Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

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ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

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WEB TV: TELE WEB ITALIA

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

LO SPETTACOLO

E LO SPORT

QUARTA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

  

 

 

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Vintage.

Le prevendite.

I Televenditori.

I Balli.

Il Jazz.

La trap.

Il musical è nato a Napoli.

Morti di Fame.

I Laureati.

Poppe al vento.

Il lato eccentrico (folle) dei Vip.

La Tecno ed i Rave.

Alias: i veri nomi.

Woodstock.

Hollywood.

Spettacolo mafioso.

Il menù dei vip.

Il Duo è meglio di Uno.

Non è la Rai.

Abel Ferrara.

Achille Lauro.

Adele.

Adria Arjona.

Adriano Celentano.

Afef Jnifen.

Aida Yespica.

Alan Sorrenti.

Alba Parietti.

Al Bano Carrisi.

Al Pacino.

Alberto Radius.

Aldo, Giovanni e Giacomo.

Alec Baldwin.

Alessandra Amoroso.

Alessandra Celentano.

Alessandra Ferri.

Alessandra Mastronardi.

Alessandro Bergonzoni.

Alessandro Borghese.

Alessandro Cattelan.

Alessandro Gassman.

Alessandro Greco.

Alessandro Meluzzi.

Alessandro Preziosi.

Alessandro Esposito detto Alessandro Siani.

Alessio Boni.

Alessia Marcuzzi.

Alessia Merz.

Alessio Giannone: Pinuccio.

Alessandro Haber.

Alex Britti.

Alexia.

Alice.

Alfonso Signorini.

Alyson Borromeo.

Alyx Star.

Alvaro Vitali.

Amadeus.

Amanda Lear.

Ambra Angiolini.

Anastacia.

Andrea Bocelli.

Andrea Delogu.

Andrea Roncato e Gigi Sammarchi.

Andrea Sartoretti.

Andrea Zalone.

Andrée Ruth Shammah.

Angela Finocchiaro.

Angelina Jolie.

Angelina Mango.

Angelo Branduardi.

Anna Bettozzi, in arte Ana Bettz.

Anna Falchi.

Anna Galiena.

Anna Maria Barbera.

Anna Mazzamauro.

Ana Mena.

Anna Netrebko.

Anne Hathaway.

Annibale Giannarelli.

Antonella Clerici.

Antonella Elia.

Antonella Ruggiero.

Antonello Venditti e Francesco De Gregori.

Antonino Cannavacciuolo.

Antonio Banderas.

Antonio Capuano.

Antonio Cornacchione.

Antonio Ricci.

Antonio Vaglica.

Après La Classe.

Arisa.

Arnold Schwarzenegger.

Asia e Dario Argento.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Barbara Bouchet.

Barbara D'urso.

Barbra Streisand.

Beatrice Quinta.

Beatrice Rana.

Beatrice Segreti.

Beatrice Venezi.

Belen Rodriguez.

Bella Lexi.

Benedetta D'Anna.

Benedetta Porcaroli.

Benny Benassi.

Peppe Barra.

Beppe Caschetto.

Beppe Vessicchio.

Biagio Antonacci.

Bianca Guaccero.

BigTittyGothEgg o GothEgg.

Billie Eilish.

Blanco. 

Blake Blossom.

Bob Dylan.

Bono Vox.

Boomdabash.

Brad Pitt.

Brigitta Bulgari.

Britney Spears.

Bruce Springsteen.

Bruce Willis.

Bruno Barbieri.

Bruno Voglino.

Cameron Diaz.

Caparezza.

Carla Signoris.

Carlo Conti.

Carlo Freccero.

Carlo Verdone.

Carlos Santana.

Carmen Di Pietro.

Carmen Russo.

Carol Alt.

Carola Moccia, alias La Niña.

Carolina Crescentini.

Carolina Marconi.

Cate Blanchett.

Catherine Deneuve.

Catherine Zeta Jones.

Caterina Caselli.

Céline Dion.

Cesare Cremonini.

Cesare e Mia Bocci.

Chiara Francini.

Chloe Cherry.

Christian De Sica.

Christiane Filangieri.

Claudia Cardinale.

Claudia Gerini.

Claudia Pandolfi.

Claudio Amendola.

Claudio Baglioni.

Claudio Bisio.

Claudio Cecchetto.

Claudio Lippi.

Claudio Santamaria.

Claudio Simonetti.

Coez.

Coma Cose.

Corrado, Sabina e Caterina Guzzanti.

Corrado Tedeschi.

Costantino Della Gherardesca.

Cristiana Capotondi.

Cristiano De André.

Cristiano Donzelli.

Cristiano Malgioglio.

Cristina D'Avena.

Cristina Quaranta.

Dado.

Damion Dayski.

Dan Aykroyd.

Daniel Craig.

Daniela Ferolla.

Daniela Martani.

Daniele Bossari.

Daniele Quartapelle.

Daniele Silvestri.

Dargen D'Amico.

Dario Ballantini.

Dario Salvatori.

Dario Vergassola.

Davide Di Porto.

Davide Sanclimenti.

Diana Del Bufalo.

Dick Van Dyke.

Diego Abatantuono.

Diego Dalla Palma.

Diletta Leotta.

Diodato.

Dita von Teese.

Ditonellapiaga.

Dominique Sanda.

Don Backy.

Donatella Rettore.

Drusilla Foer.

Dua Lipa.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Eden Ivy.

Edoardo Bennato.

Edoardo Leo.

Edoardo Vianello.

Eduardo De Crescenzo.

Edwige Fenech.

El Simba (Alex Simbala).

Elena Lietti.

Elena Sofia Ricci.

Elenoire Casalegno.

Elenoire Ferruzzi.

Eleonora Abbagnato.

Eleonora Giorgi.

Eleonora Pedron.

Elettra Lamborghini.

Elio e le Storie Tese.

Elio Germano.

Elisa Esposito.

Elisabetta Canalis.

Elisabetta Gregoraci.

Elodie.

Elton John.

Ema Stokholma.

Emanuela Fanelli.

Emanuela Folliero.

Emanuele Fasano.

Eminem.

Emma Marrone.

Emma Rose.

Emma Stone.

Emma Thompson.

Enrico Bertolino.

Enrica Bonaccorti.

Enrico Lucci.

Enrico Montesano.

Enrico Papi.

Enrico Ruggeri.

Enrico Vanzina.

Enzo Avitabile.

Enzo Braschi.

Enzo Garinei.

Enzo Ghinazzi in arte Pupo.

Enzo Iacchetti.

Erika Lust.

Ermal Meta.

Eros Ramazzotti.

Eugenio Finardi.

Eva Grimaldi.

Eva Henger.

Eva Robin’s, Eva Robins o Eva Robbins.

Fabio Concato.

Fabio Rovazzi.

Fabio Testi.

Fabri Fibra.

Fabrizio Corona.

Fabrizio Moro.

Fanny Ardant.

Fausto Brizzi.

Fausto Leali.

Federica Nargi e Alessandro Matri.

Federica Panicucci.

Ficarra e Picone.

Filippo Neviani: Nek.

Filippo Timi.

Filomena Mastromarino, in arte Malena.

Fiorella Mannoia.

Flavio Briatore.

Flavio Insinna.

Forest Whitaker.

Francesca Cipriani.

Francesca Dellera.

Francesca Fagnani.

Francesca Michielin.

Francesca Manzini.

Francesca Reggiani.

Francesco Facchinetti.

Francesco Gabbani.

Francesco Guccini.

Francesco Sarcina e le Vibrazioni.

Franco Maresco.

Franco Nero.

Franco Trentalance.

Francis Ford Coppola.

Frank Matano.

Frida Bollani.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gabriel Garko.

Gabriele Lavia.

Gabriele Salvatores.

Gabriele Sbattella.

Gabriele e Silvio Muccino.

Geena Davis.

Gegia.

Gene e Charlie Gnocchi.

Geppi Cucciari.

Gérard Depardieu.

Gerry Scotti.

Ghali.

Giancarlo Giannini.

Gianluca Cofone.

Gianluca Grignani.

Gianna Nannini.

Gianni Amelio.

Gianni Mazza.

Gianni Morandi.

Gianni Togni.

Gigi D’Agostino.

Gigi D’Alessio.

Gigi Marzullo.

Gigliola Cinquetti.

Gina Lollobrigida.

Gino Paoli.

Giorgia Palmas.

Giorgio Assumma.

Giorgio Lauro.

Giorgio Panariello.

Giovanna Mezzogiorno.

Giovanni Allevi.

Giovanni Damian, in arte Sangiovanni.

Giovanni Lindo Ferretti.

Giovanni Scialpi.

Giovanni Truppi.

Giovanni Veronesi.

Giulia Greco.

Giuliana De Sio.

Giulio Rapetti: Mogol.

Giuseppe Gibboni.

Giuseppe Tornatore.

Giusy Ferreri.

Gli Extraliscio.

Gli Stadio.

Guendalina Tavassi.

Guillermo Del Toro.

Guillermo Mariotto.

Guns N' Roses.

Gwen Adora.

Harrison Ford.

Hu.

I Baustelle.

I Cugini di Campagna.

I Depeche Mode.

I Ferragnez.

I Maneskin.

I Negramaro.

I Nomadi.

I Parodi.

I Pooh.

I Soliti Idioti. Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio.

Il Banco: Il Banco del Mutuo Soccorso.

Il Volo.

Ilary Blasi.

Ilona Staller: Cicciolina.

Irama.

Irene Grandi.

Irina Sanpiter.

Isabella Ferrari.

Isabella Ragonese.

Isabella Rossellini.

Iva Zanicchi.

Ivana Spagna.

Ivan Cattaneo.

Ivano Fossati.

Ivano Marescotti.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

J-Ax.

Jacopo Tissi.

Jamie Lee Curtis.

Janet Jackson.

Jeff Goldblum.

Jenna Starr.

Jennifer Aniston.

Jennifer Lopez.

Jerry Calà.

Jessica Rizzo.

Jim Carrey.

Jo Squillo.

Joe Bastianich.

Jodie Foster.

Jon Bon Jovi.

John Landis.

John Travolta.

Johnny Depp.

Johnny Dorelli e Gloria Guida.

José Carreras.

Julia Ann.

Julia Roberts.

Julianne Moore.

Justin Bieber.

Kabir Bedi.

Kathy Valentine.

Katia Ricciarelli.

Kasia Smutniak.

Kate Moss.

Katia Noventa.

Kazumi.

Khadija Jaafari.

Kim Basinger.

Kim Rossi Stuart.

Kirk, Michael (e gli altri) Douglas.

Klaus Davi.

La Rappresentante di Lista.

Laetitia Casta.

Lando Buzzanca.

Laura Chiatti.

Laura Freddi.

Laura Morante.

Laura Pausini.

Le Donatella.

Lello Analfino.

Leonardo Pieraccioni e Laura Torrisi.

Levante.

Liam Neeson.

Liberato è Gennaro Nocerino.

Ligabue.

Liya Silver.

Lila Love.

Liliana Fiorelli.

Liliana Cavani.

Lillo Pasquale Petrolo e Greg Claudio Gregori.

Linda Evangelista.

Lino Banfi.

Linus.

Lizzo.

Lo Stato Sociale.

Loredana Bertè.

Lorella Cuccarini.

Lorenzo Cherubini: Jovanotti.

Lorenzo Zurzolo.

Loretta Goggi.

Lory Del Santo.

Luca Abete.

Luca Argentero.

Luca Barbareschi.

Luca Barbarossa.

Luca Carboni.

Luca e Paolo.

Luca Guadagnino.

Luca Imprudente detto Luchè.

Luca Pasquale Medici: Checco Zalone.

Luca Tommassini.

Luca Zingaretti.

Luce Caponegro in arte Selen.

Lucia Mascino.

Lucrezia Lante della Rovere.

Luigi “Gino” De Crescenzo: Pacifico.

Luigi Strangis.

Luisa Ranieri.

Maccio Capatonda.

Madonna Louise Veronica Ciccone: Madonna.

Mago Forest: Michele Foresta.

Mahmood.

Madame.

Mal.

Malcolm McDowell.

Malena…Milena Mastromarino.

Malika Ayane.

Manuel Agnelli.

Manuela Falorni. Nome d'arte Venere Bianca.

Mara Maionchi.

Mara Sattei.

Mara Venier.

Marcella Bella.

Marco Baldini.

Marco Bellavia.

Marco Castoldi: Morgan.

Marco Columbro.

Marco Giallini.

Marco Leonardi.

Marco Masini.

Marco Marzocca.

Marco Mengoni.

Marco Sasso è Lucrezia Borkia.

Margherita Buy e Caterina De Angelis.

Margherita Vicario.

Maria De Filippi.

Maria Giovanna Elmi.

Maria Grazia Cucinotta.

Marika Milani.

Marina La Rosa.

Marina Marfoglia.

Mario Luttazzo Fegiz.

Marilyn Manson.

Mary Jane.

Marracash.

Martina Colombari.

Massimo Bottura.

Massimo Ceccherini.

Massimo Lopez.

Massimo Ranieri.

Matilda De Angelis.

Matilde Gioli.

Maurizio Lastrico.

Maurizio Pisciottu: Salmo. 

Maurizio Umberto Egidio Coruzzi detto Mauro, detto Platinette.

Mauro Pagani.

Max Felicitas.

Max Gazzè.

Max Giusti.

Max Pezzali.

Max Tortora.

Melanie Griffith.

Melissa Satta.

Memo Remigi.

Michael Bublé.

Michael J. Fox.

Michael Radford.

Michela Giraud.

Michelangelo Vood.

Michele Bravi.

Michele Placido.

Michelle Hunziker.

Mickey Rourke.

Miku Kojima, anzi Saki Shinkai.

Miguel Bosè.

Milena Vukotic.

Miley Cyrus.

Mimmo Locasciulli.

Mira Sorvino.

Miriam Dalmazio.

Monica Bellucci.

Monica Guerritore.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nada.

Nancy Brilli.

Naomi De Crescenzo.

Natalia Estrada.

Natalie Portman.

Natasha Stefanenko.

Natassia Dreams.

Nathaly Caldonazzo.

Neri Parenti.

Nia Nacci.

Nicola Savino.

Nicola Vaporidis.

Nicolas Cage.

Nicole Kidman.

Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko.

Nicoletta Strambelli: Patty Pravo.

Niccolò Fabi.

Nina Moric.

Nino D'Angelo.

Nino Frassica.

Noemi.

Oasis.

Oliver Onions: Guido e Maurizio De Angelis.

Oliver Stone.

Olivia Rodrigo.

Olivia Wilde e Harry Styles.

Omar Pedrini.

Orietta Berti.

Orlando Bloom.

Ornella Muti.

Ornella Vanoni.

Pamela Anderson.

Pamela Prati.

Paola Barale.

Paola Cortellesi.

Paola e Chiara.

Paola Gassman e Ugo Pagliai.

Paola Quattrini.

Paola Turci.

Paolo Belli.

Paolo Bonolis e Sonia Bruganelli.

Paolo Calabresi.

Paolo Conte.

Paolo Crepet.

Paolo Rossi.

Paolo Ruffini.

Paolo Sorrentino.

Patrizia Rossetti.

Patti Smith.

Penélope Cruz.

Peppino Di Capri.

Peter Dinklage.

Phil Collins.

Pier Luigi Pizzi.

Pierfrancesco Diliberto: Pif.

Pietro Diomede.

Pietro Valsecchi.

Pierfrancesco Favino.

Pierluigi Diaco.

Piero Chiambretti.

Pierò Pelù.

Pinguini Tattici Nucleari.

Pino Donaggio.

Pino Insegno.

Pio e Amedeo.

Pippo (Santonastaso).

Peter Gabriel.

Placido Domingo.

Priscilla Salerno.

Pupi Avati.

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quentin Tarantino.

Raffaele Riefoli: Raf.

Ramona Chorleau.

Raoul Bova e Rocio Munoz Morales.

Raul Cremona.

Raphael Gualazzi.

Red Canzian.

Red Ronnie.

Renato Pozzetto e Cochi Ponzoni.

Renato Zero.

Renzo Arbore.

Riccardo Chailly.

Riccardo Cocciante.

Riccardo Manera.

Riccardo Milani.

Riccardo Scamarcio.

Ricky Gianco.

Ricky Johnson.

Ricky Martin.

Ricky Portera.

Rihanna.

Ringo.

Rita Dalla Chiesa.

Rita Rusic.

Roberta Beta.

Roberto Bolle.

Roberto Da Crema.

Roberto De Simone.

Roberto Loreti, in arte e in musica Robertino.

Roberto Satti: Bobby Solo.

Roberto Vecchioni.

Robbie Williams.

Rocco Papaleo.

Rocco Siffredi.

Rolling Stones.

Roman Polanski.

Romina Power.

Romy Indy.

Ron: Rosalino Cellamare.

Ron Moss.

Rosanna Lambertucci.

Rosanna Vaudetti.

Rosario Fiorello.

Giuseppe Beppe Fiorello.

Rowan Atkinson.

Russel Crowe.

Rkomi.

Sabina Ciuffini.

Sabrina Ferilli.

Sabrina Impacciatore.

Sabrina Salerno.

Sally D’Angelo.

Salvatore (Totò) Cascio.

Sandra Bullock.

Santi Francesi.

Sara Ricci.

Sara Tommasi.

Scarlett Johansson.

Sebastiano Vitale: Revman.

Selena Gomez.

Serena Dandini.

Serena Grandi.

Serena Rossi.

Sergio e Pietro Castellitto.

Sex Pistols.

Sfera Ebbasta.

Sharon Stone.

Shel Shapiro.

Silvia Salemi.

Silvio Orlando.

Silvio Soldini.

Simona Izzo.

Simona Ventura.

Sinead O’Connor.

Sonia Bergamasco.

Sonia Faccio: Lea di Leo. 

Sonia Grey.

Sophia Loren.

Sophie Marceau.

Stefania Nobile e Wanna Marchi.

Stefania Rocca.

Stefania Sandrelli.

Stefano Accorsi e Fabio Volo.

Stefano Bollani.

Stefano De Martino.

Steve Copeland.

Steven Spielberg.

Stormy Daniels.

Sylvester Stallone.

Sylvie Renée Lubamba.

Tamara Baroni.

Tananai.

Teo Teocoli.

Teresa Saponangelo.

Tiberio Timperi.

Tim Burton.

Tina Cipollari.

Tina Turner.

Tinto Brass.

Tiziano Ferro.

Tom Cruise.

Tom Hanks.

Tommaso Paradiso e TheGiornalisti.

Tommaso Zanello alias Piotta.

Tommy Lee.

Toni Servillo.

Totò Cascio.

U2.

Umberto Smaila.

Umberto Tozzi.

Ultimo.

Uto Ughi.

Valentina Bellucci.

Valentina Cervi.

Valeria Bruni Tedeschi.

Valeria Graci.

Valeria Marini.

Valerio Mastandrea.

Valerio Scanu.

Vanessa Incontrada.

Vanessa Scalera.

Vasco Rossi.

Vera Gemma.

Veronica Pivetti.

Victoria Cabello.

Vincenzo Salemme.

Vinicio Marchioni.

Viola Davis.

Violet Myers.

Virginia Raffaele.

Vittoria Puccini.

Vittorio Brumotti.

Vittorio Cecchi Gori.

Vladimir Luxuria.

Woody Allen.

Yvonne Scio.

Zucchero.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITO SANREMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Solito pre Sanremo.

Prima Serata.

Terza Serata. 

Quarta Serata.

Quinta Serata.

Chi ha vinto?

Simil Sanremo: L’Eurovision Song Contest (ESC)

 

INDICE NONA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Superman.

Il Body Building.

Quelli che...lo Yoga.

Wags e Fads.

Il Coni.

Gli Arbitri.

Quelli che …il Calcio I Parte.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che …il Calcio II Parte.

 

INDICE UNDICESIMA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Mondiali 2022.

I soldati di S-Ventura. Un manipolo di brocchi. Una squadra di Pippe.

 

INDICE DODICESIMA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

I personal trainer.

Quelli che …La Pallacanestro.

Quelli che …La Pallavolo.

Quelli che..la Palla Ovale.

Quelli che...la Pallina da Golf.

Quelli che …il Subbuteo.

Quelli che…ti picchiano.

Quelli che…i Motori.

La Danza.

Quelli che …l’Atletica.

Quelli che…la bicicletta.

Quelli che …il Tennis.

Quelli che …la Scherma.

I Giochi olimpici invernali.

Quelli che …gli Sci.

Quelli che… l’acqua.

Quelli che si danno …Dama e Scacchi.

Quelli che si danno …all’Ippica.

Il Doping.

 

 

 

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

QUARTA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Gabriel Garko.

Da liberoquotidiano.it il 24 novembre 2022. 

Ci mancava Gabriel Garko. Nella sua esplosiva intervista a Belve, da Francesca Fagnani su Rai2, Nancy Brilli ha regalato perle e rivelazioni a tratti sconcertanti sulla sua vita e il rutilante mondo dello spettacolo italiano. Chiamando in causa colleghe e colleghi con dettagli, spezzo, compromettenti e imbarazzanti.

Dal punto di vista del gossip, un momento chiave è stato il passaggio dell'attrice romana dalla scuderia dell'agente dei vip Lele Mora alla potentissima (allora) Ares, l'agenzia creata da Alberto Tarallo che per molti anni ha di fatto dato le carte alla tv, producendo le fiction di maggior successo di Mediaset e creando da zero (e a volte distruggendo in poche settimane) le carriere di tanti divi. Tra questi, per esempio, Manuela Arcuri e Gabriel Garko, coppia su alcuni fortunati set e anche nella vita per qualche anno. Due anni fa però è venuta a galla la verità: Garko, dopo anni di voci sussurrate, ha ammesso di essere gay.

Su Tarallo invece è piovuta l'accusa di averlo manovrato e messo in scena finti fidanzamenti etero (dalla Arcuri alla giovane Adua Del Vesco - al secolo Rosalinda Cannavò) solo per fare pubblicità. La Arcuri ha sempre negato che la sua storia con Gabriel fosse falsa, ma la Brilli a Belve regala un passaggio "illuminante", per così dire: "Mi è stato proposto di fare un finto fidanzamento con Gabriel Garko, ma dissi di no. Non so neanche se Gabriel lo sapeva. Tarallo li chiamava ‘scoop’. Ma rifiutai. Me lo offrì anche con Garko, ma non so se lui lo sapesse. Gabriel veniva offerto come fidanzato a tutte? Sì".

Gabriel Garko: «Ho tolto alcune delle mie maschere. Il coming out? Ora sono sereno». Chiara Maffioletti su Il Corriere della Sera l'1 novembre 2022.

L’attore, tra i favoriti di «Ballando con le Stelle», si racconta: «Le persone mi cercano sempre ma una volta mi lanciarono un bambino. L’esposizione va saputa dosare» 

L’altro giorno, ad aspettarlo fuori dal cancello di casa c’era Marilyn Monroe. Cose che capitano se ti chiami Gabriel Garko. «Devo ammettere che succede spesso di trovare qualcuno fuori da casa mia. Qualche sera fa stavo rientrando e ho visto questa donna biondissima, con abiti vistosi, proprio all’ingresso. Così ho tirato dritto e ho chiamato la polizia ma lei agli agenti ha detto questo, che era Marilyn Monroe». La storia dell’attore non è tra le più comuni, così come non lo è mai stata la sua bellezza, capace di renderlo non solo popolarissimo ma venerato, con gente disposta a tutto pur di riuscire a toccarlo anche solo un istante. «Ho vissuto la coda del divismo, che con i social è un po’ morto. Confesso che le persone mi cercano sempre molto, ma certe serate, certi eventi non esistono più. Una volta, in una di quelle occasioni, mi hanno anche lanciato un bambino. Per fortuna la persona della sicurezza vicino a me lo ha preso al volo».

È uno dei concorrenti di «Ballando con le Stelle», dove ha dimostrato di essere bravissimo in pista, anche infortunato.

«Erano 17 anni che Milly (Carlucci, ndr.) me lo chiedeva, ora è arrivato il momento giusto, anche per una questione di tempi: prima ero sempre sul set. Mi criticano dicendomi che avevo già studiato danza, ma non è così. Ho solo girato un film, Valentino, in cui danzavo, ma questo non fa di me un ballerino, anche perché nella mia carriera ho sparato a chiunque e questo non fa di me un assassino. Il dato è che quando fai male qualcosa sono tutti pronti ad attaccarti, ma anche quando la fai bene, pare».

Se è anche una questione di impegni, che effetto le fa, dopo tanti anni, aver trovato il tempo per fare questo show?

«Ho festeggiato 30 anni di carriera e penso che in ognuna ci sia un’ascesa e poi, dopo un po’, un declino. Prima che arrivi quel momento devi riuscire a mantenere la quota, e quella è la parte difficile. Per me vale la regola della Nutella: se la mangi una volta a settimana ti piacerà per tutta la vita, se finisci un barattolo in un colpo non la vuoi più vedere. L’esposizione va saputa dosare e io sono stato molto esposto. Così, per un po’, ho deciso di prendermi del tempo e mi sono levato dai riflettori. Adesso mi volevo mettere alla prova, dando qualcosa di me e non stando dietro un personaggio».

Quando ha sentito di essere troppo esposto?

«Dopo Sanremo, nel 2016. Più popolare di così non potevo essere. Ricordo di aver ricevuto la chiamata da Carlo Conti mentre ero in autostrada e pensavo a uno scherzo. Gli ho chiesto quanto tempo avessi per pensarci e mi rispose: cinque minuti. In quella occasione ho cercato di non pensare a quello che la gente si aspettava da me, di non farmi bloccare dall’idea di dire qualcosa pensando che fosse quello che gli altri volevano sentire e ho iniziato ad essere me stesso. Se sbaglio, ho pensato, almeno sarà per qualcosa in cui credo. Il patto con chi mi stava vicino in quei giorni era di non leggermi nessun commento, nessuna critica».

Fu un successo.

«Prima ero molto preoccupato dal dover dimostrare qualcosa. Col tempo ho imparato ad abbandonare questo pensiero. Sono timido ma penso che tutti, sempre, indossino qualche maschera, in ogni lavoro e anche inconsapevolmente. Negli anni però ho scelto di abbandonarne qualcuna».

Una scelta molto forte, in questo senso, fu la sua decisione di fare coming out in tv, durante il «Grande Fratello».

«A un certo punto mi sono staccato da tutto: avevo bisogno di fare chiarezza con tutto e con tutti e quindi ho preferito così. Anche in quel caso, non lo avrei fatto prima e nemmeno dopo».

Davvero non avrebbe anticipato?

«No, era il momento giusto. Da lì ho fatto un cambio di passo in generale: magari avessi avuto a vent’anni la testa di oggi. Certe cose avvengono con la maturità, è normale».

Quindi è felice di aver preso quella decisione? Nessun pentimento?

«Si, sono felice, molto felice di tutto. Anzi, ancora meglio, sono sereno e soddisfatto, specie delle persone che mi circondano oggi».

Sente di essere stato compreso nei suoi talenti, in generale?

«Assolutamente no, ma non ho la presunzione di dover essere capito. Sto notando che sempre più persone oggi mi dicono: ah, però sei anche un bravo attore... Ho avuto la fortuna di vivere quella fase molto formativa della gavetta, che ti insegna da dove vieni e non te lo fa dimenticare. Ma se oggi dovessi dare dei consigli a delle persone che vogliono intraprendere questa carriera, non saprei cosa dire: è un altro mondo».

Il fatto di aver fatto tante fiction l’ha un po’ allontanata da un certo cinema?

«Non rinnego nulla e non mi va di fare la parte di chi si lamenta, nemmeno della bellezza: mi è servita e l’ho sfruttata. Certo, rischi di finire in uno stereotipo da cui non è facile uscire. Io venivo giudicato come prima cosa per quello quindi dovevo dimostrare sempre un po’ di più, ma poi qualcuno si è accorto che qualcosa di buono potevo fare».

Ha recitato per Ozpetek, per Zeffirelli... e poi?

«E poi hanno mollato la presa — ride —. Dopo Le fate ignoranti probabilmente mi aspettava un percorso con dei film diversi, questo non è successo per tantissimi fattori ma il principale è che ero sempre impegnato nelle fiction. E non ti accorgi neanche del tempo che passa, nel mentre».

Quando ha capito di essere bello?

«Nel tempo. A casa mia non è mai stato un tema, i miei genitori non me lo hanno mai detto. E anche dopo il successo, per loro restavo quello di prima. A volte ci rimanevo anche male, perché magari nemmeno avevano visto un mio film, una mia serie. Ma poi ho capito che consideravano il mio come un lavoro, che peraltro a me piaceva ma a loro no. Più che altro erano orgogliosi che avessi realizzato un mio sogno. Ricordo una volta in cui ero con loro e si era creata la folla attorno a noi, tanto da dover scappare dal retro di un negozio. Mio padre mi disse: “Mah, io proprio non capisco cosa ci trovi la gente in te... sarà che ti vedo da quando sei piccolo...”».

Dopo «Ballando» ci sono nuovi progetti?

«Due molto grossi, poi un terzo a teatro. Inoltre tra qualche mese uscirà il mio nuovo libro, un romanzo dopo la mia autobiografia, che mi piacerebbe diventasse anche un film. Amo il mio lavoro e mi piacciono le sfide, più sono grandi e più le preferisco».

Dopo averla vista ballare, si dice che potrebbe fare un musical...

«Mi piacerebbe perché dovrei mettermi alla prova. Dopo che da bambino sognavo di volare sugli aerei militari ora sto prendendo il brevetto di pilota, per dire. Sono un perfezionista, infatti tra i complimenti che preferisco ci sono quelli di chi mi dice che sono un grande lavoratore».

Le piacerebbe diventare papà?

«L’ho pensato tante volte e d’istinto direi di sì, ma la società di oggi non mi piace proprio, quindi no, al momento l’idea mi fa un po’ paura».

Gabriel Garko compie 50 anni. Da seduttore delle serie tv al coming out. Silvia Fumarola su La Repubblica il 12 luglio 2022.

L’uomo che visse due volte compie 50 anni oggi, 12 luglio. Gabriel Garko, torinese, all’anagrafe Dario Gabriel Oliviero, dopo il coming out ha raccontato di sentirsi finalmente libero. Divo delle serie più popolari e seguite di Canale 5, da Il bello delle donne a L’onore e il rispetto a Il peccato e la vergogna, il Rodolfo Valentino della fiction è stato per anni il sogno proibito di milioni di spettatrici. Divo formato tv, al cinema è stato scelto, tra gli altri, da Ferzan Ozpetek per Le fate ignoranti, in un ruolo drammatico molto bello, quello di un malato terminale di Aids. Tinto Brass l’aveva spogliato in Senso 45, Asia Argento lo ha diretto in Incompresa trasformandolo in un padre tossicodipendente.

Garko biondo per Tinto Brass Ha giocato a fare il bel tenebroso ma Garko è molto simpatico. Qualche anno fa, dopo essere apparso a Domenica in, il web era impazzito perché sembrava sfigurato dal botox, gonfio e irriconoscibile. Bisognava verificare. Di persona era normalissimo, aveva spiegato che era un po’ gonfio per via di una cura e aveva raccontato di sé. “Sono narcisista non lo nego, sono anche una grandissima mignotta ed è giusto che un attore lo sia, in senso lato non fisico: devi sedurre la macchina da presa. Quando mi chiedono: ‘Ti senti bello?’, mi chiedo: ora devo fare la figura del cretino o dell'arrogante? Non c'è mai la risposta giusta. Se sono qua è grazie al mio fisico". Gli avevamo chiesto: a 50 anni come s'immagina? E lui, ridendo, aveva spiegato: "A 50 anni sarò con una bocca così e gli zigomi che superano gli occhi".

Non è così, ma oggi il Garko che negli anni è apparso sui rotocalchi con fidanzate appiccicate come in un album di figurine, "donne dello schermo", dopo il coming out è più felice. La rivelazione il 25 settembre 2020, durante una puntata de Il grande fratello vip. l'attore aveva preparato una lettera aperta alla ex "fidanzata" Adua Del Vesco, in cui ha parlato della loro storia come di "una favola, bella, ma una favola". Senza mai pronunciare la parola "gay" aveva parlato di "segreto di Pulcinella", alludendo alla sua vita privata. Visibilmente commosso, come Adua che lo ascoltava, ha spiegato: «Ho ritrovato il bambino dentro di me, gli ho fatto ripercorrere tutta la mia vita fino a oggi. Il mio bambino nonostante tutto si è accorto che non ero felice. Dopo anni mi sento libero, ho voglia di vivere la mia vita con te come amica. La verità scavalcherà ogni segnale di omertà». Poche ore prima di entrare nella casa del Grande Fratello Garko aveva pubblicato su Instagram questo messaggio ai fan: "Sono sicuro che sentirete delle cose che non vorreste sentire... Sono sicuro che molta gente giudicherà... Sono sicuro che tante persone non capiranno... E sono sicuro che per me sarà dura, molto dura... Ma l’unica cosa che posso promettervi e che da me avrete solo la verità.... Adua sarà nella mia vita da oggi in un altro modo, e non ci perderemo più". 

Così, con i social impazziti, in modo plateale, aveva ripreso in mano la sua vita. Gran chioma color castoro, aveva dato il meglio di sé al Festival di Sanremo nel 2016, quando Carlo Conti lo aveva voluto come co-conduttore. «La chiamata di Conti - raccontava - è stata una sorpresa, forse perché ho l’abitudine di sottovalutarmi. Per me è un’esperienza nuova, normalmente sono protagonista, qui sarò al servizio dello spettacolo. Di solito sono protetto da un ruolo, sono timido anche se non si direbbe perché mi spoglio sempre. Stavolta ho deciso di essere me stesso, come sono a casa. Non voglio preparami, spero di riuscire a dare qualcosa di diverso di me, forse è pericoloso ma vorrei arrivare sul palco e sorprendermi». E così fu.

Quel festival iniziò con un evento tragico: ci fu un’esplosione nella villa che lo ospitava. Morì la proprietaria, lui si salvò per un soffio. Uno choc terribile. Così il divo statuario, un po’ ingessato, sempre impostato a seconda dei ruoli, scoprì che poteva essere se stesso, Gabriel l’imbranato faceva ridere. L’intervista doppia, surreale, con Nino Frassica, resta uno dei momenti più divertenti di quell’edizione. Quanto siete alti? “1.92 senza scarpe” risponde Garko; “un metro e 73 a stomaco vuoto” replica Nino. “Vi conoscevate?” chiede Conti. “No” risponde Frassica, “però conoscevo la mamma: Greta Garko”.

Da "Oggi" il 12 maggio 2022.

«Desideravo uscire, divertirmi, avere un compagno. Ma non puoi perché devi mantenere il personaggio che è il tuo opposto: duro, inaccessibile, sciupafemmine. È durata 30 anni questa “condanna”: quasi un ergastolo… Un giorno mi sono guardato allo specchio, e al posto della mia faccia ho visto la copertina di un rotocalco che celebrava uno dei miei amori inventati»», dice Gabriel Garko in un’intervista al settimanale OGGI in edicola da domani. 

L’attore ha già rivelato da qualche tempo di essere gay, ma per la prima volta racconta con grande onestà la sua esistenza “bugiarda” da finto latin lover, fatta di copertine con finte fidanzate e fidanzati veri da tenere nascosti. Questa doppia vita l’aveva spinto 17 anni fa a comprare una villa a Zagarolo (Roma).

«Un posto lontano da tutti, dove poter essere me stesso… Avevo una relazione con un ragazzo che si chiama Riccardo. Qui eravamo liberi, anche se quando veniva qualcuno dovevamo nasconderci. Invitavo degli amici a cena? A fine serata lui fingeva di andarsene, si faceva mezza passeggiata a poi rientrava. Quando al mattino arrivava la donna delle pulizie, si faceva trovare nel letto della stanza degli ospiti anche se avevamo dormito insieme». 

E di Manuela Arcuri, che invece sostiene che la loro storia fu vera e passionale, dice: «Non si è ancora liberata da certi condizionamenti. Spero lo faccia presto». 

Alessandro Penna per "Oggi" il 16 maggio 2022.

La casa di Gabriel Garko inizia come una fortezza, con un recinto alto quattro metri e il cancello che svetta per altri due. Continua dentro un parco che tende al selvaggio e finisce in una bella villa con i pavimenti in pietra lavica, un’infilata di saloni a tema (c’è la stanza giapponese, quella barocca, lo studio consacrato all’arte) e una mano di bianco che va rischiarando qualche parete e un paio di soffitti scuri. 

Garko è fatto alla stessa maniera: guardingo, sulle prime, e poi spontaneo, quasi felice di aver attraversato tanto buio - «E voi che vedevate solo le luci della ribalta!» - se la ricompensa sono questi sprazzi di verità, queste mani di bianco. La frase che lo mette più a fuoco, e fotografa meglio il momento, la dice a fine intervista, a registratore spento, in mezzo a una risata che è un fuoco d’artificio.

Sembra il rifugio di uno che vuole proteggersi dal mondo.

«E invece è stato il mio grande gesto di libertà. L’ho comprata 17 anni fa, quando buttai giù il primo dei tanti muri che mi tenevano prigioniero». 

Quale muro?

«Diciamo che non ero autonomo. Mi ribellai e presi questa villa: avevo bisogno di un posto lontano da tutti (la casa è nel verde di Zagarolo, a mezz’ora da Roma, ndr), dove poter essere me stesso. E vivere in pace la mia vera relazione, mentre sulle copertine si alternavano le mie finte fidanzate, e si “pianificava” la mia fama di latin lover». 

Con chi aveva questa «vera relazione»?

«Con un ragazzo che si chiama Riccardo. Qui eravamo liberi, anche se quando veniva qualcuno dovevamo nasconderci. Invitavo degli amici a cena? A fine serata lui fingeva di andarsene, si faceva una mezza passeggiata e poi rientrava. Quando al mattino arrivava la donna delle pulizie, si faceva trovare nel letto della stanza degli ospiti anche se avevamo dormito insieme. È durata 11 anni, mi ha salvato».

Salvato da cosa?

«Era in una goccia di verità in un mare di menzogne». 

Il suo agente era Alberto Tarallo.

«È il passato, non voglio parlarne». 

Qui va fatta una digressione. Garko è stato la punta di diamante di Ares Film, società che per anni ha fornito a Mediaset fiction “chiavi in mano”. Nel suo organigramma c’erano il produttore (Tarallo), lo sceneggiatore Teodosio Losito (compagno di Tarallo), una scuderia di artisti che comprendeva anche Manuela Arcuri, Eva Grimaldi e Adua Del Vesco (che si sono succedute nel ruolo di finte fidanzate di Gabriel).

Una macchina sforna-successi franata in un amen: nel 2019 Losito è morto in circostanze poco limpide (si sarebbe impiccato con una sciarpa legata a un termosifone); nel 2020 è fallita la società; durante l’ultimo Gf vip due suoi attori – la Del Vesco e Massimiliano Morra – parlando fra loro hanno espresso dubbi sulle fine di Teo Losito, spingendo la procura ad aprire un fascicolo per istigazione al suicidio prima contro ignoti, poi contro Tarallo. 

A luglio compirà 50 anni.

«Ma ne festeggerò sei. Il mio nuovo “me” è nato a Sanremo, nel 2016, in quel Festival che iniziò con una tragedia».

Ci fu un’esplosione nella villa che la ospitava: morì la proprietaria, lei si salvò per un soffio.

«L’incidente mi fece saltare le prove, allora decisi di buttarmi: non sarei stato perfetto, sarei stato me stesso. Con la mia imbranataggine, l’autoironia». 

Funzionò?

«Sì, anche come terapia. Fino ad allora non ero quasi esistito: ero un personaggio che aveva la mia faccia, ma era stato “pensato” da altri. Io inciampo, faccio gaffe, non so leggere il “gobbo” (lo schermo su cui scorre il testo dei conduttori, ndr), un animale che odio, perché si muove e le parole ci ballano sopra, e mi sfuggono.

Sono stato così naturale, che dietro le quinte hanno iniziato a farmi gli scherzi: acceleravano il gobbo, me lo spegnevano... Con il Garko di prima non si sarebbero mai permessi. Sanremo è stata la mia dichiarazione d’indipendenza». 

Da cosa?

«Dal perfezionismo, anzitutto. Poi mi dissi: “Vedi, Gabriel, anche se decidi da solo, non fai stronzate”. Mi avevano abituato a pensare che, se non seguivo le loro direttive, avrei combinato disastri. Ero una marionetta, da allora sono un uomo».

L’anno dopo, nel 2017, diede l’addio alle scene. Perché?

«Mi fermai per chiedermi: “Sei arrivato in cima. E se inizia la discesa come starai?”. Volevo un tempo mio: dovevo imparare a camminare, è stata come una vacanza-studio». 

Vacanza meritata: lavorava dal 1989.

«Esordii con Vita con i figli, di Dino Risi». 

Su quel set c’era la Bellucci. Com’era?

«Inguardabile, tanto era bella. Monica fu la conferma di quel che avevo appena capito: se non mi viene di saltare addosso a una donna così, mi dissi, vuol dire che preferisco altro».

Prima di quella conferma ha avuto dei flirt con qualche ragazza?

«Sì, ho avuto due o tre storielle etero. A 17 anni mi sono accorto che c’era qualcosa che, per come è fatta questa società, “non andava”. Non è un passaggio facile, è una scoperta che ti “chiude” tantissimo: ed è dannatamente pericoloso, perché puoi incontrare qualcuno che sfrutta quel tuo momento di debolezza. 

Sei totalmente da solo a dover affrontare questo mostro che ti sta uscendo da dentro... Oggi, forse, è diverso, più facile. Anche se tutta ‘sta differenza non la vedo: la differenza vera si vedrà quando non ci sarà bisogno di fare coming out. Quando quelle due parole – venire fuori – ci suoneranno ridicole: quale crimine ho commesso, per dovermi costituire?».

Dopo Risi ha fatto il modello.

«Cose piccole, sfilate di paese. In una di quelle occasioni, il tizio che mi stava accompagnando e mi faceva da agente si fermò a metà tragitto, e disse che doveva passare a salutare degli amici che stavano cenando in un appartamento di Asti. Mi pregò di salire, ma non c’era nessuno». 

Un’imboscata.

«Mi saltò addosso. Mi salvai perché nel pericolo tiro fuori una strana freddezza. Trovai un varco in quel flusso di spavento e di orrore, e gli dissi: “Sono minorenne!”. Mi lasciò scappare».

Nel 1991 vinse Il più bello d’Italia.

«Mi fermarono per strada, a Torino, e mi chiesero se volevo partecipare. Dissi: “Manco morto”. Poi pensai che almeno sarebbe stata una vetrina: non c’era Instagram, all’epoca, per farti vedere dovevi andare a bussare alle porte».  

Che esperienza fu?

«Surreale. Io, che sono timidissimo, improvvisai una cosa a metà tra la sfilata e lo striptease. Solo che non mi accorsi che il palco stava finendo, rischiai di cadere sulla giuria». 

Presieduta da Marina Ripa di Meana.

«Che mi chiamò per il suo film Cattive ragazze, ma dovetti partire per il militare che, lo dico sapendo che verrò lapidato, vorrei tornasse obbligatorio. Io lo feci da carabiniere, fu un anno felice». 

Uno spartiacque.

«Sì, perché poi mi trasferii a Roma. Ricordo la sera prima della partenza: in discoteca a Torino, con gli amici. Ci mettemmo in cerchio, mano nella mano, e cantammo a squarciagola Vita spericolata. È l’ultima cosa che ho fatto con spensieratezza. Avevo 18 anni».

Iniziò la sua seconda vita.

«Partivo da Torino “iper tranquillo”, io mi ero accettato, la mia famiglia idem. A casa si parlava in libertà di sesso, e i miei mi dissero: “L’importante è che tu sia felice”. Ma per la società, e per il lavoro che intendevo fare, mi sono dovuto richiudere. Fu tremendo, ma inevitabile». 

Perché inevitabile?

«Se bruci dal desiderio di recitare, ti entra dentro la convinzione che alcune cose le devi nascondere. Molti mi dicono: “Non è giusto, ci hai preso in giro”». 

E lei cosa risponde?

«La verità. Che c’è solo una persona che ho preso in giro: me stesso».

Le fan come hanno reagito? Lei è stato per lungo tempo un incomparabile oggetto del desiderio.

«Non è cambiato niente. Mi saltano ancora addosso. Sarebbe stupido il contrario: ho detto che sono gay, mica che ho la lebbra. Mi divertono, i loro assalti mi fanno piacere. Qualcuna pensa di potermi convertire, qualcuna lo fa per gioco o per passione». 

Ha lavorato anche per Tinto Brass in Senso 45.

«Il provino più divertente della mia carriera. A un certo punto del colloquio, dal nulla, Tinto mi ha detto: “Fammi vedere il culo” (Garko imita alla perfezione la voce e l’accento di Brass, ndr). Io sono rimasto di sasso, ma il modo in cui me l’ha detto ha abbattuto tutte le barriere. Mi sono girato e ho tirato giù i jeans».

E Tinto?

«“Ora fammi vedere il pisello”. Io avevo già i pantaloni abbassati e mi sono ri-girato. Da quel provino ho imparato una cosa fondamentale». 

Quale?

«Che il sesso va vissuto così, come lo vede Tinto, in una cornice naturale, semplice, divertente. Noi abbiamo questa voglia di etichettare tutto, ma l’etichetta si mette solo alle cose. 

Le faccio un esempio: a una ragazza “normale” - parola che odio perché viene da norma, e cioè regola - può “partire la brocca” per un’altra ragazza. Poi magari finisce, e si innamora un’altra volta di un uomo. Sa come chiamerebbero quella ragazza? Lesbica. Invece siamo tutti fluidi, a qualunque uomo è successo di provare qualcosa per un amico. Solo che ti freni molto prima perché te lo impone la società»

Con L’onore e il rispetto, nel 2006, la sua popolarità raggiunse l’apice.

«Non me lo sono mai goduto, il successo. Non me ne sono proprio reso conto: ero così preso dal set, e dal proteggermi per non essere scoperto... Nascondermi è stato un altro lavoro. La cosa che posso dirle è che la qualità della mia vita peggiorò. Mi chiudevo qui, a guardare La carica dei 101. 

Non rinnego nulla, ma si immagini un uomo giovane, in giro per l’Italia, con le guardie del corpo, la folla che strepita, ragazze e ragazzi che urlano il suo nome. E poi pensi alla scena immediatamente successiva». 

Com’è?

«Sei da solo, in una camera d’albergo, col telecomando in mano. C’è una “forbice” così devastante tra quel che vuoi e quel che puoi fare».

Lei cosa desiderava?

«Uscire, divertirmi, avere un compagno. Ma non puoi, perché devi mantenere il personaggio, che è il tuo opposto: duro, inaccessibile, sciupafemmine. È come girare una scena al mare, col sole: chi guarda vede tutto bello, ma tu che sei lì sai che è marzo. Fa freddo, stai male, però ti butti lo stesso in acqua. È durata 30 anni, questa “condanna”: quasi un ergastolo». 

Perché non ha mollato prima?

«Perché ho il senso del sacrificio e una pazienza infinita. E ambizione, ma è stato più un portare avanti il lavoro, come uno che sta chino sui libri. Finché giravo, mi sentivo da dio. Ma ero isolato, fuori dalla realtà. Un giorno mi sono guardato allo specchio, e al posto della mia faccia ho visto la copertina di un rotocalco che celebrava uno dei miei amori inventati». 

La Arcuri è ancora convinta che la storia tra voi due sia stata vera, e passionale.

«Non vorrei parlare di Manuela. Non si è ancora liberata da certi condizionamenti. Spero lo faccia presto».

Ora come sta?

«Bene, ma mi sto ancora assestando. Ho sempre messo davanti a me il personaggio Garko, perché ho sempre pensato che fosse migliore di me. Ora ho capito che sono meglio io: sono più “vario”, ho più colori». 

Selvaggia Lucarelli ha scritto che per fare coming out al Gf vip lei ha preteso 30 mila euro.

«Per il coming out avrei potuto chiedere un “botto” di soldi in più, ma ho preso il cachet che prendo sempre quando vado in televisione: anzi, di meno perché la pandemia ha imposto dei tagli consistenti».

Ha paura che la sua carriera di sex symbol televisivo sia finita?

«No, perché i copioni continuano ad arrivare, anche con quel ruolo di macho. Che differenza c’è se sei etero o gay? Perché un attore etero che fa il gay è bravissimo, e un attore gay che fa l’etero non è credibile?». 

È fidanzato?

«Sono single. E penso questo: se da solo sto bene, in coppia devo stare meglio. Di sicuro non metterò sulle copertine la mia vita privata: stavolta sarà amore, non lavoro». 

Che regalo vorrebbe per i 50 anni?

«Voglio - e uso l’imperativo perché è una parola che ci viene vietata fin da bambini, per castrare i desideri forti - voglio un po’ serenità. Voglio fare il bagno, che ci sia il sole e che sia agosto».

Sulla strada per la stazione di Zagarolo, Garko mi informa che la villa in cui abita era di Angelo Litrico, mitico sarto che nei primi anni ‘60 vestì sia John Kennedy sia Nikita Kruscev. 

«Che ne sa, magari li ha messi d’accordo lui, gli americani e i sovietici, e se non scoppiò la guerra il merito è suo». Per scherzo gli suggerisco di organizzare a casa sua un summit tra Putin e Biden. Garko si tira giù gli occhiali da sole e ride: «Sa come mi tratterebbe Putin, ora che sono frocio!». 

·        Gabriele Lavia.

Gli 80 anni di Gabriele Lavia: «Mi spogliai per Strehler al primo provino. Le mie compagne? In scena le ho trattate male». Emilia Costantini su Il Corriere della Sera il 3 ottobre 2022.

L’attore-regista l’11 ottobre celebra il suo ottantesimo compleanno. Intanto si prepara a tornare in scena l’8 novembre al Teatro Quirino con «Il berretto a sonagli»

Pur di recitare è andato in scena a lume di candela. «In quel periodo ero direttore del Teatro Argentina - racconta Gabriele Lavia - ed era in programma il mio spettacolo La trappola di Pirandello. A causa di una agitazione sindacale, i tecnici delle luci dichiarano all’improvviso lo sciopero, senza il dovuto preavviso. La sala però era piena di pubblico e decido di fare la rappresentazione, per rispetto a chi aveva pagato il biglietto. Accusato di condotta antisindacale, ho recitato non proprio a lume di candela, ma quasi: solo con il riverbero delle luci di platea. Gli spettatori avranno pensato a uno stratagemma pirandelliano. Al pubblico piacciono gli imprevisti». È una delle tante avventure che l’attore-regista vive da sempre fra teatro, cinema e televisione. Sessant’anni di carriera e 80 anni che sta per compiere, mentre tornerà in scena l’8 novembre al Teatro Quirino con «Il berretto a sonagli» di Pirandello.

Perché ufficialmente è nato l’11 ottobre, mentre la vera nascita è il giorno prima?

«L’errore fu fatto per non pagare una multa. Bisognava annunciare la nascita entro e non oltre un certo numero di giorni, ma all’epoca c’era la guerra, non era un periodo tranquillo e i miei genitori non erano riusciti ad andare in tempo all’anagrafe. Ma non festeggerò il compleanno... o forse sì come mia moglie Federica e forse con i figli, ammesso che se lo ricordino».

Oltre 60 anni di teatro e lei non è figlio d’arte...

«Ho avuto la fortuna di avere dei “padri artistici” putativi: grandi maestri, a cominciare da Renzo Ricci. Ricordo quando una volta gli dissi: maestro, perché usa sempre il suggeritore? Lei la parte la sa a memoria! E lui rispose mettendomi una mano sulla spalla: Pallino... - così amava chiamarmi - hai ragione, la parte la so, ma non l’ho ancora dimenticata. Voleva dire che, per interpretare bene un personaggio, bisogna dimenticare la parte, dimenticare sé stesso in quanto attore».

Da dove nasce la sua passione per il palcoscenico?

«In verità, la prima volta che mi portarono a teatro, a Catania, la città dove vivevamo, mi annoiai mortalmente. Avrò avuto 3 o 4 anni e Gino Cervi interpretava il “Cyrano de Bergerac”. Non capivo niente, smaniavo e mia madre indispettita disse categorica: non ti ci porto più. La curiosità mi venne in seguito, quando una compagnia amatoriale veniva a casa nostra a fare le prove. Mi mettevo in un angolo: ero affascinato da ciò che facevano e, credo, di aver capito in quelle occasioni che fare teatro mi piaceva».

Quando decise di iscriversi all’Accademia d’arte drammatica, i suoi ne furono contenti?

«Annunciai la mia partenza per Roma una sera a cena: mio padre, seduto a capotavola, mi tirò un bicchiere enorme, lo schivai per miracolo e finì contro il muro. Aveva capito che non c’era niente da fare e che avrei rovinato la mia vita. Dopo la sua morte, ho scoperto che aveva custodito gelosamente in un armadio i ritagli di giornali in cui si parlava di me: mi fece tenerezza».

Perché al suo primo provino con Giorgio Strehler lei si spogliò nudo?

«Volevo convincerlo che ero giusto per il ruolo di Edgar nel Re Lear che stava preparando. Al termine della mia folle performance, si convinse a tal punto che sentenziò: Rita Renoir, la più grande spogliarellista del Crazy Horse, ti fa un baffo...».

Nato a Milano, per caso, vissuto a Catania e poi a Torino: a quale città si sente più legato?

«Catania, essendo figlio di siciliani. Ricordo la città bombardata e noi ragazzini che giocavamo tra le macerie, cercando le armi abbandonate dai soldati. E quella volta che, trionfante, ne portai una a mia madre come fosse un trofeo, mi corse appresso prendendomi a legnate».

Si sente un mattatore?

«Non è nella mia natura e il migliore spettacolo lo devo ancora fare. Sono felice quando non devo, oltreché recitare, firmare anche la regia: avere entrambi i ruoli è un’ammazzata».

Ha lavorato prima con la compagna Monica Guerritore, ora con la moglie Federica Di Martino: non sarebbe meglio fare scelte artistiche diverse?

«No, va benissimo. Forse le ho trattate un po’ peggio degli altri e loro, a volte, si sono ribellate dicendo: ma come, proprio tu mi tratti così?».

Quando dirige i suoi figli attori, Lorenzo e Lucia, è stato mai contestato?

«Il regista insegna quello che può. Non si permettono di contestarmi».

Con Lucia, nel ruolo della Figliastra nei «Sei personaggi in cerca d’autore», era imbarazzato nel ruolo del Padre da lei incontrato in un bordello?

«Nessun imbarazzo. Quando sei sul palco, sei un personaggio, non hai tempo di pensare a questioni familiari o psicologiche».

Ha detto che, quando sarà il fatidico momento, vuole essere seppellito con la camicia di forza che ha indossato nel «Sogno di un uomo ridicolo».

È uno spettacolo che ho amato molto, proprio per l’ostacolo delle braccia legate: un attore più ostacoli ha e meglio riesce a recitare. Vorrei quindi rifarlo prima di morire... e anche dopo».

·        Gabriele Salvatores.

Renato Franco per il “Corriere della Sera” il 25 giugno 2022.

«Quando Sylvester Stallone ha annunciato il film vincitore ha detto "Italy" ma io ho capito "Ilary". Ho subito pensato che nella cinquina ci fosse un sesto film di cui non avevo mai sentito parlare». Gabriele Salvatores ha cresciuto con il suo cinema fatto di amicizia e ironia, di viaggi e illusioni, di fuga e malinconia, di sogni e inganni, una generazione che si è riconosciuta nel suo immaginario; l'incontro di tante solitudini che si sono ritrovate unite in una speranza collettiva, perché in fondo non siamo così diversi, ognuno con le sue fragilità e le sue aspettative. L'Oscar per Mediterraneo come punto più alto, quella statuetta che ti fa svoltare nella percezione «non di te stesso, ma degli altri». 

Agli Oscar il suo è forse stato il discorso più breve dei discorsi brevi: 27 secondi.

«C'erano due problemi. Il primo è che non so l'inglese; il secondo che non pensavo di vincere. Il favorito era Lanterne Rosse di Zhang Yimou, e anche io ero convinto che lo avrebbero premiato. È un film bellissimo, ancora adesso non capisco come sia possibile che abbia vinto io». 

Cosa ricorda di quella sera?

«Diversi momenti, come la faccia di Warren Beatty in prima fila che mi fissava e l'incontro con Zhang Yimou in bagno. Io sono con l'Oscar in mano perché te lo consegnano senza nemmeno una scatola, lui sta sommessamente piangendo; ne è nato un dialogo dove io quasi mi scusavo e lui non capiva; poi lui ha guardato l'Oscar e mi ha detto qualcosa che per fortuna non ho capito». 

Nel backstage ci fu anche l'abbraccio con Abatantuono...

«Io ormai ero già fidanzato con la sua ex moglie, Rita. Lo raggiungo in una saletta con l'Oscar quando vediamo una porta che si apre e una donna che corre inseguita dalla security; è Rita e io e Diego urliamo insieme: no, no, lasciate passare, è mia moglie, è nostra moglie ...». 

Per arrivare a Hollywood era partito da Napoli. Cosa le ha lasciato la sua città natale?

«Napoli mi ha insegnato la sua grande verità, saper ridere delle disgrazie, la capacità di unire tragedia e commedia che ha alimentato il mio modo di essere e il mio cinema. Un'altra lezione è quel senso molto greco, antico, di aspettare la fortuna, di affidarsi a quel che succede: quel che sarà, sarà». 

Quando lei aveva sei anni vi siete trasferiti a Milano, fu accolto da «terrone»?

«Mio padre si trasferì a Milano prima di Rocco e i suoi fratelli , era la Milano con le scritte "Non si affitta ai meridionali", ma è una città che mi ha accolto e mi ha permesso di essere quello che sono, anche "calcisticamente". Io ovviamente tifavo Napoli, ma a furia di mazzate - vere, fisiche - i compagni di classe mi costrinsero a scegliere una delle due squadre di Milano. Decisi di tifare Inter perché nella maglia c'era l'azzurro del Napoli». 

Suo papà cosa le ha insegnato?

