Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

LE RELIGIONI

SECONDA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LE RELIGIONI

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli Dei.

La Superstizione.

L’Esorcismo.

Il Satanismo.

La Stregoneria.

La Cartomanzia.

L’Immacolata Concezione.

Santa Lucia.

Il Natale.

Epifania e Befana.

La Candelora.

I Riti della Settimana Santa.

I Miracoli.

I Dieci Comandamenti.

San Francesco.

San Pio.

San Gennaro.

Il Santo Graal.

Le Formule di Rito.

La Mattanza dei Cristiani.

Cristiani contro Cristiani.

Il Papa Beato.

Il Papicidio.

Il Papa Emerito.

Il Papa Comunista.

Il Papa Fascista.

La Papessa.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Santa Teresa di Calcutta.

Il Vaticano e la Comunicazione.

Il Concilio.

Il Concistoro.

Il Sinodo.

La CEI. Conferenza Episcopale Italiana.

La Pontificia Accademia per la Vita.

Le Riforme.

Comunione e Liberazione.

Comunità di Sant’Egidio.

Scandali Vaticani.

Le Donne dei Papi.

I Preti e le Suore.

Il matrimonio.

Il Vaticano e l’Aborto.

La Chiesa e gli Lgbtq.

Il Vaticano e l’Immigrazione.

Il Vaticano e l’Italia.

Le Sette.

Il Panteismo.

I Testimoni di Geova.

Scientology.

L’Ebraismo.

Lo Zoroastrismo.

L’Islam ed il Terrore.

L’Islam e le Donne.

L’Islam e la Finanza.

L’Islam ed i social.

 

 

  

 

 

LE RELIGIONI

SECONDA PARTE

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Santa Teresa di Calcutta.

Un documentario su Madre Teresa a 25 anni dalla morte. Redazione Spettacoli su La Gazzetta del Mezzogiorno il 04 Settembre 2022.

Il 5 settembre 1997 moriva Madre Teresa di Calcutta, proclamata santa nel 2016. Ma chi è stata questa donna? Una grande paladina della carità? Una coraggiosa madre dei poveri? L’autorevolezza e il carisma di questa piccola suora dal luminoso sorriso erano straordinari, come il lavoro con le sue Sorelle Missionarie della Carità a Calcutta in India e poi in tutto il mondo. A 25 anni dalla morte, Rai Cultura la ricorda con il doc «Santa Teresa di Calcutta» in onda oggi alle 19 su Rai Storia.

«La santità - diceva Madre Teresa - non è un privilegio di pochi. È un semplice dovere per voi, per me. Se vi sono poveri nel mondo è perché voi ed io non diamo abbastanza». Il documentario - firmato da Antonia Pillosio - è realizzato partendo da spunti biografici inediti suggeriti dal Cardinale Angelo Comastri, Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e Arciprete della Basilica di San Pietro, suo amico personale, dal vaticanista Saverio Gaeta, da Padre Brian Kolodiejchuk, postulatore della sua causa di beatificazione e direttore Centro Madre Teresa e da Suor Mary Prema, la nuova Superiora generale delle Missionarie della Carità. Un giorno - racconta il Cardinale Comastri - un fotografo famoso le chiese: «Madre, io vorrei cogliere i segreti di questi occhi. Perché i suoi occhi sono così felici? Io ho fotografato attori, attrici, ma non ho mai visto occhi così felici.» «La risposta della Madre fu un capolavoro: se vuole sapere il segreto è molto semplice: i miei occhi sono felici perché le mie mani asciugano tante lacrime. Faccia così anche lei». E Gaeta aggiunge: «Credo che sia una di quelle persone che tutti considerano oggi diciamo Santa, ma la considerano Santa a prescindere dal fatto religioso. È stata un modello perché ha rappresentato effettivamente quello che è il cuore dell’uomo quando vuol rispondere al bisogno degli altri».

·        Il Vaticano e la Comunicazione.

Dagonews il 5 luglio 2022.

Tra fine giugno e inizio luglio Papa Francesco ha concesso, sua sponte e senza ovviamente avvertire il cosiddetto Dicastero della Comunicazione, tre interviste importanti. La prima è stata all'agenzia argentina Telam, la seconda all'agenzia tedesca Reuter e la terza (il 26 giugno) al giornalista spagnolo Jordi Evole, molto noto in Spagna per il suo programma Salvados, che si occupa di attualità con inchieste e interviste a personaggi chiave del nostro tempo.

In Spagna, è conosciuto anche con il soprannome di "el follonero", che si traduce anche come "lunatico" oppure "piantagrane". Evole ha già intervistato Papa Francesco due volte e le interviste sono andate in onda sulla tv spagnola La Sexta. Il 26 giugno si è presentato in Vaticano con una comitiva di 10 "esclusi", compresi una transessuale e una pornodiva, e ha registrato quattro ore di televisione dove il Pontefice rispondeva liberamente alle domande che i suoi dieci interlocutori gli ponevano altrettanto liberamente. 

Il programma, diviso in quattro puntate, andrà in onda in autunno su uno dei canali news della Disney. Agli occhi di Papa Francesco, Jordi Evole ha un grande pregio: non è per nulla intimorito da quei cattolici di professione che, facendo credere agli ingenui di essere "il Vaticano" o, addirittura, di parlare "a nome del Papa", riescono a monetizzare anche gli sforzi che il Papa fa per non averli più tra i piedi.

Classico il caso del documentario "Francesco" di Evgeny Afineevsky andato in onda il 21 ottobre 2020: era un fritto misto di spezzoni dell'intervista al Papa di Valentina Alazraki per l'emittente messicana Televisa. In teoria le immagini non erano di proprietà vaticana, eppure qualcuno (tramite la rete delle strane società che producono finte esclusive e "speciali" ordinari sul Papa da rivendere a caro prezzo grazie agli "amici degli amici") è riuscito a farle uscire dalle teche vaticane perché, come si sa, nessuno può criticare chi dice di "parlare" a nome del Papa. Con Evole il giochetto non è mai riuscito e certamente non riuscirà neanche questa volta, perché mica si è un "follonero" per niente. E il Papa, certamente, gode.

Da ilsismografo.blogspot.com il 7 Luglio 2022.

(L.B., R.C. - a cura Redazione "Il sismografo") Andrea Tornielli, editorialista del Dicastero per la comunicazione, vaticanista di lunga data, ha firmato su Vatican News e sull'Osservatore Romano, martedì 5 luglio scorso, un ampio testo intitolato «Giraud sulla guerra in Ucraina: 'Negoziato, o sarà distruzione' totale». 

L'articolo-intervista nella sua apertura sottolinea: "A colloquio con il gesuita economista francese - padre Gaël Giraud - dopo le parole di Papa Francesco all’Angelus di domenica 3 luglio: “Proprio per evitare esiti disastrosi, che potrebbero portarci a un nuovo conflitto mondiale, è assolutamente necessario arrivare a una tregua e poi alla pace”.

Sotto traccia...

Questa conversazione, domande e risposte, è molto interessante e utile per capire - indagando sotto traccia - molti umori, suggestioni e opinioni che attraversano in profondità il mondo cattolico, soprattutto europeo e nordamericano, di fronte all'aggressione armata di Putin contro l'Ucraina. Questo mondo oggi, dopo 134 giorni di guerra, appare più come un arcipelago, come un luogo frantumato, abitato da disorientamenti, perplessità e interrogativi senza risposte. 

Fra tante prese di posizione, sia nelle domande che nelle risposte, alcune sono singolari come quando, per esempio p. Giraud nel suo sacco di bellicisti che vogliono la guerra trovano posto tutti, ma - attenzione! - non Putin che è all'origine del conflitto secondo lo stesso gesuita. Oppure quando Tornielli scrive che il Papa è una delle "poche voci che si è alzata in favore della pace e del negoziato".

Non è proprio così. L'elenco di persone rilevanti e autorevoli che in tutto il mondo e di tutte le religioni che hanno chiesto sempre la pace e il fine della guerra, e che hanno distinto con trasparenza l'aggressore dall'aggredito, è lunghissimo. Andrebbe ricordato inoltre che il gesuita Giraud parla a favore dell'indipendenza del Donbass e della Crimea e legittima un referendum truffaldino, e tutto ciò a pochi giorni dalle parole di mons. Paul Richard Gallagher che a nome della Santa Sede e del Papa ha difeso con fermezza e chiarezza l'integrità territoriale dell'Ucraina.

Alla fine però ciò che si presenta come del tutto insolito e inedito nei tanti decenni di storia dei media vaticani è la nota che Tornielli ha aggiunto al suo articolo pubblicato sull'Osservatore Romano e su Vatican News: "I media vaticani avviano una serie di approfondimenti sulle parole di Papa Francesco sulla guerra in Ucraina e sulle possibili soluzioni per un negoziato: gli intervistati esprimono le loro opinioni che non possono pertanto essere attribuite alla Santa Sede." 

E' sorprendente questa nota, anzi è 'storica'. Non si era mai visto che i media vaticani assumessero una simile posizione di fronte a materie discusse e discutibili, in particolare nel caso di questioni dottrinarie, eticamente sensibili o temi politici e culturali controversi. Siamo veramente di fronte a qualcosa d'indefinibile e inafferrabile, che appare un nonsenso assoluto, forse un effetto collaterale dei cambiamenti climatici.

I media vaticani hanno sempre evitato, con metodo e severità, di dare voce a ciò che era l'opposto di quanto dice il Papa, la Santa Sede, la Chiesa e la sua gerarchia o che non rientra nel pensiero o punto di vista della Santa Sede o del magistero del Vescovo di Roma. Questi media, fino ad oggi, quando hanno riferito un pensiero o punto vista contrario a quelli del Papa e della Sede Apostolica lo hanno riassunto o citato per confutarlo, non per amplificarlo o screditarlo. Questi media hanno come missione specifica e principale quello di spiegare, divulgare e rendere comprensibile l'agire e il magistero della Chiesa. Null'altro! 

Non vogliamo esperti che ci spiegano le ragioni di Putin

Ai media vaticani nessuno ha mai chiesto di essere stampa pluralista, tanto è così che lo stesso Papa Francesco in tre occasioni ha chiamato l'Osservatore Romano "il giornale del Partito", per dire con sarcasmo che è un vettore "che può sbagliare ma è sempre autorevole seppure non ufficiale". E migliaia di persone che hanno lavorato oltre 160 anni (per il giornale) e oltre 90 anni (per la radio) in questo settore della Santa Sede conoscono molto bene cosa sono e cosa non sono questi due vettori per la comunicazione del Pontefice. 

Basterebbe ricordare il caso del vice Direttore dell'Osservatore Romano, mons. Virgilio Levi, licenziato quasi in tronco, in un passaggio molto delicato della vita di Lech Walesa in occasione del dialogo tra Giovanni Paolo II e il generale Wojciech Jaruzelski (Presidente della Polonia 1989 - 1990), e che il presbitero commentò con parole che sembrarono un "ben servito" al leader sindacale polacco. Papa Giovanni Paolo II fece sapere a don Virgilio: 'Se tu lo pensi, caro Virgilio, va bene, è legittimo, nella chiesa ci sono opinioni diverse, ma l'Osservatore Romano pensa e dice quanto pensa e dice il Papa'.

Dunque affrontando la questione si sta parlando specificamente della missione e del ruolo dei vettori mediatici al servizio del ministero del Papa, della Sede Apostolica e della sua diplomazia, di ciò che è legittimamente il punto di vista e la visione della Chiesa Cattolica, a prescindere dall'essere o non essere d'accordo. 

Detto in parole povere: non aspettiamo sull'Osservatore Romano un articolo per difendere le ragioni di Putin o sul perché ha aggredito l'Ucraina. Non aspettiamo esperti 'neutrali' che dicano dalle pagine dell'Osservatore perché l'Occidente è decadente. Non vogliamo studiosi ospiti dell'Osservatore Romano che provano a convincerci che è meglio lasciar perdere e accompagnare gli ucraini verso la resa. Non vogliamo ambasciatori russi che ci spiegano e profilano la "nuova" Europa.

·        Il Concilio.

Papa Roncalli, il Concilio visto da vicino. Orazio La Rocca su La Repubblica l'1 ottobre 2022.

Concilio Vaticano II 

A sessant’anni dall’evento che ha riformato la Chiesa il nipote di Giovanni XXIII ne racconta i retroscena e le sfide

Cardinali divisi, Curia pontificia spaccata, persino il segretario papale "perplesso e contrario". Non viene accolta bene in Vaticano l'idea di Giovanni XXIII (Angelo Giuseppe Roncalli) di indire il Concilio quando lo annuncia 2 giorni dopo l'elezione al Soglio, il 28 Ottobre 1958. Segno evidente che la "voglia" di rinnovare la Chiesa gli era nata anni prima ed era sua ferma intenzione avviare il nascente Pontificato con l'immediato varo delle riforme conciliari.

·        Il Concistoro.

Da veritaeffari.it il 4 settembre 2022.  

Con quale mezzo si deve andare al Concistoro, da papa Bergoglio? È stato anche questo uno dei tanti problemi dei cardinali: per arrivare in Vaticano, con questo pontefice, non si può mica scegliere una vettura lussuosa. 

Mica si può fare come una volta, quando si scendeva da una Mercedes S nera appena uscita dal lavaggio a mano. Papa Francesco usa mezzi semplici, a cominciare dall’amata Ford Focus, ma anche la Fiat Panda a lui piace tanto: le utilitarie sono la sua passione.

E allora che si fa? In molti hanno imitato la scelta minimalista del Santo Padre, magari facendosi accompagnare da un sacerdote amico con una macchina scalcagnata, altri hanno preferito un anonimo taxi per non essere notati. 

Alcuni però non si sono persi d’animo, come chi è arrivato a bordo di una Bmw, ma sporchissima, tanto che la vernice sembrava opaca. Con una targa “Cv” molto rovinata. Sono passati i tempi del cardinale Tarcisio Bertone, che andava anche a visitare la fabbrica della Ferrari, quando c’era Luca Cordero di Montezemolo, benedicendo le fuoriserie destinate ai miliardari di tutto il mondo.

DAGOREPORT l'1 settembre 2022.  

Per parlare in modo chiesastico, si potrebbe dire “contra facta non sunt argumenta’’: contro i fatti, non servono chiacchiere. Il 29 e 30 di agosto il Papa ha riunito a Roma il concistoro, cioè il collegio dei cardinali, il “senato papale” che lo deve aiutare nel governo della Chiesa. 

Papa Francesco non aveva convocato un concistoro dal 2014 (è stato eletto nel 2013), fedele al principio che ai guai di Santa Romana Chiesa avrebbe posto rimedio lui e il suo “cerchio marcio” composto da improvvisati (e improvvisate) menti nuove e bene intenzionate.

Come previsto, questa volta i cardinali si erano presentati pronti a agguerriti con osservazioni puntute contro diversi punti della costituzione apostolica “Praedicate Evangelium”, il topolino menomato nato dalla montagna di chiacchiere con la quale, dal 2013, era stata più volte annunciata e poi rimandata. 

In concistoro il Papa non si è presentato: si è fatto vedere brevemente il pomeriggio, in un paio di “circoli linguistici”, per un breve saluto. E neanche si è presentato il vescovo Mellino che, avendo compreso che i porporati non avevano nessuna voglia di ottemperare alla sua richiesta di non fare interventi e neanche porre domande (perché rischiava di far capire a tutti che tra lui e il diritto canonico esiste una totale incomprensione) ha preferito restare chiuso in casa con il telefono spento.

C’è stato solo l’invito a depositare gli interventi scritti la cui lettura è stata rimandata alle calende greche. E sin da primo giorno, i cardinali più agguerriti non temevano di fare sentire a tutti espressioni tipo “è una pagliacciata”, “vogliono tappare la bocca ai cardinali” e altre espressioni meno riferibili.

Per accontentare il Papa che non li voleva vedere, buona parte dei porporati hanno disertato pranzo e cena nel refertorio di Santa Marta e hanno sciamato verso i ristoranti di Borgo. Persino i media vaticani (occupati a Venezia a fare finta di essere entusiasti dei film di Abel Ferrara e Gianfranco Rosi: business first, l’anno santo si avvicina) hanno volato basso nel riferire il clima dentro il concistoro.

Si sono limitati ad esibire il cardinale honduregno Maradiaga e l’italiano Lojudice (due focolarini ardenti) mentre dicevano quanto fosse stato bello potersi conoscere visto che i porporati “abitano lontano” tra loro. Nel frattempo, in rete sono apparsi gli appunti del cardinale Burke (due note) e quelli del grande storico della Chiesa e del diritto il cardinale Brandmüller. 

Qualcosa deve aver capito anche il Papa e, prima che diventi più rancoroso e vendicativo che pria, ha evitato di leggere ai cardinali l’organigramma delle nomine della sua curia romana sfascista. Intanto, dopo che l’arcivescovo di Milano ha dato il via (il suo “intermezzo” a Como il 31 agosto viene giudicato in Vaticano come arguto, sagace, umile e semplice), le altre esternazioni arriveranno, di sicuro.

Settimo Cielo di Sandro Magister, su magister.blogautore.espresso.repubblica.it il 31 agosto 2022. 

Queste sopra sono alcune righe autografe dell’intervento preparato dal cardinale Walter Brandmüller per il concistoro del 29 e 30 agosto, che non gli è stato consentito di pronunciare, pubblicato integralmente in questa pagina di Settimo Cielo.

Il concistoro vedeva riuniti i cardinali con papa Francesco. Era a porte chiuse, ma soprattutto è stato scomposto, per volere del papa, in gruppi linguistici, impedendo con ciò un dialogo diretto e tra tutti, come era in effetti avvenuto nell’ormai lontano febbraio del 2014, nell’ultimo concistoro in piena regola convocato da Francesco, in vista del sinodo sulla famiglia e sulla “vexata quaestio” della comunione ai divorziati risposati, concistoro rivelatosi talmente franco nel criticare l’impostazione voluta dal papa da indurlo a cancellare da lì in avanti convocazioni dei cardinali altrettanto libere e aperte all’ascolto.

Brandmüller, 93 anni, tedesco, una vita da storico della Chiesa e presidente dal 1998 al 2009 del pontificio comitato di scienze storiche, non è nuovo a proposte riguardanti il ruolo dei cardinali nella Chiesa cattolica. Meno di un anno fa aveva già avanzato su Settimo Cielo un’ipotesi di riforma dell’elezione dei papi a suo giudizio più consona alle origini storiche e ai fondamenti teologici del cardinalato (meno elettori e più eleggibili).

Ma in questo concistoro, l’intervento da lui preparato ha preso di mira soprattutto il rapporto che dovrebbe legare al papa i cardinali, di fatto da lui ammutoliti, all’opposto di quello che invece dovrebbe avvenire, in primo luogo sulle verità di fede e di morale.

L’intervento del cardinale Walter Brandmüller per il concistoro del 29-30 agosto 2022

La convocazione di un concistoro dopo tanto tempo motiva una riflessione sulla natura e il compito del cardinalato, soprattutto nelle circostanze attuali. Bisogna pure sottolineare che i cardinali non sono soltanto membri del conclave per l’elezione del sommo pontefice. 

I veri compiti dei cardinali, indipendentemente dalla loro età, sono formulati nei canoni 349 e seguenti del codice di diritto canonico. Vi si legge: “assistono il romano pontefice sia agendo collegialmente quando sono convocati insieme per trattare le questioni di maggiore importanza, sia come singoli, cioè nei diversi uffici ricoperti prestandogli la loro opera nella cura soprattutto quotidiana della Chiesa universale”. E al papa “prestano principalmente aiuto nei concistori” (canone 353).

Questa funzione dei cardinali anticamente trovò espressione simbolica, cerimoniale, nel rito di “aperitio oris”, di apertura della bocca. Esso significava infatti il dovere di pronunciare con franchezza la propria convinzione, il proprio consiglio, soprattutto nel concistoro. Quella franchezza – papa Francesco parla di “parresía” – che all’apostolo Paolo fu particolarmente cara. 

Per ora, purtroppo, quella franchezza viene sostituita da uno strano silenzio. Quell’altra cerimonia, della chiusura della bocca, che seguiva alla “aperitio oris”, non si riferiva alle verità di fede e di morale, ma ai segreti d’ufficio. 

Oggi però bisognerebbe sottolineare il diritto, anzi, il dovere, dei cardinali di esprimersi chiaramente con franchezza proprio quando si tratta delle verità di fede e di morale, del “bonum commune” della Chiesa. 

L’esperienza degli ultimi anni è stata tutt’altra. Nei concistori – convocati quasi solo per le cause dei santi – venivano distribuite schede per chiedere la parola, e seguivano degli interventi ovviamente spontanei su qualsiasi argomento, e basta. Non c’è stato mai un dibattito, uno scambio di argomenti su un tema preciso. Ovviamente una procedura del tutto inutile. 

Un suggerimento presentato al cardinale decano di comunicare in anticipo un tema per la discussione affinché si potessero preparare eventuali interventi rimase senza riscontro. Insomma, i concistori da almeno otto anni finivano senza qualsiasi forma di dialogo. 

Il primato del successore di Pietro, però, non esclude per niente un dialogo fraterno con i cardinali, i quali “sono tenuti all’obbligo di collaborare assiduamente col romano pontefice” (canone 356). Quanto più gravi e urgenti sono i problemi del governo pastorale, tanto più necessario è il coinvolgimento del collegio cardinalizio. 

Quando Celestino V, nel 1294, rendendosi conto delle circostanze particolari della sua elezione volle rinunciare al papato, lo fece dopo intensi colloqui e col consenso dei suoi elettori. 

Una concezione dei rapporti tra papa e cardinali del tutto diversa fu quella di Benedetto XVI,  che – caso unico nella storia – la sua rinuncia al papato, per motivi personali, la fece all’insaputa di quel collegio cardinalizio che lo aveva eletto. 

Fino a Paolo VI, che aumentò il numero degli elettori a 120, c’erano soltanto 70 elettori. Questo aumento del collegio elettorale a quasi il doppio era motivato dall’intenzione di andare incontro alla gerarchia dei paesi lontani da Roma e onorare quelle Chiese con la porpora romana. 

La conseguenza inevitabile era che venivano creati dei cardinali i quali non avevano nessuna esperienza della curia romana e perciò dei problemi del governo pastorale della Chiesa universale. 

Tutto ciò ha delle conseguenze gravi quando questi cardinali delle periferie sono chiamati all’elezione di un nuovo papa.

Molti, se non la maggioranza degli elettori, non si conoscono a vicenda. Ciononostante sono lì ad eleggere il papa, uno tra loro. È chiaro che questa situazione facilita le operazioni  di gruppi o ceti di cardinali per favorire un loro candidato. In questa situazione non si può escludere il pericolo di simonia nelle varie sue forme. 

Alla fine, mi pare che meriti una seria riflessione l’idea di limitare il diritto di voto nel conclave, per esempio, ai cardinali residenti a Roma, mentre gli altri, sempre cardinali, potrebbero condividere lo “status” dei cardinali ultraottantenni. 

Insomma, pare auspicabile che carica e competenza del collegio cardinalizio vengano aggiornate.

Consistorium Extraordinarium Cardinalium

“Incontro sulla nuova Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium”

Aula nuova del Sinodo Città del Vaticano 29-30 Agosto 2022

OSSERVAZIONI SUL RAPPORTO TRA L’UFFICIO PETRINO E IL SERVIZIO DELLA CURIA ROMANA 

Il Preambolo della Costituzione Apostolica Praedicate evangelium insiste principalmente sulla missionarietà e sinodalità della Chiesa come qualità della vita ecclesiale e sembra far derivare da questa impostazione la struttura della Curia Romana.

Si tratta di due caratteristiche conosciute, ma la loro elevazione a criteri fondamentali della Curia Romana si presta ad ambiguità e a equivoci che devono essere riconosciuti e dissipati. 

Missionarietà 

È giusto affermare che tutta la Chiesa è missionaria. Tutti i fedeli sono chiamati, secondo la loro vocazione e le loro doti personali, a dare testimonianza a Cristo nel mondo. Ma nel dare testimonianza a Cristo, i fedeli necessitano dell’incontro con Lui vivo nella Chiesa attraverso la Sacra Tradizione, che è dottrinale, liturgica e disciplinare. Necessitano buoni Pastori – il Romano Pontefice e i Vescovi in comunione con Lui, insieme con i sacerdoti, principali cooperatori dei Vescovi – che li guidino a Cristo e salvaguardino per loro la vita in Cristo, specialmente per l’insegnamento della sana dottrina.

È infatti l’insegnamento della verità che fa crescere la vita in Cristo di ogni fedele e di tutta la Chiesa. Come ci insegna San Paolo, nella Chiesa non siamo più “fanciulli in balìa delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, ingannati dagli uomini con quella astuzia che trascina all’errore”, ma “agendo secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a lui, che è il capo, Cristo” . 

Secondo il costante insegnamento della Chiesa, Cristo istituì l’ufficio Petrino perché tutti i Vescovi e, così, tutti i fedeli siano uniti nella fede . Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, dichiarò: “Affinché lo stesso episcopato fosse uno e indiviso, [Gesù Cristo] prepose agli altri apostoli il beato Pietro e in lui stabilì il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell’unità della fede e della comunione” . Così il Concilio definisce l’ufficio Petrino: “Il Romano Pontefice, quale successore di Pietro, è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli” .

La Curia Romana è lo strumento principale del Romano Pontefice nel suo servizio insostituibile alla Chiesa universale. Secondo le parole dei Padri conciliari: “Nell’esercizio del suo supremo, pieno e immediato potere sopra tutta la Chiesa, il Romano Pontefice si avvale dei dicasteri Curia Romana, che perciò compiono il loro incarico nel nome e nell’autorità di lui, a vantaggio delle chiese e al servizio dei sacri pastori” . 

Il Successore di San Pietro, tramite la Curia Romana aiuta i singoli Vescovi a compiere il loro fondamentale servizio che il Concilio descrive con queste parole: “Tutti i Vescovi, infatti, devono promuovere e difendere l’unità della fede e la disciplina comune a tutta la Chiesa, istruire i fedeli nell’amore di tutto il corpo mistico di Cristo, specialmente delle membra povere, sofferenti e di quelle che sono perseguitate a causa della giustizia (cf. Mt. 5, 10) e, infine, promuovere ogni attività comune a tutta la Chiesa, specialmente nel procurare che la fede cresca e sorga per tutti gli uomini la luce della piena verità” . 

Sinodalità 

Sinodalità, in quanto termine astratto, è un neologismo nella dottrina sulla Chiesa. È risaputo che il Concilio Vaticano II ha voluto evitare i termini astratti di conciliarità e collegialità, che non si trovano nei testi conciliari. 

La tradizione canonica conosce l’istituto del Sinodo quale strumento per dare consigli ai sacri Pastori; non si descrive la Chiesa quale sinodale ma, invece, quale comunione gerarchica. 

Il Sinodo dei Vescovi si descrive quale “un’assemblea di Vescovi i quali … si riuniscono in tempi determinati per favorire una stretta unione fra il Romano Pontefice e i Vescovi, e per prestare aiuto con i loro consigli al Romano Pontefice stesso nella salvaguardia e nell’incremento della fede e dei costumi, nell’osservanza e nel consolidamento della disciplina ecclesiastica e inoltre per studiare i problemi riguardanti l’attività della Chiesa nel mondo” .

In modo simile, il Sinodo diocesano si descrive quale “l’assemblea di sacerdoti e altri fedeli della Chiesa particolare, scelti per prestare aiuto al Vescovo diocesano in ordine al bene di tutta la comunità diocesana …”. 

La sinodalità che la Costituzione Apostolica Praedicate evangelium, citando discorsi di Papa Francesco , propone è come una qualità della Chiesa e quindi si riferisce ai diversi modi, con i quali tutti i fedeli, per la loro vocazione e con i loro doti, assistono i loro sacri Pastori ad adempire le loro responsabilità come veri maestri della fede. Tra questi modi eccelle l’istituto del sinodo: il can. 212 del Codice di Diritto Canonico provvede le norme al riguardo che disciplinano il rapporto tra i sacri Pastori e i fedeli nella comunione gerarchica della Chiesa. 

Conseguenze 

La missionarietà e la sinodalità come qualità della vita ecclesiale non cambiano la natura dell’ufficio Petrino o del servizio prestato al Successore di Pietro dalla Curia Romana quale “principio e il fondamento perpetuo e visibile dell’unità della fede e della comunione”. Infatti, presuppongono l’ufficio Petrino assistito dalla Curia Romana. Nella luce di questo, seguono delle osservazioni.

Primo. La Costituzione Apostolica insiste che la Curia Romana “è al servizio del Papa, successore di Pietro, e dei Vescovi, successori degli Apostoli” . Ma il servizio della Curia Romana è al Successore di Pietro. Servendo il Romano Pontefice, la Curia Romana serve anche i Vescovi nel loro rapporto con il Papa. 

Non è realistico domandare che la Curia Romana serva tutti i Vescovi. Infatti, essi hanno le loro proprie Curie per aiutarli nel compimento delle loro responsabilità di veri pastori. In questo, si deve mantenere chiaro il servizio distinto del Successore di Pietro.

Allo stesso tempo, definire la Curia Romana a servizio dei singoli Vescovi rischierebbe una visione mondana della Chiesa nella quale le Chiese particolari sarebbero filiali o sussidiarie della Chiesa a Roma, tutti serviti dalla stessa Curia Romana. Sarebbe una distorsione del rapporto del Successore di Pietro con i Vescovi. 

Secondo. Il termine dicastero, quale termine generico secolare, tratto dal Diritto Romano, per i vari uffici di diversa natura della Curia Romana non esprime sufficientemente l’aspetto della comunione gerarchica coinvolta nel trattamento di questioni dottrinali, liturgiche, educative, missionarie, ecc., e non esprime la reale differenza non di dignità (tutti i dicasteri sono giuridicamente pari), ma di materia e di competenza. 

Terzo. Sembra giusto restaurare in qualche forma, almeno nella prossima fase attuativa della Costituzione Apostolica, la Congregazione per la Dottrina della Fede al posto primo fra tutte le Congregazioni della Curia Romana in virtù del suo compito di “aiutare il Romano Pontefice e i Vescovi nell’annuncio del Vangelo in tutto il mondo, promuovendo e tutelando l’integrità della dottrina cattolica sulla fede e la morale, attingendo al deposito della fede e ricercandone anche una sempre più profondo intelligenza di fronte alle nuove questioni”.           

Quarto. Sarebbe importante nell’elenco delle qualità richieste negli Officiali e Consultori di mettere nel primo luogo la sana dottrina e la coerenza con la sana disciplina della Chiesa. 

Infine, nel descrivere le qualità della Chiesa universale e particolare sembra più sicuro e chiaro seguire la dottrina sui quattro attributi: una, santa, cattolica, e apostolica , invece di affidare tale funzione definitoria a termini meno adeguati o perfino meno definiti quali missionarietà e sinodalità.

 Concludo. La Costituzione Apostolica Praedicate evangelium nell’ordinare il servizio della Curia Romana deve essere in tutto ispirata dalla natura specifica dell’ufficio Petrino che è la raison-d’être della Curia Romana. Altrimenti, la mancanza di chiarezza sul servizio della Curia Romana recherà una confusione dannosa in tutta la Chiesa. Raymond Leo Card. BURKE 

DAGO-TRASCRIZIONE DEL DISCORSO DI MONS. MARIO DELPINI l'1 settembre 2022.

IL DISCORSO DI MONSIGNOR DELPINI CONTRO BERGOGLIO

Sono veramente impressionato da questa celebrazione, dalla partecipazione così corale, così festosa, dall’organizzazione, dalla presenza delle autorità, dalle forze dell’ordine, sono veramente ammirato, forse c’è ancora un margine di miglioramento sul tenere accese le candele dell’altare, per il resto sono veramente ammirato per questo. 

Mi faccio voce della conferenza episcopale lombarda, di tutte le nostre Chiese, per dirti l’augurio, l’affetto che questo evento ci ha regalato e credo un modo per intensificare il rapporto di affetto con il Santo Padre, Papa Francesco, che sceglie i cardinali perché siano collaboratori stretti, consiglieri attenti del suo servizio alla chiesa universale.

Voglio farmi voce di tutti i vescovi lombardi, anche quelli che oggi non hanno potuto esserci, per dire l’affetto al Santo Padre, la gratitudine e per augurare a te che il tuo servizio possa essere  veramente di aiuto al Santo Padre. Ci sono state anche delle persone un po’ sfacciate che si sono domandate perché il Papa non abbia scelto il Metropolita per fare il cardinale e abbia scelto invece il vescovo di Como. 

Ora, io credo che ci siano delle buone ragioni per questo, quindi naturalmente interpretare il pensiero del Santo Padre è sempre un po’ difficile. Forse vi ricordate quell’espressione altissima di una sapienza antica che diceva “ci sono tre cose che neanche il padre eterno sa. Una è quante siano le congregazioni delle suore, l’altra è quanti soldi abbiano non so quale comunità di religiosi, e l’altra è cosa pensino i gesuiti”, quindi…

Però in questa scelta, mi pare che si riveli chiaramente la sapienza del Santo Padre. Perché ha scelto il vescovo di Como per essere un suo particolare consigliere? Ho trovato almeno tre ragioni: la prima è che il Papa deve aver pensato che l’arcivescovo di Milano ha già tanto da fare, è sovraccarico di lavoro, e quindi ha detto: bisogna che lavori un po’ anche a te. Questa è una delle ragioni. La seconda probabilmente è che il papa ha pensato: quei bauscia di Milano non sanno neanche dov’è Roma, è meglio che non li coinvolga troppo nelle cose del governo della chiesa universale.

Ma forse c’è anche un terzo motivo per cui ha fatto questa scelta. Se mi ricordo bene il papa è tifoso del River, che non ha mai vinto niente, quindi forse ha pensato che quelli di Como potrebbero essere un po’ in sintonia, perché si sa che lo scudetto è a Milano. 

Però questi tre pensieri così saggi del Santo Padre dicono anche l’augurio un po’ più serio: lavora, ecco. Il Papa chiede a noi, in particolare ai cardinali, di dedicarsi senza risparmio, di lavorare per la Chiesa, di servire la Chiesa fino al sangue, una dedizione che non si risparmia.

Il secondo augurio è la Chiesa universale. Ciascuno di noi per forza di cose si concentra molto sulla sua diocesi, ma chiamarti ad essere cardinale vuol dire che questo amore per la Chiesa deve raggiungere tutti i posti, deve occuparsi di tutte le situazioni drammatiche in cui i cristiani sono perseguitati, in tutti i luoghi in cui la fede si spegne ecco, abbi a cuore la chiesa universale. 

La terza cosa che riguarda le squadre di calcio, mi pare che il papa suggerisca: tu fai il tifo per i perdenti, stai dalla parte di quelli che sono più deboli, di quelli che perdono. Questo è l’augurio che voglio farti, ti chiede di lavorare, di lavorare tanto, però ecco, vorrei concludere dicendo: se per caso Roma ti chiede di lavorare troppo, secondo me tu potresti cedermi qualche valle della tua diocesi che ti risparmia un po’ di lavoro… 

L’arcivescovo di Milano scherza con Cantoni: «Il Papa ha scelto te perché ha pensato che io avevo già tanto da fare»

Da laprovinciadicomo.it l'1 settembre 2022.

Applausi, preghiere, ma anche qualche risata. La Messa di Sant’Abbondio in Duomo, è stata anche l’occasione per un divertente intervento dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini. Che rivolgendosi al cardinale Cantoni ha detto: «Perché ha scelto te e non me come cardinale?. Uno: il Papa deve aver pensato che l’arcivescovo di Milano ha già tanto da fare; (esplosione di applausi ndr). Due: “Quei bauscia di Milano non sanno nemmeno dov’è Roma (risate ndr). Tre: il Papa è tifoso del River che non ha mai vinto niente e forse ha pensato che quelli di Como possono sentirsi in sintonia». 

Infine monsignor Delpini ha aggiunto, sempre rivolto all’amico Cantoni: «Se il Papa ti fa lavorare troppo, lascia a me qualche valle della tua diocesi che è troppo grande».

Le ironie di Delpini sul Papa e le nomine dei nuovi cardinali dividono la Chiesa. Giampiero Rossi su Il Corriere della Sera il 2 Settembre 2022 

Il caso durante il pontificale celebrato dal vescovo di Como, Oscar Cantoni, alla sua prima messa in città come cardinale fresco di nomina da parte di papa Francesco. «Battute fuori luogo». «No, è il suo stile da sempre» 

L’ennesimo scherzo da prete o la prima, neanche tanto velata, polemica nei confronti nientemeno che del Papa? Dopo un discorso dei suoi, con l’ironia portata sull’altare, l’arcivescovo Mario Delpini si ritrova al centro di una polemica che scuote gli ambienti ecclesiastici.

Forse suo malgrado, anche se qualcuno è convinto del contrario. Il fatto si consuma in un contesto solenne: il Duomo di Como, il pontificale celebrato dal vescovo della città lariana Oscar Cantoni, alla sua prima messa in città come cardinale fresco di nomina da parte di papa Francesco. «Mi faccio voce della Conferenza episcopale lombarda e di tutte le nostre chiese… Ci sono state delle persone un po’ sfacciate che si sono domandate perché il Papa non abbia scelto il metropolita per fare il cardinale e abbia scelto invece il vescovo di Como. Ora io credo che ci siano delle buone ragioni per questo», dice Delpini quando arriva il momento di rivolgere un suo saluto al nuovo cardinale. Quindi aggiunge: «Ma in questa scelta mi pare si riveli chiaramente la sapienza del Santo Padre. Perché ha scelto il vescovo di Como per essere un suo particolare consigliere? Io ho trovato almeno tre ragioni. La prima è che il Papa deve aver pensato che l’arcivescovo di Milano ha già tanto da fare, è sovraccarico di lavoro, e quindi ha detto: bisogna che lavori un po’ anche il vescovo di Como e quindi ha pensato di dare un po’ di lavoro anche a te. La seconda ragione è che probabilmente il Papa ha pensato: quei bauscia di Milano non sanno neanche dov’è Roma, quindi è meglio che non li coinvolga troppo nel governo della Chiesa. E forse c’è anche un terzo motivo. Se mi ricordo bene, il papa è tifoso del River, che non ha mai vinto niente, e forse ha pensato che quelli di Como potrebbero essere un po’ in sintonia perché si sa che lo scudetto è a Milano». Applausi e risate, dalle navate all’altare affollato da porporati.

La polemica e gli interrogativi cominciano a lievitare soltanto l’indomani, quando il video e la trascrizione del siparietto comasco dell’arcivescovo di Milano cominciano a girare negli ambienti vicini e ostili a Jorge Mario Bergoglio. «È un attacco frontale al Santo Padre perché neanche in questa occasione lo ha nominato cardinale», tambureggiano alcuni siti notoriamente attenti a qualsiasi sospiro spendibile contro il Papa. «L’ennesima performance da parroco di campagna che fa battute al termine della messa», replicano coloro che conoscono Mario Delpini. «Questo è il Mario, è sempre stato così — dice senza esitazioni e ridacchiando don Luigi Caldera, parroco di Cesano Boscone e a suo tempo compagno di seminario dell’attuale arcivescovo — a lui non è mai interessata la “carriera” ma soltanto la Chiesa e i suoi fedeli». E allo stesso modo la pensa un altro veterano come don Armando Cattaneo, già prevosto di Saronno e attualmente al lavoro sulle tematiche della Laudato sì: «Ma lui è così da sempre e soprattutto ha avuto il coraggio e la trasparenza di non far finta di non sapere che molti si ponevano qualche domanda sulla sua mancata nomina a cardinale, però l’ha affrontata a modo suo. Insomma — aggiunge il prete — se uno rimane tutto impacchettato è noioso, se solo esce un po’ dagli schemi diventa un nemico del Papa?».

Nessun commento dalla Curia, ma il clima interno della chiesa ambrosiana sembra disteso: anche tra i meno vicini a Delpini viene esclusa l’ipotesi della polemica e, anzi, viene sottolineata la parte meno rilanciata del discorso, cioè quella in cui si fa riferimento all’attenzione del Papa ai poveri e a tutti coloro che hanno più bisogno di attenzione. Ma a Roma quel discorso è stato notato, e non manca chi fa notare l’inopportunità comunicativa, considerando il contesto solenne, cioè un pontificale nel giorno di Sant’Abbondio, che per Como è equivalente al Sant’Ambrogio milanese. E poi, puntualizzano i preti più pignoli, il Papa ha sempre dichiarato il suo tifo per il San Lorenzo, non per il River Plate.

L'arcivescovo di Milano Delpini (ancora senza porpora) e l'ironia sulla nomina a cardinale di Cantoni: "Nessuno sa cosa pensano i gesuiti". Lucia Landoni su La Repubblica l'1 Settembre 2022 

Delpini, che non ha mai ricevuto la porpora, partecipa a una celebrazione a Como. E va a briglia sciolta: "Probabilmente il Papa ha pensato: quei 'bauscia' di Milano non sanno neanche dov'è Roma, meglio non coinvolgerli troppo nel governo della Chiesa universale"

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Un'ironia piuttosto graffiante sull'imperscrutabilità delle decisioni di Papa Francesco - nonché sulle sue opinioni calcistiche - ma anche una frecciata non troppo velata sul fatto che il suo incarico comporti più responsabilità di quelle dei "colleghi" di altre diocesi. E persino una rispolverata all'eterna rivalità tra Milano e Roma: non si è fatto mancare nulla l'arcivescovo di Milano Mario Delpini nell'intervento tenuto ieri dal pulpito del Duomo di Como durante la messa per il patrono cittadino Sant'Abbondio, la prima celebrata dal neo cardinale Oscar Cantoni, vescovo della Diocesi comasca dal 2016.

Proprio sulla recente nomina decisa da papa Bergoglio si è soffermato Delpini - come si vede nel video di Espansione Tv -, che non ha invece mai ottenuto la porpora: "Mi faccio voce della Conferenza episcopale lombarda e di tutte le nostre chiese. Ci sono state delle persone un po' sfacciate che si sono domandate perché il papa non abbia scelto il metropolita (Delpini, ndr) per fare il cardinale e abbia scelto invece il vescovo di Como - ha esordito - Ora, io credo che ci siano delle buone ragioni per questo. Naturalmente interpretare il pensiero del Santo Padre è sempre un po' difficile". Ed ecco la prima uscita ironica: "Forse vi ricordate quell'espressione altissima di una sapienza antica che diceva che tre sono le cose che neanche il Padreterno sa: una è quante siano le congregazioni delle suore, l'altra è quanti soldi abbia non so quale comunità di religiosi e la terza è che cosa pensino i Gesuiti".

Appurato questo - pur garantendo che "in questa scelta mi pare si riveli chiaramente la sapienza del Santo Padre" - l'arcivescovo milanese ha proseguito a briglia sciolta, illustrando quelle che secondo lui sarebbero le motivazioni di una nomina che i vertici della Curia milanese sembrano aver accolto con una certa sorpresa, nonostante Bergoglio abbia da sempre un preciso occhio di riguardo alle "diocesi minori" quando si tratta di concedere la porpora cardinalizia. "Perché ha scelto il vescovo di Como per essere un suo particolare consigliere? - ha proseguito dal pulpito, rivolgendosi a Cantoni - Io ho trovato almeno tre ragioni. La prima è che il papa deve aver pensato che l'arcivescovo di Milano ha già tanto da fare, è sovraccarico di lavoro, e quindi ha detto: bisogna che lavori un po' anche il vescovo di Como e quindi ha pensato di dare un po' di lavoro anche a te".

Ecco poi la mai risolta diatriba tra capitale reale e capitale morale del Paese: "La seconda ragione è che probabilmente il Papa ha pensato: quei 'bauscia' di Milano non sanno neanche dov'è Roma, quindi è meglio che non li coinvolga troppo nel governo della Chiesa universale". Per finire con una spruzzata di sfottò calcistico - che in Italia non guasta mai, nemmeno quando si affrontano gli argomenti apparentemente più seri - facendo notare che "se mi ricordo bene, il papa è tifoso del River, che non ha mai vinto niente, e forse ha pensato che quelli di Como potrebbero essere un po' in sintonia, perché si sa che lo scudetto è a Milano". E poco importa che in realtà Papa Francesco sia un tifoso della squadra del San Lorenzo, il concetto è passato forte e chiaro, creando un certo scompiglio tra i fedeli presenti in chiesa e poi sui social network, dove qualcuno ha definito l'uscita di Delpini "una sceneggiata rancorosa, invidiosa e acida".

D'altronde a Milano è risaputo che l'arcivescovo ama molto l'umorismo: non a caso lo scorso dicembre ha inserito una barzelletta nel discorso di Sant'Ambrogio alla città, cosa che nessuno dei suoi predecessori aveva mai fatto. E chi lo conosce bene ricorda il rapporto di grande stima e affetto che lo lega a Oscar Cantoni: forse proprio in virtù della loro amicizia di lunga data, Delpini si è preso qualche libertà in più.

Estratto da ilfattoquotidiano.it il 6 settembre 2022.  

Tra i cardinali nominati nei giorni scorsi da Papa Francesco c’è anche monsignor Oscar Cantoni, il vescovo che a capo della Chiesa di Crema, non fece dimettere dallo stato clericale, don Mauro Inzoli, il sacerdote di Comunione Liberazione, amico di Roberto Formigoni, condannato in Cassazione a quattro anni, sette mesi e dieci giorni di reclusione, per pedofilia.

A ritornare su questa vicenda è il blog “Silere non possum”, fondato nel marzo 2021 da Marco Felipe Perfetti, considerato dai vertici del Vaticano “iper tradizionalista” che ha pubblicato copia degli atti del procedimento penale amministrativo della Congregazione per la Dottrina della Fede da dove si evince che don Inzoli fu, in un primo momento, “graziato” da parte del suo vescovo Oscar Cantoni.

Nella vicenda del prete presidente del Banco Alimentare, da tutti conosciuto come “don Mercedes” a causa della sua passione per le auto di grossa cilindrata, il neo cardinale ha avuto un ruolo chiave. Nel documento pubblicato da “Silere non possum” si legge che “il 21 luglio 2011 questo Dicastero affidò al Vescovo di Crema, quale proprio Delegato, il compito di svolgere un processo penale amministrativo ex can. 1720 CIC nei confronti del chierico. Nell’istruttoria furono raccolte le denunce di undici minori maschi, due minori femmine ed emersero gli indizi di possibili abusi su altri sette minori”. 

Fatti non contestati dal parroco della Santissima Trinità in Crema: “Vista la parziale confessione dei fatti addebitati da parte del reo e la sua impossibilità di presentare elementi a proprio discolpa, nonché considerate la gravità e imputabilità dei delitti, che, manifestando una strategia diuturna e costante, per quanto influenzata dalla struttura psicologica della persona, era chiaramente riferibie a dolo”, dice la documentazione.

Di fronte a tutto ciò che fece l’attuale vescovo di Como? “Dopo essersi consultato con i propri assessori – ritenne raggiunta la necessaria certezza morale circa il compimento degli abusi” e il 25 agosto 2012, con un decreto condannò Inzoli ad una pena di soli cinque anni senza alcuna riduzione dello stato clericale. 

Anzi gli impose di vivere fuori dalla Diocesi di Crema, gli tolse ogni impegno pastorale e gli impose la celebrazione della Santa Messa in privato. Nulla di più. […]

L'arcivescovo di Milano e la frecciata al Papa: "Non siamo dei bauscia". Delpini e il nuovo cardinale creato a Como: "Forse tifa per una squadra di perdenti..." Fabio Marchese Ragona il 2 Settembre 2022 su Il Giornale.

Gli hanno dato malignamente del «rosicone», che a tutti i costi voleva togliersi un sassolino dalla scarpa per non avere avuto dal Papa la berretta cardinalizia, andata invece al vescovo di Como. Monsignor Mario Delpini, l'arcivescovo di Milano, in realtà ha sfoggiato la sua solita ironia e utilizzando qualche battuta graffiante sulla scelta di Bergoglio, ha voluto dare una risposta a chi in questi mesi ha continuato a chiedere: «Ma perché il Papa ha fatto cardinale il vescovo di Como e non l'arcivescovo di Milano?». Domanda che si è ripetuta nel tempo, con insistenza, soprattutto tra i banchi delle parrocchie ambrosiane. «Don, ma perché il Papa non ci dà ancora un cardinale?» «Padre, perché il Papa ha scelto Como e non Milano?». E così, due sere fa, è arrivata la risposta del diretto interessato, al termine della messa presieduta dal neo porporato, Oscar Cantoni, nella cattedrale di Como per la festa di sant'Abbondio, patrono della città.

Quando monsignor Delpini ha preso la parola, davanti ai fedeli e ai vescovi e cardinali della Lombardia, nessuno avrebbe immaginato che l'arcivescovo, già braccio destro del cardinale Angelo Scola quando era alla guida della diocesi più grande d'Europa, avrebbe scherzato su quel tema: «Ci sono state delle persone un po' sfacciate», ha detto Delpini, «che si sono domandate perché il Papa non abbia scelto il metropolita per fare il cardinale e abbia scelto, invece, il vescovo di Como. Ora io credo che ci siano delle buone ragioni per questo. Interpretare il pensiero del Santo Padre è sempre un po' difficile», ha aggiunto, «perché forse vi ricordate quell'espressione altissima di una sapienza antica che diceva: Ci sono tre cose che neanche il Padre Eterno sa: una è quante siano le congregazioni delle suore, l'altra è quanti soldi abbiano non so quale comunità di religiosi, e l'altra è cosa pensino i gesuiti!. Dopo i sorrisi del pubblico, l'arcivescovo ha rincarato la dose: Io ho trovato almeno tre ragioni per la scelta del Papa: la prima è che il Santo Padre deve aver pensato che l'arcivescovo di Milano è sovraccarico di lavoro. La seconda è che probabilmente il Papa ha pensato: Quei bauscia di Milano non sanno neanche dov'è Roma, quindi è meglio che non li coinvolga troppo nelle cose del governo della Chiesa Universale. Il terzo motivo forse è che il Papa è tifoso del River (in realtà è la squadra del San Lorenzo, ndr), che non ha mai vinto niente, e quindi ha pensato che quelli di Como potrebbero essere anche un po' in sintonia perché si sa che lo scudetto è a Milano». Il video con il discorso dell'arcivescovo è diventato virale sui social e qualcuno ha definito le parole di Delpini «irriverenti» nei confronti di Francesco. Tanto che, ieri in serata, arriva il post di Don Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova molto vicino a Papa Francesco: «Un arcivescovo, quello di Milano, che sbeffeggia in pubblico il Papa e un confratello perché la sede è ancora senza porpora era qualcosa che ancora ci mancava alla collezione». In realtà, chi conosce «don Mario», invece, non si è sorpreso o scandalizzato, sapendo che le battute sarcastiche sono il suo forte: «Era chiaramente ironia, non c'è niente contro il Papa, figuriamoci! Era solo un modo per buttarla sul ridere, per sdrammatizzare un po', dopo tutti quei pettegolezzi sulla porpora che non è arrivata», fa sapere un collaboratore della curia ambrosiana. Ormai è risaputo che Francesco, per la creazione dei nuovi cardinali, non tiene più conto delle sedi di fama storica, tradizionalmente cardinalizie, come appunto Milano. «Non è la storia che nomina i cardinali, ma il Papa», è stata la risposta che Francesco ha dato a un porporato che gli chiedeva conto di questa scelta che premia principalmente le piccole diocesi.

DELPINI DOPO LE BATTUTE SU PAPA FRANCESCO: «CRITICATO PER LA MIA IRONIA, VOGLIONO UNA CHIESA NOIOSA». Giampiero Rossi per corriere.it il 10 settembre 2022.

Il futuro come uno spaventoso «accumularsi di minacce». Il linguaggio appesantito dalla «lamentazione», mentre l’ironia sembra quasi «proibita». In mezzo a tutto ciò, tuttavia, continua a germogliare «l’impegno per il bene comune». Dal suo osservatorio milanese, l’arcivescovo Mario Delpini segnala che ci sono alcuni aspetti della nostra convivenza che «segnano tutta la società occidentale». 

Eccellenza, due giorni fa ha inaugurato l’anno pastorale ambrosiano. Con quali auspici?

«La chiesa è una comunità che vuole seminare speranza nei giorni facili e in quelli difficili. Quindi il mio auspicio è che sappiamo conservare passione nella vita di tutti e che in questa vita continui a rivelarsi la gloria di Dio»

Lei è impegnato in un giro all’interno della diocesi più grande del mondo: che impressioni ne sta ricavando?

«Trovo molte conferme della mia convinzione che Milano sia una realtà meravigliosa, ricca di persone e opere di eccellenza: ovunque trovo tanta gente impegnata a rendere più abitabile la città, a rendere meno insopportabili i problemi. Però noto anche un’altra cosa: una volta qui si parlava il dialetto milanese, adesso la lingua più parlata mi sembra quella della lamentazione. Insomma, un’ eccellenza economica, culturale e sociale che finisce per parlare un linguaggio un po’ depresso». 

Un altro effetto degli anni della pandemia?

«Non mi pare che già prima fosse abituale un’arte del “parlare per fare del bene”, che dovrebbe essere il criterio dell’agire umano in quanto tale. Da tempo ho l’impressione che si parli senza pensare se ciò che si dice fa del bene o no. Anche il dibattito politico, il linguaggio sportivo, la chiacchiera di strada ricadono spesso nella lamentazione e coprono di grigio anche lo splendore». 

A proposito di linguaggio. Lei stesso, a distanza di una settimana, ha voluto chiarire pubblicamente il senso delle sue battute nel Duomo di Como, dopo tante ipotesi, critiche e illazioni.

«Da questa vicenda traggo l’idea che l’ironia sia quasi proibita, che in questo contesto mediatico bisogna essere seri, parlare il meno possibile e soprattutto annoiare. Perché se uno fa una battuta in pubblico si scatena tutto questo. Evidentemente i media si aspettano che la chiesa parli sempre in modo noioso. Dopodiché sono del tutto d’accordo col Papa, ne condivido le scelte e i criteri, e non vedo alcuno smacco se una città ha un vescovo che non è cardinale». 

Ma lei continuerà a usare l’ironia?

«Farò come sono capace di fare, in fondo volevo solo fare gli auguri a un amico». 

La sua proposta pastorale («Kyrie, Alleluia, Amen – Pregare per vivere, nella Chiesa come discepoli di Gesù») suona come un invito alla preghiera rivolto soltanto ai cattolici...

«Credo che il vescovo, cioè la chiesa, con la propria presenza debba cercare di interpretare i bisogni dell’umano e provare a dare una risposta cristiana. E questo tema della preghiera, in realtà, non si rivolge soltanto ai cattolici che frequentano la chiesa, perché colgo un bisogno di spiritualità molto più diffuso, sebbene in certi casi si caratterizzi per il suo egocentrismo: “Ho bisogno di spiritualità per stare bene con me stesso”. In ogni caso anche questa domanda di qualcosa di non solo materiale e relazionale ma anche spirituale significa qualcosa. È uno spazio al quale io come vescovo posso anzi devo rivolgermi. A quella persona dico: io ho una parola da offrirti su questo tuo bisogno di spiritualità». 

Com’è cambiato il mondo in questi cinque anni del suo mandato di arcivescovo di Milano?

«La città e tutto il Paese hanno reagito con molta energia ai problemi che si sono presentati. Tuttavia la pandemia ha fatto emergere con maggiore criticità i problemi cronici: la solitudine, soprattutto degli anziani, l’emergenza educativa in alcuni quartieri. 

E in questi cinque anni mi sembra si sia confermata una domanda che non ha avuto risposta: c’è una terra promessa verso la quale vale la pena mettersi in cammino? Ecco, questa domanda di speranza viene quasi censurata come imbarazzante, e questo tratto segna Milano e tutta la civiltà occidentale che non guarda più al futuro come a una terra promessa ma come a un accumularsi di minacce». 

Cosa si aspetta dalla politica dopo il 25 settembre?

«Mi aspetto alcune virtù: la lungimiranza, cioè non soltanto tamponare emergenze ma un percorso per il futuro del Paese e dell’Europa; la fierezza, cioè la consapevolezza che ce la possiamo fare, che siamo capaci di affrontare i problemi, quindi servono competenze ma anche un atteggiamento sano; la resistenza, perché l’impegno politico può essere logorante sotto il ricatto della popolarità e del malcontento. Aggiungerei anche la gentilezza: l’aggressività non è inevitabile». 

DELPINI E LE SCUSE AL PAPA "VOLEVO ESSERE SPIRITOSO NON MI SONO FATTO CAPIRE". Miriam Romano per “la Repubblica – ed. Milano” il 10 settembre 2022.  

Mario Delpini chiude l'incidente diplomatico che lo ha visto protagonista nei giorni scorsi, per le battute pronunciate dopo la scelta di papa Francesco di nominare cardinale il vescovo di Como, Oscar Cantoni, ma non lui stesso. «Mi scuso perché non mi sono fatto capire, cercherò di non usare più il genere letterario dell'ironia», dice ora Delpini, che da monsignore guida la Diocesi di Milano che è anche la più estesa del mondo.

A molti sui social le frasi pronunciate durante la messa del 31 agosto nel Duomo di Como erano sembrate persino offensive nei confronti del Papa.

«Probabilmente il Santo Padre avrà pensato: quei bauscia di Milano non sanno neanche dov' è Roma, quindi è meglio che non li coinvolga troppo nelle cose del governo della Chiesa universale » , era stata la battuta. 

«Cercavo di essere spiritoso», è il chiarimento pronunciato ora in Duomo nella Messa di apertura dell'anno pastorale. E poi: « La prima cosa che penso è che sono contento che Oscar sia diventato cardinale e penso che possa dare buoni consigli al Papa. Il secondo punto è che io non desidero diventare cardinale, non mi sentirei proprio a mio agio. E terzo punto è che la Chiesa di Milano non è diminuita nel suo prestigio e nella sua bellezza perché il vescovo non è cardinale. Sono d'accordo con il Papa, penso faccia bene a fare delle scelte e usare criteri che lui ritiene opportuno». 

Strappa un sorriso alla platea dei fedeli, Delpini, quando aggiunge che «devo chiedere scusa al Papa non perché dissento da quello che fa. Ma perché non sono esperto del campionato di calcio dell'Argentina. Ho attribuito al Papa di fare il tifo per una squadra. Si sa: gli argentini su questo sono un po' suscettibili. Il Papa tifa per il San Lorenzo e devo chiedere scusa per questa confusione». Con uno sfottò calcistico, infatti, l'arcivescovo aveva attribuito al Papa il tifo per la squadra argentina del River Plate. 

La crisi energetica, la guerra in Ucraina e anche un riferimento alle imminenti elezioni politiche. L'omelia dell'arcivescovo Mario Delpini non ha lasciato indietro nessun tema d'attualità. La navata centrale del Duomo piena di fedeli fino in fondo, undici seminaristi ammessi al percorso per il sacerdozio e otto laici candidati a diventare diaconi.

La Messa di apertura del nuovo anno pastorale, celebrata ieri mattina in Duomo, come ogni 8 settembre (festa della Natività della Beata Vergine Maria), non è stata scandita solo dal tradizionale " programma", la cosiddetta Proposta pastorale, che quest' anno è già stata pubblicata a giugno con il titolo " Kyrie, Alleluia, Amen - Pregare per vivere, nella Chiesa come discepoli di Gesù", per consentire a parrocchie, comunità pastorali e decanati di definire attività e programmi del nuovo anno. 

La celebrazione, invece, ha toccato tutti i fedeli. « Celebriamo l'alleanza con Dio - ha sottolineato Delpini durante la sua omelia - non come un rito che si esaurisce tra le mura delle nostre chiese, ma come il principio di una missione. Vogliamo essere cittadini responsabili, attivi, pensosi, intraprendenti per il bene comune » . Un attivismo anche politico. «Saremo presenti nei partiti politici, nelle amministrazioni comunali, nelle responsabilità economiche non come gente che cerca potere e vantaggi di parte, ma come gente che vuole servire il bene comune».

Clarida Salvatori per corriere.it il 28 agosto 2022.

La Perdonanza Celestiniana quest’anno ha un ospite d’onore: Papa Francesco. Come primo appuntamento il pontefice, arrivato nella mattinata non senza difficoltà a causa della nebbia fitta che ha inizialmente impedito l’atterraggio all’elicottero partito da Roma e giunto allo stadio «Gran Sasso», nella zona est dell’Aquila, ha fissato un incontro con i parenti delle 309 vittime del terremoto (magnitudo 5,8) che nella notte del 9 aprile del 2009 distrusse la città. 

«È stata una emozione molto forte - ha raccontato al termine il chirurgo aquilano Vincenzo Vittorini, dell’associazione vittime del terremoto, che ha perso la moglie e un figlio -. La memoria è fatta sia di cose belle che di brutte. In tal senso, noi siamo da 13 anni sentinelle della memoria affinché non accadano più certi eventi negativi, come la mancanza di prevenzione e sicurezza. Non dobbiamo dimenticare. Se sì dimentica non c’è futuro. Da 13 anni ci battiamo per questo».

Seduto sulla sedie a rotelle prima e sorretto da un bastone poi, con il caschetto di protezione ben calzato sulla testa, Bergoglio ha visitato la Cattedrale di San Massimo, ancora inagibile per le conseguenze del sisma, e ha parlato ai fedeli raccolti nella piazza principale del capoluogo abruzzese. Ha poi percorso, a bordo della Papamobile, le principali strade del centro storico salutando le tante persone accorse per vederlo da dietro le transenne, e alle 10 è arrivato alla Basilica di Santa Maria di Collemaggio, dove sono custodite le spoglie di Papa Celestino Ve dove ha presieduto l’Angelus.

«Che L’Aquila sia davvero capitale di perdono, di pace e di riconciliazione - le parole pronunciate da Bergoglio nel sagrato -. Erroneamente ricordiamo la figura di Celestino V come “colui che fece il gran rifiuto”, secondo l’espressione di Dante nella Divina Commedia. Ma Celestino V non è stato l’uomo del “no”, è stato l’uomo del “sì”. Infatti, non esiste altro modo di realizzare la volontà di Dio che assumendo la forza degli umili. Proprio perché sono tali, gli umili appaiono agli occhi degli uomini deboli e perdenti, ma in realtà sono i veri vincitori, perché sono gli unici che confidano completamente nel Signore e conoscono la sua volontà».

Primo Pontefice nella storia della tradizionale celebrazione aquilana, giunta alla 728sima edizione, Papa Francesco, dopo diversi minuti in raccoglimento sulla sedia a rotelle, ha praticato il rito dell’apertura della Porta santa, bussando tre volte, con il ramo d’ulivo del Getsemani, sull’anta del portale nel lato sinistro. Da questo momento e fino alla sua chiusura, ai pellegrini che vi passeranno sotto verrà concessa l’indulgenza plenaria.

La sua visita ha richiesto un’organizzazione diversa da quella messa in campo negli anni passati. In occasione della visita pastorale del Papa è stato infatti anticipato al 23 - anziché svolgersi il 28 di agosto - il tradizionale corto della Bolla. In cui la Dama e il Giovin signore in abiti tradizionali scortano, dal palazzo del Comune fino a Collemaggio, la Bolla ovvero la pergamena con l’indulgenza plenaria che papa Celestino V donò alla città e al mondo. Introdotto il numero chiuso, ai soli possessori del ticket, per i posti a sedere in piazza Duomo e nel piazzale di Collemaggio. Tutti gli altri fedeli hanno salutato il pontefice durante il tragitto nelle strade del centro storico della città.

La preghiera di Francesco sulla tomba di Celestino (e altre voci di dimissioni). Bergoglio apre la porta santa di Collemaggio. L'omelia per allontanare l'ipotesi di rinuncia. Fabio Marchese Ragona il 29 Agosto 2022 su Il Giornale.  

Un gesto che rimarrà nella storia, mai nessun Papa aveva aperto la porta santa della Basilica di Santa Maria di Collemaggio dove riposa Celestino V, il Pontefice che nel 1294 rinunciò al pontificato. Pietro da Morrone, questo il suo nome, prima di compiere il passo indietro, decise di concedere l'indulgenza plenaria perpetua a chi avesse attraversato quella porta, in ricordo della sua incoronazione al soglio pontificio proprio all'interno della basilica aquilana. Un rito che continua da 728 anni, sempre negli ultimi giorni di agosto, e che ieri è stato compiuto anche da Papa Francesco.

Seduto in carrozzina, Bergoglio, davanti a quel portone sbarrato, ha seguito le litanie dei santi e, dopo aver compiuto l'antico rituale, è entrato in basilica per pregare davanti alle spoglie di Celestino V, sotto gli occhi di milioni di fedeli, alcuni convinti (e qualcuno a dire il vero anche malignamente speranzoso) che quel momento potesse essere un preludio alle dimissioni. Un gesto che per molti ha richiamato alla memoria la preghiera di Benedetto XVI davanti alle spoglie di Pietro da Morrone, compiuta nell'aprile del 2009, qualche settimana dopo il terremoto che distrusse la città. Ratzinger, che aveva raggiunto il capoluogo abruzzese per manifestare vicinanza alla popolazione ferita, in quell'occasione depose sulla teca un suo vecchio pallio, ancora oggi conservato all'interno dell'urna. Un gesto visto da molti come un segno profetico delle dimissioni, annunciate poi nel febbraio 2013 ma su cui Benedetto aveva già iniziato a riflettere nell'aprile dell'anno prima. Anche per Francesco, soprattutto i giornali d'oltreoceano, avevano ipotizzato quindi che la visita a L'Aquila potesse anticipare qualche decisione clamorosa: le dimissioni, insomma, sulla scia di Benedetto, incontrato al monastero Mater Ecclesiae insieme ai venti nuovi cardinali, alla vigilia della trasferta aquilana. Bergoglio ha bollato questa ipotesi come semplice «coincidenza», assicurando, in più occasioni durante alcune interviste, che l'idea di lasciare il pontificato non gli è mai balenata per la testa. Potrebbe accadere in futuro, ha spiegato, «se le mie condizioni di salute rendessero impossibile andare avanti». Non è un caso che nel corso dell'omelia a L'Aquila, Francesco abbia ribaltato completamente l'immagine che si è sempre avuta di Pietro da Morrone: «Erroneamente - ha detto il Papa - ricordiamo la figura di Celestino V come colui che fece il gran rifiuto, secondo l'espressione di Dante nella Divina Commedia; ma Celestino V non è stato l'uomo del no, è stato l'uomo del sì». Infatti, ha continuato Francesco, «non esiste altro modo di realizzare la volontà di Dio che assumendo la forza degli umili, non ce n'è un altro. Proprio perché sono tali, gli umili appaiono agli occhi degli uomini deboli e perdenti, ma in realtà sono i veri vincitori, perché sono gli unici che confidano completamente nel Signore e conoscono la sua volontà».

Vincitori proprio come Benedetto XVI, «il Papa umile», così come lo ha più volte ribattezzato Bergoglio, ricordando quella scelta rivoluzionaria che ha cambiato la storia della Chiesa. Una «correzione» a Dante che sembra anche allontanare ogni legame tra la visita a L'Aquila del Pontefice e il tema delle dimissioni papali: come confermato anche da numerosi cardinali a lui vicini e presenti in questi giorni a Roma, la rinuncia non è, infatti, nei pensieri del Papa, deciso invece a entrare adesso in una nuova fase del pontificato.

Bergoglio crea nuovi cardinali. E prepara una sorpresa. Ieri il Concistoro con il quale Francesco guarda verso l'Asia. I neoporporati hanno incontrato anche Benedetto XVI. Nico Spuntoni il 28 Agosto 2022 su Il Giornale.

Usque ad effusionem sanguinis, recita la formula latina con cui il Papa crea i nuovi cardinali, inginocchiati di fronte a lui. Sino a versare il proprio sangue. Non un'iperbole in un tempo in cui un cristiano su otto nel mondo viene perseguitato e si assiste sempre più spesso a scene di sacerdoti uccisi e vescovi imprigionati. Ieri nella Basilica di San Pietro la formula è risuonata diciannove volte, tante quante le berrette rosse consegnate da Francesco. L'indirizzo di saluto è toccato al neocardinale Arthur Roche, prefetto del Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. "Prendiamo forza da lei, Santità, dalla sua testimonianza, dal suo spirito di servizio e dal suo appello alla Chiesa intera a seguire il Signore con maggiore fedeltà", ha detto il prelato britannico prima di ricevere per primo dalle mani del pontefice l'anello e la pergamena con la nomina.

C'è grande attenzione all'Asia nell''infornata' di porpore fatta ieri dopo l'annuncio di fine maggio: ci sono due indiani tra cui l'arcivescovo di Hyderabad, Anthony Poola che diventa il primo dalit - i cosiddetti "fuori casta" - della storia in rosso; poi William Seng Chye Goh e Virgilio do Carmo da Silva, i primi cardinali rispettivamente di Singapore e di Timor Est. Ma anche Giorgio Marengo, il più giovane del Sacro Collegio con i suoi 48 anni, pur essendo originario di Cuneo è soprattutto il prefetto apostolico di Ulan Bator e missionario in Mongolia da vent'anni.

Il Papa, dunque, guarda ad est e lo fa capire anche nella sua omelia quando cita due esempi per i neocardinali: Agostino Casaroli, il segretario di Stato di Wojtyla che è entrato nella storia per aver continuato la cosiddetta Ostpolitik vaticana nei confronti degli Stati dell'est europeo e della Chiesa ortodossa. Bergoglio ha elogiato il prelato morto nel 1998 per il "suo sguardo aperto ad assecondare, con dialogo sapiente, i nuovi orizzonti dell'Europa dopo la guerra fredda e Dio non voglia - ha aggiunto - che la miopia umana chiuda di nuovo quegli orizzonti che lui ha aperto!". Un riferimento abbastanza evidente a quanto accade in Ucraina e forse anche una risposta a chi, in questi giorni, lo ha accusato di essere troppo indulgente con la Russia dopo le parole di pietà nei confronti di Darya Dugina.

Accanto a Casaroli, Francesco ha citato anche il cardinale vietnamita François-Xavier Nguyên Van Thuán incarcerato per tredici anni dal regime comunista e del quale ha ricordato quel "fuoco dell'amore di Cristo" che lo animava "a prendersi cura dell'anima del carceriere che vigilava sulla porta della sua cella".

La Basilica San Pietro, a differenza degli ultimi Concistori, era piena di membri del Sacro Collegio arrivati a Roma per partecipare alla riunione sulla riforma della Curia convocata da Francesco lunedì 29 e martedì 30 agosto. Dopo la pandemia, i cardinali hanno avuto la possibilità di rivedere e confrontarsi con i loro confratelli. Ma nessun pronostico con i giornalisti per quanto riguarda la riunione: in queste ore si stanno susseguendo una serie di indiscrezioni che vorrebbero il tema della regolamentazione della rinuncia papale al centro dell'incontro voluto da Francesco. Secondo diverse fonti, potrebbe essere vicina la codificazione dello status di vescovo di Roma emerito con la possibile abolizione della figura del papa emerito per il futuro.

E a proposito di ciò, come da consuetudine, ieri i nuovi cardinali sono stati ricevuti al monastero Mater Ecclesiae ed hanno incontrato Benedetto XVI in compagnia di Francesco e del prefetto della Casa Pontificia, monsignor Georg Gänswein. Assente al Monastero così come in Basilica monsignor Richard Kuuia Baawobr: il vescovo di Wa non ha ricevuto la berretta rossa perché si è sentito male appena atterrato a Roma. Francesco ha spiegato nel suo discorso a San Pietro che il neoporporato ha subìto un intervento ed è ricoverato.

Da Ansa il 28 agosto 2022.

A dieci anni dalla morte del cardinale Carlo Maria Martini (Torino 1927 - Gallarate 2012), che ricorre il prossimo 31 agosto, di lui restano il ricordo di un protagonista indiscusso della storia della Chiesa italiana degli ultimi quarant'anni, l'eredità della sua intensissima attività di raffinato teologo e insigne biblista, la memoria della sua figura carismatica di vescovo che aveva scelto il dialogo quale strumento per l'azione pastorale. 

Ma il nome del cardinale Martini - gesuita, Arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002 - rimane anche legato a una delle pagine più significative della storia d'Italia: risale a 38 anni fa e fu il gesto eclatante deciso dai terroristi rossi per indicare la fine definitiva della lotta armata nel Paese.

Era il 13 giugno 1984: nell'Arcivescovado di Milano uno sconosciuto si presentò all'allora segretario del cardinale Martini, don Paolo Cortesi, e, mentre questi era al telefono, abbandonò su un tavolo tre borse, contenenti due fucili kalashnikov con caricatore, un fucile beretta, un moschetto automatico, tre pistole, un razzo per bazooka, quattro bombe a mano, due caricatori e centoquaranta proiettili. 

Era l'arsenale dei "Comitati Comunisti Rivoluzionari", gruppo terroristico di sinistra, ritenuto contiguo alle Brigate Rosse, che nella seconda metà degli anni settanta aveva firmato alcune eclatanti azioni di sangue. L'arsenale fu consegnato al cardinal Martini, figura carismatica a Milano, a significare la resa dei terroristi, ma anche per sollecitare una mediazione della Chiesa per una "riconciliazione umana, sociale e politica". L'uomo non proferì parola e andò via. 

Il cardinale Martini, informato dal segretario, chiamò le autorità, e le armi furono prese in consegna dalla polizia. Il cardinale scelse il silenzio su quel gesto emblematico degli ormai ex terroristi, ed il fatto emerse solo alcuni giorni dopo durante un processo a circa 200 imputati, molti dei quali accusati di banda armata. Tra questi Ernesto Balducchi, che il 27 maggio 1984, dal carcere di San Vittore, aveva inviato al cardinale Martini una lettera per chiedere l'intervento della Chiesa in una sorta di mediazione per la ripresa del dialogo con lo Stato. Nel documento si diceva tra l'altro: "Noi vi affidiamo le nostre armi". Si pensò a una consegna figurata.

L'episodio di quel 13 giugno, invece, diede concretezza a quel che era scritto nella lettera, alla quale l'Arcivescovo aveva risposto. Due giorni prima che si presentasse lo sconosciuto, descritto da don Cortesi come un giovane tra i 25 e i 30 anni, alto circa un metro e ottanta, lo stesso segretario del cardinale aveva ricevuto una telefonata da un anonimo il quale sosteneva di avere del materiale da consegnare all'Arcivescovo di Milano. Si pensò in quella circostanza che si trattasse di omaggi che solitamente venivano fatti al Cardinale.

Quando la notizia della consegna delle armi da parte dei terroristi al cardinale Martini divenne pubblica, un portavoce dell'arcivescovado fornì una versione ufficiale: "La mattina del giorno 13 giugno si è presentato alla segreteria dell'Arcivescovo un uomo che ha consegnato tre borse per il cardinal Martini, andandosene immediatamente. Quando, in tempo successivo, le tre borse sono state aperte scoprendovi in esse delle armi, sono state subito avvisate le autorità competenti che hanno provveduto a farle ritirare dalla polizia".

"No, non ebbi paura", raccontò alcuni anni dopo il cardinal Martini al giornalista Aldo Maria Valli, che ha riportato quel colloquio nel suo libro "Storia di un uomo". "Quando portarono le borse con le armi - disse il cardinale - chiamai il prefetto. Arrivò e io dissi: bene, apriamo le borse. Lui restò inorridito ed esclamò: per carità, non tocchiamo niente! Una situazione curiosa. Temo che un po' di paura l'ebbe invece il mio segretario di allora".

Carlo Maria Martini, dieci anni dopo: ripartire (sempre) dai poveri. Di don Virginio Colmegna su Il Corriere della Sera il 5 Settembre 2022.

L’attualità del pensiero del cardinale Carlo Maria Martini a dieci anni dalla scomparsa, qui ricordata attraverso il suo discorso sui poveri: «La povertà non è essere senza denari ma piuttosto essere senza potere, senza ascolto, senza confidenza» 

Carlo Maria Martini appariva austero, ma chi, come me, l’ha conosciuto e ha collaborato con lui da vicino, sa bene quanto fosse un uomo capace di appassionarsi. Come quando parlava di ospitalità, di carità, di povertà. Sui poveri, per esempio, ho sentito da lui una definizione sempre attuale: «Poveri siamo un po’ tutti, perché la povertà è soprattutto non contare niente. Non è tanto essere senza denari, ma piuttosto essere senza potere, senza ascolto, senza confidenza». Ecco perché aggiungeva: «Ciascuno deve tirar fuori con coraggio la sua povertà e saper guardare agli altri a partire da questo punto di osservazione».

Sono parole che mi hanno accompagnato nell’ormai ventennale cammino della Casa della Carità. Mi hanno consolato di fronte alle difficoltà, consapevole di quella fatica dell’ospitalità che Martini aveva sinterizzato nelle due radici semantiche della parola stessa: hospes, come amicizia e hostis come inimicizia, cioè come fatica.

Oggi più che mai, in una realtà sempre più interconnessa, ma che troppo spesso lascia indietro i più deboli considerandoli «uno scarto», come ha scritto Papa Francesco, mi pare decisivo essere capaci di ripartire dai poveri, dai più fragili, estraendo ricchezza culturale dalle diversità. Come? Diceva sempre Martini: «Facciamo in modo che si moltiplichino i piccoli luoghi di conoscenza, condivisione, ascolto e a un certo punto, da questi tanti piccoli luoghi, nascerà una città».

Carlo Maria Martini, dieci anni dalla morte: che cosa di lui oggi ci porterebbe un po’ di luce? Marco Garzonio su Il Corriere della Sera il 29 Agosto 2022. 

