Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

LO SPETTACOLO

E LO SPORT

DECIMA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

  

 

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Vintage.

Le prevendite.

I Televenditori.

I Balli.

Il Jazz.

La trap.

Il musical è nato a Napoli.

Morti di Fame.

I Laureati.

Poppe al vento.

Il lato eccentrico (folle) dei Vip.

La Tecno ed i Rave.

Alias: i veri nomi.

Woodstock.

Hollywood.

Spettacolo mafioso.

Il menù dei vip.

Il Duo è meglio di Uno.

Non è la Rai.

Abel Ferrara.

Achille Lauro.

Adele.

Adria Arjona.

Adriano Celentano.

Afef Jnifen.

Aida Yespica.

Alan Sorrenti.

Alba Parietti.

Al Bano Carrisi.

Al Pacino.

Alberto Radius.

Aldo, Giovanni e Giacomo.

Alec Baldwin.

Alessandra Amoroso.

Alessandra Celentano.

Alessandra Ferri.

Alessandra Mastronardi.

Alessandro Bergonzoni.

Alessandro Borghese.

Alessandro Cattelan.

Alessandro Gassman.

Alessandro Greco.

Alessandro Meluzzi.

Alessandro Preziosi.

Alessandro Esposito detto Alessandro Siani.

Alessio Boni.

Alessia Marcuzzi.

Alessia Merz.

Alessio Giannone: Pinuccio.

Alessandro Haber.

Alex Britti.

Alexia.

Alice.

Alfonso Signorini.

Alyson Borromeo.

Alyx Star.

Alvaro Vitali.

Amadeus.

Amanda Lear.

Ambra Angiolini.

Anastacia.

Andrea Bocelli.

Andrea Delogu.

Andrea Roncato e Gigi Sammarchi.

Andrea Sartoretti.

Andrea Zalone.

Andrée Ruth Shammah.

Angela Finocchiaro.

Angelina Jolie.

Angelina Mango.

Angelo Branduardi.

Anna Bettozzi, in arte Ana Bettz.

Anna Falchi.

Anna Galiena.

Anna Maria Barbera.

Anna Mazzamauro.

Ana Mena.

Anna Netrebko.

Anne Hathaway.

Annibale Giannarelli.

Antonella Clerici.

Antonella Elia.

Antonella Ruggiero.

Antonello Venditti e Francesco De Gregori.

Antonino Cannavacciuolo.

Antonio Banderas.

Antonio Capuano.

Antonio Cornacchione.

Antonio Ricci.

Antonio Vaglica.

Après La Classe.

Arisa.

Arnold Schwarzenegger.

Asia e Dario Argento.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Barbara Bouchet.

Barbara D'urso.

Barbra Streisand.

Beatrice Quinta.

Beatrice Rana.

Beatrice Segreti.

Beatrice Venezi.

Belen Rodriguez.

Bella Lexi.

Benedetta D'Anna.

Benedetta Porcaroli.

Benny Benassi.

Peppe Barra.

Beppe Caschetto.

Beppe Vessicchio.

Biagio Antonacci.

Bianca Guaccero.

BigTittyGothEgg o GothEgg.

Billie Eilish.

Blanco. 

Blake Blossom.

Bob Dylan.

Bono Vox.

Boomdabash.

Brad Pitt.

Brigitta Bulgari.

Britney Spears.

Bruce Springsteen.

Bruce Willis.

Bruno Barbieri.

Bruno Voglino.

Cameron Diaz.

Caparezza.

Carla Signoris.

Carlo Conti.

Carlo Freccero.

Carlo Verdone.

Carlos Santana.

Carmen Di Pietro.

Carmen Russo.

Carol Alt.

Carola Moccia, alias La Niña.

Carolina Crescentini.

Carolina Marconi.

Cate Blanchett.

Catherine Deneuve.

Catherine Zeta Jones.

Caterina Caselli.

Céline Dion.

Cesare Cremonini.

Cesare e Mia Bocci.

Chiara Francini.

Chloe Cherry.

Christian De Sica.

Christiane Filangieri.

Claudia Cardinale.

Claudia Gerini.

Claudia Pandolfi.

Claudio Amendola.

Claudio Baglioni.

Claudio Bisio.

Claudio Cecchetto.

Claudio Lippi.

Claudio Santamaria.

Claudio Simonetti.

Coez.

Coma Cose.

Corrado, Sabina e Caterina Guzzanti.

Corrado Tedeschi.

Costantino Della Gherardesca.

Cristiana Capotondi.

Cristiano De André.

Cristiano Donzelli.

Cristiano Malgioglio.

Cristina D'Avena.

Cristina Quaranta.

Dado.

Damion Dayski.

Dan Aykroyd.

Daniel Craig.

Daniela Ferolla.

Daniela Martani.

Daniele Bossari.

Daniele Quartapelle.

Daniele Silvestri.

Dargen D'Amico.

Dario Ballantini.

Dario Salvatori.

Dario Vergassola.

Davide Di Porto.

Davide Sanclimenti.

Diana Del Bufalo.

Dick Van Dyke.

Diego Abatantuono.

Diego Dalla Palma.

Diletta Leotta.

Diodato.

Dita von Teese.

Ditonellapiaga.

Dominique Sanda.

Don Backy.

Donatella Rettore.

Drusilla Foer.

Dua Lipa.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Eden Ivy.

Edoardo Bennato.

Edoardo Leo.

Edoardo Vianello.

Eduardo De Crescenzo.

Edwige Fenech.

El Simba (Alex Simbala).

Elena Lietti.

Elena Sofia Ricci.

Elenoire Casalegno.

Elenoire Ferruzzi.

Eleonora Abbagnato.

Eleonora Giorgi.

Eleonora Pedron.

Elettra Lamborghini.

Elio e le Storie Tese.

Elio Germano.

Elisa Esposito.

Elisabetta Canalis.

Elisabetta Gregoraci.

Elodie.

Elton John.

Ema Stokholma.

Emanuela Fanelli.

Emanuela Folliero.

Emanuele Fasano.

Eminem.

Emma Marrone.

Emma Rose.

Emma Stone.

Emma Thompson.

Enrico Bertolino.

Enrica Bonaccorti.

Enrico Lucci.

Enrico Montesano.

Enrico Papi.

Enrico Ruggeri.

Enrico Vanzina.

Enzo Avitabile.

Enzo Braschi.

Enzo Garinei.

Enzo Ghinazzi in arte Pupo.

Enzo Iacchetti.

Erika Lust.

Ermal Meta.

Eros Ramazzotti.

Eugenio Finardi.

Eva Grimaldi.

Eva Henger.

Eva Robin’s, Eva Robins o Eva Robbins.

Fabio Concato.

Fabio Rovazzi.

Fabio Testi.

Fabri Fibra.

Fabrizio Corona.

Fabrizio Moro.

Fanny Ardant.

Fausto Brizzi.

Fausto Leali.

Federica Nargi e Alessandro Matri.

Federica Panicucci.

Ficarra e Picone.

Filippo Neviani: Nek.

Filippo Timi.

Filomena Mastromarino, in arte Malena.

Fiorella Mannoia.

Flavio Briatore.

Flavio Insinna.

Forest Whitaker.

Francesca Cipriani.

Francesca Dellera.

Francesca Fagnani.

Francesca Michielin.

Francesca Manzini.

Francesca Reggiani.

Francesco Facchinetti.

Francesco Gabbani.

Francesco Guccini.

Francesco Sarcina e le Vibrazioni.

Franco Maresco.

Franco Nero.

Franco Trentalance.

Francis Ford Coppola.

Frank Matano.

Frida Bollani.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gabriel Garko.

Gabriele Lavia.

Gabriele Salvatores.

Gabriele Sbattella.

Gabriele e Silvio Muccino.

Geena Davis.

Gegia.

Gene e Charlie Gnocchi.

Geppi Cucciari.

Gérard Depardieu.

Gerry Scotti.

Ghali.

Giancarlo Giannini.

Gianluca Cofone.

Gianluca Grignani.

Gianna Nannini.

Gianni Amelio.

Gianni Mazza.

Gianni Morandi.

Gianni Togni.

Gigi D’Agostino.

Gigi D’Alessio.

Gigi Marzullo.

Gigliola Cinquetti.

Gina Lollobrigida.

Gino Paoli.

Giorgia Palmas.

Giorgio Assumma.

Giorgio Lauro.

Giorgio Panariello.

Giovanna Mezzogiorno.

Giovanni Allevi.

Giovanni Damian, in arte Sangiovanni.

Giovanni Lindo Ferretti.

Giovanni Scialpi.

Giovanni Truppi.

Giovanni Veronesi.

Giulia Greco.

Giuliana De Sio.

Giulio Rapetti: Mogol.

Giuseppe Gibboni.

Giuseppe Tornatore.

Giusy Ferreri.

Gli Extraliscio.

Gli Stadio.

Guendalina Tavassi.

Guillermo Del Toro.

Guillermo Mariotto.

Guns N' Roses.

Gwen Adora.

Harrison Ford.

Hu.

I Baustelle.

I Cugini di Campagna.

I Depeche Mode.

I Ferragnez.

I Maneskin.

I Negramaro.

I Nomadi.

I Parodi.

I Pooh.

I Soliti Idioti. Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio.

Il Banco: Il Banco del Mutuo Soccorso.

Il Volo.

Ilary Blasi.

Ilona Staller: Cicciolina.

Irama.

Irene Grandi.

Irina Sanpiter.

Isabella Ferrari.

Isabella Ragonese.

Isabella Rossellini.

Iva Zanicchi.

Ivana Spagna.

Ivan Cattaneo.

Ivano Fossati.

Ivano Marescotti.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

J-Ax.

Jacopo Tissi.

Jamie Lee Curtis.

Janet Jackson.

Jeff Goldblum.

Jenna Starr.

Jennifer Aniston.

Jennifer Lopez.

Jerry Calà.

Jessica Rizzo.

Jim Carrey.

Jo Squillo.

Joe Bastianich.

Jodie Foster.

Jon Bon Jovi.

John Landis.

John Travolta.

Johnny Depp.

Johnny Dorelli e Gloria Guida.

José Carreras.

Julia Ann.

Julia Roberts.

Julianne Moore.

Justin Bieber.

Kabir Bedi.

Kathy Valentine.

Katia Ricciarelli.

Kasia Smutniak.

Kate Moss.

Katia Noventa.

Kazumi.

Khadija Jaafari.

Kim Basinger.

Kim Rossi Stuart.

Kirk, Michael (e gli altri) Douglas.

Klaus Davi.

La Rappresentante di Lista.

Laetitia Casta.

Lando Buzzanca.

Laura Chiatti.

Laura Freddi.

Laura Morante.

Laura Pausini.

Le Donatella.

Lello Analfino.

Leonardo Pieraccioni e Laura Torrisi.

Levante.

Liam Neeson.

Liberato è Gennaro Nocerino.

Ligabue.

Liya Silver.

Lila Love.

Liliana Fiorelli.

Liliana Cavani.

Lillo Pasquale Petrolo e Greg Claudio Gregori.

Linda Evangelista.

Lino Banfi.

Linus.

Lizzo.

Lo Stato Sociale.

Loredana Bertè.

Lorella Cuccarini.

Lorenzo Cherubini: Jovanotti.

Lorenzo Zurzolo.

Loretta Goggi.

Lory Del Santo.

Luca Abete.

Luca Argentero.

Luca Barbareschi.

Luca Barbarossa.

Luca Carboni.

Luca e Paolo.

Luca Guadagnino.

Luca Imprudente detto Luchè.

Luca Pasquale Medici: Checco Zalone.

Luca Tommassini.

Luca Zingaretti.

Luce Caponegro in arte Selen.

Lucia Mascino.

Lucrezia Lante della Rovere.

Luigi “Gino” De Crescenzo: Pacifico.

Luigi Strangis.

Luisa Ranieri.

Maccio Capatonda.

Madonna Louise Veronica Ciccone: Madonna.

Mago Forest: Michele Foresta.

Mahmood.

Madame.

Mal.

Malcolm McDowell.

Malena…Milena Mastromarino.

Malika Ayane.

Manuel Agnelli.

Manuela Falorni. Nome d'arte Venere Bianca.

Mara Maionchi.

Mara Sattei.

Mara Venier.

Marcella Bella.

Marco Baldini.

Marco Bellavia.

Marco Castoldi: Morgan.

Marco Columbro.

Marco Giallini.

Marco Leonardi.

Marco Masini.

Marco Marzocca.

Marco Mengoni.

Marco Sasso è Lucrezia Borkia.

Margherita Buy e Caterina De Angelis.

Margherita Vicario.

Maria De Filippi.

Maria Giovanna Elmi.

Maria Grazia Cucinotta.

Marika Milani.

Marina La Rosa.

Marina Marfoglia.

Mario Luttazzo Fegiz.

Marilyn Manson.

Mary Jane.

Marracash.

Martina Colombari.

Massimo Bottura.

Massimo Ceccherini.

Massimo Lopez.

Massimo Ranieri.

Matilda De Angelis.

Matilde Gioli.

Maurizio Lastrico.

Maurizio Pisciottu: Salmo. 

Maurizio Umberto Egidio Coruzzi detto Mauro, detto Platinette.

Mauro Pagani.

Max Felicitas.

Max Gazzè.

Max Giusti.

Max Pezzali.

Max Tortora.

Melanie Griffith.

Melissa Satta.

Memo Remigi.

Michael Bublé.

Michael J. Fox.

Michael Radford.

Michela Giraud.

Michelangelo Vood.

Michele Bravi.

Michele Placido.

Michelle Hunziker.

Mickey Rourke.

Miku Kojima, anzi Saki Shinkai.

Miguel Bosè.

Milena Vukotic.

Miley Cyrus.

Mimmo Locasciulli.

Mira Sorvino.

Miriam Dalmazio.

Monica Bellucci.

Monica Guerritore.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nada.

Nancy Brilli.

Naomi De Crescenzo.

Natalia Estrada.

Natalie Portman.

Natasha Stefanenko.

Natassia Dreams.

Nathaly Caldonazzo.

Neri Parenti.

Nia Nacci.

Nicola Savino.

Nicola Vaporidis.

Nicolas Cage.

Nicole Kidman.

Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko.

Nicoletta Strambelli: Patty Pravo.

Niccolò Fabi.

Nina Moric.

Nino D'Angelo.

Nino Frassica.

Noemi.

Oasis.

Oliver Onions: Guido e Maurizio De Angelis.

Oliver Stone.

Olivia Rodrigo.

Olivia Wilde e Harry Styles.

Omar Pedrini.

Orietta Berti.

Orlando Bloom.

Ornella Muti.

Ornella Vanoni.

Pamela Anderson.

Pamela Prati.

Paola Barale.

Paola Cortellesi.

Paola e Chiara.

Paola Gassman e Ugo Pagliai.

Paola Quattrini.

Paola Turci.

Paolo Belli.

Paolo Bonolis e Sonia Bruganelli.

Paolo Calabresi.

Paolo Conte.

Paolo Crepet.

Paolo Rossi.

Paolo Ruffini.

Paolo Sorrentino.

Patrizia Rossetti.

Patti Smith.

Penélope Cruz.

Peppino Di Capri.

Peter Dinklage.

Phil Collins.

Pier Luigi Pizzi.

Pierfrancesco Diliberto: Pif.

Pietro Diomede.

Pietro Valsecchi.

Pierfrancesco Favino.

Pierluigi Diaco.

Piero Chiambretti.

Pierò Pelù.

Pinguini Tattici Nucleari.

Pino Donaggio.

Pino Insegno.

Pio e Amedeo.

Pippo (Santonastaso).

Peter Gabriel.

Placido Domingo.

Priscilla Salerno.

Pupi Avati.

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quentin Tarantino.

Raffaele Riefoli: Raf.

Ramona Chorleau.

Raoul Bova e Rocio Munoz Morales.

Raul Cremona.

Raphael Gualazzi.

Red Canzian.

Red Ronnie.

Reya Sunshine.

Renato Pozzetto e Cochi Ponzoni.

Renato Zero.

Renzo Arbore.

Riccardo Chailly.

Riccardo Cocciante.

Riccardo Manera.

Riccardo Milani.

Riccardo Scamarcio.

Ricky Gianco.

Ricky Johnson.

Ricky Martin.

Ricky Portera.

Rihanna.

Ringo.

Rita Dalla Chiesa.

Rita Rusic.

Roberta Beta.

Roberto Bolle.

Roberto Da Crema.

Roberto De Simone.

Roberto Loreti, in arte e in musica Robertino.

Roberto Satti: Bobby Solo.

Roberto Vecchioni.

Robbie Williams.

Rocco Papaleo.

Rocco Siffredi.

Rolling Stones.

Roman Polanski.

Romina Power.

Romy Indy.

Ron: Rosalino Cellamare.

Ron Moss.

Rosanna Lambertucci.

Rosanna Vaudetti.

Rosario Fiorello.

Giuseppe Beppe Fiorello.

Rowan Atkinson.

Russel Crowe.

Rkomi.

Sabina Ciuffini.

Sabrina Ferilli.

Sabrina Impacciatore.

Sabrina Salerno.

Sally D’Angelo.

Salvatore (Totò) Cascio.

Sandra Bullock.

Santi Francesi.

Sara Ricci.

Sara Tommasi.

Scarlett Johansson.

Sebastiano Vitale: Revman.

Selena Gomez.

Serena Dandini.

Serena Grandi.

Serena Rossi.

Sergio e Pietro Castellitto.

Sex Pistols.

Sfera Ebbasta.

Sharon Stone.

Shel Shapiro.

Silvia Salemi.

Silvio Orlando.

Silvio Soldini.

Simona Izzo.

Simona Ventura.

Sinead O’Connor.

Sonia Bergamasco.

Sonia Faccio: Lea di Leo. 

Sonia Grey.

Sophia Loren.

Sophie Marceau.

Stefania Nobile e Wanna Marchi.

Stefania Rocca.

Stefania Sandrelli.

Stefano Accorsi e Fabio Volo.

Stefano Bollani.

Stefano De Martino.

Steve Copeland.

Steven Spielberg.

Stormy Daniels.

Sylvester Stallone.

Sylvie Renée Lubamba.

Tamara Baroni.

Tananai.

Teo Teocoli.

Teresa Saponangelo.

Tiberio Timperi.

Tim Burton.

Tina Cipollari.

Tina Turner.

Tinto Brass.

Tiziano Ferro.

Tom Cruise.

Tom Hanks.

Tommaso Paradiso e TheGiornalisti.

Tommaso Zanello alias Piotta.

Tommy Lee.

Toni Servillo.

Totò Cascio.

U2.

Umberto Smaila.

Umberto Tozzi.

Ultimo.

Uto Ughi.

Valentina Bellucci.

Valentina Cervi.

Valeria Bruni Tedeschi.

Valeria Graci.

Valeria Marini.

Valerio Mastandrea.

Valerio Scanu.

Vanessa Incontrada.

Vanessa Scalera.

Vasco Rossi.

Vera Gemma.

Veronica Pivetti.

Victoria Cabello.

Vincenzo Salemme.

Vinicio Marchioni.

Viola Davis.

Violet Myers.

Virginia Raffaele.

Vittoria Puccini.

Vittorio Brumotti.

Vittorio Cecchi Gori.

Vladimir Luxuria.

Woody Allen.

Yvonne Scio.

Zucchero.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITO SANREMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Solito pre Sanremo.

Prima Serata.

Terza Serata. 

Quarta Serata.

Quinta Serata.

Chi ha vinto?

Simil Sanremo: L’Eurovision Song Contest (ESC)

 

INDICE NONA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Superman.

Il Body Building.

Quelli che...lo Yoga.

Wags e Fads.

Il Coni.

Gli Arbitri.

Quelli che …il Calcio I Parte.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che …il Calcio II Parte.

 

INDICE UNDICESIMA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Mondiali 2022.

I soldati di S-Ventura. Un manipolo di brocchi. Una squadra di Pippe.

 

INDICE DODICESIMA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

I personal trainer.

Quelli che …La Pallacanestro.

Quelli che …La Pallavolo.

Quelli che..la Palla Ovale.

Quelli che...la Pallina da Golf.

Quelli che …il Subbuteo.

Quelli che…ti picchiano.

Quelli che…i Motori.

La Danza.

Quelli che …l’Atletica.

Quelli che…la bicicletta.

Quelli che …il Tennis.

Quelli che …la Scherma.

I Giochi olimpici invernali.

Quelli che …gli Sci.

Quelli che… l’acqua.

Quelli che si danno …Dama e Scacchi.

Quelli che si danno …all’Ippica.

Il Doping.

 

 

 

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

DECIMA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che …il Calcio II Parte.

IL SASSUOLO.

Chi è Berardi, il Sassuolo, 100 gol in A: la fidanzata, i tortellini, il miglior amico Benassi. Salvatore Riggio su Il Corriere della Sera il 18 marzo 2022.

L'esterno del Sassuolo e della Nazionale con la doppietta allo Spezia ha raggiunto il traguardo dei 100 gol in serie A: ritratto di un calciatore amato da Mancini che disse no alla Juve

Berardi, 100° gol

Campione d’Europa con l’Italia di Roberto Mancini, nel luglio scorso, a Wembley contro l’Inghilterra, Domenico Berardi ha raggiunto un traguardo importante. Grazie alla doppietta firmata contro lo Spezia, venerdì 18 marzo, il fantasista del Sassuolo ha raggiunto quota 100 gol in serie A e tutti con il club emiliano. È il terzo giocatore più giovane ad aver raggiunto la triplice cifra (27 anni e 229 giorni), dopo Edinson Cavani (25 anni, 341 giorni) e Gigi Riva (26 anni, 197 giorni). Una vita al Sassuolo, all’epoca era considerato uno dei migliori talenti italiani nel 1994. Qualche mese fa sembrava a un passo dalla Fiorentina, ma alla fine è rimasto con i neroverdi.

Il no alla Juventus

Nel dicembre 2015 Berardi disse no alla Juventus. I motivi? In primis, perché il fantasista del Sassuolo è tifoso dell’Inter e non ha voluto vestire la casacca bianconera. In secondo luogo, per il rischio di giocarsi il posto e finire in panchina, frenando così il suo percorso di crescita.

La fidanzata

La sua fidanzata è l’influencer Francesca Fantuzzi, nata nel 1994 e originaria di Sassuolo, dove è cresciuta e ha studiato. Stanno insieme da quasi 10 anni e i due hanno un figlio, Nicolò, nato a inizio 2021. I due si sposeranno (forse a fine campionato) e hanno scelto Enzo Miccio come Wedding Planner.

Benassi il miglior amico

Marco Benassi, centrocampista della Fiorentina, è da oltre un decennio il migliore amico di Berardi. Tra continue telefonate e WhatsApp, bagni in piscina e vacanze a Forte dei Marmi e alle Maldive, i due giocatori, e rispettive famiglie, sono legatissimi. Sognano di giocare insieme.

Tennis, fitness e camminate

Domenico e Francesca sono grandi appassionati di sport a tutti i livelli. La coppia appena ha un momento libero fa fitness, tennis, camminate. Oltre che andare insieme in bicicletta e nuotare.

Basta sfuriate in campo

Oggi Berardi è un ragazzo molto sereno, ha limato qualche eccesso caratteriale (in campo) degli anni passati e ha imparato anche a conoscere meglio il suo corpo. Il fantasista più volte dice di essere meno istintivo. E tutto questo gli ha permesso di migliorare sotto ogni aspetto della propria vita.

La passione per i tortellini

Berardi è molto attento all’alimentazione ma, vivendo in Emilia ormai da anni, ha un grande amore: i tortellini. In casa cucina Francesca, l’attaccante mangia tutto, ma la pasta fatta in casa è la pietanza che preferisce.

Esterno che piace a Mancini

Berardi è nato come esterno offensivo in un tridente. Gioca a destra, ma può giocare anche a sinistra. Sia nel Sassuolo sia in Nazionale occupa questo ruolo. Tanto da conquistare il c.t. Roberto Mancini. Per lui è una pedina fondamentale degli azzurri. È un giocatore veloce, abile nel dribbling e nei calci piazzati.

Gli inizi: dalla Calabria a Modena dal fratello

Berardi è nato a Cariati, in provincia di Cosenza, e spesso la Calabria ritorna nei suoi racconti. Ad esempio quando Di Francesco gli chiese se se la sentisse di giocare titolare in prima squadra lui rispose: «Sì, certo. Penserò di stare con i miei amici in Calabria». Dalla Calabria, ragazzino, Berardi partì per andare a trovare il fratello maggiore Francesco a Modena e lì, durante una partita di calcetto, venne notato da Pasquale Di Lillo che lo segnalò a Luciano Carlino, vice allenatore degli Allievi del Sassuolo. Ecco come è iniziata la sua avventura nel calcio

Esonero di Massimiliano Allegri

Il 12 gennaio 2014 al Mapei Stadium Berardi firma quattro gol al Milan e il suo Sassuolo vince 4-3 contro rossoneri. Notte nefasta per Massimiliano Allegri che dopo quella sconfitta viene esonerato da Silvio Berlusconi.

IL GENOA.

L’Euro Genoa di Aguilera e Skuhravy: un distributore di sogni. Paolo Lazzari il 17 Settembre 2022 su Il Giornale.

Uno svelto uruguagio e un gigante boemo: l'improbabile coppia che fece impazzire il lato rossoblu di Genova e che dominava in Europa

Lo sguardo, appuntito, racconta risolutezza. Lui l’attacco ce l’ha scolpito in testa con una traiettoria lineare, che non contempla sbavature. Al bando le panzane moderne: pretende un corazziere ed un piccoletto svelto di testa e di gambe che gli graviti intorno. Discorso chiuso. Osvaldo Bagnoli si gratta meticolosamente la nuca, poi riavvia i capelli, già impomatati all’indietro. Nel suo identikit quei due non soltanto ci rientrano. Ci sguazzano, addirittura.

Il primo è un gigante boemo che svetta oltre il metro e novanta, spalle prominenti, incarnato dal pallore alabastrino. Ulteriori segni particolari: si compiace nello smantellare le difese. Ci sarebbe anche il nome: Tomas Skuhravy. Bagnoli, che ha ereditato un Genoa soltanto tiepido da Scoglio, sprimaccia i pensieri: adesso è autorizzato a sognare. Certo, il grifone non potrà eguagliare il suo Verona, ma aver caldeggiato questo acquisto potrebbe essere una delle migliori intuizioni del suo personalissimo 1990.

Skuhravy, laureato alla Sorbona del gioco aereo, ha maturato anche un PhD in “apertura degli spazi”. Il partner congeniale, dunque, per quel leggero uruguagio dribblomane che ha piluccato avidamente nelle aree di rigore altrui, l’anno precedente. Immerso alla nascita, talloni compresi, in un rivolo di anarchico acume calcistico, Carlos “Pato” Aguilera è l’altro tassello di un puzzle ineffabile. Quel che Elkjaer era stato per Galderisi una manciata di anni prima: touché.

Così, nell’anno che prelude ai mondiali italiani le notti magiche, sono quelle tessute da questa ammirevole coppia. L’incipit calcistico dei due fenomeni, a dire il vero tossicchiante, procura una momentanea impennata di fatturato per i farmacisti genovesi. Il mal di pancia tuttavia è destinato a svanire in fretta. Quando Tomas e Carlos dimostrano che ci si può dare del tu anche vivendo agli antipodi – calcistici, geografici, caratteriali – non ce n’è più per nessuno. Fila tutto come l’aveva immaginato Bagnoli: uno giganteggia, l’altro si infila in ogni pertugio. Alla fine le retroguardie avversarie sanguinano. Segnano entrambi una quindicina di gol a testa, azzerando il vaniloquio di chi non avrebbe scommesso duemila lire sul Genoa. Rossoblu quarti. Coppa Uefa.

La stagione successiva del duo da favola

L’anno dopo la distanza dal sogno è sesquipedale. Si parte addirittura dai trentaduesimi di finale, contro il Real Oviedo. Carlos e Tomas però non si sciroppano il viaggetto da soli. Al loro fianco spuntano il brasiliano Branco – santo tiratore con le tre dita – il prode capitano Signorini, l’arcigno Torrente e molti altri calciatori di spessore inoppugnabile. Sembra che finisca ancora prima di iniziare, perché il Grifone esce affondato in Spagna. Marassi, tuttavia, sa essere un formidabile correttore di destini avversi.

Aguilera e Skuhravy si inoltrano nella campagna europea con ecumenica attitudine: bastonano tutti, in egual misura. Anche quando l’urna – ghignante – propone il terrificante Liverpool, la convinzione non vacilla. Due a zero a Genova. Un altro paio ad Anfield, con il copyright di Pato: impresa prodigiosa, visto che nessuna italiana aveva mai espugnato il lato rosso del Merseyside. Ci vorrà tutta la solida verve dell’Ajax, in semifinale, per disinstallare lo sfrontato giochino.

Bagnoli adesso può allentare la tensione. Arrivarci soltanto vicino è una pastiglia amara da deglutire. Ma l’Euro Genoa di Aguilera e Skuhravy resta un’entropia che sa di buono ogni volta che lo spolveri.

Ivan Zazzaroni per il “Corriere dello Sport”  il 17 marzo 2022.

«Mi cago sotto. Ma lei la metta giù meglio, in una forma più elegante».  

Guardi che va benissimo così, professor Zangrillo: me la faccio sotto è un’espressione meno immediata. Lei ha reso l’idea. 

«Non vorrei usare le solite frasi di circostanza o noiose iperboli calcistiche, ma per noi quella col Torino è veramente la partita della vita».  

Non esageri. 

«Non esagero, no. Mi conceda qualche parentesi di irragionevolezza e una spiegazione. Avverto fisicamente la responsabilità, soprattutto da quando ho assunto la presidenza di un club che per me rappresenta qualcosa di speciale. Il Genoa è il secondo amore, dopo la mia famiglia. Sono cresciuto nell’ortodossia rossoblù. È stato il costante punto di contatto tra le mie origini e tutto il resto. Milano, un luogo che ti assorbe, gli studi, la professione, l’ospedale, la ricerca. Me lo sono portato dentro, il Genoa. Sempre. Avevo 14 anni quando lasciai Genova, ad aprile saranno 64 e mi piace pensare che questo incarico chiuda simbolicamente un cerchio esistenzial-sentimentale».  

Ci chiedemmo in tanti, lo scorso novembre, quando divenne presidente, cosa avesse spinto uno come lei a entrare nel calcio. 

«La consapevolezza di poter far bene. Partendo dalla mia crescita professionale, dalle capacità relazionali che mi riconosco, dalle dinamiche della gestione di un gruppo che sono parte integrante del mio lavoro. L’obiettivo che mi sono posto, al di là della fondamentale salvezza, sia chiaro, è aumentare la reputation del club. Che ha una storia straordinaria e deve recuperare la centralità all’interno del sistema calcio. Non sono concetti astratti, mi dia retta. Capisco che non è semplice far capire agli altri cosa sia la genoanità. Le porto un esempio recente. Avrà visto le immagini: alla fine della partita con l’Atalanta sono andato con Josh Warner e Andrés Blazquez sotto la curva per ringraziare la nostra tifoseria e mi sono commosso, ho pianto. Lo so, non è normale».  

Perché no? 

«Qualcuno mi avrà dato del coglione, ma solo un genoano può capire. E io lo sono, totalmente. Sempre tra i primi a informarsi sulla sede del ritiro estivo della squadra. Amavo seguirne i primi passi. Ricordo che ai tempi di Franco Scoglio scelsero Madonna di Campiglio, la mia seconda casa. Non può immaginare la felicità».  

Mi sta sorprendendo, lo ammetto. 

«Eppure non dovrebbe essere così, visto che lei ha a che fare ogni giorno con la passione, le emozioni che il calcio alimenta».  

Da qualche tempo prevalgono i conti, le assemblee di Lega, gli interessi particolari di alcuni presidenti e dirigenti, il non sistema. 

«Non è stato facile, il mio ingresso in via Rosellini. Chissà cosa viene a fare questo scemo, il medico di, l’amico di, tanto sappiamo chi lo porta. Nei primi quattro mesi, essendo una persona intelligente, mi sono limitato a osservare. Sono un clinico, allenato a studiare e individuare i caratteri, a interpretare atteggiamenti e reazioni. Diciamo che sono passato dalla curiosità e dalla diffidenza nei miei confronti al rispetto. Negli ultimi tempi ho espresso la mia opinione sui temi più importanti. Poche parole, concetti chiari e definitivi. Molta misura». 

La pecora bianca. 

«Molte cose dovrebbero cambiare all’interno della Lega, tutti hanno il dovere di sacrificare qualcosa in funzione dell’interesse comune. Anche sul piano dei comportamenti e del linguaggio sarebbe ora che ci si desse una regolata». 

La Grande Utopia. 

«Vede, io provengo da un altro mondo e faccio mio un pensiero del premio Pulitzer Dave Barry: “non avere mai paura di tentare qualcosa di nuovo. Ricorda: dei dilettanti realizzarono l’arca mentre il Titanic fu costruito da professionisti”». 

Ho afferrato. Vecchi e nuovi, professionisti e dilettanti, non hanno gradito la posizione della Federcalcio sull’indice di liquidità. 

«È molto spiacevole che qualcuno, in modo maldestro, punti l’indice sui conti di una o più società. Noi, come tutti in Lega, siamo molto preoccupati, ma riteniamo di poter rispettare gli impegni a testa alta». 

Sempre convinto che «contro il calcio ci sia un certo pregiudizio»? Sono parole sue. 

«È una filiera che produce fatturato e lavoro e quindi deve essere alimentata e protetta. Non deve prevalere l’immagine del calciatore iperpagato e lontano dalla realtà, ma quella di chi sostiene il sistema dalle fondamenta».  

È consapevole di rappresentare una scelta di rottura? 

«C’era la necessità di una rottura in termini di mentalità. E penso che il Genoa l’abbia dimostrato anche sul mercato. Il progetto è a medio-lungo termine ma non stiamo tralasciando assolutamente il breve. E il brevissimo, per questo penso a Genoa-Toro. Il nostro è un brand straordinario e mai utilizzato appieno, quasi riconosciuto più all’estero che in Italia. Modelli come Atalanta e Sassuolo sono da copiare e vincenti, e se hai alle spalle la storia esiste un trampolino di lancio importante. Il tutto in una città con una potenzialità e un appeal eccezionali in termini di turismo. Il Genoa è uno degli strumenti che devono rilanciare Genova e la Liguria».  

Il suo amico Briatore che tentò di portare Volpi alla Samp, cosa le ha detto? 

«Ha cercato in tutte le maniere di dissuadermi dall’accettare la presidenza». (Sorride).  

Tornando all’indice di liquidità, le ricordo che la Federazione di Gravina ha fatto l’impossibile negli ultimi due anni per salvaguardare la regolarità finanziaria, più presunta che reale, del campionato. 

«E io le ricordo a mia volta che non siamo ancora usciti dalla quaresima pandemica e dai suoi devastanti effetti sui conti, e non mi faccia aggiungere altro. L’imperativo era e resta la sostenibilità».  

 Domani sera affrontate una squadra, il Torino, che domenica sera ha subìto un enorme torto arbitrale. La cosa vi spaventa? 

«E perché dovrebbe? Lei allude a compensazioni o cose del genere? Preistoria». 

Io no? Il suo amico Galliani, uomo di notevoli malizie e esperienze, forse sì. A pensar male... 

«Adriano ha fatto i complimenti a Blessin: mi ha detto che si vede che siamo messi bene in campo».  

Tutto qui? Un bel glissons? 

«Sono convinto che Mariani vorrà dimostrare di essere un arbitro di personalità, in grado di sopportare le pressioni che derivano da una settimana pesantissima per la categoria. L’arbitro è un essere umano».  

Non tutti lo sono e non sempre. 

«Durante la partita l’arbitro si sottopone a un autentico test da sforzo, il cuore può raggiungere i 220, 230 battiti al minuto. Dubito che chi sta davanti alla tv sopporti stress simili». 

Risponda da clinico: cosa avrà visto il varista Massa? 

«Credo totalmente nella sua buona fede, proprio per la dimensione esagerata dell’errore che non autorizza retropensieri. Ad ogni modo non venga a parlare a noi di torti subiti...».  

Dice che sto parlando di corda a casa dell’impiccato? 

«A Genova abbiamo il vento di tramontana che spira da nord, mi auguro che domani non faccia cadere troppi giocatori».  

Adesso, sì, mi piace. 

«Nei giorni scorsi mi hanno spiegato che prima della partita un saluto di benvenuto all’arbitro è sempre gradito, un’ apprezzata forma di educazione. Ho chiesto se fosse così proprio a un direttore di gara e mi ha riposto di sì. Poi però durante l’intervallo vedo allenatori e giocatori che rientrano in campo parlando fitto fitto con arbitro e guardalinee e allora mi girano un po’ i coglioni». 

Ma professore! 

«È uscito il genoano».  

Comunque e ovunque. 

«Comunque e ovunque. Ma non in B, mi auguro».  

Professore, Johannes Spors, il ds, e Alexander Blessin sono scelte “algoritmiche” di Charles Gould. 

«Ha ragione, e io vorrei riuscire ad armonizzare i due aspetti: banalmente, storia e futuro. Ho un solido legame con Josh Warner e Andrés, li sento ogni giorno, sono uomini straordinariamente intelligenti e di azione. Pensi soltanto che Josh è partito dagli Stati Uniti per vedere la partita con l’Atalanta ed è rientrato da Bergamo la notte stessa». 

IL BARI.

Tuta non doveva segnare: quel (presunto) biscotto spezzato in Venezia-Bari. Il brasiliano entra in campo e segna al novantesimo, generando lo sconcerto dei compagni e l’ira degli avversari: "Quella gara era combinata". Paolo Lazzari il 19 Novembre 2022 su Il Giornale.

Gennaio a Venezia è una sequela di spilli che fremono sotto pelle. Clima glaciale anche sugli spalti del Penzo: la gente accorsa sfrigola mentre i padroni di casa stanno per scendere in campo contro il Bari. Non è certo il match più indimenticabile della Serie A 1999, ma sarà senz’altro il più controverso. E il freddo dentro, al triplice fischio, lo avvertirà tutto tra le scapole un carneade brasiliano che di nome fa ufficialmente Moacir Bastos, ma si gira se lo chiami Tuta.

Mettiamo ordine in campo. Sugli spalti abbaia Zamparini e nel tunnel sfila Beppe Marotta. In campo la gara scorre via placida: la sblocca per i lagunari un vecchio arnese dell’area di rigore, Pippo Maniero. La rimette in pari per i pugliesi De Ascentis. Il linguaggio del corpo racconta quasi inequivocabilmente che le due contendenti, a secondo tempo inoltrato, intendono deporre le sciabole. I ritmi si fanno più blandi. I contrasti meno decisi. La gara decelera progressivamente.

Un po' come se il pareggio facesse gola ad entrambe. Impossibile stabilirlo con certezza, dal momento che l’inchiesta federale che ne sgorgherà durerà quanto un corto di Chaplin. L’incrinatura nasce quando mister Walter Novellino chiama dalla panchina Tuta. Gli dice di scaldarsi, svestirsi ed entrare al posto della stella Alvaro Recoba. Quello, che non spiccica fluentemente l’italiano, esegue. Appena entra in campo Maniero gli sussurra qualcosa all’orecchio. Lui fa segno di aver compreso.

Invece pare non aver capito per nulla. Squadre che proseguono al rallenty, ma al novantesimo irrompe proprio lui e la sbatte dentro. Due a uno Venezia, Tuta che esulta da solo, giocatori trasecolati. C’è chi tiene le mani tra i capelli. Chi fissa il vuoto. Nessuno lo celebra, e sarebbe già stranissimo così. Gli avversari lo applaudono. A fine gara De Rosa e Spinesi lo avvicinano furiosi: il primo allunga le mani nel tunnel. Maglie che si allungano, occhi fuori dalle orbite, bocche schiumose.

Nel post gara le ammissioni dello sconcertato brasiliano costringono la procura federale ad aprire un fascicolo: “Maniero mi ha detto di non segnare, che andava bene l’1-1”, confessa. Versione drasticamente smentita dal centravanti: “Non capisce l’italiano, gli ho detto che non dovevamo subire gol, che l’1-1 era buono per noi”. Vicenda singolare, considerato che comunque mancavano ancora quattro mesi alla conclusione del film. Tuta poi ritratta, ma nutre un insopprimibile convincimento interno.

Impossibile appurarlo con certezza, perché i giudici archiviano tutto, pur ammettendo che la storia lascia “margini di forte perplessità”. Nessun biscotto dunque: la versione ufficiale è che Tuta si è perso nella traduzione.

Un pomeriggio controverso che determina l’epilogo della carriera italiana della punta. Farà rientro in Brasile, dove capirà tutto benissimo e segnerà oltre 150 gol vestendo maglie pesanti, dal Palmeiras al Gremio. Tornando sulla vicenda, anni dopo, confermerà la sua versione: “Quella partita era combinata. Ho giocato in tutte le categorie e quella è l’unica volta in cui mi è successa una cosa del genere. Una vergogna e una mancanza di rispetto verso i tifosi”.

Gabriele Gambini per “la Verità” il 23 agosto 2022.

Si è conquistato sul campo l'appellativo di «Maestro», prerogativa di chi inventa calcio, lasciando un solco nell'immaginario collettivo per le generazioni a venire. Eugenio Fascetti, viareggino, 83 anni portati con luminosa lucidità, ha bisogno di poche presentazioni: sua è la classe di ferro dei mister abituati a lottare, suoi il carisma e la capacità di lettura delle partite che dividono gli allenatori dai mestieranti. 

La vita da giocatore, ruolo centrocampista. La consacrazione da allenatore, con gli anni splendidi a Varese, poi Lazio, Torino, Verona, Bari. Tante promozioni, tante salvezze conquistate con le unghie. 

«Ma attenzione», dice lui, rielaborando un pochino Giovambattista Vico: «Nel calcio valgono i corsi e i ricorsi della storia, nessuno inventa niente, tutto si rielabora, era dopo era, attingendo da ciò che è accaduto in passato».

Lei è rimasto nell'immaginario grazie al suo «caos organizzato». Quel suo Varese, negli anni Ottanta, era uno spettacolo da guardare.

«Caos, o anche casino organizzato, nacque da un principio su cui ho fondato la mia idea di calcio: l'imprevedibilità. Nel pallone non esistono dogmi, sistemi monolitici. Le squadre devono sapersi adattare all'avversario e sorprenderlo laddove non se lo aspetta. Senza offrire punti di riferimento». 

In quel Varese i ruoli dei giocatori cambiavano, ogni partita non recitava lo stesso copione.

«Un tempo le sostituzioni possibili erano solo due, non cinque. Le rose composte da 18 giocatori. Ma i ritmi già estenuanti, gli spazi stretti. Bisognava pensare velocemente, abbinare alla tecnica individuale la velocità e la coesione di gruppo. Da quei presupposti, provammo a non essere mai uguali a noi stessi. Camaleontici».

Un atteggiamento diverso rispetto a oggi?

«Oggi mi stupisco quando vedo i passaggi dal portiere al terzino e viceversa, i troppi palleggi, le idee fisse. Per me il rapporto spazio-tempo è fondamentale, conta giocare in verticale, non sono mai impazzito per per tiki-taka e affini». 

Ogni era ha le sue grandi invenzioni.

«In ogni era emerge un'idea nuova, che spesso tanto nuova non è. Pensiamo al falso nueve: già nel 1952, la grande Ungheria impiegava Hidegkuti in un ruolo simile, trasformandolo in un centravanti di manovra a cui molti, in seguito, si sono ispirati». 

Non si inventa nulla, dunque?

«Valgono i corsi e ricorsi della storia. Già l'Uruguay del 1950 giocava a cinque. Un bravo allenatore deve saper osservare, capire, rielaborare alla bisogna a seconda dei mezzi che ha a disposizione. Per me questa è l'essenza del mestiere».

Mai restato sorpreso da qualche formula?

«L'Olanda del calcio totale. Quella forse fu la novità vera più dirompente mai introdotta». 

Si dice che lei allenasse i suoi calciatori con grandi corse in salita.

«Durante un super corso per allenatori, ci mandarono all'estero a osservare i sistemi di gioco nelle altre nazioni. Finii in Scozia. Imparai dal tecnico del Celtic a migliorare le prestazioni atletiche dei giocatori allenandoli con corse in salita, scatti al massimo dello sforzo, abituandoli a produrre molto acido lattico, smaltendolo in fretta. Con il Dottor Arcelli, grande preparatore, perfezionammo questo tipo di allenamento». 

Portò le sue idee su molte panchine.

«Ho grandi ricordi del mio periodo alla Lazio, quando ci siamo salvati partendo da -9 e poi siamo andati in A. Ma molte altre esperienze sono state altrettanto belle».

Nessun rimpianto?

«Da giocatore e anche da allenatore, forse non ho avuto il cambio di passo per compiere uno scatto ulteriore. Ma ho fatto la gavetta, mi sono costruito il mio percorso. Non ho rimpianti». 

Allenò il Bari per diverse stagioni. Scoprì e lanciò un giovanissimo Cassano.

«Un giorno l'allenatore in seconda mi fa: "Tra i ragazzi della primavera c'è un fenomeno". Lo provammo in prima squadra. Appena lo vidi giocare pensai subito che avevamo di fronte un prodigio».

Che tipo era Cassano?

«Aveva circa 16 anni. Fisicamente fortissimo, in campo non lo buttavano giù neanche le cannonate. Tecnicamente maestoso. E poi sveglio, intelligente. Sapeva pensare giocate prima di tutti gli altri, con una velocità d'esecuzione inspiegabile per un ragazzo così giovane». 

Avrebbe dovuto fare di più, in carriera?

«Cassano è dello stesso livello dei Baggio, dei Totti, dei palloni d'oro. Di sicuro avrebbe potuto raccogliere ancora più soddisfazioni». 

Lo ha limitato il carattere?

«Ribadisco: è sempre stato un ragazzo molto intelligente. Di certo ha avuto un'infanzia problematica, e il desiderio di rivalsa ha inciso. Sul resto, non saprei». 

Altri giocatori allenati che l'hanno colpita?

«Tantissimi. Gianluca Zambrotta al Bari: veloce, potente, umanamente splendido. E al Verona Dragan Stojkovic: pure con una gamba sola, impartiva lezioni di calcio. Un professionista esemplare». 

Colleghi che le hanno dato filo da torcere?

«Carlo Mazzone, da sempre un avversario durissimo da battere. Avrebbe meritato maggiori fortune. Emiliano Mondonico. Era in grado di cambiare le sorti di una partita senza che tu nemmeno te ne accorgessi». 

Per chi tifa quest' anno?

«Nasco interista, poi divento laziale per simpatia. Vedo l'Inter molto bene, sa giocare ed è ben allestita nei vari reparti. Il Milan però ha creato un gruppo interessante e coeso. Può ripetersi ai massimi livelli. Vedo meno bene la Juventus».

Perché?

«Con Conte, il punto di forza della Juve era il centrocampo.

Quest' anno mi sembrano fragili in quel reparto». 

E la Nazionale?

«La prima giornata di campionato, Milan-Udinese, ha sintetizzato i problemi degli azzurri: in campo giocava un solo italiano, Calabria». 

Troppi stranieri in Serie A.

«È un dato di fatto. I vivai non producono giovani di valore come accadeva un tempo.

Veneto e Friuli, per esempio, decenni fa erano delle fucine di talenti. Oggi non più. Nelle primavere, per interesse, per costi o per altri motivi, metà dei calciatori vengono dall'estero. Il risultato è che abbiamo un buon centrocampo, ma in difesa e in attacco suonano campanelli d'allarme».

In difesa ci si aspetta il ricambio generazionale.

«Fino a oggi abbiamo retto con Chiellini e Bonucci. Dopo chissà. C'è Bastoni, bravo, ma un po' lento. In attacco è un mistero Ciro Immobile: con la Lazio segna 25 gol a stagione, con la Nazionale fatica a esprimersi». 

Un nuovo Fascetti all'orizzonte esiste?

«Non lo so. Ma mi piace molto il calcio espresso da Vincenzo Italiano, tecnico della Fiorentina».

Il 1996 di Igor Protti, il capocannoniere retrocesso. Paolo Lazzari il 16 Luglio 2022 su Il Giornale.

A fine stagione la sua convocazione per gli Europei sembra in cassaforte, ma Sacchi lo snobba. Stessa storia per le Olimpiadi.

Quando arriva al campo d’allenamento scuote la criniera di riccioli nodosi. L’aria è mesta. L’umore rigato da pensieri tetri. Com’è possibile, si chiede Igor Protti, che alla quarta stagione consecutiva con la maglia del Bari il mister ti metta in discussione? Uno pensa di essere un punto fermo e poi, d’un tratto, si ritrova a colloquio con Beppe Materazzi che ti infilza così: “Senti, per quest’anno penso che la coppia d’attacco sarà Andersson – Guerrero”.

Che poi Kennet, lo svedesone, ci può anche stare là davanti. Anzi, quella stanga si completa a meraviglia con Igor, folletto scattoso che di qualità ne possiede a mucchi, tranne l’altezza. Certo, lui preferirebbe Sandro Tovalieri, amico fraterno con il quale ha ingaggiato un milione di battaglie. Solo che le frizioni con Materazzi – ancora lui – l’hanno spinto all’Atalanta.

Igor però non si fa deprimere. Abbassa la testa e va da subito al doppio. In allenamento spacca le porte. Addomestica l’insolente dissenso di chi lo reputa una seconda scelta. Adesso tocca al mister rassegnarsi. Deve giocare, categoricamente. E lui non se lo fa dire due volte. Alla terza giornata crivella la Lazio con una tripletta memorabile. Da quel punto in poi si issa in cima alla classifica cannonieri, per non scenderne più.

Il suo manifesto calcistico è draconiano. Protti scende in campo, cannibalizza le retroguardie altrui e porta via. Inamida di incertezze i pensieri dei difensori, perché riuscire a decodificarne i movimenti è una missione impervia. Può calciare con entrambi i piedi, da qualunque distanza. L’area è il suo antro: nello stretto è una sentenza. Segna pure di testa, a dispetto della statura.

Alla fine i centri saranno 24. Un bottino che lo decreterà capocannoniere del campionato, al fianco di Beppe Signori (che però calcia 12 rigori, contro i 5 del barese). Alle loro spalle, il naso rivolto all’insù, ci sono Enrico Chiesa (22 gol), Batistuta e Branca (entrambi fermi a 19): non certo delle educande. L’epilogo lascia tuttavia sentori amari in fondo al palato. Complice una sconclusionata fase difensiva, il Bari retrocede malgrado la devastante verve realizzativa di Igor. Galletti penosamente in purgatorio con il capocannoniere della Serie A in squadra. Roba da teatro dell’assurdo.

Protti però potrebbe deglutire la delusione con la convocazione in Nazionale. Si gioca Euro ’96 e non portarlo sembra impensabile. Arrigo Sacchi però la vede diversamente e non lo chiama mai, nemmeno per un allenamento a Coverciano. Igor è interdetto. Ci sarebbe sempre il treno delle Olimpiadi: Cesare Maldini gli fa sapere che potrebbe chiamarlo come fuori quota, ma se la gioca con Branca. Alla fine la scelta ricade su quest’ultimo.

Sovrano dei gol, retrocesso, non convocato da due Nazionali. Sì, il 1996 di Igor Protti è stato surreale.

LA SAMPDORIA.

Dejan Stankovic allenatore della Sampdoria: i tarocchi, Arisa e Victoria Cabello, il segreto su Mourinho. La sua carriera. Gregorio Spigno su Il Corriere della Sera il 6 Ottobre 2022. 

Il serbo ex Stella Rossa prende il posto di Giampaolo. Gli inizi da calciatore, le vittorie con Lazio e Inter, il rapporto speciale con Ibrahimovic. Le cose che non sapete di lui

Stankovic alla Sampdoria

Ci è voluto un po’, a causa delle trattative e dei ritardi nella consegna del permesso di soggiorno, ma alla fine l’annuncio è arrivato: Dejan Stankovic è il nuovo allenatore della Sampdoria. È ufficiale. Il tecnico ex Stella Rossa guiderà oggi, 6 ottobre, il suo primo allenamento a Bogliasco, sostituendo così l’esonerato Marco Giampaolo. Un profilo cercato e apprezzato da tutti, quello dell’ex centrocampista dell’Inter, considerato in grado di invertire una rotta che, fino all’ottava giornata, ha condotto la Samp all’ultimo posto in classifica.

Come sarà la sua Samp

Giocherà con il 4-2-3-1 come modulo di riferimento, «Deki», sistema che ha utilizzato nelle 3 stagioni vissute alla guida della Stella Rossa. Audero in porta è intoccabile, mentre in difesa gli uomini sono contati o quasi (Augello e Bereszynski terzini, Colley e Murillo al centro). La mediana verrà irrobustita con la coppia Rincon-Villar. Gabbiadini tornerà titolare da esterno alto, al pari

Il 3° tecnico serbo della Sampdoria

Quando l’allenatore della Samp è di nazionalità serba, difficilmente stecca. Chissà che la dirigenza blucerchiata, nella scelta del nuovo tecnico, non abbia pensato pure a questo fattore. Prima di Stankovic, il club blucerchiato era stato allenato da altri due serbi nella sua storia: il primo è Vujadin Boskov, storico tecnico dello scudetto 1991, il secondo è Sinisa Mihajlovic, con cui la Samp aveva centrato la qualificazione ai preliminari di Europa League.

La strana coppia: Stankovic-Stramaccioni

Bisogna tornare alla stagione 2014-15, la prima di «Deki» da ex calciatore, in cui, però, il serbo trova subito impiego: a volerlo come braccio destro (e vice) è Stramaccioni, accasatosi all’Udinese. Un’esperienza non particolarmente brillante per nessuno, ma sicuramente formativa: la squadra bianconera chiuderà il campionato al 16° posto, l’anno successivo saluteranno sia Strama che Stankovic.

I successi con la Stella Rossa

Dopo l’esperienza in Friuli, Stankovic decide di tornare nella sua casa acquisita, l’Inter, con il ruolo di club manager. Un incarico che durerà un solo anno, perché nel 2017 accetterà la nomina di Ceferin come consulente dell’Uefa. Poi un altro ritorno all’Inter, in Primavera, più vicino al campo. Dura solo un mese, però, perché chiama la Stella Rossa che lo vuole come allenatore della prima squadra, e dire di no non si può. In Serbia vince 3 campionati e due coppe nazionali, ma nell’agosto scorso si dimette a causa della terza eliminazione ai preliminari di Champions (la prima contro l’Omonia, la seconda con lo Sheriff, la terza con il Maccabi Haifa).

Le previsioni dei tarocchi

Dejan Stankovic ha appena smesso di giocare quando va ospite del programma «Victor Victoria», su La7, ormai nove anni fa. Una signora gli legge le carte, c’è pure la cantante Arisa che osserva con attenzione e ovviamente Victoria Cabello, la conduttrice, alle spalle del serbo. Un quadro strano. Compare il Principe di Denari: uomo tenace e meditativo, caratteristiche tipiche di un allenatore. Il tarocco azzecca la previsione: «allenerai». Allenerà. Ora pure in serie A.

All’Inter grazie a Pandev

La storia di Stankovic all’Inter è nota: vinse tutto, scudetti, coppe, Triplete compreso (compagno di squadra di Thiago Motta che affronterà sabato, nel suo esordio, al Dall’Ara di Bologna). Ma dietro il suo arrivo a Milano si nasconde un a storia particolare, che vede protagonista anche un altro grande ex interista (protagonista anche lui del Triplete): Goran Pandev. Gennaio 2004, Lazio e Inter trattano uno scambio: il serbo finisce al club nerazzurro, che paga a Cragnotti 4 milioni più la comproprietà di Pandev. Tutt’oggi risulta uno degli affari più clamorosi avvenuti nel mercato di riparazione. In quel caso, ci guadagnarono tutti.

Tre Mondiali, tre nazionali diverse

Da calciatore, Stankovic è stato un perno della sua nazionale. O, meglio, delle sue nazionali. Plurale. Perché Dejan giocò in tre squadre diverse, in tre diverse edizioni dei Mondiali: Jugoslavia nel 1998, Serbia&Montenegro nel 2006, Serbia nel 2010. I conflitti geopolitici di qualche anno fa si riflessero inevitabilmente anche sul mondo del pallone, tanto che Stankovic (e altri come lui) rappresentò la sua nazione in forme differenti.

Il figlio portiere

Uno dei tre figli di Dejan, Filip, è un calciatore professionista. Nato nel 2002 a Roma, quando il padre giocava nella Lazio, Filip ha 20 anni e gioca come portiere nel Volendam, in Olanda, ma è di proprietà dell’Inter. «Il mio sogno è diventare il portiere titolare dell’Inter, con cui ho un contratto fino al 2024, e vincere il 10% dei trofei che ha vinto mio padre in carriera — ha raccontato di recente —. Dopo ogni partita parlo con lui, la mia famiglia mi sostiene sempre. Ho avuto modo di vivere da vicino gran parte della sua carriera. Io c’ero a Madrid quando ha vinto la Champions League con l’Inter ed era in campo a festeggiare. Sono un figlio orgoglioso e penso che anche lui come padre lo sia. In ogni caso, cerco di renderlo orgoglioso ogni giorno mostrando il meglio di me stesso».

L’amico Ibrahimovic

Stankovic è grande amico di Ibrahimovic. Ne ha parlato così di recente: «Non sono obiettivo quando parlo di Zlatan, l’amicizia va oltre la maglia. Non è un uomo, è un leone che combatte contro tutto e tutti. Ci insegna che niente è impossibile. Non so cosa farà, ma se testa e fisico staranno bene continuerà a fare la differenza. Per lui vale quel proverbio slavo: bisogna giocare finché “il pallone non si sgonfia”».

Il segreto su Mourinho

Dejan in carriera ha costruito un rapporto speciale con diversi allenatori. Tra loro Mancini e Mourinho, con cui ha vinto il Triplete: «Quando è arrivato in Italia credevo di aver già raggiunto il top di quello che potevo dare. Grazie a lui, invece, sono riuscito a dare ancora il venti-trenta per cento in più. Sa sempre che cosa chiedere ai propri giocatori e quali tasti toccare per farti avere la reazione di cui ha bisogno, dandoti anche complicità quando occorre».

Quando la Samp sfiorò la coppa dei Campioni. Il Doria di Boškov accarezzò un sogno impossibile, infranto soltanto nei tempi supplementari. Paolo Lazzari il 20 Agosto 2022 su Il Giornale.

Batte i polpastrelli sulla macchina da scrivere, ancora una volta, ma sa che quello è l’ultimo comunicato. In fondo lui coltiva un sogno lucido, per quanto apparentemente folle: da addetto stampa della Sampdoria a proprietario. Dalle pagelle scrupolosamente consegnate ai colleghi giornalisti, per informarli di come giudica il loro lavoro, al timone di un club che trasuda anima da ogni fessura. Il passo non è lungo, di più. Eppure le fortune incamerate con il suo gingillo parallelo - una cosetta chiamata mercato del greggio - adesso fanno la differenza. Così Paolo Mantovani - anni 49 e molta voglia di selezionarsi da solo il destino - colma una distanza sesquipedale e, nel 1979, afferra le briglie della società.

Tredici anni più tardi il volto di un club che sguazzava nelle retrovie del calcio italiano è levigato da corroboranti lifting. Meticoloso e ponderato, ogni anno il presidente acquista un potenziale campione ed evita di vendere i migliori. La crescita del Doria diventa irresistibile. In bacheca vengono premute coppe italia, supercoppe, una coppa delle coppe e, incredibile a dirsi, lo scudetto.

Adesso che è una sera di maggio del 1992, nella pancia del vecchio Wembley, Paolo contempla la sua creatura. Ancora non può sapere che gli resta soltanto un anno: un cancro ai polmoni lo assedierà senza sosta, avversario ingiocabile anche per uno come lui. Ora scruta Boškov e i suoi ragazzi mentre si aggirano sull’erba immacolata. Sa di aver condotto la Samp al suo apogeo. Manca soltanto un passo.

Ultima edizione della coppa dei Campioni. Tra un anno la giungla onnivora degli sponsor e dei primi diritti tv traccerà traiettorie che collidono con il romanticismo. La Champions League manderà in pensione il vecchio format per strizzare l’occhio alle urgenze del mercato. Ma intanto si gioca. I blucerchiati sono arrivati in finale senza eccessive paturnie. Hanno spazzato via il Rosenborg (7-1) e, pur tossicchiando, hanno spedito fuori carreggiata la sempre temibile Honved di Budapest.

I quarti di finale sono un boccone inedito: l’Uefa stabilisce che si debbano giocare con due gironi all’italiana. La Samp piazza i gomiti davanti a Stella Rossa, Anderlecht e Panathinaikos. Dall’altra parte fa altrettanto un’avversaria che si appresta a tiranneggiare il calcio continentale: il Barcellona di Crujiff. Brutta storia, specie perché i blaugrana hanno già sconfitto i genovesi nel 1989, in finale di coppa delle coppe. Ora hanno cambiato molti giocatori, ma sono - se possibile - ancor più temibili.

In porta giganteggia Andoni Zubizarreta. Davanti Ronald Koeman - centrocampista reinventato centrale - imposta e non disdegna, prolifico come pochi, incursioni verso le retroguardie altrui. In mezzo giostra un giovane Pep Guardiola, mentre il falso nueve Miki Laudrup, affiancato da Stoichkov e Salinas, minaccia di procurare un’indigestione di analgesici a Vierchowod e compagni. Chiaro che Boškov passeggi nervosamente nella hall dell’albergo del centro londinese dove alloggia la squadra. Ora rimbrotta Vialli, sfilandogli una sigaretta dalla bocca. Adesso incita Mancini, Lombardo, Pagliuca e tutti gli altri. Fuori ruggisce il boato di mezza Genova, giunta per accarezzare un sogno. Nel cielo, ma anche nella testa di Vujadin, si addensano però nubi grigiastre.

I presagi del tecnico trovano conferma in campo. La difesa blaugrana gioca ad altezza centrocampo, iniziando a tessere frotte di passaggi microscopici e sfinenti. La Samp agisce solo di rimessa, chiudendo ogni pertugio e, di fatto, rinunciando a giocare a viso aperto per non essere stritolata. Il copione si trascina - non privo di mezza manciata di sussulti - fino ai supplementari. Il catenaccio italico ha smussato la protervia catalana, rendendo la finalissima materiale contendibile. Quelli sono più forti, ma ai rigori le distanze si azzerano.

Il Doria non ci arriverà mai. Un fallo maledetto e contestato infrange i sogni di una città che si era sorpresa provinciale di lusso. Koeman - che anni dopo ammetterà come quel fischio fosse discutibile - si porta sul punto di battuta. Mancini inveisce. Invernizzi ciondola disperato con le mani tra i capelli. Vialli, in panchina, si copre gli occhi con un asciugamano.

Il resto è una sassata scagliata a 120 km orari. Pagliuca si protende, ma non basta. Il cuore di mezza Genova batte a vuoto per un istante. L’ex addetto stampa scribacchia un’ultima pagella. La tristezza avviluppa le viscere, ma è transitoria. Il voto alla sua Samp si avvicina paurosamente al dieci.

Gianluca Vialli compie 58 anni: lo scudetto alla Sampdoria, la Juventus, il flirt con Alba Parietti, la malattia, l’Europeo. La sua storia. Andrea Sereni su Il Corriere della Sera il 9 Luglio 2022.

L’ex attaccante, oggi capo delegazione della Nazionale, vive a Londra con la moglie e due figlie. Ecco la sua storia dal castello con 60 stanze a Cremona al rapporto difficile con Sacchi e l’affetto di Mantovani

I 58 anni di Vialli

Sincero, coraggioso, amico, attaccante formidabile: Gianluca Vialli da Cremona compie oggi 9 luglio 58 anni. Un campione unico, in grado di fare la differenza anche fuori dal campo. L’amicizia fraterna con Mancini, i gol da ragazzo alla Cremonese, il presunto flirt con Alba Parietti, lo storico scudetto vinto con la Sampdoria, la Coppa dei campioni da capitano con la Juventus. Che carriera, che forza nel raccontarsi anche nei momenti più difficili, come la battaglia con il tumore. E poi l’ultimo trionfo, con la Nazionale ad Euro 2020. Che storia, la storia di Luca Vialli.

Il castello da 60 stanze

Partiamo dall’inizio, da Cremona dove Gianluca nasce il 9 luglio 1964, il più piccolo di cinque figli: Mila, Nino, Marco, Maffo. Cresciuto all’oratorio, «Sono della generazione di Carosello. E come tutti ho imparato dai preti a giocare a pallone; a patto di frequentare anche il catechismo». Anche perché a casa non c’è una gran passione per il calcio, ad eccezione del padre che tifa per la Juventus. Famiglia borghese, i Vialli abitavano in un castello del XV secolo a Grumello Cremonese, con oltre 60 stanze.

Gli inizi alla Cremonese

Vialli a 9 entra nelle giovanili del Pizzighettone, dove resta fino al 1978 quando va alla Cremonese. Con i grigio rossi esordisce in prima squadra a 16 anni: per questo motivo lascia gli studi. Si diplomerà come geometra solo nel 1993. In totale con la Cremonese tra campionato e Coppa Italia disputa 113 partite e realizza 12 gol. È determinante per il ritorno della squadra in serie A dopo 54 anni. Poi arriva la chiamata della Sampdoria.

