutture perché impegnatissimo in Parlamento a sorvegliare le agitate truppe forziste), si muovono Tajani e l’ottuagenario Letta, con il primo che negli ultimi tempi si è un po’ demelonizzato dopo che la Sora Giorgia l’ha usato per avere un rapporto con il suo amico Manfred Weber, presidente del PPE, e una volta ottenuto ha gettato l’ex monarchico nel cestino.

Dato che l’ego espanso da Highlander di Berlusconi ha sempre cannibalizzato delfini e successori, Forza Italia ha altissime possibilità di finire polverizzata nel Mausoleo di Arcore. E con parte dei transfughi sparsi tra Fratelli d’Italia e Lega, la maggioranza del governo subirebbe un mezzo terremoto, visto il duello quotidiano che vede Meloni e Salvini sfanculanti e contrapposti. 

A quel punto il tavolo, con due gambe, non regge più e la Ducetta sarebbe costretta a pensarci due volte prima di prendere il manganello e sbatterlo in testa a Salvini, come fa tutti i giorni. E qualche anima pia dovrebbe anche ricordare alla Piccola Fiammiferaia del Colle Oppio dell’imprevedibilità politica del capataz del Carroccio: chi mai avrebbe immaginato un governo Lega-M5S? Eppure è avvenuto...

Se il rapporto dei rampolli di Silvio con l’ultima compagna di Papi è, diciamo, guardingo e riflessivo, quello della viscerale e fumantina Giorgia Meloni con Marta, donna fredda, sempre nascosta dietro le quinte (a parte circolo magico, nessuno conosce la sua voce), praticamente non esiste. 

Raccontano gli addetti ai livori della stizza della Ducetta quando venne convocata da Berlusconi a Villa Grande insieme a Salvini per decidere di uscire dal governo Draghi e si ritrovò con la boccoluta Marta che teneva la mano di Silvio: “Ahò, se lo sapevo, portavo anch’io Andrea”, avrebbe sogghignato, roteando gli occhioni in direzione della Gatta di Marmo.

Al lento declino di Berlusconi si accompagna la nuova scommessa di Giorgia, che da Draghetta iniziale, prudente e cauta, ha deciso di calzare l’elmetto della Ducetta ed è partita all’assalto dei mulini a vento. 

Dal Pnrr al Mes, dal Quirinale alla Corte dei Conti, dalla “maggioranza Ursula” ai dispetti di Macron, Meloni non guarda più in faccia nessuno, senza riflettere che di colpo il rubinetto di aiuti al nostro indebitatissimo Paese potrebbe chiudersi (vedi l’intervista eloquente di Giuliano Amato su “Repubblica”). A quel punto, può succedere di tutto, anche il formarsi di una nuova e inedita maggioranza grazie alla salvifica e sempiterna formula “Per il bene dell’Italia”.

Silvio Berlusconi, uomo libero e liberale, che ha fatto la storia degli ultimi 40 anni di questo Paese. Soglio Silvio su Panorama il 12 Giugno 2023

Imprenditore, politico, presidente di una squadra di calcio, amato, odiato, pluriprocessato e condannato. Comunque sia, un protagonista assoluto della vita e della storia d'Italia Andrea

Un dio o un demone; un genio o un burlone; un politico lungimirante o un uomo mai sazio di potere; un imprenditore illuminato o una figura al centro di chissà quali loschi affari. Silvio Berlusconi è stato tutto questo e forse molto di più. Un uomo che di sicuro ha diviso l'Italia come pochi altri ma che è stato attore protagonista di un trentennio tanto da dare vita con la sua discesa in campo ad una nuova fase politica, la Seconda Repubblica. Se c'è una cosa che lega tutte le mille vite di Silvio Berlusconi è di sicuro la passione. È questa che lo guida, giovane rampante, a creare dal nulla un'azienda come Mediaset, comprendendo prima degli altri (e meglio di molti altri) la forza della televisione privata e commerciale in un mondo dove nessuno prima di lui osava sfidare il monopolio della Rai. In azienda è sempre stato Padre a volte anche padrone ma rispettoso come pochi suoi pari dei dipendenti che, soprattutto agli esordi, conosceva uno per uno. Che l'editoria fosse un pallino lo dimostra anche la battaglia per la conquista di Mondadori, strappata dalle mani del rivale di sempre, De Benedetti, a colpi di centinaia di milioni con una battaglia legale durata un decennio.

È sempre la passione, questa volta per la maglia rossonera, che lo porta a diventare proprietario e presidente del Milan che con lui dopo anni bui il club diventa il più titolato al mondo. È lui agli inizi tra lo scetticismo generale ad affidare la squadra ad un allenatore semi sconosciuto, Arrigo Sacchi, che inventerà un nuovo modello di calcio. È però sempre Berlusconi a capire che sono i grandi giocatori (e uomini) a portare alla vittoria. E di questi si circonda fino al declino finanziario, agli anni difficili della sua presidenza fino alla cessione ad un imprenditore cinese, tra mille domande ancora oggi senza risposta. C'è poi la passione, o forse in questo caso proprio l'amore, per il suo paese dietro la scelta di entrare in politica. "L'Italia è il paese che amo...", comincia così il discorso di fondazione di Forza Italia, un partito capace in pochi mesi di arrivare al trionfo elettorale, contro ogni logica ed ogni previsione. Più volte Presidente del Consiglio, ma tante volte anche abbandonato dai suoi alleati. Dato per finito politicamente parlando, ma in grado di risorgere mettendosi in gioco, in prima persona. Con un solo limite: non aver mai trovato un delfino, qualcuno a cui lasciare il testimone del suo lavoro. Un po' per i limiti di chi lo circondava un po' perché forse Berlusconi il ruolo di leader non l'ha mai voluto lasciare per davvero. Sembrerà strano ma è sempre per passione, per la sua voglia di libertà e liberismo, che combatte come un leone nelle decine e decine di battaglie giudiziarie che lo trasportano da un tribunale all'altro. Innegabile che la sua discesa in campo lo trasformi in un bersaglio per le procure di diverse città d'Italia. Subisce processi ed accuse di ogni tipo fino alla condanna definitiva per evasione fiscale. Che però non lo elimina dalla vita imprenditoriale e politica. Innegabile anche la passione per la compagnia, le feste e le belle donne. Certe sue notti e le "cene eleganti" oltre ad essere oggetto di un processo sono state occasione per conoscere, grazie a numerose intercettazioni, il dietro le quinte di una persona che se tanto ha faticato e lavorato altrettanto ha voluto anche godersi la vita. Imperdibili le sue barzellette, le canzoni (con o senza Apicella), i momenti di svago. Altrettanto forte il legame con la sua famiglia, soprattutto verso la madre, vera figura centrale della sua vita. Ma anche per i figli, avuti da mogli poi madri diverse (Berlusconi si è sposato due volte e, dopo Veronica Lario ha avuto un paio di giovani compagne). Una vita piena, troppo piena per la stragrande maggioranza degli esseri umani normali, non per lui, instancabile, uomo che dormiva (davvero) poche ore al giorno, che chiamava assistenti e uomini fidati ad ogni ora del giorno e della notte. Uomo che pretendeva il massimo da se stesso, in primis, ma anche da chi voleva e doveva stargli accanto. L'unica cosa che davvero lo ha ferito è l'odio che gli avversari politici e una parte del paese aveva nei suoi confronti. Non l'ha mai capito, non l'ha mai accettato. All'orizzonte oggi non si vede un altro Berlusconi. Già questo ci racconta molto della sua grandezza.

Yasmin Inangiray per l’ANSA il 12 giugno 2023.

In bianco. Di corsa, andamento lento sotto il sole delle Bermuda. Era il 1995 e lo scatto divenne subito iconico: Silvio Berlusconi e il suo primo cerchio magico, speciale, unico e inimitabile: a fare jogging con lui c'erano Fedele Confalonieri, Adriano Galliani, Carlo Bernasconi, Gianni Letta e Marcello Dell'Utri. Un gruppo di collaboratori divenuti nei decenni amici, confidenti, compagni di azienda e di politica. Inseparabili, inseparati. 

Nei 28 anni successivi attorno ad Arcore si sono avvicendati altri gruppi di fedelissimi. Ognuno capace di scalzare il precedente, spesso senza chiedere il permesso. Perché i tre decenni di potere berlusconiano sono anche storia di cerchi magici e di battaglie intestine per il controllo dell'accesso al Capo.

In principio, dunque, erano quelli delle Bermuda. Amici che sono rimasti al fianco del leader, nonostante tutto, fino alla fine. A volte messi in disparte, a volte inascoltati, ma alla fine sempre capaci di sussurrare consigli decisivi all'orecchio del Cavaliere. 

Gli anni di governo, quelli dei trionfi elettorali e dell'Italia berlusconiana gestita dalla centrale romana di comando a Palazzo Grazioli, furono amministrati anche da dirigenti capaci di accompagnare a lungo la parabola di Berlusconi: Paolo Bonaiuti alla comunicazione, la fedelissima segretaria Marinella Brambilla (Marinella e basta, per il mondo di Forza Italia), e poi Sandro Bondi, Paolo Romani, Antonio Martino, Claudio Scajola, Fabrizio Cicchitto, Denis Verdini, mastini azzurri e consiglieri sempre presenti nelle residenze del capo. Così come i due consiglieri ombra, Sestino Giacomoni e Valentino Valentini. Ma anche, Miti Simonetto e Roberto Gasparotti plenipotenziari nella promozione dell'immagine del Cav.

Fa parte poi della cerchia ristretta del "dottore" (come lo chiamavano i collaboratori più fedeli) anche Niccolò Ghedini, scomparso nel 2022 e fino alla fine avvocato personale di Berlusconi. Vengono tutti scalzati nell'era d'oro di Maria Rosaria Rossi, protagonista tra il 2006 e il 2008 di una rapidissima ascesa che la porta prima in Parlamento e poi stabilmente al fianco del Presidente a Palazzo Grazioli fino al 2016.

E' lei che cura l'agenda di appuntamenti di Berlusconi e ne filtra gli incontri. Sarà soprannominata "la badante" dai suoi avversari. Sono gli anni in cui diventa celebre Francesca Pascale, compagna per un decennio del Cavaliere dopo il divorzio da Veronica Lario. Assieme alla parlamentare Deborah Bergamini, che gestisce la comunicazione, sostituiscono Marinella e Bonaiuti, allontanano Gianni Letta, mettono ai margini tutti i vertici di Fi. 

Anche loro, però, finiscono per dover cedere il passo. Dopo un difficile intervento al cuore, nell'estate del 2016, è Licia Ronzulli a diventare l'ombra del leader di Fi. Gestisce per sei anni ogni sospiro di Berlusconi. Ne è amica e consigliera, con il pieno consenso di Marina Berlusconi. Da sempre è la primogenita del Cavaliere ad avere l'ultima parola su chi può far parte del cerchio magico attorno al padre. Con Ronzulli si stringe il sodalizio politico tra il leader azzurro e Matteo Salvini.