Intuizioni, riflessioni e inquietudini del cardinale arcivescovo di Milano. A Basilea con Aleksi fu protagonista nel 1989 del primo incontro ecumenico dopo 500 anni. Durante Tangentopoli fu un salvagente morale 

Per fare memoria di Carlo Maria Martini, morto il 31 agosto 2012, dobbiamo chiederci cosa di lui oggi sarebbe utile avere per prospettare qualche punto fermo nel disorientamento che offusca individui, governi, relazioni internazionali e un po’ di luce sul cammino di persone e comunità. È un modo per rispettare lui e assumere su di noi il riferimento al Salmo che il cardinale volle inciso sulla tomba in Duomo: «Lampada per i miei passi è la tua Parola». Sempre nello spirito che Martini ha disseminato negli oltre 22 anni di magistero immaginiamo sette (numero biblico per eccellenza cui infinite volte l’Arcivescovo fece riferimento) possibili nessi tra memoria viva del cardinale e attualità cocente.

Casa Europa

Non c’era evento piccolo o grande di cui Martini non cercasse consonanze nella Scrittura. Dalla liturgia del giorno o dal brano che gli balzava all’occhio aprendo la Bibbia si chiedeva «Che cosa mi dicono queste parole». Dio non ha parlato una volta per tutte e non ha abbandonato l’uomo al suo destino. La creatura è chiamata ogni giorno a continuare l’opera del Creatore con altri uomini, ambiente, cultura. Martini fu protagonista nel 1989 del primo incontro ecumenico dopo 500 anni: a Basilea guidò i cristiani d’Europa insieme ad Aleksi, Metropolita di Leningrado poi Patriarca della Russia. Niente scontri di civiltà ma la Parola (il titolo di Basilea, «Giustizia, pace, salvaguardia della Creazione», era sintesi del vangelo delle Beatitudini) rende fratelli. Il progetto d’una casa comune europea coi cristiani al lavoro fianco a fianco contribuì al crollo del Muro di Berlino.

Il senso della storia

Allo scoppio di Tangentopoli Martini fu un salvagente morale nello sfarinamento di politica, istituzioni, economia (Romiti chiese scusa in pubblico al cardinale per il coinvolgimento della Fiat nello scandalo). Ma punto di riferimento per tutti, credenti e non, divenne perché propose una visione del vescovo estraneo a beghe pratiche e logiche di potere. Riportò d’attualità il patrono Ambrogio, «defensor civitatis», capace di negare la comunione all’Imperatore per comportamenti dispotici.

Potenzialità individuali

La prima lettera pastorale di Martini «La dimensione contemplativa della vita» stupì i laici e mise in crisi i cattolici. I primi trovarono un uomo di Dio che esponeva pensieri, idee, valutazioni in modo molto laico, con una libertà invece poco praticata nelle «chiese ideologiche» dei tempi (marxiste, liberal); i secondi, affetti ancora da dosi di clericalismo e rendite di posizione d’un Paese che si credeva cattolico, vennero riportati alla coscienza individuale. «Cristiani adulti» era leit motiv della pastorale martiniana.

Il ruolo della politica

Alla morte di Lazzati (1986) Martini istituì le Scuole di formazione al sociale e al politico. Le intitolò all’ex rettore della Cattolica che, tornato dalla prigionia in Germania, aveva scritto un manifesto «I fondamenti di ogni ricostruzione» ed era stato Padre Costituente (si attende che Roma sblocchi la causa di beatificazione di Lazzati). La politica come servizio ispirata al bene comune procurò guai a Martini. La Lega ne chiese la rimozione da Milano. Ma anche molti cattolici faticarono ad accettare il senso di liberazione che lui espresse finita l’esperienza storica della Dc: la fede poteva essere lievito, granello di senape, animare un piccolo gregge nel sociale e non strumento di governo o di favori. Iniziava la traversata del deserto che dura oggi: la Chiesa di Francesco non dice per chi votare e che tratterà con chi andrà a palazzo Chigi. Resta il punto fermo del vangelo.

Le braci

Nell’intervista postuma pubblicata dal «Corriere» l’1 settembre 2012 Martini evocò l’icona delle braci. Torna il senso della storia, arricchito dal riferimento al possibile apporto ricreatore della Spirito. Il vento soffia e i tizzoni fan sprigionare il fuoco. Il cardinale non si arrese anche se la Chiesa si mostrava arretrata di 200 anni.

Preghiera, non sogni

Nel libro «Conversazioni notturne a Gerusalemme» Martini fa una confidenza a padre Spoerschil: prima aveva sogni sulla Chiesa, ma adesso (2007, l’ultimo anno a Gerusalemme) lui «prega per la Chiesa». Sembra una distonia con un Papa che da quasi dieci anni sprona a sognare. Forse è l’abbandono fiducioso alla «lampada per i miei passi» che conta più delle parole.

Pensieri e inquietudini

Quando Martini compì 80 anni Tettamanzi guidò un pellegrinaggio a Gerusalemme per portargli gli auguri della città. Ai Getsemani Martini si congedò dai fedeli così: «L’importante è che impariate a pensare, a inquietarvi». Riprendeva un’antica preghiera cristiana che lui aveva ripreso: «Dona Signore al tuo popolo Pastori che inquietino la falsa pace delle coscienze». Coscienza, idee, libertà, responsabilità: quattro virtù senza tempo né casacche, attualità per la città e per il mondo.

Maris, sorella del cardinale Carlo Maria Martini: «Da ragazzino andava a gettare i libri proibiti nel Po. Il Papa? Non volle mai farlo». Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 15 Agosto 2022. 

Maris Martini, sorella del cardinale morto 10 anni fa: «Dietro Carluccio mi apparvero papà e mamma. Davanti a Wojtyla si inginocchiò con le scarpe bucate»

Maria Stefania Martini, detta Maris, è una donna alta, bella, dagli occhi chiari. L’aria di famiglia è quella. A 88 anni, sta passando qualche giorno in una casa di cura sul lago di Garda; «ma solo per dimagrire».

Signora Maris, com’era suo fratello, Carlo Maria Martini?

«Carluccio. In famiglia tutti lo chiamavamo così. Quando qualcuno, per far intendere di essere in confidenza con lui, lo chiamava Carlo Maria, io sorridevo».

Com’era Carluccio?

«Il miglior fratello che potessi sognare. Mi portava in casa le mie amiche in bicicletta. Organizzava per noi i mercatini, i giochi con le bambole».

Giocava pure lui?

«No, a lui piaceva giocare a nascondino con gli altri ragazzi. Ma non era un leader. Si prendeva cura degli amici, badava a che nessuno fosse escluso».

A scuola com’era?

«Il più bravo. Lo ricordo sempre sui libri. Passava i compiti al vicino di banco, ma gli diceva: “Sei sicuro che sia per il tuo bene?”. Per questo qualcuno non lo amava. Francesco, il nostro fratello più grande, lo picchiava gridando: “Sei un perfettino, ti faranno Papa!”».

Ci andò vicino.

«Non voleva assolutamente. Lei se lo ricorda al funerale di Wojtyla, alla vigilia del conclave del 2005? Arrivò zoppicando, appoggiato a un bastone nodosissimo. Non gli avevo mai visto un bastone così in vita sua. Si sedette a San Pietro e lo appoggiò davanti, ostentandolo in mondovisione il più possibile. Era il suo modo di dire: “Non votatemi”».

Eppure in quel conclave ebbe almeno 35 voti.

«Che, dicono, fece confluire su Ratzinger. Avevano idee diverse; ma mio fratello lo considerava l’uomo giusto per la Chiesa in quel momento».

Com’era il rapporto tra loro?

«Quando glielo chiesi, dopo che Ratzinger divenne Papa, mi indicò con il suddetto bastone un cassetto. Dentro c’era la loro corrispondenza. Si confrontavano sulla Bibbia, dandosi rigorosamente del lei».

Nel suo libro «L’infanzia di un cardinale» lei cita una testimonianza di Alfonso Signorini, il direttore di «Chi».

«L’argomento era l’omosessualità di Signorini, che confidò a mio fratello le proprie sofferenze. Lui rispose che “saremo ricordati per quanto avremo amato”. Una frase in cui non riconosco il suo stile; ma l’aveva trovata in San Giovanni della Croce, su cui stava lavorando per un ciclo di esercizi spirituali».

La famiglia Martini era religiosa?

«Nostra madre Olga sì. Nostro padre Leonardo, ingegnere, non tanto. Ma Carluccio era nato con la vocazione dentro».

Ebbe mai fidanzate?

«No. E quando Montanelli gli chiese se avesse avuto tentazioni, rispose: lei pensa che interessi ai lettori? Lo ricordo nel 1940, al lido di Camaiore, fermarsi a pregare in un convento vicino alla spiaggia. Una grazia naturale, che sentiva di dover confermare con la propria vita. Il resto lo fecero i gesuiti. Un giorno, nel 1941, cominciò a gettare i libri di nostro padre nel Po…».

Nel Po?

«Carluccio aveva portato a casa l’Indice dei libri proibiti, e si era reso conto che la biblioteca di casa ne era piena; a cominciare da Balzac. Avevamo lasciato la nostra casa natale di via Cibrario e ci eravamo trasferiti sul Lungo Po. Mio fratello e mia madre scesero sulla riva. Lei ritagliava il frontespizio dei libri, per cancellare titolo e autore; e lui li gettava con tutta la sua forza al centro del fiume, in modo che la corrente li portasse via».

Quando decise di farsi prete?

«Nel settembre 1944. Andò a Cuneo, in seminario. Siccome sapeva il tedesco gli accadde di fare da interprete: conobbe Peiper, il boia di Boves. Mio padre soffrì moltissimo il doversi privare di lui. Scrisse a suo fratello Pippo e a sua sorella Elena, dolendosi perché stava perdendo il figlio prediletto. Entrambi gli risposero che sarebbe stata una benedizione per tutta la famiglia».

Fu così?

«Non siamo santi. E Carluccio non era un asceta. Era un uomo che amava le gioie della vita. Ad esempio gli piaceva andare al ristorante: quand’era rettore della Gregoriana scoprì la cucina di Roma, mangiavamo insieme i carciofi alla giudia e la carbonara. Certo, era un uomo di grande fede».

Non aveva mai dubbi?

«Se li aveva, li confidava al confessore, non a noi. Nel 1972 perdemmo nel giro di pochi mesi nostro padre, nostra madre e nostro fratello Francesco, stroncato da un ictus cento giorni dopo essersi sposato. Fu un dolore terribile. Tempo dopo mi confidai con Carluccio, lui era già arcivescovo di Milano. Mi disse: “Maris, non è come dici. Loro non sono morti. Sono qui con noi. Non li vedi?”. Io alzai lo sguardo, e alle sue spalle vidi mamma, papà e Francesco».

Anche vostra madre aveva sofferto per la sua scelta?

«Sì. Sarà stato il 1949, Carluccio studiava teologia a Chieri, quando gli venne una polmonite. La mamma voleva portargli un cuscino più morbido; ma nel convento non lasciavano entrare le donne. La ricordo mentre stringe e bacia il cuscino su cui il figlio avrebbe posato il capo, prima di affidarlo a papà perché glielo portasse».

Il giovane Martini viaggiò molto, in America e in Terrasanta.

«Vicino a Gerusalemme, arrivando dall’Egitto, cadde in un pozzo. Stava visitando un sito archeologico quando la terra gli franò sotto i piedi, e lui precipitò. Si salvò per miracolo, ma ruppe la macchina fotografica che portava al collo. Era mia, gliel’avevo prestata. Rimase mortificatissimo».

Con Wojtyla che rapporto avevano?

«Certo non provavano la stessa sintonia che legava mio fratello a Paolo VI. Eppure fu Wojtyla a mandarlo a Milano, anche se erano così diversi. Noi eravamo una famiglia borghese, all’ordinazione episcopale venne la nostra balia veneta, la Lisa, con sua figlia, la Elsa. Le presentammo al Papa, che però non capiva la parola “balia”. La Elsa ebbe un colpo di genio: “Mi son la figlia de la dona di servissio”. Wojtyla annuì».

Come ricorda la cerimonia?

«Quando mio fratello si prosternò davanti al Papa, vidi che aveva le scarpe bucate. Il vescovo africano al fianco le aveva lucidissime. Carluccio non amava il Vaticano, si sentiva soffocare. Le cerimonie lo annoiavano, i formalismi lo infastidivano. Indossò le calze rosse da cardinale sbuffando».

Fu felice di trasferirsi a Milano?

«Accadde tutto all’improvviso. Gli spiaceva lasciare Roma e il suo clima tiepido. Noi siamo torinesi, la nostra chiesa di riferimento è la Consolata. Per i milanesi invece il Duomo, l’arcivescovo, sono tutto. Si trovò benissimo. In tanti — Albertini, de Bortoli, Liliana Segre… — lo adoravano».

Prima però viene la Milano del terrorismo.

«Mio fratello celebrò matrimoni e battesimi in carcere. Fu criticato per questo; ma lui ha sempre avuto la passione del dialogo. Fece incontrare carnefici e vittime. E si fece consegnare due sacchi pieni di armi. Gli chiesi: e se vi beccavano? Credo avesse avvertito le forze dell’ordine e i magistrati. Al suo segretario aveva detto solo: ti porteranno questi due sacchi, tu ritirali. Era la resa incondizionata dei terroristi. L’inizio della riappacificazione».

Poi venne la Milano da bere.

«Giravano molti soldi. Lui con le offerte aprì la Casa della carità, il museo diocesano… Ora ho fatto fare una Rosa che porta il suo nome, e siccome per qualche anno la produzione è limitata le ho prese tutte io, le rose, per regalarle ai luoghi che Carluccio aveva nel cuore. Per primi, appunto, la Casa della carità, il museo, le carceri».

Quindi arrivò Tangentopoli.

«Gli dissi: tu tieni i tuoi discorsi, poi i tuoi parroci fanno votare per la Lega… Sorrise. Era un uomo molto spiritoso e bonario».

E andò a Gerusalemme.

«Diceva: “A Gerusalemme è meraviglioso morire, ma è terribile essere moribondi”. Viveva nel Pontificio istituto biblico, aveva il Parkinson, gli servivano cure, a volte cadeva, ma non voleva disturbare i confratelli, che passavano tutto il giorno fuori a studiare. Sognava di essere sepolto nella Valle di Giosafat, dove si terrà il Giudizio universale; è venuto a morire a Gallarate».

Dieci anni fa. Nella casa dei gesuiti. Sei mesi prima delle dimissioni di Ratzinger e dell’elezione di Francesco.

«Con Bergoglio si erano sfiorati nel 1974. Erano entrambi a Roma per la congregazione generale della Compagnia di Gesù. La spaccatura tra conservatori e difensori della teologia della liberazione era terribile, mio fratello tentava di mediare. Per calmare gli animi, padre Arrupe, che aveva una bella voce, nei momenti di massima tensione intonava un canto».

Il cardinal Martini temeva la morte?

«Sì. Forse perché presagiva che sarebbe stata una morte pubblica. L’arciprete gli chiese in quale parte del Duomo volesse essere sepolto. Rispose: faccia lei».

Come ricorda il 31 agosto 2012?

«I miei figli, Giulia e Giovanni, mi mandarono a chiamare. Gli tenevo la mano, ma non era più cosciente. Ha avuto una bella morte; troppo affollata, però. Il soggiorno era pieno, in camera sua erano in dodici. Ricordo un’orribile coperta peruviana in pile, ricamata a farfalle e fiori. Era il 31 agosto e proprio non serviva. Gliel’aveva messa addosso una suora, temo per farla a pezzetti da diffondere come reliquie. Ma io avrei preferito un lenzuolo bianco e un cuscino morbido, come quello che tanto tempo prima gli aveva portato la nostra mamma. Come nell’iconografia della morte dei santi».

Geopolitica vaticana. Il Concistoro di Papa Francesco e i nuovi equilibri nella Chiesa. Francesco Lepore su L'Inkiesta il 30 Maggio 2022.

Bergoglio nominerà di 21 nuovi porporati. Di questi, 16 avranno diritto di voto in un eventuale conclave. Salgono così a 113 i cardinali scelti dal Pontefice, contro i 64 e i 52 rispettivamente creati da Benedetto XVI e da Giovanni Paolo II. Il Sacro Collegio appare sempre meno eurocentrico e più universale.

A poco meno di 48 ore dalla definitiva uscita di scena del cardinale Angelo Sodano, onnipotente e controverso segretario di Stato di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI (che ne accettò le dimissioni il 22 giugno 2006 per raggiunti limiti d’età), Papa Francesco ha ieri annunciato, dopo la consueta preghiera del Regina coeli, un nuovo concistoro per la creazione di 21 nuovi porporati. Di essi 16 avranno diritto di voto in un eventuale conclave. 

Avendo invece superato gli 80 anni il giorno della solenne adunanza, che si terrà il 27 agosto, saranno cinque i non elettori: i due arcivescovi emeriti di Cartagena (Colombia) Jorge Enrique Jiménez Carvajal e di Cagliari Arrigo Miglio, il salesiano belga Lucas Van Looy, vescovo emerito di Gent, il camerlengo del Capitolo di San Pietro ed ex sottosegretario del Sinodo dei Vescovi Fortunato Frezza, l’insigne canonista gesuita Gianfranco Ghirlanda. A quest’ultimo, già rettore della Pontificia Università Gregoriana dal 2004 al 2010, il pontefice ha voluto così riconoscere il fondamentale apporto alla stesura della Praedicate evangelium, la costituzione apostolica sulla riforma della Curia Romana in vigore dal prossimo 5 giugno. Documento che, come comunicato sempre ieri da Bergoglio, sarà oggetto di riflessione «di tutti i cardinali» il 29 e il 30 agosto 

È facilmente immaginabile la consistenza di una tale assise, dal momento che con l’imminente concistoro (ottavo del pontificato di Francesco) il Sacro Collegio sarà costituito da 229 cardinali, di cui 132 elettori e 97 non elettori. Non tutti, è vero, potranno parteciparvi per motivi di salute, età avanzata o impedimenti vari. Ma anche con tali limiti sarà preponderante la presenza di porporati bergogliani: 113 contro i 64 e i 52 rispettivamente creati da Benedetto XVI e da Giovanni Paolo II. Differenze ancora più evidenti, se si considerano i soli elettori: il 27 agosto saliranno infatti a 83 i bergogliani di contro ai 38 ratzingeriani e agli 11 wojtyłiani. E alla fine dell’anno – con sei “nuovi” ottantenni – saranno rispettivamente 82, 34 e 10.

Ma a destare interesse sono soprattutto i profili dei 16 nuovi cardinali elettori, la cui creazione Francesco ha ieri annunciato. Più che i tre capi dicastero della Curia Romana, ossia il prefetto della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti Artur Roche, il prefetto della Congregazione per il Clero Lazzaro You Heung-sik, il presidente del Governatorato Fernando Vérgez Alzaga, a colpire sono i nomi dei restanti presuli, tutti alla guida di diocesi più o meno importanti. Di essi due gli italiani: il settantunenne vescovo di Como Oscar Cantoni e Giorgio Marengo, prefetto apostolico di Ulan Bator in Mongolia, che coi suoi 48 anni diventa il componente più giovane del Sacro Collegio. L’altro europeo è invece l’arcivescovo di Marsiglia Jean-Marc Noël Aveline. 

Quattro, inoltre, gli asiatici e altrettanti quelli operanti nelle Americhe: si tratta dell’arcivescovo di Goa e Damao (India) Filipe Neri António Sebastião do Rosário Ferrão (India), dell’arcivescovo di Hyderabad (India) Anthony Poola, dell’arcivescovo di Dili (Timor Est) Virgílio do Carmo da Silva, dell’arcivescovo di Singapore William Seng Chye Goh e dell’arcivescovo di Manhaus (Brasile) Leonardo Ulrich Steiner, dell’arcivescovo di Brasilia Paulo César Costa, dell’arcivescovo di Asunción (Paraguay) Adalberto Martínez Flores, del vescovo di San Diego (Usa) Robert W. McElroy. Due, infine, gli africani: il vescovo di Ekwulobia (Nigeria) Peter Ebere Okpaleke e il vescovo di Wa (Ghana) Richard Kuuia Baawobr. 

Con tali porporati il Sacro Collegio appare sempre meno eurocentrico e più universale. Preconizzandoli, Francesco ha dato infatti nuovamente prova della sua predilezione per zone periferiche o per presuli impegnati in quelle che lui stesso chiama «periferie esistenziali». 

Un nome, in ogni caso, solleva qualche perplessità ed è quello del vescovo di Wa. Promosso all’episcopato da Papa Francesco il 17 febbraio 2016 dopo essere stato per un sessennio superiore generale dei Missionari d’Africa o Padri Bianchi e quindi dallo stesso Bergoglio designato, il 4 luglio 2020, a componente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, Richard Kuuia Baawobr è indubbiamente un presule zelante. Ma è anche uno di quelli che si è sempre distinto per inequivocabili posizioni anti-Lgbt+ in un Paese come il Ghana, in cui i rapporti tra persone dello stesso sesso sono puniti fino a tre anni di carcere e in cui è all’esame una proposta di legge ancora più draconiana di quella russa contro la cosiddetta propaganda omosessuale. 

S’è reso soprattutto celebre il 7 aprile dello scorso anno, quando ha pubblicamente ringraziato il neoeletto presidente del Parlamento, Alban Sumana Kingsford Bagbin, per l’inflessibilità contro la promozione dei diritti Lgbt+ e l’ha esortato a non cedere ad alcuna pressione esterna. Di Baawobr è inoltre noto l’aperto sostegno alla conferenza regionale per l’Africa del World Congress of Families, tenutosi proprio nella capitale ghanese dal 31 ottobre al 1° novembre 2019. 

Tra i relatori, all’epoca, Brian Brown, presidente dell’International Organization of Families – Iof (noto in Italia per il ruolo protagonistico al Congresso di Verona, i legami con Pro Vita e l’aperto sostegno a Matteo Salvini), e Theresa Okafor, attivista nigeriana tra le proponenti della legge del 2014, che criminalizza le relazioni tra persone dello stesso sesso, lo scambio di effusioni in pubblico e persino la frequentazione di locali e associazioni Lgbt+.

·        Il Sinodo.

"Noi andiamo avanti". I vescovi tedeschi sfidano ancora Roma. Nico Spuntoni il 20 Novembre 2022 su Il Giornale.

Al termine della Visita ad limina, la conferenza episcopale tedesca respinge le critiche della Curia. Ed è giallo sull'assenza del Papa all'incontro

Se non è stata una resa dei conti, poco ci è mancato. Quello andato in scena tra i vescovi tedeschi in Visita ad limina in Vaticano e la Curia romana preoccupata per la strada intrapresa dal Cammino Sinodale non è stato un confronto facile. In ballo c'è l'unità della Chiesa stessa e la fedeltà ai suoi insegnamenti di sempre.

Le visite ad limina Apostoloroum a Roma per incontrare il Papa e ricevere consigli sul governo delle Chiese locali rappresentano un obbligo canonico per tutti i vescovi della Chiesa cattolica. L'ultima volta della Conferenza Episcopale tedesca (Dbk) era stata nel 2015, quando il discusso Cammino Sinodale non era ancora iniziato. Nella settimana appena trascorsa, i 62 membri della Dbk hanno avuto modo di incontrare Francesco giovedì mattina al Palazzo Apostolico. Il faccia a faccia è stato piuttosto lungo, ma ha toccato temi generali come il ruolo dei laici nella Chiesa e l'attività pastorale in un mondo che cambia. Solo a margine è stata affrontata la questione più calda, quella del Cammino Sinodale tedesco che ha nella sua agenda cambiamenti radicali su morale sessuale, ruolo delle donne, celibato, partecipazione ai sacramenti e scelta dei vescovi.

Questo perché era in programma la presenza di Francesco all'ultimo incontro, previsto per venerdì mattina all'Istituto Augustinianum subito fuori le mura vaticane, dedicato specificamente al Cammino Sinodale tedesco e durante il quale era stato fissato un confronto con i capi dicastero della Curia. Ma, a sorpresa, Jorge Mario Bergoglio non si è presentato all'auditorium dell'università cattolica, mentre a confrontarsi sui temi più divisivi sono rimasti da una parte i vescovi tedeschi e dall'altra il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin con gli altri prefetti della Curia. Tra di loro c'era il cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer, titolare di quel Dicastero per la dottrina della fede da cui nel febbraio 2021 uscì il Responsum che ribadiva il niet di Roma alla benedizione delle unioni di persone dello stesso sesso. Proprio questo è uno dei temi su cui la Chiesa tedesca è andata allo scontro con Oltretevere, non solo per la protesta di centinaia di sacerdoti che hanno disobbedito, ma soprattutto per un documento favorevole alle benedizioni approvato proprio nell'assemblea plenaria del percorso sinodale.

Lo scontro tra Curia e vescovi tedeschi

Nonostante venerdì mattina i capi dicastero abbiano espresso le loro preoccupazioni per i cambiamenti radicali che l'episcopato tedesco intende portare avanti nel Cammino Sinodale, il presidente della Conferenza, monsignor Georg Bätzing ha apertamente sfidato Roma dicendo in conferenza stampa che non toglierà "la possibilità di benedire quelle coppie omosessuali che chiedono la benedizione di Dio".

Non è stato questo l'unico dissidio. E che il confronto con la Curia abbia lasciato nodi irrisolti lo si poteva constatare dalla lettura del comunicato congiunto di Santa Sede e conferenza episcopale di Germania diffuso venerdì sera. Dalla nota, infatti, si è scoperto che i capi dicastero avrebbero addirittura provato a chiedere un'interruzione del Cammino Sinodale nella formula di una moratoria che però è stata respinta dai vescovi tedeschi.

A difendere l'unità della Chiesa universale sono stati soprattutto i cardinali Ladaria Ferrer e Marc Ouellet, prefetto del Dicastero per i vescovi, che hanno manifestato i loro dubbi sul merito e sul metodo delle proposte dalla Germania. I temi più divisivi si scorgono tra le righe del comunicato quando si parla di "strutture della Chiesa, ministero sacro e l'accesso ad esso, l’antropologia cristiana". Dunque la Curia deve aver respinto come non accettabili proposte come ordinazione femminile, abolizione del celibato, partecipazione dei laici nell'elezione dei vescovi. E Parolin ha fatto capire all'episcopato tedesco che al ritorno in Germania "non si potrà non tenere conto" dei rilievi avanzati a Roma dalla Curia.

E il Papa? Anche nel recente viaggio di ritorno dal Bahrain, Francesco aveva fatto capire che le spinte eccessive del Cammino Sinodale tedesco non sono di suo gradimento dicendo che in Germania c'è già "una grande e bella Chiesa evangelica" e che lui non ne vorrebbe un’altra ma la preferisce "cattolica, alla cattolica, in fratellanza con la evangelica". La sua mancata partecipazione al confronto sul percorso sinodale organizzato venerdì mattina non è stata al momento giustificata dal Vaticano. Un'interpretazione l'ha data in conferenza stampa il presidente della conferenza episcopale tedesca, Bätzing, definendolo "un abile gesuita" che li ha "lasciati lottare tra fratelli".

Roberto De Mattei per “Libero quotidiano” il 15 novembre 2022.

Il Sinodo Generale convocato da Papa Francesco per l'autunno del 2023 rischia di essere pesantemente influenzato dal "Cammino Sinodale Tedesco" (Synodale Weg), che suscita la preoccupazione di eminenti prelati come il cardinale Gerhard Müller, secondo cui: «Stanno sognando un'altra chiesa che non ha nulla a che fare con la fede cattolica...e vogliono abusare di questo processo, per spostare la Chiesa cattolica, non solo in un'altra direzione, ma verso la (sua) distruzione». 

Per chi vuole comprendere quale sia questa direzione, è utile la lettura del libro, appena tradotto in Italia, della storica Julia Meloni, dedicato a La Mafia di San Gallo. Un gruppo riformista segreto all'interno della Chiesa, Fede e Cultura, Verona 2022, pp.178, euro 18). 

La lettura di questo libro è appassionante come un romanzo, ma tutto vi è documentato secondo un rigoroso metodo storico.

Questo aspetto merita di essere sottolineato in un momento in cui certe teorie cospirative sono esposte in maniera superficiale e talvolta fantasiosa. Per supplire alla mancanza di prove, queste teorie utilizzano la tecnica di una narrazione, che fa presa sulle emozioni, più che sulla ragione, e conquista chi, con un atto di fede, ha già deciso di credere all'inverosimile. 

Julia Meloni racconta invece la storia di una cospirazione reale, di cui espone accuratamente il fine, i mezzi, i luoghi, i protagonisti. È la storia della "Mafia di San Gallo", come la definì uno dei suoi principali esponenti, il cardinale belga Godfried Danneels.

San Gallo è una cittadina svizzera, di cui nel 1996 era vescovo mons. Ivo Fürer, che era stato, fino all'anno precedente, segretario generale della Conferenza dei vescovi europei. D'accordo con il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, mons. Fürer decise di invitare un gruppo di prelati, per stabilire un'agenda di lavoro per la Chiesa del futuro. Il gruppo si riunì per dieci anni, tra il 1996 e il 2006. Le personalità chiave, oltre al cardinale Martini, erano Walter Kasper, vescovo di Rottenburg-Stoccarda e Karl Lehmann, vescovo di Magonza, entrambi destinati a ricevere la porpora cardinalizia. 

Successivamente vennero cooptati altri due futuri cardinali: Godfried Danneels, arcivescovo di Malines-Bruxelles e Cormac Murphy-O' Connor, arcivescovo di Westminster. Ad essi si aggiunse nel 2003 il cardinale della Curia romana Achille Silvestrini, grazie al quale il gruppo di San Gallo divenne una potente lobby, capace di determinare l'elezione di un Pontefice. Pochi giorni dopo il funerale di Giovanni Paolo II, su invito di Silvestrini, la "mafia di San Gallo" si incontrò a Villa Nazareth, a Roma, per concordare un piano di azione in vista del prossimo conclave. 

IL PIANO In una fotografia apparsa su The Tablet del 23 luglio 2005, accanto al cardinale Silvestrini, si vedono i cardinali Martini, Danneels, Kasper, Murphy-O' Connor, Lehmann, tutti "membri chiave della Mafia di San Gallo", come scrive Julia Meloni.

Il piano iniziale prevedeva l'elezione al soglio pontificio del cardinale Martini, ma proprio a partire dal 1996, l'anno della creazione del gruppo, l'arcivescovo di Milano iniziò ad avvertire i primi sintomi del morbo di Parkinson. Nel 2002, il cardinale rese pubblica la notizia passando il testimone al cardinal Silvestrini, che dal gennaio del 2003 fu il regista delle grandi manovre che si tennero in vista dell'elezione del nuovo pontefice.

Il cardinale Murphy-O' Connor era a sua volta legato con il cardinale Jorge Maria Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, e lo presentò al gruppo come possibile candidato anti-Ratzinger.

Bergoglio raccolse il consenso della "mafia di San Gallo", ma fu proprio il cardinale Martini a nutrire i maggiori dubbi sulla sua candidatura, anche alla luce delle informazioni che sul vescovo argentino gli giungevano dall'interno della Compagnia di Gesù. Fu forse con sollievo che, quando in conclave del 2005 la sconfitta di Bergoglio apparve certa, il cardinale Martini annunziò al cardinale Ratzinger che gli avrebbe messo a disposizione i propri voti. 

Il gruppo di San Gallo tenne un'ultima riunione nel 2006, ma Martini e Silvestrini continuarono ad esercitare una forte influenza sul nuovo pontificato. Nel 2012, il cardinal Kasper parlò di un «vento del Sud», che soffiava nella Chiesa e il 17 marzo 2013, pochi giorni dopo la sua elezione, papa Francesco citò, non a caso, Kasper come uno dei suoi autori preferiti, assegnandogli il compito di aprire il Concistoro straordinario sulla Famiglia, nel febbraio 2014.

L'essenza di Amoris Laetitia è contenuta nell'"ultimo testamento" di Martini, l'ultima intervista da lui rilasciata, pubblicata subito dopo la sua morte nel 2012. In quel testamento Martini parlava specificamente di portare i sacramenti a divorziati risposati civilmente, prefigurando così la proposta di Kasper nei sinodi sulla famiglia e poi in Amoris Laetitia.

Un dettaglio curioso che l'autrice sottolinea è questo: da dove ha tratto il proprio nome Papa Francesco? Secondo la vulgata, il cardinale Hummes, in occasione dell'elezione di Bergoglio, gli avrebbe chiesto di non dimenticare i poveri, spingendolo ad assumere il nome "Francesco". Ma il cardinale Danneels aveva ripetutamente chiesto un "nuovo Francesco" già negli anni '90 e fino a poche settimane prima del conclave del 2013. Quindi non solo l'elezione e il programma, ma anche il nome di Francesco sembra frutto delle manovre della lobby.

Jorge Maria Bergoglio ha però deluso i progressisti in misura non minore di quanto abbia irritato i conservatori, e il suo pontificato conosce, dopo nove anni, un inesorabile declino. Tuttavia, se i principali esponenti della "Mafia di San Gallo" sono morti, il suo spirito modernista aleggia sul processo sinodale, mentre nuove manovre sono in corso per il prossimo conclave. 

"Motus in fine velocior", come dice il vecchio proverbio. Mentre presumibilmente ci avviciniamo alla fine del pontificato di papa Francesco, sembra che gli eventi si stiano accelerando con il documento Traditionis Custodes e il sinodo "alla Martini" sulla sinodalità". Le pagine di Julia Meloni aiutano a capire meglio le oscure dinamiche che agitano oggi la Chiesa.

Sinodo: che roba è? Fabrizio Mastrofini, Giornalista e saggista, su Il Riformista l'8 Giugno 2022.

Un fantasma si aggira per l’Orbe Cattolico: il Sinodo in corso. Tutti ne parlano, nessuno sa esattamente cosa sia. Sappiamo soltanto che ci si incontra, si parla, di discute. Esattamente di cosa? Anche qui, non sembra chiaro. Dico subito, per chiarezza: se prendo un abbaglio, se qualche lettore non è d’accordo, lo dica entrando nel merito. Non gradisco commenti ‘ad hominem’ come quelli ricevuti ultimamente da saccenti sedicenti commentatori (tipo, mi hanno scritto,  che sono vecchio – come se l’autrice di questa perla resterà sempre giovane… – oppure che non so niente di Vaticano dove ovviamente non avrei mai messo piede e che comunque nel mondo del giornalismo nessuno mi conosce. Vabbe’, tralasciamo…). Insomma se c’è qualcosa da dire, prego restiamo sui fatti e non sulle persone che ne scrivono (regola elementare di buona educazione).

Dico questo perché il primo problema del mondo cattolico è qui: per evitare di discutere sui temi, si passa a calunniare le persone cercando di sviare l’attenzione. Del tipo: l’argomento, certo, è importante, certo, però quello lì che lo ha sollevato è un tipo così e così… E che c’entra? Niente, è un modo per distrarre e non parlare.

Bene, torniamo al Sinodo. Adesso il teologo Brunetto Salvarani elenca una serie di problematiche irrisolte. Tutte serie, intendiamoci, ma il problema è di fondo. Anzi a ben guardare i problemi sono due. Una nota di metodo e una di contenuto. Metodo: è un commento troppo lungo!!!! Come si fa a leggere ‘sta lenzuolata? Non è possibile. Il mezzo è il messaggio: un post troppo lungo diventa indigesto sebbene molto azzeccato. Serve a pochissimi e non arriva ad un pubblico più ampio come meriterebbe!

Contenuto: vanno messe a fuoco due questioni. La prima: tanto lo spazio per discutere liberamente non c’è e nessuno sa come fare. In Italia c’è una cultura cattolica che discute liberamente? Non mi pare. Anche la segreteria del Sinodo non sa come fare e va avanti con newsletter in diverse lingue la cui efficacia non si sa quale sia. Voglio dire che servirebbe uno sforzo vero di dialogo, a partire dai media cattolici che dovrebbero iniziare ad ospitare opinioni e non selezionarle in base ai ‘desiderata’ di chi comanda o – peggio – ai presunti desiderata. Il risultato è semplice: il meglio dei teologi (i pochi che hanno coraggio di scrivere) o gli studiosi  e  gli intellettuali (pochi anche questi) vanno per conto loro sui giornali laici (quando li pubblicano) oppure su blog personali che a volte sono seguitissimi. Però sta di fatto che luoghi veri di incontro non ci sono. E il Sinodo diventa un fantasma in giro per l’Orbe Cattolico.

Seconda questione, collegata alla prima. Appunto per questo assistiamo ad un caos di blog, siti, approcci di tutti i generi, nella confusione più totale. Non parresia (discussione libera e sincera), confusione pura e semplice dove le vere intenzioni non si quali siano e spesso i blog servono per finalità iper-personali di guerre di potere interno alle retrovie più impensabili del sottomondo cattolico. Tutto, ovviamente, mascherato da buone intenzioni: tutti hanno voglia di far progredire la Chiesa – tutti Pelagiani, direbbe Papa Francesco perché tutti hanno la soluzione in tasca. Invece fanno parte di un unico caos il cui scopo, ancora una volta, è sviare l’attenzione e andare proprio da nessuna parte.

Viene al pettine un nodo profondo: la mancanza di una opinione pubblica nel mondo cattolico, visto che non si è mai voluto lavorare affinché ci fosse. Dal Vaticano ai vescovi, è difficile mettere in discussione la cultura clericale. E invece il Sinodo dovrebbe servire ad ‘uscire’ dai perimetri consolidati e dialogare con il resto del mondo (i cattolici sono 1,2 miliardi sugli oltre 7 miliardi di abitati del pianeta) che poi sarebbe il vero compito di una Chiesa in uscita che evangelizza.

·        La CEI. Conferenza Episcopale Italiana.

"Non siamo dipendenti". L'avvertimento del vescovo al Papa. Monsignor Athanasius Schneider, vescovo in Kazakistan, ha sollevato dubbi sulla presenza di Francesco a un Congresso con tutti i leader religiosi. Nico Spuntoni il 18 Settembre 2022 su Il Giornale. 

Il papa in Kazakistan ha sfiorato l'incontro con il presidente cinese Xi Jinping ma ha avuto modo di trovarsi faccia a faccia con una delle voci più critiche della Chiesa sull'indirizzo del suo pontificato: monsignor Athanasius Schneider. Vescovo ausiliare di Maria Santissima in Astana, il prelato kirghiso si è distinto per la sua contrarierà alle posizioni aperturiste sulla comunione ai divorziati e alle restrizioni delle celebrazioni in forma straordinaria del rito romano introdotte con il motu proprio Traditionis custodes.

Nella tre giorni papale nel Paese centroasiatico c'è stata anche l'occasione per salutare i vescovi e il clero locali ai quali, nell'omelia per la Messa celebrata nella cattedrale Madre di Dio del Perpetuo Soccorso, ha raccomandato di stare attenti a non "guardare indietro con nostalgia, restando bloccati sulle cose del passato e lasciandoci paralizzare nell’immobilismo" perché questa sarebbe "la tentazione dell'indietrismo". Ad ascoltarlo non solo il più noto Schneider ma anche l'arcivescovo di Astana, monsignor Tomasz Peta che nel 2018 fu - insieme al primo - autore del documento "Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale" nel quale si ribadiva l'impossibilità di mettere in discussione l'indissolubilità del matrimonio alla luce di quella che veniva definita "l’attuale dilagante confusione" scaturita dopo la pubblicazione dell'esortazione apostolica Amoris laetitia.

Si può dire che l'episcopato kazako sia uno dei meno allineati all'agenda dell'attuale pontificato. E lo si è visto anche a margine della visita apostolica, con le perplessità espresse da monsignor Schneider per la partecipazione di Francesco al Settimo Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali, il principale motivo della sua presenza a Nur-Sultan.

Come ha riportato Philip Pullella, corrispondente di Reuters, il vescovo ausiliare ha riconosciuto che l'evento - fondato dall'ex presidente Nursultan Abishevich Nazarbayev e aperto ai rappresentanti di tutte le fedi - ha il merito di "promuovere il rispetto reciproco nel mondo" ma al tempo stesso ha denunciato il pericolo che la presenza del Papa "potrebbe dare l'impressione di un supermercato di religioni, e questo non è corretto, perché c'è solo una vera religione, ovvero la Chiesa cattolica fondata da Dio stesso". Schneider ha parlato di "pericolosità" perché in simili eventi vede il rischio di "minare la unicità e assolutezza di Gesù Cristo come Salvatore e della nostra missione di predicare a tutte le nazioni, a tutte le religioni, Gesù Cristo". Il presule kirghiso, che è stato anche docente universitario di patristica, aveva già sollevato dubbi su un altro pilastro dell'impegno interreligioso durante questo pontificato: il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune che Francesco firmò nel 2019 con il grande imam di al-Azhar Ahmad al-Tayyib.

Successivamente, nel corso di una visita ad limina dei vescovi kazaki e dell'Asia centrale, monsignor Schneider aveva chiesto al Papa di correggere un punto di quel documento nel quale si parlava di diversità delle religioni volute da Dio. Francesco concordò con lui che la frase così scritta poteva essere fraintesa e in una successiva lettera indirizzata al vescovo spiegò che la volontà di Dio riferita alla diversità di religioni era da intendersi solo come volontà permissiva di Dio.

La correzione, esplicitata anche durante un'udienza generale in piazza San Pietro, maturò a seguito della richiesta di Schneider che prese alla lettera l'appello del papa, durante la visita ad limina, ad esprimere liberamente le critiche. Monsignor Schneider ha deciso di farlo anche questa volta per il Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali e si è sentito in dovere di ricordare che a muoverlo è lo spirito di collegialità e motivando il suo atteggiamento con queste parole: "Non siamo dipendenti del Papa, siamo fratelli. Quando in buona coscienza sento che qualcosa non è corretto o ambiguo devo dirglielo, con rispetto, fraternamente".

Lorenzo Bertocchi per “La Verità” il 25 maggio 2022.   

«I vescovi devono sentirsi liberi di votare». Questo avrebbe detto papa Francesco lunedì mattina, in un incontro a porte chiuse con i vescovi italiani che, dai resoconti trapelati, risulta essere stato scoppiettante. Impegnati nell'Assemblea generale i presuli italiani sono stati appunto chiamati ad eleggere il successore del presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, e lo hanno fatto ieri mattina individuando la terna di nomi da sottoporre poi al Papa per la scelta definitiva.

E alla fine il Papa ha scelto come nuovo presidente della Cei il cardinale di Bologna, Matteo Maria Zuppi, 66 anni, già figura di punta dell'Onu di Trastevere, la Comunità di S. Egidio, e vescovo ausiliare di Roma dal 2012, quindi successore del cardinale Carlo Caffarra a Bologna per espressa volontà di Francesco. 

Ma il voto dei vescovi riuniti in assemblea più che libero è stato ampiamente indirizzato dal Papa stesso, tanto che la terna uscita ieri dalle urne è stata quasi perfettamente corrispondente alle attese, fatto salvo il terzo nome indicato, quello di monsignor Antonino Raspanti, 62 anni, vescovo di Acireale (avrebbe incassato 21 voti).

Ma si trattava di un outsider, gli altri due nomi sono stati, nell'ordine delle preferenze ricevute, quelli dei cardinali Matteo Maria Zuppi, 66 anni, arcivescovo di Bologna (108 voti), e Augusto Paolo Lojudice, 57 anni, vescovo di Siena (41 voti), cioè i due profili chiaramente emersi dai desiderata papali come espressi anche nell'intervista da lui concessa al direttore del Corriere qualche settimana fa.

«Preferisco che sia un cardinale», aveva detto papa Bergoglio a Luciano Fontana, aggiungendo in altra occasione che lo voleva anche sufficientemente giovane da non superare l'età canonica per la pensione, i 75 anni, prima della scadenza del quinquennio nel 2027. I nomi di Zuppi e Lojudice quindi sono gli unici che, come ampiamente atteso, rispondevano all'identikit, con l'aggiunta di essere particolarmente vicini allo stile e alla mens di Francesco.

I due sono considerati pastori in uscita, come si dice secondo un ritornello caro al pontefice, e due preti di strada, secondo un altro mantra di moda, ma tra loro sembrava essere in pole il cardinale di Siena, sebbene con un profilo meno «politico» di quello di chi viene dalla scuola di S. Egidio, la comunità fondata a Roma dal professor Andrea Riccardi nel 1968. 

Secondo molte indiscrezioni il cardinale Zuppi recalcitrava all'idea di impegnarsi nella presidenza Cei, anche perché è dato da più parti come uno dei candidati forti per un prossimo conclave e l'idea di assumere le tante beghe che un capo dei vescovi deve prendersi sulle spalle, non appare propriamente come una vetrina utile allo scopo.

Le patate bollenti di cui si dovrà occupare Zuppi, in primis la questione spinosa degli abusi del clero, come si può già intravedere da quanto accaduto in Francia e Spagna, e dalle pressioni esterne che proprio in questi giorni sono arrivate ai vescovi italiani riuniti in assemblea, saranno forse il dossier più ostico, ma ci sono anche i rapporti politici, quelli dottrinali, quelli con la stessa curia romana. 

 Per quanto Zuppi certamente si impegnerà, i riflettori saranno tutti puntati su di lui e ogni più piccola stecca sarà registrata dagli spettatori. Ecco allora che quello che veniva dato come il più forte candidato per succedere a Francesco, con questa «inattesa» elezione in qualche modo viene ridimensionato, insieme ai progetti di S. Egidio che secondo diverse interpretazioni da tempo è impegnata a lavorare al prossimo conclave. Nulla è compromesso in linea di principio, ma è evidente che Zuppi presidente della Cei è una grossa novità sul ruolo dei papabili di un futuro conclave.

Sembrava proprio che il Papa fosse orientato sul cardinale Lojudice, pensando per lui anche un ritorno a Roma in veste di vicario, invece, il Papa, forse un po' a sorpresa, ha scelto Zuppi, probabilmente rispondendo alla messe di voti che lo ha indicato come numero 1 della terna. 

Perché l'incontro a porte chiuse di lunedì è stata luogo di molti mal di pancia, tanto che la frase di Francesco che invitava a «votare liberamente» è suonata nelle orecchie di molti vescovi dal sapore retorico, visto che è arrivata dopo una tirata del Papa che ha affossato senza mezzi termini la candidatura di monsignor Erio Castellucci, vescovo di Modena. «So che è un bravo vescovo e che è il candidato di Bassetti», avrebbe detto Francesco, «ma io preferisco un cardinale». L'ex presidente Bassetti, che già è uscito di scena senza troppi complimenti, trovandosi accolte senza colpo ferire anche le sue dimissioni da vescovo di Perugia, ha incassato così un altro bel «buffetto» papale.

A questo punto si dice che un vescovo sia intervenuto in aula chiedendo direttamente al Papa a cosa servisse tutto questo sfoggio di democrazia, se l'elezione di fatto era già orientata verso i nomi di Zuppi e Lojudice. Una domanda, se veramente c'è stata, che ha una sua innegabile dose di buon senso.

Che il mal di pancia abbia preso molti vescovi lunedì è testimoniato dal fatto che monsignor Castellucci, nonostante il netto niet del Papa espresso davanti a tutti, sembra abbia preso parecchi voti nelle prima tornata di ieri mattina, salvo poi ritirarsi proprio perché memore della tirata papale nei suoi confronti. Ecco allora che il Papa potrebbe aver scelto Zuppi anziché Lojudice per dare atto del rispetto di una certa democraticità dell'elezione: il cardinale di Bologna è quello che ha preso più voti e il Papa ha «ratificato». «Cercherò di fare del mio meglio, ce la metterò tutta», sono le prime parole del neo presidente dei vescovi italiani. Ma il primo ad essere sorpreso per questa elezioni è forse lo stesso Zuppi, che di imbarcarsi in questa avventura pare non avesse tanta voglia.

Paolo Rodari per repubblica.it il 24 maggio 2022.

Chi lo conosce bene racconta che non ci sperava più di tanto nella nomina alla guida della Cei, pur sapendo di essere insieme al cardinale Paolo Lojudice tra i favoriti. Eppure, il Papa l'ha scelto dopo che il suo nome è stato quello più votato dai confratelli vescovi nella terna. Matteo Zuppi, "don Matteo" per tutti, 66 anni, romano, arcivescovo di Bologna, è sempre rimasto fedele alla semplicità che ha contraddistinto il suo sacerdozio prima, l'episcopato poi. 

Quando nel 2019 Francesco lo creò cardinale non a caso disse: "Il cardinale è rosso perché deve testimoniare fino al sangue. Speriamo di essere buoni testimoni del Vangelo: quello di oggi è chiarissimo". E ancora: "Dobbiamo cercare di essere sempre ultimi nell'amore e mettersi sempre al servizio degli altri".

Appartenente alla Comunità di Sant'Egidio fin dagli Anni del liceo, al Virgilio di Roma (qui conobbe Andrea Riccardi, "un ragazzo poco più grande di me - ha raccontato - che parlava del Vangelo a tanti altri ragazzi in maniera così diretta e nello stesso tempo con tanta conoscenza"), una laurea in lettere, quindi la scelta del sacerdozio a Roma, per anni vicino agli ultimi e ai poveri, viene scelto dal Papa anche per la sua capacità di unire le differenti anime presenti nella sua comunità, da quelle più vicine al pontificato in corso, fra queste la scuola dossettiana, a quelle più conservatrici che avevano visto nei vescovi suoi predecessori una loro espressione. Ne sono un esempio, in qualche modo, gli attestati di stima che gran parte del mondo politico e religioso gli tributa in queste ore.

Zuppi, che è stato anche viceparroco di Vincenzo Paglia a Santa Maria in Trastevere, si è sempre distinto per l'instancabile azione a sostegno dei più poveri, degli immigrati, dei rom, senza escludere l'attività di diplomazia esercitata con Sant'Egidio. Arrivare a Bologna da Roma non era cosa scontata. 

Ancor più non lo era diventare cardinale e poi, oggi presidente dei vescovi italiani, tenuto anche conto che da anni sulla cattedra di San Petronio si erano succeduti vescovi non contigui alla linea conciliare messa in campo dall'innovatore Giacomo Lercaro dal 1952 al 1968. Significative, in questo senso, le prime parole che Zuppi rivolse alla diocesi. Disse, citando il Concilio Vaticano II, monsignor Oscar Romero e Giovanni XXIII, che la Chiesa deve essere "di tutti, proprio di tutti, ma sempre particolarmente dei poveri".

A Bologna Zuppi sa interpretare al meglio quella Chiesa dei poveri che ebbe in don Paolino Serra Zanetti, in padre Marella e nelle Case della carità una sua espressione. Non fin dall'inizio Zuppi ha deciso di non vivere nell'arcivescovado, ma nella casa del clero. "Ho sempre vissuto insieme ad altri - disse tempo fa a Repubblica -. 

Abitare in una casa dove vivono altri sacerdoti è per me occasione di confronto in un cammino nel quale sento il bisogno di condividere". In lui Francesco rivede forse sé stesso, negli anni di Buenos Aires. Come il Papa, infatti, Zuppi ha sempre valorizzato quella pietà popolare che altri sacerdoti faticano a comprendere. A Trastevere, i primi anni, fu tentato di considerare queste manifestazioni come sopravvivenze del passato. E invece, disse, "vi ho scoperto tanta profondità spirituale".

Cei, Zuppi è il nuovo presidente. Preferito a Lojudice e Raspanti. Gian Guido Vecchi su Il Corriere della Sera il 24 Maggio 2022.

Papa Francesco ha scelto il successore di Gualtiero Bassetti: è l’attuale cardinale di Bologna.

Francesco ha scelto: il cardinale Matteo Zuppi, 66 anni, arcivescovo di Bologna, è il nuovo presidente dei vescovi italiani. La scelta del Papa è arrivata poco più di un’ora dopo che l’assemblea generale della Cei aveva trasmesso a Santa Marta l’esito della votazione del mattino: il cardinale Zuppi era il candidato più votato della terna da sottoporre al pontefice, seguito dal cardinale di Siena Paolo Lojudice e da monsignor Antonino Raspanti, vescovo di Acireale. L’annuncio è stato dato dal cardinale Gualtiero Bassetti, presidente uscente, tra gli applausi della platea riunita all’Hilton Rome Airport di Fiumicino. Era stato lo stesso Papa a tracciare, nel colloquio con il direttore Corriere, Luciano Fontana, il profilo del nuovo presidente: «Io cerco di trovarne uno che voglia fare un bel cambiamento. Preferisco che sia un cardinale, che sia autorevole».

I due candidati più autorevoli erano apparsi fin dall’inizio Zuppi e Lojudice, entrambi assai stimati e «preti di strada» come piacciono a Bergoglio, con una lunga esperienza tra i più poveri e gli ultimi. Francesco non era vincolato dalle preferenze ma alla fine, come accadde per Bassetti nel 2017, ha nominato il candidato più votato dall’assemblea. Qualche giorno fa scherzava, a proposito del fatto che fosse dato per favorito: «Il cardinale Biffi diceva che solo i matti vogliono diventare vescovi, si potrebbe dire che quelli ancora più matti vogliono diventare capi dei vescovi. I vescovi devono indicare qualcuno che sentano che faccia unità e possa rappresentarli tutti, aiutando la Chiesa italiana a continuare il cammino degli ultimi decenni e il cammino sinodale iniziato l’anno scorso. Vediamo che cosa decideranno i vescovi nella terna che indicheranno al Papa e cosa deciderà il Papa».

Il cardinale Zuppi, romano, viene dalla comunità di Sant’Egidio: nel 1973, studente al liceo classico Virgilio, incontrò il fondatore Andrea Riccardi. Da quel momento ha iniziato a impegnarsi nelle varie attività di Sant’Egidio, dalle scuole popolari per i bambini emarginati delle baraccopoli romane, alle iniziative per anziani soli e non autosufficienti, per gli immigrati e i senza fissa dimora, i malati terminali e i nomadi, i disabili e i tossicodipendenti, i carcerati e le vittime dei conflitti. Laureato in lettere e Filosofia alla Sapienza, ha conseguito il baccellierato in Teologia alla Pontificia Università Lateranense. È stato per dieci anni parroco della basilica romana di Santa Maria in Trastevere e assistente ecclesiastico generale della comunità di Sant’Egidio: fu mediatore in Mozambico nel processo che portò alla pace dopo oltre diciassette anni di sanguinosa guerra civile. Nel 2012, dopo due anni come parroco a Torre Angela, Benedetto XVI lo nominò vescovo ausiliare di Roma. Francesco lo ha scelto come arcivescovo di Bologna nell’ottobre 2015 e quattro anni più tardi, il 5 ottobre 2019, lo ha creato cardinale.

La Chiesa e le polemiche giustizialiste. Regola e misura: la lezione di Zuppi al paese dei veleni eterni. Alberto Cisterna su Il Riformista l'1 Giugno 2022. 

È a suo modo virale il podcast che Matteo Zuppi ha dedicato alla virtù cristiana della prudenza. Matteo Zuppi è il modo semplice, spoglio di titoli e sigilli, con cui il cardinale di Bologna, neopresidente della Cei, si presenta all’ascoltatore. Il tono è pacato, le parole misurate, la precisione teologica diluita in immagini, evocazioni e endiadi che servono a rendere comprensibile il discorso senza svilirlo in una mera predicazione morale, scolorita apposta per renderla commestibile al palato grezzo della società secolarizzata.

È, forse, il dramma pastorale della Chiesa del Terzo millennio che deve preservare la solennità di un dogma complesso e profondo dalle diluizioni moderniste, compromissorie, anomiche, moraleggianti. Ascoltare quelle parole e identificare in colui che le ha pronunciate il nuovo reggitore della comunità ecclesiale, il custode della comunione sinodale in Italia dovrebbe rassicurare anche quanti dalla fede sono distanti, ma avvertono l’autorevolezza dell’annuncio evangelico e ne restano comunque attratti. Il paese ha un bisogno quasi disperato di leadership autorevoli, di profeti, di uomini e donne che manifestino e rendano percepibile la propria assoluta coerenza tra parole e opere, tra fatti e discorsi. Draghi e Mattarella sono al vertice di una piramide di gradimento (come la si definisce) che non è altro che l’espressione sintetica della consapevolezza che la pubblica opinione ha della corrispondenza tra la correttezza dei loro comportamenti e la linearità delle loro parole.

In questo minuscolo pantheon che parla alla nazione, si inserisce la nomina del cardinale Zuppi, asceso da pochissimo tempo alla porpora di “principe della Chiesa”, come un tempo si diceva, e che ora è stato posto da papa Francesco a capo della conferenza dei vescovi italiani. Il primo discorso pubblico ha riguardato il tema delle violenze clericali, degli abusi sessuali commessi su donne e adolescenti, talvolta bambini, da dannati della fede con l’abito talare. L’annuncio di un report che a novembre darà indicazioni sui casi di violenza e sulla loro diffusione in Italia ha, in parte, scontentato. Mentre altre conferenze episcopali nel mondo hanno preso in esame range temporali molto più ampi, la missione che la Cei si è data è più delimitata nel tempo e questo, si dice, equivale a una sorta di sanatoria per il passato, di occultamento di episodi che si sarebbero comunque dovuti individuare e denunciare.

Difficile dire cosa sarebbe stato meglio fare, la “prudenza” ha certamente orientato le scelte dei vescovi italiani. Tuttavia, in questa inevitabile e comprensibile pulsione onnivora di giustizia che proviene dalle vittime e dai loro congiunti i quali vorrebbero procedere a ritroso per decenni – in Francia si partirà addirittura dal 1945 – per scovare casi e casi, abusi e abusi, violenze e violenze, un punto appare evidente e riguarda tutta la collettività nazionale, in cui la Chiesa svolge un ruolo non certo secondario. Alberto Melloni, su Repubblica di sabato scorso, ha ricordato che «la Chiesa ogni domenica porta a messa due volte i manifestanti di Cofferati contro l’articolo 18» e che questo si traduce in un circuito di responsabilità e di dialogo con una parte rilevante della popolazione italiana. Evocare la ricerca di scempi e delitti, di peccati e rimorsi lontani nel tempo è una sorta di permanente vocazione nazionale; in essa si esprime la radicata incapacità di un popolo nel far di conto con il proprio passato per poi guardare avanti e prepararsi ai tempi nuovi che stanno arrivando. Quand’anche si scovassero parroci e sacerdoti, presbiteri e monsignori responsabili di atrocità lontane e portate nella tomba, non è chiaro cosa cambierebbe realmente nella percezione sociale e religiosa di un fenomeno abietto e per troppo tempo nascosto.

La Chiesa universale è stata scossa nelle fondamenta da quanto venuto alla luce e non è scavando nelle fosse comuni della perversione che una diversa verità potrebbe venire a galla. «La prudenza è la virtù che dispone la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo» ricorda Matteo Zuppi, senza confondersi con la timidezza o la paura, né con la doppiezza o la dissimulazione. «Regola e misura» un’endiadi preziosa per tracciare la via di ogni giusta decisione, individuale e collettiva, sotto il segno della responsabilità. Per un paese praticamente in stato di guerra, che pubblicamente esorta alla sconfitta di un nemico mai dichiarato eppure quotidianamente evocato; per un paese che gronda di retorica a ogni commemorazione mescolando senza ritegno vittime e carnefici, le une spesso a braccetto degli altri, «regola e misura» potrebbero suonare come esortazioni prive di senso.

Eppure sono la cifra della responsabilità collettiva, esiste una soglia innanzi alla quale ogni vendetta, ogni giustizia, persino ogni verità si devono fermare per lasciare spazio alla ricostituzione delle relazioni forti che costituiscono una comunità e la tengono insieme. Ammonisce il cardinale Zuppi: «L’uomo senza legami, dissoluto, non è prudente perché è facilmente accecato dalle ricchezze e dal benessere. La prudenza guarda al presente, non è segnata dalla amarezza e dal veleno della disillusione che spegne la gioia e l’entusiasmo e fa perdere la voglia di cambiare».

È vero, chi ha le carni e l’anima lacerate dalla violenza e dall’ingiustizia sanguina e urla il proprio dolore e vorrebbe che il mondo si ergesse a sua difesa. La prudenza della Conferenza episcopale italiana appare, tuttavia, necessaria. È il contrassegno costitutivo di una comunione che dura da oltre duemila anni e che perdona ogni giorno centinaia di persecuzioni in Cina, in Africa, in Medioriente e altrove perché ha lo sguardo rivolto al futuro e si nutre di un passato che non avvelena né accieca. Una buona lezione per quanti sono affaccendati con l’elmetto in mano a difendere l’Occidente dai salotti di casa o stanno con la paletta e il secchiello a proteggere le spiagge in concessione a caccia di voti. Alberto Cisterna

Accoglienza e dialogo. Perché Matteo Maria Zuppi è diventato il capo dei vescovi italiani. Francesco Lepore su L'Inkiesta il 25 Maggio 2022.

L’ex arcivescovo metropolita di Bologna è da sempre pienamente in linea col sentire di Bergoglio. Particolarmente attento al mondo del lavoro, il presule si è fatto inoltre notare per le posizioni di accoglienza e dialogo con la collettività Lgbt+

Bonario distacco dalle voci sempre più insistenti, che lo indicavano da giorni nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana. Non senza quell’arguta ironia romanesca, degna d’un Domenico Tardini, che gli aveva fatto dare affettuosamente del matto a chi lunedì gli augurava tale nomina da parte del Papa. Ma quell’auspicio si è concretato ieri mattina con la rapida designazione di Matteo Maria Zuppi da parte del pontefice, che, in qualità di “primate d’Italia”, si è attenuto all’inequivocabile parere degli altri vescovi del Bel Paese. Questi, nell’eleggere la terna da presentare a Francesco, avevano poco prima concentrato tanti di quei voti (ben 108) sulla persona del metropolita di Bologna da assicurargli la prima posizione in netto distacco dagli altri due nominativi: il cardinale Augusto Paolo Lojudice, ordinario di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, e il ratzingeriano vescovo di Acireale Antonino Raspanti, rispettivamente fermatisi a 41 e 21 preferenze.

Porporato di creazione bergogliana, il sessantaseienne Matteo Maria Zuppi inaugura dunque in seno alla Cei una nuova era dopo quella di Gualtiero Bassetti. Non nel senso di eclatante strappo con la linea di questi, cui il presule d’origine romana ha fra l’altro rivolto parole di affettuosa gratitudine al pari di altri predecessori quali Antonio Poma, Ugo Poletti, Camillo Ruini, Angelo Bagnasco. Ma di delicata e progressiva inversione di rotta nell’ottica di accelerazione di percorsi rimasti incagliati nelle secche dell’immobilismo, a partire da quello sinodale. Non a caso, nel primo incontro con la stampa, Zuppi ne ha espressamente parlato come uno dei suoi tre punti programmatici («Sono queste le tre dinamiche che mi accompagnano e di cui mi sento tanto responsabile») insieme con l’obbedienza «al Papa che presiede nella carità col suo primato» e con la collegialità. 

Da queste parole già s’evince come il porporato non si possa etichettare tout court come progressista. Pienamente in linea col sentire di Bergoglio, che, imponendogli il 5 ottobre 2019 la berretta cardinalizia, aveva dato prova di considerare prioritario il ponte tra le religioni e l’aiuto ai migranti, l’arcivescovo di Bologna ha goduto infatti della stima di Giovanni Paolo II, sotto il cui pontificato è stato vicario e poi parroco della basilica di Santa Maria in Trastevere, e di Benedetto XVI, che l’ha nominato, il 31 gennaio 2012, vescovo ausiliare di Roma. Una vita, quella di Zuppi, spesa al servizio degli ultimi nelle periferie romane con la Comunità di Sant’Egidio (dal 2010 al 2012 è stato anche parroco dei Santi Simone e Giuda Taddeo a Torre Angela) e nel ruolo di negoziatore di pace per le aree più difficili del mondo come, ad esempio, il Mozambico.

Pronipote per parte di madre del cardinale Carlo Confalonieri, già segretario particolare di Pio XI, e laureato in Lettere e Filosofia alla Sapienza, Zuppi è stato successivamente promosso da Francesco, il 27 ottobre 2015, ad arcivescovo di Bologna. Nella metropolia emiliana egli ha sempre coniugato le mansioni squisitamente pastorali e magisteriali di vescovo con l’interesse evangelico per le periferie esistenziali così care a Bergoglio e con un particolare interesse per i migranti. Cosa, questa, che l’ha fatto entrare spesso nel mirino dei salviniani duri e puri, insofferenti anche alle nette condanne di posizioni sovranistiche o strumentalizzatrici di simboli cristiani in chiave identitaria. 

Particolarmente attento al mondo del lavoro, il presule si è fatto inoltre notare per le posizioni di accoglienza e dialogo con la collettività Lgbt+, che proprio a Bologna ha, a livello associazionistico, una delle sue principali sedi storiche. Sono ben note le parole che ha rivolto, il 16 giugno 2016, alla Fiom riunita a Bologna per il 115° anniversario del sindacato. «Il sindacato – ebbe a dire in quell’occasione – ha sempre avuto attenzione nel difendere quello che è di categoria, ma anche quello che non è immediatamente nella propria categoria, come la dignità dell’uomo, dei diritti della persona. La lotta contro l’omofobia e la lotta contro la violenza alle donne ci troveranno vicini. La lotta contro qualunque ingiustizia è nel profondo di chi ha a cuore il bene della propria categoria, ma anche il bene comune. Le conseguenze della crisi sono ancora pesanti c’è sofferenza e incertezza. E questo chiede di non rimandare, di saper affrontare cercando quello che è necessario, abbandonando certe modalità e cercandone di nuove per arrivare a uno sforzo di sintesi». Zuppi ha inoltre prefato Un ponte da costruire: Una relazione tra Chiesa e persone Lgbti, edizione italiana di Building a bridge. How the Catholic Church and the Lgbt community can enter into a relationship of respect, compassion, and sensitivity, del gesuita e consultore del Dicastero vaticano per la Comunicazione James Martin, e Chiesa e omosessualità. Un’inchiesta alla luce del magistero di Papa Francesco del giornalista de L’Avvenire Luciano Moia.

Accoglienza e dialogo, però, che in Zuppi non sono mai sinonimi di acritica acquiescenza. Se ne è avuta prova durante la prima edizione del Festival de Linkiesta, quando il 7 novembre 2019, dialogando con la sociologa Paola Lazzarini, presidente di Donne per la Chiesa nell’ambito del panel La “Fratelli tutti” e la Chiesa del presente, ha detto sul ddl Zan, approvato tre giorni prima alla Camera: «Io ho apprezzato moltissimo, alcuni no, la posizione del giornale dei vescovi, che è Avvenire. Ricordo che è un testo approvato, fra l’altro, solo alla Camera. Ripeto: ho apprezzato moltissimo, qualcuno si straccia le vesti, che il giornale dei vescovi – la posizione dei vescovi è nota, d’altra parte la presidenza della Cei era uscita con una nota prima ancora che venisse presentato il testo – pubblica, in primo luogo, l’intervento di chi ha la paternità della legge, Alessandro Zan, e poi la risposta firmata del direttore, che esprime tutte le sue perplessità. Perché lo trovo intelligente? Perché si discute, perché si cerca di capire, si esprime evidentemente anche un disaccordo, che non è quindi aprioristico. Ma che entra nel merito e, proprio perché entra nel merito, c’è anche il disaccordo. Io trovo questo atteggiamento importantissimo, perché costringe gli uni e gli altri a entrare nel contenuto».

Quindi la chiara conclusione: «Sono andato a vedere la risposta di Avvenire, che riprendeva la risposta di Cesare Mirabelli, che mi è sembrata una risposta intelligente con dei punti di forte perplessità, senza per questo scatenare le apocalissi. A contare sono la comprensione e il confronto. Se poi si crede che il dialogo significhi cedevolezza, allora auguri. L’Avvenire ha fatto un grandissimo lavoro di consapevolezza e anche difesa della posizione della Chiesa al riguardo con le sue perplessità».

Francesco incorona Zuppi: un uomo di dialogo per la Cei. Fabio Marchese Ragona il 25 Maggio 2022 su Il Giornale.

Il cardinale eletto presidente della Conferenza episcopale: "La mia missione per una Chiesa che parla a tutti".

La nomina è avvenuta in tempo record, nel giro di un'ora: il Papa non ha fatto attendere i vescovi riuniti in assemblea e ha subito comunicato la sua decisione: il cardinale Matteo Maria Zuppi è nominato Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. I presenti sono rimasti spiazzati, questa volta per la velocità con cui il presidente uscente, il cardinale Bassetti, ha comunicato la decisione del Papa: pensavano che, come accaduto cinque anni fa, passassero 24 ore prima di sapere chi fosse il prescelto tra quelli della terna proposta dai vescovi. Nessuna sorpresa invece sul nome dell'arcivescovo di Bologna, Zuppi: qualche settimana fa, in un colloquio pubblicato sul Corriere della Sera il Papa aveva detto che per la guida della Conferenza Episcopale Italiana «preferisco che sia un cardinale, che sia autorevole. E che abbia la possibilità di scegliere il segretario, che possa dire voglio lavorare con questa persona».

Parlando a porte chiuse ai vescovi, due giorni fa in aula Paolo VI in Vaticano, aveva poi precisato: «So che circola il nome di monsignor Castellucci, l'arcivescovo di Modena, come possibile candidato presidente. È un bravo professore e un brav'uomo. Io ho detto che preferisco un cardinale, ma ovviamente voi potete votare per chi volete, ci mancherebbe che pretendo una porpora per la guida della Cei». I riflettori si erano comunque subito accesi sull'arcivescovo di Bologna, prete di strada dallo stile pastorale molto vicino a Papa Bergoglio. E infatti, nelle votazioni di ieri mattina, Zuppi è risultato subito il più votato, seguito da un altro cardinale, l'arcivescovo di Siena, Paolo Lojudice (anche lui prete di strada e creato cardinale da Francesco) e da monsignor Nino Raspanti, vescovo di Acireale. Per Zuppi 108 le preferenze, 41 per Lojudice e 21 per Raspanti, entrato in terna come outsider essendo l'unico dei tre senza porpora. Anche Castellucci, nella prima votazione, aveva ottenuto una quarantina di voti, tutti poi dirottati, a partire dalla seconda votazione e su richiesta del diretto interessato, sugli altri candidati.

Romano, 66 anni, dal 2015 alla guida della chiesa di Bologna e dal 2019 cardinale, Zuppi è anche un'esponente di spicco della Comunità di Sant'Egidio: fu, negli anni Novanta, insieme ad Andrea Riccardi, tra i fautori degli accordi di pace in Mozambico. Uomo di mediazione e di dialogo, «don Matteo», da presidente avrà però più oneri che onori: dovrà impostare una forte azione di governo interna alla Cei e far sentire la voce della Chiesa Italiana nei rapporti con la politica in modo ancora più incisivo rispetto al passato. Ma dovrà affrontare, soprattutto, quella che è considerata la principale sfida della nuova presidenza: la piaga della pedofilia. La Cei, come sta già accadendo in varie diocesi del mondo, dovrà avviare un'indagine approfondita sul fenomeno, senza fermarsi però ai soli abusi su minori avvenuti negli ambienti ecclesiastici ma realizzando una mappatura di tutti i contesti (da quello familiare a quello scolastico) in cui questi delitti sono avvenuti.

Il nuovo presidente della Cei, qualche ora dopo la nomina, ha voluto incontrare anche i giornalisti a Fiumicino per rilasciare una dichiarazione: «C'è stata un'accelerazione improvvisa», ha detto il cardinale Zuppi, «devo quindi ringraziare il Papa che mi ha scelto e i vescovi che mi hanno indicato nella terna. Durante il mio mandato mi accompagneranno tre dinamiche: l'obbedienza al Papa, la collegialità e la sinodalità. Questo mi conforta. La missione della Chiesa», ha aggiunto il porporato, «è quella di sempre: una Chiesa che parla a tutti e con tutti. La responsabilità fa misurare anche la propria piccolezza e inadeguatezza. Questa c'è sempre e spero di restarne pienamente consapevole».

Una nomina che, secondo molti osservatori internazionali, consolida la figura di «don Matteo», anche come papabile italiano per un eventuale futuro conclave. Discorso, questo, affrontato a porte chiuse tra molti dei vescovi presenti due giorni fa all'apertura dell'Assemblea Generale della CEI, dopo che Papa Francesco, dialogando sempre con loro, aveva affermato: «Ho sempre questo dolore alla gamba, piuttosto che operarmi mi dimetto!». Frase che ha subito messo in allerta alcuni tra i pastori più intraprendenti ma che in realtà è stata pronunciata in un contesto gioviale e scherzoso.

Francesco sceglie Zuppi: chi è il "progressista" che guiderà la Cei. Francesco Boezi il 24 Maggio 2022 su Il Giornale.

Il Pontefice pesca il nome dalla lista stilata dall'assemblea dei vescovi. Scelto l'arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi che succede al cardinale Bassetti.

Il cardinale Matteo Maria Zuppi, che è anche l'arcivescovo di Bologna e che è stato creato porporato da papa Francesco nel corso dell'ultimo concistoro, è il nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana.

La decisione è arrivata dopo l'assemblea dei vescovi che, come da tradizione, ha individuato una terna di nomi da sottoporre al pontefice, che ha poi scelto. Il tutto è arrivato in tempi brevi rispetto alla prassi. Si era ipotizzato che si dovesse arrivare agli inizi di giugno.

Zuppi succede così a Gualtiero Bassetti, cardinale che aveva raggiunto i limiti d'età e che si è fatto da parte. Il nuovo presidente della Cei è considerato per lo più un "progressista", anche se la definizione può non essere esaustiva, e proviene dalla Comunità di Sant'Egidio.

Il messaggio che il neo vertice dei presuli ha voluto inoltrare per la sua nomina è stato riportato dal sito della Sir: "Comunione e missione sono le parole che sento nel cuore. Cercherò di fare del mio meglio, restiamo uniti nella sinodalità", ha dichiarato, rilanciando sul concetto di "sinodalità", che è caro all'ex arcivescovo di Buenos Aires e che dovrà accompagnare la Chiesa italiana in questi anni proprio in virtù del Sinodo nazionale che Bergoglio ha richiesto e che la Cei sta organizzando.

In chiave ecclesiastica si potrebbe dire che Zuppi sia una figura molto caratterizzata. Nel corso delle settimane che hanno preceduto l'assemblea dei presuli del Belpaese, il nome dell'arcivescovo di Bologna era rimbalzato sulla stampa in qualità di possibile nuovo vertice. Ma sono anni, a dire il vero, che si parla dell'arcivescovo di Bologna come futuro (e ora presente) della Cei.

Intanto stanno arrivando le prime congratulazioni. Tra i primi Matteo Salvini, che ha pure ringraziato l'ex presidente Bassetti: "Un doveroso e sentito ringraziamento al cardinale Bassetti. Rivolgo i miei più fervidi auguri di buon lavoro al cardinale Zuppi", ha twittato il leader della Lega.

"Gli auguri più sentiti di buon lavoro al nuovo Presidente della Cei, Cardinale Matteo Zuppi", ha scritto invece il segretario del Partito Democratico Enrico Letta, sempre via Twitter, subito dopo l'emersione della notizia, che è stata battuta anche dall'Ansa. Nel frattempo, stanno fuoriuscendo anche alcuni particolari relativi alla nomina. I vescovi italiani avevano - come da tradizione - segnalato tre nominativi al Santo Padre: oltre a Zuppi, erano stati indicati anche l'arcivescovo di Siena, il cardinal Augusto Paolo Lojudice, e monsignor Antonino Raspanti.

Jorge Mario Bergoglio, in un'intervista al Corriere della Sera, aveva in qualche modo orientato l'avvenire della Cei, dichiarando che avrebbe preferito che il presidente fosse stato un cardinale. E così è stato.

La Cei, la nomina di Zuppi e il futuro del Papato: il retroscena. Francesco Boezi il 24 Maggio 2022 su Il Giornale.

A Roma, città originaria del cardinal Matteo Maria Zuppi, è partito il tam-tam dopo la nomina a presidente Cei. Quali interpretazioni circolano sul futuro del papato.

Il cardinal Matteo Maria Zuppi è il nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana ma il porporato italiano è anche uno dei nomi che vengono riportati più spesso quando si scrive del futuro del papato.

E questo perché l'arcivescovo di Bologna, come peraltro la nomina di papa Francesco per la Cei dimostra, è di sicuro uno di quegli altri ecclesiastici in grado d'incarnare il concetto di "Chiesa in uscita", che è centrale per la pastorale di Jorge Mario Bergoglio e che già dice molto sul futuro della Chiesa cattolica. Ma pronosticare chi sarà il prossimo successore di Pietro è un esercizio - come abbiamo ribadito più volte - che rischia d'essere inutile.

Comunque sia, a Roma, città originaria dell'arcivescovo di Bologna, è già partito il tam-tam interpretativo. Le letture che circolano sono due: c'è chi pensa che, con la presidenza della Cei, Zuppi possa essere stato "bruciato" per il soglio di Pietro. E questo viene ventilato allegando due motivazioni. La prima: nessun presidente della Cei è mai stato eletto Papa.

Poi c'è un altro motivo che gira soprattutto sulle chat di chi si occupa di "cose vaticane": durante questo pontificato, si è più volte ipotizzato che il presidente della Cei venisse unificato, come figura, con il vicario generale della diocesi di Roma, com'è stato ad esempio nel caso del cardinal Camillo Ruini. Per Zuppi, significherebbe sì lasciare Bologna ma anche avere molto più "potere" ecclesiastico concentrato nelle sue mani. E per qualche addetto ai lavori questa potrebbe essere un'altra causa di distanza probabilistica dalla successione papale.

Esistono tanti "però". Anzitutto la Cei è stata istituita di recente in confronto alla storia millenaria della Chiesa cattolica. Dunque è normale che un Papa non sia mai passato dalla presidenza dei presuli italiani. L'altro punto interrogativo, che è poi quello più rilevante, può essere semplificato così: davvero la prassi e la tradizione ecclesiastica, considerato quanto è cambiato nel corso dell'ultimo decennio (dalle dimissioni di Benedetto XVI alla "rivoluzione" di papa Francesco,) possono essere elementi utili per comprendere se un presidente della Cei possa o no divenire vescovo di Roma?