Lo scudetto con la Sampdoria

Vialli è uno dei simboli della Sampdoria dello scudetto. Determinante con 19 gol in 26 partite. Lui e Mancini, al punto che il presidente Mantovani chiama i suoi due cani Gianluca e Roberto. «Crescemmo passo a passo. La coppa Italia. La finale di Coppa delle Coppe, persa. La finale di Coppa delle Coppe, vinta. E poi il 1991, l’anno dell’impresa», ha ricordato in un’intervista al Corriere.

La Coppa dei Campioni con la Juventus

Giocare nella Juventus per Vialli è stato «un onore, e un onere. Senti il peso della maglia, il dovere di riconsegnarla piegandola per bene e riponendola un po’ più in alto di dove l’avevi presa. E poi Torino, che aveva fama di città fredda e grigia, in realtà è meravigliosa». In bianconero arriva anche l’agognata Coppa dei Campioni, il 22 maggio 1996. All’Olimpico di Roma la Juve batte l’Ajax ai rigori e Gianluca alza la coppa con la fascia di capitano al braccio. Termina la carriera al Chelsea.

Testimone al processo per doping

Vialli è stato testimone al processo per doping. La Juventus fu assolta, ma venne fuori un largo uso di farmaci: «Avrei potuto vivere più serenamente quella vicenda, come altri colleghi. Non ce l’ho fatta. Fu un’ingiustizia». E ancora: «Non voglio riaprire vecchie polemiche. È possibile discutere se sia meglio per una distorsione dare il Voltaren, o andare 15 giorni in montagna a riposare. Non è possibile mettere in dubbio i risultati di una carriera. All’inizio ci ho sofferto. Poi ho capito che se ti preoccupi di quello che pensano gli altri appartieni a loro».

Nazionale, amore e odio

Da calciatore, il rapporto con la Nazionale è stato di amore e odio. Protagonista nell’Europeo dell’88, meno brillante nel Mondiale del 90 (in cui doveva essere la stella della squadra di Vicini), escluso da quello americano del 94 per incomprensioni con Sacchi: «Fu uno scontro di personalità. Ero abituato a dire quel che pensavo: con lui l’equilibrio tra tensione e serenità non c’era. Mi escluse, convinto che i miei dubbi avrebbero creato energie negative nel gruppo; e aveva ragione. Sbagliai io a rifiutare, quando per due volte mi richiamò, prima e dopo il Mondiale del ’94. Feci il permaloso. La maglia azzurra non si rifiuta mai». In totale con l’Italia Vialli gioca 59 partite dal 1985 al 1992, tre con la fascia di capitano, con 16 gol ma nessuno nella fase finale dei due Mondiali che ha disputato e uno solo agli Europei 1988.

La famiglia

Vialli ha sposato nel 2003 Cathryn Cooper, ex modella di origine sudafricana, oggi arredatrice in Gran Bretagna. Hanno due figlie Olivia e Sofia e vivono (da diversi anni) a Londra.

Il flirt con Alba Parietti

Leggenda narra di un flirt giovanile tra Vialli e la showgirl e conduttrice tv Alba Parietti. Si diceva che Gianluca scappasse dal ritiro della Nazionale al Mondiale 90 per incontrarla: «È una cosa che parte della mitologia, ma non lo dirò mai. Ci sono giorni in cui dico di si e altri in cui dico il contrario…», ha raccontato la diretta interessata qualche anno fa a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1.

La malattia

Dal 2017 Vialli combatte con un tumore al pancreas. Gianluca ha scelto di raccontare la sua storia in un libro: «Mi auguro possa servire a ispirare le persone che si trovano all’incrocio determinante della vita». Un anno fa, prima dell’Europeo, parlando del cancro lo ha definito «un compagno di viaggio indesiderato. È salito sul treno con me e io devo andare avanti, viaggiare a testa bassa, senza mollare mai, sperando che un giorno questo ospite indesiderato si stanchi e mi lasci vivere serenamente ancora per tanti anni perché ci sono ancora molte cose che voglio fare». Pochi mesi fa si è raccontato così alla trasmissione di Alessandro Cattelan «Una semplice domanda», in onda su Netflix: «Sono convinto che i nostri figli seguano il nostro esempio più che le nostre parole. Ho meno tempo di essere da esempio, adesso che so che non morirò di vecchiaia. Ogni mio comportamento mi porta a ragionare così. In questo senso cerco di essere un esempio positivo: cerco di insegnare loro che la felicità dipende dalla prospettiva con cui guardi la vita, che non ti devi dare delle arie, ascoltare di più e parlare di meno. Ridere spesso, aiutare gli altri. Questo è il segreto della felicità».

Il trionfo ad Euro 2020

Dal novembre 2019 Vialli è capo delegazione della Nazionale. Ha vissuto da protagonista la vittoria ad Euro 2020. Il suo abbraccio tra le lacrime con l’amico di sempre Mancini dopo la finale con l’Inghilterra resta una delle immagini più belle del trionfo azzurro.

Gianluca Pagliuca che fine ha fatto: gemello di Tomba, le donne, una vecchia simpatia per Putin, il figlio attaccante. Cosa fa oggi. Andrea Sereni su Il Corriere della Sera il 17 Aprile 2022.

L’ex portiere campione d’Italia con la Sampdoria, i rimpianti per il rigore Iuliano.-Ronaldo e la mamma Maria Rosa.

Che fine ha fatto Gianluca Pagliuca?

Lo chiamavano il gemello di Alberto Tomba, con cui condivide data di nascita e una certa somiglianza fisica. A sci e scarponi Gianluca Pagliuca ha preferito i guantoni e il pallone. Con Sampdoria, Inter, Nazionale, trionfi e beffe. Era in campo sotto il sole di Pasadena, quando Baggio calciò alto rigore e sogni azzurri. C’era a Wembley, quando la Samp dei miracoli, quella di Vialli e Mancini campione d’Italia, fu piegata dalla punizione di Koeman. L’incidente con la Porsche, il figlio calciatore, amori e donne, Ronaldo e Lippi: Gianluca Raimondo (il suo secondo nome) da Bologna, 55 anni e una vita in cui non si è mai risparmiato. Come quando in porta volava da un palo all’altro. Oggi sporadicamente commenta il calcio in tv, e lavora con il Bologna. 

17 luglio 1994, Pasadena: Pagliuca bacia il palo dopo che lo ha «salvato» sul tiro di Mauro Silva. Ma la finale dei Mondiali la vincerà il Brasile ai rigori

Il gemello Alberto Tomba

Ma andiamo con ordine. Partiamo dal 18 dicembre 1966, reparto di maternità dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna. Lì nasce Pagliuca, e a poche ore di distanza nella stanza accanto arriva Alberto Tomba. «I gemelli», verranno chiamati in seguito.

Mamma Maria Rosa

Alberto inizia a sciare, Gianluca non ha voglia di studiare e inizia a giocare a calcio. Prima l’attaccante, qualche volta il portiere. Intorno ai 12-13 anni i suoi allenatori dell’epoca capiscono che tra i pali il ragazzo ha del talento. Non torna più indietro. Sempre accompagnato da mamma Maria Rosa, scomparsa nel 2017: «È stata fondamentale per me, fin da ragazzo. I miei si separarono che ero piccolo, e ho passato molto più tempo con lei —ha raccontato in una recente intervista a Il Resto del Carlino —. Mia madre è sempre stata al mio fianco. Avevo un procuratore, lei è stata la mia commercialista, è grazie ai suoi consigli che posso dire di aver saputo investire i miei guadagni».

Lo scudetto alla Sampdoria

Dopo gli inizi al Bologna arriva la Sampdoria, scelto personalmente dal presidente Mantovani. In blucerchiato, in una squadra composta da campioni come Mancini, Vialli, Pagliuca vince praticamente tutto, compreso il mitico scudetto del 91. Su cui Gianluca imprime i guantoni parando nello scontro diretto con l’Inter, a San Siro, un rigore al Pallone d’Oro Lothar Matthaus. «Fra i rigori parati è quello che ricordo con più affetto—ha ricordato in un’intervista a Sky —. Era uno scontro diretto, e quella vittoria ci lanciò verso lo Scudetto, che per me è stata la gioia più grande. Quando vincemmo per 3 notti non ho chiuso occhio. Mi sembrava di camminare sulla luna». Con i ragazzi di quella Samp è ancora in contatto: hanno una chat WhatsApp.

L’incidente

Nell’ultimo anno alla Samp, estate 1993, sull’autostrada Genova-Livorno fa un brutto incidente. Pagliuca guida la sua Porsche quando una brusca manovra di un tir lo manda a urtare un autotreno, poi il guardrail. L’auto è distrutta, Gianluca si salva grazie agli air bag. Se la cava con la frattura scomposta della clavicola sinistra, uno pneumotorace e diverse escoriazioni al volto e alle mani.

Il Mondiale americano

Pagliuca è titolare nell’Italia che arriva in finale al Mondiale americano del 94, perdendo ai rigori contro il Brasile. Gianluca bacia il palo che lo salva dopo un errore su un tiro di Mauro Silva, poi para il penalty di Marcio Santos. Ma non basta: «Se ci penso ancora oggi mi viene il magone —ho ammesso—. Io feci il mio, ma purtroppo noi ne sbagliammo tre. Ho parato quello di Marcio Santos, quelli che hanno segnato mi hanno spiazzato tutti e tre. L’unico rimpianto è sul rigore di Romario. La palla ha baciato il palo ed è entrata. Due centimetri più in là e avremmo vinto il Mondiale…».

Donne

Non ha mai negato di essersi divertito molto da ragazzo. Giovane, di successo, sempre impeccabile agli allenamenti. Ma la sera è spesso in giro per locali: «Perché, il sesso fa male? Nell’anno dello scudetto (alla Sampdoria, ndr) c’era questo rito: viaggio in auto da Genova a Bologna la domenica sera dopo la partita, il lunedì sera tavolo al Matis e il martedì pomeriggio in campo a Bogliasco. Oh, in campo le vincevamo tutte», ha ricordato di recente.

L’Inter e lo scudetto perso contro la Juve

Dell’esperienza all’Inter, dove arriva dopo gli anni a Genova, gli resta soprattutto lo scudetto perso nel 98: «La Juventus in carriera mi ha tolto un pezzo di vita e almeno un trofeo. Non ho mai ingoiato il rospo del rigore negato da Ceccarini per il fallo di Iuliano su Ronaldo in quello Juventus-Inter del ’98».

Oggi gioca a tennis

Ha giocato fino a 40 anni, tornando nella sua Bologna, poi si è ritirato. Si tiene ancora in forma, soprattutto con il tennis: «Faccio tornei amatoriali, sono un “quarta categoria”, mi diverto». Non è stato invece contagiato dal padel, come tanti suoi colleghi: «Non mi piace, secondo me fra un paio d’anni sbollirà. Gioco anche a basket con gli amici una volta alla settimana, tutti over naturalmente». Il calcio lo ha abbandonato: «Basta, non ce la faccio più. Gli amici continuano a chiamarmi, ma ormai sanno anche la risposta».

Tifoso Virtus

È un grande tifoso della Virtus Bologna. Ha un tatuaggio con la «V», nera simbolo della squadra di basket di Bologna, che segue spesso anche dal vivo.

Il figlio calciatore, Mattia Pagliuca (non tra i pali)

Il figlio Mattia, avuto dalla relazione con Aurora, gioca nella Primavera del Bologna. Non fa il portiere: «È attaccante, mezza punta e destro. Non è sinistro come ero io —ha spiegato in un’intervista al Corriere di Bologna —. Cerco di lasciarlo tranquillo e quando serve gli tiro su il morale. Parliamo sì, ma il giusto, non mi chiede tante cose. Ecco, io sono contento soprattutto se non sbaglia l’approccio, dopodiché può giocare bene come male, ci sta».

Putin e la Brexit

Ha una coscienza politica precisa. In un’intervista del 2016 a Il Resto del Carlino non nascose le sue simpatie per Vladimir Putin: «Ho sempre avuto il mito dell’America, adesso ammiro molto Putin. Perché è uno che ha carattere, sa quello che vuole e non ha paura a lottare per il proprio paese. Ultimamente le diverse elezioni mi stanno andando bene: se avessi potuto, avrei votato per Trump, e l’hanno eletto. Avrei votato per la Brexit, e l’hanno fatta, in Inghilterra».

Cosa fa oggi

Pagliuca come detto non gioca più a calcio, ma lo segue, «continua a piacermi da morire». Commenta ogni tanto in tv ed è preparatore dei portieri della Primavera del Bologna.

Pietro Vierchowod compie 63 anni: la Sampdoria e il padre soldato ucraino. Cosa fa oggi. Andrea Sereni su Il Corriere della Sera il 6 Aprile 2022.

La storia dell’ex difensore campione del mondo nel 1982: la Champions League alla Juventus, lo scudetto a Roma e poi con Vialli e Mancini. Ora lavora con il Milan.

Vierchowod, lo Zar del calcio italiano

È sempre lo Zar del calcio italiano. Pietro Vierchowod, una carriera da mastino della difesa, compie oggi 6 aprile 63 anni. L’uomo capace di marcare Maradona e Van Basten gioca ancora a calcetto, è in forma, tifa Juventus (una passione nata da bambino) e ha ancora la grinta con cui ha vinto praticamente tutto tra Roma, Sampdoria e proprio Juve. Il carattere lo ha ereditato dal padre, un soldato dell’Armata Rossa originario di Kiev. A cui ovviamente deve il cognome particolare. Ma che fa oggi Vierchowod?

Il padre soldato ucraino

Andiamo con ordine, dal motivo per cui lo Zar è nato in Italia. Papà Ivan Luchianovic Verchovod, soldato ucraino fatto prigioniero in Italia durante la seconda guerra mondiale. Volevano deportarlo nei campi di lavoro in Siberia, così scappa sopra le colline di Bergamo e lì si stabilisce. Inizia a lavorare in fonderia, poi fa il facchino, meccanico, l’ortolano. Lavora anche Pietro, neanche sedicenne, come manovale e idraulico. «Per avere la cittadinanza italiana ha dovuto aspettare gli anni 80», ha raccontato al Corriere. «Il carattere “quadrato” l’ho preso sicuramente da lui. La sua etica della fatica era incredibile. Teneva i contatti con la famiglia oltrecortina, ma a metà anni 70 ha capito che avrebbe potuto essere dannoso per i suoi parenti. Così si sono persi i contatti».

Da idraulico allo scudetto a Roma

Pietro lavora come idraulico e intanto inizia a giocare per strada, a piedi nudi, poi all’oratorio. Velocissimo, parte come attaccante, poi per caso si mette in difesa. La prima squadra è la Romanese, pantaloncini blu e maglietta arancione, poi il Como, con cui gioca cinque anni e arriva dalla C1 alla serie A. Acquistato dalla Sampdoria, dopo un anno alla Fiorentina passa sempre in prestito alla Roma con Liedholm e Pruzzo. Spaesato nei primi giorni («Mangiavano pizza e wurstel»), si adatta al punto da vincere uno scudetto. Quella Roma Pietro l’ha definita la squadra più forte in cui ha giocato: «Da Maldera a Di Bartolomei, da Conti a Falcao, Ancelotti e Pruzzo, c’erano tanti campioni».

Campione del mondo

Nel mezzo il Mondiale vinto, in Spagna nel 1982. Un torneo nel quale Vierchowod non scende mai in campo. «Sono stato sfortunato. In finale avrei dovuto giocare io e non Bergomi — le sue parole in un’intervista al Corriere dello Sport —. Purtroppo mi infortunai. Non scesi in campo ma fu bello, sentii di far parte di un gruppo di grandissimi giocatori, la squadra più forte di sempre, anche rispetto a quella del 2006».

Sampdoria con Vialli e Mancini

Tornato alla Sampdoria dopo l’anno a Roma, in blucerchiato vince uno scudetto (storico, nel 1991), quattro volte la Coppa Italia, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa italiana. Fa parte di un gruppo unico, guidato in panchina da Boskov, in campo dai gemelli del gol, Vialli e Mancini. Stringono un patto, arrivano ad un passo dalla Coppa dei Campioni, battuti in finale dal Barcellona. «Abbiamo avuto molte più occasioni rispetto agli spagnoli. Evidentemente era destino, doveva andare così —ha ricordato in un’intervista al Corriere dello Sport—. Prendere gol su quella punizione dalla distanze di Koeman ci scocciò da morire, la vittoria sarebbe stata la chiusura di un ciclo iniziato tanti anni prima». Si rifà almeno in parte qualche anno dopo, quando vince a 37 anni l’attuale Champions League con la Juventus.

Il rimpianto Mondiale

Nel 1990, nel pieno della carriera, è nella Nazionale che perde in semifinale nel Mondiale di casa. Ha un rimpianto: «Vicini (il c.t., ndr) non mi ha fatto giocare la partita più importante. Prima del torneo mi disse che i giocatori importanti li avrei marcati io. In semifinale mi aspettavo di scendere in campo contro l’Argentina di Maradona. Non vuoi farmi giocare titolare? Capisco, ma a trenta minuti dalla fine in vantaggio per 1-0 perché non mettere chi poteva fermare Maradona? Restai in panchina con Ancelotti. Penso che con noi due in campo sarebbe cambiato qualcosa».

Hulk per Maradona

In carriera ha marcato tantissimi campioni, anche Ronaldo, quando aveva 41 anni: «Van Basten l’attaccante più forte, per eleganza, tecnica e cattiveria. Però contro di me non ha mai segnato su azione». Ma i duelli più belli sono quelli con Maradona, quando si giocava con il Napoli. «Una volta gli ero addosso, incollato. L’avevo, come si dice adesso, ingabbiato. Si è girato con una piroetta, un tunnel ed è volato via. Io allora sono scattato e l’ho raggiunto e chiuso in angolo e lui si è messo ridere: “Hanno ragione a dire che sei Hulk: ti manca solo il colore verde”».

Vieri e la Canalis come Pietro

Maradona il giocatore più forte mai affrontato, Hateley quello che alzava di più i gomiti. Poi Bettega, «molto cattivo ma un gran centravanti». Ha a che fare anche con generazioni successive di attaccanti. Tra cui Christian Vieri che, giovane e implacabile con chiunque, soffre la marcatura dello Zar. Al punto da chiamare la sua fidanzata dell’epoca Elisabetta Canalis «Pietro, come Vierchowod», per come lo marcava, seguendolo ovunque.

Allenatore

Dopo la Juventus Vierchowod ha giocato con Milan e Piacenza, chiudendo la carriera a 41 anni nel 2000. Diventa allenatore, e guida tra 2001 e 2005 Catania, Fiorentina (denominata Florentia Viola) e Triestina: tre incarichi e altrettanti esoneri. Nel 2008 è opinionista in Rai. Nel 2014, nove anni dopo l’ultima volta, torna ad allenare all’Honved Budapest, storico club ungherese in cui giocò Ferenc Puskas. Dura pochi mesi, così come breve è l’esperienza al Kamza, in Albania, nel 2018.

Candidato sindaco a Como

«Sento di poter dare una mano. So che è un impegno importante, ma voglio provare a fare ciò che posso». Con queste parole Vierchowod annuncia la sua candidatura alle comunali a Como, nel 2012. Raccoglie poco più del 2 per cento di preferenze.

Cosa fa oggi

E oggi, cosa fa lo Zar? Vive a Como con la moglie Carmen. Ogni tanto commenta ancora il pallone, il suo mondo, tra Sampdoria, Juventus, difensori e attaccanti. Poi lavora per i campi estivi del Milan.

Dagospia il 23 novembre 2022. COMUNICATO STAMPA

L’ultima puntata di Belve è con Massimo Ferrero che concede la sua prima intervista dopo l’uscita dal carcere. Viperetta con la sua solita verve dice subito: “Il mio piu’ grande errore? Venire a Belve.” Poi quando la Fagnani gli chiede se si sente una macchietta, risponde: “Le macchiette le porto in tintoria.” 

La Fagnani chiede a Ferrero perché  i tifosi della Sampdoria non lo amano. Lui dice non sono stato capito e scatenato contro i tifosi dice: “Al Marassi mi insultano, perché ho detto che il loro inno non era bello, era bello invece quello della Roma e i tifosi hanno cominciato a insultarmi e io non ho detto scusate tanto.” Fagnani allora chiede: “Le è dispiaciuto?” Ferrero con determinazione: “Non me ne è fregato un cavolo, perché i tifosi si sentono padroni delle società, venissero a lavorare!”

Torna poi a scontrarsi con la Fagnani quando si parla di politica. Ferrero dice: “Sono sessantottino e andavo a fare le guerre a Battipaglia quando lei non era ancora nata”. La Fagnani gli ricorda tutte le volte che ha cambiato idea: “Ha detto ci vorrebbe uno come Salvini, poi ha sostenuto la Raggi, Berlusconi”. Ferrero risponde piccato: “Lei sta dicendo un po’ di cazzate, non so se gliel’ha dette qualcuno.” La Fagnani ribatte: “L’ha detto lei!” Ferrero spiega: “Non ho mai cambiato idea, poi dopo il muro di Berlino è finita quell’idea che c’avevo io: quindi ora sono meloncino, stimo Meloni perché per è un talento naturale.”

Un’intervista accesa e divertente, tutta da gustare, dove Massimo Ferrero tra gaffe e polemiche racconta di sé, delle donne, del carcere.

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 25 novembre 2022.

Massì, ammettiamolo: l'intervista che Francesca Fagnani ha fatto a Massimo Ferrero è stata la più interessante della serie «Belve», stagione 2022 (Rai2 e RaiPlay). La conferma è venuta da «Belve cult», il filmato che raccoglieva il meglio delle tre edizioni del programma, una sorta di grande riassunto. 

Di solito, si dice che un'intervista è riuscita quando l'interlocutore (maschile sovraesteso) «si racconta a cuore aperto» o «svela lati inediti di sé», tipo Eva Robin's.

Le interviste sono tutte recite, specie se montate: nessuna inquadratura è innocente, cioè «a cuore aperto». Fagnani ha un modo d'intervistare che non sembra concedere scampo alla vittima sacrificale, dietro il sorriso accattivante c'è sempre lo stiletto. È molto brava nel modulare il suo modo di porgersi.

Ferrero voleva ancora recitare la parte per cui è diventato famoso, la «Viperetta»: l'uomo del popolo, povero in canna, che è riuscito a entrare nel dorato mondo del cinema e del calcio credendo di essere più furbo degli altri. Per queste sue irruenze fuori dai canoni lo abbiamo irriso in tanti e, alla fine, l'ex presidente della Sampdoria è stato la prima vittima di sé stesso.

Ma l'altra sera Fagnani aveva di fronte uno sconfitto e ha fatto bene a non infierire, ad accettare le sue intemperanze («Lei sta dicendo un po' di caz...te, non so se gliel'ha dette qualcuno»), a lasciarlo sfogare: «Non ho mai cambiato idea, poi dopo il muro di Berlino è finita quell'idea che c'avevo io: quindi ora sono meloncino, stimo Meloni perché per me è un talento naturale». Dai, uno che dice che da produttore è andato in rovina perché ha fatto «film autorali» (non si sa bene quali) merita tutta la nostra comprensione. Sua nonna era una soubrette dell'Ambra Jovinelli e lui è ancora convinto dell'applauso del pubblico: «A me il popolo me ama». Clap, clap

Fabio Amendolara per “La Verità” il 4 aprile 2022.

Mentre le sue società andavano a gambe all'aria Massimo Ferrero, l'ex patron della Sampdoria noto come il Viperetta, non aveva perso la sua passione per il lusso. E, così, avrebbe fatto pesare sui bilanci già critici un contratto per una Ferrari Spider da 200.000 euro e un pesantissimo leasing da 600.000 per i primi due anni e da 900.000 per gli ulteriori otto per l'acquisto di uno yacht Azimut da vero vip, portando le aziende alla bancarotta.

Ma questa è solo una delle accuse che gli contesta la Procura della Repubblica di Paola (Cosenza), che ieri, a meno di quattro mesi dagli arresti, ha fatto notificare al Viperetta, che è ai domiciliari a Roma dal Natale del 2021 dopo aver passato qualche giorno a San Vittore, e agli altri otto indagati, la figlia Vanessa, il nipote Giorgio e l'ex moglie Laura Sini, il consulente Aiello Del Gatto, Roberto Coppolone, Cesare Fazioli, Paolo Carini e Giovanni Fanelli, un avviso di chiusura delle indagini preliminari (prodromico di solito a una richiesta di rinvio a giudizio). 

Il documento giudiziario ricostruisce il crac di quattro società che operavano nel settore alberghiero, turistico e cinematografico. Una di queste si sarebbe accollata un debito di oltre 1 milione di euro che altre aziende del gruppo Ferrero avevano nei confronti di Rai Cinema.

In un altro caso le passività avevano toccato quota -13 milioni di euro. Ma quello che veniva sottolineato nell'ordinanza che ha privato il Viperetta della libertà è che gli indagati avrebbero provveduto a distruggere o a sottrarre libri e scritture contabili danneggiando i creditori, ma anche rendendo difficile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari, con tanto di passaggi sospetti direttamente sui conti personali del commercialista Del Gatto, originario di Torre Annunziata (Napoli) ma il cui studio era ad Acquappesa, in provincia di Cosenza. E il gip aveva evidenziato «un concreto e gravissimo pericolo di commissione di delitti analoghi». 

Viene denunciato, per esempio, il falso furto di un'Audi, all'interno della quale era custodita una borsa in pelle che conteneva tutta la documentazione contabile di una delle società finite in bancarotta.

Ferrero è considerato dalla Procura il «deus ex machina» dei reati di bancarotta che gli vengono contestati, perché, svolgendo l'attività dell'amministratore di fatto, avrebbe gestito illecitamente il patrimonio e le questioni societarie di tutte le aziende a lui riconducibili, mirando allo «svuotamento degli asset con successivo fallimento delle società». 

Ormai il Viperetta, che aveva affidato le sorti di alcune delle sue aziende allo studio di consulenza cosentino (motivo che ha radicato a Paola la competenza a indagare), veniva descritto come uno sconsiderato perfino dalla figlia Vanessa, che parlando di lui in una intercettazione si è fatta scappare: «Non ci sta con la testa, sta fuori». «Spregiudicato, pervicace e scaltro», invece, l'hanno etichettato i magistrati calabresi.

La Procura ha ricostruito che le società non avrebbero versato imposte e contributi previdenziali per quasi 6 milioni di euro. Ma sarebbero state riportate nei bilanci anche «riserve patrimoniali fittizie» per 1.890.000 euro. Ora gli indagati hanno 20 giorni per decidere se farsi interrogare dal magistrato, depositare documenti difensivi o aspettare la richiesta di rinvio a giudizio. Il difensore dell'ex presidente della Sampdoria, l'avvocato Luca Ponti, ha subito rimarcato «che nell'avviso di chiusura indagini non ci sono nuove contestazioni» rispetto all'ordinanza di custodia cautelare.

Da corriere.it il 9 marzo 2022.

«Una semplice domanda» è il docu-show (6 puntate dal 18 marzo, su Netflix) in cui Alessandro Cattelan discute di vita e ricerca della felicità con, tra l’altro, registi (Paolo Sorrentino), conduttrici (Geppi Cucciari), ex calciatori come Baggio e Vialli. 

Dell’intervista a quest’ultimo, il settimanale «Oggi», in edicola giovedì 10 marzo, anticipa alcuni estratti. «Io ho paura di morire, eh. Non so quando si spegnerà la luce che cosa ci sarà dall’altra parte. Ma in un certo senso sono anche eccitato dal poterlo scoprire», confida Gianluca Vialli che da anni combatte contro il cancro. «Però mi rendo anche conto che il concetto della morte serve per capire e apprezzare la vita. L’ansia di non poter portare a termine tutte le cose che voglio fare, il fatto di essere super eccitato da tutti i progetti che ho, è una cosa per cui mi sento molto fortunato».

E ancora: «La malattia non è esclusivamente sofferenza: ci sono momenti bellissimi. La vita — e non l’ho detto io ma lo condivido in pieno — è fatta per il 20 per cento da quello che ti succede ma per l’80 per cento dal modo in cui tu reagisci a quello che accade. E la malattia ti può insegnare molto di come sei fatto, essere anche un’opportunità. Non dico al punto di essere grato nei confronti del cancro, eh...».

Francesco Flachi. Flachi, la cocaina e i 12 anni di stop: «Ho pagato i miei sbagli, ora torno a giocare». Marco Gasperetti su Il Corriere della Sera il 26 Gennaio 2022.

Francesco Flachi, ex bomber di Fiorentina, Sampdoria Bari e Empoli, torna in campo dopo 12 anni di squalifica per droga nel torneo Eccellenza: «Così sono rinato». 

Sudato fradicio ma ancora pimpante dopo un allenamento vecchio stile con partitella, di quelli senza un attimo di respiro e con la voglia di mangiare l’avversario, Francesco annuncia la sua rinascita. «Sono tornato un bimbo, debutto il 13 febbraio se il mister me lo concederà», dice con un sorriso per poi tracannare l’ultimo sorso di acqua da una borraccia. Che non è stata riempita alla fonte della giovinezza, ma a vederlo così entusiasta Francesco Flachi, 47 anni, ex bomber di Sampdoria, Fiorentina, Bari, Empoli con una convocazione nella nazionale di Lippi nel 2004, sembra davvero un ragazzino. «I dodici anni di squalifica mi hanno fatto bene al corpo e allo spirito», scherza, ma non più di tanto, il calciatore fiorentino di nascita e dal cuore diviso tra viola e blucerchiati. Già, perché dopo qualche peccato e conseguenti provvedimenti disciplinari per il calcioscommesse e per un paio di positività all’anti doping, Flachi è stato trovato positivo alla cocaina e squalificato, per recidiva, sino al 2022. «Pena che ho appena scontata per intero, senza drammi e vittimismi — conferma Francesco —. Tutta colpa mia, mi sono complicato la vita, ho buttato alle ortiche una bella carriera ma non ho mai smesso di combattere. Troppi 12 anni di squalifica? Chi sbaglia deve pagare. E adesso torno in campo con una voglia immensa di sfondare la rete».

Nuova vita

Il debutto della nuova vita calcistica è previsto per domenica 13 febbraio alla ripresa del campionato di Eccellenza. La squadra è il Signa che affronterà il Prato 2000. A vederlo, salvo impegni calcistici, ci sarà anche il figlio Tommaso, 15 anni, promessa della Fiorentina. «Un bel match, se entro voglio fare gol – spiega Flachi -. Mi sento bene, corro e mi diverto. Non vedo l’ora di scendere in campo». Forse a vederlo ci sarà anche qualche tifoso di Fiorentina e Samp. Il passato è alle spalle? «Mai dimenticare – risponde -. Il dolore ti aiuta a cambiare, a crescere. I primi anni di squalifica sono stati tremendi. Ti mancano gli stadi, l’agonismo, i tifosi. Qualcuno mi trattava da drogato. Ho sbagliato un paio di volte ma non sono mai stato in tossicodipendente. Non gli ho dato ascolto, avevo ancora le spalle larghe anche se non è facile perdersi quando hai assaporato il sapore del successo e poi ti ritrovi a terra. Però, grazie anche agli amici, sono stato bravo. Mi sono ricostruito, ho scritto un nuovo capitolo della mia vita».

Le paninoteche

Raccontiamolo il Flachi 2, professione imprenditore che apre due paninoteche a Firenze ma il calcio non lo dimentica mai. «Uno dei locali era aperto di giorno, l’altro di sera – ricorda il giocatore – e c’era da faticare. Nella mia vita non avrei mai pensato di fare il paninaro e invece mi sono anche divertito. Poi arrivavano i tifosi, mi sostenevano, mi davano forza il coraggio. Ma il calcio ce l’avevo ancora in testa. Facevo l’opinionista in una radio locale e continuavo ad allenarmi per prepararmi al nuovo debutto. Ho superato momenti bui. Quegli anni m’hanno insegnato a non buttarmi via a risorgere. Grazie anche ai miei figli Tommaso e Benedetta che oggi ha 20 anni». E il futuro? «A giugno inizierò il corso per diventare allenatore – risponde Francesco – ma mi sento ancora un calciatore e dunque mi metto sul mercato. Ho tanta voglia, fiato e un bel piede da poter sfondare le reti».

LA FIORENTINA.

Socrates a Firenze, un dottore senza ricetta. Una parentesi imbevuta di politica, birra, sigarette e qualche guizzo: il brasiliano non si adattò mai al calcio italiano. Paolo Lazzari il 15 Ottobre 2022 su Il Giornale. 

Quando disfa il borsone estrae tutto in ordine cronologico. Prima lima la cartina intingendola nella saliva, quindi inizia a lavorarsi il tabacco. Poi è il turno del libro: accavalla quelle gambe da fenicottero sulla panca di legno consunto e si mette a sfogliarlo. È infilato dentro allo spogliatoio delle giovanili del Botafogo, da solo. Non perché sia in anticipo, come si potrebbe pensare di un professionista esemplare. No: lui ha elevato il ritardo e la lentezza dei gesti a mantra scrupoloso. Gli scarpini vengono rinvenuti solo da ultimo, frugando sul fondo. Serve una sequela di grida che fende la sua quiete per trascinarlo via: “Socrates! Socrates! Sono già tutti in campo”.

Quell’indolenza è un lusso accessibile: il talento che arma il suo piede destro è un flusso che scorre divampante da un encefalo intricato. Perché giocare bene a calcio significa anzitutto pensare bene. Lui ha tutti i collegamenti giusti tatuati internamente. Deve soltanto applicarli. Vede le cose con un paio d’istanti d’anticipo sugli altri. Ma non solo nel calcio. Lì ce l’ha trascinato suo padre: un tizio con la seconda elementare che ha maturato una singolare parafilia per i classici greci. I suoi fratelli, per dire, si chiamano Sostenes e Sofocles. Ribeirão Preto è il posto dove Raimundo Brasileiro Sampaio, impiegato pubblico, ha strappato una dignitosa scrivania. Questa attitudine allo studio, mista a certe stille congenite di curiosità, abita la casa in cui vivono trasmettendosi per osmosi.

Socrates si iscrive alla facoltà di medicina e inizia ad interessarsi di politica. La convivenza con il calcio diventa presto un incastro di difficile gestione. La sua non è insolenza: semplicemente gli manca il tempo per inseguire adeguatamente ogni suo flirt. Così un giorno piomba al campo d’allenamento ed emette la sua sentenza: “Ascoltate, da qui in avanti verrò soltanto alle partite”. Nasi che si arricciano. Mugugni in sottofondo. La materia non è tuttavia contendibile: nessuno può privarsi del suo ingegno calcistico.

È un fatto noto che il nostro si laurei in medicina, per poi conseguire pure la specializzazione in pediatria. Un dottore che addomestica le traiettorie più recalcitranti, distribuendo metaforiche compresse al cianuro ai suoi avversari. Sovrastante fisicamente, chirurgico nei passaggi, letale sotto porta. La sua dominanza pallonara è un booster che lo imprime nella costellazione dei più forti e si esprime, probabilmente, nel gesto tecnico per eccellenza: il colpo di tacco. Giunto al Corinthians, altra notizia acquisita, instaura una conduzione "democratica" nello spogliatoio che assurge a manifesto politico, in aperta collisione con la classe che ha paludato il Brasile. Da mezz’ala scintillante gioca i mondiali del 1982 e ci segna anche contro, in quell’epico 3-2.

Il flirt che non sbocciò

Quel che resta merlettato di mistero, invece, è il motivo sostanziale sul quale poggia il suo fallimento fiorentino. Tito Corsi tesse una trama acuta, sottotraccia: lo porta in riva all’Arno che è la stagione 84/85. La stampa è stizzita perché lo scopre d’un tratto. La tifoseria gigliata invece gongola e si sfrega i polpastrelli. La viola culla sogni europei. Non sanno, gli appassionati, che quella rimarrà una suggestione destinata a svanire dopo i primi tocchi.

Appena giunto in ritiro, sulle Dolomiti, rimpiange il tepore brasiliano. Dopo la prima sessione d’allenamento arranca penosamente, sconfitto da ritmi non contemplabili dalle sue parti. Nel frattempo però vive la città, dice di essere arrivato per leggere Gramsci e si perde tra i dedali dei sollazzi. In campo segnerebbe anche, ma l'approccio è caracollante. Il movimento lento. Le geometrie compassate. Alla prima apparizione si fa borseggiare un pallone sanguinoso e spedisce in porta gli avversari. “Sarà un caso”, fanno gli scongiuri dalla Fiesole. “Diamogli tempo per adattarsi”, ciarlano altri dalla Maratona. Nulla di tutto questo.

Infilzato dai suoi molteplici interessi, Socrates non riesce a correre dietro ad ogni impegno. E nella sua vita si aprono fenditure. Va in cerca di mistadelli per sottrarsi all’inverno italiano: sono il più delle volte locali in cui si beve bene, si fuma molto e si balla tanto. I ritmi della serie A, per quanto al rallenty rispetto ad oggi, sono impostati su una marcia superiore a quella che conosce. Viene da San Paolo, dove i suoi vizi sono rarefatti dentro ad una masnada di milioni di persone, mentre Firenze non offre vetri appannati. Un mix di sintomi che sfociano in malessere acuto. Bisognerebbe essere cerusici dei sentimenti per contrastarli.

A fine stagione, medico sfornito della ricetta giusta, torna mestamente in patria. Certo, ha distribuito qualche guizzo da fuoriclasse, ma non è bastato.

Viola di rabbia: quando la Fiorentina retrocesse. Paolo Lazzari il 2 Luglio 2022 su Il Giornale.

Nel 1992/93 si consumò un'impresa alla rovescia: dalla vetta alla serie B nel giro di di cinque mesi.

Piazzare i gomiti in vetta al campionato a dicembre e retrocedere a fine stagione. Parrebbe una missione impossibile, anche a volersi impegnare. Specie se, in squadra, possiedi pezzi d’argenteria scintillanti. Eppure quello che è successo alla Fiorentina nella stagione 92/93 è tutto vero. E dovrebbe essere categoricamente ascritto all’impudente categoria – peraltro non scarsamente abitata – dei miracoli contromano. Roba che fa trasalire e sgrana gli occhi al contempo.

La storia di uno dei più eccentrici auto – sabotaggi calcistici di sempre si nutre davvero di pasture inverosimili. Come ha fatto una squadra che premeva in rosa gente del calibro di Gabriel Omar Batistuta, Ciccio Baiano (arrivato dal Foggia di Zeman), Stefan Effenberg e Brian Laudrup – solo per soppesare i nomi più squillanti – ad avvitarsi in quel modo? Come fai ad essere seconda a dicembre, al pari di Inter e Torino, per poi inabissarti?

Spesso la risposta risiede nella testa. A volte è sufficiente spostare un singolo tassello per incrinare equilibri che si reggono su corridoi di cristallo. Il rumore del vetro che si infrange lo senti quando è troppo tardi. Il punto di rottura si consuma il 3 di gennaio. La viola di Gigi Radice ospita l’Atalanta di Marcello Lippi, altra rivelazione del campionato. L’impatto non sarebbe nemmeno dei peggiori, ma gli attacchi svaporano. Batigol e compagni costruiscono almeno cinque occasioni nitide, senza sfruttarle. Alla fine la Dea espugna il Franchi 0-1. Un passaggio a vuoto ci sta, verrebbe da pensare. Vittorio Cecchi Gori però la prende per il verso sbagliato.

Subito dopo il match inizia un delirante alterco sulla difesa a zona, con il patron e il mister che se le danno, verbalmente, di santa ragione. Anche davanti ai microfoni Rai i nervi sono tirati allo spasmo. Le dichiarazioni seccate. L’atmosfera surreale. Cecchi Gori schiuma una rabbia incontenibile. Due ore più tardi Radice, fino a quel punto quasi al comando della classifica, viene silurato.

Qui inizia il racconto alla rovescia. La proprietà chiama Aldo Agroppi, fermo da due anni e mezzo, un passato burrascoso a Firenze. Lo spogliatoio si crepa subito. Il passaggio di consegne è un trauma che smantella convinzioni faticosamente acquisite. La prima a Udine è una Waterloo: 4-0. Seguiranno due mesi e mezzo senza successi, ammantati da un’atmosfera tetra e ineffabile. Alla fine saranno appena tre le gare vinte sotto la gestione Agroppi. L’ultima, un ruggente 6-2 al Foggia, non servirà a niente.

Viola di rabbia, la squadra sprofonda in B nell’incredulità collettiva. Il cambio in corsa più improvvido di sempre. Come ribaltare un destino radioso per infilarsi in un vicolo fetido.

Alberto Gilardino che fine ha fatto: i capelli, il violino, la moglie, la carriera da allenatore. Salvatore Riggio su Il Corriere della Sera il 25 Maggio 2022.

Da poco lo si è rivisto in campo, a San Siro. Ha giocato nell’evento Integration Heroes Match, partita amichevole di beneficenza organizzata dall’ex stella nerazzurra Samuel Eto’o.

È riapparso il «Gila»

Si è rivisto Alberto Gilardino in campo, proprio a San Siro, in quello che è stato il suo stadio ai tempi del Milan. Ha giocato nell’evento Integration Heroes Match, partita amichevole di beneficenza organizzata dall’ex stella nerazzurra Samuel Eto’o. Tra gli ospiti, oltre ad Alberto Gilardino, Totti, Zanetti, Pirlo, Dybala, Maicon, Julio Cesar, Seedorf, Shevchenko e Filippo Inzaghi. Sui social in tanti hanno ironizzato sulla capigliatura dell’ex attaccante della Nazionale, campione del Mondo nel 2006 con Marcello Lippi, con tanto di gol nella seconda gara del girone agli Stati Uniti. C’è chi sostiene sia una via di mezzo tra l’attore Nicolas Vaporidis e l’ex wrestler Hulk Hogan.

Tornare ad allenare

«Voglio tornare presto ad allenare», le parole a San Siro di Gilardino in occasione dell’amichevole benefica. L’ex attaccante ha intrapreso la carriera da allenatore nel 2018, quando ha vestito i panni di vice allenatore di Luca Prina sulla panchina del Rezzato in serie D, diventando poi il tecnico della formazione bresciana l’anno successivo, nel periodo da febbraio a fine campionato. Una parentesi in cui Gila si è messo in mostra nei panni di allenatore, guadagnando la fiducia della Pro Vercelli in serie C e del Siena, sempre in C tra il 2020 e il 2021. Adesso è fermo da ottobre 2021 ed è in cerca di una nuova panchina.

Come giocava

Gilardino era un attaccante che prediligeva farsi servire in area di rigore, dove poteva sfruttare le sue doti di tempismo e opportunismo e le sue capacità di proteggere la palla, facendosi trovare in posizione sui cross dei compagni. Era anche capace di dare profondità alla squadra e di tirare di prima intenzione, così come di difendersi spalle alla porta e concludere a rete. Infine, era bravo nei colpi di testa.

La carriera

Nato a Biella il 5 luglio 1982, Gilardino è cresciuto nel vivaio della Biellese e del Piacenza debuttando in A nel 1999 e passando al Verona nel 2000 e nel 2002 a Parma. In Emilia ha segnato 50 gol in tre anni e ha conquistato il Milan nel 2005. In rossonero ha firmato 44 reti in 132 gare, vincendo la Champions nel 2007. Un’avventura altalenante. Poi ha vestito anche le maglie di Fiorentina, Genoa, Bologna, Guangzhou, Palermo, Empoli, Pescara e ha chiuso la carriera in B nel 2018 con lo Spezia. In Nazionale ha totalizzato 57 presenze e 19 sigilli.

La famiglia

Alberto Gilardino è sposato dal 2009 con Alice Bregoli, una ragazza di Cremona. I due hanno tre figlie: Ginevra, Gemma e Giulia. Sul proprio profilo Instagram ha 44,8mila followers e diverse sono le foto che lo ritraggono con la maglia azzurra della Nazionale.

L’esultanza

Alberto Gilardino è famoso per l’esultanza del violino. A Parma impazzivano dopo ogni gol. Così come in Nazionale, nelle grandi occasioni, come nel Mondiale 2006, dopo il gol agli Stati Uniti. «La mia esultanza è nata a Parma con Marchionni. Eravamo a cena, io suonavo il violino e lui si inchinava davanti a me. La partita dopo segnai e ripetemmo quella scena», ha raccontato in passato.

Amore per Firenze

Arrivato a Firenze nell’estate del 2008, Gilardino si presentava come un calciatore in cerca di riscatto dopo essere stato scaricato dal Milan. L’ambientamento in città fu perfetto: l’attaccante venne conquistato da Firenze che ritiene uno dei posti più belli del mondo. Le colline che fanno da corona alla città, e in soli dieci minuti di auto permettono di ritrovarsi circondati dalla natura e dal silenzio assoluto.

La sua terra

Biella, Cossato. Terra della lana e del riso. Qui è nato e cresciuto Gilardino. «Era sensibile alla lode e al richiamo. Affettuoso, ti faceva capire che ti voleva bene», ha raccontato diversi anni fa la sua maestra, Maria Ferrarotti. Durante le partite con gli amici, era troppo forte. Tanto che il maestro di educazione fisica (e scienze e matematica), Gabriele Cavagna, metteva quattro o cinque giocatori in più nell’altra squadra per mantenere l’equilibrio.

Il parroco

Don Fulvio, parroco di Cossato, sulla sua scrivania aveva una foto autografata da Gilardino: «Alberto è un ragazzo d’oro, sempre disponibile per l’oratorio in cui ha iniziato a calciare. Ci ha dato una maglia da mettere all’asta», disse.

Quel gol ad Anfield

9 dicembre 2009, ad Anfield Road contro il Liverpool vince la Fiorentina 2-1 nei gironi di Champions. Le reti viola sono di Jorgensen e di Gilardino, che firma uno dei tanti gol importanti in carriera.

Da labaroviola.com l'11 aprile 2022.

L’ex portiere della Fiorentina Sebastien Frey è stato ospite di Dazn, queste le sue parole e i suoi racconti sul periodo a Firenze: 

Per fortuna ai nostri tempi non c’erano i social, alcuni momenti vissuti negli spogliatoi, sono nati nello spogliatoio e rimangono nello spogliatoio, certe cose è bene sia cosi, adesso non sarebbe possibile. 

Nel 2008 Papa Waigo venne al campo vestito tutto di bianco, dalle scarpe alla camicia, tutto solo di bianco, entrò nello spogliatoio prima di Adrian Mutu, appena entrò Mutu lo vide, gli diede le chiavi della macchina e gli disse “Ok parcheggiatore vammi a parcheggiare la macchina” tra le risate generali.

Con Toni avevamo un bellissimo rapporto e ci prendevamo in giro su tutto, dalle macchina agli orologi. Fino al 2006 ero io la prima donna perchè avevo fatto più di lui, fino al mondiale, dove al rientro lui mi prese in giro in continuazione, ho rosicato di brutto. 

Il momento più bello alla Fiorentina è stato nell’estate di Calciopoli, una sera abbiamo aspettato tutti la sentenza, è stato un momento drammatico nel ritiro di San Piero, potevamo essere mandati anche in serie B, ci diedero 19 punti di penalizzazione e nello spogliatoio nessuno si tirò indietro, in quel momento abbiamo capito la forza di quel gruppo che ci portò a fare delle annate straordinarie

Il momento più brutto è stato il furto contro il Bayern Monaco, meritavamo di passare e poi la semifinale persa ai rigori contro il Rangers, volevamo e potevamo vincere un trofeo 

La parata più bella? Quelle più belle sono quelle decisive che ti portano dei punti, contro la Lazio le mie parate hanno portato alla vittoria, le parate quando vinci 4-0 o perdi 3-0 hanno un valore diverso da quelle che poi sono davvero decisive per il risultato, poi è anche vero che in quelle stagioni avevamo delle difese molto forti”

Adrian Mutu. Mutu, cosa fa oggi: «medico» per un ospedale dopo la gloria, le cadute, la cocaina, i guai con le donne, la laurea, i flop in panchina. Lorenzo Nicolao su Il Corriere della Sera il 21 Febbraio 2022.  

Il 43enne ex calciatore romeno, passato anche per Inter, Parma, Juve e Fiorentina, sponsorizza e sostiene un ospedale di Bucarest: è l’ennesima iniziativa solidale di uno dei più grandi talenti (sprecati) della storia del calcio fra grandi giocate in campo e una vita fuori sempre al limite. E pure oltre

Genio e sregolatezza

Nei primi anni Duemila Adrian Mutu è stato uno dei talenti più promettenti del calcio romeno, ricoprendo un ruolo di primo piano anche in serie A, come attaccante di Parma, Juventus, Fiorentina e, prima fra tutte, l’Inter, che lo portò in Italia dalla Dinamo Bucarest. Come per tanti altri talenti dello sport però, anche Adrian Mutu si è lasciato condizionare dalla sua vita fuori dal campo, con scelte che ne hanno condizionato rendimento e carriera in generale. Oggi, a 43 anni, rimane una delle figure più controversi del calcio europeo, amatissimo in patria ma sempre in bilico fra gloria e abisso.

Testimonial di un ospedale

In questi giorni Mutu è presente sui manifesti lungo le strade di Bucarest vestito da dottore: un modo per dare sostegno al terzo settore attraverso una pubblicità solidale, un progetto per salvare vite e sostenere la sanità nel suo Paese. È, più precisamente, l’esito di un contratto da testimonial stipulato con l’M Hospital, uno delle strutture mediche più all’avanguardia in Romania. Non è la prima volta, del resto, che l’ex campione, capocannoniere assoluto della nazionale rumena con 35 gol in 77 presenze, viene coinvolto in iniziative del genere: in passato sono state campagne di donazione di farmaci o di mascherine per il Covid, o anche ingenti somme di denaro. «Se fosse stato un medico attivo, Mutu avrebbe sicuramente indossato il camice dell’M Hospital», è lo slogan scelto dall’ospedale che ha sede a Bucarest. Non sono mancati però commenti ironici, in patria e in Italia, dettati dal suo passato burrascoso. Molti infatti lo ricordano, più che come un grande attaccante in campo, come ragazzo indisciplinato e inaffidabile fuori, un «bad boy» dal comportamento rivedibile che gli costò anche squalifiche, processi e pesanti multe.

Ascesa e declino da calciatore

Adrian Mutu appartiene infatti al club di tutti quei talenti che non sono mai riusciti a esprimere completamente il loro potenziale, non tanto per le opportunità avute, quanto per l’incostanza e il comportamento fuori dal campo. Arrivò in Italia a 20 anni, acquistato dall’Inter nel 2000, riuscendo poi a dare il proprio meglio con le maglie di Parma (31 presenze e 18 reti) e Fiorentina (112 presenze e 54 reti), ma nel pieno della sua carriera agonistica non sarà capace di fare il grande salto con il Chelsea in Premier League o con la Juventus in Serie A. Concluse la carriera da calciatore giocando per diverse squadre in patria, dopo aver militato al Cesena e all’Ajaccio per qualche anno. Il suo ritiro dal calcio giocato nel 2016.

Cocaina e doping

Tra eccessi, alcool, un flirt con una pornostar e notti brave di colui che era stato soprannominato «Briliantul», diamante in rumeno, la pagina più nera fu però quella vissuta ai tempi del Chelsea del presidente russo Roman Abramovich, appena arrivato alla guida di Blues. Nel settembre 2004 Mutu venne infatti trovato positivo alla cocaina, dopo appena un paio di presenze. Sospeso per sette mesi con quasi 24mila euro di multa da pagare, dopo che il club inglese aveva pagato il suo cartellino 17 milioni di euro. L’episodio diede vita anche a un lungo contenzioso, che si concluse solo nel 2018, con un lauto risarcimento a favore del Chelsea.

Il naso rotto al cameriere

Non rimase un episodio unico. Quando giocava con la Fiorentina fu fermato per colpa della sibutramina, un dimagrante-lassativo che rientrava comunque tra le sostanze proibite. La madre disse che lo usava lei e che il figlio lo aveva preso per sbaglio. Beccato più di una volta nel 2010, venne squalificato per altri nove mesi. Proprio in quel periodo venne accusato di aver rotto il naso al cameriere di una discoteca di Firenze, un gesto per il quale venne condannato nel 2015 al pagamento di un risarcimento di 14mila euro.

Le donne e le accuse di maltrattamenti

I suoi problemi non sono derivati solo dalle sostanze illegali. L’ex moglie Alexandra Dinu, dalla quale ha avuto un figlio, lo accusò di maltrattamenti, mentre per la seconda moglie Consuelo Matos Gómez, figlia dell’ambasciatore dominicano presso la Santa Sede, è rimasto coinvolto in una rissa, a causa di avances che le avevano rivolto (da lei ha poi avuto due figlie). Dopo il secondo divorzio, sposa nel 2017 l’ex miss Romania Sandra Bachici, dopo aver avuto da lei un altro figlio. Tra gli invitati a quelle nozze anche l’ex compagno di squadra Sebastian Frey.

I flop da allenatore

Con la volontà di riscattarsi, grazie anche le lauree in Giurisprudenza e in Scienze dello Sport all’Università di Bucarest, Mutu si è avventurato nella carriera d’allenatore, prima la Voluntari e la squadra araba dell’Al-Wahda, poi con la nazionale romena Under 21 e il Craiova, squadra della massima serie romena. Non molto fortunato in nessuno di questi casi, le esperienze in panchina si sono concluse dopo poco. Nonostante i magri risultati come allenatore, è stato sempre acclamato dai suoi tifosi, anche dagli spalti, con i fan che hanno preferito applaudirlo piuttosto che fischiarlo per i suoi trascorsi.

Il sogno Fiorentina

Adrian Mutu, nonostante le vicende avverse, anche da tecnico, non rinuncia però ai suoi sogni, e ha confessato più volte di voler un giorno diventare c.t. della nazionale maggiore rumena. Allo stesso tempo, ha raccontato che gli piacerebbe anche un ritorno in Italia, dove il più grande desiderio sarebbe quello di allenare la Fiorentina. «I più bei ricordi sono quelli con Cesare Prandelli, il tecnico che mi ha ispirato di più — aveva detto nel 2020 —. Farò esperienza in Romania, per poi provare a tornare in Italia e dare finalmente il massimo». I buoni propositi di un uomo forse diverso, che ha detto di aver imparato dai suoi errori. L’approccio migliore per rimettersi in corsa, anche dopo averne viste (e fatte) tante. 

Stefano Bettarini ha 50 anni: Simona Ventura, i tradimenti, le scommesse, “Ballando con le stelle”. Mezzo secolo sempre al massimo. Lorenzo Nicolao su Il Corriere della Sera il 4 febbraio 2022.

Prima calciatore, poi marito di Simona Ventura, personaggio televisivo e della cronaca giudiziaria, condannato per scommesse nel 2011. Tutte le storie di campo, ma soprattutto di vita, di uno dei calciatori da copertina degli ultimi 30 anni.

Mezzo secolo vissuto al massimo

Prima calciatore, poi personaggio televisivo, giocatore di padel, amante dei tatuaggi e marito di Simona Ventura per un decennio, durante il quale finirà spesso al centro delle cronache rosa. Per lui diverse partecipazioni ai reality in tv e un patteggiamento con la giustizia per il coinvolgimento nel calcioscommesse. L’ex difensore Stefano Bettarini compie 50 anni, mezzo secolo ricco di vicende di ogni tipo, dai fasti del campo a momenti più infelici, dopo i quali è riuscito comunque a ritagliarsi la sua vita pubblica e privata al di là dei gossip e di qualche disavventura legale. Nato a Forlì il 6 febbraio 1972, Bettarini trascorre l’infanzia tra Buonconvento e Siena, figlio di un noto dirigente di un’azienda di assicurazioni e allenatore di calcio. Fu proprio il padre a trasmettergli la passione per il pallone, un amore nato sin da quando giocava in piazza con i suoi amici di allora.

Dalla serie C alla Nazionale

Dallo Staggia Senese al settore giovanile dell’Inter, in breve tempo Bettarini esordisce in Serie C1, nella stagione 1991-92 giocando con il Baracca Lugo. Dopo le esperienze con Lucchese e Salernitana, nel 1997 approda in serie A con il Cagliari. Poi Fiorentina, Bologna e Venezia, fino alla piena maturità sportiva con la Sampdoria. Proprio in questo periodo, prima di chiudere la carriera a Parma, i rapporti con i blucerchiati vanno rapidamente deteriorandosi a causa del calcioscommesse, macchia indelebile della sua vita da professionista. Nel 2004 riesce comunque a esordire in Nazionale, sotto la guida del selezionatore e C.t. Giovanni Trapattoni.

Il calcioscommesse

Qualche assoluzione, ma anche un patteggiamento con la giustizia per un coinvolgimento in un caso di partita truccata. In origine venne messa sotto la lente di ingrandimento Modena-Sampdoria del 25 aprile 2004, che gli costò 5 mesi di squalifica, ma qualche anno dopo, nel 2011 e a carriera conclusa, viene indagato per una manipolazione di diversi risultati di serie A, serie B e Lega Pro, che vede tra gli altri coinvolti l’ex calciatore di Lazio e Nazionale Beppe Signori e il capitano dell’Atalanta Cristiano Doni. Nel luglio di quell’anno, deferito per violazione dei principi di lealtà sportiva, decide di patteggiare in primo grado una pena di 14 mesi di qualifica. Nel 2015 verrà accusato anche di associazione a delinquere, chiamato in causa anche da un pentito, ma quattro anni dopo, nel 2019, è il tribunale di Bologna a dichiarare estinta l’accusa.

Amore, liti (e tradimenti) con Simona Ventura

Anche chi non segue il calcio lo ricorda certamente per la lunga storia con la showgirl Simona Ventura, coronata con il matrimonio nel 1998, celebrato in diretta televisiva, e naufragata con il divorzio nel 2008, esattamente dieci anni dopo. Dalla loro unione sono nati i figli Niccolò e Giacomo, per quanto l’ex calciatore fosse stato presto accostato ad altre donne. Furono proprio i presunti tradimenti il motivo principale della rottura, anche se per il gossip tutte queste dinamiche devono ancora essere pienamente chiarite e le supposizioni continuano a far scrivere titoli sulle copertine patinate.

Il figlio aggredito

Il primo figlio di Bettarini, il 23enne Niccolò, è finito sulle pagine dei giornali nel luglio 2018 per essere stato vittima di un’aggressione fuori da un locale a Milano, durante la quale ha ricevuto diverse coltellate. Ricoverato all’Ospedale Niguarda, è stato poi dimesso senza complicanze e si è ripreso con una piena guarigione. La scorsa estate i suoi aggressori sono stati condannati in maniera definitiva. Otto anni di reclusione per Davide Caddeo e sei anni quattro mesi per Albano Jakej, dopo che la Cassazione aveva respinto il loro ricorso.

Tanti amori (veri e presunti)

Dopo il divorzio con Simona Ventura, Bettarini ha un flirt di un anno con la ballerina Samantha Togni, conosciuta durante la partecipazione al programma televisivo «Ballando con le stelle». Poi arriva la relazione con Ilenia Iacono, con la quale doveva sposarsi in America: le nozze invece saltano all’ultimo minuto per cause ancora non chiarite. Una breve relazione con Dayane Mello, prima di fidanzarsi con Nicoletta Larini, stilista classe 1994 di 22 anni più giovane: a detta di Bettarini, la donna della sua vita, quella con la quale spera ora di mettere al mondo un bambino. Altri flirt — non tutti confermati — gli sono stati attribuiti Barbara D’Urso, Marika Fruscio e Maria Rodriguez, in quest’ultimo caso durante il Grande Fratello Vip.

l Trust Project. Si tratta di un’iniziativa internazionale che coinvolge centinaia di testate in tutto il mondo e punta a chiarire da subito ai lettori la credibilità e l’autorevolezza di un contenuto giornalistico. Per farlo, assegna una etichetta riconoscibile sulla base di standard uniformi e condivisi.

La tv

Dopo aver lasciato il calcio, Bettarini diventa di fatto un personaggio televisivo conosciuto da tutti, estendendo la sua popolarità oltre il pubblico sportivo. Dai programmi di settore come «Mai dire gol» e «Quelli che il Calcio», passa prima da «Ballando con le Stelle» per poi debuttare nel mondo dei reality: «Grande Fratello Vip», «Isola dei Famosi», «Temptation Island». Concorrente, inviato, opinionista, giurato di Miss Italia, nel piccolo schermo ha praticamente ricoperto qualsiasi ruolo. Perfino quello di co-conduttore per la trasmissione Buona Domenica.

Tatuaggi

Tra le sue passioni c’è quella per i tatuaggi, che ha sparsi per tutto il corpo: due tribali, uno alla caviglia, un altro all’inguine, altri sul busto, sul dorso. Tra i più curiosi, spiccano lettere gotiche S e B, semplicemente le sue iniziali, e uno corsivo che dice: “Gli spiriti liberi non sono fatti per essere domati, hanno bisogno di restare liberi finché non trovano qualcuno di altrettanto selvaggio con cui correre”. Una spiegazione del suo carattere o un’allusione alla relazione ideale? Di certo uno spirito irrequieto sempre in cerca del nuovo, proprio come le tante avventure, sportive, professionali e d’amore vissute nei suoi primi 50 anni.

Da ilnapolista.it il 19 aprile 2022.  

Bellissima intervista del Corriere Fiorentino (a firma Roberto De Ponti) all’ex presidente della Fiorentina (nonché produttore cinematografico) Vittorio Cecchi Gori. Che tra pochi giorni compirà 80 anni. 

«La vita mi ha dato, mi ha dato tanto. Certo, qualche amarezza c’è stata, però la vita mi ha dato tanto. E quando riesci a fare le cose che ti piacciono, e le fai così bene che tutti te lo riconoscono, allora pensi che qualcosa di buono hai lasciato». 

Parla del suo passato nel calcio, dello scudetto quasi vinto.

«Quel quasi mi dà fastidio tuttora. Come sempre succede nel campionato italiano, all’ultimo ci sono un po’ di influenze esterne che in qualche modo intaccano il risultato. Subimmo qualche torto, ci fu qualche speculazione sul fatto che Edmundo fosse tornato in Brasile per il carnevale. Non era vero, nel contratto era previsto che dovesse rientrare per presentarsi a un processo. Ci furono malumori. E Batistuta si fece male. E poi avevamo subito torti arbitrali anche in Europa, la squalifica del campo dopo il Barcellona, quell’assurdo petardo l’anno dopo a Salerno in campo neutro dopo aver vinto 2-0 all’andata». 

Lei è sempre stato un terzo incomodo…

«Dappertutto. Io mi basavo sui successi in prima linea e non sulle banche, sulle alleanze, così ero facilmente colpibile. Oggi come allora vincono i grossi gruppi, i fondi, stranieri e non più italiani. Il calcio si presta a questo, però perde quella matrice vera che lo tiene in vita, che è il tifo della proprietà». 

Parla del rapporto con suo padre Mario, che acquistò il club, che poi si trovò lui a dirigere.

«Io sono stato fortunato, perché fra me e mio padre c’erano vent’anni di differenza. Ero nato molto presto, diciamo così. E mi ha sempre portato con sé: a 12-13 anni io ero già un produttore in erba. Ed è stato così anche per il calcio. Così mi sono trovato preparato alla tenzone, e in più con la fiducia di mio padre». 

Racconta di quando decise di comprare Batistuta.

«Ero a Los Angeles, mentre lavoravo per il cinema lo vidi in tv alla Coppa Libertadores e pensai: questo è perfetto per il calcio europeo. Allora dissi al nostro intermediario: portami Batistuta o non farti più vedere da me». 

E Batistuta arrivò con Latorre e Mohamed.

«Fu un giro legato a Batistuta. Mi toccò prenderli. Ma giocavano come me...».

Il miglior giocatore acquistato, però, non fu Batistuta, dice, ma Rui Costa.

«Batistuta era un leone, un trascinatore. Rui Costa era talento purissimo». 

Dopo 9 anni di permanenza in viola, vendette Batistuta alla Roma. Gli chiedono se avrebbe venduto Vlahovic alla Juventus, al posto di Commisso.

«Sì. Vlahovic non è Batistuta. Batistuta era decisivo, Vlahovic ti fa vincere contro le squadre medie, con le grandi devo ancora vederlo».

Sul rapporto con le donne:

«Guardi, a proposito di difetti della mia vita, se non ci fosse stato il gossip ne avrei solo guadagnato perché facendo cose così in vista il gossip ha preso il sopravvento su tutto. Sembro un facilone, e non è così. Le donne mi sono sempre piaciute, ma in maniera giusta, a prescindere delle campagne che si fanno oggi. Amare una donna significa rispettarla. E io avevo sempre bisogno di avere vicino una compagna, più che fare il Casanova. E le posso assicurare che io il divano del produttore non ce l’ho mai avuto». 

Ha prodotto tanti film di successo. Gli chiedono cos’abbiano in comune il cinema e il calcio.

«Poco o nulla, a parte il materiale umano. E il regista, che nel calcio è l’allenatore». 

Aurelio De Laurentiis ha seguito il suo percorso: dal cinema è arrivato al calcio.

«Ad Aurelio piaceva fare quello che facevo io. Quando io presi la Fiorentina si incaponì di prendere una squadra di calcio. Purtroppo lui prese il Napoli quando io persi la Fiorentina, così non ci siamo mai incrociati. Ma devo dire la verità: Aurelio è più bravo come presidente che come produttore. È un ottimo organizzatore, ha la stoffa».

Ritiene che la Fiorentina gli sia stata strappata di mano. Dice che hanno pesato i diritti tv.