Nel frattempo, Pascale rompe con Berlusconi: la nuova fidanzata è Marta Fascina, giovane deputata che ha accompagnato l'ex premier negli ultimi anni di vita. Ed è proprio Fascina a prendere il pieno controllo del berlusconismo insieme ad Antonio Tajani, colonna storica di Forza Italia sin dagli albori quando già nel 1994 sostituì Jas Gawronsky come portavoce. A Ronzulli tolgono la guida del partito in Lombardia mentre Alessandro Cattaneo è costretto a lasciare la presidenza del gruppo alla Camera. Si impone la linea dialogante con Giorgia Meloni. E' l'ultimo cerchio magico, l'ultimo fugace cambio di epoca. Incapace comunque di scalzare nell'immaginario quella foto alle Bermuda, tutti in bianco dalla testa ai piedi. Tranne Berlusconi, scarpe da tennis scure a guidare un gruppo di amici che avrebbe gestito il Paese per tre decadi. 

Dagospia venerdì 24 novembre 2023.Licia Ronzulli è stata eletta vicepresidente del Senato con 102 voti favorevoli, 50 schede bianche, 5 nulle e 6 ad altri nomi. 

Il voto è avvenuto a scrutinio segreto, con i senatori chiamati uno alla volta a passare attraverso i cosiddetti catafalchi per esprimere la loro preferenza in aula. 

Presenti 164 senatori e 163 votanti. La senatrice di Forza Italia, fino a lunedì capogruppo degli azzurri al Senato, è subentrata a Maurizio Gasparri che contemporaneamente si è dimesso dal ruolo di vicepresidente del Senato, in una 'staffetta' proposta da FI.

Filippo Ceccarelli per “La Repubblica” - 4 OTTOBRE 2022

Ogni futuro presidente del Consiglio ha il diritto di sognare il suo Governo Perfetto sapendo benissimo che dovrà fare concessioni e giungere a compromessi. Fu così che Prodi di malavoglia dovette prendersi Mastella alla Giustizia, così come Draghi, per carità di patria, accettò di tenersi Di Maio agli Esteri. Ma a riprova che certe istintive idiosincrasie sono più che giustificate, ecco che proprio Mastella affondò il secondo governo dell'Ulivo, così come Di Maio, con la sua improvvida scissione, ha dato il via alla crisi dell'esecutivo di salvezza nazionale. 

Se non altro in nome di questi infausti precedenti Giorgia Meloni ha una ragione in più per dire no e poi no a Licia Ronzulli. O meglio, in mancanza di contatti diretti, tutto lascia credere che in queste ore stia cercando disperatamente di convincere il Cavaliere a risparmiarle tale richiesta, che invece da Arcore si fa ogni giorno più pressante e ultimativa.

Nella prosaica quotidianità del totoministri sembra un caso come tanti altri, e in qualche modo c'entra anche il fatto che Ronzulli rappresenta l'ala più filo-Salvini della Lega, il che dopo la caduta di Draghi la portò a reagire a brutto muso nei riguardi della rivale governista lombarda Gelmini: «Vai a piagnucolare da un'altra parte e prenditi uno Xanax»; là dove l'improperio psico-farmacologico rivela un indubbio caratterino. 

Ma dietro il braccio di ferro sulla poltrona s' intravede qualcosa che fa pensare a un'inedita inconciliabilità fra la concezione del potere del tardo berlusconismo cortigiano e quella dell'imminente premier della destra-destra, che proviene da un'antica militanza di sezione e di strada; seppur favorita e promossa in giovanissima età da Gianfranco Fini, Meloni ha piena e consapevole coscienza di essersi fatta strada da sola; e adesso pretende che il suo governo rispecchi almeno un certo criterio di selezione.

Ciò detto, nell'universo pedagogico del Cavaliere Ronzulli è esattamente quella che deve essere, vale a dire una donna il cui destino lui stesso ha forgiato secondo le sue generose prerogative e infallibili necessità: abbastanza giovane, graziosa, bel sorriso, svelta, simpatica, visually satisfying e adorante. In questo senso, come per altre carriere, la scuola quadri della Real Casa coincide con il mondo delle fiabe per cui Licia, provetta fisioterapista, è giunta al cospetto del sovrano in occasione di uno dei diversi "tagliandi", ossia interventi di chirurgia estetica, e di molto aiuto gli è stata dopo il duro colpo della statuina del Duomo scagliatagli fra guancia e denti nel 2009.

Dopo di che, perseguendo un suo particolare progetto di rinnovamento estetizzante della classe politica al femminile, Silvione l'ha fatta eleggere a Strasburgo: vedi la celebre e astuta foto di lei che votava allattando in aula uscita dopo una singolare testimonianza a proposito di idoletti della fertilità accolti a girotavola durante le cene a villa San Martino. In seguito l'ha richiamata nel ruolo di ciambellana di corte addetta alla sua regale persona, nonché depositaria della magica agenda. 

Si trattava in realtà del medesimo ruolo di general manager del berlusconismo svolto per qualche anno dall'onorevole Mariarosaria Rossi in abbinata con la favorita del momento, Francesca Pascale. Anche in quel caso i giornalisti, con quel filo di mala creanza che pure insaporisce e in fondo riscatta la sbobba del day by day, utilizzavano di norma il titolo di "badante", trasmesso a Ronzulli che tuttora lo esercita affettuosamente e in armonia con l'onorevole Marta Fascina, per la quale ad esempio si è spesa organizzando le quasi o finte nozze.

Per tornare alla politica, che pure con tali faccende di riffa o di raffa finisce ormai per identificarsi, nei giorni concitati del Quirinale tra Ronzulli e Meloni qualcosa di storto deve essersi verificato, anche se al dunque un impiccio secondario. È sulla scelta e sul potere dei ministri che si mettono alla prova l'alleanza e la convivenza - e un no prima ancora di cominciare è già un no che vale per il futuro.

(…)

Berlusconi, il Cavaliere che non volle eredi, lascia Forza Italia senza guida

Silvio Berlusconi morto all'età di 86 anni dopo una lunga malattia

Da Alfano a Toti, passando per Carfagna, fino a Tajani e Fascina. È lunga la lista dei delfini mai diventati leader. Il patrimonio politico incustodito di Silvio. Rocco Vazzana su Il Dubbio il 13 giugno 2023

«Non ci sarà più Forza Italia. Muore con Silvio». La previsione di Gianfranco Miccichè - ministro, vice ministro e più volte sottosegretario nei tre governi Berlusconi - a poche ore dalla scomparsa del Cavaliere può sembrare amara e fuori luogo nel momento del cordoglio. Ma è sincera e verosimile. «È un fatto scontato», dice lo storico esponente azzurro. «Il nostro non è un partito da congresso per sapere chi prende la direzione del partito. Assisteremo alla lite su chi è proprietario del simbolo, a chi non lo è», aggiunge Miccichè.

Sì, perché Forza Italia non può esistere senza il suo leader, il suo inventore, il suo padrone. Silvio Berlusconi è sempre stato allergico alla condivisione del potere all’interno della sua creatura e alla formazione di una classe decidente capace di camminare su gambe autonome. Anche quando ha allevato delfini, fino a designarli segretari di partito (del Pdl in questo caso), come con Angelino Alfano, ha sempre finito per trasformarli in trote per assenza di «quid». Già il «quid», quello che in Forza Italia, e forse in generale tra la classe politica, solo Berlusconi riusciva a sfoggiare. Così, negli anni, la lista dei possibili eredi alla guida del partito si è allungata alla stessa velocità con cui venivano stracciati i nomi che la componevano. Dal già citato Alfano a Giovanni Toti, passando per Mara Carfagna e svariate meteore. Fino ad arrivare ad Antonio Tajani - attuale coordinatore unico di Fi dal curriculum politico importante ma dal carisma poco dirompente - su cui in pochi sembrano pronti a scommettere per il futuro. Così come appare improbabile che a raccogliere lo scettro del comando possa essere l’onorevole Marta Fascina, ultima compagna di Berlusconi, che in pochi mesi è stata in grado di acquisire pezzi di potere azzurro e di mettere all’angolo esponenti di spicco di quello che fu il cerchio magico di Silvio. Del resto, prima di lei, era già successo a Francesca Pascale, ex fidanzata del Cav, di venire descritta come suggeritrice di svolte, sussurratrice di alleanze e dettatrice di prese di posizione.

La verità è che Berlusconi ha sempre deciso da solo, capace come pochi di annusare in anticipo l’orientamento degli italiani e i cambiamenti verso i quali andava il Paese. Forza Italia non può avere eredi, il berlusconismo però sì. E sono tanti a contendersi, soprattutto fuori dal partito, quel patrimonio rimasto adesso incustodito.

Il più interessato, dai tempi del patto del Nazareno, è senza dubbio Matteo Renzi, il primo a commentare ieri sui social la scomparsa dell’uomo che più di ogni altro ha segnato gli ultimi 30 anni di vita politica del Paese. «In queste ore porto con me i ricordi dei nostri incontri, dei tanti consigli, dei nostri accordi, dei nostri scontri», ha scritto su Facebook il leader di Italia viva. «Ma soprattutto di una telefonata in cui Silvio, non il Presidente, mi ha fatto scendere una lacrima parlando della mamma. Ci mancherai Pres, che la terra ti sia lieve». Non è un mistero che tra i due ci fosse del feeling naturale. Probabilmente un sentimento di reciproca simpatia figlio di uno stile comune - spregiudicato, populista e coraggioso - e di una visione pragmatica della politica, quella che permise a Berlusconi di varcare per la prima volta le soglie della sede dem per stringere un patto storico col nemico di sempre. Un rottamatore e un self made man che ha ridisegnato le geografie politiche del Paese. Ed è in nome di questa somiglianza che Renzi ha sempre provato ad ammaliare l’elettorato azzurro che col Cav in vita, però, ha puntualmente voltato le spalle all’ex segretario del Pd anche una volta uscito dalle mura del Nazareno, ritenendolo troppo poco affidabile. Senza Berlusconi a tenere le redini del comando tutto potrà rimescolarsi e ognuno proverà a giocarsi le sue carte nella variegata galassia centrista.

