Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

 

  

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2023

GLI STATISTI

PRIMA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 


 

GLI STATISTI

INDICE PRIMA PARTE


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le carte segrete del Caso Moro.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ricordando il Divo.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Secessionisti.

Ingiustizia. Il caso Tangentopoli - Mani Pulite spiegato bene.

Ricordando Craxi.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Italiano per Antonomasia.

La Biografia.

Berlusconi e la Morte.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Berlusconi e la Salute.

Berlusconi e gli Affari.

Berlusconi e la Politica.

Berlusconi e lo Sport.

Berlusconi ed i Media.

Berlusconi e la Chiesa.

Berlusconi e la Cultura.

Berlusconi e la Gastronomia.

Berlusconi e gli Animali.

Berlusconi e la Famiglia.

Berlusconi e le Donne.

Berlusconi e la Giustizia.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Al tempo del Nazismo.

Al tempo del Fascismo.


 

INDICE QUINTA PARTE


 

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli eredi del Duce.


 

GLI STATISTI

PRIMA PARTE


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Donne.

La Ricorrenza.

Gli Intellettuali.

Il giornalismo e la tv.

La Pista americana.

Il Lodo Moro ed i Palestinesi.

La pista sovietica.

I Complotti.

Le Sedute spiritiche.

Indagine su Persichetti.

Le Brigate Rosse.

Il delitto di Vittorio Bachelet.

I Vuoti.

Il generale Dalla Chiesa.

Archivio sparito.

Le carte segrete.

Le Donne.

Estratto dell’articolo di Roberto Faben per “La Verità” il 24 giugno 2023.

Nel 1971, quando a Canzonissima apparve Rosanna Fratello, all’epoca ventenne, molte mogli italiane, sistemate sul divano accanto ai mariti, provarono un lampo di gelosia. Quella giovane bruna che, interpretando Sono una donna, non sono una santa, avversava una tentazione e faceva attendere per esaudire una promessa d’amore, calamitava l’attenzione. 

La cantante pugliese, nata a San Severo (Foggia) nel 1951, aveva già raggiunto fulminea notorietà a Sanremo 1969, tanto da essere chiamata, l’anno dopo, anche nel cast del varietà Rai del sabato sera E noi qui, accanto a Gino Bramieri e Giorgio Gaber. Tra i telespettatori c’era anche Giuliano Montaldo, che in lei vide subito Rosa, moglie dell’anarchico Nicola Sacco, anch’essa pugliese, affidandole poi la parte nel film Sacco e Vanzetti, che le valse il Nastro d’argento come miglior attrice esordiente. 

Lino Banfi l’avrebbe voluta per le sue commedie al peperoncino: incassò un no e ripiegò su Edwige Fenech. Per lei Giorgio Conte, fratello di Paolo, ha scritto Non sono Maddalena. Sposata dal 1975, una figlia, Guendalina, 43 anni, e due nipoti, Alessandro, 12, e Giovanni, 10, vive a Milano, ma spesso si reca nella sua casa a Pietrasanta, in Toscana, e ha molti progetti.

È stato spesso scritto che Aldo Moro abbia avuto per lei un’infatuazione.

«Io ho conosciuto l’uomo politico attraverso, come una volta si usava fare, gli spettacoli dopo i comizi, si andava a cena, un paio di volte sono stata seduta vicino a questo grande statista a cena. Ho cenato a casa di Berlusconi, conosciuto Craxi, conoscere un politico non significa essere la sua amante.

Moro era umano, amava i giovani, mi diede anche dei consigli. Mi disse che gli piaceva il mio timbro di voce, che arrivava al cuore, all’anima, con questi canti un po’ sofferti, le canzoni folk della nostra terra, era anche lui pugliese, apprezzava la mia persona, il mio modo di essere, tutto qua. Mi è stato riferito che ci sarebbe, agli atti, una lettera scritta alla moglie durante la prigionia, in cui le chiede scusa per un pensiero, un minimo di debolezza avuto nei confronti di una giovane donna. 

Io, questa lettera, non sono mai andata a leggerla, ma sembra quasi che se gli piacevano la mia voce e le mie canzoni sia una colpa. Moro bisogna solo rispettarlo».  […] 

La Ricorrenza.

Il caso del sequestro Gancia. Chi era Umberto Rocca, ultimo testimone del processo sulla morte di Mara Cagol a Cascina Spiotta. L’indagine era stata archiviata nel 1987, ma non era stata allegata agli atti perché introvabile a causa dell’alluvione, per cui meno di un anno fa è stata riaperta per decisione del gip di Torino su richiesta della procura. Frank Cimini su L'Unità il 25 Novembre 2023

È morto il generale Umberto Rocca, l’ultimo testimone di un processo che la magistratura torinese sta compiendo ogni sforzo per celebrare circa mezzo secolo dopo, ma non per cercare di accertare se a Margherita Cagol alla Cascina Spiotta dove era tenuto sotto sequestro l’imprenditore Vallarino Gancia fu sparato il colpo di grazia mentre era inerme e inoffensiva per terra, ma per individuare il militante delle Brigate Rosse che sarebbe riuscito a scappare dopo la sparatoria.

L’indagine era stata archiviata nel 1987, ma non era stata allegata agli atti perché introvabile a causa dell’alluvione, per cui meno di un anno fa è stata riaperta per decisione del gip di Torino su richiesta della procura.

I fatti della Cascina Spiotta risalgono al 5 giugno del 1975. Dice Davide Steccanella, difensore di Lauro Azzolini in relazione all’omicidio del brigadiere D’Alfonso: “Se io raccontassi all’estero che un giudice in Italia può revocare una sentenza di assoluzione per fatti di 50 anni fa di cui non dispone materialmente mi prenderebbero per pazzo”.

Secondo il legale emergerebbe al massimo che Azzolini potrebbe aver toccato il documento dattiloscritto riferito ai fatti in cui era morta una fondatrice delle Brigate Rosse che venne esaminato da moltissimi militanti e che fu persino oggetto di una pubblicità su un giornale clandestino.

La circostanza ovviamente non prova nulla circa la presenza di Azzolini, indagato insieme ad altri dirigenti dell’epoca, sul luogo della sparatoria. E’ molto probabile che la procura a breve chiuda l’indagine riaperta e chieda il processo pur avendo in mano ben poco a livello probatorio. Il problema è che le indagini sugli anni ‘70 sono eterne e che serve politicamente agitare a distanza anche di mezzo secolo un fantasma del passato. Frank Cimini 25 Novembre 2023

Addio al generale Umberto Rocca, un eroe nazionale negli anni di piombo. Venne decorato di medaglia d’oro al valor militare, cala il sipario su una delle pagine più brutte degli anni di piombo. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 25 Novembre 2023

Con la morte mercoledì scorso del generale dei carabinieri Umberto Rocca scompare l’ultimo testimone di quanto avvenne il 5 giugno del 1975 alla cascina Spiotta di Arzello in provincia di Alessandria. Il giorno prima le Brigate Rosse avevano sequestrato a scopo di estorsione Vittorio Vallarino Gancia, figlio del proprietario dell’omonima casa vinicola. L’allora tenente Rocca, insieme al maresciallo Rosario Cattafì e agli appuntati Giovanni D’Alfonso e Pietro Barberis, individuarono nella cascina Spiotta il luogo della detenzione dell’ostaggio. Durante l’irruzione morirono nel conflitto a fuoco D’Alfonso e la brigatista Mara Cagol, moglie di Renato Curcio. Rocca, colpito da una bomba a mano, perse un braccio e rimase ferito ad un occhio. I dettagli della sanguinosa sparatoria non furono mai precisati completamente e non venne mai identificato l’altro brigatista che era con Cagol e che era riuscito a scappare.

Lo scorso anno, il figlio di D’Alfonso, anch’egli carabinieri, ha chiesto ed ottenuto la riapertura delle indagini. Tesi accolta dal gip di Torino che ha iscritto a maggio per omicidio l’ex brigatista Lauro Azzolini, ora ottantenne, e Curcio per concorso morale. Il Ris dei carabinieri ha trovato alcune sue impronte digitali su un memoriale sequestrato nel covo milanese delle Br di via Maderno, nel 1976, dove si nascondeva Curcio. “Quel documento venne visto e letto oltre che da me anche da tutti o quasi i membri dell’organizzazione nelle rispettive colonne, dato che riportava nel dettaglio come era avvenuta l’uccisione di una delle fondatrici delle Br, una persona peraltro molto cara a tutti noi”, aveva dichiarato Azzolini dopo aver saputo di essere indagato. 

Arrestato nel 1978 e condannato all’ergastolo, era poi tornato libero grazie ai benefici di legge. Sulla morte di Cagol, Azzolini, che poi avrà un ruolo decisionale nel rapimento di Aldo Moro, nell’attentato ad Indro Montanelli, e nell’uccisione a Biella del vicequestore Francesco Cusano, aveva aggiunto: “Mi colpì molto, perché da quanto si leggeva si traeva l’impressione che fosse stata uccisa quando ormai si era arresa disarmata, e ricordo che quel testo venne anche pubblicato sul “giornale” clandestino delle Br per il quale, a fronte delle informazioni scritte dell’accaduto giunteci, passò di mano in mano per redigerne la sua stampa”.

Azzolini, arrestato nel 1978 e condannato all’ergastolo, poi tornato libero grazie ai benefici di legge, nel 1987 era stato assolto per questa vicenda per “non aver commesso il fatto”. La sentenza, e gli atti dell’inchiesta, però, spazzati via dall’alluvione di Alessandria del 1994. “Non potendosi conoscere quali sarebbero state le fonti di prova acquisite in un procedimento conclusosi con provvedimento oggi irrevocabile — ha scritto in una memoria il difensore di Azzolini, l’avvocato Davide Steccanella — risulta impossibile ogni valutazione comparativa con quelle nuove indicate dal richiedente”. Con la morte di Rocca, che per l’atto d’eroismo venne decorato di medaglia d’ora al valor militare, cala così il sipario su una delle pagine più brutte degli anni di piombo.

«Mio padre avrebbe approvato la scelta di incontrare chi ha ucciso lui e la sua scorta». Agnese Moro, figlia dello Statista, da anni gira l’Italia per raccontare l’esperienza degli incontri tra vittime e protagonisti della lotta armata. Franco Insardà Il Dubbio il 6 novembre 2023

«Io non dimentico cosa mi è successo e non lo considero meno terribile di allora. Dopo aver stretto la mano agli artefici di quel dolore, però, dopo aver potuto chiedere loro “perché l’hai fatto?” so che tutto è tornato al suo posto. Siamo seduti uno vicino all’altro, siamo amici, ci preoccupiamo per le famiglie altrui: c’è stata una frattura ma oggi è necessario che sia così. Questa per me è il senso profondo della giustizia. Pensavo fossero mostri, ho scoperto che anche loro sono persone nella mia mente loro sono dei mostri senza cuore, senza pietà. E lo sono anche stati. Ma poi ha scoperto in loro un dolore infinitamente peggiore del mio che li fa essere totalmente disarmati nei nostri confronti. Ho imparato da loro che se tu vuoi ascoltare qualcuno e poi parlare ti devi disarmare da pregiudizi e rabbia. Incontrare chi ha fatto del male è un atto di amore verso se stessi, perché trovarsi faccia a faccia con chi ha compiuto atti tremendi di violenza è l’unico modo possibile per uscirne».

Sono le parole che Agnese Moro ripete pubblicamente quando viene invitata a parlare della sua esperienza. Un cammino iniziato nel 2007 da un gruppo di persone, sia vittime sia membri della lotta armata, guidati dal padre gesuita Guido Bertagna, Adolfo Ceretti, professore ordinario di Criminologia all’Università Cattolica di Milano e dalla sua collega Claudia Mazzucato, docente di Diritto penale.

Un percorso che è stato prodomico per la giustizia riparativa, della quale il professor Ceretti può essere considerato il padre e spiega spesso: «Nella comprensione della giustizia le vittime non erano considerate: ci si concentra solo sul colpevole. Si ignorava il vissuto della vittima, imprigionata in un eterno presente che alimenta l’odio. L’odio dà un ruolo a sé e al nemico. La giustizia riparativa cerca di liberare vittime e carnefici dai loro inferni».

«Quando ho ricevuto la proposta di padre Guido inizialmente ho rifiutato - racconta Agnese Moro nei suoi frequenti incontri - ma mi sono resa conto che lui mi veniva incontro per qualcosa di diverso. Si era accorto del mio dolore e in 31 anni nessuno l’aveva mai fatto. Alla fine dei processi ero soddisfatta perché quelle condanne stabilivano che la violenza non è uno strumento legittimo per affermare un ideale ma dal punto di vista personale non avevano forma risarcitoria. Io non stavo meglio sapendo che un altro soffriva». Sono quelle che Moro definisce le «scorie radioattive di un’ingiustizia piccola o grande che sia» che restano addosso sia alla vittima sia all’autore del reato.

Quel percorso doloroso e silenzioso è diventato nel 2016 “Il libro dell’incontro” che racconta il cammino di Agnese Moro, Giovanni Ricci, figlio di uno degli agenti uccisi in via Fani il 16 marzo 1978, di altre vittime e di alcuni ex militanti della lotta armata: da Valerio Morucci ad Adriana Faranda, da Maria Grazia Grena a Franco Bonisoli. Proprio da quest’ultimo ha preso spunto Angelo Picariello, quirinalista di Avvenire, per scrivere “Un’azalea in via Fani”, che ha «il merito di aver avuto il coraggio di alzare il velo sui conflitti della nostra storia», come disse Agnese Moro presentandolo.

Parlando degli incontri con gli ex terroristi la figlia dello statista dice: «Guardi in faccia dei vecchietti come me, cadenti o meno, ognuno ha sul viso la storia di quello che gli è successo e sono storie terribili. Perché quando hai pensato di salvare il mondo, ma alla fine scopri che hai ucciso solo delle brave persone che non possono tornare indietro, e quella giustizia che volevi l’hai solo tradita è davvero terribile. Ecco perché è importante fare un percorso insieme». E Agnese Moro ribadisce che suo padre avrebbe approvato questo cammino di riconciliazione e il fatto che «queste due realtà “ex giovani” feritesi reciprocamente, possano oggi incontrarsi e sanare qualcuna di quelle ferite io sono certa che per lui sia motivo di contentezza».

Come ricorda spesso Nicodemo Oliverio, allievo di Moro alla cattedra di diritto e procedura penale alla Sapienza proprio nell’anno accademico del rapimento «l’ultima lezione, il 15 marzo 1978, fu proprio sulla rieducazione dei detenuti. Senza dimenticare i suoi dubbi sull’ergastolo, una posizione che restituisce appieno la contemporaneità del pensiero di Moro. E non sfugge a nessuno come l’articolo 27 della Costituzione sia stato ispirato proprio da lui».

La figlia dello statista da anni porta in giro per l’Italia la sua esperienza, insieme con altre vittime ed ex terroristi, e dice: «Ci sono tante persone che vengono non solo per capire come mai io, Giovanni Ricci e altri familiari delle vittime siamo insieme agli ex terroristi, ma tanti anche per curare la loro memoria, feriti per aver tifato per la morte di mio padre e lo raccontano vergognandosi di se stessi, altri che erano bambini e hanno vissuto quel periodo avendo paura. È stato sorprendente che dopo tanti anni qualcuno venisse a interessarsi del mio dolore». E Giovanni Ricci confida che quando ha incontrato Morucci gli ha detto: «La tua croce è più grande della mia».

Estratto dell’articolo di Massimo Fini per il “Fatto quotidiano” il 18 agosto 2023. 

Mi scrive il lettore Maurizio Minghi: “Chiedo cortesemente a Massimo Fini di spiegarmi che cosa c’è di imbarazzante nelle lettere di Moro spedite dal carcere delle Br. Inoltre in che modo, secondo lui, queste avrebbero rovinato la sua eccelsa, secondo me, figura”. Rispondo volentieri: perché in quelle lettere Aldo Moro, pur di salvare la pelle, rinnega le leggi, le Istituzioni, il proprio partito (la Democrazia Cristiana) cui per anni aveva chiesto agli italiani di credere. Esiste un diritto alla paura, ma allora non si può pretendere di guidare un popolo di più di cinquanta milioni di abitanti.

Alzando di molto il livello, è un discorso che vale anche per Benito Mussolini che incitò ed eccitò i ragazzi che andavano a morire per Salò e alla fine cerca di fuggire travestito da soldato tedesco. Più coerenti sono stati Hitler, Goebbels, Himmler e quasi tutta la classe dirigente nazista che si tolse la vita. Commisero efferatezze ripugnanti, ma alla fine bisogna almeno essere all’altezza delle proprie cattive azioni. Ma quelli, si sa, nazisti o no, sono tedeschi, nel male e nel bene. […]

[…] le Brigate Rosse […] almeno nella prima parte della loro storia, furono rispettabili anche se cavalcavano un’ideologia, il marxismo leninismo, che sarebbe morta definitivamente una ventina di anni dopo col collasso dell’Unione Sovietica. […] se si vanno a leggere le lettere dei condannati a morte della Resistenza o anche dei giovani di Salò, ragazzi di poco più di vent’anni, vi si trova una dignità che certamente non c’è nelle lettere dal carcere delle Br del sessantaduenne Aldo Moro. Quelle lettere erano talmente imbarazzanti che l’integerrimo Ugo La Malfa disse: “Se dovessi essere rapito, attribuite le mie lettere alla tortura”.

Dal “Fatto quotidiano” il 18 agosto 2023. 

Caro Massimo Fini, sul giudizio di Moro ti vorrei sottoporre due questioni: 1) Non hai mai fatto menzione della scorta. Ciò rende plausibile la ricostruzione che con qualche pretesto qualcuno delle istituzioni lo abbia fatto scendere prima della messa in scena del rapimento; 2) Ha messo in primo piano la vita umana quando si è reso conto del tradimento della Dc e delle varie istituzioni in cui lui aveva fortemente creduto. […]

Enrico Carabelli

Risposta di Massimo Fini

Gentile Carabelli, non ci fu nessun tradimento nei confronti di Aldo Moro da parte delle Istituzioni e della Dc che allora ne incarnava una gran parte. Anzi in quella situazione la Democrazia Cristiana dimostrò quel senso dello Stato che sempre le avevamo rimproverato, quorum ego, di non avere. […] 

Ne ripresi i concetti pochi giorni dopo in un articolo pubblicato dal quotidiano socialista il Lavoro diretto da Ugo Intini, con grande coraggio, di Intini intendo, perché i socialisti erano per la “trattativa”: “nelle sue lettere, Moro, a cui per trent’anni è stata attribuita fama di statista insigne, sconfessa tutti i principi dello Stato di diritto, sembra considerare lo Stato e i suoi organismi un proprio patrimonio privato, invita gli amici del suo partito e i principali rappresentanti della Repubblica a fare altrettanto, chiede pietà per sé ma non ha una parola per gli uomini assassinati della sua scorta, anzi l’unico accenno che ne fa è burocratico, per definirli ‘amministrativamente non all’altezza’”, (Aldo Moro: statista insigne o pover'uomo?), il Lavoro, 5 maggio 1978.

Ma lasciando da parte per il momento i principi, guardiamo sul piano pratico che cosa sarebbe successo se lo Stato, impersonato in questo caso dalla Democrazia Cristiana e sorretto dal Pci, avesse accettato di trattare con le Br come volevano molti politici e intellettuali socialisti, alcuni dei quali, in seguito e non a caso, si rivelarono se non sostenitori, simpatizzanti delle Brigate Rosse. Il giorno dopo le Br avrebbero rapito un Andrea Bianchi qualsiasi e lo Stato si sarebbe trovato di fronte l’alternativa: accettare ancora il ricatto o rifiutarlo.

Se l’avesse accettato si sarebbe arrivati, gradino dopo gradino, alla dissoluzione dello Stato, se non l’avesse accettato si sarebbe dimostrato, direi plasticamente, che in Italia ci sono cittadini di serie A e di serie B. E il giorno dopo le Brigate Rosse avrebbero potuto aprire uno sportello con la dicitura, quasi bancaria, “iscrizione alle Br”. E molti cittadini vi ci sarebbero precipitati. Insomma, in un caso o nell’altro, lo Stato avrebbe firmato la sua dissoluzione.

Il dialogo che non c'è. Gli anni di piombo, il macchiettismo e quella pacificazione tradita dalla visione romantica degli estremismi. Benedetta Frucci su Il Riformista il 18 Agosto 2023

 L’avvento del Governo Meloni ha riportato in auge il dibattito sugli anni di piombo, un capitolo di storia con cui il Paese non ha fatto ancora e fino in fondo i conti.

Polemiche e accuse incrociate hanno ridotto però a macchiettismo quello che poteva essere un sano dibattito sugli estremismi che hanno attraversato il Paese, anziché cercare di aprire un confronto abbandonando lo scontro ideologico.

Di recente, in un’intervista rilasciata a Libero, il Viceministro Galeazzo Bignami ha parlato di un episodio terrificante della sua adolescenza: a 14 anni, ha raccontato l’esponente di FdI, un gruppo di ragazzi della Fgci entrò nella sua classe, chiedendo chi fosse Bignami. Lui alzò la mano e il risultato fu che venne messo al guinzaglio e trascinato a quattro zampe con un cartello al collo con su scritto “fascista”.

Gli anni di piombo erano finiti, ma il clima nella rossa Bologna a quanto pare non era cambiato.

Prevengo già le obiezioni: Bignami è quello che si è travestito da nazista per Carnevale, non importa se si è scusato. Contro obiezione: chi ha a cuore la democrazia, non approva la violenza neppure contro chi abbraccia con uno “scherzo” di pessimo gusto ideologie terribili.

Torniamo quindi al racconto del sottosegretario. O meglio, alla reazione. Quella del deputato del Pd De Maria, il quale sostiene che si sarebbe trattato di un fatto isolato e personale perché la FGCI non sarebbe stata protagonista di episodi di violenza politica in quegli anni.

Ebbene, la pratica di appendere al collo il cartello con scritto fascista era largamente usata dai giovani di estrema sinistra negli anni di piombo. A volte gli scontri si limitavano (da ambo le parti) a umiliazioni e botte. Altre volte, ci scappava il morto. Fu quella la sorte di Sergio Ramelli, che prima di essere massacrato a colpi di chiave inglese fu oggetto proprio di questa democratica usanza.

Ecco, che siano stati o meno i giovani comunisti o i giovani missini o esponenti di gruppi autonomi che nulla avevano a che fare con Pci e Msi a compiere atti di violenza in quegli anni, De Maria non ha centrato il punto: quel racconto di Bignami avrebbe potuto essere l’occasione infatti per riaprire un confronto da ambo le parti su quella stagione terribile.

Ci ha provato anni fa da sinistra Luca Telese, con il suo bellissimo “Cuori neri”, un’antologia delle storie dei ragazzi di destra morti negli anni di piombo.

Ci ha provato qualche mese fa la sottosegretaria Paola Frassinetti che si è recata a Milano a commemorare Fausto e Iaio, i due giovani di sinistra uccisi dai fascisti durante gli anni di piombo. Lo ha fatto Beppe Sala, ricordando Sergio Ramelli.

Entrambi sono stati oggetto di attacchi scomposti.

E di poca solidarietà.

Sembra quasi che la pacificazione in questo Paese non sia possibile: da un lato perché mantenere alto il livello dello scontro dà argomenti a chi argomenti non ne ha, dall’altro perché nel retro pensiero mai confessato di chi quegli anni li ha vissuti e se li è lasciati alle spalle, c’è talvolta un giustificazionismo alla violenza e una visione romantica degli estremismi o ancora perché, come nel caso Di Maria, si pensa ancora a difendere quella che fu la propria parte anziché provare a instaurare un dialogo. Benedetta Frucci

(askanews il 9 maggio 2023) - "Le stragi” del terrorismo "talvolta sono state compiute con la complicità di uomini da cui lo Stato e i cittadini avrebbero dovuto ricevere difesa; con la violenza politica, tra giovani di opposte fazioni che respiravano l'aria avvelenata di scontro ideologico". Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del Giorno della memoria delle vittime del terrorismo.

"Le cifre di quei tragici eventi sono impressionanti: quasi 400 vittime per il terrorismo interno, ai quali vanno aggiunti i caduti per il più recente fenomeno del terrorismo internazionale", ha ricordato il capo dello Stato aggiungendo che "ciascuno di loro fa parte, a pieno titolo, della storia repubblicana".

Aldo Moro, il presidente del dialogo: 45 anni dopo quel 9 maggio che cambiò la storia. La rubrica “Uomini forti, destini forti” di Carmine Abate. Storie di uomini e di donne che con la loro vita hanno reso grande il nostro Paese. Carmine Abate su Il Riformista il 14 Luglio 2023 

Da dove iniziare per cercare di raccontare una figura come quella di Aldo Moro? È stato, ed è tuttora, uno degli uomini politici più amati dagli italiani. Padre costituente, presidente del Consiglio, più volte ministro e storico leader della Democrazia Cristiana. Inevitabilmente, quando si parla di Aldo Moro, si rischia di schiacciare il racconto della sua vita su quei drammatici 55 giorni del 1978, quelli che Moro trascorse da prigioniero delle Brigate Rosse e che portarono alla sua morte. Ma la storia umana e politica di Aldo Moro non può esaurirsi nel racconto del suo tragico epilogo. Procediamo dunque per gradi.

Aldo moro nasce in un piccolo paesino in provincia di Lecce, Maglie. Padre pugliese e madre calabrese, di Cosenza (doverosa citazione patriottica). Si laurea in Giurisprudenza a Bari e giovanissimo, diventa professore universitario. Entra nella FUCI (Federazione universitaria cattolica italiana) diventandone il presidente nazionale. Furono anni decisivi per la sua formazione politica. Stringe una solida amicizia con monsignor Giovanni Battista Montini (il futuro Paolo VI) e inizia a frequentare futuri compagni di strada come Giulio Andreotti, che tra l’altro gli succedette proprio alla guida della FUCI.

Sul finire della guerra nel 1943 partecipa a una serie di incontri in casa di Giuseppe Spataro durante i quali ebbe modo di confrontarsi con gente come De Gasperi, Gronchi, Scelba, Piccioni, Fanfani, Dossetti, Andreotti. Nascono in quel momento le basi della Democrazia Cristiana. Nel ’46 Moro viene eletto all’Assemblea costituente e anche lui venne chiamato a far parte della Commissione dei 75 per redigere materialmente la nuova Costituzione.

Entra a far parte del governo De Gasperi nel 1948 come Sottosegretario agli Esteri. Qualche anno dopo sarà Ministro della Giustizia e poi Ministro dell’Istruzione, introducendo nelle scuole lo studio dell’educazione civica. Fu sua l’idea di utilizzare i mezzi della neonata RAI per contribuire all’alfabetizzazione del Paese attraverso le celebri lezioni del maestro Manzi durante la trasmissione Non è mai troppo tardi.

Tra la fine degli anni ‘50 e gli inizi degli anni ’60 è uno dei primi a comprendere la domanda di cambiamento che proveniva da una società italiana in fase di profonda trasformazione. Per interpretare al meglio questa esigenza Moro crede, insieme a Fanfani, che la strada da percorrere sia un accordo con i socialisti di Nenni, con l’obiettivo aggiunto di isolare il PCI. Prende così forma la cosiddetta apertura a sinistra, che costò a Moro non poche incomprensioni con Vaticano e Stati Uniti. In quegli anni ottenne il trasferimento alla facoltà di Scienze politiche alla Sapienza, per poter conciliare al meglio i suoi impegni politici e accademici.

Non lascerà mai la sua cattedra e si dedicherà all’insegnamento fino all’ultimo. Era molto apprezzato dai suoi studenti, anche da chi aveva idee politiche contrapposte, i quali ne riconobbero sempre l’estrema disponibilità al dialogo.

Nonostante le opposizioni interne ed esterne, Aldo Moro riuscì a diventare nel 1963 presidente del Consiglio del primo governo di centrosinistra. I socialisti entravano a far parte per la prima volta dell’esecutivo con Nenni vicepremier. Il programma politico di Moro era molto ambizioso e riformatore. Ottenne qualche risultato concreto soprattutto nella prima fase. Riuscì a rimanere al suo posto fino alla fine della legislatura del 1968, ma dovette farlo con tre maggioranze diverse. Ricoprirà poi per diversi anni la carica di Ministro degli Esteri.

Sul finire del 1971 rischia di arrivare al Quirinale, quando la sua candidatura viene superata in extremis da quella di Giovanni Leone. Ritorna a palazzo Chigi nel 1974 per formare il suo quarto governo, questa volta con il repubblicano Ugo La Malfa nel ruolo di vicepresidente. È in questo periodo che inizia il dialogo con il PCI di Enrico Berlinguer con il tentativo di avvicinamento tra comunisti e democristiani che passerà alla storia come compromesso storico.

Questo complicato processo subisce una brusca battuta di arresto il 16 marzo del 1978. Quel giorno Giulio Andreotti si presentava a Montecitorio per chiedere la fiducia della Camera e far nascere così il suo quarto governo. Ma quella mattina non verrà ricordata per questo motivo. Mentre il Parlamento è riunito in aula si sparge una notizia che lascia l’intero emiciclo sgomento: Aldo Moro è stato rapito e gli uomini della sua scorta sono stati assassinati. Avviene tutto nei pressi dell’abitazione del presidente democristiano, all’incrocio tra via Fani e via Stresa, dove ad attendere il passaggio di Moro e della sua scorta c’erano le Brigate Rosse. Iniziano così i giorni più tormentati e difficili della nostra Repubblica. Inizia la prigionia di Aldo Moro nel carcere del popolo delle BR. Per 55 giorni si susseguono comunicati dei brigatisti che chiedono in cambio del rilascio la scarcerazione di alcuni compagni. Si cerca disperatamente di trovare il covo dove le BR tengono rinchiuso Moro, Roma è tappezzata di posti di blocco e gli elicotteri della polizia volano senza sosta sulla capitale. Tutti i tentativi falliscono, compreso quello goffo di via Gradoli (confuso con il comune in provincia di Viterbo e la cui storia meriterebbe un capitolo a parte).

Si formano due fazioni contrapposte che verranno definite partito della fermezza e della trattativa. La classe politica si trovava di fronte a un tragico dilemma, indecisa fino all’ultimo su quale linea adottare e mai veramente in grado a mio avviso (vista anche l’eccezionalità della situazione), di comprendere che cosa fare: scendere a patti con i terroristi salvando così la vita di Moro oppure rifiutarsi di farlo e condannare a morte uno dei migliori uomini politici del nostro Paese? Anche papa Paolo VI, amico personale di Moro dai tempi della FUCI come ricordato inizialmente, pronuncia la sua supplica rivolgendosi agli uomini delle BR e chiedendo di rilasciare il prigioniero senza condizioni. Il suo “senza condizioni”, mi permetto di dire, rendeva di fatto vano l’appello del pontefice.

Aldo Moro durante i giorni della sua prigionia scrisse molto e non fece sconti a nessuno. Sentiva di essere stato abbandonato ed espresse parole forti nei confronti dei suoi amici più stretti, che erano anche gli uomini ai vertici dello Stato dai quali dipendevano le sue possibilità di salvezza. Qualcuno iniziò a mettere in dubbio l’autenticità di quelle carte, insinuando addirittura che se davvero fossero state opera di Moro allora questi era da considerarsi in uno stato alterato (forse perché sorpresi dallo stile così diretto, e inedito, del politico pugliese). Ad ogni modo molti studiosi, oltre a riconoscere la grafia di Moro, ne accertarono l’estrema lucidità. Dolcissime invece le lettere che riservò alla moglie Eleonora.

Il 9 maggio si spegne ogni speranza. Franco Tritto, assistente dell’ex premier, riceve la telefonata che mai avrebbe voluto ricevere. Dall’altro capo del telefono il brigatista Valerio Morucci gli comunica il luogo esatto dove si trova il corpo dell’Onorevole Moro: nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Caetani, nel centro di Roma, simbolicamente a metà strada tra via delle Botteghe Oscure (sede del PCI) e piazza del Gesù (sede della DC). Esistono date che rappresentano uno spartiacque; sicuramente nel nostro Paese vi è un prima e un dopo quel 9 maggio di 45 anni fa. Quel giorno l’Italia perse l’uomo che più di tutti tentò di cambiare e di trasformare la società italiana. La classe politica da quel momento in poi dovrà fare i conti con l’enorme macigno di non essere riuscita a salvare il suo uomo più rappresentativo e probabilmente il suo uomo migliore da una fine tragica, che senza dubbio ha contribuito a fare di un personaggio storico una leggenda.

Come sempre mi piace ricordare, prima di concludere, una delle frasi più famose o di maggiore impatto. Questa di Aldo Moro a mio avviso, riesce a riassumerne efficacemente la profondità di pensiero:

“Se fosse possibile dire saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a domani, credo che tutti accetteremmo di farlo. Ma non è possibile. Oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso. Si tratta di vivere il tempo che ci è dato vivere con tutte le sue difficoltà”.

Carmine Abate. Nato a Cosenza 27 anni fa, vive a Roma dal 2015. Ha lavorato come giornalista tirocinante presso Mediaset RTI, nella redazione politica di News Mediaset (Tg4, StudioAperto, TgCom24). È laureato in Filologia Moderna alla Sapienza e ha conseguito il Master in Giornalismo radiotelevisivo con Eidos Communication. Si occupa di giornalismo politico. Redattore di Radio Leopolda, collabora alla Camera dei deputati. Ha scritto un libro su Giulio Andreotti. È fortemente interista, ma ha anche dei difetti

45 anni fa l'assassinio. Chi era Aldo Moro, il mite profeta della democrazia incompiuta. Ancoraggio euroatlantico e apertura verso la società: ecco i due pilatri sui quali lo statista edificò la sua idea di Paese ancora oggi attuale. Stefano Ceccanti su L'Unità il 24 Maggio 2023

Una delle preoccupazioni fondamentali di Moro nel periodo costituente, è quella di evitare una chiusura oligarchica del sistema dei partiti, pur uscito forte e legittimato dalla Resistenza. Tale necessità emerge in molti interventi parlamentari, non solo quello molto noto del 22 maggio 1947 a favore dell’emendamento Mortati sul vincolo di democrazia interna alla vita dei partiti, ma anche quelli del 14 ottobre dello stesso anno contro la costituzionalizzazione del voto segreto nell’approvazione delle leggi che eluderebbe “la necessaria assunzione di responsabilità di fronte al corpo elettorale”, nonché quello del 16 ottobre per non mettere limiti temporali rispetto all’entrata in vigore delle leggi assoggettabili a referendum giacché da subito deve poter emergere “la possibilità di un disaccordo fra la coscienza pubblica e le Camere”. Anche lo scioglimento anticipato, dice il 24 ottobre dello stesso anno, serve soprattutto ad “adeguare la rappresentanza popolare ai reali mutamenti dell’opinione pubblica”.

Una prospettiva di apertura, quella di Moro, che riguarda anche la revisione costituzionale, compresa la possibilità di revisioni puntuali alle formulazioni sui diritti, come precisa il 3 dicembre, giacché, parlando contro un emendamento che vorrebbe rendere non revisionabili quegli articoli, Moro invita a distinguere il nucleo dei diritti naturali che va tenuto fuori dalle “mutevoli esigenze della vita pubblica” dalle loro formulazioni concrete, precludendosi “quelle riforme di dettaglio che attengono a quel tanto di storico e di mutevole che è in questi diritti assoluti”. Ipotesi rimasta astratta fino alla recente costituzionalizzazione del diritto all’ambiente nella parte Principi fondamentali, fin lì immutata.

Questa apertura va di pari passo con la preoccupazione per le divisioni del sistema dei partiti sulle alleanze internazionali, che rendono quella italiana una democrazia difficile senza possibilità reali di alternanza. Per Moro non poteva essere pensata come irreversibile neanche l’adozione della proporzionale come uscita dalla Costituente, come preciserà nell’ampio intervento dell’8 dicembre 1952 alla Camera a favore della legge con premio di maggioranza. Il Costituente la decise come legge ordinaria, ma non volle costituzionalizzarla ritenendo che “dovesse lasciarsi libertà al futuro legislatore di adeguare di volta in volta il sistema elettorale prescelto alla realtà del momento politico”. Ed essa secondo Moro richiede una netta distinzione tra la maggioranza chiamata a governare e la minoranza chiamata a controllare. Certo, la situazione obiettivamente è di lacerazione sulle scelte di fondo che non consente al momento l’alternanza, ma questa condizione che porta attraverso la legge ad una “certa cristallizzazione della situazione politica” è “da addebitare alle forze politiche” che non accettando l’alleanza eurotlantica hanno “introdotto un significato di democrazia che sostanzialmente contrasta con un autentico ideale democratico”.

Nella legislatura successiva, nel corso del dibattito sulle tensioni relative a Trieste il 6 ottobre 1953 alla Camera Moro chiarisce esattamente il senso dell’euroatlantismo, dell’indissolubilità delle due scelte complementari: “questo sistema di integrazione – che noi chiamiamo sistema atlantico – riteniamo che possa essere un contributo alla pace dei popoli” e “abbiamo fiducia” anche nell’ “unità europea”, in un’ “Europa che è per se stessa una struttura anti-egemonica”. Moro vi ritorna poi in un momento delicatissimo, il 29 settembre 1954 sempre a Montecitorio, a ridosso del fallimento della Comunità europea di difesa, ribadendo la validità del disegno. La Ced è caduta per i nazionalismi europei, non certo per l’ “atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti dell’unità europea”, notoriamente favorevole e che “dimostra che questo (loro) intento egemonico non esiste”. Resta decisivo per il futuro “un nucleo europeo dell’alleanza atlantica” che ora si sarebbe chiamata Ced e “che domani chiameremo probabilmente in un altro modo”. Viene poi il momento di un’intesa militare ben più limitata, quella della Ueo, l’Unione Europea Occidentale, e Moro il 23 dicembre 1954 sempre alla Camera ha quindi modo di tornare a chiarire l’impostazione euroatlantica: “La nostra politica ha proceduto in questi anni secondo queste due direttive: formare e rafforzare una solidarietà occidentale in senso generale; inserire, nell’ambito della generale solidarietà dell’Occidente, una particolare comunità europea”.

Da qui la soddisfazione per la chiusura dell’esperimento Tambroni nell’intervento del 5 agosto 1960 sulla fiducia al III Governo Fanfani alla Camera che ottiene l’astensione del Partito Socialista, in cui Moro ben chiarisce che la nuova fase è possibile per le posizioni socialiste su Europa e Nato: la responsabilità richiesta al Partito Socialista non è perché esso “annulli la carica di sinistra ma la riconduca nell’alveo democratico” e quando poi si forma il Fanfani IV con la partecipazione del Psi il 9 marzo 1962 a Montecitorio ribadisce la “non oscillante ed evanescente posizione di politica estera” delle “forze ancorate” al “presupposto dell’autonomia degli interessi nazionali e del loro spontaneo coordinarsi con quelli dei popoli liberi”.

Il governo Moro IV, sorto qualche mese dopo il decisivo referendum sul divorzio, viene presentato dal presidente del Consiglio già come una sorta di ponte verso l’opposizione comunista che ha cambiato posizione sull’Europa e sembra sulla strada di modificare anche quella sulla Nato. Per un verso Moro, nel suo intervento del 2 dicembre 1974 alla Camera, fotografa la realtà, quella di una “democrazia difficile con ridotte possibilità di un vero e continuo succedersi di forze politiche nella gestione del potere” che resta per lui il migliore modello democratico, a causa delle “profonde diversità” che rendono meno credibile “l’alternanza al potere”, ma non si ferma lì, rispetto a possibili iniziative dell’opposizione di un confronto di cui “non solo non abbiamo timore, ma anzi lo ricerchiamo”. È un’unità ricercata con tenacia che Moro poi celebra il 15 febbraio 1977 a Montecitorio, intervenendo sull’elezione diretta del Parlamento europeo che sarà poi operativa nel 1979. Moro sottolinea con soddisfazione che tra le principali forze politiche del Paese vi “è un sostanziale accordo per essere europei, per ritenere che questo è il nostro destino” e che questo si collega a rapporti che “debbono essere fiduciosi ma equilibrati tra l’Europa e gli Stati Uniti d’America”, un “legame vitale non lo riteniamo in alcun modo in contraddizione con l’autonomia che vogliamo acquisire”. Tra l’ottobre e il dicembre 1977 le Camere voteranno poi solenni mozioni di politica estera in cui le forze politiche che aderiscono alla maggioranza di solidarietà nazionale affermeranno la comune volontà di rispettare le alleanze internazionali dell’Italia. Cominciava così a compiersi l’auspicio di Moro nella seduta della Costituente del 13 marzo 1947 di trovare “nell’atto di costruire una casa comune un punto di contatto, un punto di confluenza” che si era realizzata solo in parte alla Costituente a causa della frattura della Guerra Fredda. Era l’apertura della terza fase della democrazia italiana, dopo il dialogo della Costituente e l’egemonia della Dc nel periodo della Guerra Fredda, che poteva, come ha interpretato in modo pieno e puntuale Ruffilli, finalmente preludere alla fisiologia dell’alternanza.

Tuttavia varie forze erano ancora in campo per impedire, dieci anni prima della caduta del Muro di Berlino, questo esito fecondo, tra cui l’eversione armata. E il modo rallentato con cui ci siamo poi arrivati ha nuociuto gravemente alla qualità dell’esito. Ma Moro ci avrebbe invitato a non piangere sul latte versato e a guardare avanti, come fece con i suoi parlamentari il 28 febbraio 1978, invitandoli a scegliere non una logica testimoniale, minoritaria, ma l’etica della responsabilità. “Io credo che dobbiamo domandarci – disse allora – sempre di fronte anche ai grandi fatti politici, che non sono regolati dalla pura convenienza (io non credo che la politica sia pura convenienza, ha coefficienti di convenienza ma non è pura convenienza; la politica è anche ideale): di fronte a questa situazione vogliamo fare della testimonianza, cioè una cosa idealmente apprezzabile, rendere omaggio alla verità in cui crediamo, ai rapporti di lealtà che ci stringono al Paese, o vogliamo promuovere una iniziativa coraggiosa, una iniziativa che sia misurata, che sia nella linea che abbiamo indicato e sia pure nelle condizioni nuove nelle quali noi ci troviamo?”. Parole che costituiscono tutt’oggi una grande sorgente di ispirazione. Stefano Ceccanti

Cosa ci ha lasciato davvero Aldo Moro, oltre al mistero della sua morte. Sulla morte di Aldo Moro sappiamo quasi tutto, e il “quasi” è più importante del “tutto” ma ormai “solo” da un punto di vista etico. Giampiero Casoni su Notizie.it il 18 Maggio 2023

Senza essere necessariamente complottardi spinti si può affermare in punto di serena morigeratezza che sulla morte di Aldo Moro sappiamo quasi tutto, e il “quasi” è più importante del “tutto” ma ormai “solo” da un punto di vista etico. Nel corso dei decenni di indagini, analisi, retro-pensiero galoppante e e sensi di colpa di un sistema complesso che per Moro fece meno del dovuto, il quadro dell’uccisione dello statista democristiano si è delineato come un dipinto impressionista. Come uno scenario cioè dove il soggetto è ben visibile ma “sfumato” nell’intenzione simbologica a cui deve rimandare.

Ed in questi giorni, in cui la morte di Moro è stata ricordata con meno vigore che nel passato tanto che l’otto maggio è passato con gli stornelli di Gianni Morandi in Senato senza neanche un attimo di commemorazione, è giusto chiedersi cosa ci abbia davvero lasciato quell’uomo saggio. Un uomo che per primo capì la necessità di agganciare la sinistra italiana a ruoli di responsabilità per evitare che cadesse nel “tranello ideologico spinto” del socialismo Urss. E che per questa sua visione modernissima pagò con la vita per cause certe e “mani morte atlantiche” più defilate. Questi sono i giorni in cui, nello scenario politico italiano, la polarizzazione fra destra e sinistra è tornata forte.

Un decennio e passa di populismo e sovranismo

Veniamo da un decennio e passa di populismo e sovranismo ed ormai siamo abituati a considerare la politica come tema social più che come mezzo per realizzare un’esistenza in cui tutti abbiano le stesse possibilità di star bene o quanto meno di lottare equanimemente per farlo. Ma Aldo Moro, che la sventura dei social non la conobbe e che visse in un mondo dove chi sapeva di più aveva il dovere morale di guidare chi sapeva di meno, è stato il totem di un insegnamento fondamentale. E di una condotta che, piaccia o meno, oggi ha portato la politica a contenere e diffondere all’occorrenza gli anticorpi dei suoi stessi eccessi, anche se tu tempi a volte incompatibili con le nostre urgenze di ritorno alla rettitudine.

La riprova? Dopo lustri di estremizzazione e delega alla cosiddetta “volontà popolare” il baricentro del pubblico cimento sta tornando gradualmente ad essere quello di un approccio più pacato alla vita pubblica. Giorgia Meloni, leader di una destra che certo non è mai stata immune da estremismi ideologici, è forse la leader più “moderata” a livello Europeo. Il Partito Democratico di Elly Schlein ha sì ripreso in mano la sua originaria connotazione “pop” e polarizzante, ma nella sostanza è ancora una formazione social democratica. Il centro sta rinascendo come esigenza di equilibrio e il concetto generale di politica sembra essere tornato a considerare la polpa dei temi piuttosto che il loro utilizzo sguaiato a fini pubblicistici.

Sia chiaro: non stiamo descrivendo un nuovo idillio italiano in cui la figura gigante di uno statista del passato ha gettato seme tardivo, consapevole e tenace, ma solo di un graduale e forse indipendente ritorno a quelle precondizioni che però quello statista ebbe il merito di mettere a regime per primo. Certo, di Aldo Moro non ci restano solo esempi fulgidi e indicazioni autorevolissime su come procedere nella nostra vita di sistema complesso. Ci restano anche ombre su cui diverse Commissioni Parlamentari di inchiesta hanno cercato di far luce.

Gli atti desecretati su uno dei misteri italiani

Ed atti che, a partire dal governo Renzi, sono stati via via desecretati, anche se parzialmente. Atti che riportano cose come questa: “Rispondendo, infine, ad ulteriori domande, Adriana Faranda ha detto che il 16 marzo 1978 si trovava in via Chiabrera ad ascoltare le trasmissioni radio della Polizia e dei Carabinieri e aveva il compito di ‘rimettere in piedi’ la colonna romana se l’azione di via Fani fosse finita male e fossero rimasti uccisi i brigatisti”.

E ancora: “Ha affermato che non si era deciso di collocare l’auto col corpo di Moro in punto specifico di via Caetani: si era scelto di lasciarla in un luogo centrale che fosse simbolicamente significativo poiché vicino sia alla sede della DC sia a quella del PCI, senza preordinare esattamente neanche la strada; l’8 maggio venne trovato un posto libero in via Caetani e fu lasciata lì l’auto destinata a occupare il luogo fino al mattino dopo, quando venne sostituita dalla Renault col corpo di Moro”.

Cosa ci ha lasciato davvero Aldo Moro

Questo è il testo integrale della Commissione Parlamentare di Inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro, istituita con legge 30 maggio 2014, N° 82, XVII Legislatura, relatore e presidente Giuseppe Fioroni, consegnata alle Presidenze il 7 dicembre 2017, pubblica e consultabile. E proprio questo brano ci dice che i brigatisti ed i loro sodali non sbagliarono nel collocare il corpo di Moro dove poi lo lasciarono.

Loro, assassini dentro per morbilità ideologica spinta, non potevano saperlo, che non solo i resti di quell’uomo, ma anche se sue idee avrebbero messo dimora nel punto esatto che sta fra due modi di concepire la politica italiana. Ed oggi ricordarsi di dove sta quella “pianta” e continuare ad innaffiarla è il solo modo per onorare la memoria di Aldo Moro.

CASO MORO. Quel violento e ingiustificato attacco al Colle sul caso Moro. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della deposizione di una corona di fiori sotto la lapide dell’On. Aldo Moro-

Il Capo dello Stato è diventato bersaglio su alcuni organi di stampa per le parole pronunciate durante un convengo sul leader Dc assassinato dalle Br. Francesco Damato su il Dubbio il 14 maggio 2023

Reduce da un convegno su Aldo Moro in cui era stato uno dei relatori e motivato dall’intervento di un “Tizio” - ha scritto lui stesso - intervenuto fra il pubblico per evocare i complici appena lamentati dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella parlando al Quirinale ai familiari delle vittime del terrorismo, Domenico Cacopardo ha sferrato un duro attacco al capo dello Stato su ItaliaOggi. Di cui è collaboratore da tempo, e dove ha condiviso la necessità sostenuta dal “Tizio” di fare finalmente i nomi di quanti tradirono lo Stato negli anni di piombo.

«Mattarella - ha scritto Cacopardo, 87 anni compiuti in aprile, già magistrato e collaboratore, con incarichi anche di Gabinetto, di ministri e presidenti del Consiglio di quando lavorava, da Massimo D’Alema a Giovanni Spadolini in ordine alfabetico - ha ancora una volta sbagliato.

Nell’interpretare le sue funzioni e nello svolgerle, Lui è stato eletto presidente della Repubblica, e quindi non può fare proprie le parole in libertà che sono circolate e circolano in giro pr il Paese, si tratti di Brigate rosse, si tratti di mafia. E la sua insinuazione è in sostanza manifestazione di un permanente sospetto, più volte dichiarato non rispondente alla realtà dei fatti dalla Cassazione. Vedi il caso di Mario Mori e collaboratori».

Ma si tratta appunto del generale Mori e dei collaboratori appena assolti in via definitiva dall’accusa di essere stati partecipi della mafia nelle fantomatiche trattative per strappare concessioni allo Stato con le stragi. Qui, a proposito del discorso di Mattarella al Quirinale, si tratta di Moro, al singolare, che nel 1978 i brigatisti rossi riuscirono a catturare fra il sangue della scorta, in una mattanza per strada, e ad uccidere poi anche lui, come un cane nel bagagliaio di un’auto, dopo 55 lunghissimi giorni di prigionia in un covo promosso dai carnefici a “carcere del popolo”.

«Mattarella - ha insistito Cacopardo - è il capo dello Stato e non un Travaglio qualsiasi. E ha quindi il dovere, nel pronunciare determinate frasi, di farle seguire da fatti concludenti, cioè da riferimenti precisi e circostanziati che confermino le sue generiche parole. Altrimenti, ricorda tanto il vizio parlamentare (e palermitano) di mascariare senza aggiungere un briciolo di prova. Ed è giunto il momento che lo faccia: parli chiaro e cessi con le allusioni». Di cui quindi avrebbero ragione a lamentarsi anche i terroristi ancora vivi, e fermi nel sostenere di avere voluto e saputo fare tutto da soli nei terribili anni di piombo.

Trovo alquanto stravaganti questi soccorsi, volenti o nolenti, a parole anch’essi, prestati a tanta e tale gente, anche a costo di attaccare un presidente della Repubblica peraltro palermitano d’anagrafe, vista la citazione della città siciliana fatta tra parentesi da Cacopardo.

Il quale non è il solo, fuori e dentro i giornali, a pensarla così di Mattarella, anche se è stato il solo a scriverlo così esplicitamente e duramente.

Non ho parole per commentare. Le lascio all’immaginazione dei lettori, sulla cui sagacia scommetto, specie se anziani abbastanza per avere vissuto quegli anni terribili prodotti con le loro sole presunte forze dai terroristi.

Altri articoli

Quegli attacchi agli avvocati sono attacchi ai diritti di noi tutti

Dietro la morte di Moro menti raffinatissime che inquietarono anche il presidente Scalfaro

Avvocati e scrittori, un destino comune: un algoritmo li seppellirà?

Report e lo sconosciuto mondo dell’esecuzione penale: ecco come ti costruisco un teorema

“Colleghi magistrati, basta biglietti omaggio allo stadio”, firmato “Toghe Azzurre”…

Quando Cossiga valutò che Moro fosse già morto. Storia di Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 10 maggio 2023.

Caro Aldo, insegnavo ai tempi del delitto Moro e tra gli studenti vi era incertezza, Moro era comunque considerato un uomo del potere contro cui bisognava andare. Ricordo lo smarrimento dell’Assemblea degli studenti, si voleva capire e questo fu fondamentale per creare il dialogo e per capire che Aldo Moro era un uomo di dialogo, un uomo che credeva nella democrazia come fonte di riforme ed innovazioni. Oggi la sua figura è quanto mai attuale, Moro ha da insegnare a tutti che i problemi si affrontano con il dialogo. Gianni Mereghetti

Caro Gianni, Aldo Moro era il presidente di un partito che governava l’Italia da oltre trent’anni. Eppure aveva molti nemici. A sinistra e a destra. Per i brigatisti rossi che lo assassinarono, ma non solo per loro, era il dc tentatore che voleva imbrigliare i comunisti nella rete della democrazia, distogliendoli dalla rivoluzione. Ma per la destra era il cavallo di Troia per far entrare i comunisti nella cittadella del potere. La Democrazia cristiana era il partito del centrodestra italiano. Il suo simbolo era lo scudo crociato, che difendeva la civiltà cattolica dai comunisti. Ma la maggioranza dei suoi elettori era molto più a destra della Dc, almeno di come la concepiva Moro. Lo si vide quando la Dc crollò, e a Roma Fini prese il 47% al ballottaggio; ed era il Fini del Duce «più grande statista del secolo», non il Fini del «fascismo male assoluto», che invece prese lo 0,4. Moro era mal sopportato anche da molti votanti del suo partito. Qualcuno, anche a Washington, alla sua morte tirò un sospiro di sollievo. Tra questi non ci fu Francesco Cossiga. Che però — nell’unica delle tante interviste che volle rileggere prima della pubblicazione, cosa che ora chiede pure l’ultimo peone — mi disse che a un certo punto del sequestro si era valutato che Moro fosse di fatto già morto, e salvarlo fosse impossibile. Il sistema non avrebbe potuto reggere all’urto di un Moro liberato. Mentre resse benissimo all’urto di Moro ucciso. Non è vero che la Dc finisce con la morte di Moro. La Dc finisce quando cade il muro di Berlino. Nel frattempo i protagonisti del caso Moro avevano tutti fatto fortuna. A cominciare da Cossiga, che divenne presidente del Consiglio, presidente del Senato e presidente della Repubblica; e da Giulio Andreotti, che visse ancora una lunga stagione di governo.

«La verità è più grande del male»: la lettera inedita di Aldo Moro su Il Domani il 9 Maggio 2023

Pubblichiamo una lettera inedita di Aldo Moro, scritta all’avvocato Giuseppe di Lecce il 31 maggio 1945. Questa insieme ad altre si può trovare sul numero di POLITICA in edicola e online da sabato 13 maggio. Per leggerlo abbonati a questo link o compra una copia in edicola

Pubblichiamo una lettera inedita di Aldo Moro, scritta all’avvocato Giuseppe di Lecce il 31 maggio 1945. L’avvocato (classe 1926), allora studente di Giurisprudenza, aveva conosciuto Moro nel 1944 all’Università di Bari, quando era titolare della cattedra di Filosofia del Diritto. Tra i due nacque un’amicizia profonda, che proseguì negli anni per via epistolare. Un anno dopo Moro fu eletto deputato all’Assemblea costituente e cominciò la sua straordinaria carriera politica. Il resto dell’epistolario inedito sarà pubblicato su Politica in edicola con Domani sabato 13 maggio.

Roma 31/05/1945

Carissimo, Ti ringrazio tanto del saluto che hai voluto inviarmi, con affettuosa cordialità nella lettera di Besegnano. Io son partito da Bari quest’ultima volta con un senso vivo di pena e di gioia. Di pena, perché lasciavo nuovi amici cari; di gioia perché appunto questa amicizia, pur soffrendo della separazione, non può morire. Ecco, io sono diventato più ricco della sola ricchezza che vale la pena di possedere.

Dopo tanti giorni, pure tra l’incalzare di eventi gravi e doveri, quella commozione che provavo nel chiudere un nuovo anno di studio, quella commozione irresistibile che mi prendeva dinnanzi a voi, non si è perduta. Il ricordo di quell’incontro non è passato e non può passare.

Ho trovato degli uomini, dunque; ho scoperto anime umane ed ho fatto perciò la più bella e fruttuosa scoperta che si possa immaginare. Sono entrato in comunicazione con loro. Tutto il resto non conta.

Tanto sangue dietro di noi e tanto, forse, dinnanzi a noi, non contano di fronte a questo fatto che riscatta la vita. Tra tanto male e tanto dolore questa umanità che si ritrova è un annuncio di speranza.

Possiamo forse anche gioire? Non so; ma tutte queste cose sono vere; la vita, con tutto il suo lamento, è una cosa vera. Vale, perciò, la pena di vivere. La verità esiste ed è più grande del dolore e del male. Ricordi qualche volta? Buon lavoro e tanti affettuosi saluti.

Aldo Moro

Ritratto di uno statista ancora da scoprire. Aldo Moro, il mite rivoluzionario che aprì la finestra al vento del ‘68. Franco Vittoria su Il Riformista il 26 Aprile 2023

 L’unicità di Moro nella storia della DC sta proprio nell’aver saputo intendere la voce del cambiamento, il radicale mutamento storico che emergeva in quegli anni. Egli rimaneva uomo della Dc (e in questo senso uomo di centro) proprio perché osava proporre alla Dc di ascoltare il linguaggio della novità civile, per poter divenire «alternativa a se stessa». Moro vede il messaggio del ’68 come una nuova connessione tra ideale e politico, come un rinnovamento spirituale e popolare della politica e delle stesse istituzioni.

Il passo sopra riportato, che è di un testimone lucido e autorevole del suo tempo come Baget Bozzo, rende pienamente ragione della misura in virtù della quale Aldo Moro è da considerarsi, sin dai suoi esordi di studioso e uomo politico, un attento interprete, prima che della vita istituzionale, di quella politica e sociale: è un brano scelto non casualmente per introdurre la presente riflessione , il cui scopo è quello di evidenziare come, al di là delle contingenze politiche, l’ispirazione politica dello statista democristiano sia stata coerente con la sua formazione intellettuale. La sua cifra di statista e uomo politico è stata caratterizzata da una costante apertura e dal confronto serrato tra principi ideali – in qualche misura sovrastorici – e la realtà secolare, che, per svariati versi, gli si parava innanzi in guisa conflittuale.

Queste affermazioni sono da considerarsi vere non solo rispetto alla così difficile transizione dal fascismo alla democrazia, quand’anche per l’intero secondo dopoguerra, fino alla trasformazione sociale di cui il ’68 è, al tempo stesso, contemporaneamente, motore e sintomo, su cui il presente articolo vuole focalizzarsi. È in occasione delle trasformazioni delle società di capitalismo avanzato della fine degli anni 60 che il leader democristiano sollecita i suoi compagni di partito a prendere in considerazione un sostanziale cambio di marcia, “ricostruendo” il tessuto morale, la tensione ideale prima della semplice realtà istituzionale di un partito, la Democrazia cristiana, il cui compito, nel delicato frangente determinato dal ‘68, sarebbe dovuto consistere nell’essere all’altezza dei cambiamenti.

Moro e la formazione

Tutto il suo cammino accademico e politico è un continuo rincorrere la centralità dell’umano, della persona, tema che apparteneva alla concezione cristiana della vita ma anche della filosofia razionalistica, si pensi a Kant e al suo “ rispetta l’uomo come fine e non come mezzo”. Egli in un editoriale del Popolo del 13 settembre 1946 scrive dell’ «uomo sociale» e di come «costruire il nuovo Stato sulla base incrollabile della persona con tutte le sue risorse morali e di dare alla vita politica un criterio di misura che ne assicuri costantemente il valore umano». Anche in questo scritto, Moro rincorre l’umano, e lo fa da par suo, chiarendo che solo condannando ogni «statolatria, ogni illimitato potere attribuito alla società organizzata, ogni coattiva limitazione delle visuali e delle naturali espansioni della vita umana, che si rafforza l’autorità dello Stato, se ne interiorizza, per quanto è possibile, il potere vincolante, se ne nobilitano e rendono efficaci le funzioni».

Descrivere la figura complessa di Moro, non è cosa semplice, fin da giovane studioso cercò di interrogarsi sull’importanza della persona rispetto allo Stato, inteso come fondamento essenziale per la conquista cristiana del mondo, e così da giurista si proietta a studiare le ragioni del superamento dello Stato totale, che potrà avvenire solo da un rinnovamento etico e dalla critica della riduzione del diritto a forza. Per troppo tempo si è raccontato di Moro iniziando dalla sua tragica fine, come se non ci fosse un presupposto a rappresentare il pensiero e la politica, e soprattutto le idee di un esponente politico di primissimo piano nel panorama della Repubblica. Questo contributo vuole cercare di rappresentare la complessità della figura morotea, che è legata indissolubilmente alla storia del Novecento. Il passaggio dalla cronaca alla riflessione storica e culturale non è stata una cosa semplicissima in questi anni, il quadro tragico dei cinquantacinque giorni ha per lungo tempo preso il sopravvento sulla statura morale e culturale. Moro docente, fin da giovane, ha tentato una riflessione sul diritto come un continuo cercare una dimensione sociale con lo sguardo alla persona e alle sue relazioni, ed è la sua formazione che sancirà anche il prosieguo dell’attività politica.

Il senatore e docente universitario Roberto Ruffilli, trucidato dalle Brigate rosse, sottolinea che la formazione di Moro – come dimostrano le Lezioni degli anni 40 – è influenzata da un neo-tomismo di marca positivistica, oltre che dallo storicismo vichiano, tracciando in modo netto nella formazione del futuro segretario della Dc la grande lezione montiniana della “spinta al dialogo con il mondo moderno”. Proprio la lezione del futuro Papa Paolo VI accompagnerà la seconda generazione dei cattolici come Moro all’altare della politica come vocazione. Papa Montini non gli farà mai mancare il supporto ideale e culturale. Moro attraverso i suoi studi di filosofia del diritto, scriverà di umanesimo e Stato, che non è pienamente democratico se non è al servizio dell’uomo, se non ha come fine supremo la dignità, la libertà, l’autonomia della persona. È significativo a tal proposito il suo intervento all’Assemblea Costituente del 14 marzo del 1947: «Non possiamo in questo senso fare una Costituzione afascista, cioè non possiamo prescindere da quello che è stato nel nostro Paese un movimento storico di importanza grandissima, il quale nella sua negatività ha travolto per anni le coscienze e le istituzioni. Non possiamo dimenticare quello che è stato, perché questa Costituzione oggi emerge da quella resistenza, da quella lotta, da quella negazione, per le quali ci siamo trovati insieme per questo impegno di affermazione dei valori supremi della dignità umana e della vita sociale».

Da giovane componente della Costituente a leader del partito cattolico

Nel discorso che Moro tenne al Consiglio Nazionale del suo partito nel 1961 c’è la grande attenzione per le masse :«Si comprende bene, perché, pur attenti come siamo ad ogni evoluzione democratica, noi guardiamo con particolare attenzione là dove sono masse di popolo e di lavoratori, là dove sono obiettivamente idealità ed aspirazioni che riguardano l’avvenire della società, là dove si compie uno sforzo che si spera possa inserirsi costruttivamente, completando ed approfondendo, nel complesso dei principi e dei valori della democrazia ancorata alla tutela integrale della libertà politica e della dignità umana». Il 16 marzo del 1959 diventa segretario politico della Democrazia Cristiana . È un uomo politicamente moderato, un costruttore di equilibri, un tessitore instancabile, capace di coniugare le differenze, senza avere l’ansia di apparire. Viene considerato un “ uomo nuovo” e allo stesso tempo, lontano dalle logiche correntizie che inaspriscono i rapporti tra il nuovo campo dei dorotei e il raggruppamento di Iniziativa democratica che fa capo a Fanfani. Moro diventa segretario che non ha ancora compiuto 43 anni.

Il suo storico capo ufficio stampa, Corrado Guerzoni, che gli rimane accanto fino alla sua tragica morte con lucidità descrive la candidatura a segretario nel 1959: fu chiamato, allora, Moro, dicevamo, un uomo che avrebbe dovuto svolgere un ruolo, transitorio, di mediazione tra i belligeranti. Nessuno pensava che sarebbe stato un leader, che ne avesse le caratteristiche, nessuno lo riteneva un uomo d’azione come lo era stato fino a poco prima Fanfani; lo si considerava, lo ripetiamo, un innocuo uomo di riflessione, di ponderazione, utile per abbassare la temperatura, per preparare un congresso. Nel corso degli anni si dimostrerà uomo di riflessione, ma dirigente preoccupato per la dimensione pura della politica, intesa come un processo in divenire, non solo di astratti teoremi, ma di attenzione dell’agire politico. Il più «degasperiano dei dossettiani» già dal discorso di insediamento del VII congresso di Firenze, tenterà, nonostante il complicato rapporto con una parte delle gerarchie ecclesiastiche che avversano sin da subito il disegno moroteo, di tenere insieme il difficile equilibrio tra le correnti e il tentativo di scavare nella possibilità di una piena disponibilità del mondo socialista. Il nuovo segretario cercherà di rinsaldare gli equilibri interni, e sul piano esterno di valorizzare i temi sociali e lo Stato come “regolatore” di un rinnovato processo di sviluppo. Sin dagli anni 60 intuisce che la democrazia dei partiti, organizzata così com’era non avrebbe retto oltre l’urto di una società che chiedeva partecipazione, ma soprattutto, la trasformazione dell’esistente.

Moro «pedagogo della democrazia»

Dopo mesi di silenzio nell’autunno del 1968, con un discorso che non è eccessivo definire storico, tenuto al Consiglio Nazionale del 21 novembre, chiarisce i termini della sua idea di politica: «Nel profondo, è una nuova umanità che vuole farsi, è il moto irresistibile della Storia. Di contro a sconcertanti e, forse, transitorie esperienze c’è quello che solo vale e al quale bisogna inchinarsi, un modo nuovo di essere nella condizione umana. È l’affermazione di ogni persona, in ogni condizione sociale, dalla scuola al lavoro, in ogni luogo del nostro Paese, in ogni lontana e sconosciuta regione del mondo; è l’emergere di una legge di solidarietà, di eguaglianza, di rispetto del mondo di gran lunga più seria e cogente che non sia mai apparsa nel corso della storia». Moro intuisce l’evoluzione di una società che sta mutando in modo perentorio, e si accorge che il suo partito si riduce a gestire l’esistente, mentre la sua azione culturale e politica chiede una «significativa prospettiva di integrazione umana».

Moro e i cinquantacinque giorni.

Il 9 maggio del 1978 si chiude la stagione della Repubblica dei partiti. Si chiude anzitempo la storia repubblicana dei grandi partiti di massa, il dopo è solo una rincorsa alla resistenza. Nell’intervento al consiglio nazionale democristiano, del 18 gennaio del 1969, Moro parla di distacco tra società civile e società politica, di una certa crisi dei partiti, e invita il suo partito ad aprire finalmente le finestre di questo castello nel quale siamo arroccati, per farvi entrare il vento che soffia nella vita, intorno a noi. Per tutta la vita, Moro si spese per costruire l’unità della Democrazia cristiana, per lui era condizione fondamentale nel rapporto con il Pci per dare vita al governo di solidarietà nazionale.

Unità e difesa della Dc.

Con il discorso del 9 marzo del 1977 («non ci faremo processare sulle piazze»), Moro difende il ministro Gui da una giustizia sommaria, ma soprattutto rivendica con orgoglio il ruolo storico della Dc. Il lascito di Moro è nella sua costante preoccupazione per l’umano, e per la continua conciliazione delle masse con le istituzioni repubblicane. Franco Vittoria

Il sequestro del presidente della Dc. Il rapimento di Moro ha deviato la storia d’Italia: a destra o a sinistra? Piero Sansonetti su Il Riformista il 16 Novembre 2022

La mattina del 16 marzo, alle 9 e due minuti, le Brigate Rosse bloccarono le due auto con le quali Aldo Moro e la sua scorta stavano dirigendosi a Montecitorio. Una Fiat 130 e una Alfetta. Nessuna delle due era blindata. Fu un inferno di fuoco, durò esattamente tre minuti. I cinque uomini della scorta furono sterminati. Moro, illeso, fu trasferito a forza sulla Fiat 128 guidata da Mario Moretti, cioè dal capo delle Br. Poi fu spostato nel bagagliaio di un furgone e portato al covo nel quale restò prigioniero per 55 giorni, in via Montalcini, al Portuense.

Quel giorno fu deviata la storia d’Italia. A Montecitorio era prevista per le dieci la seduta della Camera chiamata a dare la fiducia al nuovo governo. Era un monocolore democristiano, guidato da Giulio Andreotti, che per la prima volta dal 1947 avrebbe ottenuto la fiducia dei comunisti. Il nuovo governo era frutto di un lunghissimo lavoro di mediazione condotto da Enrico Berlinguer e da Aldo Moro. Sul filo di equilibri difficilissimi. All’ultimo momento Moro, insieme ad Andreotti, aveva modificato la lista dei ministri, riducendo il numero dei tecnici orientati a sinistra ed aumentando il numero degli uomini più conservatori della Dc. Berlinguer si era infuriato e minacciava di non votare la fiducia. Alle 9 e 10 minuti la notizia del rapimento irruppe a Montecitorio. Berlinguer riunì la segreteria del partito e fu deciso di chiedere a Pietro Ingrao, che era il presidente della Camera, e a Fanfani, che era il presidente del Senato, di stringere i tempi del dibattito parlamentare e di votare la fiducia in serata. Berlinguer rinunciò a tutte le sue perplessità e diede ordine ai parlamentari di votare la fiducia. All’una di notte il governo era insediato.

E iniziò a muoversi su due binari. Il primo riguardava proprio il rapimento Moro, e Berlinguer, insieme al segretario della Dc, Zaccagnini (allievo e quasi fratello di Moro), e ai suoi vice (Galloni, Granelli, Bodrato e altri) stabilirono la linea della fermezza. Con le Br non si tratta. Craxi si dissociò. Anche nella Dc qualcuno si scostò dalla linea ufficiale. In particolare Fanfani e i suoi. Vinsero Berlinguer e Zaccagnini. La linea della fermezza fu affidata ad Andreotti e Cossiga che la applicarono con molto rigore. Il secondo binario sul quale si mosse il governo fu quello delle riforme. Anche su questo terreno il Pci prese la guida delle operazioni. In pochi mesi furono approvate alcune riforme importantissime. Prima di tutto l’introduzione dell’aborto (col voto contrario della Dc e cioè con l’opposizione del governo) poi la riforma sanitaria, che introduceva il diritto assoluto alla salute gratuita per tutti, poi la riforma psichiatrica, poi una clamorosa riforma degli affitti (di segno praticamente socialista) cioè l’equo canone, infine la riforma dei patti agrari, che riduceva i poteri dei proprietari di terra. Diciamo che si aprì la più grandiosa e feconda stagione riformista della storia della repubblica. Che si svolse sotto il tiro delle Brigate rosse e in pieno scorrere degli anni di piombo.

Una domanda che nessuno mai si è posto è questa: se Moro non fosse stato rapito, e se dunque la guida della maggioranza di unità nazionale fosse toccata a lui, e non a Berlinguer e Andreotti, si sarebbero realizzate le stesse riforme? Moro in realtà, alla guida della Dc – che dalla fine degli anni Cinquanta fino alla sua morte esercitò in alternanza con Amintore Fanfani – fu sempre un conservatore. Il primo periodo riformista del centrosinistra (con la riforma della scuola media e la nazionalizzazione dell’energia elettrica) avvenne sotto la direzione di Fanfani, non di Moro. Moro era grandioso nelle sue doti di mediazione ma anche nella sua capacità di aggirare gli ostacoli e rinviare i problemi. Era un politico-politico, convinto che per governare l’Italia si dovesse muovere poco mantenendo però sempre una grande apertura mentale. È probabile che un governo di unità nazionale guidato da Moro – e quindi coi comunisti e anche i socialisti in gabbia – avrebbe avuto una carica riformista molto ridotta.

Sarebbe interessante studiare anche questo aspetto, mai esplorato della politica e della storia italiana. Il terrorismo svolse – come si diceva allora – una funzione reazionaria, cioè – per reazione – spinse a destra l’Italia; o invece mise in mora la destra, aiutando oggettivamente una politica di riforme? Ci vorrà molto tempo per capirlo. Moro restò per 55 giorni nella prigione delle Br. Inviò centinaia di lettere polemiche verso tutto l’establishment. Si disse che in quel modo destabilizzò la politica italiana. Non è vero. Rafforzò l’asse tra Dc e Pci. Creando quella amalgama che in parte esiste ancora adesso è il nucleo forte del Pd.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Ricordo di Aldo Moro, il governo non c’è e la corona arriva tardi. Redazione Online su Il Corriere della Sera il 17 Marzo 2023

Il governo non ha partecipato alla cerimonia per ricordare il rapimento dell’esponente della Dc e l’uccisione dei cinque uomini della scorta

Il governo non ha partecipato alla commemorazione del 16 marzo, giorno nel quale Aldo Moro venne rapito dal commando brigatista che quarantacinque anni fa uccise anche cinque agenti della sua scorta.

Ieri mattina in via Fani c’erano il sindaco di Roma Roberto Gualtieri e il governatore del Lazio Francesco Rocca, ma all’inizio della cerimonia si scopre che manca il rappresentante dell’esecutivo. Il cerimoniale prevede che vada deposta la corona della presidenza del Consiglio, poi quelle di Camera e Senato, infine l’omaggio cumulativo di Comune, Regione e Città metropolitana.

E solo in quel momento ci si accorge che la corona del governo non c’è. Comincia l’attesa, parte un rapido giro di consultazioni ma dopo 40 minuti si decide di procedere comunque. Solo poco dopo arriva un camioncino scortato dalla polizia con la corona del governo.

Alle 12.20 la presidente del Consiglio Giorgia Meloni twitta: «Il 16 marzo 1978 le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro e uccisero barbaramente i 5 uomini della sua scorta. A distanza di 45 anni non dimentichiamo il sacrificio di questi servitori dello Stato e di un uomo delle istituzioni che tanto diede alla Nazione».

A ricordare quanto accadde nel 1978 è anche la nota del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi che parla di «una pagina drammatica della storia repubblicana che ebbe un impatto profondo sulla politica italiana e ancor oggi rappresenta uno fra i momenti più dolorosi della storia del nostro Paese. È nostro dovere oggi ricordare e onorare il sacrificio di chi pagò il prezzo più alto per difendere eroicamente la Democrazia».

Gli Intellettuali.

L'assassinio dell'intellettuale cattolico. Chi era Roberto Ruffilli, il pensatore che anticipò il crollo dei muri. Stefano Ceccanti su Il Riformista il 25 Aprile 2023 

Il giornalista Paolo Giuntella, uno degli amici più stretti di Roberto Ruffilli, era solito dire che, rispetto ai momenti chiave della formazione di ciascuno di noi, i doni ricevuti si devono restituire a trasmettere a nostra volta. Ed è anche per questo che ho ritenuto di promuovere, insieme al prof. Clementi, un seminario che parte dal trentacinquesimo anniversario del suo assassinio (16 aprile) per ragionare sulle riforme, anche tenendo conto della ricorrenza del trentennale del referendum elettorale del Senato (18 aprile).

Mi sono trovato a diciotto anni, nel novembre 1979, dieci anni prima della caduta del Muro di Berlino, ad assistere ad un mio primo convegno politico nazionale ad Arezzo, organizzato dalla Lega Democratica di Pietro Scoppola, che è stato come Aldo Moro docente della nostra Facoltà di Scienze Politiche de “La Sapienza”, e Achille Ardigò, in cui conobbi per la prima volta Roberto Ruffilli, intitolato “La terza fase e le istituzioni”. Il primo passaggio che vorrei affrontare è quello della definizione di “terza fase”. Lo storico delle istituzioni nato a Forlì, allora semplice docente universitario, aveva ad Arezzo il compito di parlare sul tema “Il dibattito sulle istituzioni nell’Italia repubblicana” e, come si può rileggere nel numero del successivo mese di dicembre di “Appunti di cultura e di politica”, la rivista della Lega Democratica, riprese le fila dell’eredità di Aldo Moro, ucciso l’anno precedente. Per Ruffilli “l’insegnamento di Moro pare essere quello di una specie di ritorno alle origini del sistema politico, un ritorno alla ‘tregua’… Il problema è adesso quello di riprendere il lavoro lasciato interrotto alla Costituente per la individuazione di regole comuni del gioco politico democratico”. 

Dopo la prima fase del dialogo all’Assemblea Costituente, segnata da un accordo alto sui Principi della Prima Parte della Costituzione ma anche, a causa della Guerra Fredda, da una sfiducia reciproca che si era tradotta in una legislazione elettorale iper-proporzionalista e in una forma di governo debolmente razionalizzata, vi era stata la seconda, quella della centralità democristiana e del cosiddetto bipartitismo imperfetto, con la Dc sempre al Governo e il Pci sempre all’opposizione, ma poi se ne era aperta una terza, una fase di stallo, con le elezioni dei “due vincitori” del 1976, così denominata da Aldo Moro. Di “ritorno alle origini” e di “fase di stallo” parla in ultimo Aldo Moro anche nel suo memoriale scritto durante i cinquantacinque giorni del sequestro. Ruffilli ritorna costantemente sul pensiero di Moro, affinando progressivamente l’analisi, come segnala Federico Scianò su “Appunti di cultura e di politica” il mese successivo all’uccisione del professore. Secondo Scianò quello che è chiaro nel pensiero di Moro ricostruito da Ruffilli è il poter arrivare alla fisiologia dell’alternanza democratica, igiene della democrazia, mentre Moro non fa alcuna affermazione precisa su come si sarebbero scomposte e ricomposte le forze politiche in un sistema imperniato su una logica del tutto diversa da quella precedente.

Del resto per Moro le novità nel sistema dei partiti non erano figlie solo di una dinamica politica autoreferenziale, ma di un processo di liberazione della società che finiva col mettere in discussione anche vecchie appartenenze e collateralismi. A differenza dei settori più intransigenti del mondo cattolico, come Augusto del Noce, altro docente della nostra Facoltà, che avevano ritenuto di leggere in modo solo negativo quel processo di liberazione, parlando della “società radicale” come un blocco individualistico da combattere, ad esempio promuovendo un referendum per abrogare la legge sul divorzio, Moro ed anche Ruffilli non leggevano così la realtà, preferendo distinguere e praticare l’arte della mediazione. Ruffilli era stato a Forlì tra le poche personalità dell’area cattolica ad esprimersi in dissenso dalla Democrazia Cristiana e dalla Conferenza Episcopale Italiana rispetto al referendum sul divorzio.

Un’esperienza da cui poi si sviluppò la Lega Democratica. Per Aldo Moro, e più in generale per quel filone del cattolicesimo democratico, il nodo non era quello di contrapporsi in blocco alla nuova sensibilità per i diritti, ma di riuscire ad accompagnarla con un “nuovo senso del dovere”, diverso quindi dalla riaffermazione astratta di principi e di vecchie mediazioni datate, ritenute erroneamente immutabili, a cominciare da schemi paternalistici e patriarcali. In questo senso, come ha scritto il sociologo Luca Diotallevi, anch’egli impegnato nella Lega Democratica, il referendum sul divorzio ha rappresentato una presa di coscienza sul versante cattolico analogo a quello che Carniti e Tarantelli (altra vittima delle Br) imposero alla sinistra sui temi del lavoro e dell’inflazione nel referendum del 1985.

Il secondo passaggio che vorrei affrontare, e che parte sempre dal titolo del Convegno di Arezzo, è il tema delle riforme istituzionali.  Il punto di svolta di quel convegno intitolato, ripeto, “La terza fase e le istituzioni” fu appunto la consapevolezza che la terza fase, la prospettiva dell’alternanza, potesse e dovesse essere incentivato anche da nuove regole elettorali e istituzionali, e non solo da dinamiche strettamente politiche. Lo spiega bene Leopoldo Elia, sempre nel numero del maggio 1988 di “Appunti di Cultura e di politica”: “più di uno tra noi comprendeva in quegli anni che non bastava insistere nell’attuazione della Costituzione… intravvedemmo che le indicazioni politiche di Moro potevano trovare una vera terza fase in una politica istituzionale nella quale si realizzassero condizioni e regole per una democrazia più idonea a corrispondere alle sue grandi missioni di giustizia e di progresso sociale per l’attuazione del disegno fissato nella Prima Parte della Costituzione”.

Una tentazione, quella del conservatorismo costituzionale, che si ammanta dello slogan dell’attuare inteso in alternativa al riformare, ben criticata da Elia, che è una costante della storia italiana. Da allora Ruffilli sviluppa con coerenza, in particolare su “Appunti di cultura e di politica” questa doppia e simultanea attenzione, per un verso al tramandare il senso profondo delle indicazioni morotee (“Si tenta di cancellare la stessa immagine di Moro”, articolo del marzo 1981; le due immagini di Moro” del novembre 1983) e per altro verso a individuarne precise conseguenze sulla riforma delle regole (“In nome del popolo sovrano” febbraio 1984; “La razionalità istituzionale”, gennaio-febbraio 1988).

Come è maggiormente noto, rispetto a questi articoli sulla rivista della Lega Democratica, queste riflessioni hanno poi trovato i punti di caduta più precisi in due testi editi da Il Mulino nella collana curata con l’Arel, “Materiali per la riforma elettorale” (1987) e “Il cittadino come arbitro” (1988). Nelle conclusioni del primo, Ruffilli segnala che l’aggregazione al centro del sistema politico è entrata in crisi proprio perché ha avuto successo, ormai vi è un consenso all’interno riconosciuto anche all’esterno sulle scelte di fondo di collocazione euro-atlantica delle principali forze politiche, ma che però questo non era in grado di tradursi, a regole invariate, in un sistema di comportamenti, accordi, convenzioni tra le forze politiche, in grado di realizzare un chiaro rapporto tra consenso, potere e responsabilità che faccia del cittadino attraverso l’elezione del Parlamento anche della chiara scelta di una coalizione di Governo per la legislatura. Quello del ruolo del cittadino rispetto alla scelta di una maggioranza è per Ruffilli l’obiettivo gerarchicamente più importante della riforma elettorale e di conseguenti riforme costituzionali.

È il tema trattato in modo ancora più netto nel secondo testo: di fronte all’indubbio “sfaldarsi delle regole, delle convenzioni e dei comportamenti politici” che portano alla “richiesta di deleghe in bianco” e che ci allontanano dalla fisiologia delle grandi democrazie parlamentari che funzionano con coalizioni, dove non è messa in discussione come regola ordinaria la convenzione per la quale la guida del Governo è attribuita per la legislatura al candidato indicato prima del voto da parte del partito più grande della coalizione, l’obiettivo delle riforme è dare centralità alle scelte del cittadino elettore. Prima della caduta del Muro di Berlino esistevano però ancora schegge di resistenza ad una compiuta democrazia dell’alternanza, di colore opposto ma convergenti nelle loro azioni, anche attraverso l’uso dell’assassinio politico, contro i promotori di questo decisivo cambiamento.

In questa chiave, sempre nel numero citato di Appunti del mese successivo, Paolo Giuntella accomuna gli omicidi Ruffilli, Moro, Bachelet e Tarantelli, uomini che avevano saputo anticipare il crollo dei muri, segnalando per inciso, come ulteriore attenzione profetica di Ruffilli quella della consapevolezza dell’importanza della tutela costituzionale dell’ambiente. È del tutto evidente quanto queste acquisizioni di cultura politica abbiano reso possibile la nascita e lo sviluppo del movimento referendario per le riforme elettorali dei primi anni ’90 che ha ottenuto risultati coerenti e positivi per Comuni e Regioni, parziali e contraddittori per il livello nazionale. Anche forse per l’assenza di queste personalità che ci sono state sottratte anzitempo siamo oggi in un cammino ancora pienamente compiuto, in cui dobbiamo inserirci, senza dogmatizzare nessun particolare punto di caduta concreto, ma certo ispirandoci agli stessi principi.

Ezio Tarantelli, l’ultima lezione (e tutta la vita che venne dopo). GIOVANNI BIANCONI su Il Corriere della Sera il 25 Aprile 2023

Carole Beebe, vedova dell’economista ucciso dalle Br, si racconta ad Alessandro Portelli nel libro «Sotto un sole metallico» edito da Donzelli 

Ezio Tarantelli (1941–1985)

C’era una volta un professore di economia che da ragazzo aveva vissuto il trauma del padre costretto a emigrare per mantenere moglie e figli, e che per riscattare il proprio destino decise non di diventare ricco o avere successo, bensì di aiutare a combattere la disoccupazione. Prima con lo studio: «Quando l’ho conosciuto stava combattendo con le equazioni differenziali, perché lui in matematica era una frana, ma all’università non poteva non capire la matematica»; poi nella collaborazione con il sindacato: «Secondo lui reagiva alle decisioni di altri e chiedeva migliorie, ma non stava nella cabina di regia dove si decideva, e lui diceva “il sindacato deve stare lì, perché ha il potere di chiudere il Paese, allora lo deve utilizzare per costringere alle riforme”».

Potrebbe cominciare così la storia di Ezio Tarantelli, l’economista assassinato dalle Brigate rosse la mattina del 27 marzo 1985, a nemmeno 44 anni d’età, narrata dalla moglie Carole, cittadina statunitense e italiana che ormai ha superato gli ottant’anni e ha cambiato vita due volte; la prima seguendo in Italia il marito conosciuto negli Usa, e la seconda sopravvivendo al suo omicidio, insieme al figlio Luca che aveva appena 13 anni: «Eravamo rimasti noi due soli, da quello che era il progetto. Perché quando ti sposi o ti metti insieme, poi quando hai un figlio, è un progetto... Allora dopo è nato un impegno totale, che non potevano aver distrutto anche Luca, anche quello che è rimasto della famiglia… È stato duro».

Carole Beebe Tarantelli, psicoanalista e deputata per tre legislature (fra il 1987, quando fece parte del gruppo della Sinistra indipendente, e il 1996), si è raccontata ad Alessandro Portelli, già professore di Letteratura angloamericana e tra i fondatori della cosiddetta «storia orale», e ne è venuto fuori Sotto un sole metallico, libro-dialogo il cui titolo rievoca la sensazione provata dalla donna alla notizia di essere rimasta vedova. Era una bella giornata, ma all’improvviso «il sole è diventato metallico, ha perso tutto il suo calore», ricorda.

Ezio Tarantelli fu ucciso nel cortile della facoltà di Economia e commercio, a Roma, dopo aver tenuto una lezione, al tramonto degli «anni di piombo», con le Br ormai pressoché in disarmo; fu designato come vittima perché considerato «uno dei massimi responsabili dell’attacco al salario operaio e alla storia di conquiste politiche e materiali del proletariato nel nostro Paese… non a caso uscito da quel covo internazionale di politiche antiproletarie di oppressione imperialista che è il Mit (lo statunitense Massachusetts Institute of Technology, ndr), una delle centrali a livello mondiale della politica economica e finanziaria del grande capitale multinazionale». E pensare che, rivela Carole, durante una fase degli studi in Inghilterra, Ezio aveva avuto come tutor l’economista marxista Joan Robinson, che «lui adorava».

Ma per i terroristi la realtà è solo quella rappresentata dalle proprie visioni e dai propri simboli, e nel pieno del dibattito sulla riforma della scala mobile (sostenuta da Tarantelli per sconfiggere l’inflazione, nemico dei lavoratori al pari della disoccupazione, ma non nella versione varata dal governo Craxi nel 1984) lo scelsero come bersaglio. Per l’estate dell’85 era fissato il referendum abrogativo proposto dal Pci, il Partito comunista per cui votava il professore «sempre fuori dalla scatola», come dice la moglie, cioè out of the box, che significa «fuori dagli schemi precostituiti»: «Ezio e un gruppo di persone di centrosinistra stavano cercando di vedere di neutralizzare il referendum cambiando il decreto; infatti lui dopo la lezione doveva andare a una riunione… quando è uscito dalla lezione l’hanno ammazzato».

Nei confronti di killer e mandanti la moglie della vittima ha provato sentimenti altalenanti, «mi stavo addentrando su un sentiero di risentimento, di vendetta…», ricorda, ma poi ha cambiato direzione: «C’erano dei punti di contatto con gli assassini, nel senso che… noi eravamo critici del sistema, avevo fatto il ’68 e organizzato i ragazzi poveri contro la guerra in Vietnam, insomma… i brigatisti non erano alieni, ok? E in fondo io penso che questo mi ha salvato».

Questo, e poi l’incontro con altri terroristi in carcere (non quelli che hanno sparato a Tarantelli) nella veste di parlamentare, insieme ad altre personalità che parlavano di riformismo a «una banda di pseudorivoluzionari che prendevano appunti»; un paradosso, o «un’ironia enorme» come dice la donna a cui le Br hanno cambiato la vita per la seconda volta, e che ha reagito continuando a cercare di incidere sul mondo circostante. Per esempio attraverso il lavoro in un Centro antiviolenza sulle donne; un impegno divenuto «il mio canale di lotta, contro la violenza omicida delle Brigate rosse». Una storia che contiene molte storie insieme, e può aiutare a interpretarne altre ancora.