«Hanno pesato i diritti tv. Io avevo un’enorme casa cinematografica, che poteva condizionare l’esistenza di una televisione. E quando si parla di comunicazione allora si toccano i vertici dello Stato. E il calcio aveva il problema dei diritti tv, cosa non risolta perché ancora oggi accadono le stesse cose che accadevano 30 anni fa. Ed è grave, perché io ci ho rimesso le penne per questo. 

Mi misero contro la Rai, ma io non ce l’avevo con la Rai. Io ero un produttore di programmi, non un diffusore. La pay-tv era un concetto che mi piaceva, ma non decollava mai, tant’è vero che a un certo punto cullai l’idea di creare una piattaforma, europea ma con buoni rapporti con l’America. In realtà sulla carta era una partita vinta, però ho smosso troppi interessi».

Crollò tutto.

«Non lo so neanche che cosa è successo. Non era una questione di soldi, era una questione di potere. E chi non mi voleva bene mi ha massacrato. Se ci penso oggi, a distanza di tanti anni, penso: è vero, quando cadi nella polvere la riconoscenza scompare. Però è vero che con il tempo ho ritrovato persone che mi vogliono bene. In fondo nella mia vita ho fatto tante cose sbagliate ma anche qualcuna giusta».

Vittorio Cecchi Gori. "Ecco la verità sulla mia malattia". Roberta Damiata il 4 Febbraio 2022 su Il Giornale. 

Ora che Vittorio Cecchi Gori è uscito dall'ospedale, ci tiene a fare chiarezza sulle tante cose dette sul suo ricovero. "Niente Covid e nessuna polmonite", racconta in esclusiva a ilGiornale.it

Nessuno sapeva quando, ma Vittorio Cecchi Gori è tornato a casa. Lo ha fatto in silenzio, per evitare di alimentare le tante false notizie che sono uscite sul suo stato di salute. Ora sta bene ma ci tiene a fare chiarezza, e in esclusiva a ilGiornale.it, racconta la verità che smentisce i titoli allarmanti che lo davano ricoverato in fin di vita. Allo stesso modo il suo ricordo va alla scomparsa di Monica Vitti, di cui era molto amico, e con la quale aveva lavorato in tre film. Lo incontriamo nella sua casa romana.

Sig. Cecchi Gori, la prima cosa che mi viene da dirle è bentornato a casa. Come si sente?

"Bene. Per fortuna, e come può vedere, le cose che sono state dette sulla mia malattia sono false. Sono stato male solo un paio di settimane, di cui una soltanto passata in ospedale".

Parla del fatto che sarebbe stato ricoverato per polmonite come conseguenza del Covid?

"Esatto, il Covid e la polmonite non c'entrano. Sono stato ricoverato per problemi di respirazione, dovuti forse a qualche chilo di troppo che premeva sul torace. Soprattutto nel periodo di Natale non mi sono mosso molto. Quando ha visto che non respiravo bene, Rita (Rusic ndr) ha insistito molto affinchè mi ricoverassi. Così come il professor Francesco Landi che mi tiene in cura da tre anni".

Eppure si era parlato di lei in fin di vita, e di situazione grave...

"Le sembro uno che è stato in fin di vita? Questi problemi respiratori li avevo da un po' come dicevo, e in ospedale mi hanno aiutato a superarli, rimettendomi in sesto. È vero che mi hanno somministrato l'ossigeno, ma è l'unica cosa in comune con il virus".

Vedo che in casa c'è una bombola d'ossigeno, è sempre sotto controllo?

"Solo per sicurezza. In realtà mi sento bene, ma il professor Landi mi dice sempre che a 80 anni bisogna stare sotto controllo".

Quanti messaggi ha ricevuto in ospedale?

"Molti che mi hanno fatto tanto piacere. Invece sono stato male per la scomparsa di Monica Vitti, che conoscevo bene e con cui ho lavorato tanto".

Che ricordo ha di lei?

"Nella via esistono i fuoriclasse, e lei era una fuoriclasse. Grande attrice e grande donna di cinema e spettacolo. Brava in tutto. Anche quando non li dirigeva lei, i film erano della Vitti. Ho ricordi bellissimi. Con lei ho lavorato nell'"Anatra all'arancia" con Ugo Tognazzi e la regia di Luciano Salce. Andai a Londra a comprare i diritti per farne una commedia che uscisse in lingua inglese. Lei era fantastica in questo, mi seguiva, avevamo lo stesso modo di vedere le cose e ci comprendevamo al volo. Per varie ragioni il film non si fece poi in inglese, ma fu un successo strepitoso ovunque".

Non è l'unico film che ha prodotto con lei...

"No infatti. Anche "Ti ho sposato per allegria". In realtà quello fu più merito di mio padre che mio. Un film tratto dal lavoro di Natalia Ginzburg. Modernissimo e molto avanti per l'epoca. Un film precursore dei tempi. Lei era meravigliosa anche in questo. Prima gli attori che come la Vitti avevano lavorato in pellicole considerate impegnate, ad esempio quelle di Antonioni, difficilmente poi si dedicavano alla commedia. Ma lei no. Per questo era una grande donna di spettacolo. Con lei si passava dal cinema, al teatro, alla letteratura in maniera veloce. È riuscita a fare grandi cose. Con lei feci anche un terzo film: "Non ti conosco più amore" con Gigi Proietti e Johnny Dorelli".

Che donna era fuori dal set?

"Una bella persona. Aveva solo una cosa dove era fissata, le foto. Per il resto una donna con cui potevi parlare di tutto"

In che senso?

"Quando si trattava di scegliere le foto, lei doveva dare la sua approvazione. Le ritagliava tutte con le forbici e da 100 foto al massimo se ne tiravano fuori cinque. Ci ridevo tanto su questa cosa".

Che cosa le ha lasciato?

"Ho imparato tanto da lei, come donna e come professionista. L'unica cosa in questa enorme mancanza è che si è tornati a parlare di lei e del suo lavoro. Credo che tutti noi dovremmo prendere la strada da lei indicata, per il bene del futuro del cinema".

Recitava anche in inglese?

"Parlava bene l'inglese, anche se farlo per la commedia era complicato".

Un ricordo personale tra voi due?

"Proprio sul film "Ti ho sposato per allegria", dove recitava anche Maria Grazia Buccella che all'epoca era la mia fidanzata. Lei tifava molto per la nostra coppia. La Buccella vinse come attrice non protagonista un David di Donatello, e Monica non faceva altro che dirmi quanto fossi fortunato ad averla e che bel carattere che aveva. Questo perché a me piaceva anche un'altra ragazza, ed ero indeciso con chi stare, e lei mi dava i consigli. Era unica anche umanamente. Mi è capitato anche con altri attori di pensare che erano meravigliosi sia nella vita che nella professione, ma a livello di donne solo lei. Nonostante la sua umiltà, non aveva bisogno che nessuno gli insegnasse niente, sapeva tutto da sola".

Quanto era bella?

"Non è la definizione che preferisco di lei. Monica era intensa. Nel grande momento della Loren, lei ha rappresentato l'intensità del genere femminile. Oltra al fatto che sì, era bellissima".

Roberta Damiata. Sono nata a Palermo ma Roma mi ha adottato da piccola. Ho iniziato a scrivere mentre andavo ancora al liceo perché adoravo la British Invasion. Mi sono poi trasferita a Londra e da lì ho scritto di musica per vari anni. Sono tornata in Italia per dirigere un teen magazine e un paio di testate gossip. Amo la cronaca nera, il gossip, raccontare i personaggi e guardare sempre oltre la notizia. Il mio motto è "treat people with kindness", ma le mie grandi passioni sono i gatti e scrivere romanzi. 

Fiorentina: Rocco Commisso, Vlahovic e il calcio all’americana (senza debiti e conti in Delaware). Mario Gerevini su Il Corriere della Sera 26 gennaio 2022.

Quando, in una recente intervista, Rocco Benito Commisso afferma «Qui non c’è nessuno, nessuno come me» (forse dimenticandosi il domicilio legale e fiscale condiviso nel Delaware con Milan, Venezia e Roma) non esercita la modestia o la diplomazia ma fa, orgogliosamente, i conti. La Fiorentina non ha debiti finanziari con nessuno, può contare su un patrimonio netto di 153 milioni, su un azionista, cioè lui, che ha versato direttamente nelle casse 75 milioni (solo nell’ultimo esercizio) più altri 25 milioni con la sponsorizzazione della Mediacom Communications che è sempre sua. E adesso che Vlahovic lascia il Franchi della Fiorentina per l’Allianz della Juventus, entreranno meno palle in rete (forse) ma 75 milioni in cassa (di sicuro). Così come era successo con i 60 milioni per Federico Chiesa. 

L’«odiata» Juve

È sempre l’«odiata» Juventus degli Agnelli-Elkann la controparte nei migliori affari. Il calcio all’americana di Commisso sembra un mix di cuore e ragione, passione e programmazione. Incassa e risparmia. Ma per poi investire, non per tappare buchi. Perfino la ragione sociale del club è stata modificata il mese scorso, senza troppa pubblicità: l’Acf Fiorentina spa è diventata srl. Motivo? «Razionalizzare l’organizzazione societaria» è scritto nell’atto notarile di dicembre. La srl costa meno, è più duttile e flessibile, tradizionalmente più “padronale” ma meno adatta a partnership e per nulla alla quotazione in Borsa: in Serie A è la forma giuridica di Salernitana, Sassuolo, Spezia Venezia e, adesso, anche Fiorentina. 

Cassaforte e meno debiti

Sono due anni e mezzo che l’imprenditore, nato 71 anni fa in Calabria a Marina di Gioiosa Ionica, ha preso in mano la Fiorentina con la sua holding privata Jmcc Corporation del Delaware, spingendo subito sul progetto del nuovo stadio, tuonando contro la burocrazia, polemizzando con procuratori sportivi e con alcuni colleghi presidenti. Un arco di tempo nel quale, contemporaneamente, ha alleggerito sensibilmente il debito della Mediacom Communications, il quinto operatore Usa di tv via cavo con 2,1 miliardi di dollari di fatturato (2020) e 1,3 miliardi di indebitamento al 30 settembre 2021.

ll mistero dei 4 miliardi

E ha scalato le classifiche (più suggestive che scientifiche) dei Paperoni. Forbes con 8,4 miliardi di dollari di patrimonio stimato lo ha messo al numero 98 tra i 400 miliardari americani 2021, staccando di parecchio sia il patron del Milan, Paul Singer, che quello della Roma, Dan Friedkin accreditati di circa la metà. Inutile chiedersi da dove siano sbucati 4 miliardi in un anno visto che nel 2020 Commisso era a quota 4,5 miliardi: le classifiche dei ricconi vanno prese così, con un po’ di invidia e senza farsi troppe domande. In fin dei conti da 4 a 8 miliardi cambia poco, da 0 a 4 sarebbe un’altra storia. Comunque il presidente viola secondo il Bloomberg Billionaires Index è, sempre con 8,4 miliardi, al numero 291 con Silvio Berlusconi al 292.

Bilanci e brochure

Per capire, nel concreto, quanto è “forte” Commisso, bisogna guardare sempre nella Mediacom Communications Corporation. I conti del gruppo americano, che fornisce dati, video e servizi telefonici a 1,5 milioni di famiglie e aziende in 22 Stati, vengono pubblicati trimestralmente sul sito web. Ma sono più che altro comunicati stampa, brochure, nulla a che vedere con i bilanci veri e propri. Quelli, a quanto pare, non sono disponibili né reperibili. E la ragione potrebbe essere questa: tutte le società di Commisso hanno sede legale in Delaware (compresa Mediacom Communications Corporation che ha gli uffici a New York dove dichiara di avere «sede principale»). Ciò, oltre a garantire legittimi vantaggi fiscali, permette di mantenere una grande riservatezza. Mediacom non è quotata in Borsa, il Delaware ha una normativa tutt’altro che stringente in materia di trasparenza e dunque è tutto in regola. Lo fanno in tanti gruppi internazionali. Del resto Commisso ha un solo socio cui deve rispondere direttamente: se stesso.

Il bravo debitore e gli ignoti finanziatori

Poi, certo, ci sono i finanziatori di quell’1,2 miliardi di debito, presumibilmente banche e investitori istituzionali, ma non è noto chi siano. Comunque l’imprenditore italo-americano ha dichiarato di aver sempre rispettato le scadenze, mai bucato i covenant (i parametri finanziari da rispettare pena il rientro del prestito). Tant’è che l’agenzia di rating S&P l’ha recentemente premiato alzando il rating da BB+ a BBB. Che cosa significa? Che Mediacom è un investimento non speculativo e relativamente sicuro anche se lontano (otto gradini) dal massimo grado di solvibilità. In sostanza è come l’Italia e un po’ meno della Exor targata Agnelli-Elkann (BBB+).

Un solo telefono

Per l’investimento nella Fiorentina, però, Commisso ha attinto dalla sua finanziaria personale Jmcc Corporation anch’essa radicata in Delaware come la controllata Columbia Soccer Venture, azionista diretto del club. La Fiorentina insomma fa parte degli asset familiari. Da notare che le holding proprietarie di Roma, Milan, Venezia e Fiorentina hanno tutte sede in Delaware al medesimo indirizzo di Wilmington (1209 di Orange street) con identico numero di telefono. Il commercialista è lo stesso: The Corporation Trust Company.

IL CAGLIARI.

Estratto dell'articolo di Paolo Camedda per goal.com il 4 novembre 2022.

Cresciuto nel Peñarol, Darío Silva approda al Cagliari nel 1995 e diventa 'Sa Pibinca'. Amato dai tifosi, ha poi giocato in Spagna e in Inghilterra. 

 […] Il 23 settembre del 2006 la vita de 'Sa Pibinca' cambia per sempre. Di ritorno da una festa assieme a due amici, Darío Silva viaggia a gran velocità con il suo pick-up, perde il controllo e va a sbattere contro un palo della luce. Le condizioni sono subito gravi. L'attaccante riporta la frattura del cranio e la frattura scomposta della gamba destra, mentre i due amici che viaggiavano con lui, anche loro ex calciatori, Elbio Pappa e Dardo Pereira, restano illesi.

"Mentre la sua coscienza vagava lontano - scrive il giornalista Paolo Piras in 'Bravi & Camboni' - i medici gli rimisero insieme le ossa del cranio fratturato, ma non poterono fare lo stesso con la gamba. Gliela amputarono fino al ginocchio". Inizialmente, l'ex attaccante, non si rende conto che non ha più la sua gamba destra. 

"Al risveglio, solo, in un letto - racconta ancora Piras - pensò di essere a casa di uno degli amici che erano con lui, dopotutto erano diretti lì. Da quel momento in poi fu il cervello a doversi allentare, per lasciare passare piano l'enormità del dolore".

"Darío scese dal letto sulla gamba sinistra e si mise la ciabatta, poi fu come in un sogno, teneva l'altra scarpa in mano e non capiva perché il piede - che sentiva, lo sentiva - non ci andava dentro. Aveva solo una ciabatta in mano e lo sguardo fuori fuoco verso il pavimento, poi sentì una sirena, si girò e vide un'ambulanza passare accanto alla finestra. In quei secondi di nebbia, mentre lentamente la coscienza in affanno lo guidava alla realtà, Darío scoprì che tutta la garra che aveva speso in quegli anni di pallone non era niente rispetto a quella che, a partire da quel giorno, avrebbe dovuto tirar fuori dalla sua testa rattoppata".

Silva non è però uno che si autocommisera, e i medici se ne renderanno presto conto. 

"Per fortuna nell'incidente non ho ferito nessun altro e sono stato il solo a subirne le conseguenze - dirà l'ex attaccante -. Quando sono andato dall'ortopedico mi hanno fatto una protesi: me la sono messa e sono uscito. Il dottore mi ha detto che non aveva mai visto una cosa simile: non riusciva a spiegarsi come fosse possibile che riuscissi già a camminare. Secondo lui ripartire sarebbe stato difficile, ma io sono uscito perché volevo andarmene dall'ospedale. Quel giorno ho provato grande gioia: mi sembrava strano camminare di nuovo".

Nemmeno tre anni dopo, il 13 gennaio 2009, 'Sa Pibinca' è di nuovo in campo davanti ad un pallone: in un incontro di beneficenza fra vecchie glorie di Argentina e Uruguay, con incasso devoluto alla Fundación Niños con Alas ('Associazione bambini con le ali'), indossa nuovamente la maglia della Celeste e segna un rigore durante i 90 minuti e poi il penalty decisivo nella lotteria finale.

Perde gran parte dei risparmi della carriera calcistica, a suo dire truffato dai suoi procuratori, ma si rialza ancora. 

Fa l'agente di alcuni giovani giocatori, poi, tornato in Europa, si stabilisce a Málaga, dove dal 2019 lavora in un ristorante-pizzeria, la Frascati di Calle Rogelio Oliva, del suo amico italiano Antonello, ex massaggiatore di ciclismo.

"Sono azionista del locale e faccio parte del gruppo che lo gestisce - ha raccontato a 'Il Posticipo.it' -. Faccio un po' di tutto, lavoro anche in sala come cameriere a contatto coi clienti. La nuova vita mi piace: è diversa da quella che facevo prima, ma qui vengono sempre tanti giocatori e siamo vicini al mondo del calcio".

E il calcio di lui non si è mai dimenticato: dal 2020 l'uruguayano è uno scout del Cadice per l'Andalusia e il Sud America. In Sardegna è tornato in visita nel 2018, quasi vent'anni dopo aver lasciato Cagliari. Prima di andare all'allora Sardegna Arena, fa due passi nel nuovo lungomare Poetto, e vedendo una spiaggia molto più profonda di quella che conosceva lui, chiede a chi lo accompagna:

"Ma hanno spostato l'acqua?"

I suoi goal e i suoi errori clamorosi davanti al portiere resteranno sempre nella memoria dei tifosi rossoblù. Nel loro cuore 'Sa Pibinca' , avrà sempre un posto speciale. 

"I sardi per me sono come una famiglia: gente semplice e amabile - dirà l'ex attaccante -. Volevo fare come Gigi Riva: restare al Cagliari per tutta la mia vita e non lasciare mai la Sardegna. Ma le cose, purtroppo sono andate diversamente".

Gli eventi lo hanno costretto ad una nuova vita, ma lui ha saputo accettarla senza rimpianti.

Estratti del libro “Mi chiamavano Rombo di tuono”, scritto da Gigi Riva con Gigi Garanzini pubblicati da la Stampa il 20 ottobre 2022.

Gigi Garanzini, editorialista de La Stampa, è riuscito nell'impresa: far parlare Gigi Riva di se stesso. Non c'è un capitolo banale (abbiamo scelto tre estratti), non ci sono fotografie inutili: «Mi chiamavano Rombo di Tuono» è un prezioso distillato della vita del più forte attaccante del calcio italiano. E di un uomo che continua a fare della riservatezza la propria cifra distintiva.

Non so se nella storia del calcio, perlomeno italiano, c'è mai stato un secondo tempo come quello di Juventus- Cagliari il 15 marzo 1970. Così assurdo che a raccontarlo tanto tempo dopo mi dà quasi la sensazione di averlo sognato, o letto da qualche parte. Invece no, è esattamente quello che accadde, parola per parola, rigore per rigore, insulto per insulto all'allora principe dei fischietti, Concetto Lo Bello da Siracusa. 

Il primo tempo era filato via liscio. Oddio, liscio, il primo gol lo aveva segnato il nostro stopper nella nostra porta, ma diciamo - sorridendo - che con Niccolai poteva anche succedere. Pareggiai io poco prima dell'intervallo ed è ovvio che con due punti di vantaggio in classifica il risultato ci stava bene. Non avevamo fatto i conti con Lo Bello: in compenso li aveva fatti lui, sapendo oltretutto che per uno sciopero improvviso della sede Rai le telecamere erano spente e il secondo tempo della partita in registrata, come usava allora, non sarebbe andato in onda. Cominciò con un rigore per la Juventus, del tutto inesistente.

Protestammo a lungo, lui fu irremovibile, andò sul dischetto Haller e Albertosi parò. Mentre correvamo ad abbracciarlo, l'arbitro tornò a indicare il dischetto: il rigore era da ripetere. E lì perdemmo tutti quanti la testa, a cominciare da me. Mentre Albertosi piangeva di rabbia aggrappato al palo, io andai da Lo Bello e incominciai a riempirlo di parole, parolacce, insulti. Gli urlai che noi avevamo fatto sacrifici per un anno intero, e non era giusto che un coglione come lui li buttasse all'aria. Gli dissi anche di peggio, lui fingeva di non sentire e continuava a dirmi di pensare a giocare. 

Anastasi segnò il secondo rigore Rientrando a metà campo tornammo a dirgliene di tutti i colori Pensa a giocare, mi disse ancora un istante prima di far riprendere la partita. E a Cera, che era il nostro capitano, con quell'aria furba che sapeva fare: e voi pensate a buttar la palla in area su Riva. Il rigore per noi arrivò a qualche minuto dalla fine, per un contatto in area non meno discutibile di quello precedente. Stavolta furono loro a protestare a non finire, io ero così stravolto che non calciai benissimo e Anzolin in tuffo riuscì a toccare la palla, per fortuna senza prenderla.

Tornando a metà campo dopo abbracci interminabili perché quel gol valeva praticamente il titolo, Lo Bello mi fissò a lungo e la sua espressione diceva: «Allora, hai visto?». Gli risposi ancora un po' secco: «E se lo sbagliavo?». La parola fine la pretese lui: «Te lo facevo ripetere».

Non sono mai stato un chiacchierone. Mi piacciono i silenzi, mi piace semmai parlare con me stesso. Il silenzio è stata una parte importante della mia vita, che quand'ero troppo giovane mi ha detto: «Arrangiati». E io mi son dovuto arrangiare. Mi sono chiuso, questo sì. 

Ma non è vero che sono diventato triste o malinconico: ho dovuto semplicemente fare i conti con l'infanzia che ho avuto, con i lutti, con le nottate a occhi spalancati aspettando il sonno che non arrivava. Il calcio mi ha aiutato, mi ha dato tanto per non dire tutto. Ma quando sono uscito per sempre dal campo, dal sogno che si era avverato e aveva tenuto lontani, entro certi limiti, i fantasmi notturni, ho dovuto cominciare a fare i conti, fino a lì sempre rimandati, con quella parola. Depressione. 

Che fatico persino a pronunciare, perché significa farmi del male. Il calcio, la carriera, i gol erano stati la reazione che mi serviva: prima una spinta, poi un propellente vero e proprio a mano a mano che arrivavano i successi.

Venendomi a mancare tutto questo di colpo, non con un declino progressivo come avevo sempre pensato sarebbe successo, mi sono sentito perso. Per fortuna, nel momento peggiore, mi hanno salvato i figli. Prima è nato Nicola, poi Mauro, e la vita è tornata ad avere un senso. Grazie a loro quella brutta parola che ho scritto una volta sola, e non voglio ripetere, è stata superata. Comunque è regredita, tornando a manifestarsi ogni tanto ma non in quella misura. 

Un problema di testa con cui ho imparato a convivere. Mai del tutto, perché quando si rifà vivo rimane un brutto avversario da affrontare. Mi vien da dire che invecchiare non aiuta, per tante ragioni, ma è vero fino a un certo punto: avevo poco più di trent' anni quando l'ho conosciuta nella sua forma peggiore. Un altro periodo brutto, poco meno di dieci anni fa, ricordo di averlo raccontato al «Corriere della Sera». Convivere con la depressione.

Ma la mia grande passione è stato De André. Adoravo la sua musica, i suoi testi che erano poesia pura, e una volta guadagnato il diritto a sedermi davanti sul pullman della squadra, vicino all'autista ma soprattutto al mangianastri, la colonna sonora era scritta. Così come le lamentele dei compagni, che avevano altri gusti musicali, e peggio per loro. Provavano a protestare, facevano anche partire il coro dal fondo del pullman - «Basta, basta!» -, ma io alzavo l'audio e avanti con le canzoni di Fabrizio.

L'anno prima dello scudetto arrivò a Cagliari un buon centrocampista, Ferrero, che giocò qualche partita con noi. Ma soprattutto amava quanto me le canzoni di De André e l'anno successivo, quando già era passato alla Sampdoria, trovò il modo di farmi un regalo che non ho mai dimenticato. Non mi disse nulla prima. Aspettò che la partita fosse finita e poi, abbracciandomi, buttò lì che, se mi fidavo di lui, aveva organizzato una sorpresa per la serata. Morale, mi ritrovai all'ingresso di una villa, era buio, e mi parve di riconoscere la persona che mi veniva incontro. Fu un'emozione molto forte. Era davvero lui, Fabrizio De André, che, seppi poi, alla proposta di Ferrero di un incontro tra noi due aveva detto subito di sì. Passammo non so quanto tempo a guardarci, ad annusarci, praticamente in silenzio. Che io non sia mai stato un chiacchierone non è più una novità. Ma anche lui non scherzava. Ci volle del bello e del buono per rompere il ghiaccio di una doppia timidezza. Anzi servirono gli additivi, e anche lì le sigarette innanzitutto, poi un po' di whisky, sino a che poco alla volta riuscimmo a sgelarci.

Lui era un appassionato di pallone e tifoso del Genoa, e di calcio e di gol era curioso. Io cercavo di farlo parlare delle sue canzoni, di come nascevano e si sviluppavano, di come le interpretava. Gli dissi quali erano le mie preferite, cioè tutte, ma in particolare Preghiera in gennaio. Qualcuno ha scritto che a quel punto imbracciò la chitarra e me la cantò. Purtroppo non è vero, perché un fatto così indimenticabile, Preghiera in gennaio di notte cantata a tu per tu, sarebbe stato uno dei momenti più belli della mia vita. 

Ma fu ugualmente un incontro magico. Mi regalò una delle sue chitarre, ricambiai con una maglia del Cagliari, con la reciproca promessa di rivederci presto. La notte di Faber. 

Marco Madoni per “il Venerdì – la Repubblica” il 7 novembre 2022.

A righe e a quadretti. Per Gigi Riva non faceva differenza. Anzi, forse meglio a quadretti; potevano ricordare la rete della porta dei campi di calcio. Nei primi anni Settanta, in Sardegna, il volto in multicolor alla Warhol dell’idolo del Cagliari e della Nazionale conquistava addirittura le copertine dei quaderni Pigna per i bambini delle elementari. Persino di chi, continentale, tifava Juventus. Poco importa, Riva era Riva. 

Anzi Giggirriva, tutto raddoppiato, all’isolana, e tutto attaccato, miticamente, come conviene a quei pochi, pochissimi che dall’iperuranio riflettono la propria immagine in carne e ossa al centro degli stadi.

Questo soltanto per ricordare di chi parliamo; se mai qualcuno lo avesse dimenticato o se i più giovani non avessero idea del più grande attaccante del calcio italiano, 35 gol in azzurro su 42 partite, media pazzesca, un record che resiste da quasi cinquant’anni. E chissà per quanto tempo ancora. 

Vallo a fermare, Giggirriva. Ci hanno provato in parecchi sui campi, invano. Ci ha provato la vita, i tanti lutti in gioventù, il collegio, gli infortuni, la depressione, le crisi. Piegato ma mai spezzato. Come giunco deleddiano al vento. Lo sguardo triste in tutti i ritratti. La mascella forte. La maglia azzurra e quella bianca del Cagliari, con i bordi rossoblù e le quattro asole perforate dal filo a tenerla stretta. E sul petto, prima e dopo l’unico scudetto della storia, lo stemma sardo dei quattro mori. Allora con gli occhi bendati. Ossimoro esemplare per lui, Riva, che invece ci ha sempre visto benissimo. Soprattutto se doveva mirare alla rete avversaria. 

Poterci parlare, oggi come ieri, è impresa ardua. Riva ha perpetuamente blindato il suo privato, dribblato i giornalisti e i fotografi. Detto pochissimo. E ha fatto del rigore etico il tratto distintivo della sua esistenza. Un perfetto hombre vertical, o homine balente per dirla alla sarda. I suoi no sono da collezione: ai grandi club che lo avrebbero coperto di soldi, agli sponsor pubblicitari, al cinema, agli inviti, alle apparizioni pubbliche. Oggi vive all’ultimo piano in un condominio cagliaritano, mentre la maggior parte dei giocatori della Serie A contemporanea, viene da pensare, abita ville con non meno di cinque bagni. 

Eppure, per dire, lui ha disputato una finale mondiale con avversari Pelè e Rivelino, vinto quattro giorni prima la partita del secolo (scorso, ma forse non solo) contro la Germania, conquistato il titolo europeo con la Nazionale, messo in bacheca tre trofei di capocannoniere. Oltre al campionato del ‘70, chiaro. E, soprattutto, nessuno come lui in Italia aveva in dote un sinistro tanto esplosivo. La palla colpita quasi sempre di collo pieno, il piede a sfiorare appena il terreno, una dinamica perfetta. E la porta centrata nove volte su dieci. Vedi un po’.

Se oggi ci è possibile suonare al suo citofono lo dobbiamo al regista Riccardo Milani, autore di commedie di successo, che ha appena firmato un docufilm sulla vita e le gesta di Riva, Nel nostro cielo un rombo di tuono, con un titolo che riprende l’attributo cucito addosso al campione da Gianni Brera, e che uscirà nei prossimi giorni nelle sale. Ha fatto un’impresa, Milani, se vogliamo anche soltanto nel riuscire a tenere una telecamera accesa davanti a Riva. Ma è diventato prima di tutto suo amico. E per il lombardo Gigi, sardo di adozione, senza retorica, per carità, la detesta, l’amicizia è sempre valsa più di un gol. Roba non da poco.

E’ proprio Milani che ci apre la porta, presentandoci anche agli amici che fanno da compagnia a Riva in questa intervista in cui si parlerà di calcio e politica, di Draghi e Meloni, di De André e Zeffirelli, di Lo Bello e Rivera. E di un incontro segreto e finora mai rivelato con il bandito Graziano Mesina. 

Sul divano siedono anche il libero del Cagliari di allora, Giuseppe Tomasini, pronto a integrare i racconti dell’ex compagno divenuto praticamente un fratello, e l’amico Sandro Camba, dirigente della Federcalcio. Intorno, si muovono i due figli di Riva, Nicola e Mauro, che lo seguono amorevolmente, lo stimolano,

considerando che il papà, il 7 novembre 78 anni, da un po’ di mesi si rifiuta di uscire, prediligendo alle strade del capoluogo sardo che lo osanna, al ristorante quotidiano di Giacomo Deiana, ma anche alla spiaggia del Poetto, la sua poltrona bianca e le sigarette. 

Beh, Riva, almeno si godrà qualche partita in tv. In chi si rivede oggi: Benzema, Mbappé, Vlahovic?

“Non so”. Pausa. Segue lieve, timido imbarazzo. Poi l’affondo: “Io non vedo alcuna partita”. 

Lei non segue il calcio? E perché?

“Perché il calcio di oggi mi annoia. E’ così monotono, si passano la palla da una parte all’altra del campo, aspettando soltanto che si apra un varco. Troppo lento. Noi eravamo più rapidi, andavamo presto in verticale. E via a cercare il gol”.

Il gol, appunto, così importante per lei. Quell’esultanza con le braccia alzate, tese, i pugni chiusi, un gesto quasi adolescenziale, come se giocasse ancora nell’oratorio di Leggiuno da don Piero...

Anche qui si ferma un momento, sembra fissare il vuoto. Finché: “Per me il gol era la liberazione, voleva dire passare poi una settimana tranquilla, aver fatto bene il mio lavoro. Se per di più si trattava di una rete decisiva, allora ero ancor più contento per i compagni”. 

Eppure, per carità, per uno che era solito trasmettere emozioni zero, quel momento sembrava anche voler dire qualcosa in più, una specie di momentanea liberazione.

“Certo, era la rabbia che esplodeva. Nel calcio ho trovato quello che la vita non mi aveva dato. Non ho avuto un’infanzia facile, ho perso mio padre, mia sorella e mia madre, dimenticavo tutto per un momento soltanto quando giocavo a pallone. E a Cagliari ho avuto un po’ di serenità, un minimo, anche grazie ai miei compagni che mi hanno sempre aiutato. E grazie alla Sardegna che ha sempre manifestato grande affetto”.

Affetto che lei ha ripagato rinunciando ai grandi club del Nord, che la volevano a tutti i costi.

“Nella vita ero passato da un pianto all’altro. Qui tutto mi sembrava meno doloroso. Per forza ho rifiutato tre trasferimenti”. 

Tanto dolore, tanta gloria inframezzata da lunghi infortuni, poi le scarpette appese. Quindi, ci permettiamo di parlarne perché lo ha già fatto una volta anche lei pubblicamente, l’avvento della depressione.

“Parliamone pure, è una parola grossa, ma va detta. La porto addosso, ci sono abbonato. Ci sono cascato dentro quando ho smesso di giocare. Mi schiacciava. Ma ora sto meglio”. E la palla passa a Nicola: “Finalmente ha appeso l’abito di Giggirriva, è tornato a essere soltanto Luigi e si gode la famiglia”. Riprendiamo. 

Se non ama le partite, vediamo però che non si perde i tg.

“Ma c’è troppa politica, venti minuti su mezz’ora. Un’esagerazione, la gente è stanca e poi ecco che cosa succede”. 

Che cosa succede?

“Che votano in questo modo”. 

Cioè? Lei ha votato?

“Io no, perché sapevamo tutti come sarebbe andata a finire”. 

Non è quindi soddisfatto di Meloni premier?

“Per niente. Io la penso diversamente”. 

Ci scusi sempre, visto però che siamo in argomento: quando in passato ha votato, lo ha fatto a sinistra?

“Più al centro”. “Io invece a sinistra”, interviene deciso Tomasini, “mio padre era partigiano, ho sempre scelto così. E la situazione attuale proprio non mi piace”.

E Draghi? Lei, Riva, così autorevole, capace, apprezzato in tutto il mondo, potrebbe anche essere considerato, se vogliamo, il Draghi del calcio. In fondo per molti anni ha ricoperto il ruolo di dirigente della Nazionale.

“Draghi mi piace, è bravo, in quest’Italia che fatica…”. 

Chi non le piace, invece, guardando anche all’estero?

“Putin. Andrebbe fermato, ha sbagliato tutto invadendo un altro Paese libero”. 

E i No Vax?

“Mi hanno contestato perché ho scelto il vaccino, ma sono loro che dovrebbero stare zitti, non io”. 

Abbiamo parlato di sinistra, centro, destra. E stavolta è la politica che può darci una mano per tornare al calcio: secondo la definizione della Treccani, lei era un “centravanti”. Eppure indossava rigorosamente la maglia numero undici che allora contraddistingueva l’ala sinistra. Come si definirebbe?

“Un attaccante, semplicemente. Sebbene abbia sempre preferito giocare in mezzo”. 

In mezzo ma comunque lontano dai riflettori. Anche da quelli del cinema: il regista Zeffirelli la voleva in Fratello sole, sorella luna. E anche lì doveva interpretare, se ci è concesso, il ruolo di “prima punta”, San Francesco. Ha rifiutato rinunciando ad un cachet di quattrocento milioni. Si è mai pentito?

“Mai, volevo soltanto giocare al calcio”. 

Semmai le piacevano più le canzoni e in particolare quelle di De André. Si favoleggia di un suo lungo incontro con il cantautore. Animatissimo…

“Per carità, dopo esserci detti ‘ciao’ siamo stati per un’ora quasi in silenzio. D’altronde, con i nostri caratteri… . Poi tra una sigaretta e un whisky si è sciolto un po’ il ghiaccio. E alla fine, passate ore, lui mi ha regalato la sua chitarra e io la mia maglia”. 

Dove vi siete visti?

“A Genova, in casa sua, dopo una partita. Conoscendo la mia passione, aveva organizzato tutto a sorpresa un mio ex compagno che era andato a giocare nella Sampdoria”. 

Conosceva anche lui la sua passione?

“Beh, quando con la squadra salivamo sul pullman io avevo conquistato il privilegio di sedermi accanto all’autista. E insieme la gestione dei nastri musicali. Mettevo sempre Bocca di rosa e La canzone di Marinella. Anche se la mia preferita era Preghiera in gennaio“. 

E i suoi compagni, cantavano?

“Macché, mi tiravano di tutto, ma non mollavo. De André mi ha insegnato tanto, che se dicessi non saprei esattamente neanche che cosa. Forse ho ammirato il suo comportamento”. 

A proposito di buona condotta, di quella vicinanza ai più umili tanto cara a De André: lei ha aperto nel 1976 una scuola calcio particolare, nel quartiere di Sant’Elia, gratuita per i bambini provenienti dalle famiglie disagiate.

“Ne vado fiero. E’ stata la prima in Italia. E lì, tra gli altri, è cresciuto Nicolò Barella, ex Cagliari, ora dell’Inter e della Nazionale”. 

Gli azzurri, quindi: da giocatore e poi team manager, qual è stata secondo lei la squadra più forte? Quella di Valcareggi, di Bearzot, di Sacchi, di Lippi?

“La mia con dentro Baggio”. 

E chi avrebbe tolto?

“Non so, ma la lui doveva starci per forza, era bravissimo”. 

C’era Rivera. Andava d’accordo con lui?

“Ero obbligato: doveva passarmi la palla… Quando l’aveva tra i piedi, io scattavo, sapevo che da lì a poco mi sarebbe arrivata, precisa”. 

E con Boninsegna? Qualcuno ha parlato di dissapori.

“Favole, dormivamo anche insieme in foresteria. Magari se uno aveva segnato e l’altro no c’era qualche muso durante la settimana. Tutto qua”. 

Possiamo dire però che la sua spalla preferita era Gori.

“Perfetto, faceva spazio, creava gioco. Il mio ideale”. 

Chi soffriva di più come difensore?

“Burgnich. Era fatto di filo e di ferro”. 

Filu ’e ferru?

Risata. “Era di legno e di acciaio. Aveva un fisico spaventoso. E io non mi tiravo mai indietro. Eravamo simili. Mi metteva giù e diceva che non voleva, con l’espressione del viso un po’ falsa. Faceva parte del gioco: voleva eccome”. 

E Scopigno, allenatore del Cagliari campione?

“Un fuoriclasse, competente, sempre pronto a capire le situazioni. Un giorno con alcuni compagni ci eravamo chiusi in camera per non farci vedere, avevamo acceso così tante sigarette che il fumo si tagliava a quadretti. Lui bussa, a sorpresa: ‘C’è qualcuno che ha da accendere?’ “. 

Con gli arbitri come si trovava? Si parla di un diverbio con Lo Bello in un celebre Juve-Cagliari.

“C’è stato, ma con Lo Bello non vi erano problemi, semmai stima reciproca. D’altronde in campo lui era molto sicuro, competente. Aveva i suoi personalismi, però capiva di calcio. E non disdegnava di parlare con i giocatori. Era il migliore”.

Nel film di Milani si ascoltano molti giocatori di ieri e di oggi parlare di lei. Buffon la chiama “Gigione”.

“Con lui ho un grande rapporto, ma posso dire lo stesso con tutti i giocatori anche quando sono stato dirigente della Nazionale. In fin dei conti avevo mangiato lo stesso pane”. 

Resta un mistero, si chiama Grazianeddu, Mesina, il bandito sardo per eccellenza. Andava allo stadio camuffandosi e le scriveva dalla latitanza quando si ipotizzava un suo passaggio al Milan o alla Juventus: le chiedeva di non muoversi. Gli ha mai risposto?

“Mai”. Silenzio. “Però…”. Altro silenzio.

 Però?

“Un giorno, a Cagliari, me lo sono trovato in auto”. 

E che cosa voleva? Anche stavolta che restasse in Sardegna?

“Sì”. 

E lei mica avrà poi deciso così per via di Mesina?

Sorride. “Certo che no, io ho sempre deciso da solo. Figuriamoci se poi me lo diceva Mesina…”.

 Sempre in auto, ma infilati sotto il tergicristallo, si narra che lei trovasse spesso biglietti di ammiratrici.

“Qualcuno. Inviavo le foto a chi le chiedeva”. E riecco Tomasini: “Qualcuno? Se noi ne ricevevamo due a settimana, lui cento”. 

Riva, scusi, ma come è possibile che dopo tanti anni a Cagliari non parli ancora con il minimo accento sardo?

“Ho imparato soltanto le parolacce”. Nel salotto altra risata. Stavolta liberatoria. Anche perché per Riva la tortura, pardon l’intervista è finita. 

Usciti, sotto il palazzo, sentiamo le voci di un gruppo di bambini. C’è un oratorio. Un campo da calcio. Si gioca. Ma la maglia di tutti è rossonera, non la casalinga rossoblù. Dietro la divisa, come i calciatori professionisti di oggi, i piccoli atleti hanno già scritto il loro cognome. E viene da immaginarli, in caso di rete, esultare sull’esempio dei loro idoli, con i due pollici a indicare dietro le spalle. Altri tempi. 

A voltare le spalle siamo però poco dopo noi, quando, improvviso, un tripudio dal campetto ci richiama. C’è un bambino di origini asiatiche che corre slalomeggiando tra i compagni, braccia alzate, pugni tesi: “Gol, gol…”. E ce n’è un altro che si affretta a complimentarsi con lui. A voce alta. Con naturalezza: “E chi sei, Giggirriva?”. 

Dall’oratorio, andiamo in pace.

Fabio Liverani, morta la moglie Federica. Il post dell'allenatore del Cagliari. Gregorio Spigno su Il Corriere della Sera il 20 Settembre 2022.

Si erano conosciuti quando avevano 13 anni per poi sposarsi anni dopo. La donna lascia anche due figli, Mattia e Lucrezia

Un grave lutto ha sconvolto l'allenatore del Cagliari Fabio Liverani e i suoi due figli Mattia (17 anni) e Lucrezia (13): è morta la moglie Federica. La donna era malata da tempo. Aveva 46 anni. Liverani le è stato vicino fino all’ultimo: era andato a Roma domenica scorsa, e la donna è morta nel primo pomeriggio di oggi. Ad annunciarlo è stato il profilo twitter del Lecce calcio, club che l’ex centrocampista di Lazio e Fiorentina ha allenato dal 2017 al 2020, conquistando una doppia promozione dalla serie C alla B e dalla B alla serie A. «L’U.S. Lecce esprime il più sentito cordoglio a mister Fabio Liverani per la perdita prematura della cara moglie e abbraccia i figli Mattia e Lucrezia partecipando al grande dolore per la scomparsa dell’amata madre».

Poi, nella tarda serata, Liverani stesso ha voluto ringraziare tutti per la vicinanza con un post pubblicato su Instagram, anche per pubblicizzare un nobile intento da parte sua e dell’ex moglie, ovvero una raccolta fondi per IFO, la struttura che, fino all’ultimo, le ha offerto supporto: «Un ringraziamento a tutti quelli che ci sono vicini in questo momento. Saluteremo Federica Giovedì 22 settembre alle ore 11:00. Le esequie si terranno presso la Chiesa di San Giuseppe Cafasso in Via Camillo Manfroni, a Roma».

«Federica ha espresso il desiderio di aiutare IFO, la struttura che ha offerto a lei e alla nostra famiglia un supporto tanto prezioso e importante. Sarà cura delle famiglie Frangipane e Liverani approntare un progetto di solidarietà in memoria della nostra amata Federica».

L'U.S. Lecce esprime il più sentito cordoglio a mister Fabio Liverani per la perdita prematura della cara moglie e abbraccia i figli Mattia e Lucrezia partecipando al grande dolore per la scomparsa dell'amata madre.

Poco dopo è arrivato anche il tweet del Cagliari, squadra attualmente sotto la guida di Liverani, che ha voluto far sentire la propria vicinanza al suo allenatore: «Il Cagliari Calcio si unisce al dolore di mister Liverani per la perdita di Federica, madre degli adorati figli Mattia e Lucrezia. A loro va l’abbraccio della famiglia rossoblù».

Il Cagliari Calcio si unisce al dolore di mister Liverani per la perdita di Federica, madre degli adorati figli Mattia e Lucrezia. A loro va l'abbraccio della famiglia rossoblù.

E anche la Lazio, in cui l’ex centrocampista ha giocato per cinque stagioni, ha manifestato sui social «profondo cordoglio a Fabio Liverani per la prematura scomparsa della moglie e partecipa al grande dolore dei figli Mattia e Lucrezia per la scomparsa dell’amata madre». Infine la Lega serie B: «Il presidente Balata e le associate della Lega B si stringono a Fabio Liverani, ai suoi figli e alla sua famiglia per la prematura scomparsa dell’adorata moglie e mamma Federica», scrive sui social il canale ufficiale della lega.

La S.S. Lazio esprime profondo cordoglio a Fabio Liverani per la prematura scomparsa della moglie e partecipa al grande dolore dei figli Mattia e Lucrezia per la scomparsa dell'amata madre

Il tecnico e la moglie si erano conosciuti quando avevano 13 anni, sui banchi di scuola, e anni dopo si erano poi sposati. Sono già tantissimi i messaggi di cordoglio arrivati sui social per Liverani (46 anni) e i suoi figli, a partire dal Lecce, società allenata in passato dall’ex calciatore.

Fabio Liverani e la moglie Federica Frangipane, morta dopo una lunga malattia: «Ha aiutato gli altri fino alla fine». Monica Scozzafava su Il Corriere della Sera il 22 Settembre 2022.

La donna, 46 anni, è scomparsa martedì 20 settembre. Con l’ex calciatore si erano conosciuti a scuola, poi si erano separati. Ai figli diceva sempre: «Va tutto bene»

Federica è la ragazzina conosciuta a scuola, la fidanzata che lo ha incoraggiato negli anni del calcio all’oratorio. Federica è stata moglie di Fabio Liverani e soprattutto madre dei suoi figli, Mattia e Lucrezia. Federica era Federica Frangipane, scomparsa martedì scorso all’età di 46 anni, dopo una lunga battaglia contro il cancro. Liverani, molto più noto, è un ex calciatore di successo (fu acquistato nel 2001 dalla Lazio per 25 miliardi di lire), che adesso fa l’allenatore (è al Cagliari), e che non l’ha mai lasciata da sola, nonostante le loro strade si fossero divise da tempo. Coppia affiatata ma lontana dalle luci dei riflettori, negli anni belli e anche in quelli più difficili. La separazione non li aveva mai realmente divisi, uniti dalla volontà di crescere i loro figli in un clima di serenità. Anche durante la malattia, Federica ha combattuto con il sorriso della forza e della speranza, si è spesa per gli altri ammalati che come lei si sottoponevano alle cure oncologiche e ne subivano le conseguenze. Sul suo profilo Facebook poche foto ma sorridenti. A chi le chiedeva come stava, lei: «Benissimo, grazie».

Martedì il Lecce, il club dove Liverani ha allenato per tre stagioni, dal 2017 al 2020 conquistando una doppia promozione dalla serie C alla B e dalla B alla serie A, ha dato l’annuncio del lutto sui propri profili social e ha testimoniato così la vicinanza alla famiglia. Poi Cagliari, Palermo, Cosenza, Perugia, Viterbese, Napoli, Lazio: tutti i club dove Liverani è stato calciatore hanno scritto un messaggio per Federica. Romana, dal carattere esuberante. Solare, e per questo mai veramente sconfitta dalla malattia: chi le è stato vicino la racconta esattamente così. Ha combattuto insieme con i suoi ragazzi, ha avuto il sostegno del marito Fabio anche se di fatto marito non lo era più. E probabilmente, gelosa com’è sempre stata della sua vita privata, non avrebbe immaginato che di lei si sarebbe parlato così tanto, dopo. Neanche da sposa del calciatore famoso le era stata riservata tanta notorietà. Lei, la spalla di Fabio, che da ragazzino ha fatto fatica a entrare nel mondo del professionismo, ha vissuto bocciature e soddisfazioni che la carriera gli ha riservato. In silenzio, senza ribalte.

Federica e Fabio da separati hanno condiviso la crescita dei figli, che oggi hanno 17 e 13 anni. Hanno scelto insieme di far parte di una struttura, la «IFO», dedicata ai pazienti oncologici che ha aiutato Federica durante la malattia. L’allenatore del Cagliari sui social ha ringraziato tutti e ha voluto assecondare l’ultimo desiderio di lei: aiutare l’associazione che si occupa dei malati oncologici e che ha provato a salvarla. «Federica — ha scritto Liverani su Instagram — ha espresso il desiderio di aiutare IFO, la struttura che ha offerto a lei e alla nostra famiglia un supporto tanto prezioso e importante». Spiegandone le finalità: «La missione è ridisegnare l’organizzazione attorno alle esigenze del paziente e dei suoi familiari, partendo dall’informazione fino all’accoglienza, all’orientamento e alla dimissione». I funerali stamattina a Roma nella Chiesa di San Giuseppe Cafasso.

Fabio Liverani e la morte della moglie Federica: «Eravamo separati ma per lei avrei dato la vita». Monica Scozzafava su Il Corriere della Sera il 25 settembre 2022.

L’allenatore del Cagliari e i nove anni accanto a Federica malata di tumore: «Ho pensato anche di lasciare il calcio ma lei non me lo avrebbe permesso»

«Mia moglie era forte, ha combattuto fino alla fine. Mia moglie non c’è più». Fabio Liverani e Federica Frangipane non erano più sposati ma l’allenatore del Cagliari fa fatica a parlare della madre dei suoi figli, Mattia e Lucrezia, come di una ex. E non perché era malata. «Per il rapporto che c’era tra di noi: sereno e di affetto, anche per i ragazzi. Forte», dice. Federica aveva 46 anni, combatteva contro il cancro da nove.

Fabio, ci racconta la donna che ha sposato?

«Dire oggi che la mia ex era una donna dolce e di grande carattere può dare l’impressione del solito cliché: parlar bene di chi non c’è più. Le assicuro, invece, che Federica era proprio così. L’ho conosciuta ragazzina, aveva 13 anni, ed è stata una storia bella, bellissima. Anche quando tra di noi le cose hanno cominciato a non funzionare più».

Stavolta l’ha chiamata ex.

«Capita quando ci penso un po’ di più, ma d’istinto dico moglie. L’amore può finire, il bene era e resterà per sempre. Mattia e Lucrezia ci hanno vissuti così: due persone che hanno continuato a rispettarsi e stimarsi. Federica è stata la mia gioventù, le mie delusioni, i miei successi».

Poi?

«Poi, poco prima che si ammalasse, sono cominciate le incomprensioni. E la crisi definitiva del nostro matrimonio. La prima diagnosi non era terribile: un meningioma, un cancro al cervello di natura benigna. È stata operata una prima volta, poi è ricomparso ancora e ha subito il secondo intervento. Fino alla terza operazione, a quel punto non era più un male da poter combattere. Lei ha creduto di potercela fare fino a sei mesi fa. Sorrideva e lottava. Federica voleva vivere, per i nostri figli. Federica era la vita».

Lei per lavoro è lontano da Roma, come ha gestito la situazione. E come farà ora?

«Adesso alleno a Cagliari, dopo le partite andavo a casa a Roma. Da lei, dai ragazzi. L’ho fatto anche sabato scorso: Federica era costretta a letto, la malattia le aveva compromesso la mobilità di arti e muscoli. Stava male, non immaginavo però che due giorni dopo l’avrei persa. L’avremmo persa, tutti».

Ha mai pensato di lasciare il calcio?

«Per Federica ero pronto a sacrificare tutto. Lei non me lo ha permesso».

Anche la carriera?

«Avrei dato la mia vita se fosse servito a salvarla. Aveva ancora tanto da dare. I suoi desideri in punto di morte sono stati per gli altri».

Si riferisce all’iniziativa che ha messo in piedi suo fratello Emiliano e che lei ha condiviso sui social?

«Sì, di sostenere economicamente l’Ifo, la struttura ospedaliera che frequentava. Hanno attrezzature non nuovissime, ci sono tanti pazienti che hanno ancora speranze. Federica ha insistito molto. “Aiutiamoli, mi diceva”. Mio cognato si sta occupando della raccolta dei fondi».

Che cosa resta di Federica?

«La sua bontà, il suo sorriso. Resta anche l’affetto che il mondo del calcio sta dimostrando alla mia famiglia. È un mondo visto come privilegiato e basta. Invece ho scoperto sentimenti autentici. Veri. Sono qui a Cagliari ad allenare i miei ragazzi. Mi aiuta».

Manlio Scopigno, il filosofo in panchina che zittiva i prof all’università (e morì dimenticato). Gian Antonio Stella su Il Corriere della Sera il 21 Agosto 2022. 

Gian Antonio Stella racconta l’allenatore di culto - e poi giornalista - Manlio Scopigno 

«Diventai filosofo ad honorem anche se all’università su Kant e Hegel risultavo una frana. Lo scherzo è durato oltre vent’anni. Lasciavo credere...», confidò ironico anni dopo Manlio Scopigno al nostro Franco Melli. 

«Mai rifiutata un’etichetta, ci mancherebbe altro. Dicevano, ad esempio, che nelle mie squadre regnava l’indisciplina, che battevo la fiacca, che trascuravo la parte atletica. Così noi smidollati andammo a vincere 4-0 a Torino, nell’ultima fatica della stagione dello scudetto». 

Lo smidollato numero uno, ovvio, era lui: figlio di un forestale appenninico nato a Paularo, un paese della Carnia ai confini dell’Austria ma cresciuto a Rieti e deciso fin da ragazzo a coltivare insieme due grandi passioni: il calcio e la cultura. Un’abbinata che a vari maestri del pallone e docenti universitari pareva insensata. 

Sergio Campana, centravanti del mitico Lanerossi Vicenza, laureato in giurisprudenza e per quarant’anni guida dell’associazione calciatori, ride ancora del conflitto: «Ero seduto su una panchina e studiavo non so quale testo universitario quando l’allenatore si avvicinò, mi squadrò e mi disse dandomi del lei: “Lei sta troppo seduto, i muscoli si irrigidiscono”. Dissi: “Quando andiamo col treno in trasferta come a Napoli, però, gli altri giocano a carte e restano seduti tutto il viaggio...”. “Cosa c’entra? Un conto è giocare a carte, un altro studiare. Non va bene”». 

Al «Filosofo», racconta il giornalista e saggista Luca Telese nei due libri pieni d’amore, aneddoti, storie sarde sul Cagliari del leggendario scudetto del 1970 («Cuori rossoblù» e «Cuori campioni») andò tutto al contrario. Lui, che amava i libri, a qualche professore non piaceva proprio. Era un intruso. Iscritto alla Sapienza di Roma, studente lavoratore dal mestiere un po’ anomalo, il giovane stava reggendo con piglio sciolto l’esame di letteratura italiana con l’assistente quando l’Ordinario, come Manlio si sarebbe sfogato anni dopo raccontando tutti i dettagli all’amico e scrittore Luciano Bianciardi, s’intromise di colpo con una domanda velenosa: «Scopigno, mi scusi: ma lei mi sa dire perché un calciatore, nella vita, dovrebbe avere bisogno una laurea in Lettere?». 

Sorpresa. Silenzio. Imbarazzo. 

Il ragazzo risponde: «No, io non glielo posso dire». Pausa. «È lei, professore, che dovrebbe spiegarmi perché mai un calciatore non dovrebbe ambire a una laurea in Lettere».

Una sfida.

Insiste il docente: «Vede, Scopigno, in questa società, che qualcuno vorrebbe sovvertire, tutto funziona bene perché i professori fanno i professori, i panettieri fanno i panettieri e gli uomini che amano correre in mutande per la gioia del pubblico fanno i calciatori». Uno schiaffo, scrive Telese: «Poi il cattedratico afferra la Divina Commedia e senza nemmeno aprirla, ma impugnandola a due mani come un’arma, cita dei versi: “Lo maggior corno della fiamma antica / cominciò a crollarsi, mormorando...”. Scopigno li conosce bene: “È il XXVI canto, quello di Ulisse”, dice. “La fiamma della sua anima dannata racconta a Dante della spedizione verso l’ignoto, il suo ultimo viaggio oltre i confini del mondo conosciuto...”» E via così. 

Non era tipo, il giovane Manlio che si illudeva allora di diventare un grande terzino prima alla Salernitana e poi al Napoli prima di essere costretto a smettere a causa di un bruttissimo incidente di gioco, da farsi strapazzare in quel modo. E l’avrebbe più volte dimostrato. Un esempio? La reazione annoiata alla sgarbata lettera di licenziamento ricevuta dal presidente del Bologna, che l’aveva da poco assunto dopo quattro anni di successi a Vicenza ed era deluso dall’infelice avvio dei rossoblù nel campionato 1965/66: «Se l’ho letta? Sì, purtroppo: ci sono due errori di sintassi e un congiuntivo sbagliato». 

A farla corta: filosofo o no, in un mondo in cui la cultura non ha mai contato nulla e ancora pochi anni fa ha visto uno come Gigio Donnarumma rinunciare alla maturità per andare in vacanza a Ibiza, lui spiccava come Socrate o Schopenhauer. E ne approfittò, da buon Seminatore d’oro (premio guadagnato nel ‘67 dopo un fantastico campionato col Cagliari e dal Cagliari ricambiato col licenziamento in tronco per una notte brava durante una tournée americana quando, sfatto dall’alcool, osò far la pipì in un vaso di fiori nel giardino della nostra ambasciata a Washington) per seminare decenni di battute memorabili. 

Il tutto dopo aver esordito al suo arrivo tra i rossoblù promettendo: «Con il whisky ho chiuso definitivamente. D’ora in poi, solo champagne». Fu forse il primo a rompere certe ipocrisie prima dello scandalo del calcio-scommesse: «Nel calcio la cosa più pulita è il pallone. Quando non piove». Il primo a costruire una squadra spettacolare in grado allo stesso tempo di difendersi (record: undici gol subiti nel 1969/70) come nessuna prima e nessuna dopo: «Non capisco perché il catenaccio a dieci difensori fissi venga considerato vergognoso, mentre la zona a dieci difensori, uno accanto all’altro in successive linee, è arte e modernismo». 

Il primo ad abolire i ritiri ancora oggi usati da tanti suoi colleghi: «Sono invenzioni di allenatori questurini, avidi di lucrare perfino sulla diaria». Il primo a ridere delle elucubrazioni di tanti «maghi» schiavi di schemi e algoritmi: «Ho avuto una intuizione tattica geniale per raggiungere l’obiettivo dello scudetto: fare più reti e prendere meno goal». Il primo a sbuffare contro le comparsate televisive: «Sono un allenatore, non una soubrette: purtroppo mi mancano le belle gambe». 

E ancora fu tra i primi, nella scia di Nereo Rocco (che negli spogliatoi d’una finale di coppa aveva diluito la tensione radunando tutti a partire dal portiere Fabio Cudicini: «Bon, la tatica xè questa: ti, Fabio, ti sta in porta. Tuti i altri fora») a cercare di parlare, parlare sul serio, coi suoi giocatori. Avete presente i «sergenti di ferro»? Lui era il contrario: «Con Gigi Riva, amico di sempre, compagno di stanza al Cagliari e in nazionale, erano non meno di 40 Marlboro rosse a testa al giorno», racconterà Ricky Albertosi a Giancarlo Dotto. «Le nostre camere parevano fumerie. L’anno dello scudetto, un venerdì sera, antivigilia di Lazio-Cagliari, decisiva, imbastiamo un poker a quattro nell’albergo del ritiro romano. Io e la mia fortuna sfacciata, l’impenetrabile Riva, Angelo Domenghini e Sergio Gori, che bastava guardarlo in faccia per capire cosa aveva in mano. Intorno al tavolo, il resto della squadra a tifare. Assatanati. Litri di birra e decine di sigarette. Alle due e mezzo ci viene fame. Ordiniamo panini. Bussano alla porta, mi trovo davanti Manlio Scopigno, che avanza nella stanza facendosi largo in una nuvola di fumo. Rimaniamo tutti col fiato sospeso. Lui ci guarda e fa: “Do fastidio se fumo?”». «In mezz’ora eravamo tutti a dormire, ricorderà a Telese il mitico Gianluigi Cera, «E il giorno dopo vincemmo 3 a 0». 

Osannato prima per il miracolo del Vicenza, poi per essere stato il primo a vincere uno scudetto con una provinciale e senza acquisti miliardari, diceva: «Io non recito. Il calcio è un castello le cui fondamenta sono edificate sulle bugie. Io dico pane al pane e brocco al brocco, e passo per un tipo bizzarro». 

Costretto da problemi di salute e difficoltà crescenti nel reggere lo stress a lasciare prima la Roma e di nuovo il Vicenza che aveva creduto nella sua ripresa, mollò il calcio che non aveva ancora cinquant’anni. 

Dipinto tutta la vita con l’eterna sigaretta in bocca, cercò di restare nel giro come giornalista sportivo e s’inventò sul Giorno la rubrica «Senza filtro», dove cesellava cronache, ritratti e commenti, come scriverà Giulio Giusti nel libro Un filosofo in panchina, «mai banali o scontati, sempre propositivi e arguti». 

Se ne andò, ormai dimenticato, nel settembre ‘93. Nella sua patria adottiva, Rieti. 

In una delle ultime interviste, tempo prima, aveva malinconicamente raccontato a Melli: «Non fumo più. I polmoni riposano dal 1976. Mi sono sentito male a Vicenza. Poi la guarigione, la lista delle proibizioni, l’attesa accanto al telefono. Qualche dirigente chiamerà... Invece niente...».

Walter Mazzarri esonerato dal Cagliari. Chi è l’allenatore tra Cassano, l’Inter, la pioggia, l’inglese poco fluente e le ville di lusso. Salvatore Riggio su Il Corriere della Sera il 2 Maggio 2022. 

Il tecnico toscano, tornato in panchina dopo un’assenza di un anno e mezzo, non parteciperà alle ultime tre sfide salvezza. La carriera fra alti e bassi di un personaggio sempre originale.

Cagliari e l’esonero

È terminata dopo 34 partite — 32 di campionato e 2 di Coppa Italia — l’avventura di Walter Mazzarri sulla panchina del Cagliari. Il 2 maggio 2022 infatti i sardi hanno annunciato il suo esonero, seguito sconfitta interna con il Verona, la settima nelle ultime otto gare. Al suo posto, per le ultime tre giornate di campionato, ci sarà molto probabilmente Alessandro Agostini, ex difensore rossoblu’ e in questa stagione allenatore della Primavera, ma sull’avvicendamento si attende ancora la conferma da parte del club. Mazzarri era subentrato a Leonardo Semplici, a sua volta allontanato dopo le prime tre giornate di campionato.

Cagliari, cifre nere

Come detto, l’allenatore — che il primo ottobre 2021 ha compiuto 60 anni e la cui ultima esperienza, prima di quella sull’Isola, era stata al Torino fino al febbraio 2020 – era tornato su una panchina dopo un anno e mezzo. Aveva firmato un contratto biennale, ma in 34 incontri ha rimediato solo 7 vittorie — compresa quella in Coppa Italia contro il Cittadella — e 18 sconfitte.

Il maestro

Buon calciatore, chiusa la carriera da centrocampista nel 1995 alla Torres, Mazzarri inizia la sua nuova vita da allenatore come assistente di Renzo Ulivieri a Bologna dal 1996 al 1998 e quindi a Napoli nel 1998. Poi allena la Primavera degli emiliani e ad Acireale, in provincia di Catania, fa il salto in prima squadra. Poi allenerà Pistoiese, Livorno, Reggina, Sampdoria, Napoli, Inter, Watford e Torino. Sulla panchina della Reggina compie un vero miracolo nel 2006-07. Per le vicende di Calciopoli la squadra calabrese aveva avuto 11 punti di penalizzazione. Nonostante questo, Mazzarri guidò la Reggina alla salvezza e senza quel -11 il club si sarebbe qualificato in Intertoto.

La relatività dei successi

Sui palmares, Mazzarri (che vanta solo una Coppa Italia col Napoli nel 2012) ha una teoria che ha ribadito spesso, soprattutto quando vengono fatti paragoni con altri allenatori più vincenti: le valutazioni vanno commisurate ai mezzi a disposizione di un allenatore e di un club. «Basta andare a scorrere gli almanacchi: Reggina salvezza storica, Livorno ritorno in A dopo 55 anni, Sampdoria rinata, Napoli preso al sestultimo posto e portato in Champions. Quinto con l’Inter in un momento storico difficile per il club e a Torino il record dei 63 punti. Le sembra poco? Poi, certo, c’è chi dice: ma cosa ha vinto? Molte volte in questo ambiente, sbagliando, si parla di vincenti e non vincenti. Il lavoro dell’allenatore va valutato in base alle forze che ha. Chi consegue risultati superiori alle aspettative vince uguale».

Cassano e la mano davanti alla bocca

«La mano davanti alla bocca? L’ho inventata io alla Sampdoria per parlare con Cassano». Sono le parole di Walter Mazzarri quando con l’Inter vinse a Marassi per 4-0 contro la sua vecchia squadra. Quella della mano davanti alla bocca è l’usanza tipica di Mazzarri con i suoi giocatori per non far leggere il labiale alle televisioni. Dal 2007 al 2009 con «Fantantonio» sembra abbia funzionato questo metodo: «Sono stato uno degli allenatori a cui ha dato più retta. Con me ha fatto due grandi annate e ha riconquistato la Nazionale. Ma è stata una gestione faticosa».

La pioggia (e altri alibi)

Già sui social in queste ore qualcuno ricorda i vecchi alibi di Walter Mazzarri. Si parte dalla sua esperienza al Napoli (quadriennio 2009-2013) quando dopo la sconfitta contro il Viktoria Plzen disse: «Abbiamo sbagliato l’approccio. Oggi era il compleanno di Cavani e siamo stati troppo molli». Però, quella più ricordata è la famosa giustificazione dopo un pareggio contro il Verona quando allenava l’Inter: «La squadra era decimata e poi nel secondo tempo ha cominciato a piovere». Era il 9 novembre 2014: cinque giorni dopo, il 14 novembre, viene esonerato per la prima volta in carriera e sulla panchina nerazzurra torna Roberto Mancini.

