Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

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ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

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WEB TV: TELE WEB ITALIA

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

LO SPETTACOLO

E LO SPORT

DODICESIMA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Vintage.

Le prevendite.

I Televenditori.

I Balli.

Il Jazz.

La trap.

Il musical è nato a Napoli.

Morti di Fame.

I Laureati.

Poppe al vento.

Il lato eccentrico (folle) dei Vip.

La Tecno ed i Rave.

Alias: i veri nomi.

Woodstock.

Hollywood.

Spettacolo mafioso.

Il menù dei vip.

Il Duo è meglio di Uno.

Non è la Rai.

Abel Ferrara.

Achille Lauro.

Adele.

Adria Arjona.

Adriano Celentano.

Afef Jnifen.

Aida Yespica.

Alan Sorrenti.

Alba Parietti.

Al Bano Carrisi.

Al Pacino.

Alberto Radius.

Aldo, Giovanni e Giacomo.

Alec Baldwin.

Alessandra Amoroso.

Alessandra Celentano.

Alessandra Ferri.

Alessandra Mastronardi.

Alessandro Bergonzoni.

Alessandro Borghese.

Alessandro Cattelan.

Alessandro Gassman.

Alessandro Greco.

Alessandro Meluzzi.

Alessandro Preziosi.

Alessandro Esposito detto Alessandro Siani.

Alessio Boni.

Alessia Marcuzzi.

Alessia Merz.

Alessio Giannone: Pinuccio.

Alessandro Haber.

Alex Britti.

Alexia.

Alice.

Alfonso Signorini.

Alyson Borromeo.

Alyx Star.

Alvaro Vitali.

Amadeus.

Amanda Lear.

Ambra Angiolini.

Anastacia.

Andrea Bocelli.

Andrea Delogu.

Andrea Roncato e Gigi Sammarchi.

Andrea Sartoretti.

Andrea Zalone.

Andrée Ruth Shammah.

Angela Finocchiaro.

Angelina Jolie.

Angelina Mango.

Angelo Branduardi.

Anna Bettozzi, in arte Ana Bettz.

Anna Falchi.

Anna Galiena.

Anna Maria Barbera.

Anna Mazzamauro.

Ana Mena.

Anna Netrebko.

Anne Hathaway.

Annibale Giannarelli.

Antonella Clerici.

Antonella Elia.

Antonella Ruggiero.

Antonello Venditti e Francesco De Gregori.

Antonino Cannavacciuolo.

Antonio Banderas.

Antonio Capuano.

Antonio Cornacchione.

Antonio Ricci.

Antonio Vaglica.

Après La Classe.

Arisa.

Arnold Schwarzenegger.

Asia e Dario Argento.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Barbara Bouchet.

Barbara D'urso.

Barbra Streisand.

Beatrice Quinta.

Beatrice Rana.

Beatrice Segreti.

Beatrice Venezi.

Belen Rodriguez.

Bella Lexi.

Benedetta D'Anna.

Benedetta Porcaroli.

Benny Benassi.

Peppe Barra.

Beppe Caschetto.

Beppe Vessicchio.

Biagio Antonacci.

Bianca Guaccero.

BigTittyGothEgg o GothEgg.

Billie Eilish.

Blanco. 

Blake Blossom.

Bob Dylan.

Bono Vox.

Boomdabash.

Brad Pitt.

Brigitta Bulgari.

Britney Spears.

Bruce Springsteen.

Bruce Willis.

Bruno Barbieri.

Bruno Voglino.

Cameron Diaz.

Caparezza.

Carla Signoris.

Carlo Conti.

Carlo Freccero.

Carlo Verdone.

Carlos Santana.

Carmen Di Pietro.

Carmen Russo.

Carol Alt.

Carola Moccia, alias La Niña.

Carolina Crescentini.

Carolina Marconi.

Cate Blanchett.

Catherine Deneuve.

Catherine Zeta Jones.

Caterina Caselli.

Céline Dion.

Cesare Cremonini.

Cesare e Mia Bocci.

Chiara Francini.

Chloe Cherry.

Christian De Sica.

Christiane Filangieri.

Claudia Cardinale.

Claudia Gerini.

Claudia Pandolfi.

Claudio Amendola.

Claudio Baglioni.

Claudio Bisio.

Claudio Cecchetto.

Claudio Lippi.

Claudio Santamaria.

Claudio Simonetti.

Coez.

Coma Cose.

Corrado, Sabina e Caterina Guzzanti.

Corrado Tedeschi.

Costantino Della Gherardesca.

Cristiana Capotondi.

Cristiano De André.

Cristiano Donzelli.

Cristiano Malgioglio.

Cristina D'Avena.

Cristina Quaranta.

Dado.

Damion Dayski.

Dan Aykroyd.

Daniel Craig.

Daniela Ferolla.

Daniela Martani.

Daniele Bossari.

Daniele Quartapelle.

Daniele Silvestri.

Dargen D'Amico.

Dario Ballantini.

Dario Salvatori.

Dario Vergassola.

Davide Di Porto.

Davide Sanclimenti.

Diana Del Bufalo.

Dick Van Dyke.

Diego Abatantuono.

Diego Dalla Palma.

Diletta Leotta.

Diodato.

Dita von Teese.

Ditonellapiaga.

Dominique Sanda.

Don Backy.

Donatella Rettore.

Drusilla Foer.

Dua Lipa.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Eden Ivy.

Edoardo Bennato.

Edoardo Leo.

Edoardo Vianello.

Eduardo De Crescenzo.

Edwige Fenech.

El Simba (Alex Simbala).

Elena Lietti.

Elena Sofia Ricci.

Elenoire Casalegno.

Elenoire Ferruzzi.

Eleonora Abbagnato.

Eleonora Giorgi.

Eleonora Pedron.

Elettra Lamborghini.

Elio e le Storie Tese.

Elio Germano.

Elisa Esposito.

Elisabetta Canalis.

Elisabetta Gregoraci.

Elodie.

Elton John.

Ema Stokholma.

Emanuela Fanelli.

Emanuela Folliero.

Emanuele Fasano.

Eminem.

Emma Marrone.

Emma Rose.

Emma Stone.

Emma Thompson.

Enrico Bertolino.

Enrica Bonaccorti.

Enrico Lucci.

Enrico Montesano.

Enrico Papi.

Enrico Ruggeri.

Enrico Vanzina.

Enzo Avitabile.

Enzo Braschi.

Enzo Garinei.

Enzo Ghinazzi in arte Pupo.

Enzo Iacchetti.

Erika Lust.

Ermal Meta.

Eros Ramazzotti.

Eugenio Finardi.

Eva Grimaldi.

Eva Henger.

Eva Robin’s, Eva Robins o Eva Robbins.

Fabio Concato.

Fabio Rovazzi.

Fabio Testi.

Fabri Fibra.

Fabrizio Corona.

Fabrizio Moro.

Fanny Ardant.

Fausto Brizzi.

Fausto Leali.

Federica Nargi e Alessandro Matri.

Federica Panicucci.

Ficarra e Picone.

Filippo Neviani: Nek.

Filippo Timi.

Filomena Mastromarino, in arte Malena.

Fiorella Mannoia.

Flavio Briatore.

Flavio Insinna.

Forest Whitaker.

Francesca Cipriani.

Francesca Dellera.

Francesca Fagnani.

Francesca Michielin.

Francesca Manzini.

Francesca Reggiani.

Francesco Facchinetti.

Francesco Gabbani.

Francesco Guccini.

Francesco Sarcina e le Vibrazioni.

Franco Maresco.

Franco Nero.

Franco Trentalance.

Francis Ford Coppola.

Frank Matano.

Frida Bollani.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gabriel Garko.

Gabriele Lavia.

Gabriele Salvatores.

Gabriele Sbattella.

Gabriele e Silvio Muccino.

Geena Davis.

Gegia.

Gene e Charlie Gnocchi.

Geppi Cucciari.

Gérard Depardieu.

Gerry Scotti.

Ghali.

Giancarlo Giannini.

Gianluca Cofone.

Gianluca Grignani.

Gianna Nannini.

Gianni Amelio.

Gianni Mazza.

Gianni Morandi.

Gianni Togni.

Gigi D’Agostino.

Gigi D’Alessio.

Gigi Marzullo.

Gigliola Cinquetti.

Gina Lollobrigida.

Gino Paoli.

Giorgia Palmas.

Giorgio Assumma.

Giorgio Lauro.

Giorgio Panariello.

Giovanna Mezzogiorno.

Giovanni Allevi.

Giovanni Damian, in arte Sangiovanni.

Giovanni Lindo Ferretti.

Giovanni Scialpi.

Giovanni Truppi.

Giovanni Veronesi.

Giulia Greco.

Giuliana De Sio.

Giulio Rapetti: Mogol.

Giuseppe Gibboni.

Giuseppe Tornatore.

Giusy Ferreri.

Gli Extraliscio.

Gli Stadio.

Guendalina Tavassi.

Guillermo Del Toro.

Guillermo Mariotto.

Guns N' Roses.

Gwen Adora.

Harrison Ford.

Hu.

I Baustelle.

I Cugini di Campagna.

I Depeche Mode.

I Ferragnez.

I Maneskin.

I Negramaro.

I Nomadi.

I Parodi.

I Pooh.

I Soliti Idioti. Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio.

Il Banco: Il Banco del Mutuo Soccorso.

Il Volo.

Ilary Blasi.

Ilona Staller: Cicciolina.

Irama.

Irene Grandi.

Irina Sanpiter.

Isabella Ferrari.

Isabella Ragonese.

Isabella Rossellini.

Iva Zanicchi.

Ivana Spagna.

Ivan Cattaneo.

Ivano Fossati.

Ivano Marescotti.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

J-Ax.

Jacopo Tissi.

Jamie Lee Curtis.

Janet Jackson.

Jeff Goldblum.

Jenna Starr.

Jennifer Aniston.

Jennifer Lopez.

Jerry Calà.

Jessica Rizzo.

Jim Carrey.

Jo Squillo.

Joe Bastianich.

Jodie Foster.

Jon Bon Jovi.

John Landis.

John Travolta.

Johnny Depp.

Johnny Dorelli e Gloria Guida.

José Carreras.

Julia Ann.

Julia Roberts.

Julianne Moore.

Justin Bieber.

Kabir Bedi.

Kathy Valentine.

Katia Ricciarelli.

Kasia Smutniak.

Kate Moss.

Katia Noventa.

Kazumi.

Khadija Jaafari.

Kim Basinger.

Kim Rossi Stuart.

Kirk, Michael (e gli altri) Douglas.

Klaus Davi.

La Rappresentante di Lista.

Laetitia Casta.

Lando Buzzanca.

Laura Chiatti.

Laura Freddi.

Laura Morante.

Laura Pausini.

Le Donatella.

Lello Analfino.

Leonardo Pieraccioni e Laura Torrisi.

Levante.

Liam Neeson.

Liberato è Gennaro Nocerino.

Ligabue.

Liya Silver.

Lila Love.

Liliana Fiorelli.

Liliana Cavani.

Lillo Pasquale Petrolo e Greg Claudio Gregori.

Linda Evangelista.

Lino Banfi.

Linus.

Lizzo.

Lo Stato Sociale.

Loredana Bertè.

Lorella Cuccarini.

Lorenzo Cherubini: Jovanotti.

Lorenzo Zurzolo.

Loretta Goggi.

Lory Del Santo.

Luca Abete.

Luca Argentero.

Luca Barbareschi.

Luca Barbarossa.

Luca Carboni.

Luca e Paolo.

Luca Guadagnino.

Luca Imprudente detto Luchè.

Luca Pasquale Medici: Checco Zalone.

Luca Tommassini.

Luca Zingaretti.

Luce Caponegro in arte Selen.

Lucia Mascino.

Lucrezia Lante della Rovere.

Luigi “Gino” De Crescenzo: Pacifico.

Luigi Strangis.

Luisa Ranieri.

Maccio Capatonda.

Madonna Louise Veronica Ciccone: Madonna.

Mago Forest: Michele Foresta.

Mahmood.

Madame.

Mal.

Malcolm McDowell.

Malena…Milena Mastromarino.

Malika Ayane.

Manuel Agnelli.

Manuela Falorni. Nome d'arte Venere Bianca.

Mara Maionchi.

Mara Sattei.

Mara Venier.

Marcella Bella.

Marco Baldini.

Marco Bellavia.

Marco Castoldi: Morgan.

Marco Columbro.

Marco Giallini.

Marco Leonardi.

Marco Masini.

Marco Marzocca.

Marco Mengoni.

Marco Sasso è Lucrezia Borkia.

Margherita Buy e Caterina De Angelis.

Margherita Vicario.

Maria De Filippi.

Maria Giovanna Elmi.

Maria Grazia Cucinotta.

Marika Milani.

Marina La Rosa.

Marina Marfoglia.

Mario Luttazzo Fegiz.

Marilyn Manson.

Mary Jane.

Marracash.

Martina Colombari.

Massimo Bottura.

Massimo Ceccherini.

Massimo Lopez.

Massimo Ranieri.

Matilda De Angelis.

Matilde Gioli.

Maurizio Lastrico.

Maurizio Pisciottu: Salmo. 

Maurizio Umberto Egidio Coruzzi detto Mauro, detto Platinette.

Mauro Pagani.

Max Felicitas.

Max Gazzè.

Max Giusti.

Max Pezzali.

Max Tortora.

Melanie Griffith.

Melissa Satta.

Memo Remigi.

Michael Bublé.

Michael J. Fox.

Michael Radford.

Michela Giraud.

Michelangelo Vood.

Michele Bravi.

Michele Placido.

Michelle Hunziker.

Mickey Rourke.

Miku Kojima, anzi Saki Shinkai.

Miguel Bosè.

Milena Vukotic.

Miley Cyrus.

Mimmo Locasciulli.

Mira Sorvino.

Miriam Dalmazio.

Monica Bellucci.

Monica Guerritore.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nada.

Nancy Brilli.

Naomi De Crescenzo.

Natalia Estrada.

Natalie Portman.

Natasha Stefanenko.

Natassia Dreams.

Nathaly Caldonazzo.

Neri Parenti.

Nia Nacci.

Nicola Savino.

Nicola Vaporidis.

Nicolas Cage.

Nicole Kidman.

Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko.

Nicoletta Strambelli: Patty Pravo.

Niccolò Fabi.

Nina Moric.

Nino D'Angelo.

Nino Frassica.

Noemi.

Oasis.

Oliver Onions: Guido e Maurizio De Angelis.

Oliver Stone.

Olivia Rodrigo.

Olivia Wilde e Harry Styles.

Omar Pedrini.

Orietta Berti.

Orlando Bloom.

Ornella Muti.

Ornella Vanoni.

Pamela Anderson.

Pamela Prati.

Paola Barale.

Paola Cortellesi.

Paola e Chiara.

Paola Gassman e Ugo Pagliai.

Paola Quattrini.

Paola Turci.

Paolo Belli.

Paolo Bonolis e Sonia Bruganelli.

Paolo Calabresi.

Paolo Conte.

Paolo Crepet.

Paolo Rossi.

Paolo Ruffini.

Paolo Sorrentino.

Patrizia Rossetti.

Patti Smith.

Penélope Cruz.

Peppino Di Capri.

Peter Dinklage.

Phil Collins.

Pier Luigi Pizzi.

Pierfrancesco Diliberto: Pif.

Pietro Diomede.

Pietro Valsecchi.

Pierfrancesco Favino.

Pierluigi Diaco.

Piero Chiambretti.

Pierò Pelù.

Pinguini Tattici Nucleari.

Pino Donaggio.

Pino Insegno.

Pio e Amedeo.

Pippo (Santonastaso).

Peter Gabriel.

Placido Domingo.

Priscilla Salerno.

Pupi Avati.

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quentin Tarantino.

Raffaele Riefoli: Raf.

Ramona Chorleau.

Raoul Bova e Rocio Munoz Morales.

Raul Cremona.

Raphael Gualazzi.

Red Canzian.

Red Ronnie.

Reya Sunshine.

Renato Pozzetto e Cochi Ponzoni.

Renato Zero.

Renzo Arbore.

Riccardo Chailly.

Riccardo Cocciante.

Riccardo Manera.

Riccardo Milani.

Riccardo Scamarcio.

Ricky Gianco.

Ricky Johnson.

Ricky Martin.

Ricky Portera.

Rihanna.

Ringo.

Rita Dalla Chiesa.

Rita Rusic.

Roberta Beta.

Roberto Bolle.

Roberto Da Crema.

Roberto De Simone.

Roberto Loreti, in arte e in musica Robertino.

Roberto Satti: Bobby Solo.

Roberto Vecchioni.

Robbie Williams.

Rocco Papaleo.

Rocco Siffredi.

Rolling Stones.

Roman Polanski.

Romina Power.

Romy Indy.

Ron: Rosalino Cellamare.

Ron Moss.

Rosanna Lambertucci.

Rosanna Vaudetti.

Rosario Fiorello.

Giuseppe Beppe Fiorello.

Rowan Atkinson.

Russel Crowe.

Rkomi.

Sabina Ciuffini.

Sabrina Ferilli.

Sabrina Impacciatore.

Sabrina Salerno.

Sally D’Angelo.

Salvatore (Totò) Cascio.

Sandra Bullock.

Santi Francesi.

Sara Ricci.

Sara Tommasi.

Scarlett Johansson.

Sebastiano Vitale: Revman.

Selena Gomez.

Serena Dandini.

Serena Grandi.

Serena Rossi.

Sergio e Pietro Castellitto.

Sex Pistols.

Sfera Ebbasta.

Sharon Stone.

Shel Shapiro.

Silvia Salemi.

Silvio Orlando.

Silvio Soldini.

Simona Izzo.

Simona Ventura.

Sinead O’Connor.

Sonia Bergamasco.

Sonia Faccio: Lea di Leo. 

Sonia Grey.

Sophia Loren.

Sophie Marceau.

Stefania Nobile e Wanna Marchi.

Stefania Rocca.

Stefania Sandrelli.

Stefano Accorsi e Fabio Volo.

Stefano Bollani.

Stefano De Martino.

Steve Copeland.

Steven Spielberg.

Stormy Daniels.

Sylvester Stallone.

Sylvie Renée Lubamba.

Tamara Baroni.

Tananai.

Teo Teocoli.

Teresa Saponangelo.

Tiberio Timperi.

Tim Burton.

Tina Cipollari.

Tina Turner.

Tinto Brass.

Tiziano Ferro.

Tom Cruise.

Tom Hanks.

Tommaso Paradiso e TheGiornalisti.

Tommaso Zanello alias Piotta.

Tommy Lee.

Toni Servillo.

Totò Cascio.

U2.

Umberto Smaila.

Umberto Tozzi.

Ultimo.

Uto Ughi.

Valentina Bellucci.

Valentina Cervi.

Valeria Bruni Tedeschi.

Valeria Graci.

Valeria Marini.

Valerio Mastandrea.

Valerio Scanu.

Vanessa Incontrada.

Vanessa Scalera.

Vasco Rossi.

Vera Gemma.

Veronica Pivetti.

Victoria Cabello.

Vincenzo Salemme.

Vinicio Marchioni.

Viola Davis.

Violet Myers.

Virginia Raffaele.

Vittoria Puccini.

Vittorio Brumotti.

Vittorio Cecchi Gori.

Vladimir Luxuria.

Woody Allen.

Yvonne Scio.

Zucchero.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITO SANREMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Solito pre Sanremo.

Prima Serata.

Terza Serata. 

Quarta Serata.

Quinta Serata.

Chi ha vinto?

Simil Sanremo: L’Eurovision Song Contest (ESC)

 

INDICE NONA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Superman.

Il Body Building.

Quelli che...lo Yoga.

Wags e Fads.

Il Coni.

Gli Arbitri.

Quelli che …il Calcio I Parte.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che …il Calcio II Parte.

 

INDICE UNDICESIMA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Mondiali 2022.

I soldati di S-Ventura. Un manipolo di brocchi. Una squadra di Pippe.

 

INDICE DODICESIMA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

I personal trainer.

Quelli che …La Pallacanestro.

Quelli che …La Pallavolo.

Quelli che..la Palla Ovale.

Quelli che...la Pallina da Golf.

Quelli che …il Subbuteo.

Quelli che…ti picchiano.

Quelli che…i Motori.

La Danza.

Quelli che …l’Atletica.

Quelli che…la bicicletta.

Quelli che …il Tennis.

Quelli che …la Scherma.

I Giochi olimpici invernali.

Quelli che …gli Sci.

Quelli che… l’acqua.

Quelli che si danno …Dama e Scacchi.

Quelli che si danno …all’Ippica.

Il Doping.

 

 

 

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

DODICESIMA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        I personal trainer.

Candida Morvillo per il “Corriere della Sera” il 14 ottobre 2022.  

La prima cosa che ha fatto Giorgia Meloni la mattina dopo il voto vittorioso è stata mettersi una felpa e andare dal suo personal trainer. Fabrizio Iacorossi - con la premier in pectore tutta allegra che giocava a nascondino dietro alla sua spalla - ha subito postato un video su Instagram: «Noi ci alleniamo, abbassiamo la tensione e ci prepariamo per tante cose. Daje!». Nella palestra XCross, zona Sud di Roma tra Mostacciano e il Torrino, lo stesso personal è stato condiviso da Francesco Totti e Ilary Blasi, in un'epoca, ovviamente, che non era di spartizione di Rolex e di borsette. 

Si stima che, in Italia, i personal trainer siano ventimila e che i timori da assembramento per il Covid abbiano spinto sempre più persone a investire in lezioni individuali, specie all'aperto, a domicilio e online, anche grazie alla nascita di siti e App, che hanno pure abbattuto i costi. Se una lezione in presenza può costare dai 30 ai 100 euro, online, si possono spendere anche solo 15 euro e pazienza se l'impatto non è lo stesso. 

Nell'epoca degli ultracorpi esposti sui social e sottoposti alla tagliola dei like, i personal trainer sono una sorta di nuovi guru, incarnano la speranza di somigliare al sé che si ha in mente e, a seconda della fama che hanno, sono esibiti come status symbol. Ognuno si sceglie il suo attraverso il passaparola e, spesso, identificandolo in base ai «belli e famosi» che allena.

Nina Moric ha scoperto e lanciato Nathan Martelloni, «cento chili e solo il tre per cento di grasso» fa sapere lui, che ora ha 119mila follower su Instagram, è testimonial di una linea di integratori e pasti per sportivi e, a Milano, è riuscito nell'impresa di diventare anche l'allenatore di Fabrizio Corona e Belén Rodriguez, ovvero di un intero clan familiare ormai disgregato e finanche rissoso. 

«Nina mi scelse nella palestra dove lavoravo nel 2016, ero l'ultimo arrivato. Tutti gli altri 27 colleghi ambivano a essere scelti, ma lei mi vide grande, grosso, tatuato e disse: voglio farmi allenare da te perché mi ricordi il mio ex marito Fabrizio. Risposi: è il mio idolo», racconta Nathan, «qualche anno dopo, Fabrizio sarebbe diventato il mio migliore amico, gli ho mandato anche le schede di allenamento in carcere». Ecco: un vero amico non ti molla nel momento del bisogno e neanche un vero personal trainer.

Accaparrarsi Nina fu un affare, comunque: aumentarono vorticosamente i clienti non famosi. Però, non fu tutto bello, perché il mondo dei trainer può essere competitivo e difficile: «Il fatto che avessi Nina fomentò l'invidia dei colleghi, che mi presero di mira. Dicevano "le ha fatto fare un esercizio che le farà male alla schiena" o andavano dai dirigenti a dire che occupavo tutte le macchine per lei. Insomma, sono stato mandato via, ma tutti i miei clienti, famosi e no, mi hanno seguito, ora sono alla Fit Active».

Da lui si dà il cambio un'umanità varia: «So parlare con il notaio, col rapper Capo Plaza e con Belén. Sono un camaleonte, personalizzo l'allenamento e personalizzo l'approccio: se faccio fare uno squat a Belén, mi metto di fianco, non dietro: non voglio che pensi che le sto guardano il sedere». Chi va dal personal trainer vuole un corpo su misura dei suoi sogni e con un Pt tutto o quasi sembra possibile. Lo stesso Nathan ricorda: «Ho avuto un fisico da lanciatore di coriandoli: da ragazzino, pesavo solo 70 chili e mi bullizzavano chiamandomi così». 

La differenza tra fare sport con e senza un personal trainer la si legge sul corpo, centimetro per centimetro. Racconta Caterina Balivo: «In pandemia, mi sono allenata in casa, con altre cinque mamme del mio condominio, ma a giugno eravamo uguali a settembre dell'anno prima, e io ero la più rotonda di tutte: gli sforzi non erano serviti a nulla, perché ogni corpo è diverso e per ciascuno serve un allenamento mirato».

Da lì, la decisione estrema: «Non ho mai fatto davvero sport, ho avuto una personal anni fa, ma poi se ne andò a Dubai e, per pigrizia, lasciai perdere. La verità è che ho sempre mangiato quello che volevo e lo smaltivo senza far nulla, ma dopo i 40, il corpo cambia e, ora, se voglio mangiare come prima, mi devo allenare». Destino ha voluto che, ricominciate le scuole, Caterina abbia scoperto che la mamma di un compagno di classe del suo Guido Alberto fosse personal trainer: «Con Micaela Pellegrino, detta Mimmi, facciamo macchinari e capillarizzazione muscolare: un allenamento funzionale che aumenta l'ossigenazione dei tessuti».

Caterina, ora alla guida di Lingo , il preserale de La7, ammette che fra tv e due figli, la costanza non è il suo forte: «Puntiamo a vederci tre volte a settimana, che poi diventano due o anche una. Allora, Mimmi mi manda video con esercizi da fare a casa. La sera, mi scrive per sapere se li ho fatti e non li ho mai fatti. Spero che funzioni lo stesso: saprò dirle a Pasqua se posso mangiare la colomba».

Quelli che hanno il personal trainer si dividono a grandi linee in due partiti: i molto sportivi che vogliono un allenamento duro e di dettaglio che vada a scolpire con precisione e i molto pigri che, da soli, non riuscirebbero a combinare nulla. Il bravo personal trainer sa accontentare tutti. Diletta Leotta e il cantante Irama, per dire, si dividono con obiettivi diversi Federico Corso, che ha uno studio a Monza ed è anche coach della Buddyfit, specializzata in allenamenti online.

«Diletta ama allenarsi», spiega lui, «la vedo due volte a settimana per un'ora e mezzo e, in più, fa anche yoga. Facciamo un lavoro coi pesi associato alla cardio per ottenere un ottimo tono muscolare e un dispendio di energia elevato. Con Irama, siamo cresciuti insieme a Monza, è un artista e non è tanto interessato al corpo, ma prima del tour, l'ho messo sotto torchio per un anno, per fargli reggere la performance sul palco. Quando si allena, s' impegna tantissimo, ma non è continuativo».  Federico ha clienti online e clienti in presenza ed è appena tornato da Disneyland Paris ingaggiato per un allenamento con i super eroi della Marvel. A lui è toccato Iron Man.

In effetti, certi ultracorpi sembrano imprese da super eroi, ma per lo più chi assolda un personal trainer non lo fa per diventare Mister o Mistress Muscolo, ma semplicemente, per restare in forma o mettersi in forma. Michele Cucuzza, storico volto dei Tg, ora spesso ospite di Pomeriggio 5 e mezzobusto ad Antenna Sicilia, nella natia Catania, racconta «Il mio personal trainer è la mia assicurazione sulla vita: se ti alimenti bene e fai una giusta attività fisica, se ne avvantaggia la salute. Infatti, ora che conduco il Tg Sicilia, faccio tutti i giorni il turno dell'alba come se avessi 30 anni. Poi, tre volte a settimana, alle 16, ho la mia seduta online con Roberto Trandafilo, che sta a Roma. Via telefonino, è come se fosse il mio specchio mentre faccio piegamenti, addominali. Uso ciò che ho in casa, come pesi due bottiglie di acqua minerale. Mi permetto di dire che questo mi consente, a 69 anni, di non avere la pancia».

La Milano bene va da Simona Musocchi, già autrice del libro Mondadori I l metodo Smart Gym , titolare di uno studio discretissimo che, fuori, non ha neanche un'insegna: «Il mio cliente tipo è l'imprenditore farmaceutico Sergio Dompé: un manager di successo, molto impegnato e molto in forma. Abbiamo impostato in studio un programma mirato, che lui segue da solo, un quarto d'ora al giorno. Ci vediamo solo ogni tanto per fare un controllo. 

Dopo il Covid, tutto è cambiato: in assenza di viaggi, molti manager e professionisti si erano abituati a lavorare di più e, ora con la ripresa dei viaggi, non hanno più tempo. C'è chi arriva da me a piedi e mi dice: il riscaldamento l'ho già fatto. Al che, ho costruito dei programmi che ognuno può fare da solo: è più facile allenarsi tutti i giorni per pochi minuti a casa, che tre volte a settimana in palestra. Non servono pesi o macchine costose, bastano le cose che si hanno, come il bordo del letto per fare i piegamenti sulle braccia. L'importante è aver impostato prima il lavoro, imparando a farlo correttamente con l'esperto e poi seguire un'alimentazione equilibrata cucita su misura».

Il futuro, insomma, va oltre il classico personal trainer. La nuova tendenza sono professionisti ibridi che si occupano di allenamento, ma anche di stile di vita e di alimentazione, col supporto di uno staff con figure professionali diverse. Giacomo Spazzini preferisce definirsi «coach imprenditore» e si racconta così: «Ho un'impresa, la Gs Loft, con sedi a Desenzano Del Garda e Milano Marittima, che forma professionisti, coordino un team che include dietologi, psicologi, medici che prescrivono esami vari di controllo e ho un'App di proprietà che monitora lo stato di benessere del cliente.

Sono il sarto che ti fa un vestito su misura, poi tu, con la mia scheda, puoi allenarti in qualunque palestra del mondo. Il mio amico Sfera Ebbasta, che seguo dal 2018, per esempio, si allena a Milano». Invece, il giovane Blanco, che ha vinto Sanremo 2022 con Mahmood, si allena nella palestra di Desenzano. Lui e Spazzini sono vicini di casa e il cantante è andato da lui dopo Blu , il suo primo album: «Venne e mi disse: siccome sto per diventare qualcuno, è bene che inizi a curare corpo e salute», ricorda il coach. 

Per reggere i ritmi del successo ci vuole il fisico e Blanco il fisico se l'è costruito: «Pesava 61 chili e ore ne pesa 67: gli ho fatto mettere sei chili tutti di muscoli, con lo sport e con l'alimentazione, nonostante mangi spesso in giro per alberghi. Deve mettere ancora solo un chilo e mezzo», racconta Spazzini, «il suo obiettivo era essere asciutto e performante, con energia per reggere il palco. Ha fatto tutti i concerti estivi a petto nudo e il pettorale è stato apprezzato». Anche troppo: a maggio, fece discutere una fan che allungò le mani sul palco per palpeggiarlo. Spazzini assicura: «Non credo proprio che si sia offeso».

·        Quelli che …La Pallacanestro.

Francesco Persili per Dagospia 12 settembre 2022.

 “Porco zio, vai via dal cazzo, vattene”. È Nicolo' Melli ad allontanare dal campo Pozzecco nel concitato finale di Italia-Serbia. Il ct era stato espulso durante il terzo quarto, a partita ancora aperta. È uscito dal campo piangendo, dopo aver abbracciato tutti, giocatori e staff, e persino l’ex giocatore serbo della Virtus Bologna Danilovic in tribuna. L’Italbasket era precipitata a meno 14 punti all'inizio del secondo quarto. 

“Eravamo sfavoriti, tutti pensavano che la Serbia vincesse facile ma siamo rimasti in partita e abbiamo vinto”, spiega al termine del match Melli: “Abbiamo vinto perché il nostro allenatore è stato espulso. Battute a parte, Poz ci regala tante emozioni, ci porta sempre dalla sua parte, quando è andato fuori, sapevamo che dovevamo fare di più”. 

La sua espulsione “ci ha cambiati dentro”, gli fa eco Spissu, altro grande protagonista del match contro Jokic e compagni: “Abbiamo corso e siamo stati molto concentrati in difesa”. Sudore e furore. Tutti concordi nel definirla una vittoria di “squadra”, di “gruppo”.

Quel gruppo forgiato dal Poz, che a inizio giugno era stato chiamato tra polemiche e scetticismo a prendere il posto di Romeo Sacchetti, l’allenatore che aveva riportato la Nazionale maschile alle Olimpiadi dopo diciassette anni di assenza. Non ce l’ha fatta a restare negli spogliatoi, il Poz. Si è nascosto come un vietcong tra i seggiolini. 

Al fischio finale ha provato a entrare in campo ma è stato rimbalzato da Melli. Poi ha incrociato il greco Giannis Antetokounmpo e gli è saltato in braccio dicendogli: “Ti amo”.  Immarcabile, come sempre, “la mosca atomica”. Etichettato come una testa matta, è stato sbattuto, complice una pigra definizione dell’ex ct dell’Italbasket "Boscia" Tanjevic, nella ridotta dei “farfalloni”.

“Chi mi crede un fottuto pippatore mi fa incazzare. La mia droga è sempre stata fare il culo a tutti sul parquet. La pallacanestro è la donna della mia vita e ogni canestro è come un orgasmo”. Di lui e del suo vivere imitabile si sa molto grazie a una bombastica autobiografia. 

Una notte con Samantha De Grenet, quattro anni con Maurizia Cacciatori e un’orgia un po’ fantozziana con Michael Ray Richardson e Ricky Brown: “Sembravo un piccolo putto tra i bronzi di Riace. Tra tutto, compreso rivestirmi, accendere la tv e iniziare a guardare Starsky &Hutch c’avrò messo 18 secondi netti. Vidi tutta la puntata mentre quelli continuavano a scopare come cani…”. 

Divertimento, passione. E una tenacia fuori dal comune. Era il più piccolo della classe ma lo prendevano per pazzo perché voleva a tutti i costi diventare un giocatore di basket. “Nei frangenti più duri, se molli, molli per sempre. Se invece resisti, l’energia che accumuli è la tua riserva nascosta, quella in grado di fare la differenza”. 

Adrenalina e elettricità. Il sogno agli Europei continua ma visto che la gloria dura solo un attimo, meglio goderselo fino in fondo, quell’attimo. “Dopo una vittoria così ho girato la mia carta di credito ai ragazzi, facciano quello che vogliono…”

Gianmarco Pozzecco ha 50 anni: Maurizia Cacciatori, la Nazionale, le bestemmie a Sassari, l’Olimpia, gli aforismi, le follie. Flavio Vanetti su Il Corriere della Sera il 14 Settembre 2022.

Il c.t. dell’Italia del basket e vice di Messina con l’AX Armani Exchange Gianmarco Pozzecco compie 50 anni. La sua vita e le sue follie

Pozzecco in Nazionale da c.t.

Gianmarco Pozzecco compie 50 anni: è nato a Gorizia il 15 settembre 1972. Già vice di Ettore Messina a Milano e già nel giro dei tecnici azzurri, è diventato commissario tecnico dell’Italbasket dopo il sollevamento a sorpresa di Meo Sacchetti dall’incarico. L’ufficialità è arrivata il 2 giugno e il giorno successivo la conferenza stampa in cui è apparso visibilmente commosso.

Gli azzurri sono impegnati agli Europei di basket, dove hanno centrato la qualificazione alla fase a eliminazione diretta. Domenica gli Azzurri hanno compiuto l’impresa di piegare la Serbia del due volte Mvp Nba Jokic e ora il Poz, la «Formica atomica», vuole regalarsi in anticipo un’altra impresa: battere la Francia e centrare le semifinali.

Il discorso motivazionale

Il discorso motivazionale di coach Gianmarco Pozzecco prima degli ottavi di finale degli Europei di basket tra Italia e Serbia. Il ct tira fuori dalla tasca 40 euro e li offre come premio a chi risponde correttamente a un quiz: «In quale voce statistica siamo primi in tutto l’Europeo?». Arrivano alcune risposte sbagliate (”tiri da tre”, “rimbalzi”), poi a indovinare è Amedeo Tessitori che esclama: «Miglior difesa!». Pozzecco gli consegna le banconote e dice: «È vero, siamo la miglior difesa di tutto l’Europeo. Quindi ragazzi oggi difendiamo, e poi ci divertiamo in attacco. Ok? Andiamo!»

La vittoria sulla Serbia e va in braccio ad Antetokounmpo

Per la tensione della sfida contro la Serbia, il c.t. si è preso due falli tecnici e si è fatto espellere: si è prima messo piangere, poi è saltato addosso a Giannis Antetokounmpo

Che coppia con Ettore Messina

A luglio 2021 Pozzecco era diventato ufficialmente assistente allenatore dell’Olimpia Milano completando lo staff di Ettore Messina . Il Poz aveva appena chiuso due anni e mezzo da capo allenatore di Sassari, squadra che aveva portato alle finali scudetto 2019 perse a gara-7 con Venezia e alla vittoria di Fiba Europe Cup 2019 e Supercoppa 2019. L'approdo a Milano fu clamoroso e anche insolito per il basket italiano, con un capo allenatore che accetta di fare da assistente. La pratica è invece più comune in Nba, dove proprio Ettore Messina e Sergio Scariolo (neo coach della Virtus Bologna) hanno a lungo fatto da vice rispettivamente a Gregg Popovich a San Antonio e Nick Nurse a Toronto. L'operazione di Milano intendeva mettere insieme uno dei guru del basket europeo con un tecnico giovane, con idee innovative, dal carattere esplosivo e oltretutto simbolo storico di Varese, rivale storica dell'Olimpia.

Sospeso dalla Dinamo Sassari

Erano i primi di maggio 2021. «Gianmarco, sei fuori!», gli avrebbe detto Flavio Briatore. O anche Donald Trump, primo conduttore del reality show «The Apprentice». «Gianmacro, sei fuori! Per dieci giorni…», gli ha più semplicemente comunicato il suo presidente a Sassari, Stefano Sardara, e anche dopo questa ennesima burrasca il rapporto tra la Dinamo Basket e Gianmarco Pozzecco, il Gianburrasca degli italici canestri, si è avviato all’epilogo. Sono arrivate le sanzioni della Fiba per le intemperanze del Poz durante la Champions League e il club ha deciso che, «pur essendo il momento delicato, non si può girare la testa dall’altra parte»: quindi il coach è sospeso. Due anni e mezzo finiti di botto. Senza guardarsi indietro. In pur Poz style.

Le bestemmie

Ma che cosa era successo? Che la Fiba aveva comunicato a Sassari le sanzioni (il cui contenuto resta un segreto custodito dal solo Sardara) per una serie di comportamenti di Pozzecco giudicati intollerabili. Non un episodio, ma più episodi. Punto di partenza è il famoso time out nella partita casalinga del 16 settembre 2021 contro il Bakken Bears: Gianmarco si lasciò andare a reiterate bestemmie nel parlare con i suoi giocatori e per questo motivo la Federbasket lo squalificò per una giornata, pena sostituita poi da un’ammenda di 3000 euro. Ma, trattandosi di un incontro europeo, la cosa non poteva sfuggire al livello più alto. Gianmarco all’epoca si scusò e promise di non ricascarci, ma quando nelle scorse ore Sardara ha voluto chiarirsi con lui, sottolineando che non è state solo il «bestemmiagate» a inguaiarlo, il Poz ha confermato di essere fatto in un certo modo e ha aggiunto che al carattere non si comanda.

Squalificato a dicembre per le urla contro gli arbitri

L’ultimo fattaccio imputato all’allenatore si riferiva alla partita conclusiva della Champions, il 9 marzo dello stesso anno sul campo dei cechi del Nymburk. La Dinamo, già eliminata, fu sempre avanti ma crollò nel finale e fu beffata a fil di sirena (in quella trasferta subì pure un furto nello spogliatoio). Gianmarco sbraitò contro gli arbitri nei corridoi del palasport e poi tenne una conferenza stampa infuocata. La Fiba aveva monitorato il Poz ed era giunta, magari con un ritardo non del tutto comprensibile, alla conclusione di stangarlo. Sardara si era poi allineato: «Ci sono delle regole e alla base del nostro club ci sono dei valori e la volontà di preservarli. È una questione di rispetto, sono cose gravi: è una responsabilità verso chi ci segue e ci sostiene, se non si interviene finisce che tutto diventa possibile».

La carriera del «Poz»

Assumere Pozzecco, detto anche Pozzesco, vuol dire però ingaggiare un uomo, oggi di 48 anni, che non ha mai conosciuto vie di mezzo: o amato, o odiato; o stimato come playmaker (ancora oggi stentiamo, tra i registi italiani, a trovare uno che sappia «tagliare» l’intero campo con un passaggio diretto) o criticato per i suoi funambolismi (celebre furono i battibecchi con Boscia Tanjevic, che non lo volle in Nazionale). Auto-soprannominatosi «la mosca atomica» per la velocità e per la taglia del fisico, inventore, negli anni di Varese (culminati nel 1999 nel decimo scudetto del club), della T-shirt «Nobody can defense on me» contenente un voluto strafalcione di inglese, il Poz è ancora oggi, piaccia o non piaccia, uno dei personaggi più noti del nostro basket. E, pur senza avallare le sue intemperanze (inclusi lo strapparsi la camicia dopo una decisione avversa degli arbitri o il rimediare falli tecnici ed espulsioni a gogò, anche perché lui è ormai un pregiudicato), gli va riconosciuto il pregio della coerenza.

Le ex fidanzate Maurizia Cacciatori e Samantha De Grenet

Servirebbe un’enciclopedia per raccontare tutto quello che ha combinato, nel bene e purtroppo qualche volta anche nel male. A Varese arrivò a lanciare la moda dei capelli tinti (il colore più gettonato, soprattutto nei giorni dello scudetto, fu il fucsia: la squadra si adattò a lui), poi il Poz decollò anche come personaggio extra basket.I suoi flirt hanno riempito le pagine dei rotocalchi e quelli con Samantha De Grenet e Maurizia Cacciatori hanno tenuto banco. A dire il vero la relazione con la ex pallavolista stava per culminare nel matrimonio, ma a una settimana dalle nozze tutto andò a pallino: «Semplicemente – avrebbe poi raccontato il Poz – ci siamo resi conto che non avrebbe funzionato». Poi, nell’estate 2021, l’altare c’è stato davvero: con una cerimonia ristrettissima, si è unito a Tanya, spagnola di Valencia.

Le frasi celebri

C’è chi si è preso la briga di catalogare gli «aforismi» di Pozzecco. Ve ne proponiamo qualcuno: «Il basket è uno sport razzista, perché chi è piccolo parte svantaggiato». «Ringrazio tutti quelli che mi hanno insultato in carriera, dandomi la forza di continuare, e che quest’anno mi hanno invece applaudito: questo è stato ancora più bello». «Un consiglio a un giovane giocatore di basket? Fai tutto quello che non ho fatto io e vedrai che andrà tutto bene». «L’unica cosa che davvero non ho mai sopportato era giocare a basket con i canestri senza retina: la retina serve a sentire il ciuff quando la palla entra e a non fartela cadere in testa come un sasso quando stai sotto al ferro».

La Renault 4

A chi ritiene che Pozzecco sia solo un incorreggibile invasato, proponiamo questo passaggio di un’intervista rilasciata lo scorso luglio a Sportweek: «Io sono minimalista, sono contro consumismo e capitalismo. Vi racconto una storia. Sono nato in una famiglia normale, che viaggiava a bordo di una Renault 4. Mio padre era alto due metri e pesava 150 chili. Quando si sedeva al posto di guida, l’auto s’inclinava da un lato. Da ragazzino ho cominciato ad andare in trasferta giocando a calcio. Da Trieste, dove vivevo, eravamo costretti a prendere la “camionale”, una lunga rampa che portava fuori città. Papà era costretto a farla in terza perché, già allora, la nostra era forse l’unica macchina rimasta col cambio a quattro marce. Arrivavo al campo sempre per ultimo. Beh, devo dire la verità: non me n’è mai fregato un cazzo. Oggi un bambino si sentirebbe a disagio, perché c’è la rincorsa al benessere che omologa tutti». Sì, esiste un Pozzecco molto diverso da quello della «vulgata» e vi assicuriamo che merita di essere conosciuto. Al netto delle sue mattane.

Gianmarco Pozzecco: «Ai miei 50 anni chiedo un figlio e una vita seria da c.t. ma io resto la mosca atomica». Flavio Vanetti su Il Corriere della Sera il 2 Settembre 2022. 

Il papà che lo voleva calciatore, le bravate in campo e fuori, «le sbronze omeriche», le storie sotto i riflettori e l’amore riservato («quello vero») per Tanya. Ecco l’ex bad boy che guida la Nazionale. 

Gianmarco Pozzecco compirà 50 anni il 15 settembre. Venerdì 2 settembre debutta agli Europei di basket come ct della Nazionale

Sopravvivendo al fatto che i pareri non saranno mai unanimi su di lui - c’è chi continuerà a dire che è matto e chi lo osannerà -, scavalcando l’ipotesi che non tutte le sue rotelle girino nel modo giusto, Gianmarco Pozzecco è diventato c.t. della Nazionale di basket al posto di Romeo Sacchetti, già suo coach, l’uomo che nel 2021 ha riportato l’Italia ai Giochi ma che a inizio estate il presidente federale ha giubilato. Gli Europei al via, con gli azzurri nel girone di Milano, saranno la prima sfida di un allenatore cresciuto negli anni, con esperienze e vittorie importanti (alla guida di Sassari ha centrato una coppa europea e la Supercoppa italiana) e adesso è atteso alla consacrazione. Ma il presente del Poz non si sgancerà mai dal passato di giocatore - la “mosca atomica” che impazzava sui parquet - e da quel personaggio che è diventato noto e riconoscibile (perfino in tv), oltre che protagonista della vita mondana. Una sorta di Balotelli che ce l’ha fatta? «Ci sono cose che non rifarei. Ma nella mia vita non c’è nulla di indegno e nulla che non possa raccontare».

Allora, raccontiamo: Pozzecco si nasce o si diventa?

«Nel senso di un giocatore che è cresciuto libero, deciso a lasciare il segno, Pozzecco si diventa. Ma se la domanda è riferita al personaggio e al suo modo di essere, forse si nasce».

C’è chi ancora la considera un pirla, per quanto simpatico: è una seccatura oppure lascia correre?

«Non posso farci nulla, essere discriminato, in ogni senso, è la colonna sonora della mia vita. Comunque mi fa felice essere visto come un pirla divertente piuttosto che essere catalogato come un non pirla, ma antipatico».

Ha realizzato che sono in arrivo i 50 anni?

«Nei ritagli di tempo con la Nazionale ho giocato a padel e mi sono fatto male. Il dottore mi ha detto: “Il cervello pensa che tu abbia ancora 20 anni, ma i muscoli spiegano che non è così”. Mi pesa? Sì, sono entrato nella stagione delle rinunce forzate: nel mio caso il basket, sostituito appunto con il padel».

Le diamo una macchina fotografica, ma lei ha solo uno scatto per fissare Gianmarco Pozzecco da piccolo. Dove punta l’obiettivo?

«Sul bambino con un pallone in mano e con la bici, in campeggio in Croazia. Sistemavo la palla sul portapacchi posteriore, fermandola con una molla, andavo da mio fratello e gli chiedevo se venisse a giocare. A volte veniva, a volte no».

E quando non veniva?

«Andavo da solo, magari sotto il sole infernale di agosto. Mi ritrovavo su un campo di cemento, unico fesso che al mare faceva quelle cose. E sapete che cosa odiavo? Non il caldo, né il cemento, né che non ci fossero amici. Odiavo il fatto che a volte il canestro fosse senza retina. Non sto bene? Probabilmente è vero, ma se lo trovavo così mettevo dei fili per sistemarlo: un canestro senza retina non può esistere».

Suo padre, pur essendo ex cestista, la stava avviando al calcio.

«A 13 anni mi impose di scegliere tra la squadra di C1 allenata da lui, nella quale giocava mio fratello maggiore, e il Chiarbola di calcio. Avevo già deciso per il basket, ma una sera mi impose, fingendo che fosse una scelta condivisa, il calcio».

Come finì?

«Dissi che avrei obbedito. Ma poi feci di testa mia, come avrei fatto spesso negli anni successivi».

Sempre dal Pozzecco-pensiero: «Ero un po’ stupido perché ero un tappo che voleva sfondare tra i giganti». Invece non è stato un intuito formidabile?

«Sì, forse è stata una genialata. Anche perché non è stato complicato come sembra. È la storia di Davide e Golia: alla fine ha vinto Davide».

Citiamo Maurizia Cacciatori, sua ex fidanzata e “quasi” moglie: «Io, Gianmarco e Andrea Meneghin siamo tre geni mancati della Normale di Pisa».

(risata) «È una delle cavolate che ha detto in vita sua. Non la prima e nemmeno l’ultima».

Gianmarco Pozzecco con la ex pallavolista Maurizia Cacciatori ai tempi della loro relazione troncata nel 2004, poco prima delle nozze.

Visto che siamo sul pezzo: tema su Maurizia, svolgimento libero.

«Preferisco passare. Mia moglie Tanya questa storia la sopporta poco e la capisco: lei non vive sotto i riflettori, è una persona semplice. So che le dà fastidio».

Però conferma che fu Maurizia a darle il due di picche?

«Assolutamente sì. Ma questo non mi impedisce di avere sempre considerazione e rispetto».

Era geloso di lei dopo che i gossip l’avevano accreditata di scappatelle ai Giochi di Sydney.

«La gelosia fa parte della storia di ogni coppia. Poi io ho sempre desiderato non avere una moglie famosa».

Però prima di Maurizia stava con Samantha De Grenet.

«Sì, ma la donna per la vita deve essere diversa. Difatti ho incontrato una persona totalmente differente e mi sono innamorato. Un amore vero: con Tanya conto di arrivare fino alla fine dei miei giorni. E credo accadrà perché è un’altra cosa che voglio».

Ha parlato di sbronze omeriche...

«Quando giocavo ero vincolato al basket, con un senso di responsabilità superiore a quello che la gente immagina. L’alcol era una necessità per divertirmi. Le “ciucche” non erano frequenti, ma quando accadeva... Dopo la finale dei Giochi di Atene, in discoteca assieme agli argentini che ci avevano battuto, ho vissuto uno dei momenti più belli della mia vita: in due ore di alcol e di libertà ho fatto cose inenarrabili».

A scuola non andava bene.

«Ho un problema: non so fare quello in cui non credo di eccellere. Mi spiego usando il tennis: se l’avversario mi dice “dai, palleggiamo”, do di matto. Palleggiamo? Al massimo due scambi, poi si gioca e io devo provare a vincere. Se si palleggia, sono il peggior tennista della storia. A scuola palleggi e poi c’è l’esame. Quindi devo palleggiare e non assimilo niente. Ma per arrivare all’esame, che vorrei fare subito perché è competizione, sono costretto a palleggiare...».

Capelli rossi, Pozzecco con la canotta del Varese, dove ha giocato dal 1994 al 2002

Dopo aver avuto spesso rapporti difficili con gli allenatori, Pozzecco oggi fa il coach. È una contraddizione?

«Può sembrare, ma non è così. Nonostante varie scintille, da giocatore avevo, come detto, un grande senso di responsabilità. L’ho usato prima con chi ho allenato nei club e ora mi serve con ragazzi della Nazionale: ho mille difetti e anche questo pregio».

Com’è il c.t. Pozzecco?

«Il nuovo ruolo enfatizza certi scenari. Ad esempio, dopo essere stato penalizzato ed escluso dall’azzurro, nessuno può avere più rispetto di me nel mandare via qualcuno».

Era stato coniato il termine “Pozzesco”, fusione di Pozzecco e pazzesco. Vale ancora?

«Vale, vale. Ma in maniera proporzionale al nuovo compito».

Nella prima stagione in A2, l’allenatore le gridò davanti al resto della squadra: «Ma tuo padre, quella sera, invece di andare con tua madre, non poteva farsi una...?». L’ha mai perdonato?

«Intanto lo appesi al muro. Al di là dell’essere becera, la battuta tradiva lo spirito che deve appartenere ad ogni allenatore: esigere che i giocatori da individualità diventino squadra. Lui non ha avuto rispetto verso il vivere in gruppo».

Gianmarco Pozzecco si è imbestialito con chi gli ha dato del cocainomane. Ma una canna light non se l’è mai fatta?

«Quando ho smesso di giocare, mia mamma ne ha beccata una nel pacchetto di sigarette di un amico: era convinta che ce le facessimo. Invece non è così, ho fumato canne solo in due occasioni. La prima volta ridevo senza freni e sono andato a casa perché non smettevo più. La seconda sono entrato in un “loop”: pensavo, a raffica, di tutto e di più. Non fa per me, sono già a posto: forse da bambino sono finito in qualche droga pesante, come Obelix era caduto nella pozione magica».

Ha scritto Clamoroso : un libro per levarsi sassolini dalle scarpe?

«No, è stato un modo per ringraziare chi mi ha aiutato. Per me è gratificante dare stimoli positivi piuttosto che vendicarmi di chi mi ha criticato».

Adesso comanda i vari Gallinari, Datome, Melli...

«Alt, anche se allenare è un po’ comandare, preferisco dire che aiuto. Ci sono due tipi di allenatori: i comandanti, appunto, e quelli convinti che siano i giocatori a vincere. Io firmerei per incidere per il 5%».

Di qualche veterano della sua Nazionale, ad esempio Gallinari, ha fatto in tempo a essere avversario. Non le suona strano?

«Un po’ sì e mi viene in mente la prima volta che a Capo d’Orlando allenai Gianluca Basile e Matteo Soragna. Li chiamai in ufficio e dissi loro: “Da oggi cambiano i ruoli, mi dovete dare del lei”. E Soragna: “Ha ragione, signor coach. E vada affan...».

A un c.t., se sbaglia, tirano le pietre.

«A me le tirano comunque...».

Che cosa facciamo all’Europeo?

«L’Italia nel calcio e nel basket dà il meglio quando è outsider: 1982, primi al Mondiale di calcio dopo i noti casini; 2006, bis in Germania dopo Calciopoli; 2003, bronzo europeo nel basket con una delle nostre squadre più deboli; 2004, argento olimpico con un gruppo di scappati da casa. Però non seguo la forma mentis italiana, secondo cui se sei outsider sei anche più scarso».

Quindi battiamo tutti?

«Non potrei mai accettare di dire che siamo inferiori agli altri. Ma in una manifestazione come l’Europeo conta anche avere c...o».

Lei ebbe i suoi guai perché in un time out nominò il nome di Dio invano. Gianni Petrucci, oggi suo presidente, pretese una sospensione. Ha forse dovuto firmare una clausola anti-bestemmie?

«Io vivo, come detto, più per gratificare chi si è fidato di me. E sono pochi: ora c’è Petrucci. So che ha un’idea chiara sul tema, quindi farò in modo che quello che pensa venga assecondato».

Vorrebbe viaggiare all’indietro o in avanti, nel tempo?

«All’indietro: vorrei tornare a giocare e ad essere la “mosca atomica” di Varese».

Pozzecco con la moglie Tanya

Quando lei e Tanya ci darete un Pozzecchino?

«Spero presto».

Gli farà vedere i video delle sue partite?

«Tanya non me lo permetterebbe: vorrà che il bimbo suoni la chitarra, non che faccia le mie stesse cose».

Ma lei non avrebbe voce in capitolo?

«Ha mai visto un uomo che decide al posto della moglie? Io no, speravo di essere il primo. Invece il ranking in famiglia è il seguente: numero 1, Tanya; numero 2, il gatto Coco, trovato a Formentera perché c’era un topo in casa; infine arrivo io». 

Wilt Chamberlain e quei 100 (inarrivabili) punti in una gara Nba. Il 2 marzo di sessant'anni fa si consumò una delle imprese più irreali nella storia del basket a stelle e strisce. Paolo Lazzari il 7 Agosto 2022 su Il Giornale.

L'Hershey Sport Arena è un catino da 8mila posti conficcato nel cuore trillante della Pennsylvania. Fino a qualche anno prima il pubblico ribolliva per le imprese degli eroi sul ghiaccio, ma adesso l'Hockey è sfilato in secondo piano e quelle lastre gelide sono state rimpiazzate da un candido parquet. Certo non sarà l'impianto più indimenticabile di Philadelphia, ma se oggi fosse il 2 marzo 1962 allora sì. Perché in questa placida sera semi primaverile di sessant'anni fa esatti la storia accosta, spalanca la portiera e scende proprio qui. Eppure i presupposti, chiamati all'appello, avevano fatto spallucce per l'intero pomeriggio. Wilt Chamberlain, del resto, non è il tipo di persona che sembra avere il tempo di mettersi a fare distinguo. Non gliene frega assolutamente niente di vivisezionare la sua esistenza, appoggiando su due rette parallele quel che fa al caso della carriera da cestista e i comportamenti deprecabili che rischiano di rallentarla. Munito di un fisico da semidio e di doti tecniche surreali, Wilt non ha bisogno di discernere alcunché. Donnaiolo irredimibile, ama tirare tardi, alzare lievemente il gomito all'occorrenza e gingillarsi in sala giochi.

Che poi è esattamente quello che accade la sera del 1 marzo. Il nostro, un gigante di 2 metri e 18 che se ne va in giro a terrorizzare mezza Nba, ha sforato di brutto. Quando scruta le lancette del suo orologio da polso sgrana gli occhi, ma solo per una manciata d'istanti. Un giocatore professionista non dovrebbe piluccare avidamente tra i vizi della nightlife newyorchese prima di un match, ma ormai la frittata è fatta. La grande mela è una tentazione troppo potente per carni che fremono di debolezza. Wilt si attacca al telefono fisso di un bar e gira la rotella, componendo il numero di un membro dello staff dei Philadelphia Warriors, la sua squadra: "Sì, ma certo che arrivo. Ho perso una coincidenza, ci vediamo domani". Domani, appunto, c'è in programma la sfida ai New York Knicks. Il tizio dall'altra parte aggancia, furente. Chamberlain scrolla quelle monumentali spalle. "Pazienza - la sua auto indulgenza - tanto domino anche con un occhio chiuso".

Da New York a Philadelphia fanno 157 km in treno. Ne prende uno alle 6 del mattino, passando direttamente dai pub alla stazione, senza nemmeno sapere che forma possa avere un letto. Quando arriva trangugia un pranzo veloce e poi dritto in sala giochi: di riposare un po' non se ne parla. Ora il coach comincia a preoccuparsi sul serio, ma lui lo rasserena puntando su alcuni segnali inconfutabili: "Ho fatto solo centri a freccette e biliardo". Tardi, ancora una volta. Devono venire a strapparlo via dal flipper, ché la partita sta per cominciare. Forse rimanda quel momento fino all'ultimo istante pensabile perché sa che tutti lo odiano. I compagni, perché le sue qualità eccelse li fanno apparire come dei canarini bagnati. Lo staff, perché non conduce una genuina vita da sportivo, ma comunque non possono dirgli nulla. La stampa è la detrattrice principale: per i giornali dell'epoca, che gli dedicano al massimo trafiletti striminziti in ottava pagina, Wilt è semplicemente una belva che si avvantaggia di una prestanza fisica sconcertante per troneggiare: "Guardatelo ai tiri dal limite, non ne imbrocca uno". Gli avversari lo detestano in egual misura. Su quelle gambe da fenicottero sembra aver montato un motore a scoppio. Le braccia paiono terminare in un prefisso differente. Stoppa gente dalla stazza imponente con una mano sola. Surclassa chi tenta di arrampicarsi in cima al suo fusto gigantesco con una facilità disarmante. Spacca canestri (sul serio) e procura fratture multiple ai piedi sui cui ricade.

Arriva la sera. Si viene a sapere che Phil Jordan, il lungo dei Knicks, si è preso una specie di congestione. O forse non è vero, non c'è la riprova. Magari, insorgono e malelingue, ha soltanto paura di rimediare una figuraccia terribile. Al suo posto, per difendere l'onore di New York, gioca l'ex olimpionico Darrall Imhoff: ne uscirà triturato, con l'incubo - che viene a visitarlo ogni notte per i mesi successivi - di quelle braccia interminabili che lo sovrastano. Wilt versa in un tale stato di grazia che gli entrano anche tutti i tiri da fuori: a fine primo quarto ha già fatto 23 punti. Il suo diretto marcatore, giunto per disperazione al terzo fallo, inveisce contro l'arbitro: "A questo punto fagliene fare cento, così andiamo tutti a casa". Profezia a chiamata. Richiesta esaudita. Chamberlain continua a macinare punti con la cadenza di una mitragliatrice puntata su un gregge al pascolo. Alle soglie dell'ultimo quarto ne ha messi 75. Nel finale lo speaker smette di aggiornare il risultato. Il pubblico annusa il record. Altro che pattini e mazze sul ghiaccio. Questo fa 100 punti. La gente palpita per il miracolo e lui l'asseconda. Il centesimo lo fissa in schiacciata. Potrebbe farne altri due, ma decide di fermarsi lì "perché 100 è più bello di 102, dai", dirà alla fine. Qualcuno improvvisa: scarabocchia quella cifra irreale su un cartello e gli chiede di mettersi in posa. Lui sorride compiaciuto e per nulla affaticato.

Un'impresa da alieno, mai più eguagliata nella storia dell'Nba. E pensare che, all'epoca, non c'era il tiro da tre. Il mattino seguente i giornali provano a sminuire il miracolo sportivo, riservando dei ritagli in paginette dimenticabili e sputando il fegato: "Facile da spiegare. Il peggior tiratore di liberi al mondo ha trovato una serata da 28 su 32". Il potere irrita chi non ce l'ha. È il 3 marzo 1962: Wilt sorride, accartoccia il foglio e centra il cestino più vicino.

Flavio Vanetti per corriere.it il 12 marzo 2022.  

Liliana Mabel Bocchi, lei è stata una stella del basket e anche la prima «divina» dello sport italiano?

«Semmai sono la seconda. Nicola Pietrangeli aveva definito così Lea Pericoli, personaggio che ho stimato. Poi non amo il termine “divina”. Quando lo usano, ad esempio per Federica Pellegrini, mi girano le scatole: non si può trovare un’altra parola?». 

Quale sportiva la intriga?

«Torno a Federica. Ci sono state varie Pellegrini e ora ce n’è una nuova: parlando del futuro marito, ha messo in piazza il suo privato nel modo giusto. Però un appunto glielo muovo: grazie alla sua fama avrebbe potuto fare di più per lo sport femminile». 

Chi è, invece, lo sportivo «top»?

«Da sempre ammiro Djokovic. La vicenda australiana mi ha disgustato: Novak da divinità è diventato un demonio. Avrebbe fatto meglio a stare a casa? Ribalto la domanda: perché la federazione australiana gli ha detto di venire? E quell’Alex Hawke, ministro omofobo che sbatte gli immigrati sulle isole del Pacifico, s’è fatto pubblicità per le elezioni». 

Come mai si è trasferita a San Nicola Arcella?

«Perché ci abita mia sorella Ambra, perché il caldo fa bene alle mie povere ossa, perché qui c’era il villaggio del bridge, perché ho spazio per gli animali, perché Milano è cara. Zero rimpianti: avevo come alternative Kenya e Tanzania, ma in Calabria ho trovato un mix equilibrato di situazioni. Faccio i fatti miei, eppure mi conoscono. E non sono quella che giocava a basket, ma sono Mabel: a Milano conoscevo solo il vicino di pianerottolo». 

È ancora una pensionata... senza pensione?