«Mio padre - avvocato napoletano, crociano, formazione super classica e democratica -, voleva che facessi Legge. Quando gli ho detto che volevo dedicarmi al teatro è stato zitto per una giornata, poi la sera mi disse: la vita è la tua, se vuoi fare l'idraulico fallo, ma cerca di essere il miglior idraulico del quartiere. Vincere l'Oscar è stato come prendersi la laurea; la prima telefonata la feci ai miei genitori. Lui non mi ha mai costretto a fare nulla, quando qualcosa non gli andava applicava un dissenso ironico. Sembra incredibile a vedermi adesso ma da ragazzo avevo i capelli lunghi fino alle spalle, lui mi ammoniva: quando camminiamo insieme per strada per favore vai sull'altro marciapiede». 

Sua mamma?

«Faceva un sotterraneo e continuo tifo per le mie scelte. Nei miei primi anni a teatro batteva a macchina i nostri copioni, cuciva i costumi, invitava a casa Silvio Orlando che allora non aveva una lira e mangiava spesso da noi. Era una casalinga con tre figli, faceva un lavoro fondamentale che non viene retribuito, ha tenuto insieme la famiglia, era il collante». 

È sempre di sinistra?

«La militanza di sinistra - allora la sinistra c'era, oggi non c'è più - è sempre rimasta sia nel lavoro sia a livello personale. Sono cresciuto con una mentalità fortemente collettiva del lavoro, odio dire "il mio film", "il mio cinema". Gli attori per me sono anche autori, sono fondamentali, non sono gli strumenti di una sinfonia, sono "la" sinfonia, sono importanti quanto il testo. Per questo con gli attori con cui ho lavorato ho cercato di creare se non una famiglia, una specie di tribù». 

Il suo è uno stretto intreccio tra cinema e amicizia.

«Sono affezionato profondamente a tutti gli attori con cui ho lavorato. Silvio Orlando, Antonio Catania, Gigio Alberti, Elio De Capitani, Paolo Rossi, Claudio Bisio: è un legame che è rimasto forte nonostante gli anni che passano».

«Marrakech Express» fece decollare la sua carriera.

«Nacque sotto una buona stella, intercettando emozioni, desideri e sogni di tanti. Un film divertente ma che ha anche dei lati malinconici, di riflessione e poesia». 

Il set non fu solo lavoro...

«Una sera si giocava Bayern Monaco-Inter di Coppa Uefa, quella del famoso gol di Berti che si fa tutto il campo. Diego era l'unico che aveva la radiolina e continuava a dire che eravamo zero a zero». 

Poi ci fu la svolta di «Mediterraneo».

«Doveva chiamarsi Lasciateci perdere, giocando su un doppio significato: nel senso di perdersi e nel senso di lasciateci stare. Anche se è ambientato durante la Seconda guerra mondiale, raccontava anche l'Italia di allora, quella disillusione di chi pensava di poter cambiare la società. Erano gli anni di Berlusconi, delle tv private, di quell'abbassamento del gusto - anche visivo - che è stato rovinoso. È la fine del sentimento collettivo e la vittoria dell'individualismo, dell'edonismo della Milano da bere, un isolamento che poi si è amplificato con i social, che in realtà sono luoghi di falsa condivisone».

Quel film (l'altro era «Turné») concludeva la sua «trilogia della fuga»...

«A proposito di fuga, Diego diceva che per entrare nella storia del cinema per sempre bisognava cambiare una vocale... La fuga andava intesa non come evasione, come vacanza, se no l'avrei chiamato Méditerranée... La fuga non è il rifiuto della responsabilità ma la ricerca della libertà e di un posto nuovo». 

Ha avuto tanti riconoscimenti dal pubblico. E la critica?

«Brecht diceva che un artista deve sempre stare almeno un passo davanti al suo pubblico.

Non dieci, però, senza perderlo di vista. Ho sempre cercato di sperimentare nuove forme di racconto, ma non mi piace pensare di dover insegnare qualcosa a nessuno, di dover dimostrare di essere più intelligente del pubblico. Oltre ai grandi Maestri che ammiro, amo anche registi che non sempre vengono considerati "Maestri": Peckinpah, Germi, Cassavetes, De Palma, Rafelson, Bogdanovich, Altman... Forse è questo mio stare un po' in mezzo tra la ricerca e la voglia di comunicare. Ho sempre considerato il Cinema un'arte popolare». 

L'Oscar dove lo tiene?

«Ho avuto un rapporto strano con quella statuetta. L'Oscar non è un microchip che ti infili in testa e diventi più bravo; quando lo vinci sei esattamente come prima, ma sia gli spettatori sia gli addetti ai lavori si aspettano da te qualcosa di speciale. Però io non volevo entrare in competizione con me stesso, così per un po' di tempo l'ho tenuto in bagno, poi in ufficio, adesso ci ho fatto pace e fa da reggi-libri a una serie di libri sul cinema».

Fisicamente diversi, lei magro e aria zen, lui debordante e carnale. Abatantuono ha praticamente fatto tutti i suoi film, cosa vi lega?

«Abatantuono è più di un amico, è un parente. Questo ricordo sintetizza più di ogni altro il nostro rapporto. Una volta, eravamo a Lucca, e portavo a scuola Marta - sua figlia, avuta da Rita l'ex moglie diventata mia compagna - che andava in prima elementare. Scendevamo dai tornanti, lei era assorta. Dopo un paio di curve mi fa: "Gabriele, che cosa vuol dire frocio?". No, guarda, allora, ti spiego: frocio è una parolaccia, è un insulto. Tu puoi dire gay, omosessuale... Si tratta di uomini a cui piacciono altri uomini, è amore ed è rispettabile. Altri tre tornanti e Marta: "Gabriele, ma a te la mamma piace?". E certo che mi piace, mi piace molto, ci sto insieme. "E allora perché papà dice che sei frocio?"».

Che attore è Abatantuono?

«Se lo metti in mezzo a dieci persone, tutti istintivamente guarderanno lui. Ha un talento enorme che non coltiva. Un po' per una sua naturale pigrizia, un po' perché è stato bollato come il terrunciello dei film. Ha presenza, carisma, sarebbe un meraviglioso Re Lear». 

Chi altro secondo lei non ha sfruttato fino in fondo il suo talento?

«Penso a Paolo Rossi. Tra noi nacque subito una grande simpatia, una sintonia immediata grazie a Comedians , il testo di Trevor Griffiths, un autore trozkista che ancora oggi mi scrive Caro compagno.... Ma senza divagare, Paolo Rossi se non avesse quel demone autodistruttivo che lo perseguita sarebbe diventato come Gaber, come Jannacci, ha una stoffa speciale, da attore e poeta». 

Ha 71 anni, l'età che avanza...

«...fa girare le palle. Il poeta Mario De Andrade descriveva la vita come un pacchetto di caramelle date a un bambino. All'inizio le mangi avidamente, quando stanno per finire vedi che il sacchetto di caramelle si sta riducendo e diventi più riflessivo: io mi voglio gustare le caramelle che restano». 

·        Gabriele Sbattella.

Tommaso Moretto per bologna.corriere.it l'1 maggio 2022.

L’«Uomo Gatto» ha scritto un libro, è uscito il 21 aprile (Te lo ricordi… L’uomo gatto? Edito da Santelli, nrd). Gabriele Sbattella, 51 anni, diventato un personaggio televisivo a Sarabanda vent’anni fa, ha raccontato il periodo che ha preceduto il suo debutto in tv. 

«Da quando ho smesso di fare la stagione come animatore ai Lidi Ravennati — spiega —, fino al 12 novembre 2002, è andata in onda la mia prima puntata al programma condotto da Enrico Papi su Italia1». È stato tra i personaggi entrati nella storia della fortunata trasmissione condotta da Enrico Papi per diversi anni su Italia 1, e della televisione in generale. 

Il geniale concorrente ha conquistato il cuore dei telespettatori non solo per la sua straordinaria capacità di individuare le canzoni dopo pochissimi istanti, sebbene nei vari tornei dei campioni non sia mai riuscito a imporsi, ma anche per il suo particolarissimo modo di fare. La sua imbattibilità durò da quel 12 novembre 2002 al 19 febbraio 2003, quando venne sconfitto da un altro volto iconico del programma, Tiramisù.

Perché proprio quei due mesi?

«Avevo avuto proposte lavorative come interprete e traduttore, perché sono laureato in traduzione, da e verso l’inglese, da e verso il tedesco (non sono uno scemo come qualcuno ama definirmi in maniera irrispettosa). Poi ecco, visite mediche perché avevo dei problemi fisici e poi l’attesa per la chiamata a questo quiz televisivo che guardavo». 

Proponevano giochi difficili a Sarabanda?

«Quello in cui bisognava indovinare più titoli possibile di canzoni sentendo poche note in 60 secondi era tremendo». 

Come mai ci teneva tanto a partecipare?

«Per passare una giornata diversa, vedere com’era il mondo della televisione. Volevo arrivare in finale con il campione in carica. Poi sono diventato campione e ci sono rimasto 79 puntate. Alla fine diventa una sfida con te stesso».

Con Papi ha un rapporto d’amicizia?

«Non ho il suo numero, quando ci vediamo ci salutiamo. So che adesso sta facendo un programma su Canale5 che è molto divertente, lo sto guardando. Mi piace, il pubblico è protagonista». 

E dopo Sarabanda cos’ha fatto?

«Sarei dovuto andare a fare l’animatore turistico in Egitto ma mi invitavano nei locali per le serate. Con due ore si guadagnava quello che nei villaggi si prendeva in un mese quindi ho abbandonato quel mondo». 

Ha ancora l’Emilia-Romagna nel cuore?

«Sì perché ho vissuto a Cento e ho studiato alla scuola interpreti di Misano Adriatico (Rimini)».

Ora cosa fa nella vita?

«Il giornalista e non scrivo solo di sport, anche di musica, ho seguito tre Festival di Sanremo. Lavoro per un’agenzia». 

È ancora tifoso del Milan?

«Sì. Ho due squadre, Milan e Bayern Monaco, le ho elette a mie squadre del cuore nell’autunno del 1979. Rai Tre stava facendo trasmissioni sperimentali e trasmetteva le partite dei Mondiali di calcio del 1970 e del 1974. E sappiamo della semifinale tra Italia e Germania del 1970, sono diventato milanista per il gol di Rivera. Il Bayern perché erano del Bayern i giocatori che componevano l’ossatura della Germania che ha vinto i Mondiali nel 1974». 

Mancano quattro giornate alla fine del campionato, pensa che il Milan ce la farà a vincere lo scudetto?

«Lo spero, sarei contento. Però vorrei tirare le orecchie alla classe arbitrale. Sta facendo troppi errori, non so se siano voluti o in buona fede. Il Milan nella storia ha subito diversi torti, dal 1973 quando Concetto Lo Bello ha annullato ingiustamente quel gol valido a Chiarugi a Roma contro la Lazio, e alla fine il Milan perse il campionato».

·        Gabriele e Silvio Muccino.

Laura Rio per “il Giornale” l'8 giugno 2022.

«Il mio obiettivo, di uomo e di artista, è togliere le pietre dall'anima che bloccano il flusso di acqua fresca». Gabriele Muccino, dopo anni di immensi successi, di cadute e di risalite, non smette di girare film che nessun altro è capace di fare e, nel contempo, di provocare, postare pensieri scomodi, dire quel che pensa senza filtri. A Napoli ha ricevuto il Nastro d'Argento per A casa tutti bene, la sua prima serie televisiva, andata in onda su Sky, di cui proprio oggi al Gianicolo comincia a girare la seconda stagione. 

Muccino, il successo della serie e il prestigioso riconoscimento la ripagano delle ingiustizie di cui si è lamentato da quando è tornato da Hollywood: pregiudizi, cattiva critica, poca considerazione ricevuta da altri premi?

«La pace l'ho fatta con me stesso perché il primo a stare male ero io. Non ho più voluto soffrire: ero stanco non di non vincere, ma di essere totalmente ignorato da un premio come il David. Così ho voluto uscire da quella giuria e stare fuori da questi giochi. E sono molto contento di questo premio». 

Perché ritiene ce l'abbiano con lei?

«Ancora non lo capisco. Forse è invidia. Non c'è stato nessun italiano negli ultimi 50 anni che ha avuto un successo come il mio, che ha incassato centinaia di milioni di dollari. Record che qui evidentemente non sono andati giù. E questo non fa onore al mondo a cui mi onoro di appartenere perché io amo visceralmente il cinema italiano, io esisto grazie a Zavattini, De Sica, Germi, Leone».

Lei non risulta simpatico anche perché non frena la lingua

«Il pubblico mi ha compreso e amato, in tutto il mondo. E ora ha apprezzato il film e la serie. Questo mi rende felice soprattutto dopo gli anni americani che sono stati dolorosi perché Hollywood è una bestia feroce dalle lame taglienti. Per curare quelle ferite sono dovuto tornare in Italia». 

In America si è trovato immerso nel clima del politicamente corretto estremo che pochi giorni fa su Instagram ha definito «nemico di una visione illuminata, provocatrice, rivoluzionaria».

«E ho aggiunto che c'è un grande fraintendimento tra i diritti civili e una spirale perversa di retorica pericolosa. Quando 15 anni fa giravo La ricerca della felicità vedevo le prime avvisaglie di un clima che ora è diventato insopportabile ed è arrivato anche in Italia».

Cosa succedeva?

«Prima di iniziare le riprese una signora ci spiegò le regole sulle molestie sul posto di lavoro: totalmente assurde, non c'era confine tra corretto e scorretto. Ci fece l'esempio di una donna che si sentiva molestata perché pensava che il suo capo le guardasse il seno. Mi consigliavano di tenere aperte le porte dell'ufficio quando incontravo un'attrice per non incorrere nel pericolo di essere accusato di nefandezze». 

Ma è capitato a milioni di donne. Non trova che nei suoi eccessi il movimento #MeToo abbia dato una grande scossa al mondo maschilista del cinema e non solo?

«Non credo. Secondo me non è cambiato nulla e nulla cambierà perché purtroppo le pulsioni umane sono sempre quelle. Il problema è una società che, per paura di vivere, implode, diventa robotica. E che arriva all'abominio della Cancel culture che abbatte le statue e riscrive i film della Disney. O che impone regole nella scelta del cast sulla base delle minoranze. Proprio quell'ondata che io avevo avvertito nel 2005 e che poi è arrivata in Italia. Un meccanismo aberrante che ci riporterà al Medioevo, in un abisso che deve essere fermato». 

Per questo ha scritto quel post?

«Certo. Non posso stare zitto quando sento che nelle università si rifiutano di insegnare Dostoevskij perché c'è la guerra in Ucraina. E questa la linea oltre cui non si può andare». 

E, quindi, cos' è rimasto secondo lei della campagna di Asia Argento che ha scatenato il #MeToo?

«L'ho trovato una cosa violenta. Perché se non vuoi mangiare da un piatto non lo fai, se invece ti ci nutri per anni poi non puoi dire che il cibo ti è stato messo in bocca a forza». 

Asia l'ha raccontata in maniera più complessa. Invece, cosa pensa dello tsunami che ha travolto Fausto Brizzi?

«Gli è capitato quello che, per altri motivi, è accaduto anche a me. Dai tempi di Nerone, l'umanità vuole abbassare o alzare il pollice, vuole vedere qualcuno vittorioso cadere ed essere ucciso nella pubblica arena».

Nell'America del multiculturalismo e del politicamente corretto, all'improvviso accadono incidenti come il pugno dato da Will Smith a Chris Rock agli Oscar. Will è suo grande amico e protagonista del suo film di maggiore successo (La ricerca della felicità), vi siete sentiti?

«Gli ho scritto. Conoscendolo, so che sta molto male. Quelle frasi sulla moglie sono state una scintilla che ha fatto crollare fragorosamente l'impalcatura di una vita tesa a mostrare di essere moralmente inattaccabile e con una famiglia perfetta. È crollato il tempio nel tempio del cinema. Mi dispiace tantissimo per lui e per la sua carriera». 

Muccino: «Con mio fratello Silvio ho vissuto un lutto, tra noi è finita. “L’ultimo bacio” parlava di me». Chiara Maffioletti su Il Corriere della Sera il 5 giugno 2022.

Il regista: «L’amicizia senza interessi in America non l’ho trovata. A una serata super allegra con Giovanni Veronesi, a Roma, ho capito che non ridevo più».

Quello di Gabriele Muccino è il racconto non di una, ma di tante vite. Mentre parla, inizia a girare il nastro di una pellicola con protagonista un ragazzo del 1967 con sogni più grandi delle sue insicurezze. «All’epoca ero privo di grandi conferme e volevo affermare di esistere a un mondo che era abbastanza distratto. Balbettavo — molto più di oggi — e questa cosa distraeva: che si trattasse della persona che volevo affascinare o di una che volevo anche solo semplicemente intrattenere».

La balbuzie ha avuto un ruolo così determinante nel renderla la persona che è?

«Di fatto questa sorta di frustrazione nella comunicazione e nella socialità ha fatto in modo che creassi un mio osservatorio delle relazioni umane e della vita che è stato poi riutilizzato e riciclato nel mio modo di fare cinema. I piani tra realtà e vita ricostruita così si fondono. Ho schierate davanti a me tutte le declinazioni dell’animo umano, dalle più fosche alle più pure, e me ne faccio portatore sano. Ma mentre giro, poi, questo viaggio mi possiede totalmente».

Nel restituire nei suoi film quello che ha osservato, finisce per raccontare sé stesso?

«Certo, mi metto io per primo a nudo in questa sorta di esposizione del sentimento e delle contraddizioni che in noi risiedono. Siamo governati da un subconscio che sceglie quasi tutto al posto nostro: quale colore ci piaccia o che persona ci attragga. Ci fa compiere insomma tutte quelle scelte che definiscono la nostra vita».

Un po’ come capita a Stefano Accorsi quando sconvolge la sua esistenza ne «L’ultimo bacio», il suo primo grande successo.

«Quel personaggio ero io, completamente. Dopo il mio primo film “Ecco fatto” e, soprattutto, dopo “Come te nessuno mai”, ero io a ritrovarmi in una storia che richiedeva delle responsabilità, improvvisamente circondato da tante Martina Stella. Quello che però non sapevo era che molte altre persone fossero simili a me. La mia unicità non era così straordinaria: ero solo più propenso a raccontare in maniera scarnificata i miei sentimenti e le mie zone d’ombra. Quel film scatenava un’esplosione emotiva nello spettatore che spesso litigava con il partner con cui era andato al cinema, perché scoprivi che uno la vedeva come Accorsi e l’altro come Mezzogiorno... ci sono persone che dopo averlo visto si sono lasciate e ancora oggi mi ringraziano della fuga che hanno compiuto. Per quanto mi riguarda, L’Ultimo bacio fu una sorta di tsunami».

Uno tsunami che trasformava un ex ragazzo introverso in una celebrità.

«Ero cresciuto in solitudine e stavo bene da solo, ma quando ho voluto cercare di misurarmi con il resto della società ho sentito che avevo delle lacune molto grandi, che non avevo idea di come riempire. A 14 anni non sapevo nemmeno chi fossero i Beatles: questo per dire quanto mi fossi alienato da solo da quella che era la realtà. Il cinema mi ha dato la possibilità di esistere, ovvero di portare quello che io sono alla fruizione degli altri. Il tasto più dolente della mia adolescenza era non riuscire a comunicare me stesso: mi impauriva, mi faceva sentire mediocre e profondamente irrisolto. Ho cercato di risolvermi e raccontarmi attraverso il cinema».

È sempre stato così?

«È un meccanismo che si è ripetuto film dopo film. E sono riuscito a raccontare tantissimo di me, anche i traumi, i dispiaceri, i grandi disincanti, le delusioni. Ho usato il cinema come strumento per sciogliere quella che sarebbe stata un’esistenza implosa. Ho sfruttato la drammaturgia per dare ordine al caos della vita».

Se deve pescare tra i suoi ricordi prima che arrivasse il cinema?

«Penso all’estate dopo la maturità. Avevo 18 anni ed ero a Rodi: andavo sempre su una spiaggetta dove avevo conosciuto una ragazza inglese di cui non ricordo il nome. Una notte caddi con il motorino in un burrone: fu molto brutta, tra quelle rocce andai vicino alla morte e ho ancora addosso le cicatrici, sulla testa. Pieno di sangue riuscii a tirarmi fuori di lì, forse grazie all’adrenalina, e trovai un medico in paese che mi chiese dei soldi per ricucirmi le ferite: non ne avevo abbastanza e ne medicò solo una. Per questo dopo quella sera andavo in spiaggia con un cappello di paglia: lì vedevo sempre un catamarano e poco dopo scoprii che era di David Gilmour dei Pink Floyd. Una volta si ribaltò e io non persi l’occasione: corsi subito in acqua con il mio cappello di paglia per aiutarlo».

Allora non poteva immaginare che di celebrità nella sua vita ne avrebbe conosciute tante.

«Quando ho girato “La ricerca della felicità” non pensavo di avere la capacità di emozionare una platea così vasta, globale. Lì è iniziata la mia vita americana: da un lato è stata nutritissima di incontri, sogni, speranze, ambizioni... finché ho avuto vicino Will Smith, mi ha protetto dalle ingerenze degli studios. Poi ho capito che Hollywood è un posto sempre più pieno di gente insicura, che conosce poco il cinema e non sa più cosa fare da quando è arrivata la tv di qualità».

Vedere Will Smith che disintegra la sua carriera agli Oscar l’ha fatta soffrire, sembra.

«Sono rimasto senza parole per giorni. Lui che nella vita si controlla in modo maniacale... Hollywood non lo perdonerà mai, essendo puritana e bigotta in un modo che non possiamo immaginarci. Ha fatto una cosa così sbagliata e così umana, in fondo. Ma in un tempio del politically correct, in cui sono tutti dei robot».

Cosa non ha amato dei suoi anni in America?

«Ho patito moltissimo l’assenza del convivio, di quel momento in cui conosci davvero le persone e ti lasci andare. Lì, la vita che ho condotto per 12 anni era guidata dal business: incontravi solo chi poteva darti qualcosa, che ti vedeva solo se tu potevi essere interessante da un punto di vista affaristico. Al di fuori di questo, l’amicizia con assenza di interessi in America non l’ho mai conosciuta. Così, quando mi sono ritrovato a casa di Giovanni Veronesi, a Roma, in una serata super allegra, in cui eravamo tutti con le lacrime al viso per le risate, mi sono accorto — ridendo così tanto — che erano anni che non lo facevo. In quel momento ho capito che se era vero, come era vero, che in America avevo smesso di ridere, allora non era il posto dove potevo più stare e sono venuto via. Mi stava uccidendo l’anima, mi stava uccidendo anche la voglia di vivere».

Ora sta girando la seconda stagione di «A casa tutti bene» (disponibile su Sky e su Now). Con la prima stagione ha vinto il Nastro D’Argento per la miglior serie: è un territorio che vuole continuare a esplorare?

«L’esperienza con un racconto elaborato come quello della serie mi ha permesso di portare sul piccolo schermo il mio linguaggio, i miei personaggi e i loro codici di comportamento. L’ambizione di fare cinema in tv era una sfida per nulla scontata, che mi ha insegnato cose che ancora non conoscevo. Il linguaggio esteso della serie permette di analizzare le disfunzioni dell’animo umano con tempi meno compressi rispetto a quelli a cui ero abituato».

Lì torna su uno dei suoi temi: la famiglia.

«La famiglia corrisponde alla società, ha gli stessi meccanismi e le stesse dinamiche. La famiglia non è altro che un microcosmo. I pregi e i difetti dell’animo umano nascono, crescono e vengono replicati attraverso certe formule di comportamento all’interno della famiglia, per cui tutti ci ritroviamo ad avere ruoli da cui poi non esci più. E non c’è quasi la voglia di aprirsi, di raccontarsi veramente perché quando emerge il nostro vero io può destabilizzare: la famiglia non è pronta a gestire le nostre reali vulnerabilità perché nessuno le conosce davvero, non ne abbiamo mai parlato per pudore o incapacità. Motivo per cui le anomalie a volte diventano macroscopiche e le famiglie disfunzionali sono frequentissime, con uno spettro di disfunzioni che sono a volte gestibili e a volte ingestibili, dipende da come si sono combinati gli elementi».

Il rapporto con suo fratello Silvio sembra appartenga alla seconda categoria.

«Con lui ho vissuto un lutto, un lutto di una persona vivente, che non vedo dal 2007. È stata una esperienza per me aberrante da un punto di vista psicologico: mi ha scarnificato. Rimane una delle cose più incomprensibili, ingiustificabili e forse anche imperdonabili. A un certo punto quando questo lutto si è elaborato, quando ho smesso di soffrire, sono passati ormai 15 anni. Lì ti rendi conto che quella persona non la vuoi più incontrare, non hai più nulla da raccontare perché fondamentalmente non la stimi, non la ammiri e non la conosci più. Se mancano questi tre elementi, il resto cosa è? Forma?».

Non c’è la possibilità di un chiarimento?

«Quando tuo fratello scompare senza neanche dirti perché per una vita intera, il corpo soffre, soffri psicologicamente, ti svegli nel cuore della notte come se ti mancasse l’aria, perché hai voglia di tuo fratello. Era un pezzo di me. Mi ha tolto una parte enorme della mia vita e ora quella parte lì se ne è andata. La nostra difesa naturale nell’elaborazione delle sofferenze fa in modo che si crei uno spessore sulla cicatrice tale da far diventare quella cicatrice insensibile. È lì, la vedi ma è talmente spessa la carne che la riveste che siamo diventati insensibili, a dispetto di quello che vorremmo. Ma è fisiologico difendersi da un dolore così penetrante».

In uno dei suoi film farebbe ritrovare questi due fratelli?

«Non potrei mai fare un film così perché è troppo vicino a qualcosa di troppo doloroso. Ad ogni modo no, una situazione così irrisolta e così inspiegabile non trova una soluzione facile, nemmeno al cinema, perché il cinema è giusto quando è onesto. Il cinema disonesto è quello che vuole farti felice, darti una pacca sulla spalla e dirti: dai che la vita è bella. Io questo non lo faccio quasi mai: i miei finali sono agrodolci o amari. Faccio fatica, nella mia visione della vita, a credere che le cosi siano così facili da infiocchettare: ci sono sempre dei pezzi di stoffa che vengono tranciati. Rimangono brandelli della nostra esistenza e non sono più rammendabili: sono tutti gli errori che abbiamo fatto».

Silvio Muccino compie 40 anni: l’esordio a 16 anni, il rapporto con il fratello Gabriele, 8 segreti su di lui. Arianna Ascione su Il Corriere della Sera il 14 Aprile 2022.

L’attore, sceneggiatore, regista (e oggi anche scrittore) è nato a Roma il 14 aprile 1982.

«Come te nessuno mai» e il successo

Considerato ai tempi del suo esordio l’enfant prodige del cinema italiano Silvio Muccino - che proprio oggi compie 40 anni - nasce a Roma il 14 aprile 1982. Il debutto sul grande schermo avviene molto presto, a soli 16 anni, in un film diretto da suo fratello Gabriele (con il quale ha anche scritto la sceneggiatura): «Come te nessuno mai» (1999). In seguito al grandissimo successo ottenuto la sua carriera come attore prenderà il volo: dopo aver interpretato Paolo, il figlio ribelle di Laura Morante e Fabrizio Bentivoglio in «Ricordati di me» (2003), nel 2004 Silvio si dividerà tra la commedia sentimentale «Che ne sarà di noi» di Giovanni Veronesi (con il quale scrive la sceneggiatura) e il thriller di Dario Argento «Il cartaio».

L’esordio come regista

Nel 2005 l’attore partecipa al film a episodi «Manuale d'amore», sempre diretto da Veronesi, sul cui set conosce Carlo Verdone. Con lui, nel 2006, scrive e gira «Il mio miglior nemico». Due anni dopo arriverà «Parlami d'amore», pellicola che segnerà l’esordio di Silvio alla regia, che otterrà un grande successo di pubblico. Nel 2010 Muccino tornerà al doppio ruolo di attore-regista in «Un altro mondo».

Ha prestato la voce ad Astro Boy

Silvio Muccino nel 2009 presta la voce al protagonista del film di animazione di David Bowers «Astro Boy», adattamento cinematografico della famosa serie di manga fantascientifici di Osamu Tezuka.

Dove vedere i suoi ultimi film

«Non ho provato l'astinenza da set - raccontava Silvio Muccino al Messaggero a proposito della sua lontananza dal cinema negli ultimi anni -. Ho la fortuna di potermi esprimere non solo come attore ma anche come regista, sceneggiatore, scrittore. E posso permettermi il lusso di aspettare il progetto giusto, quello in cui credo veramente, prendendomi il meglio del mestiere». Nel 2015 esce nelle sale la sua terza opera da regista, «Le leggi del desiderio» (ora disponibile sulla piattaforma streaming Prime Video), scritta insieme a Carla Vangelista e interpretata con Nicole Grimaudo, Carla Signoris e Maurizio Mattioli. In seguito Muccino lavorerà come attore in «The Place» (2017) di Paolo Genovese (recuperabile su Netflix) e in «Security» (2021) di Peter Chelsom (attualmente visibile su Prime Video), ispirato al romanzo omonimo di Stephen Amidon.

Il ritiro? «Fake news»

Nel 2019 si è diffusa la notizia del ritiro definitivo di Silvio Muccino dal mondo del cinema: avrebbe lasciato tutto per fare il falegname in Umbria. Il tutto è stato poi smentito dalla sua agenzia: «Non si è mai ritirato, non ha aperto una falegnameria e sta valutando molti progetti cinematografici».

Il rapporto con il fratello Gabriele

«Non lo vedo dal 2007»: così raccontava lo scorso anno Gabriele Muccino al Corriere. Da 15 anni il rapporto tra i due fratelli si è interrotto («Dopo questo tempo si elabora una sorta di lutto, non ha voluto incontrare me, in nessuna occasione, i miei figli, i miei genitori, mia sorella, ma anche Giovanni Veronesi, Carlo Verdone, ha fatto terra bruciata intorno a sé, lontano da tutti quelli che lo hanno amato. La sua scomparsa ha lacerato il tessuto familiare, a ognuno manca un fratello o figlio. Rimane inspiegabile, farà lui il bilancio della sua vita»). Nel gennaio 2020 il regista che aveva querelato per diffamazione Silvio (che tempo addietro in tv a L’Arena aveva fatto alcune pesanti dichiarazioni sul fratello maggiore, descrivendolo come un uomo violento) alla prima udienza del processo ha ritirato la sua denuncia: «Non volevo che mio fratello fosse condannato. Se Silvio torna, sa dove trovarmi. Io sono qui e l’aspetto», aveva spiegato Gabriele al settimanale Oggi.

Vita privata

Della vita sentimentale di Silvio Muccino si sa molto poco (anche perché lui non ne parla mai). In passato è stato legato all’attrice Laura Chiatti conosciuta sul set di uno spot Vodafone nel 2006 (per andare a cena con lui lei lasciò il suo fidanzato dell’epoca). Anche il rapporto con la scrittrice e sceneggiatrice 68enne Carla Vangelista agli inizi è stato molto chiacchierato (lei è più grande di 30 anni).

Silvio Muccino scrittore

Nel 2018 è uscito l’ultimo romanzo di Silvio Muccino, che da diversi anni ormai si dedica anche alla scrittura: «Quando eravamo eroi», una storia di amicizia, ma anche di transizione dall'adolescenza all'età adulta. In precedenza aveva pubblicato insieme a con Carla Vangelista «Parlami d'amore» (2006, da cui è stato tratto il film omonimo uscito nel 2008) e «Rivoluzione nº 9» (2011). «Sto incontrando tante persone che si aprono a me, grazie a ciò che ho scritto - ha raccontato nel 2018 l’attore a Rolling Stone - e non mi sono mai sentito così a mio agio. Credo sia la conseguenza di aver ridimensionato, anzi ritarato la mia geometria vitale. Questo senso di rinascita è una bellissima sensazione, è la prima volta che mi succede. Non mi sono mai sentito così a fuoco».

·        Geena Davis.

Geena Davis: i cartoon? Ci sono tante ingiustizie di genere. Francesca Scorcucchi su Il Corriere della Sera il 2 Settembre 2022. 

L’attrice: «Anni fa commissionai uno studio sulla figura femminile nei programmi per bambini, e i risultati furono imbarazzanti: noi donne eravamo all’11%. Oggi si è raggiunta la parità ». 

Los Angeles Forse oggi se ne parla anche troppo e tutto sembra nato con il caso Weinstein e i movimenti Metoo e Time’s Up, ma la discussione sulla condizione femminile al cinema, il superamento dell’assioma per cui la donna doveva essere quasi sempre figura di contorno, ipersessualizzata o in una posizione di costante debolezza, nasce da un seme gettato molto tempo prima dalle donne di Hollywood.

Una su tutte: Geena Davis 66 anni, una carriera lunga quaranta (il suo primo film fu Tootsie, 1982) e due Oscar in bacheca, uno ottenuto nel 1989 per Turista per caso e un altro nel 2020 per i suoi impegni umanitari. «Se vuoi davvero iniziare il cambiamento devi partire dai bambini», dice l’attrice di film femministi e di grande successo come Thelma & Louise e Ragazze vincenti che tempo fa ha deciso di fondare, insieme a Madeline DiNonno, il «Geena Davis Institute on Gender in Media» che a settembre, durante gli Emmy Award, gli Oscar della televisione, riceverà il Governors Award per meriti filantropici.

Ora dunque è tempo di bilanci e di un libro di memorie, che uscirà a ottobre Morire di gentilezza, titolo che spiega così: «Sono cresciuta in una famiglia in cui si rischiava davvero di morire di gentilezza. I miei avrebbero lasciato che venisse imboccata l’autostrada contromano piuttosto che criticare l’autista e io ero come loro ma sono diventata più assertiva grazie miei film e l’esempio delle colleghe con cui ho lavorato». Fra queste c’è Susan Sarandon, la coprotagonista di Thelma & Louise : «Dice sempre quello che pensa, con gentilezza e senza nessun tipo di aggressività ma lo fa e ottiene quello che vuole. Ho imparato molto da lei».

Entrambe sono attiviste impegnate, Davis lo è diventata soprattutto dopo la nascita della sua prima figlia: «Mi sono accorta ben presto che i programmi per bambini erano pieni di ingiustizie di genere. Nei cartoon di mia figlia l’uomo andava al lavoro e la donna restava a casa. Cominciai a parlarne con più persone possibili nell’ambiente ma tutti mi dicevano che non era vero e mi facevano esempi di protagoniste femminili di film di animazione, così commissionai uno studio sulla figura femminile nei programmi per bambini, e i risultati furono imbarazzanti. Oggi si è raggiunta la parità. Ai tempi della mia ricerca nella programmazione per ragazzi noi donne eravamo all’11%».

Quindi il Metoo è servito. «Eccome, ora nessun agente ti manderebbe a fare un’audizione in una camera d’albergo».

·        Gegia.

Alessio Poeta per “Chi” il 3 luglio 2022.

Sul muro di un palazzo storico a pochi passi da casa di Gegia, al secolo Francesca Antonaci, c’è scritto che l’infelicità non è altro che la somma delle scuse che ci raccontiamo. 

Al contrario, Gegia, alle scuse preferisce le sfide. «Sono arrivata a Roma che mi dicevano ignorante, terrona, burina. Così, nel momento più difficile della mia esistenza, mi sono rimboccata le maniche, ho studiato, ho preso due lauree e oggi, finalmente, mi godo la vita. Lo scriva: ho vinto io». 

Domanda. Sembra sincera.

Risposta. «Ho smesso di raccontarmi balle e il risultato di questa calma apparente è frutto dell'accettazione, ma anche dell'esperienza. Ho passato anni meravigliosi, tra successi e conferme, e momenti che non augurerei nemmeno al mio peggior nemico. Ho perso lavori, papà, mamma, compagni, tutto. Improvvisamente, dal giorno alla notte, mi sono ritrovata sola. Poi, pian piano e con non poca fatica, dal fondo mi sono rialzata». 

D. Come?

R. «Diciamo che il tempo ha fatto il suo. Avevo perso la voglia vivere, di ridere e di far sorridere. Proprio io, che ho sempre puntato tutto sull'allegria. Nino Manfredi, ai tempi dei nostri spot per la Lavazza — rimasti dei veri e propri cult — mi ripeteva sempre: "Non devi mai andare sopra le righe, perché tu sei già nata sopra le righe"». 

D. Lei ci si sentiva?

R. «Sempre, del resto la mia vita è un cabaret senza sosta». 

D. Delusa quando si parla di lei più al passato che al presente?

R. «A conti fatti sono soddisfatta. Ho iniziato da ragazzina e se esisto ancora, a quasi 63 anni, è già un traguardo. Poi, per strada, mi fermano ancora tutti. Mi dicono che sono un'icona degli Anni 80 e nessuno rinuncia a farsi un selfie. L'ultimo film, quello con Pio e Amedeo (Belli ciao, ndr), mi ha ridato forza e voglia di fare». 

D. Con tutta la simpatia, stiamo comunque parlando di Pio e Amedeo, non di Paolo Sorrentino...

R. «Come avrei potuto riprendermi dopo un film con Sorrentino? Suvvia! E poi, battute a parte, non ho quella snobberia di dividere il cinema in serie A e serie B. La gogna per il mio percorso cinematografico l'ho già subita in passato». 

D. Ci racconti.

R. «Da personaggio televisivo con due Telegatti in mano, sono stata fatta fuori da tutto. Via la trasmissione per ragazzi Big! per fare spazio prima a Solletico, poi a La vita in diretta. Stessa cosa per il cinema: con l'avvento de La piovra è iniziata una serie di polizieschi che ha spazzato via, d'emblée, la commedia all'italiana.

Di punto in bianco eravamo diventati la feccia del cinema. Così ho messo in piedi il piano B: mi sono laureata prima in Lettere, poi in Psicologia e, successivamente, ho fondato una scuola di recitazione basata sul metodo Stanislavskij. Per fare questo lavoro servono talento, fortuna, ma anche nervi saldi. Il cinema è vita, ma è anche un ambiente molto difficile». 

D. Al cinema lavorano sempre le stesse?

R. «Sì: del resto più conosci, più inciuci. Io lo dico sempre ai miei allievi: se vi sposate con un macellaio, la sera, mangerete carne fresca. Se vi sposate con un regista, è normale che avrete più chances e occasioni». 

D. Capitolo molestie...

R. «Avevo 16 anni quando ho iniziato. Faccia un po' lei...». 

D. Come se ne esce?

R. «Denunciando. Io non ho mai avuto questo tipo di problemi perché ho sempre fermato tutto prima, ma non siamo tutte uguali». 

D. Le donne sono sempre state solidali con lei?

R. «Le dirò: sì». 

D. Lei, invece?

R. «Sì, anche con Cristina D'Avena, che, per un certo periodo, era considerata la mia rivale. Ho sbagliato una sola volta con Mara Venier e ne approfitto, pubblicamente, per scusarmi. 

Durante le riprese di Professione vacanze mi fidanzai con Maurizio Motta, il miglior amico di Jerry Calà. Io con Maurizio e Jerry con Mara. Eravamo un quartetto niente male. Nel giro di sei mesi da quell'incontro decidemmo di sposarci. 

Loro invece si lasciarono e così invitammo, per una serie di complicanze, soltanto Jerry, visto che, dei due, era anche il testimone. Ci fu un misunderstanding, una serie di telefonate interrotte e, da quel giorno, non ho più avuto modo di raccontarle la verità». 

D. Lei, in amore, ha avuto più gioie o più dolori?

R. «Dolori! Ho amato solo tre persone: mio marito Maurizio, un ex politico con il quale sono stata sedici anni e Sandro, un ingegnere, con cui ho passato vent' anni della mia vita». 

D. Di quel matrimonio che cosa ne resta?

R. «Un grande vuoto visto che Maurizio, nel 2012, è venuto a mancare. Il nostro matrimonio finì per colpa dei suoi problemi con l' alcool e per la sua infedeltà. Quest' ultima una costante in tutte le mie relazioni».

D. Lei ha mai tradito?

R. «Sì, certo». 

D. E lo rivendica?

R. «L'ho fatto per ripicca. Poi, visto che oggi ho un'età dove posso per-mettermi di dire tutto, confesso che ho tradito anche per secondi fini. Se trovavo un produttore che mi piaceva, non mi sono mai tirata indietro, unendo, così, l'utile al dilettevole. Ultimamente, invece, credevo di aver trovato la pace dei sensi, ma giusto un mese fa ho capito di essere ancora viva».

D. Grazie a chi?

R. «A Mehmet: un uomo, turco, conosciuto per puro caso all'aeroporto di Istanbul. Io ero ferma per via di uno scalo per andare a Dubai, mentre lui attendeva il suo volo per Amsterdam. È stato un vero e proprio colpo di fulmine. Lui, mentre ci guardavamo imbarazzati, mi ha detto di avere 43 anni e io gli ho detto di averne 49. Lo so: ho bluffato, ma per una giusta causa. Ci scambiamo foto e video ogni giorno, ma niente sexting (lo scambio di foto sexy, ndr). Per ora è solo un flirt». 

D. Mi rivela, piuttosto, un suo flirt passato?

R. «Con Pupo, ma parliamo di tantissimi anni fa. Non mi ricordo più l'atto in sé, ma quell'uomo piccolino, tutto bianco. Sembrava un piccolo bignè. Eravamo due ragazzini, bellissimi entrambi». 

D. Oggi, quando si guarda allo specchio, si piace?

R. «Molto». 

D. Mi dica un suo punto forte.

R. «Seno e gambe». 

D. Nel 2018, il suo calendario sexy ha spopolato in Polonia.

R. «Ha avuto successo anche in altri Paesi dell'Est Europa. E pensare che a 18 anni mi dissero "sei bella, simpatica, ma non ispiri sesso"». 

D. Oggi ha dei rimpianti?

R. «In tutta sincerità non mi manca nulla: ho avuto tutto». 

D. L'idea di non essere diventata madre le pesa?

R. «No, perché quando vedo le mie amiche soffrire per i loro figli penso che, sotto sotto, mi sono salvata. I ragazzi, oggi, hanno tutto, ma non hanno voglia di vivere. A ogni modo, ai tempi del mio matrimonio con Maurizio rimasi incinta, ma persi il bambino dopo sole due settimane. Fu un colpo al cuore, ma ora è il momento di guardare soltanto avanti». 

D. E, se guarda al futuro, oggi, che cosa vede?

R. «Una morte, improvvisa, sul set. Speriamo solo non ora». 

Davide Di Francesco per noidegli8090.com il 13 febbraio 2022.

Gegia (pseudonimo di Francesca Carmela Antonaci), è l’attrice pugliese che negli anni ’80 abbiamo visto in moltissimi film cult: Acapulco, prima spiaggia… a sinistra, Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio, Il tassinaro, Professione vacanze e Bomber. 

Il primo film del quale ti volevamo chiedere è “Bomber”. Che rapporto avevi con Bud Spencer?

“Bud Spencer era uno molto all’americana. Una persona molto riservata, aveva la sua roulotte, la signora che gli cucinava.  Lui arrivava la mattina sul set, dava il ‘Buongiorno’ con un sorriso. Non ti diceva quello che dovevi fare o che non dovevi fare. Quando se ne andava poi altri sorrisi e via. Mangiava per conto suo, faceva la sua vita. Era molto riservato. Era un gran signore”. 

Parliamo di Gigi e Andrea, “Acapulco, prima spiaggia… a sinistra” e Lino Banfi in “Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio”

“Gigi e Andrea, altri due fratelli. Risate e divertimento, Gigi serissimo, Andrea un po’ meno ma simpaticissimo, una persona adorabile. Mi ricordo bene la scena in accappatoio dove eravamo tutti bagnati, ci siamo divertiti molto. Lino Banfi è una persona dolcissima con il quale si lavora benissimo, non è cattivo, non ti rompe le scatole come altri che a volte ti trattano male.

Ti ricordi quello spot della Lavazza che hai girato con Manfredi?

“Nino Manfredi era un mostro sacro e una persona meravigliosa, ma quando era nervoso alla fine diceva “Ahò chi ce l’ha mandata questa…”. Ho girato con lui circa 50 spot che erano veri e propri film. Quell’uomo era un genio. 

Ero giovanissima e l’unica cosa che ricordo è che lui era molto forte di carattere, un leader, ci insegnava tanto. Mi diceva sempre: ‘A te te ce vole er bromuro. Non devi mai andare sopra le righe perché tu sei già nata sopra le righe‘. . Andavamo spesso tutti a pranzo fuori tutti insieme con la sua famiglia e i suoi amici. Arrivavo alla fine delle riprese tutte le sere con un grande mal di testa, talmente ero concentrata, tutta tirata, tesa per paura di sbagliare”.

Che ricordo hai di Professione Vacanze e del tuo rapporto con Jerry Calà?

“Come ho sempre detto, Jerry in un’altra vita secondo me è stato un fratello. Perché lui, come notoriamente si sa, è stato da giovane un donnaiolo ma a me ha voluto sempre bene. Una persona generosissima. In Professione Vacanze mi innamorai perdutamente del suo fraterno amico, Maurizio, che è morto nel 2012 dopo che ci eravamo separati da 20 anni: era più grande di me. Faceva l’assistente alla regia era un bel ragazzo, moro con gli occhi verdi e mi innamorai perdutamente e pare anche lui. In quei sei mesi ci fidanzammo, vennero i miei genitori e anche i suoi. Poi ci siamo sposati, rimasi anche incinta ma persi il bimbo dopo due settimane. La troupe mi fece una festa, ma era una cosa sbagliata perché i primi tre mesi non si fanno feste, si dice che porta male.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ho fatto due puntate di una serie con Neri Marcorè e Carlotta Natoli che si chiama Le Più belle Frasi di Osho, faccio un personaggio carino, molto particolare e divertente. Poi ho finito un film di Davide Ferrandini, un’opera prima e sto preparando un nuovo spettacolo teatrale.

Marco Castoro per leggo.it il 10 gennaio 2022.

Vi ricordate Gegia? Attrice, comica, cantante, conduttrice tv che spopolava negli anni '80? «Certo che si ricordano. A me capita spesso per strada di essere fermata da qualcuno che mi dice: Lo sai che ero piccolo quando ti vedevo in tv. E io rispondo: scusa ma quanti anni hai? E lui: 66. E allora come fai a dire che eri piccolo se io sono più giovane di te!». 

La verità è che Gegia ha cominciato prestissimo la sua carriera. Che ora sta rivivendo un clamoroso ritorno di popolarità grazie all'interpretazione nel film Belli Ciao con Pio e Amedeo. «Sono due persone squisite. Nel film sono la mamma di Pio, l'unica che dice le parolacce».

Gegia, riavvolgiamo il nastro. Sotto le stelle con Gianni Boncompagni, inizio anni '80

«Avevo 19 anni quando mi presentai per un provino nel quale mi esibivo in un mio spettacolino: cantavo, ballavo, facevo giochi di prestigio vestita da clown. Boncompagni mi telefonò e mi disse che voleva prepararmi per il prossimo provino. Facevamo l'alba a studiare, s'inventò Gegia con Bracardi. Un gran signore Gianni, stava sempre a 5 metri da me. E io invece che speravo mi baciasse perché mi ero innamorata di lui. Ma niente. Mai nemmeno sfiorata. Solo in seguito ho capito che devono essere le donne a saltare addosso all'uomo. Poi è arrivata Isabella Ferrari e bella com'era se l'è preso tutto per lei».

E di Nino Manfredi? Quegli indimenticabili spot

«Abbiamo girato 50 spot in 5 anni. Avevo 22 anni ma ero un po' cretina come una quindicenne e, quando sbagliavo, Nino borbottava ad alta voce: Ma chi ce l'ha mandata questa?!. Poi però mi voleva bene e mi portava a mangiare con lui». 

L'abbiamo vista sul set con Bud Spencer, Bombolo, Franco e Ciccio e tanti altri Fino alle più recenti fiction. Alcune in uscita.

«Ho avuto molta fortuna nel lavorare con tutti questi grandi attori. Purtroppo erano alla fine della loro carriera e alcuni se ne sono andati». 

Ha fatto pure un calendario sexy!

«Sexy per modo di dire. Avevo un grembiolino ma non mi presero. Mi dicevano Non sei brutta ma non attizzi. Trasmettevo simpatia e comunicavo allegria pure da nuda. Comunque, non era bello sentirsi la sosia di Tina Pica a 18 anni».

Ultimamente è stata un po' nascosta

«Diciamo che ho sofferto di depressione poco prima del Covid. Nel 2019 ho perso mia madre e desideravo restare a casa a leccarmi le ferite. Per fortuna ci hanno pensato Pio e Amedeo e quel grande genio artistico della comicità che si chiama Gennaro Nunziante a ridarmi la carica». 

Poi però è arrivata la pandemia

«Già. Con una doppia sofferenza durante il lockdown, da persona e da artista. I No vax proprio non li capisco. Siamo stati chiusi dentro casa mesi e mesi ad attendere il vaccino e poi, ora che c'è, non ti vaccini? Tutti avevamo un po' paura, ma l'abbiamo fatto per noi stessi e per gli altri».

·        Gene e Charlie Gnocchi.

Charlie Gnocchi, dagli esordi con il fratello Gene alle canzoni su Youtube. Federica Bandirali su Il Corriere della Sera il 27 Ottobre 2022.

E’ uno dei concorrenti più discussi in quest’edizione del Grande Fratello Vip: laureato in legge, lavora in radio ma ha fatto anche parte del cast di “Striscia La Notizia”

La radio

Charlie Gnocchi, pseudonimo di Carlo Ghiozzi, classe 1963, è una delle voci più note della radiofonia italiana e ora tra i protagonisti del Grande Fratello Vip. Laureato in Legge, nel 1992 intraprende la sua carriera radiofonica a Radio 105, ma ottiene maggior successo tra il 1993 e il 1999 con il programma di punta Alto Gradimento trasmesso su RTL 102.5. Figlio di Ercole ed Adriana, quarto di sei fratelli (tra cui il famoso Gene Gnocchi), ha lavorato anche come cameriere nei ristoranti di famiglia.

Vita privata

Papà di Carolina, avuta dal matrimonio con la sua ex moglie, Charlie attualmente è impegnato con Elisabetta da cui ha avuto due figli: Antonio e Maria.

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Il fratello Gene e la passione per la chitarra

Mentre studiava i codici civile e penale sognava di diventare Keith Richards. “Io e Gene schitarriamo spesso insieme e ogni tanto ci esibiamo in diretta Instagram. Ci piace vederci, e farci vedere, come dei rocker sfigati che non ce l’hanno fatta” ha detto in un’intervista la scorsa estate. Hanno lavorato insieme sin dagli inizi della carriera del gieffino: dopo aver collaborato nel gruppo Desmodromici, hanno scritto e cantato la canzone “Capalbio”.

In libreria

Tra i suoi vari lavori svolti nel corso della sua carriera, Charlie Gnocchi ha scritto anche diversi libri. Il primo nel 1998 dal titolo “Alto godimento. Gli italiani in classifica” , Poi "È record", ”Alto godimento", "Anche i Formigoni nel loro piccolo s'incazzano con Berlusconi", uscito nel 2004, "Culi & culatelli" nel 2013, infine "Giovedì gnocchi… e gli altri giorni?" pubblicato nel 2022.

“Charliendario"

Ogni anno il conduttore radiofonico pubblica il "Charliendario": si tratta di un calendario molto ironico con disegni divertenti e proverbi da lui inventati.

I video su Youtube

Charlie Gnocchi da sempre esprime la sua vena creativa scrivendo anche delle canzoni demenziali, per esempio nel 2019 ha pubblicato il singolo “Infradito”, disponibile anche su Youtube

A “Striscia”

“Striscia la Notizia” lo porta nelle case di tutti gli Italiani, nei panni di Mister Neuro, inviato contro i pubblici sprechi. La sua popolarità sale alle stelle con la presenza nel tg satirico di Ricci.

Adriana Marmiroli per “La Stampa” il 2 settembre 2022.

Gene Gnocchi for President. Coerentemente con il titolo del suo ultimo spettacolo, «Se non ci pensa Dio, ci penso io», il comico e opinionista ex calciatore ha deciso di scendere in campo ed esporsi. Qualche giorno fa ha presentato il partito del Nulla: «Dove tutti andiamo verso» e «Non manteniamo le promesse. Ma lo diciamo prima». Prima proposta di «un milione di fili interdentali per tutti». 

Come mai, Gnocchi? Finora sui suoi social si era occupato quasi solo di sport: calcio con l'Inter in primo piano e tennis con pillole quotidiane dal suo «Tennispedia».

«Giocoforza farlo. La politica si è imposta su tutto. E poi, sta crescendo il numero dei comici politici: Grillo oggi è forse un po' in difficoltà ma Zelensky è sulla cresta dell'onda. Perché non io? Io "sono pronto". Ho un sacco di proposte per questa campagna elettorale».

A partire da cosa?

«Dall'osservazione che Il Nulla è ciò che ci guida tutti. Il Nulla ha la forza di un asteroide che tutto resetta». 

Filo interdentale a parte, dobbiamo non aspettarci proposte, quindi?

«Partiamo da una delle maggiori difficoltà di questa campagna elettorale: l'astensionismo. I sondaggi dicono che per il 25 settembre molta gente, pur di non andare a votare, ha organizzato proiezioni fotografiche del proprio matrimonio o delle vacanze in Messico. E trova pure adesioni. Noi risponderemo arruolando scrutatori buttadentro come per le discoteche: chi c'è c'è, chi passa passa».

Non divaghi, per piacere. Avevo chiesto i punti salienti del programma del suo gruppo (sempre che ci siano).

«Cominciamo con le devianze. Se Meloni dice di essere contro, noi ci porremo ancora oltre. Dal violentatore al giocatore di Subbuteo, saranno tutti monitorati da un'app che, sul genere di Immuni (ma meglio funzionante), ti avvisa se ce n'è uno nelle vicinanze, così si guadagna un sacco di tempo a denunciarli o anche solo evitarli. La famiglia è un altro tema: noi siamo per quella allargata il più possibile, con anche cani e gatti nello stato di famiglia.

Aperta a tutti e a ogni tipologia di persona. Mica come Salvini e Berlusconi irreprensibili modelli di famiglia mononucleare e fedeltà coniugale. E poi vogliamo l'abolizione dei 10 euro: conieremo monete da 9,99, così la smettiamo di avere le tasche sempre piene di quegli inutili centesimi». 

Vuol dire che non chiederete l'uscita dall'area euro?

«Non ce n'è bisogno. Noi vogliamo abolire non l'euro, ma l'Italia. Apporre un cartello "nuova gestione cercasi" per attrarre possibili investitori pronti a rifare il Paese. Trovare chi se la compri non dovrebbe essere difficile, piena di belle cose com' è».

Ha già pensato anche alla composizione del suo governo?

«Io potrei come Renzi fare un passo di lato e come presidente mettere Cetto Laqualunque. Quindi: ministro degli Interni Palamara, che potrebbe però anche essere alla Giustizia. In questo caso agli Interni metterei Aboubakar Soumahoro: sui migranti ne sa, è bravo, piace, sarà un piacere portarlo al nostro livello.

Agli Esteri ovviamente Di Maio: è perfetto (un inciso: su lui, quando lo cito nel mio show, sempre ovazioni dal pubblico, che lo percepisce come - eufemisticamente - "fortunato": ha abolito la povertà, la sua). 

A Salvini, altro benedetto dalla politica e "an fame prodige" (tradotto: un prodigio della fame), il neonato Ministero del Credo. Alla Cultura i Me contro Te: una diarchia che copre anche le quote rosa, perfetta sintesi dell'azzeramento delle complessità e per la costruzione delle generazioni future. Diarchie anche alle attività produttive, I Ferragnez, e alla Salute, Vanna Marchi (in quota sì vax) e il Maestro Do Nascimento (no vax). Al ministero della Guerra Alessandro Orsini; all'Ecologia il generale Pappalardo (un nome che pare inventato da Arbore). 

Quel che resta più sottosegretariati vari e posti nei consigli d'amministrazione degli enti pubblici alla mia famiglia, che è numerosa assai». 

Lei ha scritto un illustre saggio: "Il gusto Puffo". C'azzecca con le elezioni?

«Ma certo, simboleggia perfettamente la mia creatura politica: non si sa da cosa sia composto ma intanto azzera il palato... (pausa e sospiro)... Mamma mia che roba... per un attimo ho visto la realtà...».

E allora torniamo a noi, anzi a lei, attore e commentatore televisivo. Che farà prossimamente?

«Alcune serate teatrali, riprendendo sia "Se non ci pensa Dio"(a Milano) sia "Sconcerto Rock" (a Verona). Poi da lunedì, con una settimana di anticipo, torno a "Quarta Repubblica" su Rete4: ogni sera una serie di brevi interventi, che definirei incursioni, collocati tra un blocco e l'altro del programma. Lo spunto offerto da ospiti e argomenti affrontati».

Niente di scritto, quindi, o di concordato con Porro?

«Devo solo "stare sul pezzo". Improvvisare è più stimolante e permette di prendere meglio per i fondelli opinionisti e politici. Però ho già qualche domanda pronta. A Berlusconi: cosa cavolo ha scritto su quei fogli che tiene sempre in mano se poi non li legge mai? A Meloni: è vero che quando faceva la babysitter raccontava alla figlia di Fiorello la favola di "Cappuccetto Nero"?».

Alberto Mattioli per “Specchio - la Stampa” il 25 luglio 2022.

Se non ci pensa Dio ci penso io, cioè Eugenio Ghiozzi in arte Gene Gnocchi da Fidenza, uomo dal multiforme ingegno come Odisseo, che nei suoi primi 67 anni è stato, di volta in volta, calciatore, avvocato, musicista, cabarettista, attore, conduttore televisivo, scrittore, giornalista e chi più ne ha più ne faccia. È il titolo dello spettacolo di Gnocchi che va in scena il 24 luglio a Bormio per La Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi.

Gene, di che si tratta?

«Molto semplice. Il mio personaggio ha saputo che Dio è una frequenza quantistica, quindi ingaggia un elettricista per parlarGli tramite una vecchia radio. Ha bisogno di capire se Dio ha voglia di scusarsi oppure no». 

Perché dovrebbe scusarsi?

«Facciamo l'elenco? Guerra, pandemia, monopattini scatenati per le strade, bitcoin, Elon Musk. Diciamo che magari non voglio le Sue scuse, ma qualche giustificazione dovrebbe comunque portarla». 

