Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

ANNO 2022

FEMMINE E LGBTI

PRIMA PARTE

 

  

DI ANTONIO GIANGRANDE

  

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

FEMMINE E LGBTI.

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

PRIMA PARTE

 

Diversità di genere.

I LGBTQIA+.

Comandano Loro.

Il Potere nel Telecomando.

I Drag Queen.

Il Maschio.

Il Maschilismo.

I Latin Lover.

Il Femminismo.

Gli Omosessuali.

I Transessuali.

I Bisessuali.

Gli Asessuali.

I Fictiosessuali.

Gli indistinti.

I Nudisti.

L’Amore.

Sesso o amore?

Gli orecchini.

Il Pelo.

Le Tette.

Il Ritocchino.

Le Mestruazioni e la Menopausa.

Il Feticcio.

Bondage; Fetish: Il Feticismo.

Mai dire… Porno.

Mai dire …Prostituzione.

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

 

SECONDA PARTE

 

La Truffa Amorosa.

La Molestia.

Lo Stupro.

Il Metoo.

Il Revenge Porn.

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

TERZA PARTE

Le Violenze di Genere: Maschicidi e femminicidi.

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

QUARTA PARTE

 

La Gelosia.

L’Infedeltà.

Gli Scambisti.

Gli Stalker.

Il body shaming. 

Le Bandiere LGBTQ.

San Valentino.

La crisi di Coppia.

Mai dire…Matrimonio.

Mai dire Genitori.

Mai dire…Mamma.

Mai dire…Padre.

Mai dire…Figlio.

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

QUINTA PARTE

Il Figlicidio.

Le Suocere.

Il Sesso.

Il Kama Sutra. 

Prima del Sesso.

Durante il Sesso.

Dopo il Sesso.

Il Sesso Anale.

La Masturbazione.

L’Orgasmo.

L’ecosessualità.

L'aiutino all'erezione.

Il Triangolo no…non l’avevo considerato.

Il Perineum Sunning: Ano abbronzato.

Il Sesso Orale.

Il Bacio.

Amore Senile.

 

 

 

 

 

FEMMINE E LGBTI

PRIMA PARTE

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Diversità di genere.

(ANSA il 14 luglio 2022) - È il cromosoma Y uno dei principali colpevoli della minore longevità degli uomini rispetto alle donne: la sua perdita nel corso dell'invecchiamento, che si stima avvenga nel 40% circa dei settantenni, produce cicatrici sul muscolo del cuore e può portare a insufficienza cardiaca letale. Lo indica lo studio pubblicato sulla rivista Science e coordinato dall'Università statunitense della Virginia.

Secondo gli autori dello studio, guidati da Soichi Sano, gli effetti dannosi della perdita del cromosoma potrebbero essere contrastati con un farmaco già esistente, che prende di mira proprio le pericolose cicatrici che si producono sui tessuti del corpo. I ricercatori, hanno utilizzato la tecnica di ingegneria genetica Crispr (le cosiddette forbici molecolari del Dna) per poter studiare meglio nei topi gli effetti della perdita del cromosoma Y. 

Hanno così scoperto che la scomparsa del cromosoma maschile accelera le malattie legate all'età, rendendo i topi maggiormente soggetti alla cicatrizzazione del tessuto cardiaco e alla morte prematura. I ricercatori hanno inoltre appurato che la causa è in una complessa serie di reazioni del sistema immunitario, che porta ad un processo chiamato fibrosi (l'anomala formazione di tessuto fibroso).

Gli uomini sopra i 60 sono padri nobili. Le donne solo delle vecchie. Ora basta. Loredana Lipperini su L'Espresso il 18 Luglio 2022.  

La disparità di trattamento sul lavoro e nelle istituzioni avvengono per sesso e anche per ragioni anagrafiche. Perché per le donne non si contempla nemmeno la possibilità di essere competenti e sagge: no, oltre una certa età di loro si parla solo per le rughe.

La mia generazione ha perso, ma perdendo ha tenuto per sé i posti migliori. È verissimo: i sessantenni hanno occupato ogni possibile spazio a scapito di chi ha venti, trenta, quarant’anni. Però c’è un distinguo da fare, perché il fenomeno riguarda solo una parte di quei sessantenni. Qualche esempio.

Scenario politico. Quanto si parla di donne, di quanto siano state e siano sentinelle del cambiamento, non è vero? Quanto si ripete che senza le donne il Paese non crescerà, giusto? Bene, contiamo i vertici. Una sola donna presidente di partito, ed è Giorgia Meloni, più una coordinatrice (Teresa Bellanova di Italia Viva, con Ettore Rosato però), più una portavoce anche qui ex aequo con un uomo, Marta Collot di Potere al Popolo. Non che in Europa vada meglio. Secondo Eige (Istituto europeo per l’uguaglianza di genere), nel 2021 le donne leader nei principali partiti in Unione Europea sono il 26.1 per cento contro il 73,8 per cento di uomini. Solo in Finlandia, Svezia e Danimarca le cose vanno diversamente (rispettivamente 66,7 per cento, 57,1 e 50). In Francia, Croazia, Repubblica Ceca, Polonia, Romania e Malta nessuna donna è ai vertici dei maggiori partiti presenti in Parlamento.

Scenario economico. L’Istat, nell’edizione 2022 di “Noi Italia”, fa sapere che nel 2021 il tasso di occupazione sale, sì, ma che le donne occupate restano il 53,2 per cento a fronte del 72,4 per cento dei coetanei. Non solo. Le donne, a livello apicale, restano la minoranza: sono il 70 per cento delle occupate nella Sanità? Le primarie sono il 20 per cento, una cifra simile a quanto avviene in ambito universitario. In altre parole: gli uomini occupano l’81 per cento delle posizioni di vertice. Vale anche per le pensioni: il Rapporto annuale 2022 dell’Inps ci dice che per le donne la retribuzione è più bassa del 25% rispetto a quella degli uomini, anche perché hanno lavorato di meno.

Dunque, le questioni sono due: una legata al genere di appartenenza e una legata all’anagrafe. Nel nostro strano Paese, il modo in cui si discute pubblicamente di problema generazionale non aiuta: ci sono, altrove, studi importanti sulla necessità di stringere patti intergenerazionali invece di alimentare le divisioni con decine di contrapposizioni. Durante la pandemia ne abbiamo avuto esempi pesantissimi, dove di volta in volta si accusavano le giovani persone di mettere a rischio i nonni con la loro mania dell’aperitivo o si accusavano i vecchi di egoismo per aver costretto, con la loro fragilità, a tenere i bambini chiusi in casa. Per quello che riguarda il lavoro, ripeto, la contrapposizione è vera: la cannibalizzazione da parte degli over 60 esiste, anche se i medesimi la negano dicendo che sono i giovani a non voler fare la gavetta. Peccato che non si precisi mai che i cannibali sono over 60 maschi (e bianchi, va da sé).

Delle over 60, dette amabilmente “perennials” (non muoiono mai, insomma) si parla blandendole e dicendo loro che la vita comincia a sessant’anni, e che questo è il tempo della “greynassance”. Rinascimento grigio, già (però ci sono schiere assai malevole pronte a schernirti sui social se il grigio dei capelli si vede quando vai in televisione: è accaduto all’ultimo premio Strega). A dimostrazione del trionfo delle signore in età si citano le influencer che su YouTube istruiscono sul make-up perfetto dopo i sessanta come Tricia Cusden (ha anche un pubblicato un libro, “Living The Life More Fabulous”, con un sottotitolo che recita: “Beauty, Style & Empowerment for Older Women”. Tutto bello, resta da capire dove sia l’Empowerment). O l’adorabile novantaseienne Iris Apfel, quella degli occhialoni. Tutto qui?

Non del tutto. Le over 60 sono rassicurate sul fatto che possono ancora innamorarsi, per esempio, e questo ripetono alle signore i libri e le serie televisive: a sessant’anni è tutto ancora possibile, ma quella possibilità sembra esistere unicamente per quanto riguarda la vita sentimentale, e tutto il resto scompare. Basta una ricerca veloce su Google: la maggior parte dei link riguarda l’amore o, certo, il modo di vestire. Quando Susan Sarandon osò un vestito con lo spacco a Cannes provocò un diluvio di interventi: a settant’anni la coscia non si mostra. A cinquanta si tagliano i capelli, per carità. I soliti social diventano illeggibili nel periodo di Sanremo, presidiati come sono da gruppi di signore, anche colte e raffinate, che spettegolano sul botox delle altre. Non sulle canzoni, figurarsi, ma sul grado di decenza dei ritocchi estetici.

Alda Merini posò nuda, ma è stato un raro atto di libertà, in questa sotterranea denigrazione dove, peraltro, la consapevolezza del cambiamento dei corpi portata dalla vecchiaia viene chiesta quasi esclusivamente alle donne. Non esiste il corrispettivo femminile di José Saramago che sosteneva che più si diventa vecchi, più si diventa liberi, e più si diventa liberi, più si diventa radicali (e lo dimostrò eccome, sul suo blog). Le donne over 60 sono consapevoli, come disse Imre Kertész a proposito del Novecento - e perdonate quella che sembra un’irriverenza - che sono esposte, e chiunque può prenderle a fucilate. Non esiste la vecchia competente e saggia: esiste la vecchia.

Se questo è l’immaginario, non ci si stupisca della mancanza di donne ai vertici della politica e delle istituzioni. Facciamo un passo indietro, fino al dicembre 2007. Sempre per gli smemorati, sarà bene ricordare il primissimo piano di Hillary Clinton nel pieno della campagna per le primarie americane. Il commento dell’ultraconservatore Rush Limbaugh sottolineò che esibire i segni del tempo in un corpo di donna non è piacevole, e non è soprattutto conveniente: «La politica è apparenza, sei quello che appari e Hillary come donna invecchierà peggio di un uomo, in quel lavoro alla Casa Bianca che logora chiunque, e noi americani passeremo quattro anni davanti allo spettacolo deprimente di una vecchia signora che perde ogni giorno la propria battaglia con il proprio aspetto. Un uomo anziano appare decisivo, autorevole, serio, una donna anziana è soltanto una vecchia».

La vecchiaia maschile - quella dei potenti, almeno - ha dalla sua l’esperienza. La vecchiaia femminile no. Gli uomini diventano padri della patria, o almeno padri nobili. Le donne invecchiano e basta. In quello stesso dicembre, mentre Hillary mostrava le sue rughe, in Italia partiva una campagna pubblicitaria contro la burocrazia: i manifesti proponevano la caricatura di un’anziana signora con gli occhialini a farfalla, le labbra a cuore, un ridicolo cappellino rosa. Lo slogan era: ammazza la vecchia.