«Sempre: aspetto la “sociale”, 470 euro mensili. Ho venduto casa, ho acquistato qui, mi è rimasto qualcosa: in Calabria si spende meno».

Come mai non ha fatto del giornalismo il suo mestiere?

«Perché nessuno mi ha assunto, pur essendo professionista dal 1994. L’instabilità economica, non avendo mai avuto soldi da fidanzati, mariti o genitori, mi ha creato tanta tensione». 

Mabel è stata donna da gossip?

«Non tanto, non c’erano i social network. Ma si era ricamato sul fatto che Rubini fosse intervenuto nel mio rapporto con Renzo Bariviera. Quindi si erano inventati morosi e amanti: uno di questi era il marito di Gabriella Carlucci». 

Si parlava di una storia con Gianni De Michelis.

«Questa è nuova. Amica sì, ma storia no, vi prego. Come compagni ho sempre preteso, anche sbagliando, uomini belli: De Michelis era intelligente, ma non era bello. Quando veniva a Milano, uscivamo a cena. Gli dicevo: “Gianni, tenta di dimagrire”. E lui: “No, ora sono un grasso, brutto e felice. Se dimagrissi diventerei un brutto infelice”. Dopo le nozze si è asciugato». 

Ci fa la cronologia dei suoi amori?

«Un paio di flirt non li svelo. Si parte da “Barabba” Bariviera, quindi Francesco Anchisi, poi ancora una storia — un po’ allucinante, ma della quale non mi pento — con un masai della Tanzania. E si arriva al legame con Leonardo Coen, ex cestista purtroppo morto».

Il marito tunisino, infine.

«Dal quale sono divorziata. Ho conosciuto Ryadh a Monastir: era capo reception dell’hotel, dopo un anno ci siamo sposati sulla spiaggia di Mahdia. Vive tuttora a Milano».

Le pesa essere oggi una single?

«Sto di un bene che non immaginate. Quando dicono “la vita non si sa che cosa riserva”, ecco, io so già che cosa mi riserva: non voglio più nessuno tra i piedi. Il matrimonio è stato un esperimento, io ero contraria». 

Si definisce una rompiballe ribelle.

«Non sono diplomatica e questo, in un mondo ipocrita, non va bene. Mia madre mi chiamava “bocca della verità”: sono coerente rispetto alle mie libertà. Morale: se uno mi pesta i piedi, mi arrabbio». 

Giocava senza reggiseno e la criticavano.

«Non avevo seno, poi me l’hanno rifatto. Il reggiseno era inutile e tuttora mi soffoca. Non volevo essere esibizionista, rammento che mi sono battuta per i calzoncini al posto delle mutande da gioco: molti venivano a vedere il sedere delle giocatrici, non la partita».

Ha mai pensato a Gracielita, la sorella morta 18 mesi prima che lei nascesse?

«Non molto, i genitori non ne parlavano: questa storia l’ho imparata dalle fotografie. Fu una tragedia: si ammalò sulla nave per l’Italia — mamma era argentina — e morì poco dopo lo sbarco». 

Che cosa c’è dell’Argentina in lei?

«Non lo so, non ho nemmeno la solarità degli spagnoli. E pur avendo girato il mondo, non sono mai stata in Argentina».

Invece ha preso tanto da suo padre e da Parma.

«Papà mi ha fatto apprezzare più i poveri e gli umili che i ricconi e gli arrivati. È lui che mi ha insegnato ad essere comunista: ma la sua Emilia ora non c’è più». 

Il bridge l’ha scoperto grazie a suo fratello?

«Era un marchio di famiglia: papà fortissimo, mamma istruttrice. Norberto, detto Patòcia, che sta per bonaccione, è emerso perché era un talento: a basket aveva il tiro ma non difendeva, a bridge è stato campione olimpico e mondiale. Ora vive a Barcellona».

Ha cominciato ad Avellino, dove suo padre dirigeva un’azienda che produceva champignon.

«Avrei potuto essere una stella del Sud, ma fui subito ceduta: il Geas dava maggiori garanzie. In Irpinia, però, ho incontrato il basket: a Parma facevo atletica e pallavolo».

Le piacerebbe essere una delle pallavoliste vincenti di oggi?

«Sì, eccome. Vorrei che il basket rosa avesse il loro successo: ma dopo i suoi anni migliori sono mancati soldi e professionalità». 

È vero che parlava in latino con Uljana Semionova, la mastodontica sovietica di 2 metri e 13?

«L’aveva studiato, io pure: era l’unico modo per dialogare».

In un Mondiale le chiese di aiutarla ad essere eletta miglior giocatrice: verità o leggenda?

«Verità. Le dissi di non farmi fare una figuraccia: l’Urss stravinse, ma Uljana segnò solo 8 punti. Scivolava, inciampava, commetteva infrazioni... L’ha fatto per simpatia e riconoscenza: quando veniva in Italia la portavo a fare shopping e dalla manicure. Un tipo dolce, altro che un mostro. E non immaginate la fatica che in campo faceva per non farci male». 

Conduttrice alla «Domenica Sportiva»: bilancio e ricordi?

«È stata un’esperienza sia importante sia negativa: forse sono stata l’unica a perdere una causa contro la Rai. Un personaggio chiave testimoniò, raccontando frottole: ma gli credettero».

Alla Rai ha mai ricevuto avances?

«Cioè se mi sono sentita dire “se vieni a letto con me, ti faccio fare questo programma”? No, ma qualcuno si allargava». 

Lei è stata un sex symbol?

«Penso di sì, nonostante l’esito dell’inchiesta di una rivista. Tre le domande: chi porteresti in vacanza? Chi sposeresti? Con chi passeresti la notte? Ero la prima per la vacanza, non per le nozze e per la nottata».

Cambiare capigliatura era un modo per esprimersi?

«Lo è tuttora: i capelli migliorano il look. Al Mondiale 1990 di calcio, Gianni Petrucci mi invitò a una partita. Andai dal parrucchiere, mi feci rasare quasi a zero e feci la tinta. Risultato: un rosa improbabile, nemmeno Gianmarco Pozzecco è arrivato a tanto... Petrucci era inorridito».

Mabel, un maschiaccio.

«Non ho mai avuto una bambola. Un anno a Natale mi regalarono una cucina in miniatura: piansi, aspettavo un pallone. Il maschiaccio è sempre presente: per l’autonomia, perché a volte parlo come un carrettiere, per come mi vesto — non so che cosa siano le gonne, uso i calzettoni e non le calze e perché non temo nulla. Due volte hanno tentato di violentarmi, ma ho piegato gli aggressori. E anche oggi che sono un catorcio oltre ogni tentazione, se qualcuno ci provasse finirebbe conciato per le feste».

Sigari, cani e gatti.

«Non sono sigari, sono toscani classici. Quelli che fuma Fausto Bertinotti. Uno che stimo: fece cadere il governo per coerenza».

Dimentica i cani e i gatti.

«I cani li ho sempre avuti, ora sono quattro. L’ultimo l’ho adottato davanti a un supermercato: l’avevo incontrato e coccolato, il giorno dopo sono ripassata ed era ancora lì... Di gatti ne ho venti: gli animali ci fanno sentire vicini a Dio». 

Com’è andata tra i masai?

«Il ragazzo di Zanzibar mi ha portato dai suoi: un mese indimenticabile. Mi hanno messo con i guerrieri, che non sono sposati. Non c’erano acqua e luce, portavamo le bestie a pascolare nella savana, abbiamo avuto aggressioni dai leoni. Si viveva in case costruite con lo sterco di vacca, al mattino con il latte bevevi pure le mosche, se non coprivi il bicchiere con la mano. All’inizio ero schizzinosa, dal terzo giorno ho mandato giù senza esitare: se penso a certi fighetti...». 

Parliamo di religione e spiritualità?

«Credo nell’aldilà e sono cristiana a modo mio. Sono antroposofica, ho letto tanto di Rudolph Steiner. Ora mi sto entusiasmando al libro di uno psichiatra di New York che pratica l’ipnosi regressiva. Ma non la applica al passato, bensì alla vita dell’anima dalla morte alla reincarnazione. Un testo strepitoso».

Sostiene che non le manca un figlio: non le crediamo.

«No, credeteci: non mi manca per nulla. Mi piacciono i bambini da zero a un anno, poi cominciano a rompermi le scatole. Forse però mamma lo sono stata: di qualcuno dei miei morosi».

·        Quelli che …La Pallavolo.

Mondiali di pallavolo 2022, Italia batte la Polonia in finale ed è campione. Pierfrancesco Catucci su Il Corriere della Sera l'11 Settembre 2022.

Gli azzurri di De Giorgi fanno la partita perfetta e vincono il Mondiale dopo 24 anni battendo la Polonia 3-1. È il quarto titolo dopo i tre della Generazione di fenomeni. Lunedì saranno ricevuti da Mattarella

Stringe mani in mezzo al campo Fefè De Giorgi. Ci mette un po’ a lasciarsi travolgere dall’orgasmo di gioia che monta dentro. Non sale sul seggiolone dell’arbitro come Velasco nel 1990 al Maracanazinho di Rio de Janeiro. Abbraccia tutti i ragazzi d’azzurro vestiti come il suo maestro ad Atene nel 1994. Come Bebeto a Tokyo nel 1998. Festeggiano tutti a Katowice. E sorridono. Perché sì, gli attacchi vincenti, i muri, le difese. Tutto fondamentale per vincere un Mondiale. Ma senza il sorriso, senza la serenità e la maturità di chi – nonostante l’inesperienza a questo livello – ha imparato ad accettare che dall’altra parte della rete c’è una squadra come la Polonia che gli ultimi due Mondiali li ha vinti, che sugli spalti dell’arena a forma di Ufo ci sono 12mila persone che li spingono con l’entusiasmo di 50mila, che in una finale mondiale si può anche sbagliare, non si vince. Ma quando si è preparato tutto alla perfezione, le certezze sono sempre lì a portata di mano. E di testa. E l’Italia batte la Polonia 3-1 (25-22, 21-25, 18-25, 20-25), torna sul tetto del mondo per la quarta volta e domani alle 12.45 sarà ricevuta dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Quirinale.

Non era una sorpresa

E allora forse non era poi così una sorpresa l’Italia che a settembre scorso, nello stesso palazzetto, ha vinto l’Europeo. E non è nemmeno una sorpresa che la stessa squadra, un anno più tardi, ha issato il tricolore sul tetto del mondo per la quarta volta nella storia dopo il tris della «Generazione dei fenomeni». Perché nel successo sulla Polonia, in un Paese in cui i giocatori di pallavolo sono popolari quasi quanto i nostri calciatori, in cui la pallavolo, se non è lo sport nazionale, poco ci manca, c’è tutto lo stile del suo condottiero salentino .

L’Italia è bella, solida, fredda. È serena perché conosce le proprie potenzialità. E allora pazienza se la Polonia nel primo set è ingiocabile. Se difende tutto e prova a demolire con le proprie qualità le certezze azzurre. L’Italia non cade nella trappola. Loro toccano tutto a muro e non lasciano cadere nemmeno un attacco? Gli azzurri cominciano a fare pallonetti. Quando De Giorgi diceva che le sconfitte in Nations League (proprio contro Francia e Polonia) erano servite a capire cosa ancora mancasse per giocare al livello delle grandi, sapeva benissimo cosa diceva. Serviva consolidare le fondamenta. E i ragazzi si sono affidati totalmente a lui.

Fenomeni diversi

Ma questa non è la «Generazione dei Fenomeni» e De Giorgi non è Velasco, ma con quella squadra lì questi ragazzi hanno in comune più di quello che ci si possa immaginare. Certo, il c.t. è il filo più evidente che tiene insieme le due epoche d’oro, ma la dedizione al lavoro, la capacità di soffrire tutti insieme, di parlare poco (nonostante i tempi diversi) e rispondere solo con muri e schiacciate è un retaggio di quella squadra che ha dominato il mondo per un decennio. Questa è la generazione di un gruppo spavaldo che non aveva mai giocato un Mondiale, che si è ritrovato per la prima volta un anno fa ed è subito è diventato squadra. Una generazione di ragazzi capaci di imparare dalle proprie debolezze, di non crearsi mai alibi e di affidarsi totalmente all’esperienza e al sorriso tranquillizzante del suo allenatore. Con gli occhi della tigre. Come quelli lì.

La cronaca della partita

L’Italia comincia bene, difende tanto e mette sotto pressione la ricezione avversaria con una buona costanza al servizio. La Polonia è costretta a cambiare il proprio gioco (che prevede molto l’uso dei centrali) e la partita va avanti in un sostanziale equilibrio di muscoli e spettacolo. A metà set, gli azzurri sembrano riuscire a piazzare la zampata decisiva, vanno sul 21-17, ma proprio in quel momento i polacchi ritrovano tutto il proprio smalto. Cominciano a difendere ogni pallone, spingono fortissimo al servizio, rimontano gli azzurri e portano a casa il primo parziale. Sembra finita, l’Italia torna in campo frastornata dall’epilogo del set. De Giorgi chiama time out sul 3-0 per i polacchi e gli azzurri tornano a ingranare. La Polonia sembra superiore, difende l’indifendibile, tocca a muro ogni pallone e prova con la qualità delle giocate a destabilizzare l’Italia. Che resta lì. Non si scompone, cresce a muro (5 nel set) e resta sempre attaccata, anche se indietro di 1-2 punti, fino a che, sul 21 pari, con Giannelli al servizio, infila il break che indirizza il secondo parziale. Il copione è sempre lo stesso. Le squadre non tirano mai indietro il braccio, danno tutto e vanno a braccetto. Ma sulla distanza l’Italia comincia a variare i colpi, toglie alla Polonia le certezze che si era costruita fino a quel momento. Fa punto e trova ulteriore sicurezza. E, nel finale, piazza quell’allungo decisivo che ammutolisce la Spodek Arena. Da lì in poi è quasi un monologo. L’Italia gioca sull’entusiasmo, la Polonia si innervosisce con le spalle al muro. Prova a reagire, ma gli azzurri sono bravi a spegnere il loro fuoco. La posta in palio è troppo importante. L’Italia è campione del mondo.

Giorgio Gandola per “La Verità” il 13 settembre 2022.

«Avevate in mano anche il primo set, ma offrirlo ai polacchi è stato un gesto di grande cortesia». Il racconto dei ragazzi d'oro del volley può trovare il punto esclamativo nelle parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che li ha accolti ieri al Quirinale dimostrando di avere visto la finale di Katowice dall'inizio e di non essere rimasto indifferente alle martellate azzurre.  

Vincenti (3-1) e allegre come il carattere del re Mida in panchina, Ferdinando De Giorgi detto Fefè, al quarto oro mondiale dopo 24 anni, primo da allenatore. Perché l'irregolare della «generazione dei fenomeni», il factotum in regia nell'Italvolley di monumenti come Julio Velasco e Bebeto era lui.

Irregolare per due motivi, che sintetizzano la forza morale della squadra andata prendersi il mondo in Polonia, capace di demolire in finale i padroni di casa campioni uscenti: Fefè era umile ed era basso (1.78 su un pianeta di corazzieri). Di sicuro umile perché basso, non certo basso perché umile. Anzi, la schiena di quel gladiatore era sempre dritta, quando bisognava segnalare cambi o imperfezioni ai quattro leggendari Andrea: Lucchetta-Zorzi-Gardini-Giani. 

Era il piccolo palleggiatore degli dei. Li gestiva e li domava con un sorriso, alleggeriva le pressioni, faceva sentire al sicuro quei meravigliosi campioni dai nervi fragili. Di lui Velasco diceva: «È un metronomo ma anche un barometro». Nel senso che sapeva cambiare, con una parola gentile, le previsioni del tempo di tutta la squadra. 

Quasi sessantuno anni, salentino di Squinzano (Lecce), ghiotto di gamberetti, pacioso e riflessivo, De Giorgi è un uomo saggio e paziente. Lo era fin da giovane; senza queste doti non arrivi a 330 presenze in Nazionale con palleggiatori come Fabio Vullo e Paolo Tofoli davanti. Faceva parte degli eroi dei tre mondi (mondiali in Brasile, Grecia, Giappone) e una generazione dopo è andato a conquistarsi il quarto, tutto suo. 

«In panchina è più bello vincere, ti godi di più il trionfo e hai una percezione più globale. Ti sei occupato di tutto prima, li abbracci tutti adesso. Impagabile». Ha imparato ad essere leader passo dopo passo. Da riserva, da protagonista in campo, da commissario tecnico. Fino all'urlo liberatorio di Katowice, quando esultando ha fatto cadere la gomma da masticare e - in trance assoluta - se l'è rimessa in bocca in mondovisione.

A 25 anni Velasco lo chiama alla Panini Modena e il suo orizzonte si allarga all'infinito. Quel mitico allenatore impazzisce per la sua freddezza in campo e per l'ironia fuori. «Non potevo puntare sui centimetri. Ero un atleta del Sud che cercava di guadagnarsi lo spazio; avevo l'altezza da fair play fisico». Tre mondiali da giocatore, ma una sola Olimpiade, quella del 1988 a Seul. 

«Arrivava l'anno olimpico e non si capisce, qualcosa cambiava. Così dicevo a Velasco che avrebbe dovuto completare il giro: Guarda Julio, non abbiamo mai vinto le Olimpiadi, ma se non mi convochi...». Dopo la vita in campo arriva la vita in panchina. Con un'esperienza particolare: i tre anni in Polonia ad allenare squadre di club e poi la Nazionale, una missione utile per conoscere giocatori che domenica si è ritrovato contro.  

Guidati da un suo vecchio rivale: Nikola Grbic, fosforo della Jugoslavia anni Novanta. Poi il ritorno in Italia nel 2018 e la zampata da Josè Mourinho del volley: con lui, prima dello stop pandemico, la Lube Civitanova vince scudetto, Champions league, Mondiale per club e Coppa Italia. Dopo la figuraccia ai Giochi di Tokyo, la federazione lo chiama per ripartire dai giovani. Eccoli già sul tetto del mondo.

Questa è l'Italia di Fefè. Ragazzi tosti e concentrati che ad ogni punto vinto ridevano di gusto durante la finale. Mentre i polacchi avevano sulle spalle la pressione del macigno davanti a un popolo infiammato che pretendeva il titolo, gli azzurri volavano leggeri su ogni pallone, muravano e trovavano pertugi impossibili. E poi ridevano, e ridevano ancora come se dalla panchina non arrivassero indicazioni e strilli, ma barzellette. È la leggerezza calviniana, l'esatto contrario della superficialità, la dote che ti fa fare i miracoli. Ecco la presenza immanente di De Giorgi.

Qualcosa di immateriale che alla fine il fenomenale Yuri Romanò ha spiegato così: «Giocare divertendosi è l'essenza dello sport». Anche il fuoriclasse monzese è un'invenzione del ct, che lo ha scelto per gli Europei dello scorso anno (vinti) quando giocava in A2. E lo ha confermato ai Mondiali contro tutti, a rischio di fraintendimenti politici: alla vigilia De Giorgi l'ha preferito a Ivan Zaytsev, l'ex capitano, un punto fermo. E anche se quest' ultimo è nato a Spoleto, sui social era cominciata la tiritera - ovviamente fasulla - della purga di Stato a chi ha un nome russo. Perfino nei rimproveri don Fefè riesce ad essere ironico.

In un timeout, davanti alla frenesia che si era impadronita dei suoi ragazzi e rischiava di creare danni, ha detto loro: «Abbiamo bisogno di precisione, continuità e calma. Stiamo andando più veloce della partita». Un'immagine folgorante, un messaggio arrivato immediatamente a tutta la truppa. Così il palleggiatore Simone Giannelli (mvp del torneo) ha ricominciato a inventare, Daniele Lavia a schiacciare fino al centro della Terra. E alla fine Simone Anzani ha commosso l'Italia spiegando con la sua bimba in braccio: «Siamo un gruppo speciale ma qualcuno ci spingeva da lassù. È mio zio. Ce l'ho fatta zio».

Maurizia Cacciatori. Flavio Vanetti per il “Corriere della Sera” il 29 agosto 2022.

Maurizia Cacciatori, con una donna non si dovrebbe mai parlare di età. Ma nel suo caso, nel 2023, è in arrivo una certa scadenza...

«I cinquant' anni, intendete? Non ci penso. Ho sempre dichiarato con serenità la mia età: non ho paura del tempo che passa, temo di più come lo seguo. Si avvicinino pure i 50: sono orgogliosa e realizzata. Con il volley ho smesso a 33 anni, la vita è fatta di cicli e io volevo una famiglia». 

Ora è speaker motivazionale e parla alla platea delle aziende.

«La mia è la storia di chi ci prova, ci mette la faccia, cade e si rialza. Le aziende dovrebbero essere dei team straordinari: molte lo sono, tante no. Quindi affronto temi come leadership, valore del gruppo, gestione dei cambiamenti». 

Lei ha detto: «Le coppe si vincono in allenamento».

«E si ritirano in gara. Quello che ho conquistato l'ho vinto giorno dopo giorno, partendo dal lunedì e meritandomi il posto in squadra». 

Maurizia Cacciatori e Francesca Piccinini, simboli di un'era del volley. Chi è stata più iconica?

«Non saprei. Francesca ha giocato più a lungo di me, però io sono arrivata prima: l'ho vista diventare donna. Ero una sorella maggiore? Sono stata una compagna che ha aiutato una giovane a inserirsi. Poi lei è stata straordinaria». 

Mai uno screzio tra di voi?

«Mai, a parte le discussioni su qualche giocata: ciascuna aveva il suo mondo. Se dovessi indicare con chi non andavo d'accordo, farei una lista lunga. Ma la "Franci" non c'è. Ho avuto una compagna discreta e dai bei modi, mi è piaciuta come persona e ancora oggi ci sentiamo».

Francesca nel 2002 ha vinto un Mondiale dal quale lei è stata esclusa. Ha perdonato Marco Bonitta, il c.t. che non la volle?

«Ora lo ringrazio. Vedevo tutto con occhi diversi: andavo agli Europei, ai Mondiali, ai Giochi, mai ero in discussione. Quando fui lasciata a casa, in modo inatteso, ho capito che si è in equilibrio tra momenti esaltanti e cadute». 

Qualche anno dopo la squadra si ribellò e Bonitta fu sostituito.

«Marco aveva avuto atteggiamenti duri e le giocatrici avevano reagito. Le mie ex compagne sono state coraggiose». 

A Sydney 2000 siete state ribattezzate le «veline» di Frigoni, il c.t. dei Giochi.

«Era la nostra prima Olimpiade, avevamo fatto mille sacrifici: sentire quelle cose ci ha fatto arrabbiare. Oggi, ripensandoci, me ne infischio, ma all'epoca non avevamo la saggezza per lasciar correre».

Le piacerebbe essere nella Nazionale di oggi?

«Poco. Primo: è il momento di queste ragazze, se lo godano. Secondo: penso alla famiglia e a quello che devo fare. Però invidio la palleggiatrice che alza per giocatrici dal talento immenso». 

Paola Egonu è una stella: eppure non si parla troppo di lei e poco delle altre?

«Paola è un esempio, per come gioca, per come si apre alle persone. I fari sono su di lei, ma le altre dovrebbero avere il coraggio di esporsi: vestire l'azzurro comporta una responsabilità in termini di comunicazione». 

Torniamo alla sua Nazionale. Un bel giorno arrivò Julio Velasco e cambiarono molte cose.

«Julio proveniva dai trionfi con gli uomini, noi eravamo preoccupate di non essere all'altezza. Velasco non ha migliorato la tecnica ma l'anima della squadra: ci ha liberato da alibi, insicurezze, dinamiche perdenti». 

Vi ha anche abituato a non essere schizzinose a tavola.

«In una trasferta ci servirono la lingua di bue. Sorridemmo, per dimostrarci disponibili al "salto culturale". Però in camera tirammo fuori il salame portato dall'Italia. Ai miei figli, peraltro, ho insegnato a mangiare tutto: la lezione di Julio resta valida». 

Era considerata la «pin up» del volley: orgoglio o fastidio?

«L'estetica non mi interessa, né in me né nel prossimo. Negli uomini ho preferito l'originalità. Ho sempre considerato limitato chi la metteva sul bello o sul brutto. E mi domandavo: perché non si scrive qualcosa di più intelligente?». 

È vero che da bambina convinceva i fratelli a cedere i loro bomboloni dicendo che li avrebbe piantati nel giardino per far crescere un albero, rivisitazione della storia degli zecchini d'oro di Pinocchio?

«Verissimo. Amo i bomboloni fritti con lo zucchero. Mamma aveva il braccino corto: li comperava a ogni morte di Papa. Quando li acquistava finivo velocemente il mio e gabbavo i fratelli, più giovani e pronti a fidarsi della "capitana". Dicevo, appunto, che li avrei messi sotto la terra e che sarebbe cresciuto l'albero: invece li mangiavo. L'albero lo aspettano ancora oggi».

La sua vita sentimentale: turbolenta?

«Turbolenta? Non direi, ho avuto solo 4-5 uomini. Ma tosti e di personalità». 

La vicenda delle nozze annullate con Gianmarco Pozzecco a una decina di giorni dall'altare rimane il «top».

«A Gianmarco, al quale voglio ancora un mondo di bene, ho salvato la vita». 

A suo tempo il Poz commentò: «Siamo stati due deficienti».

«Nonostante gli anni assieme, quel matrimonio non andava fatto. Eravamo divertenti, buffi, spiritosi, ma quando si parla di famiglia le cose cambiano. Oggi riconosco, con Francesco Orsini, sposato nel 2014 e lui pure ex cestista, di avere un marito spettacolare. Siamo una bella coppia, anche se io sono una carrarina di marmo e lui un livornese di scoglio». 

I doni delle nozze mancate furono restituite.

«Con vari errori: c'è chi aveva mandato una lampada e si è ritrovato un vaso. Qualcuno nemmeno ha avuto indietro il regalo: una figura». 

Nei giorni di Sydney si diceva che Maurizia Cacciatori fosse concupita dagli hockeisti argentini e dallo spadista Paolo Milanoli.

«Bufale pure queste. Paolo è un amico ed è straordinario: ma stare con lui, proprio no.

Quanto agli argentini, nemmeno conoscevo il loro sport. Purtroppo al rientro è scoppiato un casino con il Poz: gli ho dovuto dare mille spiegazioni, non si convinceva. Ma avevo le compagne come testimoni». 

Dopo le nozze saltate con Pozzecco, nel 2005 ha sposato il cestista spagnolo Santiago Toledo.

«Sono stati quattro anni meravigliosi, la separazione è dipesa da motivi personali. Rimangono rispetto e amicizia, un giorno gli presenterò i miei figli». 

Figli che si chiamano Carlos e Ines: la Spagna è nel cuore.

«Abbiamo anche una casa a Palma di Maiorca, dove ho concluso la carriera. Voglio che i ragazzi conoscano questo Paese, non restare solo a Livorno è un regalo per la loro crescita. Gli spagnoli hanno una leggerezza di cui a volte ho bisogno. E Palma è accogliente, cosmopolita». 

Wendy Buffon, sorella di Gigi, è una persona per lei centrale.

«È la compagna che ha cominciato con me a Perugia, dove condividevamo casa, scuola e viaggi, perdendo un sacco di treni perché sbagliavamo le coincidenze. È la classica persona che quando rivedi dopo tanto tempo capisci che non se n'è mai andata». 

Lei ha detto: «Diventando mamma, ho rivisto il rapporto con i genitori».

«Un figlio dà tutto per scontato e non vede ciò che fanno un padre e una madre».

Due figli super-sportivi. Come i genitori. E come nonno Franco, ex portiere di calcio. «Carlos fa pure il triathlon, ma ama stare in porta più di ogni altra cosa, anche se Francesco l'ha avvicinato al basket: se la cava bene. Ines gioca a volley ed è formidabile. 

 A differenza del fratello, che esce di casa alle 6.30 per la preparazione atletica, è tranquilla: gioca perché trova le amiche. Però ha entusiasmo». 

La mamma ex pallavolista butta un occhio agli allenamenti?

 «Solo a volte. Mi sento in imbarazzo, l'allenatrice mi guarda un po' così, come se fossi lì per dire qualcosa». 

Di nuovo una sua frase: «Io, Gianmarco Pozzecco e Andrea Meneghin siamo tre geni mancati della Normale di Pisa».

«Andrea, amicone del Poz e a Varese compagno di squadra, è un'altra persona che stimo. Ci sentivamo liberi, di cavolate ne abbiamo combinate - una volta Poz e Menego tirarono le noccioline ad Alberto Sordi e io, da buona alzatrice del volley, indirizzavo la mira -, qua e là si è litigato, ma siamo stati puri e veri: gli atleti devono scatenare emozioni e passioni». 

È anche quello che si chiede al Pozzecco c.t. del basket.

«Farà bene perché saprà valorizzare i giovani. C'è bisogno di trascinare i ragazzi di oggi, non concordo con chi li vede spenti e tristi: hanno un potenziale enorme». 

Ha scritto «Senza Rete», un libro che non fa sconti.

«Parlo poco di volley, è stato un modo per rivedere la mia vita e per pensare ai figli. Quando sono arrivati i cartoni con i volumi, ho detto a Ines: "Qui c'è il mio profumo". Ne ha aperto uno e ha obiettato: "Mamma, io non lo sento"». 

Maurizia all'«Isola dei Famosi».

«Un'esperienza di anni fa. Ero curiosa e sicura che sarebbe stata splendida: ho avuto ragione». Ha partecipato pure a un film, «Maschi contro femmine». «Una presenza di pochi minuti, ho dato il peggio di me. Ho accettato per il cast fantastico e perché si parlava di volley, però ho mandato in tilt il regista: mi vergognavo e non mi sentivo a mio agio. Poi avevo un herpes terribile: le povere truccatrici hanno fatto gli straordinari». 

C'è chi teme il decadimento fisico. Lei?

«Ho più paura di chi, a 50 anni, spera di avere sempre il volto di una ventenne. Ogni ruga racconta quello che sei stata».

Da oggi.it il 16 luglio 2022.  

Paola Egonu, star della Nazionale di pallavolo femminile, si racconta in un’intervista a OGGI, in edicola da domani. A partire dallo scottante tema del razzismo, di cui fu vittima anche quando fu designata portabandiera ai Giochi Olimpici: «Se sono mai riusciti a ferirla a morte? Una volta. Avevo 14 anni e i genitori delle ragazze dell’altra squadra iniziarono a insultarmi: frasi razziste, cattive, davanti alle loro figlie.  Un ricordo orribile. Certe meschinità sono difficili da ingoiare. È brutto, ma io sono arrivata a odiare il Veneto. Ora la gente invece è più aperta, e sono felice quando torno a casa e finalmente sto a mio agio».

Continua: «A me non capita più di subire torti, ma succede ai miei cari: mi indigno e soffro per loro. Qualche tempo fa mia mamma ha preso un caffè in un bar. Le hanno allungato una tazzina fredda, che stava sul bancone, fatta per qualcun’altro. Ha protestato. La risposta è stata odiosa: “Se vuoi ti bevi quello”. Con un bianco non si sarebbero permessi. Quando smetterò di giocare mi piacerebbe lavorare in qualche organizzazione che combatte le discriminazioni… Per quale battaglia mi impegnerò? Sono nera, immigrata, donna e sessualmente fluida. Ho l’imbarazzo della scelta».

Proprio sulle scelte sessuali Paola Egonu fece scalpore quando dichiarò il suo amore per una ragazza: «Mi hanno fatto una domanda e ho risposto con sincerità. Finita l’intervista la mia agente mi ha detto: “Ma ti sei resa conto di quello che hai appena detto? Ho chiamato i miei genitori: all’inizio si sono irrigiditi, ma poi hanno accettato la situazione. Ho spiegato loro che a me piacciono le persone, e il genere mi interessa poco. Dopo quella storia, infatti, mi sono innamorata di un ragazzo, e mi è sembrato del tutto normale. Adesso, sì, sono innamorata, felice e spaventata. Controllo frustrazioni, rabbia, dolore, ma l’emozione che mi dà questa persona è così forte... Non mi chieda se è un uomo o una donna, non ha importanza 

Paola Egonu fidanzata con il pallavolista Michal Filip: chi è il nuovo amore. Pierfrancesco Catucci su Il Corriere della Sera il 28 Luglio 2022.

Nel 2018 aveva rivelato al Corriere di stare con una donna. Poi, di recente, ha detto a Oggi: «A me piacciono le persone, il genere conta poco». 

«A me piacciono le persone, il genere conta poco» aveva detto in una recente intervista a Oggi in cui aveva anche detto di essere fidanzata ma «non mi chieda se è un uomo o una donna — aveva risposto — non ha importanza. Sono innamorata, felice e spaventata. Controllo frustrazioni, rabbia, dolore, ma l’emozione che mi dà questa persona è così forte». E allora non c’è di che stupirsi se, dopo il coming out del 2018 al Corriere , quando raccontò la storia con una ex compagna di squadra, Paola Egonu abbia, di fatto, annunciato su Instagram, il suo nuovo amore. È Michal Filip, pallavolista anche lui, opposto polacco dallo scorso anno allo Yeni Kiziltepe, in Turchia.

L’azzurra, una delle più giocatrici più forti al mondo, ha ripubblicato una foto che la ritrae abbracciata al fidanzato che, ieri sera, ha risposto con una carrellata di scatti delle vacanze in Sardegna dopo la Nations League che Paola ha contribuito a portare per la prima volta in Italia due settimane fa.

Ancora qualche giorno insieme e la coppia dovrà separarsi perché l’azzurra si trasferirà a Cavalese (Trento) per il ritiro con la Nazionale di Mazzanti con cui a settembre volerà in Olanda per la prima fase del Mondiale, il grande appuntamento della stagione. Finito il Mondiale, la coppia potrà ritrovarsi in Turchia, dove, pare, i due si siano conosciuti nelle scorse settimane: Egonu, infatti, la prossima stagione giocherà con la maglia del Vakifbank Istanbul.

Paola Egonu: «Vado all’estero. L’amore? Quando ci si sente diversi si tende a nascondersi, ma mio padre ha capito». Gaia Piccardi su Il Corriere della Sera il 19 Maggio 2022.

La pallavolista ha scritto un libro per ragazzi: «Dedicato a mio nonno che sapeva sognare. Convivo con le crisi di panico, le mie giornate sono un ottovolante. Io in campo fino a 40 anni? No, ci sono troppe cose da fare oltre al volley».

Se papà Ambrose avesse preso sul serio quella figlia con l’argento vivo addosso che a 8 anni gli annunciava solennemente di voler diventare suora come la zia Loreto, anziché disinnescarla con un sorriso amorevole («All’epoca avevamo l’abitudine di passare almeno una settimana all’anno a Roma con lei in convitto, travolgevo la zia di domande sui grandi temi della vita e lei sapeva rispondere a tutto: i riti della comunità religiosa mi affascinavano»), Paola Ogechi Egonu, veneta di Cittadella, genitori nigeriani emigrati in Italia da Lagos e Benin City, non sarebbe mai diventata alla strepitosa velocità di 23 anni, 193 centimetri d’altezza e 3,44 metri di elevazione la pallavolista più irresistibile dell’orbe terracqueo. Una vocazione in meno per la Chiesa, una schiacciata in più per il Paese.

Martello dell’Italia campione d’Europa dopo un’Olimpiade finita a pesci e social in faccia, capace di sbalzi d’umore come nemmeno il barometro con la bassa pressione (la mattina al risveglio, pare di capire, è il passaggio più delicato), talento pallavolistico da vendere, fluida in amore («Ho ammesso di amare una donna — e lo ridirei, non mi sono mai pentita — e tutti a dire: ecco, la Egonu è lesbica. No, non funziona così. Mi ero innamorata di una collega ma non significa che non potrei innamorami di un ragazzo o di un’altra donna. Non ho niente da nascondere però di base sono fatti miei» ha detto al Corriere) e rocciosa in campo, la signorina Egonu è un hellzapoppin di sentimenti, emozioni, look, alti e bassi difficile da contenere dentro le righe di un’intervista. Ma vale sempre la pena provarci.

Paola che momento è della sua vita?

«Bello».

La guerra non la turba?

«Occupa i miei pensieri, certo, con le compagne di squadra di Conegliano ne parliamo. Soprattutto mi scervello per provare a capire perché. Poi però ti rendi conto che è tutta politica e allora non sai più a chi, e cosa, credere. Ma il dispiacere per chi soffre resta, ed è enorme».

Come si informa?

«Leggo i giornali. Parlo con le giocatrici russe e ucraine. Loro sono una buona fonte ma per sapere tutto dovresti essere lì, in Ucraina, sotto i bombardamenti. Non credo mai alla prima cosa che mi viene detta. E la verità è irraggiungibile. Questo sì che mi turba. Vivo con il dubbio».

Ha scritto un libro per ragazzi, «18 segreti per diventare stelle». La dedica è al nonno che le ha insegnato a sognare. Perché proprio a lui?

«Ambrogio papà di Ambrose, il nonno paterno. È venuto a mancare in Nigeria a 94 anni subito dopo l’Olimpiade di Tokyo, in un momento per me già difficile per tutte le critiche che abbiamo ricevuto per la sconfitta nei quarti. Non sono potuta andare al funerale e ho voluto dirgli grazie così, con la dedica».

In che modo le ha insegnato a sognare?

«Con la luce che aveva negli occhi: puro amore che veniva dal cuore. Era uno sportivo anche lui, capiva di volley. Faceva il tifo per me da lontano, però non gli piacevano i pantaloncini corti che indosso in campo. “Paola sono troppo corti!”, protestava. E io: “Ma nonno, guarda che prima si giocava in body, è molto meglio così”. E allora si metteva tranquillo».

Famiglia numerosa, la sua.

«I cugini li ho contati di recente: sono arrivata a 18. Gli zii e le zie, inclusa Loreto, sono 13. I miei punti di riferimento, senza nulla togliere a papà Ambrose e al mio fratellino Andrea, sono mamma Eunice e mia sorella Angela. Ci sono discorsi che faccio solo con loro perché solo loro due possono capire».

È più suo padre o sua madre?

«Sono alta, longilinea, forte come lui. Anche di viso, gli somiglio moltissimo. Vorrei avere la sua compostezza nei momenti difficili, la dote di non perdere mai la lucidità. E invece, emotivamente, sono tutta mamma: ho ereditato il suo lato sentimentale, l’empatia, la lacrima facile. E poi io non riuscirei mai a tenermi tutto dentro, come papà».

I suoi le hanno raccontato come si sono conosciuti in Italia?

«È una storia divertente. Dunque, sono nella zona di Parma, dove lavorano. Si frequentano e va tutto bene. Poi un giorno litigano, mamma lo lascia e va a vivere da un’amica. Papà la cerca ma quando la trova si accorge che sulla scena è comparso un altro tizio. Un nuovo corteggiatore! Davanti a una scenata di gelosia, mia mamma si è convinta che mio papà teneva davvero alla loro storia».

Ogni 25 dicembre piango, scrive.

«I miei oggi vivono in Inghilterra e mi mancano da morire. Il campionato di volley non ha mai soste natalizie, quindi per me è impossibile raggiungerli. Supplisco con i Lualdi, la famiglia della mia migliore amica Giuditta: tutte le feste le passo con loro, mi tirano su quando sono in preda alla nostalgia. È la mia seconda famiglia. Giuditta l’ho conosciuta in un bar di Milano, quando giocavo nel Club Italia: a me piaceva la sua compagnia, a lei la mia. Da allora non ci siamo più perse».

Se lei dovesse descrivere la sua vita a un alieno, Paola, cosa gli racconterebbe?

«Che vivo sull’ottovolante, che la mia giornata di relax ideale è orizzontale, a letto. Caffè tra le lenzuola, serie tv a raffica, Tik Tok, video buffi, telefonate ai miei e alle amiche. Che in me convivono due anime, italiana e africana, e di ciascuna di esse mi piace tutto. E che in campo mi porto dietro tutta me stessa, nel bene e nel male. A volte mi dico che vorrei essere normale, ma normale è noioso. Mi accetto così, sempre in viaggio sulle montagne russe».

«Sì. Lo stimolo, forte, c’è».

Quanto contano i soldi, nello stimolo, le offerte milionarie che le sono arrivate da (almeno) due club di Istanbul?

«Poco. Mi è capitato di rifiutare cifre importanti: quando devo prendere una decisione l’assegno è l’ultima cosa che vado a considerare. Sono più interessata alla crescita legata al cambiamento, a uscire dalla mia zona di comfort».

In un’intervista al «Corriere» dopo l’Olimpiade e l’Europeo, aveva parlato dei suoi attacchi di panico. È una fase superata o si sono ripresentati?

«Ne ho avuti altri, con conseguenze ancora più forti sul mio corpo. Episodi sempre legati al campo, all’allenamento o alla partita. La testa vede improvvisamente nero, il pensiero negativo ti spinge giù, ti... ammazza. Quando mi succede, mi spavento: mi piace mantenere il controllo e invece non sono più lucida. Dopo, passata la crisi, mi aiuta avere qualcuno che mi ascolta, che sa come sono fatta e che accetta le mie follie».

Per essere felici, quindi, non basta aver trasformato in lavoro la passione più grande?

«Ascoltare se stessi aiuta. Nessuno te lo insegna a scuola, ma è molto utile. Come sto? A volte me lo chiedo cento volte al giorno, la mattina è un momento sempre delicato. Paola come va? Eh, sono presa un po’ male. Una volta mi arrabbiavo, adesso respiro: vabbé, oggi va così...».

L’odio social le cambia l’umore?

«Non più. Gli haters li blocco, inutile perdere tempo a ragionarci».

Le fa più male che scrivano che non è una brava pallavolista o che non è italiana?

«La cosa più fastidiosa è quando si dimenticano che sono un essere umano. Ricordo la frustrazione di un genitore che non aveva avuto un autografo per la figlia: sei una stronza, scrisse su Instagram. No, mi dispiace, stronza non sono: sei tu che ignori i ritmi e le esigenze della vita di una professionista dello sport. Quel giorno, dopo la partita, io di autografi ne avevo firmati cento. Al resto sono abituata».

Allude agli episodi di razzismo? Nel libro ne cita due: i genitori di una rivale che la insultano, 14enne, durante un match, e un compagno che a scuola, in una discussione, le dice: voi stranieri non dovete stare in Italia.

«È da un bel po’ che queste cose non mi succedono più, per fortuna. Ma l’Italia non è un Paese razzista, di persone cattive in giro ce ne sono poche. A volte noto ignoranza, che è diverso, e un po’ di superficialità».

Studia Psicoeconomia. Di cosa si tratta?

«Esami in presenza a Padova pochini, però ci tengo ad arrivare in fondo. Studio i consumatori finali di un prodotto, per esempio. È un corso in Economia, ma con aspetti umani. Dopo il volley mi piacerebbe trovare un lavoro nel mondo della moda, di cui amo tutto: le sfilate, il signor Armani, gli outfit strampalati che nessuno indosserebbe, tranne me».

C’è un amore?

«Sono tranquilla e aperta. Curiosa di nuove esperienze».

Quindi una persona non c’è.

«No. Ci sono i miei cagnolini, Noir e Pinot».

Racconta di essere rimasta molto colpita dal discorso finale del padre professore al figlio Timothée Chalamet in «Chiamami col tuo nome», il film di Luca Guadagnino candidato a quattro premi Oscar nel 2018. Perché?

«Per il modo in cui gli consiglia di viversi il sentimento per lo studente tornato negli Usa per sposare l’ex fidanzata. È un discorso di grande accettazione, pieno d’amore».

Lo stesso che si è sentita fare da suo padre?

«Non subito ma a un certo punto sì, è successo anche nella mia famiglia. Quando ci si sente diversi si tende a nascondersi, a non dire, non se ne parla. Nel film invece il padre ha capito tutto, ha assistito all’attrazione tra il figlio e il suo studente senza intromettersi e alla fine gli fa capire che sa e non giudica. Bellissimo. Ogni volta che lo rivedo, piango».

Francesca Piccinini si è ritirata a 40 anni. Immagina una carriera altrettanto lunga, Paola?

«Assolutamente no. Non c’è niente di sbagliato nella longevità ma non è la mia storia: ci sono troppe cose da fare nella vita perché io corra il rischio di giocare a volley per altri vent’anni».

L’INTERVISTA su Il Corriere della Sera il 24 novembre 2022. 

Andrea Lucchetta e i suoi primi 60 anni: «Volevo fare il portiere del Milan»

Il trevigiano ex campione del mondo di pallavolo si racconta: «Niente rimpianti e molti progetti per il futuro. Il compleanno? A cena con un mio amico storico»

«Dieci chilometri all’ora sopra il minimo consentito e trenta chilometri sotto il minimo consigliato in presenza dei dossi della vita». Andrea Lucchetta usa la metafora dell’automobilista in viaggio per descrivere i suoi primi 60 anni (li festeggia il 25 novembre).

Che effetto fa ad un sempre giovane come lei che esibisce capigliature spericolate sentire questa cifra tonda?

«Ai miei due figli, Lorenzo e Riccardo, e alla mia compagna, Francesca, che volevano farmi dei festeggiamenti ho detto no. Ho rilanciato con la proposta di una cena con il mio amico Massimo Forlani che è il mio fisioterapista che conosco da quando giovanissimo sono arrivato a Modena e con il quale condivido un periodo di vita vissuta all’esterno della pallavolo. Andremo a cena al “Caminetto” il ristorante dove ho sempre festeggiato gli scudetti perché questa è la mia seconda casa. E sarà un’occasione per guardare non tanto indietro ma soprattutto avanti come ho sempre fatto nella mia vita».

Ma di quel 60 così tondo e minaccioso che mi dice?

«Le dico che mi ricorda la maturità, l’esame all’Istituto tecnico. La mia massima aspirazione era uscire col 60 ma mi hanno fatto pagare il fatto che avevo saltato l’ultimo compito di elettronica industriale per impegni con la pallavolo e così uscii con 56 pur avendo fatto una prova splendida. Ma forse da qui ho iniziato a capire il concetto di sfida. Tornando ai 60 anni credo che adesso inizi la parte più importante della vita per un impegno crescente verso le nuove generazioni cercando di lasciare un segno».

Di questi 60 anni almeno la metà dedicata a calcare i campi da volley, uno sport che non ha ancora il cappello del professionismo...

«Purtroppo non siamo mai passati al professionismo. Io ho smesso nel 2000. Oggi sono un 60enne che è riconosciuto per il percorso che ha fatto e che continua a promuovere i valori che servono a costruire l’individuo. Lo faccio anche attraverso il cartone animato di cui i ragazzini riconoscono la voce durante le mie telecronache su Rai Uno e su Rai Sport, io per loro sono Lucky».

Lei ha vissuto gli anni Settanta, Ottanta, Novanta e Duemila. Qual è il tempo in cui si sarebbe voluto fermare?

«Gli anni Novanta. Sono lo specchio di una crescita collettiva e ci sono state le grandi vittorie. Ecco tornerei a quegli anni non tanto per le vittorie ma per provare a gestire in anticipo il mio percorso di crescita finalizzato al cambiamento. In quegli anni nel mondo della pallavolo ero una sorta di rompighiaccio, ma troppo solo. E il ghiaccio poi si riformava».

Se si guarda alle spalle, in questi 60 anni riesce ad individuare i tre momenti straordinari della sua vita?

«Sicuramente la nascita dei miei due figli, Lorenzo e Riccardo. Poi per quanto riguarda lo sport a pari merito la vittoria del primo scudetto con la Panini Modena che ha aperto il ciclo nel quale ero il capitano “lavoratore”. E poi la vittoria al Campionato del Mondo e medaglia come miglior giocatore. Ricordo ancora le lacrime».

E a 60 anni c’è tempo per i rimpianti?

(Sorride, ndr) «Forse non aver provato a diventare portiere del Milan per dimostrare che il pallavolista ha delle grandi doti che lo possono portare a competere in altre aree e poi ovviamente avrei goduto di vantaggi economici utili almeno a tre generazioni. Poi forse ho un falso rimpianto: non aver detto sì al Giappone. Ma quella è stata la mia ferma decisione di restare in Italia perché il capitano della nazionale non può lasciare il suo Paese e deve mettere la sua esperienza al servizio delle squadre italiane. Forse il portafoglio oggi sarebbe stato più pieno ma la mia è stata una scelta che non rimpiango».

E adesso c’è qualcosa di nuovo che Andrea Lucchetta sta creando?

«Sto portando avanti una filosofia di made in Italy. Lo sto facendo insieme a mio figlio Riccardo dando vita ad un brand di prodotti che abbiano un aggancio col territorio e che gli sportivi possano utilizzare. E questa è un’altra bella sfida».

In 60 anni lei ha visto cambiare il Paese: com’è cambiato secondo lei?

«Abbiamo sprecato molte opportunità. E poi c’è stata soprattutto l’accettazione passiva dell’ingresso in Europa e non eravamo pronti né da un punto di vista politico né monetario».

Oggi è una donna a guidare il Paese. Che ne pensa?

«Credo che sia necessario avere fiducia in un momento difficile. Mi auguro ci sia una cooperazione da parte di tutti».

A proposito di governo cosa suggerisce al neo ministro allo Sport?

«Andrea Abodi è uomo di sport e ha 5 anni per generare progettualità e io, se lo ritiene, sono a disposizione per il bene dei nostri giovani».

Andrea Lucchetta un sessantenne felicemente realizzato?

«Diciamo che sono sulla rampa di lancio».

Andrea Lucchetta, 59 anni, nella veste di telecronista del campionato di volley. Domenico Basso su Il Corriere della Sera il 5 Marzo 2022.

Una capigliatura a spazzola in diagonale. Un’onda anomala che svetta da anni sulla sua testa. È questa la carta di identità di Andrea Lucchetta, ex capitano di quella Italvolley che ha trasformato negli anni Novanta un gruppo di giocatori in una generazione di fenomeni. E lui un fenomeno lo è diventato prima come persona e poi come campione. Da ragazzino taciturno e schivo ad esplosivo comunicatore. A farlo uscire dal bozzolo l’esperienza dai Salesiani, collegio a pochi chilometri da Treviso. È qui che Andrea ha scoperto la «pozione» per schiacciare la timidezza e intraprendere il percorso che poi lo avrebbe fatto diventare il grande Lucky.

Andrea Lucchetta per usare un termine pallavolistico il Covid è stato schiacciato?

«Speriamo ripartano tutte le attività outdoor e le convention perché partite Iva come me sono state massacrate da questi due anni di pandemia. Io sono un consulente che lavora in affiancamento ad agenzie, faccio team building e molte altre attività e quindi in due anni non ho più fatturato nulla».

Schiacciato dal virus. E adesso cosa sta facendo?

«Sto producendo 14 episodi del cartone animato Super spykeball. Vado avanti un po’ alla volta perché non avendo appoggi politici devo sgomitare. Poi sono anche consulente della federazione e recentemente ho realizzato una clip per la Federazione Pesca italiana. E poi divento un aereo…. Un mezzo della flotta Ita Airways porterà il mio nome . Sono uno dei 7 atleti del passato scelti per questo».

Sogna mai di essere di nuovo in campo. Di perdere una partita?

«Ogni tanto, anche se di fatto in campo ci sono ancora quando faccio le telecronache per Rai Sport».

L’estate scorsa è stata un’estate tricolore. Calcio, volley, medaglie di singoli atleti…Una congiunzione astrale positiva o qualcosa di ritrovato?

«Abbiamo sicuramente migliorato le nostre prestazioni rispetto ad altri Paesi. E poi va ricordato che molte medaglie e molti risultati portano la firma delle donne e questo è un dato importante».

Le vittorie aiutano sport come la pallavolo che sono poco sotto i riflettori?

«Le vittorie sono le uniche cose che tengono in vita gli sport meno popolari. Se non vinci sparisci. L’onda lunga del successo nei media è molto più breve rispetto a molti anni fa. E se non hai qualcuno che compra pagine sui giornali, senza vittorie rischi davvero di sparire».

Il suo grande rimpianto restano le Olimpiadi non centrate?

«Lo svelo adesso. Il mio grande rimpianto è di non essere diventato portiere del Milan».

Si spieghi meglio. Voleva fare il calciatore?

«Erano gli anni in cui giocavo con il Milan Volley…. E pensate che ero interista. Ma credo che avrei dovuto tentare la strada del calcio. Follia? No, anche Michael Jordan ha cambiato tre sport diversi. Sono convinto che sarei diventato un gran portiere».

Vive ancora in Emilia Romagna. Non pensa ad un ritorno a casa?

«Mi piacerebbe però il mio centro familiare è a Modena. Amo Treviso, la mia città, e mi piacerebbe poter tornare per sviluppare con Fausto Pinarello (imprenditore del settore cicli) un progetto di formazione per nuove generazioni attraverso un cartone animato che parte dalla bici per arrivare alla sicurezza stradale».

Lei è stato anche un tennista. Come giudica la vicenda Djokovic -vaccino?

«Un campione deve rispettare le regole».

Con chi farebbe due palle tra i tennisti di oggi?

«Con Sinner. Mi ricorda me stesso, mi ispira». 

La gioia più grande?

«Sicuramente essere stato premiato al Mondiale come miglior giocatore ed è raro che venga premiato un centrale. E poi uscendo dal campo mi viene in mente il cavalierato che mio papà Ettore fece di tutto perché mi venisse conferito. Scrisse anche al presidente della Repubblica».

A novembre compirà 60 anni. Ha paura della vecchiaia?

«Ci penso. Però cerco di proiettarmi verso nuove sfide che mi danno l’opportunità di restare giovane. C’è il mio personaggio dei fumetti che mi garantirà una eterna giovinezza».

Le passioni sono sempre la pesca e il mare?

«Sì ma a queste se ne è aggiunta un’altra, quella per i luoghi Matildici, quelli di Matilde di Canossa. E sto lavorando insieme a mio figlio Riccardo per la valorizzazione dei prodotti di queste zone».

In tivù fa il telecronista. Le piace il Festival di Sanremo?

«A Sanremo sono stato due volte. Ad invitarmi era stato Pippo Baudo. Ci ero andato con Andrea Zorzi perché Baudo amava molto il volley. L’edizione di quest’anno mi è piaciuta».

Incontrasse se stesso a 18 anni cosa gli direbbe?

«Tagliati i capelli….Avevo i capelli a caschetto ed ero davvero inguardabile. Poi gli direi di continuare a studiare per diventare ingegnere elettronico».

A proposito di capigliatura. Cambiato qualcosa?

«È diventata solo più bianca ma sempre trasversale».

Voi eravate una generazione di fenomeni. Oggi che generazione vede tra i giovani?

«Per arrivare bisogna sacrificarsi e passare anche attraverso molte sconfitte. Adesso c’è la corsa al tutto subito e senza fare fatica».

E la generazione di politici com’è?

«È una generazione che ha perso il contatto con il territorio e quindi con la realtà. E poi ho visto tanta gente cambiare maglia per restare attaccata alla poltrona. E questo fa male ad un capitano che ha la maglia tricolore nel cuore e quindi ha un senso di appartenenza. Il mercato politico mi fa rabbrividire, vedo greggi che si spostano ...».

Spritz o Prosecco all’ora dell’aperitivo?

«In Veneto sicuramente Prosecco. Da altre parti spritz ma controllo sempre che bollicine ci cascano dentro».

Paola Egonu. Giulia Zonca per la Stampa il 12 febbraio 2022.

In questi giorni di Cinque Cerchi Paola Egonu non pensa ai suoi, a quelli che ha portato con tanto orgoglio alla cerimonia di apertura dei Giochi estivi di Tokyo. Li guarda comparire in tv, sbucare dalle foto, ma le sembrano molto distanti e comunque la portano in un mondo fatto di desideri dove ora non vuole stare: «È un bellissimo ricordo che adesso non funziona. Preferisco pensare a cose brutte, così sto con i piedi per terra e non mi dicono che mi credo più di quello sono». 

Le Olimpiadi richiamano brutti ricordi?

«Può darsi. Quel rientro non è stato facile da smaltire».

Eliminate ai quarti e criticate perché «distratte dai social». A una squadra maschile lo avrebbero detto? 

«Non esiste, non lo farebbero mai perché lo sport femminile è ancora poco considerato. Valgono i risultati, certo, ma l'approccio è pieno di pregiudizi e di stereotipi. Prendete il campionato di volley in Italia, nella mia squadra, Conegliano, credo che oggi ci sia più gioco che nella maggioranza delle partite maschili dove tirano forte e basta».

Le giocatrici di volley sono ancora considerate miss?

«Meno, si migliora. Lentamente. Anche se l'idea di quella alta, con le misure ideali resiste, come se una squadra si facesse con il casting». 

Ha mai ricevuto commenti sul fisico che le hanno dato fastidio?

«Per fortuna no, ma ho purtroppo una collezione di pessimi comportamenti. Club Italia, da ragazzine, non ricordo l'età, minorenni e uno dello staff dice a una compagna: "Non ci respiri in quella maglietta, sembri un salsicciotto". Mi è rimasto impresso, con una frase così fai dei danni». 

Sarebbe giusto chiedere ai tecnici di andare a scuola di sensibilità? L'Australia, tra mille problemi, ha iniziato un addestramento specifico.

«Basterebbe che parlassero di quello che sanno, nel mio caso, pallavolo. Stop. Non sono nutrizionisti, non sono psicologi, non si devono permettere di uscire dal loro campo». 

La ginnasta Simone Biles, a Tokyo, ha messo l'accento sulla salute delle atlete e degli atleti. Si riparte con i Giochi invernali e il commento della Nbc alla caduta di Mikaela Schiffrin, due ori per gli Usa nel 2018, è: «Che delusione, che errore. Una macchia che resta».

«E chi si stupisce? Veniamo considerate macchine, va bene solo fino a che sei superdonna. Se cadi, per forza hai sbagliato atteggiamento o non ci hai messo abbastanza o hai pensato ai fatti tuoi. Invece per realizzare quando fare un passo indietro per il rispetto del proprio corpo ci vuole tanto coraggio». 

A lei è capitato?

«Agli inizi. A ogni errore ti senti dire: "che opportunità sprecata". Ridicolo, le carriere non sono fatte di percorsi netti».

Ha visto Sanremo?

«Pochissimo, però l'ho seguito sui social». 

Le sarà arrivato il monologo dell'attrice Lorena Cesarini: "Credevo di essere italiana, ho scoperto di essere nera".

«Polemiche inutili. Mi chiedo fino a che si dovrà passare da queste baggianate. Mi dispiace per lei, giustamente felicissima per essere lì, ingenuamente felicissima purtroppo. Ho provato anche io quelle sensazioni, spero si arrivi a una generazione che ne sia libera».

Perché non ora?

«La gente parla. Io so che non devo dare importanza a certe voci eppure, magari per un attimo, ci penso e fa male». 

Bene parlare di razzismo sul palco di Sanremo o meglio non lasciare spazio a chi non capisce?

«Se se ne parla è subito troppo, se non lo si fa diventa silenzio. Pure su questo alla fine pare si sbaglia e basta. Bisogna provarci, con onestà». 

Lei come fa?

«Mi dico: Paola contano le persone con cui andresti in guerra. Delle altre fregatene».

Con chi andrebbe in guerra?

«Non brucio i nomi» 

Ci va spesso in guerra?

«Di continuo, troppo. Ci sono posizioni che vanno difese».

L'ultima volta quando?

 «Pochi giorni fa, evito di dire il motivo: se pubblicizzo certe battaglie perdono di efficacia».

Allora mi racconti una battaglia ormai sepolta.

«Per fortuna me le dimentico, se me le portassi dietro mi schiaccerebbero». Con chi si confronta quando quelle voci fastidiose entrano nel sua vita? «Con la mia famiglia, mio padre, mia madre, mia sorella. È da quando sono giovanissima che sto lontano da loro, ma ormai mi sono abituata al rapporto a distanza». 

Ora le distanze potrebbero cambiare, si dice che sia pronta ad andare a giocare all'estero.

«Adesso tutto è aperto». 

In passato la Turchia le ha offerto contratti pesanti e ha rifiutato. Oggi la tentano? «Rispetto all'anno scorso mi sento pronta per un'altra avventura. Al momento però resto concentrata su Conegliano».

Per la prima volta dopo tanto tempo il campionato di volley è aperto. Stanche voi o migliori gli altri?

«Gli avversari sono diversi e Conegliano deve ritrovare i propri equilibri». Vi hanno definite «ingiocabili» perché non c'era gara. Come si mantengono le motivazioni dopo aver vinto tutto? «Io ho sempre voglia di essere la migliore, di dimostrare quanto valgo». 

Pensa che ci sia ancora qualcuno che non l'ha capito?

«Spero di no, ma so che nello sport non è più si vince o si perde. È si vince o si massacra, come hanno fatto con noi alle ultime Olimpiadi. Con il manganello. Poi abbiamo vinto gli Europei e tutti fieri di noi. Eh no, con me non funziona così».

Che cosa sogna oggi Paola Egonu?

«Di vivere in un mondo dove la gente si fa i cavoli propri». Lei però è un personaggio pubblico, la curiosità ci sta. «Non quella morbosa, mi sento spiata, come se aspettassero la cazzata per puntare il dito». 

È innamorata?

«No. Troppa pallavolo, mi ci dedico con ogni fibra».

Troppo bisogno di dimostrare?

«Sto facendo quello di cui ho bisogno. Compreso i fatti miei».

Julio Velasco ha 70 anni: i Mondiali di volley, «gli occhi della tigre», la tv, il comunismo, Dalla e De Gregori. Flavio Vanetti su Il Corriere della Sera il 9 febbraio 2022.

Argentino di nascita e cittadino italiano, ha lavorato per 44 anni nel nostro sport: prima ha cambiato il volley, facendo la storia, poi ha provato da dirigente nel calcio. Uomo di grande carisma, ingegno multiforme e dialettica sopraffina, è stato corteggiato dalla politica ed è un notevole commentatore tv

Il «vate» ha 70 anni

Ha compiuto 70 anni Julio Velasco, uno dei grandi nomi dello sport italiano per quello che ha saputo fare nel mondo del «suo» volley, trasformando prima di tutto la Nazionale maschile e dandole un’impronta vincente nonostante a lui e ai suoi successori sia mancato l’oro olimpico. Oggi Julio — o Giulio visto che è anche diventato cittadino italiano — non allena più, ma rimane attivo in quanto la Federvolley gli ha assegnato il ruolo di direttore tecnico del settore giovanile maschile. Nel 2019, dopo la semifinale persa alla guida di Modena contro Perugia, aveva annunciato l’addio alla panchina dopo ben 44 anni. In realtà era un «passo di lato» per colui che ha inventato lo slogan degli «occhi di tigre» per motivare. Per fortuna è andata così: sarebbe stato un peccato perdere del tutto una persona di grande carisma, dall’ingegno multiforme e dalla dialettica sopraffina. Un personaggio che scherzosamente è soprannominato «Vate» (come il collega del basket Valerio Bianchini) e continua a piacere ancora oggi, anche e soprattutto in televisione quando viene chiamato come commentatore/opinionista: la scorsa estate ai Giochi di Tokyo i suoi interventi sono sempre stati ricchi di personalità e spesso pure provocatori. Come nel suo stile.

