Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

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ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

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WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

  

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

LO SPETTACOLO

E LO SPORT

NONA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

  

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Vintage.

Le prevendite.

I Televenditori.

I Balli.

Il Jazz.

La trap.

Il musical è nato a Napoli.

Morti di Fame.

I Laureati.

Poppe al vento.

Il lato eccentrico (folle) dei Vip.

La Tecno ed i Rave.

Alias: i veri nomi.

Woodstock.

Hollywood.

Spettacolo mafioso.

Il menù dei vip.

Il Duo è meglio di Uno.

Non è la Rai.

Abel Ferrara.

Achille Lauro.

Adele.

Adria Arjona.

Adriano Celentano.

Afef Jnifen.

Aida Yespica.

Alan Sorrenti.

Alba Parietti.

Al Bano Carrisi.

Al Pacino.

Alberto Radius.

Aldo, Giovanni e Giacomo.

Alec Baldwin.

Alessandra Amoroso.

Alessandra Celentano.

Alessandra Ferri.

Alessandra Mastronardi.

Alessandro Bergonzoni.

Alessandro Borghese.

Alessandro Cattelan.

Alessandro Gassman.

Alessandro Greco.

Alessandro Meluzzi.

Alessandro Preziosi.

Alessandro Esposito detto Alessandro Siani.

Alessio Boni.

Alessia Marcuzzi.

Alessia Merz.

Alessio Giannone: Pinuccio.

Alessandro Haber.

Alex Britti.

Alexia.

Alice.

Alfonso Signorini.

Alyson Borromeo.

Alyx Star.

Alvaro Vitali.

Amadeus.

Amanda Lear.

Ambra Angiolini.

Anastacia.

Andrea Bocelli.

Andrea Delogu.

Andrea Roncato e Gigi Sammarchi.

Andrea Sartoretti.

Andrea Zalone.

Andrée Ruth Shammah.

Angela Finocchiaro.

Angelina Jolie.

Angelina Mango.

Angelo Branduardi.

Anna Bettozzi, in arte Ana Bettz.

Anna Falchi.

Anna Galiena.

Anna Maria Barbera.

Anna Mazzamauro.

Ana Mena.

Anna Netrebko.

Anne Hathaway.

Annibale Giannarelli.

Antonella Clerici.

Antonella Elia.

Antonella Ruggiero.

Antonello Venditti e Francesco De Gregori.

Antonino Cannavacciuolo.

Antonio Banderas.

Antonio Capuano.

Antonio Cornacchione.

Antonio Ricci.

Antonio Vaglica.

Après La Classe.

Arisa.

Arnold Schwarzenegger.

Asia e Dario Argento.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Barbara Bouchet.

Barbara D'urso.

Barbra Streisand.

Beatrice Quinta.

Beatrice Rana.

Beatrice Segreti.

Beatrice Venezi.

Belen Rodriguez.

Bella Lexi.

Benedetta D'Anna.

Benedetta Porcaroli.

Benny Benassi.

Peppe Barra.

Beppe Caschetto.

Beppe Vessicchio.

Biagio Antonacci.

Bianca Guaccero.

BigTittyGothEgg o GothEgg.

Billie Eilish.

Blanco. 

Blake Blossom.

Bob Dylan.

Bono Vox.

Boomdabash.

Brad Pitt.

Brigitta Bulgari.

Britney Spears.

Bruce Springsteen.

Bruce Willis.

Bruno Barbieri.

Bruno Voglino.

Cameron Diaz.

Caparezza.

Carla Signoris.

Carlo Conti.

Carlo Freccero.

Carlo Verdone.

Carlos Santana.

Carmen Di Pietro.

Carmen Russo.

Carol Alt.

Carola Moccia, alias La Niña.

Carolina Crescentini.

Carolina Marconi.

Cate Blanchett.

Catherine Deneuve.

Catherine Zeta Jones.

Caterina Caselli.

Céline Dion.

Cesare Cremonini.

Cesare e Mia Bocci.

Chiara Francini.

Chloe Cherry.

Christian De Sica.

Christiane Filangieri.

Claudia Cardinale.

Claudia Gerini.

Claudia Pandolfi.

Claudio Amendola.

Claudio Baglioni.

Claudio Bisio.

Claudio Cecchetto.

Claudio Lippi.

Claudio Santamaria.

Claudio Simonetti.

Coez.

Coma Cose.

Corrado, Sabina e Caterina Guzzanti.

Corrado Tedeschi.

Costantino Della Gherardesca.

Cristiana Capotondi.

Cristiano De André.

Cristiano Donzelli.

Cristiano Malgioglio.

Cristina D'Avena.

Cristina Quaranta.

Dado.

Damion Dayski.

Dan Aykroyd.

Daniel Craig.

Daniela Ferolla.

Daniela Martani.

Daniele Bossari.

Daniele Quartapelle.

Daniele Silvestri.

Dargen D'Amico.

Dario Ballantini.

Dario Salvatori.

Dario Vergassola.

Davide Di Porto.

Davide Sanclimenti.

Diana Del Bufalo.

Dick Van Dyke.

Diego Abatantuono.

Diego Dalla Palma.

Diletta Leotta.

Diodato.

Dita von Teese.

Ditonellapiaga.

Dominique Sanda.

Don Backy.

Donatella Rettore.

Drusilla Foer.

Dua Lipa.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Eden Ivy.

Edoardo Bennato.

Edoardo Leo.

Edoardo Vianello.

Eduardo De Crescenzo.

Edwige Fenech.

El Simba (Alex Simbala).

Elena Lietti.

Elena Sofia Ricci.

Elenoire Casalegno.

Elenoire Ferruzzi.

Eleonora Abbagnato.

Eleonora Giorgi.

Eleonora Pedron.

Elettra Lamborghini.

Elio e le Storie Tese.

Elio Germano.

Elisa Esposito.

Elisabetta Canalis.

Elisabetta Gregoraci.

Elodie.

Elton John.

Ema Stokholma.

Emanuela Fanelli.

Emanuela Folliero.

Emanuele Fasano.

Eminem.

Emma Marrone.

Emma Rose.

Emma Stone.

Emma Thompson.

Enrico Bertolino.

Enrica Bonaccorti.

Enrico Lucci.

Enrico Montesano.

Enrico Papi.

Enrico Ruggeri.

Enrico Vanzina.

Enzo Avitabile.

Enzo Braschi.

Enzo Garinei.

Enzo Ghinazzi in arte Pupo.

Enzo Iacchetti.

Erika Lust.

Ermal Meta.

Eros Ramazzotti.

Eugenio Finardi.

Eva Grimaldi.

Eva Henger.

Eva Robin’s, Eva Robins o Eva Robbins.

Fabio Concato.

Fabio Rovazzi.

Fabio Testi.

Fabri Fibra.

Fabrizio Corona.

Fabrizio Moro.

Fanny Ardant.

Fausto Brizzi.

Fausto Leali.

Federica Nargi e Alessandro Matri.

Federica Panicucci.

Ficarra e Picone.

Filippo Neviani: Nek.

Filippo Timi.

Filomena Mastromarino, in arte Malena.

Fiorella Mannoia.

Flavio Briatore.

Flavio Insinna.

Forest Whitaker.

Francesca Cipriani.

Francesca Dellera.

Francesca Fagnani.

Francesca Michielin.

Francesca Manzini.

Francesca Reggiani.

Francesco Facchinetti.

Francesco Gabbani.

Francesco Guccini.

Francesco Sarcina e le Vibrazioni.

Franco Maresco.

Franco Nero.

Franco Trentalance.

Francis Ford Coppola.

Frank Matano.

Frida Bollani.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gabriel Garko.

Gabriele Lavia.

Gabriele Salvatores.

Gabriele Sbattella.

Gabriele e Silvio Muccino.

Geena Davis.

Gegia.

Gene e Charlie Gnocchi.

Geppi Cucciari.

Gérard Depardieu.

Gerry Scotti.

Ghali.

Giancarlo Giannini.

Gianluca Cofone.

Gianluca Grignani.

Gianna Nannini.

Gianni Amelio.

Gianni Mazza.

Gianni Morandi.

Gianni Togni.

Gigi D’Agostino.

Gigi D’Alessio.

Gigi Marzullo.

Gigliola Cinquetti.

Gina Lollobrigida.

Gino Paoli.

Giorgia Palmas.

Giorgio Assumma.

Giorgio Lauro.

Giorgio Panariello.

Giovanna Mezzogiorno.

Giovanni Allevi.

Giovanni Damian, in arte Sangiovanni.

Giovanni Lindo Ferretti.

Giovanni Scialpi.

Giovanni Truppi.

Giovanni Veronesi.

Giulia Greco.

Giuliana De Sio.

Giulio Rapetti: Mogol.

Giuseppe Gibboni.

Giuseppe Tornatore.

Giusy Ferreri.

Gli Extraliscio.

Gli Stadio.

Guendalina Tavassi.

Guillermo Del Toro.

Guillermo Mariotto.

Guns N' Roses.

Gwen Adora.

Harrison Ford.

Hu.

I Baustelle.

I Cugini di Campagna.

I Depeche Mode.

I Ferragnez.

I Maneskin.

I Negramaro.

I Nomadi.

I Parodi.

I Pooh.

I Soliti Idioti. Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio.

Il Banco: Il Banco del Mutuo Soccorso.

Il Volo.

Ilary Blasi.

Ilona Staller: Cicciolina.

Irama.

Irene Grandi.

Irina Sanpiter.

Isabella Ferrari.

Isabella Ragonese.

Isabella Rossellini.

Iva Zanicchi.

Ivana Spagna.

Ivan Cattaneo.

Ivano Fossati.

Ivano Marescotti.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

J-Ax.

Jacopo Tissi.

Jamie Lee Curtis.

Janet Jackson.

Jeff Goldblum.

Jenna Starr.

Jennifer Aniston.

Jennifer Lopez.

Jerry Calà.

Jessica Rizzo.

Jim Carrey.

Jo Squillo.

Joe Bastianich.

Jodie Foster.

Jon Bon Jovi.

John Landis.

John Travolta.

Johnny Depp.

Johnny Dorelli e Gloria Guida.

José Carreras.

Julia Ann.

Julia Roberts.

Julianne Moore.

Justin Bieber.

Kabir Bedi.

Kathy Valentine.

Katia Ricciarelli.

Kasia Smutniak.

Kate Moss.

Katia Noventa.

Kazumi.

Khadija Jaafari.

Kim Basinger.

Kim Rossi Stuart.

Kirk, Michael (e gli altri) Douglas.

Klaus Davi.

La Rappresentante di Lista.

Laetitia Casta.

Lando Buzzanca.

Laura Chiatti.

Laura Freddi.

Laura Morante.

Laura Pausini.

Le Donatella.

Lello Analfino.

Leonardo Pieraccioni e Laura Torrisi.

Levante.

Liam Neeson.

Liberato è Gennaro Nocerino.

Ligabue.

Liya Silver.

Lila Love.

Liliana Fiorelli.

Liliana Cavani.

Lillo Pasquale Petrolo e Greg Claudio Gregori.

Linda Evangelista.

Lino Banfi.

Linus.

Lizzo.

Lo Stato Sociale.

Loredana Bertè.

Lorella Cuccarini.

Lorenzo Cherubini: Jovanotti.

Lorenzo Zurzolo.

Loretta Goggi.

Lory Del Santo.

Luca Abete.

Luca Argentero.

Luca Barbareschi.

Luca Barbarossa.

Luca Carboni.

Luca e Paolo.

Luca Guadagnino.

Luca Imprudente detto Luchè.

Luca Pasquale Medici: Checco Zalone.

Luca Tommassini.

Luca Zingaretti.

Luce Caponegro in arte Selen.

Lucia Mascino.

Lucrezia Lante della Rovere.

Luigi “Gino” De Crescenzo: Pacifico.

Luigi Strangis.

Luisa Ranieri.

Maccio Capatonda.

Madonna Louise Veronica Ciccone: Madonna.

Mago Forest: Michele Foresta.

Mahmood.

Madame.

Mal.

Malcolm McDowell.

Malena…Milena Mastromarino.

Malika Ayane.

Manuel Agnelli.

Manuela Falorni. Nome d'arte Venere Bianca.

Mara Maionchi.

Mara Sattei.

Mara Venier.

Marcella Bella.

Marco Baldini.

Marco Bellavia.

Marco Castoldi: Morgan.

Marco Columbro.

Marco Giallini.

Marco Leonardi.

Marco Masini.

Marco Marzocca.

Marco Mengoni.

Marco Sasso è Lucrezia Borkia.

Margherita Buy e Caterina De Angelis.

Margherita Vicario.

Maria De Filippi.

Maria Giovanna Elmi.

Maria Grazia Cucinotta.

Marika Milani.

Marina La Rosa.

Marina Marfoglia.

Mario Luttazzo Fegiz.

Marilyn Manson.

Mary Jane.

Marracash.

Martina Colombari.

Massimo Bottura.

Massimo Ceccherini.

Massimo Lopez.

Massimo Ranieri.

Matilda De Angelis.

Matilde Gioli.

Maurizio Lastrico.

Maurizio Pisciottu: Salmo. 

Maurizio Umberto Egidio Coruzzi detto Mauro, detto Platinette.

Mauro Pagani.

Max Felicitas.

Max Gazzè.

Max Giusti.

Max Pezzali.

Max Tortora.

Melanie Griffith.

Melissa Satta.

Memo Remigi.

Michael Bublé.

Michael J. Fox.

Michael Radford.

Michela Giraud.

Michelangelo Vood.

Michele Bravi.

Michele Placido.

Michelle Hunziker.

Mickey Rourke.

Miku Kojima, anzi Saki Shinkai.

Miguel Bosè.

Milena Vukotic.

Miley Cyrus.

Mimmo Locasciulli.

Mira Sorvino.

Miriam Dalmazio.

Monica Bellucci.

Monica Guerritore.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nada.

Nancy Brilli.

Naomi De Crescenzo.

Natalia Estrada.

Natalie Portman.

Natasha Stefanenko.

Natassia Dreams.

Nathaly Caldonazzo.

Neri Parenti.

Nia Nacci.

Nicola Savino.

Nicola Vaporidis.

Nicolas Cage.

Nicole Kidman.

Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko.

Nicoletta Strambelli: Patty Pravo.

Niccolò Fabi.

Nina Moric.

Nino D'Angelo.

Nino Frassica.

Noemi.

Oasis.

Oliver Onions: Guido e Maurizio De Angelis.

Oliver Stone.

Olivia Rodrigo.

Olivia Wilde e Harry Styles.

Omar Pedrini.

Orietta Berti.

Orlando Bloom.

Ornella Muti.

Ornella Vanoni.

Pamela Anderson.

Pamela Prati.

Paola Barale.

Paola Cortellesi.

Paola e Chiara.

Paola Gassman e Ugo Pagliai.

Paola Quattrini.

Paola Turci.

Paolo Belli.

Paolo Bonolis e Sonia Bruganelli.

Paolo Calabresi.

Paolo Conte.

Paolo Crepet.

Paolo Rossi.

Paolo Ruffini.

Paolo Sorrentino.

Patrizia Rossetti.

Patti Smith.

Penélope Cruz.

Peppino Di Capri.

Peter Dinklage.

Phil Collins.

Pier Luigi Pizzi.

Pierfrancesco Diliberto: Pif.

Pietro Diomede.

Pietro Valsecchi.

Pierfrancesco Favino.

Pierluigi Diaco.

Piero Chiambretti.

Pierò Pelù.

Pinguini Tattici Nucleari.

Pino Donaggio.

Pino Insegno.

Pio e Amedeo.

Pippo (Santonastaso).

Peter Gabriel.

Placido Domingo.

Priscilla Salerno.

Pupi Avati.

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quentin Tarantino.

Raffaele Riefoli: Raf.

Ramona Chorleau.

Raoul Bova e Rocio Munoz Morales.

Raul Cremona.

Raphael Gualazzi.

Red Canzian.

Red Ronnie.

Reya Sunshine.

Renato Pozzetto e Cochi Ponzoni.

Renato Zero.

Renzo Arbore.

Riccardo Chailly.

Riccardo Cocciante.

Riccardo Manera.

Riccardo Milani.

Riccardo Scamarcio.

Ricky Gianco.

Ricky Johnson.

Ricky Martin.

Ricky Portera.

Rihanna.

Ringo.

Rita Dalla Chiesa.

Rita Rusic.

Roberta Beta.

Roberto Bolle.

Roberto Da Crema.

Roberto De Simone.

Roberto Loreti, in arte e in musica Robertino.

Roberto Satti: Bobby Solo.

Roberto Vecchioni.

Robbie Williams.

Rocco Papaleo.

Rocco Siffredi.

Rolling Stones.

Roman Polanski.

Romina Power.

Romy Indy.

Ron: Rosalino Cellamare.

Ron Moss.

Rosanna Lambertucci.

Rosanna Vaudetti.

Rosario Fiorello.

Giuseppe Beppe Fiorello.

Rowan Atkinson.

Russel Crowe.

Rkomi.

Sabina Ciuffini.

Sabrina Ferilli.

Sabrina Impacciatore.

Sabrina Salerno.

Sally D’Angelo.

Salvatore (Totò) Cascio.

Sandra Bullock.

Santi Francesi.

Sara Ricci.

Sara Tommasi.

Scarlett Johansson.

Sebastiano Vitale: Revman.

Selena Gomez.

Serena Dandini.

Serena Grandi.

Serena Rossi.

Sergio e Pietro Castellitto.

Sex Pistols.

Sfera Ebbasta.

Sharon Stone.

Shel Shapiro.

Silvia Salemi.

Silvio Orlando.

Silvio Soldini.

Simona Izzo.

Simona Ventura.

Sinead O’Connor.

Sonia Bergamasco.

Sonia Faccio: Lea di Leo. 

Sonia Grey.

Sophia Loren.

Sophie Marceau.

Stefania Nobile e Wanna Marchi.

Stefania Rocca.

Stefania Sandrelli.

Stefano Accorsi e Fabio Volo.

Stefano Bollani.

Stefano De Martino.

Steve Copeland.

Steven Spielberg.

Stormy Daniels.

Sylvester Stallone.

Sylvie Renée Lubamba.

Tamara Baroni.

Tananai.

Teo Teocoli.

Teresa Saponangelo.

Tiberio Timperi.

Tim Burton.

Tina Cipollari.

Tina Turner.

Tinto Brass.

Tiziano Ferro.

Tom Cruise.

Tom Hanks.

Tommaso Paradiso e TheGiornalisti.

Tommaso Zanello alias Piotta.

Tommy Lee.

Toni Servillo.

Totò Cascio.

U2.

Umberto Smaila.

Umberto Tozzi.

Ultimo.

Uto Ughi.

Valentina Bellucci.

Valentina Cervi.

Valeria Bruni Tedeschi.

Valeria Graci.

Valeria Marini.

Valerio Mastandrea.

Valerio Scanu.

Vanessa Incontrada.

Vanessa Scalera.

Vasco Rossi.

Vera Gemma.

Veronica Pivetti.

Victoria Cabello.

Vincenzo Salemme.

Vinicio Marchioni.

Viola Davis.

Violet Myers.

Virginia Raffaele.

Vittoria Puccini.

Vittorio Brumotti.

Vittorio Cecchi Gori.

Vladimir Luxuria.

Woody Allen.

Yvonne Scio.

Zucchero.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITO SANREMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Solito pre Sanremo.

Prima Serata.

Terza Serata. 

Quarta Serata.

Quinta Serata.

Chi ha vinto?

Simil Sanremo: L’Eurovision Song Contest (ESC)

 

INDICE NONA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Superman.

Il Body Building.

Quelli che...lo Yoga.

Wags e Fads.

Il Coni.

Gli Arbitri.

Quelli che …il Calcio I Parte.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che …il Calcio II Parte.

 

INDICE UNDICESIMA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Mondiali 2022.

I soldati di S-Ventura. Un manipolo di brocchi. Una squadra di Pippe.

 

INDICE DODICESIMA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

I personal trainer.

Quelli che …La Pallacanestro.

Quelli che …La Pallavolo.

Quelli che..la Palla Ovale.

Quelli che...la Pallina da Golf.

Quelli che …il Subbuteo.

Quelli che…ti picchiano.

Quelli che…i Motori.

La Danza.

Quelli che …l’Atletica.

Quelli che…la bicicletta.

Quelli che …il Tennis.

Quelli che …la Scherma.

I Giochi olimpici invernali.

Quelli che …gli Sci.

Quelli che… l’acqua.

Quelli che si danno …Dama e Scacchi.

Quelli che si danno …all’Ippica.

Il Doping.

 

 

 

 

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

NONA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        I Superman.

Haaland, la dieta da 6mila calorie con cuore, fegato e lasagne. La reazione di The Rock: «È incredibile». BENNY MIRKO PROCOPIO su Il Corriere della Sera il 2 Novembre 2022.

Il campione del Manchester City continua a macinare gol sia in Champions che in Premier League. Tra i suoi segreti ci sarebbe una dieta da seimila calorie al giorno. L’unico sgarro? Le lasagne di papà Alfie 

Cuore, fegato, lasagne: Erling Haaland si mangia tutto tranne che i gol. La stella del Manchester City ha avuto un impatto devastante sulla Premier League, la massima serie del campionato di calcio inglese, realizzando la bellezza di 17 gol in undici partite. Il tutto senza dimenticare la Champions, dove ha gonfiato la rete cinque volte in quattro gare. Il merito? Talento, duro lavoro e una dieta fuori dall’ordinario, volta a coprire un fabbisogno di seimila calorie al giorno, con un’alimentazione che spazia dalle lasagne a tutti i tagli del bovino, compresi cuore e fegato.

La dieta di Haaland

A rivelarlo è stato lo stesso ex Borussia Dortmund, protagonista del documentario «Haaland: The Big Decision». Per raggiungere le calorie richieste, il giocatore consuma di tutto: pasta, pollo, pesce, verdure (banditi però olio e sale) e carne bovina. «Voi non mangiate queste cose, ma io mi preoccupo di prendermi cura del mio corpo — racconta il fuoriclasse —. Penso che mangiare cibo di qualità, che sia il più locale possibile, è la cosa più importante. La gente dice che la carne fa male, ma quale? La carne dei fast food? O la mucca locale che mangia erba proprio qui vicino? Io mangio il cuore e il fegato». 

Una dieta attenta anche ai liquidi la sua: «Ho iniziato a filtrare l’acqua che bevo. Penso che possa avere grandi benefici per il mio corpo». Il norvegese, infatti, si idrata solo con acqua filtrata e non tocca le bevande zuccherate. 

Un regime che ricorda quello di Cristiano Ronaldo, attentissimo alla dieta e alla cura del corpo. Anche Haaland, come CR7, ha l’abitudine di prendere il sole la mattina appena sveglio (lui afferma di guardarlo per regolare il ritmo circadiano) e fa i bagni nel ghiaccio.

Caloria negativa contro caloria vuota: come riconoscerle a tavola per dimagrire

Il numero nove del City ha però ammesso uno sgarro, giustificato dal fatto che si tratterebbe di un rito portafortuna: prima di ogni gara casalinga mangia le lasagne cucinate dal padre. Papà Alfie, ex giocatore (famoso soprattutto per aver subito un’entrata «killer» da Roy Keane) ha anche pubblicato su Instagram una foto del piatto propiziatorio. «Le ho mangiate prima di ogni gara casalinga — ha confessato Haaland —, e direi che hanno funzionato bene per ogni partita». Una storia che è arrivata anche all’orecchio dell’allenatore dei Citizens, Pep Guardiola, che ha detto: «Se è vero potremmo fare un’offerta al papà di Erling per venire a cucinare da noi. Convincerò il presidente ad ingaggiarlo, ma non penso che il segreto dei suoi gol sia solo questo». 

L’allenatore spagnolo non è stato l’unico a commentare le abitudini alimentari di Haaland. L’attore Dwayne «The Rock» Johnson (uno che consuma «normalmente» 5.000 calorie al giorno, arrivando fino alle 8.000 durante le preparazioni fisiche per i suoi film) ha così commentato le notizie sul calciatore: «Io adoro il cibo e mi sembra anche lui. Mangia cuori, fegato e una lasagna prima di ogni partita, ed è comunque in quella forma fisica? È incredibile».

The Rock, la dieta e gli allenamenti di Dwayne Johnson: ecco come funzionano. BENNY MIRKO PROCOPIO su Il Corriere della Sera il 5 Novembre 2022.

Dwayne Johnson, al cinema nei panni di «Black Adam», racconta la sua routine giornaliera: sette pasti e allenamenti massacranti per mantenere il suo fisico statuario. Ma quando approdò a Hollywood gli dissero di perdere peso e andare meno in palestra

The Rock: la dieta da oltre cinquemila calorie al giorno

Di Dwayne Johnson possiamo dirlo: il suo è un fisico scolpito nella roccia. A tal punto da dimenticare che l’attore ha da poco spento le cinquanta candeline. Una forma, la sua, frutto di un regime di allenamento che lo vede impegnato in palestra (ma non solo) sei giorni su sette, e ingerire la bellezza di oltre cinquemila calorie al giorno (fino a ottomila), suddivise su sette pasti.

L’allenamento mostruoso di The Rock

La routine di The Rock inizia ogni mattina alle 4:00, orario sul quale è settata la sveglia. Il suo primo impegno è un’attività cardio, una corsa di 30/50 minuti intorno all’isolato dove vive in Florida. Se non è a casa, invece, lo stesso tempo viene dedicato alla bicicletta ellittica. Una volta terminato l’allenamento, ecco che l’ex wrestler si concede la sua colazione energetica. Non aspettatevi cappuccio e brioches: si tratta di un pasto completo, composto da 225 grammi di carne di manzo (bavetta), uova, riso bianco, funghi saltati, cipolle e peperoni. Dopodiché riprende con la preparazione fisica, incentrata ogni giorno su un gruppo muscolare diverso. Si inizia la settimana con le gambe, poi in successione schiena, spalle, addominali e braccia, di nuovo gambe e muscoli del petto il sesto giorno. Gli esercizi prevedono moltissime ripetizioni ripartite in diversi set. Per esempio quattro set da 25 ripetute di affondi con le gambe. Per supportare un tale sforzo il protagonista di Black Adam consuma dalle 5mila fino alle 8mila calorie al giorno, in base al ruolo che deve ricoprire come attore. Se si parla di un personaggio «massiccio» o meno. La sua dieta, ricca di proteine e carboidrati, è composta da pollo, carne di manzo, albumi d’uovo, farina d’avena, broccoli, halibut, merluzzo, riso, asparagi, patate al forno, insalata, peperoni, funghi e cipolle, e poi anche alcune proteine della caseina.

The Rock: una giornata tipo

Per farvi un’idea, questo è un esempio del suo regime alimentare, riportato dalla rivista Muscle and Fitness:

Pasto 1: 280 grammi di merluzzo, 2 uova, 2 tazze (circa 150 g) di farina d’avena; Pasto 2: 220 grammi di merluzzo, 340 grammi di patate dolci, 1 tazza (circa 180 g) di verdure;

Pasto 3: 220 grammi di pollo, 2 tazze (circa 390 g) di riso bianco, 1 tazza (circa 180 g) di verdure;

Pasto 4: 220 grammi di merluzzo, 2 tazze (circa 390 g) di riso bianco, 1 tazza (circa 180 g) di verdure, 1 cucchiaio di olio di pesce;

Pasto 5: 220 grammi di bistecca, 340 grammi di patate al forno, spinaci;

Pasto 6: 280 grammi di merluzzo, 2 tazze (circa 390 g) di riso, insalata;

Pasto 7: 30 grammi di caseina in polvere, una frittata con 10 albumi, 1 tazza (circa 180 g) di verdure (cipolle, peperoni, funghi), 1 cucchiaio di olio omega-3.

The Rock: i pasti ad orari «fissi» e i giorni liberi

Il suo è un programma ferreo, anche per quanto riguarda gli orari dei pasti. Il regista Stephen Merchant, che ha lavorato con Johnson sul set di «Una famiglia al tappeto», ha raccontato che quando va a cena fuori con gli amici deve portarsi dietro il suo cibo al ristorante, e farlo poi riscaldare per via della dieta strutturata che deve osservare. «Ricordo di aver avuto un meeting insieme a lui in Texas. Era un incontro per parlare del film. Alle 15:17 suona la sua sveglia ed ecco che si alza e va a prendere dal frigo delle porzioni di tacchino e riso – dove c’era scritto 3:17 del pomeriggio – che poi riscalda al microonde. Non sapremo mai perché non abbia arrotondato alle 3:15 o 3:20 del pomeriggio, ma di certo ha un regime ferreo».

Una routine che viene interrotta solo nei «cheat day meal», i suoi «giorni di pasti liberi», in cui l’atleta si concede tutti gli sgarri possibili. Un’attività che gli piace molto raccontare sui social, dove lo vediamo ingurgitare valanghe di uova, bacon e pancake.

The Rock: «Ad Hollywood mi dissero di dimagrire»

Costanza, duro lavoro e dieta ferrea hanno permesso a Dwayne Johnson di reinventarsi come attore dopo essere diventato celebre come lottatore. Un percorso non semplice, come lui stesso ha raccontato in un’intervista a Good Morning America: «Quando sono arrivato a Hollywood, molte lune fa, le più grandi star in circolazione erano George Clooney, Johnny Depp e Will Smith. All’epoca, fuori dal mondo del wrestling, mi dissero che se avessi voluto diventare una star non avrei dovuto chiamarmi The Rock. ‘Non parlare di wrestling, perdi peso, mettiti a dieta, sei troppo grosso, non andare così tanto in palestra’. Mi dissero un sacco di cose simili, e quando non hai esperienza te le bevi. Ascoltai quei consigli per un paio d’anni prima di dire: ‘Basta così. Voglio essere me stesso, e se fallirò, fallirò senza negare la mia identità’». Una scelta che lo ha premiato.

Si è già operato tre volte: Mondiali a rischio. La malattia di Neuer, la rivelazione del portiere: “Ho il cancro, non posso stare all’aperto”. Redazione su Il Riformista il 2 Novembre 2022 

Il portiere del Bayern Monaco Manuel Neuer ha rivelato su Instagram di star combattendo contro un cancro della pelle. Il numero uno della squadra tedesca ha ammesso, in un video, di aver già subito tre diversi interventi chirurgici per sconfiggere la malattia: una vera e propria corsa contro il tempo, l’ha definita il portiere, che da ottobre è fermo (anche) per un problema alla spalla. Nel video, condiviso sui suoi social, il calciatore spiega le sue condizioni di salute mentre sponsorizza una crema solare insieme alla tennista tedesca Angelique Kerber.

“Ho dovuto sottopormi a tre operazioni per via di un cancro alla pelle”, ha esordito Neuer. “Dal momento che ci alleniamo e giochiamo costantemente all’aperto – e che mi piace anche trascorrere il mio tempo libero nella natura – è essenziale per me utilizzare prodotti con filtri di protezione solare moderni e con fattore di protezione solare 50+.  In questo modo sono sicuro di avere una crema solare che ci protegge continuamente e con la quale la mia pelle non si può scottare“.

Secondo quanto riportato sul sito tedesco Bild, le speculazioni su una possibile malattia dell’atleta sono iniziate nel dicembre 2021, quando il 36enne è stato visto camminare con un cerotto sul viso prima dello scontro di Champions League del Bayern Monaco con il Barcellona. Neuer ha ancora oggi una cicatrice in volto, piuttosto visibile, dopo essersi operato in tre diverse occasioni.  Considerato uno dei più grandi portieri di tutti i tempi – avendo anche vinto la Coppa del Mondo con la Germania nel 2014 – Neuer sta lottando per ricostruire la sua forma fisica in vista della Coppa del Mondo di questo mese; diversi siti sportivi tedeschi riportano che il cancro della pelle non dovrebbe influire sulla disponibilità dell’atleta a scendere in campo per la Germania, in vista della selezione della squadra di Hansi Flick.

Neuer e il tumore della pelle: il portiere del Bayern operato tre volte.  Simone Golia, Redazione Gianlucadimarzio.com il 2 Novembre 2022 

Il numero uno del Bayern e della nazionale tedesca, che in carriera ha vinto tutto, ha lanciato con la tennista Angelique Kerber una campagna di prevenzione con una linea di prodotti solari 

«Mi sono dovuto operare già tre volte per un cancro della pelle». Manuel Neuer, uno dei portieri più forti di sempre, ha sorpreso tutti annunciando il lancio di una linea di prodotti condivisa con la tennista Angelique Kerber. Il giocatore del Bayern ha deciso di attivarsi pubblicamente e promuovere la prevenzione insieme con la tennista che ha una storia simile (soffre di un'iperpigmentazione indotta dal sole) e proprio questo vissuto comune ha spinto i due sportivi a fare qualcosa di concreto: «Ecco perché non scendo a compromessi quando si tratta di protezione solare, perché mi alleno sempre all'aperto e mi piace anche trascorrere il mio tempo libero nella natura», ha ribadito il numero uno del Bayern, che con l’Inter non è sceso in campo. Sta recuperando da un infortunio alla spalla, l’ennesimo stop fisico che lo ha colpito negli ultimi cinque anni, durante i quali ha saltato la bellezza di 84 partite. 

Rivoluzionario – Malgrado tutto, Neuer fa parte di quella classe elitaria di calciatori che hanno cambiato il calcio, al pari di Johan Cruyff, Maradona o Franz Beckenbauer. Ha inventato un nuovo prototipo di portiere, abilissimo tanto con le mani quanto con i piedi. Uno stopper fra i pali: «Potrebbe tranquillamente giocare a centrocampo», si spinse a dire il ct della Germania Löw, con cui è salito sul tetto del mondo nel 2014: «Con lui in difesa potevi giocare più in alto in campo: sapevi che dietro di te c'era un portiere che poteva giocare come ultimo uomo. E quando dribbla gli attaccanti è incredibile», l’elogio di Schweinsteiger, che gli passò la fascia da capitano della nazionale. Altra virtù i rigori, ne ha parati oltre 20 in carriera, fin da quando sognava di diventare come il suo idolo Lehmann e di difendere la porta dello Schalke, la squadra del cuore. Affacciandosi dalla finestra di camera, riusciva a vedere il vecchio stadio, che si trovava accanto all’attuale Veltins Arena. Ha messo piede nel club a soli quattro anni, indossando i guantoni nonostante fosse il più basso di tutti (strano per uno che supera il metro e novanta).

Odiato e amato: oggi Neuer ha 36 anni. Ha vinto 29 trofei in Germania e in giro per il mondo, compreso un Mondiale. Nel 2014 avrebbe vinto pure il Pallone d’Oro se non ci fossero stati gli alieni Ronaldo e Messi. Da simbolo di Gelsenkirchen – dove il padre Peter, poliziotto, si trasferì dal Baden-Württemburg (sud-ovest della Germania), è diventato simbolo del Bayern Monaco. Al suo arrivo ecco una pioggia di critiche. Dai suoi vecchi tifosi, che si sentivano traditi tanto da bruciare un manichino fatto per l’occasione, ai nuovi, che non gli avevano perdonato un’esultanza sfrenata dopo una vittoria sui bavaresi nel 2009. Non poteva neanche cantare l’inno del club, gli era stato impedito dagli ultras, così come gli era vietato avvicinarsi alla loro curva o baciare la maglia. Al Bayern era costato 30 milioni di euro, tantissimi per un portiere considerando il mercato del 2011. Ma Neuer mette d’accordo tutti fin da subito, serrando la porta per ben 1.147 minuti, un record interrotto solo dallo sciagurato autogol di Badstuber in un match di Champions contro il Napoli. 

Cuore d’oro: Ha esordito in Bundesliga a 20 anni, tenendo la porta inviolata in 19 partite. E’ diventato il volto di una tradizione, quella dei portieri tedeschi, di assoluto prestigio come dimostrato dai vari Sepp Maier, Bodo Illgner, Kahn e Lehmann. Aveva 24 anni quando ha preso il posto degli ultimi due, diventando il nuovo Nummer Eins - numero uno – della sua nazionale. E’ diventato il terzo portiere più giovane di sempre della Germania al Mondiale alle spalle di Illgner e Fahrian. Ha cambiato un ruolo senza mai cambiare se stesso. Una superstar di livello globale che non si è fatto toccare da fama e soldi. Cattolico devoto, ha utilizzato la sua Fondazione - la Manuel Neuer Kids - per migliorare la vita dei bambini meno fortunati della Ruhr: «Voglio restituire loro ciò che ho avuto io, ovvero opportunità e prospettive di vita». Nel 2011 ha vinto 500.000 euro partecipando per beneficienza all’equivalente tedesco di Chi vuole essere milionario?. Ora la battaglia per prevenire il tumore, al quale non si è mai arreso. Aspettando il ritorno in campo col suo Bayern.

Salvatore Malfitano per gazzetta.it il 31 ottobre 2022.

La costante è il sorriso, qualsiasi sia l’argomento trattato. Dagli aneddoti con Abdul-Jabbar e Bird alla sua lotta che negli anni Novanta è stata decisiva per sensibilizzare le masse sull’Hiv. "Chiamatemi Magic per stasera" dice Earvin Johnson jr. a Fabio Fazio, che gli chiede come deve rivolgersi durante l’intervista a Che tempo che fa, il talk show in onda su Rai Tre. 

Proprio l’annuncio della sieropositività e tutto ciò che ne è derivato, è il tema più delicato della conversazione: "È stata la mia partita più difficile, nel 1991 c’era discriminazione. Le cure non erano adeguate, noi invece siamo riusciti a cambiare molte di queste cose, migliorandole.

Abbiamo fornito alloggi alle persone che lo avevano, interrompendo discriminazione, razzismo e tutto ciò che ne comportava, educando il mondo intero e credo che oggi le cose vadano molto meglio". Il celebre immunologo statunitense Anthony Fauci ne ha approfittato per ringraziarlo per il suo contributo fondamentale. Un apporto fatto di gesti iconici, come la partecipazione all’All-Star Game 1992, che fece storcere il naso a tanti ma servì a "dimostrare, grazie alla possibilità che mi ha dato il commissioner David Stern, che si può vivere una vita normale e produttiva anche essendo portatore di Hiv. È stato ottimo per me e per il mondo".

LE ORIGINI —   Magic ha quindi raccontato il legame con la famiglia, in particolare col padre che ha rinunciato ad una carriera da professionista nel basket per crescere la propria famiglia: "Ha sacrificato tanto per me, ha dovuto lasciare lo sport per noi e tocca a me ora ricompensarlo e ripagarlo, permettendogli di smettere di lavorare per godersi la vita e me, che sono arrivato a questi livelli. 

Ora ha 88 anni e gli ho comprato una bella casa, ogni giorno lo ringrazio perché ha significato tanto per me, come padre, eroe, mentore e probabilmente miglior amico". Le responsabilità derivanti da un soprannome così importante sono state subito chiare. "Riceverlo è stato motivo di grande gioia, mi sono reso conto che sarei dovuto essere all’altezza di questo nome sul campo. Dovevo vincere per dimostrare che fosse davvero adatto, dovevo diventare un campione ed è quello che è successo" ha proseguito.

GLI ANEDDOTI —   Al suo arrivo ai Lakers, nel 1979, la sua esuberanza giovanile si scontrò con l’atteggiamento austero di Abdul-Jabbar: "Io e Kareem eravamo molto diversi, avevo quasi 20 anni e mi piaceva molto la musica ad alto volume, mentre lui era silenzioso, tranquillo. Ascoltava jazz e io invece avevo lo stereo a tutta forza. Mi diceva sempre di abbassare la musica, ma alla fine siamo diventati molto amici. 

Lui era il giocatore più dominante della Lega, abbiamo vinto il campionato al primo anno per questo e perché sono riuscito a diventare leader di quella squadra". Memorabile la rivalità con Larry Bird, anche perché i due sono poi diventati grandi amici: "Penso che, arrivati in Nba, abbiamo cambiato il gioco, facendolo diventare più popolare. Abbiamo fatto partite memorabili.

Per Larry ho sempre avuto grande rispetto, è sempre stato uno dei miei idoli, ma da avversario non mi piaceva e nemmeno i tifosi dei Celtics. È stata una rivalità intensa. Ed è stato un bel momento sapere che alla mamma di Bird piacesse come giocavo. Convinsi Larry e Jordan a giocare nel Dream Team alle Olimpiadi di Barcellona, era un sogno per me poter essere loro compagno. Quella squadra ha aperto il mondo alla pallacanestro secondo me ed è per questo che il basket e l’Nba nello specifico sono diventati così internazionali". 

ALLA CASA BIANCA —   Il livello di celebrità lo ha reso spesso un ospite gradito della Casa Bianca, dove ha condiviso tanti momenti scherzosi con vari presidenti degli Stati Uniti. Ma il suo preferito è Barack Obama: "È quello con cui mi sono divertito di più, anche alle feste di Natale che organizzava. Un momento che ricordo bene è quando Beyoncé si è esibita davanti al presidente e alla First Lady.

Devo riconoscere che è un buon giocatore, abbiamo fatto qualche partita alla Casa Bianca e anche lui è mancino, è bravo e lo apprezzo molto anche come persona. Io invece da piccolo mi alzavo alle cinque del mattino e i miei vicini impazzivano perché palleggiavo e volevano dormire prima di andare a lavorare, io li svegliavo. Il campo era a due isolati da casa, alla Casa Bianca il campo è nelle vicinanze, in un altro edificio.

Ha invitato ex giocatori e giocatori attuali della Nba e abbiamo giocato insieme, poi siamo tornati e abbiamo fatto una grigliata in giardino". Magic non ha mai fatto segreto di adorare l’Italia per trascorrere le vacanze. Così ha voluto rivolgere un caloroso ringraziamento, prima di salutare. "Da oltre trent’anni in estate mi reco in Italia, dove trovo gente e cibo meravigliosi. Io e mia moglie siamo innamorati di Portofino, Porto Cervo, Forte dei Marmi, Capri. Ne approfitto per mostrare a tutti la mia gratitudine". Col solito splendido sorriso. 

"Non reagisce alle cure". Paura per le condizioni di Pelé. La leggenda del calcio versa in condizioni di salute drammatiche dopo l’operazione per un tumore all’intestino. Secondo la stampa brasiliana, il Re sarebbe stato trasferito nel reparto di cure palliative. Massimo Balsamo il 3 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Brasile in apprensione per le condizioni di salute di Pelé. Secondo quanto riportato da A Folha, l’ottantaduenne non starebbe più rispondendo alle cure, alla chemioterapia per la precisione, dopo l’operazione di settembre per un tumore all’intestino. La leggenda del calcio da martedì si trova all’ospedale Albert Einstein – dove era arrivato con uno scompenso cardiaco e con un gonfiore generalizzato – il suo quadro clinico sarebbe peggiorato esponenzialmente nel corso degli ultimi giorni.

Paura per le condizioni del Re

In base a quanto riferito dal giornale brasiliano, Pelé sarebbe stato trasferito nel reparto di cure palliative. Le metastasi avrebbero aggredito anche i polmoni e il fegato, per questo motivo i medici avrebbero optato per la sospensione della chemio, optando per trattamenti in grado di alleviare il dolore e la mancanza di respiro. Stop alle terapie invasive, in altre parole. Per il momento l’ospedale Albert Einstein non ha commentato le indiscrezioni della stampa, sono attesi comunicati ufficiali nel corso delle prossime ore.

Pelè: "Gioco contro il tumore con il sorriso"

L’indiscrezione rilanciata dal Brasile è in netto contrasto con le dichiarazione di Kely Nascimento, figlia del Re. “C'è allarmismo sui media in relazione alle condizioni di salute di mio padre. Mio papà è ricoverato in ospedale, stanno aggiornando le terapie”, le sue parole da Doha: “Non salterò su un volo per correre lì. I miei fratelli sono in visita in Brasile e io andrò a Capodanno. Nessuna sorpresa o emergenza”.

La versione di Pelé

Semplici controlli di routine, dunque, secondo la famiglia di Pelé. Lo stesso ex calciatore aveva pubblicato un post sui social network per rassicurare i suoi seguaci: “Amici, sono in ospedale per la la mia visita mensile. Fa sempre piacere ricevere messaggi positivi come questo. Ringrazio il Qatar per questo pensiero e tutti coloro che mi mandano le loro energie positive”. Tanti gli attestati di vicinanza dal mondo del calcio, a partire dal ct della selezione brasiliana Tite: "Vogliamo tutti augurare buona salute a Pelé, il nostro più grande calciatore, un extraterrestre fra i terrestri. Buona salute, ha la solidarietà da parte di tutti noi". Su Twitter è arrivato anche il commento di Kylian Mbappè: "Prego per il Re".

Gaia Piccardi per il “Corriere della Sera” il 4 dicembre 2022.

Fate in fretta, l’alchimista sta esaurendo le magie. O Rei aggrappato alla vita («Sono forte, ho fede in Dio, i messaggi mi danno energia») è il viatico della Seleçao che domani affronta la Corea del Sud negli ottavi del Mondiale. Il totem resiste, verrà il tempo della saudade ma adesso l’impresa. «Una partita da fermare il battito del cuore» scriveva su Twitter il 28 novembre Edson Arantes do Nascimiento detto Pelé (lo pseudonimo non gli è mai piaciuto, preferiva Dico, il soprannome inventato dallo zio Jorge con cui la madre Celeste l’ha sempre chiamato), giorno di Brasile-Svizzera 1-0. 

Ventiquattrore dopo è stato ricoverato all’ospedale Albert Einstein di San Paolo: sembravano gli esami periodici con cui da un anno e mezzo il calciatore più famoso del mondo tiene sotto controllo un tumore al colon («Calma amici, papà sta mettendo a punto con i medici i farmaci da prendere. Nessuna sorpresa né emergenza: si tratta dei soliti test» ha postato sui social la figlia Kely Nascimento), invece la situazione sarebbe rapidamente precipitata.

«Pelé non risponde alle cure chemioterapiche, è stato spostato nel reparto di quelle palliative» titola la Folha de Sao Paulo, quotidiano paulista, aggiungendo a un quadro sanitario già allarmante l’insorgere di un’infezione respiratoria oltre alle metastasi al fegato e ai polmoni, l’ennesimo spettro per la salute già minata dell’82enne leggenda brasiliana. 

Dal Qatar, dove è al seguito della Nazionale di Tite, Kely si sforza di essere ottimista («Non salterò su un volo per correre lì: i miei fratelli sono in Brasile, io li raggiungerò a Capodanno») però il Paese tiene il fiato sospeso. A 12 mila chilometri di distanza la Seleçao di O Ney (Neymar stella infortunata, ieri ha ricominciato ad allenarsi: compagni e tifosi lo aspettano in campo per la finale) prova a conquistare il sesto Mondiale, a casa O Rei (che di Mondiali ne ha vinti tre — ’58, ’62, ’70 —, record) tenta l’ultima fuga per la vittoria.

Non c’è bossa nova di Jobim che possa lenire il dolore per il lungo addio di Pelé, davanti all’ospedale cominciano a formarsi capannelli e cori, la Fifa lo omaggia facendo alzare nel cielo di Doha cento droni che disegnano la maglia verdeoro numero 10, «guarisci presto campione» è il messaggio. Non c’è ex calciatore, erede, amico che in queste ore non ricordi il migliore, sono passati solo 373 giorni dalla scomparsa dell’altro grandissimo, Maradona, il pianeta calcio non è pronto per un secondo profondissimo lutto. 

Presente e passato si fondono in un’unica spoon river. Harry Kane, capitano dell’Inghilterra: «La Nazionale dei Tre Leoni ti augura il meglio». Jurgen Klinsmann, ex bomber e c.t. della Germania: «Sei una persona meravigliosa, prego per te». Tite, c.t. del Brasile: «Lui è il nostro maggior rappresentante, un extraterrestre diventato terrestre. Tutti i nostri pensieri sono per lui». Mbappé, il centravanti della Francia che Pelé volle conoscere dopo il trionfo al Mondiale 2018, quando a 19 anni e 207 giorni divenne il più giovane bomber in una finale, secondo solo al brasiliano (17 anni e 249 giorni nel ’58 in Svezia, doppietta): «Pray for the King».

In Qatar l’anziano campione che si rifiuta di arrendersi è sugli striscioni, sui grattacieli, nei laser che illuminano lo stadio di Lusail, dove il 18 dicembre si assegnerà la coppa, sopra le maglie celebrative di una generazione che ha imparato a conoscerlo per sentito dire, nei filmati su YouTube, grazie ai racconti dei nonni. 

Ragazzi che, pur non avendolo mai visto in azione, non hanno potuto fare altro che amarlo. Il mondo tifa per l’icona che puliva scarpe per guadagnare qualche real: il bambino che inventò il calcio prendendo a pedate un mango (e poi una palla di stracci) non può essere mortale.

Pelé compie 82 anni, i momenti iconici della sua carriera calcistica. O’ Rey compie 82 anni. Un calciatore soprannaturale: iconico, estetico, ma anche tremendamente decisivo. Il Santos, l’eterno confronto con Maradona e il mancato sbarco in Italia. Dagli esordi ai trionfi: (breve) cronistoria di un mito. Paolo Lazzari il 23 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Josè Ramos Do Nascimento si scruta la punta delle scarpe, perplesso. Possiede mezzi tecnici discreti, ma niente di trascendentale. Al campo lo chiamano Dondinho. Gioca per il Bauru Atletico Club, ma raramente riesce a fare la differenza. Gli anni trascorrono spietati. E si sa, i padri tendono a proiettare sui figli la prospettiva di quel che avrebbero voluto essere, ma non sono mai stati. Dico – è come chiamano suo figlio lui e mamma Celeste – pare molto più promettente di lui. Nato il 23 ottobre 1940, a soli otto anni dribbla già meglio di tutti i suoi compagni. È veloce il doppio. E soprattutto segna caterve di gol. Poi corre tra le sue braccia e sfodera un enorme sorriso avorio, due gigantesche pupille che si dilatano per la gioia. Ora Josè è un po’ meno perplesso. Forse è Dico il suo lasciapassare per abbordare una vita migliore del formato favelas.

Chi è Pelé: le origini del soprannome

Dico, che poi si chiamerebbe Edson Arantes Do Nascimento, cresce in fretta. La scuola non è il suo ecosistema e nei ritagli scuce qualche spicciolo ai più grandi facendo il lustrascarpe. Il suo destino però è inciso in un pallone che rotola. Ad un certo punto gli affibbiano un altro nomignolo. Iniziano a chiamarlo Pelé. L’origine non è nitida. Per alcuni scaturirebbe dai campetti brulli su cui affina il suo talento (un campo senza erba, cioè un campo “pelado”). Altri invece ritengono che si tratti di un’assonanza cercata con il cognome di un ragazzino, tale Quele, che al tempo giocava con il portamento di un fenomeno.

Svezia 1958, il primo grande trionfo

Scatto in avanti. Nemmeno maggiorenne - è il 1958 - il Brasile lo convoca per il mondiale in Svezia. In squadra dovrebbe fare il comprimario, perché davanti a lui c’è gente del calibro di Altafini, Garrincha e Zagallo. I verdeoro sono quotati bene, ma non hanno mai sollevato la coppa. Pelé resta a guardare per le prime due gare e, nel frattempo, scruta da vicino – come racconterà lui stesso in seguito – anche le bionde native. Nei dintorni di Goteborg, dove la nazionale è in ritiro, si consuma una delle sue primissime esperienze con il sesso. Il vero flirt però giunge sul campo. Il ct Vicente Feola se lo gioca contro i bionici calciatori dell’Urss e lui ripaga la fiducia con gli interessi, trascinando la squadra al successo. Da lì in poi non si fermerà più. Giustizia il Galles di Charles con un gol fenomenale. Ne segna tre alla Francia del bomber Just Fontaine. Ne fa due in finale contro la Svezia. Oltre alla caterva di reti, sorprende per la disinvoltura con cui dribbla, per il modo in cui accarezza il pallone, per le accelerazioni che funestano le retroguardie avversarie. Il Brasile leva finalmente contro il cielo la coppa. Tutto il mondo adesso ha il suo nome sulla punta delle labbra.

Dove ha giocato

Inizia a trillare il telefono del Santos, la squadra in cui gioca. Prima il Real Madrid: andarci sarebbe un sogno, ma il club brasiliano spara altissimo per il cartellino. Sa bene che Pelé è una miniera d’oro portatile: ovunque chiedono amichevoli lautamente ricompensate. Tutti vogliono vederlo giocare dal vivo. Si fa avanti anche Gianni Agnelli. Nulla da fare, anche la Signora va in bianco. Il club che ci va più vicino in assoluto è il Napoli: Pelè ha letteralmente la maglia azzurra cucita addosso, quando arriva l’impensabile dietrofront. La società ha già venduto tutti gli abbonamenti. Il suo arrivo farebbe detonare una catastrofe in termini di ordine pubblico. Servirebbe un altro San Paolo per accogliere tutte le richieste. Non se ne fa di nulla. Il mancato approdo nel calcio europeo è perenne tema del contendere. Si può davvero definire O’ Rey uno che ha giocato soltanto in Brasile e negli Usa? Il confronto con Maradona pende spesso dalla parte del fuoriclasse argentino per questo motivo. Alcuni sostengono che ad un certo punto si sia messo in mezzo addirittura il governo brasiliano: Pelè era un’industria che non poteva levare l’ancora. Lui in seguito dirà: “avevo tante opportunità, ma in quel momento il Santos era tra i club più grandi del mondo e stavo bene lì”.

In Cile e in Inghilterra a mezzo servizio

Vince un’altra coppa del mondo in Cile, nel 1962, ma non se la sente troppo addosso perché si fa male quasi subito. Fa comunque in tempo a piazzare due gol e un assist. Quattro anni dopo, alla corte della regina, diventa il primo calciatore nella storia ad aver segnato in tre competizioni iridate diverse. Si ferma anche qui, a causa della scomposta ruvidità con cui i difensori trattano le sue caviglie. Privata del suo talento più fulgido la Seleção viene sbattuta fuori nel girone. Non una gran figura.

L’apice a Messico 1970

Quel frullato di mestizia è destinato ad essere archiviato in fretta. A mondiali messicani del 1970 il nostro si presenta all’apice della sua maturità calcistica. La sua superiorità in campo lambisce contorni oltraggiosi. Gli avversari sono ridotti in poltiglia. In finale c’è l’Italia: chi vince si aggiudica l’ultima edizione della coppa Rimet. Anche chi non l’ha visto dal vivo sa: Pelé aggancia una corrente ascensionale, sale in testa a Tarcisio Burgnich, resta sospeso in aria per un tempo infinito e sblocca la gara. Finirà in mattanza: 4-1 verdeoro, terzo successo mondiale. La versione più fulgida di Edson.

Gli oltre 1000 gol in carriera e l’epilogo a New York

Dopo quel momento la sua carriera infila il declivio scosceso che conduce verso l’epilogo. Ha l’acume per capire che gli conviene monetizzare il più possibile e diventa il frontman di un gran numero di sponsor. Nel frattempo continua comunque a segnare a manovella. A fine carriera, tra Santos e nazionale, si conteranno oltre 1000 reti. Chiuderà ai New York Cosmos, dove gli srotolano un tappeto di dollari e dove dice di essere andato per aprire le frontiere calcistiche negli States. Il più grande di sempre? Forse manca la riprova. Magari in Europa sarebbe andata diversamente. Di certo quando ci pensi è il primo nome sulla punta delle labbra.

Riconoscimenti, premi

Nel corso della sua luminosa carriera, oltre ai titoli vinti con il Santos e con la nazionale, Pelé ha fatto incetta di premi personali. Tra i principali spiccano:

Il titolo di miglior giovane dei Mondiali (Svezia 1958)

Quello di calciatore sudamericano dell’anno (1973)

L’inserimento nella National Soccer Hall of Fame (1993)

Il titolo di calciatore del secolo per la FIFA (2000)

Il Pallone d’oro FIFA – Prix d’honneur (2000)

Momenti iconici

Pelé è stato protagonista di numerosi frangenti che sono rimasti impressi nella memoria collettiva. Qui ne rammentiamo tre.

In Africa, negli anni Sessanta, infuria uno scontro sanguinario. La Nigeria è funestata dalla guerra di Secessione del Biafra, una strage da oltre un milione di morti. Quando però giunge la notizia che il fuoriclasse brasiliano potrebbe disputare una partita lì, il conflitto incredibilmente si interrompe. Vengono stabilite 48 ore di armistizio generale fra le truppe regolari e il fronte di liberazione: assurdo. Tutti assistono alla partita, in pace.

È eterna la disputa con El Pibe de Oro, Diego Armando Maradona. Meglio lui o Pelè? Il dibattito genera un attrito lungo anni. Il 15 agosto 2005 va però in onda “La notte del dieci”, show sulla tv argentina condotto proprio da Maradona. Il primo ospite? Pelé. I due conversano a lungo, tra ricordi e ampi sorrisi. Pace fatta e tensioni archiviate, ammesso che ce ne fossero mai davvero state.

Nel 1981 viene chiamato a prendere parte al cast dell’iconico film “Fuga per la vittoria”. Gioca per la formazione degli Alleati con la maglia numero 10 sulle spalle ed il nome di Luis Fernadez, recitando al fianco di attori del calibro di Sylvester Stallone e Michael Cane. 

Maurizio Crosetti per “la Repubblica” il 22 settembre 2022.  

Il paese delle ultime cose è un luogo triste, adatto all'addio, anche perché quelle cose sono quasi sempre le penultime, o le terzultime. Oppure erano davvero le ultime ma non lo sapevamo. Il campione non riesce a separarsi dal suo essere più profondo, non può, ogni ritiro è una piccola morte. Roger Federer difficilmente sfuggirà alla regola.

Ci sono addii scenografici, come quelli di Del Piero e Totti, e altri irriconoscibili: di Marco Van Basten non si poteva sapere che non lo avremmo più visto in campo, e Paolo Maldini ancora aspetta la festa di chiusura col Milan. Anche perché, certi giorni, feste non sono. C'è tanta malinconia, spesso è l'incapacità di andarsene e allora il campione ritorna ma mette tristezza, forse era meglio di no. Esistono contorni difficili da definire.

L'ultima gara di Michael Schumacher è stata la sua ultima vittoria in carriera, sulla Ferrari, nel gran premio di Cina del 2006? Oppure quella del 2012, in Brasile, primo Button, titolo a Vettel con Schumi sulla Mercedes, quando arrivava sempre dietro? Anche il più grande pilota di tutti i tempi non sapeva stare fermo, salutò, tornò e non era più lui. Chiuse ufficialmente con un settimo posto che non ricorda nessuno.

Quanto sono tragici, insostenibili per la memoria, gli ultimi scatti di Marco Pantani sulla salita del Toce, verso la cascata dove chiuse la tappa più lunga del Giro del 2003. Il Pirata partì una, due, tre volte ma senza fare il vuoto: quello, l'aveva dentro. Marco morì in solitudine, otto mesi e mezzo più tardi, in quella pensione davanti al mare di febbraio. Andarsene intristisce, a volte con un tocco di grottesco.

Diego Maradona chiuse giocando un Superclásico tra Boca e River, il 25 ottobre 1997, si presentò allo stadio in compagnia del suo preparatore atletico che si chiamava Ben Johnson. «Il doping? Io so solo che Ben è stato l'uomo più veloce del mondo». Giocò quasi da fermo, Diego, quella volta, e solo per un tempo, passando quasi sempre il pallone al compagno più vicino. L'addio può essere un pozzo, un raptus, come la testata di Zidane a Materazzi, oppure un contropiede, come quando Platini chiamò tutti nello spogliatoio dopo Juve-Brescia, era il 1987, versò spumante nei bicchieri di plastica e disse «la chiudo qui».

 O come quando Boniperti consegnò gli scarpini al magazziniere esterrefatto, «tienili tu, a me non serviranno». E quando, il 14 giugno 1998, Michael Jordan inventò the last shot che consegnò il titolo ai Bulls, doveva chiuderla lì, dentro la cornice del mito. Invece smise, poi tornò, per un nuovo addio, ma imperfetto: il 16 marzo 2003 quando entrò in campo con la maglia dei Wizards contro i Philadelphia 76ers, l'allenatore avversario Larry Brown ordinò ai suoi di fare subito fallo su Jordan per mandarlo in lunetta: due su due a 2'35" dalla fine, peccato che l'ultimo tiro Michael l'avesse scoccato cinque anni prima.

L'addio può essere plastificato e sintetico come una partita commemorativa, un circo Pace e Bene. Per salutare Pelé, nel 1977 i Cosmos allestirono un'amichevole a New York contro il Santos e il re indossò la maglia di entrambi i suoi club, giocando un tempo per parte. Segnò su punizione con una stangata di destro, lo abbracciarono, pianse, ma almeno smise una volta sola. La grandezza non è quasi mai proporzionata al senso dell'addio.

 L'ultima corsa di Fausto Coppi fu il trofeo Baracchi del 1959, meno di due mesi prima di morire: in coppia con Bobet arrivò a oltre 5 minuti da Baldini e Aldo Moser. Ma l'ultima vittoria in una corsa in linea fu il Giro dell'Appennino del 1955, Fausto arrivò da solo a Pontedecimo e nessun braccio alzato. Anche se, tecnicamente, salì in bici per l'ultima volta a Ouagadougou il 13 dicembre 1959, nella kermesse africana che gli costò la vita. Fu 2° dietro Anquetil, si prese la malaria, morì il 2 gennaio 1960. 

Il funerale sul colle di Castellania sembrava una tappa del Giro, con la folla ai bordi e lui nel mezzo, che saliva in vetta tra la neve. L'addio è materia liquida. Quello di Gigi Buffon non ci sarà mai, perché c'è già stato troppe volte: due con la Juventus (2019 e 2021), una col Psg, nessuna con la Nazionale, con il Parma si vedrà. Eterno il campione, eterna l'incapacità di smettere. Fu diverso per Valentino Rossi: il suo addio in moto durò un anno intero, ma poi basta.

Furono una manciata di secondi quelli di Federica Pellegrini a Riccione, negli ultimi 200 stile della vita, le lacrime in piscina si confondevano con l'acqua ma le sue si vedevano benissimo. L'ultima gara di Pietro Mennea fu la batteria di eliminazione ai Giochi di Seul '88: portabandiera, arriva quarto, è la quinta Olimpiade. Prima del colpo di pistola dello starter, il telecronista Paolo Rosi riepiloga la carriera dell'immenso campione, ben sapendo che sta per chiudersi un'epoca. La voce un poco gli trema.

Ronaldo: "Ero depresso". I campioni e il male oscuro che adesso non è più tabù. Non solo privilegi e copertine. Il "fenomeno" come Buffon e gli altri, modelli di umanità. Matteo Basile il 16 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Giovani, ricchi, famosi. Cosa mai potrà mancargli? Di cosa mai si potranno lamentare? Siamo abituati a vedere i campioni dello sport come super eroi. Osservati, osannati, presi a modello. Vite da copertina invidiate dai noi comuni mortali. Eppure lontano dai riflettori, dietro a quella patina quasi di imperturbabilità, si può nascondere un mondo. Segreto, buio. Dannatamente normale. Altro che super eroi: uomini e donne come noi che vivono di dubbi, di ansie, di fragilità. E alle volte anche di buchi neri che prendono l'anima e portano lontano, in mondi ammantati da un buio profondo e da paure difficili da affrontare. E spesso difficili da confessare. Ma sempre più sportivi lo ammettono: la depressione non è più tabù. L'ultimo a raccontare le proprie debolezze è stato Luis Nazario de Lima, a tutti noto come Ronaldo, uno dei calciatori più forti, ricchi e famosi degli ultimi 50 anni.

«Sì, oggi faccio terapia. Sono passati due anni e mezzo e capisco molto meglio anche quello che avevo provato prima», ha raccontato il Fenomeno. Lui che ha conquistato il mondo con le sue giocate e il suo sorriso, anche nei momenti più difficili di una carriera condizionata dagli infortuni. Lui che ha guadagnato milioni. Lui che ha avuto donne bellissime al suo fianco. Lui che è stato ed è amato da milioni di appassionati. Eppure. Eppure nemmeno lui è un robot. «Guardo indietro e vedo che siamo stati esposti a uno stress mentale molto, molto grande e senza alcuna preparazione per questo. Anche perché non c'era alcuna preoccupazione per la salute mentale dei giocatori» ha raccontato il brasiliano, spiegando che oggi le cose sono cambiate e c'è più attenzione anche agli aspetti emotivi. «Ai miei tempi non c'era niente di questo. Molti hanno attraversato momenti terribili, anche di depressione, per mancanza di privacy, mancanza di libertà. I problemi erano molto evidenti, ma le soluzioni non erano subito disponibili».

E chi non ha radici solide e certezze a cui aggrapparsi e chiedere aiuto, da quel cono nero può essere assorbito. Perché tra depressione, attacchi di panico e paure per il futuro, in tantissimi tra atleti di primo piano hanno sofferto di disturbi della sfera emotiva. Gianluigi Buffon, per anni miglior portiere al mondo, ha raccontato che un giorno del 2003 «le gambe hanno iniziato a tremare. Non ero soddisfatto della mia vita e del calcio». Fu saggio benché giovane: si rivolse al medico della squadra e iniziò un percorso di psicoterapia. La terapia ha salvato anche Michael Phelps, icona del nuoto con le sue 28 medaglie olimpiche. «Nel 2012 passavo la vita a letto, non volevo essere vivo», ha detto, ammettendo di aver pensato più volte al suicidio. Di recente ha fatto clamore il caso della tennista Naomi Osaka, che all'improvviso ha abbandonato il Roland Garros a Parigi perché seppur vincente e giovanissima, era afflitta da un male di vivere che lacerava. Come accaduto a Josip Ilicic, talento ex Atalanta che a un certo punto si è dovuto fermare: testa e corpo non erano più in sintonia. Gli attacchi di panico di Federica Pellegrini, le dipendenze di Andre Agassi, la depressione di Marc Cavendish. Campioni, fenomeni che non ce la fanno più. Che devono affrontare i demoni del proprio animo.