La giacca strappata

Non è stato il primo e non sarà l’ultimo. Ma nella sua carriera Mazzarri è famoso per strapparsi (o semplicemente togliersi) la giacca quando le cose vanno male. Dalla panchina, storicamente, il tecnico è irrequieto e cerca in tutti i modi di incitare la squadra per trovare la vittoria. A Napoli il gesto di Mazzarri di togliersi la giacca era anche scaramantico, in quanto, dopo che restava solo in camicia, la squadra spesso segnava.

I dettagli

Dopo le partite, Mazzarri vuole riguardare i match a ripetizione per studiare la gara e prendere appunti. A volte va avanti così fino all’alba, si fa bastare qualche panino per cena e, anzi, spesso il pranzo gli veniva servito negli spogliatoi. Quest’ultimi sono il vero domicilio di Mazzarri, che di suo ha sempre dormito poco.

La cattedra

A luglio Mazzarri ha esordito a Coverciano come relatore nel corso Uefa A, giunto alla sua sesta e ultima settimana del programma didattico. Una presenza che il sito ufficiale della Figc ha definito «d’eccezione» proprio per l’esperienza che l’allenatore toscano ha potuto mettere al servizio dei corsisti. L’Uefa A è il secondo massimo livello di formazione per un tecnico riconosciuto a livello europeo, la cui qualifica abilita a poter guidare tutte le giovanili (comprese le Primavera), tutte le formazioni femminili (incluse quelle partecipanti al campionato di Serie A) e le prime squadre maschili fino alla Serie C inclusa.

Poco «inglisc»

Mazzarri ha fatto una esperienza mordi e fuggi al Watford (stagione 2016-2017), in Premier League, dove ottiene una salvezza ma anche il secondo esonero della carriera. Di quella avventura rimangono soprattutto le molte critiche per il suo inglese assai poco «fluent».

Manager e real estate di lusso

Intervistato di recente dal Corriere della Sera, Mazzarri aveva parlato del suo periodo senza squadra: «Faccio il manager. Ho messo su ville di lusso che affitto a un target alto. Ho voluto misurarmi con l’economia, sfruttando gli insegnamenti di imprenditori importanti che ho avuto come presidenti: Cairo e De Laurentiis, in particolare. Ho già ospitato vip, personaggi dello spettacolo. Tutti entusiasti. Quando facevo il secondo di Ulivieri e a Napoli lui mi presentò a Ferlaino, gli disse: presidente, il mio vice è un economista e poi un bravo tecnico. E ho indirizzato entrambi sugli investimenti».

IL PARMA.

Da fanpage.it il 6 ottobre 2022.

"Allenare è una cosa che mi manca, ma solo quell’aspetto. Il resto no". Alberto Malesani è l’ultimo allenatore italiano ad aver vinto con un club italiano in Europa ma il calcio per lui appartiene ad un'altra vita. 

Adesso c'è il vino e l'azienda di famiglia, La Giuva, che porta avanti un rapporto indissolubile con le sue radici e la sua terra. L'ex allenatore di Fiorentina, Modena, Palermo, Udinese, Siena e Bologna è stato molto apprezzato per diverso tempo per la modernità delle sue idee e per il modo in cui faceva esprimere le sue squadre: nel 1999 era secondo solo ad Alex Ferguson e Valerij Lobanovs'kyj nella classifica dei migliori allenatori UEFA. L'apice della sua carriera è arrivata a cavallo dei due millenni al Parma, quando i ducali vincono 3 coppe nell'arco di 4 mesi: la Coppa Italia, la Supercoppa Italiana e la Coppa UEFA; ultimo trionfo di una formazione italiana nella competizione.

Un brutto incidente d'auto, nel novembre del 2000, fu il preludio ad un periodo non felicissimo per Malesani: arrivò prima l'esonero con i gialloblù e poi la parentesi all'Hellas, che i suoi vecchi tifosi del Chievo non gli hanno mai perdonato e si concluse con una rocambolesca retrocessione. 

Le esperienze successive vedranno poche gioie e tante delusioni, ma il tecnico di San Michele riuscirà a ritagliarsi il suo spazio per come ha difeso il suo lavoro ai tempi di Panathinaikos e Genoa con due conferenze stampa che sono virali sui social ancora oggi. Queste cose, però, a lui non interessano più: "Ormai ho superato tutto, anche questo". A Fanpage.it Alberto Malesani si è raccontato a 360°, dalla sua carriera da allenatore fino alla sua passione per il vino e alla sua azienda di famiglia, con uno sguardo sul mondo del calcio attuale.

Malesani, l’idea di investire in un’azienda vinicola nacque dopo una trasferta a Bordeaux nel 1999: ci racconta questo momento?

"Lì ho preso la decisione, ma avevo già messo le basi prima. Io sono sempre stato vicino al mondo del vino, essendo cresciuto in queste zone e perché era la passione del mio papà. Lì si è concretizzata un’idea che mi aveva sempre affascinato". 

Com’è la sua giornata tipo oggi?

"Vado a letto presto e mi alzo molto presto la mattina, faccio colazione e raggiungo la cantina dove prendo un altro caffè, così poi posso iniziare la mia attività. Mi occupo soprattutto della parte agricola, che riguarda la terra più che la cantina in sé". 

Con la crisi che incalza e i costi che stanno aumentando, da imprenditore è preoccupato?

"Siamo preoccupatissimi e non bisogna nasconderlo. Stanno arrivando bollette che sono il triplo di quelle normali, soprattutto in un periodo come questo in cui noi lavoriamo molto con i frigoriferi. Dobbiamo appassire le nostre uve, visto che con la Valpolicella si lavora molto in questo senso, e bisogna utilizzare ventilatori. Cerchiamo di andare su vie naturali e abbiamo una piccola parte di sostenibile, ma adesso stiamo cercando di capire cosa fare per il prossimo futuro". 

Che annata è questa del 2022?

“È una bella annata. È partita molto bene e poi è diventata incerta per la siccità. Pur avendo noi l’impianto d’irrigazione, non era sufficiente. Facevamo fatica. Dopo abbiamo avuto l’aiuto dal cielo, perché la natura rimedia a tutto, con le piogge d’agosto. Un po’ meno quantità, ma tanta qualità”.

Segue ancora il calcio o l'ha messo da parte completamente? 

“Lo seguo in modo un po’ distaccato, ma lo seguo. Io tendo a guardare i giovani, ma ci sono degli allenatori che osservo sempre con piacere, tipo Ancelotti che è riuscito a rivincere tanti trofei e fa onore all’Italia confermandosi un grande gestore. Poi c’è Conte in Inghilterra che sta facendo buone cose, così come Spalletti a Napoli. Seguo con interesse Zanetti a Empoli e mi intriga molto De Zerbi al Brighton. Tutte situazioni diverse, ma ti portano a seguire per vedere se c’è qualcosa di nuovo”. 

Lei è l’ultimo allenatore italiano ad aver vinto in Europa ma spesso e volentieri non ha la riconoscenza che meriterebbe. Perché?

“Nonostante siano 8-9 anni che non alleno più, devo dire che mi ricordano in tanti. Anche quando sono in strada o rivedo vecchi colleghi e calciatori. Noto che c’è un aspetto di gratitudine per quello che ho fatto e ho più riconoscimenti adesso che allora”.

La sua ultima esperienza in panchina al Sassuolo durò solo 5 giornate: come la racconterebbe a distanza di anni?

“Era l’occasione per portare avanti le mie idee calcistiche in un club importante, che alla lunga ha mostrato il suo valore con delle basi solide e persone preparate. Purtroppo cinque giornate sono poche ed è difficile far vedere ciò che si ha in mente. Ma è la velocità del calcio, che va più forte di ogni altra azienda e se non si ottengono risultati subito si va incontro a queste cose.

Nel momento in cui si fanno dei resoconti è difficile farli in maniera completa, perché a Sassuolo dopo quelle 5 gare, in cui avevamo affrontato squadre più forti, andavamo a Bologna contro una pari livello. Ma non mi sono mai aggrappato a queste cose nella mia carriera. Non ho nulla contro il club e lo ritengo un’occasione persa per esprimere ciò che avevo dentro”. 

È sempre stato una persona vera, ma il calcio italiano è un posto per persone vere?

"Direi di sì, perché se parli chiaro e sei fedele al tuo pensiero non ti contraddici mai. Questo è importante soprattutto per chi è esposto mediaticamente, come accade nel calcio: essere se stessi è sempre la cosa migliore. Se uno è di natura ‘lamentone’ lo sarà anche come allenatore. Lo stesso anche se uno è sanguigno". 

Se ripensa agli anni chiave della sua carriera, c’è una scelta che non rifarebbe?

“È dura! Nel momento in cui ero all’apice, e venivo fuori da tre anni di Parma con trofei, forse non avrei dovuto accettare la panchina del Verona. Avrei dovuto avere pazienza e aspettare una panchina di pari livello, non fare un passo indietro per tornare a lottare per la salvezza. In realtà, però, non so neanche se sia così corretto fare questo discorso adesso: ho deciso di andare al Verona, dopo essere cresciuto nel Chievo, e ho deciso col cuore. Per vincere bisogna avere la squadra forte, questo penso sia chiaro a tutti, e se vuoi vincere devi avere in mano del materiale importante. Quando si arriva ad un livello e si fa un passo indietro, poi non è facile ritornare di nuovo lì. Il cuore ha prevalso sulla razionalità, ma non ho nessun rammarico. È la vita che va così“. 

Per un allenatore è più importante avere un’idea giusta o saper trasferire quella stessa idea ai giocatori?

“Direi entrambe. Ma c'è una differenza tra le due cose: un’idea probabilmente ce l’hanno tutti ma il difficile è trasferirla ad altri. Chi è piatto non può pretendere di fare nulla, mentre chi ha entusiasmo, passione e esuberanza prima o dopo avrà un’idea che dovrà essere in grado di trasferire". 

Fabio Cannavaro, in un'intervista a Fanpage.it, ha detto che il calcio è qualcosa di ciclico e quando si parla di ‘costruzione dal basso’ non viene menzionato il Parma di Malesani: è d’accordo?

“Io credo che quel Parma lì, sia come idee che come capacità di interpretarle, fosse un bel mix . Sarebbe molto attuale anche adesso. Se lei guarda la finale di Coppa Uefa contro il Marsiglia è difficile inquadrare la linea difensiva che accompagna la palla nel momento in cui si attacca: si notano spesso Thuram e Cannavaro molto vicini alla linea di centrocampo della mia squadra. Vuol dire che avevamo un certo tipo di idee, che adesso sono quasi diventate la normalità.

Però questo non vuol dire che quello è il calcio corretto e gli altri no, dipende molto da che tipo di squadra hai: adesso c’è una controtendenza ad aspettare, di muovere i calciatori sulle linee interne e non esterne. Ci sono tante varianti, l’importante è analizzare e avere sempre l’idea giusta per prendere le contromisure. Il calcio è sempre in evoluzione, ma in generale ha ragione Fabio quando menziona la costruzione di quel Parma: era il 1999, sicuramente eravamo moderni". 

Si parla tanto di scuola italiana e scuola europea, lei crede che davvero ci sia tutta questa differenza nella preparazione e nella lettura delle partite?

“Non credo ci sia più differenza. Dal punto di vista tattico e strategico abbiamo fatto scuola noi, mentre dal punto di vista motivazionale, delle scelte tecniche e della gestione societaria abbiamo fatto un piccolo passo indietro e sono avanzati gli altri. La globalizzazione ha coinvolto anche il calcio, tutto il mondo è paese ormai. Tutti sanno cosa fare e il calcio non è più quello di una volta. Non c’è più il mecenatismo ma tutto è industria”. 

Nonostante lei abbia allenato nel calcio lontano dai social, alcuni suoi video sono virali tutt’oggi: questa cosa le fa piacere oppure le crea un po' di fastidio?

“Ormai ho superato tutto, anche questo. Facciano quello che vogliono, io non ho nulla da dire su quella roba lì. Ho un'età per andare oltre. L’importante è che le persone che ti frequentano ogni giorno sanno come sei, il resto non conta“. 

Oggi c’è la tendenza a esaltare chiunque alla minima cosa positiva al calcio: lei avrebbe avuto un percorso e una storia diversa nel mondo attuale?

“Sarei stato certamente agevolato, soprattutto per come ho vissuto io il calcio in maniera viscerale: probabilmente certe esternazioni e certe esultanze oggi sono normali mentre prima no, così come il modo di vestire. Io venivo considerato un po’ fuori dagli schemi, mentre ora è stato sdoganato un po’ tutto. Giustamente. 

Uno non è bravo quando esulta se la sua squadra fa il quarto gol, mentre è bravo se insulta o fa altre cose in panchina: adesso tutti vengono coinvolti nella festa, magari anche in situazioni non determinanti. Credo che adesso sarei agevolato e non sarei visto come uno che fa le cose fuori dalle regole“.

Qual è la proposta che aspettava per tornare in panchina e non gli è arrivata.

“C'è una proposta che si è mai concretizzata, ovvero quella di non essere mai riuscito ad allenare una nazionale. Non ne ho fatto una malattia ma pensavo di meritarmi questa chance. È l’unica cosa che mi manca. C’è stato qualche abboccamento, ma arrivavo sempre secondo. È l’unico neo della mia carriera, per il resto sono felicissimo e non ho nulla da rimproverarmi”. 

Le manca tanto allenare?

"Qualche allenamento in giro qua e là l’ho fatto, per qualche squadra dilettante della zona. Allenare è una cosa che mi manca, ma solo quell’aspetto di campo. Tutto il resto, il contorno, assolutamente no". 

Le piacerebbe fare il commentatore/opinionista in tv o non l’è mai interessato quel mondo?

“Ho provato ma non sono adatto per fare quelle cose. Ho fatto qualcosa con la Rai, ma dopo un paio di volte ho detto stop. Andare in tv e commentare negativamente un mio collega, sapendo tutto quello che passa, le fatiche e le difficoltà che vive, mi rattristava. Non fa per me. Soprattutto perché quando lo facevano altri con me non mi piaceva moltissimo”. 

Nella classifica dei migliori allenatori UEFA del 1999 si è classificato dietro a due leggende come Ferguson e Lobanovs'kyj: è stato quello il punto più alto della sua carriera?

"Direi di sì. Purtroppo anche qui sono arrivato secondo, ma dietro a Ferguson e Lobanovs'kyj ci può stare". 

È stato Malesani a lasciare il calcio o viceversa?

"Entrambi, direi insieme".

Andrea Schianchi per gazzetta.it il 20 giugno 2022.  

Trent’anni fa, estate del 1992, sbarcò in Italia un ragazzo dallo sguardo furbo e dal sorriso beffardo: Faustino Asprilla. Aveva 22 anni, il Parma lo acquistò dal Nacional Medellin dopo che il capo dei narcos colombiani Pablo Escobar, patron occulto del club, diede il benestare. Velocissimo, estroso, abile nel dribbling, Asprilla conquistò la gente anche per il modo di festeggiare i gol: faceva la capriola. 

E ne fece parecchie: una a San Siro quando, con una punizione deliziosa, nel marzo del 1993, segnò l’1-0 e così interruppe il record di imbattibilità del Milan di Capello (58 gare senza k.o.). Oggi vive in Colombia, a Tulua Valle. Tifa per il Parma, "e per il mio amico Buffon: un fenomeno". 

Come se la passa, Tino?

"Alla grande. Ho un’azienda agricola, vendo canna da zucchero al governo colombiano. E attraverso una campagna pubblicitaria commercializzo preservativi. Sapete, il sesso per me è sempre stato importante...". 

Già, e che cosa ricorda del suo arrivo in Italia?

"La bella vita, le belle donne e... i rubinetti". 

I rubinetti? Ci spieghi.

"Volevo spedire ai miei familiari in Colombia qualcosa che potesse sembrare molto costoso: vidi dei rubinetti dorati in un grande magazzino, ne acquistai dieci scatole, le mandai in Sudamerica e io, per quelli di Tulua, diventai il riccone che aveva sfondato nel calcio italiano. Credevano fossero d’oro, mica di metallo. Dalle mie parti l’apparenza conta spesso più della sostanza". 

E l’impatto con il calcio italiano come fu?

"Fantastico. Al Parma mi trovai subito benissimo. Avevano appena vinto la Coppa Italia e poi assieme vincemmo la Coppa delle Coppe a Wembley e la Supercoppa Europea contro il Milan. Compagni meravigliosi: Apolloni, Osio, Melli...". 

Con l’allenatore Scala, però, ci furono polemiche.

"Io non stavo alle regole. Un giorno mi voleva far correre attorno ai bastioni della Cittadella e gli dissi che non ero mica Forrest Gump. Il calcio, per me, è sempre stato divertimento. Niente regole, niente schemi". 

Il calcio di oggi le piace?

"Lo guardo, ma sembrano tutti soldatini agli ordini dell’allenatore. Se sgarrano, fuori. Ditemi uno che dribbla al giorno d’oggi... Mi piace Vinicius del Real Madrid. 

Com’è la sua giornata-tipo?

"Sveglia a mezzogiorno. Colazione abbondante a base di frutta. Riposino pomeridiano. Doccia, cena e feste fino all’alba". 

E lavorare?

"Ho tanti dipendenti, ci pensano loro. Io dirigo. E a volte gioco ancora a pallone: ho una squadretta, qui a Tulua". 

Con il calcio si è arricchito?

"Mi ha permesso di vivere come faccio ora. Un bel privilegio". 

Le sue bravate hanno fatto storia: ricorda quella del gennaio 1995?

"Festeggiai il Capodanno sparando in aria quattro o cinque colpi di rivoltella, che cosa volete che sia dalle nostre parti? Solo che io ero un personaggio famoso, i poliziotti mi portarono in caserma, chiamarono i dirigenti del Parma che dovettero pagare la cauzione. E la domenica dovevo essere in campo perché c’era Parma-Juventus. Diciamo che non mi preparai al meglio". 

E quella volta che finì sulle prime pagine dei quotidiani per la relazione con una soubrette?

"Non era vero nulla, mai stato con quella ragazza. Mi misero in mezzo. Però le donne mi sono sempre piaciute, e parecchio. Una volta ho anche posato nudo per un giornale italiano, e il cavalier Tanzi, che mi voleva bene ma andava a messa tutte le domeniche, si arrabbiò moltissimo. Il fatto è che di fronte a una bella donna non so resistere: devo corteggiarla. Infatti, dopo il divorzio da Catalina, non mi sono mai più sposato. Tante relazioni, ma nessuna fissa. Sa che cosa facevo con i miei compagni al Parma?". 

Ci racconti.

"Ci allenavamo in Cittadella, a trecento metri dallo stadio Tardini. Per raggiungere il campo usavamo un pullmino. Alla fine dell’allenamento io mi mettevo alla guida e, anziché rientrare al Tardini per fare la doccia, con altri sei o sette andavamo in giro per Parma a salutare le belle ragazze e le commesse dei negozi. Questo era il mio mondo: libero, puro". 

E quando pensò di aver ucciso il presidente Pedraneschi?

"Mamma mia che paura! Per scommessa, da centrocampo calciai forte con l’intenzione di colpirlo proprio in testa, e ci riuscii. Lui cadde, sembrava morto. Non mi diedi pace finché non lo rimisero in piedi".

Faustino Asprilla, che fine ha fatto: il Parma dei sogni, Pablo Escobar, film a luci rosse, l’azienda di preservativi. Cosa fa oggi. Andrea Sereni su Il Corriere della Sera il 7 marzo 2022.

L’ex attaccante del Parma e una vita piena di gol e pasticci. Compreso un arresto, dovuto alla sua passione per le armi. Oggi, tra le altre cose, vende condom.

Dal Parma ai condom

Gol, capriole, donne e risate. Imprevedibile e divertente, salvato dal pallone. Tino Asprilla, nato a Tuluà, centro chilometri da Calì, 52 anni fa e una vita da film tra calcio, armi da fuoco, narcotrafficanti, scherzi. Era nel Parma con un talento generale enorme, è passato dal Newcastle, con la sua Colombia come stella polare. Dopo il ritiro si è dato al mercato dei condom. Sì, questa è solo l’ultima attività, legata evidentemente alla passione più grande. Ma che fine ha fatto? Cosa fa oggi Asprilla?

Al Parma dopo l’ok di Escobar

Nella valle del Cauca, casa, era cosa normale girare armati di machete. Anche da bambini, Così fa Tino, che sognava di diventare un musicista di salsa ma era bravo e veloce con il pallone tra i piedi. Ai tempi del Cucùta Deportivo, la sua prima squadra, lo chiamavano «Pulpo» per la sua corsa scoordinata ma fluida. Arriva al Parma dall’Atletico Nacional, 3 miliardi e 750 milioni di lire, dopo aver ricevuto il benestare di Pablo Escobar. Sì, i cartelli della droga controllavano an che il calcio. A Parma lo chiamano «Tiramolla» e resta quattro anni: segna, fa capriole, combina pasticci, vince Coppa Italia, Coppa Uefa, Coppa delle Coppe e Supercoppa europea.

La multa mangiata

Negli anni al Parma si diverte e fa guai. Mangia, letteralmente, una multa da tre milioni di lire a tavola, con i compagni attoniti accanto. Compra ogni settimana dei rubinetti e li spedisce in Colombia. In un mese compra quattro auto, tutte Toyota. Il concessionario con quell’incasso se ne va alle Seychelles.

La storia con Petra Scharbach

Ha anche una storia d’amore, o presunto tale, con Petra Scharbach, bionda starlette della scuderia di Riccardo Schicchi, l’agente di Cicciolina. Petra un giorno decide di raccontare le acrobazie fuori dal campo di Tino, a suo dire «un superdotato da aver paura». Asprilla nega, lei conferma. Anche a distanza di anni. Nel 1993 posa nudo per una rivista, la didascalia sotto la foto recita: «Quello che vedete qui sopra è il mio regalo per le donne colombiane. E spero che i mariti non ci rimangano male».

Notti brave

Donne e sesso, anche prima delle partite. Come prima di una sfida contro il Napoli: «Il proprietario dell’hotel dove stavamo in ritiro era molto amico di Scala e aveva una figlia molto carina con cinque amiche che studiavano a Parma ed erano sempre lì. Una notte mi chiamano dicendo: “Vieni in questa camera’, sono andato. Non ricordo chi ci fosse con me, credo Crippa. Siamo stati fino alle 5 della mattina, ci siamo divertiti. Poi abbiamo giocato contro il Napoli e abbiamo perso 3-1. Non abbiamo dormito, abbiamo fatto festa tutta la notte, era impossibile vincere in quelle condizioni».

Lo scherzo di Shearer

Gioca due anni al Newcastle, dove stavolta è lui vittima di uno scherzo sui generis: «Il più brutto me l’ha fatto Alan Shearer. Eravamo a Londra, dovevamo giocare contro l’Arsenal ed ero in camera al telefono con la mia fidanzata —ha raccontato di recente—. Avevamo stanze singole. Sento graffiare fuori, poi a un certo punto suonano alla porta. Dico alla mia ragazza di aspettare al telefono. Metto l’occhio nello spioncino e quel pazzo mi ha messo l’estintore diretto verso l’occhio. Ho iniziato a non vedere nulla e a correre. La mattina dopo, a poche ore dalla partita, non vedevo nulla da un occhio. Era gonfio».

Salva la vita a Chilavert

Asprilla ha anche salvato una vita, quella di Jose Chilavert. Il 2 aprile 1997 è ad Asuncion per Paraguay-Colombia, qualificazioni ai Mondiali di Francia. A fine partita litiga furiosamente con il portiere icona paraguaiano: uno sputo, pugni, rosso diretto per entrambi e lite che prosegue anche negli spogliatoi. Poi riceve una telefonata da Julio Fierro, narcotrafficante colombiano, uno degli uomini di Pablo Escobar. «Mi chiama e dice “Puoi venire qui al mio hotel?” —ha raccontato di recente l’ex attaccante del Parma —. Sono arrivato ed era con altre 10 persone, tutte ubriache e accompagnate da donne paraguaiane. Sono andato con Aristizábal e ci hanno detto “Abbiamo bisogno che tu dia l’autorizzazione perché questi due uomini rimangano qui ad Asunción, vogliono uccidere quel ciccione di Chilavert”. Gli ho detto che era pazzo. Quel che succede in campo finisce in campo».

La passione per le armi

Ha sempre avuto una passione per le armi. Nel 2008 viene arrestato in Colombia per «possesso illegale d’arma da fuoco riservata all’uso militare». Un vigilante lo blocca mentre rientra in casa in compagnia di due donne, lui spara con una mitragliatrice allo stand dove si trova la guardia. «Mi hanno tenuto in carcere dieci giorni», dichiarerà poi, «e mi hanno fatto uscire perché non ne potevano più di me».

Attore in film a luci rosse

Uomo dai sogni particolari, Asprilla: «La cosa più audace che ho fatto — ha raccontato in un’intervista a Cromos —è stata fare l’amore ad alta quota su un volo da Bogotà a Londra. Il mio sogno è farlo in un campo da calcio con le tribune piene: se la gente apprezza ti applaude altrimenti può lanciarti sassi e pomodori». Negli anni gli è stato chiesto più volte di partecipare a clip video e anche film a luci rosse. Anche di recente, nel 2017, quando a provocarlo è stata la pornostar colombiana Amaranta Hank. Asprilla ha sempre rifiutato.

Vende preservativi

Nel 2014 l’ex attaccante di Newcastle e Parma si è trasformato in imprenditore: ha fondato la Tino Condones, una linea di preservativi. Promuove il suo marchio in uno spot con Valderrama con l’ironico slogan: «El Tamaño conta», ovvero «Le dimensioni contano». Un’idea nata per promuovere abitudini sessuali sane: «Consiglio a tutti i condom al sapore di guaiava. Quando ero piccolo avevamo nel nostro giardino un albero di guaiava e questo aveva un gusto e un sapore che s’addice tanto alle relazioni amorose». Oggi Faustino gestisce lo zuccherificio San Carlos, quello in cui suo padre ha lavorato per tutta la vita e ha la sua azienda di condom. Gira per il mondo, spesso torna a Parma ad incontrare i vecchi amici.

Dino Baggio. Dino Baggio compie 51 anni: la Juve, dieta vegana, attore a teatro, il guru della medicina alternativa. Che fine ha fatto. Andrea Sereni su Il Corriere della Sera il 23 Luglio 2022. 

L’ex centrocampista di Juventus, Parma, Lazio e Nazionale il 24 luglio 2022 compie 51 anni. Ha abbandonato il mondo del pallone. Segue i due figli, calciatori, e si affida a un guru della riflessologia per curare i dolori fisici. Non usa medicinali comuni, ma si è vaccinato

Compie 51 anni

Un cognome importante, legato per sempre al pallone. Baggio ma non Roberto, Dino. Tante volte gli hanno chiesto se fosse un parente del Divin Codino, un cugino magari. Non è così, Dino Baggio da Camposampiero, provincia di Padova, è stato uno dei migliori centrocampisti d’Italia negli anni ’90, finalista al Mondiale americano con la Nazionale: ha vinto tanto, Juventus, Parma, è ancora primatista di reti in Coppa Uefa, l’attuale Europa League. Oggi domenica 24 luglio 2022 compie51 anni: una data importante per un personaggio lontano dagli schemi, che ha scelto di allontanarsi dal mondo del calcio.Si è dato al teatro, è astemio, segue un regime alimentare vegano dopo essersi affidato a un guru della riflessologia plantare. E non solo questo. Che fine ha fatto il secondo Baggio più importante d’Italia?

L’omonimia con Roberto

Andiamo con ordine, iniziamo proprio dall’omonimia che si è portato dietro per una carriera intera. Quella con Roberto, condividono il cognome. «In tanti ancora mi chiedono se siamo fratelli. Non mi è mai pesato avere un cognome così importante. Anzi. Roby è stato uno dei forti giocatori al mondo, io ero solo contento che mi abbinassero a lui». Non sono parenti, ma sono ancora amici, anche a distanza di anni dal ritiro: «Lo sento spesso, quando capita ci vediamo, lui è un vero amico. Poi tra gli ex compagni ho buoni rapporti con Benarrivo e con Orlandini».

Ferito da un coltello lanciato dagli spalti

Con loro era al Parma, dove arriva dopo anni alla Juventus e con cui vince due volta la Coppa Uefa, poi una Coppa Italia e una Supercoppa. Ed è incolpevole protagonista di un curioso episodio. Durante i sedicesimi di finale di Coppa Uefa del 1998, contro il Wisła Cracovia, viene ferito alla testa da un coltello a serramanico tirato in campo da un tifoso polacco: se la cava con cinque punti di sutura e un grande spavento. E a fine stagione il Wisła viene sospeso dalle coppe europee per un anno e il suo Parma vince la competizione (terzo successo per Dino).

Il gesto dei soldi all’arbitro e la maxi multa

Serio e composto in campo, sempre. Tranne un giorno, nel 2000. Parma-Juventus, l’arbitro Farina gli mostra il cartellino rosso. Lui risponde mimando il gesto dei soldi tra le mani, come li stesse contando. Prende sei giornate di squalifica, una maxi multa da 200 milioni (di lire) e viene escluso dalla Nazionale: «Quel gesto mi è costato carissimo ma lo rifarei ancora un milione di volte», ha raccontato di recente. «Ce l’avevo col sistema non con l’arbitro ma anche facendo quel gesto plateale non è cambiato nulla. Dopo comunque si è visto cos’è successo con Calciopoli».

La moglie ex Non è la Rai

Baggio ha sposato l’ex volto di Non è la Rai Maria Teresa Mattei, che per lui lascia Roma e la carriera in televisione. Si conoscono quando Baggio gioca a Parma. «Ho continuato a lavorare a Buona domenica, per mesi ho fatto su e giù da Roma a Parma. Mi pesava, anche perché sapevo che Dino avrebbe potuto cambiare diverse squadre negli anni e non avere una casa fissa. Non mi piaceva stargli lontano, non credevo in un rapporto a distanza e temevo che alla lunga la nostra storia ne avrebbe risentito. Così quando mi ha chiesto di sposarlo ho deciso di mollare tutto per seguirlo». Abbandona i riflettori senza rimpianti, visto il clima di competitività e invidia che si era instaurato dietro le quinte del programma di Boncompagni. Con tanto di litigio con una delle più celebri colleghe, Ambra Angiolini: «Ha smesso di salutarmi e ha cominciato a evitarmi. Qualcuna delle ragazze, gelosa del rapporto che avevo con Ambra, aveva messo in giro la voce che ne parlavo male. Non ho mai saputo chi fosse, purtroppo quelle cose accadevano in un ambiente in cui si sgomitava per mettersi in luce». Sono ancora insieme, inseparabili.

Allenatore delle giovanili

Dopo il ritiro dal calcio, nel 2008, per un po’ ha allenato nel settore giovanile del Padova. Poi Montebelluna, dove è rimasto fino a un paio di anni fa. Lascia per un generale disamore verso il pallone e per seguire i suoi figli: «Si sono spostati a Monza. Io ho mollato per stargli vicino —ha raccontato in un’intervista al Corriere dello scorso luglio —. Adesso loro sono a Varese, continuo a seguirli e sono più in autostrada che a casa».

I figli calciatori

Ecco appunto, i suoi due figli calciatori, Leonardo e Alessandro. Il primo, classe 2003, è centrocampista come il papà, mentre il secondo, classe 2002, fa il difensore. «Leonardo è mezzala, centrocampista mentre il secondogenito di Baggio, Alessandro, è esterno destro e difensore destro. Giocano a Varese, in Lombardia. «Il mio impegno ora è di seguire la loro carriera sportiva».

Attore a teatro

Si è anche dato al teatro. Attore, anche se non per molto tempo, scritturato per un fotoromanzo, «La zona VI», insieme alla moglie, in cui interpreta un esponente dell’organizzazione criminale araba al centro di un intrigo internazionale. «È stata una parentesi per beneficenza in paese. Ho fatto tre apparizioni, ma non mi piaceva».

In pista a Misano

La vera passione di Dino Baggio, oggi, quale è? «Correre in pista con le macchine, ogni tanto vado a Misano e guido una Gt3 —ha rivelato—. Mi piacerebbe disputare un campionato di categoria».

Il guru e la medicina alternativa

Dopo il ritiro, per risolvere alcuni problemi fisici, si è affidato a un guru della riflessologia plantare. Una pratica che sostiene che ad ogni parte del piede corrisponda un organo, e che di conseguenza manipolando un punto preciso si vada a «curare» l’organo correlato (cioè riflesso, ecco il perché del nome). Il guru in questione è Michelangelo Chiecchi—incontrato durante un ritiro estivo in montagna, quando ancora giocava alla Triestina —che si definisce «insegnante di vita naturale». «Nel 2006 ho conosciuto Michelangelo ed è stato grazie al suo sistema di salute naturale che sono riuscito a guarire i dolori che avevo a ginocchio, caviglie e schiena —ha spiegato —. Il regime alimentare proposto da Michelangelo mi ha cambiato la vita perché finalmente posso fare a meno delle medicine». Non ne prende più, quando ha la febbre si fa una doccia gelata e annusa essenze. Però si è vaccinato contro il Covid. «È l’unica strada per bloccare il virus».

La dieta vegana

Così ha cambiato vita ed è diventato vegano. Non solo: consuma solo prodotti naturali e biologici. Seitan, ravioli di soia, cose del genere. Ai figli concedeva la coca cola vegana e il latte vegetale (riso, avena). Una filosofia che porta avanti da anni, e di cui è convinto: «La gente purtroppo conosce poco la ricchezza della cucina vegetale e fa fatica ad abbandonare l’idea di eliminare la carne. C’è chi dice che questo tipo di dieta faccia perdere la convivialità ma non è vero. Se mangio fuori mi accontento di un piatto di pasta in bianco o di verdure, se non c’è nient’altro di più appetitoso. La mia priorità è la salute, se devo stare a digiuno, non importa, anche quello non fa mica male».

Andrea Pistore per corrieredelveneto.corriere.it il 17 gennaio 2022.

È stato uno degli emblemi del calcio italiano a cavallo tra gli anni ’90 e il nuovo millennio. Un cognome importante: Baggio, tanto che infinite volte ci si è domandati se fosse un parente, magari fratello o un cugino alla lontana, di Roberto. Dino Baggio, padovano classe 1971, cinquant’anni appena compiuti, detiene ancora il primato di gol realizzati nelle finali di Coppa Uefa, l’attuale Europa League (5, tra andata e ritorno). Per scelta è «uscito» da un mondo del calcio in cui non si ritrova più come racconta senza giri di parole. 

Intanto cosa fa adesso Dino Baggio?

«Fino a un paio di anni fa ero a Montebelluna dove allenavo i giovani e dove giocavano anche i miei figli che poi si sono spostati a Monza. Io ho mollato per stargli vicino. Adesso loro sono a Varese, continuo a seguirli e sono più in autostrada che a casa». 

Quindi ha chiuso definitivamente con il calcio?

«Ho detto basta perché è diventato tutto complicato. C’è molta differenza rispetto a quando giocavo. Adesso ci sono troppi giri strani. Quando vedi i ragazzi che non scendono in campo anche se lo meritano ti tiri fuori e dici basta. In tanti posti sei obbligato a fare determinate scelte e allora non ne vale più la pena». 

Davvero non segue proprio più niente del pallone?

«Guardo qualche partita in televisione. Sono venuti a mancare i settori giovanili e quei ragazzini che facevi crescere. Ormai è più facile prendere uno straniero e pagarlo poco. Un peccato. Ogni tanto vado a vedere la serie la D dove è tutto più genuino». 

I suoi figli però giocano a calcio…

«Sin da piccoli non ho messo veti. Se vorranno continuare bene, altrimenti cambieranno. L’importante è che pratichino sport e che imparino lo spirito di sacrificio. Abbiamo visto alle Olimpiadi che non esiste solo il pallone».

A un certo punto della sua vita ha fatto anche teatro, sta coltivando ancora quella passione?

«No, era stata solo una parentesi per beneficenza in paese. Ho fatto tre apparizioni ma non mi piaceva. Il mio vero hobby è correre in pista con le macchine, ogni tanto vado a Misano e guido una Gt3. Mi piacerebbe disputare un campionato di categoria». 

Torniamo indietro al calcio giocato, è rimasto legato a qualche compagno?

«Con Roberto (Baggio, ndr). Lo sento spesso, quando capita ci vediamo, lui è un vero amico. Poi ho buoni rapporti con Benarrivo e con Orlandini». 

Ci tolga una curiosità, quante volte le hanno chiesto se lei e Roberto siete parenti?

«In tanti ancora mi chiedono se siamo fratelli. Non mi è mai pesato avere un cognome così importante. Anzi. Roby è stato uno dei forti giocatori al mondo, io ero solo contento che mi abbinassero a lui». 

Parlando di allenatori, di Nevio Scala che ci dice?

«È stato uno dei migliori. Mi ha voluto a tutti i costi a Parma. In spogliatoio noi due parlavamo più veneto che italiano, non sempre gli altri ci capivano. Quello è stato il Parma dei miracoli».

Quale la chiave dei successi?

«Avevamo uno squadrone formato tutto da nazionali che ha trovato l’apice con Malesani in panchina. Sono rimasto sette anni coi crociati. Zola era un fenomeno, poi c’era Tino Asprilla, un tipo scherzoso e un uomo spogliatoio. Portava allegria e stemperava la tensione con i suoi balletti e lo stereo sparato a palla». 

Mister Malesani com’era in quegli anni?

«Un innovatore. Mi piaceva il suo metodo. Giocavamo in maniera rivoluzionaria e sempre all’attacco. Ci si divertiva. Lui in carriera avrebbe dovuto essere più diplomatico, ha avuto troppi alti e bassi e ha pagato la poca linearità nei risultati». 

Parma nel cuore insomma…

«Tutt’ora ci torno quando posso e vado a trovare gli amici. Poi amo anche Torino, ma sponda granata, dove ho iniziato la mia carriera nelle giovanili».

E Carlo Ancelotti?

«Anche lui un ottimo tecnico. È un figlio di Sacchi, ha fatto il calciatore ed è sempre stato capace di capire i giocatori anche solo guardandoli. Era avvantaggiato da questo aspetto. Tutti gli abbiamo sempre voluto bene. Dove è andato ha vinto».

Un altro mister che l’ha allenata è stato Trapattoni, con lui avete vinto una Coppa Uefa alla Juventus, aneddoti?

«Un maestro del calcio. Avevo solo 21 anni ma mi ha sempre fatto giocare. Mi diceva “sei il mio Maldini”. Lui aveva una grande dote: a fine allenamento i giocatori dai 28 anni in su venivano mandati sotto la doccia mentre i giovani restavano mezz’ora in campo a fare tecnica tutti i giorni». 

Nell’ultima parte della sua carriera ha provato anche l’esperienza inglese col Blackburn, come mai è finito in Inghilterra?

«Dovevo andarci già 10 anni prima con il Middlesbrough e poi al Chelsea perché mi voleva Gianluca Vialli ma poi non abbiamo trovato l’accordo. Lì il calcio è bello, molto di più che in Italia e ho coronato anche questo sogno».

A proposito di Vialli e della sua malattia, che impressione ha avuto da fuori?

«Ha sempre combattuto da leone, com’è lui caratterialmente. Poi si è visto all’Europeo il carisma. Era l’uomo che serviva all’Italia, anche per quello che gli è successo. Un esempio per il gruppo azzurro. Sono sicuro che molti dei meriti per la vittoria Mancini li abbia spartiti proprio con Gianluca». 

Per lei la Nazionale cosa ha significato?

«Ho fatto 60 presenze, segnando 7 gol. Ero nella selezione di Usa ’94, siamo arrivati in finale di Coppa del Mondo. Noi abbiamo fatto il massimo, poi il resto era una lotteria. Abbiamo perso ai rigori col Brasile e pazienza. Più di così non si poteva fare ma sono pur sempre un vice campione del mondo e pochi giocatori possono vantarsene. Da ragazzino avrei messo la firma per un risultato simile». 

Chi è il giocatore in Italia che in questo momento la convince di più?

«Federico Chiesa. È la copia sputata del padre Enrico, stesso modo di giocare. Mi piace anche Manuel Locatelli».

Lo stadio più bello dove ha giocato?

«Forse quello di New York. Futuristico per l’epoca. Se devo dirne uno in Europa scelgo il Santiago Bernabeu di Madrid». 

Lei nel 2000 prese sei giornate di squalifica (oltre a una maxi multa da 200milioni) perché mimò all’arbitro Farina il gesto dei soldi. Pentito?

«No. Ce l’avevo col sistema non con l’arbitro ma anche facendo quel gesto plateale non è cambiato nulla. Dopo comunque si è visto cos’è successo con Calciopoli».

In questi giorni si è vaccinato ed è finito anche sui giornali locali, come mai ha voluto fare questo appello ai giovani perché si immunizzino?

«È l’unica strada per bloccare il virus e poi senza Green pass non puoi fare niente. Di restrizioni non se ne può più, la gente rischia di impazzire e non possiamo stare chiusi in casa un altro inverno. Speriamo che riaprano gli stadi con capienza al 100%, magari verso ottobre, perché il calcio senza tifosi non è calcio».

L’UDINESE.

Enrico Currò per repubblica.it il 26 ottobre 2022.

Serse Cosmi ha 64 anni e da 32 allena nel calcio, dove ha assaggiato tutte le categorie, dai dilettanti alla serie A, con tanto di incursione in Champions League alla guida dell'Udinese. Ma l'Uomo del fiume, nato e cresciuto vicino al Tevere di cui suo padre era guardiano, si era stancato di navigare: "Avevo esaurito le pile: troppe ingerenze assurde nel calcio italiano". 

Poi, a settembre, è arrivata la Croazia, con la panchina del Rjieka. E adesso lui, che ha assistito da spettatori interessato a Dinamo-Milan (incontrerà prima della sosta la squadra di Zagabria nella Super Sport Nhl, la serie A croata), ha ritrovato tutto l'entusiasmo, senza dimenticare però il fresco passato, che ancora lo addolora. 

Cosmi, che cos'era successo?

"Era successo che in Italia non si può più stare. Non si può più fare il mestiere di allenatore come si deve. Come si dovrebbe. All'estero sono rinato". 

Una folgorazione?

"Il fatto è che qui ho capito di avere perso dieci anni, gli ultimi: tempo sprecato. Qui ho capito subito la differenza". 

Qual è la differenza?

"Il rispetto dei ruoli, il rispetto delle persone. Per me è stata una catarsi, la definisco così". 

Il Rijeka non è una squadra di alta classifica.

"Ma ha strutture incredibili, una società seria. Vado di nuovo ad allenare felice, con tanta voglia di fare il mio lavoro. Da tanto tempo non mi capitava più. Magari avessi avuto il coraggio di andarmene via prima".  

Che cosa la tratteneva in Italia?

"Un preconcetto. L'assurda convinzione che il calcio sia solo in Italia. Ora mi chiedo: ma chi me l'ha fatto fare di sprecare tanto tempo? Ho scoperto un mondo diverso. Parlo in inglese, mi diverto, insegno, trasmetto le mie conoscenze. A parte che i posti, la costa di Opatija dove vivo, sono bellissimi". 

La sua è una scoperta tardiva?

"No, lo ripeto: mi è tornato l'entusiasmo, alleno volentieri. Ho il piacere del confronto quotidiano. E guardi che non sono l'unico a pensarla così. Ne ho parlato con altri colleghi e sono d'accordo con me". 

Ad esempio?

"Un collega molto famoso. Lo incontrai poco tempo dopo che era tornato in Italia e mi disse: sono passati dieci giorni e mi sono già reso conto di avere fatto una cazzata". 

Qual è secondo lei il problema principale del calcio italiano?

"Le troppe cose poco chiare. Le ingerenze. Le commistioni dei ruoli". 

E come si risolve?

"Nella maniera più drastica: cambiando gli uomini".

Cambiando i dirigenti?

"Cambiando gli uomini. Adesso la saluto, devo tornare a Rijeka".

Totò Di Natale compie 45 anni: l’Udinese, il fratello parcheggiatore, le rapine, il dolore per la madre. Che fine ha fatto. Gregorio Spigno su Il Corriere della Sera il 13 Ottobre 2022.

Il bomber di provincia, capace di segnare 209 gol in serie A, è rimasto nel mondo del calcio: ha fatto l’allenatore, ora è vicepresidente di un club in serie D. E non solo. Ecco cosa fa oggi

Il «bomber di provincia»

È stato tra i bomber più prolifici nella storia della serie A, attestandosi al 6° post all-time con 209 gol, con le maglie di Empoli e Udinese. Totò Di Natale, storico ex attaccante e capitano del club friulano, ha compiuto 45 anni il 13 ottobre. Bomber di provincia, con il calcio giocato ha smesso nel 2016, ma la sua carriera è stata costellata da scelte coraggiose e decisioni che lo hanno portato a diventare uno dei migliori attaccanti italiani. Oggi la sua vita è cambiata, ma il calcio è sempre un fedele compagno di viaggio.

Vicepresidente dell’Orvietana

È del settembre scorso la notizia dell’approdo di Totò Di Natale all’Orvietana, club di serie D, con la carica di vicepresidente. Una collaborazione molto attiva quella tra l’ex bomber e l’Orvietana, tanto che Di Natale viaggia spesso insieme alla squadra per seguire da vicino le gare dei «suoi» ragazzi. «Quando giocavo a Roma o a Napoli mi fermavo sempre tre giorni a Orvieto, in questa bellissima città — aveva confessato Di Natale alla sua presentazione —. Sono qui a disposizione del presidente per portare la mia esperienza e migliorare la società». E pure per non perdere di vista il figlio, che dopo aver fatto la trafila nelle giovanili di Fiorentina ed Empoli si è trasferito proprio a Orvieto alla prima esperienza tra i grandi. Si occupa poi della formazione di alcuni ragazzi nelle scuole calcio.

Allenatore alla Carrarese

Di Natale, però, è rimasto molto vicino ai campi da gioco fino alla scorsa stagione: nell’annata 2021-22, infatti, Totò è stato allenatore della Carrarese, in serie C. Ha chiuso la stagione al 10° posto, conquistando un posto per i playoff (da cui, però, la Carrarese è stata eliminata al primo turno). Il contratto che legava club e tecnico è stato rescisso consensualmente lo scorso 11 luglio, e Di Natale, in un’intervista a La Gazzetta dello Sport, ha rivelato: «Ho salvato la Carrarese, l’ho portata ai playoff. Ora aspetto e seguo mio figlio Filippo, classe 2004, che è andato via di casa per giocare a Orvieto in D. Lui sa bene che bisogna partire dal basso».

L’esperienza a La Spezia

Prima di scendere di categoria, Di Natale ha trascorso anche un biennio a La Spezia, tra il 2018 e il 2020. Iniziò ricoprendo la carica di consulente del club e collaboratore tecnico della prima squadra, che ai tempi era stata affidata alla guida di Pasquale Marino (i due avevano condiviso tre stagioni insieme a Udine). L’anno successivo, Totò ebbe la prima esperienza da allenatore vero e proprio con i ragazzini dell’Under 17. Un’esperienza positiva: 7 vittorie e 6 pareggi in 18 gare, con una media punti di 1,5 a partita.

Il no alla Juve

Diventò una vera e propria bandiera dell’Udinese, Di Natale: in Friuli 17 stagioni da professionista, gol, record e soddisfazioni di livello. Dalla Champions League (la stessa del cucchiaio su rigore del «Mago» Maicosuel ma non solo) all’Europa League. Di Natale, con la maglia dell’Udinese, conquistò la vetta della classifica marcatori addirittura per due stagioni consecutive e nel biennio 2009-2011 fecero meglio di lui in termini di gol segnati solo Cristiano Ronaldo e Messi, che però giocavano in Real Madrid e Barcellona: 86 gol il portoghese, 82 l’argentino e 67 Totò. Un legame di ferro quello tra l’attaccante e il club di Pozzo, tanto che Di Natale, pur di restare a Udine, rifiutò l’offerta della Juventus: «Sono fatto così — spiegò in seguito —. Le mie scelte sono sempre state di cuore e di testa, mai di soldi. Alla Juve ne avrei avuti tanti, poi in una società così importante. Ma avevo altre priorità. Il mio procuratore mi chiamò e mi disse che c’era questa possibilità, io risposi: “Ringrazia la Juve, ma io e la mia famiglia restiamo qua a Udine, mi sento uno di loro e mi piacerebbe finire qui la carriera”. Poi ho chiamato il presidente Pozzo e in due minuti si è risolto il problema».

La famiglia: il fratello parcheggiatore e la mamma

Di Natale nasce e v ive i primi anni nella periferia di Napoli, nelle case della ricostruzione post terremoto dell’80. Nel rione popolare di Pomigliano d’Arco la sua famiglia, di origini umili, vive una dimensione di sacrifici e disagi. Suo fratello per sbarcare il lunario faceva anche il parcheggiatore abusivo. L’ex attaccante della Nazionale ha sempre aiutato la famiglia, soprattutto i genitori. Il papà faceva il pittore, la mamma (a cui era legatissimo) casalinga. Anzi, dopo la doppietta segnata con la Nazionale nelle qualificazioni ad Euro 2008, corse in ospedale a Napoli perché la madre stava molto male. Per lui fu un grande dolore quando, dopo qualche mese, morì.

Le iniziative benefiche

Nobili anche diverse iniziative extra-campo da parte di Totò Di Natale, da sempre attento agli aspetti etici. Nel 2018, per dare una mano all’ex compagno di squadra Bernardo Corradi e al figlio dell’ex attaccante avuto con la showgirl Elena Santarelli, Di Natale tornò in campo a 41 anni sul campo del Donatello, per una partita benefica organizzata tra vecchie glorie dell’Udinese con l’obiettivo di ricavare alcuni soldi da devolvere in beneficienza per i bambini malati. Nel dettaglio, da devolvere al «Progetto Heal» che ha lo scopo di finanziare progetti di ricerca scientifica per favorire lo studio e la cura dei tumori infantili del sistema nervoso centrale. «Grazie Totò — scrisse Santarelli —, quando non chiedi nulla agli amici e loro sono bravi a stupirti».

Le rapine subite

Nel dicembre scorso, Di Natale ha vissuto una brutta esperienza: ad Empoli l’ex attaccante è stato rapinato — davanti ai suoi familiari — del suo orologio, dal valore di circa 30 mila euro. Per di più proprio di fronte alla sua abitazione. Sei persone contro il malcapitato Totò, a cui hanno puntato un coltello alla gola e una pistola alla tempia. E un fatto simile gli era accaduto già 10 anni prima, nel 2012, quando, sempre ad Empoli, una banda di ladri gli svaligiò casa.

Il figlio calciatore

Totò ha due figli: Filippo e Diletta. Filippo ha 19 anni (è un classe 2004) e gioca a calcio, esterno d’attacco dell’Orvietana, in serie D (la squadra di cui Di Natale è vicepresidente). Si è formato nel settore giovanile dell’Empoli, una delle squadre dove ha giocato anche il papà.

L’ATALANTA.

Cristiano Doni, che fine ha fatto: il chiringuito a Maiorca, il carcere per le scommesse, l’Atalanta e la vita a Bergamo, la moglie Ingrid. Andrea Sereni su Il Corriere della Sera l'1 febbraio 2022.

Lo scandalo del calcioscommesse ha travolto la sua vita: ha aperto un locale sulla spiaggia, ma vive sempre a Bergamo dove è ancora «il capitano». «Mio figlio Lukas mi ha salvato la vita, non riguardo le partite di un tempo, ma sogno ancora quando arrivavo allo stadio tra i tifosi».

Doni e la nuova vita

C’è sempre un’ombra che attraversa gli occhi di Cristiano Doni. Non va via, nera e profonda, neanche oggi, nonostante gli anni siano 48 e la tempesta sia passata. Il miglior calciatore ad aver mai vestito la maglia dell’Atalanta, recordman per gol (112 reti in 296 gare), fa una fatica enorme a parlare della sua carriera. Non lo fa nelle poche apparizioni pubbliche, non lo fa con la famiglia. Non lo fa neppure con se stesso. Segnato per sempre dal «casino» che ha combinato. E che lo ha travolto, probabilmente anche oltre le sue reali responsabilità. Lui, amatissimo, capitano, leader, campione assoluto in una squadra normale. Non ricorda le partite più belle che ha giocato, segue la squadra di Gasperini da tifoso. Sognava di restare in società, divenire dirigente. Invece per dar luce alla sua seconda vita ha scelto il sole di Maiorca, dove ha aperto un chiringuito. Ma andiamo con ordine.

L’esultanza a testa alta

Nato a Roma da genitori liguri, a tre anni si trasferisce a Verona per seguire il lavoro del padre. Con il pallone tra i piedi Cristiano sa far tutto. Quando nel 1998 arriva all’Atalanta, Bergamo lo accoglie. Diventa la sua città. «Qui ho trovato tutto. Papà, per lavoro, girava molto e così anch’io mi sono ritrovato a lungo a non mettere radici. Invece, oggi, quando mi chiedono di dove sono, rispondo convinto e orgoglioso: sono di Bergamo». La maglia dell’Atalanta è la sua tuta da supereroe, come «il costume che trasforma Clark Kent in Superman», scherza quando torna dopo una breve parentesi alla Sampdoria. Ne diventa il miglior marcatore della storia, con un’esultanza da subito iconica: pallone in rete e corsa con mano sotto il mento, a mostrare la testa alta. Perché? «Uno scherzo con Comandini, un gioco che si faceva da ragazzini quando uno alzava la testa e diceva “ritiro” dopo aver insultato qualcun altro», ha spiegato in seguito. Secondo alcuni invece una risposta alle prime accuse di calcioscommesse per Atalanta-Pistoiese del 2000, da cui uscì assolto.

L’Atalanta

Quell’Atalanta è una squadra lontana dalla macchina da guerra targata Gasperini, fatica a restare in serie A. Ma Doni è di una categoria diversa: trequartista tecnico e veloce, si esalta con Vavassori, «che mi capì subito e mi sorprese» e stringe un rapporto schietto e diretto con Colantuono. Segna tanto e si guadagna un posto nella Nazionale di fenomeni che Trapattoni porta ai Mondiali del 2002 (lasciando fuori, tra gli altri, Roby Baggio).

In Nazionale col Trap

Una selezione di stelle, quella che il Trap schiera in Corea e Giappone. Due anni prima l’Italia ha perso la finale degli Europei al golden gol contro la Francia, che ai Mondiali del 1998 ci aveva eliminato ai rigori ai quarti. In una squadra fortissima Doni è tra i convocati, maglia numero 11. «Ero un intruso in quel gruppo straordinario. Trapattoni mi amava e giocai titolare le prime due gare — ha raccontato in una recente intervista al Corriere —. Era un gruppo più forte rispetto a quello che quattro anni dopo avrebbe vinto in Germania: difesa mostruosa, grande centrocampo e in attacco avevamo Totti, Vieri, Inzaghi, Del Piero e Montella. Arrivammo con vari acciacchi importanti e le varie conseguenze dello scudetto del 5 maggio. Ma stavamo crescendo gara dopo gara, e se avessimo superato l’ostacolo Corea credo che poi avrebbero fatto fatica tutti a fermarci, anche il Brasile di Ronaldo e Rivaldo». Resterà un rimpianto.

La lite con Conte

Nel 2009, uno degli ultimi anni di carriera, a Bergamo arriva un nuovo, giovane, allenatore: Antonio Conte. Con cui Doni litiga furiosamente dopo un Livorno-Atalanta. «Mentre esce dal campo io non lo guardo, ma mi dicono che applaude ironicamente la mia decisione e dice: “Complimenti per la sostituzione”. Per me la storia finisce lì — racconta l’ex tecnico dell’Inter nella sua biografia —. Ma al rientro negli spogliatoi lui dà un pugno sulla porta. Così lo faccio anche io, e aggiungo: “Guarda che i cazzotti li sappiamo dare tutti”. Lui si avvicina verso di me con il chiaro intento di cercare uno scontro. “Credi di farmi paura?”, grida facendosi largo tra i compagni che cercano di trattenerlo . “E tu credi di intimorirmi con questi gesti?». Questa invece la versione di Doni, alcuni anni dopo: «Mi ha mancato di rispetto davanti a tutti e gli ho risposto a tono. Poi ci siamo chiariti e ho cercato di aiutarlo solo per il bene dell’Atalanta. Molto più di altri».

Il calcioscommesse e il carcere

La sua avventura col pallone arriva all’epilogo la mattina del 19 dicembre 2011, quando dodici carabinieri fanno irruzione in casa sua e lo arrestano. Indagato nell’operazione «Last Bet», calcioscommesse. «Non dovevo mettere il naso in quella storia. So di aver sbagliato, non voglio passare per un santo. Ma mi fa male che poi tutto sia stato raccontato in maniera diversa: ogni cosa che dicevo veniva travisata». Finisce in carcere, si becca tre anni e mezzo di squalifica più altri due per illecito sportivo. «Quello che mi è successo è la cosa peggiore che possa capitare a un uomo oltre alla morte. I cinque giorni in prigione sono stati i più brutti della mia vita».

La moglie e due figli

In qualche modo, Cristiano si rialza. Lo fa grazie alla sua famiglia: la moglie Ingrid e i due figli, Giulia e Lukas, nato dopo il caos scommesse, che «ha salvato la mia vita». «Ho scelto di essere un padre presente con lui, stargli vicino, senza ovviamente trascurare l’altra che nel frattempo è diventata adolescente — ha raccontato in un’intervista a Il Tempo —. Mi spiace non essermela goduta troppo, quando era piccola, anche a causa del calcio. Mio figlio sa che suo papà è stato calciatore, anche se non mi ha mai visto. Raramente però gli faccio vedere immagini di allora. È una cosa che non mi piace».

Il chiringuito a Maiorca

Travolto dal vortice scommesse, sceglie Maiorca (dove aveva giocato un anno) per ripartire. Lì nel 2012 apre un locale sulla spiaggia, in società con il ristoratore bolognese Filippo Russo. «Chiringo beach», è il nome che ancora oggi porta il locale, al quale si è aggiunta una pizzeria. Ma non ha mai vissuto a Maiorca, se non per i mesi estivi, nonostante le voci che all’epoca raccontavano di una sua fuga in Spagna: «Fu la cosa che più mi fece male tra le tante falsità che si dissero. Io non scappai. Sarebbe stato facile farlo, ma non pensavo che fosse giusto, né per me né per la mia famiglia».

Sempre a Bergamo

Difatti Doni da Bergamo non se ne è mai andato. Oggi gestisce alcune attività in campo commerciale — oltre al chiringuito a Maiorca, il ristorante «Città dei mille» in via Martinella, a Bergamo — e immobiliare, e lavora per una società che fa scouting tra i giovani. Cammina senza problemi in centro città, i tifosi ancora lo chiamano capitano. Ogni tanto gioca a padel, qualche volta a calcio a sette con alcuni amici ed ex compagni di squadra, tra cui pure Ariatti e Pelizzoli. Appena può va allo stadio a vedere la sua Atalanta, altrimenti la segue in tv. Ma i suoi ricordi da calciatore, ecco quelli faticano ad emergere, affogati nel buco nero che lo ha inghiottito. Cristiano è alla continua ricerca di una redenzione che forse non si concederà mai. «Il ricordo più vivo? Non penso a un gol o a una partita in particolare. Ho una nostalgia incredibile dell’avvicinamento allo stadio, con il pullman. C’era sempre un fiume di tifosi ad accompagnarci, e tantissimi indossavano la mia maglietta. A volte mi capita di sognare quei momenti. Emozioni impagabili».

Malinovskyi, l’Atalanta lo mette sul mercato: Gasperini non lo vuole. Tutti i giocatori in rotta col tecnico. Salvatore Riggio su Il Corriere della Sera il 23 Agosto 2022

L’ucraino Ruslan Malinovskyi gioca e segna ma lascerà l’Atalanta. Gli appelli della moglie non convincono Gasperini. Che ha avuto problemi con diversi suoi calciatori

Il caso di Malinovskyi

È curioso il caso di Ruslan Malinovskyi, centrocampista ucraino dell’Atalanta. Sul mercato — piace in Premier League (ci sono Tottenham e Nottingham Forest) e nei giorni scorsi è stata intavolata una trattativa col Marsiglia (scambio con Under) — ma grande protagonista nel match contro il Milan di domenica 21 agosto (1-1), quando ha segnato il gol del vantaggio della Dea. Rete poi pareggiata da Bennacer nella ripresa. La sua esultanza è stata esplicita, indirizzata verso la moglie in tribuna. Che si è spesa molto sui social per chiamare in raccolta i tifosi dell’Atalanta. Ora sul banco degli imputati è finito Gian Piero Gasperini e sono in tanti a confrontare questo quasi addio con gli altri del passato, richiesti dal tecnico dei bergamaschi. In sostanza, Malinovskiy solo l’ultimo di tanti esempi di giocatori scaricati da Gasp.

Il Papu Gomez

Dicembre 2020: Papu Gomez litiga con Gasperini e poco dopo è costretto a lasciare l’Atalanta. Va in Spagna, al Siviglia. Tutto nasce da questione tattiche: «L’allenatore mi ha chiesto di spostarmi a destra, mentre io stavo facendo molto bene a sinistra. Ho detto di no. Immagino che l’aver risposto così, a metà gara e davanti alle telecamere, abbia creato la situazione perfetta perché si arrabbiasse. In quel momento ho capito che sarei stato sostituito all’intervallo e così è stato. Negli spogliatoi, però, lui ha oltrepassato i limiti e ha cercato di aggredirmi fisicamente». Versione smentita da Gasp.

Pierluigi Gollini

Sei mesi dopo tocca a Gollini. Estate 2021: il portiere si trasferisce al Tottenham, in Premier League. Resta a Londra una stagione, poi torna in Italia per difendere i pali della Fiorentina. E hanno fatto scalpore le sue parole nel giorno della presentazione con i viola: «Sono andato via non per scelta tecnica, ma per dei problemi con una persona». In molti hanno identificato questa persona con Gasp.

Martin Skrtel

Qualche anno prima non è andata meglio a Skrtel. L’ex difensore del Liverpool è arrivato a Zingonia il 9 agosto 2019. Dopo nemmeno un mese, il 2 settembre, è stato tagliato fuori da Gasperini senza essere mai sceso in campo con la maglia dell’Atalanta. Il motivo? Il suo mancato adattamento nella difesa a 3.

Simon Kjaer

Non va meglio a Kjaer, che avrebbe avuto il compito di sostituire, nella rosa di Gasperini, proprio lo slovacco ex Liverpool. Da settembre 2019 a gennaio 2020 il danese ha visto il campo solo sei volte. Viene ceduto al Milan su richiesta proprio del tecnico dei bergamaschi. Anche per Kjaer, che in rossonero ha vinto l’ultimo scudetto, il motivo sarebbe da ricercare per il suo mancato adattamento alla difesa a tre.

Timothy Castagne

Estate 2020: Castagne decide di lasciare l’Atalanta e andare in Premier League, al Leicester. Appena sbarcato in Inghilterra, l’esterno belga si lamenta di Gasperini: «È un allenatore che si arrabbia subito, che ha molte difficoltà a controllarsi. Non ho mai raggiunto il 100% delle mie capacità a causa del suo modo di lavorare». Più eloquente di così.

Da leggo.it il 2 settembre 2022.

Josip Ilicic non è più un calciatore dell'Atalanta. Lo sloveno e il club bergamasco hanno risolto il contratto consensualmente, con un anno di anticipo rispetto alla scadenza naturale. "JoJo" ha chiuso l'avventura più importante della sua carriera, congedandosi dopo 173 partite e 60 reti segnate, con un messaggio emozionante sui social.

Il messaggio di Ilicic all'Atalanta

Sul suo profilo Instagram Ilicic ha salutato così società e tifosi nerazzurri. «Non è facile trovare le parole giuste per salutarvi, un insieme di emozioni e ricordi ho vissuto in questi 5 anni - si legge nel post -. 5 anni di gioia, felicità e magia, ma anche dolore e momenti non sempre facili. Grazie per avermi sostenuto e per esserci sempre stati. Grazie a chi mi è stato vicino, a tutti i tifosi, tutte le persone che lavorano dentro la società, allenatore e compagni. Grazie per l’affetto che mi dimostrate sempre. Insieme abbiamo fatto la storia, e la storia non sarà mai dimenticata. Sarete sempre nel mio cuore, forza Atalanta», le sue parole. Tra i messaggi d'affetto pubblicati nei commenti, anche quello dell'ex compagno "Papu" Gomez: «Grazie di tutto, campione».

I problemi di Ilicic

Josip Ilicic è stato un punto di riferimento all'Atalanta, fino all'arrivo della pandemia. Da quando il Covid è arrivato a sconvolgere la vita di tutti, lo sloveno non è stato più lo stesso. Le misure di contenimento, l'isolamento vissuto a Bergamo (una delle città che hanno sofferto di più) lo hanno scosso così tanto da fargli attraversare un periodo di depressione, che ha ovviamente inciso anche nelle prestazioni in campo. È rimasto fuori a lungo, tra il silenzio di società e persone care, per poi tornare a fatica e mai con la stessa forza che aveva prima del 2020.