La lettera d’addio al volley

Per ricapitolare la storia di Velasco, però, partiamo proprio dal giorno del commiato. Lo comunicò tramite il Modena Volley, scrivendo una bellissima lettera: «Come tutti già sapete, ho deciso di chiudere la mia carriera di allenatore. Sono rimasto in silenzio fino ad ora e lo farò ancora per un po’, a parte questo scritto, perché per me è una situazione emotiva molto forte e ho bisogno di stare un po’ con me stesso». «Questo momento per me non è semplice, ma come molti giocatori hanno smesso di giocare quando ancora erano forti, anch’io ho voluto chiudere la mia carriera quando ancora avrei potuto allenare, senza aspettare il declino». «Questo lavoro è stato un privilegio. Ho allenato per 44 anni, dal settore giovanile a nazionali di diversi continenti: voglio ringraziare specialmente tutti i giocatori che ho avuto e che mi hanno permesso di essere quello che sono diventato. Perché un allenatore non è altro che la propria squadra. Tutto quello che un allenatore fa è aiutare i propri giocatori in modo che siano loro a fare. In questo momento mi ricordo di ognuno di loro. Non solo di quelli più forti. Perché molte volte un allenatore impara di più insegnando ai quei giocatori a cui le cose non vengono facilmente».

44 anni: l’Argentina e «l’altro» Mondiale 1982

Quarantaquattro anni, appunto. I primi li ha trascorsi partendo dal Club Universitario de la Plata («È lì che ho imparato a giocare a pallavolo») per poi bordeggiare tra vari settori giovanili di società argentine. Nel 1979 - in un periodo tra l’altro particolarmente difficile del Paese a causa di una dittatura brutale - Velasco ha avuto la possibilità di allenare la prima squadra in serie A: il Ferrocarril Oeste. Di quegli anni Julio ha un ricordo indelebile: «Il Club Defensores de Banfield mi permise di continuare la carriera di allenatore quando fui costretto a lasciare la mia città per nascondermi dalla repressione militare». Nel 1982 la Federazione argentina lo nominò vicario nella nazionale che avrebbe partecipato al Mondiale. Dettaglio non da poco perché indirettamente si crearono le basi del suo sbarco in Italia: Giuseppe Cormio, giovane direttore sportivo di Jesi, lo scoprì e gli affidò la panchina della squadra in A2.

Jesi e Modena

Dopo Jesi ci fu la prima, decisiva esperienza a Modena. Epoca di scudetti (quattro di fila), Coppe Italia (tre) e di un successo europeo (la Coppa Coppe del 1986), ma soprattutto della scoperta di giocatori del valore di Lorenzo Bernardi, Andrea Lucchetta, Luca Cantagalli e Fabio Vullo. Il passaggio in Nazionale fu quasi automatico e dal 1989 introdusse il suo metodo e i suoi concetti come se fosse in un laboratorio a sperimentare. Il risultato fu l’inizio di un ciclo indimenticabile, anche se all’Italia del volley diretta da lui e dai suoi successori è sempre mancato fin qui l’oro olimpico.

«Giulio» Velasco

Ma quello che ha fatto Julio (o Giulio, visto che dal 1992 è diventato anche cittadino italiano, grazie a retaggi genovesi dalla parte della mamma) per la Nazionale di volley è qualcosa di straordinario. Fu la «generazione di fenomeni». L’elenco delle sue grandi vittorie è lungo come un treno: 1 argento olimpico, 2 titoli mondiali, 3 titoli europei, 5 World League, 1 Coppa del Mondo, 1 Grand Champions Cup, 1 World Super Challenge, 1 World Top Four. E il resto... mancia

Atlanta 1996: «solo» argento

In realtà l’argento olimpico di Atlanta 1996 è anche considerato come una delle grandi sconfitte di Velasco. Fatale fu l’Olanda, che si impose in un tie break tiratissimo. Quattro anni prima, a Barcellona, gli orange ci avevano già fatto piangere, addirittura sorprendendoci nei quarti di finale e spezzando un sogno che pareva «facile» da coronare. In effetti il k.o. del 1992 fu più pesante da accettare perché in quel periodo, anche a causa della caduta del Comunismo e dell’impasse del blocco dell’Est (storicamente molto forte nel volley), l’Italia dominava. Ad Atlanta, invece, l’Olanda era molto più forte e probabilmente aveva raggiunto il livello degli azzurri. In entrambe queste sconfitte, peraltro, ci fu un denominatore comune: i cambiamenti di «manico» in regia. Paolo Tofoli, palleggiatore al quale Velasco aveva affidato le chiavi della squadra fin dall’inizio del ciclo, fu alternato nel 1992 a Vullo e nel 1996 a Meoni. Forse la destabilizzazione di un ruolo cardinale spiega perché non si è vinto.

L’Italia delle donne

Nel 1997 Velasco stupì tutti con uno dei suoi colpi di teatro: basta Nazionale maschile, la sua idea era di confrontarsi con il mondo del volley femminile per portare l’Italia rosa in alto. E da una sua idea prese vita il Club Italia, che ancora oggi è centrale nella formazione delle nostre pallavoliste con un potenziale di alto livello: le giovani più promettenti, selezionate dalla federazione, si allenano tutto l’anno senza lo stress legato alle competizioni dei club. Nel Club Italia militeranno tra le altre Elisa Togut, Eleonora Lo Bianco, Anna Vania Mello e Simona Rinieri, che sarebbero poi diventate campionesse del mondo nel 2002 con Marco Bonitta c.t. (Velasco lasciò l’Italia femminile nel 1998)

La Lazio, l’Inter e l’«intruso» del calcio

Nel frattempo la popolarità di Velasco era cresciuta enormemente: di lui si era parlato addirittura come di un potenziale ministro dello Sport. Ma fu il calcio a sedurlo. Dopo un timido interessamento del Parma, fu la Lazio di Sergio Cragnotti, allenata da Sven Goran Eriksson, a proporgli, nel 1998, la carica di direttore generale. Fu un matrimonio molto gettonato, ma le incomprensioni ebbero ben presto il sopravvento: forse Julio avocava a sé un potere che il calcio non era disposto a concedergli. La stessa cosa si verificò nel breve periodo trascorso nell’Inter di Moratti: il calcio respinse «l’intruso» proveniente da un altro mondo.

Julio il globetrotter

Il ritorno di Velasco nel volley maschile, nel 2001 alla guida della Repubblica Ceca, apre la seconda parte della carriera del «Vate». Sono stati 18 anni da globetrotter, con passaggi a Piacenza, un primo ritorno a Modena, un’esperienza a Montichiari («Una grande realtà della pallavolo italiana oggi purtroppo sparita»), il rientro sul fronte delle nazionali con la guida della Spagna, dell’Iran e infine della «sua» Argentina, lasciata dopo il Mondiale 2018 nel quale Julio rimediò anche una giornata di squalifica per un memorabile gesto dell’ombrello all’odioso coach della Polonia dopo il successo sui futuri iridati. Questo capitolo non è stato esente da soddisfazioni (una vittoria ai Giochi Panamericani e due titoli asiatico-oceaniani), ma è ricco soprattutto sul piano umano: «L’esperienza in Iran - ammette Velasco - è stata straordinaria proprio per i rapporti interpersonali. A quella federazione devo anche il permesso di uscire dal contratto per andare ad allenare l’Argentina». C’era la voglia di tornare a casa. Un po’ come è capitato la scorsa estate quando, lasciata la selezione albi-celeste, il terzo richiamo di Modena, «la città che è nel mio cuore», è stato irresistibile.

«Se perdiamo è colpa dell’elettricista»

Julio Velasco, sommo affabulatore (chi scrive ha ancora nella memoria una chiacchierata finita nel cuore della notte con i giornalisti a Salonicco durante il Mondiale 1994), è stato anche famoso per battute celebri e frasi di culto. Se vi prendete la briga di spulciare in Internet, le troverete tutte. Qui ne citiamo alcune: «Il leader deve essere se stesso»; «L’attaccante schiaccia fuori perché la palla non è alzata bene. A sua volta l’alzatore non è stato preciso per colpa della ricezione. A questo punto i ricettori si girano a guardare su chi scaricare la responsabilità. Ma non possono chiedere all’avversario di battere facile, in modo da ricevere bene. Così dicono di esser stati accecati dal faretto sul soffitto, collocato dall’elettricista in un punto sbagliato. In pratica, se perdiamo è colpa dell’elettricista». «Di Velasco avete costruito un personaggio. Io devo ‘uccidere’ quel personaggio». «Non riuscire a superare le difficoltà porta alla cultura degli alibi per giustificare una sconfitta». «Una donna difficilmente fa autocritica e ai tuoi appunti risponde con un “sì, sì, ma però...”». «Chi vince fa festa, chi perde spiega». Semplicemente Julio Velasco. Semplicemente unico.

Imparare l’italiano

È stato semplice imparare l’italiano? Non del tutto. Ecco la ricostruzione di come ce l’ha fatta: «Avevo preso lezioni, non ero a terra. Ragionavo però in spagnolo e preparavo testi che traducevo: alla sera mi ritrovavo con il mal di testa. Finché un giorno, facendo la barba, realizzai che stavo pensando in italiano…». Nel tempo libero ha letto e studiato. Poi “mamma” Rai ha fatto il resto: «I suoi programmi notturni mi hanno insegnato tanto. Pure la musica e la cultura mi hanno aiutato: sapevo di Mina e della Vanoni, ma qui ho sentito Dalla, De André e De Gregori. Ho poi conosciuto i film di Visconti, ho visto Nureyev allo Sferisterio, sono stato a teatro perfino in piccoli centri: la cultura diffusa è un valore italiano».

Politica e dintorni

Da giovane Velasco era per la rivoluzione comunista. Oggi invece difende la democrazia, «pur con i suoi difetti». Lupus in fabula. È vero che la politica lo voleva? «Leggenda: non ho avuto mai proposte. E non le accetterei: la politica è mediazione, io amo le scelte decise. Però, considerandomi di sinistra, mi ”affitterei” per discutere con Salvini: nessuno sa rapportarsi con lui». Non lascerà più l’Italia. Ma cambierebbe almeno due cose: «Basta pensare che il patriottismo odora di fascismo: dovrebbe anzi essere una bandiera della sinistra». Poi c’è un orgoglio da rilanciare: «Ci consideriamo i parenti poveri, siamo sempre nel film ”Pane e cioccolata”. Ci lamentiamo spesso di ospedali e scuole. Ma non rammento un giocatore che ho allenato del quale direi “guarda che asino”. E di ospedali ne ho visti ovunque: se volete, vi spiego».

Giovanni Terzi per “Libero quotidiano” il 30 ottobre 2022.

«Quando arrivai in Italia, a Jesi, ad allenare la squadra di pallavolo della città, era il 1983 e il mio stipendio era di 6mila dollari all'anno. Avevo 31 anni e il fatto di guadagnare poco non mi preoccupava minimamente perché, sin da bambino in Argentina, sono stato abituato a vivere con poco e facendo grandi sacrifici». 

Chi parla è Julio Velasco, il grande allenatore di pallavolo argentino con cui è iniziata la leggenda della "generazione di fenomeni", i ragazzi del volley italiani vincitori di cinque World League, tre titoli europei, due mondiali e un argento olimpico. Da più di trenta, però, fa parte della storia dello sport italiano. Arrivò per allenare la squadra di pallavolo di Jesi, poi fu un successo dietro l'altro.

Fino alla leggendaria squadra di "fenomeni", quella di Zorzi e Lucchetta e Giani e Bernardi e tutti gli altri, e ai grandi trionfi: cinque World League, tre titoli europei, due mondiali. Julio Velasco nasce in una famiglia di una «classe media-povera» (così la racconta nella nostra intervista) nella città di La Plata, quasi 800mila abitanti, a 60 chilometri da Buenos Aires, in Argentina. «Mia madre era una professoressa di inglese e noi eravamo tre fratelli rimasti tutti orfani di padre molto presto. Ho il ricordo preciso dei sacrifici che mia madre dovette affrontare per renderci una vita dignitosa e permetterci di studiare però, seppur tra mille fatiche, ci ha sempre insegnato l'educazione e il rispetto, due caratteristiche a cui mai io ho abdicato».

E il giovane Julio Velasco che ragazzino era?

«Ero molto vivace e anche un po' casinista, al contrario di mio fratello più grande che rappresentava il figlio perfetto: studioso e sempre ligio al dovere». 

E il fatto di essere un po' un "Calimero" l'ha fatta soffrire?

«Certamente, ma è stato fondamentale per spronarmi a migliorarmi e a mettermi in gioco: anche io volevo dimostrare a mia mamma che ero bravo e capace di guadagnarmi la sua approvazione. Sin da ragazzino sono stato sempre dotato di una grande forza di volontà e capacità di cambiamento».

Caratteristiche che le sono servite per i suoi successi sportivi e professionali?

«Assolutamente sì, la capacità di cambiamento mi è servita per affrontare complessivamente la mia vita e le sfide che questa mi ha messo di fronte». 

Suo fratello è stato sequestrato dal regime militare e per qualche tempo è diventato un desaparacidos. Cosa ricorda di quel momento?

«Erano gli anni dal 1976 al 1981, quelli del colpo di Stato del generale Videla ai danni di Isabelita Perón. Furono anni terrificanti. In quegli anni venne sospesa la Costituzione e sciolto il Parlamento, sostituito da un'assemblea di esperti conniventi e militari, mentre il governo fu messo nelle mani della Giunta militare, costituita dai rappresentanti delle varie forze armate, con a capo Videla che fu nominato presidente dell'Argentina».

Cosa accade a suo fratello?

«Il meccanismo era sempre lo stesso: gli arresti avvenivano molto spesso con modalità da "rapimenti": squadre non ufficiali di militari arrivavano con una Ford Falcon verde scuro senza targa, la cui sola vista suscitava il terrore, e piombavano nelle case in piena notte, sequestrando a volte intere famiglie. L'assoluto mistero sulla sorte degli arrestati fece sì che anche le famiglie delle vittime tacessero per paura.

La conseguenza di queste modalità fu che nella stessa Argentina per lungo tempo il fenomeno rimase taciuto, oltre che totalmente ignorato nel resto del mondo. Una volta arrestate, le vittime erano rinchiuse in luoghi segreti di detenzione, senza alcun processo, quasi sempre torturate, a volte per mesi, e solo in rari casi, dopo un processo sommario e senza alcuna garanzia legale, gli arrestati vennero rimessi in libertà mentre gli altri buttati in fosse comuni o gettati nell'oceano Atlantico. 

Sempre accadeva che, sotto tortura, qualcuno parlasse facendo dei nomi di altri con il regime rendendo possibile, attraverso la delazione, altre violenze su nuove persone. Io so che quando le forze militari entravano in casa ti chiamavano per cognome e ti portavano via; per questo motivo non saprò mai se il bersaglio fossi stato io, che ero un militante dell'Università o Louis».

Lei cosa fece?

«Io ero già a Buenos Aires e sono stato fortunato perché nella metropoli era più semplice nascondersi. Per fortuna dopo un mese e mezzo mio fratello tornò a casa, ma quella ferita, profonda e violenta, non si rimarginò mai né per lui né per tutta la nostra famiglia». 

Lei arrivò in Italia allo Jesi, ma solo dopo due anni andò ad allenare la squadra simbolo del volley italico: la Panini Modena.

«Fu una grandissima sorpresa per me, anzi, posso ammettere che se fossi stato io nei panni della dirigenza emiliana non mi sarei scelto. Ma andò subito bene perché al primo anno vinsi immediatamente lo scudetto, e da lì partì tutto».

Oltre ai successi nel mondo della pallavolo, lei è anche stato dirigente di due grandi realtà calcisti che: la Lazio di Cragnotti e l'Inter di Massimo Moratti. Similitudini e differenze tra queste società?

«La Lazio, con il presidente Cragnotti, era una società che si stava costruendo in quel momento, mentre l'Inter di Moratti era già una società formata e strutturata. Entrambe avevano in comune due presidenti mecenati». 

Che esperienze sono state?

«Per me molto importanti e formative, innanzitutto perché ho capito ciò che non amavo fare. Io sono un tecnico puro e tutto quello che riguarda anche la politica dei rapporti è lontana dal mio modo di essere. Inoltre, ho imparato che il calcio è un mondo, anzi una azienda, complessa e molto più articolata di tante altre».

Perché dice questo?

«Perché ogni cosa decisa in una società di calcio diventa di dominio pubblico, tutto esce sui giornali, ogni scelta viene vista e commentata da migliaia di persone che, pur non essendo azionisti, si sentono in diritto sempre di giudicare provocando una pressione davvero unica». 

E la differenza tra un calciatore e un pallavolista?

«Il calciatore è un giovane che deve gestire tantissime cose in più che un pallavolista non ha la necessità di affrontare. Spesso si criticano i calciatori per alcuni comportamenti sopra le righe: mi chiedo a tal proposito come avrei reagito io, a vent' anni, ad essere un idolo delle folle che guadagna tanti milioni di euro. Credetemi, si fa presto a giudicare, ma sarebbe necessario prima capire».

E secondo lei la nostra è una società per giovani?

«Secondo me, quando si arriva a dare delle definizioni generalizzate e semplicistiche, si commette un errore. Nella nostra società ci sono esperienze di giovani positive ed altre negative, ma questo non riguarda l'età (abbiamo giovani straordinari e persone adulte banali), e purtroppo troppo spesso su questi temi passiamo da un eccesso all'altro creando due estremi forvianti. 

Una riflessione va fatta, per esempio, su cosa è cambiato tra la mia giovinezza e oggi. Io ho vissuto gli anni Sessanta della rivoluzione giovanile, dove non si voleva rimanere come i genitori e si passava direttamente dall'essere ragazzini a diventare uomini. 

Oggi gli adolescenti hanno magari più alternative, ma queste generano maggiori incertezze che in passato. La stessa velocità della società e della cultura rende sempre il mondo reale e delle regole mai aggiornato. L'Italia ha come caratteristica di essere un po' più conservatore di altri Paesi, anche nello sport». 

In che senso?

«Le faccio un esempio. Se il rigore ai Mondiali di calcio del 1994 nella partita Italia-Brasile invece che sbagliarlo Roberto Baggio, allora trentenne, l'avesse tirato e sbagliato un giovane di vent' anni, avrebbero dato del matto all'allenatore e avrebbero detto che era colpa della giovane età. Con un trentenne esperto, invece, si dice semplicemente che succede. Generalizzare è sempre sbagliato. 

L'essere giovane non è di per se un requisito per fare le cose bene ma non deve essere nemmeno un pretesto per non rendere possibile sperimentare. Spesso ciò che alimenta un giudizio non benevolo a priori sui giovani è solo l'invidia di non esserlo più».

Qual è il segreto per avere successo nello sport?

«Un misto di genetica e capacità di apprendimento. Una caratteristica sola di queste due non rende possibile lo sviluppo di un atleta di successo». 

Lei, Velasco, ha allenato tanti atleti: c'è qualcuno che le ha lasciato qualcosa di più nel cuore?

«No. È come se ad un padre con otto figli si chiedesse quale è il preferito. Penso sia impossibile rispondere».

·        Quelli che..la Palla Ovale.

Rugby, la meta che genera sospetti: il giocatore aspetta due minuti per schiacciare la palla. La Repubblica il 24 maggio 2022.

Sta facendo discutere quanto accaduto durante la partita di rugby tra Inghilterra e Argentina, valevole per le HSBC World Rugby Sevens Series. Sul risultato di 19 a 0 per l'Argentina, il rugbista inglese Will Homer ha accorciato le distanze realizzando una meta che avrebbe sancito la qualificazione degli inglesi. Infatti, all’Inghilterra bastava perdere con meno di 16 punti di scarto per accedere comunque al turno successivo, eliminando il Canada. E così, Will Homer è arrivato in area di meta e non ha schiacciato il pallone, attendendo per due minuti circa. Una perdita di tempo che è convenuta a entrambe le squadre: il risultato di 19 a 7 ha qualificato i britannici e gli argentini, ma secondo alcuni osservatori l’arbitro sarebbe dovuto intervenire perché questo atteggiamento avrebbe violato le regole 2.7.d., perdita di tempo e 2.27, comportamento antisportivo.

·        Quelli che...la Pallina da Golf.

Maurice Flitcroft, il «fantasma» degli Open: non sapeva giocare a golf, partecipò 14 volte al torneo più famoso di Gran Bretagna. Fiorenzo Radogna su Il Corriere della Sera il 20 Luglio 2022.

Senza avere mai giocato, si iscrive nel 1976 (e dopo un giro è a +49). Cambiano le regole, lui però riesce a partecipare altre 14 volte sotto falso nome. Diventando «il peggior golfista del mondo», ma ricordato in un libro e in un film. 

Millanterie entrate nella leggenda di uno degli sport più raffinati ed esclusivi: il golf. Parabole umane di personaggi al confine, fra follia e grottesco. Storia dell’inglese Maurice Flitcroft (1929-2007) – mani nodose, viso scavato – che un giorno si spacciò per un grande giocatore e si iscrisse a una delle competizioni più prestigiose del circuito, il British Open Championship del 1976, e ne uscì «mito» (al contrario). Perché da allora lo chiamarono «Il peggior golfista del mondo».

Primavera del 1974, Maurice è un esponente della working class nella sua Barrow-in-Furness (Contea di Cumbria, nord Inghilterra). Un giorno termina il proprio turno di gruista ai cantieri navali (là si costruiscono sommergibili e navi da guerra) e se ne torna a casa. Vuole sprofondare nella poltrona preferita e godersi la tv. Si sintonizza sull’unico canale sportivo: cerca il calcio, spera nel rugby, trova il golf. E, per certi aspetti, lo cambia. Per sempre. Lui che non ha (quasi) mai tenuto una mazza in mano. Quelle immagini del World Match Play Championship - appuntamento per golfisti d.o.c. - gli affondano un «chiodo nella testa»: cercare di partecipare al torneo più prestigioso del mond o.

Due anni dopo corona il proprio sogno: arriva a Southport, entra negli uffici del circolo «Royal Birkdale», compila un semplice modulo e si ritrova iscritto – il regolamento allora lo permette - all’annuale edizione dell’Open Championship inglese (la 105ª). Sarà diventato così bravo da qualificarsi? Praticamente non sa giocare. Ha trascorso gli ultimi due anni a vaneggiare di «potercela fare». Così si è fatto una cultura golfistica, una competenza maturata sui manuali della biblioteca locale, più che su un «green» vero e proprio. Cementata da interminabili visioni di gare televisive, piuttosto che su 18 buche reali. Certo ha provato ad allenarsi: qualche volta è andato su una spiaggia a due passi da casa, trascinandosi dietro qualche mazza rimediata qua e là. Provando e riprovando. Con un po’ di fantasia (che non manca) quello diventa il suo campo di allenamento. Ma il vento che spazza le sponde Lancashire gli porta via troppe palline. Gli allenamenti costano.

E siamo alla gara di quel 1976: Flitcroft gira tra le buche del Royal Birkdale Club – borsa rossa in similpelle, mezzo set di mazze per corrispondenza -: studia gli approcci, si atteggia con passo felpato e naso importante. Annota, millanta, si prepara. Poi parte: sbaglia, stecca, «sparacchia», accumula ritardi enormi. In breve si rivela per quello che è: un infiltrato, un imbucato. Meno che un neofita. «Il bastone è andato su verticale ed è tornato giù verticale… Era come se stesse cercando di ammazzare qualcuno - ricorderà Jim Howard suo compagno di gioco in quel giorno - La pallina fece pochi metri e si fermò subito dopo il tee». La testa di serie di quella edizione - l’americano Johnny Miller – intanto accumula un vantaggio siderale. In breve: il bluff è scoperto e il neo-golfista si aggiudica il record di peggior giocatore della storia della competizione.

Con uno score talmente basso, da farlo entrare nella leggenda: 49 sopra il par 121. La Commissione organizzatrice, all’inizio sconcertata, comincia a indagare. Emerge che il suo nome non è mai comparso in alcuna gara di golf Pro. E Maurice un risultato (involontario) lo ottiene: quello di far cambiare le regole di ammissione alle competizioni internazionali «Open». Un cambio epocale. Intanto il suo nome è bandito da ogni circolo e competizione pro.

E lui? Chissà cosa gli è scattato da tempo nella mente, perché insiste. Dopo la brutta figura del ‘76, senza tener conto dell’ostracismo, ci riprova imperterrito e sotto falso nome.

Una volta si iscrive come James Beau Jolley, un’altra è l’imprecisato conte Manfred von Hofmannstal; poi Gene Paycheki, Gerald Hoppy, James Beau Jolley, Arnold Palmtree... Va avanti così per quattordici anni. Un vero incubo per «The R&A», l’organo di governo mondiale del golf. Tanto che il segretario dell’epoca, tale Keith MacEnzie, arriva ad assumere un calligrafo per riconoscere il millantatore – che pure si cimenta in camuffamenti modello «Totòtruffa 62» - all’atto dell’iscrizione. Uno dei due figli gli fa da caddy e lo aiuta a sfuggire alle commissioni disciplinari dei vari tornei. A Maurice non importa lo swing preciso, interessa «essere lì». Fingersi arricchito, respirare quell’aria.

Contemporaneamente la sua storia fa il giro del Regno Unito e del mondo. Gli si intestano semi-ironiche competizioni per amatori. Il Blythefield Country Club di Grand Rapids (nel Michigan, in Usa) crea il «Maurice Gerald Flitcroft Member-Guest Tournament», al quale lui stesso partecipa (tutto spesato) dopo un volo dall’Inghilterra. Al popolo (non solo del golf) questo signore, che gira per il mondo beffando tronfi burocrati dello sport, in fondo piace. Come piace quel senso d’impunità, unito al (millantato, pure quello) candore dell’ex gruista di Barrow. Infine, al crepuscolo della vita (morirà nel 2007), due giornalisti Scott Murray e Simon Farnaby cominciano a scriverne la biografia (pubblicata nel 2010). Sarà intitolata «The Phantom of the Open», dove lo si definisce anche un «Don Chisciotte con un ferro nove». Addirittura. da quel libro, nel 2021 - diretto da Craig Roberts, con Mark Rylance e Sally Hawkins – è stato prodotto un film omonimo. Presentato al London Film Festival nell’ottobre scorso. Perché tutto si può dire di Mister Flitcroft, tranne che non abbia raggiunto uno dei suoi obiettivi: «emergere» nel golf. Non importa come.

·        Quelli che …il Subbuteo.

 (ANSA il 19 settembre 2022) - L'Italia è campione del mondo di calcio da tavolo nella categoria Open. Con questa affermazione, contro il Belgio, si è conclusa a Roma la World Cup 2022 di calcio da tavolo e subbuteo con gli azzurri assoluti protagonisti nelle varie categorie della competizione e con 26 Nazioni partecipanti, richiamando in tre giorni di sfide tanti appassionati e curiosi.

L'evento è stato ospitato da Cinecittà World ed è stato organizzato dalla Federazione sportiva italiana calcio da tavolo, in collaborazione con il Settore nazionale subbuteo, sotto l'egida della Federation international sports table football, e con il patrocinio del Coni, della Regione Lazio e del Comune di Roma. 

Nella finale Open, la Nazionale Italiana ha sconfitto il Belgio con il risultato di 2 a 1: la squadra del ct Marco Lamberti, composta da Luca Colangelo, iridato nel torneo individuale; Matteo Ciccarelli, Daniele Bertelli, Saverio Bari, Claudio La Torre e Filippo Cubeta, ha compiuto un percorso netto, vincendo il proprio girone a punteggio pieno, per poi eliminare nei quarti di finale l'Inghilterra (2-0) e Malta in semifinale (3-1). Sul podio oltre a quest'ultimi, anche la selezione della Grecia, eliminata in semifinale dai Belgio.

La finale 'Veteran' è stata vinta dalla Nazionale di Malta, che ha battuto proprio la selezione azzurra con il risultato di 2-1. Grazie ad un sudden seath (golden gol) segnato nel tempo supplementare, la Francia si è aggiudicata la competizione a squadre Ladies, battendo l'Italia, dopo che i tempi regolamentari fra le due squadre si erano conclusi in perfetta parità.

L'Italia Under 20 ha vinto il proprio torneo, superando la Grecia in finale. Al termine di una finale molto equilibrata la Grecia si aggiudica la competizione Under 16 solo grazie alla differenza reti complessiva, dopo che il risultato finale maturato sui 4 campi di gioco contro l'Italia si era fermato sul 2-2 al termine dei tempi regolamentari.

L'Italia è mondiale. Ma solo a tavolino. Niente qualificazione in Qatar. Ci rifacciamo col soccer in punta di dito...Nino Materi il 20 Settembre 2022 su Il Giornale.

Ok, è vero: non ci siamo qualificati per i Mondiali di calcio in Qatar; va bene, ammettiamolo: quando le nostre «migliori» squadre di club mettono le narici fuori dal campionato di casa, il più delle volte se tornano indietro col setto nasale spaccato. Però, quando si tratta di giocare a tavolino, non ci batte nessuno. Non è quindi un caso se l'Italia ha trionfato a Roma nel campionato del mondo di Subbuteo, unica specialità di soccer dove, più che i piedi buoni, devi avere le dita con le unghie ben modellate.

In finale gli azzurri del ct Marco Lamberti hanno sconfitto l'altroieri il Belgio 2 a 1 grazie alla mobilità (si fa per dire) dei bomber basculanti Luca Colangelo, Matteo Ciccarelli, Daniele Bertelli, Saverio Bari, Claudio La Torre e Filippo Cubeta. Nomi che al grande popolo del football tradizionale non diranno nulla, ma che sono musica per le orecchie della piccola tribù amante di quello che all'origine si chiamava semplicemente «The Hobby» e che poi nel corso degli anni si è trasformato in Subbuteo.

A lanciarlo fu in Inghilterra (e dove se no?), nel 1947, l'ornitologo Peter Adolph, scopiazzandolo però dal «passatempo» - noto come «New Footy» - già creato negli anni '30 da tale sir W.L. Keelings. In Italia il Subbuteo ebbe il suo periodo d'oro durante gli anni '70 e '80, sempre caratterizzato da una struggente vena crepuscolare, complice forse l'involontaria sponsorizzazione «ideologica» da parte di giovani testimonial dell'epoca (modello-Walter Veltroni), già allora dall'aria decadente nonostante la verde età.

Il quesito «politico» si è riacceso di recente: ma il Subbuteo è di destra o di sinistra? Mastella giura, addirittura, che sia di centro.

·        Quelli che…ti picchiano.

Salvatore Riggio per corriere.it il 6 novembre 2022.

I video ci hanno sempre (innocentemente) strappato un sorriso e anche un po’ intimoriti. Perché, in fin dei conti, si vedevano due omoni belli grossi, quasi sempre con una barba folta e lunga, prendere di mira, a turno, il viso dell’altro. E poi, bam. Schiaffone sulla faccia dell’avversario che barcolla, resta in piedi e prova anche lui a fare la stessa cosa. E quante volte abbiamo pensato che saremmo caduti per terra, senza più rialzarci, se lo schiaffo lo avessimo preso noi. 

Bene, adesso tutto questo, con tanto di arbitro (figura che, in effetti, non può mancare), potrebbe presto (se non prestissimo) diventare uno sport. Sì, proprio così: uno sport. Chi lo avrebbe mai detto? Invece, non c’è mai limite alla nostra immaginazione.

Qualche giorno fa la commissione atletica dello Stato del Nevada, dove c’è Las Vegas, luogo di perdizione e peccato, ha approvato il regolamento di una lega professionale di ceffoni. Lo vuole, e lo sogna e se lo pone come obiettivo, Dana White, il mentore che attraverso la Ufc ha reso le arti marziali miste, le Mma, un prodotto di successo mondiale. Certo, creato lo sport, bisogna poi divulgare il fenomeno e farsi amare come disciplina. 

«Abbiamo passato l’ultimo anno a svolgere test in un ambiente controllato e a vedere che dinamiche avrebbe quest’attività organizzata come una vera lega sportiva. E abbiamo capito che è una vera competizione, con atleti che la prendono sul serio, si tengono in forma e si allenano, in maniera non dissimile da quanto accade nella boxe o nelle Mma», è stato spiegato.

Il nome provvisorio è Power Slap, e l’idea è quella di organizzare un primo evento promozionale entro la fine dell’anno all’Apex, il quartier generale-arena di Ufc (a Las Vegas). In sostanza, appunto, Dana White, vuole trasformare in fenomeno di massa tutto questo. C’è già riuscito con la Mma, affrontando e superando un ostacolo dopo l’altro. Così le pizze in faccia, i ceffoni quelli pesanti (e pericolosi, molto pericolosi), dalle sagra di paese, dalla strada, stanno per arrivare in un’arena internazionale. Con tanto di squadre, arbitri, tifosi e sponsor. Quest’ultimi per rendere tutto enormemente grande e duraturo non possono mancare.

Sul web è Vasily Kamotsky a essere diventato una celebrità, «il re degli schiaffi» o più squisitamente «Pelmen», in nome dei ravioli che divora a bizzeffe. Un fenomeno da 2,8 milioni di views. Tanto che oggi Kamotsky ha abbandonato i campi — era un contadino — e fa l’influencer e distrugge angurie a sberle.

Certo, c’è chi si pone il problema della sicurezza in uno sport del genere. I colpi finiscono sul viso: «Stiamo procedendo come fatto per Ufc, dando cioè delle norme a qualcosa che già esiste. Un combattimento che prevede colpi alla testa è pericoloso se non esistono regole e procedure mediche. Inoltre c’è il problema dell’integrità: non esiste che uno di 180 chili possa colpire un avversario di 60», hanno spiegato gli organizzatori.

E già si parla di screening cerebrali, analisi del sangue, classi di peso, protezioni speciali per le orecchie, colpi alla nuca vietati e compagnia, con dei primi eventi lanciati esclusivamente in tv per tastare il polso del pubblico. Perché poi è lo spettatore a decidere se tutto questo andrà bene. Intanto, c’è la data per la conferenza stampa nella quale saranno svelati i primi dettagli: l’11 novembre prossimo a New York. Basta solo aspettare.

WRESTLING.

Pugni finti, vita vera. Ascesa e caduta di Vince McMahon, il genio malvagio del wrestling americano. Giunio Panarelli su L'Inkiesta il 16 Luglio 2022.

Ha fatto entrare nelle case di 650 milioni di spettatori le immagini dello sport-intrattenimento. Nel corso degli anni ha avuto diversi guai con la giustizia, ma l’ultima inchiesta minaccia di metterlo ko

Giugno 2022: con uno scarno comunicato, Vince McMahon si dimette dal ruolo di amministratore delegato della sua federazione, la World Wrestling Wntertainment (Wwe). “Chi era costui?” potrebbe chiedersi il don Abbondio di turno, rivelando di non essere un appassionato di wrestling.

Vince McMahon è forse uno dei casi di imprenditoria più di successo nella storia del business, non solo sportivo. Ha preso una piccola compagnia di wrestling americana e l’ha portata nelle case di 650 milioni di spettatori in tutto il mondo. Per la precisione in 180 Paesi. A lui si deve il merito, o la colpa secondo i critici, di aver reso popolare quello sport-intrattenimento, una lotta libera spettacolarizzata dove il copione e i risultati sono decisi a tavolino.

Nel corso degli anni McMahon ha portato alla ribalta personaggi entrati nell’immaginario collettivo come Hulk Hogan The Rock (diventato poi attore con il suo vero nome Dwayne Johnson) e John Cena. Un successo travolgente, (chiar)oscurato però da ombre, ambiguità e accuse (anche penali) che hanno portato McMahon a scontrarsi con la giustizia, i propri competitor, gli atleti e addirittura il Wwf.

Scontri che hanno visto il fondatore della World Wrestling Entertainment (Wwe) forse non sempre vincere, ma sempre cadere in piedi. Almeno finora. A metà giugno Vince (come lo chiamano i suoi atleti) è stato costretto ad autosospendersi dal ruolo di amministratore delegato della sua federazione.

Il motivo è un’inchiesta del Wall Street Journal che ha scoperto come McMahon sia arrivato a pagare più di 12 milioni di dollari per coprire i suoi rapporti sessuali con alcune sue ex dipendenti. Tra gli accordi che più stanno suscitando scalpore è incluso un patto da 7,5 milioni con una ex wrestler. La donna ha affermato che McMahon l’avrebbe costretta “ad atti sessuali” e poi, dopo che lei si era rifiutata di concedere ulteriori incontri, non le avrebbe rinnovato il contratto.

Non è la prima volta che McMahon viene coinvolto in accuse di questo tipo. Era già successo negli anni Novanta. Ma oggi la sensibilità pubblica su questi temi è sicuramente aumentata e la Wwe non ha potuto fare altro che avviare un’indagine interna e annunciare che per ora il potere passerà nelle mani della figlia di Vince, Stephanie, e di suo marito Paul Levesque (noto col suo nome di ring Triple H).

La parabola di McMahon sembra dunque avviarsi verso il suo epilogo. Ma è stato un viaggio così imprevedibile e ricco di colpi di scena che merita di essere ripercorso.

Nato nel 1945, Vince McMahon è figlio di Vincent James McMahon, fondatore della Capitol wrestling corporation, antenata dell’odierna Wwe. Negli anni Settanta, il wrestling era organizzato su una base regionale: ogni compagnia era legata alla propria zona. Vince capisce che c’è lo spazio per inserirsi e far conquistare alla sua federazione l’egemonia su tutto il territorio americano.

Una visione per molti versi simile a quella che in Italia ispirò Silvio Berlusconi a creare Mediaset, portando a livello nazionale le televisioni private regionali.  E così mentre in Italia Berlusconi strappava Mike Bongiorno alla Rai, negli Stati Uniti McMahon rubava ai suoi concorrenti i wrestler più famosi. Primo tra tutti Hulk Hogan, lottatore carismatico che nel corso degli anni Ottanta diventerà la prima vera icona pop del wrestling, interpretando il personaggio del patriota che combatte per l’America contro i “cattivi” stranieri (dall’iracheno al giapponese). Grazie a Hogan e altri atleti simili, McMahon riesce a rendere il wrestling un fenomeno non solo americano, ma anche internazionale, coinvolgendo personaggi popolari in tutto il mondo come la cantante Cindy Lauper.

L’inizio degli anni Novanta segna il primo vero momento di crisi per Vince e la sua compagnia. La giustizia indaga sull’abuso di steroidi e droghe degli atleti Wwe (all’epoca Wwf), Hulk Hogan compreso. L’inchiesta travolge lo stesso McMahon, accusato di avere istigato i suoi lottatori a fare uso di farmaci illegali per aumentare la loro massa corporea. Alla fine la giuria giudicherà il patron della Wwe non colpevole.

Nel frattempo McMahon si trova ad affrontare un’accusa di stupro da parte di una sua ex arbitra e al tempo stesso la nascita di un nuovo temibile concorrente, la World Championship Wrestling (Wcw), che inizia a comprare tutti i maggiori talenti della Wwe e lancia un suo programma settimanale, Nitro, in diretta concorrenza con quello Wwe, Raw.

Il periodo buio di McMahon culmina nel 1997, nell’episodio conosciuto come Screwjob di Montreal: il campione in carica Wwe Bret Hart è in procinto di passare alla Wcw, ma prima deve disputare un ultimo match dove, secondo gli accordi, non dovrebbe perdere. Preoccupato che Bret abbandoni la sua compagnia ancora da campione, Vince, d’accordo con l’arbitro e l’avversario di Hart, lo dichiara comunque perdente facendo suonare il gong della vittoria. È l’inganno dell’inganno del wrestling. Davanti alle telecamere un infuriato Hart sputa su McMahon (i due si riappacificheranno solo vent’anni dopo). Lo Screwjob fa guadagnare a McMahon l’odio degli addetti ai lavori e dei suoi stessi fan.

Sembra la fine. Ma Vince decide di giocarsi il tutto per tutto e di sfruttare l’odio dei fan nei suoi confronti mettendoci la faccia: sullo schermo nasce il personaggio di Mr. McMahon, presidente cattivissimo, impegnato a contrastare tutti i beniamini del pubblico. L’idea funziona, gli spettatori tornano e nel 2001 Vince arriva a comprare la Wcw, sua principale rivale, ormai sulla via del fallimento. Da quell’anno a oggi la Wwe dominerà incontrastata su tutto il mondo del wrestling.

Le controversie però non si fermano. McMahon viene accusato di razzismo per avere usato in diretta il termine nigga (negro) durante uno scambio di battute con John Cena. O di misoginia, per avere costretto la wrestler Trish Stratus a spogliarsi e abbaiare durante uno show.

Nel frattempo nel 2002 il Wwf (il World Wild Fund, che protegge gli animali) vince una storica battaglia, costringendo l’allora Wwf a cambiare nome nell’attuale Wwe per evitare confusione tra le due realtà.

Lungo la strada Vince trova comunque amici potenti come Donald Trump, che appare in diversi show della compagnia di Vince: una delle scene più famose è quella che vede il futuro presidente americano tagliare i capelli del fondatore della Wwe come premio dopo una vittoria in un match del 2007. Trump rimarrà legato alla famiglia McMahon e nel corso del suo governo la moglie di Vince, Linda, verrà nominata Direttrice dell’agenzia per le piccole imprese.

Le polemiche sulla gestione McMahon sono alimentate anche da eventi tragici che toccano la vita stessa degli atleti.

Nel 1999 il lottatore Owen Hart, fratello di Bret, si appresta durante uno show a fare un’entrata spettacolare dall’altezza di 24 metri. Ma qualcosa va storto e Owen cade morendo sul colpo. Le circostanze della sua morte non saranno mai chiarite e Bret accusa Vince di essere il responsabile morale della tragedia avendo ideato lui quell’entrata. Mentre nel 2007 la tragedia del wrestler Chris Benoit, morto suicida dopo avere ucciso la moglie e il figlio, porta molti a interrogarsi sui rischi per la salute non solo fisica, ma anche mentale, dei lottatori di wrestling.

Venerato e odiato, McMahon ha rappresentato in questi anni perfettamente l’ambiguità e il successo del wrestling, portando spesso in scena il suo personaggio e confondendolo volutamente con la sua vera personalità. Non stupisce quindi che anche il giorno seguente alle sue dimissioni Vince abbia deciso di presentarsi durante il suo show per ribadire il motto della compagnia al pubblico: “Allora, ora, per sempre e insieme”. Una promessa. O forse un monito.

AIKIDO.

Ilenia Litturi per corriere.it il 28 aprile 2022.  

L’unica donna europea ottavo Dan Shihan di aikido è veneziana. Si chiama Renata Carlon e ha 84 anni. Il perché del riconoscimento lo si legge nella motivazione «visto l’enorme impegno profuso nello sviluppo del Ki Aikido in Italia e all’estero e visto l’esempio di vita mostrato sul tappeto e nella vita di tutti i giorni viene riconosciuto il livello di Aichidan». È una figura mitica nell’ambiente, una guru nella disciplina, allieva del Maestro giapponese Koichi Tohei che fondò il metodo «shin shin toitsu aikido», letteralmente «aikido con mente e corpo», un connubio tra arte marziale, ricerca del principio Ki e l’applicazione delle tecniche alla vita quotidiana.

Renata è profonda, modesta, solare, in piena sintonia con ciò che la circonda. È un’attenta osservatrice e non le sfugge nulla, «Cerco umanità quando esco - confessa - ma vedo solo persone». Gli occhi le brillano mentre si racconta. «La vita - dice - è una continua ricerca condita di curiosità. Ogni decisione che prendiamo ne delinea la qualità e io decido ogni mossa. L’Aikido è molto più di un’arte marziale, è vita». 

Nella palestra che aveva aperto a Mestre con il marito Wassily Grandi sono passati negli ultimi decenni i più grandi maestri della disciplina, da Tada Sensei a Kawamukai Sensei e Nocquet Sensei, per citarne solo alcuni. Dopo aver girato mezzo mondo, dal Giappone alla Francia spiega cosa fa la differenza, «La passione è la chiave di tutto. Senza passione non si arriva alla bellezza della tecnica. La passione è un dare reciproco e io ho lavorato per le donne e confido in loro perché hanno una marcia in più».

Il riconoscimento è solo l’ultima soddisfazione di una vita dedicata all’aikido. Che effetto le fanno le parole scritte nella motivazione?

«Il riconoscimento è arrivato dopo la morte del mio maestro perché tutti i miei colleghi e i praticanti mi hanno scelta (Sorride e mentre lo fa socchiude gli occhi, ndr) . Non ho praticato gli insegnamenti di Ki aikido solo in palestra, ma anche nella vita. Ho lavorato sodo nonostante la famiglia numerosa. Il segreto sta nell’organizzazione. Ho cercato di trasmettere e comunicare a tutti la passione, perché è l’unico modo per arrivare alla bellezza della tecnica. La passione è un dare reciproco». 

Come si diventa quello che è diventata lei?

«Ho fatto tanti sacrifici, ma posso dire riguardando indietro che nel momento in cui percorrevo la mia strada, lo facevo e basta. Era la mia passione, mi veniva naturale. Se fai quello che ami, tutto diventa piacevole anche se sei stanca perché alla fine sei contenta»

Ma l’aikido è una disciplina o un’arte che va oltre?

«L’aikido non è una semplice disciplina, ma molto di più. Può aiutare le persone a superare difficoltà anche molto complesse. Ho lavorato tanto per le donne, soprattutto per quelle operate al seno, per dare loro risposte sul dolore e una visione diversa sulla vita. L’aikido è anche questo» 

Com’è nata la sua passione per questa disciplina?

«Grazie a mio marito Wassily Grandi che era una maestro di judo. Aveva imparato la disciplina a Roma, finché faceva il militare. Poi quando è tornato a Mestre ha deciso di aprire una palestra» 

Ricorda la sua prima lezione?

«Sono passati tanti anni ma ricordo quello che ho provato, che è lo stesso che provo anche adesso. Mi chiamano dappertutto anche adesso ma come faccio? Chiedono anche solo la mia presenza nel tatami. Ho insegnato fino a due anni fa, poi è arrivata la pandemia»

Cosa consiglia a chi pratica o a chi vuole avvicinarsi all’aikido?

«È una strada lunga e in salita. Non basta una vita per imparare. Non basta avere l’attitudine ma serve la passione, così scatta l’armonia. Poi ho fatto anche tante altre discipline come la meditazione ad esempio» 

A chi pensa che l’aikido non sia una disciplina adatta alle donne, cosa risponde?

«È un ambiente maschilista ma le donne possono fare tutto. Ho lavorato tanto per questo. Sono gli uomini ad essere limitati. L’importante è mantenere sempre la propria femminilità, non bisogna copiare o emulare gli uomini. La donna fa la donna. Abbiamo capacità che non mettiamo in pratica e gli uomini li possiamo superare quando vogliamo perché abbiamo doni come la creatività o la sensibilità. Abbiamo più idee e potrei continuare»

Ma è vero che i tanti sacrifici fatti in vita diventano parte integrante dell’aikido?

«Certo, la mia stessa vita ne è un esempio. Guai se la creatività di una donna non viene alimentata continuamente perché se c’è una cosa che insegna l’aikido è che non si può vivere di rendita. Quando guardo chi si adatta, chi entra in un circolo vizioso poi inevitabilmente incappa in malinconia e depressione. La vita è la continua meraviglia di esistere per questo non bisogna mai fermarsi e andare sempre avanti» 

Qual è la cosa di cui va più fiera?

«Di avere quattro figli e di avercela fatta perché ho iniziato ripromettendomi di non essere la solita mamma rompiscatole, volevo essere diversa. I miei figli li ho coinvolti e non ho mai avuto problemi con loro. L’aikido lo praticavamo con le idee e così anch’io sono cresciuta assieme a loro. Poi ognuno ha seguito la propria strada».

JIU JITSU.

Brasile sconvolto. Leggenda dello sport uccisa in un locale, Leandro Lo freddato da un colpo alla fronte: fermato un poliziotto. Antonio Lamorte il riformista l'8 Agosto 2022 

Solo tre mesi fa Leandro Lo aveva vinto il suo ultimo titolo mondiale: era una vera e propria leggenda vivente del jiu jitsu. È morto, a 33 anni, ucciso con un colpo di pistola alla fronte dopo una lite in un locale. Per l’omicidio che ha sconvolto il Brasile è stato fermato un poliziotto trentenne fuori servizio, che si è consegnato la notte scorsa. Un’aggressione, una lite esplosa e degenerata per futili motivi, forse un fraintendimento a causare la tragedia.

La tragedia si è consumata all’alba di domenica. Leandro Lo aveva 33 anni. Era originario di San Paolo ed era figlio di un pugile, Luciano Pereira. Aveva cominciato anche lui con la boxe, il karate, la capoeira fino a passare al jiu-jitsu in adolescenza. A cambiare la sua vita il progetto sociale del professore Cicero Costha, “Combattendo per il bene”, nel quartiere Ipiranga, volto a offrire a ragazzi difficili un’alternativa salutare di formazione e integrazione. Lo nel 2015 aveva fondato la sua squadra, “Ns Brotherhood”. Campione mondiale in cinque diverse categorie, per otto volte, tra qualche giorno avrebbe disputato un altro campionato ad Austin, negli Stati Uniti.

Stava assistendo a uno spettacolo del gruppo Pixote, nel Club Sirio, in Avenida Indianapolis, zona Sud di San Paolo quando si è consumata la tragedia. Secondo l’avvocato della famiglia del lottatore il poliziotto fermato avrebbe provocato l’atleta. L’uomo è arrivato, ha cominciato a disturbare il gruppo di amici e ha preso a scuotere una bottiglia che era sul tavolo, prima di provocare Leandro Lo faccia a faccia, che a quel punto avrebbe steso e immobilizzato l’agente fuori servizio. Il tenente ha esploso un solo colpo, dritto alla testa del campione. I testimoni hanno raccontato che dopo avrebbe anche colpito a calci Lo che giaceva immobile a terra. Nessuno scampo.

A soccorrere per primo l’atleta un medico nel locale, che ha provato a rianimare l’atleta. Il campione è stato trasferito all’Ospedale Municipal Dr. Arthur Ribeiro de Saboya. Poco dopo la dichiarazione di morte cerebreale. La Polizia Militare ha detto di essere colpita dall’accaduto e di aver avviato un’“indagine amministrativa” secondo una nota della Segreteria di Sicurezza Pubblica di San Paolo. Il poliziotto che ha sparato è il tenente Henrique Otavio Oliveira Velozo. Il tribunale ha ordinato la sua detenzione per trenta giorni in attesa di ulteriori indagini. Sarebbe stato riconosciuto anche dalle telecamere della struttura ricettiva.

“Mio eroe, se stato un regalo di Dio nella mia vita”, ha scritto la madre dell’atleta in un omaggio al figlio su Instagram. “Mi mancherai tanto, è venuta a mancare un pezzo di me. Ti amo eternamente. Conserverò per sempre i bei ricordi, che sono molti. Mi hai fatta sentire la madre più amata del mondo. Grazie per il tuo amore”. Commozione e cordoglio espresso da migliaia di account sui social, lutto nel mondo dello sport brasiliano per una vicenda assurda e spaventosa che sta facendo il giro del mondo. Amici e colleghi del campione hanno aspettato presso il commissariato il tenente fermato. Secondo alcuni il tenente era cintura rossa di jiu-jitsu e conosceva Lo.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli. 

Enrico Spaccini per openon.line.it l'8 agosto 2022.

Decine e decine di amici, conoscenti o anche solo ammiratori di Leandro Lo sono scesi nella notte per le strade di San Paolo per protestare contro la polizia brasiliana. Tra i vari insulti e spruzzi di spray al peperoncino, si sente più volte pronunciare la parola «assassino». Lo era una leggenda per quei ragazzi e per gli appassionati del Jiu-jitsu brasiliano. 

A 33 anni era stato già per 8 volte campione del mondo di questa arte marziale in cui devi sottomettere l’avversario con sequenze di prese e mosse a terra. Una discussione e qualche bicchiere di troppo, hanno posto la parola fine sulla sua brillante carriera. 

Come raccontato da alcuni testimoni, nella notte tra il 6 e il 7 agosto Lo era insieme ad alcuni amici all’Esporte Clube Sirio a Planalto Paulista, nella zona sud di San Paolo quando un ospite ubriaco ha iniziato a discutere con lui. In pochi istanti, ha tentato di afferrare una bottiglia dal bancone del bar per usarla come arma contro il lottatore che, prontamente, è riuscito a immobilizzarlo e calmarlo.

L’assassinio

O almeno così credeva, perché come raccontato dalla testata brasiliana Ponte quando lo ha lasciato andare questo ha tirato fuori una pistola e gli ha sparato in testa. Il campione brasiliano è morto poco dopo in ospedale, mentre il suo assassino è riuscito a fuggire dopo averlo anche preso a calci. 

Qualcuno tra i presenti, però, ha riconosciuto grazie a delle foto quell’uomo che aveva con sé l’arma: si trattava del tenente Henrique Otavio Oliveira Velozo, un agente 30enne della polizia militare di San Paolo che quella sera era fuori servizio. Domenica 7 agosto Velozo si è presentato ai suoi superiori ed è stato arrestato per l’omicidio di Lo.

Francesco Cevasco per il “La Lettura - Corriere della Sera” il 14 novembre 2022. 

«Paese mio che stai sulla collina/ Paese mio ti lascio, io vado via». Quante storie racchiudono questi versi di Franco Migliacci. Queste sono le cinque storie di una donna e quattro uomini che arrivano da piccoli paesi dell'Abruzzo e conquistano l'America. Le racconta Massimo Cutò in un sottile libro: Fortissimi. Uomini e donne sul ring della vita pubblicato da Ianieri Edizioni. 

Sì, c'entrano la lotta, il pugilato, il wrestling ma fuori dal ring c'è la grande storia di un Paese, questa volta con la maiuscola, e delle sue svolte: povertà e fuga, emigrazione e riscatto, pregiudizio e orgoglio.

Ecco i nostri eroi che servono a pretesto per raccontare un pezzetto della nostra storia.

Michele «Baron» Leone, nato a Pettorano sul Gizio (L'Aquila) nel 1909. In America diventa Michele «il cattivo», un wrestler heel, ufficialmente una canaglia che infrange le regole, gioca sporco, non rispetta l'avversario e provoca il pubblico con urla e slogan offensivi. È una finzione scenica, quella che gli americani chiamano gimmik e consiste nel creare una maschera addosso all'atleta. 

Ma Michele è una pasta d'uomo. Continuerà a combattere e resterà sé stesso comunque sempre vincitore. I divi di Hollywood, a cominciare da Bob Hope, sono in prima fila alle sue esibizioni. Molti anni dopo Lou Ferrigno, l'incredibile Hulk della serie tv, racconterà di averlo considerato il suo mito fin da bambino.

Rocky Marciano, vero nome Rocco Marchegiano, nato a Brockton nel 1923 ma abruzzese di sangue: il padre veniva da Ripa Teatina (Chieti). E dopo aver letto titoli di giornali dedicati a lui, «il più grande pugile di tutti i tempi», tornerà al paese suo, la terra del padre, su una Fiat 125 rossa. Per mangiare finalmente la porchetta di cui aveva tanto sentito parlare. 

Bruno Sammartino, nato a Pizzoferrato (Chieti) nel 1935. In America diventa The original Italian stallion , il più grande campione nella storia del wrestling. E pensare che quando sbarcò lo accolsero, gracile e italiano com' era, chiamandolo Dago, con disprezzo perché Dago stava per dagger , pugnale, a sottolineare lo stereotipo negativo appiccicato ai «mangiaspaghetti», quelli svelti con il coltello in mano.

Rocco Mattioli, nato anche lui a Ripa Teatina nel 1953. La fortuna l'ha cominciata in Australia. Per capirlo basta guardare le sue mani di boxeur. No, non c'entra come sono conciate dopo tante botte date (e prese). C'entra che cosa c'è tatuato sulle dita. Love sulla mano destra. Hate sulla sinistra. Amore e odio. Forse il solo modo di sopravvivere per chi sale sul ring. Dello sport e della vita. 

Monica Passeri, nata a Caprara (Pescara) nel 1992. La prima italiana nel circuito americano della lotta professionistica. A 24 anni è entrata nella World Wrestling Entertainment, la federazione che schiera i campioni. Sul ring si presenta come The Italian bombshell , la bomba italiana.

Poi urla: Italians do it better . A quel punto lo speaker annuncia: «Miss Monica from the Abruzzi». Ma il bello vero di questo piccolo libro deve ancora venire. Bisogna tornare indietro: il bello è la prima parte, una raffica di sorprese. Apparentemente dedicate alle meraviglie della forza fisica. In realtà un trattatello sociologico che gira attorno all'affermazione sociale di un popolo considerato debole.

Tipo: anno 1911, si gira ai Parioli, a Roma, il film Quo vadis? di Enrico Guazzoni. Un omone romano sulla trentina, Bruto Castellani, interpreta l'invincibile Ursus. La pellicola finisce alla Royal Albert Hall, presente Giorgio V, la regina si complimenta con Castellani chiamandolo Ursus e sarà Ursus per sempre. 

Nel 1914 Gabriele d'Annunzio ribattezza un ruvido camallo (scaricatore di porto) genovese «Maciste». Con quel nome diventerà una star del cinema. Massimo Cutò si fa prendere dall'enfasi e «E poi arrivò Alfredo Boccolini, funambolo genovese, taglia atletica mirabile: diventò Galaor, giustiziere in celluloide. Arruolato dalla cinematografia austriaca, furoreggiò anche come Sansone: neppure la zampata di un leone vero lo scalfì, mentre girava una scena ardimentosa nello zoo di Budapest».

Ma torniamo a Maciste. Si chiamava Bartolomeo Pagano, il camallo. E la sua fama durò abbastanza. Dopo aver scaricato (per davvero) sacchi e sacchi sulle banchine del porto, cominciò a spezzare le (più leggere) catene di schiavo nel film Cabiria (1914). Spiega l'autore del libro: «Maciste diventò protagonista di una lunga serie autonoma, in Maciste alpino del 1916 sbatteva via, combattendo a torso nudo sulle Alpi, gli austriaci lanciandoli in aria come fuscelli. E nei panni di Maciste all'inferno , film del 1926, strapazzava i diavoli tra fondali di cartapesta. Impressionando in maniera indelebile la fantasia di un bambino che assisteva stupito e ammirato alla proiezione, nel buio del cinema Fulgor a Rimini: il piccolo spettatore si chiamava Federico Fellini».

MMA.

Anthony «Rumble» Johnson morto: il campione di Mma aveva 38 anni. Salvatore Riggio su Il Corriere della Sera il 14 Novembre 2022.

Il fighter Anthony «Rumble» Johnson era famoso per le vittorie con un singolo pugno. A gennaio i primi sintomi di una grave patologia del sangue

Lutto nel mondo della Ufc/Mma. Una rara patologia del sistema immunitario si è portata via Anthony Johnson, per tutti Rumble, 38 anni, fighter di punta delle arti marziali miste. Ne ha dato notizia Bellator, la promotion per cui era tornato a combattere dopo essere stato per anni una stella dell’Ufc.

Rumble era nato a Dublin, nello stato della Georgia, ed era nipote di Walter Payton, campione Nfl. Anthony Kewoa Johnson aveva cominciato con la lotta libera, diventando campione statunitense degli Junior College e poi era passato alle arti marziali miste esordendo nel 2007 in Ufc. Nonostante la forza fisica e il background nella lotta, si è subito messo in mostra per la potenza dei suoi pugni guadagnandosi il soprannome Rumble. Il motivo? Spesso gli bastava un solo pugno per stendere l’avversario.

Il suo bilancio in carriera parla di 23 vittorie — 17 per k.o — e sei sconfitte. Tra queste, le sue due grandi occasioni per diventare campione del mondo dei pesi leggeri, entrambe arrivate contro lo stesso avversario, Daniel Cormier. Dopo l’ultima, nel 2017, annunciò il suo ritiro ma ci ripensò tre anni dopo: messo sotto contratto da Bellator, a febbraio dell’anno scorso, tornò e perse contro il brasiliano Azevedo incassando il primo k.o. della carriera.

A gennaio le prime notizie allarmanti riguardo la salute del campione: «Non entro nel merito delle sue condizioni, ma deve solo pensare a stare in salute. Nella vita c’è molto più che combattere, e voglio che ne abbia una lunga e sana», furono le parole di Scott Coker, presidente di Bellator, facendo capire che qualcosa non andava. Adesso la notizia della sua scomparsa. La Mma perde un protagonista.

Dagotraduzione dal Daily Mail l'11 febbraio 2022.

Una combattente femminile dei pesi paglia ha combattuto contro un uomo 30 volte più pesante di lei in una bizzarra gara di MMA organizzata dall'Epic Fighting Championship russo questa settimana. 

L'Epic FC non è estraneo a insoliti disallineamenti all'interno della gabbia, e martedì aveva già organizzato un altro incontro stravagante: un'altra combattente donna se l’è vista con un uomo di 75 anni e suo nipote di 18 anni in uno scioccante combattimento due contro uno a mani nude. 

Ora i fan sono di nuovo sgomenti sui social media dopo che sono emerse le riprese del gigante di 240 kg Grigory Chistyakov che affronta la molto più piccola Aleksandra Stepakova, che pesa circa 60 kg, nel loro ultimo incontro.

Comprensibilmente, Chistyakov ha trascorso la maggior parte della gara inseguendo Stepakova, che ha fatto del suo meglio per rimanere a distanza e scacciare il colosso con colpi singoli. Ma il suo avversario è stato in grado di imporre la sua forza bruta contro la gabbia prima che l'arbitro fortunatamente intervenisse. 

Stepakova è stata spesso in grado di divincolarsi dalle sue clinches e colpire con pugni e calci impressionanti, tuttavia non è passato molto tempo prima che Chistyakov chiudesse di nuovo le distanze e sfruttasse al meglio il suo gigantesco corpo. 

Il piccolo peso paglia è stato persino salvato da un membro della folla durante il secondo round, che è riuscito a entrare nella gabbia e dare un calcio a Chistyakov alla schiena. Quando l'incontro è ripreso, Stepakova è stata in grado di tenersi alla larga da lui per il resto del round, anche se ha lanciato alcuni colpi nitidi a distanza.

Dopo il folle incontro a tre round, i giudici hanno dato la vittoria a Chistyakov, ma i fan sono rimasti disgustati dal fatto che sia persino andato avanti. Uno ha scritto: «Le MMA russe non smettono mai di scioccarmi. Com'è bizzarro a tutti i livelli». 

Un altro ha messo: «Sta combattendo una donna? Wtf?». Mentre un terzo ha semplicemente chiesto: «Cosa sta succedendo con le MMA in Russia?!». 

Lo scontro oltraggioso di Chistyakov con Stepakova arriva solo pochi giorni dopo che Vladimir Spartak e suo nipote Big Igibob hanno combattuto contro Yulia Mishko, 28 anni, in un pazzo due contro uno all'interno della gabbia.

Tuttavia, nonostante il loro vantaggio, Spartak e Igibob sono stati eliminati in tre occasioni da Mishko, che se ne è andata abbastanza illesa. 

L’irresistibile ascesa delle arti marziali miste e dei gladiatori contemporanei. ALESSANDRO DAL LAGO su Il Domani il 10 febbraio 2022

In gabbie ottagonali, circondate da folle di decine di migliaia di spettatori urlanti, uomini nerboruti (nonché un numero crescente di donne) si batte con calci, pugni e gomitate. Nelle Mixed Martial Arts non ci sono regole né confini.

Esistono da circa trent’anni, oggi hanno un fatturato di più di 500 milioni di dollari all’anno e un numero di follower e tifosi che si aggira intorno al 5 per cento della popolazione mondiale. Le Mma sono considerate il terzo sport più popolare al mondo.

Alessandro Dal Lago le racconta in Sangue nell’ottagono. Antropologia delle arti marziali miste, edito da Il Mulino, e in uscita per il 13 gennaio.