La differenza è che fino a qualche anno il disagio mentale, in qualsiasi forma si presentasse, era un tabù. Andare dallo psicologo era roba per i pazzi e le fragilità venivano nascoste in cassetto buio, salvo poi pretendere il loro spazio e finire col fare ancora più male. Adesso invece se ne parla, e se a raccontare questi problemi sono personaggi famosi che, piaccia o no, fanno tendenza, ecco che l'effetto emulazione può diventare positivo. Col solo rischio, quasi opposto, di diventare frivola moda. Ma anche e soprattutto il buono di trasmettere che quel buio così brutale può capitare davvero a tutti. Fa male. Fa paura. Ma si può affrontare.

Da Serena Williams a Ibra, da Federer a Buffon: perché la vita agonistica degli atleti è sempre più longeva. Cristina Marrone su Il Corriere della Sera il 5 Settembre 2022.

I progressi nella medicina sportiva uniti alle conoscenze sui tipi di allenamento e la nutrizione ritardano l’età della «pensione» degli sportivi professionisti. Conta però anche la genetica. 

Con l’eliminazione al terzo turno agli Us Open in corso a New York si è chiusa la carriera stellare di Serena Williams che all’età di quasi 41 anni, tra sorrisi e lacrime, ha dato l’addio alle competizioni. Con i suoi 23 titoli del Grande Slam vinti non è solo la regina del tennis mondiale, ma una tra le atlete più conosciute e longeve. Dopo una pausa gravidanza Serena è tornata sui campi a un’età in cui in genere gli atleti professionisti sono già «in pensione». E non è sola: sempre più sportivi gareggiano ai massimi livelli ben oltre l’età classica del ritiro, che si aggira tra i 28 e i 32 anni di media. Per restare nell’ambito tennistico Roger Federer, a 41 anni suonati si sta allenando per tornare in campo; Rafa Nadal 36 anni, nonostante i problemi al piede ha già vinto due Grandi Slam quest’anno. Anche nel calcio giocano ai massimi livelli atleti già negli «anta»: Zlatan Ibrahimovic attaccante del Milan ha 40 anni, Gianni Buffon, 44 anni è portiere del Parma in serie B; Fabio Quagliarella , attaccante della Sampdoria fa 40 anni il prossimo gennaio; Francesco Totti ha smesso di giocare che stava per compiere 41 anni. Spostandoci in Giappone troviamo Kazuyoshi Miura, l’eterno bomber del Sol Levante che, con i suoi 55 anni è il calciatore più anziano in attività nella storia del calcio professionistico (ha superato il portiere inglese Kevin Poole che si è ritirato a 51 anni nel 2014.

Il corpo di un atleta come una macchina

Ma come mai negli ultimi anni un numero sempre crescente di atleti professionisti riesce ad allungare la stagione agonistica? La risposta va cercata nella combinazione di diversi fattori: i progressi della medicina dello sport negli ultimi 20-30 anni hanno portato a conoscere meglio la fisiologia di un atleta, le tecniche di allenamento sono migliorate , l’attenzione alla nutrizione è continua così come viene data molta importanza al recupero dopo uno sforzo intenso. «Oggi l’atleta è come un’automobile - commenta Gianfranco Beltrami , vice presidente della Federazione Italiana Medico Sportiva - se la usi bene, se fai i tagliandi programmati, se non la fai andare troppo su di giri e riempi il serbatoio con la migliore benzina durerà di più». Conta però anche la genetica: «Ci sono atleti che sono geneticamente predisposti ad essere maggiormente longevi». Infine c’è grande attenzione anche a livello giovanile ad evitare traumi le cui conseguenze potrebbero ripercuotersi nell’età adulta con conseguenze sull’integrità dell’atleta.

L’allenamento

Oggi gli atleti hanno a disposizione una serie di aiuti che li supportano nel loro allenamento, compreso il coach che li guida a capire fin dove possono spingersi senza andare incontro a infortuni, individuando anche il giusto tempo di recupero dopo una competizione. L’approccio «vecchia scuola» all’allenamento consisteva nello svolgere esercizi ad alta intensità fino allo sfinimento, cioé fino a quando l’atleta non poteva più proseguire la sessione di lavoro. Il vantaggio di questo approccio è l’efficienza in termini di tempo poiché più è intenso l’esercizio, meno tempo è necessario per ottenere i benefici dell’allenamento. Ma la ricerca negli ultimi venti anni ha mostrato che infortuni e burnout, con conseguente abbandono dell’attività sono molto più frequenti con il sovrallenamento di esercizi ad alta intensità. Proprio per evitare queste problematiche oggi gli atleti si orientano verso un allenamento che combina nella stessa sessione allenamento di forza e resistenza: anche in questo caso migliorano le prestazioni, ma con meno possibilità di burnout e infortuni. «Oggi esistono tecnologie per monitorare la variabilità della frequenza cardiaca, che è sintomo di overtraining. Inoltre gli atleti professionisti svolgono spesso esami del sangue specifici e controlli , con test per valutare la soglia aerobica, la sogli anaerobica, test di forza che orientano il preparatore nel determinare i carichi di lavoro più corretti che, oltre a dare un migliore rendimento, limitano anche gli infortuni» aggiunge il medico sportivo. Molti progressi sono stati fatti nella cura degli infortuni. «Una volta quando un atleta si strappava un tendine o si lesionava un menisco chiudeva la carriera - riflette Beltrami - mentre oggi grazie ai miglioramenti della medicina dello sport e della chirurgia ortopedica l’atleta può riprendere l’attività».

Il recupero

Oggi si conoscono meglio anche i modi per recuperare dopo uno sforzo intenso. È noto che il sonno è estremamente importante per le prestazioni di un atleta perché durante il riposo notturno viene rilasciato l’ormone della crescita , fondamentale per la crescita muscolare e il mantenimento della massa muscolare quindi dormire bene e a sufficienza è una strategia per mantenere alte le prestazioni atletiche anche quando, con l’età l’organismo secerne una quantità inferiore di ormone della crescita. «Ora sappiamo che i cicli del sonno durano 90 minuti e anche l’atleta cerca di attenersi a questi cicli cercando di andare a letto e svegliarsi sempre alla stessa ora, se le competizioni lo permettono, con un recupero migliore grazie alla secrezione notturna dell’ormone della crescita e del testosterone» conferma Beltrami che sottolinea però come di questi tempi, seppur con molti controlli medici, gli atleti siano sottoposti a ritmi molto elevati che una volta non c’erano: «Un tempo si vedevano gli sportivi professionisti andare in vacanza a giugno e tornare a settembre, ma anche questo da un lato era dannoso, mentre ora anche durante il periodo di riposo continuano a mantenere un certo livello di attività, evitando così cali di forza e rendimento che possono portare a un maggiore rischio di infortuni».

I bagni di ghiaccio o la più attuale crioterapia (Ronaldo ne ha una personale) è uno dei metodi di recupero più utilizzati dopo una competizione o un allenamento poiché riducono il dolore muscolare e possono aiutare gli atleti a riprendersi più rapidamente. Alcuni atleti utilizzano dispositivi indossabili per calcolare i tempi di recupero per poter così organizzare meglio l’allenamento successivo. Un recupero migliore significa che i professionisti hanno meno probabilità di andare incontro ad affaticamento e infortuni e questo è sicuramente un aiuto per proseguire più a lungo attività agonistica.

La nutrizione

Anche le conoscenze sulla nutrizione hanno fatto passi da gigante negli ultimi anni. Si è dimostrato ad esempio che iprobiotici aiutano a migliorare l’assorbimento dei nutrienti chiave associati al sistema immunitario e alla salute delle ossa e questo potrebbe contribuire al recupero tra una competizione e l’altra. Una buona alimentazione è la chiave per mantenersi forti e in salute più a lungo e di conseguenza allungare la carriera agonistica : è ormai noto che con l’età cambia il modo per poter mantenere la massa muscolare e questo può comportare qualche aggiustamento nell’assunzione delle proteine, a seconda del tipo di esercizio richiesto. Personalizzare le diete e modificarle nel corso della carriera consente a un atleta di mantenere salute e prestazioni sportive.

La salute mentale

Una delle ragioni principali che spingono gli atleti a ritirarsi dalle competizioni sono problemi di salute mentale come ansia e depressione, disturbi alimentari, spesso proprio quando sono al top delle prestazioni. Avere il giusto supporto psicologico può prevenire problemi di salute mentale e fornire agli atleti gli strumenti per affrontare lo stress delle gare ad alto livello e oggi, proprio per questo, moltissimi campioni si appoggiano a un mental coach per imparare a dosare l’energia mentale

Max Cassani per “la Stampa” il 27 settembre 2022.  

Per tutti gli appassionati di ciclismo il passo dello Stelvio è un traguardo da tagliare almeno una volta nella vita. Una sfida durissima, per molti impossibile: è il valico automobilistico più alto d'Italia, a quota 2.758 metri tra la Valtellina e la Val Venosta. Quarantotto tornanti da percorrere in sella, con tratti di pendenza anche dell'11%. 

Il 28enne Federico Rossi di Schio i 48 tornanti della mitica Cima Coppi è riuscito a macinarli con la sola forza della volontà e delle braccia, seduto sulla sedia a rotelle: quella su cui è costretto da quando aveva 14 anni a causa di un'infezione virale che gli ha fatto perdere l'uso delle gambe.

Un'impresa sportiva ma soprattutto umana, che nessuno aveva mai tentato prima: «L'idea mi è venuta tre anni fa guardando le foto della strada che porta al Passo: un sogno, per me. A trascinarmi fin lassù, con la pioggia e il nevischio, è stata la mia vena di follia e il desiderio di spingermi oltre i miei limiti», spiega Federico, che ha dedicato il successo «a tutti coloro che hanno disabilità molto più gravi della mia». «La cosa bella della vita - ha aggiunto - è che ti dà sempre l'opportunità di metterti alla prova: ogni circostanza può trasformarsi in una sfida con se stessi. Le barriere possono essere sempre superate: basta crederci».

Per scalare la cima simbolo di ogni ciclista, Federico Rossi ha impiegato poco meno di 8 ore. In totale ha spinto al sua carrozzina al carbonio per 25 km e 1.800 metri di dislivello. Sempre in salita, partendo da Prato allo Stelvio, sul versante altoatesino. «E questo è solo l'inizio», ride. Un "eroe", ma lui si schermisce: «Gli eroi veri sono quelli che fanno cose straordinarie nella vita di tutti i giorni, e di cui non si sa nulla». La prima parola che ha pronunciato appena tagliato il traguardo in cima allo Stelvio è stata «grazie»: a tutte le persone che l'hanno supportato nella sua impresa «ma soprattutto a me stesso, per essere riuscito a dominare il fuoco che mi brucia dentro».

Ad accompagnarlo in questa sua storia di riscatto e determinazione c'erano la fidanzata Giada, la famiglia, i medici, i compagni di squadra della Fulminea Running Team. Per realizzare il suo sogno, negli ultimi due anni Federico si è allenato «quasi ogni giorno con qualsiasi condizione meteo - racconta -. Tanta bici ma anche nuoto e palestra. Certo che quando devi uscire e fuori piove non hai voglia. A quel punto diventa una questione mentale e non mollo fin quando non ho raggiunto l'obiettivo. Perché la testa, nella mia condizione, conta almeno quanto il fisico, se non di più».

Da bambino andava a fare trekking con mamma e papà sulla Cima Carega o sul Monte Pasubio, vicino a casa. «Adoravo camminare in montagna - dice -. Sono sempre stato uno sportivo: per qualche anno ho fatto anche ciclismo su strada e arti marziali. Ancora oggi, dopo 14 anni sulla sedia a rotelle, a volte mi prende lo sconforto e vorrei lanciarla contro il muro. Se mi trattengo è solo perché poi dovrei rimanere immobilizzato finché non la riparano. D'altronde se non ci sei nato, sulla carrozzina, non potrai mai accettarla del tutto. Ecco, io questa rabbia la riverso nello sport». 

Claudio Ghezzi. Barbara Gerosa per il “Corriere della Sera” il 13 giugno 2022.

«Scendo ad aiutare un'amica. È con i figli piccoli e la salita è impegnativa. Ci vediamo dopo». Le ultime parole prima di lasciare il rifugio Brioschi, 2.403 metri di quota sulla Grigna Settentrionale, la più nota delle cime lecchesi. Ma in vetta non è più tornato. 

È precipitato mentre stava affrontando la ferrata al Sasso dei Carbonari insieme alla donna, ai ragazzini e a una famiglia impegnata nell'ascensione con lui. Li ha raggiunti perché temeva potessero trovarsi in difficoltà.

Claudio Ghezzi, 69enne di Missaglia, il «re della Grigna», come lo chiamavano tutti, è morto sulla sua montagna. La cima che aveva scalato quasi seimila volte, detenendo il record assoluto di salite sul Grignone.

La tragedia si è consumata ieri all'ora di pranzo. L'alpinista era arrivato in vetta alcune ore prima, come era solito fare quasi tutti i giorni. Poi la telefonata dell'amica che stava arrivando dal rifugio Bietti e doveva affrontare un tratto attrezzato con le catene. E allora lui, ancora una volta, si è messo in marcia. È sceso per andarle incontro e poi risalire.

In un punto particolarmente esposto, la scivolata che non gli ha lasciato scampo: è precipitato per una ventina di metri dopo aver appoggiato il piede su una roccia instabile.

La caduta terminata su una sorta di terrazzamento naturale, l'impatto devastante con il suolo.

In volo da Como si è alzato l'elicottero di Areu e squadre del Soccorso Alpino sono partite da terra. Ma i medici non hanno potuto far altro che constatare il decesso, mentre la donna e le persone che si trovavano sulla ferrata sono state accompagnate a valle.

La notizia della tragedia si è diffusa rapidamente: centinaia i messaggi di cordoglio sui social. Ghezzi per 40 anni è stato uno dei principali protagonisti del mondo della montagna lecchese: tra pochi giorni avrebbe toccato il traguardo delle seimila ascensioni sulla Grigna Settentrionale.

Lo scorso anno aveva messo a segno l'ennesima impresa. Era partito a piedi dalla sua abitazione di Missaglia per raggiungere la vetta: 85 chilometri di strada e 5.000 metri di dislivello, tra andata e ritorno, in sette ore.

Perché amava la Grigna che pure gli aveva portato via uno dei suoi più cari amici (l'alpinista Giacomo Scaccabarozzi, morto in parapendio nel 1998) e ogni ascensione la dedicava a lui, come aveva confidato ai compagni. Fisico asciutto e carattere d'acciaio, arrampicava con la velocità di un ragazzino nonostante l'età.

Già nel 2019 aveva salvato un 29enne rimasto bloccato sul Grignone senza ramponi: era stato lui a lanciare l'allarme guidando i soccorsi.

Un alpinista completo: la prima esperienza internazionale nel 1991 con una spedizione in Bolivia. Poi otto volte in Nepal. E ancora in Pakistan, Cina, Tibet, Perù, Cile.

«Credo che ci renderemo davvero conto che non c'è più solo domani quando non lo vedremo arrivare con lo zaino sulle spalle e il sorriso in volto - scuote la testa Alex Torricini, gestore del rifugio Brioschi in vetta al Grignone -.

Aveva le chiavi del rifugio e stavamo preparando la festa per i suoi 70 anni: li avrebbe compiuto il 4 luglio. Quando ci siamo accorti che non tornava e abbiamo visto l'elicottero abbiamo capito che doveva essere accaduto qualcosa di terribile». 

«Non mi sorprende che sia precipitato mentre stava aiutando qualcuno. Lui era così: altruista, generoso, preparato», dice il fotografo Alberto Locatelli, che tante volte in passato aveva immortalato le sue imprese. «La Grigna è la mia seconda casa», ripeteva spesso agli amici Claudio Ghezzi. Un amore a cui è rimasto fedele fino alla fine. 

Claudio Ghezzi, chi è il «re della Grigna» morto sulla sua montagna: i salvataggi, le imprese e le scalate dal Tibet al Perù. Barbara Gerosa su Il Corriere della Sera il 13 Giugno 2022.

L’alpinista è precipitato nel Lecchese mentre aiutava una famiglia nell’ascesa. Alex Torricini, gestore del rifugio Brioschi in vetta al Grignone: stavamo preparando la festa per i suoi 70 anni. Il fotografo Locatelli: «Uomo altruista, generoso, preparato». 

«Scendo ad aiutare un’amica. È con i figli piccoli e la salita è impegnativa. Ci vediamo dopo». Le ultime parole prima di lasciare il rifugio Brioschi, 2.403 metri di quota sulla Grigna Settentrionale, la più nota delle cime lecchesi. Ma in vetta non è più tornato. È precipitato mentre stava affrontando la ferrata al Sasso dei Carbonari insieme alla donna, ai ragazzini e a una famiglia impegnata nell’ascensione con lui. Li ha raggiunti perché temeva potessero trovarsi in difficoltà. Claudio Ghezzi, 69enne di Missaglia, il «re della Grigna», come lo chiamavano tutti, è morto sulla sua montagna. La cima che aveva scalato quasi seimila volte, detenendo il record assoluto di salite sul Grignone.

Il soccorso a una famiglia in difficoltà

La tragedia si è consumata domenica all’ora di pranzo. L’alpinista era arrivato in vetta alcune ore prima, come era solito fare quasi tutti i giorni. Poi la telefonata dell’amica che stava arrivando dal rifugio Bietti e doveva affrontare un tratto attrezzato con le catene. E allora lui, ancora una volta, si è messo in marcia. È sceso per andarle incontro e poi risalire. In un punto particolarmente esposto, la scivolata che non gli ha lasciato scampo: è precipitato per una ventina di metri dopo aver appoggiato il piede su una roccia instabile. La caduta terminata su una sorta di terrazzamento naturale, l’impatto devastante con il suolo. In volo da Como si è alzato l’elicottero di Areu e squadre del Soccorso Alpino sono partite da terra. Ma i medici non hanno potuto far altro che constatare il decesso, mentre la donna e le persone che si trovavano sulla ferrata sono state accompagnate a valle.

Il cordoglio per Claudio Ghezzi

La notizia della tragedia si è diffusa rapidamente: centinaia i messaggi di cordoglio sui social. Ghezzi per 40 anni è stato uno dei principali protagonisti del mondo della montagna lecchese: tra pochi giorni avrebbe toccato il traguardo delle seimila ascensioni sulla Grigna Settentrionale. Lo scorso anno aveva messo a segno l’ennesima impresa. Era partito a piedi dalla sua abitazione di Missaglia per raggiungere la vetta: 85 chilometri di strada e 5.000 metri di dislivello, tra andata e ritorno, in sette ore. Perché amava la Grigna che pure gli aveva portato via uno dei suoi più cari amici (l’alpinista Giacomo Scaccabarozzi, morto in parapendio nel 1998) e ogni ascensione la dedicava a lui, come aveva confidato ai compagni. Fisico asciutto e carattere d’acciaio, arrampicava con la velocità di un ragazzino nonostante l’età. Già nel 2019 aveva salvato un 29enne rimasto bloccato sul Grignone senza ramponi: era stato lui a lanciare l’allarme guidando i soccorsi.

Le spedizioni dal Nepal alla Bolivia

Un alpinista completo: la prima esperienza internazionale nel 1991 con una spedizione in Bolivia. Poi otto volte in Nepal. E ancora in Pakistan, Cina, Tibet, Perù, Cile. «Credo che ci renderemo davvero conto che non c’è più solo domani quando non lo vedremo arrivare con lo zaino sulle spalle e il sorriso in volto — scuote la testa Alex Torricini, gestore del rifugio Brioschi in vetta al Grignone —. Aveva le chiavi del rifugio e stavamo preparando la festa per i suoi 70 anni: li avrebbe compiuto il 4 luglio. Quando ci siamo accorti che non tornava e abbiamo visto l’elicottero abbiamo capito che doveva essere accaduto qualcosa di terribile». «Non mi sorprende che sia precipitato mentre stava aiutando qualcuno. Lui era così: altruista, generoso, preparato», dice il fotografo Alberto Locatelli, che tante volte in passato aveva immortalato le sue imprese. «La Grigna è la mia seconda casa», ripeteva spesso agli amici Claudio Ghezzi. Un amore a cui è rimasto fedele fino alla fine.

Claudio Ghezzi morto sulla Grigna: l’alpinista dei record stava aiutando un’amica in difficoltà. Barbara Gerosa su Il Corriere della Sera il 12 Giugno 2022.

Incidente sul Grignone, l’alpinista 69enne di Missaglia, Claudio Ghezzi (il «re della Grigna») era salito 5.600 volte in vetta dal 1975 a oggi. Domenica 12 giugno aveva già raggiunto il rifugio Brioschi: è sceso per soccorrere una donna ed è precipitato. Evacuata la ferrata.

Era già arrivato in cima, al rifugio Brioschi, 2.403 metri di quota sulla Grigna Settentrionale, la più nota delle vette lecchesi, quando un’amica lo ha chiamato per chiedergli di aiutarla nell’ascensione. E lui ancora una volta si è messo in marcia. È sceso per un tratto e ha ricominciato a salire. In un punto attrezzato con la catena la scivolata che non gli ha lasciato scampo. Claudio Ghezzi, 69 anni, di Missaglia ha perso la vita sulla montagna che aveva scalato 5.600 volte.

La ferrata al Sasso Carbonari sulla Grigna Settentrionale

La tragedia si è consumata poco prima delle 13 di domenica. L’uomo era impegnato sulla ferrata al Sasso Carbonari, che porta fino alla cima del Grignone. In un punto particolarmente esposto avrebbe messo un piede in fallo cadendo per una ventina di metri, fermandosi su una sorta di terrazzamento naturale. L’impatto è stato terribile. In volo si è alzato l’elicottero di Areu e squadre del Soccorso Alpino sono partite da terra. Ma i medici non hanno potuto fare altro che constatare il decesso. La ferrata, dove erano presenti numerosi escursionisti, è stata fatta evacuare e le persone accompagnate a valle.

Chi è Claudio Ghezzi

Ghezzi era molto noto nel mondo della montagna per il record di ascensioni sulla Grigna Settentrionale, più di 5.600 volte dal 1975 a oggi. Lo scorso anno aveva messo a segno l’ennesima impresa. Era partito a piedi dalla sua abitazione di Missaglia per raggiungere la vetta: 85 chilometri di strada e 5mila metri di dislivello. La sua prima esperienza internazionale risale al 1991 quando partecipò a una spedizione in Bolivia. A partire da quell’anno è stato otto volte in Nepal, e poi in Pakistan, Cina, Tibet, Perù, Cile. Nel 2019 aveva salvato un 29enne bloccato sul Grignone senza ramponi. «La Grigna è la mia seconda casa», aveva detto pochi mesi fa al termine dell’ennesima ascensione. Un amore a cui è rimasto fedele fino alla fine.

Reinhold Messner. Revisionismo himalayano. Via il record degli 8mila a re Messner (furibondo). "Nel 1985 la cima raggiunta sull'Annapurna era sbagliata". Lui: "Contestazione ridicola". Lucia Galli il 7 Agosto 2022 su Il Giornale.

Buona la prima. Anzi no. La mania di riscrivere la storia tocca anche l'alpinismo. Ci sono voluti dieci anni di studi e acribia, ma ora un giornalista tedesco, Eberhard Jurgalski, classe 1952, fondatore del sito 8000ers.com, ha lanciato quello che lui stesso non stenta a definire «una bomba». A conquistare i 14 Ottomila del pianeta non sarebbero la scarsa quarantina di super eroi accreditati fino ad oggi, ma solo tre o quattro. L'americano Ed Viestrus ed il finlandese Veikka Gustafsson non si discutono.

Uscirebbe, invece, dalla hit Reinhold Messner, da sempre considerato il «summiter per eccellenza». Lui il primo ad aver completato per primo il risiko di cime Himalayane, in 16 anni. Dal Nanga Parbat del 1970 in cui morì il fratello Guenther, al Lhotse del 1986, passando per la prima assoluta e in solitaria dell'Everest nel 1980. Fuori Messner, nella lista figura, invece, Nirmal Purja, giovane, forte e volitivo ex soldato gurkha nepalese che, dopo un rapido cursus honorum da portatore, oggi dirige una delle agenzie più accreditate di spedizioni commerciali. Due anni fa si inventò il «project possible» e scalò, con operazione mediatica e muscolare, tutti gli Ottomila in 12 mesi. Usò l'ossigeno come del resto altri summiter e incassò pure la benedizione di Messner, per un'impresa diversa e moderna. Sua e senza ossigeno anche la prima invernale al K2. Chapeau. Jurgalski non ha contatto che pochi dei summiter ancora vivi, per esempio non ha mai cercato il forte (sempre caustico) Denis Urubko. Il suo studio si basa piuttosto su foto, tecnologia e nuove misurazioni. Fino ad oggi, invece, un alpinista che volesse vedersi riconosciuta la sua impresa puntava ad un indirizzo in mezzo al caos di Kathmandu, sede dell'Himalayan data base centre. Prima che morisse, ormai 95enne, era l'arzilla Elizabeth Hawley, giunta da Chicago ormai negli anni Sessanta, la vera autorità in materia. Tutti la visitavano. Lei li «interrogava» davanti a un the, poi dava o meno l'imprimatur. Ora però arriva Jurgalski, con i suoi droni, i gps e la tecnologia.

A Messner, per esempio, mancherebbero 5 metri di dislivello e 65 circa di sviluppo sull'Annapurna. Insomma, in quel giorno del 1985, con Hans Kammerlander, i due si sarebbero fermati su una sorta di anticima. La parete Nord Ovest era inviolata. Non potevano esserci bandierine e cotillon a identificare una cima con cresta di neve, mutevole per sua natura.

«È ridicolo, non vado oltre» ha commentato, Messner, 78 anni, alla viglia del suo ultimo tour mondiale di conferenze dopo che il suo cuore chiede di rallentare. Non va meglio fra le donne: depennato il Dhaulagiri di Edurne Pasaban e il Manaslu di Gerlinde Kaltenbrunne, unica summiter in predicato sarebbe la nostra Nives Meroi che, in passato, proprio accortasi di non essere arrivata al top, ha ripetuto due Ottomila.

«Il ragionamento di Jurgalski è logico, una montagna ha una sua vetta geografica, ma mettere in discussione certe imprese o paragonare il passato ad oggi è una bestemmia». Meroi aggiunge che anche il suo Manaslu sarebbe sub iudice, ma di non aver nessuna intenzione di ripeterlo.

La storia dell'alpinismo è costellata di salite e misteri. C'è chi dichiara il dubbio, chi no, chi non può più farlo. Il Cerro torre di Cesare Maestri, il Nanga Parbat del povero Tomas Mackiewicz, lasciato lassù e morto di sfinimento forse scendendo. Hervé Barmasse ha subito dichiarato di aver mancato la cima dello Shisha Pangma per 3 metri nel 2017. Fu questione di vita o di morte e il suo fairplay gli ha fatto accreditare comunque la vetta.

Marco Confortola è atteso al varco da qualcuno per non aver prodotto abbastanza prove del suo Kangchenjunga, 12simo Ottomila in carnet. Uno studio di qualche anno fa proponeva di contare, come si fa sulle Alpi, non tanto il massiccio, ma ogni punta oltre gli Ottomila. In quel caso il club delle 14 vette più altre della terra salirebbe a 22. E in quel caso, Messner almeno una cima dell'Annapurna l'avrebbe scalata. E gli altri avrebbero altre «gite» a cui pensare.

Elvira Serra per il “Corriere della Sera” il 20 luglio 2022.

«Lui adesso lo chiama “il Diane Bridge”. È il ponte che li ha fatti innamorare, davanti al Castello di Brunico, il 18 agosto 2018. Non che fosse tutto chiaro da subito. Ma per certo qualcosa era scattato nella testa (e nel cuore) di Reinhold Messner, il Re degli Ottomila, vedendo camminare quella giovane donna con l'abito color pastello dal tessuto pesante, simile ai capi indossati in Nepal o in Sudamerica. 

Nel Museo Ripa si stava svolgendo la festa dei popoli della montagna, dedicata quell'anno allo Svaneti, regione storica della Georgia. Al termine della giornata, quando lei stava per andare via, si incontrano di nuovo e fanno una foto insieme. È in quel momento che lui, d'impulso, le chiede il numero di telefono. Lei glielo digita sul telefonino, perché lui non sa farlo (sarà sempre lei, dopo, a insegnargli a mandare i messaggi). Nella rubrica scrive: Diane Schumacher. L'indomani lui la chiama. Meno di tre anni dopo sono marito e moglie.

Ricordano insieme quei giorni guardandosi negli occhi. Lei si alza e versa da bere, a lui accarezza la mano. Siamo a Castel Juval, in Val Venosta, sede del Messner Mountain Museum, nella sala con gli elefanti, i tappeti tibetani, un enorme lampadario a gocce, e Flint, il Jack Russell della signora (di cui è gelosissimo). 

Vi siete sposati il 28 maggio 2021, con una cerimonia intima. Perché quella data?

Diane: «Io sono nata il 28 febbraio, per me è un numero importante. Ed è significativo anche per Reinhold: facendo ordine nel suo archivio fotografico ho trovato un'immagine di lui bambino in cui indossa una maglietta con il numero 28. Gli ho chiesto io di sposarci quel giorno». 

Reinhold, cosa l'ha spinta a chiamare Diane subito?

«Ero rimasto colpito da questa donna bellissima, desideravo conoscerla meglio. Ero un po' perso. Mia moglie mi aveva lasciato otto mesi prima e non stavo cercando una nuova compagna, sopravvivevo benissimo anche senza saper cucinare: a me bastano un po' di speck e pane secco, poi spesso mangio al ristorante, quando sono via per la mia attività di conferenziere». 

Diane: «In realtà già sul ponte mi stava facendo tante domande, credevo volesse offrirmi un lavoro. Poi quando mi ha chiamata ho capito che aveva un altro interesse...».

Reinhold: «... e tu sei caduta in trappola, perché adesso lavoriamo anche insieme!». 

Avete creato The Messner Mountain Heritage, che si occupa della Final Expedition, l'ultimo tour mondiale per raccontare cos' è l'alpinismo tradizionale.

Reinhold: «Diane è la Ceo, segue tutta la parte organizzativa. Era importante per noi costruire qualcosa di nostro».

Diane: «Questo tour finale era cominciato prima del Covid in Australia e in Nuova zelanda, poi a Mosca e a San Pietroburgo. Ora ripartiamo a settembre in Slovenia». 

Il vostro matrimonio, il terzo per Reinhold e il secondo per Diane, non è stato risparmiato da critiche. Anzitutto per la differenza di età: 36 anni (lei è del 1980, lui del 1944).

Diane: «Ripetono i soliti cliché, gli stessi che troviamo nei libri e nei film. Dicono che sono interessata al Castello, ai soldi... Noi non pretendiamo di dire agli altri come devono vivere. Però vorremmo decidere da soli della nostra vita».

Reinhold: «Questa cosa dei soldi è molto ingiusta. Ho quattro figli e le cose sono chiare: Castel Juval è di Anna; la gestione del Messner Mountain Museum è affidata a Madgalena; con Simon abbiamo lavorato alla mia società di produzione dei film, ma ora lui ha due masi in montagna e segue quello; alla primogenita, Leila, ho comprato la casa in Canada, dove vive». 

Diane, come è stata accolta dalla famiglia di Reinhold?

«I fratelli e la sorella sono stati tutti molto carini. In particolare ho un rapporto molto dolce con Hubert, che non ci ha mai giudicato, fin dall'inizio è stato dalla nostra parte. Dei figli, Leila l'ho incontrata la prima volta due anni fa, è molto creativa e carina con me. Magdalena le assomiglia, è quella che sento più vicina. Anna ha 20 anni: alla sua età io ero già sposata...». 

Con Thomas, da cui ha avuto Reto, oggi 15enne. Che rapporto ha suo figlio con Reinhold?

«All'inizio è stato difficile, mi ha chiesto perché li stavo abbandonando. Ho provato a spiegargli che tra un paio d'anni sarebbe stato lui ad andare via di casa, e non poteva desiderare che io rimanessi accanto a un uomo che non amavo più. Vive con il padre». 

Viene a trovarvi ogni tanto?

Diane: «No, non ama la montagna e diciamo che non considera Reinhold un patrigno». 

State pensando a un figlio vostro?

Diane: «No, non potrei mai fare questo a Reto. E poi Reinhold ne ha già quattro». 

Mi dite un pregio e un difetto l'uno dell'altra?

Diane: «Lui non ha pazienza. Se abbiamo un appuntamento e siamo in orario, scalpita lo stesso. Per contro, se litighiamo non me lo rinfaccia: si dimentica tutto subito».

Reinhold: «Diane è una donna bellissima ed è cento volte più pratica di me, può sistemare qualsiasi cosa. Il difetto: è molto emotiva». 

Diane: «Voglio aggiungere che nonostante lui abbia poca pazienza, quando si tratta di accompagnarmi a fare shopping, cosa che odia, non mi mette mai fretta: se devo provare gli abiti, sta lì a guardarmi a ogni cambio». 

Pensate mai che non invecchierete insieme?

Reinhold: «La nostra differenza di età non la posso cambiare. E al dopo non possiamo mai essere preparati. Però so che lei sarà capace di sopravvivere anche senza di me».

Diane: «Siamo molto innamorati anche della nostra testa, dei nostri pensieri, dei progetti che abbiamo. Non potrei mai vivere con una persona con la quale i miei pensieri non sono allineati». 

Parlate di Günther, il fratello di Reinhold scomparso nel giugno del 1970 durante la discesa dal Nanga Parbat?

Reinhold: «Per me le date non contano, mio fratello è vivo dentro di me. Ed è stato importante tornare con gli altri miei fratelli sul Nanga Parbat, far vedere loro come sono andate realmente le cose. Ogni volta che parlo di Günther è come se fosse al mio fianco». 

Diane: «Occupandomi dell'archivio di Reinhold penso di essere la persona più vicina a Günther rispetto al resto della famiglia. Leggo le sue lettere, vedo le foto, è come se lo avessi conosciuto». 

Litigate?

Reinhold: «Sì, certo. Magari quando mi fa notare che qualcuno si sta approfittando di me. E poi ha ragione lei».

Diane: «La cosa bella è che il nostro è un rapporto alla pari, sempre sullo stesso piano. Mi dà sempre l'idea che ciò che penso o faccio ha valore».

Qual è la cosa che vi piace fare di più?

Reinhold: «I viaggi per noi sono lavoro, ma il lavoro è la nostra vita. Però quando possiamo stare tranquilli in casa, sul divano a guardare un film poliziesco, quelli sono bei momenti. Ci piace prenderci la responsabilità dello stare insieme».

Diane: «Ieri Reinhold mi ha preparato un minestrone. Stavo male, avevo la febbre, gli ho dato le istruzioni e lo ha fatto da solo. Era buonissimo. Ecco, questa è la nostra felicità».

(ANSA il 9 giugno 2022) - A 52 anni dalla morte di Günther Messner sotto una valanga durante una spedizione con il fratello Reinhold sul Nanga Parbat è stato trovato anche il secondo scarpone dell'alpinista altoatesino. "La scorsa settimana, la seconda scarpa di mio fratello Günther è stata trovata ai piedi del ghiacciaio del Diamir da gente del posto. Dopo cinquantadue anni. La tragedia del Nanga Parbat rimane per sempre così come Günther", scrive Reinhold su Instagram, pubblicando una foto dello scarpone.

Nel 2005 i resti di Günther furono trovati assieme all'altro scarpone. Il Re degli ottomila all'epoca erano tornati al Nanga Parbat per cremare i resti di suo fratello. ''Mi hanno chiamato fratricida per la volonta' di alcuni di fama e soldi. Si tratta di un vero e proprio crimine'', aveva detto all'epoca Reinhold Messner con rammarico al suo ritorno in Italia. "Il ritrovamento dei resti e di uno scarpone dimostrano senza ombra di dubbio che Günther è morto durante la discesa e non è stato abbandonato da me durante la salita", aveva aggiunto l'alpinista.

(ANSA il 9 giugno 2022)  - "Il ritrovamento del secondo scarpone di mio fratello Günther sul versante Diamir del Nanga Parbat è solo la conferma della conferma e di quanto io ho sempre detto". Lo dice all'ANSA Reinhold Messner, accusato all'epoca da alcuni alpinisti di aver abbandonato suo fratello sull'ottomila, mentre lui ha sempre sostenuto che Günther è stato travolto da una valanga sul versante Diamir. "Ora il ghiacciaio ha restituito anche il secondo scarpone. Io sono in pace con me stesso e con l'intera vicenda, i dietrologi ci saranno sempre, ma questo non importa", ha aggiunto Messner.

Messner: «Lo scarpone di mio fratello Günther trovato dopo 52 anni sul Nanga Parbat». Carlotta Lombardo su Il Corriere della Sera il 9 Giugno 2022.

Spuntato ai piedi del ghiacciaio del Diamir, l’annuncio con una fotografia su Instagram. Lo scalatore morì durante una tragica spedizione nel 1970, proprio assieme a Reinhold.

A 52 anni dalla morte di Günther Messner sotto una valanga durante una spedizione con il fratello Reinhold sul Nanga Parbat è stato trovato anche il secondo scarpone dell’alpinista altoatesino. «La scorsa settimana, la seconda scarpa di mio fratello Günther è stata trovata ai piedi del ghiacciaio del Diamir da gente del posto. Dopo cinquantadue anni. La tragedia del Nanga Parbat rimane per sempre così come Günther», scrive Reinhold su Instagram, pubblicando una foto dello scarpone.

Era il 29 giugno del 1970 quando Gunther Messner venne dichiarato morto dopo essere stato travolto da una valanga mentre assieme al fratello Reinhold stava scendendo dal Nanga Parbat lungo la parete Diamir. Una tragedia che fece scaturire anche aspre polemiche nei confronti di Reinhold per, a detta di alcuni, «aver abbandonato il fratello». «Il ricordo di quell’esperienza è ancora vivo in me, anche perché sono stato costretto per 50 anni a difendermi da chi ha tentato di accusarmi di aver lasciato morire mio fratello — aveva dichiarato l’alpinista al Corriere —. Di averlo abbandonato pur di farmi notizia. Emozionalmente vivo in pace, ma quella tragedia rimarrà sempre parte della mia vita».

Nel 2005 i resti di Günther furono trovati assieme all’altro scarpone. Il Re degli ottomila all’epoca erano tornati al Nanga Parbat per cremare i resti di suo fratello. «Mi hanno chiamato fratricida per la volontà di alcuni di fama e soldi. Si tratta di un vero e proprio crimine», aveva detto all’epoca Reinhold Messner con rammarico al suo ritorno in Italia. «Il ritrovamento dei resti e di uno scarpone dimostrano senza ombra di dubbio che Günther è morto durante la discesa e non è stato abbandonato da me durante la salita», aveva aggiunto l’alpinista.

Nel 2010 il produttore bavarese Joseph Vilsmaier girò un film sulla tragedia di Gunther. I due fratelli altoatesini avevano raggiunto gli 8.125 metri della vetta del Nanga Parbat, la «montagna killer», il 27 giugno del 1970 dopo aver aperto una nuova via lungo il versante Rupal. La spedizione durò tre giorni e fu condotta dal tedesco Karl Maria Herrligkoffer con lo scopo di salire la «montagna nuda» (significato, in sanscrito, di Nanga Parbat). Una parete terribile dove tutti avevano fallito. Messner è sul Diamir con il fratello, che viene travolto da una valanga il 29 giugno quando la discesa è quasi alla fine. Gunther sparisce nella neve. Reinhold lo cerca per un giorno e una notte, poi crolla sfinito. Arriva a valle sei giorni dopo in barella soccorso da una cordata di sherpa quando i compagni li credevano morti entrambi. Subisce l’amputazione parziale delle dita dei piedi ma sopravvive. Il Nanga Parbat fu il primo dei quattordici Ottomila raggiunti da Reinhold Messner. L’impresa e il record di essere stato il primo alpinista al mondo a scalare tutte le 14 montagne sopra gli 8.000 metri si concluse il 16 ottobre del 1986 quando raggiunse gli 8.516 metri del Lhotse.

Reinhold Messner e la morte del fratello: «Mi accusarono di averlo abbandonato, ma sopravvivere a volte è impossibile» Carlotta Lombardo Il Corriere della Sera il 22 novembre 2020.

L’alpinista rievoca la spedizione del 1970 sul Nanga Parbat dove il fratello morì travolto da una valanga. I suoi resti furono ritrovati nel 2005. «Ho tentato di spostare il limite dell’alpinismo ma la mia arte è sempre stata quella di sopravvivere»

Messner: "Dal ghiacciaio la verità su mio fratello". Alessandra Ziniti su La Repubblica il 10 Giugno 2022.

Ritrovato lo scarpone dello scalatore morto nel 1970 sul Nanga Parbat. "Mi accusarono di aver abbandonato Gunther. Ora la smetteranno".

"La montagna, la mia montagna, non mente e, se ancora ce ne fosse bisogno, con quello scarpone ha definitivamente restituito la verità sulla morte di mio fratello. E la verità, ovviamente, è quella che ho sempre raccontato".

La verità di cui parla Reinhold Messner è improvvisamente riemersa, 52 anni dopo la tragica fine di suo fratello Günther, dal ghiacciaio del Damir sul Nanga Parbat, la vetta da record (8.000...

Alessandra Ziniti per “la Repubblica” il 10 Giugno 2022. 

«La montagna, la mia montagna, non mente e, se ancora ce ne fosse bisogno, con quello scarpone ha definitivamente restituito la verità sulla morte di mio fratello. E la verità, ovviamente, è quella che ho sempre raccontato».

La verità di cui parla Reinhold Messner è improvvisamente riemersa, 52 anni dopo la tragica fine di suo fratello Günther, dal ghiacciaio del Damir sul Nanga Parbat, la vetta da record ( 8.000 metri) del massiccio dell'Himalaya in Pakistan che i due fratelli raggiunsero il 27 giugno del 1970, il giorno prima che una valanga travolgesse e uccidesse Günther.

Reinhold riuscì a scendere a valle sei giorni dopo, in fin di vita. Il corpo del fratello con un solo scarpone venne ritrovato solo nel 2005. E in quei 35 anni Reinhold Messner ha dovuto difendersi anche dall'accusa di aver abbandonato il fratello Günther durante la salita per la smania di raggiungere il traguardo da solo. 

Messner, cosa dimostra oggi questo scarpone?

«È l'ultima, indiscutibile prova che Günther è scomparso durante la discesa, non durante la salita. Già nel 2005 il suo corpo venne ritrovato lungo il versante Damir del Nanga Parbat, quello che avevamo preso per tornare giù visto che, da dove eravamo saliti, era proibitivo risalire. 

Io andavo avanti ad aprire la strada, lui dietro. Poi non l'ho più visto, l'ho cercato per una notte e un giorno, ma ho trovato solo i segni di una slavina.

Ed è proprio lì che 35 anni dopo l'hanno ritrovato. Con un solo scarpone. E ora ecco l'altro». 

Chi l'ha trovato? È proprio sicuro che sia il suo?

«Ma certo, quegli scarponi erano unici. Erano stati realizzati apposta per la nostra spedizione. Io e gli altri componenti siamo riusciti tutti a tornare giù. Quello scarpone quindi non può essere che il suo. Mi hanno chiamato dal Pakistan qualche giorno fa per dirmi che è stato ritrovato da gente del posto ai piedi del Diamir e mi hanno subito mandato la foto. Adesso lo aspetto qui a Bolzano e lo metteremo al Messner Mountain Museum. Spero che tutti, a cominciare da chi ha provato a conquistare fama e soldi con queste bugie, si mettano l'anima in pace».

Perché tanti veleni attorno a questa spedizione che le ha dato il successo per lei più doloroso?

«Dovrebbe chiederlo a chi, per vendere qualche copia di un libro o solo per far parlare di sé, ha ordito questa infame calunnia. Mi hanno dato del fratricida, mi hanno accusato della cosa più orribile: aver abbandonato mio fratello per arrivare da solo in cima. Ma ora non conta più niente. Io ho perso un fratello 52 anni fa: Günther aveva solo 24 anni ed è rimasto vivo e giovane nella mia testa e nel mio cuore, in quello della mia famiglia e di tutta l'Italia che ci vuole bene e che ci è stata accanto in questi 50 anni di sofferenza».

Prova ancora tanta rabbia.

«No, ormai non più. Io e la mia famiglia abbiamo ritrovato pace e serenità. Tutti noi vogliamo sapere come sono morti i nostri cari e normalmente non è difficile saperlo. Ma quando perdi un figlio, un fratello a 24 anni, hai bisogno di sapere, di vedere, di toccare direi. Io dal primo momento ho raccontato a casa ogni particolare ma quando è stato ritrovato il corpo tutta la famiglia è andata a vedere e toccare il posto dove è morto Günther. Ed è stato molto importante per noi».

Qual è l'ultimo ricordo che conserva di suo fratello?

«Sono immagini drammatiche, quelle dell'ultimo giorno, quando abbiamo cominciato a scendere da soli perché non si poteva aspettare. Ci guardavamo con la speranza di farcela, ma con la consapevolezza che saremmo morti entrambi. È un miracolo se sono rimasto vivo, quando mi hanno trovato a valle non mangiavo da sei giorni e pesavo 56 chili. Io sono uscito dalla morte».

Reinhold Messner, il mistero del fratello Gunther: cosa è stato ritrovato 52 anni dopo, choc sul Nanga Parabat. Libero Quotidiano il 09 giugno 2022

A distanza di 52 anni dalla sua scomparsa è stato ritrovato il secondo scarpone dell'alpinista altoatesino Gunther Messner scomparso sul Nanga Parbat. Ad annunciarlo è stato il fratello maggiore Reinhold Messner che era con lui durante quella tragica spedizione. I due erano insieme il 29 giugno del 1970, quando una valanga travolse Gunther. I suoi resti furono ritrovati solamente nel 2005, sullo stesso ghiacciaio Diamir, a 4600 metri di quota. 

"La scorsa settimana, la seconda scarpa di mio fratello Gunther è stata trovata ai piedi del ghiacciaio del Diamir da gente del posto. Dopo cinquantadue anni. La tragedia del Nanga Parbat rimane per sempre così come Gunther" così ha commentato Reinhold su Instagram, allegando una foto dello scarpone ritrovato sul Nanga Parbat. Nel 2005 l'altro scarpone era stato ritrovato assieme ai resti del corpo di Gunter.

Ecco il post Instagram pubblicato da Reinhold Messner:

"Mi hanno chiamato fratricida per la volontà di alcuni di fama e soldi. Si tratta di un vero e proprio crimine" aveva dichiarato il Re degli ottomila all'epoca del fatto. Reinhold aveva poi aggiunto: "Il ritrovamento dei resti e di uno scarpone dimostrano senza ombra di dubbio che Gunther è morto durante la discesa e non è stato abbandonato da me durante la salita" 

LA SPEDIZIONE DEL 1970 FINITA IN TRAGEDIA. Trovato l’altro scarpone di Günther sul Nanga Parbat, confermata la tesi di Reinhold Messner. Il Domani il 09 giugno 2022

Reinhold ha pubblicato la foto del secondo scarpone di Günther, ritrovato dopo più di 50 anni ai piedi del versante Diamir. È un’altra prova che conferma la versione data dal fratello maggiore sulla morte dello scalatore

Un’altra prova risale in superficie dopo più di cinquant’anni. Con una foto pubblicata sul profilo Instagram, Reinhold Messner ha comunicato che il secondo scarpone di suo fratello minore, Günther, è stato ritrovato sul Nanga Parbat, ai piedi del ghiacciaio del Diamir. Un’ulteriore conferma che mette fine alla polemica sulla spedizione del 1970. Alla Bild Reinhold ha detto di essere contento «che pezzo per pezzo la storia viene ricostruita. Sono contento che gli abitanti del luogo abbiano trovato lo scarpone dopo così tanto tempo. Era esattamente dove mi aspettavo che fosse». 

I due fratelli, nel 1970, avevano affrontato la scalata dell’inviolata parete Rupal del Nanga Parbat, la nona montagna più alta del mondo, massiccio dell’Himalaya. La spedizione austriaca fu organizzata da Karl Maria Herrligkoffer. Reinhold e Gunther raggiunsero la vetta il 27 giugno di quell’anno e il giorno successivo decisero di scendere per il versante Diamir. Ma Gunther morì, travolto da una valanga, e Reinhold arrivò a valle sei giorni dopo, quando era ormai creduto morto, con congelamenti ai piedi e alle mani.

Durante gli anni successivi, Reinhold venne accusato di aver abbandonato il fratello minore in cima al Nanga Parbat, quindi prima di cominciare la discesa, perché desideroso di essere il primo ad attraversare il versante Diamir. Herrligkoffer accusò Reinhold di aver lasciato Günther, affaticato e in condizioni precarie, sulla parete Rupal prima dell’arrivo in vetta. Mentre anche gli altri due componenti della spedizione, Max von Kienlin e Hans Saler, in un libro affermarono che Reinhold avesse fatto scendere il fratello per la parete Rupal per calarsi lui in solitaria per il Diamir.

Reinhold invece raccontò di aver cercato il fratello per tre giorni prima di scendere a fatica a valle. Organizzò nel 1971 una spedizione per cercare i resti del fratello, senza però riuscire nell’intento. Solo nel 2000, alla base della parete Diamir, venne trovato un osso umano in uno scarpone, che grazie alle analisi del Dna fu associato a Günther. L’intero corpo dello scalatore fu ritrovato nel 2005, sulla parete Diamir, a circa 4.600 metri di quota, confermando di fatto la versione di Reinhold. La famiglia ha fatto cremare i resti e li ha sparsi ai piedi del Nanga Parbat. «Quel fatto e anche l’ultima scoperta ci hanno aiutato a dirgli addio» ha detto Reinhold. Nel 2010 uscì anche un film sulla spedizione finita in tragedia.

Alex Bellini. Flavio Vanetti per corriere.it il 26 maggio 2022.  

Alex Bellini, da che cosa nasce la sua voglia di estremo?

«Non è voglia di estremo, è il desiderio di conoscere e di conoscersi. Papà frequentava l’Africa in moto, io ho cominciato da lì. Poi ho aggiunto l’Alaska, gli oceani e altri luoghi capaci di far risuonare in me delle vibrazioni». 

Certe imprese scatenano un appagamento intimo?

«Quello dell’ego di sicuro: nel momento in cui realizzi qualcosa di apparentemente impossibile, ne gode. L’appagamento matura quando trovi la forza di saltare nel cerchio di fuoco. Spesso mi sono scoraggiato, ho pianto, mi sono incavolato con me stesso per aver seguito questa passione. Ma se qualcosa di negativo si trasforma in una nuova speranza, ecco quello è un appagamento che genera coraggio per la vita». 

Green influencer, mental coach, esploratore: i tre Alex Bellini da che cosa sono accomunati?

«Dall’aspetto psicologico. Comanda anche nella sfera green: l’uomo è consapevole della criticità dei temi ambientali, ma a causa di trappole mentali fatica ad agire. La lente della psicologia aiuta a leggere il divario tra teoria e pratica».

Terra e acqua (mari, fiumi e ghiacci): le mancano fuoco e aria.

«Quanto al fuoco, non ho ancora trovato un progetto. Nell’aria, invece, ho esperienza perché sono pilota di mongolfiere, mezzo romantico che richiama il passato. Però non volo da un po’, ci sono stati degli incidenti e mi sono fermato». 

Qual è la hit parade delle sue imprese?

«Al vertice c’è la traversata dell’Atlantico a remi. Il primo tentativo fallì dopo 6 ore, nel secondo naufragai a Formentera dopo 23 giorni. Nel terzo, ripartendo da Genova, arrivai in Brasile. Al secondo posto metto la corsa Los Angeles-New York: durante la gara nacque la seconda figlia, mia moglie era in Italia a partorire. A New York completai gli ultimi metri assieme alla figlia maggiore, venuta per... accompagnarmi a casa. Infine completo il podio con la traversata dell’Alaska del 2003: ero alla ricerca di un posto nel mondo, lì capii che cosa volevo fare».

Nella traversata a remi del Pacifico s’è fermato a 65 miglia dall’Australia: una rinuncia fantozziana?

«Mi sarei sentito più sfigato se avessi fatto retromarcia il giorno dopo la partenza perché travolto dai dubbi. Mollare in vista del traguardo ha qualcosa di romantico: le storie grandiose hanno epiloghi imprevedibili. Avevo superato l’inferno, sentivo di farcela. Ma mi sbagliavo: le condizioni erano diventate pericolose. Fermarmi è stato un atto di anti-coraggio che si è trasformato nel coraggio di dire basta». 

È mancata l’ultima nota di una grande sinfonia...

«L’incompletezza è stata affascinante: volevo arrivare a Sydney, ma subito dopo essermi fermato capii di aver fatto la cosa giusta. Uno sponsor non onorò l’ultima tranche del contratto, solo anni dopo saldai i debiti. Ma nemmeno quel guaio mi ha fatto pentire: gli sfigati erano quelli che parlavano di fallimento mentre io avevo percorso 18 mila chilometri, remando e “rinascendo” almeno cinque volte». 

Lei dimostra che tutto è possibile?

«È difficile lavorare a qualcosa di impossibile. Ho concluso i progetti che ho elaborato, in generale dico che tutto ciò che pensiamo è possibile».

«Conosci te stesso» è scritto nel tempio di Apollo a Delfi. Ma a fianco c’è anche «Nulla di troppo». Quale delle due frasi preferisce?

«Nulla di troppo». 

Umberto Pelizzari, il sub dei record, in fondo al mare sperimenta un’altra dimensione: capita anche a lei?

«Il mare riporta al ventre materno. Ha poi quella superficie semi-riflettente che permette di guardarti in faccia: il mare è una metafora dell’autoanalisi». 

Ha incontrato la paura? È mai stato vicino a morire?

«Sì, ho paura e temo la morte: esorcizzo entrambe facendo l’esploratore. Prima della morte fisica c’è comunque quella spirituale: si muore se si smette di sognare. Quando ho rischiato di più? 

In Islanda attraversando il Vatnajökull, il più grande ghiacciaio d’Europa. C’era il “white out”: vento, nebbia, polvere di neve che impediva di vedere bene. Mi avvicinai troppo alla bocca del vulcano, scivolai nel cratere. Cadendo, pensavo che stavo morendo da cretino. Invece atterrai su un manto morbido e riuscii a risalire. Con me c’era un fotografo, si era fermato in tempo: quando mi vide pensò di avere le allucinazioni».

Sua moglie le ha mai detto «questo non farlo»?

«Francesca cura sponsor e team di supporto, la scelta di partire è sempre di entrambi. Ma ultimamente, mentre stavo per raggiungere il Niger, mi ha detto: ho cattive sensazioni. Poiché in passato aveva visto giusto, sono rimasto a casa». 

Per il 2022 ha indicato tre espressioni chiave: gentilezza, coraggio e zero lamenti. Perché?

«Durante il lockdown ho scritto un libro, “Il viaggio più bello”. Un viaggio immaginario, a tappe, in cui invitavo il lettore a rinunciare alle cose obsolete, ad ascoltare in silenzio, ad avere pazienza, a reagire alla vulnerabilità. Competenze che dobbiamo recuperare e allenare».

Che cosa ha della gente della Valtellina?

«La permalosità. E la testardaggine». 

La testardaggine non è anche un pregio?

«Sì, se non si trasforma in ossessione».

Anche l’Italia sta facendo un viaggio avventuroso?

«Molto avventuroso. Siamo navigatori e coraggiosi, però ci fermiamo troppo ad analizzare e perdiamo le spinte dell’inizio». 

Il mondo peraltro non scherza...

«La crisi tocca pure l’individuo. Sembriamo una matrioska: tante bamboline l’una dentro l’altra, alla fine la bambola madre rimane vuota e non capisci come ricominciare. Riparti solo se sei forte nell’animo, ma stiamo trascurando alcuni valori: oggi “abbiamo”, ma non “siamo” più. Spiego così il ritorno alla spiritualità e il successo dello yoga, rifugio di chi non è preparato». 

Qual è la vera emergenza ambientale?

«Aver esiliato la natura dalla coscienza delle persone. Prendiamo il mare: l’abbiamo ridotto a un “altrove”, l’abbiamo trasformato in una pattumiera con il benestare di tutti i Paesi».

«Dieci fiumi, un oceano» è un progetto per unire l’acqua dolce a quella salata?

«È un modo per raccontare dove va la plastica, dai fiumi al mare fino a una delle tante isole-spazzatura che si incontrano negli oceani. Nel 2019 ho attraversato il Great Pacific Garbage Patch: se getti una bottiglietta nel Gange, prima o poi la ritrovi lì. Tutto è interconnesso, ce lo stiamo scordando». 

Per lei il Gange è una metafora della vita.

«Prima di tutto è una contraddizione e in quanto tale diventa metafora della vita. L’indiano ha un senso di interconnessione con “l’ultra-terrestre” attraverso il Gange. Il fiume fa da vettore per la vita dopo la vita. È una contraddizione perché l’indiano lo venera come la dea generatrice. È devoto, fa purificazione, ma con l’altra mano lo rovina. Essendo però sacro, il Gange non può inquinarsi: ecco giustificato l’atteggiamento anti-ambientalista». 

Sogni, passioni, idee non realizzate: qualcosa da dichiarare?

«Sono un solitario. Mi piace vivere a casa, mia moglie si lamenta della scarsa vita sociale e dice che sono noioso. Lo riconosco: ho poche amicizie, non sono molto di compagnia».

Si è mai immaginato manager in giacca e cravatta?

«No, mai. Mi piacerebbe però essere un manager per trasferire il “mindset” dell’esploratore in ambienti organizzativi».

Come fa a superare se stesso?

«Tanti me lo chiedono. La risposta è: con la necessità di colmare uno spazio nel cuore».

Ammira, o magari invidia, qualche collega?

«Due su tutti, che ammiro e basta. Il primo è Fedor Konyukhov, il prete ortodosso russo che ha completato il giro del mondo in mongolfiera in solitario e senza scalo. Il secondo è il sudafricano Mike Horn. Qualche anno fa ha raggiunto il Polo Nord durante la notte artica: mi sarebbe piaciuto essere in quella spedizione». 

Se incontrasse un alieno...

«Gli chiederei il segreto della telepatia. Immagino che disponga di questa forma di intelligenza, vorrei capire come usarla. Credo di averla con mia moglie, ma non riesco a controllarla».

Con Dio come la mettiamo?

«Ho un conto in sospeso. Ho perso mia mamma nel 1999, avevo 21 anni: ho subìto un torto. In mezzo agli oceani non mi sono mai sentito così vicino a lei: mi guidava tra onde, difficoltà, cadute. Rifiuto l’Assoluto, però quando non c’è nulla in cui sperare è d’aiuto credere che Dio esista». 

Ogni sconfitta genera una ripartenza o resta una sconfitta?

«Viktor Frankl, sopravvissuto ai lager nazisti e diventato psichiatra, sosteneva che nella prigionia gli avevano levato perfino l’identità. Ma non potevano togliergli l’ultima delle libertà: poter scegliere l’atteggiamento in ogni situazione. Quindi non sono le cose che ci capitano a determinare il successo o il fallimento, ma la nostra interpretazione di tali momenti. Una ripartenza è credibile a patto che ci sia la capacità di riconoscere in noi questa grande libertà umana». 

Vuole entrare in una capsula di sopravvivenza attaccata a un iceberg e farsi portare per mari gelati: quando lo farà?

«Della capsula esiste un modello in scala 1 a 3. Spero di rimettere mano presto a un progetto potente e bello. L’idea di vagare tra i ghiacci simboleggia l’umanità alla deriva. Voglio comprendere le dinamiche dell’iceberg e capire, anche sul piano psicologico, come l’uomo deve adattarsi al mutare dell’ambiente circostante. Farlo costa fatica perché si rinuncia a qualcosa, ma se capisci che è a vantaggio di tutti afferri che è un modo per sopravvivere».

Luca Beatrice per “Libero quotidiano” il 16 luglio 2022.

Se anche Cristiano Ronaldo, atleta perfetto, uomo macchina, simbolo di longevità sportiva basata sulla disciplina e sul controllo, è entrato nella china discendente della propria carriera, ciò significa che l'eroe dello sport passa più tempo nella polvere che sull'altare, perché la regola dell'agonismo non ammette eccezioni. 

Si è superuomini per un periodo piuttosto breve dell'esistenza, mentre a lungo si è altra cosa, la vita ordinaria si sovrappone al mito esaltato dai media ed emulato dai ragazzi in ogni parte del mondo. 

Nella prospettiva dell'anti-eroismo, quanto di più lontano dall'utilizzo enfatico e propagandistico dei regimi totalitari che infatti piegavano a proprio piacimento l'ideale di bellezza ellenistica, nasce questa interessante mostra dal titolo nicciano Umano troppo umano aperta da oggi e fino al 13 novembre alla Villa d'Este di Tivoli, curata dal direttore Andrea Bruciati e da Stephane Verger, a sua volta direttore del Museo Nazionale Romano (nei pressi della Stazione Termini) che ha collaborato attraverso un percorso interno ripensato e con il prestito di alcune opere.

Bruciati è un contemporaneista, appassionato di pittura, chiamato di recente a misurarsi con uno dei simboli architettonici del Rinascimento italiano dichiarato patrimonio dell'Unesco. Propone dunque uno sguardo diacronico attraverso la storia, dove il concetto lineare di tempo è messo fortemente in discussione, quasi a dire che antico o moderno in fondo non sono che convenzioni. 

Unificante, piuttosto, è la suggestione che si sforza di mettere in luce analogie e differenze nella rappresentazione di corpi "perfetti" secondo il mito greco del kalos kai agathos. Belli e valorosi perché allenati, abituati allo sforzo e alla competizione.

Tra le opere esposte, torsi e teste di atleti, mosaici con scene di palestra dal Museo Nazionale Romano, Villa Adriana e dal Parco Archeologico di Ostia, bronzetti di lottatori del Museo Archeologico di Firenze, ceramiche con scene di lotta dai Musei Capitolini, dal Museo Etrusco di Villa Giulia e dall'Antiquarium di Numana. 

Questi manufatti così preziosi per stile e testimonianza vengono messi a confronto con opere contemporanee il l;' che sull'autorialità hanno costruito il loro valore aggiunto: disegni e dipinti di De Pisis e Sironi, la riproduzione fotografica di una scultura di Brancusi, i fotogrammi di Leni Riefensthal, i lavori concettuali di Paolini e Agnetti fino al video di Douglas/Parreno che ha per protagonista assoluto Zinedine Zidane quando giocava al Real Madrid, seguito nel tempo reale dei 90 minuti di una partita dalle videocamere degli artisti. 

Non è la prima volta in cui passato e presente entrano in relazione, anche in considerazione dell'"invadenza" del nostro patrimonio, ma questa mostra offre una chiave di lettura diversa che non può tener conto di quanto è accaduto negli ultimi anni, del periodo appena trascorso che ha evidenziato la fragilità del nostro corpo di fronte ad agenti esterni invisibili e invincibili.

Prima di Umano troppo umano c'era stata un'altra esposizione a Tivoli con il titolo derivato da Nietzsche, Ecce homo, un primo capitolo. Qui però il tema portante è legato a come il valore conquistato sul campo non riesca a evitare il destino tragico per l'eroe caduto: ha perduto la forza e pur essendo ancora giovane e bello non può più competere con chi ha meno annidi lui. 

È una riflessione sul limite dell'umano, del corpo, sulla caducità, lettura decisamente inconsueta se applicata all'immortalità del dio greco o alle immagini propagandistiche utilizzate dal fascismo. L'eroe sironiano non c'è più o quantomeno non mostra soltanto il suo lato vincente, al regime quindi smette di tornare utile. 

Occasioni del genere servono per rapportarsi in maniera diversa rispetto al tempo. L'esperto d'arte potrà ammirare alcuni dipinti francesi di genere del XIX secolo accanto al torso nudo virile da Villa Adriana; le teste provenienti da Ostia Antica con i dipinti neomanieristi di Carlo Maria Marino prodotti negli anni '80 o la citazione dal Giudizio michelangiolesco da parte di Mirella Bentivoglio. 

Un dato non potrà non far riflettere: l'ideale della bellezza classica è pressoché interamente declinata al maschile perché il corpo della donna nell'antichità non si sottoponeva ad alcuna attività sportiva. Percorre dunque il catalogo delle immagini una certa tensione omoerotica che oggi si può leggere come il tentativo di rovesciare uno sguardo troppo tradizionale imposto dai secoli successivi alla fine dell'antichità classica.

Sergio Arcobelli per “il Messaggero” il 15 marzo 2022.

Una settimana da leoni. Fieri e coraggiosi: in un solo aggettivo: indomabili. Da Cr7 a Brady, da Benzema e Modric a LeBron James, sono loro, gli highlander, quelli che non mollano e, per giunta, ritornano. Perché la passione vince su tutto. E allora (ri)eccoli ancora, con qualche ruga in più, ma con la stessa fame di sempre. Pensiamo a Cristiano Ronaldo, anni 37, autore sabato di una tripletta decisiva nel match di Premier League contro il Tottenham di Antonio Conte che gli ha permesso di raggiungere quota 807 gol in carriera (e diventare il massimo goleador in partite ufficiali superando Josef Bican).