Il libro 

Il volume di Carole Beebe Tarantelli «Sotto un 0 sole metallico. La mia vita raccontata a Alessandro Portelli» è pubblicato da Donzelli Editore (pp. 122, euro 24)

Così Mughini raccontò la viltà degli intellettuali verso Moro. Il giornalista, all'epoca, scrisse un pamphlet che venne insabbiato. Dimostrava la doppia morale della sinistra. Massimiliano Parente il 5 Aprile 2023 su Il Giornale.

«Né con lo Stato né con le Br», facile criticare questa oscena condanna a morte decenni dopo. Era le posizioni della stragrande maggioranza degli intellettuali comunisti in quei 55 giorni in cui fu rapito e infine ucciso Aldo Moro, tra il 16 marzo 1978 al 9 maggio.

Ma perché vi parlo di questo? Perché all'epoca uno dei nostri intellettuali più importanti e liberi, Giampiero Mughini, lavorava come redattore al quotidiano comunista Paese sera. Da cui dette le dimissioni poco dopo. È sempre stata questa la vita di Mughini, stare dove può essere libero, andarsene dove non può, e lo dico intellettualmente parlando, non per chi lo conosce solo per il suo outfit (strepitoso) in televisione (dove va per denaro, giustamente, ma anche lì dicendo sempre quello che pensa, e Mughini è uno che pensa, ce ne fossero di più come lui).

Ma torniamo ad Aldo Moro. Nell'ottobre del 1978 uscì per Sellerio quello che è diventato un j'accuse senza appello contro la classe politica italiana, L'affaire Moro di Leonardo Sciascia. Ma c'è un altro piccolo libro di cui nessuno ha saputo nulla, commissionato nello stesso anno a Mughini da Feltrinelli: Gli intellettuali e il caso Moro. Una volta consegnato, indovinate un po' cosa è successo? Non uscì. O meglio uscì per finta, stampato in duecento copie. Semplicemente perché Mughini, come Sciascia, non risparmiava nessuno.

Oggi è ristampato dalle Edizioni Pedragon, e se fossi un editore come Adelphi lo metterei proprio insieme a L'affaire Moro. Un libro incandescente scritto a caldo, che portò Mughini sulla via, come lui stesso scrive nell'introduzione, del mondadoriano Compagni, addio (pur non essendo mai stato comunista un solo minuto della sua vita). «Purtroppo la dicotomia che mi provavo a vivere in quel 1978, l'essere io un amico e sodale dei socialisti che lavorava tuttavia in un quotidiano comunista la cui fedeltà al Pci era irrinunciabile, era destinata a non reggere».

Non sto qui a riepilogarvi quello che fu la vicenda di Aldo Moro, ma una cosa è certa: pochi ebbero il coraggio di prendere una posizione netta, Mughini fu tra questi. Tanti erano i distinguo per condannare Moro a morte, da parte degli intellettuali sempre organici, infettati dal virus del comunismo. Il germanista e critico Cesare Cases scriveva che «dopotutto il terrorismo minaccia l'esistenza di singoli, il potere quella di tutti», e dunque che Moro muoia. Perfino Giorgio Gaber, nella canzone Io se fossi Dio, scritta con Luporini, canta «che Aldo Moro assieme a tutta la Democrazia Cristiana/ è responsabile maggiore/ di vent'anni di cancrena italiana», e finendo che anche da morto «resta ancora la faccia che era» (Mughini scopre che il testo originario era addirittura «faccia di merda»).

A dire il vero un politico che considerò una trattativa c'era, si chiamava Bettino Craxi. Diventò poi uno dei nostri più grandi statisti, uno che è ancora avanti mille anni luce avanti a ogni nostra sinistra impantanata dentro se stessa, e al quale il popolo italiano ha lanciato le monetine. D'altra parte, come scrive Mughini, «mai e poi mai il Pci avrebbe accettato di averli di fronte quei delinquenti politici il cui linguaggio altro non era se non quello del comunismo staliniano parlato negli anni Cinquanta dai comunisti di tutto il mondo. Temevano i comunisti italiani che da un qualsiasi raffronto con i terroristi rossi dei Settanta sarebbe emerso come gli uni e gli altri appartenessero a un unico e comune album di famiglia».

D'altra parte, aggiungo dal mio punto di vista, questo album di famiglia continua ancora oggi, pur sgangherato e delirante in questi tempi di social e presenzialismi per presentare solo se stessi. C'è una destra che fatica a dichiararsi antifascista (e dovrebbe), come c'è una sinistra maggioritaria che non ci pensa proprio a dichiararsi anticomunista (e dovrebbe). Sempre con l'idea che il fascismo è stato un male (e non c'è dubbio) ma il comunismo no, l'hanno solo applicato male. In ogni caso vi consiglio di procurarvi questo libro del grande Mughini (detta così sembra il Grande Mazinga, ma io sono un figlio degli anni Ottanta, Mazinga lottava per la libertà, insegnata ai giapponesi dagli americani con due atomiche), prima che diventi introvabile, e vi assicuro: ci troverete molte similitudini con la realtà attuale. Per esempio oggi non c'è Moro ma c'è l'Ucraina, e a parte i putiniani ospitati nelle nostre televisioni e sui quotidiani, ci sono i pacifisti del «né con la Nato né con Putin». Stessa roba, ragazzi.

Giorni fluttuanti. Gli intellettuali e il caso Moro, quarantacinque anni dopo. Giampiero Mughini su L’Inkiesta il 17 Marzo 2023.

Nel 1978 Feltrinelli commissionò a Giampiero Mughini un libro intorno a un dilemma: se bisognava pagare un prezzo o no per la vita del politico della DC rapito dalle Brigate rosse. Quel volume fu pubblicato in sole 200 copie ed è rimasto clandestino per oltre quarant’anni. Oggi torna con una nuova edizione (Pendragon) e una nuova introduzione

I 55 giorni che vanno dalla mattina del 16 marzo 1978 alla mattina del 9 maggio dello stesso anno, dal momento in cui un agguato politico criminale mise a morte i cinque uomini della scorta di Aldo Moro fino al momento in cui il suo cadavere venne ritrovato nel bagagliaio di una Renault rossa posteggiata a metà strada tra la sede centrale del PCI e quella della Democrazia Cristiana, sono stati fra i più drammatici e fluttuanti nella storia della Repubblica. E dico fluttuanti perché per uno che durante quei 55 giorni volesse ragionare di quanto stava accadendo, ossia di una gang terroristica che deteneva il presidente della Democrazia Cristiana e che minacciava di ucciderlo se non fossero stati liberati tredici dei loro complici detenuti nelle carceri italiane, ciascun minuto poteva farti dirottare da quello precedente nel senso che da un minuto all’altro poteva arrivare una notizia che arrovesciasse il senso di quanto era accaduto fino a quel momento. 

In ciascun minuto di quei 55 giorni poteva arrivare un nuovo “comunicato” delle Br o magari una foto che cambiavano l’ordine dei pezzi sulla scacchiera, in ciascun minuto poteva arrivare una qualche risultante dei 72.460 posti di blocco operati dalla polizia in quei giorni – ovvero del controllo di oltre sei milioni e quattrocentomila persone – che permettesse di arrivare alla “prigione del popolo” in cui era detenuto Moro e salvarlo. Niente, di risultati da quei controlli non ne arrivarono. 

Le Brigate Rosse sconfissero persino “il calcolo delle probabilità”, scriverà Leonardo Sciascia a tre mesi dalla morte di Moro in quel suo mirabile L’affaire Moro edito da Sellerio nell’ottobre 1978.

Figuratevi quale fosse la condizione intellettuale del sottoscritto trentasettenne al quale un redattore della casa editrice Feltrinelli aveva chiesto per telefono a inizio aprile (mentre mi trovavo nella tipografia dove si stampava il quotidiano comunista romano Paese Sera di cui ero un redattore) di scrivere a tamburo battente il resoconto di una discussione che aveva nel frattempo acceso alcuni fra i più importanti scrittori e intellettuali italiani, se davvero valesse la pena difendere questo nostro Stato dall’attacco frontale di quelle canaglie, “figli nipoti e pronipoti” del comunismo staliniano. Se ne valesse la pena. Di questo dovevo scrivere a tamburo battente, e dunque magari prima di sapere come quella tragedia si sarebbe conclusa. Ci riuscii, quaranta cartelle fitte fitte consegnate nei giorni in cui si era appena saputo della sorte di Moro e che stando ai patti dovevano essere pubblicate seduta stante. 

Accadde invece che i redattori della Feltrinelli con cui avevo avuto a che fare non dessero più segno di vita, se non uno di loro mormorare al telefono che i più comunisti e i più ultrarossi di quella loro redazione erano avversi al mio testo. e finché alcuni mesi dopo non mi arrivarono una decina di copie di un libriccino dal titolo “Gli intellettuali e il caso Moro” che portava come sigla editoriale quella della Libreria Feltrinelli, e che se non sbaglio era stato edito in 200 copie. Un libriccino che in questo mezzo secolo sarebbe rimasto semiclandestino o forse clandestino del tutto, salvo che su Amazon ne comparisse ogni tanto una copia a un prezzo più vicino ai 150 che ai 100 euro.

Una di queste copie l’ha comprata un mio vecchio compare, il libraio antiquario bolognese Piero Piani, il quale ha voluto rieditarlo. Bontà sua. È un libriccino che io stesso avevo come cassato dalla mia memoria. Lo tenevo su uno scaffale alto della mia biblioteca, lontano dallo scaffale dove sono riposti i 35 o 36 libri che ho firmato nella mia vita. Era come se quelle sue 64 paginette non mi appartenessero. Né mai più lo avevo preso in mano e riletto. Solo continuava a bruciarmi l’offesa che mi era stata fatta dalla Feltrinelli in quell’autunno del 1978, e non che sia stata l’unica della mia carriera professionale. Il libriccino a questo punto l’ho letto e riletto, un paio di volte. Confesso che non mi è spiaciuto affatto, per quanto turbinosa fosse la materia con cui cercavo di fare i conti. Non mi è spiaciuto affatto il modo in cui portavo i miei 37 anni. Mi ci ero messo in cammino già allora verso il libro che funge da targa a scandire un prima e un dopo del mio destino, il Compagni addio mondadoriano che avevo covato per dieci lunghi anni. Durante i quali non avevo scritto un solo altro libro.

Non che nel giornale in cui lavoravo io fossi in quei 55 giorni particolarmente puntato professionalmente sul ratto e l’agonia di Moro. Li seguivo passionalmente e angosciosamente, da cittadino della Repubblica. Ne scrivevo magari in prima pagina, ma a dare la linea del giornale erano i fondi del direttore Aniello Coppola, il più liberal dei giornalisti comunisti del tempo. Intellettualmente e ideologicamente ero allora uno e bino. Lavoravo e ricevevo lo stipendio da un quotidiano comunista questo sì, ma comunista non lo ero né lo sono mai stato un solo minuto della mia vita. 

Il meglio della mia identità lo diceva il fatto di essere, in quello stesso torno di tempo, un collaboratore assiduo del Mondoperaio mensile diretto da Federico Coen, quella bellissima rivista nella cui redazione incontravi Giuliano Cafagna, Giuliano Amato, Luciano Vasconi, Gino Giugni, Luciano Pellicani, Federico Mancini, Ernesto Galli della Loggia, il giovane Claudio Martelli, e ne sto dimenticando, ovvero il drappello di guerriglieri intellettuali che stava riscattando l’identità del socialismo italiano col sottrarla alla strabordante e ultra trentennale egemonia del comunismo togliattiano. E tanto più che questo neosocialismo s’era fatto orgoglioso in politica dov’era rappresentato dalla prorompente personalità di Bettino Craxi, uno che ai comunisti berlingueriani eccome se non le mandava a dire.

Purtroppo la dicotomia che mi provavo a vivere in quel 1978, l’essere io un amico e sodale dei socialisti che lavorava tuttavia in un quotidiano comunista la cui fedeltà al PCI era irrinunciabile, era destinata a non reggere. Gli attriti tra socialisti e comunisti stavano crescendo a vista d’occhio nella scena pubblica italiana, e il “caso Moro” li stava arroventando dato che Craxi mostrava sempre più di volersi discostare dalla linea della “fermezza” cara al PcI, dall’atteggiamento secondo cui mai e poi mai si poteva fare ai brigatisti l’onore di “riconoscerli” politicamente e questo con l’avviare una “trattativa” sulla vita di Moro. 

Mai e poi mai il PCI avrebbe accettato di averli di fronte quei delinquenti politici il cui linguaggio altro non era se non quello del comunismo staliniano parlato negli anni Cinquanta dai partiti comunisti di tutto il mondo. Temevano i comunisti italiani che da un qualsiasi raffronto con i terroristi rossi dei Settanta sarebbe emerso come gli uni e gli altri appartenessero a un unico e comune “album di famiglia”.

Eravamo entrambi ospiti in quei giorni di un dibattito pubblico, non ricordo più se in Toscana o in Emilia-Romagna, quando Piero Melograni, uno dei maestri della mia gioventù, mi sussurrò che di volantini scritti più o meno alla maniera di quelli delle Br ne aveva personalmente diffusi tanti ai tempi in cui lui (nato nel 1930) era un giovane militante comunista. 

Deve essere stato uno dei primi giorni di settembre del 1978 quando al Paese Sera mi arrivò il pezzo di un “intellettuale organico” del PCI da mettere in terza pagina. Era uno sproloquio contro Craxi nutrito solo di insulti i più banali, nient’altro che della monnezza intellettuale. A metterlo in terza pagina e titolarlo e tutto, mi vergognavo. Lo feci presente al vicedirettore del giornale, il quale mi disse di lasciar perdere, di metterlo e basta. La mia insofferenza cresceva a vista d’occhio. Mi chiamò Aniello Coppola, che era stato mio amico e che qui ricordo con affetto, a dirmi che mi toglievano dal lavoro della terza pagina e mi mettevano a fare non ricordo cosa. Uscii dalla sua stanza, andai a due stanze di distanza dov’era la mia macchina da scrivere e scrissi in un battibaleno la lettera di dimissioni dal giornale. Era il settembre del 1978, sapevo come pagare il fitto di ottobre e novembre della mia casa romana. Non quello dei mesi successivi.

Tutti egualmente brucianti, gli argomenti all’ordine del giorno in quei maledetti 55 giorni erano tanti. Il più angosciante quello se sì o no patteggiare coi brigatisti, se sì o no dare un prezzo alla vita di Moro col mettere in libertà un qualche numero di brigatisti persino colpevoli di reati di sangue come pure le Br avevano chiesto. Se sì o no accettare questo “scambio” di prigionieri costituiva un dilemma atroce e pressoché inedito per una democrazia occidentale del secondo dopoguerra. Era stato il dilemma vissuto dalla Germania Occidentale dopo che il 5 settembre del 1977 i terroristi ultrarossi della RAF (la formazione creata nel 1970 da Hans Baader e Ulrike Meinhof) sequestrarono il presidente della Confindlstria tedesca Hanns-Martin Schleyer dopo aver ucciso il suo autista e i tre agenti.

Da “Gli intellettuali e il caso Moro”, di Giampiero Mughini, Pendragon, 88 pagine, 12,35 euro

Il giornalismo e la tv prima e dopo il rapimento di Aldo Moro.

4 dicembre 1977. Storia della vignetta di Forattini su Berlinguer che seppellì il compromesso storico. Forattini su “Repubblica” ritrae il leader del Pci in pantofole mentre sorseggia il thè disturbato dalla eco di massa proveniente dalla piazza. Duccio Trombadori su L'Unità l'8 Luglio 2023 

L’indimenticabile e maledetto 1977. Il PCI, dopo un balzo elettorale che lo aveva portato quasi alla pari con la DC, sosteneva con l’astensione parlamentare (la “non sfiducia”) un governo monocolore presieduto da Giulio Andreotti, con l’impegno a fronteggiare una assai brutta situazione economica e sociale (inflazione, recessione, debito pubblico) in presenza di una strisciante guerra civile alimentata, se non auspicata, da varie forze interne e internazionali, con la presenza di gruppi estremisti armati, di sinistra e di destra, infiltrati e organizzati, in parte clandestini, nel mondo del lavoro e in quello studentesco, che scuotevano seriamente le fondamenta delle istituzioni democratiche.

Berlinguer, con equilibrio e tenuta ideologica, aveva intrapreso e sostenuto la controversa politica di ‘austerità’ (condizione necessaria per affrontare la crisi) generando malumori esterni ma anche interni al Partito comunista e al sindacato CGIL dove, in polemica con Luciano Lama, varie correnti (soprattutto i metallurgici) mal digerivano i sacrifici richiesti e reclamavano a parole una ‘sterzata a sinistra’ sul piano politico. La quale si annunciò il 2 dicembre 1977, qualche giorno dopo l’assassinio brigatista del giornalista de La Stampa Carlo Casalegno, con lo sciopero generale ed una imponente manifestazione nazionale operaia di CGIL-CISL-UIL, che sfilò per le vie di Roma reclamando una svolta nella politica economica.

Fu quella un’evidente “pressione dal basso” sulla politica del PCI considerata troppo “attendista”. A dare manforte ci si mise pure Forattini, che pubblicò una vignetta con Berlinguer in pantofole mentre sorseggia il thè disturbato dalla eco di massa proveniente dalla piazza. Quella vignetta produsse il suo notevole effetto. Quasi per reazione a quell’immagine che lo canzonava, il segretario del PCI puntò diritto dove voleva, forse, già andare: vale a dire a far cadere il governo Andreotti per ottenere l’ingresso diretto del PCI in una maggioranza di governo con la DC.

Se questa era l’idea perseguita da Berlinguer, tale non sembrava essere quella di buona parte del PCI, per diverse ragioni, a partire dalla cosiddetta ‘destra’, che temeva di toccare equilibri interni e internazionali: ricordo in proposito il disappunto di Paolo Bufalini, quando esponeva le sue inquietudini in privato, parlando con mio padre, durante gli abitudinari incontri al desco de La Carbonara; ma soprattutto non corrispondeva al progetto di Aldo Moro, il quale, nel suo previdente temporeggiare, se non escludeva le intese con il PCI, aveva però sempre precluso l’ipotesi di un governo con i comunisti.

Forse toccato dalla vignetta di Forattini (che fece clamore, con sommo gaudio di Scalfari per le vendite di Repubblica) o forse no, fatto sta che Enrico Berlinguer da quel momento accelerò la scalata alla ‘stanza dei bottoni’ (fino al punto di dichiararsi favorevole anche ad una improbabile maggioranza “laica” senza la DC) e aprì una crisi di governo -forzando le intenzioni del Presidente democristiano- che iniziò nel gennaio 1978 e si concluse il 16 marzo 1978 sull’onda emotiva del tragico sequestro di Aldo Moro e l’uccisione della sua scorta da parte dei ‘comunisti combattenti’ delle Brigate Rosse.

Perché Berlinguer ebbe timore di vedersi caricaturato con le pantofole e il giornale in poltrona, davanti ad un thè fumante, non mi è mai risultato chiaro. Più chiari e anche purtroppo più infausti mi sono sempre apparsi i risultati della sua reazione a quella simbolica e compromettente vignetta.

Duccio Trombadori 8 Luglio 2023

Il caso Moro e l'avvio del declino dell'informazione in Italia. Ivo Mej nel suo libro, edito da Historica e Giubilei-Regnani, "Rapimento Moro - Il giorno in cui finì l'informazione in Italia" parla delle conseguenze sull'informazione del delitto più eccellente della storia dell'Italia repubblicana. Andrea Muratore il 25 Marzo 2023 su Il Giornale.

In Italia il caso Moro e i due mesi di infodemia a esso associati hanno cambiato radicalmente l’informazione. Non necessariamente in meglio. Lo fa presente il giornalista di La7 Ivo Mej nel suo libro, edito da Historica e Giubilei-Regnani, "Rapimento Moro - Il giorno in cui finì l'informazione in Italia". “Il primo libro” – ricorda Mej dialogando con IlGiornale.it – “in cui si analizza l’impatto del caso Moro visto attraverso la lente dei media e della loro evoluzione”.

Mej ricorda che il caso Moro lo ha accompagnato per tutta la vita: “Quando ero al liceo pensavo già di fare il giornalista. Quando rapirono Moro mi feci mandare a fare ottenni un’intervista a Leonardo Valente, capo cronaca del TG1. Volevo capire come funzionavano i meccanismi dei media. Questa lunga intervista che la registrai con su una cassetta per walkman e l’ho tenuta per anni diventando poi ed è stata la base della mia tesi al CSC nel 1982 e della prima edizione del libro, uscita nel 2008 e ora ampiamente ridondante ampliata e rimaneggiata, per la cui pubblicazione ringrazio l'editore Francesco Giubilei".

Perché il 16 marzo 1978 fu il giorno in cui finì l’informazione? Perché, nota Mej, da allora essa “ha subito una mefamorfosi. Prima del rapimento Moro”, nota il giornalista e saggista non c'è bisogno, “qualsiasi tipo di informazione era sostanzialmente o un resoconto notarile del potere politico o, al massimo, aggiungeva una piccola riflessione una sezione di cronaca nera, mettendo da a parte il gossip e tutto il resto”. Con il rapimento, il sequestro e l’uccisione di Moro tutto “è confluito in un "unicuum” spettacolarizzato. E se dapprima “le Brigate Rosse sfruttarono tale spettacolarizzazione”, in seguito essa funse da divenne volano per l’azione politica di manipolazione dell’opinione pubblica avente alla base l’operato del discusso funzionario Usa Steve Pieczenik.

Nell’infodemia del caso Moro”, nota Mej, “Pieczenik agì approfonditamente preparando l’opinione pubblica a un’eventuale fase di annuncio della morte di Moro” e per completare “il suo vero obiettivo: riportare quella che per lui era la stabilità in Italia”, Paese chiave del campo atlantico. Mej inserisce in questa operazione di spin influenza occulta “il falso comunicato sull’uccisione di Moro e sulla deposizione del suo cadavere nel Lago della Duchessa”, realizzato con ogni probabilità è accertato dal falsario Tony Chicchiarelli, “probabilmente ben conosciuto dai servizi segreti, manovrabile e autore di un falso d’autore” diventato la base per la prova generale per testare l’efficacia dell’opinione pubblica. Il falso comunicato uscì il 18 aprile 1978, stesso giorno in cui fu scoperto il covo brigatista di via Gradoli, a Roma e l’operato di Pieczenik fu quello di “amplificare l’effetto del comunicato per testare la tenuta di media, opinione pubblica e politica allo shock” che poi sarebbe avrebbe davvero colpito caduto sull’Italia il 9 maggio successivo.

Il comunicato del Lago della Duchessa, nota Mej, “è il caso di studio di un contesto in cui qualcosa di completamente incoerente ed illogico (il lago era ghiacciato da mesi) diventa plausibile” o percepibile come veritiero per grazie alla l’amplificazione mediatica in un contesto di infodemia. Mutatis mutandis, nota Mej, è “ciò che accade anche oggi in diversi casi: ad esempio, quando i media dicono che Putin vuole conquistare l’intera Europa ma non riesce in realtà neanche a conquistare il Donbass”, piaccia o meno, si trasforma il pubblico nella vittima di un’operazione di spin influenza politico

In questo quadro “finisce l’innocenza dell’occhio di chi fruisce l’informazione, rimbambito dal rumore di fondo” mediatico. Curioso sottolineare che la televisione resta, come riportava il vignettista Bonvi in una striscia delle sue Sturmtruppen, l’arma più forte, ieri come oggi. Del resto Mej fa un esempio riferibile a quei tempi: “uno dei personaggi più famosi della Tv italiana, Bruno Vespa, diventa noto al grande pubblico con la grande visibilità della famosa diretta del TG1 da 86 minuti e 10 secondi condotta il 16 marzo 1978”, primo giorno di una serie di collegamenti in cui il pubblico era venne indotto portato a incontrare un contesto in cui si respirava “un mix di ansia per il futuro, di angoscia, di pervasività del timore per le conseguenze del caso Moro” ma che resero la sua immagine e il suo stile riconoscibile fino a oggi.

Il caso di Vespa è uno tra molti di quelli di figure diventate celebri sulla scia del caso Moro. Ma a livello complessivo, prescindendo dalla parabola dei singoli personaggi, a quarantacinque anni di distanza ci si accorge che “la notiza del rapimento Moro ha portato tre grandi novità”. Per Mej “ha cambiato i rapporti tra giornalisti e politica, tra giornalisti e notizia, tra giornalisti e opinione pubblica”. Nel primo caso, in prospettiva è partito dall’Italia un percorso che vede i giornalisti “sempre meno cani da guardia del sistema e sempre più cani al guinzaglio, comunicatori o amplificatori di linee decise dall’alto”. In secondo luogo, sulle notizie “i giornalisti sono diventati più opportunisti, selezionando cosa pubblicare e cosa no”. Infine, per sull’opinione pubblica sono piombati gli effetti “dell’esordio dell’informazione in presa diretta”, spesso <mplificatrice di ansie.

Numerosi, poi, negli anni a venire gli esempi di commistione tra politica, servizi segreti, giornalismo e potere economico. E dopo il 1978 è iniziato un vero declino strutturale dell’informazione italiana. Per Mej “il problema italiano è il fatto che editori indipendenti non esistono, tutti i gruppi sono in qualche misura dipendenti o sensibili al potere politico. In America c’è maggiore indipendenza del ruolo della stampa ma anche se decenni di neoliberismo friedmaniano hanno consentito la concentrazione di enorme ricchezze, e anche nei media ci sono sempre più tycoon” che usano i media per la propria agenda politica. Fino ad arrivare all’estremo di casi di testate che diventano megafoni espliciti per operazioni politiche o d’intelligence, “come avviene nel mondo anglosassone per il ruolo di MI6 e CIA nella guerra in Ucraina”, senza che nessuna testata si sforzi di validare le rivelazioni che vengono proposte al pubblico. Un modus operandi che in Italia ha avuto la sua palestra proprio nel Caso Moro. Diffondendosi poi nel resto dell’Occidente. Fino ad arrivare al caos informativo odierno.

Il saggio "Rapimento Moro: il giorno in cui finì l’informazione in Italia", raccoglie l’immediata reazione delle principali testate italiane, analizzandola con lo sguardo di chi ha ora la consapevolezza che la democrazia è un organismo di cui i mezzi di comunicazione di massa rappresentano i vasi sanguigni. Ivo Mej il 15 Marzo 2023 su Il Giornale

In occasione del 45° anniversario del rapimento di Aldo Moro, avvenuto il 16 marzo 1978, pubblichiamo un estratto del libro "Rapimento Moro - Il giorno in cui finì l'informazione in Italia" del giornalista e conduttore televisivo Ivo Mej, su gentile concessione dell'autore e delle case editrici historica e Giubilei Regnani. Si tratta del primo saggio che ricostruisce la vicenda partendo da un'attenta analisi della documentazione stampa e della copertura televisiva di quei giorni.

Due sono le fasi che normalmente contraddistinguono un evento trattato dai media di informazione in senso stretto:

1. Tempestività nel fagocitare l’evento.

2. Riespulsione dello stesso dopo averlo fatto passare per una fase di prima razionalizzazione.

Nel caso di tutte le edizioni straordinarie trattate, sia televisive che di stampa, questa seconda fase fu davvero minima, soprattutto da parte dell’organo con l’ascolto più vasto, cioè il TG1. Tale atteggiamento ha rivelato di avere valenze ambigue in relazione con i feedback indotti negli spettatori.

Tale fenomeno è stato minore nei quotidiani a causa dell’ovvia diversità strutturale del mezzo e perché il tempo di riflessione è stato in questo caso imposto dalla composizione del giornale e dalla fase di stampa. Tuttavia, bisogna rilevare che il TG2 risentì in misura molto minore dell’improvvisazione che caratterizzò allora il TG1, imponendosi a priori uno spazio di riflessione che indusse i suoi dirigenti a “staccare la spina” per circa quindici-venti minuti dopo lo scarno annuncio della prima notizia.

È altresì rilevabile lo scarso ascolto del telegiornale del secondo canale (circa 100.000 utenti), che denota una preoccupante preferenza del pubblico – già allora – per la “drammatizzazione” della notizia (il TG1 vantava ascolti molto superiori al TG2 nell’ordine di 1 a 10, ma quel 16 marzo il rapporto fu stravolto arrivando a un rapporto di 1 a oltre 400!).

Nei giorni seguenti il rapimento si parlò molto della proposta del più autorevole studioso di mass media vivente, Marshall McLuhan.

Questi, come qualcuno ricorderà, propose un completo black-out informativo su tutto ciò che riguardava le Brigate Rosse. Oggi, come allora, la proposta McLuhan può sembrare adeguata a rigore di logica ma comunque inaccettabile da un punto di vista professionale da parte dei giornalisti e anche etico da parte del cittadino, che ha diritto di sapere cosa accade attorno a lui.

A proposito dell’“opzione McLuhan” e dell’effettivo comportamento dei giornalisti interessati all’epoca dei fatti, ecco un brano dell’intervista realizzata nel 1978 a Leonardo Valente, capo del servizio Cronaca del TG1 durante il rapimento Moro.

«La nostra professionalità era l’unica garanzia reale che c’era per offrire all’utente obiettività e completezza di informazione. La vera professionalità sta nell’onestà del giornalista cioè nel fatto di non fare mai agio rispetto agli elementi di giudizio ad una convinzione personale se non a livello di mediazione culturale che mi pare sia legittima, anzi, indispensabile».

D’altro canto, il dibattito, continuato a lungo sui giornali, per quanto riguardava la Rai ebbe termine subito in virtù di una delibera del Consiglio di Amministrazione che riaffermò essere «compito dei giornalisti quello di garantire l’informazione più ampia, obiettiva e responsabile possibile».

Nel confronto del TG1 con i quotidiani bisogna tenere conto che la valutazione della valorizzazione della notizia avvenne sul fattore tempo nel primo caso, sul fattore spazio nel secondo.

Inoltre, funzione fondamentale della tv è quella di riferirsi al complesso audio visuale di un ipotetico utente.

È necessario anche rilevare il limitato “senso dell’im- magine” o “senso iconico” della informazione televisi- va italiana, cosicché il TG serve solitamente non a for- nire una completa comunicazione “televisiva” ai suoi utenti, ma a offrire loro dosi più o meno massicce di “parlato radiofonico” e di “immagini mute”. Al con- trario, i servizi filmati presenti in un TG dovrebbero essere pensati e realizzati per assumere un significa- to completo e univoco e per trasmettere un messaggio ben preciso composto inscindibilmente di parola e im- magine. Tanto più in occasione di eventi straordinari e di emergenza nazionale come il caso Moro. Eventi così particolari e unici dovrebbero essere pensati e rea- lizzati per assumere un significato completo e univoco e trasmettere un preciso messaggio composto inscindibilmente di parola e immagine.

La Pista americana.

Estratto dell’articolo di Fabio Martini per la Stampa giovedì 27 luglio 2023.

Una storia di grande politica scivolata nell'oblio per decenni e che ora riaffiora per una catena di casualità. È la storia di un senatore americano di 35 anni, Joseph Robinette jr Biden, che all'inizio del 1978, viene incaricato dal Congresso di svolgere un Rapporto sui Partiti comunisti europei e, in particolare, sul più forte di tutti, il Pci guidato da Enrico Berlinguer. 

Sono anni difficili: in tutte le sedi diplomatiche occidentali si scambiano allarmatissimi report sulla possibilità che il Pci possa entrare a far parte del governo. Uno spauracchio che nella primavera del 1976, aveva spinto George H. W. Bush, appena nominato direttore della Cia, a valutare in una riunione top-secret, la possibilità addirittura di una svolta autoritaria in Italia. 

E, invece, il giovane senatore Biden conclude così il suo Rapporto al Congresso: «Se il processo della democrazia italiana dovesse portare alla partecipazione del Pci al governo, gli Stati Uniti dovrebbero essere preparati ad agire con prudenza, basandosi su un'attenta interpretazione della situazione italiana».

(...) 

La storia che lega Biden, l'Italia e il Pci di Berlinguer è riaffiorata grazie al lavoro di scavo di Lucio D'Ubaldo, già senatore del Pd, direttore del "Domani d'Italia", che ha scoperto negli archivi dell'Istituto Sturzo, una lettera del giovane senatore americano al presidente del Consiglio Giulio Andreotti: «Dear Prime Minister…». Ma per capirla bene questa storia, occorre fare un passo indietro. 

Tutto era iniziato nel febbraio del 1978: negli Usa erano tornati al potere i Democratici, non c'era più Henry Kissinger a dettare la linea ed era stato eletto Presidente Jimmy Carter: Joe Biden presenta le conclusioni del Comitato Affari Europei della Commissione Esteri del Senato e in quella occasione ribadisce concetti noti («la partecipazione del Pci al governo è contraria agli interessi americani»), perché permaneva il terrore per il possibile accesso alle informazioni riservatissime sul sistema di sicurezza internazionale.

Ma la sostanza del messaggio di Biden era diversa: in più passaggi si invitava ad una realistica prudenza e il senatore aveva anche programmato un viaggio in Italia, del quale si trova traccia nella lettera spedita al presidente del Consiglio Giulio Andreotti, ritrovata da D'Ubaldo. Che sostiene: «Nel corso degli anni ha preso corpo la tesi di un Moro abbandonato al suo destino, che avrebbe pagato con la vita la sua spericolata apertura al Pci. Una ricostruzione che, descrivendo Moro come temerario, ignora la sua natura: un esempio di superiore attitudine alla moderazione e di forte attaccamento al realismo. Il Rapporto Biden aiuta a capire che nel suo disegno di aprire una nuova stagione, Moro teneva in conto di quel che si muoveva anche Oltreoceano».

L'ambasciatore Usa a Roma Gardner era contrarissimo al Pci, ma il suo vice Allen Holmes scrisse allora un cablo segreto, ora desecretato, davvero sorprendente: «È un errore l'ostilità assoluta al Pci. La faziosità americana in Italia non ha eguali in altri Paesi: non possiamo presumere di sapere cosa vogliono gli italiani, meglio di loro». Una cosa è certa: l'invito di Biden a non demonizzare la presenza comunista in Italia si rivelerà, a suo modo, profetico. Il 16 marzo 1978 Pci entrò a far parte della maggioranza di governo, contribuendo a consolidare la democrazia in Italia nel passaggio forse più difficile di tutto il dopoguerra.

Il Lodo Moro e i palestinesi.

La strage di Fiumicino del 1973: «Vidi 17 miei amici morire. Nessuno ci aiutò e la PanAm mentì». Viviana Mazza e Guido Olimpio su Il Corriere della Sera domenica 6 agosto 2023.

L’americana Christi Warner aveva 24 anni quando rimase coinvolta nell’attacco palestinese allo scalo romano: era diretta in Arabia Saudita. Cinquant’anni dopo, ha deciso di raccontare la sua verità sul massacro 

A quasi cinquant’anni dalla strage di Pan Am a Fiumicino, una settantatreenne che vive ai piedi delle Montagne Rocciose sta cercando di raccontare l’attentato «dimenticato». Christi Warner, che allora si chiamava B.J. Geisler (poi ha preso il cognome del marito e ha cambiato nome perché non le era «mai piaciuto»), è una degli ultimi quattro passeggeri che uscirono vivi dal massacro del 17 dicembre 1973 all’aeroporto romano e una dei pochissimi non ancora deceduti di vecchiaia. Sta pubblicando un libro, Terror on Pan Am Flight 110 , che porterà alla Fiera di Francoforte a ottobre in cerca di un editore internazionale e che vorrebbe trasformare in un film. Battaglia angosciante eredità di una guerra mai finita. Un episodio tragico parte di un momento storico dove la violenza politica, i sequestri di jet, le trappole esplosive rappresentano il quotidiano. Eventi così numerosi che rischiano persino di cancellarne il ricordo tranne per chi li ha vissuti in prima persona come è toccato a Christi.

«Diciassette miei amici morirono» ci dice al telefono da Colorado Springs. «Eravamo un gruppo di 32 persone, viaggiavamo con Aramco, la compagnia petrolifera, per andare a trovare familiari e amici in Arabia Saudita per Natale». Una foto che condivide con noi mostra lei e altri tre passeggeri davanti alla fontana di Trevi il giorno prima del volo.

Christi Warner, allora 24 anni, e Barbara McKinney, 22, il giorno prima del massacro, mentre tirano la monetina portafortuna nella fontana di Trevi: entrambe sopravvissero. A fianco Russel Turner, 12 anni, e la sua accompagnatrice Muriel Berka, 52, che invece rimasero uccisi 

Christi, 24 anni, e Barbara McKinney, 22, lanciano monetine nella fontana: sono sopravvissute. Accanto a loro Muriel Berka, 52 anni, e il dodicenne Russell Turner, che non ce l’hanno fatta. «Russell studiava in America e doveva raggiungere i genitori in Arabia Saudita per le feste: era stato affidato a Muriel all’aeroporto di New York». Muriel aveva un genero che lavorava per Aramco, era la vicina di casa e «una seconda madre» per Christi; mentre Barbara, la nipote di Muriel, era stata sua compagna di scuola. Le aveva seguite in vacanza, il suo primo viaggio fuori dagli Stati Uniti e dal Canada.

L’attacco

Tutto accade nel giro di quaranta minuti. I terroristi palestinesi, arrivati con un volo da Madrid, attaccano la sala di transito del terminal alle 12:50-12:51. «Passano solo quattro minuti prima che prendano degli ostaggi». Tutto facile perché i controlli sono minimi e i fedayn riescono a portarsi le armi fin dalla Spagna. Alle 12:55 corrono sulla pista fino al jet Pan Am. Alle 12:56 si sente la prima esplosione. Lanciano una granata a frammentazione e una al fosforo attraverso la porta anteriore, mossa ripetuta da quella posteriore. Non vogliono dare scampo. 

L’ordigno raggiunge la cabina di prima classe, l’esplosione investe l’hostess Diana Perez, in piedi davanti alla scaletta. Muore sul colpo mentre la sua collega Lari Hemel perde conoscenza sotto un mucchio di corpi. «Lei si riprende poco dopo e dice loro di togliersi di mezzo, ma sono tutti morti. Afferra una scarpa e s’accorge che dentro c’era un piede», racconta Christi, rimasta in seconda classe. «Avrei dovuto essere in fondo, ma mi ero spostata nel mezzo che era vuoto e avevo convinto Muriel e Barb a venire con me. Volevo dormire: la sera prima eravamo state al Piper, e dato l’embargo sulla benzina (la famosa austerity, ndr ) c’erano pochi taxi. Solo alle 4 ne avevamo trovato uno per arrivare a Fiumicino in tempo per la partenza alle 8. Più tardi mi diranno che la granata era finita proprio sul sedile che avrebbe dovuto essere il mio: resta ustionata in modo orribile la mia amica Robyn Haggard, una ragazza bellissima, un peperino, e sua cugina Bonnie Presnell, che quella sera spirò per le ferite». Ad aggravare la situazione il tipo di sedili altamente infiammabili. Anche per questo tanti passeggeri perirono in pochissimi minuti. Lezione dura. La tragedia porterà l’industria a cambiare i materiali, dopo la causa condotta dall’avvocato Ralph Nader, famoso per l’attivismo per la sicurezza dei consumatori, prima che come candidato alle presidenziali.

La forza della disperazione

La narrazione prosegue. «Muriel è finita a terra per l’impatto dell’esplosione. La prendo in braccio, anche se sono molto più piccola di lei: in momenti come questo dicono che uno sviluppi una forza sovrumana. È proprio così. Avanzo verso la prima classe ma, arrivata alla tenda, questa si apre di botto e mi trova faccia a faccia con uno dei terroristi. C’è un fumo denso, buio pesto. Una coppia salta fuori dal suo nascondiglio e mi travolge, seguita dal guerrigliero. Non riesco più a trovare Muriel. Poi sento la voce del mio angelo custode: “È tempo di andare”». Nulla da fare per Muriel, non uscirà viva dalla carlinga. 

A tentoni, Christi raggiunge l’uscita di sicurezza. «Qui vedo Dominic Franco, uno degli assistenti di volo, che si precipita fuori dal bagno fino all’uscita di sicurezza sul lato opposto al mio. Ha tentato di nascondersi nel carrello delle bevande, ma non c’entrava». Fasi ancora più concitate, Christi sbuca sopra l’ala: «Ci sono sette-otto persone là sopra, erano fuori di sé. Una donna ci grida di scendere perché l’aereo può esplodere. Salto giù, la mia borsa si apre rovesciando il contenuto. “Devo prendere il passaporto”, è la mia prima reazione e mentre lo afferro guardo in alto. Un terrorista a due metri da me mi punta contro la pistola e preme il grilletto, ma non accadde niente. Lui sbatte l’arma contro il palmo della mano. Niente ancora. Per tre secondi ci fissiamo, poi corre verso il jet Lufthansa sulla piazzola poco distante». Il commando è pronto per la fuga a bordo del Boeing tedesco.

Abbandonati nel terrore

Quello che dopo cinquant’anni fa male, sostiene Christi, sono le «falsità raccontate da Pan Am» sull’eroismo di alcuni suoi dipendenti. «Ho visto il capitano e il secondo pilota uscire dalla cabina e scappare verso il terminal, non hanno aiutato i passeggeri a scendere dall’ala - è la sua accusa -. È stato l’ingegnere di volo, Ken Pfrang, ad aiutarmi a farlo prima di cercare rifugio. Intanto io continuo a pensare: “Devo trovare Muriel e Barb”. Così risalgo dalla scaletta sul retro, quando avvisto Robyn e Bonnie che scendevano.

Carbonizzate. La pelle si è letteralmente sciolta e pende dalle braccia, i vestiti sono fusi con il corpo, una vista orribile. Su di me tracce di sangue e altro, ciocche di capelli bruciate. Dopo aver inalato tanto fumo tossico riesco a parlare a stento e ripeto ossessivamente “devo trovare Muriel e Barb”. Robyn e Bonnie rispondono che avevano già controllato, dicevano che erano tutti morti. Loro erano scampate nascondendosi in uno dei bagni, mentre nell’altro c’erano due assistenti di volo. Quelle due ragazze avevano trovato la forza per attraversare l’aereo in fiamme e verificare se ci fossero sopravvissuti. Robyn aveva 15 anni, Bonnie 21». 

Il silenzio dell’equipaggio

Degli otto piloti e assistenti di volo, tutti sopravvissuti all’attentato a parte Diana Perez, resta oggi in vita solo Barbara Marnock, che «non ha mai voluto parlare di ciò che accadde». «All’improvviso riprendono gli spari», continua Christi. Alle 13:10 il Boeing Lufthansa è circondato dagli agenti, c’è uno scambio di colpi. Un tentativo della polizia di contrastare gli assalitori, una reazione non sufficiente. Christi rimprovera gli errori commessi dalle autorità in questa vicenda. «Oh, ve ne furono tanti. All’inizio nel terminal gli uomini della sicurezza sono rimasti paralizzati, non hanno fatto nulla quando i terroristi hanno spianato i fucili». Anche perché il presidio a difesa di Fiumicino è debole.

In fuga

A questo punto le tre ragazze si rifugiano sotto un furgone. «C’era un poliziotto italiano nascosto. “Tira fuori la pistola, spara, fai qualcosa!”, gli grido. Lui risponde che non vuole essere coinvolto». Correndo con i polmoni pieni di fumo, dopo aver provato diverse porte chiuse, Christi, Bonnie e Robyn riescono a tornare nel terminal. Lari Hemel è l’ultima a emergere viva, uscendo sull’ala. Franco, nascosto dietro la ruota dell’aereo, l’aiuta a scendere. Sono scene infernali. «Trovano una bambina sulla pista e Lari la porta all’Alitalia». Barb - come scopre più tardi - è salva: seduta vicino all’uscita di sicurezza, è stata spinta subito fuori ed è corsa nei campi. Bonnie, invece, muore quella notte.

Un’altra ragione di risentimento è che - sostiene Christi - Pan Am avrebbe «mentito per evitare di risarcire i sopravvissuti, sostenendo falsamente che l’Arabia Saudita, dove avevano comprato i biglietti, non era parte delle convenzioni che garantiscono un massimo di 75mila dollari ai feriti».

Risarcimenti umilianti

Alla fine, Christie ottiene «circa cinquemila dollari, al netto delle spese legali. Robyn riceve quei 75mila dollari, ma spenderà milioni. Quattro anni dopo avrà un terribile incidente d’auto: il marito e il figlio morirono, oggi è quadriplegica e non ricorda più nemmeno di essere stata sposata. Ma rammenta la notte prima che prendemmo l’aereo a Fiumicino, quando andammo a ballare al Piper».

La rabbia di Christi è simile a quella di altri. Per diverse ragioni. L’azione eversiva è costata la vita a una trentina di persone, comprese la guardia di finanza Antonio Zara, il dirigente Eni Raffaele Narciso, Giuliano De Angelis, la moglie Emma, la figlia Monica di soli 9 anni e l’addetto ai bagagli Domenico Ippoliti, il cui corpo è buttato sulla pista di Atene nella fase successiva dell’incursione criminale.

I misteri

I fedayn, dopo l’eccidio, si impadroniscono del jet Lufthansa che è parcheggiato vicino al Pan Am e costringono il capitano a raggiungere prima la Grecia e, al termine di un’odissea nei cieli, il Kuwait dove si consegnano alle autorità che li trasferiranno in Egitto. Mosse accompagnate da negoziati dietro le quinte. I killer sono rilasciati, nel novembre 1974, grazie all’ennesimo dirottamento mentre la presunta mente dell’attacco, il palestinese Abdel Ghaffour, viene eliminato dall’Olp in una strada di Beirut due mesi prima. Metodo brutale per sbarazzarsi di un ex funzionario messosi a disposizione della Libia. Secondo alcune fonti ha preparato l’assalto su ordine della Libia decisa a punire l’Italia per i rapporti petroliferi troppo stretti con sauditi. Uno - non l’unico - dei possibili moventi in un mare di versioni. Saranno forti le polemiche sulle scarse misure di protezione nello scalo nonostante fossero arrivati segnali d’allarme, così come non si spegneranno mai le accuse sui patti sottobanco siglati dai governi italiani con le fazioni mediorientali per essere risparmiati da altre nefandezze. Illusioni. È un’epoca feroce, l’Europa trasformata in arena, l’aviazione civile obiettivo primario e i dirottamenti diventati la tattica principale del terrore. Gli assassini colpiranno ancora e per lungo tempo. Fiumicino sarà insanguinata nel dicembre 1985 dai sicari di Abu Nidal, un volo Pan Am esploderà con oltre 200 persone a bordo nei cieli di Scozia tre anni dopo. E anche qui tornerà la pista libica, certificata da un processo a carico degli agenti di Gheddafi ma contestata da chi pensa che i veri colpevoli siano altri, con sospetti sugli iraniani, su un nucleo palestinese, su figure sfuggenti responsabili di delitti che attendono ancora giustizia.

Estratto dell’articolo di Pierfrancesco Carcassi per corrieredelveneto.corriere.it mercoledì 22 novembre 2023.

Ogni fine settimana a Marghera decine di giovani ballano sotto le casse di Argo 16. Si chiama così un locale che ospita musica dal vivo tra le fabbriche deserte. Difficile capire quanti dei ragazzi che lo frequentano sappiano che quel nome non è casuale: apparteneva a un aereo dei servizi segreti italiani caduto su quella zona industriale 50 anni fa. Il punto dello schianto è segnato da un cippo fatto con un frammento d’ala - “sciagura aerea”, recita la scritta a qualche chilometro dal club. 

È l’unico segno di un mistero italiano dimenticato: ci sono voluti decenni per collocare quel bimotore al centro di un intrigo che lega l’esercito clandestino Gladio, il conflitto tra israeliani e palestinesi al tempo della Guerra Fredda e l’ombra di un attentato del Mossad, poi smentito da una sentenza che non è bastata a trovare la verità.

Ma questo gli operai che la mattina del 23 novembre 1973 si videro sfiorare dalla carlinga di un bimotore Dakota C53 non potevano saperlo. Mentre le sirene davano il via al turno del mattino nel formicaio industriale di Porto Marghera, poco dopo le 7.30, un ruggito di motori coprì ogni rumore. 

L’aereo bucò la foschia in picchiata, urtò contro la palazzina del centro di calcolo della Montefibre, azienda della plastica, ed esplose a terra lasciando una scia di fuoco e lamiere. «Avevo appena assegnato i lavori agli operai», ricorda Lando Arbizzani (nella foto a sinistra), tra i primi ad arrivare sul posto: «C’erano duecento metri di rottami in fiamme assieme ai resti dell’equipaggio». 

Le vittime

Uniche vittime, il pilota Anano Borreo e il secondo Mario Grande, il marconista - cioè l'addetto alle comunicazioni radio - Francesco Bernardini e il motorista Aldo Schiavone. Evitarono gli uffici pieni di impiegati per un soffio. Il portinaio ebbe un infarto. «[…]  Indenni i serbatoi di fosgene, gas tossico usato dall’industria, che sorgevano non lontano da lì: all'epoca si parò di un miracolo. L’area si riempì di militari. […] Quel giorno due ufficiali bussarono alla porta di Luigi Borreo, studente ventenne. Lui aveva già intuito perché. Suo padre Anano, pluridecorato nella Seconda guerra mondiale, era il colonnello ai comandi di Argo 16. «Nel mio cuore mio padre è sempre vivo, ricordo il suo eroismo: mi diceva “sai, chi ha il comando deve essere pronto a dare la vita”», ricorda. Oggi fa il dentista. A cinquant’anni di distanza non sa cosa abbia fatto cadere quel Dakota. Negli ultimi tempi il padre si raccomandava: «Non dire mai, Luigi, quando parli con gli amici, dove vado”. “Perché?”. “Sai, ‘sti attentati...».

Le dichiarazioni dello 007

L’aereo, diretto ad Aviano, era caduto pochi minuti dopo il decollo da Venezia. Per l’Aeronautica militare avvenne per “causa imprecisata”. La magistratura archiviò quasi subito di conseguenza. Antonio Bernardini, ingegnere in pensione, si chiede da 50 anni come fosse possibile schiantarsi per un equipaggio così esperto. 

Suo padre Francesco era marconista sull’Argo 16. «Ha volato ogni settimana per 32 anni – riflette – quanto è probabile che proprio quel 23 novembre sia capitato un incidente?». Le probabilità crollarono nel 1986: l’ex capo del controspionaggio Ambrogio Viviani in un’intervista a Panorama definì la fine di Argo 16 «un avvertimento del Mossad, un consiglio un po’ cruento per dirci di smetterla con Gheddafi e il terrorismo arabo-palestinese». 

Tra israeliani e palestinesi

Il giudice Carlo Mastelloni di Venezia aprì un’inchiesta per strage: interrogò Viviani e lo arrestò per reticenza. Dalle indagini emerse che il 31 ottobre 1973, appena tre settimane prima del suo ultimo volo, Argo 16 era servito per la riconsegna a Tripoli di due terroristi palestinesi che avevano pianificato un attentato contro un aereo israeliano a Ostia. Presi il 5 settembre 1973 e rilasciati il 30 ottobre. 

Come “ripicca”; secondo Mastelloni, gli israeliani fecero abbattere l’aereo che li aveva trasportati. La tesi era stata al centro di un’interrogazione del deputato missino Beppe Niccolai nel 1974, ma il governo aveva negato. In quegli anni di scontro tra Israeliani e palestinesi in Europa, tra massacri, omicidi sotto copertura e dirottamenti aerei, l’Italia tentava di uscirne con un “doppio gioco”, il cosiddetto Lodo Moro: fedeltà ufficiale alla Nato e a Israele e, in segreto, accordo con i palestinesi cui veniva lasciava libertà di movimento a patto che non colpissero obiettivi italiani. 

[…]

L'aereo fantasma

Durante le indagini gli elementi a supporto del sabotaggio vennero meno. Alcuni militari citarono un fascicolo dei servizi segreti su Argo 16 ma non fu mai trovato. Altri riferirono di una relazione dell’Aeronautica in cui si parlava di «sabotaggio tra la fusoliera e la coda» ma non fu trovata alcuna documentazione scritta. Impossibile fare una perizia: nel 1988 l’aereo era stato rottamato. Le indagini ricostruirono che i rottami rimasero alle Officine aeronavali di Tessera fino al 1976, poi vennero spostati a Treviso, venduti e distrutti. Ma le voci dicono sia rimasto a Tessera molto più a lungo. Nei documenti sullo smaltimento, scrisse il giudice, c’erano dei vuoti. 

Segreto di Stato

Quando Mastelloni chiese ai Servizi la documentazione sui viaggi di Argo 16 si trovò davanti a un muro: segreto di Stato. Quel segreto proteggeva Gladio, gruppo paramilitare creato negli anni ‘50 con regia Usa fuori dai limiti della Costituzione contro un’eventuale invasione sovietica. Fu rivelato da Andreotti nel 1990 dopo quasi quattro decenni di silenzio. 

Argo 16 serviva a spostare uomini e armi, oltre che per operazioni di spionaggio sui cieli del blocco orientale. Portava civili dal Nord Italia in una base ad Alghero, in Sardegna, dove venivano addestrati», sottolinea l’avvocato Sebastiano Sartoretto, che assistette Luigi Borreo come parte civile. «Questo sarebbe emerso dai movimenti di quell’aereo perciò non si poteva rivelare». 

La verità sugli ultimi secondi di Argo sparì con i nastri delle comunicazioni di bordo. Nel 1995 Mastelloni dispose il sequestro delle bobine ma risultarono irreperibili: l’ufficiale dell’Aeronautica che le aveva prelevate dopo l’incidente non sapeva spiegare che fine avessero fatto. Altra stranezza: quando il giudice fece perquisire la casa del capo di stato maggiore dell’Aeronautica furono sequestrati i suoi diari e l’unico mancante era quello del 1973. 

Il processo

Nel 1999 iniziò il processo con 22 imputati, i più importanti furono i vertici dei servizi segreti italiani e israeliani: per strage, il capo del Mossad, Zvi Zamir, e il suo referente di Roma, Asa Leven - presunto esecutore - che nel frattempo era morto; il numero uno degli 007 italiani dell’epoca Vito Miceli, per soppressione di documenti, e il numero due Gianadelio Maletti. 

[…] 

Tutti assolti

In aula si perse il conto dei “non-so-non-ricordo-non-rispondo” dei militari ogni volta che si parlava dell’ipotesi di attentato. Nel 1999 gli imputati furono tutti assolti perché il fatto non sussiste: niente riscontri di sabotaggio, niente soppressione di documenti. La procura fece appello subito, ma poi aderì alle motivazioni dei giudici e rinunciò. 

La tesi dell’attentato era stata sostenuta anche dall'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga: «Ne parlò più volte, anche in una lettera a un onorevole, in termini diretti, ma poi ritrattò pubblicamente», sintetizza Sartoretto. L’ultima spiaggia per le famiglie fu rivolgersi al presidente del Consiglio: «Scrivemmo a Prodi nel 2006 per chiedere chiarezza, non ricevemmo risposta. Ho sperato che qualcuno che conoscesse la verità, in fin di vita, decidesse di rivelarla. Ma non è avvenuto» […]

Sa che per queste affermazioni verrà attaccata da tutti? Diranno che lei sostiene che Giulia se l’è cercata.

«Lo so che le femministe tossiche diranno questo. Ma Giulia non se l’è cercata. La colpa è di Filippo. Dico solo che avrebbe dovuto pensare più a se stessa che a Filippo...». […]

Contrappeso al Patto con l'Olp. Cosa prevedeva il lodo Moro: l’accordo segreto con Israele. Ecco i documenti. Il Sismi dal 1975 aveva il compito di raccogliere informazioni sui dispositivi militari di Libano, Siria, Iraq e Egitto. Notizie che poi avrebbe trasmesso al Mossad. Paolo Persichetti su L'Unità il 17 Giugno 2023

Nel 1975 Italia e Israele stipularono un lodo segreto con lo scopo di rafforzare la sicurezza dei confini dello Stato ebraico prevenendo eventuali attacchi militari nei suoi confronti. Si tratta dell’ultima clamorosa novità venuta fuori dalla seconda tranche dell’incartamento Sismi-Olp versato lo scorso 19 aprile 2023 presso l’Archivio centrale dello Stato. Il Servizio segreto militare (Sismi), grazie agli ottimi rapporti intrecciati con le maggiori organizzazioni palestinesi e alla rete di informatori messa in piedi in Medioriente, aveva il compito di raccogliere informazioni sui dispositivi militari di alcuni paesi arabi, in particolare Libano, Siria, Iraq e Egitto. Notizie che poi avrebbe trasmesso al Mossad.

Una sorta di contrappeso all’accordo riservato raggiunto tempo prima con l’Olp e che aveva come obiettivo la messa in sicurezza del territorio italiano e dei suoi interessi oltre i confini nazionali evitando che l’Italia fosse travolta dal conflitto israelo-palestinese, come era già accaduto in più circostanze. In cambio, le autorità italiane avrebbero fornito sostegno internazionale e riconoscimento politico all’attività dell’Olp. Del lodo Israele, definito in codice «Operazione Venti», si trova traccia in una dichiarazione inviata al Cesis dal generale Silvio Di Napoli il 19 settembre 1985 (doc. 192).

Questo documento, il cui contenuto è confermato da una lettera dell’Ammiraglio Fulvio Marini, Direttore del Sismi, alla Presidente del consiglio Bettino Craxi e al Cesis, del 1 ottobre 1985 (doc. 193), consente di precisare meglio quello che fu il cosiddetto «lodo Moro»: una linea di politica estera parallela che prevedeva una serie di accordi informali e riservati con i vari attori del teatro mediorientale. Vennero coinvolti Stati come Israele e organizzazioni politiche che incarnavano forme di Stato nascente, come l’Olp, ma anche altre formazioni minori, con l’obiettivo di smilitarizzare lo scontro e ripoliticizzare il conflitto mediorientale.

Dal 1975 al 1985

Questo secondo versamento, più voluminoso del primo, conta 429 fogli, pari a 163 documenti, anche se quelli indicizzati sono in realtà 193. Ne mancano all’appello 30, solo in parte compensati dai precedenti 32 depositati lo scorso anno e che smentivano clamorosamente la narrazione tossica diffusa dalla destra su un presunto ruolo palestinese nella strage di Bologna: si veda in proposito l’approfondita analisi svolta da chi scrive insieme a Paolo Morando su Insorgenze.net. Considerando i doppioni (ne abbiamo contati tre) e i sei documenti mancanti all’appello, nel complesso per gli studiosi è accessibile un bacino di 186 documenti che sul piano cronologico si integrano perfettamente coprendo circa un decennio, dal 21 novembre 1975 al 3 ottobre 1985.

Non ci sono le informative utili a comprendere il periodo di formazione della politica dei lodi, se è vero – come riferisce Giovannone nel suo interrogatorio del 20 giugno 1984 (doc. 191) davanti al pm Giancarlo Armati – che su mandato del Sismi nel 1972 allacciò rapporti con i vertici palestinesi «disponibili a intavolare un dialogo». Manca ancora un nucleo documentale di almeno tre anni molto importante per capire come lo Stato italiano ha costruito questa diplomazia parallela, il cui attore principale in loco non era l’ambasciatore ma il capocentro del Sismi a Beirut.

Vicenda Toni-De Palo

Un paio di dispacci accennano di sfuggita alla vicenda dei due giornalisti, Italo Toni e Gabriella De Palo, scomparsi in Libano nel settembre del 1980. Anche se molto più interessanti in proposito sono le dichiarazioni del colonnello Giovannone rese davanti al pm, nelle quali si riferisce di un flusso di informative inviate dall’ambasciatore italiano a Beirut, D’Andrea, che seguiva personalmente le indagini. Dispacci intercettati da Giovannone per conto del Sismi. Documenti, non presenti in questo versamento, nonostante le rassicurazioni della presidente del consiglio Giorgia Meloni, ma che dovrebbero trovarsi presso l’archivio del ministero degli Esteri e, almeno quelli intercettati, presso l’archivio dell’Aise che ha ereditato le carte del Sismi.

Abu Nidal e messa in sicurezza Olp

Un altro tema rilevante riguarda la figura di Abu Nidal, ovvero Sabri Khalil al-Banna, l’esponente palestinese che fu rappresentante dell’Olp al Cairo. Brillante, ambizioso, profondo conoscitore della situazione egiziana, prima della sua rottura con i vertici di Fatah a causa della svolta “moderata” impressa da Arafat, fu individuato da Giovannone come una potenziale fonte da arruolare per ottenere informazioni di prima mano. Le carte raccontano dei primi contatti con Nidal, forse addirittura una sua iniziale collaborazione col Sismi, e poi la lunga caccia condotta in stretta collaborazione con l’Olp per prevenire i suoi attacchi e mettere in sicurezza la sede diplomatica palestinese a Roma e i suoi esponenti.

L’Operazione Aquila

Il grosso del carteggio è una integrazione dei dispacci e degli appunti sulla vicenda del sequestro dei due lanciamissili del Fplp a Ortona nel novembre del 1979 e l’arresto di tre autonomi romani e del palestinese Abu Anzeh Saleh. Le nuove carte arricchiscono i passaggi dell’inchiesta inizialmente condotta dal Sismi per comprendere la natura dei fatti e verificare la veridicità della versione palestinese, quindi la laboriosa trattativa che ne seguì e la realizzazione di una seconda operazione speciale, l’«operazione Aquila», finalizzata alla scarcerazione di Saleh. Documentazione che conferma il fitto intreccio tra l’azione del Sismi, il coinvolgimento degli avvocati degli imputati e i passaggi processuali, oggetto della trattativa con l’Fplp che confermano senza appello l’assoluta estraneità dei palestinesi nella vicenda dell’attentato alla stazione di Bologna e il naufragio della operazione di intossicazione messa in piedi dalla destra da oltre un decennio.

Gli Armeni e il lodo Cossiga

In questa ultima tornata di documenti si parla anche del lodo armeno, messo a punto sempre dal Sismi con l’Asala, l’organizzazione armata segreta armena – grazie alla supervisione decisiva dell’Olp – per prevenire eventuali suoi attacchi contro interessi turchi presenti sul suolo italiano e contro sedi diplomatiche o aziende italiane estere. Nell’aprile del 1980 – scrive il generale Ninetto Lugaresi, capo del Sismi, in una lettera al ministro dell’Interno Scalfaro del 19 agosto 1983 (doc. 189) – «allo scopo di bloccare le azioni terroristiche armene contro l’Italia, sono stati presi contatti tramite l’Olp, con l’Asala, conclusi nel dicembre dello stesso anno».

Le date sono significative poiché l’accordo venne stipulato sotto la presidenza del consiglio Cossiga, nello stesso arco di tempo in cui avvenne la strage di Bologna. Si tratta di una ulteriore prova, indiretta e logica, della assoluta assenza di sospetti da parte del Sismi e delle autorità politiche italiane nei confronti dei palestinesi, in caso contrario difficilmente sarebbe stata riposta tanta fiducia ai fini della tutela della sicurezza interna italiana. L’Asala, in realtà, non aveva commesso grosse azioni contro l’Italia, solo l’incendio di un magazzino della Mondadori per rappresaglia nei confronti di una intervista poco apprezzata uscita su Panorama.

Gli attentati più gravi vennero realizzati a Parigi nel 1981, con l’attacco all’ambasciata turca, e nel luglio 1983 con l’assalto all’aeroporto di Orly. Episodio che spiega il ritorno di attenzione da parte del Sismi diretto da Lugaresi e la messa punto del lodo stipulato tre anni prima. Anche in Francia si attivò un’azione politica da parte delle autorità che avviarono una trattativa segreta per accogliere e ricondurre su canali politici le rivendicazioni del gruppo armeno. La vicenda è raccontata da Louis Joinet, il consigliere giuridico di Mitterrand, che fu uno degli artefici principali di questa trattativa, nel suo libro Mes raisons d’Etat, La Découverte, 2013.

Il lodo Israele

Sia il colonnello Giovannone che il generale Di Napoli, avevano opposto il «segreto di Stato» davanti ai magistrati che li avevano interrogati tra il 1984 e il 1985, segreto poi confermato dal presidente del consiglio Bettino Craxi. In una informativa inviata al Cesis, del 19 settembre 1985 (doc. 192), Di Napoli spiegava il contenuto delle «operazioni speciali» di cui era stato a conoscenza nel periodo tra il 30 aprile 1979 e l’11 ottobre dello stesso anno, in virtù dell’incarico che aveva assunto: capo della quinta sezione autonoma della seconda divisione Sismi.

Si trattava della «Operazione Venti condotta dal col. Giovannone di concerto con l’allora Direttore del Servizio, gen. Santovito, finalizzata ad acquisire notizie politico-economiche e militari (con specifica attenzione ai dispositivi militari) a riguardo del Libano, della Siria, dell’Iraq ed Egitto. Tali notizie venivano raccolte a favore del Servizio Israeliano (Mossad) nell’ambito di un particolare rapporto di collaborazione». Paolo Persichetti 17 Giugno 2023

I 32 documenti desecretati. Dietro il lodo Moro l’azione dei servizi segreti. David Romoli, Giordana Terracina su Il Riformista il 7 Febbraio 2023

Cosa è stato davvero il “lodo Moro”? Coinvolgeva direttamente il potere politico o era un accordo semisegreto stretto essenzialmente dall’intelligence? Si trattava di un’intesa vaga e allusiva o di un accordo preciso, dettagliato e ben strutturato? Le informative inviate tra la fine del 1979 e i primi mesi del 1982 a Roma dal capo centro del Sismi in Medio Oriente Stefano Giovannone, già uomo di Aldo Moro nell’Intelligence, permettono di rispondere a queste domande in modo preciso.

Si tratta di 32 documenti che, come scritto nella copertina del fascicolo, afferiscono alla vicenda “Giovannone Olp” e sono stati acquisiti in copia dalla Procura della Repubblica di Roma, relativamente alla strage di Ustica. Desecretati dalla Direttiva Draghi del 2 agosto 2021 e attualmente custoditi presso la Sala delle Raccolte Speciali dell’Archivio Centrale dello Stato. Le informative riguardano tutte la vicenda dei due lanciamissili Sam-7 Strela sequestrati nella notte tra il 7 e l’8 novembre 1979 a Ortona, nell’auto di tre autonomi romani che li avevano trasportati fino al porto dove dovevano essere imbarcati per conto di un militante dell’Fplp, organizzazione facente capo all’Olp, Abu Saleh. Il palestinese sarebbe stato a sua volta arrestato il 13 novembre.

I tre autonomi non facevano in realtà parte di organizzazioni terroriste e non erano neppure al corrente di quale fosse il contenuto della cassa che gli era stato chiesto di trasportare. I lanciamissili erano in transito e non dovevano essere utilizzati in Italia. Tuttavia sia Giovannone che l’Olp intravidero subito il rischio che l’incidente potesse danneggiare i rapporti tra palestinesi e Stati europei. L’agente del Sismi, il 15 novembre, definisce Saleh “elemento emarginato dall’Fplp” anche se legato a uno dei suoi dirigenti, Taysir Qubaa, anche perché suo parente. “Arafat, Gufo (nome in codice di un alto dirigente dell’Olp n.d.r.), e altri esponenti Olp sono costernati che compromette, se non addirittura annulla, quanto acquisito durante anni in corso nel campo politico-diplomatico”, scrive l’agente e aggiunge che Arafat e l’Olp intendono “porre sotto accusa “esponenti del Fplp e in particolare Taysir Qubaa” perché sospettano che il fattaccio di Ortona “rientri in complesso iniziative ispirazione iraqena o libica miranti a sabotare attuale linea moderata Arafat.

La preoccupazione sia dell’Olp che di Giovannone è attribuire l’azione a una frangia manovrata da Baghdad o da Tripoli. Se dovessero emergere collegamenti con il terrorismo italiano, l’Olp non ne sarebbe responsabile e neppure a conoscenza. Due giorni dopo, il 17 novembre, Giovannone aggiunge che Quuba potrebbe agire all’insaputa anche del Fplp ma per conto di Gheddafi: “Non escludesi che Saleh possa aver contribuito operazione Ortona su richiesta servizi libici”. In effetti, specifica il colonnello “si sospetta da tempo” che Quuba fornisca uomini alle operazioni organizzate da Iraq e Libia. L’intento è palesemente quello di assolvere preventivamente l’Olp da qualsiasi responsabilità addossando ogni colpa a Quuba e a Saleh, per il cui permesso di soggiorno in Italia si era peraltro prodigato proprio Giovannone. Già nelle informative seguenti, infatti, la longa manus di Gheddafi scompare, Quuba non è più sospetto di doppio gioco e il 20 novembre Giovannone informa che i lanciamissili erano destinati a essere usati contro Israele: “Sono orgogliosi di farmi comprendere che l’operazione costituisce elemento di una offensiva” in territorio israeliano che dovrebbe costituire “decisiva escalation grazie a impiego armi sofisticate e procedure nuove e inattese”.

È il caso di segnalare che il capo dell’Intelligence italiana in Medio Oriente parla di quella che lui stesso definirà il 23 novembre “una rinnovata campagna terrorista in Israele” ma si raccomanda di non avvertire il Paese alleato: “Il capo centro a Beirut sottolinea l’opportunità di evitare divulgazioni di notizie attinenti all’obiettivo (Israele) perché, in caso contrario, potrebbe derivarne un grave rischio personale per lo stesso”. Tre giorni prima, sullo stesso argomento, aveva usato toni anche più drammatici: “Avete praticamente la mia vita nelle vostre mani e tale affermazione non è retorica”. Per la fine del novembre 1979 il quadro è chiarito: i lanciamissili erano solo in transito in vista della campagna di attentati in Israele, i contatti con gli autonomi, che avevano agito in nome della solidarietà, erano stati presi da “frange autonome del Fplp”. Resta il problema principale: la sorte di Saleh e dei due lanciamissili. È un problema che coinvolge direttamente il presidente del consiglio Cossiga.

In una nota del 17 dicembre Giovannone riassume “un difficile colloquio” svoltosi quella stessa mattina tra lui e Qubaa, nel quale il palestinese si è subito accertato che il contenuto di precedenti incontri sia stato “riservatamente riferito al presidente Cossiga”. I palestinesi chiedono il rinvio del processo fissato per il giorno stesso a Rieti “onde consentire che collegio difesa possa ricevere nuovi elementi per dimostrare inconsistenza accusa ‘importazione d’armi’” e soprattutto chiedono l’impegno di Cossiga a vietare che i lanciamissili e relativa documentazione siano “esaminati o consegnati” dai servizi di Israele o degli Usa. Giovannone segnala infine che l’interlocutore “habet minacciato immediata azione dura rappresaglia nel momento in cui venisse a conoscenza rifiuto aut non rispetto impegno richiesto”.

Il 24 aprile Giovannone invia un lungo e dettagliato appunto ai vertici del governo: a Cossiga, ai ministri della Difesa e della Giustizia, al capo di gabinetto della presidenza del consiglio, al segretario generale del Cesis e all’ambasciatore Malfatti. Il testo veicola “le richieste definitive del Fronte”. Il Fplp chiede che il processo d’appello contro i detenuti, condannati tutti in primo grado a 7 anni, si celebri in giugno-luglio e non, come previsto, in settembre-ottobre, che le condanne siano ridotte a quattro anni per i tre autonomi ma che Saleh sia assolto per insufficienza di prove, che ai detenuti siano concessi i benefici già applicati al ministro Tanassi, che i due lanciamissili vengano distrutti rimborsandone il prezzo di 60mila dollari al Fronte stesso. La conclusione è esplicitamente minacciosa: “L’interlocutore ha infine dichiarato che qualora la comunicazione da parte italiana attesa sentirò il 15 maggio p.v. fosse negativa e non desse sufficiente affidamento circa l’accoglimento delle richieste avanzate il FPLP riterrà definitivamente superata la fase del dialogo passando all’attuazione di quelle iniziative già reiteratamente sollecitate dalla base e da una parte della dirigenza”.

L’agente raccomanda una risposta positiva e chiede al governo di adoperarsi presso la magistratura a tal fine. I messaggi sempre più allarmati di Giovannone si susseguono per tutta la primavera finché il 27 giugno, incidentalmente data di Ustica, segnala “Habet informatomi tarda serata che Fplp avrebbe deciso riprendere totale libertà d’azione. Se processo dovesse aver luogo e concludersi in senso sfavorevole mi attendo reazioni gravi in quanto Fplp ritiene essere stato ingannato”. Il processo d’appello inizierà il 2 luglio e si concluderà con l’abbassamento delle pene da 7 a 5 anni. Saleh però resta in carcere. Il 22 maggio 1981 la Corte rigetta l’istanza di scarcerazione per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva. Il 4 giugno Giovannone allarmatissimo scrive al Vice Direttore del Servizio che “non si può più fare affidamento su sospensione attività Fplp in Italia decisa nel 1973 e segnala due possibili attacchi: un dirottamento aereo o l’occupazione di un’ambasciata italiana”. Il 14 agosto 1981 Saleh viene scarcerato. I coimputati restano in carcere.

Documenti «declassificati»: dopo il «Lodo Moro» spunta il «Lodo Scalfaro» (con armeni e Olp). Silvio Leoni su Panorama il 20 Maggio 2023.

Così, nell’83, i servizi segreti italiani conclusero un accordo con i terroristi marxisti-leninisti dell’Asala, avviato nell’aprile 1980 per evitare loro nuovi attentati in Italia. Lo dicono le carte desecretate dal Governo e nelle mani di Panorama.it

Non c’è stato solo il cosiddetto «Lodo Moro», quell’accordo, segreto, che prende il nome dall’allora ministro degli Esteri Aldo Moro, concepito all’inizio degli anni Settanta per cercare di proteggere gli interessi italiani dalla minaccia dalle organizzazioni palestinesi. Che, a più riprese, soprattutto a ridosso delle stragi di Ustica e Bologna, continuavano a ideare attacchi ad aerei, ambasciate ed altri siti dell’Italia tenendo sotto ricatto il nostro Paese. L’intesa, emersa oramai da svariati documenti, concedeva alla galassia terroristica araba di far transitare uomini, armi ed esplosivi attraverso l’Italia. E, in cambio, garantiva che i mujaheddin si sarebbero trattenuti da nuove azioni eversive ai nostri danni. Dalla “declassificazione”, decisa, finalmente, dal governo Meloni, di 163 documenti, coperti fino a pochi giorni fa dal segreto di Stato e protetti, per anni, dalla classifica «Segretissimo», emergono nuove verità. E spunta, dopo il “Lodo Moro”, un accordo “gemello”, sconosciuto fino ad oggi, il “Lodo Scalfaro”, dal nome dell’allora ministro dell’Interno che fu informato, passo passo, dai Servizi segreti italiani dell’intesa che si andava strutturando.  Il dossier, recuperato pochi giorni fa dalla ricercatrice Giordana Terracina all’Archivio di Stato, a Roma, e ora in possesso di Panorama.it è un faldone di 429 pagine contenenti cablogrammi, minute e scambi di messaggi tra il colonnello Stefano Giovannone, a capo del centro Sismi di Beirut (soprannominato «Bermude»), e il governo italiano. Documenti che si arrestano cronologicamente davanti all’abisso del 27 giugno 1980, il giorno della strage di Ustica, per riprendere, poi, a settembre dello stesso anno, ma «saltando» anche la strage di Bologna. Il materiale desecretata porta, come detto, alla luce la circostanza inedita di un altro accordo segreto finora sconosciuto, un gemello del «Lodo Moro», concordato e firmato, anche questo, dai Servizi segreti italiani, autorizzati ad agire in tal senso dal governo di Roma, ma con l’Asala, l’Armenian secret army for the liberation of Armenia, attraverso la mediazione dell’Olp, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina di Yasser Arafat, che garantiva la tenuta dell’intesa.

Fondata nel 1975 a Beirut, nel corso della guerra civile libanese, da Hagop Hagopian, il cui nome vero è Haroutyun Takoushian, e l’Asala era un’organizzazione terroristica marxista-leninista responsabile, in 11 anni di intensa attività eversiva, di decine di attentati mortali, soprattutto contro i diplomatici turchi in tutto il mondo. Di quell’accordo con l’Asala fu informato certamente l’allora ministro dell’Interno italiano, Oscar Luigi Scalfaro. Tant’è che in uno delle centinaia di documenti declassificati, quello datato 19 agosto 1983 e che ha come oggetto «Problemi di interesse per la sicurezza dell’Italia», il direttore del Servizio per le informazioni e la sicurezza militare dell’epoca, il generale di corpo d’armata Ninetto Lugaresi, scrive all’allora titolare del Viminale («In riferimento al colloquio che ho avuto stamane con la Signoria Vostra Onorevole…») sollecitando un suo intervento in relazione a tre argomenti: uno è, per l’appunto, l’accordo da raggiungere e firmare per far interrompere la catena di attentati compiuti anche sul suolo italiano dall’Asala. Nella nota indirizzata a Scalfaro, ecco quel che scrive Lugaresi: «Nell’aprile del 1980 (quattro mesi dopo sarebbe esplosa la bomba alla stazione di Bologna, ndr), allo scopo di bloccare le azioni terroristiche armene contro l’Italia, sono stati presi contatti tramite l’Olp con l’Asala, conclusi nel dicembre dello stesso anno con una bozza di accordo (all. 1) dal quale si rileva che all’Italia si chiede di non consentire il transito sul proprio territorio degli emigranti armeni (diretti verso gli Stati Uniti)». L’Asala, che con i suoi attentati puntava a costringere la Turchia ad addossarsi la responsabilità dell’uccisione di 1 milione e mezzo di armeni, a risarcire il popolo armeno e a concedere una porzione di territorio per la creazione di uno Stato armeno, non voleva, ovviamente, che il suo popolo fuggisse all’estero perché questo avrebbe indebolito proprio le battaglie contro la Turchia. Così cercava di ostacolare, in tutti i modi, i cittadini armeni dal lasciare il Paese, anche pretendendo con la forza dagli altri Paesi, Italia compresa, limitazioni o divieti verso gli emigranti. E questo era uno dei punti qualificanti di quello che oggi potremmo chiamare il «Lodo Scalfaro».

«All’epoca», ricorda Lugaresi a Scalfaro, «era stato ottenuto dagli Usa di chiudere gli uffici romani noti che svolgevano nella Capitale le pratiche di immigrazione e di concedere il visto di transito per l’Italia soltanto agli armeni che si presentavano presso l’ambasciata di Mosca». L’ufficiale ricordava anche che «recentemente il console generale Usa ha chiesto al Mae (la Farnesina, ndr) la concessione del visto anche presso l’ambasciata d’Italia a Beirut». E, quindi, Lugaresi metteva in guardia il ministro: «Ritengo che l’attuazione del provvedimento proposto dal console Usa potrebbe avere riflessi negativi ai fini della sicurezza perché potrebbe essere assunto quale pretesto da parte dell’Asala per rinnovare azioni violente contro interessi italiani, compresi quelli, rilevanti, presenti oggi in Libano». La questione ricorda la vicenda dei missili di Ortona.Quattro anni prima, il 7 novembre 1979, tre aderenti ad Autonomia operaia e il giordano Abu Anzeh Saleh, esponente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) erano stati arrestati nel piccolo centro vicino a Chieti per il trasporto in Italia di due missili terra-aria Sam Strela 7. E, poi, erano stati processati e condannati. Per quella vicenda, il Fplp aveva fatto di tutto per evitare il procedimento e la condanna del suo rappresentante, Saleh: in un’udienza del processo, a Chieti, era stato letto un proclama del Fplp che rivendicava i missili come suoi. E accennava a non meglio identificate «intese» che avrebbero dovuto garantirne la restituzione. I nuovi documenti di cui stiamo parlando sembrano riproporre, in fotocopia, un caso assai simile.Solo che stavolta non è l’Fplp ad agitare minacce contro l’Italia per far liberare Saleh, ma l’Asala.Lugaresi, infatti, suggerisce: «Considerato che, a suo tempo, era stata mostrata tolleranza per il semplice transito degli emigranti attraverso l’area internazionale dell’aeroporto di Fiumicino, il ministero dell’Interno potrebbe riesaminare la possibilità di realizzare apposite strutture logistiche in tale area. Ciò eliminerebbe, fra l’altro, la necessità del visto presso le Rappresentanze italiane all’estero e contribuirebbe ad attenuare il rischio di rappresaglia». In allegato, nella nota inviata da Lugaresi a Scalfaro e controfirmata per ricevuta, c’è la bozza di accordo, tradotta, fra il governo italiano e l’Asala esplicato in tre punti:Primo punto: «Il governo italiano si impegna a chiudere tutti i centri emigrazione sul suolo italiano che trattano l’emigrazione organizzata del popolo armeno dai Paesi arabi e socialisti».Secondo punto: «L’Asala si impegna a non proseguire nelle sue operazioni militari dirette contro persone ed interessi italiani in Italia all’estero».Terzo e ultimo punto: «L’Olp garantisce questo accordo e la sua attuazione pratica». Le cinque pagine del documento desecretato, che svela l’esistenza di un «Lodo Scalfaro» tra lo Stato italiano e l’Armenian secret army for the liberation of Armenia, per evitare attentati in Italia, sono accompagnate da una lettera scritta a mano su carta intestata del Servizio per le informazioni e la sicurezza militare - Ufficio del direttore - il capo della segreteria - nella quale si legge: «Caro Violante, ti restituisco come concordato per le vie brevi la minuta dell’Appunto del sig. Direttore del Servizio per Ministro Scalfaro». Il tema era già stato trattato da Lugaresi. In precedenza, infatti, il 28 febbraio 1982, il direttore del Sismi aveva posto all’attenzione del Cesis (il Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza) il problema delle «minacce dell’Asala contro obiettivi in Italia» oltre alla vicenda del palestinese Yousef Nasry el Tamimy arrestato a Fiumicino, due mesi prima, con 14 detonatori. Nel documento ora declassificato, Lugaresi giudicava «necessario che venga resa nota al ministero dell’Interno la serietà delle minacce dell’Asala ai fini della protezione degli obiettivi turchi in Italia e dei centri di assistenza per l’emigrazione degli armeni», e sottolineava che «è confermata la determinazione degli armeni nel porre in atto la minaccia di cui all’intervista di Hagop Hagopian riportata sull’Espresso n. 6 del 14 febbraio scorso». Lugaresi aggiungeva che «l’Olp ha assicurato il proprio intervento, inteso a ottenere un ulteriore congelamento, in attesa di una risposta alle note richieste, delle operazioni in Italia, ma ha anche ipotizzato che i libici forniscano sostegno finanziario agli estremisti armeni, da cui deriva la possibilità di una utilizzazione dell’Asala ai loro fini». Un mese prima, il 29 gennaio 1982, sempre Lugaresi scriveva al Cesis e ai ministri degli Esteri e dell’Interno, ricordando i prodromi dell’accordo con l’Asala. Che si era concretizzato nel dicembre 1980 in una bozza, per il tramite dell’Olp, e «sul quale doveva essere espresso il parere delle autorità italiane». Successivamente, segnalava Lugaresi, «si richiedeva di favorire sui massmedia italiani la diffusione dell’idea armena e i problemi connessi». Un mese dopo ci sarà, effettivamente, l’intervista su L’Espresso ad Hagop Hagopian, fondatore dell’Asala. Andrà diversamente al settimanale Panorama, «punito» da Hagopian - per un’intervista che il fondatore dell’Asala evidentemente non doveva aver apprezzato - con un attentato al deposito della Mondadori a Porta Ticinese. Non solo. Le minacce di morte dell’Asala che arrivarono a Panorama costrinsero la direzione del settimanale a proteggere il giornalista autore dell’intervista che non era piaciuta ad Hagopian, trasferendolo come corrispondente a New York. Mentre al direttore dell’epoca, Carlo Rognoni, fu assegnata una vettura blindata.

Così furono fatte sparire le carte del «Lodo Moro» dal centro Sismi «Bermude» di Beirut. Silvio Leoni su Panorama il 21 Maggio 2023.

Nei documenti del Sismi, appena declassificati dal governo Meloni, si legge che, nel gennaio 1980, il colonnello Stefano Giovannone, capo dei nostri Servizi segreti a Beirut, fece sparire le carte per evitare fosse scoperto l’accordo segreto con i terroristi palestinesi 

A Beirut, nel gennaio 1980, nel cosiddetto Centro “Bermude”, l’ufficio dei Servizi segreti italiani in Libano ospitato all’interno dell’Ambasciata, ci fu disperata, affannosa corsa per far sparire i documenti segreti e compromettenti dei rapporti spericolati che il nostro Paese teneva con i palestinesi e continuare così a nascondere l’esistenza del «Lodo Moro». È una delle nuove, clamorose, rivelazioni che emergono dalla “declassificazione” disposta dal governo Meloni di centinaia di documenti dei Servizi segreti italiani, finora coperti dal segreto di Stato e relativi al «dossier Giovannone», dal nome del colonnello dei carabinieri Stefano Giovannone, nome in codice «Maestro», che fu capocentro del Sismi in Libano e negli anni Ottanta - gli anni delle più gravi stragi italiane, da quella di Ustica a quella della stazione di Bologna – impegnato dal governo italiano a gestire, dal Medioriente, i difficili rapporti tra l’Italia e le organizzazioni palestinesi.

La situazione già molto complessa, divenne incandescente dopo l’arresto, avvenuto a Ortona nel novembre 1979, di tre rappresentanti romani dell’organizzazione dell’estrema sinistra Autonomia operaia, Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner, Luciano Nieri, e del giordano Abu Anzeh Saleh, rappresentante in Italia del Fronte per la liberazione della Palestina (Fplp). L’arresto fu determinato dalla scoperta di due missili terra-aria Sam Strela 7, sequestrati ai tre autonomi nel piccolo centro di Ortona, vicino a Chieti: i tre vennero fermati dai carabinieri per un controllo e portati in carcere nella notte tra il 7 e l’8 novembre 1979. Il 13 novembre fu arrestato a Bologna, dove viveva, anche Saleh, accusato di essere loro complice, e tutti e quattro furono rinviati a giudizio per direttissima.

Subito, però, il Fplp cominciò a minacciare attentati contro gli interessi italiani, proprio per vendicarsi di quella che ritenevano una gravissima violazione unilaterale da parte dell’Italia del cosiddetto Lodo Moro. La documentazione ora in possesso di Panorama.it , recuperata dalla ricercatrice Giordana Terracina all’Archivio Centrale dello Stato dov’era depositata, consiste di 429 pagine, che ricostruiscono minuziosamente - attraverso gli scambi di messaggi fra Giovannone e i vertici dell’intelligence italiana e fra questi ultimi e il governo dell’epoca - quel periodo buio della Repubblica: un momento dominato dagli allarmi per la crescente minaccia palestinese di attentati ad aerei, ambasciate e altri beni dell’Italia, nel quale appare evidente lo sbandamento delle istituzioni italiane, poste sotto ricatto dalle organizzazioni arabe. Nel caso dei missili di Ortona, il Fplp tenta in tutte le maniere di riavere le micidiali armi sovietiche terra-aria, oppure di ottenere, in cambio, 60.000 dollari. Un vero e proprio ricatto. L’obiettivo principale del Fronte, peraltro, è far liberare Abu Anzeh Saleh, ufficialmente in Italia per motivi di studio (e incredibilmente protetto dall’allora Pci, che si prodigò, raccontano le carte mai smentite, per impedirne l’espulsione, richiesta ripetutamente dagli 007 italiani), e i tre autonomi. Un copione che si ripeterà varie volte anni dopo quando le organizzazioni arabe torneranno alla carica, con lo stesso, identico, approccio: minacciando attentati ritorsivi, per far liberare dall’Italia altri esponenti dell’Fplp, come Yousef Hasry El Tamimy, arrestato a Fiumicino il 5 gennaio 1982 assieme alla compagna, la tedesca Brigitte Pangedam, perché trovati in possesso di 14 detonatori. Le carte ora declassificate confermano la consuetudine delle organizzazioni terroristiche arabe a utilizzare l’Italia, negli anni Settanta e Ottanta, per trasportare, da una parte all’altra della penisola, carichi di esplosivi, detonatori e armi su treni, aerei, o in auto, incuranti del terribile rischio che questo rappresentava. E confermano anche come le stesse organizzazioni, una volta che i terroristi fossero stati intercettati e scoperti, pretendevano che venissero liberati come se nulla fosse, reclamando persino il diritto di vedersi restituito - o pagato - il materiale sequestrato.