Intanto lei imperversa anche in televisione, un'altra invenzione della quale qualcuno prima o poi dovrà pentirsi. A "Quarta Repubblica" com' è finito e come ci si trova?

«Ci sono finito dopo la mia esperienza con Floris, terminata perché non mi hanno rinnovato il contratto. Pensavo da un po' che la copertina classica avesse fatto il suo tempo. Meglio degli interventi nel corso della trasmissione, spiazzanti e brevi, massimo un minuto. A Porro l'idea è piaciuta e sono due anni che andiamo d'amore e d'accordo».

Però fa un po' strano vederla in uno dei talk più destrorsi e populisti.

«Prendo in giro gli ospiti che ci sono lì, che rappresentano tutte le opinioni. Sì, all'inizio qualche perplessità l'avevo, poi ho visto che funzionava e che il pubblico apprezza». 

Più faticoso fare battute in televisione o inventarsene tutti i giorni una per il "Rompipallone", il suo corsivo sulla prima pagina della "Gazzetta dello Sport"?

«No, è molto più difficile la televisione. Anche perché gli argomenti da qualche tempo sono sempre gli stessi: la pandemia, la guerra, poi la pandemia, poi di nuovo la guerra. Il "Rompipallone" va avanti ormai da quattordici anni, è diventato il mio divertimento quotidiano». 

A proposito di pallone, quello vero: gioca ancora?

«Purtroppo no. Ho una protesi al ginocchio. Mi sono convertito al tennis». 

Tennis o padel?

«No, no, tennis, per carità».

Sembra di capire che sia d'accordo con Nicola Pietrangeli quando dice che il padel è il trionfo delle pippe.

«D'accordissimo. In sostanza, si tratta di buttarla di là. Nessuna finezza». 

È meglio come tennista o come calciatore?

«Diciamo diverso. Come calciatore, ero un raffinato di piedi buoni. Come tennista, un pedalatore, uno che gioca da fondocampo».

Confessi che il calcio le piace ancora di più.

«Certo. Chi nasce calciatore muore calciatore».

Faccia allora i nomi di calciatori che le piacciono.

«Rivera, Platini, Zidane, Van Basten, Maradona quelli che potevano fare cose che agli altri non erano concesse». 

Tutti pensionati, però. Uno in attività?

«Messi, allora». 

Si gioca meglio oggi o ai tempi dei signori che ha elencato sopra?

«Oggi sono tutti più fisici e più tattici. Infatti si allenano molto di più: quando io giocavo in serie D, si facevano tre allenamenti alla settimana, adesso sono sei o sette. Però mi sembra che il livello tecnico sia calato. Una volta gli scarsi erano l'eccezione, oggi sono quasi la regola». 

Che differenza c'è fra uno sportivo e un tifoso?

«Lo sportivo riconosce i meriti dell'avversario, il tifoso no. Se la sua squadra perde, è subito complotto, congiura, arbitro venduto». 

Dato che siano in tema di rimembranze, meglio la televisione di oggi o quella in cui ha debuttato lei?

«Io ormai la tivù la faccio da trentacinque anni, un'eternità. Iniziai nell'89 con Emilio, c'erano Zuzzurro & Gaspare, Teocoli, Orlando, Faletti. Una bella squadra di talenti, mi sembra. La differenza è che era una televisione molto scritta, e di conseguenza pensata. Anche a Quelli che il calcio le trasmissioni uscivano dalla scrittura, da lunghe riunioni per analizzare l'attualità della settimana. Mi sembra che oggi sia tutto più facilone, non c'è tanta voglia di inventare. I format sono sempre quelli, i reality, i giochi: molti adattamenti, poche idee». 

Beh, i reality danno molta resa con poca spesa. E la gente li guarda.

«Infatti. È tutta una chiacchiera su dinamiche sviluppate artificialmente, il tizio del Grande fratello 6 che tradisce la fidanzata con quella della Pupa e il secchione 8 ammetto di fare un po' fatica a seguirli».

Insomma, all'"Isola dei famosi" non andrebbe.

«Sì, se avessi bisogno di soldi per rifare la cucina o i bagni». 

Qual è il personaggio televisivo di cui si sente di più la mancanza?

«Direi Raimondo Vianello». 

Come mai?

«Perché era un fuoriclasse vero. Gli bastava alzare un sopracciglio per dare la svolta a una trasmissione». 

Il programma che farebbe volentieri?

«X Factor. Beninteso come giurato, anche se ho sempre la mia band». 

E quello che rifarebbe?

«Mai dire goal. Mi sembra che in questo momento nel mondo del calcio ci sia bisogno di ironia e soprattutto di autoironia. Sono tutti così seriosi». 

 Ma la tivù la guarda?

«Tutta. Soprattutto Netflix». 

Dell'overdose di talk show cosa pensa?

«Che ha ragione Confalonieri quando dice che vanno rinnovati. Poi ormai sono soltanto talk politici. Sì, poi ogni tanto qualcuno ci prova, come Carofiglio che ha rifatto Match di Arbasino. Solo che Arbasino era Arbasino e Carofiglio è Carofiglio. E, a parte questo, Arbasino metteva Bene contro Bonito Oliva o Montanelli contro Bocca. Oggi di personaggi così ne vedo pochi». 

Domanda classica: Sanremo lo farebbe?

«Certo. In realtà lo rifarei, perché ne condussi uno con la Ventura. Per chi fa il mio mestiere è un traguardo». 

D'accordo: rifarlo, ma come?

«Mi piacerebbe un Sanremo che, per cercare di evitare le polemiche, le crea. Dunque, dichiarerei che vorrei una valletta eterosessuale anzi lesbica anzi bisessuale anzi fluida anzi gender per coprirmi su tutti i lati sarei attaccato da tutte le parti». 

Ma poi valletta è politicamente scorretto.

«Vede? Coconduttrice, allora». 

Magari l'immancabile influencer.

«Purtroppo è un mestiere in via d'estinzione per colpa della crisi demografica, come spiego nello spettacolo». 

Spieghi anche a noi.

«L'Ocse ha stimato che ormai in Italia ogni mille abitanti ci sono cinquecento influencer, e di conseguenza in media ogni influencer ha un solo follower. Considerato poi che ogni follower vuole diventate influencer e che ricambi non ce ne sono perché non si fanno più figli, sempre l'Ocse prevede che presto ogni influencer avrà un unico follower: sé stesso. La stessa cosa, fatalmente, succederà anche con i gialli».

I gialli?

«Sì, ormai in libreria e in televisione ci sono più commissari che omicidi. Il passo successivo sarà che i commissari si dovranno assassinare a vicenda per avere finalmente un caso su cui indagare. Come vede, è sempre colpa della crisi delle nascite e del mancato ricambio generazionale». 

A proposito di libri: continua a scriverne?

«Sì, ormai sono una ventina. Iniziai nel '91 con una raccolta di racconti per Garzanti, Una lieve imprecisione, che vendette moltissimo perché tutti pensavano che fosse un libro comico e invece era serissimo. Ma si sa che scrivere un libro divertente è più difficile che farne uno drammatico. 

Mi ricordo che all'epoca ci fu un episodio buffo. Un lettore di Napoli comprò il libro convinto che fosse quello di Giobbe Covatta. Quando si accorse dell'errore, mi scrisse per lamentarsi. Io gli mandai il libro di Giobbe ma, siccome costava più del mio, lui mi rispedì la differenza di prezzo. Ne è nata un'amicizia». 

E l'ultimo?

«È uscito da un paio di settimane, s' intitola Tennispedia - Tutto quello che dovreste sapere sul tennis spiegato da chi ne sa meno di noi (Pendragon). È dedicato alla cultura del tennis. Anche perché a forza di giocare, e non bene come gioco io, rischi di diventare una specie di ultras: se perdi, è sempre colpa della racchetta, delle palle, del campo, dell'arbitro». 

Da scrittore di tennis, un ricordo di Gianni Clerici.

«Come lui non ne nasceranno più, nel bene e nel male. Anzi, sì: per me il nuovo Clerici è Stefano Semeraro della Stampa, al quale infatti ho chiesto la prefazione del libro». 

Mettiamo che si rifaccia "Quelli del calcio". Scelga i tre politici da invitare subito.

«Il primo è Carlo Calenda. È quello che ha sempre la soluzione pronta per tutto, la ricetta per ogni problema. Rimetterebbe subito in carreggiata qualsiasi squadra in crisi di gioco». 

Il secondo?

«La seconda: ovviamente, Giorgia Meloni. Perfetta come ultras con il suo frasario in romanesco stretto. La manderei subito allo stadio con una sola missione: inc...rsi». 

Il terzo?

«Beh, Danilo Toninelli sarebbe stato il non plus ultra, non tanto come politico quanto come raffinato intellettuale. Chiedergli cosa ne pensa del saggio di Thomas Bernhard su Il tunnel del Brennero, divertentissimo». 

Capitolo confessioni. Il suo rimpianto più grande?

«Facile: non aver mai giocato in Nazionale».

E quello meno grave?

«Non aver mai giocato in serie A».

E la soddisfazione?

«Aver lavorato con Teo Teocoli. Mi ha dato tanto. Di recente sono stato ospite dalla Toffanin che ha riesumato qualche pezzo in cui siamo insieme: non eravamo niente male». 

Chi è stato il più grande umorista italiano di tutti i tempi?

«Achille Campanile. Anzi, no».

Allora chi?

«Ennio Flaiano. Anzi, Campanile. No, Flaiano. Beh, insomma, loro due».

Per finire il dubbio che ci attanaglia da sempre: ma a Fidenza la sua "erre" ce l'hanno tutti? «Tutti».

Quindi l'aveva anche Verdi, che di Fidenza era il deputato (anche se si chiamava ancora Borgo San Donnino)?

«Certamente. La mia è la "erre" di Verdi. Anzi, la "non erre" di Verdi».

Emilia Costantini per il “Corriere della Sera” il 5 luglio 2022.

Doveva fare l'avvocato, poi il calciatore. E invece da anni Gene Gnocchi calca le scene, teatrali, televisive e cinematografiche, da attore comico. Il 24 luglio è protagonista della Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, con Se non ci pensa Dio ci penso io , in piazza del Kuerc a Bormio. 

«L'idea - spiega Gene - è nata dal fatto che, dopo aver saputo che Dio è una frequenza quantistica, decido di parlare con lui tramite una vecchia radio. Ho bisogno di chiedere al Supremo parecchie cose. Per esempio la questione monopattini da cui siamo invasi, il calo delle nascite, l'affollamento degli influencer e soprattutto le ragioni della pandemia, della guerra, e poi farmi spiegare cose vuole veramente Putin... 

Mescolo tematiche divertenti e drammatiche. Se non ci pensa Dio, ci penso io a dare qualche spiegazione. Così come quando gli avevo chiesto di aiutarmi a non andare al mare con mia suocera e, siccome lui non mi ha risolto il problema, ho assoldato la banda della Magliana per romperle il femore».

Dalla laurea in Legge ai campi di calcio, al palcoscenico, com' è avvenuta la trasformazione?

«Appena finita l'università ho fatto l'avvocato per sei anni. Però in provincia, dove vivevo, era un'attività poco remunerativa, perché non ci si occupa delle grandi cause penali o civili, ma tutta robetta: separazioni matrimoniali, sfratti esecutivi, incidenti stradali. Poi è arrivata la passione per il pallone. 

Ero bravo, forse tecnicamente un po' lento. Tuttavia ho svolto una discreta carriera, senza superare il limite del semiprofessionista. Mi pagavano bene, ma bazzicavo solo i tornei minori, senza accedere alle vaste platee. Solo una volta a 52 anni riuscii a firmare un contratto con il Parma: sulla maglietta avevo messo il numero 52 e mi ero dato il nome di Gnoccao per un tocco di esotismo. Stavo per raggiungere la Serie A, però il Parma, che era a rischio retrocessione, non ce l'ha fatta e neppure io. Un destino segnato».

I primi passi nel cabaret allo Zelig di Milano segnano la svolta: «Iniziai con un monologo in una saletta minore del locale e, quando videro che funzionavo, che il pubblico veniva, si divertiva, applaudiva, venni promosso alla sala grande. I timori non mancavano: all'epoca ero già padre di due figli e un mestiere così precario sollevava parecchi dubbi in famiglia». 

A cominciare dalla suocera?

«E come no? Mi diceva: dove vai a fare il coglione stasera? Quando poi venni scritturato da Zuzzurro e Gaspare in tv, e ho potuto pagarle il dentista, la signora ha cominciato a credere che qualcosa di buono lo stavo facendo».

Non solo avvocato, calciatore, attore, ma anche scrittore: di libri ne ha scritti quasi una ventina, il più recente Il gusto puffo (Solferino editore). «La passione della scrittura nasce dal liceo classico, dove il professor Giovanni Petrolini, un glottologo, ci dava i temi con argomenti a piacere e mi ha sempre incoraggiato: mi consigliava gli autori da leggere, tipo Flaiano, Gadda, Brancati, e mi spronava a continuare a scrivere, sostenendo che avevo talento. E, come diceva Carmelo Bene, "il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può"».

Progetti futuri?

«Vorrei realizzare una scuola per opinionisti che intendo intitolare: Martiri di Daniele Capezzone. Ormai l'opinionista è una pietra fondante della tv, sono sempre gli stessi in tutti i programmi, una specie di compagnia di giro. C'è il tuttologo, il geopolitico, il virologo e poi c'è quello che non sa dov' è il Donbass, però ne parla».

·        Geppi Cucciari.

Geppi Cucciari, troppo brava per vincere​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​. Beatrice Dondi su L'Espresso il 18 Luglio 2022.  

La tv di Guglielmi è finita. Oggi non si sperimenta, non si investe, non si scommette. E anziché puntare su chi è in grado di tenere il palco e gestire una diretta con agio, ci si ostina a scegliere sempre e soltanto i soliti noti.

Nell’episodio del film “L’oro di Napoli” intitolato “I giocatori”, Vittorio De Sica prova a vincere in tutti i modi contro il piccolo Gennarino. E rilancia, e si infuria, e alza la posta, ma il piccolo avversario non si scompone, lo guarda dal basso verso l’alto, mentre fuori i suoi amichetti giocano in cortile, lui resta lì con le manine piccole e le carte ben strette conta punti su punti, primiera, settebello, scopa, non c’è gara. «Mi gioco l’intero palazzo, dalle cantine al tetto, e la mia tenuta di Sparanise con il frutteto, vigneto, bosco e tutto. E aggiungo anche la giacca», strepita l’inutile nobile. Ma anche se il conte è un conte, Gennarino vince sempre. Come Geppi Cucciari.

Quando è apparsa in abito da sera con l’ombrello alla tristanzuola serata del Premio Strega dicendo: «La buona notizia è che è finita la siccità, la cattiva è che è finita stasera», e ha continuato tenendo strette le briglie della difficile diretta con questo livello di ironia e intelligenza a secchi come la pioggia, è stata accolta tra lo stupore generale.

Ma tu pensa, una strepitosa comica votata alla conduzione che riesce a portare avanti una serata con agio. Come se fosse chissà quale novità, che Maria Giuseppina Cucciari, capace di passare dal teatro alla radio, da Mattia Torre al panel di “Che Succ3de”, tanto un palco vale l’altro, con la stessa agilità con cui si schiaccia a canestro, è un’artista di razza. A cui si potrebbe affidare persino qualcosa di più dell’assegnazione di premi dal 2 per cento di share.

Ma togliere lo scettro ai soliti noti, che si contano al solito sulle dita di una mano, è un compito arduo e a volte sembra quasi un reato di lesa maestà il solo pensarlo. Datele Sanremo, regalatele un palinsesto, un reame, fatele guidare anche gli autobus, si leggeva in questi giorni nell’entusiasmo generale.

Poi, finita la pioggia, tutto è tornato nei ranghi e per la prossima stagione si assisterà senza scossoni a una televisione in cui i conti squattrinati continueranno a tenere la scena, millantando possedimenti già perduti. D’altronde la stagione del mai compianto abbastanza Angelo Guglielmi è passata da un pezzo, quell’epoca d’oro in cui si investiva e si prendevano rischi per lasciare allo spettatore il gusto del piacere di una tv ben fatta, capace di guardare in avanti. Anziché affidarsi all’usato sicuro, in cui è estremamente più semplice ogni volta che si assiste a una partita giocata come si deve, far finta che sia un caso. Anche se le carte lo sanno a chi devono andare. 

Geppi Cucciari, Chiara Ferragni e Katia Follesa, quando la «dieta miracolosa» è falsa. BENEDETTA MORO su Il Corriere della Sera il 20 febbraio 2022.

Su alcuni siti web sono stati pubblicati articoli in cui si racconta di regimi alimentari e integratori grazie ai quali le tre donne, in un mese, avrebbero perso diversi chili. Su Instagram la smentita di Cucciari e Follesa che avvertono: «Non fatevi imbrogliare, affidatevi ai professionisti».

Giù dieci chili in un mese: falso

Hanno scritto che aveva perso 10 chili in quattro settimane, pubblicando pure quello che doveva essere il suo piano alimentare dettagliato e il nome degli integratori che avrebbe utilizzato. Ma dietro al dimagrimento della 48enne Geppi Cucciari, attrice, conduttrice e comica sarda, c’è uno sforzo di gran lunga maggiore, iniziato addirittura nel 2010. La smentita di alcune notizie girate sul web a questo proposito è arrivata dalla diretta interessata che, sul proprio profilo Instagram, ha pubblicato la foto del fantomatico menu settimanale accompagnato da un messaggio molto chiaro: «Non so chi siano questi deficienti — ha scritto nel post —, non si perdono 10 chili in 4 settimane, sono solo menzogne, non uso nessun integratore, non do consigli a nessuno, soprattutto non ne sponsorizzo, non fatevi imbrogliare da chi usa una qualsiasi nostra debolezza contro di noi». Un commento che ha riscosso subito approvazioni da diversi suoi follower, con tanto di standing ovation. A Geppi i suoi fan hanno anche suggerito di denunciare gli autori della fake news.

Dimagrire sì ma dopo tanta fatica

Crossfit, Trx, ma anche Zumba e Tabata. Che Geppi Cucciari non si sia affidata a una dieta rapida lo testimoniano le immagini di lei spesso in palestra tra pesi e altri macchinari. O le diverse interviste che ha rilasciato in questi anni, in cui ha spiegato la sua passione per lo sport (la madre era insegnante di educazione fisica), in particolare per il basket: quand’era più giovane ha persino militato in una squadra di A2. Il suo percorso di dimagrimento, ha raccontato in passato, è iniziato in realtà nel 2010, in particolare per risolvere un problema al ginocchio. Per 40 giorni quindi ha seguito una dieta particolare: ha eliminato buona parte dei lipidi e quasi tutti i carboidrati per lasciare spazio a un alto quantitativo di proteine. Con il regime alimentare successivo invece è poi tornata alla normalità, tagliando comunque lieviti e latticini, fonte di intolleranza. E aumentando le dosi di verdure, aggiungendo latte di soia, un po’ di pasta, pane al minimo (non oltre le 3-4 volte al mese) e carne una volta a settimana. Alla fine aveva perso 8 chili. Diete a parte, Cucciari non si è mai dimostrata fissata con il proprio fisico e quindi con il modello Instagram, dove sempre più spesso con i filtri in un attimo le immagini possono essere modificate a piacimento. Al contrario, ha optato piuttosto per l’accettazione di sé, ridendoci anche su, se necessario. Celebre infatti rimarrà la sua frase «il problema non siamo noi che siamo grasse, sono le taglie che sono piccole». E anche di recente, per una puntata del suo programma «Che succ3de?», in onda su Rai 3 il venerdì, si è nuovamente mostrata a favore dei corpi morbidi, presentandosi con un vestito e le calze a rete. Una contro-mossa per gli «amici delle gambe importanti». Il riferimento è al commento, messo alla gogna dai più, di Davide Maggio. Il titolare dell’omonimo blog, durante una diretta Instagram, aveva criticato la scelta della cantante Emma d’indossare delle calze a rete durante la sua esibizione al Festival di Sanremo: «Se hai una gamba importante — aveva scritto — eviti di mettere le calze a rete».

Chi è Geppi Cucciari

Cagliaritana, classe 1973, Maria Giuseppina Cucciari, in arte Geppi Cucciari, è nota soprattutto per le diverse partecipazioni a Zelig a partire dal 2001. In quegli anni si laurea in Giurisprudenza. All’inizio alterna il lavoro in uno studio notarile al cabaret. Ha partecipato anche a Sanremo nel 2012 ed è stata parte del programma Le Iene. Da ottobre 2020 conduce il programma Rai «Che succ3de?», dove prende a pretesto i social e i fatti accaduti in Italia attraverso un panel di persone rappresentative di tutte le venti regioni per raccontare l’attualità con satira e comicità.

Di fantomatiche diete lampo, che non hanno mai fatto, sono rimaste vittime anche altre donne. Una su tutte Chiara Ferragni: su alcuni siti è comparsa la dieta con tanto di capsule che avrebbe ingerito per perdere peso dopo il parto. Un’immagine un po’ distorta da quelle che posta sui social, dove invece mostra di non aver tolto dalla propria alimentazione pasta o pizza.

Nel mirino delle fake news è finita anche un’altra comica, Katia Follesa. Di lei girano sul web immagini promozionali con prodotti dimagranti, tanto che la 46enne di Giussano ha messo la faccenda in mano ai propri avvocati. Per evitare che si crei confusione ha pubblicato anche lei su Instagram un post in cui si dissocia da qualsiasi news che accosta la sua persona a pillole miracolose per dimagrire. «Non ho mai sponsorizzato nessun prodotto dimagrante», ha specificato postando una delle fotografie incriminate. «Non ho mai dato l’autorizzazione — ha continuato — a usare la mia immagine associata a gocce miracolose per perdere peso velocemente! NON ESISTONO!!!! Sono vittima di una truffa. Gli avvocati stanno esaminando il caso ma non è cosa semplice in quanto, purtroppo, non si tratta di persone fisiche perseguibili giuridicamente, ma di ALGORITMI».

Di fatto Follesa è dimagrita di recente ma non con metodi poco affidabili. Anzi, a proposito di questo ha voluto spiegare meglio la questione: «Per perdere peso e preservare la mia salute mi sono rivolta a un medico specialista che, dopo una serie di accurati esami, mi ha indicato il percorso migliore per stare bene. Associo a una sana alimentazione il movimento fisico, blando per giunta. Ogni persona è diversa, non esiste una dieta uguale per tutti. Consiglio di divulgare il più possibile questo messaggio affinché non si cada in truffe paradossali. Grazie».

·        Gérard Depardieu.

«Gérard Depardieu mi svelò l’amore tra la nonna materna e suo nonno paterno». Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 5 Dicembre 2022. 

L’incontro con il grande attore, il francese più famoso del mondo: «Di Macron disse che è come il bianco dell'uovo: non sa di niente. Di Le Pen, che non era una minaccia, ma una sciocchezza. Insomma: odia la politica, però la capisce bene»

Gerard Depardieu, 73 anni

Avevo il sospirato appuntamento con Gérard Depardieu, atteso da anni; e non avevo una bottiglia di vino da portargli.

Certo, l’appuntamento era alle 11 del mattino; ma questo non risolveva il problema. Non mi aveva forse raccontato Stefania Sandrelli che alle nove del mattino, sul set di Novecento, il giovane Gérard aveva già scolato una bottiglia di rosso?

A giudicare dalla mole, con l’età non aveva cambiato abitudini. Mentre mi affrettavo verso Montparnasse sotto una fastidiosa pioggia primaverile, guardavo le vetrine delle enoteche chiedendomi quale vino avrei potuto portare, per ingraziarmi il personaggio dal carattere notoriamente difficile. Uno Chateau-Petrus era da escludere: troppo caro, e inadatto all’ora della giornata. Va bene l’appetito da orco del grande attore; ma mica si può aprire un bordeaux a mezza mattina. Meglio un vino più leggero. Pensai che un Saumur-Champigny, rosso molto alla moda a Parigi, sarebbe potuto andare. E quindi, un po’ in ritardo, bagnato, ma provvisto di regalo, fui ammesso in casa.

Solo che Gérard Depardieu detestava il Saumur-Champigny, e in genere i vini leggeri, e comunque i vini alla moda. L’ora della giornata, precisò subito, non rappresentava un ostacolo: quando girava con Jean Gabin, mi disse con il celebre tono burbero, alle undici del mattino avevano già mangiato selvaggina e bevuto una bottiglia di rosso; nonostante il décalage di due ore rispetto ai tempi di Novecento, una prestazione notevole. Però, piuttosto di un vinello leggero, tanto valeva bere un succo di frutta.

Inizio difficile. Depardieu di malumore, e succo di frutta.

Mi appellai quindi alla vecchia regola. Quando devi intervistare una persona che non conosci, in una lingua che conosci ma comunque non è la tua, meglio cominciare dalle origini, dalla famiglia. Un po’ tutti gli esseri umani parlano volentieri delle origini, della famiglia. Di solito si inizia dai nonni. Avevo letto che la nonna di Depardieu lavorava all’aeroporto di Parigi Orly. Da qui la prima domanda: sua nonna lavorava all’aeroporto di Parigi Orly, vero?

Attimo di silenzio.

Grugnito.

«Sì, è vero. Ma detta così sembra che facesse la hostess. Invece faceva la dame-pipi». Prego? «Ha capito benissimo: la signora della pipì. E lo stipendio erano le monetine che le davano i passeggeri per aver pulito il bagno prima e dopo l’uso».

Ma era pur sempre la nonna, una figura tenera...

«Sì. Però aveva una storia con mio nonno». Be’, certo, era la nonna... «Cos’ha capito? Mia nonna paterna aveva una storia con mio nonno materno. Quando mia madre scoprì che suo padre se la faceva con sua suocera, non voleva più un figlio nato da un simile intreccio mostruoso, e tentò di abortirmi con un ferro da calza».

Non riuscì. Per fortuna, altrimenti non avremmo avuto Cyrano, Cristoforo Colombo, Danton, Tartufo, Vatel, il colonnello Chabert, Vidocq, Porthos (ma anche Mazzarino), Fouché, Jean Valjean, Rasputin, il conte di Montecristo, Strauss-Kahn — «sarebbe stato un buon presidente» —, financo Obelix, e ora Maigret. Insomma, l’attore più versatile di tutti i tempi. E poi, certo, anche l’Olmo di Novecento.

Mi raccontò che aveva preteso di essere pagato come De Niro, che era già una star: «Quanto prende l’americano? Centoventi milioni di lire? Li voglio pure io». Altrimenti? «Altrimenti me ne vado».

Dal quartiere dov’era cresciuto, la sua famiglia era stata cacciata a calci. Lui faceva le vacanze a Orly, con la nonna, in una baracca in fondo alla pista di atterraggio: passava l’estate a guardare i viaggiatori di passaggio. Il padre vendeva L’Humanité, il quotidiano comunista, ma non lo leggeva: era analfabeta. Il Sessantotto Gérard lo fece da ladro: alleggeriva i contestatori di orologi e catenine. Fu arrestato per furto d’auto. «Non ho imparato niente, ho vissuto tutto. La mia scuola è stata la gendarmeria».

Quella mattina piovosa eravamo alla vigilia del primo ballottaggio tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen, quello del maggio 2017, e ovviamente volevo parlare di politica. Depardieu rispose che odiava la politica. Disse male di entrambi i candidati. Macron per lui era come il bianco dell’uovo: anche montato ad arte, non sa di niente. «La sua voce non mi arriva, non mi entra dentro. Non lo conosco e non lo capisco». Marine non era una minaccia, bensì una connerie: una sciocchezza cui avevano creduto i francesi, insoddisfatti del presente e nostalgici di un passato nazionalista impossibile da ritrovare nel mondo globale.

Insomma, pur odiandola, Dépardieu capiva la politica. Finì per parlarne a lungo, anche di Putin, di Sarkozy, di Chirac, di leader cui era considerato vicino, per poi concludere: «Non ho mai conosciuto un uomo di potere che fosse davvero onesto. Mai». L’unica soluzione era far eleggere dal popolo il presidente degli Stati Uniti d’Europa.

In realtà era della Francia, non solo della politica, che si era costruito un’immagine nera, funebre, devastante. Non aveva il mito della Rivoluzione: Robespierre e Saint-Just per lui erano due criminali, le esecuzioni di Luigi XVI e di Maria Antonietta due crimini. Non aveva il mito di Napoleone, che aveva lastricato le vie del mondo di cadaveri. Non aveva ovviamente il mito del colonialismo francese, «un altro crimine». Ma non aveva neppure il mito del Generale De Gaulle: la borghesia che lo votava gli appariva classista e reazionaria. Lui aveva votato una sola volta in vita sua, nel 1981, per François Mitterrand; e non l’avrebbe fatto mai più. Gli stavano sulle scatole pure Bernard-Henri Lévy e Tintin. Salvava solo Houellebecq, la sua amica Fanny Ardant e Barbara, di cui aveva portato le canzoni a teatro: «Si lasciò morire. Mi disse: il mio cuore non mi appartiene più. Meglio finire così che non come Sting, a fare il Sangiovese». Pensai dentro di me che per fortuna non gli avevo portato una bottiglia di Sangiovese.

Per essere il francese più famoso del mondo, aveva insomma un’idea tragica della Francia, e pure della fama, «la palestra degli egocentrici». La Francia chiamata a scegliere tra Macron e Le Pen gli ricordava quella del 1940 che si era offerta a Hitler: «Abbiamo ricominciato a guardare il mondo e la storia da dietro le persiane chiuse».

La libertà era scomparsa, l’uguaglianza pure; restava un po’ di fraternità, perché secondo Depardieu l’uomo in fondo è buono. Qui nacque una lunga discussione, perché secondo me l’uomo non è buono né cattivo; è egoista, talora nella variante peggiorativa del narciso; ma può essere indotto al bene, se questo lo fa sentire migliore. Insomma andammo avanti a parlare, perdendo la cognizione del tempo, fino a quando fuori spiovve, e capimmo senza dircelo che era tempo di salutarci. La bottiglia di Saumur-Champigny era sempre lì, intonsa. Non avevamo avuto bisogno del lubrificante del vino per confrontarci e in qualche modo incontrarci.

Anni dopo lessi un articolo in cui si diceva che Depardieu adorava il Saumur-Champigny, ed era stato a trovare i vigneron che lo producevano. Dire il contrario era stato forse il suo modo di prendere un vantaggio nella conversazione, cui però aveva rinunciato quasi subito.

Al momento dell’addio ci abbracciammo.

Non l’ho mai più rivisto.

·        Gerry Scotti.

Chiara Maffioletti per il "Corriere della Sera" il 24 novembre 2022. 

Gerry Scotti si definisce un ragazzo fortunato, la cui vita è stata ben più incredibile dei suoi sogni. Per merito - ma quasi sempre anche un po' per caso - questo ex bambino timido della periferia di Milano ha vinto una serie di sfide che, però, ancora oggi fatica a definire tali. «Non avevo spirito di rivalsa e non ho mai desiderato diventare chi sono: non era il mio obiettivo. Semplicemente sono successe molte cose che sembravano perfino a me al di là della mia portata». 

È in assoluto tra gli uomini più popolari d'Italia. Ma per errore?

«Facevo la radio e mi sembrava il massimo. Sentiamo Linus da 30 anni: se non avessi preso la mia strada, oggi sentireste lui e me, perché quello volevo fare, la radio». 

Poi, però, è arrivata la televisione.

«Cecchetto si è preso la briga per primo di dirmi che quello che facevo in radio potevo farlo, allo stesso modo, in tv: aveva inventato la radio visione con Deejay television . Mi sembrava il massimo allargamento della mia professionalità: lo vivevo come una protesi, come un abusivismo che prima o poi avrei condonato. Non vedevo l'ora di tornare a fare solo e soltanto la radio». 

Invece, dopo qualche anno, si è ritrovato a condurre anche il Festivalbar.

«Non posso dire che mi sia capitato per caso, ma quasi: sempre Cecchetto mi aveva proposto di fare le telepromozioni al posto suo, così ho passato l'estate del 1987 dietro le quinte del Festivalbar. La serata della finale, all'Arena di Verona, davanti a 30mila persone, esco per fare la mia pubblicità delle patatine. Salvetti, il patron della manifestazione, aveva una stanzina grande un metro per due, da dove supervisionava tutto.

Sente il boato e urla: vi avevo detto di non far salire sul palco nessun cantante. Al che, imbarazzati, gli dicono che ero uscito io a fare le telepromozioni. Appena finisco mi chiamano, bianchi in volto: devi andare da Salvetti. Ecco, ho pensato, è successo il patatrac. Entro nella sua stanza e mi dice: "Gerry Scotti? L'anno prossimo il Festivalbar lo presenti tu"». (Qui il conduttore si commuove, succederà altre volte ndr ). 

Una sorpresa totale.

«Non era nemmeno nelle mie speranze. Questo è stato il primo grande atto contro la mia previsione e anche contro la mia volontà». 

Davvero non si era mai immaginato presentatore in tv? Nemmeno da bambino?

«Ero un ragazzino timido. Se c'era la recita di fine anno non alzavo certo la mano per partecipare, nemmeno per presentare, quindi dire che ce l'avevo nel dna sarebbe raccontare una frottola. Quando avevo 12 anni mio zio Paolino mi regalò il magnetofono geloso, per registrare le canzoni che passavano in radio: era il nostro Spotify. Quando ho sentito per la prima volta la mia voce registrata con quello strumento mi ha dato un tale fastidio che ho cancellato il nastro». 

Eppure è stata un'escalation...

«In tv conducevo programmi musicali. Un giorno, nel parcheggio di Mediaset incontro Fatma Ruffini, la signora della tv. Mi guarda e mi dice: "Ti devo parlare; domani alle 11 in ufficio da me". Una volta lì, mi chiede: "Sei contento di fare quello che fai?". "Non mi sembra vero signora", rispondo. Ma lei fa cenno di no con il dito e dice: "Tu sei adatto per essere formato famiglia: l'anno prossimo condurrai Il gioco dei Nove ». 

Felice?

«Macché. È un po' come se a uno che oggi conduce X Factor dicessero di andare a fare il giochino tv delle sette di sera. Ma anche per Vianello ero la persona giusta. Per me era una notizia ferale: non mi sentivo all'altezza, non mi sentivo nel ruolo. Non avevo idea, quando sono entrato in quello studio, che per 35 anni sarebbe diventato il mio lavoro, la mia vita e il modo in cui tutti gli italiani mi hanno conosciuto».

Oggi ha fatto pace con questa dimensione?

«Ora è il mio momento di pace, in cui stacco e mi diverto. Poi ho fatto tante altre cose, prime serate, e sono continuate a capitarmi eredità che andavano oltre le mie necessità. Quando mi hanno proposto La Corrida pensavo a una candid camera. Come la volta in cui mi hanno detto di fare con Delia Scala la sitcom Io e la mamma ». 

È vero che i suoi amici sono quelli di sempre?

«Ho perso quelli delle elementari: mi ero trasferito dalla periferia sud alla periferia nord di Milano e allora era come spostarsi da Los Angeles a New York. Ma da lì in poi gli amici sono sempre stati gli stessi, sì. Si sono aggiunti quelli della radio e pochissimi della tv. Il nostro gioco era stare seduti sul marciapiede e indovinare il colore delle prima macchina che sarebbe passata da viale Zara. Il fatto di poter riatterrare ogni volta tra loro mi ha tenuto ben legato al Gerry Scotti che ero e che sono sempre stato». 

Se fosse nato a Milano centro sarebbe stato la stessa persona?

«Ho sfiorato Milano centro: sono andato al liceo classico Carducci e non era proprio pieno di figli di operai, anzi. Eravamo solo io e il signor Villa (che è da sempre il suo ufficio stampa). La nostra presenza faceva arrabbiare alcuni professori retrogradi. Alle mie prime difficoltà in greco e latino avevano detto a mia mamma: dovevate mandarlo a fare una scuola professionale». 

E i suoi compagni? Come erano?

«Arrivavano a scuola con le Maserati, le Jaguar, perfino una Lamborghini. Il nostro sfogo era fidanzarci con le figlie della Milano bene. Eravamo ben voluti, andavo anche a fare i compiti da loro. Entravo in queste case e vedevo maggiordomi, sei, sette stanze... Io vivevo in due stanze più servizio con i miei genitori. Ogni tanto qualche compagna veniva a studiare da me e il giorno dopo, in classe, mi chiedevano tutti: ma veramente a casa tua c'è la torta ogni giorno? Ho scoperto che questi figli della Milano più ricca avevano forme di ristrettezze che io, figlio di operai, non avevo. Da me la ciambella di mia mamma non mancava mai. E lì ho capito che i benefit della vita sono altri». 

Non era a disagio di fronte a tanta ricchezza?

«No, non ho mai vissuto la mia differenza con rabbia. Venivo da un ambiente umile ma dignitoso, dove se andavi in cortile senza merenda qualcuno che te la offriva lo trovavi e se volevi andare a fare un giro in bici ma non l'avevi, c'era chi te la prestava. Non mi è mai mancato niente mentre in quelle famiglie di classi sociali più agiate credo mancassero un sacco di cose». 

Come è andata con l'Università?

«Volevo studiare Architettura ma era una delle facoltà più sulle barricate allora, sempre occupata. Mi rivedo con mio papà al Politecnico, pronto per iscrivermi: c'erano ragazzi con spinelli sulle scale, cartelloni con frasi irriferibili. Mio padre disse solo: "Non farmi questo" (e, ancora una volta, la voce si spezza, ndr ). Pensava a tutti i sacrifici per farmi fare il liceo... Così, dopo una riunione di famiglia con gli zii, su votazione si optò per Giurisprudenza. Sarei diventato notaio, sono arrivato a due esami dalla tesi». 

Poi la strada ha preso un altro corso. Parlando di bivi: avrebbe mai potuto diventare attore?

«A un certo punto ai piani alti di Mediaset si erano fissati di farmi fare la fiction. Era arrivata la sitcom Finalmente soli, poi un film di Natale con Banfi... È stato doloroso rinunciare: recitare mi piaceva anche se era un altro lavoro». 

Qualche rammarico?

«Due. Enzo Garinei, sapendo che il mio mito è Johnny Dorelli, mi chiese di fare un grande Aggiungi un posto a tavola. Mi pareva una cosa enorme e non ho avuto nemmeno il coraggio di rispondergli, non me lo perdono. Un altro grande che si era inventato una cosa per me era Bud Spencer: avrei pagato, anche in quel caso, per accettare ma erano proposte che mi avrebbero portato via mesi, come potevo? Però non ho nulla di cui mi vergogno o che non rifarei». 

Compresa la politica?

«Ah no, parlavo della mia professione. Quando ho accettato di essere il candidato dei giovani socialisti di Milano - senza essere iscritto al partito - non pensavo di prendere 10mila voti. Come non pensavo che non mi dessero niente da fare, cosa che mi lasciava sgomento. Se nella mia carriera sento di aver ricevuto molto perché ho dato molto, nella mia esperienza politica ho ricevuto poco perché ho dato poco. Poi, per 10 anni non sono più andato alle assemblee di condominio e non ho più votato. Ero disgustato». 

Ora ha ripreso a votare?

«Sì, ma ho vissuto male quella esperienza. Mi restano i famosi mille euro di pensione a cui voglio rinunciare: l'ho già detto a tre presidenti del consiglio e lo dirò anche a Giorgia Meloni. Mi suggeriscono di darli in beneficenza: c'ero arrivato. Ma vorrei non essere costretto a ritirarli. Da quando ne parlo sa quanti altri ex onorevoli mi hanno scritto per unirsi a questa idea? Zero».

Dica: a casa sua oggi c'è la torta tutti i giorni?

«C'è, c'è. Quando avevo quarant' anni, in poco tempo sono morti i miei genitori e c'è stato il mio divorzio. Parevano bruciate di colpo tutte le statuine del presepe che rappresentava il mio concetto di famiglia. Poi, assieme ai miei amici, a mio figlio e alla famiglia che ho ricostruito con Gabriella e i suoi figli, sono riuscito a portare avanti i valori in cui credo.

A gennaio Edoardo mi renderà di nuovo nonno e sono riconosciuto come figura paterna anche dai figli della mia compagna: sono il rompiscatole che dice di spegnere la luce o non far scorrere l'acqua in casa. Ora sono grandi, ma quante notti sono stato sveglio aspettando uno o l'altro che rientrasse... loro sono la mia ancora di salvezza, mi fanno sentire un uomo vivo e una persona qualsiasi». 

Perché Gabriella non è diventata sua moglie?

«Ci stiamo studiando (ride). Non so quante sarebbero riuscite a stare tanti anni con un uomo nazionalpopolare come me, io so che avevo assolutamente bisogno di una donna come lei. Non ama il clamore, quasi la infastidisce».

Il complimento più bello che le fanno?

«Fino a pochi anni fa era che ero come apparivo in tv. Oggi sempre più ragazzi mi dicono: siamo cresciuti con te (occhi lucidi). Mi fanno sentire di avere una famiglia grandissima».

Da ilnapolista.it il 7 agosto 2022.

Il Messaggero intervista Gerry Scotti. Nel 2015 aveva detto che a 60 anni si sarebbe ritirato e invece non l’ha ancora fatto. 

A parte le quattro edizioni da conduttore del Festivalbar, dal 1989 al 1992, ha sempre lavorato in studio: non s’è stufato?

«Un po’, sì. Dopo 39 anni di carriera in tv vorrei uscire e mettermi a fare il divulgatore». 

L’anno prossimo gli anni di tv saranno quaranta: quale super potere c’è voluto per arrivare fin qui?

«Non avere la puzza sotto il naso. Ho fatto un calcolo: all’ora di cena, sono entrato nelle case degli italiani almeno diecimila volte. In quella fascia oraria devi essere in sintonia con la gente. E poi c’è voluta un po’ di follia».

La sua è stata rinunciare ad andare a Los Angeles per frequentare un corso di regia per gli spot pubblicitari e accettare invece la possibilità datagli da Claudio Cecchetto a Radio Deejay.

«Tre giorni prima di partire cambiai programma e rinunciai all’America e tutto il resto. Il più grande azzardo della mia vita». 

Registrando il suo podcast, con lei ospite, Fedez ha detto di non aver mai sentito il nome di Giorgio Strehler, fra i più importanti uomini di teatro italiani. Vuole aggiungere qualcosa?

«Questi ragazzi hanno un ego enorme. Diventati popolari in pochissimo tempo, Fedez e gli altri sono bravi nel loro campo, come gli sportivi. Peccato che parlino di presente e futuro senza sapere nulla del passato. Sono molto ignoranti». 

Scotti è stato deputato del Partito Socialista dal 1987 al 1992. Che ricordo ha della sua esperienza parlamentare?

«Era un Paese alla deriva e c’era tanta impunità. Tanti, in certi ambienti, pensavano di essere al di sopra della legge. Io da estraneo fui subito messo in disparte. Quando passavo si giravano e mi ridevano dietro, smettevano di parlare. Pensavo di poter fare qualcosa di buono, discutere, organizzare. Volevo la presidenza della Commissione condizione giovanile, me l’avevano promessa ma non l’ho mai avuta. Non mi facevano fare nulla, e quando provai a dare le dimissioni non le accettarono. Non è stata un’esperienza eclatante». 

Ha firmato 33 proposte di legge: se ne ricorda una?

«Certo. Sono stato il primo in assoluto a proporre una legge “green” per non usare la plastica per gli alimenti, i giornali eccetera. Ero avanti». 

Prende il vitalizio?

«Sì. Dopo aver chiesto a tre premier di fare una regola per poter rinunciare a quei soldi, l’ultimo a cui l’ho chiesto è stato Matteo Renzi, mi sono arreso: li prendo e li do in beneficenza». 

A quanto ammonta e da quanto tempo lo incassa?

«Mille euro da settembre dell’anno scorso. A novembre per la Giornata della ricerca darò l’importo di un anno come borsa di studio. Se aspetto che cambino le regole…». 

L’ultimo sfizio tolto?

«I miei risparmi, tolto il totem della casa, vanno tutti in auto e moto. Ne comprerei una al mese. Mi piacciono le Porsche. L’ultima che ho preso ha dieci anni. Ogni tanto la pulisco, l’abbraccio, me la bacio, l’accendo, faccio un giro e via. Alla mia età un oggetto di culto fa bene». 

L’errore più grande che ha fatto?

«Non essermi laureato in Giurisprudenza. Mi mancavano due esami. Ho mancato di rispetto ai miei genitori che per me avevano fatto tanti sacrifici»

Gerry Scotti: "I miei genitori morti lo stesso giorno. In obitorio mi chiesero un autografo". La Repubblica il 23 Giugno 2022.

Il conduttore e l'intervista a 'Muschio selvaggio', il podcast di Fedez e Luis Sal. "Non ho potuto aiutare mia madre e mio padre. I soldi non ti comprano ciò di cui hai davvero bisogno".

"Col tempo ho imparato che i soldi non ti comprano ciò di cui hai bisogno veramente". Chi vuol esser milionario se poi ti mancano i fondamentali? Questo sembra chiedersi Gerry Scotti in un'intervista rilasciata a Muschio Selvaggio, il podcast di Fedez e Luis Sal in cui ha raccontato alcuni passaggi importanti della sua vita privata e si è lasciato andare a un ricordo commosso di sua madre e suo padre.

Sessantacinque anni, nato nel Pavese, trent'anni di carriera fortunata in tv dopo gli inizi in radio, una laurea mancata in Giurisprudenza, Scotti ha ricordato i genitori, che ha perso quando era già un conduttore televisivo di successo. "Nello stesso giorno ho perso mio papà e mia mamma - ha detto commosso - uno se ne è andato di notte, l'altro di giorno". E quel che più lo addolora è che "pur essendo io già benestante, non ho potuto fare niente per loro. E' uno dei più grandei rimorsi che mi resta addosso e mi fa capire che il vero valore dei soldi: aiutano, sì, ma solo a togliersi qualche sfizio".

Poi, la cronaca di un episodio da dimenticare: "Non ho vergogna a dirvi che quando ero nell’obitorio da mia madre – quando è venuta a mancare venti anni fa non c'erano ancora i cellulari – una chiassosa compagnia di parenti del feretro vicino mi ha visto. Così sono venuti dentro con dei pezzi di carta e mi hanno detto: “Ci fai un autografo?” Io non sapevo se dargli una testata o mettergli le mani addosso… poi ho guardato mia mamma e ho firmato". E Fedez: "Io gli avrei dato una testata".

Il padre Mario era un operaio che lavorava alle rotative del Corriere della Sera, la mamma era casalinga. Gerry era nipote di un contadino e un panettiere e suo padre aveva deciso di fare un lavoro diverso. "Ai tempi in cui ero ragazzo - racconta il conduttore - avere un lavoro fisso e una casa era già un sogno, non aspiravo di certo ad avere quello che ho ora. Passavamo le giornate con gli amici seduti sui marciapiedi a scommettere su che macchina sarebbe passata di lì, ma ciò nonostante i miei genitori mi hanno sempre sostenuto. Mio padre lavorava di notte, ma di giorno era sempre lì a sostenermi".

Gerry Scotti: «Una delle cose più spiacevoli mai successe? Quando mi chiesero gli autografi al funerale di mia madre». Teresa Cioffi su Il Corriere della Sera il 21 Giugno 2022.

Il conduttore si racconta a «Muschio Selvaggio» il podcast con Fedez e Luis Sal. 

«Se ne sono andati insieme, lo stesso giorno». Gerry Scotti parla dei suoi genitori senza filtri nello studio di Muschio Selvaggio, il podcast diretto da Fedez e da Luis Sal. Nella puntata di lunedì l’allegria che contraddistingue il noto conduttore televisivo si smorza, lasciando spazio al rimpianto: «Non ho potuto fare niente per loro». Cresciuto nella provincia di Pavia, Virginio Scotti, in arte Gerry, racconta la sua famiglia. Quando gli viene chiesto se da ragazzo voleva diventare milionario ride e poi risponde: « Non lo avrei mai immaginato. Sono nipote di un contadino e di un panettiere, mia madre era casalinga e mio padre operaio alle rotative del Corriere. Quando i miei genitori sono morti, uno la mattina e uno la sera dello stesso giorno, io ero già famoso. Mi sono reso conto che per loro non ho potuto fare nulla». E ha raccontato un episodio spiacevole che gli capitò in occasione del lutto: «Quando ero nell’obitorio da mia madre – purtroppo quando è venuta a mancare 20 anni fa e non c’erano i cellulari – una chiassosa compagnia di parenti del feretro vicino mi ha visto. Così sono venuti dentro con dei pezzi di carta e mi hanno detto: «Ci fai un autografo?» Io non sapevo se dargli una testata o mettergli le mani addosso… poi ho guardato mia mamma e ho firmato».

La stessa estrazione di Fedez

La voce un po’ trema quando dice: «È una forma di rimorso che mi resta addosso». Non si addentra nei dettagli di quel momento ma non nasconde il forte legame con i suoi genitori. <« Mi hanno sempre sostenuto, negli studi come nella carriera. Non ho finito l’università, ero iscritto alla facoltà di Giurisprudenza. È il più grosso dispiacere che ho dato loro » spiega a Fedez, con il quale condivide l’esperienza di essere cresciuto nel contesto operaio della periferia. Non è l’unica cosa che li accomuna. Quando Fedez aveva condiviso l’esperienza della malattia con i suoi fans aveva dichiarato che le sue priorità erano cambiate. Una dichiarazione che anche Gerry Scotti ha voluto fare durante la puntata di Muschio Selvaggio, forse volendo mandare un messaggio al suo pubblico: «Ho imparato che i soldi non comprano ciò di cui hai bisogno veramente».

Francesca D'Angelo per “Libero quotidiano” il 28 marzo 2022. 

Gerry Scotti, ormai lei è diventato il Casanova di Striscia la notizia...

«Ha visto, eh? Robe da matti! A causa della positività di Francesca Manzini, in tre settimane mi hanno affiancato Valeria Graci, Lorella Cuccarini e ora, stabilmente, Michelle Hunziker». 

Non dovevamo essere fuori-pandemia?

«L'allentamento delle misure ha generato una ventata di ottimismo ma mi pare che i numeri, purtroppo, siano inconfutabili. C'è poi questa sensazione, che è figlia dell'ignoranza, secondo la quale il Covid si sarebbe ridotto a una brutta influenza... Io capisco che abbiamo tutti bisogno di buone notizie ma non è ancora il momento di fare i fenomeni». 

Lei non avrebbe allentato le misure?

«Non spetta a me deciderlo. Personalmente però continuerò a tenere la mascherina e a osservare il distanziamento anche a emergenza terminata».

Insomma, non si fida.

«Sa com' è... ci sono passato e non vorrei bissare l'esperienza. Ho dato, grazie».

C'è chi ha scritto: «Fedez si è ammalato perché è vaccinato». Come abbiamo fatto a ridurci così?

«Ah, guardi, non me ne capacito! Bisognerebbe prendere, una per una, le persone che hanno scritto queste cose e fare loro uno screening total body, cervello compreso. Qui probabilmente troveremmo solo un criceto, e pure malconcio. Tra l'altro ci tengo a cogliere l'occasione per rivolgere un abbraccio a Fedez». 

Certo che questa sua stagione di Striscia è decisamente in salita: oltre a Covid, pure la guerra in Ucraina. Di nuovo, le chiedo: quando ne usciremo?

«Temo che la convalescenza sarà lunga, proprio come per la pandemia. Anche se oggi stesso si firmasse un armistizio, dovremo fare i conti con gli effetti della guerra almeno per un anno e mezzo. È un disastro, una tragedia. Riesco a trovare solo un aspetto positivo». 

Quale?

«Grazie a Internet, la guerra non è più qualcosa di lontano, sul quale ti aggiorna il Tg la sera. Non puoi più ignorarlo. È un problema che riguarda tutti».

Ma non è sempre stato così?

«Direi proprio di no. In passato, per esempio, siamo stati ciechi e insensibili quando, al di là dell'Adriatico, avveniva uno dei più grandi stermini nell'ex Jugoslavia. Andavamo tranquillamente al mare e guardavamo le luci all'orizzonte pensando fossero fuochi d'artificio». 

Cosa pensa della decisione di escludere gli artisti russi dalle manifestazioni?

«Ho difficoltà ad accettare una cosa del genere perché l'arte e lo sport sono il primo passo per educare alla pace e all'integrazione. Capisco, semmai, se si decide di escludere uno sportivo sostenuto da grossi sponsor di oligarchi ma è una situazione che si potrebbe verificare giusto nella F1, come è successo». 

Tra l'altro non è detto che i cittadini la pensino come Putin, anzi.

«Esatto! Prenda per esempio il ragazzo con la Z sulla maglietta: ho la netta sensazione che non sia stata certo sua madre a cucirla per lui...». 

Torniamo a Striscia: è uno dei pochi show dove la conduzione è paritaria. Possibile che altrove ci si incarti invece miseramente, invocando "protagoniste" e "co -conduttrici"?

«Ho capito: parla di Amadeus e cerca la polemica. In realtà se c'è una persona che ha dimostrato che le donne non devono essere ridotte ad ancelle, è proprio lui». 

Sabrina Ferilli non sembra così d'accordo.

«Eh, lo so! Qualcuno ha avuto qualche discussione... Comunque se c'è un mondo che, nell'ultimo decennio, ha fatto passi da gigante nell'emancipazione femminile, è proprio la tv. Ben più del cinema, peraltro. Lei allora mi vorrai chiedere: ma tu, Gerry, cosa hai fatto?».

In realtà no, ma già che ci siamo: lei che fa per le donne?

«Ho vissuto l'epopea delle vallette e delle letterine, con grande leggerezza e gioia. Però poi, da quel momento lì in poi, non ho più voluto quelle figure nei miei programmi. La persona accanto a me deve essermi equivalente, come succede a Striscia, altrimenti non mi interessa». 

Sbaglio o, negli ultimi tempi, ha scelto an che di lavorare solo con gli amici, sia dietro che davanti alle telecamere?

«È la mia unica concessione al divismo: lavorare con lo stesso team. Stesso discorso per le conduzioni: finalmente è accaduto quello che non succedeva nei 30 anni precedenti della mia carriera, ossia che mi sento con i colleghi anche finita la trasmissione. Maria, Zerbi, Mara, Amadeus... sono tutti degli amici». 

Però non è andato dall'amico Amadeus a Sanremo. Rimedierà l'anno prossimo?

«Avevo avuto un problema logistico, perché mi trovavo in Polonia. Ora, però, sì: credo proprio che "mi inviterei" a Sanremo 2023».

Amadeus ha fatto bene ad accettare il doppio rinnovo Sanremese?

«Dalle mie parti si dice Ados, ados, che el muntun l'è gross! Battere il ferro finchè è caldo, soprattutto se, come Amadeus, ne hai le qualità». 

Il sodalizio tra lei e Ricci è storico. E lui è un genio indiscusso. Non sarebbe però ora di punzecchiarlo un po' e spingerlo a fare show diversi da Striscia e Paperissima?

«Le idee non gli mancano! Ma Striscia è una macchina complessa, mastodontica, che assorbe energie e risorse. Il problema è solo quello». 

Lei non ha mai lavorato per la Rai: una mera casualità?

«Mediaset è sempre stata molto brava a offrirmi il rinnovo giusto, alle condizioni giuste. È dura che qualcuno possa offrirmi una comfort zone come quella che mi sono costruito qui». 

Però non è mai stato berlusconiano. A Mediaset c'è quindi davvero posto per tutti? «Confermo, compreso per gli juventini e gli interisti. Tra l'altro ormai per Berlusconi nutro un affetto quasi filiale: nelle occasioni comandate ci sentiamo, mi dà consigli, anche se sa che non sono berlusconiano».

Va ancora a votare?

«Sì, anche se faccio fatica a trovare il simbolo giusto: non ne riconosco più uno. Ormai di volta in volta scelgo il meno peggio, ragionando sulla persona che mi ispira al momento più fiducia. Mi oriento meglio in ambito locale». 

Intende nelle elezioni regionali?

«No: nelle votazioni di condominio. Lì so come muovermi e chi mi piace. Già in ambito rionale faccio più fatica, in città diventa ancora più complicato, in Regione proprio non saprei». 

Andiamo bene.

«Beh, vogliamo parlare dell'incapacità dei partiti di eleggere il capo dello Stato? Cortesemente evitiamo altre figure del genere in futuro». 

Ultima domanda. Si aspettava ascolti più alti dal ritorno de Lo show dei record?

«Riuscire a fare più di così, alla domenica sera, voleva dire uscire dal campo dei record e entrare in quello dei miracoli! Quando ho accettato la conduzione del programma sapevo dove andavamo e contro chi. Come obiettivo avevamo il 12%, che abbiamo superato in più occasioni. Più di così...».

·        Ghali.

Ghali esce con il nuovo disco, «Sensazione Ultra»: «A Sanremo? Ci andrei cantando in arabo. Marracash dice che Salvini ha fatto una figura di m... in Polonia? Lui dice sempre la verità». Andrea Laffranchi su Il Corriere della Sera il 19 Maggio 2022.

Il rapper presenta il suo terzo lavoro e, come sempre, non le manda a dire. 

«E’ da un po’ che si vede una nuova Italia, nelle strade e anche nel panorama musica italiano. Spesso viene ostacolata ma è attiva e cerca di crearsi uno spazio”» Ghali questa Italia la rappresenta bene. Sia nella musica, è stato fra i primi a portare la trap in Italia e a sfruttare le opportunità delle piattaforme streaming. Sia per l’inclusione sociale, classe 1993 è nato a Milano da genitori tunisini e passato dalla periferia di Baggio alle sfilate di Gucci. Esce ora «Sensazione Ultra», terzo album della carriera, il cui racconto riflette il cambiamento. «Tu sogni l’America, io l’Italia, la nuova Italia», dice in Bayna, brano che apre la scaletta e la cui prima parola in italiano, che comunque è «mediterraneo», arriva ben oltre i temuti 30 secondi, quelli in cui se l’ascoltatore schiaccia skip è come una sentenza di morte per la canzone. La strofa è in arabo, in italiano una rima che spiega tutto “immagina il corano nella radio/ non parla bene di noi il notiziario”.