Alla faccia di chi, dopo giorni di polemiche ed illazioni su un finto infortunio, sentenziava già: «Senza Cr7 lo United può giocare meglio». Forse, può darsi di sì. Fatto sta che nessuno come lui sa far gol. L'immagine del portoghese in copertina fa da contraltare a quella del suo arcirivale Lionel Messi, che domenica veniva subissato di fischi dai propri tifosi. Cristiano, invece, era uscito dal campo con una standing ovation. 

Tra l'altro, un Ronaldo così motivato non è affatto una bella notizia per l'Italia che, probabilmente, se lo ritroverà di fronte nella partita decisiva per l'accesso al Mondiale del 2022 in Qatar. Se poi, come si dice, con Cristiano Ronaldo in campo si parte sempre dal risultato di 1-0, allora va da sé che il ct Roberto Mancini avrà bisogno di ritrovare in forma smagliante la sua coppia titolare di centrali dell'Europeo, quella formata dagli juventini Bonucci e Chiellini, che peraltro CR7 conosce bene. Altrimenti, saranno dolori per la nostra Nazionale.

Prima della tripletta di Cristiano Ronaldo, però, ce n'era stata un'altra, altrettanto magnifica: quella di Karim Benzema. Il 34enne francese è stato il grande protagonista della rimonta che ha consentito al Real Madrid di superare il PSG e di vincere il duello a distanza con l'alieno che porta il nome di Kylian Mbappé. E che presto potrebbe ritrovarsi come compagno di club, oltre che nella Francia.

Ma non ci sarebbe stata la remuntada della squadra di Carlo Ancelotti se non fosse stato pure per il croato Luka Modric che, a 37 anni, ha sublimato la sua prestazione con un assist per il secondo gol di Benzema. Nella settimana dei fuoriclasse che non hanno età, non si può non citare LeBron James. Il 37enne cestista americano, dopo aver segnato 50 punti contro Washington e, la settimana prima, averne messi 56 sua miglior performance in maglia Lakers ieri notte è diventato il primo giocatore della storia della Nba con almeno 30.000 punti, 10.000 rimbalzi e 10.000 assist.

E che dire dei mostri sacri del tennis? Rafa Nadal, 35 anni, ieri a Indian Wells ha battuto Daniel Evans qualificandosi per gli ottavi e infilando la sua 17ª vittoria stagionale di fila, miglior avvio di stagione della sua pazzesca carriera. Nella stessa giornata in cui Novak Djokovic, 34 anni, tornava numero uno del mondo grazie alla vittoria di Gael Monfils contro il russo Daniil Medvedev.

Sempre ieri, però, è arrivata la notizia che non ti aspetti: Tom Brady, dopo aver annunciato il ritiro sei settimane fa, ci ha ripensato e torna a giocare. L'annuncio del 44enne quarterback californiano, curiosamente, è arrivato proprio all'indomani dell'incontro all'Old Trafford di Manchester con Cristiano Ronaldo, fresco di tripletta.

«Negli scorsi due mesi ha scritto Brady sui social - ho realizzato che il mio posto è ancora sul campo e non in tribuna. Quel tempo arriverà. Ma non è adesso. Amo i miei compagni di squadra e la mia famiglia che mi supporta e rende tutto possibile. Torno per la mia 23ª stagione, a Tampa. Il lavoro non è finito». Un ritorno nella scia di altre leggende dello sport, come Jordan e Pelè, Schumacher e Phelps, Foreman e Ali, Lauda e Borg, ecc. Brady però non è neanche l'unico ad aver effettuato un rientro lampo.

La regina del volley, Francesca Piccinini, aveva annunciato il ritiro nel settembre 2019, ma poi nel gennaio 2020 era ritornata in campo. Lo stesso avevano fatto l'ex ferrarista Felipe Massa, il pugile Floyd Mayweather Jr ed il ciclista Tom Dumoulin. Per non parlare di Antonio Cassano che prima aveva annunciato il ritiro, poi ci aveva ripensato ed, infine, aveva deciso di chiudere definitivamente con il calcio giocato. L'hanno definita l'ultima cassanata.

Recuperi lampo degli sportivi dopo gli infortuni: da Goggia alle Olimpiadi a Marquez, Rossi, Lauda, Baresi, Lorenzo. Salvatore Riggio su Il Corriere della Sera il 15 Febbraio 2022.

La sciatrice azzurra argento in discesa ai Giochi di Pechino appena 23 giorni dopo un grave infortunio è solo l’ultima di una lunga serie di imprese. Valentino due volte nel 2010 e nel 2017. Nel 1976 Lauda con la Ferrari rischiò la vita al Nurburgring, 42 giorni dopo guidava a Monza. E Lorenzo corse dopo 35 ore da un intervento in anestesia totale, Marquez provò 5 giorni dopo una delicata operazione ma poi dovette dare forfait.

Goggia, l’argento della volontà

L’argento olimpico di Sofia Goggia nella discesa di Pechino 2022 è un’impresa che vale un oro, se consideriamo che solo 23 giorni prima, dopo l’infortunio di Cortina (successivo alla dura caduta della settimana precedente ad Altenmarkt-Zauchensee e a un recupero-lampo), l’azzurra sembrava completamente fuori da questi Giochi olimpici. «È una favola a cui ho saputo credere, perché a Cortina dopo l’infortunio sembrava un sogno andato in fumo — ha raccontato Sofia dopo la gara —. Quando la squadra partiva per i Giochi io ero in palestra e avevo il magone, le lacrime agli occhi. Mi ripetevo se riesco a superare la prova e ritrovare confidenza sugli sci la gara poi non sarà difficile. E infatti la parte dura è stata prima, riprendermi dall’infortunio». Proprio questo recupero aggiunge epica a una carriera già straordinaria, piena di vittorie ma anche di infortuni dai quali Sofia si è sempre saputa riprendere con una forza di volontà incredibile, anche se non rara nello sport. La campionessa azzurra entra così di diritto nella galleria dei grandi atleti capaci di recuperi che, spesso, hanno superato i limiti della sopportazione e la logica della medicina.

Marquez, eroismo e calvario

Marc Marquez aveva provato, senza successo, a correre il Gran premio d’Andalusia a Jerez, domenica 26 luglio 2020, dopo essere rientrato nelle qualifiche appena cinque giorni dopo l’operazione che gli ha ricomposto, con l’inserimento di una placca di titanio, la tripla frattura dell’omero destro rimediata in gara la domenica prima. Fu salutato come un’impresa eroica — non nuova nel motociclismo —, in realtà fu l’inizio di un lungo calvario — forse evitabile — che lo ha tenuto poi a lungo lontano dalle piste e sull’orlo del ritiro. In ogni caso, una storia emblematica di uno sportivo che ha bruciato le tappe previste dai medici per il recupero, superando la soglia del dolore e delle umane possibilità per tornare a fare ciò che più ama: competere. Una caratteristica comune a tutti i campioni di questa galleria.

Lorenzo, dall’anestesia totale alla gloria

Assen 2013, Jorge Lorenzo corre il gran premio di MotoGp del sabato in Olanda e arriva quinto (partendo 12°) appena 35 ore dopo avere subito un intervento alla clavicola in anestesia totale. Era caduto il giovedì, lo davano inidoneo alle corse. Lui se ne frega. va a Barcellona, si opera, torna e corre È una delle più grandi imprese della storia dello sport. Alla fine dire si non sentirsi un eroe, perché «eroi sono quelli che faticano ad arrivare alla fine del mese», e men che meno un matto, perché «matti sono quelli che rischiano a fare cose che non sono in grado di fare. Se avessi capito che non avrei potuto correre, non avrei corso». Lorenzo semplicemente è un pilota di moto. Per loro certe cose sono normali.

Valentino Rossi e la sfida di Aragon

Valentino Rossi più forte del dolore corre ad Aragon nel 2017 il 24 settembre. L’incidente in enduro nel quale si è fratturato tibia e perone è avvenuto appena il 31 agosto, ma il Dottore ha accelerato i tempi iniziando la fisioterapia immediatamente dopo l’intervento. In gara arriva quinto. Vale come una vittoria.

Valentino: nel 2010 già un rientro record

È sempre Valentino protagonista di un altro recupero in tempi velocissimi. Il 5 giugno 2010 si rompe tibia e perone nelle prove del Mugello. Lo stesso infortunio di adesso, ma ancora più brutto perché si trattava di fratture scomposte: gli danno 4 mesi dopo stop, dopo 40 giorni è di nuovo in moto. Dopo aver saltato 4 Gp al rientro in Germania Rossi chiude quarto.

Niki Lauda, dal rogo del Nurburgring al ritorno a Monza

Il 1 agosto del 1976 Niki Lauda è protagonista di un terribile incidente sul circuito del Nurburgring. Salvato dalle fiamme da Arturo Merzario, il pilota della Ferrari rischia la vita per le ustioni e per aver respirato a lungo i gas tossici sviluppati nel rogo. Nell’impatto il pilota della Ferrari aveva riportato anche diverse fratture, a un zigomo e al torace. Ci vorranno cinque giorni perché Lauda venga dichiarato fuori pericolo, ma nello stupore generale ne basteranno poco più di 40 perché ritorni alla guida della sua monoposto al Gran Premio d’Italia, a lottare per il titolo mondiale, la cui riconquista pareva quasi certa, prima dell’incidente. Nella leggendaria sfida con il pilota della McLaren James Hunt, Lauda si vedrà soffiare il titolo per un solo punto sotto il diluvio al Fuji in cui Lauda sceglie di ritirarsi perché era troppo pericoloso correre in quelle condizioni. L’incidente lascerà segni indelebili sul suo corpo, ma non intaccherà a sua passione per la velocità e la sua temibile grinta sportiva, e tra ritiri e ritorni sulle piste, vittorie e duelli all’ultimo giro con altri assi delle monoposto, segnerà la storia della Formula 1 con 177 Gran Premi disputati e 3 mondiali vinti. Oggi è presidente onorario della scuderia Mercedes con cui ha conquistato tre titoli mondiali e tre costruttori.

Mika Hakkinen: dal coma ai due Mondiali

Nell’ultima gara del campionato di F1 del 1995 ad Adelaide, Mika Hakkinen fa un bruttissimo incidente a causa di una foratura in uno dei punti più veloci della pista. I soccorritori temono il peggio, il finlandese entra in coma per risvegliarsi dopo ore di angoscia e dolore. Sostiene di voler tornare a correre nel più breve tempo possibile, nella stagione successiva, ma sono in tanti - inclusi i medici- a dubitarne. E invece è tutto vero: Hakkinen dopo aver rischiato di morire diventerà campione del mondo nel 1998 e nel 1999 dopo aver battuto Michael Schumacher.

Franco Baresi, 25 giorni per guarire dal menisco rotto

Franco Baresi ha 34 anni nel 1994 quando l’Italia di Arrigo Sacchi si gioca il Mondiale negli Stati Uniti. Nella seconda partita della fase a gironi contro la Norvegia (vinta dagli azzurri per 1-0) il capitano si rompe il menisco. Operato, torna in campo 25 giorni dopo nella finale (persa ai rigori) contro il Brasile.

Hermann Maier, «Herminator»

È stato uno degli sciatori più forti di tutti i tempi, detto “Herminator”. Nel 2001, quando aveva già vinto due coppe del mondo e due ori olimpici, viene investito da un’auto mentre era in moto. Si teme addirittura l’amputazione della gamba destra, nel 2003 l’austriaco torna sulla neve dopo un lungo periodo di riabilitazione e tante operazioni e l’anno successivo conquista la sua quarta coppa. La più difficile e attesa.

Zurbriggen, oro e argento dopo l’operazione

Il 12 gennaio del 1985 Zurbriggen si rompe il menisco sulla Streif, la pista di Kitzbuehel fra le più difficili e veloci al mondo. Ventidue giorni dopo l’operazione il rientro ai Mondiali di Bormio: due ori e un argento. Un’impresa che resterà nella storia.

Alex Zanardi. La battaglia di Zanardi. È a casa dopo due mesi. Il campione di handbike era ricoverato da agosto dopo un incendio alle macchine di riabilitazione. Patricia Tagliaferri il 21 Settembre 2022 su Il Giornale.

Torna di nuovo a casa Alex Zanardi, nella sua villa di Noventa Padovana dove vive con la moglie Daniela e il figlio Niccolò, dopo l'incendio che ad agosto aveva costretto lo sfortunato ex pilota ad un secondo ricovero perché le fiamme, provocate dal surriscaldamento dell'impianto fotovoltaico sul tetto, avevano compromesso i macchinari necessari per l'assistenza domestica.

Dopo quasi due mesi in ospedale, dove i medici hanno stabilizzato le sue condizioni, il campione paralimpico ha lasciato il San Bortolo di Vicenza, un centro di eccellenza sanitaria per la specifica situazione clinica di Zanardi, per continuare la riabilitazione a casa, già avviata dopo le prime dimissioni, lo scorso dicembre, al termine della lunga degenza a cui lo ha costretto l'incidente in handbike contro un camion durante una staffetta di beneficenza sulle colline senesi nel giugno del 2020. Un nuovo dramma, che lo ha fatto precipitare di nuovo tra la vita e la morte, come vent'anni fa sulla pista di Lausitzring, in Germania, che gli costò l'amputazione di entrambe le gambe. Da allora la sua «filosofia» è stato un esempio di vita per generazioni di sportivi e non solo: «Quando mi sono risvegliato senza gambe ho guardato la metà che era rimasta, non la metà che era andata persa», disse al suo risveglio.

Dopo l'incendio domestico, la moglie e il figlio dell'ex pilota automobilistico lo hanno voluto riportare al San Bortolo, nel reparto che resterà il suo punto di riferimento medico pure per il futuro e dove ha potuto godere di un riserbo pressoché impenetrabile, come richiesto dalla famiglia per tutelarne la privacy. È stato il primario Giannettore Bertagnoni a seguire il campione, consentendo l'accesso alla sua camera ospedaliera «blindata» solo ai familiari più stretti e a fisiatri, fisioterapisti, logopedisti, infermieri. «In questo periodo - ha spiegato il medico - il nostro principale obiettivo è stato di stabilizzare le condizioni cliniche generali di Zanardi. Ma, contestualmente, abbiamo proseguito il programma riabilitativo seguito durante il primo periodo di degenza». Sono stati anni durissimi gli ultimi due per la leggenda paralimpica, quattro medaglie d'oro ai Giochi di Londra e di Rio, che dopo l'incidente del 2020 ha dovuto affrontare un lungo percorso medico a riabilitativo. Il devastante scontro contro l'autoarticolato gli aveva provocato un grave trauma cranico che aveva reso necessario prima un delicato intervento chirurgico e poi un lungo programma di terapie neurologiche e fisiche. Cure che a giugno gli avevano consentito di riprendere a comunicare e di tornare a casa pochi giorni prima di Natale 2021, dopo oltre un anno e mezzo. Era stata la moglie ad annunciarlo, spiegando che Zanardi era in grado di comunicare ma non di parlare e che avrebbe continuato la riabilitazione a casa, nel suo ambiente familiare, alternando temporanei soggiorni in cliniche specializzate. Poi, ad agosto, l'incendio che aveva compromesso i macchinari necessari alla riabilitazione aveva costretto i familiari a ricoverarlo di nuovo. Fino a ieri. 

Incendio nella villa di Zanardi: "Macchinari a rischio". L'ex campione trasferito a Vicenza. La Repubblica il 2 Agosto 2022.

Le fiamme sono state spente, a bruciare l'impianto fotovoltaico

Un incendio è scoppiato nella villa di Alex Zanardi, a Noventa Padovana. A prendere fuoco l'impianto fotovoltaico, con le fiamme che sono state spente nelle ore successive. Si stanno valutando gli eventuali danni ai macchinari che assistono l'ex campione, che a giugno del 2020 è rimasto coinvolto in un incidente nel Senese mentre partecipava a una gara di handbike: Zanardi, per sicurezza, è stato comunque trasferito.

Zanardi trasferito a Vicenza

Alex Zanardi è stato trasferito in via precauzionale in un centro medico di Vicenza. Troppo rischioso per lui restare nella villa dopo il rogo. La decisione è stata presa dai familiari. Zanardi era tornato a casa a Natale dell'anno scorso. "È un combattente, ma in quest'anno e mezzo, col Covid, in ospedale e in clinica siamo potuti stare poco, e in pochi, vicino a lui. Ora tornare in famiglia gli farà bene e lo aiuterà lottare ancora di più", aveva spiegato la moglie. L'ex pilota di Formula 1, diventato un simbolo dello sport paralimpico, tra gennaio e febbraio si è sottoposto ad un ciclo di cura al centro iperbarico di Ravenna. 

Come sta Zanardi: le condizioni, il recupero, gli esercizi alle braccia, la logopedista, la nuova carrozzina. Giorgio Terruzzi su Il Corriere della Sera il 20 dicembre 2021.

La moglie Daniela racconta il percorso di riabilitazione a cui si sta sottoponendo Alex: «Il programma ha permesso progressi costanti. Certo, le battute d'arresto ci sono e possono ancora verificarsi». 

«Alex ha potuto lasciare l’ospedale qualche settimana fa e ora è tornato a casa con noi». Lo dice Daniela Zanardi rompendo un lungo silenzio, raccontando (attraverso il sito Bmw) di un traguardo tagliato, a 18 mesi da quel terribile incidente che ha costretto Alessandro a pedalare di nuovo lungo una interminabile salita.

Ma questo è un regalo di Natale per ciascuno di noi perché il ritorno a casa segna una tappa importante verso una ripresa ancora più rilevante mentre carica Daniela, il figlio Niccolò di una ulteriore responsabilità, abbinata al ripristino di una convivenza comunque più gioiosa: «Il recupero continua ad essere un processo lungo. Il programma di riabilitazione condotto da medici, fisioterapisti, neuropsicologi e logopedisti ha permesso progressi costanti. Naturalmente, le battute d'arresto ci sono e possono ancora verificarsi. A volte bisogna anche fare due passi indietro per farne uno in avanti. Ma Alex dimostra continuamente di essere un vero combattente».

Non è l’unico a battersi in quella casa, va detto, ma il fatto di vivere in famiglia, in un ambiente più caldo e carico di stimolazioni potrebbe dare un impulso davvero utile al tragitto che resta da compiere. Non più lunghe ore di solitudine nelle stanze delle cliniche che lo hanno accolto ma suoni e voci da ascoltare in continuazione: «Solo io, nostro figlio e la madre di Alex potevamo fargli visita, ma sempre solo una persona al giorno e questo solo per un'ora e mezza. Siamo con Alex tutto il giorno, lui è nel suo ambiente familiare e quindi potrebbe tornare un po' alla normalità. Questo gli dà ulteriore forza. Nelle cliniche, Alex è in ottime mani, ma la sua casa è ancora la sua casa».

Ecco, casa. Dove può essere aiutato, stimolato, abbracciato e accudito in un ambiente modificato per accoglierlo. Amore e la forza, straordinaria di Daniela a di Niccolò a fargli compagnia: «Diversi programmi che Alex ha fatto in ospedale, sono continuati a casa ora. Durante la settimana, un terapista lavora con lui e fanno esercizi fisici, neurologici e logopedici. Per quanto riguarda la sua condizione fisica, ci sono molti progressi. Alex ha sempre più forza nelle braccia, che è aumentata molto. E, a parte l'ospedale dove stava molto a letto, Alex ora passa la maggior parte della giornata sulla sedia a rotelle con noi».

Ciò significa disporre già di una padronanza motoria riacquisita, allude a progressi che fanno volare il cuore tutti noi, coinvolti come siamo nel destino di Alessandro. Non solo, il fatto che stia lavorando con un logopedista fa pensare al recupero della parola, anche se non ha senso in questa fase volare con la fantasia e il desiderio, presi da un eccesso di ottimismo: «Non si può ancora prevedere come il suo recupero si svilupperà ulteriormente. È ancora un percorso lungo e impegnativo che Alex affronta con molto spirito combattivo». Sì, concretezza e realismo. Sono gli ingredienti che Daniela ha utilizzato sempre, con una determinazione assoluta. Ma questa tappa profuma di qualcosa che abbiamo imparato a conoscere grazie ad Alex e a una famiglia che gli somiglia. È un invito a non rinunciare, a trattare la fatica come qualcosa che restituisce sempre. Qualcosa, viene da dire ascoltando Daniela, sta già restituendo.

Chiara Baldi per "la Stampa" il 4 febbraio 2022.

«Alessandro è un uomo magnetico, con una grandissima voglia di fare. Pensi che un giorno mi ha detto "dobbiamo lavorare, voglio star bene". E lo ha fatto davvero: ogni giorno per tutto il periodo in cui è stato da noi, per quattro, cinque ore consecutive, si è sottoposto a questa terapia con una forza che mi ha lasciato senza parole». 

Pasquale Longobardi, 60 anni, dal 1989 è direttore del Centro Iperbarico di Ravenna che dal 3 gennaio fino a fine mese ha avuto in cura Alex Zanardi. Per lui è stato organizzato un team di dieci specialisti che comprendevano, oltre a Longobardi, specializzato in medicina iperbarica con esperienze anche in Giappone, Germania e Usa, un medico specialista in rialibitazione, due neurologi, una psicologa, un fisioterapista, un logopedista, un'infermiera, un tecnico iperbarico e uno specialista in cannabis terapeutica. «Che a Zanardi è stata prescritta, seppur in quantitativi bassissimi, per evitare che le cellule danneggiate e che producono molto calcio, si rovinino ulteriormente», chiarisce Longobardi.

E poi Alex ha avuto accanto il medico-amico di sempre, Claudio Costa, colui che materialmente l'ha portato al centro di Ravenna, e la moglie Daniela Manni «che non lo abbandona mai e questo fa una grande differenza: è la sua forza». E poi i fan, sempre presenti, con striscioni fuori dalla struttura. La terapia cui il campione paralimpico è stato sottoposto prevede l'impiego di una camera iperbarica «molto più grande di quelle tradizionali, che solitamente ospita 12-13 persone, sedute. Lui l'ha usata in esclusiva visto che doveva stare steso a fare gli esercizi» e di due gas, che vengono iniettati nel corpo: l'ossigeno «che dà energia alle cellule» e l'elio «che impedisce loro di morire». In più, spiega Longobardi, «fuori dalla camera iperbarica ci sono dei dispositivi medicali che mandano impulsi elettrici in un processo che si chiama neuromodulazione».

Tradotto, «prendiamo la "corrente" del corpo e la distribuiamo verso il cervello così da far ripartire la funzione cerebrale». Infine, il team del Centro Iperbarico di Ravenna gli ha praticato la «medicina di bioregolazione del sistema, che funziona con una flebo in vena che nutre le cellule attivando le staminali». 

Ma se c'è una persona che lo ha davvero aiutato a stare meglio è sé stesso: «In queste settimane abbiamo visto una persona meravigliosa, cosciente e molto collaborativa, ha interagito sempre con ognuno dei professionisti con cui ha avuto a che fare. Per esempio - racconta Longobardi - con la fisioterapista ha lavorato assiduamente perché sa di avere un percorso davanti e vuole portarlo a termine. Ha una grande voglia e il suo atteggiamento è un forte messaggio per gli altri pazienti: non bisogna abbattersi mai».

Da un paio di giorni Zanardi ha lasciato Ravenna e Villa Maria di Cotignola, presso cui soggiornava con la moglie, per tornare a casa, a Noventa Padovana, ma tra un paio di mesi tornerà al Centro Iperbarico per sottoporsi a un secondo ciclo. «Sono sessioni molto intense a cui un corpo può essere esposto per periodi brevi, ora deve riposare. In primavera ci sarà un secondo tempo ma più breve». Dal 19 giugno 2020, giorno in cui è iniziata l'ennesima vita di Alex Zanardi, dopo l'incidente in handbike contro un camion sulla strada tra Siena e Montalcino, l'atleta paralimpico è stato operato dodici volte in cinque diversi ospedali.

Portato d'urgenza al Santa Maria alle Scotte con quella che i chirurghi definiranno una «catastrofe facciale», nei primi trenta giorni viene operato tre volte. Il 21 luglio lo trasferiscono a Villa Beretta dell'Ospedale Valduce di Como dove, in tre giorni, resta vittima di un'infezione che lo obbliga a uno spostamento immediato al San Raffaele di Milano. Qui lo operano altre due volte. Il 21 novembre lo spostano a Padova e il 21 aprile 2021 al San Bortolo di Vicenza: altre operazioni. Ma Alex migliora. E ora aspetta la primavera.

·        Il Body Building.

Estratto dell’articolo di Flavio Pompetti per “Il Messaggero” il 30 ottobre 2022.

Bicipiti e deltoidi ipertrofici, tesi fino allo spasimo. Pettorali e addominali potenti, che esplodono da bikini formato francobollo. Glutei e sartori gonfiati come camere d'aria di un pallone. La pelle ambrata da autoabbronzanti e coperta da oli che la trasformano in una superficie riflettente. 

Le donne che praticano lo sport del body building si sottopongono a centinaia di ore di palestra e a diete ferree per scolpire il corpo e renderlo competitivo sul palco dei tanti concorsi annuali ai quali partecipano. […] 

Ma dietro di loro, e spesso a loro insaputa, c'è una selva di uomini determinati a inseguire ben altri traguardi. Istigatori, ricattatori, maestri nello scoprire le debolezze e sfruttarle a loro vantaggio. Per portare una di loro a letto, o costringerla a prestazioni sessuali improvvisate e umilianti. Molto più spesso per convincerle a posare, nude o seminude, per servizi fotografici che poi diventano materiale pornografico da esibire e offrire in vendita su siti specializzati, e il cui commercio genera profitto per i soli maschi che tengono le fila dell'intera organizzazione.

Il quotidiano statunitense Washington Post ha pubblicato un'inchiesta approfondita nel mondo dei muscoli e dei corpi sessualizzati che sta dietro lo sport e ha raccolto decine di testimonianze dalle atlete che hanno fatto parte in passato della carovana. […] 

Gli investigatori del giornale hanno trovato che su un campione di 200 atlete, un terzo almeno è stato ritratto in sessioni fotografiche in bikini, mentre un quarto ha posato senza veli. Le immagini circolano su siti web a pagamento, di frequente abbinate ad altre più esplicitamente sessuali che ritraggono pornoattrici e pornoattori. Nessuna delle donne intervistate ha mai visto un centesimo di questi soldi, anche nei rari casi in cui qualcuna tra loro ha acconsentito alla pubblicazione delle foto.

L'indagine ha al suo centro la figura di J.M. Manion, figlio di un atleta di body building, e creatore dell'agenzia più influente nel panorama dello sport competitivo femminile. Sotto il suo nome nel tempo sono stati registrati anche i siti Erotic Fitness, Alluring Fitness, Fitness Diva, in un crescendo di sfruttamento delle immagini delle donne che sono passate per le file dell'organizzazione.

Ava Cowan è stata una delle poche a ribellarsi, dopo che un avvocato le aveva detto che firmare il contratto che Marion le aveva proposto equivaleva a vendergli il suo corpo. L'atleta denunciò la corruzione che permetteva all'agente di dominare il mercato, e per questo fu bandita per quattro anni da sponsor e organizzatori.

Jenn Gates si è ritirata nel 2011, tre anni dopo aver vinto il titolo di Olympia, e dopo essersi rifiutata di posare nuda per delle foto richieste da J.M. Ha scoperto solo tramite gli investigatori del Post che le sue immagini in minibikini giravano sul web a pagamento, accanto a quelle di pornoattori. 

Mandy Henderson ha ceduto alla richiesta di foto di nudo, perché si era resa conto che era l'unico modo di guadagnare, tramite l'intercessione del potente Marion, la tessera da professionista che garantisce borse più cospicue per i vincitori dei concorsi. Quando ha protestato con il manager per la lunga attesa della tessera, le è stato risposto: «Ma tu non sei ancora passata dalla mia camera da letto».

Un ricatto frequente soprattutto per le sportive che ambiscono alla vittoria dell'Olympia, il cui premio vale 60.000 dollari (contro i 650.000 a disposizione di Mister Muscolo, nella stessa competizione). La richiesta di un costume da bagno aderente per le donne, a partire dal 2010, si è trasformata nell'obbligo del bikini. È da allora che lo sfruttamento sessuale è cresciuto in modo esponenziale.

·        Quelli che...lo Yoga.

Quello che chiamiamo Yoga non è Yoga, ma una pratica coloniale.  Sara Tonini su L'Indipendente il 16 Dicembre 2022

Lo yoga, l’insieme di pratiche ascetiche e meditative di origine indiana, è da tempo in voga anche in Occidente. La sua diffusione negli Stati Uniti e poi in Europa risale alla prima metà del XX secolo, quando personaggi di spicco del mondo dello spettacolo come la ballerina americana Ruth St Denis e l’attrice Marilyn Monroe lo promossero come allenamento di bellezza. Da quel momento la popolarità di questa pratica è aumentata considerevolmente e a valicato i confini di pratica femminile cui – senza motivo – era stato relegato in Occidente. Sono nati centri non solo per la pratica, ma anche per la cultura yogica, ma in verità quella pratica che chiamiamo yoga continua ad essere una cosa molto diversa dalle pratiche ascetico-meditative inventate nell’India antica e ancora oggi praticate nel subcontinente, con tratti che – come vedremo – rientrano nel campo dell’appropriazione e della banalizzazione culturale.

Di questo avviso è ad esempio Vikram Jeet Singh, celebre istruttore di yoga a Goa e una delle voci critiche verso l’approccio occidentale alla disciplina, come ribadito in un contenuto pubblicate in un articolo pubblicato su This Week in Asia che ha avuto un importante risonanza. «La mia cultura è stata spazzata via e soppressa dalla colonizzazione – ha scritto Singh – e ora viene riconfezionata e venduta sotto un’altra forma». Per l’insegnante indiano, il giro di soldi in Occidente attorno al “mondo yoga” va contro la sua stessa natura; non dovrebbe essere né «un’esperienza di shopping né un prodotto accessibile solo a un’élite», afferma. «Lo yoga è una pratica che esiste da migliaia di anni ed è sempre stata accessibile a tutti, ma oggi è diventato sinonimo di una sessione di allenamento priva di qualsiasi tipo di background culturale, in cui bisogna presentarsi con leggings Lululemon da 100 dollari e un tappetino altrettanto costoso».

Nel 2019, l’industria globale dello yoga aveva un valore stimato di 37,46 miliardi di dollari e si prevede che entro il 2027 raggiungerà i 66,23 miliardi di dollari. Gli enormi ricavi non provengono solo dalle iscrizioni agli studi, lezioni e ritiri, ma anche dagli accessori e i prodotti correlati – vestiti, tappetini, oggetti di scena per lo yoga, cibo e bevande – che dovrebbero completare lo “stile di vita yogico”. Per quanto riguarda il nostro Paese, secondo i dati di una ricerca dell’Osservatorio Reale Mutua, nel 2020 un italiano su cinque ha praticato yoga: il boom sarebbe avvenuto con la pandemia, quando tra lockdown e restrizioni varie, moltissimi italiani si sono avvicinati a questa disciplina. «Per dirla senza mezzi termini, l’Occidente ha creato questo sistema in cui si appropria e insegna pratiche dall’Oriente – ha continuato Singh – ma non c’è una sola persona dell’Oriente che partecipi a questo tipo di corsi e che benefici delle loro entrate».

E poi c’è l’aspetto dell’appropriazione culturale: le magliette con scritto Namaste, le immagini di divinità indù trasformate in tatuaggi o i simboli om stampati sui tappetini da yoga. Per alcuni come Nadia Gilani, maestra di Yoga intervistata dal The Guardian, tutto questo vuol dire appropriarsi di una cultura senza rispettarla. Un articolo pubblicato sul Time ha parlato addirittura di un vero e proprio “sbiancamento”  dello yoga da parte dell’Occidente. Molti istruttori indiani hanno accusato i sostenitori in Occidente di averlo trasformato in un esercizio “sexy”, spesso promosso da donne bianche e magre, e di aver raccontato la pratica come uno stile di vita più che una disciplina spirituale con origini risalenti a migliaia di anni fa. Cat Meffan, insegnante online del Regno Unito, ha notato che quando mediaticamente è emerso il problema dell’appropriazione culturale, alcune aziende hanno deciso di inserire istruttori dell’Asia meridionale in prima linea nelle campagne di comunicazione, per poi smettere di farlo una volta che l’attenzione sulla questione era calata. Meffan ha aggiunto che è responsabilità soprattutto di chi promuove questa disciplina di rispettare e trasmettere la sua storia. «Se noi, come facilitatori di yoga e brand di yoga, non stiamo sostenendo i principi fondamentali dello yoga, allora dobbiamo chiederci cosa stiamo facendo», ha dichiarato. 

A non aiutare in questo percorso di riappropriazione culturale è la stessa immagine stereotipata dell’India che si è diffusa in Occidente. Spesso raffigurata come “un parco giochi esotico”, l’India è entrata nella cultura pop occidentale con i viaggi dei Beatles o più recentemente di Steve Jobs o grazie a rappresentazioni di successo come il film “Mangia, prega, ama”. E questa immagine del Paese-luna park sarebbe rafforzata dallo stesso governo indiano, felice di capitalizzare la sua storia e di dipingere la sua terra come una fusione di evasione, avventura e rinascita. Basti pensare che nel 2016 l’India ha istituito un programma di visti rivolto esclusivamente a viaggiatori facoltosi che desiderano visitare il Paese per studiare yoga. Negli Stati Uniti, questi visti per lo yoga costano il doppio di un normale visto turistico.

Anche se il dibattito è ancora aperto molti istruttori chiedono maggiore impegno da parte di chi diffonde e pratica questa disciplina: «vedete una rappresentazione diversificata del tipo di corpo, delle etnie, dei generi, della classe socio-economica e delle abilità fisiche nel vostro studio? La vostra pratica riduce la vostra sofferenza e quella di chi vi circonda? Imparate, rispettate e riconoscete le radici culturali e religiose dello yoga?» queste sono solo alcune delle domande che, secondo un movimento di istruttori di yoga e scrittori, bisognerebbe porsi prima di salire su un tappetino. [di Sara Tonini]

·        Wags e Fads.

Estratto dell’articolo di Chiara Bruschi per “Il Messaggero” il 30 ottobre 2022.

Guadagnano più di dei padri. E non ci sarebbe niente di cui stupirsi, se non fosse che i genitori calciatori professionisti svolgono un lavoro tra i più remunerativi al mondo. Sono le Fads, ovvero le Footballers' Aspirational Daughters, che tradotto dall'inglese significa le aspiranti figlie dei calciatori. 

Dopo le Wags, quindi, termine con cui invece si indicano le mogli degli sportivi diventate celebri grazie a carriere parallele come modelle e influencer, ora tocca alle figlie. Sui loro profili social hanno centinaia di migliaia e a volte milioni di follower, coi quali condividono uno stile di vita sopra le righe […]. 

La rivista Tatler le ha raccolte in una classifica che, per esempio, include Gemma Owen, divenuta celebre nel Regno Unito per la sua partecipazione al reality Love Island. Conta 2,1 milioni di seguaci su Instagram e 1 milione su TikTok.

La 19enne è figlia di Michael Owen, che negli anni novanta guadagnava 10mila sterline a settimana in campo con il Liverpool, squadra di Premier League, la nostra serie A. Secondo gli esperti, invece, Gemma Owen, guadagna mille sterline al secondo per ogni video che posta su TikTok in partnership con un marchio. Un suo post su Instagram sponsorizzato vale 50mila sterline. 

«L'aspetto interessante è che in gran parte il pubblico delle Fads non ha alcuna idea del mestiere svolto dai genitori», ha precisato al Daily Mail Sara McCorquodale, fondatrice di CORQ, che si occupa di trend digitali ed è autrice di «Influencer: How Social Media Influencers Are Shaping Our Digital Future» (come i social media stanno plasmando il nostro futuro). Secondo l'esperta, chi ha oltre 100mila follower è in grado di guadagnare anche 30mila sterline per un video di soli 30 secondi su TiKTok.

Mathilde Mourinho, 26 anni, è la figlia del celebre allenatore Jose. Ha studiato al London College of Fashion e ha creato il suo brand di gioielleria sostenibile Matilde Jewellery, che usa diamanti creati in laboratorio e oro riciclato. […] 

Nell'elenco di Tatler c'è anche Carla Ginola, 28 anni, figlia di David Ginola, giocatore francese che ha fatto parte di diverse squadre inglesi tra cui Newcastle, Spurs, Aston Villa ed Everton. E Holliw Shearer, 27 anni, figlia di Alan Shearer, capitano del Newcastle United con quasi 67mila follower su Instagram e 343mila su TikTok. Influencer e modella, rappresenta diversi brand di moda oltre a essersi lanciata nella musica. La sua cover di Leave Right Now di Will Young ha totalizzato quasi 900mila ascolti su Spotify.

Tra le figlie di, poi, ecco Bianca Gascoigne, figlia di Paul. Su Instagram vanta 345mila follower e Italia è conosciuta anche per la partecipazione a Ballando con le Stelle nel 2021, dove ha danzato accanto a Simone di Pasquale. Maria Guardiola, figlia di Pep, studia moda e ha già svolto stage in aziende come Victoria Beckham, Dior e Helmut Lang. […]

 Alicia Scholes ha 21 anni, è figlia di Paul Scholes del Manchester United e si mantiene grazie ai suoi 116mila follower su Instagram e 44mila su TikTok. Alicia è una giocatrice professionista di netball. Inoltre, gestisce una palestra di Manchester e guadagna con accordi commerciali con diversi brand sportivi. […]

Paola De Carolis per il “Corriere della Sera” il 12 maggio 2022.

La giudice preposta al caso aveva caldeggiato per il patteggiamento. La causa, aveva sottolineato Karen Steyn, sarebbe stata molto costosa. Ne valeva la pena? Niente, però, conta più della reputazione per chi vive soprattutto di fama: la parcella legale non sembra così preoccupare le due mogli di calciatori scese in campo l'una contro l'altra all'Alta corte di Londra nell'ambito di un procedimento che - come già quello tra Johnny Depp e il tabloid Sun - sta raccogliendo quotidianamente di fronte allo storico tribunale londinese una folla di giornalisti, fotografi e curiosi. 

Chi ha detto cosa sull'altra? 

Al centro della battaglia tra Coleen Rooney - moglie di Wayne, geniale e irascibile centravanti del Manchester United e della nazionale inglese ora tecnico del Derby County - e Rebekah Vardy - suo marito Jamie gioca per l'Inghilterra e il Leicester - ci sono informazioni private finite in mano ai tabloid.

Stanca di leggere sui giornali di fatti e vicende che aveva rivelato solo alle amiche più strette, Rooney, con uno stratagemma degno di Agatha Christie, aveva identificato la responsabile dando a tutte storie diverse. Il nome della colpevole era stato infine rivelato sui social nel 2019 con tanto di rullo di tamburi: su Instagram Rooney ha quasi un milione di follower, idem su Twitter. 

Non è un'accusa che poteva passare inosservata. Vardy nega di aver violato la privacy dell'ex amica. Non è stata lei a raccontare i fatti privati di Coleen al Sun , sostiene: non riuscendo a digerire la denuncia di Rooney, l'ha citata a giudizio per diffamazione. Si tratta di un caso che sta catturando l'interesse del pubblico e al quale i mezzi d'informazione britannici stanno dando grande risalto, perché le due donne sono esponenti di punta delle wags ( wives and girlfriends ), il colorito e chiacchierato gruppo delle compagne dei calciatori che popola le pagine dei tabloid (nonché i reality in tv).

Considerando il costo della causa - almeno 400.000 euro in avvocati a testa, stando alle stime - sarebbe lecito immaginare chissà quali segreti, mentre si tratta di notizie a grandi linee innocue, tipo il viaggio di Coleen in Messico alla ricerca di una formula magica per concepire una figlia femmina (dopo tre maschi). La rete e il potere oscuro dei social hanno fatto il resto e la povera Vardy è stata raggiunta da un'infinità di minacce e messaggi osceni. In più, essendo stata caratterizzata come un'amica poco affidabile è stata allontanata dal gruppo.

In sua difesa Vardy ha puntato il dito contro il suo entourage, in particolare l'ex agente Caroline Watt, che sarebbe la vera responsabile. Intanto, però, è lei a dover rispondere in tribunale alle domande pressanti in un caso che sta portando allo scoperto dettagli stravaganti di esistenze lontane anni luce dalla normalità (ieri, ad esempio, al tribunale è stata mostrata una fotografia di Rebekah con un enorme serpente sul letto), a dimostrazione che costo della causa, forse, non sarà solo finanziario.

Paola De Carolis per corriere.it il 29 luglio 2022.  

Chi ha vinto? Si è conclusa la battaglia disputata all’Alta Corte di Londra che per diverse settimane ha appassionato il Regno Unito. Nella causa tra le due Wags – acronimo che sta per mogli e compagne dei calciatori - la giudice proposta al caso ha dato ragione a Coleen Rooney, presentatrice televisiva, reginetta dei social e moglie del giocatore e allenatore Wayne. 

Si tratta di una saga che sa di celebrità e gossip — dagli abiti delle due protagoniste, alle abitudini del loro entourage, dalle vacanze esotiche all’estero, alla fragilità di una fama costruita sui social — che, se ha occupato pagine e pagine di giornali e riviste nonché ore di trasmissioni televisive, si è rivelata salatissima per chi ha prevalso così come per ha perso, con costi legali astronomici: circa 1,5 milioni di sterline a testa. 

Le origini della causa per diffamazione risalgono ad alcuni anni fa, quando Rooney rivelò sui social di aver scoperto chi era la falsa amica che continuava a passare informazioni confidenziali ai giornali. 

La colpevole era Rebekah Vardy, moglie di Jamie, calciatore dai piedi d’oro con una moglie – indicò Rooney - chiaramente incapace di rispettare la privacy altrui. Un j’accuse inappellabile: Rooney aveva infatti passato alle sue conoscenti informazioni diverse per individuare la fonte degli articoli sulla stampa, tecnica simile a quella utilizzata in un giallo di Agatha Christie cui si deve il soprannome dato alla vicenda, Wag-atha Christie. 

Vardy ha sostenuto la sua innocenza accusando Rooney di averle distrutto vita e professione: la sua immagine è stata per sempre alterata. Dai messaggi sul cellulare era emerso durante le udienze che a far filtrare informazioni su Rooney al tabloid Sun era stata l’agente di Vardy, Caroline Watt, ed è questo uno dei dettagli che ha portato la giudice a una sentenza che non ha risparmiato parole dure.

La testimonianza di Vardy — ha precisato — è stata «palesemente incoerente, evasiva o implausibile». 

La giudice ha aggiunto che è probabile che Vardy e la sua agente abbiano «deliberatamente distrutto» prove che avrebbero potuto incastrarle, ovvero una chat su WhatsApp e un telefono, «accidentalmente caduto» nel Mare del Nord. 

Rimane ora da capire perché Vardy abbia insistito su una causa costosissima ed estremamente dannosa anche quando la giudice aveva invitato le due parti a trovare un accordo: ma questo forse fa parte dei misteri delle vite dei vip. 

Antonio Murzio per true-news.it 13 settembre 2022.

Si fosse trattato di una partita, si sarebbe potuto dire che Francesco Totti era sotto di diversi gol e ha solo cercato la rimonta. Il risultato finale non è dato sapere, visto che non di reti si tratta ma di corna. La diatriba tra l’ex Pupone e Ilary Blasi, tra chi dei due è stato tradito per primo, quante volte e con quanti amanti, è scesa a livello di Bar Sport dopo l’intervista rilasciata al Corriere della Sera domenica dall’ex capitano della Roma. E meno male che entrambi volevano tutelare i figli. 

Nell’attesa che Cazzullo, in un impeto di giornalismo investigativo, scopra che fine hanno fatto i Rolex di lui e le borse di lei, e che  il quotidiano di via Solferino continui a fornirci particolari sul ruolo dell’amica-parrucchiera di Ilary, vi forniamo un breve excursus storico con alcuni precedenti di tradimenti – attuati o subiti – che hanno visto protagonisti i calciatori.

Un “Tutto il calcio cornuto per cornuto”, che spesso è stato più avvincente della trasmissione radiofonica della domenica pomeriggio. Soltanto che le partite sono sempre state giocate fuori dagli stadi e il rettangolo di gioco si riduceva alle dimensioni di un’alcova. E l’unico non cornuto è colui che istituzionalmente per i tifosi lo diventa quando prende una decisione ritenuta sbagliata: l’arbitro. 

Partite senza spettatori, ma spesso con compagni di squadra che sapevano, durata delle stesse presumibilmente molto al di sotto dei 90 minuti, forse qualche tempo supplementare giocato, ma senza l’ansia della qualificazione, esultanza per il risultato limitata a massimo due persone, niente trionfali giri di campi al termine degli incontri. 

Cominciamo con un ex compagno di Nazionale proprio di Totti e insieme a lui campione del mondo nel 2006, Gigi Buffon.

Sposato con Alena Seredova, l’ex portiere della Juventus si separò dall’ex modella ceca praticamente a mezzo stampa. La Seredova rivelò di aver scoperto il tradimento del marito con Ilaria D’Amico (poi diventata sua compagna: i due stanno insieme ancora oggi), dai giornali.

Anche un altro campione del mondo 2006, Andrea Pirlo, divorziò dalla moglie Deborah Roversi nel 2014, dopo 12 anni di matrimonio. L’ex fuoriclasse di Milan e Juve aveva a quanto sembra una relazione extraconiugale con Valentina Baldini, che sarebbe poi diventata la sua nuova compagna.

A essere tradito non una ma due volte è stato sicuramente il calciatore argentino Maxi Lopez: dalla moglie Wanda Nara e dal giovanissimo collega Mauro Icardi che lo stesso Lopez aveva preso sotto la sua ala protettiva al suo arrivo in Italia.

Ignorava che su Maurito anche la moglie Wanda avesse dispiegato… le ali, anche se lei ha sempre sostenuto che la relazione con Icardi, del quale oggi è anche procuratrice, sia cominciata solo dopo il suo divorzio. 

Fatto sta che durante un incontro di campionato Maxi Lopez rifiutò di stringere la mano al suo ex pupillo mentre l’ex moglie accusava lui di tradimento: «Non ho mai tradito il mio ex marito Maxi Lopez. 

Lo giuro sui miei figli. Anzi ho lottato fino alla fine per salvare il nostro matrimonio. Ma non ce l’ho fatta. Mi tradiva sempre, in continuazione. Quando eravamo in Argentina mi ha tradito anche con Marianna, la nostra governante che bella non era. Eravamo in casa e loro facevano l’amore mentre io dormivo in un’altra stanza con i bambini», dichiarò al settimanale Chi.

Ma non si pensi che le corna nel calcio siano roba solo recente. Josè Altafini, già sposato,  ebbe una relazione con Annamaria Galli, con la moglie di Paolo Barison quando giocava nel Napoli. Un altro campione sudamericano che ha indossato la maglia azzurra anni più tardi non gli è stato da meno. Maria Soledad Cabris nel 2007 ha sposato Edinson Cavani ma il matrimonio è durato solamente pochi anni ed è finito principalmente a causa delle scappatelle di lui, che peraltro la lasciò a mezzo mail.

In moltissimi casi accade che i tradimenti vengono consumati in ambito calcistico.  Gianluigi Lentini aveva una relazione con Rita Schillaci, moglie di Totò Schillaci. Lo si seppe nell’agosto del 1993, dopo il grave incidente stradale in cui fu coinvolto l’allora giocatore del Milan. “Stavo andando da Rita”, raccontò poi Lentini. 

Le corna non sono un’esclusiva dei calciatori italiani, anzi uniscono più dell’esperanto. Una riprova? Nel 2005  Edoardo Tuzzio e Horacio Ameli  erano molto amici e giocavano per il River Plate, squadra argentina di Buenos Aires. Ameli ebbe una relazione con la moglie di Tuzzio

Nel 2010 in Gran Bretagna, John Terry, allora capitano del Chelsea, ebbe una relazione con la fidanzata di Wayne Bridge, difensore nella sua stessa squadra. Bridge lasciò il Chelsea e  andò a giocare nel  Manchester City. 

Nel 2013 a Madrid Caroline, moglie di Kevin De Bruyne, centrocampista del Manchester City cercò i di sedurre Thibaut Courtois, giovane portiere del Chelsea, per pareggiare i conti con le corna che le aveva fatto De Bruyne. Raggiunse il suo obiettivo.

·        Il Coni.

Finanziamenti pubblici: chi lucra sullo sport sociale e gli sponsor in Parlamento. Marco Bonarrigo e Milena Gabanelli su Il Corriere della Sera il 16 Novembre 2022.

Nel 2022 lo sport italiano ha ricevuto 288 milioni di euro di finanziamento pubblico: lo Stato mette i soldi, il Coni decide a chi darli, Sport e Salute (società per azioni del ministero dell’Economia e delle Finanze) come suddividerli. Alle 45 federazioni sportive vanno 264 milioni, alle 18 federazioni associate 4 milioni, e ai 15 Enti di promozione sportiva (Eps) riconosciuti dal Coni spettano 16 milioni. Solo il Coni può assegnare la qualifica di Eps che permette alle centinaia di migliaia di società affiliate vantaggi fiscali enormi. I soci sono complessivamente 9 milioni.

Gli Enti di promozione sportiva e i partiti politici di riferimento

Gli Eps nascono nel dopoguerra come strumento di propaganda e azione sociale di partiti politici e movimenti confessionali. La Libertas alla Dc, l’Arci-Uisp (ora solo Uisp) al Pci, l’Endas ai repubblicani, la Fiamma ai missini, il Csi alla Curia e così via. La loro natura è definita per regolamento, con una regola sacra: l’assenza di fini di lucro per loro e tutte le società associate. I ricavi, se ci sono, non possono essere distribuiti ai soci né in modo diretto e né in modo indiretto e neanche in futuro.

Le indagini della Guardia di Finanza

Nella realtà le cose vanno in un altro modo: Guardia di Finanza, Agenzia delle Entrate e Ispettorato del Lavoro già nel 2010 (Operazione Ercole) avevano trovato irregolarità in 95 circoli sportivi su 100. Nel 2022 hanno aperto centinaia di verbali. Il 20 gennaio la Gdf della Toscana ha accertato evasioni per oltre un milione di euro in una struttura di Grosseto i cui soci-atleti erano in realtà clienti iscritti a corsi fitness, inconsapevoli di far parte di una società sportiva. Trecentomila euro evasi e 5 lavoratori in nero a Sassuolo, dove «le finalità non lucrative espresse nello statuto erano finalizzate esclusivamente al profitto». In una grande palestra di Pomezia, vicino Roma, sono stati trovati completamente in nero istruttori, addetti alle pulizie, impiegati di segreteria ed esperti di marketing. Verbali analoghi a Trento, Cuneo (con canoni di affitto sovrastimati per lucrare sui crediti d’imposta), Cesena, Parma e altre località.

Tutti gli «imbrogli» delle palestre

Quasi metà delle società affiliate ad alcuni Eps sono palestre. Due centri sportivi di fama nel quartiere Eur di Roma hanno sale pesi, piscine e campi da tennis a disposizione dei clienti, adulti e benestanti. Un abbonamento annuale costa dagli 800 ai 1.300 euro, a seconda dei servizi offerti. In più si paga una cifra annuale (50/70 euro) di iscrizione. Nessun scontrino o ricevuta, ma una semplice notula priva di valore fiscale perché le due palestre si sono associate al Centro Sportivo Italiano (Csi) con la qualifica di «società sportive dilettantistiche» senza fini di lucro. La più grande – a scorrere il registro del Coni – conta 3.800 «atleti». Nel momento in cui ti iscrivi alla palestra, anche se nessuno te lo dice, diventi un atleta del Csi che infatti dichiara 1,3 milioni di soci. I vantaggi: la palestra non paga tasse e Iva sulla quota incassata, può assumere allenatori senza versare contributi pensionistici o assicurativi entro i 10 mila euro, ha sconti sulle forniture di metano e sulle tasse sui rifiuti e può defiscalizzare anche i ricavi del bar sociale. Il lucro c’è ma non si vede. Il presidente della società sportiva non può incamerare gli incassi della palestra ma può, ad esempio, girarseli sotto forma di affitto in quanto proprietario dell’impianto. E gli affitti sono molto alti. Secondo Silvio Martinello, oro olimpico ad Atlanta nel ciclismo e gestore di una delle palestre più grandi del Veneto, «l’operatore può sfruttare i benefici del lavoro sportivo con i dipendenti, ma deve sempre battere lo scontrino per le prestazioni di fitness che sono un lucro e vanno tassate. I vantaggi sono riservati a chi davvero fa attività sportiva dilettantistica, individuale e di squadra».

Come vengono schivati controlli e sanzioni

Enti come Asi, Opes, Csen hanno efficientissime strutture parallele con fiscalisti e consulenti del lavoro che spiegano come schivare controlli e sanzioni: bisogna evitare in ogni modo che «l’attività sia volta solo al mantenimento della forma fisica individuale e al miglioramento estetico», recita il vademecum Asi, e non alla «partecipazione a manifestazioni o gare o preparazione sportiva». Rischiano grosso le strutture con «ampia gamma di attività assimilabili alle aziende commerciali e non di promozione dei valori sportivi». Cioè buona parte delle palestre italiane. Per evitare contestazioni e multe, Asi propone di «creare eventi sportivi dilettantistici documentabili» tra i clienti «pubblicando classifiche per categorie di età e diffondendole sul web». Insomma, simulare un’attività amatoriale fornendo anche «attestati con documentazione degli esiti sportivi». Vittorio Bosio, presidente Csi (1 milione di soci), dice: «Al Csi puntiamo allo sport sociale per i giovani, sappiamo che ci sono palestre che si affiliano a noi per risparmiare sulle tasse, ma sono poche e le scoraggiamo». Dimentica che il Csi ha firmato un accordo con Anif, l’associazione che raduna 800 grandi palestre e centri fitness italiani, cui vende pacchetti di 2.000 tessere a 3.400 euro. Giampaolo Duregon, presidente Anif, ammette: «È vero che non paghiamo tasse e Iva ma ce lo meritiamo perché svolgiamo attività sociale che migliora la salute dei cittadini». A dire il vero l’attività è sociale quando non è a fini di lucro.

Calcio canino e lancio del formaggio

Gli Eps sono anche una formidabile macchina per sdoganare attività non codificate. L’insegnamento della ginnastica posturale, ad esempio, andrebbe affidato a fisioterapisti o laureati in scienze motorie. La scorciatoia è un corso online di 13 ore proposto dallo Csen che per 300 euro offre diploma, patentino e riconoscimento Coni per esercitare l’attività. I requisiti per frequentarlo? «Aver praticato la disciplina specifica/analoga per almeno una stagione sportiva oppure avere buone competenze nell’anatomo-fisiologia di ossa, muscoli ed articolazioni». E i tecnici abilitati, spiegano allo Csen, «quando operano in una società dilettantistica, possono usufruire del regime fiscale agevolato di cui alla legge 342\2000». Enti come Csen o Asi riconoscono come attività sportiva il calcio canino, il braccio di ferro, le danze primitive e il tiro con la fionda. Il Coni ha redatto un elenco di quasi 300 discipline legittimate a definirsi sportive e l’immaginazione non ha limiti: ci sono il lancio del formaggio, il volo in dirigibile e le gare con le barchette telecomandate. C’è un altro aspetto monitorato dalla Guardia di Finanza, quello del lavoro. Il 90% di personal trainer o allenatori di palestra usufruisce di uno sgravio fiscale totale fino a 10 mila euro di reddito grazie a una norma nata per incoraggiare gli insegnanti di educazione fisica a dedicare alcune ore pomeridiane all’allenamento dei ragazzi. Succede, invece, che molte palestre fanno sottoscrivere contratti defiscalizzati e senza versamento di contributi pensionistici anche agli amministrativi, che invece vanno inquadrati nei contratti di settore pagando le tasse per intero. Il governo Draghi, consapevole degli abusi, ha riscritto la legge, introducendo i contributi nella fascia di reddito tra i 5 e i 15 mila euro per fornire più garanzie ai lavoratori. Ma il progetto potrebbe essere rimesso in discussione dal nuovo esecutivo, pressato dagli Eps che in Parlamento hanno ottimi sponsor.

Gli sponsor in Parlamento

Opes, legato a Fratelli d’Italia, ha spedito in Parlamento l’ex presidente Marco Perissa. Asi è presieduta dall’ex deputato di Lega e An Claudio Barbaro, appena nominato sottosegretario all’Ambiente e Sicurezza energetica. Sul sito Asi, Barbaro scrive che «nati in continuità con la storia della Destra sportiva italiana, noi di Asi da sempre siamo un riferimento per tutto il nostro mondo». Lo sport sociale non dovrebbe guardare a destra, sinistra o centro e fare lucro truccando le carte. Va detto che ci anche sono enti che lavorano con dedizione e onestà: tra i giovani, gli anziani, i disabili, nelle carceri e nelle periferie. Ma proprio perché lo sport fa bene alla salute si potrebbe cominciare dando la possibilità di scaricare una quota dell’abbonamento alle palestre ai cittadini che vorrebbero frequentarle, ma non possono per via di costi altissimi. Così i titolari avrebbero l’obbligo di emettere una ricevuta fiscale

Viola Giannoli per “la Repubblica” il 3 febbraio 2022.

Sul Circolo Canottieri Aniene di Roma e il suo sbarramento di genere all'ingresso si muove ora anche il governo. «Lo sport, per la sua natura, è un motore di partecipazione globale. Non si concilia, in alcun modo, con recinti ed esclusive che limitino la partecipazione femminile. E nessuna associazione sportiva, ovviamente, può avere statuti in cui la partecipazione sociale delle donne è discriminata», dice a Repubblica la sottosegretaria di Stato con delega allo Sport, Valentina Vezzali.

E invece, come raccontato su queste pagine, all'Aniene, il club ultracentenario in riva al Tevere in cui le strette di mano e il sudore sui campi di padel oliano affari e conoscenze, lo Statuto del 1892 riscritto tre anni fa vuole come "soci effettivi" (1500 in tutto) i soli maschi over 25, lasciando alle donne la possibilità di essere ospiti se "mogli o figlie di", di diventare "socie per meriti sportivi" (sono 38), con il solo uso degli impianti, o "socie onorarie" (5), le uniche con diritti pari agli uomini di voto e di ascesa alle cariche sociali.

Un circolo privato, certo, dove, dicono alcuni dei soci storici, «ci associamo con chi ci pare per difendere l'identità, la storia, l'appartenenza a questo club dove domina la goliardìa e non la misogninìa». Ma che, da privato, è affiliato alle Federazioni sportive nazionali e vanta un presidente onorario, Giovanni Malagò, che rappresenta anche il Coni ed è membro del Cio. 

E lì, nel Comitato olimpico internazionale, siede pure Federica Pellegrini, la regina del nuoto socia onoraria dell'Aniene, secondo la quale «lo statuto è una cosa che riguarda la tradizione» e «non è giusto cercare il pelo nell'uovo» perché «io faccio parte del circolo Aniene, quindi non è vero che è vietato alle donne: per meriti sportivi o per meriti speciali una donna può entrare».

Assist, l'associazione nazionale delle atlete, non ci sta: «Pellegrini gode di un privilegio, di una deroga, ma la parità e l'articolo 3 della Costituzione dicono che non deve funzionare così. In un circolo sportivo, affiliato alle Federazioni e che gode peraltro di concessioni comunali non può esistere alcuna barriera tra genere ». Sulla sponda del fiume si vedono in verità signore in vasca e altre a pranzo, le campionesse dello sport nei quadri alle pareti e sulle copertine del magazine.

Nelle foto delle assemblee e nell'elenco di presidenti, probiviri e revisori, invece, solo baffi e cravatte. All'Aniene come altrove, a Roma e non solo. E dopo le trenta parlamentari dell'intergruppo donne per i diritti e le pari opportunità della Camera che hanno depositato un'interrogazione al premier Mario Draghi e alla ministra Elena Bonetti «affinché vengano superate situazioni discriminatorie e del tutto anacronistiche », la polemica continua. Dal Lazio, la consigliera del Pd Sara Battisti parla di Statuto inaccettabile, la sua collega Eleonora Mattia dice che «non ci cono giustificazioni».

 Interviene pure Carolina Morace, allenatrice ed ex calciatrice della nazionale italiana: «Diranno che è tradizione, ma i segnali sono molto importanti, da donna non frequenterei mai quel circolo. È questione di educazione e di cultura, siamo un Paese che non si evolve».

Ricorda la sottosegretaria Vezzali che «nell'ambito della legge che limita a tre mandati la figura del presidente del Coni e dei presidenti federali si prevede una presenza femminile all'interno dei Consigli federali del 30 per cento». «Oggi - aggiunge l'ex schermitrice - per la prima volta nella storia abbiamo due presidenti federali donne e all'interno della giunta Coni tante donne. Abbiamo chiesto anche una maggiore presenza femminile nell'ambito dei revisori dei conti. Sono fiduciosa che tra qualche anno si vedranno i frutti di questo lavoro». Forse anche al Circolo Aniene.

Valentina Lupia per “la Repubblica” il 4 febbraio 2022.

«Quello dell'Aniene è uno statuto patriarcale, pesantone, medievale, antico». Valentina Vignali, cestista professionista con un passato in serie A e in nazionale, ora alla Virtus Pavona ai Castelli Romani, interviene sul caso del Circolo chiuso alle donne, se non per meriti sportivi o speciali. Per lei, che è anche modella, personaggio della tv e influencer da 2,4 milioni di follower, «sarebbe ora di evolversi, superando anche gli stereotipi». 

I soci del Circolo si trincerano dietro al fatto che lo statuto sia da sempre così: non discriminazione, dicono, ma tradizione. Che ne pensa?

 «Che ciò non toglie che si possa evolvere ed essere migliori di prima. Accettare le donne non solo per meriti speciali o sportivi non sarebbe violare le regole, bensì un passo in avanti verso l'inclusione e la parità. Si andrebbe a limare questo contesto patriarcale, pesantone, medievale, antico, perché per me questo è».

Quindi, potesse decidere lei, lo statuto andrebbe cambiato.

«Sì. Sacrificarlo darebbe un buon esempio, un segnale e un messaggio forti. Come donna da tempo auspico un grande cambiamento in tal senso: qualche passo in avanti lo vedo anche, ma ce n'è di strada da fare. Questo potrebbe essere un altro tassello. A questo punto è ora che il Circolo dia il buon esempio. E poi dobbiamo darci una svegliata». 

In che senso?

«Nel senso che, in primis, gli uomini e le donne si allenano allo stesso modo, faticano nella stessa maniera: io mi sono allenata anche tre volte al giorno e ho fatto trasferte sfiancanti. Come i maschi. E poi, tornando al Circolo Aniene, una distinzione tra donne che hanno meriti sportivi o speciali e tutte le altre non deve esistere: qui parliamo di diritti e parità. 

Dovrebbe bastare l'human being di ciascuna: io sono stanca di dover lavorare il triplo per essere considerata al pari di un uomo. Dobbiamo evolverci verso la parità e l'inclusione, ma di tutti: mica ci sono solo uomini e donne. Ma tante sfaccettature, tante persone che non si riconoscono in nessuno dei due sessi o che stanno attraversando una fase di cambiamento». 

«È tradizione, non cerchiamo il pelo nell'uovo», ha detto ai microfoni di Radio Capital Federica Pellegrini, difendendo a spada tratta il club di cui fa parte. Di questo che ne pensa?

« Un po' dispiace per quello che ha detto: la stimo molto sia come atleta che come personaggio del mondo dello spettacolo. Una stima riconfermata quando ho visto il suo documentario». 

Eppure prima di partire per Pechino ha detto che "fa impressione" che nelle posizioni di responsabilità nello sport vi sia solo il 10% di donne. Ma da donna non si indigna per quanto accade all'Aniene di cui è socia.

«Non so se sono cose dette di fretta, senza pensarci troppo, ma sono delusa dalle sue parole. Da una delle rappresentanti dello sport femminile nel mondo mi aspettavo più sensibilità».

Michele Serra per “la Repubblica” il 4 febbraio 2022.  

Sui club per soli maschi, come la Canottieri Aniene, si potrebbe spendere un numero quasi illimitato di battute, quasi tutte a sfondo sessuale, con la certezza (entusiasmante) che sui social un mucchio di persone si incazzerebbe a vuoto, poiché la vera, tragica esclusione in corso, ai giorni nostri, è quella del senso dell'umorismo. (Lo sa bene Checco Zalone, che si fida solo del suo non tenendo in alcun conto quello degli altri: e fa benissimo).

Benché maschio, l'unica volta nella vita in cui mi capitò di entrare in quel luogo caratteristico (invitato al compleanno di uno dei miei pochissimi amici importanti) provai pure io la bruciante esperienza dell'esclusione. Informato in ritardo del dress code, che prevedeva l'abito scuro, rimediai all'ultimo momento, grazie alla complicità di una costumista della Rai, un orrido completino nocciola, di due misure più stretto rispetto allo status quo del mio addome, e mi presentai con un vestito doppiamente sbagliato: perché niente affatto scuro (mi resi conto troppo tardi che virava tragicamente sul beige) e perché strippava da ogni parte.

Mi sentii come Peter Sellers in Hollywood Party, ma trovai quasi immediata consolazione riflettendo su questo: ai quattro quinti dei presenti non avevo nulla da dire, né loro a me. Il restante quinto avrei potuto tranquillamente incontrarlo, vestiti da persone normali, in cento altri luoghi. In fin dei conti, questo penso della Canottieri Aniene come di qualunque altro club privato: non è così necessario farne parte. 

Se il regolamento prevede solo obesi, o solo signore in vestaglia rossa, o solo fantini, o solo amanti dei gatti, o solo maltesi, o solo masochisti, il resto del mondo non si deve turbare: può semplicemente dirigersi altrove.