Va ricordato, al proposito, quanto Francesco Cossiga scrisse a proposito della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 nel libro considerato il suo testamento politico-istituzionale, “La versione K” (Ed Eri-Rizzoli, 2009): «Su Bologna, la mia l’ho detta e la ripeto. Per me fu un incidente, un drammatico incidente di percorso: fu, con molta probabilità, una bomba trasportata da terroristi palestinesi che non doveva essere innescata in quell’occasione e che, invece, chissà perché, per un sobbalzo, una minaccia, un imprevisto, scoppiò proprio in quel momento». E non è un caso che la vicenda dell’affannosa distruzione dei documenti segreti e compromettenti custoditi nel Centro Sismi di Beirut (soprannominato «Bermude») ruoti proprio intorno alla figura di Cossiga, presidente del Consiglio dal 5 agosto 1979 al 18 ottobre 1980, tenuto evidentemente all’oscuro degli accordi stipulati fra il Sismi e i palestinesi. Per comprendere bene il significato di quanto emerge dai documenti desecretati, bisogna sempre ricordare che il sequestro dei missili a Ortona avviene il 7 novembre 1979, e che la strage di Bologna è del 2 agosto 1980. Nel corso di quei mesi delicatissimi le minacce dell’Fplp sono un crescendo inquietante, giorno dopo giorno. In quel periodo così complicato, a Beirut il Sismi fa capo all’uomo di fiducia di Aldo Moro, il colonnello Stefano Giovannone (Moro ne invocherà la sua presenza a Roma durante il suo sequestro da parte delle Brigate rosse). Giovannone ha rapporti diretti con tutti i capi delle organizzazioni palestinesi. E il suo obiettivo è tenere l’Italia immune (“neutralizzata” è scritto nelle carte) dal rischio di attentati terroristici che, all’epoca, insanguinavano l’Europa. Così il 15 gennaio 1980 Giovannone scrive ai suoi capi dei Servizi a Roma un messaggio concitato: «Sto provvedendo vuotare praticamente Bermude carteggio e documentazione non distruggibile in tempi brevi in caso emergenza, analogamente quanto da ambasciata per proprio archivio alt fine». Che cosa sta accadendo? Perché Giovannone è così preoccupato? Cos’è che lo spinge a smobilitare di corsa la documentazione dei suoi rapporti intessuti con le organizzazioni palestinesi?

Cinque giorni prima, il 10 gennaio 1980, mentre a Chieti è in corso il processo per direttissima per il sequestro dei missili di Ortona, il colonnello Giovannone informa il generale Santovito, a capo dell’intelligence, che sta cercando di impedire un passaggio che reputa pericoloso: si tratta della consegna a Mauro Mellini, avvocato difensore dei quattro imputati nonché parlamentare radicale, di una «lettera aperta» che il Fplp vorrebbe fosse letta in aula davanti ai giudici di Chieti. Nella missiva, il Fronte popolare di liberazione della Palestina intende chiedere la testimonianza nel processo del presidente Cossiga e dell’exdirettore del Sid, il Servizio informazione difesa, generale Miceli.Lo scopo? Dimostrare l’esistenza del Lodo Moro. Sarebbe una catastrofe per Giovannone, che ha agito sì per conto di Moro, ma ne ha sempre tenuto all’oscuro Cossiga. E sarebbe anche un problema gigantesco da gestire, non solo verso gli alleati della Nato e nei confronti dell’opinione pubblica – ovviamente ignara che lo Stato italiano si è accordato con i terroristi - ma anche verso l’ambasciatore italiano a Beirut, Stefano D’Andrea, con cui i rapporti sono roventi e la convivenza in ambasciata difficilissima perché la presenza nella sede consolare del capocentro Sismi e il suo iperattivismo nelle relazioni con le varie organizzazioni arabe ha finito per creare una sorta di doppio binario diplomatico, per molti versi imbarazzante e fonte di pericolosi malintesi. La lettera aperta che i palestinesi, spinti dalla Libia, vorrebbero fosse letta in aula riferisce anche che, subito dopo gli arresti di Pifano, Baumgartner, Nieri, e di Abu Anzeh Saleh, il Fplp riteneva di aver chiarito la questione all’ambasciata italiana di Beirut che poi aveva risposto di aver riferito tutto al governo: i missili erano danneggiati e inutilizzabili, erano semplicemente in transito sul territorio italiano e i rappresentanti di Autonomia operaia ignoravano il contenuto delle casse, così come Saleh.Il problema è che Giovannone e il Centro “Bermude” non sono l’Ambasciata italiana. E che Giovannone si è ben guardato dal riferire al governo. Gli sforzi del capocentro del Sismi a Beirut sono inutili. E il 10 gennaio 1980 l’avvocato Mellini legge, in udienza, la lettera dell’Fplp.Ovviamente, scoppia un pandemonio. Anche perché, poco dopo, lo stesso Mellini e altri parlamentari radicali presentano un’interpellanza parlamentare al governo per chiedere lumi.A quel punto, il caso politico è inevitabile.Cossiga, infuriato, convoca il generale Santovito. Che è costretto a raccontare tutta la verità al presidente del Consiglio.Tre giorni dopo, il 13 gennaio 1980, il Sismi invia un appunto a Cossiga tentando di ridimensionare i fatti: Mellini viene accusato di aver messo in atto una strumentalizzazione politica con i radicali, mentre il Fplp nega di aver chiesto l’audizione testimoniale di Cossiga. Il governo può, a quel punto, rispondere all’interpellanza negando agevolmente l’esistenza del Lodo. Ma l’ambasciatore italiano in Libano, D’Andrea, è furibondo perché, in effetti, non ha mai avuto alcun rapporto con l’Fplp. E dirama un comunicato stampa. Che nessuna agenzia italiana pubblicherà mai.Il 15 gennaio 1980 Giovannone chiede al Sismi, con un fonogramma urgente, d’intervenire per placare D’Andrea. E, nello stesso documento, dopo aver ricordato che, nei suoi rapporti con palestinesi e altri gruppi armati (eritrei, somali, sciiti), non ha mai dichiarato di rappresentare l’ambasciata e di non aver mai fatto entrare esponenti del Fplp nei locali della sede diplomatica, scrive il messaggio che abbiamo visto: «Sto provvedendo vuotare praticamente Bermude carteggio e documentazione non distruggibile in tempi brevi in caso emergenza, analogamente quanto fatto da ambasciata per proprio archivio alt fine».La segretezza del «Lodo Moro» è salva. O, almeno, così pare. Ma i documenti ora declassificati dal governo Meloni ne confermano, invece l’esistenza. E senza più alcun dubbio.

Simonetta Fiori per “la Repubblica” - Estratti giovedì 30 novembre 2023.

“Il 7 ottobre del 2023 è una data terribile per l’umanità perché l’odio feroce di Hamas, refrattario a qualsiasi possibile freno, ha manifestato una carica anche simbolica che non hanno le azioni di violenza consumate altrove. Ha voluto dire: noi vogliamo distruggere gli ebrei, vogliamo annientarli qui, non c’è spazio per loro». 

Protagonista e testimone di un lungo tratto della storia d’Italia, Giuliano Amato interviene sulla guerra in Medio Oriente con lo sguardo rivolto anche al passato. Nella veste di presidente del Consiglio, ebbe occasione di incontrare Yitzhak Rabin e Yasser Arafat nel 1993, a ridosso della ratifica degli accordi di Oslo. «Fu il momento più alto del processo di pace tra i due popoli. E lì dobbiamo tornare, anche se la strada è molto difficile».

Il sabato nero ha risvegliato l’incubo con cui convive Israele fin dalla sua nascita: l’incubo della sua cancellazione.

«Personalmente mi ha provocato una totale repulsione. Io sono sempre stato convinto che quando nacque lo Stato di Israele fu fatta giustizia di una storia plurimillenaria: quella era la Terra promessa dai tempi della Bibbia, la terra a cui questo popolo poté tornare dopo il lungo esilio in Egitto.

Questa è la prima ragione per cui Israele ha comunque ragione davanti a un’aggressione che vuole negare il suo diritto di esistere. E ha il diritto-dovere di reagire eliminando Hamas. La mia fermezza nasce anche da una semplice constatazione: Israele è la mia civiltà. Israele è me che sono lì. Tutta la storia delle persecuzioni ebraiche dimostra quanto della nostra civiltà la cultura ebraica sia parte e quanto abbia contribuito a farla crescere. Quello che ora non possiamo non chiederci, riflettendo sul sabato nero, è come ci siamo arrivati».

Hamas è un’organizzazione terroristica che predica la sottomissione del mondo a una versione fondamentalista dell’Islam.

«Ricordo che quando nacque nel 1987 rimasi impressionato da un dato: nella sua carta fondativa era scritto a chiare lettere che voleva piantare la bandiera di Allah su ogni centimetro quadrato della Palestina, quindi il suo scopo era quello di eliminare gli ebrei dalla regione. Nel corso degli anni, a contatto con una popolazione più ampia di cui assorbiva sentimenti diversi, in modo ondivago e confuso accanto alle azioni terroristiche aveva cominciato a mostrare un’anima meno radicale in una sua ala politica. 

A partire dal 2006 vinse diverse elezioni, e i suoi esponenti dichiararono che avrebbero riconosciuto Israele se Israele avesse accettato uno Stato dei palestinesi con tutti i loro diritti. Ma Hamas non ha mai smesso di coltivare il terrorismo. Certo è che il 7 ottobre l’ha riportata all’anno zero, anzi a come non era mai stata: un’opera così efferata non l’aveva mai commessa. Per questo non posso non chiedermi: come si è arrivati a questo? Che cosa abbiamo fatto o non abbiamo fatto?».

Chiama in causa le classi politiche occidentali?

«Sì, tutti noi, e in primo luogo chi ha governato Israele negli ultimi quindici anni. Qui non posso non rimarcare la straordinaria differenza tra un premier come Netanyahu e la generazione precedente dei Shimon Peres e dei Rabin: questi leader credevano nell’interazione e nell’integrazione dei palestinesi, mai sfiorati dall’idea che la loro presenza dovesse essere cancellata dalla Terra promessa.  

(...)

Parlò di questo anche con Arafat?

«Più volte. Lui aveva il problema del diritto al ritorno dei palestinesi. Ricordo una conversazione a Palazzo Chigi in cui gli dissi: “Tu hai accettato che vi sia lo Stato sovrano di Israele su questa terra” – usai proprio queste parole formali. Lui assentì: “Questo io non posso non accettarlo”. “E allora è evidente”, proseguii, “che il diritto al ritorno dei palestinesi non potrà non essere concordato con lo Stato che ha la sovranità su quel territorio”. 

Taceva, ma non aveva argomenti da oppormi. Gli accordi di Oslo furono il momento più alto dell’incontro tra questi uomini di buona volontà, anche se Arafat non era certo privo di ambiguità. Ma la storia spingeva in quella direzione. Tutto ciò è venuto meno con il governo di Benjamin Netanyahu».

Quali critiche muove all’attuale primo ministro israeliano?

«Nel corso di questi anni sono state ridotte le possibilità concrete perché nascesse lo Stato palestinese, mangiando via via con un numero crescente di insediamenti in Cisgiordania il territorio che gli accordi di Oslo avevano destinato ai palestinesi. Ho seguito questa espansione grazie al lavoro dell’ebreo Henry Siegman, del cui gruppo americano facevo parte: Henry faceva disegnare sulle mappe il progressivo addensarsi degli insediamenti, un ostacolo crescente alla realizzazione degli accordi di Oslo. L’altro elemento di frattura era l’atteggiamento punitivo dei coloni e dei militari israeliani nei confronti della popolazione palestinese. E in tutto questo Netanyahu nulla ha fatto per impedire che Hamas venisse finanziata dal Qatar, con l’effetto di indebolire l’Autorità Nazionale Palestinese. È evidente che Netanyahu non ha mai letto Cavour o, se l’ha letto, ne ha tratto la lezione contraria».

A quale insegnamento di Cavour si riferisce?

«Cavour ci ha insegnato – e lo insegnava ai conservatori sabaudi che chi non fa i cambiamenti opportuni quando è il momento di farli scatena la reazione più estrema e violenta. Per evitare la violenza oppositrice, occorre far camminare le istanze giuste che si ha la responsabilità di governare. Netanyahu ha fatto la scelta opposta». 

(...)

Eppure nelle piazze di sinistra compaiono le bandiere di Hamas.

«Sbagliano! Come ho trovato incomprensibile la presenza di quei vessilli nelle straordinarie manifestazioni popolari nate spontanee dopo l’assassinio della povera Giulia Cecchettin. Ma come è possibile? Io sfilo contro la violenza sulle donne e porto con me il simbolo di chi ha commesso pochi giorni prima i crimini più efferati sui corpi delle donne israeliane? Roba di una disumanità e di una doppiezza che francamente è difficile immaginare».

(...)

Pensando al dopoguerra, quale soluzione è possibile?

«Sono convinto che non nella testa di Netanyahu ma di qualcuno dei suoi ministri possa esserci l’idea che la conquista di Gaza sia un legittimo obiettivo di Israele e quindi fa bene la comunità internazionale, a cominciare dal presidente Biden e dal bravissimo segretario di Stato Blinken, a sostenere che nella Striscia non potrà esserci un governo neppure transitorio di Israele. Qualcun altro la deve guidare. Ma la difficoltà è proprio qui». 

Può tornare a governare l’Anp di Abu Mazen?

«Tenderei a escluderlo, ormai Abu Mazen è il contrario del nome che porta. Incarna l’autorità palestinese ma di autorità non ne ha più alcuna per le ragioni a cui accennavo sopra e anche per la connivenza con la corruzione in cui è caduto il suo governo. Ritengo azzardato qualsiasi paragone di Marwan Barghouti con Nelson Mandela, che considero il più grande personaggio del Novecento, ma penso che la soluzione in un caso così estremo non possa che essere una figura del genere: un leader palestinese dotato di un forte credito e anche circondato dall’affetto del suo popolo. Barghouti potrebbe guidare il processo che porta verso la costituzione dello Stato palestinese». 

E il leader israeliano più adatto a questo processo?

«Non lo so, ma non escludo che la risposta arrivi dalla reazione al male che Israele ha subito. Quando un popolo vive sulla sua pelle un male così estremo come quello inferto da Hamas – solo Israele può misurarne la portata, tutti noi l’abbiamo vissuto dall’esterno – è portato alla riflessione cavourriana: io non voglio che questo male accada mai più. E allora devo tagliare alle radici le ragioni che possono portare alla crescita di una pianta velenosa come è stata la pianta di Hamas. La convivenza tra israeliani e palestinesi metterebbe fuori l’odio su cui si fonda Hamas». 

(...) 

Prima lei faceva riferimento all’ambiguità di Arafat. C’è un episodio di cui lei è testimone che conferma questo tratto del leader dell’Olp: la vicenda dell’Achille Lauro, la nave italiana sequestrata nell’ottobre del 1985 da un gruppo di terroristi palestinesi.

«Sì, in quel caso Craxi fu ingannato dal leader dell’Olp: Bettino aveva chiesto un mediatore e Arafat gli mise a disposizione Abu Abbas, che in realtà era il regista dell’operazione, nata sì con un’altra intenzione ma sfociata nel sequestro e nell’assassinio dell’ebreo americano Leon Klinghoffer. Noi però l’avremmo scoperto più tardi». 

Una volta arrivati in Italia su un aereo egiziano i quattro artefici del sequestro furono consegnati alla giustizia. Mentre restò libero Abu Abbas, poi volato da Roma a Belgrado su un aereo jugoslavo. Gli americani vi hanno sempre rimproverato di averlo lasciato scappare.

«Ero sottosegretario alla presidenza del Consiglio e seguii personalmente la vicenda, dopo il confronto da brivido a Sigonella tra Italia e Stati Uniti. Ero a Ciampino quando nella notte tra l’11 e il 12 ottobre verso mezzanotte atterrò il volo egiziano con Abu Abbas. Stavo in una saletta con i nostri diplomatici Renato Ruggiero e Antonio Badini e a un tratto vidi avvicinarsi alle vetrate dell’aerostazione un aereo americano con il muso puntato verso di noi. Noi tre ci accucciammo sotto le poltroncine, sicuri che ci volessero spiare. Alle 5 del mattino l’ambasciatore americano Maxwell Rabb bussò alla porta del ministro della Giustizia Martinazzoli con le prove – così sosteneva lui – della colpevolezza di Abbas, accusato di pirateria, cattura degli ostaggi e associazione a delinquere. Ne chiedeva l’arresto provvisorio ai fini dell’estradizione». 

Perché lo lasciaste andare?

«Non vi erano prove sufficienti. Questo fu il giudizio dei magistrati interpellati da Martinazzoli. A quel punto non potevamo trattenerlo».

Rabb annunciò l’imminente arrivo di altre prove, ma secondo la ricostruzione americana non gli deste il tempo. 

«Io ricordo che le prove sarebbero arrivate non qualche ora più tardi, ma in un periodo successivo. E infatti Abu Abbas sarebbe stato processato e condannato, e quindi alla fine abbiamo dato ragione agli americani. Ma in quel passaggio preciso agiva la convinzione che Abu Abbas fosse un mediatore. E nel clima molto pesante nato a Sigonella, la pressione statunitense ci appariva un sopruso». 

È sbagliato ipotizzare che voi non vedevate l’ora di liberarvene anche per non rompere con Arafat?

«Non so se nella testa di Craxi agisse questo vincolo, e forse proprio a questo si riferisce Kissinger con la sua frase “We had to get mad, you had to set him free”, noi fummo costretti arrabbiarci, voi foste costretti a liberarlo. Ma sono convinto della nostra buona fede. 

Non c’è dubbio che la politica estera di Craxi fosse vicina all’Olp e in più momenti abbiamo dovuto incontrare i leader israeliani per rassicurarli. Ricordo una cena all’Hilton con Shimon Peres per spiegargli che il governo italiano si stava adoperando con Arafat nell’interesse di entrambi i popoli. E devo dire che Peres accoglieva le nostre posizioni senza difficoltà. Questa era l’Israele di allora. Con gli americani il litigio si sarebbe risolto rapidamente. “Dear Bettino”, così cominciava la lettera scritta da Reagan dopo la vicenda di Abu Abbas. Il caso era chiuso».

La pista sovietica.

Estratto dell'articolo di Marco Gregoretti per “Libero quotidiano” il 5 Luglio 2023.

Una telefonata alle due di notte. “Greg, ti mando in anteprima un libro bomba sul caso Moro.”. A tirarmi giù dal letto Riccardo Sindoca, criminologo, operatore di intelligence della Nato. Raffiche di bugie a Via Fani. Stato e Brigate Rosse sparano su Aldo Moro, scritto dal generale in congedo, Piero Laporta, già capo di Stato maggiore, è di fatto un dossier che racconta la storia di un colpo di Stato. 

«Caro Sindoca, visto che Laporta ti cita come fonte disvelatrice, portami da lui e fammelo intervistare». E così è stato, venerdì 12 maggio, vicino a Roma. Con l’operatore tv ho registrato due ore che diventeranno un docu-film. Ecco le clamorose anticipazioni in questa intervista esclusiva che Laporta ha rilasciato a Libero. 

È vero che la mattina del 16 marzo 1978 l’onorevole Aldo Moro non era in via Fani?

«Testimonianze e documenti assicurano che Moro fu “prelevato” prima di via Fani. I Br non ebbero capacità tecnica di sparare senza colpirlo, lo assicura un killer professionista, addestrato dai sovietici e reclutatore di Carlos lo Sciacallo. Bassam Abu Sharif depose davanti alla commissione Fioroni: «Le Br non hanno rapito Aldo Moro... Le Br non avevano la possibilità di uccidere cinque guardie del corpo senza che Aldo Moro venisse ferito».

Moro stesso avrebbe nascosto nelle lettere le notizie su che cosa fosse successo?

«Io ho fatto l’esame filologico della prima lettera a Francesco Cossiga, del 29 Marzo e di quella alla signora Nora per Pasqua, mai pervenuta. Nel libro dimostro che Aldo Moro comunica che della sorte della scorta (e quindi dell’agguato di via Fani) non sa nulla. 

Cossiga disse alla prima commissione Moro che le lettere furono esaminate “con metodi artigianali”. Io ho lavorato con metodi artigianali e sono giunto a risultati esplosivi, confermati dalla rigorosa decrittazione di sei anagrammi tratti dalle missive. Da dilettante, dopo 45 anni... Doveva essere fatto nei 55 giorni dallo Stato, con le risorse delle università».

Dove si trovava, dunque, lo statista Dc?

«Negli anagrammi dice che era “in terra dantesca”, in una casa con “tre tetti nascosti”, nelle mani di “popolo russo”, trasportatovi “in elicottero”». 

Perché uccisero la scorta?

«Perché testimoni di quanto avvenuto prima di via Fani, per ottenere il triplice distacco: Moro separato dalla scorta, dall’inseparabile Oreste Leonardi e dalle sue cinque borse, una delle quali lo seguiva ovunque». 

Chi agì in via Fani?

«Il Gru, servizio segreto militare sovietico, avvalendosi del gruppo Carlos, anche per collocare esplosivo ad alto potenziale nella Mini Cooper verde col tetto nero, parcheggiata davanti al bar Olivetti e alle spalle dei Br che sparacchiarono contro l’Alfetta. 

L’annientamento di Oreste Leonardi e di Domenico Ricci, i due carabinieri di gran lunga più pericolosi dei cinque della scorta, fu operato con totale sorpresa, senza spruzzi di sangue e coi primi tre colpi dell’agguato, da un commando di quattro killer professionisti, con uniformi Alitalia e col berretto con visiera a proteggerli dal riconoscimento satellitare». 

C’era un “traditore” nelle alte sfere dello Stato?

«La presenza di un Giuda ad alto livello è certa. I Br seppero un mese prima che l’agguato sarebbe avvenuto in via Fani. Per andare nel centro di Roma, vi sono tre itinerari: uno è per via Fani, ma ci sono anche via della Camilluccia e via Trionfale. Il Giuda ordinò a Oreste Leonardi di passare per via Fani, facendosi precedere da una Fiat 128 bianca. È provato nel mio libro». 

È vero che durante la prigionia Moro fu torturato?

«Il verbale di autopsia dedica dieci righe a quattro costole di Aldo Moro, rotte in tempi differenti. Meno di due righe liquidano un “vasto edema cerebrale”. Il verbale fu occultato alle Commissioni parlamentari di inchiesta e ai magistrati. È stupefacente che né la commissione Fioroni, né le precedenti, né l’ultima commissione antimafia, le cui conclusioni sono successive all’uscita del mio libro, mai si siano accorte della tortura che piegò Moro ai disegni dei rapitori, a svelare tutti i suoi segreti. Ebbero un bel dire che non ne custodisse di rilievo. Egli fu l’uomo della Nato e il rifondatore dei servizi segreti, con saldissimi legami oltreatlantico. Che poi a Washington si siano fatti intortare da Mosca è un altro discorso». 

Ci furono depistaggi?

«Un depistaggio, documenti alla mano, è propalato da due monsignori, i quali gabellarono Moro ucciso da Giustino Devuono (sicario della criminalità ndr) il quale sparava i colpi “a raggiera”, su una linea circolare intorno al cuore. Due giornalisti, Paolo Cucchiarelli, Giovanni Fasanella e il gruppo Pd della Commissione Fioroni avallarono. Nel libro dimostro che i colpi “a raggiera” non esistono. I colpi sono distribuiti su due segmenti convergenti e rettilinei a cercare le fratture alle costole e confondere le acque sulla tortura bestiale patita dallo Statista. Anche il covo di via Montalcini è una delle tante gabole del racconto di magistrati e di sedicenti giornalisti d’inchiesta».

(...)

Insomma, secondo lei, il sequestro di Moro fu un colpo di Stato ben riuscito?

«Lo dicono ricercatori come Sergio Flamigni. Stupisce che nessuno di essi s’accorse del depistaggio dei colpi a raggiera o delle torture dimenticate, sebbene testimoniate da L’Unità e da La Stampa. Stupisce la distrazione sul Morucci nel Sisde e che non ci sia chi ricordi l’esplosivo ad alto potenziale in via Fani, che esige addestramento peculiare, estraneo ai Br. Lecito attendere quindi incriminazioni a inchiodare i responsabili del depistaggio, nello Stato e fuori. Finché costoro saranno in libertà non ci si può aspettare un genuino pentimento dei Br, i quali, a loro volta, devono rispondere delle guarentigie procacciatesi con la menzogna».

I Complotti.

PAGINE OSCURE D'ITALIA. Il governo inglese ha desecretato file scottanti sul terrorismo italiano e il caso Moro. Stefano Baudino su L'Indipendente il 22 giugno 2023

Il ministero degli esteri inglese ha appena declassificato una serie di documenti scottanti rimasti fino ad oggi riservati. Si tratta di carte dalla portata esplosiva riguardanti il possibile ruolo giocato dall’organizzazione paramilitare Gladio negli anni del terrorismo in Italia, il supporto operativo che essa avrebbe ottenuto dagli 007 anglosassoni e le implicazioni legate ai presunti condizionamenti dell’intelligence dietro alla morte di Aldo Moro. Sullo sfondo, si stagliano le ombre sulla P2 di Licio Gelli, loggia massonica che avrebbe partecipato in prima linea alla “strategia della tensione”. Il quadro, anche alla luce delle recenti sentenze che hanno appurato il ruolo operativo di massoneria deviata e servizi segreti negli attentati che hanno insanguinato l’Italia negli “anni di piombo”, prende sempre più forma. Un altro fatto troverebbe conferma nei documenti, in cui si legge che “non è un segreto” che il governo USA offrì “un occasionale sostegno alla P2 e, in alcuni casi, anche ad atti di terrorismo in Italia”.

La strategia della tensione

Per “Strategia della tensione” si intende l’insieme delle operazioni eversive cui avrebbero partecipato gli apparati di sicurezza italiani sotto l’influenza della CIA, attraverso il ruolo attivo di logge massoniche, gruppi neofascisti organizzati per la lotta armata e organizzazioni paramilitari clandestine. Tra queste, spiccherebbe Gladio, struttura segreta dotata di compiti di “stay behind”, la cui missione apparente era quella di respingere l’Armata Rossa in caso di invasione sovietica. Lo stesso Giovanni Falcone, poco prima di morire – come dimostra il contenuto dei diari sopravvissuti all’opera di manomissione dei suoi appunti, avvenuta poco dopo la strage di Capaci – aveva posto la sua lente d’ingrandimento su Gladio, manifestando l’intenzione di indagare sul presunto ruolo che avrebbe avuto dietro ad alcuni omicidi eccellenti. L’obiettivo della strategia della tensione è riassumibile in uno slogan: “destabilizzare per stabilizzare”, ovvero contribuire a produrre tensioni sociali tramite attacchi terroristici per instillare paura e senso insicurezza nei cittadini, al fine di “sgonfiare” il consenso politico delle sinistre e le ambizioni governative del Pci, aprendo la strada ad un governo autoritario.

Le ombre su Gladio

Proprio su Gladio si sofferma uno dei documenti desecretati, che riguarda un aide-mémoire redatto da Francesco Fulci, rappresentante permanente dell’Italia all’ONU, condiviso in una riunione “super-ristretta” del 6 novembre 1990 del Consiglio Nord Atlantico, principale entità decisionale politica della NATO, e poi trasmesso ad alti funzionari inglesi in patria e all’estero. L’esistenza di Gladio era stata riconosciuta davanti al Parlamento solo due settimane prima, il 24 ottobre 1990, dal Presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti, che aveva parlato di una «struttura di informazione, risposta e salvaguardia». Sulla base di una nota fornita dallo stesso Andreotti al “capo della Commissione parlamentare italiana che indaga sugli atti terroristici”, l’aide-mémoire evidenzia che, dopo la seconda guerra mondiale, i servizi segreti occidentali idearono “mezzi di difesa non convenzionali, creando nei loro territori una rete nascosta di resistenza volta ad operare, in caso di occupazione nemica, attraverso la raccolta di informazioni, il sabotaggio, la propaganda e la guerriglia”, iniziando a concepire l’organizzazione nel 1951. 

Le condizioni per l’operazione, denominata in codice “Gladio”, furono stabilite sulla base di un “accordo” raggiunto “il 26 novembre 1955” tra “il Sifar (Servizio Informazioni Militare Italiano) e un corrispondente Servizio alleato” concernente “l’organizzazione e le attività di una ‘rete clandestina post-occupazione’, comunemente nota come “stay behind“. Nel documento si legge che Gladio “era formata da agenti attivi nel territorio che, in virtù della loro età, sesso e attività”, potevano “ragionevolmente evitare l’eventuale deportazione e carcerazione da parte degli occupanti stranieri; facile da gestire anche da una struttura di comando al di fuori del territorio occupato; a livello top secret e quindi suddivisa in ‘cellule’ così da ridurre al minimo eventuali danni causati da defezioni, incidenti o penetrazioni nella rete”. Le varie diramazioni dell’organizzazione coprivano operazioni di “informazione, sabotaggio, propaganda, comunicazioni radio, cifratura, ricezione ed evacuazione di persone ed equipaggiamenti”. Tali strutture dovevano “operare in modo autonomo, con collegamenti e coordinamento assicurati da una base esterna“.

I “materiali operativi” utilizzati avrebbero compreso “armamenti portatili, munizioni, esplosivi, bombe a mano, pugnali, coltelli, mortai da 60 mm, pistole da 57 mm, fucili ottici, trasmettitori” ed erano nascosti in 139 depositi sotterranei segreti in tutto il Paese. “Per migliorare la sicurezza”, si legge nella memoria, nell’aprile del 1972 questi arsenali “furono riesumati e trasferiti negli uffici dei Carabinieri vicino ai siti originali”. Interrogato dai partecipanti al vertice del Consiglio Nord Atlantico, che domandarono “se Gladio avesse deviato dai suoi obiettivi” di “stay behind“, pur “non potendo aggiungere nulla a quanto contenuto nell’aide-mémoire”, Fulci confermò che “le armi utilizzate in alcuni episodi terroristici provenivano da depositi predisposti da Gladio“.

Il rapimento Moro

Nonostante la pervasiva campagna anticomunista promossa da attori ufficiali e da altre entità “sommerse”, negli anni Sessanta il Pci è in grande crescita. Alle elezioni del 1963 supera per la prima volta il 25%, nel 1968 tocca il 30% per poi ottenere, nel 1976, addirittura il 34,4%. Sono gli anni in cui si pongono le basi del compromesso storico, operazione politica che vide come grandi protagonisti il leader Pci Enrico Belringuer e il segretario della Democrazia Cristiana Aldo Moro (volto più importante della fazione di centro-sinistra del parito) che si concretizzò, di fatto, nell’appoggio esterno garantito dai comunisti al governo monocolore Dc di Solidarietà Nazionale formato nel 1976 e guidato da Giulio Andreotti. Poi, il 16 marzo 1978, tutto si arenò in occasione del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione di cinque delle sue guardie del corpo. Lo stesso Moro sarebbe stato giustiziato dai brigatisti nemmeno due mesi dopo. Alle elezioni del 1979, le prime dopo il caso Moro, il Pci perderà molti punti.

Una nota declassificata del 5 novembre 1990 del Foreign Office, redatta dall’allora ambasciatore britannico a Roma, John Ashton, offre un ampio spaccato sulla questione. “Ci sono prove circostanziali che uno o più rapitori di Moro erano segretamente in contatto con gli apparati di sicurezza all’epoca; e che questi ultimi hanno deliberatamente trascurato di seguire le piste che avrebbero potuto condurre ai rapitori e salvare la vita di Moro”, dichiarava Ashton, che sottolineava al contempo come “la maggioranza del comitato di crisi dell’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga era iscritto – a quanto pare a sua insaputa – alla P2”, loggia massonica inquadrata come una delle tante “misteriose forze di destra” che si sforzavano “con il terrorismo e la violenza di strada di provocare un contraccolpo repressivo contro le istituzioni democratiche italiane” nell’ambito della strategia della tensione.

“La teoria del complotto – scrive ancora Ashton – vuole che le Forze di sicurezza abbiano orchestrato l’uccisione di Moro, o almeno vi abbiano acconsentito; e che a loro volta abbiano agito per i loro padroni politici, e forse anche per la CIA”. Quale che sia la verità, l’ambasciatore mette in luce come Moro avesse “convinto” i comunisti che il loro appoggio esterno al governo Andreotti “sarebbe stato l’ultimo passo prima del loro ingresso al governo”: ciò sarebbe stato “un anatema per la P2, che allora controllava virtualmente l’apparato di sicurezza, per molti politici dell’establishment non appartenenti alla P2 e anche per gli Stati Uniti”. Chiudendo la nota, Ashton osserva che “la verità sul coinvolgimento di Washington negli ‘anni di piombo’” in Italia “probabilmente non sarà mai conosciuta”, sebbene non sia un segreto “che gli Stati Uniti abbiano fornito per molti anni un sostegno occulto agli oppositori italiani del comunismo, ad esempio finanziando segretamente la Democrazia Cristiana” e offrendo “un occasionale sostegno alla P2 e, in alcuni casi, anche ad atti di terrorismo in Italia”. [di Stefano Baudino]

Emanuela Orlandi e i gialli collegati, spunta il caso Moro: la nonna di Katy Skerl fu testimone in via Fani. Fabrizio Peronaci su Il Corriere del Giorno il 3 Luglio 2023

Eleonora Skerl, nonna della 17enne uccisa nel 1984, fu interrogata dalla Digos  il 16 marzo 1978. I legami con il caso Orlandi, le analogie tra i comunicati Br e dell'Amerikano 

Il giallo infinito della scomparsa di Emanuela Orlandi (1983), del quale a breve si occuperà una commissione parlamentare d'inchiesta, si incrocia con un altro mistero italiano, il più tragico e controverso dal dopoguerra: il caso Moro (1978). In passato erano emerse analogie tra il linguaggio dei sequestratori della «ragazza con la fascetta» e quello usato dai brigatisti. Gli investigatori - analizzando i messaggi dell'«Amerikano» e del «Fronte Turkesh» - avevano notato punti di contatto lessicali tra chi aveva preso Emanuela e gli «uomini delle Brigate rosse»: un certo uso del gerundio, il ritmo sincopato, alcune locuzioni. Il sospetto fu che, tra i registi dell'operazione-Orlandi (allontanamento da casa della quindicenne, a scopo di ricatto), potesse esserci qualcuno che ragionasse (e scrivesse) con le stesse categorie mentali dei rapitori dello statista democristiano, se non proprio un terrorista rosso in persona. Tuttavia, in mancanza di riscontri, la traccia fu abbandonata. Oggi invece, 40 anni dopo, arriva il colpo di scena: esiste un verbale d'interrogatorio di cui nessuno - a cominciare dalla magistratura - si è mai accorto, che stabilisce una connessione tra l'enigma Orlandi e l'affaire  Moro.

Testimone della strage in via Fani

Eccola, la novità che il Corriere è in grado di documentare: Katy Skerl, la 17enne strangolata il 21 gennaio 1984 in una vigna di Grottaferrata, vittima di uno dei gialli collegati alla sparizione di Emanuela, era la nipote di una testimone oculare del rapimento di Aldo Moro. Poco prima delle 9 del 16 marzo 1978, affacciata al suo appartamento di via Stresa 96, all'angolo con via Fani (zona Trionfale), c'era la nonna paterna Eleonora Skerl, all'epoca 58enne. Il commando br guidato da Mario Moretti fece fuoco uccidendo i 5 uomini della scorta e strappando l'onorevole Moro dal sedile posteriore della Fiat 130 blu, e la donna era lì, alla finestra, spaventata e con le orecchie tese. Posizione privilegiata: dall'alto, con buona visuale delle vie di fuga. Tanto che quella stessa mattina, mentre l'intero Paese si fermava sgomento, la teste veniva portata in Questura. 

Le indagini sulla parentela

Il verbale firmato da Eleonora Skerl fu redatto dalla Digos alle 12.35 del 16 marzo 1978. Oggi, dopo indagini svolte negli uffici anagrafici di mezza Europa, un ricercatore indipendente ed esperto in sicurezza digitale, Alberto Fittarelli, ha appurato che non si tratta di un caso di omonimia. Era proprio lei: la signora Skerl, nata nel 1919 in Romania, madre di Peter, regista apolide in quegli anni famoso per un film scabrosissimo vietato ai minori, nonché nonna di Katy, che di lì a sei anni sarebbe rimasta vittima di un oscuro omicidio. Alla residente in via Stresa, in particolare, fu chiesto se prima delle raffiche di mitra esplose sulla scorta di Aldo Moro avesse udito altri spari, possibile indizio di un gruppo di fuoco più ampio.

L'incrocio tra due misteri italiani

La nonna di Katy Skerl era in via Fani, dunque: due misteri d'Italia s'incrociano. Per la prima volta, un filo robusto connette i casi Orlandi e Moro. Ma quali trame potrebbero celarsi dietro il combinato disposto della testimonianza del 16 marzo 1978, la morte violenta di Katy e la scomparsa della «ragazza con la fascetta»? Il delitto Skerl è tornato d'attualità in relazione al sequestro Orlandi nel 2015, quando Marco Accetti, il fotografo che si è autoaccusato del rapimento,  invitò gli inquirenti ad aprire la tomba della 17enne. Fu una sorta di sfida al procuratore Giuseppe Pignatone, che aveva appena archiviato l'inchiesta: «La bara della Skerl è stata rubata per far sparire una prova (una camicia con l'etichetta "Frattina", ndr) del collegamento con Emanuela Orlandi. Controllate e poi mi direte se sono un mitomane». 

Il doppio movente

La verifica, a lungo rinviata, è stata compiuta nel luglio 2022 e ha dato esito positivo: in effetti la cassa con la salma era stata trafugata dal cimitero Verano e nel loculo era rimasta soltanto una maniglia d'ottone (qui la video-anticipazione del cronista, nel 2021). Ciò ha inevitabilmente accresciuto la credibilità del reo confesso e indotto il pm Erminio Amelio ad aprire un'inchiesta, alla quale sta lavorando da mesi un pool di investigatori della Squadra mobile romana. Secondo Accetti (qui le sue vittime, reali e presunte), Katy Skerl fu ammazzata per vendetta dalla fazione opposta a quella che aveva organizzato il sequestro di Emanuela e di Mirella Gregori, al fine di attuare un duplice ricatto: da un lato frenare il fermo anticomunismo di Giovanni Paolo II (e indurre Ali Agca a ritrattare le accuse a Est, sgradite alla componente ecclesiastica favorevole al dialogo con Mosca), dall'altro defenestrare il capo dello Ior Marcinkus e recuperare i soldi inghiottiti dallo scandalo Ior-Ambrosiano.

Il profilo di Katy (e di suo padre)

Anche Katy, insomma, fu vittima dei regolamenti di conti ambientati ai tempi della Guerra Fredda? Il profilo della ragazza accredita tale scenario, anche perché la pista del maniaco, in assenza di tracce di violenza sessuale, fu presto scartata. Soprattutto dal 2022, con la scoperta della tomba vuota, il movente politico ha acquisito peso crescente. La 17enne, studentessa del liceo artistico Giulio Romano (abitava con madre e fratello a Montesacro), era iscritta alla Fgci, pacifista e femminista convinta. Il padre Peter, regista giramondo nato a Belgrado nel 1940 (e poi trasferitosi in Svezia, a Roma e negli Stati Uniti), era famoso per il film hard "Bestalità", campione d'incassi in sale di terz'ordine. Non si può escludere che nella scelta di Katy come vittima sacrificale la figura paterna (utile a evocare scenari depistanti di pedofilia e perversione) abbia avuto rilievo. Ma non basta: nel 2014 il Corriere scoprì che compagna di classe di Katy era stata Snejna Vassileva, la figlia di uno dei funzionari bulgari (addetto militare d'ambasciata) accusati di complicità con Agca nell'attentato a Wojtyla del 13 maggio 1981 (pista rossa). Una circostanza che riporta al movente internazionale. Possibile siano tutte coincidenze? O forse la presenza della nonna in via Fani chiude il cerchio? Katy fu scelta come bersaglio per i rimandi che portava con sé, da spendersi in operazioni coperte?

Il gerundio nei comunicati Br e su Emanuela

Ulteriori spunti vengono dalle assonanze con il gergo Br riscontrate nei messaggi dei sequestratori di Emanuela e Mirella (qui, ecco perché le due storie sono collegate). Un primo punto di contatto balza agli occhi nel comunicato del 20 luglio 1983, data di scadenza dell’ultimatum per lo “scambio” della giovane Orlandi (scomparsa un mese prima) con Agca, quando l'«Amerikano» dettò un testo perfettamente sovrapponibile al linguaggio brigatista. Scrisse a tal proposito, lo stesso giorno, l’agenzia Ansa: «Il gerundio usato nella seconda parte del messaggio («pervenendo alla soppressione del 20 luglio») è significativo e ha un precedente nel comunicato n. 9 delle Brigate rosse («eseguendo la sentenza»), diffuso durante il sequestro Moro». Ancora: è pura casualità o al contrario l'analogia dimostra che qualcuno degli ideatori dell’affaire Orlandi non era poi così estraneo al clima politico-culturale e ai movimenti eversivi di quel periodo?

La «nota personalità»

C'è poi un secondo tassello. Si tratta di una locuzione diventata di pubblico dominio ai tempi del sequestro Moro, riproposta più volte dai rapitori di Emanuela: «La nota personalità». Vediamo l'antefatto: la mattina del 9 maggio 1978, quando non era ancora stato scoperto il corpo di Moro, Claudio Signorile, vicesegretario del Psi, fu convocato dal ministro dell'Interno Francesco Cossiga, e in seguito, a proposito di tale incontro, l'esponente socialista racconterà: «Nell'ufficio c’era una cicalina collegata con il prefetto e il capo della polizia: "È stata individuata un’automobile, andiamo a vedere...”  Un attimo di silenzio e poi: "È la nota personalità". Cossiga diventa bianco e dice “Mi devo dimettere”. Ci abbracciamo, me ne vado...» A cosa alludeva Signorile? Forse al fatto che il futuro capo dello Stato fosse già informato dell'avvenuta esecuzione di Moro? 

La sciarada delle Idi di Marzo

In ogni caso, un'espressione del genere non si dimentica. E 7 anni dopo i registi dell'azione Orlandi-Gregori infilano più volte la «nota personalità» nelle rivendicazioni firmate "Fronte Turkesh". Prima nel "Komunicato  XXX" del 27 novembre 1985, nel quale si annuncia che «Emanuela non tornerà»: «Sono stati spietati. La colpa è del Vaticano, di papa Wojtyla, dello Ior, del ‘giudice’ di Alì Agca, del governo del Costa Rica e di una nota personalità...» Poi nel messaggio di poco successivo (3 dicembre 1985), che oltre a riepilogare i precedenti e prendere le distanze da tal Ilario Ponzi, firmatario di alcune lettere da Ancona, propone un rompicapo sul quale si sono applicate più generazioni di investigatori, studiosi, giornalisti. Vediamolo: «La nota personalità: ecco il codice, non è difficile – 2 X IB - 3 X BANO – before born Idi di marzo – Gregori è uguale - EPR - + I VV - 15,15,15,15 + ...» A quale traditore alludevano i rapitori, evocando l’assassinio di Giulio Cesare? Il groviglio di lettere, sigle, numeri e segni matematici non è stato mai decodificato: una sciarada da tentare di risolvere oggi, anche alla luce di quel faccia a faccia Signorile-Cossiga... 

La piccola Katy sapeva troppo?

Grazie alla rilettura dei pregressi indizi e alla novità del verbale "dimenticato" su via Fani, insomma, il dubbio di una "manina" delle Br dietro l'intrigo Orlandi trova più di un appiglio. Il ricercatore Alberto Fittarelli, per non incorrere in errori sulla "vera" Eleonora Skerl, ha contattato archivi e uffici anagrafici dalla Romania alla Serbia, dove la nonna di Katy aveva vissuto con suo marito, prima di essere espulsa dal regime di Tito e fuggire in Italia. «Certamente - ragiona Fittarelli, che ha pubblicato il suo lavoro nel sito SEDICidiMARZO.org - esercita una certa suggestione pensare che la povera Katy, giovanissima militante comunista con forti motivazioni politiche, sei anni dopo via Fani, magari incuriosita da quanto visto, sentito o raccontato in casa da sua nonna, abbia svolto indagini in proprio, imbattendosi in qualcosa di più grande di lei, e che per questo sia stata punita. Però attenzione - aggiunge lo studioso - in mancanza di riscontri siamo per l'appunto alle prese con una suggestione, per quanto sorprendente e interessante. Ad altri il compito di accertare la verità». La parola agli inquirenti tuttora in campo, dunque: Procura di Roma, Ufficio del promotore di giustizia vaticano e commissione parlamentare bicamerale, non appena verrà istituita. Quarant'anni dopo, sarà la volta buona? 

Berlinguer e quel patto con la DC che poteva cambiare tutto: ma la morte di Moro spazzò via il sogno Paolo Franchi su L'Unità il 18 Maggio 2023

La sera del 21 giugno 1976 si assiepò sotto le Botteghe Oscure, per festeggiare il più grande successo elettorale del Pci, una folla mai vista, quasi una rappresentazione fisica del 34 e rotti per cento che aveva votato comunista: vecchi militanti e allegre famigliole coi bambini, materialisti storici (e talvolta anche dialettici, alla faccia di chi erroneamente pensava che l’unico vero merito di Federico Engels fosse quello di aver mantenuto Carlo Marx) e cattolici praticanti, quadri di partito da una vita “sdraiati sulla linea” e gruppettari che avevano votato comunista seguendo l’indicazione di Lotta Continua, femministe non ancora diventate “storiche” e compagne dei quartieri popolari e delle borgate tuttora ispirate al modello dell’Onorevole Angelina di Luigi Zampa, borghesi (piccoli, medi, e pure grandi) e proletari (in molti casi, sottoproletari).

Verso le dieci Berlinguer parlò a questa folla osannante: grazie compagne e compagni, la nostra avanzata è straordinaria in tutto il Paese, festeggiamola e, da domani, ancora al lavoro e alla lotta, perché nuovi e difficili compiti ci attendono. Bene, benissimo, nessuno si aspettava, nell’ora della grande festa, riflessioni particolarmente approfondite su un voto che pure, di lì a poco, a molti dirigenti del Pci (ricordo per tutti Gerardo Chiaromonte, uomo di finissima intelligenza e di cosmico pessimismo) sarebbe parso paradossalmente eccessivo, perché rovesciava sul partito un sovraccarico di domande spesso contraddittorie a dir poco.

Nanni Moretti, nel Sol dell’Avvenire, indica in chiave onirica nel 1956 la grande occasione persa dal Pci: se Togliatti, invece di schierarsi con l’Unione Sovietica, avesse preso le parti degli insorti di Budapest, la nostra storia e pure le nostre storie sarebbero andate molto diversamente. Sicuramente è così, ma sul piano storico e politico una simile scelta era, per il Migliore e per la grande maggioranza del partito di allora letteralmente impensabile: se le nostre nonne avessero avuto le ruote, anche il traffico urbano sarebbe oggi assai diverso.

Vent’anni dopo, però, le cose stavano in tutt’altro modo. Non solo perché i comunisti italiani, soprattutto a partire dal “grave dissenso” e dalla “riprovazione” manifestati nel 1968 a proposito dell’invasione della Cecoslovacchia, avevano fatto significativi passi avanti sulla strada della revisione e dell’ autonomia dall’Unione Sovietica, e Berlinguer era giunto a dichiarare di sentirsi più tranquillo sotto l’ombrello della Nato. Ma anche, e soprattutto, perché il voto del 20 e del 21 giugno, per eterogeneo che fosse, una evidenza la esprimeva: un terzo degli elettori italiani aveva messo una croce sul simbolo comunista (“il primo, in alto, a sinistra”, si ricordava fino all’ultimo con orgoglio agli elettori più anziani e/o meno acculturati) perché vedeva nel Pci “di lotta e di governo” la forza principale di una possibile alternativa, o meglio di una successione democratica alla Dc, che alla guida del governo ci stava ininterrottamente da trent’anni. Allora mi chiedo, anch’io in chiave onirica, si parva licet alla Moretti, quale altro corso avrebbe preso la nostra storia se Berlinguer, nella tarda serata di quel 21 di giugno, avesse semplicemente detto: “Abbiamo vinto in due, il Pci e la Dc, e questo impone a noi e a loro di trovare un qualche accordo per dare un governo al Paese. Ma il voto al Pci esprime una domanda di cambiamento politico e sociale, in una parola di alternativa, fortissima. Per non deluderla, per non restare in una situazione di stallo, dobbiamo cambiare anche noi”.

Ma Berlinguer queste parole non le disse. Di un revisionismo comunista (teorico, culturale, politico, organizzativo e, perché no, anche storico) che avrebbe dato linfa vitale alla costruzione, in forme originali, di quella presenza egemone di un partito socialista che in Italia, caso unico nel panorama europeo, non è mai esistita, quasi non ci fu traccia: anzi, cominciarono a manifestarsi da subito i segnali della guerra civile a sinistra destinata a concludersi, di lì a non troppi anni, con la comune rovina delle parti in lotta. Finita con l’assassinio di Aldo Moro la stagione dell’unità nazionale, il Pci – quello di Berlinguer, e ancora di più quello dei suoi successori – si ritrovò privo di una prospettiva politica. Ed entrò in agonia, una lunga agonia, ben prima del 1989, sul finire del quale Achille Occhetto, per evitare che quanto restava del suo esercito restasse intrappolato sotto le macerie del Muro di Berlino, promosse non una revisione, ma (per paradosso inspirandosi alla tradizione della Terza Internazionale) una svolta, assai più radicale di quella di Salerno. O meglio, disse lui (ispirandosi inconsapevolmente al medesimo slogan di Ronald Reagan nelle elezioni presidenziali del 1980), un Nuovo Inizio.

Probabilmente non poteva fare altrimenti, il “fattore tempo” di cui parlava Giorgio Amendola giocava contro di lui. Ma lo stile, politicista e scanzonato, fu quello dei parlamentini universitari seppelliti dal Sessantotto, e segnatamente dell’Unione goliardica italiana, di cui era stato (come Marco Pannella, ma pure Bettino Craxi, Gianni De Michelis e, per parte comunista, Claudio Petruccioli) un esponente importante. La storia, la tradizione, la cultura politica, il modello di partito del Pci, mai sottoposti a una seria revisione che mettesse in chiaro ciò che si dava per morto e sepolto e ciò che invece si considerava vivo e vitale, furono accantonati, o, per essere più precisi, sempre più vigorosamente sospinti sotto il tappeto; e ogni richiamo a quello che un tempo si chiamava il movimento operaio e socialista soppresso anche nel nome del nuovo partito, il Pds (co – erede, assieme a Rifondazione comunista, del vecchio Pci), non casualmente definito, prima che nel 1991, a Rimini, prendesse formalmente corpo, “la Cosa”.

Tutto questo ha contribuito non poco a far sì che un’eredità difficile, ma importantissima, come quella del comunismo italiano sia stata letteralmente dissolta, come se quel “grumo di vissuto” (la definizione è di Pietro Ingrao) di intere generazioni non avesse niente da dire alle generazioni successive, e non ci fosse nulla da trasmettere, se non orrori e tristezze su cui era meglio far calare l’oblio. Più tardi, mentre i post comunisti, assieme a vari altri post, in primis democristiani, si mettevano senza fortuna in caccia di una indefinibile idea politica “nuova” e del partito, anch’esso “novissimo”, in grado di incarnarla, del Pci e di ciò che esso è stato si sono occupati pressoché solo gli anticomunisti, nel migliore dei casi per farne la caricatura, nel peggiore per rappresentare la sua storia come una tragedia dai risvolti criminali ed eversivi, quanto meno alla pari, se non addirittura peggiore, di quella fascista: così che da tempo non solo sui morti di Reggio Emilia del luglio 1960, ma pure sulle migliaia e migliaia di partigiani e partigiane comuniste caduti nella Resistenza si fa pendere (magari chiamando a sostegno l’incolpevole Norberto Bobbio) il sospetto che non siano morti per la libertà e la democrazia, ma per imporre una dittatura di partito.

Trentadue anni, e trentadue anni come questi, sono molti, moltissimi. Sicuramente troppi per riesumare il Pci: ma questo non intende farlo (spero) nessuno. Forse non troppi, invece, per rielaborare la sua vicenda storica, cercando di rintracciarvi, tra tanti peccati per opere e per omissioni, tanti colpevoli ritardi, tante contraddizioni irrisolte, anche un filo rosso da tirare per contribuire alla fioritura di una forza politica popolare e di sinistra per fare l’opposizione che merita al governo più a destra della storia della Repubblica. “Un giornale è un giornale è un giornale” si diceva, parafrasando Gertrude Stein, all’Unità di una volta, per rivendicare un minimo di autonomia dal partito. “Un giornale è un giornale è un giornale”, si potrebbe dire anche all’Unità appena tornata, tanto più perché il partitone da cui essere autonomi non c’è più da un pezzo e, semmai, bisogna vedere se e come dare una mano a costruirne un altro, si tratti di un nuovo Pd o no non è qui il caso di discutere. Ditelo pure, se volete, ci mancherebbe. Ma senza dimenticare che quella vecchia storia è in una certa misura anche la vostra, per il nome che portate e non solo: chi non ha un passato, si tratti di un giornale o di un partito, non ha nemmeno un futuro. Abbiatevi intanto gli auguri di cuore di uno che un comunista italiano lo è stato per un tratto importante della sua vita, e resta convinto, sulla scia di Arthur Koestler, che la cosa più insopportabile nel fare dell’anticomunismo sia la compagnia degli anticomunisti.

Il sequestro del presidente della Dc. Il rapimento di Moro ha deviato la storia d’Italia: a destra o a sinistra? Piero Sansonetti su Il Riformista il 16 Novembre 2022 

La mattina del 16 marzo, alle 9 e due minuti, le Brigate Rosse bloccarono le due auto con le quali Aldo Moro e la sua scorta stavano dirigendosi a Montecitorio. Una Fiat 130 e una Alfetta. Nessuna delle due era blindata. Fu un inferno di fuoco, durò esattamente tre minuti. I cinque uomini della scorta furono sterminati. Moro, illeso, fu trasferito a forza sulla Fiat 128 guidata da Mario Moretti, cioè dal capo delle Br. Poi fu spostato nel bagagliaio di un furgone e portato al covo nel quale restò prigioniero per 55 giorni, in via Montalcini, al Portuense.

Quel giorno fu deviata la storia d’Italia. A Montecitorio era prevista per le dieci la seduta della Camera chiamata a dare la fiducia al nuovo governo. Era un monocolore democristiano, guidato da Giulio Andreotti, che per la prima volta dal 1947 avrebbe ottenuto la fiducia dei comunisti. Il nuovo governo era frutto di un lunghissimo lavoro di mediazione condotto da Enrico Berlinguer e da Aldo Moro. Sul filo di equilibri difficilissimi. All’ultimo momento Moro, insieme ad Andreotti, aveva modificato la lista dei ministri, riducendo il numero dei tecnici orientati a sinistra ed aumentando il numero degli uomini più conservatori della Dc. Berlinguer si era infuriato e minacciava di non votare la fiducia. Alle 9 e 10 minuti la notizia del rapimento irruppe a Montecitorio. Berlinguer riunì la segreteria del partito e fu deciso di chiedere a Pietro Ingrao, che era il presidente della Camera, e a Fanfani, che era il presidente del Senato, di stringere i tempi del dibattito parlamentare e di votare la fiducia in serata. Berlinguer rinunciò a tutte le sue perplessità e diede ordine ai parlamentari di votare la fiducia. All’una di notte il governo era insediato.

E iniziò a muoversi su due binari. Il primo riguardava proprio il rapimento Moro, e Berlinguer, insieme al segretario della Dc, Zaccagnini (allievo e quasi fratello di Moro), e ai suoi vice (Galloni, Granelli, Bodrato e altri) stabilirono la linea della fermezza. Con le Br non si tratta. Craxi si dissociò. Anche nella Dc qualcuno si scostò dalla linea ufficiale. In particolare Fanfani e i suoi. Vinsero Berlinguer e Zaccagnini. La linea della fermezza fu affidata ad Andreotti e Cossiga che la applicarono con molto rigore. Il secondo binario sul quale si mosse il governo fu quello delle riforme. Anche su questo terreno il Pci prese la guida delle operazioni. In pochi mesi furono approvate alcune riforme importantissime. Prima di tutto l’introduzione dell’aborto (col voto contrario della Dc e cioè con l’opposizione del governo) poi la riforma sanitaria, che introduceva il diritto assoluto alla salute gratuita per tutti, poi la riforma psichiatrica, poi una clamorosa riforma degli affitti (di segno praticamente socialista) cioè l’equo canone, infine la riforma dei patti agrari, che riduceva i poteri dei proprietari di terra. Diciamo che si aprì la più grandiosa e feconda stagione riformista della storia della repubblica. Che si svolse sotto il tiro delle Brigate rosse e in pieno scorrere degli anni di piombo.

Una domanda che nessuno mai si è posto è questa: se Moro non fosse stato rapito, e se dunque la guida della maggioranza di unità nazionale fosse toccata a lui, e non a Berlinguer e Andreotti, si sarebbero realizzate le stesse riforme? Moro in realtà, alla guida della Dc – che dalla fine degli anni Cinquanta fino alla sua morte esercitò in alternanza con Amintore Fanfani – fu sempre un conservatore. Il primo periodo riformista del centrosinistra (con la riforma della scuola media e la nazionalizzazione dell’energia elettrica) avvenne sotto la direzione di Fanfani, non di Moro. Moro era grandioso nelle sue doti di mediazione ma anche nella sua capacità di aggirare gli ostacoli e rinviare i problemi. Era un politico-politico, convinto che per governare l’Italia si dovesse muovere poco mantenendo però sempre una grande apertura mentale. È probabile che un governo di unità nazionale guidato da Moro – e quindi coi comunisti e anche i socialisti in gabbia – avrebbe avuto una carica riformista molto ridotta.

Sarebbe interessante studiare anche questo aspetto, mai esplorato della politica e della storia italiana. Il terrorismo svolse – come si diceva allora – una funzione reazionaria, cioè – per reazione – spinse a destra l’Italia; o invece mise in mora la destra, aiutando oggettivamente una politica di riforme? Ci vorrà molto tempo per capirlo. Moro restò per 55 giorni nella prigione delle Br. Inviò centinaia di lettere polemiche verso tutto l’establishment. Si disse che in quel modo destabilizzò la politica italiana. Non è vero. Rafforzò l’asse tra Dc e Pci. Creando quella amalgama che in parte esiste ancora adesso è il nucleo forte del Pd.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Estratto dell'articolo di Giuseppe Salvaggiulo per lastampa.it il 21 maggio 2023.

«Rifarei tutto. Anche la trattativa con Vito Ciancimino». Il generale Mario Mori, già comandante del Ros dei carabinieri e del Sisde, il servizio segreto civile, è intervenuto al festival della giustizia penale di Modena, ripercorrendo il lungo processo che l’ha visto imputato per oltre un decennio, fino alla recente assoluzione in Cassazione. 

Mori ha contestualizzato l’iniziativa che lo portò, nel 1992, a cercare un’interlocuzione con Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo: « Lo Stato era in ginocchio, c’era la resa totale. Io agivo senza una direttiva da parte delle gerarchie superiori, né ricevetti un uomo in più. C’era il silenzio, la stasi. Erano tutti sotto la scrivania, politici compresi, in attesa di capire chi avrebbe vinto. Noi non ci tirammo indietro».

[…]

Così Mori ha ripercorso quanto accadde. «Dopo la strage di Capaci, l’allora tenente De Donno, che aveva arrestato due volte Ciancimino per appalti truccati, mi disse: “Perché non proviamo a contattarlo? Io l’ho trattato bene, conosco anche il figlio”». Mori aderì alla richiesta «per alzare il livello dei nostri contatti con la controparte. Ero disilluso, ma partivo da una posizione di forza. Di lì a qualche mese Ciancimino sarebbe tornato in carcere. L’uomo era di valore, era un politico-mafioso, un mezzo criminale, intelligente e furbo. 

Pensò di sfruttare l’ancora di salvezza. Ma quando si fa una trattativa, non si può pensare di chiedere tutto senza dare nulla. Io gli chiesi: “Signor Ciancimino, che possiamo fare? Siamo al muro contro muro tra Stato e mafia”. Lui rispose: “Io provvederò, perché conosco”. Ma ero convinto che non avrebbe fatto nulla. E fui veramente sorpreso quando al terzo incontro mi disse: “Ho parlato con la controparte. Ma voi che cosa offrite?”. Ancora dubitavo, lo misi alla prova: “Noi offriamo tanto, se loro si consegnano alla giustizia tratteremo bene le loro famiglie”. 

Ciancimino, pur settantenne, schizzò in piedi dalla poltrona come una palla e disse: “Lei mi vuol far morire e vuol morire pure lei. Io queste cose non le posso dire”. Ci accompagnò alla porta e andammo via. Sulle scale De Donno mi disse che avevamo sbagliato, io gli risposi: “No. La cosa è seria, questo era veramente terrorizzato, quindi ha davvero parlato con la mafia. Vedrai che prima o poi ci richiamerà. Poi noi abbiamo catturato Riina grazie all’indagine del capitano Ultimo, ma sono convinto che Ciancimino ci avrebbe consegnato Riina perché aveva paura di lui. Provenzano no, perché erano troppo amici».

In attesa delle motivazioni, Mori sostiene che le vicende degli Anni 92-93 dovrebbero a questo punto essere sottratte alle indagini giudiziarie e affidate a una commissione parlamentare d’inchiesta.

«Ecco perché Aldo Moro liberato non serviva. Qualcuno ha approfittato del suo sequestro». Ecco cosa pensa il giudice milanese Guido Salvini del rapimento, della prigionia, delle indagini e della morte del presidente della Democrazia Cristiana. Fausto Mosca su Il Dubbio il 15 maggio 2023

Ritiene che il sequestro Moro sia stato deciso e pianificato solo dalle Brigate Rosse o che vi sia stata una qualche forma di eterodirezione?

Non direi una eterodirezione ma il mantenimento degli eventi su determinati binari da parte degli attori entrati sulla scena a sequestro avvenuto.

L'obiettivo che si erano proposte le Brigate Rosse sequestrando Moro era quello di colpire ad alto livello il SIM, lo Stato imperialista delle multinazionali. Ma non sono riusciti nemmeno a scalfirlo, ammesso che esistesse.

Incolti, salvo l'eccezione di cui tra poco dirò, impreparati a gestire un discorso al di fuori di quello delle armi, chiusi nella loro vetusta gabbia ideologica i brigatisti non si sono resi conto che il percorso che avrebbe avuto la prigionia dell'ostaggio sarebbe stata in realtà seguito, condizionato e in qualche modo diretto da altri che hanno colto l'occasione di quanto accaduto per dirigerlo ai propri fini Era uno scenario più grande di loro e in questo senso paradossalmente le Brigate Rosse sono rimaste confinate nel solo ruolo di esecutori. Non è un caso che dopo il sequestro, con il quale in realtà non hanno ottenuto nulla se non la separazione definitiva da quelle simpatie che pure avevano in alcuni contesti sociali, abbiano rapidamente percorso la strada del declino e dell'uscita di scena almeno come organizzazione armata.

Ci può spiegare meglio chi ha approfittato del sequestro dell'onorevole Moro?

Moro era inviso a entrambe le forze dominanti dello scacchiere internazionale dell’epoca. Non piaceva agli oltranzisti atlantici il suo progetto di associare il Pci al governo, progetto che era in discussione proprio nei giorni del suo rapimento. Ma non era gradito nemmeno ai sovietici perché Berlinguer e il Pci eurocomunista partecipando al governo avrebbero dimostrato che anche per via democratica si poteva accedere alle stanze del potere e ciò avrebbe significato il crollo del primato ideologico del Pcus. Moro voleva introdurre elementi dinamici in un quadro internazionale che doveva essere statico, metteva così in discussione gli equilibri di Yalta.

Secondo lei quale nei 55 giorni del sequestro è stata il passaggio che aveva dentro di sé la premessa per un esito tragico?

Secondo me il comunicato n. 3 con cui le Brigate Rosse annunciavano che l'interrogatorio proseguiva con la piena collaborazione del prigioniero, collaborazione ribadita nel comunicato n.6 in cui si affermava che Moro, con nomi e fatti, aveva rivelato i responsabili delle pagine più sanguinose della storia italiana Le Brigate Rosse avevano tuttavia dichiarato di non voler rendere subito pubblici, tramite i mass media o altri comunicati, il contenuto degli interrogatori.

A quel punto l'intera vicenda è stata affrontata con occhi diversi. Non si trattava più con una operazione militare e giudiziaria solo di cercare il luogo ove era tenuto prigioniero ma di recuperare quei “verbali”. Lo ha colto bene nel suo libro di memorie Dieci anni di solitudine il senatore Giovanni Pellegrino già Presidente negli anni 90 della Commissione stragi. Prima di tutto Moro doveva essere delegittimato diffondendo l'interpretazione che scriveva sotto dettatura dei suoi carcerieri e questo concetto è stato inoculato nell'opinione pubblica.

Poi l'obiettivo più urgente diventava quello di mettere le mani sugli interrogatori e renderli inoffensivi. Pensiamo al secondo rinvenimento di via Montenevoso nel 1990, con gli accenni che i manoscritti contenevano anche alla struttura Stay Behind. Molto probabilmente, questo è un aspetto che in genere non si considera, le istituzioni, il Comitato di crisi e gli uomini del suo partito, a fronte del comunicato n. 6, comunque allusivo e sibillino, potevano temere che Moro avesse raccontato e scritto, anche in modo forzato, molto di più di quanto effettivamente avvenuto, con conseguenze disastrose, se fosse divenuto pubblico, per il quadro politico interno e le alleanze internazionali.

A quel punto Aldo Moro era politicamente morto, più ancora che morto divenuto ingombrante, poteva essere lasciato morire e così è stato.

Il consulente Usa nel comitato di crisi Steve Pieczenik ha del resto spiegato anni più tardi in una intervista che la morte di Moro non era stata un insuccesso della sua missione, anzi era stato consentito che ciò accadesse senza intervenire. L'ostaggio più importante dal punto di vista degli equilibri politici, erano invece le carte, gli interrogatori.

Alla fine Moro è stato ucciso e i suoi interrogatori completi non sono stati mai trovati né resi pubblici nemmeno con la caduta dell’intercapedine di via Montenevoso. Questo nonostante l'affannosa ricerca ordinata dal generale Dalla Chiesa anche in tutte carceri speciali e nonostante appaia molto difficile che gli originali, le bobine e forse qualche video siano stati bruciati, come ha sostenuto Moretti. Le Brigate Rosse erano maniache dell'archiviazione di tutti i loro documenti e ben difficilmente, anche in vista di un utilizzo futuro, si sarebbero private di un trofeo del genere.

Quindi dopo l'abbandono da parte dello Stato, più interessato a quanto Moro avesse detto che alla vita dell'ostaggio, la sorte del prigioniero era segnata?

Credo di sì. C'è stata nelle ultime settimane prima del 9 maggio l’iniziativa del Vaticano che, lo abbiamo definitivamente accertato con il lavoro della 2ª Commissione Parlamentare Moro, aveva messo a disposizione una somma enorme, 10 miliardi di lire, da consegnare alle Brigate Rosse in cambio della salvezza dell'ostaggio.

Ma per quanto condotta ad alti livelli quella del Vaticano era pur sempre una “iniziativa privata” che non proveniva dal governo e dalle istituzioni mentre le Brigate Rosse pretendevano da queste un riconoscimento politico. Quindi era destinata a fallire.

Alla fine vi è stato secondo lei un accordo tacito tra le istituzioni e le Brigate Rosse?

Sulla base di quanto è avvenuto in seguito, compreso il silenzio sui “verbali” di Moro, è molto probabile. lo ricorda sempre il presidente Pellegrino, che lo Stato si sia accontentato della verità, utile sul piano strettamente giudiziario ma parziale, offerta dal memoriale di Valerio Morucci e il livello di “dicibililità” si sia fermato lì. Una sorta di scambio tacito, appunto.

Morucci, Moretti, con i suoi 6 ergastoli, e a seguire tutti gli altri hanno avuto i primi consistenti benefici penitenziari dopo appena una dozzina di anni di carcere, un trattamento molto più benevolo rispetto alla carcerazione subita da militanti meno noti di altri gruppi armati che però non avevano niente da vendere e rispetto anche ai condannati per delitti comuni.

Chi condusse gli interrogatori di Moro?

Certamente non solo Mario Moretti, un semplice perito industriale che aveva la metà degli anni di Moro e che non era all'altezza sul piano culturale di condurre un dialogo del genere.

Credo che il regista degli interrogatori dello statista sia state “intelligenze”, forse il professor Giovanni Senzani, criminologo consulente del ministero di Giustizia, che operavano dalla base del Comitato esecutivo a Firenze e cioè dal back stage mai del tutto venuto alla luce di quei 55 giorni.

Anche questo aspetto del sequestro è stato lasciato in ombra e anche per questo motivo le bobine degli interrogatori sono scomparse.

Passando più in dettaglio alla vostra Relazione come avete lavorato nei termini di tempo ristretti dovuti allo scioglimento delle Camere?

Innanzitutto per la prima volta con il lavoro di queste commissioni, la seconda Commissione Moro e la Commissione antimafia, si è offerta una ricostruzione visiva della scena di via Fani con piantine e rappresentazioni grafiche dettagliate in cui sono collocati, ognuno al suo posto, gli sparatori, i testimoni, le autovetture e le rose dei bossoli. E questo studio ha dato dei risultati.

Credo che si riferisca al numero e alla posizione degli sparatori. Sono stati individuati tutti coloro che agirono in via Fani?

Credo che dalla relazione emerga, sulla base di elementi oggettivi e non di dietrologie che abbiamo sempre evitato, che in via Fani abbiano agito più sparatori rispetto quelli indicati da Valerio Morucci.

Mi riferisco a uno o più sparatori in alto a sinistra che annullarono il tentativo di reazione dell'agente Iozzino. Richiamo l'attenzione sul racconto di una testimone da noi sentita, molto precisa e attendibile, che ne vide almeno uno. Poi un altro sparatore posizionato in basso a destra che colpì con precisione alle spalle il brigadiere Zizzi.

Poi un testimone molto attendibile, un medico che stava passando in via Fani e che era stato praticamente dimenticato dagli inquirenti dell'epoca, ci ha confermato la presenza di una motocicletta accanto ai terroristi travestiti da avieri. Anche la presenza di una moto con funzioni di appoggio è quindi ormai una certezza. Sono protagonisti della scena di via Fani su cui non si è mai voluto dire nulla e bisognerebbe capire perché.

Nella relazione si parla anche di quello che è avvenuto dopo la fuga da via Fani e del trasbordo di Moro sul furgone…

Nella relazione c'è anche una ricostruzione della fuga del convoglio da via Fani da cui emerge che i brigatisti disponevano quella mattina non di uno ma di due furgoni e che ben difficilmente il trasbordo di Moro nella cassa di legno può essere avvenuto, come affermano, in una piazza frequentata, Piazza del Cenacolo. Con ogni probabilità quell'operazione è avvenuta nella zona isolata e boscosa di via Massimi, non molto dopo l'inizio della fuga, e con l'intervento di altre presenze che sono state taciute.

Ancora sono emersi nuovi elementi che rafforzano l'ipotesi che l'ultima prigione di Moro, poco prima dell'omicidio, non fosse via Montalcini ma si trovasse proprio nella zona del Ghetto ebraico ove il corpo è stato ritrovato. Tutte zone d'ombra queste che dovrebbero avere una spiegazione e che si intersecano con il punto centrale e cioè la strategia e l'esito tragico di quei 55 giorni.

La relazione approvata dalla Commissione antimafia è molto critica sul modo con cui furono condotte le indagini dagli investigatori e dalla magistratura già nei momenti immediatamente successivi a sequestro. Cosa ci può dire in merito?

La fase iniziale delle indagini e cioè quella decisiva è stata condotta in modo artigianale. I testimoni oculari sono stati sentiti in modo più che approssimativo da differenti organi di Polizia giudiziaria e poi da magistrati che “ruotavano”, senza nemmeno una piantina che collocasse esattamente i testimoni e quanto avevano visto in un preciso punto dell'incrocio e senza fotografie con i vari modelli di vetture e furgoni da identificare. In questo modo, senza una struttura di indagine unica e dedicata, ogni audizione è avvenuta senza nemmeno conoscere il contenuto delle altre e senza quindi poter formare un quadro d'insieme e sovrapponibile. Non parlo di tecniche scientifiche, che all'epoca potevano non essere disponibili, ma di normali audizioni di testimoni la cui tecnica doveva essere un patrimonio degli investigatori e degli inquirenti. Eppure ci si trovava dinanzi al più grave delitto politico del dopoguerra.

Dopo il mancato confinamento di via Fani e l'invasione dei curiosi questo è stato il secondo inquinamento colposo della scena del crimine. Poche delle conoscenze così perdute erano recuperabili, qualche testimone per fortuna è stato rintracciato e si è reso disponibile grazie all'impegno delle Commissioni parlamentari.

La Commissione ha anche sentito Franco Bonisoli uno dei componenti del nucleo storico delle Brigate Rosse e presente in via Fani. Come si è rapportato con voi?

Franco Bonisoli ha da tempo ripudiato la lotta armata e ha partecipato a incontri anche nelle scuole sui temi del terrorismo e della riconciliazione con Agnese Moro e i familiari di altre vittime. Ma la sua audizione è stata desolante.

Ci ha raccontato di non poterci dire niente perché aveva dimenticato, sì, dimenticato, dice così, tutto quello che era successo in via Fani e dopo. Come se uno dei principali protagonisti della più importante e con maggiori conseguenze azione brigatista potesse semplicemente averla del tutto rimossa dalla sua mente. Un comportamento, quello di Franco Bonisoli ma anche di altri in occasioni simili, che fa riflettere su certi atteggiamenti puramente esteriori e poco costosi che dopo la fine del terrorismo sono stati tanto apprezzati. Un vero mutamento interiore dovrebbe passare attraverso l'offerta di verità. Altrimenti la fraternizzazione anche con i parenti delle vittime rimane una scatola vuota e priva di contenuto.

Cosa ne pensa del possibile intervento della criminalità organizzata nel sequestro dell'onorevole Moro?

Non enfatizzo un possibile intervento della criminalità organizzata nel sequestro Moro. Può darsi che vi sia stato qualche appoggio logistico, ma non molto di più. Invece è certo che durante i 55 giorni della prigionia la criminalità organizzata, dalla banda della Magliana alla camorra, si sia proposta e sia stata attivata per individuare la prigione di Moro, anche con qualche probabilità di successo. Ma anche la disponibilità e l'attivismo della criminalità organizzata, ce lo hanno detto molte testimonianze tra cui quella di Maurizio Abbatino, fu fermata. Non per motivi etici ma perché Moro liberato non serviva più.

Rapimento Moro, quei complottisti a caccia di fantasmi...Il presidente della Dc è stato sequestrato e ucciso dalle Brigate Rosse. Ma dalle Commissioni d’inchiesta alle procure sono 45 anni che si tenta, inutilmente, di smentire la versione ufficiale. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 19 marzo 2023

Sono passati quarantacinque anni esatti dal sequestro di Aldo Moro e dalla strage della sua scorta, ma i dietrologi e gli illusionisti di ogni risma non riescono proprio ad accettare il fatto che a rapire e a uccidere il presidente della Democrazia cristiana furono le Brigate rosse e nessun altro. A quasi mezzo secolo di distanza da quei tragici eventi continuano infatti ad evocare cospirazioni, manipolazioni, regie occulte, disturbati dal pensiero che un piccolo manipolo di operai e studenti di bassa estrazione sociale abbia tenuto sotto scacco lo Stato e i suoi apparati per così tanto tempo. La chiamavano “geometrica potenza” dell Br una bella suggestione letteraria, in altri termini il nome che lo Stato aveva dato alla sua incapacità di comprendere e contrastare il fenomeno brigatista, ma quell’immagine di efficienza militare attribuita dalla politica e dal circo mediatico all’organizzazione comunista armata ha alimentato con enorme successo il filone del complottismo.

Non stiamo parlando solamente del flusso di opinione qualunquista e gelatinoso che scorre sui social, dei discorsi da bar o delle ossessioni degli “specialisti” della congiura come Sergio Flamigni o Paolo Cucchiarelli che su questi giochetti di ombre cinesi agitate attorno all’affaire Moro hanno costruito una discreta carriera.

La caccia ai fantasmi di via Fani è purtroppo uno sport ancora in voga anche ai più alti livelli politici e istituzionali.

Illuminante in tal senso è stato il lavoro della Commissione Moro II con la sua fissazione di voler scovare a tutti i costi il Dna di individui estranei alle Br sul luogo dell’attentato per suffragare l’ipotesi di complotto.

Come nel plot twist di un film hollywoodiano i commissari di Palazzo San Macuto speravano di far emergere verità scottanti e inconfessabili, magari illuminando la longa manus dei servizi segreti, o addirittura quella delle centrali di intelligence straniere: la Cia, il Kgb, e persino gli israeliani del Mossad come sostenne l’ex Pubblico Ministero di Genova Luigi Carli in una memorabile audizione davanti alla Commissione.

Un fronte di indagine, quello genetico, affidato al Reparto investigazioni speciali dei carabinieri, il celebre Ris, che ha messo a confronto le tracce biologiche rinvenute in via Fani con quelle presenti nel covo brigatista di via Gradoli 96.

Le analisi però non confermano nessun sospetto evocato dalla Commissione, al contrario denudano diverse fake news che negli anni hanno tentato di smontare senza successo la “versione ufficiale”.

In primo luogo nel covo non è stato ritrovato nessun frammento del Dna di Moro ( i quattro profili genetici isolati dal Ris, due maschili e due femminili, non coincidevano con quelli prelevati ai familiari dello statista Dc), il che smentisce chi afferma che il leader democristiano fosse stato imprigionato o comunque avesse transitato anche per via Gradoli: in tutti i 55 giorni del sequestro rimase nella “prigione del popolo” di via Montalcini come hanno sempre affermato i brigatisti coinvolti.

Inoltre nei reperti di via Gradoli emerge una «compatibilità biologica» con il l Dna della brigatista Adriana Faranda, un’altra conferma di quanto sostenuto dai protagonisti: nella base avevano vissuto infatti tre coppie, Carla Maria Brioschi e Franco

Bonisoli, Adriana Faranda e Valerio Morucci, Barbara Balzerani e Valerio Morucci, questi ultimi proprio durante i giorni del rapimento dopo che l’appartamento di Piazzale Vittorio Poggi in cui vivevano si era “bruciato”. Anche l’inseguimento dei “tabagisti” sulla scena del delitto si è rivelato un flop: le analisi dei 39 mozziconi ritrovati nella Fiat 128 targata corpo diplomatico utilizzata in via Fani per bloccare le automobili di Moro e della sua scorta isolano infatti le tracce genetiche di Nando Miconi, il proprietario del mezzo rubato, su alcuni mozziconi ci sono invece le tracce miste di Miconi e di un ignoto, con ogni probabilità un suo amico o conoscente. Sono soltanto dieci i mozziconi riconducibili a sei ignoti, ma poiché nessuno ha mai visto uscire sei persone dalla Fiat 128 la mattina del 16 marzo 1978, con tutta evidenza le tracce sui mozziconi appartenevano anch’esse a conoscenti del proprietario.

Nel 2021 il fascicolo sui tabagisti viene ereditato dalla procura di Roma la quale convoca quei brigatisti che inizialmente si erano rifiutati di fornire alla Commissione i loro profili genetici. Un accanimento che secondo Enrico Triaca, il “tipografo” delle Br «è un tentativo di distrarre l’attenzione dalle vere verità come le torture».

Arrestato il 17 maggio del 1978, otto giorni dopo la morte di moro, Triaca venne in effetti torturato dal funzionario di polizia Nicola Ciocia, il cosiddetto “professor De Tormentis” che lo sottopose al waterboarding, la stessa tecnica utilizzata dalla Cia per far parlare i sospetti jihadisti e proibita da qualsiasi convenzione internazionale Convocazioni pittoresche quelle della procura romana, basti pensare a Corrado Alunni, fuoriuscito dalle Br addirittura nel 1974 o a Giovanni Senzani che non è mai stato un fumatore. In tutto furono una dozzina abbondante gli ex Br convocati, la maggior parte condannati in via definitiva per il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro.

Cercando di comprendere l’utilità di simili test, siamo ancora in attesa degli esiti dei nuovi accertamenti genetici visto che l’inchiesta della procura è ancora in corso.

Un altro brutto autogol della Commissione riguarda il testimone Alessandro Marini: nessuno aveva sparato contro di lui in via Fani e il parabrezza del suo motorino Boxer Piaggio si era rotto a causa di una caduta dal cavalletto avvenuta nei giorni precedenti.

Peraltro, e questo particolare la dice lunga su quanto il furore cospirazionista flirti con il cinismo, il presidente della Commissione Fioroni non hai mai contattato la procura perché avviasse la revisione delle condanne per il tentato omicidio di Marini, tentato omicidio che logicamente non è mai avvenuto.

Le strane certezze della Commissione Antimafia. Il complotto sull’uccisione di Aldo Moro scatena la fantasia della commissione antimafia. Vladimiro Satta su Il Riformista il 16 Marzo 2023

La cessata commissione parlamentare Antimafia della legislatura scorsa ha reso note le Risultanze di un supplemento di acquisizioni investigative sull’eventuale presenza di terze forze, riferibili a organizzazioni criminali, nel compimento dell’eccidio di via Fani (Doc. XXIII n. 37, Sez. VII). La decisione a prima vista stravagante di occuparsi della vicenda Moro –che in sede parlamentare era stata già oggetto di inchiesta di due commissioni monotematiche, di buona parte dei lavori delle commissioni Stragi e Mitrokhin e di ulteriori discussioni nelle assemblee e nelle commissioni permanenti, nonché di molteplici procedimenti giudiziari e di una montagna di studi storici e di testi pubblicistici e giornalistici – era stata adottata nel quadro di un’espansione a largo raggio: le sezioni tematiche in merito alle quali l’organismo presieduto dal senatore Nicola Morra ha pubblicato relazioni sono ben venticinque.

Tra esse figurano la sparizione di Rossella Corazzin, i delitti delle coppie nella provincia fiorentina tra il 1974 e il 1985 e i rinvenimenti di cadaveri nelle acque del lago Trasimeno nel 1985, l’assassinio di Simonetta Cesaroni a Roma in via Poma, la morte del ciclista Marco Pantani, il furto della pellicola originale di un film di Pier Paolo Pasolini e «le possibili connessioni di quel crimine con l’uccisione» dell’artista. La tendenza ad allargarsi si è manifestata anche nelle pagine dell’elaborato interamente dedicato all’agguato di via Fani, poiché un capitolo tratta della «possibile interferenza» non solo della criminalità organizzata ma anche di «altri soggetti» negli «accadimenti che hanno segnato i 55 giorni del sequestro Moro», invece di attenersi alla dinamica dell’episodio iniziale come il titolo faceva pensare.

Nelle sue pagine introduttive la commissione Antimafia dichiara di essere pervenuta «ad un giudizio di maggior probabilità rispetto al passato in relazione alla presenza nell’azione di un numero diverso di soggetti rispetto a quelli riscontrati in sede di accertamenti giudiziari» (p. 4) e, in quelle conclusive, di «ritenere che nell’organizzazione di un’azione che comportava capacità strategiche elevate e una notevole preparazione militare [che le BR abbiano] chiesto ed ottenuto l’apporto, con qualche contropartita, di uno o più soggetti che potevano assicurare la propria esperienza, tanto nell’uso delle armi da fuoco in condizioni difficili, quanto nella gestione dei sequestri di persona». (p. 61). La Commissione vanta di essersi «avvalsa per la prima volta, in occasione di alcune audizioni, di una precisa e leggibile planimetria della scena dei fatti approntata dalla Polizia Scientifica» (p. 5) e «integrata con il contributo (…) del collettivo di ricercatori Sedicidimarzo» (p. 6) consistente in un «gruppo di quattro persone che si sono incontrate in rete per via del comune interesse al caso Moro» (questa la loro autodefinizione sul blog che hanno creato) e del signor Maurizio Barozzi (Doc. XXIII, n. 37, Sez. VII, p. 6), personaggi di cui la relazione mostra di fidarsi maggiormente (nota 5, nota 6 e passim).

Altra risorsa sulla quale l’Antimafia punta molto è un’audizione della testimone oculare C. D. (uso le iniziali perché la signora non desidera pubblicità e quando è stata chiamata a rivivere la drammatica scena ha acconsentito esclusivamente per senso del dovere), la quale era già stata sentita due volte nel 1978 dagli inquirenti e dal Giudice Istruttore. Scorrendo le sessantuno cartelle del Doc. XXIII, n. 37, Sez. VII, i concreti riferimenti a «uno o più o soggetti» diversi dalle BR che avrebbero affiancato i terroristi si riducono al solo Giustino De Vuono, un appartenente alla ‘ndrangheta morto nel 1994 il quale nel 1975 aveva partecipato ad un altro sequestro di persona, quello dell’ingegner Saronio, effettuato da elementi di estrema sinistra che però non erano brigatisti rossi e avevano agito a scopo di estorsione. Viceversa, l’Antimafia inclina ad escludere il coinvolgimento di un altro elemento della ‘ndrangheta, Antonio Nirta (p. 54, nota 132), ipotesi che la Commissione Moro-2 (anni 2014-2018) aveva ritenuto plausibile e la giornalista Simona Zecchi del Fatto Quotidiano aveva addirittura spacciato per dimostrata al novantanove per cento. Nelle prime ore successive all’attacco in via Fani, De Vuono era stato sospettato di essere implicato «in veste di elemento di appoggio» alle BR (p. 57).

La suggestione era stata presto smentita ma taluni dietrologi non si sono dati per vinti e in seguito hanno dipinto De Vuono «anche come soggetto eventualmente coinvolto nella tragica conclusione della vicenda» (ibidem), cioè nell’esecuzione di Moro. L’Antimafia non adduce nulla di nuovo a sostegno delle illazioni sul defunto De Vuono, fuorché un’audizione di Alice Carobbio, ex-compagna di uno dei protagonisti del sequestro Saronio, Carlo Casorati. A detta della Carobbio, il De Vuono, cui in sede processuale era stato attribuito «un ruolo di semplice telefonista e quasi di comprimario» del rapimento Saronio, avrebbe invece svolto anche «mansioni operative nell’ambito della predisposizione del sequestro» (p. 58). Tutto qui.

L’Antimafia stessa, peraltro, riconosce che nel 1977 De Vuono, ricercato, espatriò in Paraguay, da lì «si sarebbe spostato in Brasile e sarebbe rientrato ad Asuncion in Paraguay nell’agosto del 1978» e, soprattutto, che «non vi è tuttavia allo stato alcuna evidenza certa della presenza di Giustino De Vuono in via Fani» (pp. 57-58). È perciò misterioso cosa abbia indotto l’Antimafia ad una conclusione più che possibilista in ordine ai presunti apporti di uno o più soggetti esterni alle BR. Tale scenario è anzi inverosimile per una serie di ragioni, che si possono sintetizzare come segue: 1) dal punto di vista delle BR, chiamare a sparare in via Fani un esterno sarebbe stato rischiosissimo. Quale garanzia di lealtà a tutta prova avrebbe mai potuto dare loro uno come De Vuono?; 2) tutte le numerose azioni militari delle BR, prima e dopo via Fani, furono eseguite senza aiuti esterni; 3) gli assalitori di via Fani non avevano bisogno di aiuti esterni, come dimostra l’analogo caso avvenuto nel 1977 in Germania allorché i terroristi della Raf rapirono l’industriale Schleyer con modalità simili a quelle di via Fani, riuscendo anche loro a sterminare gli uomini della scorta della vittima senza subire perdite; 4) i lavori peritali disposti tra il 2014 e il 2015 dalla Commissione Moro-2 ribadirono che in via Fani non ci fu alcun superkiller, ovvero nessuno che fosse dotato di capacità militari straordinarie, di gran lunga superiori a quelle degli altri; 5) il mattino del 9 maggio in cui l’inerme Moro fu ucciso, perché mai le BR avrebbero avuto necessità di chiamare di nuovo il ricercato De Vuono? Non erano forse capaci di assassinare il prigioniero da sole?

Si tratta di obiezioni già ampiamente sollevate dagli studiosi, cui i dietrologi non rispondono ma che la commissione Antimafia, per coerenza con l’impegno a differenziarsi da questi ultimi preso a pagina 4 della relazione, avrebbe dovuto prendere in considerazione, quantomeno. Così non è stato, invece, forse a causa di un deficit di conoscenza del pluridecennale lavoro altrui. La relazione dell’Antimafia offre più di un indizio in questo senso. Ad esempio, essa attribuisce ad un libro dell’ex-brigatista Paolo Persichetti uscito nel 2022 (La Polizia della storia. La fabbrica delle fake news nell’affaire Moro) la primogenitura della notizia dell’esistenza di un furgone di riserva tenuto pronto dai terroristi il 16 marzo 1978, e ne deduce che la loro è una «verità a rate», rivelata «proprio mentre era in corso l’attività di approfondimento di questa Commissione» (p. 37); Persichetti ha avuto buon gioco a replicare, sulla testata Insorgenze, che la presunta primizia in realtà era stampata nel libro autobiografico di Mario Moretti realizzato con le giornaliste Carla Mosca e Rossana Rossanda, Brigate Rosse: Una storia italiana, notissimo agli esperti della materia, edito nel 1994!