Ma volendo lasciare in pace la figlia Marina, più volte citata a sproposito negli anni come legittima erede politica in ordine dinastico, la più accreditata a prendere il posto del fondatore del centrodestra sembra una donna apparentemente lontana anni luce dalla narrazione antipolitica che è stata il marchio di fabbrica del leader: Giorgia Meloni. Figlia di una sezione di partito, a differenza di Silvio l’imprenditore “venuto dal nulla”, si è mostrata capace di tenere insieme una coalizione destinata a implodere dopo l’inatteso exploit elettorale del suo partito, Fdi, fino a poco tempo fa il soldato più piccolo di una corazzata guidata da Fi. Nonostante tra la premier e il Cav non sia mai scattata la scintilla in tanti anni di lavoro fianco a fianco, Meloni sembra aver imparato da Berlusconi la lezione più importante: mettere insieme ciò che per gli altri è inconciliabile. Così fece il “Berlusca” con Lega e Msi nel 1994, così prova a fare oggi da protagonista la nuova leader del centrodestra in Europa: costruire un’impensabile alleanza tra Popolari e Conservatori per stravolgere gli equilibri a Bruxelles. Per cogliere l’eredità di Silvio non bisogna stare necessariamente al centro, ma essere al centro dei processi.

L’ex premier è morto all’ospedale San Raffaele di Milano il 12 giugno. CorriereTv su Il Corriere della Sera il 12 Giugno 2023

Silvio Berlusconi è stato quattro volte presidente del Consiglio in Italia. Soprannominato Il Cavaliere, il nome deriva dall'onorificenza ricevuta nel 1977 per l'ordine al merito del lavoro, alla quale ha rinunciato nel 2014 dopo una condanna penale. La sua 'discesa in campo' è avvenuta con un celebre discorso nel 1994, anno in cui fonda Forza Italia e il partito vince le elezioni. Forza Italia è poi confluita nel Popolo delle Libertà, ed è stata rifondata nel 2013. Tra il '96 e il 2001 Berlusconi guida l'opposizione a governi di centrosinistra. Nel 2001 è di nuovo presidente del Consiglio e firma il famoso 'Contratto con gli italiani' a Porta a Porta. E' di nuovo premier, poi, tra il 2008 e il 2011, anno in cui Berlusconi si dimette. Fino al 2013 è in carica come premier Mario Monti. In quell'anno il PdL entra in un governo di larghe intese ma nello stesso anno rifonda Forza Italia e passa all'opposizione. Nel 2019 viene eletto come europarlamentare. Nel 2022 la coalizione di centrodestra annuncia di volerlo come presidente della Repubblica, ma l'elezione non avviene. Nelle elezioni dello stesso anno diventa senatore.

1977: quell'articolo premonitore di Camilla Cederna su Silvio Berlusconi. Uno splendido pezzo di una grande firma dell'Espresso. Che aveva già capito tutto dell'ex Cavaliere, agli albori della sua ascesa. Camilla Cederna su L'Espresso il 12 maggio 2014.

Gli albori dell’ascesa di Silvio Berlusconi descritti da Camilla Cederna sul numero de “l’Espresso” del 10 aprile 1977: un articolo in cui del personaggio si capiva già tutto. 

In un ambiente di lusso, saloni uno via l’altro, prati di moquet­te, sculture che si muovono, pelle, mo­gano e palissandro, continua a parlare un uomo non tanto alto, con un faccino tondo da bambino coi baffi, nem­meno una ruga, e un nasetto da bam­bola. Completo da grande sarto, leg­gero profumo maschio al limone. Men­tre il suo aspetto curato, i suoi mo­dini gentili, la sua continua esplosione di idee piacerebbero a un organiz­zatore di festini e congressi, il suo no­me sarebbe piaciuto molto a C.E. Gadda. Si chiama infatti Silvio Ber­lusconi. 

Un milanese che vale miliar­di, costruttore di smisurati centri resi­denziali, ora proprietario della stu­penda villa di Arcore dove vissero Gabrio Casati e Teresa Confalonieri (con collezione di pittori lombardi del ’500, e mai nessun nudo per non offendere la moglie, religiosissima), quindi della villa ex Borletti ai margi­ni del parco di Milano. Allergico alle fotografie («magari anche per via dei rapimenti», spiega con un sorriso ironico solo a metà) è soddisfattissimo che nessuno lo rico­nosca né a Milano né in quella sua gemma che considera Milano 2. Sic­come è la sua prima intervista, è fe­lice di raccontarmi la sua vita felice. Media borghesia, il papà direttore di banca che, a liceo finito, non gli dà più la mancia settimanale; ma lui non si dispera, perché, mentre studia leg­ge, lavora in vari modi: suonando Gershwin o cantando le canzoni fran­cesi alle feste studentesche. 

Non solo, ma fra un trenta e lode e l’altro, fa il venditore di elettrodomestici, e la sua strada è in salita: da venditore a venditore capo a direttore commer­ciale. Dopo la sua tesi di laurea sul­la pubblicità (il massimo dei voti) ini­zia la sua vera attività entrando suc­cessivamente in due importanti impre­se di costruzione. A venticinque anni crea un com­plesso di case intorno a piazza Piemonte, ecco quindi la fortunatissima operazione di Brugherio, una lottizza­zione destinata al ceto medio basso, mille appartamenti che van via subi­to; e preso dal piacere di raccontare, ogni tanto va nel difficile, dice “con­gesto”, macrourbanistica, architettura corale, la connotazione del mio carat­tere è la positività, “natura non facit saltus”. 

Il suo sogno sarebbe esser ri­cercato in tutto il mondo per fare cit­tà, e “chiamiamo il Berlusconi” do­vrebbe essere l’invocazione di terre desiderose di espandersi. Di Milano 2, l’enorme quartiere residenziale nel Comune di Segrate, parla come di una donna che ama, completa com’è di ogni bellezza e comfort, e centomila abitanti, che a dir che sono soddisfatti è dir poco. Lui legge tutte le novità di architet­tura e urbanistica, qualche best-seller ogni tanto, rilegge spesso “L’utopia” di Tommaso Moro, sul quale vorreb­be scrivere un saggio. Si ritiene l’anti­tesi del palazzinaro, si ritiene un pro­gressista, è cattolico e praticante, ha votato Dc; e «se l’urbanistica è quel­la che si contratta fra costruttori e potere politico, la mia allora non è ur­banistica». Grazie, e vediamo cosa dicono gli altri di lui. Lo considerano uno dei maggiori speculatori edilizi del nostro tempo che, valendosi di grosse protezioni va­ticane e bancarie, vende le case e pren­de i soldi prima ancora di costruirle, lucrando in proprio miliardi di inte­ressi. Si lega prima con la base dc (Marcora e Bassetti), poi col centro, così che il segretario provinciale Mazzotta è il suo uomo. 

Altro suo punto di riferimento è il Psi, cioè Craxi, che vuoi dire Tognoli, cioè il sindaco. E qui viene contraddetta la sua avver­sione verso l’urbanistica come com­promesso tra politici e costruttori. La società di Berlusconi è la Edilnord, fondata nel ’63 da lui e da Ren­zo Rezzonico, direttore di una società finanziaria con base a Lugano, liqui­data nel ’71 per segrete ragioni. 

Vie­ne fondata allora la Edilnord centri residenziali con le stesse condizioni della compagnia di prima: lo stesso capitale sociale (circa 10 mila dollari), la stessa banca svizzera che fa i pre­stiti (la International Bank di Zurigo), ed ecco Berlusconi procuratore gene­rale per l’Italia. Nel ’71 il consiglio dei Lavori Pub­blici dichiara ufficialmente residenzia­le la terra di Berlusconi (comprata per 500 lire al metro quadralo nel ’63 e venduta all’Edilnord per 4.250). Da Segrate (amministrazione di sinistra prima, poi socialista e dc) vengono concesse all’Edilnord licenze edilizie in cambio di sostanziose somme di da­naro. Umberto Dragone, allora capo del gruppo socialista nel consiglio di Milano, pensa che l’Edilnord abbia pagato ai partiti coinvolti il 5-10 per cento dei profitti (18-19 miliardi) che si aspettava da Milano 2. (Qualche ap­partamento arredato pare sia stato da­to gratis ad assessori e tecnici dc e socialisti. Certo è che questo regalo lo ha avuto un tecnico socialista che vive lì con una fotomodella). 

«II silenzio non ha prezzo, ecco il paradiso del silenzio », era scritto sul­la pubblicità di questa residenza per alta e media borghesia. Ma il silen­zio da principio non c’era. L’aero­porto di Linate è lì a un passo, ogni 90 secondi decollava un aereo, intol­lerabili le onde sonore, superiori a 100 decibel. Così l’Edilnord si muove a Roma, manovrando i ministeri, per ottenere il cambio delle rotte degli aerei. Approfittando della vicinanza di un ospedale, il San Raffaele, diretto da un prete trafficone e sospeso a divinis, don Luigi Maria Verzé, manda ai vari ministeri una piantina in cui la sua Milano 2 risulta zona ospedaliera e la cartina falsa verrà distribuita ai piloti (con su la croce, simbolo in­ternazionale della zona di rispetto), così le rotte vengono cambiate spo­stando l’odioso inquinamento da ru­more da Milano 2 alla sezione nord-est di Segrate che per anni protesterà invano: e il prezzo degli appartamen­ti viene subito triplicato. 

Altre notizie. Berlusconi sta metten­do in cantiere la sua nuova Milano 3 nel Comune di Basiglio a sud della città, con appartamenti di tipo “fles­sibile”, cioè con pareti che si sposta­no secondo le esigenze familiari. In settembre comincerà a trasmettere dal grattacielo Pirelli la sua Telemilano, una televisione locale con dibattiti sui problemi della città, un’ora al giorno offerta ai giornali (egli possiede il 15 per cento del “Giornale” di Monta­nelli). «Troppi sono oggi i fattori ansiogeni», dice, «la mia sarà una tv ottimista». Staff di otto redattori, più tecnici e cameramen, quaranta perso­ne in tutto. E pare che in questo suo progetto sia stato aiutato dall’amico Vittorino Colombo, ministro delle Po­ste e della Tv. Berlusconi aveva anche pensato di fondare un circolo di cultura diretto da Roberto Gervaso; la sua idea preferita però era quella di creare un movimento interpartitico puntato sui giovani emergenti, ma per adesso vi ha soprasseduto. Gli sarebbe piaciuto anche diventare presidente del Milan, ma la paura della pubblicità lo ha trattenuto. Massima sua aspirazione sa­rebbe infine quella di candidarsi al Parlamento europeo. Ci tiene anche a coltivare al meglio la sua figura di padre, cercando di avere frequenti contatti coi suoi figlioletti. Quel che deplora è che dalle ele­mentari di adesso sia stato esiliato il nozionismo: a lui le nozioni, in qualsiasi campo, hanno giovato moltissimo.

Il Grande Fratello incassettato. Giampaolo Pansa su L'Espresso il 10 gennaio 2022. 