«La testa è una giungla, anche i medici hanno difficoltà a decifrare certe cose», aveva detto il tecnico della Dea Gian Piero Gasperini, quando lo scorso gennaio il calciatore si era chiuso di nuovo in se stesso. Dopo mesi di difficoltà, è arrivata la decisione dell'addio consensuale, presa a malincuore da entrambe le parti. Adesso Ilicic potrà cercarsi con calma una nuova squadra. Per lui si è fatto avanti il Verona, ma si parla anche di un possibile ritorno al Palermo, club dove si era fatto notare per la prima volta in Italia.

L'infanzia traumatica, l'infezione batterica e il Covid. Che cosa ha Josep Ilicic, il talento dell’Atalanta rientra nel tunnel: “La testa è un giungla”. Redazione su Il Riformista il 24 Gennaio 2022.

“La nostra testa è una giungla, non è facile per gli psicologi, figurarsi per noi”. Gian Piero Gasperini, allenatore dell’Atalanta, ha provato a spiegare così il momento che sta attraversando l’attaccante sloveno Josep Ilicic, che il prossimo 29 gennaio compirà 34 anni. Così come è accaduto durante il primo lockdown dovuto al covid-19, il calciatore bergamasco sta attraversando un momento delicato dal punto di vista personale e psicologico. “A Josip saremo sempre vicini, sono situazioni che vanno al di là del calcio e con lui abbiamo sempre avuto un rapporto con situazioni molto felici. E’ molto propositivo, è una persona normale” ha spiegato Gasperini dopo l’ultima partita pareggiata dall’Atalanta in casa della Lazio.

Per Ilicic è la seconda gara (dopo quella con l’Inter) saltata nel giro di una settimana per questioni di natura personale. “Noi lo aspetteremo tutta la vita come persona, come calciatore è imprevedibile. I medici non sanno darci una risposta, non posso darla io. Ne parlo questa volta per non parlarne più, è una cosa delicata” ha poi concluso il tecnico degli orobici, chiarendo che ad oggi è impossibile ipotizzare tempi di recupero né avanzare una diagnosi sulle sue condizioni.

L’infanzia traumatica con l’omicidio del padre

Ilicic già dopo il primo lockdown, dove risultò positivo al covid-19, tornò in campo solo ad ottobre 2020, mesi dopo la ripresa del campionato avvenuta a giugno. In quel periodo tornò a casa, in Slovenia, con l’ok dell’Atalanta, insieme alla moglie Tina Polovina e alle due figlie di sei e quattro anni. Adesso pare che si attraversando le stesse problematiche di un anno e mezzo fa. La sua infanzia non è stata per nulla facile. Nato a Prijedor, città della Bosnia ed Erzegovina a maggioranza serba, da una famiglia di etnia croata, quando aveva appena un anno rimase orfano del padre, ucciso da un vicino di origine serba. Dopo l’omicidio lui e la sua famiglia, da profughi di guerra, furono costretti a emigrare in Slovenia.

L’infezione batterica nel 2018: “Pensavo di non farcela, avevo paura di andare a dormire”

Ilicic è forse uno dei talenti più cristallini della serie A dove gioca dal 2010 dopo aver incantato il presidente del Palermo Maurizio Zamparini dopo una partita di Europa League giocata il giorno prima contro i rosanero. Dopo l’esperienza in Sicilia, ha vestito le maglie di Fiorentina e Atalanta. Nell’estate del 2018 è costretto a saltare l’inizio di stagione a causa di un’infezione batterica ai linfonodi del collo, con tanto di ricovero in ospedale. Rientra a ottobre e un mese dopo, in una intervista a Sky Sport, racconta il calvario vissuto: “La cosa più importante è che sto bene, è stato un episodio molto brutto e grave. Ma sono uscito vincitore, questa è la cosa più importante. Raccontarlo è sempre difficile, è stato un momento brutto per me e per la mia famiglia. Ma ora sono molto soddisfatto. Ci sono stati tanti momenti in cui ho pensato di non farcela, perché questa cosa non passava mai. Anzi, più passava il tempo e più peggioravo. A un certo punto ho pensato solo a salvarmi e non al lavoro, però piano piano siamo riusciti a risolvere tutto. Per fortuna sono ancora qua e posso giocare a calcio”.

Il suo racconto è da brividi: “Pensavo di non svegliarmi più la mattina e di non rivedere la mia famiglia, avevo paura di andare a dormire. Sono le cose più brutte che capitano nella vita. È stato duro riprendersi, parti da sotto zero e bisogna riabituarsi a muoversi e a correre, come se fossi un bambino. È stato un periodo lungo, ero sempre molto stanco. Ma è stata una soddisfazione ricominciare ad allenarsi e a stare in gruppo, mi mancava tanto”.

IL BOLOGNA.

Da repubblica.it il 16 dicembre 2022.

La famiglia Mihajlovic in un comunicato ha annunciato la scomparsa del tecnico serbo, definendo la sua morte "ingiusta e prematura". "La moglie Arianna, con i figli Viktorija, Virginia, Miroslav, Dusan e Nikolas, la nipotina Violante, la mamma Viktorija e il fratello Drazen, nel dolore comunicano la morte ingiusta e prematura del marito, padre, figlio e fratello esemplare, Sinisa Mihajlovic. 

Uomo unico professionista straordinario, disponibile e buono con tutti. Coraggiosamente ha lottato contro una orribile malattia. Ringraziamo i medici e le infermiere che lo hanno seguito  in questi anni, con amore e rispetto, in particolare la dottoressa Francesca Bonifazi, il dottor Antonio Curti, il prof Alessndro Rambaldi, e il dottore Luca Marchetti. Sinisa resterà sempre con noi. Vivo con tutto l'amore che ci ha regalato".

Cenzio Di Zanni per repubblica.it il 16 dicembre 2022. 

Nella foto ci sono tutti. Sinisa Mihajlovic, sua moglie Arianna Rapaccioni e i loro cinque figli (un altro figlio è nato da una relazione giovanile dell'ex allenatore). Quello postato dalla compagna compagna di vita del campione morto a Roma il 16 dicembre è uno dei ritratti più toccanti condivisi dalla donna sui social network. Il suo profilo Instagram continua a raccogliere like e commenti da quando si è diffusa la notizia della scomparsa dell'ex allenatore, nonostante lo scatto sia stato pubblicato nell'agosto 2021.

È così anche per altre decine di foto della coppia. Del resto per il campione la famiglia era tutto. Aveva conosciuto la sua compagna quando aveva 26 anni e giocava nella Sampdoria: da allora con la showgirl romana è nata una relazione solidissima. 

Rapaccioni lo ha scritto in un post fissato in alto sul suo profilo Instagram: "Come quando torni a casa, posi le chiavi all’ingresso e sorridi perché sai di essere al sicuro", si legge. E giù centinaia di commenti in quello che dal 2019, da quado Mihajlovic ha cominciato la sua battaglia contro la leucemia, è diventato un album di famiglia aperto alle miglialia di persone, ex tifosi e non, che hanno amato il campione serbo.

(LaPresse il 16 dicembre 2022) Lo scorso 3 dicembre l'ultima apparizione pubblica di Sinisa Mihajlovic, in occasione della presentazione del libro di Zeman, «La bellezza non ha prezzo» (Rizzoli). Un abbraccio commosso quello tra il boemo e l'allenatore serbo, rivale e avversario in campo ma amico fuori dal terreno di gioco. 

Mihajlovic è morto a 53 anni il 16 dicembre a causa della leucemia, contro cui ha lottato per tre anni; voleva sapere tutto da medici e infermieri: tre ricoveri e tre cicli di chemio, un trapianto, il ritorno in panchina a tempi record per la prima col Verona, gli occhi infossati, i chili persi, un altro sorriso dell’amatissima moglie Arianna. Ma la battaglia non è stata vinta.

(ANSA il 16 dicembre 2022)  Sinisa Mihajlovic è morto. Lo annuncia all'ANSA la famiglia del tecnico serbo.

Da cinquantamila.it – la storia raccontata da Giorgio Dell'Arti

Sinisa Mihajlovic, nato a Vukovar, in Croazia, il 20 febbraio 1969. Allenatore. Ex calciatore • «Il sergente» • Centrocampista e difensore. Uno dei calciatori più bravi a battere le punizioni di tutti i tempi: «Sono la sua specialità. Parabole improbabili, mai uguali, colpi da artista costruiti con la perseveranza dell’artigiano, sfruttando le doti rare del suo sinistro con traiettorie che regalano stupore» (Gianni Piva, la Repubblica, 14/2/2005) 

• «Sono cresciuto per strada. Ora so comportarmi da signore, ma la linea con il ragazzo di strada può essere sottile. Si dice che bisogna contare fino a 10, no? Quando giocavo ero a 1-2, adesso sono a 4-5, a 10 non ci arriverò mai» • «Penso al calcio 24 ore su 24: è la mia passione e mi fa stare bene» (Marco Mathieu, la Repubblica, 2/1/2017)

• Ha esordito nel Vojvodina a diciannove anni. Poi ha giocato con la Stella Rossa di Belgrado (dal 1990 al 1992), con la Roma (dal 1992 al 1994), con la Sampdoria (dal 1994 al 1998), con la Lazio (dal 1998 al 2004) e con l’Inter (dal 2004 al 2006) • Ha vinto tre campionati jugoslavi (1989, 1991, 1992), due campionati italiani (2000, 2006), tre supercoppe italiane (1998, 2000, 2005), quattro coppe Italia (2000, 2004, 2005, 2006), una coppa dei campioni (1991), una coppa intercontinentale (1991), una supercoppa Uefa (1999) • Dopo il ritiro, ha allenato l’Inter, il Bologna, il Catania, la Fiorentina, la nazionale serba, la Sampdoria, il Milan, il Torino, lo Sporting Lisbona. Dal 2019 è per la seconda volta tecnico del Bologna 

• «Quando si è fermato qualche secondo a guardare fisso davanti a sé dopo aver pronunciato la parola “leucemia”, con lui abbiamo pianto tutti. Non che Siniša Mihajlovic abbia mai avuto bisogno di motivazioni in vita sua, da quando da bambino andava in un campo dove c’erano due porte senza reti e tirava da una parte all’altra fino a sera, e si divideva col fratello un’unica banana (tanto che quando è diventato ricco ha detto alla madre che avrebbe comprato un camion di banane), a quando più grande ha visto la guerra fratricida in casa, le famiglie disgregate, gli amici che si sparavano tra di loro, lo zio, croato, fratello della madre, che voleva “scannare come un porco” suo padre.

Tra le macerie di Vukovar è nato il Siniša guerriero, quello che conoscono tutti, quello che “più stress c’è, più mi piace”, perché con quello che ha visto nella vita, cosa volete che siano le ansie del pallone?, che siano vincere da calciatore con Lazio e Inter o salvare da allenatore il Bologna. E quello che ieri ha alzato la testa per guardare dritta negli occhi la malattia e sfidarla come fosse uno dei tanti avversari incontrati e battuti sul campo: “Io la malattia la rispetto, ma vincerò, con la mia tattica, aggredendo e attaccando alto”» (Arianna Ravelli, Corriere della Sera, 14/7/2019). 

Titoli di testa «Le palle uno le ha o non le ha. Però l’allenatore deve farsi seguire. Io sono sicuro che se dico ai miei di buttarsi dal tetto loro prima lo fanno e poi mi chiedono perché» (Arianna Ravelli, Corriere della Sera, 29/1/2015)

Vita «Mio padre faceva il camionista. È morto a 69 anni, di tumore ai polmoni. Quando se n’è andato io non c’ero. Ci penso tutti i giorni. Durante la guerra lo imploravo di venire in Italia ma volle restare nel suo Paese» (a Andrea Di Caro, Gazzetta dello Sport, 20/2/2019) • La madre lavorava in una fabbrica di scarpe 

• Primo di due fratelli, Siniša cresce nella Jugoslavia di Tito. «Ero piccolo quando c’era lui, ma una cosa ricordo: del blocco dei Paesi dell’Est la Jugoslavia era il migliore. I miei erano gente umile, operai, ma non ci mancava niente. Andavano a fare spese a Trieste delle volte. Con Tito esistevano valori, famiglia, un’idea di patria e popolo. Quando è morto la gente è andata per mesi sulla sua tomba. Con lui la Jugoslavia era il paese più bello del mondo, insieme all’Italia che io amo e che oggi si sta rovinando […] 

Sotto Tito t’insegnavano a studiare, per migliorarti, magari per diventare un medico, un dottore e guadagnare bene per vivere bene, com’era giusto. Oggi lo sapete quanto prende un primario in Serbia? 300 euro al mese e non arriva a sfamare i suoi figli. I bimbi vedono che soldi, donne, benessere li hanno solo i mafiosi: è chiaro che il punto di riferimento diventa quello» (a Guido De Carolis, Corriere di Bologna, 23/3/2009) 

• «Se non avessi incontrato il calcio, avrei fatto il ladro, il pugile, niente di buono» • «Comincia la sua carriera in Jugoslavia: prima al Vojvodina, sua città natale (75 presenze e 20 reti), poi alla Stella Rossa di Belgrado (36 presenze e 13 reti)» (Linkiesta, 16/9/2019)

• «A Vukovar, i croati erano maggioranza, noi serbi minoranza lì. Nel 1991 c’era la caccia al serbo: gente che per anni aveva vissuto insieme da un giorno all’altro si sparava addosso. È come se oggi i bolognesi decidessero di far piazza pulita dei pugliesi che vivono nella loro città» (a De Carolis) • «Ricordo lo sguardo di due ragazzini di 10 anni, imbracciavano i mitra. Avevano occhi da uomini in corpi da bambini. Occhi tristi che avevano già visto tutto, tranne l’infanzia» (a Di Caro) 

• «Ho visto la mia gente cadere, le città distrutte: tutto spazzato via. Il mio migliore amico ha devastato la mia casa. Mio zio, croato e fratello di mia madre, voleva “scannare come un porco”, disse così, mio padre serbo. Fu trovato dalla tigre Arkan, stava per essere ucciso, gli trovarono addosso il mio numero di cellulare, gli salvai la vita» (ibidem) • «Arkan venne a difendere i serbi in Croazia. I suoi crimini di guerra non sono giustificabili, sono orribili, ma cosa c’è di non orribile in una guerra civile?» (a De Carolis)

• «Dovranno passare due generazioni prima di poter giudicare cosa è accaduto. È stato devastante per tutti. Quello che racconto io, lo può raccontare anche un croato o un bosniaco. Abbiamo vissuto un impazzimento della storia» (a Andrea Di Caro, Gazzetta dello Sport, 20/2/2019) 

• «Quando ero più giovane avevo perennemente bisogno di dividere il mondo in ‘noi’ e gli ‘altri’. Mi caricava. Alcuni storici lo definiscono bisogno del nemico» (a Andrea Di Caro, Gazzetta dello Sport, 20/3/2015) • «Il 29 maggio del 1991, allo stadio San Nicola di Bari, la sua più grande vittoria come giocatore: vince infatti la Champions League con la maglia della Stella Rossa. Da quel momento, per 21 anni, rimarrà sempre in Italia» (la Repubblica, 13/7/2019)

• Diventa un grande giocatore. Milita due stagioni nella Roma, quattro nella Sampdoria, sei nella Lazio • «È l’apice della carriera: con i biancocelesti Mihajlovic vince un campionato, due Supercoppe Italiane, una Supercoppa Europea, una Coppa delle Coppe e due Coppe Italia» (Linkiesta) • «Come dice Boskov: uno stadio senza tifosi è come una donna senza seno. La curva Nord di quando giocavo io aveva un seno meraviglioso» (a Luca Valdiserri, Corriere della Sera, 4/4/2014) 

• «Hanno calcolato che il suo tiro di media viaggia a 165 km/h, a volte supera i 200. Il segreto? Baricentro basso e quel piedino da 41 e mezzo, una stranezza per uno alto 1,85» (Giulio Cardone, la Repubblica, 15/8/2003) • «Ogni volta che segno io c’è qualcuno che dice che la palla è entrata per una papera del portiere» (a Elisabetta Esposito, La Gazzetta dello Sport, 15/10/2003) • «Conclude all’Inter, dove a 35 anni è il giocatore più anziano ed esperto: due stagioni in cui totalizza 43 presenze e sei gol. A conti fatti, è una carriera memorabile, che conta 563 partite, tra Italia, Jugoslavia, squadre di club e nazionale. E 96 gol» (Linkiesta, 16/9/2019)

• Diventa allenatore. «Dapprima per due anni come vice nel club nerazzurro, quindi in Italia ha guidato Bologna, Catania, Fiorentina, Sampdoria, Milan, Torino e ancora Bologna, panchina sulla quale si è seduto a gennaio riuscendo a portare la squadra alla salvezza. Ha guidato anche la nazionale serba tra 2012 e 2013, fallendo la qualificazione ai Campionati del Mondo del 2014» • «Da quando ho cominciato la carriera di allenatore non ho mai smesso di studiare, aggiornarmi, mi confronto con colleghi stranieri, leggo tanto. Mi è servito tutto, anche qualche esperienza meno fortunata. Non si finisce mai di crescere. Vale per me come per la mia squadra». 

Polemiche Nel 2000 disse «nero di merda» a Patrick Vierà, dell’Arsenal • Nel 2003 sputò a Adrian Mutu, del Chelsea • «Parliamo tanto di razzismo in Italia, ma non più solo bianco o nero. Anche zingaro, o serbo di m... Si parla di razzismo solo con bianchi e neri, se si tocca un popolo intero va tutto bene. Ma questa è l’Italia. Comunque, chi mi ha chiamato zingaro lo aspetto, me lo venga a dire in faccia. Sanno dove vivo, vediamo se hanno le palle» (la Repubblica, 7/5/2017).

Vita privata Nel 1993 ha avuto un figlio, Marco, da una donna che lo ha lasciato prima di partorire. Mihajlovic l’ha riconosciuto • Sposato dal 2005 con Arianna Rapaccioni, romana, ex valletta, conosciuta in un ristorante della capitale nel 1995, quando lui giocava nella Lazio. Prima non era mai stato innamorato • «L’ho guardata e ho pensato: se avessi dei figli con lei, chissà come sarebbero belli» • «Ne sono venuti cinque, Viktorija, Virginia, Miroslav, Dusan e Nikolas, uno più bello dell’altro, in effetti» (Ravelli 2019) 

• «Ha detto che le donne non capiscono di calcio, poi che il Toro gioca da maschio in casa e da femmina in trasferta. Non è il caso di cambiare linguaggio? “No, io non ho generalizzato, ho detto che non tutte le donne capiscono di calcio. Quanto all’altra frase, mi dispiace se qualcuno si è offeso, ma è un modo di dire. E poi “squadra femmina” nel senso di bella, ma volubile e distratta, lo diceva Gianni Brera. Guardi che io penso che le donne siano più forti: mia moglie ha partorito cinque figli e in casa mia comanda lei”» (Arianna Ravelli, Corriere della Sera, 14/11/2016) • «È una donna con le palle, forse ne ha più di me. E non è facile».

Vita pubblica «Il Kosovo è Serbia. Punto. Non si possono cacciare i serbi da casa loro. No, l’indipendenza non è giusta per niente» (a De Carolis) • Poco prima delle elezioni regionali in Emilia-Romagna del 2020 ha detto di stimare Matteo Salvini. «Ci siamo visti l’altro giorno. È stato un incontro più che piacevole. Lui è mio amico, ci conosciamo da tanti anni, dai tempi del Milan. Mi piace la sua forza, la sua grinta, è un combattente. Matteo è uno tosto, fa quello che fanno i grandi nel calcio: se promette, mantiene. I grandi uomini fanno questo, nello sport e nella politica» (al Resto del Carlino).

Ricordi «Vukovar per me era la città più bella del mondo. Poi è diventato simbolo della guerra. Ci sono tornato due anni fa, dopo 25 anni... L’ultima volta era stata durante il conflitto nel 1991. Era tutto raso al suolo [...] Non volava un uccello, non c’era un cane. Spettrale». 

Ultime «Due giorni passati in camera a piangere, senza rispondere a nessuno, con tutta la vita che ti passa davanti» • Il 13 luglio 2019 tiene una conferenza stampa a Bologna in cui rivela di avere la leucemia • «Io credo che voi pensaste che la persona più lontana dalla malattia potessi essere io: grosso, forte, un atleta. Ho passato l’estate a giocare a padel. Bene, può colpire tutti e in un attimo ti cambia la vita. Per questo la prevenzione è fondamentale»

• «Ho fatto tredici chemioterapie in cinque giorni, ma già dopo il terzo avevano annientato tutto. Il primo ciclo è stato il più pesante, mi sono venuti anche degli attacchi di panico che non avevo mai avuto perché ero chiuso in una stanza con l’aria filtrata: non potevo uscire e stavo impazzendo. Volevo spaccare la finestra con una sedia, poi mia moglie e alcuni infermieri mi hanno fermato, mi hanno fatto una puntura e mi sono calmato»

• «Stavo male ma dovevo dare forza alla mia famiglia, perché se mi avessero visto abbattuto sarebbe stato peggio. Cercavo di essere positivo e sorridente, facevo finta di niente per non farli preoccupare. È stata dura» • Ricoverato all’ospedale Sant’Orsola segue le partite in diretta streaming • «Ha parlato al gruppo in videoconferenza prima della gara, l’ho sentito all’intervallo e durante la ripresa comunicava via microfono al collaboratore video, che riferiva a me immediatamente» 

• «Il carisma di Mihajlovic lo percepiamo comunque, anche se materialmente non è con noi» • I tifosi intonano cori sotta la finestra dell’ospedale. Lui si affaccia e li saluta • Il 25 agosto 2019, dopo 44 giorni dal ricovero, è seduto in panchina nella gara d’esordio del campionato con l’Hellas. 

Curiosità Legge Gandhi • Ammira Kennedy ma ce l’ha con gli americani perché hanno bombardato la Serbia • Gli piacciono tutti i generi di film, «meno quelli sentimentali che vede mia moglie, anche se poi mi emoziono facilmente e piango spesso» • «I giocatori ora fanno gli attori, hanno belle macchine, belle ragazze, il calcio sembra un hobby. Non è neanche facile motivare uno che ha tutto. Su 24 ore 10 dorme, 3-4 si allena, le altre 10 che fa? Io gli do una partita da vedere, oppure un film, come La ricerca della felicità. Se lo ricorda? “Non devi permettere a nessuno di dirti che non puoi raggiungere i tuoi sogni”. A volte il film lo scelgono loro» (alla Ravelli, 2015)

• Ai suoi calciatori fa vedere anche Il gladiatore, Alexander e Il volo della Fenice • È stato in pellegrinaggio a Medjugorje • «Quando si parla di sogni non penso ad alzare una Champions League o uno scudetto. Il mio è impossibile: poter riabbracciare mio padre» (a Di Caro) 

• Ilaria D’Amico dice che usa troppe parolacce: «C’è il momento per citare Dante e c’è quello per parlare come i ragazzi. Bisogna farsi capire in tutte le situazioni» • Parla inglese «Dicono che le lingue si imparano meglio da giovani, ma l’età vera la decidi tu. Io sarò giovane anche a 70 anni» • «Oggi non ho bisogno di nemici».

Titoli di coda «Non penso di essere un eroe, sono un uomo normale con pregi e difetti. Ho solo affrontato questa cosa per come sono io, ma ognuno la deve affrontare come vuole e può. Nessuno deve vergognarsi di essere malato o di piangere. L’importante è non avere rimpianti e non perdere mai la voglia di vivere e di combattere».

L'annuncio della famiglia per la scomparsa di Sinisa Mihajlovic: «Morte ingiusta e prematura». Storia di Redazione Online su Il Corriere della Sera il 16 dicembre 2022. 

Sinisa Mihajlovic è morto a 53 anni di leucemia mieloide acuta. Questo il comunicato della famiglia: La , con i figli Viktorija, Virginia, Miroslav, Dusan e Nikolas, la nipotina Violante, la mamma Vikyorija e il fratello Drazen, nel dolore comunicano la morte ingiusta e prematura del marito, padre, figlio e fratello esemplare, Sinisa Mihajlovic. Uomo unico professionista straordinario, disponibile e buono con tutti. Coraggiosamente ha lottato contro una orribile malattia. Ringraziamo i medici e le infermiere che lo hanno seguito in questi anni, con amore e rispetto, in particolare la dottoressa Francesca Bonifazi, il dottor Antonio Curti, il Prof. Alessndro Rambaldi, e il Dott. Luca Marchetti. Sinisa resterà sempre con noi. Vivo con tutto l’amore che ci ha regalato.

Addio a Sinisa Mihajlovic (1969-2022)

La moglie di Mihajlovic, il post per Sinisa: «Ritaglierò dal tuo ricordo tante piccole stelle». Andrea Sereni su Il Corriere della Sera il 17 Dicembre 2022

Arianna condivide un messaggio con una foto che la ritrae insieme a Mihajlovic, sorridenti: «Il cielo sarà così bello che tutto il mondo si innamorerà della notte». La figlia Viktorija: «Ovunque tu sia papà, io so amare fino a lì»

Un messaggio, poche ma intense parole, una linea che non si interrompe. Arianna è la moglie di Sinisa Mihajlovic, la donna che gli è stata accanto fino alla fine, sempre col sorriso, sempre a supportarlo. «È una delle tre cose più belle della mia vita», diceva l’allenatore scomparso ieri venerdì 16 dicembre. Ha aspettato qualche ora, Arianna, poi ha condiviso su Instagram un post dolce come la foto che lo accompagna, lei e Sinisa sorridenti e complici, felici e uniti: «Quando non sarai più parte di me, ritaglierò dal tuo ricordo tante piccole stelle, allora il cielo sarà così bello che tutto il mondo si innamorerà della notte». Poi un cuoricino rosso.

Un’immagine profonda e semplice, come la loro storia. Sinisa che conosce Arianna Rapaccioni nel 1995, al primo sguardo sono già innamorati. Hanno avuto cinque figli, Viktorija, Virginia, Miroslav, Dusan e Nicholas — Mihajlovic ne ha avuto un altro, Marko, nato da una precedente relazione —, non si sono più lasciati. Nel 2021 sono anche diventati nonni di Violante, la figlia di Virginia.

Un’altra figlia di Sinisa, Viktorjia, ha dedicato al papà una poesia di Montale, «Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale». Poi ancora: «Ti amo con tutto il mio cuore papà, anima pura, rara, orgoglio della mia vita, mio eroe, mio grande amore. Ovunque tu sia io so amare fino a lì».

Sinisa Mihajlovic, gli ultimi giorni di agonia a Roma: una settimana di lotta disperata contro un'infezione. Elmar Bergonzini e Emanuele Zotti su Il Corriere della Sera il 17 Dicembre 2022

Una settimana fa faceva progetti con gli amici. Poi la situazione è precipitata. Il ricovero a Roma, il coma e l'addio alla vita circondato dalla famiglia

Finché ha potuto Sinisa Mihajlovic ha lottato, sostenuto dalle sue “colonne”: la moglie Arianna e i figli Viktorija, Virginia, Miroslav, Dusan e Nikolas. Ma non solo. Ad accompagnare il guerriero serbo nella sua ultima battaglia sono stati anche la mamma Viktorija, il fratello Drazen e la nipotina Violante, che nell’ultima settimana non si sono mai allontanati dalla clinica Paideia. Un nucleo costantemente unito nella speranza, forse mai perduta, di affiancare Sinisa nell'ennesima partita da vincere. Stavolta però il destino – brutale, spietato, ingiusto - ha deciso che il finale sarebbe stato tragico e gonfio di dolore. 

Coraggio e forza di volontà Mihajlovic le ha dimostrate – ancora una volta - quando la malattia è tornata. I medici gli avevano detto che le possibilità di sopravvivere erano davvero minime. Ha sofferto, soprattutto fisicamente, ma è sempre andato avanti. Lo scorso 1 dicembre era andato addirittura alla presentazione dell'autobiografia di Zdenek Zeman, in una libreria in via Nazionale, e Sinisa ed era apparso sorridente e in vena di battute, felice di prendere parte ad un evento così importante per uno dei suoi maestri. Fino a sabato 10 Sinisa parlava al telefono con gli amici dei suoi piani futuri: aveva intenzione di finire il ciclo di chemio a gennaio per poi ricominciare a girare gli stadi di calcio per assistere dal vivo alle partite, restando così aggiornato. Non solo: fino a quando ha potuto, si è dedicato allo sport, non rinunciando mai a lunghe camminate, per restare attivo e provare a combattere, anche in questo modo, la malattia che lo debilitava e lo consumava.

  Dopo l'esonero di settembre da parte del Bologna, era tornato nella sua casa romana, il rifugio di sempre, per andare poi a curarsi alla clinica alla Paideia International. Ma domenica 11 dicembre, In maniera quasi inaspettata, le condizioni di Mihajlovic si sono improvvisamente aggravate a causa di un'infezione. La situazione è sembrata subito molto grave per via del sistema immunitario compromesso e delle terapie a cui si stava sottoponendo da più di tre anni per cercare di sconfiggere la leucemia. La febbre si è alzata di colpo e il ricovero si è reso immediatamente necessario. Le condizioni di salute sono peggiorate ulteriormente nel pomeriggio di lunedì 12, tanto da spingere la mamma Viktoria e il fratello Drazen a prendere l’aereo dalla Serbia e raggiungere in fretta e furia la clinica capitolina. 

Della mamma, Sinisa una volta disse: «Lei non parla l’italiano e i miei figli hanno poca dimestichezza con il serbo. Ma ogni volta che viene a trovarci a Roma e vedo come guarda i suoi nipoti, capisco che l’amore non ha bisogno di parole». Il giorno successivo, martedì, Mihajlovic è entrato in coma farmacologico: i medici hanno deciso di sedarlo per evitargli ulteriori sofferenze atroci. La moglie Arianna Rapaccioni, il grande amore della sua vita, conosciuta a Roma e con la quale ha messo al mondo cinque figli, formando un nucleo bellissimo e legatissimo, non lo ha mai lasciato solo, nemmeno per un attimo. Negli ultimissimi momenti di lucidità Mihajlovic ha riconosciuto Pino Capua, medico della Paideia ( e tifoso laziale) con cui ebbe modo si stringere amicizia ai tempi in cui giocò (e vinse praticamente tutto) nella Lazio, a cavallo degli anni ’90 e Duemila. 

Il suo cuore fortissimo, da grande atleta, ha continuato a lottare disperatamente e a battere ancora per qualche giorno. Fino a venerdì pomeriggio, quando si è arreso per sempre, circondato sino all’istante estremo dall’amore incondizionato dei familiari. Domenica 18 sarà allestita la camera ardente in Campidoglio, il giorno dopo - lunedì 19 – si svolgeranno i funerali, alle ore 11.

Inter e Milan piangono Mihajlovic: «Nessuno è mai pronto a salutare un compagno di viaggio». Il cordoglio della politica. Redazione Milano su Il Corriere della Sera il 16 Dicembre 2022

L'allenatore serbo morto per leucemia. Anche il Monza si stringe al dolore della famiglia. Salvini: «Lascia in eredità un enorme patrimonio di affetto e amore». Il governatore Fontana. «Uomo vero, schietto e mai banale»

«Non si è mai pronti a salutare un compagno di viaggio». Questo il messaggio pubblicato sui canali social dell'Inter per commemorare Sinisa Mihajlovic, ex calciatore ed ex vice allenatore nerazzurro tra 2004 e 2008. Morto a 53 anni per una leucemia mieloide acuta scoperta nel 2019, è stato protagonista nel campionato di Serie A fino allo scorso settembre sulla panchina del Bologna, che ha lasciato non per sua volontà ma in seguito all'esonero da parte della società. Di nazionalità serba, ha allenato anche il Milan nella stagione 2015/2016. «Riposa in pace» il messaggio di cordoglio del club rossonero, che ha osservato un minuto di silenzio prima della sfida amichevole di oggi contro il Liverpool a Dubai. Anche il Monza calcio e il suo vicepresidente Adriano Galliani «partecipano commossi al dolore della famiglia per la scomparsa di Sinisa, allenatore e uomo straordinario che ha saputo lasciare il segno nel cuore di tutte le persone che lo hanno conosciuto».

Fontana: «Uomo carismatico»

Pensieri e messaggi di stima sono arrivati anche dal mondo della politica. Così il governatore lombardo Attilio Fontana, tifoso milanista: «Tristezza e amarezza per la scomparsa di un guerriero dello sport e della vita. È stato per tutta la vita un uomo vero, schietto e mai banale, che nella carriera ha vestito i colori dell'Inter e del Milan. Un ottimo calciatore e un allenatore carismatico: lo ricorderemo tutti con stima e simpatia». 

Salvini: «Se ne va un amico»

Gli ha fatto eco Matteo Salvini, il ministro delle Infrastrutture e anche lui legato ai colori rossoneri: «Non ci voglio credere, stramaledetta bastarda malattia. Buon viaggio Sinisa, campione dentro e fuori dal campo». Ancora il segretario della Lega: «Se ne va un amico, una persona seria, una persona buona e generosa, un combattente che non aveva paura di dire ciò che pensava. Mai. Se ne va un papà, un marito, un nonno, che lascia in eredità un enorme patrimonio di affetto e di amore, a partire dalla sua splendida famiglia e da tutto il popolo dello Sport. Ci mancherai, tanto. Anzi, sarai sempre con noi».

Mihajlovic, il ricordo di Cairo: «Ha sempre vissuto tutto con passione». Storia di Carlos Passerini su Il Corriere della Sera il 16 dicembre 2022. 

«Un uomo coraggioso, fiero, ma anche generoso, autoironico. Sinisa era un combattente vero, sul campo e fuori, come ha dimostrato anche durante la malattia, diventando un esempio per tutti col suo messaggio, con la sua battaglia affrontata a viso aperto e col sorriso. L’immagine che mi resterà di lui è quella di un guerriero dal cuore buono. Mi mancherà, ci mancherà». Così Urbano Cairo, presidente di Rcs MediaGroup, ricorda Mihajlovic, che fu suo allenatore al Torino dal 2016 al 2018. La prima stagione si concluse con un brillante nono posto, a pochi punti dall’Europa, la seconda s’interruppe a gennaio con un esonero. Seguirono alcune incomprensioni di campo, poi risolte.

Fu lo stesso Sinisa a raccontarlo, nel corso di un incontro al Festival dello Sport di Trento organizzato dalla Gazzetta: «Quando mi fu diagnosticata la malattia, Urbano mi fu da subito molto vicino, mi venne a trovare, si rese disponibile per tutto quello che mi fosse servito. Non l’ho dimenticato». Tanto che Miha scelse Solferino come casa editrice per la sua intensa autobiografia, dal titolo «La partita della vita», scritta con Andrea Di Caro, vicedirettore della Gazzetta.

Video correlato: Addio guerriero, se ne va Sinisa Mihajlovic a 53 anni (Mediaset)

Confida Cairo: «Ho provato per lui grande affetto umano, oltre che ammirazione per il suo talento, prima da calciatore e poi da allenatore. Era eccezionale nella gestione dei giovani, aveva il coraggio di schierarli, dando loro fiducia. Spesso, quando capitava a Milano, ci trovavamo a cena e parlavamo di tutto, di vita vera, di famiglia, dei figli, non solo di calcio. M’impressionava la sua forza, la sua capacità di sorridere alla vita nonostante la malattia, continuando a lavorare. Credo sia questa la sua vera lezione, il suo messaggio, il suo insegnamento: vivere tutto con passione, sempre».

Sinisa un uomo ruvido, ma di cui ricorderemo la rara umanità. Storia di Walter Veltroni su Il Corriere della Sera il 16 dicembre 2022. 

Non ce l’ha fatta, Sinisa. Da giorni si attendeva questo esito, purtroppo. Ha combattuto come un leone, in linea con il suo carattere. Con la malattia si è arrabbiato, l’ha domata, l’ha sfidata, l’ha battuta nella partita d’andata. Ma poi quella è tornata più cattiva e lui non aveva più le forze di prima. Almeno quelle fisiche, perché il dono della volontà non gli è mai venuto meno. Giocatore di immensa qualità, intelligente e deciso, tecnico e sapiente, Mihajlovic era poi diventato un allenatore di prestigio. Ha guidato la nazionale Serba, il Milan, la Fiorentina, la Sampdoria, il Torino, da ultimo il Bologna. I suoi giocatori rossoblù andarono sotto la sua finestra in ospedale per fargli sentire quanto gli volevano bene. E il rude Sinisa si commosse. è stata sempre una battaglia. Quando era piccolo i suoi andavano a lavorare e gli lasciavano il fratello in cura: «Dalle 6, ora della loro uscita simultanea per andare a lavorare, spettava a me badare a Drazen. Mentre mio fratello ancora dormiva, io mi alzavo, mi vestivo e uscivo a prendere un litro di latte e un chilo di pane per la colazione. Ma per quanto facessi alcune cose da adulto, avevo appena cinque o sei anni. Con tutte le paure di un bambino. Appena tornavo a casa, mi rimettevo spalle alla stufa. Immobile. Con gli occhi sgranati fissavo la porta col terrore che qualcuno potesse entrare». E poi i primi calci, il talento che si vede a occhio nudo, le pallonate tirate addosso alla porta del garage davanti alla quale tornerà con la Coppa dei Campioni vinta con la Stella Rossa. E poi la guerra, quella che gli ha tagliato la vita. Ne parlammo una volta e lui mi colpì molto. «Mia madre era croata e mio padre serbo. La guerra l’ho subita due volte. Io sono metà e metà, cosa peggiore non c’è. In nessuna guerra ci sono buoni e cattivi o bianco e nero. Il colore che domina è il rosso del sangue degli innocenti. Queste guerre civili sono i peggiori crimini». Per Sinisa Mihajlovic la guerra che aveva segato in mille pezzi la Jugoslavia era stata un incubo. Pipe, il suo migliore amico fin da quando erano bambini, era un ragazzo croato. «Una volta viene a casa e dice ai miei genitori che devono andare via, che lui la casa la deve buttare giù. Mia madre e mio padre non lo hanno preso sul serio. Lui, dopo due giorni, è tornato con altri due e ha cominciato a sparare sulle mie foto. I miei hanno visto che era una cosa grave, sono scappati e lui ha buttato giù la mia casa. Dentro di me dicevo «ma come è possibile, eravamo due fratelli»,…... La prima partita dopo la guerra, in albergo, viene questo mio amico. Ci mettiamo a parlare. Lui era cosciente che io sapevo tutto e mi disse: «Sinisa tutti sapevano che io e te eravamo i migliori amici, e mi hanno detto che per dimostrare di essere davvero un grande croato proprio a te dovevo fare del male. Io ho cercato in tutti i modi di far capire ai tuoi genitori che dovevano scappare. Perché io la casa dovevo buttarla giù, sennò mi ammazzavano. Ma non volevo farlo con i tuoi dentro. Perciò ho sparato sulle foto, per fargli capire che dovevano andare via. Ho salvato la vita ai tuoi genitori e anche la mia. Aveva ragione e quel giorno io l’ho ringraziato, Pipe». Ora che se ne è andato, a 53 anni, tutti ricorderanno la sua forza e il suo carattere deciso, a volte ruvido. Ed è giusto, Sinisa era un uomo forte. Ma io, nelle occasioni in cui l’ho incontrato, ho sempre visto anche in lui una grande tenerezza. Anzi, di più. Una grande, rara, umanità.

E' morto Sinisa Mihajlovic. Giovanni Capuano su Panorama il 16 Dicembre 2022.

Il serbo si è arreso alla leucemia che stava combattendo da tre anni e mezzo. Aveva 53 anni. La sua lotta ha commosso il mondo del calcio. A settembre l'esonero dal Bologna

Sinisa Mihajlovic è morto. L'annuncio lo ha dato la famiglia dopo giorni in cui le indiscrezioni sul peggioramento della sua salute si erano rincorse. Il serbo, 53 anni, si è arreso alla leucemia che stava combattendo da tempo e che si era ripresentata nei mesi scorsi dopo un primo ciclo di cure che pareva aver dato effetto positivo, tanto da consentire il ritorno sulla panchina del Bologna fino all'esonero nello scorso mese di settembre con la squadra in difficoltà nell'avvio di campionato. La famiglia ha dato la notizia con un comunicato di poche righe: "La moglie Arianna, con i figli Viktorija, Virginia, Miroslav, Dusan e Nikolas, la nipotina Violante, la mamma Vikyorija e il fratello Drazen, nel.dolore comunicano la morte ingiusta e prematura del marito, padre, figlio e fratello esemplare, Sinisa Mihajlovic. Uomo unico professionista straordinario, disponibile e buono con tutti. Coraggiosamente ha lottato contro una orribile malattia. Ringraziamo i medici e le infermiere che lo hanno seguito in questi anni, con amore e rispetto, in particolare la dottoressa Francesca Bonifazi, il dottor Antonio Curti, il Prof. Alessndro Rambaldi, e il Dott. Luca Marchetti. Sinisa resterà sempre con noi. Vivo con tutto l’amore che ci ha regalato". L'annuncio della malattia era stato dato in una conferenza stampa il 13 luglio 2019, poi Sinisa era stato sottoposto a trapianto di midollo osseo presso l'ospedale Sant'Orsola di Bologna nell'ottobre dello stesso anno. A novembre il ritorno a casa e in panchina con una certa continuità, con il Bologna che lo aveva atteso e i giocatori che avevano risposto alla grande allo choc emotivo dell'assenza del loro tecnico. All'inizio del 2022 i primi segnali del ritorno della malattia, la necessità di fermarsi ancora per essere curato, l'esonero (mal digerito) da parte del Bologna e poi il precipitare della situazione fino alla scomparsa. Mihajlovic è sempre stato identificato come un combattente, sia da calciatore che nella sua carriera, troppo breve, in panchina. Nato a Vukovar, aveva iniziato con la maglia del Vojvodina per poi salire di livello con la Stella Rossa Belgrado e imporsi sulla scena internazionale insieme ad altri fenomeni di una generazione splendida come Savicevic, Jogovic, Stojanovic e Prosinecki. La vittoria della Coppa dei Campioni nella finale con il Marsiglia a Bari (anno 1991) il punto più alto prima che la guerra disperdesse tanto talento. In Italia il serbo è arrivato nel 1992 grazie alla Roma. Quindi Sampdoria, Lazio e Inter con le punizioni letali come marchio di fabbrica. Nel 2006 il ritiro da calciatore e l'inizio della carriera da allenatore.

Calcio, Sinisa Mihajlovic non ce l'ha fatta: è morto a 53 anni, lottava contro la leucemia. L'estate di tre anni fa gli era stata diagnosticata la malattia: era ricoverato da domenica scorsa in una clinica romana. Redazione online su La Gazzetta del Mezzogiorno il 16 Dicembre 2022.

Questa volta a Sinisa Mihajlovic non è bastato il forte temperamento che, come allenatore, gli era valso il soprannome di "sergente": si è spento a 53 anni dopo una lotta estenuante con la leucemia, che lo aveva colpito tre anni fa. Tre anni di lotta e sofferenza durante i quali il tecnico serbo non ha rinunciato al suo lavoro cercando di ricacciare indietro con la sua grande passione l’ombra che si allungava su di lui. 

Lo annuncia oggi la famiglia del tecnico serbo, definendo la sua morte «ingiusta e prematura». «La moglie Arianna, con i figli Viktorija, Virginia, Miroslav, Dusan e Nikolas, la nipotina Violante, la mamma Vikyorija e il fratello Drazen, nel dolore comunicano la morte ingiusta e prematura del marito, padre, figlio e fratello esemplare, Sinisa Mihajlovic». Come allenatore il Sergente era noto per la decisione e la severità con cui spronava i propri giocatori a dare il meglio di sé stessi, oltre che per la tendenza a dare fiducia agli elementi più giovani della rosa.

Ma, alla fine, la leucemia ha avuto la meglio. Era stato lo stesso Mihajlovic, nel luglio 2019, a dare la notizia di aver contratto la malattia. Voleva prenderla di petto, nel suo stile diretto, incapace di nascondersi, che si trattasse di difendere l’adorata Serbia o un compagno di squadra. «Io non gioco mai per non perdere, nel calcio come nella vita. Sconfiggerò il male - aveva detto l’allora tecnico del Bologna - e lo farò per mia moglie, per la mia famiglia, per chi mi vuole bene». A 53 anni - dopo alti e bassi, speranze di guarigione e ricadute - si Moles (Forza Italia Basilicata): «Esempio di tenacia che non dimenticheremo»

«Enorme dispiacere per la prematura scomparsa di Sinisa Mihajlovic. Ci lascia un grande sportivo, un uomo coraggioso che ha combattuto fino alla fine contro la malattia con la stessa energia che metteva in campo, circondato e sostenuto dall’amore della sua famiglia e dai tanti che facevamo il tifo per lui. Un esempio di tenacia che non dimenticheremo. Ai suoi cari giungano le mie condoglianze e la mia vicinanza in questo momento di immenso dolore». Così Giuseppe Moles, commissario di Forza Italia in Basilicata.è dovuto arrendere, lasciando un vuoto in quanti lo hanno apprezzato come centrocampista e difensore di tante squadre - dalla Stella Rossa di Belgrado all’Inter - e poi sulle panchine di vari club italiani: la stessa Inter, Catania, Fiorentina, Milan, Torino, Sampdoria. Ha vestito anche le maglie di due nazionali: Jugoslavia, e Serbia-Montenegro.

Nato a Vukovar, madre croata e padre serbo, Sinisa dopo aver vissuto gli orrori della guerra etnica si mette in luce con la Stella Rossa, vincendo la Coppa dei campioni a 22 anni. Attira l'attenzione con il suo potente sinistro, micidiale nei calci piazzati (28 le reti realizzate solo in serie A). Portato in Italia dalla Roma nel 1992, due anni dopo passa alla Sampdoria, dove diventa il pupillo del tecnico Sven Goran Eriksson che lo valorizza schierandolo al centro della difesa. Nel 1995 conosce la donna della sua vita, Arianna Rapaccioni, che sposa l’anno dopo e più di chiunque altro gli è stata vicina durante la battaglia contro la malattia. Dalla loro unione sono nati sei figli. A giugno 2021 avevano festeggiato le nozze d’argento dicendosi nuovamente sì, con una romantica cerimonia a Porto Cervo.

Nel 1998 si trasferisce alla Lazio. Sono gli anni dell’ultimo conflitto balcanico e quando la Nato bombarda Belgrado, con gli aerei che partono dalle basi in Italia, Mihajlovic non nasconde l'orgoglio di essere serbo. Come non rinnega l’amicizia per Zeliko Raznjatovic, ex capo ultrà della Stella Rossa, meglio noto come il comandante Arkan. Con il connazionale Dejan Stankovic, nel maggio del 1999, a Udine gioca con il lutto al braccio e, dopo aver trasformato un rigore, mostra la maglietta bianca con il bersaglio e la scritta «target», simbolo di quanti da oltre un mese protestano per gli ordigni contro la Serbia. In biancoceleste dal 1998 al 2004, diventa l’idolo della tifoseria che ripaga con un totale di 20 gol, suo record con la stessa maglia. Chiude la carriera nel 2006, dopo due stagioni all’Inter.

E' da tecnico che si guadagna ben presto il soprannome di «sergente» per i pesanti metodi di allenamento. Una carriera con più esoneri che successi, ma ovunque Mihajlovic è apprezzato per l'impegno e la dedizione al lavoro. La grinta, la voglia di essere in panchina nonostante gli effetti delle cure, lo fanno amare a Bologna più che altrove. E giocatori e tifosi lo ringraziano, andando a salutarlo sotto le finestre dell’ospedale, quando non può essere al suo posto. O recandosi in pellegrinaggio al Santuario di San Luca, con quelli della Lazio, per pregare insieme per il loro allenatore. La storia in rossoblù si chiude con l’esonero nello scorso settembre, amaro e non accettato: «Stavolta il sapore che mi lascia il mio voltarmi indietro è più triste», scrive rivolto a «fratelli e concittadini, dopo tre anni e mezzo di calcio, di vita, di lacrime, di gioia e di dolori». 

IL CORDOGLIO DAL MONDO DELLO SPORT

Appresa la notizia della morte di Siniša Mihajlović il direttore dell'Area Tecnica del Lecce Pantaleo Corvino ha inteso esprimere il suo personale cordoglio. Corvino, nel 2010, all’epoca direttore tecnico della Fiorentina, volle a Firenze Mihajlovic come allenatore. «Sinisa so che hai lottato da vero guerriero fino all’ultimo respiro della tua ultima partita, così come hai sempre fatto in campo. In questo momento trovo la forza solo per rivolgere alla moglie, ai figli e a tutti i suoi le mie più sentite condoglianze e la mia vicinanza. Ciao Siniša mancherai a tutti noi» la sua dichiarazione.

Moles (Forza Italia Basilicata): «Esempio di tenacia che non dimenticheremo»

«Enorme dispiacere per la prematura scomparsa di Sinisa Mihajlovic. Ci lascia un grande sportivo, un uomo coraggioso che ha combattuto fino alla fine contro la malattia con la stessa energia che metteva in campo, circondato e sostenuto dall’amore della sua famiglia e dai tanti che facevamo il tifo per lui. Un esempio di tenacia che non dimenticheremo. Ai suoi cari giungano le mie condoglianze e la mia vicinanza in questo momento di immenso dolore». Così Giuseppe Moles, commissario di Forza Italia in Basilicata.

Lo striscione dei tifosi del Bari

Anche i tifosi del Bari hanno voluto ricordare il tecnico ed ex calciatore Sinisa Mihajlovic con uno striscione. Un segno d'affetto e rispetto dei supporter biancorossi verso l'uomo di sport deceduto prematuramente questo pomeriggio.

Addio a Mihajlovic, il duro dal cuore grande. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 16 Dicembre 2022

L'ex giocatore poi diventato allenatore si è spento in un ospedale di Roma. Cinquantatreenne, uomo, marito, papà e nonno. Ventidue anni da calciatore e sedici da allenatore. Tre anni fa la maledetta scoperta della leucemia mieloide acuta

E’ la notizia che nessuno sportivo avrebbe mai voluto ricevere: questa mattina ci ha lasciato un vero uomo di sport: Sinisa Mihajlovic. Si è spento in una clinica di Roma all’età di 53 anni. L’ex allenatore del Bologna ammalatosi di leucemia nell’estate 2019, è diventato un simbolo della lotta alla malattia, circondato dall’amore dei tifosi di tutta Italia, che ne apprezzano il cuore e la generosità nell’affrontare una partita così importante. Aveva reso noto della sua malattia in conferenza stampa il 13 luglio 2019: “Ho la leucemia, ma la batterò giocando all’attacco” senza però lasciare l’incarico di allenatore del Bologna. Pur a distanza, ha continuato a guidare i suoi ragazzi con passione e dedizione fino al ritorno in panchina, dopo alcune settimane e l’apparente guarigione. Il 29 ottobre 2019 si era sottoposto ad un trapianto di midollo osseo al Sant ‘Orsola di Bologna, il 22 novembre l’uscita dall’ospedale , e purtroppo ad inizio 2022 i nuovi campanelli d’allarme. E’ cittadino onorario di Bologna. Oggi l’annuncio della famiglia che ha spento ogni speranza.

Poco più di una settimana fa, l’ultima sua apparizione pubblica, partecipando alla presentazione romana dell’autobiografia di Zdenek Zeman, : dimagrito, con l’inseparabile zuccotto in testa, ma burbero e divertente come sempre. La sua inaspettata presenza a sorpresa, aveva quasi tranquillizzato i presenti: le voci che la situazione clinica avesse preso una brutta e definitiva piega negli ultimi mesi erano sempre più insistenti. Parla di altro, non della sua situazione. Non sbatte in faccia i suoi problemi, li affronta a testa alta da vero uomo, da vero campione. Ha giocato sino all’ultimo secondo dei minuti di recupero di una maledetta partita durata più di tre anni.

Questo il comunicato della famiglia: “La moglie Arianna, con i figli Viktorija, Virginia, Miroslav, Dusan e Nikolas, la nipotina Violante, la mamma Vikyorija e il fratello Drazen, nel.dolore comunicano la morte ingiusta e prematura del marito, padre, figlio e fratello esemplare, Sinisa Mihajlovic. Uomo unico professionista straordinario, disponibile e buono con tutti. Coraggiosamente ha lottato contro una orribile malattia. Ringraziamo i medici e le infermiere che lo hanno seguito in questi anni, con amore e rispetto, in particolare la dottoressa Francesca Bonifazi, il dottor Antonio Curti, il Prof. Alessandro Rambaldi, e il Dott. Luca Marchetti. Sinisa resterà sempre con noi. Vivo con tutto l’amore che ci ha regalato“.

Aveva iniziato la carriera da tecnico come vice di Mancini all’Inter, per passare poi a quella che sarebbe stata la sua prima e ultima panchina da allenatore, il Bologna. Poi Catania, Fiorentina, Sampdoria, Milan, Torino, una comparsata allo Sporting Lisbona durata solo 9 giorni (per il cambio del presidente) prima del ritorno nell’Emilia rossoblù. All’attivo anche un’esperienza sulla panchina della Serbia tra il 2012 e 2013.  

Mihajlovic aveva iniziato la carriera da calciatore in patria, nell’allora Jugoslavia. Figlio di madre croata e padre serbo, era nato a Vukovar ma cresciuto nella vicina Borovo, dove aveva mosso i primi passi da giocatore prima di passare alla Vojvodina. Nel 1990 il grande salto alla Stella Rossa Belgrado nella squadra dei “fenomeni”, quella di Savicevic, Prosinecki, Stojanovic, Jugovic, con cui vinse la Coppa dei Campioni battendo in finale al San Nicola di Bari l’Olympique Marsiglia. Arrivato in Italia nel 1992 aveva firmato per la Roma, nel nostro Paese che era diventato la sua seconda patria. Dopo la Roma, aveva giocato nella Sampdoria, Lazio ed Inter. In ogni squadra in cui ha giocato ha sempre vinto qualcosa o lasciato comunque il segno con una delle sue micidiali punizioni. Il ritiro dall’attività agonistica nel 2006 dopo aver realizzato 69 gol e servito 55 assist in 455 partite.Il premier Giorgia Meloni con un post su Facebook ha voluto ricordarlo: “Hai sempre lottato come un leone, in campo e nella vita. Sei stato esempio e hai dato coraggio a molte persone che si trovano ad affrontare la malattia. Ti hanno descritto spesso come un sergente di ferro, hai dimostrato di avere un grande cuore. Sei e resterai sempre un vincente. Addio Sinisa“.

Senza parole e con gli occhi gonfi di lacrime i membri (e amici) del suo staff: tutti ovviamente erano a conoscenza delle cure cui Sinisa si stava sottoponendo, ma non potevano immaginare un peggioramento così rapido delle sue condizioni di salute. Roberto Mancini, suo “fratello” dai tempi della Samp e poi della Lazio: insieme, guidati da Eriksson, hanno regalato al club allora presieduto da Cragnotti lo scudetto del 2000, è In lacrime da giorni . Profondamente addolorati i tifosi della Lazio, da sempre legatissimi a Mihajlovic, che ha giocato in biancoceleste per sei stagioni, dal 1998 al 2004, non a caso il periodo più vincente della storia laziale. In questi ultimi anni così difficili, non gli hanno fatto mai mancare il loro sostegno e affetto. Ricambiato, peraltro: come spesso da lui ribadito, Sinisa era rimasto tifoso della Lazio, passione trasmessa ai suoi figli.

 Mihajlovic aveva scelto tre fotogrammi per sintetizzare la sua vita: “La prima volta che ho visto Arianna; la nascita dei miei figli; la rincorsa, il sinistro e la palla all’incrocio“. Purtroppo quest’ultima palla è uscita. Ciao guerriero, ci mancherai.

L’ultimo saluto a Sinisa Mihajlovic è previsto per lunedì: i funerali verranno celebrati il 19 dicembre alle 11 nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, in Piazza Esedra a Roma. Redazione CdG 1947

Andrea Ramazzotti per gazzetta.it il 16 dicembre 2022. 

Sinisa Mihajlovic alla fine si è arreso, ma ha lottato come un leone contro la leucemia acuta mieloide che gli era stata diagnosticata, la prima volta, nell’estate 2019, quando era allenatore del Bologna. Con la squadra già in ritiro a Castelrotto, era stato lui stesso, il 13 luglio 2019, a rendere nota la battaglia che avrebbe affrontato. 

“Ricevere la notizia della malattia – ammise con gli occhi lucidi in conferenza stampa – è stata una bella botta e sono rimasto due giorni chiuso in camera a piangere e a riflettere. Mi è passata tutta la vita davanti... Ora che farò? Rispetto la malattia, ma la guarderò negli occhi, la affronterò a petto in fuori e so già che vincerò questa sfida, non vedo l'ora di andare in ospedale: prima comincio le cure e prima finisco. 

La leucemia è in fase acuta, ma attaccabile: ci vuole tempo, ma si guarisce. Non voglio far pena a nessuno, ma spero che da questa storia tutti capiscano due cose: nessuno è indistruttibile e la prevenzione è importante. Nella mia vita ho sempre dovuto combattere, nessuno mi ha regalato nulla e sono sicuro che da questa esperienza ne uscirò come un uomo migliore”.

Il padre di Sinisa era morto a causa del cancro e per questo il serbo si sottoponeva spesso a prove tumorali. Così nell’estate 2019 aveva scoperto la maledetta malattia che adesso lo ha portato via.

Mihajlovic si era sottoposto al primo ciclo di terapie al Sant'Orsola di Bologna già a luglio e, con l’ok dei medici, il 25 agosto era andato in panchina al Bentegodi per il match contro l’Hellas Verona. Poi un secondo ciclo, la visita sotto la finestra della sua stanza dell’ospedale ricevuta dalla squadra reduce dalla vittoria in rimonta a Brescia (4-3) e il trapianto di midollo osseo, il 29 ottobre. Al suo fianco, oltre allo staff dell’ospedale, il responsabile sanitario del Bologna, Gianni Nanni, che informava i giocatori sullo stato di salute del loro allenatore.

Le cose sembravano andare bene e il 26 novembre, chiuso il terzo ciclo di chemio, aveva parlato insieme ai medici del Sant’Orsola per fare il punto della situazione. “Questi quattro mesi sono stati difficili – confidò – ma voglio usarne una citazione di Vasco Rossi: 'Io sono ancora qua'. Non mollerò niente perché allenare mi fa sentire vivo". In quei lunghi 120 giorni tra chemio e operazione aveva allenato da remoto, ovvero collegato attraverso il pc con il suo staff e la squadra. Poi gradualmente era tornato a Casteldebole e allo stadio per le gare del Bologna. 

“Prima la pazienza non era il mio forte, ora mi godo ogni minuto di ogni giornata. Sembra una cosa da niente, ma prendere una boccata d'aria diventa una cosa bellissima. Non mi sono mai sentito un eroe per quello che sto facendo. Sono un uomo, dal carattere forte ma un uomo, con tutte le sue fragilità. E queste malattie non le puoi vincere solo con il coraggio: servono le cure. Voglio dire a tutte le persone malate gravemente che non c'è da aver paura, di piangere e di sentirsi deboli. Quello che non devono perdere mai è la voglia di vivere". 

 L’8 dicembre era in panchina per Bologna-Milan e venne accolto dall’ovazione del Dall’Ara. A gennaio 2020, pur dovendo mantenere certe precauzioni, pensava di aver superato il momento più difficile. E invece…

Nell’agosto 2020, al rientro dalla vacanza a Porto Cervo, Sinisa era risultato positivo al Coronavirus: era stato in isolamento due settimane, ma totalmente asintomatico. “Dopo la leucemia, tre cicli di chemio e un trapianto di midollo, il Covid è stato come bere un bicchiere di acqua” raccontò a settembre alla Gazzetta dello Sport. Seguirono mesi in cui Sinisa ha potuto pensare solo al campo e ai risultati positivi ottenuti con il Bologna, sempre salvato con anticipo.

 Il 27 marzo 2022 l’annuncio che la leucemia era tornata ad aggredirlo e il nuovo ricoverato al Sant’Orsola. "Questa malattia è molto coraggiosa nel tornare ad affrontare un avversario come me - disse -, ma sono pronto a darle un'altra lezione. Questo è il percorso della mia vita, a volte si incontrano delle buche improvvise, si può cadere e bisogna ritrovare la forza per rialzarsi". 

Dall'ospedale era uscito 35 giorni più tardi, il 2 maggio. Il 28 aprile, però, la squadra era andata a trovarlo un’altra volta per cantare cori da stadio ("Sinisa is on fire") sotto la finestra della sua stanza. C’era da festeggiare la vittoria del giorno prima nel recupero del Dall’Ara contro l’Inter. Il serbo non riuscì a trattenere le lacrime.

 Mihajlovic è stato esonerato dal Bologna il 6 settembre dopo che aveva ottenuto 3 pareggi e 2 sconfitte nelle prime 5 giornate. Ha chiuso l’esperienza sotto le due Torri dopo 164 panchine e 4 salvezze consecutive. “Dopo tre anni e mezzo di calcio, di vita, di lacrime di gioia e di dolori – scrisse in una lettera aperta - sarò sempre uno di voi che siete fratelli e concittadini”.

Poi con la consueta schiettezza: “Non capisco questo esonero. Lo accetto, come un professionista deve fare, ma ritenevo la situazione assolutamente sotto controllo e migliorabile. Faccio fatica a pensare che tutto questo dipenda solo dagli ultimi risultati e non sia una decisione covata da più tempo. Peccato. La malattia? Non mi sto più curando, sto solo facendo controlli, sempre più saltuari, e nulla mi impedisce di lavorare e andare in panchina”. Tre mesi dopo la situazione purtroppo è cambiata. Ciao Sinisa, ci mancherai.

Da lastampa.it il 16 dicembre 2022. 

«Abbiamo combattuto con lui, sempre al suo fianco, una lunga e dura battaglia». Il Policlinico Sant'Orsola di Bologna, dove Sinisa Mihajlovic è stato curato da quando gli è stata diagnosticata la leucemia mieloide acuta, ricorda così il campione dal cuore d’oro. L’ospedale rivolge «alla famiglia il più sentito cordoglio da parte di tutta la comunità del Sant'Orsola di cui Sinisa era entrato a fare parte». E aggiunge: «La consapevolezza che la malattia non sempre si può sconfiggere, nonostante le cure avanzate e l'impegno imponente, non attenua certo il profondo dolore per la sua scomparsa». 

La malattia gli era stata diagnosticata l’11 luglio 2019. Era stato lui stesso con coraggio ad annunciarla in una conferenza stampa. Da allora per Sinisa era iniziata la partita più difficile, combattuta guardandola sempre in faccia e continuando a lavorare, in campo e da remoto.

Ma la leucemia mieloide acuta, un tumore del sangue che si sviluppa nel midollo osseo, nel sistema linfatico e in altri tessuti, non gli ha lasciato scampo. È una malattia che generalmente progredisce molto velocemente, più comune negli uomini che nelle donne, che colpisce soprattutto dopo i 60 anni. 

Sono stati tre anni di sofferenza, di speranza, di ricadute che Sinisa ha affrontato come «un guerriero fino alla fine», ha ricordato Francesca Bonifazi, il suo medico: «Ha avuto il coraggio di affrontare la vita che amava sopra ogni cosa, nonostante una malattia che non conosceva. Si è  affidato ai medici e ha avuto il coraggio di lottare». 

Mihajlovic in videocall dall'ospedale fa vedere la stanza alla squadra: "Vista mare con pappagalli, non mollate mentalmente sono con voi"

Per la dottoressa Sinisa è stato «un esempio anche per gli altri pazienti», per chi soffre o ha sofferto per la stessa malattia. «Ha dato molto coraggio anche agli altri pazienti - ha spiegato -, che hanno provato un senso di comunanza nel vedere come ha affrontato la malattia e anche la recidiva». 

L’ex calciatore, è la conclusione della dottoressa, «era una persona con valori molto profondi. Non ha amato solo il calcio, che è stato il suo brodo primordiale, ma anche la sua famiglia che lo ha sempre sostenuto in modo coerente e costante».

Campione vero hai insegnato a tutti l'etica del coraggio. Grande giocatore, grande allenatore e padre di 6 figli. Piegato dalla recidiva di una leucemia mieloide acuta che l'aveva colpito nell'estate del 2019. Franco Ordine il 17 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Il tweet di Clemente Mimun, direttore del Tg5 e tifosissimo laziale, lanciato qualche giorno fa, dal testo lapidario («Forza Sinisa»), ci ha preparati al peggio e all'angoscia della tragica notizia. Che segna in un giorno livido di fine anno la resa di un vero guerriero della vita prima che del calcio, piegato dalla recidiva di una feroce leucemia (del tipo mieloide acuta) scoperta nell'estate del 2019 e ritornata all'assalto nel marzo scorso. Sinisa Mihajlovic, 53 anni esibiti con spavalderia fino a qualche mese prima, cittadino italiano nato a Vukovar ma cresciuto nel borgo vicino di Borovo, da madre croata e padre serbo, si è comportato fino in fondo a questi giorni complicati, da valoroso soldato. Ha «rispettato la malattia», come confessò in una commovente conferenza stampa il 13 giugno del 2019 in quel di Bologna, ma l'ha affrontata a petto in fuori cavalcando con coraggio la speranza di una guarigione, come gli è accaduto sui campi di calcio dove è passato lasciando tracce visibili prima da formidabile specialista di punizioni (28 gol se ne contano in carriera) e poi da allenatore ispirato nel coltivare talenti riconosciuti al primo allenamento (Gigio Donnarumma al Milan, Alessio Romagnoli alla Samp, Saka Lukic al Toro, Svanberg e Barrow al Bologna).