Di inedito c’è dell’altro, piuttosto, nella relazione dell’Antimafia. Nella nota 134 (p. 55) si fanno i nomi della coppia che, durante i lavori della Commissione parlamentare Moro-2 (anni 2014-2018, presidente Giuseppe Fioroni) si accertò avere ospitato nell’autunno 1978 il latitante Prospero Gallinari in un appartamento di via Massimi 91 a Roma: Fabio Milioni e Silvia Salvetti. Su via Massimi 91 l’Antimafia, nella nota 134, aderisce all’ipotesi in corso di verifica che i brigatisti in fuga da via Fani con l’ostaggio abbiano fatto tappa lì. Dal canto mio, avendo scritto nel 2018 un libro in collaborazione con un membro della commissione Fioroni, Fabio Lavagno (intitolato Moro. L’inchiesta senza finale) ricordo bene che in quel periodo -cioè dopo che l’organismo parlamentare aveva chiuso i battenti- i nomi della coppia di via Massimi erano top secret, sicché io stesso continuai ad ignorarli. La commissione Moro-2 aveva fatto sapere, piuttosto, che sulla coppia erano in corso indagini da parte dell’autorità giudiziaria, cui naturalmente l’organismo parlamentare aveva trasmesso le informazioni in suo possesso. Anche quando a maggio 2020 la stampa diede notizia di una querela contro l’ex-parlamentare Gero Grassi presentata dai due indagati (o da uno dei due) i loro nomi non furono pubblicati. Sfortunatamente la nota dell’Antimafia non dice se le indagini giudiziarie su Milioni e Salvetti siano terminate. Vladimiro Satta

Le strane convinzioni dell'Antimafia. Lo “sparatore sconosciuto” è solo una delle fantasie su Moro…Vladimiro Satta su Il Riformista il 19 Marzo 2023

De Vuono a parte, il Doc. XXIII, n. 37, Sez. 7 propone una ricostruzione dell’attacco in via Fani che si caratterizza per tre aspetti. Il primo, è la conclusione «con altissima probabilità» che uno degli sparatori colpisse dal lato destro di via Fani anziché dal sinistro come gli altri (p. 45); il secondo è la tesi che il vicebrigadiere Zizzi, il quale fu trovato riverso sul sedile della seconda auto di scorta, in realtà nel corso dell’attacco fosse uscito dalla vettura, avesse tentato di reagire, fosse stato raggiunto dai proiettili brigatisti e, non essendo deceduto all’istante, fosse rientrato nella vettura e avesse provato a dare l’allarme alla Centrale di Polizia usando l’autoradio, sebbene non ci fosse riuscito (p. 29); il terzo, è che uno «sparatore sconosciuto» si sia «dileguato autonomamente» rispetto agli altri aggressori (p. 17).

Si tratta di affermazioni in contrasto con le precedenti ricostruzioni giudiziarie, parlamentari e storiografiche, mentre limitatamente alla questione del lato destro trovano qualche rispondenza nella pubblicistica. Preliminarmente, va ricordato che a sparatoria conclusa una folla invase la sede stradale prima che la Polizia avesse avuto il tempo di fare tutti i rilevamenti del caso, che alcuni bossoli giacenti sull’asfalto furono prelevati dai curiosi o spostati involontariamente con i piedi, sortendo effetti che la pendenza di via Fani probabilmente accentuò, e che gli assalitori non erano fermi su piazzole di tiro bensì erano liberi di muoversi e, naturalmente, si mossero. La Polizia Scientifica, incaricata dalla commissione Moro-2 di ricostruire la dinamica dell’attacco, nel 2015 puntualizzò infatti che un brigatista «nella fase finale dell’agguato si è spostato, girando intorno alle vetture, per portarsi sul lato destro», dal quale fece partire alcuni colpi all’indirizzo degli uomini della scorta. Bisognerebbe andare assai cauti, pertanto, se si volessero disegnare scenari rivoluzionari poggiandosi sull’analisi delle traiettorie intra-somatiche dei proiettili e sulle posizioni dei bossoli.

Tornando al Doc. XXIII, n. 37, Sez. VII, si rileva che la testimonianza della signora C. D. (pp. 15-17) riferisce esclusivamente di spari dal lato sinistro (né poteva essere altrimenti, data la posizione nella quale ella aveva trovato riparo). La nuova planimetria di via Fani tracciata su incarico dell’Antimafia deve essere posteriore alla data di (ri)nascita dell’Antimafia stessa, 7 agosto 2018, il che però significa che è posteriore pure rispetto alla risistemazione di via Fani che fu fatta in funzione della costruzione di una nuova e più imponente lapide inaugurata il 16 marzo 2018. Al fine di creare un’area di rispetto davanti al monumento funebre, uno dei marciapiedi della via fu allargato occupando parte della corsia destra (quella a scendere) e corrispondentemente fu ristretto il marciapiede a sinistra. Nel 1978, insomma, la situazione era leggermente diversa da come è divenuta a partire da marzo 2018. Dando per scontato che la planimetria fatta preparare dall’Antimafia sia fedele all’aspetto che l’area aveva nel 1978, ciò implicherebbe che è stata sviluppata partendo dai dati disponibili già in passato. Di conseguenza né la testimonianza di C. D. del 2022 né la planimetria a lei mostrata recano riscontri che possano dirsi nuovi all’ipotesi -vecchia- che un tiratore fosse appostato sul lato destro.

Riguardo a Zizzi, la dinamica prospettata dal Doc. XXIII, n. 37, Sez. VII è diversa dai racconti di tutti i testimoni oculari, di ieri e di oggi: stando al testo, non vide nulla del genere neppure la signora C. D., benché ella fosse ben posizionata per osservare l’automobile sulla quale viaggiavano Iozzino e Zizzi. L’Antimafia, che nel descrivere la fi ne di Iozzino si basa largamente sulla signora C. D., pare dimenticarsi di lei quando si tratta di Zizzi. Di certo l’estensore della relazione (il magistrato Guido Salvini?) ha ignorato le affermazioni del dirigente della Polizia Lamberto Giannini, audito dalla Commissione Moro-2 l’8 luglio 2015 insieme a due suoi colleghi della Scientifica, il quale escluse persino che Zizzi fosse sceso dalla vettura.

Dal Doc. XXIII, n. 37, Sez. VII nulla trapela circa le repliche della Polizia Scientifi ca alle contestazioni da parte dell’Antimafia, e viene persino da domandarsi se tali contestazioni le siano state mosse. Lo «sparatore sconosciuto» (perché mai non dovrebbe trattarsi di uno dei dieci brigatisti conosciuti?), a rigore, nessuno sa come si sia dileguato: neanche la testimone C. D. Prova ne sia che l’elaborato dell’Antimafi a, nella nota 103 di pag. 45 scrive che «non è peraltro escluso» che l’uomo si sia allontanato a bordo della moto Honda di cui tanto si parla da sempre. Se la testimone C. D. lo avesse seguito con lo sguardo fi no al momento in cui egli si dileguò, non ci sarebbero margini di dubbio sul mezzo di trasporto da lui adoperato.

Ma se non lo seguì con lo sguardo fino ad allora, non si può essere certi che l’uomo non si sia unito ad altri brigatisti qualche attimo dopo che la signora lo aveva perso di vista. Le perplessità sulle affermazioni del Doc. XXIII, n. 37, Sez. VII appena illustrate vanno accompagnate da qualche rifl essione sulla tematica che esso affronta rispetto alla vicenda Moro nel suo complesso. Cosa cambierebbe se uno degli attaccanti avesse sparato da destra anziché da sinistra? O se uno di loro si fosse allontanato da via Fani da solo e non insieme agli altri? Poco o nulla, poiché non basterebbe affatto a dimostrare che il presunto tiratore da destra e/o il presunto fuggiasco solitario fossero estranei alle BR. Non basterebbe nemmeno a dimostrare il presunto occultamento di chissà quale complotto da parte dei brigatisti, perché nessuna testimonianza di scene del genere di quella di via Fani può essere esatta fin nei minimi particolari -e infatti ci sono divergenze pure tra i racconti dei passanti – specie a distanza di anni. Oltre tutto, i terroristi erano intenti a rapire Moro ed annichilire i suoi difensori, non ad annotare particolari da riferire in futuro agli inquirenti.

Con il trascorrere degli anni spesso si mettono di mezzo anche i vuoti, gli inganni e gli inquina menti della memoria. Dare esagerato rilievo a ricerche di estremo dettaglio e inessenziali quando esse sembrano suscettibili di aprire una sia pur minuscola crepa all’interno del mosaico che sin dal 1983 la magistratura e la commissione parlamentare Moro-1 assemblarono, e che poi gli storici hanno arricchito, è un atteggiamento che accomuna il Doc. XXIII, n. 37, Sez. VII ad altri contributi di varia natura e provenienza, non una sua esclusiva. Si potrebbe anzi argomentare che l’Antimafia non abbia potuto fare di meglio perché, a differenza di altri, è stata condizionata dal poco tempo a disposizione (ulteriormente accorciato dalla fi ne anticipata della Legislatura XVIII) nonché dalla concomitanza di molti altri temi cui si era impegnata a dedicare attenzione e risorse. Resta il problema, comunque, che il criticismo portato all’eccesso rischia di produrre -consciamente o no- un mutamento dell’oggetto di studio, che finirebbe per non essere più il caso Moro, bensì diventerebbe il grado di precisione formale con cui il caso Moro è stato rappresentato finora.

Il senso della misura deve aiutarci a non cadere nell’errore di immaginare che qualora si scoprisse un’inesattezza marginale nella ricostruzione consolidatasi in più di quarant’anni di inchieste e studi, -cosa teoricamente possibile e anzi probabile, continuando ad esplorare al microscopio ogni singolo punto di una vicenda durata cinquantacinque giorni intorno alla quale si diedero da fare migliaia di persone- allora tutto andrebbe azzerato e rifatto da capo. Tranne rare e fallimentari eccezioni, le dietrologie del caso Moro finora non sono state capaci di offrire compiute alternative alla tesi secondo cui quella vicenda fu l’apice di una lotta armata condot ta coerentemente dalle BR per quasi venti anni, che ebbe quale bersaglio politico privilegiato la Democrazia Cristiana e si concluse dieci anni dopo Moro con l’omicidio di un altro esponente dello scudo crociato, il senatore Roberto Ruffilli. Non a caso, molte volte, i complottisti si trincerano nella paradossale affermazione che ancora non si sarebbe indagato abbastanza (!) e si limitano ad esercizi di decostruzione minimalistici che non porterebbero lontano neppure qualora andassero a buon fine.

L’inchiesta dell’Antimafia sul caso Moro, in definitiva, è stata un secondo tentativo parlamentare di riscrivere il caso Moro rimasto, però, molto al di sotto delle ambiziose aspettative iniziali. La volta precedente, quella della Moro-2 della Legislatura XVII, l’allora presidente Fioroni aveva pronosticato che gli storici sarebbero stati costretti ad un super-lavoro per stare dietro alla sua Commissione (resoconto della seduta 1 luglio 2015), ma al termine ammise che l’opera dell’organismo parlamentare era stata «frammentaria» (seduta del 6 dicembre 2017) e diede segno di essersi smarrito al punto di non riuscire più nemmeno a dire «con precisione chi ha ucciso Aldo Moro e come, dove e perché» (Moro. Il caso non è chiuso, Lindau, Torino 2018, p. 8). Indubbiamente l’Antimafia, come si diceva, ha l’attenuante di essere stata costretta a interrompere la propria inchiesta prima del previsto. In ogni caso, nel contesto della recentissima ricostituzione di una commissione parlamentare Antimafia nella corrente Legislatura XIX e di altre proposte di istituzione di commissioni parlamentari d’inchiesta che circolano attualmente, sarà bene tenere conto delle difficoltà incontrate nella Legislatura XVIII e valorizzare meglio il patrimonio delle conoscenze già maturate. Queste ultime sono in grado di dare agli interrogativi su caso Moro e più in generale sulla lotta armata, -il contesto in cui il caso Moro si colloca-, risposte molto più esaurienti e convincenti di quanto alcuni suppongono ce ne siano.

*Già curatore della documentazione della Commissione parlamentare d’inchiesta su terrorismo e stragi dal 1989 al 2001, è stato poi autore di numerosi studi e lavori sul caso Moro. Tra i suoi volumi, il primo fu Odissea nel caso Moro, (Edup, Roma 2003) e il più recente è Moro. L’inchiesta senza fi nale (Edup, Roma 2018), quest’ultimo scritto insieme a Fabio Lavagno (a sua volta ex-componente della Commissione parlamentare d’inchiesta Moro-2). Vladimiro Satta

Le Sedute spiritiche.

Prodi, Moro e il famoso mistero della seduta spiritica. Davide Maria De Luca su Il Post 4 aprile 2018.

La storia incredibile di come 40 anni fa si cercò Aldo Moro, sequestrato dalle Brigate Rosse, nel posto sbagliato ma non così sbagliato

Il 4 aprile del 1978 un professore universitario bolognese, Romano Prodi, raccontò a un alto funzionario della Democrazia Cristiana (DC) che durante una seduta spiritica aveva scoperto dov’era tenuto prigioniero Aldo Moro, il presidente della DC rapito dalle Brigate Rosse due settimane prima. Spiegò che la seduta spiritica era avvenuta due giorni prima a Zappolino, un comune poco fuori Bologna, e che gli spiriti avevano rivelato a lui e a altri presenti che Moro era prigioniero a Gradoli, un paesino vicino a Viterbo, sul lago di Bolsena. La segnalazione fu presa seriamente e arrivò alla polizia, ma gli agenti mandati sul posto non trovarono nulla. Due settimane dopo a Roma la polizia scoprì per caso l’appartamento dove viveva Mario Moretti, l’organizzatore della strage di via Fani e uno dei carcerieri di Aldo Moro. Moretti sfuggì alla cattura – che avrebbe potuto cambiare le sorti del sequestro – perché aveva lasciato il covo per l’ultima volta poche ore prima. Il covo si trovava in via Gradoli, sulla strada che porta a Viterbo.

Dopo l’uccisione di Moro, magistrati e commissioni di inchiesta chiesero più volte ai dodici partecipanti alla seduta di Zappolino come fosse stata possibile una simile coincidenza. Tutti quanti confermarono la versione di Prodi: la parola “Gradoli” associata al rapimento di Aldo Moro era emersa durante una seduta spiritica in una villa fuori Bologna, il 2 aprile del 1978. Sono passati esattamente quarant’anni e nessuno dei dodici protagonisti ha cambiato versione: tutti parlano seriamente di una seduta spiritica compreso Prodi, che nel frattempo è stato due volte presidente del Consiglio e capo della Commissione europea. A seconda di come la si vuole leggere, questa è la storia dell’ultimo mistero del caso Moro o della sua più grottesca coincidenza.

L’ultimo mistero

Nel quarantennale del rapimento e dell’omicidio di Aldo Moro, che è caduto proprio quest’anno, non è stata dedicata molta attenzione alla misteriosa rivelazione che Romano Prodi fece il 4 aprile del 1978. Gli speciali televisivi hanno dedicato all’episodio pochi minuti, ripetendo sostanzialmente cose già note. Non sono state pubblicate nuove inchieste e nessuno dei partecipanti a quell’episodio ha voluto aggiungere alcunché per chiarire cosa accadde davvero. Nemmeno la seconda commissione parlamentare d’indagine sul caso Moro, che ha concluso i suoi lavori lo scorso dicembre, ha aggiunto molto su quella vicenda. «Sostanzialmente non ci siamo occupati della seduta di Zappolino», ha raccontato al Post l’ex deputato del PD Gero Grassi, uno dei componenti più attivi della commissione.

Eppure l’attenzione sui veri e soprattutto presunti misteri del caso Moro non è mai mancata. Nella prefazione all’edizione aggiornata del libro Un affare di stato, il giornalista Andrea Colombo scrive: «Quando questo libro fu scritto, dieci anni fa, la bibliografia sul sequestro e l’uccisione di Aldo Moro era già tale da occupare un’intera biblioteca. La stragrande maggioranza degli studi partiva dal presupposto che la verità sull’uccisione dello statista democristiano fosse in realtà ancora sconosciuta». Invece, continua Colombo, «dietro l’uccisione di Aldo Moro non c’è nessun segreto, nulla che non si può o non si voglia rivelare». Le piste occulte, le inconfessabili trame internazionali, le improbabili coincidenze, sono state negli anni rivelate nella loro inconsistenza da studiosi rigorosi come Vladimiro Satta (il libro di Colombo è uno dei pochi, tra quelli usciti ultimamente, a utilizzare le corpose ricerche di Satta).

Quarant’anni dopo quei fatti, la seduta di Zappolino è uno dei pochi “misteri” che ancora resistono ai tentativi di spiegazione. Cosa accadde davvero il pomeriggio del 2 aprile a Zappolino? Cosa raccontò esattamente Romano Prodi agli alti funzionari della DC a Roma il 4 aprile? Come era venuto a sapere davvero che Gradoli e Viterbo erano due indicazioni in grado di portare vicino al luogo dove era tenuto prigioniero Moro? Sono tutte domande ancora senza una risposta univoca.

La seduta

Il 2 aprile del 1978 dodici adulti e cinque bambini parteciparono o assistettero alla “seduta parapsicologica” di Zappolino, come la definirono loro stessi. Nove erano professori dell’Università di Bologna e negli anni successivi cinque di loro sarebbero divenuti presidenti del Consiglio, ministri, viceministri o presidenti di importanti società pubbliche. Gli altri erano mogli o mariti. Esclusi i bambini, i partecipanti avevano tra i 30 e i 40 anni (Prodi ne aveva 39). Tutti e dodici firmarono la lettera scritta da Romano Prodi nel 1981 che attesta che le cose andarono esattamente come lui le aveva raccontate al funzionario DC durante il sequestro. Questo documento è diventato nel tempo la versione ufficiale, a cui i dodici partecipanti si sono sempre attenuti.

Il racconto ufficiale comincia il 2 aprile del 1978, due settimane dopo il rapimento Moro, quando Alberto Clò, professore di Economia dell’Università di Bologna, invitò un gruppo di amici per un pranzo nella sua villa di Zappolino, poco fuori Bologna. Costretti in casa dalla pioggia, i docenti decisero di ingannare il tempo con il “gioco del piattino”: e visto che in quei giorni non si parlava che di Moro, pensarono di domandare agli spiriti dove fosse tenuto prigioniero il presidente della DC. Su un grande foglio di carta scrissero lettere e numeri. Poi, a turno, poggiarono l’indice su un piattino da caffè rovesciato. L’idea dietro al gioco è che, una volta posta la domanda, gli spiriti compongano la risposta muovendo il piattino e facendolo fermare sulle varie lettere disposte sul tavolo. Per un prestigiatore o per un truffatore non è affatto difficile orientare e “spingere” il piattino senza che nessuno si accorga di niente. Secondo tutti i protagonisti, però, quel pomeriggio non ci fu nessun trucco. Quando agli spiriti fu chiesto se Moro fosse vivo e dove si trovasse, una forza sconosciuta mosse il piattino sul tavolo e, senza l’aiuto di nessuna mano umana, compose le parole: Viterbo, Bolsena e Gradoli.

Questo è il contenuto essenziale e scarno della lettera firmata dai dodici partecipanti, cioè la versione ufficiale. Nel tempo, alcuni dei protagonisti hanno arricchito di dettagli la vicenda. La descrizione più vivida dell’episodio la dette proprio Romano Prodi, durante la sua audizione alla prima commissione parlamentare d’indagine sul caso Moro, nel giugno del 1981. Prodi raccontò che le domande vennero rivolte agli spiriti di don Luigi Sturzo e di Giorgio La Pira, storico sindaco democristiano di Firenze. Alberto Clò, il proprietario di casa e ideatore del gioco, disse che la seduta durò dalle 15.30 circa fino alle 18. Mario Baldassarri, uno dei partecipanti arrivato in ritardo all’incontro, raccontò che in un primo momento «uscivano cose assolutamente prive di senso: lettere in sequenza, k, z, t, r, senza alcun significato» e che solo dopo un lungo lasso di tempo iniziarono a formarsi parole di senso compiuto. Tutti i partecipanti dissero di essere assolutamente certi che nessuno avesse manipolato il gioco: le parole si erano formate grazie a una forza che non erano in grado di spiegare.

Il gioco, anche su questo sono tutti concordi, ebbe una svolta quando il piattino formò la parola “Gradoli”. Le parole “Viterbo” e “Bolsena” non avevano infatti insospettito nessuno: erano località conosciute da tutti. Gradoli invece nessuno sapeva cosa fosse, ma allo stesso tempo sembrava un’indicazione coerente, non un insieme casuale di lettere.

A qualcuno venne l’idea di controllare se per caso esistesse un paese con quel nome vicino a Viterbo. Andarono a prendere uno stradario in macchina e quando lo aprirono si accorsero con grande sorpresa che Gradoli era un piccolo paese appena fuori Viterbo, lungo la statale 74. «All’indomani», scrivono i dodici illustri firmatari della lettera, «fu quindi normale che della cosa si sia venuti a parlare con amici e conoscenti». Soltanto nel caso del professor Prodi, però, parlarne con «amici e conoscenti» significò riferire alle autorità quello che era emerso durante la seduta. Il 4 aprile, due giorni dopo la seduta, Prodi – che era già molto vicino alla Democrazia Cristiana – andò a Roma e riferì della seduta a Umberto Cavina, portavoce del segretario della Democrazia Cristiana, Benigno Zaccagnini. A quanto è emerso fino a oggi, nessun altro partecipante raccontò dei risultati della riunione fino a dopo la fine del sequestro di Aldo Moro. Cavina, il funzionario DC con cui Prodi parlò il 4 aprile, oggi è morto; il Post ha provato a interpellare Romano Prodi, che ha fatto sapere di non avere altro da aggiungere sulla vicenda oltre alle numerose testimonianze già date in passato.

L’appunto

Cosa disse esattamente Prodi una volta arrivato a Roma è una delle questioni centrali dell’intera vicenda. La presunta seduta spiritica fu lunga e caotica, hanno raccontato tutti i protagonisti. Alcuni di loro si avvicinavano al tavolo, partecipavano al gioco e poi si allontanavano, sostituiti da altri. I bambini correvano e giocavano tutt’intorno a loro. Si beveva Coca Cola e poi ci si allontanava dal tavolo per andare a controllare se il caffè fosse uscito. Nel frattempo il piattino produceva parole su parole, alcune di senso compiuto, altre inintelligibili. Ma il piattino indicava anche numeri e sigle che finivano con il complicare il tutto. Nessun avrebbe preso seriamente il gioco, raccontano, se una delle parole che si formarono non fosse stata “Gradoli”, un comune realmente esistente, ma che tutti assicuravano di non aver mai sentito nominare.

Il problema è che, stando a quanto attestano i documenti dell’epoca, l’indicazione che Prodi fornì alle autorità non era affatto così vaga e limitata a quelle uniche tre parole, “Bolsena”, “Viterbo” e “Gradoli”. Un appunto del ministero dell’Interno, datato 5 aprile 1978, contiene indicazioni ben più dettagliate: «Lungo la statale 74, nel piccolo tratto in provincia di Viterbo, in località GRADOLI, casa isolata con cantina».

Questo biglietto fu scritto da Luigi Zanda, all’epoca stretto collaboratore del ministro dell’Interno Francesco Cossiga e oggi importante politico del Partito Democratico. «Fu una segnalazione come tante, ne arrivavano a decine in quei giorni», ha raccontato al Post Zanda, oggi senatore del PD. A fargli questa segnalazione era stato proprio Cavina, il dirigente incontrato da Prodi. Zanda ha spiegato che in quei giorni era così comune ricevere una soffiata come quella che non ne chiese la fonte, ma si limitò a passarla al capo della polizia. «Ho ricevuto molte segnalazioni in quel periodo, così come ne ha ricevute molte anche il ministro e molti altri dei suoi collaboratori: era un fatto abituale e del resto Cavina in quell’occasione mi fece anche un’altra segnalazione», ha spiegato Zanda. Sul biglietto, infatti, si legge anche l’indirizzo di un appartamento a Milano.

Il biglietto scritto da Luigi Zanda tra il 4 e il 5 aprile, sulla base della segnalazione ricevuta da Umberto Cavina, che a sua volta l’aveva ricevuta da Romano Prodi.

Il giorno dopo il capo della polizia ordinò di effettuare un controllo e 24 tra carabinieri e agenti di polizia della questura di Viterbo si recarono a Gradoli, un paese di meno di duemila abitanti, dove perquisirono un casolare e alcune grotte vicino alla statale 74. Il risultato di quella ricerca si trova riassunto da un’altra mano sullo stesso biglietto di Zanda: «Il sopralluogo ha dato esito negativo».

Nel rapporto di quell’azione infruttuosa, però, il vicequestore di Viterbo ripeteva ancora una volta l’indicazione molto accurata uscita dalla seduta di Zappolino: casa isolata con cantina, nel comune di Gradoli, in provincia di Viterbo. E questa indicazione si trova anche nel verbale della deposizione di Prodi ai magistrati di Bologna nel dicembre del 1978. All’epoca fu lui stesso a specificare che tra le informazioni che aveva dato a Cavina c’era anche di cercare una “casa isolata con cantina”.

Il rapporto del questore di Viterbo sulla perquisizione effettuata in un casolare di Gradoli, in provincia di Viterbo

L’appunto è depositato, come tutti gli altri documenti citati, negli atti della prima commissione Moro, che oggi, insieme a tutti gli altri documenti prodotti dalle altre commissioni che si sono occupate del caso, sono accessibili a chiunque grazie al lavoro del senatore Gero Grassi e dei suoi assistenti.

Nonostante questo, negli anni sulla perquisizione di Gradoli sono state diffuse molte ricostruzioni improbabili. È stato detto per esempio che la perquisizione di Gradoli fu un’azione militare con centinaia di agenti coinvolti, filmata dalle televisioni e mostrata dai telegiornali in prima serata (persino Colombo, nel suo documentatissimo libro, parla di “centinaia” di agenti coinvolti). In realtà, come dimostrano le carte, fu un’operazione limitata e di cui, come hanno dimostrato numerosi ricercatori, non venne data notizia alla stampa fino alla fine del mese.

È stato detto anche che la segnalazione di Prodi fu presa sul serio per via dell’alto profilo dei partecipanti alla seduta, o solo perché qualcuno era a conoscenza di segreti inconfessabili. In realtà in quei giorni confusi di segnalazioni come quella ne arrivavano a decine, al punto che nemmeno si faceva caso alla loro provenienza. «La situazione era tumultuosa e le sensazioni che tutti provavamo erano molto forti», racconta oggi Zanda ricordando quel periodo. Per dare un’idea della vastità dello sforzo in corso, basta ricordare che nei 55 giorni del sequestro Moro furono perquisiti in tutta Italia 37.068 tra appartamenti e altri edifici. Soltanto a Roma si facevano 121 perquisizioni domiciliari ogni giorno.

La soffiata

Quello che oggi quasi tutti danno per assodato è che la seduta spiritica fu in realtà un modo estremamente goffo di nascondere una fonte che bisognava proteggere. Secondo questa teoria, uno dei professori avrebbe ricevuto l’informazione su via Gradoli e avrebbe usato la scusa della seduta spiritica per rivelare l’informazione in sicurezza. Su chi fosse la fonte da proteggere sono state fornite le teorie più svariate. Alcuni suggerirono immancabilmente i servizi segreti, ma non è chiaro perché avrebbero dovuto seguire una via così tortuosa e che avrebbe certamente finito con l’attirare l’attenzione. Altri ipotizzarono che la fonte fosse qualcuno appartenente o vicino a un ramo “dissidente” delle BR, intenzionato a far catturare Moretti. Nel 2006 il presidente della commissione Mitrokhin, Paolo Guzzanti, disse che l’informazione era arrivata dal KGB, il servizio segreto sovietico.

La spiegazione più plausibile, e su cui concorda la maggior parte dei ricercatori più scrupolosi, è che l’informazione arrivasse da qualcuno vicino ai movimenti dell’estrema sinistra. Bologna all’epoca era una città ricca di gruppi autonomi di estrema sinistra, anche tra gli studenti universitari, e secondo molti è possibile che qualcuno a conoscenza del covo di via Gradoli abbia fatto arrivare l’informazione ai professori. Alcuni sostengono da anni di aver identificato la fonte dell’informazione in Franco Piperno, uno degli ideologi del movimento studentesco, all’epoca professore all’Università della Calabria, la stessa dove insegnava Beniamino Andreatta, importante dirigente della DC e mentore politico di Prodi. Piperno però ha sempre smentito, e gli stessi brigatisti hanno sempre negato che il covo di via Gradoli potesse essere oggetto di pettegolezzi all’interno dell’organizzazione.

Ma il problema più grosso di tutte queste teorie è un altro. I documenti dimostrano che l’informazione era allo stesso tempo estremamente precisa ed estremamente sbagliata: il covo delle BR non si trovava in una casa isolata con cantina sulla statale 74 poco fuori dal paese di Gradoli, in provincia di Viterbo, bensì in un condominio di via Gradoli, a Roma, a quasi 50 chilometri di distanza. Non è chiaro, quindi, che interesse avrebbe avuto la fonte a fornire un’indicazione allo stesso tempo precisa ma fuorviante. Come ha riassunto correttamente l’ex deputato Marco Taradash, membro di una delle cinque commissioni parlamentari che si sono occupate del caso Moro: «È assurdo pensare che un informatore che è a conoscenza di qualcosa sappia soltanto un nome, “Gradoli”, e non anche “via Gradoli”».

Sono poche le spiegazioni che restano. Una è che lo scambio di “Gradoli” con “via Gradoli” sia il frutto di un errore come quelli che avvengono nel gioco del “telefono senza fili”. L’informazione che in via Gradoli, a Roma, sulla strada per Viterbo, c’era un covo delle BR sarebbe passata di bocca in bocca talmente tante volte da trasformarsi. “Via Gradoli” divenne “Gradoli”; “sulla strada per Viterbo” divenne “in provincia di Viterbo”. Lungo il percorso vennero aggiunti anche altri dettagli: Bolsena, statale 74, casa isolata con cantina. Quando gli chiesero come mai nell’appunto di Zanda ci fossero molte più informazioni di quanto affermato nella lettera firmata dai dodici professori, Prodi spiegò che probabilmente quei dettagli erano stati aggiunti dagli stessi professori per eccesso di zelo in un secondo momento. Per esempio “statale 74” sarebbe emerso quando, consultando la mappa, notarono che la strada che passa per il comune di Gradoli si chiamava così.

C’è stato anche chi ha sostenuto che la soffiata di Prodi non fu affatto così fuorviante come la raccontano i documenti. In una lettera inviata alla prima commissione Moro nel 1981, la deputata DC Tina Anselmi scrisse che Cavina, il dirigente della DC con cui aveva parlato Prodi, le parlò di una segnalazione in cui si parlava di “Gradoli, via Cassia, Viterbo”, e che comprendeva una serie di numeri che lei non ricordava ma che si rivelarono identici sia alla distanza tra Gradoli e Viterbo, sia al civico e all’interno del covo di via Gradoli. Inoltre, la famiglia di Moro sostiene che, quando venne a sapere dell’infruttuosa perquisizione a Gradoli, suggerì alla polizia di controllare anche via Gradoli (una circostanza sempre smentita dal ministero dell’Interno). Queste due circostanze hanno contribuito a creare l’impressione che qualcuno sapesse di via Gradoli, ma che non volesse scoprire quel che c’era da scoprire.

Il racconto di Anselmi, però, non sembra del tutto convincente. Il covo di Mario Moretti si trovava all’interno 11 del numero 96 di via Gradoli, mentre la distanza tra Gradoli e Viterbo è di circa 50 chilometri. Inoltre Anselmi, stando ai verbali delle commissioni, probabilmente non venne a sapere della seduta fino a quando i giornali, a fine aprile, non iniziarono a parlare della perquisizione di Gradoli, facendo spesso ipotesi su potenziali collegamenti con la via in cui era stato trovato il covo di Moretti. I documenti inoltre sembrano molto chiari: l’indicazione che fornì Prodi non poteva dare adito a dubbi. Sosteneva che Moro fosse prigioniero in un casolare nella campagna viterbese, non in un grosso condominio in una via di Roma.

Una grottesca coincidenza

Se decenni di dietrologie e complotti hanno finito con l’oscurare i ricordi persino degli stessi protagonisti di questa storia, diventa interessante rileggere cosa sostenevano quando la vicenda era ancora fresca nella loro memoria e non inquinata da anni di interviste, audizioni, supposizioni e sospetti. Per esempio, l’allora ministro dell’Interno Cossiga era uno dei più convinti sostenitori della teoria della “soffiata” da parte di ambienti dell’autonomia bolognese; ma nel 1980, quando la prima commissione Moro gli chiese cosa pensasse della coincidenza tra la segnalazione di Prodi su Gradoli e il covo di via Gradoli, rispose che non aveva «motivo di ritenere che vi sia un collegamento tra le due cose». Nel 1980, insomma, non sembrava così assurdo, come ci sembra oggi, che un gruppo di illustri professori universitari decidesse di ingannare il tempo con una “seduta spiritica”. E forse non era davvero così assurdo come può sembrare nel 2018.

Negli anni Settanta l’Italia era un paese molto più ingenuo di oggi. Appena pochi anni prima della seduta di Zappolino, la finale della popolarissima trasmissione Rischiatutto era stata vinta da Massimo Inardi, un esperto di musica autodefinitosi “professore di parapsicologia”. Inardi partecipò a nove puntate del programma e lo fece con un tale successo che a un certo punto a Mike Bongiorno furono forniti fogli che non contenevano le risposte al quiz ma solo le domande, nel timore che Inardi fosse in grado di leggergli nel pensiero. Quelli erano anche gli anni di massima celebrità di Gustavo Adolfo Rol, un prestigiatore di Torino ai cui “prodigi” numerosi giornali dedicarono lunghi articoli proprio tra il 1977 e il 1978. Anche gli investigatori del caso Moro ricorsero alle facoltà medianiche di alcuni veggenti per ricevere un aiuto nella soluzione del caso. Successe almeno in un paio di casi, il più curioso dei quali fu quello delle visioni di una suora di clausura. Come ha ricordato Massimo Polidoro, fondatore del CICAP, all’epoca «ovunque, tra la gente, sui giornali o in tv, si dava per scontato che certi accadimenti o certe facoltà paranormali fossero reali».

Per coloro che ritengono il “telefono senza fili” una spiegazione ancora troppo contorta, e per quelli che non vogliono ipotizzare il silenzio complice e quarantennale dei dodici illustri personaggi presenti alla seduta, rimane quindi aperta un’ultima possibilità: che le cose siano andate come i partecipanti raccontano da 40 anni. Il nome Gradoli venne fuori per caso, durante un gioco. La “seduta”, sostengono i partecipanti, durò diverse ore e in casi simili è facile immaginare che a muovere il piattino, più che uno spirito o un baro, siano i movimenti involontari e inconsci di chi ci teneva sopra il dito. Tutti i partecipanti sono concordi nel dire che la maggior parte dei risultati prodotti era priva di senso, come ci si aspetterebbe da una serie di movimenti dettati dal caso. Il professor Clò, inoltre, raccontò che in diversi momenti il gioco si interrompeva per discutere se il piattino si fosse o meno fermato su una certa lettera che avrebbe dato un senso piuttosto che un altro alla parola che stava emergendo. Baldassarri arrivò a sostenere che in realtà non era mai emersa la parola Viterbo, ma solo la sigla “VT”.

A quel punto è possibile che qualcuno iniziò ad orientare il piattino affinché componesse la parola Gradoli e poi, forse per scherzo, negasse di fronte a tutti gli altri di sapere cosa significasse quel nome. Sarebbe stato poi per un eccesso di zelo, o forse per farsi notare dagli alti dirigenti democristiani, che Prodi decise di riferire quel risultato. Il gesto, comunque, di sicuro non danneggiò la sua carriera: appena sette mesi dopo quella seduta fu nominato per la prima volta ministro dell’Industria.

Indagine su Persichetti.

Il caso dell'ex br. Per il giudice non c’è reato, ma il Pm indaga Persichetti. L’ex br scrive ad Albamonte, che lo accusa di favoreggiamento. “Come avrei potuto essere complice nel 2021 di una persona fuggita nel 1981?”

Frank Cimini su L'Unità il 27 Ottobre 2023

“Vorrei tanto che un uomo, un uomo solo mi capisse. E desidererei che quell’uomo fosse lei”. Questo scriveva il protagonista del romanzo di Georges Simenon, Lettera al mio giudice. Paolo Persichetti, invece, ha scritto al pm Eugenio Albamonte una lettera aperta dal titolo: “Io indagato per favoreggiamento di chi e per cosa?”. ”Il favoreggiamento c’è o non c’è” scrive il ricercatore storico in passato condannato per fatti di lotta armata. Il favoreggiamento sarebbe relativo alla presunta divulgazione di materiale riservato della commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro.

Una storia tra l’assurdo e l’incredibile dove un anno fa il gip scrisse che non c’era reato dopo la caduta di quello più grave nel giro di pochi giorni, l’associazione sovversiva finalizzata al terrorismo. “E chissà se mai ci sarà”, aggiungeva il giudice. Che il reato fosse il favoreggiamento Persichetti lo ha saputo dopo una richiesta formale alla procura fatta perché i termini di indagine sono scaduti da tempo. Non è possibile fare alcuna attività e il pm non decide cosa fare, se chiedere il processo o archiviare.

La data del reato – diciamo così – è il 2015. Quindi sarebbe già tutto prescritto. E con ogni probabilità la procura di Roma per uscire dal cul de sac in cui si è cacciata punta proprio a quello. Per non ammettere di essersi sbagliata, sintetizziamo così. La materia è molto delicata. Fa parte, questa indagine, di una lunga caccia ai misteri inesistenti del caso Moro, a una sorta di gruppo di mandanti e complici occulti che non sono mai stati trovati ma si sono rivelati utili per mettere in circolazione volumi e atti a partire da ormai quasi mezzo secolo fa.

Paolo Persichetti fu perquisito l’8 giugno del 2021. Subì il sequestro di tutto il possibile e immaginabile comprese le carte mediche del figlio diversamente abile. Nel 2015 ci fu l’invio via mail a un sacco di persone, ricorda Persichetti, di un breve stralcio della prima bozza di relazione annuale della commissione Moro2. Testo pubblicato a distanza di 48 ore. “Perché ci sia favoreggiamento deve esserci prova del sostegno alla fuga o al riparo oppure al sostentamento. Come avrei potuto favorire nel 2015 una persona fuggita dall’Italia nel 1981 quando avevo 19 anni?. Parliamo di una persona che vive, lavora e ha famiglia in un paese dove ha residenza e nazionalità. In che modo avrei potuto favorire persone già condannate all’ergastolo per quei fatti? – scrive Persichetti – Interrogare una fonte storica, ricostruire quel che ha fatto o non ha fatto integrando o divergendo dalle conclusioni giudiziarie sarebbe forse un reato?”.

Albamonte è un magistrato di sinistra, corrente Area, appartiene a quella parte politica che in pratica da sempre alimenta i misteri che diversi processi negli anni hanno escluso. Anche perché nessun pentito, nessun dissociato ha mai detto nulla al riguardo. “Terrorismo” e soprattutto “Moro” sono paroline magiche che permettono di formulare le ipotesi più strambe e tenerle in piedi senza mai provarle. Insomma sul punto non ci sono regole da rispettare.

Aveva ragione lui su tutta la linea: “Il mio sangue ricadrà su di voi”. Lui sì che aveva capito bene. Dietro le Brigate Rosse c’erano solo le Brigate Rosse al culmine di uno scontro sociale e politico durissimo sfociato in una guerra civile a bassa intensità. Neanche troppo bassa a dire il vero. Ma dopo mezzo secolo c’è ancora chi lo nega raccontando favole. Frank Cimini 27 Ottobre 2023

E' ancora caccia ai fantasmi. Caso Moro, dopo 44 anni la giustizia cerca altri 4 o 5 colpevoli cui dare ergastoli…Paolo Persichetti su Il Riformista il 17 Marzo 2022

Pochi sanno che per il sequestro e l’esecuzione di Aldo Moro e dei cinque uomini della sua scorta sono state condannate 27 persone. La martellante propaganda complottista sulla permanenza di «misteri», «zone oscure», «verità negate», «patti di omertà», ha offuscato questo dato. Il sistema giudiziario ha concluso ben 5 inchieste e condotto a sentenza definitiva 4 processi. Oggi sappiamo, grazie alla critica storica, che solo 16 di queste 27 persone erano realmente coinvolte, a vario titolo, nel sequestro. Una fu assolta, perché all’epoca dei giudizi mancarono le conferme della sua partecipazione, ma venne comunque condannata all’ergastolo per altri fatti. Tutte le altre, ben 11 persone, non hanno partecipato né sapevano del sequestro. Due di loro addirittura non hanno mai messo piede a Roma.

Il grosso delle condanne giunse nel primo processo Moro che riuniva le inchieste «Moro uno e bis». In Corte d’assise, il 24 gennaio 1983, il presidente Severino Santiapichi tra i 32 ergastoli pronunciati comminò 23 condanne per il coinvolgimento diretto nel rapimento Moro. Sanzioni confermate dalla Cassazione il 14 novembre 1985. Il 12 ottobre 1988 si concluse il secondo maxiprocesso alla colonna romana, denominato «Moro ter», con 153 condanne complessive, per un totale di 26 ergastoli, 1800 anni di reclusione e 20 assoluzioni. Il giudizio riguardava le azioni realizzate dal 1977 al 1982. Fu in questa circostanza che venne inflitta la ventiquattresima condanna per la partecipazione al sequestro, pronunciata contro Alessio Casimirri: sanzione confermata in via definitiva dalla Cassazione nel maggio del 1993. Le ultime tre condanne furono attribuite nel «Moro quater» (dicembre 1994, confermata dalla Cassazione nel 1997), dove vennero affrontate alcune vicende minori stralciate dal «Moro ter» e la partecipazione di Alvaro Loiacono all’azione di via Fani, e nel «Moro quinques», il cui iter si concluse nel 1999 con la condanna di Germano Maccari, che aveva gestito la prigione di Moro, e Raimondo Etro che aveva partecipato alle verifiche iniziali sulle abitudini del leader democristiano.

Tra i 15 condannati che ebbero un ruolo nella vicenda – accertato anche storicamente – c’erano i 4 membri dell’Esecutivo nazionale che aveva gestito politicamente l’intera operazione: Mario Moretti, Franco Bonisoli, Lauro Azzolini e Rocco Micaletto; i primi due presenti in via Fani il 16 marzo. Furono poi condannati i membri dell’intero Esecutivo della colonna romana e la brigata che si occupava di colpire i settori della cosiddetta «controrivoluzione» (apparati dello Stato, obiettivi economici e politico-istituzionali): Prospero Gallinari, Barbara Balzerani, Bruno Seghetti, Valerio Morucci, tutti presenti in via Fani. Gallinari era anche nella base di via Montalcini. Adriana Faranda, che aveva preso parte alla fase organizzativa e il già citato Raimondo Etro, che dopo un coinvolgimento iniziale venne estromesso. C’erano poi Raffaele Fiore, membro del Fronte logistico nazionale, sceso da Torino a dar man forte, Alessio Casimirri e Alvaro Loiacono, due irregolari (non clandestini) che parteciparono all’azione con un ruolo di copertura e Anna Laura Braghetti, prestanome dell’appartamento di via Montalcini. Era presente anche Rita Algranati, la ragazza col mazzo di fiori che si allontanò appena avvistato il convoglio di Moro e sfuggì alla condanna per il ruolo defilato avuto nell’azione.

Tra gli 11 che non parteciparono al sequestro, ma furono comunque condannati, c’erano i membri della brigata universitaria: Antonio Savasta, Caterina Piunti, Emilia Libèra, Massimo Cianfanelli e Teodoro Spadaccini. I cinque avevano partecipato alla prima «inchiesta perlustrativa» condotta all’interno dell’università dove Moro insegnava. Appena i dirigenti della colonna si resero conto che non era pensabile agire all’interno dell’ateneo, i membri della brigata furono estromessi dal seguito della vicenda. La preparazione del sequestro subì ulteriori passaggi prima di prendere forma e divenire esecutiva. In altri processi la partecipazione all’attività informativa su potenziali obiettivi, quando non era direttamente collegata alla fase esecutiva, veniva ritenuta un’attività che comprovava responsabilità organizzative all’interno del reato associativo, nel processo Moro venne invece ritenuta un forma di complicità morale nel sequestro. Furono condannati anche Enrico Triaca, Gabriella Mariani e Antonio Marini, membri della brigata che si occupava della propaganda e che gestiva la tipografia di via Pio Foà e la base di via Palombini, dove era stata battuta a macchina e stampata la risoluzione strategica del febbraio 1978. Tutti e tre all’oscuro del progetto di sequestro.

Furono condannati anche due membri della brigata logistica della capitale, Francesco Piccioni e Giulio Cacciotti, solo perché nel mese di aprile 1978 avevano preso parte parte a un’azione dimostrativa contro la caserma Talamo ed erano fuggiti con la Renault 4 rosso amaranto che il 9 maggio venne ritrovata in via Caetani con il cadavere di Moro nel bagagliaio. Gli ultimi due condannati furono Luca Nicolotti e Cristoforo Piancone, membri della colonna torinese mai scesi a Roma ma coinvolti – secondo le sentenze – perché avevano funzioni apicali in strutture nazionali delle Br, come il Fronte delle controrivoluzione. Tra i 27 condannati, 25 furono ritenuti colpevoli anche del tentato omicidio dell’ingegner Alessandro Marini, il testimone di via Fani che dichiarò di essere stato raggiunto da colpi di arma da fuoco sparati da due motociclisti a bordo di una Honda. Spari che avrebbero distrutto il parabrezza del suo motorino. Marini ha cambiato versione per 12 volte nel corso delle inchieste e dei processi. Studi storici hanno recentemente accertato che ha sempre dichiarato il falso. In un verbale del 1994 – da me ritrovato negli archivi – ammetteva che il parabrezza si era rotto a causa di una caduta del motorino nei giorni precedenti il 16 marzo.

La polizia scientifica ha recentemente confermato che non sono mai stati esplosi colpi verso Marini. Queste nuove acquisizioni storiche, non hanno tuttavia spinto la giustizia ad avviare le procedure per una correzione della sentenza. Al contrario in Procura sono attualmente aperti nuovi filoni d’indagine, ereditati dalle attività della Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Fioroni, per identificare altre persone che avrebbero preso parte al sequestro: i due fantomatici motociclisti, un ipotetico passeggero seduto accanto a Moretti nella Fiat 128 giardinetta che bloccò il convoglio di Moro all’incrocio con via Stresa, eventuali prestanome affittuari di garage o appartamenti situati nella zona dove vennero abbandonate le tre macchine utilizzate dai brigatisti in via Fani. Si cercano ancora 4, forse 5, colpevoli cui attribuire altri ergastoli. Non contenta di aver condannato 11 persone estranee al sequestro, la giustizia prosegue la sua caccia ai fantasmi di un passato che non passa. Paolo Persichetti

Il caso Moro. Indagine su Persichetti finita, ma il pm Albamonte non trova il reato e lo tiene “in ostaggio”. Frank Cimini su Il Riformista il 31 Gennaio 2023

I termini delle indagini sono ormai scaduti. Il reato non c’è perché così aveva messo nero su bianco il giudice delle indagini preliminari peraltro aggiungendo: “E chissà se mai ci sarà”. Ma il pm non ha ancora deciso di archiviare o di inventarsi l’ennesimo reato poi cassato. Tiene a bagnomaria l’unico indagato (di cosa? Ah saperlo!). Si chiama Paolo Persichetti ricercatore storico indipendente, si occupa di terrorismo e del caso Moro, le due paroline magiche che in questa democratura impediscono rispetto delle regole e dei diritti.

Il pubblico ministero è per usare una parola oggi di moda “latitante” e forse tra trent’anni lo prendono. Si chiama Eugenio Albamonte, fa parte anzi è il leader della corrente di Area-Magistratura Democratica, quindi è uno di sinistra. E anche molto pieno di sé. Nei giorni scorsi, come avete potuto leggere su questo giornale, aveva intimato nel pieno delle polemiche sulle intercettazioni telefoniche e ambientali al ministro della Giustizia Carlo Nordio di tacere per una decina di giorni. Nessuno ovviamente si era indignato per un pm che esorbitando non di poco dal suo ruolo ordina il silenzio al ministro. Lui Eugenio Albamonte, invece, sta zitto dopo aver condotto un’indagine senza capo né coda a caccia di misteri inesistenti, complicità di chissà quali poteri occulti dietro il gruppo di comunisti rivoluzionari che rapirono il presidente della Democrazia Cristiana.

Il reato al centro dell’indagine è già cambiato cinque volte. Quello più grave, associazione sovversiva finalizzata al terrorismo, partendo dalla diffusione di carte segrete che segrete non erano della commissione parlamentare sul caso Moro, evaporava in pratica immediatamente. Con i termini di indagine scaduti il pm non può fare niente, tranne che tenere nel limbo l’indagato al quale ha già sconvolto la vita dall’8 giugno del 2021 sequestrando di tutto fino alle certificazioni mediche del figlio disabile. Le carte solo di recente dopo l’estrazione della copia forense sono tornate a casa. Ma Albamonte sta zitto, non dice e non fa.

Forse pensava di scoprire chissà che, lui titolare anche dell’indagine in cui aveva chiesto e ottenuto di poter prendere 43 anni dopo i fatti il Dna dei condannati per via Fani e altre persone. Anche lì risultati zero. Pure l’esperimento del laser in loco sentenziava che a sparare furono solo le Brigate Rosse. La stessa realtà accertata in cinque processi e nell’attività di ricercatore svolta dal povero Persichetti. E in più, come se non bastasse, con chissà quali competenze di via Fani ora si occupa pure la commissione parlamentare antimafia per sostenere che furono la ‘Ndrangheta e la banda della Magliana ad aiutare le Br. E, dulcis in fundo, in contatto con i brigatisti nel 1978 c’era anche Paolo Persichetti. Il quale però allora frequentava, avendo 16 anni, un liceo sgarrupato della capitale.

È un paese dove la mamma dei dietrologi è sempre incinta. Sulla rivista “Historia Magistra”, ultimo numero, c’è un articolo a firma di Paola Baiocchi e Andrea Montella due allievi del mitico senatore piccista Sergio Flamigni, dal titolo significativo: “Com’è NATO un golpe: il caso Moro”. Cioè a rapire Moro fu la Nato. Bisognerebbe allora chiedere cosa ne pensa il generale James Lee Dozier rapito poi dalle Br. Dietrologia senza fine. Frank Cimini

Le Brigate Rosse.

La Sinistra.

Il delitto di Vittorio Bachelet.

Germana Stefanini.

Renato Curcio.

Mario Moretti.

La Sinistra.

Dolore e furore muovevano le scelte dei giovani brigatisti. FABRIZIO SINISI, Drammaturgo, su Il Domani il 23 novembre 2023

Il saggio di Sergio Luzzatto ha il merito di rispondere a una semplice domanda: chi erano le Br? Emerge il ritratto di ragazzi convinti di essere partigiani che si sono ritrovati a essere “solo” assassini

Non si comprenderà mai davvero il fenomeno delle Brigate rosse – che oggi appare così lontano da sembrare il miraggio di un’altra epoca, più astratta e selvaggia di questa – senza partire da una considerazione che nel nuovo libro di Sergio Luzzatto (Dolore e furore, Einaudi 2023) compare già nella seconda pagina del prologo: «Allo sguardo di chi si sentiva – in un modo o nell’altro – un militante per il comunismo, quei sei mesi dell’autunno caldo del 1969 avevano dischiuso la prospettiva concreta, o addirittura imminente, di una rivoluzione vittoriosa».

È un errore, ed è inevitabile: guardiamo sempre la storia col senno del poi, come in un film di cui conosciamo già il finale. Ogni volta che torniamo a esaminarla ci sembra che il destino non potesse che essere quello.

Seguiamo i protagonisti già sapendo il fallimento che li aspetta, leggiamo il loro percorso alla luce della buca in cui già sapremo che cadranno.

I personaggi di quel periodo ci sembrano oggi degli insetti ciechi, impegnati in una battaglia che solo una fantasia troppo puerile poteva credere possibile: falene impazzite bruciate da una luce che non poteva non abbatterli. Il lungo decennio di vita delle Brigate rosse – dall’autunno del 1969 alla fine del 1980 – corrisponde a questa sfasatura di percezione: un pezzo di generazione, composto perlopiù di giovanissimi, che in un paese a capitalismo avanzato decide di imbracciare le armi per innescare una rivoluzione proletaria.

La rivoluzione, comprensibilmente, non arriva, e quei ragazzi convinti di essere partigiani si ritrovano ad essere “solo” degli assassini. Lo storico di quel periodo deve pulire quelle vicende dal destino che, in qualche modo, le ha montate, e interrogare quei ragazzi fuori dalla ferrea tragedia che li ha inghiottiti.

VIVI SOLO POCHI GIORNI

Chi erano quei ragazzi? Non certo, come spesso si dice, le marionette di una qualche occulta dietrologia internazionale. Piuttosto, giovani del loro tempo, ognuno con la sua spesso disastrosa peripezia individuale. Quali intenzioni li animavano, quali speranze li muovevano? Che sofferenze li agitavano, che gioie li facevano trasalire?

Livio Baistrocchi, brigatista latitante di cui non si sa oggi nemmeno se sia vivo o morto, quand’era ancora un animato militante del Partito comunista ebbe a dire: «Siamo vivi solo pochi giorni all’anno, di scatto». Due anni dopo sarebbe entrato in clandestinità. Bisognerà capire, allora, che entrare nelle Brigate Rosse dovette essere per alcuni non un farneticante delirio, ma un disperato esperimento di felicità, il tentativo folle di «vivere tutti i giorni dell’anno». Anche se quel “vivere” ha significato, a volte, il morire di altri.

RITRATTO

Il libro di Sergio Luzzatto – un libro che, lo diciamo da subito, costituisce un capitolo inaggirabile per chi voglia capire il fenomeno delle Br – ha innanzitutto il merito di rispondere a questa domanda: chi erano queste persone?

Ne emerge una galleria di personaggi, primo tra i quali il più sconosciuto e fantasmatico tra tutti i brigatisti, Riccardo Dura: trentenne capo della colonna genovese, morto nella strage di via Fracchia e quindi – così come la fondatrice Mara Cagol – scomparso prima ancora di poter diventare quel personaggio così tipico del panorama italiano che è l’“ex-terrorista”, irriducibile o dissociato che sia.

Riccardo Dura è un eterno giovane mai diventato adulto, un fantasma di ragazzo incastrato nel passato. Un personaggio di cui finora non si sapeva nulla o quasi, e di cui Luzzatto ha il merito di ripercorrere l’esistenza intera: l’infanzia difficile nei quartieri popolari di Genova, l’abbandono del padre prima e della madre poi; una trafila di ricoveri psichiatrici, e un’adolescenza vissuta in un luogo distopico come la nave-riformatorio Garaventa.

Un ragazzo che diventa portuale e operaio marittimo, un marginale senza nome, un umiliato e offeso come tanti che però, a un certo punto del suo vagabondare, incontra le Br. E la sua vita cambia. Entra in clandestinità, rischia tutto. Inizia a sparare.

È sua la mano che ucciderà il sindacalista Guido Rossa: l’operaio dell’Italsider accusato di aver denunciato un compagno sospetto di brigatismo, il 24 gennaio 1979.

È l’episodio che segna la fine delle Brigate Rosse, o perlomeno il loro definitivo scollamento dalle fabbriche e dagli operai, inorriditi che si potesse arrivare a giustiziare un compagno, un lavoratore, uno di loro. Il funerale di Guido Rossa, in una piazza De Ferrari gremita sotto la pioggia battente, è uno di quei momenti che segnano un prima e un dopo.

Da quel giorno, la storia delle Br diventa una vicenda autoreferenziale sanguinosa ed esclusivamente militare: una selvaggia guerra privata con lo Stato. «A quel punto», scrive Luzzatto, «la via italiana a una rivoluzione comunista si mostrò definitivamente per quello che era. Seminata di insidie, di scorciatoie, di trappole. Battuta dal fuoco amico, oltreché dal fuoco nemico. Ingombra di morti, e senza neppure le ombre di un sol dell’avvenire». Fu a quel punto che la storia, che in molti fino ad allora avevano considerato ancora indecisa e in bilico, si cementò in destino.

GENOVA AL CENTRO

Un destino che si giocò in larga parte proprio a Genova, grande teatro e città-palestra della lotta armata. È forse per la prima volta che, nella storiografia brigatista, il baricentro dell’analisi non è Milano (dove le Br sono nate) né Torino (teatro delle lotte della Fiat e del primo grande processo), ma Genova.

Genova è la città del primo sequestro prolungato, quello del pubblico ministero Mario Sossi (1974). A Genova avvengono i primi omicidi deliberati, vittime il procuratore generale Francesco Coco e gli uomini della sua scorta (1976). A Genova avviene il primo attentato a un esponente politico del Pci, con la “gambizzazione” del dirigente dell’Ansaldo Carlo Castellano (1977).

A Genova si consuma la strage di via Fracchia, quando in circostanze ben poco chiare gli uomini del generale Dalla Chiesa – dietro imbeccata del pentito Patrizio Peci – fecero irruzione in un appartamento dove dormivano quattro brigatisti, giustiziandoli tutti e quattro, il 28 marzo 1980.

«Ricostruire la vicenda delle Brigate Rosse attraverso il prisma di Genova», scrive Luzzatto, «equivale a misurarsi con l’alfa e l’omega dell’intera storia».

CIÒ CHE NON SA 

Riccardo Dura non è l’unico personaggio ritratto in questo libro. Altri ne compaiono di estremamente interessanti – dall’italianista accademico Enrico Fenzi, raffinato petrarchista al servizio della lotta armata al suo ambiguo cognato Giovanni Senzani, sociologo brigatista e contemporaneamente consulente del Ministero; dalla cattolicissima Vicky Franzinetti alla 79enne Caterina Picasso, «la nonna delle Br», che a Rivarolo Ligure gestiva uno tra i più importanti depositi di armi.

Ma Dura è senza dubbio il più pregnante, il più centrale: il più paradigmatico. La breve e violenta vita di Riccardo Dura funziona come una parabola, il ritratto del Jesse James che l’Italia poteva permettersi: un teorema disperato che dimostra come lì dove alberga il dolore si annida anche il furore.

Ed è abbastanza indimenticabile una lettera, finora inedita, che Riccardo Dura scrive a sua madre, e che Luzzatto scopre e pubblica nella sua interezza all’interno del libro. Quella lettera costituisce il cuore sofferto e segreto di questa vicenda. Una lettera terribile e commovente, scritta da un semianalfabeta a cui l’ultrasinistra genovese ha saputo offrire non solo una casa, una famiglia e una (pur terribile) ragione di vita, ma anche qualcosa di più prezioso e, insieme, più pericoloso: un linguaggio. Parole con cui provare a dire qualcosa che – per dirla con Pasolini – esprimono la voce di chi, in quella generazione come in questa, «è ciò che non sa».

FABRIZIO SINISI Drammaturgo, poeta e scrittore. Dal 2010 è dramaturgo stabile della Compagnia Lombardi-Tiezzi di Firenze e docente presso il Teatro Laboratorio della Toscana. Dal 2017 è drammaturgo presso il Teatro Stabile di Brescia. Collabora con i maggiori teatri italiani.

"Gli intellettuali di sinistra? Flirtarono a lungo con le Br". Matteo Sacchi il 9 Agosto 2023 su Il Giornale.

Lo storico racconta la zona grigia che ha fatto in modo che i terroristi rossi fossero solo "compagni che sbagliano"

Eugenio Di Rienzo ha insegnato Storia delle dottrine politiche e Storia moderna. Dal 2006 professore ordinario di Storia moderna presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università La Sapienza di Roma. È anche direttore di Nuova rivista storica e membro del comitato scientifico di Geopolitica. Gli abbiamo chiesto di riflettere con noi sulla storia del terrorismo e della violenza politica in Italia, a partire da come viene raccontata.

Professor Di Rienzo come si sono posti gli intellettuali italiani rispetto al terrorismo degli anni Settanta?

«Parliamo soprattutto degli intellettuali di sinistra perché di intellettuali di destra non ve n'erano più molti... Presero da subito una posizione diversa da quella istituzionale del Pci e della Cgil che in teoria erano i loro punti di riferimento politico. Il partito comunista cercava di bloccare le loro infiltrazioni. A partire da alcune posizioni come quella di Sciascia, che per altro fu frainteso, prese piede quello slogan né con lo Stato né con le Br che veniva fatto passare per equidistanza ma equidistanza non era. Ci fu persino chi negò l'esistenza del terrorismo di sinistra, sostenendo che ci fosse solo un terrorismo di destra. Quello di destra c'era ma c'era anche quello di sinistra ma i due fenomeni erano paralleli. Io mi sono laureato nel '77 le ho viste le P-38... Ci fu un'indulgenza, un chiudere gli occhi. Quella violenza non è discutibile».

Un'altra espressione a sinistra fu «compagni che sbagliano» e la cosa non rimase confinata agli intellettuali...

«Anche una fascia di opinione pubblica sposò queste tesi. C'erano moltissimi fiancheggiatori, molti più di quanti si possa pensare. In questo caso pesò una eredità sbagliata della Resistenza. La Resistenza da un pezzo di sinistra era stata vista come una occasione mancata. Per molti non si trattava di battere il nazifascismo ma di instaurare il comunismo in Italia. Questo retaggio era rimasto».

La giornalista Rossana Rossanda in un articolo sul Manifesto in pieno sequestro Moro scrisse: «chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l'album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria...». Scoppiò un putiferio.

«Una parte più estremista del Pci negli anni '50 usava questo linguaggio. Ma la dirigenza Togliattiana aveva scelto un'altra strada. La fase rivoluzionaria Togliatti l'aveva archiviata, certo il linguaggio di piazza era un'altra cosa. Dirigenza del Pci era più avanti su questo dei suoi intellettuali di riferimento».

Ma questo cortocircuito dentro la base non era così chiaro...

«Diciamo che negli anni '50 la base operaia fu sul punto di esplodere. Ma poi gli operai vennero disciplinati. Gli intellettuali meno. E questo modo di pensare è rimasto presente tra gli intellettuali molto a lungo, non credo nemmeno sia mai scomparso del tutto».

Lo scavallamento a sinistra del Pci da parte di questi componenti spiega scelte come il compromesso storico?

«Sì divenne una lotta interna alla sinistra. I terroristi erano diventati quelli che potevano erodere la base del Pci».

Quella sinistra da sempre ambigua con l'estremismo. Dagli ex terroristi ai picchiatori: sono molte le contiguità che oggi si fa finta di non ricordare. Matteo Sacchi l' 8 Agosto 2023 su Il Giornale.

Questo Paese ha una storia complessa e ha attraversato un periodo tremendo come gli anni di piombo. Anni in cui la violenza politica degli opposti estremismi ha dilagato. Su quell'epoca esiste una verità storica ed una verità giudiziaria, su cui non è il caso di discutere in queste pagine. Di certo di quell'epoca esiste una memoria che al momento sembra funzionare a rate... A colpi di improvvise amnesie. Amnesie che non riguardano solo i fatti dell'epoca ma anche il modo in cui sono stati gestiti dopo e il modo in cui è stato trattato chi li ha commessi. Ad esempio, una lunga articolessa di ieri di Stefano Cappellini su Repubblica raccontava con largo uso di esempi il presunto cuore di tenebra e le radici, mai troncate, che legherebbero l'attuale destra italiana agli estremisti di un tempo. Il tutto mentre la sinistra, a partire dal Pci, avrebbe fatto piazza pulita in un secondo delle proprie aderenze nel mondo del terrorismo e dell'estremismo.

Si potrebbe prendere la questione a partire dal lato intellettuale. I brigatisti, come moltissimi altri gruppi eversivi, reclamavano a gran voce le loro radici all'interno del partito comunista. Prima ancora lo aveva fatto la banda Cavallero che confondeva la brutale rapina e l'esproprio proletario tanto da cantare davanti ai giudici Figli dell'officina. Non è una confusione che coinvolse i vertici del Pci? Nemmeno i vertici del Msi erano confusi. Almirante diceva: «Pena doppia per i terroristi neri». Nella base e tra gli intellettuali andava in un altro modo. Basta pensare ad un terribile slogan che ha fatto tanta strada: «Né con lo Stato né con le Br». Qualcuno lo ha attribuito ad un grandissimo come Sciascia, non è esatto, il discorso di Sciascia era più articolato, ma le ambiguità c'erano. E dopo questo clima in cui le verità processuali andavano bene ma sino ad un certo punto, andavano bene ma con lo sconto ha fatto tanta strada a sinistra.

Le verità processuali andavano rispettate ma, ad esempio, nel caso di Silvia Baraldini la verità processuale statunitense su Silvia Baraldini è stata trattata con le molle a partire dalle visite in carcere del leader del Pci Francesco Cossutta dotato di rose rosse, sino alla collaborazione, a guida Walter Veltroni, con il comune di Roma nel 2003. Se ha senso nel 2023 interrogarsi su estremisti e picchiatori passati per l'Msi forse avrebbe avuto senso interrogarsi di più su Sergio D'Elia, ex esponente di Prima Linea, per la sua elezione con la Rosa nel Pugno (2006 -2008) in quota «radicale» e per la nomina a segretario d'aula a Montecitorio. D'Elia ha compiuto tutto un percorso di dissociazione, sia chiaro, come è chiaro che ha sposato la non violenza. Ma se vale a sinistra dovrebbe valere anche a destra.

Tanto più che i casi di esponenti dell'estremismo politico di sinistra che hanno continuato ad avere un ruolo è vasto. Basta scendere di un gradino per incontrare casi come quello di Susanna Ronconi. Fece parte del commando delle Brigate Rosse che assaltò la sede del Msi di Padova il 17 giugno 1974; il commando assassinò Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola. Ronconi ebbe funzione di palo e raccolse i documenti sottratti dalla sede. Fu il primo omicidio, sebbene non premeditato, commesso dalle Brigate Rosse. Durante il secondo governo Prodi, il ministro Livia Turco voleva inserirla con un ruolo di consulente ministeriale per la lotta alla droga. Rinunciò per via di alcune proteste. Il 5 dicembre 2006 il ministro per la Solidarietà sociale, Paolo Ferrero (Prc), nominò Susanna Ronconi membro della Consulta Nazionale delle tossicodipendenze. Finì indagato per l'ipotesi che avesse dato il ruolo ad una persona interdetta dai pubblici uffici. Ronconi si dimise. Non ci sì è fatti tante domande nemmeno su incarichi pubblici di rilievo nella sanità ad Antonio Belpiede che ha sempre professato, nonostante la condanna, la sua estraneità all'omicidio di Sergio Ramelli. Però la realtà giudiziaria è un altra. Quando venne arrestato era capogruppo del Pci a Cerignola. Pur avendo il Pci, anche solo per il timore di essere scavalcato a sinistra, sempre cercato di tenere le distanze dalla violenza extraparlamentare. Una storia complicata, una storia dove deve esserci lo spazio per la redenzione, per il rispetto delle vittime e delle sentenze, per il buon senso. Ma non si può far finta che sia una storia solo di destra. Perché per la maggior parte non lo è.

Il delitto di Vittorio Bachelet.

Giovanni Bachelet: «Papà Vittorio aveva paura, ma la teneva per sé. Pregai per i terroristi ma non li perdono». Storia di Walter Veltroni su Il Corriere della Sera il 25 settembre 2023.

«Ho ucciso il professor Vittorio Bachelet il 12 febbraio del 1980 al termine di una lezione alla facoltà di scienze politiche. Lo aspettavo. Scese le scale seguito e circondato dai suoi studenti. Ero vestita come uno di loro, in giaccone, pantalone stivali, con un cappello di lana in testa. Gli andai incontro ed esplosi undici colpi. Fu un attimo. Solo mentre cadeva lo guardai, vidi i capelli grigi, gli occhiali, il cappotto blu…. Non ero stata io a individuare l’obiettivo né a condurre l’inchiesta. Il professor Bachelet era un bersaglio facilissimo, non aveva la scorta e faceva sempre gli stessi percorsi».

Il «bersaglio facilissimo»

Il «bersaglio facilissimo» di cui parla Anna Laura Braghetti nel suo Il prigioniero io l’ho conosciuto personalmente. Avevo ventuno anni ed ero consigliere comunale a Roma. Bachelet era stato eletto nella Dc, credo per volontà di Moro, e durante le lunghe sedute dell’assemblea capitolina tra lui e me si era instaurato un rapporto particolare. Parlavamo del compromesso storico, della Dc e del Pci, delle nostre famiglie, di Dio e dell’umano. Quando lo hanno ucciso, il «bersaglio facilissimo», ho sofferto. Vicino a lui, quel giorno c’era la sua assistente, Rosy Bindi. Qualche giorno dopo ai suoi funerali ascoltai, rapito da tanta forza, suo figlio Giovanni pronunciare queste parole, inedite in quel tempo di odio e sangue: «Preghiamo per i nostri governanti, per il nostro presidente Sandro Pertini, per Francesco Cossiga. Per tutti i giudici, i poliziotti, i carabinieri, gli agenti di custodia e quanti oggi, nelle diverse responsabilità, nella società, nel Parlamento, nelle strade continuano a combattere in prima fila la battaglia per la democrazia, con coraggio e amore. Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà, perché senza togliere nulla alla giustizia, che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri».

Oggi chiedo a Giovanni di ripensare a suo padre, a com’era. «Una persona tenera, inclusiva, perdeva tempo a persuadere anche noi, adolescenti ribelli. Sapeva guidare, ha avuto ruoli importanti, ma lo faceva con il convincimento. Frequentavo il Mamiani, negli anni tra il ’68 e il 1975. Allora certi genitori tendevano a non mandare i figli in quel tipo di scuole per sottrarli al rischio di contagio estremista. Io fino alla terza media ero stato in una scuola di preti irlandesi. Volevo restare lì ma i miei mi iscrissero, quasi a forza, al Mamiani: “Bisogna andare nella scuola di tutti, non chiudersi nella nicchia, non separarsi nelle riserve indiane in cui tutti sono uguali. Bisogna vivere il mondo di tutti, non solo il proprio. Bisogna imparare a stare con tutti. Tu vai alle assemblee ma fatti un’opinione tua, non aggregarti passivamente. Pensa con la tua testa, non scappare”. Era aperto, ma con principi importanti, non era del tipo “chi non è con me è contro di me”».

Chiedo a Giovanni se suo padre avesse paura. «No paura no, ma certo non era incosciente. In quel tempo, del quale non bisogna avere nostalgia, chi assumeva un incarico di rilievo doveva mettere nel conto i rischi. Diceva: “Se tutti giriamo con intorno quattro persone rischiamo di dare ragione a chi dice che l’Italia è un Paese militarizzato. Io ho accettato questo incarico, se avessi paura mi dimetterei”».

Non aveva paura, ma era consapevole. «In quel periodo ammazzavano una persona a settimana. Ricordo quando non si riusciva a comporre la giuria del processo alle Br di Torino perché i terroristi avevano detto che avrebbero ucciso chi avesse accettato quel ruolo. In televisione intervistarono uno dei pochi che aveva detto di sì e gli chiesero se avesse paura. Quell’uomo rispose: “Sì, la paura ce l’ho, ma me la tengo”. Mio padre commentò: “Che bravo, un altro avrebbe fatto una concione, un proclama etico morale, lui invece ha detto solo la verità”. Forse quelle parole valevano anche per lui, per il suo stato d’animo».

Come viveste in famiglia i giorni di Moro? «I giorni del sequestro sono stati molto duri. Io nel tempo ho capito meglio le ragioni di chi sollecitava iniziative umanitarie per salvarlo, ma chissà... Mio padre non parlò mai di questo tema pubblicamente, ma disse a noi che, se lo avessero rapito, non dovevamo credere a parole che gli fossero attribuite perché in quella condizione la dimensione dell’autonomia di pensiero è fortemente condizionata dalla sottrazione della libertà. Quindi credo lui sperasse davvero che Moro potesse essere liberato e fosse preoccupato per le sorti della democrazia. Le Br sparavano sulle persone, come i cattolici democratici del tempo, che cercavano di andare oltre i confini della guerra fredda prima che la guerra fredda finisse. C’era, tra loro e la sinistra e il Pci, una curiosità anche culturale, c’era la matrice comune della Resistenza, c’era lo stare dalla parte degli ultimi, per fede e/o per coscienza civile. I terroristi sparavano su chi dialogava ma anche altri, per interessi più biechi, penso alla P2, volevano chiudere quella fase di incontro che forse, magari più per Moro che per Berlinguer, avrebbe dovuto essere solo un passaggio di legittimazione dopo il quale si sarebbe conosciuta l’alternanza al governo. La follia eversiva dei terroristi si incontrò con interessi più solidi. Solo per esempio: Ruffilli lavorava a una riforma istituzionale in questo senso, quello che è succeduto a mio padre al Csm, uno della P2, si adoperò per fare avere il passaporto a Calvi…».

Le tue parole al funerale sono state di rifiuto dell’odio, non di rimozione della violenza. «Quella preghiera non fu solo mia, fu il prodotto di tutta la famiglia. La elaborammo insieme. Era un testo molto ponderato, anche politicamente. La preghiera, il rifiuto dell’odio e dello spirito di vendetta non voleva dire cancelliamo tutto, siamo tutti in guerra, facciamo la pace. Non abbiamo niente da vendicare, ma ognuno ha la sua responsabilità. Quando si cerca di giustificare il terrorismo con il “clima politico” di quegli anni, io ricordo sempre che l’articolo 27 della Costituzione dice che la responsabilità penale è personale. Quando tu prendi in mano una pistola per uccidere un povero cristo sei tu che lo fai, non “il clima politico”. La Braghetti l’ho conosciuta fugacemente ad un convegno della Caritas in Campidoglio. Il fratello di mio padre, Adolfo, li aveva incontrati spesso in carcere e ha sostenuto lui il dialogo con loro. Io ero ben contento di delegarlo perché c’è stato un periodo in cui si diceva, voltiamo pagina, scordiamoci il passato… Come se ci trovassimo in Sud Africa, ci fosse stata la guerra civile e ci dovessimo riconciliare. Si parlò molto delle parole della mia preghiera in chiesa, ma io non pensavo che dovessimo riconciliarci. Non eravamo uguali, io non sparavo a nessuno e mio padre nemmeno. In quel tempo qualcuno sparava e qualcuno veniva ucciso. Era una terribile asimmetria. Un’altra cosa era superare le restrizioni imposte dalle leggi Cossiga. Nessuno ricorda che il Csm, mio padre vicepresidente, diede un parere negativo perché avvertì una alterazione delle garanzie democratiche, per esempio nella triplicazione della durata delle pene afflittive. La giustizia e i diritti sono stati la sua ispirazione».

Come hai saputo dell’attentato a tuo padre? «Alle sei del mattino, ero nel New Jersey. Sono venuti due amici avvertiti uno da un giornalista dell’Ansa e l’altra da mia madre e mia sorella. Penso che i miei abbiano fatto così perché, visto il mio passato di depressione, hanno preferito che ci fosse qualcuno quando avessi saputo della notizia. Ricordo l’ultima telefonata con mio padre, qualche giorno prima che lo uccidessero. Ero negli Usa per lavorare e gli dissi: “Come stai papà?” “Bene, quando ti sento.”».

 40 anni fa l’omicidio Bachelet, tifoso della Ue e nemico dei sovranisti. Stefano Ceccanti de Il Riformista l'11 Febbraio 2020. Domani ricorrono i quarant’anni dell’assassinio del professor Vittorio Bachelet, ucciso il 12 febbraio del 1980 nella Facoltà di Scienze politiche dell’Università La Sapienza a opera delle Brigate Rosse. Molto si potrebbe dire su Vittorio Bachelet, in quel momento oltre che docente universitario anche vice-presidente del Consiglio Superiore della Magistratura e in precedenza condirettore del periodico della Fuci Ricerca sotto la presidenza di Alfredo Carlo Moro e presidente dell’Azione Cattolica Italiana negli anni del Concilio Vaticano II. Una delle personalità chiave di quello che è stato definito il cattolicesimo democratico, che è stato particolarmente colpito dal terrorismo brigatista, come dimostrano anche i casi di Aldo Moro, di Piersanti Mattarella e Roberto Ruffilli. «Uccidono sempre gli stessi», fu il commento di Nilde Iotti a Maria Eletta Martini alla Camera dei Deputati il giorno dell’uccisione di Ruffilli. Rinvio per completezza al profilo tracciato dal professor Fulco Lanchester nel Dizionario Bibliografico Treccani, leggibile anche on line. Per questa occasione, per non ripetere cose scontate o che altri potrebbero dire molto meglio, ho pensato di rileggere il volume di Scritti Civili curato da Matteo Truffelli e pubblicato dall’Ave nel 2005 e devo dire che l’ho trovato particolarmente attuale. Il messaggio più forte che se ne ricava è quello di un superamento del nazionalismo esclusivista con una piena accettazione delle opzioni atlantica ed europea. Un dato per niente scontato in quella fascia generazionale in cui tra i giovani cattolici socialmente più aperti, compresi vari costituenti, notevoli erano le riserve sul rapporto stretto con gli Stati Uniti d’America (che si sarebbe rivelato alla distanza una scelta capace di integrare tutte le forze politiche democratiche), in particolare tra i dossettiani e i gronchiani, che si sommava alla diversa opposizione dei settori della destra curiale. Com’è noto, pur allineandosi nel voto finale d’Aula, questi settori espressero chiaramente le loro riserve nel dibattito interno al gruppo democristiano. Ma non era più tempo per Bachelet, né in chiave progressista né conservatrice, di opporsi a questo duplice legame, anche a quello atlantico. Ciò avrebbe di fatto significato, al di là delle intenzioni, riproporre «un residuo di venerazione per questo mito della assoluta sovranità nazionale, in cui si assomma il mito dello Stato inteso come valore assoluto e il mito della nazione ritenuta necessariamente e in perpetuum come autosufficiente politicamente» (“La patria nella comunità internazionale”). Era invece tempo per Bachelet di praticare il principio di sussidiarietà anche all’idea di Patria in una chiave, come diremmo oggi, multilivello: «La patria può essere il nostro paese, la nostra città, la nostra regione; può essere la nostra nazione radicata in un territorio e coincidente o non con lo Stato; può essere lo Stato stesso ma può essere una comunità di Stati; può essere (anche se man mano che i confini si dilatano può sembrare più difficile riconoscere negli uomini un vero e proprio sentimento di amore patrio) la comunità di tutti gli uomini» (Ivi). Soprattutto è l’Europa che va coltivata come «una comunità politica» poiché essa, appunto sulla base del principio di sussidiarietà, in questo caso verso l’alto, è «di dimensioni adeguate alla realizzazione del bene comune dei popoli europei nella situazione attuale del mondo» (“Gioventù europea”). Questo messaggio di fondo non portava comunque Bachelet a dogmatizzare le concrete istituzioni che si creano in un processo necessariamente dinamico e di lunga prospettiva: «le forme che storicamente hanno tentato di organizzare questa comunità su piano giuridico si sono dimostrate finora, com’è naturale data la complessità del problema, del tutto imperfette. Ciò ha prodotto nella opinione pubblica una certa sfiducia e un certo scetticismo…ma questo scetticismo…non riesce spesso a vedere che più che di inutilità delle organizzazioni internazionali dovremmo parlare di incapacità degli Stati nazionali a superare anche politicamente, e sia pure con la dovuta gradualità, una misura che quasi in tutti i casi è stata superata sia nel campo economico sia in quello più strettamente industriale, in quello demografico come in quello militare; e perfino scientifico» (La patria.., cit). Del resto era il medesimo pragmatismo con cui Bachelet si rapportava allo scarto, alla “notevole differenza” tra le due parti della nostra Costituzione: la prima «innovatrice e talora audace» e la seconda «ferma a un’impostazione di tipo pre-fascista, inadeguata quindi alle funzioni nuove dello Stato» (“Crisi dello Stato”). Del resto Bachelet aveva preso a modello nel suo slancio ideale il “senso concreto del possibile e del giusto” di Alcide De Gasperi che considerava il suo modello di riferimento. Quel senso concreto nel segno di una capacità riformista, di aggiornamento profondo della cultura e della politica che gli schemi ideologici chiusi del terrorismo individuarono allora, non a torto, come a esso radicalmente alternativo. Quel senso che dobbiamo riscoprire qui ogni giorno, come nostro dovere comune.

Vittorio Bachelet e la sua lezione di riformismo. Stefano Ceccanti su Il Riformista il 28 Maggio 2020. Il professor Lanchester ci chiede come abbiamo vissuto il sacrificio di Vittorio Bachelet nel 1980 per condividere alcuni elementi di memoria. Quello era il mio ultimo anno di liceo e l’omicidio di Bachelet veniva dopo anni tormentati; in particolare era ancora dentro di noi il terribile ricordo dei cinquantacinque giorni del rapimento di Aldo Moro e della sua uccisione. Quel cognome mi era noto per due degli ambienti che allora con alcuni altri coetanei frequentavo assiduamente: il Movimento Studenti di Azione Cattolica e il gruppo locale Jacques Maritain federato alla Lega Democratica di Pietro Scoppola, Achille Ardigò e Paolo Giuntella. Dal primo avevo imparato il senso non intimistico della cosiddetta scelta religiosa implementata pochi anni prima da Bachelet, che portava con sé la necessità di conoscere approfonditamente i documenti del Concilio e la Costituzione, distinguendo, ma unendo in una doppia fedeltà, il ruolo di credenti e quello di cittadini. Dal secondo, soprattutto dallo splendido libro di Pietro Scoppola La proposta politica di De Gasperi, uscito nel 1977, avevamo colto alla luce del passato il senso degli anni della solidarietà nazionale: la collaborazione resistenziale era durata troppo poco, lacerata allora dalla Guerra Fredda, e c’era bisogno di un lavoro comune, non solo di Governo, ma anche molecolare, per dare spessore a una base condivisa, emersa positivamente nel riconoscimento di tutte le principali forze politiche della collocazione atlantica e di quella europea, che consentisse l’alternanza. Quella che Scoppola chiamava la “cultura dell’intesa”. Nel 1979 ad Arezzo si era svolto il convegno della Lega democratica su “La terza fase e le istituzioni” che aveva prospettato anche l’esigenza di accompagnare la possibile alternanza con riforme della Seconda Parte della Costituzione. Il senso di parole come distinzione, mediazione (nel doppio significato verticale, tra principi e realtà, e orizzontale, tra posizioni diverse), che segnano come spiegava Scoppola la liberazione umana come processo aperto, dialogico, si pensi alle belle pagine del volumetto successivo sul 25 aprile, non era però del tutto condiviso. Proprio nel 1977 si era sviluppato un eterogeneo movimento di protesta, che portava con sé esigenze ambigue, alcune positive in chiave libertaria contro gli eccessi delle culture doveristiche tradizionali che avevano strutturato il Paese, altre però distruttive che avevano portato consenso alle frange terroristiche residue. Gruppi che si ispiravano alla cultura della Rivoluzione, intesa come un punto fisso di arrivo, da raggiungere a tutti i costi per via di imposizione, l’esatto contrario del processo aperto di liberazione. Come ha spiegato Micheal Walzer in Esodo e rivoluzione ci sono due modelli politici e teologici diversi a seconda che si consideri la terra promessa da raggiungere come pura, o, viceversa, da scegliere solo perché migliore di quella presente, senza pretesa di perfezione. La violenza tendeva a opporre la Rivoluzione agli uomini che col proprio riformismo incarnavano davvero la possibilità di Liberazione. Negando la Liberazione dentro il sistema si illudevano di imporre la Rivoluzione. All’idea di Costituente incompiuta, di un Governo delle forze popolari troppo presto interrotto nel 1947 e da riprendere trent’anni dopo per consentire un’alternanza non traumatica, si opponeva il mito della Resistenza tradita che poteva compiersi solo con la Rivoluzione di una parte che si imponeva all’altra. In qualche modo, però, la contestazione alle idee di distinzione, di mediazione, di doppia fedeltà era contestata anche nella Chiesa. Quel cattolicesimo impersonato da Moro e Bachelet ad alcuni sembrava datato, troppo elaborato, e non nel senso scontato in cui ovviamente nessuna eredità non può essere solo passivamente ripetuta. Cosicché quando qualche settimana dopo l’omicidio, per l’appunto a Pisa, il 24 e 25 maggio, esattamente quarant’anni fa, in un convegno nazionale dei giovani della Lega Democratica che presero il nome della “Rosa Bianca”, l’allora presidente della Fuci Giorgio Tonini usò come parole chiave “mediazione culturale”, si ingenerò una dura polemica ecclesiale sull’opportunità o meno di archiviare per intero quell’eredità in nome di un approccio più immediato all’opzione religiosa, teso a svalutare anche la stagione della solidarietà nazionale e l’appartenenza comune alla Costituzione. Come nella contestazione terroristica riviveva la teoria della “Resistenza tradita” e la polemica estremista contro le forze di sinistra che avevano progressivamente accettato la collocazione europea ed atlantica, così nella Chiesa rivivevano alcune delle pulsioni intransigenti che si erano manifestate al momento dell’approvazione della Costituzione, vista come un cedimento ad altre impostazioni, delle elezioni municipali di Roma del 1952 con la cosiddetta operazione Sturzo, nelle dure opposizioni al primo centro-sinistra e nelle riserve verso lo stesso Concilio. Giacché i piani sono distinti, ma la connessione è sempre forte. Due opposizioni del tutto diverse, niente affatto assimilabili, ma entrambe tese a polarizzare, a privilegiare l’immediatezza sulla mediazione, la propria Rivoluzione alla Liberazione comune, la propria esperienza religiosa declinata in termini tradizionalistici come contrapposta alla cittadinanza comune. A tanti anni di distanza credo si possa legittimamente rivendicare che invece quella via di Liberazione, nel segno della mediazione e del riformismo, fosse l’unica portatrice di futuro, al netto della capacità di ciascuno di noi di saperla rinnovare costantemente.