Con un messaggio in videocassetta inviato a tutti i telegiornali, Berlusconi annuncia la “discesa in campo”, il suo ingresso in politica: nove minuti e venticinque secondi registrati nella villa di Arcore e preparati secondo le tecniche del marketing politico. Il neonato partito, Forza Italia, è in buona parte affidato a uomini provenienti da Fininvest e Publitalia, le aziende di Berlusconi

«MI SCAPPA LA PIPÌ! MI SCAAAPPAAA LA PIIPIII!...». Comincia con questa marcetta il mio Berlusconi-Day (mercoledì 26 gennaio 1994), ovverosia il giorno del Grande Sbarco di Sua Emittenza in terra d'Italia, un'Italia da liberare dai rossi brutti sporchi e cattivi, un'Italia da miracolare, e poi da bere e da mangiare. Controlliamo gli orologi: sono le 13,40 o giù di lì. Su Canale 5, il pupazzo parlante della Fininvest, l'onorevole Vittorio Sgarbi, ha appena concluso il proprio delirio quotidiano. E mentre la sua risata nevrotica si dissolve nell'etere, ecco esplodere la marcetta: «Mi scappa la pipiii…». La pipì scappante è il Partito popolare dell'avvocato Martinazzoli. E, difatti, ecco la faccia di Mino innestata su un corpaccio di dinosauro. Stacco, si cambia scena e attore. 

Adesso tocca a Silvio Berlusconi in persona. Aitante, sportivo, fasciato in una supertuta da saper-ginnastica, ai piedi due enormi scarpe da jogging. Il Super-Uomo in Tuta balza dall'elicottero con mosse da ghepardo. Poi ne fa scendere due bimbetti, due Berluschini piccini picciò. Avanti, per mano, lungo un prato perfetto, tagliato con rasoio bilama. Verso dove? Ma che domanda, verso l’Italia. Sì, “Forza Italia”, ti libereremo! Lo spot è un tormentone che ci avvolge, turbinoso-ossessionante, per la milionesima volta. Ormai l’abbiamo ingoiato, digerito e risputato. Anzi, ce l'hanno ficcato così in profondità nella nostra zucca di italiani refrattari che - accidenti! - lo sappiamo a memoria. 

Ecco Roma. Poi una folla che avanza tranquilla. Torino. Giovanotti e ragazze in bicicletta. Innamorati. Venezia. Mare. Di nuovo Roma. Operai. Napoli. Pisa. Un italiano perfetto elegante al telefono. Di nuovo folla. Piazza. Faraglioni di Capri. Bologna la rossa (ancora per poco). Vesuvio. Firenze. Ragazzi felici. Milano. Duomo di Milano. Madonnina sul Duomo di Milano. Monte Bianco. Computer. Trattori al lavoro sulla buona terra che va difesa dai neocomunisti. Parchi. Saldatore in officina. Lanterna di Genova più porto con relative navi. Nonni & nipoti. Ancora ragazzi. Famigliola felice nel soggiorno con tv, il cuore della casa… Su, cantiamo insieme. Su, marciamo insieme. Su, entriamo insieme nel futuro che dobbiamo costruire insieme. Forza Italia! E, signori italiani, venghino, venghino, nel Polo delle Libertà. Che poi è il Luna Park di Arcore (Milano). Con le sue donne barbute. Con i suoi predicatori folli. Con i suoi giocolieri abituati a tutti i giochi. Vedrete Giuliano Ferrara strepitante nel girello di Radio Londra. Ed Emilio Fede che prega. Ed Enrico Mentana che canta “Liberooo! Io sono libero!”. E Funari che sghignazza contro tutto e tutti. E Davide Mengacci che, armato di telecamere, gira le piazze d'Italia per rivelarci una verità prima d'ora nascosta: siamo un popolo di ardimentosi fessi, capaci di gridare, sobillati dal sciur Mengacci, le più fenomenali imbecillità. 

Vedi, caro amico che aspetti come me l’ora X del Berlusconi-Day, quanto siamo stati preveggenti nella nostra battaglia contro il Cavaliere? Ma sì, diciamolo con il candore dei semplici: abbiamo visto giusto prima di tanti cervelloni italici. E quel che abbiamo visto, l’abbiamo gridato senza che nessuno dei nostri Illustrissimi Superiori ce l’ordinasse: né l’ingegner De Benedetti Carlo, né il dottor Scalfari Eugenio, né i capi segreti della nota lobby editorial-finanziaria, altrimenti detta Partito Irresponsabile dei Nemici di Berlusconi. Non c’era mai piaciuto, il Cavaliere. E con il passar degli anni ci era piaciuto sempre di meno. Ci appariva come un alieno dentro un’astronave, sospesa minacciosa sopra i cieli d'Italia. Ma adesso l'astronave è  in procinto di atterrare. E l’Alieno di Arcore ce l'avremo, finalmente, davanti a noi.

L'astronave atterra alle 17,30 dentro l’astroporto più protetto, il Tg4 di Fede. “Forza Italia per noi!”: adesso godetevi l’Alieno Incassettato e il suo messaggio siderale, ma soprattutto solitario, senza contraddittori, senza domande. Mio Dio, quant’è orribile il Berlusconi nel suo primo giorno da capo-partito. Meglio, molto meglio, più umano, più vivo il Berlusca delle ultime apparizioni dall'astronave. Quello col maglione e le coppe del Milan sullo sfondo. Persino quello che, davanti alla stampa estera raccolta a Roma, inveiva al limite dell'infarto contro il comunismo che aveva fatto milioni di morti. Il Berlusca Incassettato, invece, è lui a sembrare un morto. E forse il Silvio in carne ed ossa è davvero defunto. Assassinato dal suo gemello Fedele Confalonieri, contrario alla seconda vita del Cavaliere. E dopo l’Assassinio, Fedele l’ha sepolto nel Mausoleo di Arcore. Così, adesso, quel che la cassetta ci trasmette è soltanto un corpo imbalsamato e reso semovente-concionante da qualche trucco televisivo. Oppure è un sosia. Un attore scelto con maniacale perfidia da Confalonieri per atterrire gli italiani e renderli refrattari al piano di Forza Italia. Sennò perché mandare in video quel replicante torvo, dalla fissità quasi robotica, i tratti tirati e smagriti da un chirurgo plastico cresciuto alla scuola del dottor Frankenstein? E le mani? Mani come artigli. La sinistra a serrare la destra in una morsa ferrea, quasi ad impedirle scatti innaturali e incontrollabili. Un Cavaliere da horror-film: questo ci svela la cassetta del Berlusconi-Day. Con un effetto tragicamente moltiplicato dalle repliche su tutte le reti pubbliche & private. Un'ossessione. Un incubo sempre ritornante. Un fantasma mummioso che risulta impossibile scacciare. 

E se fai lo zapping col telecomando, la mummia robotica ti sì avvinghia addosso, sprizzando da ogni canale. E con un ringhio ti spiega che, come San Francesco, ha rinunciato alle pompe e agli averi. E che adesso, povero e ignudo, combatterà i comunisti. E che dopo averli vinti, regalerà all'Italia un nuovo miracolo: economico, politico e televisivo. È il Grande Fratello orwelliano di 1984? Peggio: è la Grande Mummia di questo 1994 pronto alla dittatura della tv. Una mummia capace di gridarci che lui, l'Horror Berlusca, viene dal nulla. E non porta per niente le piaghe, le tare, i vizi della partitocrazia che l'ha costruito e ingrassato. Al punto da fargli urlacchiare, spudorato-minaccioso: «Non voglio vivere in un paese governato da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare». Piacerà agli italiani la Mummia Robotica che giura e spergiura di venire soltanto dal futuro? E se può dirlo. Se l'Italia è quella che il furbastro Mengacci, nella sua “mezz'ora dello scemo”, va disseppellendo tra fiere e mercati, può anche essere. E a questo mira la liturgia messa in scena dalle reti Fininvest. Il più chiesastico è Fede. Lui non dirige un telegiornale: celebra ogni dì una funzione religiosa. E nel Berlusconi-Day prega, a mani giunte, più estatico che mai: «Arcore è  una località vicino a Milano diventata famosa. Qui c’è il quartier generale…». 

Poi biascica, virtuoso, al telecronista appostato sul limitare della villa-sacrario: «Ma Silvio Berlusconi c'è o non c'è?». E il chierico-reporter risponde salmodiando: «È un piccolo mistero. Non si sa dove sia, il cavalier Berlusconi…». Allora, monsignor Fede prosegue nella messa cantata. E gorgoglia che è una messa del tutto normale: «Se Giovanni Agnelli avesse deciso di entrare in politica, avremmo fatto la stessa cosa. Anzi, un cicinino di più». Sul Tg5, invece, Mentana-Mitraglia pensa alla propria faccia. E canta: sono libero, libero, liberooo! Diciamo grazie al Berlusconi editore. Lui sì che è buono! Lui sì che è liberal! Ci ha lasciato fare il tigì in assoluta autonomia. E così faremo nei secoli dei secoli. Facciano tutti come noi! Questo sia l'impegno di tutti! Che non si ripeta, mai più, l'orrore delle altre campagne elettorali». «Ve le ricordate le campagne precedenti in tv?», strilla, impavido, l'ex mitraglista craxiano, «Teleforlani, Telecraxi, Telekabul». Oggi ci siamo noi, campioni della tv imparziale che più imparziale non si può. «E ve lo dimostreremo alle 22.30, nel nostro speciale. Con un'incursione - senza preavviso! - nelle sedi di Forza Italia».

La notte scende sul Berlusconi-Day fra estenuanti dibattiti sul perché e sul percome la Mummia Robotica sia indispensabile alla salvezza d'Italia. Poi, alle 22,30, arcipuntuale, ecco il commando di “Mitraglia” irrompere nella centrale itala-forzista di Milano. «Possiamo entrare?», chiede, giulebboso, Andrea Pamparana. «Perché no? Se vi manda l'Ingegnere di Ivrea, siete i benvenuti. Se vi manda Berlusconi, ci farete il santo piacere di lasciarvi perquisire…». Che rassicurante profumo di soldi, nei lindi uffici forzisti. Centralini intasati dalla folla di aspiranti salvatori d’Italia. Computer per schedare la marea di supporter. Toh, l’organizzatore del partito berlusconiano, Codignoni Angelo: naso pendulo, occhioni golosamente umidi, il tricolore all'occhiello. «Ci paghiamo tutto noi», giura il Nasone Forzista, «aderire costa una miseria!». 

Ecco due forzisti della prima ora, un professar Padroni e un architetto De Caro. Cantano: «Siamo tutti entusiasti del nuovo corso!». E quella testa da naziskin chi è? Ma come, è Gianni Pilo, il sondaggista della Diakron. Lui le elezioni le ha già vinte: «Siamo al 16 per cento in tutta Italia. E con un consenso potenziale ancora più ampio». Si passa ad un ginecologo di Tradate. Poi ad un venditore di auto in Varese. «Ma come? Ha avuto il tupè di aderire a Forza Italia proprio nella tana del lupo leghista?» E lui: «Si, perché mi è  piaciuta subito l’idea liberal-democratica del Dottore». Idea che ha trovato un guerriero, lo spaesato generale in pensione Luigi Caligaris. E anche dei ripetitori imparziali. “Mitraglia” ci mostra Andrea Monti, direttore di “Panorama”, e il suo assistente romano, Pino Buongiorno: «Prepariamo le domande per l'intervista al Dottore! E Pino mi accompagnerà in questa avventura!». 