ALESSANDRO DAL LAGO. Ha insegnato Sociologia della cultura nelle Università di Milano, Bologna e Genova ed è stato visiting professor nella University of Pennsylvania e nella University of California. Oltre al Sangue nell’ottagono. Antropologia delle arti marziali miste, l’ultimo suo libro pubblicato dal Mulino è Viva la sinistra (2020).

Matteo Tonelli per "il Venerdì - la Repubblica" il 20 gennaio 2022. 

Per spiegare come mai le Mma, le mixed martial arts, siano così popolari, Alessandro Dal Lago, che di mestiere fa il sociologo e che rivendica un animo tutt' altro che gladiatorio, porta ad esempio le tutine dei neonati fatte con i tessuti mimetici. «Viviamo in un mondo dove il confine tra la guerra e la pace si fa sempre più sfumato» spiega.  

«La natura stessa della guerra contemporanea fa sì che il combattimento individuale sia parte essenziale dell'addestramento degli eserciti moderni. Una cultura fondamentalmente militare come quella attuale - soprattutto americana, ma anche europea - in qualche modo promuove, o facilita, questo tipo di sport». 

E che c'è di meglio di mettere insieme Karate, Muay thai, Jiu Jitsu, Judo, Lotta libera, Grappling, Pugilato, Kickboxing, agitare il tutto e tirarne fuori un mix tanto spettacolare quanto cruento che ricorda l'antichissimo Pancrazio, considerato il progenitore delle moderne Mma?  

Dal Lago lo spiega nel suo Sangue nell'ottagono (il Mulino) dove analizza un fenomeno planetario sia in termini di diffusione - le palestre dove si praticano sono sorte come funghi - che di business. A partire dalla legittimazione della violenza, per passare alla parità di genere, al politicamente corretto (ma Dal Lago nega che le arti marziali miste possano essere una reazione al fenomeno) e persino alla globalizzazione (di cui le Mma con il loro mix di stili diversi sarebbero la risposta sportiva).

Sport popolarissimo ma altrettanto criticato da chi vede, in quella lotta in un ottagono circondato da una rete, solo un selvaggio sfoggio di violenza. Tesi che ha trovato conferma quando due fighter hanno ucciso a calci e pugni, nel settembre dello scorso anno, Willy Montero, un ragazzo di origini capoverdiane. Sentenza: le Mma sono uno sport per gente assetata di sangue (e in parte è vero) e combattuto da moderni gladiatori senza regole (e questo è meno vero). 

Dal Lago comunque la sentenza la impugna: «Le arti marziali miste non sono qualcosa di anomalo, ma la rappresentazione del lato civile, sportivo, commerciale e spettacolare di una cultura essenzialmente violenta, comune a tutto l'Occidente, ma di cui gli Stati Uniti sono ovviamente la massima espressione». E qui si torna al discorso delle magliette mimetiche: «I simboli della guerra ormai hanno invaso la dimensione civile: il disegno mimetico è da tempo entrato nella moda. Un contesto del genere facilita la diffusione di sport come le Mma».  

Ma non è solo questo ad aver contribuito a far diventare la versione moderna dei combattimenti nell'arena una straordinaria macchina da soldi. Per farlo è stato trasformato da sport senza regole in sport, senza dubbio violento, ma con delle regole precise. Operazione perfettamente riuscita. «Oggi si ammette di vedere gli incontri nell'ottagono perché sono legittimati culturalmente. I limiti ci sono anche se spesso superati, ma questo a chi guarda interessa poco». E se le cose stanno così, scandalizzarsi per spettacoli del genere a Dal Lago sembra ipocrita. 

«La vista del sangue ripugna a chi si è abituato a chiudere gli occhi davanti agli aspetti conflittuali della nostra cultura, oggi visibili grazie alla globalizzazione dello spettacolo. Il nostro è un mondo che moltiplica le occasioni di spettacolarizzare la violenza, sia a livello generale sia a livello molecolare, come nei social. Siamo in una cultura in cui brutalizzare il compagno di banco e filmarlo è diffusissimo. Un mondo in cui è divertente umiliare qualcuno. La mia teoria è che, se proprio l'umanità deve dare sfogo a tutto questo, è meglio che lo faccia un modo regolato».

Ma allora perché le Mma continuano a spaventare un'umanità vaccinata da anni contro lo spettacolo di sangue della boxe? «Il motivo è la loro estrema visibilità che suscita la condanna di chi ci si imbatte avendone una vaga idea. Anni fa la boxe era considerata un mondo a sé, separata dalla vita e dalla cultura prevalente. In Italia si diceva che gli incontri turbavano "il sonno degli italiani". Eppure, mettendo per un attimo da parte la retorica della noble art, i pericoli e il lato oscuro del pugilato sono evidenti a tutti. Ma non provocano lo stesso scandalo. Oggi, invece, su internet e in tv i combattimenti nell'ottagono penetrano nella nostra vita di spettatori globali ed esseri digitalizzati. Al punto che le Mma sono diventate popolari in ogni ambiente a differenza della boxe, sport più proletario».  

Un ragionamento che tira in ballo il rapporto tra la società in cui viviamo e la sua "voglia di sangue". Per questo la tesi di chi, come il sociologo Norbert Elias, pensa che «i tempi moderni si siano liberati delle pratiche più violente in nome della civilizzazione dei costumi» non convince Dal Lago. Semmai, ragiona l'autore del saggio, «da un lato c'è la progressiva estensione della quantità e qualità di sangue accettabile e dall'altra la regolamentazione ufficiale delle arti marziali che serve a rassicurare la società esterna».  

In pratica, basta alzare l'asticella della brutalità, fissare qualche paletto e si stabilisce che la società è diventata più civile. Più che una lotta che diventa cultura (come sostengono quelli che vedono una funzione quasi taumaturgica nel gusto del "buon sangue"), Dal Lago vede una cultura che promuove una lotta. C'è poi un altro aspetto che a prima vista può lasciare sorpresi. Quello dell'uso dell'ottagono per rivendicare la parità di genere. «Le Mma rappresentano una dimensione di comunanza che unisce generi, ruoli e differenze culturali. Che le donne non amino combattere è un pregiudizio culturale maschilista che oscura il loro rapporto con la lotta». 

Basta vedere come le fighter trattano il loro corpo. «L'esibizione pubblica delle ferite dopo un match è diventata una sorta di segno di nobiltà. Per questo le lottatrici si fanno fotografare con il viso segnato dai colpi. Vogliono dimostrare così di essere uguali agli uomini». Dal Lago azzarda addirittura un parallelo con la pornografia: «In entrambi i casi c'è un'esibizione volontaria del corpo: nel caso della lotta è socialmente legittima, nell'altro viene bollata come oscena. È un cambiamento dei sistemi simbolici che governano l'esibizione del corpo femminile». E poi dicono che in quell'ottagono ci si picchi e basta... 

LA BOXE.

Giulia Zonca per la Stampa il 7 agosto 2022.

Sette settimane per raccontare un incontro durato otto riprese e rimasto a spiegare tutto quello che è successo fuori da un quadrato. Prima, dopo e durante il combattimento capace di definire la boxe e il suo ruolo sociale, lo scambio di pugni che ha descritto la paura, la sfida che ha disegnato l'attesa. 

Siamo a Kinshasa, nel 1974, nello Zaire di Mobutu, il dittatore che regala Ali contro Foreman all'Africa e l'urlo della giungla al mondo. Siamo dentro The Fight, il libro di Norman Mailer che adesso torna in una nuova riedizione con La nave di Teseo e ritrova il titolo originale con tutto il suo carico di ineluttabilità.  

In 256 pagine sfila l'appuntamento con il destino che può infilarsi nella vita di qualsiasi essere umano, senza essere Ali o Foreman o Mailer. Per questo la storia, quasi 50 anni dopo essere stata pubblicata per la prima volta, regge, si rinnova e si rianima. 

Nelle parole dello scrittore, che criticava ed era criticato dagli Usa, ribolle il caldo appiccicoso del Congo, quell'aria densa, così difficile da respirare con leggerezza, si avverte il sapore di ribellione agitata dai ganci che spostano il vuoto e sibilano e portano avanti una lotta.  

Si inizia a picchiare ben prima del gong e soprattutto si capisce subito che schivare non è un'opzione, non la concede la boxe (o almeno mai abbastanza a lungo) e di sicuro non la concede la vita. Quindi bisogna prenderle e capire come stare in piedi, come reggere l'urto, come passare attraverso la passione e restare, se non illesi, per lo meno coscienti. 

The Fight non è un match di pugilato, è l'arte di incassare e quella serve a chiunque, a qualsiasi generazione, a ogni singola persona: «Ovviamente un grande pugile non vive l'ansia come gli altri uomini. Non può permettersi di pensare a quando un altro pugile gli farà male. L'ordine era quello di seppellire la paura. Al suo posto Ali respirava una fiducia in se stesso minacciosa e terribilmente monotona». I campioni diventano eroi perché sanno come resistere alla noia.

Mailer lascia filtrare ciò che cola dall'attualità di allora, la leggenda di oggi legata a nomi mitici, alla figura più fascinosa dell'intero sport, ad Ali, fatto di carisma e ostentazione, a Foreman che non viene mai tratteggiato come antagonista. Ha la sua dignità, la sua seduzione, il suo potere.  

Non è uno qualsiasi, è il campione dei pesi massimi in carica, uno che riesce a trasformare la maleducazione in piacere, che spiega di non poter stringere le mani a chi si presenta perché le sue stanno in tasca. Un'occupazione nobile tenere le mani in tasca, lontano dai guai, protette, foderate prima di essere bendate e infilate nei guanti. Prima di essere usate.

Il libro richiede una preparazione fisica, bisogna arrivarci allenati. Ogni gesto ha un'ampiezza specifica, occupa spazio e impone attenzione, ogni parola cade per terra con gran rumore e costringe a ragionare sulle scelte, sulle chiacchiere, sulle sillabe, sugli incastri: come se ogni vocabolo fosse l'indizio per scogliere il rebus. 

Rumble in the jungle, l'etichetta ereditata dal confronto, vale pure per la narrativa che poi sarebbe giornalismo coniugato alla dimensione del romanzo, la cifra di Mailer. Lui trascina la verità dentro una fiction e la fa uscire centrifugata e pulita, priva di bugie e intinta nell'epica. Lui corre insieme con Ali e psicanalizza Foreman, lui scrosta la corruzione di Mobutu dai poster pubblicitari stesi sui muri di una città imbavagliata, è lui che colpisce più forte e di solito al ritmo del troppo alcool che beve.

A chi legge non resta che provare l'urgenza di risolvere, tra sparring partner che stremati dai rinvii ormai hanno perso l'aggressività e si muovono con la confidenza del sesso coniugale.

È un viaggio nell'emancipazione afroamericana? È il momento in cui la competizione riesce nella sua magia e incanta? È uno scontro di ego in cui lo scrittore si mette al pari dei due colossi del ring? È la boxe che semina eccitazione e sgomento? È Ali che non smette di far discutere? 

Viene spontaneo cercare di scoprire su quale livello il ritratto si faccia più vero, intenso, importante, ci si inoltra nei capitoli che portano a una fine nota con il desiderio di sapere dove sta il segreto: che cosa ha spostato Ali contro Foreman dalla cronaca alla prova di carattere del genere umano. Solo che ogni piano contamina l'altro e le gambe rischiano di tremare, «George l'avrebbe fatto. Lo avrebbe colpito al ventre. Che battaglia sarebbe stata».

La combinazione tra lo Zaire incollato sopra il Congo, i diritti che si sgretolano nei Settanta delle rivendicazioni, il contatto che riporta, per forza, a quello che conta stordisce. Tanto quanto l'abbinata sinistro-diretto con cui Ali manda Foreman al tappeto: «Piegato in due, gli occhi che non si staccavano da Muhammad Ali, cominciò a barcollare, a crollare, a cadere contro la sua volontà».  

The Fight è eterno proprio perché non si lascia catturare dai ragionamenti datati che in certi punti lo abitano. Mailer azzarda un parallelo tra le gradazioni della pelle di Ali e il suo umore con connotazioni razziali che oggi stonerebbero e basterebbe l'iniziale, «le donne sospirano. Gli uomini abbassano gli occhi», per inciampare in divisioni masticate dal presente, ma, con buona pace della cancel culture, non c'è nulla che non arrivi dritto fino a noi perché quel che si ferma alla frontiera con la contemporaneità è solo contesto. 

Non è sostanza e nemmeno stile, non brucia neanche una cellula di The Fight. È un'opera compatta, che non invecchia e che, rinfrescata dall'ultima uscita, si tiene stretta l'essenza e l'esperienza, l'arte di resistere, il valore della sopravvivenza. Al peggio e al meglio, alle botte e al successo: «Così come ci sono uomini che raggiungono la loro giusta statura soltanto nell'ora in cui vengono assassinati, altri la raggiungono il mattino della loro vittoria».

Alberto Facchinetti per ilfattoquotidiano.it il 17 giugno 2022.

Campioni italiani, pugili con titoli internazionali, addirittura con addosso la più prestigiosa delle cinture europee. Nella boxe italiana la maggior parte dei professionisti deve avere un altro lavoro per mantenersi. 

Svolti gli allenamenti giornalieri, alcuni pugili rimangono a lavorare in palestra, insegnando boxe agli amatori o facendo i personal trainer. Altri hanno un mestiere che un tempo si sarebbe definito “sicuro”. Altri ancora sbarcano il lunario con lavori più precari.

Il pugile italiano fa eroicamente entrambe le cose, lavora e prende pugni per continuare a vivere un sogno dal quale è difficile allontanarsi perché la passione è tanta e il ring diventa negli anni una piacevole dipendenza. 

Il peso medio Matteo Signani è l’unico campione europeo espresso dal nostro Paese. Classe 1979, Matteo è un sottocapo negli uffici della capitaneria del porto di Rimini. “Secondo lavoro? – dice, sorridendo al fattoquotidiano.it – in teoria quello della guardia costiera sarebbe il primo”.

Il campione dell’Unione Europea Emiliano Marsili – peso leggero con un record di 42 incontri, zero sconfitte e un pareggio – fa il portuale a Civitavecchia, dove fa spesso i turni serali per potersi allenare di giorno. 

La Compagnia Portuale Civitavecchia è una cooperativa di cui anche lui è diventato socio. Anche il papà, venuto a mancare qualche anno fa, faceva il suo stesso lavoro: il mestiere duro del “camallo”.

Malgrado l’età, Signani e Marsili sono tra i pugili più forti in Italia. Altre stelle della boxe nostrana come Fabio Turchi, Luca Rigoldi e Giovanni De Carolis lavorano nell’ambiente delle palestre. 

“Ma non solo – dice Rigoldi, campione Unione Europea dei supergallo – ultimamente sto lavorando molto per enti e aziende che fanno formazione”. Il campione del mondo IBO Michael Magnesi vive di pugilato professionistico. “Ho anche una palestra – dice il super piuma laziale – ma la tengo per dare un servizio a bambini e ragazzi che vogliono praticare questo sport, non per fare business”.

Se passiamo ai campioni italiani alla voce professione troviamo tante sorprese. Mattia Occhinero (piuma) fa il corriere (così come il mitico Devis “Boom Boom” Boschiero, che negli ultimi tempi lavora per una ditta collegata ad Amazon e consegna circa cento pacchi al giorno). 

Carlo De Novellis (medio) lavora di notte nel portierato di un istituto di vigilanza privato. Daniele Limone (super piuma) è responsabile commerciale di una concessionaria d’auto a Torino.

Il superleggero Charlemagne Matonyepkon fino a poco tempo fa faceva il verniciatore, “ma ora ho avuto la fortuna di trovare un posto in una ditta di impianti per la galvanica”. Il gallo Vincenzo Picardi ha il cosiddetto posto fisso ed è nella Polizia di Stato. Hassan Nourdine, che ha perso da poco la sua cintura, è un operaio a turni in una fabbrica. 

Va detto che anche quando la boxe era uno degli sport più popolari, dagli anni Sessanta e per i tre decenni successivi, non tutti riuscivano a mantenersi solo di sport. C’erano più campioni, le borse erano migliori e c’erano più sponsor ma comunque un atleta che non andava oltre il titolo italiano doveva arrangiarsi come poteva.

Il viaggio del fattoquotidiano.it alla ricerca dei pugili pro è un atlante delle professioni. Pietro Rossetti, che ha il titolo italiano nel mirino, ha esperienza da macellaio ed infatti il suo nickname è The Butcher. 

Il suo compagno di palestra romana Patrizio Moroni fa il cameriere in un buon ristorante della capitale. Luigi Mantegna, un mestierante (cioè quegli atleti che combattono quasi sempre senza vincere per poter far crescere i pugili esordienti) ad un passo dai cento match in carriera, fa il dj e il venditore ambulante nei mercati di paese.

Il peso massimo Sergio Sinigur fa la guardia notturna, Rafael Italo Mendes il tornitore, Jurgen Mullai è elettricista in una fabbrica. Il cruiser Claudio Squeo, campione del Mediterraneo IBO, dopo aver fatto il postino stagionale, laureato in giurisprudenza, è in attesa di concorsi aperti alla sua laurea.

 Per fare il pugile professionista in Italia serve un coraggio doppio. Non basta quello per salire sul ring. Spesso bisogna combattere anche nei turni di notte.

Morti di boxe: centinaia le vittime sul ring, ogni volta si riaccende la polemica. Da De Chiara, che cambiò le regole, a Buthelezi. Maria Strada Il Corriere della Sera il 9 Giugno 2022.

Nel 1995 la stima era di 500 morti in un secolo. Un ricordo di alcune delle vittime, compresa Becky Zerlentes, la prima donna.

L’ultima vittima

Il peso leggero sudafricano Simiso Buthelezi è morto dopo aver subito un’emorragia cerebrale a seguito di un incontro di boxe disputato nel fine settimana a Durban. Il 24enne stava affrontando domenica il connazionale Siphesihle Mntungwa per il titolo WBF All Africa dei pesi leggeri, ma il match sulla distanza dei 10 round è stato interrotto dall’arbitro dopo che Buthelezi ha iniziato a sferrare pugni contro un avversario invisibile. L’arbitro ha subito sospeso l’incontro e Buthelezi è crollato sul ring. Trasportato d’urgenza in ospedale, è stato messo in coma indotto dopo la scoperta di un’emorragia al cervello. Dopo 4 giorni il decesso. Secondo il suo allenatore, Bheki Mngomezulu, Buthelezi era in perfetta salute prima dell’incontro.

Centinaia di morti

Altro anno tragico il 2019. Nel 1995 una stima approssimativa indicava in circa 500 le vittime della disciplina nei 100 anni precedenti, ma negli ultimi anni con la facilità di diffusione delle notizie si è registrata un'apparente impennata che è in realtà la certificazione di una realtà che esisteva già prima. Quell’anno muoiono Patrick Day, il russo Maxim Dadashev, l'argentino Hugo Santillan e il bulgaro Boris Stanchov.

1962, Benny Paret

Il cubano Benny «Kid» Paret, mondiale dei welter, muore dopo il ko alla 12ª ripresa inflittogli da Emile Griffith al Madison Square Garden.

1963: Davey Moore

Il campione del mondo dei pesi piuma Davey Moore il 21 marzo 1963 salì sul ring del Dodgers Stadium contro il messicano Sugar Ramos. Nel corso del decimo round «il Piccolo Gigante» subì un potente gancio destro alla testa e cadde finendo con la nuca contro la corda inferiore del ring e riportando danni irreparabili al tronco encefalico. Morì quattro giorni dopo. Bob Dylan gli dedicò una canzone, Who Killed Davey Moore?, «incolpando» i manager del pugile, gli organizzatori e anche il pubblico.5 di 18

1969, Ulrich Regis

Il peso massimo Ulric Regis muore dopo una sconfitta ai punti col britannico Jose Bugner: aveva 29 anni, era il 15 marzo 1969.

1978: Angelo Jacopucci

Il peso medio italiano Angelo Jacopucci, 30 anni, muore per edema cerebrale due giorni dopo il ko alla 12ª ripresa subito a Bellaria contro l'inglese Alan Minter. L'«angelo biondo» stava lottando per la corona europea che aveva già detenuto.

1980: Johnny Owen

Il gallese Johnny Owen muore il 4 novembre 1980, a Los Angeles, dopo sei settimane di coma. Era finito ko nel mondiale dei gallo con Lupe Pintor. Il messicano ribattezzerà il rivale «il mio angelo custode», diventando anche amico di suo padre.

1982: Kim Deuk-koo

Il coreano Kim Deuk-koo muore dopo quattro giorni per le ferite riportate nel mondiale dei pesi leggeri Wba contro Ray Mancini. Dopo questo match di Las Vegas la boxe cambiò le sue regole e decise la riduzione delle sfide mondiali da 15 a 12 round.

1983: Francisco Bejines

1983: il messicano Francisco Bejines muore senza riprendere conoscenza dopo il ko subito contro lo statunitense Alberto Davila, sfidante per il mondiale dei pesi gallo. Secondo i medici, aveva convulsioni «spasmodiche e reiterate» già durante l'incontro, che però non fu fermato.

1988: Baronet e Tethele

In Sudafrica muoiono il welter Brian Baronet (nella foto) dopo il match con lo statunitense Kenny Vice, e il peso piuma Daniel Thetele dopo un combattimento col connazionale Aaron Williams.

1996: Fabrizio De Chiara

Fabrizio De Chiara, 25enne di Cologno Monzese, sale sul ring contro Vincenzo Imparato per il titolo italiano dei pesi medi. Al 12° round finisce al tappeto, si rialza barcollando e poi perde conoscenza. Muore dopo il ricovero in ospedale e un intervento al cervello. la Rai, che aveva trasmesso il match sul ring di Pisa, finisce nella bufera e in Italia si riapre il dibattito sul pugilato e la sua pericolosità.

1996: Stephan Johnson

Lo statunitense Stephan Johnson muore dopo 15 giorni di coma: a Toronto era stato fermato dopo una visita medica che aveva evidenziato un ematoma cerebrale, ma il superwelter aveva continuato a combattere perché negli Usa le regole canadesi non valgono. Così il 20 novembre sale sul ring di Atlantic City contro Paul Vaden per una borsa da 100.000 dollari con cui avrebbe aiutato la madre a lasciare una casa popolare a New York.

2005: Becky Zerlentes e Leavander Johnson

Becky Zerlentes diventa la prima donna pugile a morire per i colpi rimediati sul ring in un incontro valido per il Golden Gloves. Insegnante di geografia ed economia, l'atleta dei pesi leggeri il 2 aprile prende parte al campionato senior femminile del Colorado. Al terzo round dell'incontro con Heather Schmitz finisce al tappeto perdendo conoscenza. Nello stesso anno Leavander Johnson, statunitense, muore a Las Vegas per un'emorragia cerebrale dopo l'incontro per il mondiale Ibf dei pesi leggeri contro il messicano Jesus Chavez. E sempre nel 2005 cade anche il messicano Martin Sanchez dopo un duello con il russo Rustam Nugaev.

2007: Lito Sisnorio e Choi Yo-sam

Il peso mosca coreano Choi Yo-sam collassa sul ring il giorno di Natale dopo il terzo round con l'indonesiano Heri Amol. Morirà dieci giorni dopo. Il filippino Lito Sisnorio, muore alcune ore dopo aver perso per ko tecnico contro il thailandese Chatchai Sasakul, ex campione del mondo.

2013: Michael Norgrove e Francisco Leal

Il britannico è collassato sul ring durante il match con Tom Bowen ed è morto in ospedale una settimana dopo. Il messicano è entrato in coma ed è morto cinque giorni dopo essere finito ko contro il connazionale Raul Hirales.

2017: i canadesi Whittom e Tim Hague

David Whittom subisce un'emorragia cerebrale nell'incontro con il connazionale Gary Kopas. Morirà dopo 10 mesi di coma. Tim Hague nel match contro un altro canadese, Adam Braidwood, finisce ko cinque volte nei primi due round. Ricoverato, muore due giorni dopo.

2018: Christian Daghio e Scott Westgarth

Il 5 novembre 2018 l'italiano Christian Daghio, impegnato in un incontro di Thai boxe contro il thailandese Don Parueang, finisce al tappeto due volte. La seconda viene soccorso e trasportato all'ospedale di Bangkok dove muore dopo due giorni di coma. Lo stesso anno muore l'inglese Scott Westgarth, collassato dopo l'incontro con Dec Spelman.

È morto Simiso Buthelezi, il pugile che colpiva l’avversario invisibile: aveva danni al cervello. Ferruccio Pinotti su Il Corriere della Sera l'8 Giugno 2022.

Aveva 24 anni e non ce l’ha fatta l’atleta che ha commosso il mondo della boxe quando nel corso di un match, ha iniziato a dare pugni nel vuoto. L’emorragia cerebrale non gli ha lasciato scampo.

Aveva 24 anni. E avevano fatto il giro del mondo le immagini in cui, completamente disorientato, lanciava pugni contro un uomo immaginario. Simiso Buthelezi non ce l’ha fatta. È morto il pugile sudafricano che lo scorso fine settimana ha combattuto contro il connazionale sudafricano Siphesihle Mntungwa nel match valido per la World Boxing Federation All Africa Lightweight a Durban. Un decesso arrivato nel giro di pochi giorni subito dopo quell’incontro, poi interrotto, in cui il pugile aveva mostrato di essere in condizioni neurologiche pesantemente compromesse. Ad un certo punto, durante l’incontro, si è girato verso un altro angolo del ring rispetto a quello dove era posizionato il suo avversario e ha iniziato a dare pugni a vuoto, verso un avversario immaginario. Da lì è stato condotto d’urgenza in ospedale dopo essere stato portato via in barella entrando immediatamente in coma. Oggi il decesso, che ha lasciato senza parole il mondo dello sport.

Quelle immagini divenute virali

Le immagini che sono diventati virali sul web, hanno mostrato Buthelezi voltarsi verso un altro angolo del ring iniziando a colpire in un’altra direzione rispetto a Mntungwa. L’intervento dell’arbitro era stato tempestivo, aveva capito subito che stava succedendo qualcosa e che non era per nulla normale il comportamento del pugile. Per questo ha annullato immediatamente il match consentendo le cure a Buthelezi che nel frattempo era crollato tra le braccia dello stesso direttore di gara. L’emorragia cerebrale ha colto il pugile dopo un incontro per il Wbf africano dei pesi leggeri, disputato a Durban contro Suphesivile Mutunguia. Della vicenda si era parlato molto nei giorni scorsi, soprattutto per le immagini impressionanti, mai viste nella storia del pugilato. Buthelezi, nel corso della decima ripresa di un incontro che stava vincendo e che controllava senza correre particolari rischi — fuori dal ring era finito il suo avversario — era improvvisamente apparso disorientato ed aveva iniziato a lanciare pugni nel vuoto, come se volesse colpire un avversario immaginario. Una scena impressionante, che aveva indotto l’arbitro a interrompere immediatamente il match. Il ragazzo era stato poi ricoverato all’ospedale e posto in coma indotto una volta rilevata la lesione cerebrale.

L’inchiesta della federazione sudafricana

La federazione sudafricana di boxe ha aperto una inchiesta sull’accaduto, soprattutto per capire in che maniera il pugile abbia subito un trauma del genere. La sua carriera infatti era solo all’inizio: aveva vinto tutti e 4 gli incontri disputati e non aveva subìto colpi particolarmente duri neanche in quello che purtroppo sarebbe stato l’epilogo della sua vita. Travolto dallo sconforto anche l’allenatore del pugile, Bheki Mngomezulu. «Non riesco davvero a spiegare cosa sia successo. Nel periodo di preparazione al combattimento e durante il match non era successo nulla di spiacevole. Era in buone condizioni, poteva salire sul ring». La federazione sudafricana ha commissionato un’indagine per capire la dinamica dell’accaduto.

Morto per danni celebrali Simiso Buthelezi: il pugile che colpiva l'avversario invisibile. Antonio Prisco il 9 Giugno 2022 su Il Giornale.

Il 24enne sudafricano era balzato alle cronache per il bizzarro match nel Wbf africano quando improvvisamente aveva cominciato a prendere a pugni l'aria.

Non ce l'ha fatta Simiso Buthelezi, pugile sudafricano di 24 anni, morto a causa di un'emorragia cerebrale. L'atleta era salito agli onori delle cronache durante l'incontro valido per il Wbf africano dei pesi leggeri contro Suphesivile Mntungwa, quando aveva iniziato a lanciare pugni nel vuoto, come se volesse colpire un avversario immaginario.

In verità che le sue condizioni fossero gravi lo si era capito fin da subito: il primo ad accorgersene era stato l’arbitro, bravo a interrompere immediatamente l’incontro e far scattare i soccorsi. L'emorragia cerebrale però ha evidentemente provocato danni irriversibili.

La ricostruzione

In questi giorni le immagini choc del pugile sudafricano hanno fatto il giro del mondo. Buthelezi, nel corso della decima ripresa di un incontro che stava vincendo e che controllava senza correre particolari rischi — mentre il suo avversario era finito fuori dal ring — era improvvisamente apparso disorientato ed aveva iniziato a lanciare pugni nel vuoto. Accaduto che ha sorpreso tutti, spingendo l'arbitro a fermare subito il match. Portato in ospedale per accertamenti, è stata poi rivelata una lesione cerebrale al pugile che è stato indotto al coma farmacologico. Qualche giorno dopo, però, è arrivata la triste notizia della morte.

Il filmato dell'incontro come detto è diventato rapidamente virale, attirando numerosi commenti e reazioni ironiche, ma decisamente fuori luogo considerato il tragico epilogo. "Non riesco davvero a spiegare cosa sia successo. Nel periodo di preparazione al combattimento e durante il match non era accaduto nulla di spiacevole. Era in buone condizioni, poteva salire sul ring" ha provato a spiegare il suo allenatore Bheki Mngomezulu.

Nel frattempo la Federazione sudafricana di boxe ha aperto un'inchiesta sull'accaduto per capire in che modo il pugile ha potuto subire un trauma del genere. Buthelezi, 24 anni, era solo all'inizio della sua carriera. Quello contro Mutunguia era il suo quinto match ufficiale, dopo aver vinto i 4 precedenti.

Le sue immagini avevano fatto il giro del mondo. Pugile soffre malore e scaglia pugni nel vuoto durante l’incontro: è morto Simiso Buthelesi. Antonio Lamorte su Il Riformista l'8 Giugno 2022. 

Le sue immagini avevano fatto il giro del mondo. Simiso Buthelezi si era scagliato, proprio durante un incontro di pugilato, al decimo round, contro un avversario immaginario. È morto, a 24 anni, il boxeur sudafricano le cui immagini erano diventate virali. È deceduto questo pomeriggio in seguito a un’emorragia al cervello. L’incontro durante il quale si era sentito male si era tenuto domenica scorsa, 5 giugno.

A confermare la notizia la Boxing South Africa (BSA) che ha annunciato che chiederà un’indagine medica indipendente. Buthelesi aveva un record cinque incontri, quattro vinti e uno perso. Il suo avversario Suphesivile Mutunguia di sei vittorie, una sconfitta, due pareggi. Combattevano al Greivylle Convention Center di Durban, in Sudafrica, per il titolo vacante WBF africano dei pesi leggeri.

Alla decima ripresa Buthelesi era in vantaggio. Poco prima dell’episodio che ha fatto notizia in tutto il mondo aveva pressato l’avversario fino all’angolo, fino a farlo cadere fuori dalle corde. Alla ripresa comandata dall’arbitro Buthelesi aveva puntato prima proprio l’arbitro, che si era spostato, e poi l’angolo. Con lo sguardo perso nel vuoto il pugile aveva cominciato a colpire un avversario immaginario, a portare i colpi a vuoto come se fosse shadowboxing. L’arbitro ha capito la situazione e messo fine subito al match. L’avversario, completamente fuori luogo, ha esultato: ha festeggiato una vittoria tremenda con un salto alla Cristiano Ronaldo. Buthelesi era stato portato d’urgenza in ospedale

Le sue condizioni erano state definite inizialmente stabili. Tenuto in osservazione, era stato successivamente sottoposto a coma indotto. L’allenatore Bheki Mngomezulu ha dichiarato che Buthelezi era in perfetta salute prima dell’incontro. Le immagini incredibili hanno fatto da subito il giro del mondo. Anche testate che di solito non scrivono di pugilato hanno pubblicato il video e riportato la notizia, in alcuni casi lanciandosi in analisi a distanza e in giudizi a priori sul pugilato e gli sport da combattimento. Fermo restando le conseguenze e i danni che i colpi subiti in combattimento provocano ai pugili, le cause del malore fatale per Buthelesi non sono state ancora chiarite.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

L’avversario di Simiso Buthelezi, il pugile morto che dava pugni nel vuoto: «Mi chiamano assassino, mi ucciderò». Andrea Sereni su Il Corriere della Sera il 10 Giugno 2022.

Mntungwa, pugile sudafricano, era l’avversario di Buthelezi, l’atleta scomparso per emorragia cerebrale dopo un match nel quale dava pugni nel vuoto. Da giorni riceve critiche e insulti: «Non ho ucciso io Simiso, era solo un incontro di boxe». 

«Non ce la faccio più. Mi è rimasta una sola cosa da fare: mi ucciderò». A parlare è Siphesihle Mntungwa, l’uomo che ha diviso il ring con Simiso Buthelezi, il 24enne pugile sudafricano morto pochi giorni fa dopo un incontro nel quale, completamente disorientato, lanciava pugni contro un avversario invisibile. Nei terribili attimi in cui Simiso si volta verso un angolo vuoto del ring e inizia a mulinare fendenti nel nulla Mntungwa è fermo, alle sue spalle. Ad avvicinarsi a Buthelezi è l’arbitro, che lo abbraccia e decreta la fine del match. In quel momento Mntungwa, che non poteva conoscere le reali condizioni del suo avversario, salta felice ed esulta. Un gesto che in molti non gli hanno perdonato.

Da quando Simiso è finito in coma, subito dopo l’incontro, Mntungwa è stato chiamato «assassino», e racconta di essere finito in un abisso, al punto da pensare al suicidio. «Sono stato oggetto di pesanti critiche e ho ricevuto insulti sui social quando Simiso è stato ricoverato in ospedale. Le cose sono ulteriormente peggiorate quando è morto», ha detto il sudafricano a Sowetan Live. Al punto che il pugile dice anche «Non ce la faccio più, mi ucciderò».

«Non sono più al sicuro. Non ho ucciso io Simiso. Era un incontro di boxe, non una questione di vita o di morte — lo sfogo di Mntungwa —. Tutto quello che volevo era vincere il titolo (il match era valido per il campionato Wbf africano dei pesi leggeri), potevo cambiare la vita della mia famiglia. Sono l’unico a lavorare a casa. Mia madre è morta quando avevo quattro anni, mio padre è lontano. Le persone mi chiamano assassino, ma potevo essere io a morire».

Ha paura Siphesihle, per questo motivo non parteciperà al funerale del suo avversario. Non si dà pace per quello che è successo: «È triste e molto doloroso, ma ovviamente non sono salito sul ring con l’intenzione di ucciderlo». Dalle prime analisi sembra che Buthelezi avesse dei danni pregressi, le sue condizioni neurologiche erano compromesse prima del match di domenica scorsa. Nel quale infatti era in vantaggio ai punti e non era successo nulla di spiacevole. La federazione sudafricana di boxe ha aperto un’inchiesta sull’accaduto, presto arriveranno le prime risposte. Che potrebbero anche alleviare il peso che porta addosso Mntungwa.

Massimo Gramellini per “il Corriere della Sera” il 10 Giugno 2022. 

Che cos' avrà visto il pugile sudafricano Simiso Buthelezi, quando a causa dei primi segni di un'emorragia cerebrale ha voltato le spalle al suo avversario e ha cominciato a prendere a cazzotti l'aria davanti a sé?

Contro quale nemico invisibile si accaniva? Sono immagini terribili e ipnotiche, non riesco a smettere di guardarle e di pensare: ehi, ma quello sono io. Sono io che, dovunque vada, fin da ragazzino, credo sempre che gli altri mi guardino storto o non mi guardino affatto, e mi pongo in modalità difensiva o aggressiva per combattere qualcosa che esiste solo nella mia testa. Sono io che non sopporto la strafottenza iraconda di certi professori televisivi perché è la stessa che tengo faticosamente a bada dentro di me. 

Sono io, ma non soltanto io. È Harry Potter che odia Voldemort pur sapendo che si tratta della sua ombra, o forse proprio per questo. È il famoso giornalista che ha costruito una carriera sugli attacchi a Berlusconi e rimane la persona più simile a Berlusconi che abbia mai conosciuto.

È Medvedev che detesta gli occidentali e vive all'occidentale. È il rivale che ci scegliamo in famiglia, a scuola, in ufficio: quello che ci risuona dentro, da invidiare e fermare a qualunque costo, anche di procurare un danno a noi stessi. Finché un giorno ci guardiamo allo specchio e finalmente lo vediamo. È il volto riflesso di De Niro in Taxi Driver: «Ma dici a me? No, dici a me?» Il povero Simiso Buthelezi è morto. Noi continuiamo a combattere.

Da gazzetta.it il 10 Giugno 2022. 

Il peso leggero sudafricano Simiso Buthelezi è morto dopo aver subito un'emorragia cerebrale a seguito di un incontro di boxe disputato nel fine settimana a Durban. Il 24enne stava affrontando domenica il connazionale Siphesihle Mntungwa per il titolo WBF All Africa dei pesi leggeri, ma il match sulla distanza dei 10 round è stato interrotto dall'arbitro dopo che Buthelezi ha iniziato a sferrare pugni contro un avversario invisibile.

Il filmato del combattimento che mostrava Mntungwa cadere sulle le corde e poi, dopo che il combattimento era ripreso, avanzare verso un angolo sferrando colpi contro il vuoto, è diventato rapidamente virale, attirando numerosi commenti e reazioni ironiche, ma del tutto fuori luogo. 

Non ce l'ha fatta Simiso Buthelesi, pugile sudafricano di 24 anni, morto a causa di un'emorragia cerebrale.Durante l'incontro valido per il Wbf africano dei pesi leggeri, che Buthelesi stava conducendo su Suphesivile Mutunguia, aveva iniziato a tirare pugni nel vuoto nel decimo round, come se volesse colpire un avversario immaginario. Pochi giorni dopo il tragico decesso. 

L'arbitro ha sospeso l'incontro e Buthelezi è crollato sul ring. Trasportato d'urgenza in ospedale, è stato messo in coma indotto dopo la scoperta di un'emorragia al cervello. Secondo il suo allenatore, Bheki Mngomezulu, Buthelezi era in perfetta salute prima dell'incontro.

Carlos Monzón, il fascino della violenza. Pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore, un estratto di Le leggende della boxe. Storie di campioni dentro e fuori il ring (Diarkos). Fausto Narducci su Il Giornale il 21 Novembre 2022.

La letteratura e la cinematografia si nutrono di cattivi. È il fascino della violenza, che oggi va tanto di moda. Ebbene, il ring di duri ne ha proposti tanti, ma nessuno come Carlos Monzón, l’indio dannato che passò come un rullo compressore anche sul nostro Benvenuti e finì per perdersi nella spirale della sua vita scellerata. Il carcere per l’omicidio della moglie e un tragico incidente stradale chiusero il destino del più brutale pugile degli anni Settanta, ma anche di un campione dei pesi medi, praticamente imbattuto, che merita un posto al sole fra i grandi del ring.

Raramente vita e ring si sovrappongono inesorabilmente quando cerchiamo di dare una dimensione al personaggio. Non per niente Monzón è anche il titolo di una serie argentina di tredici episodi arrivata in Italia sulla piattaforma Netflix ma passata un po’ inosservata, nonostante i numerosi premi ricevuti in patria. Un peccato, perché si tratta di una delle più belle fiction dedicate alla boxe, con ottima tecnica televisiva, grandi investimenti e anche una certa verosimiglianza con lo sport reale. Il problema (non da poco) è che la serie, creata da Pablo E. Rossi e con attori diversi a interpretare il campione dei medi nelle varie fasi della sua vita, è tratta dal libro Monzón, secreto de sumario (“segreto istruttorio”) di Marilé Staiolo, che sposa ogni tesi colpevolista.

Carlos assassino lo è sicuramente, ma le testimonianze non sono così chiare come appaiono nella serie. E, per denunciare la violenza di genere, che ha reso fruibile il caso Monzón al grande pubblico, la sceneggiatura si è concessa molte licenze “letterarie”. Sicuramente più documentato e attinente ai fatti il libro Monzón, il professionista della violenza, scritto dai due giornalisti di boxe Dario Torromeo e Riccardo Romani, che sono rimasti fedeli alla cronaca senza tesi preconcette e senza rinunciare alla celebrazione pugilistica. Il fatto che la storia di Monzón non sia diventata materia di un vero film di successo (come sognava il suo amico Alain Delon) ma solo lo spunto per un biopic sulla violenza di genere rappresenta un’occasione persa, a cui forse il tempo rimedierà. Resta, però, il dato di fatto: Monzón è stato un grande pugile ma anche un violento assassino, autore di un femminicidio che ha tentato maldestramente di coprire e che ha fatto molto male anche a se stesso, fino all’incidente stradale che ha posto fine alla sua autodistruzione.

La testimonianza

All’inizio degli anni Novanta, la mia carriera professionale alla «Gazzetta dello Sport» si incrociò casualmente con quella di Monzón. Fummo infatti contattati in redazione da una pittrice croata residente in Italia, Elizabeta, che in quegli anni frequentava regolarmente l’ex pugile nel carcere di Santa Fe e aveva intrecciato con lui una relazione che, in base alle promesse di Monzón, doveva portarli a un futuro insieme. Dalle periodiche interviste nella casa milanese della pittrice – che solo successivamente scoprimmo essere legata ad ambienti per così dire sbagliati – emerse il ritratto di un uomo sofferente, che nascondeva dietro alle violenze la sua fragilità e il suo difficile passato da indio, ma sapeva essere anche tenero e sensibile. Grazie all’intercessione della fidanzata (non ufficiale) di Monzón, che aveva avuto buona visibilità sul giornale, ottenemmo l’intervista al pugile, realizzata dal collega Riccardo Romani. Oggi, Elizabeta è tornata alla ribalta come diva del burlesque milanese ma, all’epoca, se non altro ci diede un’immagine meno convenzionale del protagonista di uno dei più clamorosi casi giudiziari dell’Argentina. Insomma, la storia extra-pugilistica di Monzón andrebbe raccontata anche in chiave televisiva, con maggiore profondità e introspezione psicologica. Il culto degli eroi dannati, particolarmente popolare nella boxe, si è alimentato comunque a lungo del “caso Monzón”, uno dei tanti campioni che proprio le imprese del ring hanno strappato all’inferno della violenza di strada ma che, in quel girone dantesco, sono tornati a precipitare a carriera finita.

Emile Griffith. Maurizio Crosetti per “il Venerdì di Repubblica” l'8 maggio 2022.  

ERA PUGILE, era nero, era gay. Troppo, per una persona soltanto e troppo negli anni Sessanta, troppo in America. La storia di Emile Griffith, che i lettori meno smart e meno digital ricorderanno per le memorabili sfide mondiali contro il nostro Nino Benvenuti, rivive ora in un libro di feroce bellezza, In un mondo di maschi (Mondadori): l'ha scritto Donald McRae, giornalista sudafricano, grande esperto di pugilato e razzismo. È il romanzo di un uomo e di un'epoca, un libro di storia e di geografia insieme, di antropologia e naturalmente di sport, quell'atomo che può contenere l'intero universo. 

Emile Griffith fu segnato da un'atroce tragedia: la morte di un avversario, il cubano Benny "Kid" Paret, sotto la tempesta dei suoi pugni: era il 24 marzo del 1962, al Madison Square Garden di New York. Il poveretto aveva appena commesso un errore fatale: dare del maricòn, cioè del finocchio, a quella montagna di muscoli durante la cerimonia del peso, davanti ai cronisti.

Perché in tanti sapevano che a Griffith piacevano anche gli uomini, ma era impossibile scriverlo o ammetterlo: quei giorni erano lontanissimi anche soltanto da un'ipotesi di coming out. Del tutto impossibile, poi, che una simile confessione o ammissione potesse avvenire in un mondo machista e feroce come quello della boxe, e in un'epoca in cui l'omosessualità era un reato penale e veniva considerata una malattia, oltre che una vergogna. E allora Griffith si porterà dentro per sempre i "compagni segreti": la sua vera natura umana e sessuale e il fantasma di Paret, morto quando i cazzotti del maricòn finirono per spappolargli il cervello.

lord tutto muscoli

La figura di Griffith è spaventosamente romanzesca, eppure è tutto autentico. La sua vocazione non sono i pugni ma i cappellini per signora, che disegna come il più elegante e raffinato tra i creatori di moda. Emile ha una voce flautata, è gentilissimo e bellissimo, veste come un lord e vive con una pletora di parenti e amici tra cui spicca una sorta di super mamma, la signora Emelda, che per tutta la vita lo chiamerà junior, piccolo. La carriera di Griffith dura vent' anni e 112 match, per cinque corone mondiali conquistate quando gli incontri erano visti in diretta da milioni di telespettatori e c'erano soltanto otto campioni del mondo, autentiche star.

Mani piccole e cuore dolente, Emile ha a lungo una fidanzata di copertura, Esther, che serve sia a lui sia al pugilato per nascondere l'indicibile verità. Tutti sanno delle notti nei locali gay di Times Square, delle drag queen con cui si accompagna, del giovane Calvin che è il suo ragazzo, lo sanno i due allenatori bianchi e i giornalisti che un giorno lo sorprenderanno mentre bacia un uomo nello spogliatoio, dopo un match. Ma dirlo non si può. 

un rifugio chiamato galera

Un libro di storia, non soltanto una vita dolente. Perché se oggi ci muoviamo, nonostante tutto, in un mondo migliore e più libero, lo dobbiamo anche a Emile Griffith, a quando in Sudafrica proclamò che mai e poi mai sarebbe salito sul ring di Soweto senza la presenza all'angolo dei suoi allenatori bianchi, in quel ghetto dove la legge ammetteva soltanto i neri. Alla fine vinse lui. 

La storia si racconta e si cambia, tra fiotti di sangue addosso agli spettatori come da arterie recise e rumore di pugni che sono come colpi d'ascia sulla corteccia di un albero. Emile ha pelle lucida di cioccolato fondente, e danza dentro una musica. 

Abbandonato dal padre nelle Isole Vergini dov' era nato, da ragazzino chiese asilo in un riformatorio pur non avendo commesso alcun reato, soltanto per poter vivere lontano da chi non lo amava, compresa l'impossibile mamma, e per sfuggire alla violenza sessuale di uno zio che lo violò quand'era soltanto un bambino: innocente ma in galera, ci restò per quattro anni.

Senza quell'insulto omofobo, che rischiava di sgretolare l'immagine pubblica essenziale a un campione del mondo, l'intera vita di Griffith sarebbe stata diversa. E lui non avrebbe mai rivolto agli amici più cari la frase che è riportata anche sulla copertina della biografia di McRae: «Ho ucciso un uomo e mi hanno perdonato, ho amato un uomo e mi hanno condannato».Quell'uomo morto tornerà a visitarlo in sogno, perennemente. 

il perdono tanto atteso

Sembrano cose di un altro mondo e di antichissime ere geologiche, invece è accaduto appena una sessantina di anni fa, quando Muhammad Alì cominciò a prendere a cazzotti il razzismo e gridò all'America che la guerra in Vietnam potevano farla senza di lui, «perché nessun vietcong mi ha mai chiamato negro».

Non tutti avevano il suo coraggio. Emile Griffith voleva soltanto guardarsi i cartoni animati e stare in pace, sul ring e con i maschi che amava e con i quali non poteva neppure ballare avvinghiato: reato, anche questo. Il mondo lo faceva sentire un malato, un reietto e un criminale. Per un gay non c'erano altre strade se non nascondersi, oppure vedersela con psichiatri, giudici e secondini. 

Un pugile, poi, poteva essere soltanto "un vero uomo". Doveva esserlo.

Faggot, frocio, se lo sentirà dire per tutta la vita anche se non più in faccia, e soltanto alla fine ammetterà qualcosa in un documentario su di lui. Ormai è vittima della demenza dei pugili, sta cominciando a dimenticare e campa con una pensione di 300 dollari al mese, quasi in miseria nonostante i milioni di dollari guadagnati per farsi ammazzare a poco a poco, lui che davvero uccise un uomo in una notte sola, tempestandolo con 23 terribili pugni alla testa nel corso di un round di cui esistono numerosi filmati: un'esecuzione capitale.

Il senso di colpa non lo abbandonerà mai, lenito in parte dall'incontro tanto atteso con il figlio dell'avversario ucciso: è uno dei momenti più toccanti del libro. Prima di essere portato in ospizio e morire, il 27 luglio del 2013, Emile Griffith riceverà la grazia di ascoltare le parole di un orfano che gli dice «tranquillo, non ce l'abbiamo con te». Sarà una strana, preziosa intimità avvolta dal dolore, come quella dei pugili dopo il combattimento, abbracciati e non più soli. 

Buster Douglas, il pugile triste che mise ko Mike Tyson. L’11 febbraio 1990, a Tokyo, si consumò una delle imprese sportive più surreali di sempre. Specie per lo stato psicologico con cui James arrivò all’incontro. Paolo Lazzari su Il Giornale il 06 novembre 2022

L’inverno in Ohio punge come una sparachiodi conficcata tra le scapole. Esistono però declinazioni di freddo peggiore. Lula Pearl ha soltanto 47 anni quando il suo cuore malandato sceglie di fermarsi per sempre. Agganciando la cornetta, James scivola con le spalle lungo il muro, cadendo in ginocchio. Quindi si raccoglie la testa in mezzo ai gomiti ed erompe in un pianto irrefrenabile.

A trent’anni l’esistenza emotiva gli va decisamente male. È proprio crivellata. Lo chiamano “Buster” già da un pezzo. Di cognome fa Douglas. È un pugile dimenticabile che ha appena perso la madre. Solo qualche mese prima ha smarrito per strada anche l’amore: la storia con la moglie Bertha si è sbriciolata e la separazione lo ha provato duramente. Il padre, invece, gli ha fatto sapere che non intende più vederlo per il resto della sua vita. Una serie di ganci terrificanti che spedirebbero al tappeto chicchessia.

Ventitre giorni soltanto. È l’interludio sciaguratamente compresso che si frappone tra lui ed il prossimo incontro sul ring. Come fai a salirci e combattere, in quello stato di lacerazione mentale? Come fai, specialmente, se il tuo avversario è oltraggiosamente più forte? E invece Buster ce la fa. Pesca al suo interno e grattando via tutto quel gelo attinge da una qualche forza misteriosa. Bene, può presentarsi animato da sentimenti contundenti, che magari gli verranno buoni per gettarsi oltre le barricate erette dal fato. Non fosse che davanti ha una montagna. Non fosse che, a Tokyo, lo aspetta Mike Tyson.

Al Mirage Hotel di Las Vegas sghignazzano. Nessun bookmaker è disposto a quotare l’incontro, perché un pugile modesto come Douglas non ha alcuna possibilità. Jimmy Vaccaro, il vate della categoria, li prende tutti in contropiede. Lui sì. Lui accetta la puntata. Sa che è un pensiero talmente disarticolato da meritare un riscontro iperbolico: quarantadue a uno. Significa che per ogni dollaro scommesso sul cavallo Buster se ne vincono quarantadue. Folle, ma tanto è totalmente implausibile, fa spallucce Jimmy.

Il temibilissimo avversario

Dargli torto non si può. Tyson ci arriva all’apice della carriera, con 37 successi di fila, 33 dei quali per ko. I battage pubblicitari che avvicinano alla contesa sono un concentrato di scherno verso il povero Buster: alcuni sostengono che un’eventuale sconfitta di “Iron” Mike sarebbe un evento più epocale del recente crollo del muro di Berlino. Dal canto suo, Tyson sguazza in un balsamo di sicumera. Non è ribaldo, ma consapevole. Sarebbe tranquillo con tutti. Contro Douglas equivale ad una gita scolastica. Due settimane prima del match lo affligge un debordante virus intestinale: lui se ne sbatte ampiamente. Anzi, la preparazione procede serrata, intrisa di un ingrediente che anche al tempo è un velo squarciato: tanto, tantissimo sesso. A chi critica distribuisce montanti: in fondo ha brutalizzato i suoi ultimi avversari.

Così al Tokyo Dome, l'11 febbraio 1990, il ragazzone di Columbus non pare avere speranza. Mike arriva sul ring con caracollante tracotanza. Buster sembra più composto, ma non intimorito. Sa che quell’incontro gli può valere 1,3 milioni di dollari: la svolta della vita. Quello che ancora non sa è che, tolta la masnada di percentuali da affibbiare a destra e a manca gli resterà l’irrisorio gruzzolo di 15mila verdoni. Così eccoli, la folla che acclama il campione, gli scommettitori con le mani che si sfregano compulsivamente.

Solo che Tyson non pare il solito di sempre. Prova ad attaccare, ma non trova un varco. Buster si muove con disinvoltura sulle gambe e inizia una snervante rappresaglia, fatta di colpi che centrano spesso il bersaglio. Mike le prende e prova a restituirle, ma l’approccio è stanco, prosciugato. Fino all’ottava ripresa, quando finalmente indovina un montante terrificante. L’incontro ravvicinato con la faccia di James è da impresa di demolizioni. Lo sfavorito crolla a terra e qui, va detto, l’arbitro di quella sera, tal Octavio Sanchez Meyran, reagisce con riflessi plantigradici. Inizia la conta con una manciata di istanti di ritardo, provocando le schiumanti proteste di Tyson. Stordito, sul punto di arrendersi, Buster attinge di nuovo da quell’incendio interiore. Forse ripensa alla mamma. Magari gli scorrono davanti tutte le cose che non vanno. La rabbia evolve in riscatto. Si rialza e riprende a combattere.

Round numero dieci. Mike è letteralmente stremato. Forse ha sottovalutato quel virus. Magari ha consumato troppe energie prima del match. Buster invece è animato da scintille che hanno sciolto tutto quel ghiaccio. Il resto si consuma in un minuto e poco più: prima una sequenza di cinque jab sinistri. Quindi un gancio destro male assestato. Dunque un mortifero gancio sinistro. Tyson inizia ad oscillare, poi cade dritto al tappeto. Prova a rialzarsi, ma è tutto vano. La sua cintura sfila via nell’incredulità collettiva. Buster Douglas è il nuovo campione del mondo. I mugugni di Mike su presunte irregolarità sono irrilevanti.

James ha grattato il fondo ed è arrivato agli antipodi. Da così in alto però fatica a scorgere le cose per quello che sono. Gli fregano quasi tutto il premio, ma questo si era già detto. Insieme al raggiro, gli piomba addosso uno di quei ganci da cui non ti riprendi: una fama fantasmagorica. Buster non ha la minima idea di come gestirla e si rifugia nel cibo. Arriva a pesare fino a duecento chili ingurgitando tonnellate di pasti spazzatura ed esce di scena. Nel frattempo perde anche il padre per un tumore al colon e pure il fratello, colpito da un proiettile vagante durante una rissa di periferia. Giunge al confine tra la vita e la morte entrando in coma diabetico, ma si rialza. Forse anche qui qualcuno aveva contato male.

Tornerà sul ring per dimostrare che la parola fine deve uscire soltanto dalle sue labbra. Oggi, a sessant’anni suonati, allena i ragazzini dei quartieri più difficili. Spesso gli chiedono ancora di quell’incontro. Lui allora dischiude un sorriso. Adesso dentro è come se fosse di nuovo primavera.

Tyson e Holyfield soci: vendono caramelle alla cannabis a forma di orecchio. Pierfrancesco Catucci su Il Corriere della Sera il 16 Novembre 2022.

Da mesi Tyson produce cannabis legale. Holyfield: «Abbiamo l’opportunità di condividere la medicina di cui avevamo veramente bisogno durante le nostre carriere»

Dici Mike Tyson ed Evander Holyfield e pensi immediatamente al morso con cui, il 28 giugno 1997, Iron Mike staccò un pezzo dell’orecchio all’avversario. I match tra i due, con il Mondiale dei pesi massimi in palio, hanno fatto la storia del pugilato, ma il passato è ormai in archivio. Perché adesso i due ex campioni, fra i quali il tempo ha rinsaldato la stima reciproca, sono diventati soci, in vista delle festività natalizie, per lanciare sul mercato snack e caramelle gommose alla cannabis. A forma di orecchio (a cui manca un pezzetto), tanto per non dimenticare le vecchie ruggini.

La storia di Tyson e la cannabis è cominciata già da qualche anno. Nel 2018 l’ex pugile ha intrapreso l’attività di produttore di estratti di cannabis legale: coltiva marijuana nel suo ranch di 16 ettari in California, in un angolo di deserto circa 95 chilometri a sud-ovest del Parco nazionale della Death Valley. Metà del terreno del ranch è destinato alla coltivazione, l’altra a strutture per altre attività fra le quali una «Tyson Cultivation School». Da qui l’idea di proporre un prodotto che fa riferimento al famoso match del 1997, ovvero gli snack «Holy Ears» a forma di orecchio che aveva cominciato a commercializzare a inizio anno. Ora la nascita della società Carma Holdings proprio assieme all’ex avversario che, a partire dal prossimo anno, metterà in vendita in proprio una serie di infusi a base di Thc. «È un privilegio unire di nuovo le forze con il mio ex avversario e ora amico di vecchia data — spiega Tyson in una nota — e trasformare anni di battaglie sportive in una partnership che può avere un impatto positivo per far stare meglio le persone».

«Mike e io abbiamo una lunga storia di competizione — ha spiegato l’ex campione — ma anche di rispetto reciproco. E quella notte del 1997 ha cambiato entrambe le nostre vite. Allora, non ci rendevamo conto che anche come atleti di potenza soffrivamo molto. Ora, quasi 20 anni dopo, abbiamo l’opportunità di condividere la medicina di cui avevamo veramente bisogno durante le nostre carriere». Tyson, invece, si è limitato a sottolineare che «se avessi usato la cannabis al tempo, non avrei mai morso l’orecchio di Evander», per poi precisare che gli snack e le caramelle gommose Holy Ears saranno in vendita in tre gusti: «Cherry Pie Punch», «Sour Apple Punch» e «Black Eye Berry». Il tutto «completamente naturale, vegano e senza glutine».

«Mike», l'intensa parabola del pugile Tyson. La storia sofferta e controversa del celebre pugile su Disney +. Marzia Gandolfi su La Gazzetta del Mezzogiorno il 17 Settembre 2022.

Craig Gillespie e Steven Rogers sono affascinati dalle vite rocambolesche. Dopo la pattinatrice Tonya Harding (Tonya) e la coppia Pamela Anderson-Tommy Lee (Pam& Tommy), si interessano alla parabola esistenziale di Mike Tyson: nascita, esplosione e implosione di un pugile psicologicamente fragile e fisicamente brutale. Basata sul one-man-show autobiografico (Undisputed Truth) che Tyson portò a Broadway nel 2012, la miniserie su Disney + ripercorre l’infanzia (infelice), la giovinezza, la formazione, il successo e le cadute dell’inarrestabile campione. Il punto di vista è il suo. Quello di un bambino bullizzato che scopre il rispetto a colpi di pugni, e quello dell’uomo che diventerà, bestia da fiera manipolata dal suo entourage e condannata per stupro dal tribunale.

La serie cerca di spiegare le origini di Tyson, il suo percorso ma soprattutto la sua rabbia, improntando un racconto in antitesi col biopic consensuale hollywoodiano. Diversamente da Alì, Mike morde e non solo l’orecchio di Evander Holyfield. L’episodio è citato in esergo come un avvertimento dell’orrore a venire, non un’ode alla sua gloria e nemmeno una satira del suo declino. Attraverso un approccio pop, che coglie gli eccessi e l’energia del suo personaggio, Mike arriva all’essenza del «mostro» che mette in scena, una terrificante e incontrollabile macchina da pugni in equilibrio instabile tra fragilità estrema e aggressività smisurata.

Alla fine degli 8 round, resta la solitudine del pugile, attore e vittima di un sistema che non ha pietà, resta un bilancio di passivi e di rimorsi che lo inchiodano alla sua miseria. Trevante Rhodes, l’attore di Moonlight, è Mike e ancora una volta la versione adulta di un bambino martirizzato che non ha mai finito con la collera.

Salvatore Riggio per corriere.it il 22 ottobre 2022.

Mike Tyson fa sempre parlare di sé nell’altalenante vita tra ring e vicende extra sportive. A volte sembra pronto per tornare a combattere, in altre occasioni lo si vede in aeroporto su una sedia a rotelle. E un’altra volta ancora è ripreso mentre si allena duramente con la sua temibile massa muscolare, nonostante abbia 56 anni, in bella mostra. C’è stato un momento nel quale, però, ha fatto spaventare tutti durante un collegamento televisivo, un’intervista per la trasmissione di Piers Morgan e Susanna Reid, «Good Morning Britain». 

In quell’occasione, era il 13 ottobre 2020, Iron Mike si presentò davanti alle telecamere in evidenti difficoltà. Cercò in tutti i modi di restare sveglio, ma alla fine l’ex campione del mondo dei pesi massimi alzò bandiera bianca e si addormentò, accovacciandosi su sé stesso, biascicando parole incomprensibili per tutti. Si era pensato a un malore improvviso. Invece, a distanza di tempo è emersa la verità su quanto accaduto, grazie al diretto interessato. 

Tornato davanti a Piers Morgan per la trasmissione «Talk TV», Tyson ha dato la sua versione dei fatti: «Ehi ascolta. Mi ero fatto male, mi stavo allenando ed è successo qualcosa. Mia moglie mi ha dato degli antidolorifici e dopo averli presi non ero in grado di articolare una parola, è stato un pasticcio, ma era colpa mia», ha chiarito.

Ma non è stata l’unica rivelazione fatta da Iron Mike. Ha parlato anche dell’aggressione durante il volo da San Francisco alla Florida. L’ex pugile fu tradito da un video messo in rete: «Venivo da un posto in cui 60mila persone fumavano cannabis.

Quando ero sull’aereo, avevo fame ed ero stanco. C’era questo ragazzo che continuava a provocarmi, poi sono tornato in me e l’ho preso a calci in c..o. Sto scherzando, vorrei averlo fatto. La mia guardia del corpo è saltata sopra di lui», ha spiegato. Questo è Mike Tyson. L’uomo pronto a combattere contro un gorilla o uno squalo, ma che per tutta la vita ha lottato contro tanti demoni. 

Salvatore Riggio per corriere.it il 21 luglio 2022. 

Mike Tyson torna a fare parlare di sé, e questa volta la sua uscita mette i brividi. Tra un combattimento con gli squali «per avvicinarsi a Dio», una confessione sulla sua voglia di molti anni fa di affrontare un gorilla in combattimento e una lite in aereo in cui prende a pungi un passeggero, adesso il 56 enne ex campione dei pesi massimi sostiene di essere convinto che la morte per lui «arriverà molto presto».

Lo ha confessato durante il suo podcast «Hotboxin with Mike Tyson» e le parole sono state immediatamente riprese in tutto il mondo. IronMike ha spiegato all'ospite della puntata, il dottor Sean McFarland, terapista specializzato in problemi di dipendenza e trauma, di sentire che il suo tempo è quasi scaduto: «Quando mi guardo allo specchio, vedo quelle piccole macchie sul mio viso, e dico sempre che la mia data di scadenza si avvicina, molto presto». Anche se poi, ha aggiunto, «moriremo tutti un giorno, ovviamente».