Da gazzetta.it il 18 gennaio 2022.

"Avevo una seria complicazione cardiaca", la rivelazione del presidente del Coni Giovanni Malagò, parlando al Consiglio nazionale al Foro Italico. "Il 24 dicembre - dice Malagò - sono andato a fare un piccolo intervento programmato in day hospital all'occhio, avevo una aritmia atriale, una fibrillazione, siccome sono brachicardico non l'ho mai sentita. Sono stato a rischio di trombo e ictus, l'ho capito quando al termine mi hanno fatto elettrocardiogramma a raffica". 

Nella lettera indirizzata al sottosegretario Vezzali "tutti gli organismi ricorderanno la situazione drammatica delle società professionistiche e di base. La crisi pandemica e il caro energetico stanno mettendo a serio rischio molte associazioni, che potrebbero o chiudere o non riaprire. Il nuovo protocollo? Sembra aver messo molto ordine, sembrerebbero tutti contenti". Lo ha detto il presidente del Coni Giovanni Malagò al termine della Giunta di oggi.

Fortunatamente, però, il pericolo è stato individuato prima che potesse trasformarsi in qualcosa di grave: "Mi hanno prescritto dei farmaci, sono tornato dopo qualche giorno di riposo a Sabaudia e la diagnosi è stata confermata. Mi è andata bene, sono fuori pericolo". Il numero 1 del Coni, però, non ha ancora capito l'origine del problema: "Ora non ce l'ho più ma il problema adesso è capire perché: al 75% è un sovraccarico di stress, al 24% può essere un problema di coronarie, all'1% poteva essere una miocardite da vaccino ma è stata esclusa dagli esami. Quindi ho fatto bene a fare la terza dose di vaccino. Non potevo non raccontarvi questa storia perché siete la mia famiglia", ha concluso Malagò. 

Gianluca Cordella per "il Messaggero" il 19 gennaio 2022.  

«Ho rischiato l'ictus, ora per fortuna sono fuori pericolo. Non potevo non dirvelo: siete la mia famiglia». La verità di Giovanni Malagò scuote il Consiglio e la Giunta nazionale del Coni. A poco più di due settimane dal via delle Olimpiadi di Pechino, il presidente ha raccontato a Palazzo H i momenti di paura trascorsi durante le festività natalizie. 

Motivo: una complicazione cardiaca scoperta per caso e che avrebbe potuto generare una serie di complicazioni pericolose. «La sera del 24 dicembre sono andato a fare un piccolo intervento programmato in day hospital all'occhio e i medici hanno scoperto che avevo un'aritmia atriale. 

È una fibrillazione molto comune, che normalmente si sente ma siccome io sono brachicardico non l'ho mai sentita - ha raccontato il numero uno dello sport italiano - Mi hanno detto che per qualche settimana sono stato a rischio di trombo, di ictus, l'ho capito quando al termine mi hanno fatto elettrocardiogramma a raffica. Mi hanno prescritto dei farmaci, sono tornato dopo qualche giorno di riposo a Sabaudia e la diagnosi è stata confermata».

Da allora il presidente è stato tenuto sotto osservazione, l'ultimo controllo sabato scorso. «Mi è andata bene, sono fuori pericolo» ha annunciato Malagò, sottolineando come adesso sia importante capire l'origine del problema. «Al 75% è un sovraccarico di stress, al 24% può essere un problema di coronarie, all'1% poteva essere una miocardite da vaccino ma è stata esclusa dagli esami. Quindi ho fatto bene a fare la terza dose». 

L'ALLARME Percentuali a parte, la pista dello stress ha una forte base di razionalità, considerando il biennio durissimo affrontato dallo sport tutto, che come tanti altri settori è stato fortemente provato dalla pandemia mondiale. Una crisi che qualche mese fa sembrava poter mollare un minimo la presa e che, al contrario, adesso si sta riproponendo in tutta la sua veemenza.

Ragion per cui ieri lo stesso Malagò ha annunciato la volontà di inviare una lettera alla sottosegretaria allo Sport Valentina Vezzali per chiedere sostegno, alla luce del «grido di dolore e di allarme di società professionistiche e di base che si aspettano un supporto coi ristori e che si trovano sul baratro con il rischio di non farcela». 

«Tutti hanno bisogno di aiuto, più grande sei e più problemi hai, a cominciare dalle squadre di calcio - ha spiegato Malagò -. Si devono dare criteri e vincoli sul supporto e l'aiuto. Oggi c'è oggettivamente la possibilità per ottenere sgravi fiscali che è già qualcosa. C'è poi il tema caro bollette, molte società o non riaprono o rischiano di chiudere».

In questo clima l'Italia si appresta a vivere le Olimpiadi invernali di Pechino, con obiettivi importanti e ricordi - quelli di Tokyo - che lo sono ancora di più. L'obiettivo è fare meglio di Pyeongchang dove gli azzurri chiusero con 10 medaglie, tra cui 3 ori. «Sul numero mi sento tranquillo, sugli ori non è preventivabile perché parliamo di gare che si vincono o si perdono sui centesimi», ha spiegato il presidente, che guiderà una spedizione anche numericamente simile: 122 atleti in Sudcorea, contro i 119 attuali, «aspettando le quote di riallocazione, tra Covid e infortuni». Già, quel Covid che anche in Cina vieterà l'ingresso agli spettatori. «Era preventivabile, ma quello che conta è che le Olimpiadi ci saranno».

La lettera. Cosa ha avuto Giovanni Malagò, il presidente del Coni ha rischiato un ictus per il troppo stress. Fulvio Abbate su Il Riformista il 20 Gennaio 2022.  

Caro Giovanni Malagò, ti scrivo da amico, di più, da cardiopatico (sebbene lieve) e ancora, già che ci siamo, da residente quarantennale (sebbene palermitano di nascita) della nostra ormai comune città, Roma. Luogo eletto di cui tu sei indubitabilmente, antropologicamente, posturalmente una figura apicale, radiosa del suo paesaggio pubblico. Mi rivolgo dunque a te, non in quanto presidente del Coni (sia detto per inciso, non ho mai coltivato amore per gli sport, nonostante mia madre fosse giudice d’atletica leggera e mio padre commissario di gara ai box dell’ormai tramontata Targa Florio) piuttosto per ciò che rappresenti, dal punto di vista dell’aura “mondana”, ossia come incarnazione vivente nel meraviglioso cittadino, sia detto nel senso più alto e assoluto della parola.

Guardando te, e qui parlo da scrittore che ha raccontato Roma, meglio, ha provato a restituirla in quasi tutti i suoi spicchi rilevanti: dagli autisti dei politici in attesa, metti, a Montecitorio, creature in blazer ordinario che danno la misura della realtà ministeriale più dei loro “principali”, anzi, di ciò che Pasolini chiamava “il Palazzo”, ai cardinali immobili davanti alle tavole calde di via del Mascherino, dietro San Pietro, nei giorni di Conclave, senza infine dimenticare la leggenda dei cocainomani dei Parioli in smart. Sappi che per anni mi sono detto che per essere socialmente “realizzati” a Roma, anzi, per sentire la pienezza sociale della città nel suo modello base affluente, sarebbe bastato esserti amico: sì, uscire di sera con te, magari a bordo di una Ferrari, sfiorando il paesaggio circostante, anche quello femminile, aggiungendo che tuttavia questo non era il mio desiderio, in quanto la mia storia di “comunista” (dico così per semplificare, ma ci siamo capiti, no?) non si sarebbe mai conciliata con una serata al “Jackie O’” o, che so, al “Notorius”, sempre che questi luoghi esistano ancora. Aggiungendo infine che non era affatto questo il mio “sogno”.

Invece mi sbagliavo. L’ho capito una sera che ci siamo incrociati a casa di un comune amico, Roberto D’Agostino: era in corso la semifinale dei campionati europei di pallone, e tutti o quasi stavano davanti a un teleschermo a vedere la penultima partita decisiva, tu invece, nonostante il distintivo con i cerchi olimpici all’occhiello, sei rimasto a cazzeggiare con me, e abbiamo parlato all’universo mondo, ci siamo regalati anche una foto insieme, dove ridiamo allegramente, con noi anche Paolo Sorrentino. Al nostro selfie si è aggiunto piratescamente un altro ospite, ritenendo sicuramente che comparire con voi due desse, come dire, un buon punteggio di considerazione sociale. Al contrario, io in quel momento mi sono accorto del tuo talento umano, della capacità di trascendere anche l’ordinaria, perdona se mi ripeto, mondanità amichettistica dell’Urbe. Da quel momento esatto mi sono detto che le mie valutazioni precedenti sulla tua persona erano errate, anzi, che volentieri sarei uscito con te, e avremmo trascorso una splendida serata nella gratuità del perder tempo, così, per puro spleen.

Perfino, metti, raggiungendo in piena notte Monte Mario, dov’è “Lo Zodiaco”, per guardare la skyline di Roma dall’alto per riflettere sul senso, gli splendori e le miserie della nostra città. Forse lo ignori, ma quel locale leggendario è chiuso da anni, e perfino il vialetto degli Innamorati è in stato d’abbandono, una selva, una giungla di sterpaglie. Ho appena letto che sei stato poco bene: hai rischiato un ictus, e la notizia mi ha suggerito questa lettera. Perché con le tue parole dove racconti la fibrillazione atriale mostri la necessità di sottolineare il senso del “limite”, ciò che è contrario alla cultura dominante dell’ambizione. Dunque, così dicendo, hai scelto di trascendere l’ordinaria percezione delle cose, anche in questo caso romane, ministeriali, andando oltre l’immagine, il feticcio, l’ossessione già citati del Palazzo. E del suo presidio.

Mentre leggevo del malore che ti ha riguardato, sono tornati in mente i giorni del mio ricovero all’ospedale “San Camillo” di Roma (lo stesso nosocomio dove periodicamente finisce Adelaide, la protagonista di Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca di Ettore Scola), per un intervento a una valvola mitrale, nulla di che, intendiamoci. Così ritrovando a mia volta il senso, la percezione del limite. Nei giorni del ricovero, devi sapere, non potevo non fare caso a una lettera di ringraziamento affissa nella bacheca della medicheria, scritta qualche mese prima da Giuliano Gemma, sì, proprio dal già pistolero “Ringo” e partigiano indomabile “Corbari”, nella quale ringraziava le ragazze del personale, avendo deposto la colt sul comodino, accanto all’asta della flebo. Ora, mettendo da parte ogni riflessione sull’ambizione che governa le meccaniche poco celesti di questa nostra città, Roma, proprio per la sua prossimità con il potere, dai politici all’ultimo dei portinai, anzi del capo fabbricato, così come veniva chiamato al tempo del littorio, proprio in questa città di palazzine e palazzinari, mi sembra che invece questa tua confessione a cuore semichiuso, diciamo così, ti abbia sollevato oltre l’orrore quotidiano del mondo delle relazioni, parlo delle relazioni interessate.

Ci pensi che esistono (e se solo potessimo ascoltarle sarebbe un racconto irresistibile di denuncia “civile”), ci pensi che in questo nostro mondo circoscrizionale esistono creature il cui primo pensiero del mattino non riguarda, non inquadra la nostra assoluta impermanenza, anzi, l’impermanenza delle cose stesse, ma piuttosto il capofitto della conversazione interessata, in nome dell’ambizione ancora una volta ministeriale. Ecco, perdona se mi sono dilungato quasi letterariamente, eppure mi è sembrato che proprio le tue parole riferite proprio al limite fisico, mi è davvero sembrato che grazie a quelle tue parole per un istante almeno il volto pietoso dell’altrui ambizione capitolina abbia brillato un po’ di meno del solito, del sempre. Un abbraccio e ogni bene, Fulvio.

Fulvio Abbate. Fulvio Abbate è nato nel 1956 e vive a Roma. Scrittore, tra i suoi romanzi “Zero maggio a Palermo” (1990), “Oggi è un secolo” (1992), “Dopo l’estate” (1995), “La peste bis” (1997), “Teledurruti” (2002), “Quando è la rivoluzione” (2008), “Intanto anche dicembre è passato” (2013), "La peste nuova" (2020). E ancora, tra l'altro, ha pubblicato, “Il ministro anarchico” (2004), “Sul conformismo di sinistra” (2005), “Pasolini raccontato a tutti” (2014), “Roma vista controvento” (2015), “LOve. Discorso generale sull'amore” (2018), "I promessi sposini" (2019). Nel 2013 ha ricevuto il Premio della satira politica di Forte dei Marmi. Teledurruti è il suo canale su YouTube.

·        Gli Arbitri.

AGI il 21 novembre 2022. Altri tre arbitri, tra i quali l'assistente Alessandro Giallatini nella terna di Daniele Orsato alla partita inaugurale del Mondiale in Qatar, avrebbero gonfiato i rimborsi delle loro trasferte, un'accusa che è già costata la sospensione o la dismissione a Federico La Penna, Fabrizio Pasqua, Ivan Robilotta e Piero Giacomelli. 

A indagare nel 2021 sulla 'Rimborsopoli' dei fischietti era stato l'allora procuratore dell'Aia, Rosario D'Onofrio, che pochi giorni fa, il 12 novembre, è finito in carcere nell'ambito di un'indagine della Dda di Milano su un presunto traffico di droga. 

Stando a una denuncia visionata dall'AGI arrivata sul tavolo di D'Onofrio e della Presidenza dell'AIA nei mesi scorsi, oltre a Giallatini avrebbero presentato delle spese 'taroccate' anche Alessandro Costanzo e Valentino Fiorito, quest'ultimo l'unico dei 4 che poi è stato sospeso.

In un'intervista a 'Repubblica' seguita all'arresto di D'Onofrio, Giacomelli ha accusato l'ex procuratore di avere agito "come un ras" elargendo "premi e punizioni" e di avere penalizzato lui fino alla dismissione e altri arbitri sospesi "attaccandosi ai rimborsi non potendo farlo per il rendimento sul campo".

Nella denuncia, proveniente dalla sezione di Salerno dell'AIA, sono segnalati rimborsi artefatti da due assistenti internazionali: oltre a Giallatini per due voli in occasione delle partite Udine-Lecce e Cagliari-Inter, c'è anche Costanzo per 3 parcheggi in tre partite. Tutte i match sono stati giocati nel 2020 e nel 2021.

Da ilnapolista.it il 12 novembre 2022.

Trentalange ne ha annunciato oggi le dimissioni. Tra le 42 persone arrestate due giorni fa a Milano per traffico internazionale di droga c’è anche il procuratore capo dell’Associazione Italiana Arbitri, Rosario D’Onofrio. Lo scrive la Gazzetta dello Sport. I 42 arrestati sono tutti accusati di aver introdotto in Lombardia più di sei tonnellate di droga, tra marijuana e hashish. Trentalange, numero uno dell’Aia, ha già annunciato le dimissioni di D’Onofrio, senza dare ulteriori spiegazioni in merito. 

“C’è anche il procuratore capo dell’Aia (associazione italiana arbitri), Rosario D’Onofrio, ex ufficiale dell’esercito, tra i 42 arrestati nell’operazione di due giorni fa della Guardia di Finanza nell’ambito dell’inchiesta della Dda milanese per traffico internazionale di droga”. 

Secondo le indagini condotte dalla Dda dal 2019 al 2021, i 42 arrestati, tra cui italiani, albanesi e spagnoli, avrebbero introdotto in Lombardia più di sei tonnellate di marijuana e hashish. Durante l’operazione, scrive la Gazzetta, è stata sequestrata quasi mezza tonnellata di droga, più mille ricariche per sigarette elettroniche a base di cannabinoidi.

D’Onofrio, procuratore capo dell’Aia, era già stato deferito ad ottobre dalla Procura Figc di Chiné. 

“I vertici dell’Aia hanno appreso con stupore e sgomento la notizia. Già oggi in Comitato nazionale, il presidente Trentalange avrebbe annunciato le dimissioni di D’Onofrio, senza entrare nel merito delle motivazioni. D’Onofrio era stato scelto per la guida della Procura arbitrale con la nuova gestione e lo scorso 28 ottobre era stato deferito dalla Procura Figc, guidata da Chinè, per la mancata apertura di un formale procedimento disciplinare dopo la denuncia dell’ex assistente di A Avalos che contestava l’attribuzione di diversi voti. Tra D’Onofrio e Avalos ci sarebbero stati alcuni contatti telefonici. Una vicenda che aveva destato qualche malumore nell’Aia, ma che per la Procura Figc non poteva non essere portata avanti”.

Procuratore capo degli arbitri di calcio italiani arrestato per traffico internazionale di droga. Redazione CdG 1947 1947 su Il Corriere del Giorno il 12 Novembre 2022.

L’accusa nei confronti dell’ex ufficiale medico dell’Esercito, D'Onofrio è di essere un corriere della droga. Il procuratore nazionale degli arbitri di calcio è tra i 42 fermati che secondo le indagini della Dda, avrebbero introdotto in Lombardia oltre sei tonnellate di marijuana e hashish tra il 2019 e il 2021.

Il procuratore capo dell’ AIA l’ Associazione Italiana Arbitri Rosario D’Onofrio, è tra i 42 arrestati (italiani, albanesi e spagnoli) dalla Guardia di Finanza nell’operazione portata avanti dalla Dda di Milano per traffico internazionale di droga. Secondo le indagini condotta dai pm  Rosario Ferracane e Sara Ombra della procura milanese, la “banda”, composta da italiani, albanesi e spagnoli, tra il 2019 e il 2021 avrebbe introdotto in Lombardia oltre sei tonnellate di marijuana e hashish. Durante l’operazione è stata sequestrata quasi mezza tonnellata di droga, più mille ricariche per sigarette elettroniche a base di cannabinoidi.

Tra gli arrestati anche il narcotrafficante Giovanni Neviera, ritenuto affiliato ad un clan mafioso barese, gli Abbaticchio, e già condannato per associazione mafiosa e traffico di droga. Da quanto si apprende, inoltre, negli atti e nelle conversazioni intercettate nell’inchiesta si parla anche di una persona vicina al noto trapper 29enne, Sfera Ebbasta, e di un’altra che cura gli interessi di Izi, rapper 27enne. Entrambi gli artisti, però, non sono indagati.

E’ in corso di esecuzione con ordinanza del Gip Massimo Baraldo del Tribunale di Milano, per 6 persone destinatarie della misura cautelare uno “specifico mandato di arresto Europeo in Spagna e Olanda”, con il supporto di Eurojust ed Europol . Le indagini della Fiamme Gialle, “con l’ausilio tecnico del Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata (S.C.I.C.O.)”, hanno ricostruito “l’operatività di due distinte associazioni criminali transnazionali.

Immaginabile lo stupore da parte dei vertici dell’Aia che, una volta appresa la notizia, hanno provveduto a prendere dei provvedimenti: il presidente Trentalange, infatti, avrebbe annunciato le dimissioni di D’Onofrio, senza entrare nel merito delle motivazioni. D’Onofrio era stato scelto per la guida della Procura arbitrale con la nuova gestione e lo scorso 28 ottobre era stato deferito dalla Procura Figc, guidata da Chinè, per la mancata apertura di un formale procedimento disciplinare dopo la denuncia di Avalos l’ex assistente di serie A, che contestava l’attribuzione di diversi voti. Tra D’Onofrio e Avalos ci sarebbero stati alcuni contatti telefonici. Una vicenda che aveva destato qualche malumore nell’Aia, ma che per la Procura Figc non poteva non essere portata avanti. Lo stesso direttore di gara, nei giorni scorsi, era stato anche deferito alla Federcalcio per una questione legata a un’indagine su un assistente di Serie A. Da quanto trapela l’Associazione Italiana Arbitri si ritiene parte lesa e starebbe valutando azioni legali per danni di immagine.

D’Onofrio era stato anche premiato nel luglio scorso dal Comitato Nazionale dell’Associazione Italiana Arbitri come “Dirigente Arbitrale nazionale particolarmente distintosi” : nelle carte processuali della magistratura antimafia invece viene invece tratteggiato il profilo di un personaggio perfettamente integrato in una banda che gestiva il narcotraffico sulle rotte spagnole, responsabile di pestaggi e in grado di fornire armi. Accertato nelle indagini “l’utilizzo di vaste, capillari e articolate reti logistiche di approvvigionamento, trasporto, stoccaggio e distribuzione” della droga “realizzate attraverso la costituzione di plurime società di comodo e il ricorso a numerose spedizioni di copertura”

Il 30 marzo del 2020 D’Onofrio, vestito con la tuta militare, è intercettato sul suo Suv Volvo XC 60. A bordo dell’auto trasportava 35 kg di hashish. Entrato in un cancello in via Giuditta Pasta 94 a Milano, apre il portellone del suo suv e completa la consegna: “Prendi, sono 25 e 10″. Dopodichè si dirige subito a Paderno Dugnano in via San Martino , località poco distante. Un uomo sale sulla vettura: “Veramente vestito da militare!” ed esclama sorpreso. D’Onofrio gli risponde: “Se una cosa la devi fare, la devi fare fatta bene!” spiegando come, indossando quella divisa che si è fatto prestare da un suo amico e collega dell’Esercito (la sua non l’aveva a disposizione essendo stato temporaneamente sospeso per motivi disciplinari dal servizio), poteva girare liberamente e fare le consegne anche durante il lockdown.

Secondo quanto ricostruito dalle indagini coordinate dai pm Rosario Ferracane e Sara Ombra nella maxi inchiesta del Gico della Guardia di Finanza di Milano che ha portato a 42 misure (di cui 39 in carcere), sono stati cinque mesi di lavoro intensi quelli di D’Onofrio come corriere della banda che gestiva il narcotraffico tra la Spagna e Milano, tonnellate di hashish e marijuana fatti arrivare sui camion di una ditta di spedizioni ed il primo compito di D’Onofrio era quello di smistare al dettaglio i carichi dopo che erano arrivati in deposito.

Per il Gip Massimo Baraldo, che ha firmato l’ordinanza era lui “la persona incaricata (…) di organizzare la parte logistica delle importazioni di stupefacente e tra queste attività (…) di reperire luoghi ove poter effettuare lo scarico in sicurezza dei bancali all’interno dei quali era contenuto lo stupefacente”. Dai messaggi che gli uomini della banda si scambiavano su Encrochat, emerge anche che l’ex militare era l’uomo che doveva procurare “il ferro”, cioè una pistola. All’occorrenza D’Onofrio è anche uomo di pestaggi: “Dice che se lo prende lo tortura con corrente … – si scrivono su messaggistica criptata due del gruppo, riferendosi al pestaggio e al ruolo di D’Onofrio – tanto prima o poi lo prendiamo.. Dovevo ammazzarlo quel giorno… Invece mi sono fatto prendere dal dispiacere… stava morendo… mi ha detto Rambo che solo per te si è fermato”. Lo stesso “Rambo“, in un’altra telefonata dice: “Ma tu non puoi immaginare quante gliene ho date“.

Che D’Onofrio chiamato “Rambo” nel giro del narcotraffico, sia uno “bravo” è opinione dei suoi stessi soci: “Era in gamba di brutto…E di famiglia mia…Sapeva cosa faceva”. Parla così intercettato Daniele Giannetto, uno dei capi dell’organizzazione, anche lui finito agli arresti. In quella conversazione. Giannetto usava il passato perché lo stesso giorno viene arrestato una prima volta, in flagranza. E’ il 21 maggio del 2020 e la Guardia di Finanza lo ferma al casello di Lainate con a bordo 40 kg di “ganja”.

Tra i vari incarichi che Rosario D’Onofrio corriere “tuttofare” assolve egregiamente per conto dell’organizzazione, c’era anche la consegna del denaro frutto dei traffici di hashish e Marijuana al riciclatore cinese in via Canonica 29 a Milano, specializzato in “Fen-Chei”, una tecnica di pulizia del denaro simile alla Hawala: D’ Onofrio trasporta “rilevanti somme di denaro contante” per far si che il passaggio di soldi potesse “eludere la normativa antiriciclaggio e far giungere in Spagna i profitti dei reati commessi”.

Il Presidente della Figc Gabriele Gravina commentando la notizia dell’arresto ha dichiarato: “Sono sconcertato, ho subito chiesto riscontro al presidente Trentalange sulle modalità di selezione del Procuratore, in quanto la sua nomina è di esclusiva pertinenza del Comitato Nazionale su proposta del presidente dell’Aia. Una cosa è certa, la Figc assumerà tutte le decisioni necessarie a tutela della reputazione del mondo del calcio e della stessa classe arbitrale“. Redazione CdG 1947

Chi è Rosario D’Onofrio, l’ex procuratore arbitri arrestato: l’esercito, la finta laurea. Marco Letizia su Il Corriere della Sera il 12 Novembre 2022.

La doppia vita di D’Onofrio, colui che doveva controllare gli arbitri, finito in carcere perché coinvolto in un’inchiesta di traffico di droga. Nel mondo degli spacciatori veniva chiamato «Rambo», era stato sospeso dall’Esercito. L'Aia: «Non ci aveva detto nulla»

L’uomo dai due volti. E dalla doppia vita. La vicenda umana e giudiziaria di Rosario D’Onofrio, l’ormai ex presidente della procura dell’Aia, l’Associazione nazionale arbitri, arrestato per associazione per delinquere nell’ambito di un’inchiesta della Dda milanese che ha portato a smantellare un traffico di stupefacenti tra Italia e Spagna, ha dell’incredibile. L’11 marzo 2021 la Sezione di Cinisello Balsamo comunica: «Il nostro associato Rosario D’Onofrio è stato meritatamente nominato Procuratore Nazionale. Per Rosario una grande gratificazione che gli consentirà di poter pienamente esprimere le sue qualità personali e professionali. Il presidente Giuseppe Esposito, il consiglio direttivo e tutti gli associati inviano a Rosario le migliori congratulazioni e un sentito ringraziamento per l’immagine di prestigio che la sua nomina conferisce a tutta la sezione Cinisellese!». Peccato che si trattasse dello stesso Rosario D’Onofrio che era già stato arrestato una prima volta nel maggio 2020 per essere stato trovato in possesso di un carico di 40 chili di marijuana.

Come la doppia vita di D’Onofrio potesse essere stata finora invisibile all’Aia resta un mistero, tanto che il presidente della Figc Gabriele Gravina non usa mezze parole: «Sono sconcertato, ho subito chiesto riscontro al presidente Trentalange sulle modalità di selezione del Procuratore, in quanto la sua nomina è di esclusiva pertinenza del comitato nazionale su proposta del presidente dell’Aia. Una cosa è certa, la Figc assumerà tutte le decisioni necessarie a tutela della reputazione del mondo del calcio e della stessa classe arbitrale».

Del resto D’Onofrio, che per l’Aia era al di sopra di ogni sospetto, tanto da meritarsi nel luglio di quest’anno il premio «Concetto Lo Bello», nel giro degli spacciatori era invece conosciuto come «Rambo», uno se serve pronto ad usare le mani: «Dice che se lo prende lo tortura con corrente ...» si scrivono su messaggistica criptata due della banda, riferendosi al ruolo di D’Onofrio in un pestaggio.

In serata l’Aia ha diffuso un comunicato in cui esprime «sorpresa e sgomento», si dice «vittima» di un «tradimento», cioè le mancate dichiarazioni di D’Onofrio che avrebbe dovuto segnalare le sue disavventure con la giustizia e se n’è ben guardato («Per assumere la qualifica di arbitro, l’interessato deve dichiarare l’assenza di procedimenti penali nonché di condanne superiori a un anno per reati dolosi in giudicato. L’articolo 42 infine del Regolamento Aia impone l’immediata comunicazione al Presidente di sezione di avvisi di garanzia, pendenze di procedimenti penali e misure restrittive della libertà personale») e rammenta che «non ha a disposizione poteri istruttori per esercitare un’opera di verifica e controllo di quanto dichiarato dagli associati».

Ma a scavare nella vita di D’Onofrio di ambiguità se ne trovano parecchie. Innanzitutto la professione, quella di ufficiale dell’ Esercito. Che non esercitava più in quanto era stato sospeso: ma non per un problema da poco. Era ufficiale medico, ma si era scoperto che non aveva mai conseguito la laurea in medicina.

E anche la sua attività collaterale di arbitro prima e di procuratore arbitrale poi era terminata con D’Onofrio deferito il 28 ottobre scorso dal procuratore federale della Figc Chiné per non aver instaurato un formale procedimento disciplinare nella vicenda relativa all’assistente arbitrale Robert Avalos. Insomma il procuratore che viene indagato: una vicenda che ben rappresenta il doppio volto di D’Onofrio.

Caso Rosario D'Onofrio, la Figc provò già a cacciare il procuratore. Ma l’Aia si oppose. Luca De Vito, Matteo Pinci su La Repubblica il 15 Novembre 2022.

Tramava per favorire o bloccare la carriere dei fischietti. E a luglio Gravina chiese di rimuoverlo

L'Aia sapeva. L'Associazione italiana arbitri sapeva da luglio che il suo procuratore, Rosario D'Onofrio, intratteneva consulenze "private" con un guardalinee che invece avrebbe dovuto indagare. E ha deciso di non fare nulla. Il narcos che dai domiciliari gestiva le udienze sulle condotte disciplinari degli arbitri italiani, è il protagonista di sei file audio registrati da un ex guardalinee, Robert Avalos.

"I presidenti di serie A? Delinquenti veri", le intercettazioni di Giovanni Malagò sui diritti tv. Giuliano Foschini, Marco Mensurati su La Repubblica il 16 Novembre 2022.

Lo sfogo del presidente del Coni con il dirigente di Sky Andrea Zappia: "Preziosi un pregiudicato, Lotito il capo. Juventus e Roma colpevoli come lui". Le telefonate trascritte dalla Guardia di Finanza sono anche quelle con Massimo Bochicchio, il broker che ha truffato mezza Italia dello sport

I presidenti di serie A? "Dei delinquenti veri". La Lega Calcio? "Come ha detto Greco (ndr, Francesco, ex procuratore capo di Milano), è un'organizzazione di diritto privato... perché altrimenti li arrestavano tutti perché li avevano trovati colpevoli di corruzione sei anni fa con noi...".

Preziosi, ex presidente del Genoa? "Un vero pregiudicato". Il presidente della Lazio, Claudio Lotito? Il capo.

Giuliano Foschini,Marco Mensurati per “la Repubblica” il 17 novembre 2022.

La rabbia del presidente del Coni, Giovanni Malagò, nei confronti di «quei delinquenti» dei presidenti di Serie A non era dettata da motivi personali. Ma dalla convinzione che l'accordo sui diritti tv che la Lega aveva appena chiuso con Dazn fosse sbagliato e controproducente. «Mi odiano perché, io dico, sia con l'Uefa, sia con i calciatori, sia con i broadcaster, ma fate un accordo Niente. È l'arroganza fatta persona». 

Un riferimento specifico. «La vicenda è complessivamente demoralizzante e io non voglio circoscrivere a un soggetto, però fino a che non si risolve quel problema lì, non se ne viene fuori?». Quale problema? «Quel signore lì» dice Andrea Zappia, il manager di Sky con cui Malagò è al telefono. «Claudio Lotito, il presidente della Lazio» annota il nucleo di polizia economica-finanziaria della Guardia di Finanza di Milano. 

Negli atti depositati nell'inchiesta, archiviata, sulla presunta tangente pagata per i diritti tv c'è uno spaccato chiaro di come il mondo dello sport abbia affrontato un affare storico, la vendita a Dazn e non a Sky. Come Repubblica ha raccontato ieri, tra le conversazioni trascritte ci sono quelle di Malagò che nei giorni in cui viene fuori la notizia di un suo coinvolgimento nell'indagine si muove con una serie di telefonate per rivendicare la correttezza del suo operato.

A fronte, a suo dire, di un comportamento sbagliato da parte dei presidenti dei club. «Gli avevo trovato una persona di livello », dice a Zappia facendo riferimento al banchiere Gaetano Micciché, eletto presidente di Lega. «E guarda questi che cazzo fanno sono delinquenti veri () Il soggetto che ha fatto la denuncia è Preziosi», «un vero pregiudicato» interviene Zappia, «certo, certo» dice Malagò, «ti rendi conto? Se uno la racconta non ci si crede () è la ciliegina sulla torta». Ieri Enrico Preziosi, all'epoca presidente del Genoa, non è stato contento di leggere le conversazioni: «Il fatto che oggi Malagò mi giudichi un pregiudicato mi sorprende perché anche pochi mesi fa ci siamo incontrati e abbracciati. Mi sembra che lui si debba difendere da un'accusa di corruzione, forse il delinquente è lui».

In realtà ogni accusa a Malagò, così agli indagati, è stata archiviata. Lo aveva chiesto la Procura e lo ha deciso la gip Chiara Valori a maggio ma tutti, compresi gli avvocati delle persone coinvolte, lo hanno saputo soltanto ieri. Nel provvedimento il gip condivide le conclusioni alle quali era arrivata la Procura nell'indagine coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli e dai sostituti Paolo Filippini e Giovanni Polizzi. E cioè che date le «relazioni strettissime tra i decisori dell'assegnazione dei diritti e gli aggiudicatari finali, allo stato gli elementi non appaiono sufficienti per promuovere l'azione penale in relazione all'ipotesi corruttiva ». 

«Difetta la prova» scrive infatti la gip. Non ci sono i soldi. Stesso discorso anche sul falso che avrebbe portato all'elezione di Micciché. «Non appare configurabile - scrive il gip - il reato e ciò a prescindere dalla effettiva possibilità di dimostrare che la nomina a presidente - indubbiamente agevolata da Malagò - fosse stata funzionale a favorire Sky nella procedura di aggiudicazione, a fronte di un'indebita remunerazione. Il verbale dell'assemblea di Lega per quanto riporti evidenti irregolarità non può dirsi falso e corrisponde a quanto realmente accaduto ».

Leonardo Iannacci per “Libero quotidiano” il 17 novembre 2022.

Le intercettazioni telefoniche, si sa, talvolta hanno cambiato la storia. Sin dai tempi dello scandalo Watergate quando portarono, addirittura, alle dimissioni del presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon. Ora, non è che la vicenda che vede al centro di tutto il presidente del Coni, Giovani Malagò, abbia lo stesso spessore di quelle che virarono i destini del mondo. 

Ma è innegabile che le sue parole emerse dalle intercettazioni telefoniche effettuate nell'ambito dell'inchiesta (ieri archiviata) su una presunta tangente pagata per l'assegnazione dei diritti televisivi, abbiano creato un terremoto politico nel paludato mondo del calcio. 

In queste intercettazioni il numero 1 dello sport italiano, al telefono con Andrea Zappia, manager Sky che all'epoca non aveva più ruoli operativi in Italia e che era finito dentro all'inchiesta, definisce alcuni presidenti di club calcistici dei «delinquenti veri», aggiungendo giudizi poco lusinghieri nei confronti di Enrico Preziosi, ex presidente del Genoa («È un pregiudicato...»), di Claudio Lotito, attuale n.1 della Lazio («È lui il capo») e di altri club («E i nostri amici di Juventus e Roma sono colpevoli quanto lui. Perché alla fine, per un motivo o per un altro, hanno rinunciato a lottare o lo hanno assecondato diventando complici delle sue avventure...»).

A proposito di Lotito, Zappia aggiunge: «Sono stupito che questo signore che ha un business nano, che ormai campa solo di calcio e che è quello che fa vivere tutte le sue aziende, maramaldeggi». 

«Non c'è dubbio», conviene Malagò. La vicenda è stata portata a galla da Repubblica che, nel giornale di ieri, si è occupata di diritti televisivi e di aste per l'assegnazione degli stessi. Come quella del 2014 che aveva portato a una maxi multa sanzionata dall'Antitrust per Mediaset, Infront, Lega e Sky. Anche all'epoca la prima inchiesta della Procura svanì nel nulla. Giudizi pesanti, indubbiamente, quelli del numero 1 del Coni, un signore che non ha mai avuto il timore di dire quello che pensa e che, non dimentichiamolo, mentre (stra)parlava di Preziosi, Lotito e di altri presidenti, non stava rilasciando una pubblica intervista ma telefonava privatamente a un amico.

In regime di guerra segreta neppure la Stasi - la famigerata polizia della Germania Democratica ai tempi della Guerra Fredda- avrebbe spiato così a fondo il numero 1 dello sport italiano. Malagò, che conosciamo da tempo e stimiamo quale uomo di sport, uscendo bene dall'inchiesta di cui sopra, avrà avuto le sue ragioni per trinciare tali giudizi su presidenti che ha conosciuto da vicino. 

Non siamo noi, di certo, deputati a difenderlo perché, avendo detto certe cose, le pensa. Esistono sedi opportune per dirimere tali faccende. Malagò e Zappia, in tutto questo polverone, hanno soltanto una colpa: in un mondo paludato e falso, nel quale tutti non dicono mai quello che pensano, si sono dimenticati di vivere in un Truman Show nel quale si è spiati, schedati e controllati come in un film di 007. Anche quando si fanno due chiacchiere tra amici.

Malagò intercettato e il condominio serie A. Il n°1 Coni: "I presidenti delinquenti veri". Ieri replica di Preziosi: "Forse lo è lui". Franco Ordine il 18 Novembre 2022 su Il Giornale. 

L'inchiesta penale (ipotesi di corruzione tesa a favorire Sky) in merito alla trattativa per i diritti tv del calcio di serie A del triennio 2018-2021, su richiesta della stessa procura di Milano, è stata archiviata dal gip Chiara Valori nel mese di maggio 2022 con la spiegazione che «non è configurabile il reato». Identico provvedimento fu adottato per i sei personaggi coinvolti nella vicenda: Giovanni Malagò, presidente del Coni e all'epoca commissario straordinario della Lega calcio, Gaetano Miccichè ex presidente della Lega serie A, Andrea Zappia ex manager di Sky, Massimo Bochicchio, il noto broker morto in un incidente di moto il 19 giugno scorso, Giampaolo Letta produttore tv e Giovanni Barbara, allora presidente dei revisori della stessa Lega. Eppure, a molti mesi di distanza, dal fascicolo, secondo antica e nota tradizione della giustizia italiana, sono spuntate fuori alcuni intercettazioni telefoniche tra due dei personaggi coinvolti nell'indagine, pubblicate dal quotidiano la Repubblica, che hanno riportato a galla la vicenda e avvelenato nuovamente il clima nel calcio italiano.

In una di queste conversazioni, avvenute tra Giovanni Malagò e il manager Sky Zappia, il presidente del Coni avrebbe definito i presidenti di serie A «delinquenti veri» citando espressamente alcuni di essi, tra cui Enrico Preziosi, in quei mesi presidente del Genoa, e Claudio Lotito, attuale senatore di Forza Italia nonché presidente della Lazio. Nella ricostruzione dei fatti sottoposti a indagine, firmata dalla stessa procura milanese, venne anche riconosciuto che l'elezione di Gaetano Miccichè, candidato da Malagò alla presidenza della Lega, contestata come formalmente irregolare secondo qualche presidente, «non può dirsi falso e corrisponde anzi a quanto realmente accaduto come documentato da una registrazione audio». La prima reazione registrata al telefono dall'agenzia Ansa, è arrivata da Enrico Preziosi uscito dal calcio dopo la cessione delle quote di maggioranza del Genoa al fondo americano 777 Partners. Ha dettato Preziosi: «Il fatto che oggi Malagò mi giudichi un pregiudicato mi sorprende perché anche mesi fa ci siamo incontrati e abbracciati. Mi sembra che lui si debba difendere da un'accusa di corruzione, forse il delinquente è lui... Non riesco a capire come possa fare così un essere umano, ci siamo rivisti tante volte e ci siamo sempre abbracciati, forse abbracciava un delinquente».

Per chi ha frequentato le assemblee della Lega di serie A dei tempi più o meno recenti e il clima litigioso da assemblea condominiale, lo scenario descritto non è assolutamente una novità. Dissidi e polemiche aspre sono sempre state all'ordine del giorno, anche durante la pandemia. Dopo le dimissioni di Miccichè, venne eletto per due volte il manager Paolo Dal Pino che ha vissuto la stessa atmosfera prima di decidere il trasferimento negli Usa.

D'Onofrio, signorsì agli ordini dei boss. Il procuratore degli arbitri sempre sull'attenti quando arrivavano le chiamate dei capi. Luca Fazzo il 15 Novembre 2022 su Il Giornale.  

«A me mi vedono così e mi fanno andare, hai capito, non mi fermano nemmeno. Io vado in giro e faccio quello che voglio!». Nella sua doppia vita da corriere della droga, il procuratore nazionale degli arbitri Rosario D'Onofrio portava la stessa sicurezza di sè che gli aveva consentito di fare carriera tra i fischietti del calcio italiano. Le intercettazioni contenute nella voluminosa (1.024 pagine) ordinanza ottenuta dal pool antimafia della Procura milanese contro D'Onofrio e altri tredici accusati di associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico raccontano un uomo che non se la passa benissimo, costretto a viaggiare come un rappresentante di commercio per incassare provvigioni da mille euro. Ma che fa il suo mestiere con la certezza di farla franca. Sia quando si presenta - lui, sospeso dall'esercito per indignità - con una mimetica a prestito e con i gradi da capitano. Sia quando opera in borghese, ricevendo sotto il nickname di Moistwaw gli ordini dai suoi capi. Convinti di essere protetti da un criptatore di conversazione, D'Onofrio e i capiclan parlavano apertamente di ordini, quantitativi, prezzi. Mairjuana e hashish, ma anche la nuova devastante Amnesia: «erba» addizionata di eroina o metadone, in grado di creare rapidamente dipendenza.

La maggiore soddisfazione di D'Onofrio era circolare liberamente con i suoi carichi di morte nel baule anche nei giorni del lockdown. «I controlli ci saranno sempre per strada, a noi che c... ce ne frega!», si vanta il 30 marzo 2020, mentre il mondo è alle prese con la prima ondata della pandemia. Il giorno dopo chiama la sua donna: «Oh mi ha appena fermato la polizia locale, mi ha visto in divisa, mi ha salutato militarmente e mi ha lasciato andare». È così entusiasta del successo che subito dopo chiama un'amica e poi un amico per vantarsi del successo: «Mi ha visto in divisa e mi ha subito lasciato andare». «Non ti hanno detto niente?» «Eh, sto andando al lavoro!».

Protetto da mimetica e tesserino (che a quanto pare è riuscito a conservare) «Rambo» D'Onofrio batte la provincia di Milano consegnando droga. Sistemi da film: il 9 aprile Francesco Cestana alias Typicalmask gli ordina «via Matteotti, trova un suv grigio scuro Audi q5, bisogna aprire baule, lasciare 5 di erba e prendere soldi». «Ok», risponde pronto D'Onofrio. «Poi un'altra da 5 kili a Bresso, ora ti mando la via», aggiunge il boss. E il procuratore dell'Aia esegue.

Non sembra che si arricchisca. «Con cinque chili di fumo ti faccio venire fuori mille euro di guadagno», gli promette Cestana. Nelle intercettazioni i capi dell'organizzazione indicano chiaramente tra la merce affidata a D'Onofrio anche l'amnesia, la marijuana taglia con la droga pesante. «Bro, hai visto il prezzo dell'amnesia, così vedi che non t'inganno», si scrivono due dei capi. Il 31 marzo Typicalmask scrive a D'Onofrio: «Però non dare amnesia, quella di oggi era amnesia».

Sul telefono del solerte D'Onofrio la Guardia di finanza scova anche le foto dei carichi di droga e dei mucchi di banconote versate in contropartita, che il procuratore manda ai suoi superiori a riscontro del buon esito dell'operazione. Che un uomo di sport possa trasformarsi nel rappresentante di commercio dei trafficanti di morte certo fa uno strano effetto. Ma ancora più effetto fa, leggendo le carte, che della doppia vita di D'Onofrio nessuno abbia colto segnali.

Doppia vita di D'Onofrio. L'ex giudice dei fischietti era un narcotrafficante. È tra i 43 arrestati in una maxi inchiesta Bare e libri usati per far viaggiare l'hashish. Stefano Vladovich il 13 Novembre 2022 su Il Giornale.

Arrestato per narcotraffico, si dimette da procuratore capo dell'Aia. Rosario D'Onofrio, ex militare, già indagato per traffico internazionale di droga, da giovedì di nuovo in manette con altri 42 narcos di mezz'Europa per aver importato sei tonnellate fra hashish e marijuana dalla Spagna in Lombardia in due anni era a capo dell'ufficio che indaga sulle irregolarità degli arbitri di calcio. Ieri ha firmato le sue dimissioni.

Già nel mirino della Figc, la Federazione Italiana Gioco Calcio, per la mancata apertura di un procedimento disciplinare e la «messa in opera di attività inquirenti in assenza di un formale procedimento», D'Onofrio era da tempo intercettato dalla Guardia di Finanza assieme ad altri. Un giro a sei zeri: denaro a palate sotto forma di bitcoin, riciclato all'estero con complicati meccanismi di compensazione informale, l'hawala e il fei chien, sistemi di trasferimento valori basati su una rete di mediatori in Medio Oriente, Nord Africa, Corno d'Africa e Asia meridionale.

Tutte operazioni underground, all'apparenza sotto traccia. Non abbastanza da sfuggire agli esperti del Gico e dello Scico della Gdf che, coordinati dalla Dda di Milano, li hanno seguiti per mesi attraverso le rotte che dai Paesi produttori portano nell'Italia settentrionale. Nascosta nei carri funebri, mescolata alla frutta e verdura, la droga veniva smistata e distribuita ovunque. Venduta anche a personaggi del mondo della musica rap, come un paio di clienti legati ad artisti famosi come Sfera Ebbasta o Izi, non indagati.

In un'intercettazione si parla di un debito di 2mila euro di un certo Tano del giro del primo cantante, in un'altra di un cliente abituale, manager del secondo. D'Onofrio, in questa storia di narcos, avrebbe avuto un ruolo di primo piano. Soprattutto durante il lockdown quando, indossando la vecchia divisa per aggirare i controlli, viene bloccato mentre consegna droga e soldi a oscuri cittadini cinesi perché li trasferissero illegalmente in Spagna. Nonostante questo D'Onofrio prosegue il suo incarico nell'Aia: entrato nella «disciplinare» nel 2013 con la presidenza Nicchi, poi nominato sotto quella di Alfredo Trentalange a capo dell'ufficio che indaga su eventuali irregolarità degli arbitri.

Una storia degna di una fiction, che ricalca quella dei carichi milionari portati dal Marocco attraverso la penisola iberica dal clan Fasciani. Nascosti nei camper usati per le vacanze, disciolta nei parabrezza o spalmata sulle pagine di libri antichi. Un affiliato, Giovanni Tilleni, dipendente di un'impresa di pompe funebri, arrestato con altri italiani, spagnoli e albanesi, le partite di droga le metteva direttamente nelle bare, assieme al defunto. Fra i soci di D'Onofrio, considerato un tipo «in gamba di brutto», Cesare Guido, Andrea Buffa, Daniele Giannetto, Vito Colonna, Cristian Ruiz Tudela e Giovanni Neviera, affiliato al clan mafioso Abbaticchio di Bari. Per rifarsi dei carichi persi il gruppo intensifica investimenti e spedizioni. Sconcerto nel mondo del calcio. «Ho subito chiesto riscontro al presidente Trentalange - commenta Gabriele Gravina, presidente della Figc - sulle modalità di selezione del Procuratore, in quanto la sua nomina è di esclusiva pertinenza del Comitato Nazionale su proposta del presidente dell'Aia. Una cosa è certa, la Figc assumerà tutte le decisioni necessarie a tutela della reputazione del mondo del calcio e della stessa classe arbitrale».

Da ilnapolista.it il 13 novembre 2022.

Intervistato da La Repubblica, l’ex arbitro Piero Giacomelli accusa il procuratore capo dell’Aia, Rosario D’Onofrio di avergli stroncato la carriera. D’Onofrio è stato arrestato alcuni giorni fa per traffico internazionale di droga. Giacomelli dichiara che all’Aia D’Onofrio agiva come se fosse un Ras. Giacomelli fu sospeso e poi dismesso dalla Serie A per lo scandalo rimborsi. 

«È D’Onofrio che ha deciso la mia estromissione. Negli ultimi due anni decideva, sotto le vesti di Procuratore dell’Aia, con i suoi provvedimenti, promozioni e dismissioni degli arbitri di Serie A e Serie B». 

Giacomelli spiega che non potendo punirlo per gli errori sul campo, D’Onofrio agì sulla strada dei rimborsi.

«Non potevo essere punito per il rendimento in campo e allora si è attaccato ai rimborsi. Lo ha fatto anche con altri come Pasqua, Massa, La Penna, Robilotta». 

Si dice convinto del fatto che D’Onofrio gestisse le dismissioni degli arbitri, sottraendole al designatore e agli organi direttivi dell’Aia. Gli chiedono: era così importante D’Onofrio nell’Aia?

«Tanto che fu premiato a luglio come miglior dirigente nazionale degli arbitri».

Il presidente Aia Trentalange, il vice Baglioni e il designatore Rocchi erano solo spettatori?

«Diciamo che assecondavano le punizioni decise da D’Onofrio. Che entrava anche nella parte tecnica del designatore, quella relativa ai giudizi. Il guardalinee Avalos un anno fa ha prodotto un’intercettazione dove D’Onofrio gli diceva cosa fare e cosa non fare per scalare le classifiche di giudizio. L’arbitro La Penna sarebbe dovuto diventare internazionale al posto di un altro arbitro. Ma anche lui è stato accusato di rimborsi irregolari, squalificato, fatto fuori e poi reintegrato da D’Onofrio».

Ma cosa portava D’Onofrio ai vertici Aia?

«Era il loro grimaldello politico. Comminando sanzioni indirizzava le carriere degli arbitri. Favorendo alcuni e punendone altri decideva a tavolino le classifiche di merito. Una dinamica che portata al tavolo politico per le elezioni delle cariche, poteva spostare i voti delle sezioni regionali premiate»

Da open.online il 13 novembre 2022.  

Resta al momento un mistero come la doppia vita di Rosario D’Onofrio sia rimasta sconosciuta all’Aia, l’associazione degli arbitri che dal 2013 aveva fatto entrare nella sezione disciplinare l’ex militare arrestato ieri 12 novembre con l’accusa di essere stato un corriere della droga in un’inchiesta a Milano.

Entrato sotto la presidenza di Marcello Nicchi, è con il presidente degli arbitri Alfredo Trentalange che D’Onofrio riesce a farsi nominare procuratore nazionale dell’Aia, cioè il “magistrato” che dovrebbe indagare sulle eventuali irregolarità degli arbitri. La carriera nel mondo del calcio partita dalla sezione di Cinisello Balsamo andava di pari passo con quella nell’ambiente militare, dove D’Onofrio era conosciuto come «Rambo», capace di fornire armi e sostegno logistico a una banda che gestiva il narcotraffico dalla Spagna e nel caso anche a superare con pestaggi eventuali ostacoli. 

Le consegne con il lockdown

Il 30 marzo 2020, in pieno lockdown per il Covid, D’Onofrio viene intercettato mentre, vestito con la tuta militare a bordo della sua Volvo XC60, va a consegnare 35 kg di hashish a Milano. Subito dopo va a Paderno Dugnano, nell’hinterland milanese, e raccoglie in auto un conoscente: «Veramente vestito da militare!», dice stupito l’uomo a D’Onofrio che risponde: «Se una cosa la devi fare, la devi fare fatta bene!». Il procuratore capo degli arbitri si era fatto prestare la tuta militare da un collega dell’Esercito, visto che la sua non l’aveva più dopo essere stato sospeso per questioni disciplinari. In quel modo sperava di circolare liberamente e continuare a fare le consegne. 

I compiti

I compiti di D’Onofrio per la banda di narcotrafficanti erano diversi e cruciali, secondo quanto emerso dalle indagini. A cominciare dallo smistamento al dettaglio delle tonnellate di carichi che arrivavano dalla Spagna. Era lui a «organizzare la parte logistica delle importazioni di stupefacente – scrive nell’ordinanza di arresto il giudice – e tra queste attività… di reperire luoghi ove poter effettuare lo scarico in sicurezza dei bancali all’interno dei quali era contenuto lo stupefacente». 

Stimato dai capi

Nella banda, D’Onofrio godeva di grande stima e rispetto. Stando ai messaggi nelle chat, l’ex militare era la persona giusta da chiamare se fosse servito «il ferro», cioè la pistola. Uno dei capi dell’organizzazione, Daniele Giannetto, anche lui agli arresti, ne aveva un’altissima considerazione: «Era in gamba di brutto… sapeva cosa faceva», diceva dopo il 21 maggio 2020, cioè quando D’Onofrio era stato già arrestato dalla Guardia di Finanza perché trovato con 40 kg di marijuana vicino Linate.

D’Onofrio si occupava anche di consegnare ingenti somme in contanti al riciclatore cinese. E poi poteva vantare grande affidabilità nel risolvere con le spicce le questioni più svariate di impasse: «Dice che se lo prende lo tortura con la corrente – emerge da una chat con D’Onofrio a proposito di un pestaggio – tanto prima o poi lo prendiamo… Dovevo ammazzarlo quel giorno… Invece mi sono fatto prendere dal spiacere… stava morendo… mi ha detto Rampo che solo per te si è fermato». Ed è proprio «Rambo» D’Onofrio a chiamare poco dopo per confermare: «Ma tu non puoi immaginare quante gliene ho date».

Ivan Zazzaroni per il Corriere dello Sport il 29 settembre 2022.

«Noi non siamo la mafia». Così il presidente degli arbitri Alfredo Trentalange ha reagito dopo settimane ai sospetti di Maurizio Sarri. L’allenatore della Lazio aveva parlato di “arbitri prevenuti” e di avvocati pronti a dare battaglia, invitando i vertici dell’Aia a intervenire. La risposta (tardiva) di Trentalange mi è sembrata - almeno per il termine usato , mafia - eccessiva e non risolutiva: purtroppo il linguaggio corrente ha acquisito le parole proibite indipendentemente dal contesto. 

Gli arbitri esercitano il potere decisionale e “la prima cosa che devono imparare quelli che aspirano al potere - questo è Seneca , non Sarri - è di essere capaci di sopportarne l’odio”. Nel calcio non si parla di odio, bensì di contestazion i , protest e , denunce e il solo modo per limitarle resta il confronto costante e alla pari. Sempre. Arbitri, allenatori, dirigenti , calciatori e giornalisti fanno parte dello stesso universo che non può autorizzare superiorità e inferiorità. L e “caste” , i circoli chiusi, non hanno più senso di esistere: il miglioramento dei rapporti e del clima generale passa esclusivamente   attraverso la chiarezza.   

Benvenuta Maria Sole Ferrieri Caputi

Il sito di un quotidiano titola nel modo che segue la designazione di Maria Sole Ferrieri Caputi per Sassuolo-Salernitana: “Storico”. E vada per la novità, vada anche per la sorpresa. Ma cosa c’è di storico, oggi, nel dare il fischietto di una partita di calcio a una donna? Mi viene il dubbio che una tale enfasi abbia un sottinteso senso politico: se è storico l’arbitraggio femminile, sarà almeno epica la premiership di Giorgia Meloni.  

Comunque sia, mi pare che la retorica della parità, quand’è esibita come un dogma, ci porti dritti dritti dentro un “sessismo di ritorno”. Sacralizzare il protagonismo delle donne è un modo per renderlo più difficile, e quindi per negarlo. Allo stesso modo censurare l’ironia bonaria è il modo per burocratizzare anche le relazioni tra i sessi.  

Sono finito nel tiro al piccione del web per un siparietto con una giovane collega , Claudia Mercurio, con cui a Napoli ho condiviso per otto anni, da fratello maggiore e amico , un talk televisivo. Rivendico il diritto a ironizzare sugli attributi maschili e femminili, con uomini e con donne, senza subire la gogna del perbenismo fondamentalista, figlio dei tempi. La parità che auguro alle donne è anzitutto leggerezza. E libertà. Di dire, di fare, e di ricevere. 

  Per questo considero che l’arbitraggio di Maria Sole sia un’azzeccata sorpresa, ma soprattutto un tentativo di rimediare alle disastrose performance dei fischietti maschili, che prima della sosta hanno falsato il risultato di Juve-Salernitana, e non solo. È di un’evidenza incontestabile che non ci sono ragioni per una pregiudiziale di genere in un’attività, l’arbitraggio, dove non entra in gioco l’unica discriminante sportivamente apprezzabile tra i sessi: la forza fisica. Per dirigere bene una partita di calcio servono occhio, prontezza intuitiva, autorevolezza, controllo emotivo e misura, qualità che la natura ha distribuito in maniera equanime tra gli umani, e che la cultura ha coltivato con privilegio proprio nell’universo femminile. Quanto all’esperienza, che nel calcio è l’unico punto di debolezza del confronto tra i sessi, prima la facciamo fare alle donne e meglio è. 

    Questo per dire che Maria Sole Ferrieri Caputi è benvenuta, ancorché tardivamente, su un campo di serie A. C’è da augurarsi che non sia la sola, e non finisca per trasformarsi nel classico specchietto per le allodole con cui si vuole mostrare, come avvenuto, un cambiamento ancora tutto da fare. C’è bisogno delle donne nel calcio maschile, e viceversa. E chiudiamola qui, perché l’ovvietà mi spaventa almeno quanto il moralismo. 

Matteo Dalla Vite per gazzetta.it il 28 settembre 2022.

E venne il giorno. Maria Sole Ferrieri Caputi racconterà - ai nipotini o semplicemente a chi le chiederà come si sta dentro la storia - che il 2 ottobre 2022 una ragazza-arbitro ha diretto per la prima volta una gara nel campionato di Serie A: la gara designata dovrebbe essere Sassuolo-Salernitana, domenica, ore 15. 

Il giorno è arrivato insomma e già da tempo (con voci sempre più insistenti prima di quest’ultima sosta) si era ipotizzato che prima dello stop per il Mondiale ci sarebbe stato il Grande Passo da parte di una donna-direttore di gara, anche se poi Maria Sole preferisce - giustamente - essere chiamata solamente arbitro.

All’interno della Sala “Paolo Rossi” in FIGC, Alfredo Trentalange, presidente dell’AIA, ha commentato l’esordio storico di Ferrieri Caputi: "Non è una giornata banale e sono anche emozionato. Maria Sole debutterà in Serie A per meriti, senza scorciatoie, per capacità, skills, è in virtù di un progetto che è partito come Aia. 

Fra l’altro Maria Sole ha un appuntamento mondiale con il femminile U17 in India. Ci apprestiamo a vivere un momento storico dopo più di 110 anni: ringraziamo chi ha creduto in lei quindi anche la Fifa e chi prima di lei, penso a Rosetti e alla Uefa. Non diamo privilegi, Maria Sole si è guadagnata questo percorso, ed è un successo di tutto il movimento”.

Insomma, l’inizio di una Nuova Era è arrivato e il passo, pur se eccezionale, deve essere considerato normale e propedeutico al futuro femminile del settore. La scelta definitiva di Maria Sole è figlia del merito, come hanno sempre stabilito e affermato i vertici arbitrali dal presidente Trentalange al designatore Gianluca Rocchi. Per Maria Sole Ferrieri Caputi (finora 23 gare in C, 3 in serie B, una coppa Italia e Quarto Uomo in Monza-Udinese alla terza) sono stati anticipati i tempi perché è stata designata al Mondiale femminile Under 17 in India che si terrà dall’11 al 30 ottobre.

Nel frattempo, il designatore Gianluca Rocchi si è espresso sul rendere pubblici o meno i dialoghi Arbitro-Var. “Se i dialoghi pubblici tra arbitro e assistenti possono funzionare? Se lo facciamo come il rugby sì, nella Formula 1 sono filtrati. La prima cosa che verrebbe chiesta sarebbe cosa è stato tagliato. È complesso, chi sta in campo e chi sta fuori deve avere una preparazione comunicativa adeguata. Stiamo migliorando tantissimo, anche rispetto all’anno scorso, ma ci vuole ancora tempo. Da parte degli arbitri c’è apertura totale. Non ci sono segreti. Il problema di trasmettere live è che non c’è un filtro. Quello che avviene in campo lo sentirebbe il mondo intero…”. Intanto c’è Ferrieri Caputi nella storia.

Da ilnapolista.it il 22 luglio 2022.

Quest’anno in Serie A debutterà un arbitro donna, Maria Sole Ferrieri Caputi. Ha 32 anni. Oggi ha rilasciato un’intervista alla Gazzetta dello Sport e una a La Stampa. Alla Gazzetta dichiara: 

«L’importante è che si giudichi la Maria Sole arbitro e non la Maria Sole arbitro donna: spero che tutte queste attenzioni ora positive rimangano anche quando sbaglierò». 

Racconta cosa si aspetta dal suo debutto.

«Sono ancora nella fase in cui spero che arrivi: diciamo che sono curiosa di vedere da vicino giocatori visti solo allo stadio o in tv, capire che persone sono. Le difficoltà che troverò? Saranno legate alla velocità del gioco, degli eventi, ai ribaltamenti di fronte, al mestiere di calciatore: più si sale più il giocatore ha mestiere». 

In passato ha dovuto sopportare diverse offese perché donna.

«Nei campionati provinciali ne ho sentite tante, poi da anni non succede più fortunatamente. Da “Tr…” a “Put…”, da “Vai a rigovernare” a “datti al pattinaggio artistico”, da “Non ci capisci di calcio” a “Hai un contatto facebook?” me ne sono capitate. Come reagivo? Mi faceva sorridere e basta. Una volta un calciatore mi fissava e gli ho detto che la palla era altrove… In passato più che la paura ricordo il dispiacere: un paio di allenatori, ai tempi degli Allievi, nei campi polverosi di Livorno al freddo delle sei di sera, hanno dato spettacoli impietosi. In campo in qualche modo posso ristabilire la giustizia con i provvedimenti, con tutto il contorno è più difficile. Culturalmente bisogna fare ancora molto». 

C’è vanità negli arbitri donna?

«In ogni arbitro un minimo c’è, sei in uno spettacolo mediatico». 

A La Stampa spiega cosa porteranno in più le donne in Serie A. Dà ragione a Trentalange, che ha dichiarato che le donne sono più curiose e meno presuntuose.

«Sì, sono d’accordo. Aggiungerei che siamo predisposte alla fatica: per raggiungere, nei test fisici, i risultati dei nostri colleghi dobbiamo sudare il triplo» 

E le donne sono anche più empatiche.

«Più empatiche. Penso che gli arbitri donna possano aiutare con il loro atteggiamento». 

Da ilnapolista.it il 3 ottobre 2022.

La prima di Ferrieri Caputi? Paolo Casarin non regge più la retorica sulla prima donna arbitro in Serie A: Maria Sole Ferrieri Caputi che ieri ha diretto Sassuolo-Salernitana 5-0 (ne ha parlato anche Rocchi). All’Adn Kronos dice: 

“Ha diretto una partita ridicola, mi pare che si stia esagerando con gli elogi. È troppo presto, quando avrà diretto una decina di partite di Serie A di difficoltà maggiori potremo dare un giudizio. Per quel poco che si è visto ha dimostrato di essere sicura, sempre nel vivo dell’azione. Ha di sicuro delle qualità ma smettiamola di parlare di lei, secondo me anche lei si è stancata di questa attenzione mediatica assolutamente esagerata”. 

Peraltro sul Corsera, nella consueta rubrica del lunedì, Casarin non è stato tenere con l’arbitraggio pur se non sono mancati gli apprezzamenti nei confronti del primo fischietto donna nella massima serie.

Con la personale autorevolezza di cui dispone ha esaurito l’emozione dopo pochi passi sul terreno di gioco. Al sorteggio era già a suo agio: la partita di calcio, in effetti, trasmette forza anche all’arbitro. La prima impressione, dopo il fischio iniziale, è stato il bisogno di spostarsi con generosità, quasi sentisse il bisogno di rincorrere il gioco. In gara con i giocatori. 

Così concede un piccolo rigore: sulla linea di fondo il contatto tra Maggiore e Ceide è lieve, ma soprattutto è difficile decidere se ti trovi alle spalle dei due e a circa 18 metri di distanza. Non è stato un rigore inventato, ma il calcio di rigore deve rappresentare il risarcimento tecnico per un fallo subito che può impedire un gol possibile. Quel braccio rigido che indicava il rigore mi è sembrato il gesto della liberazione. Una sfida, un atto coraggioso, una misura di se stessa. In quel momento sei diventata un arbitro vero, che può anche sbagliare. Ora studia, lavora e arbitra. Sei brava.

Giulia Zonca per “la Stampa” il 3 ottobre 2022.

Verrà un giorno in cui sarà banale sapere che l'arbitro di una partita di serie A è una donna, ma non è oggi, non è adesso. Non è Sassuolo-Salernitana finita con un 5-0 che, di media, sarebbe garanzia di tranquillità e invece stavolta è uno scossone. Maria Sole Ferrieri Caputi lo regge, non doveva fare altro. 

Da qui in poi sarà più semplice, è successo e quindi può ricapitare. La voce del Mapei Stadium ha declamato: «Arbitra la signora Ferrieri Caputi» e ha interrotto un'esclusività durata oltre 110 anni e ormai diventata becera. Prima gli arbitri erano solo uomini, adesso non più. Adesso sono solo arbitri, senza genere, senza zavorra, non ancora liberi da pregiudizio. Ci vorrà del tempo però esiste una data di inizio: 2 ottobre 2022, ottava giornata del campionato in cui una donna ha portato il pallone in campo, ha spezzato il pane del calcio che ha una liturgia persino più radicale di quella della Chiesa.