Le conclusioni sono semplicissime: quando bisogna decidere un incarico di responsabilità e visibilità non conta neanche la regola del “ci vuole una donna” (che nei fatti non è una regola: è uno specchietto per le allodole che molto spesso ci si dimentica di usare). In quei casi, si passa direttamente a un uomo. In altri termini: se l’incarico viene dato a una donna, si prende in esame la sua immagine e la conformità del suo aspetto a come ci si immagina debba essere una persona che ha pubblica visibilità. Se viene dato a un uomo, conta la competenza. O almeno così ci vien detto. 

Tra moglie e marito è sempre meglio non mettere il dito... sul volante. Ilaria Salzano su La Repubblica il 24 Giugno 2022.  

Prima indagine globale del Women's World Car of the Year sulle abitudini di guida: il 43% delle donne e il 52,94% degli uomini quando guidano ricevono consigli, istruzioni o... altro. Questi i risultati del sondaggio

La Giornata internazionale delle donne al volante, un'iniziativa promossa dal WWCOTY, celebra la fine dei divieti di guida per le donne in tutto il mondo.

Il Women's World Car of the Year ha condotto la sua prima indagine globale per scoprire le abitudini e le emozioni a bordo di un'auto. Secondo i dati raccolti da WWCOTY nei cinque continenti, il 43% delle donne riceve istruzioni e commenti dal proprio partner quando è al volante. La percentuale sale al 58% quando a rispondere sono le utenti latinoamericane, mentre scende al 41,17% in Paesi come la Croazia e al 28,57% nella Repubblica Ceca. Nel caso dei conducenti maschi, la percentuale è del 52,94% a livello globale, anche se riconoscono che l'86,27% di loro è quello che si siede al volante quando si tratta di viaggi in famiglia. La percentuale sfiora il 100% in Italia e scende al 42% nel Regno Unito e al 25% in Germania.

Viaggiare con il partner sul sedile del passeggero è fonte di disagio per il 14,47% delle donne e l'11,76% degli uomini. A livello nazionale, spicca il dato della Spagna, dove il 21,4% delle donne intervistate si sente insicura al volante quando guida con il proprio partner; in Belgio la percentuale è del 16,27%; negli Stati Uniti è del 15% e in Portogallo del 12,5%.

La percezione della libertà e dell'indipendenza che l'automobile offre è praticamente unanime in tutto il mondo. Questa è l'opinione del 92,16% degli uomini e del 94,89% delle donne nel sondaggio globale condotto da Women's World Car of the Year.

Per le donne al volante, l'auto rappresenta nella maggior parte dei casi più di un semplice mezzo di trasporto. Essa offre l'accesso a un mondo ricco di possibilità, esperienze e sviluppo personale. Questo mondo si è aperto completamente il 24 giugno 2018, quando è stato abolito il divieto di guida per le donne in Arabia Saudita, l'ultimo Paese in cui non era consentito. È caduto così uno dei

grandi muri che ancora dovevano essere abbattuti nel mondo dell'automobile. Le donne hanno guadagnato mobilità, libertà personale e passione per le auto. Diventarono più visibili e resero la società consapevole del potenziale di oltre il 50% della popolazione.

Oggi le donne influenzano oltre l'80% degli acquisti di automobili nei paesi avanzati. Questa tendenza continuerà o crescerà nei prossimi anni, perché "la percentuale di giovani studentesse universitarie sta aumentando nelle aree sviluppate. La parità salariale comincia a diventare un obiettivo raggiungibile, i Consigli di Amministrazione non sono più esclusivamente maschili e negli elenchi delle persone più ricche del mondo non è raro vedere sempre più nomi di donne", afferma Marta García, Presidente esecutivo del WWCOTY. Un futuro di mobilità sostenibile e di uguaglianza non sarebbe possibile senza il contributo delle donne".

L'identità di genere non è un capriccio. Ecco cosa la sinistra deve ancora imparare. Michela Marzano su La Repubblica il 9 Giugno 2022.  

In Gran Bretagna la questione trans e gender scuote laburisti e femministe: ormai è scontro politico sull'identità e il corpo.

«Sono sicura che esista una parola per definirle. Wumben? Wimpund? Woomud?» Un paio di anni fa J.K. Rowling, l'autrice di Harry Potter, aveva commentato così un articolo in cui si parlava dell'identità di genere. Secondo lei in Inghilterra, in nome della difesa delle persone trans, si stava progressivamente cancellando la nozione di sesso. Dopo essersi schierata accanto a una ricercatrice britannica che aveva affermato che «le donne trans non sono vere donne», Rowling aveva quindi deciso di unirsi alle battaglie delle Terf, le Transgender exclusionary radical feminists, ovvero quelle femministe che vogliono escludere dalla categoria "donne" tutte coloro che, biologicamente e geneticamente, non sono femmine.

«Quando apri le porte di bagni e spogliatoi a ogni uomo che si crede donna, allora apri la porta a tutti gli uomini che vogliono entrare», aveva scritto qualche mese dopo su Twitter. Subito prima di aggiungere: «Questa è la semplice verità». Ma di quale verità parla esattamente l'autrice di Harry Potter? Cosa significa, per lei, essere donna? Pensa davvero che il proprio essere donna coincida con il proprio sesso biologico?

Sono ormai alcune settimane che, all'interno del partito laburista inglese, si discute per trovare una soluzione al dilemma del rapporto tra sesso e genere, non solo per differenziarsi dal tradizionalismo dei tories, ma anche per dare un segnale a coloro che, da sempre, si battono per i diritti e l'emancipazione di tutte e di tutti. E quando l'altro ieri Sir Keir Starmer, il leader dei laburisti, ha riconosciuto in radio che esisteva una «minoranza di donne che poteva avere il pene», la comunità Terf è ripartita all'attacco. 

Anche se Starmer, nell'intervista, è stato fin troppo cauto e, dopo aver aperto la porta alle donne trans, ha immediatamente precisato che tutte le altre donne hanno comunque il diritto di sentirsi protette nei luoghi comuni, come bagni e palestre. E quindi? Esisterebbero donne di serie A e donne di serie B?

Ormai sono anni che sembra di assistere sempre allo stesso dibattito, minato in partenza dall'enorme confusione che circonda le nozioni di sesso, genere, orientamento sessuale e identità. «Chi non ha vissuto la propria intera vita da donna non dovrebbe arrivare a definire noi donne», aveva scritto nel 2015 la femminista americana Elinor Burkett in un articolo pubblicato sul New York Times, subito prima di dire che le donne trans non potevano sapere cosa significasse essere donna, visto che loro non avevano mai dovuto affrontare l'inizio delle mestruazioni al centro di un vagone affollato della metropolitana né avevano mai vissuto l'umiliazione di scoprire che gli stipendi dei loro colleghi maschi erano ben più consistenti dei loro. Ma Burkett e le altre Terf, a loro volta, molto probabilmente non hanno la minima idea di cosa significhi crescere sentendosi prigionieri di un corpo che non corrisponde a ciò che si è.

Quando parliamo delle donne trans, d'altronde, non parliamo affatto di «uomini che si credono donne », come afferma in maniera superficiale J.K. Rowling. L'identità di genere non è né una credenza né un capriccio né una sensazione fluttuante. L'identità di genere è la percezione precoce, profonda e duratura di sé come uomo o donna, ossia ciò che si inizia a percepire non appena si riflette sulla propria identità, qualcosa di estremamente radicato e, soprattutto, che non cambia con il passare del tempo. Percepirsi donna, allora, vuol dire non poter vivere diversamente, sebbene il proprio corpo dica altro. 

Per la maggior parte di noi, esiste una continuità tra il sesso e il genere. Chi nasce femmina è donna. Chi nasce maschio è uomo. E se una persona, invece, nasce femmina ma è uomo, oppure nasce maschio ma è donna? Cosa vogliamo fare? Impedire loro di essere ciò che sono? Costringere queste persone a vivere una vita inautentica? Per molto tempo, è quello che si è fatto; disinteressandosi al loro dolore, nonostante sia talvolta così grande da spingere alcune di loro al suicidio.

Oggi, però, non è più possibile trincerarsi dietro l'idea secondo la quale alla base delle molteplici differenze che attraversano l'umanità ci sarebbe sempre e solo la differenza sessuale: quella differenza iscritta nel corpo; quella differenza che porta una femminista come Sylviane Agacinski a sostenere che la specificità della donna risiede sempre e comunque nella sua "capacità produttiva".

Oggi, forse, è giunto il momento che la sinistra faccia un esame di coscienza e si riappropri delle parole della scrittrice statunitense Audre Lorde la quale, già alla fine degli anni Settanta, aveva capito che la complessità della realtà e le contraddizioni dell'esistenza necessitavano una lettura non semplicistica dell'identità di genere: «Stare insieme alle donne non era abbastanza, eravamo diverse. Stare insieme alle donne gay non era abbastanza, eravamo diverse. Stare insieme alle donne nere non era abbastanza, eravamo diverse. Ognuna di noi aveva i suoi bisogni e i suoi obiettivi e tante diverse alleanze. C'è voluto un bel po' di tempo prima che ci rendessimo conto che il nostro posto era proprio la casa della differenza». 

Marzano alle femministe: le donne possono avere il pene. Replica: ma si facciano la doccia da te. Annalisa Terranova martedì 14 Giugno 2022 su Il Secolo d'Italia.

Qualche tempo fa un giornale inglese, commentando la sconfitta dei laburisti nella roccaforte operaia di Hartlepool, scriveva che se la sinistra avesse continuato a porsi solo il problema dei bagni transgender i lavoratori gli avrebbero voltato in massa le spalle.

Un campanello d’allarme che i laburisti non hanno ascoltato visto che è stato proprio il leader del Labour, sir Keir Starmer, a restare imbrigliato in una discussione sul seguente quesito: le donne possono avere il pene? Lui ha detto che qualcuna può. Nel partito si è scatenato uno psicodramma. In Italia il dibattito è stato subito ripreso da Repubblica, il “giornale dei diritti”.

A porsi il dilemma delle donne col pene è stata Michela Marzano, quella che non ha voluto fare figli perché il nonno era fascista. Marzano ha sentenziato che certo, le donne possono avere il pene, perché l’identità di genere non è legata al dato biologico. Cioè non è che se hai la vagina sei donna… E chi lo pensa, come la Rowling per esempio, fa parte della “comunità Terf”, sigla che sta per “femministe radicali trans escludenti”. In effetti sono problemi cui la gente pensa con grande intensità. In ogni caso le femministe che pensano che avere la vagina definisca una donna (ma guarda un po’ che pensiero strano!) si sono arrabbiate per quell’insulto, Terf, che la Marzano ha rivolto loro. E se la sono presa col direttore di Repubblica Molinari. ma come ti sei permesso di usare la parola Terf sul tuo giornale? Loro, affermano, non hanno nulla contro i trans ma non vogliono che le “donne col pene” abbiano accesso agli spazi riservati alle donne con la vagina.