E anche nelle rime di Wallah, uscito a ottobre e scelto da McDonald’s per una campagna pubblicitaria, si incontravano italiano, arabo e francese: “Per me è una figata il fatto che McDonald’s usi un brano così. E’ un tema importante nelle mie collaborazioni con i brand: avvicinare un pubblico nuovo e fare cose nuove”. Nei mesi scorsi è andato a fare un viaggio in Tunisia: “Ho conosciuto Rat Chopper, produttore che stava lavorando con Med Guesmi, un ragazzo povero che arriva dal sud del Paese e ha una voce incredibile. Li ho convolti nel mio disco proprio su Bayna, sono venuti in Italia e il ragazzo è sparito. Non sappiamo dove sia finito. Aveva un’occasione per cambiare la sua vita e forse adesso consegna pizze in qualche punto dell’Europa. Evidentemente la situazione in Tunisia è così grave che fuggi anche quando hai un’opportunità”.

Lui l’opportunità l’ha offerta anche ad Axell e Digital Astro, due rapper figli di quella stessa nuova Italia, uno di origini senegalesi, l’altro marocchine che lo affiancano in due brani. Non ci sono feat internazionali come va di moda nella trap da qualche tempo. Che spesso, lo sottolinea Ghali in “Free Solo”, l’ospite è “pagato e non sa chi tu sia”. “Non ne avevo la necessità. Ho preferito cercare il suono dei produttori internazionali come London On Da Track (Young Thugg) e Ronny J (The Weeknd, Kanye West). Più in generale, i brani col feat internazionale non hanno avuto grande successo o lo avrebbero avuto anche senza”. E’ forse per questo che c’è più ricerca di atmosfere e meno corsa alla hit pop rispetto al precedente. Anche i big ospiti, quindi, sono italiani. In Free Solo c’è Marracash che cita “la figura di m…” di Salvini con il famoso viaggio in Polonia. Con il leader della Lega c’erano già state frizioni. “Questa volta la citazione è di Marra, ma mi è piaciuta. Lui sa sempre essere fresco, attuale, e racconta la verità”.

Madame (e una presenza non ufficiale di Massimo Pericolo) lo accompagna in Pare, brano che torna (come Turbococco nel precedente disco) sul tema del bullismo: “Volevamo lanciare un messaggio, penso sempre ad artisti che lo facevano facendo anche ballare come Stromae o Michael Jackson, e ci è venuto in mente il tema della violenza, del bullismo e dei traumi. Entrambi abbiamo iniziato a fare musica per superare dei traumi”. I pregiudizi razziali sono sullo sfondo Walo, ritmica che sa di deserto. “Ho pensato al film Fuga di Mezzanotte. La sensazione che prova quel ragazzo all’aeroporto io la provo senza avere la droga addosso. Mi fermano spesso in dogana, ti mettono in una stanza, ti fanno domande assurde. Io ho paura alle dogane, alle file, so che mi fermeranno, mi porto dietro dati sensibili senza avere altro addosso”. E anche se cita Peter Parker, l’Uomo Ragno senza costume , fa notare come “non esista un supereroe arabo. C’è nero, c’ gay, ma non arabo. Anzi, c’è Lanterna Verde. Il suo potere, però, è fabbricare armi. Ne dovrei parlare con la Disney”. Diceva non aver mai visto Sanremo, poi ci è andato come ospite. Ora guarda con occhio diverso anche alla gara. “Non lo escluso, ma mi piacerebbe andarci portando un brano con una parte in arabo”.

·        Giancarlo Giannini.

Estratto dell’articolo di Silvia Fumarola per “la Repubblica” il 27 novembre 2022.

Sulla terrazza del Teatro Eliseo di Roma, Giancarlo Giannini fuma sigarette sottili e sorride. Giacca scozzese verde e blu da gentiluomo inglese, la cravatta regimental («Portare la cravatta è un fatto di rispetto: mi sono guardato intorno, sono l'unico»), nella serie Il grande gioco di Fabio Resinaro e Nico Marzano, prodotta da Eliseo Entertainment, otto episodi su Sky e in streaming su NOW, interpreta un procuratore di calcio, il vecchio leone Dino De Gregorio. 

Re del calciomercato, padre-padrone (dà la linea ai figli, Elena Radonicich e Lorenzo Cervasio, è in concorrenza con l'ex genero Francesco Montanari) e fa i conti con una progressiva demenza senile. «Ha un nome complicato, la demenza a corpi di Lewy, a momenti è lucido, in altri non controlla il corpo. Da attore è stata la cosa più complessa. Anche se vista l'età non è stato così difficile Per il resto, di calcio non so nulla».

Non si è ispirato a nessuno?

«A Milano da Giannino , ristorante frequentato da calciatori e procuratori, oltre che da Silvio Berlusconi, una sera ho parlato con un paio di loro. Gli ho detto che non capisco nulla di quello che fanno. Mi hanno risposto: neanche noi capiamo molto. Allora ho inventato. Per me Il grande gioco è soprattutto una tragedia familiare». 

A febbraio sarà a Los Angeles per la cerimonia della stella sulla Walk of fame.

«Ho avuto una nomination all'Oscar per Pasqualino sette bellezze , Lina Wertmuller era un genio, le devo tutto. La stella è un Oscar per sempre: per tutti i film, non per uno». 

In Italia pochi riconoscimenti?

«Una volta ho detto che a Venezia non mi hanno mai dato neanche un gatto nero, ha fatto scalpore. Ma è la verità. Se mi chiede il perché, non lo so. Mi sembra di aver fatto qualcosa nella vita. Un ministro - non dico chi - una volta mi ha proposto di fare il direttore della Mostra, ma faccio l'attore, non scelgo i film. Però ho detto chi lo doveva fare».

(…) 

Teatro, cinema, tv, doppiaggio: che ha capito di sé recitando?

«Tante cose. A educare il corpo e la voce. Sali sul palco e ti cachi sotto, non devi mai farlo vedere. Capisci un attore quando entra in scena». 

Chi ricorda tra le star?

«Marlon Brando. Gli chiesi: "Il tuo segreto?". "Non leggere il copione". Si scriveva le battute sulle mani ».

Ha compiuto da poco 80 anni, che rapporto ha con l'età?

«Non ho paura della morte, mi incuriosisce ma vorrei vivere 700 anni per leggere quello che mi interessa. L'età invece mi dà fastidio, arrivano gli acciacchi. Non voglio sapere l'età di nessuno, neanche la mia. Dico: sono del 1942 fate i calcoli».

Il cinema ha un futuro?

«Mi piace vedere i film del passato, ma il cinema è morto. Lo diceva già Fellini quando girava E la nave va : "Giancarlino, il cinema è morto", si presentò all'alba con la stagnola tra le mani: ho il parmigiano appena fatto». 

(…)

Giancarlo Giannini compie 80 anni: «Il dolore più grande? La morte di mio figlio a 19 anni, per un aneurisma». Valerio Cappelli su Il Corriere della Sera il 23 luglio 2022.

Il grande attore si racconta: «Non festeggerò, penso sempre al futuro». E racconta di Lorenzo, il figlio primogenito morto a 19 anni nel 1987: «Un giorno mi chiese cosa c’è dopo la morte, gli risposi con una favola». 

«Quando prendi una cipolla e cominci a rosolarla, senti come cambia l’odore…». Se volete far contento Giancarlo Giannini, l’attore della grande manualità, della cura del dettaglio, di racconti a volte estremi e paradossali, aggiungete un posto a tavola e parlate di cibo. Ma gli anniversari… «No, non festeggerò, non sono tipo da anniversari, non mi importa del passato, penso al futuro, alle cose che posso ancora fare», dice Giancarlo Giannini, 80 anni il primo agosto. Una delle sue parole più ricorrenti, accanto a formule matematiche, numeri e fede, è «normale». L’elogio della semplicità. «I miei film, alla luce dei grandi temi, sono piccole cose». Trovate un altro attore che si mette a parlare prima dei colleghi e poi di se stesso…

Non deve essere difficile lavorare con lei…

«Credo di sì, una delle poche richieste è di avere una stanza d’albergo con il cucinino, mi piace prepararmi da mangiare a fine giornata sul set. Da mia nonna Luisa ho preso l’abitudine di non buttare mai gli avanzi. Una volta in America volevano intervistarmi per un film, invece ho parlato per un’ora della mia pasta al pesto, da allora mi chiamano The king of pesto. Lo considero un nettare divino».

E la riporta alle sue radici.

«Sì, mi riporta alla mia Liguria, ai contadini della mia terra, gente splendida, tenace, tosta. Hanno un motto che è anche il mio: se ho poco, devo vivere con poco. Il mio mondo, come dico nella mia autobiografia, Sono ancora un bambino (ma nessuno può sgridarmi), è fatto di cose semplici e di sogni. Ho raccontato anche il mio più grande dolore, la perdita di Lorenzo, mio figlio primogenito, morto nel 1987, a 19 anni, per aneurisma…Voglio cancellare questa parola. Un giorno, stranamente, mi aveva chiesto cosa c’è dopo la morte. Non sapevo come rispondere, gli raccontai una favola, immagina tanti colori nello spazio, esistono ma poi finiscono, è come una montagna da scalare, raggiungi altri colori…Gli raccontai la morte come una sensazione di conoscenza. Ero disperato ma non ho pianto, mi sono fatto forza anche per gli altri familiari, ho pensato che ha raggiunto la conoscenza, che sta meglio di noi che ci poniamo domande e non era solo una luce consolatoria».

Lei ha lavorato con i più grandi attori…

«Li ho visti morire tutti. A volte, quando vengo fermato per strada e magari qualcuno riconosce il volto ma non gli viene il mio nome, e mi scambia per Gassman, Mastroianni, Tognazzi, Manfredi, faccio l’autografo al posto loro».

Di Vittorio Gassman era molto amico.

«Il nostro primo film insieme, nel 1987, fu “I picari”. Aveva un’umanità straordinaria, fragile, dolcissimo, mi aveva preso come confidente, mi parlava della sua depressione, è come se avessi la luce spenta, diceva. Aveva paura della solitudine. Lo assecondavo quando si rattristava. Aveva una memoria straordinaria, una volta gli confessai che non sapevo la parte e mi rispose: basto io per tutti e due. E mi sul set mi suggerì le battute come un ventriloquo».

Lei è legato a tanti film e attori americani…

«Jack Nicholson è quello che più mi ha impressionato. L’ho doppiato non so quante volte, a volte bloccavo il doppiaggio dall’incanto con cui lo guardavo. E’ uno imprevedibile, folle, l’ho detto altre volte, con lui entri in un mondo parallelo. Un amico è Dustin Hoffman, ogni tanto ci mettiamo a parlare al telefono della decadenza del cinema, ma i talenti anche da noi non mancano: Toni Servillo, Paolo Sorrentino… Mi sono divertito con i miei due 007, ho inventato da zero il mio agente segreto, ma leggendo il copione non capivo se ero con James Bond o contro, produttore e regista mi dissero che dovevano ancora decidere. Con l’America è sempre stato un rapporto di amore e distacco. Dopo “Pasqualino settebellezze”, a me e Lina volevano tutti incontrarci».

Capitolo Lina Wertmüller.

«Mi ha regalato ironia, libertà, leggerezza, la felicità di fare questo mestiere anche se non ho mai avuto il sacro fuoco dell’attore. Aveva una visione grottesca della vita. E con Mariangela Melato, la sua grazia, intelligenza, intensità, ho passato i miei più importanti momenti di cinema».

Chi è Giancarlo Giannini?

«Vengo da studi scientifici, tra noi non umanisti ci riconosciamo, siamo umili. Ancora oggi mi sento un perito elettronico mancato. Sono un uomo libero che non ha mai avuto santi in Paradiso, che continua a lavorare giocando, che ama la discrezione e la solitudine. Orazio Costa, il primo maestro, mi disse: sei bravo ma non dormire mai sugli allori. Visconti, un genio, mi vedeva silenzioso e serio, mi disse: tu sei abituato a lavorare nel casino, bene, ci penso io, e chiese alla troupe di fare più rumore. Zeffirelli, un altro a cui devo dire grazie. Fellini, un grande ispiratore, a seconda dell’umore mi chiamava Giancarlino perché ero piccolo e giovane, o il pipistrello della notte perché piombavo sui suoi set di notte con la macchina fotografica. Una volta chiesi a Marlon Brando di rivelarmi il suo segreto, mi disse, urlando mentre attraversava una porta girevole: è semplice, non leggere le sceneggiature».

Giancarlo Giannini e il figlio morto a 19 anni: «Un dolore terribile». Redazione Spettacoli su Il Corriere della Sera il 10 Maggio 2022.

L’attore è tornato a raccontare il dramma della scomparsa del suo primogenito per un aneurisma a «Ti Sento», il programma di Rai 2 condotto da Pierluigi Diaco. 

«Quando morì mio figlio dissi: ora sta meglio lui di noi»: così Giancarlo Giannini intervistato da Pierluigi Diaco a «Ti sento» (nella puntata in onda il 10 maggio alle 23.35 su Rai2), ha ricordato Lorenzo, il primogenito scomparso a nemmeno 20 anni per un aneurisma. «Se n’è andato per un aneurisma, non so neanche come si chiami, voglio anche cancellare questa parola, è una vena che scoppia», ha aggiunto, specificando che quando successe «ero a Milano, stavo facendo un film con Gassman. Presi un aereo e capii che forse non c’era più nulla da fare. L’unica cosa che potevo fare era quello in cui credo, io credo nel mistero, io credo in Dio, prego la notte sempre, sono fatto così. E quindi credo anche che la morte non sia questa cosa terribile. Certo è terribile per chi ci lascia, che è quello che si dice sempre “perché lui e non io?”. Vedere morire un figlio è una cosa terribile, però devi anche scontrarti con chi hai vicino. Mi ricordo che dissi a Flavia “sta meglio lui di noi”, perché ci credo, ci credo nelle cose, quindi l’ho detto anche con sincerità. E lì se non hai, quello che si dice in semplici parole “i piedi per terra”? Noi siamo degli uomini, siamo delle piccole cose, meravigliose però eh, meravigliose! Se tu riesci a stabilire dentro di te un mistero, il senso del mistero? Che cos’è il mistero? Una parola difficile... però non devi penetrarlo, perché non ce la farai mai».

I ricordi

L’attore nel corso dell’intervista ha anche lasciato affiorare i ricordi di quando da bambino fuggiva dalla guerra: «L’ho vissuta, nel modo più violento: cannonate da una parte, bozzoli di cannoni? Sono immagini, avevo solo 2 o 3 anni io, però le ho vissute, ce le ho ancora negli occhi» e a proposito del conflitto in Ucraina dichiara: «Le guerre, se uno vuole la pace, non si fanno con le armi». Alla domanda di Diaco se riesce in questi giorni, in queste settimane a guardare le immagini che arrivano dall’Ucraina, Giannini risponde: «Da un po’ di tempo le guardo di meno, preferisco non vederle, perché so cosa vuol dire e perché la guerra è una delle cose più stronze che si possa fare, ecco l’uomo non può? Eppure c’è e non è che è nata ieri, è da quando è nato l’uomo che si fanno le guerre, no? L’unica cosa che posso dire è che la pace, se uno la vuole, non si fa con le armi. Tutto lì, quindi non voglio neanche giudicare, però continui a mandare armi perché? Perché sparino? E poi ci sono i morti? Scusa è normale, no? Quindi cerchiamo di trovare un altro modo, più semplice, per evitare di attizzare quel carbone di mia nonna per accendere il fuoco, se non c’è il carbone?».

·        Gianluca Cofone.

Chiara Maffioletti per il "Corriere della Sera" il 19 gennaio 2022.

«Da qualche tempo, quando la gente mi guarda per strada mi chiedo se lo faccia perché sono un nano o perché mi ha riconosciuto». Gianluca Cofone della sua ironia ha fatto un mestiere. Affetto dalla nascita da nanismo acondroplasico, oggi, che ha 28 anni, è un attore, uno youtuber e un «creatore di contenuti digitali» seguito da migliaia di persone sui social.

Lo scorso mese è stato nel cast di due film: Io sono Babbo Natale e Chi ha incastrato Babbo Natale. In entrambi aveva il ruolo di un elfo. «Che dire, per me sono state delle esperienze bellissime, non smetterò mai di ringraziare. Poi, certo, la speranza è che arrivino sempre più dei ruoli dove non ruoti tutto attorno agli stereotipi legati al mio aspetto». 

Eppure, con quegli stereotipi ha giocato anche lei, no?

«Tutto è iniziato non pensando potesse diventare un lavoro: volevo pubblicare sul web dei video autoironici per tentare di togliere alcuni dei pregiudizi che ci sono sui nani. Qualcosa che non si fermasse solo all'estetica, ma puntasse sulla capacità di intrattenere, di far sorridere. Nel tentativo di scardinare certi convincimenti in passato forse ho anche ceduto al trash, ma il messaggio è sempre stato uno e cioè che se ne può uscire, si può andare oltre, specie se qualcuno si prende la briga di darci una voce». 

Chi lo ha fatto con lei?

«Siani mi ha dato per la prima volta un ruolo più completo. Non solo, quando stavamo per girare il film ho avuto il Covid: lui mi ha aspettato, mi chiedeva come stessi, si informava... mi ha dato una bella opportunità, che non mi aspettavo di poter avere». 

Adesso le piacerebbe quindi sperimentare anche altri ruoli?

«Molto e penso sarebbe anche utile: è difficilissimo cancellare lo stereotipo che c'è su di noi. Ci è riuscito Peter Dinklage (protagonista del «Trono di Spade», ndr.), che ammiro davvero molto. Io ho solo la mia gavetta alle spalle, non ho scuole di recitazione e sono agli inizi, quindi cerco di vivere al meglio le opportunità che mi arrivano, non posso fare troppo lo schizzinoso. Ma spero di andare sempre un pochino oltre».

Ha avvertito spesso il pregiudizio?

«Non posso dire di no. Specie nell'adolescenza mi è pesato. Ho sempre avuto molti amici e una bellissima famiglia alle spalle, senza di loro non sarebbe stato semplice. Arrivi a un certo punto dove ti rendi conto che, apparentemente, molte cose non le potrai fare.

Ero appassionato di calcio, per dire, ed ero anche bravino. Ma un giorno mi hanno detto che non sarei mai potuto diventare un calciatore. E così, il primo a non sostenermi ero diventato io, ragionando come tutte le persone che giudicano per l'apparenza». 

Ne ricorda una su tutte?

«La mamma di una mia fidanzata che non riusciva proprio a digerire che la figlia volesse uscire con uno come me. Solo per il mio aspetto. Anche se cerchi di non darci peso sono cose che ti segnano. Come pesanti sono state anche le prime uscite in gruppo, con gli amici: ricordo i gruppetti di persone che mi fissavano, mi guardavano male... tutti momenti, però, che hanno formato il mio carattere: mi sono fatto le ossa».

Prima dei social che lavoro pensava di fare?

«Per uno come me quello ideale sarebbe l'impiegato, si direbbe. Ma no, non fa proprio per me. Mio padre vende auto e mi avrebbe voluto con lui, ma amo troppo il contatto con la gente, quindi ho fatto il cameriere, poi l'animatore... non credevo di poter fare anche l'artista invece ora portare avanti questo messaggio mi affascina. Mi piacerebbe anzi farlo in tv, per raggiungere il maggior numero di persone possibili». 

Se Amadeus la chiamasse a Sanremo, per una sera sul palco?

«Eh sarebbe un sogno. Ho lavorato qualche anno fa per una radio web ed ero stato a Sanremo, intervistavo i cantanti. Certo, essere sul palco sarebbe bellissimo». 

Ha recitato nell'ultimo film di Gigi Proietti.

«Di lui ho un ricordo bellissimo. Ha avuto una parola gentile per ognuno di noi sul set, ci faceva domande, voleva conoscerci... poi vedere recitare lui e Marco Giallini era qualcosa di unico: sono bravissimi». 

De Sica?

«È uno dei miei idoli e conoscerlo è stata un'emozione. Ancora adesso, sui social, ogni tanto scambiamo qualche battuta. Devo dire solo cose belle anche su Siani, ci ha fatto divertire ogni giorno sul set e su Diletta Leotta che non è solo molto bella ma anche una persona di cuore. Nelle incursioni che ho fatto in tv, poi, sono rimasto impressionato da Maria De Filippi per la sua grandissima umanità, la reputo patrimonio dell'Unesco, una vera icona». 

Cosa le scrive il suo pubblico?

«Tanti che hanno la mia stessa malattia mi chiedono come faccia ad affrontarla così. Ma i miei vogliono essere proprio messaggi di forza e speranza. In tanti non si sanno accettare e mi spiace moltissimo. È bello però che attraverso i social - un luogo in cui l'apparenza e l'effimero regnano - sia riuscito a far capire a qualcuno che è possibile andare oltre l'immagine».

Come è stata la sua infanzia?

«Ho avuto la fortuna di vivere in una cittadina di provincia, Chieri, vicino Torino, dove quasi tutti sanno chi sono. Da bambino non mi sentivo diverso dagli altri: facevo tanti sport, mio fratello più grande mi coinvolgeva sempre, mi faceva giocare con i suoi amici... le cose sono cambiate un po' dopo, crescendo». 

In che modo?

«Beh, dopo i primi approcci con la gente che ti guarda con occhi diversi: lì ho iniziato a capire che c'era qualcosa che non andava. E ancora adesso capitano situazioni che mi fanno male: se vado a fare la spesa con mia mamma, ad esempio, non posso aiutarla con i pacchi pesanti e mi dico "se non fossi così l'aiuterei". Per fortuna ho un carattere forte abbastanza per superare questi pensieri».

Ma chi questo carattere non ce l'ha?

«Non è facile. Anche per me ci sono colpi non semplici da digerire. Se ripenso alla mamma di quella mia fidanzata di un tempo il dolore è ancora piuttosto forte. Si dovrebbero compiere molti passi a livello di società se dei genitori sono ancora disposti a lottare contro una relazione non perché il "genero" tratti male la figlia ma per il suo aspetto. Preferendo magari un ragazzo belloccio ma con meno sentimenti. Credo però che l'ignoranza è ben peggio della mia condizione. E aggiungo anche che una parte di me capisce che un genitore possa avere dei pensieri se la figlia decide di frequentare uno come me: pensi che la gente di colpo la giudichi. Però poi bisognerebbe fare un passo in più, andare oltre».

Come sono state le sue relazioni d'amore?

«Ne ho avute quattro, tutte nate da un rapporto di amicizia e non da un incontro fulmineo per strada: non ho le qualità necessarie perché accada, lo so. Capita però che mi conoscano e vedano che sono una brava persona, simpatico... e l'aspetto fisico passa in secondo piano, un po' come accade in tutte le relazioni, in fondo, dopo qualche tempo. E se non c'è sostanza...». 

Inizialmente, sui social si era dato come nome «Nano cafone». Non le dà fastidio che la si identifichi con quella parola?

«Era il mio nome d'arte, in un certo senso. Un modo per farmi conoscere. Ora ho optato per il mio vero nome. Quanto alla parola "nano" io l'ho accettato: mi guardo allo specchio e so di esserlo. Certo, cambia tutto in base al tono con cui viene detto. Devo dire che se me lo hanno scritto in modo dispregiativo sui social, dal vivo non mi è mai successo, per fortuna».

La malattia è spesso un tabù tanto che quando diventa «popolare» si parla di spettacolarizzazione del dolore. Che ne pensa?

«Mi è stata fatta questa critica in passato, dicendomi che sfruttavo la mia disabilità. Ma non è sfruttamento del dolore, piuttosto è far capire che la realtà ha orizzonti più ampi. Certi temi sono ancora trattati con le pinze, ed è un peccato, a mio avviso. Lo vedo anche quando parlo con certi autori cinematografici o televisivi... anni fa stavo per partecipare a un reality, avevano visto i miei video, il mio modo di fare intrattenimento... poi hanno cambiato idea: mi hanno fatto capire che non si sentivano pronti a mettere una figura come la mia all'interno del programma. Esistono ancora molti muri ma spero di abbatterne almeno qualcuno, con il mio esempio e anche scegliendo di non cedere più a strade più semplici».

Ad esempio?

«Non è facile trovare contesti in cui esprimermi per quello che sono. Da sempre sono il giullare del gruppo, faccio ridere tutti. Ma il più grande ostacolo è superare chi invece vorrebbe che io mi fermassi alla macchietta. Ancora oggi mi arrivano richieste di ogni genere. Mi chiedono di partecipare a eventi privati in cui mi vorrebbero veder vestito in modi improbabili, per poi "portarmi in giro". Ovviamente rifiuto tutte queste proposte, comprese quelle osé che, tristemente, ci sono. Oggi ci faccio su due risate. Il mio scopo però è cercare di fare davvero l'artista, con progetti che me lo permettano».

Durante l'adolescenza per la prima volta ha pensato che non avrebbe potuto realizzare dei suoi sogni per via del suo aspetto. Oggi, quando pensa al futuro, è ancora così?

«Sarebbe ipocrita dire che non ho dei pensieri e dei dubbi sul mio domani. Da sempre uno dei miei desideri è quello di avere una bella famiglia e se ci penso oggi, la paura di non farcela c'è. Poi però scelgo di andare oltre: vorrei un figlio e se non potrò portarlo a lungo in braccio, vorrà dire che lo metterò su un passeggino. Mi sono accorto che tutte le persone che per me contano - dai miei amici ai miei amori fino alla mia famiglia -, mi hanno sempre detto che per loro ero una persona normale. La mia altezza, a un certo punto, non era più un tema per loro. Con la famiglia che mi auguro di avere in futuro spero accada esattamente lo stesso».

·        Gianluca Grignani.

Gianluca Grignani: «Ho 50 anni e me li sento tutti, non ho mai amato davvero. Il paradiso? Birre e donne». Roberta Scorranese su Il Corriere della Sera il 26 Settembre 2022.  

Il cantautore: «Pensavano fossi morto, giravo il Sudamerica. Volevo fare la scuola d’arte e i miei genitori me lo impedirono, temevano che lì girassero le canne. Ma io con le canne avevo iniziato poco più che bambino» 

I cinquant’anni di Gianluca Grignani. Sembra quasi una notizia falsa.

«Ci sono e me li sento tutti. Ma non è un periodo di buio, è un periodo di raccolta. Ho cominciato a seminare quasi trent’anni fa e adesso eccomi, voglio i frutti».

Semina artistica?

«Certo. Oggi finalmente ho capito che sono un artista, nonostante per anni abbiano fatto di tutto per farmi sembrare qualcosa d’altro».

Però, Grignani, lei ci ha messo del suo.

«Indubbiamente. Ma l’ho fatto perché mi volevano così. Vengo fuori nel 1994 con Destinazione Paradiso e se i musicisti, quelli veri, apprezzano il mio talento, comincia subito la denigrazione dei media. Ha un bel faccino ma niente di più, dicevano di me. Sono sempre stato fuori asse: troppo bello per essere un rocker, troppo ribelle per essere un bravo musicista, troppo bizzarro per seguire le regole. Ma lei lo sa che dopo Destinazione Paradiso avevo deciso di smettere?».

E perché?

«Avevo capito che mi si chiedeva di essere un personaggio, ma io volevo fare altro. Volevo fare musica, sperimentare. Feci Fabbrica di plastica, dopo, proprio per denunciare il sistema dello spettacolo, che ci vuole fatti con lo stampino».

Lei è nato il 7 aprile del 1972, a Precotto, periferia milanese. Com’è stata la sua infanzia?

«Palazzoni di cemento, un campetto di calcio, una famiglia non facile. Papà se ne andò di casa e si fece una famiglia a parte, mamma fece di tutto per crescere me e mia sorella, ma a me l’affetto è mancato. Oggi, in fondo, capisco i miei. Li ritrovo nelle stesse ansie che ho io da genitore, in quella paura di non essere all’altezza. Ma non sempre loro mi hanno capito. Esempio: io volevo fare la scuola d’arte ma loro me lo impedirono perché, pensi un po’, erano convinti che lì giravano le canne. Non sapevano che io le canne avevo cominciato a farmele che ero poco più di un bambino e me le facevo altrove».

Cosa cercava in quelle fughe dalla realtà?

«Ero già un artista, la mia prima poesia l’ho scritta a sei anni, la prima canzone a tredici. Avevo la fissa di Elvis, ma ascoltavo anche Lucio Battisti. Il problema era che non sapevo come rendere concreto tutto questo. E allora la rabbia, l’inadeguatezza, i casini a scuola. Ho fatto tante scuole ma le ho mollate tutte. Quella in cui sono rimasto di più è stato l’istituto per il Turismo. In classe con me c’era anche Filippo Solibello, quello che oggi fa Caterpillar. Io lo chiamo ma lui fa il fenomeno. Vabbé. Poi quando ci trasferimmo a Lesmo, in Brianza, cominciai a fare musica sul serio».

Vasco Rossi ha detto che «Gianluca Grignani è il John Lennon italiano».

«Sì, però voglio ricordare anche che ragazzi più giovani come Rkomi o Irama mi chiamano leggenda e mi rispettano. La musica è stata sempre dalla mia parte».

In ventisei anni di carriera lei ha venduto qualcosa come cinque milioni di dischi. Eppure, lei viene ricordato sempre e soltanto per i suoi eccessi. Perché?

«Intendiamoci: io ho provato di tutto. E ho fatto di tutto. Ma perché additare sempre il Grignani ribelle quando la mia carriera dimostra che c’è dell’altro? Esempio. All’Arena di Verona, l’altro giorno, sono sceso tra il pubblico a dare la mano a un signore che cantava La mia storia tra le dita. Per me è normale, ma quando nell’inverno scorso sul palco di Sanremo, assieme a Irama ho fatto la rockstar, tutti hanno scritto semplicemente che ero ubriaco. Nella mia vita ci sono stati e ci sono dei momenti di nulla, lo so. Mi sono rifiutato di cantare in playback, qualche volta ho fatto cazzate come dare in escandescenze. Però nessuno parla del Grignani che legge Calvino o Pirandello. Del Grignani che conosce l’opera incompiuta di Kafka e che è in grado di fare paragoni con Dostoevskij. Del Grignani che ha debuttato con Destinazione Paradiso ma che poi, per fare Fabbrica di plastica, ha messo su un vero studio di produzione».

Me lo racconta il giorno più brutto della sua vita?

«Un’immagine precisa. Io da solo in questa grandissima casa (una villa-studio a San Colombano al Lambro, tra Pavia e Lodi, ndr). Nel salotto, letteralmente aggrappato a una sedia. Aggrappato per non cadere in chissà quale abisso. Guardo fuori dalla finestra, un tempo uggioso, aspetto qualcuno. Non una persona particolare, qualsiasi persona. Ma passano le ore e non arriva nessuno. Non c’è nessuno e io mi sento solo come non mai. La separazione è qualcosa che fa male dopo un po’. E siccome io non ho stretti contatti con i miei genitori, quando mi sono separato ho sentito una solitudine dolorosissima, la consapevolezza di essere senza nessuno. Non ero in me quel giorno, è chiaro. Ma non era lontananza dalla realtà, era dolore».

Lei si è separato da Francesca Dall’Olio dopo diciassette anni insieme e quattro figli.

«La più grande ha scelto di vivere con me, pensi un po’».

Ginevra, Giselle, Giosuè e Giona. Che padre è Gianluca Grignani?

«Pieno di paure. Non so se sarò all’altezza, se riuscirò a fare bene. Una volta Giselle mi ha chiesto se essere un artista voleva dire essere come me. Come fai a spiegare a una bambina che un artista è libero per natura? E che certe canzoni nascono da un dolore indicibile? E che qualche volta le canzoni migliori mi vengono mentre sono a tavola o in viaggio? E che una volta, tanti anni fa, mentre tutto il mondo mi credeva morto, io stavo girando l’America Latina? Impiegherò anni a spiegare tutto questo ai miei figli e spero di avere ancora molto tempo davanti».

Oltre a Vasco, lei ha avuto e ha tanti estimatori nella musica. Se le dico Lucio Dalla?

«Sta nominando uno dei più grandi artisti italiani che abbiamo avuto. Quando lo incontrai per la prima volta, a casa sua, ci mise un po’ a venire allo scoperto, quasi si nascondeva dietro a una poltrona, forse, chissà, temeva il mio giudizio sulle sue scelte erotiche, ma figuriamoci. C’è però un aneddoto curioso che non ho mai raccontato a nessuno. Quando io feci il primo disco, Dalla chiamò a casa mia. Io ero fuori, rispose mia madre. Lucio disse che avrebbe voluto invitarmi in barca con lui e con il suo team. Mia madre rispose: “Signor Dalla, Gianluca non è mica il tipo”. Cioè capisce che mia madre, anche se involontariamente, stava azzoppando la mia carriera sul nascere? Penso che se Dalla avesse continuato a starmi vicino la mia vita sarebbe stata diversa».

Una figura paterna?

«Un amico che sa dare consigli. Non sempre sono stato circondato da persone amiche e che hanno fatto i miei interessi. Non posso fare nomi, ma in passato ho avuto collaboratori che mi hanno danneggiato molto. Sono scomparsi tanti soldi intorno a me. Oggi scelgo con maggiore cura la mia squadra, ho un team fantastico. Ma lo sa che mi hanno ricomprato le chitarre?»

Perché lei le aveva rotte?

«No, me le avevano rubate. Per un musicista come me il furto delle chitarre è come la morte. Io poi ho alcuni pezzi rari, ci tengo molto, do loro dei nomi assurdi, ci vivo insieme. Un giorno me ne rubarono diverse e mi sembrò di impazzire. Qualche volta mi sembra di impazzire, sa? Forse è perché ho paura di non avere il tempo di riuscire a dire tutto quello che ho ancora da dire. E, mi creda, è tanto. Io devo ancora fare tutto».

Quando si innamora, com’è Gianluca Grignani?

«Non ho mai amato in vita mia».

Ma se ha scritto canzoni d’amore che conosciamo tutti.

«Ho scritto canzoni d’amore per trovare qualcuno da amare. Ma io sono vergine su quel territorio, non credo di aver mai amato nei modi che ho in testa. Non voglio parlarne, però».

Me lo racconta un sogno ricorrente?

«Sogno di comporre un numero di telefono preciso, ma dall’altra parte non risponde nessuno. Il numero è questo 33...».

E a chi appartiene quel numero?

«Non glielo dico».

Un incubo surrealista, comunque.

«Ma la villa in cui vivo è inquietante. Il colle di San Colombano è intriso di leggende esoteriche. A volte mettermi a pensare non mi fa bene. E se suono la chitarra mi incazzo perché la musica per me è rabbia, vita, sangue. E ho paura».

Di che cosa?

«Ho una cazzo di paura di non esserci più. Ma non parlo della morte. Del non esserci, del perdermi, del diventare qualcosa d’altro. È difficile da spiegare, gli artisti ci sono e non ci sono. Qualche tempo fa mi ero rassegnato: verrò capito solo dopo morto, mi dicevo. Oggi però so che non è così, che io posso vivere e fare ancora tanto».

Che cosa diceva la poesia che lei scrisse a sei anni?

«Un piccolo fiore splende alla luce del sole, sembra dire al sole: splendi, oh sole, sempre più in alto, col suo piccolo cuore giallo e i suoi petali rosa».

È una poesia luminosa, quasi estiva.

«Lo sa qual è un altro mio sogno? Immensi campi di grano. Amo Van Gogh, sì».

E ricorda a memoria quella poesia così lontana.

«Sì, ma le mie canzoni me le scordo. Qualche volta non mi viene l’incipit, qualche volta è per il fatto che durante i concerti io cambio il testo. Ce ne sono state alcune che ho cantato sempre diverse. Mi diverte così, sono Joker, no?».

Abbiamo parlato del giorno più brutto. E il giorno più bello della sua vita qual è stato?

«Quando è nato il mio primo figlio maschio. Non c’entra il sessismo: quel giorno avevo appena finito un disco, è stato un parto doppio in famiglia. Sono stato felice quel giorno».

E il suo Paradiso, quello alla fine della Destinazione, come se lo immagina?

«Pieno di birra e di donne. Ma non è mia: l’ho rubata a Sean Penn».

Estratto dell'articolo di Mattia Marzi per il Messaggero il 13 luglio 2022.

La cosa più punk che abbia mai fatto? «Sputare sulle dita della mano e poi passarle sulle corde della chitarra, davanti al pubblico», dice Gianluca Grignani che stasera suonerà al Rock in Roma: «L'altra sera a Iglesias sono stato più tra la gente che sul palco», dice. 

È quello che ha fatto anche a Sanremo, con Irama.

«Hanno detto che ero gonfio: vero, avevo preso il cortisone per un abbassamento della voce. Alla fine si è parlato solo di me: è come se il Festival lo avessi vinto io. Per me non esistono regole quando si sale sul palco». 

Sui social è tornato a circolare il video di una disastrosa esibizione alla finale del Festivalbar '95 con Falco a metà: litigò con il pubblico, sbraitò contro il cameraman, si voltò e se ne andò. Ricorda cosa accadde?

«Arrivai sul palco già nervoso. Fiorello (in gara con un remix di Un mondo d'amore, ndr) nel backstage mi aveva provocato, dicendomi cose che non posso riferire. Corsi sul palco. Mi introdussero dicendo le solite sciocchezze. Io volevo cantare e avevo chiesto di poterlo fare dal vivo. Avevo preparato un'esibizione particolare. Scoprii invece che c'era il playback. Mi infuriai». 

Perché se la prese con il pubblico?

«Uno mi tirò una biglia: mi prese sotto l'occhio. Lo puntai. Volevo scendere e prenderlo a pizze, la sicurezza mi fermò». 

Amadeus l'ha invitata anche al prossimo Sanremo?

«Non ancora. Se mi chiedesse di farlo da ospite, ci andrei. In gara no». 

(..)

 Vasco l'ha omaggiata durante i suoi concerti citando L'aiuola su Ti taglio la gola: ha apprezzato?

«Certo. Siamo simili: c'è una base di ribellione comune. E poi ci piace ad entrambi godere tantissimo. E poi è furbo: cita l'aiuola nella sua canzone proprio per eludere le polemiche. Ha usato me per non essere messo alla gogna. Chi lo conosce bene dice che è un serpente ammaliatore». 

I Maneskin?

«Vediamo cosa faranno. Io onestamente non li ho ancora compresi, musicalmente parlando: conosco due o tre canzoni, troppo poco per giudicare». 

Chi è Grignani a 50 anni?

«Sono come il vino: più passa il tempo e più migliora».

Le Iene, il monologo di Gianluca Grignani e il coraggio (vero) di raccontare la dipendenza, la fragilità, un altro futuro possibile: “La bottiglia di vodka ondeggia…”. Ieri sera il cantautore ha fatto un monolgo durante la puntata de Le Iene che c'è solo da mettersi buoni, ascoltare e provare imbarazzo se si è tra quelli che in passato hanno deriso una dipendenza, lui sul palco e così via. Quelli che lo hanno fatto non sapendo minimamente che mostro sia, una dipendenza.  Claudia Rossi su Il Fatto Quotidiano il 28 aprile 2022.  

Uno dei più grandi talenti che siano mai ‘passati di qua’, Gianluca Grignani. Due album, forse tre, che restano. Alcune canzoni che sono capolavori. Bellissimo, talentuoso, aveva il mondo ai suoi piedi e poi ‘si è perso via’. Ieri sera il cantautore ha fatto un monolgo durante la puntata de Le Iene che c’è solo da mettersi buoni, ascoltare e provare imbarazzo se si è tra quelli che in passato hanno deriso una dipendenza, lui sul palco e così via. Quelli che lo hanno fatto non sapendo minimamente che mostro sia, una dipendenza. “La bottiglia di vodka ondeggia nella mia mano, lungo il soppalco della villa che si affaccia sui vigneti. Indosso una vestaglia blu. La sostanza è nascosta sapientemente in bagno, ogni tanto la vado a visitare, per non cedere a qualcosa che neanche io so cos’è”. “La sostanza“, dice Grignani. Il demone. Così radicato da non svolgere nemmeno la sua finta funzione di inibitore della memoria, dei sensi, della sofferenza. “L’alcol non mi fa effetto – ancora il cantautore – non mi calma. Sono solo. Lo spazio che separa il soppalco dal pavimento è come la caduta libera dalla cima dell’Everest fino infondo alla fossa delle Marianne. La mia immaginazione srotola immagini e pensieri in quest’ordine: padre, madre, figli, lavoro, amici. Mi sento cadere ma il mio corpo è ancora lì, fermo, immobile. Grido. Aiuto“. Lo vedete anche voi? Il mare di fragilità che sta in queste parole, dico. “Questo è un episodio del mio passato – prosegue Grignani – mi sono messo a nudo, vi ho raccontato quello che ho lasciato alle spalle. Spero così di avere guadagnato la vostra fiducia, almeno quanto a sincerità”. E sì, si che c’è riuscito. C’è un che di impacciato nel suo modo di stare davanti a quella telecamera, c’è un’autenticità poche volte vista. “Ora vorrei dirvi quello che penso io del futuro. Fatemi partire da una massima che è un po’ che tengo nel cassetto. Non date mai ad un poeta in mano una chitarra, vi racconterebbe quello che i poeti nascondono infondo al fiume della tristezza, e il resto del mondo potrebbe scambiarlo per un grido di guerra. Ecco, questo siamo noi, il resto del mondo. Confusi, influenzabili, bramosi di trovare una risposta su cosa è il bene e cosa è il male. Passati anche attraverso una pandemia che non avevamo mai visto. Siamo alieni che non si riconoscono gli uni dagli altri. Poi c’è la Generazione Z che io ho ribattezzato “V”, come Vittoria, quelli che identifico come una mano tesa… Quelli che non hanno mai avuto bisogno dei libri perché hanno sempre avuto un computer, quelli per cui è normale che un telefono faccia tutto tranne il caffè, loro che vengono indicati come la generazione dispersa, quella che non ha radici. Invece è la prima generazione che non è stata educata col motto mors tua vita mea, loro non credono che tutto sia lecito, che la vittoria sia di uno solo e che vinca solo il più forte. È la generazione dell’inclusività, capace di rendere tutti uguali nelle differenze. La generazione del cambiamento, la famosa mano tesa verso il futuro, la mano del futuro. E da musicista voglio immaginare per loro, e per noi mi auguro, un finale diverso di una canzone famosissima degli Eagles, Hotel California. In questo finale, anziché rimanere incastrati in un futuro senza immaginazione come nella versione originale, ci troveremo tutti, nessuno escluso, di nuovo nel deserto. Liberi, con l’orizzonte davanti e con un inferno di fuoco ormai alle spalle. Ecco il mio augurio. Un finale diverso e un nuovo miraggio. Una nuova Hotel California. Hotel California 2022″. Che finale, Grignani. Si sente la musica che è in lui, si capisce il rock’n’roll, si capisce la strada in salita che sta percorrendo. E sì, ha conquistato la nostra fiducia.

Renato Franco per corriere.it il 7 aprile 2022.

«Sono arrivato a mezzo secolo. Mi sento l’uomo che volevo essere da bambino, finalmente». I 50 anni di Gianluca Grignani sono stati un giro sull’ottovolante, ascese e cadute, tonfi e risalite, successi ed eccessi, tormenti e dubbi. Il suo parlare assomiglia a un flusso di coscienza, tra domande irrisolte (chi non ne ha?) e dilemmi, un modo di ragionare che sembra abolito in questa società che ormai rifiuta i toni dei grigi (o di qua o di là, la complessità come se fosse un disvalore). 

«È la prima volta che festeggerò un compleanno, ma lo farò da solo, la festa importante verrà più avanti. Mi sono comprato una torta gigante che poi mangeranno i miei figli che mi verranno a salutare». Così all’inizio della conversazione. Poi ci riflette, alla fine, forse non sarà così: «Tra auguri e mica auguri volevo star da solo, ma andrà a finire che non ci starò».

«Non sono una persona equilibrata / Ed ho l’anima sdoppiata / Che ogni tanto viene su». Più di 20 anni fa ha scritto «The Joker» e se lo è anche tatuato sulla spalla. Quest’anima doppia è ancora parte di lei?

«Sì, non ci posso fare niente, è come un tarlo. C’è il Joker buono e quello cattivo; quello cattivo l’ho chiuso in una gabbia e rimane lì; quello buono ogni tanto esce, soprattutto sul palco. Io sono uno che pensa molto, quando sono da solo a volte parlo come se fossi due persone, ma non sono bipolare. Sono anche andato da uno psichiatra tre volte per essere sicuro di non esserlo. Però forse lo psichiatra lo era...». 

Il Joker cattivo non esce più?

«Se esce lo rimetto dentro, ma ormai è anni che non si fa vedere. Io l’ho visitata la parte oscura, non è quella che ti fa fare le cazzate, è proprio un’anima stronza che bisogna tenere a bada».

Nel giorno del suo compleanno esce il nuovo singolo «A Long Goodbye» in cui racconta l’esperienza personale ed emotiva legata alla separazione.

«Ho scritto questo brano in quindici minuti di sofferenza capitalizzati al massimo. Mi sono separato dopo 25 anni e quattro figli, ho fatto un cambio di vita radicale, è una canzone di distacco reale, toccante e crudo. Oggi mi sento come se fossi vergine della vita che arriva». 

Ho fatto musica soffrendo.

«Non pensavo che un artista riuscisse a soffrire così tanto. Tutti noi, quando ascoltiamo una canzone che ti rende nostalgico, proviamo una sensazione di piacevole fastidio. Oggi è come se fossi particolarmente a fuoco sul mio lavoro, aperto a una nuova energia che non pensavo esistesse: sentire così tanto l’emozione è una sensazione che non pensavo di poter provare, è una cosa che fa anche paura, come una doccia di dolore».

Musicalmente che brano è?

«Una ballata rock che è stata lavorata con attenzione, precisione, con spunti blues che sono in grado di traghettare il mio rock in maniera molto feroce e veloce su un piano differente rispetto alle mie ballate precedenti; un po’ come Harlem Shuffle dei Rolling Stones ma meno paracula». 

Con i figli che padre è?

«Li lascio fare, lascio loro la libertà entro certi crismi di rispetto per sé e gli altri. Sanno che io per loro ci sarò sempre, glielo ripeto in continuazione. Se sbagliano glielo faccio notare, ma non facendo leva sul senso di colpa cattolico con cui è cresciuta la mia generazione, ma piuttosto sottolineando che se tu ti comporti in un certo modo le persone che ti stanno intorno avranno lo stesso tipo di reazioni. Penso che abbia funzionato. Mia figlia ha 17 anni, vive con me, non beve, non fuma e va benissimo a scuola. I tre più piccoli abitano a un chilometro da me. Per loro non sono bravo come papà, ma come angelo custode».

Il successo enorme poco più che ventenne l’ha travolta?

«Mi facevo raccontare le cazzate da chi era nell’ambiente; all’epoca io non avevo né la struttura né le spalle larghe per contrastarli e sono stato fagocitato da questi personaggi. Non ho iniziato a scrivere canzoni per piacere alle ragazze, perché già piacevo, non ne avevo bisogno. Scrivevo canzoni per vedere se gli altri la pensavano come me, per sentirmi più vicino agli altri: un tempo mi sentivo l’emarginato, adesso mi sento di far parte di un gruppo, e va bene così». 

L’alcol, la droga: non ha mai avuto paura a raccontarsi.

«Non ho bisogno di nascondere niente. Ho parlato del tentato stupro nei miei confronti quando ero ragazzino, ho raccontato degli attacchi di panico, ha parlato di tutto quello che ritenevo necessario senza mai schierarmi, né con me stesso né con gli altri. So che nessuno può avere il plauso del 100 per cento delle persone. A me che pensavo di essere un uomo di mondo, un viveur, la vita ha dimostrato che è andata diversamente. Eccomi qua con 4 figli. È una fortuna, ma sono anche spaventato».

Gianluca Grignani compie 50 anni: fan di Elvis e Battisti, sei volte in gara a Sanremo, i quattro figli, 8 segreti su di lui. Arianna Ascione su Il Corriere della Sera il 7 Aprile 2022.

Una raccolta di aneddoti e curiosità sul cantautore di «Destinazione Paradiso» e «La mia storia tra le dita», nato a Milano il 7 aprile del 1972

I miti musicali

«Sono tanti. Secondo me sono troppi. Ma per gli altri, voglio dire. I cinquant’anni che ho io…Provate a venirmi dietro». Così Gianluca Grignani ha descritto i suoi primi 50 anni - li compie proprio oggi - in una recente intervista a Vanity Fair. Il cantautore, nato a Milano il 7 aprile del 1972 (e cresciuto - dai 17 anni - in Brianza, a Correzzana), ha iniziato a scrivere le prime canzoni quando era adolescente, influenzato da artisti come Beatles e Police. I suoi miti? Elvis Presley e Lucio Battisti. Ma queste non sono le uniche curiosità su di lui.

Quando sparì al culmine del successo

Nei primi anni Novanta Gianluca Grignani inizia ad esibirsi dal vivo nei locali della provincia, e nel 1994 l'etichetta discografica Polygram gli fa firmare il suo primo contratto. Esce il singolo «La mia storia tra le dita», e il cantautore sarà travolto dalla popolarità. Tempo pochi mesi e sarà sul palco del Festival di Sanremo, nella categoria Nuove Proposte, con «Destinazione Paradiso». Il suo primo album, uscito proprio durante la sua partecipazione alla kermesse, in un anno venderà più di due milioni di copie ma dopo il successo Grignani scomparirà improvvisamente dalle scene, per poi riapparire in occasione della pubblicazione del disco «La fabbrica di plastica» (1996).

In gara (e ospite) a Sanremo

Al Festival di Sanremo - in gara - Gianluca Grignani tornerà altre cinque volte: nel 1999 con «Il giorno perfetto» (13mo posto nella classifica finale), nel 2002 con «Lacrime dalla Luna» (12mo), nel 2006 con «Liberi di sognare» (non finalista), nel 2008 con «Cammina nel sole» (ottava posizione) e nel 2015 con «Sogni infranti» (8° posto). Ha partecipato alla kermesse anche come ospite: l’ultima volta il 4 febbraio 2022 (ha duettato con Irama su «La mia storia tra le dita»).

Attore in «Branchie»

Nel 1999 Gianluca Grignani si è cimentato con la recitazione: ha interpretato il protagonista, Marco Donati, nel film «Branchie» di Francesco Ranieri Martinotti, liberamente tratto dal romanzo omonimo di Niccolò Amman

Premi e riconoscimenti

Nei suoi quasi 30 anni di carriera Gianluca Grignani ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui un Telegatto come artista rivelazione dell'anno nel 1995, la Grolla d'oro nel 2005 per la canzone «Che ne sarà di noi» (contenuta nell’omonimo film di Giovanni Veronesi, per cui ha ottenuto anche una nomination ai Nastri d’argento), il Premio Mia Martini e tre Premi Lunezia per il valore musical-letterario dei suoi album. Nel 2020 RTL 102.5 gli ha conferito un premio alla carriera.

Il soprannome Joker

Il soprannome del cantautore - molti suoi fan lo chiamano così ancora oggi - è «Joker» (dal brano omonimo contenuto nell'album «Campi di popcorn» del 1998, che descrive le personalità combattute che vivono in Grignani). Sul braccio sinistro dell’artista campeggia anche un tatuaggio che rappresenta questo personaggio.

Momenti difficili

«Io non sono nella condizione di poter insegnare qualcosa - scrive Grignani nella sua biografia La mia storia tra le dita -. Posso solo raccontare in musica l'unicità e la complessità dell'essere umano. L'uomo è da sempre in eterno contrasto con se stesso. La sua è una natura binaria, fatta di forza e debolezza contemporaneamente». Lo scorso anno, in un’intervista a Verissimo, Grignani ha parlato di alcuni grandi dolori della sua vita, dal trauma subito a 10 anni («Ho incontrato un pedofilo. Questa persona aveva 18 anni e non riuscendo a ottenere ciò che voleva da me mi picchiava e i miei genitori preferirono, sbagliando, di non andare avanti legalmente. Non è una cosa facile da dire, ma certa gente non va perdonata») alla perdita della sua cara amica Stefania morta a soli 12 anni di leucemia («È morta in maniera tragica. Non mi sono dimenticato di lei. Questo mi fa male, mi fa veramente male. Lei è morta… mi ha insegnato tanto»). Il cantautore in passato ha vissuto anche molti periodi difficili legati all’uso di alcol e droghe. Nel 2014 è stato arrestato a Riccione per resistenza a pubblico ufficiale. «Ero stanco, nervoso, ansioso, mi è venuto un attacco di panico, ho avuto paura, e ho perso il controllo», ha raccontato su Facebook Grignani che si è poi scusato per quanto accaduto: «Su tutto voglio scusarmi con i Carabinieri intervenuti sul posto, e con chi ieri sera se l'è dovuta vedere col peggio di me. Che c'è, è sempre li, da doverci fare i conti tutti i giorni. E a volte esagera».

Vita privata

Gianluca Grignani, che in passato è stato legato ad Ambra Angiolini («Quella con Ambra è stata una relazione che ho troncato io. Non ero pronto ad affrontare una storia vera» svelò a Chi nel 2008), nel 2003 è convolato a nozze - arrivando in chiesa su una moto insieme all’amico Max Pezzali - con la fotografa Francesca Dall'Olio conosciuta sul set del videoclip del brano «La fabbrica di plastica», da cui ha avuto quattro figli (Ginevra, Giosuè Joshua, Giselle e Giona). «Uno dei miei figli vuole fare l’architetto, l’altra mi piacerebbe che facesse letteratura, l’altro è ancora troppo piccolo e l’altro è intelligentissimo e bravo a scuola - raccontava l’artista lo scorso anno a Verissimo -. Che papà sono? Non lo so, però riesco a farlo. La mia più grande soddisfazione è vedere che mia figlia prende un bel voto. Sono un padre permissivo, ma la libertà la devi considerare come la considero io. Se sei libero a casa mia, puoi fare quello che vuoi, ma devi considerare la libertà con i suoi valori e problemi e mia figlia l’ha capito. Sono molto fiero di lei». Il matrimonio negli ultimi anni è andato in crisi e la coppia nel 2020 si è separata: «La fine della relazione con la mia ex non è stato un dolore. Lo è stato per i miei figli, ma stiamo bene così. Non sono stato un buon marito, ma sono stato sempre onesto. Sarei andato avanti per la responsabilità nei confronti dei miei figli. Lei mi ha dato la libertà e io l’ho presa».

·        Gianna Nannini.

Da ilnapolista.it il 9 aprile 2022.

Su La Repubblica un’intervista a Gianna Nannini. Ad aprile torna a cantare nei teatri con un tour elettrico ed acustico.

«Mi sto preparando come un’atleta e sono ascetica come una suora, perdo chili che è una meraviglia» 

Racconta quanto è stata influenzata dall’opera lirica in carriera.

«Puccini mi ha ispirato più del rock. L’opera è visione, racconta sempre una storia. La sua melodia è eterna, quella musicalità invece è un po’ antica. Ascoltando imparo alcune parti per i duetti, e per il resto amo i concerti sinfonici di pianoforte. Da bambina ero una pianista stalinista, studiavo sempre anche se babbo avrebbe preferito il tennis, tipo Agassi ma senza la macchina spara palle». 

Come si riemerge dai due anni di pandemia?

«Ho combattuto il lockdown con il vino, bianco di giorno e rosso di sera, è un antidepressivo, ora ho smesso per dovere: la dieta prima dei concerti non lo ammette. Sono tirata a lucido, lo sport mi svuota la mente: bisogna allenarsi anche per restare immobili, per liberare l’energia del pensare a nulla. Dei salti non m’importa più niente. Per me conta la melodia larga, lunga e ciclica con i suoi giri, il bel canto all’italiana che diventa rock. Un urlo organizzato». 

Sulla sua voce: «È unica, è vero. Produce armonici naturali quando metto tre o quattro note nel chiudere una vocale. Eppure, all’inizio cantavo e non la sentivo questa voce, non ci riuscivo, così volevo spaccare e gridavo. Può darsi che l’abbia ridotta così apposta». 

Parla della gestazione dei brani. Ce ne sono alcuni nati da un guizzo:

«Un guizzo che io chiamo “la fulminata”: viene quando vuole, a volte bastano cinque minuti. Lo vede quel pianoforte nero? Lì nacque di getto Sei nell’anima, poi però si percorre una strada che può durare settimane. La fulminata è inspiegabile, la strada invece no».

Continua: «A volte parto dal titolo e ci lavoro sopra, come uno slogan da srotolare. Anche per le famose notti magiche andò così: mi chiamarono Caterina Caselli e Moroder, io non volevo farla, poi telefonai a Bennato che ama il calcio e venne fuori una cosa che non finisce mai: appartiene a chi se la gode ogni volta che vinciamo qualcosa. L’hanno sparata a palla pure a Wembley, la sera dell’Europeo. Certo non è Volare, Volare è una canzone pazzesca. La moglie di Modugno mi raccontò che Mimmo l’aveva composta sul Tevere in una notte di temporale».

·        Gianni Amelio.

Gianni Amelio: «Io come Aldo Braibanti, essere gay è ancora difficile». Fabrizio Dividi su Il Corriere della Sera il 17 Settembre 2022.

Il regista, in città con «Il signore delle formiche», si racconta: «Voglio tornare a girare a Torino dove è nato “Così ridevano”». «L’omosessualità oggi? C’è una falsa verità per cui la condivisione sui social della propria sessualità può sembrare sinonimo di accettazione pubblica, non è così» 

«Non ho avuto bisogno di leggere alcun testo per prepararmi su Aldo Braibanti: io sono omosessuale, ed è stato sufficiente interrogare me stesso per comprendere il suo stato d’animo: ancora oggi ti fanno sentire colpevole, anche se non c’è nessuna colpa». Così Gianni Amelio presenta a Torino Il signore delle formiche , reduce da 12 minuti di applausi al festival di Venezia dove ha partecipato in concorso.

«Sono come Aldo — continua — e anche se non ho la sua capacità dialettica e di scrittura, ne conosco i gesti di seduzione, come accarezzare le spalle di chi ami e di “resistere” ai processi cui ti sottopongono».

Amelio precisa di parlare in senso metaforico: «Ha presente quando nel film viene detto che un omosessuale deve curarsi o uccidersi? Quella frase me la sbatterono in faccia a 16 anni e fu in quel momento che capii quanto la mia condizione fosse costantemente oggetto di giudizio degli altri».