Quegli otto colpi di pistola, il finto allarme bomba, la fuga dei terroristi sulla 131 bianca. La cronaca di allora. Pubblicato mercoledì, 12 febbraio 2020 su Corriere.it da Gian Antonio Stella e Bruno Tucci, Maria Serena Natale, Giovanni Bianconi. Quarant’anni fa moriva Vittorio Bachelet, professore di Diritto e vice presidente del Csm ucciso il 12 febbraio 1980 alla Sapienza. La cronaca dall’archivio del «Corriere» e l’eredità dell’intellettuale cattolico assassinato dalle Brigate rosse. Quarant’anni fa moriva Vittorio Bachelet, professore di Diritto, vice presidente del Consiglio superiore della magistratura e figura di riferimento del mondo cattolico impegnato nel rinnovamento democratico del Paese, ucciso dalle Brigate rosse all’università La Sapienza. Oggi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella partecipa agli eventi commemorativi nella sede del Csm e nell’ateneo romano. Riproponiamo la cronaca di allora, firmata da Gian Antonio Stella e Bruno Tucci sulla prima pagina del «Corriere della Sera» del 13 febbraio 1980. L’attacco, questa volta, è nel cuore dell’università. Le Brigate Rosse colpiscono a freddo una delle più alte cariche dello Stato, il professor Vittorio Bachelet, vice presidente del Consiglio superiore della magistratura. Quattro colpi all’addome, altri in testa mentre il docente è a terra agonizzante. Commenta a caldo il procuratore capo Giovanni De Matteo: «È il più grave attacco alle istituzioni nella storia della Repubblica italiana». Roma è sconvolta, decine di «gazzelle» e di «pantere» la percorrono in lungo ed in largo. Scattano posti di blocco, retate, perquisizioni. La città universitaria è isolata: nessuno può entrare o uscire senza aver lasciato un proprio documento d’identità. Lo potrà ritirare dopo gli accertamenti. Come una bomba, la notizia rimbalza dal Quirinale al Parlamento, dal Senato a Palazzo Chigi. La Roma politica rivive le ore angosciose della mattina di via Fani. Pertini è attonito, interrompe le udienze, s’infila un cappotto beige, si precipita all’università. Dinanzi al cadavere dell’amico, si commuove, scuote il capo, esce da una porta secondaria, forse per nascondere le lacrime. Lo seguono Amintore Fanfani, Nilde Jotti, Rognoni, Maria Eletta Martini, Luciano Lama, Bruno Trentin, Piccoli, Zaccagnini, Stammati, il sindaco Petroselli. I rituali di sempre: la commozione, lo sdegno, le parole di dolore, l’abbraccio alla vedova, ai figli. Poi la solita, ossessiva domanda: è proprio impossibile fermare questa drammatica escalation? Commenta De Matteo: «Per combattere il terrorismo, ci vogliono mezzi legislativi, di polizia, sostanziali. I decreti approvati recentemente sono solo il primo passo, ne debbono seguire altri». La facoltà di Scienze politiche è assediata, nell’aula magna di Giurisprudenza Luciano Lama parla ad una folla di studenti. È proprio qui che il segretario generale della CGIL, tre anni fa, fu contestato dai giovani. Dice: «Spero che questa volta ci sia una prova di unità tra lavoratori, insegnanti e studenti. In questo palazzo c’è un uomo morto, appartiene anche lui alla nostra famiglia, alla famiglia di coloro che non accettano la violenza. Che si battono per la vita contro la morte». Fuori, la città universitaria brulica di gente: giornalisti, fotografi, cineoperatori premono per sapere qualcosa, le notizie filtrano con il contagocce. La polizia e i carabinieri, barricati nell’androne dove è avvenuto il delitto, non lasciano entrare nessuno. A fatica si ricostruisce il film di questo barbaro assassinio. Soltanto a tarda sera, per esempio, si saprà da una dichiarazione di Rognoni alla Camera, che le BR avrebbero trafugato una borsa che Bachelet teneva sotto il braccio.Sono le 11.35 di una mattinata splendida. Il sole è primaverile, la temperatura è tiepida, nei viali dell’università gli studenti passeggiano con i libri sotto il braccio. Vittorio Bachelet, 54 anni, sposato con due figli, professore di Diritto amministrativo e di scienza dell’amministrazione, ha appena concluso la lezione. Esce dall’aula numero 11, dedicata ad Aldo Moro, e si avvia chiacchierando verso le scale che portano all’ingresso della facoltà. Sono con lui la sua assistente Bindi e due studenti. Bachelet sale le scale e si ferma nell’androne a parlare con la professoressa: «Sono indeciso se tornare a casa o fermarmi in ufficio a sbrigare alcuni lavori». Sul pianerottolo e sulle scale che conducono al secondo piano una quindicina di studenti discutono fra di loro. È il momento dell’agguato: i due terroristi sono sulla porta, la tengono aperta, sorvegliano, con disinvoltura, il professore e la piazzetta interna, cioè la via della fuga. Sono un uomo, snello, un metro e settanta, zuccotto in testa, baffi scuri e folti, giaccone sportivo chiaro, venticinque anni circa; e una ragazza, magra, un metro e sessantacinque, capelli ricci, baschetto chiaro, soprabito verde, pallida in volto, sui ventidue anni. Bachelet continua a parlare con l’assistente, la terrorista si innervosisce, decide di entrare in azione. Con freddezza, fa un paio di passi, raggiunge il professore che le volge la schiena, lo afferra per una spalla, lo gira e spara quattro volte. Quattro colpi all’addome da non più di trenta centimetri. Il vice presidente del Consiglio superiore della magistratura si piega su se stesso, barcolla, cerca istintivamente rifugio in un angolo a ridosso della vetrata. Interviene il secondo terrorista: si precipita verso Bachelet che sta crollando a terra. Preme per quattro volte il grilletto, il professore si affloscia su un fianco, perde gli occhiali. L’assassino si china su di lui e gli spara il colpo di grazia alla nuca. L’autopsia confermerà che gli assassini hanno usato una pistola calibro 32: otto pallottole che lo hanno centrato. Una al cuore, una alla nuca. «Scappate, scappate, ci sono le bombe», grida il killer. È un trucco per coprirsi la fuga. Infatti, si scatena un fuggi-fuggi generale: i terroristi ne approfittano, scendono nella piazzetta interna e raggiungono, a passo veloce, un cancello secondario di viale Regina Margherita che qualcuno ha aperto durante la notte, tranciando con un tronchese la catenella del lucchetto. I due assassini salgono su una 131 bianca che si perde nel traffico scomparendo verso piazza Bologna. In quella zona sarà trovata qualche ora dopo. Era stata rubata da un commando delle BR. Non è ancora mezzogiorno, dalla città universitaria l’allarme arriva in questura. Partono «gazzelle» e «pantere», parte pure un’ambulanza, ma inutilmente, perché Vittorio Bachelet è morto sul colpo. Dopo il terrore e lo smarrimento, si comprende quanto è accaduto. Si interrompono le lezioni, la vita dell’università si blocca, le aule si svuotano. Studenti e professori si precipitano alla facoltà di Scienze politiche. Stupore, sdegno, commozione. Dice il professor Adolfo di Majo, docente di Diritto civile e membro del Consiglio superiore della magistratura: «Hanno voluto colpire non l’uomo, ma l’istituzione». La notizia dell’agguato giunge nell’aula magna, dove si sta tenendo un dibattito sul terrorismo, condotto da Stefano Rodotà e da Luciano Violante. Il dibattito si trasforma immediatamente in un’assemblea aperta, carica di tensione.La facoltà di Scienze politiche viene «occupata» dal procuratore capo De Matteo, dagli ufficiali dei carabinieri e dai funzionari di polizia. Si fanno i primi rilievi, mentre ai centralini di due giornali arrivano le telefonate che rivendicano l’attentato. «Siamo le Brigate Rosse, abbiamo giustiziato noi il professor Bachelet. Seguirà comunicato». Delle quindici persone che hanno assistito all’omicidio, restano quattro testimoni: l’assistente di Bachelet e tre studenti che permettono alla polizia una prima ricostruzione. Si tenta anche un identikit, ma per il momento non c’è niente di ufficiale. Le indagini si presentano difficili, come sempre. «Vittorio, Vittorio, che cosa ti hanno fatto?». La moglie Maria Teresa Bachelet, giunta all’università insieme con la figlia Maria Grazia, si china sul corpo del marito. Piange, si dispera, continua a invocare il suo nome. «Glielo avevo detto che doveva stare attento, e lui mi rispondeva: è un rischio che dobbiamo calcolare». Arrivano gli amici, i conoscenti, i colleghi: dinnanzi alla vetrata chiusa la gente si accalca. Qualcuno dice: «Stanno uccidendo a caso». Un vecchio professore s’indigna, esclama: «Macché a caso! Per carità, non si prende di mira un Bachelet tanto per sparare nel mucchio. Sapevano bene chi avrebbero ucciso». La confusione è tale che gli esperti della scientifica bussano inutilmente per alcuni minuti. Entreranno dopo con non poca fatica. Nell’aula magna, gremita di gente, parla il rettore Antonio Ruberti. Pallido in volto, dice al microfono: «Non è più possibile stare alla finestra, perché quando si continua a non dare alcun peso alla vita umana e si colpisce persino dentro l’università vuol dire che si è giunti ad un punto di grave imbarbarimento dal quale è difficile uscire senza un serio, profondo impegno di tutti quanti». Gli fa eco l’onorevole Stefano Rodotà: «C’è un esplicito disegno di cancellare le libertà democratiche nel nostro Paese; c’è una strategia che tende a colpire ogni occasione di vita del Paese, a sostituire la discussione con la paura». Aggiunge il sindaco Petroselli: «Sono ormai dieci anni che il nostro Paese è vittima di questa catena di delitti. Diciamo ancora ai terroristi: non siete passati e non passerete. La democrazia italiana è e sarà più forte dei suoi nemici».A Roma si vivono ore di grande tensione: i controlli sono estesi finanche alla Camera ed al Senato, dove i commessi hanno l’ordine di perquisire chiunque entri o esca da Montecitorio e da Palazzo Madama. Oggi, per rispondere alla nuova sfida del terrorismo, l’Italia si ferma due ore per uno sciopero proclamato dalle organizzazioni sindacali. Le scuole apriranno con un’ora di ritardo. A Roma il blocco sarà di quattro ore: all’università è prevista una manifestazione a cui parteciperanno i massimi dirigenti della federazione unitaria. Nei tribunali di tutt’Italia saranno sospese le udienze. Il Consiglio dei ministri si occuperà di ordine pubblico.

Rosy Bindi: «Dietro l’agguato poteri occulti che volevano fermare il Paese». Pubblicato martedì, 11 febbraio 2020 su Corriere.it da Paolo Beltramin. La mattina in cui fu ucciso Vittorio Bachelet, nei corridoi della facoltà di Scienze politiche della Sapienza c’era meno gente del solito. Il 12 febbraio di quarant’anni fa era un martedì, nell’aula magna si stava tenendo un incontro sul terrorismo — tra i relatori Luciano Lama, Stefano Rodotà e Luciano Violante — e qualcuno aveva diffuso la voce che c’era una bomba all’università: un’idea dei brigatisti per non trovare intralci durante la fuga. Terminata la sua lezione, Bachelet si era fermato a fare due chiacchiere sul mezzanino della scalinata che porta all’aula docenti, insieme alla sua assistente, Rosy Bindi, che quel giorno compiva 29 anni. Anche da vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, non aveva voluto rinunciare all’insegnamento. «Anzi, mi aveva confessato che attendeva con ansia la fine di quell’anno — ricorda Bindi —, quando avrebbe terminato l’incarico al Csm, e sarebbe tornato in Ateneo a tempo pieno».

Come racconterebbe, a uno studente di oggi, chi era Vittorio Bachelet?

«Era semplicemente un professore, nel senso più alto del termine. Il suo amore per i giovani era merce rara. Riusciva a trasmettere ai ragazzi la passione per il diritto perché non partiva mai dall’astrattezza, ma dai problemi reali del Paese».

E agli esami com’era?

«Era giusto. Se un candidato non era preparato, non lo poteva promuovere… Ma faceva sempre una domanda in più, per essere sicuro. Mi diceva: dobbiamo dare a tutti una possibilità di appello. A me, che seguivo i laureandi, aveva dato questa indicazione: con i più bravi puntiamo alla lode, ma anche gli altri devono arrivare al traguardo».

Come racconterebbe, a uno studente di oggi, perché l’hanno ucciso?

«È stato ammazzato perché, come tutte le altre vittime delle Br, era un autentico servitore dello Stato. Aveva competenza, intelligenza e rettitudine: è chiaro che per abbattere lo Stato, come volevano fare i brigatisti, bisognava privarlo dei suoi uomini migliori. È poi c’è un’altra ragione, più profonda».

Quale?

«La mia convinzione, maturata nel corso dei decenni, è che queste vittime non sono state uccise solo dalle Br, ma da poteri occulti, preoccupati perché la generazione allora al governo stava attuando davvero lo spirito della Carta costituzionale. Oggi molti lo hanno dimenticato, ma quelli sono stati anche anni molto belli, una stagione di autentiche riforme nel Paese: il servizio sanitario nazionale, l’istituzione delle Regioni, il diritto di famiglia, lo statuto dei lavoratori, fino ai consigli di quartiere. Contro tutto questo ci fu un doppio accanimento: da parte dei terroristi, e da parte dei poteri che usarono chi sparava nelle strade».

Lei guardò negli occhi la ragazza che sparò per prima a Bachelet.

«Quando arrivò, pensavo fosse una studentessa. Poi prese il professore alle spalle e vidi il volto di lui trasformarsi: capì cosa stava accadendo un istante prima di me. Dopo gli spari, corsi a cercare aiuto ma non trovai nessuno: i terroristi avevano pianificato tutto per lasciarci soli».

Il commando era composto da due brigatisti, Anna Laura Braghetti e Bruno Seghetti. Entrambi arrestati pochi mesi dopo e condannati all’ergastolo, ormai sono liberi da molti anni. Pensa che siano rimasti in carcere il giusto?

«Il compito di stabilire le pene è della magistratura, che ha applicato le leggi dello Stato. La penso come Giovanni, il figlio del professore, intervistato da Giovanni Bianconi sul Corriere. Come dice la Costituzione, la funzione della pena non è la vendetta ma la riabilitazione della persona. Quello che non avrei mai accettato, sarebbe stato un colpo di spugna: la tentazione c’è stata, ma per fortuna non è avvenuto. Una cosa è il percorso personale di ciascun terrorista, un’altra l’assoluzione storica del terrorismo. E quest’ultima sarebbe inaccettabile, perché il terrorismo va condannato, punto. Non ha alcuna possibilità di giustificazione. E poi c’è un altro problema decisivo. Il problema che la verità, i brigatisti, non ce l’hanno mai detta».

Lei cosa chiederebbe oggi a chi armò Seghetti e Braghetti?

«Se erano uno strumento consapevole o inconsapevole di altri poteri».

Braghetti ha dimostrato grandi doti di «comunicatrice»: ha scritto un libro molto auto-indulgente, «Il prigioniero», dal quale è stato tratto un film di successo, «Buongiorno, notte» di Marco Bellocchio. A lei è ispirato il personaggio interpretato da Maya Sansa, la brigatista presa dai dubbi, che sogna la liberazione del presidente Dc.

«Mi ha lasciata perplessa soprattutto il film. Come il mio professore, io sono tra chi scommette sempre nella possibilità che le persone si possano riscattare. Però mi chiedo: se ha avuto davvero tutti quei dubbi durante il sequestro Moro, come ha fatto due anni dopo a uccidere Bachelet con tanta freddezza?».

Il cardinal Martini ha definito Bachelet un martire laico. La Braghetti, invece, ha scritto di lui: «Un bersaglio facilissimo».

«Facilissimo proprio perché è andato consapevolmente incontro al suo martirio. Sapeva da tempo di essere un obiettivo delle Br ma aveva rifiutato la scorta, perché non voleva mettere in pericolo la vita di altre persone».

Le è mai capitato di pensare cosa sarebbe successo se due anni prima, durante il sequestro Moro, fosse passata la linea di Craxi, quella della trattativa con i sequestratori?

«Con i terroristi non si può trattare. Più che linea della trattativa, io la definirei preoccupazione di salvare la vita a Moro a tutti i costi. E non era certo una preoccupazione solo di Craxi, lo fu anche di alcuni democristiani come Fanfani. Io, che ero una semplice dirigente dell’Azione cattolica e ricercatrice precaria all’università, all’epoca ero per la linea della fermezza. Negli anni successivi mi sono convinta che noi invece avremmo dovuto salvare la vita di Moro. Perché lo Stato era comunque più forte dei terroristi. Quindi si poteva salvare la vita di Moro senza intaccare la forza delle istituzioni. Anzi, sarebbe stato necessario farlo».

Negli anni successivi, i terroristi facevano meno paura.

«Non è questo il punto. Il paradosso è che salvando Moro lo Stato sarebbe diventato più forte, e invece senza di lui si è indebolito. Rimasto solo, Berlinguer non è stato in grado di proseguire il percorso che avevano cominciato insieme. E presto si è aperta la stagione di Craxi. Le mie critiche a Craxi non dipendono dalla stagione di Tangentopoli, considero quella di Hammamet una tragedia umana. Sono legate a quello che accadde negli anni Ottanta: fu allora che avvenne una mutazione del ruolo dei partiti, e della leadership politica, i cui influssi negativi resistono ancora oggi. Tutto questo è accaduto perché è venuto meno il progetto di Moro. Ma purtroppo nel 1978 non era chiaro ai più quanto lungimirante e illuminante fosse per la democrazia italiana il progetto moroteo».

Al funerale di Bachelet, nella chiesa di San Roberto Bellarmino a Roma, suo figlio Giovanni disse una cosa enorme: «Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri».

«Fu un messaggio dirompente, di un’attualità straordinaria. Oggi si parla tanto di farsi giustizia da soli, nelle chat si inneggia alla pena di morte, si promuove un’idea di Stato che non pratica la giustizia ma la vendetta. C’erano anche allora questi sentimenti, e l’idea di sospendere le garanzie costituzionali per combattere il terrorismo. Ma il terrorismo fu sconfitto con la Costituzione, grazie anche a Vittorio Bachelet e alla sua famiglia. Per questo oggi vorrei che quella preghiera straziante venisse letta in tutte le scuole. Perché la democrazia non si conquista una volta per tutte, bisogna impegnarsi ogni giorno per preservarla».

Da studente universitario Bachelet, nei primi anni del Dopoguerra, scrisse nella rivista della Fuci: «Con nessuno dei nostri simili abbiamo il diritto di rifiutarci o di essere pigri nel gettare il ponte».

«Questa per me è l’essenza di Bachelet: un uomo di fede. In epoche di cambiamenti profondi, com’erano gli anni Settanta e ancora di più il mondo di oggi, il cristiano ha uno strumento in più da offrire alla società: il Vangelo. Da qui nasceva in Bachelet il grande rispetto nei confronti degli altri, la sua attitudine al dialogo, la sua capacità di unire. Questa era la sua intelligenza, la sua cultura, il suo carattere, ma soprattutto la sua autentica fede cristiana. Il cristianesimo non come fazione, ma come spirito di servizio al Paese. In tempi in cui l’odio sembra un sentimento sdoganato, perfino politicamente corretto, uomini come Bachelet ci mancano enormemente. Dobbiamo continuare a interrogarli, tramandare le cose che hanno scritto, il modo in cui hanno vissuto e in cui sono morti. La strada l’hanno tracciata. È faticosa, ma è davanti a noi».

Come ha deciso di trascorrere il giorno del suo compleanno?

«Ho quattro appuntamenti. La mattina sono alla cerimonia in memoria di Bachelet al Csm, poi alla celebrazione che si tiene alla Sapienza, entrambe alla presenza del presidente Mattarella. Nel tardo pomeriggio vado a messa. La sera mi aspetta una cena con la mia famiglia, tra mia mamma che di anni ne ha cento e una schiera di nipoti e nipotini».

Con la preghiera di suo figlio Giovanni la nostra generazione scoprì la vita pubblica. Pubblicato martedì, 11 febbraio 2020 su Corriere.it da Aldo Cazzullo. «Preghiamo anche per quelli che hanno colpito il mio papà...». Credo che la mia generazione si sia affacciata alla politica o, meglio, alla vita pubblica ascoltando quella frase, pronunciata da un ragazzo poco più grande di noi. Un ragazzo a cui avevano ammazzato il padre, e che mentre mezza Italia invocava la pena di morte perdonava gli assassini e, di più, pregava per loro. Le parole di Giovanni Bachelet al funerale di suo papà Vittorio non rappresentano solo il culmine del cattolicesimo democratico, di una certa idea di percepire la politica come «la più alta forma di carità» (Paolo VI) e il potere come verbo, non come sostantivo. Ebbero l’effetto di una scossa di commozione, di energia, anche di fiducia su bambini, ragazzini, adolescenti cresciuti durante gli anni di piombo, che fino a quel momento non avevano ben capito quel che stava accadendo.Ricordo quando la tv trasmise le immagini della strage dell’Italicus. Avevo sette anni. Chiesi a mio nonno Aldo: «Ma sono più le persone buone, come noi, o quelle cattive, che mettono le bombe sui treni?». Non ricordo cosa e se mi abbia risposto. Anche il nonno, che pure era passato attraverso la guerra d’Africa, il fascismo, la Seconda guerra mondiale, la Resistenza, la ricostruzione, il nonno che mi parlava per ore della sua giovinezza grandiosa e terribile — Hitler, Stalin, Mussolini —, era senza parole di fronte a un orrore che sfuggiva alla sua comprensione. E poco importa che la bomba sull’Italicus l’avessero messa terroristi neri, e Vittorio Bachelet fosse stato assassinato da terroristi rossi. Era comunque un attacco vile a quella fragile democrazia che gli italiani delle generazioni precedenti erano riuscite a costruire. Poi vennero quelle parole. Pronunciate dal pulpito di una chiesa, da un ragazzo rimasto orfano. Fu allora che compresi una realtà forse lapalissiana, ma che aveva necessità di conferme: erano di più i buoni. E come accade non sempre, ma spesso, alla fine i buoni avrebbero vinto.

Il figlio di Vittorio Bachelet: «Papà morì per lo Stato.  I killer liberi? Gli andrebbe bene. Pregammo per loro». Pubblicato lunedì, 10 febbraio 2020 su Corriere.it da Giovanni Bianconi. «Preghiamo per i nostri governanti», esortò Giovanni Bachelet al funerale del padre Vittorio, vice presidente del Consiglio superiore della magistratura assassinato due giorni prima dalle Brigate rosse. Dal pulpito della chiesa, durante l’orazione dei fedeli, fece i nomi del capo dello Stato Sandro Pertini e del presidente del Consiglio Francesco Cossiga, seduti in prima fila; poi citò «i giudici, i poliziotti, i carabinieri, gli agenti di custodia e quanti oggi, nelle diverse responsabilità, nella società, nel Parlamento, nelle strade continuano a combattere in prima fila per la democrazia, con coraggio e amore». Parole da tempo di guerra, accolte dal silenzio commosso e teso di autorità, amici e semplici cittadini. Poi aggiunse: «Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà, perché senza togliere nulla alla giustizia, che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri». Subito scattò un applauso, forse più di stupore che di convinta adesione, ma forse anche liberatorio. Come se si fosse svelata una nuova, possibile forma di resistenza all’imbarbarimento in cui il terrorismo stava risucchiando l’Italia. Era il 14 febbraio 1980, Vittorio Bachelet era stato ucciso il 12, all’università di Roma La Sapienza, dove insegnava Diritto alla facoltà di Scienze politiche. La stessa di Aldo Moro. Quarant’anni dopo suo figlio Giovanni — all’epoca venticinquenne ricercatore negli Stati Uniti — insegna pure lui alla Sapienza, ordinario di Fisica, dopo essere stato deputato del Partito democratico dal 2008 al 2013. E ricorda bene la genesi di quella preghiera. Sorprendente al punto da conquistare le prime pagine dei giornali, ma non per una famiglia credente e militante della Chiesa conciliare come quella costruita da Vittorio Bachelet, che prima di essere eletto al Csm fu presidente dell’Azione Cattolica e consigliere comunale a Roma per la Dc guidata da Moro e Benigno Zaccagnini. «Con mamma, mia sorella, gli zii — racconta Giovanni — decidemmo di provare a dire quello che avrebbe detto mio padre di fronte a persone non troppo abituate ad ascoltare il messaggio del Vangelo, per lui così importante. Purtroppo di funerali di Stato ce n’erano tanti in quel periodo e una volta, con il suo tono un po’ burlone, riferendosi a un paio di politici notoriamente non cattolici mi disse: “Certo sono situazioni tragiche, ma chissà che tutte ’ste messe non gli facciano bene...”. Noi tentammo di fargli fare una buona figura, riaffermando i valori della democrazia e della Costituzione a cui papà aveva dedicato la vita». Non era facile in quegli anni di assalto alle istituzioni, morti e feriti in strada, leggi d’emergenza: «Ma era anche una questione di coerenza. Quando fu trovato il cadavere di Aldo Moro andammo con qualche amico davanti alla sede della Dc, dove alcuni provocatori invocavano a gran voce la pena di morte. Gli intimammo di smetterla o di allontanarsi perché la storia di Moro, padre costituente e professore di Diritto penale, non era compatibile con le loro grida. Proprio sotto l’attacco del terrorismo era necessario spegnere le strumentalizzazioni antidemocratiche, sebbene ci fosse la sensazione di trovarsi sul ciglio del burrone». Pure Vittorio Bachelet era preoccupato per il clima di guerra che si respirava in Italia: «Guardava con inquietudine alla militarizzazione della vita quotidiana, perché temeva che fornisse ulteriori argomenti a chi protestava contro “lo Stato imperialista delle multinazionali”. Tanto più che tutte quelle scorte si rivelavano insufficienti a proteggere le persone, come dimostrò la strage di via Fani. A Moro era molto legato, fu lui a proporgli di andare al Csm. Durante il sequestro non volle prendere una posizione pubblica a favore o contro la trattativa con le Br; pensava che il compito di chi era nelle istituzioni fosse di lavorare in silenzio per liberare l’ostaggio. La lacerazione tra lo Stato e la famiglia fu un’ulteriore sofferenza per lui, amico e compagno di studi di Carlo, magistrato e fratello di Aldo». È probabile che anche Bachelet, in quel contesto, temesse per la propria vita: «Una sera vedemmo insieme un servizio del telegiornale sul processo torinese ai capi storici delle Br, con l’intervista a un giurato popolare. Il giornalista gli chiese se avesse paura, e papà ironizzò sull’intelligenza della domanda, peraltro davanti a una telecamera. Ma il giurato rispose: “La paura ce l’ho, ma me la tengo”, e mio padre commentò ammirato: “Ecco un uomo vero, senza retorica”. Dopo la sua uccisione pensai che forse s’era identificato in quell’uomo». L’omicidio del vice presidente del Csm arrivò al culmine di una carneficina di toghe e uomini in divisa: «Ricordo che alla camera ardente allestita al Csm c’era il registro con l’elenco dei visitatori, mi avvicinai e su una riga lessi le lettere Br. Difficile non immaginare una forma di rivendicazione giunta fin lì, camuffata tra centinaia di nomi; riflettei sul clima di omertà che circondava il terrorismo e la violenza politica, paventato anche da Moro, che permetteva a queste persone di muoversi e infiltrarsi senza timore di essere riconosciute. Come accadde pure all’università. Dopo il funerale io tornai subito negli Stati Uniti, dove vivevo da qualche mese e sarei rimasto un altro anno, senza avere tempo di assistere alle reazioni all’omicidio di papà, né a ciò che avevo detto in chiesa. La nostra famiglia non si costituì parte civile nel processo ai brigatisti responsabili del delitto, perché ritenemmo che la questione giudiziaria fosse di esclusiva competenza dello Stato, colpito nella sua persona. Fu una decisione consequenziale alla nostra preghiera». Da parecchi anni gli assassini di Vittorio Bachelet, scontate le pene, sono tornati liberi: «Hanno fatto il percorso rieducativo previsto dall’articolo 27 della Costituzione, e ritengo che mio padre come Aldo Moro, due persone che hanno dato la vita per la Repubblica e lo Stato di diritto, non possano che rallegrarsi di ciò. L’incontro con i terroristi non l’ho mai cercato; l’ha fatto mio zio Adolfo, fratello di papà, che era un gesuita. A me è capitato casualmente, anni dopo, di stringere la mano alla donna che sparò a mio padre, e non ricordo particolari sensazioni. Nella legislatura in cui sono stato deputato, assieme a Sabina Rossa e Olga D’Antona (figlia e moglie di altre due vittime delle Br, ndr) presentammo un disegno di legge per interrompere la prassi di pretendere dagli ex terroristi un contatto con i familiari delle persone colpite, a riprova del loro “sicuro ravvedimento”; proponemmo che ad accertare “il completamento del percorso rieducativo” fossero solo giudici e operatori penitenziari, senza mettere in mezzo i parenti delle vittime. Ma la proposta non venne nemmeno posta in discussione». Restano, quarant’anni dopo, i ricordi e gli insegnamenti di un genitore che sebbene molto impegnato nella vita pubblica non fece mai sentire la sua assenza in famiglia: «Papà è sempre stato molto presente, anche dall’America continuavamo a scriverci e telefonarci, sebbene non con la frequenza consentita oggi da Internet. E ogni volta che gli chiedevo “come stai?” rispondeva: “Bene, quando ti sento”. Della sua morte mi avvisarono due amici, chiamati da mia sorella e da un giornalista legato a papà: in America vivevo da solo, i miei non vollero dirmelo al telefono. Io stavo ancora dormendo perché lì era l’alba o poco più, mi svegliarono bussando forte alla porta. Il primo pensiero fu di trovare un aereo per tornare a casa. Poi venne tutto il resto».

Germana Stefanini.

Il sacrificio della secondina innocente uccisa come Aldo Moro: «Ma cosa vi ho fatto?» Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera il 28 Gennaio 2023.

Il 28 febbraio 1983 fu assassinata a Roma, unica donna vittima dei gruppi armati «rossi». Il cadavere fu riconsegnato nel bagagliaio di un’auto come cinque anni prima quello dello statista

Il cadavere fu riconsegnato nel bagagliaio di un’auto, come cinque anni prima quello di Aldo Moro. Ma stavolta la vittima era molto meno famosa, e persino inattesa: una signora di 57 anni che i giornali dell’epoca definirono «anziana», vigilatrice del carcere femminile di Rebibbia addetta al controllo dei pacchi per i detenuti, nubile, di origini umili e popolari. Un secondina, si diceva allora. Assassinata a Roma il 28 gennaio 1983.

Si chiamava Germana Stefanini, ed è l’unica donna uccisa perché bersaglio designato del terrorismo rosso in Italia; l’altra vittima, Iolanda Rozzi, morì nel 1980 dopo un attentato incendiario alla casa dove viveva con la sorella militante democristiana, obiettivo della banda che appiccò il fuoco. Ma nonostante questo triste primato, Germana Stefanini ha faticato e fatica ancora oggi ad uscire dall’anonimato. È rimasta una tra tante, mai o quasi mai ricordata anche a quarant’anni esatti da quell’efferato delitto, commesso nella fase ormai discendente della lotta armata in Italia, quando non c’era più nemmeno il flebile collegamento con le pulsioni rivoluzionarie degli anni precedenti. E le azioni dei sedicenti guerriglieri incutevano solo terrore.

La rivendicazione

A rivendicare l’omicidio fu un piccolo gruppo vicino alle Brigate rosse-Partito guerriglia, battezzatosi Nucleo per il Potere proletario armato, formato da poche e giovanissime leve; autori di «una spietata esecuzione — scrisse il giudice istruttore nell’ordinanza di rinvio a giudizio — che soltanto paranoici e schizofrenici potevano compiere nell’attento, silente, rabbioso sgomento dei sani di mente, e in particolare dei veri “proletari” che nelle SS non si sono mai identificati».

Parole che trasudano sdegno per un’azione difficilmente comprensibile per chi aveva vagheggiato (o ancora vagheggiava) prospettive insurrezionali, mentre le Br e i gruppi affini decimati da arresti e «pentimenti» tentavano di resistere al ritmo di un attentato all’anno, destinati all’estinzione nel giro di un lustro.

Prima di ucciderla, i terroristi che l’avevano sequestrata in casa sua sottoposero Germana Stefanini a un «processo proletario». La fotografarono davanti a uno striscione pieno di slogan, («Accerchiare, smantellare e distruggere il carcere», «Annientare il personale politico-militare che lo attiva», eccetera), infagottata nel cappotto, le mani giunte in grembo, il capo reclinato e l’aria rassegnata. La registrazione dell’interrogatorio emerse dal covo dei suoi assassini, insieme ai bossoli degli spari con cui fu eseguita la sentenza di morte. Che due mesi prima avrebbe dovuto colpire anche una dottoressa del carcere, rimasta miracolosamente in vita con un proiettile in testa.

«Errori di questo tipo non si ripeteranno più», avvisarono i «proletari armati» nel documento di rivendicazione. E con Germana Stefanini mantennero la minaccia. Il volantino fatto ritrovare dopo il delitto la bollò come «aguzzina» impegnata a «manomettere, sezionare e distruggere» i pacchi destinati ai reclusi di Rebibbia, mentre svolgeva semplicemente il proprio lavoro di vigilatrice.

La registrazione

La trascrizione dell’interrogatorio doveva essere un atto d’accusa nei suoi confronti, ma ha solo svelato la crudeltà dei suoi assassini.

«Hai la licenzia media?».

«No».

«Che c’hai?».

«La quinta elementare».

«Perché hai scelto questo mestiere?».

«Perché non sapevo come poter vivere… Mio padre è morto nel ’74 e nel ’75 sono entrata a Rebibbia».

«Che funzione hai?».

«Io faccio i pacchi… (…) È poco che sto ai pacchi?».

«Ah è poco? Sono sei anni».

«Prima lavoravo all’orto. Reparto orto di Rebibbia».

«Controllavi il lavoro delle detenute?».

«No, lavoravo pure io. Se parli con le politiche (detenute per fatti di lotta armata, ndr) nessuna mi dice male, a me tutte mi portano così. Io le ho sempre trattate bene. Loro c’hanno l’idea loro e io la rispetto».

«Spiegaci come sei entrata a Rebibbia».

«Ho una cugina suora e lei me l’ha detto, perché lì non dovevo fare grosse fatiche e non dovevo tenere le mani a bagno. Io risposi “proviamo”». (…)

«Ma è il primo lavoro che facevi, questo?».

«Sì, perché avevo papà invalido di guerra».

«Tuo marito che stava…».

«Non sono sposata. Se avessi avuto marito mi contentavo di quello che portava lui…».

A un tratto nella registrazione si sente il pianto di Germana e uno dei sequestratori che dice «Nun piagne, tanto non ce frega un cazzo!», ma la donna insiste: «Ve l’ho detta la mia vita, perché ve la dovete prendere con me?». La stessa voce risponde: «Te l’ho detto, nun piagne, nun me commuovi proprio».

La risposta del nipote

Tutto questo avvenne nell’appartamento della vittima, dove i terroristi l’avevano aspettata e bloccata al suo arrivo. Nello stesso palazzo, un piano più su, abitava un’altra guardia carceraria in servizio a Rebibbia, Mirella; i «proletari armati» provarono a rapire anche lei facendola chiamare da Germana dalla finestra, ma la donna rispose che non poteva perché aveva il bambino malato. Con lei c’erano pure Marisa e Massimo, la nipote di Germana e il suo futuro marito; lui si affacciò e chiese se voleva che scendesse Marisa, ma Germana rispose brusca: «No, non mi servite a niente».

Massimo si stupì per il tono sbrigativo, senza immaginare in che situazione si trovasse la quasi-zia acquisita. Né si accorse di quello che avvenne dopo: i sequestratori che portano via l’ostaggio per ucciderlo e restituirne il cadavere nel vano di una Fiat 131 rubata

Oggi, dopo quarant’anni, Massimo ha ancora in testa quei momenti e la fine assurda di «zia Germana»: «Non aveva paura, nemmeno dopo l’attentato alla dottoressa, che appunto era una dottoressa, non un’operaia. Per noi era un’azione impensabile, e invece quei terroristi l’hanno pensata e portata a termine. Da vigliacchi. Hanno preso una donna del popolo, come Anna Magnani in Roma città aperta»

Massimo ricorda il funerale al quale volle partecipare il presidente della Repubblica Sandro Pertini, «in forma privata» recita il registro del Cerimoniale conservato al Quirinale: «Ci ha abbracciato commosso. Da partigiano aveva combattuto una guerra vera, ma nemmeno in quel contesto si fucilavano le donne. Con zia Germana invece l’hanno fatto, ed è stato un boomerang, perché dopo quel delitto la dissociazione dalla lotta armata ha preso ancora più piede. Insieme a zia Germana quegli assassini hanno ammazzato l’idea stessa della rivoluzione che dicevano di inseguire. Noi li abbiamo ignorati, senza odio né rancore. Hanno rovinato la nostra famiglia ma anche le loro, per le quali proviamo compassione».

Il contrappasso

I tre condannati all’ergastolo per l’omicidio Stefanini — Carlo Garavaglia, Francesco Donati e Barbara Fabrizi — arrestati quattro mesi più tardi a seguito di una fallita rapina a un ufficio postale, sono ancora in carcere dopo quattro decenni. Fanno parte di quella sparuta pattuglia di «irriducibili» che non hanno mai chiesto benefici (permessi, lavoro esterno o altro) non volendo instaurare alcun rapporto con le istituzioni. Anche a «guerra finita». Prigionieri del proprio sanguinoso passato.

Uno di loro fu processato (e infine assolto ) per aver rivendicato dalla cella l’assassinio del professor Massimo D’Antona, nel 1999, ma oggi sembra aver preso le distanze anche da quegli epigoni brigatisti. Un altro è ancora in regime di alta sicurezza, mentre Barbara Fabrizi, da qualche mese, è stata «declassificata» in media sicurezza. E coltiva l’orto, come faceva a suo tempo la sua vittima. Nello stesso penitenziario che oggi si chiama «Casa circondariale Germana Stefanini».

Una sorta di contrappasso, che Massimo non manca di sottolineare: «Ogni volta che deve fare una domandina alla direzione del carcere, nell’intestazione quella detenuta deve leggere o scrivere il nome di zia Germana. Va bene così».

Renato Curcio.

L'avvocato Steccanella: "Ecco perché Azzolini non è il mister X della Spiotta". Intervista all'avvocato dell'ex terrorista, a capo della colonna milanese delle Br oggi indagato dalla procura di Torino per la sparatoria nel covo di Arzello, nell'Alessandrino, dove fu rapito l'industriale Gancia. Manuela Messina il 19 Maggio 2023 su Il Giornale.

Un mistero italiano che va avanti da quasi 50 anni: chi era il cosiddetto mister X sparito dalla scena della sparatoria alla Cascina Spiotta? Era il 5 giugno del 1975, quando in seguito a uno scontro tra militari e brigatisti, nel covo dove era sequestrato Vittorio Vallarino Gancia, erede della dinastia piemontese che inventò lo spumante italiano, morirono l'appuntato dei carabinieri Giovanni D'Alfonso e Margherita Cagol detta Mara, capocolonna brigatista e moglie di Renato Curcio. Il terrorista che insieme a Cagol stava sorvegliando Gancia, invece, riuscì a fuggire e finora non è mai stato identificato. A distanza di quasi mezzo secolo, la procura di Torino ha riaperto l'indagine a carico di Lauro Azzolini ai tempi a capo della colonna milanese delle Br, ritenendo che mister X sia proprio lui. L'ex terrorista, oggi dissociato, era già stato indagato e prosciolto nel 1976, ma la sentenza di proscioglimento non si trova, probabilmente andata persa nell'alluvione del 1994 di Alessandria. E se la sentenza non si trova, non si può revocare, ha sostenuto la difesa di Azzolini. La gip Anna Mascolo di Torino non è stata dello stesso avviso: ha dato il via libera ai pm torinesi sostenendo che vi siano "elementi di novità". In particolare, 11 impronte digitali presenti sulla relazione interna alla Br sulla sparatoria, ritrovata nel covo di via Maderno a Milano, e che secondo la procura fu scritta proprio dal fuggitivo. Davide Steccanella, è l'avvocato di Azzolini. Intervistato in esclusiva da ilGiornale.it, ha già presentato ricorso in Cassazione contro l'ordinanza con cui la giudice Anna Mascolo ha riaperto le indagini a carico del suo assistito.

Che cosa ne pensa delle nuove prove, cioè delle famose 11 impronte sul memoriale che sarebbe stato scritto dal fuggitivo, a cui fa riferimento la procura di Torino?

Non ne capisco la rilevanza, perché non sono affatto nuove, come ho sostenuto nel mio ricorso per Cassazione. Il documento è stato acquisito dall'autorità giudiziaria nel gennaio 1976, in occasione dell'arresto di Curcio. La prova è quella, quindi non una prova nuova, nessun documento, nessuna nuova testimonianza. È ancora un documento del 1976, quindi prima che Azzolini venisse assolto nel merito dal giudice di Alessandria. Ora, se ai tempi fu deciso di non approfondire più di tanto, di non fare questi rilievi, è un aspetto di carattere procedurale che non può costringere l'imputato ad affrontare un processo due volte. È come se io oggi facessi fare una perizia su un bilancio acquisito 40 anni prima e dicessi che siccome la perizia dà un certo esito, è una nuova prova. La prova resta il bilancio. È quindi una prova del tutto irrilevante se si volesse dimostrare che Azzolini è l'ignoto brigatista fuggito dalla sparatoria della Spiotta, come sembra intendere la procura".

Le impronte, secondo gli ultimi rilievi dei carabinieri del Ris, appartengono a Mario Lupo, uno degli alias adoperati proprio da Lauro Azzolini in quel periodo.

"Si tratta di un documento che, come ha già affermato lo stesso Curcio, ha girato per tutte le colonne delle Brigate rosse, interessate a comprendere le circostanze in cui è stata uccisa la cofondatrice dell'organizzazione armata, Margherita Cagol. Non è un documento privato dato dal brigatista fuggitivo al marito Curcio per vedovanza, è un documento che tutte le Brigate Rosse hanno letto e pure pubblicato su un giornale clandestino. Quindi su quel foglio che come dice lo stesso Curcio ha girato le varie brigate possano comparire impronte di ex brigatisti mi sembra più normale”.

La sentenza a carico di Azzolini è andata perduta nell'alluvione di Alessandria. Quindi, come afferma anche lei, la gip l'ha revocata senza leggerla...

"È una situazione surreale, che in tanti anni di carriera non mi era mai capitata. Si è revocata una sentenza di merito, pronunciata in nome del popolo italiano, senza neanche averla letta. Sono allibito. Io ho fatto ricorso in Cassazione, che dovrà dire se nel nostro Paese è possibile a distanza di quasi 50 anni cancellare la sentenza di proscioglimento di un cittadino senza neppure averla letta. Peraltro non sembrerebbe essere perduta solo la sentenza, ma l'intero fascicolo dell'istruttoria ai tempi fatta dal giudice istruttore quindi anche con le eventuali prove favorevoli all'imputato che era stato assolto. Non si capisce quindi se si vorrebbe fare oggi secondo processo che l'imputato dovrebbe affrontare solo con la nuova prova d'accusa, perché quelle a sé favorevoli si sono perse insieme alla sentenza. Mi sembra una situazione paradossale, io non posso che fare il mio mestiere, cioè chiedere alla Suprema Corte di valutare se questo è possibile, non solo dal punto di vista giuridico ma anche del buon senso".

Un altro elemento a vostro favore è che le testimonianze dell'epoca parlano del "mister X" come di una persona di media statura, mentre Azzolini è alto 1,90.

Se il giudice di Alessandria all'epoca ha deciso di assolvere nel merito, con formula piena, Azzolini, è perché ha tenuto conto di quelle che erano le testimonianze descrittive al momento del fatto. Quelle descrizioni, che sono state riportate anche in diversi libri, sono concordi nel descrivere una persona di altezza media, di 1,75-1,78. Un elemento che di certo contrasta con il dato oggettivo: Azzolini è una persona particolarmente alta. Il riconoscimento da parte di chi c'era e di chi l'ha visto direttamente, non può essere superato da quelle impronte su un foglio che è girato per mille brigatisti".

Ci sono altri elementi nebulosi in questa vicenda?

"Secondo il memoriale, che appunto secondo la procura fu scritto dal brigatista presente alla Spiotta, le modalità della morte della Cagol sembrano indicare una esecuzione. È un aspetto inquietante che non capisco come mai la procura non voglia approfondire. Dalla descrizione di quel memoriale l'ignoto scappa quando la Cagol è ancora viva: e avrebbe sentito gli spari successivamente, quando era nel bosco, quando lei sarebbe stata disarmata, arresa. Quindi la tesi che la Cagol sia morta nell'ambito di un conflitto a fuoco per un colpo sparato all'indirizzo di quello che lanciava la bomba è completamente smentito? La procura lo ha considerato quando vuole fare un nuovo processo? Tra l'altro non lo dico io, ma Curcio in una memoria che è agli atti”.

Azzolini come l'ha presa?

"È tranquillissimo, sapendo di non essere stato lui. Non è bello essere riprocessati quando si è scontata la propria pena, per un fatto che non si è commesso e per cui si è stati assolti. Ritengo in generale che i processi abbiano un senso se vengono fatti il più possibili vicino al fatto, non 50 anni dopo, perché così si delegittima la giustizia, che deve rimanere una cosa seria”.

Torino, rapimento di Vittorio Vallarino Gancia e morte di Mara Cagol: 50 anni dopo indagato il brigatista Lauro Azzolini. Simona Lorenzetti su Il Corriere della Sera il 20 Aprile 2023

Svolta nell'inchiesta, per gli inquirenti è lui l'uomo che fuggì dalla cascina Spiotta dopo il conflitto a fuoco in cui morirono Mara Cagol e il carabiniere Giovanni D'Alfonso

Era il capo della colonna milanese delle Brigate Rosse e per gli inquirenti Lauro Azzolini è anche l’uomo che fuggì dalla cascina Spiotta nel giugno del 1975, quando in un conflitto a fuoco persero la vita Mara Cagol (moglie di Renato Curcio) e il carabiniere Giovanni D’Alfonso. 

È questa la svolta dell’inchiesta della Procura di Torino che un anno e mezzo fa ha riaperto il fascicolo che racconta il rapimento dell’industriale Vittorio Vallarino Gancia. Il nome di Azzolini è stato iscritto sul registro degli indagati: il pm Ciro Santoriello gli contesta l'omicidio (il reato di sequestro di persona è ormai prescritto). Oltre a lui è sotto inchiesta anche Renato Curcio (all'epoca capo della colonna torinese delle Br), che risponde di concorso morale: gli inquirenti sono convinti che fosse al corrente del rapimento dell’industriale e che avesse sempre saputo chi fossero i brigatisti presenti alla Spiotta nel giorno del conflitto a fuoco che portò alla liberazione del re dello spumante. Azzolini è un personaggio di primo piano degli Anni di Piombo. Ebbe un ruolo nel processo decisionale che portò al rapimento del presidente della Dc Aldo Moro: arrestato nel '78, venne condannato all'ergastolo.

Il caso è stato riaperto nell'autunno 2021 in seguito a un esposto depositato da Bruno D'Alfonso, il figlio del carabiniere morto. All'epoca l'uomo, che ha seguito professionalmente le orme del padre, aveva dieci anni e viveva a Mosciano Sant’Angelo, nel Teramano. Il padre Giovanni era appuntato dell'Arma e lavorava al Nord. La moglie Rachele era rimasta al paese con la figlia maggiore Cinzia, 16 anni, Bruno e la sorellina Sonia di due anni e mezzo. Nel maggio del ‘75 Giovanni venne trasferito ad Acqui Terme, nell’Alessandrino. E il 5 giugno si trovò ad affrontare i brigatisti alla cascina Spiotta, ad Arzello. Fu il battesimo di sangue delle Brigate Rosse. 

Cascina Spiotta, il brigatista mancante nella strage dei segreti che anticipano il Caso Moro. Simona Zecchi su L'Espresso il 24 Aprile 2023  

Il giallo del terzo uomo sparito dalla scena della sparatoria del 1975 nel luogo in cui era tenuto l’industriale Gancia e in cui morì Mara Cagol, la moglie dell’ideologo delle Br Renato Curcio. Il controspionaggio aveva una fonte all’interno del vertice brigatista. Il rebus sul “Piccolo”, il sequestratore dall’accento meridionale segnalato dall’ostaggio

I segreti degli anni ’70 hanno quasi tutti un punto in comune: non sono frutto di un capitolo di storia già chiuso, ma ancora possono (e devono) essere trattati alla stregua dei cold case. Ecco perché tornare su un fatto di 48 anni fa su cui la Procura di Torino (insieme alla Dna) ha riaperto un fascicolo nel 2022.

Il fatto è la sparatoria alla Cascina Spiotta del 5 giugno 1975, una strage dopo uno scontro tra militari e brigatisti rossi nel covo del sequestro dell’industriale Vallarino Gancia avvenuto il giorno prima. Il 5 giugno del 1975 ad Arzello, nell'Alessandrino, rimangono uccisi l’appuntato Giovanni D’Alfonso e Margherita Cagol detta Mara, che aveva già preso parte al sequestro del giudice Mario Sossi e all'assalto al carcere di Casale Monferrato, da cui venne fatto evadere Renato Curcio, suo marito. Il tenente Umberto Rocca, preso in pieno da una bomba a mano, perse un braccio e un occhio, mentre il maresciallo Rosario Cattafi, investito dalle schegge, rimase ferito. D'Alfonso morì in ospedale dopo alcuni giorni di agonia. La medaglia d’oro promessa ai famigliari dall’Arma fu poi declassata ad argento. E fu la madre di un ex partigiano ucciso dai nazifascisti nel ‘44 a portarla simbolicamente sulla bara. 

Il giallo su quel che accadde veramente alla Cascina Spiotta riguarda l’identità dei brigatisti coinvolti. Uno soltanto finora è stato il condannato: l’allora 22enne Massimo Maraschi che in realtà alla Cascina Spiotta, vicino alle colline di Acqui Terme, terra degli scrittori Pavese e Fenoglio, non è mai arrivato perché arrestato il giorno stesso del sequestro. E che pure ha subito la condanna anche per il conflitto a fuoco. Ci sarebbe poi almeno una terza persona, impegnata nella sparatoria insieme alla Cagol nel tentativo di fuggire, e riuscita a far perdere le proprie tracce per quasi 50 anni. Ed è sul brigatista mancante che si arresta il cuore di un mistero o forse di un segreto ben custodito. Che non è l’unico. 

La procura di Torino ritiene di averlo individuato nel milanese Lauro Azzolini che per questo è la seconda persona, insieme con Renato Curcio, considerato ideatore del sequestro Gancia, finita nel nuovo fascicolo. Tuttavia, presto, potrebbero esserci altre sorprese.

Ma torniamo a quel giorno: a rimanere illeso tra i carabinieri fu l’appuntato in borghese Pietro Barberis che insieme al resto dei militari fisserà così la descrizione del fuggitivo: «Esile, vestito elegante, alto un metro e 75 aveva i capelli castani lisci e corti. Quello non era Curcio». Descrizione ripetuta in udienza anche da un altro militare, Rosario Cattafi. Ma va detto che Barberis è colui che affrontò lo sconosciuto nel conflitto a fuoco e a sua volta era alto 1.80. Difficilmente avrebbe potuto sbagliarsi sull’altezza dell’uomo che aveva di fronte.

Lo scorso 20 aprile la procura di Torino, rilevando 11 impronte digitali sul memoriale che Curcio richiese al Br fuggito dalla battaglia, ha indagato Azzolini che è però molto più alto (circa 1,90). D’altro canto, nell’ottobre del 2022, ad avere indicato Azzolini a Il Giornale era stato l’ex alto ufficiale del Sismi Luciano Seno che però in precedenza aveva fatto altri nomi. E va aggiunto che il presunto ruolo di Azzolini spuntava già fuori da un procedimento andato disperso per anni e apertosi contro di lui. Per Azzolini si arrivò ad emettere nel 1987 una sentenza «di non luogo a procedere per non aver commesso il fatto».

Allo stato attuale, se sia davvero lui il fuggitivo rimane un interrogativo aperto. 

A voler far luce su chi fosse veramente presente quella mattina, insieme all’avvocato Sergio Favretto c’è anche Nicola Brigida, legale che da molto tempo segue alcuni familiari delle vittime del caso Moro. Qui Brigida è il legale della figlia dell’appuntato D’Alfonso, Cinzia. Bruno D’Alfonso, l’altro figlio dell’appuntato ucciso, a L’Espresso pronuncia parole chiare adombrando il sospetto che le presenze nel teatro della sparatoria fossero più di quanto si è creduto finora: «In questa storia tutti mentono: carabinieri e Brigate rosse. È come se fosse stato raggiunto un patto. Ho avuto una difficoltà oggettiva all'interno dell'Arma per la mia ricerca della verità».

D’Alfonso ora è giornalista per la cronaca abruzzese de Il Messaggero, ma prima era un maresciallo dei carabinieri e per anni ha cercato di indagare in solitaria. L’Espresso ha tentato di parlare anche con uno dei militari coinvolti nel conflitto a fuoco ancora in vita, l’ufficiale Umberto Rocca, ma sembra non sia stato possibile per motivi di salute.

L’uomo fuggito dalla battaglia alla cascina, dove il 4 giugno era stato condotto dalle Br l’imprenditore Vallarino Gancia, sequestrato a Caselli in provincia di Asti, resta dunque il fantasma che aleggia su questa storia. E non è l’unico perché lo stesso sequestrato Vallarino Gancia, in un verbale di interrogatorio del 6 giugno 1975, mai pubblicato prima, parla di un carceriere con accento calabrese-lucano, soprannominato da lui “il piccolo”.

Diverso dal terzo uomo, il brigatista, alto anche per lui circa 1.75, fuggito dal teatro della sparatoria. Che l’area fosse terreno favorevole per i brigatisti, del resto, è testimoniato dal fatto che a soli cinque chilometri in linea d’aria dalla Spiotta (che a quanto pare i carabinieri tenevano d’occhio da tempo) c’è un altro casolare. Era servito come poligono di tiro, gestito dal superclan di Corrado Simioni confluito poi nella criptica “scuola di lingue” francese, Hyperion, indicata dall’ex pentito delle Br, Michele Galati - esponente di spicco dell’allora colonna veneta - come una sorta di centrale del terrorismo internazionale.

La ricostruzione della fuga del terrorista mancante ha impegnato a lungo la procura di Torino. Che ha anche acquisito un attento lavoro svolto da due giornalisti, Simona Folegnani e Berardo Lupacchini. Nel loro libro “Brigate rosse. L’invisibile: dalla Spiotta a Via Fani” (Falsopiano editore, pagg. 521) hanno pubblicato diversi documenti inediti e nuove ricostruzioni su quel giorno di sangue.

Renato Curcio è entrato nell’inchiesta da indagato nel marzo scorso per il ruolo apicale nella organizzazione e nel sequestro. Ruolo avuto anche da un altro capo delle Br, Mario Moretti, come emerge da un suo libro-intervista. Tuttavia, al momento Moretti non risulta indagato.

Nell’unica sentenza di condanna finora scritta sulla battaglia della Spiotta (1978), c’è un particolare significativo: il terzo uomo, il brigatista mancante, si sarebbe fatto scudo di Mara Cagol lanciando una granata prima di allontanarsi.

Il terzo uomo insomma si sarebbe coperto la fuga sacrificando una compagna più esposta al fuoco dei carabinieri. 

Di sicuro Mara Cagol, che le perizie indicano essere stata colpita da Barberis, oltre alla borsa repertata aveva anche una valigetta 24 ore misteriosamente sparita. La brigatista aveva gestito il sequestro Gancia ma era pure intervenuta in difesa dell’ostaggio quando il terzo uomo fantasma aveva avanzato la possibilità di ucciderlo. A raccontarlo in una intervista rilasciata a L’Espresso nel 1995 è stato lo stesso Gancia che aveva sentito la Cagol dire allo sconosciuto «non c’entra niente», in riferimento al sequestrato. Sapere quindi cosa è accaduto anche a "Mara" dovrebbe essere l'altro nodo da sciogliere.

Nella ricostruzione di quel che accadde, potrebbero essere di aiuto inoltre alcuni documenti dei Servizi, Sid e Sisde.

I giornalisti Folegnani e Lupacchini ne condividono uno, mai entrato nel caso della Spiotta, datato proprio 5 giugno 1975. Si tratta di un appunto sequestrato cinque anni dopo all’allora capo del controspionaggio Gianadelio Maletti. Tra le tante cose, l’ufficiale fa riferimento a una fonte dell’estremismo di destra (Casalini, ovvero la fonte Turco) a proposito della strage di Piazza Fontana (Milano, 12 dicembre 1969). Ma in quell’appunto, c’è un’aggiunta: una riga, stretta tra due note, come notizia da lui avuta in quel momento oppure ricordata all'improvviso, e sottolineata a lato da una riflessione politica. Lì Maletti appunta che il blitz alla Cascina Spiotta era stato anticipato dall’autorità giudiziaria. L’ex caporeparto del Sid, dunque, aveva sentito la necessità di evidenziare che il Nucleo dei carabinieri guidato da Carlo Alberto Dalla Chiesa, era intervenuto anticipando i Servizi i quali evidentemente erano pronti a intervenire. Un'operazione d'intelligence davvero sfumata oppure un corto circuito tra i due corpi? E chi aveva informato gli uomini di Dalla Chiesa?

Come risulta dalle ricerche di Folegnani e Lupacchini, il Sid disponeva di una fonte dell’universo brigatista, denominata “Frillo”, un militante proveniente dall’Autonomia Operaia veneta, fonte poi confluita nelle Br. “Frillo”, come scoperto da Folegnani e Lupacchini, sarebbe Leonio Bozzato, fonte del Sid di Padova. A confermarlo un appunto del Sisde del 1994 conservato presso l’Archivio di Stato di Roma e visionato in esclusiva da L’Espresso: «Positivi risultati furono ottenuti anche a seguito del reclutamento quali fonti di Marco Pisetta e Leonio Bozzato», scrive il Servizio. E Frillo-Bozzato, come emerge da un altro appunto degli 007 di Padova avrebbe reso possibile l’arresto di Renato Curcio e Nadia Mantovani il 18 gennaio 1976. Frillo era la fonte della Spiotta?  Fino a quando continuò a lavorare per il Servizio? Era attivo ancora nel 1978, quando l’offensiva brigatista raggiunse l’apice con l’assassinio del presidente della Democrazia cristiana? Ed era possibile attraverso di lui fermare la strage di via Fani? Un dato certo è che informasse i Servizi sin dal 1971.

Altri interrogativi sono quelli che pone poi Sergio Favretto, l’avvocato che rappresenta Bruno D’Alfonso, il figlio del carabiniere ucciso alla Cascina. Per fugare almeno qualche ombra si chiede a sua volta: «Perché i Servizi non segnalarono ai carabinieri di Dalla Chiesa l’acquisto della cascina Spiotta che Cagol aveva comprato sotto falso nome? Perché non vennero prese le impronte digitali sulle armi utilizzate e lasciate all’interno del covo e sul prato?». Domande che sottendono a un interrogativo di fondo: chi si doveva far scomparire dalla scena della sparatoria, chi andava protetto? Di sicuro aggiunge Favretto, «si potrebbero confrontare le impronte con le banche dati di oggi».

Brigate Rosse, l'ex terrorista Azzolini indagato per la sparatoria alla cascina Spiotta: "Uccise lui il carabiniere D'Alfonso". Federica Cravero su La Repubblica il 20 Aprile 2023

Per i pm di Torino l'ex capo della colonna milanese sarebbe l'uomo misterioso che, durante la liberazione dell'imprenditore sequestrato Vallarino Gancia, fuggì in seguito allo scontro a fuoco che costò la vita anche alla brigatista Mara Cagol

Potrebbe essere l'ex brigatista Lauro Azzolini, che era a capo della colonna milanese delle Br e che poi negli anni si è dissociato, l'uomo misterioso, la cui identità è stata coperta per quasi cinquant'anni, coinvolto nella sparatoria avvenuta a Cascina Spiotta, nell'Alessandrino, dove era tenuto ostaggio l'imprenditore del vino Vittorio Vallarino Gancia. 

I pm torinesi Emilio Gatti e Ciro Santoriello hanno infatti notificato un avviso di garanzia per l'omicidio dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso. Nel conflitto a fuoco del 5 giugno 1975 era rimasta a terra, colpita a morte, anche Mara Cagol, moglie di Renato Curcio.

Se la ricostruzione fosse confermata, l'inchiesta della procura di Torino e della Direzione nazionale antimafia potrebbe riscrivere un nuovo capitolo di storia. Una versione diversa rispetto a quella che era stata scritta anche dalla giustizia dal momento che Azzolini, che ora è difeso dall'avvocato Davide Stancanella, è già stato prosciolto dall'accusa di essere coinvolto nel rapimento e nella sparatoria. Tanto che sarà necessaria l'autorizzazione di un giudice per proseguire con le contestazioni.

«Sentenza scomparsa per un’alluvione»: dopo 48 anni è scontro sull’ex brigatista indagato. Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera l'8 Maggio 2023 

Il sequestro Gancia e l’omicidio del carabiniere nel ’75. Il vecchio proscioglimento di Azzolini non si trova più

Il cold case del terrorismo italiano riaperto dopo quasi mezzo secolo rischia di rimanere senza soluzione per via di una sentenza scomparsa. Probabilmente persa a causa di un’alluvione. 

Ostacolo insuperabile per la difesa e invece ininfluente per l’accusa, che chiede di autorizzare nuove indagini su ciò che avvenne il 5 giugno 1975 alla cascina Spiotta, sulle colline in provincia di Alessandria, dove le Brigate rosse tenevano in ostaggio l’industriale Vallarino Gancia; lì furono sorprese da una pattuglia dei carabinieri, ne nacque un conflitto a fuoco in cui morirono l’appuntato Giovanni D’Alfonso e l’aspirante guerrigliera Margherita Cagol, che con il marito Renato Curcio e pochi altri aveva fondato l’organizzazione armata già responsabile di omicidi e rapimenti, e di lì a tre anni avrebbe sequestrato e ucciso — il 9 maggio 1978 — il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro.

Nella sparatoria della Spiotta furono gravemente feriti il tenente Umberto Rocca e il maresciallo Rosario Cattafi, mentre l’appuntato Pietro Barberis restò illeso. Un altro brigatista riuscì a fuggire, e la sua identità è rimasta sempre sconosciuta. Ci furono un paio di sospettati prosciolti, poi nessuno se ne occupò più sul piano giudiziario. Nei libri di storia sono comparse solo ipotesi che non hanno mai trovato conferma finché adesso, a 48 anni dai fatti, la Procura di Torino ritiene di aver individuato il terrorista misterioso in Lauro Azzolini, già componente del comitato esecutivo delle Br, arrestato a ottobre del ’78, condannato per il caso Moro e altri delitti, dissociato e tornato libero a pena scontata, che a ottobre compirà ottant’anni.

Sulla base di 11 sue impronte digitali individuate dai carabinieri del Ris sul «memoriale» (completo di disegni per illustrare i luoghi e la dinamica) relativo ai fatti della Spiotta che il brigatista superstite redasse all’epoca e consegnato a Curcio, Azzolini è stato iscritto sul registro degli indagati con l’accusa di omicidio, ma c’è un problema: è uno dei brigatisti già inquisiti e prosciolti con una sentenza emessa dal giudice istruttore il 3 novembre 1987. Ora i pubblici ministeri Diana de Martino (della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo), Emilio Gatti e Ciro Santoriello (della Procura di Torino) hanno chiesto di revocarla sulla base degli elementi raccolti con le nuove tecniche investigative, solo che non si trova.

Tutte le ricerche effettuate nel tribunale di Alessandria hanno dato «esito negativo». Come ha scritto lo scorso anno il funzionario addetto alla cancelleria, non si è riusciti a «individuare quanto richiesto attesa la risalenza temporale dei fatti nonché le condizioni dell’archivio del tribunale, a suo tempo danneggiato da eventi alluvionali».

I carabinieri del Ros, spediti a cercare la sentenza scomparsa, sono risaliti a un’unica traccia nel «registro fascicoli processuali», dove sono annotati gli spostamenti del procedimento numero 433/77. Lì è scritto che, su richiesta conforme del pm, Azzolini fu prosciolto «per non aver commesso il fatto» a fine ’87, assieme a un altro ex brigatista nel frattempo deceduto. Ma la sentenza non c’è, né tra le carte messe in salvo dall’alluvione del 1994, né tra quelle trovate ammuffite in un altro deposito.

«È agevole concludere che sia andata distrutta», conclude la Procura che considera irrilevante questo dettaglio. Ma il difensore di Azzolini è di tutt’altro avviso: non si può revocare un atto che non c’è.

«Non potendosi conoscere quali sarebbero state le fonti di prova acquisite in un procedimento conclusosi con provvedimento oggi irrevocabile — sostiene l’avvocato Davide Steccanella nella sua memoria difensiva — risulta impossibile ogni valutazione comparativa con quelle nuove indicate dal richiedente». Il legale ritiene inoltre non decisive le impronte di Azzolini sul «memoriale»: dimostrano che l’ha toccato, non che ne sia l’autore. Secondo la Procura, invece, se si è riusciti a rilevarle a quasi mezzo secolo di distanza è perché quelle tracce erano intrise di sudore, sintomo di uno stato emotivo di agitazione attribuibile soltanto a chi l’ha scritto.

Su questo — ma prima ancora sul peso della sentenza scomparsa — deve decidere oggi a Torino la giudice delle indagini preliminari Anna Mascolo, mentre a Roma, nel palazzo del Quirinale, si celebra il solenne Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo.

Estratto dell'articolo di Francesco Grignetti per la Stampa il 9 maggio 2023.

I brigatisti ci hanno raccontato per 45 anni il falso. La loro versione non regge alla rilettura delle testimonianze e alle prove scientifiche. Il memoriale di Valerio Morucci insomma è quantomeno incompleto, ma a quella sua «verità» si sono appoggiati tutti gli altri a cominciare dal capo Mario Moretti. Sono almeno tre i passaggi eclatanti su cui sappiamo solo di non sapere: la dinamica dell’eccidio di via Fani, la fuga dei brigatisti con Moro prigioniero, e infine l’esecuzione dello statista.

«Dopo quarant’anni non si conosce ancora l’identità di tutti coloro che hanno sparato in via Fani», è l’amara conclusione del giudice Guido Salvini, che ha operato come consulente della Commissione Moro II nella legislatura 2013-18 e poi nella sottocommissione dedicata al caso Moro dell’Antimafia nella legislatura 2018-22, presieduta da Stefania Ascari, M5S. 

Il lavoro di Salvini è alla base di una Relazione approvata dal Parlamento, ma ignorata. A leggerla c’è da fare un salto sulla sedia. Di certo non hanno sparato soltanto i quattro avieri di cui è pacifica la presenza. I brigatisti, per dire, hanno affibbiato a Franco Bonisoli quasi tutto il lavoro sporco nell’eccidio, ma è evidente che i conti non tornano.  

(...) A lui solo sarebbero riferibili i 49 colpi repertati nella parte alta di via Fani, più 4 colpi sparati con la Beretta. In tutto ben 53 colpi, più della metà di quelli accertati complessivamente in via Fani. 

Un mitra sicuramente sparò più di tutti, ma non era quello di Bonisoli. 

(...)

«Viene da chiedersi - ragiona il consulente - perché i due capi brigatisti “falsifichino”, in sintonia tra loro, il comportamento di Bonisoli, e perché vogliano far credere che Bonisoli abbia ucciso Iozzino con la sua pistola calibro 7.65».

Per non dire dei due brigatisti sconosciuti a bordo della famosa moto Honda (anche se uno di essi potrebbe essere stato l’assassino di Zizzi). Sul mistero della moto Honda sono decenni che ci si accapiglia. Ci sono almeno cinque testimoni che hanno parlato della moto e di due persone a bordo. 

Uno di essi, Luca Moschini, era giovanissimo, passò per via Fani e si fermò alle strisce per far passare due brigatisti travestiti. L’hanno risentito di nuovo nel 2022 e ha precisato: «Dato che i primi due avieri (i due che attraversavano sulle strisce) stavano andando verso gli altri sul marciapiede, ho avuto come l’impressione di un gruppo che si stava riunendo, come se dovessero andare all’aeroporto o qualcosa di simile. Inoltre sempre mentre transitavo, ho notato nella parte davanti al bar Olivetti che dà su via Stresa una motocicletta ferma sul suo cavalletto con al posto di guida un altro giovane vestito da aviere come gli altri».

La testimone Eufemia Evadini raccontò subito che lei aveva visto sette o forse otto soggetti sparare sul lato sinistro. Antonio Buttazzo, un ex poliziotto della Squadra Mobile che passava di lì e si gettò coraggiosamente all’inseguimento dell’auto con Moro dentro, ha raccontato che lui vide salire sulla Fiat 132 quattro brigatisti con Moro al centro e li descrisse uno per uno. I brigatisti dicono invece di essere stati in tre in quell’auto.

I brigatisti, insomma, hanno cercato di nascondere la verità. Si prenda Lauro Azzolini, il milanese. Di lui si è parlato recentemente perché la procura di Torino lo ha appena indagato per l’uccisione dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, alla cascina Spiotta, durante la liberazione dell’imprenditore Vittorio Vallarino Gancia. Ebbene, tutti ne negavano la presenza a via Fani finché arrivò il pentito Patrizio Peci. Un altro pentito, Alfredo Bonavita, raccontò che Azzolini, prima dell’azione era così agitato che si fermò «a bere un cognacchino». E Mario Moretti nel suo libro-intervista lo elencò tra gli «avieri». 

(...)

Ce n’è abbastanza per rendersi conto che la verità ancora latita. Non torna nemmeno l’epilogo di questa tragedia. I brigatisti sostengono di avere assassinato Aldo Moro nel garage di via Montalcini, dopo averlo fatto entrare nel portabagagli della R4 rossa. Le ultime relazioni, quella balistica e quella medico-legale, basate sull’esame dei reperti dei colpi che hanno raggiunto Moro, sull’esame autoptico e dei vestiti e sulle tracce che provengono dalla Renault, conducono a risultati diversi e agghiaccianti: l’onorevole sarebbe stato colpito prima da un maggior numero di colpi, mentre si trovava in piedi o a cavalcioni del pianale posteriore della vettura e soltanto in seguito da altri colpi, quand’era nel bagagliaio, in tempi e forse in luoghi diversi. E non in quel garage così angusto. Probabilmente accadde in un locale nel centro storico da dove poi i brigatisti raggiunsero facilmente via Caetani per far ritrovare il corpo del prigioniero.

Estratto dell'articolo di Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera” il 9 maggio 2023. 

Il cold case del terrorismo italiano riaperto dopo quasi mezzo secolo rischia di rimanere senza soluzione per via di una sentenza scomparsa. Probabilmente persa a causa di un’alluvione. 

Ostacolo insuperabile per la difesa e invece ininfluente per l’accusa, che chiede di autorizzare nuove indagini su ciò che avvenne il 5 giugno 1975 alla cascina Spiotta, sulle colline in provincia di Alessandria, dove le Brigate rosse tenevano in ostaggio l’industriale Vallarino Gancia; lì furono sorprese da una pattuglia dei carabinieri, ne nacque un conflitto a fuoco in cui morirono l’appuntato Giovanni D’Alfonso e l’aspirante guerrigliera Margherita Cagol, che con il marito Renato Curcio e pochi altri aveva fondato l’organizzazione armata già responsabile di omicidi e rapimenti, e di lì a tre anni avrebbe sequestrato e ucciso — il 9 maggio 1978 — il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro.

Nella sparatoria della Spiotta furono gravemente feriti il tenente Umberto Rocca e il maresciallo Rosario Cattafi, mentre l’appuntato Pietro Barberis restò illeso. Un altro brigatista riuscì a fuggire, e la sua identità è rimasta sempre sconosciuta. Ci furono un paio di sospettati prosciolti, poi nessuno se ne occupò più sul piano giudiziario. Nei libri di storia sono comparse solo ipotesi che non hanno mai trovato conferma finché adesso, a 48 anni dai fatti, la Procura di Torino ritiene di aver individuato il terrorista misterioso in Lauro Azzolini, già componente del comitato esecutivo delle Br, arrestato a ottobre del ’78, condannato per il caso Moro e altri delitti, dissociato e tornato libero a pena scontata, che a ottobre compirà ottant’anni. 

Sulla base di 11 sue impronte digitali individuate dai carabinieri del Ris sul «memoriale» (completo di disegni per illustrare i luoghi e la dinamica) relativo ai fatti della Spiotta che il brigatista superstite redasse all’epoca e consegnato a Curcio, Azzolini è stato iscritto sul registro degli indagati con l’accusa di omicidio, ma c’è un problema: è uno dei brigatisti già inquisiti e prosciolti con una sentenza emessa dal giudice istruttore il 3 novembre 1987. Ora i pubblici ministeri Diana de Martino (della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo), Emilio Gatti e Ciro Santoriello (della Procura di Torino) hanno chiesto di revocarla sulla base degli elementi raccolti con le nuove tecniche investigative, solo che non si trova. 

Tutte le ricerche effettuate nel tribunale di Alessandria hanno dato «esito negativo».

Come ha scritto lo scorso anno il funzionario addetto alla cancelleria, non si è riusciti a «individuare quanto richiesto attesa la risalenza temporale dei fatti nonché le condizioni dell’archivio del tribunale, a suo tempo danneggiato da eventi alluvionali». 

I carabinieri del Ros, spediti a cercare la sentenza scomparsa, sono risaliti a un’unica traccia nel «registro fascicoli processuali», dove sono annotati gli spostamenti del procedimento numero 433/77. Lì è scritto che, su richiesta conforme del pm, Azzolini fu prosciolto «per non aver commesso il fatto» a fine ’87, assieme a un altro ex brigatista nel frattempo deceduto. Ma la sentenza non c’è, né tra le carte messe in salvo dall’alluvione del 1994, né tra quelle trovate ammuffite in un altro deposito

(...)

Renato Curcio interrogato sull'omicidio D'Alfonso. Contestata la frase: «Rompete l'accerchiamento sparando». Il Corriere della Sera il 25 Febbraio 2023.

L'indagine riguarda la sparatoria alla cascina Spiotta e la morte del carabiniere. Spunta un opuscolo scritto nel '75. L'ex fondatore delle Br: dovete anche chiarire le circostanze della morte di mia moglie, Mara Cagol

Renato Curcio ha risposto a tutte le domande negando il suo coinvolgimento nell'omicidio del carabiniere Giovanni D'Alfonso, e ha anche chiesto agli inquirenti di chiarire le circostanze della morte della moglie. Questo, secondo quanto si è appreso, è stato l'atteggiamento del fondatore delle Br Renato Curcio nel corso dell'interrogatorio che ha sostenuto, nella veste di indagato, davanti a un pm della procura di Torino e ad alcuni ufficiali di carabinieri del Ros. 

L'indagine riguarda la sparatoria alla cascina Spiotta, nell'Alessandrino, in cui il 5 giugno 1975 morirono la moglie di Curcio, Mara Cagol, e l'appuntato dei carabinieri Giovanni D'Alfonso.

Il caso è stato riaperto per accertare l'identità di un secondo brigatista presente sul luogo, che riuscì a fuggire. Curcio però ha anche fatto riferimento all'esito dei risultati dell'autopsia sulla donna, da cui risulta che sia stata trafitta da un proiettile sotto l'ascella: elemento che dimostrerebbe secondo Curcio come in quel momento si fosse già arresa e avesse le mani alzate. Gli inquirenti, sempre secondo quanto si apprende, avrebbero replicato che non trascureranno nessun aspetto della vicenda.

L'opuscolo

Ci sono delle espressioni contenute in un opuscolo propagandistico sequestrato nell'ottobre del 1975 nella contestazione mossa dalla procura di Torino a Renato Curcio, uno dei fondatori delle Br, nell'inchiesta sulla sparatoria alla Cascina Spiotta. Curcio è indagato per concorso nell'omicidio dell'appuntato dei carabinieri Giovanni D'Alfonso, ma nel corso del suo interrogatorio ha negato qualsiasi coinvolgimento nell'episodio. L'opuscolo, secondo quanto si apprende, è intitolato «Lotta armata per il comunismo». 

In particolare gli investigatori si sono interessati a un paio di indicazioni ai militanti: «Se il nemico vi avvista, sganciatevi» e se questo non è possibile «rompete l'accerchiamento sparando». 

L'avvocato: «Indagine anomala»

«Una anomalia assoluta» secondo l'avvocato Vainer Burani, il legale di Curcio, che così commenta l'iscrizione del suo assistito nel registro degli indagati da parte della procura di Torino. Curcio, secondo quanto si apprende, era stato convocato come testimone assistito ma a pochi giorni dall'interrogatorio è diventato indagato per concorso nell'omicidio del militare. 

Altri ex brigatisti sono stati interrogati come persone informate sui fatti o testimoni assistiti. «Naturalmente - commenta Burani - non è sbagliato cercare di chiarire cosa successe allora. Ma a distanza di 48 anni un'indagine è problematica di per sé, e questo mi sembra il modo peggiore di ricostruire una vicenda così lontana nel tempo. Attribuire a Curcio un ruolo diretto o indiretto su queste basi è una forzatura priva di logica giuridica».

Il sequestro Gancia

A Curcio la procura attribuisce un 'ruolo apicale' nelle Brigate Rosse e, quindi, di avere deciso e organizzato il sequestro dell'imprenditore piemontese Vittorio Vallarino Gancia, rinchiuso alla Cascina Spiotta dove il 5 giugno 1975 avvenne lo scontro a fuoco. Curcio però ha ricordato che nei mesi precedenti, a seguito della sua evasione dal carcere di Casale Monferrato del 18 febbraio 1975, viveva nascosto e aveva pochissimi contatti con l'esterno.

Estratto dell’articolo di Berardo Lupacchini e Cristiana Mangani per “Il Messaggero” il 25 febbraio 2023.

È tornato davanti ai magistrati Renato Curcio, l’ideologo delle Brigate Rosse, da anni fuori dal carcere e nella nuova vita da editore della cooperativa editoriale e sociale "Sensibili alle foglie". È stato interrogato da due procure, Roma e Torino, perché indagato per il concorso in omicidio del carabiniere Giovanni D'Alfonso, 45 anni, padre di tre bambini, ucciso durante il blitz che ha portato alla liberazione di Vittorio Vallarino Gancia, il 5 giugno 1975 vicino ad Acqui Terme.

È stato Curcio a pianificare il rapimento del re delle bollicine, chiedendo un miliardo di lire come riscatto per la liberazione. E lo ha fatto con la moglie Mara Cagol, che è stata uccisa durante il conflitto a fuoco con i carabinieri, e con Mario Moretti. Ma sul sequestro sono tante le ombre rimaste: a cominciare da un terrorista, il cui nome è rimasto misterioso.

 L'ex brigatista è stato ascoltato dai magistrati che conducono nuove indagini dopo l'esposto presentato dal figlio della vittima, Bruno D'Alfonso, e dai suoi avvocati, Sergio Favretto e Nicola Brigida. La decisione è arrivata dopo la pubblicazione di alcuni libri sulla vicenda, compreso quello autobiografico scritto da Curcio che si chiama "A viso aperto", e arrivato dopo aver scontato la pena di 21 anni di carcere.

Racconta lui stesso di aver deciso e organizzato il rapimento proprio con Moretti e Cagol, ma si chiama fuori dall'azione operativa. […] Ma in un saggio, viene collocato sulla scena Moretti insieme con Cagol. E secondo alcuni elementi raccolti sarebbe riuscito a fuggire. A conferma di questa tesi c'è una relazione scritta sul conflitto a fuoco, trovata a casa di Curcio a Milano quando è stato arrestato il 18 gennaio 1976, insieme con Nadia Mantovani.

 […] L'ex capo brigatista, oggi 81enne, durante l'interrogatorio a Roma ha consegnato una memoria scritta per dirsi estraneo alla sequestro. È stato accompagnato dal suo avvocato, Vainer Burani, che segue nella stessa inchiesta altri brigatisti, sentiti anche loro ma come persone informate sui fatti: Franco Bonisoli, Attilio Casaletti e Loris Paroli.

[…] Le indagini riaperte dalla procura anti terrorismo di Torino, coordinata da Emidio Gatti, mirano comunque a far luce sull'identità del brigatista fuggito dalla cascina Spiotta dove Gancia è rimasto segregato per meno di 24 ore. L'indiziato numero 1 è Mario Moretti.

 È stato Enrico Fenzi, arrestato con lui nel 1981 dopo nove anni di latitanza, a parlare per la prima volta davanti alla Commissione parlamentare su Aldo Moro come del br scappato in maniera rocambolesca. «Il risentimento del nucleo storico già incarcerato e cioè Curcio, Franceschini e Semeria, nasceva nei confronti di Moretti soprattutto, e non solo da quella sua fuga», ha dichiarato Fenzi, che si è pentito nel 1982.

[…] Oggi Curcio, pur non essendosi mai dissociato, ha dichiarato la fine della lotta delle br e ha criticato alcune delle sue scelte. Nel 1998 è stato scarcerato con quattro anni di anticipo, dopo quattro anni di semilibertà. Da allora è tornato all'attività di saggista nella cooperativa editoriale e sociale "Sensibili alle foglie", da lui fondata. Si occupa di tematiche legate alla disabilità, alle carceri e ai manicomi, oltre che di studi sulle nuove forme di controllo sociale nella società di massa.

Renato Curcio indagato, Br senza vergogna: “Chi ha ammazzato mia moglie?” Libero Quotidiano il 25 febbraio 2023

Renato Curcio, uno dei fondatori delle Brigate Rosse, è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Torino per i fatti avvenuti il 5 giugno 1975 alla cascina Spiotta di Arzello, in provincia di Alessandria. In quella circostanza si verificò una sparatoria durante la liberazione dell'imprenditore Vittorio Vallarino Gancia, che era stato sequestrato dai brigatisti: persero la vita la moglie di Curcio, Mara Cagol, e l'appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso. 

Ho fatto presente ai magistrati che mi hanno interrogato - si legge nella nota diffusa dal legale di Curcio - consegnando loro anche una memoria scritta, la mia totale estraneità sia alla decisione di effettuare il sequestro di Vallarino Gancia, sia a tutto ciò che lo ha riguardato". Il caso è stato riaperto nel 2022, dopo un esposto presentato dal figlio del carabiniere Bruno D'Alfonso, con i magistrati che cercano di risalire di un brigatista mai identificato, che quel giorno era presente e riuscì a dileguarsi tra i boschi. Per Curcio la procura ipotizza il concorso nell'omicidio D'Alfonso. 

"Poiché sono comparse sulla stampa curiose ricostruzioni accusatorie - aggiunge Curcio - faccio anche presente che, come ho detto ai magistrati, 47 anni dopo quei fatti non ho ancora saputo chi in quel giorno ha ucciso Margherita Cagol Curcio mentre era disarmata e con le braccia alzate come ha inoppugnabilmente dimostrato l’autopsia. L'esperienza delle Brigate Rosse si è conclusa con una dichiarazione pubblica, anche mia, nel 1987 e poiché negli anni di quell'esperienza ho collezionato in silenzio un record di concorsi morali anomali scontati interamente come le altre pene inflitte faccio presente che mi difenderò da questa ulteriore e incomprensibile aggressione".

Estratto dell’articolo di Gianni Oliva per “La Stampa” il 27 febbraio 2023.

Il 4 giugno 1975 un nucleo della colonna torinese br sequestra l'imprenditore Vittorio Vallarino Gancia: il giorno successivo una pattuglia di carabinieri giunge nel cortile della cascina Spiotta D'Arzello, vicino ad Acqui Terme, senza sapere che è il luogo dove l'imprenditore è tenuto prigioniero.

 I due terroristi che fanno da guardiani, Margherita Cagol, e un uomo rimasto sconosciuto, sentendosi scoperti tentano una sortita sparando e lanciando una bomba a mano: i carabinieri rispondono al fuoco in uno scambio concitato durante il quale muoiono l'appuntato Giovanni D’Alfonso e la brigatista Cagol, mentre il capo pattuglia tenente Umberto Rocca perde un occhio e un braccio. Il secondo terrorista riesce invece a dileguarsi.

Qui finisce la versione ufficiale e iniziano i dubbi. Chi era il secondo terrorista? Lo stesso Renato Curcio, che della Cagol era marito e che con lei aveva fondato le br? Oppure qualche esponente di quelle «seconde file» del terrorismo che di lì a poco, dopo l'arresto dei capi storici, avrebbero assunto la direzione del movimento «alzando il livello dello scontro» e passando dai sequestri alle uccisioni? E la Cagol è morta nello scontro oppure è stata freddata quando era a terra ferita o addirittura arresa con le mani alzate?

 […] La riapertura delle indagini e la lunga memoria dello stesso Curcio sono però la spia di un passato archiviato con troppa fretta e che, drammaticamente, sta tornando di attualità tutto insieme.

Le turbolenze violente degli anarchici resuscitati all'attivismo dal caso Cospito; l'aggressione squadristica agli studenti di Firenze; ora la vicenda della cascina Spiotta. Gli Anni Settanta del piombo rosso e del tritolo nero sembrano riemergere da un silenzio che era assai più rimozione che superamento.

 […] Ma non sottovalutiamo, perché le derive della storia procedono sempre da segnali non percepiti. Gli squadristi vanno chiamati con il loro nome e condannati, allo stesso modo degli anarchici e delle loro violenze. E Renato Curcio può legittimamente chiedere ragione di quanto accaduto alla cascina Spiotta: ma se vuole essere credibile non finga di ignorare chi era l'altro terrorista e ne faccia il nome.

L'inchiesta che dura da 50 anni. Renato Curcio chiede la verità per la morte di Mara Cagol, giustiziata a sangue freddo alla cascina Spiotta. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 28 Febbraio 2023

Sarà stato per quel gruppo musicale che si chiamava “P 38-La Gang” che pareva inneggiare alle Brigate rosse, che aveva dedicato un brano alla Renault rossa in cui fu trovato il corpo di Aldo Moro, e che diffondeva magliette con il nome del capo Br Renato Curcio. O sarà anche stato il fatto che certi lutti non passano mai, quando hai subito la tragedia da bambino e poi devi spiegarla ai tuoi figli, nella speranza che possano capire, loro millennial, che cosa sono stati gli anni settanta del novecento.

Fatto sta che Bruno D’Alfonso, ex carabiniere andato in pensione giovanissimo come molti suoi colleghi, e figlio di quell’appuntato Giovanni che il riposo dal lavoro non fece in tempo a sognarlo perché lo ammazzarono a 45 anni, l’anno scorso di esposti alla magistratura ne ha presentati due. Uno nei confronti del gruppo musicale, che nel frattempo comunque si è sciolto. Il secondo è ben più impegnativo e costringe alla memoria del tempo in cui Bruno D’Alfonso era un bambino e in Italia c’era il terrorismo che lo ha privato del padre.

Così, per via di quel secondo esposto, a dolore si somma dolore. Anche perché non c’è un pubblico ministero che abbia la forza di dire che non esiste giustizia a cinquant’anni dai fatti, e poi agire di conseguenza, cioè lasciar perdere anche l’esposto di un figlio che vuol sapere anche l’ultimo nome di coloro che erano presenti all’omicidio di suo padre. Se non lo ha saputo nel corso di cinquant’anni, non sarà certo quel nome a dare soddisfazione al suo bisogno di giustizia. Né crediamo possa dare piacere il fatto che Renato Curcio, ex capo delle Br, un signore anziano di 81 anni sconosciuto ai più, tranne forse tra i giovani, a quei quattro che avevano costituito il gruppo che inneggiava alla P 38, sia oggi indagato addirittura per concorso in omicidio.

La preistoria di 48 anni fa segnala le prime attività delle Brigate Rosse, quelle di cui Renato Curcio fu fondatore e capo e il giorno tragico che porta la data del 5 giugno 1975. Il giorno precedente il nucleo torinese delle Br aveva realizzato il sequestro-lampo dell’amministratore delegato di una importante azienda di spumanti, Vittorio Vallarino Gancia. L’intenzione era di chiedere un miliardo di lire per il riscatto e di finanziare l’attività del gruppo terroristico. Che evidentemente, per lo meno all’inizio, non aveva ancora sviluppato le capacità di azione e mimesi che mostrerà solo tre anni dopo con il sequestro del presidente della Dc Aldo Moro e l’uccisione della scorta in via Fani a Roma. Fatto sta che il luogo della prigionia di Vallarino Gancia fu individuato ventiquattro ore dopo il rapimento, alla cascina Spiotta nell’alessandrino.

L’irruzione fu fulminea, il sequestrato fu liberato e nello scontro tra terroristi e forze dell’ordine furono uccisi l’appuntato D’Alfonso e Margherita Cagol, moglie del capo Br Renato Curcio. Un altro carabiniere rimase ferito e un terrorista riuscì a scappare e non sarà mai individuato. Qualcuno dice che potesse essere Mario Moretti, colui che dopo l’arresto di Curcio, avvenuto un anno dopo, divenne il numero uno delle Br e organizzò il rapimento e l’uccisione di Moro. Ma non si sa. Ora i magistrati vogliono sapere da Curcio quel nome, e per cavarglielo di bocca lo imputano di “concorso” nell’omicidio dell’appuntato.

Si mobilita persino la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. A questo punto si risveglia però anche lo spirito battagliero dell’ottantunenne Renato Curcio, a chiedere pure lui giustizia. Per sua moglie Margherita, che era una terrorista, ma che fu probabilmente, così si intuì allora sulla base dei risultati dell’autopsia, uccisa a freddo mentre si era arresa e stava con le braccia alzate. E quindi? Signor Bruno D’Esposito è così sicuro di voler riaprire il caso cinquant’anni dopo?

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Interrogato il fondatore delle Br. Renato Curcio indagato 48 anni dopo la sparatoria di cascina Spiotta, l’inchiesta basata su un opuscolo…Carmine Di Niro su Il riformista il 25 Febbraio 2023

A quasi mezzo secolo dai tragici fatti di cascina Spiotta, nell’Alessandrino, dove nel 1975 morirono in uno scontro a fuoco Mara Cagol, e un appuntato dei carabinieri, Giovanni D’Alfonso, il nome di Renato Curcio, uno dei fondatori delle Brigate Rosse e marito della stessa Cagol, è stato inserito nel registro degli indagati dalla procura di Torino.

La notizia, anticipata oggi dalla Gazzetta di Reggio e dal Messaggero, è stata confermata all’Ansa da ambienti investigativi. Curcio è stato interrogato a Roma alla presenza del suo avvocato difensore Vainer Burani. Le indagini, svolte dai carabinieri del Ros, sono state aperte dopo un esposto di Bruno D’Alfonso, figlio del militare ucciso.

Curcio, secondo quanto appreso dall’agenzia stampa, ha risposto a tutte le domande dei magistrati e ha negato il suo coinvolgimento nell’omicidio del carabiniere Giovanni D’Alfonso. Curcio, secondo quanto si apprende, era stato convocato come testimone assistito ma a pochi giorni dall’interrogatorio è diventato indagato per concorso nell’omicidio dell’appuntato.

Non solo: il fondatore delle Brigate Rosse ha anche chiesto agli inquirenti di chiarire le circostanze della morte della moglie, che in quel periodo era latitante dopo l’evasione dal carcere di Casale Monferrato.

In occasione della sparatoria alla cascina Spiotta, avvenuta il 5 giugno 1975, morirono appunto Cagol e il carabiniere Giovanni D’Alfonso. Un’altro carabiniere rimase ferito nello sconto a fuoco e un brigatista riuscì a sfuggire.

Nella cascina i brigatisti tenevano in ostaggio l’imprenditore piemontese Vittorio Vallarino Gancia, catturato il 4 giugno dia un commando delle Br. Il caso è stato riaperto dopo un esposto di Bruno D’Alfonso proprio per accertare l’identità del secondo brigatista sul posto.

Indagini, quelle di Procura e carabinieri del Ros, fondate anche sull’ascolto di numerosi ex brigatisti, tra cui Alberto Franceschini, che con Curcio e Mara Cagol è stato tra i fondatori delle Br.