Certo è che una parte di quella che viene chiamata "destra ecclesiastica", ora come ora, ritiene che la nomina di Zuppi possa inficiare sulle future logiche del Conclave. Ma si tratta appunto di una interpretazione che può assomigliare ad una congettura.

E infatti dai limitrofi della "sacre stanze" ci arriva una smentita secca: "Questo è del tutto irrilevante - ci dice un sacerdote che conosce molto bene cosa accade in Vaticano, in relazione al fatto che la presidenza Cei "bruci" Zuppi per il papato - . Sono stati eletti pontefici da cardinali di Curia, da segretari di Stato, da capi di Dicastero...". Insomma, il fatto che l'arcivescovo di Bologna sia stato scelto come capo dei vescovi italiani - questa è la versione che va per la maggiore - non può influire sull'avvenire. Una postilla: al netto di tutte le cose che verranno dette in merito alla novità di queste ore, sembra palese come la Chiesa italiana stia tornado centrale nel contesto universale.

LA CHIESA FA SQUADRA, IL SUD NO. CHE COSA INSEGNA LA NOMINA DI ZUPPI ALLA GUIDA DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA (CEI). ROBERTO NAPOLETANO su Il Quotidiano del Sud il 24 Maggio 2022.

Ha scelto Francesco di mettere alla testa della nostra Chiesa una persona che fa leadership e che, fuori dal clericalismo, deve dare una mano a rimettere in sesto questo Paese in un mondo in crisi dove i cattolici sono in grado di contribuire per tornare a fare squadra in tutto. Nella politica come nell’economia, nella società, tra ricchi e poveri, aree metropolitane e periferie, nei ceti produttivi e nel sindacato, a partire dalla scuola e dall’università. Dovrebbero essere tutti concentrati a giocare e vincere la partita del Pnrr che è la scommessa del futuro, fatta di riforme di struttura e di investimenti pubblici, e, allo stesso tempo, l’opportunità storica, non ripetibile, offerta dall’Europa al Sud d’Italia. Che, purtroppo, non riesce a fare squadra. Si può salvare un Sud dove la ministra per il Mezzogiorno, Mara Carfagna, va a Salerno per avviare l’iter del contratto istituzionale di sviluppo e non si presentano né il sindaco di Salerno, né il presidente della Provincia, né alcuno dei sindaci deluchiani della provincia di Salerno di cui il Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, è da sempre feudatario assoluto? I grandi dirigenti della Dc si odiavano molto di più di adesso, ma non hanno fatto mai mancare la loro presenza in tutte le riunioni ufficiali.

MATTEO Zuppi è il nuovo presidente della Conferenza Episcopale Italiana (Cei). Papa Francesco ha scelto e dimostra, con questa scelta, che la Chiesa ha capito che bisogna fare squadra e tornare in campo. Sono in troppi a non averlo capito. La presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, ad esempio, che mentre milioni di nordafricani rischiano la fame e gli europei sanno di dovere pagare prezzi stellari per pane e pasta, dichiara a Davos: non siamo in modalità panico. Frase che detta dalla presidente della BCE è quanto meno inopportuna e ci fa molto interrogare sulla capacità esiziale di cogliere la differenza tra l’inflazione europea e quella americana.

Potremmo proseguire con chi tra i capi partito italiani senza percepirne neppure il ridicolo, in un mondo che teme una nuova stagione di recessione e sta riscrivendo tutti i suoi equilibri senza riuscire a capire che la partita è se comanderanno le autocrazie o le democrazie, fa crociate indecorose sui balneari che ricordano battaglie altrettanto indecorose in epoche molto diverse contro la liberalizzazione delle farmacie. Che, come si è visto, non ha peraltro prodotto nessuno dei disastri paventati. O le voci che si sovrappongono tra Capi di Stato europei e Presidente e vicepresidenti della Commissione europea senza che nulla accada di concreto dopo il Next Generation Eu, e invece si produca molto rumore dannoso perché divisivo e inconcludente. Per non parlare delle missioni asiatiche di Biden dove nessuno tra Stati Uniti e Cina dice nulla di diverso da quello che potrebbe dire, ma lo dice in pubblico ora e evidenzia plasticamente quanto sarebbe più utile al cessate il fuoco e alla pace da costruire un silenzio operoso.

Papa Francesco ha scelto l’arcivescovo di Bologna e, quindi, ha scelto “il prete e vescovo del Vangelo in ascolto di tutti”, parole della comunità di Sant’Egidio, ma soprattutto ha scelto, a nostro avviso, una personalità che sa stare in pubblico, che non  fa moralismi ma dialoghi, che ha ricostruito la storia dei vescovi fustigatori della Bologna sazia e delusa e che ha la consapevolezza che ora bisogna ricompattare il Paese. Scegliendo Zuppi, Papa Francesco ha dimostrato di capire che oggi non basta più neanche il discorso importantissimo della carità ben rappresentato da altri autorevoli candidati, ma che è addirittura più urgente riprendere in mano la crisi intellettuale del Paese.

Un discorso che vale pari pari sull’Europa e, quindi, su una realtà che ha sorpreso positivamente tutti con gli eurobond della pandemia ma è subito ritornata in una crisi profonda. Che impone l’urgenza di ritrovare la saldezza di una guida collegiale che la conduca velocemente a un’Europa federale compiuta. Arriveremo a dire che Francesco ha fatto con Zuppi per la Chiesa italiana  il parallelo della scelta di Mattarella con la chiamata di Draghi alla guida del governo nazionale. Ha scelto Francesco di mettere alla testa della nostra Chiesa una persona che fa leadership e che, fuori dal clericalismo, deve dare una mano a rimettere in sesto questo Paese in un mondo in crisi dove i cattolici, riconoscendo di fare parte di questa crisi, sono in grado di dare una mano per tornare a fare squadra in tutto. Nella politica come nell’economia, nella società, tra ricchi e poveri, aree metropolitane e periferie, nei ceti produttivi e nel sindacato, a partire dalla scuola e dall’università. Dovrebbero essere tutti concentrati a giocare e vincere la partita del Piano nazionale di ripresa e di resilienza che è la scommessa del futuro, fatta di riforme di struttura e di investimenti pubblici, e, allo stesso tempo, l’opportunità storica, non ripetibile, offerta al Paese dall’Europa solidale dei giorni terribili della pandemia globale.

Su questo punto, consentiteci di fare una riflessione amara che riguarda il nostro Sud e chi ha impegnato tre anni di lavoro per stimolare un dibattito culturale prima di verità e poi di operatività per correggere le storture dei diritti negati e cogliere con spirito nuovo le opportunità offerte da scelte nuove di bilancio pubblico e dalla storia che combatte perché il Sud diventi l’hub energetico del Paese e il territorio di maggiore attrattività per mettere in sicurezza le filiere produttive europee e fare rivivere l’economia privata dei suoi territori.  

Siamo costretti a chiederci, ma si può salvare un Sud in cui non si sa fare squadra? Si può salvare un Sud dove la ministra per il Mezzogiorno, Mara Carfagna, va a Salerno per avviare l’iter del contratto istituzionale di sviluppo e non si presentano né il sindaco di Salerno, né il presidente della Provincia, né alcuno dei sindaci della provincia di Salerno di cui il Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, è da sempre feudatario assoluto? Dove si ritrovano lei e il prefetto intorno al tavolo e in sala tutti i sindaci della provincia che non sono di fede deluchiana?

Si può arrivare dentro a una macchina pubblica che deve fare sforzi giganteschi per evitare di ripetere le figuracce storiche nell’utilizzo dei fondi di coesione e sviluppo anche con il Pnrr e le sue scadenze di giugno, a simili plateali manifestazioni di dissenso politico nel cui merito non entriamo, ma che vanno così spudoratamente contro gli interessi dei cittadini della comunità salernitana boicottando un’iniziativa che vale centinaia di milioni? Si ricordino tutti che i grandi dirigenti della Dc si odiavano molto di più di adesso, ma non hanno fatto mai mancare la loro presenza in tutte le riunioni ufficiali. Anche questo bruttissimo episodio di questa giornata salernitana è una faccia rivelatrice della situazione “apocalittica” che segna il passaggio italiano alla post modernità.

A nostro modo di vedere, è anche la più subdola perché si rifugia dietro paraventi formali e nasconde il tasso di nepotismo familistico a cui si è ridotta la politica in certi territori. Sono cose a cui non vorremmo assistere e, tanto meno, scriverne perché ci producono imbarazzo.

·        La Pontificia Accademia per la Vita.

Preti, tecnologie, vita. Un viaggio dietro le quinte della Pontificia Accademia per la Vita. Fabrizio Mastrofini,  Giornalista e saggista, su Il Riformista il 26 Aprile 2022.

Che ci fa un prete nel mondo (virtuale e reale insieme) fagocitante, pervasivo, luccicante, dell’intelligenza artificiale e delle mille diramazioni che legano la tecnologia alla vita di tutti i giorni? Un prete ci sta bene, se si chiama don Andrea Ciucci, e lavora alla Pontificia Accademia per la Vita, impegnato come è a portare avanti  e coordinare (dietro le quinte) il progetto che collega l’etica e la difesa e promozione della vita, agli sviluppi delle tecnologie emergenti e convergenti, come le ha definite una volta Papa Francesco. Don Andrea ha pubblicato un libro in cui racconta gli incontri, i dibattiti, i viaggi, che in questi anni hanno consentito alla Pontificia Accademia per la Vita di entrare con impegno sapienza nel mondo della tecnologia più di frontiera: robotica e intelligenza artificiale.

In poco più di 100 pagine si sviluppa un racconto fatto di incontri e riflessioni in cinque continenti,  con addentellati nelle più poderose organizzazioni internazionali, dalle Nazioni Unite alla Fao. Senza mai dimenticare che l’obiettivo del lavoro è di entrare nelle questioni tecnologiche con un approccio etico, sottolineando in che modo le tecnologie impattano i problemi concreti. Ad esempio le tecnologie quando riguardano la salute (maggiori possibilità per chi può permetterselo, crescente esclusione – un digital divide brutale – per chi non ha o ha minori possibilità economiche); oppure le tecnologie in relazione alla produzione agricola e quindi con riflessi immediati sull’alimentazione: illuminanti le pagine che raccontano gli incontri e l’impegno della Fao in questo settore.

Obiettivo del libro è di presentare il lavoro che ha portato alla firma della Carta di impegno per un approccio etico all’Intelligenza Artificiale – la cosiddetta Rome Call, promossa dalla Pontificia Accademia per la Vita (con il suo presidente mons. Vincenzo Paglia) e firmata il 28 febbraio 2020 da Microsoft, Ibm, Fao e governo italiano. Un lavoro che continua per allargare la platea dei firmatari e degli aderenti.

Tuttavia il libro è anche occasione per cogliere due aspetti centrali di tali attività. A partire dalla domanda che è anche il titolo: Perché lei è qui? Per l’autore la domanda vuol dire: cosa c’entra un sacerdote nei tavoli di lavoro sulla tecnologia? Per noi la domanda è diversa: perché la Chiesa si occupa di tecnologie? La risposta ha due aspetti.

Il primo: la tecnologia impatta sulla qualità della vita di ogni donna ed uomo. Come ha detto Papa Francesco proprio alla Pontificia Accademia per la Vita nel 2019: vi dovete occupare delle tecnologie emergenti e convergenti. “Esse includono le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, le biotecnologie, le nanotecnologie, la robotica. Avvalendosi dei risultati ottenuti dalla fisica, dalla genetica e dalle neuroscienze, come pure della capacità di calcolo di macchine sempre più potenti, è oggi possibile intervenire molto profondamente nella materia vivente. Anche il corpo umano è suscettibile di interventi tali che possono modificare non solo le sue funzioni e prestazioni, ma anche le sue modalità di relazione, sul piano personale e sociale, esponendolo sempre più alle logiche del mercato. Occorre quindi anzitutto comprendere le trasformazioni epocali che si annunciano su queste nuove frontiere, per individuare come orientarle al servizio della persona umana, rispettando e promuovendo la sua intrinseca dignità” (Lettera Humana Communitas, paragrafo 12).

Secondo: questo impegno è parte di un approccio più ampio che si chiama “bioetica globale”. Come spiega bene don Andrea Ciucci. “se si vuole riflettere sulla qualità delle scelte che ognuno di noi compie ordinariamente non si può non pensare in chiave globale” in quanto “abbiamo imparato sulla nostra pelle l’assoluta interdipendenza delle nostre vite (ce lo ha insegnato un microscopico virus cinese) e il feroce impatto che esse hanno sul pianeta in cui viviamo”. Dunque è indispensabile “pensare in chiave globale” e in chiave globale ragionare sulle scelte etiche. “Per questo in Accademia il tema è stato esplicitato e quotidianamente ci si confronta con donne e uomini di tutte le nazioni, di tutte le culture, di tutte le fedi”.

La lettura del libro consente di saperne di più, entrando con l’occhio dell’osservatore privilegiato dietro le quinte di un affascinante, complesso, delicato, universale scenario, che cambierà non solo il mondo ma le vite quotidiane di ognuno di noi.

Andrea Ciucci, Scusi, ma perché lei è qui?. Storia di intelligenze umane e artificiali, Terre di Mezzo Editore, Milano, 125 pagine, 14 euro. Da segnalare la prefazione della prof.ssa Maria Chiara Carrozza, Accademica della Pontificia Accademia per la Vita ma soprattutto Presidente del Consiglio nazionale delle Ricerche.

In un passaggio della prefazione – un vero e proprio approfondimento che introduce il lettore nelle problematiche del volume – sottolinea che il valore aggiunto del progetto della Pontificia Accademia per la Vita raccontato nel libro è nell’essere “una spinta a cercare di cambiare i  destini dell’umanità, studiando come le tecnologie abilitanti, l’intelligenza artificiale, la data science, il quantum tech, la robotica, possano contribuire a rendere migliore la nostra esistenza, lottare contro la disuguaglianza, essere uno strumento di pace piuttosto che una causa di sofferenza”.

·        Le Riforme.

Fumata bianca. Papa Francesco è irremovibile: il suo "no" alle donne prete. In una recente intervista, Jorge Mario Bergoglio ha chiuso la porta all'ordinazione femminile. E non è la prima volta che lo fa, nonostante le aperture su alcuni fronti. Nico Spuntoni il 4 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Lo scorso 22 novembre Papa Francesco ha ricevuto in Vaticano una delegazione di redattori della rivista dei gesuiti statunitensi America Magazine. Si tratta di uno dei giornali più progressisti nel mondo dell'informazione religiosa e senz'altro uno dei più autorevoli. Il botta e risposta tra il Pontefice e i giornalisti è stato pubblicato a fine novembre e ha fatto discutere soprattutto per le dichiarazioni papali sulla guerra in Ucraina.

Ma l'intervista è degna di nota anche per un altro dei temi toccati: l'ordinazione femminile. Sarà stato il clima informale a Casa Santa Marta e le risposte gradite alle domande critiche sulla Conferenza episcopale Usa, ma ad un certo punto l'editorialista Kerry Weber ha provato il 'colpaccio' ed ha chiesto al Papa cosa si sentirebbe di dire a tutte le donne addolorate perché non possono essere ammesse al sacerdozio.

Una domanda volutamente "di parte" dal momento che la giornalista in passato si è dimostrata più volte favorevole all'ipotesi delle diaconesse e della riapertura della discussione sull'ordinazione femminile. Tuttavia, Francesco deve aver deluso - almeno su questo punto - la sua intervistatrice, sostenendo che "il principio petrino non ha spazio" per l'accesso delle donne al ministero ordinato.

Bergoglio ha motivato il "no" ricordando al tempo stesso ciò che ha fatto per aprire alle donne gli organi decisionali della Chiesa. Non solo in ambito ecclesiale, dove ha recentemente nominato due donne nel Dicastero per i vescovi e suor Raffaella Petrini come segretario generale del Governatorato dello Stato di Città del Vaticano: Francesco ha anche affermato che "quando una donna entra in politica o gestisce le cose, generalmente se la cava meglio". Il Papa ha spiegato, inoltre, che l'esclusione delle donne dal ministero ordinato "non è una privazione".

Non saranno contenti in Germania

Nel 2019, in un'udienza concessa in Vaticano alle rappresentanti dell'Unione Internazionale delle Superiore Generali, Francesco aveva gelato una suora tedesca che gli aveva chiesto di riprendere la riflessione sul diaconato femminile non limitandosi a consultare "solamente le fonti storiche e dogmatiche". Bergoglio aveva risposto dicendo che bisogna mantenersi sulla linea tracciata dalla Rivelazione: "Se non c'era qualcosa, se il Signore non ha voluto il ministero, il ministero sacramentale per le donne non va".

Ancora più perentorio era stato sulla possibilità di aprire alle donne-prete. Nel 2016, sul volo di ritorno da Malmoe, Francesco aveva osservato che sull'ordinazione di donne nella Chiesa cattolica "l'ultima parola chiara" si doveva a San Giovanni Paolo II e "questa rimane". Il riferimento del Pontefice argentino era la Lettera apostolica Ordinatio Sacerdotalis del 1994 a cui si è appellato anche il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale gesuita Luis Ladaria in un testo del 2018.

Il 'no' ribadito dal Papa farà rumore soprattutto in Germania dove l'episcopato tedesco, impegnato in un Cammino Sinodale che ha ricevuto l'ammonimento dei capi dicastero della Curia per l'agenza troppo rivoluzionaria, appare determinato a portare avanti la discussione sull'ordinazione delle donne.

Filippo Di Giacomo per “il Venerdì di Repubblica” il 5 settembre 2022.

Il 22 agosto è stato pubblicato un rescriptum ex audentia Sanctissimi, un atto sovrano con il quale il Papa risponde a una richiesta. Quella che gli è stata sottoposta era tesa a superare i qui pro quo che le confuse statuizioni della Praedicate Evangelium avevano prodotto, inducendo a credere che lo Ior fosse stato declassato al rango di tesoreria dell'Apsa (Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica). 

In futuro, ha deciso il Papa, «l'attività di gestore patrimoniale e di depositario del patrimonio mobiliare della Santa Sede e delle Istituzioni collegate con la Santa Sede compete in via esclusiva all'Istituto per le Opere di Religione». Se ne deduce che l'Apsa vede il suo ruolo di banca centrale e fondo sovrano (dello Stato del Vaticano o della Santa Sede?) riaffermato, e lo Ior (che gestisce l'amministrazione finanziaria di qualunque ente sia Vaticano sia della Santa Sede) verrebbe considerato una sorta di merchant bank.

A metà anni Ottanta, dopo lo scandalo del Banco Ambrosiano lo Ior smise di produrre utili e i grandi ordini e le congregazioni religiose (a cominciare dai gesuiti) ritirarono i loro fondi per farli migrare verso investitori più redditizi. Anche gli organismi vaticani smisero di tenere i soldi nella cassaforte del Torrione di papa Niccolò V e iniziarono a sfruttare vere merchant bank per fare utili da distribuire sia agli enti istituzionali sia a coloro che depositavano fondi presso "la banca del Papa". Così i clienti aumentarono di numero e consistenza. 

Gli abusi scoperti dagli enti internazionali verranno evitati? Una cosa è certa: tutta la liquidità della Santa Sede (forse, pure quella dello Stato della Città del Vaticano che non pubblica i suoi bilanci dal 2015) sarà sotto il manto dello Ior. Se la storia è maestra di vita, i ladri del futuro saranno più facilitati.

Filippo Di Giacomo per “il Venerdì - la Repubblica” il 5 agosto 2022.

Chiesa in uscita, Chiesa ospedale da campo, Chiesa con l'odore delle pecore, Chiesa sinodale Le definizioni abbondano, ma quella che durante il Giubileo del 2000 l'allora cardinale Joseph Ratzinger chiamò "la Chiesa di carta", non ha cessato di prosperare: slogan tanti, risultati quasi zero. In un Continente europeo, con l'Italia capolista, dove la popolazione invecchia e il declino demografico aumenta, nascita e morte dovrebbero essere i luoghi privilegiati per dialogare sinceramente con la cultura e la società contemporanee.

Dopo le chiesastiche insensatezze dottrinali e scientifiche degli anni Ottanta e Novanta sulle novità della medicina in materia di salute riproduttiva, i 202 consultori familiari di ispirazione cristiana presenti in Italia sono tutti affidati alla Provvidenza, mentre cliniche e ospedali cattolici sono merce di scambio con i potentati finanziari della sanità privata.

E cosa fa la Chiesa per coloro che, pur volendo, non riescono ad avere un figlio? In un Paese carente di asili nido, quelli residui delle comunità religiose hanno costi economici al di sopra delle possibilità della maggioranza dei fedeli.

E dove sono solo 21 gli hospice cattolici e di ispirazione cristiana in cui, in teoria, applicare ai malati terminali quelle cure palliative che vengono annunciate ogni volta che la società civile tenta un passo in avanti. È dal 2020 che la Cei propone alle diocesi sia la creazione di hospice sia la loro caratterizzazione come "presenza" sul territorio, aperti alle comunità e persino disposti a «prendersi cura di quelli che curano, giacché il contatto quotidiano con il dolore è un difficile peso per gli operatori». Con tutti i conventi, le canoniche, le opere che si chiudono, pensare, prima di metterle sul mercato a pochi euro, ad un loro utilizzo sociale non sarebbe cattolico?

R. Dim. per “Il Messaggero” l'8 giugno 2022.

Il Papa attrezza la banca del Vaticano - l'Istituto per le opere di religione (Ior) - secondo la best practice di governance delle moderne società quotate e dà una stretta sui conti correnti. Francesco fa intendere che passa da qui la sua rivoluzione oltre Tevere. 

Nelle more della riorganizzazione totale della Curia Romana, come previsto dalla Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium entrata in vigore tre giorni fa, il primo passo di Bergoglio riguarda proprio il settore più nel mirino, con il processo sul palazzo di Sloan Avenue di Londra, entrato ormai nel vivo.

In parallelo la Santa Sede, però, è alle prese con i conti - del nuovo bilancio dello Ior che si è praticamente dimezzato, passando dai 36,4 milioni del 2020 ai 18,1 del 2021. E secondo i dettami della Costituzione Apostolica, viene istituito il comitato per gli Investimenti che deve «garantire la natura etica degli investimenti mobiliari della Santa Sede secondo la dottrina sociale della Chiesa e, nello stesso tempo, la loro redditività, adeguatezza e rischiosità». 

Un organo di governance che, quindi, dovrà vigilare su acquisti e vendite del Vaticano, per evitare - di conseguenza - un nuovo caso Londra. Per questo, a capo del comitato, la Santa Sede ha nominato un fedelissimo di Bergoglio, il cardinale statunitense Kevin Joseph Farrell, vescovo cattolico irlandese naturalizzato statunitense già prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ma soprattutto membro dell'Ufficio dell'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.

Cioè della Apsa considerata la «banca centrale» vaticana e guidata dal vescovo Nunzio Galantino, nominato nel 2018 proprio da Francesco.

I membri del neonato comitato, che resteranno in carica cinque anni, sono «professionisti di alto profilo», come sottolineato nella stessa Costituzione Apostolica. Si tratta di profili internazionali - tutti uomini - legati al mondo della finanza provenienti da tutto il mondo: il britannico Jean Pierre Casey, fondatore e ad di RegHedge, azienda che utilizza l'intelligenza artificiale per ricavare dalle politiche governative informazioni significative per gli investimenti; il tedesco Giovanni Christian Michael Gay, ad di Union Investment Privatfonds GmbH e uno dei responsabili di Union Investment Group; lo svedese David Harris, gestore di portafoglio e partner di Skagen Funds, esperto di mercati azionari globali; John J. Zona (Usa), responsabile dell'ufficio investimenti del Boston College.

Intanto ieri lo Ior ha pubblicato - per il 10° anno consecutivo - il bilancio, che segna un utile di 18,1 milioni. 

Dati «in linea con le aspettative» ma che segnano un dimezzamento rispetto all'anno passato, quello della pandemia, dove gli utili erano stati di 36,4 milioni, anche in quel caso in calo rispetto al 2019.

All'epoca pesarono i mancati introiti derivanti dai Musei Vaticani chiusi per la pandemia. Il post-pandemia, riparte con il piede giusto per la Santa Sede che, nonostante l'impegno verso un modello di investimenti prudente, registra una curva dei profitti proiettata verso il basso. Dal rendiconto emerge che sono stati chiusi 400 conti «a seguito di controlli periodici sempre più frequenti e granulari», ha scritto il dg Gian Franco Mammì.

Filippo Di Giacomo per “il Venerdì di Repubblica” l'8 aprile 2022.

Da una decina d'anni, è in corso un processo contro la Chiesa. Riguarda il segreto confessionale, il "sigillo sacramentale" che impedisce al prete, pena la scomunica e la dimissione dallo stato clericale in diritto canonico, o un anno di carcere e multa per il diritto penale italiano, di rivelare quanto appreso. 

Secondo gli accusatori, tale "sigillo" è correo nella maggior parte dei silenzi caduti sugli abusi compiuti da preti. In una decina di Paesi, anglosassoni e non come Spagna e Francia, le assemblee legislative hanno votato, o stanno per farlo, leggi che obbligano chi riceve la confessione di un abusatore di un minore a denunciarlo.

In Italia, secondo una sentenza della Cassazione, la 6912 del 14 gennaio 2017, il dettato del nostro codice penale (il 622 c.p. e il 200 c.p.p.), cioè l'obbligo del segreto, resta valido quando il penitente è l'autore di un crimine, non quando ne è la vittima. 

Tradotto: se non è zuppa, è pan bagnato. Il 25 marzo scorso, concludendo il 32° corso sul Foro interno organizzato dalla Penitenzieria apostolica, Francesco è intervenuto sulla vexata quaestio senza se e senza ma: «Il sigillo è dal momento in cui si comincia al momento della fine. Ma se a metà avete parlato di quella cosa? Niente, tutto è sotto sigillo», sia per il peccatore, sia per la vittima. Solo che non ha fatto cenno ai soliti "nemici di Gesù e della Chiesa".

Ha solo parlato di «qualche associazione» cattolica nella quale «sta entrando una relativizzazione del sigillo sacramentale: il sigillo è il peccato, ma poi tutto quello che viene dopo il peccato o prima del peccato, il confessore lo dice ai superiori». Cosa si intende per "qualche associazione", nella Chiesa è noto. E se lo sa anche il Papa, il Vaticano potrebbe smettere di far finta di non sapere.

Riformare è impossibile con questo clero. Fabrizio Mastrofini, Giornalista e saggista, su Il Riformista l'8 Aprile 2022.  

Le Edizioni Dehoniane di Bologna (EDB), storica casa editrice cattolica in procedura di fallimento ma forse salvabile, proseguono le pubblicazioni – poche uscite ma ben scelte, per ora – e annunciano la pubblicazione di un libro importante, certo, però a mio avviso abbastanza inutile. Ed è un volume di ben 268 pagine, ora tradotto in italiano, pubblicato in originale francese il 2 aprile 2020 postumo, perché il suo autore, Loïc de Kerimel, saggista molto noto, è morto il 24 marzo, pochi giorni prima. In italiano il libro si intitola “Contro il clericalismo”, e l’autore, docente di filosofia per lunghi anni, cattolico militante, dice chiaramente che senza cambiare in profondità la mentalità clericale, non cambierà nulla.

Ora, dirlo in 268 pagine è davvero una lunga argomentazione per un dato di fatto che si può riassumere molto in breve. La mentalità clericale comincia dalla formazione in seminario. Quindi occorre cambiare il sistema di reclutamento prima e di formazione poi, e quindi intervenire sul tipo di relazioni vigenti nella Chiesa, dove basta avere il “colletto bianco” da prete per avere ragione o per avere sempre l’ultima parola. E occorre farla finita con le idealizzazioni più irritanti, sbagliate, fuori luogo. Prendiamo ad esempio l’ultimo documento della Congregazione per l’educazione cattolica. E’ un ampio e articolato testo che evidenzia il valore culturale dell’insegnamento e dell’istruzione, a tutti i livelli della Chiesa, soprattutto nel dialogo e nel rapporto con la società. Ed è un grande merito aver sottolineato l’importanza della cultura nel mondo di oggi, e la necessità di un lavoro culturale proposto da docenti preparati, seri, coerenti. Tuttavia in tutto il testo non c’è una frase su quanto debba venire retribuito questo lavoro! E’ cruciale, ma di stipendi non si parla. Come al solito: grande idealità però al momento di vedere gli stipendi, andiamo a fare le nozze con i fichi secchi.

Oppure prendiamo la Riforma della Curia romana. Documento fondamentale di questo pontificato, pubblicato il 19 marzo, che segnerà le modalità di lavoro per molti anni. Anche qui: professionalità è la parola d’ordine, al servizio della Chiesa. Sì, ma gli stipendi? Questo personale così importante, preparato, coinvolto, sapiente, riceve stipendi adeguati? Non si sa, non ce lo dicono. Anzi, probabilmente nemmeno li vogliono dare (gli stipendi).

Ecco perché libri come quello pubblicato ora da EDB servono a poco. Modestamente serve molto di più un libretto concreto come le 10 Regole per un Vaticano felice, che mette a tema in che maniera c-o-n-c-r-e-t-a si possa davvero cambiare. Non teologia, ma realismo (profetico) e una buona dose di umorismo. E buona lettura!

·        Comunione e Liberazione.

Il Papa a Comunione e Liberazione: «È tempo di unità, basta contrapposizioni» NICOLA BRACCI su Il Domani il 15 ottobre 2022

Oltre 60mila aderenti hanno riempito piazza San Pietro. Occasione dell’incontro il centenario della nascita di don Luigi Giussani, che nel 1954 diede vita al movimento

Il riferimento al concetto di crisi è forse quello più ricorrente nel discorso che papa Francesco ha tenuto oggi, 15 ottobre, di fronte ai membri di Comunione e Liberazione, ricevuti in udienza.

Oltre 60mila aderenti hanno riempito piazza San Pietro. Occasione dell’incontro è stato il centenario della nascita di don Luigi Giussani, che nel 1954 diede vita al movimento – fino al ‘68 noto come Gioventù studentesca - tra le fila degli studenti cattolici di Milano. 

IL DISCORSO

Al centro del confronto un’analisi su problemi, divisioni e “impoverimento” all’interno dell’organizzazione, con l’invito a una sintesi critica dei motivi di conflitto.

Un anno fa il cambio dei vertici in Cl con le dimissioni di Julián Carrón, che era subentrato alla guida del movimento nel 2005, proprio alla morte del padre fondatore. Dimissioni volute dal Vaticano per l’eccessivo personalismo del sacerdote spagnolo.

Carrón oggi ha incassato i ringraziamenti del Pontefice «per aver mantenuto fermo il timone della comunione con il pontificato». 

E Bergoglio è partito da qui per ricordare quanto siano complessi i “periodi di transizione”, ricordando che le difficoltà attraversate ora da Comunione e Liberazione sono comuni a quelle sperimentate da «tante fondazioni cattoliche nel corso della storia». 

Tornando a commemorare don Giussani, “padre e maestro”, il papa ha ricordato le origini di Cl che nacque, per come è conosciuta oggi, in mezzo alle tensioni sociali del 1968.

Francesco ha poi voluto rimarcare che la crisi apre a tempi di “discernimento critico” e che «non va ridotta al conflitto, che annulla». L’invito si è fatto poi diretto ai suoi interlocutori: «Non sprecate il vostro tempo prezioso in chiacchiere, diffidenze e contrapposizioni». 

NICOLA BRACCI. Ha 25 anni. È nato e cresciuto a Pesaro e si è poi trasferito a Milano. Legge e scrive di tematiche sociali e geopolitica per interesse, di sport per passione

·        Comunità di Sant’Egidio.

Andrea Riccardi: «I miei sei Pontefici, dai silenzi di Pio XII all’urlo di Wojtyla». Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 26 novembre 2022.

Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio: «Per far funzionale la Capitale non basta un sindaco, ci vorrebbe un governatore»

Andrea Riccardi, lei è del 1950. Se lo ricorda Pio XII?

«È il mio primo ricordo pubblico. Mia nonna mi raccontava di lui, della tempesta che aveva attraversato. Morì che avevo otto anni, e parve la fine di un mondo».

Il suo nuovo libro «La guerra del silenzio» si apre con l’incontro tra papa Pacelli e il suo futuro successore Angelo Roncalli. Vaticano, 10 ottobre 1941.

«Roncalli annotò: “Il Papa mi chiese se il suo silenzio circa il contegno del nazismo non è giudicato male”. È proprio Pio XII il primo a usare la parola-chiave: silenzio».

Appunto: perché tante esitazioni prima di condannare apertamente le atrocità dei nazisti?

«Innanzitutto bisogna capire due cose. Il Vaticano era molto diverso da oggi: nella diplomazia contava poco, il Pontefice non era un personaggio mediatico internazionale. E Pacelli era una persona molto diversa da come pensiamo che fosse».

Com’era in realtà?

«Mite, cortese, timido, insicuro. Aveva un tratto ieratico, mitigato dalla bonomia romana: poliglotta, parlava tutte le lingue con un lieve accento della sua città. Ed era indeciso. C’è una storia che non si trova negli archivi…».

Chi gliel’ha raccontata?

«Il cardinale Traglia, che era vicegerente di Roma. Alla vigilia del Natale 1943, i tedeschi e la banda Koch violarono il Seminario lombardo, che era pieno di ebrei, militari, antifascisti nascosti. Molti avevano avuto dai religiosi l’abito ecclesiastico. Così i fascisti li costringevano a recitare le preghiere per scoprirli e portarli nei lager. Un turpe sacrilegio».

Guardi che non è di moda dire così, bisogna contestualizzare...

«Un turpe sacrilegio».

Come finì?

«Qualche ebreo aveva imparato l’Ave Maria e il Padre Nostro, e si salvò. Altri furono presi e deportati. Il Papa si indignò, e per protesta diede ordine di non celebrare le messe natalizie di mezzanotte, che per via del coprifuoco erano fissate nel pomeriggio. Ma poi cambiò idea, e mandò Traglia ad avvertire i parroci di dire messa lo stesso…».

Perché?

«Temeva di inasprire l’occupante. Il Papa era un diplomatico, e voleva sempre tenere aperta una via di mediazione. Anche se Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, non avrebbe mai potuto organizzare la rete di protezione degli ebrei e degli antifascisti senza il consenso di Pio XII. Alcuni storici obiettano che manca l’ordine scritto. Ma sarebbe stato un grave rischio metterlo per iscritto».

Pacelli era il segretario di Stato di Pio XI. Insieme avevano preparato un’altra, dura enciclica di condanna del nazismo (dopo la Mit Brennender Sorge). Perché alla morte di Pio XI rimase nel cassetto?

«Pio XI aveva un carattere molto diverso. Imperioso. Aveva creduto che Mussolini avrebbe trasformato il fascismo in un regime cattolico. Quando capì che non era così, che il regime anzi perseguitava i giovani dell’Azione cattolica, protestò con vigore. Pio XII era più prudente. Era stato in Germania, parlava tedesco, ma con Hitler il rapporto era pessimo».

Lei scrive che nel Conclave il vero rivale di Pacelli era stato Elia Dalla Costa, che a Firenze aveva sbarrato l’arcivescovado in faccia a Hitler.

«Ma fu considerato un pastore privo di esperienza internazionale».

Il primo Paese aggredito fu la Polonia.

«E i polacchi, in particolare il governo in esilio a Londra, fecero molta pressione sul Papa: “Ma come, la Polonia semper fidelis, il baluardo cattolico contro l’Est ortodosso, viene straziata, gli ebrei vengono massacrati, e il capo della cristianità non dice una parola?”».

Appunto: perché?

«Non perché fosse antisemita. Anzi, aveva simpatia per gli ebrei, e si prodigò in silenzio per proteggerli, come si vide durante l’occupazione nazista di Roma. Ma, appunto, in silenzio. “Ad mala maiora vitanda”, per evitare guai peggiori. Anche ai cristiani».

Nel 1940 l’ambasciatore italiano presso la Santa Sede, Dino Alfieri, fu trasferito a Berlino.

«E Pio XII, nel congedarlo, si confidò. Gli disse che aveva riletto le lettere di Santa Caterina da Siena a Gregorio XI, in cui la santa avvisava il Papa che il giudizio di Dio sarebbe stato severo con lui se non avesse reagito al male. “Sono pronto a essere deportato in un campo di concentramento, ma non a fare alcunché contro coscienza” proclamò Pio XII».

Quindi il Papa temeva di essere deportato?

«Era pronto ad affrontare il prelevamento e furono bruciati alcuni documenti. Non fu per questo che non intervenne per salvare gli ebrei razziati nel ghetto il 16 ottobre 1943».

Lei negli archivi vaticani ha trovato una lettera della principessa Enza Pignatelli, che avverte Pio XII della retata imminente.

«La principessa aveva saputo che i tedeschi avevano chiesto ai fascisti la lista degli ebrei romani. Alle 6 del mattino del 16 ottobre, avvisata da un’amica, Enza Pignatelli andò al ghetto, oltretutto su un’auto di un diplomatico tedesco, vide tutto, e si precipitò dal Papa».

Come reagì Pio XII?

«Fu sorpreso. Sapeva che i nazisti avevano chiesto cinquanta chili d’oro, si era impegnato con la comunità a fornire lui stesso dodici chili. Pensava che gli ebrei fossero al sicuro».

Ma non si mosse.

«Era stato a San Lorenzo dopo il bombardamento: un gesto storico, il Papa con la veste macchiata di sangue, i romani commossi. Avrebbe potuto non dico andare alla stazione Tiburtina a fermare i convogli, come ha scritto Rosetta Loy, ma recarsi tra gli ebrei arrestati al Collegio militare a poche centinaia di metri dal Vaticano. Non lo fece».

Perché?

«Si illuse di poterli liberare per altre vie. Si fidò dell’ambasciatore tedesco Weizsäcker, che gli fece perdere tempo. Ma poi si batté per dare asilo ai ricercati. Il governatore del Vaticano, il cardinal Canali, che aveva simpatie fasciste, protestò. Ma il Papa si schierò con Montini. Fu il tempo in cui “metà Roma nascondeva l’altra metà”. E l’azione diplomatica di Pio XII salvò altre vite, ad esempio quella di Giuliano Vassalli».

Ma il silenzio continuò.

«Il Papa riteneva di non doversi schierare tra i belligeranti, perché dall’altra parte c’era l’Unione Sovietica. Citò le persecuzioni legate alla “stirpe”. Ma in sostanza il silenzio proseguì anche dopo la guerra. E qui francamente non riesco a dare una spiegazione».

La famiglia Riccardi da che parte stava?

«Mio padre dopo l’8 settembre si unì alla Resistenza antitedesca in Albania. Finì in un lager nazista vicino a Colonia. Suo fratello Tommaso era fascista. La madre, mia nonna, lo mandò nel campo nazista a riprendere l’altro figlio deportato».

Ci riuscì?

«No. Per convincerlo lo portò al ristorante, seguito dal piantone tedesco. Mio padre fu irremovibile: aveva giurato fedeltà al re, non al Duce. Il fratello lo riportò al lager; ma prima di salutarlo si tolse il cappotto e glielo lasciò. Papà lo scambiò con il cibo per passare l’inverno».

Si riconciliarono?

«Sì. Ma ogni volta riprendevano a litigare sul re e sul Duce».

Papa Giovanni lei come lo ricorda?

«Una meravigliosa sorpresa. La Curia lo scelse come Papa di transizione. Pensava di poterlo gestire: “Quel pacioccone di Roncalli” diceva Tardini. Lo vidi a San Giovanni, acclamato dalla folla: in pochi mesi aveva cancellato Pio XII, che era stato un Papa popolarissimo. Il primo a dettare messaggi alla radio, il primo ad apparire in tv in America…».

Lei era amico di monsignor Capovilla, il segretario di Roncalli.

«Che mi ha raccontato episodi rivelatori. Il nuovo Papa si insedia, madre Pascalina, la donna forte del pontificato precedente, lo accompagna a visitare l’Appartamento, e a un tratto cade in ginocchio: “Qui è dove il Santo Padre ha visto Gesù…”. E Roncalli, quasi spazientito: “Va be’, andiamo avanti”».

Poi venne Paolo VI.

«Era molto legato alla figura di Pacelli. Nel suo storico viaggio in Terrasanta lo difese presso le autorità israeliane. Tenne il punto, ricordò che Pio XII aveva salvato molti ebrei».

Lei è stato vicino a Giovanni Paolo II, di cui è anche biografo.

«Di Pacelli, Wojtyla non parlava mai. Forse non aveva accettato i silenzi sulla sua Polonia. E poi amava gli ebrei. Li considerava i parenti di Gesù. Nel testamento nomina solo due persone: Stanislao, il suo segretario che era come un figlio, e Toaff, il rabbino capo di Roma. Alcuni critici tradizionalisti sostengono che la mamma di Karol Wojtyla fosse di lontana origine ebraica…».

Lei ci crede?

«Se lo si dimostrasse, non me ne stupirei».

Come lo conobbe?

«Era il 1978, venne in visita alla Garbatella. Noi lo chiamammo dal convento di monache cappuccine, dove avevamo aperto un asilo per i figli delle ragazze madri che vivevano in strada, uno era stato morso dai topi e aveva rischiato di morire. Il Papa entrò, si sedette tra banchi, si fece fotografare con i bambini. Trovava la Chiesa di Roma un po’ spenta, ebbe simpatia per noi di Sant’Egidio. E ci invitò in Vaticano».

Com’era in privato? Si arrabbiava?

«Una volta sola l’ho sentito alzare la voce con Stanislao, che voleva convincerlo a non andare a Sarajevo: “Metterebbe in pericolo il suo seguito...”. “Andrò da solo!”. “Ma non c’è elettricità, non funzionano i microfoni...”. “Urlerò!”. Poi però ebbe parole di tenerezza: “Stanislao è con me da sempre, non avrei accettato l’elezione se non avessi avuto lui al mio fianco...”».

Come passerà alla storia Wojtyla?

«Come l’ultimo Papa uscito vincitore. Si alleò con Reagan, liberò i polacchi quasi come un Mosè che aveva liberato gli ebrei. Il primo viaggio lo fece ad Assisi. Un fedele gli gridò: viva la Chiesa del silenzio! E lui, prontissimo: “Non c’è più la Chiesa del silenzio. Ora è qui; e parla”. Un gigante. Convinto che l’Italia avesse una missione nel mondo».

Quale?

«Preservare la sede di Pietro. Conciliare la cristianità e l’umanesimo».

Lei come ha accolto le dimissioni di Ratzinger?

«Male. Quasi come un atto di freddezza. Credo che la storia debba ancora chiarirle. Parve quasi che il Papa non avesse più la forza e la volontà di fare quel che sapeva di dover fare».

A quale successore pensava Ratzinger?

«A Scola. Ma in Conclave prevalse la scelta di non puntare sugli italiani».

Francesco sta per compiere dieci anni di pontificato. Qual è il bilancio?

«Ha trovato una situazione difficilissima, una depressione generale. Il formidabile inizio fece pensare che i mali della Chiesa fossero guariti d’incanto. Non poteva essere così. Francesco ha avuto il merito di mettere i poveri al centro. Su alcune riforme, come la comunione ai risposati, è stato fermato. La Chiesa europea è in decadenza, le cattedrali sono vuote di giovani, sembra che il prete sia un mestiere che gli europei non vogliono più fare. Eppure…».

Eppure?

«Questo è in potenza il tempo della Chiesa. La Chiesa è cultura e sentimento: dona la fede alle persone e ha una visione globale. È la sola a dare speranze per questa vita e per la vita futura».

Che tipo è il cardinale Zuppi, il presidente dei vescovi italiani?

«Lo conosco da quando avevo 19 anni e lui 14: molto magro, molto appassionato, con il cappotto appartenuto ai suoi fratelli. Non è cambiato: sa entrare in empatia con le persone. Sa ridere. È un costruttore».

Cosa pensa di Giorgia Meloni?

«Ha vinto le elezioni; la giudicheremo dai fatti. Il passato ci insegna che l’Italia si governa dal centro. Allargando e coinvolgendo. E puntando sulla priorità assoluta: la scuola. Non funziona più, va ricostruita».

Dicono che lei sia indulgente con Putin.

«Sono stato in Ucraina la prima volta negli Anni ’80, quando c’era l’Unione Sovietica. Sono diventato amico dei patrioti che volevano fare di Leopoli la Torino d’Ucraina, la culla dell’indipendenza dall’impero russo. Non ho cambiato parte: sono con loro. Proprio per questo non voglio che la guerra in Ucraina diventi infinita, come in Siria e in Libia. Serve la diplomazia».

Roma come la trova?

«Non si riesce a farla funzionare, a far trovare i taxi in stazione, a ripristinare la legalità sulle strade, a umanizzare le periferie. Capitale depressa, nazione sperduta. Servono nello stesso tempo più cura e più visione. E strumenti istituzionali nuovi: il sindaco deve contare di più, diventare una sorta di governatore di Roma».

Ogni tanto la candidano a sindaco, e pure a presidente della Repubblica…

«Se è per questo, ho letto che mi avrebbero proposto pure la presidenza della Regione... Mi è bastato fare il ministro della Cooperazione con Monti. Un premier che ha avuto molti meriti: ha raccolto un Paese sull’orlo del fallimento. Siamo tornati in Africa, dove eravamo assenti, e abbiamo dimostrato che si possono integrare i migranti senza farne un’emergenza».

Come immagina l’Aldilà?

«Finalmente una grande pace. Il Signore ci ha seguiti per tutta la vita; non ci abbandonerà proprio nel momento supremo».

·        Scandali Vaticani.

Filippo Di Giacomo per “il Venerdì di Repubblica” il 6 maggio 2022.  

In San Pietro, come in ogni chiesa cattolica, l'acqua santa viene benedetta durante la veglia di Pasqua. La birra però, e solo in San Pietro, si benedice dopo la domenica di Resurrezione. La consuetudine dura dal 1878, quando l'archiatra pontificio Giuseppe Lapponi dovette occuparsi del neo pontefice Leone XIII eletto a 68 anni, cagionevole di salute e abituato ad un regime alimentare strampalato: brodo ristretto e tuorli d'uovo con il marsala al mattino; un'ala di pollo a pranzo e la sera mezzo petto sempre di pollo. 

Secondo il dottor Lapponi, i disturbi del paziente potevano essere alleviati con il consumo di una birra pilsener non filtrata e prodotta a Praga. Da allora la Pilsener Urquell, capostipite di tutte le chiare e prima pilsener al mondo, entra in Vaticano con la sua "birra benedetta". La spedizione avviene per la Pasqua, mentre la quantità è calcolata in base al numero dell'anno in corso: questa volta, 2022 bottiglie.

Non si sa se i Pontefici succeduti a papa Leone, grati per il tradizionale dono (mantenuto anche durante il regime comunista) fossero estimatori della birra come papa Pecci. Certo lo sono coloro che partecipano alla tradizionale degustazione che l'ambasciata della Cechia organizza alla consegna del dono. Il 20 aprile c'erano il cardinale Czerny, l'arcivescovo Gallagher, un folto gruppo di ecclesiastici che, in attesa di promozioni, bevono birra con il vescovo Pawlowski e i diplomatici presso la Santa Sede residenti a Roma.

In realtà, il Lapponi faceva bere a Leone XIII anche tre dosi di Vino tonico Mariani: ognuna, 30 ml, conteneva l'11 per cento di alcol e 6,5 milligrammi di cocaina.

La cura sembra aver giovato all'anziano pontefice che regnò 25 anni, fino alla fine con memoria e vista perfette, scrisse 86 encicliche e compose preghiere e poemi latini. E gli piaceva pure informarsi e leggere i giornali.

ABUSI. Da leggo.it il 25 novembre 2022. 

Giallo in Svizzera per la scomparsa di Daniel Anrig che per cinque anni è stato comandante delle Guardie Svizzere in Vaticano e che era stato congedato dallo stesso Papa nel 2014. Allora si parlò di comportamenti troppo bruschi nei confronti dei sottoposti ma di fatto il mandato quinquennale, al momento della decisione del Papa, era scaduto e non fu rinnovato. Ora invece non si hanno sue notizie e non risponde né al telefono né alle mail.

È segretario comunale a Zermatt ma ora il municipio avrebbe messo un annuncio per la ricerca di un nuovo funzionario che possa prendere il suo posto. Il rapporto di lavoro era stato sciolto a fine ottobre ma Anrig avrebbe dovuto lavorare al Comune fino a fine dicembre e invece non si è più presentato in ufficio. È stato cercato anche nella sua abitazione che risulta invece vuota. Sparito nel nulla.

La stampa svizzera online parla di «mistero». Secondo il «Walliser Bote», Romy Biner-Hauser, il sindaco di Zermatt, cittadina ai piedi del Cervino nota per le sue piste da sci, spiega solo che Anrig sta «cercando un riorientamento professionale». Ma il fatto che non sia raggiungibile fa ipotizzare anche - secondo quanto scrive «Nau.ch» - che «la sua partenza sia dovuta a procedimenti penali a suo carico al di fuori del Cantone Vallese».

Quando Anrig fu congedato da Papa Francesco, diverse furono le voci che circolarono al riguardo del comandante. Il fatto di aver sistemato per lui un grande appartamento sopra la caserma, che non ha proprio il massimo dei confort e che infatti da anni dovrebbe essere ristrutturata, non era una cosa ben vista.

Fulvio Bufi per il “Corriere della Sera” il 17 novembre 2022

È una storia di violenza e di bambini. Bambini vittime di violenza, ma anche bambini che quella violenza l'hanno denunciata e fatta scoprire. Ischia, Istituto religioso Santa Maria della Provvidenza, comunità educativa che ospita soprattutto bimbi in attesa di adozione o in affidamento a seguito di provvedimenti giudiziari.

È un posto gestito e governato da suore, e le suore sono le protagoniste di quegli episodi di violenza denunciati da una bambina, confermati da altri, accertati dai carabinieri e sui quali la Procura di Napoli ha aperto un'inchiesta che ieri ha portato all'arresto di una delle suore dell'istituto e al divieto di dimora in Campania per altre tre, compresa la madre superiore, Angela De Bonis. Sono tutte accusate di aver picchiato in più occasioni i piccoli a loro affidati. Schiaffi sul viso e alla nuca, calci, capelli tirati, colpi dati con le pantofole sulle manine, nello stile delle bacchettate di un secolo fa. 

I bambini avevano paura, ma non avevano a chi chiedere aiuto. Anche chi non viveva nella comunità, ma la frequentava soltanto durante il giorno per poi tornare a casa nel pomeriggio, e quindi poteva parlarne in famiglia, ha avuto difficoltà a essere creduto. E proprio questa difficoltà ha spinto una bimba di 9 anni a industriarsi affinché la madre la ascoltasse, anziché liquidarla ogni volta che lei le raccontava di come si comportavano quelle suore.

E così, quando in un giorno del luglio scorso suor Maria Georgette Rahasimalala, cinquantacinquenne del Madagascar che all'istituto aveva mansioni di lavapiatti, si è accanita contro un bambino di cinque anni perché le aveva tirato il velo, e poi anche con il fratellino di otto che tentava di fermarla, colpendolo con tale violenza da fargli sanguinare il naso, la bambina ha filmato tutto, ogni attimo di quel comportamento selvaggio andato avanti nonostante ognuno dei piccoli presenti urlasse di smetterla.

Ma le suore se ne sono accorte e le hanno sequestrato il cellulare, restituendoglielo soltanto dopo averle imposto di cancellare le immagini, convinte che questo bastasse per nascondere anche quell'ennesimo episodio di violenza. Perciò ora sono ritenute tutte complici: oltre a suor Angela, anche Noeline Razanadraozy, 52 anni, pure lei del Madagascar, e la filippina quarantottenne Alice Albaracin Curay. Non immaginavano che la bambina avesse installato una app in grado di recuperare i file eliminati.

Così quel video ha potuto farlo vedere alla madre che a sua volta si è confidata con una amica, inviandole le immagini e confessandole di aver paura di denunciare tutto, ma anche di continuare a mandare sua figlia da quelle suore. L'amica invece dai carabinieri ci è andata eccome. E ha raccontato tutto.

Durante le indagini le suore hanno scoperto le videocamere installate dagli inquirenti nell'istituto e le hanno rimosse. Ma non è bastato a tirarle fuori dai guai. Come a suor Georgette non è bastato andare a nascondersi a Roma. Così come ignorava l'esistenza delle app che recuperano i file, ignorava anche che esiste la geolocalizzazione. Che ha permesso ai carabinieri di rintracciarla rapidamente. 

(ANSA il 16 novembre 2022) - Una suora arrestata, la madre superiora ed altre due sottoposte al divieto di dimora in Campania: è questo il bilancio di un'indagine dei carabinieri e della sezione "Fasce deboli" della Procura di Napoli sfociata in un'ordinanza a cui hanno dato ieri sera esecuzione i militari dell'arma della compagnia di Ischia. 

Teatro della vicenda l'Istituto religioso Santa Maria della Provvidenza, a Casamicciola Terme, molto conosciuto sull'isola, che ospitata minori in attesa di affidamento, adozione o in affido a seguito di provvedimenti giudiziari nonché minori ospiti esterni, a seguito di corrispettivo pagato privatamente dai genitori.

Il giudice ha emesso la misura cautelare del carcere nei confronti di Marie Georgette Rahasimalala, 55enne nata in Madagascar, che si occupava del servizio mensa nell'istituto religioso Santa Maria della Provvidenza di Casamicciola. 

I divieti di dimora in Campania, invece, riguardano la madre superiora Angela De Bonis, 81 anni, Noeline Razanadraozy, 51 anni, anche lei del Madagascar e anche lei addetta alla mensa, e Alice Albaracin, quasi 48 anni, nata nelle Filippine, consorella addetta al servizio doposcuola.

A luglio di quest'anno i carabinieri di Ischia hanno ricevuto una segnalazione di maltrattamenti all'Istituto religioso Santa Maria della Provvidenza di Casamicciola - dove i carabinieri hanno notificato quattro misure cautelari ad altrettante consorelle - accompagnata da un filmato - girato da una ragazza minorenne ospite della struttura - in cui si vedeva una suora cha schiaffeggiava e tirava più volte con forza i capelli a un bambino di 4 anni, disperato, alla presenza di altri bambini che la invitavano a fermarsi; la suora colpiva con uno schiaffo anche il fratello di 8 anni intervenuto per difenderlo, procurandogli una fuoriuscita di sangue dal naso.

I militari, coordinati dal capitano Laganà, hanno portato avanti le indagini per quattro mesi ascoltando i bambini in modalità protetta ed arrivando ad identificare quali autrici dei reati la madre superiora e le tre consorelle in servizio presso l'istituto ed a ricostruire ulteriori episodi di sofferenze fisiche nei confronti dei minori, consistite in atti di violenza quali tirate di capelli, schiaffi alla nuca, calci, ciabattate sulle mani; le suore imponevano il silenzio sulle violenze ai bambini privandoli dei telefoni cellulari per impedire riprese foto e video, con le aggravanti di abusare della condizione di inferiorità fisica e psichica determinata dall'età delle vittime nonché di commettere i reati all'interno di istituto di educazione e formazione.

Sono stati questi gli elementi che hanno portato il gip di Napoli, su richiesta della Procura della Repubblica di Napoli, precisamente della IV Sezione "tutela delle fasce deboli della popolazione", coordinata dal procuratore aggiunto Raffaello Falcone, a emettere l'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti della suora ripresa nel filmato e a decidere per il divieto di dimora per le altre tre consorelle, tra cui la madre superiora.

Titti Beneduce per corriere.it il 18 novembre 2022.

Suor Georgette, l’unica delle quattro religiose arrestate a Casamicciola per le violenze sui bambini, si difende e ammette di avere perso la pazienza solo una volta, lo scorso luglio in 18 anni di permanenza nell’istituto Santa Maria della Misericordia. 

Le testimonianze raccolte dagli inquirenti (le indagini sono coordinate dal procuratore aggiunto Raffaello Falcone) sono però univoche. È toccante quella della madre dei bambini picchiati mentre il cellulare di una loro compagna riprendeva la scena: la struttura ospita i suoi quattro figli e la donna, cui è stata sospesa la potestà genitoriale, può incontrarli per due ore al giorno.

«I bambini mi hanno segnalato che ogni qualvolta commettono qualche errore vengono picchiati o colpiti con il lancio di oggetti. Mimano gli schiaffi con il pugno chiuso e il dito medio piegato e sporgente rispetto agli altri, ovvero tale da colpire la testa dei bambini con l’osso. A volte sono stati colpiti anche con la scopa. Diverse volte ho lamentato tali circostanze a suor Edda (la superiora, ndr), la quale mi ha sempre detto che i bambini sono bugiardi e che vengono trattati bene».

A dire della donna, in una circostanza suor Edda percosse uno dei bambini addirittura davanti a lei. Il piccolo era stato accusato da un altro bambino di averlo picchiato: «In tale circostanza suor Edda, che mi aveva diffidato ad intromettermi, lo ha schiaffeggiato più volte, colpendolo al volto e facendolo piangere. Poiché mi hanno sospeso la potestà genitoriale non me la sono sentita di intervenire, anche perché suor Edda in passato mi ha detto che se avessi lamentato qualcosa che riguardava il suo ente mi avrebbe impedito di far visita ai bambini».

ABUSI SESSUALI. Pedofilia, il mea culpa della Cei. "Sono 89 le vittime in due anni". Il report accusa preti e catechisti. Negli archivi altri 600 fascicoli. Primo passo per la trasparenza voluta dal Papa. Fabio Marchese Ragona il 18 Novembre 2022 su Il Giornale. 

Un primo passo verso la verità e la giustizia, nel segno di quella trasparenza spesso invocata da Papa Francesco. La Conferenza Episcopale Italiana ha pubblicato ieri il primo report nazionale sugli abusi sessuali nella Chiesa con i dati relativi agli ultimi due anni, dal 2020 al 2022. L'inizio di un cammino permanente per combattere questa piaga che ha coinvolto nel mondo migliaia di vittime. 

Ai centri di ascolto delle diocesi italiane, secondo il report rilasciato alla vigilia della giornata italiana di preghiera per le vittime di abusi, sono arrivate 89 segnalazioni, soprattutto da parte di donne, riguardanti nella maggior parte dei casi bambini e adolescenti tra i dieci e i diciotto anni, ma anche adulti vulnerabili. «Segnalazioni fatte via telefono o magari online, anche solo per ricevere informazioni» ha spiegato monsignor Giuseppe Baturi, Segretario Generale della Cei. 

I dati dei vescovi italiani però sono chiari: tra queste 89 segnalazioni ci sono denunce che riguardano 68 presunti pedofili, per lo più preti e religiosi, ma anche laici: catechisti, sagrestani, insegnanti di religione, animatori e responsabili di associazioni. Nelle segnalazioni alle diocesi vengono denunciati linguaggi inappropriati da parte degli abusatori, seguiti da molestie o addirittura rapporti sessuali, esibizione di pornografia o adescamenti online. 

Un terzo dei casi segnalati si sarebbe consumato in parrocchia o nelle sedi di associazioni italiane. E se da un lato c'è la vicinanza alle vittime e l'accompagnamento da parte della Chiesa, attenzione viene rivolta anche ai «predatori»: per i presunti pedofili le diocesi hanno proposto percorsi di riparazione e conversione, compresi l'inserimento in comunità di accoglienza e attività di accompagnamento psicoterapeutico. Ma non è tutto: la Conferenza Episcopale Italiana, lo scorso ottobre ha firmato un accordo con la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori per creare una rete globale di centri per accoglienza, ascolto e guarigione delle vittime. 

Ci sarà anche un secondo rapporto in collaborazione con il Dicastero per la Dottrina della Fede che riguarderà gli ultimi vent'anni, dal 2000 ad oggi. Secondo i dati rivelati dal Segretario Generale della Cei, sono oltre seicento i fascicoli riguardanti denunce di atti di abusi sessuali perpetrati da sacerdoti in Italia contenuti negli archivi della Santa Sede. «Bisognerà trattare questi dati con un'analisi qualitativa e quantitativa - ha spiegato monsignor Baturi - per accedere a questi archivi sarà firmato un Protocollo tra la Chiesa Italiana e il Vaticano. È la prima volta che un simile passo viene compiuto ed è di una importanza fondamentale perché ci consentirà di conoscere i contesti e le circostanze in cui sono maturati questi eventuali abusi. Attraverso l'accesso a questi fascicoli depositati presso il dicastero vaticano, ha continuato Baturi, sarà possibile studiare e valutare tutti i casi riportati, con l'ausilio anche dei centri indipendenti». 

«I numeri riportati dai vescovi italiani nel report che riguarda gli ultimi due anni sono significativi - afferma Francesco Zanardi, responsabile di Rete l'Abuso -«Se in due anni le diocesi hanno ricevuto 89 denunce vuol dire che il problema c'è ed è grosso. Il 34% dei presunti colpevoli sono laici».

Pedofilia, il primo report della Cei di Zuppi prova ancora a negare e insabbiare il problema. STEFANO FELTRI, direttore, su Il Domani il 17 novembre 2022 • 11:17Aggiornato, 17 novembre 2022 • 17:53

Dietro un titolo promettente, “Proteggere, prevenire, formare”, ci sono 40 paginette che rivelano soltanto due cose: la volontà di coprire e minimizzare il problema, e una certa ignoranza statistica (nel migliore dei casi, nel peggiore un grossolano tentativo di manipolare i pochi numeri offerti).

Basta vedere i numeri. Ci sono 226 diocesi in Italia. L’analisi del report ne riguarda 166, ma a rispondere sono state 158. Perché? Quali sono rimaste fuori? Non si sa. E se fossero rimaste fuori quelle con il maggior numero di casi di molestie?

Alla fine, l’unica cosa interessante è la tabella 3.14 che riguarda le “azioni di accompagnamento alle presunte vittime”. Riguarda soltanto 57 casi, ma registriamo comunque i dati: soltanto 3 casi su 57 rientrano nella categoria “altro”, quella che include, tra le azioni offerte alle vittime, la denuncia penale

Pedofilia e Chiesa, la Cei ha escluso dall’indagine diocesi con preti sotto processo. FEDERICA TOURN su Il Domani il 17 novembre 2022

Dati scarni e confusi, di scarsa leggibilità, che tra l'altro riguardano solo 158 diocesi su 22.

Fra quelle che non hanno risposto, quasi un quarto del totale, c'è anche la diocesi di Piazza Armerina, che vede uno dei suo sacerdoti, don Giuseppe Rugolo, sotto processo per violenza sessuale su minori.

Quale può essere la credibilità di un dossier che non prende nemmeno in esame le diocesi con casi noti?

L’8 per mille ai preti pedofili, i soldi dei fedeli usati per aiutare il sacerdote accusato di molestie. FEDERICA TOURN su Il Domani il 14 novembre 2022

I vescovi italiani usano i fondi statali dell'8 per mille anche per tutelare i sacerdoti accusati di pedofilia, come se si dovessero difendere da una persecuzione contro la Chiesa cattolica, pagando anche gli avvocati.

È quanto sta emergendo al processo in corso a Enna contro don Giuseppe Rugolo, imputato per violenza sessuale su un minore. Il vescovo di Piazza Armerina lo ha coperto per anni. 

Lo ha ammesso durante una drammatica udienza del processo. Anni fa, quando gli fu chiesto un commento sul caso del prete pedofili, rispose: «Non ho capito di chi si parli. Abbiamo tanti casi». 

Questa inchiesta è realizzata grazie al sostegno dei lettori di Domani: contribuisci anche tu. Per ogni euro versato, noi ne aggiungiamo un altro fino al raggiungimento dell’obiettivo.

Estratto dell’articolo di Iacopo Scaramuzzi per “la Repubblica” il 18 novembre 2022.

Per la prima volta i vescovi italiani hanno pubblicato numeri precisi, ancorché incompleti, relativi agli abusi sessuali subiti dai minorenni. Si tratta di una stima al ribasso, «una prima fotografia» di un fenomeno che da anni scuote la cattolicità in tutto il mondo. Ma, come ha detto monsignor Lorenzo Ghizzoni, presidente del servizio nazionale per la tutela dei minori, «si sta uscendo, forse lentamente, dall'idea che i panni sporchi si lavano in famiglia». […]

Due le fonti utilizzate. La prima riguarda i fascicoli inviati dalle 226 diocesi italiane al dicastero vaticano per la Dottrina della fede, l'ufficio responsabile per i processi canonici dei preti. Dal 2001 è obbligatorio, quando si apre un processo ecclesiastico, comunicarlo a Roma. 

Ora la Cei, guidata dal cardinale Matteo Zuppi, ha reso noto che nel ventennio 2001-2021 sono stati trasmessi 613 fascicoli relativi a abusi avvenuti dagli anni 50 in poi. Ciò non significa necessariamente 613 abusi: in alcuni casi una denuncia può essere stata archiviata, in altri casi può essere relativa a multipli abusi compiuti da un solo prete, e dunque, come ha spiegato il segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Baturi, gli abusi veri e propri «possono essere di più o di meno» di 613. 

Numero che, ad ogni modo, non tiene conto degli abusi che non sono arrivati alla celebrazione di un processo ecclesiastico, che non sono stati denunciati tout court, o che sono stati denunciati prima del 2001. La Cei pubblicherà uno studio dettagliato di questi casi. […]

In oltre la metà dei casi l'abusatore è un maschio tra i 40 e i 60 anni, per lo più un prete (44,1% dei casi), ma anche un laico, ad esempio insegnante di religione, sagrestano, animatore di oratorio (33,8%), o un frate (22,1%). Nel 94,4% l'abuso è avvenuto in parrocchia, a scuola, in una sede di un movimento, nel 5,6% online. Secondo Francesco Zanardi, sopravvissuto agli abusi di un prete e animatore della Rete l'abuso, il rapporto è «vergognosamente» limitato, ma «anche in difetto i dati sono comunque allarmanti». Per la Cei è comunque «un primo passo per fare verità e giustizia».

Salvo Palazzolo per “la Repubblica” il 17 novembre 2022

«La prima volta che ha abusato di me avevo 9 anni. Mi ha violentato a casa sua». È drammatico il racconto di G., un giovane di 21 anni che ha deciso di andare lontano dalla Sicilia per sfuggire agli incubi che lo inseguivano. «Le violenze di quel sacerdote sono andate avanti fino a tre anni fa», sussurra. Ora, c'è un'inchiesta della procura e della squadra mobile di Siracusa contro un cappellano militare oggi in pensione, che spesso tornava nel suo paese di origine, Francofonte.

Come ha trovato la forza di denunciare, nel marzo dell'anno scorso?

«Non è stato davvero facile, ho vissuto anni terribili, in cui ho subito anche ricoveri in ospedale. Mi aveva plagiato psicologicamente, mi aveva comprato con tanti regali. E solo quando sono diventato grande ho capito che non potevo tenermi dentro tutto quel malessere che provavo. Così ho mandato una mail al vescovo di Siracusa». 

L'ha convocata in curia?

«Due giorni dopo, sono stato chiamato da monsignor Lomanto». 

Ieri, il vescovo ha dichiarato che al termine di un procedimento canonico, il 31 ottobre, l'ex cappellano, che dipende dall'Eparchia di Piana degli Albanesi, è stato interdetto dall'esercizio pubblico del ministero.

«A me risulta che continui a dire messa, nella Chiesa madre di Francofonte». 

Come riuscì quel sacerdote a carpire la fiducia di un bambino?

«Avevo perso da poco mio padre. E mia mamma era andata via da casa. Così, la nonna aveva accolto me e mio fratello. Qualche tempo dopo, conobbi quel cappellano. Un giorno, mi invitò a casa: mi colpì subito il lusso della sua villa». 

Poi cosa accadde?

«Ripeteva che mi avrebbe aiutato in ogni cosa, io mi sentivo protetto. Ma presto si approfittò di me, la prima volta fu in piscina». 

Vi vedevate spesso?

«Sì, mi invitava a restare a casa sua. E a dormire con lui. Era la scusa per approfittare ancora di me. Intanto, mi riempiva ancora di regali». 

Cosa le diceva?

«Mi spiegava che apparteneva agli ortodossi e che poteva esercitare liberamente la sua sessualità». 

Cercò mai di reagire?

«A 14 anni, mi fece vedere come funzionavano alcune app di incontri fra omosessuali. Mi utilizzava come esca. Lì, iniziai ad avere le prime reazioni. E trovai il modo di andare via dalla Sicilia, per qualche tempo ho vissuto a Milano, ero in cura da uno psichiatra del San Raffaele che mi prescriveva degli psicofarmaci. Ma il prete mi ha raggiunto anche lì. Poi sono dovuto tornare in Sicilia».

Gli abusi proseguirono?

«Mi convinse a fare delle videochat erotiche con un prete di Chieti». 

Adesso, qual è il suo sogno?

«Vorrei tornare ad essere ragazzo, senza la schiavitù di quell'uomo. Ma non è possibile. Vorrei allora aiutare tutti i giovani che non hanno ancora trovato la forza di denunciare. Vorrei dire loro: non abbiate paura, non tutta la Chiesa è marcia». 

Cosa dovrebbe fare la Chiesa per essere davvero vicina ai giovani abusati dai sacerdoti?

«Non bisogna vittimizzare chi ha subito violenze, ma ascoltare. Sempre. Un ruolo importante dovrebbero averlo le famiglie: tanti ragazzi non hanno ancora trovato il coraggio di confidarsi». 

Le sue parole sono già un punto di riferimento importante per le vittime che rimangono ancora in silenzio.

«Io a fatica ho trovato un equilibrio. Anche perché intanto quell'uomo provava a screditarmi, dicendo che ero un ragazzo inaffidabile. Ma ho guardato avanti, anche con il sostegno della fede. La vera Chiesa è quella mia e di tante persone perbene, non certo la sua. Ci sono ancora uomini di Chiesa che lo proteggono». 

(ANSA il 9 novembre 2022) - La procura di Colonia ha aperto un'inchiesta a carico del cardinale Rainer Maria Woelki. Lo ha scritto il Koelner Stadt Anzeiger. Il prelato è sospettato di aver dichiarato il falso rispetto alla tempistica con cui fu informato delle accuse di pedofilia rivolte contro Winfried Pilz, che era alla guida dei giovani cantori cosiddetti "Sternsinger", e che è deceduto nel 2019.

Il cardinale francese Ricard ammette: abusò di una 14enne quando era parroco. Iacopo Scaramuzzi Meli su La Repubblica il 7 novembre 2022.

È tuttora membro del dicastero vaticano per la Dottrina della fede, quello responsabile dei processi per pedofilia. Il presidente della conferenza episcopale commenta: "Siamo sotto choc". Prima di lui denunce di abusi solo a tre cardinali, Groer, O’Brien e McCarrick, questi ultimi due sanzionati da Papa Francesco. Sono 11 i vescovi francesi, in funzione o in pensione, sotto indagine penale o canonica 

Un nuovo terremoto scuote la Chiesa cattolica francese: il potente cardinale Jean-Pierre Ricard, tuttora membro del dicastero vaticano per la Dottrina della fede – quello responsabile, tra l’altro, dei processi canonici per pedofilia – per due volte presidente della conferenza episcopale d’Oltralpe, ha reso noto di avere abusato di una quattordicenne quando, 43enne, era parroco. 

(ANSA il 7 novembre 2022) - Nove vescovi o ex vescovi francesi sono oggetto di una procedura giudiziaria o di una procedura interna alla Chiesa per presunte violenze sessuali su minori: è quanto annunciato dal presidente della Conferenza episcopale francese, Eric de Moulins-Beaufort, nel corso di una conferenza stampa a Lourdes.

Tra questi, figurano personalità come Monsignor Michel Santier, ex vescovo di Créteil, e Monsignor Ricard, ex vescovo di Bordeaux. Quest'ultimo riconosciuto di avere avuto una condotta "riprovevole" su una minorenne 35 anni fa, ha aggiunto Moulins-Beaufort.

(ANSA il 7 novembre 2022) - Sale a undici il numero di vescovi o ex vescovi sotto inchiesta in Francia per violenze sessuali. Dopo aver parlato di nove vescovi, l'agenzia France Presse parla ora di un totale di undici alti prelati oggetto di una procedura giudiziaria o di una procedura di diritto canonico interna alla Chiesa.

Dati raccolti sulla base delle informazioni fornite oggi in conferenza stampa a Lourdes dal presidente della conferenza episcopale francese, Eric de Moulins-Beaufort. Tra questi, ha precisato Moulins-Beaufort, c'è anche l'ex cardinale Jean-Pierre Ricard, ex vescovo di Bordeaux, che ha riconosciuto un atteggiamento "riprovevole" su una minore di 14 anni, 35 anni fa nonché l'ex vescovo di Créteil, Michel Santier, già sanzionato nel 2021 dalle autorità del Vaticano per "abusi spirituali che hanno condotto a del voyeurismo su due uomini maggiorenni" negli anni Novanta.

Il silenzio intorno alla sanzione dell'alto prelato ha causato in queste ultime settimane le proteste del mondo cattolico e delle associazioni in aiuto alle vittime degli abusi nella Chiesa.Senza entrare nello specifico, Moulins-Beaufort, ha insistito "sulla grande diversità delle situazioni, dei fatti perpetrati o imputati" agi undici vescovi d'Oltralpe.

 I 120 membri della CEF sono riuniti da giovedì a Lourdes nel quadro dell'assemblea plenaria d'autunno. Tra gli obiettivi, quello di lavorare a "proposte concrete" per migliorare la comunicazione e la trasparenza delle misure canoniche (di diritto ecclesiastico) assunte contro i prelati coinvolti in fatti di violenze sessuali.

(ANSA il 22 agosto 2022) - Almeno 39 vescovi spagnoli hanno ricevuto accuse — secondo sentenze o inchieste civili o canoniche, documenti e denunce — di aver celato casi di abusi sessuali commessi all'interno delle loro diocesi: è quanto svela il quotidiano El País, da tempo impegnato in un'inchiesta giornalistica su questo argomento. 

La testata spagnola ha raccolto diverse testimonianze che raccontano di casi in cui, di fronte a denunce da parte di presunte vittime di abusi, i vescovi responsabili delle diocesi in cui sarebbero stati commessi hanno evitato di indagare o celato tali accuse senza agire né adottare provvedimenti. Alcuni vescovi indicati da El País sono ancora in attività o hanno ricoperto alte cariche all'Interno della Conferenza Episcopale Spagnola (Cee). Attualmente, aggiunge il quotidiiano, sia il Vaticano sia la stessa Cee sono al corrente di tali accuse. In Spagna sono in corso sulla questione degli abusi nella chiesa un'inchiesta incaricata dallo Stato e una, parallela, incaricata dalla stessa Cee. 

(ANSA il 22 giugno 2022) - Una vittima degli abusi commessi dal prete pedofilo, Peter H, ha sporto denuncia contro il papa emerito Joseph Ratzinger. Lo riportano Correctiv, die Zeit e la Beyrische Rundfunk. Benedetto XVI "aveva conoscenza della situazione e ha perlomeno preso in considerazione alla leggera che questo sacerdote potesse ripetere i suoi reati", si legge nella denuncia. 

L'autore della denuncia, che colpisce Ratzinger e altri alti rappresentanti della Chiesa, accusa l'ex pontefice del fatto che, negli anni 80, in qualità di arcivescovo, avesse accolto Peter H. nella sua diocesi di Monaco e Frisinga, nonostante gli abusi sessuali precedentemente commessi dal prete pedofilo.

E in Baviera, il sacerdote continuò a commetterne. I reati sono in gran parte prescritti, ma l'avvocato della vittima che ha sporto denuncia e che si è costituita parte civile, ha intentato un'azione per ottenere una sentenza di colpa della chiesa. Se il tribunale riconoscesse i reati del sacerdote, "la chiesa potrebbe essere costretta a risarcirgli il danno", scrivono i media tedeschi. La causa è stata depositata presso il tribunale regionale di Traunstein. Nei mesi scorsi Ratzinger ha ammesso a nome di tutta la chiesa "la grandissima colpa" di aver trascurato il grande male che da anni dissesta la chiesa cattolica.

Ratzinger debole ma deciso: vuole dimostrare la sua innocenza. Settimana intensa per il Papa emerito denunciato in Germania dalla vittima di un prete pedofilo. Questa volta Benedetto XVI ha deciso di difendersi dopo una lunga battaglia in cui sa di non avere colpe. Nico Spuntoni il 13 Novembre 2022 su Il Giornale.

Quella appena trascorsa è stata una settimana intensa per Joseph Ratzinger. La sua immagine è ricomparsa pubblicamente attraverso le fotografie di due incontri che ha avuto in questi giorni: quello nei Giardini Vaticani con il cardinale Gerhard Ludwig Müller accompagnato da due suore e quello nel Monastero Mater Ecclesiae con Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore di Kiev.

Dalle foto si notano il corpo fragile ed il volto provato ma traspare anche l'attenzione che riserva al racconto del suo interlocutore, il capo della Chiesa greco cattolica ucraina. Ad affiancarlo, come sempre, c'è monsignor Georg Gänswein, ormai tornato ad essere suo segretario particolare a tempo pieno dopo essere finito "a riposo" come prefetto della Casa Pontificia.

Alle notizie terribili riportate da Shevchuk sulla sofferenza del popolo ucraino in guerra, si sono aggiunte quelle sgradevoli dalla Germania che lo riguardano direttamente. Nemo propheta in patria, un'espressione piuttosto calzante per la storia di Ratzinger che ha sempre subìto attacchi da politici, media e persino vescovi tedeschi.