E oggi? «C’è una falsa verità per cui la condivisione sui social della propria sessualità sia sinonimo di accettazione pubblica, ma che cosa mi dite di quella signora che pochi giorni fa ha chiamato i carabinieri per denunciare due ragazze che si stavano baciando su una panchina? Diciamolo, oggi al massimo si parla di tolleranza, parola che aborro perché fa pensare che gli uomini non siano tutti uguali come nell’utopica società delle formiche dove sembra invece essere possibile».

Ma la ricostruzione del caso Braibanti (oggi avrebbe compiuto un secolo) che con il pretesto della legge sul plagio fu condannato in terzo grado a quattro anni di reclusione e che, di fatto, fu processato «per omosessualità», mette in scena anche la paura per le idee libere e non omologate. «È evidente che quel processo “per plagio” nascondeva ignoranza e pregiudizi ed è anche per questo motivo che ho disseminato nel testo dei tributi a Pier Paolo Pasolini, figura di intellettuale molto simile a quella di Aldo».

Il regista fa notare alcuni nomi vicini all’universo del poeta — «Ennio, Ettore, Caterina» — che ha dato ai suoi personaggi. E a questi si aggiungono i rapporti ruvidi con il Pci («il partito allora era bigotto come una chiesa, solo che almeno i cattolici ti perdonavano») e l’emozione di una sequenza — l’ultima — che richiama la poetica surrealtà de La ricotta con un gruppo di ragazzi che giocano a calcio vestiti da antichi egizi.

A fianco di Gianni Amelio alla Mole, un sorridente Luigi Lo Cascio, completamente immerso nel ruolo del protagonista, ascolta le parole del «maestro» con rispettosa ammirazione. «Quando mi chiamò nel suo ufficio di Roma e mi propose di interpretare Aldo Braibanti, lo confesso e un po’ me ne vergogno, gli dissi di non conoscerlo: ma nel cinema, come nella vita, credo che l’onestà paghi sempre. Cosa mi ha colpito del personaggio? Come Gianni, amava “parlare in versi” ed era caratterizzato da brillante creatività. Poi, leggendo i pochi libri esistenti su di lui, ho appreso la natura di una figura immensa. Quella di un uomo coerente, che non era un mostro, ma non voleva neppure essere martire. Aveva solo una grande utopia: quella di “vivere senza nemico”».

Amelio dedica una carezza al «suo» attore, poi concede un paio di battute: «Io mi sento torinese e desidero fortemente, sottolineo fortemente, tornare qui a lavorare. Qui ho girato Così ridevano, credo il mio film più importante, e ho diretto il miglior festival d’Italia dedicato al cinema giovane».

Poi chiude sull’attualità: «Che cosa penso delle prossime elezioni? Raramente ho assistito a campagne elettorali così incerte, irrazionali, confuse. Per il voto mi farò ispirare al mattino: spero che da tutto questo, qualcosa di serio possa uscire fuori».

Amelio attacca il critico Fabio Ferzetti: "Con te non parlo, infame il tuo titolo sul mio 'Hammamet'". La Repubblica il 6 Settembre 2022.

Alla Mostra del cinema di Venezia, alla conferenza stampa di 'Il signore delle formiche' il regista si è rivolto al giornalista ricordando un articolo di due anni fa. A Ferzetti la solidarietà dell'Espresso

Non si può dire che non se la sia legata al dito. A distanza di due anni, Gianni Amelio - nel corso della conferenza stampa de Il signore delle formiche, il suo film in gara che ricostruisce il caso Braibanti - si è rivolto al giornalista e critico dell'Espresso, Fabio Ferzetti, che gli aveva rivolto la prima domanda, dicendogli: "Il titolo del tuo articolo era infame e io non rispondo alle tue domande. Non voglio avere più rapporti con te per il resto della mia vita. Ho cancellato anche il tuo numero di telefono". Il risentimento di Amelio era per l'articolo, firmato da Ferzetti, apparso su L'Espresso il 14 gennaio del 2020, dal titolo "Hammamet, un grande Pierfrancesco Favino per un piccolo film", che recava nel sottotitolo "Superba la prova dell'attore che interpreta Bettino Craxi. Ma il resto lascia a desiderare".

(ansa)Ferzetti ha fatto presente che la frase del titolo "non era contenuta" nel testo dell'articolo e si è lamentato che nessun giornalista durante la conferenza stampa abbia espresso solidarietà nei suoi confronti prendendo le distanze dall'attacco del regista, che peraltro non ha più risposto alla sua prima domanda. L'Espresso ha espresso solidarietà nei confronti di Ferzetti, "collaboratore e critico cinematografico del nostro giornale, per l’inqualificabile attacco subito in conferenza stampa alla Mostra del cinema di Venezia dal regista Gianni Amelio. Amelio si è rifiutato di rispondere alle domande di Ferzetti accusandolo di aver scritto un 'titolo infame' in un vecchio articolo, ribadendo la propria volontà di non avere rapporti con lui e aggiungendo che l'Espresso avrebbe fatto bene a mandare un altro giornalista al suo posto. Riteniamo - continua la nota dell'Espresso - che queste affermazioni siano molto gravi e sottolineino ancora una volta quanto l'esercizio del diritto di critica sia diventato un insopportabile fastidio in un settore che, con poche eccezioni, si limita al ricalco di trionfali comunicati stampa. A Fabio l'abbraccio di tutta la redazione, certa che continuerà a svolgere il suo lavoro con la sua abituale competenza e professionalità".

Pierfrancesco Favino è Craxi in 'Hammamet' di Gianni Amelio 

In un successivo incontro con i giornalisti, Amelio è tornato sull'episodio: "Nella conferenza stampa di stamattina è successo un incidente: sono stato sorpreso in modo anche emotivo perché è stata la prima domanda che mi è arrivata appena mi sono seduto, da un critico cinematografico che non ha usato rispetto in occasione di un altro film. È scattato in me un fatto personale. Ho un passato rispettabile, un cinema importante, fatto con passione. Mi sono sentito ferito. Succede quasi sempre che con i critici e i giornalisti - ha proseguito il regista - ci si possa parlare direttamente, si litiga e poi si riprende un rapporto. In questo caso non c'è stata possibilità, il punto dolente era un orribile titolo di cui il giornalista e il critico non è mai responsabile. Se tu non condividi il titolo, puoi scrivere un messaggino oppure dire alla persona che il titolo è infelice. Penso che per civiltà di rapporti anche un piccolo messaggio avrebbe potuto risolvere la cosa. Poi è ovvio che nella recensione poteva scrivere quello che voleva, ci mancherebbe".

L’attacco di Gianni Amelio al nostro critico Fabio Ferzetti: la solidarietà dell’Espresso. Comitato di Redazione dell'Espresso il 6 Settembre 2022

La redazione esprime la sua vicinanza al giornalista per le reazioni inqualificabili del regista in occasione della conferenza stampa de “Il signore delle formiche” a Venezia

La redazione dell'Espresso esprime la sua totale solidarietà a Fabio Ferzetti, collaboratore e critico cinematografico del nostro giornale, per l’inqualificabile attacco subito in conferenza stampa alla mostra del cinema di Venezia dal regista Gianni Amelio. Amelio si è rifiutato di rispondere alle domande di Ferzetti accusandolo di aver scritto un "titolo infame" in un vecchio articolo, ribadendo la propria volontà di non avere rapporti con lui e aggiungendo che l'Espresso avrebbe fatto bene a mandare un altro giornalista al suo posto.

Riteniamo che queste affermazioni siano molto gravi e sottolineino ancora una volta quanto l'esercizio del diritto di critica sia diventato un insopportabile fastidio in un settore che, con poche eccezioni, si limita al ricalco di trionfali comunicati stampa.

A Fabio l'abbraccio di tutta la redazione, certa che continuerà a svolgere il suo lavoro con la sua abituale competenza e professionalità.

 Gianni Amelio alla Mostra con il caso Braibanti: "Alle elezioni pensate ai diritti, non solo all'economia".  Arianna Finos su La Repubblica il 6 settembre 2022. In concorso 'Il signore delle formiche' film sul processo del '68 che ufficialmente condannò lo studioso per plagio, ma in realtà perché omosessuale. Con Luigi Lo Cascio e Elio Germano.

"Capisco che la situazione economica è grave, ma quando andrete a votare ricordatevi anche dei diritti civili", dice Gianni Amelio. La storia del film Il signore delle formiche, quarto italiano in concorso alla Mostra, è iniziata quando il regista, nel 1968, allora 23enne, assiste al processo ad Aldo Braibanti per il reato di plagio, ma il crimine contestato è quello di amare un altro uomo, Ettore. "Sul banco degli imputati avrei potuto esserci io".  Ora quella storia è diventata un film, "che solo per coincidenza arriva alla vigilia delle elezioni, non era certo prevedibile, ma che serve a far pensare e riflettere su una storia ingiustamente dimenticata", racconta Amelio, che al Lido è accompagnato dagli interpreti del film, Luigi Lo Cascio, Elio Germano, Sara Serraiocco e il sorprendente co-protagonista esordiente, Leonardo Maltese. Il film, prodotto da Kavac film, Ibc movie, Tenderstories, Rai Cinema, arriva in sala l'8 settembre con 01 Distribution.

Braibanti unico caso di condanna per plagio

Figlio del medico condotto di Fiorenzuola d'Arta, una giovinezza da antifascista, poi partigiano - torturato dalla banda Carità, e nel dopo guerra un periodo di impegno politico con il Pci - Aldo Braibanti è stato l'unico, nella storia della Repubblica, a essere condannato per il reato di plagio, inteso come la riduzione al proprio potere "e in totale stato di soggezione di un'altra persona", come recitava la legge ereditata dal codice Rocco dell'Italia fascista. Viene in realtà incarcerato e processato in quanto omosessuale e il giudizio cui fu sottoposto tra il '64 e il '68 racconta un'Italia lontana solo nel tempo. Il reato verrà dichiarato incostituzionale solo nel 1981, Braibanti è stato il primo e unico a subirne le conseguenze, condannato a nove anni in prima istanza, ne dovette scontare due in carcere. Il suo compagno, malgrado fosse maggiorenne, fu rinchiuso in manicomio dai genitori, "curato" con gli elettroshock e infine abbandonato dalla famiglia in povertà perché non era riuscito a rientrare "nella normalità".

Amelio: "Noi giovani del '68 non siamo riusciti a cambiare le cose"

Amelio ragiona su quanto sia importante oggi questo film, in un momento storico in cui il segretario di quello che nei sondaggi è il primo partito, Giorgia Meloni, parla di "devianza". "Quanto è cambiato è cambiato in Italia dal caso Braibanti a oggi? Io mi auguro che sia cambiato qualcosa. Però non abbiamo fatto il cammino che speravamo di fare noi giovani, che adesso siamo dei vecchi, persone mature, di età e anche di cervello. Nel Sessantotto scendevamo per strada per cambiare le cose, per uscire dalla ristrettezza mentale che albergava soprattutto nelle famiglie. Non ci siamo riusciti. Mentre scendevamo nelle strade si consumava la tragedia, nelle aule giudiziarie di Aldo Braibanti, condotto con una violenza verbale enorme contro un uomo mite, fortemente intelligente, aperto alla vita, studioso di una società perfetta che era quello delle formiche. E lo si fa perché la famiglia di uno dei due, lo studente, decide di portare in tribunale il cosiddetto seduttore di un figlio maggiorenne. La legge va incontro a quelle richieste, addirittura punendo con una pena terribile: Il pubblico ministero aveva chiesto 14 anni, un anno in meno rispetto a un omicidio". Spiega, Amelio: “Nei miei film c’è sempre lo scontro e incontro tra generazioni. E’ iniziato in un film, avevo 27 anni, La città del sole sul filosofo Tommaso Campanella e gli ho messo di fronte un contadino ignorante e Colpire al cuore e Hammamet. Questo film è una storia d’amore tra un uomo e un ragazzo, ed è molto autobiografica". 

"Braibanti è stato dimenticato"

Il motivo per cui il regista ha sentito il dovere di raccontare questa storia oggi, "è perché Braibanti è stato dimenticato. Dimenticato in vita e anche ora che è morto. Poi volevo raccontare la vicenda del ragazzo amato da lui. La madre per guarirlo voleva mandarlo da padre Pio, invece, gli hanno consigliato di mandarlo in un istituto per malattie mentali, dove è stato curato, si fa per dire: gli hanno distrutto il cervello". Ma la  genesi della storia è oggetto di un aneddoto divertente in conferenza stampa: “Non voglio essere quello che smonta la retorica di certe situazioni, la conferenza stampa bella è quella sincera. Io in genere faccio un film se qualcuno me lo offre, non perché lo penso io seduto da solo in una stanza. No, io aspetto che mi chiamino. Ne ho diritto perché ho un’età. Mi chiama un regista, Marco Bellocchio, mi invita nel suo ufficio di produzione, la Kavac, che ha un solo difetto, è sulla Nomentana. Vado e mi propongono un documentario su Braibanti. Avevo fatto un film, mi consideravano specialista, Felice chi è diverso. Nell’occasione avevo chiamato Aldo e ci eravamo parlati tante volte perché io andassi a trovarlo. Non stava bene, non si è potuta fare. Io avevo trovato documenti, ma non eccezionali, suo suo interesse malsano per le formiche. Ho detto non lo so fare. Ma perché non facciamo un film ? Il giorno dopo ricevo una telefonata da Simone Gattoni che mi dice “ti va di venire di nuovo, ti paghiamo noi il taxi? Io uso i mezzi, qualunque mezzo per arrivare, che ha anche un altro significato. Sono andato e mi hanno detto “aggiudicato, facciamo i film”. E io dico si chiamerà Il signore delle formiche”.

Il dibattito sui diritti civili

Il film racconta di chi, come Emma Bonino, che compare in un fotogramma, si impegna con altri per sollevare il dibattito, ma anche di una sinistra "in realtà Bonino non era ancora nei radicali nel '68, ma volevo rendere omaggio al Partito Radicale che è stato quello che si è piùs speso per le battaglie dei diritti civili. E di un giornale "del più grande partito di massa", il Pci, insensibile ai diritti civili, con qualche componente omofoba. Oggi la partita dei diritti civili è una di quelle che si gioca alle imminenti elezioni. "Io sono ottimista, perché credo nell'intelligenza degli umani, perché non possiamo essere sempre, costantemente, masochisti. Fare harakiri tutti i giorni no. Quindi io non sapevo che il film uscisse durante un periodo di elezioni. Chi me lo avrebbe detto? Ma c'entra con i cervelli che andranno a votare. Io mi auguro che votino per migliorare le cose, ma migliorarle non solo economicamente. Siamo in un periodo in cui l'economia è allo sfascio, ma non pensiamo solo a quello. Pensiamo anche ai diritti civili, alla nostra libertà, al nostro bisogno di essere noi stessi".

Luigi Lo Cascio: "È stato un artista totale e uno scienziato"

Luigi Lo Cascio, bravo come sempre sullo schermo, confessa che non conosceva la storia di Braibanti prima del film, "cosa che mi dispiace molto per due motivi importanti: quella di essere l'unico condannato in un processo per plagio, che a guardare gli atti ha qualcosa di incredibile, ha subito l'enorme torto di vedere troncata una storia d'amore importante, essere perseguitato dalla famiglia, sprofondare economicamente. Ancor di più mi spiace il fatto che non conoscevo la sua importanza politica e culturale. Non ha voluto, dopo, farsi bandiera di quanto subito, reclamare qualcosa in cambio. Parlava della vicenda solo se gli veniva chiesto. Come del resto del suo essere stato antifascista e partigiano. C'è stata nei suoi confronti una dimenticanza strana, ha inventato il teatro di avanguardia, è il primo a Roma a cominciare quella stagione, dove ci sono tutti: Memè Perlini, Giancarlo Nanni, Carmelo Bene. Era scrittore e filosofo con pensieri soprattutto adesso da ascoltare, è stato uno dei primi a parlare di ecologia, un artista totale e uno scienziato, mirmecologo. Mi spiace non averlo conosciuto e incontrato quando c'era ancora, è morto nel 2014 a novant'anni, tra le difficoltà economiche, sfrattato dalla casa al ghetto di Roma. Gli ultimi anni sono stati tristi. Spero che ci sia un ritorno di considerazione per la sua opera".

Elio Germano: "La giustizia dalla parte dei potenti"

Elio Germano interpreta il giornalista che segue il processo e si batte per raccontare la verità. "Abbiamo tante volte assistito a una giustizia che si accanisce contro la parte più fragile e spesso tutela i vari potentati e gli speculatori del nostro Paese che non solo non riescono a essere puniti in nessun modo, ma cascano sempre in piedi. Vediamo anni e anni inflitti, per esempio, alle persone che fanno le manifestazioni con questo reato di devastazione e saccheggio che colpisce soltanto i manifestanti e non colpisce le grandi industrie che speculano sulla salute delle persone. Come dire, la giustizia servirebbe a tutelare gli anelli più fragili della nostra società, invece si mette dalla parte dei potenti e questa è una prima cosa che vediamo non essere cambiata, così come lo stigmatizzare con le etichette a bullizzare pubblicamente degli individui, discriminandoli per le proprie scelte sessuali, religiose o addirittura peggio per il colore della propria pelle. Insomma, sono questioni che siamo abituati a vedere e come poi la politica sfrutta queste cose per il proprio tornaconto personale". Il film, prosegue l'attore, "è uno spaccato dell'epoca dove sicuramente c'era maggiore libertà, dove c'era un giornalista che è quello che interpreto, che con un'etica ancora pulita del proprio mestiere sceglie di voler raccontare quello che avviene, invece di guardare il proprio tornaconto. Questa distanza tra i rappresentanti della politica e il popolo, per esempio. E quindi un film che ci parla di tante cose, al di là del fatto in sé, del racconto, della storia, di un viaggio. Braibanti ci apre una finestra su quello che siamo noi come italiani e quello che è che che la nostra società ha prodotto. Questo è un momento in cui i diritti civili sono a rischio, ma le cose dobbiamo impegnarci in prima persona, ogni giorno, per cambiarle, non basta mettere una croce sulla scheda elettorale".

Quando i gay erano "malati". Amelio rilancia il caso Braibanti. Luigi Mascheroni il 24 Agosto 2022 su Il Giornale.

Il regista dedica Il signore delle formiche al celebre processo per plagio del '68. Ma dimentica la vera vittima...

Le domande sono due. La prima: chi è Aldo Braibanti? E la risposta è semplice: un intellettuale, poeta, chiamato il Professore, anche se in realtà non insegnò mai, fu piuttosto un attivissimo organizzatore culturale che si occupava di arte, cinema, teatro e letteratura ma anche - con intuizioni profetiche sulla scia di Pier Paolo Pasolini - di ecologia e di società dei consumi; nato a Fiorenzuola d'Arda, famiglia risolutamente antifascista, partigiano, arrestato due volte, nel '43 e nel '44, anche torturato, poi comunista critico (dichiaratamente omosessuale non era gradito neppure nella sentina omofoba e bigotta della cosiddetta sinistra ormai di poca lotta e molto potere), anima del laboratorio artistico-comunitario di Castell'Arquato, nel piacentino, Aldo Braibanti divenne famigeratamente celebre negli anni '60 allorché unico caso nella storia della Repubblica italiana - fu condannato per il reato di plagio, ossia riduzione in proprio potere «e in totale stato di soggezione» di un'altra persona, come recitava la legge 603 ereditata dal Codice Rocco.

Braibanti dal 1962 convive a Roma con un ragazzo, peraltro già maggiorenne, fino a quando il padre-padrone di una famiglia ultracattolica rapisce il figlio e denuncia alla Procura di Roma il Professore, il quale alla fine di un lungo processo, durato dal '64 al '68 - anno di contestazioni mondiali per ottenere più libertà e maggiori diritti - viene condannato a nove anni di carcere, ridotti a sette e infine a due in Corte d'Appello per riconosciuto merito patriottico di partigiano. Braibanti, al quale nel 2006 fu concesso dal governo Prodi l'assegno mensile previsto dalla «legge Bacchelli», è morto nel 2014, a 92 anni, lasciando in eredità alla biblioteca di Fiorenzuola i suoi 15mila libri e le carte personali, ancora tutte da studiare.

La seconda domanda, invece, è più delicata. Chi era il suo giovane compagno e, soprattutto, che fine ha fatto? La risposta è laconica e lacunosa. Si chiamava Giovanni Sanfratello, era un ragazzo al quale piaceva il disegno e aveva 24 anni quando fu riacciuffato dalla sua famiglia, rinchiuso in manicomio, a Verona, dove fu sottoposto a 40 elettroshock e 19 trattamenti di coma insulinico con l'intenzione di farlo guarire da quella che era considerata una malattia, cioè l'omosessualità; poi liberato ma con la proibizione di uscire di casa e leggere libri che avessero meno di cent'anni. Al processo cercò inutilmente di difendere l'amante-Professore. E poi, una volta chiuso il caso, di lui non si seppe più niente, se non che cambiò città e morì nel 2018, risucchiato nel vortice del peggiore oblio. Non ci resta né un documento, né un disegno, né una foto, solo quelle scattate durante le udienze. Una vita nullificata.

Chi ha cercato di fare parlare questo «nulla» è stato l'autore napoletano Massimiliano Palmese il quale già nel 2011 a Il caso Braibanti dedicò un testo teatrale «Gli atti del processo, così grotteschi, erano una pièce già fatta e finita», racconta al Giornale - e poi a partire da quello spettacolo ha realizzato nel 2020 un documentario tanto antisentimentalistico quanto inquietante, dallo stesso titolo, girato con Carmen Giardina, che ha debuttato in agosto alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro di Pedro Armocida, osannato dalla critica e poi vincitore del Nastro d'Argento 2021 come Miglior Docufiction. Un'opera che continua a girare: è su Sky Documentaries e Prime video e la sera del 31 agosto sarà proiettato a Roma, a «L'Isola del Cinema». «Sono felice di avere riacceso una luce su Braibanti dice il regista e spero che ora la tv pubblica compri il documentario per tenerlo su RaiPlay. Servirebbe a due cose: ricordare Aldo Braibanti, un uomo definito da Carmelo Bene un genio; e documentare l'omofobia di uno dei peggiori scandali della storia italiana».

È vero. Il caso Braibanti, una delle macchinazioni più mostruose e lasciate impunite del dopoguerra, assieme al caso Tortora, fu lo specchio di quel Paese e uno scandalo non solo giudiziario, ma politico e civile, come disse Umberto Eco. Anche se in realtà l'indignazione degli intellettuali arrivò dopo: gli Eco, i Moravia, le Morante, le Maraini, i Bellocchio, lo stesso Pasolini intervennero più tardi, a lottare sì per Braibanti ma anche per loro stessi, mentre il primo a correre in soccorso del Professore fu, come sempre, rischiando del suo, Marco Pannella.

E comunque, ora, aperta la strada da Massimiliano Palmese, omosessuale militante, arriva il regista Gianni Amelio, omosessuale dichiarato: alla Mostra del cinema di Venezia porterà, in concorso, il film Il signore delle formiche (tra le varie passioni di Braibanti c'era anche quella per la mirmecologia) con Luigi Lo Cascio nella parte del Professore (ruolo e attore sono di quelli già in profumo di David di Donatello, almeno guardando i due minuti di trailer) e Elio Germano in quella di Ennio, giornalista di fantasia che segue l'inchiesta. Curiosamente e c'è da chiedersi come mai nella scheda del film di Amelio, «basato su fatti realmente accaduti», il personaggio di Giovanni Sanfratello, la vera vittima di tutta la vicenda, più di Braibanti, ancora una volta, sparisce: il suo nome non c'è (Per evitare querele? Autocensura? Scelta autoriale? Paura della reazione della famiglia, visto che Agostino, fratello di Giovanni, è ancora vivo?). E così il ragazzo amante di Braibanti nel film è chiamato Ettore (interpretato dall'attore Leonardo Maltese), ma a lui è riservata la battuta centrale: «Il processo è assurdo: non c'è nessun colpevole perché non c'è nessuna colpa».

Sparito il vero nome del convitato di pietra - un ragazzo che in una lettera scritta quando è rinchiuso nell'ospedale psichiatrico chiede ad Aldo di raccontargli le tecniche che usava per disegnare, perché non ricorda più nulla - speriamo, ma dubitiamo, ci siano almeno quelli dei magistrati che compirono lo scempio.

Gianni Amelio: "Sono un gay a cui l'adozione ha cambiato la vita. Ora sono nonno, papà e marito. Ed è straordinario". Giuseppe Fantasia su huffingtonpost.it il 25 Marzo 2018.

Uno dei registi italiani più apprezzati affida al romanzo "Padre Quotidiano" il suo racconto più intimo, quello della paternità

"La vita ti sorprende sempre, ma dal punto di vista umano, la mia conferma l'ho avuta negli anni Novanta". Inizia così la conversazione dell'HuffPost con Gianni Amelio, 73 anni da poco compiuti, uno dei simboli del nostro cinema, regista e scrittore di romanzi di successo. Il suo piatto di riso è troppo fumante per poter essere mangiato all'istante e lui, con quella calma che lo contraddistingue, ne approfitta per lasciarsi andare ai ricordi fissandoci sempre con i suoi occhi scuri.

"Stavo girando "Lamerica" (uno dei suo film che ha avuto più successo, ndr), era il 1993 ed eravamo in Albania. Ad un certo punto si avvicina a me un uomo di nome Ethem che mi prende il braccio, lo stringe forte e mi dice: "Fino a oggi questo figlio è stato mio. Da domani sarà figlio tuo". Il figlio in questione era uno dei ragazzini che vediamo nella scena finale del film, la più toccante, quella che è rimasta nella memoria di chiunque l'abbia vista, perché ogni altra reazione è impossibile. Una proposta sconcertante quella di quel padre che è stata un ordine e una preghiera insieme, un gesto che fece risvegliare nel "regissore" italiano – come veniva chiamato dagli altri ragazzini della troupe, tutti albanesi –" le tracce di un'antica ferita, l'assenza di un altro padre" – il suo – conosciuto troppo tardi.

Quell'episodio così intimo, tragico e poetico insieme, Amelio ha deciso di raccontarlo non con la sua cinepresa – come è solito fare - ma attraverso le parole e la scrittura che sono poi diventate un libro, "Padre Quotidiano", appena uscito per Mondadori, il quarto dopo Il vizio del cinema (2004), Un film che si chiama desiderio (2010) - entrambi Einaudi - e Politeama (2016). Si è deciso tardi, venticinque anni dopo, "perché ho avuto la necessità di prendere una certa distanza da un'esperienza come questa, un atto d'amore – da un lato – ma anche un atto di abbandono allo stesso tempo", ci spiega. "Quel padre anziano e malato, ha pensato a garantire un futuro al figlio, ben sapendo che lì in Albania non poteva averlo e ha deciso di separarsene portandosi per sempre dentro di sé il trauma del distacco", aggiunge. Amelio ha deciso di dargli voce e allo stesso tempo di far sentire la sua nelle pagine di questo libro dal profondo respiro corale e ben scandagliato in momenti. C'è quello del suo "apprendistato da padre"- come lo definisce - quello della lavorazione del film – non certo facile – e quello dedicato alla descrizione di un Paese come l'Albania schiacciata dalle macerie della dittatura e molto simile alla Calabria del dopoguerra, la regione dove lui ha vissuto la sua infanzia.

Cosa le ha insegnato e cosa le ha dato questa esperienza?

"Sono estremamente innamorato di questo libro. Tengo più a questo libro che a tutti i film che ho fatto e non sto esagerando. Ho scritto quattro libri in totale e anno dopo anno ho trovato una scrittura che non credevo di possedere. Sono un regista – ho pensato più volte - e non so scrivere, invece da un romanzo all'altro so che ho fatto dei passi avanti. Il libro ha una sua valenza letteraria, c'è molto romanzo dentro, ma la materia è estremamente autobiografica. È la mia storia, la storia di quella che oggi è la mia famiglia. Il contenuto è l'adozione che nel mio caso mi ha cambiato la vita radicalmente e mi ha permesso di avere una famiglia incredibile. Non ho adottato solo lui, ma ho portato a Roma, dall'Albania, anche i suoi genitori naturali. All'inizio, non lo nego, ero terrorizzato: cosa ne sapevo io di come si faceva il padre? Poi però ho deciso di mettercela tutta e, passo dopo passo, abbiamo costruito quello splendido rapporto che abbiamo oggi. Lui ha conosciuto la sua compagna con cui è da ventiquattro anni, hanno avuto tre figlie e sua madre abita con me. Sono nonno, papà e marito, perché è mancato il padre naturale di mio figlio che mi ha scelto come futuro padre di suo figlio. Non è straordinario?

Dal 2014 – anno in cui lei realizzò il documentario "Felice chi è diverso", raccontando diversi episodi di omosessualità più o meno dolorosi – qualcosa è cambiato anche in Italia. Lei che non ha mai nascosto di essere gay, che opinione ha in merito?

"Ha ragione lei, non c'è dubbio, la situazione è cambiata molto, ma c'è ancora tanto, tantissimo da fare. Nel documentario da lei ricordato, ho raccontato di quando gli omosessuali erano mandati al confino: in Italia non c'era una legge contro l'omosessualità, però cercavano sempre con un'altra scusa di isolare e di cacciare dalla vita comune chi, secondo loro, era portatore di disturbo. Si inventavano di tutto. Dal carcere per il disturbo della quiete pubblica alla corruzione e molto altro. Per Aldo Braibanti ("l'intellettuale mite" secondo Pasolini, "un genio straordinario" secondo Carmelo Bene, ndr) si inventarono il reato di plagio, poi tolto dalla legge italiana, qualcosa di assurdo. Perché applicarlo a un omosessuale e non ad un eterosessuale? Si cercava un'altra via perché in Italia non c'era una legge che proibisse l'omosessualità tra adulti consenzienti e questo perché Mussolini non volle far promulgare una legge. Se lo avesse fatto, avrebbe ammesso che in Italia esistevano gli omosessuali. È stata una fortuna da un certo punto di vista, perché negli stessi anni c'erano tanti omosessuali che venivano ricattati, soprattutto in Inghilterra, come venne spiegato in Victim, un film dell'epoca, molti attori e registi vennero imprigionati e una legge in tal senso fu attiva fino al 1975. Da non credere".

Lei è mai stato ricattato?

"Assolutamente no, ci mancherebbe! Ho una vita sentimentale e sessuale molto aperta, molto libera, ma alla luce del sole

Oggi, soprattutto tra i più giovani, si parla spesso di fluidità sessuale: per lei cos'è la sessualità?

"La sessualità è per me un fatto di libertà, ognuno sceglie la propria idea e tendenza, il proprio gusto, purché non da fastidio agli altri e non commetta delitto. Non vedo perché debba essere combattuto o imprigionato".

Vive bene in Italia? è soddisfatto delle ultime elezioni politiche?

"Sì, ci sono sempre stato bene da queste parti (sorride, ndr) e sinceramente non vedo pregiudizi, ma non mi faccia parlare di politica. Pensi che soprattutto al sud, la società contadina non ha mai avuto pregiudizi nei confronti di un gay. C'è stato però un modo di spingerlo a nascondersi con un concetto di tolleranza che trovo completamente sbagliato. La tolleranza, quando noi la accettiamo, implica che esista l'intolleranza. Perché non le cancelliamo tutte e due diciamo libertà"?

La libertà, oggi, si manifesta in mille modi, ad esempio scrivendo frasi e pensieri sui social network: che idea ha al riguardo? Usa Facebook?

"So che esistono, ma non li uso, perché sono mentalmente incapace di farlo. Mi piacciono altre cose, tutto qui. Non mi verrebbe mai in mente l'idea di scrivere i fatti miei su Facebook che ha la sua pericolosità. Sui social si leggono cose e frasi insultanti e prive di contenuto reale. Tutti si arrogano il diritto di scrivere e dire quello che vogliono e pensano. Non mi piacciono perché danno parola a chi potrebbe tacere".

Lei è una persona che nella sua vita non ha mai taciuto, ma denunciato ciò che non andava e non va con i suoi film, i suoi libri, i suoi documentari. L'ultimo, "Casa d'altri", premiato con il primo cortometraggio racconto dell'anima ferita di Amatrice dopo il terremoto del 24 agosto 2016 premiato al Festival Cortinametraggio con un Nastro D'Argento speciale dal Sindacato dei Giornalisti Cinematografici. Perché quella storia?

"Il mio è stato un gesto di protesta contro certi silenzi che riguardano la tragedia del terremoto di Amatrice, ma non solo. Sono partito da questa domanda: perché certe tragedie accadono periodicamente? Non si deve piangere dopo la tragedia, ma un riparo, una soluzione, vanno trovate prima perché le vittime, una volta che ci sono, non possono più protestare".

Nella sua vita ha avuto più delusioni o sconfitte?

"Non me ne ricordo nemmeno una di sconfitte, ma di delusioni sì e anche tante, soprattutto quando faccio un film di cui non posso ovviamente mai saperne prima l'esito".

Quale è stata la usa più grande conquista?

"Oltre ad essere diventato padre, la mia conquista più grande è fare questo lavoro con una serenità che prima non avevo. Per il primo lungometraggio, avevo anni di tv e gavetta come aiuto e sceneggiatore, ma ero nel panico da prestazione. Nel 1982 parlavo di terrorismo quando era una realtà di tutti i giorni e lo facevo in termini particolari: la storia di un figlio che sospetta un padre terrorista, un cattivo maestro come si diceva allora. Farlo mentre a Milano dove ogni giorno c'erano sempre attentati, mi turbava molto in rapporto al mio lavoro. Accadeva quello che raccontavo nel film. Poi con "Porte Aperte", altro mio film, il macchinista mi disse che gli ricordavo Monicelli e da quel momento qualcosa cambiò. Ho iniziato a lavorare accettando anche di poter sbagliare".

L'ultimo suo film, "La tenerezza", è stato molto apprezzato ed amato dal grande pubblico, ha ricevuto premi, tra cui il recente David al suo interprete, Renato Carpentieri. Dopo aver preso il premio ha detto che la tenerezza "è un virtù rivoluzionaria". Per lei, Amelio, cos'è la tenerezza?

"Prima di me e di Carpentieri c'è stata la voce di sua santità, Papa Francesco, che ha ricordato in un'omelia che l'uomo ha bisogno di tenerezza. La tenerezza è per me un bisogno che noi esseri umani cerchiamo di nascondere. In genere, soprattutto noi uomini, non abbiamo quel coraggio di fare il gesto perché scambiamo la tenerezza per debolezza, o abbiamo paura che un'altra persona ci consideri fragili perché chiediamo scusa dopo qualcosa che ci ha divisi, o sembriamo arrendevoli, deboli...no, non siamo affatto così, lo ha detto anche il Papa che è una mente politica straordinaria oltre che un uomo di chiesa. La tenerezza è necessaria, è uno stato d'animo che ci rende felici, non scordiamolo mai".

VENEZIA 79. Le Favolose, ribelli senza rimpianti, e il tema Lgbtq+ che attraversa il Festival. Teresa Marchesi su huffingtonpost.it l'1 Settembre 2022

Le amiche transessuali riunite da Roberta Torre in un film delle Notti Veneziane sono testimoni di un’epoca di rivoluzione sessuale, tra gli anni ’70 e gli ’80, consegnata al passato.

"Noi siamo fantasmi. Non madri, non mogli, non figlie, non lavoratrici riconosciute, non donne, non uomini: persone che non esistono, per la società civile": è bella la dichiarazione in margine di una de "Le Favolose", le amiche transessuali riunite da Roberta Torre in un film delle Notti Veneziane che va in sala il 5, 6 e 7 settembre con Europictures.

Sono ribelli senza rimpianti, testimoni di un’epoca di rivoluzione sessuale, tra gli anni ’70 e gli ’80, consegnata al passato. Si riuniscono nella casa dei loro incontri giovanili per ricordare Antonia, una di loro che la famiglia ha sepolto vestita da uomo, per vergogna della sua identità scelta. C’è una seduta spiritica, anche, ma senza barriere tra i vivi e i morti. È una fiaba nostalgica e vitale insieme, quella intessuta da Roberta Torre, con il filtro della memoria a guidare i racconti, perché “il tempo fa vedere le cose, non le cancella”. Hanno vissuto di prostituzione (ma senza protettori), ”perché senza la prostituzione, in un mondo che non ci prevedeva, non saremmo sopravvissute". Diverse perché hanno scelto il corpo che si sentivano, capaci di godere, ora che l’età su molte di loro ha lasciato il segno, della leggerezza contagiosa di un ballo: è “Ain’t Misbehavin” di Fats Waller, memoria di una indimenticabile Gena Rowlands per John Cassavetes. Storia inseguita da tempo dalla regista, partendo dalla vicenda di una famiglia che si era ‘appropriata’ in morte del corpo del figlio trans, dopo una vita trascorsa a inseguire la femminilità. Ma c’è una parte ‘privata’ e personale della regista nei super 8 che corredano il film: vecchie riprese di suo padre bambino, “che tra le vecchie foto delle mie ragazze trovavano la loro giusta collocazione emotiva”. “Le Favolose” hanno un nome: Porpora Marcasciano (autrice di saggi su argomento trans), Sofia Mehiel, Mizia Ciulini, Veeth Sandeh, Nicole De Leo, Massimina Lizzeri. Sono non-attrici con il carisma da attrici.

Parlo di “Le Favolose”, al di là del merito, anche perché il tema LGBTQ+, ovvero lesbian, gay, bisexual and transgender è il vero tema-guida di Venezia 79. E’ trasversale, attraversa tutte le sezioni della Mostra. È al centro di tre dei cinque film italiani: ne “L’immensità” Emanuele Crialese affronta per la prima volta la sua formazione di uomo in un corpo di ragazza; Gianni Amelio rievoca il clima da Inquisizione del processo Braibanti, dove il crimine non detto era l’omosessualità; Andrea Pallaoro, con “Monica”, racconta una bellissima trans americana e la sua riconciliazione con la famiglia. Ancora: “Tàr” di Todd Field, in concorso, mette in scena un one-woman-show di Cate Blanchett, direttrice d’orchestra in un universo maschile, che cade in disgrazia per omosessualità e accuse di molestia (e viene in mente anche il suo “Carol”, con Todd Haynes). Preciso che il film, nonostante i miracoli di Cate, è di un tedio infernale. Già nei primissimi giorni, è un tema che dilaga in “Three nights a week”, alla Settimana della Critica, e poi in “L’Origine du Mal”, a Orizzonti extra, con la magnifica Laure Calamy. Battaglie civili di integrazione, dunque, e complicati rapporti tra genitori e figli: sono i due fili rossi da seguire in questa Mostra.

Venezia 79, gender e libertà: la Mostra racconta il coraggio di scegliere. Arianna Finos su La Repubblica  il 3 settembre 2022.

Da “Monica”, accolto da undici minuti di applausi, a “Le favolose”, la rassegna declina in tanti modi il tema dell’identità sessuale

Venezia - Monica torna a casa dopo vent'anni ad accudire la madre che aveva rifiutato la sua transizione, Adriana è un'adolescente che negli anni Settanta veste da maschio e vuole essere chiamata Andrea, le favolose sono un gruppo di amiche riunite al festoso "funerale" risarcitorio dell'amica trans, seppellita dalla famiglia in abiti maschili. Alla Mostra quest'anno, sparsi tra le sezioni, ci sono tanti film - alcuni interessanti, altri brutti, altri ancora sorprendenti, e poi sentimentali, comici o rabbiosi - affrontano i temi dell'orientamento sessuale e quello dell'identità di genere. E ci sono storie in cui personaggi gay, lesbiche e trans non sono il centro o la questione, ma il semplice riflesso della nostra realtà quotidiana, alla vigilia di un possibile cambio di matrice conservatrice.

L'orizzonte narrativo, si è allargato. E da quanto visto (finora), se Trace Lysett fosse, con Monica, ritratto delicato di un personaggio femminile - accolto da undici minuti di applausi - la prima trans a vincere la Coppa Volpi, lo dovrebbe all'intensità della sua interpretazione, senza dover scomodare il politicamente corretto. "Ho fatto il provino a trenta attrici trans, ho capito subito che Trace era Monica", dice il regista Andrea Pallaoro. Grande attesa, tra gli italiani in gara, per Emanuele Crialese, che racconta l'adolescenza anni '70, tra crisi familiari e momenti musicali di una ragazza che si sente maschio (e si veste come tale), un film "non strettamente autobiografico, ma basato sulla mia esperienza personale", dice Crialese. Affermazione che dovrebbe bastare: al di là della curiosità suscitata, fuori dal racconto sullo schermo il regista è libero di non condividere le proprie scelte di genere.

Nelle sezioni collaterali Pinned into a dress, storia di Kurtis, cresciuto queer dentro una famiglia di abusi e dipendenze, ha creato l'alter ego Miss Fame, super modella drag, ma il successo che non ripara le ferite. Alle Giornate degli autori, Le favolose di Roberta Torre affronta la cancellazione dell'identità subita da molte transgender: la famiglia di Antonia si è impossessatw dei suoi beni e distrutto le foto, seppellendola con il nome maschile: "Antonia - dice Roberta Torre - rappresenta le persone trans che hanno perso la battaglia del riconoscimento della propria identità nel momento della morte". Sempre più spesso nelle biografie degli artisti emerge la volontà di identificarsi come persone non binarie: è il caso, alla Mostra di Tessa Thompson, la Valchiria di Thor, in giuria del premio Opera prima e Quintessa Swindell, 22 anni, coprotagonista di Master Gardener di Paul Schrader: "Essere non binari significa esplorare sé stessi al di fuori dei confini della società eteronormativa. Combattere per i sottorappresentati è allo stesso tempo un dovere e un privilegio. Essendo dove sono oggi, niente significa più per me che essere una voce per la mia famiglia prescelta".

Natalia Aspesi per “Il Venerdì – la Repubblica” il 29 agosto 2022.

Ho chiesto a una coppia di trentenni serenamente omosessuali e a un paio di loro coetanei serenamente etero, se sapessero chi era Aldo Braibanti e tutti, serenamente, mi hanno risposto di no. È vero, la sua è una storia nera italiana di più di cinquant' anni fa, estranea a quel '68 in cui i giovani erano certi di cambiare il mondo, e forse avrebbero potuto farlo, di prendersi il potere, e invece furono sconfitti, di liberarsi da ogni oppressione compresa quella sessuale, oggi con qualche risultato. 

Forse anche chi aveva vent' anni allora, i nonni di oggi, ne seppero poco, e in ogni caso in tanti se ne sono dimenticati. Ma non Gianni Amelio, che ha 77 anni ed è nonno appassionato di tre ragazze, due gemelle adolescenti e una di 19 anni che vive con lui.

«Avevo 23 anni, ero arrivato a Roma da un paio d'anni deciso a uscire dalla mia nullità, avevo grandi sogni, e avevo fatto i primi passi nel mondo del cinema, come aiuto di Vittorio De Seta per Un uomo a metà. Il processo contro Aldo Braibanti, che allora aveva 46 anni, era iniziato in Corte d'Assise a Roma il 12 giugno 1968, e io ebbi il coraggio di assistere, in mezzo al pubblico, a una sola udienza.

Fuori c'era la grande confusione delle manifestazioni studentesche, interessate ad altro. Lo vedevo solo di spalle, perché era rivolto verso i giudici, così fragile, così forte, deciso a non difendersi, a non rispondere alle domande provocatorie. E mi batteva il cuore. L'atmosfera era allucinante, colpevolizzante, la ritrovai poi al processo del Circeo, contro quei giovani fascisti stupratori, torturatori, assassini. Ero inquieto, immaginavo cosa avrei potuto provare se fossi stato al suo posto, se come tanti, allora, quasi tutti, non avessi continuato a negarmi». 

Quel ricordo crudele, quel senso di colpa, il destino umiliante e l'orgoglio dell'imputato, la ferocia stupida di quell'Italia di potere, solo adesso sono diventati un suo film, che sarà tra i cinque italiani in concorso alla 79ª Mostra del Cinema di Venezia e in sala dall'8 settembre. 

«Se sono arrivato oggi a questa storia così italiana è stato per un percorso naturale che mi ha sempre spinto, anche attingendo al passato, a parlare dell'aria che sentivo attorno. Ed è proprio dall'aria che respiriamo oggi che è nata in me l'esigenza di riproporre la figura di Braibanti, rispettando quello che lui dice in una scena: "Non voglio essere considerato un martire. Né mostro né martire"».

Titolo quasi fantasy, Il signore delle formiche, perché Braibanti era un appassionato mirmecologo, le nutriva, le studiava, le teneva con sé dentro una teca di vetro, e gli studenti che lo amavano cercavano per lui nei prati le regine ancora alate. 

Ma era soprattutto un intellettuale rispettato, un Maestro amato e temuto, un poeta, artista plastico e figurativo, drammaturgo e regista teatrale con un suo laboratorio a Castell'Arquato, nel piacentino. Figlio del medico condotto di Fiorenzuola d'Arda, aveva avuto una giovinezza di impegno politico, antifascista sotto il fascismo, arrestato e torturato dalla terribile banda Carità, partigiano, e nel dopoguerra per un certo tempo impegnato col Pci. E omosessuale. Ho visto al Teatro Parenti lo spettacolo ideato da Massimiliano Palmese sul processo, poi in parte incluso nel bel documentario Il caso Braibanti, 2020, di Carmen Giardina e dello stesso Palmese.

La sua immagine è quella di un uomo rimasto ragazzo, troppo magro, una gran testa di capelli neri, occhiali da vista enormi con grossa montatura nera: molto somigliante a Pasolini, di cui era coetaneo. Amelio gli ha dato la faccia ancora giovane di Luigi Lo Cascio e del suo personaggio il vestire trasandato e l'inflessione emiliana. 

Dice: «Il crimine di Braibanti era l'omosessualità, anche se per la nostra legge il reato di omosessualità non era previsto nemmeno allora, quando ancora vigeva il codice Rocco, perché secondo Mussolini il maschio italiano non poteva essere che virile.

Eppure il Pubblico ministero chiese per lui 14 anni di reclusione, precisando che era un anno in meno della pena per l'omicidio premeditato, "perché comunque di un omicidio si è trattato, quello della coscienza di un ragazzo innocente"». 

Il "ragazzo innocente" era Giovanni Sanfratello, un giovane di 23 anni che, questa l'accusa formale, Braibanti aveva "plagiato". Alla fine la Corte ridusse gli anni di carcere a nove, e dopo qualche tempo a due "per meriti partigiani".

Racconta ancora Amelio: «Per girare il film in quello stesso Palazzo di Giustizia di Roma dovevo mostrare la sceneggiatura e quindi ho limitato le parole infamanti e vergognose dell'accusa. Ma mi restano vaghi ricordi di invettive come "Voi donne siete fortunate, perché se non siete consenzienti con le vostre fauci potete stritolarglielo"; o anche "L'accusato si vantava di essere stato con un negro, una razza che ve la raccomando"». 

Allora non esisteva ancora il coming out, la ribellione scoppiò un paio d'anni dopo. E lei non fu certo tra i primi, dichiarò la sua omossessualità nel 2014. Un mio amico gay con consorte, una coppia felice, mentre raccontavo loro del nostro incontro, mi ha urlato: «Troppo facile fare coming out a 80 anni!»...

«A parte che non è vero, ognuno ha la sua storia. Io sono nato in Calabria, a San Pietro Magisano, nel centro della Sila. Mio nonno era emigrato in Argentina lasciando mia nonna incinta e non tornò mai più, forse si era fatto un'altra famiglia. 

Anche mio padre se ne era andato e fui io, da adulto, 15 anni dopo, ad andarlo a riprendere. Il nostro era un paese di vedove bianche, anche la mia famiglia era di sole donne e solo le donne hanno contato per me.

Io ero il loro riscatto. Per farmi uscire dal paese e studiare hanno affrontato qualunque sacrificio. Mia madre mi mandò a Catanzaro dalla nonna perché frequentassi le medie. Mia nonna mi spinse al liceo, mia zia all'università a Firenze: lei era cresciuta in orfanotrofio e, quasi analfabeta, era riuscita a diplomarsi infermiera e a diventare caposala operatoria. 

Diciamo che già da allora il trastullo del pisello non era la mia priorità: prima dovevo sfamarmi, e non sempre era facile, poi dovevo studiare, dovevo farcela, per me, per le mie donne. E per il mio sogno, che era quello di diventare maestro, di insegnare. Anche se ben presto capii che così come ero non me lo avrebbero mai permesso». 

Nel gruppo creativo attorno a Braibanti c'erano i giovani Agostino e Giovanni Sanfratello, che appartenevano a una famiglia del piacentino tradizionalista, ultraclericale e di estrema destra. E forse Agostino non accettò la preferenza di Braibanti verso il fratello o immaginò che quel legame fosse una diavoleria.

La famiglia perse la testa, doveva salvare il suo ragazzo dall'inferno del peccato mortale, e maestro e allievo furono costretti ad andarsene insieme a Roma, a dividere la stessa stanza in una pensioncina. Era l'ottobre del 1964, Giovanni era maggiorenne (allora lo si era a 21 anni) quando una notte quattro maschi Sanfratello piombarono in quel rifugio dove il letto era uno solo, matrimoniale, e riuscirono con la forza a rapire Giovanni che fu rinchiuso contro la sua volontà in una casa di cura per malattie mentali. 

Meglio pazzo che frocio?

«Nel film ci sono anche momenti della mia vita davvero crudeli. Quando avevo 16 anni un insegnante mi disse: "Se sei omosessuale o ti curi o ti ammazzi!". In quegli anni i giovani contestavano anche la famiglia, il suo potere senza scampo. Quella di Giovanni si dimostrò esemplare nella sua furia distruttiva: per "curarlo" consentirono che gli praticassero 40 elettroshock e ottennero di tenerlo prigioniero in casa». 

Dal paio di clip e dal trailer del film a disposizione di noi curiosi, ho visto la bella, fiduciosa, faccia dell'innocente Giovanni che si contorce nell'orrore degli elettroshock.

Una faccia sconosciuta, chi è l'attore?

«Per i due fratelli non ho voluto attori, ma ho cercato le facce giuste, di quegli anni e di quei luoghi, girando per bar, con gli avventori che portavano ancora la mascherina. Giovanni è Leonardo Maltese, Agostino è Davide Vecchi. Li vedrà, hanno una carriera assicurata». 

Nei giornali d'epoca la loro madre, seduta in tribunale, massiccia, col cappello da gran signora calato sugli occhi e sulle ginocchia, la borsa stretta tra le mani, è già una immagine da film.

«Vedrà la mia! È Anna Caterina Antonacci, il soprano che mi ha conquistato per il suo fisico forte e il modo di interpretare Verdi, perché è la musica di Verdi, così melò, carica di amore, a percorrere tutto il film. Anche lei non ha mai fatto cinema». 

Elio Germano, nelle poche immagini viste, ha sempre il cappello in testa (mi ricorda Italo Pietra quando era direttore del Giorno) e sotto il braccio la mazzetta dei giornali.

Figura davvero anni 60 del rude cronista: nel film lavora all'Unità e rappresenta quella parte della stampa di allora che non titolava "Il demonio in Corte d'Assise".

«Però il giornale comunista era anche molto prudente, la cronaca del processo non finiva in prima pagina, altri erano gli interessi della classe operaia...». 

Con Braibanti stavano i Radicali, che poi nel 1981 riuscirono a far cancellare il reato di plagio, in parte i socialisti, e gli intellettuali: Moravia, Elsa Morante, la Maraini, Piergiorgio Bellocchio e Pasolini, Maria Monti, Carmelo Bene...

«Ma erano ingenui, certi che Braibanti sarebbe stato assolto perché l'accusa di plagio era assurda. Non tenevano in conto che quella vecchia Italia era già furiosa per la contestazione, e aveva l'ossessione di difendere la famiglia come massimo potere».

Lei, come dicevamo, scelse il coming out nel 2014, e non so perché lo fece con me (in un'intervista a Repubblica il 28 gennaio 2014, ndr) parlando del documentario in cui raccolse le storie di persone che erano state giovani quando l'omosessualità era clandestina: titolo bellissimo dalla poesia di Sandro Penna, Felice chi è diverso.

«Ripeto, avevo altre priorità. La mia omosessualità, che non metto in discussione, non è mai stata il motore principale della mia vita. Questo film su Braibanti l'ho fatto con onestà e partecipazione sincera, ma non perché volessi tirare in ballo, come fosse una mia autobiografia traslata, i miei gusti sessuali o quelli di Aldo. Se c'è un elemento che mi ha colpito della sua esistenza, è stato l'accanimento su una persona indifesa, la carcerazione, la prepotenza dell'ingiustizia. Senza dimenticare la spinta dei sentimenti che hanno caratterizzato la sua storia, la tensione morale, la tenacia con cui ha affrontato le avversità senza farsi piegare. E il suo studio sulle formiche non è già una metafora bellissima di quanto lui tenesse all'umanità? Quanto al mio silenzio, non volevo essere "un gay che fa il regista".

Ero e sono un regista, e mi riconosco solo come tale, perché il sesso, per quanto importante, non è il mio tutto. E poi senta, non mi piacciono le etichette: la parola gay mi fa pensare quando si chiamavano "donnine allegre" le puttanelle. Ancor meno "non binario": ma se la ricorda Binario, la canzone di Claudio Villa, "...triste e solitario / tu che portasti via col treno dell'amore, la giovinezza mia". Allora mi pare più simpatico "culatòn", come era scritto in lettere nere, giganti, sulla casa materna di Braibanti a Fiorenzuola...».

Nel 2008, intervistato da Andrea Pini, il poeta si era espresso più o meno nello stesso modo e già preoccupato per il clima: «Il mio mestiere di vivere è stato ed è la poesia, e non posso dimenticare i miei interessi verso i gravi e attuali problemi ecologici. E voglio subito togliere di mezzo un possibile equivoco: io credo nella libertà sessuale e per questo penso sia giusto abolire ogni forma di etichetta». 

Pini, da quell'incontro, così lo descrive nel suo bel libro Quando eravamo froci (2011, Il Saggiatore): "Un meraviglioso signore dolce e gentile ma dal carattere assai fermo. È agile nei movimenti per la sua età, veste in modo semplice, non è molto alto di statura, una testa di capelli bianchi. Viveva col cane Lado in una vecchia casa popolare del ghetto di Roma sostenuto dalla legge Bacchelli". 

Il direttore della fotografia di Il signore delle formiche è Luan Amelio Ukai, che è già stato premiato per altri film e che è suo figlio adottivo.

«L'ho conosciuto quando giravo Lamerica in Albania, il ragazzo aveva 17 anni, ci aiutava in tutto sul set, e emanava la gioia di scoprire una vita magica. Diventai amico di suo padre, pieno di malanni dovuti al carcere per motivi politici. Mi disse: "Fa che diventi figlio tuo". Mi spaventai, non ero preparato. 

Ma poi mi convinsi. Gli trovai un piccolo alloggio vicino a casa mia a Roma e cominciai le pratiche di adozione. Dopo tre mesi incontrò una ragazza polacca e vivono insieme da 27 anni con tre figlie splendide. Il mese prossimo si sposeranno. Sono fiero di lui, del suo talento e del suo doppio cognome...». 

Aldo e Giovanni si sono incontrati ancora dopo quella tragedia?

«Nella realtà no, l'ultima volta è stato in tribunale mentre il ragazzo stroncato dalle cure non cadde mai nelle domande-trappola, difese sempre sia la sua libera scelta d'amore che l'innocenza del compagno. Ma i film consentono immaginazione». 

E lei, ha più visto Braibanti dopo il processo? 

«L'ho incontrato spesso negli anni 70 per strada, ma non ci siamo mai palesati. Una volta mi sono infilato nella cantina dove lui dirigeva un gruppo di attori, tra i quali c'era un mio amico. Ero sulle spine, oggi benedico quella intrusione perché mi ha permesso di raccontarlo "al lavoro" in una scena del mio film: brusco, duro, sgarbato, feroce, ai limiti di una arroganza che mi ha turbato. Era tutto tranne che simpatico».

Da tempo ormai film e fiction raccontano allegrissime storie gay anche con scene di sesso che se le vede Pillon si sente male: lei le ha osate nel suo film? 

«C'è un nudo frontale in campo lungo e tanti abbracci che sono ormai abituali. Nient' altro. In tutti i miei film non c'è un bacio. Il sesso sullo schermo è difficile da rappresentare. Meglio che stia fuori campo».

Il signore delle formiche esce nelle sale negli ultimi giorni di una orribile campagna elettorale, in cui si confondono l'Italia che è approdata a FdI e Lega e quella che ha disperso la sua forza in mille rivoli, tutti di poca e inconciliabile sinistra: secondo lei quale schieramento potrebbe esserne avvantaggiato?

«Non credo che un film abbia questo potere, soprattutto oggi. Piuttosto penso che sarà il film ad essere avvantaggiato da questo clima furibondo». 

Marco Giusti per Dagospia il 6 settembre 2022.

“Ah, noi… birbanti… Braibanti…”. Così Paolo Poli, travestito da Rita da Cascia, con tanto di parrucca con i treccioni, accennava a teatro negli anni '60 a un caso celebre e doloroso come quello di Aldo Braibanti che ora, sessant’anni o quasi dopo Gianni Amelio porta sullo schermo con “Il signore delle formiche” a risarcimento di una tragedia tutta italiana e di un processo farsa vergognoso che vedeva il professor Braibanti assurdamente accusato di plagio seconda una legge fascista che copriva indecorosamente la presenza dell’omosessualità nel nostro paese.

E quindi non prevedeva un processo e una punizione, come accadeva in Inghilterra, per l’omosessualità dichiarata. Nel caso specifico la “colpa” di Braibanti era quella di aver plagiato un suo giovane allievo, col quale viveva a Roma, ripreso prontamente dalla famiglia e massacrato con elettroshock, mentre a lui la nostra legge, dopo quattro anni di processi, sentenziò ben nove anni di carcere, che diventarono sei in appello e vennero poi ridotti a due per meriti partigiani.