Insomma ecco che torna la questione dei bagni transgender, quella di cui si diceva all’inizio e che sarebbe destinata ad allontanare sempre di più la cosiddetta classe operaia da una sinistra che si perde in chiacchiere. A dare voce alle femministe che ce l’hanno con la Marzano scende in campo anche Paola Tavella che su Fb ha raccontato un aneddoto significativo. La questione dei bagni è importante, e proprio il racconto della Tavella lo dimostra. L’episodio narrato ha avuto luogo in uno stabilimento di Ostia. Anzi per l’esattezza nelle docce dello stabilimento riservate alle donne.

“Ero sola nella zona femmine che mi lavavo quando è entrata una signora con i capelli lunghi, gli occhiali da diva, il costume intero e gli zoccoli con i tacchi. La signora si è tolta il costume e ha cominciato a lavarsi i genitali ben sviluppati ma depilati, che non erano quelli di una signora. Li sollevava, li faceva roteare, li titillava, li insaponava e via così. Una pulizia accuratissima. Siccome questo tipo di spettacolo non è il mio preferito, e non avevo prestato il mio consenso, lo ho classificato per quel che era: esibizionismo e molestia sessuale, ovvero violenza maschile. Poi siccome ho una certa età e non sono impressionabile, me ne sono andata e basta. Però: fossi stata una ragazzina? O una bambina? Una nonnina? Anche solo una persona delicata di stomaco? Ma perché non vanno tutte a insaponarsi le loro povere cose nella doccia di Michela Marzano?“. Segue dibattito.

Mettere l’orecchino invece del fermacravatta libera i maschi dalle trame prestabilite. ALESSANDRO GIAMMEI su Il Domani l'01 giugno 2022

Mi domando dove siano finiti i gioielli che ho accumulato attraverso i sacramenti cattolici: gli ori del battesimo, della prima comunione, della cresima. Erano tutte cose utili, tranne forse una sterlina d’oro e un braccialetto sempre d’oro. Li avrei tutti dati via in cambio di un orecchino.

Mia madre però diceva che gli orecchini li mettono solo ex galeotti e pederasti, dando loro un’utilità che in realtà non hanno (davvero le star del cinema e i personaggi dei cartoni giapponesi coll’orecchino potevano rispondere a quelle categorie di pregiudizio?). E d’altronde, i dandy dell’Ottocento non ci insegnano che è proprio l’utilità a essere volgare?

Quando Ruggiero lascia la trama dell’Orlando furioso per sollazzarsi sull’isola di Alcina indossa un paio di orecchini che Melissa, riportandolo sulla supposta retta via, gli rimprovera. Che liberazione però lasciarla, quella via, per imboccare quella del rifiuto per le trame, le storie già note, addirittura il capitalismo! Questo contributo è parte del nuovo numero della newsletter Cose da maschi. Per iscriverti clicca qui.

Mi domando dove siano, in questo momento, i miei ori. Li possiedo, come immagino quasi tutti i ragazzi non poverissimi di stirpe cattolica, dalla prima comunione. Aggiuntisi a certi meno familiari gingilli del battesimo, che invece non saprei distinguere da quelli di mia sorella, sono ori che ricordo a memoria ma che non vedo da anni. Forse da quando, con le più sostanziali ma meno numerose addizioni della cresima, completai la collezione e, appunto, smisi d’interessarmene.

Una sterlina d’oro, la più memorabile. Un fermacravatta d’oro poi, un po’ aziendale, e una sottilissima catenina d’oro sulla cui piastrina d’oro, che recitava «RH», nessuno fece mai incidere il mio gruppo sanguigno. Un orologio d’oro, marca Philip se non sbaglio, e un bracciale, leggermente vistoso, sempre d’oro. Abitavano nel cassetto in basso del mio comodino di adolescente, ma poi ricordo che emersero una volta dall’armadio delle tende e delle coperte di casa di mia nonna. Ora, chissà. Forse sono dov’è anche la fede nuziale di lei, che il giorno del suo funerale mi parve sorprendentemente spessa, incongruamente pesante per un dito così piccolo.

Quando tutti questi oggetti li avevo a portata di mano, non riuscivo a immaginare una versione di me che potesse farci altro che custodirli, contemplarli di tanto in tanto, come un draghetto appollaiato sul suo tesoro in erba. Ora che faccio il professore, ora che per festeggiare una nuova cattedra ricevo in dono da un’amica un altro, più bello, fermacravatta d’oro (e ci si aspetta che in effetti lo indossi), mi domando dove siano. Mi domando se non dovrei, di quando in quando, sfoggiarli.

GLI ORI UTILI

Se allora mi interessava particolarmente la sterlina, doblone da avventuriero nel minuscolo forziere azzurro della gioielleria di Subiaco in cui mia zia Michela lo acquistò, oggi è il fermacravatta a tornarmi in mente. Lo metterei? Funzionerebbe col gilet, senza giacca? Assieme ai gemelli, di cui possiedo un solo paio regalatomi da un’altra Michela (Murgia, la scrittrice, che me li portò a Filadelfia in una scatoletta viola ora sempre nel mio guardaroba), il fermacravatta è il più ovviamente ammissibile e serenamente borghese dei gioielli maschili.

Riuscite a figurarvelo un fermacravatta oltraggioso, sovversivo? C’è al limite un’ombra di esibizionismo retro in quelli vintage con le catenelle che tengono insieme le alucce del colletto – che imbarazzo, non so come si chiamano – ma niente di che. Quello chic che, come accennavo, ho ricevuto da Anna Cellinese, italianista di Princeton con un misterioso passato di danzatrice, una catenella ce l’ha, ma parecchio discreta.

C’è una qualità d’affetto particolare, lungimirante e sorniona, nel gesto femminile di regalare a un uomo un gioiello tradizionale perché lo adoperi al lavoro, o nelle occasioni formali. Non importa l’età del ricevente: egli diventa subito giovanotto – prence, delfino, futuribile bravo ragazzo, nipote acquisito anche fosse lui medesimo zio, o persino nonno.

Queste gioie dabbene, prive di sospetto, hanno in comune l’utilità: sono cose autorizzate a esser belle perché sono utili, promettono di funzionare per il resto della vita di chi le riceve nella loro incorruttibile lega di nobile metallurgia – e di essere tramandate, per ulteriori utilizzi a venire. Non a caso la graziosa catenina di cui sopra era destinata a trasmettere, nell’eventualità di un grave incidente, il mio gruppo sanguigno ai soccorritori. Non a caso il pezzo forte della mia collezione era proprio l’orologio, che da bimbo mi impressionava meno di tutti i suoi più chiaramente dorati compagni – un oggetto assai sommesso, nella sua preziosità.

L’anello da coniugato, lui pure, svolge un lavoro, completando il catalogo degli ori da sacramento che un uomo può accumulare rimanendo fedele alle norme più ovvie della propria tribù di genere. Già il bracciale, meno chiaramente funzionale, è un vezzo intrigante, tanto da sortire immagini vagamente razziste: il giostraio, lo spacciatore, il pappone, al limite il rapper.

ORECCHINO SOVVERSIVO

Ma cosa c’è di più volgare, in realtà, dell’utilità? Baudelaire, nel suo trattato sulla vita elegante, dichiarava di detestarla, di trovarla ripugnante. Ce lo ricorda Giorgio Agamben, nel suo immortale studio sul dandy e sul feticcio uscito esattamente cinquant’anni fa, in cui si chiarisce come la cura monastica e totale per il superfluo, per l’inservibile, sia addirittura una resistenza post-umana al capitalismo. Altro che vezzi frufru, altro che eccessi d’ostentazione.

Mi piace pensare di essere stato un ragazzino naturalmente predisposto all’eleganza e al socialismo, a un dandismo radicale, perché quegli ori utili mi piacevano anche, ma li avrei dati via tutti in un amen in cambio di un orecchino. Invidiavo, in particolare, un’amica di tutta la vita, Valeria Lollobattista (oggi architetta), che già nella primissima adolescenza aveva ottenuto un doppio buco al lobo destro, da cui faceva pendere coppie di orecchini identici sfacciatamente disinteressati alla buona norma della simmetria.

Mai nella vita, ovviamente, mia madre me ne avrebbe concesso anche uno finto. Mi spiegò, con una certa solennità, che solo due categorie di maschi si bucavano le orecchie: i galeotti e i pederasti. A seconda del lato da cui pendeva l’orecchino avrei potuto determinare a quale delle due comunità apparteneva chi lo portava. Non era vero, chiaramente – erano forse invertiti da disco anni Settanta o avanzi di galera Orlando Bloom, Harrison Ford, l’insegnante di religione che faceva il vicepreside al mio liceo o i vari maschilissimi eroi con l’orecchino dei cartoni giapponesi più fichi, da Zoro di One Piece a Nara di Naruto o Ryuk di Death Note? Certo che no.

Ma la leggenda sul significato dell’orecchino da maschi, scopro online, perdura. Ha fortuna, credo, perché assegna a quel gioiello inutile una funzione, lo rende discrimine tautologico della gioielleria virile: se lo hai, sei fuori norma, la comunione e la cresima non te le meriti.

EVADERE LA TRAMA

A un certo punto, nell’Orlando furioso, il valoroso Ruggiero rimane invischiato in una confortevole ma obnubilante relazione con una maga sull’isola che lei governa, un po’ come accade a Ulisse. Lei lo vizia, lo vezzeggia, gli fa dimenticare la guerra cui dovrebbe partecipare dall’altro capo del mondo e la donna guerriera cui dovrebbe congiungersi per figliare, producendo la dinastia che secoli più tardi proteggerà Ariosto perché scriva il poema di cui è protagonista.

Lo va a cercare un’altra fata, quella buona, che lo trova rammollito: mangia frutti prelibati, se ne sta in panciolle, ha i bei riccioli curati e pieni di balsamo profumato. Indossa, soprattutto, un paio di lunghi orecchini, segno certo che ha smarrito la via dell’epica maschia per diventare un femmineo ragazzo in vacanza. Lo rimprovera, rimettendo in moto la sua storia cavalleresca. Gli impedisce, insomma, di diventare un dandy, un felice mantenuto, e lo costringe a scoprire che la sua maliarda ospite è in realtà una «puttana vecchia» (cito dal testo) che si finge giovane e bella grazie al potere di un suo gioiello magico – esattamente come Melisandre, la sacerdotessa rossa di Game of Thrones.

Nel togliersi gli orecchini, anche Ruggiero diventa un altro, rivela sé stesso, ma non so se la sua versione attiva, funzionale alla storia, sia poi tanto da preferire a quella che invece interrompe la trama per circonfonderlo di delizie riposanti. Gli ori utili non destano rimproveri né sgomento, quelli sfacciatamente appariscenti hanno appunto l’utilità di apparire: di fare apparente lo status di chi li esibisce, cortigiano o star della trap che sia, dichiarando «ce l’ho fatta» agli haters che non si aspettavano un esito di successo a seguito di umili o accidentate origini.