Si parte da lei, Maria Sole Ferrieri Caputi, 32 anni, designata come pioniera: dalla sezione di Livorno allo stadio Città del Tricolore, guarda la coincidenza. Il nome del luogo in cui si fa un pezzetto di storia d'Italia definisce pure la bandiera che è nata qui, a Reggio Emilia, la città che ci porta un'altra novità e nulla può, ancora, essere considerato normale perché l'esordio è sempre un fatto straordinario: «Un'emozione indicibile, ho coltivato questo sogno per 16 anni. Comunque ero più tesa in Eccellenza. Lì io me la sono cavata con qualche insulto, però gira vera violenza e quando sei giovane non hai gli strumenti per contrastare le offese». 

L'arbitra non è così sicura di voler essere chiamata così («la questione linguistica vedetevela voi»), ma fare pace con la grammatica è un modo per arrivare all'abitudine. Suona strano solo perché non è stato mai detto. Lei ha la coda di cavallo e la testa ricoperta di gel come quella di una sincronetta, è chiaro che in quella pettinatura così tirata, mollette, lacca, elastico strizzato, c'è tutta la cura del dettaglio. Nessuna ciocca deve sfuggire e infastidire la visuale.

Nessun contropiede rimarrà incontrollato, nessuna regola disattesa. L'intento è chiaro e comprensibile: la gestione diventa quasi scolastica, con il cronometro che scatta anche sulle esultanze dopo i gol. Fin dalla prima rete Ferrieri Caputi spinge i giocatori del Sassuolo a riprendere posizione, ligia al libro delle istruzioni, dettagli.

Giusto essere rigidi quando si è osservata speciale e infatti pure il rigore fischiato potrebbe essere inteso come interpretazione severa, poco importa, la moviola consegna il disturbo di Maggiore su Ceide agli archivi. Il fallo tecnicamente esiste indipendentemente dal peso che gli si può dare, la Var non ha nulla da obiettare, i social ingaggiano una poco convinta invettiva in nome del credo «gli arbitri sono scarsi e le donne si allineano». Va bene così, un passo verso la parità effettiva.

Il primo fischio, davanti al responsabile degli arbitri Uefa Rosetti, seduto in tribuna, arriva dopo 14 minuti, corretta valutazione di un'entrata in ritardo Di Daniliuc su Pinamonti, la prima svista meno di dieci minuti dopo, un'ammonizione mancata per Dia, i gialli sono l'unico problema perché l'arbitra perde un cartellino alla fine del primo tempo, recuperato e sbandierato dal capitano del Sassuolo Ferrari e uno all'inizio del secondo tempo, pure quello riconsegnato con molta enfasi da Thorstvedt.

Irrilevanti, sbavature di una conduzione tenuta a un guinzaglio stretto. Servirà della pratica per allentare la presa, per fidarsi dell'istinto, per usare l'autorevolezza che al debutto è più ruolo che carisma. Sarebbe pure difficile sfoggiarlo visto che alla pressione di un'attenzione fuori dal segno si abbina la volontà collettiva di far girare tutto bene. Assistenti premurosi, tecnici trattenuti, giocatori educati che si lasciano andare giusto quando devono restituire i benedetti cartellini e indicano, sbracciano, sottolineano l'insignificante incidente di percorso.

Alla fine, Ferrieri Caputi ne userà solo due, gialli entrambi, per un totale di 18 falli rilevati. La statistica non lascia graffi sulla svolta e le parole non sanno bene come inquadrarla. Il tecnico della Salernitana Nicola se la cava così: «Io non mi sono accorto di chi fosse l'arbitro, lei ha fatto la sua partita, noi non abbiamo fatto la nostra», Dionisi parte assai peggio con un poco comprensibile «Esiste il calcio femminile e pure gli arbitri donna in serie A» e poi pesca un classico «non do mai importanza agli arbitri e non lo voglio fare neanche in questa occasione, altrimenti userei un atteggiamento diverso».

Andata, passata, il prossimo giro sarà più semplice e quando Ferrieri Caputi non sarà più la sola, il nome e il genere non faranno questo effetto. È successo qualcosa di speciale che può portarci alla normalità, bisogna solo dargli un po' di fiato e questa arbitra ne ha parecchio.

Maria Sole Ferrieri Caputi rivela: "Cosa mi urlava da dietro la rete". Libero Quotidiano il 04 ottobre 2022

Domenica scorsa il primo storico esordio di una donna arbitro in Serie A. Stiamo parlando di Maria Sole Ferrieri Caputi, che ha diretto il match delle 15 tra Sassuolo e Salernitana, finito 5-0 per i neroverdi. Intervenuta poi alla Domenica Sportiva in serata, insieme al presidente dell’Aia, Alfredo Trentalange. "Arbitro o arbitra? Risolvetela voi, a me non fa differenza – ha risposto la 32enne — Rimane l’emozione di un debutto che ciascun arbitro sogna dall'inizio della carriera, che coltivo da 16 anni e oggi s'è realizzato”.

Prosegue così il fischietto nel suo racconto del match del Mapei: “È stato bellissimo, per il clima che c’è stato per tutta la partita e allo stadio — ha aggiunto — Le tifoserie mi hanno accolto benissimo, in parte è stata una festa. Quello che dicono sugli arbitri in tv? Non mi provoca tensione. Mi fa piacere ascoltare i giudizi che possono essere espressi sul mio lavoro, per capire se ci sono spunti da prendere in considerazione per migliorare. Ma non parlerei di pressione”. La Caputi non nasconde che arbitrare non sempre è facile, visti gli episodi di violenza spesso i finiti in cronaca nelle serie minori:  "È così — ha proseguito — È uno dei problemi che viviamo nella nostra associazione, quotidianamente. E con questi gli episodi di violenza sugli arbitri più giovani”. 

Alla 32enne livornese, per fortuna, “è sempre andata bene, oggi ero così concentrata sulla gara che non ho sentito nulla. Ho sentito solo le bambine che mi chiamavano dalla tribuna e mi ha fatto molto piacere”. E ancora: “Quando c'è quell’urlo sguaiato di quella persona attaccata alla rete, che ce l'ha con te e neanche tu sai il perché. Solo perché stai seguendo la tua passione, ti stai impegnando in qualcosa e la domenica mattina sei là dopo aver rinunciato a qualcosa. È difficile da capire, ma aiuta a crescere. Auspico un mondo in cui si vada culturalmente verso l'accettazione dell’arbitro”.

Quanto ai modelli preferiti, "attualmente il riferimento è Frappart a livello internazionale – spiega la 32enne toscana – Ma mi piace ricordare anche Carina Vitulano, ex arbitro attualmente osservatore Uefa che ci segue per la parte tecnica in Italia. Tra i maschi? Ce ne sono tanti, ma direi Orsato che ci rappresenterà ai Mondiali". Alla Caputi non dà fastidio tutto il clamore che ha circondato il suo esordio in Serie A, inclusa qualche attenzione anche al suo look: "È bello e giusto che se ne parli quando una donna fa qualcosa, perché questo può fare in modo che sempre più donne seguano questa squadra. Se il prezzo da pagare è che qualcuno sottolinei se sorrido o meno, va bene".

L'esordio in Sassuolo-Salernitana, ora l'obiettivo è la Champions. Chi è Maria Sole Ferrieri Caputi, primo arbitro donna in serie A e ricercatrice all’Università. Giovanni Pisano su Il Riformista il 2 Ottobre 2022 

Il prossimo 20 novembre compirà 32 anni ed oggi ha diretto la sua prima gara in serie A, vinta con un roboante 5-0 dal Sassuolo contro la Salernitana. Maria Sole Ferrieri Caputi è il primo fischietto donna a debuttare nella massima serie italiana. C’era molta curiosità per l’esordio dell’arbitro originario di Livorno. La sua prima gara è stata promossa a pieni voti anche se, a prescindere dalla direzione di gara (considerato, nonostante l’avvento del Var, il livello mediocre della maggior parte dei fischietti italiani), quel che conta è che finalmente ci saranno anche le donne ad arbitrare le partite del campionato italiano.

In un semi-deserto Mapei Stadium di Reggio Emilia, la sua direzione, coadiuvata dai due assistenti, Ranghetti e Vivenzi, e dal quarto ufficiale Chiffi, è stata autoritaria e senza sbavature. Sempre vicina all’azione, ha concesso un rigore al Sassuolo alla fine del primo tempo dopo essersi consultata con i colleghi in cabina di regia al Var, ha placato le proteste dei giocatori della Salernitana e ha concluso la gara, particolarmente tranquilla e a senso unico, con due ammoniti sul taccuino e appena 18 falli fischiati.

Ferrieri Caputi in precedenza aveva già diretto una squadra della massima serie italiana in Coppa Italia: era il 15 dicembre di un anno fa quando il Cagliari superò nei sedicesimi il Cittadella. La sua direzione venne promossa a pieni voti.

“L’ho salutata come faccio con tutti gli arbitri: per me lei e un arbitro uomo sono la stessa cosa” commenta a fine partita il tecnico del Sassuolo, Alessio Dionisi.  “Complimenti a lei, ha fatto una buona partita. Sicuramente meglio della nostra…”, il commento del tecnico della Salernitana, Davide Nicola. 

L’auspicio è che Ferrieri Caputi arrivi ai livelli di Stephanie Frappart, il fischietto francese che si avvia a diventare una presenza fissa della Champions dopo aver diretto addirittura una finale di Supercoppa europea.

Sogno che probabilmente racconterà in serata quando sarà ospite alla Domenica Sportiva dalle 22.40 su Rai 2. Con lei, in studio, anche il presidente dell’AIA, Alfredo Trentalange.

Chi è Maria Sole Ferrieri Caputi: l’arbitro-ricercatrice

Nata a Livorno il 20 novembre del 1990 da genitori pugliesi, si è laureata alla triennale in Scienze politiche e Relazioni Internazionali all’Università di Pisa e poi ha conseguito una laurea magistrale in Sociologia all’Università di Firenze: attualmente lavora alla Fondazione Adapt (Associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali) e collabora come ricercatrice all’Università di Bergamo.

A 17 anni Ferrieri Caputi entra nella sezione Aia di Livorno e dopo l’inevitabile, lunga trafila a livello provinciale e regionale, il 15 novembre 2015 debutta in serie D: di fronte Levico e Atletico San Paolo. Nel maggio 2019 arbitra una partita della Poule Scudetto di quarta serie tra Bari e AZ Picerno dopo aver esordito, pochi mesi prima, nel Torneo di Viareggio. E il 2019 è anche l’anno della promozione a internazionale che apre a Maria Sole la direzione di due partite di qualificazione all’Europeo femminile: Scozia-Cipro e Macedonia del Nord-Serbia. 

Con la successiva promozione in C (esordio in Pro Patria-Pro Sesto), il livello di impegno si alza ulteriormente ma Maria Sole Ferrieri Caputi non sbaglia un colpo o quasi guadagnandosi la fiducia dei designatori e il rispetto dei calciatori.

Il 17 ottobre 2021, arriva anche il debutto in B, in un Cittadella-Spal che fa di lei il quarto arbitro di sesso femminile a dirigere una partita di seconda divisione a pochi giorni dall’esordio nella categoria della collega Maria Marotta. Il primo luglio 2022 Alfredo Trentalange, presidente dell’Aia, ufficializza quello che tanti ormai prevedevano da tempo: con l’ingresso nei ruoli Can, Maria Sole si guadagna il diritto ad essere la prima donna ad arbitrare nel campionato di calcio di Serie A maschile a partire dalla stagione 2022/23.

“E’ un momento storico – sottolinea Trentalange – è stata promossa perché se lo merita. Sarà il designatore a decidere il suo percorso, niente privilegi” precisa. 

Giovanni Pisano. Napoletano doc (ma con origini australiane e sannnite), sono un aspirante giornalista: mi occupo principalmente di cronaca, sport e salute.

«Juve e favori arbitrali». Pairetto querela il professor Taormina. Massimiliano Nerozzi su Il Corriere della Sera il 6 Luglio 2022.

Processo al via, il dirigente bianconero: mi ha diffamato.

Arrivato a palazzo di giustizia da loquace star, per difendere alcuni ultrà bianconeri, al professor Carlo Taormina scappò una battuta (al veleno): «Mi ha sorpreso la presenza di un Pairetto, figlio e fratello di cotanti personaggi arbitrali, dentro la Juve, non pensavo si fosse giunti a tanto. Io che ho sempre urlato per i vantaggi arbitrali, ho ritrovato un riscontro oggettivo di quelli che non finiscono mai». L’uscita non poteva invece essere relegata a «commento da bar sport» per Alberto Pairetto, dirigente del club delegato ai rapporti con il tifosi, che ha querelato il legale per diffamazione, nel processo iniziato ieri: «Utilizzare la mia persona come “riscontro oggettivo” di un sinallagma corruttivo fra mondo arbitrale e società, è oltremodo lesivo della mia reputazione, della mia integrità personale, professionale ed è un tentativo di screditare la mia attendibilità come testimone». All’epoca, era una mattina dell’ottobre 2019, si era nel pieno dell’inchiesta «Last Banner», partita proprio dalla denuncia di Pairetto contro alcuni leader della curva sud, con l’accusa di estorsioni (di biglietti) al club.

Nell’attesa di riprendere il dibattimento (a dicembre), il difensore di Taormina, l’avvocato Ennio Galasso, ha depositato una lista testi da puntata di Porta a Porta: oltre al querelante, ci sono il presidente Andrea Agnelli, l’ex direttore generale Luciano Moggi, il numero uno della Federcalcio Gabriele Gravina, Pier Luigi e Luca Pairetto, rispettivamente designatore arbitrale fino alla stagione 2004/05 e attuale fischietto di serie A. Le parole di Taormina furono riportate da diversi quotidiani, con effetto diffamatorio, secondo la querela del dirigente, assistito dall’avvocato Maria Turco: «Per chi legge o sente, Alberto Pairetto personaggio discutibile per ragioni famigliari, sarebbe capace di incidere sui risultati delle partite per la sua vicinanza di sangue con il fratello arbitro, così spiegandosi i favori arbitrali di cui la Juve sarebbe gratificata». Sarebbe stato questo l’effetto di quelle parole — sempre secondo l’esposto — anche perché «provenienti da una figura qualificata, quale quella del difensore». Che, al contrario, sostiene di non aver mai sottinteso alcunché.

Di certo, già di buon mattino, Taormina aveva annunciato il suo arrivo al palagiustizia con un tweet: «Può un gigante come la Juve essere vittima di estorsione?» E ancora, con il gusto per l’ironia che l’ha fatto diventare (anche) personaggio televisivo: «La Juve faccia la Signora e ritiri le denunce». Anche se, aveva ammesso, i bianconeri non gli sono mai stati simpatici: «Sono romanista, e nemico giurato della Juve». Fatto sta che, dopo qualche mese, il professore uscì dal collegio difensivo degli ultrà, ben prima del processo di primo grado, finito nell’ottobre scorso con sei condanne e sei assoluzioni. Come ricordo torinese gli resta il suo, di dibattimento, davanti al giudice della quarta sezione penale, Riccardo Ricciardi.

Carlos Passerini per il “Corriere della Sera” il 28 giugno 2022.

Si può e si deve fare meglio. Serve una nuova fase, una versione «pro». Perché così com' è la Var rischia di andare in tilt, se non lo è già. E sarebbe un peccato, visti gli incontrovertibili benefici che la videoassistenza ha portato in queste prime 5 stagioni. «È stata un'annata bellissima ma anche molto complessa» ha ammesso il designatore Gianluca Rocchi. Il dettaglio delle statistiche conferma l'importanza dello strumento: errori ridotti in serie A dell'86%.

C'è poco da girarci intorno: grazie alla Var, il calcio è più giusto. Il problema è che i meccanismi ancora troppo spesso s' inceppano, finendo per creare cortocircuiti inaccettabili. La Var, come ogni tecnologia, è invecchiata presto. Il protocollo appare già superato, troppo rigido, limitativo. Ha ragione Rocchi quando dice che arrivare al 100% di precisione è impossibile, perché l'errore umano è inevitabile, specie se - come sta succedendo ora - la generazione di arbitri è giovane e inesperta, ma proprio per questo serve accelerare il percorso di perfezionamento di chi deve gestire lo strumento.

Il primo passo, già allo studio, è proprio la creazione di una figura specializzata, che si occupi solo di fare il varista, con tanto di ranking. Un orientamento che all'estero e già stato avviato. Siamo stati i pionieri della Var, tutti ci hanno copiato, ora rischiamo di restare indietro. Non va bene.

Va fatto tesoro dei casi più clamorosi di questa stagione.

Varisti che parlano troppo o troppo poco, arbitri troppo sicuri o troppo incerti, immagini poco chiare o troppo chiare per sbagliare. Un episodio iconico è il cortocircuito di Spezia-Lazio alla 35ª: gol vittoria di Acerbi in evidente fuorigioco. Per quell'errore vennero sospesi arbitro, assistenti, quarto uomo, Var. Tutti puniti insomma. E poi? Il problema è che la punizione non corregge l'errore. L'unica soluzione, come sempre, è la prevenzione. Oltre alla specializzazione dei ruoli, la cosiddetta «divisione delle carriere», occorre una linea più condivisa e chiara su rigori e fuorigioco: ancora troppi episodi valutati in maniera diversa.

Il fuorigioco semiautomatico che debutterà al Mondiale in Qatar può essere un grande passo avanti: 12-18 telecamere, 50 fotogrammi al secondo e un software basato sull'intelligenza artificiale che riceve le immagini e le analizza in 20 secondi, spedendole alla sala Var. Una tecnologia che pare infallibile, ma che dovrà comunque fare i conti con l'elemento umano: a decidere fra una posizione attiva o passiva sarà comunque l'arbitro.

 Torniamo sempre lì: il problema della Var non è la Var, ma chi la adopera e come. C'è poi anche il tema del challenge: è sempre più diffusa l'idea che concedere la possibilità di «chiamata» alle squadre potrebbe avere un effetto positivo, a patto di non farla diventare «un'arma tattica» spezzare il ritmo e perdere tempo. L'idea è ottima, ma l'Ifab per ora non ci sente. Alla base di tutto, la finalità è la trasparenza: ai tempi della Var tutto si vede, perciò è giusto che tutto si spieghi.

La nuova governance Aia del presidente Trentalange in questo senso ha già fatto molto e bene: la comunicazione è migliorata moltissimo. Ma si può fare di più. Un progetto allo studio riguarda la riproposizione degli episodi sui maxischermi degli stadi, in modo che i tifosi dal vivo possano capire cosa accade. L'altra innovazione è una app con i dialoghi arbitri-Var, scaricabile ogni lunedì dai tifosi. La Var è tecnologia. E come tutte le tecnologie se non s' aggiorna s' impalla. Tutto qui.

Chi è Byron Moreno, ex arbitro di calcio Silvia Curletto. Newsmondo.it il 17 aprile 2022.

Scopriamo cosa si sa sulla vita professionale e sulla vita privata di Byron Moreno, classe ’69, ex arbitro di calcio.

Byron Moreno è figura nota nel mondo del calcio, soprattutto dopo il suo discusso arbitraggio nella partita giocata tra Corea del Sud e l’Italia. Moreno nasce in Ecuador e fin da subito si dedica alla sua passione per il mondo calcistico. Durante la sua carriera infatti ricopre il ruolo di arbitro, commentatore sportivo e infine di insegnante in una scuola per arbitri.

La biografia di Byron Moreno

Byron Aldemar Moreno Ruales nasce il 23 novembre del 1969, a San Francisco de Quito, capitale dell’Ecuador.

Byron Moreno e la carriera

Nel 1996 Moreno diviene arbitro internazionale e viene scelto per la Copa America nel 1997 e nel 1999. Diresse la semifinale svoltasi tra Messico e Brasile e successivamente venne assegnato al Mondiale Under 17, per la Confederations Cup del 2001 e nel 2002 per il Mondiale disputati in Corea del Sud e in Giappone. Byron accresce la sua notorietà nel 2002 quando viene assegnato per l’ottavo di finale tra le Corea del Sud e l’Italia, occasione in cui il suo arbitraggio venne molto discusso in Italia.

Tra le sue decisioni finite in mezzo alla polemica anche un generoso rigore accordato ai coreani e l’espulsione di Totti, ammonito per la seconda volta a causa di una simulazione presunta. Successivamente un’indagine della FIFA reputò la partita regolare. Questo arbitraggio però lo condusse all’interno del mondo dello spettacolo, partecipando a diversi programmi televisivi e facendosi così conoscere dal grande pubblico. Ricevette anche il Tapiro d’Oro dal programma Striscia la notizia.

Continuò ad arbitrare fino alla sua ultima gara il 23 maggio del 2003, il 10 giugno venne ufficializzata la sua sospensione definitiva. In seguito lavorò presso una radio e un canale televisivo dell’Ecuador come commentatore sportivo. L’espulsione arrivò dopo una sospensione dovuta alla sua partecipazione ad un programma televisivo italiano di cui i dirigenti federali criticarono il suo eccesso di protagonismo. Byron infatti partecipò alla trasmissione “Stupido Hotel” e durante il programma danzò con Carmen Russo e altre ballerine.

Dopo la sospensione definitiva Moreno ha fondato una scuola di arbitri in Ecuador dove insegna le regole, le tecniche, l’assistenza medica e la psicologia sportiva.

La vita privata di Byron Moreno

Non ci sono notizie certe riguardanti la sua vita privata, tranne che pare sia stato sposato. Non si hanno informazioni precise riguardo al suo patrimonio economico.

3 curiosità su Byron Moreno

Nel 2002 il gruppo italiano di musica parodistica Gem Boy gli dedicò il brano “Schiatta Moreno” sulle note di Baila di Zucchero Fornaciari.

Venne arrestato nel 2010 all’aeroporto JFK di New York in possesso di circa sei chilogrammi di eroina.

Ha un profilo Twitter.

Davide Desario per leggo.it il 2 marzo 2022.

«Non esiste separazione definitiva finché esiste il ricordo. 23 maggio 2017. Non ti dimenticherò mai». È lo status su WhatsApp del diciottenne Nello Francesco Farina. E quella data è il giorno il cui è morto a soli 54 anni, colpito da una malattia incurabile, il suo papà, l’arbitro di Serie A Stefano Farina. Nello Francesco, giocava a calcio, ma un giorno, appena diciottenne, ha deciso di seguire le orme del padre. E oggi è un arbitro federale.

Ma non le piace, come tutti i suoi coetanei, giocare a calcio?

«Certo. Ero un centrale difensivo. Prima con la Lupa Roma e poi con il Palocco».

Cosa è successo, allora?

«Il Covid ha fermato tutto. I provini sono stati posticipati di mesi. E il giorno che dovevo farli mi sono rotto il polso. Sono rimasto a casa un mese. Ho pensato tanto. E ho sentito che avevo voglia di fare l’arbitro. Come papà. Ho fatto il corso, il mio insegnante è stato Massimo Piaggesi. E a ottobre del 2021 ho esordito, e ora arbitro nel campionato juniores». 

In campo i giocatori lo sanno?

«Finora nessuno me lo ha mai detto». 

In Federazione?

«Lo sanno tutti. Quando sono diventato arbitro mi hanno chiamato molti colleghi di papà. Tra gli altri Daniele Orsato, Maurizio Mariani, Pierluigi Pairetto, Fabio Maresca ma anche il presidente Alfredo Trentalange, Eugenio Abbattista, Duccio Baglioni e Maurizio Ciampi». 

Chi l’ha colpita di più?

«Mario Pastorello. Era quello che scoprì mio padre. È stato bello». 

Un ricordo della carriera di papà.

«Tanti. La finale di supercoppa europea Siviglia-Barcellona, i match di Champions Real Madrid- Arsenal. Ma anche l’aver arbitrato Messi e Cristiano Ronaldo. Però la cosa più bella era quando è diventato designatore della Serie B e ogni sabato pomeriggio guardavamo tutte le partite insieme a casa, abbracciati sul divano». 

Si arrabbiava?

«Ricordo solo una volta. Era un derby campano. Un calciatore calpestò un avversario a terra. Glielo feci notare proprio io. Chiamò imbufalito il direttore di gara che non se ne era accorto».

E la volta che lo ha visto più felice?

«Quando arrivò la telefonata che lo avevano nominato designatore di Serie B. È stato bellissimo. Eravamo tutti orgogliosi di lui». 

Sua madre è contenta?

«Molto. Perché è un mondo meritocratico. Ma lei non mi ha mai spinto a farlo: voleva che se accadesse fosse per una decisione solo mia».

Troppe aggressioni e minacce, gli arbitri scappano dal calcio. Francesco Storace su Il Tempo il 07 febbraio 2022.

Non sparate sull'arbitro, perché poi qualcuno che vi prende sul serio si trova. Soprattutto nei campionati minori, dove ci sono solo schiaffoni e anche di peggio e non certo moviolone e dibattito sugli errori, veri o presunti, delle giacchette nere. Nei piani bassi del calcio tutte le settimane è un'avventura arbitrare una partita di calcio. Sotto la vetta dei campionati professionisti, la malapianta della violenza contro gli arbitri è pesantissima e ogni domenica si registrano guai per chi si avventura nell'impresa. Sta diventando una tragedia sociale per l'impatto che lo sport - e in particolare il calcio - ha in mezzo a noi. Ma quei quattromila arbitri che in pochi anni sono spariti fanno riflettere. Spariti nel senso di dimessi, mica rapiti. Non hanno più voglia di rischiare. Non ne vogliono più sapere, proprio per troppa violenza, non ne vale la pena. E se valessero davvero i regolamenti in vigore, si fermerebbero i campionati. Essi negano il diritto di reagire - anche perché uno contro undici o addirittura una tifoseria, non sarebbe conveniente, diciamo - e soprattutto esigono che di fronte ad una situazione in cui la sicurezza è assente bisogna chiamare la polizia. Figurati dove la trovano, al massimo le pattuglie (poche) in circolazione fanno una perlustrazione sui campi dei paesi e poi tornano alle attività ordinarie.

Recentemente è dovuto finire in ospedale in Sicilia l'arbitro Melodia di Trapani. Per Altofonte-Iccarense si è beccato un cazzottone come si deve. A Benevento il pubblico ha assistito in terza categoria alla testata di un calciatore al direttore di gara. Si sentono isolati gli arbitri, specie nelle serie minori. Perché i professionisti, almeno loro, almeno hanno fama e quattrini grazie ai diritti d'immagine. Nelle sfide di strapaese, solo botte e lividi. Con rimborsi da una cinquantina di euro a seconda dei chilometri percorsi. Il «chi me lo fa fare» prevale. Anche perché la funzione di questi giudici è sempre contestata in ragione della faziosità del tifoso. Per dirla con Ennio Flaiano, «l'italiano ha un solo vero nemico: l'arbitro di calcio, perché emette un giudizio». Ne rimangono 29mila, dicono gli amanti della statistica. Ma qualche danno serio c'è ancora, se addirittura arbitri di livello superiore vengono ogni tanto designati per supplire alle assenze nei campi del calcio minore. Per un arbitro diventa impossibile tutelarsi. Insulti dagli spettatori. Dai dirigenti. Dai calciatori. E i giornali che appiccano il fuoco. Fermarsi. Dovranno capirlo gli zucconi che aggrediscono gli arbitri che le partite non ci saranno più. Fantastico l'epitaffio vergato da un umorista, scrittore e attore della vicina Spagna: «Un paese avrà raggiunto il suo massimo grado di civiltà quando le partite si terranno senza arbitri». Ma così, ahinoi, il problema non si risolve. Il fenomeno della violenza contro gli arbitri va avanti da troppo tempo. Addirittura dal 2007 l'Associazione italiana arbitri ha istituito l'Osservatorio sulla violenza agli ufficiali di gara quale strumento di monitoraggio degli atti di violenza in danno dei propri associati. Si devono essere stufati di monitorare: gli ultimi dati disponibili si fermano alla stagione 2018-2019 e restano impressionanti con 457 episodi di violenza censiti. E fu la stessa media del triennio precedente. Quegli oltre 450 episodi di violenza, si verificarono nelle categorie inferiori (prima, seconda e terza categoria) o in quelle in cui giocano i più piccoli (juniores, allievi e giovanissimi) ad opera di giocatori, dirigenti o soggetti estranei. È rilevante notare come gli episodi di violenza fisica e violenza fisica grave superarono il 60 per cento del totale e che una percentuale significativa riguarda atti di violenza contro le donne.

In Calabria il maggior numero di episodi, seguita dalla Sicilia e dal Lazio. Trentino Alto Adige e Molise i territori più «tranquilli» per giocare a pallone. C'è pure qualche numero recente, comunque. Le cifre delle violenze subite dagli arbitri sono impressionanti anche in questa stagione. A dicembre ne sono state rese note 85; in 4 di queste situazioni la vittima era una donna. Si sono verificati 25 atti gravi, che hanno portato a 126 giorni di prognosi prescritta dalle emergenze sparse in tutta Italia. Questa volta 12 episodi in Campania, 10 in Piemonte, 9 in Toscana, 8 nel Lazio, 7 in Lombardia e Umbria. E può raggiungerti da qualsiasi gruppo: calciatori (47), dirigenti (29), anche estranei (9), e tra questi ultimi i genitori. Già i genitori. Non ci sono solo quelli dei calciatori, che sognano carriere fantastiche per i loro figli e non sopportano di vederle troncate da una punizione non fischiata. Ma anche quelli degli arbitri, per i quali sarebbe già sufficiente un tantinello di serenità. I loro genitori vanno alle sezioni Aia e sembrano contenti: «Mio figlio è più riflessivo a scuola, più ordinato a casa. E tra voi ha trovato nuovi amici. Però temiamo di mandarlo in campo e vivere ogni domenica con il terrore di essere chiamati al pronto soccorso», è il tenore delle principali testimonianze a verbale. Si sono messe nero su bianco anche le principali forme di violenza. Anzitutto la violenza fisica grave, cioè la violenza che procura un danno fisico all'ufficiale di gara, accertato mediante refertazione sanitaria. La violenza fisica, senza accertamento da parte di un presidio ospedaliero. La violenza tentata da parte di tesserati (calciatori, allenatori e dirigenti) che, però, non cagiona danni fisici all'ufficiale di gara. La violenza morale, ossia condotte discriminatorie in danno degli ufficiali di gara poste in essere da soggetti tesserati. Racconta un arbitro ultraquarantenne che ha deciso di chiuderla qui e dedicarsi all'attività imprenditoriale: «Gli stessi giovani non hanno più voglia di mettersi in campo. Sei sempre solo nelle decisioni. E pure quando arriva la violenza».

Ora comincia a discuterne anche il Parlamento, con una proposta di legge di vari gruppi, tesa ad inasprire le pene. Ci si chiede se possa essere sufficiente: recentemente il gran capo degli arbitri, Alfredo Trentalange, ha parlato dell'assenza di una cultura della legalità. Quello che è il giudice della gara diventa l'anello debole della partita, indifeso e bersagliato da tutti. Ma se non si recupera un senso di civiltà a partire dai campi minori e se non si smette di frignare per un rigore in più o in meno persino nelle serie superiori, il calcio rischia di veder ridotte sempre di più le sue potenzialità. Se l'espressione «crisi di vocazione» coniata proprio da Trentalange è reale, il fenomeno non può più essere sottovalutato.

Gli arbitri non si trovano più, è crisi delle vocazioni: ne mancano 4mila. Colpa anche delle violenze. Stefano Agresti su Il Corriere della Sera il 19 gennaio 2022.

Settembre 2021, Cus Torino contro Resistenza Granata, campionato di Terza categoria: il primo — oppure l’ultimo — livello del calcio italiano, sotto non c’è niente. Arbitro: Marco Serra. Lui, l’uomo di San Siro, del fischio frettoloso, del Milan sconfitto dallo Spezia (anche) per un gol ingiustamente negato. Quattro mesi fa era su un campetto del Torinese e la star della partita era lui, non Ibra, tanto che alla fine i calciatori lo hanno fermato: scusi, si fa un selfie con noi?

L’Aia, l’Associazione italiana arbitri, aveva rispedito Serra e un’altra ventina di suoi colleghi a dirigere partite in periferia, durante quel fine settimana. Due i motivi. Primo, inviare un messaggio: c’è il massimo rispetto anche per i campionati minori. Secondo, colmare una falla: se non si fossero mossi i professionisti del fischietto, quelle partite di dilettanti e ragazzi non si sarebbero giocate. Perché? Perché di arbitri non ce n’erano più. Finiti. Azzerati.

In cinque anni sono spariti quattromila arbitri. Nel 2016 erano 33 mila, all’inizio di questa stagione ne sono rimasti 29 mila. Crisi di vocazione, la chiamano. Colpa del Covid? Anche, chiaramente. E dei rimborsi: bassi, quasi ridicoli, in media 30 euro a partita tutto compreso.

Ma non è solo questo il problema. Colpa delle botte, della violenza, della paura. «I genitori vengono nelle sezioni e ci dicono: da quando mio figlio arbitra è più sereno, più riflessivo a scuola, più ordinato in casa. E tra di voi ha trovato amici nuovi. Però non possiamo mandarlo nei campi e vivere ogni domenica con il terrore di essere chiamati dal Pronto soccorso». Alfredo Trentalange, presidente dell’Aia da meno di un anno — da quando è riuscito a mettere fine all’interminabile (e discusso) regno ultradecennale di Nicchi — racconta una realtà di cui molti non si accorgono, o fingono di non accorgersi, ma che rischia di mettere in seria difficoltà l’intero movimento. Perché per giocare a calcio, a tutti i livelli, gli arbitri sono indispensabili, un po’ come il pallone. E se non ci sono, non si gioca.

I numeri delle violenze subite dagli arbitri sono impressionanti anche in questa stagione, benché per fortuna ci sia un calo rispetto al recente passato. A dicembre gli episodi erano già stati 85; in 4 di queste situazioni, la vittima è stata una donna. Gli atti gravi sono stati 25, che hanno determinato 126 giorni di prognosi prescritti dai Pronto soccorso sparsi per l’Italia. Già, perché la violenza non conosce confini: 12 episodi in Campania, 10 in Piemonte, 9 in Toscana, 8 nel Lazio, 7 in Lombardia e Umbria. E può arrivarti addosso da qualsiasi parte: calciatori (47), dirigenti (29), anche «estranei» (9), e tra questi ultimi rientrano i genitori.

Crisi di vocazione: come combatterla? Da questa stagione si sta sperimentando una strada nuova, almeno per il nostro calcio (non per quello inglese oppure per il basket, che già la percorrono da tempo e con successo): il doppio tesseramento. In pratica un ragazzo che gioca a pallone, dai 14 ai 17 anni, può anche arbitrare. In questo modo innanzitutto si amplia la possibilità di reperire direttori di gara: se un adolescente deve scegliere tra giocare e arbitrare, è quasi sicuro che punti sulla prima possibilità; se può praticare entrambe le attività, è tentato pure dal fischietto. C’è però anche una questione culturale, educativa. «L’arbitro viene ancora visto come uno diverso, come l’uomo nero. Ma quando un giovane calciatore entra nello spogliatoio e racconta l’esperienza differente che sta facendo, avvicina i compagni al ragazzo che la domenica successiva dirigerà la loro partita. E poi può spiegare il regolamento perché — parliamoci chiaro — quasi nessuno lo ha mai letto», aggiunge Trentalange. L’impatto del doppio tesseramento è interessante, non ancora rilevante sul piano numerico: «Una dozzina di ragazzi ha sfruttato questa opportunità, tra loro un paio di donne, e tutti sono soddisfatti». Il passo successivo sarebbe quello di incentivare le società a tesserare calciatori-arbitri: «In Inghilterra succede».

A Trentalange è rimasta in mente una frase di Ibrahimovic. «Ha raccontato che in passato scendeva in campo contro dodici nemici: gli avversari e l’arbitro. E che ora ha cambiato idea». Se n’è accorto Serra, addirittura consolato da Zlatan dopo l’errore fatale in Milan-Spezia. «Bisogna umanizzare la figura dell’arbitro, perché non siamo tutti presuntuosi e arroganti come ci dipingono. Anche se non siamo infallibili».

Da ilnapolista.it il 3 febbraio 2022.

La musica che cupa avvolge l’arbitro Serra mentre s’incammina verso l’intervista-verità con Sky. Il tono desaturato delle immagini, mentre quest’uomo a capo chino passeggia ancora vinto dal dolore, la coscienza al seguito come un trolley piombato. Si sistema su una seggiola da pentito di mafia, e finalmente parla. Parla di quella sera in cui fischia un fallo su Rebic con l’ansia interventista di chi era chiamato a condurre il Milan per 7 minuti di recupero alla ricerca del 2-1 allo Spezia. Confessa di aver “pregato” che quella palla rotolata fino a Messias non terminasse in gol il suo viaggio. Che quell’incubo non stesse davvero accadendo a lui. Come in una faticosa seduta psicanalitica Serra ha dei flash: 

«Non vedo Messias che sta per tirare in porta. Ricordo di aver pensato “speriamo che non la butti dentro”» 

«Mi ricordo di aver detto in auricolare “non ci credo”, quando il giocatore dello Spezia ha calciato in porta»

Sembra la tv del dolore che i contenitori generalisti del pomeriggio trasmettono da anni, cavalcando il voyerismo del gossip e del dramma, la prurigine di certe intimità svelate, lo “scandalo”. Invece è Sky Sport, e quello è solo un arbitro di Serie A che ha precocemente fischiato un fallo, senza concedere la regola del vantaggio. La tragedia successiva – il pianto, i giocatori del Milan che in processione lo consolano, l’Aia che prima si scusa e poi si scusa di essersi scusata – sono una sovrastruttura, un artefatto che vale più della sostanza stessa. Così nell’immediato post-partita, tanto nella rilettura ad un mese dal “fattaccio”. 

È proprio così che ci torna su Sky, trattandola come una “storia maledetta” di Franca Leosini. Serra risponde, trasparente, puccioso così come l’avevamo lasciato a San Siro. Un peluche. Una storia che giustamente Sky capitalizza spezzettando “l’esclusiva” in tre tronconi, per aumentare l’hype. Serra si presta, perfettamente a suo agio nel ruolo di vittima, ma anche di carnefice redento. Le domande sono tagliate a puntino per scavare nel disagio della persona: “Hai dormito?”, “cosa ti ha fatto più male di questa vicenda?”, “qualcuno ti ha strappato un sorriso?”. Serra in pratica elabora un lutto, per copione. 

«Passa Florenzi e addirittura mi abbraccia, poi passa Calabria, da capitano. Poi Theo e Diaz, anche loro a darmi una parola di conforto. Il succo era quello: mi invitavano a tirarmi su perché si sbaglia tutti. Ibrahimovic? La sostanza del suo intervento fu “ora dimostra di essere forte, reagisci”» 

Tutta così. Un uomo denudato del fischietto, della compostezza altezzosa e antipatica che il ruolo impone. Trafitto dai sensi di colpa. Martire d’una sventura. Serra è il nuovo volto comunicativo della classe arbitrale: un avamposto sentimentale, una freccia d’empatia al cuore d’un sistema che non perdonava niente a nessuno. L’operazione Sky-Serra apre una nuova fase: dal silenzio stampa alla Vita in Diretta.

Perché Serra non è stato trattato come qualche anno fa Massa e Valeri? Aldo Grasso su Il Corriere della Sera il 20 Gennaio 2022.  

Giustizia vorrebbe che all’arbitro di Milan-Spezia venisse riservato lo stesso trattamento che a suo tempo fu riservato ai suoi illustri colleghi che non furono puniti. 

L’arbitro Marco Serra ha commesso un grave errore, non ci sono dubbi, e l’Aia, ammesso lo sbaglio, lo fermerà per diverse settimane per poi retrocederlo almeno temporaneamente in serie B. Ecco, non per difendere Serra, ma giustizia vorrebbe che all’arbitro venisse riservato lo stesso trattamento che a suo tempo fu riservato agli arbitri Davide Massa e Paolo Valeri. Allora nessuno si mise le mani nei capelli, allora tutto passò quasi sotto silenzio.

Stagione 2017-18, prima partita di campionato, Torino contro Bologna. Ad Alejandro Berenguer viene annullato un gol regolare: lo spagnolo segna dopo una respinta del portiere su conclusione di Belotti, ma nel frattempo l’arbitro Massa aveva raccolto la segnalazione del suo collaboratore e fischiato un fuorigioco dell’attaccante granata. Che però aveva ricevuto il pallone da un avversario. Si fosse atteso qualche secondo, la Var sarebbe potuta intervenire e far convalidare il gol, ma col fischio arrivato prima che il pallone entrasse in porta la frittata era fatta. Gol annullato. Stagione 2018-19, partita Udinese-Torino. Berenguer, su assist di Iago Falque, porta in vantaggio gli ospiti con un colpo di testa che scavalca Scuffet. L’assistente alza la bandierina segnalando una posizione di off-side, mentre l’arbitro Valeri fischia, interrompendo il gioco, pochissimi istanti prima che il pallone superi la linea di porta. La segnalazione del suo assistente era sbagliata: non c’era alcuna posizione di fuorigioco, come la Var avrebbe potuto attestare. Gol annullato. Nell’antica Grecia la giustizia aveva una benda sugli occhi per rappresentare l’imparzialità. Ma ai tempi non era ancora stata inventata la Var.

VITTORIO FELTRI per Libero Quotidiano il 19 gennaio 2022.

Confesso di essere anche io un appassionato di calcio, oltretutto innamorato dell'Atalanta, per cui comprendo lo stato d'animo dei milanisti i quali, a causa di un errore arbitrale, hanno perso la partita di campionato con una squadra, lo Spezia, che non è il Real Madrid. Al loro posto sarei furente anche io, ma moderatamente. Perché è la prima volta nella lunga e tribolata storia del pallone che un arbitro ammette di essersi sbagliato in un giudizio preso lì per lì. 

E questo fatto, sebbene non annulli l'arrabbiatura dei tifosi rossoneri, dovrebbe almeno attenuarla. Ovvio, i tre punti perduti sul campo per uno scivolone del direttore di gara non sono rimborsabili e il danno per la formazione di Pioli è insanabile. Tuttavia vorrei spendere una parola a favore del primo arbitro sul pianeta che abbia avuto il coraggio di riconoscere un proprio clamoroso fallo.

Siamo cioè di fronte a un atto di onestà intellettuale inedito nello sport più popolare. E la sincerità, quantunque non elimini il granchio che ha recato nocumento a un club importante quale il Milan, che combatte per il primato in classifica, va sempre apprezzata, sia pure a denti stretti. Insomma, l'arbitro Serra, invece di nascondersi dietro al fischietto, che emette sentenze inappellabili, ha allargato le braccia e ha dichiarato, sia pure tardivamente, di aver calpestato una buccia di banana.

Non contestare dopo la partita di aver steccato non è da tutti, tanto è vero che non lo ha mai fatto nessuno, pertanto consiglio alla tifoseria milanista di manifestare clemenza nei riguardi del pentito, e se possibile di perdonarlo. So che non è facile, eppure è giusto essere indulgenti con chi, svolgendo il proprio lavoro, una tantum, non nasconde di avere cannato. Certamente questo inedito episodio costituisce un precedente che farà discutere da qui all'eternità, e non sarà agevolmente digeribile.

Ad ogni modo preferisco Serra, che esprime una coscienza pulita, rispetto alla spocchia di tutti gli arbitri che ne combinano di ogni colore senza mai battersi il petto allorché hanno preso un abbaglio. Invito i magistrati che emettono verdetti a capocchia a imitare Marco, ma mi rendo conto di pretendere troppo: le toghe sono infallibili per decreto. Credono di essere Dio. Mentre Serra è un uomo non soltanto di pallone bensì pure con le palle.

Franco Ordine per "il Giornale" il 20 gennaio 2022.

48 ore dopo il fattaccio di Milan-Spezia, si sono capovolti i ruoli. Marco Serra, 39 anni, torinese, il fischietto che ha inciso nel finale della partita, ha riconosciuto pubblicamente l'errore e a fine partita, disperato, è stato colto da una crisi di pianto.

Di qui l'intervento consolatorio di Ibra che in delegazione è andato nello spogliatoio del fischietto piemontese per dirgli «capita a tutti di sbagliare». In quel clima rovesciato, si è verificato il successivo fraintendimento. Perché la home page della gazzetta.it ha pubblicato, a poche ore dalla fine della partita, la notizia delle scuse dell'Aia al Milan.

E quel post, "cliccatissimo", ha preso a fare il giro di siti, trasmissioni tv, e social provocando una sorta di terremoto mediatico nel mondo arbitrale. Perché, dopo puntuale ricostruzione, si è capito che, negli spogliatoi, a caldo, il vice del designatore Gianluca Rocchi, Andrea Gervasoni, ex arbitro mantovano, incrociando i dirigenti del Milan ha espresso le scuse e probabilmente, nel completare il ragionamento, per testimoniare lo stato d'animo, può aver aggiunto la frase «ho parlato con Rocchi, anche lui è dispiaciuto».

Riferita all'esterno, è diventata un colloquio diretto tra i due. Finiti in pasto al pubblico questi spezzoni di verità, è toccato all'Aia e allo stesso Rocchi, attraverso la comunicazione del settore, ristabilire i contorni autentici della vicenda. 

Le scuse di Gervasoni sono state ridimensionate in «a titolo personale», l'Aia - qui intesa come il presidente Trentalange - non è mai entrata nella vicenda e Gianluca Rocchi con Maldini non ha parlato al telefono perché tra l'altro, la pratica è vietata dalle norme interne.

In mancanza di una nota ufficiale ma solo di un colloquio informale, dal mondo arbitrale non poteva arrivare una nota altrettanto ufficiale di smentita ma tutto il dibattito polemico successivo («perché le scuse al Milan sì e a noi no?») ha reso indispensabile il chiarimento sulla frase di Gervasoni e sul colloquio diretto con l'ex capitano del Milan.

A dire il vero, nel segno della trasparenza voluta da Trentalange, un intervento chiarificatore era già avvenuto in occasione di Atalanta-Roma e delle proteste di Gasperini per il gol annullato (fuorigioco di Palomino).

Allora fu spiegato all'interessato l'errore formale commesso poiché la decisione finale anziché essere presa dal varista (Nasca) poi sospeso, doveva toccare all'arbitro in campo (Irrati) che avrebbe - secondo la valutazione dell'organo tecnico - confermato il provvedimento per fuorigioco.

Scavando nella vicenda Serra si è infine raccolto un altro curioso retroscena. L'arbitro torinese non ha un curriculum molto promettente ed è stato designato per Milan-Spezia anche perché nel frattempo, alla squadra di Rocchi e Gervasoni, sono venuti a mancare tre arbitri (tra cui Orsato capo-delegazione) spediti a Dubai per partecipare a uno stage pre-mondiale organizzato dalla Fifa.

Per questo stesso motivo - numeri contati in una settimana piena anche di coppa Italia - Serra già designato come varista per Sassuolo-Cagliari di coppa Italia è stato riconfermato.

Marco Serra, dopo il disastro contro il Milan il dramma: durante la notte... com'è ridotto, indiscrezioni sconcertanti. Lorenzo Pastuglia su Libero Quotidiano il 19 gennaio 2022.

Sin dal fischio prima del tiro a giro di Messias, il 39enne arbitro torinese Marco Serra ha subito capito di aver sbagliato. Alzando il braccio e scusandosi con i giocatori del Diavolo. Subito ha stupito il grande gesto di Rebic, che ha capito e compreso l’arbitro, afferrando dolcemente con entrambe le mani il suo viso. Ma per Serra, dopo l’evidente errore di San Siro che ha compromesso la vittoria al Milan, deve partire obbligatoriamente il periodo “di purgatorio” per mettere da parte la tensione e le incertezze dovute all’errore, come regolarmente fa l'Aia dopo uno sbaglio evidente di un proprio tesserato. Ecco dunque che ripartirà dalla Serie B dopo un turno di stop e la pausa Nazionali, prima però sarà al Var oggi in Sassuolo-Cagliari di Coppa Italia, già designato in precedenza.  Secondo il Corriere dello Sport, Serra sarebbe disperato, prostrato, tanto da aver trascorso l'intera notte successiva alla partita senza riuscire a chiudere occhio. 

Serra ripartirà dalla B dopo un turno di stop - Dopo il prossimo turno di campionato, dove sarà fuori una giornata, il fischietto torinese ripartirà dalla Serie B, secondo le indicazioni dei vertici arbitrali arrivate nella giornata di mercoledì a La Gazzetta dello Sport. L’Aia intanto, non si è scusata ufficialmente sul proprio sito con il Milan, ma lo ha fatto indirettamente a San Siro dopo il match con i dirigenti rossoneri. Sbagli, quelli di Serra, compiuti tra l'altro di fronte ad Andrea Gervasoni, il vice del designatore fiorentino Gianluca Rocchi, presente in tribuna allo stadio. Il club rossonero ha riconosciuto che l'arbitro ha avuto una giornata decisamente storta, come avevano testimoniato anche le immagini del finale, con alcuni giocatori quasi a 'rincuorare' il direttore di gara, cosciente dei propri sbagli. 

Il Codacons chiede la ripetizione del match - Se la partita non si può rigiocare perché l’arbitro ha commesso un errore “di interpretazione del gioco” e non “tecnico” — con il Milan costretto a mettersi il cuore in pace e a giocarsi il tutto per tutto contro Juve (questa domenica) e Inter (il 6 febbraio) — il Codacons non si arrende e chiederà ufficialmente la ripetizione di Milan-Spezia. "La gara è stata condizionata da un gravissimo errore tecnico dell’arbitro — ha scritto il Codacons — Si tratta senza dubbio di un episodio che danneggia i tifosi, gli scommettitori ed il regolare svolgimento del campionato di calcio”. Il presidente del Codacons, Marco Donzelli, ha poi rincarato la dose: "Chiederemo formalmente alla Figc la ripetizione della partita, a tutela del regolare svolgimento della competizione sportiva e dei tifosi, i quali hanno diritto ad assistere ad uno spettacolo sportivo esente da errori tecnici”.

Roberto Avantaggiato per il Messaggero il 19 gennaio 2022.  

Nessuna scusa ufficiale al Milan, solo un intervento a titolo personale quello fatto da Andrea Gervasoni, uno dei vice di Gianluca Rocchi (designatore di A e B), lunedì sera negli spogliatoi di San Siro.  

Infatti, più che essere imbarazzati per l'errore in sé di Marco Serra - sul fallo di Bastoni a Rebic non ha concesso il vantaggio ai rossoneri, vanificando la rete di Messias -, che non dovrebbe ma può sempre capitare, i vertici arbitrali dell'Aia sono stati presi in contropiede dall'iniziativa di Gervasoni (ha sbagliato, gli è stato fatto notare) e dalle polemiche che ha generato. 

Gli arbitri possono riconoscere l'errore, non chiedere scusa. Può accadere, informalmente, in campo (lo ha fatto Serra prima di cedere al pianto), ma non può farlo un dirigente. Pericoloso, oltretutto, perché potrebbe diventare un precedente. Cosa dire alla prossima società che si sente danneggiata da un errore? E a tutte quelle prima? Per dire, la faccenda delle scuse di Gervasoni a Roma non è andata giù. Club perplesso, tifosi indignati. 

Del resto, è ancora vivo il ricordo di Daniele Orsato, che nell'intervallo di Juventus-Roma del 17 ottobre scorso liquidò con sarcasmo Cristante che gli chiedeva conto del perché non avesse dato il vantaggio ad Abraham, in rete dopo aver subito fallo da rigore.  

Questo non significa che in via Campania non ci sia disappunto per quanto accaduto in Milan-Spezia, ma non c'è nessuna intenzione di gettare in pasto alle polemiche uno degli arbitri che Rocchi sta lanciando, nell'ambito di un profondo rinnovamento della squadra arbitrale, in serie A. Il designatore non cambierà la mission della sua gestione, che è quella di responsabilizzare i direttori di gara più giovani affidandogli anche partite di cartello o con le big impegnate. 

L'ESEMPIO 

Certo, questo non significa che Serra non abbia sbagliato. Se ne è accorto subito e, provato dal punto di vista psicologico, ha chiesto scusa. È tornato sotto choc negli spogliatoi, in lacrime, ed è stato consolato da una delegazione di giocatori, con a capo Ibrahimovic, quasi suo coetaneo (lo svedese è più grande di un anno). Così come era già successo in campo con Rebic che lo ha quasi abbracciato tenendogli la testa tra le mani. 

Infatti, l'Aia ha apprezzato molto l'atteggiamento tenuto dai calciatori rossoneri, che si sono resi conto della frustrazione di Serra. Ed è questo episodio che può essere preso come esempio per il clima di civiltà e solidarietà nei confronti dell'arbitro. Rabbia e amaro in bocca sì, ma nessuna protesta plateale. Né da parte dei dirigenti del Milan né da parte di Stefano Pioli, che nel post gara ha cercato di comprendere seppur dispiaciuto l'errore di un arbitro giovane, partito dalla Terza Categoria piemontese e sbarcato in A nel 2018.  

UN PO' DI RIPOSO 

Adesso cosa accadrà? Serra oggi è confermato al Var in Sassuolo-Cagliari di Coppa Italia, era una designazione già fatta. Poi, avrà un periodo di riposo. Quanto sarà lungo lo stop per il direttore di gara torinese, Rocchi e i suoi collaboratori lo decideranno con calma, del resto la sosta di fine mese viene in soccorso. 

Sicuramente il percorso riservato al direttore di gara sarà in linea con quello usato in passato con altri arbitri che hanno vissuto una giornata storta (come, ad esempio, Maresca dopo Roma-Milan del 31 ottobre): stop di un paio di settimane (in questo caso potrebbero essere tre), poi rientro graduale prima in serie B e dopo come Var o quarto uomo in A.

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Gli Stadi. Stadi o cattedrali nel deserto? Alessia Di Bella su Il Corriere del Giorno il 7 Dicembre 2022

L'inchiesta del CORRIERE DEL GIORNO. Il discorso degli stadi è da sempre controverso,  sono troppi gli stadi non adatti alle necessità di un club di calcio moderno, nella nostra Serie A gli impianti sono di proprietà di enti pubblici che non hanno intenzione o possibilità di investire in ammodernamenti.

Il calcio è la disciplina più praticata e seguita ed è la voce più importante per gli introiti del Coni, praticamente finanzia buona parte dello sport italiano. I “templi” del calcio sono i suoi stadi, luoghi che alimentano l’appartenenza, la solidarietà e l’identità sociale, di chi condivide felicità e sofferenza attorno alla dedizione per i propri beniamini.  Eppure la domanda che oggi ci poniamo è: lo stadio si avvicina all’idea di un tempio o di una cattedrale nel deserto?

Gli stadi italiani non godono di buona salute per la presenza di impianti antiquati e non funzionali ad una completa ed ottimale fruizione dell’evento sportivo. Mentre in tutta Europa i campionati sono ripartiti con il pienone negli impianti, in Italia la Serie A è ricominciata con il 73% dei posti occupati, nella prima giornata, percentuale lontanissima dalla Premier League o dalla Bundesliga, con stadi moderni e gremiti che sfiorano costantemente il tutto esaurito. 

Tuttavia qualcosa si sta muovendo anche nel “sistema Italia”, tanto che alcune società hanno presentato progetti di ricostruzione o rinnovamento dei propri impianti. Si tratta di un timido segnale anche rispetto ai numerosi vincoli burocratici e amministrativi con i quali si devono confrontare le società calcistiche italiane.  Nello specifico la costruzione di impianti sportivi è disciplinata dalla legge di conversione n. 96 del 21 giugno 2017 che ha convertito il Decreto Legge del 24 aprile 2017, n. 50 che, con l’art. 62, ha introdotto una serie di interventi normativi in riforma alla disciplina di cui al comma 304 dell’art. 1 della Legge del 27 dicembre 2013, n. 147 (cd. Legge di stabilità 2014).

Il discorso degli stadi è da sempre controverso,  sono troppi gli stadi non adatti alle necessità di un club di calcio moderno, nella nostra Serie A gli impianti sono di proprietà di enti pubblici che non hanno intenzione o possibilità di investire in ammodernamenti. Spesso la soluzione perché i club possano arrivare ad avere un impianto moderno è l’investimento privato.  Nel campionato di massima serie, il più celebre degli stadi di proprietà in Italia è l’Allianz Stadium di Torino, si tratta dello stadio di proprietà della Juventus: non si tratta di uno stadio particolarmente grande, sono solo poco più di 41.000 i posti a sedere disponibili. Il progetto è stato affidato agli studi GAU e Shesa sotto il coordinamento degli architetti Hernando Suárez e Gino Zavanella, e agli ingegneri Francesco Ossola e Massimo Majowiecki.

La Dacia Arena (Stadio Friuli) di Udine. Dal 2015, la nuova struttura ha sostituito il vecchio Stadio Friuli, un progetto costato circa 25 milioni di euro, il riammodernamento dello stadio Friuli-Dacia Arena. A questa cifra bisogna aggiungere quanto speso dall’Udinese calcio per le opere antecedenti all’abbattimento degli spalti. I primi lavori, infatti, risalgono all’estate del 2013 quando, con una spesa di 976 mila 743 euro, il terreno di gioco venne avvicinato agli spalti di undici metri, attaccandolo alla tribuna. Successivamente il rifacimento degli spogliatoi è costato 622 mila 936 euro. Poi è arrivata la demolizione degli spalti, a partire dalla curva Nord, la posa della prima pietra a giugno 2014, la ricostruzione e installazione dei seggiolini colorati sul modello dell’Alvalade di Lisbona. 

Altro impianto di proprietà è l’Atleti Azzurri d’Italia, lo stadio dell’Atalanta e dell’ Albinoleffe, i due maggiori club calcistici della città di Bergamo. E’ l’impianto sportivo più grande della città, e fu costruito nel 1928 nel quartiere di Conca Fiorita, a poco più di 2 chilometri a nord-est del centro, lungo il Viale Giulio Cesare. Lo stadio ha una capacità di circa 21.000 posti a sedere. L’Atalanta ha comprato lo stadio nel 2017 e l’accordo prevedeva che la riqualificazione fosse completata entro cinque anni e mezzo dalla concessione dei primi permessi. Nell’estate 2019 è stata rifatta la Pisani, poi c’è stato il Covid che ha bloccato tutto e allungato i tempi concessi per finire queste opere. Nell’estate del 2020 si è scelto di riqualificare la Tribuna Rinascimento e grazie ai seggiolini (costati 1,5 milioni di euro e oltre a nuovi servizi) in Curva Morosini si è ottenuto l’ok della Uefa per giocare le partite di Champions (e poi di Europa League) a Bergamo. Con il passare del tempo, i costi  per la realizzazione della nuova Morosini e del parcheggio interrato, sono lievitati in modo esorbitante: a fronte di una stima di 20-23 milioni per l’ultimo lotto di lavori si è arrivati a costi effettivi che dalle ultime stime superano i 45 milioni (la stima iniziale, per tutta la riqualificazione, era di 30-35 milioni di euro). 

Lo stadio Benito Stirpe di Frosinone fu progettato nei primi anni settanta ed edificato a partire dalla seconda metà degli anni 1980, ma rimase incompiuto per circa trent’anni. Fu ultimato tra il 2015 e il 2017 su iniziativa del Frosinone Calcio, che ricevette dal comune il diritto di usufrutto della struttura. Esso è così diventato il terzo impianto moderno gestito direttamente da un club calcistico in Italia. Capace di 16. 227 posti tutti al coperto, è la più capiente arena scoperta della provincia, nonché la terza del Lazio dopo i due maggiori stadi di Roma (Olimpico e Flaminio). Il costo totale dell’impianto dall’origine alla sua ultimazione è di circa 20 milioni di euro, di cui circa 15 relativi all’opera di ristrutturazione e completamento eseguita nel terzo millennio.

Il Mapei Stadium-Città del Tricolore è lo stadio di Reggio Emilia in cui giocano il Sassuolo e la Reggio Audace (la vecchia Reggiana) e, per un certo periodo, anche il Carpi. Si trova a nord del centro storico di Reggio Emilia ed è noto anche con il suo vecchio nome di Stadio Giglio, ed è il primo stadio italiano ad essere di proprietà di un club calcistico: era infatti proprietà della Reggiana prima del fallimento. La storia del Mapei Stadium ebbe origine nel 1994, quando l’amministrazione cittadina, d’accordo con l’amministratore delegato della Reggiana Franco Dal Cin, decise di realizzare un nuovo stadio, che avrebbe sostituito il vecchio Mirabello, che causava un grosso disagio ai residenti in quanto situato in centro città. Lo stadio fu costruito da privati, e la spesa totale per la sua realizzazione fu di circa 11 milioni di euro. Di questi, una parte vennero versati direttamente da oltre 1000 tifosi della Reggiana, che sottoscrissero abbonamenti pluriennali. Inoltre, una parte del costo fu sostenuto dalla Giglio, principale azienda lattiero-casearia di Reggio Emilia, la quale diede il nome allo stadio. 

Lo stadio ha una capacità di quasi 22.000 posti a sedere, diminuiti dai circa 26.000 originari dopo la ristrutturazione del 2010, per renderlo adeguato alle nuove normative sulla sicurezza negli stadi. Oggi il principale utilizzatore dello stadio di Reggio Emilia è il Sassuolo, unica squadra della zona che gioca in Serie A, che ce l’ha in affitto dall’azienda Mapei, proprietaria dello stadio. 

Nel caso del Monza, lo Stadio Brianteo (o U-Power Stadium) è di proprietà del comune di Monza, che lo ha dato in gestione alla squadra di Berlusconi fino al 2062. Non si tratta quindi di uno stadio di proprietà.

Lo Stadio San Nicola è il maggiore impianto sportivo della città di Bari, della regione Puglia e del sud Italia. Di proprietà del Comune di Bari, è il terzo stadio più grande d’Italia (dietro al “Meazza” di Milano e all’”Olimpico” di Roma) e il 34esimo impianto europeo per capienza.  La carenza di fondi per coprire le cospicue spese di mantenimento che la struttura comporta (circa 450.000€ annui per la sola manutenzione ordinaria) e il passare del tempo hanno comportato la crescente obsolescenza e il repentino decadimento dell’impianto, il cui riscontro più evidente è rilevabile nella copertura in teflon: danneggiata progressivamente dagli agenti atmosferici a partire dall’ottobre 2009.

In generale lo stadio, fin dalla sua progettazione, si è dimostrato concettualmente errato, sovradimensionato rispetto alle reali esigenze della città e dell’utenza e inadatto ad un uso prettamente calcistico per via della presenza della pista d’atletica: non essendosi mai realizzata la circostante “cittadella dello sport” prevista in fase di progettazione, il San Nicola è una vera “cattedrale nel deserto”, immersa in un contesto di abbandono e degrado. Vari progetti sono sempre stati accantonati con un nulla di fatto.

Lo stadio comunale Ezio Scida (già Campo sportivo Città di Crotone) è il terzo impianto sportivo più grande della Calabria, situato nella città di Crotone. I lavori di costruzione dell’impianto terminarono nel 1946. Nella sua conformazione originaria, l’arena poteva ospitare fino a circa 5000 spettatori, suddivisi su due tribune laterali (delle quali una coperta) e una singola curva sul lato meridionale del prato (sede dei collettivi della tifoseria organizzata crotonese). Complici le crescenti fortune del calcio crotonese, nel 2000, in seguito alla promozione in Serie B, venne riedificata la curva sud (ampliata a 2940 posti). La capienza totale passò a 9.400 spettatori,  presto ulteriormente aumentati a 11.640.

Dopo la promozione in Serie A, conseguita nel 2016, si è infine provveduto ad ampliare lo stadio a circa 16.500 posti: tale risultato è stato ottenuto mediante l’implementazione di nuove gradinate in tubi metallici e la modernizzazione degli spalti preesistenti. 

Lo stadio Erasmo Iacovone, già noto come stadio Salinella, dal nome del quartiere cittadino nel quale è situato, è lo stadio di  calcio della città di Taranto. Con i suoi 27.584 posti è il terzo impianto più capiente della regione, nonché uno dei più grandi del Mezzogiorno d’Italia. E’ nei sogni dell’attuale sindaco di Taranto, un esagerato progetto di stadio per la ventesima edizione dei Giochi del Mediterraneo che, con 26 Paesi partecipanti e 4mila atleti attesi, si terranno a Taranto a giugno 2026.

Il progetto presentato da privati che al momento di bilanci da noi consultati non hanno alcuna capacità finanziaria ed esperienza necessaria per la realizzazione del nuovo stadio con una proposta di project financing da 85 milioni di euro di investimenti. Un follia totale per la realtà tarantina. Il reale obiettivo è quello attingere ai fondi (circa 20 milioni di euro pubblici) destinati alla ristrutturazione dello stadio Iacovone e mettere le mani su in impianto per 90 anni e per mettere le mani anche sulle aree adiacenti, realizzando 3 aree parcheggi, spazi commerciali, centro congressi, centro di medicina sportiva, aree uffici e coworking e persino un hotel a 5 stelle alto 80 metri con piscina scoperta, bar panoramico e servizi vari. 

Nonostante le critiche sull’obsolescenza degli impianti sportivi in Italia, il dato sulla media spettatori sulla stagione 21/22 della Lega Pro è incoraggiante. Il terzo campionato professionistico italiano ha chiuso i conti riuscendo a portare allo stadio durante tutto l’arco della stagione oltre 1 milione e 600 mila persone, tra i 59 club dei tre gironi, Catania escluso.

Secondo questi dati il calcio rimane lo sport più seguito al sud Italia, in fatto di presenze allo stadio.

L’affluenza nel girone C di Serie C ha fatto registrare oltre 792 mila presenze durante tutto l’arco della stagione con Bari, Palermo e Foggia al comando di questa classifica. Anche nel girone B si sono registrati ottimi numeri con una presenza totale sui seggiolini dei vari impianti che ha superato di poco i 604 mila tifosi, qui invece il podio è rappresentato da Modena, Reggiana e Cesena.