Film difficile da fare, ancor più da scrivere presumo, non tanto per la storia in sé, quanto per la ricostruzione esatta del personaggio di Aldo Braibanti e il suo complesso ruolo nella cultura italiana del tempo. Studioso di insetti, poeta, commediografo, cineasta, scrittore, amico di Sylvano Bussotti, che nel film diventa un certo “Vanni Castellani”, di Alberto Moravia, di Alberto Grifi, di Carmelo Bene, legato a esperimenti teatrali come quelli del Living, attivissimo inchiestista politoc su Quaderni Piacentini, cosa che qui scompare del tutto, ma anche provinciale a Roma come già lo era stato Pasolini.

Luigi Lo Cascio ne dà un ritratto preciso di intellettuale chiuso in se stesso, quasi in una torre di superiorità, cosciente della sua intelligenza ma che sentenzia un filo troppo. Ma forse, a ben ricordare, allora, gli intellettuali isentenziavano tutti un po' troppo, con le frasi a effetto, cosa che faceva davvero effetto sui giovani del tempo. E, parlo per esperienza. L'idea di plagio altro non era, in fondo, che il fascino un bel po' predatorio che tanti di questi intellettuali spargevano fra i loro giovani amici e amiche. Pratica diffusa al di là dell'essere omo o etero.

Anche perché la differenza tra gli omosessuali alla Bussotti o alla Paolo Poli, più esibiti, più chiari, e alla Braibanti, più chiusi, in giacca e cravatta, era piuttosto chiara. Anche se la giacca e la cravatta, a teatro come alla Rai come nei giornali anche non di partito, mascheravano parecchio. Certo, la grande ventata libertaria sessantottina avrebbe cambiato un po’ le cose, ma nella prima metà degli anni ’60 non era facile capire come muoversi e cosa aspettarsi in ambienti non così protetti come quelli del teatro d’avanguardia o del cinema di Pasolini-Visconti-Bolognini o delle piccole comunità gay a Roma. 

E comunque, e in questo il film di Amelio ci prende, pure un partito come il PCI o un giornale come “l’Unità”, aveva un problema di evidente imbarazzo a difendere Braibanti omosessuale partigiano e dirigente di partito. Anche se la ricostruzione della redazione del giornale non mi sembra riuscita.  Detto questo “Il signore delle formiche” ci racconta, con qualche omissis e qualche nome cambiato una storia che andava raccontata trenta-quarant’anni fa, ma siamo fatti così, arriviamo sempre in ritardo, colpa dei produttori, si dirà, ma anche colpa di una certa codardia nel tentare imprese difficili da raccontare e da far digerire nel sistema maschilista e patriarcale della cultura italiana.

Del resto siamo ancora impegnati sul caso Moro e chissà quando spiegheremo al cinema il ritorno del fascio-sovranismo di meloni e Salvini. Uno sguardo meno lontano dalla storia, avrebbe potuto coprire qualche ingenuità. O spingere su qualche bertoluccismo in più, che da Amelio magari avremmo gradito, specialmente nella parte emiliana, dove brilla pur senza dire una battuta il Francesco Barilli protagonista di “Prima della rivoluzione” o la Adua di Gina Rovere che ci rimanda invece all’Adua di Pietrangeli, e dove si muove con grande attenzione e partecipazione il Braibanti di Lo Cascio, che poteva diventare un po’ più personaggio bertolucciano alla Gianni Amico.

Personaggi, ahimé, che da anni non esistono più, come non esiste più Gianni Amico e tutto quel mondo di intellettuali di provincia che fecero la nostra nouvelle vague e la nostra rivoluzione, anche teatrale (come Bussotti) . Non mi piace tanto, confesso, una sorta di messa in scena col personaggio che apre bocca come fossimo in uno sceneggiato anni ’60, che forse è una cosa voluta da Amelio per riportarci a quel mondo. 

 E trovo estremamente curioso il momento, importante nella storia, della vecchia madre di Braibanti che legge sotto i portici della sua città la lettera del figlio, finalmente un editore gli pubblicherà un libro, mentre la macchina da presa scopre la scritta terribile ma anche un po’ comica “la casa del culatòn”, che fa un po’ troppo Nando Cicero e che sembra assolutamente voluto. Un gesto di volgarizzazione di una storia che nella realtà comunque ne ebbe parecchia.

Strutturato in due parti, la storia d’amore e la fuga a Roma e il terribile processo-gogna, che è ricostruito fedelmente dagli atti e dalle cronache del tempo, il film è pieno di figure interessanti, a cominciare dal giornalista comunista Elio Germano, l’unico che prende davvero a cuore la vicenda, a sua cugina Sara Serraiocco, dall’esordiente Leonardo Maltese, che ritroveremo nel nuovo film di Marco Bellocchio, a Valerio Binasco. Forse, ripeto, avremmo voluto qualche bertolucciata in più, qualche travelling, un po’ più cinema rispetto alla storia. Ma forse la storia, stavolta, era la più importante da raccontare.

Gianni Amelio: «Essere gay per tanti è ancora un tabù o una malattia». Stefania Ulivi, inviata a Venezia, su Il Corriere della Sera il 6 Settembre 2022.

Il regista in gara a Venezia con «Il signore delle formiche», storia del processo al poeta e scrittore Aldo Braibanti. 

«Ho fatto questo film dare voce a chi non la ha. Le cose sono cambiate dal 1968, il reato di plagio non esiste più ma ci sono ancora persone che non possono dichiarare apertamente il loro essere gay, per tanti è ancora un tabù, o peggio una malattia». Gianni Amelio torna in gara a Venezia (dove vinse nel 1998 il Leone d’oro con «Così ridevano») con «Il signore delle formiche», il racconto dello sconvolgente processo al poeta, scrittore e drammaturgo Aldo Braibanti, che nel 1968 fu condannato a nove anni di prigione, accusato di plagio (un reato del Codice Rocco, poi abolito) ai danni di un giovane, Giovanni Sanfratello, con cui conviveva a Roma.

Il ragazzo fu rinchiuso dalla famiglia in ospedale psichiatrico e sottoposto a cure atroci tra cui l’elettroshock. «È un film sulla violenza e sulla ottusità della discriminazione. E sull’indifferenza. Io c’ero, sono andato a assistere a un paio di udienze, e posso dire che era ancora più doloroso per me sentire l’indifferenza generale, a parte i radicali e un gruppo sparuto di socialisti che protestavano nei giardinetti di fronte al Palazzaccio a Roma, come mostro nel film. E alcuni appelli sui giornali in favore. Il tema del processo contro un invertito, come si diceva allora, faceva paura. E non è finita». «Il Signore delle Formiche», prodotto da Kavac film, Ibc Movie, Tenderstories con Rai Cinema, uscirà in sala dall’8 settembre con 01 Distribution

Braibanti è Luigi Lo Cascio, il ragazzo («ma era maggiorenne») a cui Amelio ha cambiato il nome in Ettore è interpretato da Leonardo Maltese, Elio Germano è un giornalista dell’Unità, personaggio di fantasia e Sara Serraiocco è Graziella, sua cugina. «Per me il caso Braibanti ma soprattutto la storia d’amore tra un uomo e un ragazzo. Durante la lavorazione io ho vissuto una storia d’amore molto tormentata. Forse il film si è giovato di questo, ho scoperto le stesse fragilità del protagonista che è diventato molto autobiografico». Anche la conferenza stampa lo è stata quando il regista se l’è presa con un giornalista, rinfacciandogli il titolo a una critica su «Hammamet». Si è tornati all’attualità grazie a Franco Grillini, presidente onorario di Arcigay: «La questione omosessuale non è risolta — ha detto mentre Amelio e il cast lo applaudivano — basti pensare al vergognoso applauso in Senato per lo stop alla legge Zan».

Luigi Lo Cascio in 'Il signore delle formiche'. "I diritti meriterebbero una rivoluzione". Arianna Finos su La Repubblica il 7 Settembre 2022.

E' il protagonista del film di Gianni Amelio che ripercorre il caso Braibanti. "Forse l'arte può sensibilizzare chi ancora parla di devianze".

Non erano le folle di Harry Styles, ma ad attendere Luigi Lo Cascio all'arrivo in motoscafo all'Excelsior c'erano due ammiratori speciali: "I miei figli, dalla terrazza urlavano "papà, papà!". Da quando è venuto la prima volta con I cento passi, che ha dato il via alla carriera cinematografica ogni edizione "è una festa di famiglia, vengono da tutta Italia mamma e i fratelli, quest'anno anche i ragazzi". In Il signore delle formiche, il toccante film di Gianni Amelio in concorso, presta il volto a Aldo Braibanti, filosofo, docente, mirmecologo, condannato per plagio al carcere nel 1968, per aver "rubato l'anima" (parole del pubblico ministero) al giovane studente di cui era innamorato e con il quale era andato a convivere, contro il volere della famiglia.

Conosceva la storia di Braibanti prima del film?

"No, cosa che mi dispiace molto per due motivi importanti. Il primo è che è stato l'unico condannato in un processo per plagio che aveva l'intento di distruggere un diverso: ha subito l'enorme torto di vedere troncata una storia d'amore importante, essere perseguitato dalla famiglia, sprofondare economicamente. Ancor di più mi spiace il fatto che non conoscevo la sua importanza politica e culturale. Non ha voluto, dopo, farsi bandiera di quanto subito, reclamare qualcosa in cambio. C'è stata nei suoi confronti una dimenticanza strana, ha inventato il teatro di avanguardia, è il primo a Roma a cominciare quella stagione, dove ci sono tutti: Memè Perlini, Giancarlo Nanni, lo stesso Carmelo Bene dice che è stato lui a insegnargli adii diversi. Era scrittore e filosofo con pensieri soprattutto adesso da ascoltare, è stato uno dei primi a parlare di ecologia, un artista totale e uno scienziato, mirmecologo. Mi spiace non averlo conosciuto e incontrato quando c'era ancora, è morto nel 2014 a novant'anni, tra le difficoltà economiche. Spero che ci sia un ritorno di considerazione per la sua opera".

Nel film, sul caso Braibanti, la sinistra e l'Unità non fanno una bella figura.

"Rispetto ai diritti civili la sinistra si preoccupava di altre cose: del lavoro, dell'economia, delle ingiustizie sociali. Non è stata capace di stare vicina alla vita reale, legata dall'identità, alla vita intima delle persone, considerandola secondaria".

Oggi il tema dei diritti civili ha un ruolo importante nel dibattito politico.

"È vero, l'asse si è spostato sui diritti civili, ma lasciando indietro conquiste del lavoro - flessibilità, disparità sociale - perché oggi si pensa che il mondo non si possa più cambiare, che la gabbia sia d'acciaio. Si lotta sul punto dei diritti civili perché è come se nel resto i partiti si equivalessero, oscillando nella quantità dentro un unico registro un unico canone, che sembra impossibile e da cambiare. Dando per scontato che non ci sarà più una rivoluzione, che il mondo in mano a certi gruppi economici: dentro un mondo guasto cerchiamo di stare meglio che possiamo, ma senza grandi orizzonti. Lo dimostra il disinteresse per la politica, lo scontento generalizzato, in cui è scomparsa la dimensione del futuro e del comune".

Braibanti non era un personaggio empatico, spesso scelse il silenzio. Ha pagato anche per questo?

"Non si poneva il problema di come porgersi. Era quel che era, con i suoi difetti, limiti caratteriali nel rapporto con gli altri. Era una persona netta. Secondo lui - ed è vero - il processo è stato costruito. La sentenza era già scritta. Ripeteva che la vera vittima era il compagno Ettore, coma insulinici e una quarantina di elettroshock, esce dall'ospedale psichiatrico e ha una vita segnata dal programma dalla famiglia, che poi lo abbandona in malattia e povertà perché 'non raddrizzabile'".

Giorgia Meloni parla di devianza, parola non lontana da quelle del processo.

"Difficile dire cose che non suonino ovvie. Queste persone vivono nel nostro stesso mondo, ma non sono attrezzati affettivamente, cognitivamente, per capire il carico di sofferenza di chi è discriminato per la sua identità, affettività. L'arte forse, con parole e immagini riesce forse adaarrivare al cuore di chi queste cose non le ha ancora pensate. Spero che il film dia il suo contributo".

Alla Mostra arriva con tre film. È anche il cardinale/papa Ugolino nel film Chiara, in gara di Susanna Nicchiarelli e in Spaccaossa di Vincenzo Pirrotta.

"Mi piaceva la sceneggiatura di Susanna Nicchiarelli, e le figure di Santa Chiara e San Francesco, un mondo rivoluzionario. Braibanti è su quell'onda lì, la sua vita era francescana, non solo per la povertà, ma per l'unione con gli altri, l'amore per la vita in tutte le sue forme, l'ecologismo. Oggi nessuno di noi potrebbe vivere un solo giorno nella nuda povertà. In Spaccaossa sono "Machinetta", giocatore di videopoker vittima della banda che proponeva a chi era in difficoltà, di farsi spaccare le ossa per incassare dalle assicurazioni, che incassavano loro".

È stato un anno pieno di cinema, per lei.

"Sì, complice la pandemia e i teatri chiusi. Ho avuto anche Delta di Michele Vannucci a Locarno, e a dicembre sono protagonista della seria Amazon The bad guy. Sono un giudice integerrimo, barbuto, cento chili di peso. Vengo incastrato, condannato al carcere. All'uscita decido di vendicarmi, cambio identità, mi trasformo fisicamente, entro nel mondo dei mafiosi spacciandomi per uno di loro. È una comicità assurda, ma funziona".

Il cinema la vede più in ruoli impegnati.

"Sì, ma io vengo dal cabaret. Da studente di medicina facevo teatro da strada e cabaret nel gruppo 'Le ascelle', sketch sulle secrezioni del corpo umano, dal sudore al resto. Eravamo un gruppo di palermitani a Bologna, ex atleti e supporter della nazionale atletica leggera. Ci pagammo il viaggio a Helsinki con spettacolini a ogni tappa del viaggio. All'Accademia ho portato Petrolini, facevo parti comiche. I cento passi e Luce dei miei occhi, entrambi a Venezia, sono stati i film che hanno acceso l'interesse dei registi. A Venezia sono venuto dieci volte, per me è ogni volta è un ritratto di famiglia che si allarga".

Amelio, storia d'amore, di plagio e d'autobiografia. "Il signore delle formiche" racconta il caso Braibanti, quando (nel '68...) l'omosessualità era una malattia. Pedro Armocida il 7 Settembre 2022 su Il Giornale.

La storia è stata raccontata con precisione nel bel documentario di due anni fa di Carmen Giardina e Massimiliano Palmese dal titolo Il caso Braibanti. E cioè il processo, nel fatidico 1968, al drammaturgo, poeta e mirmecologo Aldo Braibanti con l'accusa di plagio per aver sottomesso alla sua volonta, in senso fisico e psicologico, un suo studente e amico maggiorenne. Il ragazzo, per volere della famiglia che portò Braibanti dietro il banco degli imputati, venne rinchiuso in un ospedale psichiatrico e sottoposto a una serie di devastanti elettroshock, perché «guarisse» da quell'influsso «diabolico». Braibanti fu condannato a nove anni di detenzione.

Ora la vicenda, che ripropone uno spaccato dell'Italia in cui le persone omosessuali venivano definite «invertiti» o «pederasti» e ovviamente il processo basato sul reato di plagio voleva colpire questo tipo di «devianza» , è diventato un film presentato in concorso a Venezia 79, Il signore delle formiche, diretto da Gianni Amelio che fa un'operazione simile a quella del Craxi in Hammamet, innestando una vicenda reale nella sua (auto)biografia più politica o personale. Perché è vero che il racconto del personaggio di Aldo Braibanti, interpretato con straordinaria aderenza da Luigi Lo Cascio, segue esattamente quello storico dal laboratorio artistico di Castell'Arquato in provincia di Piacenza, agli anni romani e al processo ma Amelio, insieme agli sceneggiatori Edoardo Petti e Federico Fava, poi inizia a inventare la realtà siamo pur sempre in un film di finzione cambiando il nome e cognome alla giovane vittima di tutta questa vicenda, che qui si chiama Ettore (bravissimo l'esordiente Leonardo Maltese) mentre nella realtà è Giovanni Sanfratello, e costruendo un peculiare personaggio, il giornalista dell'Unità Ennio impersonato da Elio Germano. «Non potevo tacere il nome di Braibanti che è il focus del film spiega il regista ma ho cambiato i nomi della famiglia vera perché non volevo che la storia diventasse un fatto personale mentre invece volevo che rappresentasse una famiglia simbolica classica della provincia italiana». Questa invenzione, se da una parte esclude dal ricordo, e dalla denuncia di quanto gli è accaduto, la principale vittima, lobotomizzata, della vicenda, dall'altra apre il film agli spunti più autobiografici del settantenne Gianni Amelio che, solo qualche anno fa, ha fatto coming out: «Certe parole sono state dette a me, quando avevo 16 anni, e nel film le faccio ripetere ad un personaggio in calabrese, perché io sono calabrese: L'omosessuale ha due scelte, o si cura o si ammazza» sottolinea il regista de Il signore delle formiche che uscirà nelle sale domani.

Sembra proprio che Amelio abbia voluto chiudere alcuni conti personali con il suo passato perché, attraverso il personaggio del giornalista dell'Unità ossia, ricordiamolo ora che non c'è più, il quotidiano organo del Partito Comunista italiano attacca proprio quell'area politica. Spingendosi a mettere in scena un caporedattore, anche qui interpretato con grande efficacia da Giovanni Visentin, che censura gli articoli del suo giornalista sul caso Braibanti spingendolo addirittura alle dimissioni. Sui titoli di testa del film campeggia la scritta «Liberamente ispirato a fatti accaduti negli anni Sessanta» per cui è indubbio che Amelio abbia voluto raccontare la «sua» esperienza di realtà celebrando invece il Partito Radicale che, grazie a Pannella omaggiato con l'immagine di una Emma Bonino ripresa al giorno d'oggi che però ha iniziato a fare politica successivamente, nel '74, è stato quello che ha capeggiato la protesta di tanti intellettuali, da Moravia a Pasolini a Marco Bellocchio che ora è il produttore del film con Ibc Movie, Tenderstories e Rai Cinema, contro un processo scandaloso, arrivando poi, nel 1981, alla cancellazione del reato di plagio.

Un film dunque molto personale come evidenziato dallo stesso Amelio che, all'inizio della conferenza stampa, prima di aver avuto un diverbio con il critico dell'Espresso Fabio Ferzetti per un titolo di due anni fa su Hammamet, si è confidato così con i giornalisti: «Ci sono in me delle fragilità umane che io ho rivissuto con questo film. Ho scoperto le stesse fragilità di Aldo Braibanti, questo ha giovato al film ma non a me come persona. Penso di aver dato il massimo come regista. Braibanti si è innamorato, mi sono innamorato anch'io. Non mi è andata male come a Braibanti, non sono andato in carcere come lui ma sono chiuso in un mio carcere personale. Sono l'uomo più disperato del mondo».

·        Gianni Mazza.

Gianni Mazza, confessione clamorosa: "Se è viva è solo grazie a Berlusconi". Francesca D'Angelo su Libero Quotidiano l’8 novembre 2022

Il suo cv recita: pianista, compositore, arrangiatore e direttore d'orchestra. Poi però chiedi a lui e ti dice: «Mano, sono solo un anziano che si è sempre rifiutato di crescere!». A parlare è il Maestro Mazza: il sodale compagno di avventure tv di Renzo Arbore, Corrado, Michele Guardì, Fabrizio Frizzi, Nanni Loy (giusto per citarne alcuni) e, prima ancora, il pianista di Little Tony. Sue sono le sigle di tantissimi show televisivi, come Scommettiamo che?, e, ora, il nostro ha dato alle stampe il suo primo libro: l'autobiografico "Non ricordo una Mazza" (Bertoni Editore). 

Soddisfatto?

«Molto. Però, lo prometto: basta, non ne scriverò un altro! È stato faticosissimo! Potrei essere tentato giusto dall'idea di un'opera postuma, per dire quello che non ho detto finora. Tanto a quel punto sarei morto: fatemi pure causa!».

Ha dei sassolini che vorrebbe togliersi?

«Chi non ne ha? Per la verità la mia è più che altro sabbiolina. Però la tentazione c'è».

Come è nata l'idea del libro?

«È stata tutta "colpa" della pandemia. Ero in un momento di stanca, non avevo programmi tv e mi sono intristito. Ho sentito quindi il desiderio di fare il punto sulla mia vita».

Voleva lasciare una traccia?

«Na' traccia de che? No, no: mica l'ho fatto per divulgare la mia opera nel mondo! Semmai è stato una sorta di regalo che ho voluto fare a me stesso: sono sempre stato schivo, amante delle retrovie. Mo' mi sono concesso un libro!».

Nella biografia, per dimostrare che è nato a Roma ha inserito la foto di una buca! Ormai è più rappresentativa del Colosseo?

«Eh be'! Tra l'altro proprio in quella buca ci ho rimesso la ruota anteriore destra della mia macchina. Pensavo di fare causa al Comune, ma poi ho lasciato perdere perché sarebbe stata una rogna. Per cosa, poi? Cento euro scarse?».

Le piace il nuovo sindaco Gualtieri?

«Lo devo ancora capire. Inizialmente ho pensato: "Che sta' a fa? Non è cambiato molto". Ora però Roma è piena di cantieri. Spero quindi che qualcosa, finalmente, si stia muovendo. Poi, certo, anche noi romani dobbiamo migliorare».

In che senso?

«Le pare possibile che mollano i materassi davanti ai cassonetti?».

Per otto anni è stato pianista di Little Tony: qual è la cosa più pazza che avete fatto?

«In realtà lui era un ragazzo tranquillo, molto educato, rispettoso. Pensi che ha sempre pagato, di tasca propria, i contributi a tutti quanti! Quanto alle follie, ne abbiamo fatte poche: giusto le corse in macchina. Quelle, davvero, sono state un azzardo».

Mi racconti.

«Tony aveva dei macchinoni prestanti e, all'epoca, non c'era l'obbligo delle cinture di sicurezza né il limite di velocità. Ricordo che una volta Tony si ingarellò e facemmo, a tutto gas, il tratto appenninico sulla sua Ferrari California».

Poi ha conosciuto Corrado e ha debuttato, per la prima volta, in video. Erano gli anni dell'ascesa di Berlusconi: Fininvest ha rivoluzionato la tv come oggi Netflix?

«Certo! Berlusconi ha dato una sveglia al servizio pubblico che, diversamente, sarebbe ancora al bianco e nero. La Rai era madre e padrona: un broadcaster molto serio, a tratti noioso. I canali di Berlusconi erano invece più scanzonati e giovanilistici. Era un modo nuovo di fare tv, che ha cambiato anche il costume. Non sempre in meglio, a onor del vero. Alcune logiche dell'intrattenimento sono state peggiorative».

Oggi Berlusconi è tornato sulla scena politica: ha fatto bene?

«Mi fa piacere che ci sia perché penso che lui non riesca a fare a meno della politica. Forza Italia tra l'altro è il Cavaliere: se va via, chi ce' sta? Boh... Detto questo, non sono d'accordo con alcune dichiarazioni di Berlusconi, mi suonano assai strane, ma secondo me nemmeno lui ci crede veramente».

In che senso?

«È un uomo molto intelligente. Probabilmente dice certe cose per fare notizia ma poi col cavolo che le fa! (ride, ndr)».

Le piace la Meloni?

«Sì, molto. Non l'ho votata ma sono felice che abbia vinto».

Ma questo è un ragionamento da paraculi!

«Eh, be'! Non l'ho votata per stare in pace con la mia coscienza, ma tanto ero sicuro che avrebbe vinto lei! (ride, ndr) Penso sia la donna giusta per l'Italia. L'unica mia riserva è... sugli altri: spero che la lascino lavorare senza romperle troppo le scatole, in modo che possa realizzare quello che ha promesso. Tra l'altro la Meloni fa bene anche al Pd: sta dando la sveglia alla sinistra».

Torniamo a lei. Dopo Corrado, è stata la volta di Renzo Arbore con Quelli della notte e Indietro tutta... cosa resta di quel mondo?

«Poco. Quanto mi piacerebbe infatti tornare a quell'epoca! Ci divertivamo tantissimo! Eravamo degli "intrusi" all'interno del palinsesto Rai: andavano in onda quando il canale, teoricamente, doveva essere spento. Eravamo liberi di poter dire tutto, abbiamo sperimentato molto».

Secondo lei, oggi, i conduttori tv si divertono ancora così tanto?

«Insomma. La mia impressione è che non siamo più onesti come prima. Abbiamo imparato a sorridere, a far finta di essere felici di vederci: baci, abbracci ma alla fine è tutto finto! Non è vero nulla. Io, Arbore, Frassica e gli altri eravamo invece amici per davvero. Non ci preoccupavamo di proporre contenuti alti: giocavamo insieme, e basta. "Tanto chi ci vede?", pensavamo. Invece poi siamo diventati un fenomeno».

A quel punto vi siete montati la testa?

«Qualcuno sì, ma è stata una cosa momentanea. Di certo non io, anche perché non sono mai diventato un personaggio. Non mi è cambiato granché: è sempre stato difficile sbarcare il lunario, oggi come allora».

Non è un uomo agiato?

«Vivo della mia musica e questa è la ricchezza più grande. Però non sono agiato: sono un uomo normale».

Secondo lei Arbore ha eredi?

«Uno sì: Fiorello».

Lei ha lavorato pure con Michele Guardì. Ha dato a Rai2 l'unico programma che funziona pure oggi, I Fatti vostri.

«È un programma molto popolare, che tiene compagnia senza fare danni. Mi piace molto».

Da quando è scoppiato il "caso Adriana Volpe", Giancarlo Magalli non è più nel team de I fatti vostri: le risulta che sia effettivamente così spiacevole nei riguardi delle donne?

«Non so se sia vero... Più che altro Magalli è un uomo po' impetuoso che invece di mozzicarsi la lingua fa la battuta. Alla fine, quindi, è scivolato ed è da un po' che non lo vedo in tv».

Anche Claudio Lippi è finito in panchina.

«È un vero peccato! Lippi è simpaticissimo e talentuoso ma, inspiegabilmente, non lo stanno facendo lavorare».

E lei?

«Io cosa?».

Quando torna in tv?

«Boh, e che ne so'!».

Non è dispiaciuto?

«Diciamo che la tv serve per dire: "Ciao, io sto qua: esisto ancora e ora vi dico quello che sto facendo a teatro o in concerto" ».

I suoi colleghi over70 hanno ceduto ai reality: una svolta possibile anche per lei?

«No, grazie. In passato mi invitarono al Grande fratello ma ho rifiutato: non ce la farei. Voglio dire: hanno un solo bagno - uno solo! - per tutte quelle persone! Non fa per me». 

·        Gianni Morandi.

Marco Morandi: «Sanremo? Finché ci va mio padre Gianni non posso andare». Barbara Visentin su Il Corriere della Sera il 3 Novembre 2022.

Il cantante torna alla musica a 10 anni dall’ultimo singolo con un omaggio a Rino Gaetano: «Un brano nato in sogno» 

Cosa si sarebbero detti Rino Gaetano e la sua fidanzata storica Amelia Conte se quell’incidente d’auto del 2 giugno 1981 non se lo fosse portato via ad appena 30 anni? Marco Morandi li immagina dialogare in «Centonove», brano con cui omaggia il grande cantautore e con cui torna alla musica a 10 anni dall’ultimo singolo. «L’anno scorso ricorrevano i 40 anni dalla sua scomparsa, avevo trascorso una serata parlando di lui, immaginando che cosa avrebbe potuto dire oggi. Poi, quasi in un sogno, ho scritto di getto quel che avevo nella mia testa — racconta Morandi —. Il mattino dopo ho scoperto che anche Piji, l’amico cantautore con cui ne stavo parlando, aveva scritto qualcosa e sono rimasto sconvolto dalla coincidenza».

La fusione dei due testi è diventata «Centonove», dove il titolo riprende un verso di Rino Gaetano, «prendo il 109 per la rivoluzione»: «La canzone immagina la storia d’amore con Amelia che continua, d’altra parte avevano preso casa insieme, si dovevano sposare, avevano fatto i progetti di una coppia felice», dice Morandi. Proprio la compagna, insieme a fan, amici e collaboratori storici di Gaetano, compare nel video del brano: «Ho avuto la fortuna di conoscerla tempo fa, è una persona deliziosa, molto riservata».

La figura di Rino Gaetano è sempre stata centrale per Marco Morandi, 48enne figlio di Gianni che ha collezionato esperienze nella musica, in tv e a teatro: «Porto in giro la sua opera da molti anni, mi è stato concesso di cantarne la canzone inedita “Nuoto a farfalla” e abito anche in via Rino Gaetano» racconta. Secondo lui, è un artista in grado di parlare più che mai alle nuove generazioni: «Ci sono un sacco di giovani che trovano in Rino spunti e riflessioni, lo vedo ai concerti, quando arrivano ragazzi di 15-17 anni che sanno le sue canzoni a memoria. È vivo e attuale». Negli artisti nuovi manca una figura simile alla sua: «Trovare qualcuno con una visione fuori dal coro è difficile. Forse manca un po’ di coraggio, forse siamo distratti da mille cose e facciamo fatica a focalizzarci sulle cose importanti».

Marco Morandi nei prossimi mesi sarà in tour nei teatri con lo spettacolo «20 canzoni da portare su un’isola deserta», una collezione di pezzi che lui ritiene fondamentali, tra cui non possono mancare certo anche alcuni titoli di Rino Gaetano. Negli scorsi anni, tra le sue produzioni teatrali, c’è stato anche «Nel nome del padre storia di un figlio di…», spettacolo con cui ha deciso di mettere in scena oneri e onori dell’essere figlio di Gianni Morandi: «Mi sono reso conto che le domande della gente sono inevitabili così ho deciso di scherzarci su e raccontare io stesso degli aneddoti — spiega —. È stato anche un modo per esorcizzarlo. All’inizio potevo soffrire un po’ l’incombenza di avere un genitore come lui, ma ora sono sereno».

Per arrivare a questa serenità, racconta, «c’è un equilibrio da trovare con se stessi. Io mi sono fatto le mie esperienze e ho avuto le mie soddisfazioni». Gianni, con cui ha lavorato anche in tv, «è stato un padre abbastanza normale, certo non poteva essere molto presente, ma riusciva a esserlo con i principi di base. Non mi ha dato più di tanti consigli, ma vederlo lavorare sul campo mi ha fatto capire molte cose». Tornerà a Sanremo, dov’è stato l’ultima volta 20 anni fa? «La battuta che faccio sempre è che finché ci va mio padre non posso andare io. Quindi aspetto che lui non ci vada per andare».

Serena Grandi e l'ex Gianni Morandi: Perché l'ha lasciata. Da twnews.it e velvetgossip.it l'11 luglio 2022.

Selena Grandy e Gianni Morandi erano insieme quando il cantante era all'apice del suo successo. Improvvisamente, la feroce storia d'amore era finita.

Serena Grandi e Gianni Morandi non sono durati a lungo, ma è rimasto uno dei ricordi più belli dell'attrice che ha fornito i dettagli. Una storia d'amore da Barbara d'Urso qualche anno fa. È facile abbandonarsi con sicurezza al soggiorno di un presentatore napoletano e Grundy ne sa qualcosa. In effetti, è stata proprio lei a parlare dietro le quinte della sua relazione con Morandy che ha attirato molta attenzione sulle pagine della rubrica di gossip. Anni dopo, la storia d'amore, nata nel lontano1983, continua oggi a stimolare la curiosità tra i fan. Visibilmente emozionata, Serena Grandi ha raccontato a D'Urso della sua trama di amore giovanile con il famoso cantautore bolognese. .. Oltre a poter contare su una carriera di successo nel campo della musica, artista poliedrico che si è cimentato come attore e ha condotto diverse edizioni del Festival della Canzone Italiana. ..

Serena Grandi e Gianni Morandi: differenza di età 14 anni

Lei aveva solo24 anni. E non era ancora Femme Fatale che ha fatto tanti film della commedia italiana. 38È sempre stato una delle voci più famose della musica italiana. Per Serena Grandi è stato un amore importante, anche se è durato pochi mesi, ma nonostante un periodo così breve l'attrice ne ha fatto una delle emozioni che ha davvero commosso qualcosa nella sua vita. Sente una classica farfalla sulla pancia, "svolazza" proprio accanto a lui, e se la relazione continua, anche lei ha intenzione di sposarlo. Ho ammesso che lo sarebbe stato.. Ma il lieto fine non è stato il destino di questa storia. Infatti, qualche mese dopo, Serena e Gianni erano già lontani. Capisco davvero qual è il motivo dello scioglimento finché Serena Grandi (Il Salotto di Barbara Duso) non apre lo scrigno dell'amore sepolto in altri ricordi e svela altri dettagli molto importanti. Non ne ho avuto l'occasione.

Grandi di Barbara d'Urso: "Perché ci siamo lasciati"

In un modo più appropriato posto come lo studio di una conduttrice a Napoli che non è successo. Non molto tempo fa, l'ospite della D'Urso Serena Grandi ha raccontato perché ha portato a una rottura decisiva tra lei e Gianni Morandi. "Ci siamo lasciati perché lui era un po' più grande e io non ero pronto per entrare nella famiglia allargata. Ero molto giovane", ha detto l'ospite. .. Ma non è tutto! In un'intervista al settimanale DiPiù , ha anche parlato della sua intenzione di sposare una cantante e delle sue sfortunate conseguenze. " Ad un certo punto Gianni ha chiuso tutti i ponti. C'erano anche bambini al centro", dichiarando ancora Grundy, ma non nascondeva il fatto che era molto malato.

Anticipazione da “Oggi” il 6 luglio 2022.

In un’intervista a OGGI, in edicola da domani, Gianni Morandi racconta la sua esperienza al Jova Beach Party: «Sarò in quasi tutte le date del tour, questa estate non ho preso impegni. Lorenzo per me è stato una botta di giovinezza». 

Nell’anno in cui celebra i 60 anni di carriera e a pochi giorni dall’uscita di «La ola», terzo brano scritto da Jovanotti, scherza sul successo delle origini: «“Fatti mandare dalla mamma”. 

Ho provato a toglierla dal mio repertorio: cavolo, era un po’ un incubo, mi troverò sul palco col bastone a cantarla! Poi però la gente ci rimaneva male. Mi immagino quando il telegiornale dirà: se n’è andato Gianni Morandi. 

E metteranno Fatti mandare dalla mamma… Sdrammatizziamo. Io vorrei morire sul palco, un colpo secco, magari!». 

Su che cosa abbia imparato nel tempo dice: «Che non bisogna mai abbattersi, ma andare sempre avanti, inventarsi qualcosa… Io non sono mai stato il più bravo. Tanta gente cantava meglio di me, scriveva meglio di me, stava sul palco meglio di me e non ha avuto quello ho avuto io. Sono nato con la camicia. Non ho fatto la storia, l’ho attraversata, come Forrest Gump». 

Morandi e l'ucraina ospitata: "Non parlavamo, stava chiusa in stanza". Edoardo Sirignano il 9 Aprile 2022 su Il Giornale.

L’artista ha ospitato per quindici giorni nella propria abitazione una profuga in fuga dalla guerra.

Gianni Morandi ospita una profuga ucraina per quindici giorni. É quanto ha rivelato il noto cantante in un’intervista con Massimo Giletti su Rtl 102,5. L’artista questa volta, come dice il testo della canzone che è arrivata seconda a Sanremo, ha davvero aperto le porte. L’ospite della villa a Bologna è stata a una 69enne in fuga dalla guerra.

“Si chiudeva in camera – rivela Morandi – piangeva e cercava di parlare al telefono con alcuni familiari che erano là. Non riuscivamo a comunicare molto bene con lei perché parlava solo ucraino o russo”. Pur non comprendendone i contenuti, comunque, non sono passate inosservate al compositore le lunghe conversazioni tra la signora e i suoi parenti. L’autore di “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones” fino a ora solo con la musica aveva raccontato i momenti tragici di un conflitto.

Non a caso, però, come da lui stesso rivelato, quell’incontro gli ha ricordato di essere nato appunto durante un momento simile alle immagini che oggi vengono trasmesse dai telegiornali. “Un soldato americano – racconta il nativo di Monghidoro – portò una coperta a mia madre che stava partorendo. Per questo americano, mi chiamavo Little John, chissà dove è finito”.

Ecco perché il cantante ha voluto instaurare un rapporto speciale, sin da subito, con la sua ospite che “è voluta tornare a casa sua, nonostante le bombe”. Lo stesso volto noto della musica, però, ha sottolineato come quei giorni non li dimenticherà mai. Ha tenuto a restare in contatto con la 69enne fino a quando non si è accertato che il suo ritorno in patria fosse andato nel migliore dei modi.

Per il cantautore è stata “un’emozione indescrivibile” quando la signora lo ha ringraziato per l’ospitalità ricevuta. Quegli attestati di stima lo avrebbero riportato alla sua infanzia e ai ricordi della famiglia quando ci fu lo sbarco degli alleati. Mai, però, si sarebbe aspettato un altro conflitto dopo il 25 aprile del 1945.

Per quanto riguarda la crisi in Ucraina, Morandi ha evidenziato come “non si può andare avanti così, prima o poi finirà”. Secondo la colonna portante della canzone italiana, Putin non vuole mostrare al mondo di essere stato sconfitto: “Mi sembra – ha sottolineato – che si stia comportando in maniera folle”. Il cantante bolognese lascia intendere di non essere contrario neanche all’invio delle armi a Kiev, qualora fosse necessario. “Io – ha sostenuto - sto dalla parte dei più deboli, degli ucraini che mi sembrano e sono i più deboli. Se hanno bisogno di aiuti da parte nostra, io sono da quella parte lì”.

Gianni Morandi operato alla mano: «Se non mi fossi ustionato, io e Jovanotti non saremmo amici».  Chiara Maffioletti su Il Corriere della Sera il 24 Marzo 2022.

Il cantante parla un anno dopo l’incidente: «Da eventi brutti possono nascere cose belle. Sanremo? Molto più emozionante cantare in gara che condurlo». 

Ci vuole pazienza, ha scritto Gianni Morandi sui suoi social, nel pubblicare l’immagine della sua mano destra, dopo l’ultima operazione. Fasciata e «appesa» a una piantana, in una posizione che, a occhio, non sembra comodissima. E di pazienza il cantante ne ha avuta davvero molta.

È passato più di un anno dall’incidente che le ha procurato queste gravi ustioni. Non è ancora un capitolo chiuso.

«Anche questa operazione è una conseguenza di quell’11 marzo del 2021. All’inizio mi ero spaventato moltissimo, ma poco dopo ho cominciato a pensare che mi era andata veramente bene: potevo rimanerci dentro quella buca piena di rami bruciati e braci».

Non c’è scampo: ottimisti come lei si può solo nascere.

«Beh, mi è solo venuto spontaneo iniziare a dirmi: mah, tutto sommato ho salvato la faccia... ho salvato la vita. Poteva andare molto peggio. Ho passato trenta giorni in ospedale, al Bufalini di Cesena. Ma le cicatrici da ustione vanno avanti quasi fino due anni, si muovono continuamente».

Eppure in questo anno è riuscito a cantarci l’importanza dell’allegria. Come ci riesce?

«Bisogna credere che dalle cose brutte possono nascerne altre belle. In quei giorni in ospedale mi chiamò Jovanotti per chiedermi come stavo. Forse nel sentirmi un po’ depresso ha deciso di mandarmi quel primo brano, L’allegria. Inciderla è stato terapeutico per me. Senza contare che è nato così un altro tipo di rapporto tra noi».

Prima non eravate amici?

«L’amicizia si è sviluppata moltissimo in questo anno. Prima ci eravamo visti alcune volte, incontrati in varie occasioni, qualche trasmissione. Io andavo sempre a vedere i suoi concerti, lo trovavo veramente molto bravo. Insomma, c’era un rapporto di simpatia ma non di grandissima amicizia. Nell’ultimo anno le cose sono cambiate, grazie alla sua grande sensibilità nel chiamarmi quando ero malato. Da allora è partito tutto, fino all’esperienza di Sanremo».

Come è stata?

«Fantastica, bellissima. Ero davvero molto emozionato. Tornare in gara dopo aver condotto il Festival due volte, essere stato ospite non so quante volte è stato entusiasmante. L’idea all’inizio era che io e Lorenzo andassimo al Festival a cantarla assieme una volta, come ospiti. Poi abbiamo deciso che la cantassi solo io, ma devo dire che quando conducevo la tensione era minore».

Si è emozionato di più a gareggiare a Sanremo piuttosto che nel condurlo?

«Ma sì, assolutamente. Oltre alla mia, vedevo la tensione dei cantanti che debuttavano e mi ricordavo tante cose (festeggia 60 anni di carriera, ndr). Trovarmi dall’altra parte poi, mi preoccupava anche. Credevo che si potesse pensare: che bisogno c’era di ributtarsi? Ma alla fine il bello della vita è proprio questo: ributtarsi, rischiare, giocare».

E quindi ora cosa avrebbe voglia di fare?

«Non vedo l’ora di andare al Jova Beach Party, questa estate. Speriamo che si possa fare, più che altro. Anni fa ci sono andato e mi sono esaltato... ma magari quello (inteso Jovanotti, nd r ) si rompe le scatole di avermi sempre lì vicino. No dai, non so. Però posso dire che forse, senza quell’incidente non sarei nemmeno finito a Sanremo, insomma non sarebbero successe tante cose».

Nell’ultimo anno però ne sono successe anche tante non belle. Pensava che «C’era un ragazzo che come me amava...» sarebbe tornata tanto attuale?

«Non siamo più quelli di due anni e mezzo fa: abbiamo più paura, non siamo più sicuri di niente. Siamo tutti indeboliti. Che C’era un ragazzo... potesse tornare attuale sembrava impossibile. È passato un mese dallo scoppio della guerra e ogni giorno vediamo immagini di città devastate, morti, bambini in fuga. Certo, è molto più difficile cantare l’allegria. L’anno scorso sembrava che la pandemia si stesse allentando: era un grido di speranza, del tipo “non voglio dimenticarmi quanto è bello essere allegri”. Oggi è più difficile essere ispirati».

La sua operazione come è andata?

«Bene. È stata fatta per raddrizzare un dito che era assolutamente inutilizzabile, piegato. Dovrò stare molto attento, fare fisioterapia, stare un po’ tranquillo. Ma per il Jova Beach voglio essere pronto».

E riecco l’ottimismo.

«Non possiamo abbandonarci alla tristezza perché se no è finito tutto. Bisogna continuare a credere che il sole torna, la primavera torna, che si andrà al mare e magari senza mascherine. Si deve sperare, se no che facciamo?».

Ma nel mentre li abbandona i lavori agricoli?

«Ma come faccio? Vivo in campagna. E poi è come quando uno si butta in acqua e rischia di affogare: se torna a galla non è che poi non si ributta più».

Sanremo 2022, la confessione di Gianni Morandi sulla moglie: "Mi diceva di stare a casa". Quanta paura per il Festival. Il Tempo il 09 febbraio 2022.

“Mi diceva di stare a casa, altro che Festival di Sanremo”. La confessione è di Gianni Morandi, reduce dal terzo posto della kermesse canora campione d’ascolti. In un’intervista a “Repubblica”, l’artista, 77 anni, ha ripercorso i giorni precedenti la gara: la mano ancora fasciata dopo le gravi ustioni riportate in un incidente domestico a marzo 2021, la lunga convalescenza, il confronto con un nuovo modo di fare musica e con gli sfrontati millenials e la paura della moglie che rimanesse prigioniero dell’old style.

Mai profezia fu più sbagliata. Morandi con Apri tutte le porte, scritta da Jovanotti, si è messo la medaglia di bronzo al collo, ha vinto il premio della sala stampa Web e Tv intitolato a Lucio Dalla e ha trionfato nella serata delle cover. “E dire che prima del Festival mia moglie quasi piangeva, mi diceva ‘ma cosa vai a fare a Sanremo, stai a casa’ - ha rivelato Morandi a Repubblica - Il momento più difficile? Il primo giorno, non sapevo come avrebbero preso la mia canzone all'Ariston e il pubblico da casa. Ma Apri tutte le porte ha preso il volo piano piano fino a essere cantata per strada, una grande soddisfazione”. 

Il cantante ha ironizzato anche sul suo soprannome: “Da eterno ragazzo a eterno riposo è un attimo! Ora me la godo, stare vicino a Elisa e Mahmood e Blanco è un onore. Progetti futuri? Il Jova Beach Tour. Non voglio essere pagato, voglio esserci per il piacere di farlo. E magari un tour con Al Bano Carrisi e Massimo Ranieri “anche se quei due mi ammazzano con le loro voci” ha concluso Gianni Morandi. 

Gianni Morandi, la prima moglie Laura? Impensabile, ecco il suo volto oggi (e come campa). Libero Quotidiano il 09 febbraio 2022.

Gianni Morandi tra i protagonisti di questo Sanremo. Il cantante durante la kermesse musicale non ha solo fatto ballare i suoi tanti fan, ma si è anche lasciato andare a diversi sfoghi. D'altronde la sua vita privata non è mai stata un mistero. Morandi, nato a Bologna nel 1944, è sposato in secondo nozze con Anna Dan, dalla quale ha avuto il 25enne Pietro.

Prima di Anna però nella vita dell'artista c'era Laura Efrikian. Lui e l'attrice sono stati sposati dal 1966 al 1979 e hanno avuto 3 figli, Serena (nata nel 1967 ma vissuta poche ore), Marianna e Marco. Ma che fine ha fatto oggi Laura? Ospite di Oggi è un altro giorno, il programma di Rai 1 condotto da Serena Bortone, la Efrikian ha spiegato i motivi dietro la loro separazione: "Sei giovane e lo vivi con una tale passione e un tale entusiasmo".

E ancora: "Io ho mollato tutto anche se ero un’attrice emergente. Poi cresci e inizi a farti delle domande, cominci a capire che quella botta d’amore è stata importante ma forse non ti accompagnerà fino alla fine dei tuoi giorni. Non parliamo di colpe, nessuno ha colpe". Oggi Laura è felicemente fidanzata con un altro uomo, si dedica ancora alla beneficenza e vive tra l’Italia e il Kenya. 

Uno su mille. La persona giusta per unire gli italiani è Gianni Morandi, mandiamolo al Colle (non solo a Sanremo). su L'Inkiesta il 27 Gennaio 2022.  Sempre sorridente, mai lamentoso. È l’incarnazione di una generazione che non si lagna su TikTok, non frigna scrivendo memoir, ma supera con una tempra smarrita gli ostacoli, il fuoco e Mogol.

Il volume sui caratteri italiani della storia d’Italia Einaudi conta mille e sessantaquattro pagine, quindi ora non è che io mi metto qui e vi riassumo in cinquanta righe lo spettacolo di Gianni Morandi, che è la storia d’Italia.

Gianni Morandi è nato nel 1944, figlio d’un ciabattino di Monghidoro, un paesino fuori Bologna dove c’erano solo le elementari. Per continuare gli studi bisognava andare a Bologna, ma il padre diceva «Se vai a Bologna diventi delinquente».

È una delle cose che racconta a teatro, in uno spettacolo in cui racconta la sua vita. L’altra sera sono tornata a vederlo, due anni dopo. La domenica in cui l’avevo visto, due anni fa, Stefano Bonaccini vinceva le elezioni regionali, e le Sardine parevano qualcosa di cui tener conto. Poi le repliche sono state interrotte dalla pandemia, e sono riprese la settimana scorsa, a mondo cambiato e sardine scadute. Quando martedì un tizio dal fondo della platea ha urlato «Vogliamo te presidente», io mi sono chiesta come avevo fatto a non pensarci. Gianni, l’unica unità nazionale che abbiamo.

Con un tempismo che se lo metti in un film non ci crede nessuno, in quel momento Morandi si stava sedendo al pianoforte a suonare l’unico inno che questo povero paese abbia mai avuto: “Uno su mille”.

«Il passato non potrà tornare uguale mai: forse meglio, perché no, tu che ne sai. Non hai mai creduto in me, ma dovrai cambiare idea». Uno su mille è la “Born to Run” d’un paese di mitomani, e se vi sembra d’aver già sentito questa battuta è perché l’ho fatta un milione di volte, così come un milione di volte ho detto che la sua residenza bolognese al teatro Duse è uno Springsteen on Broadway a più alto tasso ormonale.

Martedì ci mancava poco gli lanciassero le mutande, le vecchie in platea. Lui faceva lo spiritoso, riferiva che Fiorello gli dice che da «eterno ragazzo» a «eterno riposo» è un attimo, diceva che se facesse un tour delle case di riposo farebbe il tuo esaurito. Intanto noialtre in platea squarciagolavamo «ciunga ciunga ciù ciunga ciunga ciù», e ci chiedevamo se, davvero, esistesse un’autorità morale superiore a quella di Gianni Morandi, una migliore guida per il paese.

Uno che imita Mogol con la precisione con cui Paolo Guzzanti imitava Pertini. Uno che quando fa le canzoni con gli acuti dice: «Quando arrivo a quella nota là, alla Al Bano, dico: ma ce la faccio?» – e intanto a Roma qualcuno «Al Bano» sulla scheda lo scrive: è un’evidente manovra di avvicinamento all’elezione di Gianni. Uno che – nel paese in cui tutti dicono di soffrire di sindrome dell’impostore soffrendo invece d’eccesso d’autostima – dice che di canzoni «ne ho incise seicento: son mica tutte belle». E poi si mette lì e sciorina le più brutte, ma le vecchie le cantano tutte, sanno pure quella che fa «se un somaro si mette un pigiama una zebra non è». Uno con le rughe un po’ feroci sugli zigomi. Uno che poi alla fine a Bologna ci andò, a cantare nel coro della maestra Scaglioni, ma solo il sabato e la domenica, ché durante la settimana il padre lo voleva a Monghidoro a imparare un mestiere, «quella roba lì dura mica».

Un Gianni Morandi dodicenne d’oggi si aprirebbe un TikTok sul quale lamentarsi del padre che non lo valorizza e non ne capisce il genio e si permette di pretendere che si alzi presto la mattina. Un Gianni Morandi che nascesse oggi non sopravviverebbe al primo calo di carriera, al primo Mogol che gli dice io ti scrivo una canzone ma non devi cantarla come cantavi tu, «se alla radio capiscono che sei Gianni Morandi siamo rovinati», sarebbe troppo impegnato a frignare per tirarsi su e poi raccontarci che sì, uno su mille ce la fa, ma quant’è dura la salita.

Un Gianni Morandi che nascesse oggi non sarebbe, tra settantasette anni, su un palco a raccontare ridendo che dal padre ha preso «certi smatafloni». Sugli smatafloni – che temo sia un bolognesismo, ma è praticamente onomatopeico e quindi non abbisogna di traduzione – un Morandi d’oggi scriverebbe memoir dolenti da andare a raccontare in talk-show con le luci basse. E invece, quella generazione lì, che tempra, che tenuta, che solidità.

Morandi cantava «Non ho barato né bluffato mai, e questa sera ho messo a nudo la mia anima: ho perso tutto, ma ho ritrovato me», e io pensavo a una signora che tempo fa mi chiedeva come mai noialtre pappemolli avessimo bisogno del bonus psicologo per essere state sul divano con Netflix, considerato che loro non ne avevano avuto bisogno dopo la seconda guerra mondiale.

Morandi tornava da Sanremo dove aveva provato la canzone con cui gareggerà la settimana prossima, veniva a Bologna a fare tre ore di concerto, ripartiva per andare a provare il duetto del venerdì sanremese, tornava per fare (stasera) un altro concerto bolognese, e poi il festival di Sanremo, e per la settimana dopo ha già fissato un altro spettacolo al Duse.

Morandi pur di non stare sul divano con Netflix si è buttato nel fuoco: che cos’è il suo ustionarsi dando fuoco alle sterpaglie se non una testimonianza del fatto che l’indolenza salta una generazione (o forse due)?

Mica lo so cos’aspettiamo a eleggere Gianni. Aveva ragione il tizio che urlava al Duse. Abbiamo diritto a un presidente che sorrida anche mentre suona la chitarra con una mano ustionata e ancora non del tutto rimarginata, abbiamo diritto a un presidente con un repertorio d’aneddoti su Lucio Dalla che gli lascia un alano in casa, sul bar di Monghidoro nel cui televisore vide Modugno, sulla madre che si rifiutava di ascoltare Volare perché esisteva solo Claudio Villa. Abbiamo diritto a un presidente che sia la storia d’Italia. «Tu non sai che peso ha questa musica leggera: ti ci innamori e vivi, ma ci puoi morire quando è sera».

GIUSEPPE FANTASIA per ilfoglio.it il 20 gennaio 2022.

“Penso da sempre che le donne – dice Gianni Morandi - siano meglio degli uomini, anche perché sono più sincere. In una famiglia è la donna che tiene in piedi il tutto ed è più equilibrata, almeno nella mia. Le idee di mia moglie Anna sono sempre più sagge e meno cialtrone delle mie”, aggiunge ridendo. 

Una donna al Quirinale? “Perché no? Non mi dispiacerebbe affatto, sarebbe una bellissima scelta. Sono tante quelle che hanno avuto ruoli importanti dimostrando di saper fare molto bene il loro lavoro, nonostante le critiche: penso alla Thatcher, alla Merkel e alla von der Leyen. Le donne sono brave: diamo loro delle responsabilità e staremo meglio tutti”. 

In un momento come questo in cui il Covid va di pari passo con la bagarre istituzionale relativa proprio all’elezione di colui o di colei che dovrà salire al Colle, “convergere su un nome solo” – aggiunge il cantante di Monghidoro, in Emilia Romagna – non è facile, ma una donna potrebbe mettere d’accordo tutti”. 

“Qualcuno parlava di Marta Cartabia e credo che abbia tutta l’autorità, la competenza e l’esperienza per poter fare il presidente. Hanno fatto anche il nome della Casellati o della Bonino, ma staremo a vedere. In ogni caso, una donna al Quirinale non ci starebbe male, sarebbe la prima volta in Italia”, ragiona via Zoom dal Teatro Duse di Bologna, dove sta per esibirsi in concerto a una decina di giorni dalla partecipazione al Festival di Sanremo. Negli anni, Morandi lo ha vissuto da artista in gara – da solo e in gruppo – da ospite e da conduttore. Ma soprattutto lo ha vinto.

Solo due donne sono riuscite a condurlo - Antonella Clerici e Simona Ventura – ma nessuna è mai stata nominata direttrice artistica, il ruolo che da tre edizioni, compresa questa che sta per iniziare, ricopre Amadeus. “Al suo posto ci vedrei molto bene Laura Pausini o Fiorella Mannoia. Possono benissimo presentare e scegliere le canzoni e, come loro, anche Elisa o Mara Maionchi che iniziò con Battisti e Mogol e che ha tanto ancora da insegnare”. 

Una donna a tutti i costi e un eccessivo politicamente corretto, dalla politica alla musica, dal cinema alla tv, non le sembra esagerato – gli chiediamo – non rischia di portare a un altro tipo di eccesso? “Ovviamente sì – fa lui – basti pensare ai Premi Oscar e a cosa è successo lì. Viva il rispetto della parità di genere e delle minoranze, ma in certi casi come in altri, che si tratti della presidenza della Repubblica o di Sanremo, bisogna restare sulla qualità della persona. A mio parere le donne che Amadeus ha scelto, per esempio, le ha volute non per essere corretto, ma per dare una panoramica diversa, una scelta che non mi dispiace. Bisogna guardare alla qualità, ripeto, e soprattutto alla misura, e non è facile”. 

Sul palco dell’Ariston Morandi sarà tra i big in gara con il brano Apri tutte le porte che gli ha scritto appositamente Jovanotti. Una collaborazione, quella con il collega di Cortona, nata dopo che Morandi è caduto su un fuoco di sterpaglie nel suo giardino. “Senza la mia mano bruciata", precisa, "non sarei andato all’ospedale, non avrei ricevuto la telefonata preoccupata di Jovanotti e non mi avrebbe proposto di cantare al suo posto prima L'allegria e poi Apri tutte le porte; forse, l’idea di Sanremo non ci sarebbe proprio stata”. 

 Molte delle 25 canzoni in gara ascoltate in anteprima hanno come tratto in comune proprio questa voglia di reagire a quello che è successo negli ultimi due anni e mezzo e che continua a succederci. Lui dice “Apri le porte”, un altro cantante dice “Fottitene e balla”, un altro ancora “muoviamo il culo e le mani anche se sta per finire il mondo”. Quella di Morandi, dunque, può essere anche un esorcismo per una speranza? “Uno cerca di cantare anche la realtà che sta vivendo”, precisa.

“Credo che tutti noi abbiamo la necessità di tirarci su e di venire fuori da tutto questo. Apri le porte è una canzone di speranza e per me è stata quasi una terapia, visto che avevo passato 27 giorni in ospedale. Volevo ricominciare a vivere. Ha un ritmo formidabile che dà la carica, ma non è la classica canzone di Sanremo. Jovanotti è uno splendido rapper, ci sono i suoi ritmi, le sue parole, quel suo pensare positivo che ci accomuna oltre allo sport: lui in bici, io con la mia corsa. Le scarpe da running saranno le prime cose che metterò in valigia, perché correrò anche a Sanremo.

Come lui, amo il rischio e amo fare cose diverse, anche lontane da me, ma siamo molto simili soprattutto in quella capacità che abbiamo di trovare anche nelle difficoltà una strada per venirne fuori”. Il brano è prodotto dal musicista tedesco di origine turca Mousse T che gli sarà a fianco come direttore d'orchestra. In gara troverà anche l'eterno "rivale" Massimo Ranieri. “L'Italia da sempre è fatta di dualismi: Coppi e Bartali, Del Piero e Baggio. Anche io e Massimo eravamo così, ma alla fine siamo diventati amici. Al Bano invidioso? Eh, prima o poi faremo quel tour a tre di cui parliamo da tanto".

Morandi ci confida di non aver visto È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino e sa poco, quindi, della frase – ripetuta noiosamente da troppe persone - “Non ti disunire” che il regista Antonio Capuano rivolge al giovane Fabietto, protagonista del film, “ma prima di quella frase – tiene a precisare - io avevo già detto “Restiamo uniti”, che è stato e che continua ad essere il mio mantra”. “Ho cantato Si può dare di più e oggi, quella frase, la dedicherei a tutti noi: dobbiamo darci più fiducia e dovremmo cercare pensare in alcuni ambiti allo stesso modo per il bene di tutti, invece le battaglie politiche non hanno come obiettivo il senso dell’insieme”.