Martedì l'agenzia Dpa ha rivelato che il Papa emerito è pronto a difendersi in tribunale dall'accusa di negligenza nei confronti di un prete pedofilo. Il tribunale competente è quello di Traunstein presso il quale una vittima ha presentato una denuncia contro Ratzinger e contro il suo successore alla guida dell'arcidiocesi di Monaco e Frisinga, il cardinale Friedrich Wetter. Oltre ai due prelati, l'uomo ha sporto denuncia anche contro il suo aggressore e contro l'arcidiocesi. La causa è civile perché sul piano penale è scattata la prescrizione, ma potrà avere luogo proprio grazie alla disponibilità del Papa emerito che non si è tirato indietro pur potendolo fare.

Per quanto riguarda la questione abusi, Benedetto XVI non vuole ombre sul suo conto ed intende applicare quella linea della trasparenza che ha contraddistinto il suo pontificato. Da qui la decisione di difendersi, affidandosi allo studio legale Hogan Lovells. Lo farà con ogni probabilità con una memoria difensiva che potrebbe riprendere quanto già spiegato nelle 82 pagine inviate mesi fa al team legale a cui l'arcidiocesi bavarese aveva affidato l'incarico di redigere un rapporto su abusi e insabbiamenti a Monaco e Frisinga tra il 1945 ed il 2019.

La presunta vittima avrebbe subito molestie sessuali da Peter Hullermann - questo il nome del prete protagonista della vicenda - nel suo periodo a Garching dove il religioso fu trasferito come parroco dall'arcivescovo Wetter nel 1987 nonostante fosse stato condannato l'anno precedente per pedofilia.

Le strade del futuro Benedetto XVI e di Hullermann si incrociano nel gennaio 1980 quando, nel corso di una riunione dei vertici dell'arcidiocesi, l'allora cardinale Joseph Ratzinger che la guidava diede il suo assenso alla richiesta del prete di risiedere per un periodo a Monaco per seguire un trattamento psicoterapeutico. Il permesso fu accordato ma non ci fu alcun via libera del futuro Pontefice a far sì che il prete svolgesse attività pastorale.

Sebbene non avesse ancora condanne, Hullermann si era già reso responsabile di un abuso sessuale ai danni di un undicenne nel 1979 ad Essen. Il suo vescovo di allora, informato dai genitori della piccola vittima, dispose che avrebbe dovuto seguire una terapia a Monaco. A seguito di ciò, dunque, la richiesta di alloggio fatta all'arcidiocesi all'epoca guidata da Ratzinger che però non sapeva assolutamente il motivo per cui Hullermann avrebbe dovuto iniziare quella terapia.

I problemi arrivarono pochi mesi dopo, quando il vescovo ausiliare di Monaco, monsignor Gerhard Gruber, autorizzò il prete a svolgere incarichi pastorali. Lo fece, come chiarito in una dichiarazione del 2010, senza informare Ratzinger.

Le ammissioni degli stessi protagonisti di questa triste vicenda sarebbero dovuti bastare a fugare ogni dubbio sul comportamento del Papa emerito, l'uomo che per primo denunciò "la sporcizia nella Chiesa" e che tanto ha fatto per perseguire la linea della tolleranza zero contro i preti pedofili. Ma il clamore provocato dal rapporto abusi relativo all'arcidiocesi di Monaco e Frisinga e la riproposizione dei sospetti su Ratzinger hanno portato poi all'avvio di questa causa civile che, però, il novantacinquenne ex Pontefice regnante ha scelto di non schivare: si difenderà nell'eventuale processo.

Domenico Agasso per “la Stampa” il 9 novembre 2022.

Il 95enne papa emerito Benedetto XVI si difenderà in un processo nella «sua» Baviera dall'accusa di avere coperto, quando era arcivescovo di Monaco, un prete pedofilo. La denuncia a suo carico è stata sporta al tribunale provinciale di Traunstein, nell'ambito dell'inchiesta sugli abusi del clero locale. Joseph Ratzinger, accettando di andare a giudizio, consente al procedimento di proseguire: si tratta di un'azione civile, sul piano penale la vicenda non ha più valore, ma il dibattimento potrà essere prezioso per ricostruire la storia. 

L'ex Pontefice si tutelerà con una memoria difensiva. Se non fosse stato disposto alla difesa sarebbe andato incontro a una sentenza in contumacia. L'annuncio della difesa di Papa Benedetto per ora «non presenta elementi di contenuto», ha spiegato la portavoce del tribunale.

La vittima (oggi 38enne) che ha intentato la causa ha riferito di avere subito a 12 anni violenze sessuali da parte del prete - recidivo - Peter Hullermann («padre H.»), nella località di Garching an der Alz. Sono quattro le notifiche presentate: oltre che contro il sacerdote già condannato e l'ex pontefice, sono coinvolti anche il cardinale Friedrich Wetter, successore di Ratzinger alla guida dell'arcidiocesi, e la diocesi stessa.

L'avvocato del querelante, Andreas Schulz, ha commentato all'agenzia Dpa: «Se la Chiesa e gli imputati - con l'eccezione del noto recidivo H. - si attengono a quello che è costantemente affermato, cioè di mantenere il proprio impegno cristiano e di riconoscere l'ingiustizia commessa, la causa avrà successo. Se non lo fanno, il danno alla loro reputazione sarà ancora più grave e la Chiesa accelererà l'erosione della fede».

Secondo la Dpa, Benedetto XVI si è affidato allo studio legale Hogan Lovells. I quattro denunciati hanno chiesto una proroga, ha spiegato la portavoce all'Ansa, e hanno tempo fino al 24 gennaio per argomentare sul piano contenutistico la difesa. 

Il caso di «padre H.» è riemerso in modo dirompente nel gennaio scorso dal rapporto sugli abusi sessuali nell'arcidiocesi bavarese, che Ratzinger guidò dal 1977 al 1982. In quei giorni di inizio anno che hanno rovinato la quiete dell'ex monastero Mater Ecclesiae, in Vaticano, l'autodifesa del Papa emerito è inciampata, costringendolo a correggere una dichiarazione cruciale rilasciata per il dossier. 

Una «svista», avrebbe poi detto in seguito. Contrariamente a quanto sostenuto nel suo precedente resoconto, infatti, Ratzinger partecipò alla riunione del 15 gennaio 1980, durante la quale si parlò di un prete della diocesi di Essen che aveva abusato di alcuni ragazzi ed era giunto a Monaco per una terapia. Era Hullermann.

Tuttavia, ha precisato il segretario particolare di Benedetto, monsignor Georg Gaenswein, nell'incontro «non fu presa alcuna decisione circa un incarico pastorale del sacerdote». La richiesta venne accettata per «consentire una sistemazione per l'uomo durante il trattamento terapeutico a Monaco». 

Restava però in piedi il fatto che Ratzinger sapesse del prete accusato di pedofilia. E a padre H. successivamente furono affidati compiti pastorali, e il prete continuò con le molestie. Benedetto XVI a febbraio ha pubblicato un mea culpa storico, chiedendo perdono, parlando di «grandissima colpa» per chi compie abusi ma anche per chi non li affronta. Ha usato il «noi», assumendosi le proprie responsabilità.

Ma sulle coperture specifiche di cui è accusato ha assicurato di non essere a conoscenza degli abusi, di non essere un «bugiardo», e ha affidato ai suoi periti la smentita del suo coinvolgimento. Nel documento dei collaboratori si leggeva che «in nessuno dei casi analizzati dalla perizia Ratzinger era a conoscenza di abusi sessuali commessi o del sospetto di abusi sessuali commessi dai sacerdoti». E il report «non fornisce alcuna prova in senso contrario».

Un Papa in tribunale. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera l’8 novembre 2022.

Un anziano leader che ha dominato le cronache degli ultimi decenni ed è stato raggiunto da un’accusa infamante ha deciso a sorpresa di difendersi nel processo anziché dal processo, come avrebbe potuto fare richiedendo la prescrizione. Non so a chi stiate pensando voi, ma immagino non a lui: . Nel 1980 un prete pedofilo tedesco, don Peter Hullermann, fu trasferito da Essen a Monaco di Baviera per tacitare lo scandalo. Una delle vittime di quel prete accusa l’allora vescovo di Monaco di avere avallato l’operazione. Ratzinger conferma di avere dato l’assenso al trasferimento, ma nega di essere stato a conoscenza delle ragioni che lo avevano determinato: gli era stato detto che in Baviera don Peter avrebbe dovuto sottoporsi a una non meglio precisata «terapia». Una versione che, scagionandolo, confermerebbe però come già all’epoca questo raffinatissimo frequentatore di libri si fidasse troppo degli uomini per trovarsi a suo agio nel governarli. Ma dell’innocenza o colpevolezza di Ratzinger si occuperà il tribunale. Per adesso noi non possiamo che restare stupefatti di fronte allo spettacolare rovesciamento del luogo comune. Proprio il Papa che per verdetto unanime è considerato il capofila dei conservatori, secondo qualcuno addirittura dei reazionari, ha compiuto i due gesti più rivoluzionari nella storia bimillenaria della Chiesa: non solo dimettersi, ma accettare di sottoporsi al giudizio degli uomini prima ancora che a quello di Dio. Il Caffè di Gramellini vi aspetta qui, da martedì a sabato. Chi è abbonato al Corriere ha a disposizione anche «PrimaOra», la newsletter che permette di iniziare al meglio la giornata. La si può leggere qui. Chi non è ancora abbonato può trovare qui le modalità per farlo, e avere accesso a tutti i contenuti del sito, tutte le newsletter e i podcast, e all’archivio storico del giornale.

(ANSA l’8 novembre 2022) - Il Papa emerito Benedetto XVI, intende difendersi di fronte a una denuncia sporta al tribunale provinciale di Traunstein, nella Baviera tedesca, nell'ambito dell'inchiesta sugli abusi dei preti pedofili. Lo ha confermato all'ANSA la portavoce dello stesso tribunale. 

L'annuncio della difesa di Joseph Ratzinger per ora "non presenta elementi di contenuto", ha spiegato la portavoce. La denuncia era stata sporta da un uomo, che ha affermato di aver subito abusi da un prete pedofilo, e coinvolge Ratzinger che era arcivescovo di Monaco e Frisinga, quando il religioso fu trasferito nella sua diocesi.

Ratzinger pronto a testimoniare a Monaco contro l'accusa di aver coperto abusi sessuali. Redazione su Il Giornale il 9 novembre 2022.

Una notizia clamorosa, mentre intanto esplode in Francia il caso degli 11 vescovi sotto inchiesta per casi di abusi sessuali, una che coinvolge addirittura il Papa emerito Benedetto XVI, arriva dalla Germania. Il 95enne Joseph Ratzinger, che dalla sua storica rinuncia del febbraio 2013 vive nella quiete dell'ex monastero Mater Ecclesiae, in Vaticano, intende difendersi di fronte a una denuncia sporta al tribunale provinciale di Traunstein, nella Baviera tedesca, nell'ambito dell'inchiesta sugli abusi dei preti pedofili. Lo ha confermato all'Ansa la portavoce dello stesso tribunale

L'annuncio della difesa di Benedetto XVI per ora «non presenta elementi di contenuto», ha spiegato la portavoce. La denuncia era stata sporta da un uomo, che ha affermato di aver subito abusi da un prete pedofilo, e coinvolge Ratzinger che era arcivescovo di Monaco e Frisinga, quando il religioso fu trasferito nella sua diocesi. Si tratta della nota vicenda del cosiddetto «padre H.», che ora approda nella sede giudiziaria. L'uomo, che ha riferito di aver subito gli abusi dal prete recidivo H. nella località di Garching an der Alz, ha sporto quattro denunce: oltre al prete già condannato e al Pontefice emerito, sono coinvolti il cardinale Friedrich Wetter, successore di Ratzinger alla guida dell'arcidiocesi, e l'arcidiocesi stessa. Si tratta di un'azione civile, sul piano penale la vicenda non ha più valore.

«Se la Chiesa cattolica e gli imputati - con l'eccezione del noto recidivo H. - si attengono a quello che è costantemente affermato, cioè di mantenere il proprio impegno cristiano e di riconoscere l'ingiustizia commessa, la causa avrà successo», ha dichiarato alla Dpa l'avvocato del querelante, Andreas Schulz. «Se non lo fanno, il danno alla loro reputazione sarà ancora più grave e la Chiesa cattolica accelererà l'erosione della fede», ha aggiunto.

Se l'ex pontefice non si fosse dichiarato disposto alla difesa sarebbe andato incontro a una sentenza in contumacia. I 4 denunciati hanno chiesto una proroga e hanno tempo fino al 24 gennaio, per argomentare la difesa.

Di accuse a Ratzinger su «comportamenti erronei» nel gestire casi di preti pedofili a Monaco si parlò già nel corso del pontificato, quando le responsabilità sulla vicenda di «padre H.» vennero poi attribuite a un sottoposto. E sono riemerse con più forza nel gennaio scorso dal rapporto indipendente sugli abusi sessuali nell'arcidiocesi bavarese, che lui guidò dal 1977 al 1982. Tra l'altro in quei giorni l'autodifesa del Papa dovette correggere una dichiarazione rilasciata in relazione al dossier. Contrariamente al precedente resoconto, Ratzinger partecipò alla riunione dell'Ordinariato il 15 gennaio 1980, durante la quale si parlò di un prete della diocesi di Essen che aveva abusato alcuni ragazzi ed era venuto a Monaco per una terapia. In seguito, al prete fu affidata la cura delle anime e continuò nei suoi comportamenti. L'accusa che viene rivolta all'allora arcivescovo Ratzinger è di non aver preso alcun provvedimento affinché ciò non accadesse.

Gian Guido Vecchi per corriere.it il 27 maggio 2022.

Il primo «Report» annuale sugli abusi su minori nel clero e le attività di prevenzione in Italia sarà pubblicato «entro il 19 novembre». E per quella data si conta anche di definire la ricerca sui casi «custoditi dalla Congregazione per la Dottrina della Fede» tra il 2000 e il 2021. «Sugli abusi abbiamo scelto una strada nuova, una strada italiana». Il cardinale Matteo Zuppi parla per la prima volta dalla sua nomina a presidente della Cei. 

Riceve i giornalisti in un istituto di religiose accanto a piazza San Pietro, «qui ci ho fatto l’asilo», e parla delle «priorità» dei vescovi in Italia: il Sinodo e la Chiesa che «si mette ad ascoltare le domande di tutti, ascoltare davvero, facendosi ferire dalle domande»; gli anziani come «vittime principali delle pandemie che stiamo vivendo, il Covid e la guerra, la Caritas è davvero preoccupata, qui si tratta di aiuto e assistenza domiciliare come protezione, di supporto medico, medicine, disagio abitativo»; e ancora i giovani, «le fragilità, le difficoltà di relazione, e quindi il potenziamento dei centri estivi, dei doposcuola»; «le morti sul lavoro, la violenza sulle donne»: e infine l’impegno per la pace in Ucraina «senza dimenticare gli altri pezzi della guerra mondiale, le altre guerre», e «un’accoglienza dei profughi che duri nel tempo» oltre l’emozione del momento, perché ad esempio «rischiamo non ci colpisca più la tragedia dell’Afghanistan» e «ieri ci sono stati altri settanta dispersi nel Mediterraneo».

Insomma le emergenze sono tante ma c’è poco da fare, la crisi degli abusi sui minori si addensa da anni sulla Chiesa italiana, le domande si concentrano su quello. Il cardinale Zuppi si sofferma sulle «cinque linee di azione per una più efficace prevenzione del fenomeno degli abusi sui minori e sulle persone vulnerabili». Le associazioni di vittime chiedono da anni un’indagine indipendente sugli abusi, come avvenuto in Paesi come la Francia, la Germania o la Spagna.

La via italiana sarà differente, non affidata ma «in collaborazione» con istituti indipendenti. Così la prima obiezione arriva dalle vittime: perché una ricerca storica solo dal 2000 e non dal 1945 o da almeno 50 anni? «Moltissimi casi, come il mio, rimarrebbero tagliati fuori», dice Francesco Zanardi, fondatore di Rete l’Abuso. 

Il cardinale Zuppi, anzitutto, replica: «Incontriamoci, molto volentieri». Poi spiega: «Perché dal 2000? Perché ci sembra molto più serio e per certi versi ci fa molto più male, ci coinvolge direttamente. Uno potrebbe dire: ve la cantate e ve la suonate da soli. No: la ricerca sarà sempre supportata da centri indipendenti. Non c’è nessuna volontà di copertura, non vogliamo sfuggire, ci prenderemo le botte che dobbiamo prenderci e le nostre responsabilità, ce le siamo già prese».

Il presidente della Cei insiste sulla «serietà» di un’indagine che sia «qualitativa e non solo quantitativa». Parla dei «dubbi» che hanno accompagnato l’indagine in Francia e le sue elaborazioni numeriche. Di qui quella che Zuppi definisce la via italiana: «Ci possono essere due rischi, quello di minimizzare per non rendersi conto oppure, all’opposto, di amplificare: in questo casi è quando lo ius diventa iniuria. Sarà una cosa seria. Anche nel “Report” sugli ultimi due anni, un istituto indipendente di criminologia e uno di vittimologia raccoglieranno ed elaboreranno i dati». Gli altri punti del piano Cei sugli abusi riguardano il rafforzamento dei centri diocesani per la tutela dei minori, «la maggior parte degli operatori sono professionisti laici, nella mia diocesi in maggioranza sono donne e la presidente è una psichiatra» e della rete dei «Centri di ascolto» che ora coprono il 70 per cento delle diocesi italiane, «aperti a tutti, e per tutti, considerata la gravità del problema abusi non ci occupiamo solo dei nostri, ma del fenomeno in sé». Da ultimo, il cardinale Zuppi parla della «piena collaborazione con il ministero della Famiglia all’interno dell’ Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile».

"Giustizia alle vittime di preti pedofili". Fabio Marchese Ragona il 28 Maggio 2022 su Il Giornale. Il neopresidente Cei dà l'ok al testo anti abusi: "Chiarezza e vicinanza a chi soffre".

Lotta agli abusi, impegno per la pace e appoggio al piano dell'Italia, fine vita e contributo per il lavoro. Il nuovo presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi parla a tutto campo e racconta a il Giornale le sfide che la Chiesa italiana dovrà affrontare nei prossimi mesi.

Cardinale Zuppi, partiamo dalla questione degli abusi su minori: quale sarà la priorità adesso per la Conferenza Episcopale Italiana?

«La chiarezza. E la giustizia, avere insomma dei meccanismi che diano sicurezza alle vittime. Ci sia davvero giustizia! Anzitutto ascoltando e facendo propria la sofferenza e prevenendo. L'altra grande priorità. Ma anche continuando a essere ciò che siamo: un luogo dove ci vogliamo bene e dove voler bene non deve significare per forza qualcosa di ambiguo o legato agli abusi».

Un occhio di riguardo ovviamente deve andare alle vittime

«È la nostra priorità e la nostra preoccupazione! Il pensiero è sempre per loro e per la loro sofferenza. Ce la metteremo tutta per presentare entro il 18 novembre un report nazionale riguardante le segnalazioni arrivate alle diocesi negli ultimi due anni, dati che saranno analizzati da un centro accademico di ricerca. E poi siamo grati anche alla Congregazione per la Dottrina della Fede che nel rispetto della riservatezza ci apre i suoi archivi per analizzare i casi avvenuti in Italia dal 2000 al 2021. L'analisi sarà condotta in collaborazione con degli istituti di ricerca indipendenti. Vogliamo capire il fenomeno e affrontarlo seriamente».

Cos'altro farà la Cei contro gli abusi?

«Vogliamo promuovere ambienti sicuri, a misura dei più piccoli e dei più vulnerabili. Potenziare la rete dei referenti diocesani su questo tema, implementare la costituzione di centri d'ascolto per accogliere e ascoltare chi vuole segnalare abusi recenti o passati».

Toccando il tema della pace in Ucraina, c'è un piano dell'Italia. Quale sarà il ruolo della Chiesa se ci sarà una vostra disponibilità a dare un contributo?

«La disponibilità c'è, lo ha detto il Papa, lo ha confermato il Segretario di Stato, la Chiesa farà di tutto per aiutare la pace. Se c'è un piano italiano lo appoggeremo sicuramente. La Chiesa cercherà di arrivare quanto prima alla pace, il tempo non è secondario con la gente che muore e che soffre. La Chiesa cercherà di fare tutto ciò che può. Quando si cerca il dialogo va sempre bene. Spero che non si continui a ragionare solo nella logica delle armi».

In Italia però la Chiesa sembra essere sempre meno ascoltata, come deve parlare oggi alla gente?

«Deve parlare com'è! Perché a volte parliamo un po' come non siamo. La Chiesa è una madre, e dovrebbe parlare e soprattutto ascoltare come una madre. E aggiungo: qualche volta dovrebbe stare anche un po' zitta!»

Una delle grandi preoccupazioni in Italia è per il lavoro. Cosa può fare la Chiesa?

«Dare un contributo alla sicurezza, all'ambiente, una delle tante preoccupazioni che l'enciclica di Papa Francesco Laudato Sì ha messo in evidenza e poi la garanzia del lavoro. C'è troppo precariato, troppo lavoro nero. È incredibile che ci sia ancora il caporalato e peraltro in regioni insospettabili».

C'è anche il tema del fine vita, in Italia se ne discute da tempo, non c'è ancora una legge. Qual è la posizione della Chiesa in questo dibattito?

«La posizione della Chiesa è che la vita va difesa. Ma deve esserci anche la difesa contro il dolore. Qualcuno pensa che la Chiesa voglia la sofferenza, ma non è così. La Chiesa difende e incentiva le cure palliative, che possono e che devono essere garantite per togliere il dolore. Ma sempre nel rispetto della vita».

Clero e pedofilia, parte l’inchiesta dei vescovi italiani ma sarà un esame obiettivo?La Cei avvia il suo primo Report sulle attività dei Servizi Regionali, dei Servizi Diocesani/Interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili. Armando Fizzarotti su La Gazzetta del Mezzogiorno il 24 Giugno 2022

«Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare. Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all'uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!». Ma per secoli e anche negli ultimi anni chi ha rappresentato ai livelli più alti l’istituzione, la comunità umana che dice di seguire i dettami del Vangelo, ha ritenuto di applicare una qualche sanzione, anche minima, mettendo in pratica quanto raccomandato da Gesù di Nazareth, così come riporta l’evangelista Matteo al capitolo 18. Altro che macina! Pietre tombali sono state messe su troppi casi, mettendo a tacere scandali che avrebbero macchiato l’immagine e la reputazione della Chiesa.

Ora pare arrivare una prima «rivoluzione» nell’ambito della Chiesa italiana, per iniziativa del nuovo presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Matteo Zuppi. La Cei avvia il suo primo Report sulle attività dei Servizi Regionali, dei Servizi Diocesani/Interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili. Valutiamo in una parentesi il dettato evangelico: l’«anatema» è rivolto a tutti coloro che si macchino di tali delitti. Sì: delitti, non semplici reati, perché un abuso subito nell’infanzia o anche nell’adolescenza, anche non grave, può segnare il futuro di una persona per il resto della sua vita.

Ma è doppiamente orribile, e quindi da punire con maggiore rigore, nei confronti di chi si comporti da «lupo» travestito con la «pelle d’agnello» di un abito talare, approfittando della fiducia che il suo ruolo e la sua funzione ispirano nelle persone che dovrebbe educare alla fede e accompagnare nella vita spirituale. Ora torniamo all’iniziativa della Cei. Tra le misure, è stata annunciata anche una Analisi quantitativa e qualitativa dei dati custoditi presso la Congregazione per la Dottrina della Fede, facenti riferimento a presunti o accertati delitti perpetrati da chierici in Italia nel periodo 2000-2021, condotta in collaborazione con Istituti di ricerca indipendenti. Nella ricerca saranno coinvolti 16 coordinatori per i Servizi regionali, 226 referenti per quelli diocesani e 96 responsabili dei Centri di ascolto: saranno somministrati questionari specifici per ciascun ambito da compilare online, garantendo la massima riservatezza.

I dati raccolti verranno esaminati da ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, specializzati in economia, statistica, sociologia con esperienza specifica in analisi di politiche di tutela dei minori, che sono richieste a livello europeo a tutte le organizzazioni operanti con minori ai fini di garantire loro ambienti sicuri in termini di prevenzione, contrasto e protocolli di segnalazione abusi, e che rappresentano il quadro delle Linee guida della Chiesa che è in Italia del 2019.

«Gli esperti avranno il compito «non solo di presentare una radiografia dell’esistente, ma di trarre suggerimenti e indicazioni per implementare l’adeguatezza dell’azione preventiva e formativa delle Chiese che sono in Italia». Quello che è uno dei primi passi della «via italiana» dei vescovi nell’analisi e nella lotta del fenomeno degli abusi sui minori. scontenta però il fronte delle associazioni delle vittime, che reclamano un’indagine indipendente.

Questi sono anni particolari per la Chiesa e per il Vaticano che la guida. È l’epoca tutta particolare dei «due Papi», i due «Soli» della fede, l’emerito Benedetto XVI (Ratzinger) tramontato per aver gettato la spugna ancora in vita, e Francesco (Bergoglio), pontefice in carica da 9 anni. Il primo da molti tacciato di omertà, ma forse con troppa leggerezza, sul gravissimo problema della pedofilia nel clero (recentemente anche denunciato in Germania da una vittima di abusi sessuali subiti in gioventù) e il secondo invece visto come «paladino» del «facciamo piazza pulita in casa nostra» sul problema. Il tedesco, magari visto come un professore di teologia un po’ snob rispetto alla banalità dei problemi quotidiani, il secondo individuato come il gesuita «rivoluzionario» che vuole dare finalmente una scossa decisiva al palazzo delle falsità e dei sistemi di potere di alcuni prelati.

Forse sulla piaga pedofilia è questo un confronto troppo semplicistico fra i due pontificati, ma non è da trascurare che con papa Francesco e con il predecessore del cardinale Zuppi, il cardinale Gualtieri Bassetti, già tre anni fa per i vescovi è stato introdotto «l’obbligo morale di denuncia alle autorità civili dei casi di abuso sessuale su minori commessi da sacerdoti».

Ma la strada per sanare le ferite è ancora lunga e difficoltosa.

Lucetta Scaraffia per “La Stampa” il 9 giugno 2022. 

Hanno veramente delle buone ragioni i vescovi italiani a rifiutare un'inchiesta indipendente sugli abusi del clero? Noi - un gruppo di donne in maggioranza nonne - pensiamo di no e spieghiamo perché. Cominciamo con un esempio. 

Per quanto accertato dai giudici di merito, Riccardo Seppia è stato un delinquente comune part-time: per il tempo restante era parroco della chiesa di Santo Spirito a Sestri Ponente. Il caso che lo riguarda è scoppiato nel 2011, quando il prete è stato arrestato nella sua abitazione, accusato di aver abusato sessualmente, in cambio di droga, di adolescenti in situazioni di particolare disagio. 

Le indagini erano partite dalle intercettazioni di alcuni pusher milanesi, condotte dai Nas per investigare su un giro di cocaina in palestre e locali frequentati principalmente da omosessuali, dei quali sembra che l'allora sacerdote fosse un assiduo frequentatore.

Le registrazioni che lo hanno portato all'attenzione degli investigatori riguardano alcune conversazioni con il suo complice, spacciatore e procacciatore di ragazzi, con il quale don Seppia si esprimeva così: «Mi serve un negretto, un bel moretto, quelli che mi fanno eccitare da pazzi, e mi raccomando non superi i 14 anni e meglio se si tratta di uno con problemi, di droga o senza famiglia, sai»; «ho tanta roba e ci possiamo divertire»; «e mi raccomando l'età, perché sedicenni sono già troppo vecchi procurami un ragazzo dal collo tenero»; «quel ragazzino me lo farei sull'altare».

Tanto per dare un'idea. Fino a quel momento, sembra che nessuno dei suoi confratelli o superiori se ne fosse accorto. Anzi, secondo l'arcivescovo Bagnasco, «è descritto come prete inflessibile, ligio al suo dovere». 

Alla carcerazione hanno fatto seguito un processo di primo e uno di secondo grado, rispettivamente nel 2012 e nel 2013; in entrambi i casi la pena inflitta è stata di 9 anni, 6 mesi e 20 giorni di reclusione, e una sanzione economica di 28 mila euro, per violenza sessuale su minori, tentata induzione alla prostituzione minorile, offerte plurime di droga e cessione di cocaina.

Una volta in carcere, pare che abbia subito un'accoglienza un po' rude da parte dei detenuti comuni - nelle carceri la pedofilia non è ben vista - e per questo è stato trasferito a scontare la pena in una casa circondariale nota per essere più comprensiva verso i sex-offenders. Con il codice etico dei carcerati non si scherza.

Nelle motivazioni della sentenza di condanna si legge tra l'altro: «Nonostante il ruolo ecclesiastico rivestito, ha frequentato abitualmente locali trasgressivi, ha partecipato ad orge, usa un linguaggio blasfemo e volgare, predilige rapporti sessuali non protetti nonostante la sua condizione di soggetto affetto da Hiv e, circostanza ancor più grave, ha più volte cercato o scelto le sue vittime approfittando della loro condizione di marginalità sociale».

La vicenda giudiziaria non è finita con i giudizi di merito: il condannato ha fatto ricorso in Cassazione, denunciando errori nella formulazione dei capi di imputazione al fine di ottenere uno sconto di pena, e nel 2015 è tornato libero. 

Chiaramente, Seppia ha potuto contare su un buon avvocato, cosa che purtroppo non capita alla grande maggioranza delle vittime. All'indomani della condanna, in un'intervista a Il Secolo XIX, il responsabile delle comunicazioni della curia di Genova, don Silvio Grilli, ha dichiarato che la pronuncia non modificava la decisione canonica a suo tempo assunta circa la dimissione dallo stato clericale e la conseguente impossibilità di esercitare il ministero pastorale.

Ma ha aggiunto che, per ragioni di umanità e pastorali, Seppia, una volta libero, non sarebbe stato lasciato solo, ma avrebbe potuto essere accolto in una delle case dove soggiornano preti che vivono particolari momenti di difficoltà. Lì gli sarebbe stata offerta accoglienza fraterna di conforto e di ripresa. Per le vittime non era previsto alcun aiuto. 

Non si tratta di un caso eccezionale: se analizziamo, come abbiamo fatto noi, l'unico archivio degli abusi di cui disponiamo nel nostro Paese - cioè quello, purtroppo imperfetto dal punto di vista statistico, raccolto sin dal 2010 dal sito dell'associazione «Rete L'Abuso», fondato e diretto da una vittima, Francesco Zanardi - di casi simili ce ne sono in abbondanza.

Le vittime sono sempre ragazzi poveri, appartenenti a famiglie marginali aiutate dalle parrocchie, quindi poco disponibili a denunciare. I sacerdoti accusati godono di un'ottima assistenza legale, pagata dalle diocesi, a differenza delle vittime. 

E la copertura degli abusi da parte delle gerarchie costituisce un vero sistema, che funziona ovunque allo stesso modo. Uno dei principali ostacoli a una presa di coscienza all'interno della Chiesa è l'incapacità di mettere in relazione il potere con questioni di sessualità. Il potere del clero è mascherato sotto forma di servizio, la sessualità è affrontata nel quadro di coppie sposate stabili, in vista della procreazione.

La cultura del segreto conferma infine la fortissima chiusura del clero su sé stesso - i sacerdoti possono venire giudicati solo da altri sacerdoti e i vescovi soltanto dal Papa - mentre, sulle questioni della sessualità, le lotte che l'istituzione ecclesiastica combatte verso l'esterno hanno anche l'effetto di far tacere persone all'interno. 

I provvedimenti per gli abusi presi finora dalla Chiesa non sono sufficienti a contrastarli, e non solo perché spesso non diventano prassi concreta. Il vero scandalo infatti non sono solo gli abusi in sé - sappiamo che questi crimini abominevoli si verificano ovunque - ma le modalità in cui sono stati, e purtroppo sono tuttora, coperti, manipolati, insabbiati. 

Questo sistema di mettere in pratica l'ingiustizia e l'alleanza contro i deboli, con l'evidente appoggio dell'istituzione stessa, hanno costituito per i fedeli una scoperta terribile e sconcertante e contribuito a danneggiare l'immagine della Chiesa anche davanti a chi, pur non confessandosi cristiano, la rispettava.

Lucetta Scaraffia per “la Stampa” il 29 maggio 2022.

L'elezione di un presidente giovane e progressista quale è il cardinale Zuppi ha galvanizzato l'opinione pubblica, che spera in una ventata di cambiamento - finalmente - da parte di una conferenza episcopale come quella italiana, sclerotizzatasi nel tempo. E poi, come si fa a non sperare in un Presidente che per la prima volta nella sua conferenza stampa inaugurale, interrogato sullo scandalo degli abusi, dice frasi forti e chiare come «dobbiamo serietà alle vittime» e «vogliamo prenderci la nostra responsabilità»? Vogliamo disperatamente credergli.

Il problema degli abusi, infatti, è nella Chiesa italiana drammatico e gravissimo. Esso avvelena tutta la vita ecclesiale attraverso il meccanismo ovunque imperante del depistaggio e dell'omertà, messo in atto contro le vittime. Vogliamo credere che da oggi in poi tutto cambierà, come sta cambiando ad esempio nella Chiesa francese, che ha avuto il coraggio di una commissione indipendente la quale ha ascoltato la voce delle vittime e ha messo in atto un sistema di riconoscimenti e d indennizzi per cicatrizzare ferite ancora aperte dopo decenni. 

Ma Zuppi ha dichiarato che la via francese da noi non è praticabile, da noi bisogna procedere in un altro modo.

Quale? Egli promette un rapporto annuale pubblico che dia conto delle denunce raccolte dai Centri di ascolto aperti negli ultimi due anni dalle diocesi, o meglio dal 70% delle diocesi. Il primo rapporto dovrebbe arrivare a novembre. Ma purtroppo un tale rapporto ci dirà sicuramente poco o niente di quella che è la realtà degli abusi del clero nel nostro Paese, dal momento che nei Centri di ascolto le denunce vengono raccolte da esperti, anche laici, scelti dalle gerarchie, quindi in un certo senso considerati a priori "di parte". 

Non sono molte le vittime che si fidano di tali Centri, la maggioranza preferisce denunciare al vicariato e/o alla giustizia civile. Di queste ultime denunce si terrà conto nel Rapporto? Pare di no. Senza contare che il lasso di tempo esaminato nell'indagine è molto breve: dal 2000, anno di apertura dei centri, al 2021. E tutti gli altri? La raccolta dei dati verrà fatta, promette la Cei, da centri accademici di ricerca: ma chi li seleziona? E in che modo? Saranno veramente indipendenti da chi commissiona loro la ricerca?

C'è poi il problema del passato: si pensa solo al futuro e alla prevenzione, ma si sa bene che nessuna prevenzione è efficace se prima i colpevoli non vengono individuati e puniti. L'indulgenza verso i colpevoli non fa che moltiplicare gli abusi. Ma qui i colpevoli da punire non sono solo quelli degli ultimi anni. Sono quelli che anche molto tempo fa hanno ferito persone tuttora viventi, da risarcire del trauma sofferto attraverso un riconoscimento pubblico e un risarcimento tangibile. Certo, nel nostro Paese sono talmente numerose le vittime che non sarà facile per la Cei progettare un passo simile.

Ma se si vuole davvero capire il fenomeno, cogliere il suo radicamento nella realtà italiana, bisogna farsi un'idea vera e concreta di cosa è accaduto. Chi e quante sono state vittime? Come mai i colpevoli hanno potuto usufruire di ottimi avvocati difensori pagati dalle diocesi mentre le vittime non hanno mai goduto di un simile privilegio? Erano veramente tutti pedofili congeniti, quindi in un certo senso malati, gli abusatori? E la risposta delle diverse diocesi qual è stata? Simile o diversificata? Ancora: è lecito continuare a parlare di casi singoli o si è trattato di un sistema complesso che in un modo o nell'altro coinvolge tutta l'istituzione ecclesiastica?

Per rispondere a queste domande bisogna ascoltare le vittime, che sono riunite in vivaci associazioni e hanno tanto da dire e sono depositarie di un'infinità di notizie e di dati. Noi speriamo, speriamo vivamente, che il nuovo presidente, Zuppi, il quale ha affermato che «il dolore delle vittime è la nostra priorità» sarà pronto a questo ascolto. In fondo, davanti alle resistenze di molti vescovi, non c'è niente di più utile, per chi vuole veramente bene alla Chiesa italiana, dell'esistenza di un'opinione pubblica capace di spingere a guardare finalmente la verità. Con una indagine vera, che parta dagli archivi vescovili, che tenga conto dei processi civili, che dia la parola alle vittime. È da tutto ciò che si misurerà il nuovo corso del cardinale Zuppi.

Il senso d’impunità del prete e lo scaricabarile dei vescovi. FEDERICA TOURN su Il Domani il 23 maggio 2022

Il sacerdote campano Livio Graziano, arrestato a ottobre scorso, è già a processo per una violenza sessuale su un bambino di 12 anni avvenuta meno di un anno fa. Rischia fino a 12 anni di carcere.

L’imputato è imprudente, come se avesse un senso di impunità. Manda whatsapp alla vittima a tutte le ore, anche di notte, pieni di chioccioline che – spiega il bambino – significano “ti amo”.

Le diocesi di Avellino e Aversa sapevano solo di “voci”. Don Vitaliano Della Sala: «Purtroppo i vescovi, invece di interrompere ogni rapporto fra il prete e i ragazzi, lo trasferiscono. Aggravando il problema». 

Quando apre la porta ai carabinieri, don Livio non sospetta nulla. Conosce già quella coppia, era venuta a chiedere informazioni per mandare il figlio nella comunità Effatà Apriti che il sacerdote gestisce a Prata Principato Ultra, in provincia di Avellino. Invece era la copertura di due investigatori dell'indagine per violenza sessuale su un bambino di dodici anni. Per don Livio Graziano, 56 anni, scatta l'arresto: l'ordine di custodia cautelare viene firmato ad Avellino il 22 ottobre 2021 dalla gip (giudice per le indagini preliminari) Francesca Spella.

Quattro giorni dopo viene perquisita la sede della comunità: «Nell'armadietto del bagno vengono trovati preservativi, vaselina e lubrificanti, oltre a 107 mila euro in due scatole chiuse a chiave», racconta l'avvocato Giovanni Falci, che assiste il padre della vittima – i genitori, infatti, si sono costituiti parte civile in proprio e in rappresentanza del figlio minorenne. Il processo è già nella fase dibattimentale: l'imputazione è violenza sessuale, secondo l'articolo 609 bis del codice penale, aggravata dall'età della vittima, minore di 14 anni; il sacerdote rischia da sei a dodici anni di reclusione.

Originario della provincia di Caserta, don Livio è un prete sui generis. Le sue messe sono perturbanti, pervase da spirito carismatico: impone le mani e i fedeli si accasciano a terra. I malati vanno da lui per essere guariti. 

È anche un educatore: si dedica ai bambini senza famiglia, va nelle periferie per cercare chi è rimasto ai margini. Nel 2002 fonda ad Avellino la Fidde, Fraternità i Discepoli di Emmaus, una onlus che in breve tempo si ramifica in tutta la regione, aprendo ambulatori, attività per disabili, gruppi di auto aiuto per chi soffre di ansia, ludopatie, disforie di genere. A Castel Volturno dal 2004 al 2020 il sacerdote gestisce anche una comunità educativa a gestione famigliare, dove accoglie decine di ragazzi in difficoltà.

ESPERTO DI PEDOFILIA

Nel 2015 la onlus si costituisce in cooperativa sociale con il nome di Effatà Apriti, specializzata in disturbi alimentari e convenzionata con il Servizio sanitario nazionale e con il Tribunale di Avellino. Fra le vocazioni del versatile sacerdote non manca, tragica ironia, la lotta contro la pedofilia: nel 2012 lo troviamo come esperto a un convegno sulla pedopornografia patrocinato dall'Ordine degli avvocati di Benevento, con un intervento sul “recupero del minore vittima di abusi”. Per il suo impegno sociale e umanitario, due anni dopo riceve addirittura il premio “Padre Pio da Pietrelcina”.

Andrea (nome di fantasia) ha una famiglia normale; va a scuola, ha la passione per il calcio e da tifoso del Napoli sogna di incontrare Insigne.

Da un rapporto con un coetaneo si prende un'infezione e i genitori, disorientati, lo affidano proprio a don Livio, nella speranza che possa aiutarlo a mettere ordine nei suoi turbamenti preadolescenziali. Andrea resta per tutta l'estate 2021 nella grande casa di Prata Principato Ultra, dormendo su un materasso ai piedi del prete: secondo il padre del ragazzo, già dopo cinque giorni dal suo arrivo don Livio abusa di lui con il pretesto di “visitarlo”. «Le violenze da quel momento si ripeteranno per tutto il periodo della sua permanenza nella comunità», conferma l'avvocato Falci.

Il programma della “rieducazione di Andrea” è organizzato in una rigida griglia di impegni giornalieri, monitorata da un'équipe di specialisti.

«Don Livio mi aggiornava su come proseguiva il soggiorno e mi mandava foto del ragazzo impegnato in diverse occupazioni», racconta il padre. Ma è soltanto una messinscena: «Mio figlio mi ha detto in seguito che il prete lo metteva in posa apposta per le foto». Nella relazione finale consegnata ai genitori, si legge che Andrea è molto migliorato e «mostra una serenità e una pace interiore. Quella serenità che è la scoperta di esserci, di vivere l'istante intensamente».

A settembre, Andrea torna a casa. «Mi sono insospettito perché mio figlio era silenzioso e se ne stava sempre in disparte con il telefono – racconta il padre – gli ho chiesto a chi scrivesse continuamente e mi ha risposto: “A padre Livio, se non gli rispondo subito poi mi stressa”». 

Dalla chat fra i due vengono fuori centinaia di messaggi: quelli del prete sono incalzanti, si lamenta che il ragazzino non lo considera, che senza di lui la sua vita non ha più senso. Don Livio è inarrestabile e, alla luce del successivo rovescio giudiziario, assai imprudente: manda whatsapp a tutte le ore, anche di notte, pieni di chioccioline che – gli spiega Andrea – significano “ti amo”. «Gli scriveva anche mentre celebrava la messa», rimarca il padre del ragazzo. «Durante l'esame del contenuto dell'iphone di don Livio sono emerse alcune fotografie di Andrea mentre dorme, in pose inequivocabili – dichiara l'avvocata della madre della vittima, Benedetta Falci – foto cancellate dal sacerdote ma recuperate dagli inquirenti nella memoria dei file eliminati».

Segno inequivocabile del delirio di onnipotenza in cui vive il sacerdote che, mentre fa la parte dell'amante con un bambino, sciorina su Facebook massime sull'amore e l'accettazione di sé, sostenuto dall'adorazione e dagli emoticon dei suoi seguaci. La storia di don Livio rappresenta bene il senso d'impunità radicato nei preti abusanti, che oscillano indisturbati fra adescamenti ed esercizi spirituali, al riparo di gerarchie ecclesiastiche che perlopiù giocano a scaribarile. Sulla pelle delle vittime. 

SENTIVANO PARLARE DI LUI

La Chiesa, alla notizia dell'arresto di don Livio Graziano, ha preso le distanze, in senso proprio. La diocesi di Aversa, alla quale il sacerdote è incardinato, si è limitata a precisare che don Livio da ormai molti anni operava fuori dalla diocesi. Arturo Aiello, vescovo di Avellino dal 2017, a sua volta alza le mani e scarica la questione sul suo predecessore Francesco Marino che a più riprese aveva chiesto al sacerdote di non esercitare il ministero pastorale nel territorio diocesano.

Marino conferma: l'attività terapeutica di Graziano lo preoccupava, «agiva senza controllo, la situazione a me non convinceva, sia perché sganciata da ogni riferimento ecclesiale, sia perché in campi tanto delicati ci sarebbe stato bisogno di discernimento e competenza che non mi risultava avesse. Non mi sembrava avere un retroterra psicologico personale equilibrato e adeguato».

Comunque Marino sottolinea che Graziano operava sotto la responsabilità del vescovo di Aversa Angelo Spinillo il quale ribatte che l'imputato da ormai quindici anni manteneva con la sua diocesi «un rapporto molto occasionale». Il predecessore di Spinillo, Mario Milano, aveva però ingiunto a don Livio un periodo di discernimento e di recupero spirituale nella comunità monastica di Montevergine.

Don Vitaliano Della Sala, vicedirettore della Caritas di Avellino, ha conosciuto il sacerdote proprio a Montevergine. Lo ricorda come una specie di santone («incoraggiava la superstizione della gente e a volte ho avuto l'impressione che confondesse la fede con la magia») e non è sorpreso dallo scandalo: «Che io sappia è stato allontanato da Aversa per sospetti di pedofilia. Purtroppo i vescovi, in questi casi, invece di fare un'indagine seria e interrompere subito ogni rapporto fra il prete e i ragazzi, lo trasferiscono da un'altra parte, aggravando il problema».

Proprio ad Aversa, secondo Della Sala, lo stesso vescovo Milano nel 2011 era stato costretto a dare le dimissioni a pochi mesi dal pensionamento proprio per avere spostato un altro prete sospettato di pedofilia. Decisioni che hanno conseguenze drammatiche, tanto più se, come nel caso di don Livio, il sacerdote si occupa di minori a rischio, anche in convenzione con il servizio pubblico: «Se avessero avuto una denuncia in mano, forse le istituzioni ci avrebbero pensato due volte ad affidargli dei ragazzini», chiosa don Vitaliano.

GLI STA MONTANDO LA RABBIA

Andrea, intanto, ha lasciato gli amici e a calcio non parla con nessuno. «È sempre da solo, gli sta montando la rabbia», dice il padre, desolato. «Il ragazzo ha subito un'esperienza di abuso continuativa che il sacerdote ha qualificato come amore – spiega lo psichiatra Egidio Errico, che ha fatto una perizia su richiesta dell'avvocato Falci – i danni, già evidenti, purtroppo tenderanno a peggiorare con il tempo».

Lo scorso dicembre don Graziano è uscito dal carcere in seguito a uno sciopero della fame e ora si trova agli arresti domiciliari in una struttura di proprietà della Chiesa. È stato sospeso dal ministero sacerdotale e il Tribunale ecclesiastico ha avviato un processo che procede su un binario parallelo e indipendente da quello dello Stato.

La pedofilia dei preti. LA VIOLENZA NELLA CHIESA ITALIANA. La pedofilia dei preti italiani che i vescovi vogliono tenere nascosta. FEDERICA TOURN su Il Domani il 28 aprile 2022.

Sappiamo tutto di ciò che è accaduto nel mondo, nulla sull’Italia. Eppure negli ultimi 15 anni si contano 325 sacerdoti denunciati per pedofilia. Ecco l’inchiesta per la quale chiediamo il sostegno dei lettori: SOSTIENI LA SUA REALIZZAZIONE! Per ogni euro versato, noi ne aggiungiamo un altro fino al raggiungimento dell’obiettivo

Lo chiamavano don Mercedes. A Crema era un pezzo grosso di Comunione e Liberazione il parroco Mauro Inzoli; gli piacevano il lusso e le belle macchine, lo si vedeva spesso nei ristoranti alla moda, un sigaro cubano all'angolo della bocca.

Aveva amicizie politiche importanti e poco senso del pudore: nel gennaio 2015 applaudiva insieme a Roberto Formigoni al convegno sulla famiglia tradizionale organizzato dalla Regione Lombardia, eppure già da anni molestava i ragazzini, come conferma la condanna definitiva per pedofilia del 2018. Li toccava persino durante la confessione, per rinnovare l'alleanza fra Abramo e Isacco descritta nell'Antico Testamento, diceva. La più piccola delle sue vittime aveva 12 anni.

Una storia non certo unica. Secondo i dati raccolti dalla Rete L'Abuso, che monitora i casi di violenza sessuale nella Chiesa cattolica, nel nostro paese negli ultimi 15 anni si contano 325 sacerdoti denunciati per pedofilia, di cui 161 condannati in via definitiva.

Questi numeri rappresentano solo piccola parte di un fenomeno sommerso e pervasivo, eppure non sembrano scuotere le istituzioni e la stampa. Ed è questa la ragione per cui chiediamo ai lettori di sostenere la grande inchiesta su "La violenza nella Chiesa italiana".

Nel paese che ospita il Vaticano, infatti, né il Parlamento né la Chiesa prendono iniziative per andare a fondo del problema. Il presidente della Conferenza episcopale Gualtiero Bassetti butta acqua sul fuoco assicurando che in Italia gli strumenti messi in campo a tutela dei minori funzionano bene e che presto sugli abusi sarà condotta un'indagine ma, sia chiaro, «gestita dall'interno della Chiesa».

La società civile, però, non ha più voglia di aspettare: di fronte al silenzio ecclesiastico si è costituito Italy Church Too, un coordinamento di associazioni contro gli abusi nella Chiesa, che chiede subito una commissione d'inchiesta indipendente, come quelle che si sono appena formate in Spagna e in Portogallo.

L'iniziativa nasce da donne impegnate in ambito cattolico e laico, determinate a rompere anche nel nostro paese il muro di omertà e a ottenere giustizia e risarcimenti per le vittime: sono scesi in campo l'Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Donne per la Chiesa, Noi siamo Chiesa, Rete L'Abuso, Comitato vittime e famiglie, Voices of Faith, Comité de la Jupe, le Comunità cristiane di base e i periodici Adista, Tempi di Fraternità e Left. Tra loro anche Erik Zattoni, figlio di un prete (anche) pedofilo mai ridotto allo stato laicale nonostante l'esame del dna e le sue ammissioni.

GLI SCANDALI DEGLI ULTIMI ANNI

L'idea ha preso vigore dallo scandalo che all'inizio dell'anno ha coinvolto persino il papa emerito Benedetto XVI: un report dalla Baviera ha infatti rivelato che nella sola diocesi di Monaco e Frisinga, nell'arco di 74 anni sarebbero stati abusati 500 bambini e bambine fra gli 8 e i 14 anni e che Joseph Ratzinger, da cardinale, ne sarebbe stato al corrente.

I dati di Monaco seguono quelli, talmente eclatanti da suscitare dubbi, del rapporto della commissione indipendente sugli abusi nella chiesa francese: dal 1950 si conterebbero 216 mila minori vittime di tremila preti, a cui si aggiungono altri 114 mila abusati da laici all'interno delle istituzioni ecclesiastiche. In Nuova Zelanda la pedofilia riguarderebbe addirittura il 14 per cento del clero.

Dallo scoop del Boston Globe, celebrato nel 2015 dal film Il caso Spotlight, che nel 2002 ha inchiodato la chiesa americana alle sue responsabilità, fino al Rapporto Ryan in Irlanda, che ha individuato ben 30 mila minori abusati negli oltre cento istituti cattolici nel paese, sono almeno vent'anni che la pentola è stata scoperchiata. L'Italia però rimane un buco nero. Le denunce vengono ignorate dalla Chiesa e le vittime finiscono inghiottite dal silenzio.

Una storia simbolo è quella dell'Istituto religioso per sordomuti Provolo di Verona: nel 2010 67 ex ospiti accusano numerosi sacerdoti della congregazione di averli sottoposti a molestie e violenze quando erano bambini, a partire dagli anni '50.

Tra i fatti denunciati c'è la dichiarazione di Gianni Bisoli, che afferma di essere stato abusato tra i 9 e i 15 anni da ben 16 fra preti e fratelli laici; sostiene anche di essere stato lasciato “a disposizione” di monsignor Giuseppe Carraro, all'epoca vescovo di Verona, e per il quale, a 32 anni dalla morte, è in corso il processo di beatificazione, dopo che nel 2015 è stato dichiarato “venerabile per l'eroicità della sua virtù” dalla Congregazione per le cause dei santi.

Una commissione conoscitiva promossa dal Vaticano nello stesso 2010 non rileva (quasi) nulla dei reati denunciati, ormai comunque prescritti. Ma il responsabile dell'Istituto, don Nicola Corradi, trasferito nella sede argentina del Provolo, nel 2019 verrà condannato laggiù a 42 anni «per gravi e ripetuti abusi» di minori.

MELE MARCE O SISTEMA CHE COPRE GLI ABUSI?

I pedofili nella chiesa non sono “mele marce” come dicono le gerarchie ecclesiastiche. Quando si mettono insieme i tasselli del mosaico, dispersi nelle cronache locali e poi dimenticati, emerge un quadro di violenza endemica che riguarda ogni ambito della vita della Chiesa.

Troviamo preti che approfittano del loro potere per allungare le mani sui ragazzini in sacrestia, durante le lezioni di catechismo o le prove del coro, in campeggio o nei centri estivi; alcuni sono guru di comunità di recupero e centri di ascolto, altri guidano scuole cattoliche.

Molti sono i molestatori seriali in attesa di giudizio per induzione alla prostituzione minorile e violenza privata: sacerdoti che promettono cocaina in cambio di prestazioni sessuali e offrono pochi spiccioli e una ricarica del telefono in cambio di una marchetta o di un video hard. Con i cassetti o i pc pieni di materiale pedopornografico, circuiscono ragazzini non ancora adolescenti, meglio se con problemi psichici o provenienti da famiglie disagiate perché più indifesi: fanno loro credere che la mano che li fruga è una mano benedetta, che l'amore di Dio si esprime con lo spirito e con il corpo, che sono dei privilegiati.

Gli stupri non di rado si protraggono per anni, a volte anche per decenni, lasciando segni indelebili nelle vittime, costrette spesso a fare i conti con le conseguenze fisiche e psicologiche delle violenza per il resto della vita.

E la Chiesa istituzionale come reagisce? Cura, sostiene, protegge. Non le vittime ma i preti. La prassi consolidata quando viene segnalato un caso di pedofilia è sempre la stessa: non denunciare alle autorità ma evitare lo scandalo spostando il prete in un'altra parrocchia o ricoverandolo per un periodo in una delle inavvicinabili strutture per la riabilitazione dei preti sparse per l'Italia. Le autorità ecclesiastiche non hanno l'obbligo giuridico di denunciare gli abusi, tantomeno devono rendere conto degli esiti dei processi interni, così si trincerano dietro al silenzio.

C'è addirittura chi, dopo una denuncia per pedofilia, riprende a fare il parroco sotto falso nome in un altro posto, come don Silverio Mura, prete della diocesi di Napoli, diventato don Saverio Aversano a Montù Beccaria, in provincia di Pavia.

Lo denuncia la Rete L'Abuso nell'esposto in cui spiega che il sacerdote viene trasferito dopo una querela per pedofilia e che, grazie alla complicità della curia, continua a occuparsi di bambini e a ricevere la posta al nuovo indirizzo.

La stessa associazione sottolinea che sono almeno 29 i vescovi coinvolti nell'occultamento dei reati: nel caso di don Giuseppe Rugolo, per esempio, dalle intercettazioni emerge che il vescovo di piazza Armerina Rosario Gisana avrebbe provato a comprare il silenzio della famiglia della vittima con i soldi della Caritas. Ancora: monsignor Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano, informato delle attenzioni che uno dei suoi parroci, don Mauro Galli, riserva a un ragazzo di 15 anni, ammette in interrogatorio di essersi limitato a spostarlo di sede per ben due volte.

Il prete di Rozzano è stato condannato l'anno scorso dalla Corte d'Appello di Milano a cinque anni e sei mesi; il suo caso è stato anche posto all'esame della Congregazione per la dottrina della fede, dopo che il processo di primo grado al Tribunale ecclesiastico regionale si era risolto con un nulla di fatto per insufficienza di prove ma a oggi nulla si sa dell'esito. Scontato il debito con la giustizia dello Stato, don Galli potrebbe quindi tornare in parrocchia.

NON SOLO PEDOFILIA

Non ci sono soltanto gli abusi sui minori ma anche quelli sulle religiose. Già a metà degli anni Novanta due suore di ritorno dall'Africa inviano al Vaticano rapporti in cui sostengono che molte suore vengono stuprate da sacerdoti timorosi di prendere l'Aids dalle donne indigene; e se restano incinte vengono costrette ad abortire.

Raccontano anche di un prete che officia il funerale di una donna morta in seguito all'aborto che lui stesso le ha procurato. Nel documento si sottolinea che la violenza sulle religiose non è soltanto una questione africana ma riguarda ben 23 paesi, fra cui l'Italia.

In anni più recenti, la teologa Doris Wagner ha accusato il capo ufficio della Congregazione per la Dottrina della Fede padre Hermann Geissler (poi assolto dal Tribunale della Segnatura apostolica, il supremo tribunale di diritto canonico della Santa Sede) di averla violentata quando era suora dell'Opus Spiritualis Familia a Roma: «Ero giovane, credente e idealista: ero la vittima ideale per un prete», ricorda oggi. Dipendenti economicamente dalla congregazione a cui appartengono, costrette a tagliare i ponti con la famiglia, le suore sono schiacciate da un sistema clericale fondato sull'omertà; in Italia, chi prova a denunciare non ottiene nulla se non di essere discriminata o addirittura allontanata dalla comunità. Ancora una volta, in caso di una segnalazione di abuso, a venire protetto è il prete.

La Chiesa italiana, che è riuscita fino ad oggi a non reagire alla crisi che la minaccia dall'interno, rimanendo fedele a una casta maschile sorda ai richiami sulle discriminazioni di genere e restia a cedere parte del suo potere, come risponderà alla richiesta di istituire finalmente un'indagine indipendente sugli abusi?

A fine maggio si terrà l'assemblea generale della Cei per il rinnovo dei vertici, e il cardinale Bassetti pare avere tutte le intenzioni di passare la patata bollente al suo successore.

(ANSA il 22 aprile 2022) - La Nunziatura in Polonia informa che "la Santa Sede ha esaminato la documentazione consegnata dal card. Angelo Bagnasco, arcivescovo emerito di Genova, raccolta durante la sua vista in Polonia avvenuta nei giorni 17-26 giugno 2021, il cui scopo era la verifica di alcune questioni legate alle attività del card. Stanislaw Dziwisz durante il suo ministero in qualità di arcivescovo metropolita di Cracovia (2005-2016). L'analisi della documentazione raccolta ha permesso di valutare queste attività del card. Dziwisz come corrette e pertanto la Santa Sede ha stabilito di non procedere oltre".

Lo afferma una nota diffusa da Cracovia. Il Vaticano aveva dunque istituito una Commissione per fare chiarezza rispetto alle denunce di vittime di abusi e pedofilia da parte del clero polacco. Le accuse investivano anche il card. Stanislaw Dziwisz, lo storico segretario di Giovanni Paolo II, accusato di insabbiamenti da parte di alcune vittime. La Commissione rispondeva alle richieste avanzate dall'episcopato polacco e anche dallo stesso Dziwisz.

In un docufilm, che ha fatto scalpore in Polonia, si puntava il dito contro l'ex segretario di Wojtyla, accusato da vittime di aver coperto alcuni fatti in cambio di offerte per la Chiesa. Fu in quell'occasione che Dziwisz invocò appunto una commissione indipendente che potesse fare chiarezza sui fatti da lui sempre respinti come "calunnie". A guidare la commissione è stato il card. Angelo Bagnasco, ex arcivescovo di Genova e ex presidente Cei. 

Da axios.com l'1 aprile 2022.

Papa Francesco si è scusato per gli abusi subiti dai bambini indigeni nelle scuole canadesi gestite dalla Chiesa cattolica e da altre sette cristiane dal XIX secolo fino agli anni '70. 

Perché è importante: Si crede che quasi 150.000 bambini indigeni siano stati costretti a lasciare le loro famiglie per frequentare queste scuole, che sono state istituite per convertirli al cristianesimo e integrarli nella società. 

La Commissione canadese per la verità e la riconciliazione ha descritto il programma educativo come una sorta di "genocidio culturale".

Cosa si dice: L'appello di Francesco al perdono è arrivato dopo l'incontro di questa settimana con i membri delle comunità Metis, Inuit e First Nations, che si sono recati a Roma in cerca di scuse e della promessa che la Chiesa avrebbe aiutato a riparare i danni. 

"Per la deplorevole condotta di quei membri della Chiesa cattolica, chiedo perdono al Signore", ha detto Francesco. "E voglio dirvi dal mio cuore che sono molto addolorato. E mi unisco ai vescovi canadesi nel chiedere scusa", ha aggiunto, promettendo anche di visitare il Canada.

Il quadro generale: Le condizioni nelle scuole sono diventate evidenti l'anno scorso dopo che centinaia di resti, soprattutto di bambini indigeni, sono stati scoperti in tombe senza nome nei siti delle ex scuole residenziali in British Columbia e Saskatchewan.

Da rainews.it  l'1 aprile 2022.

Quella barbarie venuta alla luce qualche mese fa in Canada, scosse il mondo cattolico e l'opinione pubblica internazionale. Oggi Papa Francesco chiede scusa. Davanti a lui in udienza oggi in Vaticano le delegazioni di Inuit, First Nations e Metis, tre gruppi di indigeni canadesi. 

Il Pontefice ha espresso "indignazione e vergogna" e anche "dolore per il ruolo che diversi cattolici hanno svolto in tutto quello che vi ha ferito". "Chiedo perdono a Dio" per quello che è successo alle popolazioni native americane e ai loro figli nelle scuole cattoliche residenziali canadesi nelle cui vicinanze sono state ritrovate fosse comuni con un migliaio di corpi di bambini percossi e abusati.

Agli autoctoni canadesi, messi a dura prova da quei tragici avvenimenti, che questa settimana in Vaticano gli hanno raccontato quello che per loro è stato un vero e proprio "genocidio culturale" avvenuto nell'ultimo secolo e mezzo, il Papa ha confidato e mostrato la propria sofferenza: "i trattamenti discriminatori, le varie forme abuso in particolare nelle scuole residenziali". 

"Quello che è avvenuto nelle scuole residenziali, dove venivano trasferiti con la forza i figli dei nativi per ricevere trattamenti talvolta inumani e sempre per essere privati della loro identità culturale, è "agghiacciante".

È agghiacciante vedere come si è cercato si "istillare un senso di inferiorità" in quei ragazzi, spesso provocando "traumi irrisolti divenuti traumi intergenerazionali". "Mi unisco ai vescovi canadesi nel chiedervi scusa", ha proseguito il Papa, "l'umiliazione della Chiesa è fecondità e nell'umiltà si vede lo spirito del Signore". 

Motivi, questi ultimi, per cui ha avuto anche parole di ringraziamento ai vescovi canadesi "per il coraggio nell'umiltà" che hanno dimostrato nell'affrontare la questione, esplosa quando sono stati rinvenuti i resti di decine e decine di ragazzi sepolti in modo anonimo a pochi metri dagli istituti dove di fatto erano stati rinchiusi.

Bergoglio ha puntato il dito contro la persistente idea di "una colonizzazione ideologica" che, attraverso "programmi studiati a tavolino" agisce spinta da "avidità e voglia di profitto". "Una mentalità molto coloniale molto diffusa anche oggi", ha accusato.

Il Papa avrebbe preannunciato anche una visita in Canada per la fine di luglio: quando ha ricordato che la devozione popolare dei nativi è particolarmente rivolta a Sant'Anna, che si festeggia il 26 di quel mese. "Vorrei essere con voi in quei giorni", ha detto ricordando che la riconciliazione "richiede azioni concrete in spirito di fraternità e ricerca trasparente della verità". Si arrivi così alla "rivitalizzazione della vostra cultura", ha detto ancora, "vorrei dirvi che la Chiesa è dalla vostra parte, che cammina con voi". Per questo Bergoglio invoca "su di voi la benedizione del Creatore", perché "la vostra lingua, la vostra cultura le vostre tradizioni appartengono a tutta l'umanità". Questo anche se "il vostro albero ha subito una tragedia, uno sdradicamento: è stato spezzato da una colonizzazione il cui scopo era uniformarvi ad un'altra identità". Di conseguenza "molte famiglie sono state separate, molti ragazzi sono stati vittime di una azione colonizzatrice". E per questo, provando indignazione, dolore e vergogna, Papa Francesco chiede perdono a Dio e scusa alle vittime.

Oltre alle delegazioni dei Popoli Indigeni del Canada Papa Francesco ha ricevuto questa mattina in udienza tra gli altri anche i Membri della Fondazione Italiana Autismo, in occasione della Giornata Mondiale della Consapevolezza dell'Autismo, Andrzej Duda, Presidente della Repubblica di Polonia e Padre Frèdèric Fornos Direttore Internazionale della Rete mondiale di preghiera del Papa.

Domenico Agasso per lastampa.it il 5 marzo 2022.

Il pastore emerito della diocesi di Oran è stato ritenuto colpevole di pedofilia. In Argentina il tribunale ha condannato monsignor Gustavo Zanchetta, in passato con un ruolo in Vaticano - dove adesso è sotto processo canonico alla Congregazione per la Dottrina della Fede - a quattro anni e mezzo di carcere per abusi sessuali aggravati nei confronti di due ex-seminaristi. Lo riporta l'agenzia di Stato argentina Telàm. 

La sentenza accoglie le richieste dell'accusa, avanzate ieri, con argomenti basati sulle perizie psicologiche e psichiatriche fatte all'ex vescovo. Durante il processo Zanchetta ha testimoniato e negato tutte le accuse contro di lui, mentre le due vittime hanno ribadito le loro accuse.

Zanchetta si era dimesso da vescovo di Oran il 31 luglio 2017, per problemi di salute, aveva lasciato l'Argentina e si era stabilito in Spagna. Papa Francesco, quando apparentemente non erano ancora emerse le accuse di abusi sessuali, lo aveva poi chiamato Oltretevere nominandolo assessore dell'Amministrazione del Patrimonio della Sede apostolica (Apsa), fino al 2021. Ma poi il Pontefice ha dato il via a un processo a carico di Zanchetta presso la Congregazione per la Dottrina della Fede. 

Il quotidiano La Nación riporta che il presule resterà in detenzione per il momento in un commissariato di polizia di Oran fino a quando non si libererà una cella nel carcere della città. Non si sa per adesso se il difensore di Zanchetta, Enzo Giannotti, che aveva chiesto l'assoluzione, presenterà ricorso. 

(ANSA il 2 marzo 2022) - Il cardinale di Colonia Rainer Maria Woelki ha offerto al Papa le sue dimissioni. Lo ha annunciato l'arcidiocesi della città renana. Per ora l'alto prelato riprende la sua attività oggi come previsto dopo una lunga pausa. Il cardinale è coinvolto nelle accuse di occultamento dei casi di pedofilia nella chiesa tedesca.

Franca Giansoldati per "Il Messaggero" il 15 febbraio 2022.

Si collega via Zoom e racconta la sua choccante storia di figlio di un prete pedofilo e di una mamma abusata quando aveva appena 14 anni. Una vita trascorsa in una zona grigia, sotto una cappa di omertà e vergogna e tanto dolore.

È il volto di una Chiesa feroce quella che descrive Erik Zattoni quando inizia a parlare al seminario delle vittime italiane organizzato da diverse associazioni. Appare dal salotto di casa sua, ha la voce calma ma a tratti si intuisce che deve prendere fiato e fare un bel respiro: «Ho 40 anni, vivo in provincia di Ferrara, sono figlio del prete pedofilo Pietro Tosi. Mia madre fu abusata nel 1981.

Mi è stato detto dalla mia famiglia che naturalmente cercarono di denunciare l'episodio al vescovo dell'epoca, monsignor Franceschi, il quale suggerì subito di non dire nulla a nessuno.

Allora mia madre e suo fratello andarono da un avvocato per fare causa al prete ma la risposta della diocesi fu una minaccia. All'epoca vivevano in una casa di proprietà della curia. La minaccia era lo sfratto, cosa che poi avvenne. Buttarono fuori casa mia mamma e anche me».

Erik Zattoni, una storia di violenza

Solo molto tempo dopo la famiglia Zattoni si rivolse al tribunale. Era il 2010. In quegli anni anche in Italia si cominciava a parlare apertamente di abusi grazie all'onda delle inchieste americane, al film Spotlight e agli articoli della stampa. Il reato del 1981 era però prescritto e non c'era più niente da fare.

«Mi sono sottoposto all'esame del DNA, lo stesso dovette fare il prete al quale seguì la sua confessione. Nonostante questo ha continuato a fare il prete, non è mai stato sospeso da nessun vescovo, anche se tutti ovviamente sapevano. 

Solo dopo altre insistenze da parte mia, quando ero già adulto e potevo difendermi, venne allontanato. Nel frattempo sono passati tre Papi, 5 vescovi di Ferrara, diversi cardinali alla Congregazione della Fede, compreso Ratzinger che ovviamente sapeva benissimo che era accaduto a Ferrara.

Nessuno ha mai fatto nulla per sanare questo crimine. Sono stato cresciuto dalla mia mamma, una madre bravissima nella quale leggo ancora il trauma, la condizione di vittima, di persona abbandonata a se stessa. Era solo una ragazzina». 

Alla testimonianza di quest'uomo segue quella di Francesco Zanardi, fondatore della Rete l'Abuso, quella di una altra vittima di un prete di Enna (del quale è in corso un processo civile). 

Il settimanale Left annuncia che metterà a breve on line il primo database dei casi di pedofilia accertati in Italia. Si basa sui dati incrociati provenienti dalla stampa e dalle procure. 

Al momento il fenomeno da parte della Chiesa italiana è quasi sconosciuto perché la Cei non ha mai voluto fornire una fotografia reale e complessiva e, tuttora, si rifiuta di aprire gli archivi diocesani (come hanno fatto altre conferenze episcopali in Europa) per conoscere a fondo e misurare storicamente il fenomeno.

Le vittime, durante il collegamento Zoom, hanno definito irricevibile la proposta avanzata di recente dal cardinale Gualtiero Bassetti di avviare una commissione di inchiesta. A loro parere la commissione di inchiesta proposta non è imparziale e realmente indipendente, visto che si basa solo sui dati (recenti) dei centri di ascolto diocesani.

«Sarebbero troppo di parte e non obiettivi. Questi centri non hanno il carattere della terzietà. Per questo motivo la proposta di Bassetti è irricevibile».

Mentre la Cei continua a rimandare una analisi (anche storica) del fenomeno della pedofilia su tutto il territorio nazionale, frenando ogni possibile ricerca all'interno dei propri archivi diocesani, un gruppo di associazioni si è così mosso  per mappare la piaga degli abusi, raccogliendo, catalogando, classificando tutto il materiale finora disponibile. Un lavoro incrociato immenso che ha dato vita al primo database realizzato dal settimanale Left in collaborazione con Rete L'Abuso.

L'archivio sarà messo on line venerdì 18 febbraio su mostrando - per ora - i primi 50 casi censiti e accertati, con più di 140 vittime. Man mano che la mole enorme di carte verrà lavorata il sito sarà aggiornato in tempo reale. Al momento sono oltre 300 le vicende già sottoposte a verifica e in via di pubblicazione.

Nel database figurerà il nome del sacerdote (laddove è stato reso noto) specificando se è stato condannato o è ancora sotto inchiesta, il tipo di reato contestato, il numero conosciuto delle vittime, l'anno in cui è stato compiuto il reato contestato, la data in cui il caso è divenuto noto, la diocesi di appartenenza. 

A questo aspetto viene collegata anche l'eventuale sanzione canonica subita dall'ecclesiastico (sanzione che non sempre è stata fatta dalla Chiesa).

Un numeratore terrà aggiornato il conteggio degli ecclesiastici coinvolti e delle loro vittime, mentre una parte del sito sarà dedicata all'archiviazione delle fonti giornalistiche e dei documenti che certificano la denuncia, l'inchiesta, l'eventuale iter processuale e l'eventuale condanna in via definitiva del reo. 

La prima mappatura del genere è stata fatta da Francesco Zanardi nel 2010, una ex vittima di un prete pedofilo di Savona. Da vittima  ripete che «la violenza di un adulto su un bambino è definita da psichiatri e psicoterapeuti un omicidio psichico».

Da la7.it il 14 febbraio 2022.

“Nel 2015, il Cardinale Ladaria spiegò al Vescovo di Lione Barbarin come comportarsi con l’orco seriale Preynat”. Fittipaldi anticipa il documento esclusivo de il Domani: “Gli scrisse: ‘Prendete adeguati provvedimenti, evitando lo scandalo pubblico”

Emiliano Fittipaldi per "Domani" il 14 febbraio 2022.  

Il cardinale Ladaria è un fedelissimo di Bergoglio, diventato nel 2017 prefetto della Congregazione della dottrina della fede, il dicastero-chiave nella lotta alla pedofilia ecclesistica.

In due lettere-fotocopia che evidenziano un “sistema del silenzio” Ladaria dice a vescovi italiani e cardinali francesi che su due preti molestatori si deve «evitare lo scandalo pubblico». 

L’orco Preynat fu così arrestato solo nel 2016: ha ammesso di aver «violentato 4-5 bambini a settimana». Don Trotta, una volta spretato nel 2012, ha potuto abusare indisturbato di altri 10 bambini. 

Franca Giansoldati per "il Messaggero" il 14 febbraio 2022.  

«Il problema nella Chiesa italiana era ed è sistemico. Io l'ho sperimentato come mamma di un figlio abusato da un prete, e in seguito anche ascoltando altre vittime. Il meccanismo di insabbiamento non è cambiato». Cristina risponde al telefono dalla sua casa nell'hinterland milanese. Ha una voce pacata e gentile. È ora di cena, sta cucinando, una famiglia normale, cattolicissima, lei caposala, il marito cuoco, due figli che studiano e un calvario alle spalle. 

Naturalmente ha letto a fondo la lettera-testamento di Papa Ratzinger nella quale, in un passaggio, emergono le falle e di come troppo spesso le autorità ecclesiastiche hanno dormito, proprio come fecero gli apostoli quando Cristo era nell'Orto degli Ulivi, ignorando il grido sofferente di chi chiedeva aiuto. Un po' come è accaduto a suo figlio quando era un adolescente e frequentava gli scout alla parrocchia di Rozzano. 

I fatti mamma Cristina li ha raccontati senza tregua decine di volte, li ha persino sviluppati per iscritto, verbalizzando il dolore sordo di chi non viene creduta. Più volte si è trovata di fronte ad un muro di gomma. «Noi davamo per scontato che loro' sapessero cosa fare e inizialmente non avevamo nessun dubbio. Siamo cattolici praticanti e avevamo una fiducia incrollabile nelle autorità ecclesiastiche». Il loro' a cui fa riferimento la signora sono i vertici della diocesi di Milano, al quale lei e il marito si rivolsero immediatamente dopo l'episodio di violenza. 

Era il 2011. «A distanza di tempo, con il senno di poi, non denuncerei più il fatto alla Chiesa ma andrei subito alla polizia. Alle mamme lo dico sempre: prima la denuncia va fatta in Procura e poi, eventualmente, si parla con il parroco, ma mai viceversa come facemmo io e mio marito. Fu un errore, un patimento inutile». Cristina fu costretta a rivolgersi alle autorità civili, quattro anni dopo i fatti, venendo a conoscenza da amici comuni che il prete che aveva violentato il figlio in oratorio, era stato spostato in una altra parrocchia, situata a trenta chilometri di distanza, ed era stato messo di nuovo a contatto con dei ragazzini. 

«Non abbiamo avuto alcuna incertezza sul da farsi. Abbiamo capito che la Chiesa non avrebbe fatto nulla e così ci siamo rivolti alla polizia. Non lo facemmo subito perché pensavamo da buoni cattolici di avere giustizia attraverso le strutture canoniche. Fu una via crucis. Subito dopo la violenza io e mio marito contattammo il parroco, il quale avvertì l'allora vescovo vicario della zona, l'attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini che venne a far visita alla nostra parrocchia. Poco dopo il prete fu allontanato da Rozzano. Parlammo anche con un altro funzionario della diocesi, monsignor Tremolada, attuale vescovo di Brescia che ci ringraziò per non essere andati dalla polizia. All'epoca avevamo fiducia e non coltivavamo dubbi, fino a quando non abbiamo saputo che don Galli era stato trasferito e rimesso a gestire oratori. Per farla breve, capimmo che fino a quel momento non era stata fatta nessuna indagine previa come avrebbe prescritto il codice canonico. Era il 2014». 

Don Mauro Galli, in seguito, fu condannato in primo e secondo grado dal Tribunale di Milano per violenza sessuale nei confronti di un minore. Il ragazzino ha dovuto affrontare una lunga psicoterapia, tra alti e bassi, e ha persino tentato di togliersi la vita. 

 «Il nostro caso è emblematico e dimostra che nonostante i proclami enfatici alla Chiesa non importa tanto delle vittime, semmai preferisce difendere la reputazione della istituzione. Basti dire che l'indagine previa la diocesi di Milano la ha iniziata solo dopo che noi ci siamo rivolti alla Questura, nel 2014, e non prima. Inoltre io e mio marito abbiamo scritto lettere accorate prima a Benedetto XVI e poi a Francesco ma nessuno ci ha mai risposto. Voglio aggiungere che il mio non è affatto un discorso giustizialista. Non sono mai uscita dalla Chiesa. Semmai voglio rimanerci ma in una Chiesa diversa. Mi auguro che la lettera-testamento di Ratzinger dia una scossa, è davvero l'ultima occasione per la Chiesa italiana».

Da Tangentopoli a Pedofilopoli. I Torquemada all’amatriciana e il clericalismo populista ammantato di modernità. Carmelo Palma su L'Inkiesta il 10 Febbraio 2022.

La sete di giustizialismo ha sempre rischiato di portare il popolo italiano a processi sommari che somigliano a vendette. Bisogna evitare che i mondi che si desidera ripulire finiscano per sbriciolarsi da dentro, come è successo per la politica

La gogna in mondovisione cui il Papa emerito è stato sottoposto, culminata nell’addolorata lettera di scuse e discolpa di Benedetto XIV, sembra confermare che la “Pedofilopoli” che travolge la Chiesa e che ha investito le diocesi di tutto il mondo è una sorta di Tangentopoli sessuale, un’operazione di potere travestita da opera di pulizia.