Nel girone A invece il totale delle presenze registrate è stato di 252.400 su 20 club/impianti.

Ecco il dettaglio girone per girone di Lega Pro

GIRONE A

Padova “Stadio Euganeo” – Capacità: 19.376, Totale spettatori annuo: 35.697, Media: 1.879;

Piacenza “Stadio L. Garilli” – Capacità: 21.668, Totale spettatori annuo: 30.596, Media: 1.610;

Sudtirol “Stadio Druso” – Capacità: 5.500, Totale spettatori annuo: 25.600, Media: 1.347;

Mantova “Stadio D. Martelli” – Capacità: 7.500, Totale spettatori annuo: 22.826, Media: 1.201;

Lecco “Stadio Rigamonti-Ceppi” – Capacità: 4.997, Totale spettatori annuo: 17.170, Media: 904.

GIRONE B

Modena “Stadio Braglia” – Capacità: 21.151, Totale spettatori annuo: 98.148, Media: 5.166;

Reggiana “Mapei Stadium” – Capacità: 21.584, Totale spettatori annuo: 87.933, Media: 4.628;

Cesena “Orogel Stadium” – Capacità: 23.860, Totale spettatori annuo: 84.108, Media: 4.427;

Pescara “Stadio Adriatico” – Capacità: 20.476, Totale spettatori annuo: 46.017, Media: 2.422;

Siena “Stadio Franchi” – Capacità: 15.373, Totale spettatori annuo: 43.408, Media: 2.285.

GIRONE C

Bari “Stadio San Nicola” – Capacità: 58.270, Totale spettatori annuo: 191.666, Media: 10.648;

Palermo “Stadio Barbera” – Capacità: 36.365, Totale spettatori annuo: 103.641, Media: 5.758;

Foggia “Stadio Zaccheria” – Capacità: 25.085, Totale spettatori annuo: 69.000, Media: 3.833;

Taranto “Stadio Iacovone” – Capacità: 12.154, Totale spettatori annuo: 58.106, Media: 3.228;

Avellino “Stadio Lombardi” – Capacità: 26.308, Totale spettatori annuo: 50.603, Media: 2.811.

Ritrovare l’entusiasmo di andare allo stadio: la storia di un club risorto dalle proprie ceneri

Riprendendo il discorso sulle criticità dei nostri impianti, non è facile riempire gli stadi: un fattore che sicuramente incide sull’ipotetica scelte di andare allo stadio o godersi la partita comodamente da casa, è l’entusiasmo intorno a un progetto, la cultura sportiva di una città, senza considerare poi variabili più estemporanee come data, orario e giorno del match.

Un esempio di genuina passione e ritrovato entusiasmo è il progetto del nuovo Catania calcio nato dalle ceneri del fallimento e attualmente al comando della Serie D.  Poco importa che il palcoscenico sia quello dei Dilettanti: oltre 11.000 abbonati sotto il segno dell’elefante, segno tangibile della passione viscerale per i colori rossazzurri ma anche di supporto e fiducia nei confronti del progetto del Catania SSD presieduto da Ross Pelligra.

ABBONAMENTI – I NUMERI PIU’ ALTI RAGGIUNTI IN SERIE D

Catania, 11.427

Palermo, 10.446

Parma, 10.089

Cesena, 8.354

Bari, 7.680

Modena, 5.573

Siena, 3.774

Pisa, 3.004

Candidatura all’Europeo 2032, stadi: Supereremo i fardelli burocratici?

Lo sport italiano e il calcio in particolare, potrebbe cogliere l’occasione per cancellare fardelli burocratici, sfruttando la candidatura all’Europeo del 2032 per realizzare nuovi impianti e rimettere a nuovo quelli esistenti.  Sono 187 gli stadi costruiti e consegnati in Europa tra il 2007 e il 2021, 22 i miliardi investiti che hanno però comportato un aumento dell’affluenza del 50% e generato flussi e ricavi extra-partite perché sono impianti open tutta la settimana.

Secondo un dato presente nel report annuale della Figc, nella realizzazione degli stadi, l’Italia è scivolata oltre il decimo posto in Europa, sorpassata sì dalla Russia che aveva ospitato i Mondiali del 2018 ma anche da Polonia, Turchia, Ungheria e Israele. Nel dossier impianti, in prospettiva degli Euro2032 si lavora anche alla costruzione di strutture che garantirebbero patrimonializzazione alle società. Un’occasione da non perdere, per togliere strati e strati di polvere dallo sport più amato e ripartire con buoni propositi, cancellando anni e anni di rendering e ritardi. Alessia Di Bella

Paola Del Vecchio per “Avvenire” il 3 dicembre 2022.

Il modello è simile al Fantacalcio, si parte gratuitamente, ma per salire di livello si finisce in meccanismi che alimentano la ludopatia. L'ultima esca, le «figurine» Nft Slot machine mascherate da videogiochi per agganciare bambini e adolescenti. Esperti e agenzie di controllo del gioco da tempo mettono in guardia contro le applicazioni che impiegano tecniche da casinò nelle app utilizzate da minorenni, coscienti del potenziale di dipendenza che inducono.

L'ultima esca nel mondo dei videogames è l'uso di Nft, sigla di non fungibile token, ossia un oggetto virtuale la cui unicità e proprietà è autenticata attraverso la tecnologia blockchain, la stessa che serve a creare criptovalute come i Bitcoin. Per dirla in parole semplici, si tratta di un'opera digitale unica, che non può essere copiata né sostituita. Il mercato è fiorente e in ascesa per collezionisti di ogni genere e cacciatori del "pezzo unico" o a tiratura limitata, soprattutto dall'alto potere acquisitivo e con tendenza alle spese compulsive.

Non solo. Piattaforme digitali di fantasy game hanno mosso all'assalto del mondo del calcio, sfruttando la passione calcistica e quella per le raccolte delle figurine di calciatori e gli scambi trasmessa da generazioni da nonni a figli e nipoti. Fino a poco tempo fa con scarso successo nella comunità dei "gamer", che vedeva minacciata dal profitto l'essenza ludica dei videogiochi.

Era già accaduto nei confronti della pratica dei Loot Boxes, che consiste nell'acquisto da parte del giocatore di un pacchetto misterioso - in senso letterale "cassa del bottino" - del quale non conosce il contenuto, che varia in base al videogioco. Si tratta in generale di oggetti o "passaggi di livello" utili a progredire nel corso delle partite, completamente virtuali ma pagati con soldi veri e che, secondo uno studio dell'Europarlamento del 2020, può diventare l'anticamera della ludopatia, soprattutto per adolescenti e bambini, le fasce più indifese, che li assimilano alle vecchie bustine di figurine di Pokémon o Magic.

Alcuni paesi dell'Unione Europea come Belgio, Olanda e Slovacchia li hanno equiparati al gioco d'azzardo coperto, mentre altri paesi, fra cui l'Italia, si sono limitati a stilare linee guida per parenti e videogiocatori. Ma, data la velocità vertiginosa di Internet, la storia è cambiata. E pur fra le critiche delle stesse comunità di giocatori, contrarie a chi compra la vittoria invece che conquistarla per bravura, anche la moda degli Nft si è aperta strada fra youtubers e streamers. 

L'universo cripto negli Stati Uniti ha scoperto per primo che associarsi a personaggi noti, soprattutto a sportivi della Nba, era un ottimo metodo per avvicinare il grande pubblico agli investimenti in cripto. Soprattutto dopo le vendite record all'asta di Christie' s di opere d'arte digitali, come quella del graphic designer americano Mike Winkelmann, noto come Beeple, battuta nel febbraio 2021 per 69,3 milioni di dollari. 

Mentre la politica e la regolazione sono come sempre un passo dietro, lasciando le porte spalancate alla speculazione. E ora, nell'imminenza dei Mondiali di calcio del Qatar, il mercato si è galvanizzato sui gadget di videogames e delle stelle calcistiche globali che inducono i giovani alla dipendenza dal "trading", dal commercio, proprio come nei giochi d'azzardo. E se voi siete rimasti agli scambi fisici di figurine Panini la domenica in piazza, astenetevi dalla successiva lettura. Oppure no...

Sorare, il gioco di Fantacalcio che crea più dipendenza del caffè e con il quale puoi vincere soldi (o no)". L'obiettivo di fabbricare ludopati - nel senso definito dall'Organizzazione mondale della salute degli affetti da gioco-dipendenza - è in apertura del blog dei fan di Sorare. Che inizia con una domanda e una promessa: «Ti piace il calcio e hai l'anima del mister (come il 95% dei calcisti)? Allora Sorare ti rapirà, come in un buco nero. Sei stato avvertito». La startup francese, valutata oggi 4 miliardi di euro, è l'ultima evoluzione del fantasy game, nato dall'incontro fra la passione per il calcio e la tecnologia Nft. 

Come analoghe piattaforme, acquista i diritti d'immagine dei calciatori dei principali campionati per portare criptomonete e le meccaniche dell'azzardo al grande pubblico. Offre ai giovani giocatori la prospettiva di "promuovere il proprio potenziale" nella speranza di un "colpaccio" con le immagini dei calciatori, scommettendo su un buon rendimento futuro e speculando quando il loro valore aumenta.

Dai gol di Mbappé ai dribbling di Leo Messi - le cui effigi non scendono mai sotto i mille euro - la possibilità di scommessa è sconfinata, i gol sono premiati e le perdite penalizzate, e la vincita è in criptomoneta o nella cessione di figurine. Il tutorial nel blog spiega come entrare nel gioco, ovviamente gratis all'inizio, per indurre l'abitudine. 

«La monetarizzazione esasperata è il lato oscuro del modello "free to play", che di gratuito ha ben poco, serve per adescare e immettere nella cultura della scommessa e con una logica aleatoria, che crea problemi di dipendenza», spiega ad "Avvenire" Juan Lamas, direttore della Federazione Spagnola dei Giocatori d'azzardo riabilitati, che nei suoi 30 centri sul territorio iberico tratta ogni anni 8.000 ludopati. 

Lamas conferma che il gioco online è diretto «ai più giovani e più influenzabili »: «Se non c'è l'identificazione del giocatore per impedire l'accesso ai minori di 18 anni, nessun divieto di pagamento con carte prepagate o la verifica delle carte di credito non c'è nessun filtro d'entrata», osserva.

A ogni giocatore sono concessi 100 punti, per impostare una squadra base di 5 calciatori con la quale partecipare alla Global Cup. Automaticamente si crea un portafogli che mostra il saldo in ethers, la criptovaluta della rete blockchain di Ethereum - la seconda più diffusa dopo Bitcoin - ricaricato dopo ogni compravendita di calciatori, sulla quale Sorare percepisce una commissione minima di 2,49 euro. Le carte si possono collezionare o utilizzare per giocare e ottenere premi in criptovaluta e/o carte nuove. E sì, si possono comprare e vendere anche le celebri "figurine" Panini - incluse le rare o rarissime - in versione Nft, "tokenizzate" su Ethereum.

La carta più cara finora su Sorare è stata quella del norvegese Erling Haaland, venduta per 614.000 euro in eather che, come tutte le cripto, sono soggette alle enormi fluttuazioni del mercato. E, seppure le regole prevedano il divieto di gioco ai minori di 18 anni, questo è sistematicamente ignorato. Del resto, basta entrare per comprovare che l'età del gamer non è mai verificata né all'inizio né in nessuno degli altri livelli del fantacalcio, giocato da oltre 600mila persone nel mondo, delle quali il 40% in Europa.

Dopo quello con la Nba, la startup ha chiuso un accordo con la Premier League come sponsor per un anno, che comprende la creazione di contenuti digitali per il mercato di Nft nel Regno Unito. Mentre in Spagna, dove già nel 2020 Sorare annunciò l'associazione con Gerard Piqué, anche LaLiga - che gestisce il campionato - ha chiuso un'intesa con un'impresa cripto per vendere in Nft le migliori giocate dei calciatori anche durante i Mondiali.

Già a giugno il ministro spagnolo del Consumo, Alberto Garzón, annunciò che stava lavorando a un progetto di legge per regolare come giochi d'azzardo loot boxes e videogiochi con «meccanismi aleatori di ricompensa» e «una pratica comune al gambling o alle scommesse». Una regolamentazione che ingloberà anche il mercato degli Nft e le criptomonete, anche se non ha specificato in che modo. « È stato avviato un processo di consultazione - spiegano ad Avvenire fonti del ministero - e l'obiettivo è che la legge sia operativa al più tardi nei primi mesi del 2023».

“Ma te ce l’hai Volpi e Poggi?”. Il più grande mistero del 1997. L’album delle figurine Dolber irruppe sul mercato contrastando lo strapotere della Panini, ma lo conclusero in pochissimi. Paolo Lazzari il 26 Novembre 2022 su Il Giornale.

Volpi e Poggi rigorosamente mancanti all'appello

Tendine di corda che si lacerano, cricca di ragazzini che entra. Pavimentazione rigorosamente low cost, con quel motivo a granella che non ti fa mai capire se per terra c’è sporco o pulitissimo. Zaffate di negroni ad irrorare l’aria pomeridiana. E ciurme di baristi che si sfregano le mani, gettando piogge di chewing gum tra le mani di un’orda di adolescenti sognanti. Non sarà la trama di un noir nonsense di provincia, ma forse quel che è successo nell’estate del 1997 ci si avvicina abbastanza.

Un'estate italiana

Al governo c’è Romano Prodi, ma non gli è ancora venuta la pensata dell’euro. Nelle tasche italiche tintinnano le vecchie lire. Politica, certo, ma parliamo di quel che va per la maggiore nel Belpaese. Che poi, espungendo l’interesse debordante per l’altro sesso, il discorso si riduce al calcio. In quel tempo, del resto la fase storica è biblica, la Serie A è tutt’altro che il tiepido intruglio odierno. Sono gli anni delle Sette Sorelle. Dei campioni che fanno la fila implorando di venire da noi. Dei bilanci traballanti e di Mai dire gol. Internet è ancora il grande assente: la scriminatura storica è interessante, perché significa che servono cumuli di fantasia per comunicare in fretta.

Come quando ci si devono scambiare le figurine. Perché gli album attirano ancora un target scolare che trascorre le sue giornate a passarsi i doppioni sotto al banco, gingillandosi con il pensiero adesivo di finire la raccolta prima degli altri, come se all’impresa corrispondesse una qualche onorificenza.

Una concorrente inattesa per la Panini

Troneggia, sul mercato, la draconiana Panini. Eppure, in quel tempo appunto, irrompe un concorrente inatteso e formidabile: la misconosciuta Dolber. L’intuizione è fenomenale: un album tascabile, solo le 18 squadre di Serie A, solo 11 titolari accuratamente selezionati tramite un metodo comprovatamente scientifico – cioè a caso – e le figurine arrotolate intorno all’involucro rettangolare di gomme da masticare sui toni del rosa, dalle proprietà organolettiche imprecisate. Una miscela deflagrante, per la gioia dei dentisti di tutta Italia.

Tutti, ma proprio tutti, acquistano l’album. Lo possiedono come una propaggine che, al contrario dell’ingombrante e completissimo fascicolo Panini, può essere sfoggiata con disinvoltura in ogni contesto sociale. Da Milano a Randazzo, una nazione intera viene cosparsa da un diluvio di chewing gum, carie, cartacce e doppioni. Fila comunque tutto liscio, fino ad un certo punto. Fino a che, nelle classi, dentro ai bar di paese ed a casa degli amichetti filtra la solenne e fatidica domanda: “Ma te ce l’hai Volpi e Poggi?”.

Contesto doveroso. Sergio Volpi all’epoca è un mediano vecchio stampo, uno di quei ruvidi factotum che si piazzano lì nel mezzo, randellano e a sprazzi costruiscono. Gioca nel Bari di Fascetti. Paolo Poggi, invece, forma un tridente offensivo effervescente e prolifico, in quel di Udine. Segni particolari: nessuno trova le loro figurine. Nessuno pare riuscire a completare l’album della Dolber, che in palio ha messo ricchi premi: palloni e maglie della Serie A firmate.

La domanda rimbalza senza risposta. In un paese ancora agganciato alla comunicazione via cavo, la notizia potrebbe metterci parecchio a diffondersi; non fosse che tutti ne parlano. Si impennano ulteriormente le vendite. A fine estate chiunque è riuscito a riempire tutti gli slot. Mancano solo loro due. Ad alcuni teenager viene un collasso nervoso. Altri provano ad eludere la malasorte improvvisandosi falsari: ritagliano le foto dal Guerin Sportivo o altri rotocalchi del genere, le appiccicano in modo indegno e sventolano vittoriosi il prezioso libriccino. È una truffetta che dura il tempo di una gazosa stappata.

Truffa o concorso legale

Le famiglie chiedono pietà, ma poi quasi tutti soprassiedono e continuano a sganciare, tanto mica mi mandano in rovina due gomme. Duemila però forse si. Duemila è anche il numero di premi che la Dolber giura di avere riconosciuto in tutta Italia, sfatando il mito delle figurine introvabili. È costretta a uscire allo scoperto dopo che la vicenda giunge addirittura in Parlamento, tramite un’interrogazione del deputato del Gruppo Misto Mauro Paissan, il quale denuncia “un'anomala situazione relativamente alle figurine contenute negli incarti del chewing-gum Campionato di calcio serie A". Paissan circostanzia: "Nei mesi scorsi, infatti, bambini e ragazzi hanno trangugiato una quantità smisurata di gomma da masticare per l'esplodere della raccolta delle figurine dei calciatori 'regalate' nell'incarto della gomma; ma, ciò che ha fatto esplodere la mania, è stata la promessa contenuta nelle figurine, di una maglia della propria squadra del cuore oppure di un pallone di football, a coloro i quali avessero completato la collezione."

A questo punto la Dolber, che si dichiarerà mero distributore, riesce a provare che in effetti duemila premi sono stati consegnati in tutto il Paese: goccia che intride di legalità un’oceanica disperazione. Pare, emergerà in seguito, che alcune figurine fossero state stampate in tiratura limitata: tutto perfettamente legale, verrà provato, perché il Ministero era a conoscenza che si trattasse a tutti gli effetti di un concorso a premi.

Oggi quegli album mutilati si annidano in chissà quali soffitte. Non ci sono più la lira, le Sette Sorelle e le tendine di corda quando entri nei bar. Però se qualche illuminato nipote li ripescasse, la domanda resterebbe intatta: “Dove sono Volpi e Poggi?”.

L’ETERNA RIVALITÀ. Adidas-Puma, la battaglia infinita: da Cruijff a Gulden, il ceo che cambia «maglia». Michelangelo Borrillo su Il Corriere della Sera il 4 Novembre 2022.

La battaglia infinita Adidas-Puma sintetizzata dalle 2 strisce della maglia di Crujff La battaglia infinita Adidas-Puma sintetizzata dalle 2 strisce della maglia di Crujff La battaglia infinita Adidas-Puma sintetizzata dalle 2 strisce della maglia di Crujff La battaglia infinita Adidas-Puma sintetizzata dalle 2 strisce della maglia di Crujff La battaglia infinita Adidas-Puma sintetizzata dalle 2 strisce della maglia di Crujff La battaglia infinita Adidas-Puma sintetizzata dalle 2 strisce della maglia di Crujff La battaglia infinita Adidas-Puma sintetizzata dalle 2 strisce della maglia di Crujff

Una battaglia lunga un secolo. Nata in famiglia — tra due fratelli — allargatasi ai campi di calcio — quelli calcati da Johan Cruijff e Franz Beckenbauer — e adesso estesa agli uffici dei piani alti delle due aziende, quelli occupati dai ceo. Con effetti anche sui listini di Borsa, in particolare di quella tedesca di Francoforte. Adidas, infatti, ha deciso di strappare alla concorrente Puma l’amministratore delegato Bjorn Gulden. È bastata un’indiscrezione di Bloomberg, una prima mezza conferma di Adidas — che ha definito Gulden un «potenziale successore» dell’attuale ceo Kasper Rorsted — e una seconda mezza conferma di Puma — che ha annunciato Arne Freundt , attuale chief commercial officer come successore di Gulden — per infiammare la Frankfurter Börse: le azioni Adidas hanno chiuso in rialzo del 21%. 

Le origini della rivalità commerciale

Gulden, quindi, è pronto a tornare a casa: il manager, prima di approdare in Puma nel 2013, aveva infatti lavorato per l’Adidas con il ruolo di senior vice president dell’abbigliamento e degli accessori. Strapparsi a vicenda i manager non sorprende chi conosce la lunga rivalità tra Adidas e Puma. originata addirittura da una storia che dura da 100 anni. Da quando, negli anni ‘20 del secolo scorso, i fratelli Rudolf e Adolf — detto Adi — Dassler iniziano a produrre scarpe in cuoio: prima cucendole a mano nella lavanderia della madre, poi aprendo una piccola fabbrica di calzature — la Gebrüder Dassler Sportschuhfabrik — vicino Norimberga, specializzandosi in scarpe da calcio con i tacchetti e scarpe da atletica chiodate, da utilizzare per l’Olimpiade del 1928 di Amsterdam. Il successo, però, arriverà da un’altra Olimpiade, quella del 1936 a Berlino: Jesse Owens vince quattro medaglie d’oro calzando proprio le scarpe dei due fratelli. All’apice del successo, però, arriva la Seconda guerra mondiale e anche i due fratelli si separano, divisi anche dalle differenti opinioni politiche. Ognuno va per la sua strada, fondando due diverse società seppur rimanendo nella stessa città, il piccolo comune bavarese di Herzogenaurach: Rudolf fonda la Puma, Adi l’Adidas. 

Prima di diventare manager, Bjorn Gulden è stato un calciatore professionista norvegese. E proprio sui campi di calcio la rivalità tra Adidas e Puma ha vissuto le sue battaglie più epiche. L’avvenimento che spiega meglio la concorrenza tra i due colossi dell’abbigliamento sportivo ha come cornice proprio la Baviera: il 7 luglio del 1974, all’Olympiastadion di Monaco, si gioca la finale tra Olanda e Germania Ovest. Le due squadre hanno come sponsor tecnico Adidas, ma il capitano degli Orange, Cruijff, si presenta in campo con una divisa diversa da quella dei compagni, con due sole strisce sulle braccia e non le tre che da sempre caratterizzano l’Adidas. Puma, in quegli anni, aveva infatti deciso di puntare sulle sponsorizzazioni individuali, decidendo proprio di investire sul Pelè bianco d’Olanda. Che, in virtù del legame commerciale, decide di scendere in campo con gli scarpini Puma, la maglia arancione senza una delle tre strisce e con del nastro adesivo sul petto a copertura del caratteristico fiore che distingue il marchio Adidas. Storie d’altri tempi, di un calcio romantico che cominciava, però, a essere governato dagli sponsor. La cornice fatta di maglie bianche e arancioni sul tappeto verde della finale mondiale, però, rendono quella battaglia commerciale immortale: c’è da scommettere che il cambio di casacca di Gulden — sebbene in Borsa abbia incrementato la capitalizzazione di Adidas di qualche miliardo — fra qualche anno non susciterà la stessa nostalgia.

Da corriere.it il 2 ottobre 2022.

Almeno 174 persone sono rimaste uccise nella città di Malang, nella provincia indonesiana di Giava Orientale, a seguito degli scontri scoppiati in uno stadio al termine di una partita di calcio. A confermare la cifra è stato il vicegovernatore della regione. «Trentaquattro persone sono morte all’interno dello stadio e le altre sono morte in ospedale. Negli scontri sono morti anche due agenti di polizia», ha aggiunto il capo della polizia di Giava Orientale, Nico Afinta. I feriti, secondo i bilanci provvisori, sono oltre 200. Si tratta di uno dei più sanguinosi incidenti mai avvenuti all’interno di un impianto sportivo.

Secondo la ricostruzione della polizia, i tifosi dell’Arema FC hanno preso d’assalto il campo dello stadio Kanjuruhan dopo che la loro squadra aveva perso 3-2 contro il Persebaya Surabaya, la prima sconfitta in più di due decenni contro l’acerrima rivale. Gli agenti, dopo aver visto cadere per terra due colleghi, hanno cercato di convincere i tifosi a tornare sugli spalti sparando gas lacrimogeni, che però hanno provocato il caos generale. Molte delle vittime sono state calpestate a morte mentre cercavano una via di fuga. «Quando i poliziotti hanno lanciato i lacrimogeni le persone sono corse istintivamente verso le uscite: tutti si spingevano, ho visto molti morire», ha raccontato all'Afp uno spettatore. Uno dei medici che ha soccorso i feriti ha raccontato a una televisione locale che una delle vittime che tentato di salvare aveva 5 anni. 

Gli spalti erano riempiti alla massima capacità: secondo la polizia, dei 42mila presenti spettatori almeno 3.000 hanno invaso il terreno di gioco. Nelle foto e nei video che circolano sui social si vedono tifosi che cercano di scavalcare le recinzioni per fuggire, persone che trasportano a braccio i feriti e poliziotti che agitano i manganelli, in scene da vera e propria guerriglia urbana. Negli scontri sono stati distrutti almeno 13 veicoli dentro lo stadio e nelle strade limitrofe, compresa una camionetta delle forze dell'ordine.

Il governo indonesiano si è scusato e ha promesso di indagare sulle circostanze dell’incidente. Il presidente del Paese, Joko Widodo, ha già ordinato agli inquirenti di mettersi al lavoro per stabilire le cause e le dinamiche di quella che la polizia ha definito una vera e propria «rivolta». «Sono profondamente dispiaciuto per questa tragedia e spero che sia l'ultima legata al calcio nel nostro Paese», ha affermato Widodo, che ha poi disposto la sospensione di tutte le altre partite fino a quando «non saranno completati i miglioramenti nella sicurezza». «Siamo dispiaciuti - ha dichiarato il ministro indonesiano dello Sport e della Gioventù Zainudin Amali all’emittente Kompas -. Valuteremo a fondo l’organizzazione della partita e la presenza dei tifosi. Torneremo a vietare ai tifosi di assistere alle partite? Questo è ciò che discuteremo».

Quello della violenza legata agli eventi sportivi è un problema di vecchia data in Indonesia. Ai tifosi del Persebaya Surabaya è stato proibito l'acquisto dei biglietti per la partita, proprio per la paura di scontri tra le tifoserie. Ma per il match erano state previste altre misure di sicurezza, che però sono state ignorate: il governo aveva suggerito di giocare la partita nel pomeriggio invece che la sera, e di vendere biglietti solo per 38mila posti. Per ora, l'associazione calcistica indonesiana (che sta riferendo in queste ore ai vertici della Fifa) ha confermato la sospensione per una settimana di tutte le partite e ha annunciato che l'Arema Fc non potrà più ospitare nessun match durante questa stagione.

Il prossimo maggio, l'Indonesia ospiterà i campionati mondiali di calcio under-20. Le partite si giocheranno in sei stadi: l'impianto dove sono avvenuti gli scontri non è uno tra questi. Quello di questa notte è uno dei peggiori disastri in uno stadio di calcio che si ricordino: un precedente con un bilancio più pesante fu una partita disputata a Lima nel 1964 per le qualificazioni olimpiche, quando sempre in una fuga di massa morirono sugli spalti 320 persone e un migliaio furono ferite

Maria Strada per corriere.it il 14 settembre 2022.  

Tre uomini di una ventina d’anni sono stati arrestati mercoledì mattina nell’ambito dell’inchiesta sull’aggressione alla centrocampista del Paris Saint-Germain Kheira Hamraoui, avvenuta dieci mesi fa. La calciatrice era stata assalita per strada lo scorso 4 novembre a Chatou, e colpita alle gambe con delle spranghe da uomini incappucciati. 

I tre — sospettati di avere preso parte all’azione — sono stati arrestati a Villeneuve-Saint-Georges e a Yerres , nella Marna, l’area a sud di Parigi dalla parte opposta della Capitale rispetto a dove si verificò l’aggressione. Uno, rivelano fonti di polizia, ha precedenti giudiziari. Le accuse sono di associazione a delinquere e di violenza aggravata.

Quel 4 novembre Hamraoui era in macchina insieme ad alcune compagne di squadra, tra cui Aminata Diallo, che era stata sospettata di essere la mandante per questioni di rivalità sportive, ma è stata pienamente scagionata. 

In seguito era emersa una relazione tra Hamraoui ed Eric Abidal, che aveva portato al divorzio di quest’ultimo. Lo stesso Abidal a dicembre era stato interrogato dalla procura che indaga sull’aggressione in qualità di testimone.

La relazione con l’ex calciatore del Barcellona — emersa anche pubblicamente solo dopo l’aggressione — ha reso la posizione di Hamraoui in squadra insostenibile, tanto che il Psg le ha comunicato tre giorni fa di ritenerla fuori dalla rosa: «Non è stato facile per noi, né per lei, ma Hamraoui non fa parte dei progetti sportivi del Psg e rimarrà così per tutta la stagione», ha affermato l’assistente del ds, Sabrina Delannoy, senza fornire altre spiegazioni. 

Hamraoui, che ha un contratto in scadenza nel 2023, ha avuto rapporti tesi con alcune compagne di club e Nazionale francese, in particolare con le attaccanti Marie-Antoinette Katoto e Kadidiatou Diani.

Caso Hamraoui, arrestata di nuovo Amina Diallo, sospettata di essere la mandante dell’aggressione. Salvatore Riggio su Il Corriere della Sera il 16 Settembre 2022

Le due erano compagne di squadra nel Psg. Diallo fu fermata nel novembre del 2021 poi rilasciata. ma dopo l’arresto di 3 uomini accusati di essere gli autori materiali del fatto la polizia ha fatto scattare le manette per la centrocampista 

Ennesimo colpo di scena nel caso Kheira Hamraoui, la calciatrice del Psg assalita per strada lo scorso 4 novembre a Chatou, e colpita alle gambe con delle spranghe da uomini incappucciati. Dopo l’arresto di tre persone avvenuto mercoledì 14 settembre, stamattina – secondo fonti della polizia giudiziaria francese – Aminata Diallo, ex centrocampista del Psg, è finita nuovamente in manette. In questo momento è sotto custodia della polizia per la seconda volta, dopo il primo arresto (poi fu liberata) del novembre 2021. Come riportano i media francesi, quasi un anno dopo, Diallo si ritrova di nuovo nel mirino degli inquirenti, che hanno indagato sulla rivalità tra le due per capire se la Diallo possa essere stata la mandante dell’aggressione. In particolare belle indagini gli agenti stanno cercando di capire se tra le due esistesse una diatriba privata o sportiva. Adesso Diallo deve spiegare ancora una volta il suo presunto coinvolgimento in questa vicenda.

La centrocampista – che ha lasciato il Psg alla fine della scorsa stagione – era già stata interrogata a lungo poco dopo l’aggressione. Naturalmente, respinse le accuse e dopo le prime indagini fu apparentemente scagionata. Le indagini, però, non si sono di certo fermate. Anzi, sono proseguite facendo notevoli progressi, fino all’arresto dei tre uomini il 14 settembre a quello di Diallo di oggi, venerdì 16. I fatti risalgono, come detto, al 4 novembre 2021: dopo una cena di gruppo della squadra, il Psg appunto, in un ristorante del Bois de Boulogne, Hamraoui era salita in macchina, guidata da Aminata Diallo, con Sakina Karchaoui. Dopo aver lasciato quest’ultima nella sua casa di Chatou, prima di ripartire, c’era stato l’arrivo di due uomini mascherati che avevano tirato fuori Hamraoui dalla vettura e l’avevano aggredita colpendola alle gambe.

In seguito era emersa anche l’esistenza di una relazione tra Hamraoui ed Eric Abidal, ex terzino e dirigente del Barcellona, che aveva portato al divorzio di quest’ultimo. Lo stesso Abidal a dicembre era stato interrogato dalla Procura – che indaga sul caso – in qualità di testimone. La relazione con l’ex calciatore blaugrana ha reso la posizione di Hamraoui in squadra insostenibile, tanto che il Psg le ha comunicato qualche giorno fa di averla messa fuori dalla rosa: «Non è stato facile per noi, né per lei, ma Hamraoui non fa parte dei progetti sportivi del Psg e rimarrà così per tutta la stagione», le dichiarazioni dell’assistente del d.s., Sabrina Delannoy, senza fornire altre spiegazioni.

Hamraoui, che ha un contratto in scadenza nel 2023, ha avuto rapporti tesi con alcune compagne di club e Nazionale francese, in particolare con le attaccanti Marie-Antoinette Katoto e Kadidiatou Diani. Adesso l’ennesimo colpo di scena di questa vicenda intricata.

La Superstizione. Marco Consoli per “il Venerdì di Repubblica” il 22 luglio 2022.  

Se l'11 luglio 2021 l'Italia ha vinto gli Europei di calcio è stato anche grazie al rito messo in scena da Gianluca Vialli. Arrivato sul pullman in ritardo, rischiando di restare a terra prima della partita inaugurale finita poi 3-0, il capo delegazione ha ripetuto il siparietto scaramantico fino alla finale.

Perché il mondo del pallone, sempre più dominato da tecnologia, finanza e media, non riesce a rinunciare alla superstizione, come racconta il giornalista di Repubblica Francesco Fasiolo nello sfizioso libriccino Calcio magico (edizioni Ultra Sport). «Le manifestazioni dell'irrazionale nel calcio», dice l'autore, «sono molteplici: ad esempio la ripetizione degli stessi gesti è molto diffusa tra i calciatori. 

Basti pensare al bacio dato da Blanc sulla testa del portiere Barthez prima di ogni partita della Francia ai mondiali '98 poi vinti. Un altro elemento riguarda il potere dei numeri, come dimostra l'avversione per il 17 dell'ex presidente del Cagliari Cellino, che chiese ai tifosi di vestirsi di viola, colore considerato sfortunato, per contrastare la iella di un Cagliari-Novara in programma il 17 settembre 2011. 

Infine il calcio è pieno di maghi e oracoli: il più bizzarro è stato il polpo Paul, che dall'acquario di Oberhausen in Germania sembrava predire i risultati delle partite dell'Europeo 2008 e del Mondiale 2010».

Pieno di aneddoti, dal sale sparso sui campi di calcio, agli orinatoi usati in un dato ordine negli spogliatoi, dalla distruzione di pullman simbolo di sfiga, a rane sepolte, statue distrutte, proclami di fede e orribili maledizioni, il libro viaggia tra Europa e Sudamerica, anche per tentare di capire perché ci si appelli a tutto questo in un mondo che oggi più che mai si affida alla scienza dei dati per garantirsi la vittoria. 

«Il calcio di oggi è stato normato in Inghilterra nell''800, ma deriva da antichi giochi con la palla come l'episkyros greco, l'harpastum romano, il cuju cinese e il calcio fiorentino, tutte espressioni di società in cui il magico era elemento della quotidianità e che riemerge nel momento clou della partita in cui prevale l'emotività», dice Fasiolo. 

«Negli ultimi decenni poi il moltiplicarsi della copertura mediatica di ogni aspetto del calcio inteso come show business ha permesso di rilanciare e amplificare queste manifestazioni magiche private, con l'effetto paradossale di rafforzarne la portata». 

s i gesti ripetuti prima delle partite, i colori contro la iella, un polpo indovino: un libro raccoglie stranezze e scaramanzie che i giocatori mettono in atto quando scendono in campo. 

I Soldi. Da repubblica.it il 3 settembre 2022.

Dopo giorni di ansiosa attesa per Inter, Juventus, Milan e Roma, sono arrivate le sentenze dell'Uefa per le violazioni del vecchio fair-play finanziario: da questa edizione delle coppe europee entrerà in vigore il nuovo sistema. E le ultime punizioni, che passano attraverso il settlement agreement (il patteggiamento concordato con Nyon) hanno colpito le italiane con gradazioni diverse. Inter e Roma si sono accordate per un rientro nei parametri in 4 anni, Milan e Juventus in tre. 

A quanto ammontano le multe? Per il Milan a 2 milioni di euro (15 se non rientra in tempo), per la Juventus (3,5 (rischio 23), per l'Inter 4 (potrebbero diventare 26), la Roma 5 (o 35 se fallisce l'obiettivo). Il Psg, degli otto club sotto indagine, è quello più esposto: deve sborsare subito 10 milioni di euro e rientrare nei parametri per non rischiare di doverne tirare fuori 65.

Ecco il comunicato della Uefa. "La prima sezione del Club Financial Control Body (CFCB), presieduta da Sunil Gulati, ha annunciato oggi una serie di decisioni che coinvolgono i club che hanno partecipato alle competizioni per club della Uefa nella stagione 2021/22. Si è rilevato che AC Milan (ITA), AS Monaco (FRA), AS Roma (ITA), Besiktas JK (TUR), FC Internazionale Milano (ITA), Juventus (ITA), Olympique de Marseille (FRA) e Paris Saint-Germain (FRA) non hanno rispettato il requisito del pareggio. 

L'analisi ha riguardato gli esercizi 2018, 2019, 2020, 2021 e 2022. Gli esercizi 2020 e 2021 sono stati oggetto delle misure di emergenza Covid volte a neutralizzare gli effetti negativi della pandemia. In base a queste misure, gli esercizi finanziari 2020 e 2021 sono stati valutati come un unico periodo e ai club sono stati concessi adeguamenti specifici per il covid-19 e per calcolare la media del disavanzo combinato del 2020 e del 2021. Questi otto club - si prosegue - hanno accettato un contributo finanziario di 172 milioni di euro. Tali importi saranno trattenuti da eventuali entrate che questi club guadagnano dalla partecipazione alle competizioni Uefa per club o pagati direttamente. Di tale importo, 26 milioni di euro (15%) saranno interamente pagati mentre il saldo residuo di 146 milioni di euro (85%) è condizionato al rispetto da parte di questi club degli obiettivi indicati nel rispettivo accordo transattivo". 

In che modo le squadre sotto osservazioni si metteranno in regola? "Il quadro dell'accordo transattivo è identico per tutti i club. Gli accordi transattivi coprono un periodo di 3 o 4 anni. In base all'accordo transattivo di 3 anni, i club si impegnano a rispettare la regola del guadagno calcistico durante la stagione 2025/26. Si impegnano a raggiungere obiettivi annuali intermedi e all'applicazione di misure finanziarie e sportive condizionate qualora tali obiettivi non fossero raggiunti. L'accordo transattivo di 4 anni si differenzia in quanto prevede una stagione aggiuntiva per conformarsi alla regola degli utili calcistici, ma include restrizioni sportive incondizionate sulla registrazione di nuovi giocatori applicabili a partire dalla stagione 2022/23. AS Roma e FC Internazionale Milano hanno optato per un accordo transattivo di 4 anni mentre tutti gli altri club hanno optato per un periodo di 3 anni.

Proprietà più ricche del calcio italiano: Hartono (Como), Berlusconi (Monza), Cardinale (Milan), Rosso (Vicenza) e gli altri. La top ten. Salvatore Riggio su Il Corriere della Sera il 29 Luglio 2022.

La classifica delle 10 proprietà più ricche del calcio italiano. A sorpresa non sono sempre le più vincenti. Al contrario, le prime due sono in serie B e una sta addirittura in serie C (e la famiglia Zhang con l’Inter non c’è)

Le 10 proprietà più ricche d’Italia

Non sempre i soldi rendono le squadre di calcio più forti. Spesso infatti il rapporto ricchezza-risultati non è quello che ci aspetteremmo. Seguendo la classifica stilata da Forbes, il sito Cronache di spogliatoio ha creato la classifica delle 10 squadre «tecnicamente» più ricche di Italia. Come si può vedere, gli esiti sono sorprendenti. Il presidente al primo posto ha infatti 6 volte il patrimonio di quello che occupa la seconda piazza e, soprattutto, non sta in serie A. La proprietà della squadra campione d’Italia, il Milan, non è nelle prime posizione e dalla top ten è fuori la famiglia Zhang con la sua Inter. Mentre non manca, naturalmente, un grande habitué dei primi posti, neanche lui in serie A. Ecco allora i nomi svelati, partendo dal decimo fino ai primi.

10) Gerry Cardinale (Milan) – 1,27 miliardi

Di origini italiane, negli Stati Uniti Gerry Cardinale è cresciuto e ha studiato, conseguendo un Master in filosofia, politica ed economia. È il 2014 quando dà vita a RedBird, specializzandosi nel settore dello sport e investendo nel business sportivo in tutto il mondo. L’imprenditore americano detiene l’85% del Tolosa in Ligue1 e il 10% della società che controlla la maggioranza delle azioni del Liverpool. Adesso è azionista di maggioranza del Milan (closing previsto a settembre) e i tifosi rossoneri sognano di restare in alto e, perché no, tornare grandi in Europa.

9. Antonio Percassi (Atalanta) – 1,37 miliardi

Nel febbraio 2022 la famiglia Percassi ha ceduto il 55% delle quote de La Dea Srl, la sub-holding che detiene circa l’86% del capitale sociale dell’Atalanta, a un gruppo di investitori capitanati da Stephen Pagliuca, uno dei principali fondi di investimento al mondo. Un passo importante per la società nerazzurra, che grazie alla famiglia Percassi negli ultimi anni ha fatto grandi cose in Italia e in Europa come i quarti di finale di Champions dell’agosto 2020 (sconfitta per 2-1 solo in pieno recupero, al minuto 93).

8. John Elkann (Juventus) – 2,06 miliardi

Molti gli investimenti negli ultimi 10 anni della famiglia Elkann/Agnelli. Con tanto di accelerazione nell’autunno 2019 con 300 milioni di euro. La Juventus, per coprire le perdite della crisi pandemica e rilanciare il progetto sportivo, ha investito un’ulteriore somma di capitali. Ma se in Italia ha vinto così tanto (dal 2012 al 2020 nove scudetti di fila), in Europa continua a inseguire il sogno Champions che manca dal 1996 ed è stato sfiorato nel 2015 (sconfitta per 3-1 con il Barcellona) e nel 2017 (k.o. contro il Real Madrid per 4-1).

7. Renzo Rosso (Vicenza) – 3,43 miliardi di euro

Accolto dai tifosi del Vicenza come un salvatore, spese 1 milione e 100 mila euro per acquisire il ramo d’azienda del vecchio e storico Vicenza Calcio nel maggio 2018. Ma di successi sul campo non ne sono arrivati. Adesso per il fondatore del capo di abbigliamento Diesel una nuova sfida: riportare in B il club biancorosso dopo l’ultima retrocessione.

6. Famiglia Squinzi e Simona Giorgetta (Sassuolo) – 3,82 miliardi

Dopo la morte di Giorgio Squinzi il 2 ottobre 2019, i figli Marco e Veronica hanno ereditato anche la proprietà del club insieme a Simona Giorgetta, nipote dello storico patron di Cisano Bergamasco. Il Sassuolo è da anni un modello sostenibile del nostro calcio, che offre qualità sul campo ma anche grande concorrenza quando si parla di mercato. L’ultima cessione, ricca, quella di Scamacca al West Ham per 42 milioni.

5. Dan Friedkin (Roma) – 4,21 miliardi

È sbarcato a Roma nell’agosto 2020, mettendo fine alla parentesi straniera più lunga registrata finora in Italia da parte della stessa famiglia: l’era di James Pallotta, durata per ben 9 anni e che non ha portato i trofei tanto promessi alla vigilia. L’arrivo di José Mourinho ha scatenato i sogni dei tifosi giallorossi che nel maggio scorso hanno festeggiato la conquista della Conference League contro il Feyenoord. E adesso con lo sbarco di Dybala si può continuare a sognare.

4. Famiglia Saputo (Bologna) – 4,7 miliardi

È il 2014 quando un gruppo di investitori nord-americani, rappresentati dall’imprenditore canadese Joey Saputo e dall’avvocato statunitense Joe Tacopina, decidono di rilevare la proprietà del Bologna, appena retrocesso in B. Tacopina dura però poco in Emilia e decide di lasciare, acquisendo poi la Spal, mentre Joey resiste rimanendo presidente . Il suo arrivo ha regalato alla piazza una costante presenza in A, ma il salto di qualità ad alto livello non è ancora avvenuto.

3 . Rocco Commisso (Fiorentina) – 5,97 miliardi

Gradino più basso del podio per Rocco Commisso, fondatore di Mediacom (quinta azienda fornitrice di Tv via cavo negli Stati Uniti), e presidente e proprietario dei New York Cosmos e della Fiorentina dal 6 giugno 2019 (rilevata dai fratelli Della Valle per una cifra stimata tra i 160 e i 170 milioni di euro). Al club viola sta dando tanto. Molti investimenti sul mercato come per Gollini, Jovic e Dodó. E un sogno: riportare la Fiorentina in Champions, con uno stadio nuovo che rilanci incassi e investimenti.

2. Silvio Berlusconi (Monza) – 6,95 miliardi di euro

Al secondo posto c’è Silvio Berlusconi, ex patron del Milan che nel 2018 ha acquistato il Monza: quest’anno il club brianzolo è salito per la prima volta in A grazie ai suoi investimenti. E sta facendo le cose in grande con tanti acquisti tra i quali Cragno, Ranocchia, Sensi e Pessina. L’obiettivo è rimanere stabilmente in serie A e, nel medio periodo, competere con le big.

1. Robert e Michael Hartono (Como) – 44,54 miliardi

Secondo Forbes al primo posto c’è il Como, in serie B. Con i fratelli indonesiani Robert e Michael Hartono che hanno un patrimonio di 44,54 miliardi di euro. I due patron — che hanno acquistato il Como nell’aprile 2019 — sono fondatori del marchio di sigarette Djarum, uno dei più famosi di tutta l’Asia. I due multimiliardari guadagnano 4 milioni di euro all’ora. Hanno appena portato a termine l’acquisto dell’ex campione del Barcellona Cesc Fabregas.

Valerio Piccioni per “la Gazzetta dello Sport” il 14 luglio 2022.

Debiti, tanti. Stadi nuovi, pochi. In questo telegramma c'è un bel po' della fotografia scattata dal centro studi della Figc con Arel e Pwc nel ReportCalcio. Il pallone professionistico spende anche ciò che non produce. Bastano pochi numeri per capirlo, i costi che aumentano e i ricavi che non crescono. La perdita aggregata che scavalca il miliardo e 200 milioni, l'indebitamento complessivo che arriva ai 5,4 miliardi. 

Fino a una cifra shock: negli ultimi anni il calcio italiano ha perso un milione di euro al giorno. Gabriele Gravina, che ha presentato ieri lo studio a Sky,parla di numeri «onestamente impietosi». E spiega: «Dobbiamo controllare i costi - dice il presidente federale - Ci stiamo lavorando con proposte sulle quali c'è un confronto serrato. È mia intenzione portare al consiglio del 28 luglio una nuova formula delle licenze nazionali - i requisiti per le iscrizioni - impostato sul piano triennale». 

Speranze e ritardi Il ReportCalcio insiste naturalmente sul costo economico della pandemia, i 23,1 milioni di spettatori potenziali perduti con più di mezzo miliardo al «botteghino» andato in fumo, il tutto con un più 18,4 per cento degli stipendi (non solo dei calciatori). Ma ci sono anche «rimbalzi» positivi che portano a un altro scenario. Dopo il meno 15,4 per cento del 2020, il business dello sport mondiale si è ripreso con un confortante più 13,5 nel 2021. E le proiezioni per il 2025 e il 2030 sono incoraggianti. 

Ma come il calcio, in particolare quello italiano, può intercettare queste tendenze? Qui le cose si complicano. Il fattore nuovi stadi è considerato da tutti determinante. Ormai il nostro parco impianti è davvero vecchio (età media 62 anni in Serie A e B). La ricerca prende in considerazione la possibilità che i 12 progetti «in corsa» relativi a nuovi stadi possano andare in porto. I risultati sarebbero molto significativi: 1,9 miliardi di euro di ricavi e 10mila posti di lavoro. Inevitabile pensare che un grande evento, vedi Europeo 2032, possa darci la spinta per una svolta. Ma il tema è anche quello di combinare semplificazione di procedure e investimenti realistici (senza invasioni di cemento).

Ritorno al milione Scrivevamo di rimbalzi positivi. Ce n'è uno che forse è il più importante di tutti. I ragazzi sono tornati sul campo di calcio. In realtà il ReportCalcio in sé descrive una grande fuga con 220mila tesserati perduti nella prima stagione Covid. Le proiezioni sul 2021-2022 sono però incoraggianti: con 1.050.976 tesserati calciatori siamo a soli 12mila dai livelli prepandemia (oggi Coni e Istat presenteranno l'ultimo aggiornamento dei numeri della pratica sportiva).

Occhio, però. Perché c'è anche un fenomeno di disaffezione che va tenuto a bada. Gli italiani che si dichiarano interessati al calcio sono 55 su 100. Due anni fa erano 64. Certo il pallone più diffuso è nettamente davanti alle altre discipline. Dietro c'è un grande equilibrio: tennis a 28; nuoto, atletica e motori a 26; pallavolo a 25; ciclismo a 21. 

Bergamo Nell'oceano delle cifre ce n'è una che colpisce. E riguarda la ripartizione geografica dei calciatori italiani schierati nella Serie A 2020-2021. Fra le province, Roma è in testa con 145 calciatori davanti ai 144 di Napoli. Ma è Bergamo, la provincia più tragicamente colpita dalla pandemia, ad avere il migliore rapporto giocatori di serie A/abitanti: sono 66. Un dato che sa di speranza.

Calciomercato, la mappa dei luoghi chiave a Milano: alberghi, ristoranti, bar (e ville lontano da occhi indiscreti). Monica Colombo su Il Corriere della Sera l'11 luglio 2022.

Da Palazzo Parigi all’hotel Melia, dalla Langosteria al Salumaio di via Montenapoleone, ecco dove si decide il futuro dei club. Senza badare agli orari. 

Per scoprire i luoghi cult del calciomercato spesso basta inseguire il nugolo di telecamere e di telefonini illuminati che si sposta per Milano. In fin dei conti, nell’era dei social e delle breaking news, poche sono le notizie che risultano segrete o che lo restano per troppo tempo. Hotel, ristoranti, uffici: quali sono le sedi in cui dirigenti e procuratori vanno a caccia di privacy per condurre le trattative?

Il quartier generale della Juve

Ogni club ha il suo quartier generale ben definito: la Juventus, dai tempi di Fabio Paratici, ha eletto Palazzo Parigi, un cinque stelle nel quadrilatero della moda, la propria base operativa. Anche l’attuale direttore sportivo Federico Cherubini sta negoziando con la Roma per Zaniolo nello stesso hotel. Occhio però agli uffici di piazza San Babila dove è situato lo studio legale del club bianconero: parecchie tappe del colpo Ronaldo si sono consumate lì.

I luoghi chiave per il Milan

Maldini e Massara preferiscono ricevere agenti e intermediari nella sede di Casa Milan ma non è raro incontrarli all’hotel Me. È la struttura in piazza della Repubblica divenuta negli ultimi anni il centro di gravità permanente di incontri, colloqui, negoziazioni. Lì risiedono Thiago Pinto, l’uomo mercato della Roma, quando sbarca a Milano e il potentissimo agente Fali Ramadani, procuratore tra gli altri di Kalidou Koulibaly.

L’albergo simbolo

Restando nel giro di pochi metri, attenzione all’hotel Principe di Savoia: i vecchi draghi del mercato, da Ariedo Braida ad Adriano Galliani, si rifugiano ancora nei salottini dello storico albergo. È peraltro la sede di affari per Diego De Laurentiis quando arriva a Milano e un tempo anche dell’ex presidente del Genoa Enrico Preziosi.

Le altre squadre

La Lazio di Igli Tare e Claudio Lotito punta sull’hotel Palace mentre l’ad nerazzurro Giuseppe Marotta quando intende condurre affari senza l’incubo delle telecamere si rifugia al Bulgari. Giovanni Carnevali, ad del Sassuolo, riceve negli uffici della Master Group in via Manzoni, mentre il presidente del Cagliari Tommaso Giulini ha venduto Cragno e Carboni al Monza nella sede della Fluorsid, in zona Fiera.

Gli indirizzi «notturni»

E poiché il calciomercato vive soprattutto di notte, ecco gli indirizzi dove gli affari non vanno mai a dormire. La Risacca 6 e la Langosteria — dove non è raro incontrare Beppe Marotta — hanno soppiantato ristoranti che un tempo erano crocevia imperdibile di contrattazioni. Ovvero il mitico Giannino, dove Galliani sviluppò e concluse mille trattative, fra cui quella per Ronaldinho (ora preferisce infilarsi nella saletta in fondo del Kaimano, la pizzeria in zona Brera) e l’osteria Cavallini, un tempo meta di agenti e giocatori.

Discussioni a tavola

A pranzo però il locale più à la page è il Salumaio di Montenapoleone, il preferito di Paolo Maldini ma anche di Jorge Mendes, il procuratore di Leao, Cr7 e Renato Sanches. È l’approdo sicuro dei dirigenti del Psg quando hanno trattative da condurre in città. Poi per gli incontri segreti, dai quali non deve trapelare un sospiro o un’immagine, bisogna spostarsi fuori Milano. Beppe Marotta, varesino di nascita, utilizza Villa Bellini, location situata a Somma Lombardo, a due passi dall’aeroporto di Malpensa. In quella sede è andato in scena anche il travagliato vertice con Antonio Conte dell’agosto del 2020 quando l’allenatore fu convinto a restare all’Inter e più recentemente una puntata del tormentone Dybala. Dove si girerà l’episodio finale della saga? 

Raimondo Lanza di Trabia, il nobile che inventò il calciomercato: gli affari al Gallia tra eccessi, aste e «bidoni». Andrea Galli su Il Corriere della Sera l'11 luglio 2022.

La storia dell'ex presidente del Palermo, che nel dopoguerra lanciò la moda di ritrovarsi in un posto preciso per trattare calciatori, inseguendo lusso, vizi e feste esclusive. Un personaggio letterario, anche diplomatico, morto suicida a 39 anni

Ci fossero stati allora, i social, sai che sermoni, moralismi, pretese di pubbliche scuse… Ma era l’Italia, o meglio la Milano del dopoguerra, che tutto voleva e a nulla badava, figurarsi un nobile quale Raimondo Lanza di Trabia, presidente del Palermo e inventore del calcio mercato inteso come il ritrovarsi in un preciso punto per trattare i giocatori anziché logorarsi in lunghe telefonate. Di fatto Lanza di Trabia, che fu insieme diplomatico, volontario in guerra, amico di Potenti, cultore di intense relazioni da una notte — e anche meno —, ebbene egli, nelle trasferte estive dalla Sicilia dimorava nel lussuoso (anche all’epoca) hotel Gallia, sul lato della stazione Centrale, e qui scendeva le scalinate nudo, teneva riunioni d’affari nella suite dentro la vasca da bagno, e intorno a lui vorticava un mondo compiacente e complice, adulante e ondeggiante, trasformandosi le riunioni di lavoro in feste di vini costosi e di sesso, tra continue soffiate alla Buoncostume della questura e altrettante pressioni politiche affinché gli agenti si dimenticassero l’albergo, e con una generale intensità nella gestione del tempo, quantomeno dei diretti interessati, ovviamente impossibile da replicare, foss’anche per tentativi di generazione in generazione, da parte della maggioranza delle comuni (r)esistenze.

Il nobile aveva avuto un’origine sofferta — nato da una storia clandestina del papà, era stato abbandonato, iscritto all’anagrafe come «figlio di ignoti» e infine riportato in famiglia grazie alla tenacia di una nonna —, e se andò giovane, suicida a 39 anni, l’animo divorato dalla depressione anche se le modalità del decesso a lungo innescarono dubbi e misteri. Nell’hotel Gallia, dove quelle stagioni degli anni Cinquanta il personale faceva letteralmente a botte nelle retrovie per prendersi i servizi e i clienti migliori, cioè quelli che garantivano la supremazia nelle mance, Lanza di Trabia, un evidente personaggio letterario (numerosi infatti libri che gli hanno dedicato), lanciò dunque la moda dell’estensione al pallone del mercato delle vacche o — a seconda delle sensibilità — delle battute d’asta di statue e quadri, come pure della trasformazione della compravendita dei calciatori in una sorta di casinò, buttando d’istinto i soldi, tanti soldi, su presunti campioni per sentito dire dal parrucchiere, o per amore dell’azzardo se non per raccomandazioni della cartomante di fiducia. Allenatori e patron iniziarono a prenotare al Gallia, mentre all’esterno dell’hotel s’ammassavano lenoni, maghi dello scippo, ragazze di campagna, ragionieri in cerca di un impiego, colossali bidoni convinti d’essere al contrario le future promesse del pallone e meritevoli di una chance, preti che gridavano allo scandalo e alla mano del Demonio, avventurieri che narravano di mirabolanti talenti scoperti negli angoli del pianeta dove avevano combattuto da mercenari. Per fortuna non c’erano i social. Almeno quelli.

I Giornalisti. Da posticipo.it il 30 luglio 2022.

Da quando è diventato l'allenatore del Bayern Monaco, Julian Nagelsmann è ulteriormente sotto i riflettori. Il mini-Mourinho di Landsberg am Lech, che si è fatto le ossa all'Hoffenheim e ha fatto benissimo con l'RB Lipsia prima di accasarsi a Säbener Straße, è certamente il più quotato dei tecnici della nuova generazione. Ecco perché il club bavarese ha pagato un'importante clausola per liberarlo dalla sua squadra precedente e portarlo all'Allianz Arena. 

Ma essere l'allenatore del Bayern significa che ogni mossa viene seguita e sottoposta a scrutinio. Persino quelle che riguardano la sfera sentimentale. E quindi fa scalpore in Germania il fatto che Nagelsmann sia stato pizzicato in dolce compagnia. Ma soprattutto che la donna in questione sia una giornalista.

A spiegarlo, paradossalmente, è esattamente la testata per cui lavora la giornalista in questione. La Bild, attraverso un tweet, fa sapere al mondo che Nagelsmann ha una nuova fidanzata che lavora proprio per il quotidiano più celebre di Germania. Niente nomi, ma altre testate non si sono fatte problemi e Sport1 ha spiegato che la nuova fiamma dell'allenatore del Bayern è Lena Wurzenberger, con cui il tecnico è stato pizzicato mano nella mano su una barca durante le vacanze a Ibiza. Il primo incontro, neanche a dirlo, è arrivato per motivi di lavoro, ma la situazione si è parecchio evoluta da quando il classe 1988 è diventato allenatore del Bayern.

Anzi, come racconta AS, lo scorso mese la giornalista ha pubblicato un articolo su Nagelsmann con così tanti particolari che era sembrato quasi impossibile che tra i due non ci fosse un rapporto più avanzato di quello tra una reporter e un allenatore. Dunque, ora la nuova coppia è uscita allo scoperto e in Germania già ci si chiede se, visto l'evidente conflitto di interessi, Lena Wurzenberger lascerà la Bild o se perlomeno smetterà di seguire il Bayern. 

Di certo c'è che non ci saranno assalti di curiosi sui social, considerando che il suo profilo Instagram è privato e ha appena 800 follower. Quello che la reporter lascia trasparire è che è vegetariana e che i suoi interessi sono il Bayern e il Werder Brema. E ora che i biancoverdi sono tornati in Bundesliga... per chi tiferà quando incontreranno Nagelsmann? 

Dagonews il 30 luglio 2022.

La Bild ha deciso di sospendere la giornalista sportiva Lena Wurzenberger, la reporter che seguiva il Bayern Monaco e che, si è scoperto oggi, ha una relazione con l’allenatore Julian Nagelsmann.  All’inizio del mese Nagelsmann aveva comunicato di essersi separato dalla moglie Verena dopo 15 anni insieme. L’allenatore, che compirà 35 anni il prossimo mese, ha due figli con Verena, un maschio e una femmina, e sono sposati dal 2018. 

Wurzenberger è stata costretta a rinunciare a coprire il Bayern per evitare qualsiasi conflitto di interessi tra la sua vita privata e quella professionale. Si dice che il suo rapporto con Wurzenberger sia "serio" e che anche il Bayern Monaco sia stato informato della coppia.

Altri precedenti casi di calciatori che si sono innamorati di giornaliste sono stati quelli del portiere della Spagna Iker Casilla, che ai Mondiali del 2010 in Sudafrica baciò in diretta tv durante un’intervista la giornalista Sara Carbonero, con cui da qualche mese aveva una storia d’amore tenuta segreta, e quello dell’allenatore della Roma Rudy Garcia con la giornalista Francesca Brienza. I due vennero allo scoperto nel 2013 pubblicando contemporaneamente una foto di loro due sui social.

Gli allenatori. Serie A, gli stipendi degli allenatori: in testa Allegri e Mourinho, sorpresa Sottil. Gregorio Spigno su Il Corriere della Sera il 28 Settembre 2022

Il tecnico dell’Udinese, 3° in campionato, occupa le ultime posizioni di questa speciale classifica. Costa caro Giampaolo, «economico» Gotti, aumento per Pioli, Inzaghi e Italiano

Massimiliano Allegri — Juventus

«Allegri out!», «Lo paghi tu quello che viene dopo?». Aveva reagito così Maurizio Arrivabene, amministratore delegato della Juve, all’invito di un tifoso bianconero di cacciare Max Allegri. Effettivamente, non sarebbe — finanziariamente parlando — una grande operazione, tenendo conto del fatto che l’allenatore livornese guadagna 7 milioni netti a stagione.

José Mourinho — Roma

C’è una particolarità nel contratto di José Mourinho, perché se è vero che dalla Roma percepisce 7 milioni netti — tanti quanti Allegri —, nella scorsa stagione il portoghese ne ha incassati altri 10 dal Tottenham, club con cui era sotto contratto prima di diventare giallorosso. Gli Spurs, di fatto, l’anno scorso hanno pagato allo «Special One» la differenza tra l’ingaggio inglese (17 milioni l’anno) e quello italiano (7, appunto). Ovvero altri 10 milioni, ma solo per la stagione 2021-22.

Simone Inzaghi — Inter

Da 4 milioni a 5,5. Simone Inzaghi, dopo aver concluso la stagione 2021-22 senza scudetto ma comunque con due trofei in bacheca, ha rinnovato con il club nerazzurro nel giugno scorso, migliorando il suo ingaggio.

Stefano Pioli — Milan

Artefice della rinascita del Milan, anche Stefano Pioli ha migliorato il suo contratto con il club rossonero. Attualmente percepisce un ingaggio da 4 milioni fino al 2023, ma c’è l’opzione di rinnovo — che, ad oggi, verrà molto probabilmente esercitata — anche per la stagione successiva.

Luciano Spalletti — Napoli

Lontano dal podio Luciano Spalletti, nonostante sia proprio il suo Napoli a comandare la classifica di serie A attuale: l’allenatore di Certaldo percepisce uno stipendio di 3,2 milioni netti all’anno.

Gian Piero Gasperini — Atalanta

Aveva esteso il proprio contratto nel novembre scorso fino al 2024, Gian Piero Gasperini. E c’è l’opzione per prolungare anche fino al 2025. Dopo le voci dell’estate scorsa, che vedevano Gasp e la dirigenza nerazzurra più distaccati rispetto a qualche anno prima, gli apparenti screzi sono stati superati. Gasperini guadagna 3 milioni netti a stagione, senza contare i bonus che lui e la sua Atalanta potrebbero raggiungere.

Maurizio Sarri — Lazio

Come per l’ex Lazio Inzaghi, anche Maurizio Sarri ha rinnovato il suo contratto con i biancocelesti nello scorso giugno: accordo fino al 2025, a 3 milioni a stagione.

Sinisa Mihajlovic/Thiago Motta — Bologna

L’esonerato Sinisa Mihajlovic percepiva un ingaggio da circa 2 milioni a stagione. Salutato il tecnico serbo, la dirigenza rossoblù ha puntato sul profilo di Thiago Motta, raggiungendo un accordo sull’ingaggio a quota 1,2 milioni l’anno.

Ivan Juric — Torino

Il tecnico granata, approdato a Torino lo scorso anno dopo le ottime stagioni con il Verona, guadagna 2 milioni l’anno.

Vincenzo Italiano — Fiorentina

Le voci su un possibile addio di Vincenzo Italiano alla Fiorentina, complice una clausola rescissoria presente sul vecchio contratto che avrebbe permesso al tecnico di liberarsi nel caso in cui qualche società avesse sborsato 10 milioni per il suo «cartellino», sono state spazzate via dal rinnovo: oggi, l’ex Spezia guadagna circa 1,7 milioni a stagione, che potrebbero diventare 2 con i bonus.

Marco Giampaolo — Sampdoria

Costa caro alla Samp Marco Giampaolo. «Il Maestro», infatti, ha un ingaggio di 1,2 milioni. Che, di fatto, rappresenta il freno principale ad un suo possibile esonero per la dirigenza blucerchiata, obbligata a fare i conti con una situazione societaria piuttosto grigia.

Alessio Dionisi — Sassuolo

Continua il lavoro di Alessio Dionisi al Sassuolo, che nonostante gli addii eccellenti della scorsa estate non ha abbandonato il club neroverde. Il tecnico ex Empoli percepisce un ingaggio di circa 850 mila euro a stagione.

Davide Nicola — Salernitana

Il miracolo salvezza della scorsa stagione è valso a Davide Nicola un rinnovo con adeguamento. Scelto la scorsa stagione come sostituto di Colantuono, il tecnico aveva firmato un contratto di 4 mesi a circa 200 mila euro bonus esclusi. Poi, con la miracolosa salvezza, l’allenatore piemontese si è guadagnato la conferma. Contratto biennale fino al 2024 a 800 mila euro a stagione, con clausola: il club si riserva la facoltà di non confermare Nicola a fine campionato, liberandolo pagando una penale da 200 mila euro.