Gli ori discreti ma inutili del dandy disfunzionale, che rifiuta di portare avanti una narrazione, un’industria, e si dedica invece alla ricerca di oggetti irriducibili a merce, sono più radicali, più sovversivi. Pendendo da un orecchio, da un polso o da un colletto, in realtà ostacolano l’azione: minacciano d’impigliarsi a qualcosa, d’inceppare l’ingranaggio dell’avventura, di richiedere alla maschilità un’accortezza e un’eleganza che tradizionalmente non le competono. Più dei piercing aggressivi o spettacolari, più degli anelli che legano o esprimono poteri, questi ori che tua zia non si sognerebbe mai di regalarti sono il distintivo di un virile che si rifiuta di svolgere le proprie stanche funzioni.

ALESSANDRO GIAMMEI. Professore di letteratura italiana all’Università di Yale, negli Stati Uniti. Con Nell’officina del nonsense di Toti Scialoja (edizioni del verri, 2014) ha vinto l’Harvard Edition dell’Edinburgh Gadda Prize. Nel 2018 ha pubblicato con Marsilio il romanzo-saggio Una serie ininterrotta di gesti riusciti: Esercizi su Il grande Gatsby di F. Scott Fitzgerald. Ha curato l’edizione italiana delle lettere tra Lytton Strachey e Virginia Woolf (Ti basta l’Atlantico?, nottetempo 2021, con Chiara Valerio), e di un trattato di Arthur Conan Doyle sulla fotografia spiritica (Fotografare gli spiriti, Marsilio 2022).

Il genere delle cose è relativo: perché ci sorprendono i maschi in gonna? ALESSANDRO GIAMMEI su Il Domani il 25 maggio 2022

Da quando gira la voce che sto scrivendo di maschilità, ogni volta che un ragazzo si manifesta in gonna o in abito lungo a qualche concerto, sfilata o cerimonia, tutti mi linkano il video e le foto. Ma che c’è di strano? La gonna è una cosa da maschi.

Come per molte questioni di genere, il problema è la prospettiva. Ai maghi di Harry Potter (i libri, non i film) pare strano che i babbani maschi indossino solo i pantaloni. E in effetti i pantaloni come distintivo della maschilità sono emersi in una precisa parentesi della storia culturale europea.

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Da quando gira la voce che sto scrivendo di maschilità, ogni volta che un ragazzo si manifesta in gonna o in abito lungo a qualche concerto, sfilata o cerimonia, tutti mi linkano il video e le foto. Che si tratti di Mahmood o Harry Styles, di un modello di Gucci o di uno studente al commencement, l’apparizione ispira messaggi di gradita sorpresa a me rivolti: “che fico, guarda, ci hai ragione, l’èra del maschio coi pantaloni è al tramonto”. Ma come? Non era già ovvio da secoli che gonnelle e sottane sono una cosa da maschi?

LE BRACHE SONO DA BABBANI

Come per molte questioni di genere, il problema è la prospettiva. Faccio un esempio. Prima che i film ne cristallizzassero l’immaginario al ribasso, e prima che l’autrice ne mortificasse l’immagine con le sue irricevibili sparate transfobiche, il mondo di Harry Potter era assai più autenticamente strambo di come non appaia nelle odierne mercificazioni del suo già esilissimo contenuto letterario, privo d’altronde di qualsiasi interesse formale.

Ricordo che da adolescente, leggendo appassionato il quarto libro, mi colpì rendermi conto che i maghi maschi, in quel mondo di finzione, non portano i pantaloni: che la distinzione di genere tra abiti lunghi e brache, pantaloni e gonne, è una roba, nei libri di Harry Potter, da babbani. Il fatto emerge durante la finale della coppa del mondo di Quidditch, quando la comunità magica accorre ad accamparsi intorno allo stadio per assistervi e deve, tuttavia, farsi lo scrupolo di non destare l’attenzione degli avventori non-maghi.

Certi maghi, però, di noialtri comuni mortali non conoscono nemmeno i tratti culturali di base (esiste addirittura una disciplina di studi, a Hogwarts, per informarli: la babbanologia) e dunque non sanno bene come mimetizzarsi: come distinguere ciò che è normale per loro da ciò che è normale per noi. Uno di essi, nei dintorni dello stadio, rifiuta di indossare pantaloni. Non capisce come facciamo, noi babbani maschi, a non preferire comode tuniche: crede che sia assurdo risultare strano solo perché indossa un, per lui maschilissimo, abito lungo. Si domanda se non sentano il bisogno, i non-maghi, di far prendere aria alle parti basse, di quando in quando.

IL MONACO FA L’ABITO

Se l’abito non fa il monaco (o il mago), che cos’è che fa? Perché qualcosa fa, altrimenti non riceverei tanti messaggi quando Pete Davidson sfoggia disinvolto una gonna – e l’autrice di Harry Potter non ci terrebbe tanto a ribadire che le donne trans sono «uomini in gonna». Il fatto è che le cose che portiamo addosso, come le lingue che parliamo, non hanno senso di per sé, a differenza delle parole magiche che invariabilmente producono il medesimo incantesimo in ogni contesto – anche se nessuno le capisce, anche se nessuno le sente neanche.

Hanno senso, le umane parole e le nostre cose, solo negli occhi, nelle orecchie, di chi condivide con noi un certo codice. È in quegli organi di senso altrui, non nella propria sostanza verbale o tessile, che fanno quel che fanno: confermano o rompono il codice, più o meno condiviso, cui rispondono. «A casa mia», dice con grande saggezza Zerocalcare, «“mortacci tua” è ‘na carezza; a Napoli me volevano sgozzà».

Sul palco dell’Eurovision la favolosa gonna bianca di Sheldon Riley, il concorrente australiano, è stata sorprendente solo perché il pubblico europeo non è abituato a infilare gli uomini in altro che nei pantaloni – ma, al contempo, è assai abituato a pensarsi misura e norma dell’umanità. È lo stesso problema, al contrario, del mago senza calzoni alla finale di Quidditch.

GONNE DA MASCHI

In tre quarti del mondo, a dire il vero, non hanno mai battuto ciglio alla vista di una gonna da maschi. Né bisogna andare granché lontano per trovarne di tradizionali: gli albanesi di rango, nell’Ottocento, usavano portare candide gonne al ginocchio oltre che floridi mustacchi, e tutti sanno che in Scozia non c’è niente di più maschile di un kilt a scacchi. La gonna gaelica, ispessita dalla moda celtica, si solleva sugli impertinenti culi dei commilitoni di Mel Gibson in Braveheart, un film che chi ha la mia età ha visto passare innumerevoli volte in televisione.

Chissà se il principe Carlo indossa invece biancheria sotto ai kilt che sfoggia regolarmente, come li sfoggiava suo padre Filippo fino in tarda età. Se cerco online, m’incanto trovando foto dei due che esibiscono gonne in pendant con quelle delle loro compagne: Diana, Camilla e persino la regina. Ma le gonne da maschio più belle mi sembrano quelle che mettono tutti i giorni gli abitanti di paesi più lontani, quelli che un tempo i reali d’Inghilterra colonizzarono: lunghe gonne dai sobri colori che fasciano gambe virili nel sudest asiatico, nell’Africa occidentale, nel subcontinente.

Se invece di spostare la prospettiva nello spazio la spostiamo nel tempo, il risultato non cambia. Anzi, le gonne da maschi popolano le iconografie dei sussidiari e dei manuali di storia e arte d’ogni ordine e grado. Enrico VIII, nel suo più celebre ritratto, come i notabili normanni del medioevo o quelli sumeri dell’antichità in incisioni e statue erose dai secoli, portano una gonna. È addirittura una minigonna direi, aderente ed elegantemente sensuale, quella che fascia i fianchi del favorito dell’imperatore Adriano, Antinoo Vaticano, nel suo costume egizio da reincarnazione di Osiride. Inghiottito prematuramente dalle acque del Nilo, il ragazzo fu fatto scolpire così nel secondo secolo, serio e gagliardo con la sua gonnella finemente cesellata nel marmo; e così lo incontriamo oggi nelle sale dei musei vaticani – nella stessa San Pietro in cui, ricordiamocelo, papi e cardinali si aggirano da sempre in vesti fruscianti e vaporose sottane.

Se c’è qualcosa di strano negli uomini in gonna, se ci pare che siano ribelli o in rotta con la propria identità, è solo perché, a un certo punto, in occidente abbiamo deciso di separare i maschi dal resto dell’umanità – o meglio, di limitare a loro il privilegio esclusivo di un’umanità individuale.

L’ETÀ DEI PANTALONI

Ho scritto la tesi di laurea su Alberto Savinio, uno scrittore (e pittore, e musicista) incredibile del Novecento su cui ancora lavoro e le cui opere insegno. Nato in Grecia da genitori italiani, formatosi in Germania e in Francia, questo geniale mago delle Lettere europee nutriva una certa ossessione (come d’altronde suo fratello, Giorgio de Chirico) nei confronti della sua propria autobiografia, della sua immagine.

Ricordo che, ventenne, trascorrevo molte ore alla biblioteca di storia dell’arte di Piazza Venezia a sfogliare i cataloghi dei suoi lavori, e ci trovavo di continuo i ritratti, gli autoritratti e le foto che scandirono la sua vita. Il più antico dagherrotipo, caro anche al fratello e riprodotto in alcuni studi a matita, era un’immagine di lui, molto grazioso, da bambino: capelli lunghi, guance paffute e un abitino candido che finiva, inequivocabilmente, in una gonna. Non un pagliaccetto, non uno di quei vestitini da pupo: una gonna vera e propria, in miniatura, non dissimile da quella che sua madre portava in altri scatti o quadri.

Fu da quella foto di Savinio, risalente ai primissimi anni del secolo scorso, che scoprii come, fino appunto a quel periodo, si usava in Europa vestire bambini e bambine, indifferentemente, con gli stessi abiti, analoghi a quelli indossati dalle ragazze e dalle donne mature.

GONNA E BURQA

Oggi quegli abitini mi paiono esclusivamente da bimba. Quando vado in un negozio, d’altronde, do per scontato che le gonne e gli abiti lunghi siano tutti da donna, mentre i pantaloni siano potenzialmente per chiunque. E tuttavia so, dai tempi della laurea, che, in Europa e nelle sue colonie, tra il tardo Cinquecento e il primo Novecento, erano i pantaloni a essere speciali. I maschi erano separati dall’umanità indistinta delle gonne per tutti solo a una certa età – quella in cui quelli benestanti erano in grado, tendenzialmente, di andare in bagno autonomamente, e quelli poveri già al lavoro.