Temperamento sanguigno da giovanotto, caratteristica confermata da un paio episodi burrascosi in carriera con Vieira e Mutu, Sinisa in panchina è diventato un rigoroso capo-classe grazie forse ai cinque figli (Victorija, Virginia, Miroslav, Dusan e Nicholas) avuti dalla moglie Arianna, la nipotina arrivata nel 2021, e il sesto figlio, Marco, riconosciuto, avuto da una precedente relazione, che ne hanno addolcito gli spigoli e lucidato i contorni tenerissimi di un uomo pieno di slanci generosi. Esponente di spicco di una Stella Rossa colma di geni (Prosinecki, Jugovic, Savicevic, Pancev) ma anche di molte sregolatezze, vinse la Champions nel maggio del 1991 a Bari contro il Marsiglia senza mai riuscire a collezionare un successo con la Nazionale dell'epoca.

Da allenatore non ha mai avuto la strada professionale spianata né imboccato scorciatoie. Debuttò in panchina all'Inter, dove aveva appena concluso la carriera calcistica con un gol datato 2006 all'età di 37 anni, al fianco di Roberto Mancini quale primo assistente. Fu il suo master. Toccò proprio a lui, in quei mesi, «mediare» tra il tecnico e Luis Figo all'epoca del burrascoso rapporto tra i due. Probabilmente capì in quei giorni Sinisa d'essere pronto per cominciare a nuotare da solo nell'oceano del calcio italiano. E così cominciò la vita da giramondo: la famiglia a Roma, saldamente amministrata dalla moglie Arianna, lui in volo di panchina in panchina.

Cominciò a Bologna, saltò a Catania prima di assumere l'incarico di ct della Serbia, quindi il ritorno in serie A e in Italia, a Genova, sponda Samp, poi la puntata al Milan chiusa da un prematuro esonero a pochi turni dalla fine della stagione, la chiamata del Toro di Cairo e infine il ritorno a Bologna, la città che ha assistito, con grande trasporto, al suo calvario e che nel novembre del 2021 gli ha fatto dono della cittadinanza onoraria. Per lui, seguiti dalla moglie Arianna, i tifosi bolognesi salirono in pellegrinaggio al santuario di San Luca.

A Milanello stupì spogliatoio, critica e tifosi con la decisione di far esordire, una domenica pomeriggio, 25 ottobre 2015 la data, in Milan-Sassuolo, un portiere-bambino di 16 anni, Gigio Donnarumma, terzo nella scala gerarchica dietro Abbiati e lo spagnolo Diego Lopez, titolarissimo secondo la vulgata calcistica dell'epoca. Il Milan vinse 2 a 1, Donnarumma subì gol su punizione ma diede inizio a una carriera folgorante che l'avrebbe portato sul tetto d'Europa. Ebbe coraggio anche allora Sinisa, un coraggio dettato dall'intuito che è una dote essenziale per un allenatore. Non fu la prima volta. Perché anche a Genova con la Samp gli capitò di misurare al volo il valore di un altro ventenne, Alessio Romagnoli.

Lo stesso coraggio mostrato durante la malattia, annunciata con qualche cedimento emotivo. Ecco la spiegazione postuma. Il primo colloquio tra il medico e Sinisa, nascosto ai più, era stato il seguente: «Dottore, mi dica la verità, si guarisce o si muore?». La risposta, dicono, fu: «Si muore». Davanti al pubblico invece Sinisa spiegò: «Non sono lacrime di paura, le mie. Ho rispetto per la malattia ma l'affronterò a modo mio, a testa alta e andando avanti, con la tattica che mi piace anche nel calcio». E nel racconto di un retroscena venne fuori il cordone ombelicale con la famiglia: «La cosa più difficile è stata far credere a mia moglie che non potevo allenare perché costretto a letto dalla febbre, io che non ne avevo mai avute in 20 anni precedenti». Anche allora Sinisa Mihajlovic provò a far passare un messaggio di grande fiducia nella medicina e nello staff sanitario del Sant' Orsola che lo avevano preso in cura e adottato per molte settimane.

Quando lo rivedemmo in panchina, una sera a Verona, con quel basco di lana che copriva la testa esaltando la sagoma del viso smagrito, sembrava proprio un soldato tornato in trincea.

L'ultima apparizione in pubblico di Sinisa è datata il 3 dicembre scorso. A Roma, quella sera, c'era la presentazione del libro di Zeman scritto con il vice direttore della Gazzetta dello Sport Andrea Di Caro. Fu una sorta di "carrambata" salutata con grande commozione dal pubblico. La foto simbolo dell'evento, Mihajlovic che baciava sulla fronte Zeman, di una tenerezza unica. Il guerriero Sinisa si è congedato così da noi che l'avremmo scortato volentieri in altre cento battaglie.

Quel bacio glielo restituiamo oggi lasciandolo in consegna a sua moglie Arianna, ai figli e ai tanti che gli hanno voluto bene.

Un uomo reso duro dalla vita che non ha mai voluto recitare. La Serbia, le bombe, il conflitto fratricida. Ma anche l'allergia per il politicamente corretto e l'ipocrisia. Tony Damascelli il 17 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Hai finito di romperti le palle di piangere, Sinisa. Hai finito di spiegare che la vita ti ha messo fuori campo e che questa punizione non l'avevi mai disegnata con il tuo piede duro e magico assieme. Difficile accettare certe soluzioni, maledetta questa esistenza al contrario, ti spinge ad amare e poi ti ruba la speranza e il cuore. Sinisa Mihajlovic sei stato un serbo di quelli duri, anche spietati ma pure dotato di quella abilità di acciuffare l'intelligenza e la curiosità di chi ha avuto la sorte di incontrarti e di conoscerti. La malattia non ha mai un spiegazione, è maligna ed è cattiva, si accuccia alle tue spalle, è un'ombra, è un fiato schifoso, Tu hai capito che non potevi sfuggire e fuggire, hai resistito ma contro nessuno, perché la morte, invero, è nessuno, non ha un volto, non ha un'identità ma è feroce, prima o poi ti pugnala, per te è prima, non poi.

Sei stato un grande uomo di campo e di spogliatoio, hai segnato gol portentosi con traiettorie che sembravano stelle filanti, non voglio usare termini bellici, un arcobaleno che finiva dentro la rete e i portieri erano fessi immobili. Hai inveito contro gli arbitri, hai preso a calci bottigliette d'acqua e ciuffi d'erba, hai urlato la tua rabbia di uomo e campione, non hai mai recitato la parte ma era tutta roba vera, sangue tuo come lo è stato, puro, quando hai voluto parlare della terra di origine, dei tormenti, della sofferenza del popolo in guerra, delle morti atroci e fratricide, del senso di vite smarrite sotto i colpi di mortai e il crollo di vecchie case, come la tua dimora a Borovo. Questa fetta di vita mai l'hai negata, mai ti sei nascosto nel canneto degli ipocriti, dei voltagabbana o dei deboli di memoria, Zeljko Raznatovic era stato un tuo amico, gli dettero il soprannome di Arkan, la Tigre era un fanatico delle Stella Rossa, a Belgrado mormoravano che fosse un agente segreto e poi un militare criminale. Non erano soltanto sussurri ma grida, di gente straziata per i misfatti di quel delinquente. Gli sei stato grato per sempre, la Tigre salvò la vita a tuo zio quando lui venne catturato dalle unità paramilitari serbe.

Eppure la storia era incominciata male, ti aveva dato del pezzo di merda perché eri entrato sulle gambe di Stojkovic che era come la madonna ma gli avevi risposto sul muso chi cazzo sei tu, ti spacco la faccia. Mai hai rinnegato quell'epoca, hai avuto il coraggio, normale per te, di schierarti epperò ti sei dissociato, da uomo sano, dalle stragi e dalla codardia di certi assassinii. Per questo hai diviso, hai creato polemiche, hanno usato questa fetta della tua esistenza per farne propaganda, ad Arkan hai dedicato un necrologio, era il tuo eroe ma non per questo sei stato complice degli atti orrendi. Qui il tuo valore, qui la tua dignità, qui la tua coerenza, qui il tuo carattere controverso che non garbava alla gente imbastita e imbalsamata che aveva bisogno di manichini, Tu questi li usavi per piazzarli in barriera e poi stecchirli con i calci di punizione. Oggi, ovviamente, il corteo delle prefiche dimentica quegli insulti di fascista che ti avevano gettato addosso, stolti e ignoranti non avevano studiato gli anni del maresciallo Tito e di un nazionalismo jugoslavo che fece forte il Paese prima di ferirlo e spaccarlo.

L'ultima immagine è un bacio al tuo sodale Zeman, durante la presentazione di un libro, un gesto di affetto, come un saluto d'addio al mondo che hai frequentato e vissuto. Infine hai aspettato che la Tua Serbia lasciasse il mondiale, per poi accomiatarti da questo teatro di noi spettatori, improvvisamente attoniti e tristi.

Mancini ricorda il suo grande amico Sinisa Mihajilovic. Si sono conosciuti alla Sampdoria. Poi si sono ritrovati alla Lazio e all'Inter, prima come calciatori, poi da allenatori. Mancini e Mihajlovic hanno vinto tanto insieme, si sono divertiti e ci hanno fatto divertire. Orlando Sacchelli il 16 Dicembre 2022 su Il Giornale.

"Questo è un giorno che non avrei mai voluto vivere, perché ho perso un amico con cui ho condiviso quasi 30 anni della mia vita, in campo e fuori". Il ct della Nazionale, Roberto Mancini, ricorda Mihailovic, scomparso oggi a 53 anni dopo una lunga malattia.

"Non è giusto che una malattia così atroce abbia portato via un ragazzo di 53 anni, che ha lottato fino all’ultimo istante come un leone, come era abituato a fare in campo - ha aggiunto Mancini -. Ed è proprio così che Sinisa resterà per sempre al mio fianco, anche se non c’è più, come ha fatto a Genova, a Roma, a Milano e poi anche quando abbiamo preso strade diverse".

Ne hanno passate tante insieme Sinisa e Roberto. Sui campi di allenamento, nei terreni di gioco, nei ritiri. Due vite legatissime dallo sport e dall'amicizia profonda. Ed è proprio con Mancini che Mihajlovic cominciò la sua seconda vita nel mondo del calcio, come tecnico. Il serbo fu chiamato come secondo di Mancini all'Inter, ove restò dal 1° luglio 2006 al 29 maggio 2008. Insieme vinsero due scudetti (2007 e 2008) e la Supercoppa italiana (2006).

Il Corriere dello sport riporta un curioso aneddoto ricordato da Mancini sul suo amico Sinisa. "Quando venne alla Sampdoria comprò una macchina gialla, un BMW sportivo. Me lo ricordo così. E un giorno andò a prendere Arianna alla stazione a Genova. Era fermo davanti alla stazione, con questa macchina gialla, e un signore, uscito dalla stazione, è salito dietro. Mihajlovic lo ha guardato e gli ha detto: 'Che cxxx fai qui dietro?' E il signore gli ha risposto: 'È un taxi…'. E Sinisa: 'Ti sembra un taxi questo?'".

Nel 2019 ad un evento organizzato dalla Gazzetta dello sport Mihajlovic ringraziò pubblicamente Mancini, che gli aveva aperto la strada come allenatore. E a cui era sempre rimasto legato, non solo professionalmente: "Il primo a venirmi a trovare in ospedale, abbiamo riallacciato la nostra amicizia".

Strano a dirsi ma questa grande amicizia era iniziata tanti anni prima con un litigio. I due si conoscono nel 1994, a Genova, quando entrambi sono calciatori. In mezzo al campo litigarono, per una incomprensione, dovuta forse anche all'eccesso di agonismo. Cose normali, che possono capitare. Fu la prima e l'ultima volta. Più avanti i due si ritrovarono di nuovo insieme, prima alla Lazio e poi all'Inter, prima da giocatori e poi da allenatori.

Lo sportivo serbo ma italiano d'adozione aveva 53 anni. È morto Sinisa Mihajlovic, addio all’ex calciatore e allenatore: dal 2019 combatteva contro la leucemia. Antonio Lamorte su Il Riformista il 16 Dicembre 2022

L’ultima apparizione in pubblico a inizio dicembre, in una libreria: per la presentazione del libro dell’allenatore e amico Zdenek Zeman. Appariva sorridente, Sinisa Mihajlovic. Oltre alla carriera da calciatore duro ma dal piede educato la gente aveva imparato a conoscerlo per il suo carattere nell’affrontare la leucemia che lo aveva colpito ormai più di tre anni fa. Era tornato in panchina e ad allenare. Fino a questo primo pomeriggio, quando la notizia della morte dell’ex calciatore e allenatore serbo è stata confermata dalla famiglia all’Ansa. Sinisa Mihajlovic aveva 53 anni, un italiano adottivo per i suoi lunghi trascorsi tra i campi e le panchine di Serie A. Aveva 53 anni e da tempo combatteva contro la leucemia: una malattia scoperta nel luglio del 2019 e rivelata in una conferenza stampa. “Sono sempre stato un uomo difficile, che si esaltava negli scontri. Ma con certi avversari la battaglia è più dura”, confessava nella sua autobiografia, La partita della vita, scritta con il vicedirettore della Gazzetta dello Sport Andrea Di Caro.

Lo chiamavano in effetti “Sergente” per il suo carattere forte e anche ruvido. Un marcatore duro, dotato però di un piede sinistro raffinato: era uno specialista nel calciare le punizioni. Era nato il 20 febbraio del 1966 a Vukovar, in Croazia, ed era cresciuto calcisticamente nel Borovo. Prima alle giovanili e poi in prima squadra. Il padre era serbo e la madre croata: le vite della famiglia, come quelle di tutte le altre famiglie, legate alla guerra che ha dilaniato la Jugoslavia.

Con la Stella Rossa di Belgrado ha vinto una Coppa dei Campioni prima di arrivare in Italia. Da centrocampista si era specializzato nel ruolo di difensore centrale. Ha giocato con Roma, Sampdoria, Lazio e Inter. Ha vinto da calciatore due scudetti, quattro Coppe Italia e quattro trofei europei. Aveva intrapreso la carriera da allenatore dopo il ritiro nel 2006: all’inizio come vice di Roberto Mancini nell’Inter. In panchina ha continuato tra Bologna, Catania, Fiorentina, Nazionale serba, Sampdoria, Milan, Torino, Sporting Lisbona e di nuovo Bologna. Dalla società rossoblù era stato esonerato lo scorso settembre, sostituito dall’ex centrocampista Thiago Motta.

Trent’anni di calcio non esenti da controversie, su tutte l’amicizia con il criminale di guerra Zeljko Raznatovic noto in tutto il mondo come “La Tigre di Arkan”, incriminato per genocidio e atti di pulizia etnica, ucciso nella hall di un albergo di Belgrado nel gennaio del 2000. Dal 1996 era sposato con Arianna Rapaccione, romana ex soubrette televisiva. Cinque i figli della coppia: Viktorija, Virginia, Miroslav, Dusan e Nicholas. Nel 1993 aveva avuto un altro figlio, Marko, da un’altra relazione. “Ho affrontato ogni partita come fosse la vita e la vita come fosse una partita”, ha raccontato.

A luglio del 2019 la scoperta della malattia: leucemia mieloide acuta. “Ho passato la notte a piangere e ancora adesso ho lacrime ma non sono di paura – aveva raccontato l’allora tecnico del Bologna – io da martedì andrò in ospedale e non vedo l’ora di iniziare a lottare per guarire. Ho spiegato ai miei giocatori che lotterò per vincere come ho insegnato loro a fare sul campo. Questa sfida la vincerò, non ci sono dubbi. La malattia è in fase acuta e aggressiva ma attaccabile, ci vorrà del tempo ma si guarisce”.

Un mese dopo, dopo tre ricoveri e un trapianto, era già in panchina. La sua battaglia aveva superato il pubblico degli appassionati di calcio: nel 2020 era stato ospite anche al Festival di Sanremo. Lo scorso marzo aveva fatto sapere in conferenza stampa di doversi di nuovo sottoporre a uun nuovo ciclo di cure per contrastare la ricomparsa della malattia. “Questa volta per usare un termine calcistico non entrerò in scivolata su un avversario, ma giocherò d’anticipo – le parole in conferenza stampa -. Questa malattia è molto coraggiosa nel tornare ad affrontare un avversario come me. Questo è il percorso della mia vita, a volte si incontrano delle buche improvvise, si può cadere e bisogna ritrovare la forza per rialzarsi”.

Si erano rincorse tra social e media negli ultimi giorni le notizie di un aggravamento delle condizioni di salute di Mihajlovic. Indiscrezioni trapelate ma mai confermate da fonti ufficiali. Questa mattina la conferma della famiglia all’agenzia di stampa. “La moglie Arianna, con i figli Viktorija, Virginia, Miroslav, Dusan e Nikolas, la nipotina Violante, la mamma Vikyorija e il fratello Drazen, nel dolore comunicano la morte ingiusta e prematura del marito, padre, figlio e fratello esemplare, Sinisa Mihajlovic“, si legge nella nota trasmessa dalla famiglia all’Ansa. “Uomo unico professionista straordinario, disponibile e buono con tutti. Coraggiosamente ha lottato contro una orribile malattia. Ringraziamo i medici e le infermiere che lo hanno seguito in questi anni, con amore e rispetto, in particolare la dottoressa Francesca Bonifazi, il dottor Antonio Curti, il Prof. Alessndro Rambaldi, e il Dott. Luca Marchetti. Sinisa resterà sempre con noi. Vivo con tutto l’amore che ci ha regalato”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Aveva 53 anni: l'infezione, il ricovero e il coma. Come è morto Sinisa Mihajlovic, l’addio all’allenatore che combatteva da anni la malattia. Redazione su Il Riformista il 16 Dicembre 2022

Addio a Sinisa Mihajlovic. L’ex difensore di Lazio, Sampdoria e Inter, e allenatore fino a pochi mesi fa del Bologna, non ce l’ha fatta. Dal luglio 2019 lottava contro la leucemia e da qualche giorno era ricoverato in gravi condizioni nella clinica Paideia  di Roma. Aveva 53 anni. Ad annunciare la sua scomparsa è stata una nota della famiglia: “La moglie Arianna, con i figli Viktorija, Virginia, Miroslav, Dusan e Nikolas, la nipotina Violante, la mamma Vikyorija e il fratello Drazen, nel dolore comunicano la morte ingiusta e prematura del marito, padre, figlio e fratello esemplare, Sinisa Mihajlovic”.

“Uomo unico professionista straordinario, disponibile e buono con tutti”, le parole dei familiari. “Coraggiosamente ha lottato contro una orribile malattia. Ringraziamo i medici e le infermiere che lo hanno seguito in questi anni, con amore e rispetto, in particolare la dottoressa Francesca Bonifazi, il dottor Antonio Curti, il Prof. Alessandro Rambaldi, e il Dott. Luca Marchetti. Sinisa resterà sempre con noi. Vivo con tutto l’amore che ci ha regalato”.

Secondo quanto riferisce Repubblica, era ricoverato da domenica 11 dicembre presso la clinica Paideia, per un’infezione divenuta da subito grave a causa del sistema immunitario compromesso dalla malattia stessa e dalle pesanti terapie. Febbre alta e condizioni che sono precipitate nel giro di poche ore. Una evoluzione improvvisa e drammatica, visto che venerdì e sabato Mihajlovic parlava con gli amici dei suoi programmi futuri. Lunedì 12 le condizioni di Mihajlovic sono degenerate definitivamente: è entrato in coma farmacologico nel tardo pomeriggio.

L’ultima apparizione in pubblico è datata 1 dicembre 2022. Quel giorno Sinisa ha partecipato alla presentazione del libro dell’allenatore e amico Zdenek Zeman. Appariva sorridente, Sinisa Mihajlovic, si è seduto affianco al tecnico boemo e ha partecipato alla conferenza de “La bellezza non ha prezzo”.

Lo chiamavano in effetti “Sergente” per il suo carattere forte e anche ruvido. Un marcatore duro, dotato però di un piede sinistro raffinato: era uno specialista nel calciare le punizioni. Era nato il 20 febbraio del 1966 a Vukovar, in Croazia, ed era cresciuto calcisticamente nel Borovo. Prima alle giovanili e poi in prima squadra. Il padre era serbo e la madre croata: le vite della famiglia, come quelle di tutte le altre famiglie, legate alla guerra che ha dilaniato la Jugoslavia.

Con la Stella Rossa di Belgrado ha vinto una Coppa dei Campioni prima di arrivare in Italia. Da centrocampista si era specializzato nel ruolo di difensore centrale. Ha giocato con Roma, Sampdoria, Lazio e Inter. Ha vinto da calciatore due scudetti, quattro Coppe Italia e quattro trofei europei. Aveva intrapreso la carriera da allenatore dopo il ritiro nel 2006: all’inizio come vice di Roberto Mancini nell’Inter. In panchina ha continuato tra Bologna, Catania, Fiorentina, Nazionale serba, Sampdoria, Milan, Torino, Sporting Lisbona e di nuovo Bologna. Dalla società rossoblù era stato esonerato lo scorso settembre, sostituito dall’ex centrocampista Thiago Motta.

Trent’anni di calcio non esenti da controversie, su tutte l’amicizia con il criminale di guerra Zeljko Raznatovic noto in tutto il mondo come “La Tigre di Arkan”, incriminato per genocidio e atti di pulizia etnica, ucciso nella hall di un albergo di Belgrado nel gennaio del 2000. Dal 2005 era sposato con Arianna Rapaccione, romana ex soubrette televisiva. Cinque i figli della coppia: Viktorija, Virginia, Miroslav, Dusan e Nicholas. Nel 1993 aveva avuto un altro figlio, Marko, da un’altra relazione. “Ho affrontato ogni partita come fosse la vita e la vita come fosse una partita”, ha raccontato.

A luglio del 2019 la scoperta della malattia: leucemia mieloide acuta. “Ho passato la notte a piangere e ancora adesso ho lacrime ma non sono di paura – aveva raccontato l’allora tecnico del Bologna – io da martedì andrò in ospedale e non vedo l’ora di iniziare a lottare per guarire. Ho spiegato ai miei giocatori che lotterò per vincere come ho insegnato loro a fare sul campo. Questa sfida la vincerò, non ci sono dubbi. La malattia è in fase acuta e aggressiva ma attaccabile, ci vorrà del tempo ma si guarisce”.

Un mese dopo, dopo tre ricoveri e un trapianto, era già in panchina. La sua battaglia aveva superato il pubblico degli appassionati di calcio: nel 2020 era stato ospite anche al Festival di Sanremo. Lo scorso marzo aveva fatto sapere in conferenza stampa di doversi di nuovo sottoporre a uun nuovo ciclo di cure per contrastare la ricomparsa della malattia. “Questa volta per usare un termine calcistico non entrerò in scivolata su un avversario, ma giocherò d’anticipo – le parole in conferenza stampa -. Questa malattia è molto coraggiosa nel tornare ad affrontare un avversario come me. Questo è il percorso della mia vita, a volte si incontrano delle buche improvvise, si può cadere e bisogna ritrovare la forza per rialzarsi”.

Si erano rincorse tra social e media negli ultimi giorni le notizie di un aggravamento delle condizioni di salute di Mihajlovic. Indiscrezioni trapelate ma mai confermate da fonti ufficiali. Questa mattina la conferma della famiglia all’agenzia di stampa.

L'ex calciatore e allenatore. Chi è la moglie di Mihajlovic, Arianna Rapaccioni: il matrimonio lungo 26 anni e i 5 figli. Vito Califano su Il Riformista il 16 Dicembre 2022

Ad Arianna e Sinisa era bastato un anno: l’incontro, il colpo di fulmine, l’innamoramento. L’anno dopo erano già marito e moglie. Lei, Arianna Rapaccioni, showgirl e soubrette. Lui, Sinisa Mihajlovic, calciatore di Serie A. Una storia da anni Novanta, una storia italiana. Come un po’ era diventato lo stesso Sinisa Mihajlovic, l’ex calciatore e allenatore serbo morto oggi, a 53 anni, come ha confermato la notizia all’Ansa dopo giorno in cui notizie sul peggioramento delle sue condizioni di salute si rincorrevano senza riscontri. Il difensore e centrocampista dai modi duri ma dal piede delicato, gli appassionati avevano imparato ad apprezzarlo anche fuori dal campo: per il carattere con il quale aveva affrontato la leucemia mieloide acuta che gli era stata diagnostica tre anni fa.

Al suo fianco sempre lei, Arianna. La coppia si era sposata nel 1996 e insieme avevano avuto cinque figli. Viktorija, Virginia, Miroslav, Dusan e Nicholas. Mihajlovic aveva già avuto un altro figlio da una precedente relazione, Marko. Poco era cambiato una volta che aveva incontrato la donna della sua vita. Rapaccione stessa aveva raccontato a Domenica In come quel colpo di fulmine gli aveva stravolto la vita: “Sinisa è arrivato e mi ha stroncato la carriera, ho lasciato Luna Park a metà anno, nel ’95 l’ho conosciuto, nel ’96 ci siamo sposati. Ma ci siamo innamorati subito, ci siamo guardati e non ci siamo staccati più”.

Rapaccioni nei primi anni Novanta aveva lavorato come soubrette e ballerina in programmi televisivi come Luna Park e Quelli che il calcio. Quando lo ha incontrato, Mihajlovic giocava nella Sampdoria. “Il primo mese che sono stato insieme a mia moglie non l’ho neanche sfiorata con un dito. M’ero innamorato, non volevo che pensasse che stessi con lei solo per il sesso”, aveva detto in un’intervista a Oggi. Con una cerimonia nella Chiesa Stella Maris a Porto Cervo la coppia aveva festeggiato i 25 anni di matrimonio rinnovando la promessa di quella prima volta.

“Dopo quasi 25 anni di matrimonio e cinque figli so che le devo tutto: se non ci fosse stata lei accanto a me durante la mia battaglia contro la leucemia, non ce l’avrei fatta”, aveva confessato l’allenatore in un’intervista a Oggi. “Come quando torni a casa e posi le chiavi all’ingresso e sorridi perché sai di essere al sicuro”, aveva scritto la donna postando una foto con il marito. Su Instagram Arianna Mihajlovic è seguita da 107mila follower.

Chi era Sinisa Mihajlovic

Sinisa Mihajlovic nato il 20 febbraio del 1966 a Vukovar, in Croazia, ed era cresciuto calcisticamente nel Borovo. Prima alle giovanili e poi in prima squadra. Il padre era serbo e la madre croata. Con la Stella Rossa di Belgrado ha vinto una Coppa dei Campioni. In Italia ha giocato con Roma, Sampdoria, Lazio e Inter. Ha vinto da calciatore due scudetti, quattro Coppe Italia e quattro trofei europei. Aveva intrapreso la carriera da allenatore dopo il ritiro nel 2006: all’inizio come vice di Roberto Mancini nell’Inter. In panchina ha continuato tra Bologna, Catania, Fiorentina, Nazionale serba, Sampdoria, Milan, Torino, Sporting Lisbona e di nuovo Bologna. Dalla società rossoblù era stato esonerato lo scorso settembre, sostituito dall’ex centrocampista Thiago Motta.

A luglio del 2019 la scoperta della malattia: leucemia mieloide acuta. “Ho passato la notte a piangere e ancora adesso ho lacrime ma non sono di paura – aveva raccontato l’allora tecnico del Bologna – io da martedì andrò in ospedale e non vedo l’ora di iniziare a lottare per guarire. Ho spiegato ai miei giocatori che lotterò per vincere come ho insegnato loro a fare sul campo. Questa sfida la vincerò, non ci sono dubbi. La malattia è in fase acuta e aggressiva ma attaccabile, ci vorrà del tempo ma si guarisce”.

Un mese dopo, dopo tre ricoveri e un trapianto, era già in panchina. La sua battaglia aveva superato il pubblico degli appassionati di calcio: nel 2020 era stato ospite anche al Festival di Sanremo. Lo scorso marzo aveva fatto sapere in conferenza stampa di doversi di nuovo sottoporre a un nuovo ciclo di cure per contrastare la ricomparsa della malattia. “Questa volta per usare un termine calcistico non entrerò in scivolata su un avversario, ma giocherò d’anticipo – le parole in conferenza stampa -. Questa malattia è molto coraggiosa nel tornare ad affrontare un avversario come me. Questo è il percorso della mia vita, a volte si incontrano delle buche improvvise, si può cadere e bisogna ritrovare la forza per rialzarsi”. L’ultima apparizione a inizio mese in occasione della presentazione del libro dell’amico e ormai collega Zdenek Zeman.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Sinisa Mihajlovic, il cordoglio di Paolo Brosio: "Come ricevere un pugno nello stomaco". Anche Paolo Brosio, come molti altri ha reso omaggio a Sinisa Mihajlovic. I due - ha ricordato - passavano molto tempo insieme. Valentina Mericio su Notizie.it il 17 Dicembre 2022 

Non si ferma la lunga lista di cordoglio in memoria del campione e allenatore Sinisa Mihajlovic.

 Il giornalista nel corso di un suo intervento fatto a “Pomeriggio Cinque” ha spiegato che la notizia della scomparsa del tecnico serbo gli è arrivata dal CT della Nazionale Italiana Roberto Mancini: “Per me era come un fratello“, ha dichiarato Brosio, spiegando che la loro era un’amicizia speciale. 

Sinisa Mihajlovic, il ricordo di Paolo Brosio

Paolo Brosio, nel parlare del suo caro amico ha affermato: “È stato come ricevere un pugno nello stomaco”.

Ha poi raccontato qual è stata la reazione quando Roberto Mancini lo ha informato della scomparsa: “Quando me l’ha detto siamo scoppiati a piangere insieme. Roberto è un nostro grande amico in comune”. Sinisa ha però vicino a Paolo Brosio in una circostanza molto importante: “È stato tanto vicino alla fondazione che ho creato per i bambini croati a Medjugorje”. 

Roberto Mancini: “Un giorno che non avrei mai voluto vivere”

Nel frattempo il commissario tecnico azzurro ha espresso tutta la sua commozione per la perdita di una persona molto importante come Mihajlovic: “Questo è un giorno che non avrei mai voluto vivere, perché ho perso un amico con cui ho condiviso quasi 30 anni della mia vita, in campo e fuori”. 

Ha infine osservato: “Non è giusto che una malattia così atroce abbia portato via un ragazzo di 53 anni, che ha lottato fino all’ultimo istante come un leone, come era abituato a fare in campo”.

Mihajlovic: «La malattia mi ha fatto paura. Arkan? Ha fatto cose orrende ma non rinnego un’amicizia».  Marco Imarisio su Il Corriere della Sera il 16 Dicembre 2022

Ripubblichiamo l’intervista a Sinisa Mihajlovic uscita il 12 novembre 2020 sul Corriere. L’allenatore ed ex calciatore, morto oggi a 53 anni, raccontava la malattia, la guerra nell’ex Jugoslavia, Arkan — e il futuro

Ripubblichiamo l’intervista a Sinisa Mihajlovic uscita il 12 novembre 2020 sul «Corriere della Sera». Il campione — morto oggi a 53 anni — raccontava la malattia, la guerra nella ex Jugoslavia, Arkan.

Sinisa Mihajlovic, le sembra giusto che la lotta contro il cancro venga sempre definita come una guerra, come una battaglia da vincere?

«Oggi, solo oggi, capisco la domanda. Ammalarsi non è una colpa. Succede, e basta. Ti cade il mondo addosso. Cerchi di reagire. Ognuno lo fa a suo modo. La verità è che non sono un eroe, e neppure Superman. Sono uno che quando parlava così, si faceva coraggio. Perché aveva paura, e piangeva, e si chiedeva perché, e implorava aiuto a Dio, come tutti. Pensavo solo a darmi forza nell’unico modo che conosco. Combatti, non mollare mai».

E chi non ce la fa?

«Non è certo un perdente. Non è una sconfitta, è una maledetta malattia. Non esiste una ricetta, io almeno non ce l’ho. Tu puoi sentirti un guerriero, ma senza dottori non vai da nessuna parte. L’unica cosa che puoi fare è non perdere voglia di vivere. Il resto non dipende da noi».

Perché ne «La partita della vita», la sua autobiografia, ha scelto di raccontarsi dal letto d’ospedale?

«Non avrei potuto fare altrimenti. Adesso siamo qui a parlare, sul terrazzo della mia casa, davanti alla città più bella del mondo, Roma, mentre fumo il mio sigaro. Mi godo ogni momento. Prima non lo facevo, davo tutto per scontato. Conta la salute, contano gli affetti. Nient’altro. La malattia mi ha reso un uomo migliore».

Chi è Cgikjltfr Drnovsk, 69enne senza fissa dimora?

«Al Sant’Orsola mi avevano dato questa falsa identità, per non attirare curiosi che disturbassero altri malati. Dopo i primi due cicli di chemio, dimostravo altro che 69 anni. Trovavo ironico quel senza fissa dimora affibbiato a me, che in ogni stadio ero accolto dal coro di zingaro di m...».

Le pesava?

«Sono un uomo controverso e divisivo, si dice così? E ci ho messo anche io del mio. Facevo il macho, dicevo cose che potevo tenere per me. Ma se faccio una cazzata, e ne ho fatte tante, mi prendo le mie responsabilità».

Qualcosa che invece non rifarebbe?

«Ottobre 2000, Lazio-Arsenal di Champions League. Da quando gioco a calcio ho dato e preso sputi e gomitate e insulti. Succede anche con Vieira. Gli dico nero di m... Tre giornate di squalifica. Sbagliai, e tanto. Lui però mi aveva chiamato zingaro di m... per tutta la partita. Per lui l’insulto era zingaro, per me era m... Nei confronti di noi serbi, il razzismo non esiste...».

Quando capì che in Jugoslavia veniva giù tutto?

«Finale di Coppa di Jugoslavia 1990. Perdiamo contro l’Hajduk Spalato, gol di Boksic. Prima della partita, nel tunnel che porta al campo, Igor Stimac, croato, mio compagno di stanza nella nazionale giovanile mi dice: “Prego Dio che i nostri uccidano la tua famiglia a Borovo”, che è il paese dei miei genitori».

Ricorda il primo incontro con Zeljko Raznatovic, detto Arkan?

«Quando io giocavo nel Vojvodina, al termine di una partita combattuta l’avevo insultato non sapendo chi fosse. Quando mi ingaggiano alla Stella Rossa, mi convoca nella sua villa. Pensavo mi volesse ammazzare. Invece fu gentile, affabile. “Qualsiasi cosa ti serva, Sinisa, sai che puoi venire da me. Ti lascio il mio telefono”. Nei miei anni a Belgrado l’ho frequentato per circa 200 sere all’anno».

La fascinazione del male?

«Forse all’inizio c’era anche quello, poi diventammo davvero amici. Quando morì, pubblicai il famoso necrologio che mi ha attirato tante critiche per il mio amico Zeljko, non per il comandante Arkan, capo delle Tigri».

Vuole che le legga i crimini di guerra del suo amico?

«Non condividerò mai quel che ha fatto, e ha fatto cose orrende. Ma non posso rinnegare un rapporto che fa parte della mia vita, di quel che sono stato. Altrimenti sarei un ipocrita».

Risponderà alla lettera aperta che in attesa della cittadinanza onoraria di Bologna le chiede di dissociarsi dagli autori dei genocidi nei Balcani?

«No. Ho già detto quel che dovevo dire. Io la guerra l’ho vissuta dall’Italia, cercando di aiutare quanta più gente possibile. Una volta comprai il Messaggero . In prima pagina c’era la foto di tre ragazzi morti “vittime dei cetnici serbi”. Ma uno di loro era un mio ex compagno di classe. Un serbo. I serbi hanno fatto schifo, come anche i croati. Ma la storia è sempre scritta dai vincitori. Quindi, gli unici colpevoli siamo noi».

Si sente più serbo o italiano?

«Nel 2000, quando stavano per cominciare i bombardamenti per il conflitto in Kosovo, la mia famiglia era a Roma con me. Mio papà, un ex camionista, un uomo semplice, mi disse Sinisa, io torno a casa. Lo odiai per questo. Qui aveva tutto, e invece sceglieva la nostra casa semidistrutta in un paesino senza nulla? Ma erano le sue radici. Ci ho messo tanto a riconciliarmi con lui, ma poi ho capito».

Come andò l’incontro con Massimo D’Alema, all’epoca presidente del Consiglio?

«L’aveva organizzato Sergio Cragnotti, presidente della Lazio. Volevo fargli capire che i bombardamenti della Nato avrebbero provocato la morte di tanti innocenti. Fu cortese. Mi disse che non poteva farci niente. Quella era una guerra americana. Io non amo l’America, proprio no. Pensi che il midollo per il mio trapianto mi è stato donato da un cittadino statunitense. La vita è piena di sorprese».

Cosa ricorda del suo ritorno dopo la malattia?

«Venticinque agosto 2019. Prima di campionato a Verona. Peso 75 chili, ho solo 300 globuli bianchi in corpo. Imploro i medici di lasciarmi andare. Rischiavo di cadere per terra davanti a tutti e un paio di volte stavo per farlo. Nel sottopassaggio mi sentivo gli sguardi di compassione addosso. Quando mi sono rivisto in televisione, non mi sono riconosciuto».

Perché rischiare?

«Volevo dare un messaggio. Non ci si deve vergognare della malattia. Bisogna mostrarsi per quel che si è. Volevo dire a tutte le persone nel mio stato, ai malati che ho conosciuto in ospedale di non abbattersi, di provare a vivere una vita normale, fossero anche i nostri ultimi momenti».

Chi è oggi Mihajlovic?

«Un uomo che cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno. Tre giorni fa ho fatto gli esami, sangue, tac ai polmoni, midollo aspirato. Ogni volta mi prende l’ansia. Il prossimo controllo a giugno. Poi, due volte all’anno. Speriamo».

Non è stanco degli applausi e dell’affetto di tutti?

«Mi ha aiutato molto. Ma ora basta. Non vedo l’ora di tornare a essere uno zingaro di m...».

ADDIO A SINISA MIHAJLOVIC (1969-2022)

Serbo e fiero di esserlo: ecco il Mihajlovic "politico". Arkan, Milosevic, la guerra civile: le tante uscite "politiche" di Mihajlovic, serbo al cento per cento. Andrea Muratore il 16 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Se la malattia e la morte di Sinisa Mihajlovic hanno destato tanta commozione nel mondo del calcio è anche perché nella debolezza l'ex giocatore di Stella Rossa, Lazio e Inter è parso quello di sempre: tenace, duro, coriaceo. Così era, Mihajlovic, sempre uguale a sé stesso, mai voltagabbana: a costo di prendere posizioni radicali, lo era anche in termini di visione politica. Una visione politica molto quadrata, radicale, mai ambigua, focalizzata sull'identità serba.

Non si può capire l'uomo Mihajlovic senza pensare al suo contesto di riferimento, quello in cui si affermò come volto pubblico e calciatore di successo: la Jugoslavia del tramonto che si avviava verso la guerra civile. E che alla vigilia dell'inizio della disgregazione dello Stato che fu di Tito era giunta, sui campi da calcio, sul tetto d'Europa e del mondo, grazie alla Stella Rossa Belgrado che vinse la Coppa dei Campioni nella finale di Bari contro l'Olympique Marsiglia e la Coppa Intercontinentale nella sfida contro i cileni del Colo-Colo.

Un vero e proprio Dream Team paragonabile solo a quello della nazionale di calcio della Jugoslavia, che dal croato Boban al montenegrino Savicevic riuniva i più grandi talenti del calcio balcanico e si sarebbe disgregata assieme al Paese nel 1992, venendo esclusa dagli Europei per via della guerra civile scoppiata nel Paese.

La guerra segnò profondamente l'allora 22enne Mihajlovic quando scoppiò nell'estate 1991. Anche - se non soprattutto - perché colpì la città natale di Vukovar, centro croato in cui era nato da madre croata e padre serbo. E portò, inoltre, alla luce i rapporti di Mihajlovic con Željko Ražnatović, conosciuto con il soprannome “Arkan”. A lungo capo ultras della Stella Rossa e criminale serbo, Arkan arruolò le famigerate "Tigri", un'unità paramilitare pescata tra le curve e le galere che nelle guerre jugoslave fu responsabile di crimini di guerra e pulizia etnica in Croazia e in Bosnia. Per ragioni di militanza sportiva il giovane MIhajlovic conosceva Arkan molto bene e alla sua morte, nel 2000, lo definì in un necrologio "un eroe per il popolo serbo". Parole che destarono scalpore ma che nel 2020 l'allenatore ai tempi in forza al Bologna spiegò parlando su Sky Sport a Paolo Condò e raccontò di come le "Tigri" risparmiarono suo zio, croato, trovando sul suo telefono cellulare il numero di Sinisa. Questo nonostante il fratello della madre avesse dichiarato esplicitamente di voler "scannare come un porco" il padre del centrocampista e difensore serbo.

In un'intervista rilasciata ad Andrea Di Caro de La Gazzetta dello Sport, pochi mesi prima, Mihajlovic aveva condannato la guerra dei Balcani in forma trasversale rifiutando però una colpevolizzazione esclusiva dei serbi: "Dovranno passare due generazioni prima di poter giudicare cosa è accaduto. È stato devastante per tutti. Quello che racconto io, lo può raccontare anche un croato o un bosniaco. Abbiamo vissuto un impazzimento della storia". Un uomo, un campione sul campo ma, prima di tutto, un serbo e un balcanico. Per il quale parole come storia, identità e nazione hanno un significato molto più profondo e divisivo di quanto avvenga in un Paese come l'Italia: e del resto pochi calciatori, come Mihajlovic si sono trovati a giocare in un Paese, l'Italia, mentre il suo Stato natale veniva attaccato da una coalizione comprendente, tra gli altri, lo Stato di residenza.

Successe nel 1999, e Mihajlovic sostenne il governo serbo di Slobodan Milosevic contro i raid della Nato: "Siamo un popolo orgoglioso", disse nel 2009 al Corriere della Sera parlando di questa sua scelta. "Certo tra noi abbiamo sempre litigato, ma siamo tutti serbi. E preferisco combattere per un mio connazionale e difenderlo contro un aggressore esterno": posizioni nette, spesso divisive, forti, ma profondamente umane. Umano, troppo umano era Mihajlovic dietro il rigore del volto e la serietà dei suoi lineamenti. Non si nascondeva mai: in campo, in politica, nel commentare la sua storia personale e l'attualità. Sempre controcorrente, come tanti serbi di fronte all'Occidente: forse perché (in passato) così divisivo, ha unito tutti nella fragilità e nella sfida alla malattia. Di fronte alla quale conta esser ciò che vale la pena: un uomo degno di questa definizione.

Francesco Persili per Dagospia (15 novembre 2020) il 16 dicembre 2022.

“Ma chi cazzo sei? Io ti spacco la faccia”. Sinisa Mihajlovic fulmina quell'uomo che lo rincorre gridando: “Ehi pezzo di merda, io ti faccio finire la carriera”. Solo che quell’uomo è Zeljko Raznatovic, meglio noto come la Tigre Arkan, capo degli ultrà della Stella Rossa e criminale di guerra serbo. Tutto era nato per un’entrata killer di "Miha" su Stojkovic. 

La storia della loro controversa amicizia viene ricostruita nell’autobiografia che Sinisa ha scritto con Andrea Di Caro (Solferino). Dopo quel primo faccia a faccia ne seguiranno altri: “Nel periodo in cui sono stato a Belgrado, alla Stella Rossa, lo avrò visto almeno 200 giorni all’anno. Solo calcio, con lui non parlavo mai di politica”. 

 C’è un filo rosso che lega il Sinisa di ieri al Mihajlovic di oggi. È il coraggio di schierarsi e di vivere con coerenza prendendo posizioni scomode, azzardate, divisive come quando decise di fare un necrologio per Arkan. “Me lo rinfacciano da 20 anni ma non ho mai rinnegato quella scelta. Non lo feci per il militare Arkan. Lo feci per Zeljko. Possono i due piani rimanere separati? Non lo so. Allo stesso modo ripeto che lo striscione in suo onore comparso nella curva della Lazio non porta la mia firma”

Oltre cento esponenti del mondo della politica e dell'associazionismo dell'Emilia-Romagna gli hanno inviato una lettera per chiedergli di dissociarsi dai criminali di guerra come la Tigre Arkan. Mihajlovic non ha risposto ufficialmente ma il suo pensiero emerge con chiarezza nelle pagine del libro: 

“Non ho mai difeso la vita violenta di Arkan e le nefandezze di cui si è macchiato guidando le sue Tigri. I suoi crimini efferati restano. Sono orribili. E li condanno. Ma Zeljko era un mio amico e mi voleva bene. Grazie a lui ho salvato la vita di mio zio e sono potuto rientrare a Borovo per vedere la mia casa distrutta. La guerra nella ex Jugoslavia ha tanti colpevoli. In una guerra civile non esistono buoni e cattivi. Non c’è il bianco e il nero. Il colore predominante è il rosso. Del sangue degli innocenti”. Cosa sia stato quel conflitto fratricida viene narrato con dolore e sofferenza. Lo zio che vuole “scannare” il padre, l’amico che si presenta a casa dei genitori di Miha e intima loro di abbandonare tutto. Il giorno dopo torna e si mette a sparare sui muri, addosso alle foto di Sinisa, prima di distruggere tutto. Qualche anno dopo, a guerra finita l’amico incontra Mihajlovic e gli spiega che quello era l’unico modo per evitare che i suoi genitori fossero uccisi.

 Tra le vittime della guerra c’è anche una delle nazionali più forti della storia. Erano i brasiliani d’Europa. Geniali ma incostanti. Tra tutti i talenti, da Savicevic a Boban, da Stojkovic a Boksic, Miha sceglie Prosinecki, il compagno più forte insieme a Totti con cui ha giocato. Una volta con una finta mandò a vuoto l’avversario che si ruppe il crociato.

Un uomo in battaglia, Sinisa. Gli hanno contestato il carattere. Ma chi ha carattere, ha un brutto carattere, Pertini dixit. “Ho sentito su di me mille giudizi, spesso superficiali”. Lo hanno definito “rambesco” (un complimento) e gli hanno dato del fascista: “L’accusa più stupida. Io che sono nato sotto Tito! Nazionalista semmai, ma non fascista. Non ero il guerrafondaio e machista che molti si divertivano a dipingere anni fa e non sono l’eroe che ora a molti piace raccontare dopo la mia lotta alla malattia”. 

Mihajlovic ha deciso di raccontare direttamente dal letto d'ospedale la partita più importante della sua vita contro la leucemia. La diagnosi, la telefonata alla moglie, le parole di Walter Sabatini (“Resta il nostro allenatore. Preferisco lui al 20-30% che qualsiasi altro tecnico”). E poi il ricovero con la falsa identità di Cgikjltfr Drnovsk, 69enne senza fissa dimora (“Trovavo ironico che il senza fissa dimora lo avessero affibbiato a me, che in ogni stadio ero accolto dal coro di zingaro di merda”). Il ritorno in panchina e alla vita. 

 In ospedale ha avuto il modo di finire di leggere “Open”. Agassi odiava il tennis con tutte le sue forze? Sinisa invece ama il calcio da morire. E’ un uomo d’amore, per usare una categoria cara a Luciano De Crescenzo, e d’onore. E’ uno di quelli che rispetta la parola data, le promesse, i valori con cui è cresciuto. Una rarità in un mondo di quaquaraquà. Non fa sconti ai ragazzotti che con mezza partita si sentono già arrivati.  "Tanta forma, poca sostanza. Più che calciatori li definisco 'calciattori'. Sono quelli che dopo uno scatto, se perdono il pallone, invece di rientrare, si aggiustano i capelli".

Lui fa parte di un’altra generazione. Quella di chi sa che fatica e divertimento possono andare insieme. “Mi hanno fatto godere ogni tiro, ogni partita, ogni campionato e ognuna delle milioni di volte in cui ho preparato un calcio da fermo. Oggi un difensore centrale come ero io non esiste”. 

Nella stagione in cui vinse lo scudetto con la Lazio realizzò 13 reti. Guardiola gli confessò: “Purtroppo abbiamo giocato nello stesso periodo, altrimenti da tecnico, ti avrei preso subito. Saresti stato perfetto per il mio gioco” 

Tantissimi gli aneddoti da spogliatoio. La finale di Coppa Campioni contro l’Olympique Marsiglia e il sospetto che qualcuno dei rivali avesse fatto ricorso all’aiuto dei farmaci (“Un difensore alla fine dei supplementari era a terra e gli usciva bava bianca dalla bocca”), la rissa con Rizzitelli a Trigoria, quella volta che Giannini perse 4 milioni in una sfida a biliardo, le battute di Boskov a cui consigliò di far esordire un certo Francesco Totti: “A distanza di quasi 30 anni aspetto ancora che Francesco mi offra una cena”.

Ai tempi della Lazio, invece, resta epico lo scazzo tra Simeone e Fernando Couto. “Uno aveva preso delle forbici, l’altro un coltello. Se non li avessimo separati, si sarebbero ammazzati”. E Berlusconi? Uno straordinario presidente, probabilmente il migliore di ogni tempo. Non era convinto quando decisi di lanciare Donnarumma. Ma un insegnamento calcistico me lo ha lasciato: “Caro Sinisa, nel calcio se vinci sei un bravo ragazzo, se perdi sei una testa di cazzo…”

"Non sono un fascista come ha detto qualcuno per Arkan, sono più comunista di tanti". Mihajlovic e l’amicizia con la Tigre di Arkan: Zeljko Raznatovic, il criminale di guerra della Jugoslavia. Antonio Lamorte su Il Riformista il 16 Dicembre 2022

Sugli spalti dello Stadio San Nicola di Bari c’era anche lui: Sinisa Mihajlovic calciava e segnava il quarto rigore nella finale e la Stella Rossa di Belgrado vinceva la Coppa dei Campioni del 1991. E lui era Zeljko Raznatovic, noto come il comandante Arkan, la “Tigre di Arkan”, capo degli ultras della squadra della squadra della capitale serba e leader del gruppo paramilitare delle Tigri, responsabile di crimini contro l’umanità nelle guerre dei Balcani tra Croazia e Bosnia. Quando anni dopo morì, assassinato in una sorta di esecuzione nella hall di un hotel a Belgrado, Mihajlovic gli dedicò un affettuoso necrologio. E per quel necrologio venne sempre condannato.

È il lato considerato controverso e oscuro nella vita e nella carriera del calciatore serbo, per trent’anni in Italia e quindi italiano d’adozione per i trascorsi tra campi e panchine. Pallone che assunse grande influenza e significato nella deflagrazione e nella disintegrazione dell’ex Jugoslavia. Mihajlovic è morto oggi, a 53 anni, come confermato dalla famiglia. Dal 2019 lottava con una leucemia mieloide acuta. Oltre che per le sue caratteristiche di difensore arcigno ma dal piede delicato, gli appassionati di calcio e non avevano imparato ad apprezzarlo anche per il carattere con il quale aveva condotto la sua lotta contro la malattia. Non si era mai risparmiato Sinisa Mihajlovic, neanche nel raccontare il capitolo doloroso delle guerre che avevano funestato il suo Paese.

Chi era Zeljko Raznatovic

Guerre violentissime e fratricide. Arkan era nato nel 1953, in Slovenia: due matrimoni, sette figli, ricercato in diversi in Paesi europei e in galera tra Svezia, Belgio, Olanda e anche in Italia. Era stato tra gli uomini più ricercato dall’Interpol negli anni Ottanta per i suoi crimini coperti dall’attività di agente segreto per conto del governo jugoslavo (per l’UBDA, la polizia segreta jugoslava). Il soprannome arrivava forse da un falso passaporto turco o forse da una tigre che compariva in uno dei suoi fumetti preferiti. Il primo arresto a meno di 18 anni per la rapina in un bar di Zagabria. Di ritorno in Serbia aveva unito la tifoseria della Stella Rossa con i suoi Delije, “gli eroi”, e la società gli aveva donato una pasticceria diventata il suo “covo”.

Era stato convocato dai vertici jugoslavi per organizzare circa tremila uomini delle milizie volontarie che aveva reclutato tra i tifosi del Marakana, lo stadio della Stella , e tra i reclusi nelle carceri di Belgrado. Raznatovic aveva quindi gestito il Centro per la Formazione Militare del Ministero per gli Affari Interni serbo e formato la “Guardia Volontaria Serba” che avrebbe preso il nome di “Tigri di Arkan” – a quanto pare per via del cucciolo di tigre che il comandante sosteneva di aver rubato nello zoo di Zagabria – che a partire dall’autunno 1991 ha operato come unità paramilitare lungo la frontiera serbo-croata.

I crimini delle Tigri di Arkan

L’unità paramilitare di Arkan operava allora nel quadro della 6 brigata del corpo d’armata (JNA). Al 4 aprile 1992 risale la strage di 17 persone a Bijelijna da parte dell’unità: con una bomba nel Caffè Istanbul e un’altra bomba presso il macellaio del apese. Le Tigri sarebbero state accusate di altri 400 omicidi nei giorni successivi. La presidentessa della zona controllata dalla Serbia, Biljana Plavsicsi, si recò a Bijeljina per baciare Arkan davanti alle telecamere. Altra carneficina a Brcko: 600 vittime negli insediamenti bosniaco-musulmani con tanto di campo di concentramento. 40 vittime davanti alla moschea di Glogovac. Oltre 20mila persone massacrate a Prijedor e dintorni, 700 a Sanski Most, a Cerska 700 persone.

Le Tigri furono accusate anche di aver aiutato Ratko Mladic a portare a termine il genocidio di Srebrenica, con oltre ottomila vittime. L’unità rimase attiva fino all’ultimo giorno di guerra in Bosnia distinguendosi per efferatezza e per la pulizia etnica tra Banja Luka, Sanski Most e Prijedor. Raznatovic tramite saccheggi, contrabbandi di armi, benzina, sigarette e macchine rubate accumulò una fortuna. Era stato presidente di un club di calcio di una serie minore, l’FK Obilic di Belgrado, che vinse anche il campionato e partecipò alla Champions League. La presidenza passò alla moglie, la cantante folk Svetlana “Ceka” Velikrovic, che aveva sposato nel 1995, dopo gli attacchi della stampa italiana.

Raznatovic nel 1992 era stato anche eletto in Parlamento. Fu l’ex segretario di Stato americano Lawrence Eagleburger a indicarlo come responsabile di operazioni di ‘pulizia etnica’ per le quali era stato accusato anche dai giudici del Tribunale penale per la ex Jugoslavia dell’Aja. Alla vigilia della guerra del Kosovo Arkan disse minaccioso: “Se le truppe Nato entreranno in Jugoslavia i miei uomini combatteranno contro di loro”. Secondo la Nato, nella prima fase della guerra, le sue bande avevano ucciso centinaia di albanesi nella zona di Pec. Negli ultimi mesi di vita si era un po’ allontanato dal leader serbo Slobodan Milosevic. Venne ucciso il 15 gennaio 2000 nella hall dell’Intercontinental Hotel di Belgrado dove era seduto e chiacchierava con due suoi amici. A sparare un poliziotto 23enne in congedo, Dobrosav Gavric, che uccise anche altri due collaboratori di Arkan presenti. La notizia diede il là a diverse spedizioni punitive. Circa ventimila persone parteciparono ai suoi funerali.

L’amicizia con Mihajlovic

Sinisa Mihajlovic lo definì “un eroe per il popolo serbo” nel suo necrologio che, ammise in un’intervista a Il Corriere della Sera, avrebbe riscritto anche ad anni di distanza. Fu anche accusato di aver chiesto ai tifosi della Lazio di esporre all’Olimpico uno striscione dedicato ad Arkan. E in effetti uno striscione venne esposto nella partita contro il Bari, nella 19esima del campionato di Serie A: “Onore alla Tigre di Arkan”, del quale il calciatore si disse però estraneo. “Voi parlate di atrocità, ma non c’eravate. Io sono nato a Vukovar, i croati erano maggioranza, noi serbi minoranza lì. Nel 1991 c’era la caccia al serbo: gente che per anni aveva vissuto insieme da un giorno all’altro si sparava addosso. È come se oggi i bolognesi decidessero di far piazza pulita dei pugliesi che vivono nella loro città. È giusto? Arkan venne a difendere i serbi in Croazia. I suoi crimini di guerra non sono giustificabili, sono orribili, ma cosa c’è di non orribile in una guerra civile?”.

Il primo incontro con Mihajlovic quando questi giocava nella Vidiova. A bordo campo Arkan e fu scontro a muso duro. Il calciatore non sapeva chi fosse, quando lo scoprì “il nome mi fa correre un brivido lungo la schiena”, ha raccontato nella sua autobiografia La partita della vita. Al ritorno niente partita per Sinisa, per sicurezza, che andò in tribuna e poi a mangiare un gelato fuori allo stadio: era la gelateria di Arkan. Il terzo incontro quando il centrocampista arrivò alla Stella Rossa. “Arkan fu gentile, affabile, alla mano. Simpatico. Quando era tranquillo, sapeva essere piacevole. Un uomo totalmente diverso dal sanguinario leader di milizie durante il conflitto che avrebbe devastato il Paese”. Per qualsiasi cosa, per ogni evenienza, il capo degli ultras gli lasciò suo numero di telefono.

Mihajlovic ha sempre preso le distanze dai crimini commessi da Arkan ma non ha mai rinnegato quel rapporto, confermando quello che aveva sempre sostenuto: che l’amicizia risaliva ai tempi della Stella Rossa e che l’ultras-paramilitare si “comportò sempre bene” con lui e con i suoi compagni di squadra. “Quando da Vukovar si spostarono a Belgrado, mia mamma chiamò suo fratello, mio zio Ivo, e gli disse: c’è la guerra mettiti in salvo, vieni a casa di Sinisa. Lui rispose: perché hai portato via tuo marito? Quel porco serbo doveva restare qui così lo scannavamo. Il clima era questo. Poi Arkan catturò lo zio Ivo che aveva addosso il mio numero di telefono. Arkan mi chiamò: ‘C’è uno qui che sostiene di essere tuo zio, lo porto a Belgrado’. Non dissi niente a mia madre, ma gli salvai la vita e lo ospitai per venti giorni”,

In quella stessa intervista al Corriere della Sera Mihajlovic replicava a chi lo aveva definito fascista, in più occasione, durante la sua carriera. “Che vuol dire nazionalista? Di sicuro non sono un fascista come ha detto qualcuno per la faccenda di Arkan. Ho vissuto con Tito, sono più comunista di tanti. Se nazionalista vuol dire patriota, se significa amare la mia terra e la mia nazione, beh sì lo sono”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Da Ali a Pablito, gli eroi dello sport traditi da un male. Muhammad tormentato una vita dal Parkinson, la salute precaria di Maradona, il cancro di Rossi. Oscar Eleni il 17 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Forte contro tutto, ma la malattia sfidata come sanno fare i guerrieri, alla fine, gli ha fatto gol. Ciao inimitabile Sinisa che hai dato speranza, idee, nella tua meravigliosa odissea dell'esistenza fra il segno dell'acquario e quello dei pesci. Come diceva il grande bardo i coraggiosi trovano il giorno della morte una volta sola contrariamente ai vili. Tu hai saputo sfidarla convincendoci che la ragione di vivere è quella di poter restare morti a lungo, immortali nella memoria della gente. Vale per gli artisti, gli scienziati, i grandi che hanno dato luce nella gestione degli stati, nell'arena del grande sport.

Sono giorni di malinconia in mezzo a feste con troppi abbracci finti. Mihajlovic ci ha lasciato con lo stesso vuoto dei giorni in cui se ne sono andati altri eroi dell'arena. Adesso accendiamo una fiaccola sotto la finestra di Gianluca Vialli nella speranza che faccia come lo ha esortato il suo ex compagno Cabrini, trovando la forza di correre oltre la signora in nero, come, purtroppo, ultimamente non è riuscito a fare Paolino Rossi, anche se il suo sorriso è sempre con noi, come non ha potuto fare dopo galoppate storiche il mezzofondista Murray Halberg, campione olimpico che il rugby aveva storpiato, ma non battuto.

Non esiste difesa adeguata, schema logico, per evitare che sia la morte a segnare il gol decisivo anche urlandole in faccia. Come diceva Dumas, chi muore vive, mentre chi vede morire perde sempre. Sinisa e il suo modo di cercare una difesa, proprio come sta facendo Vialli. La trappola che non permise a Maradona di cercare altre magie esistenziali dopo quelle infinite sul campo di calcio. Il tormentato corpo a corpo di Cassius Clay che nei giorni della gloria come Muhammad Ali scoprì che tutte quelle battaglie, non soltanto sul ring, gli avrebbero rubato quasi tutto, anche se nel giorno dell'apertura ai giochi olimpici di Atlanta eravamo tutti in ginocchio pregando per quel campione tremolante che diceva alla bella gioventù olimpica continuate a credere di poter vincere contro la maledetta.

I gol della malasorte, la cattiveria dei testa coda per gli assi del volante e quella notte all'obitorio dove avevano portato Ayrton Senna tradito da una parabolica infame ci ha ossessionato come nei giorni, eravamo bambini, quando l'Italia si fermò per la tragedia di Superga che rubò la vita al grandissimo Torino.

Odissea nello spazio verde di tanti stadi, nell'atmosfera infuocata di un ring nello Zaire, nel tramonto vicino al barrio dove Diego aveva sconfitto la povertà, diventando il Mozart del pallone, affrontando la sfida a petto in fuori. Un modo per insegnare a vivere a chi è rimasto, sapendo che la medicina fa grandi cose ma deve anche arrendersi, che il destino per tutti i toreri dello sport è sempre il peggiore dei bari, ma capita d'inciampare nella radice malata, di non trovare l'angolo cieco dove Paolino Rossi si faceva trovare per trovare l'impossibile fino al titolo mondiale in quel 1982 dove la Spagna e il grande calcio scoprirono Pablito. Sulla collina dove i nostri campioni sono andati a guardare un mondo che ancora si fa la guerra troveranno tanti amici, una squadra, una palestra, una pista, un motore urlante, una piscina. Nella nostra Spoon River sportiva giocheranno, combatteranno ed alleneranno ancora. Saranno sempre i nostri derubati della vita nell'attimo in cui tentavano di evitare il gol definitivo, il ko, il testa coda, il rigore che, prima o poi, tocca a tutti di subire.

Cos’è la leucemia mieloide acuta, la terribile malattia diagnosticata a Sinisa Mihajlovic. Elena Del Mastro su Il Riformista il 16 Dicembre 2022

Era l’estate del 2019 quando a Sinisa Mihajlovic i medici diagnosticarono una leucemia mieloide acuta. Un tumore del sangue molto aggressivo a cui sopravvive solo il 35-40% dei pazienti. Nonostante il tecnico serbo avesse lottato con tutte le sue forze, sottoponendosi a pesanti chemio e al trapianto di midollo, non ce l’ha fatta. È morto dopo tre anni e mezzo di battaglie. Un grave lutto per tutto il mondo dello sport.

La drammatica diagnosi è arrivata nell’estate del 2019 appena tornato dalle vacanze in Sardegna. Subito iniziò i pesanti cicli di chemioterapia e alla fine di ottobre 2019 si sottopose a trapianto di midollo osseo che gli aveva dato speranza nella sua lotta contro il male. A dicembre dello stesso anno l’allenatore aveva ripreso il suo posto in panchina. Poi a marzo 2022 l’annuncio in conferenza stampa che la malattia era tornata e aveva bisogno di iniziare nuovamente le cure. La leucemia mieloide acuta è un tumore molto aggressivo che si manifesta soprattutto negli uomini sopra i 60 anni.

“A oggi la terapia più efficace per molti pazienti resta il trapianto di midollo da donatore: la leucemia mieloide acuta, infatti, origina nelle cellule staminali presenti nel midollo osseo e si sviluppa molto rapidamente – ha spiegato al Corriere Paolo Corradini, presidente della Società italiana di ematologia (Sie) -. Succede però spesso, purtroppo, che la malattia si ripresenti dopo il trapianto. In base a diversi fattori prognostici del singolo paziente e all’aggressività della malattia, in circa la metà dei malati con leucemia mieloide acuta sottoposti a trapianto di midollo da donatore, il tumore si manifesta nuovamente a distanza di tempo”.

Come per tutti i tumori le cure sono una corsa contro il tempo. Più tardi si ricade nella malattia meglio è perché è sintomo che il corpo ha reagito bene al trapianto. “Ci sono poi nuovi farmaci efficaci che possono essere utilizzati, ma non sempre funzionano come sperato, purtroppo – dice Corradini, che è anche direttore della Divisione di Ematologia della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano -. È proprio sul fronte della lotta alle recidive che oggi si concentrano gli sforzi di molti ricercatori per trovare ulteriori cure in grado di debellare il tumore quando ritorna”. In Italia ogni anno sono circa 32mila le persone che si ammalano di questo terribile tumore del sangue.

Spesso i sintomi dei tumori del sangue non sono molto chiari e si manifestano anche come molto comuni o blandi. per esempio, febbre o febbriciattola (in particolare pomeridiana o notturna), un senso di debolezza che perdura, dolori alle ossa o alle articolazioni che non regrediscono. Così, un paziente su quattro ha dichiarato di non essersi rivolto immediatamente al medico per la difficoltà di cogliere la gravità della situazione anche a causa di sintomi che sembrano inizialmente sopportabili.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Che cosa è la leucemia mieloide acuta, la malattia di cui è morto Mihajlovic. Vera Martinella su Il Corriere della Sera il 16 Dicembre 2022

La leucemia mieloide acuta, diagnosticata a Sinisa Mihajlovic, è un tumore del sangue che colpisce ogni anno circa 3.500 persone in Italia, che origina nelle cellule staminali presenti nel midollo osseo e si sviluppa rapidamente

È un tumore del sangue molto aggressivo quello che si è portato via Sinisa Mihajlovic, come dimostrano purtroppo le statistiche: a cinque anni dalla diagnosi di leucemia mieloide acuta , infatti, sopravvive soltanto il 35-40% dei pazienti.