Per il momento eccovi, in anteprima, la vignetta di Forattini. «Meglio la tivù spazzatura che la spazzatura di Stato» strillano Berlusconi e Bossi armati di scope. E nel cassonetto dell'immondizia chi si vede? Occhetto e Martinazzoli, naturalmente. Andrà così? La campagna elettorale avrà questo look da gentiluomini? È possibile. Sì, addosso ai neocomunisti. Trinariciuti. Trimammelluti. Frontagni. Col cervello all'ammasso. «In cabina elettorale Dio ti vede, Occhetto no». Ma potrebbe anche andare tutto al contrario. 

La Mummia Robotica ci ha fatto un grande regalo: ci ha dato un avversario da battere. Fino a ieri, Silvio Berlusconi l’avevamo visto da lontano, ben protetto dalle mura della fortezza Fininvest. Ma adesso è sceso tra noi. Tra i tartari che non vogliono finire berlusconizzati. Che errore, Sua Emittenza! Potrà capitarle di essere sbranato. Pacificamente, s’intende. Da milioni di voti contrari. Dunque, si prepari a perdere, o impopolare miliardario di Amore. Ha presente il suo amichetto Bettino Craxi? Temo che a lei andrà peggio. Molto peggio.

Silvio Berlusconi, gigante gentile che ha superato De Gasperi e Agnelli. Il ritratto di Bisignani. Luigi Bisignani su Il Tempo il 13 giugno 2023

Caro direttore, UN GIGANTE. Morto il Cavaliere, impossibile che ne nasca un altro. Insieme ad Alcide De Gasperi e Gianni Agnelli, Silvio Berlusconi è stato l’italiano più influente del Dopoguerra. Ma, a differenza di De Gasperi e Agnelli, il primo politico, il secondo imprenditore, Silvio ha fatto di più, in quanto ha rivestito entrambi i ruoli. 

Talvolta superando perfino il fascino magnetico dell’Avvocato che, per anni, era stato il suo mito. Per tutta la vita il Cav. ha vissuto con due sindromi che solo in rarissimi casi, spesso geniali, combaciano: era euforico ed ossessivo al tempo stesso. Euforico perché si lanciava in sfide continue nella convinzione di poter raggiungere qualsiasi traguardo, senza paura, gettando il cuore oltre l’ostacolo, anche a costo di farsi male. Ossessivo perché preparava ogni mossa con maniacale precisione e calcolo. Affermare che ha trasformato la società italiana con l’avvento della tv commerciale è perfino riduttivo. Ha costruito un modello nuovo di abitazioni, anticipando di decenni l’ambientalismo di maniera, ha reso il calcio italiano uno show business innovativo, seducendo accaniti tifosi del Milan persino dalla lontana Cina, ed è l’unico al mondo ad aver messo in piedi in venti giorni un partito politico, che poi è andato subito al governo. Pur con le sue mille contraddizioni, nessuno dei suoi troppi detrattori e pubblici ministeri che lo hanno perseguito potranno mai togliergli questi incredibili successi, così come la soddisfazione di essere ancora oggi il presidente del Consiglio che ha governato più a lungo l’Italia. 

Lo incontrai la prima volta nel 1977. Avevo ventiquattro anni ed ero capo ufficio stampa del ministro del Tesoro Gaetano Stammati, lui quasi quarantenne, già importante immobiliarista milanese, che stava per diventare il più giovane cavaliere del lavoro della Repubblica Italiana. A presentarmelo, in un attico di via Vittoria a Roma, Roberto Gervaso, allora pupillo di Indro Montanelli e scrittore affermato. Me lo volle far incontrare per avere conferma che tutto l’iter della pratica fosse andato a buon fine. Di Berlusconi la prima cosa che colpiva era il sorriso disarmante e l’empatia immediata, di quelle da farti sentire di conoscerlo da sempre. Una sera a casa di Giampaolo Cresci, allora delfino di Amintore Fanfani ed Ettore Bernabei, mitico direttore generale della Rai, sempre con il ministro Stammati e l’allora ministro dell’interno Francesco Cossiga, ci trovammo a cena con il neo Cavaliere sprizzante gioia da tutti i pori per questo riconoscimento che lo elevava tra i grandi imprenditori italiani. Incurante della presenza di Fanfani e di Bernabei, che avevano inventato la Rai, per tutto il tempo Berlusconi si lanciò a raccontare come il suo progetto di tv commerciale avrebbe soppiantato la tv di Stato. Rammento, come se fosse oggi, le poche parole che mi disse Stammati mentre scendevamo in ascensore dal bell’attico della Collina Fleming: «Chisto, o è no’ pazzo o è no’ genio». 

Così come mai dimenticherò la telefonata stupita di mia madre quando mi avvertì che erano state recapitate a casa delle bottigliette di Coca Cola. Quando al telefono le chiesi cosa ci fosse da meravigliarsi, mi disse: «Gigio, non delle bottigliette di Coca Cola, un intero camioncino!», di quelli che andavano di moda al tempo, con decine di cassette impilate. Un semplice biglietto di accompagnamento: «Grazie, Silvio». Spiegai a mamma l’arcano. Fedele Confalonieri, già allora braccio destro del neo Cavaliere, in una precedente occasione mi aveva fatto dono di una confezione di champagne francese e, nel ringraziarlo, gli dissi garbatamente che ero astemio. Ecco, in tutta la vita Berlusconi ha sempre voluto incantare i suoi interlocutori con gesti spettacolari. Era irrefrenabile la sua gioia di stupire.

E Berlusconi, allora, siamo nella metà degli anni ’80, non pensava proprio di «scendere in campo» in politica, pur avendo in animo di trasformare l’Italia in una società liberale e moderna. Diventato poi un precursore della televisione commerciale, mi è capitato di partecipare ad alcune riunioni in cui si parlava dell’acquisto del Milan o di Rete4, la sua terza tv. Insieme ad altri interlocutori presenti, dicevamo che sarebbe stata una follia acquistare una squadra di calcio perché, dopo le prime fiammate di entusiasmo, i tifosi gli avrebbero girato le spalle, e inoltre non c’era motivo di avere una terza rete, visto che possedeva già Canale 5 e Italia 1. Non ci diede retta, convinto com’era delle sue idee e del suo progetto visionario. Ebbe ragione: triplicò le entrate. 

Il Biscione in quegli anni dominava il mercato della raccolta pubblicitaria del piccolo schermo, facendo così anche la fortuna di molte aziende che vi investivano. Curioso e costantemente concentrato, ad ogni incontro prendeva appunti su tutto, a ciascuno dei suoi ospiti dedicava un’attenzione ad hoc, senza tralasciare alcun particolare sull’eventuale pranzo o cena, sulla scelta dei fiori e sulle abitudini dei suoi commensali. Era un padrone di casa squisito che conquistava anche coloro che avevano preconcetti nei suoi confronti. 

Così fu anche nel caso di Raul Gardini, quando lo andò a trovare a Ravenna per farsi vendere la Standa. Raul lo ricevette solo per gentilezza, giurando che mai gliel’avrebbe venduta. Il contadino sapeva essere ruvido e sferzante, ma il Cavaliere alla fine lo «espugnò». Il pirata Gardini poi, durante una loro camminata nelle vie di Ravenna, rimase stupito dal gran numero di gente comune che lo avvicinava con affetto e ammirazione, con una parola, una battuta o un sorriso contraccambiava sempre il saluto. Già allora, infatti, ancora prima di entrare in politica, grazie alle vittorie del Milan e alla popolarità delle sue tv, era un personaggio. Sapeva essere galante, con migliaia e migliaia di rose fatte recapitare a presentatrici e soubrette che dalla Rai sarebbero passate in Mediaset; generoso, soprattutto con chi si trovava in difficoltà. 

Nella prima fase di Mani pulite, quando ancora non era stato messo sotto i riflettori, con tutte le sue televisioni che acclamavano il pool, seppe essere molto affettuoso con la famiglia Ferruzzi. Mi disse, mentre eravamo all’aeroporto di Ciampino: «Comunque di’ ad Arturo e Carlo che tutte le case che ho in giro per il mondo sono a loro disposizione». Fino ad allora, sulla politica Berlusconi aveva lo stesso pensiero di Enrico Mattei: un taxi sul quale salire, pagare la corsa e poi scendere. Ne diffidava e voleva starne lontano. Durante le crisi di governo, ricordo che la sua maggiore preoccupazione era chi sarebbe diventato titolare del ministero delle Comunicazioni, dove a tutti i costi non voleva che andasse uno dei democristiani della sinistra Dc, i vari Sergio Mattarella, Carlo Fracanzani, Ciriaco De Mita, Riccardo Misasi ma più di tutti, Guido Bodrato, perché li considerava da sempre dei nemici per il suo progetto di una televisione liberale e commerciale. Con un’unica eccezione: «Italia domanda» su Canale 5, che aveva affidato a Gianni Letta nel suo primo incarico nel regno di Arcore, trasmissione alla quale riservatamente collaboravo. E, pur di evitare un ministro della sinistra democristiana, si trovò a puntare su Oscar Mammì, repubblicano, che poi non a caso fece la famosa Legge sulle telecomunicazioni, a cui si aggiunse, anni dopo, quella di Maurizio Gasparri, rimasto nel tempo uno dei più fedeli alleati di Berlusconi.

In quello che lui stesso definiva il «teatrino della politica» della prima Repubblica, i due capisaldi del mondo di Silvio erano Bettino Craxi e Arnaldo Forlani, a cui deve parte del suo successo di tycoon. 

Tra i politici che hanno fatto la storia d’Italia, Silvio Berlusconi aveva una venerazione per Alcide De Gasperi, ritenendolo il vero e unico argine contro i comunisti. Ed è proprio seguendo il suo esempio, per la deriva che aveva assunto Mani pulite ed il legame tra procura di Milano e Partito Comunista, che decise contro tutto e contro tutti, di scendere in campo, con Indro Montanelli direttore del suo Il Giornale, che gli preconizzava, giustamente, che l’avrebbero fatto a pezzi. In extremis, tentò in ogni modo di rimettere in piedi i cocci della politica che l’inchiesta aveva spazzato via, ore di colloquio con quelli che sembravano i leader emergenti del momento, Mariotto Segni in testa. Infine, ruppe gli indugi e fondò Forza Italia. Un miracolo che ha mandato in tilt la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto sponsorizzata da Carlo De Benedetti, il grande rivale di Silvio Berlusconi, il quale, nonostante il plotone mediatico-legale che gli ha schierato contro per tanti anni, non ha potuto altro che soccombere, rifugiandosi nelle sue ville in Svizzera ed in Spagna. 