IronMike ha parlato anche del denaro e dei problemi che provoca pure a lui, che pure è multimilionario e ha guadagnato, si stima, circa mezzo miliardo di dollari in carriera: «Quando hai molti soldi, non puoi aspettarti che qualcuno ti ami realmente. Credi di essere invincibile quando hai molti soldi, il che non è vero. Il denaro non ci rende immuni da una malattia o da un'incidente. I soldi non possono proteggerti da questo». Men che meno dalla morte: «Non significa che non prenderai una malattia o non verrai investito da un’auto. Il denaro può proteggerti quando salti da un ponte?».

L'ultima volta che Tyson fece parlare di sé era stato lo scorso aprile, quando prese a pugni una persona su un aereo in partenza da San Francisco per la Florida. Tyson si girò di scatto e scaricò una serie di cinque pugni sul volto di un uomo che lo stava disturbando. Prima, l'ex pugile aveva provato a controllarsi, immobile all’apparenza, ma alla fine aveva perso la pazienza e per fermarlo erano dovuti intervenire gli altri passeggeri del volo. Tyson era poi sceso prima del decollo.

Maurizio De Santis per fanpage.it l'1 luglio 2022.  

Un cazzotto sul muso può farti l'effetto di una carezza se prendi funghi "magici" e della buona erba che ti altera la percezione della realtà. Che sia chiusa nel recinto di un ring oppure al di fuori del quadrato poco importa.

Mike Tyson, l'uomo più cattivo del pianeta (è uno dei soprannomi di battaglia guadagnati sferrando pugni come colpi di maglio), ha svelato il segreto che c'è dietro il suo ritorno al mondo della boxe vera, quella combattuta, quella che gli faceva (e gli fa) ribollire il sangue nelle vene, quella che pur con tutta "l'esaltazione cosmica" (diciamo così…) resta per sempre impressa nella sua identità di Kid Dynamite, devastante nei pesi massimi.

Non fa male, non fa male. Rocky lo ripeteva a se stesso mentre Ivan Drago lo riempiva di pugni sul viso. Qualcosa del genere è accaduta anche a Iron Mike ma nel podcast The Pivot ha spiegato che il merito, più dell'orgoglio e di uno spirito guerriero, era dei "buoni, vecchi funghi" assunti prima di salire sul quadrato per affrontare Roy Jones Jr a novembre del 2020.

Un momento dell’incontro tra l’ex campione del mondo dei pesi massimi e Roy Jones Jr.

Era un incontro di esibizione, tornava sotto le luci della ribalta a 56 anni, mostrando un fisico straordinario e una condizione di forma invidiabile nonostante la lunga inattività. Il verdetto decretò la parità a corredo di un match nel quale non erano mancati scambi interessanti e momenti esaltanti di boxe e per il quale non era previsto alcun controllo antidoping.

Dietro quella performance c'era un segreto. "Non uso i funghi per scappare dalla realtà – le parole di Tyson -. Mi aiutano ad allenarmi meglio. E quando combatto non sento i pugni che incasso. Non lo farei senza prenderne… vorrei averne presi anche quando ero in carriera". 

Quanto al rapporto con la marijuana, che l'ex campione ha capitalizzato mettendo sul mercato caramelle a forma di orecchio, ha aggiunto: "Mi dà energia buona e positiva. Ho bisogno di trovare qualcosa che riempia l'energia che ho". 

Magari la scaricherà sul prossimo avversario, quale sarà? Da Tyson Fury a Lennox Lewis non mancano i nomi, così come non è del tutto da escludere un incontro che farebbe letteralmente esplodere i social, quello con lo YouTuber Jake Paul. "Potrebbe essere molto interessante… è abbastanza abile. Sta facendo bene e cose fantastiche per il mondo del pugilato"

Da gazzetta.it il 21 aprile 2022.

Mike Tyson colpisce un passeggero su un aereo americano: il video ripreso da uno smartphone lo inchioda. L'ex campione dei pesi massimi ha preso ripetutamente a pugni un uomo su un aereo che stava per partire da San Francisco, dopo essere stato irritato dai tentativi di parlare con lui. Il filmato mostra Tyson che si sporge sullo schienale del sedile per poi scaricare una raffica di colpi sul passeggero seduto dietro - molto probabilmente ubriaco -, che mostra lividi e ferite sanguinanti in seguito all'aggressione.

"Iron Mike" è stato inizialmente amichevole con il passeggero e il suo amico quando sono saliti sul volo, ma ha reagito dopo che l'uomo "non voleva smettere di provocarlo" secondo la ricostruzione del portale TMZ. "Tyson ne aveva abbastanza del tizio dietro di lui che gli parlava nell'orecchio... e gli ha detto di calmarsi. Ma il tizio ha continuato, e secondo il testimone Tyson ha cominciato a tirargli diversi pugni al volto". Tyson sarebbe sceso dall'aereo prima che decollasse per la Florida. La polizia americana, la compagnia aerea JetBlue e i rappresentanti di Tyson non hanno rilasciato alcun commento immediato giovedì.

Considerato uno dei più forti pesi massimi di tutti i tempi, Tyson è noto alle cronache per i suoi comportamenti pericolosi e per i suoi problemi con la legge, compresa una condanna per stupro per la quale passò più di tre anni in carcere e vari altri arresti causati dalla dipendenza da cocaina. Nel 1997 sul ring morse l'orecchio di Evander Holyfield staccandogliene un pezzo.

Da open.online il 22 aprile 2022.

Rompe il silenzio il team di Mike Tyson, l’ex campione di pesi massimi che ha preso a pugni un ragazzo sul volo Jet Blue, in partenza da San Francisco e diretto in Florida. Secondo TMZ, il passeggero, dopo aver chiesto e ottenuto un selfie, avrebbe continuato a infastidire Tyson che, poi, ha reagito. L’uomo preso a pugni da Tyson, secondo il team dell’ex pugile, sarebbe stato «aggressivo»: avrebbe molestato Tyson lanciandogli addosso anche «una bottiglia d’acqua mentre era al suo posto». 

Una delle due persone fermate dalle autorità, perché si ritiene essere coinvolta nell’incidente, avrebbe fornito «dettagli minimi sull’incidente rifiutandosi poi di collaborare ulteriormente con le indagini» di polizia. Intanto ieri sera, 21 aprile, Tyson a poche ore dal fatto, ha preso parte a un evento pubblico in una discoteca di Miami, come mostra una foto – in cui è sorridente – pubblicata dal leggendario wrestler statunitense Ric Flair. 

Paolo Fiorenza per fanpage.it il 14 luglio 2022. 

Mike Tyson è stato il più giovane campione del mondo dei pesi massimi: aveva 20 anni quando nel 1986 battè per KO tecnico al secondo round Trevor Berbick. Un'ascesa inarrestabile quella del pugile newyorchese, instradato alla battaglia dal contesto difficile in cui era cresciuto a Brooklyn: basti pensare che prima di compiere 13 anni era già stato arrestato più di 30 volte. Ma c'è un episodio in particolare che segna un prima e un dopo nella vita di Iron Mike, trasformandolo da ragazzino che teme il confronto a rabbioso scazzottatore: l'uccisione del suo adorato piccione domestico.

Fu in quel frangente, racconta oggi Tyson al podcast The Pivot, che si scagliò con furia cieca su colui che si era reso responsabile dell'orribile atto: "Ero un bambino e c'era un ragazzo che mi prendeva in giro. Ero così spaventato e non sapevo cosa fare. Poi un altro ragazzo mi ha detto ‘è meglio che tu combatta contro di lui' e ho iniziato a litigare. Quel ragazzo ha ucciso il mio piccione ed è stato un colpo. Quello è stato il primo combattimento in assoluto nella mia vita, a causa di un piccione".

Tyson è noto per il suo amore per i piccioni. Il pugile, oggi 56enne, era solito tenere questi  uccelli come animali domestici durante la sua adolescenza a New York. L'ex campione del mondo ha persino scaricato una delle sue ex fidanzate dopo che lei aveva ucciso e fatto bollire uno dei suoi piccioni.

Dalle risse per strada al riformatorio, lì è nata la carriera di Tyson: "Sono stato rinchiuso in un posto da bambino e ho incontrato un ragazzo che era un pugile – spiega Iron Mike – Mi ha presentato qualcuno che era un grande allenatore (Cus D'Amato, ndr) e volevo solo sempre di più. Volevo schiacciare il mondo sotto i miei piedi. Ho un grande buco profondo in me, ma dovevo avere tutto, tutto. Anche quando ero un ragazzino, non ero equilibrato. O era tutto o niente".

Michele Baldassi. Il campione d'Europa under 22 punta alle Olimpiadi. Michele Baldassi, il “Dragon” è il nuovo fenomeno della boxe napoletana: “Voglio l’Oro a Parigi 2024” .  Antonio Lamorte su Il Riformista il 30 Marzo 2022.  

Michele Baldassi è doppio, almeno due persone: si trasforma. Poco resta della persona riservata, basso profilo, per niente egocentrica e che si vergogna un pochino a volte di fare pugilato una volta che sale sul ring. Il nuovo fenomeno della boxe napoletana – e italiana pure –, talento della Boxe Vesuviana, tra le sedici corde diventa il “Dragon”, soprannome da Sayan, la stirpe di guerrieri superiori di Dragon Ball. A Porec, in Croazia, si è laureato campione d’Europa under 22 per i 57 chili, ma già pensa alle Olimpiadi: “Voglio l’Oro, non voglio partecipare, voglio l’Oro a Parigi 2024”.

Facciamo un esempio: primo incontro, ottavi di finale, primo round, un gancio sinistro d’incontro, preciso al mento e il tedesco Malik Shadalov ha piegato le gambe. 49 secondi di tempo, solo 49 secondi sono bastati al Sayan per trasformarsi. Il video, condiviso anche sugli account della Federazione Pugilistica Italiana (Fpi) è diventato virale nell’ambiente, ha circolato come nessun altro in quei giorni d’incontri. Spedizione memorabile per gli azzurri e le azzurre che dalla Croazia hanno portato quattro ori, due argenti e quattro bronzi. Il cammino (perfetto) di Baldassi, dopo Shadalov: il rumeno Tirzoman (5-0, già alle Olimpiadi di Tokyo dello scorso anno), il bulgaro Marinov (5-0), l’armeno Aslikyan (5-0) in finale.

È nato il 4 novembre del 2002, secondo di quattro figli, made in “Provolera” – la “Polveriera”, dall’antica Real Fabbrica d’Armi – dove si trova la stessa Boxe Vesuviana a Torre Annunziata e da dove viene anche Irma Testa, prima donna italiana agli Europei e prima medaglia italiana nel pugilato femminile a Tokyo. Quartiere difficile. “Degradato, c’è molta illegalità – dice – tanti ragazzi sono attratti dalla malavita. È un quartiere un po’ buio, nero”. La palestra è nata Oplontis nel 1960, fondata dall’iconico “U’maestr” Lucio Zurlo. “Ho cominciato a 12, 13 anni, ero grassottello. Papà, che al pugilato si è appassionato seguendomi, mi portò dal maestro Lucio. In quel periodo eravamo un po’ in difficoltà economiche e loro ci hanno aiutati, mi hanno fatto allenare anche senza il mensile, l’iscrizione, e mi hanno trattato come un figlio. Quel posto dà una possibilità a tutti i ragazzi, è come una seconda casa”.

Zurlo Senior, che con il figlio Biagio (ex campione italiano) porta avanti la palestra, un po’ se l’aspettava l’exploit dell’Europeo. Cinque minuti prima di ogni incontro interrompeva gli allenamenti per seguire il match, venti minuti dopo la telefonata con il Dragon. “È un ragazzo serio, che si impegna e migliora. E sì, è un talento. Ha sempre voglia di lavorare. E sì, penso possa seriamente puntare alle Olimpiadi. Siamo contentissimi anche perché è appena entrato nelle Fiamme Azzurre (gruppo sportivo della polizia penitenziaria, ndr), è anche questo il nostro obiettivo, tenere i ragazzi lontani dalla strada. Anche se le istituzioni qui non si vedono. Dopo la visibilità che abbiamo avuto con Irma e il bronzo non si è fatto più vedere nessuno”. Eppure dalla Boxe Vesuviana hanno partecipato a cinque Olimpiadi in tutto. E spesso e volentieri chi entra al Fight Club della Provolera non paga.

Altro talento cristallino della Vesuviana, 14 anni e due titoli italiani – e ancora senza cittadinanza perché nata in Marocco – è Caterina Khadija Jaafari, perfino attrice nel film Californie di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman. “In lei rivedo Irma. Michele invece mi ricorda un po’ mio figlio Biagio per la sua furbizia, la tecnica”, dice U’maestr. “Senza il pugilato non so che strada avrei preso. Non credo avrei fatto certe scelte, mi hanno educato con dei valori e sarei sempre andato a lavorare anche per soli 20 o 30 euro come muratore, barista, o qualsiasi cosa. Il pugilato però mi ha dato un’altra opportunità, so che questa è la strada giusta, è quello che voglio fare anche da grande, diventare allenatore”.

Baldassi un po’ si ispira a Vasiliy Lomachenko, ex campione del mondo ucraino, e un po’ a tutto il pugilato che vede e incontra. Pensa che i suoi punti di forza siano la tecnica, l’agilità sulle gambe, l’allungo del jab. È cresciuto insieme a Irma Testa. “È un esempio. È venuta anche agli Europei, quando eravamo più piccoli spesso era a casa mia, ci conoscevamo anche da prima della palestra. Mi ha consigliato sul pugilato ma anche su altre scelte”. Il “Dragon” – che ha vinto già diversi titoli italiani, un europeo junior, un oro youth tra le altre cose – non se la tira, dice di non pensare di essere chissà chi, anzi a volte si vergogna a dire che fa pugilato e che è campione, per niente egocentrico. Ascolta musica trap e rap, neomelodici solo con i compagni siciliani in nazionale. E quando sale sul ring pensa solo a divertirsi, non la vive con stress, ansia. “L’ho scelto io, mi piace, è la mia passione. Quando c’è da salire mi faccio una risata e salgo”. Guida gli allenamenti alla Vesuviana e intanto pensa a Parigi. “So che non è facile, ma ce la metterò tutta. Per andare alle Olimpiadi e per portare la medaglia più luccicante a Torre Annunziata”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Maurizio Stecca. Il campione è guarito dopo due settimane di ricovero. “Covid mi ha messo ko, il mio corpo è in tilt”, il racconto dell’ex pugile campione del mondo Maurizio Stecca. Antonio Lamorte su Il Riformista il 4 Febbraio 2022.

Maurizio Stecca è stato messo al tappeto dal coronavirus. Il pugile lo ha raccontato in un’intervista a Il Corriere della Sera. Dopo la positività le sue condizioni si sono aggravate. Quattro giorni in rianimazione. “I medici mi hanno detto che non sarò più quello di prima. Ma io cercherò di riprendermi per continuare con la carriera da allenatore”, ha raccontato al quotidiano. Stecca, oro olimpico alle Olimpiadi di Los Angeles nel 1984 e due volte campione del mondo WBO dei pesi piuma, è tecnico federale e ambasciatore della Federazione pugilistica italiana.

Ha ricordato che quando aveva 33 anni, carriera finita, era stato otto mesi in casa per la depressione: non sapeva cosa fare. Si è ammalato anche di Epn (emoglobina parossistica notturna), una patologia rara curata per dieci anni con trasfusioni di sangue. Due volte è finito in coma. Il covid però è stata la prova peggiore, ha detto. Circa 15 giorni ricoverato, quattro in terapia intensiva. “Ho vinto il match della vita”, aveva detto dopo la guarigione.

Ha paragonato la sua lotta contro il contagio al match contro Louie Espinoza del 1989 a Rimini. Un incontro perso per ko che non gli avrebbe impedito un anno dopo di vincere il titolo mondiale. Vuole pensarla così: immaginare un recupero simile anche dopo la batosta del covid-19. Le prime settimane dopo il contagio non riusciva neanche ad alzarsi dal letto e a mettere in ordine i passi per camminare.

“Il virus mi ha scombinato i polmoni, il cuore, il sistema immunitario, addirittura la tiroide, tutto il corpo. Oggi ancora non sento i sapori e mi accorgo di non poter più salire le scale velocemente, come ero abituato a fare. Devo anche fare attenzione ai battiti: subito dopo il ricovero ne avevo 120 al minuto, mentre da sportivo professionista ero abituato ad essere bradicardico”, ha raccontato. A sostenerlo nella sua battaglia la sua famiglia, il fratello campione anche lui Loris Stecca, tanti pugili, la mentalità della boxe.

“È stata fondamentale. Lo sport che ho fatto mi ha insegnato lo spirito di sacrificio. Un giorno il taglio sopracciliare, l’altro un colpo al fegato, l’altro ancora allo zigomo, allenamenti su allenamenti, ti insegnano a non tirarti indietro. Ed è quello che voglio fare ora: non abbandonarmi. Ma è soprattutto merito del vaccino se sono qui. Probabilmente non mi sarei svegliato dalla rianimazione, se non fosse stato per le due dosi ricevute”.

A fine gennaio i fratelli Stecca hanno dovuto dire anche addio a Bruna, la madre di 81 anni morta all’Ospedale Infermi di Rimini. La donna era molto conosciuta a Rimini per via della pizzeria che con la famiglia aveva gestito per anni. “Mamma questa è l’ultima volta che ti ho visto con i nipoti e figli, è stata una bella cosa. E stamattina ci hai lasciati volando in cielo a raggiungere tuo marito. Spero solo che vi incontriate e proteggerete le nostre famiglie. Rip mamma mia”, aveva scritto Maurizio Stecca sui social. L’ex campione del mondo oggi vive a Casale sul Sile, in provincia di Treviso.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Agostino Cardamone. Donato Martucci per corriere.it il 27 gennaio 2022.  

Un ritorno al passato per sopravvivere, per sbarcare il lunario. Agostino Cardamone, ex campione del mondo di pugilato, 57 anni, irpino, torna a fare il carpentiere per necessità. Venne soprannominato negli Anni 80, «il martello di Montoro» proprio perché sin da giovanissimo lavorava come muratore e si allenava per diventare un grande campione della “nobile arte”.

E anche per la sua capacità di picchiare duro sul ring che lo ha portato a diventare campione italiano, europeo e mondiale nella Wbu (ente non riconosciuto in Italia) nei pesi medi. Un record da professionista da invidiare: 36 incontri con 33 vittorie (15 prima del limite) e solo tre sconfitte. 

Ora la pandemia da Covid ha messo in ginocchio la sua palestra di San Michele di Serino, dove lavora come istruttore. E quindi, non potendo tornare a combattere, ha impugnato di nuovo il suo martello. Questa volta per lavorare in un cantiere a Prata di Principato Ultra, sempre in provincia di Avellino. «In un modo – ha spiegato – devo pure mangiare. Nessuno mi è venuto incontro, nessuno mi ha aiutato e allora sono tornato a fare il muratore». 

A 20 anni alternava il lavoro da muratore con la boxe. Ora ha deciso di ritornare a fare lavori pesanti. Come ha maturato questa decisione?

«Mi aspettavo qualcosa in cambio dal Comune di Montoro e invece sto ancora aspettando la mia palestra. Ho sette ragazzi agonisti - spiega l’ex pugile - che si allenano con me. 

Tra spese varie, bolletta della luce e costi di gestione non ce la faccio ad andare avanti. I miei allievi non li abbandono, ma devo pur continuare a vivere: ho tre figli e non posso andare avanti in questo modo. San Michele di Serino è un centro agricolo ma c’è poca affluenza ed ecco perché ho deciso di tornare a lavorare». 

Il suo è un grido di allarme, si aspettava maggiore attenzione?

«Ci sono degli amici che mi hanno dato una mano e devo ringraziarli. Ho trovato una famiglia che mi ha accolto qui a Prata di Principato Ultra. Sono stato campione italiano, ho perso il mondiale Wbc contro Jackson che proprio uno sconosciuto non era, miglior pugile nel 1998, collare d’oro e poi ho anche vinto il mondiale Wbu. Ma a cosa servono questi riconoscimenti se non riesco a trovare un lavoro che mi dia dignità? Da professionista vivevo con i guadagni della boxe. Sono riuscito a comprare un terreno a Montoro e a costruirmi casa, ma poi chiaramente non ce la faccio ad andare avanti: ho bisogno di guadagnare». 

La boxe le ha lasciato anche degli acciacchi fisici. Come fa alla sua età a sostenere questi sforzi?

«E proprio per questo non riesco a lavorare tutti i giorni come carpentiere. Ho diverse fratture, grossi problemi alla schiena: per anni mi sono caricato sulle spalle 50 chili con i sacchi di cemento. Solo alla mano sinistra (quella con cui martellava gli avversari, ndr) ho sette fratture. Con l’età i dolori aumentano ed ecco perché faccio un enorme fatica». 

Il sogno è quello di allenare in Nazionale. Magari al centro tecnico dell’Esercito di Avellino...

«Con la mia esperienza penso di poter dare una mano ai giovani. Come tecnico federale ho lavorato per 15 giorni, ho visto grande tecnica e grinta più nelle donne che negli uomini. Con questo nuovo corso della Federazione stanno cambiando tante cose e speriamo che si inverta un po’ la tendenza e che i pugili possano qualificarsi alle prossime Olimpiadi. Credo che i miei insegnamenti possano essere ancora validi. Lavorare in Federazione mi piacerebbe». 

Cardamone, ha saputo più nulla della sua domanda per il vitalizio “Giulio Onesti”, previsto per gli atleti che versino in grave disagio economico e che abbiano conquistato nella carriera sportiva almeno un europeo?

«Resto in attesa di avere notizie, ma di certo non posso aspettare. Questo non è sicuramente un buon periodo per me. Ho perso nel giro di pochi mesi mia madre e anche il mio storico maestro Giovanni Santoro: devo tanto a lui per la mia carriera. Tengo a precisare che non chiedo l’elemosina a nessuno, ma sono restato nel mio paese perché amo le mie radici. Non voglio il reddito di Cittadinanza: preferisco andare a lavorare quando posso e quando le mie condizioni fisiche me lo consentono. C’è grande amarezza: speravo di aver dato tanto per la mia terra, ma al momento in cambio non ho ricevuto nulla».

Muhammad Ali. "Rumble in the jungle". “The Fight” di Norman Mailer resta insuperabile nella letteratura sportiva: il capolavoro di Muhammad Ali contro Foreman. Antonio Lamorte su Il Riformista il 30 Ottobre 2022 

Norman Mailer spiega come sprecare la sua prima esclusiva, il suo scoop: neanche capisce bene come ma si ritrova nello spogliatoio di Muhammad Ali allo Stade Tata Raphael a Kinshasa intorno all’alba del 30 ottobre del 1974. E lui che più che fare domande, vuole rendere omaggio al campione del mondo dei pesi massimi, campione per la seconda volta, che ha appena mandato al tappeto George Foreman all’ottavo round della “Rumble in the Jungle”. È il combattimento che travalica i confini della boxe, come Italia-Germania ai Mondiali di calcio del 1970, o come Borg-McEnroe a Wimbledon del 1980. Il vero incontro del secolo impresso per sempre da Mailer nel suo The Fight che in Italia torna nella nuova edizione (traduzione di Alfredo Colitto, pagg. 256, euro 19) de La Nave di Teseo.

Che fosse anche difficile da trovare, dopo le due edizioni Mondadori ed Einaudi, in tempi di ipertrofico storytelling sportivo era un assurdo. Che cosa se ne può fare di tutte queste pagine, questi narratori da social, improvvisati aspiranti Federico Buffa, a confronto con il racconto dello scrittore statunitense di cui La Nave ha pubblicato negli ultimi anni anche Il nudo e il morto e Il canto del boia. Scrittore che nel suo romanzo, reportage, cronaca, psicoanalisi, aneddotica, new journalism, no fiction non cerca lo scoop ma insegue i dettagli, sguardi e gesti, scava, si allena con Ali, incrocia altri narratori e giornalisti nelle febbrili e afose notti africane. E che non si risparmia, nessuna concessione al politically correct – e infatti a un passo dal centenario la sua opera è sotto le lenti della cancel culture, soprattutto per il saggio del 1957 The White Negro.

Norman Mailer si rende personaggio: si riferisce a se stesso in terza persona. È lo scrittore che per il suo prossimo romanzo ha ricevuto un milione di dollari, senza rischiare nulla a differenza dei due pugili che invece si pesteranno per cinque milioni. È la metafora la regina del racconto, il grottesco che affiora qua e là, complice anche l’Africa che sembra far esplodere la follia in ognuno e tutto intorno. L’incontro del secolo è “un combattimento tra due neri in una nazione nera, organizzato da neri e visto da tutto il mondo” come recita la cartellonistica fatta affiggere a Kinshasa. Una vittoria del “mobutismo” che era riuscito a coniugare “aspetti oppressivi del comunismo con quelli peggiori del capitalismo”. Mobutu Sese Seko è il dittatore che avrebbe regnato fino al 1997 dopo due colpi di stato: del corpo del presidente e icona dell’indipendentismo africano Patrice Lumumba erano rimasti solo pezzettini. “L’Africa ha la forma di una pistola, dicono qui, e lo Zaire è il grilletto”, dice un fonte sul posto allo scrittore.

Lo stadio, per esempio, era stato costruito come un regalo alla popolazione, con il lavoro e le tasse del popolo. E in quegli stessi spogliatoi di Ali e Foreman si erano consumate esecuzioni. Niente di male per Don King, manager dalla vita come un romanzo. 60mila persone a vedere l’incontro in piena notte per favorire il fuso orario, centinaia di Paesi collegati in tutto il mondo. Attorno ad Ali aleggiava il tanfo della sconfitta che lui faceva brillare con un contatto costante con la stampa, poesie, il trashtalking che aveva rivoluzionato lo sport. Assurdo: era l’underdog, il più grande sportivo di tutti i tempi sfavorito. Perché dall’altra parte c’era George Foreman, campione in carica, “più che un uomo sembrava un leone in posizione eretta”, e che invece lasciava lievitare nel silenzio l’istinto omicida che sul ring lo rendeva un boia: aveva giustiziato Joe Frazier e preso la cintura. Un demolitore orgoglioso della bandiera a stelle e strisce. Era una guerra di religione all’interno della boxe. 97 e 99 chili.

Il racconto fermenta nell’attesa del match: è essa stessa il match. Ancora ineguagliato il racconto dell’incontro, che trascende dalla cronaca sportiva, entra ed esce dal quadrato come si entra ed esce dai colpi, schiva e sventaglia tra il racconto della boxe, l’evoluzione dei protagonisti da un round all’altro, il Muntu e il Kuntu, l’antropologia africana, la società dello spettacolo nel ventesimo secolo. Ali ribalta ogni pronostico rovesciando la sua boxe, fa passare il “controllo del centro” – il parallelo è con gli scacchi – dalle corde: con il rope a dope fa assorbire le mazzate di Foreman, dissipa quella violenza, trasmette alle sedici la carica di quella brutalità. Il quinto round entra nella storia come uno dei più belli di sempre. Il ko all’ottavo arriva come un “proiettile”, una vertigine lunga due secondi, lunghissima, con Ali a scortare al tappeto lo sguardo spento di Foreman.

Ali è di nuovo campione dopo che il suo rifiuto di arruolarsi per il Vietnam – “nessun vietcong mi ha mai chiamato negro” – gli costa licenza e cintura. Mailer in un certo senso gli somiglia. Ali è il “principe del Paradiso” che “proprio come Marlon Brando interpretava un ruolo come se fosse un prolungamento naturale del proprio stato d’animo, così Ali trattava la boxe”, un uomo che combatteva per dimostrare anche altre cose: che per rendere immortale quella vittoria non poteva non chiuderla in maniera leggendaria. “Mio dio! Tutto! Voleva davvero tutto”. E lo scrittore fa passare dall’evento, da due giganti della noble art, la sua riflessione sul suo rapporto con la lotta per i diritti della comunità afroamericana, do quella musulmana. Èinvidioso verso questo nuovo popolo, risentito per ogni aspetto della loro vita. “La sua luna di miele con l’anima dei neri, un’orgia sentimentale nei momenti peggiori, aveva ricevuto una mazzata durante la stagione del Black Power”.

Lo scrittore ci pensa nel volo di 19 ore assediato nello scalo a Dakar, in Senegal, da migliaia di persone che vogliono vedere, toccare Ali che però non è a bordo. Mailer gioca a dadi, beve, improvvisa stratagemmi con una hostess. E nel lungo viaggio scava nel doppio sradicamento degli afroamericani: dalle radici africane e dalla società degli Stati Uniti. La boxe al massimo del suo splendore nei pesi massimi degli anni ’70 è uno spettacolo impareggiabile e un mezzo per attraversare tutto il resto. The Fight resta un capolavoro ancora insuperato: un po’ come il capolavoro di Muhammad Ali nella notte di Kinshasa.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Estratto del libro di Thomas Hauser “Muhammad Ali. Impossibile è niente” pubblicato da “la Repubblica” il 17 gennaio 2022. 

Nel 1997 Muhammad Ali mi disse che contava di vivere fino a novant' anni. Eravamo in pullman, diretti a una scuola elementare di Boston, dove sarebbe intervenuto a un seminario sulla tolleranza destinato ai piccoli allievi. A quel tempo il morbo di Parkinson era già evidente nel suo modo di parlare, ma il fisico era ancora forte e la sua mente del tutto lucida. Strada facendo, si abbandonò ai ricordi delle persone importanti della sua vita scomparse prima di lui. Suo padre, Elijah Muhammad, Sonny Liston e pochi altri.

«Sì, non mi dispiacerebbe arrivare a novant'anni» disse. «Credo proprio di potercela fare. Ma se a ottantanove mi sentirò ancora in forma, potrei cambiare idea e chiedere a Dio di lasciarmi un altro po' di tempo». Purtroppo, invece, non si sarebbe sentito in forma ancora a lungo, non fisicamente almeno.

Il suo declino è avvenuto sotto gli occhi del mondo. I sintomi di cui iniziò a soffrire nel 1984 - difficoltà di parola e di equilibrio, volto inespressivo (la cosiddetta "maschera") e tremito delle mani - e per i quali si era fatto ricoverare quell' anno per accertamenti, componevano il quadro di una sindrome parkinsoniana. Il dottor Stanley Fahn, direttore del Center for Parkinson' s Disease and Other Movement Disorders della Columbia University, era il medico principale dell' équipe che al New York-Presbyterian Hospital si occupò delle analisi di Ali.

Grazie alla liberatoria firmata dal campione per facilitare le ricerche del mio libro, Impossibile è niente, Fahn mi parlò apertamente delle sue condizioni di salute. A quel tempo la diagnosi non era di morbo di Parkinson. Secondo il dottor Fahn, i suoi sintomi erano la conseguenza dei traumi fisici che avevano distrutto le cellule del tronco cerebrale.

«Il mio paziente mi ha autorizzato a parlarle con totale sincerità e trasparenza» mi disse il medico. «Ecco cosa ne penso. Secondo me si tratta di parkinsonismo post-traumatico, dovuto alle lesioni procurate sul ring. Dubito che possa essere la conseguenza di un unico incontro. La mia ipotesi è che la causa siano stati i ripetuti colpi alla testa nel corso della carriera».

Nei tre decenni successivi il mondo ha assistito a uno spettacolo senza precedenti per durata e trasparenza: il lungo e desolante declino fisico di una delle icone più amate di sempre. Poco alla volta, Ali ha perso tutte le qualità che lo contraddistinguevano: l' agilità, la voce, la bellezza. Un tempo l'espressione del suo viso sprizzava felicità. Negli ultimi anni ci sono stati momenti in cui sembrava portare incise sul volto tutte le sofferenze e le brutture del mondo. Le sue immagini non suscitavano più gioia e trepidazione: erano il preludio della fine. Tutti temevamo il peggio da un momento all' altro. 

Nella sua versione più forte, vitale e ribelle, Ali incarnava appieno il fulgore della gioventù.

Si poteva sostenere che fosse la persona più attraente, carismatica, fisicamente dotata della Terra. E vedere ridotto in sedia a rotelle l'uomo che un tempo aveva volato come una farfalla e punto come un'ape era straziante. 

La vita offre molte cose meravigliose di cui godere: le rose e le albe, la musica di Mozart e la Cappella Sistina, la felicità e l'amore. Ma tanta bellezza è sempre accompagnata dalla consapevolezza della nostra mortalità. E se abbiamo la fortuna di vivere abbastanza, tutti noi siamo condannati al declino fisico e mentale. Tuttavia, alcuni sono più tristi di altri. Certi tramonti sono dorati, altri meno. Gli anni migliori di Ali furono davvero eccezionali. Gli ultimi, invece, non sono certo stati clementi. E la sua agonia, svoltasi in modo così pubblico, è durata tre interi decenni.

Possiamo dire a noi stessi che la cosa non ci riguarda, che è accaduta a qualcun altro, che noi non abbiamo preso tutti i colpi in testa che ha preso lui. Ma per chi ha assistito ai suoi anni di gloria, seguire la parabola discendente di un' esistenza tanto straordinaria ha rappresentato un innegabile e doloroso memento mori.

È il lato oscuro della vita umana. Venticinque anni fa Ali mi disse: «Non voglio che la gente provi pietà per me. Ho avuto una bella vita, in passato, e continuo ad averla anche adesso. Sarebbe molto peggio se soffrissi di una malattia contagiosa, perché in quel caso non potrei giocare con i bambini e abbracciare le persone, mentre il fatto che non riesca a parlare è più un problema per gli altri che per me. Non mi impedisce di fare ciò che voglio e di essere chi sono».

In quell'occasione, Lonnie Ali aggiunse: «Il declino fisico è terribile per chiunque, ma per chi vive sotto i riflettori e si ritrova privato del talento che definiva la sua identità è ancora più spaventoso. È quello che è successo a Muhammad, e per la prima volta in vita sua ha avuto paura. 

Ha smesso di esprimersi con la libertà di un tempo, per il timore che, appena avesse aperto bocca, la gente avrebbe pensato: "Guarda, non riesce neanche più a parlare". Qualche benintenzionato ha sostenuto che non era malato, solo annoiato o stanco, o magari un po' depresso. Cercavano di proteggerlo, ma la verità è che Muhammad ha davvero un problema fisico e non c'è niente di cui vergognarsi a essere malati, qualunque sia la tua malattia. Muhammad la affronta ogni giorno a viso aperto, e anche gli altri dovrebbero seguire il suo esempio».

In seguito le sue condizioni fisiche sono peggiorate vistosamente. I sintomi si sono aggravati. Negli ultimi anni non riusciva davvero più a parlare. Gli era sempre più difficile comunicare, e non soltanto con il pubblico, ma anche con le persone più care. Era doloroso per chi lo amava, e anche per lui. Eppure avevi la netta impressione che fosse in pace con se stesso.

All' inizio del 2015 Rasheda Ali (una delle sue figlie) mi disse: «La prima volta che gli hanno comunicato la diagnosi, mio padre ne è uscito distrutto. Chiunque avrebbe reagito allo stesso modo. Ora però non se ne preoccupa più di tanto. Lui pensa all' aldilà. E il suo modo di vedere la malattia ha cambiato anche il nostro. I giorni buoni, quelli in cui riesce a comunicare, sono sempre più rari, ma a volte succede. Dipende dalla giornata e dall' orario. È la malattia a decidere».

La fede gli è stata di grandissimo aiuto. Lo consolava il pensiero che quegli ultimi anni fossero soltanto una transizione, prima di accedere al paradiso.

«Ho accettato la malattia perché è il volere di Dio» mi confidò. «So che Dio non assegna a nessuno un carico superiore alle sue forze. E ciò che sto passando adesso sarà un tempo brevissimo rispetto all' eternità».

Lo sguardo del mondo Ciò che il mondo ha visto negli ultimi anni influirà sulla visione di Ali delle prossime generazioni? Lui non voleva essere ricordato così. Quale sarà la sua immagine futura? Ali ha un significato speciale per quanti di noi hanno vissuto negli anni Sessanta. «Non hai idea di cosa rappresenti per noi» è un ritornello che si è sentito ripetere spesso. È stato una parte essenziale della vita di tante persone. I giovani di oggi non hanno conosciuto in prima persona Ali nel pieno del suo fulgore. 

Chi ha meno di trent' anni potrà rispettarlo, ma non lo ama quanto le generazioni passate, perché non ha vissuto nella sua epoca. Le immagini recenti di un Ali fisicamente debilitato si sono impresse a fuoco nella coscienza collettiva. È così che le ultime due generazioni lo hanno visto in presa diretta. Ai loro occhi, il resto appartiene al passato e alla memoria dei vecchi.

Ci vorrà del tempo prima che queste immagini sbiadiscano per lasciare di nuovo posto a quelle di Ali giovane. Ma queste ultime sono alla portata di chiunque. E in futuro lo sguardo del mondo tornerà a concentrarsi sull' atleta inarrestabile, l' uomo vitale ed elettrizzante di un tempo, restituendogli il giusto posto nella storia. Le generazioni a venire lo vedranno con più chiarezza di quelle presenti.

Per anni mi sono chiesto quale sarebbe stato il lascito di Ali, a parte la sua eccellenza sul ring, e ogni volta sono tornato al ricordo del suo esempio di orgoglio nero e al suo rifiuto di combattere in Vietnam. "È stato un faro di speranza per gli oppressi in ogni parte del mondo" dicevo a me stesso. Ha rivoluzionato l' esperienza dell' identità nera per decine di milioni di persone. Quando, davanti allo specchio, diceva: "Sono il più bello", stava anticipando il concetto "nero è bello" ben prima che diventasse di moda. E quando ha stracciato la cartolina di leva, si è opposto agli eserciti di tutto il mondo, in difesa del principio pacifista. Negli ultimi anni, però, mi sono convinto che l' eredità di Ali comprenda anche un altro elemento ugualmente essenziale.

Ha incarnato l' amore. Ad Ali non servono elogi funebri. Il modo in cui ha vissuto la sua vita è già un tributo sufficiente. Sul ring ha rappresentato al massimo il romanticismo della boxe e al contempo la sua atrocità. Come pugile aveva una qualità quasi spirituale, che gli ha consentito di superare i limiti fisici della maggior parte degli altri atleti. Evocava le suggestive parole di Lord Byron: "Dentro di me c' è qualcosa in grado di sconfiggere ogni tortura e di travalicare il tempo, e che continuerà a vivere quando io avrò esalato l' ultimo respiro". 

La storia ricorderà gli altri pugili per le loro imprese sul ring. Ali ha lasciato un ricordo indelebile anche per quelle compiute fuori. Ha elevato il suo sport tramutandolo in una metafora della vita americana. Nel corso degli anni, il mondo intero è diventato il suo palcoscenico. Mark Twain ha scritto: "È strano come il coraggio fisico sia tanto comune e quello morale tanto raro". Ali li possedeva entrambi.

Forse non ha cambiato il mondo quanto avrebbe voluto, ma la sua presenza lo ha reso comunque migliore. Ha trasmesso gioia a tutti coloro che l' hanno conosciuto, e dato calore alle nostre esistenze. Non ha mai perso l'occasione di aiutare qualcuno. Amava la vita e io non ho mai incontrato nessuno pieno d' amore quanto lui. Non aveva bisogno di conoscerti di persona per toccarti il cuore. Una delle cose che ci spaventano di più della morte è il pensiero di essere dimenticati. Sono ben pochi gli uomini e le donne assurti a un rango paragonabile a quello di Ali, e lui sarà ricordato in eterno. È diventato immortale già in vita.

Conoscere bene una persona è sempre un' opportunità. Nel caso di Muhammad Ali, è stato un privilegio speciale. Ho trascorso innumerevoli ore in sua compagnia e viaggiato con lui in tutto il mondo. Ci sono stati moltissimi momenti belli e nemmeno uno brutto, ma un episodio in particolare mi è rimasto impresso. Eravamo in aereo, di ritorno negli Stati Uniti dall' Indonesia, dove Muhammad era stato sommerso da folle di ammiratori. 

Migliaia di persone venute da villaggi remoti per accoglierlo all' atterraggio. Bambini che non erano ancora nati quando combatteva, in piedi sotto la pioggia a urlare il suo nome. Secondo le stime delle autorità, alla moschea di Istiqlal, a Giacarta, si erano raccolte duecentomila persone. Sopraffatta ogni parvenza di cordone di sicurezza, avevano circondato la macchina, cantando: «Ali! Ali!». 

L'auto procedeva a passo di lumaca, mentre Muhammad implorava l' autista: «Rallenti, per favore, non faccia del male a nessuno». Insomma, la visita era durata dieci giorni e ormai stavamo tornando a casa. Il volo, attraverso dodici fusi orari, sembrava interminabile.

Muhammad e Lonnie sedevano l' uno accanto all' altra, io e Howard Bingham sul lato opposto del corridoio. Dopo un po' mi assopii. Al risveglio, ore più tardi, l' oscurità fuori dal finestrino era assoluta. In cabina le luci erano spente, e i passeggeri dormivano. Tutti, tranne Muhammad. Lui vegliava con il faretto acceso; leggeva il Corano. E in quel momento, nell' alone di luce, mi è parso più forte e più in pace con se stesso di qualsiasi altra persona abbia mai conosciuto.

Bruno Arcari, la malattia e il vitalizio che non arriva: l’appello dell’Imbattibile che ha fatto la storia della boxe italiana. Lorenzo Nicolao su Il Corriere della Sera il 2 gennaio 2022. A 80 anni, è una leggenda del pugilato italiano, dominatore nel mondo per 4 anni dal 1970 al 1974. Ora soffre di una malattia degenerativa e attraverso la figlia Monica chiede l’applicazione delle Legge Onesti per gli ex campioni in difficoltà economiche.

L’appello

Ha reso onore alla boxe italiana insieme a Duilio Loi e Nino Benvenuti, ha dominato la boxe mondiale fra il 1970 e il 1974 ed è considerato uno dei più grandi, se non, per molti, il più grande pugile italiano di sempre. Oggi però Bruno Arcari, che ha compiuto 80 anni l’1 gennaio, soffre per una malattia degenerativa e chiede attraverso la figlia Monica il vitalizio attribuito dalla Legge Onesti, quello riservato agli ex campioni che si trovano in difficoltà economiche. Una misura assistenziale che meriterebbe a pieno titolo e che tuttavia non è ancora riuscito a ottene. Delle due condizioni di salute è al corrente il sottosegretario allo sport Valentina Vezzali, che dovrà occuparsi del vitalizio per meriti sportivi, e l’appello di recente è arrivato anche dall’ex presidente federale Franco Falcinelli: «Per uno come lui è un riconoscimento sacrosanto per tutto quello che ha dato alla boxe nel corso della sua vita».

Un ciociaro a Genova

Nato nel 1942 ad Atina, in provincia di Frosinone, la famiglia si trasferisce in Liguria a causa della guerra. Proprio a Genova, per il suo temperamento troppo acceso sui campi da calcio, ad Arcari verrà consigliato il pugilato, con il quale riuscirà ad affermarsi ventenne come campione italiano dei dilettanti superleggeri, dopo aver inseguito il mito di Loi ed essere stato addestrato dai maestri Speranza e Causa della Mameli Pejo, una vera e propria istituzione nel capoluogo ligure. Una delle più brillanti promesse durante il torneo preolimpico, alle Olimpiadi di Tokyo viene però sconfitto dal keniano Alex Oundo, che lo aveva colpito con una testata, impedendogli di continuare.

La rivalità con Franco Colella

Arcari passa al professionismo, ma subisce le stesse conseguenze da un avversario ostico come Franco Colella, che dopo averlo battuto, riconoscendone il valore, non gli concederà mai la rivincita. «Non mi ricapiterà mai più un successo del genere, fossi costretto ad affrontarlo di nuovo». Previsione azzeccata, perché dalla sconfitta contro Massimo Consolati nel 12esimo match, il campione ciociaro non perderà più in 61 incontri. Un’ascesa inarrestabile in campo continentale e internazionale che lo porterà al titolo mondiale il 31 gennaio 1970.

La sfida con Adigue

L’avversario di quell’indimenticabile incontro fu il pugile filippino Pedro Adigue, di un solo anno più giovane, detto il Ruvido per il suo stile di combattimento ostico e non sempre elegante. Adigue è forte e minaccia rischia di far perdere Arcari per k.o. già al terzo round. Il campione italiano tuttavia resiste e si impone ai punti grazie a tre ultime riprese leggendarie che tutti gli appassionati della disciplina ricorderanno per sempre.

L’Italia si ferma per lui

Il titolo mondiale sarà difeso da Bruno Arcari per nove volte, la seconda nel 1972, nel pieno della carriera e della fama, contro il brasiliano Joao Henrique da Silva. Un incontro memorabile anche per il suo seguito mediatico, quando la boxe era ancora uno degli sport più popolari. Lo share televisivo sulla Rai raggiunse l’87%, addirittura più della leggendaria Italia-Germania 4-3, semifinale dei Mondiali di Messico 1970, due anni prima.

Lhandicap delle arcate sopraccigliari

Arcari perderà il titolo solo nel 1974, quando gli risulterà difficile rimanere nella categoria superleggeri. L’ultimo acuto al Palazzo dello Sport di Milano contro la stella emergente Rocky Mattioli. Nel 1978 il tanto meditato addio, quando già aveva dato tutto alla disciplina. Gran parte della sua carriera fu comunque condizionata dalla debolezza alle arcate sopraccigliari, per le quali il campionissimo dovette ricorrere molte volte alla chirurgia estetica, dopo essersele rotte più volte in combattimento. Un problema quasi cronico, peggiorato nel corso degli anni e problema al quale si imbatteva sempre più facilmente, incontro dopo incontro.

Antidivo che piaceva

Basso profilo e grande umiltà, erano queste le qualità che più piacevano al pubblico di Bruno Arcari. Un campione genuino che ha sempre inseguito la sua passione, allenandosi e impegnandosi ogni giorno per battere avversari spesso durissimi. «Un guerriero silenzioso del ring», come è stato più volte ribattezzato, che ha illuminato la scena sportiva nel corso di un intero decennio e al quale è stata dedicata anche una targa sulla strada nella Walk of Fame a Roma.

·        Quelli che…i Motori.

Mateschitz morto, il fondatore della Red Bull aveva 78 anni. Daniele Sparisci su Il Corriere della Sera il 22 Ottobre 2022.

Era il re delle bevande energetiche, ha fondato un impero da oltre 23mila dipendenti. Aveva scovato la bevanda con cui ha fatto fortuna in Thailandia, in un bar di Bangkok. 

È morto Dietrich Mateschitz, il patron della Red Bull. La notizia è arrivata nel fine settimana del Gp degli Usa ad Austin, la Formula 1 è in lutto. Lo piange Christian Horner, il team principal dell scuderia campione del mondo davanti a tutti gli uomini blu. «Era sempre entusiasta ed era il motivo per cui siamo qui. Dietrich ha dimostrato che nulla è impossibile. Era incredibile. Gli renderemo onore come merita». Lo piangono tutti in Formula 1 e non solo.

Mateschitz, un uomo che ha lasciato il segno in qualunque impresa si sia avventurato, capace di cambiare lo sport con investimenti senza precedenti e forme totalmente nuove di sponsorizzazione: dalla Formula 1, al calcio, allo sci, alla MotoGp, allo sci, alle discipline estreme, ai tuffi. Aveva 78 anni, da tempo era malato e le sue condizioni nelle ultime settimane si erano aggravate.

Era il re delle bevande energetiche, ha fondato un impero da oltre 23 mila dipendenti vendendo più di 10 miliardi di lattine nel mondo soltanto l’anno scorso, la prima è stata commercializzata, il 1° aprile del 1987 in Austria, nella sua terra a cui era legatissimo. Veniva da un minuscolo comune della Stiria, Sankt Marein im Mürztal, vicino a dove sorge il circuito di F1 dello Spielberg, che lui ha acquistato per trasformarlo in un gioiello architettonico. In pochissimi avevano il privilegio di chiamarlo con il soprannome, «Didi», fra questi Helmut Marko, amico e braccio destro nelle corse.

Sembrava una barzelletta debuttare il primo aprile per sfidare i giganti del «beverage» con quell’energy drink a base di taurina, dallo strano sapore, che per molti anni è stato molto più famoso nei rave party che nei supermercati. Mateschitz lo aveva scovato in Thailandia, in un bar di Bangkok, nei primi anni ottanta. Si chiamava Krating Daeng, aveva scoperto che era efficace per combattere il jet lag. O almeno questo è uno dei due-tre racconti che ha lasciato circolare su com’è nata la sua fortuna, un patrimonio da oltre 20 miliardi di dollari.

I camionisti la usavano contro la stanchezza, i tassisti e i guidatori di tuk-tuk pure, ma aveva un gusto improponibile per gli standard europei. Mateschitz si mette in società con l’inventore, il thailandese Chaleo Yoovidhya (scomparso dieci anni fa, ma i suoi eredi hanno ancora il 51% delle quote della Red Bull) e lancia l’energy drink. Con un’attenzione maniacale per il packaging, per il logo e per l’immagine. Per il marketing.

Mantiene il simbolo dei due tori (in realtà sono bufali thai), un messaggio potente, ritocca la ricetta aggiungendoci CO2 ma lasciando la taurina che dà la sveglia. Mateschitz mette in pratica quello che ha imparato in Procter & Gamble dove si era occupato di dentifrici dopo una laurea presa — con molta calma — a Vienna. Lascia l’incarico per mettersi in proprio, sembra un’avventura folle destinata a fallire presto. Respinto dalle birrerie, dai bar, dai ristoranti. Il mondo delle discoteche gli lascia però uno spiraglio aperto intuendo le potenzialità del «Toro Rosso», nascono i primi drink «taurini». E inizia il successo.

Il resto è cronaca accompagnata da pochissime parole — interviste con il contagocce —, quelle rare volte che veniva ai Gran Premi si presentava con camicie a quadrettoni, jeans e giacche di pelle evitando le telecamere. Sorrisi e pacche sulle spalle con Gerhard Berger, il primo pilota in assoluto che ha sponsorizzato nella preistoria della Red Bull. Ha acquistato un team decotto (la Jaguar Racing) facendolo diventare uno dei più vincenti di sempre, da Gian Carlo Minardi poi ha rilevato la scuderia di Faenza per farne una «palestra per i futuri campioni», la Toro Rosso oggi AlphaTauri (da lì sono usciti Sebastian Vettel e Max Verstappen). La Formula 1 dà alla Red Bull la consacrazione definitiva a livello di immagine e di posizionamento di mercato. I quattro titoli (2010-2014) di fila sono la parte più bella dell’album dei ricordi, le feste con Seb.

Mateschitz era un perfezionista e al tempo stesso un eccentrico. Ossessionato dalla cura dei dettagli, dai materiali, quando realizza il circuito di Formula 1 (ribattezzato Red Bull Ring) per scusarsi dei disagi creati dai lavori paga di tasca sua i cittadini di Spielberg — e dei comuni limitrofi — per abbellire case e giardini. Un patrimonio stimato in 25 miliardi di dollari. Regala biciclette elettriche e monopattini, lui che si è regalato un’isola personale alle Fiji e un sottomarino iper-tecnologico per esplorare le profondità dell’Oceano. Vuole restituire alla sua terra, la Stiria snobbata dal turismo eppure bellissima, perché schiacciata fra Salisburgo e la Carinzia. Compra castelli e li rimette a nuovo, chiama le migliori ditte da Vienna per spiegare ai suoi compaesani come vanno eseguiti i lavori, arriva a seguirli personalmente fra lo sguardo incredulo degli operai che lo vedono arrivare di primo mattina, senza guardie del corpo. Si regala un maestoso «Schloss» dove trascorre il tempo che non passa nella capitale austriaca o all’estero.

Amava il design e l’adrenalina, possedeva una collezione di aerei storici — perfettamente funzionanti — in mostra nell’Hangar 7 di Salisburgo. Si divertiva un mondo a volare sul DC6-B appartenuto al Maresciallo Tito mentre l’equipaggio — rigorosamente in divisa d’epoca — lo accoglieva come un re. Ali spiegate, sempre. Buon viaggio Mister Red Bull.

Dal “Corriere della Sera” il 23 ottobre 2022.

Gli uomini blu si stringono in cerchio ad Austin. La notizia piomba mezz' ora prima dell'inizio delle qualifiche di F1 negli Usa dove Carlos Sainz porta la Ferrari in pole davanti a Verstappen. È morto Dietrich Mateschitz, Mister Red Bull. L'uomo capace di creare un impero da una lattina energetica. «Era incredibile - lo piange Christian Horner-, rendeva possibile l'impossibile». Aveva 78 anni, da tempo era malato. Ha lasciato il segno in qualsiasi impresa. Ha cambiato l'industria delle bevande e dello sport con investimenti senza precedenti e forme di sponsorizzazione completamente nuove. Dalla F1, al calcio, allo sci, alla MotoGp, alle discipline estreme, ai tuffi.

Figlio di insegnanti, ha fondato un impero da oltre 23 mila dipendenti vendendo più di 10 miliardi di lattine nel mondo soltanto l'anno scorso. La prima è stata commercializzata il 1° aprile del 1987 in Austria, nella sua terra a cui era legatissimo. Veniva da un minuscolo comune della Stiria, Sankt Marein im Mürztal, vicino a dove sorge il circuito di F1 dello Spielberg, che lui ha acquistato per trasformarlo in un gioiello architettonico. 

In pochissimi avevano il privilegio di chiamarlo con il soprannome, «Didi», fra questi Helmut Marko, amico e braccio destro nelle corse. Sembrava una sfida persa lanciare una bevanda a base di taurina dallo strano sapore, per molti anni è stata molto più nota in discoteche e rave party che nei supermercati. Mateschitz l'aveva scovata in Thailandia, in un bar di Bangkok scoprendo che era efficace per combattere il jet lag.

O almeno questo è uno dei due-tre racconti che circolano su com' è nata la sua fortuna, un patrimonio da oltre 25 miliardi di dollari. Si mette in società con l'inventore, il thailandese Chaleo Yoovidhya (scomparso dieci anni fa) e lancia l'energy drink. Con un'attenzione maniacale per il packaging, per il logo e per l'immagine, quella di due tori (in realtà bufali thai). Per il marketing. Aveva iniziato la carriera occupandosi di dentifrici dopo una laurea presa senza fretta. 

Propone la Red Bull a bar e ristoranti ma viene respinto, il mondo dei locali notturni però intuisce le potenzialità della bevanda e lì inizia il successo. Stregato dal fascino delle corse nel 2004 rileva la scuderia dalla Jaguar e la rinomina in Red Bull. Due anni dopo si compra anche la Minardi (ora AlphaTauri) per farne una palestra di futuri campioni. Lì hanno cominciato Vettel e Verstappen. I numeri: 89 vittorie in F1, 79 pole, sei titoli piloti e quattro costruttori. Parlava pochissimo, ai Gp arrivava in jeans e camicie a quadrettoni. 

Aveva il brevetto e amava volare, nell'hangar 7 di Salisburgo teneva una flotta di aerei d'epoca, fra i quali il DC6-B appartenuto al Maresciallo Tito. Possedeva un'isola alle Fiji, un sottomarino. Lascia un impero, una squadra vincente in F1, scossa dalla bufera sui budget. Mancherà a tutti. «Era un visionario e un imprenditore incredibile, ha trasformato il nostro sport» lo ricorda Stefano Domenicali.

LA FABBRICA DEI CAMPIONI, COSÌ MATESCHITZ SCOVAVA I TALENTI. D. Spa. per il “Corriere della Sera” il 24 Ottobre 2022. 

Evitava le telecamere ma decideva tutto o quasi all'interno delle sue aziende. Fino a quando la salute glielo ha consentito. Invisibile ma potentissimo Dietrich Mateschitz, gli hanno dato del pazzo quando decise di mettere i soldi in una Formula 1 in calo di interesse dopo la fine del regno di Michael Schumacher. A metà degli anni duemila. «Sono proprio i momenti di riflusso quelli in cui è bene investire di più. È un bel segnale per tutti se la Red Bull spende».

Altro che lascia, raddoppia. Così l'inventore dell'energy drink spiegava l'acquisto della seconda scuderia, la Minardi poi ribattezzata Toro Rosso (ora AlphaTauri, un marchio di moda della galassia Red Bull). Ricorda Gian Carlo Minardi: «Era sempre cordiale e disponibile, si vedeva pochissimo in giro ma aveva una passione enorme. I suoi investimenti hanno fatto sì che a Faenza esista ancora una realtà industriale di livello mondiale. La squadra è diventata tre volte più grande rispetto ai miei tempi, ha più di 500 dipendenti, ma ha continuato nel nostro solco: scoprire nuovi campioni».

Helmut Marko come braccio destro nelle corse, fiducia totale a Christian Horner e a Franz Tost (il team principal dell'AlphaTauri, anche lui austriaco). Doppia scuderia per un doppio scopo: avere maggior peso politico (quando minacciava il ritiro in F1 tremavano) e «addestrare giovani piloti». «Nel mondo esistono talenti da valorizzare e allora è meglio avere un team nel quale gestisci l'intera crescita di questi ragazzi» questa era la sua visione.

La fabbrica dei campioni, il metodo Red Bull è spietato. Tanti sono stati messi alla porta in maniera brusca o semplicemente non ritenuti all'altezza: Alguersuari, Buemi, Vergne, Kvyat, Hartley. Ma la miniera produce anche diamanti: Sebastian Vettel, sgrezzato nel vivaio di Faenza e poi lanciato alla conquista dei quattro titoli di fila (2010-2013), i primi di Mateschitz. E poi Daniel Ricciardo, ma soprattutto Max Verstappen: «Didi» si fidò a farlo debuttare a 17 anni, capì che quell'adolescente con i brufoli aveva doti fuori dal comune.

C'era un rapporto speciale fra loro, lo svela Max: «Non voleva mai farsi vedere dalle telecamere, ma era gentile e premuroso e pian piano ci siamo conosciuti. Ha creduto in me nonostante fossi giovanissimo. Ricorderò per sempre il nostro ultimo incontro, abbiamo parlato a lungo. Lo porterò sempre con me».

Pierfrancesco Catucci per corriere.it il 25 ottobre 2022.

Non era solo un imprenditore visionario Dietrich Mateschitz, l’uomo capace di creare un impero a partire da una lattina, la Red Bull. Era anche un magnate con le sue passioni (a cominciare dagli aerei), le sue visioni (le politiche di marketing dell’azienda hanno segnato una strada) e i suoi investimenti (qualcuno anche fuori dal comune), causa ed effetto di un patrimonio personale che si stima superasse i 20 miliardi di euro. È morto sabato a 78 anni, alla vigilia del titolo costruttori di Formula 1 portato a casa da Verstappen e Perez al termine del Gp degli Stati Uniti ad Austin e dedicato a Didi (come in pochi avevano il privilegio di chiamarlo) dalla scuderia.

Tra le proprietà di Mateschitz, anche un’isola da sogno alle Fiji — inserita nelle 101 isole più belle del mondo — su cui ha fatto costruire 25 ville di lusso con tutti i comfort destinati a una clientela di alto livello. A disposizione anche il «DeepFlight Super Falcon», un sommergibile per gli ospiti dal quale ammirare a 360° le bellezze della flora e fauna sottomarina.

Mateschitz era un grande appassionato di aerei e aveva anche la licenza di pilota che gli permetteva di pilotare mezzi come il Dassault Falcon 900 (un cosiddetto business-jet) e il Piper PA-18 Super Cub (un monomotore leggero da turismo). Nella sua collezione anche un DC6-B appartenuto al maresciallo Tito, completamente ristrutturato. Tutti i suoi aerei — tra cui anche un B-25 (il velivolo con cui gli americani bombardarono Tokyo durante la Seconda Guerra Mondiale), quattro Alpha Jet (l’aereo della Patrouille de France) e un P-38 Lighting — sono custoditi nell’Hangar 7, una futuristica struttura nell’aeroporto di Salisburgo, che è anche un museo.

E visto che Mateschitz amava fare le cose in grande, dentro l’Hangar 7, al primo piano, c’è anche un ristorante stellato di sua proprietà. Si chiama Ikarus e ha due stelle Michelin. «Un concetto fuori dal comune — si legge nella scheda sul sito della guida — l’impressionante architettura dell’Hangar 7 è sia uno spazio espositivo, che un ristorante di lusso ultra moderno che offre una cucina creativa e di massima qualità in cui scegliere tra i menu proposti dagli chef internazionali che si alternano mese dopo mese e la selezione di Ikarus». Tempi di attesa per la prenotazione? Lunghi.

Mateschitz non possedeva «soltanto» due scuderie di Formula 1 (la Red Bull campione del mondo con Verstappen e l’AlphaTauri, dal nome del brand di moda dell’ecosistema dell’energy drink), aveva anche un circuito. A Spielberg, in Stiria, il land centromeridionale dell’Austria di cui fa parte anche Graz. La pista, con solo 10 curve e continui saliscendi, è molto veloce e il 10 luglio di quest’anno ha visto trionfare la Ferrari di Charles Leclerc davanti al padrone di casa Max Verstappen a 19 anni dall’ultima volta in Rosso (nel 2002 e 2003 aveva trionfato Michael Schumacher, ma il circuito si chiamava ancora A1-Ring).

Secondo «Bloomberg News» l’impero di Mateschitz comprende 30 magnifici castelli, rimessi a nuovo dai migliori artigiani austriaci. In un primo momento lui voleva offrire una sistemazione degna alle stelle (a cominciare da quelle della Formula 1) che ospitava. Poi la passione ha preso il sopravvento e la proprietà è cresciuta a dismisura. Tra i più belli (ora è un albergo di lusso), lo Schloss Gabelhofen, a pochi chilometri dall’autodromo, che combina l’architettura storica di un maestoso castello con fossato e gli interni accoglienti di un hotel moderno.

Tra le proprietà del magnate austriaco anche due montagne, l’Ellmaustein e il Filbling a Fuschl, che si affacciano entrambe sul piccolo lago di Fuschlsee dove ha costruito anche la sede centrale di Red Bull.

Tra gli investimenti di Mateschitz anche il birrificio della Stiria Thalheimer Bier (sempre nell’area adiacente al Red Bull Ring) che produce birra utilizzando acqua medicinale che sgorga in maniera naturale da una sorgente a 300 metri di profondità.

Mateschitz amava anche gli animali. Ecco perché acquistò anche il Trakehner Stud Murtal, una vera e propria oasi per cavalli, sempre in Stiria. Il Trakehner, d’altronde, è una razza di prussiano molto elegante, inserita dall’Unesco nel Registro nazionale dei beni culturali immateriali. Una razza leggendaria, sull’orlo dell’estinzione dopo la seconda guerra mondiale, e sopravvissuta solo grazie all’impegno di pochi allevatori.

MISTER RED BULL, L’UOMO CHE HA CAMBIATO LO SPORT. Umberto Zapelloni per “il Giornale” il 24 Ottobre 2022.

Dietrich Mateschitz era l'uomo che aveva messo le ali allo sport, non solo a Sebastian Vettel e a Max Verstappen. Meglio riconoscibile come il signor Red Bull, era uno degli uomini più ricchi del mondo, il 56° stando alle classifiche 2021 di Forbes e aveva fatto dello sport il suo parco giochi privato investendo milioni di euro in qualsiasi disciplina potesse creare spettacolo.