Era l’estate del 2019, quando, di ritorno da una vacanza in Sardegna, all’ex allenatore del Bologna veniva diagnosticata la malattia . Erano subito iniziati i pesanti cicli di chemioterapia e, alla fine di ottobre 2019, si era sottoposto al trapianto di midollo osseo da donatore che gli aveva restituito la speranza. A dicembre 2019, poco meno di cinque mesi dopo il primo ricovero in ospedale, l’ex calciatore aveva ripreso il suo posto in pianta stabile in panchina e da allora non l’aveva più abbandonato, pur sottoponendosi sempre ai controlli previsti per tutti i malati con il suo stesso percorso clinico. Fino all’annuncio dato a marzo 2022 in conferenza stampa: la malattia era tornata e Sinisa aveva iniziato un nuovo pesante iter di cure.

Quando il trapianto non funziona e il tumore ritorna

La leucemia mieloide acuta è una patologia estremamente aggressiva che colpisce con maggior probabilità gli uomini sopra i 60 anni, sebbene possa insorgere anche nei bambini. «A oggi la terapia più efficace per molti pazienti resta il trapianto di midollo da donatore: la leucemia mieloide acuta, infatti, origina nelle cellule staminali presenti nel midollo osseo e si sviluppa molto rapidamente — spiega Paolo Corradini, presidente della Società italiana di ematologia (Sie) —. Succede però spesso, purtroppo, che la malattia si ripresenti dopo il trapianto. In base a diversi fattori prognostici del singolo paziente e all’aggressività della malattia, in circa la metà dei malati con leucemia mieloide acuta sottoposti a trapianto di midollo da donatore, il tumore si manifesta nuovamente a distanza di tempo».

In pratica, anche i nuovi linfociti (le cellule del sistema immunitario deputate alla difesa del nostro organismo) ricevuti attraverso il trapianto da una persona sana non riescono a combattere la neoplasia che torna con una recidiva.

Più tardi si ricade meglio è (e per Sinisa erano passati quasi due anni e mezzo dal trapianto, ndr) perché il trascorrere del tempo indica che l’organismo del paziente è comunque riuscito a reagire . «Ci sono poi nuovi farmaci efficaci che possono essere utilizzati, ma non sempre funzionano come sperato, purtroppo — dice Corradini, che è anche direttore della Divisione di Ematologia della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano —. È proprio sul fronte della lotta alle recidive che oggi si concentrano gli sforzi di molti ricercatori per trovare ulteriori cure in grado di debellare il tumore quando ritorna».

Un impatto importante

Ogni anno sono circa 32mila gli italiani che si ammalano di un tumore del sangue, che in due terzi dei casi colpisce persone con più di 65 anni. La diagnosi di leucemia mieloide acuta arriva presto, in genere entro due settimane dal primo accesso del paziente al Centro di cura ed è accompagnata da emozioni quali paura, sconforto, rabbia, preoccupazione. Come emerge anche da un’indagine promossa dall'Associazione Italiana contro leucemie, linfomi e mieloma (Ail), «la scoperta di una patologia aggressiva come questa crea angoscia e preoccupazione nelle persone che ne sono colpite e comporta per la famiglia e il caregiver un impatto molto importante — sottolinea Sergio Amadori, ordinario di Ematologia e consigliere nazionale Ail —. Oggi lo scenario nazionale della presa in carico è di buona qualità (la sopravvivenza in Italia per molti tipi di cancro è superiore alla media europea). Il paziente, nel momento in cui comincia ad avere dei sintomi che fanno sospettare una malattia del sangue, viene inviato in un Centro di Ematologia che si preoccupa di affrontare il percorso diagnostico e terapeutico fino alla possibile guarigione o follow-up. La diagnosi deve essere fatta in tempi il più rapidi possibile».

Sintomi poco chiari

I sintomi di molti tumori del sangue sono per lo più vaghi, poco specifici e comuni a tanti disturbi, anche poco gravi: per esempio, febbre o febbriciattola (in particolare pomeridiana o notturna), un senso di debolezza che perdura, dolori alle ossa o alle articolazioni che non regrediscono. Così, un paziente su quattro ha dichiarato di non essersi rivolto immediatamente al medico per la difficoltà di cogliere la gravità della situazione anche a causa di sintomi che sembrano inizialmente sopportabili. Quasi il 60% si rivolge in prima battuta al medico di famiglia prima di essere indirizzato dall’ematologo. In ogni caso, entro due settimane dalla comparsa dei sintomi, l’80% dei pazienti viene preso in carico. Nella grande maggioranza dei casi (88%) l’ematologo comunica personalmente al paziente la diagnosi e ritiene molto importante il supporto che da Ail può arrivare ai malati. «I risultati di questa indagine ci confortano nella scelta di collaborare con gli ematologi, con i medici di medicina generale e con quanti operano sul territorio — conclude Giuseppe Toro, presidente nazionale Ail —. E proseguiremo con le nostre campagne di raccolta fondi per dare sostegno alla ricerca scientifica e garantire ai nostri pazienti terapie sempre più innovative ed efficaci che possano migliorare sempre di più la loro qualità di vita».

Nino Materi per “il Giornale” il 17 dicembre 2022.

Sinisa si fidava di loro. Un rapporto che era diventato negli anni sempre più stretto e confidenziale. Nulla a che fare con la freddezza medico-paziente che spesso, purtroppo, caratterizza gran parte della sanità italiana. Il professor Michele Cavo e la dottoressa Francesca Bonifazi, due eccellenze dell'ematologia hanno seguito Mihajlovic dall'inizio della malattia. Fin dal primo esame nel dipartimento terapie cellulari del Sant' Orsola. 

«Eravamo nell'agosto del 2019 - ricorda il professor Cavo che dirige l'Istituto di ematologia Seragnoli -. Capimmo che era necessario un trapianto di midollo osseo -. L'intervento venne eseguito il 29 ottobre e Mihajlovic fu dimesso il 22 novembre». Il comunicato medico recitava: «Le condizioni generali del paziente sono soddisfacenti».

La famiglia esultò su Instagram: «Più bella cosa non c'è. Si torna a casa». Sembrava la fine di un incubo. Invece la leucemia aveva solo deciso di fare una pausa e lo scorso marzo è tornata. Esattamente a tre anni dal trapianto. Le date sono importanti. Perché sono proprio tre gli anni entro i quali è più facile che scatti la recidiva, cioè il «rinnovo» della patologia. Il professor Cavo lo sa bene e infatti lo aveva previsto: «Nei pazienti over 60 le ricadute possono avvenire durante i primi 2-3».

L'età più giovane di Sinisa lasciava più margini all'ottimismo. Ora l'obiettivo terapeutico era di puntare su una terapia in campo oncoematologico basata sui linfociti T, una sorta di «guerrieri globulari», avrebbero dovuto fronteggiare gli attacchi della leucemia proteggendo il sistema immunitario. La prima tappa sarebbe stata il prelievo delle cellule da selezionare per affrontare la battaglia. Non c'è stato tempo. La guerra, ormai, era già persa.

Gli ultimi giorni di agonia di Sinisa Mihajlovic a Roma: una settimana di lotta disperata contro un'infezione. Elmar Bergonzini e Emanuele Zotti su Il Corriere della Sera il 17 Dicembre 2022.

Una settimana fa faceva progetti con gli amici. Poi la situazione è precipitata. Il ricovero a Roma, il coma e l'addio alla vita circondato dalla famiglia

Finché ha potuto Sinisa Mihajlovic ha lottato, sostenuto dalle sue “colonne”: la moglie Arianna e i figli Viktorija, Virginia, Miroslav, Dusan e Nikolas. Ma non solo. Ad accompagnare il guerriero serbo nella sua ultima battaglia sono stati anche la mamma Viktorija, il fratello Drazen e la nipotina Violante, che nell’ultima settimana non si sono mai allontanati dalla clinica Paideia. Un nucleo costantemente unito nella speranza, forse mai perduta, di affiancare Sinisa nell'ennesima partita da vincere. Stavolta però il destino – brutale, spietato, ingiusto - ha deciso che il finale sarebbe stato tragico e gonfio di dolore. 

Coraggio e forza di volontà Mihajlovic le ha dimostrate – ancora una volta - quando la malattia è tornata. I medici gli avevano detto che le possibilità di sopravvivere erano davvero minime. Ha sofferto, soprattutto fisicamente, ma è sempre andato avanti. Lo scorso 1 dicembre era andato addirittura alla presentazione dell'autobiografia di Zdenek Zeman, in una libreria in via Nazionale, e Sinisa era apparso sorridente e in vena di battute, felice di prendere parte ad un evento così importante per uno dei suoi maestri. Fino a sabato 10 Sinisa parlava al telefono con gli amici dei suoi piani futuri: aveva intenzione di finire il ciclo di chemio a gennaio per poi ricominciare a girare gli stadi di calcio per assistere dal vivo alle partite, restando così aggiornato. Non solo: fino a quando ha potuto, si è dedicato allo sport, non rinunciando mai a lunghe camminate, per restare attivo e provare a combattere, anche in questo modo, la malattia che lo debilitava e lo consumava.

  Dopo l'esonero di settembre da parte del Bologna, era tornato nella sua casa romana, il rifugio di sempre, per andare poi a curarsi alla clinica alla Paideia International. Ma domenica 11 dicembre, In maniera quasi inaspettata, le condizioni di Mihajlovic si sono improvvisamente aggravate a causa di un'infezione. La situazione è sembrata subito molto grave per via del sistema immunitario compromesso e delle terapie a cui si stava sottoponendo da più di tre anni per cercare di sconfiggere la leucemia. La febbre si è alzata di colpo e il ricovero si è reso immediatamente necessario. Le condizioni di salute sono peggiorate ulteriormente nel pomeriggio di lunedì 12, tanto da spingere la mamma Viktoria e il fratello Drazen a prendere l’aereo dalla Serbia e raggiungere in fretta e furia la clinica capitolina.

Della mamma, Sinisa una volta disse: «Lei non parla l’italiano e i miei figli hanno poca dimestichezza con il serbo. Ma ogni volta che viene a trovarci a Roma e vedo come guarda i suoi nipoti, capisco che l’amore non ha bisogno di parole». Il giorno successivo, martedì, Mihajlovic è entrato in coma farmacologico: i medici hanno deciso di sedarlo per evitargli ulteriori sofferenze atroci. La moglie Arianna Rapaccioni, il grande amore della sua vita, conosciuta a Roma e con la quale ha messo al mondo cinque figli, formando un nucleo bellissimo e legatissimo, non lo ha mai lasciato solo, nemmeno per un attimo. Negli ultimissimi momenti di lucidità Mihajlovic ha riconosciuto Pino Capua, medico della Paideia ( e tifoso laziale) con cui ebbe modo si stringere amicizia ai tempi in cui giocò (e vinse praticamente tutto) nella Lazio, a cavallo degli anni ’90 e Duemila. 

Il suo cuore fortissimo, da grande atleta, ha continuato a lottare disperatamente e a battere ancora per qualche giorno. Fino a venerdì pomeriggio, quando si è arreso per sempre, circondato sino all’istante estremo dall’amore incondizionato dei familiari. Domenica 18 sarà allestita la camera ardente in Campidoglio, il giorno dopo - lunedì 19 – si svolgeranno i funerali, alle ore 11.

Sinisa Mihajlovic, la dottoressa che lo curava: «Un lottatore». La dottoressa ricorda il carattere forte e gentile dell’allenatore in un ritratto inedito. Annarita Faggioni su tag43 il 17 Dicembre 2022.

«Si è fatto amare da tutti anche qui, pur avendo una personalità decisa e a volte brusca. A me consigliò di acquistare un televisore costoso e alla fine l’ho fatto». Così la dottoressa che aveva in cura Sinisa Mihajlovic lo ricorda dopo la sua recente scomparsa. Le sue frasi sono rimaste nel cuore anche del medico Francesca Bonifazi del Sant’Orsola di Bologna.

Sinisa Mihajlovic, cosa ha detto la sua dottoressa

«Non ha mai avuto paura di soffrire e ha affrontato la malattia con coraggio. Ha sofferto molto, ma ha saputo accettare la fragilità che la malattia gli ha imposto» spiega ancora la dottoressa. «Sinisa è stato un uomo che aveva una grande voglia di vivere e amava la vita più di qualunque altra cosa. Poi è stato circondato dall’affetto dei suoi: sua moglie gli è stata vicina dal primo all’ultimo momento, sempre. Arianna è stata la donna che gli ha dato coraggio e che ha gestito la famiglia in una fase molto difficile» risponde al Corriere, che le chiede un ricordo di questo paziente.

«Si è fatto amare da tutti pur essendo un personaggio con una personalità decisa, a volte brusca. Tuttavia, non ha mai litigato con nessuno e si è fatto voler bene da tutti. Qua tutti ne parlano in modo affettuoso. C’è molto calore umano, ci ha lasciato una persona capace di grande empatia» ricorda.

Una testimonianza importante

«Dobbiamo dire che il trapianto di midollo osseo è la terapia più efficace per eradicare la leucemia mieloide acuta. In questo momento garantisce una minor possibilità di recidiva: purtroppo in questo caso la malattia è tornata, è stata molto aggressiva ed è stata refrattaria alle cure. Tuttavia, Sinisa si è rialzato anche di fronte alla recidiva: non più di una settimana fa camminava e faceva tanti chilometri a piedi» continua la dottoressa.

Il ritratto che ne esce è di uno sportivo che non si è mai arreso alla malattia e che ha sempre preso in considerazione il parere dei medici che lo avevano in cura.

Mihajlovic, dottoressa che lo curava. “Leucemia? Recidiva aggressiva, ma giorni fa…” Silvana Palazzo su Il Sussidiario il 17 Dicembre 2022.

Sinisa Mihajlovic, parla la dottoressa Francesca Bonifazi che lo aveva in cura: “Leucemia? Recidiva è stata molto aggressiva, ma fino a pochi giorni fa camminava per chilometri…”

Tutti descrivono Sinisa Mihajlovic come un lottatore, anche se quella contro la leucemia, e più in generale il cancro, è una battaglia che non conosce né vincitori né vinti. Si lotta per sopravvivere, l’ex calciatore e allenatore lo ha fatto senza la paura di soffrire. Lo ha raccontato Francesca Bonifazi, direttrice del Programma trapianto e del Programma dipartimentale terapie cellulari avanzate all’interno dell’Ematologia diretta dal professor Michele Cavo, all’ospedale Sant’Orsola di Bologna. Si tratta del medico che ha seguito il tecnico serbo dal secondo ciclo di chemioterapia e dal trapianto di midollo osseo e che parla ora dopo la morte di Mihajlovic. «Non ha mai avuto paura di soffrire e ha affrontato la malattia con coraggio. Ha sofferto molto, ma ha saputo accettare la fragilità che la malattia gli ha imposto», ha dichiarato al Corriere della Sera.

Anche la dottoressa ricorda la voglia di vivere di Mihajlovic, ma anche l’affetto della famiglia. «Sua moglie gli è stata vicina dal primo all’ultimo momento, sempre. Arianna è stata la donna che gli ha dato coraggio e che ha gestito la famiglia in una fase molto difficile». Pur essendo un uomo deciso, a volte brusco, si è fatto amare da tutti in ospedale. «Non ha mai litigato con nessuno e si è fatto voler bene da tutti. Qua tutti ne parlano in modo affettuoso. C’è molto calore umano, ci ha lasciato una persona capace di grande empatia», ha aggiunto Francesca Bonifazi.

Non mancano gli aneddoti nel racconto di Francesca Bonifazi al Corriere. C’è il retroscena sulla conversazione nella quale Sinisa Mihajlovic le aveva consigliato di acquistare un televisore molto costoso. «Già, è vero. E pensi che dopo le sue sollecitazioni alla fine l’ho comprato. Non ce l’avevo in casa da 8 anni. Anche se, ovviamente, molto meno caro di quello che suggeriva lui». Quando le è stato chiesto se si aspettava un peggioramento delle condizioni di Mihajlovic, la dottoressa Bonifazi ha premesso che «il trapianto di midollo osseo è la terapia più efficace per eradicare la leucemia mieloide acuta. In questo momento garantisce una minor possibilità di recidiva». Ma nel caso di Sinisa Mihajlovic la malattia è tornata: «È stata molto aggressiva ed è stata refrattaria alle cure. Tuttavia, Sinisa si è rialzato anche di fronte alla recidiva». Infatti, ha svelato che «non più di una settimana fa camminava e faceva tanti chilometri a piedi». Il medico ha voluto però precisare che il trapianto resta la migliore delle terapie in caso di leucemia. «Noi medici crediamo che l’unica maniera per alleviare il dolore che proviamo nel veder morire i nostri pazienti è di scommettere nella ricerca». A tal proposito, in merito alle cellule Car-T ha chiarito che attualmente funzionano per la leucemia cutanea, linfoma o mieloma, quindi casi diversi da quello di Sinisa Mihajlovic. Per la leucemia mieloide acuta, infatti, si è ancora in fase sperimentale.

Bergamo, Mihajlovic e la cura sperimentale al Papa Giovanni: «Ha vissuto la malattia con coraggio».  Fabio Paravisi su Il Corriere della Sera il 19 Dicembre 2022.

L’ex calciatore e allenatore si era affidato al dipartimento di ematologia-oncologia dell’ospedale di Bergamo, diretto dal dottor Rambaldi. Oggi i funerali.

Nelle ultime disperate fasi della malattia che lo stava distruggendo, Sinisa Mihajlovic ha cercato aiuto anche all’ospedale Papa Giovanni. Perché dopo avere effettuato diversi tipi di cure negli ultimi tre anni, da quando aveva scoperto di essere stato colpito da leucemia acuta mieloide, all’ex calciatore era stata segnalata una nuova tecnica che viene praticata da Alessandro Rambaldi, direttore del dipartimento di Ematologia-Oncologia dell’ospedale di Bergamo. E qualche mese fa si è così rivolto al primario, che lo ha seguito, si legge in una nota del Papa Giovanni, «nella fase finale della sua malattia per un protocollo sperimentale».

Una malattia che però era ormai in stadio avanzato e non ha lasciato scampo a un paziente che, si legge ancora nella nota, «ha vissuto con grandissimo coraggio e dignità la sua malattia». Anche per questo, il nome di Rambaldi è compreso nel breve elenco dei medici che la famiglia Mihajlovic ha voluto ringraziare per avere seguito il loro caro «con amore e rispetto». La morte di Mihajlovic, che aveva fin dal primo momento annunciato la sua malattia in pubblico pur continuando ad allenare il Bologna, ha scosso tutto il mondo del calcio. Oggi, giorno successivo la finale dei Mondiali vinti dall’Argentina ai rigori, il funerale.

Mihajlovic? "Quando lo incontravi nei corridoi in ospedale...". Leonardo Iannacci su Libero Quotidiano il 18 dicembre 2022

Nei corridoi del reparto di Ematologia dell'Ospedale Sant' Orsola di Bologna, lo incrociavo spesso e la scena era la stessa: mostravo la mano con pollice, indice e anulare alzati nel segno del saluto serbo e l'uomo di Vukovar rispondeva con un beffardo «ohi, giornalista...». Poi, serio: «Tutto bene?». «Sì, la terapia procede, ma ci vedremo una volta tanto fuori di qua?». E Sinisa: «Chissà, Bologna è piccola». E filava via. Tra le braccia di Arianna. Sua moglie. Il destino ci fece incontrare, tempo dopo, in un'osteria bolognese di gucciniana memoria. Mi invitò al tavolo per finire la serata davanti una birra. Certe cose, evidentemente, uniscono davvero, come fossero le trincee di una guerra. Raccontarsi aiuta, riscalda.

In quella serata bolognese Mihajlovic era in forma, amava prendere e prendersi in giro: «Sai cosa diceva Boniperti di voi giornalisti? Siete un male, seppur necessario...». Parlava, Sinisa, parlava e parlava quella sera. Di andare a letto per rigirarsi tra le lenzuola non aveva affatto voglia. Spostava il discorso sempre sul calcio, ne adorava profondamente il mondo, gli uomini, le storie, gli aneddoti da spogliatoio, i difetti e i segreti. Anche quelli più maliziosi.

IN EMATOLOGIA

Capita, nel romanzo di una vita, di fare conoscenza con qualcuno persino in un ospedale. È accaduto al sottoscritto che, da quei «ciao» ha intrecciato con Mihajlovic un originale rapporto. Non di amicizia, non c'è nulla di più vergognoso dirsi amico di qualcuno senza esserlo veramente. Piuttosto, cameratesco. Perché eravamo in Ematologia spesso. Lui ricoverato per curare quella leucemia contro la quale ha lottato sino all'ultimo giorno, io per i day-hospital causati da una roba analoga che mi permette, però, di essere ancora qui a raccontarvi il "mio" Sinisa. Una quercia che ho conosciuto nei giorni un cui le foglie del corpo se ne stavano andando lentamente e inesorabilmente, un uomo diverso da quello che tutti conoscevano: magro e provvisorio, iroso in alcuni drammatici momenti della terapia, e con debolezze che venivano a galla. Ma un tipo dannatamente vero, capace di bruschi litigi e di altrettante dolci riconciliazioni.

Sulla leucemia, con me, non faceva lo spavaldo e si lasciò andare solo una volta: «È una bestia cattiva sai, durissima. Ma devo avere fiducia nei medici e non posso mostrare troppa la paura. La paura c'è, esiste. Quando giocavo, sentivo a volte qualche farfalla nello stomaco ma non potevo mostrarle ai compagni nè, soprattutto, agli avversari. Tantomeno dopo, quando allenavo. Ringhiavo ai miei giocatori e stavo con il petto in fuori perché sono fatto così. Sono uno nato a Vukovar, di padre serbo e mamma croata. Per questo la leucemia l'ho affrontata dicendo di volerla attaccare».

PRIMA TERAPIA

Il suo coraggio di avere paura affiorò al termine della prima terapia che lo riportò alla luce da un tunnel oscuro, susseguente a un delicato trapianto di midollo spinale. Pianse, quel giorno, in una conferenza stampa che scosse Bologna e l'Italia tutta. Non lo aveva mai fatto prima davanti ai giornalisti ma, frenando temporaneamente la terribile malattia, si era reso conto di essere diventato una sorta di eroe dei nostri tempi perla gente comune che stava curando leucemie e linfomi nei reparti dell'ospedale Sant' Orsola, sotto le direttive della dottoressa Bonifazi o del professor Zinzani. «Puoi togliere un ragazzo da Vukovar ma non Vukovar dal cuore di quel ragazzo», ci disse adattando un detto sudamericano sui barrio di periferia.

Se richieste, amava raccontare le sue vittorie di campo. Come calciatore della Stella Rossa di Savicevic, Stojanovic e Jugovic, e poi di Sampdoria, Roma, Lazio e Inter, Mihajlovic è stato un asso: ha vinto scudetti, trofei vari e anche una Coppa dei Campioni con la Stella Rossa a Bari, nel 1991, poi bissata da un'esaltante Coppa Intercontinentale. Da leader difensivo ha indicato ai compagni più giovani come si flirta con le punizioni, senza mai essere imitato al meglio: «Le tiravo di sinistro e in modo più diretto rispetto ai rigori, facevo più gol», amava ricordare a noi pennivendoli. «Certe volte dico ai miei giocatori di restare una mezzoretta in più al campo per migliorare le punizioni ma nessuno mi dà ascolto. Così, quando sono in partita e provano a tirarle, il pallone finisce sul tetto del santuario di San Luca, là sui colli».

Da allenatore giramondo ha sempre fatto bene nel primo anno di panchina a Catania, Fiorentina, Milan (dove lanciò il sedicenne Gigio Donnarumma), Sampdoria, Torino e Bologna, perdendosi un po' in quelli successivi. La Juventus lo adocchiò per il dopo Antonio Conte, per poi preferirgli Max Allegri. Non ebbe successo alla guida della nazionale della Serbia e stabilì un curioso record quando venne chiamato ad allenare lo Sporting di Lisbona: nove giorni di panchina e, poi, un brusco addio per accordi non onorati da parte del club lusitano. Mai fare una cosa simile a un serbo di scena. Una stretta di mano vale di più di un contrattoper gente come Sinisa, avrebbero dovuto saperlo nella terra del fado.

SERBO E MAI SERVO

Uomo di destra, serbo e mai servo e quindi libero di dire quello che pensava, Mihajlovic è stato coinvolto in controversie politiche non comuni per un uomo di calcio, mondo solitamente cioccolatizzato e ipocrita nel quale nessun dice quel che pensa. Sinisa arrivò a dedicare un necrologio a Zeliko Raznatovic, ultrà della Stella Rossa ma anche criminale serbo. Di Radko Mladic, generale accusato di genocidio, disse: «È un guerriero che combatte per il suo popolo». E del governo di Milosevic: «Nel momento in cui la Serbia viene attaccata, difendo il mio popolo e chi lo rappresenta».

Fedele a tali dogmi di vita, condivisibili o meno, ha sempre praticato e traslato la sua vita e il suo calcio: si è sempre difeso attaccando. «Era un leone», lo ha definito ieri Giorgia Meloni. Questo era Sinisa Mihajlovic, rapito in cielo giovane come gli eroi nell'epos ellenico, piegato da quella leucemia mieloide acuta che lo ha tormentato per 42 lunghi mesi, disarmandolo giorno dopo giorno. Lo piangono la moglie Arianna, i cinque figli, mamma e fratello, gli amici veri e coloro che ammirano le persone libere e tutte di un pezzo, a qualunque credo politico esse appartengano. Di Mihajlovic porterò sempre con me il ricordo di quei giorni nei corridoi di Ematologia, e del suo coraggio di avere paura. Le tre dita della mano, ben aperte, sono oggi rivolte al cielo nel credo socio-religioso della filosofia serba: Sloga, Srbina, Spasava. Addio Sinisa. 

Da sportmediaset.mediaset.it il 17 dicembre 2022. 

Si poteva essere d'accordo o meno con lui ma ogni volta che parlava era impossibile restare indifferenti. Una vita di calcio, di opinioni discusse e discutibili, una fede che non ha mai nascosto e l'esperienza drammatica di una guerra che ha coinvolto direttamente la sua famiglia. Sinisa Mihajlovic è stato anche questo, oltre che un grande giocatore e un buon allenatore. Riviviamo le frasi più iconiche di un grande personaggio. 

LA MALATTIA

- "Questa è la verità: abbiamo detto che avevo la febbre, mia moglie dentro di sé non ci ha creduto. Ho la leucemia"

- "Dobbiamo attaccarli alti in campo e fare gol. Io devo usare la stessa tattica che mi piace giocando a calcio. Io la sfida con la leucemia la vincerò. Per tutti quelli che mi vogliono bene. Per me"

- "Quando la vivi, all’inizio, è bruttissima ma dopo se hai la forza di reagire e riesci ad andare avanti nella vita è tutto di guadagnato perché capisci quali sono le cose importanti e sai che quello che può succedere è sicuramente meno peggio della guerra"

- "Ho scoperto una parte di me che non conoscevo: vivo tutto più intensamente. Mi godo ogni istante e ho imparato a contare fino a 6-7, prima di arrabbiarmi, so che posso arrivare a 8. A 10 non chiedetemelo, non è roba per un uomo come me"

- "Non penso di essere un eroe, sono un uomo normale con pregi e difetti. Ho solo affrontato questa cosa per come sono io, ma ognuno la deve affrontare come vuole e può. Nessuno deve vergognarsi di essere malato o di piangere. L’importante è non avere rimpianti e non perdere mai la voglia di vivere e di combattere" 

LA GUERRA

- "Prima della guerra per andare dai miei genitori dovevo fare 1,4 km, ma senza ponti eravamo costretti a un giro di 80 chilometri. Per mesi la gente ha sofferto ingiustamente. Bombe su ospedali, scuole, civili: tutto spazzato via, tanto non faceva differenza per gli americani. Sul Danubio giravano solo delle zattere vecchie. Come la giudico? Ho ricordi terribili, incancellabili, inaccettabili"

- "So dei crimini attribuiti a Milosevic, ma nel momento in cui la Serbia viene attaccata, io difendo il mio popolo e chi lo rappresenta"

- "Il Kosovo è Serbia. Punto. Non si possono cacciare i serbi da casa loro. No, l’indipendenza non è giusta per niente"

- "Vukovar per me era la città più bella del mondo. Poi è diventato simbolo della guerra. Ci sono tornato due anni fa, dopo 25 anni... L’ultima volta era stata durante il conflitto nel 1991. Era tutto raso al suolo. Non volava un uccello, non c’era un cane. Spettrale"

- "Ho visto la mia gente cadere, le città distrutte: tutto spazzato via. Il mio migliore amico ha devastato la mia casa. Mio zio, croato e fratello di mia madre, voleva 'scannare come un porco', disse così, mio padre serbo. Fu trovato dalla tigre Arkan, stava per essere ucciso, gli trovarono addosso il mio numero di cellulare, gli salvai la vita.

- "Arkan venne a difendere i serbi in Croazia. I suoi crimini di guerra non sono giustificabili, sono orribili, ma cosa c’è di non orribile in una guerra civile?"

- "Slavi, cattolici, ortodossi, musulmani: solo il generale Tito è riuscito a tenere tutti insieme"

- "Con Tito esistevano valori, famiglia, un’idea di patria e popolo" 

IL CALCIO

- "Con Mourinho non posso parlare di calcio perché non ha mai giocato e non può capire"

- "Se non avessi incontrato il calcio, avrei fatto il ladro, il pugile, niente di buono"

- "Messi e Ronaldo extraterrestri, impossibile per altri vincere Pallone d’Oro finché ci saranno loro"

- "Da quando ho cominciato la carriera di allenatore non ho mai smesso di studiare, aggiornarmi, mi confronto con colleghi stranieri, leggo tanto. Mi è servito tutto, anche qualche esperienza meno fortunata. Non si finisce mai di crescere"

- "Le palle uno le ha o non le ha. Però l’allenatore deve farsi seguire. Io sono sicuro che se dico ai miei di buttarsi dal tetto loro prima lo fanno e poi mi chiedono perché"

- "Come dice Boskov: uno stadio senza tifosi è come una donna senza seno. La curva Nord di quando giocavo io aveva un seno meraviglioso" 

LA FAMIGLIA

- "Mio padre faceva il camionista. È morto a 69 anni, di tumore ai polmoni. Quando se n’è andato io non c’ero. Ci penso tutti i giorni. Durante la guerra lo imploravo di venire in Italia ma volle restare nel suo Paese"

- "Quando si parla di sogni non penso ad alzare una Champions League o uno scudetto. Il mio è impossibile: poter riabbracciare mio padre"

- Quando ho visto per la prima volta mia moglie, l’ho guardata e ho pensato: se avessi dei figli con lei, chissà come sarebbero belli... Ne sono venuti cinque, uno più bello dell’altro"

- "Io penso che le donne siano più forti: mia moglie ha partorito cinque figli e in casa mia comanda lei. È una donna con le palle, forse ne ha più di me. E non è facile".

La moglie di Mihajlovic Arianna Rapaccioni, i sei figli e i nipoti: «A casa sorridi perché sai di essere al sicuro». Elisa Messina su Il Corriere della Sera il 16 Dicembre 2022.

La stessa compagna di vita dal 1995, Arianna Rapaccioni, cinque figli con lei, uno da una relazione giovanile. Una famiglia unitissima: «Sono un padre affettuoso, perché so cosa vuol dire avere genitori che non ti abbracciano»

Per Sinisa Mihajlovic — morto il 16 dicembre 2022 — la famiglia era il centro, il tutto. Nei tempi della sfida più dura, quelli della malattia, è stata sostegno e porto. Come scriveva Arianna, la moglie, sotto una foto di loro due fissata in alto nel profilo social: «Come quando torni a casa e posi le chiavi all’ingresso e sorridi perché sai di essere al sicuro».

Sinisa aveva 26 anni, giocava nella Sampdoria ed era già una star del calcio, quando nel 1995 conobbe Arianna Rapaccioni, romana, showgirl. Erano gli anni del binomio facile velina-calciatore: storie che a volte duravano il tempo di un gossip e un paio di paparazzate estive, a volte duravano per la vita. Come è capitato ad Arianna e Sinisa: cinque figli, Viktorija, Virginia, Miroslav, Dusan e Nicholas, «squadra» a cui nel 2005 si è aggiunto anche Marko, nato nel 1993 da una precedente relazione del calciatore. Anche se il rapporto con questo figlio cresciuto lontano era fatto di alti e bassi, come raccontava lui stesso e ne soffriva. Perché Sinisa amava essere un padre protettivo e soprattutto affettuoso: «Con i miei figli sono affettuosissimo. Anche perché io so cosa vuol dire avere dei genitori che non ti abbracciano».

Per un uomo dal carattere spigoloso, cresciuto nella povertà e che vedeva nel calcio uno stile di vita prima ancora che uno sport, la famiglia doveva essere e lo era diventata, una squadra. Tenuta insieme da tanto amore. E da qualche regola semplice. Come quella della tavola: tutti insieme, stessi posti da sempre, niente cellulare.

Era padre e già nonno Sinisa Mihajlovic: nel 2021 la secondogenita Virginia, legata anche lei a un calciatore, Alessandro Vogliacco, del Genova, ha dato alla luce Violante. Da allora le immagini dei nonni con la piccola di casa sono diventate il soggetto preferito del profilo social di Arianna Mihajlovic. Assieme alle foto con Sinisa o solo di Sinisa: per ogni scatto un messaggio d’amore.

«La prima cosa che ho pensato quando l’ho vista è stata: “Chissà come sarebbero belli i nostri figli”. Sono perfino andato a chiedere la mano a suo padre, come si faceva una volta» ha raccontato l’ex allenatore del Bologna in un’intervista a proposito del suo primo incontro con la showgirl che, per lui, lasciò il lavoro in tv.

La versione di Arianna? «Sinisa è arrivato e mi ha stroncato la carriera, ho lasciato Luna Park a metà anno, nel 95 l’ho conosciuto, nel 96 ci siamo sposati. Ma ci siamo innamorati subito, ci siamo guardati e non ci siamo staccati più». L’anno scorso hanno festeggiato 25 anni di matrimonio.

«È l’unica al mondo che ha più palle di me», ha detto lui di lei. Arianna, in effetti, è dappertutto nelle pagine del libro che il calciatore ha scritto con Andrea Di Caro, «La partita della vita» in cui ha raccontato la sua storia, l’infanzia difficile nella ex Jugoslavia, la guerra, la carriera calcistica, l’amore e poi la sfida della malattia. Ed eccola, quindi, Arianna: al suo fianco in ospedale che dorme su una sedia, Arianna che lo sprona a non lasciarsi andare, Arianna che lo stringe forte e lo rimprovera «quando mi lamento troppo».

«Senza di lei non ce l’avrei fatta» ha rivelato Sinisa dopo essere uscito, con successo, dal primo ciclo di cure. Ma quella partita, purtroppo, non era ancora finita.

Il pubblico della tv ha conosciuto anche le figlie grandi di Sinisa e Arianna, Viktorjia e Virginia perché insieme parteciparono all’Isola dei Famosi 2019. Avventura iniziata con entusiasmo ma poi chiusa dopo un mese per stanchezza e nostalgia di casa. Era un legame speciale e forte quello di Sinisa con le sue figlie femmine che, oggi, sono legate a due calciatori. E a calcio giocano anche i figli Miroslav e Dusan. Non poteva essere diversamente.

Viktorjia, 25 anni, la maggiore, che lavora nella moda e ha numeri da influencer sui social, ha ereditato dal padre una certa fierezza balcanica e la tendenza a parlare diretto: è lei, infatti, a difenderlo pubblicamente quando nel settembre di quest’anno, da allenatore del Bologna, è stato fischiato in campo e insultato sui social dopo il pareggio con la Salernitana (dopo pochi giorni fu esonerato dal presidente): «Volete insultare mio padre dal punto di vista lavorativo? Siete liberissimi di farlo, ci mancherebbe ma quando poi si tratta di famiglia, di salute e di tante altre cose vergognose che ho letto, no, non lo accetto più. Quello che scrivete è raccapricciante», spiegò alludendo al momento non felice della squadra e al fatto che da tre anni suo padre stava lottando con la leucemia. «Ricordatevi che stiamo parlando di un uomo, di un padre, ricordatevi che ci sono di mezzo dei ragazzi che potrebbero leggere quello che scrivete e rimanerne colpiti ed io mi vergogno per voi». A un certo punto, Viktorija aveva sentito l’esigenza, anzi l’urgenza, di scrivere un libro, «Sinisa, mio padre» uscito due anni fa quando lui aveva già combattuto la prima battaglia contro la leucemia. Scriveva per liberare le emozioni ed esorcizzare le paure: «Quando da bambina mi chiedevano di cosa hai paura, rispondevo: “che mio papà stia male”» rivelò lei, «la più emotiva della famiglia».

Virginia, 23 anni, secondogenita ma con il piglio responsabile da sorella maggiore, ama raccontare Mihajlovic in versione nonno: «Sapevo che saresti stato un bravo nonno, ma credimi, hai superato ogni mia aspettativa. Qui il vostro primo incontro, l’inizio di una storia d’amore grandissima» aveva scritto sotto il video in cui Sinisa prendeva in braccio per la prima volta la piccola Violante. Il papà era la roccia, anche quando stava male: «Era sempre lui che dava forza al resto della famiglia» raccontò una volta Virginia in tv negli studi di Verissimo.

Ma è di nuovo Viktorija che, quando Sinisa comunicò a marzo che la malattia era tornata, scelse di postare una sua foto dove il papà la abbraccia mentre dorme, dedicandogli le frasi di una canzone di Mengoni: «Io sono un guerriero. Veglio quando è notte. Ti difenderò da incubi e tristezze. Ti riparerò da inganni e maldicenze. E ti abbraccerò per darti forza sempre. Ti darò certezze contro le paure...». Lasciando intendere forse, che arriva per tutti un momento in cui anche il più forte e protettivo dei padri, diventa «figlio» e il «prendersi cura» deve passare di mano.

ADDIO A SINISA MIHAJLOVIC (1969-2022)

L'addio all'ex calciatore e allenatore. Chi era veramente Sinisa Mihajlovic: faccia tosta, scorrettezza e punizioni a 160km all’ora. Sandro Pieri su Il Riformista il 17 Dicembre 2022

Ha vissuto la sua vita, breve, sempre di corsa. Spavaldo, anche un po’ violento, nel bene e nel male. Se volevi capire chi era Sinisa Mihajlovic dovevi guardare come batteva le punizioni quando giocava in serie A. Restava per qualche secondo vicino al pallone, rincorsa brevissima, e poi un colpo secco. Micidiale: scaricava sul suo piede sinistro tutta la forza che aveva nei polpacci e nei quadricipiti. Dinamite. I portieri raramente avevano il tempo per vedere la palla arrivare. Una volta degli esperti di fisica calcolarono che le sue punizioni facevano viaggiare la palla tra i 160 e i 180 chilometri all’ora. Nessuna Ferrari, nessuna McLaren può raggiungere queste velocità in così pochi secondi.

A volte le sue punizioni erano secche: traiettoria dritta sotto la traversa. A volte a giro, all’incrocio dei pali. Qualche volta riusciva anche a far rimbalzare la palla davanti al portiere. Qui in Italia Mihajlovic ha segnato 38 gol in una quindicina d’anni. Tantissimi per un difensore. Di questi 28 su punizione. Una media pazzesca. Le squadre avversarie dovevano studiare la partita in modo da evitare di commettere fallo troppo vicino all’area di rigore. Sennò Sinisa era implacabile. Una volta segnò 3 gol su punizione nella stessa partita. Cosa che in precedenza era riuscita solo a Signori, negli anni 80, e ad Amarildo, nei 60. La vita la viveva con la stessa determinazione. La concepiva come una serie di colpi secchi. Era aggressivo come in campo.

Era nato a Vukovar, in Croazia, nel 1969, ma era serbo e ha vissuto in Serbia fino a 23 anni, prima di trasferirsi in Italia, dove è morto ieri, di leucemia, a 53 anni. Era serbo serbo, Sinisa, e serbo scorretto, nel senso che non fece mai nulla per non urlare la sua serbitudine, in una Italia e in un’Europa che considerava la Serbia di Milosevic il male dei mali. Lui invece la difese sempre, con quella sua faccia da schiaffi che era la sua grandezza. Difese anche Radzik, il generale di Srebrenica, difese l’assedio di tre mesi con il quale i serbi rasero al suolo la sua città natale.

Potevi dirgli tutto a Mihajlovic, ma nonché era un ipocrita. Lui lo sapeva, se ne vantava. La pagava. Beccò tante squalifiche, per razzismo, per violenza in campo. Non era uno stinco di santo, inutile negarlo, però era vero, solido, lealissimo.

Nel calcio giocato ebbe molta fortuna. Vinse la Coppa dei Campioni, l’unica vinta da una squadra serba, nel 1991, con la Stella Rossa. Poi venne da noi, nella Roma, poi nella Sampdoria, nella Lazio (dove restò otto anni) e alla fine nell’Inter. Da allenatore fu meno fortunato. Nel Milan stava andando bene, ma Berlusconi lo licenziò. Nel Bologna stava andando benissimo, ma fu colpito dalla leucemia, tre anni fa, si ritirò in ospedale, poi tornò ad allenare, combatté con tutte le sue forze, pianse, pianse tante volte perché aveva cinque figli e proprio non gli andava di morire. Chissà adesso se qualche ragazzo riuscirà a eguagliare i suoi record. A far viaggiare la palla, e la vita, a quasi 200 all’ora…

Sandro Pieri

Il ricordo dell'allenatore della Nazionale. Roberto Mancini piange l’amico Sinisa Mihajlovic: “Ho perso un fratello, ha ispirato il gol più bello della mia vita”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 17 Dicembre 2022.

“Da ieri non ho più un fratello”, ha esordito così Roberto Mancini, allenatore della Nazionale Italiana di calcio nel suo lungo ricordo pubblicato sulla Gazzetta dello Sport dell’amico e collega, in campo e in panchina, Sinisa Mihajlovic. “Anche se di questo legame di sangue a volte ormai si abusa, nel parlare di amicizie, non mi sento di esagerare nel definirlo così: per me Sinisa lo era davvero, perché è stata la vita a renderci tali. Prima il calcio, e poi la vita“.

Mihajlovic è morto ieri. Dal 2019 combatteva contro una leucemia mieloide acuta. Si era curato ed era tornato subito in panchina. La scorsa primavera la notizia che avrebbe dovuto intraprendere un nuovo ciclo di cure. Aveva 53 anni. A confermare la notizia della morte, dopo giorni in cui si rincorrevano indiscrezioni su peggioramenti delle sue condizioni, la famiglia, la moglie Arianna Rapaccioni e i cinque figli che fino all’ultimo sono stati vicini allo sportivo.

Mancini e Mihajlovic sono stati compagni di squadra alla Sampdoria e alla Lazio. L’atleta serbo aveva cominciato la sua carriera da allenatore proprio al fianco di Mancini, sulla panchina dell’Inter. Il rapporto tra i due era sempre rimasto molto stretto. L’ultimo colloquio tra i due martedì mattina scorsa. “Me la porterò dentro per sempre quella chiacchierata: cose nostre come ce ne siamo dette tante, in quasi trent’ anni. Sono stati ventotto, per la precisione. Compagni di squadra e di panchina, sempre di spogliatoio perché anche, forse soprattutto, lì dentro ci siamo conosciuti fino a piacerci, a capirci, a litigare, comunque a diventare spalla uno per l’altro, quando per l’uno o per l’altro diventava necessario” .

Mihajlovic per Mancini “era un guerriero, non per modo di dire: la sua guerra era dimostrarsi più forte di chi lo sfidava. Per se stesso, non per far sentire deboli gli altri. Lo faceva con gli avversari, lo ha fatto con la leucemia. Per lui era sempre troppo presto per smettere di combattere e non era mai tardi per incoraggiare qualcuno, un amico, un compagno o un suo giocatore, a non mollare“.

Un ricordo speciale di un momento speciale: quello del gol di tacco su calcio d’angolo di Mancini in Parma-Lazio nella stagione 1998-1999, il gol più famoso dell’allenatore della Nazionale. “Il corner che aveva battuto Sinisa era disegnato, e in campo ci conoscevamo ormai così bene che sapevo perfettamente dove e come quel cross sarebbe arrivato. Quel corner era un regalo per sempre, perché mi ispirò il gol più bello che abbia mai segnato nella mia vita. Anche lui ne ha segnati di bellissimi, mai quanto l’ultimo: l’energia che ci ha trasmesso in questi tre anni, l’amore per la vita al quale ci ha educato. Per questo lo sento ancora al mio fianco, e lì sarà per sempre“.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Andrea Di Caro per la Gazzetta dello Sport il 17 dicembre 2022.

Ora che sei già lì, voglio immaginarti com’eri, guascone e sorridente, in calzoncini e maglietta attillata a evidenziare quei bicipiti e quegli addominali di marmo, per quanto erano duri, con un pallone sotto al braccio. Si fa avanti Diego: “E tu che ci fai qui?”. “Sono venuto a sfidarti... Chiama Yashin o chi vuoi tu per stare in porta. Con la barriera o senza, non fa differenza. Diego, tu sei stato il più grande, ma a calciare le punizioni non esiste un sinistro come il mio”. 

Mentre prendi la rincorsa voci d’angelo intonano i cori delle curve del tuo cuore: “Pobedi Sinisa” (Vinci Sinisa), “E se tira Sinisa è gol…”. Spiegherai anche lassù che hai sbagliato più rigori che punizioni e come cambiavi all’ultimo il modo di tirare in base al movimento del portiere. Prenderai per il culo qualcuno dopo averne messe cinque di fila sotto all’incrocio e poi inviterai tutti a cena, perché “poi andiamo a mangiare” è una delle frasi che ti ho sentito ripetere più spesso.  

Cibo serbo, ovviamente, quello che digerisci solo tu, con i favolosi sarma che ti cucinava tua madre. Ma prima una grappa secca delle vostre, “che ti apre lo stomaco e fa venire appetito”. Ne ordinavi sempre due, una per te e una in ricordo di tuo padre. Stavolta ne basterà una sola, perché lui sarà accanto a te a bere la sua.

Mi sembra di vederti mentre racconti a tutti gli episodi della tua infanzia difficile, che ti hanno formato, della serranda davanti casa presa a pallonate per ore ed ore, i campi polverosi pieni di macellai prestati al calcio, la prima macchina a Borovo, la mitica Zastava Skala 128, e i riccioli al vento a cui tenevi tanto, fino ai successi prima col Vojvodina e poi con la tua Stella Rossa regina d’Europa... Poi ti fai serio e scende qualche lacrima quando rivedi i fotogrammi di una guerra fratricida, assurda e sanguinosa.  

“Un impazzimento della storia” lo definivi. La tua casa distrutta dal tuo migliore amico croato, Pipe. Le amicizie pericolose e gli errori di valutazione “ma bisognava essere lì e vivere l’orrore che ho vissuto io prima di giudicare”. E finalmente l’Italia, i primi vestiti di Versace e il gusto che si affina, la carriera che prende il volo e porta agiatezza e soldi che “mi consentono di vivere bene, li spendo, ma non li sperpero perché non dimentico il passato, i sacrifici fatti e che da bambino la felicità era un pezzetto di banana”. 

Roma, Samp, Lazio, Inter, che spettacolo eri da calciatore, che classe e che personalità. Successi, polemiche, trofei, gol e tackle… Dal campo alla panchina sempre a petto in fuori, “perché io gioco solo per vincere e la sconfitta mi fa incazzare”. Vice del tuo amico Mancini all’Inter, quindi Bologna, Catania, Firenze, la Nazionale serba, Samp, Milan, Torino, Bologna. 

“Il calcio è stata tutta la mia vita” e l’hai vissuto con passione e dedizione assolute. “Ma resta la famiglia il mio trofeo più bello” aggiungevi subito. Il primo incontro al ristorante “L’ultima follia” a Roma con Arianna “che appena l’ho vista ho pensato, io me la sposo. E che belli saranno i nostri figli...”. 

Quando in ospedale non ne potevi più, mi confidavi che l’unico sollievo era incrociare i suoi occhi incastonati tra cappellino e mascherina: “Non so spiegarti quanto siano belli, dopo quasi 30 anni Arianna mi fa battere il cuore come la prima volta”. Lo dicevi a me e spesso non avevi il coraggio di dirlo a lei, capoccione di un serbo. 

 I vostri cinque figli, tre maschi Miroslav, Dusan e Nikolas “che sono diventati più alti e grossi di me” e due ragazze bellissime, Viktorija e Virginia, di cui eri geloso. Fino a Violante, il gioiello che ti ha reso nonno. Sognavi una vecchiaia da cartolina: “Io a capotavola, una lunga barba bianca e tutta la famiglia intorno, figli e nipoti. A noi serbi piace così”.

Nel 2019 quando annunciasti al mondo che avevi la leucemia, quella cartolina che avevi in testa sembrò finire in mille pezzi: “Ho pianto tutte le mie lacrime, ora me la gioco e vediamo chi vince” hai detto prima di entrare al Sant’Orsola. L’hai sfidata la malattia e l’hai affrontata con un coraggio e una resistenza inimmaginabili. Non è retorica. Chi è stato accanto a te in questi anni, dentro e fuori dagli ospedali, lo sa. 

I medici che ti hanno bombardato con cicli di chemio, trapianti, cure di ogni tipo, si sono chiesti spesso come facesse il tuo corpo, minato da tante complicazioni dolorose, a resistere e a reagire: “Ha una forza fisica e psicologica sovrumana”. Il Bologna seguito da una stanza di ospedale, il ritorno in campo a Verona nell’agosto 2019, sfinito ma in piedi, un’immagine potentissima: “Ero più morto che vivo, ma avevo promesso che ci sarei stato. Non c’è nulla da nascondere e di cui vergognarsi nell’essere malato”.

 Il primo trapianto, il recupero veloce, quasi impressionante: “Mi sento meglio adesso che a 20 anni, se lo avessi saputo l’avrei fatto prima”, provavi a scherzare come sempre. Ma senza irridere mai la malattia “perché rispetto il mio avversario, ma farò di tutto con l’aiuto della medicina per batterla e guarire”. Avevi imparato a commuoverti: “Ora piango spesso e apprezzo ogni piccola cosa”. Non ho mai visto un uomo lottare come te, Sinisa. Mai. Né uno così ferocemente attaccato alla vita. 

La tua vita intrecciata alla mia mi riporta alla mente anni felici di un’amicizia fortissima, fraterna, nata d’estate a Porto Cervo in occasione della tua prima intervista da neo tecnico della Fiorentina. Venisti ad aprire il cancello di Villa Serbia: eri in costume da bagno, muscoli gonfi, tatuaggi e la faccia da duro. Minchia, quanto è grosso, pensai... Eri stato accolto a Firenze con diffidenza, a causa di vecchie tue dichiarazioni su Arkan. In giardino ti guardai negli occhi e misi giù la penna: “Sono qui per raccontarti non per giudicarti”. 

Parlammo di tutto compresi gli argomenti che avevano portato molti a puntarti il dito contro. Ci sono incontri che fanno sbocciare qualcosa di unico. Il rapporto professionale ha lasciato in pochissimo tempo il posto alla stima, alla fiducia, all’amicizia. Telefonate lunghe e continue, pranzi e cene (madonna quante cene, mi hai fatto prendere 7-8 chili), confidenze, interviste. Mai mi hai chiesto un favore sul giornale, mai ho parlato delle tue squadre nei miei commenti al campionato. Consigli sì, di quelli ce ne siamo dati tanti: “Harry, ho bisogno di te...”. 

Mi chiamavi così perché sostenevi che risolvevo problemi come Harry Potter che ti ricordavo per gli occhiali e il fisico lontano dal tuo. Abbiamo parlato di calcio e di vita, abbiamo “fatto nottata” dopo certe partite perse che non ti facevano prendere sonno. Abbiamo riso, scherzato, ci siamo abbracciati e non ricordo un litigio. Ma abbiamo discusso anche e qualche volta ti ho detto: “No, Sinisa questa è una cazzata...”. Un privilegio che concedevi a pochissimi.

 Non era facile convincerti, ma da uomo intelligente stavi ad ascoltare. E come una spugna facevi tue le cose che ritenevi giuste. Brillante, sveglio, paraculo, ma profondamente leale ed onesto. Con un codice di valori chiaro, virile, non facile da smussare. Preciso, puntuale e con un incrollabile senso del dovere. Eravamo diversi ma compatibili e forse per questo ci siamo trovati e voluti così bene. 

Mi piacerebbe ricordare solo il cazzeggio tra noi, ma non mi vanno via dalla testa quelle due telefonate. La prima, raggelante con cui mi svegliasti quella maledetta mattina di luglio: “Ciao Harry, devo dirti una cosa: non ho la febbre. Ho la leucemia”. E la seconda, forse anche peggiore: “È tornata, Andre’…”. E scusa se piango mentre me le ricordo, saranno gli anni che passano, ma non le tengo più dentro le emozioni.

Ci siamo sentiti al telefono domenica scorsa: “Ho avuto la febbre, ma ora mi sento meglio...” mi avevi detto con voce fioca ma viva. E avevi aggiunto particolari di tutte quelle complicazioni che continuavi ad avere e ogni volta mi chiedevo come facevi a sopportare tutto questo. Ci eravamo dati appuntamento a Roma: “Magari andiamo a mangiare...” mi avevi proposto. “Ma sì Sinisa dai vediamo, possiamo anche prendere un caffè a casa. Basta stare insieme”. 

Sapevi di stare male. “Se non funziona questa, è finita...”. Però non mollavi, perché non hai mai mollato in vita tua, e continuavi a leggere libri che potessero essere utili per il tuo lavoro e a programmare: “A gennaio facciamo un’intervista, andiamo a vedere qualche partita insieme. Vorrei andare un paio di giorni a Belgrado. Poi magari si va a Londra a trovare Conte e a vedere gli allenamenti”. “Ma sì certo, Sinisa, faremo tutto. Un passo alla volta...”. “Step by step...”. 

“Bravo, vedo che l’inglese non lo hai dimenticato”. “Ciao Harry”. “Ciao Sini, ti chiamo domani...”. E invece la telefonata me l’ha fatta tua moglie Arianna, una leonessa come te. Sono sceso di corsa da Milano e mi sono presentato in clinica con la scusa che avevo anticipato il viaggio. E, nonostante tutto, sei riuscito a scherzare ancora. Ti ho proposto: “Quando ti passa questa ennesima rottura di palle, vengo a camminare con te. Devo perdere qualche chilo...”. “Lo vedo, sembri Ciccio bello”. Il resto, lo teniamo per noi...  

Ti piaceva fare sorprese, l’ultima a Zeman a inizio dicembre, in occasione della presentazione del suo libro, la tua prima uscita pubblica dopo tanto tempo. Ti avevo visto il pomeriggio a casa tua e avevo pensato: non ce la fa a venire. Invece, come da accordi, sei arrivato, elegante e fashion come sempre, gli hai dato un bacio e l’hai fatto commuovere. Io so che sacrificio hai fatto per esserci. E sono felice che le ultime immagini pubbliche di te siano quelle sorridenti di quella sera. Zdenek, che usa poche parole, ma non le sbaglia quasi mai, oggi ti ha salutato così: “Era eroico”.

Ti ho visto magro come una stampella, trascinarti stanco in una stanza di ospedale, ma per me sei sempre rimasto un gigante. Però ti ho visto anche soffrire troppo in questi anni. Troppo. Come un pugile, cadevi, ti rialzavi, e tornavi a combattere. “Ti capisco Sinisa...”, ti ho detto durante uno dei tuoi ricoveri. “No, Andre’ non puoi capire”. Avevi ragione, non si poteva capire.  

La “Partita della Vita” è finita. Restano lacrime, ricordi e sorrisi. Leggetela la sua autobiografia, leggetela. Scoprirete un uomo non perfetto, ma assolutamente straordinario. Inizia così: “Mi chiamo Sinisa e sono nato due volte... Ma di vite ne ho vissute molte di più”. E adesso riposa, amico mio carissimo. Ci rivedremo un giorno.

ADDIO GUERRIERO. Ivano Tolettini su L’Identità il 17 Dicembre 2022

Quella “buca fatale”, come la chiamava Sinisa sicuro di prenderla a calci ancora una volta, come quando si era manifestata subdola con la febbre a 40° nell’estate di tre anni fa, gli è stata fatale. L’aveva affrontata di petto come nel suo carattere indomito, cercando di “giocare d’anticipo per batterla” come confidava con gli occhi umidi, ma non gli è stato sufficiente. Il mondo del calcio internazionale è in lutto e i tanti italiani, anche coloro che non sapevano nulla di pallone, ma si erano emozionati alle sue parole in televisione e sui giornali che prima annunciavano la malattia nel luglio 2019 e poi la recidiva lo scorso fine marzo, hanno appreso con commozione la sua “sconfitta”. L’ultima apparizione pubblica due settimane fa. Il “sergente” Sinisa Mihajlovic, com’era soprannominato per il suo carattere che in campo lo trasformava in un implacabile Aiace Telamonio, pronto a fare a botte e ad offendere gli avversari per difendere i compagni – si beccò 8 giornate di squalifica in Champions -, che aveva vinto la Coppa dei Campioni con la Stella Rossa di Belgrado e lo scudetto con Lazio e Inter, durante la presentazione della biografia di Zdenek Zeman si è materializzato alle spalle dell’allenatore boemo. Tra i due c’è stato un caloroso abbraccio e l’applauso del pubblico è scattato spontaneo. Nessuno immaginava che potesse essere l’uscita di scena del bravo allenatore di Bologna, Torino, Milan, Catania, Fiorentina, e per un anno anche della nazionale serba, diventato suo malgrado “guerriero” contro la leucemia mieloide acuta che da oltre tre anni aveva cominciato un pressing che neppure un campione della sua aggressività ha saputo domare. I suoi cinque figli Viktorija, Virginia, Miroslav, Dušan e Nicholas ( ne aveva avuto un sesto, Marko, che incontrò solo nel 2005 dopo averlo riconosciuto alla nascita nel 1993), la moglie Arianna Rapaccioni con i quali viveva a Roma, e il fratello Drazen hanno affidato a un comunicato il loro inconsolabile dolore: “Una morte ingiusta e prematura di un marito, padre, figlio e fratello esemplare”.

LA GUERRA

Ma prima di un campione sportivo dotato di un tiro mancino al fulmicotone preciso e devastante fino ai 160 all’ora, la biografia del 53enne nato jugoslavo, poi diventato serbo con lo sfacelo fratricida dello stato degli Slavi del Sud, era stata segnata dalla guerra. Lo ricordava spesso. E lo aveva sottolineato lo scorso 25 febbraio, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte dei russi, quando aveva detto: “Il conflitto armato non può e non deve essere l’unico modo per risolvere i problemi. A perdere è soprattutto la povera gente alla quale vanno i miei pensieri”. Sottinteso che lui aveva vissuto sulla propria pelle una situazione simile. Quando la Jugoslavia si era sfaldata “abbiamo vinto la Coppa dei Campioni”, quando Belgrado è stata bombardata dalla Nato “ho vinto lo Scudetto” e “ricordo che all’epoca avrei voluto che il mio allenamento e la mia partita durassero 24 ore perché solo in quei momenti potevo essere felice per non pensare al dramma del mio popolo. Quando da Aviano partivano i caccia chiamavo a casa e dicevo ai miei di andare nei rifugi”.

LA MALATTIA E LE REAZIONI

La bella storia del campione che aveva giocato in club importanti con cui aveva vinto tanti trofei prima di affermarsi anche come allenatore tutto di un pezzo vira implacabilmente tre anni e mezzo fa. Il Bologna è appena andato in ritiro quando Mihajlovic accusa una febbre molto forte. “Era vent’anni che non l’avevo, mi sono sottoposto agli esami e il responso è stato la leucemia. Una bella botta”, racconta ai cronisti in lacrime, avvisando però che “non sono di paura, rispetto la malattia, ma saprò superarla”. Quindi il trapianto del midollo, l’apparente guarigione, prima della ricaduta nove mesi fa. Il tutto vissuto con grande dignità, tornando in panchina e guidando il Bologna per due stagioni con buoni risultati. “Stavolta non piango, non entro in tackle, ma gioco d’anticipo per non farlo partire”, confessa in conferenza stampa in primavera quando la situazione clinica torna problematica. Sopporta il licenziamento con stile e sobrietà. “Dovevamo prendere un caffè assieme due settimane fa, ma all’ultimo non è venuto”, afferma commosso l’80enne Dino Zoff che gli abitava vicino. Le reazioni al suo ultimo dribbling che ha colto tutti in contropiede sono arrivate da tutto il mondo. Da quelle di Gianni Infantino, presidente della Fifa, in Qatar per la conclusione dei mondiali (“i suoi calci di punizione incarnavano una passione e una dedizione per la bellezza del calcio che hanno lasciato un segno”) a quelle di Totti, Salas, Berlusconi, e i suoi tanti compagni di squadra con cui ha vissuto i tanti alti e pochi bassi di una carriera vissuta da protagonista. L’ex portiere della Samp, Fabrizio Ferron, ricorda la tripletta che gli rifilò l’ex compagno Sinisa il 13 dicembre 1968, dopo essere passato alla Lazio: “Ci prendevamo in giro e siamo diventati amici per sempre”. Sinisa il guerriero era un uomo verticale.

Marco Beltrami per fanpage.it il 17 dicembre 2022.

Il calcio è in lutto per la morte di Sinisa Mihajlovic. Ha lottato come un leone fino alla fine l'ex centrocampista e allenatore contro la leucemia mieloide acuta. Un male che lo tormentava dal 2019, e che non gli ha lasciato scampo, con l'improvviso peggioramento degli ultimi giorni quando la situazione è precipitata. Difficile pensare che non vedremo più in campo il classe 1969 serbo, con il suo piglio, il suo carattere e la sua proverbiale schiettezza. 

Che le cose stessero prendendo una brutta piega lo si era capito da alcuni tweet di incoraggiamento, che invitavano Sinisa a combattere ancora una volta con la grinta di sempre. Il comunicato di oggi diramato dalla famiglia poi ha ufficializzato il decesso di Mihajlovic, che fino a sabato scorso già programmava il suo possibile ritorno in campo dopo la conclusione dell'avventura al Bologna. E ha dato il la ad una serie infinita di messaggi di cordoglio e affetto.

D'altronde l'ultima apparizione in pubblico dell'allenatore risale ad inizio mese, in una circostanza particolare. Miha dopo l'esonero di settembre dal club felsineo, non si era concesso particolarmente alle telecamere, anche per far fronte alle cure e ricaricare le energie. Il primo dicembre però eccolo spuntare a Roma in occasione di un evento pubblico, ovvero la presentazione dell'autobiografia di Zdenek Zeman "La bellezza non ha prezzo". 

Mihajlovic ha deciso di fare una sorpresa all'esperto allenatore boemo, con il quale dopo il rapporto tra alti e bassi in campo è nata una bella amicizia da colleghi in panchina. Sinisa seppur provato dalla malattia, si era mostrato molto sorridente e affettuoso nei confronti del più esperto collega salutato con un bacio. In quell'incontro con la stampa poi Miha ha colto l'occasione anche per celebrare il lavoro di Zeman.

Non è mancato un siparietto simpatico, con il mister che ha rivelato cosa diceva ai suoi giocatori quando affrontavano in campo le squadre in cui militava Sinisa: "Immaginavo le partite su di lui, o vi prende il ginocchio o vi fa passare. E purtroppo ci prendeva il ginocchio (sorride, ndr)".  

A quel punto Miha è stato al gioco: "Dai non ero così cattivo… ero lento, ma ero intelligente e partivo prima. Ma non era facile". E poi la stoccata simpatica: "Ci siamo incontrati, qualche volta ma non mi ricordo. So che ho vinto ma non mi ricordo". Con la battuta del boemo: "Perché a quel tempo eri più furbo, hai fatto gol su ostruzione in barriera".

In quell'incontro con la stampa poi Miha ha colto l'occasione anche per celebrare il lavoro di Zeman. Sottolineata in particolare la sua attitudine al gioco offensivo, con queste belle parole: "Zeman ha vinto molto più di altri che hanno vinto trofei. Ha valorizzato i giovani, ha fatto divertire giocatori e tifosi e ha detto sempre quello che pensava. È uno di quelli che ha portato qualcosa di nuovo. Da quando è arrivato lui in Italia si è cominciato a pensare di vincere e non solo di non perdere. È qualcosa di tipico dell’est Europa". E sono queste le ultime parole pronunciate in pubblico da Sinisa, mai banale.

Dario Freccero per “la Stampa” il 17 dicembre 2022.

Zenga: "Joao Pedro salta perché non vuole prenderla". Mihajlovic: "No, salta perché vuole fare una finta e inganna il portiere". E giù risate, con quei cappellini e le testone ravvicinate. Gag così, tra due allenatori nel post partita, non se ne vedono molte. Primo luglio 2020, Bologna-Cagliari è appena finita 1-1 e nel dopo gara Zenga e Mihajlovic danno vita ad uno show divenuto virale sui social.