Curcio nel suo interrogatorio ha fatto riferimento in particolare all’autopsia della moglie, da cui risulta che sia stata trafitta da un proiettile sotto l’ascella: elemento che dimostrerebbe secondo Curcio come in quel momento si fosse già arresa e avesse le mani alzate.

Le accuse invece nei confronti dell’ex fondatore delle Br, indagato per concorso nell’omicidio del carabiniere D’Alfonso, farebbero riferimento a delle espressioni contenute in un opuscolo propagandistico sequestrato nell’ottobre del 1975.

L’opuscolo, secondo quanto scrive l’Ansa, è intitolato ‘Lotta armata per il comunismo’. In particolare gli investigatori si sono interessati a un paio di indicazioni ai militanti: “se il nemico vi avvista, sganciatevi” e se questo non è possibile “rompete l’accerchiamento sparando“.

A Curcio la procura attribuisce un ‘ruolo apicale’ nelle Brigate Rosse e, quindi, di avere deciso e organizzato il sequestro di Vittorio Vallarino Gancia. Curcio però ha ricordato che nei mesi precedenti, a seguito della sua evasione dal carcere di Casale Monferrato del 18 febbraio 1975, viveva nascosto e aveva pochissimi contatti con l’esterno.

Di diverso avviso il legale di Curcio, l’avvocato Vainer Burani, che parla delle nuove indagini come di “una anomalia assoluta”. Naturalmente – aggiunge Burani – non è sbagliato cercare di chiarire cosa successe allora. Ma a distanza di 48 anni un’indagine è problematica di per sé, e questo mi sembra il modo peggiore di ricostruire una vicenda così lontana nel tempo. Attribuire a Curcio un ruolo diretto o indiretto su queste basi è una forzatura priva di logica giuridica“.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Mario Moretti.

Da ansa.it l’11 Febbraio 2023.

Un nuovo capitolo della sua vita lo ha portato a Brescia dove Mario Moretti, figura di spicco delle Brigate Rosse e responsabile del sequestro e dell'omicidio di Aldo Moro, vive da qualche tempo.

 Condannato a sei ergastoli, in semilibertà dal 1997, secondo atti che il Giornale di Brescia ha reso pubblici, l'ex Br ha trascorso Capodanno e i primi giorni di gennaio in un appartamento che ha eletto a domicilio in città. Sul citofono di un appartamento in una vecchia palazzina c'è ancora scritto il suo nome, fondamentale per le forze dell'ordine che tra le 22 e le sette del mattino, quando aveva l'obbligo di stare in casa, andavano a controllare che il detenuto fosse realmente presente.

Moretti, 77 anni, risulta associato al carcere di Verziano e dal 4 gennaio deve rispettare le prescrizioni firmate dal Dap sulla base del piano di trattamento approvato dal magistrato di sorveglianza di Brescia il 23 dicembre scorso. Moretti esce dal carcere al mattino per far rientro non dopo le 22, può muoversi con un'auto che è intestata alla compagna e "ha libertà di movimento nella provincia di Brescia, possibilità di recarsi nel comune di Milano per le esigenze lavorative o per far visita ai familiari".

Da inizio anno l'ex brigatista, mai pentito e mai dissociato dalla lotta armata e che nel 1993 ha dichiarato di essere stato l'esecutore materiale dell'omicidio del presidente della Dc, svolge attività di volontariato per un'associazione bresciana in modalità smart working presso la propria casa per tre giorni alla settimana, mentre per altri due è autorizzato a recarsi nella sede di una Rsa della città. Anche in questo caso il suo è lavoro di ufficio. Ha il divieto di percepire denaro per le attività che svolge come volontario e nemmeno può interrompere il percorso. E sempre come socio volontario collabora in maniera occasionale con una cooperativa di Milano e fornisce assistenza informatica a uno studio legale anche in questo caso di Milano.

Prima di Moretti a Brescia in passato aveva provato a ripartire anche l'ex boss del Brenta Felice Maniero. Con una nuova identità era andato a vivere in un quartiere a nord della città con la figlia e la storica compagna e aveva pure avviato un'azienda che si occupava di depurazione delle acque, realtà poi fallita. L'esperienza bresciana di Maniero è terminata a ottobre 2019 quando è stato arrestato per maltrattamenti sulla compagna. Che gli sono costati una condanna a quattro anni di reclusione.

La nuova vita di Mario Moretti: dall'esecuzione di Aldo Moro al volontariato in una Rsa di Brescia. A cura della redazione Cronaca su La Repubblica il 10 Febbraio 2023.

Dal 4 gennaio lavora (gratuitamente) per un’associazione bresciana in modalità smart working e per due giorni raggiunge una Residenza sanitaria assistenziale

Si era preso sei ergastoli Mario Moretti, l'uomo che quando faceva parte delle Brigate Rosse ammise di essere stato l'esecutore materiale dell'uccisione di Aldo Moro. Sono passati 45 anni, e adesso Moretti si trova a Brescia, e sconta fin dal 1997 la sua pena in un regime di semilibertà. Con permessi premio, licenze straordinarie, periodi fuori dalle mura carcerarie anche di notte.

Il carcere che lo ospita dal 23 dicembre scorso è quello di Verziano. Dalla fine del 2022 vive, come scrive il Giornale di Brescia in un appartamento dove c'è il suo nome scritto sul citofono con un pennarello. Deve rimanere in casa dalle 22 alle 7 del giorno successivo.

Dal 4 gennaio svolge attività di volontariato per un’associazione bresciana in modalità smart working: Moretti, 77 anni compiuti il 16 gennaio scorso, lavora dal nuovo domicilio bresciano e per due giorni alla settimana può recarsi negli uffici di una Rsa. Il volontariato l'aveva occupato già a Milano: anche in questo caso può stare fuori dalle 8 alle 22. E nel weekend può lasciare più tardi il carcere. Guidando l'auto della sua compagna.

Il capo delle Br in smart working. La vita semi-libera di Moretti. Il fondatore delle Br che rapì e uccise Aldo Moro è stato trasferito dal carcere di Opera. Luca Fazzo l’11 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Una notizia che riappare dalle brume degli anni Ottanta, che parla di un uomo ormai quasi vecchio che è stato un simbolo della stagione di piombo vissuta dal Paese: e costringe un po' a meditare sulla risposta giudiziaria e politica che gli è stata data.

L'uomo si chiama Mario Moretti, ha appena compiuto settantasette anni, ed è stato uno dei fondatori delle Brigate Rosse: per anni imprendibile, il leader indiscusso che diresse il sequestro di Aldo Moro, condusse l'interrogatorio del presidente della Democrazia cristiana e lo uccise il 9 maggio 1978, dopo cinquantacinque giorni nella «prigione del popolo». La notizia appare ieri sul Giornale di Brescia e racconta la «nuova vita» di Moretti, che ha trascorso il Capodanno e qualche festa a casa, vicino Brescia, su autorizzazione del tribunale di Sorveglianza; che collabora, un po' in presenza e un po'da remoto, con una associazione di volontariato. La vita ordinaria di un anziano con alle spalle un passato non ordinario.

In realtà, nella vita quotidiana di Moretti è cambiato poco. Unica differenza, il carcere dove rientra ogni sera: non più quello di Opera, il grande e duro istituto alle porte di Milano dove è rimasto per decenni, ma che ora era diventato problematico. Il reparto dei semiliberi a Opera è affollato, le «stanze di pernotto», come il lessico ufficiale chiama le celle, ospitano anche cinque o sei persone, e dal punto di vista sanitario per Moretti - che risente dell'età e della inevitabile fragilità di una lunga carcerazione - non era più adeguato. Così il capo delle Br ha chiesto e ottenuto di essere trasferito a Verziano, il carcere bresciano, più piccolo e con un reparto destinato ai semiliberi più accogliente.

Per il resto, Moretti resta in quella sorta di limbo che è la semilibertà: non più davvero detenuto, ma neanche arrivato al «fine pena». Per lui, d'altronde, il «fine pena» non arriverà mai, perchè è gravato da una serie di ergastoli. A ottenere la semilibertà, nell'ormai lontano 1997, arrivò dopo avere dichiarato pubblicamente, insieme ad altri del gruppo fondatore, di considerare chiusa l'esperienza delle Brigate Rosse, e disconoscendo di fatto i nuclei che allora e negli anni successivi si erano impadroniti della sigla commettendo nuovi delitti. Ma non si è mai neppure pentito nè dissociato, come avrebbe potuto fare acquisendo i benefici carcerari. E a chi periodicamente lo invitava a parlare degli aspetti ancora oscuri della storia delle Br ha sempre fatto sapere che non c'è più niente da dire: dietro le Br c'erano solo le Br.

Del nucleo storico restano in carcere, semiliberi come Moretti, poche unità. Alcuni sono morti, come Prospero Gallinari, che prima di andarsene scrisse un libro illuminante sulla sua storia di brigatista; altri sono da tempo del tutto liberi, come Alberto Franceschini che fu tra i primi a dissociarsi, o come Renato Curcio che non avendo condanne all'ergastolo è fuori ormai da un quarto di secolo. In carcere davvero restano in pochi: gli irriducibili delle nuove Br, o qualcuno della colonna milanese Walter Alasia come Nicola De Maria, che continua a lanciare proclami.

Lui, Moretti, di proclami ha smesso da tempo di lanciarne. É in carcere, in un modo o nell'altro, da quarantun anni. Chissà se la cosa ha senso.

I Vuoti.

Stragi di Ustica e Bologna: nelle carte segrete del Sismi spunta il nome del terrorista Carlos. Gian Paolo Pelizzaro e Gabriele Paradisi e Andrea Soglio su Panorama il 29 Marzo 2023

Esiste un nuovo, possibile collegamento tra il terrorista Carlos e le due misteriose stragi di Ustica e di Bologna. Il legame emerge da un vecchio documento dei servizi segreti militari italiani, fin qui classificato «segretissimo». Si tratta di un appunto, datato lunedì 14 aprile 1980, nel quale il Sismi riferì al presidente del Consiglio, Francesco Cossiga, e ai ministri della Difesa e della Giustizia, rispettivamente Lelio Lagorio e Tommaso Morlino, nonché al segretario generale del Cesis, il prefetto Walter Pelosi, l’allarmante notizia secondo cui elementi estremisti del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), l’organizzazione terroristica guidata da George Habbash, avevano preso contatti con il terrorista venezuelano Carlos, nome di battaglia di Ilich Ramírez Sánchez, conosciuto internazionalmente anche come «lo Sciacallo».

Il Sismi, cioè il nostro servizio segreto militare di allora, segnalava la presenza di Carlos a Beirut. E riteneva possibile «un’iniziativa contro l’Italia», cioè un attentato come ritorsione per il mancato rispetto degli accordi del cosiddetto Lodo Moro. L’iniziativa avrebbe potuto essere «affidata ad elementi autonomi o non palestinesi e probabilmente europei, allo scopo di non creare difficoltà all’azione politico diplomatica di Arafat per il riconoscimento dell’Olp (cioè l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, ndr)». L’allarme del Sismi su Carlos a Beirut e sui suoi allarmanti rapporti con i palestinesi arriva a Roma esattamente 74 giorni prima del disastro del Dc9 Itavia, che intorno alle 21 del 27 giugno 1980 sarebbe precipitato con 81 persone a bordo nel Tirreno meridionale, tra le isole di Ponza e di Ustica. E arriva 110 giorni prima dell’attentato alla stazione ferroviaria di Bologna, il 2 agosto 1980, che avrebbe provocato la morte di almeno 85 persone. L’appunto inedito del Sismi, datato 14 aprile 1980 e da allora classificato «segretissimo», fu indirizzato al governo italiano dal capo del Centro Sismi a Beirut, il colonnello Stefano Giovannone. Il messaggio era l’ultimo risultato di un lungo negoziato con un alto esponente del Politburo del Fplp, Taysir Qubaa, che Giovannone aveva avviato all’indomani dell’arresto a Bologna (il 14 novembre 1979) di un giordano di origini palestinesi, Abu Anzeh Saleh, responsabile della rete clandestina del Fplp in Italia. Saleh, che come copertura era studente universitario a Bologna, era stato coinvolto nel traffico di due lanciamissili di fabbricazione sovietica SAM 7 Strela, che i carabinieri avevano sequestrato la notte tra il 7 e l’8 novembre di quell’anno a Ortona. Le trattative tra Giovannone e Qubaa, che agiva come diretto superiore di Saleh e rispondeva al Fplp di George Habbash per le attività del suo «uomo in Italia», si erano intensificate dopo la condanna a 7 anni di reclusione che il 25 gennaio 1980 era stata inflitta dal Tribunale di Chieti a Saleh e ai suoi complici, i tre esponenti romani di Autonomia operaia Giorgio Baumgartner, Luciano Nieri e Daniele Pifano: i tre erano stati arrestati nei pressi del porto di Ortona (Chieti) la notte del 7 novembre 1979 mentre in un furgone trasportavano i due lanciamissili, acquistati dal Fplp al prezzo di 60mila dollari. Dopo quell’arresto, e soprattutto negli ultimi mesi, Giovannone e Qubaa avevano giocato una rischiosa partita a scacchi che li aveva impegnati anche e soprattutto a titolo personale. Per tutti e due era una sorta di patto col diavolo. Il primo, infatti, era un po’ il «fideiussore» del controverso Lodo Moro, cioè l’accordo segreto (il cui nome era collegato a quello dell’ex presidente del Consiglio che aveva spinto per la sua stipula) che impegnava il nostro governo a tollerare il passaggio sul suolo italiano di elementi del terrorismo palestinese, ottenendone in cambio la garanzia che non si sarebbero verificati attentati contro obiettivi del nostro Paese. Giovannone era anche il «garante» delle attività di Abu Anzeh Saleh in Italia. E lo era sin dal 27 ottobre 1974, come dimostra un salvacondotto predisposto in favore di Saleh e controfirmato dal direttore dei servizi segreti militari di allora, l’ammiraglio Mario Casardi, il quale riconosceva e sottoscriveva le rassicurazioni fornite all’epoca proprio da Qubaa. Quest’ultimo, sul versante opposto, era il burattinaio dello stesso Saleh, con cui aveva forse un legame di parentela, e rispondeva delle sue attività al Politburo del Fplp. Se Qubaa, a causa di un suo uomo (in questo caso Saleh), creava un problema che rischiava di coinvolgere l’organizzazione, toccava a lui trovare al più presto una soluzione. A parti invertite, lo stesso meccanismo valeva per Giovannone, ma nei confronti del servizio segreto militare e dello Stato.

Giovannone e Qubaa, insomma, erano coinvolti in un doppio intreccio ad alto rischio, personale e professionale, che risaliva all’autunno del 1974 e che si era aggrovigliato proprio intorno alla figura e al ruolo di Saleh. Un personaggio che per il Fplp faceva da ufficiale di collegamento in Italia con il gruppo Carlos, l’organizzazione terroristica «Separat», così denominata dalla Stasi, i servizi segreti della Germania orientale. Non va dimenticato, infatti, che nell’agenda personale di Saleh, sequestrata dai carabinieri nel suo appartamento bolognese il 14 novembre 1979, cioè il giorno stesso del suo arresto, alla pagina corrispondente al 22 luglio di quell’anno era annotato il numero della casella postale noleggiata da Saleh alle Poste centrali di Bologna: il 904. Lo stesso numero di casella postale era stata annotata da Carlos nella sua agendina, ritrovata dal servizio di sicurezza ungherese nella base dello Sciacallo a Budapest. Nell’appunto del Sismi del 14 aprile 1980 c’è la conferma di quanto avrebbe dichiarato a verbale – l’8 ottobre 1986, davanti al giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni, nell’ambito dell’inchiesta sul traffico di armi tra l’Olp e le Brigate Rosse – il colonnello Silvio Di Napoli, all’epoca dei fatti vicedirettore della seconda Divisione del Sismi (ricerca all’estero), sui contatti presi a Beirut tra il Fplp e il super terrorista internazionale Carlos. Il colonnello Di Napoli rivelò (e il passaggio venne trascritto a mano dal giudice istruttore in calce al verbale dopo la sua riapertura, trattandosi di una integrazione di particolare rilevanza) che «dopo la prima condanna inflitta agli autonomi e al giordano pervenne da Giovannone l’informativa secondo cui il Fplp aveva preso contatti con il terrorista Carlos. Ciò avallò la minaccia prospettata da Habbash». Oggi, 37 anni dopo, trovano quindi una straordinaria conferma le dichiarazioni rese alla magistratura dal colonnello Di Napoli sui contatti tra Carlos e Fplp nella primavera del 1980, così come le sue rivelazioni sulle «minacce contro gli interessi italiani» da parte palestinese, nel quadro della crisi scoppiata all’indomani del sequestro dei lanciamissili a Ortona, con l’arresto e la condanna in primo grado dei tre autonomi romani e di Saleh. Tecnicamente, dal punto di vista formale, essendo il documento del Sismi, alla data dell’interrogatorio del colonnello Di Napoli, coperto da segreto di Stato da oltre due anni, l’ufficiale della nostra intelligence militare, rivelando quelle informazioni avrebbe commesso un reato. Fortunatamente per lui, nessuno se ne accorse. Tornando al documento del 14 aprile 1980, il Sismi attirava l’attenzione del governo di Roma sulle allarmanti notizie relative ai contatti presi in quei giorni dal Fplp con Carlos. Informazioni che avvaloravano le gravissime minacce palestinesi rivolte alle autorità italiane dopo la condanna di Saleh. Su questo punto esiste un ulteriore, straordinario riscontro. Il 28 marzo 1980 – appena un paio di settimane prima dell’appunto segretissimo inviato dal Sismi al governo Cossiga – Taysir Qubaa si era incontrato clandestinamente a Berlino Est con Carlos e con il suo braccio destro, il tedesco Johannes Weinrich, in una suite dell’Interhotel Stadt Berlin. Il loro incontro venne puntualmente registrato dalla polizia segreta della Ddr, come dimostra il rapporto informativo del 25 aprile 1980, predisposto dalla XXII divisione della Stasi. L’esponente palestinese, per dissimulare la sua identità, si era presentato alla riunione utilizzando il falso nome di Gerald Rideknight. C’è il fondato sospetto che Qubaa fosse un Giano Bifronte: da una parte cospirava con il gruppo Carlos contro il nostro Paese, dall’altra negoziava con il colonnello Giovannone, mostrandosi interlocutore «responsabile e moderato». Alla luce di quanto si scopre oggi, Qubaa appare come un campione del doppio gioco. E non è escluso che lo stesso Giovannone ne sia caduto vittima. L’appunto del Sismi del 14 aprile 1980 fu coperto dal segreto di Stato dal presidente del Consiglio Bettino Craxi il 28 agosto 1984, dopo che lo stesso Giovannone, indagato nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Roma sulla sparizione a Beirut (il 2 settembre 1980) dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni, chiese alla presidenza del Consiglio l’opposizione del segreto di Stato sui suoi rapporti con i palestinesi. L’appunto è stato declassificato il 26 marzo 2021, insieme ad altri, dall’Aise (l’Agenzia che ha preso il posto del Sismi). La decisione, due anni fa, è arrivata al termine di un lungo dialogo tra il governo presieduto da Mario Draghi e il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) presieduto da Adolfo Urso. Il 16 aprile 2021 il Dis (il Dipartimento alle dipendenze del governo che coordina l’attività dei due rami dei servizi segreti) ha preso atto del provvedimento di declassifica da segretissimo a segreto. Questo passaggio formale ha permesso al governo Draghi di svincolare dal «divieto assoluto di ostensibilità» numerosi atti del vecchio Sismi, relativi ai rapporti tra Giovannone e la dirigenza del Fplp, e di trasmetterne una parte all’autorità giudiziaria, che ne aveva fatto richiesta. L’appunto del 14 aprile 1980 fa parte di questa partita. Altri 32 documenti sono stati invece consegnati all’Archivio centrale dello Stato di Roma, e restano comunque non divulgabili con «vincolo di riservatezza».

Sequestro Moro: c’è davvero un video dell’agguato di via Fani? Di  Emanuele Beluffi il 15 Aprile 2023 su Culturaidentità.it

Piazza delle cinque lune si trova a Roma vicino a Piazza Navona. Piazza delle cinque lune è anche il titolo del film di Renzo Martinelli, del 2003, in cui il regista di Porzus propone una versione alternativa alla vulgata largamente accettata dell’affaire Moro.

Ma Piazza delle cinque lune è anche dove, il 6 marzo 1979, tre vite legate da un filo comune si spezzano: il giornalista Mino Pecorelli, il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa e il Colonnello Antonio Varisco, morti il 20 marzo 1979, il 3 settembre 1982, il 13 luglio 1979 (e se vogliamo fare i precisini e buttare lì un’esca, un quarto personaggio, legato soprattutto a Pecorelli, muore pochissimi giorni dopo di lui: il liquidatore del Banco Ambrosiano, l’avvocato Giorgio Ambrosoli, assassinato l’11 luglio 1979). Tenete bene a mente le date. E legate Piazza delle cinque lune al sequestro e uccisione del Presidente della DC Aldo Moro. C’erano davvero solo le Brigate Rosse dietro….alle Brigate Rosse? Forse no.

E a dirlo è un film, quel film di Renzo Martinelli, regista scomodo che nella finzione cinematografica ha detto, forse, le vera verità su Moro: la versione dominante sulle modalità in cui avvenne il massacro di via Fani sarebbe falsa e servirebbe, ancora oggi (il 9 maggio saranno 45 anni dalla morte di Aldo Moro), a coprire i mandanti dell’eccidio. Esterni alle Brigate Rosse.

Questa verità, questa ipotetica verità, è contenuta nella sceneggiatura del film e chi scrive ha potuto constatarlo semplicemente leggendola. Perché c’è anche questo da dire: non solo il film di Renzo Martinelli non ha mai goduto della comunicazione mediatica che avrebbe meritato, ma la sua stessa sceneggiatura è contenuta in un libro, ora rarissimo manco fosse la prima edizione mondiale del Dottor Zivago di Feltrinelli.

In quelle pagine sono riprodotte le foto della dinamica di via Fani e si vede un piccolo dettaglio, che dovrebbe smontare tutta l’impalcatura della narrazione di via Fani.

Secondo la versione di Mario Moretti e Valerio Morucci, i brigatisti in via Fani sparano sulla scorta di Moro da sinistra, basando la dinamica dell’agguato sul doppio tamponamento: alla guida della 128 bianca Moretti inchioda allo stop di via Stresa facendosi tamponare dalla 130 di Moro, a sua volta tamponata dall’Alfetta della scorta.

Ma girando la sequenza durante le riprese del film a Cinecittà, il regista Martinelli scopre una contraddizione: gli spari, quel giorno, non potevano arrivare da sinistra. Recentemente intervistato da Roberto Faben (La Verità), Martinelli dice: “lo stunt man che interpretava il povero Maresciallo Leonardi, il caposcorta, salta fuori dalla macchina e dice a me: «A Martinè, ma che c…o sto a fà, me sto a fà ammazzà? Ce stanno quattro che arrivano da sinistra, per sparà, io sò coperto dall’autista e je sparo»”.

Ed infatti le foto di via Fani e il referto dell’autopsia sul corpo del Maresciallo Leonardi, seduto sul lato passeggero della 130, parlano chiaro: recuperate dalla commissione parlamentare d’inchiesta, due foto da destra (poi pubblicate nel libro) mostrano che non vi fu tamponamento tra la 128 e la 130. Mentre l’autopsia sul corpo di Leonardi mostra che il Maresciallo venne colpito da destra.

Un altro elemento disturbante è che in via Fani vennero sparati 93 colpi, ma nemmeno uno scalfì Moro.

C’era davvero, allora, quella moto Honda su cui viaggiavano due personaggi misteriosi, uno dei quali nella finzione cinematografica fornisce al magistrato il super 8 di via Fani?

Se è vero quel che disse Licio Gelli, per cui una struttura così organizzata come le Brigate Rosse non poteva non registrare il sequestro del secolo, esiste per davvero questo filmato?

E perché allora la versione dominante di via Fani è un’altra?

Forse avrebbero rischiato di essere uccise in carcere, come avvenne ai due membri tedeschi della Rote Armee Fraktion (RAF), detta anche Banda Baader-Meinhof, Andreas Baader e Gudrun Ensslin, che il 5 settembre 1977 sequestrarono il presidente della Confindustria tedesca Hanns Martin Schleyer il cui cadavere venne poi trovato nel bagagliaio di un’automobile?

E perché Pecorelli, Dalla Chiesa e Varisco vennero assassinati? Forse perché erano al corrente di una parte del memoriale Moro che nessuno conosceva? Forse l’esistenza di una certa Stay Behind detta anche Gladio?

E se quel Super 8 dell’agguato di via Fani esiste davvero, chi ce l’ha?

Moro, 45 anni dopo le Idi di Marzo. La verità assente: troppe coincidenze e tanti misteri ancora tutti da spiegare. Di Censor su beemagazine.it il 27 Marzo 2023

Per gli immemori, per gli indifferenti, per chi sa ma ne vorrebbe sapere di più, per chi non si accontenta di vulgate di comodo, per chi non vuole dimenticare un Grande Italiano, stimato e criticato in vita e ora imbalsamato in immagini stereotipate, compresa quella della Renault rossa. Intanto molti giovani ne studiano il pensiero politico, la sua visione del valore della persona, nelle scuole, nelle Università. Ne scoprono la figura di docente, di giovane Costituente che dialogava con Nenni, Togliatti, Calamandrei, Croce. Questo è un racconto che cerca di ricostruire una pagina terribile della nostra storia nazionale e non solo, con l’indicazione di varie fonti bibliografiche e documenti.

La sera del 15 marzo 1978 il capo della DIGOS, Domenico Spinella, si recò da Aldo Moro per organizzare un servizio di vigilanza presso lo studio del presidente della DC sito in via Savoia a Roma. Lo stesso Spinella decise che tale servizio sarebbe iniziato due giorni dopo, il 17 marzo 1978. Ma la mattina del 16, mentre si recava alla Camera, Moro sarebbe stato rapito con l’esito che conosciamo. La mattina del 16 l’allarme viene diramato dalla questura di Roma alle ore 09:02. Ma Emidio Biancone, autista del capo della DIGOS Domenico Spinella, ha più volte dichiarato – in tre interrogatori separati – che a quell’ora stava già correndo sul luogo dell’agguato con la Alfasud targata S88162 e Spinella a bordo. L’auto esce dalla Questura di Roma “poco dopo le 08:30”. Prima dell’allarme generale … ma quasi mezz’ora prima dell’agguato. (0)

La relazione di Spinella al Questore di Roma arriverà con tutta calma il 22 febbraio 1979, cioè quasi un anno dopo. È solo uno dei tanti, tantissimi misteri del sequestro Moro.

LA VICENDA ALDO MORO: QUELLO CHE SI DICE E QUELLO CHE SI TACE, di Antonio Giangrande – pag. 225 e seguenti

 Il quadro politico.

Il 28 febbraio, durante le consultazioni a Montecitorio, Moro fece il suo ultimo discorso pubblico in cui offrì ai gruppi parlamentari democristiani la sua analisi della situazione politica. Moro partì dalla considerazione che le elezioni politiche del 1976 avevano visto due vincitori, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano (il quale aveva superato il 34 % dei suffragi)  e che vista la disponibilità del PCI era necessario «trovare un’area di concordia, un’area di intesa tale da consentire di gestire il Paese finché durano le condizioni difficili alle quali la storia di questi anni ci ha portato».

Il momento era politicamente cruciale perché il PCI si apprestava a sostenere dall’esterno il quarto governo Andreotti, diventando solo parte della maggioranza. Anche con queste particolari caratteristiche il sostegno comunista rappresentava una grossa novità, trattandosi della prima occasione dopo la crisi del maggio 1947, quando De Gasperi, su pressione del segretario di Stato americano George Marshall e dell’ambasciatore James Clement Dunn, aveva escluso i ministri socialisti e comunisti dal governo allora in carica.

Dopo il difficile percorso del governo delle astensioni (Andreotti III, dal luglio 1976 al 13 marzo 1978) il PCI si avvicinava alle stanze del potere suscitando, in determinati ambienti, anche grandi timori. Il primo promotore di questa operazione politica era Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, che aveva dovuto superare molte difficoltà e fortissime pressioni internazionali.

Il governo Andreotti IV nasceva come monocolore democristiano, ma era il risultato dei contatti e dei rapporti che Moro aveva intrattenuto con il segretario del PCI Enrico Berlinguer, assieme al quale aveva sviluppato la formula politica delle larghe intese a partire dall’antica idea morotea delle convergenze parallele (quest’ultima espressione fu coniata da Eugenio Scalfari) che sul lungo periodo avrebbero portato la Democrazia Cristiana ad un incontro con la sinistra.

Il sostegno democristiano al governo delle larghe intese era passato attraverso il voto di una lunga e combattuta assemblea congiunta dei parlamentari democristiani, tenutasi dal 28 febbraio al 1° marzo 1978. Nel corso della prima giornata si erano consumati duri scontri tra le varie correnti democristiane; la situazione iniziò a distendersi quando Moro fece il suo ultimo discorso pubblico ai gruppi parlamentari (vedi sopra) lanciando inoltre un appello all’unità interna del partito contro ogni possibile alleanza tra i gruppi sconfitti da Zaccagnini all’ultimo congresso e la destra di Fanfani, e lodando il lavoro di ricomposizione svolto da Andreotti. Gli ordini del giorno presentati in assemblea furono ben quattro, ma alla fine la direzione nazionale DC decise di appoggiare il governo in fase di formazione; l’opposizione interna alla fine accettò questo orientamento, ma ponendo limiti e paletti alla libertà di manovra del futuro governo.

Oltre alle resistenze interne al suo partito il presidente della DC aveva dovuto cercare di superare vari contrasti con altre forze politiche, anche con il PCI che aveva sollevato obiezioni sulla composizione del IV governo Andreotti. Berlinguer, infatti, aveva chiesto l’esclusione dal governo di taluni esponenti decisamente anticomunisti oltre alla designazione di qualche tecnico, mentre altri dirigenti del partito faticavano ad accettare l’idea del sostegno parlamentare ad un governo che era pur sempre un monocolore democristiano. Per fare un esempio, Giancarlo Pajetta dichiarò che non avrebbe partecipato alla votazione, ma i perplessi come lui erano numerosi. Alla fine si decise per un compromesso, con i parlamentari comunisti che si riservavano formalmente la libertà di voto per decidere sul da farsi solo dopo aver ascoltato il discorso di Andreotti alla Camera.

Il sequestro annunciato

Il giornalista Mino Pecorelli, titolare dell’agenzia di stampa Osservatore Politico (OP) il giorno prima del rapimento pubblicò un criptico articolo in cui faceva riferimento alle Idi di marzo (data dell’ assassinio di Cesare) ed al prossimo giuramento del governo Andreotti, parlando anche di un nuovo Bruto. Pecorelli, uomo informatissimo con molte entrature nei servizi segreti, seguì tutta la vicenda del sequestro Moro anche dopo il tragico epilogo, facendo anche riferimento in più occasioni al Memoriale Moro ben prima del suo ritrovamento.

La mattina di quel 16 marzo Renzo Rossellini diede la notizia del sequestro Moro dai microfoni di Radio Città Futura con circa tre quarti d’ora di anticipo.

Rossellini era una figura ben nota e ben seguita della politica e della comunicazione romana, ed il vice questore Umberto Improta lo conosceva personalmente. Radio Città Futura e Radio Onda Rossa trasmettevano le dirette radio di tutti i cortei del Movimento del ‘77 a Roma, che erano seguitissime non solo dal pubblico ma anche dal Ministero dell’Interno che registrava costantemente le loro trasmissioni. Stranamente la magistratura venne informata della “anticipazione” di Rossellini con inspiegabile ritardo, e precisamente solo il 27 settembre 1978 in seguito alle rivelazioni del settimanale cattolico Famiglia Cristiana. Resta il fatto che al momento di depositare in tribunale le bobine di quel fatidico 16 marzo esse erano stranamente monche, per cui la frase di Rossellini non si poteva più ascoltare.

Secondo Vittorio Fabrizio, funzionario della Digos interrogato dalla Commissione Moro, è impossibile che la mattina di quel fatidico 16 marzo la “anticipazione” non sia stata ben ascoltata e “non sia stata portata subito a conoscenza del dirigente dell’ufficio politico”, che in quel momento era proprio Domenico Spinella, di cui abbiamo già parlato.

Una decina di anni dopo, in un’intervista per il programma di Raiuno La notte della Repubblica, Rossellini dichiarò che il suo coinvolgimento nelle indagini sul sequestro Moro era stato determinato da un fraintendimento di fondo, sorto dalla testimonianza di una domestica dell’allora senatore democristiano Vittorio Cervone. Secondo tale ricostruzione la donna aveva inizialmente dichiarato al senatore di aver appreso del rapimento dello statista democristiano ancor prima che avvenisse realmente, e ciò solo ascoltando la radio; secondo Rossellini si trattava molto probabilmente solo della divulgazione di una sua analisi politica, che ipotizzava un’azione delle BR considerata molto probabile. (1)

(1. la vicenda è così ricostruita nella voce Radio Città Futura consultabile su wikipedia)

Bisogna ricordare che il senatore Vittorio Cervone, personaggio molto qualificato, per tutta la durata del sequestro rimase sempre vicino alla famiglia di Moro e lottò fino alla fine per ottenerne la liberazione, purtroppo senza successo. Cervone, più volte sottosegretario, dedicò alla vicenda anche un libro (Ho fatto di tutto per salvare Moro), ma la sua generosa determinazione gli costò cara ed egli non fu più ricandidato.

 Il sequestro, la scelta della data e la strage della scorta

La mattina del 16 marzo 1978 la Fiat 130 di servizio su cui viaggiava Aldo Moro fu intercettata e bloccata in via Mario Fani a Roma da un gruppo di armati di cui facevano parte esponenti delle Brigate Rosse.  L’azione fu breve e violentissima, i brigatisti uccisero i due carabinieri a bordo dell’auto di Moro (il maresciallo Oreste Leonardi e l’autista Domenico Ricci) oltre a colpire i tre poliziotti sull’Alfetta di scorta (Giulio Rivera morì subito, Raffaele Iozzino riuscì ad uscire per rispondere al fuoco ma cadde colpito dai brigatisti, Francesco Zizzi cessò di vivere qualche ora dopo all’ospedale), per poi sequestrare il presidente della Democrazia Cristiana.

Secondo la versione “ufficiale” dei brigatisti rapire Moro sarebbe stato una seconda scelta; il bersaglio iniziale – il condizionale in questo caso è veramente d’obbligo – sarebbe stato Giulio Andreotti, che però a quanto sembra risultava troppo protetto. È tutto molto strano perché Andreotti, sempre molto mattiniero, si alzava prestissimo per andare a messa senza scorta recandosi poi da solo in ufficio.

Valerio Morucci, uno dei principali dirigenti della colonna romana delle BR, nel suo libro La peggio gioventù (anno 2004) scrisse di avere valutato, in una prima fase, un’azione per rapire Moro nella Chiesa di Santa Chiara dove il presidente si recava quasi ogni mattina per la messa. Tale ipotesi venne accantonata per evitare di coinvolgere terze persone, per cui l operazione venne organizzata diversamente.

Va ricordata anche la testimonianza della vedova del maresciallo Leonardi, secondo la quale quasi tutte le mattine prima di recarsi in ufficio Moro andava a passeggiare allo Stadio dei Marmi assieme al suo fidato caposcorta. Si tratta di un luogo dove un rapimento sarebbe stato facilissimo, ma – altra stranezza – la circostanza era sfuggita a molti.

A sentire i brigatisti persino la scelta della data (teniamo ben presente che il 16 marzo il governo Andreotti si presentava alle Camere) sarebbe stata casuale. Nel corso di un processo davanti alla Corte d’appello di Roma Valerio Morucci dichiarò che «l’organizzazione era pronta per il 16 mattina, uno dei giorni in cui l’on. Moro sarebbe potuto passare in via Fani. Non c’era certezza, avrebbe anche potuto fare un’altra strada. Era stato verificato che passava lì alcuni giorni, ma non era stato verificato che passasse lì sempre. Non c’era stata una verifica da mesi. Quindi il 16 marzo era il primo giorno in cui si andava in via Fani per compiere l’azione, sperando, dal punto di vista operativo, ovviamente, che passasse di lì quella mattina. Altrimenti si sarebbe dovuti tornare il giorno dopo e poi ancora il giorno dopo, fino a quando non si fosse ritenuto che la presenza di tutte queste persone, su quel luogo per più giorni, avrebbe comportato sicuramente il rischio di un allarme».

Quanto dichiarato da Morucci sulla data del 16 marzo come ipotesi da verificare è, ancora una volta, piuttosto strano. Da quanto risulta l’azione era stata preparata con cura, ad esempio forando con un punteruolo nella notte precedente tutte e quattro le gomme del Ford Transit appartenente ad Antonio Spiriticchio, fioraio ambulante, per impedirgli di parcheggiare in via Fani angolo Via Stresa come faceva ogni mattina. Lo stesso Morucci, successivamente, avrebbe dichiarato di avere agito in tal senso per motivi umanitari al fine di evitare che il fioraio potesse essere colpito nel corso dell’azione armata. (O forse anche per scoraggiare la presenza di un testimone che sarebbe potuto essere utile alle indagini? NdR)

Il ruolo di alcune automobili nel sequestro Moro

Per quanto possa sembrare una coincidenza stranissima qualcuno ha anche rilevato (2) che quel mattino, al posto del furgone di Spiriticchio, sulla destra era mal parcheggiata a circa 80 cm dal marciapiede una Mini Clubman Estate 1100, targata Roma T50354 nella disponibilità di tale Patrizio Bonanni, uno dei fondatori della società Poggio delle Rose che in quel periodo viveva nella palazzina di via Fani 109.

La Mini Clubman così posizionata avrebbe reso difficile ogni tentativo di manovra o di fuga alla 130 di Moro nel corso dell’assalto. Essa risultava intestata alla già citata società Poggio delle Rose, costituita “con atto del notaio Vittorino Squillaci, già funzionario del Ministero dell’interno, poi notaio di fiducia dei servizi segreti” (Gero Grassi, durante la seduta dell’8 luglio 2015 della Commissione d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro). La Poggio delle Rose faceva capo alla Fidrev Srl, che a sua volta faceva capo alla Immobiliare Gradoli spa la quale aveva interessi negli immobili di via Gradoli 96 e 75. Va ricordato che in via Gradoli, proprio al civico 96, venne scoperto un covo delle BR, mentre il box-auto del civico 75 veniva usato dai brigatisti. Fidrev e Gradoli sono quasi una cosa sola, giacché “dal finire del 1973 il consiglio di amministrazione della Fidrev era composto dalle stesse cariche che figurano nel consiglio di amministrazione dell’Immobiliare Gradoli spa”.

Citiamo testualmente da “Le Mini che uccisero Aldo Moro”, un articolo molto interessante di cui riportiamo i riferimenti in nota:

Gli interscambi di personaggi tra la Fidrev e la Gradoli venivano pure indicati in una relazione del capo della polizia Fernando Masone, rivelata dal libro Il Covo di Stato di Sergio Flamigni:

[la Fidrev srl] era a sua volta controllata dall’immobiliare Gradoli, nella quale sindaco supplente, dal giugno 1977, era tale Gianfranco Bonori, nato a Roma il 26-7-52. Il Bonori, dal 1988 al 1994, ha assunto l’incarico di commercialista di fiducia del Sisde, subentrando alla Fidrev. […]”.

Inoltre sia la Fidrev che la Gradoli spa ebbero sede a piazza della Libertà 10. Anche la Immobiliare Poggio delle Rose ebbe sede al numero 10 di piazza della Libertà. Il fatto che la Poggio delle Rose ebbe, per un certo periodo, la medesima sede della Fidrev, sarebbe sospetto e in tanti hanno dedotto da questo la connessione Poggio delle Rose-Sisde”. (2)

(2.  Le Mini che uccisero Aldo Moro )

Per quanto concerne invece il noto tema della vettura blindata mai assegnata a Moro circa un anno fa molti documenti sono stati desecretati dalla Commissione per la biblioteca e archivio storico del Senato, di cui era presidente il senatore Pd Gianni Marilotti.

Tra questi riveste particolare importanza la relazione del Servizio segreto militare (Sismi), predisposta nel 1979 per la prima commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani e sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro. In tale relazione si legge che il maresciallo Leonardi, caposcorta di Moro, avrebbe tra le altre riferito che circa un mese prima dell’attentato due motociclisti armati avevano affiancato l’auto del presidente della DC; tale circostanza era ben nota, ma nessun brigatista la aveva mai collegata con i preparativi del sequestro.

La relazione del Sismi riferisce altresì che «il maresciallo Leonardi dopo tale fatto avrebbe chiesto, senza precisare a quale organo, di avere un’altra auto di scorta in rinforzo, ed una vettura blindata per il parlamentare». Ma l’auto blindata non fu mai assegnata ad Aldo Moro.

Il lavoro di desecretazione avviato dalla commissione della biblioteca del Senato, grazie al quale è oggi possibile leggere questo documento del Sismi, è solo all’inizio: «Passati i cinquant’anni dall’evento – ha spiegato il presidente Marilotti – le carte classificate possono essere coperte solo dal segreto di Stato, il resto lo renderemo fruibile». (3)

(3. Rapimento di Aldo Moro, le carte desecretate della commissione d’inchiesta: la richiesta di un’auto blindata pochi mesi prima, di Giovanni Bianconi – Corriere della Sera, 16 marzo 2022)

Resta il fatto che Eleonora Moro, sentita il 1°agosto del 1980 dalla commissione parlamentare d’inchiesta, avrebbe confermato la circostanza aggiungendo: “Alle mie insistenze ripetute e reiterate, veramente fino ad essere opprimente (e qualche volta, ripensandoci ora, un pochino me ne dolgo, ma d’altra parte …) la risposta di mio marito, quando gli chiesi come fosse andata la vicenda circa la cosa che lo avevo tanto pregato di fare, fu che gli era stato risposto che mancavano i fondi”.

In un riepilogativo della prima Commissione d’inchiesta sempre sul caso Moro, si legge che “a proposito dell’auto blindata la Commissione si è trovata di fronte a due verità inconciliabili, quella di Andreotti e Cossiga da un lato e quella della signora Moro e dei figli dall’altro. Dall’onorevole Cossiga è stata affacciata l’ipotesi che Aldo Moro non abbia mai richiesto l’auto blindata e abbia poi detto alla moglie di averla chiesta e di non averla ottenuta per ragioni di bilancio. È un’ipotesi in linea teorica plausibile, ma che la signora Moro ha respinto con forza, affermando che sarebbe stata in netto contrasto con le abitudini del marito. (4)

(4. Il sequestro Moro ed i dubbi della Commissione d’inchiesta sull’auto blindata. Sito Marco Barone, 21 aprile 2015).

La mancata concessione della vettura blindata a Moro assume particolare rilevanza visto il momento di estrema tensione politica.

Infatti nella  relazione del Sismi si legge che «in relazione alla possibilità che in concomitanza con l’apertura del processo di Torino, fissato per il 3 marzo 1978 a carico di Curcio e altri terroristi, le Brigate Rosse effettuassero atti di terrorismo in Italia o all’estero con il concorso di elementi stranieri come la banda Baader Meinhof o l’Armata rossa giapponese o gruppi estremisti palestinesi o arabi, o altre cellule internazionali, il 15 febbraio 1978 il Servizio aveva provveduto ad allertare tutta la propria rete informativa nazionale e internazionale e i servizi collegati».

Ed infatti il 18 febbraio il colonnello Stefano Giovannone, capocentro del SID e poi del SISMI in Libano nel periodo della guerra civile, in un suo rapporto fa riferimento ad una segnalazione acquisita da un appartenente all’organizzazione palestinese Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina guidata da George Habbash, suo contatto abituale. Secondo tale confidenza era da ritenersi possibile nel prossimo futuro un’azione terroristica di notevole portata che stava per scattare in Italia. La segnalazione da Beirut è ben documentata con intestazione “Ufficio R, reparto D, 1626 segreto”, provenienza “fonte 2000”.

Come si è svolto l’assalto? Quanti furono i partecipanti? Tante domande… senza riposta.

Secondo quanto emerso dalle indagini giudiziarie, all’azione avrebbero partecipato 11 persone, ma il numero dei reali partecipanti è stato messo più volte in dubbio, come anche la loro identità.

Anche le confessioni dei brigatisti sono state contraddittorie e su più punti smentite dai fatti, come ad esempio quando sostenevano che solo nove persone avrebbero partecipato all’agguato e di queste solo cinque avrebbero fatto fuoco.

Ma procediamo un passo alla volta. La mattina del 16 marzo intorno alle 8.55 l’auto di Moro e quella della scorta lasciarono l’abitazione in via del Forte Trionfale 79 per imboccare via Trionfale verso la chiesa di Santa Chiara in piazza dei Giuochi Delfici, dove come abbiamo detto Moro era solito recarsi.

L’agguato scattò circa sette minuti dopo quando le due auto svoltarono a sinistra da via Trionfale in via Fani. Qui Rita Algranati, nota come compagna Marzia e moglie di Alessio Casimirri, si era appostata all’angolo fra le due strade sollevando un mazzo di fiori per segnalare a Moretti, Lojacono e al marito Casimirri il passaggio del corteo. Ciò fatto la Algranati salì su un motorino e fuggì.

I quattro brigatisti armati, con indosso uniformi Alitalia, circa un quarto d’ora prima avevano preso posizione all’incrocio tra via Mario Fani e via Stresa nascondendosi dietro le siepi di fronte al bar Olivetti, locale in liquidazione situato di fronte allo stop dell’incrocio. Il bar a quanto sembra quel 16 marzo doveva essere chiuso, ma tale circostanza molti anni dopo verrà contestata e si inizierà a parlare anche degli strani rapporti del titolare Tullio Olivetti uomo dai vari precedenti, con il mondo dei servizi. La scelta di vestirsi da avieri Alitalia, abbigliamento estremamente evidente che rendeva il commando ben identificabile, secondo alcuni era dovuta al fatto che quella mattina avrebbero partecipato all’azione anche altre forze estranee alle BR, personaggi che i brigatisti molto probabilmente non avevano mai incontrato.

Il gruppo dei brigatisti disponeva di quattro autovetture, tre Fiat 128 ed una Fiat 132.

Mario Moretti, alla guida di una Fiat 128 con targa (falsa) del Corpo diplomatico si appostò sul lato destro nella parte alta della strada, prima di via Sangemini. Davanti a lui era parcheggiata una seconda Fiat 128 con Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. La terza Fiat 128 con al volante Barbara Balzerani era ferma sempre su via Fani, ma appena oltre l’incrocio con via Stresa ed in direzione opposta rispetto alle altre due.

Una quarta auto, una Fiat 132 blu condotta da Bruno Seghetti, era in attesa su via Stresa poco dopo l’incrocio per prendere a bordo Moro in retromarcia subito dopo l’agguato.

Visto il segnale del mazzo di fiori Moretti con la sua 128 uscì di scatto e si posizionò esattamente davanti alla macchina di Moro, tagliandole la strada; la seconda 128 di Lojacono e Casimirri chiudeva la colonna, con in mezzo la 130 e l’Alfetta della scorta. Una volta giunti all’incrocio con via Stresa Moretti arrestò di colpo la sua macchina bloccando la Fiat 130 su cui viaggiava Moro, che si trovò chiusa tra la 128 e l’Alfetta. A questo punto la 128 di Lojacono e Casimirri si piazzò di traverso posteriormente, impedendo ogni movimento alle due auto del presidente.

E qui entrarono in azione i quattro uomini vestiti da avieri Alitalia, che uscirono da dietro le siepi del bar Olivetti con in mano le pistole mitragliatrici. Il commando era composto da Valerio Morucci «Matteo», personaggio molto noto dell’estremismo romano ed esperto di armi, Prospero Gallinari «Giuseppe» ricercato e già evaso nel 1977 dal carcere di Treviso, Raffaele Fiore «Marcello» che proveniva dalla colonna brigatista di Torino ed infine Franco Bonisoli «Luigi» della colonna di Milano.

I quattro si avvicinarono alle due auto del presidente bloccate all’incrocio. Qui Morucci e Fiore aprirono il fuoco a colpi singoli contro la Fiat 130 di Moro, attenti a non colpire il presidente, mentre Gallinari e Bonisoli spararono contro l’Alfetta di scorta. Secondo quanto riferito dai brigatisti tutti i mitra si sarebbero inceppati quasi subito; Morucci comunque riuscì a uccidere il maresciallo Leonardi a colpi di mitra, mentre quello di Fiore si sarebbe inceppato immediatamente.

Ciò permise all’appuntato Ricci, autista di Moro, di tentare varie manovre per far uscire l’auto dalla trappola ma la famosa Mini Clubman Estate parcheggiata casualmente sul lato destro a quasi un metro dal marciapiede rese impossibile ogni movimento. Qui Morucci con spietata determinazione tornò vicino alla Fiat 130 ed uccise con una raffica anche l’autista.

Nel frattempo Gallinari e Bonisoli sparavano contro l’Alfetta: Rivera e Zizzi furono subito colpiti mentre Iozzino, che si trovava sul sedile posteriore destro, visto l’inceppamento dei mitra dei brigatisti poté uscire e rispondere al fuoco con la sua pistola Beretta 92, anche se immediatamente dopo Gallinari e Bonisoli lo uccisero a colpi di pistola. Dei cinque uomini della scorta, Francesco Zizzi fu l’unico a non morire sul colpo: trasportato al Policlinico Gemelli vi morirà poche ore dopo.

I brigatisti sosterranno sempre che il commando proveniente dal Bar Olivetti aveva attaccato le due auto di Moro dal loro fianco sinistro all’incrocio fra via Fani e via Stresa, ma è una versione che fa acqua da tutte le parti. Infatti Raffaele Iozzino uscì dall’Alfetta da destra e venne ucciso da sei colpi provenienti proprio dal lato destro della strada. In quella posizione c’era evidentemente un altro gruppo di fuoco o quanto meno un altro tiratore, ed infatti i bossoli verranno raccolti anche sul Iato destro della strada, sia intorno alla 128 sia verso l’incrocio.

Le dichiarazioni di Morucci al processo Moro ter (1987) furono ben diverse: “Poiché si erano inceppati i due mitra che dovevano sparare, usarono la pistola e probabilmente uno di questi girò intorno alla macchina portandosi quasi all’angolo con via Stresa” sparando dal lato destro contro l’agente lozzino. In sostanza, secondo Morucci, mente la sparatoria era in pieno svolgimento uno dei brigatisti avrebbe aggirato l’AIfetta della scorta per sparare a Iozzino, agendo contro ogni regola militare e con il rischio concreto di essere colpito da “fuoco amico”.

La presenza di sparatori sui due lati della strada viene confermata dalle perizie balistiche, la prima delle quali è del 1979 mentre la seconda è del 1993. Si scoprirà che le munizioni – con un trattamento superficiale protettivo e senza matricola – provenivano da un arsenale militare come quelli in dotazione a Gladio: i “depositi Nasco”. (5)

Un altro punto riguarda il numero dei brigatisti che parteciparono all’azione.

Moretti infatti aveva sempre sostenuto di essere stato l’unico occupante della 128 con targa corpo diplomatico, ma questa versione fu smentita. Poche ore dopo il rapimento, il testimone Alessandro Marini dichiarerà alla Polizia di aver visto scendere dal sedile lato passeggero di quella 128 un secondo uomo che poi avrebbe sparato sulla 130 di Moro da destra, cioè dalla parte opposta rispetto al commando uscito dal Bar Olivetti. Va ricordato che il teste Marini si trasferirà all’estero in seguito alle telefonate con minacce di morte che lo raggiunsero a partire dalla sera stessa dell’agguato. C’è da chiedersi come in poche ore i brigatisti siano riusciti a conoscere il nome del teste ed il suo numero di casa, e ciò mentre erano impegnati a coprire la fuga e a nascondere l’illustre prigioniero. (6)

(6. LA VICENDA ALDO MORO: QUELLO CHE SI DICE E QUELLO CHE SI TACE, di Antonio Giangrande – pag. 225 e seguenti; ampio estratto reperibile in rete)

In quest’ordine di idee va ricordata un’altra testimonianza. Nel già citato libro di Antonio Giangrande a pag. 225 si legge quanto segue: “Armida Chamoun, residente in Via Gradoli 96 – dove si scoprirà il covo BR – testimonierà al magistrato Antonia Giammaria che in quell’appartamento in quei giorni c’è anche un uomo biondo “con gli occhi di ghiaccio”. Il 16 marzo lo vede uscire vestito da aviere. Nessuno dei BR arrestati ha i capelli biondi e gli occhi azzurri. In via Gradoli verrà ritrovato l’elenco con gli acquisti fatti per ottenere i vestiti Alitalia. In testa all’appunto una intestazione: “Fritz”. Anna Laura Braghetti sosterrà che “Fritz” era il nome in codice con cui identificavano Moro stesso.” (7)

Come si vede i dubbi ci sono tutti, ed anzi aumentano.

La ‘ndrangheta calabrese e i “complici esterni”. Il capobastone possibile esecutore materiale del sequestro, le foto sparite e tanti altri misteri.

Nel libro già citato di Giangrande si legge che il primo a parlare di complici esterni è un super pentito della ’ndrangheta, Saverio Morabito, arrestato in Lombardia nei primi anni ’90 e collaboratore dal 1993. Le sue confessioni hanno permesso al PM milanese Alberto Nobili e alla Direzione investigativa antimafia di ottenere più di cento condanne nel maxi-processo “Nord-Sud”. La vicenda di Morabito è ben illustrata nel saggio Manager calibro 9 scritto da Piero Colaprico, uno dei maggiori giornalisti di cronaca giudiziaria italiana, e Luca Fazzo. Da questo libro è stato ricavato il film Lo Spietato.

Morabito, giudicato nelle sentenze «di assoluta attendibilità», rivelerà che un mafioso importante, Antonio Nirta detto “Due Nasi” perché amava il fucile a canne mozze, capobastone della ’ndrina dei Nirta La Maggiore di San Luca, negli anni ’70 aveva legami  con un carabiniere di origine calabrese, Francesco Delfino, poi diventato generale dei Servizi. Il pentito ne parlerà con paura e aggiungerà che il suo capo, Domenico Papalia, gli avrebbe rivelato che «Nirta fu uno degli esecutori materiali del sequestro Moro»: un segreto di mafia confermatogli anche dal boss Francesco Sergi. (8)

Nirta  avrebbe negato, sfogandosi in una intervista rilasciata a Repubblica nel 1993 in cui si legge: “Eppure in un verbale rimasto segreto per un anno il pentito di ’ndrangheta Saverio Morabito gli punta un dito contro: “Antonio Nirta fu infiltrato dal generale Delfino a via Fani, durante il sequestro Moro”. “Dicono”, ripete il detenuto Nirta. “Ma se ci dovesse essere un interrogatorio, e spero che non ci sia, allora ne parleremo”. Una frase sibillina, che lascia il segno più delle altre sue parole in libertà. È la prima volta che Nirta si pronuncia, la prima volta che esce dall’anonimo isolamento del carcere. Ancora nessun magistrato l’ha ascoltato sulle accuse del pentito che lo ha tirato in ballo.” (9)

(9. NIRTA SI SFOGA ‘ E’ UNA BALLA’, di Stella Cervasio – Repubblica, 19.10.1993)

Forse Nirta poteva avere qualche ragione. Secondo Simona Zecchi, studiosa molto puntuale dei misteri d’Italia, si tratterebbe di una omonimia tra due persone con una grande differenza di età.

Ma il “Ntoni due nasi” di cui parla nel 1992 Saverio Morabito, il collaboratore di giustizia ritenuto da sempre attendibile, è un altro. Il Nirta che avrebbe avuto rapporti con i servizi segreti in quanto infiltrato dall’allora generale Francesco Delfino (filone aperto nel 1993 contro l’ex capo dei carabinieri e ufficiale del Sismi, ma poi archiviato) nel 1978 aveva al contrario 32 anni essendo la sua data di nascita quella dell’8 luglio 1946 come riporta la sentenza “Nord sud” (sentenza della IV Corte d’Assise di Milano n. 16/97). La foto che qui pubblichiamo, ampiamente reperibile online e facente parte dell’archivio online de L’Unità, risale agli anni ’70 ed è molto somigliante a quella che Il Messaggero ha pubblicato lo scorso 21 gennaio. Lo storico, docente ed esperto di storie della ‘ndrangheta, il professor Enzo Ciconte, che abbiamo sentito in merito, conferma questi dati.

Non c’è dunque dubbio alcuno sull’identità di questo Nirta. Starà poi alla commissione appurare se l’uomo della foto e l’ex boss siano la stessa persona.” (10)

(10. Il caso Moro e la pista forte dell‘ndrangheta, di Simona Zecchi, 01. 02.2016)

Secondo un’altra testimone, dopo l’agguato il trasferimento di Moro sull’auto dei brigatisti avviene con grande calma e viene visto da varie persone. Quel mattino Gherardo Nucci esce e dopo essere passato alla sua carrozzeria rientra in casa, si affaccia dalla terrazza al 109 di Via Fani (sopra l’ormai noto Bar Olivetti) rientra per prendere la macchina fotografica e scatta dodici foto della scena. Il rullino viene consegnato alla magistratura dalla moglie Cristina Rossi, giornalista parlamentare dell’agenzia Asca, che a sua volta lo consegna al giudice Luciano Infelisi. Nel corso dell’audizione davanti alla nuova Commissione Parlamentare il giudice cosi si esprime sulle foto: “Non erano tante, saranno state quindici-venti o anche meno. Si vedevano un’ambulanza ferma, sette od otto macchine della polizia, quella dei vigili del fuoco, in sostanza tutte cose ex post, quando la strada era stata invasa da paparazzi che erano arrivati – senza offesa: intendo giornalisti e fotografi e che avevano scattato centinaia e migliaia di fotografie. Per non offendere la suscettibilità della signora, anche perché alla prima visione non sembrava esserci nulla di anomalo, dissi al dottor Spinella di prendere lui le foto. Luciano Infelisi. CPM2 Seduta del 20/11/2015.”

(queste foto furono mostrate al capo del forografico dell’Ansa, che, dopo averne preso una veloce visione disse: grazie ma non aggiungono nulla a quello che noi già abbiamo; del resto sono dell’Ansa le prime foto sull’agguato di via Fani, NdR) (11)

(11. Dal sito anniaffollati.it, I fantasmi del caso Moro, senza firma. Da quanto si legge le foto non sono state fatte sparire perché importanti, ma diventano improvvisamente importanti perché non si trovano più . Consultabile al link )

Sempre sul tema delle foto il libro di Giangrande dà un’interpretazione opposta, riportando anche una conversazione telefonica tra Sereno Freato, uomo vicinissimo a Moro, e il deputato calabrese Benito Cazora. A pagina 228 si legge:

La ’ndrangheta rimette tutto a posto. Nonostante si tratti di terrorismo politico di sinistra, e non di un fatto di mafia, la ’ndrangheta calabrese è molto interessata alle foto scattate da Nucci. Ecco uno stralcio delle intercettazioni telefoniche effettuate sul telefono di Sereno Freato, che negli anni 70 fu capo della segreteria di Aldo Moro, mentre parla con l’On. Benito Cazora, incaricato dalla DC di tenere i rapporti con la malavita calabrese per cercare di avere notizie sulla prigione di Moro. Cazora: Un’altra questione, non so se posso dirtelo. – Freato: Si, si, capiamo. – Cazora: Mi servono le foto del 16, del 16 Marzo. – Freato: Quelle del posto, lì? – Cazora: Si, perchè loro… [nastro parzialmente cancellato]…perché uno stia proprio lì, mi è stato comunicato da giù. – Freato: E’ che non ci sono… ah, le foto di quelli, dei nove – Cazora: No, no! Dalla Calabria mi hanno telefonato per avvertire che in una foto  sul posto quella mattina lì, si individua un personaggio… noto a loro. – Freato: Capito. E’ un po’ un problema adesso. – Cazora: Per questo ieri sera ti avevo telefonato. Come si può fare? – Freato: Bisogna richiedere un momento, sentire. – Cazora: Dire al ministro. – Freato: Saran tante! – Detto, fatto. Foto sparite. La ’ndrangheta può stare tranquilla.” (12)

Ma lì sono anche le foto di Gualerzi.

A pochi metri dall’incrocio con Via Fani, infatti, si affaccia il negozio dell’ottico Gennaro Gualerzi che vede sfrecciargli davanti una 128 scura con a bordo persone che si stanno togliendo la giacca e sente delle grida. Gualerzi prende al volo una macchina fotografica ed esce di corsa scattando 11 fotografie entro le 09:15. L’esistenza delle foto è indicata per la prima volta in un rapporto del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Via Trionfale agli atti della Prima Commissione Moro. È un sommario del verbale rilasciato la mattina del 16 marzo dall’ottico (il nome indicato è sbagliato: “Gualersi”). Sono riportate 11 foto ma vengono corrette a penna in 16”. Queste foto spariranno subito dopo la consegna ai Carabinieri per essere ritrovate solo 39 anni dopo, nel maggio 2017.( 13)

Le foto di Gualerzi sono importanti perché in una di esse compare Giustino De Vuono, detto lo “scotennato”.

La questione è molto ben ricostruita in una voce dedicata di wikipedia, Ipotesi sul caso Moro, di cui riportiamo un estratto:

Partendo dai dubbi sull’apparente professionalità mostrata nel colpire la scorta senza uccidere Moro, alcuni hanno ipotizzato che nel commando vi fosse un tiratore scelto armato di mitra a canna corta, che sarebbe colui il quale ha sparato la maggior parte dei colpi, la cui identità sarebbe ancora sconosciuta. Il settimanale L’espresso (15) ha proposto un’identità al fantomatico cecchino.

Si tratterebbe di un tiratore scelto, ex membro della Legione straniera, Giustino De Vuono, colui che avrebbe sparato tutti i 49 colpi andati a segno e, soprattutto, tutti quelli che hanno centrato gli uomini della scorta. Agli atti della Questura di Roma si trova depositata una testimonianza, contenuta in un verbale datato 19 aprile 1978, in cui il teste Rodolfo Valentino afferma di aver riconosciuto De Vuono alla guida di una Mini o di un’A112 di color verde e presente sulla scena dell’eccidio. Altri [70], ipotizzano che possa essere stato un agente del servizio segreto (italiano o straniero) o dell’organizzazione clandestina Gladio estraneo all’organizzazione brigatista e quindi le divise sarebbero state necessarie per rendere riconoscibili a prima vista e reciprocamente i brigatisti e il tiratore scelto.

Durante i 55 giorni – peraltro – De Vuono risultò assente dalla sua abituale residenza, a Puerto Stroessner (oggi Ciudad del Este, nel Paraguay meridionale, all’epoca dei fatti retto da una giunta militare trentennale con a capo il generale Alfredo Stroessner). De Vuono era affiliato alla ’ndrangheta calabrese e diversi brigatisti testimoniarono che le BR si rifornivano di armi proprio dai malavitosi calabresi; inoltre De Vuono era ideologicamente «collocato all’estrema sinistra».

È stato anche provato che in Calabria lo Stato avviò contatti con la malavita per ottenere il rilascio di Moro. D’altronde pare accertata la presenza di De Vuono sul luogo della strage il giorno incriminato. Sebbene tutte le fotografie scattate dai giornalisti quella mattina fossero scomparse misteriosamente, esiste una fotografia che mostra, tra la folla assiepata sul marciapiede, proprio Giustino De Vuono, detto “lo Scannato” o “lo Scotennato”, ed un’altra persona identificata in Antonio Nirta, boss di San Luca in Aspromonte”. (15)

(15. Il fantasma di Via Fani, L’Espresso n. 20 del 21 maggio 2009, da wikipedia – L’ ipotesi del tiratore scelto)

Ma non è finita. Come si legge nel libro di Giangrande “la lista dei rullini scomparsi è inarrestabile: solo il 21 gennaio 2016 Il Messaggero pubblica una foto inedita scovata fra i faldoni del processo per l’omicidio Pecorelli. Si parla anche di alcune foto a loro volta sparite dagli uffici della Procura che ritraggono parte del commando proprio durante l’azione, ma non è chiaro chi le abbia scattate o se siano mai esistite.

Altri rullini vengono poi rinvenuti da una abitante della zona nel proprio giardino e da questa consegnate a un agente in borghese. C’è la testimonianza ma non se ne ha più traccia. Il giornalista Diego Cimara riferisce alla Commissione Moro dell’esistenza di altri rullini, poi scomparsi, ma anche su questo non ci sono altri elementi. Infine un’altra serie – scomparsa anch’essa – di cui Antonio Ianni, dell’Ansa, ha parlato alla stessa Commissione. Ianni è il primo fotografo arrivato sul posto. Scatta tre rullini quando i corpi non sono ancora stati coperti. La sera stessa, Ianni rientrando a casa trova la sua abitazione sottosopra, ma i rullini sono al sicuro: li aveva subito portati alla sede ANSA di Roma, dove lavora. Nei giorni successivi i rullini e alcune delle foto sviluppate da questi vengono trafugate direttamente dall’archivio fotografico dell’agenzia.” (16)

La presenza sul luogo del colonnello Guglielmi.

In Via Stresa all’incrocio con Via Fani – a pochi metri dall’agguato – quel mattino verso le 9.30 si trovava il colonnello Camillo Guglielmi, il quale era in borghese e dichiarò che stava andando a pranzo da un amico, residente in via Stresa 117 in una vicinissima palazzina dove alcuni anni prima aveva anche abitato lui stesso con la moglie e i figli.

La vicenda è uscita solo 12 anni dopo la strage, anche perché su un sito dedicato al caso Moro si legge che “a carico del colonnello Guglielmi, benché deceduto, è stato aperto ed è tuttora pendente un fascicolo presso la Procura generale della Repubblica di Roma proprio in relazione al suo ipotizzato coinvolgimento nella strage”. ( 17)

Sempre sullo stesso sito si legge una descrizione del profilo e dei compiti del Guglielmi: “Guglielmi all’inizio degli anni ’70, “veniva impiegato dal capo del Sid in operazioni internazionali” ed essendo il suo nome accostato a quello di Giovannelli, dirigente del Centro addestramento paracadutisti (Caps), egli svolgeva “un ruolo nel campo degli addestramenti speciali”.

Ha raccontato alla nuova Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro (2014 – 2017), il procuratore militare di Padova, Sergio Dini, che proprio negli anni 1972-73 (il periodo a cui risale l’appunto su Guglielmi) vi fu una notevole insistenza da parte del generale Maletti affinché la base sarda di Capo Marrargiu (centro operativo e di addestramento della Gladio italiana) fosse posta a disposizione del personale dell’Ufficio D per lo svolgimento di “esercitazioni molto particolari”.

Tra il febbraio ’72 e il maggio ’73 sono stati effettuati quattro corsi: tre riguardanti l’uso e le tecniche degli esplosivi e un corso di guerriglia, complessivamente per una quarantina di agenti segreti. L’ultimo corso del ’73, sia teorico sia pratico, verteva sulle “forme di guerriglia urbana, la tecnica dell’imboscata, gli obiettivi e i compiti della guerriglia negli abitati e in azioni di campagna”.

Attività “particolari” per l’ufficio difesa, come sottolineava il procuratore militare Dini alla Commissione stragi, che riporta: «Per quanto riguarda Guglielmi, nel 1965 partecipò alla prima esercitazione di personale dell’Ufficio D a Capo Marrargiu. Non c’è solo la citazione «Guglielmi presente a Capo Marrargiu», ma ci sono diversi documenti in cui viene indicato esattamente il programma del corso e, giorno per giorno, quello che è stato fatto. Si andava appunto da tecniche di imboscata e guerriglia urbana a tecniche di trappolamento ed esplosivi su materiale ferroviario».

E ancora: «Tra il personale che fu utilizzato per questi addestramenti particolari (…) vi sono i nomi di alcuni soggetti che, in qualche modo, sono stati portati alla ribalta da successive indagini su fatti eversivi”. Come “l’ufficiale Guglielmi, proprio quell’ufficiale invitato a colazione nelle immediate vicinanze di via Fani alle ore 9,30 del 16 marzo 1978» (Vedi: Sergio Dini, alla CPM2, Seduta del 7/10/2015)”. (18) Dove per colazione s’intende pranzo (NdR).

Sempre sullo stesso sito si legge anche quanto segue: “Nella sua scheda di servizio, acquisita dal procuratore generale di Roma Luigi Ciampoli presso gli archivi dei Servizi di sicurezza, si illustrano i compiti e le funzioni dell’Ufficio R, Controllo e Sicurezza VII Sezione  del Sismi di Guglielmi (un servizio costituito solo dall’ottobre 1978):

Fare la scorta a importanti personaggi del Sismi, agli ospiti stranieri del Servizio, la vigilanza alla sala riunioni della Nato e alla villa del generale Santovito (allora direttore del Sismi, ndr), le indagini disciplinari, la scorta a valori di denaro del Servizio e agli aerei”.

Incarichi rilevanti, delicati, quindi per il servizio segreto militare.

Questa la ricostruzione dei ruolini di Servizio del Guglielmi, da cui, in ogni caso, appare evidente, come ha anche sottolineato la nuova Commissione Moro, che la figura del colonnello è ritenuta, a vario titolo (in virtù di esperienze pregresse e del suo successivo servizio alle dipendenze del SISMI), riconducibile ad ambienti dei servizi di Intelligence.

Guglielmi, infatti, è stato istruttore a capo Marrargiu, la base di addestramento delle Gladio, e proprio nelle tecniche di guerriglia (anche lasciando perdere le imboscate), e come rivelato, nel marzo 2003  da Famiglia Cristiana, dal quotidiano Liberazione e dalla rubrica del Tg3 Primo Piano, il mese precedente (febbraio ‘78)  il rapimento Moro, aveva partecipato o comunque era compreso nella esercitazione, “Rescue imperator” organizzata dal Raggruppamento unità speciale-Stay Behind (cioè Gladio), poi realizzata nella notte del 12 febbraio, da cinque squadre “K” armate ed equipaggiate con materiale degli incursori del Comsubin in accordo con i carabinieri della Legione Lazio. Vi si citano luoghi (Campo Imperatore, vicino al lago della Duchessa, Magliano Sabina e il Monte Soratte).

Questo risulterebbe, dai dispacci del tempo per “Rescue Imperator”, datati rispettivamente 6 e 10 febbraio 1978, dove si cita il “gruppo Guglielmi”, che deve restare “in attesa del materiale” e di eventuali nuovi ordini presso il Centro addestramento guastatori di Alghero. È il periodo in cui Guglielmi, ufficialmente, risultava collocato in ausiliaria nella “forza in congedo della regione tosco emiliana di Firenze”.

Alcuni hanno anche parlato di omonimia, ma senza troppo convincere,  e quindi se questa segnalazione documentale è corretta, il Guglielmi si troverebbe anche inserito nell’organico di una esercitazione riguardante protocolli militari di guerriglia e antiguerriglia in ambiti Atlantico e che  assomiglia ad  una specie di “prova generale” dell’operazione “smeraldo” di liberazione di Moro ordinata un mese e mezzo dopo da Cossiga al Comsubin ,il Raggruppamento Subacquei ed Incursori  della Marina Militare e poi abortita. (19)

Va ricordato che Guglielmi di lì a poco sarebbe entrato nel SISMI – la VII divisione che controlla Gladio – alle dirette dipendenze del generale Musmeci (P2, implicato per vari depistaggi e poi condannato per quello della Strage di Bologna). Bisogna anche precisare che Guglielmi si sarebbe dedicato all’ addestramento di gladiatori, ma che non risultava essere membro del sodalizio.

(17., 18., 19.: articolo di Maurizio Barozzi pubblicato sul sito sedicimarzo.org dedicato al caso Moro)

I professionisti e la “situazione generale di protezione”

Molti anni dopo e precisamente nel 2012 Alberto Franceschini, fondatore delle BR assieme a Renato Curcio, concesse un’ intervista al giornalista Ulisse Spinnato Vega, dell’Agenzia Clorofilla. Franceschini ricordò Mino Pecorelli, e affermò: “Pecorelli, prima di morire, disse che sia gli Stati Uniti sia l’Unione Sovietica volevano la morte di Moro.

Bisognava rispettare gli accordi di Yalta, cioè la spartizione dell’Europa tra i vincitori della Seconda guerra mondiale: un accordo al quale Moro si era sempre opposto, sia prima sia durante il sequestro, ritenendo ormai superata la «strategia» di Yalta e volendo a tutti i costi coinvolgere il PCI nel governo del Paese” Moro agiva politicamente per mantenersi al potere e per portare avanti il «compromesso storico», che non piaceva agli americani e ancor meno ai russi.

Un eurocomunismo con al centro il Pci avrebbe infatti portato sconquasso nell’Europa dell’Est. Ma Breznev non era Gorbaciov e non lo permise, non diede il minimo spazio di apertura. Ed ecco perché Moro doveva morire. In ogni caso, né la CIA né il KGB avrebbero potuto portare a compimento la sua eliminazione senza l’assenso dell’altro. Dunque, tutti e due i servizi segreti erano coinvolti.

 Franceschini dichiarerà anche: “un’operazione di grande portata come quella del sequestro Moro non la fai se non hai qualcuno alle spalle che ti protegge. Ai miei tempi, noi militarmente eravamo impreparati. Io conosco quelli che hanno portato a compimento l’operazione: gli unici ad avere un minimo addestramento potevano essere Morucci e Moretti.

Ma secondo me c’era una situazione generale di protezione, un contesto di cui erano consapevoli solo uno o due dell’intero commando”.

Successivamente Franceschini aggiungeva: “Nel sequestro Moro furono utilizzate tecniche che non avevano nulla a che fare col nostro tipo di azione. Ad esempio, Moro fu fatto salire in auto. Noi, invece quando sequestrammo, nel 1974, il giudice Sossi, agimmo prima mettendo un furgoncino sotto casa sua: quando lui arrivò, uscirono fuori i nostri, lo presero e lo buttarono nel furgone, chiudendolo poi in un sacco. Quindi si spostarono verso di noi che stavamo in una macchina, lo scaricarono col favore del buio serale e andammo via.

Invece, i rapitori di Moro che cosa fanno? Lo fanno salire in macchina, arrivano in una piazza frequentatissima e lo trasferiscono su un furgone. Tutto questo una ventina di minuti dopo il sequestro, in mezzo al traffico e alla folla. Mi pare sinceramente impossibile che nessun testimone abbia visto”.

Questo furgone, inoltre, non è mai stato trovato. Morucci dice che fu lasciato in un parcheggio sotterraneo, lì fu tirato fuori Moro e quindi portato, forse sulla “Renault” rossa, in via Montalcini. Il furgone non esiste, e questo sequestro non può essere certamente stato fatto così, non sta in piedi»”. (20)

(20. Intervista di Alberto Franceschini al giornalista Ulisse Spinnato Vega, dell’Agenzia Clorofilla)

L’argomento della “protezione” viene ripreso da Paolo Cucchiarelli, scrittore e giornalista investigativo, già caposervizio e collaboratore dell’Ansa nonché giornalista parlamentare ed autore di vari saggi sui misteri d’Italia.

Cucchiarelli negli ultimi anni ha scritto due libri sull’affaire Moro, il primo dei quali intitolato Morte di un presidente (2016) ed il secondo L’ ultima notte di Aldo Moro (2018). In un’intervista del 18.04.2018, rilasciata da Cucchiarelli per presentare il suo libro, si legge quanto segue: “A via Fani c’erano degli specialisti che agiscono con una tecnica militare che non appartiene assolutamente alle Brigate Rosse, non può appartenere perché poi la tecnica era stata codificata dagli americani ed attuata in speciali gruppi operativi e questi gruppi utilizzano queste tecniche.

Per di più sappiamo con certezza perché lo racconta il servizio segreto italiano che un aereo legato a queste strutture americane atterra a Fiumicino improvvisamente la sera del 15 marzo e riparte la mattina del 16 marzo intorno alle 10 – 10:15. A bordo di quell’aereo c’erano uno o più specialisti che hanno partecipato direttamente all’operazione di via Fani dando quel contributo militare che le Brigate Rosse non sanno e non possono aver dispiegato perché se si prendono i racconti dei singoli brigatisti che hanno partecipato all’operazione uno racconta di essersi messo paura, un altro racconta che la sua arma si era inceppata e un altro ancora racconta che lui ha sparato solo due colpi.

Tenendo sempre conto che i brigatisti raccontano di aver sparato solo ed esclusivamente dalla sinistra del corteo delle macchine di Moro mentre abbiamo la certezza giudiziaria documentale e logica che gran parte dell’attacco militare fu portato dalla destra da questi personaggi che non erano vestiti come gli altri brigatisti con delle divise dell’aviazione, con dei giubbotti legati all’aviazione civile ma erano (invece) vestiti di cuoio, con degli abiti di cuoio ed erano facilmente identificabili, sia il fronte che sparava da destra sia il fronte che sparava da sinistra. Abbiamo testimonianze che il libro per la prima volta mette insieme che dimostrano che qui chi spara da destra utilizza tecniche e logiche che non sono proprio delle Brigate Rosse ma appartengono a chi ha subito un addestramento militare”. Sono parole chiarissime. (21)

(21. intervista a Cucchiarelli che presenta Morte di un presidente, il primo dei suoi libri in tema – anno 2018).

(In altre parole, e non è una battuta, come anche la seconda commissione d’inchiesta sul caso Moro appurò, in via Fani quel 16 marzo c’erano ANCHE le Brigate Rosse NdR)

Nel 2021 è uscito il docufilm autoprodotto “Non è un caso, Moro” (22) scritto e diretto da Tommaso Minniti, tratto dai libri inchiesta di Paolo Cucchiarelli e con le musiche originali di Johannes Bicklerche. Il film, che nessuno ha voluto distribuire e circola con il passa parola da un cineclub all’altro, narra la storia ed i tanti retroscena dei 55 giorni del sequestro. In questo raro docufilm, che è ordinabile via posta ed è fornito con la chiavetta USB, la vicenda viene considerata sotto una luce diversa grazie anche alle testimonianze inedite e incontrovertibili di protagonisti dell’epoca: l’on. Claudio Signorile, già vicesegretario del Psi ed esponente del fronte della trattativa, e Mons. Fabio Fabbri braccio destro di don Cesare Curioni, cappellano delle carceri che gestì la trattativa umanitaria voluta da Papa Paolo VI per cercare di salvare la vita al leader democristiano.

(22. il sito del film con indicazione delle prossime proiezioni)

Monsignor Fabbri, scomparso un anno fa, fu un testimone chiave del caso Moro e dichiarò spesso di essere portatore di segreti che non poteva rivelare. Oltre a molte indicibili novità dal punto di vista storico e politico che riguardano in particolare la fine di Moro la tesi di fondo del film è che la rimozione della vicenda ha bloccato l’Italia togliendo libertà e sovranità alla nostra classe politica, che da allora non può più aspirare a grandi disegni di rinnovamento e si deve accontentare del piccolo cabotaggio in uno spazio di manovra decisamente ridotto

Un destino terribile per il nostro Paese

beemagazine.it

La strage di via Fani 45 anni fa: l'identikit del killer senza volto. Atletico e con un passamontagna nero: il mistero del membro 'esterno' del commando. Marcello Altamura il 17 Marzo 2023 su Il Giornale.

Un killer professionista, dal fisico atletico e dalla assoluta padronanza delle armi, che usa un passamontagna per celare persino agli altri membri del commando la sua identità. Un killer professionista che ‘risolve’ l’azione di via Fani uccidendo l’agente Iozzino. A 45 anni di distanza dal rapimento di Aldo Moro e dall’agguato che costò la vita ai cinque uomini della scorta (Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino e Giulio Rivera), la figura del killer travisato resta sfuggente e, soprattutto, senza identità.

Eppure, sin dalle prime testimonianze successive all’agguato del 16 marzo 1978 la sua figura è ben delineata. Ne parlano, ad esempio, Tullio Moscardi e la moglie Maria Iannaccone, residenti in via Fani 109: i due lo descrivono come “un uomo travisato con una specie di passamontagna di colore nero, alto mt. 1.80 – forse anche di più – con fisico atletico, vestiva un abito tipo ‘tuta’ molto attillato di colore nero (dunque, non una divisa come quella dei quattro brigatisti che sparavano davanti al bar Olivetti, n.d.r.), con una specie di mascherina sugli occhi di colore rosso (in realtà è una riga rossa sul passamontagna proprio in corrispondenza degli oggi, n.d.r.), armato di mitra”.

Anche un altro testimone, Paolo Pistolesi, che al tempo aveva un’edicola in via Fani parla di un individuo che “indossava un passamontagna nero con una striscia rossa al centro, si trattava di un passamontagna del tipo da ‘motociclista’, che lascia scoperto solamente gli occhi (…) ricordo che doveva indossare qualcosa di scuro”. Il testimone precisa di aver visto “benissimo che impugnava un mitra, mi sembra col braccio destro; lo impugnava, nel momento in cui io l’ho visto, tenendolo rivolto verso l’alto e, muovendo lo stesso braccio, faceva cenno alle macchine che sopraggiungevano di tornare indietro e di allontanarsi. Ad un certo punto, poi, si è rivolto verso di me e, impugnando sempre il mitra, ha fatto cenno di allontanarmi, quindi ha abbassato il mitra nella mia direzione; a quel punto io mi sono buttato dietro una macchina ed ho sentito, senza vedere, una raffica (con ogni evidenza è quell’ultima breve raffica contro l’ingegner Alessandro Marini a bordo del suo ciclomotore, n.d.r.)”.

Anche un’altra testimone, Lina Procopio, ascoltata nell’immediatezza dal Nucleo Operativo dei carabinieri della Compagnia Roma-Trionfale, riferisce di aver visto “quattro persone in divisa di colore bleu scuro con i relativi berretti, che stavano sparando con i mitra” mentre “un’altra persona travisata con passamontagna armata di mitra teneva a bada i passanti”.

Decisiva però per mettere a fuoco il killer col passamontagna è un’altra testimone, Lina Cinzia De Andreis. Ascoltata il 24 marzo 1978 dal Nucleo Operativo dei Carabinieri di Roma, la donna racconta di essersi trovata, il 16 marzo 1978, in via Stresa proprio di fronte al bar Olivetti di via Mario Fani, dove si ferma per accendersi una sigaretta. “Mentre cercavo le sigarette nella mia borsa notavo ferma all’angolo di via Stresa un’autovettura Fiat 128 di colore bianco targata CD in posizione di marcia verso via Mario Fani. Notavo altresì all’interno tre persone, e mentre accendevo la sigaretta guardavo al lato opposto a quello ove mi trovavo notando un uomo dall’apparente età di 30-35 anni. Questi indossava un berretto tipo coppola, un giubbotto nero di pelle e pantaloni stesso colore e sentendosi osservato mi ha guardato in modo torvo ”.

Dunque, a via Fani, oltre ai quattro brigatisti vestiti da avieri (Valerio Morucci, Raffaele Fiore, Prospero Gallinari e Franco Bonisoli), c’era anche almeno un quinto elemento del commando, un killer atletico, vestito in maniera differente dagli avieri e che ha tutta l’aria di essere un ‘esterno’. Non si può fare a meno di ripensare, dunque, al verbale del brigatista pentito Michele Galati del 1982, già anticipato ad agosto dal IlGiornale.it, che riferisce di una frase pronunciata da Mario Moretti in occasione della pianificazione di una rapina nel novembre ‘79 a Venezia: “Anche a Via Fani uno ci era scappato (cioè Iozzino), ma quelli di riserva lo hanno steso”.

Era dunque l’uomo col passamontagna “quello di riserva” che al momento dell’agguato, accucciatosi dietro la Mini Cooper verde del Moscardi, falciò il povero agente Iozzino? E come mai a 45 anni di distanza non ha ancora una identità? In realtà già nel 1978, proprio dalle indicazioni della De Andreis, i Carabinieri realizzarono un identikit che Il Giornale.it mostra in anteprima, di quell’uomo dell’apparente età di 30-35 anni e vestito con giubbotto e pantaloni neri di pelle: - “altezza 1.80-1.82”; - “occhi scuri a mandorla”; - “corporatura massiccia”; - “labbra carnose”; - “naso grosso e pronunciato”; - “orecchie grosse sporgenti”.

Tuttavia quella pista allora venne inopinatamente abbandonata. E anche nel corso del primo processo Moro, la De Andreis venne brevemente sentita e, di fatto, liquidata. Eppure la sua testimonianza aveva reso possibile una ricostruzione del ruolo nella strage dell’uomo che, a viso scoperto sul marciapiede antistante il bar Olivetti poco prima che iniziasse la sparatoria, indossa dopo il passamontagna nero con riga rossa centrale per non correre il rischio di essere riconosciuto. Lo stesso uomo che, durante l’azione ma subito dopo la sparatoria, viene avvistato nella parte più alta di via Fani da ben quattro testimoni, armato di una mitraglietta. Un killer che, prima spara contro la Fiat 130 e l’Alfetta riparandosi dietro alla Mini Cooper verde parcheggiata sul lato sinistro di via Fani e poi, spostandosi repentinamente verso la 128 bianca del cancelletto posteriore messa dietro l’Alfetta, fa fuoco sempre accucciato contro Zizzi che infatti viene colpito alla schiena da tre colpi dal basso verso l’alto.

È lui, probabilmente, che la testimone Cristina Damiani ancora nel 2022, vede impugnare la canna che spunta dietro la Mini Cooper che, come rivelato da Il Giornale.it, presenta un foro di proiettile sulla targa che per 45 anni è stato del tutto ignorato. Ed è a lui, piuttosto che ai quattro avieri, che l’agente Iozzino spara due colpi di pistola, intuendone la pericolosità.

Un killer che, a tutt’oggi, è ancora senza volto. L’identikit ha tratti di somiglianza con Giustino De Vuono, ex legionario e ’ndranghetista calabrese, sospettato di aver avuto un ruolo nella strage, ma la descrizione fisica, soprattutto quella relativa all’altezza e alla copertura atletica, non coincidono. C’è però una suggestione con quelle “labbra carnose” e quel “naso grosso e pronunciato” oltre che con l’altezza l’età e l’atleticità descritti dalla testimone De Andreis. Una suggestione che rimanda proprio alla Calabria e alla fisionomia di un uomo ex poliziotto e dalla vita misteriosa, che recentemente è stato associato a molti misteri italiani. Sono queste le ulteriori circostanze su cui le indagini in corso potrebbero fare definitivamente luce, come suggerito dai fratelli Giovanni e Paolo Ricci, figli di Domenico, difesi dall’avvocato Nicola Brigida.

Nonostante i tanti punti oscuri, a 45 anni dalla strage il ricordo è più vivo che mai. Lo testimonia l’iniziativa “Musica per la Memoria”, l’evento organizzato e promosso dall'Associazione Domenico Ricci per la memoria dei Caduti di via Fani, un concerto per non dimenticare le vittime del terrorismo delle forze dell’ordine liberamente ispirato dal libro “Anni Bui” di Salvatore Lordi e in programma a Roma, all’Acquario Romano.

L'ultimo giallo di via Fani, un foro nella targa di un'auto. La foto esclusiva. Repertato ma ignorato: si riapre il caso degli spari da destra per il rapimento del presidente della Dc nel marzo '78. Marcello Altamura il 15 Marzo 2023 su Il Giornale

A 45 anni di distanza, la strage di via Fani, avvenuta il 16 marzo 1978, in cui furono sterminati i cinque uomini della scorta e rapito il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, ha ancora molti punti oscuri. Nonostante sei processi e un’indagine ancora in corso presso la procura di Roma, non sono chiari molti aspetti della vicenda, a cominciare dal numero dei componenti del commando che agì quella tragica mattina. Tra i dettagli rimasti oscuri a lungo, e che potrebbe cambiare la ricostruzione fino a qui data per ufficiale sul numero di sparatori presenti quel giorno, c'è il foro di un proiettile nella targa di un'auto parcheggiata non lontano dal luogo del rapimento. E che il Giornale.it è in grado di mostrare con una foto esclusiva:

In via Fani, secondo le sentenze definitive, le perizie e secondo il memoriale del brigatista Valerio Morucci avrebbero fatto fuoco soltanto quattro uomini: lo stesso Morucci, fornito di un FNA43 cal. 9 parabellum; Raffaele Fiore, che impugnava un MP12 cal. 9 parabellum; Prospero Gallinari, munito di un TZ45 cal. 9 parabellum; Franco Bonisoli, munito di un altro FNA43 cal. 9 parabellum o di un’arma similare. Gallinari e Bonisoli disponevano poi di un’arma corta (rispettivamente di una Smith & Wesson cal. 9 parabellum e una Beretta 51 calibro cal. 7.65) e i quattro brigatisti, travestiti da avieri, avevano il compito di attaccare le due auto, posizionati sul lato sinistro e spuntati da dietro le piante ornamentali del bar Olivetti, che si trovava proprio all’incrocio di via Fani.