 Lo ha fatto in Formula 1, nel moto mondiale, ma anche nel calcio con il Salisburgo, ma soprattutto con il Lipsia, nello sci, nel nuoto, negli e-sports, negli sport estremi, come i tuffi dalle grandi altezze che lui portava nei posti più belli e spettacolari del mondo, fino anche la federnuoto si è accorta di quel potenziale inserendoli nel programma di mondiali e Giochi olimpici. In un certo senso ha cambiato le leggi dello sport non soltanto investendo milioni di dollari, ma cambiando proprio faccia alla comunicazione un po' come con la sua pattuglia acrobatica di aerei che ogni tanto sfreccia nei cieli.

La sua vita è incominciata a 40 anni quando fondò la Red Bull GmbH di cui detiene il 49% delle azioni. Ha dato allo sport una botta di energia giovane e fresca, esattamente l'effetto che hanno le sue bevande quando ti viene un abbiocco. Partendo da una bibita in lattina, ha conquistato 10 titoli mondiali con Vettel e Verstapppen, battendo chi le automobili le fabbrica per vivere e non è che investa molto meno. Ha rilevato due squadre, trasformando la Jaguar in Red Bull e la gloriosa Minardi in Toro Rosso (e poi in Alpha Tauri, inguardabile nome della collezione di moda del gruppo).

Ha portato il Salisburgo a vincere in Austria e il Lipsia a far scuola con quel Rangnick che stava per finire al Milan. Ci ha provato anche a New York comprando i MetroStars e trasformandoli in New York Red Bulls e in Brasile fondando la Red Bull Brasil. Ha scoperto giovani talenti, ha rivoluzionato la comunicazione fondando pure una rivista che è diventata un must per gli amanti degli sport estremi, ha portato nel paddock, negli stadi, nelle palestre, sulle montagne e in fondo al mare una ventata di gioventù. Proprio come ha fatto con i suoi drink energetici nel panorama delle bevande.

Si è inventato una nuova categoria merceologica invadendo 170 paesi e costruendo un brand valutato più di 10 miliardi di dollari. Oggi l'azienda ha 13.610 dipendenti e nel 2021 ha venduto 9.804 miliardi di lattine. Dopo averci messo una decina d'anni a laurearsi in marketing all'università di Vienna (era più interessato a feste e ragazze) ha cominciato la sua carriera in Unilever, passando poi alla Procter & Gamble a vendere creme, dentifrici e shampoo. Quando per battere il jet lag in Thailandia ha aperto una lattina di Krating Daeng il suo mondo è cambiato.

Questo almeno racconta la leggenda, perché una versione ufficiale non esiste. La bibita spopolava tra i camionisti e tra chi non voleva rischiare una botta di sonno. A quel punto con il socio thailandese che aveva in portafoglio la bevanda, ha fondato la nuova società: 500mila dollari a testa e la sfida è partita. Il primo aprile 1987 la prima lattina di Red Bull è arrivata sul mercato austriaco. Conquistarlo non è stato facile. Nessuno la voleva.

Molti paesi la ostacolavano perché conteneva troppa caffeina, in Italia per molto tempo non veniva venduta ai minorenni. Mateschitz ha cominciato a battere gli autogrill porta a porta con le sue lattine strette e lunghe. Non si arrendeva mai proprio come all'inizio della sua carriera da sponsor quando aveva dovuto insistere per convincere Gerhard Berger, allora alla Ferrari, a entrare nella sua squadra. 

Avrebbe potuto sfruttare la sua popolarità invece ha sempre preferito fare il regista lontano dai riflettori. Lo show lo faceva fare agli altri, basta che portassero i suoi colori. Sul cappellino, sulla tuta, sul costume. Ovunque basta che si vedesse e trasmettesse un'immagine di velocità, freschezza, gioventù. A lui è sempre bastato mettere le Aaali agli altri. Al massimo per sé teneva qualche aereo da collezione nell'hangar diventato museo a Salisburgo. 

Bagnaia, Valentino Rossi e il passaggio di consegne. Giorgio Terruzzi su Il Corriere della Sera il 7 Novembre 2022.

Pecco è il nuovo re della MotoGp, Valentino lo ha accolto, svezzato e accompagnato nel giorno decisivo. Bagnaia, in piedi sulla Ducati, con l’enorme murales di Valentino alle spalle: l’italica continuità

La festa di Bagnaia ad un anno di distanza dalla festa di Rossi. Il luogo è lo stesso, Valencia. Un debutto e un addio. Pecco fresco campione del mondo; Valentino al tramonto di un’epoca segnata dalla propria, dominante personalità. Il Dottore a ballare nei box; Francesco contenuto nel momento di massima gioia. Due immagini che contengono un passaggio di consegne e, nel contempo, una profonda diversità. L’uno mentore dell’altro: Vale ha accolto e svezzato Bagnaia, l’ha accompagnato nel giorno decisivo ben sapendo di aver tirato su un figlio che usa altri modi e metodi, per correre, vivere, comunicare. Un rapporto che funziona nel rispetto dell’altro, senza pretendere o cercare emulazioni. E Pecco, in piedi sulla Ducati, con l’enorme murales di Valentino alle spalle, ci ha regalato ieri una curiosa immagine di italica continuità.

Abbiamo un nuovo re della MotoGp, portatore di uno stile personale, lontanissimo da quello del suo maestro, per molti versi ancora indecifrabile. Diverso anche dai tratti che segnarono il lungo dominio di Giacomo Agostini, un altro padrone, il viso adatto al podio, alle copertine, alle euforie anni Settanta. Bagnaia vince e conquista in quanto antieroe. Rappresenta il miglior investimento del motociclismo, alla ricerca di una nuova star. Che sia capace di reggere il ruolo, mica detto, ma guai ad escluderlo perché stiamo parlando di un ragazzo le cui potenzialità restano misteriose. Forse persino per lui. Ieri ha gestito, al contrario di altri fenomeni della piega. Un atteggiamento che annoda i nervi del tifoso ma che ha pagato con ampio margine. Lo stesso modus operandi gli ha permesso di risalire dall’abisso, recuperare, battere un campione di prim’ordine, Quartararo, meno sorretto tecnicamente ma dotato di tempra e cuore. «Sbaglio una volta e poi più» ripete, intendendo una attitudine alla riflessione assidua ed efficace, dote che gli viene riconosciuta all’unanimità, abbinata ad una grinta mascherata ma decisiva in corsa. La vita privata rispecchia i comportamenti agonistici.

Casa e famiglia, i genitori sempre nei pressi, la fidanzata in marcatura permanente, la sorella ad assisterlo nei box, il bassotto Turbo per andare a fare la spesa. Pesaro, dove vive ora, come Chivasso, dove è cresciuto. Una consueta normalità per covare gesti eccezionali. Non litiga, non sbraita. Padronanza mentale come segreto per forzare o frenare quando serve. C’è chi dice: tornerà Marquez, una bestia; Quartararo è pronto per la rivincita; Bastianini sarà un compagno scomodo. Con il dubbio insistente che la crescita di Pecco sia solo cominciata. Liberata ora da un traguardo cercato sin da quando era bambino. A Valencia, ieri, dopo aver detto: bene, grazie, sono contento, mentre la sua squadra faceva baldoria, sembrava aver voglia di scappar via. Di tornare nei suoi rifugi silenti, dove impara, ogni santo giorno, come fare meglio, di più. 

Francesco Pecco Bagnaia: le origini del soprannome, la sorella Carola, la fidanzata Domizia. Giorgio Terruzzi su Il Corriere della Sera il 6 Novembre 2022.

Bagnaia, carattere riflessivo, poche copertine: la sorella Carola che lavora per la Ducati, la fidanzata Domizia a soffrire al box, Valentino Rossi come coach. La mania delle scarpe, l’amore per la cucina e il cane Turbo: chi è il campione del mondo

Bagnaia è campione. Primo italiano su moto italiana dopo 50 anni, Agostini, MV. Un campione anomalo. Pochi frizzi, nessun lazzo. Piuttosto casa — a Pesaro — e famiglia — a Chivasso. Tutti lì, a proteggerlo, incoraggiarlo, sostenerlo. La sorella Carola in divisa Ducati (è media manager del team), la fidanzata Domizia a soffrire in pianta stabile nel box. Non un personaggio da aneddoti e copertine, diversissimo da Valentino che pure l’ha adottato, l’ha svezzato, lo consiglia nei momenti chiave, come accaduto in questi giorni a Valencia. Eppure, di Rossi è l’erede conclamato, segnando una sorta di italica continuità nel primo anno di MotoGp senza «The Doctor» in pista.

Una consolazione per il Mondiale a due ruote, alla forsennata ricerca di una nuova star. Non proprio una manna perché lui, Francesco detto Pecco, è refrattario al riflettore, poco avvezzo alla ribalta nonostante un curriculum ormai luminoso. Campione mondiale in Moto2 nel 2018, campione supremo ora dopo portentosa rimonta; dopo titubanze da carico di responsabilità; dopo qualche caduta di troppo. Torinese, data di nascita 14 gennaio 1997, in moto da quando era alto così, avviato e accudito da babbo Pietro, mamma Stefania convinta che il carattere forte e determinato sia opera sua. Razionale, Bagnaia, lo è di certo. «Sbaglio una volta e poi più» ripete, intendendo una attitudine alla riflessione, all’analisi dei meccanismi propri, assidua ed efficace. Una dote che gli viene riconosciuta all’unanimità, abbinata ad una grinta mascherata, decisiva in corsa.

Tifa Juve, tifa Hamilton, un po’ costretto ad usare esclamativi anche per Leclerc, essendo stretta, territoriale e monocromatica la relazione tra Ducati e Ferrari. Una sola fissa, per le scarpe, il piacere di fare la spesa e cucinare giorno dopo giorno, se possibile in compagnia del cane bassotto Turbo, un nome come un marchio di famiglia. Non litiga, non sbraita. Ragiona, parla della propria padronanza mentale come del vero segreto per portare in fondo ogni gara, per forzare o frenare quando serve per vincere. La ricetta, risultati alla mano, funziona. L’ha trasformato in una specie di oggetto ancora oggi misterioso perché il limite vero di Pecco nessuno può raccontarlo, forse nemmeno lui.

Le pagelle della stagione MotoGp 2022: Bagnaia da 10 ci ha creduto, Quartararo campione di sportività

Al punto da rendere arduo un pronostico pensando agli anni che verranno, al ritorno di Marquez, al talento di Quartararo. Avversari dotatissimi e più appariscenti di lui. Capaci di batterlo mica detto. 

Paolo Lorenzi per il “Corriere della Sera” il 7 novembre 2022.

C'è un metodo nel successo di Bagnaia. Una ragione tecnica che risale alla strategia varata dal general manager di Ducati Corse, Gigi Dall'Igna, all'insegna di una visione ingegneristica, molto cara ai vertici della casa bolognese. Nella pratica sportiva, i piloti contano quanto i tecnici, giovani e brillanti (età media 40 anni) che lavorano a Bologna sviluppando idee che gli avversari spesso hanno dovuto copiare.

Perché la Ducati ha tracciato una strada, credendo prima di tutti nello sviluppo aerodinamico e in altre soluzioni che hanno aperto vie inesplorate. Persino i giapponesi si sono messi in scia, a malincuore. «Nelle corse la nostra cifra è la capacità d'innovare e interpretare al meglio il regolamento tecnico» spiegava Claudio Domenicali. Ne è scaturita una guerra di norme che a Bologna ha lasciato cicatrici ancora fresche.

Non sempre e non tutto ha funzionato alla perfezione. Potenza e guidabilità erano parametri difficili da combinare. Dovizioso ne ha pagato in parte lo scotto. Con Bagnaia è andata decisamente meglio. 

Un passo alla volta. La Rossa di quest' anno ha vinto dappertutto, in mani diverse. La ripartenza dopo la pandemia ha ridato slancio alle idee, ma forse si è peccato in eccesso. A inizio anno Bagnaia ha sprecato energie preziose per testare novità a ripetizione, prima di trovare il giusto equilibrio, mentre Quartararo ne approfittava scappando via. «Qualche errore c'è stato» ha ammesso Domenicali.

Ducati ha messo in pista 8 moto, una dittatura secondo gli avversari (quando la Honda ne schierava altrettante nessuno aveva però nulla da obiettare). Una strategia onerosa - destinata a cambiare -, ma che ha permesso di raccogliere dati preziosi da ogni pilota, il terminale di quel sistema che riporta al reparto corse di Bologna, attraverso i tecnici in pista. Una squadra che in molti gli invidiano (la Ktm ha già fatto campagna acquisti). «Abbiamo trovato la sintesi tra l'atleta, la squadra che sfrutta le sue capacità organizzative e i tecnici che a casa esprimono il meglio della ricerca universitaria» spiegava Domenicali. Questione di metodo, appunto.

La maestra di Bagnaia: «In seconda elementare mi disse “sogno di far parte della squadra di Valentino Rossi”». Floriana Rullo su Il Corriere della Sera il 6 Novembre 2022

Gli amici, le insegnanti e i compagni di scuola raccontano il piccolo Pecco  

«Pecco? Un chivassese doc che ama stare con gli amici. E uno che sin da bambino sapeva che cosa volesse diventare da grande: diventare un campione». Nel giorno in cui l’intera Chivasso celebra Francesco Bagnaia , neo laureato campione del mondo di MotoGp in sella alla sua Ducati, c’è un’intera comunità pronta a raccontare come quel giovane dai capelli scuri e dal sorriso solare, con umiltà e tanto lavoro, sia riuscito a salire sul tetto del mondo. Francesco Bagnaia, per tutti Pecco, classe 1997, del resto è nato e cresciuto all’angolo tra via Po e viale Matteotti. Un ragazzo casa e famiglia, senza grilli per la testa, che tifa Juventus, colleziona scarpe e ama cucinare per tutti. Quando lascia Pesaro, dove si è trasferito nel 2017 per inseguire il suo sogno, torna nella sua casa nel Torinese con la fidanzata Domizia Costantini e il loro bassotto Turbo, per stare con mamma Stefania e papà Pietro che insieme mandano avanti la loro ditta di installazione di ascensori, a Mappano.

«Ed è proprio nel cortile di casa che Pecco ha ricevuto la sua moto da minicross in regalo da Pietro — racconta Luca Cena, amico di sempre e fondatore del fan club che lo segue in tutto il mondo —. È li che è iniziato tutto». Era il 2003. L’inizio della favola di «Pecco», come la sorella Carola, sempre con lui sui circuiti, dove spesso lo segue anche la fidanzata, ne storpiava il nome da bimbo. Un soprannome che non lo ha più abbandonato. «Non andava molto bene in inglese a quei tempi — racconta Chiara Varuzza, la compagna di classe alle elementari —. Ma oggi ha un’ottima preparazione, da fare invidia. Era un bambino molto timido. Ricordo la sua passione per le moto sin da ragazzino».

Una passione che anche Raffaella Bellone, l’insegnante delle elementari ricorda bene. «Francesco era molto buono e socievole. Sapeva quello che voleva. In prima e in seconda elementare lo vedevo bene come intrattenitore. Sapeva raccontarci episodi di vita familiare con un umorismo pazzesco, facendoci ridere. Davvero tanto. Era molto riflessivo. Ricordo, eravamo in seconda elementare, un giorno durante l’intervallo, mentre chiacchieravo, mi disse: “Sogno di far parte della squadra di Valentino Rossi”. La sua passione per le moto , assecondata soprattutto dal papà che lo ha sempre seguito moltissimo, era già ben presente. Ma anche ora, quando ci racconta delle sue gare, lo fa con modestia, con naturalezza. È davvero un bell’esempio per tutti i ragazzi. Di questo sono davvero orgogliosa come insegnante».

Un sogno diventato realtà per quel bambino che non riusciva mai a stare fermo fin da piccolo, che amava lo sport, dallo sci alla bicicletta, dai cavalli nel ranch a Piazzo che la famiglia aveva, fino al basket, il calcio e lo skate fatto correre in piazza Castello a Torino. E che invece faticava a scuola, soprattutto durante le superiori quando si divideva tra sport e i banchi dell’Itis. «Tanto che i professori gli dicevano spesso di lasciare perdere con le moto — racconta Luca Cena —. Ma lui era attratto dalla velocità. E aveva ragione. Così come da sempre sapeva che voleva al suo fianco Domizia. Ci conosciamo tutti fin da bambini e lui sapeva di voler trascorrere la sua vita con lei. E così è stato. Quando viene a Chivasso si siede al bar, ride e scherza come uno qualsiasi. È uno di noi. Matto come noi. Ha solo un problema. La competizione. Lui vuole vincere sempre, sin da quando eravamo piccoli. Con le bici ad esempio, o dopo la patente con le macchine magari quando c’era un po’ di neve per terra, Pecco aveva quella capacità di trascinarti al limite. Solo che il nostro limite e il suo non erano uguali». Forse, anche per questo, il suo motto è una frase che gli ha sussurrato una tifosa: goditi la gara, vai libero (go free). Una frase diventata mantra che lo ha trasformato nell’erede di Valentino Rossi.

Le pagelle della stagione MotoGp 2022: Bagnaia da 10 ci ha creduto, Quartararo campione di sportività. di Paolo Lorenzi su Il Corriere della Sera il 6 Novembre 2022.

Pecco Bagnaia riporta il titolo in Italia. Bastianini, è mancata un po’ di convinzione, Bezzecchi rookie dell’anno. Marquez, 7 per la tenacia, aspettando il vero ritorno

Le pagelle della stagione di MotoGp

Bagnaia riporta il titolo della MotoGp in Italia, dopo quello vinto da Valentino Rossi nel 2009. È il settimo italiano vincente nella massima categoria del motomondiale e regala alla Ducati il secondo successo iridato dopo quello storico di Stoner del 2007. Quartararo cede la corona con grande sportività, Marquez chiude la stagione senza nemmeno una vittoria, Bastianini conquista il terzo posto.

Pecco Bagnaia: 10

Bagnaia è il settimo campione italiano a vincere nella massima cilindrata. L’ultimo in ordine di tempo dopo Valentino Rossi da cui ha preso il testimone (il primo italiano su moto italiana 50 anni dopo Giacomo Agostini su Mv Augusta). La prudenza dell’ultima gara poteva anche starci, vista la posta in palio, ma la grinta messa in pista da metà stagione in poi cancella ogni dubbio. I 91 punti recuperati a Quartararo sono da record, la forza di credere fino in fondo a una rimonta che pareva impossibile dicono tutto sul carattere del primo vero campione del post pandemia. La Ducati è stata senz’altro la moto migliore in pista, ma lui è stato il migliore di tutti i piloti Ducati, capace d’imparare dai propri errori, di crescere di gara in gara.

Fabio Quartararo: 9

Campione anche di sportività, ha perso con stile, dopo aver tenuto aperto il campionato fino all’ultima gara. Ha smarrito il filo a metà stagione dopo aver vinto l’ultima gara in Germania. Fino a quel momento è stato devastante, da lì in poi ha rivisto il podio in sole due occasioni. Ma il suo talento e la sua velocità in moto sono un dato di fatto, l’inferiorità tecnica della Yamaha il suo vero punto debole (insieme a qualche errore evitabile, come in Olanda e in Australia).

Enea Bastianini: 9

Un pizzico in più di convinzione a metà stagione e oggi forse scriveremmo un’altra storia su di lui. A tratti è stato una spina nel fianco persino per Bagnaia e la Ducati — che l’ha cooptato nel team ufficiale dal 2023 (ricordarsi di Misano, Aragon e Motegi) — ma ha quel che serve per essere protagonista nella prossima stagione: quel mix di talento, velocità, e irriverente simpatia che lo farà anche amare dai tifosi. Intanto si prende il terzo posto nel mondiale, superando all’ultima gara Aleix Espargaro.

Aleix Espargaro: 8

Ha alimentato i sogni dell’Aprilia, insieme al suo, per tre quarti del campionato. Ha regalato a Noale la prima vittoria in Motogp, motivato la squadra, illudendola persino col miraggio del titolo. Qualche parola fuori posto sul team, a fine stagione, stona però con il profilo da capitano tenuto per tutta l’anno.

Marc Marquez: 7

Il voto premia la tenacia più che i risultati in gara condizionati dalla quarta operazione al braccio destro, da un lungo recupero e, aspetto altrettanto essenziale, da un progetto tecnico sbagliato. Risultato: nemmeno una vittoria in tutta la stagione. Tutti l’invocano, sperando in un suo completo recupero, perché la MotoGp senza di lui, al netto dei sentimenti contrastanti che suscita da anni, ha perso un riferimento.

Marco Bezzecchi: 7

Il rookie dell’anno (titolo vinto in anticipo) ha messo in pista grinta, talento e un cuore generoso che ha conquistato i tifosi. Al primo anno in Motogp è cresciuto in fretta, si è preso un secondo posto meritato al Mugello, due volte si è fermato ai piedi del podio. Un puledro di razza da seguire con cura.

Jack Miller: 7

Il compagno di squadra che tutti vorrebbero, sincero, generoso e leale. Simpatico fuori e dentro il box, genuino come solo gli australiani sanno essere. Fosse un vincente seriale sarebbe un idolo, ma in gara è più un comprimario, uomo da podio sì, da titolo non ancora. Forse in Ktm troverà la dimensione giusta.

Jorge Martin: 6

Ha perso il derby con Bastianini per il posto nella squadra ufficiale e non l’ha presa bene ma i risultati parlano per lui: zero vittorie e quattro podi, troppo poco guidando una Ducati ufficiale. Ha talento, è velocissimo in prova, ma in gara raccoglie poco. Come ha dimostrato a Valencia cedendo alla rimonta di Binder.

Maverick Vinales: 6

L’Aprilia (voto 8) gli ha dato fiducia e lui l’ha ripagata con tre podi nella seconda parte della stagione, poi si è spento insieme ai progressi di una moto che ha performato per due terzi della stagione. L’operazione recupero di un pilota di razza sembra però compiuta. Con tutti i dubbi che si porta dietro, su continuità, equilibrio…

Luca Marini: 6

Un mattoncino dopo l’altro ha costruito la crescita della sua stagione a cui è mancata solo il podio. Ha vinto per il derby con il compagno di squadra, anche grazie a una Desmosedici più performante.

Joan Mir: 5

Va bene il ritiro prematuro della Suzuki, ma darsi per vinto così in fretta no, quello non va bene per il campione del mondo del 2020. Svanito nel limbo dei risultati anonimi, ha pure sofferto un brutto infortunio in Austria pagato con 8 settimane via dalla gare. Un errore del box in Australia (gara vinta dal compagno di squadra) ha peggiorato il bilancio finale. Il passaggio alla Honda ufficiale l’anno prossimo potrebbe rilanciarlo.

Franco Morbidelli: 5

Il primo dei delusi è lo stesso pilota romano che ha sofferto tutto l’anno un rapporto difficile con la Yamaha. Il salto sulla M1 ufficiale gli ha tolto qualcosa e lui si è smarrito. Solo Quartararo è riuscito a cavarci qualcosa di buono. Rassegnato? Forse no, ci ha provato, qualche segnale di recupero s’è intravisto, ma è troppo poco ancora. Da lui ci si aspetta molto di più.

Massimo Calandri per repubblica.it il 7 novembre 2022.

Quando Valentino buttò via proprio su questa pista, all’ultima gara, un mondiale che sembrava già vinto, Pecco aveva 9 anni e pianse davanti alla tv. Ieri il Doc lo aspettava dopo il traguardo. Per tutto il fine settimana gli aveva ripetuto che non era mica il caso di preoccuparsi. «Il segreto per vincere è uno solo: divertirsi». 

Bagnaia, le lacrime sotto il casco 

Ma Bagnaia durante la gara non si è divertito. E ha pianto di nuovo, nascosto dal casco. Questa volta sono state lacrime dolci. I due si sono abbracciati, un momento esemplare: nella prima stagione senza il suo Rossi, quando sembrava sul punto di collassare, il motociclismo italiano è sbocciato grazie a un ragazzo che ha imparato tutto dal pesarese e non gli assomiglia per nulla. Timido, riservato. Gentile, educato. Anche nella guida, così pulita. Gli vogliono bene tutti: non è un caso se il primo a fargli i complimenti sia stato il rivale, Quartararo detto El Diablo, battuto al termine di un campionato dalla dinamica folle. A metà del calendario, il biondino della Yamaha aveva su di lui un vantaggio abissale, 91 lunghezze: nelle 10 corse seguenti Pecco ha recuperato il gap, chiudendo ieri con 17 punti di vantaggio. Merito di una Ducati che l’ingegner Gigi Dall’Igna – è lui, il vero diablo – ha finalmente reso leggera, non solo potente.

Ma la chiave è il talento di questo ragazzo piemontese, che vincendo 7 gp ha saputo imparare dagli errori e mantenere la calma. Anche ieri, quando per la prima volta stava perdendo la fiducia nella sua Gp22: «Per fortuna, dopo il warm up del mattino mi sono tranquillizzato un poco. Però…». Però il box rosso – a proposito: il colore preferito di Valentino è sempre stato giallo canarino – sbandava da giorni, sull’orlo di una crisi di nervi. 

L'emozione di Carola e Domizia

«Coi motori non si sa mai che cosa può accadere, fino all’ultima curva»: il cuore del povero Davide Tardozzi, team manager che recitava il mantra da settimane, durante la corsa ha sfiorato i duecento battiti. Carola e Domizia, sorella e fidanzata di Pecco non avevano il coraggio di guardare il monitor. Il ds Paolo Ciabatti si tormentava il ciuffo, Dall’Igna il pizzetto mefistofelico. Al loro pilota sarebbe bastato arrivare 14°, e sempre che il francese della Yamaha riuscisse a vincere. Ma nelle prove era stato un rosario di cadute tra i piloti. «Alla vigilia non ero per niente tranquillo», ha confessato Bagnaia. «Venerdì per via del vento avevamo fatto alcune modifiche, che il giorno dopo non hanno funzionato: 

‘Se davvero domenica faccio 15° e Fabio batte tutti?’, mi sono chiesto». Così ieri mattina ha deciso di tornare al vecchio assetto della moto, quello che ha sempre funzionato. È andata meglio. Disobbedendo al suo mentore, il ducatista inquieto ha scelto di attaccare subito dopo il via: in un paio di giri ha duellato con l’altro come non aveva fatto in tutto l’anno, mentre Tardozzi era sul punto di avere un infarto. Strategia perfetta: Quartararo ha perso contatto dai migliori, addio vittoria. I due durante un sorpasso si sono toccati, Pecco ha perso una delle ali aerodinamiche. «A quel punto ho pensato solo a restare in sella. E a contare i giri alla fine». 

Il casco dorato col numero 1

Quel modestissimo nono posto finale è valso il trionfo. All’arrivo lo aspettavano genitori e nonni, più il Doc e gli altri ragazzi dell’Academy di Tavullia. Su tre pannelli – uno verde, uno bianco, uno rosso – qualcuno ha dipinto i numeri usati in carriera dal 25enne di Chivasso: il 21 dei tempi della Moto3, il 42 di quando nel 2018 si prese il mondiale di Moto2, il 63 attuale. Una combinazione che gli ha poi permesso di aprire una cassaforte, nel corso della celebrazione: conteneva un casco dorato col numero uno. World Champion. 

Ha indossato una maglia rossa con la scritta “Campioni”: fotografa perfettamente la filosofia di Borgo Panigale così come la racconta il ceo, Claudio Domenicali. «La nostra non è solo un’azienda. È una squadra unita, una famiglia». Quindici anni dopo l’ultimo e unico successo con Casey Stoner, il Canguro Mannaro, Ducati fa festa: si è presa pure i titoli costruttori e squadre. Era da mezzo secolo – Giacomo Agostini con la MVAgusta, 1972 – che non vinceva un nostro pilota su una moto italiana. L’ultimo mondiale in MotoGP se lo era invece preso Valentino, nel 2009. Sembrava un secolo. Quell’abbraccio di ieri ha il sapore di un passaggio di testimone. «Ed è solo l’inizio», promette Pecco.

Matteo Aglio per “La Stampa” l’8 novembre 2022.

Venticinque anni, un metro e 76 di altezza per 67 chili di peso, capelli ricci e occhi castani: è l'identikit del nuovo campione del mondo della MotoGp. Pecco Bagnaia da Chivasso, che è riuscito a riportare domenica a Valencia il titolo in Italia, a casa della Ducati. Questa descrizione, però, non dice nulla del pilota, il mister Hyde che prende il posto del dottor Jekyll quando la visiera si chiude e il semaforo si spegne davanti agli occhi. 

Gentile e pacato davanti alle telecamere, in pista mostra le caratteristiche del campione, l'ossessione per la vittoria. Lo stesso era Stoner, il Canguro Mannaro il suo soprannome, tutto genio e sregolatezza. Caratterialmente i due non potrebbero essere più diversi, ma quest' anno hanno capito di parlare la stessa lingua. Pecco gli scriveva per ricevere qualche consiglio, Casey rispondeva finché, in Australia, si è presentato nel suo box per aiutarlo. 

L'australiano non pensava a nient' altro che al successo vittoria e identico è l'italiano, anche al costo di sbagliare. Bagnaia è il pilota che ha vinto più gare quest' anno (7) ed è anche quello che ha compiuto più giri davanti a tutti. Nella guida, però, non potrebbe essere più diverso da Stoner. Casey era un concentrato di talento e cuore, Pecco ha la prima caratteristica, ma la unisce all'intelligenza. L'australiano guidava sopra i problemi, Bagnaia preferisce risolverli.

Per lui un gran premio è scala da costruire gradino dopo gradino, per poi salirli fino all'obiettivo finale. Ogni cosa deve funzionare come gli piace, senza sbavature, e allora dà il meglio di sé. Jorge Lorenzo faceva lo stesso, quasi maniacale nel sistemare ogni dettaglio al posto giusto, come un puzzle che mostra l'immagine della vittoria solo una volta completato. Pecco assomiglia al maiorchino anche per un altro motivo: a guardarlo dall'esterno sembra essere lento quanto in realtà è esattamente l'opposto. Ha eleganza quando disegna sulla pista traiettorie rotonde e precise, colpi di pennello sull'asfalto. 

 «È un vero vincitore seriale» lo descrive Gigi Dall'Igna, il direttore generale di Ducati Corse che lo ha voluto con sé quando Bagnaia era solo una speranza. Non era stato l'unico a vedere la stoffa del campione in quel ragazzino testardo che cercava di farsi strada nel mondo dei grandi delle due ruote. Anche Rossi, quasi 10 anni fa, aveva deciso di puntare su di lui. Quando tutti dicevano che Pecco valeva poco, il Dottore gli ha aperto le porte della sua scuola, gli ha fatto da maestro, fratello maggiore, amico. «Non ci sarà mai un altro Valentino» ripete Pecco.

Ha ragione, l'istrione di Tavullia, con il suo innato senso dello spettacolo, è lontano dal piemontese, ma qualcosa hanno in comune. Nessuno dei due sa cosa significhi arrendersi e, anzi, riescono a tirare fuori il meglio di se stessi nelle difficoltà. Come quando Valentino fallì con Ducati e riuscì a tornare competitivo con la Yamaha, così Pecco è dovuto cadere tante volte per poi sollevarsi fino all'altezza che ora ha raggiunto.

Il rimorso di averlo tutti ignorato. Quando nel 2015 Valentino Rossi atterrò a Valencia per giocarsi il titolo mondiale contro il compagno di squadra in Yamaha, Jorge Lorenzo, c'era un Paese spaccato. Benny Casadei Lucchi su Il Giornale il 7 Novembre 2022.

Quando nel 2015 Valentino Rossi atterrò a Valencia per giocarsi il titolo mondiale contro il compagno di squadra in Yamaha, Jorge Lorenzo, c'era un Paese spaccato, diviso tra guelfi e ghibellini dell'impennata, tra chi riteneva che il Dottor Rossi fosse vittima di una complotto di matrice ispanica ordito dallo stesso Lorenzo e da Marquez per non fargli vincere il decimo titolo, e chi sosteneva che un po' Valentino se la fosse cercata, complicandosi la vita con ginocchiate e squalifiche nel gp precedente. Ci fu anche una interrogazione parlamentare sul biscotto iberico, così fu definito da Bolzano a Lampedusa l'epilogo amaro della gara e il mancato mondiale del nostro. Quando mercoledì Francesco, detto Pecco, Bagnaia è atterrato a Valencia c'era invece un Paese che pensava a tutt'altro, un Paese che motoristicamente parlando, questo meraviglioso finale di campionato aveva praticamente ignorato. Con buona pace di una rimonta epocale che nello sport si è concretizzata raramente, e di un'accoppiata pilota italiano su moto italiana che non vedevamo da mezzo secolo. Colpa di Pecco poco personaggio? No, colpa di Valentino troppo personaggio e troppo tutto per noi. Come se il campione che aveva sdoganato un grande sport rimasto sempre di nicchia e per appassionati, ritirandosi, avesse portato con sé la passione di un popolo. Quante volte in questi mesi abbiamo scritto, letto, sentito dire che Pecco piemontese di Chivasso era emigrato a Tavullia e dintorni per abbeverarsi alla fonte del Maestro, del Mentore? Quante volte abbiamo dipinto questo quadretto quasi ci servisse per dare peso a un non personaggio che cercava, a fatica di diventarlo. Ecco. Bagnaia adesso lo è. Ci è riuscito con eleganza, più da giocatore di scacchi che motociclista, regalando alla Ducati e agli appassionati orfani di Rossi qualcosa che neppure Valentino aveva conquistato, e regalando a tutti noi una strana e calda sensazione di grande gioia mista a grande rimorso. Quello di averlo fin qui ignorato.

Pecco dopo Valentino. Il "peso" e le lacrime di un trionfo in rincorsa. Titolo a Bagnaia 13 anni dopo Rossi e a 50 dal bis Ago-Mv Agusta: "Riportarlo in Italia, che tensione". Sergio Arcobelli su Il Giornale il 7 Novembre 2022.

Benvenuti nella nuova era del moto mondo e dell'Italia, l'era di Bagnaia. Primo anno d.V., dopo Valentino. Tredici stagioni sono passate dall'ultimo trionfo del fuoriclasse pesarese, ma finalmente la lunga astinenza è conclusa. Merito di Francesco Pecco Bagnaia, 25enne di Chivasso, provincia di Torino, che ha reso possibile qualcosa che sembrava impossibile a giugno, quando il ragazzo cresciuto nell'Academy di Vale si è trovato a novantuno punti di distacco da Fabio Quartararo, leader del Mondiale in quel momento. Alzi la mano chi avrebbe scommesso un euro su Pecco? Eppure, il ragazzo nato nel 1997, anno del primo titolo (in 125) del suo idolo Rossi, non ha mai smesso di crederci e, nell'ultima gara dell'anno di Valencia, ha completato l'opera e festeggiato il più grande traguardo della carriera. «È tutto bellissimo e fantastico. È stata la gara più dura e difficile della mia vita, la mia ambizione era di arrivare tra i primi cinque ma dopo 5 giri ho cominciato a soffrire con l'anteriore della moto. Non ha importanza. È stata lo stesso una grande giornata. E sono molto felice».

Abbraccia tutti i cari, Bagnaia. Il primo a venirgli incontro, però, è Fabio Quartararo, il rivale battuto, il re che cede il trono, ma soltanto dopo aver combattuto da leone. Che battaglia quella tra i due al secondo giro, si contano tre-quattro sorpassi palpitanti, in uno di questi i due vengono a contatto, l'aletta del ducatista vola via, un brivido sale lungo la schiena degli italiani. Dopodiché, per il francese diventa una gara tutta in salita, nel tentativo di recuperare sui tre battistrada, fra questi il vincitore Rins, ma senza successo. Alle sue spalle, invece, Bagnaia annaspa, non riesce a trovare ritmo, allora decide di gestire la sua gara, senza prendersi rischi: non è necessario. Finisce nono al traguardo, mentre Quartararo, che era costretto a vincere, è solo quarto.

Può iniziare così la festa. Lo abbracciano tutti. Papà Pietro, mamma Stefania, la fidanzata Domizia, la sorella Carola, il fratello Filippo, lo stesso Valentino. Lui quasi non ci crede. È pure pallido in volto. Dietro, intanto, il suo fan club prepara la festa, allestendo una passatoia di colore rosso, con la scritta 21-42-63, i tre numeri che ha portato nella sua moto da quando ha iniziato a correre nel motomondiale. Ma quello più importante è un altro, ovvero l'uno, che i suoi tifosi gli hanno appiccicato sulla carena. Arrivato al parco chiuso, gli porgono un casco d'oro. Lo guarda, poi lo alza al cielo. Aveva già vinto il titolo in Moto2, quattro anni fa, ma non potrà mai essere la stessa cosa. «Ho pianto - racconterà in conferenza stampa -, per questa incredibile vittoria. Ho sentito tanto in questi giorni la tensione sulle mie spalle, il peso di dover riportare questo titolo in Italia. Ho parlato sabato con Vale, mi ha detto di essere orgoglioso che potevo giocarmi questo momento. Mi ha detto di essere felice, di divertirmi, e ho provato a farlo. Ma non ha funzionato (ride, ndr)». Per fortuna, ha funzionato tutto il resto.

La Ducati chiude il cerchio: da Capirossi e Stoner fino all'allievo piemontese che supera il maestro Vale. Il successo della Casa italiana è di tutto il popolo ducatista: una moto all'insegna della potenza, domata per primo da Loris e dall'australiano. Rossi non ci riuscì. Maria Guidotti su Il Giornale il 7 Novembre 2022.

Campioni del mondo. La coppa alzata al cielo da Pecco Bagnaia raccoglie i sogni e i sacrifici di tutti i ducatisti. Di un reparto corse fatto di appassionati prima che di professionisti e soprattutto di loro, i piloti che hanno percorso un pezzo di strada di questa meravigliosa favola italiana: Loris Capirossi, Andrea Dovizioso, ma anche Andrea Iannone e Valentino Rossi. Quell'amore mai sbocciato tra Rossi e la Rossa che avrebbe reso immortale il binomio italiano, dieci anni dopo trova il compimento con l'allievo prediletto del Doctor, un piemontese cresciuto nell'Academy VR46. Riservato ma risoluto, Pecco ha saputo sfruttare al meglio la potenza di una moto che si è evoluta da quel lontano 6 aprile 2003, giorno del debutto della Ducati nella MotoGP moderna.

Come nelle più belle favole, l'avventura iniziò con il podio di Loris Capirossi a Suzuka. Sì, perché in quanto a potenza la Desmosedici ha sempre dettato legge. Basta ricordare il giro veloce e record (332,409 km/h ) segnato sul rettilineo del Mugello lo stesso anno. Nessuna moto era andata così veloce. Da allora è stato un crescendo, con la vittoria di Capirex al Montmelo 2003. Sembrava già che pilota e moto italiani fossero destinati a scrivere una leggenda. Si sono gettate le basi, ma sono serviti 19 anni per trasformare il sogno in realtà. Dopo le faville iniziali di Capirex e Troy Bayliss è iniziata una lunga discesa. Capirossi torna a vincere con le gomme Bridgestone solo nel 2005 nei GP di Malesia e Giappone, in casa Honda. Il passaggio ai penumatici giapponesi in un'era dominata dalle francesi Michelin si rivelerà strategico. Nel 2006 i progressi sono evidenti e la Ducati conquista il terzo posto nella classifica costruttori grazie a 4 vittorie, 3 conquistate da Capirossi e l'ultima da Bayliss, reduce dal titolo Superbike conquistato pochi giorni prima, che sostituisce l'infortunato Gibernau nell'ultima gara della stagione a Valencia.

Nel 2007, anno di passaggio della cilindrata da 990 a 800, Capirossi, ormai bandiera Ducati, viene affiancato dal giovane funambolo australiano Casey Stoner, capace di domare come nessuno la nervosa Desmosedici GP7. Quell'anno Ducati vince il suo primo titolo iridato piloti, 33 anni dopo l'ultimo successo di una Casa italiana, la MV Agusta, nella massima categoria, interrompendo un lungo dominio di moto giapponesi: nello stesso giorno Capirossi ritorna alla vittoria mentre Stoner vince il suo primo mondiale.

Da allora fino ad oggi la Ducati ha rincorso il titolo con tutte le forze. Per riuscirci ingaggiò il Campione dei campioni. L'idillio annunciato e mai sbocciato tra Rossi e la Rossa (2011-2012) fallì miseramente. Ne seguì una grande rivoluzione. Il testimone passa ad Andrea Dovizioso, chiamato a sviluppare la moto e renderla, oltre che veloce, anche agile in curva. Con il forlivese inizia la ricostruzione, supportata dal genio dell'Ing. Gigi Dall'Igna, direttore generale dal 2013, capace di incanalare il grande potenziale di Ducati. Dopo qualche anno di sofferenza iniziano le rivincite per la Rossa e il Dovi. Se non avesse trovato sulla sua strada Marc Marquez, la storia sarebbe stata sicuramente diversa, come raccontano i tre titoli da vicecampione del Mondo.

Nel 2020 largo ai giovani. L'eredità passa all'allievo preferito del Doctor e quell'idillio tanto sognato di una vittoria di una moto italiana con pilota italiano arriva, quasi come uno scherzo del destino, 13 anni dopo quella di Rossi, ultimo italiano a vincere il titolo iridato MotoGP.

"Il mio mezzo secolo aspettando di rivedere l'accoppiata tricolore". Nel '72 ultimo italiano a vincere su moto italiana: "Tardavano ancora e per l'età non lo avrei visto..." Stefano Saragoni su Il Giornale il 7 Novembre 2022.

«Porca miseria, sono passati cinquant'anni. Se aspettavano ancora un po' non li vedevo più...». Il commento di Giacomo Agostini - la bellezza di 15 titoli iridati - è schietto e compiaciuto. C'è voluto mezzo secolo perché un'accoppiata pilota e moto italiana tornasse sul trono della classe regina.

L'ultimo a riuscire nell'impresa era stato lui con la MV Agusta. Correva l'anno 1972...

«Avere un pilota italiano che porta la tecnologia italiana a vincere nel mondo è motivo di orgoglio. Ai miei tempi mi presentavo nei circuiti con il casco tricolore bianco, rosso e verde, in sella alla MV Agusta, insomma era davvero una sorta di W l'Italia».

Come spieghi questi cinquant'anni di attesa?

«Se andiamo indietro nel tempo, arriviamo a quando italiani e inglesi in campo motociclistico erano i numeri uno. Poi sono arrivati i giapponesi, sono venuti a studiarci, hanno copiato e hanno creduto nelle due ruote. Le nostre aziende vendevano in Italia e poco più, loro invece hanno fatto moto con l'obiettivo di venderle dappertutto: in Europa, in Asia, in America. Noi eravamo artigiani, loro hanno fatto le cose in grande, producendo migliaia di moto al giorno; così hanno invaso il mondo. E quando si è ritirata la MV Agusta, al Mondiale 500 non partecipava più nessuna Casa italiana».

Nella Ducati di oggi rivedi lo spirito della MV Agusta di ieri?

«Certo: ieri era la MV a portare la nostra tecnologia nel mondo e oggi lo fa la Ducati. Dietro alle mie vittorie c'era una squadra che era una potenza, perché quando arrivavano in circuito lo facevano con un camion tre volte più lungo degli altri e nessuno aveva così tanti meccanici. Venire ingaggiato dalla MV era l'equivalente dell'essere chiamato a guidare la Ferrari per un pilota di Formula 1. Ricordo che al nostro primo incontro il Conte Agusta mi fece aspettare sei ore prima di ricevermi, ma per andare in MV si faceva questo e altro. Oggi la Ducati ripropone quella eccellenza, naturalmente in chiave moderna. Dietro non c'è più il padrone come ai miei tempi, ma una grande industria come l'Audi. Però la Ducati è orgoglio italiano, viene costruita in Italia, a Borgo Panigale, da un gruppo di ingegneri italiani con a capo un direttore tecnico italiano ed è gestita in pista da una squadra italiana».

Poi c'è Bagnaia, che con le sue vittorie ha fatto l'impresa. È avviato a diventare personaggio?

«Penso di sì. Lasciamogli il tempo. Per diventare personaggio bisogna stare davanti sempre, è così che si conquista il pubblico. Francesco va molto forte ed è un ragazzo per bene... Quest'anno all'inizio era un po' rigido, anche perché era carico di responsabilità: la Ducati si aspettava il titolo da lui e questo è un bel peso, soprattutto se non hai l'esperienza per sopportarlo. Adesso questo peso se lo è tolto...».

Il prossimo anno lo aspetta un compagno scomodo come Enea Bastianini.

«E questo sarà un confronto che piacerà agli appassionati e contribuirà a richiamare l'attenzione del pubblico sulla MotoGP. Il compagno di squadra è il primo avversario, perché guida la tua stessa moto e se ti batte è stato più bravo. È un bello stimolo per Bagnaia e Bastianini e al tempo stesso per la Ducati è la garanzia di continuare ad essere protagonista perché con due piloti molto forti se non vince uno puoi sempre contare sull'altro».

Dal 1972 un pilota italiano non vinceva il mondiale con una moto italiana. Chi è Francesco “Pecco” Bagnaia, il nuovo campione del mondo italiano della MotoGP con la Ducati. Antonio Lamorte su Il Riformista il  6 Novembre 2022

Francesco “Pecco” Bagnaia è il primo italiano dopo 13 anni a laurearsi campione del mondo della MotoGp. Il titolo è arrivato oggi, all’ultimo Gp della stagione, a Valencia in Spagna, dove il pilota della Ducati si è piazzato al nono posto. È bastato. Era dal 2009, dall’ultima vittoria di Valentino Rossi, che un italiano non vinceva il mondiale. L’ultimo titolo della Ducati risaliva invece al 2007, quando a vincere fu l’australiano Casey Stoner.  Era inoltre dal 1972, giusto cinquant’anni, che non si verificava la doppietta italiana: titolo italiano su moto italiana. Quella volta la leggenda delle due ruote Giacomo Agostini, con la MV Augusta su classe 500 cc. La Ducati ha sede nel quartiere di Borgo Panigale a Bologna.

Alla fine della gara il neoiridato ha sventolato una bandiera con il tricolore italiano da una parte e un gigantesco numero 1 nel giro d’onore sulla pista spagnola. “È stata la gara più dura della mia vita – ha detto Bagnaia dopo la vittoria – volevo arrivare fra i primi cinque oggi, poi ho cominciato a soffrire tantissimo durante la gara. Sono felicissimo, è stata una bellissima giornata. Lo ripeto: sono molto felice”. E intanto nel quartiere bolognese di periferia è esplosa la festa, alla sede storica della Ducati. Oltre un migliaio di tifosi hanno assistito alla vittoria davanti a un maxischermo allestito alla sede dell’azienda.

Bagnaia ha 25 anni, torinese di Chivasso. Il soprannome “Pecco” gli è stato affibbiato dalla sorella Carola, che da bambina giocava a storpiare i nomi di tutti i componenti della famiglia. Il padre Piero è imprenditore, titolare di un’azienda di ascensori. Per una stagione ha lavorano nella squadra Vr46 nel Civ, il Campionato Italiano Velocità. La madre Stefania è stata una sportiva con un passato nell’off-shore. Ha una sorella, Carola, e un fratellino, Filippo.

Il nuovo campione del mondo ha cominciato e nel 2009, a soli 12 anni è diventato campione europeo di MiniGP. La stagione successiva è arrivato secondo al torneo mediterraneo 125 PreGP. Tra il 2011 e 2012 ha partecipato al Campionato Europeo di Velocità, poi diventato Moto3, raggiungendo una vittoria in ciascun anno. Ha esordito nel motomondiale in Moto3 nel team San Carlo. L’anno dopo è passato nello Sky Team Vr46 di Valentino Rossi.

Il 25enne piemontese in dieci stagioni e tre categorie del motomondiale ha corso 172 gp vincendone 21: 42 podi, 18 pole position e due titoli con quello del 2018 in Moto2. La prima vittoria in assoluto ad Assen in Olanda – si è fatto tatuare il circuito su un braccio. Ha esordito in MotoGp nel 2019 col team satellite Pramac prima di passare alla Ducati ufficiale. Ha vinto la prima gara in Aragona (sempre Spagna) nel settembre dello scorso anno.

Bagnaia ha appena rinnovato il contratto fino al 2024 con la Ducati per circa due milioni di euro a stagione. La vittoria di ogni gara vale circa 100mila euro, secondo posto 50mila, 30mila ogni terzo. Il titolo vale un milione e mezzo. Vive a Pesaro, con la fidanzata Domizia Castagnini, fashion buyer nipote di Gianfranco Leoncini, ex calciatore della Juventus. La sua vittoria è una grandiosa riscossa per i motori italiani, un successo che resterà nella storia per la fantastica doppietta tutta tricolore.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Da fanpage.it il 6 novembre 2022.

Pecco Bagnaia ha vinto il Mondiale di MotoGP chiudendo al non posto il GP di Valencia, vinto da Rins davanti a Binder e Martin. Il pilota Ducati ha controllato per tutta la gara, forte del vantaggio nella classifica piloti, e a nulla è servito il quarto posto conquistato da Quartararo, suo rivale per il titolo. L'Italia torna ad avere un pilota campione del mondo in MotoGP dopo 13 anni dall'ultimo trionfo di Valentino Rossi.

Dagospia il 6 novembre 2022. Dal profilo Facebook di Marino Bartoletti 

Pecco vince il Mondiale con una moto italiana (e che moto!) di quella che adesso è la “classe regina” e un po’ - diciamo la verità - ci si commuove. E ci si commuove anche pizzico in più se si ha l’età per ricordare e soprattutto aver vissuto di persona l’analoga circostanza di 50 anni fa, quando Giacomo Agostini trionfò con la MV Agusta. Altri tempi, altre dinamiche, altre moto, altro panorama (Mino conquistò, praticamente senza avversari, 11 gare delle12 a cui partecipò, lasciando l’unica “briciola” in Jugoslavia al caro Alberto Pagani, suo devoto compagno di team).

Ora tutto è cambiato, a cominciare dal parco-rivali (sia "macchine", che piloti): e per questo il Mondiale di Bagnaia vale tanto di più. Anche se ovviamente il mito di Agostini resta e restano le affinità sia umane che professionali, legate soprattutto alla serietà con cui entrambi hanno interpretato il loro approccio alla carriera. 

Ovviamente nel giorno dei “grandi paragoni” non può essere dimenticato Valentino che di Pecco è stato talent scout e maestro (oltre che suo ultimo predecessore italiano nell’albo d’oro).

E’ un titolo che fa storia quello del ragazzo di Chivasso. Perché dà l’idea di essere non solo un grande e meritato traguardo, ma soprattutto un primo gradino verso la leggenda. 

Giorgio Terruzzi per corriere.it il 6 novembre 2022.

Bagnaia è campione. Primo italiano su moto italiana dopo 50 anni, Agostini, MV. Un campione anomalo. Pochi frizzi, nessun lazzo. Piuttosto casa — a Pesaro — e famiglia — a Chivasso. Tutti lì, a proteggerlo, incoraggiarlo, sostenerlo. La sorella Carola in divisa Ducati (è media manager del team), la fidanzata Domizia a soffrire in pianta stabile nel box. Non un personaggio da aneddoti e copertine, diversissimo da Valentino che pure l’ha adottato, l’ha svezzato, lo consiglia nei momenti chiave, come accaduto in questi giorni a Valencia. Eppure, di Rossi è l’erede conclamato, segnando una sorta di italica continuità nel primo anno di MotoGp senza «The Doctor» in pista.

Una consolazione per il Mondiale a due ruote, alla forsennata ricerca di una nuova star. Non proprio una manna perché lui, Francesco detto Pecco, è refrattario al riflettore, poco avvezzo alla ribalta nonostante un curriculum ormai luminoso. Campione mondiale in Moto2 nel 2018, campione supremo ora dopo portentosa rimonta; dopo titubanze da carico di responsabilità; dopo qualche caduta di troppo. Torinese, data di nascita 14 gennaio 1997, in moto da quando era alto così, avviato e accudito da babbo Pietro, mamma Stefania convinta che il carattere forte e determinato sia opera sua. Razionale, Bagnaia, lo è di certo. «Sbaglio una volta e poi più» ripete, intendendo una attitudine alla riflessione, all’analisi dei meccanismi propri, assidua ed efficace. Una dote che gli viene riconosciuta all’unanimità, abbinata ad una grinta mascherata, decisiva in corsa.

Tifa Juve, tifa Hamilton, un po’ costretto ad usare esclamativi anche per Leclerc, essendo stretta, territoriale e monocromatica la relazione tra Ducati e Ferrari. Una sola fissa, per le scarpe, il piacere di fare la spesa e cucinare giorno dopo giorno, se possibile in compagnia del cane bassotto Turbo, un nome come un marchio di famiglia. Non litiga, non sbraita. Ragiona, parla della propria padronanza mentale come del vero segreto per portare in fondo ogni gara, per forzare o frenare quando serve per vincere. La ricetta, risultati alla mano, funziona. L’ha trasformato in una specie di oggetto ancora oggi misterioso perché il limite vero di Pecco nessuno può raccontarlo, forse nemmeno lui.

Al punto da rendere arduo un pronostico pensando agli anni che verranno, al ritorno di Marquez, al talento di Quartararo. Avversari dotatissimi e più appariscenti di lui. Capaci di batterlo mica detto.

Francesco Bagnaia, il pilota erede di Valentino Rossi: «Da quando ho 15 anni amo Domizia. Sono il cuoco di casa». Giorgio Terruzzi su Il Corriere della Sera il 22 Settembre 2022.

«Valentino Rossi mi ha insegnato a respirare e a pensare positivo». «Quando provi a raggiungere un obiettivo importante è inevitabile che aumentino attenzioni e attese. È un onore»

«Pecco». Soprannome coniato dalla sorella Carola. Così lo chiamava quando, bambina, non riusciva a pronunciare il nome corretto: Francesco. Francesco Bagnaia. Piemontese. Cortese. Ha 25 anni. Razionale, riservato, aggressivo solo in moto. Impegnato in una forsennata rimonta sul francese Quartararo. Vuole vincere il titolo 2022 con la Ducati. In palio, l’eredità di Valentino Rossi, il suo mentore, diverso da lui nel carattere, nei modi.

Popolarità e pressione: sono disturbi o aiutano a cavarsela meglio?

«Quando provi a raggiungere un obiettivo importante è inevitabile che aumentino attenzioni e attese. È un onore. Cerco di stare lontano dai commenti di chi non sa, non ha competenza. In molti giudicano senza sapere. La pressione può aiutare a spingere ma può anche diventare fastidiosa».

In equilibrio su due ruote, in equilibrio sempre. La sua biografia è un inno alla stabilità. Fuori dalla pista non cade mai?

«Sono caduto l’estate scorsa. Un leggero incidente notturno a Ibiza, durante le vacanze, dopo aver bevuto più del lecito. Un errore che non andrebbe mai commesso. Sono rimasto mortificato a lungo perché sto parlando di una macchia che non rispecchia il mio carattere. È stato il punto più basso che ho toccato. E pensare che quella sera avevo deciso di muovermi in taxi... Mai più. Di solito non sbaglio due volte di fila».

Nato a Torino, cresciuto a Chivasso, in moto dall’età di 6 anni. Mai pensato di fare altro?

«Ho provato a praticare parecchi sport con buoni risultati, escluso il calcio, proprio un disastro. Ma le moto hanno alimentato una passione permanente. Ci fu un solo momento critico, negli anni dell’adolescenza. Cominciavo ad uscire con gli amici, con le ragazzine della mia età, era divertente. Stavo allenandomi in pista, era carnevale e non vedevo l’ora di raggiungere gli altri. Mio padre se ne accorse, fu bravo a spiegarmi quanto sia importante rispettare il proprio lavoro. Allora sembrava ancora un gioco ma compresi che una scelta comporta totale dedizione».

Pietro, suo padre, l’accompagna da sempre. Però mamma Stefania ripete: Francesco somiglia più a me. È testardo, forte nelle difficoltà.

«Ho preso da entrambi. Ha ragione mia madre quando dice che ho la testa dura. Faccio fatica ad accogliere un rimprovero. Poi ci penso e correggo il tiro. Come mio padre, fissato con la puntualità, cerco di arrivare in orario agli appuntamenti, anche se spesso non ce la faccio».

Ad assisterla in pista c’è sua sorella. È un caso o si fida solo della famiglia?

«Carola farebbe di tutto per farmi stare bene. Il suo lavoro è fondamentale, mi toglie una quantità di incombenze. È la mia social-media manager, si occupa anche dei rapporti con la stampa. È vero comunque: i miei famigliari mi rassicurano».

«Sono innamorato di lei da 10 anni». Parlava di Domizia Castagnini, la sua compagna. Matrimonio: se ne parla?

«Dividere la vita con lei è il mio sogno, credo si tratti di un sentimento reciproco. Conviviamo da tre anni, abbiamo appena celebrato il sesto anniversario del nostro fidanzamento. Insomma, si. In un prossimo futuro potrà accadere di sposarci».

L’ha portata a fare un giro di pista sulla sua Ducati. Non una esperienza piacevole. Era terrorizzata...

«Suo nonno era un calciatore della Juve, viene da una famiglia estranea al motociclismo. Era amica di mia sorella, mi piaceva da morire, ero completamente perso per lei. Cominciai a farle la corte e ancora oggi quando la vedo sento lo stesso profumo della prima volta. Proprio così. Talvolta mi spiazza con domande specifiche, inattese. Mostra una attenzione per ciò che riguarda la mia vita addirittura destabilizzante».

«Valentino mi ha insegnato a respirare profondamente, a togliere di mezzo un pensiero negativo». Cos’altro ha imparato dal Dottor Rossi?

«Anni fa ero veloce ma troppo istintivo. Vale mi ha aiutato a capire che si possono raggiungere grandi risultati usando la testa. Cadevo tentando un sorpasso affrettato, sbagliavo l’approccio a qualche curva... quella del respiro profondo è una immagine metaforica: significa provare a rimanere lucido mentre sei al limite. Penso sia un insegnamento prezioso».

Riti, scaramanzie. Ogni pilota ha qualche piccolo segreto. Quali sono i suoi?

«Non esistono. Mi limito ad accarezzare la moto prima della gara, ad abbracciare le persone vicine nello stesso modo, a dare un bacio a Domizia».

Due passioni: scarpe e cucina.

«Mangiare mi piace da matti ma anche preparare e sperimentare. Sono io il cuoco di casa, visto che finisco di allenarmi ben prima dell’ora di cena. Faccio la spesa, provo a inventare qualcosa anche se la mia dieta non è che permetta granché. Scarpe: sì, quasi una ossessione».

Con Domizia e il vostro bassotto Turbo vi siete trasferiti a Pesaro. Nostalgia dei vecchi amici, di casa?

«Le amicizie nate nell’adolescenza durano per sempre. Però non vivo troppo lontano da Chivasso. Quando ho voglia di tornare, è questione di qualche ora. Piuttosto mi è dispiaciuto aver perso la crescita di mio fratelli minore Filippo che oggi ha 16 anni».

«Non sopporto...». Cosa?

«Le persone che giudicano senza alcuna competenza. Chi parla per sentito dire o per presunzione. Le falsità. E poi non mi piace andare in posta per pagare una multa, una bolletta...».

Esiste un desiderio persistente, a parte vincere il Mondiale?

«Mi domando spesso cosa farò tra dieci o quindici anni, quando la mia carriera finirà. Sogno. Magari tornerò a vivere a Torino oppure chissà dove. O, più probabilmente, visto che Domizia mi sostiene così tanto, potrò ricambiare, dedicarmi di più a lei».

Famiglia, assistenti, amici. Però, il viaggio di un pilota è fatto di solitudine...

«Quando si tratta di partire sei solo e da solo devi affrontare ciò che ti aspetta. Infatti, penso che si debba essere un po’ solitari per raggiungere una dimensione ideale. Io lo sono. E da solo sto bene, certe volte ne ho proprio bisogno. E credo che abituarsi alla solitudine dia forza quando la solitudine è obbligata».

Ma lei, quando corre, parla? Con sé stesso, con la moto, con Dio...

«Più che parlare penso. Osservo cosa accade per reagire, scegliere. Il pensiero è il vero compagno di viaggio. Certe volte porta all’errore. Ma io, come ho detto, sbaglio una volta e poi basta». 

Andrea Iannone. Gregorio Spigno per corriere.it il 19 settembre 2022.

Abbracciati, nel centro di Milano, non lontani da occhi indiscreti e dalle macchine fotografiche. L’uscita di coppia di Andrea Iannone con la cantante Elodie appare come una sorta di «outing». Non è la prima e non sarà l’ultima voce di gossip che riguarda il pilota, 33 anni e una vita di sicuro non facile. Adesso, ad esempio, è fermo per una squalifica per doping. Ma non molla la moto, la sua passione più grande. In una recente intervista ha ammesso di voler tornare in MotoGp. Ma quale è la storia di Iannone? Andiamo con ordine.

Ducati, Suzuki, Aprilia

Per Iannone 247 gare nel Motomondiale, con 13 vittorie. In MotoGp debutta nel 2013, alla guida della Ducati Desmosedici del team Pramac Racing. Nel 2015 passa al team ufficiale Ducati con compagno di squadra Andrea Dovizioso. In Qatar ottiene un terzo posto, il suo primo podio in MotoGp, alle spalle di Valentino Rossi e proprio Dovizioso. Al Mugello parte per la prima volta dalla pole, concludendo secondo.

 In Australia torna sul terzo gradino del podio dopo una lunga battaglia con Lorenzo, Márquez e soprattutto Rossi, che termina al quarto posto. Nel 2016, nel Gp d’Austria ottiene la sua prima vittoria in MotoGp, e fa tornare al successo la Ducati dopo 6 anni. Il 19 maggio 2016 firma un biennale con la Suzuki per le stagioni 2017-2018. Nel 2019 il trasferimento in Aprilia, al team Gresini, fino alla squalifica per doping.

La squalifica per doping

Era il 2020, novembre, Iannone correva per l’Aprilia e viene squalificato per doping: l’accusa più infamante per qualsiasi atleta. Il Tas lo condanna a 4 anni di stop. Iannone, positivo al Drostanolone il 17 dicembre 2019, ha sempre dichiarato di aver ingerito lo steroide cenando tra la Malesia e Singapore. 

 È stato condannato non per aver assunto volontariamente la sostanza dopante ma perché incapace di dimostrare che si trattò di una assunzione accidentale. «È come se avessi qualcosa dentro di me che mi uccide pian piano — rivelerà in seguito il pilota — prima di andare a letto ogni sera e quando mi alzo ogni mattina mi sento un motociclista. Le corse mi mancano ma non ci devo pensare sennò impazzisco o mi uccido».

L’accusa mostra le foto in mutande: «Doping a scopi estetici»

Un’altra particolarità del processo è stato il comportamento dell’accusa: il pubblico ministero Jan Stovicek ha mostrato venti foto di Andrea in mutande, asserendo che dimostravano chiaramente l’assunzione del drostanolone «a scopi estetici». «Quando abbiamo presentato il report con l’analisi del capello — le parole dell’avvocato di Iannone, De Rensis —, prima ha aggredito verbalmente il nostro consulente e poi si è opposto alla sua acquisizione dicendo che il test non ha validità in ambito processuale». Il test del capello non aveva rivelato assunzioni di doping.