Paolo Zanetti — Empoli

Detto addio al Venezia dopo l’esonero della scorsa stagione, Paolo Zanetti è ripartito da Empoli, dove non ha abbandonato la sua filosofia di calcio. Il tecnico guadagna 600 mila euro l’anno.

Gabriele Cioffi — Verona

Un ex Udinese, che però dalla famiglia Pozzo non è stato esonerato: dopo la grande seconda parte di stagione in cui ha guidato i bianconeri, Gabriele Cioffi è stato scelto dal Verona come sostituto di Igor Tudor, accasatosi al Marsiglia. Guadagna una cifra tra 500 e 600 mila euro, bonus più bonus meno.

Luca Gotti — Spezia

Dopo l’esonero di Udine, Luca Gotti si è accasato a La Spezia, dove percepisce un ingaggio vicino a quello precedente: circa 500 mila euro a stagione.

Marco Baroni — Lecce

Ha raddoppiato il suo stipendio, Marco Baroni, dopo la promozione ottenuta la scorsa stagione: attualmente percepisce 450 mila euro all’anno, mentre nella scorsa stagione ne guadagnava 175 mila netti + il premio da 50 mila.

Andrea Sottil — Udinese

Terza l’Udinese in campionato, terzultimo Sottil in questa speciale classifica. L’uomo sorpresa in questo avvio di stagione è proprio lui: i bianconeri volano in campionato, e il grande artefice è il tecnico. Che guadagna meno, molto meno di tanti suoi colleghi: il suo ingaggio si attesta sui 300 mila euro l’anno.

Giovanni Stroppa/Raffaele Palladino — Monza

Giovanni Stroppa, esonerato dalla coppia Berlusconi—Galliani poco prima della metà di settembre, guadagna (tutt’ora, essendo — ovviamente — ancora sotto contratto) 1 milione netto. Il suo sostituto Palladino, vincente all’esordio contra la Juve, ha un ingaggio cinque volte più basso: 200 mila euro.

Massimiliano Alvini — Cremonese

La Cremonese se lo è dovuto comprare, Massimiliano Alvini, proprio come fosse un calciatore. L’estate scorsa, infatti, la dirigenza grigiorossa ha deciso di puntare sul suo profilo dopo l’addio a sorpresa di Pecchia, artefice della promozione della Cremo ma conquistato dalle lusinghe del Parma in cadetteria. Così la scelta è ricaduta su Alvini, all’epoca sotto contratto con il Perugia. Il club umbro, per liberarlo (e prima di prendere Castori, oggi già esonerato), chiese un indennizzo — si diceva da 500/600 mila euro — che la Cremonese decise di pagare. Non è chiaro, però, quale sia l’ingaggio del tecnico grigiorosso oggi.

Perché si usa l'espressione Zona Cesarini? Da twnews.it il 21 giugno 2022.

Sentiamo spesso espressioni e modi di dire, ma non capisco . Da dove vengono? È il caso della "zona Cesarini". Queste sono due parole che descrivono l'azione intrapresa all'ultimo momento. Ad esempio, tra due amici che alla fine sono riusciti a fare una festa.

"Zona Cesarini" è un'espressione calcistica che nasce negli anni '30 e mostra i gol segnati all'ultimo minuto. Inutile dire che il gergo è usato abitualmente in tutto il mondo del calcio per renderlo più facile da indovinare.

Da lì è nato il "Premio Cesarini", che viene assegnato ai giocatori che riescono a segnare gol in prossimità della scadenza dei 90 minuti. Nel 2021Senigallia premia Kevin Lasagna per un gol in Zona Cesarini: il 21 aprile dello stesso anno, l'attuale giocatore dell'Hellas Verona, vince il premio battendo il Cagliari al 98° posto. .. Quest'anno invece è stato assegnato a Petagna del centravanti del Napoli. Andrea ha segnato 100 punti contro il Venezia di quella cifra. Il gol dell'ultimo minuto che corrisponde al nuovo record della Serie A.

Ma perché si chiama? Controlliamo.

La "zona Cesarini" nasce grazie all'impresa della Juventus Sesalini

La famosa espressione prende il nome dal calciatore autoctono Renato Sesalini. Classe 1906, giocò nella Juventus dal 1929 al 1935. La potente Mezza Ala argentina è uno dei cinque anni d'oro protagonisti di un'anziana signora che ha vinto uno scudetto tra i 31 e i 35 anni. Come titolare regolare, ha giocato 128 partite con 46 gol. Insieme alla squadra di Agneri, ha segnato molti gol (anche se non sempre decisivi) al termine dei tempi regolamentari. Era il suo vero vizio quello di riuscire a metterlo a fine partita.

Un incidente impressionante si è verificato sulla nazionale italiana. La partita è Italia-Ungheria ed è valida per l'International Cup. Era il 13 dicembre 1931, quando Azuri vinse 3-2 a Torino e segnò il 90° di Renato Cesarini. Ha usato un buco nelle Regole del Gioco, che non considerava un fallo una violazione dei suoi compagni di squadra, per segnare un gol decisivo.

In particolare, a lui è stata dedicata l'espressione "zona Cesarini" dopo un valido match contro la nazionale italiana contro l'Ungheria in Coppa Internazionale (predecessore del Campionato Europeo di Calcio). La partita si svolse a Torino il 13 dicembre 1931, con l'Italia che vinse 3-2 grazie al gol di Renato Cesarini al 90°.

Domenica prossima, il giornalista sportivo Eugenio Danese ha dichiarato: "Cesery, dopo il match tra Ambrosiana Inter e Roma (gol a fine secondo tempo e 2-1 per i lombardi). "Nicase" si riferisce alla rete estrema. Da quel momento si cominciò ad usare il termine, cambiando da "caso" a "zona" e prendendo il termine dal ponte.

Da allora commentatori e tifosi parleranno di "Area Cesarini" a partita quasi finita, permettendo a qualsiasi giocatore di ripetere l'abuso della mitica mezzala autoctona. ..

Perché si usa l’espressione Zona Cesarini? Da ligurianotizie.it il 22 Giugno 2022 

Capita spesso di sentire in giro espressioni e modi di dire che però non sappiamo mai da dove nascono. È il caso di “zona Cesarini”, due parole che rimandano ad un’azione fatta all’ultimo momento: ad esempio fra due amici che riescono ad organizzare una festa all’ultimo minuto.

Per “Zona Cesarini” si intende un’espressione calcistica nata negli anni ’30 dove si indicava un gol segnato all’ultimo minuto. Ovviamente com’è facile da intuire il gergo ha superato il mondo del pallone per entrare nell’uso quotidiano.

Da lì è nato anche un premio, ovvero “Premio Cesarini”, consegnato al giocatore capace di segnare una rete vicina allo scadere dei 90 minuti. Nel 2021 Senigallia premia Kevin Lasagna per il suo goal in Zona Cesarini: l’attuale giocatore dell’Hellas Verona, il 21 aprile di quell’anno riuscì a segnare al 98esimo contro il Cagliari, aggiudicandosi il riconoscimento. Quest’anno, invece, è stato conferito a Petagna, centravanti del Napoli. Andrea ha realizzato al minuto 100 contro il Venezia. Una rete last-minute che equivale peraltro ad un nuovo record per la Serie A.

Ma perché si chiama così? Scopriamolo.

La nascita della “zona Cesarini” grazie alle prodezze dello juventino Cesarini

La famosa espressione prende il nome dal calciatore oriundo Renato Cesarini. Classe 1906, militò nella Juventus dal 1929 al 1935. La forte mezz’ala italo-argentina è una dei protagonisti del quinquennio d’oro della Vecchia Signora, vincendo dal ’31 al ’35 lo Scudetto. Titolare fisso, giocò 128 partite con 46 gol. Con la squadra degli Agnelli segnò molti gol allo scadere dei tempi regolamentari (seppur non sempre decisivi). Era un vero e proprio vizio il suo, quello di riuscire a metterla dentro sul finale della partita.

Caso eclatante avvenne con la Nazionale italiana: la partita è Italia-Ungheria, valida per la Coppa Internazionale. Era il 13 dicembre del 1931 e gli Azzurri si imposero per 3 a 2 a Torino, proprio con un gol al 90esimo di Renato Cesarini. Segnò il gol decisivo sfruttando un buco nel regolamento calcistico che non considerava le infrazioni sui propri compagni di squadra come fallo.

L’espressione “zona Cesarini” in particolare gli venne dedicata dopo una partita valida per la Coppa Internazionale (il torneo precursore degli Europei di calcio) giocata con la nazionale italiana contro l’Ungheria. La partita si giocò il 13 dicembre del 1931 a Torino e venne vinta dall’Italia per 3 a 2, grazie a un gol segnato al 90esimo proprio da Renato Cesarini.

La domenica successiva, il giornalista sportivo Eugenio Danese, dopo la partita tra Ambrosiana Inter e Roma (finita 2-1 per i lombardi con un gol allo scadere del secondo tempo), parlò di “Caso Cesarini” per riferirsi alla rete in extremis. Da quel momento in poi si iniziò ad usare questa locuzione, cambiando da “caso” a “zona”, prendendo il termine dal bridge.

Da allora telecronisti e tifosi, quando vedono la partita ormai allo scadere, parlano di “zona Cesarini”, con la speranza che qualsiasi giocatore riesca a riproporre le imprese della mitica mezz’ala oriunda.

I Tifosi. Gianni Santucci per il Corriere della Sera il 9 novembre 2022. 

Nessuno ha intenzione di fare a botte. Ma si scende al fiume « pe' fasse 'na botta ».

(Pillola di romanesco: «farsi una botta», tirare una riga di cocaina). 

Un tizio urla all'amico che s' attarda: « Ahoooo ». Mano destra in alto, mano sinistra ad accarezzarsi la narice. Sorrisone. Non serve il fumetto per interpretare l'invito. Alle sue spalle, dietro un'auto grigia, quattro ragazzi accalcati intorno a un motorino. Hanno girato lo specchietto verso l'alto. Ne hanno ricavato un piano d'appoggio. Uno acchitta le righe (sminuzza e dispone la sostanza), con una tessera da supermercato. Poi, a turno, come un balletto, tutt' e quattro si chinano sullo specchietto. Si rialzano su con uno scatto. Si strofinano rapidi il naso.

Nessuno ha il raffreddore.

Domenica scorsa, 6 novembre, giorno di derby romano; ore 14.20, quasi quattro ore all'inizio della partita, sponda romanista. Popolo di curva Sud. Preparazione al match. Lungotevere maresciallo Diaz è una distesa d'asfalto larga come una piazza d'armi e già militarizzata. Una dozzina di camionette della polizia, due mezzi spara-acqua, quattro jeep, otto cavalli con poliziotti cavalieri. È l'unico punto di possibile contatto con i laziali che sciamano da Tor di Quinto verso la curva Nord. Da una parte, verso lo stadio, gli uffici del Comitato olimpico, viale del Foro italico, l'obelisco Mussolini. Dall'altra, verso il Tevere, i bar ritrovo dei romanisti. Sono qualche centinaio. Ne arrivano sempre più. «Ciao ci ». Aumentano. « Abbello ». Si radunano. « Oh frate' ». Si trovano. « Anvedi chi cce sta ». Molti vanno giù, a pippare tra i bambù.

Dietro i bar c'è una scarpata. Una scaletta di ferro con 25 gradini conduce in via Capoprati: più bassa e riparata (si fa per dire) rispetto al lungotevere stracolmo di polizia; una pista ciclabile, l'asfalto, una fitta corona di vegetazione (fogliame e canne di bambù, appunto). Al di là delle piante scorre l'acqua del fiume. Sopra, davanti ai bar, si tracanna birra da bicchieroni di plastica. Sulla scaletta è una processione.

I quattro del motorino risalgono. Uno rolla subito una canna. L'accende. La passa all'amico in maglietta nera con scritta gialla sulla schiena: «Quando la rabbia diventa azione/Ultras Roma Casal Bertone» (quartiere tra il cimitero del Verano e il Collatino). Il terzo rifiuta di fumare: « Lascia perde', io botta e canna nun je la faccio più ». Due metri più in là, un uomo sulla cinquantina scende da uno scooter. Si sta togliendo il casco. Un amico lo invita giù. Risposta: « Aspetta, nun ce l'ho, c'è ito l'amichetto mio a pjalla » (prenderla). Davanti ai bar ormai è folla fitta. Qualche fumogeno. Alle 14.55 tre ragazzini scendono a farsi la botta ; altri quattro pippano là vicino, appena nascosti tra le piante. 

Due che non hanno neanche voglia di scendere, il pezzo (sassolino di cocaina) se lo scambiano sulla scaletta. Il primo, occhiali Ray-Ban neri a goccia, si ri-infila la bustina di cellophane azzurro nelle mutande, sotto i testicoli: là dove non arriverà mai alcuna mano in caso di perquisizione (l'hashish negli stadi entra da sempre così).

Esplodono due petardoni.

Urla di olé . Risate. « Dajeee ».

Non si scompone chi sta intento a urinare all'ombra dei bambù: la birra alimenta fiotti giallastri sempre più consistenti che luccicano al sole.

Partono i cori: «Noi odiamo la Lazio, noi odiamo la Lazio. Uccidiamoli». Il canto sulla mamma del laziale che intreccia pratiche sodomite e sesso orale non serve ripeterlo, perché a Roma lo conoscono pure i bambini. Alle 16 (cancelli dello stadio aperti), giù al fiume si continua a pippare sugli gli schermi degli iPhone. Unica differenza da prima: ormai nessuna remora. Si pippa en plein air , in mezzo alla strada, inondati dalla meravigliosa luce del sole calante su Roma, che resta struggente qualsiasi spettacolo umano scenda ad accarezzare. 

Cattivissimi Domanda: cosa ha a che fare questo consumo di cocaina indegno e smodato con il calcio? È uno specifico delle vituperate curve? Risposta onesta: no. Chi pippa prima della partita, pippa anche prima della discoteca, della serata, dell'uscita con gli amici. La droga arriva allo stadio perché inonda le città. E così anche per le derive d'estrema destra. Sui marmi ingrigiti del Foro italico campeggiano ancora centinaia di manifesti che commemorano il recente centenario della marcia su Roma. Niente a che fare col derby. È la città.

Solo un po' più visibile, più concentrata qua all'Olimpico: dove s' addensano tutti questi ragazzini che al posto di giallo e rosso sfoggiano sempre più nero nelle felpe e nei giubbotti. Che fondano piccoli clan come «Rnp», ovvero «Roma non perdona» (emblema: un teschio con bavaglio giallorosso). Che s' atteggiano tutti a «sono cattivissimo». E che si mescolano ai quaranta/cinquantenni con gli abiti lisciati, le barbe lunghe, i cappelli da pescatore sulle facce abbronzate di chi porta storie di strada incavate nelle prime rughe, look e modi da vecchia borghesia romana nera e spietata.

Stanno vicini, lupi e lupetti. 

A godersi il brivido da branco del famo paura : che è uguale in tutta Italia, ma a Roma si impasta con un caput mundi da accatto, uno spruzzo di mistica imperial/fascista, un pomposo ricorso al latino (sulle maglie dei «Boys», che hanno appena compiuto 50 anni, sta scritto «ab aeterno»).

L'aggressività galleggia, ma non esplode neppure verso l'intrepido imbecille che alle 16.30 passa da solo accanto a questa massa e urla: « Ammerde! », poi scappa verso la curva laziale, incespica, cade, si rialza e viene infine preso in consegna dalla Digos.

Tempo di entrare allo stadio. Cancelli 18 e 19. L'ingresso è una tonnara. Caos utile a qualcuno. Perché c'è ancora gente che prova a entrare senza biglietto.

Spintarelle Ressa asfissiante. Urla. Per soli due ingressi, una dozzina di steward, altrettanti poliziotti, sei agenti della digos. Buttarsi in due nel tornello è la norma.

Vecchio andazzo delle spintarelle . Roba da anni Ottanta.

Non debellata da biglietti nominali e leggi sulla sicurezza. 

Quando passano in due, vanno fermati per un ri-controllo.

Il flusso s' intasa. La rabbia monta. Bilancio su soli 25 minuti (16.50-17.15:) trentasette persone buttate fuori (perché senza biglietto, o con tagliandi o abbonamenti di altri settori) e sei «saette», ragazzi che nel caos riescono a intrufolarsi e schizzano da centometristi verso lo stadio, dove sarà poi impossibile trovarli (chi scappa è dato per perso, impensabile rincorrere). 

Si sale. Due rampe di scale. Sbocco sui gradoni. Veduta del campo. Sguardo intorno. La curva Sud. Tredicimila persone, al 97-98 per cento uomini, migliaia di sciarpe e magliette della Roma, centinaia di bandiere; tanti bambini e bambine, tra cui una di tre anni che resterà per tutta la partita in braccio al padre: e la domanda più insulsa sarebbe chiedersi se la curva è un posto (solo) di gente che pippa, fuma e entra senza biglietto. La risposta sale dall'energia di questa catasta di esseri umani che urla, sorride, sbraita, inveisce, fischia, canta. Condivide emozioni: e ingloba il male di fuori che si ritrova vicino allo stadio senza averci nulla, ma proprio nulla a che spartire.

PS. Il ricorso a una pratica irrituale c'è stato anche per realizzare questo servizio. Lo stadio era sold out. Il biglietto «introvabile» l'abbiamo recuperato il 31 ottobre su viagogo.com, società svizzera, piattaforma mondiale del secondary ticketing. Il vecchio bagarinaggio. Settore 18 AD, fila 55. Costo: 247,93 euro (30,68 di commissioni e 6,75 di Iva), oltre cinque volte il prezzo nominale, 45 euro. Chi lucra sulla rivendita andrebbe perseguito: ma sguscia regolarmente via, come i ragazzi che sgattaiolano ai tornelli. PS bis. Alla coreografia della curva laziale, la Sud ha risposto con un insistito: «Sembra Napoli». I cori antisemiti degli ultrà biancocelesti a fine partita, dall'altra parte dello stadio, non si sono sentiti.

Milano, il capo ultrà Inter Vittorio Boiocchi e il business di San Siro: «Faccio 80 mila euro al mese con biglietti e parcheggi». Cesare Giuzzi su Il Corriere della Sera il 25 Giugno 2022

Vittorio Boiocchi è stato arrestato nel marzo 2021 per un tentativo di estorsione. Le intercettazioni della polizia svelano gli affari attorno allo stadio Meazza: «Ho fatto avere il posto a due paninari e mi danno una somma ad ogni partita»

«Quando sono entrati sti ca... di cellulari qua sembra di avere...».

«La rovina! Questa è una rovina veramente».

«Eh certo, che è una rovina! Sembra di avere una...».

«Una microspia addosso!».

«Sembra di avere un carabiniere dietro!».

Su due cose sbagliavano Gerardo Toto e il capo ultrà nerazzurro Vittorio Boiocchi. Il problema non erano i cellulari ma la microspia piazzata nell’auto del 69enne e soprattutto quelli che avevano «dietro», in realtà, non erano carabinieri ma poliziotti della squadra Mobile. Boiocchi era stato arrestato il 3 marzo di un anno fa con il «socio» Paolo Cambedda dopo essere uscito dagli uffici dell’imprenditore vittima dell’estorsione da due milioni di euro. In auto avevano uno storditore elettrico, una pistola, e pettorine della guardia di Finanza. Un arresto in flagranza compiuto proprio per il timore che quella sera potessero portare a termine il loro piano. Le indagini però erano già avviate da mesi. E tra le molte intercettazioni registrate dalle cimici piazzate dai poliziotti, guidati da Marco Calì, ce n’è una in particolare, che risale a febbraio 2021, in cui Boiocchi si lamenta con Toto perché «sta perdendo un sacco di soldi con il blocco delle partite e dei concerti».

Boiocchi, le condanne e la Curva Nord

Boiocchi ha trascorso in carcere 26 anni complessivi: 10 condanne definitive per associazione finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, associazione a delinquere, porto e detenzione illegale di armi, rapina, sequestro di persona e furto. Nel 2019 era tornato non solo sugli spalti del Meazza ma aveva ripreso il controllo della Curva Nord interista come negli anni Ottanta e nei primi Novanta quando era tra i capi dei «Boys San». Al suo ritorno era stato protagonista di una scazzottata con il portavoce del tifo organizzato nerazzurro Franchino Caravita. Storia conclusa, ma solo di facciata perché di fatto la corona è rimasta sulla testa di Boiocchi, con una foto «a dito medio alzato» in ospedale tra i due litiganti: il 69enne era stato ricoverato la notte stessa per un attacco di cuore. Il ritorno di un nome tanto pesante aveva sconvolto, e parecchio, le dinamiche del mondo ultrà. Poi il nuovo arresto e i domiciliari concessi a Boiocchi dopo una condanna a 3 anni e 2 mesi.

La gestione dei parcheggi di San Siro

Nelle intercettazioni richieste dai pm Carlo Scalas e dall’aggiunto Laura Pedio, il capo ultrà racconta «che prende circa 80 mila euro al mese tra parcheggi e altre cose. Dice che finalmente erano riusciti a fare una bella cosa con la gestione dei parcheggi, con 700-800 biglietti in mano, due paninari a cui hanno fatto avere il posto che gli danno una somma ad ogni partita». In sostanza, annotano gli inquirenti riportando le parole di Boiocchi «10 mila euro ogni partita». Il business intorno allo stadio Meazza non c’entra nulla con le accuse mosse nei confronti del capo ultrà e degli altri quattro arrestati. E non ha rilievi penali nell’indagine. Possibile si tratti solo di millanterie? La presunzione d’innocenza impone che sia così e lo stesso vale per tutte le accuse mosse dalla procura nei confronti degli indagati. Sempre nelle intercettazioni Boiocchi racconta i vecchi tempi della malavita a Milano con nostalgia, parlando di Guglielmo Fidanzati e di inchieste antidroga che lo hanno coinvolto: «Ringraziamo il signore che li ha fatti vivere questi periodi qui».

Giovanni De Luna per “la Stampa” il 21 giugno 2022.

I tifosi del Torino mi hanno sempre incuriosito. I riti, i lutti, le passioni che li attraversano mi sono sembrati da sempre un'anomalia da guardare anche con una punta di invidia. La loro fedeltà alla squadra è stata modellata sulle sconfitte, su un "albo d'oro" che sembra un necrologio, con le uniche gioie ossessivamente legate agli insuccessi dei rivali bianconeri. In realtà, come tifoso della Juventus, ho scoperto di condividere con loro la stessa malattia, anzi, come scrive Eduardo Galeano, di essere animato dall'identica, «certezza di essere miglior degli altri, che tutti gli arbitri sono venduti, che tutti i rivali sono imbroglioni». 

In una parola siamo tutti tifosi o, se volete, tutti convinti fedeli dello stesso culto. La frase di Galeano è l'incipit del nuovo libro (Tifo. La passione sportiva in Italia) di Daniele Marchesini e Stefano Pivato che ci racconta nei dettagli le modalità della passione sportiva, di come si siano trasformate a seconda delle varie fasi storiche attraversate dall'Italia e, più in generale, dal mondo occidentale. 

Tifo è un termine che designa un male ora debellato dai progressi della medicina ma che ha imperversato a lungo nelle nostre contrade con altissime temperature provocate da febbri che portavano anche a momentanee alterazioni mentali. Di qui l'ovvio paragone con la febbre sportiva che, «contagiosissima, esplode negli stadi e negli altri luoghi dello sport». 

Il termine usato in questo senso, e i suoi derivati come tifoso, tifoseria, tifare, esistono però solo nella lingua italiana; in questa accezione è entrato nel nostro vocabolario nel periodo successivo alla prima guerra mondiale; per la precisione, come ci informa il libro, nel 1923, quando Giovanni Dovara, sulla rivista II calcio di Genova, ne scrisse come di un «fenomeno di passione acuta a tal punto da rivestire e da assumere, in certi casi e in certe persone, i fenomeni più strani, più patologici». 

Dall'universo calcistico la parola transitò poi negli altri sport così che, alla fine degli anni Trenta, veniva ormai usata senza virgolette quando nel gergo sportivo si trattava di indicare «proprio il fatto di parteggiare, simpatizzare in forme accese per qualcuno».

Questi tratti si diffusero in maniera così larga da indurre Pivato e Marchesini a usare, al posto del tifo, termini che rinviano direttamente al mondo del sacro e del divino - si parla comunemente di una "fede" granata, o bianconera o giallorossa - così da attribuire a quello stato d'animo una dimensione decisamente religiosa. Religio etimologicamente significa qualcosa che lega, che tiene insieme, che indica i confini di un perimetro all'interno del quale ci si riconosce tutti in una comune appartenenza fondata sul medesimo "credo".

 Noi tifosi, più che dalla stessa malattia, siamo quindi uniti dal fatto di condividere forme specifiche di adorazione nei confronti degli idoli dello sport, eroi della moderna società di massa, che ne «rispecchiano e interpretano valori e attese diffusi»... 

Quando i romanisti inneggiano alla "magica Roma" trasportano il mondo della magia in quello del sacro restando sempre nella sfera del soprannaturale, adepti di un culto in cui «tutti desiderano partecipare alla natura semidivina dei propri eroi» (Edgar Morin).

Come tutte le religioni il tifo va esplorato studiandone i miti, i luoghi di culto - gli stadi, i ring, le palestre, le salite delle gare di ciclismo - e di memoria, i riti che si strutturano e i comportamenti che ne conseguono, l'adorazione dei corpi degli atleti che si spinge fino alle loro camere da letto, le manifestazioni di cordoglio per la loro morte, le fotografie usate come santini, i tappi, le biglie, le figurine che ne amplificano il mito, le canzoni (ricordate il Bartali di Paolo Conte) fino ai mezzi di comunicazione di massa della modernità novecentesca (stampa, radio, cinema, televisione), la loro più diffusa cassa di risonanza. 

Oggi è la rete ad amplificarne la presenza in modo quasi ossessivo: Cristiano Ronaldo può arrivare a guadagnare 975 mila dollari per ogni post pubblicato sul suo profilo personale di Instagram. 

La ricognizione di Marchesini e Pivato parte da lontano, dall'ottocentesco gioco del pallone a bracciale che propose gli sferisteri come i primi templi dove si celebrava il culto dell'eroe... Trasposizione pacifica degli antichi tornei cavallereschi quel tipo di sport non comportava necessariamente spargimenti di sangue ma restava ancora intriso di tutta violenza che derivava dalle sue origini belliche. 

Poi questa carica di aggressività andò assottigliandosi, imbrigliata in regole e procedure che accompagnarono il processo di civilizzazione che investì tutto il costume del mondo occidentale, e anche lo sport, nell'intento di «espellere dai giochi pubblici non solo il ricorso alla violenza ma anche di plasmare l'individuo di una società più raffinata» (Norbert Elias).  

La violenza, però, non è mai stata cancellata del tutto e si è ripresentata, enorme, eccessiva, con la fine del '900. Dal 1990, la curva dei tifosi della Stella Rossa Belgrado era stata il vivaio delle "Tigri di Arkan. eljko Ranatovi, "Arkan", fu incriminato dall'Onu per crimini contro l'umanità, essendosi reso protagonista di atti di genocidio e di pulizia etnica nel corso delle guerre che insanguinarono la ex Jugoslavia. Aveva cominciato la sua carriera proprio sugli spalti del Marakana (lo stadio dove gioca la Stella Rossa) diventando il leader indiscusso degli ultrà e schierando tutta la curva sulle posizioni nazionaliste più radicali.

 Quando iniziò la guerra con la Croazia fu incaricato di organizzare una milizia di volontari reclutando i suoi uomini tra i tifosi più violenti; furono tremila che risposero al suo appello; con il nome ufficiale di Guardia Volontaria Serba (successivamente modificato in Tigri), a partire dall'autunno 1991 questa unità paramilitare fu schierata lungo la frontiera serbo-croata massacrando migliaia di persone. Nel 2000, eljko Ranatovi fu assassinato nell'Hotel Intercontinental di Belgrado. In quell'occasione, nella curva della Lazio si materializzò uno striscione con su scritto "Onore alla Tigre Arkan".

I versi della passione. Il carattere tutto italiano di tifare (calcio e ciclismo) con gli striscioni. Daniele Marchesini e Stefano Pivato su L'Inkiesta il 9 Giugno 2022.

Come spiegano Daniele Marchesini e Stefano Pivato nel loro ultimo libro (Il Mulino), l’abitudine proviene dal mondo della politica e, all’inizio, distingue gli ultras dagli hoolingas inglesi. Fino a pochi anni fa era possibile esporre scritte offensive e macabre che oggi, per fortuna, sono proibite

Se si sfogliano i settimanali sportivi fino agli anni Sessanta e si fissa lo sguardo sulle fotografie che ritraggono gli spalti degli stadi un dato balza immediatamente agli occhi: le immagini restituiscono una sequenza di volti senza soluzione di continuità. A partire dall’inizio degli anni Settanta il panorama cambia decisamente: soprattutto nelle curve fanno la loro comparsa quegli elementi scenografici destinati a mutare per sempre lo scenario: gli striscioni. Inneggianti alle squadre o ai propri beniamini, offensivi nei riguardi dei presidenti o delle squadre avversarie, diventano presenze familiari delle domeniche calcistiche degli italiani.

È a partire dall’inizio degli anni Settanta che la politica entra negli stadi e importa dai cortei studenteschi o dalle manifestazioni dei metalmeccanici il tazebao introdotto dalla rivoluzione culturale cinese come strumento di dialettica politica. Quella che viene allora definita la «democrazia sui muri» si trasferisce dalle piazze e dalle strade nelle curve degli stadi. Lo striscione diventa da quel momento un elemento caratteristico che contraddistingue il tifo degli italiani: infatti mentre in Inghilterra o in altri paesi europei la passione calcistica si esprime prevalentemente in maniera verbale, in Italia lo striscione rappresenta, assieme all’abbigliamento (sciarpe e cappelli) o a congegni sonori (tamburi e strumenti a fiato), uno dei mezzi di comunicazione principali della fede sportiva. Anzi, uno dei discrimini per distinguere gli ultras dagli hooligans è proprio quello dello striscione. Mentre il tifo degli hooligans è rappresentato da forme clandestine, spesso non prive di manifestazioni di violenza, quello degli ultras si palesa attraverso una chiassosa visibilità.

Le scritte impiegano spesso forme linguistiche del tutto originali che si adattano a essere recitate attraverso canti e cori la cui finalità è quella di esprimere sentimenti diffusi di esaltazione e partecipazione.

Fra il 2007 e il 2010 una serie di disposizioni e divieti ha regolamentato l’uso del linguaggio proibendo il ricorso a un lessico che suonasse come allusione o incitamento alla violenza. Fino a quella data non è raro notare sugli spalti, allorché a giocare è la squadra del Torino, allusioni macabre alla tragedia di Superga del maggio 1949: «Quando volo penso al Toro», «Da Lisbona a Torino era meglio il motorino» o «Solo uno schianto» accompagnano il tifo contrario alla squadra granata. A quei cartelli i torinisti rispondono spesso con pesanti allusioni alla tragica finale di Coppa dei Campioni giocata fra la Juventus e il Liverpool il 29 maggio 1985, in striscioni nei quali campeggiano scritte come «Disonore ai morti dell’Heysel» o «Grazie Heysel».

A volte quelle scritte rinviano a uno storytelling che si dipana nel corso delle varie partite. Agli inizi degli anni Ottanta, in una partita in cui il Napoli ospita il Verona, i due amanti più famosi del mondo entrano nella contesa calcistica con «Giulietta è ’na zoccola», a cui sarebbe seguito «Romeo è cornuto».

Ma le partite fra le squadre del Sud e quelle del Nord sono spesso occasione per striscioni non sempre benevoli come quelli appena menzionati. I tifosi del Nord replicano spesso a quelli del Napoli e di altre squadre del Meridione con feroci slogan come «Vesuvio lavali col fuoco» e il suo omologo «Vesuvio facci sognare». O ancora, «Dai quartieri spagnoli ai Campi Flegrei Vesuvio regalaci un’altra Pompei». Oppure «Napoli colera», quest’ultimo in allusione all’epidemia che colpì la città partenopea nel 1973. Di analogo tenore lo slogan che la tifoseria del Verona dedica a quella del Catania durante una partita di un campionato degli anni Novanta: «Forza Etna». 

Spesso gli striscioni celebrano gli idoli del calcio, come quello, rimasto famoso, che i tifosi del Brescia dedicano a Roberto Baggio durante il campionato 2001-2002 e che allude alla singolare acconciatura del giocatore: «Dio c’è e ha il codino». Di tenore opposto e di sapore vagamente darwiniano è invece la scritta rivolta a Rino Gattuso, noto per la sua grinta agonistica: «L’uomo discende da Gattuso».

Più rare sono forme di idolatria espresse dal pubblico nei confronti dei campioni del pedale. Fra tutte quella rivolta a Marco Pantani: «Dio c’è ed è pelato».

E quando il campione scompare le tifoserie sono pronte a ricordarlo ai lati della strada o nelle curve degli stadi. Come succede quando per le strade del Giro compaiono scritte come «I tuoi scatti sono leggenda. Il tuo sorriso è nei nostri cuori. Grazie Pirata!!!» o «Bandana al vento e sguardo in salita nel tuo ricordo per tutta la vita! Marco vive!».

Anche nel calcio lo striscione rievoca spesso le figure dei campioni prematuramente scomparsi. Fra tutte le dediche alla tragedia di Superga che puntualmente rivivono negli striscioni dei tifosi torinisti: «Onore ai caduti di Superga» o «Maggio 1949: Lisbona non dimentica. Onore al Grande Torino».

Presenti anche ironiche allusioni sessuali allorché i tifosi della Fiorentina espongono uno striscione rivolto alla squadra del Barcellona in occasione di una partita dell’edizione 1999-2000 della Champions League: «Voi avete Figo, noi la Figa».

Ai tifosi viola viene attribuita una vena goliardica del tutto particolare che qualche studioso fa risalire alla poesia burlesca di Cecco Angiolieri. Come quando, nel 2005, Lapo Elkann, nipote di Gianni Agnelli, nume tutelare della Juventus, è coinvolto in una storia di droga con contorni di carattere sessuale. In quell’occasione i tifosi viola esibiscono striscioni che recitano: «Nuova panda trans: stupefacente!»; «Mancano strisce? Chiedi a Lapo» (accompagnato da una zebra privata delle strisce bianche); «La dieta Lapo: il giorno in bianco, la sera tre finocchi». I tifosi viola hanno la memoria lunga se oltre dieci anni dopo quell’episodio innalzano uno striscione nel quale si legge: «Se Lapo aveva i’naso di Chiellini dovevate vendere la Fiat pe’ mantenerlo».

L’allusione sessuale sembra meno ricorrente nelle scritte e negli striscioni dei tifosi del ciclismo. Nello sport delle due ruote, che per anni ha tifato attraverso l’asciuttezza di scritte come «Viva Coppi e Abbasso Bartali», recentemente ha fatto capolino un linguaggio di impronta decisamente più goliardica. Come in occasione della tappa del Giro d’Italia Tolmezzo-Sappada del 21 maggio 2018 allorché sull’asfalto un anonimo tifoso scrive: «Tenete duro che in cima c’è la figa».

La differenza tra gli slogan degli appassionati di calcio e quelli del ciclismo sembra rinviare alla diversa natura delle tifoserie dei due sport: se sugli spalti degli stadi si respira spesso un clima di violenza, sulle strade del Giro, o del Tour, regna un’atmosfera di festa e di sagra paesana. Come nel 1949, quando Dino Buzzati sulle pagine del «Corriere della Sera» assimila il Giro a una favola destinata a durare nel tempo davanti alla quale gli italiani si trasformano in bambini, quasi fossero di fronte a «una delle ultime città della fantasia»:

Dalla sperduta baita scenderà ancora il taglialegna a gridarvi evviva, i pescatori saliranno dalla spiaggia, i contabili abbandoneranno i libri mastri, il fabbro lascerà spegnere il fuoco per venire a farti festa, i poeti, i sognatori, le creature umili e buone ancora si assieperanno ai bordi delle strade, dimenticando […] miserie e stenti.

da “Tifo. La passione sportiva in Italia”, di Daniele Marchesini e Stefano Pivato, Il Mulino, 2022, pagine 280, euro 22 

I Commentatori. Alessio Pediglieri per fanpage.it il 15 aprile 2022.

"Andiamo a Berlino!". Tre parole che racchiudono un intero universo attorno all'evento più importante di tutti gli sport, un Mondiale. Una frase che – dall'oramai lontano 2006 – è entrata a fare parte dell'immaginario collettivo calcistico italiano, nella quale convergono emozioni, gioie e ricordi straordinari della cavalcata azzurra in Germania. Merito di Fabio Caressa, giornalista, conduttore, autore, commentatore, la cui voce ci ha accompagnato in quell'estate dorata in cui abbiamo potuto partecipare al trionfo della nostra Nazionale su tutto e su tutti.

Come anche la scorsa estate agli Europei, a 15 anni di distanza. Insieme a Caressa, in una lunga chiacchierata esclusiva nella redazione di Fanpage.it, abbiamo rivissuto quei momenti irripetibili e tanti altri, tra il suo mondo e il calcio di ieri, oggi e domani. Affrontando anche l'amarezza dell'ultima esclusione dell'Italia dai Mondiali, che lo stesso Caressa senza mezzi termini o giri di parole ha definito "la più grande sconfitta di sempre del calcio italiano".

Fabio, nel 2006 come nacque quella frase, "Andiamo a Berlino", che ancora oggi ti identifica?

"Ha segnato una buona parte della mia carriera, ma non c'era alcunché di preparato o artefatto. Tutto nasce da un carissimo amico, che non c'è più, con cui viaggiavo nel 2006 e che mi ripeteva sempre: "Facciamo le valigie e andiamo qui e là". E allora mi è venuta questa frase, che è stata poi quella che ha trascinato me e Beppe. Mi ricordo che prima della partita, mentre ci avvicinavamo allo stadio, parlavo con un collega e dicevo: "Oggi la faccio così, andiamo come viene, la faccio di pancia perché gli italiani oggi la sentono di pancia"".

E della finale cosa ti ricordi?

"Tutto. Ricordo che faceva caldo, che abbiamo fumato una sigaretta di nascosto prima della partita, che prima dell'inizio dei supplementari cercavo di fumarne una seconda e arrivò un inserviente che mi disse che non potevo. Gli risposi malissimo. Dopo quella partita ero sfatto: c'è una foto in cui sono abbracciato con Beppe, stremati per le emozioni e il caldo. L'avevamo giocata anche noi e finita in piedi, urlando".

A proposito di Beppe Bergomi: siete una coppia inscalfibile.

"Praticamente è come se fosse mio marito, siamo sposati dal 1999. Facemmo una prova di telecronaca commentando un vecchio Juventus-Milan, uscimmo da quella saletta e io dissi subito a Beppe: "Sei nato per fare questo mestiere qui". Nessuno ha i tempi di Beppe, l'intervento secco, il non parlare più del 30% tempo. Non parla tanto, ma dice le cose: è portato, ha un dono naturale".

Un altro compagno di viaggio, che però ha preso una strada differente, è stato Lele Adani.

"Lele è molto preparato, se mi posso permettere un po' preconcettuale in alcune cose, ma è tipico di chi ha un pensiero molto forte. Lele è un emotivo e con grande trasporto cerca di trasmettere agli altri. Il suo addio a Sky? Credo che nella vita arrivino dei momenti professionali in cui certe idee, tra linee editoriali e libertà di pensiero, non collimano più. In quei casi è meglio separarsi, piuttosto che proseguire con la bocca storta. Ora lui ha trovato anche uno spazio importante e sono molto contento".

Lo stesso spazio che ospita le opinioni di Antonio Cassano, a volte molto critico anche con voi di Sky.

"Spesso le cose che urla vengono riferite a noi del Club ["Sky Calcio Club", programma d'approfondimento condotto da Fabio Caressa, ndr], un po' come se ce l'avesse con noi. Recentemente si è detto che ce l'avesse con Di Canio, fatto che lui stesso ha smentito. Io penso che parlasse in generale: un uomo che ha fatto del coraggio espressivo tutto il suo credo e la sua vita, nel caso parlasse di qualcuno in particolare, avrebbe avuto il coraggio di dire con chi ce l'aveva".

Tornando al percorso al fianco della Nazionale: in cosa sono stati diversi gli ultimi Europei?

"Io ci credevo abbastanza, ma chi ci credeva per davvero era Beppe. Io ero l'unico che ci credeva nel 2006. La scorsa estate invece era Beppe, dalla prima partita. La finale è stata una grande emozione, forse anche più grande del 2006. Primo, perché avevo consapevolezza; secondo, perché venivamo dalla pandemia; terzo, perché era la prima finale che vedeva mio figlio a casa, partecipe quindi partecipava; quarto, perché non sapevamo con Beppe se avremmo continuato dopo degli Europei ancora insieme; e quinto, perché sentivamo con Beppe che il percorso era molto simile a quello del 2006, a livello di emozione crescente".

Ti sei fatto un'idea di cosa sia successo contro la Macedonia?

"Bisognava ricostruire quella bolla e non è facile. Ti resta in testa la memoria della finale, ma nella partita dopo devi ricominciare da capo e non trovando quella stessa emozione poi la paghi, come è accaduto agli azzurri. Cercavano nella testa le stesse emozioni che però non potevi ritrovare, perché non eri alla fine di un percorso ma all'inizio di uno nuovo. Pensare adesso solo al 2026 è un grande dolore, ma abbiamo deciso di rimanere con gli stessi uomini che avevamo. Credo sia giusto che Mancini abbia deciso del suo futuro perché è un uomo che ha vinto. Ma non escludo che avverranno novità: è stata nettamente la più grande sconfitta della storia del calcio italiano e nei prossimi due mesi diventeremo un po' più razionali su quello che bisogna fare per colmare questo vuoto".

Un vuoto che abbraccia due generazioni di ragazzi, che cresceranno senza sapere cosa significa avere l'Italia ai Mondiali.

"La cosa che mi dà più fastidio è mio figlio che è del 2009 e non ha ancora visto un Mondiale con l'Italia. Hai voglia a dire che ce ne sono talmente tanti davanti che non te ne accorgerai neanche: invece sono proprio quelli gli anni in cui i ragazzi si avvicinano al calcio. Il primo Mondiale ce lo ricordiamo tutti, generalmente è la prima cosa che vedi del pallone e quindi questo lascerà un buco incolmabile. Poi Mancini decide liberamente, la Federazione decide liberamente, però non la liquidiamo come fosse una cosa normale perché se no è un dramma. Significherebbe che ci stiamo abituando a non giocare un Mondiale".

Intanto ci stiamo abituando ad un nuovo racconto dello sport e del calcio. Nuovi player, streaming, i social…

"Credo moltissimo nei nuovi canali. Ritengo che possano diventare una forte community e una forte aggregante di opinioni sul pallone. Si può fare indirizzando le scelte sulla strada di ciò che vogliono i fruitori del calcio, ovvero i tifosi che abbiamo abbandonato in questi anni. È cambiato il rapporto di fruizione e l'ha cambiato internet. C'è bisogno di interattività, intesa come un pensiero comune, per dare forza ai cambiamenti. Un atteggiamento proattivo, una circolazione di idee proficua".

Si è fatto un errore in questi anni?

"Credo che oggi si sia andati troppo oltre sul numero di partite che vengono trasmesse. Alcune partite di scarso interesse bisogna metterle tutte insieme. E il prodotto va lavorato ancora di più, non farlo sarebbe un errore. Soprattutto sulla presentazione e il post delle partite. La creazione dell'evento, insomma. Perché oggi quello che funziona sono gli eventi in diretta". 

Claudio Savelli per “Libero quotidiano” il 13 aprile 2022.

Le pagelle de L'Equipe, primo quotidiano sportivo francese, sono famose perché particolarmente spietate. È consuetudine vedere dei voti come 1, 2 o 3 che in Italia, invece, sono una sorta di tabù per i giornalisti. 

Il nostro sistema di valutazione deriva da quello scolastico ed è prigioniero delle sue contraddizioni: occupa una scala da uno a dieci ma non usa gli alti né i bassi, riducendo lo scarto a disposizione a quattro voti, dal 4 all'8, e aggiungendo i mezzi voti per ripristinare un numero dignitoso di sfumature. Un controsenso. A quel punto, meglio creare un sistema di valutazione alternativo e ambizioso, in grado di offrire una visione meno banale delle partite. 

In un articolo online ripreso da Rivista Undici, The Athletic ha descritto i particolari voti de L'Equipe, provando a spiegarne le ragioni e le conseguenze che possono avere sui calciatori. Perché se da un lato quel tipo di valutazione può portare valore al dibattito, dall'altro i giocatori possono risentirne in termini psicologici.

Un noto nome della Premier League, che ha preferito l'anonimato, ha ammesso che «tutti i giocatori danno importanza alle valutazioni dei giornalisti: un voto può farti arrivare perfino a dubitare delle tue sensazioni, della tua analisi critica, quindi della certezza di aver giocato bene o male». 

Lorenzo Pellegrini, capitano della Roma, ha di recente spiegato che «se non leggiamo le pagelle sui giornali, le scoviamo sui social». Gigi Riva ha ricordato come la sua conoscenza con Brera, colui che elevò le pagelle a genere letterario, fosse iniziata proprio con un 5. Dagli archivi di Repubblica si legge che Filippo Inzaghi telefonava ai giornalisti per chiedere lumi sui voti: cercava spunti per lavorarci su in allenamento. Si dice che Maradona, dopo un 3,5 in pagella, attese un cronista sotto la sede di una tv privata per dirgliene quattro. Ecco perché non si va più sotto il 4, forse.

Chissà come avrebbe preso un voto de L'Equipe, allora. Lionel Dangoumau, caporedattore del quotidiano, ha spiegato che «Dieci è perfetto, 9-eccezionale, 8-molto buono, 7-buono, 6-sufficiente, 5-medio, 4-insufficiente 3-cattivo, 2-molto cattivo, 1-catastrofico. Lo zero è riservato agli antisportivi o ai violenti». Spietati. «Non basta segnare un gol per avere un 8 o un 7»: è un punto chiave, questo, perché in Italia il bonus condiziona troppo il voto.

Conta più la prestazione o il gesto? Serve una riflessione visto che una cosa è certa: i giornali non rinunciano alle pagelle perché attraggono tutti: chi le scrive (i giornalisti leggono quelle dei colleghi), chi ne è oggetto (i giocatori, gli allenatori e gli arbitri) e il pubblico. Sono più semplici da capire e veloci da leggere rispetto ad un'analisi. E se il pagellista è capace, attraverso le sue poche righe si vede una partita o la si rivede da un'altra prospettiva. In tal caso, merita un 10. Altrimenti un 2 in stile Equipe.

Aldo Grasso per il Corriere della Sera il 13 aprile 2022.

Supertele. Leggero come un pallone è il nuovo programma di Pierluigi Pardo su Dazn, a completare il weekend calcistico. 

Nel titolo c'è l'omaggio al pallone più diffuso in Italia, quello con cui tutti abbiamo dato due calci ovunque, prodotto ad Alba (tanto per sottolineare il primato delle Langhe). 

Mi sto ancora chiedendo perché Mediaset abbia tolto Tiki Taka a Pardo per affidarla a Piero Chiambretti ma the answer, my friend, is blowin'in the wind. Mi sto anche chiedendo perché ogni volta che vedo Marcello Lippi cambio canale (la risposta è in Sampdoria-Torino del 12 marzo 1972 quando l'arbitro Barbaresco di Cormons non convalidò il pareggio di Agroppi che avrebbe permesso al Toro di vincere il campionato. A respingere il tiro dentro la porta fu Lippi che, da vero sportivo, non disse nulla).

Mi chiedo anche perché Pardo, così bravo a scivolare da un tema all'altro, ad affrontare l'alto e il basso che il calcio offre, inviti tanta gente. Sembra di partecipare a una di quelle tavolate all'aperto con venti o trenta ospiti dove ognuno parla per conto suo e non si riesce a imbastire un discorso; sembra di andare sull'ottovolante («È tutto un giro in tondo» ammette lo stesso conduttore). Se solo elencassi i presenti mi brucerei tutto lo spazio della noterella. C'era persino Stefano Boeri a spiegare architettonicamente le punizioni di Roberto Carlos, ma siccome con l'archistar ci ho giocato, sia assieme sia contro, mi astengo da ogni commento. Da tempo ho deciso di dare consigli solo a chi ne sa più di me, solo così i suggerimenti possono apparire preziosi. Quando in un programma si invitano troppe persone si crea l'effetto «club degli amici» e lo spettatore tende a sentirsi escluso (se invita il figlio di Lippi perché non invita anche me?). Pardo fu sommerso dal suo stesso senso di ospitalità e se questa non è una finezza, non so proprio cosa sia.

Da tuttomercatoweb.com l'11 aprile 2022.

"Simeone, che catenaccio. È il vecchio calcio degli anni '60". Intervistato da La Gazzetta dello Sport, Arrigo Sacchi torna sulla sconfitta dell'Atletico Madrid contro il Manchester City in Champions League: "È un modo di giocare che stanca il pubblico. La gente chiede chiede bellezza, emozioni. Che emozioni regala un lancio di cinquanta metri?". 

L'aneddoto su Pelé. Sacchi poi racconta un episodio che lo ha visto protagonista insieme a Pelé: "Ho seguito con lui Italia-Olanda agli Europei del 2000. Vincemmo ai rigori, dopo una gara passata tutta nella nostra metà campo. Mi disse: 'Peccato, avete dei buoni giocatori ma non sapete giocare a calcio'. Ecco, l'Atletico gioca allo stesso modo".

Ivan Zazzaroni per il “Corriere dello Sport” l'8 aprile 2022.

«Villarreal, Atletico, Real Madrid… oggi mi ha telefonato un giornalista spagnolo, mi ha detto che dalle sue parti va forte il calcio all’italiana». Fabio Capello aggiunge ogni volta una battuta, una frase, un tono, una prospettiva capaci di illuminare perfino il passaggio più scontato, la più elementare delle valutazioni. Lo trovo in gran forma, dentro ogni sua risposta c’è un sorrisetto tra l’ironico e il caustico.  

Fabio, ma l’hai visto l’Atletico? 

«Eh».  

Che risposta è, “eh”? Primo sorrisetto.

«Divertente, sì, molto».  

Mi prendi in giro. 

Secondo sorrisetto.

«Si è messo lì per non consentire al City di fare quello che voleva. Sai come diceva Ancelotti?».  

Li abbiamo chiusi nella nostra area? È di Mancini, se non sbaglio, non di Carlo.

«L’obiettivo di Simeone era quello di non subire gol. Uno l’ha preso, ma adesso a Madrid può giocarsi la qualificazione». 

Sacchi sulla Gazzetta l’ha definito un calcio preistorico. 

«Noi siamo quelli della costruzione dal basso. I passaggini laterali, tanti simpatici scambi col portiere moltiplicati dalla regola che consente di passarsi il pallone all’interno dell’area. La ricerca immediata della superiorità numerica, come dicono quelli più bravi di me. Ah, importante... (Terzo sorrisetto, poi non li conto più, promesso). Alla fine nel calcio vince la qualità, non c’è discussione. Foden fa due dribbling, serve De Bruyne e il gioco è fatto».  

È la stessa cosa che l’altra sera mi ha scritto un importante allenatore di serie A. Ti leggo il suo messaggio: «Palla a Foden, ne salta 2, vincono...». 

«Oggi non esistono più i difensori forti e i portieri fanno bei regali, vedi uno dei tre gol di Benzema. Gli avversari non vanno aiutati a batterti e gente come Carlo (Ancelotti, nda), Simeone e Emery lo sa bene. Guarda un po’ come sono finite le tre partite delle spagnole. Quelli che dicono “noi siamo noi e ce la giochiamo alla pari con i più forti” mi fanno ridere. Giocano alla pari per retrocedere». 

Un quadretto sconsolante. 

«Da noi la palla non gira velocemente, saltella, non scorre in modo fluido. E non farmi parlare degli arbitri».  

Parliamone invece. 

«Sono tutta un’interruzione. Fermano il gioco ad ogni secondo, i contrasti per loro sono sempre punibili e puniti e così le nostre squadre non imparano a tenere alto il ritmo. Siamo rimasti indietro, in tutti i sensi, il problema principale però è che quelli bravi non vengono più in Italia, così manca il confronto con i migliori. Io non imparo nulla se quello che dovrebbe aiutarmi a crescere è del mio stesso livello, ha le mie stesse conoscenze, esperienze identiche».  

La qualità, già.

«Vlahovic è tra i migliori insieme a Haaland e Mbappé».

Lo dice Allegri. 

«Vlahovic mi piace molto, ha velocità, struttura, voglia di fare e di migliorare, la testa è a posto, si muove da attaccante da area, ma sa anche lavorare per la squadra. Max ha ragione quando dice che deve imparare a giocare in un top club. E quindi, oltre che per la squadra, con la squadra, governando tensioni e pressioni, le tante fasi della partita».  

Prova a dare un consiglio a Dybala che a ventotto anni si ritrova “esodato”. 

«Faccia un salto da Padre Pio».  

La soluzione è a San Giovanni Rotondo? 

«Deve pregare di non farsi più male, è solo questo il suo problema. Lo vogliamo discutere tecnicamente? Negli ultimi due anni ha avuto noie di ogni genere, anche un’infezione urinaria, e ha giocato troppo poco. Se in salute - sì, la salute - è un top». (Fa una pausa) «Un consiglio? Stai bene a Torino? Proponi alla Juve un contratto di un anno, sfidala, rimettiti in gioco e dimostrale di nuovo quanto vali».   

Approfitto della tua consulenza: a Zaniolo cosa diciamo? 

«Stesso discorso, ha avuto due infortuni gravi, è stato fermo 18 mesi, un anno e mezzo in due tempi, capisci? Deve solo ritrovarsi atleticamente. Recuperi la fiducia nel proprio fisico, l’esuberanza, la buona tecnica non gli manca. Fino a poco tempo fa parlavamo di lui come di uno dei talenti del nostro calcio. Cosa è cambiato?».  

Deve risintonizzarsi con Mourinho. A proposito del quale, ti rileggo la frase pronunciata dopo la partita con la Samp: «Se ci fosse un altro allenatore, secondo me, si parlerebbe di gioco fantastico. Siccome sono io..»». 

«Ha ragione. A Genova ho visto una bella Roma. Ha fatto la partita perfetta. Ha pressato, rubato palla, è ripartita rapidamente e ha segnato. Ha vinto bene, senza tante storie».  

Anche Mou rientra nella categoria dei preistorici? 

«Voi giornalisti vi divertite ad appiccicare etichette, alimentando pregiudizi. Non farmi dire». 

Cosa? 

«Niente nomi, ma quando sento parlare di spartito, di percorso, quelle cose lì insomma, mi viene l’orticaria».  

Ho capito. Ma non avendo più un euro, come facciamo a risalire? 

«Gli stadi, ci vogliono, le infrastrutture. Lì siamo giurassici».  

Vuoi dire che per i prossimi cinque, sei anni non se ne parla. 

«Anche otto anni. Da noi intervengono i comitati di quartiere, la politica, le Belle Arti, il tale assessore che segnala le speculazioni da evitare. Blocchi, solo blocchi... I settori giovanili? Suggerisco a chi di dovere di fare un bel viaggetto in Spagna dove la formazione dei ragazzi è in prevalenza tecnica, non tattica».  

«Da molto tempo ripeto che stiamo copiando il calcio di Guardiola di quindici anni fa. Fino a quando non avremo capito che il modello al quale ispirarsi è quello tedesco non andremo avanti, perché se vogliamo fare come gli spagnoli, che hanno una tecnica superiore, non otteniamo che il 50 per cento del loro risultato. Dobbiamo copiare i tedeschi nella determinazione, nel gioco in verticale e nella profondità. In Italia lo fa solo l’Atalanta». 

Chi l’ha detto? 

«Non fare il furbo».  

Hai dimenticato il Toro, il Verona. 

«Vero, ma con minore qualità e non certo per colpa di Juric e Tudor».  

Continui a puntare sul Napoli per lo scudetto? 

«È la mia favorita, lo dissi in tempi non sospetti e lo ripeto ora che è in corsa».  

In tempi non sospetti, certo. 

«Arrivo prima degli altri. Ha l’allenatore giusto, Spalletti possiede l’esperienza e la convinzione che servono. Il punto di forza è la difesa, concede poco».  

La notte del 24 marzo invocasti anche tu le dimissioni di Mancini? 

«Roberto è l’unico che può risollevare la Nazionale, ne conosce pregi, difetti, limiti, potenzialità».  

Toglimi una curiosità: ti hanno mai invitato a tenere una lezione a Coverciano? 

«No... Ho vinto troppo poco. Fammi un favore».  

Anche due. 

«Scrivi che sono di Sky».  

Perché, pensi che non si sappia?

Aldo Grasso per il "Corriere della Sera" il 18 febbraio 2022.

Una modesta proposta. Provo a lanciare un invito alla direzione sportiva della Rai, di Mediaset, de La7, di Sky, di Dazn, di Prime Video e di tutte le piattaforme che trasmettono partite di calcio. E se provassimo a contingentare i tempi d'intervento della seconda voce? Qualche parola di spiegazione al 20° e al 40° di ogni tempo (minuto più o minuto meno non importa), giusto per illustrare le tattiche delle squadre e aggiungere qualche osservazione non proprio scontata.

Provo a spiegare i motivi della stravagante richiesta. C'è stato un momento (anni fa) in cui la seconda voce serviva a vivacizzare il racconto della partita e le cose per un po' sono andate bene. Il telecronista, però, ha cominciato a patire la presenza dell'esperto (come se lui non lo fosse) e a coprire con la sua voce l'intera partita, senza un attimo di respiro. La qual cosa, prima di tutto, è fastidiosa per l'udito, impedisce di sentire i rumori del campo, sancisce il ritorno alla radiocronaca, come se le immagini fossero un inutile orpello. 

Un secondo motivo è che non tutti gli ex calciatori o gli ex allenatori (e non parliamo degli allenatori che sognano ancora un posto) sono capaci di far emergere la loro imparzialità e di astenersi, all'orecchio del tifoso, da quella pratica sgradevole che va sotto il nome di «gufaggine».

Ma non è questo il vero problema: la foga di spiegare tutto e l'ansia di interpretare ogni singola azione, tolgono al calcio una delle componenti più seducenti, la casualità. A volte (Liverpool-Inter), una partita non è altro che il risultato naturale di un'assurda, e talvolta persino triviale, concatenazione di eventi (i famosi «episodi»). Quasi tutte le telecronache mostrano un'ancestrale paura del silenzio, non capendo che la pausa serve per attribuire un giusto e autentico valore alle parole, il più delle volte logore e superficiali (quando sento la frase «l'inerzia della partita» sto male).

Ivan Zazzaroni per corrieredellosport.it il 19 febbraio 2022.

Se la Juve fosse davvero questa e se Vlahovic, sotto trattamento Bremer dopo una potente dose di Demiral, non fosse la cura sperata (solo una breve crisi di rigetto?) risulterebbe dura anche col Villarreal. D’accordo, ieri le assenze erano numerose e concentrate in un solo settore, al punto che Alex Sandro è stato impiegato da centrale, ma la squadra di Allegri si è fatta sottomettere troppo spesso dal Toro, più aggressivo, equilibrato, superiore numericamente a centrocampo e uscito vincente da quasi tutti i duelli. Anche Zakaria non ha dato quel che gli è stato richiesto e sul piano dinamico la mediana è tornata a subire l’irruenza degli avversari.

Alla vigilia Allegri aveva sottolineato l’importanza del punto, del pari, nell’arco di una stagione. Ma troppi punti unici, cinque nelle ultime dodici partite, non fanno volume e possono complicare qualsiasi inseguimento. Proseguo con i se. Con le ipotesi, toccando più punti, temi, protagonisti e momenti. Tanto è sabato. 

Se tra metà ottobre e metà dicembre il Napoli non avesse dovuto fare a meno di Osimhen, Koulibaly e Anguissa, sarebbe primo in classifica oggi? E se il Milan, e se fibra come Ibra... vabbeh, non si finisce più. 

Se, dopo l’Atalanta - di queste ore la trattativa per la cessione - un’altra società di serie A dovesse passare allo straniero il campionato risulterebbe diviso in parti uguali: 10 italiane e altrettante di fuori. Con un’eventuale undicesima, poi, le proprietà straniere rappresenterebbero la maggioranza semplice, addio frenate di blocco (va detto che la gestione del club bergamasco resterebbe nelle mani di Luca Percassi, molto ascoltato in via Rosellini, ma non tanto quanto l’avvocato Cappellini).

Ricordo quando mesi fa - da New York - Massimo Basile scrisse su questo giornale che negli Stati Uniti stava partendo un progetto di multiacquisizione dei club italiani. Qualcuno sorrise, allora, qualcun altro potrebbe presto piangere sul potere perduto. Se il più volte evocato - e puntualmente abbandonato - canale della Lega dovesse soffrire degli stessi, enormi, ancorché prevedibili, disturbi di fibra di Dazn e Amazon, piattaforme giuste nel Paese sbagliato, temo che il progettino naufragherebbe in fretta. 

Se qualche appassionato dovesse seguire il torneo americano delle squadre di serie A organizzato dalla Lega per tenere in forma i calciatori durante i Mondiali, sarei costretto a prendere un gattino a Lucia.

Se in questa fase Valentina Vezzali avesse evitato di aprire gli Internazionali d’Italia a Djokovic - consapevole, dopo il caso Australia, di aver scelto il percorso a rischio - ieri non avremmo registrato richieste di dimissioni del sottosegretario con delega allo sport. Vero è che a Djoko non servirebbero deroghe, ma ci sono momenti in cui l’istituzione dovrebbe tener conto dei criteri di opportunità. Se Ninna Quario, mamma di Federica Brignone, ci avesse risparmiato la seconda manche del gigante di antipatia nei confronti di Sofia Goggia, probabilmente avrebbe ottenuto qualche consenso in più. E invece si è beccata il Tapiro dalla stessa Goggia: «Parla sempre di me e dice che sono egocentrica: il Tapiro dovremmo darlo a lei», ha spiegato l’argento olimpico a Staffelli di Striscia. «Una madre fa tutto per il figlio, ma non deve fare anche il figlio e la parte del figlio» (cit. Aldo Busi).

Se Arianna Fontana si fosse goduta il frutto delle sue fantastiche imprese senza riproporci la litania di lamentele nei confronti della squadra e della Federazione, la spedizione olimpica e l’umore di Malagò ne avrebbero tratto giovamento. 

Se non avessi perculato il curling durante una trasmissione radiofonica, mi sarei risparmiato un sacco di offese: purtroppo non so tenere a freno la lingua. Resta inteso che il curling non mi piace. Ma rispetto i 333 curlinghi e il loro prezioso oro. Se mio nonno avesse avuto le ruote sarebbe stato mio nonno con le ruote, non una carriola, e l’avrei amato ugualmente tantissimo.

Se aveste lavorato con il gigante della tipografia Orlandone Zelinotti, che ci ha appena lasciato, potreste dire di aver conosciuto un uomo di altissimo valore, un maestro di giornali.

Calciatori anni 80, le mogli: da Cabrini a Zenga e Paolo Rossi. Prima di Wags, veline e influencer com’erano le compagne. Carlos Passerini su Il Corriere della Sera il 12 febbraio 2022.

Dalla signora Maradona alla prima delle cinque mogli di Matthaeus: le Wags prima delle Wags. Un viaggio nell’epoca d’oro del calcio italiano.

Le Wags prima delle Wags

Che bello il calcio anni Ottanta. E che belle le Wags degli anni Ottanta. Wags è l’acronimo di «Wives And Girlfriends», ovvero mogli e fidanzate, un termine nato qualche anno fa, massimo una decina. E che onestamente non rende molto l’idea, se parliamo delle mogli e delle fidanzate dei calciatori dei magnifici anni Ottanta. Che, almeno a vedere queste splendide fotografie raccolte dall’imperdibile pagina Facebook «soloanni80 il calcio più bello del mondo», erano parecchio diverse da quelle di oggi.

Walter Zenga con Roberta Termali

Walter Zenga con Roberta Termali, da cui il portiere ha avuto due figli, Nicolò e Andrea. Zenga ai tempi giocava nell’Inter. Conduttrice televisiva, aveva affiancato nel 1995 su TELE+ Aldo Biscardi nella conduzione de Il processo di Biscardi. Era stata inoltre valletta anche a L’appello del martedì, trasmissione sportiva presentata da Maurizio Mosca. I due hanno anche lavorato in tv assieme, al fianco di Fabio Fazio.

Maradona con Claudia Villafane

Claudia è stata per anni la moglie di Diego Maradona. Il 7 novembre 1989, con una cerimonia storica per Buenos Aires, si sposò con Diego. Alle nozze furono invitati circa 200 invitati tra cui star del calcio, giornalisti e due famosi artisti italiani: Fausto Leali e Franco Califano. Oggi lavora in tivù in Argentina.

Van Basten e il matrimonio in un castello a Utrecht nel 1993

Il grande Marco Van Basten con la moglie Liesbeth, ai tempi del Milan. Liesbeth van Capelleveen il nome completo. Olandese come il Cigno di Utrecht, dove si sono sposati nel 1993 in un castello alla periferia della città. La coppia ha tre figli: Rebecca, Angela e Alexander.

I riccioli di Prytz

Robert Prytz e la signora ai tempi dell’Atalanta. Il centrocampista svedese giocò nella squadra bergamasca nel 1988/89, poi andò al Verona e ci restò fino al 1993. Ha chiuso la carriera nel 2002/01, in Scozia, all’Hamilton Academical. Nel 1986 vinse anche il Guldbollen, il premio calcistico assegnato dal quotidiano Aftonbladet e dalla Federcalcio svedese per premiare il miglior giocatore di Svezia.