“La musica – aggiunge - mi mantiene giovane. Volevo fare un pezzo più divertente e più ritmico, visto che ne ho fatte troppe di canzoni melodiche con l’acuto finale". Nonostante sia per lui la settima volta in gara su quel palco (più due da conduttore), non nasconde l’emozione ("Mi viene la tremarella e mi suderanno le mani, lo so”), anche perché quest’anno festeggerà i 60 anni dalla sua prima canzone registrata, Andavo a cento allora – “sono coetaneo dei Beatles e il loro singolo, Love me do, uscì a pochi giorni di distanza dal mio” – e i 50 anni dalla sua prima volta proprio a Sanremo. “Nonostante fossi già conosciuto, per dieci anni non ci andai, perché impegnato a fare Canzonissima da settembre a gennaio. Riuscii ad andarci solo nel 1972 con Vado a lavorare. Cochi e Renato mi mandarono un telegramma su cui scrissero che a lavorare dovevo andarci io. Avevano ragione, perché quella non è stata certo la mia miglior canzone (ride, ndr)”.

 A lavorare – come dice – poi ci è andato e a parte qualche episodio che ricorda ancora con grande dispiacere (“quando aprii il concerto dei Led Zeppelin a Milano, il 4 luglio del 1971, una data che non dimenticherò mai, mi tirarono i pomodori”), ci è riuscito e anche molto bene. “Nella vita ci vuole culo, è inutile negarlo, e io l’ho avuto”, dice prima di salutarci. “Dieci anni dopo quell’episodio, ritrovai la mia strada nel 1981 grazie a Mogol, che si era appena separato artisticamente da Battisti. Mi disse se sapevo giocare a pallone e poco dopo mi chiese perché non ricominciassi a cantare. Mi fece tornare quella voglia di ricominciare, di ributtarmi nella mischia e nella musica che non mi ha mai più abbandonato. Nella vita ci vuole fortuna, lo ripeto: poi sta ad ognuno di noi saperla gestire, ma – soprattutto – saperla mantenere”.

Il Sanremo ottimista di Gianni. "La rinascita dopo l'infortunio". Paolo Giordano il 20 Gennaio 2022 su Il Giornale.

Al Festival con "Apri tutte le porte": "I Beatles ed io siamo usciti nel 1962, ho avuto fortuna a incontrare Morricone".

La manona è sempre fasciata: «Gaber suonava la chitarra con tre dita, Nek, anche lui infortunato alla mano, ora suona il basso con tre dita, insomma si può fare». Il resto però vola libero. Dopo quasi un anno da quel maledetto 11 marzo nel quale ha rischiato di perdere mano, faccia e vita nel fuoco, Gianni Morandi sprigiona un'energia che fa sembrare vecchio pure un ventenne. Sarà in gara al Festival di Sanremo con un brano scritto da Lorenzo Jovanotti e festeggerà i cinquant'anni dalla (non memorabile) prima volta: «Nonostante tutto la tremarella potrà venire pure a me che ne ho viste di cotte e di crude. Magari i giovanissimi lo sentono di meno. Ma per me Sanremo è sempre Sanremo». Ha appena compiuto 77 anni, ieri sera è ritornato a esibirsi al Teatro Duse della sua Bologna (ultima data il 17 febbraio, per ora) e dal primo febbraio sarà sul palco dell'Ariston: «Per me è come un ricominciare con una canzone di speranza, senza dubbio senza l'infortunio non avrei collaborato con Jovanotti e magari non avrei neanche progettato di andare al Festival».

Il brano si intitola Apri tutte le porte, ha un ritmo figlio del northern soul e della Motown, di Wilson Pickett e del geghegè e ha pure una straordinaria forza contagiosa. «Mica è facile cantarlo, ha le parole incastrate una dentro l'altra come dico sempre a Lorenzo». All'Ariston ritroverà in gara anche Massimo Ranieri ossia il suo «rivale» preferito ai tempi di Canzonissima: «In una Italia fondata sul dualismo come con Bartali e Coppi era inevitabile diventassimo rivali. Un tour con lui e Al Bano? Ne sento parlare, perché no?». Ora Morandi e Ranieri si ritrovano di nuovo in gara come mezzo secolo fa: «Allora ci scambiavamo le vittorie. Ora se mi dicessero che lui vince e io arrivo secondo ci metterei la firma. Ma più probabilmente io arrivo 12esimo e lui chissà».

Quando parla, Morandi è una sorta di romanzo popolare che si sfoglia pagina dopo pagina. Se in questi ultimi anni i pesi massimi della canzone d'autore si sono avvicinati al Festival di Sanremo, una parte del merito è anche sua: «Mi inginocchiai per avere Vecchioni al Sanremo che dirigevo io, ora l'atmosfera sta cambiando ma mi dispiace che per tanti anni non sia stato considerato un palcoscenico all'altezza. Credo che per artisti come Venditti o De Gregori sarebbe una bella opportunità. E comunque penso che sia meglio essere in gara che arrivarci da ospite». E se lo dice lui c'è da crederci, visto che ha attraversato la musica italiana da vincente («Come quando feci il provino a Roma con Morricone, Bacalov e Migliacci, cioè come essere al posto giusto nel momento giusto») e anche da perdente come quando fu ricoperto di fischi sul palco dei Led Zeppelin al Vigorelli il 4 luglio 1971: «Un incubo. Quando toccò a me, sentii un boato, ma non era di gioia, era un boato all'incontrario, un gigantesco invito ad andarmene».

Da quel momento Gianni Morandi entrò nel vivo di una crisi che già il Sessantotto aveva iniziato a celebrare. Il crollo di vendite. L'iscrizione consolatoria al Conservatorio. Le incertezze sul futuro. Poi la rinascita. «Ho avuto culo a ritrovare la strada dopo 10 anni di crisi, ho incontrato Mogol alla fine del suo rapporto con Battisti, abbiamo iniziato la Nazionale Cantanti, insomma sono ripartito».

Ora è un padre della patria pop al quale si chiede cosa pensa di un presidente della Repubblica donna («Le donne sono senza dubbio superiori agli uomini e, al Quirinale, una Cartabia, una Casellati o anche una Bonino potrebbero mettere d'accordo tutti») e di un possibile direttore artistico al femminile proprio a Sanremo: «Penso che Pausini o Mannoia o Elisa o Mara Maionchi non avrebbero problemi a farlo».

In sostanza, tutto passa tranne Morandi. E, tornando al Festival di Sanremo mezzo secolo dopo la prima volta, conferma una vitalità che tanti se la scordano. «Dopotutto - dice ridendo - ho esordito in contemporanea con i Beatles, Fatti mandare dalla mamma è uscito poche settimane prima di Love me do». E lui è ancora qui. In pole position. Paolo Giordano

·        Gianni Togni.

Sandra Cesarale per il “Corriere della Sera” il 3 ottobre 2022. 

E guardo il mondo da un oblò...

«A vent' anni andai via di casa. Il papà della mia ragazza, conosciuta al liceo, si era separato e voleva stare con la nuova fiamma. Poiché la figlia da sola non poteva rimanere, decise che dovevamo convivere nel suo appartamento di piazza Bologna, a Roma. Il primo verso di Luna mi riporta a quel periodo, eravamo giovani, liberi e squattrinati. Mia madre non mi parlò per mesi». 

Il suo primo successo è nato lì?

«Sì, in parte. Avevo un giorno per cantare l'intero album, a Milano. Non ci credeva nessuno. Passai una nottataccia prima di entrare in studio, ero nervoso. Uscii dall'albergo, poco prima dell'alba, con le stelle ancora in cielo. E la canzone che si doveva chiamare Anna si trasformò in una dichiarazione d'intenti alla luna».

Gianni Togni, 66 anni, è un cantautore prestato al successo (negli anni Ottanta e Novanta non solo in Italia) con canzoni come Semplice , Giulia , Per noi innamorati e Luna. Ha abbandonato la frenesia del pop commerciale per percorrere strade artistiche più impervie. 

Dopo più di 14 anni ha vinto la sua ritrosia e la scorsa primavera è tornato a salire sul palco per un affollatissimo mini-tour dal quale è stato registrato il suo primo album live. «Sono schivo, non amo la mondanità e vado poco in tv, la vita della popstar non fa per me. Non metto in piazza i sentimenti sui social. Negli ultimi anni ho perso parecchie persone care, per pudore sono stato zitto». 

Era molto legato a Fabrizio Frizzi.

«Lo conobbi che non si era nemmeno affacciato in tv. Stava in radio. La sera invitavamo a cena gli amici. In terrazza avevamo un tavolo da ping pong. Agguerritissimi, organizzavamo tornei, con un fitto calendario di incontri. Il mio nome di battaglia era Smithson, Fabrizio si faceva chiamare Rogers». 

È anche amico di Rita Dalla Chiesa?

«Lo sono diventato dopo la fine del suo matrimonio con Frizzi. Era rimasta sola a ristrutturare quello che avrebbe dovuto essere il loro appartamento. Fabrizio mi chiese di aiutarla. Io: "Mica sono un architetto". Mi convinse. Così mi trovai in mezzo a muratori e calcinacci. Fu divertente però, con Rita non ci siamo più persi di vista, anche se politicamente abbiamo idee diverse». 

A 18 anni si era iscritto all'università?

«Facoltà di Lettere, alla Sapienza. La mia fidanzata dava lezioni di ginnastica e poi trovò un posto in banca. Io frequentavo i corsi e le passavo gli appunti. Presi in affitto un pianoforte verticale e quando non studiavo componevo canzoni con Guido Morra. Ma avevo un piano B: insegnare, diventare giornalista o scrittore. Il successo mi ha impedito di laurearmi, nonostante i voti alti. Avrei fatto felice mio padre». 

Che famiglia era la sua?

«Atipica. Mamma Marianna, detta Anna, era un personaggio particolare, una bellissima donna. Veniva da una famiglia abruzzese la cui ricchezza si è dissolta negli anni. Papà Franco era figlio di un capostazione, studiava ingegneria, ma, per non farlo partire in guerra, mio nonno gli trovò un posto nelle Ferrovie dello Stato». 

Personalità opposte.

«Lui era un gran lavoratore, molto impegnato; lei affabile, generosa ma possessiva e un po' snob. Quando mio padre le diede il primo stipendio, mamma lo spese in un giorno».

Un episodio della sua adolescenza?

«Un rumore più che altro. Papà, che diventò un dirigente, a casa c'era poco, ma doveva avere un telefono collegato con le stazioni di tutta Italia, così ci trasferimmo in un appartamento sopra la Tiburtina. Dalla mia stanza sentivo lo sferragliare dei treni. Con il tempo li riuscivo a distinguere: merci, accelerato, espresso. Mi hanno aiutato a scrivere con ritmi diversi le canzoni». 

In casa giravano parecchi artisti.

«Mia nonna paterna suonava il piano e cantava lirica per passione. Zia Edda, sorella di mio padre, era scultrice e pittrice. Avevo uno zio avvocato e pianista jazz, viveva a Lanciano, suonava da dio. E poi c'è mio fratello Pierlorenzo, cinque anni più grande di me. Un bel rockettaro che è diventato un fotografo musicale. Gli rubai la mia prima chitarra». 

Fratelli-coltelli?

«No, siamo legatissimi. Però i miei gliene avevano regalata una che lui aveva abbandonato in giro per casa. E io ne approfittai». 

Imparò da solo a suonare?

«Per forza. Anche perché quando mi iscrissero a lezioni di pianoforte fui cacciato. A mia madre dissero che ero indisciplinato, perché appena imparavo un accordo mi lanciavo a comporre e non seguivo più l'insegnante. 

Andò meglio con la scuola di canto, ad Ancona, dove abbiamo abitato per un anno. A volte lisciavo il corso perché mi perdevo nella nebbia. Avevo 8 anni. Ma cominciai molto prima, cantando Morandi, Fatti mandare dalla mamma , e sui dischi di Little Tony. Mi avevano pure preso per lo Zecchino d'Oro. Non andai perché uno zio si ammalò». 

Ha cominciato giovanissimo.

«A 16 anni, la domenica pomeriggio, cantavo al Folkstudio giovani. Dovevo portare una canzone nuova ogni settimana. Salivo sulla pedana con la chitarra e appoggiavo il testo su una botte, perché non c'era tempo di impararlo a memoria. Molti di quei brani finirono nel primo disco.

Mio padre firmò la giustificazione per farmi saltare un mese di liceo e lasciarmi incidere per la It In una simile circostanza. Andò malissimo». 

Non era che l'inizio.

«In quegli anni Rino Gaetano, della stessa casa discografica, era un po' il mio supervisore. Abitavamo vicini, lui sulla Nomentana e io alla stazione Tiburtina. Mio fratello lo aveva fotografato per la copertina del suo primo disco. Avevo 18 anni. Quando si facevano le interviste o c'erano delle feste alle quali non potevo mancare, Rino mi passava a prendere, mi suggeriva con chi parlare, mi offriva una Coca Cola». 

Ha aperto i concerti di Amanda Lear.

«Ad Albenga la sbirciai mentre riposava nel giardino dell'hotel, su una sdraio, circondata da boys, musicisti, amici in adorazione. Rideva. Era una signora allegra e una superdiva».

E quelli dei Pooh.

«Dovevo stare tre giorni, sono rimasto tre anni; siamo stati pure in tour negli Stati Uniti. Viaggiavo con loro in macchina. Guidavano o Red o Dodi. Dietro sedevamo io, l'ultimo a destra, in mezzo Roby e a sinistra Stefano, un maniaco della perfezione, da cui ho appreso molto. Pretendeva che, alla fine dei concerti, la scritta Pooh si alzasse in scena, perfettamente orizzontale. 

Era compito di una coppia di tecnici che dovevano girare due manovelle in sincro. Io, dalla platea, dovevo controllare che l'operazione venisse eseguita con precisione chirurgica. Gli dicevo sempre che tutto era filato liscio. Mentivo per non farlo arrabbiare. Ogni tanto il nome veniva su sbilenco».

Mai avuto imprevisti?

«Sì tanti, ma quello che ricordo ancora oggi, ridendo, è quando intrapresi un lungo tour di interviste nelle radio libere. Il primo della musica italiana. A volte bisognava raggiungere posti immersi nel nulla. Un giorno arrivammo con un'ora di ritardo perché la macchina rimase bloccata in mezzo a un branco di pecore». 

A Sanremo non è mai andato. Perché?

«Le gare nell'arte sono ridicole, non è uno sport. Un anno la casa discografica mi costrinse a presentare una canzone. Inviai a Pippo Baudo Stanotte tienimi con te. La scartò, per fortuna. Lo bacio ancora quando lo vedo». 

Jovanotti ha inciso Luna e l'ha voluta sul palco del suo beach party. Com' è andata? «Semplice, non mi ha avvertito. L'ho saputo da un mio amico e io non gli ho nemmeno creduto. Qualche giorno dopo mi arriva un messaggio da Lorenzo: mi aveva nascosto tutto perché temeva il mio giudizio».

Invece?

«Invece è stato bravo, ha una grande umiltà e umanità. L'ha riletta senza stravolgerla. Poi mi ha invitato a cantarla con lui, davanti a quarantamila persone. Abbiamo provato in spiaggia, il pomeriggio. La sera dritti sul palco. Era un po' di anni che non cantavo live, però quando entro in scena non mi rendo conto di niente». 

Con il regista Patroni Griffi qualche scaramuccia c'è stata.

«Quando arrivavo durante le prove del musical Hollywood, ritratto di un divo , si scaldava: "È arrivato il diavolo", perché gli rubavo gli attori per portarli in studio di registrazione». 

Dopo il successo di «Hollywood» anche Lucio Dalla le chiese un parere.

«A cena, dopo la prima del suo musical su Tosca, Lucio si mise di fronte a me e volle un giudizio. Io, imbarazzato, risposi che il primo quarto d'ora era strabiliante, poi si perdeva. Mi fulminò: "Ovvio, non amo i musical"». 

Quando non canta?

«Leggo, ascolto la nuova musica indipendente, vado a teatro, viaggio con la mia compagna Maria Romana. Sono un collezionista di vinili, ne ho più di tremila. Il primo che ho acquistato è dei Rokes, ce l'ho ancora. Mi è costato 1.700 lire più Ige, non c'era l'Iva». 

È vero che con De Gregori vi incontravate a comprare dischi?

«A Roma si andava da Consorti perché ascoltavi gli album in una cabina. Quando usciva il nuovo lavoro di Dylan, Francesco era lì. A volte si ponevano scelte terribili. Ricordo l'indecisione davanti al primo lp solista di Paul McCartney e a Let it be . Vinsero i Beatles». 

È anche uno sportivo?

«Da ragazzino ho conosciuto Lorenzo, il figlio di Oscar Mammì. Con lui giocavo a hockey su prato. Poi più niente per parecchio tempo. A trent' anni ho scoperto la passione il tennis. Quando stavo migliorando ho dovuto smettere per un problema alla retina di un occhio: non vedevo arrivare la pallina». 

La lezione più importante?

«Quella di papà: qualcuno è più bravo di te? Studialo. Non invidiarlo, metteresti in evidenza la tua mediocrità».

Gianni Togni: torno in concerto e racconto la mia storia pop. Sandra Cesarale su Il Corriere della Sera il 10 Maggio 2022.

Il cantautore e compositore romano sabato salirà sul palco dell’Auditorium per l’ultima tappa del tour che festeggia i quarant’anni di «Luna». 

«Erano quarant’anni di Luna... adesso sono diventati i quarant’anni di Vivi». Scherza Gianni Togni tornato a esibirsi live con un mini tour che, dopo essere stato posticipato per la pandemia, il 2 maggio è partito da Torino, è passato per Milano e sabato si chiuderà al Parco della Musica. Biglietti sold out. Ma da questi tre live potrebbe nascere un album dal vivo. «Il primo della mia carriera», racconta Togni. Sul palco sarà accompagnato dalla band formata da Aidan Zammit (tastiere), Massimiliano Rosati e Giovanni Di Caprio (chitarre elettriche), Luca Trolli (batteria), Marco Siniscalco (basso).

Chiude il tour nella sua Roma, che qualche volta ha criticato.

«Ma sta anche in tante mie canzoni. Mi dà fastidio la gente che butta le cicche per terra, le strade zozze. Però quando sono all’estero, alla fine, non vedo l’ora di tornare a casa. Roma ha delle luci e degli scorci fantastici. Non potrei vivere in nessun’altra parte del mondo. Ricordo, con passione, il mio primo concerto qui. Era l’81 o l’82, al Teatro Olimpico. Era strapieno».

È tornato a esibirsi dopo più di 15 anni passati a incidere dischi e a comporre musical. Come è andata?

«È stato complicato. Avevo perso l’attitudine e l’abitudine di provare dalle 10 del mattino fino alle 7 di sera. Stavo lavorando al nuovo album e sono stato catapultato in un altro mondo. Ansia ed emozione mi hanno accompagnato fino a quando sono salito sul palco di Torino. Ma quando sei lì tutto passa».

Per lo spettacolo dal vivo sono stati anni di sofferenza. Com’è ora la situazione?

«Il 30 per cento delle persone che lavoravano dietro le quinte ha cambiato mestiere. E con i tour che sono partiti insieme è stato difficilissimo trovare tecnici e anche i musicisti. Io ho con me una band fantastica. E li ringrazio».

Che concerto sarà?

«Teatrale, intimo. Perché odio il vorrei ma non posso. Luci ferme come se fossero dei quadri. E tanta musica».

Questo tour era nato due anni fa.

«L’idea era di festeggiare 40 anni di Luna, non tanto per la canzone, quanto per il pubblico che mi segue sempre. Così mi sono buttato in questa impresa, perché amo stare in sala di registrazione, è più creativo».

Ha cambiato qualcosa rispetto all’idea iniziale?

«Soprattutto è stata tagliata qualche canzone. Altrimenti sarebbe diventato un concerto epico». Ride Togni e aggiunge: «Questi live sono un racconto anche per far capire a chi conosce solo la prima parte della mia storia cosa è venuto dopo. Quello degli artisti è un cammino, bisogna andare avanti, reinventarsi».

È una costante della sua carriera.

«Sì. Il prossimo album sarà diverso dal precedente. Io sono pop e la grandezza del pop sta nel suo essere inclusivo. Ci puoi mettere jazz, folk, classica».

Quali sono le sue influenze?

«Non sono italiano, musicalmente. Ascolto The National, Bon Iver, i Black Country, New Road, gli American Football. Non è musica da classifica, ma è quella che a me piace».

Lei fa solo quello che ama?

«Sì. E mi trovo benissimo. Nel 2003, tornato da Stoccolma dove misero in scena il mio musical su Greta Garbo, decisi che non avrei più firmato per una major e fondai la mia etichetta. La creatività di un artista non può essere comandata. E una grande casa discografica non sborserebbe le cifre che spendo io per incidere un album».

Quindi ai giovani non rimangono che i talent?

«Per tanti di loro l’album è un mezzo per la fama. Chi comincia vuole andare a Sanremo, in tv». Come i Måneskin? «Ho ascoltato il loro disco e sono veramente bravi. Come tutto il rock si basano sui riff. E puntano moltissimo sull’estetica, cosa lontana da band come i Deep Purple o Led Zeppelin. Per molti giovani, i Måneskin o i Greta Van Fleet sono una novità. Per chi ama i vecchi gruppi, sono un richiamo al passato. Ma preferisco la loro musica ad alcuni rapper poco preparati».

·        Gigi D’Agostino.

Gigi D’Agostino e la malattia, nuova foto sui social con il deambulatore: «Voglio un po’ di pace e forza». Eva Cabras su Il Corriere della Sera il 15 Gennaio 2022.

Il dj e producer Gigi D’Agostino aveva annunciato mesi fa di avere una «grave malattia» che lo ha colpito in maniera aggressiva. 

Dopo pochi mesi dall’amaro annuncio della sua malattia, Gigi D’Agostino torna a farsi vedere sui canali social, con una foto che lo ritrae a casa mentre cammina con un deambulatore. 

La salute del celebre dj, noto per aver accompagnato la giovinezza di molti con la sua musica dance, sta certamente a cuore a milioni di fan, ringraziati nel nuovo post, dove D’Agostino scrive: «Spero che questo nuovo anno mi doni un po’ di pace e di forza». 

«Gigi Dag», all’anagrafe Luigino Celestino Di Agostino, ha da poco compiuto 55 anni. Non si è mai sbilanciato sulla natura della sua condizione, ma ha spiegato che il male che lo affligge si è presentato in maniera piuttosto aggressiva.

L’annuncio della malattia

Alla fine del 2021, dopo mesi di assenza dalla scena pubblica, fu lo stesso D’Agostino a rivelare la motivazione per il suo recente silenzio: «Purtroppo da alcuni mesi sto combattendo contro un grave male che mi ha colpito in modo aggressivo… È un dolore costante… non mi da pace… La sofferenza mi consuma… mi ha reso molto debole… ma continuo a lottare… spero di trovare un pochino di sollievo». 

Già nel 2017 — come scritto da Alessandro Vinci qui — il dj aveva annullato due date del suo tour per sottoporsi a una «terapia di alcuni giorni». «Il mio problema questa mattina si è aggravato», aveva specificato. 

Nelle sue parole c’erano preoccupazione e dolore, ma con il nuovo scatto pare almeno che l’amatissimo musicista si trovi nel comfort della propria casa, sebbene aiutato nella mobilità dal deambulatore. La speranza è senza dubbio che D’Agostino si trovi sulla via della guarigione.

·        Gigi D’Alessio.

LDA raccomandato a Sanremo? La replica del cantante. LDA ha replicato contro chi lo ha criticato per la sua partecipazione a Sanremo 2023 in quanto figlio di Gigi D'Alessio. Alice Coppa il 13 Dicembre 2022 su Notizie.it.

LDA, ex volto di Amici e figlio di Gigi D’Alessio, ha replicato via social contro chi lo ha accusato di essere raccomandato per via della sua partecipazione a Sanremo 2023.

LDA: la replica alle critiche

Fra i big in gara al Festival di Sanremo 2023 vi sarà anche LDA, alias Luca D’Alessio, figlio di Gigi D’Alessio e Carmela Barbato. In queste ore il cantante ed ex volto di Amici ha voluto replicare via social contro coloro che lo hanno criticato in quanto “figlio di”. Per molti infatti il cantante sarebbe stato selezionato per prendere parte al Festival in quanto raccomandato da suo padre, il celebre cantante Gigi D’Alessio.

Lui stesso ha replicato a questo genere di commenti scrivendo via social: 

“Ci tenevo a togliermi un attimo un sassolino dalla scarpa. Intanto grazie a tutti l’ho detto anche prima, sono ufficialmente a Sanremo. C’è gente che giustamente già ha iniziato a parlare, mi sembra di rivivere la stessa cosa in loop. Ma a noi non ce ne f.tt. proprio, almeno a me non me ne f.tt.. Potete immaginare quello che stanno dicendo.

A me non è che interessa moltissimo. Il problema sapete qual è, è che quando non riescono a criticare la musica che uno fa, devono per forza criticare altro perché non sanno dove attaccarsi. Questo è un consiglio che do anche a voi, penso ognuno di noi abbia un sogno, ci sarà sempre qualcuno di invidioso. Uagliù f.ttetevi altamente di quello che dicono, perché l’importante è che vi svegliate di prima mattina e vi guardate allo specchio e vi sentite bene con voi stessi, il resto veramente non conta nulla.”

Al momento non è dato sapere con quale brano LDA parteciperà a Sanremo 2023 e in tanti sono in attesa di scoprire altri dettagli.

Sulla questione suo padre Gigi D’Alessio non ha rotto il silenzio e in tanti si chiedono se lo farà. 

Il cantante napoletano. Gigi D’Alessio: “A Sanremo era come fossi sceso da un barcone, contro di me razzismo culturale”. Vito Califano su Il Riformista il 3 Dicembre 2022

Lo scorso giugno Gigi D’Alessio ha festeggiato con due serate, in diretta sulla Rai, i trent’anni di carriera a Piazza Plebiscito. Il ragazzo nato Luigi che da giovane si addormentava con le cuffie e le canzoni di Claudio Baglioni nelle orecchie fino a quando la madre non le spegneva lo stereo, si è raccontato in una lunga intervista a Il Corriere della Sera. “A 5 anni già suonavo la fisarmonica di mio fratello Pietro. Troppo grande per me: lui la reggeva e muoveva il mantice, io premevo i tasti. Poi papà Franco mi regalò un organetto Bontempi, bianco e arancione. La musica ti moltiplica l’anima, ti rende più sensibile. A 10 anni entrai in conservatorio e andai a vivere con nonna Maria, perché era più comodo. I miei, che avevano un negozio di abbigliamento, mi comprarono il primo pianoforte, pagato 1 milione e 900 mila lire in circa 400 comode rate”, ha raccontato.

La gavetta ai matrimoni con un quartetto, lui alle tastiere. Dal 1989 al 1992 pianista di Mario Merola. “Un personaggio unico, di grande carisma, eravamo come padre e figlio. Un pezzo di pane, l’uomo più buono al mondo, anche se nei film faceva il cattivo, il guappo, il carcerato, il mammasantissima. Girare a Napoli con lui era come passeggiare a New York con Sinatra”. La svolta con Cient’anne, scritta e cantata in duetto proprio con Merola: “Appena uscì, in tre ore a Napoli era diventato come Yesterday dei Beatles. E quando al mio debutto in concerto, nel 1993, al teatro Arcobaleno di Secondigliano, vidi i bagarini davanti all’ingresso, capii che era successo qualcosa di bello”. Ai critici musicali che l’hanno sempre piazzato tra i neomelodici solo ringraziamenti.

“Quando sono andato a Sanremo, anno 2000, sembrava che fossi appena sceso dal barcone, contro di me c’era razzismo culturale, come se potessi cantare soltanto di vicoli e sceneggiate. Che poi in Non dirgli mai c’era una sola frase in napoletano. E oggi in molti conservatori la studiano come trattato di armonia“. Con Pino Daniele invece un rapporto turbolento. “Ce ne siamo dette di tutti i colori. Eppure eravamo nati a venti metri di distanza nel quartiere Santa Chiara, i nostri genitori giocavano a carte insieme. Avevamo pure la stessa casa discografica, però non eravamo amici, anzi. Finché un giorno, nel 2008, Pino mi telefonò: ‘Prima ca’ ci amma appiccicare (che finiamo per litigare) ci vulimme conoscere?’. E poi mi invitò al suo concerto. Mai preso tanti fischi come quella sera. Però da allora non ci siamo più persi, spesso passava il Natale a casa mia, tra risate e bicchieri di vino”.

Indimenticabile l’incontro con Diego Armando Maradona. “Nel 2013, quando gli feci ascoltare la canzone Si turnasse a nascere — che parlava di quando diventi famoso e non sai più se le persone ti stanno accanto per affetto o per interesse — si mise a piangere. ‘L’hai scritta per me?’ In realtà era autobiografica. Se il problema lo avevo io, figuriamoci lui, il più grande al mondo. Volle fare il protagonista del videoclip, per girarlo mi invitò due settimane a Dubai. Giocammo a calcio tennis in quattro, di là Cannavaro e Bruscolotti, di qua io e Diego, eh eh, indovinate chi ha vinto?”.

Di recente D’Alessio è diventato padre per la quinta volta. Un figlio avuto con la compagna Denise Esposito dopo la fine della storia con Anna Tatangelo. Con lei “va bene, comunque abbiamo un figlio insieme. Le storie cominciano e finiscono, oggi sono felice, lo auguro anche a lei. No, non provo amarezza, è così che va la vita”.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Gigi D’Alessio: «Mi vestivo come Baglioni, era il mio idolo. Anna Tatangelo? Le storie finiscono, oggi sono felice, lo auguro anche a lei». Giovanna Cavalli su Il Corriere della Sera il 3 Dicembre 2022.

Il cantautore: «Amadeus è mio vicino di casa, gli preparo il ragù». Ramazzotti: «Una sera mi portò in auto alla festa di Radio Italia e disse alla sicurezza che era il mio autista». Maradona: «Nel 2013 gli feci ascoltare: "Si turnasse a nascere" e lui si mise a piangere»

Quella sera con Eros Ramazzotti chauffeur.

«Cena a casa sua, a Milano, prima della festa di Radio Italia. "Ti accompagno io", dice Eros. Monta in auto. Mi siedo al suo fianco, un altro amico dietro. Arrivati all’arena, ci ferma la sicurezza. "Sono l’autista del signor D’Alessio", si presenta Eros, abbassando il finestrino e indicando me. "Controlli pure". Il tizio mi guarda, annuisce, ma in compenso non riconosce lui. "Ok, potete andare"».

Non proprio sveglissimo, quel bodyguard.

«Eh... Con Eros c’è un’amicizia antica. Nella musica più o meno ci si conosce tutti, ci si frequenta per forza di cose, ma lo capisci subito quando nasce un feeling speciale».

Il suo idolo post-adolescenziale però era Claudio Baglioni.

«Ogni notte mi addormentavo con le cuffie e le canzoni di Claudio nell’orecchio, poi arrivava mamma a spegnere lo stereo. Ero in fissa: mi compravo pure le camicie di jeans come la sua. A un concerto mi infilai dietro le quinte. Scambiandomi per un tecnico, mi chiesero di portargli il microfono, a momenti collassavo per l’emozione. Oggi siamo amici, cantiamo o spesso mangiamo insieme, ci divertiamo».

Con Pino Daniele non andò altrettanto bene, almeno all’inizio.

«Rapporto turbolento, ce ne siamo dette di tutti i colori. Eppure eravamo nati a venti metri di distanza nel quartiere Santa Chiara, i nostri genitori giocavano a carte insieme. Avevamo pure la stessa casa discografica, però non eravamo amici, anzi. Finché un giorno, nel 2008, Pino mi telefonò: "Prima ca’ ci amma appiccicare (che finiamo per litigare) ci vulimme conoscere?". E poi mi invitò al suo concerto. Mai preso tanti fischi come quella sera. Però da allora non ci siamo più persi, spesso passava il Natale a casa mia, tra risate e bicchieri di vino».

Storie di musica, di cene e di amicizia di Gigi D’Alessio, 55 anni — che poi sarebbe Luigi ma confidenzialmente suona Giggi («A casa però mi hanno sempre chiamato Gino, pure i miei nipoti, quando esco metto il mantello e divento Gigi») — 30 di carriera festeggiati a giugno con il doppio live in piazza del Plebiscito, nuovo appuntamento per il 26 e 27 maggio 2023, stesso posto, altro show.

La fotografia del cuore di Gigi-Gino.

«La mia prima recita, terza elementare. Facevo Zappatore — era destino — con la coppola, un fazzoletto al collo e la giacchetta marrone, me li aveva cuciti mamma Antonietta».

Baby musicista.

«A 5 anni già suonavo la fisarmonica di mio fratello Pietro. Troppo grande per me: lui la reggeva e muoveva il mantice, io premevo i tasti. Poi papà Franco mi regalò un organetto Bontempi, bianco e arancione. La musica ti moltiplica l’anima, ti rende più sensibile. A 10 anni entrai in conservatorio e andai a vivere con nonna Maria, perché era più comodo. I miei, che avevano un negozio di abbigliamento, mi comprarono il primo pianoforte, pagato 1 milione e 900 mila lire in circa 400 comode rate».

Suonava ai matrimoni.

«Ero un bambino già vecchio, ultimo di tre fratelli, Pietro aveva 10 anni più di me, Maria 11, stavo sempre con persone più grandi. Quando mi chiamavano per i matrimoni — eravamo un quartetto, io stavo alle tastiere, quindi ero il capo orchestra anche se il più piccolo, e a molti, per questo, giravano le scatole — non mi davano nemmeno i soldi, soltanto la bomboniera degli sposi che per me era un trofeo».

La più brutta di sempre?

«Un pierrot con la lacrima disegnata».

Non si batte, in effetti.

«Erano ricevimenti interminabili, arrivavamo all’una e non andavamo via prima delle tre del mattino. Solo per suonare la marcia nuziale dovevamo aspettare almeno due ore, perché la sposa andava a rifarsi il trucco e l’acconciatura».

Una volta però, aspetta, aspetta, ma la sposa non si è più vista.

«Fuggita con il testimone, portandosi via pure le buste con i soldi. E alla festa è scoppiata la rissa. I parenti si sono presi a mazzate, volavano sedie e bottiglie, ce ne siamo scappati pure noi».

Dal 1989 al 1992 pianista di Mario Merola.

«Un personaggio unico, di grande carisma, eravamo come padre e figlio. Un pezzo di pane, l’uomo più buono al mondo, anche se nei film faceva il cattivo, il guappo, il carcerato, il mammasantissima. Girare a Napoli con lui era come passeggiare a New York con Sinatra».

E una sera d’inverno, nella Grande Mela...

«C’era un suo concerto e, in contemporanea, uno di Lucio Dalla, poco lontano. Davanti al teatro, con trenta centimetri di neve, si formò una fila chilometrica. A un certo punto arrivò pure Lucio. "Tanto da me non è venuto nessuno". Grande Lucio, generoso. Parlava bene di me. "Questo sa leggere la musica come nessuno"».

Sarà capitato anche a lei un concerto sfigato, con pochi spettatori.

«E invece no. Perché la gavetta, tanta, l’ho fatta da musicista, componevo pezzi per gli altri, ero un piccolo Mogol, un "Mogolino". Una sera, in auto con Merola, gli chiesi: "Se scrivo una canzone per voi, la cantereste con me?". "Perché guagliò, tu saje pure cantà?". Il duetto, che infilai nel mio primo disco, si chiamava Cient’anne. Appena uscì, in tre ore a Napoli era diventato come Yesterday dei Beatles. E quando al mio debutto in concerto, nel 1993, al teatro Arcobaleno di Secondigliano, vidi i bagarini davanti all’ingresso, capii che era successo qualcosa di bello. Certo, era una fama circoscritta, un chilometro dopo Caianello non mi conosceva nessuno».

I critici musicali con lei erano piuttosto schizzinosi, la relegarono nella categoria dei neomelodici e arrivederci.

«E li ringrazio, mi hanno dato la forza di non mollare. Quando sono andato a Sanremo, anno 2000, sembrava che fossi appena sceso dal barcone, contro di me c’era razzismo culturale, come se potessi cantare soltanto di vicoli e sceneggiate. Che poi in Non dirgli mai c’era una sola frase in napoletano. E oggi in molti conservatori la studiano come trattato di armonia».

Che ricorda di quel Festival?

«Per farmi volere bene dall’orchestra portai duecento sfogliatelle. Per me era come andare a Lourdes. In gara con Gianni Morandi, con Giorgia. "Sarò all’altezza?". Nelle pagelle dei critici il voto più bello fu zero. Mi piazzai decimo».

Manco male, dai.

«Però il lunedì successivo ero già disco di platino, restai per 54 settimane in classifica, di cui 13 al primo posto, vendetti 1 milione e 200 mila copie. Un attimo sei niente, quello dopo sei tutto. E di colpo tutti ti cercano, tutti ti apprezzano, da c... diventi cioccolata».

Quanto ci mette a scrivere una canzone? Ore, giorni, mesi?

«La butto giù in un’ora e poi aggiungo qualche ritocco, ma non troppo, sennò non è più anima e cuore, diventa finta, di plastica».

Ce l’ha un compagnuccio d’infanzia?

«Come no. Si chiama Luigi Orefice, lavora alle poste, da ragazzino suonava la batteria nel mio primo complesso. Dagli 11 ai 15 anni dormivo sempre a casa sua. Un bravissimo ragazzo, educato, quando ci vediamo si sente in soggezione e mi fa tenerezza, non osava chiedermi una foto con suo figlio, mitico Luigi».

Invece, tra i Ricchi & Famosi amici ne ha quanti ne vuole.

«Morandi, Biagio Antonacci, Massimo Ranieri, Clementino, Paolo Bonolis, Giorgio Panariello, Pippo Baudo, ma se attacco con l’elenco non finisco più. Sono amico di tutti, quello che tutti vorrebbero avere, ai più giovani do consigli, con i più grandi mi confronto, non diranno mai: "Gigi è un pezzo di...". O almeno credo».

Con Fiorello siete super-affiatati.

«Ci piace fare scherzi, stesso grado di pazzarìa, insieme siamo una bomba atomica. Ci siamo intrufolati alle prove di Sanremo Giovani. Sono salito sul palco, tra gli altri concorrenti. "Ciao, io sono Gigi e vengo da Napoli". Preso a guardare dei fogli, Amadeus non se n’è accorto subito. Povero Ama. Quest’estate in spiaggia io e Rosario lo abbiamo messo in mezzo. Aveva ordinato una fetta di cocomero. D’accordo con il cameriere, gli abbiamo fatto portare uno scontrino da 120 euro. Però so farmi perdonare».

Come?

«Io e Ama abitavamo vicini. Quando tornava tardi, d’inverno, passava da me tutto incappucciato a ritirare la cena. La soglioletta per il bambino. O la pasta al forno, la mia specialità».

Che ci mette di buono?

«Eh... il ragù che deve pippiare (sobbollire) almeno sette ore, le polpettine fritte, le uova, il fiordilatte, il pecorino, tanto pepe».

Cene su cene, però resta magro.

«È il dna di mamma e papà».

Diego Armando Maradona.

«Nel 2013, quando gli feci ascoltare la canzone Si turnasse a nascere — che parlava di quando diventi famoso e non sai più se le persone ti stanno accanto per affetto o per interesse — si mise a piangere. "L’hai scritta per me?" In realtà era autobiografica. Se il problema lo avevo io, figuriamoci lui, il più grande al mondo. Volle fare il protagonista del videoclip, per girarlo mi invitò due settimane a Dubai. Giocammo a calcio tennis in quattro, di là Cannavaro e Bruscolotti, di qua io e Diego, eh eh, indovinate chi ha vinto?»

Loredana Bertè?

«A volte a The Voice Senior abbiamo litigato, ma le voglio tanto bene, meravigliosa, però è fatta così, devi sempre tenerti pronto a pararla».

Con Anna (Tatangelo) come va?

«Eh... va bene, comunque abbiamo un figlio insieme. Le storie cominciano e finiscono, oggi sono felice, lo auguro anche a lei. No, non provo amarezza, è così che va la vita».

È diventato papà per la quinta volta.

«Il primo l’ho avuto a 19, il quinto a 54, un’emozione straordinaria, spero di avere tutto il tempo di vederlo crescere. Ogni figlio è diverso, ma stanno tutti qui, nello stesso cuore».

Gigi D’Alessio, quel che colpisce è il grande amore dei fan. Aldo Grasso su Il Corriere della Sera il 19 Giugno 2022.  

Grande serata evento venerdì su Rai1 per il concerto da piazza del Plebiscito a Napoli per festeggiare i 30 anni di carriera del cantautore con tantissimi ospiti. 

Gigi D’Alessio non lascia mai indifferenti. Di solito, si dice: piacciano o non piacciano le sue canzoni ma lui… Ecco, l’interessante è il «ma lui». Perché tutti gli manifestano così tanto affetto?

Venerdì sera è andato in onda da Piazza del Plebiscito a Napoli «Uno come te - Trent’anni insieme», il concerto-evento che celebra i primi 30 anni di musica e di grandi successi di Gigi D’Alessio (Rai1). C’erano tantissimi ospiti e tutti, senza distinzioni, da Fiorello ad Alessandra Amoroso, da Vanessa Incontrada a Fiorella Mannoia, da Eros Ramazzotti a Vincenzo Salemme gli hanno manifestato amicizia, hanno tessuto le lodi della sua generosità, si sono permessi di prenderlo in giro come segno d’affetto.

«Napoli è la mamma. Abbiamo gioito insieme e sofferto insieme», dice sul palco Gigi, ringraziando più volte il suo pubblico, anche per averlo difeso dai pregiudizi. Nella mia playlist non ho una canzone di Gigi D’Alessio, ma è solo colpa della mia pigrizia musicale; infatti, l’aspetto che più mi ha colpito della trasmissione è che ogni suo brano era ripetuto in coro dall’immensa platea, anche quando faceva i duetti con canzoni non sue.

«Non potevo dirgli di no. Siamo come fratelli – dice Fiorello in pigiama griffato – e poi il sole di Napoli: arrivi Ed Sheeran ed esci Koulibaly». Insieme cantano “Tu vuo’ fa l’americano”, “Torero”, “o’Sarracino” e poi “Como suena el corazon”, ma con un mash-up in chiave Pink Floyd.

Insomma, la vita artistica di Gigi D’Alessio è molto più interessante di quanto ci venga tramandata dai luoghi comuni, a partire dagli inizi con Mario Merola e poi i concerti ai matrimoni, i momenti «difficili» della sua carriera, le sue cinque partecipazioni al Festival di Sanremo. Gran finale con «Napule è»: omaggio a Pino Daniele che Gigi definisce «il più grande di tutti» mentre il cielo s’illumina di fuochi d’artificio.

Da stylo24.it il 23 maggio 2022.

S’intitola «Ti voglio bene» la canzone che Luigi Giuliano dichiara di aver scritto e musicato per Gigi D’Alessio. E che il nostro giornale pubblica in esclusiva nella versione cantata proprio dall’artista napoletano. La canzone, dichiara l’ex boss oggi collaboratore di giustizia, sarebbe stata scritta per partecipare al Festival di Sanremo agli inizi degli anni Novanta, ed è stata ritrovata recentemente in una vecchia audiocassetta. Il nostro giornale la pubblica come testimonianza giornalistica.

Del rapporto artistico tra Luigi Giuliano e Gigi D’Alessio si parlerà, inoltre, nella collana «Nuova famiglia», scritta dal collaboratore insieme al giornalista Simone Di Meo, direttore di Stylo24. Il primo numero, intitolato «Combattere o morire», edito da Stylo24 Edizioni, è acquistabile esclusivamente su Amazon.

Il cantante napoletano. Gigi D’Alessio papà per la quinta volta, il figlio con la compagna Denise: “Benvenuto Francesco”. Vito Califano su Il Riformista il 24 Gennaio 2022.  

Fiocco azzurro in casa D’Alessio. È nato Francesco, quinto figlio del cantante napoletano Gigi, avuto con la compagna Denise Esposito. Lo ha reso noto lo stesso D’Alessio con un post su Facebook. “Francesco, benvenuto alla vita”, ha scritto postando il cartellino della nascita. Il bambino è nato a Napoli, alla clinica Ruesch. La notizia della maternità era stata data al settimanale di gossip e spettacolo Chi lo scorso luglio. Denise Esposito ha 28 anni, 26 in meno del compagno, avvocato e fan di D’Alessio. Il primo incontro tra i due a Capri, in occasione di un concerto del cantante napoletano. Il primo avvistamento segnalato dai paparazzi a inizio 2021.

Gigi D’Alessio è padre di Claudio, Ilaria e Luca – avuti dall’ex moglie Carmela Barbato – e di Andrea – nato dalla relazione con Anna Tatangelo. La cantante di Sora è stata anche lei paparazzata in spiaggia da Chi con il cantante e attore napoletano Livio Cori. Una relazione della quale si parlava da tempo. “Innamorata è un parolone, però sto bene. Non mi va di rispondere a questa domanda e non mi va di fare nomi. Me la voglio vivere con calma. Non smentisco e non confermo”, aveva detto in un’intervista a Belve la cantante Tatangelo.

D’Alessio è appena reduce dal successo alla trasmissione The Voice Senior, il talent show vinto dal suo concorrente Annibale Giannarelli. Lo scorso novembre il cantante napoletano è stato assolto dal tribunale monocratico di Roma dall’accusa di reati fiscali. Cadute le accuse anche nei confronti di altri quattro imputati. “Il fatto non sussiste”. Per D’Alessio la procura capitolina aveva chiesto una condanna a 4 anni: un processo che nasceva dall’inchiesta dei pm romani per una presunta evasione fiscale di circa 1,7 milioni di euro fra Ires e Iva non versata, fatti che risalivano al 2010.

Una sentenza d’assoluzione che “rende giustizia all’uomo prima che all’artista”, avevano commentato a caldo gli avvocati Pierpaolo Dell’Anno, Giuseppe Murone e Gennaro Malinconico, difensori del cantante. Secondo i due legali il tribunale monocratico di Roma con la sentenza “ristabilisce la verità a distanza di dieci anni dalle ipotesi accusatorie, rimaste prive di riscontro, riconoscendo la legittimità dell’operato dell’artista, che ha sempre creduto che la giustizia riconoscesse l’assoluta legittimità del suo agire. Il tempo è galantuomo”. Un’altra notizia grandiosa, nel giro di pochi mesi, e di pochi giorni, per il cantante napoletano.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro. 

·        Gigi Marzullo.

"Le interviste? Come i gelati. Non posso farne a meno". Laura Rio il 24 Marzo 2022 su Il Giornale.

Gigi Marzullo pubblica un libro di aneddoti sui suoi incontri più importanti: "Ricomincerei tutto da capo".

Con lui non si può che cominciare così. Gigi Marzullo, si faccia una domanda e si dia una risposta...

«Certo. Ecco: Come sto? Sto bene, sono contento, per quello che si può essere in questo momento drammatico con una pandemia ancora in corso e una guerra che speriamo finisca presto».

E ora si chieda il perché di questa intervista.

«Perché mi faccio intervistare io che non amo parlare di me e preferisco far parlare gli altri? Perché è uscito il mio ultimo libro La vita è un sogno (Rai Libri) che raccoglie i retroscena di alcuni dei miei incontri più importanti. Già che ci sono mi chiedo anche perché ho scritto un altro libro».

Dunque?

«Completa la trilogia Si faccia una domanda e Non ho capito la domanda. Insieme a Rai Libri abbiamo pensato, invece di trascrivere le tante interviste che ho realizzato per Sottovoce, di raccontare quello che è successo prima, durante e dopo, compresi aneddoti, riflessioni e sprazzi della mia vita. Ci sono i grandi nomi del cinema, della cultura e dello spettacolo, la maggior parte internazionali: da Troisi a Depardieu, da Delon a Peter Fonda, da Claudia Cardinale a Charles Aznavour».

Quale di questi le è rimasto più nel cuore?

«Se devo proprio scegliere, dico Fanny Ardant, Woody Allen e Laetitia Casta. La prima perché è il mio sogno di donna, ho visto venti volte La signora della porta accanto. Come racconto nel libro, sono riuscito a intervistarla dopo un corteggiamento serrato. Allen perché ha mostrato sensibilità regalandomi i suoi occhiali. Laetitia perché mi ha impressionato a Sanremo, così giovane e così lucida».

Chi invece l'ha delusa?

«Le persone che non mi piacciono o a cui non piaccio non vengono proprio nelle mie trasmissioni».

Per lei vita e sogno sono le pagine di uno stesso libro?

«Penso che la vita abbia due binari: uno è il lavoro, l'altro l'amore. L'importante è riconoscerli entrambi. Io ho avuto la fortuna di capire il lavoro che volevo fare e di averlo potuto fare. Amo il mio lavoro, come il gelato: ogni giorno mangio un gelato, ogni giorno lavoro...»

Non immagina, prima o poi, di riuscire a spegnere le telecamere?

«Assolutamente no. Se non mi costringerà qualcuno, non lo farò mai».

Oltre a Sottovoce, Cinematografo, Applausi, Milleeunlibro con cui da molti anni intrattiene gli spettatori nottambuli, è ospite fisso a Che tempo che fa e Dedicato. Non sembra che la stiano cacciando...

«Sono realista: nella vita chiedere non è un problema, bisogna vedere se ti danno le risposte».

Sono passati quarant'anni da quando ha cominciato...

«Ho iniziato con un concorso per annunciatore radiofonico, poi collaboratore, consulente e vari giri per entrare in Rai. Fosse per me, ricomincerei tutto daccapo...».

Un sogno lo ha ancora?

«Quello che ho è il mio sogno. Sono già contento che sto bene, che campo serenamente».

Un incubo?

«La morte. La considero proprio una cosa ingiusta, non mi piace, mi fa schifo. Vorrei continuare a vivere così altri diecimila anni».

L'amore?

«Ho amato, sono stato amato e ho sofferto per amore quando ero più giovane perché non avevo capito cos'era l'amore. Poi quando arrivi a un'età come la mia capisci che amore è voler bene all'altra persona. Mi sono sposato (con Antonella De Iuliis) dopo vent'anni, ci ho pensato un po'...».

Il dolore più grande?

«La morte di mio fratello, a soli 41 anni, per un infarto, una tragedia per me e per i miei genitori. Non avendo io figli, la perdita delle persone care è ancora più forte. Lui era una persona colta e sensibile, ma la vita gli faceva paura».

Laureato in Medicina, non ha mai pensato di condurre programmi di salute?

«Mi sono laureato a 40 anni, ad Avellino, la mia città, per far contenti i miei genitori: se non fossi già stato assunto in Rai mi sarei specializzato in psichiatra. I programmi di medicina? Magari li farò, c'è tempo...»

Un medico che in casa sua non cucina...

«Non sopporto gli odori. Uso solo il microonde, anche per fare la pasta. Mia moglie ogni tanto va a casa sua a cucinare».

Le sue interviste sono semplici o banali, come qualcuno dice?

«Non sono banali, sono semplici. Non so neanche cosa significhi banalità. Le cose semplici sono le cose che appartengono a tutti noi, amore e sofferenza. La semplicità forse è una profondità nascosta».

Infine, cosa si chiederebbe ancora?

«Quanto durerà quello che ho? Domanda che mi faccio sempre perché può finire da un momento all'altro... Mi vengono i brividi all'idea. Come faccio a non pensarci? Vado al cinema, a teatro, lavoro tanto, sto con Antonella, salgo a Milano - che mi piace tanto - da Fazio e... mi mangio un gelato al giorno».

·        Gigliola Cinquetti.

Gigliola Cinquetti: «La mia vita è cambiata in tre minuti. Ancora oggi non ho l’età, sono un’immatura». di Renato Franco su Il Corriere della Sera il 6 Maggio 2022.

La cantante si esibirà nella serata finale dell’Eurovision Song Contest sabato 14. 

Nel 1964 aveva 16 anni e vinse Sanremo con «Non ho l’età». Come fece a non montarsi la testa?

«La testa ce l’avevo già montata di mio, a prescindere». Gigliola Cinquetti a metà anni Sessanta era già una diva internazionale, due volte vincitrice a Sanremo, trionfatrice all’Eurovision, strattonata dalle tv di mezza Europa. «In tre minuti è cambiata la mia vita perché da ragazza qualunque sono diventata una piccola celebrità. Me ne sono resa conto subito, proprio lì a Sanremo dopo la prima apparizione televisiva: fuori dall’albergo in un attimo fui assalita da una torma di persone. Fu una sorta di aggressione, ai limiti dell’isteria. Io, i miei genitori, i miei discografici, tutti, percepivamo però quell’epoca come l’epoca dei successi effimeri: pensavo durasse mesi, invece è durata anni».

Lei era in coppia con la cantante Patricia Carli, in quell’edizione c’erano anche Milva, Claudio Villa, Gino Paoli, Modugno, Gaber, Tony Renis, le star americane. Un’adolescente che batte i giganti... Che emozione provò?

«Non mi fece nessun effetto, perché io ero assolutamente consapevole di me stessa, nella mia presunzione di ragazzina. Oltre a me c’erano altri esordienti, non avevamo nessun rispetto o timore riverenziale di fronte a fame che noi ritenevamo già tramontate. Ai nostri occhi loro erano i “vecchi”. Sapevamo perfettamente di essere noi i vincenti».

Il cliché della ragazzina timida non le apparteneva?

«Io ero sì timida, non mi piaceva per niente essere esposta agli assalti del pubblico, né essere costretta a parlare, a dire qualcosa. Io volevo solo cantare. Cantavo proprio per quello: perché non mi andava di parlare. Ma c’era la consapevolezza che noi eravamo una generazione nuova, che eravamo per la prima volta — in quanto giovanissimi — i veri protagonisti. Dentro di noi ci sentivamo protagonisti e quando uno crede una cosa è anche facile che diventi vera. Così siamo diventati padroni del nostro destino, come generazione abbiamo segnato un epoca».

Come fu gestire quella popolarità violenta, improvvisa?

«La testa ce l’avevo già montata di mio, a prescindere. Ero molto orgogliosa di quello che ero, non per il successo. Ero impegnata a vivere la mia vita e a cercare di non sprecare nulla, a non sbagliare i miei passi. Ero anche terrorizzata dalla responsabilità che avevo verso me stessa. Volevo le cose che contano, volevo l’amore; del successo mi importava molto poco anche se ero sicura della mia vocazione artistica; cercavo l’autenticità, cercavo di capire chi ero, una ricerca di estrema difficoltà in quel turbine di vicende che ti travolgevano, di aggressione fisica del proprio spazio e del proprio tempo. Tutti ti chiedono qualcosa, tutti ti vogliono usare, anche se non ho mai dato un’accezione negativa al “farsi usare”: farsi usare è anche bello, ma bisogna permetterlo rispettando la propria essenza. Ma dove stava questa essenza? Ti dicono: sii te stesso. Provaci te? Ma che cazzo vuol dire? Ti mette in una vertigine di panico quest’idea di essere te stesso».

Dopo Sanremo arrivò prima anche all’Eurovision.

«In poche settimane vinsi Castrocaro, Sanremo, poi mi chiamarono a cantare all’Olympia di Parigi, tutto il giorno alle Galeries Lafayette suonavano la mia canzone, mi esibii alla tv tedesca: ero già una cantante internazionale, l’Eurovision fu quasi la naturale conseguenza, non c’era più da stupirsi di niente. Non ho l’età fu un successo davvero globale, i miei dischi sono arrivati anche a Kinshasa».

A Sanremo fu seconda nel 1965, poi l’anno successivo di nuovo prima con «Dio, come ti amo» in coppia con Modugno.

«Fu un riconoscimento entusiasmante perché fu una scelta esclusivamente di Mimmo. Mi chiese di incontrarlo e di ascoltare questa canzone da soli in una stanza, prese la chitarra e me la cantò. Io ero una bambina che leggeva tanti libri d’avventura e sognavo una vita di avventure. La sua musica per me rappresentava quel mondo di avventura che avevo sognato da bambina».

Però Modugno andò da solo all’Eurovison. Lei ci rimase male?

«No. Mi sembrava giusto che chi aveva scritto la canzone ne facesse ciò che voleva; già mi sentivo più che riconoscente a Mimmo per Sanremo. Che altro potevo volere di più?».

La canzone arrivò ultima. A lei quindi è andata bene non esserci...

«Magari io non arrivavo ultima... ma non prima probabilmente, era un pezzo che richiese tempo per diventare un evergreen».

A un certo punto, nel pieno successo, lasciò la musica per dedicarsi alla famiglia. Perché questo passo indietro?

«Sono stata per 15 anni con la valigia in mano, ricordo ancora la fatica e l’intensità di quelle esperienze. Ma quando mi sono sposata nel 1979 (con il giornalista Luciano Teodori) e ho fatto due figli mi sono detta che non potevo continuare ad andare in giro per il mondo. Soprattutto non volevo. Volevo godermi la vita. Lavorando e basta tutto ti passa davanti, un giorno sei qua, un altro là, non costruisci relazioni, non costruisci niente per te. Io invece volevo costruire, volevo divertirmi, volevo godere la mia vita. Con mio marito abbiamo girato l’Italia, abbiamo fatto tanti viaggi all’estero per far vedere il mondo ai bambini. Mi sono concessa quei lussi che prima non potevo concedermi. Era uno spreco vedere posti belli, vivere esperienze intense ma non poterle condividere con nessuno; oppure con persone di cui non mi fregava niente, come il promoter di turno. Il successo è stato un mezzo, non un fine».

Nel giorno della finale, sabato 14, salirà sul palco dell’Eurovision a Torino per cantare ancora «Non ho l’età».

«Pasolini diceva che il successo è l’altra faccia di un’aggressione, un’aggressione che per me si è trasformata in un abbraccio, in una cosa bella, dolce, intima. Quando quel successo repentino e per sua natura violento viene smaltito, e svanisce, rimane una traccia, che è quella che mi riporta oggi a cantare all’Eurovision. La gratitudine per il successo che ho avuto è totale; se non ci fosse stato non avrei questo dono straordinario di cantare una canzone dolcissima che è stata il talismano della mia vita, ogni parola di quel brano l’ho introiettata. E quel successo così trasversale ha finito per legarmi intimamente anche a persone che non conosco personalmente».