Pur essendo negli anni emerse evidenze di molti bossoli rinvenuti in posizioni incongrue rispetto alla versione ufficiale, i brigatisti hanno sempre negato la presenza di altri sparatori. Una versione smentita, però, dalla relazione approvata dalla Commissione Antimafia del settembre 2022, elaborata da un gruppo di lavoro presieduto dall’on. Stefania Ascari e con il contributo del consulente Guido Salvini, il magistrato più competente ed esperto in tema di eversione. Nel documento, infatti, è spiegato chiaramente come sia inverosimile che, una volta inceppatosi il suo mitra, Bonisoli si sarebbe spostato più in su a destra e in diagonale, facendo poi un salto all’indietro per retrocedere sino al marciapiede e nascondersi dietro un’auto, una Mini Cooper verde parcheggiata su quello stesso lato sinistro, per poi ridiscendere verso l’Alfetta di scorta aggirandola e continuare a sparare con la 7.65 spostandosi lungo il lato destro di via Fani, opposto al bar Olivetti.

Ma perché i brigatisti sostengono una tesi così inverosimile? Per ‘coprire’, è anche la conclusione della relazione della Commissione Antimafia, gli spari provenienti da dietro quella Mini Cooper verde. Che sono, invece, oggettivi. E la prova, che Il Giornale.it può svelare in anteprima, è non solo la testimonianza riattualizzata dalla Commissione Antimafia di una ineccepibile testimone oculare di quel tempo (Cristina Damiani) ma anche un foro di proiettile sulla targa di quella stessa Mini Cooper verde targata Roma T32330.

L’auto, di proprietà di Tullio Moscardi, residente in via Fani 109 ed ex appartenente alla X-Mas del principe Borghese, al momento dell’agguato era in sosta una decina-quindicina di metri più in su rispetto all’Alfetta bianca di scorta. Pur repertato, come dimostra la foto che Il Giornale.it pubblica in anteprima, il foro sulla targa della Mini Cooper all’altezza dello 0, è stato ignorato, e messo in evidenza dopo oltre 40 anni in una memoria dall’avvocato Nicola Brigida, difensore di Giovanni e Paolo Ricci, figli di Domenico, l’appuntato dei Carabinieri che era l’autista di Aldo Moro, ucciso proprio in via Fani.

Ma perché è importante il particolare del foro nella targa? Perché dimostra con ogni evidenza, nonostante i brigatisti dicano il contrario, che c’era almeno un altro misterioso killer accucciato dietro quella macchina contro cui il valoroso agente Iozzino sceso dall’Alfetta ha tirato almeno uno dei due colpi dalla sua Beretta 92-S anziché sparare ai quattro assalitori dinanzi a sé.

Ascoltata nell’immediatezza dei fatti, il 26 marzo 1978 e poi ancora il successivo 17 maggio 1978, Cristina Damiani, testimone molto attendibile all'epoca giovane studentessa poi divenuta architetto e quindi molto attenta agli spazi e alla dinamica delle scene, racconta che mentre stava percorrendo a piedi via Fani verso via Trionfale aveva sentito “distintamente” alle sue spalle “una leggera frenata seguita da un rumore come di tamponamento e quindi un colpo isolato di arma da fuoco”. Istintivamente si era abbassata ed in quel momento aveva inteso “una raffica di colpi di tonalità diversa a cui si sovrapposero altre raffiche ripetute”. Dal suo punto di osservazione, era stata in grado di distinguere “una canna di arma da fuoco lunga circa 30 centimetri spuntare da dietro una vettura parcheggiata davanti al bar Olivetti”: e l’unica macchina ad essere posizionata in quel punto è solo la Mini Cooper verde di Moscardi.

Non solo: la Damiani aggiunge che la canna spuntava da un’altezza leggermente superiore a quella della metà della vettura (dunque, lo sparatore era accucciato) e che da essa, in direzione delle auto ferme (l’Alfetta e la 130), uscivano delle vampate di fuoco. Successivamente aveva poi visto cadere esanime l’agente Raffaele Iozzino, membro della scorta di Moro, che viaggiava sull’Alfetta.

Un ricordo nitido, quello della Damiani, ribadito anche ad oltre 40 anni di distanza, l’11 maggio 2022. Nella testimonianza alla Commissione Antimafia, che Il Giornale.it presenta qui in anteprima, la donna ha ribadito che, appena sentito il rumore degli spari, si era riparata dietro una vettura in sosta sul lato destro di via Fani ed attraverso i vetri, aveva visto nitidamente spuntare da una utilitaria, non può che essere proprio la Mini Cooper verde, parcheggiata sul lato opposto, una canna di mitra piuttosto corta da cui uscivano le vampate. La canna, racconta ancora la Damiani, si trovava a metà altezza tra il cofano e il tettuccio. Dalla posizione dell’arma, si deduce che almeno uno sparatore si trovava accucciato proprio dietro la vettura. Nella testimonianza del 2022 la Damiani precisa di non essere riuscita a vedere il corpo o la fisionomia di chi imbracciava l’arma, ma ribadisce di aver avuto la netta sensazione che proprio da quella canna dietro l’auto in sosta fossero partiti i colpi fatali che hanno ucciso l’agente Iozzino, che infatti la Damiani vede scendere dal sedile posteriore dell’Alfetta di scorta.

A via Fani, dunque, c’erano anche altri spari, più in su e a destra rispetto ai quattro bierre posizionati di fronte alla 130 e all’Alfetta. E infatti, contraddicendo ancora una volta i brigatisti, la Damiani nella sua testimonianza alla Commissione Antimafia, esclude con certezza che colui che aveva sparato dietro la vettura in sosta avesse attraversato la strada per unirsi alle altre persone che si trovavano intorno alle vetture ferme più in basso. Lo sparatore sconosciuto si era quindi “dileguato autonomamente” rispetto agli altri aggressori che si trovavano nella parte più bassa di via Fani. Aggressori che, dice la donna, erano non meno di sei e non tutti vestiti da avieri. Un’altra menzogna smascherata di una storia che resta oscura anche a 45 anni di distanza.

Del resto, come già anticipato ad agosto dal IlGiornale.it, è stato proprio Mario Moretti, presente in via Fani ma, secondo la versione dei brigatisti, solo al volante della Fiat 128 che sbarrò la strada all'auto a bordo della quale viaggiava Moro, come testimoniato dal brigatista pentito Michele Galati nell’82 al giudice Priore, in occasione della pianificazione di una rapina nel novembre ‘79 a Venezia, a dire: “Anche a Via Fani uno ci era scappato (cioè Iozzino), ma quelli di riserva lo hanno steso”.

Estratto dell'articolo di Clemente Pistilli per repubblica.it il 21 gennaio 2023.

[..]

La commissione antimafia è partita dai risultati della seconda Commissione Moro, effettuando degli approfondimenti e cercando di colmare i troppi vuoti ancora presenti tanto sull'agguato quanto sulla successiva detenzione dell'esponente della Democrazia Cristiana, ipotizzando appunto un coinvolgimento nella vicenda della criminalità organizzata calabrese, della camorra di Raffaele Cutolo e della Banda della Magliana. Un'attività che ha portato i commissari ad ottenere per la prima volta una "precisa e leggibile planimetria della scena dei fatti", realizzata dalla polizia scientifica e determinante per le audizioni, unita "ad apposite rappresentazioni tridimensionali".

 L'Antimafia ha inoltre ascoltato nuovamente Franco Bonisoli, appartenente sin dall’inizio alla colonna milanese delle Brigate Rosse, presente all’attacco del 16 marzo 1978, che da tempo ha finito di scontare la pena e che è considerato un uomo del tutto "recuperato", tanto che ha anche "avuto un dialogo e uno stretto rapporto con Agnese Moro, Vittorio Bachelet e i familiari di altre vittime".

[...] L'Antimafia ha poi considerato che vi fosse, con altissima probabilità, sul lato destro di via Fani un soggetto, sempre a copertura dei quattro avieri, che ha freddato con tre colpi alle spalle il brigadiere Francesco Zizzi, e che vi fossero, quantomeno con un ruolo di appoggio, due soggetti a bordo di una moto Honda.

 Ecco dunque anche l'attività che, più nello specifico, avrebbe svolto il crimine organizzato. La commissione ha audito l'ex boss Maurizio Abbatino, della Banda della Magliana, "Crispino", noto per la fiction "Romanzo Criminale" come "Il Freddo". Abbatino ha riferito che era pervenuta alla Banda una richiesta di Raffaele Cutolo, tramite Nicolino Selis che era detenuto con lui e aveva usufruito di una licenza. di interessarsi del sequestro dell’onorevole Moro. Ha aggiunto che era stato stabilito un contatto con l’onorevole Flaminio Piccoli, esponente dei dorotei e in quel momento presidente della Dc, e che aveva assistito a distanza a un incontro tra l’esponente democristiano e Franco Giuseppucci, uno dei fondatori della Banda, sul Lungotevere, specificando che, al termine dell’incontro, aveva saputo che il compito del gruppo criminale romano sarebbe stato quello di individuare il luogo dove Moro era tenuto in ostaggio.

"Crispino" ha pure detto di aver detto a Giuseppucci che a lui non interessava una collaborazione simile, ma che lo stesso Giuseppucci gli aveva risposto: "Se riusciamo a fare una cosa del genere ci possiamo dimenticare di andare in carcere". Abbatino ha infine affermato che Giuseppucci aveva individuato l’appartamento che si trovava in via Montalcini, in zona Portuense, e che l’informazione era stata passata a Selis, "che l’avrebbe a sua volta girata a Raffaele Cutolo, il quale verosimilmente avrebbe informato l’onorevole Flaminio Piccoli".

 [...]

 Infine le valutazioni sul possibile ruolo nell'agguato di Giustino De Vuono, calabrese, arruolatosi giovanissimo nella Legione straniera francese, legato alla criminalità organizzata e con un vasto curriculum di reati comuni, ma anche responsabile del rapimento dell’ingegner Carlo Saronio, maturato nell’ambito dell’Autonomia operaia. "De Vuono - sostiene l'Antimafia - è stato indicato, sin dalle prime ore successive all’avvenuto sequestro, come implicato nell’operazione del rapimento dell’onorevole Moro, in veste di elemento di appoggio alle Brigate Rosse. In seguito, è stato considerato anche come soggetto eventualmente coinvolto nella tragica conclusione della vicenda".

Un'ipotesi in cui pesa l’appunto esaminato dalla seconda Commissione Moro, inviato dal Centro informativo della Guardia di Finanza di Roma al Ministero dell’Interno già la sera del 17 marzo 1978, in cui venivano riferite le notizie acquisite da "una fonte confidenziale degna di fede", che aveva riferito circa la presenza di De Vuono, insieme a Lauro Azzolini e Rocco Micaletto, in quei giorni nella capitale e rendeva nota la probabile detenzione del sequestrato in una prima prigione munita di un garage, collocata a breve distanza da via Fani. Senza contare i tanti elementi comuni tra quell'appunto e quanto scritto il 16 gennaio 1979 dal giornalista Mino Pecorelli sul bollettino della sua agenzia Osservatorio Politico:

"L’articolo "Vergogna buffoni", dedicato proprio al sequestro Moro, si conclude con la frase, enigmatica ma indicativa: Non diremo che il legionario si chiama “De” e il macellaio Maurizio. L’indicazione del "legionario" non può che riferirsi a De Vuono, che aveva militato in gioventù nella Legione straniera francese, mentre "Maurizio" era il nome di battaglia di Mario Moretti, poi condannato tra gli esecutori materiali dell’omicidio dello statista. Mino Pecorelli aveva ottimi contatti con i servizi di informazione ed il suo articolo sembra dimostrare che questi apparati, non molto tempo dopo i fatti e persino nei 55 giorni del sequestro, disponessero di importanti elementi di conoscenza in merito ai punti critici dell’intera vicenda". Per i commissari le possibili "terze presenze" nella vicenda Moro non erano dunque solo quelle della criminalità organizzata.

L'auspicio della Commissione è ora quello che nuovi elementi emersi e ipotesi fatte possano essere utili per le indagini ancora aperte presso la Procura e la Procura Generale di Roma.

Il generale Dalla Chiesa.

Da corriere.it il 18 gennaio 2023.

Caro Aldo,

il generale Dalla Chiesa è stato un grande esempio di uomo mosso da una profonda fedeltà e fiducia nelle istituzioni, ha lasciato una eredità morale di servitore dello Stato, a difesa dei valori della giustizia, democrazia e legalità. La fiction lo celebra degnamente.

Benigno Prete

 Ho appena finito di vedere ciò che ritengo un capolavoro, lo sceneggiato dedicato al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Dovrebbero utilizzare questo lavoro nelle scuole, per far conoscere la nostra storia ai ragazzi e far percepire l’abnegazione, fino all’ultimo sacrificio, di uomini e donne per questa nostra Italia.

Michele De Gruttola

Risponde Aldo Cazzullo – da il Corriere della Sera

 Cari lettori,

Anche a me «Il nostro generale», la fiction su Carlo Alberto Dalla Chiesa, è piaciuta; e gli ottimi ascolti non erano affatto scontati, visto che si raccontava la storia di un uomo uscito tragicamente di scena quarant’anni fa, che tanti tra i nostri ragazzi non avevano mai sentito nominare. Qualcuno non ha apprezzato le frecciate «antipolitiche» messe in bocca al generale. Ma se c’è qualcuno che ha avuto — purtroppo — ottime ragioni per lamentarsi della politica è proprio Dalla Chiesa.

Le Brigate Rosse non furono certo un tassello della strategia della tensione, nacquero dai gruppi della sinistra extraparlamentare; ma lo stesso Cossiga ammise che fu imperdonabile non stroncarle sul nascere, e in particolare le incertezze e le esitazioni tra l’arresto di Curcio e Franceschini (1974) e l’escalation di sangue sotto la guida di Moretti. La questione del ritrovamento a rate del memoriale di Moro in via Monte Nevoso passò sopra la testa di Dalla Chiesa; era in corso una faida nel potere italiano, e un generale dei carabinieri non poteva certo muoversi come il capo di una giunta militare, alla politica doveva rendere conto.

Soprattutto, Dalla Chiesa fu mandato a Palermo a morire. Isolato, delegittimato, abbandonato. L’intervista a Giorgio Bocca è lì a confermarlo. Il grande giornalista raccontò come fosse entrato nella stanza del generale senza essere fermato da nessuno, senza un controllo di identità, senza una perquisizione; e come poi al ristorante l’uomo che doveva salvare Palermo dalla mafia venisse guardato con sospetto, se non con fastidio. Un po’ tutti hanno riconosciuto i meriti dei produttori della fiction (Stand by me di Simona Ercolani e Rai fiction di Maria Pia Ammirati). Una parola andrebbe aggiunta su Sergio Castellitto: un attore straordinario, capace di diventare Boccaccio e padre Pio, il re malvagio di Narnia e il grande Fausto Coppi.

Dalla Chiesa e la fiction tv che fa torto al generale.

Sergio Castellitto interpreta il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa

Il Prefetto sosteneva l'adozione di una legislazione premiale anche per i pentiti di mafia, ma ne avvertiva anche il rischio. Francesco Damato su Il Dubbio il 25 gennaio 2023

Ho molto esitato prima di decidermi a scrivere della fiction televisiva sul prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa morto sul campo della lotta alla mafia, “Il nostro generale”, sentendomi un po’ parte in causa per il torto che ritengo gli sia stato fatto. E ciò pur tra i tanti meriti giustamente riconosciutigli, specie quelli acquisti nella lotta alle brigate rosse e poi sommersi, nella memoria, dalle emozioni per il tragico esito della sua ultima missione al servizio dello Stato.

Mi sono alla fine deciso a scriverne con un compromesso con me stesso: quello di non raccontare come e perché sono parte interessata all’omissione che ho avvertito nella ricostruzione degli ultimi mesi, direi anche giorni di vita del generale. Che non furono contrassegnati soltanto dagli incresciosi rapporti polemici col ministro democristiano dell’Interno Virginio Rognoni, un po’ renitente ai maggiori poteri che il prefetto rivendicava per svolgere al massimo delle sue capacità le funzioni finalizzate alla lotta alla mafia. Nei cui riguardi il generale temeva di apparire debole, nonostante il prestigio di cui godeva nel Paese: debole, ripeto, ma soprattutto solo. Che è la condizione peggiore in cui si possa trovare un combattente contro la criminalità organizzata di quel tipo.

In questa ricerca persino “ossessiva” di maggiori poteri - come una volta si lasciò scappare lo stesso Rognoni parlandone col presidente del Consiglio Giovanni Spadolini - il prefetto chiese ed ottenne anche l’aiuto mediatico di Giorgio Bocca con quell’intervista a Repubblica opportunamente ricostruita e valorizzata nella fiction televisiva. Che, purtroppo per il generale, finì però per ottenere l’effetto opposto a Roma perché al Viminale ebbero la sensazione di un eccesso di personalizzazione del problema.

Ebbene, proprio in quei giorni, e in quelli immediatamente successivi, oltre che per i suoi poteri personali e per le misure legislative che avrebbero dovuto supportarli, il generale si prodigò perché fosse sperimentata un’applicazione alla lotta alla mafia della legislazione cosiddetta premiale adottata con successo nella lotta al terrorismo. Che non si sarebbe certamente vinta senza il contributo dei pentiti, a cominciare dal più famoso che fu Patrizio Peci. Il quale peraltro, destinato a perdere barbaramente per ritorsione il fratello Roberto, era stato convinto a parlare proprio dal generale dalla Chiesa. Che si vantava di averlo convinto, dopo la cattura, parlandogli - diceva ai sottoposti - “da militare a militare”. E rivelandogli le scorrettezze e persino i tradimenti riservatigli dai compagni di lotta.

Nel sostenere l’adozione di una legislazione premiale anche per i pentiti di mafia, sopraggiunta di molto alla morte del generale ma completamente ignorata nella fiction televisiva chissà per quale ragione, il prefetto avvertiva tuttavia il rischio - date le diverse condizioni sociali in cui i due fenomeni si erano sviluppati e operavano, i terroristi peraltro tenendosi ben lontani dalla Sicilia - di non ripetere l’esperienza di chi, pur avendo parlato senza legislazione premiale, era finito in manicomio. E il prefetto ne fece anche il nome: il palermitano Leonardo Vitale, consegnatosi nel 1973, all’età di 32 anni, nelle mani dell’allora commissario di Polizia Bruno Contrada confessando due omicidi e il tentativo di un terzo.

Il primo pentito di mafia consentì con le sue rivelazioni una quarantina di arresti, ma il processo o i processi che ne conseguirono si conclusero fallimentarmente per lui. Gli accusati furono assolti per l’ancora fortissima omertà che copriva i mafiosi, e lui condannato a 25 anni di carcere, in gran parte scontati in manicomi criminali perché considerato pazzo.

L’ultima detenzione di Vitale, proveniente da Barcellona Pozzo di Gotto, fu a Parma. Da dove uscì nel 1984, circa due anni dopo l’assassinio del prefetto di Palermo. Ma ne uscì per poco perché la mafia si vendicò del suo ormai lontano tradimento, dagli effetti giudiziari peraltro contenuti, uccidendolo il 12 dicembre, prima che l’anno della liberazione passasse. Fu un’esecuzione di pena per la vittima, in applicazione delle leggi della mafia, e un avvertimento per gli altri intenzionati ad avvalersi delle norme premiali avvertite come probabili e sostenute dal generale. Che però aveva saputo seminare abbastanza nel pur poco tempo trascorso a Palermo da prefetto, e ancor più altrove nella lotta al terrorismo, per far crescere il pentitismo, pur nelle degenerazioni prodotte - bisogna ammetterlo - da una cattiva gestione del fenomeno. All’ombra del quale, con uomini ben diversi dalla stazza morale di Carlo Alberto dalla Chiesa, sono accadute nell’intreccio fra politica e mafia, o fra cronache giudiziarie e politiche, cose da pazzi: di una follia vera, non quella attribuita al povero Leonardo Vitale.

"Basta associare papà solo alla lotta alla mafia. Sconfisse anche le Br". Paolo Guzzanti su Il Giornale il 3 Gennaio 2023

La figlia del generale Carlo Alberto: "La sua azione contro i terroristi è rimasta invisibile"

Non c'è nulla di peggio degli anniversari per banalizzare la memoria. Per fortuna esiste il caso opposto: quello del recupero della memoria, un filmato che non è una fiction, ma piuttosto un docufilm, interpretato per di più da attori come Sergio Castellitto e tanti altri, bravissimi nel riprodurre non una somiglianza ma una memoria. È accaduto. (La serie Il nostro generale andrà in onda su RaiUno dal prossimo 9 gennaio).

Quaranta anni fa il generarle Carlo Alberto Dalla Chiesa e sua moglie Manuela Setti Carraro furono barbaramente assassinati a Palermo da Cosa Nostra. Da allora il Generale è salito sul palco degli eroi della guerra alla mafia. Ma Dalla Chiesa è stato prima di tutto il comandante in capo, unico e vittorioso, del Gruppo antiterrorismo dei carabinieri che accettarono di abbandonare la vita civile rinunciando a mogli e fidanzate per combattere e vincere la guerra dello Stato contro le sedicenti «Brigate rosse per il comunismo».

La figlia Rita oggi dice: «In questi anni io e la mia famiglia abbiamo spesso assistito, increduli e sgomenti a interpretazioni romantiche dei brigatisti, ritratti come ingenui idealisti oppure, nel peggiore dei casi, come vittime di un sistema politico che li manipolava». Ed è stato esattamente così: chi c'era e ricorda, sa che i brigatisti formavano una banda armata di carnefici, in parte certamente eteroguidati dal sistema sovietico (ho personalmente raccolto le dichiarazioni del Procuratore capo di Budapest nel 2006), uccidevano sparando alle spalle dei cittadini inermi, in nome di una narcisistica ideologia sanguinaria.

«È così ricorda Rita dalla Chiesa - venivano coccolati da un certo tipo di sinistra che li accoglieva nei salotti, li nascondeva nelle seconde case e arricciava il naso di fronte ai Gruppi Antiterrorismo di mio padre. Noi l'abbiamo proprio vissuta sulla nostra pelle questa ingiustizia perché, dopo mio padre, ho perso mia mamma, morta d'infarto a cinquantadue anni senza avere neanche avuto funerali decenti, dal momento che ci tenevano in caserma per proteggerci e non si poteva uscire».

Che cosa ricorda di quella mesta cerimonia di addio in un garage di una caserma?

«Ricordo carabinieri che aprivano le corone e distruggevano i fiori per assicurarsi che non ci fosse nascosto un ordigno. Non abbiamo avuto il tempo di piangere nemmeno mio padre ucciso dalla mafia. C'è gente secondo cui noi, i figli del generale, tutto sommato non ce la siamo cavata malissimo, tant'è che abbiamo raggiunto comunque posizioni. È una offensiva sciocchezza: quando uccisero papà io ero già una giornalista professionista, mio fratello Nando era professore universitario e nostra sorella consigliere comunale».

Lei ha dichiarato ieri che la memoria di suo padre è ostaggio dell'ambiguità politica. A che cosa si riferisce?

«Mi riferisco al fatto che non riuscendo a fare i conti con il proprio passato c'è una politica che ricorda quello che le fa comodo».

Insomma secondo lei i partiti di sinistra fingono di non ricordare la guerra vinta da suo padre contro i terroristi di sinistra e lo usano soltanto come icona antimafia?

«Non credo che sia un caso che la figura di mio padre sia più associata alla lotta alla mafia che non alla sua vittoria sui brigatisti rossi. Se fosse vero vorrebbe dire che un martire della criminalità organizzata è meno divisivo di colui che ha sconfitto le Brigate Rosse».

Ma qual è stato secondo lei il motivo reale, la causa immediata dell'uccisione di suo padre?

«L'arrivo del ministro Rino Formica a Palermo, quando annunciò una restaurazione della trasparenza. E questa affermazione ha esposto mio padre, già odiato da quando era tornato in Sicilia perché aveva sovvertito l'ordine naturale mafioso, fondato sulla trasversalità degli amici degli amici, i favori degli amici degli amici cui ti rivolgi per cose anche minime come una patente».

Beh, c'è una certa differenza fra i favoritismi e la mafia vera e propria.

«Da questo mercato di favori discende la non trasparenza nelle banche in cui sarebbero arrivate montagne di soldi da gestirsi fra amici e amici degli amici. Era il pericolo vero. E lo abbiamo visto materializzarsi proprio il giorno della morte del generale, quando decollò un aereo da Palermo diretto a New York: un volo mai esistito, salvo la sera in cui hanno ucciso mio padre».

Lei ha suggerito il modello del docufilm a Simona Ercolani che all'inizio pensava a una fiction e che lei ha poi ha convinto a convertire in un documento che, con l'aiuto di grandi attori, è ora un manuale di storia.

«All'inizio la Rai voleva fare una fiction e io ho detto di no: se ne sono già fatte due. Poi ho guardato Simona e ho detto: a meno che non vogliate parlare in questa serie soltanto degli anni di piombo, che non erano mai stati toccati se non in modo impreciso e provvisorio. Simona ha sposato immediatamente l'idea, perché è vero: degli anni di piombo e del terrorismo rosso non si parla mai. Ricordo quando mi resi conto che l'intero significato della vita e della morte di Dalla Chiesa era centrato tutto e soltanto sulla mafia siciliana, rendeva invisibile tutto ciò che mio padre aveva fatto lottando contro la cattiva politica e i cattivi maestri che fiancheggiarono il terrorismo delle Brigate Rosse».

E l'esercito quasi clandestino che usò suo padre?

«Questo è un film specialmente su questi ragazzi che non hanno mai avuto un nome vero, ma solo i soprannomi che gli aveva dato mio padre. Ieri mi ha scritto Trucido, e io Trucido non so come si chiami, perché per me è sempre e soltanto Trucido, anche sul mio cellulare. E questi ragazzi avevano lasciato le loro famiglie e le loro fidanzate per lavorare con papà: la loro è una grande storia, per la dedizione e l'amore che avevano per mio padre e l'amore che papà aveva per loro. La generazione che è arrivata dopo non può avere memoria di ciò che non ha vissuto».

È stato insomma un bel lavoro di squadra.

«E voglio ringraziare tutti gli attori, a partire da Castellitto, che hanno interpretato la nostra vita. Lui mi ha detto subito: Rita io non voglio somigliare fisicamente a tuo padre, ma voglio che mi racconti quello che lui aveva dentro, perché solo in questo modo io riesco a riviverlo per gli altri. E lo stesso vale per la persona che ha interpretato mia mamma, Teresa Saponangelo, un'attrice napoletana bravissima. Io le ho le ho raccontato di mamma e mi sono commossa, ho visto lo sforzo che hanno fatto e ho potuto apprezzare una casa di produzione che si è presa in carico la nostra vita, mia e dei miei fratelli, e ne è venuto fuori quel pezzo di storia che in Italia tutti dovrebbero conoscere. Questo docufilm può essere additato come esempio di ciò che andrebbe fatto per raccontare l'Italia, perché la memoria non si può costruire, la memoria non si può imporre, ma si possono fornire gli strumenti per formarla. Quando con Simona ne abbiamo parlato, le ho detto: beh beati voi che avete fatto una cosa su un pezzo della storia in Italia. E questo potrebbe davvero essere un punto di partenza per la ricostruzione della memoria, per dare consapevolezza alle nuove generazioni, visto che da loro si pretende il rispetto della memoria».

Archivio sparito.

Al Ministero dei Trasporti è sparito l’archivio sulle stragi e gli anni della strategia della tensione. Valeria Casolaro su L'Indipendente il 14 gennaio 2023.

Al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti sono spariti i documenti riguardanti il periodo più sanguinoso delle stragi, compreso tra il 1968 e il 1980. In particolare, a mancare è tutta la documentazione del ministro e del suo Gabinetto. La conferma arriva direttamente dalla sottosegretaria del Mit Fausta Bergamotto (FdI) la quale, rispondendo a un’interrogazione parlamentare, ha ammesso che, anche a seguito delle ispezioni effettuate da delegazioni del ministero stesso, della documentazione non vi è traccia.

A denunciare il fatto era stata la presidente dell’Associazione parenti delle vittime della strage di Ustica, Daria Bonfietti, in un articolo redatto per il manifesto, nel quale sottolineava come «ci si trovi totalmente fuori da ogni applicazione della legislazione esistente sulla conservazione e trasmissione agli Archivi di Stato della documentazione delle Amministrazioni Pubbliche». L’emersione di un fatto di tale gravità arriva al termine di un percorso, iniziato nel 2014 grazie a una direttiva di Renzi, di desecretazione dei documenti relativi alle stragi avvenute tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’80 e che aveva già dimostrato «l’inadeguatezza del materiale reso disponibile» dai ministeri. «Bisogna ricordare – aggiunge Bonfietti – che l’insufficienza della documentazione è sempre stata al centro delle critiche e delle denunce delle Associazioni, ed è stato negli anni la causa del contendere all’interno del Comitato nei confronti con le Amministrazioni. Una continua disputa-scontro tra carte mancanti, elenchi di nominativi non consegnati, carte clamorosamente censurate, intere parti coperte con vistose cancellature proprio nel momento della loro desecretazioni».

Bonfietti cita quindi un documento del 12 ottobre 2022, ovvero la relazione annuale del Comitato consultivo sulle attività di versamento all’Archivio Centrale dello Stato. All’interno del documento si legge che, tra i vari sottogruppi che compongono il Comitato, quello che “ha dovuto affrontare maggiori problematiche è stato quello relativo al Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili. I versamenti effettuati da quest’ultimo negli anni presentano una sostanziale lacunosità sia per la scarsità di documenti versati sia per la totale assenza di documentazione coeva alle stragi interessate dalla Direttiva del 2014. Queste problematiche non derivano certo da una mancanza di collaborazione ma sono imputabili spesso a una scarsa cura nei decenni trascorsi nella conservazione, gestione e ordinamento degli archivi di deposito da parte delle Amministrazioni”, dovuto alle frequenti trasformazioni istituzionali avvenute negli anni che hanno comportato il continuo spostamento del materiale e “dispersioni o perdita di fonti rilevanti per la ricerca storica”.

Vista la gravità di quanto emerso, sono state mosse verso il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, alcune interrogazioni parlamentari. All’ultima di queste, sottoposta dal deputato Luigi Marattini (Italia Viva), la sottosegretaria Bergamotto ha risposto confermando la sparizione della documentazione. Il Mit, riferisce Bergamotto, ha effettuato un sopralluogo «da parte di una delegazione mista di personale del ministero e dell’Archivio di Stato presso l’Archivio di deposito di Ciampino, in esito al quale non è stata rinvenuta alcuna documentazione afferente agli avvenimenti di interesse del Comitato né atti secretati. Analogamente, i responsabili degli archivi di Pomezia e di Cesano hanno escluso la presenza nelle loro strutture di detta documentazione». Alcuni sopralluoghi sono stati effettuati anche da una Commissione istituita appositamente dal ministero il 13 settembre 2022 (la «Commissione per la sorveglianza e lo scarto degli atti di archivio del Gabinetto e degli uffici di diretta collaborazione») e incaricata di «attività di sorveglianza sulla documentazione del patrimonio documentale del Gabinetto dell’On. ministro e degli uffici di diretta collaborazione», oltre che di ricostruzione degli archivi. I lavori della Commissione, per il momento «ancora in corso», non hanno prodotto risultati differenti da quanto rilevato dal Comitato.

«Che non sia stato trovato nulla è qualcosa che meriterebbe una riflessione, perché in quegli anni le infrastrutture di trasporto sono state oggetto di attentati in questo Paese. Sarebbe un po’ strano se il ministero competente non avesse documentazione in merito a stazioni che vengono fatte saltare in aria o aerei che cadono» ha replicato il deputato Marattini. Come sottolineato da Bonfietti, la situazione attuale non permette in alcun modo nemmeno di conoscere le indicazioni del ministero riguardo agli eventi stragistici e lascia un enorme buco nero proprio in quelli che sono gli anni più violenti della storia contemporanea del nostro Paese.

[di Valeria Casolaro]

Le carte segrete.

Sequestro di Aldo Moro, spuntano i documenti inediti degli 007 inglesi. Alessandra Zavatta su Il Tempo il 16 marzo 2023

L’aiuto agli inglesi per liberare Aldo Moro l’Italia l’ha chiesto subito. Il 16 marzo 1978, qualche ora dopo il rapimento del presidente della Democrazia Cristiana e dall’assassinio dei cinque uomini della scorta un telegramma urgente e segretissimo, inviato a Downing Street, riporta che «Squillante, capo di gabinetto di Cossiga (ministro dell’Interno) ha telefonato a McMillan (Primo segretario) per cercare la garanzia che potrebbe essere imminente l’aiuto richiesto in relazione al rapimento del signor Moro, provvedendo all’assistenza tecnica basata sulla nostra esperienza in Ulster». Il documento top secret è custodito nell’Archivio di Stato del Regno Unito. Fa parte del fascicolo intitolato «Terrorism in Italy» (terrorismo in Italia), che contiene materiale riservato ora liberato dai vincoli di riservatezza. Quarantacinque anni dopo di segreti c’è ne sono ancora molti. Nonostante un milione di pagine di carte processuali, relazioni delle commissioni d’inchiesta, informative di polizia, carabinieri e 007 di ogni ordine e grado.

L’aiuto richiesto da Arnaldo Squillante nel documento classificato «secret» fa riferimento a quanto detto dall’ammiraglio Marcello Celio, vicecapo di Stato maggiore della Marina e componente del Comitato politico-tecnico-operativo per la ricerca e la liberazione di Moro. «Gli italiani - riporta il cablogramma protocollato il 17 marzo - sarebbero grati se potessimo rendere subito disponibile un istruttore del Sas con particolare esperienza ad affrontare una situazione di assedio (qualora il nascondiglio di Moro e dei rapitori venga localizzato)». L’urgenza è tale che da Roma è pronto a partire un aereo «per raccogliere l’istruttore e il materiale». Il Sas, Special Air Service, è il corpo d’élite dell’esercito britannico creato nel 1941 in Nord Africa per effettuare raid contro le linee dell’Asse, specializzato nell’antiterrorismo e nel salvataggio di ostaggi. A stretto giro gli inglesi rispondono che possono inviare «due membri del Sas con capacità consultiva e venti granate stordenti». Con l’obiettivo di assaltare e cogliere di sorpresa le Brigate Rosse, che nel frattempo hanno rivendicato il rapimento. A patto, naturalmente di trovare il covo dove è tenuto prigioniero il presidente della Dc catturato mentre si recava in parlamento perché quel giorno il quarto governo presieduto da Giulio Andreotti doveva ottenere la fiducia per essere insediato.

 Alle 9.02, mentre sta percorrendo via Mario Fani, la Fiat 130 blu con a bordo Aldo Moro viene bloccata da altre due auto. Quattro brigatisti travestiti da steward dell’Alitalia sparano da dietro le fioriere del bar Olivetti, all’angolo con via Stresa. Il caposcorta, maresciallo Oreste Leonardi, e l’autista, l’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci, vengono falciati dalle raffiche. Vengono subito ammazzati pure due poliziotti sull’Alfa Romeo che segue: Giulio Rivera e Salvatore Iozzino. Il terzo agente, Francesco Zizzi, riesce ad accennare una difesa rispondendo ai colpi. Ferito, morirà poco dopo al Policlinico Gemelli. Secondo le sentenze definitive, le perizie e il racconto dei brigatisti a compiere l’assalto sarebbero stati Valerio Morucci, Raffaele Fiore, Prospero Gallinari e Franco Bonisoli. Mario Moretti, il capo della colonna romana, a bordo di una Fiat 128 bianca, aveva il compito di farsi tamponare dall’auto presidenziale così da fermarla. Mentre Barbara Balzerani, Alvaro Loiacono e Alessio Casimirri dovevano «isolare» la strada e bloccare macchine e passanti. L’avvio alla strage lo dà, come accertato dagli inquirenti, Rita Algranati agitando un mazzo di fiori all’arrivo della macchina di Moro. Numerosi testimoni raccontano nell’immediato che a sparare non sono state quattro persone, ma almeno otto-nove e che vestiti da steward c’erano altri due uomini a cavalcioni di una moto Honda. Il procuratore generale presso la Corte d’Appello Luigi Ciampoli porterà in seguito a dodici i componenti del commando, di cui fecero parte anche elementi non appartenenti alle «bierre» e killer professionisti, e a 25 il numero complessivo delle persone coinvolte a vario titolo nell’Operazione Fritz, come venne ribattezzato l’assalto. Dei 93 colpi sparati, 49 provengono dalla stessa arma e sono quelli determinanti per l’azione. Così iniziarono i 55 giorni che travolsero l’Italia. Tra verità negate, depistaggi, documenti spariti e furti misteriosi, come quello nella redazione fotografica dell’agenzia Ansa dove vennero trafugati i rullini con le immagini di un elicottero che sorvolava via Fani pochi minuti dopo la strage ma non apparteneva alle forze dell’ordine.

Qualche ora dopo ecco l’appello «top secret» agli inglesi di mandare gli istruttori del Sas con la verità da un lato e, dall’altro, la «versione concordata con il Ministero della Difesa» da rifilare ai giornalisti. Scrive M.R. Morland del Maritime, Aviation and Environment: «Dovremmo tenere la seguente linea: alla richiesta del governo italiano quello britannico ha reso disponibili due consulenti militari per assistere le forze italiane nell’addestramento». Non si doveva sapere che a Roma sarebbero sbarcati gli 007 del Sas. Ma «Il Tempo» lo scopre e scopre pure che «dalla Germania Federale sono arrivati 32 agenti del Bundeskriminalant per collaborare con i nostri servizi di sicurezza nella caccia ai terroristi che tengono prigioniero Moro». Inglesi e tedeschi «saranno in diretto contatto con il Sisde ma non con polizia e carabinieri». L’articolo deve aver dato qualche fastidio se all’epoca venne tradotto e inviato al governo di Sua Maestà, allegato al fascicolo dei documenti secretati. Dopo la tragica conclusione del sequestro, gli inglesi stilano un bilancio. In una lettera, spedita il 31 agosto dal dicastero dell’Interno a quello degli Esteri, scrivono che «la recente visita del team Sas ha rilevato il comando e controllo come l’area più debole del piano di emergenza italiano». «Sono ad un livello rudimentale su queste questioni», insistono i britannici. Che cercano di organizzare un incontro nella sede del ventiduesimo Reggimento a Hereford, il quartier generale del Sas, a cui partecipi se possibile il ministro dell’Interno. Perché, riportano i cablogrammi che seguono, «la più grande debolezza degli italiani è l’assenza di coordinamento tra le diverse autorità dell’antiterrorismo» e «un miglioramento della loro sicurezza è anche nel nostro interesse».

Tra le tante bocciature c’è pure qualche nota positiva: «Le autorità di sicurezza italiana appaiono aver fatto qualche progresso con il recente trasferimento delle responsabilità di queste operazioni ai carabinieri sotto il comando del generale Dalla Chiesa». È il 13 ottobre. Due settimane prima è stato scoperto nel covo Br in via Montenevoso, a Milano, il Memoriale Moro, la trascrizione degli interrogatori dell’ex presidente del consiglio nella «prigione del popolo». Ci sono anche alcune bobine registrate del «processo» allo statista democristiano. Il 9 ottobre 1990, ristrutturando l’appartamento dove un tempo si nascondevano le Brigate Rosse, viene rinvenuta una seconda versione del memoriale, con cinquantatré pagine in più, nascosta dietro un pannello in cartongesso accanto a mitra, pistole, munizioni e sessanta milioni di lire in contanti. Ma Dalla Chiesa ormai non c’è più. La mafia l’ha ammazzato il 3 settembre 1982, a Palermo. Sei mesi prima era stato ascoltato dalla Commissione Moro. In audizione aveva spiegato che il memoriale rinvenuto era una copia, non l’originale, e il dubbio che mancasse qualcosa lo aveva avuto.

Caso Moro, le carte segrete: "La Cia aveva le mani legate". La lettera del 1° giugno '78 dell'allora direttore Turner "Non abbiamo potuto aiutare l'Italia a salvare il leader". Marco Liconti l’8 gennaio 2023 su Il Giornale.

Washington «Avevamo le mani legate» e «non abbiamo potuto aiutare gli italiani a salvare la vita di Moro». L'ammissione è dell'ammiraglio Stanfield Turner, direttore della Cia tra il 1977 e il 1981, ed è contenuta in una lettera datata 1° giugno 1978. Destinatario, Edward P. Boland, presidente della Commissione Intelligence della Camera dei rappresentanti. Poco più di tre settimane prima, il 9 maggio, il corpo di Aldo Moro era stato ritrovato in via Caetani, a Roma, crivellato da 12 colpi, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa. La lettera di Turner, scoperta da il Giornale in uno degli archivi Cia desecretati grazie al Freedom of Information Act, riscrive, almeno in parte, la storia del coinvolgimento (meglio, del mancato coinvolgimento) dell'Agenzia di intelligence Usa nella vicenda del rapimento e dell'uccisione dello statista democristiano.

Per comprendere il clima che spinse Turner a compiere un gesto irrituale, scrivendo una lettera, senza attendere di essere convocato dalla Commissione intelligence della Camera, bisogna fare un passo indietro di tre giorni. Il 29 maggio, sul Washington Post, non certo una testata della destra conservatrice, era uscito un durissimo articolo che accusava la Cia di «avere respinto la richiesta di aiuto per Moro». A Langley avevano rispedito al mittente la «top priority request» che era stata avanzata dal Cesis (Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza), il predecessore dell'attuale Dis. In realtà il dito veniva puntato soprattutto su una legge del 30 dicembre '74, che proibiva le «operazioni clandestine in Paesi stranieri», a parte la normale raccolta di intelligence e salvo diverse indicazioni dal presidente Usa. Le critiche investivano anche il Congresso, che con il beneplacito dell'amministrazione Carter, aveva imposto una serie di restrizioni. Il rischio, per Turner, nell'accettare la richiesta italiana, sarebbe stato quello di esporsi a uno scandalo o a una commissione di inchiesta. Le Br in base a un Presidential Finding (valutazione presidenziale) stabilito mesi prima, non erano coinvolte in vicende di terrorismo internazionale. Questo, nonostante i sospetti che la stessa Cia aveva all'epoca sull'addestramento ricevuto da alcuni brigatisti in Paesi dell'allora blocco sovietico, o su altri legami delle Br con sigle e organizzazioni straniere. L'aiuto agli italiani nella vicenda Moro, insomma, rischiava di essere giudicato dal Congresso al pari di «attività di interferenza» nelle attività democratiche di un Paese straniero.

Per fugare ogni dubbio, Turner si decide a scrivere al presidente della Commissione Intelligence. «Vorrei assicurarmi che lei e la sua Commissione abbiate un quadro completo, laddove via siano state impressioni sbagliate. Piuttosto che aspettare l'opportunità di riferire di persona alla Commissione, ho pensato di cogliere questa opportunità per fornire alcuni commenti scritti», si legge. Il documento, sebbene desecretato, è ancora parzialmente coperto da alcuni omissis, ma un passaggio, tra quelli oscurati, appare chiaro. È quello in cui Turner scrive riguardo alla «nostra incapacità di agire rispetto all'assistenza» all'Italia nella vicenda Moro. «I fatti - prosegue il direttore della Cia - sono che abbiamo agito in maniera molto scrupolosa nell'assicurarci che qualsiasi azione intrapresa fosse in linea con le valutazioni presidenziali riguardo alla lotta al terrorismo internazionale. C'era da tracciare una linea se Omissis (evidentemente le Br, ndr) potessero essere classificate come terroristi internazionali. La valutazione è stata che non lo sono». È questo, quindi, il passaggio chiave che spiega il rifiuto della Cia di fornire assistenza all'Italia, al di là di uno psichiatra del dipartimento di Stato inviato a Roma per tracciare un quadro psicologico dei rapitori di Moro, e sul quale negli anni si è favoleggiato molto in alcune ricostruzioni giornalistiche.

Nonostante il rifiuto, scrive ancora Turner, «non c'è stata alcuna azione richiesta dal governo italiano, o che abbiamo ritenuto di potere utilmente offrire loro, che non sia stata intrapresa dal nostro governo». Una frase, quest'ultima, che appare però in aperta contraddizione con la conclusione della lettera: «Al momento della morte di Moro, tuttavia, stavamo ancora dibattendo una nuova valutazione presidenziale per assicurarci di non avere le mani legate se si fosse sviluppata una nuova richiesta o una nuova opportunità. Non avremmo voluto altri ritardi se vi fosse stato il modo di aiutare gli italiani a salvare la vita di Moro».

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE. (Ho scritto un saggio dedicato)

So di essere di media statura, ma non vedo giganti attorno a me”. Giulio Andreotti, luci e ombre del politico più longevo della Repubblica. La rubrica “Uomini forti, destini forti” di Carmine Abate. Storie di uomini e di donne che con la loro vita hanno reso grande il nostro Paese. Carmine Abate su Il Riformista il 29 Luglio 2023 

Trentadue volte ministro, sette presidente del Consiglio, ininterrottamente in Parlamento dall’Assemblea costituente fino agli ultimi giorni della sua vita: dunque dal 1946 al 2013 (fate un po’ voi il conto). Bastano queste due righe per comprendere il ruolo da assoluto protagonista che Giulio Andreotti ha ricoperto nella storia repubblicana del nostro Paese. Ha assistito da spettatore privilegiato ai principali avvenimenti della vita politica italiana, incarnandone (prima e meglio di altri) virtù e difetti, luci ed ombre. È senza dubbio, a torto o a ragione, l’uomo politico più discusso della Prima Repubblica.

Giulio Andreotti nasce a Roma nel 1919. Perde il padre a soli due anni e cresce insieme alla madre e ad una vecchia zia. Frequenta i migliori licei classici della capitale, il Visconti e il Tasso, e si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza della Sapienza, laureandosi con il massimo dei voti. Fondamentale per la sua formazione politica e culturale la sua esperienza alla FUCI (Federazione Universitaria Cattolici Italiani); diventa prima direttore di Azione Fucina (la rivista degli universitari cattolici) e poi prende il posto di Aldo Moro alla presidenza della federazione. Decisivo per il suo ingresso in politica fu l’incontro con quello che diventerà il suo mentore: Alcide De Gasperi. Andreotti ha raccontato più volte di averlo conosciuto nella biblioteca vaticana, mentre studiava diritto della navigazione. De Gasperi si rivolse al giovane Giulio chiedendogli se non avesse nulla di meglio da fare. Andreotti ci rimase male ma qualche giorno dopo venne convocato in casa di Giuseppe Spataro da quello strano impiegato della biblioteca. Inizia così il cammino personale di Andreotti e della DC.

Nel 1946 è eletto all’Assemblea costituente e su suggerimento di Giovanni Battista Montini (futuro Paolo VI) diventa il più giovane esponente del primo governo della neonata Repubblica guidato da De Gasperi. Andreotti a soli 28 anni è Sottosegretario alla presidenza del Consiglio. L’ascesa del delfino di De Gasperi prosegue anche dopo la morte dello statista. Nel 1954 è per la prima volta ministro, andando ad occupare il dicastero dell’Interno del primo governo Fanfani. Poi ministro delle Finanze. In qualità di presidente del comitato organizzatore, ha un ruolo strategico alla Olimpiadi del 1960 a Roma. Occorre ricordare che l’impegno di Andreotti da sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo Spettacolo fu determinante anche per la riapertura di Cinecittà e per la ripartenza del Cinema italiano nel Dopoguerra.

In quegli anni Andreotti dà vita alla sua corrente all’interno della DC (Primavera) e alla rivista Concretezza, da lui stesso fondata e diretta. Perché oltre ad essere un politico, Andreotti era anche un giornalista e uno scrittore. Fu autore di diversi libri di discreto successo, che come amava ricordare lui erano la sua vera fonte di guadagno, a differenza della politica. Nei complicati anni dell’apertura ai socialisti è confermato ministro della Difesa del primo governo di centrosinistra guidato da Aldo Moro. Andreotti tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta è uno dei maggiori oppositori al progetto di apertura a sinistra voluto da Fanfani e Moro.

In questa opposizione trova sponde importanti sia Oltreoceano che Oltretevere. Stati Uniti e Vaticano rappresentarono sempre i principali interlocutori, e per molti versi sostenitori, della politica andreottiana. Loro si fidavano di lui e lui traeva forza dalla fiducia di due attori che in piena Guerra Fredda esercitavano un ruolo imprescindibile. Deve attendere però fino al 1972 per diventare per la prima volta presidente del Consiglio. L’azione andreottiana si contraddistingue per un’eccezionale attenzione alla politica estera, ovviamente per il continuo e privilegiato rapporto con Washington come ricordato, ma anche per un nuovo approccio in Medio Oriente nei confronti dei paesi arabi. 

È lui che presenta alle Camere il suo terzo governo (nato sulla scia dell’accordo tra DC e PCI negli anni del compromesso storico) il giorno del rapimento di Aldo Moro. Andreotti stesso racconterà che in vita sua ha pianto pochissime volte; una di queste fu quel 16 marzo del 1978. Qualcuno dice che venne colto anche da irrefrenabili conati di vomito. La vicenda Moro fu probabilmente la prima grande tragedia che lo colpì in prima persona, umanamente e politicamente. Negli anni Ottanta diventa Ministro degli Esteri, l’incarico che probabilmente gli diede più soddisfazioni e dove Andreotti poté sfruttare al meglio le sue capacità. In questo periodo, oltre a ricercare come detto un nuovo dialogo con il Medio Oriente e a provare a stemperare le tensioni tra Mosca e Washington, il politico romano ebbe più volte occasione di scontrarsi con il suo rivale Bettino Craxi.  I due non si prendevano a pelle e si resero più volte protagonisti di “frecciatine” reciproche.

A proposito, su questo terreno Andreotti era un maestro. Una dei suoi maggiori talenti era quello della battuta pronta (e dell’innata ironia), della frase a effetto con la quale riusciva a pungere i suoi avversari mantenendo comunque uno stile distaccato e mai volgare. Si potrebbero riempire pagine e pagine nel citare i mille aforismi a lui attribuiti. 

Dal celeberrimo “Il potere logora chi non ce l’ha”, al “Non basta avere ragione, serve anche qualcuno che te la dia”, al leggendario “I preti votano, Dio no” (in risposta alla provocazione di Indro Montanelli che sosteneva che in chiesa De Gasperi parlasse con Dio, mentre Andreotti con il prete); oppure l’enigmatico “Se non vuoi che una cosa si sappia, non devi dirla neanche a te stesso”; e si potrebbe andare avanti per giorni.

Come parlare di Giulio Andreotti senza menzionare l’importanza fondamentale che attribuiva alla memoria. I suoi diari, oggi conservati con grande cura all’Istituto Sturzo, hanno rappresentato per anni uno strumento di potere. “Si fa bene ad avere un diario, ed è utile che tanta gente lo sappia”, diceva lui stesso. A parte le congetture sul contenuto e sui segreti di questi diari, le carte raccolte in decenni di vita politica da parte di Andreotti rappresentano preziose testimonianze dirette di un lunghissimo periodo storico, una vera e propria ricchezza per studiosi e curiosi.

Per completare il quadro ricordiamo l’ultima fase della vita di Giulio Andreotti.

Gli ultimi suoi governi agli inizi degli anni Novanta sono caratterizzati dalla fine della Guerra Fredda in campo internazionale e dalla crisi interna della politica italiana travolta dall’inchiesta “Mani pulite”. Sono anni difficili per l’intero sistema politico, con i partiti tradizionali agonizzanti che di lì a poco verranno spazzati via per lasciare spazio alla cosiddetta Seconda Repubblica e all’avvento berlusconiano. La mancata elezione al Quirinale nel 1992 rappresenta una delle sconfitte politiche più cocenti per Andreotti, che comunque anche in quella occasione non diede la soddisfazione di mostrare una particolare sofferenza.

I momenti più complicati per Andreotti sono però senza dubbio quelli trascorsi nelle aule di tribunale a difendersi dalle accuse di rapporti poco chiari con la mafia. Processi dai quali uscì sempre indenne. Rimase comunque al suo posto da parlamentare fino alla fine, grazie anche alla nomina a senatore a vita voluta dal presidente Cossiga. Non che ad Andreotti facesse particolarmente piacere, perché gli impediva di fatto di continuare a coltivare quel rapporto pluriennale con il suo elettorato. Va infatti ricordato che Andreotti fu anche un fuoriclasse di preferenze: per anni il politico più votato nel Lazio e in Italia. 

Andreotti è stato sicuramente uno dei personaggi più significativi della politica italiana e internazionale, per longevità e importanza delle cariche ricoperte. Il suo ricordo credo sia in parte macchiato dai processi degli ultimi anni e da una macchina del fango che come sappiamo prende spesso di mira chi resta ai vertici dello Stato per molto tempo. A distanza di dieci anni dalla sua scomparsa è forse ancora troppo presto per analizzare con occhi lucidi e in maniera oggettiva il lascito di una figura storica del nostro Paese, che però ancora oggi (per ceri versi inspiegabilmente) riesce ad affascinare le giovani generazioni.

Mi piace concludere il racconto (forse lungo e me ne scuso) di Giulio Andreotti ricordando una delle sue frasi che preferisco in assoluto e che per me costituiscono una sorta di mantra:

“So di essere di media statura, ma non vedo giganti attorno a me”     Giulio Andreotti

Carmine Abate. Nato a Cosenza 27 anni fa, vive a Roma dal 2015. Ha lavorato come giornalista tirocinante presso Mediaset RTI, nella redazione politica di News Mediaset (Tg4, StudioAperto, TgCom24). È laureato in Filologia Moderna alla Sapienza e ha conseguito il Master in Giornalismo radiotelevisivo con Eidos Communication. Si occupa di giornalismo politico. Redattore di Radio Leopolda, collabora alla Camera dei deputati. Ha scritto un libro su Giulio Andreotti. È fortemente interista, ma ha anche dei difetti

Una classe dirigente di grande autorevolezza e di rara qualità. La Democrazia Cristiana ha garantito una stagione di benessere straordinaria: assurdo infangarne la memoria. Giorgio Merlo su Il Riformista il 21 Luglio 2023

«La Dc è come un vetro infrangibile. Quando si rompe va in mille pezzi e non è più ricomponibile». Le parole sono di Guido Bodrato, scomparso qualche settimana fa e uno degli ultimi grandi testimoni del cattolicesimo democratico italiano e leader indiscusso della Dc e della sua sinistra interna. Parole semplici, le sue, ma essenziali e come sempre intelligenti che racchiudono una profonda verità. E cioè la DC – che ha chiuso i battenti proprio 30 anni fa in un torrido giorno di luglio a Roma – è stata un «fatto storico».

Ovvero un prodotto politico concreto di una precisa ed irripetibile fase storica italiana. Non a caso continuano ad esistere i «democristiani» ma non esiste più la DC. E questo per la semplice ragione che i valori, la cultura, i principi e lo «stile» dei democristiani continuano ad essere straordinariamente attuali e contemporanei ma la forma partito è frutto e conseguenza di una stagione ormai storicizzata e consegnata agli archivi. Cioè agli storici. Com’è giusto che sia. E, pertanto, tutti i tentativi – goffi e anche un po’ patetici – di candidarsi ad eredi esclusivi o parziali della Dc – oltre ad essere un’operazione irrituale e anti storica – rende anche un cattivo servizio al ruolo politico, culturale, istituzionale e di governo esercitato per quasi 50 anni dalla Democrazia Cristiana nel nostro Paese.

Certo, non mancano – tutt’oggi – gli storici detrattori della DC. Cioè tutti coloro che, ieri come oggi, continuano ad individuare nella Dc e nella sua straordinaria classe dirigente una esperienza o «criminale» o semplicemente «nefasta» per la salute della democrazia italiana, per la credibilità delle nostre istituzioni e per il governo del paese. Una narrazione che, appunto ieri come oggi, è riconducibile prevalentemente al campo della sinistra politica, culturale, editoriale, intellettuale ed accademica. Un campo che, purtroppo, e al di là delle frasi di circostanza, non riesce a spogliarsi di questa caricatura, strumentale e rancorosa.

Eppure la storia e l’esperienza della Dc non solo hanno garantito una lunga stagione di democrazia, di benessere e di crescita all’intero paese in un periodo carico di difficoltà e di contraddizioni ma, soprattutto, hanno saputo dispiegare – seppur tra alti e basi – un «progetto di società» capace di coniugare sviluppo e giustizia sociale, libertà e autonomia, dritti e doveri, pluralismo e rispetto dell’azione di governo.

Insomma, una visione complessiva della società che affondava le sue radici nel patrimonio culturale e storico del cattolicesimo democratico, popolare e sociale. Per dirla con parole più semplici, nella storia e nell’esperienza del cattolicesimo politico italiano. Il tutto, come ovvio, con una classe dirigente di grande autorevolezza e di rara qualità.

È appena sufficiente scorrere i nomi e i cognomi dei leader storici delle tanto vituperate «correnti» – che, è sempre bene ricordarlo, erano strumenti democratici di elaborazione politica e culturale e, soprattutto, rappresentavano pezzi di società e legittimi interessi sociali – per rendersi conto che la classe dirigente della Dc non è più stata eguagliata nel tempo. Certo, sarebbe offensivo anche solo il confronto con quella della seconda repubblica per non parlare del «niente della politica», per dirla con Mino Martinazzoli, che ha caratterizzato la stagione populista, anti politica, demagogica e qualunquista di questi ultimi anni. Con l’aggiunta della deriva di impronta trasformistica e opportunistica.

Ecco perché, se le parole di Bodrato pronunciate tempo fa sono e restano inappellabili, è compito e dovere di noi cattolici democratici, popolari e sociali far sì che, oggi, la storia e l’esperienza della Dc non continuino ad essere infangati e derisi da un lato e che dall’altro quei valori e quella cultura abbiano piena ed attiva cittadinanza nella cittadella politica italiana. Non per il bene dei cattolici democratici e popolari ma, soprattutto, per la qualità della nostra democrazia, per la credibilità delle nostre istituzioni e per la stessa efficacia dell’azione di governo.

Giorgio Merlo

La storia. Il governo Andreotti-Malagodi, quei 377 giorni che furono l’anticamera della reazione. Furono un passaggio drammatico e pericoloso della storia repubblicana. Non ne uscimmo benissimo. Ma potevamo uscirne infinitamente peggio. Paolo Franchi su L'Unità l'8 Giugno 2023

Mezzo secolo fa, di questi giorni, Giulio Andreotti saliva al Quirinale per presentare le dimissioni del governo che aveva guidato per poco più di un anno, un tripartito Dc – Pli – Psdi sorretto dall’esterno dai repubblicani di Ugo La Malfa. Appena un mese dopo, già giurava un nuovo governo, guidato da Mariano Rumor, destinato a durare ancora di meno. Se non è zuppa è pan bagnato, osserverà distrattamente chi pensa alla Prima Repubblica solo come a susseguirsi di governi deboli, che nascevano, vivevano una vita grama e poi morivano in giovane età sempre per via degli intrighi (alla faccia del popolo sovrano) delle segreterie dei partiti.

E dirà, come spesso gli accade, una sciocchezza. Perché i 377 giorni di vita di quello che la mia generazione ricorda ancora come il governo Andreotti – Malagodi “anticamera della reazione” furono un passaggio drammatico e pericoloso della storia repubblicana. Non ne uscimmo benissimo. Ma potevamo uscirne infinitamente peggio. Sembrava, in quel primo scorcio degli anni Settanta, che dal Sessantotto non fossero passati solo quattro anni, ma un secolo. Strategia della tensione, terrorismo nero, primi vagiti, a sinistra, del “partito armato”; nascita, al Nord, di embrioni di maggioranze silenziose e di blocchi d’ordine, e al Sud (Reggio Calabria) di movimenti di massa a direzione reazionaria; “voto nero” della Sicilia e di Roma nelle amministrative del giugno 1971; elezione di Giovanni Leone a presidente della Repubblica, in dicembre, con i voti determinanti del Movimento sociale. È in questo clima che il 7 maggio del 1972 si va a votare, nelle prime elezioni anticipate del dopoguerra.

La Dc prova ad uscire dallo stallo politico con una virata neo centrista, via i socialisti, dentro i liberali, nel tentativo di contendere a Giorgio Almirante quelli che considera suoi elettori in libera uscita. In qualche misura ci riesce, come si dice nel linguaggio politico dell’epoca nelle urne lo Scudo crociato tiene, ma i voti li strappa soprattutto ai suoi partner centristi. Alla faccia dei proclami democristiani contro gli “opposti estremismi”, Almirante si porta via quasi il nove per cento. È il più grande successo nella storia del Msi, che nel frattempo si è transustanziato in Destra Nazionale, dopo aver aperto le porte di casa non solo ad Achille Lauro, ma pure a militari di alto rango come l’ammiraglio Birindelli e di fedeltà quanto mai incerta alle istituzioni come il generale De Lorenzo.

La debolezza e le divisioni della maggioranza che sorregge il governo neo centrista , inviso non solo ai comunisti e ai socialisti, ma pure ad Aldo Moro, Carlo Donat Cattin e a buona parte della sinistra di Base della Dc, consentiranno ai 56 deputati e ai 26 senatori missini di praticare in molte votazioni parlamentari a scrutinio segreto una sorta di “soccorso nero” ad Andreotti. Ma Almirante è ben diverso dal suo predecessore Arturo Michelini, non si accontenta certo di fare il portatore d’acqua. Cosa ha in mente lo spiega a Firenze, il 2 giugno, mentre a Roma Andreotti è ancora all’opera per varare il nuovo gabinetto, i metalmeccanici si preparano alla battaglia d’autunno per il nuovo contratto e gli studenti stanno sì per andare in vacanza, ma già pensano (erano anni così …) alle lotte che li aspettano alla riapertura delle scuole.

A colpire, e a indignare, è soprattutto, e si capisce, l’appello ai suoi ragazzi dell’uomo che vuol far mettere alla destra neofascista il doppiopetto: “I nostri giovani devono prepararsi allo scontro frontale con i comunisti … e quando dico scontro frontale intendo dire anche scontro fisico”. Ma forse l’affermazione più inquietante è un’altra. “Se il governo continuerà a venir meno alla sua funzione di Stato”, scandisce il leader missino, “noi siamo pronti a surrogare lo Stato”. Curiosamente ma non troppo, è il neo ministro degli Interni, il doroteo Rumor, a cogliere meglio di ogni altro il senso di queste parole. Almirante, dice alla Camera, indica nei “vuoti di potere” dello Stato il terreno dal quale nascono “occasioni di presenza e di iniziativa della destra neofascista che tende a presentarsi, come sempre, come forza sostitutiva”.

Di lì a qualche mese (La Spezia, 15 novembre) sarà lo stesso segretario democristiano, Arnaldo Forlani, che molto più tardi preciserà di non essersi riferito al Almirante, a rincarare la dose. È in corso, sosterrà, “il tentativo forse più pericoloso che la destra reazionaria abbia tentato e portato avanti dalla Liberazione ad oggi”, un tentativo dalle radici “organizzative e finanziarie consistenti e solide, di ordine interno e internazionale”. È un uomo che pesa sin troppo le parole, Forlani, lo chiamano il “Coniglio mannaro”: e questo rende la sua affermazione ancora più allarmante.

Ma può essere un governo neo centrista che si dilania sulla tv a colori a mettere in scacco un attacco di questa portata? Non lo crede la sinistra democristiana, che fa quel che può per affrettarne la fine e riprendere, per accidentata che sia, la strada della collaborazione con i socialisti. Non lo crede Pietro Nenni che, a margine della grande manifestazione contro il primo congresso del Msi (Roma, 18 – 21 gennaio 1973) in cui si registra un solo saluto romano, annota nei suoi diari che il pericolo principale non viene dai fascisti, ma dall’interno stesso della Dc. E naturalmente non lo credono i comunisti, che calibrano la loro opposizione (durissima) in Parlamento e nel Paese sulla scorta di un giudizio a dir poco pessimistico sulla natura stessa della crisi italiana.

Alla Dc, anche negli anni della contrapposizione più dura, hanno sempre attribuito, seppure a denti stretti, una natura di partito popolare e di cerniera, dunque di argine verso una destra che ha nella società e nello Stato radici assai profonde e diffuse. Che fare, adesso che questa cerniera rischia di saltare? Si può puntare, certo, alla radicalizzazione dello scontro, come chiede a gran voce una sinistra extraparlamentare che nelle piazze grida: “Emmessei fuori legge/a morte la Dc che lo protegge”.

Ma questa appare non solo a Enrico Berlinguer, ma a tutto un gruppo dirigente che è cresciuto alla scuola di Palmiro Togliatti, una prospettiva suicida. Già prima delle elezioni politiche (che pure per il Pci non vanno male, anche se quel mezzo punto percentuale in più non basta a compensare, a sinistra, la disfatta del Psiup), Berlinguer ha indicato la prospettiva che nel settembre del 1973, all’indomani del golpe cileno, si incarnerà nel compromesso storico.

In un Paese come l’Italia”, ha detto al congresso milanese del partito, “una prospettiva nuova può essere realizzata solo con la collaborazione tra le grandi componenti popolari: comunista, socialista, cattolica … La natura della società e dello Stato, la sua storia, il peso dei ceti intermedi, l’acutezza di grandi questioni sociali ma anche politiche e ideali, la profondità delle radici del fascismo (corsivo mio), e quindi la grandiosità dei problemi da risolvere e da fronteggiare, impongono una simile collaborazione”. Un po’ tutti gli hanno risposto picche, dai democristiani e ai socialisti, chi in nome della pregiudiziale anticomunista, chi nella speranza di tornare al governo per rappresentarvi la sinsitra politica e sociale nel suo complesso, chi vagheggiando l’alternativa di sinistra.

E anche a buona parte dei comunisti, ivi compresi molti dirigenti che pure, con l’eccezione di Luigi Longo, non avanzano critiche aperte, sembra un po’ paradossale l’idea che per evitare una deriva reazionaria della Dc la strada migliore sia quella di iscriverla d’ufficio a una “nuova tappa della rivoluzione democratica e antifascista”. Ma da questa linea il Pci non deflette. Promuove la mobilitazione antifascista, ma bada bene a che sia la più vasta e unitaria possibile, si tiene a distanza di sicurezza dalla campagna per lo scioglimento del Msi, guarda in cagnesco chi afferma che “la Resistenza è rossa, non è democristiana”. Si impegna a fondo nella battaglia dei metalmeccanici, che si conclude con il contratto forse più avanzato della storia delle relazioni industriali in Italia, quello dell’inquadramento unico operai-impiegati e delle 150 ore, avendo per bussola l’unità sindacale. Quanto più il governo annaspa, tanto più stringe i rapporti non solo con i socialisti, ma pure con i repubblicani e le sinistre democristiane.

Quando nel giugno del 1973, alla vigilia del congresso democristiano, Aldo Moro e Amintore Fanfani sottoscrivono a Palazzo Giustiniani, portandosi appresso tutti i capi corrente, l’accordo che decreta l’inizio della quaresima per Andreotti e Forlani, e impongono a una platea congressuale ferocemente antisocialista il ritorno al centro-sinistra, nella forma di un quarto governo Rumor, i comunisti per la prima volta evitano di accusare i socialisti di cedimento, e anzi salutano l’evento come una straordinaria vittoria democratica. Almeno in parte hanno ragione.

La Dc d’ora in avanti dovrà riconoscere che il tempo della sua indiscussa e indiscutibile “centralità” sta per finire, cominciando con il togliersi dalla testa l’idea di poter praticare la reversibilità delle alleanze; ma non potrà neanche illudersi che il centro-sinistra cui si sta predisponendo somigli, magari alla lontana, a quello degli anni Sessanta, visto, oltretutto, che i socialisti tornano al governo, sì, ma invocando “equilibri più avanzati”.

Berlinguer comincia a pensare sentirsi in grado di imporre alla Dc di rinunciare agli alibi, e di guardare in faccia una “questione comunista” che, dice, è tornata prepotentemente all’ordine del giorno. La partita tra comunisti e democristiani, rottura o accordo, è appena iniziata, si giocherà nel referendum sul divorzio del 1974, nelle elezioni regionali del 1975, nelle elezioni politiche del 1976, nella breve stagione dell’unità nazionale. A chiuderla provvederanno, tra il 16 di marzo e il 9 di giugno del 1978, le Brigate Rosse. Ma questo, nel giugno di cinquant’anni fa, non può immaginarlo nessuno. DI Paolo Franchi 8 Giugno 2023

Estratto dell’articolo di Fernando Proietti per “Formiche” il 5 giugno 2023.

“Sono consapevole dei miei limiti, ma sono anche sicuro di non essere circondato  da giganti”, disse Giulio Andreotti. A dieci anni dalla sua morte eccoci qua a chiederci […] cosa avrebbe pensato Giulio Andreotti dell'avvento a Palazzo Chigi di una popolana della Garbatella, Giorgia Meloni, ex quartiere rosso della capitale ed ex militante del Fronte della gioventù missino. E, in aggiunta […], della sua stessa fede calcistica giallorossa. Lui, il cardinale laico della vera romanità con la sua trasversalità politica, alla premier pischella avrebbe auspicato un sincero buon lavoro con il tradizionale bigliettino di benvenuto scritto di suo pugno. 

Siamo sicuri che il camaleontico senatore a vita non si sarebbe scandalizzato più di tanto dell’ascesa della giovane Meloni, erede anche lei, sia pure alla lontana, di quella Roma democristiana del dopoguerra, già affaristica e tangentara, governata con mano di velluto da Andreotti. Strizzando l’occhio a “destra”, in nome dell’anticomunismo, e a “sinistra” (i catto-comunisti di Rodano, Ossicini, Tatò futuro segretario di Berlinguer).

[…] La base del potere andreottiano con il suo sterminato consenso elettorale per lunghi anni è stata, appunto, Roma e l’enclave laziale. Una Roma post-fascista (fortemente ancora nostalgica del Ventennio mussoliniano), elettoralmente sempre di “destra”. Lo è ancora oggi soprattutto con la fine dell’andreottismo. 

Tant’è che nel pieno della campagna elettorale del 1953 nella sua Ciociaria, ci fu l’abbraccio di Arcinazzo” con l’ex capo repubblichino e presidente del Msi, Rodolfo Graziani, che fece scandalo (vero). Tanto fragore per nulla anche allora, quanto il presunto bacio di Giulio al mafioso Riina di cui, alla fine, è rimasta vittima soltanto la stessa magistratura siciliana e i professionisti dell’antimafia (Sciascia). 

Il futuro Belzebù (Craxi dixit) aveva fatta sua la lezione del suo maestro, De Gasperi, che in tempi di scontri frontali anche nelle piazze, in privato si dava del “tu” con Togliatti. Come a dire? il diavolo e l’acquasantiera alla fine possono convivere.

Nel cartoncino augurale alla Meloni, di cui si è immaginato all’inizio, Giulio non avrebbe nemmeno perso l’occasione per regalarle uno dei tanti aneddoti o battute ironiche, preferiti all’”oscuro politichese”. Alla giovane “presidentessa”, come da lei intimato volersi farsi chiamare, Andreotti le avrebbe ricordato, sornione, che alla potente diplomatica Usa in visita al Quirinale, Clare Boothe Luce, che chiedeva di essere presentata come  “ambasciatore” e non “ambasciatrice” si trovò davanti al secco rifiuto di Luigi Einaudi: “Al capo dello Stato si possono chiedere tutti i sacrifici, ma non quello della lingua italiana”.

E nel post-scriptum le avrebbe suggerito di curare i rapporti con le due assemblee parlamentari: “I governi passano, ma senatori e onorevoli rimangono al loro posto”. Lasci perdere premierato e altre “fesserie” istituzionali.

A quanti hanno seguito la lunga stagione politico parlamentare della prima Repubblica […], non passerebbe mai per la testa d’interrogarsi su quale sarebbe la riflessione del leader o del premier che nell’ultimo trentennio si sono avvicendati alla guida dei partiti o dei governi, senza lasciare tracce visibili. 

Nostalgia per il passato che non passa forse per il semplice motivo di aver vissuto quella stagione o per insofferenza per il presente? Secondo lo scrittore Kundera, il fascino della nostalgia può illuminare ogni cosa “anche la ghigliottina”.

Il peso metallico della lama mediatico giudiziaria posta sul capo di Andreotti alla fine non ha avuto l’effetto di farne né una vittima innocente né di scalfirne il suo curriculum di statista. L’accusa pesantissima di concorso esterno in mafia […], invece, gli sarà fatale nella corsa al Quirinale del 1992. 

Dal maggio 1947 fino al giugno 1992 - con una breve pausa di quattro anni -, Giulio siederà a vario titolo, nelle stanze del governo. Di cui ben sette volte ne diventerà il titolare nelle più svariate alchimie politiche: destra, centro, centro-sinistra, compreso il governo della “non sfiducia” con il Pci di Berlinguer. 

Il più longevo notabile di una nomenklatura che ha attraversato - tra lutti, attese e speranze -, quello che è stato chiamato il Secolo breve. “Io, in fondo – disse una volta Giulio – sono postumo di me stesso”. Già. Andreotti, nel bene e nel male – riassume in sé l’intera tormentata vicenda dell’Italia repubblicana dell’ultimo mezzo secolo. Quale che sia però il verdetto della storia - e non quello dei tribunali -, il senatore a vita non potrà non essere ricordato come tra i più importanti protagonisti della vita politica europea. E non soltanto.

Quella volta in cui Giulio Andreotti vinse il Telegatto. Giulio Andreotti è stato uno dei politici più importanti della Prima Repubblica, ma il suo lato ironico e brillante lo ha spinto a prestarsi anche a palchi inconsueti, come quelli del cinema e della televisione. Tommaso Giacomelli il 14 Maggio 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Il Telegatto

 Andreotti ritira il Telegatto

Uno dei volti che più di tutti ha incarnato la Prima Repubblica d'Italia: Giulio Andreotti. Un formidabile politico, un inossidabile e incorreggibile principe romano, nel senso più machiavellico del termine. Un uomo misterioso, ma anche aperto ed espansivo, dotato di un sagace e finissimo humor, con il quale ha incrementato la sua popolarità. Tra le tante, è celebre la battuta: “Non attribuiamo i guai di Roma all’eccesso di popolazione. Quando i romani erano solo due, uno uccise l’altro”. La sua fisionomia, gli occhialoni spessi e il passo felpato, è stata un valore aggiunto che lo ha reso ancora più riconoscibile agli italiani. Il sette volte presidente del Consiglio, longevo portabandiera della Democrazia Cristiana, ha coltivato un rapporto intimo anche con le telecamere, prestandosi spesso e volentieri a presenze sul piccolo e sul grande schermo. Indimenticabile la sua comparsata nel film "Il Tassinaro", con l'amico Alberto Sordi, al pari delle volte in cui è andato a ritirare gli "Oscar" della tivù italiana: il Telegatto.

Il Telegatto

Nel 1971 la rivista "TV Sorrisi e Canzoni" idea un concorso, chiamato "Gran Premio Internazionale dello Spettacolo", volto a premiare le migliori personalità italiane dell'anno solare, spaziando dalla tivù al cinema, passando per lo sport, la cultura, la musica e persino la politica. Ai vincitori viene consegnato un gatto d'oro, che per tutti diventa il "Telegatto". L'idea di realizzare una statuetta a forma di micio fu dell'allora direttore Dario Baldi, che prese ispirazione dal proprio animale domestico, Bolla. Il felino dovrebbe comunicare calore e unità, come quando il nucleo familiare si riunisce nel proprio salotto a guardare la televisione.

Negli anni la kermesse ottiene sempre più consensi, tanto che nel 1984 approda sulle reti Mediaset con l'allure di un evento molto glamour, al quale tutti aspirano a partecipare. A votare i vincitori sono proprio gli italiani che, tramite un apposito tagliando contenuto nella rivista, indicano le personali preferenze per ogni categoria. Ed è qui che Andreotti, oltre alle urne, scopre di essere un volto particolarmente apprezzato.

Andreotti ritira il Telegatto

Il Divo Giulio verrà premiato, per la prima volta nel 1987, in qualità di personaggio politico dell'anno, guadagnandosi anche la copertina di "TV Sorrisi e Canzoni", insieme ai "Magnifici Sette" di quell'anno, posando al fianco di Vittorio Gassman e Corrado. Lo scafato politico avrà occasione di ripetersi anche in altre due occasioni, nel 1988 e nel 1990. In occasione di quest'ultima, presenzia sul palco del "Telegatto" in veste di presidente del Consiglio, duettando con arguzia e simpatia con lo storico presentatore Corrado, il quale gli chiede: "Prima c'è stato l'attore Gregory Peck, che ha detto che in Italia non è cambiato nulla, perché nel '52 fino a oggi c'era Giulio Andreotti e c'è ancora Giulio Andreotti. Lei che risponde?". La vecchia volpe prende una pausa, accenna un sorriso, alza le sopracciglia e in modo sottile replica: "Beh, sono molto contento di essermi trattenuto...". Sipario.

Dieci anni senza il Divo Andreotti. Bisignani: che consigli darebbe a Meloni e al Papa. Luigi Bisignani su Il Tempo il 07 maggio 2023

Caro direttore, più Divo che mai. In occasione del decennale della morte di Giulio Andreotti, ieri la famiglia è voluta tornare nel luogo di origine della sua vita terrena e spirituale: la parrocchia di Santa Maria in Aquiro, dedicata alla Madonna, situata nel cuore della Roma politica, tra Montecitorio e il Senato. A pochi passi da via dei Prefetti 18, la casa dell’anziana zia dove, rimasto orfano di padre a soli due anni, trascorse la sua fanciullezza. Ed è proprio in questa chiesa che Giulio mosse i primi passi da chierichetto. Tra queste mura, restaurate la prima volta da papa Gregorio III (731-741), ha coltivato anche la passione per una delle sue abitudini più celebri: la redazione dei suoi diari quotidiani. Certamente mai avrebbe immaginato che proprio quelle note l’avrebbero aiutato a disintegrare, per tabulas, più di una polpetta avvelenata gettatagli addosso nel corso della vita, soprattutto da Palermo, e che, grazie alla meticolosità con la quale registrava lo scandire dei giorni, ha potuto puntualmente restituire al mittente. Lo accusarono persino di essersi ritrovato in una masseria a baciare il mafioso Riina - proprio lui che, a stento, baciava la moglie, Livia, e ancor meno i figli, per non parlare degli amici ai quali riservava solo il braccio allungato a scatto per tenerli a debita distanza - nel momento in cui invece era dall’altra parte del mondo per partecipare ad un vertice internazionale. Aveva imparato a scrivere diari così precisi, quasi puntigliosi, grazie all’esperienza maturata nel tenere con grande cura i registri dei battesimi e dei decessi, quei decessi che tanto lo spaventavano - superstizioso com’era - quando, da chierichetto, era solito recarsi, insieme al sacerdote, in visita alle persone sul letto di morte. In talare nero e cotta bianca andava anche alle cerimonie in Vaticano dove, una volta in piena estate, rimase atterrito dalla tintura dei capelli di un anziano cardinale che, per il caldo, colava sui paramenti, convincendolo già allora che mai si sarebbe tinto la chioma. Ricordo ancora il suo disappunto, quando un giornale insinuò che anche lui facesse ricorso a questo genere di «ritocchini», circostanza che quasi volle smentire, contravvenendo così al principio, che per lui era un mantra, in base al quale «una smentita era una notizia data due volte».

Mentre la messa in suffragio scorreva, accanto alle preghiere veniva da pensare, tra la guerra in Ucraina e le prime battute d’arresto del Governo, che raccomandazioni darebbe oggi Giulio Andreotti -con il suo record di maggior numero di incarichi governativi della storia della Repubblica- a Papa Bergoglio e al premier Meloni. Potrebbero essere forse queste: «Santità, ricordo con orgoglio di averla avuta tra i collaboratori nella mia rivista "30 giorni" e le assicuro che anche qui, in Paradiso, ogni giorno preghiamo per Lei. Ne ha proprio bisogno, come ci sussurra spesso San Pietro. E osservo con piacere che sta modificando anche alcune convinzioni. All’inizio del suo Pontificato pensava che ormai l’Europa fosse marginale nel mondo, quasi inutile, ma con saggezza ha voluto rivedere le sue posizioni: la terribile guerra che si svolge in Ucraina colpisce e coinvolge il cuore dell’Europa, non a caso, le due guerre mondiali sono nate proprio qui... Vorrei esserle accanto per tentare ogni strada che porti alla pace, senza alcun inutile tweet come va di moda tra i nostri, per così dire, governanti... A tal fine mi permetta un sommesso consiglio, io che di Pontefici, Cardinali, Vescovi e Parroci ne ho visti e conosciuti, forse come, se non più di Lei: riattivi ed utilizzi la rete dei miei cari Nunzi Apostolici, preziosi e importanti tanto quanto i diplomatici della Farnesina e degli altri Paesi e si faccia aiutare dal Cardinal Parolin che ho conosciuto quando, giovane, veniva da me accompagnando il Segretario di Stato dell’epoca, il Cardinal Agostino Casaroli, che spesso incontravo anche nel villino di Maria Angiolillo, a Trinità dei Monti, , arrivavamo entrambi sempre con qualche minuto di anticipo rispetto agli altri ospiti per un breve scambio riservato di opinioni. Provi anche a volgere uno sguardo alla politica italiana ed individui un nuovo Giovanni Battista Montini, al secolo Paolo VI. Dopo 30 anni -a Napoli ce ne sono voluti 33, come gli anni di Cristo, per vincere lo scudetto - è giunto il momento che in Italia si ricrei un’area moderata di centro. I tassisti romani, che per me sono sempre stati più attendibili di qualsiasi sondaggista, (senza nulla togliere alla bravissima Alessandra Ghisleri) continuano a ripetermi: "a Preside’, se stava meglio nella Prima Repubblica, voi pensavate a tutti"». «Il mio pensiero va anche al presidente del Consiglio Giorgia Meloni -a proposito, non sa come la invidiano le mie colleghe Tina Anselmi e Franca Falcucci che ci tenevano proprio ad essere le prime donne premier della Repubblica Italiana- alla sua attività in Politica Estera, la mia vera grande passione. I miei apprezzamenti per come abilmente si sta muovendo nell’asse Euro-Atlantico, anche se mi permetto un’indicazione: quando andrà, spero presto, a Washington, vada con un "new deal" per l’Italia. Ora è il momento giusto per passare dalla teoria alla pratica, dall’orale allo scritto, chiarisco meglio: bene la sua posizione atlantista, ma ora deve presentarsi con un "Piano", anche perché credo che presto gli americani le chiederanno un altro grande segnale: prendere le distanze dalla Cina. Il mio vecchio e lungimirante amico Francesco Cossiga mi sussurrava sempre: "Caro Giulio, vanno bene Vaticano e Usa, ma ricordati di instaurare un rapporto forte anche con Londra e Israele!" Lei, Presidente, lo sta facendo da tempi non sospetti: complimenti!

Tuttavia aggiungo, qui dal Paradiso, un paio di suggerimenti: costruisca un rapporto molto più stretto con il Parlamento, che ho sempre considerato come il cuore della democrazia dove quel brav’uomo del ministro Ciriani non le sta facendo davvero un buon servizio, così come deve frenare le intemperanze del Presidente del Senato l’interista Ignazio La Russa, che mi pare di aver incontrato nella tenuta romana della Cesarina del comune amico Salvatore Ligresti. Ricordo un lontano pomeriggio con don Salvatore che portava a raccogliere le albicocche dagli alberi il Segretario di Stato Cardinal Sodano al volante di una golf car elettrica. Una gran paura, per la sua guida a scatti, con Sua Eminenza accanto all’autista ed io come un chierichetto dietro... Terrei anche un occhio e un orecchio all’Economia e alle Finanze, dove vedo l’accorto e cattolico ministro Giorgetti, forse consigliato dall’amico Monsignor Liberio Andreatta, più preso dalle cose spirituali che da quelle terrene... E, se posso ancora permettermi, parlo per esperienza personale, si tenga alla larga, come invece mi sembra non stia facendo, dalla telenovela sulla Guardia di Finanza, da generali e soprattutto Servizi che tanto piacciono al suo sottosegretario Mantovano ed al caro amico, si fa per dire, Luciano Violante... I generali sono bravi soprattutto in una guerra: quella tra di loro...». E, visto che nell’immaginario racconto è stato citato Francesco Cossiga, è bene anticipare una bella iniziativa per commemorare Andreotti a dieci anni dalla sua scomparsa, che si terrà mercoledì 17 maggio, alle ore 17, nella Sala della Regina a Montecitorio, dove verranno pubblicate, tra l’altro, le lettere del Divo con Francesco Cossiga quando era Presidente della Repubblica. Tra queste, una rivelatoria datata 15 settembre 1989, ampiamente eloquente del calvario giudiziario che Giulio Andreotti ha dovuto subire per dieci lunghi anni: "Caro Cossiga, ti rinnovo il ringraziamento espressoti a voce per aver firmato il decreto legge che impedisce a decine di condannati mafiosi di uscire subito dal carcere, in pendenza dell’appello. Non è certo piacevole proporre ancora una volta modifiche alla norma sulla carcerazione preventiva, ma se non lo avessimo fatto, oltre alla rimessa in circolazione di soggetti pericolosi (forse anche per loro stessi), avremmo nullificato l’effetto esemplare del maxi processo». A dimostrazione che in Paradiso, come diceva non si va in carrozza. Andreotti dixit.

Poca retorica e molti fatti. Il riformismo di Giulio Andreotti: duttilità e mediazione al servizio della politica. Giuseppe Fioroni su Il Riformista il 7 Maggio 2023

Foto LaPresse Torino/Archivio storicoStorico09/01/2001 RomaGiulio AndreottiGiulio Andreotti (Roma, 14 gennaio 1919 – Roma, 6 maggio 2013) è stato un politico, scrittore e giornalista italiano. È stato tra i principali esponenti della Democrazia Cristiana, protagonista della vita politica italiana per tutta la seconda metà del XX secolo.nella foto: Giulio Andreotti e Sergio D’Antoni nell’organizzazione della "Democrazia Europea" sulle riforme elettoraliPhoto LaPresse Turin/Archives historicalHystory09/01/2001 RomeGiulio Andreottiin the photo: Giulio Andreotti and Sergio D’Antoni

La Messa in onore di Andreotti, a dieci anni dalla scomparsa, si celebra oggi in Santa Maria in Aquiro, porzione di un complesso monumentale identificato con il Tempio voluto da Adriano in memoria di sua suocera Matidia, poi deificata al pari dell’Imperatore. Andreotti vi si recava periodicamente a visitare insieme ad altri, sotto la guida di un sacerdote, gli orfanelli ospitati in un’ala del palazzo. Lo ricordava spesso, anche lui orfano di padre, contraddicendo lo stereotipo del politico freddo e controllato, senza emozioni.

A me dava sempre l’idea, in occasione di incontri riservati, che fosse più “umano” di tanti altri, certamente non al suo livello per carico di potere e responsabilità. Una volta mi volle vedere perché al congresso di Maiori, nel 1984, avrei dovuto candidarmi alla guida del Movimento giovanile del partito. Mi voleva bene. Non ero, tuttavia, in condizione di accettare: stavo per laurearmi e mi attendeva una carriera di medico universitario alla Cattolica di Roma. “Fai come vuoi – disse con una punta di delusione – ma ricordati che il treno passa solo una volta”. In realtà, appena finiti gli studi, fui catapultato alla guida di Viterbo: ero entrato in comune non immaginando fare il sindaco, ma solo il consigliere al servizio della mia città. In effetti sono stato trascinato dalla politica. Devo dire che quell’esperienza la ricordo con emozione, anche per l’aiuto che mi veniva da Andreotti a sostegno dello sviluppo di Viterbo come città della cultura, aperta sul piano delle relazioni internazionali.

A distanza di tempo venni eletto alla Camera – non era a atto scontato – e fui solerte a chiedergli udienza. “Lo so che vuoi dirmi, il treno è passato una seconda volta”. Ecco, Andreotti aveva il dono di una memoria formidabile. Mi dispiace leggere, fortunatamente meno oggi di una volta, commenti e giudizi che graffiano con violenza l’immagine di uno dei più grandi uomini di governo del Novecento. Lo si è accusato di fatti e di misfatti, oltre ogni misura, con ardore inquisitorio. Anche Moro, alla luce di queste accuse, sarebbe andato incontro alla sua triste fine per il cinismo di Andreotti, avendo agito da Presidente del Consiglio con imperdonabile distacco umano e politico, fino a coprire le manovre di poteri occulti. Non è vero. Mi è stato possibile accedere a una documentazione sconfinata in qualità di Presidente della Commissione bicamerale d’indagine “Moro 2” e mi sono fatto il convincimento che il ruolo svolto da Andreotti non sia stato deviato da interessi esterni o superiori, come recita una malevola vulgata. Andreotti fu colpito dolorosamente dalla vicenda Moro e visse quei 55 giorni di follia, con l’epilogo drammatico di via Caetani, nella consapevolezza di dover fronteggiare un attacco formidabile allo Stato democratico.