Un’operazione che nasce dentro, non fuori il sistema del potere clericale – non nella libera opinione, non nella fantomatica società civile – come Tangentopoli nacque dentro e non contro quel coacervo di poteri politico-giudiziari indivisi, che il precipitare della Prima Repubblica portò al tutti contro tutti, alla ricerca di una nuova e moralissima primazia popolare.

Non che non esista lo sporco all’interno della Chiesa, come la corruzione esisteva di certo all’interno della politica, e che i campioni della rivoluzione togata usarono come predellino per innalzarsi visibili davanti al popolo plaudente, eccitato dal gusto della vendetta.

È che nell’uno e nell’altro caso, quando la richiesta di legalità instaura un sistema di giustizia sommaria, più adeguata alle urgenze della rivoluzione – nella politica allora, nella Chiesa ora – al male si aggiunge semplicemente altro male e non se ne estingue neppure un’oncia.

La storica e diffusa tolleranza nei confronti degli abusi contro i minori, non solo nella Chiesa, ma nell’intera società, diventa oggi l’alibi per una giustizia ridotta a decimazione, un colpire in un mucchio che si dà per scontato contenga un mucchio di colpevoli – forse tutti.

È lo stesso meccanismo usato rispetto alla corruzione politica, che portò alla conclusione che in realtà non ci fossero innocenti, ma solo colpevoli che non erano ancora stati scoperti. Le colpe, peraltro, in questo schema non vanno dimostrate perché sono sempre presupposte e vanno semplicemente associate a un colpevole. I politici sono corrotti o complici dei corrotti. I preti sono pedofili o insabbiatori degli abusi. E i colpevoli migliori non sono quelli più indiziati, ma quelli più succulenti.

In questo caso il colpevole perfetto è Ratzinger, che al vertice della Chiesa universale, prima da Prefetto dell’ex Sant’Uffizio e poi da Pontefice, aveva ricondotto il dilagare degli abusi nella Chiesa alla secolarizzazione del costume sessuale e in particolare alla tolleranza verso l’omosessualità.

Insomma, la pedofilia come effetto collaterale del ’68. Un’analisi storicamente e culturalmente grottesca, che tentava difensivamente di ricacciare il peso dell’accusa nel campo degli accusatori, cioè i fautori di una Chiesa modernista e pure disponibile a mettere in discussione il tabù del celibato ecclesiastico. È Ratzinger nel 2005 a decretare il divieto dell’ordinazione sacerdotale per gli omosessuali, (accettato e ribadito da Bergoglio) e ad accreditare l’equiparazione morale e psichiatrica tra omosessualità e pedofilia.

È Ratzinger a negare che la tolleranza per l’abuso verso minori impuberi era particolarmente diffusa proprio nella famiglia e nella società tradizionale e che solo il sovvertimento culturale di quei mondi chiusi ha consentito di riconoscere nei bambini degli autonomi portatori di diritti e non delle mere propaggini incompiute del mondo degli adulti.

Ora contro Ratzinger viene ritorta la violenza di un pregiudizio ideologico uguale e contrario. La Chiesa – ecco il teorema colpevolisticamente capovolto – non è minacciata dall’esterno dagli iconoclasti della cosiddetta sessualità naturale, ma è occupata dall’interno da un’organizzazione di pedofili, che finisce per coincidere con essa. Basta leggere l’intervista dell’accusatore di Ratzinger che chiede di processare il Papa emerito e i vertici della Chiesa tedesca per crimini contro l’umanità.

In questa guerra senza esclusione di colpi in nome delle vittime innocenti, la prima vittima è lo stato di diritto. Proprio come accadde in Italia ai tempi di Tangentopoli. Ratzinger non poteva non sapere che il sacerdote giunto nella sua diocesi fosse un abusatore. Non sono i suoi accusatori a dovere provare che ne fosse a conoscenza, ma lui a dovere dimostrare il contrario. Se Ratzinger ha dimenticato di avere partecipato a una riunione tenutasi quarant’anni prima, ha qualcosa da nascondere. Se Ratzinger si è dimesso da Pontefice all’inizio dell’indagine sulla pedofilia nella Chiesa tedesca questo dimostra la sua corresponsabilità negli abusi.

Conosciamo benissimo in Italia questo repertorio di dicerie, deduzioni e sospetti eletti ad anticamere della verità e sappiamo benissimo dove porta: alla rovina sia della giustizia che della politica. E non c’è dubbio che, così proseguendo, i Torquemada dell’inquisizione antipedofila porteranno anche alla rovina della Chiesa e al trionfo di un clericalismo populista ammantato di modernità. 

Da lastampa.it l'11 febbraio 2022.

Il Codacons ha chiesto ufficialmente alla testata satirica Lercio di smentire l'esistenza di un comunicato, postato dalla testata satirica, con il quale Lercio fingeva un duro attacco dell'associazione contro il Papa e la sua intervista da Fabio Fazio a Che tempo Che Fa. 

Sembrerebbe uno scherzo, frutto della nota ironia di Lercio, ma non lo è. Lo rivelano, dagli account social della testata, gli stessi autori della notizia burla.

«Il Codacons ci invita formalmente a smentire l'esistenza del loro comunicato ufficiale citato nell'articolo, cosa che facciamo subito: il comunicato è falso – scrive Lercio –. Ne approfittiamo anche per rivelare che pure tutte le news che abbiamo pubblicato finora sono false. Scusateci».

Insieme al commento, Lercio posta su Facebook anche lo screenshot della richiesta di rettifica che il presidente del Codacons Carlo Rienzi ha inviato alla testata satirica. «Trattandosi di un argomento estremamente delicato e considerati i rapporti che la nostra associazione intrattiene col Pontefice - si legge nella richiesta di rettifica del Codacons - vi diffidiamo a dare smentita dell'esistenza del comunicato Codacons da voi citato. In caso contrario saremo costretti a proporre querela nei vostri confronti per i reati ravvisabili». 

Inutile dirlo: molti i commenti divertiti e ironici dei follower di Lercio. Eccone alcuni. «Volete dirmi che in tutti questi anni ho letto degli articoli falsi? Fortunatamente c'è il Codacons che ci protegge», scrive un utente. 

Seguito a ruota da un altro: «Io, modestamente, avevo già capito che si trattasse di satira, e non di informazioni. Non era facile ma io so' bravo». «Impossibile battere il Codacons quanto a satira», chiosa un altro ancora.

La maschera di Zoro. Per una volta ha ragione il Codacons: viviamo nell’era della fine del contesto. L'Inkiesta il 10 Febbraio 2022.

L’associazione dei consumatori ha minacciato di querelare il sito di satira Lercio per una battuta su Papa Francesco che rischiava di essere fraintesa. Ha fatto bene: la maggioranza non capisce niente di niente. E comunque è impossibile capire ogni ammiccamento e riconoscere ogni codice.

Questa è la storia di come il Codacons non abbia – magnanimamente – stigmatizzato una bestemmia del Papa; oppure è la storia di come il Codacons – un po’ meno magnanimamente – abbia minacciato di querela il sito di satira Lercio; oppure è la storia di come io faccia quella che capisce lo spirito del tempo, il declino del senso del tono, la fine del contesto, quando in realtà è provato che Walter Veltroni lo capisce assai meglio di me.

Nove anni fa trovai un commento contro Diego Bianchi, Zoro, sotto il link d’una sua performance televisiva. Dal mio archivio dei souvenir inutili, ricopio il commento: «Non sono mai stato un fan di Bianchi e pertanto non lo seguo, se non quando proditoriamente ci viene imposto nel mezzo di altre trasmissioni. Lo ritengo un semplice burino capace di qualche battutina ad uso interno di un partito politico, buono per YouDem e nulla più. Imporlo al pubblico nazionale mi sembra una violenza al proverbiale buongusto degli Italiani, oltre che una grave mancanza di rispetto nei confronti della loro intelligenza. È vero che il canone bisogna pagarlo anche se usiamo il televisore come una cuccia per cani o un acquario o un barbecue, ma per favore non esageriamo».

Converrete fosse un commento stupendo: la doppia imposizione, il semplice burino, proditoriamente, italiani maiuscolo, il proverbiale buongusto, gli utilizzi alternativi dell’apparecchio televisivo. Perdipiù, era firmato “Walter”.

Lo spirito di patate mi possedeva persino più di ora, e perdipiù era in corso la direzione nazionale del PD. Feci un tweet dicendo che era un duro attacco di Veltroni a Zoro, e Veltroni smentì. Scrisse «trattasi di fake», io sbuffai che era una battuta, e lui replicò rassegnato «Vallo a far capire».

Un suo amico con un mestiere pubblico mi disse che aveva ragione: nessuno capiva i toni di niente mai. (La gente famosa aveva capito che era l’era della suscettibilità prima che ci arrivassi io; la gente famosa entra in contatto con molti più picchiatelli di noialtri civili).

Ci ho ripensato ieri, quando il Codacons ha scritto a Lercio che l’articolo satirico che li riguardava conteneva un’informazione falsa (altrimenti non sarebbe satirico) e che siccome loro hanno rapporti con la Chiesa se Lercio non smentiva avrebbero querelato. Lercio ovviamente ha pubblicato la lettera, ovviamente gongolando. Come reso evidente martedì sera da Luca e Paolo che, da Floris, hanno fatto scompisciare il pubblico raccontando la storia della senatrice Leone e del suo cappotto perduto, quando la realtà supera la comicità, o i comici si disperano, o si rilassano e incassano i proventi di testi che la cronaca ha scritto per loro.

Se un giornale satirico scrive che un’associazione consumatori ha attaccato il papa per aver detto «Dio Cristo» mentre era ospite di Fazio, e l’associazione diffida il giornale «trattandosi di un argomento estremamente delicato», siamo tutti d’accordo che l’associazione sia ridicola, no? No.

Perché se qualcuno può pensare che Veltroni lasci commenti cafoni su un personaggio televisivo; se qualcuna può pensare che le abbiano rubato il cappotto mentre eleggeva Mattarella; se qualcuno può credere che il caicco da cui scende il rapper di Zalone sia una nave di immigrati; se accade uno qualunque dei casi d’incomprensione del testo e del tono che accadono cento volte al minuto, allora abbiamo due scelte.

Quella facile è dire che no, tutti devono cogliere al volo i toni e i contesti e nessuno si può preoccupare della propria reputazione o di essere frainteso (come se tutti fossero Zalone, come se tutti ne avessero il potere contrattuale e l’annessa possibilità di fottersene dei cretini).

Alla mozione facile appartengono coloro che si sdegnano ogni volta che qualcuno prende sul serio un comunicato del comune di Bugliano, che pare sia nostro dovere sapere sia un comune inventato per burla da gente dell’internet. Puoi avere letto ogni volume della Pléiade, ma se non capisci che Bugliano è finto allora sei scemo, se non conosci ogni pizzaefichi satirico inventato ogni minuto devi vergognarti, se non sai a memoria tutto ciò che è moderno sei, in frasifattese, un orrido boomer: magari cogli le citazioni da Delitto e castigo, ma se ignori i riferimenti a Squid Game che campi a fare.

La scelta difficile è dire che, se coloro che non capiscono niente di niente sono la maggioranza, e se comunque è impossibile conoscere tutto, capire ogni ammiccamento, riconoscere ogni codice, avere un dossier costantemente aggiornato sui siti che non dicono sul serio, o addirittura sulle rubriche di parodia all’interno dei giornali seri (il New Yorker ha una rubrica di satira scritta come un serio articolo di commento, The Borowitz Report: se sai che è satira, tutto bene; se sei un povero redattore italiano che ci incappa per la prima volta e la prende sul serio – è capitato – allora tutti i saperlalunghisti ti irrideranno: che cos’avevi di meglio da fare che imparare a memoria il timone del New Yorker?); se tanto prima o poi qualcuno ci cascherà, allora se il tuo pubblico sono i fessi devi curarti della credulità di quel qualcuno, mica dell’eventuale irrisione delle chattering classes.

La scelta difficile è dire quel che mai avrei pensato di dover dire: il Codacons ha ragione.

Dom. Ag. Per "la Stampa" il 9 febbraio 2022.

Anche se in varie Sacre Stanze è molto temuta, la Chiesa italiana proverà a realizzare un'inchiesta interna sugli abusi sessuali commessi dai preti negli ultimi decenni (si parla di 70 anni indietro). Se riuscirà ad avviarla, la ufficializzerà dopo maggio, quando sarà eletto il nuovo presidente della Conferenza episcopale (Cei) al termine del mandato quinquennale di Gualtiero Bassetti, cardinale arcivescovo di Perugia-Città della Pieve. E soprattutto dopo che si saranno convinti i prelati contrari e indifferenti, e si sarà trovato un accordo sulla modalità di realizzazione. Sul tema infatti le gerarchie sono divise.

«C'è chi sostiene che non serva; o che non debba essere affidata a una commissione esterna, come è avvenuto per esempio in Germania e in Francia, ma che invece bisognerebbe utilizzare i servizi diocesani per la tutela dei minori», svela un alto prelato. Reticenze che si registrano nonostante i segnali di papa Francesco tradotti in particolare da padre Hans Zollner, presidente dell'Istituto di Antropologia della Pontificia Università Gregoriana, a cui Bergoglio ha affidato la prevenzione degli abusi sessuali nella Chiesa.

In una recente intervista a La Stampa ha affermato che «queste indagini condotte in modo oggettivo e pubblicate servono assolutamente. E servirebbe anche in Italia, così si guarderebbe in faccia la realtà e non si continuerebbe a negare qualcosa che viene continuamente smentito, e cioè che in Italia non ci sono abusi sessuali nella Chiesa». Il peso di questa decisione che potrà scuotere molte diocesi e parrocchie graverà dunque sul prossimo capo dei vescovi. 

In questo momento sono tre i presuli considerati favoriti per la corsa in direzione via Aurelia: monsignor Erio Castelluci, 51enne arcivescovo-abate di Modena-Nonantola, vescovo di Carpi e vicepresidente della Cei; il cardinale Augusto Paolo Lojudice, romano, 57 anni, arcivescovo di Siena-Colle di Val d'Elsa-Montalcino; e il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, 66 anni, romano, figura storica della Comunità di Sant' Egidio. Ma da qui a maggio tutto può cambiare, a maggior ragione con un pontefice come Bergoglio che spesso ha optato per nomine sorprendenti per incarichi importanti.

Nel frattempo non pochi fedeli pressano le gerarchie, e il 15 febbraio prenderà vita il «Coordinamento delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia». Sigle di rilievo si riuniscono per andare «Oltre il grande silenzio» e lanciano l'hastag #ItalyChurchToo. Partecipano tra le altre la Rete l'Abuso di Francesco Zanardi, l'Osservatorio interreligioso sulla violenza contro le donne, Donne per la Chiesa, Adista, il Comitato vittime e famiglie, Voices of faith.

«Don Euro», l’ex parroco Luca Morini condannato a 7 anni e mezzo: festini con i soldi delle offerte. Marco Gasperetti su Il Corriere della Sera il 02 febbraio 2022.

Il tribunale di Massa Carrara ha riconosciuto la semi infermità di mente. La sentenza anche per estorsione nei confronti dell’ex vescovo

I parrocchiani lo avevano conosciuto come don Luca e all’inizio sembrava anche un’anima pia quel prete bonaccione di Pontasserchio, in provincia di Pisa. Ma presto erano arrivati i dubbi e al sacerdote, al secolo Luca Morini, era stato affibbiato il nome di «don Euro» per «i soldi della provvidenza» che riusciva a recuperare con le offerte degli ignari fedeli e spendere non per opere pie, come pensavano i parrocchiani, ma per feste e festini, cene e soggiorni di lusso e vacanze con escort di ogni tipo e persino incursioni in club per scambisti.

Ieri, dopo quattro anni di processi e scandali che avevano messo a soqquadro la curia di Massa Carrara (nelle indagini era entrato anche l’ex vescovo Giovanni Santucci poi risultato estraneo), l’ex prete, che era stato sospeso a divinis ma per un certo periodo aveva continuato ad essere mantenuto dalla curia, è stato condannato a 7 anni e mezzo di carcere. Il tribunale di Massa ha riconosciuto all’ex religioso la semi infermità di mente. La pm, Giancola, aveva chiesto 8 anni e mezzo di reclusione. Mentre la difesa aveva chiesto l’assoluzione.

Nel dettaglio della sentenza, Morini è stato riconosciuto colpevole di estorsione nei confronti del suo ex vescovo e anche di sostituzione di persona. L’ex parroco è stato invece assolto dall’accusa di estorsione nei confronti di una suora e dalle accuse di cessione di droga e autoriciclaggio.

Il tribunale ha anche condannato l’ex parroco a risarcire 4 parti civili, giovani con i quali avrebbe avuto relazioni, per una somma complessiva di 14mila euro. Al di là dei reati riconosciuti, resta il giudizio morale per un ex prete che, nel momento del suo uffizio, aveva ingannato i suoi fedeli ai quali continuamente chiedeva contributi per poveri, malati ma anche per recitare messa, funerali e benedizioni varie.

Denaro che poi Morini spendeva a destra e a manca accompagnando i suoi amanti, per lo più ragazzi, in locali di gran classe dove sfoderava le sue carte di credito e non badava a spese. Forte di un tesoro che custodiva in alcune banche. Nel 2018 il Tribunale di Genova aveva scoperto e confiscato al prete polizze assicurative, un conto corrente e persino diamanti per 1 milione di euro. I parrocchiani, truffati, non hanno mai presentato denuncia.

PEDOFILIA: RAPPORTO MONACO, ALMENO 497 VITTIME DI ABUSI.

(ANSA il 20 gennaio 2022) - Sono almeno 497 le persone che hanno subito danni nell'ambito degli abusi pedofili nell'arcidiocesi di Monaco. Lo ha spiegato Martin Pusch leggendo il rapporto a Monaco. Per lo più si tratta di giovani vittime di sesso maschile, il 60% dei quali in età compresa fra 8-14 anni. 

PEDOFILIA: RAPPORTO MONACO, ALMENO 235 GLI AUTORI DI ABUSI

(ANSA il 20 gennaio 2022) - Le persone coinvolte negli abusi sessuali come artefici sono almeno 235, fra cui 173 preti, 9 diaconi, 5 referenti pastorali, 48 persone dell'ambito scolastico. Lo ha detto Martin Pusch., leggendo il rapporto sul fenomeno della pedofilia nell'arcidiocesi di Monaco, fra il 1945 e il 2019. 

PEDOFILIA: RAPPORTO MONACO, ERRORI RATZINGER IN 4 CASI 

(ANSA il 20 gennaio 2022) - Nel rapporto sui casi di pedofilia nell'arcidiocesi di Monaco e sull'occultamento il Papa emerito Josef Ratzinger viene accusato di comportamenti erronei in 4 casi, relativamente al periodo in cui era arcivescovo. 

PEDOFILIA: RATZINGER RESPINGE ACCUSE SU ERRORI

(ANSA il 20 gennaio 2022) - Nel rapporto sui casi di pedofilia nell'arcidiocesi di Monaco e sull'occultamento, il Papa emerito Josef Ratzinger ha affermato di non aver commesso errori di comportamento per tutti i 4 casi indicati nel rapporto. Lo ha detto Martin Pusch a Monaco. Ratzinger ha rilasciato una dichiarazione scritta, allegata al rapporto.

PEDOFILIA: MONACO; ERRORI IN 21 CASI DA CARDINALE WETTER

(ANSA il 20 gennaio 2022) - Nel rapporto sui casi di pedofilia nell'arcidiocesi di Monaco e sull'occultamento, l'ex cardinale di Frisinga, Friedrich Wetter, ha fatto errori di comportamento in 21 casi. È quello che ha affermato Martin Pusch, leggendo il rapporto a Monaco. Wetter non nega che vi siano stati i casi, ma nega di essersi comportato in modo sbagliato.

PEDOFILIA: MONACO; ERRORI IN 2 CASI DA CARDINALE MARX

(ANSA il 20 gennaio 2022) - Al cardinale Reihnard Marx sono da attribuire errori di comportamenti relativamente a 2 casi di abusi nel 2008. Lo ha detto Martin Pusch, in conferenza stampa a Monaco, presentando il rapporto sugli abusi sessuali nell'arcidiocesi di Monaco. "Il cardinale Reinhard Marx non è presente a questa conferenza. Lo abbiamo invitato ma ha deciso di non venire. Naturalmente deploriamo questa scelta". Lo ha detto Marion Westpahl, presentando a Monaco il rapporto sugli abusi sessuali sui minori nell'arcidiocesi di Monaco e Frisinga.

PEDOFILIA: MONACO; "POCO CREDIBILE" SMENTITA RATZINGER

(ANSA il 20 gennaio 2022) - I legali del rapporto di Monaco sulla pedofilia nell'arcidiocesi ritengono "poco credibile" la smentita del papa emerito Joseph Ratzinger, che ha sostenuto di non essere presente ad una seduta importante nel 1980, nella quale si decise di prendere un prete pedofilo nell'arcivescovado di Monaco e impiegarlo nella cura delle anime. Lo ha detto Ulrich Wastl a Monaco presentando il rapporto.

PEDOFILIA: MONACO; S.SEDE, VERGOGNA E RIMORSO PER ABUSI

(ANSA il 20 gennaio 2022) - "La Santa Sede ritiene di dover dare la giusta attenzione al documento, di cui al momento non conosce il contenuto. Nei prossimi giorni, a seguito della sua pubblicazione, ne prenderà visione e potrà opportunamente esaminarne i dettagli. Nel reiterare il senso di vergogna e il rimorso per gli abusi sui minori commessi da chierici, la Santa Sede assicura vicinanza a tutte le vittime e conferma la strada intrapresa per tutelare i più piccoli garantendo loro ambienti sicuri". Lo ha detto ai giornalisti il portavoce vaticano Matteo Bruni, interpellato sul rapporto sugli abusi nell'arcidiocesi di Monaco e Frisinga.

(ANSA il 24 gennaio 2022) - Il Papa emerito Benedetto XVI ha corretto una dichiarazione essenziale sul rapporto sugli abusi di Monaco. Contrariamente al suo precedente resoconto ha preso parte alla riunione dell'Ordinariato il 15 gennaio 1980, come dichiara oggi all'agenzia cattolica Kna, ripresa da Vatican News sul canale tedesco. Durante quella riunione si parlò di un prete della diocesi di Essen che aveva abusato alcuni ragazzi ed era venuto a Monaco per una terapia. Ratzinger spiega che l'errore "non è stato commesso in malafede" ma "il risultato di un errore nell'elaborazione editoriale della sua affermazione". È "molto dispiaciuto" per questo e si scusa.

Tuttavia, nell'incontro in questione "non è stata presa alcuna decisione circa un incarico pastorale del sacerdote interessato". Piuttosto, la richiesta è stata avanzata solo per "consentire una sistemazione per l'uomo durante il trattamento terapeutico a Monaco di Baviera". La dichiarazione integrale inviata dal segretario personale di Joseph Ratzinger, mons. Georg Gaenswein, dice che "da giovedì pomeriggio, il papa emerito Benedetto XVI si è fatto inviare lo stesso giorno il rapporto dallo studio legale di Monaco Westpfahl Spilker Wastl come file Pdf. Attualmente sta leggendo con attenzione le dichiarazioni ivi contenute, che lo riempiono di vergogna e dolore per le sofferenze inflitte alle vittime".

"Anche se cerca di leggerlo velocemente prosegue Gaenswein -, chiede la vostra comprensione che a causa della sua età e salute, ma anche per le grandi dimensioni, ci vorrà del tempo per leggerlo per intero. Ci sarà un commento sulla relazione". Tuttavia, "desidera ora chiarire che, contrariamente a quanto affermato in udienza, ha partecipato all'assemblea dell'Ordinariato del 15 gennaio 1980". 

"L'affermazione contraria era quindi oggettivamente errata - spiega -. Ci tiene a sottolineare che ciò non è stato fatto in malafede, ma è stato il risultato di un errore nella redazione della sua dichiarazione. Spiegherà come ciò sia avvenuto nella dichiarazione in sospeso. È molto dispiaciuto per questo errore e si scusa".

"Tuttavia - continua la dichiarazione di mons. Gaenswein -, l'affermazione che l'incarico pastorale del sacerdote in questione non è stato deciso in quella riunione rimane oggettivamente corretta, come documentato dagli atti. Piuttosto, la richiesta è stata accolta solo per l'alloggio durante il suo trattamento terapeutico a Monaco". "Benedetto XVI è vicino alla sua ex arcidiocesi e diocesi di origine in questi giorni - conclude - ed è molto vicino ad essa nei suoi sforzi per chiarire. Pensa soprattutto alle vittime che hanno subito abusi sessuali e indifferenza". 

Le lettere del Vaticano sui pedofili, papa Francesco e il "sistema del silenzio". EMILIANO FITTIPALDI su Il Domani l'11 febbraio 2022.

Il cardinale Ladaria è un fedelissimo di Bergoglio, diventato nel 2017 prefetto della Congregazione della dottrina della fede, il dicastero-chiave nella lotta alla pedofilia ecclesistica.

In due lettere-fotocopia che evidenziano un “sistema del silenzio” Ladaria dice a vescovi italiani e cardinali francesi che su due preti molestatori si deve «evitare lo scandalo pubblico».

L’orco Preynat fu così arrestato solo nel 2016: ha ammesso di aver «violentato 4-5 bambini a settimana». Don Trotta, una volta spretato nel 2012, ha potuto abusare indisturbato di altri 10 bambini 

Ratzinger, il gelo dei vescovi tedeschi sulla lettera. Papa Francesco fu avvertito. Gian Guido Vecchi su Il Corriere della Sera il 10 febbraio 2022.

 Forse non è un caso che l a lettera di Benedetto XVI in risposta alle accuse del rapporto di Monaco sugli abusi sia arrivata, per evitare polemiche o sospetti di interferenze, soltanto dopo la conclusione dell’assemblea «sinodale» della Chiesa tedesca, sabato. Di certo, in Germania, lo scandalo degli abusi nella diocesi bavarese - con relative contestazioni a Ratzinger per il periodo in cui era arcivescovo, dal ‘77 all’82 - si accompagna alla spinta riformatrice della Chiesa tedesca. Era stato lo stesso cardinale Reinhard Marx, attuale arcivescovo di Monaco, a parlare delle «cause sistemiche» alla base di silenzi e coperture sugli abusi e invocare la «sfida» di una «necessaria riforma della Chiesa negli atteggiamenti e nelle strutture». Così il «cammino sinodale» della Chiesa tedesca ha approvato a larga maggioranza un documento nel quale tra l’altro si chiede la possibilità di ordinare diaconi donne e, pur esprimendo «apprezzamento» per «il valore del celibato sacerdotale», si propone di chiedere al Papa un «ripensamento» del celibato obbligatorio, come aveva già osservato Marx: «Per alcuni preti, sarebbe meglio se fossero sposati». Faccenda delicata, perché nel frattempo papa Francesco ha convocato un Sinodo mondiale già iniziato in tutte le diocesi del pianeta e che si riunirà in Vaticano nel 2023. Il presidente dei vescovi tedeschi, Georg Bätzing, ha annunciato all’assemblea che Francesco ha accolto la proposta di creare un «gruppo di lavoro misto» tra le presidenze del sinodo tedesco e di quello mondiale «per confrontarci e informarci sui cammini».

Le accuse di pedofilia nella Chiesa: le ultime notizie e gli approfondimenti

Dopo il sinodo sull’Amazzonia, scandito da polemiche tra la parte più progressista e quella più conservatrice, il Papa non aveva risposto alla richiesta di ordinazione dei preti sposati, «non ho sentito che ora lo Spirito Santo stesse lavorando a questo», trovare un punto di equilibrio è assai difficile. Ma è in questo clima che, in Germania, la lettera di Ratzinger è stata accolta per lo più dalle critiche o dal gelo di giornali e tv e dal silenzio dei vescovi. Tra le rare eccezioni, il vescovo Franz-Josef Overbeck di Essen: «Temo che la dichiarazione possa aiutare poco le persone colpite». Il cardinale Marx si è limitato a dire: «Accolgo con favore il fatto che il mio predecessore nell’ufficio di arcivescovo di Monaco e Frisinga, il papa emerito Benedetto XVI, abbia commentato la pubblicazione della perizia in una lettera personale». L’arcivescovo Georg Gänswein, segretario personale di Ratzinger, aveva parlato al Corriere «di una corrente che vuole distruggerne la persona e l’operato». Ieri ha raccontato al Tg1 che «è arrivata a Benedetto XVI una bellissima lettera di papa Francesco, una lettera in cui parla da pastore, da confratello e anche da persona che di nuovo ha espresso la sua piena fiducia, il suo pieno sostegno e anche la sua preghiera». Benedetto XVI, quando decise la rinuncia, promise subito «obbedienza» al successore. Prima di renderla pubblica, filtra dal Vaticano, il Papa emerito ha inviato il testo a Francesco perché lo leggesse. Nell’udienza di ieri, mentre parlava del senso del morire, il Pontefice ha citato a braccio la lettera: «Papa Benedetto diceva, alcuni giorni fa, parlando di se stesso, che “è davanti alla porta oscura della morte”. È bello ringraziare il papa Benedetto che a 95 anni ha la lucidità di dirci questo: “Io sono davanti all’oscurità della morte, alla porta oscura della morte”. Un bel consiglio che ci ha dato».

Nuova accusa dal Die Zeit, Ratzinger sapeva degli abusi sessuali in una sua diocesi. ANSA Germania il 4 Gennaio 2022: Die Zeit, Ratzinger sapeva di abusi sua diocesi. Nuova accusa per il Papa emerito Benedetto XVI di non aver messo fine agli abusi di un sacerdote della sua diocesi. E' quanto riferisce il settimanale tedesco Die Zeit. Secondo nuove ricerche esisterebbe un "decreto extragiudiziale" del tribunale ecclesiastico dell'arcidiocesi di Monaco e Frisinga del 2016 con critiche al comportamento degli alti prelati che non avrebbero fermato l'operato di un ecclesiastico, Peter H., accusato di 23 casi di abusi sessuali di minori tra gli 8 e i 16 anni tra il 1973 e il 1996. Tra questi alti prelati figurerebbe anche Joseph Ratzinger, arcivescovo di Monaco e Frisinga dal 1977 al 1982. Secondo il documento, Ratzinger e i vicari generali dell'arcidiocesi, non sarebbero stati "all'altezza delle loro responsabilità verso i giovani e i bambini affidati alle loro cure pastorali". Nel testo si scrive che il sacerdote Peter H. si sarebbe macchiato di abusi nella diocesi di Essen, proseguendo poi in quella di Monaco dove era stato accettato. Die Zeit pubblica anche una risposta di monsignor Georg Gaenswein che, alla richiesta di un commento alla notizia, ha risposto fra l'altro che "l'affermazione che egli (Joseph Ratinger, ndr) fosse a conoscenza degli antefatti (accuse di abusi sessuali) al momento dell'ammissione del padre H. è falsa. Di tali fatti precedenti non aveva alcuna conoscenza". La vicenda di 'Padre H' era già stata portata alla luce oltre 10 anni fa dal settimanale Der Spiegel che, parlando di "omissioni", sostenne che il coinvolgimento dell'allora arcivescovo Ratzinger fosse stato "più forte" di quanto emerso. Ma nel novembre del 2010 dalla Santa Sede si fece sapere che sul caso non c'era "nessuna vera novità". La vicenda che torna sotto i riflettori è quella di Peter Hullermann, il prete che il Papa emerito, quand'era arcivescovo di Monaco e Frisinga aveva accettato nella diocesi nel 1980. Nonostante le accuse di pedofilia, il religioso fu anche impiegato in attività pastorali in un'altra parrocchia, dove commise altri abusi. Lo Spiegel scrisse che, secondo informazioni raccolte nella sua ex comunità parrocchiale, padre Hullermann, quand'era cappellano, avrebbe chiesto una promozione "direttamente a Ratzinger", il 31 luglio 1980. Allegate alla domanda, prosegue il giornale, c'erano lettere della parrocchia sul suo "attaccamento" ai bambini nella comunità di S.Giovanni Evangelista, a Monaco. In una di queste, Padre H aveva scritto di avere organizzato un pellegrinaggio con «20 o 25 bambine e maschietti» e un incontro nella sua comunità con «150 chierichetti». La posizione del Vaticano allora fu che «Ratzinger non sapeva della decisione di reinserire il sacerdote nell'attività pastorale parrocchiale» e che «ogni altra versione» è «mera speculazione».

Dal "Corriere della Sera" il 5 gennaio 2022. Un decreto del tribunale ecclesiastico dell'arcidiocesi di Monaco e Frisinga, emesso nel 2016, accusa il papa emerito Benedetto XVI di non aver agito contro un sacerdote autore di abusi su diversi minori, mentre era titolare dell'arcivescovado fra il 1977 e il 1982. Nel 1980, secondo quanto rivela il settimanale tedesco Die Ziet , il religioso si trasferì all'arcidiocesi di Monaco e Frisinga, allora guidata da Ratzinger: il futuro Papa, pur a conoscenza della vicenda, «lo accettò e lo insediò». Il segretario privato di Benedetto XVI, l'arcivescovo di Urbisaglia Georg Gaenswein, ha negato la ricostruzione. «Non ne era a conoscenza», ha detto.

Ratzinger «non agì» di fronte a 4 casi di pedofilia quando era arcivescovo di Monaco, secondo un report. Gian Guido Vecchi su Il Corriere della Sera il 20 gennaio 2022.

Il Papa emerito: «Turbamento e vergogna». L’accusa contenuta in un report pubblicato oggi, che riguarda accuse di pedofilia tra il 1945 e il 2019. Il rapporto è stato commissionato dalla Chiesa tedesca a uno studio legale. Benedetto aveva presentato una memoria difensiva.

L’indagine sugli abusi pedofili nella diocesi di Monaco chiama in causa l’allora arcivescovo Joseph Ratzinger «per quattro casi» nel periodo nel suo episcopato in Baviera, dal 1977 al 1982. «In quei casi q uei sacerdoti hanno continuato il loro lavoro senza sanzioni. Ratzinger era informato dei fatti. La Chiesa non ha fatto nulla», ha detto l’avvocato Martin Pusch in una conferenza stampa a Monaco di Baviera. 

Ratzinger ha parlato attraverso il suo segretario particolare, l’arcivescovo Georg Gänswein: «Benedetto XVI fino a oggi pomeriggio non ha conosciuto il rapporto, che ha più di mille pagine. Nei prossimi giorni esaminerà con la necessaria attenzione il testo. Il Papa emerito, come ha già più volte ripetuto durante gli anni del suo pontificato, esprime il turbamento e la vergogna per gli abusi sui minori commessi dai chierici, e manifesta la sua personale vicinanza e la sua preghiera per tutte le vittime, alcune delle quali ha incontrato in occasione dei suoi viaggi apostolici». 

Il Papa emerito, 94 anni, ha inviato una memoria difensiva di 82 pagine in cui smentisce ogni accusa. «Lui sostiene che non sapeva di certi fatti, anche se noi crediamo che non sia così , secondo quello che sappiamo», dice il legale. L’indagine è stata condotta dallo studio legale Westpfahl Spilker Wastl su incarico, dal 2010, della stessa arcidiocesi di Monaco guidata dal cardinale Reinhard Marx, uno degli uomini di punta della Chiesa, membro del Consiglio dei cardinali che affianca il Papa e coordinatore del Consiglio per l’Economia della Santa Sede.

Il 4 giugno fu lo stesso Marx a parlare di «catastrofe» nella gestione degli abusi e di «scacco istituzionale e sistemico» di una Chiesa «giunta a un punto morto» nella lettera di dimissioni a Francesco, poi respinta Papa, in cui si assumeva la «responsabilità istituzionale» per i «fallimenti nel passato», coperture, insabbiamenti, spostamenti di preti pedofili da una parrocchia all’altra, il repertorio senza scuse che è stata la regola per decenni. 

Il rapporto chiama in causa anche Marx per «condotta scorretta» nel gestire due casi da arcivescovo, e il predecessore di Ratzinger a Monaco, il cardinale Friedrich Wetter, che avrebbe trattato «scorrettamente» altri ventun casi. 

L’indagine copre l’intero dopoguerra, 74 anni dal 1945 al 2019. E quindi comprende anche il periodo, dal 1977 all’inizio del 1982, in cui fu arcivescovo Joseph Ratzinger, prima di essere chiamato a Roma come prefetto dell’ex Sant’Uffizio.

Naturale, trattandosi del Papa emerito, che fosse al centro del rapporto e delle polemiche.

Già noto è il caso di quello che nel rapporto viene chiamato «padre H.», ovvero Peter Hullermann, oggi 74 anni, che tra il 1973 e il 1996 ha abusato di almeno 23 ragazzi dagli 8 ai 16 anni. 

Nel 1980 Hullermann fu inviato da Essen a Monaco con una diagnosi di «disturbo narcisistico di base con pedofilia ed esibizionismo» per seguire una psicoterapia . L’allora arcivescovo Ratzinger, in una riunione del 15 gennaio 1980, accolse la richiesta di trasferimento e alloggio. 

Il caso è noto, la polemica scoppiò nel 2010 dopo un articolo pubblicati da Der Spiegel ed è stata ripresa nei giorni scorsi da Die Zeit. 

Già nel 2010 la diocesi di Monaco replicò che la diocesi di Essen aveva disposto il trattamento di psicoterapia a Monaco e Ratzinger aveva dato il suo consenso al trasferimento ma non al suo ritorno all’attività pastorale; un mese più tardi però l’allora vicario generale Gerhard Gruber aveva dato Hullerman un incarico da assistente in una parrocchia, e questo senza che l’arcivescovo Ratzinger lo sapesse e contro ciò che aveva stabilito. 

L’arcivescovo Georg Gänswein, segretario particolare di Benedetto XVI, aveva replicato a Die Zeit: «L’affermazione che egli fosse a conoscenza degli antefatti al momento dell’ammissione del padre H. è falsa. Di tali fatti precedenti non aveva alcuna conoscenza». 

Il rapporto sulla diocesi di Monaco registra almeno 497 vittime di violenza sessuale dal 1945 al 2019. Secondo gli autori, 247 vittime sono maschi e 182 femmine. Il 60 per cento delle vittime aveva tra gli otto e i 14 anni.

Per la Chiesa tedesca è un’altra scossa, dopo il rapporto indipendente pubblicato a marzo dall’arcidiocesi di Colonia su abusi e coperture dal 1975 al 2018: 313 vittime di abusi sessuali su ragazzini e 212 responsabili, «nel 63 per cento dei casi sacerdoti». 

Oggi Benedetto XVI, dopo la «rinuncia» al pontificato nel 2013, vive nel monastero «Mater Ecclesiae», in Vaticano. 

Le accuse, già emerse durate il suo pontificato, sono un amaro paradosso rispetto alla sua storia, come cardinale prima e Papa poi. Quand’era prefetto dell’ex Sant’Uffizio aveva cercato di processare un criminale pedofilo come padre Macial Maciel Decollado, potente fondatore dei Legionari di Cristo, ma fu bloccato da una parte della Curia nel crepuscolo del pontificato di Wojtyla. Eletto Papa, è andato fino in fondo su Maciel e sul resto. 

È stato il primo pontefice a chiedere «perdono» pubblicamente e in modo esplicito per la pedofilia nel clero, in piazza San Pietro, l’11 giugno 2010, davanti a quindicimila sacerdoti di tutto il mondo. Il 19 marzo 2010 aveva scritto una lettera storica ai cattolici irlandesi, con parola durissime contro i preti pedofili: «Dovrete rispondere davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti». Ha incontrato più volte le vittime di abusi. 

E soprattutto, il 21 maggio 2010, ha firmato le nuove norme che hanno segnato il punto di non ritorno della Chiesa nella lotta agli abusi, l’inizio della trasparenza e della «tolleranza zero»: definiscono il reato di pedopornografia, la possibilità di procedere per «via extragiudiziale» nei casi più clamorosi, il potere del Papa di spretare direttamente i colpevoli quando le prove sono schiaccianti.

Benedetto XVI ha allungato la prescrizione da 10 a 20 anni, a partire dal diciottesimo compleanno della vittima, il che ha permesso di punire anche i casi più remoti, spesso già prescritti dalle leggi secolari: negli anni successivi sono stati spretati centinaia di sacerdoti. 

L’arcidiocesi di Monaco aveva già deciso che commenterà il rapporto tra una settimana, con una conferenza stampa il 27 gennaio. Intanto è arrivata una dichiarazione del portavoce vaticano, Matteo Bruni: «La Santa Sede ritiene di dover dare la giusta attenzione al documento di cui al momento non conosce il contenuto. Nei prossimi giorni, a seguito della sua pubblicazione, ne prenderà visione e potrà opportunamente esaminarne i dettagli. Nel reiterare il senso di vergogna e il rimorso per gli abusi sui minori commessi da chierici, la Santa Sede assicura vicinanza a tutte le vittime e conferma la strada intrapresa per tutelare i più piccoli, garantendo loro ambienti sicuri».

Da lastampa.it il 4 febbraio 2022.

La Chiesa deve cambiare la propria valutazione sull'omosessuali à. Lo ha detto il cardinale Jean Claude Hollerich, presidente della Commissione delle Conferenze episcopi dell'Unione europea nonché relatore generale del Sinodo dei Vescovi, in una intervista alla Kna, nella quale gli è stato chiesto di valutare una campagna in cui circa 125 dipendenti della Chiesa cattolica in Germania, inclusi alcuni sacerdoti, si sono dichiarati LGBTQ e sugli insegnamenti della Chiesa sull'omosessualità. 

«Credo che il fondamento sociologico-scientifico di questo insegnamento non sia più vero», ha detto a Hollerich. «Penso che sia ora di fare una revisione fondamentale della dottrina». 

Hollerich, senza approfondire quali aspetti dell'insegnamento della Chiesa ritenga necessario rivedere, ha detto: «Credo anche che stiamo pensando al futuro in termini di dottrina. Il modo in cui il Papa si è espresso in passato può portare a un cambiamento nella dottrina".

Si ricorda che il Pontefice ha inviato messaggi di apprezzamento a sacerdoti e suore che prestano servizio ai cattolici gay e ha detto che i genitori di bambini omosessuali non dovrebbero mai condannarli, ma il Vaticano, con il placet di Bergoglio, ha anche affermato che i sacerdoti non possono benedire le coppie gay.

Dagotraduzione da Ap News il 15 febbraio 2022.

I parrocchiani della chiesa cattolica di St. Charles Borromeo ad Harlem vengono accolti da un ritratto incorniciato di Martin Luther King Jr., un ministro battista che prende il nome da un prete tedesco ribelle del XVI secolo scomunicato dalla Chiesa cattolica. 

Il Reverendo Bryan Massingale, che a volte predica a St. Charles, persegue il suo ministero in modi che riecheggiano entrambi Martin Lutero. Come King, Massingale denuncia il flagello della disuguaglianza razziale negli Stati Uniti. In qualità di professore alla Fordham University, insegna approcci religiosi afroamericani all'etica.

Come il tedesco Martin Lutero, Massingale è spesso in contrasto con l'insegnamento cattolico ufficiale: sostiene l'ordinazione delle donne e il rendere facoltativo il celibato per il clero cattolico. E, come uomo gay, è apertamente in disaccordo con la dottrina della chiesa sulle relazioni omosessuali, e sostiene invece la piena inclusione dei cattolici LGBTQ all'interno della chiesa. 

Il Vaticano sostiene che gay e lesbiche dovrebbero essere trattati con dignità e rispetto, ma che il sesso gay è «intrinsecamente disordinato» e peccaminoso.

Nella sua omelia di una di queste domeniche, Massingale - che ha reso pubblico l'essere gay nel 2019 - ha immaginato un mondo «in cui la dignità di ogni persona è rispettata e protetta, dove tutti sono amati». 

Ma questo è un messaggio di uguaglianza e tolleranza «a cui si resiste anche all'interno della nostra stessa famiglia di fede», ha aggiunto. «Predicare!» ha gridato in risposta un fedele. 

Massingale è nato nel 1957 a Milwaukee. Sua madre era una segretaria scolastica e suo padre un operaio la cui famiglia emigrò dal Mississippi per sfuggire alla segregazione razziale. Ma anche in Wisconsin, il razzismo era comune. Massingale ha detto che suo padre non poteva lavorare come falegname a causa di una regola che impediva agli afroamericani di unirsi al sindacato dei falegnami.

I Massingales hanno subito il razzismo anche quando si sono trasferiti alla periferia di Milwaukee e si sono avventurati in una parrocchia prevalentemente bianca. «Questa non è una parrocchia molto comoda di cui far parte per te», ricorda che gli ha detto il prete. Successivamente, la famiglia ha fatto il pendolare in una chiesa prevalentemente cattolica nera. 

Massingale ha ricordato un altro incidente, come sacerdote appena ordinato, dopo aver celebrato la sua prima messa in una chiesa prevalentemente bianca. «Il primo parrocchiano che mi ha salutato alla porta mi ha detto: “Padre, mandarti qui è l'errore peggiore che l'arcivescovo potesse fare. Le persone non ti accetteranno mai”».

Massingale dice di aver preso in considerazione l'idea di lasciare la Chiesa cattolica, ma ha deciso che era necessario. «Non lascerò che il razzismo della chiesa mi derubi del mio rapporto con Dio», ha detto. «Considero la mia missione rendere la chiesa ciò che dice di essere e l'istituzione che credo che Gesù voglia che sia: più universale». 

Per Massingale, il razzismo all'interno della Chiesa cattolica statunitense è una delle ragioni dell'esodo di alcuni cattolici neri; dice che la chiesa non sta facendo abbastanza per affrontare il razzismo all'interno dei suoi ranghi e nella società più ampia.

Secondo un sondaggio del 2021 del Pew Research Center, quasi la metà degli adulti neri statunitensi che sono stati cresciuti come cattolici non si identifica più come tale, e molti sono diventati protestanti. Secondo il sondaggio, circa il 6% degli adulti neri statunitensi si identifica come cattolico e quasi l'80% crede che opporsi al razzismo sia essenziale per la loro fede. 

La Chiesa cattolica degli Stati Uniti ha avuto una storia a scacchi con la razza. Alcune delle sue istituzioni, come la Georgetown University, erano coinvolte nella tratta degli schiavi e ha lottato per reclutare sacerdoti afroamericani.

Al contrario, le scuole cattoliche furono tra le prime a desegregare e alcuni funzionari governativi che si opponevano all'integrazione razziale furono scomunicati. Nel 2018 i vescovi statunitensi hanno emesso una lettera pastorale in cui denunciavano «la persistenza del male del razzismo», ma Massingale è rimasto deluso. 

«La frase “nazionalismo bianco” non è contenuta in quel documento; non parla del movimento Black Lives Matter”, ha detto. «Il problema con gli insegnamenti della chiesa sul razzismo è che sono scritti in un modo che è calcolato per non disturbare i bianchi».

Alla Fordham, un'università dei gesuiti, Massingale tiene un corso sull'omosessualità e l'etica cristiana, usando testi biblici per sfidare l'insegnamento della chiesa sulle relazioni omosessuali. Ha detto di aver fatto i conti con la propria sessualità a 22 anni, riflettendo sul libro di Isaia. 

«Mi sono reso conto che, qualunque cosa dicesse la chiesa, Dio mi amava e mi accettava come un gay nero», ha detto. 

La sua ordinazione nel 1983 avvenne nei primi anni dell'epidemia di HIV/AIDS che colpì in modo sproporzionato uomini gay e neri americani. Tra i suoi primi funerali da prete c'era quello di un omosessuale la cui famiglia non voleva menzionare la sua sessualità o la malattia. 

«Avrebbero dovuto essere in grado di rivolgersi alla loro chiesa nel momento del dolore», ha detto Massingale. «Eppure non potevano perché quello stigma esisteva in larga misura a causa di quanti ministri parlavano dell'omosessualità e dell'AIDS come punizione per il peccato».

Papa Francesco ha chiesto una pastorale compassionevole per i cattolici LGBTQ. Tuttavia, ha descritto l'omosessualità tra il clero come preoccupante e la legge vaticana rimane chiara: le unioni omosessuali non possono essere benedette all'interno della chiesa. Alcune diocesi hanno licenziato apertamente dipendenti LGBTQ. 

Massingale ha una visione diversa della Chiesa: quella in cui i cattolici godono degli stessi privilegi indipendentemente dall'orientamento sessuale. 

«Penso che si possa esprimere la propria sessualità in un modo che sia responsabile, impegnato, vivificante e un'esperienza di gioia», ha affermato. Massingale ha ricevuto il riconoscimento per la sua difesa da organizzazioni che la pensano allo stesso modo come FutureChurch, che afferma che i sacerdoti dovrebbero potersi sposare e le donne dovrebbero avere più ruoli di leadership all'interno della chiesa.

«È uno dei leader più profetici, avvincenti, stimolanti e trasformatori della Chiesa cattolica», ha affermato Deborah Rose-Milavec, co-direttore dell'organizzazione. «Quando parla, sai che viene detta una verità molto profonda». 

Insieme ai suoi numerosi ammiratori, Massingale ha alcuni critici veementi, come il notiziario cattolico conservatore Church Militant, che descrive la sua difesa LGBTQ come peccaminosa. 

Alla Fordham, Massingale è molto rispettato dai colleghi ed è stato insignito dall'università di una prestigiosa cattedra. Nella misura in cui ha dei critici tra i docenti di Fordham, tendono a mantenere i loro dubbi fuori dalla sfera pubblica. 

Dice di ricevere molti messaggi di speranza e sostegno, ma diventare pubblico sulla sua sessualità ha avuto un costo. «Ho perso alcuni amici sacerdoti che trovano difficile essere troppo legati a me perché se sono miei amici, 'cosa dirà la gente di loro?'», ha detto.

Massingale rimane ottimista sul graduale cambiamento nella Chiesa cattolica per via di papa Francesco e dei recenti segnali dei vescovi inEuropa che hanno espresso il desiderio di cambiamenti, inclusa la benedizione delle unioni omosessuali. 

«Il mio matrimonio da sogno è quello in cui due uomini o due donne sono in piedi davanti alla chiesa, si sposano come un atto di fede, e posso essere lì come testimone ufficiale per dire: "Sì, questo è di Dio"», ha detto dopo una recente lezione a Fordham. «Se fossero anche neri, sarebbe meraviglioso».

Il cardinale Marx. "Sì alle nozze per molti preti". Redazione su Il Giornale il 3 Febbraio 2022.

Detta così ha un effetto rivoluzionario anche se della cosa si discute da tempo. «Per molti preti sarebbe meglio se fossero sposati». L'arcivescovo di Monaco e Frisinga, Reinhard Marx, la cui diocesi è stata al centro di un recente dossier sugli abusi sessuali nei confronti dei minori da parte del clero, si è detto favorevole all'abolizione del celibato per i sacerdoti. Lo ha spiegato in una intervista sul quotidiano Sueddeutsche Zeitung e ha scelto un momento molto particolare per esternare il suo parere.

«Non solo per motivi sessuali - ha sottolineato l'arcivescovo -, ma perchè sarebbe meglio per le loro vite e non sarebbero soli. Abbiamo bisogno di queste discussioni. Penso che le cose così come sono non possono continuare» ha aggiunto. «Lo dico sempre ai giovani sacerdoti: vivere da soli non è così facile. E se qualcuno dice: senza l'obbligo del celibato, si sposeranno tutti! La mia risposta è: e allora? Se si sposassero tutti, sarebbe almeno un segno che le cose attualmente non funzionano». Insomma sposarsi per non vivere in un mondo a parte.

Secondo il report sono almeno 497, di cui il 60 per cento minori tra gli 8 e i 14 anni di età, le vittime di abusi sessuali da parte di 235 persone, tra cui 173 sacerdoti, nell'arcidiocesi di Monaco e Frisinga, tra il 1945 e il 2019. Il dossier era stato commissionato dalla stessa arcidiocesi allo studio legale Westpfahl-Spilker-Wastl. Oltre a mettere in rassegna l'operato dei ministeri di Michael von Faulhaber, Joseph Wendel, Julius Doepfner, Friedrich Wetter e Reinhard Marx, getta pesanti ombre sulla gestione del Papa emerito, Joseph Ratzinger, che fu arcivescovo di Monaco dal 1977 al 1982 per poi diventare Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (1982-2005), organismo vaticano che si occupa proprio di casi di delicta graviora. Il momento non poteva essere più delicato.

Pedofilia, quasi 500 vittime nella diocesi di Monaco. Accuse a Ratzinger che commenta: "Turbamento e vergogna". Paolo Rodari su La Repubblica il 20 gennaio 2022.

Il rapporto commissionato dalla Chiesa tedesca riguarda gli abusi commessi a Monaco di Baviera dal 1945 al 2019. Il Papa emerito afferma in una dichiarazione scritta di non aver commesso errori in nessuno dei casi indicati. Joseph Ratzinger, che da prefetto dell’ex Sant’Uffizio provò a processare padre Maciel Degollado, pedofilo fondatore dei Legionari di Cristo, e poi da Papa chiese per la prima volta perdono alle vittime della pedofilia aprendo la strada alla «tolleranza zero», è oggi chiamato in causa per non aver agito in quattro casi di abusi commessi da preti quando era arcivescovo di Monaco e Frisinga, dal 1977 al 1982.

Il Tempo il 20 gennaio 2022. Benedetto XVI esprime "turbamento" e "vergogna" per gli abusi sui minori commessi nella arcidiocesi di Monaco e Frisinga e manifesta la "sua personale vicinanza e la sua preghiera per tutte le vittime". Così il segretario particolare di Joseph Ratzinger, monsignor Georg Gaenswein, riguardo al dossier choc presentato oggi 20 gennaio dallo studio legale Westpfahl-Spilker-Wastl e commissionato dalla stessa arcidiocesi nel febbraio 2020. Il rapporto, che copre un periodo di quasi 74 anni (dal 1945 al 2019), getta ombre sull’operato del Papa emerito, arcivescovo di Monaco dal ’77 all’82. "Benedetto XVI fino a oggi pomeriggio non ha conosciuto il rapporto dello Studio legale Westpfahl-Spilker-Wastl, che ha più di 1000 pagine", ha detto monsignor Gaenswein, secondo quanto riferito da Vatican News. "Nei prossimi giorni esaminerà con la necessaria attenzione il testo. Il Papa emerito, come ha già più volte ripetuto durante gli anni del suo pontificato, esprime il turbamento e la vergogna per gli abusi sui minori commessi dai chierici, e manifesta la sua personale vicinanza e la sua preghiera per tutte le vittime, alcune delle quali ha incontrato in occasione dei suoi viaggi apostolici".

Joseph Ratzinger, pedofilia e abusi: "La lettera che prova tutto". Fango e accuse-choc contro il Papa Emerito. Libero Quotidiano il 09 gennaio 2022.

Ancora attacchi a Joseph Ratzinger, il Papa emerito. Ancora fango, accuse, che piovono dal fronte che ha sempre contestato il teologo bavarese. L'ultima offensiva riguarda una presunta consapevolezza sul delicatissimo fronte degli abusi sessuali interno alla Chiesa in Germania, la sua terra natale. Secondo gli accusatori, Benedetto XVI sarebbe stato al corrente delle accuse di pedofilia che avevano colpito un sacerdote incaricato presso la diocesi di Monaco-Frisniga, quella in cui Ratzinger mossi i primi passi all'inizio della carriera.

La notizia e le accuse piovono in seguito alla pubblicazione di una mail da parte della rivista tedesca Die Ziet sul comportamento di Peter Hullermann. Stando ad alcune ricerche, un "decreto extragiudiziale" del tribunale ecclesiastico dell'arcidiocesi di Monaco e Frisinga del 2016 conterrebbe aspre critiche contro alti prelati per non aver fermato Hullerman, accusato di 23 casi di abusi nei confronti di minorenni, avvenuti tra il 1973 e il 1996. E come detto tra le figure di spicco della diocesi figurerebbe anche Ratzinger, il quale di Monaco e Frisinga fu arcivescovo dal 1977 al 1982. 

A tempo record, è piovuto il secco commento di Georg Gaenswein, monsignore e segretario particolare di Ratzinger, che ha spazzato via le accuse della rivista tedesca: "L'affermazione che egli (Joseph Ratzinger, ndr) fosse a conoscenza degli antefatti (accuse di abusi sessuali) al momento dell'ammisione del padre H. è falsa. Di tali fatti precedenti non aveva alcuna conoscenza", così come riportato dall'Ansa. Per inciso, il Der Spiegel già 10 anni fa aveva accusato Ratzinger di un "forte coinvolgimento" in questa vicenda. Ma ovviamente non si trovarono prove. E così, a distanza di dieci anni, ecco che l'offensiva riprende...

L'ultimo assedio a Ratzinger. Francesco Boezi su Il Giornale il 9 Gennaio 2022.  

Gli attacchi a Joseph Ratzinger non conoscono fine. Nonostante la distanza temporale dalla fine del pontificato, il teologo bavarese continua ad essere sottoposto ad un fuoco di fila che riguarda non solo il suo periodo alla guida della Chiesa, ma anche quello precedente.

L'ultima offensiva in ordine di tempo riguarda una presunta consapevolezza sul delicatissimo fronte degli abusi sessuali interno alla Chiesa. E per di più in Germania, terra natale del pontefice emerito. Benedetto XVI, dicono i suoi accusatori, sarebbe stato al corrente delle accuse di pedofilia mosse nei confronti di un sacerdote incaricato presso la diocesi di Monaco-Frisinga. Quella in cui il professore di Tubinga è stato incaricato agli inizi della sua carriera.

La notizia è balzata agli onori delle cronache, dopo la pubblicazione di una mail da parte della rivista tedesca Die Ziet sul comportamento di Peter Hullermann. Secondo ricerche, un "decreto extragiudiziale" del tribunale ecclesiastico dell'arcidiocesi di Monaco e Frisinga del 2016 conterrebbe delle forti critiche nei confronti di alti prelati per non aver fermato il sacerdote accusato di 23 casi di abusi nei confronti di minorenni avvenuti tra il 1973 e il 1996. Tra le figure di spicco dell'arcidiocesi, ci sarebbe anche Ratzinger, che fu arcivescovo di Monaco e Frisinga dal 1977 al 1982.

Il segretario particolare di Benedetto XVI, monsignore Georg Gaenswein, ha impiegato poco tempo a replicare a queste accuse della rivista tedesca. "L'affermazione che egli (Joseph Ratzinger, ndr) fosse a conoscenza degli antefatti (accuse di abusi sessuali) al momento dell'ammisione del padre H. è falsa. Di tali fatti precedenti non aveva alcuna conoscenza", ha fatto presente il vescovo, così come riportato da Ansa. Ma il caso sembra destinato a produrre ulteriori problemi all'interno della Chiesa tedesca e specialmente nei confronti di Benedetto XVI. Anche un altro quotidiano tedesco, Der Spiegel, già dieci anni fa aveva accusato il teologo di un coinvolgimento "più forte" nella vicenda. E a distanza di un decennio le accuse riaffiorano.

Secondo i difensori di Benedetto, le accuse sarebbero già spente sul nascere. Tuttavia, il pontefice emerito, che ha rinunciato al soglio di Pietro ormai da diversi anni, non sembra essere stato dimenticato dai suoi avversari, specie in Germania, che non perdono occasione per provare a mettere in discussione la figura un consacrato che ha previsto buona parte dell'avvenire ecclesiologico e non solo.

Il genere dell'"attacco a Ratzinger", del resto, era già divenuto di moda durante il pontificato. Dalla prima parte di Vatileaks, che in relazione all'opera di Benedetto XVI rappresentò un vero e proprio assalto combinato, passando per l'antipatia espressa da molti media che lo hanno spesso etichettato a "pastore tedesco" o a "consacrato oscurantisca" ed incapace - pensano ancora alcuni - di affrontare le sfide del futuro con categorie nuove: il "mite teologo" di Tubinga non ha avuto "un mandato" semplice, né ha potuto contare su una "buona stampa". La stessa che a volte facilita i compiti di chi è chiamato a gestire le istituzioni del mondo.

Dalla stroncatura per la posizione espressa sull'utilizzo dei preservativi in Africa al caso eclatante del discorso di Ratisbona: l'elencazione - si capisce bene - sarebbe troppo lunga e non potrebbe che non essere esaustiva. Conviene così soffermarsi su quanto accaduto negli ultimi tempi: è stato lo Benedetto XVI a tuonare sull'esistenza di una strategia teutonica volta a far sì che l'ex Papa si silenziasse. "Mi vogliono mettere a tacere", disse Ratzinger qualche anno fa, riferendosi a certe offensive provenienti dalla sua nazione d'origine.

Contestualizzando, dunque, diviene forse più semplice comprendere qualche "perché" in più: nella Chiesa cattolica esistono guerre più o meno lapalissiane che spesso vengono combattute con armi simili a quelle che vengono utilizzate in politica. C'è chi attacca e chi si difende. E a rimetterci può essere la verità.

Ma il Papa emerito respinge le accuse. Scandalo pedofilia nella Chiesa, quasi 500 vittime nella diocesi di Monaco: “Ratzinger sapeva di 4 casi ma non agì”. Carmine Di Niro su Il Riformista il 20 Gennaio 2022.  

Tra il 1945 e il 2019 sono almeno 497 le persone vittime di violenza sessuale da parte del clero dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga. È questo il risultato di un rapporto commissionato dalla diocesi tedesca allo studio legale Westpfahl Spilker Wastl e reso noto quest’oggi dai media teutonici.

Il dossier era stato commissionato dall’arcidiocesi nel febbraio 2020 ma verrà commentato ufficialmente soltanto il prossimo 27 gennaio.

Secondo gli esperti che hanno lavorato al rapporto 247 vittime sono maschi e 182 femmine: il 60% dei ragazzi colpiti aveva tra gli otto e i 14 anni. Le persone coinvolte negli abusi sessuali come artefici sono almeno 235, fra cui 173 preti, 9 diaconi, 5 referenti pastorali, 48 persone dell’ambito scolastico.

Ma la notizia che più ha fatto scalpore è quella di un presunto coinvolgimento Joseph Ratzinger, vescovo dal 1977 al 1982, poi diventato Pontefice nel 205 come Papa Benedetto XVI fino alle clamorose dimissioni del 2013, restando poi ‘Papa emerito’.

Ratzinger viene accusato in particolare di comportamenti erronei e lacunosi in almeno in quattro casi durante il periodo in cui era vescovo dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga: il futuro Pontefice non avrebbe fatto nulla contro i religiosi accusati di abusi. Accuse negate dal Papa emerito, oggi 94enne, che ha smentito “rigorosamente” la sua responsabilità.

“Ratzinger era informato dei fatti. La Chiesa non ha fatto nulla», ha detto l’avvocato Martin Pusch in una conferenza stampa a Monaco di Baviera. Il Papa emerito “sostiene che non sapeva di certi fatti, anche se noi crediamo che non sia così, secondo quello che sappiamo”, ha ribadito il legale.

Già la scorsa settimana Ratzinger, che dopo la rinuncia vive nel monastero ‘Mater Ecclesiae’ in Vaticano, era stato accusato in una inchiesta pubblicata dal giornale tedesco Die Zeit: il quotidiano aveva pubblicato un decreto extragiudiziale del tribunale ecclesiastico del 2016 nel quale si accusa Ratzinger di non aver fermato l’operato di un prete, accusato di 23 casi di abusi sessuali su minori tra gli 8 e i 16 anni commessi tra il 1973 e il 1996.

Anche in questo caso il Papa emerito, tramite il suo segretario particolare Georg Gänswein, aveva seccamente smentito di esser stato a conoscenza degli abusi commessi da “padre Peter H.”.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Pedofilia, la difesa di Ratzinger: il rapporto «pura propaganda». Gian Guido Vecchi su Il Corriere della Sera il 21 gennaio 2022.

Joseph Ratzinger che accusa gli esperti di «Stimmungsmache», propaganda, e «pura speculazione» contro di lui. E gli esperti che considerano «irritanti» le sue spiegazioni. Contiene passaggi durissimi, il rapporto indipendente di 1.893 pagine, redatto dallo studio legale Westpfahl Spilker Wastl, che ricostruisce dal dopoguerra e accusa il Papa emerito di «comportamenti erronei» per non aver agito in «quattro casi» quando guidava la diocesi bavarese, .

Una settantina di pagine, in particolare, sono dedicate ai casi contestati all’allora arcivescovo e definiti dai numeri 22, 37, 40 e 42. Ratzinger, si legge, ha premesso che «ogni singolo caso di aggressione sessuale e ogni trattamento scorretto è terribile e non può essere riparato», espresso «la sua più profonda simpatia per le vittime di abusi sessuali». E chiarito che la sua memoria, a 94 anni, «è ancora oggi molto buona» e quando dice di «non ricordare una certa persona o un certo evento» non significa incertezza ma la convinzione «di non aver incontrato la persona o di non aver conosciuto i fatti o il documento».

Contestazioni, risposte citate dalla memoria difensiva di 82 pagine, uno scambio di «sospetti» e repliche spesso aspro. Come quando i legali contestano a Ratzinger di aver conosciuto «caso 22», un sacerdote condannato per pedofilia anni prima, perché aveva trascorso «decenni» nella zona dov’era stato in parrocchia ed era amico del successore. E Ratzinger replica di essere andato in vacanza là «una sola volta, nell’agosto 1982», e che il titolo di «parroco» dato «era una procedura di routine» e non significava che lo conoscesse o sapesse della condanna.

È a questo punto che trapela l’irritazione riportata dal rapporto: il Papa emerito ha replicato ai legali che «l’ipotesi è falsa e diffamatoria» e «testimoniava un notevole grado di parzialità da parte degli esperti che hanno abbandonato il loro ruolo di neutralità e obiettività e sono scesi al livello di valutazione soggettiva, se non addirittura propaganda e di pura speculazione, si sono squalificati».

Le considerazioni dei legali su Ratzinger, che spesso si è riferito alle norme mancanti e allo «spirito del tempo» diverso dalla sensibilità attuale, non sono più tenere: «L’ignoranza costantemente rivendicata contraddice la pratica che potrebbe essere stabilita dagli esperti sia con i predecessori che con i successori».

Benedetto XVI replicherà ancora nei prossimi giorni. Ieri mattina, rivolto all’assemblea plenaria dell’ex Sant’Uffizio, papa Francesco ha scandito: «La Chiesa, con l’aiuto di Dio, sta portando avanti con ferma decisione l’impegno di rendere giustizia alle vittime degli abusi operati dai suoi membri, applicando con particolare attenzione e rigore la legislazione canonica prevista». Intanto a Monaco la relazione avrà conseguenze penali: la Procura ha disposto delle verifiche su «42 casi» di comportamenti «inappropriati» segnalati della ricerca, i preti ancora vivi o rintracciabili.

Gianluigi Nuzzi per "la Stampa" il 21 gennaio 2022.  

Alla fine, è sempre una questione di apostrofi e accenti. E' grave e infame l'accusa rivolta a Joseph Ratzinger di aver coperto quattro sacerdoti pedofili quand'era arcivescovo a Monaco tra il 1977 e il 1982. Per la prima volta nella storia recente della Chiesa addirittura un papa, seppur emerito, è accusato del peggior dei mali, aver coperto chi abusa dei piccoli del gregge. Il mondo è sconvolto e indignato perché conosciamo le battaglie condotte contro la pedofilia di Benedetto XVI, la statura di uno dei più raffinanti teologi viventi e sorprende e disorienta che anche lui possa aver saputo e taciuto. Ma abbiamo tutti la memoria corta. 

Dimentichiamo, ad esempio, che in quei sei anni si alternano ben tre pontefici in vaticano: Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. E, sospesa l'analisi su Luciani perché Albino regnò solo 33 giorni, di certo non possiamo attribuire a Montini e a Wojtyla alcun merito nella lotta contro la pedofilia all'interno della Chiesa. Ogni scandalo veniva taciuto, ogni vittima messa in silenzio, ogni sacerdote indifendibile al massimo trasferito. In questo clima va contestualizzato l'agire attribuito a Ratzinger.

E la prova plastica ne è che l'indagine che accusa il papa emerito non è stata avviata da qualche movimento agnostico insurrezionalista, da qualche entità anticlericale ma dalla chiesa tedesca. In particolare è Reinhard Marx, il cardinale al vertice della stessa diocesi che fu di Ratzinger a disporre questi approfondimenti. Ed è noto che Marx è forse il porporato tedesco più vicino a Bergoglio, tornato in Germania dopo anni in curia a presidiare le riforme vaticane dalle mani e manine restauratrici.

Insomma quanto sta accadendo oggi è uno dei riflessi della rivoluzione del gesuita che vuole innanzitutto non vuole più subire passivamente gli scandali ma diventare promotore delle inchieste. Un conto è difendersi con imbarazzo da un'indagine avviata da altre autorità e stati, cosa diversa è partire d'iniziativa. 

E' accaduto nell'inchiesta sulla compravendita del palazzo a Londra che ha investito il cardinale Angelo Becciu, con Bergoglio che rivendicava ai collaboratori stretti proprio la peculiarità di questa prima indagine che parte dagli uffici giudiziari vaticani e si ripete ora sul fronte incerto dei reati sessuali ai danni di minori. 

Tornando a Ratzinger si accerterà ora ruolo e responsabilità, c'è chi strumentalizzerà la vicenda riducendo tutto al solito presunto scontro tra papa regnante e papa emerito ma non si può dimenticare che quella Chiesa è diversa da quella di oggi. Immaginare che all'epoca in Europa un vescovo avviasse una campagna di pulizia per cacciare e punire i sacerdoti pedofili della sua diocesi è drammaticamente irrealistico. 

Oggi invece, in quella corsa contro il nichilismo che indebolisce la Chiesa e di recupero di credibilità, si arriva persino a puntare l'indice contro un pontefice. E questo è un monito che nei sacri palazzi fa tremare i lucchetti di chi conserva troppi scheletri negli armadi. 

Domenico Agasso per "la Stampa" il 21 gennaio 2022.

Joseph Ratzinger non avrebbe agito in modo corretto di fronte a quattro casi di pedofilia del clero quando era arcivescovo di Monaco e Frisinga. Lo scrive il report sugli abusi sessuali che ha provocato un terremoto nelle Sacre Stanze bavaresi, inquietando la Chiesa universale per il coinvolgimento del Papa emerito. Sono almeno 497 le persone che hanno subito violenze sessuali nella diocesi tedesca in un periodo di quasi 74 anni (dal 1945 al 2019). Per lo più si tratta di giovani vittime di sesso maschile, 247, mentre 182 sono di sesso femminile, il 60% dei quali in età compresa fra gli 8 e i 14 anni. 235 invece gli autori degli abusi, tra cui 173 preti, 9 diaconi, 5 collaboratori pastorali, 48 persone dell'ambito scolastico.

Sono questi i dati del rapporto realizzato dallo studio legale Westpfahl Spilker Wastl, incaricato dalla stessa arcidiocesi, oggi guidata dal cardinale Reihnard Marx. Secondo il dossier, Ratzinger potrebbe essere caduto nella prassi ecclesiale del passato: coprire, sottovalutare, spostando gli abusatori altrove - dove poi magari ripetevano le molestie - solo per difendere l'immagine della Chiesa. 

Stando ai risultati dell'inchiesta, Ratzinger tra il 1977 e il 1982 non avrebbe intrapreso nulla nei confronti di quattro religiosi accusati di abusi, in due casi documentati da tribunali statali. I due preti sono rimasti attivi, senza subire provvedimenti sul profilo del diritto ecclesiastico. Inoltre, un interesse per le vittime da parte dell'arcivescovo Ratzinger «non è stato ravvisabile». I quattro episodi di «comportamenti erronei» sono stati respinti «rigorosamente» dallo stesso Pontefice emerito in una memoria allegata al dossier.

Una smentita che i legali ritengono «poco credibile», avendo papa Benedetto sostenuto di non essere stato presente a una seduta importante nel 1980, nella quale si decise di ammettere un prete pedofilo nell'arcivescovado di Monaco e impiegarlo nella cura delle anime. Dalla natia Baviera ombre pesanti come macigni oscurano dunque la quiete nell'ex Monastero Mater Ecclesiae, dove Benedetto XVI, oggi quasi 95enne, si è ritirato dopo la rinuncia al pontificato.

Lo stupore deriva anche dalla storia dello stesso Ratzinger, considerato, soprattutto dai tempi in cui era prefetto dell'ex Sant' Uffizio, l'alto prelato che più ha denunciato la «sporcizia» nella Chiesa, scoperchiando così il fenomeno della pedofilia nel clero e iniziando a interrompere la consuetudine degli insabbiamenti. E poi da Papa ha scomunicato il potentissimo abusatore seriale Marcial Maciel Degollado. Per adesso Benedetto XVI replica attraverso il suo segretario particolare, monsignor Georg Gänswein: «Fino ad oggi (ieri, ndr) pomeriggio non ha conosciuto il rapporto dello Studio legale Westpfahl-Spilker-Wastl, che ha più di 1000 pagine. Nei prossimi giorni esaminerà con la necessaria attenzione il testo».

Gänswein comunica che «il Papa emerito esprime il turbamento e la vergogna per gli abusi sui minori commessi dai chierici, e manifesta la sua personale vicinanza e la sua preghiera per tutte le vittime, alcune delle quali ha incontrato in occasione dei suoi viaggi apostolici». Anche l'ex cardinale di Frisinga, Friedrich Wetter, avrebbe compiuto errori in 21 vicende di violenze sessuali. Invece a Marx sarebbero da attribuire negligenze in due situazioni di abusi nel 2008. 

L'Arcivescovo chiede scusa «a nome dell'Arcidiocesi per la sofferenza inflitta alle persone nello spazio della Chiesa. Sono scioccato e mi vergogno». Il porporato nel giugno 2021 aveva presentato al Papa le sue dimissioni proprio in relazione alla «catastrofe» degli abusi del clero. Dimissioni respinte da Francesco. Il Vaticano affida un primo commento al portavoce Matteo Bruni: «La Santa Sede ritiene di dover dare la giusta attenzione al documento, di cui al momento non conosce il contenuto».

Domenico Agasso per "la Stampa" il 21 gennaio 2022.  

«Siamo sotto choc per il report sulla pedofilia nell'arcidiocesi di Monaco e Frisinga». Queste inchieste «servono, e ne occorrerebbe una anche in Italia». Anche se «ormai il fenomeno è chiaro: nel mondo in ogni regione tra il 3 e il 5% dei preti è un abusatore. Abbiamo dei criminali fra noi. Per questo dobbiamo ancora fare passi avanti per purificare la Chiesa». È l'analisi del gesuita tedesco padre Hans Zollner, teologo e psicologo, presidente del Centro per la protezione dei minori della Pontificia Università Gregoriana, a cui papa Francesco ha affidato la prevenzione degli abusi sessuali nella Chiesa.

Qual è stata la sua reazione al dossier di Monaco di Baviera?

«Come dopo le altre pubblicazioni di dati del genere siamo choccati. Siamo devastati dalla dimensione numerica e dal proseguimento nel tempo, per decenni, di queste violenze». 

Che cosa la inquieta in modo particolare?

«L'occultamento e le coperture dei casi, le omissioni e l'indifferenza da parte delle gerarchie e dei responsabili delle diocesi, i quali non hanno compiuto gli interventi che il Diritto canonico prevedeva e prevede». 

Il coinvolgimento di Joseph Ratzinger nel report che significato assume?

«Aggrava l'immagine della vicenda». 

La Chiesa che cosa sta facendo concretamente per debellare questa piaga al suo interno?

«Sta lavorando molto nell'ambito della prevenzione. Innanzitutto nella formazione di sacerdoti, religiosi, religiose, catechisti e altri collaboratori. Però dobbiamo imparare a essere più responsabili».

In che senso?

«Le nostre strutture non hanno ancora cambiato metodo e sistema rispetto alla trasparenza sulle responsabilità: mentre diventa chiaro chi abusa, non è altrettanto semplice far assumere la responsabilità a chi lo ha coperto per "salvare la faccia dell'istituzione", a chi avrebbe dovuto vigilare, a chi avrebbe dovuto intervenire secondo le indicazioni delle varie leggi e anche secondo la nostra missione di uomini di Chiesa: l'atteggiamento evangelico di proteggere i più deboli».

Inchieste come quella di Monaco possono portare a qualcosa di buono? Ne occorrerebbe una così anche in Italia?

«Sì queste indagini condotte in modo oggettivo e pubblicate servono assolutamente. E servirebbe anche in Italia, certo, così si guarderebbe in faccia la realtà e non si continuerebbe a negare qualcosa che viene continuamente smentito, e cioè che in Italia non ci sono abusi sessuali nella Chiesa. 

Anche se in generale paradossalmente ormai tutto è chiaro dal punto di vista della diffusione del fenomeno: nel mondo il numero di preti abusatori si aggira tra il 3 e il 5% in ogni regione. Dopo l'uscita di queste inchieste bisognerebbe innanzitutto avviare un'opera di ascolto delle vittime. E poi, modificare i rapporti di potere nella Chiesa, che dovrebbero essere più condivisi e meno autoritari, e aprirsi alle verifiche con la possibilità di essere giudicati anche da altri esperti fuori dal recinto cattolico. E poi dovremmo porci un interrogativo cruciale».

Quale?

«È più importante l'immagine che non corrisponde alla realtà, o ammettere che non siamo santi, che abbiamo peccato e che abbiamo tra noi anche criminali? Disse Gesù: la verità vi renderà liberi. Solo dopo la confessione può arrivare l'assoluzione e il perdono».