In gara ci sono Mahmood e Blanco.

«Sono deliziosamente teneri, mi piacciono nella loro grazia, sono molto bravi».

L’anno scorso vinsero i Måneskin: le piacciono?

«Mi riprometto sempre di ascoltare più a largo raggio questi artisti “nuovi”, conosco quello che hanno fatto a Sanremo ma non conosco molto altro del loro repertorio. Capisco la grande forza della loro immagine, mi piace la loro giovinezza, la loro bellezza, mi piace questa estetica molto italiana applicata al rock. In questo vedo la novità. È un superamento di certi cliché».

Oggi per cosa non ha l’età?

«Per tutto. Mi sento ancora immatura, e mi piace questa sensazione».

·        Gina Lollobrigida.

Gina Lollobrigida, la lettera e il mistero in ospedale: cosa sta succedendo. Francesco Fredella su Libero Quotidiano il 13 settembre 2022

C'è un retroscena raccapricciante sul ricovero di Gina Lollobrigida, che è stata operata ieri dopo un incidente domestico che le ha provocato la rottura del femore. Il retroscena che siamo in grado di raccontarvi riguarda una lettera inviata dall'avvocato di Milko Skofic (figlio della Lollo) al legale di Andrea Piazzolla, il factotum di Gina, accusato in tribunale di aver sperperato il denaro dell'attrice.

La notizia buona è che Gina Lollobrigida sta bene e che tra pochi giorni sarà dimessa dalla clinica romana dov'è ancora operata. Secondo indiscrezioni, però, Skofic avrebbe incaricato il suo legale di inviare una lettera all'avvocato di Piazzolla per chiedere dove si trovi Gina, chi l'ha operata e l'orario delle visite previsto dalla clinica. Si tratta di un'indiscrezione che giunge alle nostre orecchie subito dopo l'intervento a cui si è sottoposta l'attrice. Intanto, Piazzolla - denunciato proprio da Mirko Skofic, che lo accusa di aver dilapidato il patrimonio di Gina - avrebbe inviato un messaggio a Dimitri per informarlo sulle condizioni di sua nonna. Ma non ci sarebbero state risposte fino ad ora. Come mai? Messaggio letto e non visualizzato? Potrebbe trattarsi, però di una casualità.

In ogni caso sembra essere di fronte all'ennesimo scontro in famiglia che stavolta si non si consuma in tribunale, ma attraverso le Pec degli avvocati. Da una parte ci sono Gina e Andrea Piazzolla - ci dicono che non l'abbia mollata un attimo dopo l'incidente domestico - dall'altra Mirko e Dimitri Skofic. Padre e figlio preferirebbero, a quanto pare, percorrere la strada della formalità senza rivolgere parola a Piazzolla, che in tribunale dovrà rispondere delle accuse a suo carico nel corso del processo che si sta svolgendo nella Capitale.

Francesco Merlo per “la Repubblica” il 29 agosto 2022.

C'era già prefigurato, nella parola "maggiorata", l'eccesso della candidatura a Latina (e a Catania e in Veneto) della Bersagliera che, a 95 anni, da sola maggiora la lista di Antonio Ingroia, il suo avvocato, e la falce e martello di Marco Rizzo: «Avanti Lollo, alla riscossa, bandiera rossa». 

E, a riprova che il soprannome "maggiorata" non solo ha imprigionato il suo corpo nelle famose forme prosperose, ma le ha pure imposto il destino di una vita spericolata (altro che Steve McQueen), c'è pure la battaglia di Gina Lollobrigida e del suo tuttofare innamorato Andrea Piazzolla contro la Cassazione: «Ci arrendiamo solo se ci ammazzano». 

Esagerati? I giudici hanno nominato un tutore per aiutare il figlio Mirko a "proteggere" i soldi della mamma che, sempre più maggiorandosi con enormi parrucche e smodati gioielli, è spesso superospite in tv ma solo nell'ora del pensiero meridiano, quello maggiorato dal patetico.

La parola "maggiorata" fu inventata dallo sceneggiatore Continenza, un nome che esaltava o meglio maggiorava il bel gioco dei contrari. Vittorio De Sica interpretava, come oggi Ingroia, l'avvocato trombone dell'adultera Gina che aveva avvelenato la suocera: «Signor giudice, se la legge ritiene innocenti i minorati psichici, perché non si dovrebbe fare altrettanto con una maggiorata fisica»?. 

Fu assolta grazie all'opulenza delle forme che elevò l'adulterio da reato penale e peccato mortale a necessità naturale giustificando, con la geometrica potenza di tette, fianchi e sedere, anche il crimine: omicidio sì, ma solo della suocera. Vale oggi più di allora quell'arringa di De Sica perché la vecchia Lollobrigida è molto maggiorata: per età, per la roba, per Rizzo e Ingroia che sembrano Franco e Ciccio nel film "I due comunisti-sovranistinovax- noeuro-noNato".

Ed è maggiorata per il figlio e l'amante che se la contendono e per le opache perizie sulla sua lucidità. Nel 1982, all'Avana, intervistai Fidel Castro e gli chiesi se fosse vero che l'aumentada, l'incrementada, lo avesse conquistato sfrecciando in topless sul motoscafo. Eugenio Scalfari raccontò ( Grand Hotel Scalfari, Marsilio): «Non l'avevo mai incontrata. Perciò, vedendola, le ho detto: 'Mi dispiace non averla conosciuta quarant' anni fa, perché lei, signora Lollobrigida, era splendida'. Dandomi una lezione, mi rispose: 'Lei, Scalfari, è ancora splendido'». 

Eppure, Orio Vergani ( Diario - Baldini & Castoldi), facendo parte della giuria di Miss Italia nel 1947, la bocciò: «Non era una statua ma una statuina». Le fece pure un esame di cultura: «Mi disse che studiava pittura ma non aveva mai sentito nominare Amerigo Bartoli. Volevo troppo bene al vecchio Amerigo e non le diedi la spintarella che le avrebbe evitato il terzo posto". Direbbe, 75 anni dopo, don Abbondio: "Amerigo Bartoli, chi era costui?". 

Erika Chilelli per “il Messaggero” il 14 luglio 2022.

«Quando Gina Lollobrigida è stata ricoverata io non ho impedito al figlio Mirko Skofic di vederla, lei non li voleva vedere». Sono le parole che Andrea Piazzolla ha riferito ieri al giudice, durante l'udienza del processo che lo vede accusato di circonvenzione di incapace per aver sottratto beni per milioni di euro dal patrimonio dell'attrice 95enne tra il 2013 e il 2018. 

«Le dicevo che doveva vedere il figlio e lei non voleva - ha spiegato Piazzolla - mi rispondeva: se mi vuoi far sentire male continua a parlare». Sul rapporto della diva con il nipote, Dimitri, ha aggiunto: «Si sono allontanati per via di alcune foto che Dimitri aveva sui social. Lo ritraevano mentre aveva rapporti sessuali con delle ragazze». 

Di questa circostanza sarebbe stato proprio Piazzolla ad avvertire la Lollo: «Non volevo che si rovinasse la sua reputazione». A presentare querela contro il tuttofare 34enne della diva è stato proprio il figlio Mirko, difeso dagli avvocati Michele e Alessandro Gentiloni Silveri. In una deposizione resa a marzo, ha riferito di aver notato un cambiamento nella madre quando nella sua vita è entrato Andrea: «È una persona che si è approfittata delle sue debolezze, prima di incontrarlo aveva una personalità forte». 

I SEI MILIONI SPARITI Da tuttofare con delega alla tintoria, Piazzolla era diventato amministratore della Vissi d'Arte, la società che gestiva il patrimonio milionario dell'attrice. Ma alla domanda sul valore di tale patrimonio, l'uomo ha detto di non averne contezza. 

Fatto sta che alcuni quadri della diva stavano per essere messi all'asta, le sue auto di lusso (ultima una Jaguar da 130mila euro) sono state vendute e i conti correnti svuotati. Secondo l'accusa - sostenuta dal pm Eleonora Fini - è stato l'uomo, definito dalla Lollo il suo angelo custode, l'artefice di queste operazioni. 

Eppure, nel momento in cui il giudice tutelare ha deciso di nominare un amministratore di sostegno per la 95enne - decisione che Piazzolla ritiene ingiusta - nei conti della Lollobrigida c'erano solamente 117 euro; nonostante la vendita di gioielli della diva per 3,8 milioni di euro e tre appartamenti in via San Sebastianello, vicino a piazza di Spagna, per 2 milioni e 100mila euro.

Sulla misteriosa sparizione del denaro, l'imputato giura di non sapere nulla: «Non avevo accesso ai conti di Montecarlo e quando parlava con i banchieri non ero presente - ha riferito in aula - Mi ha fatto dei bonifici, ma non so quantificarne il valore. Non so cosa ne ha fatto Gina dei soldi, probabilmente sono serviti per la gestione della villa e per il suo tenore di vita». 

La villa, a cui si riferisce è l'abitazione dell'attrice sull'Appia Antica: «Il valore commerciale si aggira intorno ai 7 milioni, ma essendo la villa di Gina Lollobrigida c'è chi ha offerto fino a 20 milioni». Tentativi di vendita che Piazzolla ha ricondotto al desiderio della Bersagliera di ricongiungersi alla famiglia: «Mirko doveva pagare 18mila euro al mese l'ex moglie e Gina lo voleva aiutare. 

Le macchine - una Ferrari venduta nel 2014 e una Porche nel 2015 - mi ha chiesto di venderle per non inasprire i rapporti con lui». Solo la Porche ha fruttato 90mila euro; mentre i soldi della Ferrari sono stati versati sul conto dei genitori dell'imputato.

Un tesoretto, quello guadagnato dalla conoscenza con la Lollobrigida, che Piazzolla non riconduce a un'attività lavorativa. «Non ho mai percepito uno stipendio», ha precisato al giudice. Però risultano numerosi bonifici effettuati dai conti dell'attrice in suo favore. Per non parlare dei 117mila euro confluiti nella Prosound srl, società aperta dal 34enne. Ma lui si è difeso così: «Era una donazione».

Federica Bandirali per corriere.it il 4 luglio 2022.  

Icona di bellezza ma anche grande attrice italiana: Gina Lollobrigida compie il 4 luglio 95 anni. Soprannominata “la Lollo”, è stata una delle più importanti presenze cinematografiche europee ma anche sex symbol negli anni 1950 e 1960 a livello internazionale. Nella sua agenda non è fissato al momento di festa vero e proprio ma c’è un appuntamento speciale: è pronta infatti a tornare a Subiaco, sua città natale, per ricevere un premio cinematografico speciale. 

La questione patrimonio

L’attrice è stata ritenuta non in grado di amministrare il suo patrimonio. Di lei si occupa un amministratore di sostegno, lo stesso che ha allertato la Procura quando Andrea Piazzolla (il factotum della star,) e un complice, secondo gli inquirenti, avrebbero cercato di vendere tramite una casa d’asta 350 beni della Lollobrigida. Piazzolla è a processo con l’accusa di circonvenzione d’incapace. 

La testimonianza figlio Milko Skofic

Il figlio della Lollo Andrea Milko Skofic ha testimoniato proprio nel processo a carico del 35enne Andrea Piazzolla. «Ho visto un forte cambiamento nel comportamento di mia madre, una persona si è approfittata della sua debolezza — ha detto Skofic al giudice— Ho deciso di denunciare perché mia madre, dopo la conoscenza di Piazzolla, è cambiata, è diventata fuori controllo. Mia madre era molto attenta a come spendeva i soldi, una persona semplice, non faceva feste”. 

La Lollo in difesa di Piazzolla

«Per me è come un figlio, mi sta accanto come un figlio, mi ha aiutato ad andare avanti. La sua figlia Gina si chiama come me, è una tigre», ha detto affettuosa Gina Lollobrigida a “Domenica In” riferendosi a Piazzolla «Andrea non ha mai sbagliato. È una persona brava ed il fatto che mi ha aiutato, sta avendo dei guai terribili. La vita è mia ed io decido cosa farne. Fare dei regali ad Andrea e la sua famiglia è una cosa che riguarda me, nessun'altro.», ha aggiunto. Per poi scoppiare a piangere in diretta.

“Morire in pace”

“Alla mia età dovrei avere un po’ di pace, ma non ce l’ho ancora” ha detto la Lollo a Venier “Più che stanca, mi sento umiliata. Dovrebbero lasciarmi morire in pace. Non ho fatto niente di male, capito?“.

Val.Err. per il Messaggero il 2 marzo 2022.

«Non riuscivo a parlare più con mia mamma, lei prendeva tempo, parlava sottovoce come se non volesse farsi sentire da qualcuno. Il cancelletto che dalla dependance, dove vivevo con la mia ex moglie e mio figlio, portava alla sua villa era chiuso e, quando chiesi spiegazioni al giardiniere, mi disse che Piazzolla aveva disposto che fosse saldata la serratura». 

Ha parlato a lungo ieri in aula Milko Skovic, figlio di Gina Lollobrigida e parte civile nel processo a carico dell'ex factotum dell'attrice, Andrea Piazzolla, accusato di avere approfittato della debolezza dell'anziana donna, oggi novantaquattrenne, e tentato, tra il 2013 e il 2018, di sottrarle i beni, vendendone 350 all'asta. Risponde di circonvenzione di incapace. 

LA TESTIMONIANZA Skovic, rappresentato dagli avvocati Michele e Alessandro Gentilo Silveri, ha ricostruito le dolorose fasi che lo hanno portato in Tribunale: «Ho visto un forte cambiamento nel comportamento di mia madre e ho deciso di chiedere un tutore perché, dopo la conoscenza di Piazzolla, era cambiata, era fuori controllo. Quando me ne sono reso conto - continua - ho iniziato la procedura. Volevo che ci fosse una persona super partes a controllare la gestione dei suoi soldi. Lei si arrabbiò e mi disse che Piazzolla era un santo, che era intelligentissimo. I rapporti si sono interrotti, io ero diventato un suo nemico perché volevo rovinarla».

Fino al 2009, invece, tra la Lollobrigida e Skovic non c'erano attriti: «Lei era felice di stare con mio figlio. Tutto è cambiato quando è arrivato Piazzolla, intorno al 2009». Nel corso della lunga testimonianza, l'uomo ha precisato che inizialmente l'imputato svolgeva mansioni di tuttofare e che si era reso conto del cambiamento della madre nel 2011, dopo un viaggio negli Usa.

«A un certo punto mi arrivò una fattura ,per l'acquisto di un'auto da 120 mila euro, intestata a una società di mia madre di cui Piazzolla era diventato amministratore. «Le ho detto: Ma che fai? - ha ricordato l'uomo - lei rispose che Andrea l'avrebbe rivenduta. Capii che era fuori controllo,. A quel punto ho deciso di avviare la pratica al Tribunale civile per tutelarla» 

LE BUGIE L'uomo davanti al giudice ha chiarito di avere chiesto all'attrice perché i suoi rapporti con il nipote, che aveva sempre amato, fossero cambiati: Mi disse che Piazzolla le aveva riferito che mio figlio faceva filmati e foto porno. Tempo dopo, grazie a un parente, ho preso visione delle foto: erano immagini normali di mio figlio vestito che fumava».

·        Gino Paoli.

Luca Valtorta per “Robinson - la Repubblica” il 13 marzo 2022.

Inerpicata sulla collina e immersa nel sole: è la casa di Gino Paoli a Genova, alla quale si accede da una porta su cui non c'è nome. Solo un adesivo, tondo, con un gatto nero dalla schiena inarcata, il pelo dritto e una scritta: "Attenti al gatto". È già tutto lì. Chiaro. Paola, la moglie di Gino, ci accompagna in una stanza: libri, foto, locandine, un pianoforte, chitarre. Oggetti che raccontano una vita. Poi, una voce inconfondibile. Paola serve un caffè con focaccia, come si usa a Genova. 

(...)

Com' è una sua giornata tipica?

«Mi sveglio e mi faccio un uovo alla coque. E poi un cafè (con una "f" sola, ndr). Poi due cafè. Poi tre cafè. Poi quattro cafè. E a quel punto comincio a essere al mondo. Poi vengo qui, guardo un po' di cose e poi magari faccio anche due note al pianoforte. Insomma, vivo. Ma dove sono le sigarette? (si mette a cercarle, ndr) ». 

Lei all'inizio faceva il pittore.

«Sono andato avanti fino a 27 anni, non ho mai pensato alla musica prima. Per mangiare lavoravo come grafico ma al 20 del mese non c'erano soldi così ho fatto lavori di tutti i tipi».

I peggiori?

«Portare un pianoforte sulle scale fino al quarto piano e scaricare un camion di carbone: ti trovi carbone nel c**o per dieci giorni. Quando mi hanno offerto dei soldi per cantare ho accettato subito». 

E scrisse "La gatta".

«Che non ebbe successo: il 45 giri vendette 80 copie. Però mi salvò lo stesso la vita: stavo in una casa senza riscaldamento, per cui avevo una stufa con la bombola a gas. Mentre dipingevo la mia gatta, si chiamava Ciàcola, che mi stava sempre addosso. Una volta inizia a fare "miao", così la metto giù e lei - "paf!" - cade a terra! Allora capisco. Chiudo subito la bombola e apro la finestra». 

Lei porta la sua gatta anche tatuata sull'avambraccio.

«Questo tatuaggio l'ho fatto a Hong Kong, ero lì per una tournée».

E quello sull'altro avambraccio?

«Questo l'ho fatto a Torre Annunziata. Da uno che si è tolto la giacca e fa: "Mo me levo pur 'o fierro" e - bam! - butta lì la pistola sul tavolo. Era uscito da poco di galera». 

Ma come l'ha conosciuto?

«Conoscevo molta gente a Napoli, la più disparata. Venivano a sentirmi e diventavamo amici».

Cosa rappresenta quel disegno?

«Un'aquila. Questo tipo mi fa: "Tu vai a comprare undici spilli e un tappo" (imita l'accento napoletano, ndr). Poi lega insieme questi spilli, brucia il tappo, "puh!", ci sputa sopra, fa asciugare e m' ha fatto "'o tatuagg". "Te piac?", dice. E io: "Certamente"». 

Altro che i rapper di oggi. A proposito, com' è che in uno dei suoi pezzi più famosi, "Quattro amici al bar", alla fine c'è Vasco che canta "Vita spericolata"?

«Abbiamo preso insieme un aereo che ci portava a Roma per qualche premio, mi stava simpatico e gli ho detto: "Perché non fai tu il finale? È come un passaggio di testimone: io ero quello che mandava a fan***lo tutti ieri. E tu sei quello che li manda oggi". È venuto e l'ha fatto, tutto qui». 

Con Ornella Vanoni ha avuto molto in comune. Tra l'altro, a proposito di malavita, lei agli inizi era diventata famosa proprio come quella che cantava "le canzoni della mala".

«Ornella la mala non l'ha mai vista e neanche Giorgio Strehler né Gino Negri che quelle canzoni se le erano inventate, erano tutte finte. Ornella però era brava. Non è una grande cantante, è una grande interprete.

È così matta da mettersi in lizza con Mina: Mina è una cantante, non è una grande interprete, sono due cose completamente diverse e di interpreti in Italia nu ghe n'è! Pensi a Édith Piaf: aveva una voce sgraziata ma oggi la imitano, pensa te!».

Imitano anche Bob Dylan.

«Bob Dylan non è un cantante». 

Su questo un suo collega, Francesco De Gregori, non sarebbe per niente d'accordo.

 «Infatti lui odia quella che io considero la sua canzone più bella, La donna cannone. È un bravo ragazzo, a me piace, ma ho l'impressione che quando vede che un suo pezzo comincia a piacere a troppa gente, a lui non piace più». 

Comunque poi con "La gatta" il successo arrivò.

«D'estate la sentivi dappertutto. Si vede che quando la gente è tornata dalle vacanze è andata a comprarla». 

Poi, sempre nel 1960, esce "Il cielo in una stanza". Di cosa parlava?

«È una canzone sull'orgasmo. Sulla assoluta identità dell'orgasmo avuto con una puttana o con tua moglie: non cambia niente. È uguale. E questo ti pone delle domande: c'è in quell'atto qualcosa che non ha niente a che fare con la persona con cui lo fai. Prima e dopo è tutto diverso ma quel momento lì no. Perché? Boh». 

Parlando di risposte difficili da trovare, lei nel 1963, all'apice del successo, si sparò. Perché?

«Penso che ci siano varie maniere per interpretare il suicidio ma che siano tutte sbagliate al di fuori di quella tua. Oggi posso dire che è stata una cazzata. Per due ragioni: perché non era destino e perché da allora ho passato cinquant' anni bellissimi. Io in quel momento avevo tutto». 

E quindi?

«E quindi basta! Vaffan***o! Quello che dovevo avere ce l'ho, chiudiamo, vediamo cosa c'è da un'altra parte». 

La pallottola le è rimasta nel cuore: le dà fastidio?

«Ho mirato benissimo. Mi hanno portato a Torino, dal più grande cardiologo del tempo, che mi disse che poteva togliermela. Chiedo: "Come?". Dice: "Si apre qua, poi le costole, e la si va a prendere". Ho detto: "Se la tengo cosa mi succede?". 

"Che un giorno si sposta e lei muore entro un quarto d'ora". "Bene. Aspettiamo quel momento lì". Finora non s' è spostata (ride, ndr) ». 

Ma non le fa male?

«No, niente. Mi dava fastidio anni fa, quando viaggiavo all'estero: ogni volta il metal detector dell'aeroporto suonava e lì vai a spiegare».

E non le manca il palco?

 «Il palco è una droga. Una droga e un combattimento. Tu stai da una parte e il pubblico dall'altra: tu devi buttare un ponte e speri di creare un legame tra mille, duemila solitudini che parlano con te. Il palco ti fa sentire talmente finto che diventi vero». 

E quando si scende?

«Sei esausto. Ma ne vuoi ancora e ancora. Difficile riuscire a smettere».

E la musica? Cos' è per lei?

«È la miglior compagna che ci sia». 

Più di una donna?

«No. Infatti ho diviso i miei interessi: 50 e 50. Però la musica è un grande aiuto, ti fa uscire da te stesso e ti fa entrare in un altro mondo, un mondo gentile. Perché lì non esiste il male».

Gino Paoli: «Senza mia moglie sarei morto. E l’amica Ornella Vanoni parla troppo...» Matteo Cruccu su Il Corriere della Sera il 23 febbraio 2022.

Il cantautore si racconta a vent’anni dal suo ultimo Sanremo e dopo un Covid fastidioso: «Tenco? Era cotto di psicofarmaci. Grillo? Voleva cambiare le cose, è uscito massacrato». 

La risata, una di quelle che nella sua interminabile carriera gli abbiamo visto fare poco, è fragorosa e arrochita dalle mille sigarette (l’unico vizio che, a 87 anni, gli è rimasto). Eppure Gino Paoli, mentre ci riceve nella sua splendida casa sulle alture di Quinto, alla fine di Genova, dovrebbe avere altri motivi per essere ombroso. Per esempio, il Covid che l’ha intrappolato mesi fa e ancora lo tormenta.

Già, come sta?

«Il virus mi ha lasciato delle conseguenze pesanti, sono sempre affaticato. Ma cerco di reagire con ironia».

In che misura ha contribuito al suo buonumore l’omaggio che le hanno fatto Mahmood e Blanco a Sanremo con «Il cielo in una stanza»?

«Mi è sembrata una cosa fatta bene, gentile. Rispettava la canzone, l’hanno immersa nel loro mondo che è diverso, ma senza fare porcherie».

Chissà se i due sapevano il vero significato di questo capolavoro...

«Semplicissimo: volevo descrivere un orgasmo. Che tu lo faccia con una persona che ami o con l’ultima delle prostitute, non cambia mai, stacco e riattacco che avviene nella tua testa. E le pareti non ci sono più e via dicendo....».

Loro come altri, provengono dall’hip hop, genere dominante ora in Italia.

«Puoi usare qualsiasi mezzo, se hai qualcosa da trasmettere. E con i rapper non mi pare accada sempre».

Tornando a Sanremo, l’ultima volta ci andò esattamente vent’anni fa, da Baudo. Perché mai più, dopo?

«Peccati di gioventù e seguenti, sempre colpa degli amici. Uno di questi è Pippo, carissimo. Da allora nessun amico mi ha più chiamato».

E, a Sanremo, esattamente 55 anni fa, un altro suo amico si toglieva la vita, Luigi Tenco. Qual è la sua idea definitiva, oggi, di quella tragedia ?

«Oltre alle cose che sono solo di Luigi, mi limito a dire che era cotto come una zucca, aveva preso psicofarmaci pesanti. Si capì subito, quando cantò, che non era lui. E, se sei fuori, può succedere di tutto. Ma se ci fossi stato io con lui gli avrei dato due pedate nel culo e non avrebbe fatto niente. Questione di attimi».

Qualche anno prima ci provò lei a togliersi la vita. Col distacco del tempo, come vede oggi il sé stesso di allora?

«Nella mia testa mi ero rotto i coglioni, non mi stavo divertendo più. Siccome poi mi sono divertito molto, meno male che è andata male...».

La pallottola è ancora incapsulata vicino al cuore?

«Sempre lì, nel pericardio posteriore. Mi rompeva le scatole all’inizio perché suonava sempre al metal detector. Adesso non succede più, si deve essere arrugginita».

Il cuore, le donne, la sua grande passione. Ha ancora tre fedi al dito a simboleggiare i suoi grandi amori?

«Ora ne ho solo una. Mia moglie Paola ha “ammazzato” tutte le altre: stiamo insieme da 50 anni, il mio grande amore è lei. Non so come non scappi, soprattutto ora...».

Dalle mogli ai figli: Amanda Sandrelli ha detto che con l’età è diventato più tenero. E che se in una cosa le assomiglia è che ogni tanto si fa prendere dalle sabbie mobili, l’immobilità.

«L’immobilità è il rifiuto di accettare la realtà. L’illusione di fermare il tempo: ci sono tanti modi, come abbiamo detto. Tenero? Non me ne accorgo... (ride)».

Una sua vecchia amica che oggi si vede spesso in tv è Ornella Vanoni.

«Si è smollata con l’età, perché ora sente l’urgenza di raccontare. Anche cose che sarebbe meglio non dicesse».

Come quando ha detto che lei era poco ironico?

«Io sono talmente ironico che nessuno lo capisce».

Una cosa su cui ha fatto i conti sono le dipendenze: a parte le sigarette, ha saputo smettere con alcool e coca.

«Posso fare qualsiasi cosa, se mi lascia il senso critico. Con l’alcol a un certo punto mi sono ritrovato che non ricordavo più cosa avevo fatto il giorno prima. La droga è stupida. E basta».

Un’altra delle sue grandi passioni è stata la politica, deputato indipendente per il Pci alla fine degli anni ’80.

«Il partito mi inguaiò: mi chiese una mano poi invece della commissione cultura, mi mandarono in quella dei trasporti. Non credo di aver servito la gente, ma ho capito cose che non sapevo».

Al suo amico Beppe Grillo aveva detto di non farla, la politica. Pensa che oggi seguirebbe il suo consiglio?

«Ha creduto di cambiare le cose, ma ne è uscito massacrato, una fregatura enorme».

In definitiva qual è la cosa più brutta di quest’ultimo periodo della sua vita?

«Vedere gli amici che se ne vanno».

E la più bella?

«Di nuovo mia moglie. Se non ci fosse lei, non ci sarei già più, perché, ora sì, mi sarei rotto anche i coglioni».

Gianni Santoro per “il Venerdì di Repubblica” il 21 Febbraio 2022.  

«Io non venderei mai il mio catalogo». Gino Paoli, 87 anni, è categorico. Il Covid da cui è uscito recentemente lo ha indebolito, ma è determinato: «Mi sembra una stronzata. A mia moglie e ai miei figli cosa lascio? La mia ricchezza è il mio repertorio, perché anche quando sarò morto potrà fruttare dei soldi. Il capitale di un autore è il suo catalogo». 

Si parla di grandi cifre: centinaia di milioni di dollari per Bob Dylan. «Ma bisogna vedere: quanto rende ogni anno il catalogo di Dylan? Se rende molto è una stronzata la vendita». Stanno sbagliando questi artisti che vendono?

«Bisognerebbe capire di cosa si parla, perché la riscossione dei crediti per autore è fatta in maniera particolare, di solito metà va all'edizione e metà agli autori di musica e parole. Però la questione è: tu l'unica cosa che puoi vendere è la tua parte». 

Springsteen ha ceduto anche il controllo dei master e le registrazioni.

«Se è proprietario dei suoi master può venderli. L'edizione è soggetta a regole diverse: puoi anche aprire una società di edizioni in cui depositi tutti i tuoi pezzi. Evidentemente è gente che preferisce avere i soldi che non la proprietà delle canzoni».

Gli acquirenti possano fare di quei brani quello che vogliono?

«Più o meno, anche se l'ultima parola nell'uso di un pezzo è sempre dell'artista. Nel senso che se quest' uso danneggia la sua immagine o la sua vita artistica allora può dire no».

 Quindi lei proprio non venderebbe?

«Il mio catalogo di allora l'ho già venduto, tanto tempo fa, nel senso che era editato da altri, prima Ricordi, poi Cbs... Poi ho iniziato a usare una mia società di edizioni per depositare i brani (la Senza Fine, ndr)».

Quindi se vogliono usare Il cielo in una stanza in una colonna sonora o in uno spot pubblicitario glielo chiedono prima, oppure eventualmente può rivalersi dopo?

«No, a me lo chiedono prima, non so agli altri. Io ho un agreement con la casa discografica per cui ascoltano prima me per sapere se va bene. Ma non ho mai detto di no perché non erano cose che potevano danneggiarmi». 

A cosa direbbe di no?

«Posso dire una cosa buffa, per capirci: se vogliono usarle come pubblicità di una carta da cesso posso dire di no. Perché non mi piacerebbe la cosa, ma non è detto che l'abbia vinta io».

Ha sempre seguito in prima persona l'evoluzione dei suoi affari?

«No, ho sempre delegato. Io sono uno che non fa niente (ride). Ho persone di cui mi fido e alle quali delego tutto. La fiducia per me è tutta o niente». 

Ma ad esempio, sa quali sono le sue tre canzoni che fruttano di più a livello di diritti d'autore?

«Più o meno. Ci sono canzoni come La gatta che fa ancora l'ira di Dio. E poi Il cielo in una stanza, Sapore di sale e via via fino a Una lunga storia d'amore. Almeno una decina di brani danno ancora un grosso incasso Siae». 

A proposito. Lei è stato presidente della Siae: mai avuto lamentele di autori che non riuscivano ad avere il controllo sulla propria arte?

«No, il controllo della Siae è semplicissimo. I soldi vengono distribuiti molto chiaramente tra autori di musica e parole. Pensi che il diritto d'autore è nato ai tempi di Mozart: non aveva nessun diritto su quello che scriveva, per cui doveva comporre in continuazione per guadagnare dalle esibizioni. 

Finché un paio di filosofi del tempo cercarono di risolvere la questione, praticamente istituendo il diritto d'autore. E da allora è usato in tutto il mondo, perché è un diritto sul prodotto che fai: come un falegname fa un mobile e gli viene pagato, così tu scrivi una canzone e paga chi la usa». 

Neil Young ha tolto la sua musica da Spotify perché sulla piattaforma c'era anche un podcast di un No Vax.

«Noi siamo quelli con un faro addosso e il nostro compito certe volte è portare quel faro su un problema preciso in modo che la gente lo veda. È un compito che ci spetta».

La preoccupa l'uso che potrebbe essere fatto in futuro della sua musica senza il suo controllo?

«No, perché sarò presuntuoso ma la mia musica ha un livello che impone un certo rispetto. Prendi Papaveri e papere, canzone bellissima di tanti anni fa, ma forse puoi anche sporcarla in qualche maniera. Prendi però Il cielo in una stanza: sono cazzi tuoi se provi a sporcarla, no?». 

All'ultimo festival di Sanremo è stata cantata da Mahmood e Blanco.

«È stata una cosa molto rispettosa della canzone. E nello stesso tempo l'hanno tirata dentro in un mondo che non le appartiene, ma in cui può sopravvivere. Un'operazione che non mi è dispiaciuta per niente». 

E lei, il catalogo di quale artista comprerebbe?

«Bisognerebbe vedere quanto rende e per quanti anni. Ma dovessi rispondere con il cuore direi Umberto Bindi». 

La musica dal vivo le manca? «Molto, è un anno che non canto in giro. E ho paura a ricominciare: ho sempre avuto paura di andare sul palco, non mi sono mai veramente abituato.

Al festival di Sanremo del '64 ero con Modugno, bevevamo alcolici. Io lo guardo e gli dico: "Ma tu ti caghi ancora addosso? Sono anni che canti". E lui: "Guarda, o ti caghi addosso tutta la vita oppure non ti caghi addosso mai". 

In quel momento passava la Cinquetti, tutta carina, tranquilla. "Vedi lei? Non ha paura". E infatti quando siamo usciti sul palco abbiamo fatto un casino. Prima è toccato a lui, e mi fa: "Hai della segatura? Perché mi son cagato addosso". Si era dimenticato le parole della canzone, aveva inventato lì per lì le prime due strofe. Quando ho cominciato a cantare io la gente pensava che il microfono non funzionasse, invece non mi usciva la voce. Figura di merda niente male, tutti e due».

·        Giorgia Palmas.

Giorgia Palmas compie 40 anni: il successo a Striscia (e su Instagram), gli amori a tutto sport e altri 7 segreti su di lei. Arianna Ascione su Il Corriere della Sera il 5 Marzo 2022.

Aneddoti e curiosità poco note sull’ex velina, nata a Cagliari il 5 marzo 1982, che ha mosso i suoi primi passi nel mondo dello spettacolo nei primi anni Duemila.

L’esordio in tv dopo Miss Mondo 2000

Giorgia Palmas oggi compie 40 anni: l’ex velina e conduttrice infatti è nata a Cagliari il 5 marzo 1982. Ha sempre sognato fin da giovanissima il mondo dello spettacolo: appena 18enne partecipa a Londra al concorso Miss Mondo 2000 e riesce ad arrivare al secondo posto, ottenendo il titolo di Miss Queen Europe 2000. L’esordio in tv invece risale all’anno successivo: nella primavera del 2001 partecipa al programma 125 milioni di caz..te condotto da Adriano Celentano su Rai 1, e successivamente è nel cast di Buona Domenica condotto su Canale 5 da Maurizio Costanzo, con il ruolo di «microfonina». Ma queste non sono le uniche curiosità su di lei.

La popolarità con Striscia

La grande popolarità per Giorgia Palmas arriva nel 2002: il 23 settembre vince la prima edizione del programma Veline e diventa, in coppia con Elena Barolo, la nuova velina mora di Striscia la notizia al posto di Elisabetta Canalis. La coppia avrà molto successo e sarà confermata fino al 2004. Negli anni successivi Palmas, oltre a posare per il calendario sexy del mensile Max (2005), conduce programmi televisivi come CD: Live (Rai 2, 2005-2007) e TRL On Tour (MTV, 2007), partecipa a Buona la prima! (Italia 1, 2008) e recita in alcuni episodi della fiction «Carabinieri».

Il calciatore e la velina

Quello con l’ex centrocampista Davide Bombardini per Giorgia Palmas è stato un rapporto importante: i due, che ai tempi incarnavano alla perfezione il binomio «velina e calciatore», sono riusciti a mantenere il loro rapporto lontano dai riflettori. Dal loro amore nel 2008 è nata Sofia, ma nel 2011 la coppia ha annunciato la separazione: «Per quanto possa essere dolorosa una rottura- confessò Giorgia a Gente - nulla giustifica il mettere di mezzo i figli. Per me e il mio ex, il bene di Sofia è sempre stato la priorità».

La vittoria all’Isola dei Famosi

Dopo alcuni anni di assenza dalla televisione causa maternità nel 2011 Giorgia Palmas torna in televisione, per partecipare all’Isola dei Famosi: arriva in finale e risulta la vincitrice dell’edizione. In seguito, in estate, le viene affidata la conduzione di Paperissima Sprint, con Vittorio Brumotti e il Gabibbo, e nello stesso anno interpreta se stessa nel cinepanettone «Vacanze di Natale a Cortina» con Christian De Sica e Sabrina Ferilli.

Vittorio Brumotti, galeotta fu «Paperissima Sprint»

Le strade di Vittorio Brumotti e Giorgia Palmas, prima di condurre insieme «Paperissima Sprint» nel 2011, si erano già incrociate dietro le quinte dello Show dei Record. In quel periodo però l’ex Velina era incinta (e ancora innamorata di Bombardini), come ha ricordato lei nel 2013 a Domenica Live. C’è voluto qualche anno prima di incontrarsi di nuovo, e avvicinarsi, grazie alla complicità nata sul set: «Lavorativamente ci siamo trovati subito - ha raccontato Palmas a Barbara D’Urso - ci siamo avvicinati nel corso del tempo». Nel 2016 a proposito di un possibile matrimonio, l’ex velina raccontava a Vanity Fair: «Abbiamo il nostro equilibrio, siamo una coppia rock'n roll che funziona bene». In realtà un anello Brumotti glielo aveva già regalato: per sorprenderla lo aveva nascosto in una scarpa da tennis (lei lo aveva trovato indossandola). Ma i sogni di nozze, dopo sei anni di relazione adrenalinica, sono sfumati. Già nell’estate 2017 si mormorava di un loro allontanamento: le immagini insieme sui social, fino a poche settimane prima onnipresenti, si erano diradate, e per la prima volta i due trascorrevano le vacanze in luoghi diversi. Un anno dopo, a Verissimo, è arrivata la conferma definitiva: «Non ho mai detto nulla sulla fine della storia con Vittorio Brumotti che è finita quasi un anno fa, inizio di giugno 2017. È una storia che aveva un termine, era da molto tempo già che le cose non andavano bene».

L’esperienza in radio

Giorgia Palmas ha alle spalle anche qualche esperienza come speaker radiofonica a Radio 105 (2016-2017) e Radio LatteMiele (2017-2019).

La proposta sotto l’albero di Natale

«Filippo è entrato in punta di piedi nella nostra vita, ma è diventato subito imprescindibile»: il campione dei 100 metri stile libero, single da tempo dopo la fine della sua storia con Federica Pellegrini, ha incontrato Giorgia Palmas per caso nel 2018 durante la settimana della moda milanese. Magnini, non volendo forzare le tappe (come ha raccontato in un’intervista a Chi), ha letteralmente dato il tormento a Alessandro Martorana e Elena Barolo (amici comuni di entrambi) per organizzare un’uscita a quattro. Si dice sia riuscito a conquistare il cuore di Giorgia con un tiramisù preparato con le sue mani, ma in realtà l’ex velina è capitolata vedendolo rapportarsi con sua figlia Sofia: «Lei è molto timida e con lui non lo è mai stata. Sono complici, si coalizzano contro di me!». Dopo aver dato il benvenuto alla loro prima figlia, Mia (nata il 25 settembre 2020), Filippo Magnini e Giorgia Palmas sono convolati a nozze il 12 maggio 2021: la proposta di matrimonio era arrivata già nel 2019, la sera della vigilia di Natale, ma la coppia è stata costretta a rinviare più volte la cerimonia a causa della pandemia.

Ritorno al calcio

Negli ultimi anni Giorgia Palmas si è dedicata al mondo del calcio: nella stagione televisiva 2017-2018 ha condotto su 7 Gold lo storico talk Il processo di Biscardi insieme all'ex collega velina Elena Barolo. Dal 2018 al 2020 invece è stata al timone del programma pre e postpartita di Milan TV. Per che squadra tifa? Ovviamente è tifosa milanista.

Profilo da influencer

Giorgia Palmas ha un profilo su Instagram, @giopalmas82, molto seguito (1.8 milioni di follower). Lo scorso ottobre ha lanciato, sempre su Instagram e insieme a Filippo Magnini, un format social di cucina: Assaggi (@assaggiofficial).

·        Giorgio Assumma.

Concetto Vecchio per il Venerdì – la Repubblica il 10 Giugno 2022.

L'avvocato Giorgio Assumma, 87 anni, è piccolo e scattante. «Qui c'è la mia vita» dice aggirandosi con il sigaro tra le labbra nel suo studio dietro la Rai. Alle pareti, quadri di valore e foto ricordo con le star del cinema e della canzone di cui per sessant' anni è stato il legale e il confidente. 

Ricorda il primo cliente?

«Giacomo Rondinella detto ‘o chiagnazzaro’ per il suo repertorio lacrimevole». 

Ha appreso tanti segreti?

«Quando litigavano con le mogli o con le compagne si rifugiavano da me». 

Chi?

«Non glielo dico. Però Pino Daniele preferì dormire da me dopo un'operazione delicata. Claudio Baglioni si ruppe il labbro in un incidente e per un po' decise di non farsi vedere in giro, così venne nella mia casa in campagna». 

Il più simpatico?

«Forse Renato Zero. Guardi questa sua foto con dedica. Mi ha scritto: "Pensandoci su non avrò altro io al di fuori di te"».

È difficile trattare con i fuoriclasse?

«Naturalmente sono degli egocentrici e questo è un bene: perché se non sei concentrato totalmente sulla tua arte è difficile che tu possa poi realizzare grandi cose». 

Chi è stato il più accanito di tutti?

«Ennio Morricone. Ripeteva sempre: "Io ogni giorno devo mettermi dinanzi allo spartito bianco anche se non ho la minima idea di come riempirlo"». 

Il più avaro?

«Non Alberto Sordi». 

Aveva questa fama.

«Era oculato, non tirchio. Il Campus Biomedico di Roma nasce grazie a un suo lascito. Ogni mese faceva recapitare una busta a un collega indigente. Un pomeriggio mi trovai in un istituto di bambini poveri gestito dalle suore e chiesi loro perché tenessero la foto di Alberto alla parete: "Tutto questo è merito suo", risposero». 

Sordi era complesso?

«Embé, basti pensare che da cattolico andava a messa ogni domenica, ma decise di non mettere su famiglia».

Non voleva estranei in casa?

«Non si fece mai mancare le donne, ma accanto a sé volle solo sua sorella Aurelia, che visse per lui, rinunciando anche agli amori».

Lei ha assistito anche Renzo Arbore.

«Mi raccontò che sua madre ospitava una modista che da Bologna raggiungeva la Puglia per proporre alle signore di Foggia i cappelli che disegnava. Portò con sé il figlio, che però faceva i capricci. La madre allora disse a Renzo di andare a prendergli un gelato. Tanti anni dopo, a Roma, quel bambino, ormai uomo fatto, avvicinò Renzo: "Buonasera, sono Lucio Dalla"». 

I suoi clienti erano cattolici o democristiani, come Pippo Baudo.

«Baudo è un genio. La Rai lo dovrebbe coinvolgere ancora. Facciamo spesso delle sfide intellettuali e non lo trovo mai impreparato».

Circolavano tanti soldi?

«Enormemente. Il mondo dello spettacolo negli anni del Boom fu un'industria grandiosa, gli attori incassavano anche le percentuali sugli incassi». 

Oggi non è più così?

«Ma non abbiamo nemmeno più Sordi, Tognazzi, Gassman». 

Frequentava via Veneto?

«Mi tenevo a distanza, costava tutto tantissimo. D'estate per rendermi più indipendente andavo a fare il cameriere a Ischia». 

Non era sorprendente per un figlio della borghesia?

«Sì, ma furono esperienze formative. Servivo ai tavoli di "O' rangio fellone": mi davano solo la cena, però incassavo le mance dei turisti americani e tedeschi».

E dove dormiva?

«In tenda. Una mattina arrivò un signore atletico, faceva esercizi ginnici. Gli chiesi se volesse una tazzina di caffè: era Burt Lancaster». 

Lei lavora ancora?

«Come un pazzo, ma con immutato piacere». 

Come mantiene l'entusiasmo?

«Edilio Rusconi, con cui ci siamo sentiti ogni sera per più di vent'anni, mi ha insegnato che bisogna sempre porsi degli obiettivi nuovi: amare le sfide». 

Vi sentivate ogni sera?

«Sì, e ci siamo sempre dati del lei. Rusconi come tanti grandi uomini era molto solo». 

Volle produrre un film su De Gasperi.

«La regia venne affidata a Roberto Rossellini, che giunse dall'America e lo montò in un solo giorno. Venne proiettato in appena due sale. Un flop totale». 

Perché farlo allora?

«Glielo aveva chiesto Fanfani; l'Italnoleggio, che lo distribuiva, per mezzo della Dc, coprì i costi di produzione. Rusconi non ci rimise». 

Lei ha sempre votato Dc?

«Non sempre. Un po' più a destra all'inizio». 

Cioè?

«Nel Dopoguerra una volta votai Movimento sociale italiano, stimavo Pino Romualdi».

È vero che Cossiga la chiamava alle sei del mattino?

«Quando divenni presidente della Siae, mi buttò giù dal letto per dirmi "Ricordati che in Italia c'è un solo presidente: sono io", poi mise giù». 

Lei è dell'Opus Dei?

«Sì, mi piace la raccomandazione del fondatore Escrivá De Balaguer per cui bisogna santificare il lavoro con allegria». 

L'Opus Dei è visto spesso con sospetto.

«È giudicato, a torto, un mondo di relazioni, una massoneria, ma è pieno di gente che invece fa bene il proprio lavoro. E coltiva il sentimento dell'amicizia». 

Come diventò l'avvocato di Enzo Bearzot?

«Mi chiamò lui spaventatissimo, perché era stato citato come testimone nell'inchiesta sui presunti fondi neri agli azzurri che avevano vinto il Mundial 1982. Andai a Milano, lo tranquillizzai, ma quando entrò dal magistrato era pallido come un cencio; quando uscì disse: "Questo giudice capisce di calcio più di me"». 

Com'era Bearzot?

«Onestissimo. Mi chiese di accompagnarlo al Coni per la festa di congedo da ct, nel 1986. Gli regalarono una penna. Uscendo la diede a me: "La conservi lei". Quando arrivai a casa la tolsi dall'astuccio e vidi che mancava il pennino». 

È vero che ha fatto conoscere Maria De Filippi a Maurizio Costanzo?

«Indirettamente. Maria mi chiese un esperto della comunicazione che presentasse un noioso convegno sul diritto d'autore che lei aveva organizzato a Venezia. Suggerii Maurizio Costanzo». 

Lei ha scritto anche il necrologio di Morricone.

«No, l'ha scritto lui: "Io, Ennio Morricone, sono morto". Io l'ho solo diffuso». 

Eravate molto legati.

«Un giorno Ennio fu chiamato a rendere una testimonianza in tribunale, a Roma. Gli dissi di aspettarmi all'ingresso, che lo avrei raggiunto lì, finita la mia udienza, perché là dentro si sarebbe perso. Nel frattempo scoppiò un temporale mondiale. Uscii per andarlo cercare e Morricone era fermo laddove gli avevo chiesto di aspettarmi: tutto inzuppato». 

Qual è la sua giornata tipo?

«Mi sveglio alle quattro e lavoro, studio, leggo, dirigo una rivista sul diritto d'autore». 

A che ora va a letto?

«Alle nove e mezzo. Dopo i 40 anni ho smesso di mangiare i dolci, poca carne, tante verdure, soprattutto zucchine». 

Perché continua a lavorare così tanto?

«Perché altrimenti muoio. Vorrei finire i miei giorni su questa scrivania, con un ultimo ruggito di orgoglio e con un sorriso di gratitudine verso il Signore».

·        Giorgio Lauro.

Emanuela Griglié per la Stampa il 6 Agosto 2022.    

Assieme a Geppi Cucciari è autore e conduttore di Un Giorno da Pecora, ormai storica (l'anno prossimo compie 15 anni) trasmissione di satira politica in onda su Rai Radio1, freschissima di premio Biagio Agnes per il miglior programma radiofonico della stagione.

Giorgio Lauro, 54 anni, milanese vero ma felicemente trapiantato a Roma, ha iniziato tantissimi anni fa a Radio Popolare con Sergio Ferrentino e quella che sarebbe diventata la Gialappa' s Band. 

Oggi è intervistatore seriale di politici italiani: oltre 10mila gli ospiti conteggiati. Da Giorgia Meloni a Lamberto Dini (che, a 91 anni, gli ha confessato di fare ancora molto sesso), c'è la fila per passare sotto la tagliola dei loro microfoni. Tranne rare eccezioni. Tipo Maria Elena Boschi. 

«Non vuole venire: l'ho incontrata alla cerimonia del premio Agnes e le ho detto che stava facendo il più grande errore della sua carriera. Ma non mi pare di averla convinta». In ogni caso se ne riparla a settembre, dato che Un Giorno da Pecora è fermo per la pausa estiva, in attesa di tornare in onda dal lunedì al venerdì alle 13,30. 

Come ha preso la notizia della caduta del governo?

«Con un po' di senso di colpa. Mi voglio scusare con Mario Draghi: prima gli abbiamo ostacolato la corsa al Quirinale facendola spoilerare dal suo barista. E poi, quando il professor Domenico De Masi ci ha raccontato che il premier parlava male di Giuseppe Conte con Beppe Grillo, abbiamo fatto scattare la crisi». 

Si sente più in colpa di Salvini, Berlusconi e i 5 Stelle?

«Non mi pare che loro si sentano in colpa.

Quindi si può godere le vacanze.

«Iniziate nel modo peggiore. Appena terminato il programma mi è venuto il Covid, dopo che lo avevo schivato per due anni, facendomi prendere universalmente in giro per le precauzioni maniacali. Ho tolto la mascherina mezzo minuto ed è successo. Avevo ragione io». 

Ora che si è ripreso può recuperare, che cosa fa quando non lavora?

«Tendenzialmente lavoro sempre. Sennò seguo il Milan, l'Olimpia (dove nelle giovanili giocava da ragazzo, ndr), bagno le piante. Vedo tutti i talk show politici in tv e guardo Maurizio Crozza, che mi fa molto ridere». 

Neppure una fidanzata?

«Al momento nessuna - e giustamente - ho ancora fatto questa scelta kamikaze».

Praticamente zero interviste e ospitate in tivù.

«Tendenzialmente non interessa neanche a me quello che penso, quindi perché dovrebbe importare agli altri? E poi mi piace di più fare domande che dare risposte». 

La domanda preferita di quest' anno?

«Ho chiesto al fondatore di Eataly, Oscar Farinetti, se è davvero perennemente così felice come sembra. Ma non mi ricordo che mi ha detto. In generale le risposte dei politici non sono importanti. Oggi dichiarano una cosa e domani un'altra. E se glielo fai notare, svicolano. È tutto un gioco. Anche se quest' anno la scena l'hanno rubata i virologi: successo clamoroso della nostra hit di Natale Si si vax cantata dai tre tenori Matteo Bassetti, Andrea Crisanti e Fabrizio Pregliasco». 

Cosa ha scoperto sui politici italiani in questi anni?

«Che non vedono l'ora di raccontarti cose personali, tipo se in camera da letto usano l'aria condizionata o se fanno sesso, che vogliono cantare o darti la loro ricetta del brodo. A volte hai la sensazione che non ne possano più neppure loro della politica. Quello che mi sconvolge sempre è che alcuni un attimo prima sono di una correttezza squisita, ma in cinque minuti si trasformano ed esplodono in affermazione violentissime. Affrontano i problemi del Paese con la stessa foga degli opinionisti di quelle trasmissioni sportive delle tivù locali in cui si scannano per partite minori». 

Tanti ci hanno preso gusto a venire da voi e a esibire i loro talenti meno noti.

«Maurizio Gasparri ogni lunedì fa un'ode sul campionato di calcio. Dario Nardella rilegge l'attualità politica suonando il violino. Paola Binetti commenta le partite della Roma. Alessandro Dibattista una volta ha cantato la Bamba, il ministro Andrea Orlando ci ha raccontato di quanto è bravo con i surgelati e il ministro Alfonso Bonafede ha fatto il dj in trasmissione.

Abbiamo fatto mangiare prosciutto e melone a Giorgia Meloni e le sardine alla sardina Mattia Santori. Andrea Romano ci ha fatto la rassegna stampa in russo durante la guerra. Romano lo abbiamo anche rasato in diretta: aveva scommesso che non sarebbe mai nato un governo Pd-M5S e invece…Ma nonostante questo mi è riconoscente perché gli ho fatto conoscere la sua attuale moglie. E una volta ho anche cercato di mettere le manette a Silvio Berlusconi in diretta, ma non ha voluto». 

Chi vorrebbe ospitare, ma vi ha sempre detto picche?

«Massimo D'Alema sarebbe favoloso, perché quelli antipaticissimi danno il meglio. Anche Beppe Grillo non è mai venuto, ma lui non lo vorrei perché con i comici è più difficile. A me piacciono quelli istituzionali. Sogno Mattarella, Conte, Draghi. A Conte per esempio vorrei chiedere perché ha sempre l'orologio fermo su un orario sbagliato ma ogni volta diverso. Rocco Casalino ci ha detto che è un suo vezzo, mah». 

Un personaggio che rimpiange?

«Francesco Cossiga, che da noi interpretava il disc jockey Dj K. Sapeva tutto di tutti e aveva frequentazioni che spaziavano da Michelle Hunziker alla cugina di Elisabetta Canalis».

È amico dei politici? Ci va a cena insieme?

«No, non li vedo fuori. Non ho quasi nessun tipo di contatto, preferisco così. Del resto non esco mai. In generale. Però anni fa feci una cena a casa mia con Meloni e Roberto Giacchetti quando erano entrambi candidati a sindaco di Roma, perché entrambi avevano condotto con me una puntata». 

Per chi vota?

«Ho smesso da anni. Da quando la sinistra ha cominciato a candidare gente di centrodestra, come l'ex prefetto Bruno Ferrante». 

Mai stato tentato di trasferirsi in televisione?

«Non particolarmente, anche perché spesso chi passa dalla radio alla tv non va benissimo. Io poi so fare la radio: che è molto a misura d'uomo.

Il passaggio tra decidere una cosa e andare in onda è breve, la macchina televisiva mi pare più complessa». 

Come nasce la passione per la radio?

«Il primo ricordo che ho è un aneddoto strappalacrime: a 14 anni andavo a vedere il basket al palazzone di San Siro con mio papà e mi portavo il registratore. Facevo la radiocronaca da solo come un cretino mentre guardavo la partita. 

Poi un giorno le radiocronache le ho fatte per davvero, a Radio Peter flowers Milano, sostituendo Flavio Tranquillo che era dovuto partire per il militare. Mi sono innamorato della radio ascoltando Bar Sport a Radio Popolare. 

Ero al liceo scientifico, che per me è durato sei anni, perché sono stato pure bocciato. La trasmissione andava in onda alle 11 di sera della domenica, io la registravo e la riascoltavo a ripetizione per tutta la settimana. La imparavo a memoria. Un giorno in diretta fecero un appello: non abbiamo alcune puntate, per caso qualche ascoltatore le ha registrate? Mi sono presentato lì con tutte le mie cassettine». E c'è rimasto. «Fui soprannominato Archivio Vivente, sapevo tutte le battute del programma. Avevo 17 anni, Sergio Ferrentino che mi ha accolto è stato il mio mentore, insieme a mio zio, il giornalista sportivo Tullio Lauro, e a Claudio Sabelli Fioretti poi. In quegli anni a Bar Sport ci lavorava anche quella che sarebbe diventata la Gialappa' s Band. E nel 1990 ho debuttato da conduttore commentando i Mondiali di calcio, appuntamento diventato fisso e che si è ripetuto fino al 2006, quando l'Italia ha vinto. Noi eravamo in diretta dal PalaTrussardi davanti a 10mila persone.

Nel 1996 intanto avevo iniziato anche a fare l'inviato per Caterpillar su Radio2. La mia scuola è stata quella. Tutto quello che ho imparato lo devo a Radio Popolare: mi piace fare una radio un po' sporca, non formale, che usa un linguaggio vicino a quello parlato di tutti i giorni». Nel 2008 è arrivato Un Giorno da Pecora, inizialmente in coppia con Sabelli Fioretti e ormai da un lustro con Geppi. «L'anziano Sabelli mi ha insegnato tutto quello che so su come si fa e come si prepara un'intervista, anche se non sarò mai al suo livello.

Geppi è uno dei più grandi talenti che ci sono in Italia, è velocissima a fare la battute ed è molto accogliente con gli ospiti, sa metterli a loro agio ed entrare subito in sintonia. Poi siamo agli antipodi: funzioniamo perché - come dice lei - siamo sicuri che io non direi mai quello che direbbe lei, e viceversa».

Come si fa ridere?

«Si deve fare, per me è un bisogno di sopravvivenza. Con la politica è facile. Basta stare fermi, il racconto si fa da solo. Noi, in realtà, siamo dei parassiti».

·        Giorgio Panariello.

Giorgio Panariello: «La mia infanzia difficile e mio fratello Franco morto per ipotermia. Conti e Pieraccioni? Due anziani». Emilia Costantini su Il Corriere della Sera il 25 Ottobre 2022.

L’attore fiorentino è protagonista e autore dello spettacolo «Favola mia», e torna in scena al Teatro Verdi di Firenze dal 26 ottobre

La smania del protagonismo gli spunta addirittura alle elementari. «Quando la maestra spiegava o interrogava qualche compagno — racconta Giorgio Panariello — riempivo i quaderni con la mia firma: era già la prova del mio gusto per l’autografo. E poi mi chiudevo in bagno e, con la spazzola dei capelli di mia nonna, facevo finta che fosse un microfono e mi intervistavo, farneticando su quello che facevo o volevo fare...Però, quando alla fine delle medie gli insegnanti mi indicavano la scuola che avrei dovuto fare, ho sbagliato».

Perché?

«Mi consigliavano uno studio relativo al contatto con il pubblico e ho capito male: mi iscrissi alla scuola alberghiera, pensando che fossi portato a fare il cameriere».

Da domani lei torna in scena al Teatro Verdi di Firenze con «Favola mia»...

«È il racconto della mia vita, personale e professionale. Una chiacchierata col pubblico, per svelare chi è il Giorgio dietro al Panariello. Per questo l’ho intitolato come la canzone di Renato Zero, al quale rendo un doveroso omaggio, dove c’è una frase che dice: dietro questa maschera c’è un uomo...».

È vero che Zero, all’inizio, non fu contento della sua imitazione?