Da quell’età in poi diventavano uomini, individui agenti, inforcando un paio di brache che li distinguevano dalla collettività in gonna che erano chiamati a dominare. La gonna è servita a ciò a cui serve oggi il burqa in Afghanistan, dove mentre scrivo è tornato per legge sui volti delle donne: ha rappresentato un dispositivo per la sottrazione d’identità. Ma si è trattato di una parentesi relativamente breve nella lunga storia della gonna, da uomo o da donna, che oggi riprende a rispondere a un codice secolare d’eleganza maschile.

ALESSANDRO GIAMMEI. Professore di letteratura italiana all’Università di Yale, negli Stati Uniti. Con Nell’officina del nonsense di Toti Scialoja (edizioni del verri, 2014) ha vinto l’Harvard Edition dell’Edinburgh Gadda Prize. Nel 2018 ha pubblicato con Marsilio il romanzo-saggio Una serie ininterrotta di gesti riusciti: Esercizi su Il grande Gatsby di F. Scott Fitzgerald. Ha curato l’edizione italiana delle lettere tra Lytton Strachey e Virginia Woolf (Ti basta l’Atlantico?, nottetempo 2021, con Chiara Valerio), e di un trattato di Arthur Conan Doyle sulla fotografia spiritica (Fotografare gli spiriti, Marsilio 2022).

Da ilnapolista.it il 24 maggio 2022.

"Thought I had a dick”. “Pensavano che avessi il cazzo”. Esattamente in questi termini Caster Semenya va allo scontro frontale con i vertici dell’atletica leggera mondiale. Li accusa di averla costretta a prendere farmaci che l’hanno “torturata” e l’hanno fatta stare così così male che temeva che avrebbe avuto un infarto. 

In un’intervista esplosiva con HBO Real Sports, la due volte campionessa olimpica degli 800 metri e simbolo degli atleti con differenze nello sviluppo sessuale (DSD) ha affermato che abbassare artificialmente i suoi livelli di testosterone naturale per competere nelle gare femminili è stato “come pugnalarsi con un coltello ogni giorno”.

L’atleta sudafricana ha anche rivelato che quando i dubbi sul suo genere sessuale sono venuti fuori per la prima volta dopo aver vinto il suo primo titolo mondiale a 18 anni, si è offerta di mostrare ai funzionari i suoi genitali per dimostrare di essere una donna. “Pensavano che avessi il cazzo”, ha detto. “E io gli ho risposto ‘sono una femmina. Se vuoi vedere che sono una donna, ti faccio vedere la vagina. Va bene?'”.

Semenya è nata con testicoli interni. Le è stato detto che per continuare a correre nelle gare femminili avrebbe dovuto assumere farmaci per abbassare i suoi livelli naturali di testosterone. “Mi hanno fatto ammalare, mi hanno fatto ingrassare, avevo attacchi di panico, non sapevo se avrei avuto un infarto. È come pugnalarsi con un coltello ogni giorno. Ma non avevo scelta. Avevo 18 anni, volevo correre, volevo arrivare alle Olimpiadi, era l’unica opzione per me”.

Jonathan Taylor, avvocato di World Athletics, ha contestato che i farmaci somministrati a Semenya facessero male. “Jonathan deve tagliarsi la lingua e buttarla via – ha risposto Semenya – Se vuole capire come quella cosa mi ha torturato, li prenda quei farmaci. E capirà”.

Semenya, che ora ha 31 anni, ha assunto i farmaci per diversi anni prima di presentare una causa legale per le gare sulle distanze dai 400 metri al miglio. Dopo i ricorsi infruttuosi presso la Corte Arbitrale dello Sport (TAS) e la Corte Suprema Federale Svizzera, non ha potuto di difendere ai Giochi di Tokyo i titoli olimpici che ha vinto a Londra e Rio. Attualmente è in attesa di un’udienza presso la Corte europea dei diritti dell’uomo e, nel frattempo, ha gareggiato su distanze più lunghe, facendo segnare un personale di 8 minuti e 54 secondi su 3.000 metri a marzo. 

In un feroce post su Twitter giorni dopo ha scritto: “Quindi, secondo World Athletics e i suoi membri, sono un maschio quando si tratta di correre i 400, gli 800m, i 1500 e il miglio. Poi una femmina nei 100, 200 metri e negli eventi a lunga distanza. Che razza di scemenza è?”.

La donna che sfidò la Manica (e gli stereotipi). Davide Bartoccini il 15 Aprile 2022 su Il Giornale.

Una bracciata dopo l'altra, Mercedes Gleitze ha infranto ogni record nel nuoto. Dimostrando - quasi un secolo fa - come le donne non fossere fatte per "starsene buone a casa".

“Il nuoto in mare è una cosa bella, anzi è un’arte", un'arte in cui l’atleta si esercita a “padroneggiare l'elemento più abbondante e più potente della terra: l’acqua”, scriveva dei suoi diari Mercedes Gleitze, campionessa di nuoto e recordman - anche se sarebbe meglio scrivere recordwoman. Nata il 18 di novembre del 1900 a Brighton, Inghilterra, è forse la nuotatrice più famosa del mondo: non soltanto per essere stata il primo essere umano ad attraversare a nuoto lo Stretto di Gibilterra nel 1928 o per essere stata la prima donna ad attraversare a nuoto il canale della Manica nel 1927. Ma per essersi resa tra le prime celebrità sportive di fama internazionale del gentilsesso. Infrangendo, una bracciata dopo l’altra, lo stereotipo della brava donna di “casa”. Quando nuotava, pare si abbandonasse completamente. Nei pomeriggi tiepidi di Londra, trascorsi ad allenarsi su e giù lungo il Tamigi. Come nelle mattine nebbiose che la vedevano calcare la sabbia prima di una competizione. Mattine che l’avrebbero vista infrangere l’ennesimo record. 

Era una sirena dal passo pensante e dal sorriso spontaneo, con occhi chiari e sottili, e capelli cresposi di salsedine. Basta guardare una delle tante foto che finirono sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, per sentirsi travolti dal pathos che deve aver accompagnato quel primo tuffato nel mare a Cap Gris-Nes, a Calais. E che l’ha seguita per l’intera traversata fino a Dover, dall’altra parte del Canale, in Inghilterra. Quindici ore e una dozzina di minuti dopo, gli spettatori che erano accorsi sulle scogliere e sulla battigia, scorsero una donna barcollare trionfante a riva; con la sua cuffia stretta alla testa e il costume intero. Era Mercedes, la dattilografa che era cresciuta nelle valli della Baviera con i nonni paterni, dove mare non ce n'era, che si assicurava un posto nella Storia.

Il nuoto aveva iniziato a praticarlo nel tempo libero. Quando finiva di scrivere a macchina per guadagnarsi da vivere a Londra. Via i tacchi bassi, la camicetta, la gonna lunga che conteneva le gambe possenti. E giù nel fiume. Una bracciata dopo l’altra aveva solcato tutto il Tamigi. Fino a raggiungere il suo primo record significativo: nuotare per 10 ore e 45 minuti consecutive nel 1923. Da lì in poi, la preparazione atletica sempre più intensa e rigorosa, per conquistare traguardi che avevano visto le altre fallire. Prima la Manica, poi la fama mondiale di “primo essere umano” che raggiunge a nuoto l’Africa dall’Europa. Attraversando, una bracciata dopo l’altra, le acque pericolose e stracolme di natanti e nafta dello Stretto di Gibilterra. Le sfide successive? Nuotare lungo la coste dell’Ulster, nel nord dell’Irlanda, e poi ancora in Australia, in Nuova Zelanda e in Sud Africa per stabilire nuovi record di traversata e resistenza. Come la nuotata di 100 miglia intorno all'Isola di Man, o rendersi ancora una volta la prima persona a raggiungere a nuoto Robben Island, l’isola che appare all’orizzonte di Città del Capo, e ritorno.

In un momento storico in cui le celebrità sportive femminile si contavano sulle dita di una mano, Mercedes Gleitze, coniugata Carrey, si cimentò in 50 gare pionieristiche nel nuoto. Dimostrando una tenacia senza eguali, e viaggiando per tutto il mondo quando era idea diffusa che il posto di una donna fosse di fronte al focolare. Attirando folle di ammiratori e curiosi ovunque si tuffasse, e su qualunque spiaggia approdasse; quale generosa e atletica venere botticelliana.

Singolare testimonianza del suo anticonformismo il filmato di un cinegiornale in cui, a termine della cerimonia per le sue nozze nel 1930, annuncia che invece di partire per una romantica luna di miele, partirà per nuotare una nuova sfida nel “mare di Elle”: i Dardanelli. L’ultima sfida sarà quella di estendere il suo record di resistenza a 46 ore. Si ritirerà nel 1932.

Nel corso della sua decennale carriera da nuotatrice professionista, numerosi brand tennero a sponsorizzarla per essere associati ai suoi invidiabili traguardi. Più noto di tutte forse Rolex, casa di orologeria svizzera che nel 1927 le affidò un orologio con la nuova cassa ad “ostrica” che l’avrebbe accompagnata nella sua traversata. Ma ci furono anche marchi come il té Lipton’s e il whisky Paddy . Anche in su questo piano infatti, la Gleitze fu una pioniera. Una “antesignana” anzi. Ben nota per la sua generosità, si impegnò inoltre nella beneficienza fin dai primi successi conseguiti. Usando i premi in denaro per sostentare attività benefiche come la The Mercedes Gleitze Relief in Need Charity, ancora esistente.

Dopo il suo addio al nuoto, Mercedes divenne anche lei una “donna di casa”. Condusse una vita riservata e solitaria, allevando i suoi tre figli senza parlare mai dei suoi vecchi successi con la famiglia. È morta a Londra all'età di 80 anni, il 9 febbraio 1981. C’è un bella favola firmata da Boris Biancheri, forse propio a lei ispirata, dal titolo La Traversata. Racconta di una donna “poco portata alle cose terrestri” e “più adatta a quelle del cielo e del mare”, che accetta la sfida di un giornalista inglese attraversando a nuoto la Manica. Si chiamava Eileen, e pare che l’acqua fosse l’unico luogo dove si sentisse veramente a suo agio. Una volta Mercedes Gleitze, alla domanda “perché non avesse ancora preso marito?”, rispose che non sapeva cosa farsene di “un uomo che le costruiva una bella casa mentre lei desiderava solo l’acqua del mare”. Forse l’animo di queste due donne favolose coincide nell’Iperuranio.

Vittorio Feltri, "perché solo chi è dotato di pisello?", lo schiaffo a Zelensky e femministe. Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 28 marzo 2022.