Abusi, il capo dei vescovi tedeschi: «Ratzinger chieda perdono». Gian Guido Vecchi su Il Corriere della Sera il 31 gennaio 2022. «Benedetto XVI deve pronunciarsi, non tener conto di quello che dicono i suoi consulenti e in sostanza dire la semplice frase: “Ho delle colpe, ho fatto degli errori, prego chi è rimasto coinvolto di perdonarmi”». Parlando ad una trasmissione televisiva, il presidente della conferenza episcopale tedesca, Georg Bätzing, vescovo di Limburgo, non ha usato eufemismi a proposito di Joseph Ratzinger. La ricerca indipendente sulla pedofilia nella diocesi di Monaco ha registrato 497 abusi su minori compiuti dal dopoguerra e accusato il Papa emerito di «comportamenti erronei» per non aver agito in «quattro casi» quando guidava la diocesi bavarese, dal 1977 al 1982. Benedetto XVI si era difeso con una memoria di 82 pagine e ha fatto sapere che risponderà alle accuse, il tempo di leggere il rapporto di quasi duemila pagine. Ma intanto il capo dei vescovi tedeschi usa toni molto duri verso il Papa emerito che «deve» scusarsi e i suoi collaboratori, fino ad aggiungere: «Io credo che possa farlo, se riesce a prendere le distanze da chi gli dà i consigli. Questo è davvero un punto debole di Benedetto, di Joseph Ratzinger, quello di non attorniarsi sempre dei consiglieri migliori».

La settimana scorsa, il Papa emerito aveva ammesso di aver commesso «un errore», seppure «non in malafede», nel rispondere ad una richiesta dei legali che hanno condotto la ricerca. Riguardava un punto considerato importante dagli autori del rapporto, citato come esempio della «scarsa credibilità» della difesa. Attraverso suo segretario particolare, l’arcivescovo Georg Gänswein, Ratzinger aveva ammesso che sì, era presente alla riunione del 15 gennaio 1980 in cui si diede il via libera al trasferimento di padre Peter Hullermann dalla diocesi di Essen a Monaco. Hullermann aveva precedenti, fu inviato da Essen a Monaco con una diagnosi di «disturbo narcisistico di base con pedofilia ed esibizionismo» per seguire una psicoterapia ma finì a lavorare come assistente in una parrocchia. Nella sua difesa di 82 pagine, Ratzinger aveva negato di avervi partecipato. Dopo la pubblicazione del rapporto, Benedetto si è detto «molto dispiaciuto per questo errore» e ha chiesto di «essere scusato».

Però ha chiarito che la sostanza non cambia: «Oggettivamente corretta, invece, e documentata dagli archivi, è l’affermazione che in questa riunione non è stata presa alcuna decisione circa l’assegnazione pastorale del sacerdote». Piuttosto «è stata accolta solo la richiesta di dare alloggio all’uomo durante il suo trattamento terapeutico a Monaco». Nella sua memoria difensiva, del resto, aveva anche parlato di «Stimmungsmache», propaganda, e «pura speculazione» contro di lui. Nel frattempo, dal monastero Mater Ecclesiae, ha fatto sapere che risponderà al rapporto, il tempo di leggere le quasi duemila pagine che compongono, ha spiegato Gänswein: «Nei prossimi giorni esaminerà con la necessaria attenzione il testo. Il Papa emerito, come ha già più volte ripetuto durante gli anni del suo pontificato, esprime il turbamento e la vergogna per gli abusi sui minori commessi dai chierici, e manifesta la sua personale vicinanza e la sua preghiera per tutte le vittime, alcune delle quali ha incontrato in occasione dei suoi viaggi apostolici».

Joseph Ratzinger "da distruggere". Padre Georg, il più drammatico dei sospetti: nomi e cognomi, chi c'è dietro agli attacchi. Libero Quotidiano l'11 febbraio 2022

Georg Gänswein ha già commentato gli attacchi al papa emerito Benedetto XVI sul tema degli abusi sessuali. "C’è una corrente che vuole proprio distruggerne la persona e l’operato. Non ha mai amato la sua persona, la sua teologia, il suo Pontificato. E adesso c’è un’occasione ideale di fare i conti, come la ricerca di una damnatio memoriae", aveva detto al Corriere della Sera. Le parole del segretario personale di Benedetto XVI sono pesanti. 

Il nuovo attacco avviene nel momento di massima pressione per promuovere l’agenda Lgbt nella Chiesa, sull’asse Germania-Roma. C'è stato il coming out di 125 sacerdoti e funzionari ecclesiastici tedeschi, sostenuti di fatto dal Sinodo tedesco che ha messo nero su bianco, tra le altre cose, anche la benedizione delle unioni omosessuali.

Poi le dichiarazioni del cardinale Jean Claude Hollerich, presidente della Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE) ma anche relatore generale del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità. Poi a dicembre la segreteria del Sinodo aveva fatto propria la documentazione presentata dal più noto gruppo LGBT cattolico statunitense, New Ways Ministry, organizzazione che ha anche avuto nel frattempo la benedizione di papa Francesco malgrado i vescovi americani nel 2010 avessero stabilito che non possa essere definita una organizzazione cattolica.

Riccardo Cascioli per lanuovabq.it l'11 febbraio 2022.

«C’è una corrente che vuole proprio distruggerne la persona e l’operato. Non ha mai amato la sua persona, la sua teologia, il suo Pontificato. E adesso c’è un’occasione ideale di fare i conti, come la ricerca di una damnatio memoriae». Così nell’intervista al Corriere della Sera pubblicata il 9 febbraio, monsignor Georg Gänswein commentava gli ultimi attacchi al papa emerito Benedetto XVI sul tema degli abusi sessuali.

Parole pesanti, quelle del segretario personale di Benedetto XVI, che confermano autorevolmente quanto è già sotto gli occhi di chi vuol vedere. Già, ma a che corrente si riferisce monsignor Gänswein, e perché questo odio e questa determinazione a distruggere la persona e l’operato del papa emerito? Nell’intervista non si dice, ma possiamo cercare di capirlo mettendo insieme le diverse tessere del puzzle. 

Anzitutto la tempistica: questo nuovo attacco avviene nel momento di massima pressione per promuovere l’agenda Lgbt nella Chiesa, sull’asse Germania-Roma. Abbiamo visto nelle scorse settimane il coming out di 125 sacerdoti e funzionari ecclesiastici tedeschi, sostenuti di fatto dal Sinodo tedesco che ha messo nero su bianco, tra le altre cose, anche la benedizione delle unioni omosessuali.

A seguire sono arrivate le dichiarazioni del cardinale Jean Claude Hollerich, presidente della Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE) ma anche relatore generale del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità. Due uscite clamorose che non hanno avuto alcuna risposta o correzione da Roma, anzi: si ricorderà che a dicembre la segreteria del Sinodo aveva fatto propria la documentazione presentata dal più noto gruppo LGBT cattolico statunitense, New Ways Ministry, organizzazione che ha anche avuto nel frattempo la benedizione di papa Francesco malgrado i vescovi americani nel 2010 avessero stabilito che non possa essere definita una organizzazione cattolica.

Addirittura all’inizio di gennaio papa Francesco ha anche scritto una significativa lettera di encomio alla co-fondatrice di New Ways Ministry, suor Jeannine Gramick, già bandita da qualsiasi attività pastorale dal 1999 proprio per le sue idee sull’omosessualità diametralmente opposte a quelle della Chiesa. Da notare che la Nota del 31 maggio 1999 porta proprio la firma dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

A tutto questo si aggiunga che proprio oggi a Colonia si apre il processo a un sacerdote polacco, don Dariusz Oko, che è anche docente all’Università Cattolica di Cracovia, accusato di «incitamento all’odio» per un suo articolo apparso sulla rivista Thelogisches intitolato “Sulla necessità di resistere alle lobby omosessuali nella Chiesa”. Don Oko è da molti anni impegnato a denunciare l’omoeresia nella Chiesa e la lobby che la sostiene, e ha recentemente pubblicato il libro “The Lavender Mafia”, (la mafia lavanda è appunto quella Lgbt).

La denuncia nei suoi confronti è stata presentata da un sacerdote della diocesi di Colonia che appare come un manifesto vivente del clero omosessuale, don Wolfgang Rothe, noto militante Lgbt, che lo scorso 4 novembre è stato protagonista di una benedizione di coppie omosessuali in una sauna per gay a Monaco di Baviera. Di don Rothe, che non risulta sospeso dal ministero, sono pubbliche anche foto in cui bacia un seminarista sotto a un ramo di vischio. 

Se questo è il contesto attuale (ovviamente è solo un piccolo saggio della corruzione morale nella Chiesa), c’è poi una questione di fondo che riguarda lo scandalo degli abusi sessuali. Si ricorderà che nel febbraio 2019 papa Francesco convocò a Roma un vertice dei presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo sul tema degli abusi sui minori, e fu l’occasione in cui emersero due letture completamente diverse della crisi.

Papa Francesco volle che il vertice si focalizzasse sul tema del clericalismo, considerato la causa dello scandalo pedofilia, ma nell’aprile successivo vennero resi noti degli “Appunti” che papa Benedetto aveva messo in precedenza a disposizione come contributo per il vertice. Benedetto leggeva invece lo scandalo come una terribile crisi di fede, l’allontanamento da Dio, che a sua volta aveva provocato il crollo della teologia morale, ormai pesantemente influenzata dalla cultura del mondo, stravolta dalla rivoluzione sessuale.

Sulla linea di papa Benedetto si erano messi anche i cardinali Raymond Burke e Walter Brandmüller, che alla vigilia del vertice firmarono una lettera aperta in cui denunciavano «l’agenda omosessuale» diffusa nella Chiesa e «promossa da reti organizzate e protetta da un clima di complicità e omertà». Stesso concetto espresso per l’occasione anche dal cardinale Müller; non sorprendentemente visto che tutti i rapporti finora pubblicati sugli abusi, dagli Stati Uniti alla Francia, ci dicono che oltre l’80% degli abusi di cui è protagonista il clero sono frutto di comportamenti omosessuali.

L’argomento però venne rigorosamente tenuto lontano dal vertice vaticano, a voler dimostrare che abusi sessuali del clero e omosessualità non sono correlati. Così è successo che in questi tre anni, mentre da una parte si sono fatti proclami contro gli abusi, dall’altra si sono viste diverse conquiste nella Chiesa da parte dei gruppi Lgbt, fino alle vicende di queste ultime settimane già accennate in apertura. Non solo, appare ormai sempre più chiaro che proprio il Sinodo sulla sinodalità nelle intenzioni sarà l’occasione per legittimare definitivamente l’agenda Lgbt nella Chiesa. 

Si può ben capire dunque come Benedetto XVI (così come chi segue il suo Magistero) sia un ostacolo come persona e come giudizio sulla crisi della Chiesa, e si voglia perciò distruggerlo per poter consentire il trionfo indisturbato della nuova Chiesa arcobaleno. Può sembrare paradossale ma a cercare di incastrarlo sugli abusi sessuali sono proprio coloro che li favoriscono e li promuovono.

Pedofilia, Lupi: su Ratzinger accuse infamanti senza prove. Il Tempo il 21 gennaio 2022.

Le accuse a Ratzinger, secondo cui avrebbe coperto abusi sessuali a Monaco, hanno suscitato sconcerto da più parti. E in molti sono scesi in campo per difendere l'ex Pontefice. "L'attacco a Benedetto XVI per presunte coperture date a quattro sacerdoti pedofili negli anni in cui era arcivescovo di Monaco è evidentemente pretestuoso, senza prove e basato solo sul personale convincimento degli avvocati che hanno curato il dossier, i quali peraltro lanciano accuse molto vaghe. Ma tanto basta per una campagna stampa diffamatoria nei confronti di Joseph Ratzinger, il cui operato contro la piaga della pedofilia è universalmente noto. Facciamo sentire la nostra vicinanza al Papa emerito". Così Maurizio Lupi, presidente di Noi con l'Italia", all'indomani del dossier presentato da uno studio legale secondo il quale sarebbero almeno 497, di cui il 60 per cento minori tra gli 8 e i 14 anni di età, le vittime di abusi sessuali da parte del clero, nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga, tra il 1945 e il 2019. Il dossier era stato commissionato dalla stessa arcidiocesi che lo ha definito «una pietra miliare nell’ulteriore processo di gestione degli abusi sessuali».

Joseph Ratzinger, abusi e pedofilia? Vergogna in Vaticano, da dove arriva il fuoco amico: indiscrezioni, chi lo vuole far fuori. Libero Quotidiano il 21 gennaio 2022.

Perché l’hanno abbandonato come il Nazareno sul Golgota? Di tutta questa vicenda l’aspetto che dice lo stato rovinoso della Santa Chiesa è la solitudine in cui sono stati lasciati l’anima buona e il corpo inerme del Papa emerito, 95 anni, che avvolto nelle sue bianche vesti, sul seggiolone con grandi ruote, pare proprio un bambinetto in fasce. Dichiara di avere il cuore spezzato per gli abusi che di certo hanno subito molti ragazzini da parte di sacerdoti infami. Ma lui mai e poi mai ha favorito con il silenzio, o la distrazione, lo sfregio profondo e irreparabile inflitto a chierichetti e ragazzini. Lo dice senza titubanze. Ma allora perché la notizia di prima pagina appare ovunque, forcaiola senza alcun dubbio, niente presunzione di innocenza, e lui solo, un corpo morto e vilipeso.

Ma la domanda che ci facciamo è: perché non sono accorsi intorno al piccolo monastero dedicato alla Madonna dove vive in Vaticano delegazioni di fedeli, manipoli di cardinali, guardie svizzere, e una parola semplice semplice del Papa: «Di Benedetto mi fido. Benedetto non è uomo che menta». Niente di tutto questo. La sala stampa vaticana ha diffuso un comunicato dove non si spende una parola per questo "nonno della Chiesa" (definizione di Francesco). Si scrive che nei prossimi giorni «si esaminerà il voluminoso incartamento», manca una frasetta: «Noi crediamo al Papa emerito, la sua vita è chiara come acqua di fonte».

Povero Ratzinger, stupisce che regga. Da cardinale e poi da papa non ha mai avuto o un attimo di tregua da attacchi d'ogni genere. Un tribunale texano lo voleva estradare. Ci sono rapporti della CIA in cui si esplicita la volontà di fomentare e inventare accuse di pedofilia nei suoi confronti, perché non andava bene per gli assetti del mondo graditi ai progressisti. Dunque: gonfiare i casi di abusi in America, imputarne la responsabilità al «pastore tedesco» (titolo del Manifesto), scrivere e diffondere libri scandalistici contro di lui fingendo di difenderlo, in realtà usando documenti procurati dai servizi segreti (lo scrive il suo biografo ufficiale, Peter Seewald nel recente Benedetto XVI - Una vita, 1400 pagine, di cui alcune centinaia sono dedicate alle aggressioni subite da quest' uomo delicato e candido), per indebolirlo e privarlo delle forze necessarie a guidare la Chiesa.

Insistono ancora. Vero è che papa Benedetto ha nel suo stemma un orso. Ma non dovrebbe essere vietata nei Paesi civili e in Vaticano la caccia all'orso? Niente da fare. Devono aver concesso ai predatori tedeschi una licenza speciale. E così ieri è stato diffuso un dossier, preannunciato per tempo e amplificato in una solenne conferenza stampa, scritto e presentato da avvocati che si sono auto definiti «commissione indipendente». Hanno appeso, senza alcuna possibilità di difesa, già stecchito e imbalsamato, il trofeo del vecchio pontefice. Una reputazione immacolata è stata ridotta a poltiglia servita con oculata lentezza e trangugiata dai golosi giornalisti come fosse il giudizio di Dio. L'anziano pontefice, 95 anni, inchiodato a una carrozzella, inerme come un bambino, ha provato a diramare una "smentita", in essa nega «rigorosamente ogni responsabilità». L'ha inviata a questa congrega di accusatori. L'avvocato Martin Pusch ha risposto che la posizione di Ratzinger «non è credibile».

Scrive Le Figaro lasciandoci cadere le braccia: «Gli esperti hanno detto di essere convinti che Ratzinger fosse a conoscenza del passato pedofilo di don Peter Hullermann, arrivato in Baviera nel 1980, dove ha continuato ad abusare di bambini per decenni senza essere perseguito». Ecco, gli accusatori «sono convinti» ma che razza di prova è mai questa? Vale di più della parola di un Papa che tra poco dovrà rendere conto a Dio? Del resto questa faccenda è vecchia come il cucco. L'avevano già lanciata i giornali tedeschi nel 2010. Finì lì, davanti all'evidenza della classica calunnia che resta però appesa sulla testa dell'innocente, finché qualcuno alla fine taglia il filo e la fa precipitare su chi ormai non ha chi lo difenda.

Stavolta hanno rifatto l'operazione con un apparato scenico, e una dotazione di numeri e tabelline statistiche, che rendono mediaticamente impossibile evitare la crocifissione di chi viene tirato in ballo, anche se questa sentenza è un orrore morale, una scarnificazione dei diritti umani, un saggio di barbarie anticristiana perpetrata a giudizio di chi scrive da mandanti frequentatori dei Palazzi Apostolici e delle Curie che sono stufi di quella presenza ormai silenziosa ma le parole e gli atti del quale sono incisi nel granito. Tattica antica. Una volta scorticata la credibilità di Benedetto anche i suoi insegnamenti sarebbero marchiati come opera di un protettore di pedofilia. Incredibile questa storia della pedofilia.

Quando nel 2019 ci fu il sinodo dedicato a questo tema, il Papa emerito, avendone informato la Segreteria di Stato e Francesco, pubblicò pagine di "appunti" sul Corriere della Sera. Spiegò con un racconto minuzioso di fatti ed episodi come la pedofilia fosse stata sdoganata nei seminari specie tedeschi dal trionfo ideologico e pratico del 1968, con la liberazione sessuale per cui in amore nulla è vietato. La classica mossa dei rapaci ne accusano come colpevoli l'innocente che li ha denunciati. Fu attaccato allora per la settantasettesima volta. Lui perdona settanta volte sette. Noi, come nei film di Sergio Leone, no, noi no. 

Franca Giansoldati per “Il Messaggero” il 22 gennaio 2022.

«In Vaticano continuano a dire bugie. Mi rincresce ripeterlo ma sono testimone del fatto che l'allora cardinale Ratzinger conosceva benissimo quello che a noi vittime di padre Maciel Marcial Degollado era accaduto già negli anni Novanta. Così come Giovanni Paolo II e i suoi collaboratori a cominciare dall'allora segretario di Stato, cardinale Sodano. Le regole che applicava allora la Chiesa erano di spostare, coprire, insabbiare i pedofili. Delle vittime importava poco.

Nel 1998 ho fatto avere alla Congregazione della Fede, allora guidata proprio da Ratzinger, un pacco di documenti, compreso prove registrate da un notaio. Insomma certificazioni. Le carte pesavano un chilo e mezzo, ancora me lo ricordo, perché per spedirle dal Messico le dovetti pesare. Posso provare quello che dico. E sempre nel 1998 parlammo con l'allora numero 3 della Congregazione implorando l'apertura di processo canonico (che non fu mai aperto)». 

José Barba-Martin parla da Città del Messico, oggi ha 82 anni, è un ex professore che ha insegnato ad Harvard. E' stato un ex seminarista violentato per anni da padre Maciel, potentissimo fondatore dei Legionari di Cristo. «Era il Male assoluto quell'uomo».

Documentare decenni di abusi sessuali e psicologici non è stato facile, né per lui, né per gli altri ex legionari che scoperchiarono la vita criminale del capo di uno degli ordini religiosi più potenti, amico personale di Wojtyla al quale mandava fiumi di denaro per la Polonia. Un violentatore seriale che non risparmiò nemmeno i figli avuti da una donna messicana alla quale fece credere di essere un agente della Cia sotto copertura. In Vaticano ebbe ottime coperture a suon di dollari. 

PRASSI Josè Barba Martin ripercorre gli ultimi fatti mettendo in evidenza che solo nel 2005 il cardinale Ratzinger fece fare una indagine. «C'era un evidente tappo più in alto. Giovanni Paolo II non volle fare nulla. Conservo ancora la ricevuta postale del 2002 relativa ad un plico di documenti consegnati al cardinale Stanislaw Dziwisz, nel Palazzo Apostolico. Altri documenti furono inoltrati dalla nostra avvocatessa. Sentire che l'allora Papa Giovanni Paolo II non ha mai saputo nulla, così come non sapeva nulla Ratzinger di quello che accadeva attorno lo ritengo una offesa assai dolorosa».

Davanti ai casi di pedofilia la Chiesa in passato preferiva guardare altrove calpestando le vittime. Vi è una lettera inviata nel 1982 da un vescovo americano, John Cummins, alla Congregazione della fede, per denunciare un prete della sua diocesi che aveva commesso abusi e che, di conseguenza, andava rimosso. Cummins ricevette una risposta solo tre anni dopo, il 6 novembre 1985. Portava la firma dell'allora Prefetto Ratzinger che lo informava che il tribunale non riteneva di rimuovere il prete nonostante gli argomenti presentati, che si riteneva necessario considerare il bene della Chiesa Universale, che occorreva più tempo per valutare.

La lettera terminava con questa frase: «Nel frattempo l'eccellenza vostra non dovrà mancare di fornire al denunciante la maggior cura paterna possibile e spiegare allo stesso la logica di questo tribunale, che è abituato a procedere tenendo in considerazione il bene comune». La logica era chiara: prima si doveva proteggere l'istituzione. «Le vittime come me erano dei fantasmi».

SANTITÀ Il caso mostruoso di Maciel ciclicamente affiora e ancora oggi è soggetto ad una sorta di cortina fumogena poiché tira in ballo Wojtyla, nel frattempo proclamato santo da Papa Francesco forse troppo in fretta. Maciel fu punito ma in modo molto soft solo da Papa Benedetto XVI nel 2006. Visto che era ottantenne e malato non venne mai dimesso dallo stato clericale. Fu solo invitato a ritirarsi a vita privata e non fare celebrazioni in pubblico.

Nel 2008 è morto in una clinica in Florida circondato da alcuni sacerdoti, dalla seconda moglie Norma e dalla figlia Normita. Il suo curriculum resta spaventosamente nero, una macchia notevole per la Chiesa. «Una sessantina di vittime accertate, tra cui io e gli altri miei compagni con i quali intraprendemmo questa dolorosa operazione verità negli anni Novanta». 

"Ratzinger coprì i pedofili persino in Italia. Non fermò un prete di Savona: ecco le carte". Serena Sartini il 23 Gennaio 2022 su Il Giornale.

Il presidente della Rete L'Abuso: "Basta con le scuse, chiediamo inchieste serie".

L'allora cardinale Joseph Ratzinger avrebbe coperto casi di pedofilia e abusi sessuali commessi da uomini della chiesa anche in Italia. E precisamente a Savona. «Ratzinger non intervenne e proprio nell'anno in cui diventava Papa, uno dei sacerdoti pedofili savonesi a lui denunciati, don Nello Girando stupra un altro adolescente a un campo scout». La denuncia arriva da Francesco Zanardi, vittima di un abuso da parte di un sacerdote e presidente dell'Associazione Rete L'Abuso che raccoglie le testimonianze di decine e decine di vittime. Il documento che pubblichiamo è una lettera inviata dall'allora vescovo di Savona, oggi cardinale Domenico Calcagno - nominato da Ratzinger - che, secondo Zanardi «incastra Ratzinger». «Nessuno, né dalla diocesi di Savona, né dal Vaticano - dice Zanardi - fermò quel prete. Chiese lui stesso la riduzione allo stato laicale, ma 5 anni dopo, nel 2010, trascinando nell'indagine della procura non solo Ratzinger, ma anche chi per anni lo aveva protetto».

Cosa pensa dell'inchiesta in Germania che ha portato alla luce quasi 500 casi? E del possibile coinvolgimento di Ratzinger?

«Non stupisce ciò che è emerso in Germania. Il coinvolgimento di Ratzinger non è una novità. È avvenuto anche in Italia. Non solo a Savona. Ma anche all'istituto Provolo per sordomuti di Verona. In quel caso, la Commissione d'inchiesta nel 2010 fu proprio voluta da Ratzinger. Peccato che su 27 preti indagati, gli unici due condannati erano in fin di vita. Gli altri vennero insabbiati e furono in grado di fare altri danni. Come don Nicola Corradi che nel 2016 verrà indagato e condannato a 42 anni. C'è poi il caso di Erik Zattoni di Ferrara, figlio di un prete pedofilo. Malgrado un esame del Dna che confermava la paternità del prete, Ratzinger non intervenne».

Dopo Francia, Spagna e Germania, quando avremo un'inchiesta sugli abusi anche in Italia?

«La stiamo chiedendo a gran voce da tempo, anche tramite le Nazioni Unite. Stiamo sollecitando un intervento sia al cardinale Bassetti sia allo stato. Purtroppo il Papa da solo non può muoversi. Anche se lui inserisse l'obbligo di denunciare da parte dei vescovi, non c'è un automatismo. E in questo senso credo ci sia una reticenza da parte dei vescovi italiani».

La vostra associazione riceve ogni giorno segnalazioni di casi. Quanti sono quelli in Italia?

«Documentati almeno quattro: oltre a Savona e il Provolo di Verona, abbiamo documenti su Napoli e Ferrara. Ma i casi sono purtroppo tantissimi: ci arrivano segnalazioni ogni giorno. Ratzinger è stato 25 anni a capo della Congregazione per la dottrina della Fede, prima di diventare Papa. È inverosimile pensare che non sia coinvolto ovunque. Nel 2004 fu portato alla sbarra anche negli Usa dall'avvocato Daniel Shea, che assisteva una vittima. Fu accusato di aver insabbiato dei casi, da prefetto dell'ex sant'Uffizio. Si salvò chiedendo l'immunità».

Come mai ieri nemmeno una parola di Bergoglio in difesa del Papa emerito?

«C'è poco da difendere. I dati parlano. Non era il caso di intervenire».

Vi aspettate delle scuse da Ratzinger?

«Lo dico da vittima e da rappresentante dell'associazione: non ci bastano più le scuse. Sono arrivate tante volte. Vogliamo i fatti, i processi, che i preti non siano più difesi. Ci sono 23 comunità, in Italia, dove i preti pedofili sono curati. La chiesa ha avuto questa sensibilità verso i suoi criminali, non mi sembra però tanto pentita con le vittime». Serena Sartini

Franca Giansoldati per "il Messaggero" il 25 gennaio 2022.

Il novantaquattrenne Papa Emerito dal monastero Mater Ecclesiae, sul colle vaticano, osserva con sofferenza la bufera che lo ha investito personalmente sulla pedofilia. Sembra quasi un paradosso: lui che da Papa, durante il periodo di regno, dal 2005 al 2013, ha effettivamente inasprito come nessun altro le leggi canoniche, avviando (finalmente) quel percorso di tolleranza zero auspicato, sbriciolando la prassi consolidata che garantiva coperture agli orchi. 

Regole sistemiche fino a quel momento usate un po' ovunque nelle diocesi. Anche a Monaco. Con l'onestà intellettuale che lo ha sempre contraddistinto Joseph Ratzinger ha preso carta e penna e ha affidato al suo segretario una nota ammettendo di essere stato effettivamente presente a una riunione nell'arcivescovado di Monaco, in data 15 gennaio 1980.

All'epoca era arcivescovo e quel giorno veniva discusso il caso di un prete della bassa Renania che aveva molestato dei ragazzini e che dalla diocesi di Essen doveva essere trasferito per seguire le cure di un noto psichiatra bavarese. Inizialmente Ratzinger aveva affermato di non essere stato presente a quella riunione, di non conoscere il caso. 

I fatti in questione sono lontani nel tempo e forse non è nemmeno tanto facile ricostruirli. Ma davanti alle incongruenze che sono emerse dopo la pubblicazione del dossier choc sulla diocesi di Monaco, Ratzinger non ha avuto difficoltà ad ammettere l'errore, correggendo una dichiarazione inviata a suo tempo agli investigatori dello studio Westpfahl Spilker Wastl (WSW) che la settimana scorsa hanno reso noto il rapporto choc, rivelando che nell'arco di 70 anni ci sono stati 497 casi di abusi sul territorio bavarese commessi da ecclesiastici, casi spesso insabbiati e mai denunciati dalle autorità.

L'ammissione del Papa Emerito è contenuta in una lettera pubblicata dal suo segretario privato, monsignor Georg Gaenswein e citata dall'agenzia di stampa cattolica tedesca KNA. Ratzinger ha sostanzialmente affermato che le sue dichiarazioni iniziali erano «oggettivamente errate», che non ha mai parlato in «malafede». Si sarebbe, invece, trattato di un errore, «risultato di un'omissione nella redazione delle sue dichiarazioni». Ha anche aggiunto di essere «dispiaciuto» chiedendo «di essere perdonato».

Il dossier in questione è particolarmente interessante perché offre l'ennesimo spaccato di come sono sempre andate le cose nella Chiesa, a qualsiasi latitudine, Italia compresa. La brutta storia del prete tedesco Peter Hullermann è la seguente: una volta arrivato a Monaco anche nella nuova sede la diocesi lo rimette a contatto con i bambini in una parrocchia causando altre vittime. 

Più che per il Papa Emerito il caso è un macigno per la Chiesa intera poiché mostra le regole che tutti i vescovi seguivano sotto il pontificato di Giovanni Paolo II. Basti pensare che negli anni Novanta l'allora prefetto della Congregazione del Clero, Castrillon Hoyos, inviò una lunga lettera di elogi e stima a un vescovo francese che si era rifiutato di denunciare un pedofilo conclamato e collaborare con le autorità giudiziarie. In linea di massima i casi di abuso si affrontavano trasferendo gli orchi nella speranza che si raddrizzassero, spesso con cure psichiatriche. Raramente venivano espulsi o denunciati come invece doveva essere. Il nodo era sistemico.

Quanto al caso di Monaco, conoscendo le normali dinamiche gestionali all'interno di una diocesi (dove tutto è piramidale e gerarchico), sembra irragionevole pensare che un Vicario Generale abbia potuto stabilire in totale autonomia rispetto al vescovo titolare, l'assegnazione di un pedofilo conclamato e in cura da uno psichiatra ad una parrocchia, senza l'autorizzazione del superiore. 

In un rapporto del 2010 l'allora Vicario Generale monsignor Gerhard Gruber affermò che fu lui personalmente a decidere di inserire il prete abusatore Hullermann in una parrocchia. Sempre in quella occasione Ratzinger dichiarò che «non era presente» alla riunione in cui si decise lo spostamento ma dalle carte che la commissione ha avuto modo di consultare e studiare risultavano incongruenze e da qui la necessità oggi di rettificare. E chiedere scusa. 

L'addio al celibato e l'ombra della scissione. Felice Manti il 27 Gennaio 2022 su Il Giornale.

"Dietro le accuse a Ratzinger di aver sottovalutato quattro casi di pedofilia quando guidava l'arcidiocesi di Monaco c'è la manina di chi nella Chiesa tedesca è fin troppo impaurito di perdere potere e prestigio".

«Dietro le accuse a Ratzinger di aver sottovalutato quattro casi di pedofilia quando guidava l'arcidiocesi di Monaco c'è la manina di chi nella Chiesa tedesca è fin troppo impaurito di perdere potere e prestigio in patria a vantaggio della Chiesa protestante». Il sospetto di una volontà «scissionista» Oltretevere è concreto, come conferma al Giornale un alto prelato che preferisce rimanere anonimo. Da Martin Lutero a oggi Nihil sub sole novi, dice la Bibbia (Ecclesiaste 1,9), nulla di nuovo sotto il Sole. Sono stati (per ora) scongiurati gli assalti ai «valori non negoziabili» come aborto e eutanasia, che - rivelò Il Giornale in esclusiva - al pari della dottrina gender restano «crimini che nessuna legge può pretendere di legittimare», scrisse il 1 ottobre 2021 la Congregazione della Dottrina della Fede a Toni Brandi e Jacopo Coghe di Pro Vita & Famiglia, che sollevavano dubbi sul ddl Zan. In ballo non c'è solo la quasi conclamata volontà dei vescovi tedeschi di aprire alla comunità Lgbtq+. Chi ne ha preso le distanze, come il cardinale Rainer Maria Woelki, ne è uscito con le ossa rotte («da false accuse»). La Chiesa guarda ai gay nell'interpretazione più genuina del passo evangelico in cui Dio dice a Pietro «Pascola le mie pecore». Papa Bonifacio VIII riconosce che tutte gli sono state affidate, non questa o quella. L'obiettivo vero è l'addio al celibato dei preti, considerato dall'ala liberal la soluzione più facile per scongiurare la crisi di vocazioni e al tempo stesso limitare la pedofilia. «Ma i giovani preti di oggi hanno sete di Gesù, non sono ideologizzati come chi negli anni Sessanta si era abbeverato al Vaticano secondo». C'è davvero bisogno di abolire il celibato? Il sacerdote è convinto. «Papa Francesco non lo farà: Preferisco dare la vita prima di cambiare la legge del celibato, disse citando Paolo VI tornando da Panama». Ma chi è che ostacola questo disegno e quindi va infangato? Benedetto XVI. «Basta ricordarsi cosa disse nel libro del cardinale Sarah sul legame sacramentale tra celibato e sacerdozio dopo il Sinodo sull'Amazzonia». Chi ha letto davvero il dossier contro Ratzinger si è accorto che è un bluff, «orchestrato dai modernisti che già spaventavano San Pio X cento anni fa», commenta un osservatore di cose vaticane, che ricorda il libro di padre Jean Baptiste Lemius, quando l'allora Papa parlò di «sacerdoti riformatori» come «i più dannosi tra i nemici della Chiesa». «Ma non praevalebunt, non prevarranno», assicura. Felice Manti

Da Ansa il 26 gennaio 2022.

"Penso ai genitori di fronte ai problemi dei figli", "genitori che vedono orientamenti sessuali diversi nei figli: come gestire questo e accompagnare i figli e non nascondersi in un atteggiamento condannatorio". Lo ha detto il Papa nell'udienza generale.

Papa: genitori non condannino i figli per orientamenti sessuali. (ANSA il 26 Gennaio 2022. ) "Penso ai genitori di fronte ai problemi dei figli", "genitori che vedono orientamenti sessuali diversi nei figli: come gestire questo e accompagnare i figli e non nascondersi in un atteggiamento condannatorio", "mai condannare un figlio". Lo ha detto il Papa nell'udienza generale al termine della quale ha invitato "a pregare per la pace in Ucraina". "Chiediamo con insistenza al Signore che quella terra possa veder fiorire la fraternità e superare ferite, paure e divisioni". "E' un popolo che merita la pace". "Le preghiere e le invocazioni che oggi si levano fino al cielo tocchino le menti e i cuori dei responsabili in terra, perché facciano prevalere il dialogo e il bene di tutti sia anteposto agli interessi di parte. Per favore mai la guerra!".

Domenico Agasso per "la Stampa" il 27 gennaio 2022.

I genitori non condannino i figli omosessuali. È l'appello, il consiglio a gran voce di papa Francesco, che incoraggia madri e padri a non deplorare i propri ragazzi e ragazze. Mai. L'ha chiesto all'udienza generale di ieri nell'Aula Paolo VI in Vaticano. Quella di Bergoglio è una nuova apertura verso la galassia Lgbt che conferma la linea dell'accoglienza del Pontefice argentino, seguita da varie diocesi nel mondo - a cominciare dalla Germania - che si stanno mostrando più sensibili e pronte al coinvolgimento delle persone gay nelle parrocchie, non senza polemiche nei circoli cattolici. Ieri il Vescovo di Roma ha detto di pensare ai genitori che si trovano «davanti ai problemi dei figli. Figli ammalati, anche con malattie permanenti: quanto dolore lì».

E poi, proseguendo nell'elenco delle situazioni che gli stanno a cuore, «genitori che vedono orientamenti sessuali diversi nei figli»: Francesco ha riflettuto su come «gestire questo» e come «accompagnare i figli» senza «nascondersi in un atteggiamento condannatorio». E ancora, papà e mamme «che vedono i figli che se ne vanno, muoiono, per una malattia e anche - ed è più triste - ragazzi che fanno delle ragazzate e finiscono in incidente con la macchina». 

O i genitori dei «figli che non vanno avanti a scuola». E ai padri e madri che soffrono per i propri figli il Papa dice: «Non spaventatevi. Sì, c'è dolore. Tanto», però, ribadisce Francesco, «mai condannare un figlio». Il Pontefice rivela che «provavo tanta tenerezza a Buenos Aires quando in bus passavo davanti al carcere: c'era la coda di persone che dovevano entrare per visitare i carcerati. E c'erano le mamme: davanti a un figlio che ha sbagliato, non lo lasciavano solo».

Le parole di Francesco seguono di pochi giorni il coming out compiuto in terra teutonica da preti, insegnanti di religione, impiegati amministrativi delle diocesi, ma anche medici di istituzioni confessionali e direttori di associazioni giovanili: 125 collaboratori della Chiesa tedesca si sono dichiarati apertamente «queer», ossia non eterosessuali che a livello sessuale non si identificano nella suddivisione tra uomo e donna. Una sorta di «manifesto» veicolato attraverso un sito internet intitolato #OutInChurch in cui si chiede apertamente «la fine delle discriminazioni» nei loro confronti.

Tra le richieste c'è la cancellazione dall'insegnamento della Chiesa di «affermazioni diffamatorie sul genere e la sessualità», e poi l'accesso ai sacramenti così come ai vari ambiti professionali ecclesiastici. Un sostegno agli animatori dell'iniziativa è giunto a sorpresa dall'arcivescovo di Amburgo, monsignor Stefan Hesse, che esprime «rispetto» per l'azione: «Una Chiesa in cui è necessario nascondersi a causa del proprio orientamento sessuale non può esserci nel segno di Cristo».

Nel frattempo l'associazionismo gay italiano - in particolare Arcigay e Gaynet - reagisce all'intervento papale riconoscendo a Bergoglio un approccio più inclusivo rispetto ai precedenti pontificati. Però resta tiepido, parlando di «ambiguità», «paternalismo» e soprattutto non approvando l'accostamento con le persone problematiche, riferendosi ai passaggi del discorso in cui sono messe insieme malattie, ragazzate, detenzione in carcere e omosessualità. 

Papa Francesco: «I genitori non condannino i figli per l’orientamento sessuale». su Il Dubbio il 26 gennaio 2022. In udienza generale, Papa Francesco ha lanciato un messaggio ai genitori sui possibili conflitti con i figli, come un diverso orientamento sessuale.

«Penso ai genitori di fronte ai problemi dei figli», «genitori che vedono orientamenti sessuali diversi nei figli: come gestire questo e accompagnare i figli e non nascondersi in un atteggiamento condannatorio». Lo ha detto Papa Francesco nell’udienza generale.

«Mai condannare un figlio», ha detto il Papa, nell’udienza generale, nella quale ha proseguito le catechesi su San Giuseppe e ha pregato in particolare per i genitori. «Penso ai genitori di fronte ai problemi dei figli», «figli ammalati, anche con malattie permanenti, quanto dolore». «Ai genitori che vedono i figli che se ne vanno per una malattia», «è triste», ai genitori di «ragazzi che fanno delle ragazzate e finiscono in incidenti con la macchina», «genitori che vedono i figli che non vanno avanti nella scuola». Ci sono «tanti problemi dei genitori, pensiamo come aiutarli».

«A questi genitori dico: non spaventarti, c’è dolore, tanto» ma si può pregare, come ha fatto San Giuseppe, e chiedere l’aiuto di Dio. Il Pontefice ha ricordato quando era arcivescovo di Buenos Aires e provava «tanta tenerezza» quando «andavo nel bus e passavo davanti al carcere e c’era la coda delle persone che dovevano entrare per visitare i carcerati e c’erano le mamme lì e mi faceva tanta tenerezza», «la mamma non lo lascia solo». «È il coraggio delle mamme e dei papà che accompagnano i figli sempre». «Chiediamo al Signore che dia questo coraggio», ha concluso il Papa.

Elena Tebano per corriere.it il 25 gennaio 2022.

È il più grande coming out del cattolicesimo: 100 fedeli lesbiche, gay, bisessuali e transgender, tutti attivi come dipendenti o collaboratori nella Chiesa tedesca, hanno fatto coming out in uno straordinario documentario realizzato dal primo canale della tv pubblica tedesca, Ard.

Tra loro ci sono preti, monaci, suore, educatori ed educatrici, insegnanti, dottoresse e infermiere che lavorano per le cliniche cattoliche, referenti della Caritas, impiegati della curia. Chiedono alla Chiesa di cui fanno parte che smetta di escluderli. Rischiano moltissimo, perché possono essere tutti licenziati: l’autonomia garantita dalla Costituzione tedesca permette alla Chiesa di stabilire le sue regole interne.

Tra queste c’è la clausola di lealtà che obbliga i dipendenti della Chiesa cattolica a vivere e comportarsi secondo la sua dottrina. Vivere apertamente la propria omosessualità, stringere un’unione civile o essere transgender vengono considerate altrettante violazioni di quell’obbligo di lealtà (in Italia la legge è diversa: la discriminazione sul lavoro è sempre vietata).

Mai nella storia del cattolicesimo c’era stata una tale sfida alla dottrina della Chiesa sulle persone lgbt, che vede nell’omosessualità (e nella transessualità) una «predisposizione patologica incurabile». 

Tra i cattolici che hanno partecipato al coming out di gruppo c’è il prete gesuita Ralf Klein, che vive nella Foresta Nera ed è parroco di due chiese. Secondo il Vaticano non sarebbe mai dovuto diventare sacerdote: lo è da trent’anni. «Se tu taci, porti al contempo anche gli altri a tacere» dice della sua scelta di fare coming out.

«La scoperta del proprio orientamento sessuale è spesso legata alla sensazione di essere l’unico» aggiunge. Per Klein l’omosessualità non dovrebbe cambiare niente rispetto alla sua vocazione. 

«Se io come prete prometto di non avere relazioni sessuali, la questione se io sia etero o omosessuale diventa irrilevante» spiega. «Io voglio far parte della Chiesa, non permetto che mi si costringa a uscire». 

Non è il primo coming out della sua vita: racconta di averlo fatto anche quando era a Berlino, di fronte a una riunione con circa 200 membri della sua diocesi. La reazione all’epoca lo lasciò senza fiato: «Un enorme applauso. Una madre mi si avvicinò e mi abbracciò» ricorda con le lacrime agli occhi.

Gli autori del documentario, che hanno seguito i fedeli lgbt+ tedeschi per dieci anni, hanno intervistato almeno altri 5 preti, che parlano per la prima volta della loro omosessualità. «L’obbligo di nascondersi ti rende solo» dice Fratello Norbert, un francescano, ora che finalmente non deve più osservarlo. Le loro parole riecheggiano quelle del monsignore e teologo vaticano Krzysztof Charamsa quando nel 2015 fece coming out sul Corriere: «Voglio che la Chiesa e la mia comunità sappiano chi sono: un sacerdote omosessuale, felice e orgoglioso della propria identità. Sono pronto a pagarne le conseguenze, ma è il momento che la Chiesa apra gli occhi di fronte ai gay credenti e capisca che la soluzione che propone loro, l’astinenza totale dalla vita d’amore, è disumana» disse Charamsa allora.

«Naturalmente mi può essere revocata la missio canonica e dunque anche l’autorizzazione a insegnare la religione cattolica. Ciononostante penso che sia importante far vedere il proprio volto, far sentire la propria voce e dire che ci siamo, che ci sono» dice Lisa Reckling, insegnante di religione cattolica di Goch. 

«Ogni giorno c’è il pericolo che qualcuno segnali che vivo in una relazione “irregolare” con un uomo. E che le autorità ecclesiastiche lo verifichino» dice Maik Schmiedeler, insegnante di religione di Münster, che da oggi non deve aver più paura di una «delazione» perché ha scelto di dichiararsi in tv, in nome di quella coerenza tra pensiero e azioni che è uno dei tratti più forti del carattere tedesco.

Anche Theo Schenkel, un ragazzo trans del Baden Wüttenberg, rischia di non poter insegnare religione. Ha iniziato la sua transizione nel 2020, mentre studiava per diventare docente. Ora sta facendo il tirocinio, perché a garantirlo è lo Stato (nelle scuole tedesche ci sono insegnanti di confessioni diverse), ma per avere l’abilitazione deve essere autorizzato dalla Chiesa cattolica, per cui è ancora una donna. Non succederà. 

Chi ha perso l’impiego è Carla Bielieng, per 13 anni referente per i giovani cattolici in Saarland: le è stato detto dai responsabili per il personale della sua diocesi che avendo stretto un’unione civile con la compagna non poteva più lavorare per la Chiesa, ma che se l’avesse sciolta avrebbe potuto mantenere il contratto di lavoro. Quando glielo hanno proposto era incinta: lei e la moglie aspettavano il loro secondo figlio. Mancavano 14 giorni all’entrata in vigore del divieto di licenziamento per le donne in gravidanza.

Poi ci sono Monika Schmelter e Marie Kortenbusch, due ex suore che si sono conosciute e innamorate in convento: stanno insieme da 40 anni. Hanno lasciato l’ordine ma continuato a lavorare per la Chiesa e hanno dovuto nascondersi per una vita intera: «Abbiamo fatto in modo di lavorare molto lontano da dove abitavamo: facevo 130 km al giorno andata e ritorno» racconta Monika. «La mia vita lavorativa è stata condizionata dal fatto che dovevo sempre controllarmi. E questo rende la vita, anche la vita lavorativa, un peso enorme» aggiunge.

Molte delle persone intervistate fanno il loro coming out con le lacrime agli occhi: sono lacrime di commozione, per la «paura» che hanno dovuto superare, e la consapevolezza che il rischio che corrono è necessario se vogliono cambiare un’istituzione che amano e di cui si sentono parte. Ma anche di sollievo, perché non doversi più nascondere è «una libertà». 

Le parole più dirompenti del documentario, però, sono quelle del vescovo di Aquisgrana, Helmut Dieser, l’unico dei 27 vescovi cattolici della Germania che ha accettato di farsi intervistare (e anche uno dei più trasparenti nella lotta alla pedofilia nella Chiesa tedesca). Dieser dice che la richiesta di cambiare il diritto canonico per permettere a gay, lesbiche, bisessuali e transgender di lavorare per la Chiesa è «giustificata».

Che lui è stato il primo a cambiare il suo atteggiamento: prima «accettava gay» e lesbiche, ma pensava che avessero «qualche forma di minorità, di mancanza». Ora ha fatto «un passo più in là», dice: «l’omosessualità è un orientamento di base che appartiene agli esseri umani». Il vescovo Dieser, infine chiede scusa: «Mi scuso a nome della Chiesa per le persone che sono state ferite o non comprese nei loro incontri pastorali — scandisce —. Mi scuso perché la Chiesa non era pronta». 

La sua presa di posizione non è l’unica apertura nella Chiesa su questi temi: il mese scorso Papa Francesco ha scritto a suor Suor Jeannine Gramick, 79 anni , da cinquant’anni si occupa negli Stati Uniti delle persone lgbt+ e l’ha ringraziata personalmente per il suo impegno.

“Basta con il silenzio”. La svolta di Benedetto dettata dal clero tedesco. Paolo Rodari su La Repubblica l'8 febbraio 2022.  

Pressioni del cardinale Marx per un testo di scuse circostanziate. Ma i teologi vicini all’ex pontefice hanno edulcorato il testo finale deludendo molti. La richiesta del cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e consigliere del Papa sui temi economici, rivolta a Benedetto XVI affinché si decidesse a scuse esplicite in merito agli errori commessi quando era arcivescovo in Baviera sono state ascoltate nei giorni scorsi al Mater Ecclesiae, la dimora di Joseph Ratzinger nei giardini vaticani da quando nel 2013 ha rinunciato definitivamente al soglio di Pietro.

Benedetto XVI confessa le colpe della chiesa, ma smonta le accuse contro di lui. MARCO GRIECO su Il Domani l'8 Febbraio 2022.

È una difesa, ma anche un testamento, la lettera di papa Benedetto XVI pubblicata a tre settimane dalla divulgazione del dossier accusatorio relativo agli abusi pedofili nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga.

Malgrado l’ammissione di una svista nella deposizione su una riunione avvenuta nel 1980 a proposito di un prete pedofilo, i quattro difensori canonici di Ratzinger smontano le accuse mossegli dal pool di legali che ha redatto il rapporto sugli abusi.

Durante il suo pontificato, Benedetto XVI si è sempre messo in ascolto delle vittime, come dimostra il forte messaggio inviato nel 2010 ai cattolici d’Iralnda, tramortiti dalla rivelazione pubblica dei primi abusi.

MARCO GRIECO. Giornalista freelance, ha scritto per l'Osservatore Romano e per il quotidiano digitale In Terris.

Gian Guido Vecchi per corriere.it il 9 febbraio 2022.

La lettera di Benedetto XVI sembra un testamento spirituale, è così?

«È giusto, sono d’accordo. È l’immagine del suo pensiero, dei suoi sentimenti, della sua sincerità morale e intellettuale. Mentre la scriveva, pensava alle vittime degli abusi. E di fronte a sé, davanti ai suoi occhi, aveva Dio stesso. Vede, un uomo può ingannare le altre persone, ma non si può ingannare Dio».

L’arcivescovo Georg Gänswein, segretario personale di Joseph Ratzinger, parla nel monastero Mater Ecclesiae, dove ha seguito e vive con il Papa emerito dopo la rinuncia al Pontificato del 2013. Proprio in questi giorni è uscito un suo libro, «Testimoniare la Verità. Come la Chiesa rinnova il mondo» (Edizioni Ares), un’antologia di 21 scritti che inevitabilmente riguarda in modo essenziale anche il pensiero e la personalità di Ratzinger. 

«Ci sono stati momenti caratterizzati da un insieme di incomprensione e aggressione, che si addensava sopra di lui ed era volta a indebolire, distruggere la persona di Benedetto XVI», ricorda in un passaggio. «Era uscito in Germania due anni fa. La nuova edizione in Italia era prevista l’anno scorso, poi ha tardato. E sì, forse c’è qualcosa di provvidenziale che sia pubblicato proprio ora, in questi giorni così burrascosi dal punto di vista mediatico...».

Eccellenza, nel libro scrive: «Qualche volta una vicenda o l’altra è stata dolorosa e l’ha fatto soffrire. Soprattutto quando ci si doveva chiedere: ma qual è la ragione per questa osservazione così feroce? È chiaro che ciò era umanamente doloroso. Però, sapeva anche con assoluta certezza che il criterio non è il plauso, ma l’intrinseca correttezza, il criterio è il Vangelo stesso». È quello che sta accadendo anche in questi giorni?

«È proprio così. Io non sono certo un profeta, ma c’è qualcosa di profetico in tutto questo, anche se me lo sarei risparmiato e avrei preferito che così non fosse». 

Benedetto XVI ha quasi 95 anni: come sta?

«Fisicamente è un uomo molto debole, come è naturale alla sua età. Noi viviamo con lui, preghiamo con lui, fra poco reciteremo come ogni giorno il rosario e i Vespri. E la debolezza fisica non toglie nulla alla sua presenza spirituale e intellettuale». 

Nel libro scrive: «La Verità è il grande tema nella vita di Benedetto».

«Chi lo conosce sa che l’accusa di aver mentito è assurda. Si deve distinguere tra commettere un errore e mentire. Sull’Osservatore Romano, il cardinale Fernando Filoni ha scritto della “sua profonda e altissima onestà morale e intellettuale” e spiegato che “mai ho trovato in lui alcuna ombra o tentativo di nascondere o minimizzare alcunché”. Benedetto XVI ha letto l’articolo, che non è stato sollecitato o chiesto. Ma le cose stanno proprio così. 

Chi gli è stato vicino sa bene che cosa ha detto e ha fatto Joseph Ratzinger-Benedetto XVI riguardo a tutta la questione della pedofilia. È stato il primo ad agire da cardinale e poi ha continuato la linea di trasparenza da Papa. Già durante il Pontificato di Giovanni Paolo II ha cambiato la mentalità corrente e impostato la linea che papa Francesco sta proseguendo. Questa è la realtà ed è molto diversa da quella che circola in molti mass media». 

Qual è il filo conduttore del libro?

«L’editore tedesco mi aveva chiesto, non io, di pubblicare dei miei scritti, non c’era un disegno preciso. Però, certo, se si deve cercare un filo, è nello studio e nella riflessione del pensiero di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. Già negli ultimi anni da liceale e poi da seminarista, avevo letto l’Introduzione al cristianesimo. E quel filo conduttore teologico è rimasto e si è arricchito: fin dal ‘96, quando mi chiamò alla Congregazione per la Dottrina della fede, mi sono nutrito e mi sto nutrendo alla sua teologia, è ovvio che mi abbia permeato il cuore e la mente, come la pioggia». 

Lei come si spiega gli attacchi di queste settimane?

«C’è una corrente che vuole proprio distruggerne la persona e l’operato. Non ha mai amato la sua persona, la sua teologia, il suo Pontificato. E adesso c’è un’occasione ideale di fare i conti, come la ricerca di una damnatio memoriae. Molti purtroppo si lasciano ingannare da questo attacco vile, c’è tanto fango. Una cosa triste». 

Ci furono polemiche anche contro di lei, perché una volta parlò di ministero petrino «allargato»...

«La polemica si riferisce alla mia presentazione del libro di Roberto Regoli sul Pontificato di Benedetto XVI alla Gregoriana, nel 2016. Alcune mie osservazioni sono state interpretate in modo erroneo. Ho chiarito subito. Purtroppo ci sono persone che volevano, anzi vogliono strumentalizzare le mie parole per seminare zizzania fra papa Francesco e il suo predecessore. Basta prendere atto del mio chiarimento e si capisce o non si vuole capire... Per evitare qualsiasi fraintendimento, ho tolto quelle frasi dalle pubblicazioni successive». 

Hanno contestato a Ratzinger di «non essere credibile» per aver risposto di non essere stato presente alla riunione del 1980.

«L’analisi dei fatti, insieme con la lettera, dà una risposta chiarissima: sì, c’è una piccola squadra di persone qualificate che aiuta Benedetto, c’è stato questo errore e purtroppo nessuno di noi se ne è reso conto. Si è trattato chiaramente di un errore redazionale, non intenzionale, Benedetto ne era molto dispiaciuto. Ma resta il fatto che un errore e una bugia sono due realtà diverse. E la sostanza non cambia. Gli stessi autori del rapporto hanno risposto che non ci sono “prove”. Non possono esserci». 

E ora?

«Benedetto XVI spera che si legga la lettera con quella sincerità di intelletto e di cuore con la quale è stata scritta, lo sguardo rivolto al Signore».

Gian Guido Vecchi per corriere.it il 9 febbraio 2022. 

«Ben presto mi troverò di fronte al giudice ultimo della mia vita. Anche se nel guardare indietro alla mia lunga vita posso avere tanto motivo di spavento e paura, sono comunque con l’animo lieto perché confido fermamente che il Signore non è solo il giudice giusto, ma al contempo l’amico e il fratello che ha già patito egli stesso le mie insufficienze e perciò, in quanto giudice, è al contempo mio avvocato (Paraclito)». 

Suona come un testamento spirituale, la lettera che Benedetto XVI ha scritto in risposta alle contestazioni che gli sono state rivolte nel rapporto sugli abusi sui minori a Monaco, l’accusa di «comportamenti erronei» per non aver agito in «quattro casi» quando guidava, dal 1977 all’inizio del 1982, la diocesi bavarese. 

«In vista dell’ora del giudizio mi diviene così chiara la grazia dell’essere cristiano. L’essere cristiano mi dona la conoscenza, di più, l’amicizia con il giudice della mia vita e mi consente di attraversare con fiducia la porta oscura della morte», scrive il Papa merito. Alle contestazioni risponde, punto per punto, una «analisi dei fatti» affidata a quattro collaboratori, esperti di Diritto canonico.

Ma Benedetto XVI va oltre . E la sua lettera, meditata «in questi giorni di esame di coscienza» e destinata a diventare un documento storico, diventa una «confessione» pubblica fino ad assumere su di sé «la grandissima colpa» della Chiesa. Il Papa emerito ricorda i suoi incontri con le vittime di abusi commessi da preti: «Ho imparato a capire che noi stessi veniamo trascinati in questa grandissima colpa quando la trascuriamo o quando non l’affrontiamo con la necessaria decisione e responsabilità, come troppo spesso è accaduto e accade».

E scrive: «Come in quegli incontri, ancora una volta posso solo esprimere nei confronti di tutte le vittime di abusi sessuali la mia profonda vergogna, il mio grande dolore e la mia sincera domanda di perdono. Ho avuto grandi responsabilità nella Chiesa cattolica. Tanto più grande è il mio dolore per gli abusi e gli errori che si sono verificati durante il tempo del mio mandato nei rispettivi luoghi. Ogni singolo caso di abuso sessuale è terribile e irreparabile. Alle vittime degli abusi sessuali va la mia profonda compassione e mi rammarico per ogni singolo caso». E certo colpisce leggere un pontefice emerito di quasi 95 anni che riflette sull’espressione «grandissima colpa», come i fedeli la confessano all’inizio della Messa, e osserva: «Ogni giorno mi domanda se anche oggi io non debba parlare di grandissima colpa. E mi dice in modo consolante che per quanto grande possa essere oggi la mia colpa, il Signore mi perdona, se con sincerità mi lascio scrutare da Lui e sono realmente disposto al cambiamento di me stesso».

Lo stesso Ratzinger, d’altra parte, si dice «profondamente colpito» che una «svista» dei collaboratori nella memoria difensiva «sia stata utilizzata per dubitare della mia veridicità, e addirittura per presentarmi come bugiardo». Questo no. Tra i casi contestati, c’era quello di un sacerdote, Peter Hullermann, oggi 74 anni, che tra il 1973 e il 1996 ha abusato di almeno 23 ragazzi dagli 8 ai 16 anni. Nel 1980 Hullermann fu inviato da dalla diocesi di Essen a Monaco con una diagnosi di «disturbo narcisistico di base con pedofilia ed esibizionismo» per seguire una psicoterapia, ma finì a lavorare come assistente in una parrocchia.

I legali che hanno redatto il rapporto di Monaco lo hanno citato come esempio della scarsa credibilità della difesa di Ratzinger: «Ha negato di essere stato presente alla riunione del 15 gennaio 1980 che decise il trasferimento, dal protocollo risulta non fosse assente». E in effetti, dopo la pubblicazione del rapporto, dal Monastero Mater Ecclesiae dove vive il Papa emerito si era ammesso «l’errore» che «non è stato intenzionalmente voluto e spero sia scusabile», scrive lo stesso Ratzinger. 

Ma questo, scrivono i suoi collaboratori, non cambia l’essenziale: «Joseph Ratzinger, al contrario di quanto da lui sostenuto nella memoria redatta in risposta ai periti, era presente alla riunione dell’Ordinariato del 15 gennaio 1980 nella quale si parlò del sacerdote X. Si sostiene che il cardinale Ratzinger avrebbe impiegato questo sacerdote nell’attività pastorale, pur essendo a conoscenza degli abusi da lui commessi, e con ciò avrebbe coperto i suoi abusi sessuali».

Ma questo non è vero, scrivono: «Joseph Ratzinger non era a conoscenza né del fatto che il sacerdote X fosse un abusatore, né che fosse inserito nell’attività pastorale. Gli atti mostrano che nella riunione dell’Ordinariato del 15 gennaio 1980 non si decise l’impiego del sacerdote X per un’attività pastorale. Gli atti mostrano anche che nella riunione in questione non si trattò del fatto che il sacerdote aveva commesso abusi sessuali. Si trattò esclusivamente della sistemazione del giovane sacerdote X a Monaco di Baviera, perché lì doveva sottoporsi a una terapia. Si corrispose a questa richiesta. Durante la riunione non venne menzionato il motivo della terapia. Nella riunione non venne perciò deciso di impiegare l’abusatore in alcuna attività pastorale».

Paolo Rodari per “la Repubblica” il 9 febbraio 2022.

La richiesta del cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e consigliere del Papa sui temi economici, rivolta a Benedetto XVI affinché si decidesse a scuse esplicite in merito agli errori commessi quando era arcivescovo in Baviera sono state ascoltate nei giorni scorsi al Mater Ecclesiae, la dimora di Joseph Ratzinger nei giardini vaticani da quando nel 2013 ha rinunciato definitivamente al soglio di Pietro.

La sua lettera di perdono diramata ieri dalla Santa Sede, infatti, è figlia anche della pressione di Marx e insieme del mondo ecclesiale tedesco e della stampa internazionale. Ratzinger fatica a parlare, a novantaquattro anni porta sul proprio corpo i segni indelebili della vecchiaia che avanza, ma è lucido e comprende ogni cosa. 

Le sue parole, lette in video dal suo segretario e primo consigliere Georg Gänswein, segnano un primo cambiamento di rotta dopo la decisione di qualche settimana fa seguita alla pubblicazione del report esterno alla diocesi di Monaco di rimandare al mittente tutte le accuse. Adesso il Papa emerito e il suo entourage si sono resi conto che un atteggiamento auto-assolutorio non può più reggere.

E agiscono di conseguenza. Per questo, fra l'altro, in via ufficiale è il Vaticano stesso a riconoscere l'importanza dell'uscita. Lo fa Andrea Tornielli con un editoriale su Vatican News nel quale spiega che le parole di Benedetto sono quelle «di un "umile lavoratore nella vigna del Signore" che chiede sinceramente perdono senza sfuggire alla concretezza dei problemi e invita tutta la Chiesa a sentire come propria la ferita sanguinante degli abusi». 

E lo fa il suo ex portavoce, il gesuita padre Federico Lombardi, che commenta come in Ratzinger «il servizio della verità è stato sempre al primo posto. Egli - dice - non ha mai cercato di nascondere quello che poteva essere doloroso riconoscere per la Chiesa; non ha mai cercato di dare una bella immagine falsa della realtà della Chiesa o di quello che avviene. Quindi io ritengo assolutamente che non si possa dubitare in nessun modo della sua veridicità ». La lettera di ieri è un primo passo importante, dunque.

Di fronte al quale, tuttavia, ancora non tutti sono soddisfatti. Come spiega Hans Zollner, teologo e psicologo tedesco, professore presso la Pontificia Università Gregoriana, preside dell'Istituto di Antropologia e uno dei maggiori esperti mondiali nel campo della salvaguardia e della prevenzione degli abusi sessuali, prima di tutto «andrebbe chiesto alle vittime se della lettera di Ratzinger sono contente oppure no». 

Dice: «Non sono il giudice del Papa emerito, ma colpisce che abbia ringraziato prima gli amici e solo dopo le vittime. E che, in una visione più teologica che altro, non ammetta nessuna responsabilità personale e non entri nel dettaglio delle accuse che il rapporto tedesco gli muove in modo particolareggiato».

In sostanza, la scelta di Benedetto XVI di redigere un testo spiritualizzante, in un quadro escatologico sulle soglie dell'ultimo miglio della sua lunga e intensa esistenza, non ha colpito positivamente quel mondo tedesco che chiedeva sì delle scuse ma ben circostanziate, punto per punto. 

Se da una parte Marx ha portato il Papa emerito a uscire allo scoperto con una dichiarazione pubblica, probabilmente coloro che gli sono più vicini, fra questi anche i teologi tedeschi esperti di diritto canonico che hanno redatto per lui una difesa a beneficio degli avvocati bavaresi, l'hanno invece convinto a rimanere sul generale, a trattare il tema dall'alto senza entrare nel merito.

Un approccio che sembra essere ancora figlio di una reticenza mista a impreparazione che ha caratterizzato le vicende ecclesiali in merito ai casi di abusi per tutto il Novecento e oltre, fino al pontificato di Giovanni Paolo II compreso nel quale lo stesso Ratzinger ha giocato un ruolo di primo piano come prefetto dell'ex Sant' Uffizio. Benedetto XVI va oggi per i novantacinque anni. Riceve ancora diverse persone, presuli che gli sono più amici. La strategia difensiva che ha adottato è figlia anche dell'influenza che subisce da queste persone.

 Recentemente, ad esempio, è stato il cardinale conservatore tedesco Gerhard Müller a dire che «contro Benedetto» è in atto «una campagna di "character assassination" ». E ancora: «Non sono proprio quelli che lo beffavano all'epoca come un panzerkardinal che ora criticano invece la sua mancanza di durezza nei confronti dei criminali, sebbene questi casi non forniscano prove, nemmeno deboli, di cattiva e negligente condotta?»

Da liberoquotidiano.it il 9 febbraio 2022.

Dopo la lunga lettera di scuse di Joseph Ratzinger, il tema "abusi sessuali" in Vaticano arriva fino a Fuori dal Coro. 

A raccontare unico scandalo tenuto segreto ci pensa una suora abusata a lungo da un prete. "Mi chiedeva di urinare su di lui, il prete mi diceva che ero un dono di Dio e che gli servivo per sfogare le sue pulsioni sessuali - spiega davanti alle telecamere di Mario Giordano su Rete 4 -. Vorrei solo che questo orrore finisse".

L'uomo infatti è libero e ancora prete, mentre la suora ammette senza mezzi termini che "dopo tutto quello che ha subito, gli abusi e le violenze, questo posto non mi rappresenta più". 

Un amaro sfogo che sembra riferirsi alla Chiesa e al mondo cattolico. Ma la suora non è l'unica a raccontare la più terrificante delle esperienze.

Come lei c'è una cittadina spagnola, il cui calvario ha avuto inizio all'età di otto anni, quando è stata ricoverata in un ospedale religioso. "Il prete che diceva la messa era l'unico affettuoso con noi, mentre ci raccontava delle storielle ci incominciava ad accarezzare le gambe. Poi - prosegue - arrivava ai genitali, era come una lama che ti stava tagliando". 

Il papa emerito affida una lettera alla Chiesa. Il commiato di Ratzinger: “Chiedo perdono per gli abusi, ma non ho colpa”. Fabrizio Mastrofini su Il Riformista il 9 Febbraio 2022.  

Abusi contro i minori? Grandissima colpa, scrive Joseph Ratzinger, Papa emerito. Abusi nella diocesi di Monaco da parte di quattro sacerdoti negli anni Ottanta in cui era arcivescovo? Profonda vergogna, grande dolore e richiesta di perdono. Le espressioni del Papa emerito sono contenute in una lettera pubblicata ieri e seguita da una documentazione firmata da alcuni esperti, per dimostrare che a suo tempo Benedetto XVI (cioè l’arcivescovo di Monaco Joseph Ratzinger) ha fatto tutto quel che poteva e dei casi oggi pubblici, dopo il rapporto diffuso tre settimane fa, lui all’epoca non conosceva i dettagli.

La questione di cui si dibatte è stata avviata dal Rapporto pubblicato il 20 gennaio sulla pedofilia del clero a Monaco, secondo cui tra il 1945 e il 2019 ci sono 497 minori vittime e coinvolgono 235 persone: 173 preti, 9 diaconi, 5 referenti pastorali e 48 addetti dell’ambito scolastico. Secondo il rapporto in 4 casi ci furono errori da parte del Papa emerito Joseph Ratzinger nei cinque anni in cui è stato arcivescovo; soprattutto fa discutere la vicenda di un sacerdote trattata in una riunione avvenuta nel 1980. Immediatamente il Papa emerito aveva smentito ogni coinvolgimento e il Rapporto allegava una dettagliata ricostruzione. In seguito è emerso che il Papa emerito era presente alla riunione alla quale sembrava non dovesse esserci, e il dettaglio, non da poco, ha avviato molte illazioni.

Adesso con la lettera pubblicata ieri e con le successive tre pagine di un gruppo di esperti di diritto, si ribadisce punto per punto l’estraneità di papa Ratzinger. Quest’ultimo scrive che gli abusi sono una “grandissima colpa” per chi li commette e anche per chi non li affronta. Negli incontri con le vittime, avuti nel corso dei viaggi da Pontefice, «ho guardato negli occhi le conseguenze di una grandissima colpa e ho imparato a capire che noi stessi veniamo trascinati in questa grandissima colpa quando la trascuriamo o quando non l’affrontiamo con la necessaria decisione e responsabilità, come troppo spesso è accaduto e accade». «Come in quegli incontri, ancora una volta posso solo esprimere nei confronti di tutte le vittime di abusi sessuali la mia profonda vergogna, il mio grande dolore e la mia sincera domanda di perdono. Ho avuto grandi responsabilità nella Chiesa cattolica. Tanto più grande è il mio dolore per gli abusi e gli errori che si sono verificati durante il tempo del mio mandato nei rispettivi luoghi.

Ogni singolo caso di abuso sessuale è terribile e irreparabile. Alle vittime degli abusi sessuali va la mia profonda compassione e mi rammarico per ogni singolo caso». Nella parte finale del documento Ratzinger cambia tono e in maniera più confidenziale e intima parla della morte che sente avvicinarsi (è nato nell’aprile 1927). «Ben presto mi troverò di fronte al giudice ultimo della mia vita. Anche se nel guardare indietro alla mia lunga vita posso avere tanto motivo di spavento e paura, sono comunque con l’animo lieto perché confido fermamente che il Signore non è solo il giudice giusto, ma al contempo l’amico». «In vista dell’ora del giudizio mi diviene così chiara la grazia dell’essere cristiano. L’essere cristiano mi dona la conoscenza, di più, l’amicizia con il giudice della mia vita e mi consente di attraversare con fiducia la porta oscura della morte», confida Joseph Ratzinger.

Il documento, reso noto ieri dalla Sala Stampa della Santa Sede, dimostra una volta di più come la questione degli abusi sia diventata, negli anni, il segno di una crisi profonda che attraversa tutta la Chiesa. Dire, come hanno fatto alcuni commentatori, che la sensibilità di allora – la seconda metà del Novecento – era ben diversa dallo sguardo intransigente e scandalizzato di oggi, non ha portato ancora a mettere la parola fine. E non hanno sortito gli effetti sperati neanche i duri provvedimenti presi da papa Francesco, il primo a rimuovere due cardinali e vescovi colpevoli di aver coperto tanti abusatori.

Fabrizio Mastrofini. Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato, tra l’altro, Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).

Ratzinger, la mossa gigantesca: cosa ci sta dicendo realmente, perché cita "papa Francesco". Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 09 febbraio 2022.

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore

Fino a un paio di settimane fa, chi digitava su Google “Benedetto XVI” si vedeva spuntare il sottotitolo “Papa emerito”. Da qualche giorno invece, “qualcuno” ha chiesto a Google di modificare quella dicitura in “EX PAPA”. Controllate voi stessi. Come mai proprio adesso? Sono quelle cose che fanno tenerezza: i bergogliani pensano che non se ne accorga nessuno.

Goffaggini disastrose, insomma, un po’ come quando Vatican News cita il nome del fotografo di Bergoglio che lo incrocia CASUALMENTE all’uscita dal negozio di dischi e gli scatta una foto QUI; oppure, come quando spacciano per una “diretta” il collegamento con Fabio Fazio ampiamente preparato ore, o forse giorni prima, come si vede – divina ironia– dall’orologio dello stesso Bergoglio QUI.

Attenzione: “Dio si nasconde nei dettagli”, diceva van der Rohe.

Fanno però altrettanta tenerezza quei titoli di giornale di ieri e oggi del tipo “Ratzinger confessa le sue colpe!”, “Ratzinger ammette tutto!” e così via, con dei toni che Maramaldo, in confronto, sembra Lancillotto. Amici e colleghi: fate un attimo mente locale.

Infatti, con la lettera pubblicata ieri, Benedetto XVI ha compiuto una mossa gigantesca: non solo ha chiarito un’imperfezione nel memoriale di difesa messo a punto dai suoi legali, prendendo in contropiede i suoi accusatori, ma si è fatto carico di tutto il male degli abusi nella Chiesa, così come Gesù Cristo si è fatto carico di tutti i mali del mondo.

Leggendo quella lettera si rimane senza fiato. Da una parte, lui non ammette un bel niente a livello di responsabilità personale, anzi, non si spiega come qualcuno possa solo pensare di dargli del bugiardo.

(Peraltro, non si capisce in base a quale legge fisica il prelato che più si è battuto contro la pedofilia nella Chiesa, pur contrastato dalle solite lobby, avrebbe dovuto “coprire un pedofilo”. E’ come pensare che Falcone possa aver volontariamente favorito un mafioso, no? Che senso ha? Ma tanto, qui la Logica è andata in vacanza).

Dall’altro lato, Benedetto XVI si assume, con un coraggio indomito, a 94 anni (!), ogni responsabilità, ma come PAPA, rappresentante di tutto il clero: “In tutti i miei incontri, soprattutto durante i tanti Viaggi apostolici, con le vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti, ho guardato negli occhi le conseguenze di una grandissima colpa e ho imparato a capire che noi stessi veniamo trascinati in questa grandissima colpa quando la trascuriamo o quando non l’affrontiamo con la necessaria decisione e responsabilità, come troppo spesso è accaduto e accade”.

Benedetto è, poi, profondamente addolorato per quanto si è verificato NEL TEMPO DEL SUO MANDATO, che non specifica affatto essere finito, anche se parla - al passato - di sue grandi responsabilità nel governo della Chiesa: infatti egli non governa più perché, da otto anni, ha effettivamente rinunciato al suo ministero-ministerium, cioè all’esercizio del potere, essendosi ritirato in sede impedita.

Assolutamente fantastica poi la seguente frase: “Sono particolarmente grato per la fiducia, l’appoggio e la preghiera che Papa Francesco mi ha espresso personalmente”.

Evidentemente Bergoglio gli avrà mandato un biglietto, o gli avrà fatto una telefonata, e papa Benedetto lo ringrazia per questo gesto, sottolineando l’assoluta verità, cioè che questo è stato fatto SOLO A LIVELLO PERSONALE e quindi NON PUBBLICO, come sarebbe stato doveroso.

Perfino i giornali bergogliani si sono scandalizzati, in questi giorni, del fatto che Bergoglio non abbia speso UNA SOLA PAROLA per difenderlo davanti al mondo.

Lo aveva fatto però alcuni anni fa, in tempi non sospetti, come vedete in questo video QUI, dove Bergoglio stesso difendeva Benedetto sull’affare del presbitero abusatore Marcial Maciel, dicendo che il card. Ratzinger aveva fatto tutto quello che aveva potuto, lottando contro le resistenze interne al clero stesso e alla fine, piano piano era riuscito ad arrivare a scomunicare Maciel. Bergoglio poteva concedersi questo beau geste alcuni anni fa, quando non si era scoperta la sede impedita. Oggi non può permetterselo più perché tutto è venuto fuori e Ratzinger deve essere distrutto a livello di immagine dato che, a livello canonico, non si può fare niente per risolvere la situazione.

Anzi! A tal proposito è importante notare come all’università di Bologna stiano lavorando alacremente per sistemare la giurisprudenza proprio fra “PAPA EMERITO” e “PAPA IMPEDITO”. Giusto giusto eh? Leggete l’agenzia QUI.

I canonisti hanno capito benissimo che Benedetto è il papa impedito, ma la cosa comica è che stanno tentando di mettere una pezza giuridica a posteriori: se Benedetto è impedito, È ANCORA LUI IL PAPA, ergo Bergoglio non potrebbe mai e poi mai approvare un nuovo diritto canonico perché non ne ha alcuna autorità.  A Bologna stanno, quindi, facendo i classici “conti senza l’oste”.

Qualcuno sarà poi rimasto turbato dal fatto che Benedetto ha citato Bergoglio chiamandolo “Papa Francesco”. Facciamo chiarezza: questo è già avvenuto altre volte, ma è del tutto ininfluente, perché, come noto, il titolo di papa è usato anche dal  Papa e Patriarca di Alessandria e tutta l'Africa, - l’attuale Papa Teodoro II, che è copto-ortodosso. Così Benedetto potrebbe anche ringraziare “papa Teodoro” se questi gli mandasse gli auguri per Natale, pur essendo Teodoro né romano, né cattolico.

Ecco perché l’unica frase da parte di Ratzinger  che i media bergogliani anelano da otto anni QUI è quella definitiva: “IL PAPA E’ UNO (cioè quello romano) ED E’ FRANCESCO”. E Benedetto, invece, da otto anni ribadIsce solo che “il papa è uno” senza specificare quale.

Ma per capire la cordialità e l’amicizia che Benedetto XVI riserva a Bergoglio, dobbiamo innanzitutto ricordare che Gesù raccomanda di amare i propri nemici, e Benedetto, che è il suo unico Vicario in terra, non può esimersi da questo. Ma soprattutto, bisogna approfondire il concetto di “ministero allargato” già espresso da Mons. Gaenswein nel 2016: il papa legittimo è UNO, ma ci sono DUE successori di san Pietro viventi e si vedono due papi in Vaticano. Ergo, uno è legittimo e l’altro no. Leggete QUI. Infatti, Mons. Gaenswein non ha MAI DETTO che SBAGLIA chi parla di un papa legittimo e di uno illegittimo.

Il papa illegittimo è funzionale (sebbene suo malgrado) a un disegno escatologico di Verità. Quando sarà ufficializzata la sede impedita, ci sarà uno scisma purificatorio che è stato da Benedetto auspicato con la frase “separare i credenti dai non credenti” (cfr. intervista all’Herder Korrespondenz di questa estate). In tal modo trionferà la Verità di Cristo con una Chiesa cattolica purificata dal modernismo e dall’eresia e per questo il papa illegittimo Francesco è un inconsapevole cooperatore della Verità.

Molto interessante, infine, la foto di Benedetto XVI fatta circolare, da ieri, sui social che riproponiamo in testata: per la prima volta, si vede il papa emerito (da emereo, colui che “merita” di essere papa) indossare una casula rossa, simbolo del martirio. Infatti, qualche giorno fa, si sono celebrate le messe per i martiri giapponesi. Egli stesso cita, nella lettera, il fatto di stare vivendo “lo stesso ribrezzo e paura di Cristo sul Monte degli Ulivi”, (torna in mente il motto che gli è stato assegnato dalla cosiddetta Profezia di San Malachia: “de gloria olivae”) mentre “i suoi discepoli DORMONO”.