La storia con Belen Rodriguez

La relazione tra Andrea Iannone e Belen Rodriguez è durata circa due anni, dal 2016 al 2018. L’argentina si era appena separata da Stefano De Martino. Poi divergenze hanno convinto i due a proseguire ognuno per la propria strada. «Con Belen abbiamo avuto sempre un ottimo dialogo ed è stata la nostra forza. Ma sono arrivato in un momento della sua vita complesso, si stava separando, il suo matrimonio era svanito — ha raccontato Iannone a Verissimo —. Le ho portato tanto amore e del bene e lei ne aveva bisogno. Io l’ho sempre vista soffrire tanto per questo fallimento, lei lo chiamava così».

La seconda Rodriguez

Anche lei di cognome fa Rodriguez, ma di nome non Belen: Carmen Victoria. Più serena la relazione con l’ombrellina grande amica di Francesca Sofia Novello, compagna di Valentino Rossi, rispetto a quella con Belen. 

La storia con Giulia De Lellis

L’influencer e il pilota: la storia risale al 2019. Viaggi insieme, il matrimonio di cui si era parlato e poi la fine. Perché? Lo ha spiegato lo stesso Andrea in un’intervista a Verissimo: «Giulia ha vissuto la parte più buia di me. Lei è arrivata nel momento in cui è successa la catastrofe e poi il Covid. Io ero con la testa altrove, mi sentivo con il mio avvocato anche la notte, non dormivo era tutto pessimo. Lei era in ascesa, io nella bufera più tremenda. Lei è molto simpatica, le voglio bene. Nonostante i suoi 24 anni mi ha dimostrato di esserci quando ne avevo bisogno».

Passione moda

Iannone è molto attento allo stile. Gli piace vestirsi in modo ricercato, mai banale. Camicie con colori sgargianti, altre a scacchi o maculate, giacche di pelle, occhiali da sole sempre presenti. Insomma, non lascia nulla al caso. 

Allenamento tra palestra e boxe

Anche nei momenti più duri Iannone non ha mai smesso di allenarsi. Tante ore in palestra, un po’ di boxe per allentare la tensione. Su Instagram il pilota ha condiviso queste frasi motivazionali «Non ti arrendere mai. Neanche quando la fatica si fa sentire. Neanche quando il tuo piede inciampa. Neanche quando i tuoi occhi bruciano. Neanche quando i tuoi sforzi sono ignorati. Neanche quando la delusione ti avvilisce. Neanche quando l’errore ti scoraggia. Neanche quando il tradimento ti ferisce. Neanche quando il successo ti abbandona. Neanche quando l’ingratitudine ti sgomenta. Neanche quando l’incomprensione ti circonda. Neanche quando la noia ti atterra. Neanche quando tutto ha l’aria del niente. Neanche quando il peso del peccato ti schiaccia… Stringi i pugni, sorridi… E ricomincia».

LA GARA VISTA DAGLI SPALTI. Gran premio di Monza, il disastro organizzativo nascosto. SELVAGGIA LUCARELLI su Il Domani il 13 settembre 2022

Il Gp di Monza è stato un evento molto diverso da come è stato raccontato dai media e l’ennesima occasione persa per dimostrare ai turisti stranieri che siamo ben più di una bella cartolina

Gran Premio da record. Sold out. 330.000 persone, il 65 per cento in più rispetto al 2019. Record di camere prenotate negli hotel: 30mila in oltre 400 strutture. Ogni spettatore ha speso circa 500 euro, l’indotto è stato incredibile.

Insomma, il Gp d’Italia, nel centesimo anniversario del circuito di Monza, ha avuto un successo clamoroso.

Almeno questo è quello che raccontano gli organizzatori, i giornali, le tv, l’amministrazione locale. Peccato che a sentire chi al Gran Premio c’è stato senza avere una sedia riservata accanto al presidente Mattarella descriva un evento molto diverso, con un’organizzazione a dir poco disastrosa e un’infinità di disagi patiti da tutti, dall’inizio alla fine delle giornate di corsa.

I COSTI PER UNA NOTTE

Prima cosa: nei tre giorni del Gran Premio i costi degli hotel nei dintorni hanno raggiunto cifre che neppure nelle capitali del mondo più costose: parliamo, a Milano, di hotel a tre stelle venduti anche a 600 euro a notte in camere standard e micro-appartamenti in periferia affittati come case di lusso.

L’effetto Monza ha creato per tutta la settimana disagi a chi è venuto in città per lavoro e turismo e si è trovato a pagare cifre esorbitanti per dormire in sistemazioni modeste. «Io faccio la sarta di scena e sto seguendo una tournée, con la mia diaria mi sono potuta permettere, per la prima volta da quando lavoro a Milano, una camera doppia in condivisione in un b&b in Corvetto», racconta Isabella. Ma questo è niente rispetto a ciò che è accaduto a chi è andato ad assistere al Gran Premio, pagando i biglietti a prezzi non proprio popolari. 

LE FILE 

All’interno era proibito portare bottiglie e borracce, quindi si poteva acquistare da bere solo nei punti vendita dentro l’area, che erano insufficienti. Il risultato è che col caldo la gente ha dovuto fare file anche di ore, con bambini stremati e persone che si sentivano male o si lamentavano per la disorganizzazione. «Io sono un vero appassionato, darei la vita per questo sport. Lavoro con queste auto, le costruisco, ma posso dire che quello che ho visto in questi tre giorni di Gp vissuti da tifoso mi ha schifato. Code infinite, bagni davanti ai baracchini dei panini, una disorganizzazione assurda, non ci tornerò mai più», mi racconta Valerio, mostrandomi i video girati da lui delle code impressionanti per l’acqua.

I bagni, per la cronaca, erano pochissimi, davanti si sono create file di un’ora e, a sentire chi è riuscito ad entrarci, le condizioni igieniche erano a dir poco disastrose.

Tra i problemi più grossi, poi, le enormi file all’ingresso (un unico percorso) e uscita, con gente che scavalcava le transenne, migliaia di persone stipate anche nel sottopassaggio e un’attenzione per la sicurezza più che discutibile (come sarebbero riusciti a gestire un deflusso rapido in caso di allarme?).

Molti testimoni raccontano che c’era chi riusciva ad accedere all’interno prima dell’apertura dei cancelli, col risultato che anche chi si metteva in fila alle 4 trovava i posti migliori già occupati. «Scordatevi la Roggia e la Ascari. Se entrate tra i primi provate alle Lesmo. Se vi mettete in coda dopo le 6 del mattino mettetevi il cuore in pace per le gradinate e portate sedie e sgabelli», scrive uno spettatore sul sito di recensioni dell’evento.

C’era poi la necessità di acquistare token (gettoni per comprare da mangiare perché non erano consentiti contanti e carte), ma anche in quel caso si faceva una lunga coda. I ragazzi che lavoravano lì venivano costantemente interpellati per i problemi più svariati e non sapevano come gestire i problemi del pubblico. I braccialetti (alternativa rapida ai gettoni) che andavano ricaricati online per consumare cibo all’interno, in molti casi sono risultati non funzionanti, i venditori dicevano di non riuscire a fare andar il pagamento e quindi bisognava fare una fila infinita per comprare i token, ovvero i gettoni. Insomma, per comprare un panino si potevano fare anche due file da un’ora ciascuna.

LE RECENSIONI E I TOKEN

Altre recensioni confermano quello che mi hanno raccontato amici e testimoni che sono stati a Monza nel weekend: «Mezz’ora di coda per acquistare il token e un’altra ora per prendere una birra…Gente che sradicava tronchi interi per vederci meglio, gente che rubava i tavoli… La domenica se non c’è scappato il morto è un miracolo tra la ressa che c'era, la disorganizzazione ai cancelli e le due ore per una bottiglia d’acqua, uno scempio!».

«Rispetto zero per i disabili che dovevano fare chilometri a piedi nella calca per poi arrivare alla “tribuna” dedicata, che altro non è che una gradonata della zona prato chiusa per l'occasione, senza servizi dedicati ed in pieno sole per tutto il giorno. Visto che ti requisiscono tappi e borracce all’ingresso e ci vogliono ORE per arrivare all’acqua pagata a peso d’oro degli stand, è un miracolo che nessuno si sia sentito male».

«Era il regalo di compleanno di mia moglie per consentire a me e nostro figlio l’esperienza del primo Gp. Prezzo totale 630€ (450+150 per un bambino di anni 9!) Esperienza da dimenticare!! Nessuna assistenza da parte di nessuno. In qualsiasi posto del mondo, in qualsiasi manifestazione sportiva, la presenza di bambini viene notata ed attenzionata diversamente. A Monza no! Il bambino completamente circondato da una marea di persone in ogni circostanza per diverse ore: per raggiungere il bus, per entrare al parco, per mangiare (rinunciato) per bere (grazie a un addetto che si è reso conto dell’esigenza del minore su precisa insistenza del sottoscritto si è riusciti a recuperare una bottiglietta da 500ml). Prezzi esorbitanti e calca ovunque senza alcun controllo. Parecchia tensione all’ingresso, distanze siderali per raggiungere il posto assegnato ed indicazioni errate che prolungano enormemente la già stressante “passeggiata” insieme ad oltre 100.000 persone. Ma chi è lo “scienziato” che ha inventato il sistema dei token? Centenario? Certo, l’organizzazione è apparsa veramente di cento anni fa».

Insomma, pare che alcuni siano riusciti solo a guardare le frecce tricolore, alzando il naso all’insù, ma della gara non abbiano visto niente.

NON TUTTI SONO VIP

Ilaria mi racconta la sua esperienza, ancora arrabbiata per come sono andate le cose a Monza. «In tv nessuno dice quello che è successo davvero, ma noi mortali non abbiamo vissuto l’evento come i vip e forse si dovrebbe sapere. Anche perché c’erano tantissimi stranieri e hanno vissuto il nostro stesso incubo, un pessima pubblicità. Code nei campi per raggiungere i cancelli, code ai cancelli, code per i controlli di zaini e borse. I cancelli aprivano alle otto, la prima corsa era alle 8,30 e quasi tutti non riuscivano a vederla. Chi non aveva biglietti costosissimi da tribuna come me non ha visto niente, c’erano persone arrampicate ovunque e molti non sono riusciti a vedere neppure una macchina passare. Ma poi nel 2022 a chi può venire la geniale idea di dare i gettoni e non far usare le carte di credito? Gettoni che poi a un certo punto sono finiti per cui bisognava aspettare che rifornissero la scorta. E vuole sapere come davano i gettoni? Nei bicchieri di plastica da birra. Un consumo di plastica assurdo».

«Mi faccia dire anche qualcosa sul personale che per carità era volenteroso ma non qualificato, davano indicazioni sbagliate, perfino. E poi rifiuti ovunque, persone che pur di non lasciare il posto si sentivano male sotto al sole. Si è raccontato un evento perfetto, patinato, ma la verità è che hanno pensato solo ad incassare soldi, al profitto».

E a proposito di rifiuti, si sono raccolte 12 tonnellate di materiale indifferenziato più 2,5 tonnellate di plastica e lattine. Del resto, in un caos simile, pretendere di organizzare una raccolta differenziata sarebbe stato leggermente utopico. Insomma, un evento molto diverso da come è stato raccontato dai media e l’ennesima occasione persa per dimostrare ai turisti stranieri che siamo ben più di una bella cartolina. Quali italiani, forse, sono rimasti più delusi che stupiti.

SELVAGGIA LUCARELLI. Selvaggia Lucarelli è una giornalista, speaker radiofonica e scrittrice. Ha pubblicato cinque libri con Rizzoli, tra cui l’ultimo intitolato “Crepacuore”. Nel 2021 è uscito “Proprio a me", il suo podcast sulle dipendenze affettive, scaricato da un milione di persone. Ogni tanto va anche in tv.

CAOS NEL CENTENARIO. L’autodromo di Monza si «rammarica» per i disagi durante il Gp dopo l’articolo di Domani. Il Domani il 15 settembre 2022

L’autodromo promette «verifiche» anche con i «partner commerciali» e promette di «assumere provvedimenti». Su Domani, Selvaggia Lucarelli aveva raccontato la disorganizzazione dell’evento, tra mancanza di sicurezza e code infinite per i bagni e per acquistare da bere

L’Autodromo nazionale di Monza ha espresso oggi con un messaggio su Facebook il «proprio rammarico» per «disagio di quanti, fra i tantissimi tifosi accorsi all’ultimo GP d’Italia, sarebbero incappati in taluni inconvenienti» e promette «una rigorosa verifica» per «accertare e approfondire l’origine di eventuali criticità e assumere i conseguenti provvedimenti perché ciò non si ripeta in futuro».

Il messaggio di scuse arriva dopo l’articolo di Selvaggia Lucarelli, pubblicato da Domani, in cui si denunciavano le condizioni di caso e disorganizzazione che hanno caratterizzato il Gran premio di Formula uno che si è svolto lo scorso fine settimana, nel centenario dell’autodromo.

Durante il Gran premio, racconta Lucarelli, «era proibito portare bottiglie e borracce, quindi si poteva acquistare da bere solo nei punti vendita dentro l’area, che erano insufficienti. Il risultato è che col caldo la gente ha dovuto fare file anche di ore, con bambini stremati e persone che si sentivano male o si lamentavano per la disorganizzazione».

Difficile anche la situazione dei servizi igienici che «erano pochissimi, davanti si sono create file di un’ora e, a sentire chi è riuscito ad entrarci, le condizioni igieniche erano a dir poco disastrose». Non solo, tra i problemi più grossi Lucarelli segnalava anche «le enormi file all’ingresso (un unico percorso) e uscita, con gente che scavalcava le transenne, migliaia di persone stipate anche nel sottopassaggio e un’attenzione per la sicurezza più che discutibile (come sarebbero riusciti a gestire un deflusso rapido in caso di allarme?)».

La vita a cento all'ora della "baronessa" delle auto. Fu la prima a correre la Mille Miglia e a essere accettata a Indianapolis. Coraggiosa e caparbia, fece da apripista alle donne al volante nei circuiti. La vita della prima pilota automobilistica, Maria Antonietta Avanzo. Francesca Bernasconi il 28 Settembre 2022 su Il Giornale.

Una vita vissuta con il piede sull'acceleratore. I circuiti erano le sue strade e le auto da corsa il suo mezzo di trasporto. Soprannominata la "baronessa" delle auto, fu la prima donna a correre la Mille Miglia e a gareggiare con piloti come Tazio Nuvolari ed Enzo Ferrari. Maria Antonietta Avanzo fu una donna e una pilota straordinaria, così decisa e coraggiosa da non tirarsi indietro nemmeno quando, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, si trovò di fronte agli orrori dell'Olocausto. La sua caparbietà la spinse dove nessuna donna era mai arrivata, rendendola l'apripista dell'automobilismo al femminile.

L'amore per le auto

Maria Antonietta Avanzo nacque nel 1889 a Contarina, un comune in provincia di Rovigo, che prese poi il nome di Porto Viro, quando venne accorpato al paese di Donada. I genitori erano ricchi proprietari terrieri veneti, i Bellan (lei cambierà il cognome, come si faceva solitamente a quei tempi, una volta sposata).

A trasmetterle l'amore per le automobili sarebbe stato il padre, che l'avrebbe incoraggiata a guidare fin da quando era piccola. Fu lei stessa, come precisato da Enciclopedia delle donne, a raccontare di aver imparato a guidare da sola e di aver sottratto la macchina al padre, spingendola a folli velocità sulle strade che circondavano la villa di campagna della famiglia. Fra le vittime dei suoi primi incidenti, racconta, ci furono "cani, gatti, galline e segretari comunali".

Nel 1908 Maria Antonietta si sposò con Eustachio Avanzo, si trasferì con lui a Roma ed ebbe due figli.

Le prime gare

Dopo il matrimonio e la fine della Prima Guerra Mondiale, il marito le regalò una Spa 35/50 Sport, l'auto con la quale affrontò la sua prima gara automobilistica. Il suo debutto come pilota avvenne nel 1918, quando corse sul Circuito del Lazio.

Nel 1920 Maria Antonietta ritornò di nuovo alla guida, questa volta di una Buick, partecipando all'undicesima Targa Florio, ma non riuscì a completare la gara a causa di un guasto al motore. Appena un anno dopo gareggiò sul circuito del Garda, sostituendo un pilota della squadra Ansaldo, ammalatosi poco prima: arrivò terza al traguardo, dietro a Corrado Lotti e alla leggenda dell'automobilismo, Tazio Nuvolari.

Nello stesso anno, Maria Antonietta si recò per la prima volta all'estero, per partecipare alle gare di chilometro lanciato che si tenevano sulla spiaggia di Fanø, in Danimarca. Durante la seconda competizione, la Avanzo ebbe un incidente, che seppe gestire in modo esemplare: dopo che la macchina prese fuoco, la pilota abbandonò le dune sabbiose e si gettò in mare.

Poco dopo, sempre nel 1921, tornò in Italia per disputare il Gran Premio Gentleman di Brescia, correndo a bordo di un'Alfa Romeo. In questa occasione ottenne uno dei suoi risultati migliori, classificandosi al terzo posto assoluto. Nel 1923, la pilota lasciò l'Italia e si recò in Australia con i due figli, ritirandosi temporaneamente dalle corse.

Dalle Mille Miglia a Indianapolis

Ma non passò molto tempo prima che la "baronessa" tornasse in pista. Era il 1926 e in Italia si disputava la Coppa della Perugina, alla quale la Avanzo partecipò, classificandosi al terzo posto. Fu nel 1928, però, che la "baronessa" puntò alla gara più ambita e difficile della storia dell'automobilismo: la Mille Miglia.

Si iscrisse insieme a Manuel de Teffé e vi partecipò con una Chrysler 70, ma non potè giungere al traguardo a causa di un guasto tecnico. Nonostante l'apparente insuccesso, la presenza della Avanzo rappresentò una vittoria dal punto di vista della lotta femminista, perché lei fu la prima donna a partecipare alla Mille Miglia.

Dopo aver corso nella Coppa Pierazzi, classificandosi al terzo posto, nel 1932, a 43 anni, la pilota accolse l'invito di Raffaele "Ralph" De Palma a partecipare alle 500 Miglia di Indianapolis. Ottenuta una licenza speciale, dato che le donne non erano ammesse a correre sul circuito, la Avanzo completò le prove di qualificazione correndo sulla Miller Special di De Palma, ma dovette rinunciare alla gara.

L'ultima competizione a cui partecipò la pilota fu la Tobruch-Tripoli nel 1940, dove arrivò sesta. Ma per tutto il resto della sua vita Maria Antonietta Avanzo sfrecciò per le strade di Roma, fino al 17 gennaio 1977, quando morì all'età di 88 anni.

Una donna rivoluzionaria

Maria Antonietta Avanzo fu pioniera in molti ambiti e divenne uno dei simboli dell'emancipazione femminile. La sua carriera automobilistica si sviluppò tra gli anni Venti e gli anni Quaranta del Novecento, un periodo in cui nel mondo le donne chiedevano a gran voce che gli fossero riconosciuti gli stessi diritti degli uomini. Ma, in Italia, il Fascismo tendeva a relegare le donne al ruolo di mogli e madri. Ai tempi, quindi, il genere femminile era quasi escluso dallo sport e le ragazze alla guida di un'automobile erano pochissime. In generale i settori nei quali le donne avevano una scarsa o nulla rappresentanza erano parecchi.

La Avanzo sfidò la società del tempo, non solo diventando la prima donna pilota a correre diverse competizioni, ma anche dimostrando di essere migliore di alcuni uomini che svolgevano il suo stesso sport, battendoli sul circuito. Così fece da apripista all'automobilismo femminile. Non solo. Maria Antonietta Avanzo diede uno schiaffo alle convinzioni maschiliste dei primi decenni del Novecento: dal trasferimento in Australia, alla decisione di riprendere a gareggiare, fino alla volontà di crescere i figli senza rinunciare a correre, si mostrò indipendente e sicura di sé.

La personalità di questa donna rivoluzionaria è stata caratterizzata anche dal coraggio, che le ha permesso di diventare un'icona dell'automobilismo al femminile. Quello stesso coraggio che, qualche anno più tardi, le servì per affrontare la Seconda Guerra Mondiale e per nascondere alcuni ebrei, salvando loro la vita.

Sono passati trent’anni dall’ultima pilota donna in Formula Uno. Giovanna Amati è stata l'ultima racing woman: nel 1992 la rapida esperienza - non scintillante - alla Brabham. Paolo Lazzari l'11 settembre 2022 su Il Giornale.

I polpastrelli sono premuti contro la pelle lucida del volante, anche se non è mai stata un’inclinazione di famiglia. Mamma e papà flirtano con il cinema, figurarsi cosa gliene può fregare dei motori. Giovanni Amati possiede numerose sale nella capitale, mentre Anna Maria Pancani è attrice di fama preclara. Giovanna però è differente. Pazienza se qualcuno arriccia il naso, tentando di dissuaderla: lei affonda il pedale lungo la sua personalissima strada.

Romana sincera, una nuvola di lunghi capelli mossi che scendono sulle spalle a incorniciare un viso gentile, pare tutto fuorché una predestinata delle quattro ruote. La passione incisa nella genetica tuttavia è un rivolo che scorre incessante, seguendo logiche che non richiedono giustificazioni. I poster stropicciati che accarezza nella sua cameretta non sono quelli di una qualsiasi teenager. Niente gruppi musicali da scrutare con occhi sognanti, mentre una musichetta si lavora la stanza in sottofondo. La sua playlist è monoteistica: il ruggito vibrante di un motore.

Aspettative che rischiano di infrangersi prima ancora di appollaiarsi in un abitacolo, se la banda dei marsigliesi decide di rapirti per incassare una prebenda. È il 1978 e Giovanna ha soltanto diciannove anni. È piccola, tesa, impaurita. La tengono prigioniera in un pertugio fetido per settantacinque giorni, prima di lasciarla andare a fronte di un riscatto panciuto, da 800 milioni sonanti delle vecchie lire. In quel drammatico intervallo temporale però succede una di quelle cose che non puoi aspettarti mai. Il leader dell’organizzazione, Daniel Neto, ne abusa sessualmente. Un fatto esecrabile, che tuttavia funge da innesco per un innamoramento inedito. La sindrome di Stendhal è servita. Ne farà le spese anche lo stesso Neto, braccato e catturato qualche giorno dopo. Lo pizzicano nel bel mezzo di via Veneto, mentre sta andando ad un appuntamento per incontrare di nuovo Giovanna.

La ragazza è scossa, ma i sogni che coltiva non contemplano pit stop prolungati. Archiviato il sequestro, si mette alla ricerca di una vettura che le consenta di esprimere tutte le sue qualità. La spunta ad inizio anni Ottanta, grazie ai consigli dell’amico Elio De Angelis. L’incipit è in formula Abarth, palestra stimolante per ossa in formazione. Poi il gran salto, quello verso la Formula 3. Qui il palcoscenico riflette luci diverse. In pista contende ogni chicane a piloti che, successivamente, sfrecceranno a bordo di gloriose monoposto in Formula 1.

Quello scintillante Olimpo è la tappa successiva. L’incrocio elucubrato dal destino la appaia con una scuderia appannata, sorta trent’anni prima nell’operoso ventre di Milton Keynes. Finanziariamente allo sbando e forzatamente disincantata, la Brabham sospira ogni volta che socchiude le palpebre per ripensare al suo glorioso passato. Nel 1992, attingendo ad un rimasuglio di forze, ingaggia due piloti. Il primo è Eric Van de Poele. Va tutto liscio. Quando però la scuderia approccia il talento nipponico Akihiko Nakaya, la strada si impenna d’un tratto. La FIA respinge al mittente la domanda di Super Licenza del pilota e lascia gli inglesi al palo.

Pressata da un orologio pronto a trillare sul gong da un istante all’altro, la Brabham ha una manciata di giorni per schivare la mattanza tecnica e mediatica. Così, sul suo secondo scranno, si accomoda proprio Giovanna: munita dell’esperienza necessaria, assurge all’onorevole rango di seconda donna in Formula Uno, dai tempi di Desire Wilson. Chi si sfrega le mani per un balsamico lieto fine è destinato tuttavia a deglutire spanne generose di frustrazione. Amati ci prova ma non riesce a scalfire la cortina intangibile che la separa dal resto del circus.

Sui circuiti di Kyalami, Mexico City ed Interlagos la qualifica diventa un miraggio, mentre il distacco da chi strappa la pole position assume proporzioni imbarazzanti. Un fallimento figlio di padri molteplici. Le tessiture meccaniche della scuderia britannica emettono clangori funesti, costringendola sovente ai box. La totale mancanza di test con la monoposto anestetizza un feeling che non scocca mai. Finita per la prima volta nel tritatutto della Formula regale, Giovanna denuncia limiti tecnici e carismatici che non ha il tempo per colmare. I titoli di coda si srotolano con lo stesso sollecito incedere con cui era stata premuta in pista.

Amati, con quei polpastrelli, ha stretto una liana sfilacciata oscillando sopra una giungla di soli esemplari maschi. Quell’habitat l’ha trangugiata in fretta. Trent’anni invece, mettendosi di traverso, hanno soltanto sbiadito il ricordo dell’ultima donna che ha osò incrinare dogmi scolpiti nella pietra.

Marco Simoncelli, parla la fidanzata Kate Fretti: «Dopo l’incidente ero come tagliata in due». Giorgio Terruzzi su Il Corriere della Sera il 21 ottobre 2021 modificato 4 Settembre 2022.

Kate Fretti era la fidanzata del pilota di MotoGp Marco Simoncelli morto in pista in Malesia nel 2011: «Lavoro con suo padre alla Fondazione per il Sic. La mia vita cambiò in pochi secondi, ora ho un’ansia permanente. Oggi restano i ricordi» 

«Dieci anni senza Marco. Penso che sia passato davvero molto tempo ma non è che un anniversario porti a ricordare. Accade ogni giorno». Kate Fretti era la fidanzata di Simoncelli. Insieme sempre, con l’idea di mettere su casa a Coriano, dove si era trasferita da Bergamo per amore, dove è rimasta per amore. Si occupa della Fondazione intitolata al Sic, morto in pista a Sepang, Malesia, il 23 ottobre 2011; viaggia tra le terribili intensità del suo ieri e le concretezze di oggi con una dolcezza preservata e la percezione del dolore. Proprio e altrui. 

«Poco dopo la tragedia, mi scrisse una ragazza. Anche lei aveva perso il fidanzato. Siamo diventate amiche. Nel 2014 mi confessò che erano passati dieci anni dal suo lutto e che si era abituata a sopportarlo. Disse una cosa molto carina: se potessi far tornare qualcuno, farei tornare il tuo Marco. Ecco, forse sono più egoista ma non cambierei Marco con nessuno».

Ha 32 anni. Ne aveva 17 quando conobbe Marco, ne aveva 22 quando lo perse. Se guarda indietro cosa trova?

«Ho sempre tenuto dei diari e un giorno scriverò un libro anche se non l’ho mai detto a nessuno. Li ho riletti per dare un contributo al docufilm su Marco e mi sono resa conto che ho vissuto quegli anni come una bambina, senza pensare al futuro. Mostravo una leggerezza che adesso mi manca perché ho capito che le cose brutte accadono. La mia vita cambiò in una manciata di secondi. Da allora ho a che fare con un’ansia permanente. Se mio fratello non risponde al telefono penso al peggio. Prima di quella tragedia i brutti pensieri non avevano spazio». 

Il tempo cura le ferite. È proprio vero?

«Mostra la realtà in modo diverso. Se avessi continuato a vivere come ho vissuto l’anno successivo alla morte di Marco mi sarei ammazzata. Ero tagliata in due, mi mancava un pezzo della mia esistenza. Per fortuna siamo fatti per sopravvivere, la mente cerca di allontanare il dolore. Non lo annulla, lo attenua un po’».

C’è stato Marco con il quale condividere una intimità e poi c’è il Sic, una figura che appartiene a tutti noi. Dove le due immagini coincidono?

«Il Sic fa parte della mia vita oggi. Quando qualcuno mi parla di Marco penso al lavoro nella Fondazione. Poi ci sono i ricordi, il suo modo di essere affettuoso, anche se il lato romantico era ai minimi termini. Avevamo vent’anni, sul romanticismo, un disastro. Ora con Andrea, il mio ragazzo, vado meglio, mi impegno di più».

«Casa Simoncelli» è una struttura che accoglie disabili; casa Simoncelli è diventata casa sua…

«La prima è un centro diurno che abbiamo finanziato per donarlo alla Comunità di Montetauro. Il progetto mi spaventava, era molto costoso. Ce l’abbiamo fatta e frequento la Casa per dare una mano ad alcuni ragazzi in difficoltà. Poi, parlare di casa Simoncelli significa parlare della mia famiglia. Dopo l’incidente rimasi a vivere con loro, mi hanno accolta. Potevamo sostenerci a vicenda e così è stato».

Paolo Simoncelli è rimasto in pista. Mamma Rossella e Martina, sorella di Marco, che strada hanno percorso?

«Rossella continua ad assistere Paolo, come ha sempre fatto. Martina ha studiato, ha viaggiato, lavora in Spagna. Credo che non sia pronta per lavorare con suo padre e che non desideri che si parli di lei».

La Fondazione è attivissima. Il dolore restituisce energie?

«Forse sì. Abbiamo costruito una casa in un orfanatrofio nella Repubblica Domenicana per ospitare ragazzi disabili. Poi abbiamo deciso di agire qui anche perché i donatori sono italiani, aiutando il pronto soccorso e la Croce Rossa di Rimini ad acquistare un ecografo e una ambulanza pediatrica, stiamo cercando di sostenere un centro per ragazzi affetti da autismo a Ferrara».

Motomondiale. Incidenti, morti in pista, con dinamiche simili a quella che ha portato via Marco...

«La Fondazione esiste perché esistono le gare. Il team Simoncelli, lo stesso. Io e tanti miei amici lavoriamo grazie alle moto. Ma talvolta di fronte a tutte queste tragedie mi viene da dire: chiudiamo tutto subito. È un pensiero che cancello quando penso che in fondo questo è il mio mondo».

Rossi corre per l’ultima volta sulla pista intitolata al Sic nel decennale della scomparsa. Il filo che lega Valentino a Marco resiste sempre?

«Sono stati due ragazzi che si sono voluti molto bene. Come capita tra amici veri».

Cesare Fiorio: «Nella masseria fra gli ulivi conservo la Ferrari di Mansell. Briatore? Un fenomeno». Flavio Vanetti su Il Corriere della Sera il 6 Agosto 2022.  

L’ex manager di F1: per produrre l’olio ho ripreso a studiare. Un amico mi tempestava di foto di trulli e mi invitava in Puglia. Nel 2000 sono venuto la prima volta. Dissi: resto fino a Natale, non sono più andato via. 

Cesare Fiorio, dopo una vita tra rally, F1 e offshore lei ora gestisce una masseria in Puglia, occupandosi pure di olio e grano: si sente più un manager dei motori o un imprenditore che spazia nell’agricoltura?

«Quarant’anni nelle corse sono indimenticabili, ancora oggi la gente mi ricorda per quello che ho fatto: ho cambiato vita, ma guardo a quel passato».

Questa nuova «pelle» la sorprende?

«No. È stata una svolta progressiva. Non conoscevo la Puglia. Un amico mi tempestava di foto di trulli e di ulivi secolari: “Vieni qui”. Nel 2000 raccolsi l’invito: rimasi colpito dal territorio, dal clima e dalla gente, calma e cortese. Mescolai gli ingredienti e comperai un appartamento a Ostuni».

Però lei viveva in Sardegna.

«Il progetto del record atlantico con Destriero mi aveva fatto fare base a Porto Cervo. Però volevo scappare: troppa gente, troppo casino. Così ero sempre più spesso in Puglia. Un anno dissi: “Rimango fino a Natale”. Ecco, non sono più andato via».

L’idea della masseria com’è maturata?

«Era un rudere, gli uliveti erano incolti. Scattò la scintilla: andava rimessa a posto. Attorno aveva 27 ettari di una terra coltivabile che costava poco. Mi sono inventato contadino? Non proprio: avevo cominciato a studiare la coltivazione degli ulivi per imparare a fare l’olio. È una lavorazione difficile, ho interpellato grandi esperti per arrivare a un prodotto fuori dal comune».

È stato come tornare sui banchi di scuola?

«Seguivo i contadini, ma mi sono reso conto che erano rimasti ai criteri di cent’anni fa. Così ho studiato e ho frequentato seminari per raggiungere un livello di eccellenza».

Ospitalità alberghiera e olio: è questo il «core business»?

«C’è molto di più: innanzitutto siamo un’azienda agricola biologica che produce pure il grano Senatore Cappelli, pregiato e di tendenza. Sono in pochi a dedicarsi a questa lavorazione. Ci sono poi frutteti, la bio-piscina, un percorso di 2 km dedicato alla biodiversità e sette camere ricavate in vecchi trulli. Nella masseria ho dedicato un locale, la stanza Ferrari nella quale ho lo scafo della Rossa di Nigel Mansell che vinse in Brasile, per un’iniziativa nei giorni dei Gp: brunch e F1. Gli ospiti vengono, fanno uno spuntino, vedono la corsa con me e poi assieme la commentiamo».

Lupus in fabula: la F1. Più bella quella di oggi o quella dei suoi giorni?

«Il fascino della F1 è senza tempo e offre storie uniche. Spesso ricordo quando dirigevo la Ligier, che era di Flavio Briatore: ogni volta era una sfida infernale, si partiva non da zero ma da sottozero. E ce l’abbiamo fatta, imponendoci addirittura a Montecarlo nel 1996, tant’è che Flavio l’ha rivenduta due volte».

Due volte?

«Sì. La vendette, poi la riacquistò da chi non aveva saputo gestirla bene, quindi la cedette di nuovo. A lui importavano gli affari, io guardavo di più, romanticamente, allo sport e ai risultati. Così una volta mi apostrofò: “Sei l’ultimo rimasto che cerca di vincere le gare”».

Flavio è tornato in F1, come consulente.

«È un fenomeno: azzeccava i collaboratori, ascoltava quelli che ne capivano, è sempre stato modesto. Ed è riuscito a entrare nella stanza dei bottoni».

Come si vince in F1?

«Con le intuizioni. Se non ne hai e vai a rimorchio, arrivi sempre dopo: il punto di rottura è la soluzione che altri non hanno pensato. Volete conoscere un aneddoto?».

Prego, racconti pure.

«Nei rally ho avuto Marku Alen, fuoriclasse assoluto. Costringeva l’ingegner Lombardi, il direttore tecnico, a pasteggiare a pesce. E gli diceva, in italiano maccheronico: “Tu Lombardi mangiare pesce, così fosforo ti accende lampadina».

I rally, un amore che ha preceduto quello per la F1.

«Gareggiavo in pista e in salita, più che nei rally. Creai un team con due amici, mi feci un nome. Come manager sono nato nella Lancia, ma quando fu comperata dalla Fiat fui nominato coordinatore dei due reparti corse. Quando correvo, il mio navigatore era Daniele Audetto, un tipo sveglio: gli chiesi di seguirmi, per anni mi fece da vice. Ora è triste vedere che uno sport come questo non finisce più nemmeno nelle “brevi” dei giornali».

Il ruolo di team principal della Ferrari è stato la laurea motoristica?

«È stato un punto d’arrivo, del quale sono orgoglioso. Nei 10 anni precedenti la Ferrari aveva vinto solo 3 volte. Io di 36 GP ne ho vinti 9, quindi un successo ogni 4 corse. E un Mondiale sfiorato, nel secondo anno: se Senna non avesse buttato fuori Prost a Suzuka, sarebbe stato nostro».

Però alla Ferrari lei voleva Ayrton. E Prost s’inferocì.

«La realtà è diversa. La trattativa con Senna la conoscevamo solo io, lui e il board Ferrari. Prost fu sobillato da un altolocato boiardo aziendale: “Lo sai che il tuo capo sta per ingaggiare Senna?”. Mi scavalcò e aggiunse: “Finché ci sarò io, Ayrton non arriverà”. Prost invitò questa persona a dirlo a Cesare Romiti. Capii che per me il tempo a Maranello era finito».

Sarebbe riuscito a farli coesistere?

«Non mi interessava che i due andassero d’accordo. I piloti non devono volersi bene, al diavolo chi pensa il contrario».

Senna avrebbe cambiato il destino ferrarista?

«Sì. Ma anche il mio (risata)…».

Nello scorso decennio la Ferrari ha «bruciato» Alonso e Vettel: è mai possibile?

«Quando hai piloti di quel livello devi vincere entro un paio d’anni: sennò crolla tutto».

A Michael Schumacher ne sono però occorsi 4 prima di arrivare al titolo con il Cavallino.

«Luca di Montezemolo copriva le difficoltà…. La Rossa ha impiegato 7 anni a uguagliare i miei risultati, ma a me hanno messo i bastoni tra le ruote e mi hanno rinfacciato un Mondiale perso dopo 10 anni di buchi: di che cosa parliamo?».

Lei è stato una «chioccia» dei piloti italiani.

«Alboreto, Patrese, Fabi, Nannini… Il primo pensiero alla Ferrari è stato per loro. Nannini si è autoeliminato, voleva due anni di contratto e io gli dissi: uno solo e poi vediamo, qui decido io. Non ha capito che era una verifica necessaria. In quel momento Alesi era l’astro nascente e, vista la posizione di Nannini, presi lui. Jean dovrebbe odiarmi: l’ho strappato alla Williams, dopo tre mesi ho lasciato la Ferrari e la Williams ha vinto tre Mondiali».

Un bel giorno, Fiorio si dedica al mare: offshore, gare e record.

«In realtà regatavo già a vela, con i Flying Dutchman».

Ma lei non era l’uomo delle montagne?

«Sì, sono stato a lungo presidente dello Sci Club Cervino e ho “allevato” tanti sciatori. L’offshore arrivò perché allestii una squadra per Carlo Bonomi: poi sono diventato navigatore e pilota, vincendo due Mondiali e un Europeo. Infine ho avuto la chance del primato sull’Atlantico con la nave Destriero, un’impresa che vale il Nastro Azzurro e che rimarrà nella storia».

Era il 1992, trent’anni fa. Da New York alle Isole Scilly in Inghilterra: 3.106 miglia in 58 ore e 34 minuti alla media di 100 km orari. Lei pilotava ed era il responsabile organizzativo: tuttora è un record imbattuto, eppure l’hanno contestato.

«È una manovra degli inglesi: hanno inventato l’Hales Trophy per navi passeggeri contrabbandandolo per il Nastro Azzurro, che invece è un’altra cosa. Il primato è nostro, a pieno titolo».

Un successo sportivo e tecnologico.

«Abbiamo già festeggiato il trentennale — anche se la data del record è il 9 agosto — e ci si sta adoperando per far tornare Destriero in Italia: ora accumula ruggine in un cantiere tedesco, vogliamo che diventi un museo. Era un progetto avveniristico al quale partecipò il meglio della nautica mondiale partendo da Fincantieri, azienda statale che mandava a casa la gente perché priva di ordini militari».

Quindi avete contribuito a salvarla?

«Non è esagerato sostenerlo. La General Electric fornì tre turbine montate sugli F-117 a tecnologia stealth che erano stati impegnati nella Guerra del Golfo: i propulsori assicuravano 60 mila cavalli di potenza. Si era al via dell’alta velocità sul mare: dopo il successo di Destriero, Fincantieri ricevette commesse da tutto il mondo, tra queste quelle della Us Navy per 30 pattugliatori da usare nel Mar Rosso contro i vascelli pirata».

Torniamo alla F1. Michael Schumacher avrebbe vinto anche senza Jean Todt?

«Difficile dirlo, la vera intuizione di Todt è stata quella di ingaggiare lo staff vincente della Benetton. Michael non ha dovuto sfidare super-fenomeni e ha perso dei Mondiali contro avversari normali. Quando ne è arrivato uno fortissimo, cioè Alonso, il Dream Team s’è sciolto: Todt sarebbe poi andato alla Fia, Schumi pareva aver chiuso con la F1».

Invece è tornato ed è andato alla Mercedes.

«Uno sbaglio: Rosberg l’ha massacrato».

Mattia Binotto, oggi nel ruolo che fu su o, è nella burrasca perché la Ferrari sta buttando via il Mondiale.

«Mattia è un eccellente tecnico che ha dovuto imparare un lavoro non suo. Adesso deve far ritrovare alla Ferrari lo smalto d’inizio stagione dopo errori e guasti. Ma per me la macchina è la migliore del campionato».

E la Ferrari ora è più sua: Binotto "fatto" dimettere. Probabilmente neppure nel campionato interregionale ci sono squadre che cacciano l'allenatore senza aver pronto il sostituto. Umberto Zapelloni il 30 Novembre 2022 su Il Giornale.

Probabilmente neppure nel campionato interregionale ci sono squadre che cacciano l'allenatore senza aver pronto il sostituto. È successo alla Ferrari. Ha indotto Mattia Binotto a presentare le dimissioni, le ha accettate, ma poi, in calce al comunicato che ufficializzava la separazione, ha aggiunto due righe che suonano come il peggiore dei campanelli d'allarme. Sentite qui: «Inizia ora il processo per identificare il nuovo Team Principal della Scuderia Ferrari, che dovrebbe concludersi nel nuovo anno».

Il successore di Mattia Binotto ancora non c'è. Frédéric Vasseur è in corsa, ma non più in pole position: in ballo ci sono anche altri nomi. Certo è clamoroso che la Ferrari abbia messo in croce il suo team principal senza avere già sotto contratto il sostituto. Raccontare che Binotto resterà in carica fino al 31 dicembre fa ridere. Anzi piangere.

Nel suo commento finale Binotto dice: «Lascio un'azienda che amo, della quale faccio parte da 28 anni, con la serenità che viene dalla convinzione di aver compiuto ogni sforzo per raggiungere gli obiettivi prefissati. Lascio una squadra unita e in crescita. Una squadra forte, pronta, ne sono certo, per ottenere i massimi traguardi, alla quale auguro ogni bene per il futuro. Credo sia giusto compiere questo passo, per quanto sia stata per me una decisione difficile».

La squadra è pronta per l'ultimo grande salto, forse il più difficile. Anche per questo la stabilità avrebbe aiutato. Sarebbe bastato rinforzarla, adesso ci aspetta una rivoluzione perché non arriverà solo un nuovo team principal, ma anche un nuovo direttore tecnico e magari un nuovo direttore sportivo e un nuovo responsabile della strategia. Senza contare che ora Leclerc non avrà parafulmini. Avrà molta più responsabilità sulle sue spalle.

Per salutare Binotto ha preso la parola Benedetto Vigna, l'a.d. che potrebbe avere un ruolo più importante nella gestione della Scuderia. Ha usato le classiche frasi di circostanza: «Desidero ringraziare Mattia per i suoi numerosi e fondamentali contributi nei 28 anni passati in Ferrari, e in particolare per la sua guida che ha portato il team ad essere di nuovo competitivo nella scorsa stagione».

Non si capisce perché, dopo aver portato il team ad essere competitivo, sia stato messo nelle condizioni di dimettersi. Dovrebbe spiegarlo il presidente Elkann che neppure questa volta ha però aperto bocca. Almeno oggi ha la scusa dell'accavallarsi dei dossier di crisi sulla sua scrivania tra Juve e Ferrari. Vedremo. Tanto per Elkann c'è tempo fino al 2026 per vincere. Basta ritrovare quella pazienza persa da tempo, da quando a Maranello accanto a Jean Todt c'era un vero dream team. Non un uomo lasciato troppo solo.

Ferrari, Binotto non è più il team principal: adesso è ufficiale. Alessandra Retico su La Repubblica il 29 Novembre 2022

Maranello ha accettato le dimissioni dell'ingegnere, che resterà in carica fino al 31 dicembre. "Lascio una squadra forte e pronta a vincere". Vigna: "Grazie Mattia, hai reso la macchina di nuovo competitiva"

Mancavano da definire solo i dettagli della separazione e il comunicato. Eccolo: "La Ferrari annuncia di aver accettato le dimissioni di Mattia Binotto che il 31 dicembre lascerà il suo ruolo di team principal della Scuderia Ferrari". L'ingegnere reggiano, 53 anni, 28 dei quali trascorsi prima da stagista a Maranello e poi via via attraverso le aree tecniche ha scalato i vertici fino ad assumere la guida nel 2019, manterrà il suo ruolo fino alla fine del 2022 portando a termine il lavoro iniziato da tempo sulla vettura 2023, ormai ampiamente costruita.

Ferrari, Vasseur il candidato n.1 per il dopo Binotto

Sul suo successore, Maranello non ha ancora deciso nonostante da settimane circoli il nome di Frederic Vasseur, francese, 54 anni, ora a capo dell'Alfa Romeo Sauber sulla quale Charles Leclerc ha esordito in F1 nel 2018: "Inizia ora il processo per identificare il nuovo team principal della Scuderia Ferrari, che dovrebbe concludersi nel nuovo anno".

Vigna: "Grazie Binotto, la Ferrari è tornata competitiva"

All'indomani delle dimissioni dell'intero cda della Juventus, una delle grandi aziende del gruppo Exor controllate dalla famiglia Agnelli-Elkann, proprietaria anche del Gruppo editoriale Gedi che edita La Repubblica, anche la Ferrari è protagonista di una riorganizzazione. L'ad Benedetto Vigna, che non assumerà l'interim, nel comunicato ringrazia Binotto "per i suoi numerosi e fondamentali contributi nei 28 anni passati in Ferrari e in particolare per la sua guida che ha portato il team ad essere di nuovo competitivo nella scorsa stagione".

Binotto, perché lascia la Ferrari

L'obiettivo di Maranello è tornare a vincere il Mondiale (ultimo titolo costruttori nel 2008), una meta che già quest'anno sembrava alla portata visto l'inizio vincente della monoposto. Ma poi errori di strategia, inaffidabilità del motore, uno sviluppo che si è arrestato a metà stagione, una gerarchia negata tra i piloti nonostante Leclerc sia stato avanti in classifica, hanno visto la rossa perdere terreno rispetto non solo alla Red Bull, ma anche alla Mercedes. Il campionato si è concluso col 2° posto tra i Costruttori e il 2° tra i piloti con Leclerc.

Il futuro della Ferrari dopo Binotto

Ma le potenzialità nei mezzi ci sono. Ancora Vigna: "Siamo in una posizione di forza per rinnovare il nostro impegno, in primo luogo per i nostri incredibili fan in tutto il mondo, per vincere il più importante trofeo nel motorsport. Tutti noi della Scuderia e nella più vasta comunità Ferrari auguriamo a Mattia tutto il meglio per il futuro". L'ingegnere, appunto cresciuto a Maranello, probabilmente si guarderà intorno. Adesso dice: "Con il dispiacere che ciò comporta, ho deciso di concludere la mia collaborazione con Ferrari, lascio un'azienda che amo, della quale faccio parte da 28 anni, con la serenità che viene dalla convinzione di aver compiuto ogni sforzo per raggiungere gli obiettivi prefissati. Lascio una squadra unita e in crescita. Una squadra forte, pronta, ne sono certo, per ottenere i massimi traguardi, alla quale auguro ogni bene per il futuro. Credo sia giusto compiere questo passo, per quanto sia stata per me una decisione difficile. Ringrazio tutte le persone della gestione sportiva che hanno condiviso con me questo percorso, fatto di difficoltà ma anche di grandi soddisfazioni".

La carriera di Mattia Binotto

Binotto ha ereditato il timone della Scuderia il 9 gennaio 2019, prendendolo dalle mani di Maurizio Arrivabene, poi passato alla Juventus e ieri anche lui dimissionario.  Dopo un periodo esaltante con tre successi nel 2019 (Spa, Monza e Singapore), la Ferrari si è fermata: all'inizio della stagione successiva, è stata resa nota un'inchiesta sulla presunta irregolarità del motore della rossa, anche se non si conoscono i contenuti dell'indagine che è stata chiusa con un accordo segreto con la Fia. Di fatto, nel 2020 è stato il peggior Mondiale per Maranello in 40 anni (sesta tra i Costruttori). In un 2021 di transizione (il motore non è cambiato né le regole) dove al posto di Sebastian Vettel Binotto ha scelto Carlos Sainz, la Ferrari ha cercato di migliorarsi per quanto possibile. La Scuderia ha puntato tutto sul 2022 col cambio regolamentare delle auto a effetto suolo. E in effetti, la F1-75 è stata all'inizio una delle macchine più competitive della griglia.

Ma forse sono stati proprio gli errori di strategia, difesi da Binotto e imputati a una mancanza di mentalità vincente in un gruppo ancora in crescita ma bisognoso di stabilità, ad aver concluso il suo ciclo. Solo 7 le vittorie in 82 gp e 4 anni di gestione, anche se solo in quest'ultimo ha avuto una macchina per riuscirci davvero. L'occasione mancata, in una F1 che macina in fretta tutto, costa a Binotto il sogno di una vita.

Mattia Binotto, profilo di un uomo vestito di rosso Ferrari. Mattia Binotto ha dedicato quasi ventotto anni alla causa della Ferrari, adesso è pronto a farsi da parte per una nuova rivoluzione. Tommaso Giacomelli il 27 Novembre 2022 su Il Giornale.

Occhiali dalla montatura spessa, folti capelli ricci, neanche un filo di barba. Una maglia rossa cucita addosso come una seconda pelle, un viso dai lineamenti morbidi e un sorriso che fa simpatia. Peccato che questo profilo da persona comune, non sorrida da tempo. A questo identikit corrisponde Mattia Binotto, il personaggio più chiacchierato della Formula 1 attuale, per sua sfortuna non per motivi celebrativi ma a causa di tutti i rumors che lo vogliono fuori dalla Scuderia Ferrari, il team più vincente nella storia del Circus, ma che da quattordici anni resta a bocca asciutta. L’italiano è al timone della gestione sportiva di Maranello dal 2019, da quel momento la sua vita è cambiata. È diventato un personaggio sempre sotto ai riflettori, prima osannato come salvatore della patria dopo la cacciata a furor di popolo di Maurizio Arrivabene, mentre oggi è trattato alla stregua di un nemico pubblico perché considerato, dai più, come il principale responsabile dei fallimenti del Cavallino Rampante. Una famiglia che gli volta le spalle, dopo quasi trent’anni di devozione e dedizione alla causa con una scalata che dalle retrovie lo ha innalzato fino al gradino più elevato.

L’approdo in Ferrari

Il 3 novembre del 1969, Mattia Binotto nasce da genitori reggiani in Svizzera, a Losanna, dove cresce e compie la sua formazione scolastica e universitaria, laureandosi in ingegneria meccanica presso il politecnico della cittadina baciata dall’acqua del lago di Ginevra e immersa nel cantone del Vaud. Successivamente consegue un master in ingegneria dell’automobile presso il dipartimento di ingegneria "Enzo Ferrari" (DIEF) dell'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, riavvicinandosi alla terra che ha dato i natali alla sua famiglia. Nel 1995 entra all’interno della Scuderia Ferrari, in qualità di ingegnere motorista per la squadra di test. È il primo compito all’interno del Cavallino Rampante, un luogo dei sogni. Assapora la Formula 1 da elemento chiave a partire dal 1997, quando riveste la mansione di ingegnere motorista. Saranno anni d’oro sotto alla gestione sportiva di Jean Todt, coadiuvato dalle visioni illuminate di Ross Brown. Binotto è fondamentale per realizzare i motori di quelle monoposto che segnano l’epoca più scintillante della Ferrari, il momento più vincente con Michael Schumacher al volante. Dal 1999 al 2004 arrivano sei titoli costruttori e cinque piloti, tutti vinti dal Kaiser di Kerpen. Nel 2002 e nel 2004 vanno in scena dei veri e propri domini, con campionati contraddistinti da una supremazia assoluta. Luca Cordero di Montezemolo è il presidente di una Ferrari che stupisce e impartisce legge, distruggendo ogni avversario. Dietro a questi trionfi c’è anche Mattia Binotto, che proprio nel 2004 viene promosso a responsabile motori in pista per la squadra corse.

Il momento delle vittorie

Negli anni ruggenti arrivano i grandi trionfi, momenti felici che sono legati anche ad aneddoti che hanno il sapore agrodolce della nostalgia, dati i tempi che corrono. Binotto è particolarmente attaccato alla vittoria di “Schumi” a Monza 2003, un’euforia che gli è costata addirittura il ritiro della patente. “Quel giorno Michael partì in pole, restò davanti a Montoya per tutta la gara ed ebbe la meglio in un confronto tirato a ogni giro sul filo dei decimi di secondo. Veniva da due gare difficili, il campionato era in bilico, e quel trionfo ci diede lo slancio verso il titolo mondiale. Ero talmente euforico che tornando a casa, all’altezza di Parma, ho preso una multa per eccesso di velocità con ritiro della patente”, racconta il nativo di Losanna sulle colonne della Gazzetta dello Sport. Nei mesi successivi per andare a Maranello, Binotto utilizza il motorino di Felipe Massa, all’epoca collaudatore per il Cavallino.

Una scalata verso l'alto

Dopo il ritiro di Schumacher, arriva l’ultimo titolo piloti con Kimi Raikkonen nel 2007, mentre nel 2008 cambia anche il team principal, con il ruolo che viene ricoperto da Stefano Domenicali, successore di Jean Todt, a sua volta promosso amministrato delegato della Ferrari. In quel periodo Binotto diventa responsabile delle operazioni Power Unit, e c’è tempo per festeggiare ancora un titolo costruttori quello del 2008, mentre Felipe Massa vede sfuggirsi dalle mani il campionato piloti all’ultima stregata curva di San Paolo del Brasile, appuntamento conclusivo di quella intensa stagione. La Ferrari vive poi delle stagioni altalenanti, accese in pista dal talento di Fernando Alonso, ma mai culminante con una gioia mondiale. Nel mentre la scalata di Binotto prosegue, diventa vicedirettore del reparto Motori ed Elettronica nell’ottobre 2013, poi successivamente Chief Operating Officer per la Power Unit (Direttore dell’Aera Power Unit), quando la F1 effettua la sua rivoluzione introducendo l’ibridazione dei propulsori. Il 27 luglio 2016 viene nominato Chief Technical Officer (Direttore Tecnico) della Scuderia Ferrari. Il team principal in quel momento è Mattia Arrivabene, che dal 2015 affida le due monoposto a Sebastian Vettel e Kimi Raikkonen. Nel 2017 e 2018 la Ferrari si gioca le sue carte per togliere lo scettro alla Mercedes, senza tuttavia riuscire nell’impresa. Nel 2019 l’ennesima rivoluzione nelle gerarchie della Scuderia: giunge il grande momento di Binotto che raccoglie il testimone proprio dall’ex uomo di Philipp Morris. È adesso lui Managing Director Gestione Sportiva e Team Principal della Scuderia Ferrari.

Mattia Binotto al passo d’addio

Stagioni difficili e speranze infrante. Il 2019 è stato un anno in cui la Ferrari scopre il talento di Leclerc, mentre vede appassire quello di Vettel. L’anno successivo è quello in cui il Cavallino soffre di più, penalizzato da un motore azzoppato dalle nuove direttive, e lontanissimo dalle posizioni che contano. Il 2021 è un momento di transizione in vista del rilancio mondiale del 2022, dove le attese sono altissime. La nuova era della F1 si apre con una SF-75 bella e veloce, capace di esaltare le doti al volante di un astro nascente come Charles Leclerc. Le due vittorie nelle prime tre gare sembrano il preludio a una stagione che può finalmente riservare un agognato ritorno sul tetto del mondo. Un’illusione che dura fino a metà stagione, quando Leclerc è staccato di una manciata di punti da Max Verstappen. Dal GP di Ungheria con dieci gare dal termine, Binotto sentenzia: “Non vedo perché la Ferrari non possa vincere tutte le gare da qui a fine stagione”. A giochi fatti il bilancio è il seguente: otto vittorie di Verstappen, una di Perez e una di Russell. Zero per la Ferrari. Dopo l’ultimo appuntamento di Abu Dhabi, la SF-75 si congeda con il secondo posto nei costruttori e nella classifica piloti con Leclerc. Il film del campionato ci ha regalato momenti di grande smarrimento del team, dominatore del sabato di qualifica, ma spesso disorientato alla domenica con scelte dal muretto discutibili e molto penalizzanti per entrambi i piloti. In uno degli ultimi atti, Binotto ha ammesso che la SF-75 ha dovuto ridurre la sua potenza per migliorare l’affidabilità, elemento critico di inizio stagione, mentre lo sviluppo non è stato adeguato per andare a privilegiare la monoposto del 2023. Lui, però, con ogni probabilità non ci sarà, pagando in prima persona tutti gli errori commessi dal team nella stagione appena conclusa. Le voci sempre più insistenti danno come suo successore Frederic Vasseur, attualmente responsabile dell’Alfa Romeo Racing. Entrato in punta di piedi, Binotto sta per congedarsi dopo quasi 28 anni uscendo dalla porta di servizio, nonostante una vita passata in quella che a tutti gli effetti è stata più di una famiglia.

Max Biaggi, "motore sabotato". Chi (e come) gli ha fatto perdere il Mondiale. Libero Quotidiano il 20 luglio 2022

Approdato nel 2008 nel team satellite Ducati Gmb Racing, Max Biaggi è stato protagonista della sua peggior stagione nel Mondiale Superbike. Ciò nonostante alla vigilia fosse il più accreditato rivale di Troy Bayliss, divenuto poi a fine anno per la terza e ultima volta campione del mondo. Ma il racconto del pilota romano in un lungo post su Facebook ha svelato un sorprendente retroscena: nel suo team veniva sabotato il motore della moto per far vincere l’australiano. Così esordisce l’ex pilota 51enne: ”La moto che io provai la prima volta per il 2008, era una moto assolutamente vincente. Rispetto all'anno precedente guadagnava 200 cc di cilindrata, mentre alcuni suoi componenti divennero di serie. Fummo noi, con il team di Borciani, a provare per la prima volta quella moto in Australia, durante dei test privati”.  

La super moto al via, la riduzione nelle prestazioni in Qatar - “In quell’occasione facemmo una simulazione gara — prosegue Biaggi — che concludemmo con un tempo inferiore di quattro secondi, rispetto a quello ottenuto nella gara vinta nell'anno precedente da Bayliss, con la vecchia moto ufficiale e con le medesime coperture. Anche sul best lap risultai più veloce della pole position fatta sempre da Bayliss nel 2007, esattamente di quattro decimi. La moto in quell'occasione aveva il regime di rotazione massima a 11.500 giri/min”. Ma già nel secondo test, fatto pochi giorni dopo a Losail, le prestazioni della sua moto erano state ridotte per motivi di sicurezza: "Dopo pochi giorni ci spostammo in Qatar, per un nuovo test ed in quell’occasione alla moto furono tolti 500 giri/min per un presunto problema strutturale sugli alberi a camme — aggiunge Biaggi — Non potemmo fare null'altro che adeguarci". 

I problemi e la caduta in Australia  - Dopo il secondo e terzo posto nei primi due round di Losail, iniziarono i problemi: "Alla prima gara ottenni un secondo ed un terzo posto, mentre in Australia, nel giro di lancio della superpole, si ruppe la leva del cambio. Non potendo partecipare alla superpole, presi il via dalla sedicesima posizione, in quarta fila. In gara 1 impiegai nove giri per raggiungere la seconda posizione e nei successivi sette giri ridussi il gap da Bayliss, che era primo, fino a 1.6 secondi – continua Max Biaggi ripercorrendo in ordine cronologico gli eventi della tormentata stagione 2008 – Purtroppo però a sei giri dalla fine scivolai senza conseguenze, nel tornantino in discesa. In gara 2 riprovai a rimontare e dopo sei giri ero già terzo, ma un brutto incidente in curva 1 mi mise fuori dai giochi. L'incidente a rivederlo fa paura anche oggi. In quella curva si arriva a 300 km/h e nella bruttissima carambola fortunatamente mi fratturai solo il radio del braccio sinistro”.

I problemi al ritorno a Valencia - L'infortunio rimediato a Phillip Island tenne fuori il Corsaro per tre settimane, riuscendo però a tornare in pista per la terza tappa della stagione, in Spagna. Lì però si ritrovò con una moto, a suo dire, molto diversa da quella con cui aveva effettuato test pre-stagionali e primi due round del campionato: "Ritornai a Valencia, dopo 21 giorni di gesso e nelle prime libere mi accorsi che c'era qualcosa che non andava sulla moto — continua il romano — Mi fermai ai box e parlai con il mio capotecnico. Il problema rimase però indefinito e finii il turno con molti dubbi. All'inizio del secondo turno di libere, notai lo stesso identico problema e rientrai subito ai box. Dissi al mio capotecnico che avrei concluso lì le mie prove! Infatti ritornavo dal brutto infortunio alla mano e per correre dovetti fare delle infiltrazioni di antidolorifici sul polso, per cui non aveva senso continuare, con una moto che aveva un evidente calo di prestazioni. Venivo superato da piloti che non avevo mai visto! Assurdo”.

Biaggi e l’accusa rivolta all’allora d.g. di Ducati Corse, Filippo Preziosi - Dopo aver insistito parecchio, poi, Biaggi sarebbe stato informato del boicottaggio messo in atto dalla Ducati nei suoi confronti, dove sarebbe dovuto approdare nel team ufficiale dalla stagione successiva, prima di scegliere l’Aprilia: "Il mio capotecnico, dopo vari tira e molla, finalmente ammise che l’allora Direttore Generale di Ducati Corse, Filippo Preziosi, gli aveva ordinato di inserire una mappa specifica, che toglieva tra i 15 ed i 18 Cv su tutto il l'arco di utilizzo”. Per un chiaro motivo: "Questo perché era necessario che a vincere fosse un solo pilota, altrimenti il regolamento avrebbe penalizzato la 2 cilindri — aggiunge il Corsaro nel suo post — Infatti se a vincere fosse stato un solo pilota, la vittoria sarebbe stata imputabile alla sua bravura e non a un vantaggio tecnico del 2 cilindri rispetto al 4 cilindri. La mia moto era diventata improvvisamente un cancello. All'epoca il regolamento principalmente prevedeva che il livellamento delle prestazioni tra i 4 ed i 2 cilindri, in seguito ad un vantaggio di cilindrata a favore delle 2 cilindri di 200 cc, avvenisse grazie ad un differente peso minimo e con l’utilizzo degli air restrictor, con i quali si limitava l’aria in ingresso all'air box”. 

Biaggi: “A fine campionato 1.250 giti/min in più sulla mia moto” - Le penalizzazioni scattavano facilmente, “nel caso in cui nei primi posti fosse presente un maggior numero di piloti, equipaggiati con una delle due motorizzazioni — dice ancora il romano nel lungo post — La moto che io avevo provato in Australia era assolutamente vincente, in quanto sinceramente aveva un vantaggio in termini di cilindrata eccessivo. Per questo motivo, per poter vincere il mondiale era necessario penalizzare le moto clienti. Se il podio fosse stato monopolizzato dalle 2 cilindri, l’applicazione del regolamento avrebbe ridotto il vantaggio prestazionale dalla Ducati 1098”. Per poi concludere: "A riprova di quanto detto, qualche gara più tardi, quando ormai il vantaggio di Bayliss in classifica generale era consolidato e quando ormai era certo che sarei andato sulla Ducati ufficiale, sulla mia moto il limitatore venne spostato a 12.250 giri/min. Il tutto senza alcuna modifica strutturale! Quello stesso motore ora poteva sopportare 1.250 giri/min in più. Pazzesco! Insomma, i giri motore venivano aumentati e diminuiti in funzione della classifica generale. Ecco la verità che non ho mai detto".

Jorge Lorenzo. Maria Guidotti per “il Giornale” il 18 luglio 2022.