La disgustosa guerra divampante in Ucraina, tra le tante cose orrende che ci ha insegnato, ne offre una invece abbastanza curiosa che corregge una convinzione diffusa, ma errata. Mi riferisco alla parità di genere. Io stesso ero arciconvinto che le donne ormai non avessero nulla da invidiare agli uomini: in effetti esse nelle professioni, incluse le più impegnative, eccellono. Penso in particolare al ramo medico e a quello giuridico, nei quali sono addirittura più numerose rispetto ai maschi, il che è normale visto che il numero delle studentesse universitarie supera quello degli studenti. Tra l'altro infuriano polemiche quotidiane promosse dalle femministe più scatenate molte delle quali si battono affinché perfino il linguaggio si adegui ai tempi (non deve distinguere più tra ragazzi e ragazze) e sostengono anche giustamente che esistono le persone ma il loro sesso va dimenticato. A me personalmente non va a genio discutere di queste tematiche un po' bizzarre, mi limito a correggere chi dice che le signore guadagnino meno dei loro compagni. Non è vero. Infatti i contratti di lavoro sono collettivi: gli stipendi sono uguali per tutti, la paga di un giudice o di un insegnante è la stessa per lui come per lei.

Su Libero e altrove ho scritto spesso che pure nei giornali le redattrici sono spesso più abili e complete dei redattori. Pertanto non posso essere accusato di misoginia. Ciò detto, mi sono tardivamente accorto che in guerra ci vanno obbligatoriamente i maschi dai 18 ai 60 anni, succede in Ucraina e in Russia, ed è sempre successo nel mondo intero: le regole non sono ancora cambiate. Se c'è da combattere e da rischiare la pelle lo Stato recluta solo chi è dotato del pisello, mentre le nostre mogli o sorelle sono esentate da entrare nelle battaglie dove ci si scanna e si muore. Si dirà che le consorti debbono stare a casa ad accudire i figli, i quali però hanno anche un papà, che tuttavia può morire ed è pregato di sacrificarsi per la patria, come se questa fosse solo loro e non delle spose.

Ciò dimostra che la parità di genere non esiste o, meglio, esiste in tempo di pace e non in tempo di guerra, quando solo gli uomini sono comandati a farsi massacrare. Ecco perché le femministe militanti davanti ad esigenze belliche se ne guardano bene dal protestare per il diverso trattamento riservato ai maschi e alle loro dolci metà. Quando bisogna andare in ufficio siamo tutti uguali, sia che indossiamo i pantaloni sia che indossiamo la minigonna, quando c'è da recarsi in battaglia ci vadano per forza quei coglioni degli uomini. Se questa è la parità che pretendono le guerriere coi tacchi a spillo non mi garba. L'uguaglianza non può essere parziale e non si può pretendere solo quando fa comodo. 

Scuola, caos in piazza a Roma: gli studenti non vogliono l'alternanza scuola lavoro...

Dagotraduzione dal Daily Mail il 25 marzo 2022.

Che ti faccia ridere, sorridere, o contorcerti dalle risate, al solletico è difficile resistere. Una ricerca dell’Università di Auckland ha scoperto però che quando si tratta di solleticare il piede, le donne sono più sensibili degli uomini. Gli scienziati hanno sviluppato un dispositivo chiamato TickleFoot per valutare i suoi effetti su entrambi sessi: funziona a batterie ed è dotato di piccole spazzole progettate per sollecitare diverse parti del piede. 

«Per prima cosa abbiamo sviluppato un attuatore in grado di creare sensazioni di solletico lungo la pianta del piede utilizzando spazzole magnetiche» ha scritto Don Samitha Elvitigala nello studio pubblicato su ACM Transactions on Computer-Human Interaction. «Poi abbiamo condotto due studi per identificare i punti più delicati della pianta del piede e i modelli di stimolazione che possono provocare risate».

Tredici partecipanti (sette donne e sei uomini) hanno testato il dispositivo per solleticare i piedi, valutando il livello di solletico che hanno sentito in diverse aree su una scala di sette punti. I risultati hanno rivelato che le donne hanno dato un punteggio medio di 5,57, mentre gli uomini hanno dato un punteggio medio di 3,83. 

Le donne in particolare hanno dato il punteggio più alto al solletico al centro dell’arco del piede, mentre gli uomini intorno alle dita. Sulla base dei risultati, i ricercatori hanno sviluppato una soletta flessibile che può essere inserita in qualsiasi scarpa e solleticare l'utente su richiesta.

«Abbiamo incorporato i nostri attuatori in una soletta flessibile, mostrando il potenziale di una soletta indossabile per il solletico», ha aggiunto il team. Ricerche precedenti hanno suggerito che il solletico potrebbe essere utilizzato per alleviare lo stress e la depressione. Uno studio del 2019 indicava addirittura che potrebbe aiutare a rallentare l'invecchiamento.

I ricercatori dell'Università di Leeds avevano scoperto che per gli ultracinquantenni "solleticare" l'orecchio con una piccola corrente elettrica riequilibra il sistema nervoso autonomo, rallentando potenzialmente uno degli effetti dell'invecchiamento. La prima "tickle spa" al mondo è stata aperta in Spagna nel 2011: qui i clienti pagano € 45 per farsi solleticare i piedi con una piuma per un'ora.

Daniele Dell'Orco per ilgiornale.it l'1 marzo 2022. 

Ora sì che Roma ha finalmente cambiato registro. Dopo 5 anni di disastrosa amministrazione targata Virginia Raggi, finalmente un sindaco che si occupa delle priorità: la parità dei sessi nella toponomastica. 

Come ricostruito da Il Tempo, la giunta guidata da Roberto Gualtieri (Pd) ha stabilito che le strade, piazze, parchi e aree pubbliche della Capitale nei prossimi anni saranno intitolate in maniera equa tra uomini e donne. 

Questo perché, studiando i mille dossier dei problemi di Roma, gli assessori alla Cultura e alle Pari opportunità Miguel Gotor e Monica Lucarelli si sono accorti di uno scandalo in piena regola. Tangenti? Disservizi? Assenteismo? Sprechi? Viabilità? No, il "problema" è che su 16.377 toponimi stradali solo il 4% è intitolato a donne. Fanno riferimento a uomini, il 48% mentre un altro 48% è "neutro", ovvero intitolato a luoghi, categorie, popoli e avvenimenti storici. Uno scempio, insomma.

L'obiettivo ambizioso del Campidoglio è quello di riequilibrare la presenza femminile nelle denominazioni dei luoghi pubblici, così da rendere Roma finalmente una "città modello". La toponomastica, nel magico mondo dei politici di sinistra, "può essere un potente strumento per il recupero della memoria storica delle donne che hanno inciso in maniera significativa nella vita della comunità locale, nazionale e internazionale, offrendo in particolare alle giovani generazioni importanti testimonianze che aiutino a superare gli stereotipi di genere che contrassegnano ancora troppo spesso la narrazione della storia", spiegano Gotor e Lucarelli.

Un'iniziativa che coinvolgerà anche le scuole, sollecitata dall'associazione Toponomastica femminile, in vista della festa della donna dell'8 marzo. Una svolta rosa anche per le vie di Roma, insomma, per combattere la "menomazione" subita dalle grandi donne ignorate o sepolte nei meandri della storia senza valorizzazione. Un impegno lodevole, se non fosse che il concetto di "quota" è proprio manchevole di per sé. 

Di grandi profili femminili della scena locale, nazionale e internazionale che meritano onore e conoscenza ce ne sono senza fine, ma basterebbe impegnarsi nel concreto per una azione culturale fatta di pubblicistica, conferenze, convegni, libri cosicché i profili adatti e sottoposti a damnatio memoriae possano essere riscoperti e rivalutati. Un principio che vale per tutti, non solo per uomini o donne. Il solo fatto che qualche dipendente pubblico sia stato messo a scartabellare i registri e contare quanti uomini compaiono sulle vie di Roma rispetto alle donne invece ha dell'incredibile. 

E del resto, se c'è qualcuno che sui social si è persino soffermato sulla drammatica assenza di donne al tavolo di pace tra delegazione russa e ucraina di ieri a Gomel (Bielorussia), allora di davvero incredibile ormai resta ben poco.

Ariete con Letizia Battaglia: fare un’altra rivoluzione. Le lotte, gli amori, le paure due generazioni senza “piano B“. Maria Luisa Agnese e Greta Privitera su Il Corriere della Sera il 18 Febbraio 2022.

La fotografa, quasi 87 anni, e la cantautrice indie, 19. Un’intervista/dialogo che mette a nudo due donne che interpretano il proprio tempo senza sconti. «Arianna, ti voglio più dura». «Ma noi siamo delicati, ci troviamo in mezzo a un campo». 

A destra nella foto Ariete, 19 anni, nome d’arte di Arianna Del Giaccio, durante il servizio fotografico che le ha scattato a Palermo Letizia Battaglia (a sinistra), 87 anni il prossimo 5 marzo. La foto è di Shobha figlia di Letizia Battaglia

Questa intervista doppia è il servizio di copertina del numero di 7 in edicola il 18 febbraio. Ne pubblichiamo l’anticipazione online per i lettori del Corriere

Letizia Battaglia si alza a fatica dalla sedia a rotelle e indica la panchina. «Ammuninne», dice. Arianna Del Giaccio, in arte Ariete, la segue senza fare domande. Letizia le fa spazio: «Toh, vuoi?». Le offre una sigaretta delle sue, «mica quelle cose moderne di plastica». Arianna ne sfila una dal pacchetto, e iniziano a fumare. Quelle che dovrebbero sembrare nonna e nipote al parco paiono due coetanee di un’età imprecisata, fuori da un concerto rock. Letizia ha quasi 87 anni, i capelli rosa, i calzettoni a righe colorati che spuntano sotto la gonna lunga, nera. Arianna di anni ne ha 19, i tatuaggi, un piercing al naso, il cappellino, e indossa un ingombrante giubbotto di pelle. Siamo in piazza Magione, a Palermo, in un parco dedicato a Falcone e Borsellino. Letizia Battaglia, che con i suoi scatti ha raccontato la mafia e gli anni di piombo in Sicilia, fotografa per 7 Ariete, giovane cantautrice indie, cantastorie della Generazione Z, che il 25 febbraio pubblica il suo terzo album, Specchio , prodotto da Bomba Dischi.

Battaglia torna dietro l’obiettivo per un confronto tra due generazioni apparentemente lontane. Ma a guardarle su questa panchina, la distanza non esiste. Tra un tiro di sigaretta e l’altro, spara domande che sembrano graffi, ma Arianna non ha bisogno di difendersi: «Sono felice di parlare con un mito», ci dice.

Letizia: «A me sembrate una generazione senza coraggio».

Arianna/Ariete: «La nostra è una generazione delicata. Siamo nati con le rivoluzioni in corso, con l’euro appena in tasca e Internet appena nato. Quando i miei genitori dicono “ai miei tempi”, io mi arrabbio. Trent’anni fa l’idea di futuro c’era, l’economia dava speranza. Per noi, invece, pensare al futuro è un po’ più difficile, e poi aggiungi il Covid. Ci troviamo nel bel mezzo di un campo, non capiti. È un concetto che ho cercato di raccontare in 18 anni , una canzone dell’album precedente».