Ma attenzione: il rosso non è simbolo solo del martirio, ma anche della REGALITA' DI PONTEFICE: viene dalla porpora degli imperatori romani e fino a San Pio V almeno è stato il colore caratteristico dei papi.

Preoccupa quella certezza di papa Benedetto di trovarsi presto davanti al Giudice ultimo: chi lo circonda farà bene a vegliare ancora più attentamente su di lui.  

Il coraggio di Benedetto. Padre Enzo Fortunato il 9 Febbraio 2022 su La Stampa.

Benedetto XVI con una lettera chiede ancora perdono per gli abusi accaduti nell’Arcidiocesi di Monaco e Frisinga. Il Papa emerito esprime profonda compassione per ogni singolo caso ed è esplicito nella sua presa di posizione: «In tutti i miei incontri, soprattutto durante i tanti Viaggi apostolici, con le vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti, ho guardato negli occhi le conseguenze di una grandissima colpa e ho imparato a capire che noi stessi veniamo trascinati in questa grandissima colpa quando la trascuriamo o quando non l’affrontiamo con la necessaria decisione e responsabilità, come troppo spesso è accaduto e accade». Ratzinger ricorda il momento nel quale Cristo sul Monte degli Ulivi comprese ciò che di terribile avrebbe dovuto vivere. «Che in quel momento i discepoli dormissero rappresenta purtroppo la situazione che anche oggi si verifica di nuovo e per la quale anche io mi sento interpellato». Benedetto e la Chiesa tutta chiedono perdono per non aver vegliato e per aver permesso che il dolore di quegli abusi, troppe volte, passasse inosservato. Esistono alcune colpe che sono «grandissime». Limpidissimo quindi. Già in una via Crucis del 25 marzo 2005 parlò di «sporcizia nella Chiesa» e di una Chiesa che «ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti». Affermazioni che di fatto crearono sconcerto e stupore. E aprirono la strada ad una profonda e dolorosa verifica interna alla chiesa. Senza se e senza ma. È impossibile ripercorrere le volte in cui Benedetto XVI si è scagliato contro il «male spirituale» che arriva a contagiare anche la Chiesa. Ricordo un suo discorso ai vescovi irlandesi del 2006: senza nessuna reticenza definì gli abusi sessuali «crimini abnormi». Nel 2010 parlò di «sacerdoti che hanno sfigurato il loro ministero». Nel 2011 sottolineò «dell’inadeguatezza dei messaggeri» del Vangelo. E si potrebbe, di anno in anno, ripercorrere le denunce del Papa emerito. Dobbiamo ringraziare il cielo che Benedetto abbia potuto, in quest’ultima lettera, rispondere e argomentare in modo completo e immediato testimoniando attraverso gli atti, la sua assoluta estraneità. Dai documenti si evince che non sta proteggendo o coprendo nessuno, tanto meno il suo operato. La lettera dell’8 febbraio non è insomma che l’ultimo atto di una lunga battaglia che ha combattuto e sta combattendo con tutte le sue esigue forze e con una serenità ammirevole. Anche in questa circostanza Ratzinger e Francesco camminano insieme e indicano con chiarezza, in un mare in tempesta, la rotta della barca di Pietro.

Pedofilia nella Chiesa, monsignor Camisasca: «Una trama anti Ratzinger, ma Francesco non c’entra». Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 23 Gennaio 2022.

L’ex vescovo di Reggio Emilia: «Ratzinger fu il primo a evidenziare la gravità degli abusi. Perché allora questo accanimento? Sbagliato usare per ieri i parametri di oggi» 

«È una manovra contro Ratzinger. E viene da dentro la Chiesa». Così monsignor Massimo Camisasca — 75 anni, fino a pochi giorni fa vescovo di Reggio Emilia, autore di settanta libri tra cui la storia di Comunione e Liberazione — giudica l’accusa rivolta al Papa emerito di aver coperto, negli anni in cui era arcivescovo di Monaco di Baviera, casi di pedofilia.

Perché ne è così convinto?

«Mi lasci fare una premessa. Tutti noi vescovi italiani, naturalmente me compreso, siamo profondamente convinti che gli abusi sessuali compiuti su minori, oltre a quelli morali e di autorità, siano un gravissimo delitto. Tanto più grave se compiuto da una persona consacrata, da un religioso, da un educatore».

Ci mancherebbe altro.

«Certo. Ma dell’estensione numerica di questi delitti la Chiesa ha preso coscienza, sempre più ampiamente, durante gli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II. Fu proprio il cardinal Ratzinger a evidenziarne per primo la gravità — solo tra i leader mondiali, politici e culturali — e a prendere provvedimenti».

Quali?

«Rafforzando la sezione giuridica della Congregazione per la dottrina della Fede da lui presieduta. Divenuto Papa, compì atti di grande determinazione: la lettera durissima nei confronti della Chiesa irlandese, la richiesta di penitenza e conversione, l’aperta solidarietà verso le vittime. Inasprì le pene e diede alla Congregazione della Fede poteri inquirenti, nuovi ed ampi. Nessuno ha fatto come lui, prima di lui».

E Papa Francesco?

«Ha continuato questa linea con numerosi interventi e mostrando la sua vicinanza alle vittime, chiedendo alle Chiese locali di dotarsi di una commissione diocesana di ascolto delle vittime e di formazione degli educatori. Nessun organismo mondiale ha fatto quanto sta facendo la Chiesa cattolica. È una coscienza nuova che si è imposta lungo i decenni. Non solo la Chiesa, anche la società civile deve compiere un lungo cammino. Gli abusi avvengono soprattutto nelle famiglie, nel mondo dello sport e dell’associazionismo giovanile. Perché allora questo accanimento contro Ratzinger, su fatti accaduti quasi 40 anni fa?».

Appunto. Perché, secondo lei?

«L’unica ragione mi sembra l’insofferenza dei settori liberal della Chiesa e della società».

Quali sono i «settori liberal della Chiesa»?

«Coloro che si rispecchiano nelle derive del sinodo tedesco. Coloro che non hanno mai accettato il pontificato di Benedetto XVI, la sua umiltà, la sua chiarezza, la sua teologia profondamente aperta e nello stesso tempo radicata nella tradizione, l’acutezza della sua lettura del presente, la sua battaglia contro la riduzione della ragione, la sottolineatura del valore sociale della fede, l’apertura del diritto a un fondamento etico e veritativo».

Resta il fatto che sono accuse gravi. Lei è certo che non siano supportate da fatti, da prove?

«Non capisco perché la Chiesa francese e quella tedesca abbiano scelto la strada di commissioni “indipendenti”, che in realtà indipendenti non sono, perché viziate, almeno in alcuni loro membri, da un pregiudizio anticattolico. Nello stesso tempo, non bisogna mai misurare gli atteggiamenti di decenni fa con quelli che sarebbero doverosi oggi, a partire dalla coscienza più matura della gravità dei fatti e la conseguente sensibilità che si è sviluppata a ogni livello della società. Quando io ero piccolo certe punizioni corporali, ad esempio, non erano ritenute abusi ed erano viste come assolutamente normali. Per fortuna oggi non è più così».

Qual è il ruolo di papa Francesco in tutto questo?

«Assolutamente nessuno. Non c’è nessuna trama di papa Francesco contro Benedetto. Francesco ha una profonda stima e affetto per il suo predecessore».

Come sarà ricordato Ratzinger, secondo lei?

«Come un padre della Chiesa. Sarà ricordato come Leone Magno e Gregorio Magno per la sua capacità di parola, profonda e semplice. I secoli futuri si nutriranno del suo insegnamento».

E Bergoglio?

«Come un Papa che ha richiamato tutta la Chiesa a prendere coscienza di essere una minoranza, ma una minoranza attiva, in ascolto dell’urlo disperato dei poveri, degli emarginati, degli uomini di ogni condizione a cui solo Cristo può rispondere».

Non crede che un giorno la Chiesa riconoscerà ai sacerdoti il diritto di sposarsi?

«Non c’è nessun legame tra celibato e pedofilia. Purtroppo molti pedofili sono sposati. Il celibato non è la rinuncia alla sessualità, ma al suo esercizio genitale. La luminosità del celibato viene a noi dal Vangelo, dalla vita di Gesù stesso. È la scelta di vivere come lui. Esige una maturità affettiva che va verificata nel corso dell’iter seminaristico. Occorrono superiori di seminari ed educatori all’altezza di questo compito. La sessuofobia dell’800 ha generato preti immaturi e perciò incapaci di valutare la maturità dei candidati».

Quindi il matrimonio dei preti non risolverebbe nulla?

«La crisi che stiamo vivendo esige la riscoperta, non la negazione del valore del celibato. Il cuore dell’uomo è un abisso che non sempre si riesce a scrutare. La verginità per il Regno, per usare il linguaggio dei Vangeli, oggi è insidiata fortemente dall’erotismo che invade la società, dalla solitudine e dalla nostra stessa fragilità. Ma le cadute di alcuni non sono un’obiezione alla verità e alla luce che il celibato rappresenta non solo per il popolo cristiano, ma per l’umanità tutta».

Vaticano, Renato Farina e il fango gettato su Ratzinger per lo scandalo pedofilia e quel silenzio di Papa Francesco. Renato Farina su Libero Quotidiano il 22 gennaio 2022.

La lapidazione prevista dalla sharia è malvagia, sassi aguzzi spaccano la testa, sfondano il petto. Eppure è più onesta di quella praticata in queste ore contro un Papa di 95 anni, colpevole di essere ormai senza potere, salvo quello inestimabile tipico dei senza potere: l'inermità, la buona fede, in fin dei conti la verità. La sua lapidazione è stata praticata tirandogli contro un malloppo di carte elaborate da uno studio legale di Monaco di Baviera che improvvisamente è emerso dal nulla come uno Zeus tonitruante: secondo questi avvocati auto certificatisi come "Commissione indipendente" Joseph Ratzinger quattro volte, da arcivescovo metropolita della capitale della Baviera, ha saputo e tollerato la presenza di preti pedofili, straziatori di bambini. Li conosceva, e ne ha lasciato sfregiare l'innocenza. Le prove? Zero. Non una. È solo il confronto serrato - secondo qualunque manuale dei diritti umani e della deontologia giornalistica che trasforma le dicerie in prove, a sua volta da vagliare. Niente di tutto questo.

Dichiarazioni raccolte, deduzioni. Inutilmente da anni Ratzinger con un poderoso dossier di 84 pagine ha fornito le prove, esse sì rigorose, della menzogna pesante come un macigno che gli è stata tirata contro. Nessun dubbio. È uno dei piaceri dell'umanità quella di poter mostrare l'anima nera di un angelo finalmente spogliato delle sue candide veste. Ah, tagliargli le alucce, arrostirlo allo spiedo. Potersi sentire persino migliori di un santo venerato da tutti e sbugiardarlo gettando nel panico i suoi fedeli e nella pattumiera i suoi insegnamenti. E così alla massa di carte fornita dai legulei tedeschi i giornalisti di tutto il mondo hanno aggiunto carta a carta, inchiostro a inchiostro. La vera notizia di ieri non è lo scandalo della presunta pedofilia di un Papa, ma il rito tribale del linciaggio contro un uomo buono e mite. Questo è il vero documento che dice la verità sui tempi che viviamo.

Non ci credete? I titoli di prima pagina dedicati ieri dai più diffusi quotidiani italiani a Joseph Ratzinger propinano le certezze dei quotidiani afghani al popolo con il sasso in mano per tirarlo contro il reo. Com' era il titolo di quel vecchio film? Ah sì: "Sbatti il mostro in prima pagina". I giornaloni e i giornaletti italiani, ma non solo, hanno sposato con trasporto le accuse infamanti contro il Papa emerito, pedofilo nell'oscurità delle navate barocche. Ci aspettiamo nei prossimi giorni una bella lettera di 700 intellettuali all'Espresso, sul modello di quella che inchiodò 50 anni fa il Commissario Luigi Calabresi al palo della fucilazione. Potrebbe funzionare come titolo: "Il pedofilo emerito". Esageriamo? Mano, è il sarcasmo che alza le mani e si arrende all'evidenza: le affermazioni colpevoliste, pronunciate in assenza di controparte, sono state bevute come vin santo dai giornalisti, i quali a sua volta l'hanno versato come nettare ai lettori. Ed ecco allora questi titoli. Hanno infatti la perentorietà alata dei versetti del Vangelo, anzi più che altro delle sure del Corano, e potrebbero candidarsi per un premio di giornalismo a Kabul intitolato al Mullah Omar. In pole position è La Stampa, il cui titolista crede di essere Padre Pio e legge la coscienza di Ratzinger come un libro stampato, scoprendola putrida: "Il peccato di Benedetto" (Domenico Agasso). La Repubblica è più oggettiva,: "Preti pedofili a Monaco. Ratzinger coprì 4 casi" (Paolo Rodari). Questo è il famoso garantismo progressista. E così non si accenna alla «rigorosa smentita» di Benedetto XVI, il quale mette in gioco la sua parola contro quella di sconosciuti avvocati bavaresi.

Il Corriere della Sera elude anch' esso la difesa di Ratzinger, che pure perla prima volta in vita sua ha impugnato la spada per difendersi dall'ignominia: "Abusi, Ratzinger non agì su 4 casi. Choc in Vaticano" (Gian Guido Vecchi). Lo choc, sia chiaro, non è provocato dall'indignazione per la temerarietà di un'accusa contro chi conserva il nome di Papa sia pure emerito, e dovrebbe essere difeso con l'alabarda delle parole e il tuono dell'anatema da chi ne ha l'autorità, ma lo choc è perché in fondo in fondo piace credere che davvero Ratzinger sapesse e abbia lasciato fare. Ci risulta che nessuno, da dentro le mura vaticane, abbia osato mostrare la faccia e levarsi lo zucchetto per lanciarlo a mo' di sfida per duellare contro chi offende il Vicario di Cristo in terra, che è tale anche se emerito, silenzioso, e vicino alla morte, povero agnello candido che rischia di bagnarsi del sangue dello sgozzamento rituale della calunnia. Abbastanza solitario è intervenuto il presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione scrivendo: «La personalità e l'opera di Benedetto XVI smentiscono le accuse infamanti alla sua persona. Siamo vicini al Papa emerito e preghiamo insieme con lui per una Chiesa più vera, più unita e più libera».

L'unanimità, o quasi, dei vaticanisti, nel dare credito a pugnalate a tradimento, dice molto di più dell'opinione dei singoli giornalisti. Essi infatti esprimono il pensiero dominante del circolo stretto di consiglieri del Papa. Il quale di sicuro non crede alle accuse contro il predecessore. Ma per difendere la Chiesa dall'attacco generalizzato per lo scandalo degli abusi sui minori da parte di preti e vescovi, forse persino d'accordo con Benedetto, preferisce sottolineare la volontà purificatrice della Chiesa. Ieri ha trattato in pubblico la questione davanti alla plenaria dell'ex Sant' Uffizio. Ha detto: «La Chiesa, con l'aiuto di Dio, sta portando avanti con ferma decisione l'impegno di rendere giustizia alle vittime degli abusi operati dai suoi membri». Nessun cenno a Benedetto. Dura la vita dei Papi. Quelli emeriti di più. 

Dai pro Bergoglio pestaggio mediatico su Ratzinger, il vero papa Benedetto XVI: un boomerang per il sedicente papa Francesco. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 22 gennaio 2022.

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore

E insistono. Ma lo fanno in un modo talmente greve e maldestro che l’attacco mediatico-giudiziario, promosso - guarda caso - proprio dall’arcinemico di papa Benedetto, il supermodernista cardinale Marx, si sta ritorcendo contro i bergogliani. Infatti, da numerose parti di un mondo cattolico che, pure, continua in buona fede a ritenere Bergoglio il legittimo papa, si sono levate voci di SDEGNO.

“Dal Vaticano scaricano Ratzinger”; “Perché nessuno difende Benedetto?”; Vergogna in Vaticano; fuoco amico su Ratzinger” etc.

La riprovazione è naturale, sia per l’attacco inutile e cattivo a un uomo di 94 anni, sia per il fatto che tutti sanno che Ratzinger è stato l’ecclesiastico che più si è speso, considerato il suo ruolo di cardinale e - ancora attuale - di papa, per contrastare la piaga degli abusi. Lo ammetteva perfino Bergoglio qualche anno fa, in questo video.

E adesso come mai il sedicente "papa Francesco" NON SPENDE UNA PAROLA PER DIFENDERE il suo "nonno saggio", come lo definiva in modo irriverente in una intervista di qualche anno fa?

Anzi, Bergoglio calca brutalmente la mano invocando demagogicamente “giustizia per le vittime degli abusi”, quelle stesse vittime che lui, da arcivescovo di Buenos Aires, non volle ricevere, come testimoniato dal documentario “Il Codice del silenzio”.

Quelle stesse vittime che, nel memoriale in 4 volumi “Studio sul caso Grassi”, commissionato da Bergoglio (c’è scritto nel testo) per condurre la magistratura argentina ad assolvere il prete pedofilo Julio Caesar Grassi furono accusate di essersi inventate tutto, messe alla gogna come bugiarde e perfino di dubbio orientamento sessuale.

Il cambio di passo e le incoerenze sono talmente evidenti che davvero non si riesce a capire come in Vaticano non se ne rendano conto. Ma chi le gestisce queste operazioni? Non hanno uno spin doctor? 

Infatti, un ulteriore disastro è avvenuto con l’annuncio, appena “un filo” tendenzioso, di una prossima inchiesta simile anche in Italia, per tentare di colpire Ratzinger anche dal versante italiano.

Perché non promuovere un'inchiesta anche IN ARGENTINA, a questo punto?

L’obiettivo dell’intera operazione è evidente: quello di screditare talmente il vero papa Benedetto XVI, da delegittimarlo agli occhi del mondo in modo da giustificare il golpe vaticano usando una base emozionale-mediatica, secondo quello che è il tipico modus operandi di Bergoglio.

Potremmo giusto ricordare la FARSA della visita al negozio di dischi di qualche giorno fa, messa in piedi con l’aiuto del fotografo Javier Brocal che lo segue da vicino, da sempre. Hanno voluto ribadire, offendendo l’intelligenza di 1 mld e 285 mln di persone, che l’incontro fra i due era stato casuale, ma grazie all’aiuto di un matematico abbiamo calcolato che le probabilità erano dello 0,000000062%.  Leggete QUI.

L’operazione contro il vero papa Benedetto, tuttavia, ha avuto il merito di scavare altre decine di metri nel fossato che già divide le due chiese, quella vera, da quella falsa. Ha riportato l’attenzione sul papa emerito, che si chiama così non perché è l’ex papa, ma in quanto è l’unico che “merita” di essere papa, l'unico che ha diritto, come dal verbo latino “emereo” . 

Il pestaggio mediatico crudele e inconsistente su Benedetto ha suscitato grandi simpatie verso l’anziano, vero papa che sembrava ormai dimenticato e che adesso appare esattamente per quello che è: la vittima di un’usurpazione.

Questa attenzione mediatica presto consentirà al pubblico, emotivamente richiamato su papa Ratzinger, di approfondire razionalmente il fatto che Benedetto XVI non ha mai abdicato, ma che si è ritirato in sede impedita (canone 412) facendo in modo che Bergoglio si rendesse da solo un antipapa e che tutti i modernisti  ci rimasero allo stesso modo. Infatti la logica non perdona: nel fondo della mente delle persone già sta fiorendo un legittimo dubbio: ma perché questo accanimento contro il 94enne papa Benedetto? Cosa c’è sotto? 

Per leggere tutta l’inchiesta che dimostra come il vero papa è solo benedetto XVI cliccare QUI e leggere in fondo, soprattutto i capitoli 1,2,5.

Perché tutti i media, asserviti a Bergoglio - presunto papa Francesco - aggrediscono il vero papa Benedetto XVI Ratzinger. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 21 gennaio 2022.

Andrea Cionci

Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore

Ma guarda che coincidenza: proprio ora che è venuto fuori che il vero papa è solo Benedetto XVI, che NON HA MAI ABDICATO, ma si è AUTOESILIATO IN SEDE IMPEDITA (canone 412), restando quel solo papa di cui parla da otto anni, parte una campagna di discredito verso di lui,  pur essendo 94enne.

Come abbiamo visto QUI, il fango che si è andati a recuperare sfrutta reperti di archeologia giornalistica di 40 anni fa, già cassati dieci anni or sono. Stranamente, la nuova indagine è stata commissionata a uno studio legale dall'arcidiocesi di Monaco, cioè da quella stessa Chiesa tedesca, che, passata in blocco al modernismo più spinto, odia ferocemente papa Ratzinger.

Ora, per notare la goffaggine dell’operazione mediatica, basta un clic: nel 2017, fu pubblicato in Francia il documentario “Codice del Silenzio”, di Martin Boudot, mandato poi in onda sulla ZDF tedesca nel 2018, che documenta come Bergoglio commissionò al noto avvocato Sancinelli una monumentale difesa in 4 volumi del prete pedofilo argentino Julio Caesar Grassi. Questi libri, che, pure,  infierivano sui bambini abusati accusandoli di essere falsi e menzogneri, furono inviati con furbo tempismo ai magistrati della Corte d’Appello e miravano a far assolvere il sacerdote, che fu poi condannato ugualmente a 15 anni di galera.

Carta canta: l’iniziativa fu presa per volontà del Card. Bergoglio, c’è scritto negli stessi volumi. I giornalisti di Boudot chiesero direttamente al presunto “papa Francesco” durante un’udienza pubblica, se lui avesse mai ordinato la controinchiesta su padre Grassi e il vescovo biancovestito negò recisamente: “Para nada”.

Pensate che in Italia sia trapelato qualcosa di tale faccenda? Tranne che per questa minuscola agenzia QUI, da noi non se ne è saputo mai nulla. Omertà totale.

Due giorni fa abbiamo anche pubblicato per la prima volta il documentario sottotitolato in italiano QUI. Forse qualche grande giornale se ne è interessato? No.

Ora invece, che arriva dalla Germania la spazzatura di queste accuse verso l’allora card. Ratzinger, tutti i media, perfino i telegiornali di stato, si avventano come cani famelici sull’osso. La macroscopica sproporzione è imbarazzante: da un lato abbiamo Ratzinger che, secondo alcuni avvocati “non avrebbe vigilato abbastanza”, dall’altro Bergoglio che commissiona di proposito un memoriale in 4 volumi per far assolvere un pedofilo. Da un lato, Benedetto XVI, il primo papa nella storia che ha ricevuto le vittime di abusi sessuali, dall’altro, il card. Bergoglio che ignorò le richieste di aiuto da parte di sette vittime della sua diocesi, come si vede nel mai smentito documentario. La pagliuzza (falsa) e la trave (vera).

Ora, sarebbe facile citare un video QUI in cui lo stesso Bergoglio, qualche anno fa, dichiarava alle telecamere: “Mi permetto di rendere un omaggio all’uomo che ha lottato in momenti in cui non aveva la forza per imporsi, finché ebbe la forza per imporsi (un applauso per lui) il card. Ratzinger era un uomo che aveva tutto nelle sue mani: ha fatto le indagini ed è arrivato, arrivato, arrivato. […]  E nella messa Pro eligendo pontifice Ratzinger sapeva che era candidato e non gli importò di dire che bisognava pulire la sporcizia nella Chiesa. Lo voglio dire perché talvolta ci dimentichiamo di questi lavori nascosti che hanno preparato il terreno per scoperchiare la pentola”.

Perché adesso, invece, dal Vaticano non proviene nessuna difesa del papa emerito, come si chiede giustamente oggi Renato Farina su Libero? Almeno una mossa si poteva fare, no? Non c’è nessuno che gestisce queste operazioni con un po’ di oculatezza?

Circa l’inconsistenza delle accuse verso il Santo Padre Benedetto XVI, vi lasciamo a questo articolo QUI de La Nuova Bussola Quotidiana. Circa l’insieme delle azioni messe in campo da Ratzinger contro la pedofilia, sia come cardinale che come papa, QUI un elenco esaustivo. Probabilmente mai nessuno nella storia della Chiesa ha mai fatto tanto in questo senso. 

Una parola definitiva spetta a don Fortunato Di Noto, il prete in prima fila da anni con la sua associazione per combattere la pedofilia, che il 5 maggio 2012 così dichiarò a Radio Vaticana: "Credo che scopriremo sempre di più la grandezza di Benedetto XVI per aver, con paternità, con fermezza e lucidità, affrontato veramente il problema. Un problema che non è legato solo allo scandalo con il quale alcuni sacerdoti hanno macchiato il volto bello della Chiesa e quindi il volto stesso di Cristo e così i bambini stessi coinvolti in questo turpe abuso. Credo che l’intenzione non sia solo quella, ma sia anche nel dire che la Chiesa, nata dalla Croce di Cristo – nata in un certo senso da un Bambino “crocifisso” – ancora ribadisce la forza pedagogica, la forza risanatrice di un possibile cammino di redenzione e di liberazione. La forza del nostro Pontefice è la forza che nasce veramente dalla verità: è una verità che ci sta rendendo liberi, è la verità che afferma che il sacerdozio è un dono straordinario, grande, che non possiamo assolutamente strumentalizzare per alcun fine, se non soltanto per ribadire la bellezza di una fede che può generare nuovi uomini, nuove donne. Soprattutto attraverso i bambini, la Chiesa si sta totalmente rinnovando".

Poi, se, per completezza, volete sapere di quali personaggi si circondi il presunto “papa Francesco”, leggete “Galleria neovaticana” di Marco Tosatti. QUI Scoprirete in quale posti di potere ha posizionato prelati oggetto addirittura di mandati di cattura internazionale per abusi sessuali.

Ma, al di là della questione, ciò che è davvero importante per inquadrare l’operazione in corso è comprendere PERCHE’ STA SUCCEDENDO tutto questo.

Ve lo ripetiamo per la milionesima volta, se volete ricostruire tutta la vicenda, leggete l’inchiesta riportata QUI in fondo.

Nei capitoli 1,2,4,5 apprenderete come e perché Benedetto XVI non HA MAI ABDICATO e ha detto sempre la VERITA’. Egli è il solo e unico Papa e Vicario di Cristo, autoesiliatosi in SEDE IMPEDITA (canone 412), una situazione canonica contigua, ma profondamente diversa rispetto alla rinuncia al papato. Nella sede impedita il papa è prigioniero, ma resta sempre il papa. Il Vaticano non ci ha mai smentito, nemmeno lo stesso Benedetto XVI, quando ci ha risposto per lettera QUI.

Papa Benedetto è EMERITO non perché è in pensione, o è un ex- papa, ma perché, rispetto all’usurpatore, è l’unico papa legittimo: emerito viene dal verbo “emereo”, cioè è l’unico che merita, che ha diritto di essere PAPA.

Mons. Bergoglio è un vescovo e antipapa, tutto quanto da lui fatto nell’arco di otto anni non ha alcuna validità e verrà cancellato dalla storia.

Visto che la situazione è canonicamente irrisolvibile, l’unica strada è, per i bergogliani, quella di puntare su fumogeni mediatico- emozionali: da un lato "Francesco" indulge in messinscene facilmente propagandistiche, come abbiamo dimostrato con la farsa della “visita a sorpresa” al negozio, QUI assolutamente organizzata insieme al suo fido fotografo Javier Martinez Brocal. Dall’altro lato occorre scatenare i media sulla delegittimazione a furor di popolo del vero papa. Tentativi miserabili che, con l’accanimento verso un 94enne, non fanno che confermare in modo ancora più visibile la realtà di questa situazione.

Ma quando la sede impedita verrà ufficializzata, addio tutto.

Il documentario sulla tedesca ZDF: papa Francesco ignorò gli abusati e difese il pedofilo. Bergoglio nega, ma “carta canta”. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 19 gennaio 2022.  

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore

Nel 2018, la tv di stato tedesca ZDF ha mandato in onda uno sconvolgente documentario di Martin Boudat intitolato “Il Codice del Silenzio”, mai arrivato in Italia. Ora, il canale Youtube Domina Tv Multilingual ha provveduto a sottotitolarlo in italiano e ve lo proponiamo in esclusiva.

Cliccare QUI per vedere il filmato. 

Il video afferma che Bergoglio, da Arcivescovo di Buenos Aires, non solo abbia del tutto ignorato e rifiutato di ricevere sette persone abusate da preti, ma abbia anche promosso – tentando di orientare il giudizio della Corte d’Appello argentina - una potente difesa del prete pedofilo Julio Caesar Grassi, (QUI  la sua biografia) condannato a 15 anni di reclusione per abusi su minori dai 9 ai 17 anni di età. Grassi è tuttora recluso in Argentina.

Fino ad oggi, nonostante il documentario e una petizione, Bergoglio non ha mai risposto ufficialmente. Perché la Sala stampa vaticana, invece di allestire “visite a sorpresa” preparate, come abbiamo dimostrato QUI, non si occupa di tali scottanti questioni?

Lo spezzone di documentario comincia con un’intervista a padre Zollner, consigliere di Bergoglio in materia di abusi, evidenziando come “papa Francesco” non abbia preso provvedimenti abbastanza severi con i cardinali “distratti” verso fenomeni di abuso, “forse perché – commenta lo speaker - anche lui è stato accusato nella sua terra d’origine, l’Argentina, molto prima della sua elezione”.

Si cita un passo del libro-intervista "Il cielo e la terra" realizzato da Bergoglio insieme al rabbino Abraham Skorka. Abbiamo verificato sulla versione italiana, a pag. 38, dove Bergoglio affronta la questione della pedofilia e assicura: “Che il celibato abbia come conseguenza la pedofilia è escluso. Oltre il settanta per cento dei casi di pedofilia si verificano in contesti familiari o di vicinato: nonni, zii, patrigni, vicini di casa. Il problema non è legato al celibato. Se un prete è pedofilo, lo è prima di farsi prete. Ebbene, quando accade, non bisogna mai far finta di non vedere. Non si può stare in una posizione di potere e distruggere la vita a un’altra persona. NON È MAI ACCADUTO NELLA MIA DIOCESI, ma una volta mi telefonò un vescovo per chiedermi che cosa doveva fare in una situazione del genere, e gli dissi di togliere le licenze al soggetto in questione, di non permettergli più di esercitare il sacerdozio, e di intentare un processo canonico nel tribunale di pertinenza della sua diocesi”.

Siamo sicuri? I documentaristi di Boudat si sono così recati a Buenos Aires dove hanno incontrato sette persone vittime di abusi da parte di preti dell’Arcidiocesi: cinque donne e due uomini. Interrogati sulla dichiarazione di Bergoglio sopra citata, rispondono: “Vuole che la gente lo creda. Ma è una bugia”. Chiede il giornalista: “Chi di voi ha provato a contattare Bergoglio quando era arcivescovo?” , “Tutti noi – rispondono - E chi ha ricevuto risposta? Nessuno. Riceve tutte le celebrità come Leonardo Di Caprio, apre loro le porte e per noi nemmeno una letterina per dirci che gli dispiaceva”. “Non mi aspetto niente da lui – commenta una donna - non credo in lui. Ho sofferto molto e sono molto delusa”. Una giovane sui 35 confessa fra le lacrime: “Tutti mi dicevano: «Scrivigli! E’ obbligato a rispondere», ma niente, ho sofferto e ora sono molto delusa”.  

“Come arcivescovo di Buenos Aires – prosegue il documentario – papa Francesco era apparentemente sordo all’angoscia di queste vittime, ma a quanto pare è peggio in un altro caso riguardante altre vittime dove alcuni credono che abbia cercato volontariamente di deviare il corso della giustizia. Il caso di padre Julio Caesar Grassi, il più grande scandalo di pedofilia in Argentina”.

Questo Grassi, personaggio mediatico sempre sotto i riflettori, gestiva un enorme orfanotrofio finché dei bambini presentarono denuncia contro di lui per abusi sessuali. Grassi fu condannato a 15 anni di carcere ed è ancor oggi dietro le sbarre.

La Conferenza episcopale argentina si mobilitò in difesa del sacerdote abusatore e, come spiega l’avvocato difensore dei bambini, Gallego, nel 2010 questa commissionò al famoso avvocato Sancinelli di Buenos Aires una mega controinchiesta in 4 volumi dalla copertina accattivante, per un totale di 2800 pagine, al fine di difendere Grassi. Nei quattro tomi del lavoro, intitolato “Studio sopra il caso Grassi” i bambini venivano accusati di bugia, inganno,  falsificazioni, di dubbio orientamento sessuale e quindi il prete doveva essere assolto in appello.

Un paragrafo parla chiaro: il lavoro fu commissionato nel 2010 "per iniziativa della Conferenza episcopale argentina, in particolare dal suo allora presidente S.E.R. il card. Jorge M. Bergoglio, oggi Sua Santità Papa Francesco”.

“Quindi il papa – prosegue il documentario - ha commissionato una controinchiesta per far assolvere un prete che era stato condannato per pedofilia e Bergoglio, il futuro papa, l’ha inviata con astuto tempismo poco prima delle varie udienze di appello di padre Grassi”.

La cosa viene confermata dall’ex magistrato della corte d’appello Carlos Mariquez, oggi giudice della corte suprema, che ammette: “Sì ho ricevuto questa controinchiesta. E’ una sorta di romanzo poliziesco, parziale in alcune aree ed estremamente parziale in altre, chiaramente a favore di Padre Grassi. Stavano cercando di esercitare una subdola forma di pressione sui giudici”.

Uno dei ragazzi vittima di abusi racconta di aver subito minacce, furti e intrusioni in casa, tanto che è stato messo sotto programma di protezione. Il giovane afferma: “Non scorderò mai quello che diceva padre Grassi al processo:  «Bergoglio non mi ha lasciato la mano». Ora Bergoglio è papa Francesco, non è mai andato contro le parole di Grassi, quindi sono certo che non ha mai lasciato la mano di Grassi”.

Per otto mesi i documentaristi hanno cercato di essere ricevuti da Bergoglio, senza successo, così lo vanno a incontrare direttamente in Piazza San Pietro, durante un’udienza pubblica. Gli chiedono: “Santità, ha cercato di influenzare la giustizia argentina sul caso Grassi? Perché ha commissionato una controinchiesta?”.

“Para nada”, risponde Bergoglio negando tutto e tirando dritto.

Insomma, un documentario davvero notevole che è stato infatti mandato in onda dalla tv pubblica tedesca.

C’è un unico errore, (che forse consolerà i fedeli), ma i colleghi, all’epoca, non potevano saperlo: Bergoglio non è il papa, ma un vescovo usurpatore perché Sua Santità Benedetto XVI si è auto esiliato in sede impedita (canone 412) e resta l’unico pontefice romano, come potrete verificare dalla nostra inchiesta di 60 capitoli.  

No dei vescovi all'indagine in Italia: l'ira del Papa. Fabio Marchese Ragona il 21 Gennaio 2022 su Il Giornale.

L'ipotesi di una commissione come Spagna, Francia e Germania respinta dai porporati.

«È inutile fare i mea culpa istituzionali, dobbiamo concentrarci realmente sulle vittime di pedofilia, altrimenti non faremo altro che continuare a morderci la coda». Nei palazzi del Vaticano non si parla d'altro: si respira rabbia, vergogna, ma si usa anche un tono polemico, come chi deve lottare contro l'immobilismo di troppe persone che sulla questione degli abusi stanno ancora a braccia incrociate.

Dopo l'ennesima bufera sulla Chiesa, questa volta quella tedesca che con una commissione indipendente ha scoperchiato 497 casi di pedofilia nella diocesi di Monaco e Frisinga tra il 1945 e il 2019, tra la residenza di Papa Francesco e i vari uffici preposti della Santa Sede, si studiano i prossimi passi in avanti da fare, per evitare che sul tema «Chiesa e abusi», tutto rimanga ancora fermo per troppo tempo. Le parole d'ordine su cui il Pontefice chiede di concentrarsi sono «vicinanza e tenerezza», soprattutto verso chi è stato abusato. Con una raccomandazione importante: non siano parole da utilizzare soltanto in un sermone, ma che siano messe in pratica davvero, senza indugi. Soprattutto da quei preti che pubblicamente parlano di pedofilia come una piaga ma poi non fanno nulla per combatterla. «A che cosa serve che il Santo Padre continua a invocare questi atteggiamenti teneri e vicini se poi questi non vengono esplicitati in gesti concreti verso chi ha subito abusi?», si interroga un alto prelato vicino a Bergoglio, «Dobbiamo passare a una sorta di «Fase 2», in cui le vittime diventano il centro di tutto e non siano viste soltanto come delle persone da cui scappare e di cui aver paura».

In effetti, dicono in Vaticano, che c'è ancora tanto lavoro da fare, soprattutto perché, anche in Italia, si fatica a seguire il cammino intrapreso da Francia e Germania per tirare finalmente fuori i propri scheletri dell'armadio. La proposta di istituire una commissione indipendente sugli abusi anche per la Chiesa italiana era stata sollevata nel corso dell'Assemblea Generale straordinaria dei vescovi del novembre 2021 ma la maggioranza dei presenti ha espresso parere negativo: niente commissione per il momento, con grande rammarico, raccontano, del presidente del Servizio Nazionale per la Tutela dei Minori, monsignor Lorenzo Ghizzoni. «Forse è successo per una questione di paura o forse perché ancora non siamo pronti, come lo sono i confratelli francesi e tedeschi, ad affrontare un peso così importante», confida adesso a Il Giornale uno dei vescovi che era presente a quella riunione, «è chiaro che dobbiamo scrollarci di dosso ogni possibile tentazione a essere omertosi e scoprire cosa è successo anche in passato; il Papa e soprattutto i fedeli sarebbero felici se lo facessimo».

In effetti Francesco, da diverso tempo, ha chiesto e sta ancora chiedendo che si faccia pulizia, che si dialoghi con le vittime e che si possa lavorare insieme a loro per scoperchiare il marcio che ha colpito la Chiesa.

In occasione della pubblicazione del rapporto sugli abusi in Francia, lo scorso ottobre, il Pontefice aveva usato parole molto chiare, incoraggio e invitando i vescovi e i superiori religiosi a continuare a compiere tutti gli sforzi «affinché drammi simili non si ripetano». E aveva parlato di «prova salutare», invitando i cattolici francesi ad assumersi le proprie responsabilità per garantire che la Chiesa sia una casa sicura per tutti. Per quanto riguarda il rapporto pubblicato ieri in Germania, Papa Francesco, da quanto spiegano in Vaticano, attenderà la prima occasione utile per manifestare vicinanza alle vittime.

Intanto alcune copie del dossier che conta mille pagine ed è suddiviso in tre tomi, sono già state recapitate in Vaticano, anche perché il 94enne Papa emerito Benedetto XVI, Joseph Ratzinger, tirato in causa nel report, possa analizzarlo e fare tutte le valutazioni del caso. Fabio Marchese Ragona

Bassetti (Cei): «Anche in Italia un’indagine sugli abusi nella Chiesa. Nelle Diocesi centri di ascolto». Gian Guido Vecchi su Il Corriere della Sera il 29 Gennaio 2022.

Il cardinale Gualtiero Bassetti, 79 anni, presidente della Conferenza episcopale italiana: serve un cambiamento autentico, ma no al giustizialismo. 

«Per la tutela dei minori, è iniziato da diverso tempo un cammino progressivo e inarrestabile in cui le Chiese che sono in Italia sono impegnate con forza e convinzione». Il cardinale Gualtiero Bassetti, 79 anni, presidente della Cei, misura con attenzione le parole. È la prima volta che interviene in risposta alle domande nate, anche nel nostro Paese, dopo la pubblicazione dei rapporti sugli abusi sessuali su minori in vari Paesi europei.

Eminenza, da ultimo la diocesi di Monaco ha presentato un rapporto indipendente che era stato commissionato dallo stesso arcivescovo, il cardinale Marx. Ci sono stati altri report in Germania, in Francia e altrove, sempre commissionati dalla Chiesa. Come mai in Italia non è stato fatto? Ne avete parlato, è prevedibile ci sia un’inchiesta indipendente anche in Italia?

«Già da qualche tempo stiamo riflettendo sull’avvio di una ricognizione approfondita e seria della situazione italiana. Nell’esaminare le possibilità e le modalità di esecuzione dell’indagine, non possiamo non tener conto della differenza strutturale, culturale ed ecclesiale del nostro Paese rispetto ad altri, a partire dal numero molto elevato di diocesi. Per questo, oltre ai dati numerici che sono fondamentali per guardare la realtà con obiettività, pensiamo sia importante impostare un’indagine anche qualitativa che aiuti a determinare, ancora di più e meglio, l’attività di prevenzione e di formazione dei nostri preti e dei laici. Intanto, vogliamo raccogliere le informazioni che arrivano dai nostri Servizi diocesani per la tutela dei minori, per avere un riscontro dell’attività di questa rete del tutto nuova in Italia. Questo tipo di approccio metodologico “dal basso” ci consentirà di avere un quadro che non fa leva su proiezioni o statistiche, ma sul vissuto delle Chiese locali. Il nostro intento, nel segno della presa di coscienza e della trasparenza, è infatti quello di arrivare ai numeri reali».

Qualche mese fa aveva detto che «è pericoloso affrontare la piaga della pedofilia in base a proiezioni statistiche». Che cosa intendeva? C’è qualcosa che non la convince nei report come quelli presentati in Francia e Germania?

«Ribadisco: noi vorremmo arrivare a fornire dati ed elementi effettivi e, soprattutto, far emergere la consapevolezza di un cambiamento autentico che ci renda credibili nella nostra vicinanza rispettosa alle vittime, nella loro accoglienza. L’obiettivo è non ripetere errori e omissioni del passato e rendere giustizia agli abusati. Ma giustizia non è giustizialismo, e non si renderebbe un buon servizio né alla comunità ferita né alla Chiesa se si operasse in maniera sbrigativa, tanto per dare dei numeri. La Chiesa che è in Italia sta lavorando da anni sulla prevenzione e sull’ascolto. L’impegno c’è, e il futuro si costruisce fondando buone pratiche nel presente: i nostri Centri di ascolto, ormai piuttosto diffusi, sono disponibili ad accogliere chi sente il bisogno di trovare un luogo in cui raccontare la sua sofferenza e a ricevere segnalazioni. Non sarà facile né rapido cambiare mentalità e modo di operare in questo ambito, ma è la sfida principale in questo momento storico: c’è di mezzo la fiducia delle famiglie e l’integrità dei ragazzi».

Che idea si è fatto della situazione in Italia? In Germania Marx ha parlato di una «catastrofe». Da noi sarebbe diverso o è inevitabile che le proporzioni si ripetano?

«Non è una questione di proporzioni, perché stiamo parlando della vita di una persona che si porterà sempre dentro le ferite per gli abusi subiti. Dobbiamo tener conto degli abusi avvenuti e agire di conseguenza, con fermezza, nel presente e per il futuro perché non si ripetano più. Quello che è sicuramente cambiato in questi anni è che si va imponendo la coscienza della gravità del reato oltre che del peccato: da un lato i vescovi e gli ordinari religiosi fanno molte più indagini e processi canonici, dall’altro, chi subisce un abuso trova una comunità più preparata ad ascoltarlo e a sostenerlo».

Come procedono i Centri per la tutela dei minori aperti nelle diocesi?

«È iniziato da diverso tempo un cammino progressivo e inarrestabile in cui le Chiese che sono in Italia sono impegnate con forza e convinzione. Tutte le diocesi italiane hanno costituito il proprio Servizio diocesano per la tutela dei minori, con un referente dedicato: sono 56 donne e 47 uomini, in prevalenza professionisti preparati in campo giuridico, psicologico, medico-psichiatrico, assistenziale, educativo, e 124 presbiteri o religiosi. Il referente diocesano è affiancato da un’équipe di esperti che progettano iniziative di sensibilizzazione e prevenzione, anche in collaborazione con le associazioni e le istituzioni del territorio. Accanto alla rete dei Servizi diocesani e interdiocesani, coordinati per ogni Regione ecclesiastica da un coordinatore regionale e un vescovo delegato, stanno sorgendo i Centri di ascolto, diocesani e interdiocesani, che sono presenti in circa il 40 per cento delle Diocesi, in attesa, nel minor tempo possibile, di essere istituiti in ogni comunità diocesana».

E come funzionano?

«Ricordiamo che i Centri di ascolto non sono sportelli, perché non si tratta di uffici burocratici, ma di strutture predisposte che si avvalgono di volontari formati all’ascolto e all’accoglienza di persone che portano con sé le ferite di traumi psicologici e non solo. Sono laici, sacerdoti, religiosi e religiose; uomini e donne che sanno andare incontro al dolore delle vittime e dei sopravvissuti accogliendoli con competenza e delicatezza. I responsabili degli sportelli di prima accoglienza, inoltre, non sono sostitutivi né dell’azione della magistratura né dell’eventuale accompagnamento psicologico. Abbiamo tante belle figure, molti professionisti, che stanno rendendo un grande servizio per la sicurezza dei minori e che ci fanno ben sperare per il futuro». 

Bullismo, dispetti, scontri: il Papa commissaria la Caritas. Carenze nelle procedure di gestione accertate in un'indagine indipendente: il Papa nomina un commissario alla Caritas Internationalis. Nico Spuntoni su Il Giornale il 24 Novembre 2022

Il Papa commissaria la Caritas Internationalis. La decisione è stata comunicata tramite un comunicato stampa del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale nel quale è stato spiegato che il commissariamento temporaneo è scaturito al termine di un lavoro di valutazione realizzato da una commissione indipendente.

Nelle conclusioni della commissione a cui ha contribuito anche il nuovo Commissario straordinario, il signor Pier Francesco Pinelli, non sarebbero emersi problemi di carattere finanziario o legati a comportamenti inappropriati di natura sessuale. Tuttavia, nel comunicato si fa riferimento a "carenze relative alle procedure di gestione con effetti negativi anche sullo spirito di squadra e sul morale del personale". Non solo. Il quadro desolato emerso dall’inchiesta interna che ha condotto Francesco alla decisione di commissariare Caritas Internazionalis parla anche di bullismo, dispetti, scontri personali che ingolfavano la macchina degli aiuti.

Vengono dunque azzerati tutti gli attuali incarichi nella confederazione competente su 162 organizzazioni caritative. Fino ad oggi il presidente di Caritas Internationalis era il cardinale Luis Antonio Tagle, eletto nel 2015 e che era succeduto ad uno dei porporati più vicini a Francesco, il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga.

Carenze nelle procedure di gestione

Tagle è anche il pro-prefetto del Dicastero per l'evangelizzazione, il più importante dopo la riforma della Curia voluta dal Papa che, non a caso, ha assunto in prima persona il ruolo di prefetto. Il porporato filippino non viene esautorato del tutto ma rimarrà nella fase di transizione per affiancare il Commissario straordinario. Tagle ci ha tenuto a precisare pubblicamente che la decisione del Papa non si deve a casi di molestie sessuali o di cattiva gestione finanziaria.

Il comunicato è stato emanato dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale perché è l'organismo competente nelle attività relative al ministero verso i poveri. Guidato dal cardinale gesuita Michael Czerny, è proprio da questo Dicastero che è partita l'iniziativa di commissionare un'indagine che hanno evidenziato le carenze nelle procedure di gestione.

ABUSI FINANZIARI. Processo Becciu, il mistero del memoriale d’accusa «suggerito» dall’esterno. Storia di Gian Guido Vecchi su Il Corriere della Sera l’1 Dicembre 2022.

Arrivato alla trentanovesima udienza, si complica il processo in Vaticano per gli investimenti della Segreteria di Stato, che vede tra gli altri imputato il cardinale Angelo Becciu. Il «pm» vaticano Alessandro Diddi ha annunciato di aver aperto «un nuovo fascicolo» processuale legato al memoriale del «grande accusatore», monsignor Alberto Perlasca, che almeno in parte sarebbe stato suggerito dall’esterno. Nel corso degli interrogatori, Perlasca aveva da principio affermato di aver scritto il memoriale autonomamente; dopo una serie di «non ricordo», ha infine dichiarato in aula: «Le risposte sono tutte mie, i temi formulati da Ciferri», ovvero da Genoveffa Ciferri, già indicata come una «amica di famiglia», la quale «mi aveva detto che il suo interlocutore era un consulente giuridico, un anziano magistrato che si era reso disponibile». Dopo l’udienza di venerdì scorso, Perlasca ha detto di aver chiamato Ciferri la quale ha sostenuto che in realtà il suo famoso interlocutore «era la Chaouqui», ovvero Francesca Immacolata Chaouqui, l’ex consigliera della commissione economica vaticana «Cosea» che fu implicata nello scandalo Vatileaks e condannata nel 2016 a 10 mesi, con pena sospesa, per concorso in divulgazione di documenti riservati. Gli avvocati di Becciu, Fabio Viglione, Maria Concetta Marzo, commentano: «Oggi, a conclusione dell’esame di Monsignor Perlasca in aula, si è avuta la prova che quando il cardinale Becciu, nel luglio 2021, non appena conosciute le accuse, evocava oscure macchinazioni in suo danno, affermava la verità».

Durante l’udienza è stata letta parte di un lungo messaggio inviato il 26 novembre da Genoveffa Ciferri al promotore di giustizia Diddi, nel quale, a proposito degli scambi con Francesca Chaouqui, dice al «pm» vaticano che «millantava una stretta collaborazione con lei riguardo alle indagini, col promotore Milano, con la Gendarmeria e il Santo Padre stesso; i riscontri che forniva e le informazioni su di lei e gli altri, erano così puntuali e dettagliate che non facevo fatica a crederle». Diddi ha riferito di aver ricevuto nella notte tra sabato e domenica, sulla sua «utenza privata», una «lunghissima serie di chat, 126 messaggi», con messaggi tra le due donne. Dopo un’ora e venti minuti di camera di consiglio, il presidente del Tribunale, Giuseppe Pignatone, ha respinto le richieste di sospensione e rinvio del processo delle difese, e annunciato che le due donne saranno sentite in aula: l’interrogatorio di Ciferri, inizialmente previsto per domani, slitta al nuovo anno e avverrà insieme a quello di Chaouqui.

Emiliano Fittipaldi per editorialedomani.it l’1 Dicembre 2022.

«Professor Diddi, sono la dottoressa Genevieve Ciferri. La sodale della famiglia Perlasca e di monsignor Alberto Perlasca. Mi inginocchio davanti a lei e la imploro di aiutare il monsignore, che oggi sotto l’incalzare delle difese ha fatto suo malgrado, la figura del testimone (nel processo contro il cardinale Angelo Becciu, ndr) non credibile...i suggerimenti di quel memoriale a cui oggi Perlasca non ha saputo rispondere in merito a chi li avesse forniti, sono stati suggeriti dalla signora Francesca Immacolata Chaouqui a me, come provenienti da lei professor Diddi».

Inizia così il messaggio WhatsApp che potrebbe cambiare il corso del processo contro Angelo Becciu e altri imputati che si sta tenendo in Vaticano da qualche mese. Lo manda al promotore di giustizia Alessandro Diddi la misteriosa Ciferri, amica di quello che molti considerano il supertestimone che con le sue confessioni ha dato il la alle accuse formali dei pm del papa contro il cardinale di Pattada.

Si tratta come è noto di Alberto Perlasca, per anni braccio destro dell’ex sostituto in segreteria di Stato, che – dopo essere stato anche lui indagato – a fine agosto 2020 scrive un memoriale che contiene accuse gravissime contro il cardinale sardo.

Denunce su denari girati alla diocesi di Ozieri che dovevano andare alla cooperativa Spes dei fratelli, sul business della birra di famiglia, sui rapporti con Cecilia Marogna e la società in Slovenia dell’esperta in intelligence accusata di peculato che hanno convinto papa Francesco, prima ancora dell’inizio del processo, a levare a Becciu tutti i diritti cardinalizi.

Ora secondo Ciferri i tanti "non so" e "non ricordo" che Perlasca qualche giorno fa ha ripetuto in una difficile udienza agli avvocati del cardinale che domandavano alcune stranezze del memoriale sono dovuti a un fatto specifico: la decisione di Perlasca di cominciare a collaborare con la giustizia vaticana inchiodando Becciu sarebbe stata indotta da terzi.

Cioè dalla Chaouqui, l’ex consigliera della Cosea finita sulle cronache di mezzo mondo per la fuga di notizie di Vatileaks II (anche chi scrive finì a processo) e condannata nel 2017 a un anno, con sospensione della pena. Sarebbe stata lei, dice la Ciferri, a convincere Perlasca a confessare i presunti peccati di Becciu.

E a organizzare una cena tra lo stesso Becciu e Perlasca al ristorante Lo Scarpone nel quale lo stesso Perlasca – su richiesta della Chaouqui che sembra dunque partecipare alle indagini non si capisce bene con quale ruolo – ha registrato il cardinale.

Ciferri scrive: «Pur non conoscendola personalmente, per lunghi mesi (nel 2020, ndr) ho intrattenuto con lei un’intensa messaggistica via telefono. Perché lei millantava una stretta collaborazione con lei riguardo alle indagini, col il promotore Gian Piero Milano, la gendarmeria e il Santo Padre stesso. I riscontri che forniva e le informazioni su di lei e gli altri erano così puntuali e dettagliati che non facevo fatica a crederle....mi faceva puntuali domande che credevo venissero da lei, Diddi, e che giravo a Perlasca.

Mi diceva pure che lei mi ringraziava per la collaborazione e perfino il papa avrebbe detto: «Per fortuna abbiamo questa cara signora che ci aiuta nelle indagini», Ciferri dice che Perlasca non sapeva che dietro i suggerimenti su come scrivere il memoriale ci fosse la Chaouqui, perché le due donne si erano accordate sul fatto che il misterioso consigliere era un fantomatico «magistrato in pensione».

Scrive ancora la donna al pm: «L’incontro tra Becciu e Perlasca il 6 settembre 2020 al ristornate Lo Scarpone fu completamente organizzato e pilotato dalla stessa, passo dopo passo...subito dopo l’incontro lei ne chiede immediatamente una relazione scritta, ed un’audio, mettendo a pretesto che così il professor Milano ne avrebbe potuta avere conoscenza immediata. Monsignor Perlasca diligentemente lo fa, convinto di aver reso un servizio d’informazione a voi inquirenti. Sotto potrà ascoltare gli audio in questione».

Caferri in effetti gira a Diddi messaggi della Chaoqui e alcuni audio di Perlasca, presumibilmente le registrazioni dell’incontro tra lui e il cardinale. Mentre alcuni scambi tra Genoveffa detta Genevieve e la comunicatrice vicina a Matteo Salvini, in cui si discute di come Perlasca dovrà portare con Becciu la conversazione su specifici argomenti, e di come «Perlasca farà "il depresso" da consolare».

Non è tutto. Leggendo le carte depositate ieri si scopre che nel marzo di quest’anno anche Perlasca ha deciso di denunciare la Chaouqui, con una lettera ai magistrati in cui si segnala come «la signora all’inizio delle attività di indagine sul mio conto mi inviava via telefono messaggi minatori, sottolineando che ero nelle sue mani, e solo lei poteva salvarmi da carcere certo, facendo chiaramente intendere di poter esercitare influenze sugli inquirenti».

Ora, Caferri decide probabilmente di dare a Diddi nuove informazioni sul memoriale per levarsi un peso che portava da tempo, e per aiutare l’amico in difficoltà con il contro-esame delle difese.

Ma è certo che le dichiarazioni sono rilevantissime. I promotori (che sottolineano come il memoriale abbia dato informazioni poi confermate da bonifici e prove documentali) hanno già aperto un fascicolo contro ignoti immaginando manipolazioni e complotti, ma saranno in molti a dovere chiarire se la Chaoqui si è mossa in autonomia nell’operazione Perlasca organizzata per colpire le presunte colpe di Becciu, oppure se è stata consigliata da altri.

Se davvero avesse rapporti nelle altissime gerarchie o fossero solo, come crede Ciferri, millanterie. Perché delle due l’una: o Chaoqui per motivi ignoti ha macchinato contro Becciu all’insaputa di tutti gli inquirenti, oppure è ingranaggio di una partita più grande. Tutta ancora da raccontare.

(ANSA il 24 novembre 2022) - In un filone d'indagine aperto dal promotore di giustizia vaticano parallelamente al processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, il cardinale Angelo Becciu risulta indagato con altre persone per associazione a delinquere. 

Lo ha confermato oggi ai giornalisti il promotore di giustizia Alessandro Diddi, che, in apertura della 37/a udienza del processo, ha riferito dell'esito della rogatoria per l'ipotesi di reato associativo, nell'ambito della quale il Tribunale di Sassari ha trasmesso in Vaticano i risultati degli accertamenti condotti sulla Cooperativa Spes di Ozieri, guidata dal fratello di Becciu, Antonino.

Domenico Agasso per “La Stampa” il 26 novembre 2022.

Il Papa «vuole la mia morte. Non pensavo arrivasse a questo punto». Il cardinale Giovanni Angelo Becciu, imputato Oltretevere nel processo per la compravendita del palazzo di lusso al centro di Londra e per la gestione di alcuni fondi della Santa Sede, si esprime così sul Pontefice in una chat con amici e familiari, finita nell'informativa della Guardia di Finanza di Oristano su rogatoria del Vaticano (resa nota dall'agenzia Adnkronos). Il porporato riceve anche consigli come «un colpo in testa al Papa».

L'esistenza delle conversazioni via chat - che contengono soprannomi e frasi ostili contro il Vescovo di Roma - è stata comunicata dal Promotore di Giustizia vaticano Alessandro Diddi. Becciu usava il termine «Zizzu» («Ciccio», abbreviazione di Francesco) riferito al Papa, o «Puzzinosos», parola sarda «di senso dispregiativo», per indicare chi ha condotto indagini e processo. 

Nello scambio di messaggi del 13 luglio 2021 il cardinale - ora indagato anche per associazione a delinquere in un nuovo filone del procedimento giudiziario - esordiva con un «Buongiorno! Un bel programma per oggi». Qualcuno scriveva in chat: «Un colpo in testa al Papa», e Becciu ribatteva: «Non ci riesco»; allora «lo facciamo noi», rispondeva l'interlocutore.

«Vuole la mia morte. Mai avrei immaginato (che) non un Papa ma (che) un uomo arrivasse a tanto», scriveva il porporato alla parente Giovanna Pani, il 22 luglio 2021, due giorni prima di registrare di nascosto una telefonata a Jorge Mario Bergoglio, con l'aiuto della figlia di Pani e nipote di Becciu, Maria Luisa Zambrano. 

La donna lo invitava ad avere coraggio, «vedrai che la verità trionferà». E Becciu: «Per ora sono loro a trionfare e trafiggerci!», «ma la vittoria sarà degli onesti». Pani attaccava: «È cattivo, vuole la tua fine», riferendosi a «su Mannu», «il maggiore», appellativo riferibile al Papa.

Il prelato sosteneva: «Non vuole fare brutta figura per la condanna iniziale che mi ha dato». Per la familiare «è un grande vigliacco, ma tu combatti e fai risplendere la verità, è dura lo so, coraggio vinceremo in pieno; c'è del marcio in Vaticano». Becciu in un altro passaggio commenta l'inchiesta vaticana: «E come ne uscirà la Chiesa? A me le ossa le hanno già rotte e quindi non farò più notizia». E parla di «politica di falsa e inopportuna trasparenza».

Da rainews.it il 29 novembre 2022.

Il cardinale Giovanni Angelo Becciu è stato "ricevuto in udienza dal Santo Padre nel pomeriggio di sabato scorso". Lo riferisce lo stesso cardinale all'Ansa. Becciu ha sottolineato che "è stato, come sempre, un incontro cordiale. Oltre a fornirgli i chiarimenti che ho ritenuto necessari, gli ho manifestato e rinnovato la mia devozione assoluta. Egli mi ha incoraggiato rinnovandomi l'invito a continuare a partecipare alle celebrazioni cardinalizie". Becciu ha poi aggiunto: "Il Santo Padre mi ha autorizzato a rendere noto" questo.

"In relazione alle notizie apparse sulla stampa e, in particolare, a un'indagine per delitto associativo a carico del card. Angelo Becciu e altre persone, tra cui il prof. Tonino Becciu e la dott.ssa Maria Luisa Zambrano, gli avvocati Paola Balducci e Ivano Lai comunicano quanto segue: non risulta a carico degli interessati alcuna indagine per il reato di associazione per delinquere. Risultano in corso di svolgimento, invece, indagini preliminari condotte dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Sassari". 

Lo hanno dichiarato in una nota i legali di Tonino Becciu e Maria Luisa Zambrano, rispettivamente fratello e nipote del cardinale Angelo Becciu, secondo quanto riferito dall'Ansa sabato scorso.

Da adnkronos.com il 30 novembre 2022.

L'Adnkronos pubblica l'audio integrale della conversazione con Papa Francesco registrata (all'insaputa del pontefice) dal cardinale Angelo Becciu il 24 luglio 2021, solo pochi giorni dopo le dimissioni di Bergoglio dall'ospedale dove aveva subito una complessa operazione

Ecco le parole del Papa sofferente. L'Adnkronos pubblica in esclusiva sul sito www.adnkronos.com l'audio integrale della conversazione con Papa Francesco registrata (all'insaputa del pontefice) dal cardinale Angelo Becciu il 24 luglio 2021, solo pochi giorni dopo le dimissioni di Bergoglio dall'ospedale dove aveva subito una complessa operazione.

Una telefonata rintracciata dalla Guardia di Finanza di Oristano su due telefoni e un tablet appartenenti a Maria Luisa Zambrano, amica di famiglia di Becciu, indagata nell'inchiesta della procura di Sassari sulla Caritas di Ozieri. Una conversazione delicata, che, secondo gli investigatori, è stata fatta registrare a una terza persona (la Zambrano, appunto), pur avendo il cardinale ripetutamente invocato il Segreto di Stato durante le fasi di indagine e del processo.

Si tratta, come si può ascoltare nell'audio pubblicato in esclusiva dall'Adnkronos, di cinque minuti e trentasette secondi di conversazione in cui si sente la voce affaticata del Papa rispondere alle sollecitazioni dell'ex Sostituto della Segreteria di Stato Vaticano, che gli chiede, tra l'altro, se ricorda di averlo autorizzato ad "avviare le operazioni per liberare la suora".

Il riferimento è al denaro versato a Cecilia Marogna (mai menzionata nella telefonata con Francesco), imputata nel processo vaticano in concorso con Becciu in relazione ai 575mila euro versati dalla segreteria di Stato alla società di lei per attività di intelligence tra cui, appunto, la liberazione della suora rapita in Mali dai jihadisti. Soldi che invece, secondo l'accusa, sarebbero stati spesi dall'ex collaboratrice del cardinale in beni di lusso.

Nella registrazione - un file generato alle 14.25.555 del 24/07/2021 da un dispositivo geolocalizzato in piazza del Sant'Uffizio - si sente, a parere della Gdf, anche la Zambrano, che, secondo i finanzieri, avrebbe svolto "un ruolo attivo nella realizzazione delle operazioni di registrazione": sarebbe la sua la voce che si può ascoltare all'inizio della traccia subito prima della conversazione tra il Papa e Becciu, avvenuta verosimilmente, secondo gli investigatori, tra due telefoni di rete fissa. Nella registrazione a un certo punto si sente anche una voce maschile in sottofondo, che sembra affermare "Mi faccia sentire". Non è chiaro a quale dei due interlocutori sia vicino il quarto partecipante.

Ecco la trascrizione integrale della registrazione.

Cardinale Becciu: Oh, sei pronta?

Zambrano: Pronta

(minuto 00.05) si sente un rumore verosimilmente corrispondente all'attivazione dell'apparato telefonico del chiamante.

Papa: Pronto?

Cardinale Becciu: Si pronto, Santo Padre.

Papa: Come sta?

Cardinale Becciu: Ehh cosi cosi, Lei come sta? Si sta riprendendo?

Papa: Ehh riprendendomi da poco eh.

Cardinale Becciu: Eh lo immagino, il cammino sarà lungo, un pochino, della ripresa eh.

Papa: Si si.

(minuto 00:26) si sente una voce maschile in sottofondo, che sembra affermare "Mi faccia sentire". Non è chiaro a quale dei due interlocutori sia vicino il quarto partecipante.

Cardinale Becciu: Si, senta Santo Padre io Le sto telefonando come ehh con grande sofferenza …ehhh, cioè, io per me quasi non dovrei andare più a processo, perché, mi spiace, ma la lettera che mi ha inviato è una condanna... è una condanna... ehh perché ...io Le volevo solo chiedere se alcuni dati.... Cioè, la cosa è questa, che io non posso chiamarLa in Tribunale come testimone, non mi permetterei mai, però ci deve essere una Sua dichiarazione. Eeh i due punti sono questi: cioè, mi ha dato o no l'autorizzazione ad avviare le operazioni per liberare la suora? Eh, io mi pare glielo chiesi guardi dovrei andare a Londra eeeh eeeh emmmh ...contattare questa agenzia che si darebbe da fare, poi le dissi...ehhh che le spese che ci volevano erano 350 mila euro per le spese di questa agenzia, questi che si dovevano muovere, e poi per il riscatto avevamo fissato 500 mila, dicevamo non di più perché mi sembrava immorale dare più soldi alla… aaa... che andavano nelle tasche dei terroristi ….ecco io mi pare che l'avevo informato su tutto questo... si ricorda?

Papa: Quello si mi ricordo ehh vagamente ma ricordo si ce l'avevo si.

Cardinale Becciu: Eh...

Papa: Ma per essere preciso ….eh ho voluto…. eh... chiedere bene bene come erano le cose... eh ho scritto quello no?

Cardinale Becciu: Si, però mi ha scritto le accuse cioè ... è la teoria degli accusatori dei magistrati, cioè loro mi accusano che ho imbrogliato Lei, che non era vero che io ero stato da Lei autorizzato a fare queste opere, e quindi Lei condivide le accuse di ques... dei magistrati ed io come posso difendermi lì se Lei già mi accusa così ...eh ...mi hanno scritto cioè la lettera è proprio giuridica in cui sono le stesse frasi, stesse idee che mi trovo nell'atto di giudizio che mi porta in processo e quindi Lei condivide quelle.. quelle accuse eh... Lei mi ha sempre detto che è al di sopra non vuole interferire…

Papa: lo sono al di sopra, facciamo una cosa...

Cardinale Becciu: Si...

Papa: Su questo perché non mi invia uno scritto perché io devo consultare prima di scrivere, no? Mi invia uno scritto, si narra tutto questo e facendo un'altra relazione, eh?

Cardinale Becciu: Si perché io gliele avevo mandate quella dichiarazioni, forse non sono piaciute, non lo so; perché a me basterebbe che mi annullasse questa lettera, poi, se mi vuol dare delle dichiarazioni, bene... cioè dire "ecco, io ho autorizzato monsignore Becciu quando era Sostituto a fare queste operazioni" a me basterebbe quello…

Papa: Mi scriva tutto questo mi fa il favore perché.

Cardinale Becciu: Eh...

Papa: lo non conosco tutte queste procedure.

Cardinale Becciu: Infatti infatti li hanno preso la mano perché si vede che non è scritto da Lei tutto giuridico.

Papa: No no questo è vero.

Cardinale Becciu: E vero è tutto è tutto diritto, ci conosciamo Santo Padre eh...

Papa: Sì sì.

Cardinale Becciu: Mancava il padre che mi scrive, li è tutto è tutto diritto, come anche sul segreto di Stato... basta che Lei dica "lo osserviamo? No, non lo osserviamo", va bene, siamo liberi di parlare... "Lo osserviamo? Si" ma questa è una decisione Sua Santo Padre, io non La obbligo se non lo osserviamo il segreto di Stato…eeeeeh siamo liberi di dire tutto quello che dobbiamo dire, ecco poi...

Papa: Ho capito.

Cardinale Becciu: Ehh quindi..

Papa: Si, mi invii un po' queste spiegazioni bene e cosa Lei vorrebbe che io scrivessi.

Cardinale Becciu: Va bene allora io gliele mando, eh?

Papa: E io vedo domani lo vedrò, eh?

Cardinale Becciu: Sì sì sì e certo però se lo fa redigere da chi è dalla parte contraria…chiaro che mi... che...

Papa: No capisco capisco, no cercherò un altro consiglio, eh?

Cardinale Becciu: Va bene. Le sono grato Le sono grato davvero Santo Padre.

Papa: Grazie.

Cardinale Becciu: Prego prego prego.

Papa: Grazie preghi per me eh? Grazie.

Cardinale Becciu: Sì sì reciprocamente.

Papa: Grazie.

Cardinale Becciu: Grazie.

La chat di famiglia con giudizi taglienti su Bergoglio. Papa Francesco spiato, il cardinale Becciu e la telefonata registrata per incastrare il Pontefice (che non ci casca). Fabrizio Mastrofini su Il Riformista il 27 Novembre 2022

Tra soldi (grandi quantità di trasferimenti con rendicontazioni difettose), presunte intromissioni dei servizi segreti, indagini vere (italiane), tentativi reiterati di discolparsi e depistare, il processo che vede coinvolto il cardinale Angelo Becciu merita un supplemento di analisi. Ogni giorno arrivano nuovi colpi di scena. Prima la telefonata al Papa di Becciu, registrata all’insaputa del Pontefice. Ora la chat di famiglia con giudizi taglienti anche sul Papa, come accerta l’indagine che si sta svolgendo in Sardegna.

Gli inquirenti parlano di una “sostanziale ostilità dei familiari e conoscenti di Becciu verso le autorità giudiziarie vaticane e verso il pontefice”. E poi il culmine. Becciu scrive del Papa: “Non pensavo arrivasse a questo punto: vuole la mia morte”. Che dire? Intanto il processo non solo prosegue ma è destinato a protrarsi, visto che l’ultimo sviluppo, in attesa della prossima udienza del 30 novembre, vede la conferma che il cardinale risulta ora indagato per associazione a delinquere insieme ad altre persone. Il filone d’indagine è parallelo al processo in corso sulla gestione dei fondi della Segreteria di stato, sia per il palazzo di Sloane Avenue a Londra, sia per i finanziamenti alla cooperativa Spes di Ozieri, gestita da uno dei fratelli del cardinale. E veniamo alla telefonata del 24 luglio 2021. Papa Francesco all’epoca era convalescente per l’operazione subita all’intestino. E Becciu, alla ricerca di un’assoluzione che poteva venire solo da papa Francesco, al quale l’ha chiesta insistentemente, ha pensato bene di registrare la conversazione, all’insaputa (ovviamente) dell’interlocutore.

L’agenzia stampa Adnkronos ha potuto accedere ai 5 minuti e 37 secondi di dialogo, contenuti in un’informativa della Guardia di Finanza di Oristano. La telefonata è stata rintracciata dalla Gdf, nell’ambito dell’inchiesta della procura di Sassari sulla Caritas di Ozieri su due telefoni e un tablet appartenenti a una degli indagati, Maria Luisa Zambrano, amica di famiglia dei Becciu. Il porporato parla anche dei soldi versati su indicazione di Cecilia Marogna ad un’agenzia britannica per la liberazione della suora colombiana rapita dai jihadisti in Mali. «Per il riscatto – ha riferito il Procuratore Diddi – Becciu chiede al Papa di confermargli che c’era stata la sua autorizzazione a versare i soldi. Nelle sue dichiarazioni, il cardinale ha detto che il Papa era al corrente, invece nella telefonata il Santo Padre resta perplesso. D’altra parte era da poco uscito dal suo ricovero, era affaticato». In concreto il cardinale chiede insistentemente al Papa di confermare che sapeva del trasferimento dei fondi per il riscatto della suora rapita in Mali (si parla di 500mila euro, parte dei quali sarebbero andati a Cecilia Marogna, la consulente presentatasi come persona in grado di avviare operazioni umanitarie segrete). Durante l’udienza dell’altro giorno, oltre alla telefonata, si è parlato dei documenti di trasporto del pane della Coop Spes alle parrocchie.

Si tratterebbe di 928 bolle di consegna che sarebbero servite a giustificare le somme erogate dalla diocesi alla cooperativa. Il procuratore generale Alessandro Diddi ha parlato di una falsificazione delle bolle di consegna di 18 mila chilogrammi di pane. Secondo la ricostruzione della Gdf sarebbero state realizzate poche settimane prima del processo. Anche se le consegne risalgono al 2018. Le Fiamme Gialle sono andate parrocchia per parrocchia a cercare i destinatari del pane e nessuno ha riconosciuto la propria firma sui documenti di trasporto. Di sicuro nelle udienze in calendario usciranno fuori altri particolari. Sull’opacità del sistema già si è detto e basta la sommaria ricostruzione di queste righe per evidenziarlo. Chiaramente la difesa di Becciu è tirare in ballo papa Francesco: se il Papa sapeva e dava una sorta di benestare al telefono, il cardinale si sarebbe sentito scagionato. Così non è avvenuto. Povero Papa, c’è da dire: da un lato tutto il sistema vaticano fa riferimento a lui, dall’altro – evidentemente – non può conoscere tanti dettagli, tanto avrà da fare nelle sue giornate, dovendosi fidare di collaboratori sui quali, poi, chi potrà mai certificare che abbiano compreso bene le questioni? O che lo informino per bene?

Ed arriviamo allo snodo di tutte le questioni: il sistema messo in piedi nei decenni, in Vaticano, per far funzionare tutta la macchina gestionale ed organizzativa. Organizzazione che a quanto pare presenta delle falle vistose, se la magistratura vaticana deve intervenire e poi, per l’osmosi che esiste con l’Italia, alle forze dell’ordine del nostro paese spetta sbrogliare parte delle indagini. In mezzo questa volta abbiamo il vescovo di Ozieri, con le mani legate, nella vicenda in questione, perché se un cardinale di Curia come Becciu dispone, un semplice vescovo non può far altro che abbozzare e mettere da parte eventuali sospetti (qualora ne abbia). Insomma abbiamo a che fare con un sistema di potere che gestisce i soldi come fossero proprietà privata, in tanti casi vengono da fondi di cui non si devono rendicontare i movimenti. E proprio nella estrema discrezionalità del sistema stesso si annidano malaffare, corruzione, vie brevi per arrivare a risultati che riguardano piuttosto interessi privati o privatissimi (leggi: familiari).

La questione non è semplicemente finanziaria, ma ha un connotato teologico molto importante. Forse sarebbe la volta buona di far fare alla Santa Sede un passo avanti, rendendo il Papa il capo spirituale della Chiesa cattolica, e scorporando il potere esecutivo e giudiziario – attualmente uniti, in barba a Montesquieu – per tutte le questioni riguardanti problematiche amministrative. Si tratterebbe di modernizzare lo Stato della Città del Vaticano, scorporandolo dalla Santa Sede, lasciando a cardinali e arcivescovi un potere di indirizzo e per tutto il resto inserire dei laici davvero autonomi e competenti a capo dei settori amministrativi, finanziari, gestionali. Ovviamente con un sistema efficiente, trasparente, certificato, di valutazione dei risultati operativi ottenuti di anno in anno. Solo così la riforma della Curia sarebbe non solo efficace, ma veleggerebbe bene in un mondo dove la Chiesa fa la parte opaca di un sistema poco chiaro. Ad esempio lo stesso Becciu nel 2018, in tempi non sospetti (sembrava un cardinale in ascesa), dichiarava che «non è facile riformare la Curia perché c’è in atto un peso di secoli e la complessità della struttura stessa. Non è regolata da un semplice regolamento né solo dal punto di vista della legislazione canonica. C’è anche la complessità della tradizione».

Quattro anni dopo, a riforma dei Dicasteri varata da qualche mese, vediamo che già fa acqua nella misura in cui non sono stati messi in discussione i fondamenti teorici su cui si basa e seguire “la complessità della tradizione” produce danni. Uno Stato efficiente e moderno – anche con la finalità di annunciare il Vangelo – dovrebbe discutere a fondo sulla tenuta o sull’anacronismo del primo comma dell’articolo 1 della legge fondamentale del Vaticano: “Il Sommo Pontefice, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario”. In Vaticano il potere temporale non è terminato, anzi gode di ottima salute. In realtà, vedendo tutti i guasti gestionali, si capisce che lo stato di salute è pessimo. E andrebbero messi in campo dei rimedi veri. Altrimenti si persevera nell’errore, come sanno bene gli psicologi cognitivo-comportamentali: vanno intaccate e discusse le premesse, per cambiare davvero.

Fabrizio Mastrofini. Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato, tra l’altro, Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).

Vaticano, Becciu il 22 luglio 2021 sul Papa: «Non pensavo arrivasse a questo punto: vuole la mia morte».  Gian Guido Vecchi su Il Corriere della Sera il 25 Novembre 2022.

Nella chat riportata nell’informativa dei finanzieri di Oristano - resa nota dall’agenzia Adnkronos - la donna invita il porporato ad avere coraggio, «vedrai che la verità trionferà»

Angelo Becciu, il suo clan familiare, i preparativi per registrare di nascosto la telefonata a Papa Francesco, «prova memo vocale, prova, prova...», e fargli dire qualcosa che servisse a scagionarsi. E le chat vernacolari con i parenti: l’informativa della Guardia di Finanza di Oristano, con tanto di glossario sardo-italiano per aiutare la comprensione - tipo «Zizzu», ovvero «Ciccio» per il pontefice, e «puzzinosos», o «fetenti» e pure «demoni», a indicare chi conduce le indagini - mostra un cardinale Becciu che, sempre più preoccupato alla vigilia del processo iniziato il 25 luglio 2001, e che lo vede imputato in Vaticano per la compravendita del palazzo londinese e l’uso dei fondi della Segreteria di Stato, arriva a scrivere a Giovanna Pani, compagna del fratello, a proposito del Papa: «Non pensavo arrivasse a questo punto: vuole la mia morte».