Silvio è l’italiano che non hai mai abbandonato l’Italia, che ha pagato con le sue aziende più tasse di tutti, che ha dato lavoro a milioni di persone nei diversi campi di attività, che è stato perseguitato con 488 perquisizioni, una trentina di processi e il sequestro di oltre due milioni di pagine documentali, finite con un’unica e sola barbarica condanna a cui aveva fatto ricorso. Quest’anno ha peraltro assistito al beffardo contrappasso della condanna di Nicolas Sarkozy che, anni prima, lo aveva deriso pubblicamente insieme alla Merkel. 

Durante gli anni dei suoi governi, Berlusconi, piaccia o no, ha riportato il Paese al centro della scena mondiale, allacciando rapporti personali inimmaginabili per un leader europeo. Dai presidenti degli Stati Uniti a Putin fino a Erdogan e Gheddafi. Di Erdogan è stato testimone di nozze del figlio, Putin è andato a trovarlo nella sua dacia quando era ristretto nei movimenti per motivi giudiziari. Con Gheddafi, che durante quegli anni veniva più a Roma che a Bengasi, aveva raggiunto una confidenza inimmaginabile. Tanto che Berlusconi non perdeva occasione per elogiare la Guardia Amazzone tutta al femminile che il Colonnello si portava nelle trasferte, il reparto militare d’élite per la sua sicurezza, e a volte finivano perfino a parlare di punturine afrodisiache. 

Aveva fascino anche quando coinvolgeva gli ospiti nel tour del parco di villa Certosa in Sardegna, riconoscendo ad una ad una le piante, fino a stupirli, di notte, con il vulcano che illuminava le serate di festa. L’intimità con i leader del mondo ha portato l’Italia a Pratica di mare a far stringere le mani a Putin con Bush, in pieno accordo con gli alleati dell’Occidente, mettendo così fine alla guerra fredda. Berlusconi fu il primo a capire che abbandonare Gheddafi al suo destino avrebbe destabilizzato l’intera area del Mediterraneo.

Ma il ruolo dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per assecondare l’Eliseo, che da sempre aveva osteggiato la discesa in campo della tv commerciale in Francia, fu nefasto. Quello del Quirinale è stato il grande vulnus della leadership berlusconiana. Al Colle non solo non ci è mai arrivato, ma ha sempre dovuto soccombere davanti ai vari Presidenti, con Oscar Luigi Scalfaro in testa, che l’hanno combattuto da dentro le istituzioni. Certamente, lui ci ha messo anche del suo quando, morta la mamma Rosa che adorava, si è lasciato prendere dalla gioia di vivere senza tener conto che la magistratura militante aveva trasformato la sua villa di Arcore e le sue residenze romane in un «cimiciaio» pieno di telecamere e microfoni per esporre la sua vita privata al pubblico ludibrio. Sicuramente un eccesso, ma come diceva Andreotti parlando di quelle vicende, mai in Francia nessuno si sarebbe permesso di guardare dal buco della serratura la vita privata di Giscard d’Estaing o di François Mitterand, altrimenti se ne sarebbero viste delle belle. 

Per assurdo, la gazzarra attorno alla vita privata di Berlusconi ne ha fatto, in tante parti del mondo, un mito. Ricordo quando una notte arrivai con la mia famiglia in un ostello a tremila metri di altezza a Machu Picchu, in Perù, e ci venne ad aprire un campesino assonnato. Quando capì che eravamo italiani, iniziò un balletto forsennato, cantando ammirato «Bunga Bunga» e «Silvio, Silvio».

Se una critica si può fare agli anni di governo di Berlusconi, è quella che gli piaceva più essere presidente del Consiglio che fare il presidente del Consiglio, attività che aveva delegato completamente al suo infaticabile e prezioso Gianni Letta che, da solo, doveva tenere a bada Quirinale, Vaticano, alleati e opposizione. Con un premier distratto, forse, da troppe debolezze e dal desiderio di occuparsi principalmente di politica estera, dove a volte, per esuberanza, si è imbattuto in gaffe, ma anche in simpatici siparietti inaspettati come, ad esempio, quello in cui agitando la mano e ad alta voce chiamava Obama, davanti alla Regina Elisabetta. 

La sua più grave mancanza, certamente quella di non aver mai voluto crescere un delfino che portasse avanti con autorevolezza Forza Italia, la sua creatura nella quale ha investito centinaia e centinaia di milioni di euro. Ha bruciato tutti i possibili coordinatori scatenando all’interno del partito una guerra tra correnti sotterranee che si affrontavano di nascosto a colpi bassi per poi accucciarsi di fronte a Silvio, che li blandiva, raccontando a ciascuno di loro una versione diversa o promettendo incarichi che mai sarebbero arrivati. Oltre alle barzellette, il racconto delle bugie, una sua qualità straordinaria, anche perché non sembravano mai bugie, ma convinzioni granitiche. Capitò anche a me una volta, quando andai a ricordargli un episodio, per lui importantissimo in quel momento. Prendendomi il braccio con quelle sue mani sempre curate, mi redarguì: «Questo non me l’hai mai detto, Luigino». Certo invece di avergliene parlato, gli risposi con un aneddoto che tanti anni prima mi aveva rivelato Tommaso Morlino, allora presidente del Senato, per un caso analogo che gli era successo con Aldo Moro, suo capo corrente e indiscusso punto di riferimento: quando vai da una persona molto più importante di te, di quell’incontro ricordi ogni dettaglio, quando aspetti, quando sei lì, memorizzando qualsiasi interruzione. Berlusconi, imbarazzato con il suo sorriso disarmante, si limitò a replicare: «Effettivamente devo tenerne conto». Lo conoscevo da anni e non potevo prendermela.

L’ultimo Berlusconi è stato un nonno malinconico. Devastato da mille acciacchi fisici, incupito dall’ossessione per la persecuzione giudiziaria e dai rapporti con le sue donne e con il cerchio magico che, ad ogni nuovo «giro», lo ha allontanato da quel mondo che, per anni, gli è stato attorno e che lui coltivava sempre con una parola, un gesto di solidarietà, una telefonata. È finito accerchiato da poche persone che hanno approfittato della sua indole generosa isolandolo, seppure fossero gli ultimi arrivati alla sua corte. L’ultima giravolta, dopo il finto matrimonio con Marta Fascina organizzato da Licia Ronzulli, il grande rovesciamento di carte. Con la Ronzulli che viene esautorata e la Fascina che prende il comando del partito, forte di un’alleanza con la primogenita Marina che di fatto ne è la vera erede. Nessuno come lui è stato così divisivo in Italia, tanto amato quanto osteggiato. La sua morte, uno shock per un intero Paese che è cresciuto attraverso i suoi trionfi e le sue sconfitte. Una cosa è certa: non ci sarà mai più un Cavaliere come lui, forse con qualche macchia, ma di certo senza paura. E con ogni probabilità, il suo impero, così come quello degli Agnelli, finirà all’estero, a pezzi, cosa che non avrebbe mai voluto. Silvio, ci mancherai. Tanto. 

Silvio Berlusconi, genio visionario capace di conquistare chiunque. Davide Vecchi su Il Tempo il 13 giugno 2023

Nessuno potrà mai descrivere Silvio Berlusconi. È stato tutto e il contrario di tutto. Ha incarnato il Paese. Nel bene e nel male. La sua personalità era talmente complessa, la sua plusdotazione intellettiva così sorprendente da permettergli di riuscire a conquistare chiunque. Quindi ciascuno può limitarsi a ricordare solo ciò che Berlusconi gli ha mostrato per conquistarne la fiducia, l’amicizia o più semplicemente l’approvazione di un istante.

Credo che il tratto distintivo del Cavaliere sia stato proprio il fermo convincimento di poter piacere a tutti. Di conquistare tutti. La sua capacità di infondere negli altri il fervore per le proprie idee tanto poi da spingerli a perseguirle, sostenerle, difenderle fino a realizzarle con lui. Solo così si spiega la sterminata sequela di successi. Nell’imprenditoria, nell’editoria, nello sport, nella politica: sapeva farsi amare e farsi seguire anche in imprese inizialmente apparentemente folli. Era un genio. E, come i pochi uomini che come lui hanno fatto la storia, era un visionario. Sapeva scegliersi i collaboratori e aveva un rispetto assoluto di ciascuno. Parlava con tutti e si occupava di tutti.

Ricordo un collega del Tg5. A poco più di quarant’anni scoprì di avere un brutto malore. Berlusconi lo seppe e si prodigò affinché avesse le migliori cure possibili, lo mandò in una clinica in Svizzera e mise a disposizione dei familiari l’elicottero per poterlo raggiungere. Non era un amico né un uomo della prima linea ma era uno delle centinaia di giornalisti dipendenti Mediaset. Storie di umanità e generosità simili ce ne sarebbero centinaia. Sapeva che la sua ricchezza economica prima e il consenso politico poi dipendevano anche dal contributo dell’ultimo degli uscieri. E aveva la medesima attenzione per tutti. E quando incrociava qualcuno che non sembrava amarlo tentava di convincerlo fosse in errore. Riteneva di poter convertire anche i suoi più fervidi detrattori. Per questo accettò di andare in trasmissione da Michele Santoro accettando il confronto con Marco Travaglio. Era convinto di riuscire a far cambiare idea a entrambi. Ma quando capì che ogni suo sforzo sarebbe stato inutile ha cambiato le sorti di quella trasmissione con uno dei suoi colpi di teatro ironici: pulire la sedia su cui era seduto l’allora editorialista del Fatto Quotidiano. E questa è l’unica immagine che si ricordi di quella serata. 

Mesi dopo mi capitò di incontrarlo su un Frecciarossa. Rimanemmo soli per l’intero tragitto da Roma a Milano. E per tre ore tentò di convincere me, che all’epoca del Fatto ero inviato, a organizzare una riunione con l’intera redazione alla quale lui avrebbe voluto parlare: «Mi basta un’ora, in un’ora tutti capirebbero chi sono realmente». 