Nella sua vita ha operato ininterrottamente nelle istituzioni. È stato, secondo appunto i detrattori, un uomo di potere, anzi un uomo attaccato al potere. Eppure nella Dc ha saputo stare anche in minoranza, ad esempio quando con tutta l’area Zac (sinistra del partito) si oppose nel congresso del 1980 alla svolta del Preambolo, destinata a interrompere la politica del confronto con il Pci. In fondo concepiva la duttilità e la mediazione, come gli aveva insegnato il suo riconosciuto maestro, Alcide De Gasperi, strumenti al servizio della politica e non espedienti per aggirare principi e regole. Fu così che nel 1979, per aver preso impegno con Berlinguer all’inizio della stagione della solidarietà nazionale – impegno che consisteva nel prevedere che non ci fosse altra formula in Parlamento dopo quella organizzata con l’intesa dei comunisti – chiese ad alcuni senatori di votare contro il suo governo, per andare alle elezioni anticipate. Quei senatori erano andreottiani, uomini della sua corrente.

Nella sua prolungata azione di governo, più volte da Palazzo Chigi, mise in campo misure di sano riformismo: poca retorica e molti fatti. Fece scelte coraggiose, assumendosi la responsabilità dell’adesione allo Sme e poi al Trattato di Maastricht, per un lucido disegno di fedeltà all’europeismo. Prudente sulla riunificazione delle due Germanie, non esitò a garantire alla stretta finale il sostegno dell’Italia all’operazione di Helmut Kohl. Dette alla politica estera un pro lo di straordinaria forza e concretezza, specialmente nello scacchiere medio-orientale e nel bacino del Mediterraneo, lungo l’asse ideale tra sponda nord e sponda sud. Nei rapporti con il mondo arabo andò anche oltre la storica apertura della Dc, indubbiamente oltre la linea di Fanfani e Moro. Non fu mai “amerikano”: nella vicenda di Sigonella, con Craxi Presidente del Consiglio, difese l’onore dell’Italia. Forse pagò questo gesto di rigore che i circoli oltranzisti di Washington giudicarono offensivo. Ma l’uomo, comunque la si giri, aveva carattere. Ed è per questo che non possiamo non dirci andreottiani, in un tempo che rigurgita nostalgia per la serietà di una classe dirigente che lo statista romano, anche nelle traversie e negli errori, ha contribuito ad esaltare.

 Giuseppe Fioroni

Divo Giulio o Belzebù? Potere e battute affilate di un sette volte premier. Maria Luisa Agnese su Il Corriere della Sera il 29 Aprile 2023.

Preferiva l’ironia romana affilata e sussurrata a labbra chiuse, con frasi da florilegio: «Meglio tirare a campare che tirare le cuoia», «A pensar male si fa peccato ma ci s’azzecca». Ha potuto contare su una famiglia riservatamente borghese e alla moglie scriveva lettere tenerissime 

«Il potere logora chi non ce l’ha»: Giulio Andreotti ha pronunciato la sua frase feticcio nel 1951 durante un dibattito parlamentare. Giovane apprendista politico l’aveva detta per difendere De Gasperi suo gran mentore, che qualche avversario voleva allontanare perché 80enne e ormai, appunto, logorato. Il copyright del concetto-guida sarebbe in verità di Talleyrand, altra mente fina del realismo politico, ma Andreotti l’ha fatto talmente suo nel corso del tempo che è diventato chiave interpretativa della sua lunga vicenda politica e umana. Fino a trasformarlo in Belzebù, genio del male, protagonista sospetto - diretto o indiretto - di tutte le vicende oscure della politica, da Gladio alle trattative con la mafia, al presunto bacio con Totò Riina. «A parte le guerre puniche mi viene attribuito veramente di tutto» diceva. Ma forse era soltanto un Machiavelli in sedicesimo che «perpetuava il male per garantire il bene» come Paolo Sorrentino fa dire al suo Andreotti/Servillo nel celebrato monologo de Il Divo, interpretazione onirica e urticante della vita del politico dc, liquidata come «mascalzonata» da un Andreotti per una volta colpito al cuore: evento insolito per lui, sempre sorvolante e misurato nelle polemiche.

In genere preferiva quella ironia romanamente affilata e sussurrata a labbra chiuse con frasi da florilegio, passate direttamente nella vulgata mediatica: «Meglio tirare a campare che tirare le cuoia», «A pensar male si fa peccato ma ci s’azzecca», «I panni sporchi si lavano in famiglia», «So di essere di media statura ma non vedo giganti intorno a me», «Non ho vizi minori» (per dire della sua avversione al fumo). Fino alla battuta con cui rese immortale un viaggio del nostro governo in Cina, nel 1986: lui, annegato nella folta delegazione italiana fra amici e collaboratori di Bettino, se ne venne fuori dall’aereo con quella battuta «Sono qui con Craxi e i suoi cari».

Un Machiavelli in salsa romana, perché, come ha detto lui stesso in una mitologica intervista-scontro con Oriana Fallaci del 1974, «Io sono romano e preferisco non drammatizzare oltre il necessario: esser romano aiuta molto a ridimensionare i problemi ed è un vero peccato che Roma non sia quasi mai riuscita ad essere governata da romani. Se pensa che prima di me non c’era mai stato un presidente del Consiglio, tutti nordisti o sudisti». Di sicuro dopo la prima volta ha pareggiato il conto, facendo il pieno con 7 presidenze del Consiglio e decine di volte da ministro in vari dicasteri. Ha fallito solo la presidenza della Repubblica, nel 1992, ma dal ‘91 è stato senatore a vita. Uomo dei dossier, teorico della politica dei due forni sia interni che internazionali, collocato nella Nato ma con un occhio di riguardo alla politica araba: dualismo diplomatico giustificato con la posizione dell’Italia nel Mediterraneo.

Ha potuto contare su una famiglia riservatamente borghese, con i 4 figli affidati alla moglie Livia Danese, conosciuta un giorno al Cimitero romano del Verano e unita da patto amoroso e solidale tutta la vita. Le scriveva lettere tenerissime, Cara Liviuccia, ora pubblicate per Solferino con postuma devozione (è scomparso il 6 maggio 2013, lei nel 2015) dai figli Serena e Stefano.

Estratto da ilsecoloxix.it – 6 maggio 2013

Quasi 500 vignette alcune «decisamente forti, un libro solo su di lui “Andreacula”, mai una querela. «Giulio Andreotti è stato uno statista che nel bene e nel male ha segnato la vita del paese, dotato di grandissimo senso dell’umorismo. Oggi la satira in Italia è morta, i quotidiani hanno paura di pubblicarmi». 

Giorgio Forattini, […] da quasi 40 anni un foglio e una matita sono la sua arma per sbeffeggiare i politici italiani, collezionando querele ricorda così interpellato dall’Ansa uno dei suoi bersagli preferiti Giulio Andreotti: «Ogni volta mi chiedeva gli originali delle mie vignette, era un autentico collezionista. Quando mi capitava di incontrarlo per strada nel centro di Roma la scorta mi bloccava lui invece mi veniva incontro sorridente, lui può passare è un mio amico...».

Andreotti, insiste Forattini «l’ho rappresentato in mille maniere, alcune vignette erano proprio cattive, e non mi ha mai querelato. Ricordo che per i suoi 90 anni, durante una trasmissione, qualcuno gli chiese cosa ne pensasse di me, lui replicò: «Io sono stato inventato da Forattini!». 

Ha disegnato vignette per le principali testate giornalistiche italiane da Paese Sera, a La Repubblica, La Stampa, Panorama solo per citarne alcune «ma oggi pubblico le mie vignette solo su internet e nei libri. I quotidiani sono terrorizzati dalle querele». […]

Il processo allo “zio Giulio” e all’intera Prima Repubblica. ATTILIO BOLZONI su Il Domani il 03 marzo 2023

Il 3 marzo di trent’anni fa l’uomo politico italiano più famoso è stato iscritto nel registro degli indagati per associazione a delinquere semplice e mafiosa. Giulio Andreotti, sette volte Presidente del Consiglio e ventuno volte ministro, è finito alla sbarra per collusione con i boss.

Un detenuto disse al suo compagno di cella: «La vedi quella gobba? Guardala bene perché è piena di omicidi». La televisione era accesa, sullo schermo apparve l’uomo politico più famoso d’Italia che per sette volte era stato capo del governo e per ventuno ministro della Repubblica. Poi un altro raccontò: «Noi lo sapevamo chi era davvero, girava la voce che era punciutu».

Punciutu, punto sul polpastrello del dito indice della mano destra con un ago, o con la spina di arancio amaro o forse con una spilla d’oro come usavano i boss più megalomani delle province interne, comunque passato anche lui dal rito d’iniziazione con l’immagine della Madonna dell’Annunziata che prende fuoco e il sangue che sgorga mentre stregato recita la magica formula (“Come carta ti brucio, come santa ti adoro, che un giorno possa bruciare la mia carne se mai tradirò la Cosa nostra”) per diventare mafioso.

L’ENTITÀ

Giulio Andreotti mafioso. Palermo, fine inverno del 1993. Appena una decina di anni prima, e dopo un vorticoso incrocio di silenzi e di sguardi con il giudice Giovanni Falcone, il pentito Tommaso Buscetta si era limitato ad alludere a un’impalpabile “Entità” che suggeriva e proteggeva, che metteva sempre le cose a posto in Sicilia e a Roma. Ma con le stragi di Capaci e di via D’Amelio, le bombe, era cambiato tutto. E quella figura avvolta perennemente nel mistero aveva preso quasi un nome.

Per alcuni ero “lo zio”, per altri “lo zio Giulio”. Era sempre lui. Così il 4 marzo del 1993, un giovedì, in una stanza al secondo piano dell’imponente palazzo di giustizia di Palermo ci fu il primo atto di quello che sarebbe stato definito Il processo del secolo.

L’iscrizione di Giulio Andreotti nel registro degli indagati “per i reati di cui agli articoli 110 e 416 c.p. e agli articoli 110 e 416 bis c.p.”, concorso esterno in associazione semplice e concorso esterno in associazione mafiosa. Ventitré giorni dopo, il 27 marzo alle undici del mattino in punto, da Palermo fu inoltrata all’ufficio di presidenza del Senato una richiesta di autorizzazione a procedere di 246 pagine firmata dal procuratore capo della repubblica Gian Carlo Caselli e dai sostituti Guido Lo Forte, Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato.

Il 13 maggio la speciale giunta di palazzo Madama concesse l’autorizzazione «escludendo la sussistenza di fumus persecutionis oggettivo e soggettivo nei confronti di Giulio Andreotti», il 21 maggio la procura di Palermo modificò con un tratto di penna il capo d’imputazione: non più concorso in associazione mafiosa ma associazione mafiosa pura.

L’ITALIA DIVISA IN TRE

A quel punto l’Italia si è divisa in due e pure in tre. Quasi mafioso, mafioso, mafiosissimo. Quasi innocente, innocente, innocentissimo. Finalmente trascinato davanti a un tribunale per le sue gravi colpe, vittima di una grande macchinazione nazionale e internazionale, invischiato fino al collo nelle brutalità della mafia siciliana, corrotto e corruttore, incastrato da diaboliche forze e probabilmente anche da una fazione del governo americano che non vedeva l’ora di levarselo di torno dopo la caduta del Muro di Berlino. Particolarmente sagace, la battuta sempre pungente, una straordinaria capacità di sintetizzare pensieri complessi in una sola frase, quando le carte dei suoi insidiosi rapporti con la mafia vengono scoperte lui muove lentamente la testa incassata fra le spalle ingobbite, piega le labbra sottili e sibila: «A parte le guerre puniche, mi viene attribuito di tutto».

Cos’è l’atto d’accusa dei magistrati di Palermo? Un processo a un potere incrollabile? Un processo alla Storia? Un processo all’uomo - nato a Roma il 14 gennaio del 1919, democristiano, giornalista, scrittore, a ventotto anni già sottosegretario nel governo di Alcide De Gasperi, delfino di Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare - o al sistema?

I SUOI PECCATI

Ciò che è sempre stato oscuro, viene spiegato in realtà con una semplicità che sconvolge. Giulio Andreotti, uno che dalla fine della Seconda Guerra mondiale si è seduto al tavolo con i padroni del mondo, con capi di stato come Eisenhover e De Gaulle, Mitterand e Reagan, Thatcher e Gorbaciov, contemporanemente ha intrattenuto rapporti criminali con don Stefano Bontate e don Gaetano Badalamenti e persino con Totò Riina, ha “aggiustato” procedimenti in Cassazione, ha ordinato omicidi o comunque non ha fatto nulla per evitarli, ha garantito e si è garantito l’appoggio di Salvo Lima, il console in Sicilia che con Cosa Nostra era in un solo abbraccio.

I suoi misfatti e i suoi peccati, giuridicamente parlando: «Avere messo a disposizione dell’associazione per delinquere denominata Cosa Nostra, per la tutela degli interessi e per il raggiungimento degli scopi criminali della stessa, l’influenza e il potere derivanti dalla sua posizione di esponente di vertice di una corrente politica, nonché dalle relazioni intessute nel corso della sua attività; partecipando in questo modo al mantenimento, al rafforzamento e all’espansione dell’associazione medesima». Giulio Andreotti mafioso.

Più che un’inchiesta, se pur clamorosa, simboleggia l’abbattimento di una struttura statuale messa in piedi dal 1945. Giulio Andreotti incarna la Democrazia Cristiana che ha governato per quasi quarant’anni l’Italia (da non confondere con ciò che sarebbe accaduto qualche tempo dopo con le indagini sui legami fra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi, forse riciclatore di denaro sporco, forse a conoscenza di segreti sulle stragi siciliane del 1992 ma sicuramente non “uomo stato” come Andreotti), è l’occulto della Prima Repubblica.

LE TRAME E I SEGRETI

Le trame del Sifar - il servizio segreto militare all’epoca dei dossier del generale Giovanni De Lorenzo - il crack Montedison con protagonista l’imprenditore Nino Rovelli, il complotto contro il direttore della Banca d’Italia Mario Sarcinelli e il presidente Paolo Baffi, il patto con il banchiere della mafia Michele Sindona e l’altro con il banchiere di Dio Roberto Calvi, la loggia P2 di Licio Gelli, le scorrerie del comandante generale della guardia di finanza Raffaele Giudice in combutta con i petrolieri, lo spericolato intreccio con i “palazzinari" romani Caltagirone (famosa la frase pronunciata dal capostipite dei Caltagirone, Gaetano, al ministro Franco Evangelisti, braccio destro di Andreotti: «A Fra’ che te serve?»), l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, le ombre sul delitto del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Sfiorato dai più grandi scandali ma mai affondato, nemmeno graffiato.

Eugenio Scalfari, in un celebre editoriale su Repubblica lo battezza Belzebù, descrivendolo «come l’incrocio accuratamente dosato d’un mandarino cinese e d’un cardinale settecentesco». E poi la mafia siciliana. Alla fine sono i padrini a farlo sprofondare e ad imprigionarlo in un processo infinito che si celebra nel bunker di Palermo, proprio nell’aula dove qualche anno prima erano rinchiusi i capi della Cosa Nostra.

IL DELITTO LIMA

Le indagini su Andreotti prendono avvio il 12 marzo del 1992. È il giorno dell’assassinio di Salvo Lima, il capo della corrente andreottiana siciliana che, come aveva ricordato il prefetto generale Dalla Chiesa al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini nella primavera del 1982 prima del suo sbarco a Palermo, «era la famiglia politica più inquinata del luogo».

Lima, europarlamentare e già sottosegretario alle Finanze, è un capobastone della Democrazia cristiana, è legato ai potentissimi Nino e Ignazio Salvo, proprietari terrieri, interessi nel turismo e nella commercializzazione del vino e soprattutto esattori.

Nel resto d’Italia l’aggio concesso per le somme riscosse è poco superiore al 3 per cento, in Sicilia sfiora il 10 per cento. I Salvo sono mafiosi, uomini d’onore della famiglia trapanese di Salemi. Loro e Salvo Lima sono i re dell’isola fino a quando i Corleonesi di Totò Riina non conquistano Cosa Nostra, vincono ma si ritrovano comunque all’ergastolo.

Quello di Lima è il primo delitto eccellente del 1992. I sicari lo rincorrono sui vialetti di Mondello, il mare di Palermo. E lo uccidono sparandogli alle spalle, come si fa con i traditori. Il movente: «Non avere garantito il buon esito del maxi processo». Il 30 gennaio precedente la Cassazione, contro ogni previsione, ha condannato tutti i grandi boss siciliani. È la prima volta, una sentenza storica.

Ed è la prima volta che a presiedere la prima sezione della suprema corte non c’è Corrado Carnevale, il giudice conosciuto come “l’ammazzasentenze”, sbalzato da quella poltrona da una rotazione di magistrati voluta da Giovanni Falcone e dal ministro della Giustizia Claudio Martelli. Meno di due mesi dopo il verdetto della mafia, l’esecuzione di Mondello.

LA CORSA AL QUIRINALE

È un omicidio che destabilizza l’Italia. Punisce Salvo Lima ma ferma anche la corsa al Quirinale di Giulio Andreotti. Le elezioni del nuovo capo dello stato sono previste in primavera, lui è uno dei candidati favoriti. «Da questo momento può succedere di tutto», dice Giovanni Falcone la sera stessa del delitto. Succede che Andreotti è definitivamente fuori gioco, non diventerà mai Presidente della Repubblica.

Le indagini intorno all’omicidio Lima scavano sui summit fra “zio Giulio” e il capomafia palermitano Stefano Bontate dopo la morte del presidente della regione Piersanti Mattarella, sul condizionamento di alcuni processi ai boss, sulla sua vicinanza con il capo della loggia P2, sul suo coinvolgimento nell’uccisione del direttore della rivista OP Mino Pecorelli legata alla “carte segrete” di Aldo Moro, sui suoi viaggi non registrati fra Palermo e la Sicilia per incontrare personaggi gravitanti nell’ambiente criminale.

È il procedimento penale numero 1491/93. Migliaia di fogli raccolti in 9 volumi e 26 capitoli, i testimoni citati dall’accusa 400, i pentiti all’inizio sono 27 e alla fine 41.

L’ENIGMATICO PENTITO

Ci sono quelli cosiddetti di serie A come Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia o Angelo Siino e Francesco Di Carlo, c’è qualche pugliese e qualche calabrese, c’è il messinese Orlando Galati Mamertino (quello della gobba piena di omicidi), c’è Leonardo Messina da Caltanissetta (quell’altro che aveva sentito dire che era “punciutu”), un paio sono della banda della Magliana. Poi ne salta fuori uno che fa saltare il banco. È Balduccio Di Maggio, ex autista di Totò Riina, il mafioso che porta - e ancora oggi, dopo trent’anni, non sappiamo come - i carabinieri del Ros al capo dei capi latitante da un quarto di secolo.

Ufficialmente Di Maggio viene catturato in Piemonte l’8 gennaio (ma il gelataio indovino Salvatore Baiardo, che ha annunciato la cattura di Matteo Messina Denaro, dirà che sapeva del suo pentimento già dal dicembre 1992), poi rivela una ventina di ammazzatine ai sostituti procuratori palermitani Giuseppe Pignatone e Franco Lo Voi, poi ancora si presenta da Gian Carlo Caselli con una fantastica favola. Quella del bacio.

Ricorda che un giorno, tra le 14 e le 16 del 21 settembre 1987, accompagnò Totò Riina nella lussuosa casa palermitana di Ignazio Salvo “alla Statua”, in fondo a viale Libertà, dove trovò ad attenderlo Salvo Lima, lo stesso Ignazio Salvo e l’ospite d’onore: Giulio Andreotti. Testuale Di Maggio: «Il Riina salutò con un bacio tutte e tre le persone».

Il bacio, per le immaginabili suggestioni suscitate nell’opinione pubblica, fuori dall’aula di giustizia è diventato il cuore del processo Andreotti. Mai dimostrato né dimostrabile (Salvo Lima era stato ucciso a marzo del 1992, Ignazio Salvo appena sei mesi dopo), negato naturalmente da Andreotti, ha rappresentato una sorta di cavallo di troia nella corposa documentazione accusatoria sullo “zio Giulio”.

Con il senno del poi potremmo dire - anche se qualcuno aveva subito intuito il pericolo di una testimonianza così iperbolica e maliziosa - che l’enigmatico Balduccio Di Maggio dell’arresto di Riina aveva ancora una volta fatto il suo mestiere coplentando l’opera con Andreotti. Verità e menzogne, abilmente mischiate.

Di quel bacio, alla fine, c’è rimasto solo il geniale pensiero dell’attore palermitano Ciccio Ingrassia: «Io non so se Andreotti e Riina si siano mai incontrati, ma se si sono incontrati di sicuro si sono baciati».

MAI VISTI DA VICINO

Il processo si apre la mattina del 26 settembre nella grande aula accanto all’Ucciardone. I giudici sono quelli della quinta sezione penale del Tribunale di Palermo, presidente Francesco Ingargiola, a latere Salvatore Barresi e Vincenzina Massa.

Per la pubblica accusa Guido Lo Forte, Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato. Il collegio difensivo è composto da Franco Coppi, Gioacchino Sbacchi e da una giovanissima Giulia Bongiorno. Poi si aggiungerà anche l’avvocato Odaordo Ascari. L’aula è stracolma, centinaia i giornalisti provenienti da tutto il mondo, accreditata anche una troupe giapponese.

Alla vigilia del dibattimento sugli scaffali delle librerie è in bella mostra un volume: «Cosa Loro, mai visti da vicino». Giulio Andreotti ricostruisce per la Rizzoli i suoi ultimi tre anni e mezzo di vita, dal giorno in cui il Senato ha concesso l’autorizzazione a procedere contro di lui.

Scrive: «In queste pagine non si troveranno invettive o generiche lamentele, ma solo descrizioni puntuali di un impianto accusatorio che io ritengo infondato e perverso». E ancora: «Era stato presentato all’inizio del preannuncio di schiaccianti dimostrazioni di mie responsabilità mafiose; ora ripiega sulla singolare tesi di un reato collettivo, compiuto dalla Democrazia Cristiana siciliana o da una parte di essa; attraverso uno scambio di favori fra politica e mafia del quale non si è avuta la possibilità di dimostrare contro di me il benché minimo esempio di concretizzazione».

Dopo duecentocinquanta udienze il dibattimento di primo grado viene formalmente chiuso il 19 gennaio. Comincia la requisitoria dei pubblici ministeri, ventitré sedute: quindici gli anni chiesti per Andreotti.

La difesa, dopo ventiquattro sedute, vuole l’imputato pienamente assolto. Fra i testi a discolpa l’ex segretario generale delle Nazioni Unite Xavier Perez De Cuellar, gli ex ambasciatori Usa a Roma Maxwell Rabb e Peter Secchia, l’ex ministro della Giustizia Giuliano Vassalli, l’ex capo dei servizi segreti Riccardo Malpica, tre ex capi della polizia. E, colpo di scena, anche il boss Gaetano Badalamenti. Perché don Tano, sul delitto Pecorelli e su quello Dalla Chiesa, ha smentito Buscetta.

L’INCUBO BUSCETTA

Il primo pentito di mafia dell’era moderna è un incubo per Andreotti. Ha credibilità, carisma, ha la certificazione doc del giudice Falcone. Racconterà a proposito del suo vecchio amico Badalamenti: «Mi disse che un giorno si era incontrato con il presidente a Roma e che si era personalmente congratulato con lui, dicendogli che "di uomini come lui (Badalamenti, ndr) ce ne voleva uno per ogni strada di ogni città italiana”..».

Dopo undici giorni di camera di consiglio, il 23 ottobre 1999 il tribunale di Palermo assolve Giulio Andreotti “perché il fatto non sussiste”. Mancanza di prove sufficienti, incongruenze, dichiarazioni confuse e contraddittorie. Il contesto che dipingono i giudici intorno all’imputato eccellente però è maleodorante. Lui, che non aveva mai mostrato un gesto di gioia o un moto d’ira, per la prima volta ha un brivido, quasi trema e dice: «La partita è chiusa».

Nel frattempo Giulio Andreotti viene assolto a Perugia anche per l’omicidio di Mino Pecorelli, poi sarà condannato a 24 anni in appello e definitivamente assolto in Cassazione. Nel frattempo il presidente della Suprema Corte Corrado Carnevale viene assolto a Palermo dall’accusa di avere “aggiustato” il maxi processo, condannato a 6 anni in secondo grado e poi anche lui assolto dalla Cassazione. Si arriva così all’appello per Giulio Andreotti. E il 2 maggio del 2003 la sentenza rimescola le carte. In parziale riforma del primo verdetto i giudici affermano che, fino alla primavera del 1980, Giulio Andreotti era colluso con Cosa Nostra.

E che, solo dopo l’uccisione del presidente della regione Piersanti Mattarella, si è allontanato dall’organizzazione criminale. Condannato e prescritto per l’associazione a delinquere semplice fino al 1980, assolto sia pur in forma dubitativa per il dopo. Due epoche di mafia, due sentenze. Confermate dalla Cassazione il 28 dicembre del 2004.

IL DIVO

Ma il processo contro l’uomo politico italiano più famoso dalla fine della Seconda Guerra mondiale in realtà non è mai finito. Continua ancora oggi, a trent’anni dall’inizio dell’indagine. Intrecciandosi con tutti gli altri “processi politici” celebrati a Palermo negli anni successivi, incrocio rovente della giustizia italiana, campo di battaglia, arena. Il dibattito è sempre aperto soprattutto su un punto: bisognava processarlo e condannarlo politicamente e non trascinarlo in un’aula di tribunale. Sullo “zio Giulio” viene girato nel 2008 anche un film capolavoro, Il Divo, regista il premio Oscar Paolo Sorrentino. E poi una montagna di libri. Ne cito solo alcuni.

Quello dell’avvocato Giulia Bongiorno (Nient’altro che la verità, Rizzoli 2005), quello del sociologo Pino Arlacchi (Il processo, Giulio Andreotti sotto accusa a Palermo, Rizzoli 1995), quello di Alexander Stille (Andreotti, Mondadori 1995), quello di Gian Carlo Caselli e di Guido Lo Forte (La verità sul processo Andreotti, Laterza 2018) e ancora tanti altri.

Sempre nel 1995 la Pironti Editore pubblica un tomo di 973 pagine che riporta integralmente la memoria dei procuratori di Palermo, il titolo fa discutere: La vera storia d’Italia. L’anno dopo, un pamphlet firmato dallo storico Salvatore Lupo (Andreotti, la mafia, la storia d’Italia, Donzelli) dà più ampio respiro alla vicenda: «La vera storia d’Italia passa anche per l’aula del processo Andreotti, ma – per disgrazia o per fortuna – non si ferma lì».

Giulio Andreotti muore a Roma il 6 maggio del 2013 all’età di novantaquattro anni.

ATTILIO BOLZONI. Giornalista, scrive di mafie. Ha iniziato come cronista al giornale L'Ora di Palermo, poi a Repubblica per quarant'anni. Tra i suoi libri: Il capo dei capi e La Giustizia è Cosa Nostra firmati con Giuseppe D'Avanzo, Parole d'Onore, Uomini Soli, Faq Mafia e Il Padrino dell'Antimafia.

I misteri del caso Mino Pecorelli e l’inchiesta di «Atlantide». Aldo Grasso su Il Corriere della Sera il 23 marzo 2023.

Il lavoro di Purgatori mette in luce come dalle colonne di OP, Pecorelli abbia denunciato episodi di corruzione e malcostume, spesso con anticipazioni molto documentate. Era solo un bravo giornalista o un uomo dei servizi?

L’uccisione di Mino Pecorelli, assassinato in auto mentre lasciava la redazione del suo giornale OP, nel quartiere Prati di Roma (20 marzo 1979), resta un buco nero nella storia politica dell’Italia, ma anche nella storia del giornalismo. A tratti vengono i brividi a seguire il racconto di Andrea Purgatori, dedicato appunto all’assassinio del giornalista: «Atlantide» (La 7). Quando Rosita Pecorelli, la sorella, rivela che il fratello aveva consegnato a Papa Luciani un elenco di prelati infedeli e la notte stessa il Papa morì. Sarà vero? Fa parte della leggenda? Quando la giornalista Raffaella Fanelli, che ha scritto un libro sul caso, sostiene che Pecorelli era a conoscenza di lettere di Aldo Moro mai divulgate e di particolari inediti? Sarà vero? Fa ancora parte della leggenda?

Quella di Pecorelli è una storia che inquieta ancora oggi. Dirige un piccolo settimanale, OP - Osservatorio Politico di «notizie riservate», in cui parla di massoneria, di segreti vaticani, di banche e banchieri e molto spesso di Giulio Andreotti. Venticinque anni dopo l’assassinio, la Corte d’appello di Perugia condannerà Andreotti, per l’omicidio volontario di Pecorelli, a 24 anni di carcere indicandolo come capo di una banda che comprende mafiosi e i dirigenti della banda della Magliana, la più potente organizzazione della malavita romana, con la consulenza del magistrato Claudio Vitalone. Uno scenario da incubo. Un anno dopo, però, la Corte di cassazione dichiarerà nullo tutto il processo, e proclamerà libero e definitivamente assolto Andreotti, senza obbligo di sottoporsi a nuovi procedimenti. Il lavoro di Purgatori mette in luce come dalle colonne di OP, Pecorelli abbia denunciato episodi di corruzione e malcostume, spesso con anticipazioni molto documentate. Era solo un bravo giornalista o un uomo dei servizi? Per chi è interessato, il programma si trova sul sito de La7.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il congresso del Partito socialisti.

Annabella de Robertis su La Gazzetta del Mezzogiorno il 21 Gennaio 2023

Corriere delle Puglie 22 gennaio 1921

«I comunisti abbandonano il Partito socialista e i concentrazionisti vi rimangono»: così «Il Corriere delle Puglie» del 22 gennaio 1921 dà notizia della grande scissione avvenuta all’interno di una delle maggiori forze politiche del Paese, già da anni travagliata da profonde divisioni di corrente. Il giorno prima, nel Teatro Goldoni di Livorno si è concluso, infatti, il 17° Congresso nazionale del Partito socialista: è andata al voto la proposta di espellere i riformisti, o «unitari», che auspicavano una correzione del sistema attraverso le riforme e non necessariamente attraverso la rivoluzione. Questi, invece, hanno ottenuto la maggioranza dei suffragi: la fazione comunista, guidata dal napoletano Bordiga e di cui fanno parte anche Antonio Gramsci e Umberto Terracini – che a Torino avevano dato vita al settimanale «Ordine nuovo» – abbandona l’aula. «Ai comunisti che si separano da noi, noi diciamo che ci separiamo da essi con cordiale fraternità», sono le parole del socialista Bacci che compaiono sul «Corriere»; i congressisti escono, così, al canto dell’Internazionale, di Bandiera rossa e dell’Inno dei Lavoratori. Nel frattempo, nel Teatro San Marco di Livorno, si ufficializza la costituzione del Partito comunista d’Italia, sezione della Terza Internazionale: ai giornalisti, però, «è stato negato il permesso di assistere alla seduta».

Il destino del riformismo italiano. Matteotti, un uomo solo: un riformista inviso a destra e a sinistra. Riccardo Nencini Il Riformista il 9 Giugno 2023 

All’eroe, al martire, preferisco l’uomo. L’uomo di faccia a una scelta, l’uomo di fronte al destino di uomo. L’uomo che corre dove cova l’incendio per non abbandonare alla sorte i diseredati della sua terra, la provincia più povera d’Italia, la provincia dove il bracciante viene chiamato ‘instrumento vile’, meglio la vacca. L’uomo che, quasi alla cieca, combatte per la sua verità, in solitudine perché nessuno ha annusato il pericolo che dilania il Polesine e, da lì, si sposta in ogni regione d’Italia per mettere in guardia dallo squadrismo agrario che ha ormai i connotati di squadra fascista.

Nel gennaio del 1921, dopo la prima interrogazione su omicidi e bastonature presentata a Montecitorio, viene rapito, seviziato e bandito da una squadraccia. In pochissimi comprendono la gravità della sua denuncia. L’uomo che crede profondamente in un’idea, a tal punto da mettere a rischio la vita. L’uomo che ama un’unica donna fin dal primo incontro all’Abetone, in Toscana, e affida alle lettere sentimenti e passioni perché da anni è un bastardo, un esule inseguito, braccato. L’uomo che abbraccia la vita proprio andando incontro alla morte perché se no non è vita, è rinuncia. L’uomo che lotta contro il ‘mussolinismo’ prima ancora che contro il fascismo, che capisce che Il Duce sta inaugurando una nuova e diversa stagione politica figlia dello spirito germinato nelle trincee e della crisi che ha colpito la piccola e media borghesia privandola di risparmi e soprattutto del ruolo sociale che aveva prima della Grande Guerra.

L’antibolscevico che non crede nell’illusione della rivoluzione e che invece lavora perché vi siano più scuole, più case, più ospedali per alleviare dolore e povertà del proletariato. L’uomo che crede nella democrazia del Parlamento e nella libertà in un’epoca in cui la democrazia è un cane morto, bastonata da fascisti e da comunisti alla stessa maniera. L’uomo è un eretico, un riformista inviso a destra e a sinistra, il destino del riformismo italiano. Una cultura di minoranza che nel pantheon della sinistra comunista non ha mai trovato diritto di cittadinanza.

Quando il cadavere di Giacomo viene scoperto, l’attacco più duro verrà proprio da Antonio Gramsci. Scriverà: “È morto il pellegrino del nulla” che nella vita politica ha sbagliato tutto. Un nemico del proletariato, un socialtraditore, anzi: un socialfascista, l’epiteto usato contro Turati, contro Treves, contro Matteotti, contro i dirigenti riformisti della Cgl, a partire da Buozzi, dai vertici comunisti italiani. Giorni dopo, il comitato centrale del Pcd’I approva all’unanimità un documento che si conclude con una frase di fuoco: i nemici del proletariato sono Mussolini, Sturzo, Turati e Amendola. Tutti incredibilmente allo stesso livello. Perché? Perché i comunisti ritenevano, confidando nella linearità della storia e nella veridicità del marxismo, che il capitalismo fosse in crisi e dietro l’angolo vi fosse la rivoluzione imminente il cui sbocco finale era lo stato comunista. Dunque, chi immaginava accordi parlamentari allo scopo di defenestrare Il Duce altro non era che un traditore della classe operaia. I fatti smentiranno quell’analisi e obbligheranno Gramsci, dal carcere, a fare autocritica.

Oggi sappiamo che Matteotti venne assassinato per la sua irriducibile opposizione politica al Duce e al fascismo e perché aveva scoperto il falso nel bilancio dello Stato – non c’era pareggio tra entrate e uscite ma una voragine di circa due miliardi di lire – e in ultimo per avere raccolto le prove di una tangente di 30 milioni pagata dalla Sinclair Oil ad alti membri delle istituzioni oltre che ad Arnaldo, il fratello del capo. Ne avrebbe parlato alla Camera l’11 giugno 1924. Venne rapito e ucciso il giorno prima.

Un uomo solo, non un eroe lontano dal tempo. Un eretico, una voce fuori dal coro. Sarà per questo che non fu tanto amato, sarà per questo che lo ricordiamo. Riccardo Nencini

L'assassinio del socialista. L’ultimo discorso di Giacomo Matteotti, il leader socialista ucciso da fascisti. Milizie armate ai seggi per impedire il voto, schede taroccate, minacce e violenze. Il 30 maggio ‘24 il leader del Psi denuncia in Aula il voto farsa. Ecco il discorso che lo portò alla morte per ordine del Duce. Redazione su L'Unità l'11 Giugno 2023

Il 30 maggio del 1924 Giacomo Matteotti, leader socialista, prese la parola nell’aula di Montecitorio e pronunciò un durissimo discorso di condanna del fascismo. Questo discorso gli costò la vita. Dieci giorni più tardi fu rapito accoltellato e ucciso da una squadraccia mandata da Mussolini. Pubblichiamo ampi stralci di quel formidabile discorso. Il presidente della Camera era il giurista Alfredo Rocco, che l’anno successivo diventò ministro della Giustizia.

Presidente.

Ha chiesto di parlare l’onorevole Matteotti. Ne ha facoltà.

Giacomo Matteotti.

Noi abbiamo avuto da parte della Giunta delle elezioni la proposta di convalida di numerosi colleghi. Nessuno certamente, degli appartenenti a questa Assemblea, all’infuori credo dei componenti la Giunta delle elezioni, saprebbe ridire l’elenco dei nomi letti per la convalida, nessuno, né della Camera né delle tribune della stampa. (Vive interruzioni alla destra e al centro)Ora, contro la loro convalida noi presentiamo questa pura e semplice eccezione: cioè, che la lista di maggioranza governativa, la quale nominalmente ha ottenuto una votazione di quattro milioni e tanti voti… (Interruzioni).

Voci al centro: “Ed anche più!”

cotesta lista non li ha ottenuti, di fatto e liberamente, ed è dubitabile quindi se essa abbia ottenuto quel tanto di percentuale che è necessario (Interruzioni. Proteste) per conquistare, anche secondo la vostra legge, i due terzi dei posti che le sono stati attribuiti! Potrebbe darsi che i nomi letti dal Presidente: siano di quei capilista che resterebbero eletti anche se, invece del premio di maggioranza, si applicasse la proporzionale pura in ogni circoscrizione. Ma poiché nessuno ha udito i nomi, e non è stata premessa nessuna affermazione generica di tale specie, probabilmente tali tutti non sono, e quindi contestiamo in questo luogo e in tronco la validità della elezione della maggioranza (Rumori vivissimi). Vorrei pregare almeno i colleghi, sulla elezione dei quali oggi si giudica, di astenersi per lo meno dai rumori, se non dal voto. (Vivi commenti – Proteste – Interruzioni alla destra e al centro) L’elezione, secondo noi, è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. In primo luogo abbiamo la dichiarazione fatta esplicitamente dal governo, ripetuta da tutti gli organi della stampa ufficiale, ripetuta dagli oratori fascisti in tutti i comizi, che le elezioni non avevano che un valore assai relativo, in quanto che il Governo non si sentiva soggetto al responso elettorale, ma che in ogni caso – come ha dichiarato replicatamente – avrebbe mantenuto il potere con la forza, Nessuno si è trovato libero, perché ciascun cittadino sapeva a priori che, se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c’era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto e il suo responso.

Una voce a destra:

“E i due milioni di voti che hanno preso le minoranze?”

Roberto Farinacci.

Potevate fare la rivoluzione!

Maurizio Maraviglia.

Sarebbero stati due milioni di eroi!

Giacomo Matteotti.

A rinforzare tale proposito del Governo, esiste una milizia armata… (Applausi vivissimi e prolungati a destra e grida di “Viva la milizia”)

Voci a destra: “Vi scotta la milizia!”

Giacomo Matteotti.

… esiste una milizia armata… (Interruzioni a destra, rumori prolungati)

Voci: “Basta! Basta!”

Presidente. Onorevole Matteotti, si attenga all’argomento.

Giacomo Matteotti.

Onorevole Presidente, forse ella non m’intende; ma io parlo di elezioni. Esiste una milizia armata… (Interruzioni a destra) la quale ha questo fondamentale e dichiarato scopo: di sostenere un determinato Capo del Governo bene indicato e nominato nel Capo del fascismo e non, a differenza dell’Esercito, il Capo dello Stato. Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse. In aggiunta e in particolare… (Interruzioni) mentre per la legge elettorale la milizia avrebbe dovuto astenersi, essendo in funzione o quando era in funzione, e mentre di fatto in tutta l’Italia specialmente rurale abbiamo constatato in quei giorni la presenza di militi nazionali in gran numero… (Interruzioni, rumori)

Roberto Farinacci.

Erano i balilla!

Giacomo Matteotti.

È vero, on. Farinacci, in molti luoghi hanno votato anche i balilla! (Approvazioni all’estrema sinistra, rumori a destra e al centro)

Voce al centro: “Hanno votato i disertori per voi!”

Enrico Gonzales.

Spirito denaturato e rettificato!

Giacomo Matteotti.

Dicevo dunque che, mentre abbiamo visto numerosi di questi militi in ogni città e più ancora nelle campagne (Interruzioni), gli elenchi degli obbligati alla astensione, depositati presso i Comuni, erano ridicolmente ridotti a tre o quattro persone per ogni città, per dare l’illusione dell’osservanza di una legge apertamente violata, conforme lo stesso pensiero espresso dal Presidente del Consiglio che affidava ai militi fascisti la custodia delle cabine. (Rumori) A parte questo argomento del proposito del Governo di reggersi anche con la forza contro il consenso e del fatto di una milizia a disposizione di un partito che impedisce all’inizio e fondamentalmente la libera espressione della sovranità popolare ed elettorale e che invalida in blocco l’ultima elezione in Italia, c’è poi una serie di fatti che successivamente ha viziate e annullate tutte le singole manifestazioni elettorali. (Interruzioni)

Paolo Greco.

Voi non rispettate la maggioranza e non avete diritto di essere rispettati.

Giacomo Matteotti.

La presentazione delle liste – dicevo – deve avvenire in ogni circoscrizione mediante un documento notarile a cui vanno apposte dalle trecento alle cinquecento firme. Ebbene, onorevoli colleghi, in sei circoscrizioni su quindici le operazioni notarili che si compiono privatamente nello studio di un notaio, fuori della vista pubblica e di quelle che voi chiamate “provocazioni”, sono state impedite con violenza. (Rumori vivissimi)

Voci dalla destra: “Non è vero, non è vero.”

Giacomo Matteotti.

Volete i singoli fatti? Eccoli: ad Iglesias il collega Corsi stava raccogliendo le trecento firme e la sua casa è stata circondata… (Rumori)

Maurizio Maraviglia.

Non è vero. Lo inventa lei in questo momento.

Roberto Farinacci.

Va a finire che faremo sul serio quello che non abbiamo fatto!

Giacomo Matteotti.

Fareste il vostro mestiere! A Melfi… A Genova (Rumori vivissimi) i fogli con le firme già raccolte furono portati via dal tavolo su cui erano stati firmati

Voci: “Perché erano falsi.”

Giacomo Matteotti.

Se erano falsi, dovevate denunciarli ai magistrati!

Roberto Farinacci.

Perché non ha fatto i reclami alla Giunta delle elezioni?

Giacomo Matteotti.

Ci sono. Io espongo fatti che non dovrebbero provocare rumori. I fatti o sono veri o li dimostrate falsi. Non c’è offesa, non c’è ingiuria per nessuno in ciò che dico: c’è una descrizione di fatti.

Attilio Teruzzi.

Che non esistono!

Giacomo Matteotti.

Da parte degli onorevoli componenti della Giunta delle elezioni si protesta che alcuni di questi fatti non sono dedotti o documentati presso la Giunta delle elezioni. Ma voi sapete benissimo come una situazione e un regime di violenza non solo determinino i fatti stessi, ma impediscano spesse volte la denuncia e il reclamo formale. Voi sapete che persone, le quali hanno dato il loro nome per attestare sopra un giornale o in un documento che un fatto era avvenuto, sono state immediatamente percosse e messe quindi nella impossibilità di confermare il fatto stesso. Già nelle elezioni del 1921, quando ottenni da questa Camera l’annullamento per violenze di una prima elezione fascista, molti di coloro che attestarono i fatti davanti alla Giunta delle elezioni, furono chiamati alla sede fascista, furono loro mostrate le copie degli atti esistenti presso la Giunta delle elezioni illecitamente comunicate, facendo ad essi un vero e proprio processo privato perché avevano attestato il vero o firmato i documenti! In seguito al processo fascista essi furono boicottati dal lavoro o percossi. (Rumori, interruzioni)

Voci: a destra: “Lo provi.”

Giacomo Matteotti.

La stessa Giunta delle elezioni ricevette allora le prove del fatto. Ed è per questo, onorevoli colleghi, che noi spesso siamo costretti a portare in questa Camera l’eco di quelle proteste che altrimenti nel Paese non possono avere alcun’altra voce ed espressione. (Applausi all’estrema sinistra) In sei circoscrizioni, abbiamo detto, le formalità notarili furono impedite colla violenza, e per arrivare in tempo si dovette supplire malamente e come si poté con nuove firme in altre provincie. A Reggio Calabria, per esempio, abbiamo dovuto provvedere con nuove firme per supplire quelle che in Basilicata erano state impedite.

Una voce al banco della giunta: “Dove furono impedite?”

Giacomo Matteotti.

A Melfi, a Iglesias, in Puglia… devo ripetere? Presupposto essenziale di ogni elezione è che i candidati, cioè coloro che domandano al suffragio elettorale il voto, possano esporre, in contraddittorio con il programma del Governo, in pubblici comizi o anche in privati locali, le loro opinioni. In Italia, nella massima parte dei luoghi, anzi quasi da per tutto, questo non fu possibile. Su ottomila comuni italiani, e su mille candidati delle minoranze, la possibilità è stata ridotta a un piccolissimo numero di casi, soltanto là dove il partito dominante ha consentito per alcune ragioni particolari o di luogo o di persona. (Interruzioni, rumori) Volete i fatti? La Camera ricorderà l’incidente occorso al collega Gonzales. L’inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne dunque a Genova, con una conferenza privata e per inviti da parte dell’onorevole Gonzales. Orbene, prima ancora che si iniziasse la conferenza, i fascisti invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all’oratore di aprire nemmeno la bocca. (Rumori, interruzioni, apostrofi)

Enrico Gonzales.

I fatti non sono improvvisati!

Giacomo Matteotti.

Dicevo dunque che ai candidati non fu lasciata nessuna libertà di esporre liberamente il loro pensiero in contraddittorio con quello del Governo fascista e accennavo al fatto dell’onorevole Gonzales, accennavo al fatto dell’onorevole Bentini a Napoli, alla conferenza che doveva tenere il capo dell’opposizione costituzionale, l’onorevole Amendola, e che fu impedita… Non credevamo che le elezioni dovessero svolgersi proprio come un saggio di resistenza inerme alle violenze fisiche dell’avversario, che è al Governo e dispone di tutte le forze armate! (Rumori) Che non fosse paura, poi, lo dimostra il fatto che, per un contraddittorio, noi chiedemmo che ad esso solo gli avversari fossero presenti, e nessuno dei nostri; perché, altrimenti, voi sapete come è vostro costume dire che “qualcuno di noi ha provocato” e come “in seguito a provocazioni” i fascisti “dovettero” legittimamente ritorcere l’offesa, picchiando su tutta la linea! (Interruzioni)

Un’altra delle garanzie più importanti per lo svolgimento di una libera elezione era quella della presenza e del controllo dei rappresentanti di ciascuna lista, in ciascun seggio. Voi sapete che, nella massima parte dei casi, sia per disposizione di legge, sia per interferenze di autorità, i seggi – anche in seguito a tutti gli scioglimenti di Consigli comunali imposti dal Governo e dal partito dominante – risultarono composti quasi totalmente di aderenti al partito dominante. Quindi l’unica garanzia possibile, l’ultima garanzia esistente per le minoranze, era quella della presenza del rappresentante di lista al seggio. Orbene, essa venne a mancare. Infatti, nel 90 per cento, e credo in qualche regione fino al 100 per cento dei casi, tutto il seggio era fascista e il rappresentante della lista di minoranza non poté presenziare le operazioni. Dove andò, meno in poche grandi città e in qualche rara provincia, esso subì le violenze che erano minacciate a chiunque avesse osato controllare dentro il seggio la maniera come si votava, la maniera come erano letti e constatati i risultati. Per constatare il fatto, non occorre nuovo reclamo e documento. Basta che la Giunta delle elezioni esamini i verbali di tutte le circoscrizioni, e controlli i registri. Quasi dappertutto le operazioni si sono svolte fuori della presenza di alcun rappresentante di lista. Veniva così a mancare l’unico controllo, l’unica garanzia, sopra la quale si può dire se le elezioni si sono svolte nelle dovute forme e colla dovuta legalità. Noi possiamo riconoscere che, in alcuni luoghi, in alcune poche città e in qualche provincia, il giorno delle elezioni vi è stata una certa libertà. Ma questa concessione limitata della libertà nello spazio e nel tempo – e l’onorevole Farinacci, che è molto aperto, me lo potrebbe ammettere – fu data ad uno scopo evidente: dimostrare, nei centri più controllati dall’opinione pubblica e in quei luoghi nei quali una più densa popolazione avrebbe reagito alla violenza con una evidente astensione controllabile da parte di tutti, che una certa libertà c’è stata. Ma, strana coincidenza, proprio in quei luoghi dove fu concessa a scopo dimostrativo quella libertà, le minoranze raccolsero una tale abbondanza di suffragi, da superare la maggioranza – con questa conseguenza però, che la violenza, che non si era avuta prima delle elezioni, si ebbe dopo le elezioni. E noi ricordiamo quello che è avvenuto specialmente nel Milanese e nel Genovesato ed in parecchi altri luoghi, dove le elezioni diedero risultati soddisfacenti in confronto alla lista fascista. Si ebbero distruzioni di giornali, devastazioni di locali, bastonature alle persone. Distruzioni che hanno portato milioni di danni…

Una voce, a destra: “Ricordatevi delle devastazioni dei comunisti!”

Giacomo Matteotti.

Onorevoli colleghi, ad un comunista potrebbe essere lecito, secondo voi, di distruggere la ricchezza nazionale, ma non ai nazionalisti, né ai fascisti come vi vantate voi! Si sono avuti, dicevo, danni per parecchi milioni, tanto che persino un alto personaggio, che ha residenza in Roma, ha dovuto accorgersene, mandando la sua adeguata protesta e il soccorso economico. In che modo si votava? La votazione avvenne in tre maniere: l’Italia è una, ma ha ancora diversi costumi. Nella valle del Po, in Toscana e in altre regioni che furono citate all’ordine del giorno dal Presidente del Consiglio per l’atto di fedeltà che diedero al Governo fascista, e nelle quali i contadini erano stati prima organizzati dal partito socialista, o dal partito popolare, gli elettori votavano sotto controllo del partito fascista con la “regola del tre”. Ciò fu dichiarato e apertamente insegnato persino da un prefetto, dal prefetto di Bologna: i fascisti consegnavano agli elettori un bollettino contenente tre numeri o tre nomi, secondo i luoghi (Interruzioni), variamente alternati in maniera che tutte le combinazioni, cioè tutti gli elettori di ciascuna sezione, uno per uno, potessero essere controllati e riconosciuti personalmente nel loro voto. In moltissime provincie, a cominciare dalla mia, dalla provincia di Rovigo, questo metodo risultò eccellente.

Voci: “No! No!”

Giacomo Matteotti.

Nella massima parte dei casi però non vi fu bisogno delle sanzioni, perché i poveri contadini sapevano inutile ogni resistenza e dovevano subire la legge del più forte, la legge del padrone, votando, per tranquillità della famiglia, la terna assegnata a ciascuno dal dirigente locale del Sindacato fascista o dal fascio. (Vivi rumori interruzioni)

Presidente.

Facciano silenzio! Onorevole Matteotti, concluda!

Giacomo Matteotti.

Coloro che ebbero la ventura di votare e di raggiungere le cabine, ebbero, dentro le cabine, in moltissimi Comuni, specialmente della campagna, la visita di coloro che erano incaricati di controllare i loro voti. Se la Giunta delle elezioni volesse aprire i plichi e verificare i cumuli di schede che sono state votate, potrebbe trovare che molti voti di preferenza sono stati scritti sulle schede tutti dalla stessa mano, così come altri voti di lista furono cancellati, o addirittura letti al contrario. Non voglio dilungarmi a descrivere i molti altri sistemi impiegati per impedire la libera espressione della volontà popolare. Il fatto è che solo una piccola minoranza di cittadini ha potuto esprimere liberamente il suo voto: il più delle volte, quasi esclusivamente coloro che non potevano essere sospettati di essere socialisti. I nostri furono impediti dalla violenza; mentre riuscirono più facilmente a votare per noi persone nuove e indipendenti, le quali, non essendo credute socialiste, si sono sottratte al controllo e hanno esercitato il loro diritto liberamente. A queste nuove forze che manifestano la reazione della nuova Italia contro l’oppressione del nuovo regime, noi mandiamo il nostro ringraziamento. (Applausi all’estrema sinistra. Rumori dalle altre parti della Camera) Per tutte queste ragioni, e per le altre che di fronte alle vostre rumorose sollecitazioni rinunzio a svolgere, ma che voi ben conoscete perché ciascuno di voi ne è stato testimonio per lo meno… (Rumori) per queste ragioni noi domandiamo l’annullamento in blocco della elezione di maggioranza.

Voci a destra: “Accettiamo” (Vivi applausi a destra e al centro)

Giacomo Matteotti.

[…] Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente, rovinate quella che è l’intima essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo. (Interruzioni a destra) Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni. (Applausi all’estrema sinistra – Vivi rumori) Redazione - 11 Giugno 2023

99 anni il delitto. Cosa c’era davvero dietro il discorso di Matteotti che gli costò la vita. Dieci giorni prima di essere rapito e ucciso, il deputato e segretario del Partito socialista unitario aveva pronunciato alla Camera un discorso durissimo per denunciare irregolarità e violenze che avevano condizionato le elezioni del 6 aprile. David Romoli su L'Unità il 10 Giugno 2023 

Lo chiamavano “Tempesta” per il carattere focoso e indomabile. Quando fu rapito e ucciso, il 10 giugno 1924, Giacomo Matteotti aveva 39 anni ed era segretario del Partito socialista unificato, l’ala più moderata del Psi, quella che faceva capo a Filippo Turati, espulsa dal Partito socialista nell’ottobre del 1922. Dieci giorni prima aveva pronunciato alla Camera un discorso fiammeggiante, nel quale denunciava le irregolarità e le violenze che avevano condizionato le elezioni del 6 aprile 1924, le ultime prima che fosse instaurata la dittatura.

Era stato un atto d’accusa clamoroso che aveva suscitato massima ira tra i fascisti: nei resoconti parlamentari si contano più o meno 60 interruzioni, sempre più minacciose. Matteotti aveva lasciato la sua abitazione vicino a Lungotevere Arnaldo da Brescia nel pomeriggio, forse diretto verso la Camera, forse verso il fiume allora balneabile. Fu preso e caricato su una Lancia Lambda presa a nolo alle 16.30, sul lungotevere. Si difese, scalciò, ruppe con un calcio il vetro che divideva i sedili posteriori da quelli anteriori, riuscì a lanciare dal finestrino il tesserino di parlamentare. Fu accoltellato a morte nella colluttazione.

Uccidere il leader socialista non era nei progetti dei rapitori: non avevano usato alcuna prudenza, si erano fatti notare sulla stessa auto mentre preparavano il sequestro nei giorni precedenti, dopo il rapimento proseguirono col clacson premuto a tavoletta. Non avevano neppure gli strumenti necessari per seppellire il cadavere: dovettero scavare la fossa con il crick. I fascisti coinvolti nell’azione facevano parte di quella che si definiva “Ceka”, come la polizia segreta bolscevica in Russia. Nome pomposo e inadeguato: in realtà si trattava di gruppi di picchiatori e squadristi, quasi tutti ex arditi, senza una vera struttura, violenti ma dilettanteschi e indisciplinati. Quando il parlamentare rapito si difese misero mano al pugnale come erano abituati a fare sin dalla guerra.

Quanti fossero i “cekisti” coinvolti nell’azione non è mai stato accertato. Di sicuro c’erano Amerigo Dùmini, capo della squadra, 30 anni. E con lui Albino Volpi, squadrista particolarmente feroce, probabilmente l’accoltellatore, poi Giuseppe Viola, Amleto Poveromo e Augusto Malacria alla guida. Quando si ritrovarono con il cadavere in macchina senza averlo preventivato si limitarono a girare per qualche ora aspettando il buio per poi seppellirlo in una radura vicino Sacrofano, in una fossa scavata con mezzi di fortuna destinata a essere scoperta solo mesi dopo, il 16 agosto.

Gli assassini tornarono a Roma intorno alle 22.30 e Dùmini si recò al Viminale con la stessa macchina nella quale era stato appena ucciso Matteotti. I referenti dei sedicenti “cekisti” erano pezzi grossissimi: Cesare Rossi, capo ufficio stampa di palazzo Chigi e uomo di fiducia di Mussolini, Giovanni Marinelli, segretario amministrativo del Pnf, ma anche, meno direttamente coinvolti, Aldo Finzi, sottosegretario e ministro vicario degli Interni, di cui era titolare lo stesso Mussolini, destinato a essere fucilato vent’anni dopo alle Fosse Ardeatine, e il capo della polizia, l’ex quadrumviro Emilio De Bono. A procurare la macchina era stato Filippo Filippelli, direttore di un giornale di recente fondazione e affarista senza scrupoli.

Dùmini e Filippelli, nel cuore della notte del 10 giugno, nascosero la macchina in un garage, progettando di ripulirla e cancellare le tracce nei giorni seguenti. Non ne ebbero il tempo. La Lancia era stata notata mentre sorvegliava la casa di Matteotti nei giorni precedenti l’assassinio, il portiere di uno stabile aveva preso il numero della targa sospettando la preparazione di un furto. Il capo della Ceka fu arrestato il 12 giugno, due giorni dopo l’attentato, in partenza per Milano con nella valigia i pantaloni della vittima tagliati a pezzi e le parti della tappezzeria della Lancia macchiate di sangue. Nei giorni seguenti furono arrestati anche gli altri componenti della squadraccia.

Perché fu decisa l’azione punitiva nei confronti di Matteotti, sfociata poi nell’omicidio? Il deputato socialista aveva chiesto l’invalidazione delle elezioni ma certamente non ci sperava neppure lui. Il 6 aprile si era votato, per la prima e ultima volta, con la legge Acerbo, approvata dal Parlamento l’anno precedente: garantiva un premio di maggioranza sproporzionato, due terzi dei seggi, a chi avesse superato il 25% dei consensi. Il listone nazionale di cui il Pnf era asse portante ottenne il 60,9% e altri seggi furono conquistati grazie a una lista civetta. Nel complesso, anche senza il premio, il listone sarebbe arrivato intorno ai due terzi dei seggi.

Le elezioni si erano effettivamente svolte in un clima minaccioso e violento che aveva sicuramente condizionato il voto, ma non c’è dubbio sul fatto che i fascisti avrebbero comunque vinto nettamente. Il rischio di una invalidazione delle elezioni era inesistente. Matteotti si accingeva a pronunciare un secondo discorso, denunciando la corruzione di alcuni elementi del governo: una storia di tangenti pagati dalla società americana Sinclair per assicurarsi le ricerche petrolifere in Italia. Alcuni storici ritengono che il vero motivo dell’omicidio sia questo ma è un’ipotesi poco convincente, sia per le dimensioni relativamente limitate dell’affare sia perché era un segreto noto già a molti.

Senza contare che, se l’obiettivo fosse stato eliminare l’uomo politico per impedirgli di denunciare il giro di tangenti, l’azione sarebbe stata meno sgangherata e improvvisata. Matteotti decise l’attacco frontale, consapevole dei rischi che ciò comportava, con l’intento di frenare quella che per lui era la deriva più pericolosa, la seduzione delle aree moderate, politiche e sociali, da parte del fascismo. Mirava probabilmente a contrastare proprio l’obiettivo che perseguiva Mussolini in quella fase. L’antifascismo del leader socialista era in un certo senso diverso dall’antifascismo maturato negli anni della dittatura, poi delle leggi razziali e della guerra.

Tutto questo, nel 1924, era di là da venire. Lo Stato liberale esisteva ancora, la sua occupazione da parte del fascismo era appena agli inizi. L’antifascismo di Giacomo Matteotti era quello di chi, prima della dittatura, aveva individuato l’uovo del serpente e prevedeva i tragici sviluppi a venire con una lucidità di cui difettavano anche grandissimi intellettuali come Benedetto Croce. Per impedire la conquista dei moderati da parte del fascismo Matteotti si era esposto così tanto. Per lo stesso motivo, rovesciato, il delitto costituì per Mussolini un problema enorme. La reazione popolare fu imprevista e altissima.

Nonostante nel Paese i morti si fossero contati a decine e centinaia negli anni dello squadrismo all’attacco, l’uccisione di un parlamentare dell’opposizione fu uno shock per gli italiani. La popolarità del fascismo precipitò, la campagna di stampa fu martellante e l’eco del delitto all’estero enorme. Per un momento sembrò che il fascismo fosse destinato a crollare. Era davvero così? Fu davvero un’ultima occasione, sprecata, per evitare la dittatura? Probabilmente no. L’indignazione popolare era reale e diffusa ma priva di sbocco politico.

Il 13 giugno Mussolini parlò alla Camera, negò ogni responsabilità, promise di fare giustizia. Subito dopo il presidente Rocco sospese i lavori sino a novembre. I partiti d’opposizione, nella stessa giornata, annunciarono la decisione di abbandonare l’aula. La scelta, definita poi “Aventino”, sarebbe stata confermata due settimane dopo quando i partiti d’opposizione annunciarono la decisione di non partecipare più ai lavori della Camera sino a che non fosse stata ripristinata la legalità e sciolta la Milizia fascista. Nella stessa giornata ci fu anche il solo sciopero generale dell’intera crisi: per soli 10 minuti.

La strategia dell’opposizione fu certamente inadeguata, debole e insufficiente, ma in ogni caso difficilmente la crisi avrebbe potuto concludersi con l’abbattimento del regime in formazione. Un tentativo di insurrezione sarebbe stato senza dubbio stroncato nel sangue e avrebbe legato ancor di più i moderati al fascismo. Per rovesciare il fascismo in Parlamento sarebbe stato necessario che tutti i non fascisti eletti nel listone e anche alcuni esponenti del fascismo più moderato si schierassero contro Mussolini, cosa che si verificò solo in minima parte. La caduta di Mussolini poteva essere provocata solo da un intervento imperioso e diretto del re. Gli aventiniani ci speravano, ma era una speranza del tutto vana e infondata.

Mussolini, del resto, reagì con l’abilità politica che gli aveva già fruttato l’ingresso a palazzo Chigi nel 1922. Mise subito alla porta Marinelli e Rossi. Quest’ultimo e Filippelli furono poi arrestati. Il capo del fascismo impose le dimissioni di Finzi agli Interni e abbandonò lui stesso il ministero lasciando il posto a Federzoni, nazionalista approdato al fascismo solo di recente, e operò un rimpasto di governo facendo entrare quattro esponenti della destra liberale o conservatrici ma non fascista. Mussolini contava soprattutto sul tempo, convinto che la tensione si sarebbe abbassata col passare dei mesi e vinse la scommessa.

Nel corso dell’estate non successe nulla e già questo fu un successo per il governo. Priva di prospettive politiche l’indignazione popolare, si attenuò, si riaccese per un attimo dopo il ritrovamento del cadavere del leader assassinato a metà agosto, poi si spense. Quando la Camera riaprì, il 12 novembre, Giolitti passò all’opposizione e si formò così un’opposizione non aventiniana alla quale si aggiunsero poi i comunisti, che abbandonarono l’Aventino per rientrare in aula. Gli altri partiti scelsero però di proseguire nella strategia aventiniana e anche la remota possibilità di dar corpo a una opposizione in aula che avrebbe potuto attrarre una parte dei deputati fascisti più moderati si perse così. Il vento era cambiato, Mussolini era uscito indenne dal momento più critico, neppure la pubblicazione dei memoriali dal carcere di Rossi e Filippelli, che lo chiamavano direttamente in causa, lo mise davvero in difficoltà.

A premere, ora, erano i duri del fascismo. Il 31 dicembre, 33 comandanti della Milizia si recarono a palazzo Chigi chiedendo di passare alla controffensiva cosa che peraltro Mussolini aveva già deciso di fare. Il 3 gennaio, in aula, Mussolini passò all’attacco: “Io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto… Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere io sono il capo di questa associazione”. Quello storico discorso, nel quale il duce rivendicava tutto l’operato del fascismo, chiuse la crisi seguita al delitto Matteotti e spalancò le porte alla dittatura, che sarebbe stata formalizzata tra il 1925 e il 1926 con le leggi fascistissime.

I responsabili del delitto furono processati a Chieti, nel marzo 1926, per omicidio preterintenzionale. I mandanti furono tutti assolti e così Malacria e Viola. Dùmini, Volpi e Provenzano furono condannati a 5 anni e 11 mesi ma a tutti e tre furono subito condonati 4 anni per amnistia. Dùmini fu processato di nuovo nel 1947 e condannato all’ergastolo, commutato in una pena di trent’anni per l’amnistia Togliatti. Fu scarcerato nel 1953 per l’amnistia Pella e graziato nel 1956. Subito dopo la grazia si iscrisse al Movimento Sociale Italiano. David Romoli il 10 Giugno 2023

Matteotti riformista del futuro. Pubblicato martedì, 02 aprile 2019 da Corriere.it. Se si domandasse a una persona mediamente informata sulla storia italiana di affrontare il tema «vita e morte di Giacomo Matteotti», quasi sicuramente ci si ritroverebbe di fronte a un interlocutore preparato a parlare più della seconda che della prima. Si sa ciò che avvenne e si sa chi fu il mandante politico e morale — al di là di quanto la richiesta fosse stata esplicita o giocata sulle parole — del delitto. Fu Mussolini, che d’altro canto, nel famoso intervento del 3 gennaio 1925 alla Camera, chiuderà la questione affermando: «Se il fascismo è stato ed è un’associazione a delinquere, io sono a capo di questa associazione a delinquere». A essere conosciuta meno è la vita del Matteotti politico, dell’uomo che al momento dell’omicidio, nel giugno 1924, è davvero «l’oppositore più intelligente e irriducibile» del nascente regime, come lo definirà Piero Gobetti. Giacomo Matteotti, «Un anno di dominazione fascista», con l’introduzione di Walter Veltroni e un saggio di Umberto Gentiloni Silveri (Rizzoli, pagine 264, euro 17) Matteotti, in effetti, vede prima di altri la natura violenta e l’intenzione totalitaria del fascismo, capisce che quella mussoliniana non sarebbe stata una parentesi e che sarebbe diventata una lunga dittatura. E per questo fa ciò che il suo libro Un anno di dominazione fascista dimostra in modo esemplare, ed è per questo che è così importante ripubblicarlo oggi, a quasi un secolo di distanza: mette una determinazione feroce e lucida nel denunciare, in modo tanto puntiglioso quanto coraggioso, le violenze fasciste che si stanno intensificando. Le sue pagine danno ragione alle parole con cui un suo compagno di partito lo descriveva, osservando che «passava ore e ore nella biblioteca della Camera a sfogliare libri, relazioni, statistiche, da cui attingeva i dati che gli occorrevano per lottare con la parola e con la penna, badando a restare sempre fondato sulle cose». Sono pagine straordinarie. Matteotti fa un’analisi precisa della situazione economica e finanziaria, numeri alla mano indica come i conti pubblici stiano peggiorando, soffermandosi sulla bilancia commerciale e sul disavanzo, sulle entrate tributarie, sull’evoluzione di profitti e salari, sulla situazione dell’occupazione e dell’emigrazione.  Giacomo Matteotti (1855-1924) È un libro che è il frutto di una tale concretezza e di una tale radicale e coraggiosa passione politica da non poter appartenere che a un vero riformista. E da questo punto di vista, se contribuisce a spiegare le ragioni di una morte, ancora di più racconta, a mio avviso, il senso di una vita. Proprio l’aspetto che di Matteotti, come dicevamo, meno si conosce. Carlo Rosselli, che un giorno sarebbe andato incontro alla sua stessa sorte insieme al fratello Nello, lo definì «un eroe tutto prosa». Nel senso che al di sopra di ogni altra cosa metteva il pensiero pratico, lo studio concreto della realtà e i numeri e i documenti che la descrivevano. A interessarlo erano i problemi reali delle persone, dei lavoratori, degli ultimi. A cominciare da quelli delle popolazioni del suo Polesine, dei braccianti del delta del Po, costretti a vivere in condizioni di povertà estrema. Per il loro riscatto aveva scelto la politica. Aveva scelto il socialismo, lui che proveniva da una famiglia della borghesia agraria molto più che benestante, ricca. Laureato brillantemente in Giurisprudenza, forte di studi all’estero, avrebbe potuto scegliere — avrebbe potuto anche vivere di rendita, se è per questo — una remunerativa carriera di avvocato o decidere di intraprendere quella accademica. Decise diversamente. E fa effetto, in tal senso, pensare alla lettera con cui un mese prima di essere ucciso rispose a quella inviatagli dal professore di Diritto penale e senatore liberale Luigi Lucchini, che gli chiedeva di essere prudente, di lasciare la politica e di dedicarsi agli studi. «Purtroppo non vedo prossimo», scrive Matteotti al suo interlocutore, «il tempo nel quale ritornerò tranquillo agli studi abbandonati. Non solo la convinzione, ma il dovere oggi mi comanda di restare al posto più pericoloso». Il fatto che non fosse un teorico della politica e che di questo sia stato sempre orgoglioso non vuol dire che la sua cultura, nel campo che decise di mettere al centro della sua vita, non fosse solida. Si può dire, piuttosto, che pur non sottovalutando l’importanza di quelle che allora si definivano le «questioni dottrinarie», la dottrina per la dottrina non lo interessasse: la considerava utile solo se come sbocco, alla fine, c’era la realtà, c’era la possibilità del suo cambiamento. Un atteggiamento di fondo, questo, che peraltro si può ritrovare in tutta la sua attività di parlamentare e prima ancora di amministratore, come consigliere provinciale di Rovigo, come dirigente della Lega dei Comuni socialisti, come sindaco di Villamarzana. Anche da qui, dalla sua profonda conoscenza del ruolo e dell’importanza di quello che noi oggi chiamiamo «governo di prossimità», veniva il suo essere un acceso sostenitore di un rafforzamento delle autonomie locali. Questa sua esperienza, questo suo essere uomo politico «radicato sul territorio», mentre al tempo stesso non aveva nulla di provinciale — possedeva un forte imprinting europeo e fu persino tra i primi a parlare di «Stati Uniti d’Europa» —, rimarrà presente in lui anche negli anni successivi. Ne sono testimonianza i numerosi interventi alla Camera — eletto nelle file del Partito socialista e poi segretario nazionale del Partito socialista unitario, fondato insieme a Filippo Turati — svolti per sostenere la necessità di un più efficiente funzionamento delle amministrazioni locali, innanzitutto attraverso un rigoroso controllo dei loro bilanci e dei controlli per i grandi lavori pubblici, per evitare abusi e illegalità. Distante da ogni forma di massimalismo e di astrattezza, convinto della necessità di un lavoro di organizzazione sociale che partisse dal basso, Giacomo Matteotti era un riformista vero, che credeva in un graduale e progressivo allargamento della cittadinanza politica e sociale e per questo lavorava con un rigore inflessibile, senza risparmiarsi nulla. Concreto, tenace, apparentemente duttile ma irremovibile sui princìpi, come nel caso della scelta della pace e della ferma opposizione all’intervento dell’Italia nella Prima guerra mondiale. Matteotti era pragmatico nella ricerca della risoluzione dei problemi e intransigente, persino radicale, dal punto di vista etico e ideale, con una convergenza tra politica e morale che per lui era imprescindibile. Io sento che la sinistra italiana ha un debito morale nei confronti di Matteotti. Egli fu infatti sistemato nel Pantheon degli eroi della resistenza morale e politica al fascismo più per la brutale efferatezza dello strazio della sua vita che per la lucida forza delle sue idee. Matteotti non è stato solo una vittima della violenza fascista. È stato un leader morale e politico della sinistra italiana. Questo è il ruolo che la storia deve riconoscergli. Più di una volta, una vita fa, ho avuto modo di dire e di scrivere che il riformismo è radicalità, oppure non è. Che non è solo ragionevolezza e razionalità, che non può essere solo calcolo ed efficienza. Che il riformismo è governare e amministrare bene, certo, ma è insieme capacità di accogliere passioni, di muovere sensibilità e sentimento popolare attorno a progetti reali di cambiamento. Non ho cambiato idea. E leggendo queste pagine, pensando alla vita di Giacomo Matteotti, continuo a pensare che sia giusto non cambiarla.

Il racconto del segretario del partito socialista. Giacomo Matteotti, il riformista radicale volontario della morte. Corrado Ocone su Il Riformista il 29 Maggio 2021. Una vita come un romanzo, seppur con esito tragico in questo caso. Non è un modo di dire ma è la modalità narrativa che Riccardo Nencini, senatore socialista nel gruppo di Italia Viva, ha scelto per raccontare la vita pubblica e privata di Giacomo Matteotti: Solo, Mondadori, p. 619, euro 22. Ed è una scelta che, alla prova dei fatti, risulta efficace. Lo è perché ci fa entrare nella psicologia e nel carattere dell’uomo, attraverso la sua semplice vita quotidiana e i suoi affetti e passioni, ma anche perché ci immerge come d’incanto in anni tumultuosi: insieme lontani e vicini (il “noi diviso” dell’Italia sembra essere sempre lo stesso), quelli che vanno dal 1914 al 1924, dai prodromi della Grande Guerra (Matteotti era contro l’intervento) all’affermarsi come regime del fascismo. Perché, anche se la storia raccontata da Nencini si ferma ovviamente a quel 10 giugno dell’agguato fascista al deputato di Fratta Polesine, fu proprio da quell’omicidio, che vasta indignazione e commozione suscitò in tutto il Paese, che gli avvenimenti subirono una rapida e incontrollabile accelerazione. Approdando infine al discorso che Mussolini, il 3 gennaio del 1925, fece alla Camera assumendosi la “responsabilità politica, morale e storica” di quanto accaduto; e alla successiva e definitiva soppressione delle libertà fondamentali garantite dallo Stato liberale. Prima che il romanzo si dipani cronologicamente, Nencini fa un breve prologo; aula di Montecitorio, 30 maggio 1924, il giorno in cui, appena insediatosi il nuovo governo, Matteotti pronuncia un duro e circostanziato discorso sui brogli elettorali che, diffusi un po’ ovunque nel Paese, avevano contrassegnato le elezioni de 6 aprile. È un un discorso duro, circostanziato, pieno di dettagli; interrotto continuamente da fischi e urla; e da un nervosismo mal celato di un Mussolini che ascolta con finta indifferenza. Da quella tornata, anche grazie alla legge elettorale fortemente maggioritaria approvata nel novembre 1923 (la cosiddetta “Legge Acerbo”), era uscita vittoriosa la Lista Nazionale (il “listone”) guidata dal Duce e composta non solo da fascisti ma anche da tutti coloro, pur di altra formazione, che si erano detti disposti a “collaborare” con lui. Questo discorso, con cui Matteotti segnò probabilmente la sua fine (“il volontario della morte” lo definì Gobetti), fu uno degli ultimi atti di un atteggiamento che non aveva fatto mai concessioni al movimento di Mussolini. E che anzi si era battuto pervicacemente, all’interno del Partito Socialista Unitario, di cui era segretario, contro le tendenze collaborazioniste che spesso emergevano. Matteotti conosceva molto bene Mussolini, aveva militato con lui quando il futuro Duce era socialista: entrambi erano figli di una stessa temperie culturale, che però interpretavano in modo del tutto diverso. L’influsso di Sorel e Bergson, quindi l’insistere sull’attivismo e sulla priorità dell’azione, in Mussolini assumeva una spregiudicata curvatura irrazionalistica e nichilistica, che in qualche modo voleva servirsi ecletticamente di un po’ tutte le idee sul campo; mentre in Matteotti si esplicitava in un fastidio per le dispute ideologiche e i dottrinarismi e in un concentrarsi sui problemi concreti delle classi lavoratrici. Da qui la sua straordinaria capacità amministrativa, che gli altri esponenti socialisti, tutti impegnati sui “massimi sistemi” non avevano (la capacità ad esempio di leggere un bilancio e di intervenire con cognizione di causa quando si discuteva quello dello Stato); e da qui anche la sua attenzione ai sindacati, ai corpi intermedi, e alle rivendicazioni salariali che erano per lui il compito impellente che avevano i socialisti. Era sicuramente un riformista, da questo punto di vista, anche se poteva sembrare spesso un radicale per l’intransigenza con cui concepiva le sue idee e combatteva ogni tipo di “cedimento opportunistico”. Era, nello stesso tempo, fra i leader socialisti, il più aperto al mondo (aveva rapporti e viaggiava spesso in tutta Europa) e il più attento al proprio territorio (il Polesine con la sua povertà e le lotte agrarie). Ed era un’altra contraddizione. Come lo era il suo essere di famiglia borghese e benestante, il suo essere intellettuale, ma pure attento e compartecipe ai problemi della povera gente, con cui parlava in dialetto. Tutto questo viene ben tratteggiato nel libro di Nencini, così pure il suo amore per Velia, la donna che sposò e poi ne avrebbe difeso per tanti anni la memoria. Per chi studia gli anni immediatamente seguenti alla prima guerra mondiale, l’impressione è di un intreccio inestricabile di passioni e idee, da cui deriva l’impossibilità di separare con un taglio netto le vicende ma anche le idee dei protagonisti. L’ideologia, in tutte le parti politiche, la faceva da padrona, ottenebrava le menti. Matteotti fa in qualche modo eccezione per coerenza e capacità di visione. Forse fu la capacità di stare coi piedi per terra la cifra ultima del suo riformismo e anche della sua intransigenza antifascista. Il suo radicalismo riformista è molto diverso dal riformismo tout court di Turati. Lo strano impasto di “virtù conservatrici” e “sovversivismo”, per dirla sempre con Gobetti, suscita indubbiamente interesse. E anche un certo fascino intellettuale. Corrado Ocone

Complotti per il Potere. Mussolini, lo storico Petacco sul blog di Grillo: "Non fece uccidere Matteotti, fu un complotto contro Benito", scrive “Libero Quotidiano”. "Mussolini è estraneo al delitto Matteotti": a novant'anni dal delitto dello statista socialista, lo storico Arrigo Petacco, sul blog di Beppe Grillo, lancia nuove teorie sull'omicidio avvenuto nel 1924, che portò alla famosa "secessione sull'Aventino" e di cui Mussolini si professò responsabile il 3 gennaio dell'anno successivo, con un famoso discorso in Parlamento. La ricostruzione dei fatti - "Il fatto è questo", spiega Petacco: "Quel 10 giugno, Matteotti passeggia sul lungo Tevere, e all'improvviso arriva una macchina, una Lancia con tanto di targa che il portiere si affretta anche a registrare. Scendono giù 4 manigoldi, squadristi e lo caricano in macchina, non gli sparano, non lo ammazzano, lo caricano in macchina. Evidentemente è solo un rapimento, solo che durante il tragitto in macchina, il Matteotti cacciato addirittura a forza sotto il seggiolino posteriore della macchina, scalcia: era un uomo forte robusto e coraggioso, scalcia, smadonna, addirittura morde i polpacci di quelli che gli stanno seduti sopra, e alla fine uno dei quattro, con una mano, trova sotto il lunotto posteriore una lima arrugginita e con quella colpisce alla testa Matteotti e lo uccide". Questa la ricostruzione del delitto: e Mussolini? "Il Duce, in quel periodo, voleva agganciare la parte morbida del socialismo, in molti erano già d’accordo con lui a entrare nel governo, solo che la lotta era tra gli estremisti fascisti e gli estremisti socialisti". Alla fine furono proprio loro ad impedire l'apertura di Mussolini ai socialisti: "Lui fu, casomai, vittima di uno scontro tra la destra estremista fascista e la sinistra estremista sociale comunista, che volevano impedire a Mussolini di creare un governo moderato, perché Mussolini in quei giorni sognava ancora di avvicinare i socialisti moderati e fare un partito con loro". E quindi, secondo Petacco, "questo cadavere servì moltissimo alla destra reazionaria, quella per intenderci di Farinacci e altri che volevano impedire a Mussolini di avvicinarsi a socialisti, tanto è vero che dopo poco nacque la dittatura. Quindi Mussolini fu spinto a destra da chi voleva impedirgli il suo avvicinamento ai socialisti, e la situazione fu tale che, ad un certo punto, lui stesso fu costretto a proclamare la dittatura il 3 gennaio del 1925. Visto che non riusciva più a liberarsi di questa colpa, fece un discorso alla camera in cui disse che se i fascisti erano una massa di delinquenti, lui era il comandante di questa banda criminale". Sono almeno tre, secondo Petacco, le ipotesi sul movente dell'omicidio. "Matteotti venne ucciso perché si apprestava a rendere di pubblico dominio intrighi e traffici sporchi di autorevoli personaggi del governo, coperti da potenti coalizioni finanziarie. Oppure Matteotti venne ucciso perché era uno dei principali esponenti del partito socialista, al quale Mussolini meditava di rivolgersi affinché non impedisse la formazione di un nuovo governo basato sulla più stretta collaborazione con la Confederazione generale del lavoro e con le masse operaie. L’ultima per il coraggioso discorso in Parlamento, in cui accusava il fascismo di aver manipolato i risultati elettorali". Insomma, "Mussolini fu coinvolto involontariamente nel delitto Matteotti: lui non c’entrava affatto, non aveva nessun motivo per uccidere il capo dell’opposizione, che aveva battuto clamorosamente alle elezioni di un mese prima. Per il resto è tutta fantasia politica e strumentalizzata che ha praticamente falsato questa vicenda. Comunque il delitto Matteotti fu casuale, non era premeditato, questo è molto chiaro". Ci sono molte perplessità, da parte degli stessi attivisti del blog grillino, sull'intervista a Petacco. Da un "Ci stiamo autodistruggendo", firmato Dino, ad un "Io credo veramente che vi siate bevuti il cervello. Cose incredibili, una giornata in cui si deve solo riflettere e chiedersi come mai abbiamo perso, ve ne uscite con queste troiate: VERGOGNATEVI! C'era gente, tanta, che ha creduto in voi!". Ironico Fausto: "Grazie a questo post risolveremo tutti i problemi del paese. Stiamo proprio perdendo il senno". Ironico anche Bob: "Per la serie 'Caro amico ti scriiivooo, cosi ti distraggo un pò...'". Secondo tanti, l'attenzione di questo post è volta soltanto a spostare l'attenzione dal disastroso risultato delle elezioni regionali, come viene ribadito anche in questo post: "Ho il sospetto che si voglia parare in qualche parte, non sono un complottista, ma questo mi da addito a dei dubbi due o tre, visto l'importanza della giornata odierna... Me li tengo per me, vedremo i prossimi sviluppi, mi sa che qua si è allo sbando".

Da Craxi a Willy Brandt: Intini racconta il '900. L'esponente socialista, attraverso 48 protagonisti e molti comprimari, fa rivivere un'epoca complessa. Roberto Chiarini il 4 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Da un politico che scrive del suo recente passato ci possiamo aspettare, in ordine di probabilità, tre diverse impostazioni del racconto. La più frequente è una ricostruzione rigorosamente pro domo sua delle vicende di cui è stato protagonista, comprimario o testimone. La seconda, pure molto seguita, è quella del diario che si propone una narrazione in presa diretta di quanto nel corso della sua attività politica l'estensore ha visto. In entrambi i casi, parla (e tace) del suo passato in forma sempre benevola verso sé stesso. Raro è il caso del politico che si esercita in una ricostruzione d'insieme del suo tempo, tanto meno su periodi di storia più lontani. Si può star sicuri che anche in quest'ultimo caso il suo racconto del passato trasuda delle sue simpatie, dei suoi orientamenti, delle sue passioni politiche, se non addirittura dell'ideologia che ha conformato la sua azione pubblica. Insomma, gli esercizi storiografici di un politico finiscono per offrire al lettore un'occasione per capire, più che la stagione politica raccontata, l'autore. Di regola risultano spesso eloquenti, più che le affermazioni, i silenzi imbarazzanti e gli oblii interessati.

Ugo Intini per parlare del passato di cui è stato protagonista o testimone ha scelto un format originale. Non si è nascosto dietro il velo di una presunta oggettività del suo racconto. Non lo ha mosso - com'egli apertamente confessa nell'introduzione al libro (Testimoni di un secolo. 48 protagonisti e centinaia di comprimari raccontano il secolo breve, Baldini+Castoldi editore) - nessuna intenzione di «rubare il mestiere agli storici». Si augura, tutt'al più, che il suo lavoro memoriale sia di qualche aiuto agli storici, agli studenti, ai curiosi. Non è un diario, ma un ritorno al passato cercando di riannodare i fili di una vita tra impegno politico e studio, un viaggio all'indietro che lega idealmente la sua storia con i padri nobili del socialismo.

Dell'ultimo cinquantennio del secolo scorso di cui è stato comprimario e, più in generale, dell'intero secolo breve di cui ha raccolto testimonianze da tanti protagonisti, offre una rivisitazione soggettiva, costruita fedelmente, assicura, su ciò di cui è venuto a conoscenza e infarcita dalle considerazioni ispirategli dalle testimonianze raccolte, Non solo, ma condotta «con la testa e il cuore di alcuni di questi uomini», mescolando gli aspetti strettamente politici delle vicende raccontate con gli «approfondimenti consentiti da un rapporto umano» avuto con loro. E ancora: si premura di avvertire il lettore che la scelta dei personaggi da intervistare non si è attenuta a un rigoroso criterio di rappresentatività storica. Un preciso criterio lo ha ispirato: rivisitare il Novecento partendo dalla passione politica che lo ha ispirato. Quella di militante socialista. Per esser ancor più precisi, di esponente di primo piano del gruppo dirigente milanese del Psi che negli anni Settanta si è «raccolto intorno a Craxi», della cui azione di leader e statista resta un estimatore.

Negli anni Settanta si diceva che il privato è politico. Bene, Intini ha adottato il suo privato (prima di giornalista all'Avanti!, poi di parlamentare, da ultimo di sottosegretario e in un secondo momento di viceministro del dicastero degli Esteri) come angolo visuale del suo racconto. Lo ha condotto attraverso i profili di 48 personaggi, soprattutto di esponenti del socialismo, in numero preponderante italiani, ma non solo. Ha scelto di parlare dei personaggi perché anche lui è convinto che le idee camminino sulle gambe degli uomini. In questa rassegna di personalità il lettore non si aspetti le convenzionali schede biografiche. Sono piuttosto flash vivi di protagonisti della vita politica e di essi cerca di cogliere insieme l'aspetto umano e i tratti significativi del pensiero e dell'azione politica.

Apre la galleria Pietro Nenni. È il doveroso omaggio a chi ha rappresentato per Intini non solo il maestro, non solo il riferimento d'obbligo dell'autentico riformismo, ma anche il personaggio che ricongiungeva il socialismo italiano alla sua lunga e ricca storia che va dalla rivoluzione francese alla Comune di Parigi (Nenni ne aveva conosciuto personalmente alcuni reduci), dai garibaldini a Turati e ai tanti perseguitati dal fascismo. Una figura, quella del suo predecessore alla testa dell'Avanti!, che ben rappresenta qualità politiche e rigore morale di un'intera generazione. «L'ho visto sempre con lo stesso paltò - ricorda con una punta di commozione - e con pantaloni con altezza ascellare». L'amico Angelo Rizzoli, che aveva conosciuto la povertà perché cresciuto all'istituto Martinit, un giorno gli aveva regalato un paltò e lui lo aveva rifiutato perché «troppo costoso». Solidale con i poveri ma non animato da classismo rancoroso.

A Nenni segue Sandro Pertini, altro mostro sacro del socialismo novecentesco. Di cui Intini disegna con gustose annotazioni anche i tratti del «suo carattere sincero e brusco». Un mix di politica e aspetti umani del personaggio Pertini che è la cifra narrativa delle biografie narrate. Di tanti altri socialisti, ma non solo, come si diceva. Di Pajetta, ad esempio, «la quintessenza del comunismo», «demagogo, ma non populista», «più popolare di Berlinguer». Di Giulio Andreotti, «la quintessenza dei democristiani», tanto «impassibile» da sembrare «privo di passione», realista al punto da non considerare sradicabile «il male», che riteneva possibile tutt'al più «ridurlo al minimo». Seguono altri politici di casa nostra, come Cossiga e Ciampi, figure nobili, vittime del terrorismo come Valter Tobagi, o personaggi responsabili di trame oscure come Licio Gelli. Non mancano infine i ritratti di alcuni leader, europei e mondiali, veri uomini stato (Willy Brandt) o dittatori (Nicolae Ceausescu e Kim Il-sung).

Da ultimo, la rassegna di uomini illustri, apertasi con Nenni, non poteva che chiudersi, in omaggio alla fede socialista dell'autore, con Bettino Craxi, il socialista che, fatta venia per il suo carattere («un mix di coraggio e timidezza, di aggressività e riservatezza») «è riuscito - parola di Intini - dove Turati e Nenni non erano riusciti». Ed è detto tutto.

Tangentopoli fu un colpo di Stato.

Antonio Di Pietro.

Gherardo Colombo.

Gianni De Michelis.

Giorgio Ruffolo.

Enzo Carra.

Gabriele Cagliari.

Sergio Moroni.

Raul Gardini.

Tangentopoli fu un colpo di Stato.

«Verrà il giorno in cui i pm si arresteranno tra loro». La cupa profezia di Craxi. Ora che persino Davigo è stato condannato in primo grado, quelle parole tornano alla mente. Paola Sacchi su Il Dubbio il 22 giugno 2023

«Verrà il giorno in cui i magistrati si arresteranno tra di loro». Ora che Piercamillo Davigo, magistrato in pensione, è stato condannato in primo grado per rivelazione d’atti di ufficio, e il garantismo deve valere per tutti, quindi anche per lui dalle posizioni estreme sui politici, non può non risuonare in testa quella tagliente profezia di Bettino Craxi, nei giorni di Hammamet. Lo statista socialista, che av