Ci racconta Zenga?

«Sinisa era già davanti alla telecamera e mi fa "cosa fai li, vieni che commentiamo insieme". Intervengono da Sky in studio: "non si può, c'è il Covid". E Sinisa "e chissenefrega, hai paura tu Walter?". "Io? Ma figurati, ho paura solo di te". Così mi dà uno dei suoi auricolari e ci mettiamo attaccati a commentare e punzecchiare su ogni azione. È uno degli ultimi ricordi con lui ma sintetizza bene il rapporto di una vita intera: schietto, affettuoso, ironico, anti retorico».

Come definirebbe la vostra amicizia?

«Lui aveva detto una volta che ero il suo fratello maggiore e io l'ho sempre vista così, da fratello maggiore a minore anche se di pochi anni. Di certo siamo sempre stati vicini: abbiamo giocato insieme, allenato in staffetta a Genova, Catania e Belgrado, vissuti vicini a Milano, ci siamo sfidati, aiutati, provocati, presi in giro un mare di volte. Non ho parole per dire la sofferenza di sapere che non c'è più, ho avuto le lacrime tutto il giorno e ce l'ho ancora adesso».

Com' è iniziato tutto?

«Alla Samp nel biennio 1994-96 quando lui era partito terzino sinistro e poi spostato centrale. L'allenatore era Eriksson. Tra un portiere e il suo centrale nasce sempre un rapporto, nel nostro caso c'era anche il carattere: ci piacevano le stesse cose, così ci siamo trovati da subito». 

Tipo?

«La gente vera, gli scherzi, la spontaneità, la sfida su tutto. Quando era nato il mito delle sue punizioni quante volte lo sfidavo a Bogliasco dicendogli "se ne batti dieci non fai un gol"».

E lui segnava?

«Eccome se segnava! E più spostavo indietro il pallone, perché aveva quella sassata che tutti ricordiamo, più segnava. Quando l'ho capito era tardi purtroppo. Allora cambiavo strategia: "ok, però sei scarso sui rigori". Ma neppure io ero fortissimo... Siamo andati avanti così per mesi. Se lo sfidavi era divertentissimo perché ultra competitivo, non avrebbe accettato di perdere per nulla al mondo».

Passava per sergente di ferro, lo era?

«Quando mai! Se c'era una persona buona, di cuore, era lui. Poi che discorsi, era un serbo tutto d'un pezzo e considerava la squadra la sua famiglia e guai toccargliela. Tutte le volte che lo avete visto perdere le staffe e scontrarsi con qualcuno era per il senso di appartenenza, l'orgoglio, la difesa dei suoi. Ma la durezza, la cattiveria è un'altra cosa». 

La prima cosa di lui che le viene in mente?

«Direi la generosità». 

Un esempio?

«Quando sono andato ad allenare la Stella Rossa, a Belgrado, se non fosse stato per lui che mi ha aiutato ad inserirmi non so se ce l'avrei fatta. Se gli chiedevi una mano, lo trovavi sempre. Io ho fatto per lui la stessa cosa a Catania ma lui aveva meno bisogno del sottoscritto».  

Anche in panchina alla Samp avete fatto la staffetta nel 2015.

 «A Genova mi è andata meno bene quando sono subentrato a lui: lui aveva conquistato l'ottavo posto, quindi i preliminari europei, e la mia Samp è subito uscita. Ne avrei di cose da dire ma ovviamente lui vedeva lo sfottò del mio flop».  

Quando vi siete sentiti l'ultima volta? 

«A inizio mese poi non me la sono più sentita, sapevo che era peggiorato e soffrivo troppo. Uno battagliero come lui non riesci ad accettare che non vinca».  

È stato meglio da giocatore o da allenatore? 

«Non entro nel giudizio, sono troppo coinvolto emotivamente. Per me è stato fortissimo da giocatore, come prova la sua carriera, e un grandissimo pure da allenatore, perché se non sei bravo non finisci su tante panchine in Serie A. Però sfatiamo il mito di Sinisa tutto carattere e grinta: queste sono doti che aveva ma era soprattutto un grandissimo conoscitore di calcio e un uomo intelligente e sensibile. Mancherà al nostro calcio, ce n'è poca gente come lui».

Ivan Zazzaroni, Direttore del Corriere dello Sport-Stadio e del Guerin Sportivo per “la Stampa”, il 17 dicembre 2022.

Massimo Giannini mi ha chiesto di raccontare il "mio Sinisa" ai lettori de "La Stampa". Ovvero - ma non poteva saperlo - di descrivere (anche) un errore imperdonabile, che ho pagato, quello di averlo considerato a lungo "mio". In particolare da quando, nell'ottobre 2008, consigliai all'allora direttore generale del Bologna, Pier Giovanni Ricci, di dare all'ex vice di Mancini, pur se alla prima esperienza, il posto di Daniele Arrigoni che stava per essere esonerato. 

Suggerii proprio a Mancio di incontrare il dirigente per sostenere la candidatura di "Sini" - lo chiamavo così - e lui si prestò. Due giorni dopo la chiacchierata tra Ricci e Roberto, Sinisa mi chiese di accompagnarlo negli uffici milanesi dei Menarini dove incontrò la figlia del proprietario, Francesca. Una rapida stretta di mano prima di lasciarli soli. La convinse in meno di un'ora con la sua esuberanza, la voglia di fare, tanta personalità. 

L'esperienza a Bologna non si rivelò esaltante: sei mesi dopo, ad aprile, i Menarini lo licenziarono e presero Papadopulo, imposto - si disse - da Luciano Moggi. Catania, Fiorentina, Serbia, Samp, Milan, Torino, la Juve sfiorata due volte: nel giro di pochi anni, tra molti alti e qualche basso, l'allenatore Mihajlovic crebbe professionalmente, insieme alla nostra amicizia. A un certo punto pensai di avere ottenuto l'esclusiva del rapporto giornalista-tecnico: mi raccontava tutto, spesso si sfogava, condividevamo anche momenti di vita, non solo di calcio.  

Sinisa non era mio: è sempre stato ed è di tutti, in primo luogo della famiglia, Arianna, i cinque figli, la nipote, Violante, che gli somiglia nelle espressioni del viso, nelle finte cupezze, e della madre settantanovenne che non avrebbe dovuto veder morire un figlio, del fratello che gli ha donato il midollo per il secondo trapianto, degli amici, dei tifosi, della gente. E di Andrea, il collega della Gazzetta che ha avuto il merito di conquistarne la fiducia più piena.

Forte e naturale è stato l'abbraccio tra noi mercoledì sera nella camera 326, come naturale è stata la gelosia che qualche volta ho provato: Sinisa ha voluto unirci. Lui si mangiava la vita, tentava di dominarla, era divisivo, ma generosissimo, non temeva l'impopolarità derivabile dalle scelte più scomode. Voleva e doveva essere il più leale, il più elegante, il più trendy, il sempre giovane, il più profumato: la passione per le essenze esclusive l'ha coltivata fino alla fine. Aveva un amico, Paolo, che gli consigliava l'outfit, mentre ai figli chiedeva spesso di indicargli le nuove tendenze della moda.

I jeans dovevano essere skinny o baggy, a seconda del momento. Sinisa aveva poi le debolezze degli uomini solidi, la più singolare riguardava le scarpe. Aveva i piedi piccoli, 41 e mezzo, 42, ma acquistava solo calzature di due numeri superiori. Non riesco a scrivere del grande calciatore o del tecnico sempre aggiornato, curioso, muscolare e empatico. Oggi c'è solo l'amico, quello che dimenticava le incomprensioni spiegando che «non abbiamo più tempo per farci dei nuovi amici, meglio tenersi quelli vecchi».

In ospedale Arianna e Viktorija («sei magra come un'asciuga» le ripeteva), la maggiore dei cinque figli, mi hanno raccontato la camminata di libertà, il giorno stesso in cui è stato ricoverato: indebolito dalla malattia, sfibrato, stanco ma solo per gli altri, era uscito sotto la pioggia contro il parere della moglie e contro ogni logica. Sono stati gli ultimi chilometri della sua vita. Riconosciuto per un istante Mancio prima del sonno indotto, Sini l'ha salutato così: «Robi, fai il bravo».

Giuro che vorrei sapere cosa pensa del mio addio. So che troverebbe qualcosa da ridire anche stavolta. Forse pretenderebbe silenzio. Se è per questo, abbiamo sbagliato mestiere entrambi. A modo nostro, viviamo di sentimenti espressi, non secretati. E se non mi facessi, ora, un segno di croce, mostrerei di patire il rispetto umano, nascondendo per debolezza un dolore sincero.

Ivan Zazzaroni per il Corriere dello Sport il 17 dicembre 2022. 

Una settimana fa, smagrito e indebolito dalle cure ma con il cuore e il cervello che pompavano soltanto voglia di vivere, era uscito la mattina presto per andare a camminare. Faceva freddo, molto freddo, pioveva. Arianna l’aveva pregato di restare a casa, di rimandare. Niente da fare: quando Sinisa si metteva in testa una cosa, quella doveva essere. 

E il più delle volte era. Rientrato dopo un paio d’ore s’era mostrato orgoglioso degli otto chilometri percorsi. Otto chilometri, e con pochissime piastrine nel sangue. Più tardi, mi ha raccontato Arianna, guardando la televisione che trasmetteva uno spot natalizio, la famiglia riunita a tavola, “Sini” aveva detto di sentirsi felice e che era quella la sua idea di felicità: lui, Arianna, i figli, i loro compagni e Violante, la nipote che tanto gli somiglia nelle espressioni, soprattutto nelle finte cupezze.

Sinisa era andato a camminare contro la leucemia e la logica: lui voleva essere più forte di tutto e tutti. Il più forte e il più bravo, l’allenatore più elegante - anche più del Mancio, suo fratello -, il più trendy e il più profumato: aveva il culto delle essenze particolari, introvabili, personalizzate, al punto che ti accorgevi del suo passaggio a un chilometro di distanza. 

A Paolo, l’amico eletto a fashion stylist, chiedeva in continuazione consigli sull’outfit. Che doveva essere speciale. Ai figli, invece, le nuove tendenze della moda. Nonostante la malattia gli stesse divorando l’esistenza ma non l’umore, fino a poche ore prima di entrare per l’ultima volta in ospedale Sinisa aveva programmato trasferte, impegni, telefonato agli amici, Leo, Stefano, Roberto, minacciando ritorsioni. Sinisa aveva fame di vita e soffriva di impazienza. Era duro, il più dolce tra i duri.

Dolce e profondamente religioso, in tanti anni di calcio nessuno l’ha mai sentito bestemmiare, e dire che di momenti difficili e tensioni ne ha dovuti affrontare. Quando gli capitava di incrociare espressioni blasfeme nello spogliatoio o in campo, si incazzava «come una bestia». La fede ha svolto un ruolo importante negli ultimi, delicatissimi anni.

La malattia l’aveva cambiato solo in parte, la sua seconda vita l’aveva spinto a riordinare le priorità. Il calcio, la squadra, l’allenamento, la vigilia, la partita e il dopo partita erano però rimasti al primo posto.

Giovedì mattina, quando l’ho visto per l’ultima volta sul letto della 326 e ho ascoltato il suo respiro, ho scritto una sorta di lettera all’amico: “Ti voglio bene, Sini. Te ne ho voluto per trent’anni. Anche nei momenti più difficili, uno in particolare, quello che non riesco a dimenticare e che non posso dimenticare, la stima e l’amicizia hanno sempre prevalso sui contrasti, sulle incomprensioni, sulle cattiverie di chi non poteva o voleva sapere la verità. 

E quando un paio di anni fa, al Parco dei Principi, mi spiegasti che «non abbiamo più tempo per farci dei nuovi amici, meglio tenerci quelli vecchi», capii che non poteva essere che così. Ci siamo presi in giro. Ci siamo confrontati, assolti, abbiamo parlato di calcio, di vita, di rapporti, di figli e nipoti. Anche di chi ci stava sulle palle. Il vero Mihajlovic io l’ho conosciuto.  

Chi ha potuto accedere alle tue confidenze e anche al tuo dolore ha ben chiaro che dietro certe sparate - quello l’attacco al muro, quell’altro non ha il coraggio di farsi vivo perché sa bene che se lo incontro le prende -; dietro certe asperità e divertenti esibizionismi, dicevo, c’era un uomo sensibile, di sentimenti, un padre che con i figli alzava la voce e minacciava punizioni pochi istanti prima di arrendersi all’amore. In casa eri il poliziotto buono, di Arianna il ruolo scomodo. Hai recitato una parte, quella del guerriero, che resterà nel cuore della gente. Anche se ho sempre preferito l’autenticità che nascondevi.

Aveva colpito tutti quel tuo modo di affrontare la malattia, la prima volta. Il faccia a faccia con un avversario più feroce e subdolo. Tu contro la leucemia: partiamo alla pari, avevi detto. Poi, però... quando lo scorso marzo si è ripresentata, tu che eri convinto di averla probabilmente sfangata, hai capito che sarebbe stata molto più dura: eri già passato attraverso un terribile calvario e non potevi sopportare l’idea di dover ricominciare. Hai indossato tutti i volti della malattia: il coraggio non ti è mai mancato. Il coraggio e l’imprudenza. 

Come quella volta a Verona: eri appena un’ombra che a fatica si reggeva in piedi. O quando lasciasti l’ospedale dopo un intervento chirurgico, naturalmente contro il parere dei medici. Oppure nei tanti blitz a Casteldebole per assistere agli allenamenti: volevi far capire che c’eri sempre e che saresti tornato. Te ne sei andato a pochi giorni dal Natale. Non si lascia un vuoto incolmabile proprio nel momento in cui abbiamo tutti più bisogno di calore, amore, famiglia, vecchi amici, buone notizie, serenità, pace. Non eravamo preparati. Sognavamo di rivederti con sorriso e muscoli e risentire la tua inconfondibile voce, quell’italiano che non digeriva gli articoli”.

«La cosa bella che ho visto oggi» mi ha scritto il dottor Nanni che dal primo momento gli è stato molto vicino e giovedì mattina ho atteso in ospedale «è la serenità della famiglia e in particolare di Arianna e della figlia Viktorija. Pur nella disperazione c’è la consapevolezza di averlo accompagnato fino a qui con tutto l’amore e l’affetto che una famiglia sa dare».

Una settimana fa mi è capitato di andare a sbattere contro i versi di un poeta serbo, Dorde Sibinovic. Non amo particolarmente la poesia, eppure la sua “Terapija” mi ha scosso: Sei chilometri di cammino veloce/attende il malato di cuore ogni giorno./ Il mio caso è specifico./All’inizio sono pronto al peggio/ poi mi soffermo aspettando un colpo improvviso…/ finché l’accelerazione non porta la gioia/ della nuova nascita senza malattia./ A casa giungo sudato/ e deluso/ per quanto tutto dura poco... 

Ciao, Sini, ho appena cancellato tutti i tuoi messaggi, non il tuo numero. I ricordi saranno la presenza della tua anima. Adesso però posso dirtelo: Arianna aveva ragione, quel berretto da pittore era orribile.

Maria Francesco Troisi per mowmag.com il 16 dicembre 2022.

“Esonero vergognoso”. Non solo lacrime per Sinisa Mihajlovic, che oggi va oltre, dopo aver lottato nella vita come nel campo. Luca Telese entra a gamba tesa e ricorda aspramente la sospensione del Bologna di inizio campionato, squadra che l'allenatore serbo ha salvato a una passo dalla serie B (2019). Una lunga storia d'amore finita voltandogli le spalle perché malato, almeno a parere del giornalista, che poi si aggiunge al coro d'omaggi per il grande calciatore e tecnico. Non solo, un uomo per bene, che ha restituito umanità al mondo del pallone. 

Telese, ci lascia Mihajlovic e nel mentre accusa su Twitter il Bologna: lacrime di coccodrillo...

«Non possiamo dimenticare l'esonero vergognoso. Ne parlavo con mio figlio di 16 anni, una cosa che pagheranno, visto che non ha prodotto nulla di buono. Cos'ha fatto il Bologna? Un punto e mezzo in più. Ma ha perso la dignità. Forse Mihajlovic avrebbe preferito una fine da combattente, sarebbe morto sul campo” 

Se fosse una sospensione concordata per l'aggravarsi della malattia?

“Non credo, esistono esempi di persone, come Steve Jobs, che non hanno mollato, e nonostante tutto. Sono certo che Mihajlovic avrebbe fatto lo stesso. L'esonero sanitario non ha precedenti nella storia, anzi forse uno, Manlio Scopigno, ma fu il medico a decidere, non la squadra” 

Sostiene persino l'irriconoscenza?

“Sostengo il gesto infame, la coltellata alla schiena. Meglio che la dirigenza non fiata e non si fa vedere, fa una miglior figura”. 

Come si spiega la decisione?

“Penso sia stato vittima di quella foto di inizio anno, in cui davanti ai giocatori era seduto abbacchiato, nient'altro che conseguenza dei cicli di chemio” 

Per il calcio quanto vale Sinisa?

“Per chi ama il calcio e lo ama davvero, e senza etichette, è stato un personaggio straordinario. Non a caso tifo Cagliari e ho simpatia per la Roma, eppure non posso che averne una stima immensa”

Emanuele Zotti per gazzetta.it il 19 dicembre 2022.

Roma si ferma per l’ultimo saluto a Sinisa Mihajlovic. L’orario dei funerali era fissato alle 11.30, ma già alle 10 oltre duemila persone erano radunate all’esterno della basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri. Tifosi presenti: tantissimi laziali ma anche bolognesi, milanisti, interisti, sampdoriani e della Stella Rossa. Il feretro ha lasciato il Campidoglio intorno alle 9.40 e ha raggiunto piazza della Repubblica – parzialmente chiusa al traffico per l’occasione – alle 10.15, seguito dalla famiglia Mihajlovic. La folla ha accolto l’arrivo con un lungo applauso. 

Una delegazione del Bologna – composta dal gruppo della prima squadra, Primavera e dirigenza – ha raggiunto la basilica. Presenti anche Angelo Peruzzi e Fabio Liverani. E poi sono arrivati i giocatori e la dirigenza della Lazio. Presenti anche il ministro dello Sport Andrea Abodi e quello dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida, il ct Mancini, Stefano Fiore, Vincenzo Montella e Massimo Ferrero, Giovanni Malagò, il presidente del Torino Urbano Cairo e il sindaco di Roma a Roberto Gualtieri.

Presenti anche Salsano Lombardo, Marchegiani, Iachini, Sereni, Orsi, Juric, Branca, Montella, De Sanctis, Peruzzi e Luca Cordero di Montezemolo e tanti altri. All’interno della basilica ci sono anche Gianluca Vacchi e Paolo Brosio. Presente anche una delegazione della Stella Rossa. Ci sono anche Gigio Donnarumma, Francesco Totti e Daniele De Rossi: Totti praticamente camuffato con cappuccio e felpa, De Rossi ha infilato l'ingresso laterale. I due hanno preferito rimanere fuori dalla zona riservata ad autorità e familiari e sono in piedi vicino ad Angelo Di Livio. Ci sono anche Stankovic, Jugovic, Franco Baresi, Gianni Morandi e Serse Cosmi. Sono entrati nella basilica, tra gli altri, anche l'ex portiere della Lazio Luca Marchegiani e Bruno Conti. A fare l'ingresso in chiesa per i funerali di Sinisa Mihajlovic anche l'aquila Olimpia, simbolo della Lazio, che è stata poi fatta uscire pochi minuti dopo. 

L'OMELIA—   Durante il funerale - celebrato dal cardinale Matteo Maria Zuppi arcivescovo di Bologna - è stata letta la lettera di San Paolo agli Efesini. "Con tante domande accompagniamo in quest'ultimo tratto Sinisa... - ha detto il card .Zuppi durante l'omelia - togliamo tante pietre dal nostro cuore come ha detto Sinisa. Ci stringiamo fra noi, anche fisicamente, e quanto fa bene...". E ha poi aggiunto: "Oggi sentiamo l'ingiustizia, nei nostri pensieri ci aiuta il Natale, Dio nasce per amore e accetta anche la morte per rinascere in cielo... Dio vuole che la morte, che è sempre ingiusta, non sia la fine ma la nascita. La malattia ci fa pellegrini alla scoperta di sé, Sinisa fece questa esperienza anche durante la guerra, che aveva un solo colore, il rosso del sangue, e aveva ragione. 

Grande è chi aiuta e ama la sua squadra, chi valorizza il talento, chi crede in lui quando non è nessuno, Sinisa lo ha fatto. Contro il vero grande nemico disonesto che è il male, è questa la squadra che serve. La famiglia di Sinisa era la sua squadra del cuore, amato fino alla fine. La sua squadra del cuore ha giocato come voleva lui, poche ore prima in clinica Arianna giocava con Violante e mi ha commosso. Per quella squadra dava tutto. È rimasto lo stesso: ruvido, schietto, generoso. E allo stesso tempo dolce e tenero.

La sua autenticità spesso lo ha portato al limite. A Medjugorje disse: ho cominciato a piangere, come un bambino, non riuscivo a trattenermi e mi sono sentito più forte e più uomo quel giorno che in tutta la mia vita. Su quella panchina mi sono ripulito, ho iniziato a pregare e da lì l'ho fatto sempre. Non per dire voglio, ma grazie. Mi sono sentito appagato e puro, come un bambino appena nato. Le fragilità non sono ostacoli ma opportunità. Sinisa non scappava, l'ha affrontato con coraggio e credo che ha dato tanto coraggio parlandone, piangendo davanti agli altri, condividendo il passaggio verso la fragilità. 

Il guerriero ha vinto con la dolcezza della fragilità. La fragilità è una porta, non un muro. Voglio dire a tutte le persone di non abbattersi. Grazie Sinisa. Il fischio finale per ogni credente è che con la morte di apre il secondo tempo della vita, spero tu stia bene. Oggi Sinisa è libero con te". Toccante discorso anche da parte di Vincenzo Cantatore, ex pugile con un passato nello staff tecnico del Bologna nel 2019: "Sinisa è stato semplicemente un guerriero".

L'USCITA—   Le esequie si sono concluse dopo circa un'ora e le persone hanno iniziato ad uscire dalla basilica: senza parlare, sono andati via il numero uno della Figc Gravina, il presidente del Coni Malagò, il ministro dello Sport Abodi. Esce il feretro tra gli applausi della gente, sorretto da Mancini, Lombardo, Stankovic e Cantatore. Escono Totti e De Rossi. Poi i cori e i fumogeni dei tifosi mentre l'auto si allontana dalla basilica, diretta al Verano, seguita dalla famiglia. I tifosi di Lazio Bologna e Torino hanno acceso fumogeni, intonando lo storico coro “E se tira Sinisa… è gol!”.

LE PAROLE—   "È stato un onore, un privilegio averlo come amico" sono le parole del c.t. della Nazionale Mancini. E Urbano Cairo l'ha ricordato così: "Era un grande amico, una persona a cui ero molto legato. Era molto simpatico. Lanciava i giovani e li sosteneva in maniera incredibile: metteva in campo un giovane e il giovane faceva bene perché aveva la sua grande fiducia. Era legatissimo alla famiglia, era un tutt’uno, ho letto che voleva diventare vecchio con barba bianca e circondato da nipoti, non ce l’ha fatta, ma resta nel cuore di tutti: una persona speciale. Con lui c’era una grande simpatia, quando lo esonerai non era contento, l’anno dopo vinsero e mi dissero che lui mi stava cercando. Quando si è ammalato l’ho chiamato e da lì in poi è stato come se non si fosse interrotto nulla. Un uomo di grande cuore e grande bontà con il quale c’era un’intesa immediata". Queste le parole di Igli Tare, ds della Lazio: "Ha dato tantissimo al calcio, lo ricordo con grande rispetto come un grande giocatore e un grande uomo".

Sinisa Mihajlovic. Ivan Zazzaroni per il Corriere dello Sport il 7 Settembre 2022.

Licenziato, esonerato, cacciato, silurato: la sostanza non cambia, al lettore la scelta. Mandato via proprio nei giorni in cui Mihajlovic sta meglio: ha messo su 4 chili, recuperato energia. Joey Saputo, uomo di numeri, impazienze e latticini, sempre convinto di avergli consegnato il Real, avrebbe voluto chiudere con lui già a febbraio, soltanto il ripresentarsi della malattia lo indusse a non spingersi oltre il confine del pudore: il divorzio sarebbe risultato impopolarissimo nel periodo in cui all’allenatore veniva prospettato il secondo trapianto di midollo.  

Fuori per motivi tecnici, questo ha preteso che fosse scritto Sinisa: nessun accenno alla malattia.

Ma i tre punti nelle prime cinque partite non possono essere, e non sono, la vera ragione dell’esonero, non lo spiegano, giustificano. Perché sono i punti di una squadra che ha venduto tre pezzi importanti (Svanberg, Theate e Hickey) incassando 45 milioni e acquistato seconde e terze scelte, dovendo – con il ricavato delle cessioni – coprire il buco creato da alcuni obblighi d’acquisto scaduti. I punti di una squadra che soltanto a Milano con i campioni non è stata in partita e che per quattro volte si è trovata in vantaggio.  

Finisce malissimo una storia di valori prima esaltati e poi demoliti, e per chi - come me - si riconosce da oltre mezzo secolo nei colori, nell’anima e nei ricordi della squadra della sua città, Bologna, il dolore è forte, l’avvilimento sfiora la vergogna. Così come il sospetto che l’impopolare decisione sia diventata utilmente popolare anche per quella sconcia esibizione di condanna di Sinisa effettuata da certa tifoseria innominata, odiatori senza volto, rapinatori di sentimenti meglio definibili utili idioti. 

Credo e spero che soltanto Claudio Fenucci, l’ad, abbia tentato fino all’ultimo di evitare questo scempio: sapeva - lo conosce bene - che Mihajlovic, all’ultimo anno di contratto, avrebbe portato a 52 punti una squadra che considerava comunque più debole dell’ultima mantenendo la promessa-sfida con se stesso e il suo staff, i suoi ragazzi. 

Il calcio per Sinisa è ragione di vita e di lotta: da due mesi si presentava al campo abbandonando l’ospedale anche se non gli era permesso. Seguiva l’allenamento dalla panchina soltanto perché i medici gli avevano imposto di non esporsi ai raggi del sole, ma lavorava con la solita attenzione, la solita passione.  

Il canadese Saputo è il padre del licenziamento e deve assumersene la responsabilità: ridicolo che la società abbia inseguito la condivisione di questa decisione. Sinisa voleva restare per completare alla grande un’indimenticabile, terribile, ma anche dolce avventura. 

Se ci saranno risparmiate esibizioni di amarezza dirigenziale e altre ipocrisie di facciata, saremo grati a una proprietà troppo distante, non solo fisicamente, dal nostro ideale.

Il calcio è un’azienda e le aziende non possono permettersi un cuore: a volte basterebbe il cervello.

Il rispetto per Mihajlovic. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 6 settembre 2022.

I dirigenti del Bologna licenziano in tronco l’allenatore perché ha raccolto la miseria di tre punti in cinque partite e la prima reazione, figlia di questi tempi ipersensibili, è: guarda come ci siamo ridotti, non portano più rispetto nemmeno a un malato. Mihajlovic combatte da anni contro la leucemia e il Bologna finora gli era sempre stato vicino, per cui l’esonero diventa una pugnalata alle spalle, una scelta cinica che espelle definitivamente la poesia da uno sport dominato dai freddi numeri degli ingaggi e dei risultati. Però la si può raccontare anche in un altro modo. Mihajlovic non ha mai praticato il vittimismo né sopportato il pietismo. (Come politico avrebbe scarso successo). Dal giorno in cui si è ammalato, ha chiesto di essere giudicato in base al suo lavoro e non al suo stato di salute. Ora, è un dato di fatto che il suo lavoro stesse andando piuttosto male. Sicuramente non sarà dipeso solo da lui, ma nel calcio l’allenatore è il primo a pagare, non foss’altro perché è più economico sostituire il tecnico che la squadra intera. Si potrà non essere d’accordo con questo andazzo, ma qui non stiamo mettendo sotto processo i riti del calcio. Stiamo discutendo se Mihajlovic dovesse essere trattato diversamente da chiunque altro, in quanto colpito da leucemia. A un uomo con il suo carattere non si manca di rispetto mandandolo via nonostante sia malato, ma rinunciando a mandarlo via soltanto perché è malato. 

De Zerbi rifiuta di allenare il Bologna : lo ha fatto per rispetto a Sinisa Mihajlovic. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno l'8 Settembre 2022.  

L' ex allenatore del calcio-spettacolo del Sassuolo aveva il gradimento di tutti ma con grande rispetto ha rifiutato la panchina: non ha un rapporto con Sinisa, ma ha solo fatto una scelta "umana". E non, come qualcuno ha insinuato, perché tentato da altre squadre

Quando il Bologna Calcio ha deciso di esonerare Sinisa Mihajlovic, si è sollevata un’ondata di proteste non soltanto da parte di una fetta dei tifosi rossoblù, ma anche di addetti ai lavori e osservatori esterni che non hanno apprezzato i tempi, il modo e l’epilogo soprattutto di un rapporto costruito in tre anni e mezzo. Prima un’intera città coinvolta, di cui è diventato cittadino onorario, poi il romanzo si è allargato all’Italia, ha sconfinato nel mondo: tutti spettatori scioccati e commossi dalla battaglia del tecnico . L’annuncio della leucemia l’11 luglio 2019, le lacrime in conferenza stampa, il club al suo fianco. La storia finisce così, era una favola, non lo è più. 

Il primo nome immediatamente circolato è stato quello di Roberto De Zerbi. Un profilo di allenatore che metteva d’accordo tutti, dall’Ad Fenucci al direttore sportivo Di Vaio, Sartori e persino il proprietario della società il canadese Joey Saputo. A quel punto è partita l’offerta, ma la risposta è stata sorprendente. Per tutti: “Vorrei, ma non posso farlo, dopo Sinisa”.

Un rifiuto che ha lasciato sorpresi tutti, al punto da ipotizzare una presa di posizione per amicizia tra i due tecnici. Ma non è così, non esiste alcun legame di amicizia tra De Zerbi e Mihajlovic: i due allenatori si conoscono dalle rispettive panchine, non si sono mai frequentati e quindi non sono amici. L’ex allenatore del Sassuolo ha soltanto fatto una scelta “umana“. Irrinunciabile per lui. “È l’ennesima dimostrazione di quanto valga De Zerbi: in panchina e fuori”, il commento del giornalista Fabrizio Biasin, seguito da centinaia di commenti di tifosi e appassionati.  

La stessa scelta fatta da De Zerbi quando è esploso il conflitto in Ucraina a febbraio, dove allenava la squadra dello Shakhtar Donetsk, lo ha spinto a dire ai suoi collaboratori: “Io resto qui, non abbandono i miei giocatori”, restando per giorni barricato in un hotel a Kiev con guardie armate all’interno mentre fuori esplodevano le bombe e riecheggiavano giorno e notte le sirene di allarme.

Questa volta “mister” De Zerbi ha deciso che non se la sentiva di prendere il posto un allenatore che sta combattendo una battaglia contro la leucemia decisamente più seria ed importante di una partita di calcio. Una decisione adottate senza entrare nel merito, senza mandare messaggi o voler dare l’esempio, ma soltanto per restare in pace con la coscienza. E non, come qualcuno ha volgarmente insinuato, perché “tentato da altre squadre“. Infatti l’unico club ad oggi, ad aver cercato De Zerbi era il Bologna. Una città affascinante, un pubblico splendido, ed una squadra interessante, nonostante alcune annate deludenti. In poche parole, un progetto che avrebbe stimolato molti allenatori a spasso.

Ma ci sono condizioni che, per qualche “vero” uomo di sport come Roberto De Zerbi, non possono essere accettate. Qualcuno a Bologna rifletta…

Esonero Mihajlovic, Saputo un miliardario del formaggio che l’ha salutato come fosse già defunto. Paolo Liguori su Il Riformista l'8 Settembre 2022 

Sinisa Mihajlovic era l’allenatore del Bologna, amato in questo momento da tutti perché malato di leucemia e ciò nonostante era rimasto in piedi al suo posto. Aveva trasmesso alla squadra quella forza necessaria per comportarsi bene e fare gruppo in campo. È stato esonerato. Molti hanno parlato di decisione spietata. La società avrebbe preso una decisione spietata: dopo un’ennesima costatazione di una ricaduta della malattia gli hanno detto ‘non ce la puoi fare, ci dispiace molto’.

Vorrei ripetere le parole esatte con le quali è stato esonerato: “Sarai sempre tra noi”. Chiunque avrebbe fatto gli scongiuri. Quel “Sarai sempre tra noi” è quello che si dice a uno che è già defunto, già trapassato.  Quelli che parlano di decisione spietata sbagliano. Si tratta di una decisione profondamente stupida, autolesionista. Non c’era bisogno di esonerare pubblicamente Mihajlovic perché malato.

Anche da malato, Mihajlovic era stato un motore fortissimo dello spirito di squadra del Bologna. Lo aveva portato a salvarsi. Lo aveva portato a fare un grande, grandissimo finale del campionato scorso nel suo nome. Dovunque andasse, attirava su di sé e sul Bologna le simpatie anche degli avversari e degli altri tifosi.

Persino se fosse un amuleto, una personalità di questo genere andrebbe conservata. Se uno si intende di calcio, di squadre di calcio e ama il calcio, sa benissimo che sir Ferguson è rimasto per molti anni sulla tribuna dello stadio dei sogni di Manchester dando la sua presenza. Ma potrei fare decine di altri esempi. Questi sono dei totem. Penso a Giggs, a Pelè che pure è stato malato a suo tempo.

Mihajlovic era un patrimonio del Bologna ma direi anche di un certo spirito del calcio. Il proprietario del Bologna è un italo-canadese – Saputo – figlio di un italiano emigrato a Montreal che è diventato multimiliardario facendo formaggi e latticini. Tuttavia, questi formaggi e latticini non gli sono serviti a capire come deve essere il mondo del calcio e dello sport. Non gli sono serviti a capire che Mihajlovic non andava esonerato ma andava tutelato e anche preservato come un patrimonio fino a quando non ce la dovesse fare più ma noi speriamo che Mihajlovic duri molto di più di Saputo al Bologna. Paolo Liguori

Mihajlovic e l’esonero. Atto di rispetto o di insensibilità? Hoara Borselli, Giornalista, su Il Riformista il 9 Settembre 2022 

In questi giorni è accaduto un episodio che non può essere liquidato come una “storia di calcio”.

Quando lo sport si fonde con la vicenda umana del protagonista, tutto diventa più complesso. Quante volte si sente dire o si legge che un club esoneri un allenatore. Le reazioni possono essere molteplici, di dispiacere se da tifoso pensavi stesse facendo un buon lavoro, di sollievo se proprio non ti andava giù come stava facendo giocare la tua squadra, o di indifferenza se non te ne importava niente.

C’è però una variabile, di quelle che, se anche non sei tifoso di quella squadra, rende l’esonero dell’allenatore un episodio che ti coinvolge emotivamente, che ti fa porre delle domande cui è difficilissimo trovare una risposta che abbia senso. O meglio, che abbia un senso apparentemente giusto. L’allenatore esonerato di cui parlo è Sinisa Mihajlovic, la squadra che gli ha fatto guadagnare la porta, il Bologna. Ci sono due elementi in campo in questa vicenda, i risultati che un allenatore deve portare al suo club, ed oggettivamente erano piuttosto scarsi, 3 punti in cinque gare disputate e la malattia con cui questo guerriero combatte da tempo.

Una malattia bastarda, di quelle che ti chiedono uno sforzo fisico e psicologico da leoni.

Allora mi sono chiesta: “Ma come è possibile , sanno che è malato e lo mandano a casa? Che insensibili!!” Poi ho riflettuto e mi sono detta : “In fondo lo hanno trattato da persona sana infischiandosene della malattia. Non hanno scelto la strada della commiserazione e del vittimismo“. Difficilissimo trovare logicità in ciò che è accaduto e nelle modalità.

Poi finalmente una lettera che Sinisa ha rilasciato alla Gazzetta dello Sport e quindi mi sono aggrappata alle sue parole, ai suoi pensieri, per fare chiarezza nei miei: “Mi è capitato spesso di salutare tifosi, giocatori, società, città, per dire addio o arrivederci. Fa parte della carriera di un calciatore e di un allenatore andare via prima o poi. I cicli sportivi nascono, si sviluppano, regalano soddisfazioni, a volte delusioni e poi inevitabilmente finiscono. Nulla è eterno. Ma stavolta il sapore che mi lascia il mio voltarmi indietro un’ultima volta è più triste.”

Era davvero il momento giusto perché quel filo che lo legava alla sua squadra venisse reciso? O andava ricercata una perseveranza, una tenacia diversa, la stessa dimostrata da Sinisa contro quel male oscuro. Lo stesso campione serbo lo ribadisce nell’altro passaggio che lo ha portato a raccontarsi in queste parole: “Non sono mai stato un ipocrita, non lo sarò neanche stavolta: non capisco questo esonero. Lo accetto, come un professionista deve fare, ma ritenevo la situazione assolutamente sotto controllo e migliorabile. La società non era del mio stesso avviso. Siamo appena alla quinta giornata, faccio fatica a pensare che tutto questo dipenda solo dagli ultimi risultati o dalla classifica e non sia una decisione covata da più tempo. Peccato. Ci tengo però a dire, che le mie condizioni di salute sono buone e in costante miglioramento”.

Quando ci sono storie di vita che si legano a straordinarie vicende sportive come questa e’ difficile vedere oltre la semplicistica narrazione di un club che caccia il suo condottiero. Probabilmente ritornassero indietro, forse, Mihajlovic e la società rossoblu muterebbero solo un punto di questo addio: i tempi. Lasciarsi in questo modo tra contrasti e malintesi non rende giustizia a quello che Sinisa è stato per il Bologna e a quello che la stessa società ha rappresentato per lui.

Mihajlovic guerriero in campo e fuori, è stato di esempio per tante persone, malati e non, per la sua caparbietà contro la malattia e per il suo spirito di abnegazione al lavoro. Di tutta la scia di incomprensioni che lascia questa storia umana e calcistica ciò che rimane fermo è il tratto indelebile che Sinisa fissa su questa città. Allora non è un addio, ma probabilmente, come mi auguro,solo l’avvicendarsi di un altro percorso.

Sinisa Mihajlovic, il calcio non fa sconti: la vera storia dell'esonero choc. Leonardo Iannacci su Libero Quotidiano l'08 settembre 2022

E adesso, il dibattito è aperto. Tutti a cercare la verità, l'essenza della scelta del Bologna Football Club: ha fatto bene a esonerare Sinisa Mihajlovic? Oppure ha messo in atto una strategia cinica, legata esclusivamente alla realtà tecnica della squadra, tenendo conto della classifica attuale della squadra e non delle condizioni dell'uomo? Visto che stiamo parlando, appunto, di un uomo di calcio, come ama essere definito Sinisa, prima di tutto i fatti: da ieri il tecnico serbo non è più l'allenatore del Bologna. Durante un incontro che si è tenuto a Roma, dove si trovava per una giornata di riposo dopo il deludente pareggio di La Spezia e dopo l'ennesimo delicato controllo medico a cui si sottopone da anni, presenti anche l'Ad Fenucci, il direttore tecnico Sartori e il ds Di Vaio (assente il presidente Jey Saputo), Mihajlovic ha ricevuto la brutta notizia.

Paga - secondo la dirigenza l'avvio stentato di campionato visto che il Bologna occupa il 16° posto con soli tre punti in cinque giornate, ma avendo comunque incontrato già due big come Lazio e Milan. In prima fila, per sostituirlo, ci sono Thiago Motta, che piace dopo la bella stagione scorsa a La Spezia, e Claudio Ranieri. Contattato anche De Zerbi. Oggi si saprà il nome del prescelto, nel frattempo gli allenamenti saranno guidati dal tecnico della Primavera, Luca Vigiani.

IL NETTUNO D'ORO Cala così il sipario sulla lunga avventura professionale tra il club rossoblù e l'allenatore serbo. Un rapporto iniziato a gennaio 2019 quando Sinisa prese le redini di un Bologna sull'orlo della B e lo salvó con una cavalcata trionfale diventando l'icona dell'intera città. A tal punto che l'amministrazione pubblica lo premió con il Nettuno d'Oro, la statuetta che elegge un personaggio a bolognese Doc. Allora, mezza città storse il naso: il Nettuno a un serbo con idee politiche non certo di sinistra? Nella Rossa Bologna, tutto ciò era sopportato e non più supportato. Poi, visto che la vita riserva incidenti di percorso, anche gravi, arrivò la mazzata: durante un controllo ematico, nell'estate del 2019, emersero valori impazziti nel sangue di Sinisa, globuli e piastrine fuori dalla norma per una diagnosi agghiacciante: leucemia mieloide acuta. È cominciata, così, una via crucis fatta di chemioterapia e lunghi mesi in ospedale, con un trapianto di midollo e una ripresa parziale della salute, mentre la squadra, campionato dopo campionato, ha viaggiato a volte da sola con il suo allenatore chiuso in una stanza asettica dell'ospedale e poi eroico in panchina, «più morto che vivo», raccontò Sinisa. La "bastarda" (come chiama la leucemia) si è rifatta viva, implacabile, la scorsa primavera, poco prima del ritiro estivo del torneo in corso. Una maledetta recidiva che ha segnato gli ultimi mesi bolognesi del tecnico: «Ma io vado per la mia strada. Giudicatemi solo per quello che vivo nel calcio. Un mondo nel quale ci sono allenatori esonerati e quelli che saranno esonerati. Se succede, succede. Io ho la coscienza pulita». È successo. Ieri. Con Mihajlovic in panchina il Bologna ha ottenuto il massimo con il parco giocatori avuto a disposizione: due dodicesimi posti (2019/20 e 2020/21) e un tredicesimo (2021/22). Con 47 vittorie, 42 pareggi e 64 sconfitte.

DECISIONE DIFFICILE La decisione presa ieri dallo stato maggiore del club non è stata semplice: «É stata la più difficile che ho preso da quando sono presidente», ha detto Joey Saputo. Recita il comunicato ufficiale: «A Sinisa e al suo staff va un ringraziamento speciale per aver affrontato il lavoro in condizioni straordinarie e delicatissime con eccezionale dedizione e professionalità». E ancora Fenucci, l'ultimo a difendere Mihajlovic: «A Sinisa mi legheranno sempre un'amicizia e un affetto che vanno oltre i rispettivi ruoli professionali ma la squadra è prima di tutto patrimonio dell'intera città e dei tifosi». Tifosi che ora devono continuare a sostenere l'uomo Sinisa, non più l'allenatore: la partita che sta giocando è più importante di un pallone che rotola in rete o sfiora il palo. È un match da non perdere. 

Leucemia mieloide acuta: i bisogni dei malati e i sintomi. Come si vive con questo tumore. Vera Martinella su Il Corriere della Sera il 28 Aprile 2022.

È un tumore aggressivo (lo stesso diagnosticato a Mihajlovic) e l'impatto iniziale è molto duro. Gestione multidisciplinare, assistenza domiciliare e supporto psicologico le principali esigenze per una migliore qualità di vita.

La leucemia mieloide acuta è tumore del sangue che colpisce ogni anno circa 3.500 persone in Italia, che origina nelle cellule staminali presenti nel midollo osseo e si sviluppa molto rapidamente. È lo stesso tumore diagnosticato all'ex calciatore Sinisa Mihajlovic, spesso aggressivo, per il quale fortunatamente i progressi della ricerca scientifica hanno reso recentemente disponibili nuove cure in grado di allungare la sopravvivenza dei malati. Ma come vivono i pazienti italiani che soffrono di questa neoplasia? E i loro familiari? Quasi sono le loro necessità maggiori? A queste e altre domande ha cercato di rispondere l’indagine promossa dall'Associazione Italiana contro leucemie, linfomi e mieloma (Ail), realizzata da Doxa Pharma.

Patologia aggressiva 

Ogni anno sono circa 32mila gli italiani che si ammalano di un tumore del sangue, che in due terzi dei casi colpisce persone con più di 65 anni. La diagnosi di leucemia mieloide acuta arriva presto, in genere entro due settimane dal primo accesso del paziente al centro di cura ed è accompagnata da emozioni quali paura, sconforto, rabbia, preoccupazione. «La scoperta di una patologia aggressiva come questa crea angoscia e preoccupazione nelle persone che ne sono colpite e comporta per la famiglia e il caregiver un impatto molto importante - sottolinea Sergio Amadori, Ordinario di Ematologia e consigliere nazionale Ail –. Oggi lo scenario nazionale della presa in carico è di buona qualità (la sopravvivenza in Italia per molti tipi di cancro è superiore alla media europea). Il paziente nel momento in cui comincia ad avere dei sintomi che fanno sospettare una malattia del sangue viene inviato in un centro di ematologia che si preoccupa di affrontare il percorso diagnostico e terapeutico fino alla possibile guarigione o follow-up. Questo però è solo un aspetto della gestione di questi pazienti complessi, in cui il ruolo dei familiari, del caregiver, dei volontari e dei servizi territoriali diventa altrettanto importante. Naturalmente esistono alcune criticità. Non sempre, ad esempio, le strutture sono perfettamente organizzate per poter seguire l’intero percorso di cura del paziente. E questo è un punto fondamentale perché la diagnosi deve essere fatta in tempi il più rapidi possibile».Per il progetto «Leucemia Mieloide Acuta. Un viaggio da fare insieme» (realizzato con il supporto non condizionante di AbbVie), pazienti, caregiver, ematologi e volontari Ail hanno risposto a questionario online validato da un board scientifico composto da ematologi per mettere a fuoco il percorso malato e la sua qualità di vita, la gestione della patologia da parte dei clinici, i bisogni e le richieste di tutte le figure coinvolte.

Come inizia: i sintomi 

I sintomi di molti tumori del sangue sono per lo più vaghi, poco specifici e comuni a tanti disturbi, anche poco gravi: ad esempio, febbre o febbriciattola (in particolare pomeridiana o notturna), un senso di debolezza che perdura, dolori alle ossa o alle articolazioni che non regrediscono. Così, un paziente su quattro dichiara di non essersi rivolto immediatamente al medico per la difficoltà di cogliere la gravità della situazione anche a causa di sintomi che sembrano inizialmente sopportabili. Quasi il 60% si rivolge in prima battuta al medico di famiglia prima di essere indirizzato dall’ematologo. In ogni caso, entro due settimane dalla comparsa dei sintomi, l’80% dei pazienti viene preso in carico. Nella grande maggioranza dei casi (88%) l’ematologo comunica personalmente al paziente la diagnosi e ritiene molto importante il supporto che da Ail può arrivare ai malati.  «I risultati di questa indagine ci confortano nella scelta di collaborare con gli ematologi, con i medici di medicina generale e con quanti operano sul territorio - dice Giuseppe Toro, presidente nazionale Ail –. E proseguiremo con le nostre campagne di raccolta fondi per dare sostegno alla ricerca scientifica e garantire ai nostri pazienti terapie sempre più innovative ed efficaci che possano migliorare sempre di più la loro qualità di vita».

I diversi sottotipi

Il numero delle diagnosi di tumore al sangue è destinato ad aumentare insieme all’invecchiamento generale della popolazione, ma crescono anche le percentuali di guarigioni e di persone che convivono a lungo (anche diversi anni) con la neoplasia. Certo molto dipende dal tipo malattia ematologica in questione: ne esistono decine di sottotipi diversi appartenenti a tre grandi macro-gruppi: leucemie, linfomi e mielomi, che possono manifestarsi in forma acuta (più grave e aggressiva) o cronica. «Sotto il nome di leucemia mieloide acuta si riconoscono molte malattie che negli anni abbiamo imparato ad identificare grazie alla genetica e alla biologia molecolare – spiega Alessandro Rambaldi, professore di Ematologia, Dipartimento di Oncologia e Ematologia, Università di Milano e Azienda Socio-Sanitaria Territoriale Papa Giovanni XXIII di Bergamo –: per questa ragione i pazienti sono riferiti a centri o a reti organizzative che garantiscano a ciascun paziente il più profondo e completo inquadramento biologico della loro malattia. Non ci si può prendere cura di pazienti ematologici se non si hanno a disposizione i laboratori per caratterizzare queste malattie. Capire quale forma abbiamo di fronte è cruciale anche per la scelta del trattamento. A una prima valutazione dei dati clinici ed ematologici deve seguire una prima valutazione della funzione del suo midollo osseo. Questa è una diagnosi d’emergenza. Subito dopo, partono tutta una serie di indagini per la caratterizzazione immunologica e citogenetica e molecolare che possono prevedere l’evoluzione, quantificare le cellule leucemiche e scegliere la terapia più adatta». 

Le nuove terapie 

Nonostante i notevoli progressi conseguiti negli ultimi anni, i trattamenti disponibili per la cura della leucemia mieloide acuta sono ancora limitati. Dal punto di vista degli ematologi il principale bisogno (78% delle risposte) è legato proprio alla disponibilità di farmaci innovativi. «Le terapie introdotte in questi ultimi anni sono farmaci che colpiscono specifici target cellulari – dice Alessandro Maria Vannucchi, direttore dell'Ematologia dell’azienda ospedaliera Careggi e della Scuola di Specializzazione in Ematologia dell’Università di Firenze –: questo differenzia le nuove molecole dagli schemi chemioterapeutici che sono stati utilizzati finora, che peraltro continuano a rappresentare lo scheletro sostanziale del trattamento di questa neoplasia. Alcuni di questi farmaci possono essere utilizzati in associazione alla terapia convenzionale, altri possono essere utilizzati in particolari gruppi di pazienti, per esempio nei cosiddetti “unfit” cioè nei soggetti che non hanno le caratteristiche per poter tollerare una chemioterapia convenzionale; altri ancora per pazienti che hanno perso la risposta al primo trattamento o per mantenere una risposta dopo il trapianto di cellule staminali. Questa serie di nuove molecole sta modificando il panorama terapeutico attuale della neoplasia, assicurando significativi miglioramenti in termini di sopravvivenza o di assenza di recidiva della malattia, ma nessuno di questi può da solo portare a guarigione». 

Perché serve un team composto da più esperti

Dal sondaggio emerge che nella maggioranza dei casi (80%) i pazienti italiani sono seguiti da un team multidisciplinare: ematologo, infermiere, psicologo e nutrizionista sono le figure oggi più attive sul paziente. Circa il 70% di pazienti, caregiver e volontari giudicano il team multidisciplinare come un elemento estremamente importante, ma viene auspicato anche l’inserimento dell’infettivologo e del palliativista, per un’assistenza il più completa possibile. «La presenza di diversi specialisti è importante perché si tratta di un malato complesso che nel decorso della malattia può presentare diverse complicanze ed ha esigenze molto peculiari a cominciare dalla nutrizione e dal supporto psicologico – sottolinea Fabio Efficace, responsabile Studi Qualità di Vita alla Fondazione GIMEMA – . Serve agire in completa sinergia e con un coordinamento ben organizzato: dati di letteratura confermano come il team multidisciplinare abbia ripercussioni positive addirittura sulla sopravvivenza e sulla migliore qualità di vita del paziente. La comunicazione è anche un aspetto cruciale così come la rapidità con cui vengono condivisi i dati di laboratorio, le condizioni cliniche del paziente e su come accetta e affronta la malattia». 

Come migliorare la qualità di vita

Pazienti, caregiver, ematologi e volontari ritengono comunque che il livello di qualità di vita dei pazienti con leucemia mieloide acuta risulti non elevato. La gestione dell’aspetto emotivo-psicologico è ciò che secondo ematologi, pazienti e volontari impatta maggiormente sul benessere dei pazienti. Anche il caregiver ne paga chiaramente le conseguenze, in particolare per l’impegno di cui il malato necessita e per il carico emotivo che deve affrontare.  Come migliorare? Secondo gli interpellati la proposta più apprezzata riguarda servizi di assistenza domiciliare che siano in grado di dare continuità alla gestione ospedaliera del paziente, ai quali va sicuramente affiancato un supporto psicologico per aiutare malati e familiari nella gestione quotidiana della patologia e del suo impatto sulla vita delle persone interessate.

Mihajlovic: la malattia è tornata, nuovo ricovero. L’annuncio in conferenza stampa: «Mi devo fermare, ho bisogno di cure». Salvatore Riggio su Il Corriere della Sera il 26 Marzo 2022.

Il tecnico del Bologna annuncia un nuovo ricovero al Sant’Orsola per il ritorno della leucemia: «Stavolta non piango, perché conosco il percorso e gioco d’anticipo. Salterò qualche partita. Questa malattia è molto coraggiosa per aver voglia di affrontarmi ancora. Se non gli è bastata una lezione, gliene darò un’altra». 

Sinisa Mihajlovic ha annunciato in conferenza stampa sabato 26 marzo che la prossima settimana si dovrà assentare per intraprendere un nuovo percorso di cure che possa stoppare la malattia. «Devo iniziare un percorso terapeutico per evitare complicanze — ha spiegato il tecnico del Bologna —. Stavolta però non entrerò in scivolata come due anni fa, ma giocherò d’anticipo. Spero che i tempi saranno veloci, ma dovrò assentarmi alcune partite. Questa malattia è molto coraggiosa per aver voglia di affrontarmi ancora. Se non gli è bastata una lezione, io sono qui pronto a dargliene una seconda». 

LA CONFESSIONE

Mihajlovic e la leucemia: «Ho pianto e ho urlato, non ho mai perso la voglia di vivere»

Mihajlovic ha spiegato che, a differenza della prima volta nel 2019 quando annunciò di avere la leucemia, questo non è più il tempo delle lacrime: «Questa volta mi vedete più sereno perché so cosa devo fare e la situazione è molto diversa», ha detto, per poi aggiungere: «Si può cadere, ma bisogna trovare la forza per rialzarsi. All’inizio della settimana prossima sarò ricoverato in ospedale e so di essere in ottime mani. Seguirò la squadra dalla mia camera d’ospedale. Questo inizio di 2022 non è stato fortunato per la squadra, ma sono certo che i ragazzi non mi deluderanno. Io lotterò sempre insieme a loro e loro lotteranno per me. Non molleremo di un centimetro, risaliremo in classifica e tornerò qui. Voglio ringraziare il presidente e la città». Il tecnico ha concluso con una richiesta: « Rispettate il mio diritto alla privacy per il tempo che sarà necessario. Parlate di me come allenatore, ma lasciate l’uomo alle sue esigenze. Ci vediamo presto e forza Bologna».

Il 53enne tecnico serbo è arrivato al Bologna (dove aveva esordito come allenatore nel 2008) il 28 gennaio 2019 in sostituzione dell’esonerato Filippo Inzaghi, ma il 13 luglio dello stesso anno aveva annunciato di avere contratto una forma acuta di leucemia e di volersi sottoporre subito alle cure che gli avrebbero impedito di svolgere regolarmente il ruolo di allenatore. Il Bologna ha subito chiarito di volerlo aspettare per tutto il tempo necessario e il 25 agosto, mentre era ancora in cura presso l’ospedale Sant’Orsola di Bologna e dopo 44 giorni di ricovero, Mihajlovic era tornato a sorpresa a sedersi in panchina nella prima partita di campionato a Verona. Il 25 ottobre 2021 si era poi sottoposto a trapianto del midollo (donatore un giovane statunitense di 22 anni). Dimesso il 22 novembre 2019 dall’Istituto di Ematologia Seragnoli, sulla vita di Mihajlovic e della sua famiglia era tornata la serenità. «Se non ci fosse stata lei accanto a me non ce l’avrei fatta», raccontò il serbo parlando della moglie, Arianna Rapaccioni. Da allora una graduale e costante ripresa, che lo ha portato a raccontare più volte la sua esperienza trasmettendo parole di speranza anche quando nell’estate 2020 era risultato positivo al Covid durante una vacanza in Sardegna con la famiglia.

In tre stagioni col Bologna Mihajlovic ha conquistato un decimo e due dodicesimi posti, posizione che la squadra ricopre anche in questa sua quarta stagione in rossoblù. Iniziato molto bene, il campionato del Bologna ha subito a inizio anno una fase critica che ha provocato alcuni dissapori tra Mihajlovic e il presidente Joey Saputo, deluso per gli ultimi risultati e dubbioso sulla prosecuzione del rapporto. Il tecnico, che ha un contratto fino al 2023, ha sempre risposto che «l’obiettivo del Bologna non è la Champions, siamo nella posizione che ci compete».

Torna l'incubo leucemia. Ma Mihajlovic: "Le darò un'altra lezione". Marco Gentile il 26 Marzo 2022 su Il Giornale.

Sinisa Mihajlovic ha convocato una conferenza stampa a sorpresa per parlare delle sue condizioni di salute: "Dovrò assentarmi per qualche partita ma questa volta so cosa devo fare".

Sinisa Mihajlovic dovrà combattere ancora contro la leucemia. E' stato lo stesso allenatore del Bologna, con una conferenza stampa a sorpresa, ad informare sul suo stato di salute:"Dalle ultime analisi sono emersi dei campanelli d'allarme e la malattia potrebbe ritornare". La malattia fu diagnosticata a Sinisa due anni e mezzo fa e ora il tecnico dei felsinei ha spiegato che dovrà iniziare un nuovo percorso terapeutico. "Devo iniziare un percorso terapeutico per evitare complicanze ed eliminare sul nascere questa ipotesi negativa. All'inizio della settimana prossima sarò ricoverato in ospedale al Sant’Orsola nel 'programma dipartimentale terapie cellulari avanzate' diretto dalla dottoressa Francesca Bonifazi che mi ha già seguito nella fase precedente del mio percorso terapeutico. So di essere in buone mani".

Assente giustificato

Mihajlovic non sarà presente in panchina prossimamente ed è stato lui stesso ad annunciarlo ai giornalisti presenti: "Dovrò assentarmi per qualche partita. Questa volta mi vedete più sereno perché so cosa devo fare e la situazione è molto diversa. Spero che i tempi saranno veloci, ma dovrò assentarmi alcune partite. Seguirò la squadra dalla mia camera d'ospedale". La prima volta fu una botta per Sinisa che visibilmente commosso e provato per la notizia scoppiò in lacrime. Questa volta il serbo ha semplicemente voluto leggere una lettera in conferenza stampa: "Non entrerò in scivolata come due anni fa, ma giocherò d'anticipo contro questo male. Questa malattia è molto coraggiosa per aver voglia di affrontare ancora uno con me. Se non gli è bastata una lezione, io sono qui pronto a dargliene una seconda. Si può cadere, ma bisogna trovare la forza per rialzarsi".

In panchina per la salvezza

Mihajlovic conta di tornare presto a guidare il suo Bologna che ha 11 punti di margine sulla zona retrocessione ma che non sta facendo benissimo in questo 2022: "Questo inizio di 2022 non è stato fortunato per la squadra, ma sono certo che i ragazzi non mi deluderanno. Io lotterò sempre insieme a loro e loro lotteranno per me. Non molleremo di un cm, risaliremo in classifica e tornerò qui. Voglio ringraziare il presidente e la città, vi chiedo di rispettare il mio diritto alla privacy durante la terapia. Parlate dell'allenatore, ma non dell'uomo. Sempre forza Bologna", le sue parole prima di congedarsi per intraprendere una lunga e si spera vittoriosa battaglia.

Da tgcom24.mediaset.it il 25 febbraio 2022.

C'è la guerra che rimbalza sui social e nelle tv e poi c'è quella che resta ferma nella memoria ed è una ferita che fa sempre male. Sinisa Mihajlovic la guerra la conosce, l'ha vissuta nell'ex Jugoslavia e non l'ha mai dimenticata: "Ho letto una frase - dice il tecnico del Bologna alla vigilia della sfida contro la Salernitana -, che la guerra la fanno i ricchi ma sono i poveri a morire. Ricordo al mio Paese, vincemmo la Coppa dei Campioni e c’era la guerra. Quando vincemmo con la Lazio lo scudetto bombardavano. Io speravo sempre che i miei allenamenti durassero una giornata intera per non pensare alla guerra, perché tornavi a casa e vedevi, ascoltavi, guardavi alla televisione ciò che succedeva. Mi ricordo quando sentivo decollare gli aerei ad Aviano chiamavo mia madre per dire: 'Guarda, fra dieci minuti bombardano mettetevi sotto, in cantina'. Io spero solo che, da prima, la notizia della guerra non diventi presto la seconda, la terza o la quarta e dopo un mese non se ne parli più. Tutti dobbiamo dare un contributo". 

E ancora: "La guerra? Io so cosa significa", dice prima di andarsene commosso. Poi c'è il campo, una vittoria da conquistare a Salerno e una partita che ha tutta l'aria di non essere affatto semplice: "Prima di battere lo Spezia ho detto che voglio sempre vedere il lato positivo: ora che abbiamo vinto siamo a meno due dal nostro obiettivo stagionale ma domani c'è Salerno, che non è solo una città stupenda, è una squadra con una tifoseria eccezionale. 

Alla Salernitana Sabatini (al quale mi lega una grande amicizia, è una bellissima persona) ha fatto un grande lavoro in poco tempo e spero che si salvino vincendo tutte le gare tranne quella contro di noi. La Salernitana si gioca la vita, so come ci si sente in quei momenti: noi dobbiamo isolarci e concentrarci su noi stessi, sapendo che siamo più forti di loro ma non basta.  

E non dovremo sbagliare quello che io chiamo l’AIC: atteggiamento, intensità e concentrazione. Noi sappiamo qual è il nostro obiettivo, ovvero la classifica di sinistra, e sono fiducioso di poterlo raggiungere". 

Il cuore grande di Roma si stringe attorno alla famiglia Mihajlovic. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 18 Dicembre 2022.

È un saluto pieno di commozione quello che in tantissimi stanno riservando a Sinisa Mihajlovic, nella Sala Protomoteca del Campidoglio, questa mattina aperta al pubblico per l’ultimo addio all’ex calciatore ed allenatore. Centinaia di persone, dalle prime luci del mattino, si sono messe in fila per entrare nella camera ardente adornata da corone di fiori

Un fiume infinito di persone ha voluto rendere omaggio da questa mattina a Sinisa Mihajlovic. Un uomo, uno sportivo, un calciatore venuto da lontano che la Capitale su entrambe le spoglie ha accolto, conosciuto e rispettato. Un amore con Roma mai nascosto dal calciatore serbo deceduto venerdì a 53 anni dopo una grave malattia. Nella camera ardente allestita questa mattina in Campidoglio c’è la moglie Arianna Rapaccioni circondata dai cinque figli, Viktorija, Virginia, Miroslav, Dusan e Nicholas, a cui nel 2005 si è aggiunto anche Marko, nato nel 1993 da una precedente relazione del calciatore, Viktoria la mamma di Sinisa ed il fratello Drazen. 

La bara è quasi sommersa dai fiori bianchi, ai lati la famiglia non smette di fissarlo, mentre sfila il pubblico: sono arrivati i tifosi. I suoi tifosi. Tantissimi laziali, romanisti, ma anche bolognesi, interisti, fiorentini.  C’è chi  lascia un ricordo accanto alla bara: una sciarpa, uno stendardo, un oggetto del cuore. Perché Sinisa era nel cuore di tanti.  Mihajlovic ha lasciato un segno nella sua carriera da calciatore prima e da allenatore dopo. Amore e rispetto. E’ una giornata da brividi e di grandi emozioni umane.

È un saluto pieno di commozione quello che in tantissimi stanno riservando a Sinisa Mihajlovic, nella Sala Protomoteca del Campidoglio, questa mattina aperta al pubblico per l’ultimo addio all’ex calciatore ed allenatore. Centinaia di persone, dalle prime luci del mattino, si sono messe in fila per entrare nella camera ardente adornata da corone di fiori inviate dalla FIFA e dai suoi ex club come Roma e Lazio.  Sul feretro sono state deposte anche le sciarpe di Torino e Bologna. Presenti molti tifosi del Milan.

Claudio Lotito abbraccia Arianna Mihajlovic

A rendergli onore c’è una corona della Fifa e una da inviata dal presidente Infantino, il gonfalone della Lazio. Presente anche il presidente Claudio Lotito che ha consegnato ai figli le maglie della Lazio con scritto Mihajlovic. “Il ricordo che ho è di un grande amico, di un grande uomo e di un grande padre – ha detto in lacrime il presidente della Lazio all’uscita dal Campidoglio – Deve rappresentare l’esempio non solo del calciatore ma dell’uomo. Ha avuto il coraggio di portare avanti una malattia che è stata devastante. Per noi è un esempio di dignità e di forza. Non ha mai fatto trapelare nulla, ha sempre avuto il sorriso. Questo dimostra che è un grande uomo” e anticipa che la Lazio farà in nome di Sinisa: “Qualcosa faremo in suo nome. Purtroppo era ammalato ma è peggiorato tutto insieme, penseremo a iniziative per celebrare il suo nome proprio come testimonial della Lazio e del nostro mondo“.

Il presidente del Senato Ignazio La Russa saluta Arianna la vedova Mihajlovic

Anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa si è messo in fila per omaggiare il campione serbo. Il segno della croce davanti alla bara poi il saluto alla moglie Arianna e ai figli. “Mihajlovic è stato un eroe non solo in campo ma anche nella vita, lo ha dimostrato fino all’ultimo“. Queste le parole del presidente del Senato ai microfoni di Rainews24, uscendo dalla camera ardente in Campidoglio . “L’ho apprezzato come allenatore ma anche come tirava calci alla vita. Mi piace ricordare che non solo