Sbaglia chi sostiene, come ha fatto ieri Elly Schlein, che con la morte di Berlusconi si chiuda un’epoca. Significa non averne minimamente compreso la portata storica. Il Cavaliere ha modificato l’ordinario, creando uno straordinario. Ha aperto una nuova era, rivoluzionando la comunicazione, la tv, la politica. È persino riuscito a sconfiggere la magistratura, in un Paese nel quale le procure hanno condizionato pesantemente la politica. Lui ne ha accettato i procedimenti ma combattendo sempre per difendere il suo operato, le sue scelte. Credendo, forse, di poter convincere anche loro. Come sempre, come con tutti. Piaccia o no, del resto, ciò che Berlusconi ha realizzato lo ha realizzato grazie al sostegno di amici, conoscenti, elettori. Ha conquistato molti. Tentando di conquistare tutti. Nessuno potrà mai sostituirlo o esserne erede. E nessuno potrà mai ingabbiarlo in una descrizione, perché era un genio. Semplicemente un genio visionario.

Qual è l’eredità politica di Berlusconi. Ha sdoganato la destra e recuperato la cultura liberale. Il liberal-conservatorismo di governo nasce qui. Corrado Ocone su Nicolaporro.it il 13 Giugno 2023

Con la morte Silvio Berlusconi abbandona definitivamente il palcoscenico della politica ed entra in quello della storia. Come è noto il giudizio storico non ha il compito né di assolvere né di condannare. E spesso è impietoso: personalità che erano state considerate centrali nella vita del proprio tempo, presto sono dimenticate o considerate “minori”. Già oggi si può dire che questo non accadrà per il Cavaliere di Arcore: la sua traccia sulla politica e sulla società italiana resterà indelebile perché ha rivoluzionato la prima ed ha capito come pochi le nuove esigenze e bisogni che emergevano in seno alla seconda.

Negli anni Ottanta ha interpretato la voglia diffusa di “riflusso”, cioè di alleggerimento di quella cappa di piombo che la cultura catto-comunista (e di un certo azionismo) aveva negli anni impresso al nostro Paese. Da qui il suo impegno nelle televisioni. Nel decennio successivo si è invece posto il compito di laicizzare e democratizzare la vita politica italiana, di avvicinarla al parlare e al sentire comune, di corrispondere a quel processo di individualizzazione che era proprio della società occidentale. Si è rivolto così direttamente ai ceti vivi, imprenditoriali e alla larga classe media che portava avanti il Paese ma si sentiva vessata da uno Stato inefficiente e prepotente.

La sua intuizione fu quella di fermare la “gioiosa macchina da guerra” messa su dagli ex comunisti con una strategia culturale e politica il cui successo dimostrò la sua straordinaria capacità di visione. Dal primo punto di vista, egli ebbe l’intuizione geniale di recuperare una cultura politica che in Italia era stata significativa ma minoritaria, schiacciata dal catto-comunismo imperante: quella liberale.

Politicamente, Berlusconi, capendo subito la logica del maggioritario, sdoganò la destra e ne avviò quella trasformazione in un moderno partito conservatore che oggi le permette di governare. Smascherò così tutte le ambiguità, le ipocrisie, i conformismi, di una sinistra che invece quella conversione liberale e democratica non l’ha saputa fare. E che anzi trovò nel giustizialismo illiberale la sua nuova valvola di sfogo. Il liberal-conservatorismo di governo a cui siamo infine approdati nasce da qui. Onoreremo l’eredità di Berlusconi tenendo viva e rafforzando ancora di più la componente liberale di questa virtuosa sintesi. Corrado Ocone, 13 giugno 2023

Da ilfattoquotidiano.it il 12 giugno 2023. 

Era il 6 maggio del 2023, alla convention di Forza Italia era atteso un messaggio di Silvio Berlusconi, che non poteva partecipare alla riunione per via dei problemi di salute. Così, dallo schermo, era stato trasmesso un video-tributo che ripercorreva le fase salienti della carriera politica dell’ex presidente del Consiglio. Oggi Berlusconi è morto, era ricoverato da venerdì.

Io sarò con voi”. Il testamento politico di Silvio Berlusconi su Nicolaporro.it il 13 Giugno 2023 

Eccomi, sono qui per voi, per la prima volta dopo un mese con giacca e camicia. Qualche notte fa, qui a San Raffaele, mi sono svegliato improvvisamente, con una domanda in testa che non riuscivo a mandare via: ma come mai sono qui? Ma che ci faccio qui? Per cosa sto combattendo io qui? Vicino a me vegliava la mia Marta. Anche a lei posi la stessa domanda: perché siamo qui? E lei mi disse: siamo qui perché hai lavorato tanto, forse troppo, ti stai impegnando molto perché per salvare la nostra democrazia e la nostra libertà.

E quindi voglio ricordare anche a voi quello che ho pensato e passato, anche se so che il farlo mi emazionerà davvero. Molti di voi conoscono alcuni aspetti di questa nostra storia, con qualcuno li abbiamo condivisi, ma ci sono altri aspetti che non ho mai raccontato prima. In ogni caso è importante rivederli, perché lì sono le nostre radici, lì sono le ragioni forti per le quali siamo ancora in campo. Lì c’è il grande futuro che ci aspetta e per il quale stiamo lavorando con passione.

Tutto ebbe inizio quando i sondaggisti delle mie tv, in quel giugno del 1993, parteciparono a una mia riunione e interrogati da me sulle elezioni che erano vicine, affermarono con sicurezza che avrebbero vinto i comunisti. “Ma no, non è possibile”, risposi d’impeto io, “non hanno mai vinto, c’è sicuramente una soluzione per continuare a non farli vincere”. Risposta in coro: “Sì, ma ce n’è una sola, un nuovo partito più forte dei comunisti”.

Lo chiamavano ancora “il partito comunista”, anche se aveva cambiato nome, perché erano sempre loro con gli stessi leader, gli stessi metodi, gli stessi programmi. “Ma se fino ad ora hanno vinto i partiti moderati, perché tutto può cambiare?”, chiesi. Mi risposero: “Perché sono cambiate le regole elettorali e perché Tangentopoli e Mani Pulite hanno fatto fuori tutti i leader del pentapartito e i loro successori non sono purtroppo all’altezza della situazione”. Questo risposero. Io allora mi prendo una settimana e vado a conoscerli tutti uno a uno. I sondagisti avevano ragione. Li convocai di nuovo. “Avete ragione – dissi – Ma allora cosa possiamo fare per non far diventare l’Italia un paese comunista?”. Risposero: “L’unica via è fondare un nuovo partito che sappia contrastare la sinistra”. “Ma – dissi – c’è qualcuno in grado di farlo?”. Si guardano, si sorridono, puntano il dito su di me. “Solo lei, Presidente, perché lei con il suo Milan è diventato il simbolo della vittoria. E poi perché è amato dagli italiani a cui ha regalato la televisione privata, un film ogni giorno alle 10.30 per le signore che stanno a casa a spolverare i mobili e a preparare il pranzo per i figli che tornano da scuola e alla sera dopo cena uno spettacolo per tutte le nostre famiglie che così stanno a casa tutti insieme per godersi la sua tv”.

Io rimasi assolutamente impressionato ma poi continuai a riflettere e cominciai a discutere della situazione con tanti amici: con Gianni Baget Bozzo, con Antonio Martino, con Giuliano Urbani, con Giuliano Ferrara e tanti altri ancora. Ancora e sempre più ci convincevamo tutti che la decisione indispensabile era proprio quella di fondare un nuovo movimento politico in grado di contrastare la sinistra. Dunque, questo era il problema: scendere in campo o lasciare che l’Italia diventasse un paese comunista. E io senti consolidarsi sempre più forte in me un autentico dovere, quello di farlo, quello di salvare l’Italia, il paese che amo e il paese che tutti noi amiamo.

Anche per scegliere il nome del nuovo partito ho preso il spunto, devo ammettere, da Forza Milan, il nome Forza Italia che conteneva e contiene già in sé il programma del nuovo partito. Il nome di Forza Italia è già scritta alla sua missione politica, che è quella di realizzare nel nostro paese le condizioni sociali, politiche, economiche, affinché ciascuno di noi possa sentirsi libero di costruire per se stesso e per i propri figli un futuro di crescita, un futuro di benessere, un futuro di libertà. E alla fine io e tutti gli amici che volevano essere fondatori del nuovo partito fummo d’accordo su tutte le reti televisive per comunicare pubblicamente la nostra discesa in campo.

La sera prima dell’intervento in tv, io feci venire ad Arcore, al mio tavolone di famiglia, la mia mamma, il mio fratello, i miei figli più grandi, i miei amici più cari, i miei più bravi dirigenti. Quando furono arrivati tutti, li invitai a sedersi a tavola. E qualcuno domandò: “Ma Presidente, come mai questo invito di cui non sappiamo la motivazione per di più in un giorno di lavoro?”. Infatti non era mai successo prima, ci eravamo sempre ritrovati insieme soltanto nei giorni di festa. E allora io risposi: “Mangiatevi il primo giro di risotto e poi ve lo dico”. Temevo che a stomaco vuoto si prendessero un’ulcera per quello che avrei detto loro. Dopo il risotto mi alzai e annunciai che li avevo convocati per renderli edotti del fatto che l’indomani mattina avrei dato le dimissioni da Presidente e Amministratore Delegato di tutte le società che avevo fondato e che alla sera in televisione, in prime time, avrei annunciato che scendevo in politica con un nuovo partito avversario della sinistra che si sarebbe chiamato Forza Italia.

Non vi dico quel che successe, un subbuglio, una rivoluzione, un vero disastro. Tutti, nessuno escluso, anche alzandosi in piedi a voce alta, manifestarono il loro dissenso, la loro opposizione, le loro paure. “Te ne faranno di tutti i colori”, “ti faranno tantissimi processi”, “ti manderanno in galera”, “ti chiuderanno le televisioni” e via dicendo. Di questo passo finimmo a mezzanotte e mezza. Tutti tornarono a casa, io salii le scale andando in camera mia, mi buttai sul mio letto con la giacca ancora indosso, le scarpe ai piedi e la testa più che in subbglio, in fiamme. Ma la mia mamma, tornando a casa sua a Milano con Lino, il mio autisto di fiducia, ebbe l’avventura di passare nella via in cui avevamo abitato per molto tempo mio papà, lei, la mia sorella Antonietta, il mio fratellino Paolo e io. E lei la chiamava la casa della felicità. Disse al mio autista: “Nino fermati, fermati per favore”. Scese dall’automobile e rimase per alcuni minuti a guardare il balcone della casa nella quale avevamo abitato per tanto tempo tutti insieme felicemente. Poi risalì in auto e disse a Nino: “Per favore Nino riportami ad Arcore”.

Arrivati ad Arcore salì le scale che portavano alla mia camera e entrò da me, si appoggiò ad una delle colonne del mio letto, lo ricordo davvero come se fosse ieri, e mi disse: “Anche io sono molto preoccupata, sono preoccupatissima per quello che ti faranno perché te ne faranno di tutti i colori”. Poi si fermò guardandomi con gli occhi lucidi: “Sona passato a Milano davanti alla nostra casa della felicità e mi è venuto in mente un pensiero, un’idea che mi ha davvero colpito e convinto che se tu, sentendo così forte il dovere di scendere in campo per te, per i tuoi figli, per l’Italia, non trovassi dentro di te anche il coraggio di farlo, non saresti quel ragazzo, quell’uomo che tuo padre ed io abbiamo creduto di educare”. Mi alzai dal letto, la presi tra le braccia, piangemmo per qualche minuto insieme e poi l’accompagnai a dormire in una stanza vicina alla mia.