Cvetkovic (prende gol) sul divano

L’attaccante serbo arrivò all’Ascoli nel 1988. Qui «gioca» con la moglie nel salotto di casa. Notare il divano di finta pelle, grande classico dell’epoca. «In attacco abbiamo Cvetkovic, un giocatore di valore europeo», disse il mitico Costantino Rozzi, suo presidente. Ma in verità il serbo faticava parecchio a segnare: sbagliava troppi gol. I tifosi marchigiani lo chiamavano «l’Anguilla di Karlovac», per la sua abilità nello sgusciare tra le difese avversarie.

Breheme (aiuta) ai fornelli

Andreas Brehme qui con la moglie ai fornelli di casa. Il tedesco ha giocato nell’Inter dal 1988 al 1992. In Italia ha vinto anche il Mondiale del 1990, segnando il gol vittoria nella finale con l’Argentina di Maradona all’Olimpico di Roma.Poi ha avuto una serie di disavventure che lo hanno portato a essere in grosse difficoltà economiche.

Il matrimonio di Vignola

Beniamino Vignola ha giocato con Juventus, Avellino, Verona e Empoli. Con Madama ha vinto uno scudetto e una Coppa Campioni. Eccolo il giorno delle nozze. Oggi «Franco», come lo chiamavano tutti, gestisce insieme proprio alla moglie e ai figli un’azienda di ricambi e riparazioni di vetri per auto. Il calcio è un lontano ricordo: «Molti miei colleghi di allora lavorano in tv, ma io non ho tempo per prepararmi bene e se non ti prepari fai brutte figure, non sai cosa dire».

Andrea Carnevale e Paola Perego

Andrea Carnevale, ex attaccante, oggi lavora per l’Udinese. Quando giocava, è stato sposato con la showgirl Paola Perego. Una delle prime coppie che univano calcio e mondo dello spettacolo. Fu una delle coppie più cool del tempo. Hanno avuto due figli, Giulia e Riccardo, ma nel 1997 la Perego chiese il divorzio. Nel 2011 Paola Perego si è sposata con il suo compagno e agente Lucio Presta.

Le cinque mogli di Matthaus

La sua vita sentimentale è stata a dir poco movimentata. È stato sposato per cinque volte. Con Silvia, la prima moglie, dal 1981 al 1992 e ha avuto due figlie, Alisa e Viola. Dopo è arrivata Lolita Morena, presentatrice tv svizzera, per cui ai tempi dell’Inter faceva delle piccole fughe da Appiano Gentile al termine di ogni allenamento. Con lei Lothar ha avuto Loris, il terzo figlio. La storia finisce nel ‘99, e nella vita del tedesco irrompe Marijana Kostic, che diventa la sua terza moglie il 27 novembre 2003. Quattro anni e va in fumo anche questo matrimonio. Così Lothar durante l’Oktoberfest conosce la modella ucraina Kristina Liliana Chudinova, di 27 anni più giovane di lui, e se ne innamora: la sposa a Las Vegas, il 3 gennaio del 2009. Non andrà bene neanche stavolta.

I baffi di Schachner

Walter Schachner, attaccante austriaco, ha giocato in Italia a metà anni Ottanta con Torino e Avellino. Qui con la moglie al mare.

Il balletto di Juary

Il brasiliano Juary (1959) è stato uno dei simboli del calcio anni Ottanta. I suoi balletti attorno alla bandierina sono tuttora un cult anche su Youtube. Qui è con la compagna Marcia ai tempi dell’Avellino. Oggi allena i ragazzini nelle scuole calcio. Sempre col suo irresistibile sorriso.

Il gioco di Rijkaard

Franck Rijkaard è stato uno dei fari del Milan degli anni Ottanta: dominatore assoluto del centrocampo. Indimenticabile il suo gol vittoria nella finale di Coppa Campioni 1990 contro il Benfica al Prater di Vienna. Qui è con la prima moglie, Carmen Sandries, alla quale era legato ai tempi del Diavolo. Dopo il divorzio si è risposato una seconda volta, poi ha divorziato di nuovo. Ora sta con la terza moglie, Stephanie Rucker. Rijkaard ha avuto successo anche da allenatore vincendo una Champions col Barcellona nel 2005, ma nel 2014 ha detto basta. Si è ritirato.

Il televisore di Tricella

Roberto Tricella, difensore, ha giocato con Inter, Verona, Juventus e Bologna. Notare la televisione dell’epoca. Iinsieme a Garella e Volpati, è stato uno dei leader del Verona scudettato del 1985. Dopo la carriera da calciatore è tornato a vivere nella sua Cernusco sul Naviglio intraprendendo una carriera nel settore immobiliare.

Pablito, ci manchi

Simonetta Rizzato è la prima moglie di Paolo Rossi, scomparso nel 2020. La conobbe a Vicenza e dal loro matrimonio nacque Alessandro. Nel 2010 Pablito aveva sposato in seconde nozze Federica Cappelletti: con lei ha avuto altre 2 figlie, Maria Vittoria e Sofia Elena.

La difesa di Ferri

Riccardo Ferri, difensore di Inter e Sampdoria, oggi è un apprezzato opinionista televisivo. Riccardo è stato sposato con Viviana Tirelli, dalla quale ha avuto due figli: Marco Ferri e Stefano. Oggi la sua compagna si chiama Giada Manfredini.

Voeller in gita

Rudi Voeller, mito della Roma, a passeggio nel centro della città che lo accolse e lo coccolò. Quando il 7 giugno 1987 arrivò nella Città Eterna, il tedesco scelto dal presidente Dino Viola aveva con sé la moglie tedesca Angela e i figlioletti Marco e Laura. Nella capitale il loro rapporto si sciolse amichevolmente e Rudi si mise con una ragazza romana, Sabrina Adducci. «Vola tedesco vola, la curva s’innamora» cantava la Sud.

La spiaggia di Neumann

Herbert Neumann, centrocampista tedesco, su una spiaggia italiana. Aveva giocato con Udinese e Bologna.

Il tempo di Rizzitelli

Ruggero Rizzitelli, attaccante. Bandiera della Roma, giocò anche nel Bayern Monaco in Germania. Rizzitelli ha raccontato di recente di avere seri problemi economici, dopo una truffa subita: «Tra il 1989 e il 2000 ho investito tra i 2 milioni e mezzo ed i 3 milioni di euro, tutto quello che ho guadagnato nella mia intera carriera di calciatore. Non mi resta più nulla».

L’indimenticato Scirea con Mariella

Il grande Gaetano (1953-1989) con la moglie Mariella e il figlio Riccardo.Univa la grandezza d’animo all’essere campione. In un’intervista al Corriere, la signora Mariella ha detto: «Gae era un uomo speciale e allo stesso tempo normalissimo. Uno di noi. No, non lo sto idealizzando, non è una favola. Oggi i calciatori fanno i divi, si atteggiano da grandi e gratta gratta sotto non c’è niente»

Il «condor» Agostini

Massimo Agostini, detto il Condor, ha giocato anche con Milan e Napoli.

I guantoni di Lorieri

Fabrizio Lorieri ha difeso la porta di Inter, Roma e Torino. Ha chiuso nel 2004 col Cuoio Cappiano

Il mitico Marulla, re di Cosenza

Gigi Marulla è stato una bandiera Cosenza, in cui militò per 11 campionati. Scomparso nel 2015, gli hanno dedicato lo stadio di Cosenza. Qui è cona moglie Antonella. Nel settembre s orso a Marulla è stata consegnata cittadinanza onoraria post mortem di Cosenza.

Il mare di Bianchi

Alessandro Bianchi, centrocampista, ha militato sa lungo nell’Inter

Lo scudetto di Lombardo

Attilio Lombardo è stato uno dei simboli della Samp scudettata

Briegel

Hans-Peter Briegel, tedesco, in serie A ha giocato con Verona e Sampdoria.

Il dribbling di Baccalossi

Evaristo Beccalossi con la famiglia sul balcone di casa. Il «Becca» è cresciuto nel Brescia, ma ha giocato nei suoi anni migliori con l’Inter. Idolo indimenticato di San Siro.

La tuta da sci di Mark Hateley

Il mitico «Attila» (al secolo Mark Hateley) sulle nevi con la famiglia. Notare la tuta da sci perfettamente anni Ottanta.

Calciatori anni 80: com'erano. Dalla Lancia Thema di Gullit all’autoradio di Garella al montone di Baggio: le foto (irresistibili). Carlos Passerini su Il Corriere della Sera il 2 Febbraio 2022. 

Uno spaccato dell’epoca d’oro del nostro pallone. La Vespa di Rummenigge, la Mercedes di Baggio con la collezione di audiocassette, fino alla mitica Ferrari nera di Maradona.

Baggio, radica e montone

Montone due taglie più largo, gel nei capelli, musicassette, interni in radica, ciondolo della Fiorentina lungo mezzo metro. Era la fine degli anni 80, Roberto Baggio scorazzava per le vie di Firenze con la sua Mercedes: un’epoca, un mondo, in una foto. Nostalgia canaglia. Quanto era bello il calcio di quell’epoca. E quanto erano belli i calciatori. Su Facebook, per i cultori del genere, segnaliamo una pagina eccezionale dove queste immagini abbondano: «soloanni80 il calcio più bello del mondo».

Garella con l’autoradio sotto il braccio

Con l’autoradio sempre nella mano destra, cantava Toto Cotugno. Mica era un modo di dire: ecco il mitico Claudio Garella, uno dei simboli del calcio anni 80. Celeberrime le sue parate con i piedi. «Garella è il più forte portiere del mondo. Senza mani, però» disse di lui Gianni Agnelli. Beppe Viola coniò il termine «garellate» per certi suoi interventi naif. Garellik comunque ha vinto due scudetti: col Verona nel 1985 e col Napoli nell’97.

La Saab turbo di Vialli

Quando nel 1992 Gianluca Vialli passa dalla Sampdoria alla Juventus, guida una Saab Turbo.

Gullit a Milanello con la sua Lancia Thema

Due dita di fango. Ma Ruud Gullit alla sua Lancia Thema 2.4 TD ci teneva un mondo, assicura chi lo vedeva arrivare a Milanello. Era il 1987.

Rummenigge sulla Vespa (in due)

Paul Breitner e Karl-Heinz Rummenigge in sella a una Vespa Primavera rossa. Era di Breitner, che possedeva anche un Maggiolone.

Beccalossi che lava l’auto

Evaristo Beccalossi ai tempi dell’Inter (1978-1986) lava l’auto. Chissà se qualche calciatore di oggi lo fa.

Bersellini e Bergomi che spingono un’auto in panne

Bersellini e Bergomi si prestano anche a spingere un'auto in panne. Notare, in alto a sinistra, un giovane e magrissimo Spillo Altobelli che osserva la scena.

Voeller, affidabilità tedesca

Rudi Voeller (Roma, 1987-1992) indica la targa della sua Bmw. L’affidabilità tedesca, in una foto.

Maradona con la Ferrari (del colore sbagliato)

Diego Maradona con la sua Ferrari nera nel ritiro di Storo, in Trentino, dopo il Mondiale vinto nel 1986. Il suo manager Guillermo Coppola dovette convincere Enzo Ferrari a produrre un modello di colore nero, che non era previsto.

Calciatori anni 80: com’erano. Dalla tromba di Conti alla naja di Vialli alle galline di Vignola. Carlos Passerini su Il Corriere della Sera l'8 Aprile 2022.

Uno spaccato dell’epoca d’oro del nostro pallone, dove tutto sembrava più semplice. Dalla naja di Ferrara e Vialli a Matteoli pescatore, dal maglione di Bruscolotti ai Rui Barros versione giullare.

Canà in barriera con la Roma

Basta la parola: calcio anni 80. Nostalgia canaglia. Quanto era bello il pallone di quell’epoca. E quanto erano belli i calciatori. Su Facebook, per i cultori del genere, segnaliamo una pagina eccezionale dove queste immagini abbondano: «soloanni80 il calcio più bello del mondo». Eccone una serie. Partiamo con questa chicca: Lino Banfi (alias ovviamente Oronzo Canà) in barriera con Carletto Ancelotti e Odoacre Chierico.

Ferrara e Vialli: quando c’era la naja

Queste foto sono lo spaccato d’un tempo lontano. Allora c’era il servizio di leva obbligatorio. E toccava anche ai calciatori professionisti, che infatti poi giocavano nella «mitica» Nazionale Militare. Qua sotto, da sinistra Paolo Baldieri (ex Roma), Ciro Ferrara e Gianluca Vialli.

Zico sbarca a Udine (e niente Austria)

Nell’estate del 1983 il presidente dell’Udinese, Lamberto Mazza, annuncia il trasferimento di Zico per 6 miliardi di lire. L’affare venne però inizialmente bloccato dalla Federcalcio e questo provocò la sollevazione dei tifosi friulani: molti di essi scesero infatti in piazza in città agitando dei cartelli con la scritta «O Zico o Austria». Alla fine il tesseramento fu approvato. L’arrivo di Zico in città è ricordato ancora oggi.

Le galline di Valigi

Claudio Valigi, 60 anni, iniziò a giocare nella Ternana nel 1976. Al termine del campionato 1981-82 si trovò nel mirino di alcune squadre di serie A, finendo per essere acquistato dalla Roma che precedette di un soffio il Milan. Nel 1983 vinse lo scudetto con i giallorossi. Liedholm gli affibbiò il nomignolo «erede di Falcão» per via di una certa somiglianza nello stile di gioco con il campione brasiliano. ma l’etichetta non gli portò bene. Oggi fa l’allenatore.

I baffi di Boniek

Zibì Boniek con le sue maglie «italiane»: Juventus (1982-1985) e Roma (1985-1988). Polacco, oggi è vicepresidente dell’Uefa. Indimenticabile il nomignolo che gli riservò Gianni Agnelli: Bello di Notte, perché segnava sempre in Coppa, le uniche partite che si giocavano di sera.

Il Bologna di Maifredi, Corioni e... Tomba

Una festa al Dall’Ara di Bologna con... Alberto Tomba, bolognese e tifoso doc. A destra, Gino Corioni, allora presidente del club rossoblù, che portò dalla serie C all’Europa grazie a Gigi Maifredi in panchina. Nel 1992, Corioni passò poi al Brescia, la squadra della sua città.

La tromba di Bruno Conti

Mondiale spagnolo del 1982, che finì come ricordiamo bene: qui un momento di allegria con Bruno Conti che suona la tromba. Il grande Gaetano Scirea sullo sfondo sorride. Che squadra, quella del Mundial.

Simone con mamma e papà (e la maglia dell’Under 21)

Gel, capello a spazzola. Corre l’anno 1988 e Marco Simone, ai tempi al Como, festeggia con mamma e papà la prima convocazione con la Nazionale Under 21. La partita era contro Malta: 8-0, Simone andò a segno. Il 6 luglio 1989 viene acquistato per 6 miliardi di lire dal Milan di Arrigo Sacchi.

Rui Barros vestito da giullare?

L’aggettivo «funambolico», oggi in disuso, gli calcava alla grande: Rui Barros aveva un dribbling diabolico. La Juventus lo acquista nel luglio 1988 per 7,5 miliardi di lire. Nella prima stagione in maglia bianconera segna 15 reti, nella successiva è tra i protagonisti del double continentale Coppa Italia-Coppa Uefa. Dopo 19 gol in oltre 90 partite durante il suo biennio a Torino, verrà ceduto al Monaco.

I maestri della panchina traditi dai rigori

Azeglio Vicini e Arrigo Sacchi: qui il primo era commissario tecnico della Nazionale, mentre il secondo guidava il Milan. Anni di grandi successi per entrambi, ma più in generale per il nostro calcio, che ai tempi dettava legge. Vicini, un gentiluomo vero, è scomparso il 30 gennaio del 2018. Arrivò terzo al Mondiale di Italia ’90. Sacchi prese il suo posto e perse ai rigori il Mondiale americano del 1994.

Beccalossi lava l’auto

Evaristo Beccalossi ai tempi dell’Inter (1978-1986) lava l’auto. Chissà se qualche calciatore di oggi lo fa. (Dubitiamo)

Il maggiolone di Klinsmann

All’Inter dal 1989 al 1992, Jurgen Klinsmann è uno dei simboli dell’età dell’oro del nostro calcio, quello dei tre stranieri per squadra. All’Inter erano lui, Lothar Matthaus e Andreas Brehme. Klinsmann, che quelli della Gialappa’s avevano ribattezzato la Pantegana Bionda, tornò in Italia nel 1997 per giocare nella Sampdoria.

I Vignola Brothers

I fratelli Vignola giocano a pallone davanti a papà e mamma. Beniamino, classe 1959, ha giocato con Verona, Avellino, Juventus, Empoli e Mantova. Nella foto è quello di destra. Oggi è imprenditore: ha lasciato completamente il calcio.

I ricci di Salsano

Oggi Fausto salsano ha 59 anni. Centrocampista, giocò con Empoli, Parma, Sampdoria, Roma e Spezia. Curiosità: ha vinto la bellezza di cinque Coppe Italia. Oggi è uno dei collaboratori più stretti di Roberto Mancini, commissario tecnico della Nazionale azzurra. Salsano era all’Europeo vinto nel 2021.

Bruscolotti, fedelissimo di Diego

Giuseppe Bruscolotti, qui con la moglie, ha legato la sua carriera agonistica principalmente al Napoli, squadra nella quale militò dal 1972 al 1988 per 16 stagioni, di cui 5 da capitano. Ha vinto il primo e storico scudetto (1986-87), due Coppe Italia (1975-76 e 1986-87). Era legatissimo a Diego Maradona.

Matteoli il pescatore

Gianfranco Matteoli è nato nel centro esatto della Sardegna, a Ovodda. nel Cagliari ha giocato dal 1990 al 1994, dopo i 4 anni all’Inter. Centrocampista offensivo, vinse con i nerazzurri di Giovanni Trapattoni lo scudetto dei record. Nel 2016 a Palmas Arborea, in provincia di Oristano, apre il Centro Sportivo Simba, centro di formazione ufficiale dell’Inter per la crescita di giovani calciatori.

Uomini e allenatori d’altri tempi

Enzo Bearzot e Carlos Bilardo: il primo vinse il Mondiale del 1982 con l’Italia, il secondo quattro anni dopo in Messico guidò al trionfo l’Argentina di Diego Maradona. Qui la stretta di nano fra i due all sorteggio del Mondiale 1986. Bearzot è morto nel 2010.

Il gusto di Balbo

Abel Balbo, argentino di Empalme Villa Constitución, classe 1966, attaccante, sbarcò in Italia dal River Plate nel 1989: l’Udinese fu la sua prima squadra in serie A. Poi giocò con Roma, Parma, Fiorentina. Oggi fa il procuratore.

Baggio, radica e montone

Montone due taglie più largo, gel nei capelli, musicassette, interni in radica, ciondolo della Fiorentina lungo mezzo metro. Era la fine degli anni 80, Roberto Baggio scorazzava per le vie di Firenze con la sua Mercedes: un’epoca, un mondo, in una foto. Nostalgia canaglia. Quanto era bello il calcio di quell’epoca. E quanto erano belli i calciatori. Su Facebook, per i cultori del genere, segnaliamo una pagina eccezionale dove queste immagini abbondano: «soloanni80 il calcio più bello del mondo».

L’autoradio di Garella

Con l’autoradio sempre nella mano destra, cantava Toto Cotugno. Mica era un modo di dire: ecco il mitico Claudio Garella, uno dei simboli del calcio anni 80. Celeberrime le sue parate con i piedi. «Garella è il più forte portiere del mondo. Senza mani, però» disse di lui Gianni Agnelli. Beppe Viola coniò il termine «garellate» per certi suoi interventi naif. Garellik comunque ha vinto due scudetti: col Verona nel 1985 e col Napoli nell’87.

Il ceffone di Rosati a Cozzella

Serie B 1983/84. I protagonisti sono l’allenatore del Pescara, Domenico Rosati e l’estroso attaccante biancazzurro Vittorio Cozzella. È il 2 ottobre 1983 e allo Stadio Adriatico si gioca la partita Pescara-Como. I padroni di casa conducono 2-0. Cozzella è colpito da una testata di un giocatore comasco e finisce a terra, reagisce e si fa espellere. L’arbitro, il signor Giancarlo Pirandola della sezione di Lecce, non ci pensa due volte ed estrae il cartellino rosso all’indirizzo di Cozzella, che prende la via degli spogliatoi. Tom Rosati prima gli rifila un violento ceffone. Amarcord anni 80.

La banda di Schachner

L’austriaco Walter Schachner fra i componenti della banda di Caldaro dove il Torino si trova in ritiro. Data: 5 agosto 1985. Schachner era arrivato in Italia nel 1981 a Cesena.

Maradona intervista Galeazzi

Chi non la ricorda? Diego Maradona e Giampiero Galeazzi negli spogliatoi del San Paolo dopo la vittoria del primo indimenticabile scudetto del Napoli, anno 1986.

L’Ascoli del mitico Rozzi

Costantino Rozzi, presidente Ascoli, insieme al suo allenatore Carlo Mazzone. Era inizio anni Ottanta.

La discoteca di Tacconi

Campionato 1983-84, la Juventus festeggia lo scudetto numero 21: Stefano Tacconi e Paolo Rossi scatenati in discoteca. Anche la disco è perfettamente anni Ottanta: notare le luci.

L’impresa di Pierino Fanna

È uno dei sei calciatori italiani (insieme a Giovanni Ferrari, Filippo Cavalli, Sergio Gori, Aldo Serena e Attilio Lombardo) ad aver conquistato lo scudetto con tre società differenti: nel suo caso Juventus, Verona e Inter.

I corner contro la fisica di Palanca

Massimo Palanca, classe 1953, il re di Catanzaro. Era un fuoriclasse assoluto sui calci d’angolo: ben 13 gol dalla bandierina. Iconico.

Le trecce di Gullit

Ruud Gullit con Yvonne, la prima moglie sposata ad Amsterdam nell’86. Ruud ha giocato col Milan dal 1987 al 1994.

Storie di numeri uno

Giuliano Giuliani, a sinistra, col collega Walter Zenga. Il primo è scomparso nel 1996.

Berlusconi & Liedholm

Nils Liedholm, a destra,nel 1986 col presidente Silvio Berlusconi. Il Barone svedese guidò il Milan dal 1984 al 1987. È morto il 5 novembre 2007 ad 85 anni a Cuccaro Monferrato, dove possedeva dal 1973 un’azienda agricola: la tenuta “Villa Boemia”.

Ivan Zazzaroni per corrieredellosport.it il 29 gennaio 2022.

Sarà perchè è sceso - o salito, fate voi - da un altro pianeta, quello dei motori, ma nel ruolo di amministratore di una società di calcio, Maurizio Arrivabene ha appena completato un importantissimo acquisto seguendo alla lettera le regole (incredible but true) e correndo scientemente qualche rischio anche personale: se non gli fosse riuscito il colpaccio, apriti cielo: nel giro di tre giorni sarebbe passato da bravo ragazzo (peana a go go in corso d’opera) a testa di cazzo (cit. Guido Mazzetti, il guru di Galliani). Non a caso nella fase più complicata della trattativa qualcuno gli ha sentito pronunciare questa frase con la tipica inflessione bresciana: «Io non posso cambiare il calcio, ma il calcio non può cambiare me».

E allora ho pensato: rispettare le norme e fare comunque centro è dunque possibile. E io che credevo che in Italia bisognasse agire sempre al contrario per avere successo... Da tempo - lo ricordo - la Juve pensava a Vlahovic. Ma per giugno: una grande punta figurava in cima ai desiderata dell’allenatore. All’inizio della scorsa settimana, verificati i limiti offensivi della squadra e le urgenze finanziarie del club, Arrivabene ha tentato l’accelerazione - questa, sì, da Formula 1 - provando ad anticipare i tempi.

Ha mostrato i numeri che aveva elaborato a Andrea Agnelli, il quale li ha girati al Cfo. Nel preciso momento in cui è arrivato il via libera di Elkann il Nostro - che da oggi è Partebene - ha preso contatto con la Fiorentina e incontrato il suo omologo Barone per capire se ci fossero i margini per sviluppare la trattativa. Trovata facilmente l’intesa, è passato al secondo step avvicinando gli “amici” di Vlahovic, il cui contratto scadeva nel giugno 2023. 

Per un paio di giorni, proprio sulla scorta dell’accordo tra le società, Ristic, agente con un solo assistito, e compagni han giocato al rialzo tanto sulle commissioni quanto sull’ingaggio del calciatore, ma poi il clima (pessimo) che si era creato a Firenze, le attese della tifoseria juventina e la prospettiva di perdere un contratto principesco (da 1 milione netto bonus inclusi a 7 più bonus) e una commissione monstre li hanno indotti a favorire la conclusione dell’affare, giunta nel tardo pomeriggio di giovedì 27.

L’aspetto delle commissioni, inquadrato ieri nel fondo di Barbano, mi porta a ribadire un concetto: fino a quando i club verseranno cifre folli per le mediazioni non potranno fare le vittime. La crociata generalizzata contro gli agenti è un paravento che non regge più. La stragrande maggioranza dei procuratori non strangola i club: anzi, aspetta da anni di essere saldata. I limiti oltre i quali non si può andare dovranno imporli per primi i club e, in seconda battuta, le istituzioni. Gli agenti, quelli “buoni” ma soprattutto quelli “cattivi”, non potranno fare altro che adeguarsi.

In meno di una settimana alla Salernitana il 66enne Walter Sabatini ha mosso - e fatto - più cose che nei due anni bolognesi. Ora è finalmente libero: libero di testa e libero di operare in totale autonomia. Niente più controlli: deve solo rispettare gli equilibri più naturali, il suo e quello del club per il quale lavora. A Bologna era entrato nel posto giusto, sbagliato era il momento. A Salerno è giusto tanto il posto quanto il momento. Dice: cosa c’entra Sabatini con Vlahovic? Nulla, ma ce l’avevo sulla punta del polpastrello ingobbito (altra cit. Vladimiro Caminiti).

Giustizia sportiva, quando il Senato nel 59 d. C. squalificò l’arena di Pompei. Dal primo caso, raccontato da Tacito, al codice del 2014 e alle norme che mirano a garantire un “giusto processo” e autonomia per l’intero sistema. Lucio Giacomardo, Avvocato, segretario dell’associazione “Sport e Diritto, su Il Dubbio il 23 maggio 2022.

Sport è vocabolo inglese dall’incerta o quanto meno dubbia etimologia. Secondo una tesi, l’origine sarebbe neolatina, dal desport francese, corrispondente, più o meno, all’italiano “diporto”. C’è pure chi, partendo dal notevole sviluppo presso i popoli anglosassoni di tale attività, rivendica alla lingua inglese non solo la maggior diffusione ma l’introduzione stessa del vocabolo. In ogni caso, comunque, tutti concordano sull’origine illustre e remota dell’Educazione Fisica e dello Sport, sì da poter considerare il fenomeno sportivo nato con l’uomo. E tale affermazione non appaia azzardata se messa in relazione ai primitivi bisogni dell’uomo che si allenava nella corsa, nel lancio, nella caccia e nella pesca per potersi procacciare da vivere e, nel contempo, imparare a difendersi efficacemente.

La linea di sviluppo dell’idea di sport comincia così lentamente a delinearsi: dalla corsa, il salto, il lancio, ispirati da istinti naturali, si passa ad esercizi più complessi come l’attraversamento di corsi d’acqua, il correre montando su animali solo per il gusto del gioco, del divertimento. Può dunque affermarsi, senza tema di smentite, che lo sport accompagna il corso di epoche storiche. Lo studio della materia rimanda alle manifestazioni in auge presso le antiche civiltà, con la nascita dei giochi pan-ellenici, sino all’istituzione, nel 776 avanti Cristo da parte di Ifito, re di Elide, delle Olimpiadi. Ed è a partire da tale data che, per concorde ammissione, si fa risalire la pratica sportiva organizzata, disciplinata secondo precise regole per lo svolgimento delle gare e per la stessa partecipazione ad esse.

È sin troppo semplice affermare che all’epoca erano del tutto sconosciuti concetti quali la distinzione tra dilettantismo e professionismo, la corruzione, gli abbinamenti pubblicitari, le plusvalenze, il doping e la violenza, termini che purtroppo appare oggi quasi “naturale” accoppiare alla pratica sportiva. Anche se, ricercando attentamente, si possono ritrovare di tanto in tanto tracce di episodi che sembrano di scottante attualità, come la violenza negli stadi. Racconta infatti Tacito nel libro XIV degli Annales che all’incirca nel 59 d.C. ci fu una furibonda rissa tra Pompeiani e Nocerini per lo spettacolo di Gladiatori che tale Livineio Regolo organizzava. L’episodio, per quanto riferito dallo storico latino, ebbe una insolita conclusione decretata dal Senato dell’epoca, in veste quasi di Giudice sportivo ante litteram che “squalificò” l’arena per dieci anni e mandò in esilio l’organizzatore Livineio.

In una concezione ideale dell’attività sportiva, fondata sul rispetto del principio di lealtà e correttezza che, come condivisibilmente ebbe a scrivere il professor Raffaele Caprioli, “deve ispirare il comportamento dei singoli e dei gruppi nei rapporti con gli altri soggetti della comunità sportiva e nell’applicazione delle regole del gioco” forse non vi sarebbe spazio, se non per la semplice omologazione dei risultati delle competizioni agonistiche, per gli organi di Giustizia sportiva. Viceversa, proprio in ragione della necessità di regolamentare il fenomeno e per la risoluzione delle (troppe?) controversie che insorgono in relazione all’attività sportiva, si è sempre più sentita, anche nel nostra Paese, l’esigenza di organizzare e disciplinare un “sistema” di Giustizia sportiva. Il quale, basato sul piano concettuale sulla teoria della pluralità degli ordinamenti giuridici sostenuta da autorevole dottrina a partire da Santi Romano, Cesarini Sforza, Massimo Severo Giannini, trova il suo principale riferimento nel cd. ”vincolo di giustizia”, norma presente in tutti gli Statuti delle Federazioni sportive e che il professor Andrea Manzella considerò, in un suo famoso scritto, non come forma di autosospensione della giustizia comune ma, viceversa, zona di riserva originaria, concreta attuazione dell’autonomia affidata ai congegni dell’autodichia.

D’altro canto, con una pregevolissima sentenza (n.18919 del 28.9.2005) la Corte di Cassazione, relatrice l’attuale Giudice della Corte Costituzionale San Giorgio, ebbe ad affermare che fondandosi l’autonomia dell’ordinamento sportivo sugli articoli 2 e 18 della Costituzione, il vincolo di giustizia, di natura negoziale, faceva sì che la rinunzia preventiva alla tutela giurisdizionale statuale si basasse sul consenso delle parti, attesa peraltro la natura privatistica delle Federazioni sportive. Vicende legate a provvedimenti disciplinari e ai successivi interventi di diversi Tar, indussero poi il legislatore a intervenire con il Decreto Legge 220, poi convertito con la Legge 280/2003, al fine di delimitare le aree di rispettiva competenza tra Giustizia sportiva e giurisdizione statuale. Tuttavia, nonostante le buone intenzioni del legislatore, non sempre i “confini” sono stati rispettati, con talune decisioni dei Giudici amministrativi che, per usare un gergo sportivo, qualcuno ha ritenuto al limite dell’invasione di campo. Investita della questione di legittimità costituzionale della citata legge 280/2003, per ben due volte la Corte Costituzionale, con le sentenze dell’11 febbraio 2011 n.49 e del 26.6.2019 n. 160, è intervenuta a chiarire limiti e competenze della giurisdizione statuale in materia sportiva.

Oggi, soprattutto grazie alla decisione del Coni del 2014 di introdurre un Codice di Giustizia sportiva che può considerarsi il testo di riferimento per l’intero sistema giustiziale sportivo, può affermarsi che per quanto attiene l’attività sportiva esiste un “processo sportivo” con regole che non solo mirano a garantire l’autonomia e la terzietà dei componenti dei vari Organi ma che disciplinano lo svolgimento dei procedimenti secondo quelli che, per richiamare il titolo di una pregevole opera dei professori Piero Sandulli e Mauro Sferrazza, possono definirsi i principi del “giusto processo sportivo”. Intuibili motivi di spazio impediscono, in questa sede, di esaminare nel dettaglio il complesso normativo esistente, ma deve comunque evidenziarsi che oggi, per tutte le discipline sportive, esiste un giudizio endofederale, con Tribunali Federali e Corte di Appello, sia sportive che “federali”, a seconda delle materie di competenza, per taluni sport sia a livello Nazionale che territoriale, ed un giudizio esofederale innanzi al Collegio di Garanzia dello Sport presso il Coni.

Con la doverosa precisazione che si utilizza il termine “presso” e non “del” Coni, per rimarcare l’autonomia e l’indipendenza rispetto all’Ente esponenziale dello sport italiano, del citato Collegio di Garanzia dello Sport. Il quale, da giudice di legittimità, è chiamato a svolgere funzioni nomofilattiche. All’interno dell’ordinamento sportivo, sempre per utilizzare una metafora sportiva, la “partita” della giustizia dovrebbe ritenersi conclusa con la pronuncia del Collegio di Garanzia dello Sport. Tuttavia, nei limiti delineati dalle citate sentenze della Corte costituzionale, può sempre invocarsi l’intervento del Tar del Lazio, competente in via esclusiva in relazione a tutti gli atti e provvedimenti del Coni e delle Federazioni Sportive, e del Consiglio di Stato in grado di appello. Un sistema, dunque, fondato su norme, decisioni, sempre più numerosi approfondimenti dottrinari che sembra smentire clamorosamente l’opinione di chi, come il processualista Furno, nel 1952 affermava che vi era totale, intrinseca incompatibilità tra sport e diritto. 

Giustizia sportiva: magistrati scelti dalla politica dello sport e si archiviano anche gli abusi. Marco Bonarrigo e Milena Gabanelli su Il Corriere della Sera il 7 Dicembre 2022

Se la giustizia ordinaria avesse così tanto personale e così poco lavoro come quella sportiva, i processi penali e civili in Italia sarebbero velocissimi. Le 45 federazioni dispongono di ben 248 procuratori e sostituti (equivalenti ai pubblici ministeri), 287 giudici di primo grado, 329 d’appello, e di 113 «magistrati» di garanzia, a cui vanno aggiunti gli 89 applicati tra Procura Generale del Coni e Collegio di Garanzia. Tutto questo per gestire gli appena 1.534 fascicoli l’anno (dati 2021) che vengono chiusi con archiviazioni in istruttoria (nel 41% dei casi), ammonizioni e condanne.

Gli incarichi federali sono un secondo lavoro per oltre mille tra avvocati (con minimo 5 anni di iscrizione all’albo), professori di materie giuridiche, magistrati e avvocati dello Stato. I compensi sono modesti: da 100 a 250 euro a fascicolo o a udienza. Lo status di procuratore o giudice federale permette però ai professionisti più ambiziosi di procacciarsi incarichi più redditizi: consulente legale, difensore in giudizio, gestore dei procedimenti elettorali, commissario ad acta.

L’asso pigliatutto

Principe incontrastato del settore è il salernitano Pierluigi Matera. Nel suo sterminato curriculum (è professore di Diritto Privato e titolare di uno studio legale romano), Matera spiega di essere stato vicecommissario della Federazione Hockey, viceprocuratore generale del Coni, commissario ad acta di «oltre 35 Federazioni», presidente di «oltre 25 Assemblee elettive federali». E ancora «componente dei gruppi di lavoro sulla Giustizia Sportiva del Coni e di quello per gli Statuti e Regolamenti federali, sul Professionismo sportivo e della Commissione consultiva per la riforma della Giustizia Sportiva». A lui la Federginnastica ha appena affidato la guida del nuovo Safeguarding Officer dopo le recenti denunce di maltrattamenti delle atlete. Come tanti colleghi, Matera è socio dell’esclusivo Circolo Canottieri Aniene di Giovanni Malagò.

Cosa fanno i giudici sportivi

I giudici federali (da non confondere con quelli sportivi, che si occupano di fatti di gioco) indagano e valutano sulla regolarità dei tesseramenti e delle affiliazioni, sui comportamenti dei tesserati, su abusi, molestie, violenze, combine sportive e irregolarità in modo indipendente dalla giustizia penale. Le loro sentenze vanno dall’ammonizione alla (rarissima) radiazione. La materia è delicata: una sentenza può sconvolgere la carriera di un’atleta, di un dirigente o di una società o destabilizzare una federazione. Vuol dire che non puoi permetterti di affidare incarichi con superficialità. Nessuno si era accorto che il procuratore degli arbitri del calcio di Serie A Rosario D’Onofrio quando è stato nominato era agli arresti domiciliari. Si è scoperto il giorno in cui è stato trasferito in carcere per un’altra inchiesta sul traffico di stupefacenti. Sui temi dell’inchiesta penale che sta travolgendo la Juventus, la Corte di Appello della Figc (forte di 219 tra procuratori e magistrati) a maggio ha prosciolto decine di dirigenti, compreso il presidente Agnelli, a dispetto di «numerose criticità» per «l’assenza di parametri di giudizio».

Il vigilato nomina chi lo vigila

La fragilità della giustizia sportiva italiana è la dipendenza assoluta dal potere politico: procuratori e giudici li sceglie (a suo piacimento) il presidente federale appena viene eletto, ma assieme al Consiglio è anche la prima persona su cui il procuratore dovrebbe vigilare considerata l’ampiezza del suo potere. La prassi dimostra che in molte federazioni tutto fila liscio finché i procuratori processano un dirigente che trucca il tesseramento di un atleta o insulta un giudice di gara su Facebook. Quando indagano sul potere politico invece le cose si complicano. Tre anni fa Salvatore Scarfone, procuratore della tormentata Federazione Danza Sportiva (quattro commissariamenti e una radiazione presidenziale in vent’anni), raccolse decine di denunce contro i suoi vertici politici (poi indagati anche penalmente) che deferì al tribunale interno. Come ricompensa, trovò cambiata la serratura del suo ufficio e mandato a casa.

La fragilità della giustizia sportiva italiana è la dipendenza assoluta dal potere politico.

Vita dura per il procuratore puntiglioso

Un caso recentissimo è quello della Federazione Rugby dove, lo scorso 14 maggio, il Consiglio Federale ha designato nella Commissione Federale di Garanzia (l’organo di controllo dei magistrati sportivi) una dipendente Sport e Salute priva dei requisiti di cassazionista previsti per quel ruolo dall’ordinamento sportivo del Coni. Il procuratore Roberto Pellegrini e l’aggiunto Salvatore Bernardi se ne accorsero e si accorsero che il Consiglio aveva modificato il regolamento di giustizia introducendo (unica federazione su 45) il requisito ad personam di «avvocato che ricopre la direzione affari legali di società o soggetti istituzionali rilevanti nell’ordinamento sportivo». Insomma, una dirigente di alto rango di una società per azioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze (dove si occupava di contrattualistica) cooptata in un organo di giustizia superiore della federazione grazie a una modifica statutaria mirata e non consentita dal Coni. Perché il Consiglio Federale ha ignorato alcune segnalazioni che avevano evidenziato il problema il 10 giugno, spiegando che la designata non aveva risposto alla richiesta di esibire i suoi titoli di studio? La procura federale (dopo una scrupolosa indagine con dieci audizioni) il 7 ottobre ha rinviato a giudizio, presso il tribunale interno il presidente Marzio Innocenti, dieci consiglieri federali e il segretario Musiani per violazioni multiple del Codice di Giustizia e del Codice Etico. Risultato? Al procuratore Bernardi, già in scadenza di mandato, sono state tolte all’istante le password del sistema di giustizia interno mentre chi l’ha rimpiazzato ha prontamente chiesto l’archiviazione del procedimento. Insomma, l’articolo 25 della Costituzione («Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge») nella giustizia sportiva non è scontato. Sulla vicenda il Coni non ha aperto bocca.

Ginnastica: gli abusi archiviati

Anche quando non si indaga su fatti che riguardano i vertici, ma su vicende che comunque colpiscono il buon nome della federazione, molti procuratori ci vanno con i piedi di piombo. È il caso drammatico della ginnastica dove da un mese atlete ed ex atlete della ritmica raccontano situazioni di abusi verbali, violenze e body shaming. Analizzando l’archivio delle sentenze federali (mantenute solo pochi mesi sul sito web, invocando la difesa della privacy) si scopre che molte denunce sono state archiviate e la maggior parte delle altre sanzionate con pene non superiori a tre mesi. In alcune situazioni è stato poi adottato l’istituto del <patteggiamento senza colpa>. È il caso di una bambina veneta di 9 anni, schiaffeggiata dalla sua allenatrice per aver sbagliato un esercizio alla trave. Dopo la denuncia dei genitori (che avevano citato altre due ragazzine destinatarie dello stesso trattamento e pronte a testimoniare) il procuratore ha chiuso il caso, senza sentire i testimoni, patteggiando un mese e la non menzione per l’allenatrice. Il Codice di Giustizia interna consente di patteggiare se i «danni fisici cagionati» non sono «gravi» ovvero con prognosi superiore a 40 giorni. Per essere condannati bisogna fare davvero male. Il patteggiamento va approvato dal presidente federale e dalla Procura Generale del Coni: nel caso della ginnastica entrambi l’hanno fatto prontamente. Nel rispetto dei genitori ma anche a tutela dell’allenatrice, il processo andava almeno celebrato. E magari in pubblico, cosa espressamente prevista dal Codice del Coni almeno per la stampa; peccato che la maggior parte dei giudici sportivi rifiuti sistematicamente l’accesso in aula ai cronisti. La giustizia sportiva è sempre e solo a porte chiuse. Non esistono registri delle sanzioni a livello centrale: una società dell’atletica rischia così di ingaggiare senza saperlo un tecnico squalificato per molestie nel volley.

L’unica soluzione efficace è quella adottata in molte nazioni straniere: la giustizia sportiva va amministrata da chi non ha alcuna relazione con il potere sportivo.

La giustizia sportiva deve stare fuori dallo sport

Per sottrarre la giustizia sportiva al potere dei presidenti, nel 2014 il presidente del Coni Malagò introduce l’istituto dell’avocazione, rappresentato da due organi superiori: Procura Generale e Collegio di Garanzia. Se un procuratore federale non è abbastanza solerte o incisivo, quello del Coni (sulla cui scrivania passano tutti i fascicoli aperti) può sostituirlo nel ruolo di pubblico ministero sia nei processi federali che in quelli davanti al Collegio di Garanzia per ottenere giustizia. L’avocazione, però, non è mai stata utilizzata, e quelle rare volte riguarda ragioni tecniche e in sport minori. Il primo procuratore nominato fu Enrico Cataldi, ex generale dell’Arma dei Carabinieri e comandante del Racis, che si dedicò all’incarico senza guardare in faccia a nessuno: venne rapidamente accompagnato all’uscita. L’unica soluzione efficace è quella adottata in molte nazioni straniere: la giustizia sportiva va amministrata da chi non ha alcuna relazione con il potere sportivo.

Da sport.sky.it l'1 aprile 2022.

L'inchiesta sul caso plusvalenze portata avanti dalla Procura Figc entra nel vivo e lo fa attraverso 11 notifiche di deferimento, ovvero di rinvio a giudizio, per 11 club, nei confronti dei quali nei mesi scorsi erano state condotte indagini accurate da parte del Procuratore Federale.

Si tratta di Juventus, Sampdoria, Napoli, Pro Vercelli, Genoa, Parma, Pisa, Empoli, Chievo Verona, Novara e Pescara, colpevoli secondo l'accusa, come si legge dalla nota ufficiale pubblicata sul sito della Figc, di avere contabilizzato nelle Relazioni finanziarie plusvalenze e diritti alle prestazioni dei calciatori per valori eccedenti quelli consentiti dai principi contabili in misura tale da incidere significativamente, per alcune delle predette Società, sui requisiti federali per il rilascio della Licenza Nazionale, violando in tal modo anche l’art. 31 comma 2 del Codice di Giustizia Sportiva. 

"Le stesse Società - prosegue il dispositivo - sono state deferite a titolo di responsabilità diretta, ai sensi dell’art. art. 6, comma 1, del Codice di Giustizia Sportiva, per gli atti e comportamenti posti in essere da propri soggetti apicali dotati di potere di rappresentanza e per responsabilità oggettiva, ai sensi dell’art. art. 6, comma 2, del Codice di Giustizia Sportiva, per gli atti e comportamenti posti in essere da soggetti apicali non dotati di poteri di rappresentanza. 

Con le predette società sono state deferite anche 61 persone fisiche che a vario titolo hanno ricoperto l’incarico di consigliere di amministrazione o di dirigente dotato dei poteri di rappresentanza".

Giuseppe Legato per "La Stampa" il 24 febbraio 2022.  

Plusvalenze «in tutto o in parte fittizie». Per decine di operazioni di scambio delle prestazioni di calciatori. Con valori gonfiati per tantissimi milioni di euro che hanno finito per alterare i conti delle società, i bilanci dal 2019 al 2021. 

È di nuovo bufera sul mondo del calcio, quello che conta e quello di provincia. Juventus. Sampdoria, Napoli, Genoa, Empoli, Parma, Pisa. Novara, Chievo Verona, Delfino Pescara, Pro Vercelli sono finite nel mirino della Procura Federale della Figc che, 48 ore fa, ha notificato l'avviso di conclusione indagini. 

Sessanta pagine per descrivere «operazioni contraddistinte da una sistematica sopravvalutazione del corrispettivo di cessione dei diritti delle prestazioni dei calciatori e dall'altrettanta sistematica corrispondenza e conseguente sostanziale compensazione finanziaria tra i valori attribuiti dalle società ai diritti scambiati».

Cinque giorni per fare copia degli atti, 15 per produrre memorie o chiedere di essere sentiti. E stavolta rischiano anche i calciatori. Tra le operazioni principali finite sotto la lente della giustizia sportiva ne figurano 35 della società Juventus dalle quali sono state escluse quelle che hanno portato il centrocampista Arthur dalla Juve al Barcellona e Miralem Pjanic nel binario, da Torino ai blaugrana e i trasferimenti incrociati «Moreno, Andrade, Danilo e Cancelo sull'asse Juventus-Manchester City».

Ci sono invece i trasferimenti di quattro giocatori di cui tre delle giovanili incastonati nella trattativa che ha portato alla corte di Luciano Spalletti il centravanti nigeriano Victor Osimhen al prezzo di 71,2 milioni di euro. 

Valori gonfiati per la Covisoc prima e la Procura Federale adesso. Le contestazioni - che in questa sede sono disciplinari (ma che a Torino, ad esempio sono oggetto di un'inchiesta della magistratura ordinaria ancora in fase preliminare che ipotizza il falso in bilancio per la società Juventus e che contempla invece lo scambio Pjanic-Arthur come punto di contestazione) «appaino far emergere - si legge agli atti del procedimento - fattispecie rilevanti».

Addebitate, ad esempio a Fabio Paratici, ex dirigente Juve oggi in forza al Tottenham in Premier League. Quasi tutti giovani - e semisconosciuti in alcuni casi - talenti valutati cifre molto importanti. Pompate per la procura federale.

Contestazioni sul lato del bilancio, sono mosse anche al presidente del cda Andrea Agnelli e a tutti i membri del consiglio di amministrazione a partire dal Pavel Nedved. Figurano insieme a loro Aurelio De Laurentis, presidente del Napoli, Massimo Ferrero suo omologo alla Sampdoria fino al 27 dicembre scorso, Enrico Preziosi ex presidente del cda del Genoa Calcio.

Le condotte contestate avrebbero «consentito alle società di rappresentare un patrimonio netto superiore al reale e in alcuni casi - Pescara, Parma e Pisa - di ottenere il rilascio per la licenza nazionale per l'iscrizione al campionato pur in assenza dei requisiti prescritti dalle norme federali».

La Figc, intanto sta facendo passi avanti nel progetto che dovrebbe permettere di approvare una nuova norma specifica sul tema delle plusvalenze che potrebbe entrare in vigore già nella prossima stagione.

Nell'ipotesi fin qui nota - alla voce dei ricavi - non si prenderebbero più in considerazione le plusvalenze a «costo zero», ovvero a flusso di cassa, ma soltanto quelle con un reale passaggio di denaro. E questo andrebbe ovviamente a limitare lo scambio di cartellini in sostituzione all'effettivo versamento di denaro del valore dei giocatori.

Juventus, nuove accuse di falso in bilancio: perquisiti gli studi degli avvocati. Massimiliano Nerozzi su Il Corriere della Sera il 23 Marzo 2022.

La Guardia di Finanza ha perquisito gli studi dei legali di Torino, Milano e Roma: le indagini sarebbero sulle 4 mensilità non incassate dai giocatori durante la prima ondata di Covid nel 2020. 

Dagli accertamenti della Guardia di Finanza di Torino sono emersi «elementi concreti a supporto di ulteriori condotte di falso in bilancio che hanno consentito a Juventus Fc di registrare una riduzione dei costi nei bilanci al 30 giugno 2020 e al 30 giugno 2021, omettendo la contestuale rilevazione, a livello patrimoniale, di una posizione debitoria».

Quella che, secondo gli investigatori, riguarderebbe le modalità di iscrizione nei conti di quegli stipendi dei calciatori che slittarono durante la prima ondata del Covid. È questa la novità, nell’ambito dell’inchiesta sulle plusvalenze del club bianconero già aperta a dicembre dalla Procura di Torino, che oggi (23 marzo), ha portato le Fiamme gialle a perquisire gli uffici di alcuni grandi studi legali, tra Torino, Milano e Roma. Dove lavorano i professionisti ai quali alcuni giocatori si erano rivolti per «la predisposizione e la formalizzazione di scritture private non depositate».

Dall’incrocio tra i documenti contabili della Juve e quelli depositati alle Lega nazionale professionisti di serie A — secondo le verifiche fatte dai militari del nucleo di polizia economico finanziaria della guardia di finanza — «sono emersi indizi concreti in ordine all’esistenza di plurime scritture private, variamente denominate, predisposte e sottoscritte nell’ambito delle cosiddette “manovre stipendi”, attuate negli esercizi 2019/20 e 20/21, e non depositate presso gli organi competenti».

In particolare, sarebbero state due le strategie messe in piedi dalla società, e quindi i rilievi d’accusa, secondo i pubblici ministeri Mario Bendoni, Ciro Santoriello e l’aggiunto Marco Gianoglio. Per il 19/20, «non si sarebbe di fronte alla “rinuncia di quattro mensilità”, ma a mero differimento del pagamento di tre dei quattro ratei in questione, indipendentemente dalla ripresa dell’attività sportiva».

E per la stagione successiva, ci sarebbero stati «accordi di riduzione stipendi»; «accordi di integrazione; e «separate scritture integrative». Le prime depositate in Lega calcio, le seconde «solo in parte», le terze «mai depositate».

È dalla corrispondenza con il capo dell’ufficio legale juventino, Cesare Gabasio, che gli investigatori sono arrivati ai nomi dei professionisti degli studi legali oggetto di perquisizioni (e non indagati): studio Weigmann di Torino, Winthers di Milano, Legance di Milano e avvocato Paolo Rodella, a Roma. C’è poi un particolare che i pm sottolineano nel decreto di perquisizione autorizzato dal gip Ludovico Morello: «È emersa la prassi di custodire all’esterno della sede (Juve, ndr), alcuni documenti riservati, poi destinandoli alla "distruzione" una volta esaurita la funzione di "garanzia"». Perquisiti alla ricerca di documenti anche due studi di commercialisti, a Milano e Torino, e la World soccer agency, di Roma, in particolare gli uffici dell’agente Alessandro Lucci.

Fabiana Della Valle per gazzetta.it il 24 marzo 2022.

Continua il lavoro della Procura di Torino nell’ambito dell’inchiesta 'Prisma', che a fine novembre aveva portato all’iscrizione nel registro degli indagati dei vertici della società bianconera (Andrea Agnelli, Pavel Nedved, l’ex Fabio Paratici più 3 tra dirigenti ed ex dell’area finanza e l’avvocato della Juve Cesare Gabasio) per emissione di fatture per operazioni inesistenti e false comunicazioni delle società quotate in borsa.

L’accusa adesso sta indagando sull’accordo legato alla riduzione degli stipendi che i giocatori della Juventus avevano raggiunto con il club in piena pandemia, nel marzo 2020: dopo le perquisizioni di ieri, oggi è stato chiamato a testimoniare Paulo Dybala.

Il giocatore argentino non è indagato ma è stato sentito come persona informata sui fatti, come era accaduto per Cherubini ed Arrivabene, e di sicuro non sarà l’unico giocatore convocato.

Alle 15 avrebbe dovuto essere alla Continassa per l’allenamento, il primo dopo la rottura con la Juve, invece ha dovuto cambiare programmi. Sono già stati chiamati vari agenti e legali a cui i giocatori si sarebbero appoggiati per le scritture private legate agli accordi tra giocatori e club. 

Secondo l’accusa la Juve avrebbe concordato la riduzione di 4 mensilità e contestualmente anche l’integrazione negli stipendi degli anni successivi, senza però inserirlo correttamente nel bilancio. 

Secondo i pm Ciro Sartoriello, Mario Bendoni e l’aggiunto Marco Gianoglio sarebbe un altro elemento che proverebbe le accuse di falso in bilancio su cui stanno indagando, oltre alle plusvalenze fittizie che hanno dato il via all’inchiesta.

Dybala è arrivato intorno alle 15, accompagnato dall’autista Mariano. I magistrati vogliono vederci chiaro sugli accordi intercorsi con la società, in particolare sui tempi, e i calciatori ma soprattutto i procuratori (che a loro volta non risultano coinvolti) possono fornire informazioni utili da aggiungere alle carte che hanno trovato nelle perquisizioni in studi di Milano, Torino e Roma (tra cui quella dell’agente Alessandro Lucci, che segue Cuadrado, Bonucci e l’ex Kulusevski ed già stato convocato) a cui i bianconeri si sarebbero appoggiati per le scritture private.

A questo punto la chiusura dell’inchiesta, prevista tra qualche settimana, potrebbe slittare. I pm sono in attesa della relazione del consistente economico (Enrico Stasi) che ha il compito di analizzare tutti i documenti sequestrati nelle due perquisizioni di novembre e dicembre. L’obiettivo è chiudere entro la primavera.

Estratto dell'articolo di Ottavia Giustetti per “la Repubblica” il 24 marzo 2022.

Da una parte rinunciavano ufficialmente agli stipendi per non aggravare l'impatto della crisi causata dalla pandemia sulle casse della Juventus. Dall'altro stipulavano scritture private e le custodivano presso avvocati o procuratori sportivi, per concordarne il pagamento sotto traccia, fuori dal bilancio.

Non era autentico, secondo la procura di Torino, il patto stretto con i giocatori per il taglio agli emolumenti della primavera 2020: tra i documenti sequestrati a dicembre scorso, sarebbero emersi infatti indizi dell'esistenza di numerosi accordi riservati, non custoditi negli archivi della società e neppure depositati presso gli organi competenti.

In particolare, da appunti manoscritti e email trovati nell'ufficio e nel computer del responsabile legale bianconero Cesare Gabasio (uno dei sette indagati), si capirebbe come il pagamento dei compensi delle stagioni 2019-20 e 2020-21 sia passato in parte da vie non ufficiali. 

Consentendo tra l'altro alla società di ridurre l'importo delle uscite dai bilanci, riducendo fittiziamente i costi per il monte stipendi e rinviando all'anno successivo le integrazioni formalmente concordate. 

Gli uomini della guardia di finanza su ordine dei pm torinesi che indagano sul falso in bilancio della Juve si sono presentati ieri nelle sedi di alcuni studi legali e procuratori sportivi tra Torino, Milano e Roma.

Accendendo un faro su un nuovo capitolo dell'inchiesta, dopo quello delle sospette plusvalenze e la carta segreta di Ronaldo: un'operazione che ora viene definita come "manovre stipendi" e che riguarda quattro importanti studi legali e i professionisti che gestiscono i destini dei giocatori Danilo, Bonucci, Cuadrado, Ramsey e Kulusevski (questi ultimi due ora in prestito, ai Rangers e al Tottenham). 

«Dal confronto tra i documenti acquisiti presso la Juventus - scrivono i pm torinesi Marco Gianoglio, Mario Bendoni e Ciro Santoriello nei decreti di perquisizione - e i contratti depositati presso la Lega Serie A, sono emersi indizi concreti in ordine all'

Simona Lorenzetti per il “Corriere della Sera” il 25 marzo 2022.

Alle tre avrebbe dovuto presentarsi alla Continassa per l'allenamento. Ci teneva, Paulo Dybala: sarebbe stata la prima occasione per incontrare Max Allegri dopo la scelta della società di non rinnovargli il contratto in scadenza a fine stagione. A quell'ora, invece, l'attaccante argentino era in Procura per incontrare i magistrati che indagano sui bilanci della Juventus. Il tema, oggi, non sono più le plusvalenze: non si tratta di capire quanto valga Dybala sul mercato. Al calciatore è stato chiesto di spiegare gli accordi riservati siglati con il club per calmierare e differire il pagamento di quattro mesi di stipendio del campionato 2020.

L'audizione del n. 10 bianconero è il seguito delle perquisizioni avvenute mercoledì nelle sedi di alcuni studi legali e di procuratori sportivi tra Torino, Milano e Roma. In ballo ci sono milioni di euro che sembrano essere spariti tra le pieghe dei rendiconti societari. L'accusa di falso in bilancio è contestata a sette persone, tra cui il presidente Andrea Agnelli, Pavel Nedved e Fabio Paratici.

Nella primavera del 2020, la Juve annunciò che i calciatori avevano rinunciato a quattro mensilità per la pandemia. Secondo l'accusa non si trattò di una vera rinuncia, ma di un mero «differimento del pagamento di tre dei quattro stipendi in questione». Una movimentazione di denaro che avrebbe dovuto essere iscritta nel bilancio 2019-2020. Invece il club avrebbe computato i 90 milioni di retribuzioni risparmiati, ma «dimenticato» i 67 di debiti maturati. Il sistema diventa più nebuloso nel bilancio 2020-21.

La Juve avrebbe rinegoziato l'accordo: non più collettivamente, ma individualmente. Compaiono e spariscono a stretto giro di posta - stando alla ricostruzione dei pm - scritture private stipulate con i singoli giocatori sulla rimodulazione delle mensilità. Il procuratore aggiunto Marco Gianoglio e i sostituti Mario Bendoni e Ciro Santoriello parlano di «manovre stipendi». Alcuni accordi, però, non sono nella sede del club - dove dovrebbero essere - e non sono stati depositati in Lega. Da qui la necessità di cercarli altrove. 

Perché nel rendiconto 2020-21 paiono non esserci. Il sospetto è che le mensilità siano state spalmate sotto false spoglie: bonus, premi partite e voci analoghe. Ridefinizioni, però, che dovrebbero conoscere i diretti interessati: come Dybala. Ed è a questo punto della storia che nasce il sospetto che anche la famosa carta di Ronaldo - mai trovata - sia una di queste scritture private. 

Altri giocatori potrebbero essere sentiti, tra cui Giorgio Chiellini e Leonardo Bonucci. Resta sullo sfondo il silenzio della Juventus. Due giorni fa, quando la Finanza si è presentata in sede, i vertici avrebbero scelto di non chiedere la sospensione del titolo alla Consob, limitandosi a rinegoziarlo l'indomani. E neanche una parola è stata spesa - come invece a novembre - per esprimere fiducia nella magistratura.

Massimiliano Nerozzi e Simona Lorenzetti per il “Corriere della Sera” il 13 dicembre 2022.

Sulla «carta» di Ronaldo si potrebbe ormai girare una serie tv: l'ultimo particolare è una mail del ds juventino, Federico Cherubini, ad altri dirigenti del club, il 14 ottobre 2021, nella quale si parla di un imminente incontro con Jorge Mendes, l'agente del portoghese. Si discuterebbe anche di 6,7 milioni di euro in ballo con lo stesso procuratore. 

L'impressione (degli investigatori) è che l'appuntamento fosse per trovare una soluzione alle pendenze che CR7 vanta con la società. «In occasione delle trattative precedenti al trasferimento» di Ronaldo al Manchester United - scrivono i pm di Torino che indagano sui conti della Juve - «sono emersi riferimenti al fatto che al calciatore andrebbero ancora corrisposti circa 29 milioni di euro lordi, in stipendi maturati nel periodo di sospensione della serie A, a causa della pandemia».

Ne discutono, in un'intercettazione, il capo dell'ufficio legale Cesare Gabasio, e lo stesso Cherubini. Parlano, nello specifico, di «quella carta lì che, quella carta famosa che non deve esistere teoricamente, no? (...) quindi sai se salta fuori (...) ci saltan alla gola tutto sul bilancio i revisori e tutto (...) poi magari dobbiamo fare una transazione finta». Sarebbe l'accordo, tra club e giocatore, per garantire, appunto, il pagamento delle mensilità residue, almeno secondo la ricostruzione fatta dai militari della guardia di finanza.

Di seguito, nella telefonata si sente anche: «Non arriverei all'estremo () di fare causa perché poi quella carta lì che loro devono tirar fuori non è che ci aiuti tanto a noi () nel nostro bilancio». Perché un'altra copia dell'accordo ce l'avrebbe in mano anche CR7: firmata da un dirigente bianconero, probabilmente l'allora capo dell'area tecnica Fabio Paratici, ma non dalla stella portoghese. 

La soap opera Ronaldo è al centro anche di un'altra intercettazione del 6 settembre, tra l'ad Maurizio Arrivabene e il presidente Andrea Agnelli. Il primo spiega, in sintesi, lo stato della trattativa con il Manchester: «Abbiamo valutato bene tutti i numeri, anche perché ci sono i pregressi dei suoi stipendi maturati col Covid (...) stiamo definendo il meccanismo per fare la nostra controfferta allo United (...) la controfferta è lasciare il fisso e aumentare la parte dei bonus visto che i pregressi di Ronaldo (...) ci abbiam provato in tutti i modi con Jorge (Mendes, ndr ) ma non riusciamo a toccargli gli stipendi».

Insomma, nessun taglio, quei quattrini arretrati li pretendeva tutti. Ronaldo non avrebbe firmato la «carta» forse per non rischiare eventuali squalifiche, ma l'ha affidata ai suoi commercialisti, a garanzia del debito. Debito di cui parlano anche i sindaci della società, nella relazione al bilancio.

Plusvalenze Juve, convocati Bernardeschi e Alex Sandro. Simona Lorenzetti su Il Corriere della Sera il 25 Marzo 2022.

Stando all’accusa, le scritture private avrebbero permesso alla Juventus di mascherare le uscite nei bilanci e ottenere un risultato d’esercizio e un patrimonio netto migliore rispetto alla reale situazione finanziaria. 

Continua in Procura la sfilata dei calciatori bianconeri. Dopo l’audizione di giovedì 24 marzo, di Paulo Dybala, ascoltato per tre ore dai magistrati torinesi, oggi è il turno del centrocampista Federico Bernardeschi e del difensore brasiliano Alex Sandro. L’indagine è quella sul presunto falso in bilancio commesso dalla Juventus negli anni 2019/20 e 2020/21 in relazione alla contabilizzazione delle quattro mensilità alle quali i giocatori avevano ufficialmente rinunciato a causa della pandemia dovuta al Covid. Una rinuncia di facciata, però, secondo la magistratura, che indaga su presunti accordi segreti tra atleti e società per posticipare i pagamenti in anni successivi. Stando all’accusa, le scritture private avrebbero permesso alla Juventus di mascherare le uscite nei bilanci e ottenere un risultato d’esercizio e un patrimonio netto migliore rispetto alla reale situazione finanziaria.

Il primo accordo collettivo sarebbe stato siglato nella primavera del 2020 e prevedeva da parte dei giocatori la rinuncia a quattro stipendi per un valore di 90 milioni di euro. Contestualmente, però, la società si era impegnata a restituire tre mensilità, circa 67 milioni. Entrambe le voci avrebbero dovuto essere indicate nel bilancio 2019/20, ma in realtà nei documenti compaiono solo i 90 milioni risparmiati e non i 67 in uscita. L’anno successivo, la vicenda si complica. E questa volta la Juve avrebbe fatto ricorso ad accordi individuali e segreti per la restituzione delle mensilità sospese. Apparentemente nei bilanci non vi è traccia di come il club abbia pagato i quattro stipendi. Gli inquirenti, infatti, sospettano che siano state usate alchimie finanziarie per riuscire a spalmare le cifre con voci differenti.

Le scritture private, che racconterebbero una sorta di gestione economica parallela a quella ufficiale, non sono state trovate nella sede della Juventus, dove invece avrebbero dovuto essere. Per evitare di lasciare tracce, la società – secondo i magistrati – avrebbe affidato le contrattazioni «segrete» a noti studi legali e commercialisti esterni, dando indicazioni di distruggerle una volta terminata la loro «funzione di garanzia». I professionisti, che al pari di alcuni procuratori avrebbero avuto un ruolo attivo nella redazione degli accordi, hanno subito una perquisizione mercoledì. E ora i documenti trovati, al vaglio della Guarda di Finanza, sono al centro anche delle audizioni dei calciatori. I giocatori dovranno spiegare i termini degli accordi e come e quando sono state versate le quattro mensilità sospese per il Covid. Ieri è toccato a Dybala, che percepisce uno stipendio di 7,3 milioni a stagione, dettagliare come gli sono state pagate le mensilità al centro dell’indagine. Oggi tocca a Bernardeschi e ad Alex Sandro. E nei prossimi giorni, al rientro dalla sfortunata parentesi legata all’impegno con la Nazionale, potrebbero essere convocati altri giocatori.

Giuseppe Legato per “La Stampa” il 26 marzo