Letizia: «Non conosco le tue canzoni, ascolto ancora i Rolling Stones. Che cosa dici in 18 anni ?».

Arianna: « Hai diciott’anni/Non sai dove aggrapparti/Non sai con chi parlare/ Non sai di cosa farti ».

Letizia: «Ma vuoi mettere le nostre lotte? Voi ragazzi avete un concetto di libertà effimero, e nessun progetto per il futuro. La colpa è dei vostri genitori. La mia generazione lavorò moltissimo su sé stessa. Lottavamo. Per cosa lottate voi?»

Arianna: «Abbiamo un pianeta da salvare, anche se in effetti non ne parliamo nelle nostre canzoni. Io racconto di omosessualità. Sai che c’è? Oggi, un giovane pensa prima a come salvarsi le giornate, e poi a salvare quello che ha intorno, può sembrare un discorso egoista. Con i lockdown, molti ragazzi hanno sofferto. Capisco che era necessario chiudere per salvarsi, ma il bonus psicologo sarebbe stato fondamentale».

Letizia: «Ok, però mi sembra sempre che pensiate solo a voi. Non è colpa vostra, posso capirlo. Uno si laurea e non succede niente. Arianna, tu sembri un’eccezione».

Arianna: «I miei sono persone che hanno studiato tanto, papà ha due lauree, fa il giornalista, mamma è una sociologa. Quando dicevo “voglio fare la cantante”, mi rispondevano “studia, pensa al piano B”. A me i piani B non sono mai piaciuti. Se ho il cento per cento di energie e ne metto il sessanta nel piano A e il quaranta a cercare un piano B, il piano A non mi riuscirà mai bene».

ARIANNA/ARIETE: «SCRIVO TESTI D’AMORE IN CUI MI RIVOLGO A UNA RAGAZZA: PRIMA DI ME NON LO FACEVA NESSUNO, È STATO SPONTANEO»

Maria Luisa Agnese: Letizia, se avesse 19 anni oggi cosa farebbe? Lotterebbe come la mia o la sua generazione, o starebbe anche lei bloccata in mezzo al campo?

Letizia: «Amore, non sarei diversa da loro, avrei gli stessi genitori, gli stessi insegnanti. Io a 19 anni ero madre di due figlie, abitavo da sola e credevo nella rivoluzione. Arianna, tu non sei rivoluzionaria».

Arianna: «No, non mi sento rivoluzionaria, mi sembra estremo. Io cerco di dare una mano».

Letizia: «In che modo?»

Arianna: «Spero che con le mie canzoni i miei coetanei si sentano meno soli. Scrivo testi d’amore in cui mi rivolgo a una ragazza, prima di me non lo faceva nessuno, a me è venuto spontaneo. In molti si rivedono in quello che scrivo. È anche uno dei motivi per cui il nuovo album si chiama Specchio : io sono uno specchio per gli altri, e oggi, quando mi guardo allo specchio sono felice».

Letizia: « Ammuninne , Arianna».

Letizia Battaglia con un gesto della mano fa cenno alla figlia Shobha e all’instancabile aiutante Pino, che lei chiama per cognome, di aiutarla a tornare sulla sedia a rotelle. «Pino è l’unico che non comanda a bacchetta», ci racconta Shobha, 67 anni, anche lei fotografa. «Tutti in macchina», ci ordina. Vuole portare Arianna nel quartiere Alberghiera, al Vicolo. «Mica ti fotografo nei quartieri borghesi, voglio le strade del popolo», dice. Arianna la segue, senza fiatare. Palermo è la città di Battaglia, lì è cresciuta, da lì è scappata poi a Milano. In quelle strade, con un passato di impegno politico a sinistra, ha scattato La bambina con il pallone , la famosa foto in bianco e nero che ritrae una bambina davanti a un portone di legno che nella sua innocenza imbronciata ricorda un po’ l’Ariete di oggi. E sempre in quelle strade ha fotografato uno dei momenti più tragici della storia d’Italia.

«Il 6 gennaio 1980, passavo per caso per via Libertà», ci dice. Quella mattina Letizia ha ritratto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella mentre cerca di estrarre il corpo del fratello Piersanti dalla sua auto, ucciso in un delitto politico-mafioso.

LETIZIA: «A 35 ANNI INIZIAI L’ANALISI FREUDIANA CON UNO PSICOLOGO MERAVIGLIOSO CHE HA CAMBIATO LA MIA VITA, FRANCESCO CORRAO. GRAZIE A LUI HO TROVATO IL CORAGGIO DI LASCIARE PALERMO E ANDARE A MILANO»

«Arianna, mettiti davanti a quel muro, che cos’è quel tatuaggio?». «È un coltello, rappresenta la taglienza del mio carattere», risponde la ragazza. «Ah sì? Se sei tagliente ti voglio vedere più dura. Sei troppo dolce, più dura Arianna, più dura».

Greta Privitera: Sia più indulgente, mica siamo tutte come lei. La sua è stata una vita eccezionale.

Letizia: «Mi sono sposata a 16 anni, volevo scappare da mio padre. Mio fratello faceva quello che voleva, io no. Desideravo studiare e mio padre diceva: “Ti sposi, ma a che ti servono i libri?”. Così, il primo uomo che mi ha amata l’ho sposato, abbiamo fatto la fuitina . Gli volevo molto bene, era gradevole e gentile. Ho avuto subito due figlie, poi la terza. A 28 anni l’ho lasciato. Ero ancora in ballo con i miei desideri. Volevo crescere, dare voce alla mia persona».

Greta: Quando la svolta?

Letizia: «A 35 anni iniziai l’analisi freudiana con uno psicologo meraviglioso che ha cambiato la mia vita, Francesco Corrao. Grazie a lui ho trovato il coraggio di lasciare Palermo e andare a Milano. Stavo così male che avevo le crisi di Angor che mi davano un terribile senso di soffocamento e di angoscia; mi ricoverarono in Svizzera. La mia vita è iniziata a 40 anni. A Milano ho continuato a fare la giornalista e ho iniziato a fotografare, un po’ per caso».

Arianna: «La mia fuga è stata meno epica, non sono scappata né da mio padre, né da un marito, solo dal piano B».

Letizia: «Ma sei finita a Prati, mica al Tufello».

Arianna: «Sì, sognavo di vivere in centro a Roma. Sono cresciuta ad Anzio, i miei genitori si sono separati durante la pandemia, prima non ce l’hanno fatta perché mio fratello stava male e il bene comune da proteggere era lui. Mio fratello è nato femmina e ha iniziato la transizione a giugno, oggi è contento di chi è, ma come famiglia abbiamo vissuto momenti difficili. Per lui ho provato un forte senso di colpa: nel 2018 sono stata quattro mesi in Brasile per uno scambio culturale, mio fratello aveva 13 anni, io 16. I miei lavoravano moltissimo, io stavo tanto con lui. Appena sono partita l’hanno ricoverato». 

Maria Luisa: Quindi il senso di colpa vive e lotta anche tra voi della Generazione Z, dopo aver martoriato le nostre?

Arianna: «Dipende, in questo caso l’ho sentito moltissimo, ma in altri ambiti non mi sfiora, tipo nel sesso».

Greta: In effetti, voi giovanissimi parlate di sesso con una libertà che nemmeno noi Millennial conosciamo.

Arianna: «Quando ho avuto le mie prime relazioni, volevo raccontarle a mia madre, lei non voleva sentire, ora è molto più tranquilla. Penso che sia bello sapere che se faccio sesso è perché sono in armonia con il mio corpo e con l’altro corpo. È importante che a scuola si faccia educazione sessuale, oggi i giovani la fanno tramite pagine Instagram dedicate. Per esempio, c’è bisogno di insegnare che il sesso non è pornografia. La storia della cantate Billie Eilish è esemplare: ha raccontato che la pornografia le ha devastato il cervello. Io guardo i porno ma con consapevolezza, so che la vita vera è un’altra cosa».

LETIZIA: «VOGLIO FOTOGRAFARE CHI SEI VERAMENTE. TU COME TI SENTI?» ARIANNA: «È FACILE E DIFFICILE DA DIRE. FORSE MI SENTO TRASPARENTE»

Letizia Battaglia ci porta nel cortile della chiesa di Santa Maria dello Spasimo. C’è un sole magnifico. Lei tira su le maniche della giacca per goderselo sulla pelle. «Mamma per la malattia esce poco ormai, fa fatica», racconta Shobha. Si vede che Letizia combatte contro un corpo che non risponde più come vorrebbe. «È una donna senza età», continua la figlia: ha quasi 87 anni ma è anche una bambina, una saggia, una ragazza nel pieno delle sue forze. «Arianna mettiti al sole che sei bella. La voglio fotografare qui, con questa luce».

Letizia: «Sei fidanzata?»

Arianna: «Sì, con una ragazza».

ARIANNA: «IO VEDO LA FIGURA FEMMINILE ANCORA TANTO IMPAURITA DA QUELLA MASCHILE. ERO IN DIRETTA SU TWITCH, ED È USCITO IL DISCORSO DEI BAGNI NEUTRI... A MOLTE RAGAZZE FA PAURA. IO RARAMENTE MI SENTO IN PERICOLO, MA IN STAZIONE, DA SOLA, ANCH’IO HO PAURA»

Maria Luisa: Letizia, in questo mondo di rapporti più fluidi anche rispetto alla mia generazione sessantottina, i maschi come stanno? Hanno paura delle nuove ragazze?

Letizia: «Prima ci trattavano come oggetti, ora che non ci adeguiamo più alle loro richieste vanno in crisi. Ma in generale è il maschio che continua a gestire il mondo, male. Dobbiamo prendere il coraggio di farlo noi».

Arianna: «Io vedo la figura femminile ancora tanto impaurita da quella maschile. Ero in diretta su Twitch, ed è uscito il discorso dei bagni neutri, bagni per entrambi i sessi o per le persone che non si sentono né maschi, né femmine. La mia ragazza e le mie amiche dicevano che non se la sentirebbero di andare in un bagno per tutti. E facevano il solito esempio: se è sera e siamo in stazione da sole, il bagno per tutti ci fa paura».

Maria Luisa: Tu Arianna hai paura del maschio?

Arianna: «Dipende. Ho avuto anche storie con uomini. Quattro anni fa, ho attraversato un periodo difficile: mi ero lasciata con la mia ex, andavo in discoteca tutte le settimane con vestiti corti, truccata, i capelli lunghi piastrati, e mi è successo diverse volte che i ragazzi mi toccassero, mi portassero in bagno, mi suonassero il clacson per la strada. Ora mi sento bene, sia per come mi vesto che per le persone che frequento. Raramente mi sento in pericolo, ma in stazione, da sola, anche io ho paura».