«Jorge un autografo». La ressa davanti al garage di Q8 High Perform tradisce la presenza del 5 volte Campione del Mondo MotoGP nel paddock del Mugello Circuit in occasione dell'ACI Racing Weekend. Lo spagnolo sorride e si ferma per una foto. È il prezzo della fama per una carriera stellare in moto e il caloroso supporto del pubblico per il futuro nelle quattro ruote. 

Jorge Lorenzo è tornato nel paddock come commentatore del Motomondiale per la TV spagnola e al volante di una Porsche 992GT3 nel Porsche Carrera Cup Italia, il campionato tricolore monomarca, che ha fatto tappa all'Autodromo della Ferrari e lo ha visto chiudere 11°. 

Che effetto fa tornare al Mugello dove ha vinto ben sette volte in moto?

«Questa è la mia pista per eccellenza, molto tecnica con curve impegnative dove è importante far scorrere la moto. Su questo tracciato ho sempre fatto bene, non ultimo la prima vittoria con Ducati nel 2018». 

Quanto è impegnativo il passaggio dalle 2 alle 4 ruote?

«Cambia la prospettiva. La guida è meno fisica. Per esempio, in auto non ti muovi come fai sulla moto per il trasferimento del peso. Ti senti più protetto. Continuo ad avere una guida pulita, ma ancora non conosco tutti i segreti. È solo la mia terza gara e corro con piloti con molta più esperienza». 

Piloti di nasce. Quanto è stata dura smettere?

«È stato difficile ma adesso questa dimensione è perfetta. Mi diverto come un bambino senza la pressione della MotoGP. Dentro resto pilota, affronto le corse con la stessa professionalità, ma la macchina è meno esigente e soprattutto meno fisica. Prima mi allenavo sei ore al giorno ed ero sempre a dieta, adesso mi basta un'ora al giorno, mi controllo nel mangiare, ma posso godermi di più la vita. Viaggio per piacere, non solo per lavoro».

Guardando alla MotoGP, Quartararo punta al bis.

«Fabio è il più forte, sia a livello mentale che in velocità. Se fosse sulla Ducati farebbe ancora più paura. È un pilota completo, anche se la Yamaha non è la miglior moto. La vera sorpresa di questa stagione invece è Aleix Espargaro con l'Aprilia, mentre Bagnaia pur essendo veloce, ha fatto tanti errori». 

Chi potrebbe essere il suo erede?

«Penso ai primi in classifica. Quartararo, Bagnaia e Martin sono molto forti e vedo delle somiglianze con il mio stile di guida, come l'esplosività di Martin, la precisione di Bagnaia, e infine Quartararo, che corre con la mia stessa moto e presenta dei tratti che ci avvicinano». 

Cosa le manca del Motomondiale?

«Vincere. Quando hai ottenuto tanti successi e provato il sapore della vittoria, il distacco non è facile, ma queste sono tappe della vita».

Per la prima volta dopo 30 anni e campioni del calibro di Doohan, Biaggi, Rossi, Stoner e anche lei, complice l'assenza di Marquez, la MotoGP si trova senza forti personalità.

«Sì, sono fondamentali per far appassionare la gente. Manca una star». 

Con il ritiro di Valentino Rossi sono finite anche le grandi rivalità?

«Tutti hanno delle buone relazioni e sembrano quasi amici, complice lo scambio di like sui social. Questo dà onore allo sport, perché ci vuole rispetto, ma i grandi duelli hanno da sempre acceso le corse. La rivalità era nell'aria. Penso allo sguardo feroce di Gibernau verso Rossi a Jerez nel 2005. Le scaramucce anche fuori dalla pista tra Biaggi e Valentino...».

Parlando della sua rivalità con Valentino, come si è sentito a batterlo con la stessa moto?

«È stata una bella soddisfazione che mi ha fatto guadagnare molta fama perché erano gli anni in cui Valentino era ai massimi livelli». 

Quanto è stato difficile dividere il box con una star come il Doctor?

«È stata dura. Senza un carattere così forte, probabilmente sarei stato sconfitto anche sul piano mentale, perché Valentino aveva tutta l'attenzione. Era amato da tutti e questo mi faceva sentire più piccolo. Ma sono stato determinato. Una volta abbassata la visiera, il mio unico obiettivo era dare gas e vincere».

Ritornando al 2015, quale la sua versione?

«Quell'anno avrei potuto vincere il titolo molto facilmente perché ero il più veloce, ma alla domenica mi succedeva sempre qualcosa. Così è stata una stagione sofferta. Tanti i fattori, ma non dobbiamo dimenticare il GP d'Argentina per quel che riguarda la questione Rossi-Marquez. Valentino aveva fatto cadere Marquez senza chiedergli scusa nel post gara. Marquez non l'ha digerita. Credo che le scuse avrebbero cambiato il corso delle cose».

Lorenzo è oggi un pilota felice?

«Sono sereno e soddisfatto. Apprezzo la salute, la mia condizione economica e soprattutto il tempo libero. Se dovessi pensare a qualcosa felice nel futuro, penserei ad un figlio».

Giacomo Agostini. Giorgio Terruzzi per il “Corriere della Sera” il 10 Giugno 2022.

Si muove come un ragazzo nella sua casa sui colli di Bergamo, con annesso museo colmo di fotografie, moto, trofei. Quattro galline per le uova della prima colazione da spartire con la moglie Maria, i bagagli pronti per l'Isola di Man, ospite fisso del Tourist Trophy. Il principe del Bahrein che lo aspetta per fare un giro su quelle strade infernali. Giacomo Agostini compie 80 anni (16 giugno) ma il suo orologio pare fermo da un pezzo. Un uomo fortunato.

Un campione che ha cercato la propria fortuna con una cocciutaggine che non stinge.

Quindici titoli mondiali, 123 vittorie. Adesso possiamo dirlo: imbattibile.

«Mah, effettivamente... Ci ha provato Mick Doohan, si è avvicinato Valentino ma si è fermato a quota 9 con 115 vittorie. Marquez diceva: non voglio batterti. Risposi: non è vero, puoi farcela. A patto di invitarmi alla festa. È in difficoltà, povero Marc, non so se riuscirà a tornare quel fenomeno che è stato». 

Moglie andalusa, due figli, Victoria e Giacomino. Il curriculum del marito e del padre si avvicina a quello sportivo?

«L'amore c'è, su tutti i fronti. Ero innamorato delle due ruote. Qualcuno mi chiese se è mai esistito un piano B. Macché. Troppa gioia. È bello provarci e poi vincere una gara e poi un campionato italiano e poi un titolo mondiale. Non mi aspettavo di ricevere così tanto. In Belgio, avevo 25 anni, c'erano i minatori italiani a vedermi. Ripetevano: grazie, domani porteremo là sotto il nostro tricolore. Era una rivalsa preziosa. Sono stato a visitare quelle miniere e ho compreso da adulto ciò che non comprendevo allora.

La famiglia è una cosa diversa. Non volevo sposarmi, mi sono deciso a 46 anni. Molti colleghi portavano in pista la famiglia. Vedevo i bambini salutare papà in griglia. Pensavo: non riuscirei mai a farlo. Si moriva in un attimo allora. Più avanti è stato più facile ed è stato bello condividere, crescere i figli, volersi bene, comprenderci. Sì, due tipi di amore».

Attorno alla sua moto, una quantità di tragedie. Si considera un sopravvissuto?

«Sì. Nonostante fossi attentissimo, mi rendevo conto che poteva succedere qualcosa di grave in un secondo. C'è chi dice che bisogna saper cadere. Balle. Quando cadi non sai mai come va a finire. Eppure prevaleva l'idea che a me, in fin dei conti, non sarebbe accaduto nulla di tremendo. Viene giù un aereo e vai all'aeroporto pensando: beh, non accadrà un'altra volta. È un po' lo stesso. Fortuna, destino, chissà: sono volato in un prato enorme, niente. Bill Ivy è caduto nello stesso prato, c'era un pilastro, l'ha centrato in pieno».

Agli esordi: maglia gialla, numero di gara 46. Sono impressionanti le analogie con Valentino «Era il 1965, un'amica disse: sotto la tuta nera sta bene il giallo. Ecco. Sì, molte analogie. Moto Yamaha, famiglia con bambina pure lui, entrambi abbiamo corso in macchina. E doti simili». 

Entrambi piloti Ferrari, con l'ipotesi di fare sul serio. Sino a che punto?

«Enzo Ferrari mi fece provare una macchina a Modena. Disse: se vuoi correre con noi il posto c'è. Ero lusingato caspita, la Ferrari! Tre giorni e tre notti a riflettere. Alla fine pensai che avevo scelto la moto sin da bambino, che la mia passione era quella lì. Come un dono ricevuto misteriosamente. Vincevo, ero felice: perché tradire ciò che la natura mi aveva dato?».

Chi la conosce bene parla di disciplina monacale prima delle corse e di una pignoleria ossessiva. Tutto vero?

«Forse sono nato così. Ancora adesso preparo la valigia nei dettagli con largo anticipo. Ai meccanici dell'MV, espertissimi, facevo una quantità di domande, volevo controllare questo e quello anche se ero l'ultimo arrivato. Si indispettivano, mi frenavo. Sino a quando saltò una catena non verificata. Da allora fu rispetto reciproco. Desideravo che tutto fosse al cento per cento. Sì, ma dovevo essere allo stesso livello pure io. Cominciai a prepararmi fisicamente, a curare l'alimentazione, ad evitare di fare la bella vita. Alle 23, a letto. Solo. Trasgredii una sola volta, a Riccione, era una bella sera, era bella la ragazza e stavamo su un gommone cullato dall'acqua. Pentitissimo. Il giorno dopo vinsi ma non bastò a farmi cambiare regola».

Pietro Germi voleva trasformarla in un attore impegnato?

«Ma sì. Mandò il copione. Dissi: guardi che non sono capace. Lui: non ti preoccupare, ci penso io. Arrivò il contratto. Inizio riprese primi di marzo, 4 mesi di lavorazione. Ma come? Il 19 marzo inizia il Mondiale. Ci rimase male». 

Rotocalchi, gossip. La fama del playboy aveva qualche fondamento?

«Ero giovane, celebre, non brutto. Ma è accaduto ben meno di quanto si creda». 

Incontri indimenticabili. Chi le viene in mente?

«Muhammad Alì, una serata insieme, io affascinato dalla sua personalità, da quell'eleganza straordinaria. Marcos, presidente delle Filippine e sua moglie Imelda che mi invitò a ballare, alta ben più di me, mi vergognavo da matti. Gianni Agnelli.

Una volta lo incontrai circondato da amici e amiche, compresa una mia fidanzatina. Ma come, avvocato, mi ruba le ragazze? Saragat e Ciampi, presidenti della Repubblica che mi hanno nominato cavaliere e commendatore». 

Un momento di nostalgia. Dove torna?

«Darei anche le mutande pur di tornare a fare quello che ho fatto. Anche per un giorno. Intensità assoluta. Nulla di comparabile».

La MotoGp ha perso Rossi, manca Marquez. È crisi?

«Chi guarda vuole vedere un campione fare cose che non riescono ad altri. Agostini e Fangio ieri, poi Alì o Maradona o Valentino. Stanca Hamilton? Allora perché lo paghiamo 40 milioni l'anno? Serve una star. Unica, speciale. Per ora non c'è».

Coraggio e incoscienza. Il limite dove sta?

«Vado al Tourist Trophy, guardo le strade, conto i morti e mi chiedo: io correvo in un posto così? Più cresci, più pensi. A un certo punto dissi basta. Ma su quell'isola avevo già vinto dieci volte. Certe riflessioni non comparivano. Spericolatezza e spensieratezza. Aggiungi l'esperienza e vai ancora più forte. Sino a quando la memoria di ciò che hai visto, delle tragedie, fa scattare un freno interiore. La ragione, se sei arrivato sano e salvo sin lì, ti protegge».

Sebastian Vettel compie 35 anni: Red Bull, Ferrari, diritti civili, protesta in mutande, la svolta hippie. Andrea Sereni su Il Corriere della Sera il 02 Luglio 2022.

Il pilota tedesco dell’Aston Martin è totalmente cambiato da quando, da ragazzo, vinceva Mondiali con la Red Bull. Ora indossa magliette arcobaleno, ha i capelli lunghi e un po’ trasandati, lotta per i gay e contro il razzismo. La sua storia

Da giovane cannibale a hippie

Quanto è cambiato Sebastian Vettel. Il giovane tedesco che dominava la Formula 1 con la Red Bull è diventato grande, ha costruito e perfezionato una personalità a tutto tondo: si espone, parla di temi delicati, prende sempre posizione. Ha anche cambiato look: il ragazzo capelli corti e stile rigido e impeccabile ha oggi una chioma folta e ribelle, veste un po’ da hippie e sorride sempre. Domenica 3 luglio compie 35 anni, nel circus che abbraccia talenti sempre più precoci Sebastian è oramai un veterano. Terzo per vittorie totali in F1 dietro Hamilton e Schumacher, la sua storia è ricca e piena di cambiamenti.

I record in Red Bull

Andiamo con ordine. Dal Vettel che, giovanissimo, arriva in Formula 1. Collaudatore neanche ventenne della Sauber, gli esordi con la Toro Rosso, poi nel 2009 il passaggio alla Red Bull. Guida una vettura velocissima, praticamente imbattibile. Vince quattro titoli consecutivi, da cannibale domina per quattro anni (dal 2010 al 2013 compreso). Nel 2013 riesce a trionfare in nove gare consecutive, superando il record di sette stabilito da Ascari e Schumacher. Ancora oggi è il più giovane pilota ad essersi laureato campione del mondo in F1.

I titoli sfiorati con la Ferrari

Gli anni in Ferrari sanno un po’ di rimpianto. Sebastian arriva nel 2015 da cannibale, ma non riesce a vincere con la Rossa neanche un Mondiale in sei stagioni. Ci va vicino un paio di volte, tra 2017 e 2018. Ma si inchina sempre a Hamilton, un po’ per sfortuna un po’ per una vettura nel complesso inferiore alla Mercedes. «Ho imparato tanto, ho incontrato tante persone speciali, correre con la Ferrari è un’esperienza unica e probabilmente resterà dentro di me per sempre. Ma non sono il tipo che resta imprigionato nel passato, guardo sempre avanti». Ed ecco che arriva l’Aston Martin, la scuderia con cui corre anche oggi.

Cambio look

Sebastian negli ultimi anni ha cambiato totalmente look. Capelli lunghi, barba, abbigliamento casual, stile un po’ hippie. Una svolta accompagnata da una coscienza nuova, che lo ha portato a schierarsi contro discriminazioni, abusi, non ultimo la guerra in Ucraina. è diventato un ambientalista convinto. Anche per questo ha venduto parte della sua collezione di auto.

La sua collezione di auto uniche

Sì perché Vettel è un esperto di motori, studia le vetture, ha una grande collezione di auto. Qualcuna come detto di recente l’ha venduta per motivazioni ecologiche, ma ha tenuto alcuni modelli del passato, comprese vecchie monoposto di Formula 1, e pezzi dal valore unico. Come una F40 appartenuta a Luciano Pavarotti. Esemplari rari e conservati in perfetto stato, spesso personalizzati con il nome e i loghi del quattro volte campione del mondo. Nel suo garage sono restate vecchie monoposto come una McLaren di Senna, alcune sue Red Bull dei titoli Mondiali (2010-2013) e la Williams del 1992 iridata con Mansell. Con quest’ultima sarà protagonista di un’iniziativa per l’ambiente proprio domenica 3 luglio a Silverstone.

Testimonial per l’ambiente a Silverstone

L’ex ferrarista infatti domenica 3 luglio, il giorno del suo 35esimo compleanno, a Silverstone scenderà in pista con la Williams-Renault con cui Nigel Mansell vinse il Mondiale del 1992, uno dei suoi gioiellini. Sebastian, in quanto ambasciatore della sostenibilità ambientale, ha fatto in modo che il dieci cilindri francese funzioni con una benzina a carbonio zero. «Ho pensato che dobbiamo farlo in modo responsabile — ha spiegato — quindi domenica userò carburanti a emissioni zero per dimostrare che possiamo ancora aggrapparci alla nostra storia, al nostro patrimonio e alla nostra cultura nel motorsport, ma farlo in un modo più responsabile».

La famiglia

Molto riservato sulla sua vita privata, Sebastian vive in Svizzera, a Turgovia, vicino al lago di Costanza, con la famiglia. La moglie Hanna Prater era la sua amica d’infanzia, che poi ha sposato il 21 giugno 2019: «È tutta la mia vita: è una moglie, una mamma e una donna molto paziente e comprensiva», dice di lei Vettel. Hanna ha studiato design e si è specializzata come fashion designer. Hanno tre figli, due femmine e un maschio.

Il sostegno alla comunità Lgbt

Più volte si è schierato apertamente con chi combatte per i diritti civili. Si inginocchia prima di ogni gara, accanto a Lewis Hamilton (un gesto contro il razzismo). Non solo. Lo scorso anno ha espresso il proprio sostegno alla comunità Lgbt discriminata in Ungheria. Si è presentato con una t-shirt arcobaleno — con la scritta «Same love» e mascherina coordinata — durante la cerimonia che precede il Gran Premio.«Durante l’inno nazionale ho tenuto la maglietta. L’ho fatto in sostegno di quelle persone che soffrono in questa nazione perché alcuni fanno leggi che anziché proteggere i bambini probabilmente li minacciano e ne compromettono la crescita. Sono ben felice di incassare qualunque penalità mi vogliano comminare». Alla fine si è preso solo una reprimenda.

La battaglia per le mutande

Tra le battaglie recenti, quella per le mutande da indossare quando guida in Formula 1, che chiede di vestire indumenti intimi ignifughi. Sebastian per protesta ha indossato prima del Gp di Miami dei vistosi boxer grigi sopra la sua tuta verde. «C’è libertà personale e siamo grandi abbastanza per fare le nostre scelte».

Contro la guerra

Quest’anno è stato tra i primi a condannare l’invasione da parte della Russia dell’Ucraina. «Non andrò a correre in Russia. È sbagliato. Mi dispiace per le persone innocenti che stanno perdendo la vita, vengono uccise per ragioni stupide». E ancora: «È orribile quello che sta succedendo, sono scioccato. Per quanto mi riguarda la decisione l’ho già presa, a Sochi a settembre non correrò».

Barrichello ha 50 anni: la Ferrari, Schumacher, il tumore, la memoria perduta, il divorzio. Lorenzo Nicolao su Il Corriere della Sera il 21 Maggio 2022.

In 6 stagioni col Cavallino ha contribuito a 5 Mondiali costruttori e titoli di Michael Schumacher ed è entrato nel cuore dei tifosi. Dopo avere rischiato per un cancro, continua a correre nelle Stock car - mentre i figli provano a seguirne le orme.

Rubens Barrichello ha 50 anni

Pilota della Rossa in uno dei periodi più vincenti della scuderia di Maranello, seconda guida ideale, appassionato corridore anche a molti anni dal ritiro dalla Formula 1, dopo aver visto in faccia la morte più di una volta. Compie 50 anni Rubens Barrichello, pilota brasiliano che in molti, all’esordio, sognarono potesse raccogliere l’eredità di Ayrton Senna. La sua carriera rappresenta una lunga saga fatta di 322 Gran premi disputati, record che verrà battuto solo dal finlandese Kimi Raikkonen, altra vecchia conoscenza della Ferrari. (Ora nella classifica dei piloti con più Gp Barrichello è terzo, superato anche da Fernando Alonso).

Il legame con l’Italia

Nato a San Paolo il 23 maggio del 1972, ma con i nonni originari di Castello di Godego, località del trevigiano, in lui non potevano che ribollire le caratteristiche di un pilota molto caldo, da appassionatissimo delle corse quale era sin dalla tenera età, quando in patria sbaragliava sui kart la concorrenza di tutti i rivali. Dopo aver conseguito i primi successi in Europa da appena maggiorenne, arrivò in Formula 1. Nel 1993 il primo sedile con la Jordan, così come i primi punti conquistati in un Gp della massima categoria. Solo alcuni anni più tardi la firma per la scuderia italiana per eccellenza.

L’incidente e il ricordo di Senna

Nella stagione successiva a quella del debutto, subito un terzo e un quarto posto, risultati che sembravano consacrare il pilota in F1. Ma nel week-end nero di Imola il pilota rimase coinvolto in un terribile incidente, che oggi si ricorda tra gli altri, tragici, di quel fine settimana, nei quali trovarono la morte Roland Ratzenberger e Ayrton Senna. 

Barrichello può ritenersi un miracolato: riportò una frattura al naso, ad alcune costole, e qualche contusione, nonostante lo schianto della sua Jordan a circa 200km/h. «Sono morto per sei minuti. Per tanto tempo ho provato a ricordare quei momenti senza successo», dirà in seguito. 

Il futuro ferrarista decise nonostante tutto di continuare a correre, approdando alla corte di Maranello nel 2000, dopo un altro paio di anni in Jordan e tre in Stewart.

L’esperienza in Ferrari

Della stagione d’esordio con la Ferrari, di Barrichello si ricorda in particolare una rimonta epica dalla 18ª posizione che lo vide lasciarsi alle spalle persino piloti d’esperienza come Hakkinen e Coulthard. 

Fu in questo modo che il brasiliano conquistò definitivamente il cuore dei tifosi Ferrari, affetto che si rinnovò con il fondamentale contributo che diede, da seconda guida, ai successi di un fuoriclasse come Michael Schumacher. 

Il tedesco conquistò, anche grazie al compagno, cinque titoli consecutivi (2000, 2001, 2002, 2003, 2004, stagioni in cui la Ferrari conquistò anche il titolo Costruttori) dei sette che oggi lo attestano come una leggenda assoluta.

«Fatti superare o perderai il posto»

La prima guida del Cavallino non poteva essere messa a discussione, tanto che la ferrea gerarchia suscitò negli anni successivi anche qualche polemica, per via di alcune dichiarazioni dello stesso Barrichello. 

Nel Gran Premio d’Austria del 2002, il ferrarista più in forma fu proprio il brasiliano, e non il favorito Michael Schumacher. Per un ordine di scuderia Barrichello dovette cedere il posto, ma sul podio le parti si invertirono: il tedesco lasciò simbolicamente il gradino più alto al compagno e gli si inchinò di fronte. 

Anni dopo, emersero i retroscena di quelle ore: «Dai box mi avevano intimato che se non avessi lasciato passare Schumi avrebbero rivisto il mio contratto e avrei rischiato il posto», raccontò Barrichello. «All’inizio non volevo ma, di fronte a quello che sembrava ben più di un ordine, ho ceduto».

La rissa

Nel 2010 il pilota brasiliano, ormai pilota alla Williams, perse completamente le staffe dopo un incidente nel Gp del Canada con l’allora pilota della Toro Rosso Jaime Alguersuari. Una svista di quest’ultimo provocò un evitabile impatto. «Non mi hai visto?» disse dopo il brasiliano ai box. «No», rispose l’altro. «Allora mi vedrai adesso». Fu un meccanico a separare i due, con Barrichello che non ebbe remore nel picchiare il collega sul casco. Negli anni successivi dirà sempre di essersi pentito del gesto, «di non essere stato in quella circostanza un valido esempio».

Passione senza età

Dopo il ritiro dalla Formula 1 — ufficializzato nel gennaio 2012 — l’ex pilota ha guidato con la KV Racing Technology nella IndyCar, poi con la Medley e la Chevrolet Sonic, fino all’approdo in Corolla nella Stock Car Brasil, ambiente nel quale milita tuttora. Con la Chevrolet è stato nel 2014 anche campione di categoria, segno di una passione per la velocità che non si è mai spenta. È stato anche ingaggiato come commentatore da Rede Globo.

Barrichello e il tumore

Nel 2018 arriva un’altra confessione a sorpresa dell’ex ferrarista, che ha raccontato alla stampa di aver superato un tumore benigno al collo. Ne ha voluto parlare quando tutto era già andato per il meglio. «Molti subiscono danni permanenti, sono stato molto fortunato — ha detto il brasiliano ai microfoni di Tv Globo —. Quando ho lasciato l’ospedale mi è stato detto che solo il 14% viene dimesso nelle stesse condizioni. Quando tutto è iniziato ero in doccia a casa e improvvisamente ho sentito un dolore insopportabile alla testa. Sono tornato in stanza e ho avvertito mia moglie Silvana. Abbiamo capito che dovevamo andare in ospedale. Un nostro amico medico ha subito visto che non stavo bene».

Il matrimonio

Il 24 febbraio 1997 Rubens Barrichello ha sposato Silvana Giaffone, anche lei legata — in qualche misura - al mondo dei motori: la sua famiglia è proprietaria di un kartodromo, e il cugino Alfonso Giaffone Neto era un pilota. La loro storia è terminata nel 2019. Il matrimonio si svolse a Jardins, a sud di San Paolo, nella chiesa Nossa Senhora do Brasil davanti a 450 invitati. Il viaggio di nozze? In Australia, dove dal 6 marzo Barrichello sarebbe stato impegnato per il Gp di Melbourne. 

Il matrimonio fra Silvana Giaffone e Rubens Barrichello nel 1997. La storia è finita nel 2019

I figli piloti

Oggi entrambi i figli, nati dal matrimonio con Silvana Giaffone, frequentano il mondo delle corse, seguendo le stesse orme del padre. Eduardo, il più grande (ha 20 anni), detto «Dudu», ha fatto il suo debutto in kart nel 2013 e ha gareggiato nel campionato di Formula 4 negli Stati Uniti, fino all’approdo nella JD Motorsport, team che lo accompagnerà nel campionato di Formula Regional European by Alpine. Fernando, il più piccolo di 17 anni, detto «Fefo», gareggia ancora con i kart, ma potrebbe presto esordire in altri contesti. Nel 2018 Barrichello e la moglie hanno perso un altro figlio, prima di separarsi.

L’Intervista a Enzo Ferrari di Catherine Spaak per “Autosprint” - 30 marzo 1982

«Ho trovato uomini che indubbiamente amavano come me l’automobile. Ma forse non ho trovato altri con la mia ostinazione, animati da questa passione dominante nella vita che a me ha tolto il tempo e il gusto per molte altre. Io, non ho mai fatto un vero viaggio turistico, non sono mai andato una volta in vacanza in vita mia, per me le più belle ferie sono quelle che trascorro in officina...». 

Credo anch’io che all’uomo basti una volontà ostinata, un’ambizione sorda, determinata, costante, per superare tutti gli ostacoli che incontra lungo il cammino della sua vita. Il punto focale pero e “per quale scopo”. 

A Fiorano, a Maranello non sono andata eccitata dai celebrati simboli della potenza, riverente e ossequiosa davanti al mitico cavallino rampante, nè in cerca di emozioni a trecento all’ora. Volevo incontrare un uomo, non la sua leggenda. Guardingo, sospettoso, mi osservava con impassibilità dietro spesse lenti scure. 

Capii perchè Ferrari intimorisce, l’arte di mettere gli altri alle strette non e fatta di parole ma di silenzi e di sguardi. Comunque, gli occhiali li tolse a meta colazione. Potrà sembrare strano ma abbiamo parlato di filosofia, mangiando un ottimo souflè. «Io mi sento solo dopo tanti avvenimenti e quasi colpevole di essere sopravvissuto».

Credo che questa sia la sola considerazione che possa fare un uomo all’età di 84 anni, per il quale la tecnica e il progresso meccanico sono stati l’unica ragione di vita. Piu di quanto ha fatto lui, sembra, non si poteva fare in questo mezzo secolo. Domani il mondo della ricerca e della tecnica in materia di automobili, andrà avanti comunque, forse meno rapidamente, con meno amore, ma tutto continuerà a mutare. 

L’imperatore, lo zar, il re della F.1 e pero solo, forse come il più umile dei suoi operai, sembra una favola per bimbi saggi e un po’ assonnati, eppure non lo e. A volte il più grande e anche il più piccolo. Dipende dall’angolazione e dagli occhi che guardano.

«La sola preghiera che so e questa: Dio, fatemi diventare buono». 

Forse Ferrari e cattivo? Direi proprio di no. Ne più nè meno degli altri. E forse poco pratico di cose spirituali. Sorride un po’ sornione e nostalgico quando sussurra: «La donna rimane il più bel premio al lavoro... La donna deve avere cinque qualità: essere una buona moglie, ottima madre, esperta cuoca, gentile e bella creatura con gli ospiti, passionale al punto di non far desiderare una scatenata amante».

E poi aggiunge, quasi per rassicurarsi nel timore di avere un dubbio: «Pensando anche a certi gemiti, sostenere che l’uomo schiavizza la donna e la considera semplice oggetto, mi sembra eccessivo». Forse che il piacere di una donna (vero o simulato), sia il perno del dare e dell’avere o dell’essere. Ma perchè stupirsi se Ferrari e pronto a dire che, se anima c’è è più probabile che ce l’abbia un motore anzichè un essere umano. 

Lei dunque, ingegnere, crede solo nel corpo, nella materia?

«E cos’altro ci dovrebbe essere?». 

Lei e solo un tubo digerente, metri d’intestino, acqua e un mucchietto di ossa?

«C’e il pensiero, mia cara, un grande computer fatto di innumerevoli cellule...».

E cosa c’è, ingegnere, che non cambia mai, al di là del corpo e della mente?

Ferrari mi guarda stupito, e si che di “attori” ne ha visti passare a Fiorano. Vede Ferrari, il guaio, secondo me, e tutto nell’identificazione, noi finiamo per diventare quello che crediamo di essere. 

Lei si è identificato con un meraviglioso motore e ne derivano conseguenze curiose, cosi si mescolano idee e sentimenti vari e si fa confusione con l’orgoglio, il possesso, la competizione, il senso patriottico, il coraggio, la moralità, la politica e il progresso. 

C’è gente un po’ esaltata che si rivolge a lei in questi termini: La Ferrari, ai vostri concorrenti mette paura, inquietudine, incute rispetto, riverenza, Lei, Ferrari, ha creato un desiderio in noi che possediamo macchine inferiori, una mira per la quale vale la pena combattere, possedere un giorno la vettura “non plus ultra”! Avete lanciato una sfida: e una Ferrari, siete degno di pilotarla? 

«Noi ascoltiamo attentamente il suono del motore e ci chiediamo: non e questo un motore che piange di protesta. No: questo e il suono d’un motore che urla di gioia, un suono che nessuna orchestra può suonare, una sinfonia di suoni che porta gioia alla mente e il sorriso sul volto». 

A me, tutto questo sembra pericoloso: può davvero, una Ferrari, rappresentare l’ideale di felicita d’un uomo? La gioia della mente? E non e grottesco che, come e avvenuto in California, una miliardaria si faccia seppellire al volante della sua Ferrari cabriolet, murate insieme per l’eternità in un blocco di cemento? Progredire e necessario, l’impegno di Ferrari e nobile, ammirevoli il suo contributo, la sua dedizione, la sua tenacia. 

Tuttavia Ferrari che dice che le donne le ha tradite, i motori mai, mi intenerisce perchè, secondo me, non si è accorto che, forse, la sola persona che ha tradito davvero e sè stesso. Chissà che il vero progresso, quello che cambia davvero qualcosa per il bene dell’umanità, non vada cercato dentro l’uomo anzichè fuori. La sinfonia più bella per gli uomini non e quella dei giri d’un motore, dovrebbe risiedere nel silenzio di un cuore ottantaquattrenne che ha trovato la pace, la serenità e che sa che non e non sarà mai, ne solo ne colpevole. 

Il suo nome e famoso in tutto il mondo, il suo marchio somiglia a una leggenda. Come si costruisce tutto questo?

«Lavorando immensamente e considerando il lavoro un’ancora di salvezza in mezzo a tanto disordine». 

In che cosa consiste l’alleanza Ferrari-Fiat?

«L’accordo Fiat-Ferrari e nato il 18 giugno 1969 e fu definito per assicurare alla mia azienda artigiana sviluppo e continuità, garantendo al tempo stesso a me la facoltà di continuare a interessarmi ai problemi connessi allo sport e al progresso dell’automobilismo».

E’ vero che le spese di gestione della Ferrari per la F.1 si calcolano quest’anno oltre i 9 miliardi?

«Nella mia conferenza stampa di fine anno ho avuto occasione di precisare che il disavanzo della Gestione Sportiva per l’anno 1981 e stato di lire 5.805 milioni (dei quali lire 500 milioni pagati dalla Fiat). Questa cifra, per il 1982, subirà ovviamente la lievitazione imposta dalla svalutazione». 

Lei ha detto che “lo Sport con la S maiuscola e stato ucciso dalla sponsorizzazione, dalla selvaggia speculazione commerciale”. Come mai le sue macchine sono tappezzate di adesivi Olivetti, Goodyear, Agip, Longinus ecc? La sua e una resa?

«Sostengo, da sempre, che l’unica pubblicità ammissibile e quella di coloro che contribuiscono all’evoluzione tecnica della vettura da corsa. Le Case da lei citate nulla hanno a che fare con la miriade di prodotti di consumo e voluttuari che hanno invaso l’ambiente fino al punto di personalizzare le vetture: sono sponsorizzazioni tecniche e possono, anzi, hanno il diritto di apparire».

E’ vero che Cartier ha comprato il suo marchio (il cavallino rampante) per un orologio?

«La Ferrari non ha venduto il suo marchio, ma ha in corso di perfezionamento un accordo con Cartier affinchè questa marca possa usufruire del cavallino rampante su diversi suoi prodotti che annualmente verranno sottoposti all’approvazione della Ferrari. Con ciò, la Ferrari ha inteso difendere il suo marchio su un mercato invaso da tanti profittatori, fidando che la Cartier saprà opportunamente difendere la concessione». 

Come pensa si concluderà la “guerra” fra motore aspirato e turbo?

«Sono quindici anni che esiste l’attuale F.1 e solo da due le Case tentano di esplorare compiutamente questa formula prima che essa concluda il suo ciclo nel 1984. Questa guerra preventiva al turbo, che non ha ancora vinto nessun campionato mondiale, e condotta da chi tende a trasformare i Gp di Formula Uno in una spettacolare corrida motoristica, nella quale sport e tecnica diventano degli intrusi disturbatori». 

Chi, secondo lei, deve comandare in questo giro d’affari senza regole fisse e che sembra allargarsi giorno per giorno?

«E’ vero: il giro d’affari si va allargando sempre più con la spinta dei piloti che esercitano e pianificano la commercializzazione del loro diritto d’immagine, mentre tante scuderie che da questa attività traggono alimento e guadagno non intendono spendere per il progresso tecnologico. Pero, le regole fisse esistono: ci sono regolamenti, c’è il Codice Sportivo, e tutto preordinato perchè tutto ritorni alla normalità. Manca soltanto la presenza di una forte autorità sportiva-legislativa che ne pretenda il rispetto».

Se e ambigua la regola sul peso alla partenza per le macchine in gara, perchè non la si cambia?

«La regola non è ambigua. Ne viene consentita una interpretazione distorta che, disinvoltamente operata da diverse scuderie, si traduce in aperta violazione dello spirito della legge. Con la stessa “buona fede” si potrebbe pretendere l’impunita per chi uccide una donna, soltanto perchè il codice punisce l’omicidio e non parla di “donnicidio”». 

Perche non si riesce a stabilire una più giusta formula di equivalenza per equilibrare i Cmc di cilindrata fra i vari motori?

«Non ritengo, allo stato attuale della ricerca tecnica, che si possa stabilire che l’attuale formula di equivalenza e ingiusta. Chi può dirlo?» 

A lei nuocerebbe (la suddetta formula piu giusta) o comunque i motori turbo sono i più forti?

«Ho già detto che la nostra ricerca tecnica e volta al progresso. I motori turbo sono una innovazione che si trova ormai sulla maggioranza degli attuali motori Diesel già entrati nelle vetture di uso comune e questo significa progresso, poichè questa strada tecnica offre la possibilità di ottenere motori meno inquinanti e con maggiore disponibilità di potenza a parità di consumo». 

A che servono i reclami se prima della partenza non si stabiliscono regole da rispettare?

«I reclami dovrebbero servire a far riconoscere le vere ragioni. Purtroppo mi sono convinto che oggi, nel nostro ambiente, pretendere la ragione equivale ad esporre la propria impotenza». 

Se e vero che il rapporto uomo-macchina in corsa e così suddiviso: telaio 33 per cento, motore 33 per cento, gomme 20 per cento; un pilota che contribuisca al 14 per cento vale davvero miliardi? Perche?

«Ho sempre sostenuto che nello sport dell’automobile, salvo rare occasionali eccezioni, i successi non sfuggono alla legge della pura mezzadria: cinquanta per cento di merito al pilota e cinquanta per cento alla macchina. Quello che guadagna oggi un pilota non può essere previsto da nessuna piattaforma sindacale ma, ripeto, la cessione del diritto della propria immagine e operazione che compete al solo soggetto interessato». 

Servono davvero la sperimentazione e la ricerca per la F.1 alla produzione in serie o dietro tutto questo c’è una diversa motivazione? Quale?

«L’automobile e nata e progredita con le corse. La competizione e il necessario avallo di qualsiasi ritrovato tecnico, poichè soltanto il pilota può trovarsi in uno stato di necessita che lo in- duce a una somma di manovre impensabili, imprevedibili, abnormi e pertanto solo la corsa, con le sue esasperate sequenze, può generare giudizi assoluti». 

Niki Lauda ha detto: “Oggi in corsa nelle curve l’accelerazione di gravita raggiunge i 3 g. Il tuo corpo pesa cioè tre volte tanto, come negli aerei in picchiata. Gli occhi si iniettano di sangue, sfuggono dalle orbite, la testa si reclina e tu non vedi più niente”. Non le sembra mostruoso tutto questo? E a che scopo, poi?

«Niki Lauda ha fatto un’affermazione che e stata confermata anche nel recente Gran Premio del Brasile. Tutti abbiamo potuto constatarlo. Aveva visto giusto il presidente della FISA Balestre quando decise la soppressione delle famigerate minigonne, che consentono velocita eccessive in curva. Il guaio e che egli non ha avuto poi la forza di far rispettare la disposizione di fronte all’avversione delle scuderie inglesi. Tutto questo e irrazionale e comporta responsabilità morali per coloro che hanno aggirato una disposizione tecnica estremamente valida e saggia». 

Secondo lei, la violenza delle corse di F.1, che può comportare anche la morte «in diretta», e spettacolo? Non siamo tornati ai tempi dei cristiani divorati dai leoni?

«C’e stato un Onorevole che ha dichiarato che le corse di F.1 sono un’espressione di violenza, ma io spero che lei non si associ a questo assunto. Le ho già parlato delle finalità di progresso che sono alla base della competizione: accanto a questo contenuto tecnico c’è nella competi- zione anche un aspetto spettacolare in grado di offrire al pubblico la somma di emozioni che compendia quell’ansia di superamento connaturata all’essenza e al gusto della vita umana». 

Cosa prova quando un pilota muore?

«Al di là dei valori sentimentali, potrei dire affettivi, ritengo un mio imperativo dovere cercare di conoscere se l’incidente e stato causato da ragioni tecniche. Io sento profondamente la responsabilità che mi assumo quando affido una mia macchina a un pilota e la considero sicura, nei limiti della perfettibilità umana». 

C’è guerra fra lei, Ecclestone e Jean-Marie Balestre. Cosa pensa dei metodi d’assalto?

«Non sono in guerra con nessuno. Rispetto le norme stabilite dalla FISA, nulla lasciando d’intentato affinchè tutti le rispettino. Questo ha portato disaccordi e contrasti, e ovvio, come pure e ovvio che ognuno trasferisce nella vita di tutti i giorni l’educazione che ha ricevuto». 

Cosa poteva fare Lauda per la Ferrari che non abbia fatto? Si e mai sentito in qualche modo responsabile dell’incidente del Nurburgring che rischio di costargli la vita?

«Come posso immaginare le disponibilità di un essere umano nei confronti dei suoi rapporti con una casa costruttrice che lo ha rivelato? Sia chiaro, comunque, che fra la Ferrari e Lauda non ci sono conti sospesi».

Perchè sono cosi poche le donne che riescono ad approdare alla F.1?

«Forse perchè la Formula Uno si addice più agli uomini che alle donne. Le eccezioni che ricordo, infatti, sono poche: Maria Antonietta Avanzo, Elisabetta Junek, Maria Teresa De Filippis, Lella Lombardi». 

Lei ha dichiarato: “La macchina mi ha sempre dato un grande senso di liberta”. lngegner Ferrari, per lei cos’e la liberta? E cos’è il coraggio?

«Ho letto che la nostra libertà finisce dove comincia quella altrui e che il coraggio e l’individuazione dell’esatto confine che le separa». 

Sono più di 50 anni che vive di motori, non si è stancato? Non ha mai avuto altri interessi, altre passioni?

«Si, effettivamente sono 63 anni che mi interesso di motori e di macchine e io attribuisco a questa passione il merito di avermi offerto uno scopo nella vita fra tanti crudeli tormenti». 

Cosa l’ha delusa di più in tutta la sua vita?

«L’impotenza a difendere la vita di un figlio che mi è stato strappato, giorno dopo giorno, per ventiquattro anni». 

E più forte chi comanda o chi sa ubbidire?

«Chi veramente comanda non ha bisogno di essere forte, poichè le sue capacita gli conferisco- no prestigio e consenso. Ubbidire, anzi, saper ubbidire significa aumentare costantemente la propria forza, apprendere, collaborare, e molte altre cose».

Che cosa vuoi dire vincere?

«Vincere non significa soltanto l’applauso della folla, ma soprattutto il riconoscimento della sintesi di tutto quello che abbiamo saputo fare e prevedere». 

Lewis Hamilton. Nelson Piquet razzista verso Lewis Hamilton: bufera in F1. Daniele Sparisci su Il Corriere della Sera il 28 Giugno 2022.

Il commento offensivo («ne...etto») sull’incidente nel Gp di Silverstone del novembre scorso viene rilanciato ora sui social e sui media. Hamilton: «È un problema di mentalità, è tutta la vita che mi succede». La F1 emette un comunicato: «Inaccettabile ogni frase discriminatoria». 

«Parole razziste o discriminatorie sono inaccettabili e non devono trovare alcuna giustificazione». È durissima la condanna della F1 nei confronti di Nelson Piquet che in una diretta in streaming aveva usato il termine «ne...etto» parlando di Lewis Hamilton. «Lewis è un incredibile ambasciatore del nostro sport e merita rispetto, i suoi sforzi costanti per aumentare la diversità e l’inclusione sociale sono una lezione per moltissimi, una lezione a cui la F1 crede molto». Una nota ufficiale di condanna e supporto a Hamilton è stata emessa anche dalla Mercedes. Fino a quando, via Twitter, non è arrivata direttamente la risposta di Hamilton. Prima ironica quando a un tifoso che scrive «Pensate se Hamilton rispondesse chi c... è questo Piquet e poi chiudesse Twitter», il campione inglese ha risposto: «Immagina». E poi più seria: «È più di un problema di linguaggio. Queste mentalità arcaiche devono cambiare e non hanno posto nel nostro sport. Sono stato circondato da questi atteggiamenti e sono stato preso di mira per tutta la mia vita. C’è stato un sacco di tempo per imparare. È giunto il momento di agire». A sostegno del sette volte campione del mondo sono scesi in campo piloti e squadre, inclusa la Ferrari. Charles Leclerc: «Commenti simili non devono essere tollerati, dobbiamo far sparire la discriminazione dallo sport e dalla società» ha detto il monegasco.

Alla vigilia del Gp di Silverstone è scoppiato il caso razzismo per un audio di novembre — emerso soltanto adesso — nel quale il tre volte campione del mondo brasiliano analizzava l’incidente dell’anno scorso al primo di giro del Gp d’Inghilterra fra Hamilton e Verstappen, preludio di una rivalità infuocata che sarebbe durata per tutto il 2021.

«Il n... etto ha posizionato la macchina in modo che Verstappen non potesse sterzare. Il n...tto l’ha fatto perché sapeva che quella curva non avrebbero potuto farla in due. È stato fortunato che solo l’altra macchina sia andata a sbattere, ha agito in modo sporco».

Parole che Piquet — non nuovo a scivoloni, gaffe e risse anche verbali — non avrebbe mai dovuto pronunciare, e che creano grosso imbarazzo anche dalle parti della Red Bull. La figlia Kelly è infatti fidanzata con Verstappen , la coppia vive a Montecarlo, l’olandese frequenta il suocero e dopo aver vinto il titolo l’anno scorso ha passato diversi periodi in Brasile. La Red Bull è sensibilissima al tema e soltanto pochi giorni fa aveva sospeso il pilota di riserva Juri Vips per aver usato parole discriminatorie in un videogame online. Martedì 28 giugno l’inchiesta interna si è chiusa con il licenziamento del giovane estone.

Daniele Sparisci per corriere.it il 30 luglio 2022.

Dopo il caso di Nelson Piquet con le offese a Lewis Hamilton e le successive scuse, un altro ex crea forti imbarazzi nella Formula 1. È Bernie Ecclestone, non è la prima volta che succede, il vecchio patron del circus – da sempre abituato alle provocazioni- ha espresso posizioni a sostegno di Putin. 

Parlando a «Good Morning Britain», alla vigilia del Gp di Gran Bretagna a Silverstone, ha detto di essere dalla parte del presidente russo sulla questione del conflitto in Ucraina. «Sarei ancora disposto a prendermi una pallottola per lui, preferirei che non mi ferisse, ma sarei disposto a prendermela».

Ecclestone, 91 anni, già in passato aveva elogiato Putin per le sue capacità di leadership, il Gp di Russia – cancellato dopo lo scoppio della guerra - era stato introdotto sotto la sua gestione. «Sulla guerra lui sta facendo ciò che ritiene giusto per il suo Paese, è una persona rispettabile» ha aggiunto per poi addossare le responsabilità principali del conflitto al premier ucraino Zelensky. Ecclestone ha poi paragonato l’invasione russa ad altre operazioni condotte dagli Usa in Stati stranieri: «Amano le guerre perché devono vendere le armi».

È intervenuto anche sul caso Piquet: «Non voleva offendere nessuno, è il suo modo di esprimersi, lo conosco da una vita e ha fatto arrabbiare tante persone senza volerlo. La faccenda è esplosa soltanto perché è il papà della fidanzata di Verstappen». 

Pur non avendo più Ecclestone nessun incarico operativo o legame con la Formula 1, Liberty Media ha replicato all’anziano boss con una nota: «Le sue sono opinioni personali, e sono in profondissimo contrasto con le posizioni e i valori moderni dello sport». Se Ecclestone non è più direttamente coinvolto in F1, la giovane moglie Fabiana Flosi invece ha un ruolo di vertice nella Fia. Alle ultime elezioni è stata nominata vicepresidente per il Sud America. 

Da motorsport.it il 29 giugno 2022.

Nella giornata di ieri il mondo della Formula 1 è stato scosso da una intervista rilasciata dal tre volte campione del mondo Nelson Piquet alla fine del 2021 dove il brasiliano apostrofava con un linguaggio razzista Lewis Hamilton. Il fatto ha provocato una ampia condanna da parte di tutta la comunità della F1 con piloti, team ed anche la FIA che hanno mostrato pieno sostegno al sette volte iridato. Anche Lewis Hamilton è intervenuto utilizzando i suoi profili social affermando come fosse giunto il tempo di cambiare queste mentalità arcaiche.

Dopo la bufera mediatica di ieri, Nelson Piquet è intervenuto quest’oggi con un comunicato nel quale ha voluto chiarire l’intera faccenda legata ad una intervista rilasciata lo scorso anno. Pur ammettendo che quanto dichiarato sia stato “mal pensato e non difendibile”, il brasiliano ha voluto porre l’accento sul fatto che il termine incriminato «è stato ampiamente e storicamente usato colloquialmente nella lingua portoghese come sinonimo di 'ragazzo' o 'persona' e non è mai stato inteso come un'offesa». 

«Non avrei mai usato la parola di cui sono stato accusato in alcune traduzioni», ha proseguito Piquet. «Condanno fermamente qualsiasi insinuazione che la parola sia stata usata da me con lo scopo di sminuire un pilota a causa del colore della sua pelle».

«Mi scuso con tutto il cuore con chiunque ne sia stato colpito, compreso Lewis, che è un pilota incredibile, ma la traduzione di alcuni media che sta circolando sui social media non è corretta. La discriminazione non ha posto nella F1 o nella società e sono felice di chiarire il mio pensiero al riguardo». 

Per correttezza riportiamo per intero il comunicato rilasciato da Nelson Piquet. 

«Vorrei chiarire le storie che circolano sui media riguardo a un commento che ho fatto in un'intervista lo scorso anno. Quello che ho detto è stato mal pensato e non lo difendo, ma voglio chiarire che il termine usato è un termine che è stato ampiamente e storicamente usato in modo colloquiale nel portoghese brasiliano come sinonimo di "ragazzo" o "persona" e non è mai stato inteso come un'offesa.

Non userei mai la parola di cui sono stato accusato in alcune traduzioni. Condanno fermamente qualsiasi insinuazione che la parola sia stata usata da me con lo scopo di sminuire un pilota a causa del suo colore della pelle. 

Mi scuso con tutto il cuore con chiunque sia stato colpito, compreso Lewis che è un pilota incredibile, ma la traduzione riportata da alcuni media e che sta circolando sui social non è corretta. La discriminazione non ha posto nella F1 o nella società e sono felice di chiarire il mio pensiero a questo proposito».

Federico Mariani per gazzetta.it il 2 luglio 2022.

Il caso Piquet non accenna a sgonfiarsi. Anzi, la posizione di Nelson, tre volte iridato in F1, rischia di aggravarsi ulteriormente dopo le frasi razziste su Lewis Hamilton. Il brasiliano aveva spiegato di essere stato male interpretato in un'intervista rilasciata nel novembre 2021 al canale Youtube Motorsports Talks e tornata d'attualità negli ultimi giorni. Decisamente più complicato giustificarsi di fronte alle accuse di omofobia in seguito a un nuovo video diffuso su Twitter dall'account Metropoles.

Se il primo scivolone di Piquet - che si era tardivamente scusato - si rifaceva al celebre contatto alla Copse tra Hamilton e Verstappen nel 2021 (e Lewis veniva definito neguinho, "negretto"), ora la polemica divampa su alcune considerazioni fatte a proposito del 2016. In quella stagione Nico Rosberg, figlio di Keke, iridato nel 1982, beffò di misura proprio Lewis. Nel video, Nelson attacca: “Keke era una m..., non aveva alcun valore, proprio come suo figlio Nico. Ha vinto un campionato, ma il n***etto deve aver dato un po’ troppo il c**o in quel periodo e per questo non ha guidato bene”. Dichiarazioni che hanno sollevato un nuovo polverone.

CONSEGUENZE—  Negli ultimi giorni, la F1 ha condannato le esternazioni del brasiliano. Il circus si è stretto attorno a Hamilton, che, dal canto suo, ha invitato a non dare rilevanza alle uscite di Piquet. Anche Max Verstappen, compagno di Kelly, figlia di Nelson, ha preso le distanze dalle parole dell'ex campione, pur affermando di non considerarlo un razzista. Il nuovo video, però, rischia di spingere gli organizzatori a escludere il brasiliano dal paddock. La situazione potrebbe subire nuovi aggiornamenti.

Andrea Sereni per corriere.it il 2 aprile 2022.

«Ho lottato a lungo con problemi di salute mentale ed emotiva. Per andare avanti serve uno sforzo costante, ma dobbiamo continuare a combattere». Lewis Hamilton si toglie la corazza da supereroe dei motori e racconta le sue fragilità ai milioni di tifosi che lo seguono sui social. «In alcuni giorni è davvero difficile restare positivi», scrive il campione britannico su Instagram, ma bisogna lottare «perché c’è tanto da fare e da raggiungere». 

Re senza corona, dopo il titolo strappato da Verstappen in quel finale di Mondiale 2021 che considera una truffa, Lewis si ritrova impotente, con la testa bassa, in un inizio di stagione che lo vede ai margini. La sua Mercedes sembra incapace di raggiungere velocità e performance di Ferrari e Red Bull, lui si scusa con il team per colpe che in realtà non ha. Sono così i fenomeni, i cannibali dello sport che non si accontentano mai, si mettono in discussione, vincono e guardano avanti, mai sazi.

«Scrivo per dirvi che va bene sentirsi nel modo in cui ci si sente, sappiate che non siete soli e che ce la faremo —prosegue Hamilton nel suo messaggio social—. Oggi un amico mi ha ricordato che si può essere così forti da poter fare tutto quello che ci passa per la testa. Possiamo farlo tutti. Ricordiamoci di vivere con gratitudine per risorgere ancora. Vi mando amore». 

Uno sfogo che mostra una volta di più —recenti i casi Osaka, Azarenka e Biles —cosa si nasconde nell’animo spesso tormentato degli atleti. Tirati, al limite per raggiungere obiettivi, infelici se non riescono a centrarli. Lewis, sedicesimo in qualifica nel Gp dell’Arabia Saudita, decimo al traguardo, sembra disorientato, perso in certezze che il finale della scorsa stagione si è portato via.

«Ho passato momenti peggiori», ha detto dopo gli ultimi risultati negativi, pronto a reagire alle nuove difficoltà. Parla di una fragilità psicologica, di giornate in cui fatica ad essere positivo, senza però perdere la voglia di combattere. Il re senza corona cerca vendetta contro il giovane sfidante Verstappen, vuole un ultimo Mondiale per superare Schumacher. Ha ancora «tanto da fare».

Estratto dal libro  “il Grande Circo – Storie di box dalla A alla Z” di Biagio Maglienti il 20 marzo 2022.

(...) Primi anni Duemila, è il weekend di Monza e siamo all’Idroscalo di Milano per festeggiare il compleanno del manager di un pilota ex Ferrari. Con me c’erano Fisichella, Barrichello, Irvine e a un certo punto sì unì a noi un ingegnere di macchina della Ferrari, molto amico di Giancarlo. Bastano poche parole per capire che il tecnico inglese è già a un livello di ubriachezza pazzesco, non abbastanza da immaginare ciò che dirà poco dopo al pilota romano. 

“Se io fossi una donna mi piacerebbe uscire con te”

Fisichella mi guarda, esterrefatto. Poi mi guarda ancora e fa per dirgli: “Ti ho avuto tra le palle tutto ‘sto tempo e ora mi fai anche delle avances?”. Ma lui è sparito. Ci guardiamo attorno e dell’ingegnere non c’è più traccia. 

Eravamo su una terrazza e guardando giù lo vediamo schiantato a terra, dopo 5 metri buoni di volo. Corriamo giù, un altro degli ingegneri gli mette la mano sotto la testa, vede il sangue e inizia a gridare di chiamare l’ambulanza. Ma l’amico di Fisichella, un po’ rimbambito dal volo e gonfio di alcol, si alza come se nulla fosse: alla fine non si era fatto un granché, peccato che la mattina dopo dovesse essere in pista. Chiede a qualcuno di chiamargli un taxi e poi crolla svenuto su una sdraio. Nulla di strano quindi che alle sei di mattina mi telefoni l’addetto stampa della Ferrari per dirmi: “Mi raccomando, tu non hai visto niente”. 

La Ferrari. Benny Casadei Lucchi per “il Giornale” il 21 marzo 2022.

Dicono che i motori non siano vero sport. È vero. C'è il pilota, c'è il talento ma ci sono la tecnica e il soldo a togliere romanticismo al tutto. L'atletica è vero sport. È l'essenza di tutti gli sport, l'anima. Per cui l'impresa, sabato, di Marcell Jacobs ha illuminato, riempito ed emozionato rendendoci fieri nel vedere quell'omone semplice mettersi dietro l'America e prendere poi in braccio il figlioletto come avrebbe fatto ognuno di noi. 

Scene di vita quotidiana trasferite vittoriose sulla pista di un mondiale d'atletica. La Ferrari, alla propria maniera, ha fatto la stessa cosa: ci ha regalato scene di vita riassunte nei suoi e nostri ultimi anni cupi di vita quotidiana. 

Perché è certo che la Formula uno non sia vero sport però, oggi, il Paese tutto era soprattutto di questo che aveva bisogno: di risorgere, sorridere, dominare nel mondo con tutto ciò che ha a disposizione giorno dopo giorno: il lavoro del singolo e del gruppo, il talento e la genialità, l'industria e il dettaglio, l'investimento e il rischio culminati nella umile e silenziosa coesione che protegge nei momenti bui e diventa forza e urlo vittorioso quando il cielo si rischiara.

La doppietta della Ferrari in Bahrein ci ha offerto questo. Perché non è stata magia. È stata caparbietà e risalita dallo sprofondo in cui la scuderia era finita da anni. Il team principal Binotto aveva ben chiara la bontà di quanto fatto, «non firmerei per un secondo posto» aveva detto alla vigilia della gara. L'estate scorsa, la nostra generosa Italia, del calcio prima e dell'atletica e dei Giochi poi, aveva meravigliosamente vinto sfoggiando gioco di squadra, talento e impegno.

Era stato sufficiente per ridarci il sorriso nel mezzo della pandemia e farcela un po' dimenticare. Adesso non sarebbe bastato. Adesso che a rendere più cupo il cielo si sono aggiunte al virus la guerra, le restrizioni e paure più grandi che ci toccano senza far distinzione fra categorie ma unendoci e sprofondandoci assieme, questo Essere Ferrari, questa vittoria di squadra frutto dell'unione umana e tecnica, di operai e ingegneri, piloti milionari e maestranze metalmeccaniche, è proprio quello che ci serviva: uno specchio.

Flavio Briatore. Daniele Dallera e Daniele Sparisci per il Corriere della Sera il 17 marzo 2022.

Flavio Briatore è tornato in Formula 1 nel ruolo di «ambasciatore». Non sarà più dietro al muretto a dare ordini, si occuperà di affari. Potenziando l'intrattenimento e le opportunità commerciali, forte dell'esperienza da imprenditore a capo di un gruppo di 1.350 dipendenti nei settori della ristorazione e dello svago. L'ultima creatura, dopo il Billionaire e il Twiga, è «Crazy pizza».

«L'idea era trasformare un prodotto di strada in un prodotto di lusso. Musica, energia, servizio: un ambiente diverso dalla solita pizzeria. Dopo le aperture di Roma e Milano, entro un anno e mezzo ce ne saranno 70 nel mondo». 

Magari un giorno sarà suo figlio Nathan Falco a dirigere le aziende, fa questo anche per lui?

«Lo spero. Ma prima penso agli altri, la soddisfazione di un imprenditore è creare posti di lavoro e inventare cose nuove. Poi se mio figlio capisce che cosa significa questo spirito mi va bene, lo vedo interessato, ma non lo forzo». 

E in F1 che cosa farà esattamente Briatore?

«La collaborazione è nata parlando con Stefano Domenicali, per dare una mano. Per sostenere gli organizzatori dei Gp, per supportare gli attuali partner commerciali e trovarne di nuovi. Inoltre, faremo un restyling del paddock club (gli spazi riservati ai vip, ndr) e dell'intrattenimento».

In che modo?

«Sarà diverso nel cibo e nello svago, dobbiamo creare la voglia di tornare a un Gp. Sarà un vantaggio anche per le squadre. Deve essere un'esperienza unica, la F1 negli ultimi due anni è esplosa grazie a Netflix, e alla proprietà americana. Il mercato Usa è una colonna portante ora».

Alcuni piloti si rifiutano di partecipare alla serie «Drive to Survive», a lei piace? 

«Eccezionale. Per chi non conosce la F1 è fantastica, ha attirato milioni di giovani americani. Se la F1 è diventata popolare in America è grazie a quella serie». 

E della F1 dei suoi tempi a che cosa è rimasto più legato?

«Alla Benetton. Vincevamo e davamo fastidio: un'azienda di magliette batte i team storici. Abbiamo cambiato gli equilibri e anche la comunicazione portando in pista la moda, le modelle e i grandi stilisti». 

E i successi alla Renault?

«Lì abbiamo girato lo stesso film con attori differenti. Al posto di Schumacher c'era Alonso, che a 40 anni è un lottatore. Gli voglio bene». 

Che cosa le viene in mente quando pensa a Michael, frequenta la sua famiglia?

«A volte ritrovo vecchie foto di noi due, me lo voglio ricordare così com' era. Quando devi parlare di lui, pensando a come è adesso, è molto dura per tutti quelli che come me lo hanno frequentato. Bisogna soltanto pregare, solo un miracolo potrebbe farlo tornare la persona di prima». 

Per chi ha vissuto l'era di Michael, di Senna, non c'è il rischio della nostalgia?

«Lo sport si evolve. La popolarità della F1 sta crescendo grazie a una generazione di piloti attivi sui social media. Gli eroi di mio figlio sono Russell, Gasly, Norris, ragazzi che divertono su Instagram, TikTok. Parlano un altro linguaggio rispetto ad Alonso. Se i giovani sono tornati ad appassionarsi è grazie ai social media. E poi il duello Verstappen-Hamilton ha riavvicinato anche chi si era allontanato. È stata una competizione incredibile». 

Per chi ha tifato?

«Per Max, volevo che ci fosse un campione del mondo diverso da Hamilton. E poi nell'arco di un campionato così lungo emerge il migliore. Per anni la Mercedes ha lottato soltanto contro sé stessa, questo duello è servito anche a rimotivarla. La vittoria di Max ha fatto bene a tutti».

La Ferrari non vince dal 2008, quali errori ha commesso secondo lei?

«Difficile dirlo. Almeno un Mondiale, quello del 2010 con Alonso, è stato buttato via. Ma li aspettiamo adesso, hanno sempre detto che avrebbero puntato sul 2022. Ora che si sono rimescolate le carte mi auguro che la Ferrari vinca. E anche se non dovesse vincere il titolo, che almeno sia competitiva». 

Anche perché se non lo fosse, ci sarebbero altri cambiamenti ai vertici della squadra.

«Sono già stati tanti e non so quanto abbiano giovato. Con Montezemolo era sempre competitiva». 

Se Marchionne fosse ancora vivo sarebbe arrivata prima al Mondiale?

«Marchionne è stato straordinario sotto tanti aspetti, un mago dell'industria. Ma non ha lasciato il segno in F1, non credo che l'abbia capita fino in fondo». 

Ha un po' di rimpianto per non aver mai diretto la Ferrari, le sarebbe piaciuto? «Sicuramente. Ma non mi hanno mai chiamato e ci siamo sempre trovati l'uno contro l'altro: prima alla Benetton e poi alla Renault. Alla Ferrari non si può dire di no, chi lo racconta dice bugie. Ricordo quando Michael mi disse che stava parlando con Maranello, capii subito che era il suo sogno. La Ferrari è una realtà unica, ancora più unica dei risultati che ha ottenuto».

Passiamo ai piloti attuali. Verstappen?

«Aggressivo, un grande».

Hamilton?

«Straordinario, meno spettacolare di Max».

Leclerc?

«Deve dimostrare quanto vale su una macchina competitiva». 

Sainz?

«Idem».

Alonso?

«Non molla mai».

Norris?

«Veloce, mi piace molto».

Ricciardo?

«È un po' una delusione».

Russell?

«Per Hamilton sarà un compagno scomodo».

Perez?

«Guida nella terra di nessuno, non è ai livelli di Max».

Con l'uscita di Antonio Giovinazzi, l'Italia è sparita.

«Ma c'è Domenicali, a capo della F1, è la nostra medaglia d'oro». 

Perché il suo nome negli ambienti inglesi crea ancora polemiche, dà fastidio?