È il 22 luglio 2021, due giorni prima della telefonata a Francesco registrata da Becciu con l’aiuto della nipote Maria Luisa Zambrano, figlia di Giovanna Pani. Gli stessi finanzieri, nell’informativa trasmessa su rogatoria del Vaticano e pubblicata dall’AdnKronos, annotano che le conversazioni, recuperate dal sequestro dei cellulari, mostrano «un regime condiviso di sostanziale ostilità nutrito da costoro verso le autorità giudiziarie vaticane e il pontefice». Come quando, il 13 luglio, Becciu saluta in chat i suoi: «Buongiorno! Un bel programma per oggi», e uno scrive: «Un colpo in testa al Papa», al che il cardinale replica «non ci riesco» e l’altro risponde: «Lo facciamo noi», prima che un’altra dica: «Dio ha il controllo di tutto, non c’è nulla da temere, basta credere, fidarsi e rigranziarLo».

Il cardinale e i suoi si sentono isolati. Dopo lo scandalo, il 24 settembre 2020 il Papa aveva tolto a Becciu i «diritti e le prerogative del cardinalato»; con un motu proprio, il 20 aprile 2021 ha permesso che per la prima volta un cardinale fosse processato in Vaticano. Becciu dice di avere avuto le autorizzazioni dal Papa, deve giustificare i fondi che sostiene siano stati spesi per la liberazione di una suora colombiana, 575 mila euro versati a Cecilia Marogna e usati, secondo l’accusa, per spese personali. Così, il 22 luglio, Becciu scrive che il Papa «vuole la mia morte» e Giovanna Pani: «Vedrai che la verità trionferà». Il cardinale replica: «Per ora sono loro a trionfare e trafiggerci!», e lei: «Ma la vittoria sarà degli onesti». A proposito del Papa, «su Mannu» («il maggiore»), Pani dice a Becciu: «È cattivo, vuole la tua fine». Il cardinale risponde: «Non vuole fare brutta figura per la condanna iniziale che mi ha dato». E aggiunge: «Mai avrei immaginato, non (che) un Papa ma un uomo arrivasse a tanto». E l’altra: «È un grande vigliacco, ma tu combatti e fai risplendere la verità, è dura lo so, coraggio vinceremo in pieno...C’è del marcio in Vaticano».

Becciu scrive ancora: «E come ne uscirà la Chiesa? A me le ossa le hanno già rotte e non farò più notizia...Che razza di responsabilità si è assunto chi ha adottato questa politica di falsa e inopportuna trasparenza. Tutti come pere cotte ne scendiamo. Credibilità zero». La telefonata al Papa del 24 luglio («Mi ha dato o no l’autorizzazione?»), registrata con l’aiuto della nipote e un altro uomo - di qui l’accusa di associazione a delinquere -, non ottiene nulla. Il processo va avanti, ieri la trentottesima udienza con l’ interrogatorio all’accusatore Alberto Perlasca e tanti «non ricordo». Il mese scorso il presidente, Giuseppe Pignatone, è sbottato: «Così arriviamo al 2070».

Vaticano, audio choc di Becciu con il Papa sofferente: il cardinale indagato per associazione a delinquere. Laura Martellini su Il Corriere della Sera il 24 Novembre 2022.

Cinque minuti e trentasette secondi di conversazione, protagonista il cardinale Becciu ora indagato per associazione a delinquere in un filone d’indagine aperto dal promotore di giustizia vaticano 

Cinque minuti e trentasette secondi di conversazione. Tanto dura la telefonata del 24 luglio 2021 con papa Francesco che il cardinale Angelo Becciu avrebbe registrato all’insaputa del pontefice. La trascrizione integrale della registrazione del colloquio - avvenuto solo dieci giorni dopo le dimissioni di Bergoglio dall’ospedale dove aveva subito una complessa operazione - è contenuta in un’informativa della Guardia di finanza di Oristano, esaminata dall’AdnKronos. La registrazione - un file generato alle 14.25 del 24 luglio da un dispositivo in piazza del Sant’Uffizio - è stata rintracciata dalla Guardia di finanza, nell’ambito di un’inchiesta della procura di Sassari sulla Caritas di Ozieri su due telefoni e un tablet appartenenti a Maria Luisa Zambrano, indagata, amica di famiglia dei Becciu.

La voce della Zambrano, che avrebbe svolto «un ruolo attivo nella realizzazione delle operazioni di registrazione», si sente anche sulla traccia, pochi minuti prima dell’inizio della conversazione tra il papa, chiaramente sofferente per i postumi dell’intervento, e Becciu. Scambio avvenuto verosimilmente tra due telefoni di rete fissa. Nella registrazione a un certo punto si sente anche una voce maschile in sottofondo, che sembra dire «mi faccia sentire». Non è chiaro a quale dei due interlocutori sia vicino il quarto partecipante.

A riferire la conversazione privata è stato il promotore di giustizia vaticano, Alessandro Diddi, in apertura della trentasettesima udienza del processo sulla vendita del palazzo di Londra, dedicata all’ascolto della testimonianza di monsignor Alberto Perlasca (ex capo dell’ufficio amministrativo della segreteria di Stato vaticana, uno dei testi-chiave del processo in Vaticano). Agli atti il colloquio telefonico nei suoi dettagli. Il cardinale Becciu: «Sì, senta Santo Padre, io le sto telefonando con grande sofferenza, cioè io per me quasi non dovrei andare più a processo perché mi spiace ma la lettera che mi ha inviato è una condanna... è una condanna perché ...io...Le volevo solo chiedere se alcuni dati, cioè la cosa è questa, che io non posso chiamarla in Tribunale come testimone, non mi permetterei mai, però ci deve essere una sua dichiarazione.. i due punti sono questi cioè, mi ha dato o no l’autorizzazione ad avviare le operazioni per liberare la suora? Eh, io mi pare glielo chiesi. Guardi dovrei andare a Londra. ...contattare questa agenzia che si darebbe da fare, poi le dissi ..che le spese che ci volevano erano 350 mila euro. Persone che si dovevano muovere e poi per il riscatto avevamo fissato 500 mila. Dicevamo non di più perché mi sembrava immorale dare più soldi alla... che andavano nelle tasche dei terroristi ….ecco io mi pare che l’avevo informato su tutto questo... si ricorda?».

Il papa: «Quello si mi ricordo vagamente ma ricordo sì, ce l’avevo sì». Becciu: «Eh...». Il papa: «Ma per essere preciso ….ho voluto…. eh... chiedere bene bene come erano le cose... ho scritto quello no?» Il cardinale Becciu: «Sì, però mi ha scritto le accuse cioè ...eh la teoria dei magistrati, cioè loro mi accusano che ho imbrogliato lei, che non era vero che io ero stato da lei autorizzato a fare queste opere, e quindi lei condivide le accuse dei magistrati ed io come posso difendermi se lei già mi accusa così ...Mi hanno scritto cioè la lettera e proprio giuridica in cui sono le stesse frasi, stesse idee che mi trovo nell’atto di giudizio che mi porta in processo e quindi lei condivide quelle quelle accuse eh... Lei mi ha sempre detto che è al di sopra non vuole interferire…». Il papa: «Lo sono al di sopra, facciamo una cosa...». Becciu: «Sì... ». Il papa: «Su questo perché non mi dà un testo scritto, perché io devo consultare prima di scrivere, no? Mi invia uno scritto, si narra tutto questo e facendo un’altra relazione». Becciu: «Sì, perché io gliele avevo mandate quella dichiarazioni, forse non sono piaciute non lo so; perché a me basterebbe che mi annullasse questa lettera, poi se mi vuol dare dichiarazioni, bene ... cioè dire "ecco, ho autorizzato monsignor Becciu quando era sostituto a fare queste operazioni", a me basterebbe quello… ». Il papa: «Mi scriva tutto questo, mi fa il favore perché..». Il cardinale Becciu: «Eh...».

Il contesto della telefonata è stato spiegato da Diddi, il quale ha riferito che il cardinal Becciu con altre tre persone, una delle quali la nipote dello stesso porporato, Maria Laura Zambrano, nella giornata del 24 luglio 2021, a venti giorni dall’uscita di papa Francesco dall’ospedale, telefonò direttamente al pontefice per chiedergli sostegno e soprattutto la conferma che era stato lui ad autorizzarlo a pagare il riscatto per la liberazione della suora colombiana Cecilia Narvaez Angori rapita il 7 gennaio 2017 in Mali e liberata il 9 ottobre del 2021. Nel corso di quella telefonata, riprodotta in aula, ma senza i giornalisti, il papa — secondo Diddi — sarebbe rimasto «perplesso» a proposito delle richieste di rassicurazione del porporato. Il contenuto della conversazione non sarebbe il frutto di una intercettazione telefonica, ma registrato sul cellulare della Zambrano, e in seguito sequestrato dai magistrati sardi.

Da una chat del 23 giugno 2021, ha riferito sempre Diddi, emergerebbe l’attesa del cardinale Becciu — indagato per associazione a delinquere in un filone d’indagine aperto dal promotore di giustizia vaticano parallelamente al processo sulla gestione dei fondi della segreteria di Stato — per una telefonata, o un gesto distensivo del papa, che però non arriva. In una chat del 13 luglio, ha riferito sempre Diddi, Giovanni Palma, amico della nipote del cardinale, dice: «Bisognerebbe dare un colpo in testa al Santo Padre». Il 24 luglio, da casa Becciu, arriva la telefonata registrata con il papa che dura alcuni minuti. Il presidente del Tribunale vaticano Giuseppe Pignatone ha dichiarato ammissibile la richiesta di ascoltare in un secondo tempo in aula la telefonata, concedendo tempo alle difese fino al 30 novembre per tessere una strategia difensiva.

Iacopo Scaramuzzi per repubblica.it il 25 novembre 2022. 

"Vuole la mia morte", "non pensavo arrivasse a questo punto": così il cardinale Giovanni Angelo Becciu, imputato in Vaticano in un processo per la compravendita-truffa di un palazzo al centro di Londra, parla di Papa Francesco in una chat con amici e famigliari. 

Il processo, iniziato il 27 luglio 2021, fu preceduto dalla decisione di Bergoglio, il 24 settembre 2020, di sollevarlo dall'incarico di prefetto della congregazione dei Santi e di togliergli i diritti legati al cardinalato.

Al momento di essere eletto Papa, Francesco aveva già trovato Becciu nella posizione di Sostituto agli affari generali, ossia numero due della Segreteria di Stato, e lì lo aveva tenuto fino al 2018, quando lo elevò alla dignità cardinalizia collocandolo alla testa del dicastero responsabile dei processi di beatificazione e canonizzazione. 

Prima dell'inizio del processo, Francesco ha anche trasferito i fondi dalla Segreteria di Stato all'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica (Apsa) ed ha modificato l'ordinamento giudiziario vaticano per far sì che anche un cardinale possa essere processato dal tribunale vaticano: prima, anche se rinviati a giudizio, comparivano davanti alla Corte di Cassazione presieduta da un porporato parigrado.

Di recente, però, pur non essendo ancora concluso il processo, il Papa ha permesso a Becciu di tornare a frequentare le cerimonie pubbliche come il Concistoro dello scorso agosto. 

La rogatoria vaticana in Sardegna

L'esistenza e i contenuti delle chat sono stati resi noti nel corso dell'udienza di mercoledì da parte del promotore di giustizia, ossia il procuratore del tribunale vaticano, Alessandro Diddi, e sono il frutto di una indagine svolta dalla Guardia di finanza di Oristano, su rogatoria del Vaticano, trasmessa ora a Roma. 

I messaggi che il cardinale sardo si scambia con i suoi amici e famigliari 2022 "seppur non appaiano fornire fonti di prova di fatti costituenti reato, descrivono l'habitat (maturato nella cerchia dei familiari e dei più stretti congiunti degli odierni indagati) nel quale l'argomento del processo vaticano al cardinale Angelo Becciu viene trattato, restituendo una serie di commenti e valutazioni che dimostrano l'esistenza di un regime condiviso di sostanziale ostilità nutrito da costoro verso le autorità giudiziarie vaticane e verso il pontefice", scrivono le stesse Fiamme gialle in una informativa ora pubblicata dall'Adnkronos. 

"E' cattivo, vuole la tua fine"

"Non pensavo arrivasse a questo punto: vuole la mia morte", scrive Becciu in un messaggio a Giovanna Pani il 22 luglio dello scorso anno, due giorni prima che, con l'aiuto della figlia di questa, Maria Luisa Zambrano, registrasse una telefonata con Papa Francesco, colpo di scena emerso nel corso dell'udienza in Vaticano. Nella chat, riportata nei dettagli nell'informativa dei finanzieri di Oristano, la donna lo invita ad avere coraggio, "vedrai che la verità trionferà", gli dice.

E lui: "Per ora sono loro a trionfare e trafiggerci!", "Ma la vittoria sarà degli onesti". Pani, di nuovo, scrive a Becciu: "E' cattivo, vuole la tua fine", riferendosi a "su Mannu", che tradotto significa "il Papa". A quel punto il cardinale risponde: "Non vuole fare brutta figura per la condanna iniziale che mi ha dato". E ancora: "Mai avrei immaginato (che) non un Papa ma (che) un uomo arrivasse a tanto". Pani allora gli risponde: "E' un grande vigliacco, ma tu combatti e fai risplendere la verità, è dura lo so, coraggio vinceremo in pieno", "c'è del marcio in Vaticano". 

"E come ne uscirà la Chiesa? A me le ossa le hanno già rotte e quindi non farò più notizia", scrive Becciu in un'altra chat. "Che razza di responsabilità si sono assunti chi ha adottato questa politica di falsa e inopportuna trasparenza", continua il cardinale che nella chat scrive in sardo. "Tutti come pere cotte ne scendiamo", continua concludendo: "credibilità zero".

Zizzu, Mannu, Puzzinosos

In un altro scambio, il 13 luglio dello scorso anno, il cardinale Angelo Becciu, esordisce: "Buongiorno! Un bel programma per oggi". Un utente della chat scrive: "Un colpo in testa al Papa", e il card. Becciu ribatte: "Non ci riesco". "Lo facciamo noi", la risposta dello stesso utente. Ma un'altra componente della chat sottolinea: "Dio ha il controllo di tutto, non c'è nulla da temere, basta credere, fidarsi e rigranziarLo sempre".

La Guardia di finanza di Oristano fornisce anche una sorta di vocabolario dal sardo all'italiano, per interpretare le chat della famiglia Becciu. "Per fare qualche esempio, quando si leggerà: 'Zizzù o semplicemente dovrà intendersi il Papa (Francesco, nome che viene comunemente abbreviato in 'Ciccio', che tradotto in sardo si scrive 'Zizzu'); 'Su Mannu', dovrà intendersi il Papa; detta allocuzione in sardo significa 'Il Grandè (inteso, nella chat, in senso gerarchico, non in senso apprezzativo), 'Il Capo', 'II Principale'". E ancora, "Puzzinosos', dovranno intendersi coloro i quali hanno condotto le indagini e il processo; si evidenzia che la parola sarda 'Puzzinosù (al plurale 'Puzzinosos') assume molteplici significati in italiano tutti di senso dispregiativo, ossia può essere tradotta con gli aggettivi 'puzzolente', 'fetido', 'maleodorante', ma anche con i sostantivi 'diavolo', 'demonio'", si legge nell'informativa.

Maria Antonietta Calabrò per justout.org il 25 novembre 2022. 

Il cardinale Angelo Becciu è indagato in Vaticano per associazione a delinquere per aver fatto registrare a una sua parente Maria Luisa Zambrano una telefonata con Papa Francesco, alla presenza anche di un altro  soggetto, un uomo, ancora non identificato.  Questa registrazione - di cui il Papa non venne messo a conoscenza - doveva in sostanza precostituire la prova che il Pontefice sapesse delle trattative per la liberazione di  una suora colombiana.

 Nella telefonata Becciu dice al Papa: "... i due punti sono questi cioè, mi ha dato o no l'autorizzazione ad avviare le operazioni per liberare la suora? Eh, io mi pare glielo chiesi guardi dovrei andare a Londra eeeh eeeh emmm ...contattare questa agenzia che si darebbe da fare, poi le dissi ..ehhh che le spese che ci volevano erano 350 mila euro per le spese di questa agenzia, questi che si dovevano muovere e poi per il riscatto avevamo fissato 500 mila, dicevamo non di più perché mi sembrava immorale dare più soldi alla… aaa... che andavano nelle tasche dei terroristi ….ecco io mi pare che l'avevo informato su tutto questo... si ricorda?" 

Come si vede nella telefonata  non una parola Becciu dice invece relativamente ai 575  mila euro arrivati nella disponibilità di Cecilia Marogna, sedicente esperta di relazioni internazionali e presunta agente del DIS, grazie a bonifici della Segreteria di Stato su un conto corrente intestato a una società slovena e che vennero spesi completamente dalla donna nell’arco di due anni per spese personali e acquisto di beni di lusso. Movimenti di  denaro segnalati già nel 2020 dall’Interpol al Vaticano.

Un’udienza lunga e a tratti drammatica  quella di ieri in cui il Promotore di Giustizia Alessandro Diddi ha depositato una serie di atti (tra cui appunto anche il file audio della telefonata registrata tra Becciu e Papa Francesco) provenienti  dalla Procura del Tribunale di Sassari che aveva sequestrato iPhone, IPad e altri dispositivi elettronici dei parenti di Becciu nell’ambito di un procedimento penale autonomamente aperto in Sardegna (numero 2494/21) che riguarda la cooperativa SPES di Ozieri.

Il procuratore Giovanni Caria ha inviato al Promotore di giustizia vaticano cinque documenti del suo procedimento, contenuti in cinque Dvd, per rispondere alla richiesta di rogatoria internazionale avanzata il 28 giugno 2022. 

Caria nella lettera di invio, data 26.10.2022, sottolinea che la richiesta di assistenza giudiziaria (che afferma essere reciproca) non deve considerarsi ancora chiusa (quindi ci potrebbero essere nuovi sviluppi) e che tuttavia il materiale inviato in Vaticano " è da considerare non più coperto da segreto investigativo".

La registrazione della telefonata è avvenuta sabato 24 luglio  2021, cioè a tre giorni dall’inizio del processo contro Becciu e altri 9 imputati davanti al Tribunale presieduto da Giuseppe Pignatone il 27 luglio e a soli 10 giorni dalla dimissione del Santo Padre dal Policlinico Agostino Gemelli, dopo che aveva subito un  serio intervento chirurgico con l’asportazione di 34 cm di colon. Come ha detto il Promotore Diddi in Aula la voce del Papa è quella di un uomo ancora molto sofferente. 

Come mai il cardinale Becciu aveva urgenza di parlare con Papa Francesco?  Perchè nei giorni precedenti, presumibilmente il 21 luglio, aveva ricevuto una lettera del Papa in cui Francesco prendeva le distanze dalle tesi difensive del cardinale relative ai denari spesi  asseritamente per la liberazione della suora e gli ribadiva per iscritto quanto emerso nelle indagini.

Solo due giorni prima, il 19 luglio  2021 quando comparvero per Roma manifesti contro il Papa: "A’ France’…. Ma ‘ndu sta la tua misericordia?" Becciu commenta ai parenti entusiasti dell’iniziativa :"Lassadelu in pace: prima mi salva da e poi I di us ite faghere!!!! "Lasciatelo in pace : prima mi salva e poi vediamo cosa fare". 

E invece arriva la doccia fredda. La lettera "che è stata firmadda" come annuncia uno dei fratelli che evidentemente aveva qualche sua fonte a Santa Marta , non risponde alle aspettative. 

Lo si comprende da altre chat sequestrate sui dispositivi dei parenti di Becciu. In chat con Giovanna Pani (compagna del fratello Mario) Becciu sostiene infatti il 22 luglio: "Non pensavo che arrivasse a questo punto: vuole la mia morte". E Pani risponde "E’ cattivo vuole la tua fine Su Mannu "che tradotto dal sardo, scrive il comandante della Nucleo di Polizia economico-finanziaria di Oristano, tenente colonnello Pasquale Pellecchia "il Grande ",  cioè il Papa. E il cardinale risponde "Sì, proprio così". 

La Pani sostiene che Francesco agisce come Ponzio Pilato e lui approva e dice: "Brava".

Riproduciamo qui la trascrizione  di una dell’audio effettuata dalla Guardia di finanza, in cui si comprende bene che  la telefonata è stata registrata dalla Zambrano ed è presente un altro uomo.  E la copia delle pagine dedicate alla trascrizione nell’ informativa della Guardia di finanza. 

Come si può leggere il Papa cerca di dire il meno possibile, dà l’impressione di dare ragione a Becciu. Mai viene fatto il nome della Marogna nè i soldi finiti a lei. Il Pontefice chiede al cardinale di scrivergli ancora la sua versione. Questo rincuora Becciu che fa preparare un comunicato dai suoi avvocati in cui si dice sicuro che tutto verrà chiarito.

Ma è una illusione che dura pochi giorni perchè una nuova lettera del Papa arriverà a Becciu, se possibile più dura della prima. 

Il fatto che la telefonata sia stata registrata da persone estranee alla Santa Sede, sia stata da loro ascoltata non solo il giorno della registrazione, ma anche il giorno successivo  25 luglio nella casa romana del fratello di Becciu, Mario, e quando ancora la questione delle trattative per la liberazione della suora, secondo lo stesso Becciu , era  coperta dal più stretto segreto di Stato potrebbe costituire violazione dell’articolo 116 bis del codice penale vaticano: una norma anti Vatileaks  introdotta l’11 luglio 2013 dopo lo scandalo del maggiordomo di Benedetto XVI , che  punisce la rivelazione "di notizie e documenti concernenti gli interessi fondamentali o i rapporti diplomatici della Santa Sede o dello Stato" viene punita  con la pena della reclusione da quattro ad otto anni".

Silvia Mancinelli per adnkronos.com il 24 novembre 2022.  

Cinque minuti e trentasette secondi di conversazione. Tanto dura la telefonata del 24 luglio 2021 con Papa Francesco che il cardinale Angelo Becciu avrebbe registrato all'insaputa del pontefice. 

La trascrizione integrale della registrazione della telefonata - avvenuta solo dieci giorni dopo le dimissioni di Bergoglio dall'ospedale dove aveva subito una complessa operazione - è contenuta in un'informativa della Guardia di Finanza di Oristano, che l'Adnkronos ha potuto visionare.

La registrazione - un file generato alle 14.25.555 del 24/07/2021 da un dispositivo geolocalizzato in piazza del Sant'Uffizio - è stata rintracciata dalla Gdf, nell'ambito di un'inchiesta della procura di Sassari sulla Caritas di Ozieri, su due telefoni e un tablet appartenenti a una degli indagati, Maria Luisa Zambrano, amica di famiglia dei Becciu. 

La voce della Zambrano, che, secondo quanto si legge avrebbe svolto "un ruolo attivo nella realizzazione delle operazioni di registrazione", si sente anche sulla traccia, pochi minuti prima dell'inizio della conversazione tra il Papa, chiaramente sofferente per i postumi dell'intervento, e Becciu, avvenuta verosimilmente tra due telefoni di rete fissa. Nella registrazione a un certo punto si sente anche una voce maschile in sottofondo, che sembra affermare "Mi faccia sentire". Non è chiaro a quale dei due interlocutori sia vicino il quarto partecipante.

Ecco la trascrizione integrale della registrazione. 

Cardinale Becciu: Oh, sei pronta? 

Zambrano: Pronta 

(minuto 00.05) si sente un rumore verosimilmente corrispondente all'attivazione dell'apparato telefonico del chiamante. 

Cardinale Becciu: Si pronto, Santo Padre. 

Papa: Come sta? 

Cardinale Becciu: Ehh cosi cosi, Lei come sta? Si sta riprendendo?

Papa: Ehh riprendendomi da poco eh. 

Cardinale Becciu: Eh lo immagino, il cammino sarà lungo, un pochino, della ripresa eh. 

Papa: Si si. 

(minuto 00:26) si sente una voce maschile in sottofondo, che sembra affermare "Mi faccia sentire". Non è chiaro a quale dei due interlocutori sia vicino il quarto partecipante.

Cardinale Becciu: Si, senta Santo Padre io Le sto telefonando come ehh con grande sofferenza …ehhh, cioè io per me quasi non dovrei andare più a processo perché mi spiace ma la lettera che mi ha inviato è una condanna... è una condanna ehh perché ...io Le volevo solo chiedere se alcuni dati, cioè la cosa è questa, che io non posso chiamarLa in Tribunale come testimone, non mi permetterei mai, però ci deve essere una Sua dichiarazione ehh... i due punti sono questi cioè, mi ha dato o no l'autorizzazione ad avviare le operazioni per liberare la suora? 

Eh, io mi pare glielo chiesi guardi dovrei andare a Londra eeeh eeeh emmm ...contattare questa agenzia che si darebbe da fare, poi le dissi ..ehhh che le spese che ci volevano erano 350 mila euro per le spese di questa agenzia, questi che si dovevano muovere e poi per il riscatto avevamo fissato 500 mila, dicevamo non di più perché mi sembrava immorale dare più soldi alla… aaa... che andavano nelle tasche dei terroristi ….ecco io mi pare che l'avevo informato su tutto questo... si ricorda?

Papa: Quello si mi ricordo ehh vagamente ma ricordo si ce l'avevo si. 

Cardinale Becciu: Eh... 

Papa: Ma per essere preciso ….eh ho voluto…. eh... chiedere bene bene come erano le cose... eh ho scritto quello no? 

Cardinale Becciu: Si, però mi ha scritto le accuse cioè ...eh la teoria degli accusatori dei magistrati, cioè loro mi accusano che ho imbrogliato Lei, che non era vero che io ero stato da Lei autorizzato a fare queste opere, e quindi Lei condivide le accuse di ques...dei magistrati ed io come posso difendermi li se Lei già mi accusa così ...eh ...mi hanno scritto cioè la lettera e proprio giuridica in cui sono le stesse frasi, stesse idee che mi trovo nell'atto di giudizio che mi porta in processo e quindi Lei condivide quelle accuse eh... Lei mi ha sempre detto che è al di sopra non vuole interferire… 

Papa: lo sono al di sopra, facciamo una cosa... 

Cardinale Becciu: Si... 

Papa: Su questo perché non mi dà uno scritto perché io devo consultare prima di scrivere, no? Mi invia uno scritto, si narra tutto questo e facendo un'altra relazione, eh? 

Cardinale Becciu: Si perché io gliele avevo mandate quelle dichiarazioni, forse non sono piaciute non lo so; perché a me basterebbe che mi annullasse questa lettera, poi se mi vuol dare delle dichiarazioni, bene ... cioè dire "ecco, ho autorizzato il Monsignore Becciu quando era Sostituto a fare queste operazioni" a me basterebbe quello… 

Papa: Mi scriva tutto questo mi fa il favore perché. 

Cardinale Becciu: Eh... 

Papa: lo non conosco tutte queste procedure. 

Cardinale Becciu: Infatti infatti li hanno preso la mano perché si vede che non è scritto da Lei tutto giuridico. 

Papa: No no questo è vero. 

Cardinale Becciu: E vero è tutto è tutto diritto, ci conosciamo Santo Padre eh... 

Papa: Si si. 

Cardinale Becciu: Mancava il padre che mi scrive, li è tutto è tutto diritto, come anche sul segreto di Stato basta che Lei dica "lo osserviamo? No, non lo osserviamo" va bene, siamo liberi di parlare... "Lo osserviamo? Si" ma questa è una decisione Sua Santo Padre, io non La obbligo se non lo osserviamo il segreto di Stato…eeeeeh siamo liberi di dire tutto quello che dobbiamo dire, ecco poi... 

Papa: Ho capito. 

Cardinale Becciu: Ehh quindi.. 

Papa: Si, mi invii un po' queste spiegazioni bene e cosa Lei vorrebbe che io scrissi scrivessi. 

Cardinale Becciu: Va bene allora io gliele mando, eh? 

Papa: E io vedo domani lo vedrò, eh? 

Cardinale Becciu: Sì sì sì e certo però se lo fa redigere da chi è dalla parte contraria…chiaro che mi... che... 

Papa: No capisco capisco, no cercherò un altro consiglio, eh? 

Cardinale Becciu: Va bene va bene Le sono grato Le sono grato davvero Santo Padre. 

Papa: Grazie. 

Cardinale Becciu: Prego prego prego. 

Papa: Grazie preghi per me eh? Grazie. 

Cardinale Becciu: Sì sì reciprocamente. 

Papa: Grazie. 

Cardinale Becciu: Grazie.

Registrazione terminata

(ANSA il 23 novembre 2022.) - Con l'acquisto e la successiva vendita del Palazzo di Sloane Avenue 60, a Londra, la Santa Sede ha perso in tutto 89 milioni di sterline. E' quanto emerso per la prima volta nel processo in corso in Vaticano sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato. 

"Nel dicembre 2018 dissi che se l'immobile era stato acquisito per 275 milioni non era stato fatto un buon affare - ha riferito in aula il testimone d'accusa Luciano Capaldo, esperto di valutazioni immobiliari -. Anzi fu un pessimo affare, considerando che a fine giugno di quest'anno è stato rivenduto (al fondo americano Bain Capital, ndr) per 186 milioni di sterline" 

Capaldo, cittadino britannico, ingegnere ed esperto di valutazioni immobiliari, era stato chiamato il 16 dicembre 2018 dalla Segreteria di Stato che voleva da lui consigli sulle migliori opportunità per uscire dall'impasse del palazzo londinese dopo l'acquisto attraverso il fondo Gutt di Gianluigi Torzi. 

"C'era stata la deliberata volontà da parte della Segreteria di Stato di riacquistare l'immobile, poi trasferito alla società lussemburghese in cui Torzi aveva mille azioni con diritto di voto e la Segreteria di Stati ben 30 mila ma senza diritto di voto - ha ricordato -. Spiegai che se non hai diritto di voto, in assemblea non hai alcun potere decisionale, pur avendo la maggioranza numerica delle azioni".

Nell'Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, in particolare da parte di Fabrizio Tirabassi, si mostrò molta sorpresa. C'era anche preoccupazione sulla scadenza del finanziamento. "Il sostituto mons. Pena Parra - ha detto ancora Capaldo - aveva timore che questo asset venisse venduto e che a lui rimanesse il debito". Torzi, infatti, aveva il potere di farlo.

Si è ricordato in aula come Torzi, per cedere alla Segreteria di Stato le mille 'golden share', chiese dapprima 20 milioni e poi 15 milioni di euro, "valutando in 5 milioni complessivi la gestione e la mancata gestione". Successivamente, da metà maggio 2019, Capaldo fu nominato 'nominee director' della società di Jersey che aveva la gestione dell'immobile, attraverso la catena di società 60SA.

"Non ho fatturato un centesimo alla Segreteria di Stato dal 16 dicembre a quando sono stato nominato direttore della 60SA", ha tra l'altro affermato. L'esame di Capaldo, venuto appositamente da Londra, proseguirà da parte delle difese in una data ancora da destinarsi. Domani, nella 37/a udienza del processo, comincerà l'esame del testimone-chiave, mons. Alberto Perlasca, ex capo dell'Ufficio amministrativo.

Al termine dell'udienza di oggi, il presidente Giuseppe Pignatone ha letto una lunga ordinanza in cui ha respinto quasi integralmente le eccezione di nullità dei verbali resi in istruttoria da Perlasca e la sua utilizzabilità come testimone (il testimone era stato dapprima indagato e poi la sua posizione archiviata): inutilizzabile solo in parte il suo interrogatorio del 31 agosto 2020.

Una curiosità: nel motivare le sue decisioni di rigettare le eccezioni di nullità di interrogatori in cui sarebbe stata necessaria la presenza di un legale, Pignatone ha fatto riferimento, in via giurisprudenziale, all'utilizzo che fu dichiarato legittimo di certe dichiarazioni rese durante gli 'anni di piombo' da esponenti delle Brigate Rosse.

(ANSA l’11 novembre 2022) - Il Tribunale di Como ha condannato il card. Angelo Becciu a risarcire mons. Alberto Perlasca, ex capo dell'Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, e l'amica di quest'ultimo Genoveffa Ciferri, rilevando nei confronti del porporato un "abuso dello strumento processuale" nella causa intentata contro i due per danno non patrimoniale da reato (atti persecutori), istanza che il Tribunale ha rigettato.

Becciu è stato condannato a rifondere le spese processuali a Perlasca e alla Ciferri (oltre 20 mila euro ciascuno) e a risarcire per il danno subito Perlasca, testimone-chiave nel processo sui fondi della S.Sede, per 9 mila euro.

Fausto Gasparroni per l’ANSA il 10 novembre 2022.

 "Nei giorni scorsi abbiamo depositato degli atti presso il Tribunale dello Stato vaticano con l'intento di chiarire quanto ci è accaduto e per ottenere un giusto ristoro per i danni subiti". E' quanto annunciano l'ex revisore generale dei conti vaticani e della Santa Sede, Libero Milone, e l'ex revisore aggiunto Ferruccio Panicco, entrambi drasticamente estromessi dal loro ruolo nel giugno 2017, due anni dopo la nomina di Milone, contestando alla radice le ragioni per cui furono costretti alle dimissioni (aver fatto 'spiare' autorità di governo vaticane).

La richiesta presentata in sede civile ammonta complessivamente per i due a 9.278.000 euro di danni. La "domanda giudiziale" datata 19 ottobre scorso, presentata al Tribunale d'Oltretevere tramite gli avvocati Romano Vaccarella e Giovanni Merla, è diretta contro la Segreteria di Stato, nella persona del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, e dello stesso Ufficio del Revisore generale, nella persona dell'ex aggiunto poi promosso al posto di Milone, Alessandro Cassinis Righini.

In sostanza, i due ex 'auditor' vaticani chiedono che il Tribunale, "accertata l'invalidità per vizio di volontà (violenza) e la conseguente inefficacia delle dimissioni estorte" il 19 giugno 2017 a Milone e il giorno dopo a Panicco, condanni la Segreteria di Stato - quale legale rappresentante della Santa Sede - e/o, quanto a Panicco, anche l'Ufficio del Revisore "alla corresponsione del compenso pattuito fino all'esaurimento dell'incarico a tempo determinato loro conferito", ed inoltre "al risarcimento del danno per la lesione subita dalla loro immagine professionale a causa del carattere calunnioso del loro allontanamento".

Panicco, ancora, "ha subito un gravissimo, quanto odiosamente gratuito, danno alla salute", poiché "una delicata documentazione medica strettamente personale", risultato di un lungo percorso diagnostico presso il Fas della Città del Vaticano "quale paziente potenzialmente oncologico", è sparita all'atto della perquisizione del suo ufficio e da lui mai più rinvenuta, nonostante le ripetute richieste di restituzione alla Gendarmeria e le sollecitazioni arrivate fino al card. Parolin.

L'aver dovuto poi ripetere l'iter medico a Torino ha ritardato la diagnosi e pregiudicato la curabilità della malattia, un cancro alla prostata. "Statisticamente non ho speranze di guarigione - dice in un incontro con alcuni giornalisti insieme a Milone e ai legali -. Penso che loro (il Vaticano) siano colpevoli, non dolosamente, di avermi condannato a morte senza motivo dopo una lenta e significativa sofferenza. Mi hanno tolto dai 10 ai 15 anni di vita". 

Milone, oltre a rivendicare l'assoluta correttezza del suo operato secondo i compiti di revisione contabile assegnatigli dal Papa, ribadisce di non aver mai fatto spiare nessuno ("in Vaticano hanno confuso la revisione con lo spionaggio") e spiega che l'agenzia Falco Investigazioni di Arezzo che aveva ingaggiato doveva solo svolgere verifiche fuori dai confini vaticani (anagrafe, catasto, ecc.) nonché sulla sicurezza dell'ufficio, esso stesso fuori dalle Mura Leonine: nel quale peraltro c'era stato lo scasso del suo computer, trovato uno spyware in quello della segretaria, scoperta una microspia impiantata nelle pareti.

L'ex revisore generale ne ha anche per l'indagine per spionaggio e peculato cui era stato sottoposto insieme a Panicco, sulla quale dapprima aveva saputo fosse stata "congelata", poi che non cerano più pendenze a loro carico, quindi che vi era stata apposto il "segreto pontificio", e che infine la rimozione di quest'ultimo ha avuto l'effetto di farla ripartire, "quindi la beffa e il danno". 

"Siamo stati convocati di nuovo per ulteriori approfondimenti il 14 novembre", annuncia. Ma soprattutto Milone - allegando alla citazione civile anche una serie di casi "di mancanza di rispetto delle regole" portati alla luce nei due anni di lavoro, tutti "diligentemente riferiti al Santo Padre" e a Parolin - vede il suo siluramento legato al "groviglio di interessi e di assetti di potere nel quale l'Ufficio era chiamato a mettere le mani" e alle relative resistenze e insofferenze incontrate.

Senza dimenticare che della sua cacciata si assunse la paternità il cardinale Angelo Becciu quando dichiarò, nel settembre 2017, che "Milone è andato contro tutte le regole e stava spiando le vite private dei suoi superiori e dello staff, incluso me. Se non avesse accettato di dimettersi, lo avremmo perseguito in sede penale". "Quello che non è mai stato chiarito - osserva ora l'ex revisore - è perché il Promotore di Giustizia abbia consentito di barattare il mio arresto con le mie dimissioni. Secondo il Codice penale vaticano avrebbero dovuto arrestarci, ma hanno cercato di barattare le nostre forzate dimissioni con il silenzio".

(ANSA il 10 novembre 2022) - "Con riferimento alle dichiarazioni attribuite al dottor Milone, si tratta di ricostruzioni completamente infondate e che, inevitabilmente, provocheranno immediate azioni legali a tutela della verità e dell'onore del Cardinale". 

E' quanto annunciano gli avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo, difensori del cardinale Angelo Becciu. "Questi i fatti, rappresentati dal Cardinale Becciu in Tribunale, già all'udienza del 18 maggio 2022, dopo aver ricevuto dal Sommo Pontefice l'autorizzazione a riferirne al Tribunale - spiegano i legali -. Il Cardinale ha chiarito che si limitò esclusivamente ad eseguire un ordine del Santo Padre, il Quale lo informò direttamente che il dottor Milone non godeva più della Sua fiducia, e lo invitava a rassegnare quindi le proprie dimissioni". 

"In relazione alle motivazioni, che nulla hanno a che vedere con la volontà del Cardinale Becciu, né con sue personali iniziative - proseguono -, è stato richiamato il comunicato pubblicato dalla Sala stampa Vaticana del 24 settembre 2017. In esso si legge che era stata rilevata un'attività di sorveglianza illegale commissionata dal dottor Milone ad una società esterna, per sorvegliare la vita privata di esponenti della Santa Sede". 

"Si ricorda, infine - concludono gli avvocati Viglione e Marzo -, che la revoca dell'incarico a PwC fu assunta formalmente dal Cardinale Segretario di Stato, per dubbi circa 'alcune clausole del contratto e le sue modalità di esecuzione', come affermava la Sala stampa vaticana il 26 aprile 2016".

Fausto Gasparroni per l’ANSA il 10 novembre 2022.

"A dimostrazione di come l'Ufficio del Revisore generale, sotto la guida del dott. Milone, abbia svolto il compito affidatogli, nel più rigoroso rispetto dei limiti delle proprie attribuzioni, ma con l'impegno e la convinzione derivante anche dalla promessa di costante e vigilante appoggio del Santo Padre", alla loro domanda di citazione con la richiesta di risarcimento danni alla Santa Sede per l'indebito allontanamento - consegnata a un gruppo di giornalisti in presenza dei legali -, lo stesso Libero Milone e l'ex aggiunto Ferruccio Pannicco allegano una serie di casi di presunte anomalie e irregolarità finanziarie portate alla luce nei due anni di lavoro, in attesa di depositare all'udienza preliminare, quando sarà convocata, la relativa documentazione, con i nomi e i cognomi.

Una nuova "bomba" pronta ad esplodere, quindi, con dentro anche un altro palazzo comprato a Londra dalla Santa Sede. Tra i principali risultati del lavoro di revisione contabile svolto da Milone in enti e Dicasteri vaticani, tutti riferiti al Papa, la scoperta di un presunto occultamento di fondi - dai soldi ricevuti dai donatori a livello mondiale - da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, con 250 mila euro che sarebbero stati versati in un conto Ior, non del Dicastero bensì dell'allora prefetto, e altri 250 mila euro in banconote trovati in una busta di plastica nell'ufficio del prefetto. 

Poi asserite distrazioni di fondi da parte del Pontificio Consiglio per la Famiglia, e gravi conflitti di interesse, sempre secondo l'ex revisore generale, di importanti esponenti della Prefettura degli Affari economici. Ancora, l'ostruzionismo opposto dai vertici dell'Apsa ad ogni controllo e, soprattutto, alla verifica dei conti. 

Ancora per quanto riguarda l'Apsa, una asserita distrazione di fondi, con possibile peculato, nei rapporti con un terzo gestore di una tenuta agricola, per circa 800 mila euro. Il presunto "finanziamento illegale" di 50 milioni - dice Milone - da parte dell'ospedale Bambino Gesù alla Fondazione Monti, "in evidente conflitto di interesse", con coinvolgimento della Congregazione dei Figli dell'Immacolata Concezione per la vicenda Idi. 

Gli indebiti prelievi da parte di un monsignore del Pontificio Consiglio della Famiglia. Il fatto che l'Ufficio del Revisore, spiega, trasmise all'Aif 13 segnalazioni documentate ma nessuna di queste fu approfondita, e analogamente 9 denunce all'ufficio del Promotore di Giustizia, tutte senza risposta. I "gravissimi rischi" connessi al sistema di pagamento Swift adottato dall'Apsa, ritenuto "manipolabile", riferisce l'ex revisore. 

Come pure "le gravissime e non rimediate criticità" dell'Apsa nella gestione "di enormi somme nonché di un ingentissimo patrimonio immobiliare, proprio e di terzi" (ad esempio il Capitolo di San Pietro cui non venivano versati gli affitti riscossi sulle proprietà). La sparizione di 2,5 milioni di euro donati dalla Fondazione Bajola Parisani all'ospedale Bambino Gesù - afferma - per la realizzazione di un nuovo padiglione, realizzazione "sostituita" dall'apposizione di una targa di ringraziamento all'ingresso di un vecchio padiglione. 

Un bonifico di 500 mila euro dello stesso Ospedale pediatrico alla Fondazione Bambino Gesù asseritamente per una "campagna di marketing", in realtà sarebbe stato destinato, secondo Milone, al finanziamento di partiti politici italiani prima delle elezioni del 2013. La ristrutturazione dell'appartamento del cardinale con i lavori pagati due volte, sia dal Bambino Gesù che dal Governatorato, spesa per metà veicolata all'estero.

E ancora, l'illecito utilizzo di fondi della Gendarmeria - secondo l'ex revisore - per coprire la quota delle spese di ristrutturazione (170 mila euro) a carico del comandante Giani. L'acquisto di un prestigioso immobile a Londra, in High Street Kensington, tramite un Trust di Jersey, in cui un cardinale, provvedendo all'acquisto nella duplice qualità di presidente dell'Apsa - per il 50%, pari a 90 milioni - e del Fondo Pensioni Vaticano - per l'altro 50%, altri 90 milioni - non solo violava la legge antiriciclaggio ma illegalmente ignorava l'esplicita contrarietà all'acquisto espressa dal prefetto della Segreteria per l'Economia, cui spettava la decisione finale.

Esisterebbe addirittura una lettera - sempre secondo Milone - in cui il porporato, in veste di presidente del Fondo Pensioni, approva l'investimento indirizzandola a sé stesso in quanto presidente Apsa. Infine, indicata da Milone l'opaca gestione del Giubileo 2015 da parte di un monsignore. E i rapporti contrattuali anomali, tra cui la locazione ad un notissimo giornalista di un sontuoso appartamento nel centro di Roma. 

Eloquente l'annotazione: "Ne emergerà un'immagine dei vertici della Santa Sede assai poco compatibile con la missione ad essa affidata dalla Provvidenza e la convinta sensazione della impossibilità, allo stato, che l'incrostazione di potere di cui molti degli amministratori della Santa Sede erano, e sono, fedele espressione sia anche solo scalfita - mentre ogni concreta iniziativa è sabotata - da velleitari (ed irrisi) appelli ai doveri di ogni buon cristiano", conclude il testo.

Vaticano, la denuncia dell’ex revisore: «Buste con contanti e soldi ai partiti». Mario Gerevini su Il Corriere della Sera il 10 Novembre 2022.

«Poi in Vaticano giravano buste con denaro contante; nell’ufficio di un cardinale ne abbiamo trovata una di plastica, di quelle della spesa, con mazzette di banconote per 500mila euro. Al Bambin Gesù abbiamo analizzato le donazioni della vecchia gestione, fino al 2015, e verificato che 500mila euro destinati alla Fondazione erano poi finiti, attraverso società di dipendenti, a finanziare partiti politici per le elezioni del 2013». Dopo cinque anni dal suo siluramento con le accuse mai formalizzate di peculato e spionaggio, l’ex revisore generale del Papa, Libero Milone, 74 anni, abbandona i giri di parole e apre l’armadio degli scheletri del Vaticano. Vecchie inedite storie che si saldano con fatti nuovi.

«Dieci milioni di risarcimento»

A Roma, nello studio dell’avvocato Romano Vaccarella, insieme all’ex collega vice-revisore Ferruccio Panicco, 63 anni, collegato in videoconferenza, l’ex numero uno in Italia della Deloitte annuncia di aver citato per danni la Santa Sede. Chiedono, con un atto depositato al tribunale del Papa, 9,6 milioni di risarcimento, «anche per i 20 anni di vita che il Vaticano mi ha tolto - afferma Panicco - privandomi delle carte sanitarie sequestrate in ufficio con il resto e non più riconsegnate: avevo tutto lì, mi hanno impedito di diagnosticare in tempi più rapidi un cancro alla prostata che ora è al quarto stadio».

L’inchiesta penale

Gli scheletri sono quelli che Milone ha visto (e sistematicamente denunciato al Papa, sostiene) quando da 007 finanziario (2015-2017) ha bussato a molte porte dentro le sacre mura: alcune si sono aperte altre no. Ha indagato troppo e gli hanno fatto terra bruciata intorno, a cominciare dall’allora arcivescovo Angelo Becciu come lui sostiene? Resta la sua versione a cui si contrappongono le accuse di spionaggio e peculato che ora si sono concretizzate in un’inchiesta penale a suo carico. È l’altra novità: da alcuni mesi Milone è formalmente sotto inchiesta per peculato e abuso d’ufficio in quella che sembra la riesumazione di un fascicolo «in sonno» sottoposto ufficialmente a «segreto pontificio». Lunedì sarà interrogato per la seconda volta.

Il redde rationem

Insomma siamo a un redde rationem durissimo, che matura evidentemente, dopo il fallimento di una conciliazione con il Segretario di Stato, Pietro Parolin. Si è rotto l’argine e ora Milone è pronto ad allegare tutte le carte nel procedimento civile avviato presso il tribunale del papa con la citazione per danni («con il falso marchio addosso di spioni non abbiamo più lavorato») depositata il 4 novembre. Ma cosa racconta Milone dei suoi due anni a spulciare bilanci e fatture nelle decine di enti del Vaticano? Bisogna tener conto che i fatti non sono recenti e nel frattempo il sistema economico vaticano si è radicalmente evoluto (complice anche la scandalosa vicenda del Palazzo di Londra) compiendo passi da gigante verso la trasparenza e le più moderne prassi internazionali. L’approccio di Milone era quello del revisore con esperienza di grandi aziende (Fiat) tra Europa e Stati Uniti. Suoi interlocutori/controparti, invece, erano i preti con le stellette, abituati a logiche e prassi decisamente fuori dall’ordinario, dal tempo e spesso anche dalle regole.

La lettera riservata al Papa

«Nel mio periodo ho esaminato fatture e pagamenti che riguardavano prelati, cardinali, vescovi. Questo è il lavoro tipico del revisore, non è spionaggio». In una lettera riservata al Santo Padre del 6 ottobre 2015 Milone, arrivato da pochi mesi già segnalava situazioni assai critiche:

1) «L’illegale coinvolgimento dell’Ospedale Bambin Gesù - si legge nell’atto di citazione, sottoposto al vaglio del tribunale con i documenti allegati - nell’acquisizione dell’Idi e dell’Ospedale San Carlo»;

2) «L’occultamento di fondi da parte della Congregazione della dottrina della fede»;

3) «Le distrazioni di fondi da parte del Pontificio consiglio per la famiglia»;

4) «I gravi conflitti di interesse di importanti esponenti della Prefettura degli affari economici»;

5) «L’ostruzionismo dell’Apsa ad ogni controllo e verifica dei conti». In un’altra nota riservata (sono tutte allegate alla citazione) l’ex revisore segnalava «l’illegale finanziamento da parte dell’ Ospedale Bambin Gesù alla Fondazione Monti di 50 milioni in evidente conflitto di interesse …conflitto segnalato, come sempre senza seguito alcuno, al promotore di giustizia», cioè la Procura del Papa.

«Ostentato disinteresse» dei pm

Tra i documenti depositati dal professionista vi è anche una lettera del novembre 2015 di Mariella Enoc, neopresidente del Bambin Gesù, «che segnala l’anomalo impiego di cospicui fondi per il restauro dell’appartamento di un cardinale». Lettera e risposta del cardinale sono state spedite «come sempre invano» al promotore di giustizia. A fine 2015 in un memo riservato al segretario particolare del Papa, Lahzi Gaid veniva segnalata, tra l’altro, «l’insufficiente collaborazione - ovvero ostentato disinteresse - da parte del promotore di giustizia e dell’Aif (l’ente antiriciclaggio, ndr), per le iniziative in chiaro odore di riciclaggio».

Il Bambin Gesù e i soldi nel 2013 ai partiti

Nel marzo 2017 viene redatta - ed è oggi agli atti - una dettagliata relazione sui conti allo Ior dell’Ospedale Bambin Gesù relativa al periodo 2009-2015. Secondo Milone sarebbero «spariti 2,5 milioni di euro donati dalla Fondazione Bajola Parisani per la realizzazione di un nuovo reparto». Al suo posto è stata messa una targa all’ingresso di un vecchio reparto. Poi c’è il caso di un bonifico da 500mila euro dall’Ospedale alla sua Fondazione, in teoria per una campagna di marketing «in realtà destinati al finanziamento illecito di partiti» nelle politiche del 2013 dopo il transito attraverso società di dipendenti.

L’appartamento di Giani

Sempre nella relazione del marzo 2017 sui conti dello Ior viene segnalato «l’illecito utilizzo di fondi della Gendarmeria per coprire la quota delle spese di ristrutturazione (170mila euro) a carico del comandante Domenico Giani». Mons Carlos Nannei dell’Opus Dei, amico del Papa, voleva chiarimenti - racconta Milone - sulla questione dell’allora capo della Gendarmeria, «ci siamo incontrati e io gli ho consegnato la relazione da dare al Santo Padre».

La busta della spesa (da 500mila euro) del cardinale

Un capitolo riguarda la Congregazione Dottrina della Fede che, secondo l’ex revisore, «riceveva soldi molto spesso in contanti o assegni e una parte venivano versati su un conto allo Ior. Quando abbiamo fatto la revisione abbiamo visto che quel conto era del Prefetto e non dell’ente, si trattava di 250mila euro». Prefetto allora era il cardinale tedesco Gherard Müller. Ma non sappiamo, e Milone non dice, se il cardinale utilizzasse per sé quel conto o era totalmente al servizio della Congregazione. Quindi potrebbe essere solo una prassi contabile da terzo mondo, «padronale». Milone ricorda un altro episodio, ovvero il ritrovamento «nell’ufficio di Müller di una busta di plastica della spesa dove c’erano mazzette di banconote per 500mila euro, Panicco ha visto il sacchetto: tutto ciò è stato scritto in una relazione al Papa che sarà allegata come le altre all’atto di citazione». Nello Stato vaticano il potere di chiunque si ferma dove comincia quello, assoluto, del Papa. Il revisore ha segnalato ma il Papa non risulta che sia intervenuto. Forse c’era una spiegazione banale alla presenza di così tanto denaro contante. E comunque nelle prassi felpate del potere vaticano spesso pene e punizioni si nascondono dietro promozioni e cariche onorarie.

L’Apsa e il trust a Jersey

Nella Società Agricola San Giuseppe controllata dall’Apsa c’era un buco di «800mila euro per mancato pagamento degli affitti e prestiti fatti a varie società e mai restituiti», denuncia Milone sostenendo che la gestione familistica, riconducibile al cardinale Domenico Calcagno, avrebbe danneggiato l’azienda. Puntando la lente sull’Apsa («esplicita richiesta del Santo Padre di far chiarezza sull’intero patrimonio») emerge il caso dell’acquisto di un prestigioso immobile a Londra-Kensington per 90 milioni «attraverso un trust di Jersey, dietro al quale non abbiamo mai capito chi ci fosse». Il cardinale Calcagno «provvedendo all’acquisto nella duplice qualità di presidente dell’Apsa, per il 50% e del Fondo Pensioni vaticano, altro 50%, non solo aveva violato la legge antiriciclaggio ma aveva illegalmente ignorato l’esplicita contrarietà all’acquisto espressa dal Prefetto della segreteria per l’Economia, al quale spettava la decisione finale». Anche le fatture pagate per le consulenze sono state oggetto di segnalazioni del revisore. Si va dai quasi tre milioni pagati all’avvocato americano Jeffrey Lena, storico legale Usa della Santa Sede, ai 10 milioni di Promontory. «Si tratta di una sommarissima e parzialissima elencazione della miriade di (eufemisticamente) “irregolarità” rilevate dal Revisore Generale man mano che, superando ostruzionismi e resistenze di ogni tipo, acquisiva documentazione di una gestione quanto mai opaca e allegra del patrimonio della Santa Sede».

La geolocalizzazione di Mammì

Intanto su richiesta dei legali di Milone direttamente a Parolin è stato tolto il segreto Pontificio dagli atti della vecchia indagine su Milone che sembrava “morta” dopo le dimissioni del giugno 2017. Contestualmente con numero di registro 13/2022 è stato riattivato il procedimento con nuovi atti di indagine. E risulta ai legali di Milone che sia stato interrogato anche Carlo Nencioli della Falco Investigazioni di Arezzo, la società ingaggiata da Milone per acquisire informazioni anagrafiche «per esempio sulla famiglia Calcagno in relazione alla società Agricola San Giuseppe» e altre operazioni simili. «Ma anche per il lavoro di verifica e bonifica del nostro ufficio quando ci fu intrusione (senza scasso qualcuno aveva le chiavi) e introdussero uno spyware nei pc». Riferiscono i legali che Nencioli - interrogato dai pm vaticani - ha detto che il suo lavoro in realtà è stato anche quello, su mandato di Milone (che nega), di geolocalizzare tre personaggi del Vaticano: Gian Franco Mammì, direttore generale dello Ior dal 2015, l’ex direttore dell’Aif (2016-2021) Tommaso Di Ruzza e Danny Casey, segretario di George Pell. all’epoca Prefetto della segreteria per l’Economia.

Mattia Ferraresi e Emiliano Fittipaldi per editorialedomani.it l’11 novembre 2022.

Un ennesimo terremoto si è abbattuto sul Vaticano. Per capire la magnitudo della scossa bisognerà attenderne gli sviluppi, ma l’azione legale contro la segreteria di Stato di Libero Milone, ex revisore generale di papa Francesco licenziato cinque anni fa perché accusato di peculato e spionaggio, aprono un nuovo scandalo dentro la città santa. 

È l’ennesima testimonianza delle difficoltà di Bergoglio, dopo quasi dieci anni di pontificato, di portare a termine alcune delle riforme sistemiche che aveva pubblicizzato all’inizio del suo mandato, in primis quella economica e finanziaria. Con il superamento di modus operandi illeciti e la conseguente trasformazione del Vaticano in una «casa di vetro».

La denuncia di Milone rende manifesto ancora una volta che le best practice esaltate dalla stampa amica come cosa fatta siano ancora di là da venire. E dimostra che Oltretevere impera l’improvvisazione e il caos, figlio di lotte intestine tra le varie cordate ecclesiastiche, le cui divisioni intossicano (come ha evidenziato anche il processo intentato contro l’ex braccio destro del papa Angelo Becciu) quasi tutte le istituzioni principali della Santa sede.

La denuncia di Milone e del suo allora collaboratore Ferruccio Panicco, che con un esposto al tribunale vaticano chiedono 9,3 milioni di danni per «l’ingiusto licenziamento» e per il «complotto» attraverso cui sono stati professionalmente e mediaticamente annientati, si può dividere in due parti distinte. 

Nella prima l’ex revisore elenca le presunte nefandezze che avrebbe scoperto, riferendole direttamente al papa e ai suoi magistrati nei due anni in cui ha lavorato per la Santa sede, dal 2015 al 2017. Illeciti che sarebbero stati sistematicamente coperti sotto il tappeto «da un vero e proprio nido di vipere». 

Il paradosso è che Milone stesso era stato chiamato da Francesco per fare pulizia: l’ex revisore denuncia di essere stato isolato «in primo luogo dal Santo Padre, che gli aveva promesso la sua vicinanza e appoggio e che invece, prima ancora di ogni artificioso sospetto sul suo operato, gli ha costantemente rifiutato udienza affidandolo alle “cure” del suo entourage». Milone nell’esposto fa intendere che proprio il suo attivismo contro illeciti e presunti crimini sarebbe stato motivo del suo allontanamento. 

E fa un compendio di quello che avrebbe scoperto. Il consulente ha raccontato nell’incontro con alcuni giornalisti che ha anticipato la diffusione della domanda giudiziale come avrebbe trovato, nell’ufficio di un cardinale, «una busta di plastica della spesa con mazzette di banconote per 250mila euro», mentre lo stesso prefetto avrebbe restituito «sua sponte», si legge nell’esposto, «500mila euro di spettanza dell’ente, finiti sui suoi conti personali per “errore”».

La denuncia non fa il nome del cardinale, ma il Corriere della Sera e altri media dicono che si tratti di Gerhard Müller, ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. 

Fonti del Vaticano spiegano a Domani che non c’è mai stata alcuna inchiesta su Müller, che l’errore sarebbe stato solo materiale, e che i soldi in contanti erano al tempo «del tutto legali perché ogni prefettura aveva disposizione fondi fuori bilancio per spese varie». Consuetudine poi vietata da norme varate in seguito dal papa.

Milone sostiene di aver individuato poi illeciti milionari nell’acquisto da parte del Bambino Gesù dell’ospedale romano dell’Idi (che rischiava il fallimento). 

E spiega di aver girato «invano» al promotore di giustizia una lettera del presidente del Bambino Gesù Mariella Enoc, fedelissima di Parolin, in merito «all’anomalo impiego di cospicui fondi per il restauro della appartamento di un cardinale».

Milone anche stavolta non fa nomi, ma si tratta certamente dei soldi che una fondazione dell’ospedale investì per l’attico dell’ex segretario di Stato, Tarcisio Bertone, che furono però svelati non dalla Enoc, ma da un’inchiesta pubblicata nel novembre 2015 dall’Espresso. 

Il reportage portò all’apertura di un processo contro Giuseppe Profiti, ex presidente del nosocomio e amico di Bertone, che è stato condannato in secondo grado per abuso d’ufficio (la Cassazione vaticana non si è ancora espressa sul ricorso del manager).

Milone svela poi di aver segnalato nel 2017 «la sparizione di 2,5 milioni donati al Bambino Gesù dalla fondazione Bajola Parisani per la realizzazione di un nuovo reparto, realizzazione “sostituita” dall’apposizione di una targa di ringraziamento all’ingresso del vecchio reparto!». 

Mentre avrebbe scoperto come nel 2013 sempre la Fondazione del Bambino Gesù – stavolta in epoca Enoc - avrebbe investito «500mila euro per il finanziamento illecito di partiti politici italiani».

L’accusa è smentita a Domani dall’entourage di Parolin, che dice inoltre che i soldi della Bajola Parisani «sono stati spesi per lavori edili in altri reparti e non certo distratti». Insomma, Milone avrebbe preso fischi per fiaschi. 

Nel cahiers de doléances dell’esperto contabile ci sono pure gli investimenti per l’acquisto del palazzo di Sloane Avenue voluta da parte della segreteria di Stato guidata al tempo da Parolin e Angelo Becciu (lo scandalo è poi scoppiato nel 2019) e operazioni spericolate (alcune inedite, altre note come quella della tenuta romana “Laurentina”) dell’ex presidente dell’Apsa, il cardinale Domenico Calcagno.

Ma pure la storia della ristrutturazione della casa in cui viveva Domenico Giani, l’ex capo della gendarmeria che nel 2017 ha condotto le indagini che hanno portato alla cacciata di Milone. 

Secondo quest’ultimo, la quota delle spese spettante al «comandante Giani», pari a 170mila euro, sarebbe stata coperta «illecitamente» dai conti correnti dello Ior del corpo di polizia.

 Un’accusa grave che uomini vicino all’attuale presidente della fondazione Eni smentiscono, spiegando che «l’appartamento è un alloggio di servizio in uso all’allora e all’attuale comandante. La destinazione è ovviamente decisa dai superiori del Governatorato. 

Trattandosi di un alloggio di servizio e di un immobile demaniale la ristrutturazione che fu fatta e le relative spese furono gestite direttamente dalla direzione competente dei servizi tecnici». 

Insomma, nulla di irregolare. Come nulla di strano, dicono fonti della Propaganda Fide, ci sarebbe per un’altra storia raccontata ai giornalisti da Milone: quella di «un sontuoso appartamento nel centro di Roma» affittato dall’ente a «un notissimo giornalista Rai», i cui «rapporti contrattuali» con la Congregazione secondo l’ex revisore sarebbero «anomali».

In pratica, il noto giornalista pagherebbe troppo poco: appena «50mila euro l’anno», secondo Milone, mentre la differenza rispetto ai valori di mercato più alti sarebbe coperta da somme in beneficienza versate dal giornalista a Propaganda Fide: versamenti che Milone non avrebbe però trovato. 

L’economista non ha fatto esplicitamente il nome del giornalista. L’unico giornalista Rai di cui è noto il rapporto con Propaganda Fide è però Bruno Vespa, che vive un un’attico vicino a piazza di Spagna di poco meno di duecento metri quadri con una delle più belle terrazze di Roma.

Sentito da Domani, Vespa dice: «Io pago poco meno di 11mila euro al mese, tutto documentato. Altro che 50mila euro all’anno, sarebbe bello. In più ho pagato io i lavori di ristrutturazione, oltre mezzo milione. E forse Milone non ha trovato i bonifici della mia beneficenza perché non li giro alla Congregazione, ma agli enti che lei mi indica di volta in volta: da quando sto nell’appartamento ho versato circa un milione di euro complessivi extra. Anche questi sono documentati al centesimo. Insomma, credo che pago di più di quanto vale la casa».

Al netto delle tante accuse tutte da dimostrare e che qualcuno pensa già possano essere «pelose», la guerra di Milone e Vaticano rappresenta bene il clima da wrestling che domina ancora in Vaticano. 

Un tutti contro tutti che spacca anche le coalizioni, con il paradosso che due nemici giurati come Becciu e Milone, entrambi esautorati dai loro incarichi per volontà di papa Francesco, si trovano oggi d’accordo nell’accusare direttamente o indirettamente i vertici della chiesa e i promotori di giustizia che li avrebbero perseguitati. 

Fino ad arrivare, denuncia Panicco anche malato di tumore, a rifiutarsi di restituire i documenti medici personali che conservava quando è stato perquisito. Diniego che avrebbe ritardato di almeno un anno la diagnosi, evento che gli avrebbe fatto perdere tra i 15 e i 20 anni di speranza di vita, secondo la denuncia depositata.

Secondo i detrattori di Milone, la maxi richiesta di risarcimento danni non solo non sarà accolta in Vaticano perché spedita oltre il tempo massimo dei cinque anni dal licenziamento. 

Ma sarebbe solo una «risposta suicida» alla decisione di Parolin di interrompere la trattativa per una mediazione in bonis della vicenda. Mediazione che, come dice lo stesso ex revisore, durava da anni. Un’interruzione della negoziazione che – chissà se è un caso o meno – la scorsa primavera ha pure portato alla riapertura dell’inchiesta su Milone per un presunto peculato e abuso d’ufficio, indagine che era stata congelata nel 2017 per la decisione - da parte del papa o di Parolin, si presume, visto che gli avvocati di Becciu spiegano a Domani che Becciu non ne sa nulla - di porre sul fascicolo il segreto di stato. 

«Non c’è alcun complotto: semplicemente il promotore Alessandro Diddi ha potuto studiare le carte solo adesso, quando Parolin ha tolto il segreto. Solo dopo aver letto i documenti dell’inchiesta il promotore ha potuto formulare l’accusa di peculato contro l’ex revisiore», spiegano da Oltretevere. «Crediamo che andrà presto a processo, le prove ci sono». Si vedrà.

Come dimostra anche l’andamento del processo sul palazzo di Londra e sui presunti reati commessi da Becciu è un’evidenza che la giustizia vaticana sembra muoversi con libertà ignote ad altri ordinamenti, con rescritti papali che possono cambiare le carte in tavola in qualsiasi momento, mentre segreti di stato messi o tolti all’improvviso possono congelare inchieste o colpire nemici a seconda delle convenienze vaticane. 

La vicenda Milone insegna che la strada della riforma dell’economia è ancora lunga, ma quella della giustizia non è nemmeno iniziata.

Gianluigi Nuzzi per “La Stampa” l’11 novembre 2022.

Manomissioni, depistaggi, insabbiamenti, microspie e minacce per bloccare le indagini avviate sui conti del Vaticano per ordine di papa Francesco e che portarono a evidenziare distrazioni di denaro, pacchi di banconote in contanti infilate in borse della spesa di cardinali, pagamenti indebiti, dubbie compravendite immobiliari. 

L'ex revisore generale dei sacri palazzi Libero Milone - nato all'Aja nel 1938, uomo finora defilato, cresciuto a numeri e relazioni dopo aver fondato Deloitte Italia e aver lavorato in quel gruppo per 32 anni - dopo meline tra diplomazia e mezzi silenzi svela un'inquietante trama che avrebbe portato alla sua estromissione nel giugno del 2017. «Mi dissero o se ne va o l'arrestiamo».

All'epoca si disse che era indagato per peculato, spionaggio, ma l'indagine forse mai nemmeno esistita non partorì nulla. Oggi, invece, saputo che l'inchiesta è stata riaperta, decide di andare in contropiede. Chiede, insieme al suo vice dell'epoca Ferruccio Panicco, 9.278.000 euro di danni in sede civile, una «domanda giudiziale» diretta contro la segreteria di Stato, nella persona del cardinale Pietro Parolin, e dello stesso ufficio del Revisore. 

Panicco - in più - addita al Vaticano il peggioramento della sua malattia, un cancro alla prostata, perché il fascicolo medico gli venne sequestrato con l'estromissione, e mai riconsegnato, ritardando le cure: «Statisticamente non ho speranze di guarigione - dice in videoconferenza -. Penso che loro siano colpevoli, non dolosamente, di avermi condannato a morte senza motivo dopo una lenta e significativa sofferenza. Mi hanno tolto dai 10 ai 15 anni di vita».

Tra gli stucchi dello studio del loro avvocato, il professor Romano Vaccarella, per tre ore Milone spiega cosa avrebbe scoperto da quando nel giugno 2015 Bergoglio lo incontrò nella saletta d'attesa a piano terra della residenza di Santa Marta. «Non si faccia mai impressionare - mi disse il santo padre - ma di fronte a quanto emergeva... Davamo troppo fastidio a quel groviglio di interessi e di assetti di potere sui quali avevamo messo le mani. Ci hanno trattato nel peggiore dei modi, persino sputato in faccia». 

In una chiavetta usb consegna 15 documenti. Tra questi, «Traccia per i giornalisti» accende un faro su due aspetti: da una parte i depistaggi con tanto di manomissione del suo pc, introduzione dello spyware Mirror in quello della segretaria, e la scoperta di una microspia infilata nella parete alle spalle della scrivania, dall'altra quanto via via emergeva tra anomalie, irregolarità e presunti fondi neri.

Convitato di pietra è certamente il cardinale Angelo Becciu, al quale Milone attribuisce molte responsabilità, il quale ha già annunciato tramite legali che querelerà il manager per le «ricostruzioni completamente infondate» visto che, a suo dire, «Milone non godeva più della fiducia del Papa». 

Il caso più eclatante potremo chiamarlo «Londra 1», si tratta dell'acquisto di un palazzo nella capitale inglese messo a bilancio dell'Apsa - la cassa centrale vaticana - per 96 milioni, proposto dalla Cb Richard Ellis dopo che era stato attivato mister Barroweliff, consulente dell'immobiliare Grolux controllata da Oltretevere.

L'affare per Milone è opaco, il palazzo sovrastimato, l'acquisto - tramite trust del Jersey - senza il parere necessario della segreteria per l'Economia. Storia che ricorda molto lo scandalo per un'altra compravendita sempre a Londra e che poi ha portato a un processo contro Becciu ancora in corso. Nel settore immobiliare Milone evidenzia «una distrazione di fondi di 800 mila euro - accusa sempre l'ex revisore - su una proprietà agricola alle porte di Roma, in via Laurentina 1351, dove avevano casa il cardinale Domenico Calcagno e il cardinale Nicora», «tra prestiti dell'Apsa presieduta da Calcagno non restituiti» e mancati pagamenti.

Indice puntato per un presunto occultamento di fondi di somme ricevute da donatori a livello mondiale alla parte Congregazione per la Dottrina della Fede: 250 mila euro versati su un conto Ior, dell'allora prefetto, e altrettanti trovati in mazzette di banconote in una busta di plastica nell'ufficio del prefetto: «Ogni tanto quella busta se la portava a casa», ripete Milone. 

La lista è ancora lunga e Milone ripete sempre senza mezzi termini che quanto emerso all'epoca lo condivise con il Santo Padre o con il segretario di Stato. Presunte distrazioni di fondi nel Pontificio Consiglio per la Famiglia, conflitti d'interesse in Apsa e alla Prefettura degli Affari economici sino ai 2,5 milioni arrivati all'ospedale Bambino Gesù dalla fondazione panamense Bajola Parisani per costruire un padiglione: «Abbiamo trovato solo una targa appesa su un muro», dice Milone, ma dal nosocomio fanno sapere che quei soldi sono stati impegnati in lavori edili in diversi corpi della struttura.

Sempre lì emerge poi la storia di un bonifico da 500 mila euro destinato in parte a una società di marketing di un dipendente che avrebbe svelato come una tranche da 240 mila euro «andava a partiti politici», prima delle elezioni del 2013. Secondo l'ex revisore l'allora capo della gendarmeria, Domenico Giani, avrebbe fatto utilizzare nel giugno del 2016 fondi del suo ufficio per pagare la quota da 176 mila euro di ristrutturazione della casa dove viveva di proprietà del Vaticano, ma persone a lui vicine dicono che l'ex militare è tranquillo, convinto della regolarità della scelta. 

Senza dimenticare i prezzi irrisori di una locazione nel contratto a un noto giornalista che avrebbe garantito di pagare la differenza con il valore di mercato tramite beneficenza «ma ho controllato - chiosa - e non lo ha fatto». Ma questo nome e molti altri non vengono fatti.

Veleni in Vaticano: "Bustarelle ai partiti". La denuncia: "Mezzo milione in contanti". Chiesti danni per 9 milioni. Serena Sartini l’11 Novembre 2022 su Il Giornale.

Una nuova bomba pronta a esplodere e nuovi veleni in Vaticano. L'ex revisore generale dei conti, Libero Milone e il suo principale collaboratore, Ferruccio Panicco, entrambi defenestrati nel giugno 2017, fanno causa al Vaticano, chiedendo 9 milioni e 278mila, contestando le ragioni per cui furono costretti alle dimissioni (aver fatto «spiare» autorità di governo vaticane). Vogliono non solo chiarire quanto è accaduto, ma far accertare l'invalidità delle dimissioni estorte e far condannare la Segreteria di Stato a pagare quello che sarebbe stato il compenso pattuito fino all'esaurimento del loro incarico, oltre al risarcimento per il danno alla loro immagine.

Panicco, inoltre, «ha subito un gravissimo, quanto odiosamente gratuito, danno alla salute», poiché «una delicata documentazione medica strettamente personale, quale paziente potenzialmente oncologico», è sparita all'atto della perquisizione del suo ufficio e da lui mai più rinvenuta. «Statisticamente non ho speranze di guarigione - dice Panicco -. Penso che il Vaticano sia colpevole, non dolosamente, di avermi condannato a morte senza motivo dopo una lenta e significativa sofferenza. Mi hanno tolto dai 10 ai 15 anni di vita». Milone ricollega la sua cacciata a un ordine impartito dal cardinale Angelo Becciu, che - tramite i suoi legali - si difende. «Si tratta di ricostruzioni completamente infondate - spiegano gli avvocati -. Il cardinale ha chiarito che si limitò esclusivamente ad eseguire un ordine del Santo Padre, il quale lo informò direttamente che il dottor Milone non godeva più della Sua fiducia».

Ma l'ex revisore torna alla carica e informa di avere allegato alla citazione civile una serie di casi «di mancanza di rispetto delle regole», convinto che il suo siluramento sia legato al «groviglio di interessi e di assetti di potere nel quale l'Ufficio era chiamato a mettere le mani». Tra i principali, la scoperta di un presunto occultamento di fondi da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, con 250 mila euro che sarebbero stati versati in un conto Ior, non del Dicastero bensì dell'allora prefetto. «Poi in Vaticano giravano buste con denaro contante - spiega - nell'ufficio di un cardinale ne abbiamo trovata una di plastica, con mazzette di banconote per 500mila euro. Al Bambin Gesù abbiamo analizzato le donazioni della vecchia gestione, fino al 2015, e verificato che 500mila euro destinati alla Fondazione erano poi finiti, attraverso società di dipendenti, a finanziare partiti politici per le elezioni del 2013». Ci sarebbero poi, secondo Milone, distrazioni di fondi da parte del Pontificio Consiglio per la Famiglia, conflitti di interesse e l'acquisto del prestigioso immobile a Londra.

Fabrizio Accatino per “la Stampa” il 17 ottobre 2022.

«Abbiamo provato a intervistare qualche rappresentante del Vaticano ma nessuno ha accettato. È come se su Emanuela sia stata scelta per sempre la strada del silenzio. Eppure credo che saranno in tanti tra quelle mura a vedere la serie, e siamo sicuri che la apprezzeranno molto». In questo Paese di molti misteri ma nessun segreto (il copyright è di Kissinger), il caso Orlandi non sarà più soltanto una faccenda di casa nostra. Ora se n'è interessata Netflix (International, non Italia), che sul tema ha commissionato alla casa di produzione Raw una docu-serie originale.

Presentata a Roma negli scorsi giorni per il «Mia» (il Mercato Internazionale Audiovisivo), articolata in quattro episodi, Vatican Girl. The Disappearance of Emanuela Orlandi sarà disponibile in tutto il mondo a partire da giovedì. Nell'attesa, in molti Paesi del Nord e Sud America è già in trend sui social network.

«Questo fatto così doloroso credo meritasse l'attenzione di un pubblico globale - racconta Mark Lewis, regista, sceneggiatore e produttore -. Fuori dall'Italia l'informazione l'ha coperto poco, almeno fino al clamoroso episodio del 2019, quando per cercare il corpo di Emanuela gli investigatori hanno scoperchiato due tombe del cimitero Teutonico in Vaticano, trovandole vuote. In questa vicenda s' intrecciano tantissime piste, dalla cospirazione ecclesiastica alle spie bulgare, dai terroristi turchi alla banda della Magliana fino al Kgb. È una storia vera, eppure sembra un thriller politico scritto da Robert Ludlum, Thomas Harris o Dan Brown».

La serie riavvolge il nastro della narrazione ripartendo da zero, esaminando con estremo rigore tutti i tasselli del puzzle investigativo. Un'operazione non nuova per Raw, che con Netflix si è specializzata nel proporre alle platee di tutto il mondo casi locali di cronaca nera. «Abbiamo scavato in tonnellate di documenti d'archivio, foto, articoli di giornale», rivela la produttrice Chiara Messineo, italiana da tempo residente a Londra.

«Credevamo che la famiglia Orlandi non avesse altro, finché un giorno Pietro - l'eroico fratello che da quarant' anni non ha mai smesso di cercare la verità - si è presentato a noi con una borsa di plastica arancione. Dentro c'erano tantissime fotografie e filmini di famiglia mai mostrati prima, con Emanuela a tutte le età. Siamo rimasti a bocca aperta. Li abbiamo portati a Londra per lavorarli, sentendoci addosso una responsabilità enorme, visto il loro valore».

Tenuta insieme dalla voce in inglese di Andrea Purgatori, Vatican Girl contribuisce a dipanare la matassa con testimonianze nuove, a volte esplosive. Come quelle di Marco Fassoni Accetti (il sedicente Amerikano, il telefonista del rapimento), del capo degli investigatori dell'epoca, di chi sa ma ha preferito parlare mantenendo l'anonimato. Oltre all'incredibile racconto a volto scoperto di Sabrina Minardi, al tempo amante del boss della Banda della Magliana Enrico Depedis, che ha ricostruito nel dettaglio il rapimento di Emanuela.

Il fatto che la ragazza non fosse una cittadina italiana si è rivelato un ostacolo per le ricerche. «Il Vaticano è lo stato più piccolo del mondo - spiega Messineo -. Il numero di civili che ci vivono è ridottissimo, meno di duecento. La maggior parte di loro appartengono a famiglie che lavorano per la Santa Sede da generazioni, come gli Orlandi. Il padre Ercole era messo all'anticamera papale, tra i vari incarichi consegnava la posta del mattino a Papa Wojtyia. Lui è morto qualche tempo fa, i figli se ne sono andati, ma a 92 anni la mamma di Emanuela vive ancora in quello stesso appartamento, dove l'abbiamo incontrata».<