La sua rivoluzione liberale. Silvio Berlusconi è stato l’unico leader che ha avuto la destra italiana nel dopoguerra. Il fondatore di Forza Italia ha avuto la forza di spostare l'opinione pubblica italiana da posizioni socialiste a liberiste. L'antiberlusconismo ha combattuto contro la persona, non contro le idee, favorendo una opposizione giudiziaria. Piero Sansonetti su L'Unità il 12 Giugno 2023

Silvio Berlusconi è stato un grande leader della destra italiana. L’unico leader che la destra ha avuto dopo la caduta del fascismo. È stato l’unico che ha dato forza alla destra, l’ha portata al governo, ne ha sdoganato la parte più presentabile. Con un disegno politico? Questa è la questione: quale era il suo disegno e se è riuscito a realizzarlo. Io credo che lui avesse un disegno molto semplice che è il motivo per cui sono sempre stato contro Berlusconi. La sua idea era quella di cancellare quel moto “cattocomunista” culturale, politico di massa che aveva portato l’Italia su posizioni di sinistra, vicine all’idea socialista e che aveva portato a riforme molto importanti, soprattutto negli anni ‘70 con lo statuto dei lavoratori, il divorzio, quella sanitaria, quella psichiatrica, dell’aborto, dei patti agrari, dell’equo canone. Una stagione di grande riformismo guidata dal Partito Comunista, che era fortissimo, e da una parte della Democrazia Cristiana e una parte significativa del Partito Socialista. Era passata una grande stagione delle riforme, anche del senso comune, che si era spostato moltissimo a sinistra.

Quando è che il senso comune si sposta da una parte all’altra dello schieramento politico e delle idee culturali? Quando si sposta tutto il senso comune. Un Paese come l’Italia è più a sinistra non solo se la sua sinistra è più forte, ma se la sua destra si sposta sulle posizioni della sinistra. E’ quello che era successo negli anni ’70. Contro questo è venuto fuori Silvio Berlusconi, che ha provato a cancellare questa idea e a riportare l’Italia da una idea a forte dominanza socialista a liberale. Questa era la rivoluzione liberale di cui parlava. Più una rivoluzione del senso comune che delle leggi e delle istituzioni.

Gli è riuscita? Io credo di sì, l’Italia si è spostata a destra, ha assunto posizioni molto più moderate, il “cattocomunismo” è minoritario. Una persona come Papa Bergoglio è molto isolata poiché l’Italia è diventato un Paese su posizioni liberali e non socialiste. Anche la sinistra italiana si è spostata su posizioni liberali piuttosto che socialiste. Berlusconi è riuscito a realizzare questa operazione e a mantenere su di sé la possibilità di essere un punto di equilibrio. Ha governato l’Italia a lungo da posizioni di destra, cosa per cui mi sono sempre opposto poiché il berlusconismo che era una politica di destra, ma l’antiberlusconismo è stato quello giudiziario che non si è mai opposto al berlusconismo ma a Berlusconi. Si è opposto alla persona, non all’idea del berlusconismo. La sinistra invece di fare lotta politica ha fatto lotta giudiziaria e Berlusconi fu perseguitato subendo cento processi, vincendone 99. Il centesimo l’avrebbe vinto alla Corte Europea se non fosse morto, ma questa è una delle grandi ingiustizie che provoca la morte poiché non potrà assistere alla sua assoluzione definitiva. Ha vinto nelle aule dei tribunali contro la persecuzione della magistratura e l’antiberlusconismo si è trovato con il nulla in mano. Pensate se si fosse dovuto confrontare con una opposizione vera e non quella di tipo giudiziario.

Berlusconi è stato uno statista, uno dei pochi della seconda repubblica, un liberale. Ha guidato una destra ragionevole che non ha niente a che fare con quella reazionaria che ha preso il potere in Italia. È stato perseguitato dalla magistratura e da chi come me si è sempre opposto alle sue idee è stato un avversario robustissimo, di grande livello. Un abbraccio ai cinque figli: Marina, Piersilvio, Barbara, Eleonora e Luigi, i cinque figli del presidente Berlusconi. Un abbraccio speciale al fratello Paolo che ho conosciuto personalmente e che credo avesse un amore formidabile per Silvio. Un abbraccio alla moglie, l’onorevole Fascina, e poi avremo molto tempo per discutere seriamente su cosa è stato il berlusconismo, un fenomeno che ha attraversato 30 anni di vita dell’Italia. Piero Sansonetti 12 Giugno 2023

Alfa e omega. Il berlusconismo non può sopravvivere a Berlusconi. Mario Lavia su L'Inkiesta il 12 Giugno 2023.

La morte del fondatore di Forza Italia chiude un trentennio ancora da studiare, anche se il suo partito era ormai finito da tempo e sempre meno rilevante in questa destra

E adesso. Adesso niente: il berlusconismo non può sopravvivere a Silvio Berlusconi. Infatti i berlusconiani, un paio di generazioni di dirigenti politici, non reggeranno, rifluiranno tra le onde di un melonismo che per quanto incerto pare ingoiare tutto. “Berlusconiano” altro non voleva dire che imitare più o meno fedelmente le movenze del Cavaliere, politiche e mondane, al massimo l’adesione a un’idea veloce della vita e della lotta politica, con tutte le giravolte necessarie, ma è come per Napoleone, “bonapartista” era solo lui.

Lascia, Berlusconi, un trentennio ancora da studiare, c’è materia per decenni di corsi universitari, un uomo che ha fatto tutto e che al tempo stesso ha concluso improvvisamente la sua incredibile avventura terrena con un che di incompiuto, di storicamente irrisolto: dov’è l’Italia liberale promessa, dove sono le riforme, dove sono la ricchezza e il lavoro per tutti.

In queste ore non si sa neppure bene cosa scrivere di un uomo che per tutti gli italiani è stato l’alfa e l’omega della politica e non solo della politica, nel bene e nel male, amato e odiato, ma che certo ha segnato almeno per un momento le giornate di tutti per trent’anni, o forse meno, perché diciamo la verità Forza Italia, cioè il berlusconismo politico, è finita da tempo, ma comunque è rimasto tanto, dal Milan a Mediaset, e ogni santo giorno c’è stato qualcosa che rimandava a lui, foss’anche invisibile e rinchiuso nella magione di Arcore come Fabrizio del Dongo nella torre di Parma e non più quello sfavillante di Antigua, Villa Certosa, palazzo Grazioli, l’uomo dei danè che aveva scalato tutto lo scalabile, il Vincente per definizione.

Cosa resterà di questi anni Novanta? E delle successive, tendenzialmente declinanti, gesta dei Duemila e oltre? Insomma, c’è un’eredità politica (su quell’altra eredità, quella vera, si apre ora una Dinasty infinita) di Silvio Berlusconi? Cambierà in qualcosa la politica italiana, e come? Sono domande che è facile porsi e difficili a svolgersi ma – facciamola corta – non cambierà molto. Ma quella che già si sente da subito è l’assenza di Silvio Berlusconi. Anche nell’ultimo atto, è stato imprevedibile, veloce. Ed è un bel modo di morire, per uno come lui.

Così fondò Forza Italia e divenne premier. Ma Berlusconi si emozionava solo per il calcio. Francesco Verderami su Il Corriere della Sera il 12 Giugno 2023 

L’avventura politica del leader di Forza Italia. Ha avuto carta bianca e non ha conosciuto rivali, anche quando gli si sono parati davanti. In molti hanno provato a sostituirlo: Fini, Tremonti, Casini. Ma il Cavaliere ha sempre avuto dalla sua il rapporto con gli elettori 

Silvio Berlusconi era un pazzo. D’altronde così venne giudicato quando prese una televisione in un sottoscala e disse che avrebbe fatto concorrenza alla Rai, quando acquistò una squadra di calcio sull’orlo del fallimento e promise che avrebbe vinto scudetti e coppe dei Campioni, quando fondò un partito e scommise che sarebbe entrato a palazzo Chigi . Fu più difficile mettere insieme undici giocatori in campo che mettere d’accordo undici milioni di elettori nelle urne. Infatti gli italiani presero a votarlo nel ’94 quando videro che in otto anni era riuscito a portare il Milan sul tetto del mondo e Canale 5 in vetta agli ascolti. Perché Berlusconi considerava il calcio e il business cose troppo serie per essere equiparate alla politica, riteneva che per avere successo in quei campi non bastassero un appello al «Paese che amo» o un annuncio dal predellino di un’auto.

Va dunque rovesciata la tesi che abbia usato il calcio e la tv come arma del consenso, semmai il consenso è stato la conseguenza dei suoi successi nello sport e nell’impresa. Successi che in politica non riuscì ad eguagliare, sebbene abbia acquisito un ruolo nella storia che nessun altro può vantare. Perché negli anni della Seconda Repubblica il Cavaliere è stato il protagonista del bipolarismo al punto da averlo rappresentato per intero: fu il motivo di quanti si schierarono con lui e la ragione di quanti si schierarono contro di lui. Una caratteristica che lo distingue da ogni altra personalità dell’era repubblicana, al punto che si definisce ventennio berlusconiano il periodo durante il quale lui governò meno dei suoi rivali. Berlusconi fu talmente divisivo da essere stato unificante, riempiendo di sé le biografie dei suoi avversari: da Carlo De Benedetti a Romano Prodi, da Oscar Luigi Scalfaro ad Antonio Di Pietro. 

Teatrale nei gesti, nelle battute e persino nelle vicissitudini, ha segnato un’epoca con le sue bandane, i suoi malori, i suoi amori, i suoi scontri efferati contro quei «coglioni» che votavano a sinistra, contro le «toghe rosse» che non lo lasciavano governare. Esponeva sé stesso, ostentando in pubblico la ferita inferta da chi gli aveva scagliato contro una statuetta del Duomo di Milano, cercando la legittimazione dell’establishment che - in Italia e in Europa - lo vedeva come un intruso, raccogliendo voti durante le campagne elettorali e dissipandoli poi nella gestione di governo. Ebbe una funzione persino nella sfera culturale, perché diede voce a quella parte del Paese e della sua intelligenza costretta al silenzio dalla «dittatura della parola», che nel dopoguerra aveva imposto la propria legge decidendo chi fossero i buoni e chi i cattivi, chi fosse un «democratico» e chi un «fascista». È forse l’aspetto più clamoroso della «rivoluzione berlusconiana», che ruppe un sistema talme