Letizia: «Arianna, basta, voglio fotografare chi sei veramente, tu come ti senti?». Arianna: «Non è facile da dire. Cioè, è facile ma anche difficile. Forse mi sento trasparente».

Letizia: «Ah sì? Trasparente. Allora ti porto al mare».

Tutti in macchina, di nuovo. Tutti verso la Passeggiata della Marina. Il mare ci sorprende, come sempre. Letizia si guarda intorno, la luce forse non va bene. «Shobha, sono stanca», dice. Siamo lì da cinque minuti e ha già cambiato idea: «Vado a casa, le foto le ho». Non cerchiamo di convincerla perché se c’è una cosa che abbiamo capito è che Letizia fa quello che vuole.

Letizia: «Ciao Arianna, non ti auguro il successo, se arriva bene, ma ti auguro di avere tanto lavoro se il lavoro coincide con la tua passione».

Ariete/Arianna le stringe le mani. «Grazie Letizia, è stato un onore».

Si commuove, è in lacrime. Pino spinge la carrozzina verso la macchina, Letizia, ciglia asciutte, grida: «Shobha, ammuninne ».

Anna Lombardi per "la Repubblica" il 18 febbraio 2022.

Le ragazze vogliono solo divertirsi: un miliardo di volte. Già, quarant' anni dopo il suo successo planetario, il video di Girls Just Want to Have Fun, il singolo di Cyndi Lauper che nel 1983 ne lanciò l'album di debutto She' s so Unusual, entra nell'esclusivo "club dei miliardari" di YouTube superando visualizzazioni a nove zeri.  

Non siamo agli oltre 10 miliardi collezionati da Baby Shark Dance, il tormentone sudcoreano che è il più visto della storia, né ai 4,34 miliardi di Gangnam Style - del sudcoreano (pure lui!) Psy: nel 2012 prima clip musicale a superare l'incredibile soglia. Ma per la reginetta della New Wave, la cantante newyorkese classe 1953, nata nel Queens da padre di origine tedesca e mamma italoamericana, è un riconoscimento importantissimo: la sua è infatti la quinta clip datata anni 80 a entrare nella classifica dove ci sono già Sweet Child O' Mine dei Guns N'Roses, Billie Jean di Michael Jackson, Never Gonna Give You Up di Rick Astley e Take On Me degli A-ha.  

Ma soprattutto la prima dell'epoca in cui nacquero i videoclip che abbia come protagonista una donna. «A rendere ancora attuale quel video è il messaggio femminista», dice Lauper, commentando il suo primo miliardo di visualizzazioni. Il brano, che arrivò ai vertici delle classifiche di 25 Paesi (in hit parade entrarono ben 4 singoli dell'album di debutto), è d'altronde quello che più rappresenta la cantante dagli abiti vintage e dal taglio estremo, nel tempo diventata una fervente attivista dei diritti Lgbtq+: «Volli farne un inno al femminile, edificante e gioioso. Per il video mi assicurai che fossero incluse donne di ogni ceto ed età affinché tutte potessero riconoscersi».  

Certo, non poteva prevedere l'impatto di quel brano - durante la pandemia visto su You-Tube circa 300 mila volte al giorno - sulla cultura pop. Reinterpretato da almeno 30 artisti, trasformato in un film, è diventato uno slogan femminista. "Girls just want to have fun-damental right", le ragazze vogliono solo i loro diritti fondamentali, si leggeva sui cartelli della Women's March del 2017, la protesta delle donne organizzata all'indomani dell'insediamento di Trump.  

E pensare che il testo, scritto nel 1979 da Robert Hazard, era nato come elogio alla promiscuità maschile. Lei ne aveva voluto fare una versione diametralmente opposta per poi rappresentare, nel video realizzato a budget zero, il suo mondo: girando nelle strade del Village dove viveva, affidando a sua madre Catrine Gallo il ruolo della mamma brontolona e al wrestler "Captain" Lou Albano quello del padre messo a tacere proprio con una mossa dello spettacolare sport: ironico simbolo del superamento dei ruoli e della ribellione al patriarcato.  

Più delle radio fu Mtv, il canale all music nato 2 anni prima, ad assicurarne il successo globale. Da allora Lauper ha venduto 50 milioni di dischi, è entrata nella Hall of Fame, sostiene gli adolescenti Lgbtq+ attraverso la fondazione True Colors (dal titolo di un altro suo brano). «Quando realizzammo Girl Just Want to have fun YouTube neanche esisteva» dice. «Che in tanti la cerchino ancora ne dimostra la potenza rivoluzionaria».  

Dagli Stones a Bowie il rock è inclusivo ben prima dei "no gender". Paolo Giordano il 17 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Rapper, influencer e mondo Lgbt arrivano tardi. La musica ha abbattuto le barriere 50 anni fa...

Tutto bene, tutto giusto ma scusate prima non era così? Ora si parla tanto (spesso a sproposito) di «musica inclusiva», rispettosa della libertà di genere e capace di fotografare l'immenso set delle sensibilità umane. I look dei Maneskin sono virali e giustamente applauditi come rottura del manierismo stereotipato. La camicetta trasparente di Blanco nella prima serata di Sanremo è stata celebrata come la disgregazione delle regole di eleganza dello spettacolo maschilista. Ma se si conosce la storia della musica leggera, specialmente del rock e di tutte le sue declinazioni, persino di quelle estreme, non c'è nessuna novità così sensazionale. A parte le eccezioni, che come sempre confermano la regola, la musica popolare non ha mai avuto barriere di genere, anzi: le ha frantumate.

Ora il pubblico se ne accorge e le celebra. Ma prima ne era quasi indifferente oppure riduceva tutto a folclore e a protesta becera. E così tanta parte della critica musicale di allora si guardava bene dall'esaltare la coerente celebrazione delle differenze, tutt'altro. Ovvio ci sono state cadute come quei purtroppo celebri versi di One in a million dei Guns N'Roses («Polizia e negri lontano da me, immigrati e checche non hanno senso per me») che però sono stati rimossi nel 2018. Per il resto il rock è sempre stato (anche) una celebrazione della femminilità mascolina o della virilità femminile. L'iconico abito bianco di Michael Fish che indossava Mick Jagger dei Rolling Stones a Hyde Park nel 1969? Oppure bisogna ricordare gli uno, nessuno, centomila David Bowie che hanno attraversato il rock dell'ultimo mezzo secolo? Pochi altri come lui hanno destrutturato l'idea stessa di identità sessuale precostituita.

E lo hanno fatto non quando si guadagnava qualche milionata di like e il consenso dell'universo mondo, ma quando le pernacchie dei benpensanti erano dietro l'angolo e facevano molto male sia come vendite che come popolarità. Nel 1984, quando uscì il video di I want to break free dei Queen con l'immenso Freddie Mercury in reggicalze mentre passa l'aspirapolvere in casa con gli altri del gruppo in abiti femminili, gli Stati Uniti lo censurarono subito.

Mai si erano viste rockstar vestite da casalinghe, tanto più che le immagini sarebbero state diffuse da Mtv e quegli erano gli anni del Pmrc, il Parents Music Resource Center di Tipper Gore, moglie del democratico Al Gore futuro vicepresidente di Bill Clinton, che aveva come obiettivo quello di «valutare sotto il profilo morale ed educativo il contenuto dei prodotti discografici, in particolare per quanto riguardava i riferimenti sessuali più o meno espliciti che essi veicolavano». Una roba del genere oggi scatenerebbe il fuoco incrociato di stampa e social, tanto più che nel mirino allora finirono pure supermegastar come Prince e Madonna.

Però in quel tempo, complice anche la chiara collocazione politica dell'iniziativa, il Pmrc sembrò soltanto un tentativo di moralizzare una gioventù corrotta dalle droghe e non il desiderio chiaro di dettare un orientamento (anche) sessuale che fosse conforme alle regole.

Insomma, il pop e il rock sono arrivati persino prima del pubblico a scavalcare le barriere e lo hanno fatto senza l'euforia collettiva che in questo momento sembra premiare qualsiasi piccolo segnale anche al di là dell'effettivo rilievo sociale. Come spesso accade, la musica intercetta il cambiamento prima che lo facciano gli influencer e fotografa le urgenze del pubblico con l'implacabile naturalezza che discende dalle note, dalle canzoni, dalla forza del consenso durante i concerti.

Dopo le folate di ambiguità irresistibile lanciate da David Bowie oppure da Marc Bolan dei sottovalutatissimi T-Rex negli anni Settanta, a scardinare le barriere arrivò pure il cosiddetto «hair metal», ovviamente considerato dalla critica e da parte del pubblico come un bubbone folcloristico. Lanciato dalla metà degli anni Ottanta da gruppi come Motley Crue o Poison, era l'annullamento definitivo delle barriere sessuali: musicisti con pizzi e calze a rete che suonavano musica tradizionalmente considerata maschilista, quindi con chitarroni e batterie impertinenti.

Persino maestri dell'hard rock come gli Aerosmith di Steven Tyler e Joe Perry contribuirono ad abbattere le barriere (questa volta stilistiche) suonando il loro classico Walk this way con i Run Dmc, il primo grande esempio di crossover stilistico, razziale e generazionale della storia della musica. In poche parole, era il tempo dell'«inclusività», termine non ancora usato e strausato perché si preferiva «crossover». Ma è perfetto per chiarire il fenomeno. Forse per questo il Pmrc della democraticissima Tipper Gore impazzì. Però il pubblico diventò sempre più grande. E la musica importò definitivamente quel concetto che oggi sembra così innovativo, ossia l'annullamento delle barriere di genere. In realtà è cambiata soprattutto la percezione dei mass media e, di conseguenza, quella del pubblico. Nell'epoca social che azzera il passato, la forza inclusiva di artisti come Maneskin, Blanco, Mahmood o, per fare qualche nome fuori dai nostri confini, di The Weekend o Bruno Mars sembra rivoluzionaria. Ma è soltanto l'evoluzione di una tensione artistica che arriva da lontano e che oggi ha volti nuovi ma la stessa vocazione liberale che aveva mezzo secolo fa. Paolo Giordano

Lucetta Scaraffia per “La Stampa” il 7 febbraio 2022.

Mentre i galli si stanno azzuffando nel pollaio post-quirinalizio, le donne si possono solo leccare le ferite. E ammettere che le uniche vittime veramente bruciate, con nome e cognome, da questa tornata di elezioni, sono state due donne: Maria Elisabetta Alberti Casellati ed Elisabetta Belloni.  

I nomi degli uomini che sono stati via via evocati come possibili candidati sono stati citati infatti con prudenza, e soprattutto è stato loro evitato il massacro delle votazioni - nel caso di Casellati sventurata complice della sua stessa rovina - o quello dei falsi annunci - nel caso di Belloni. Quest' ultima ha dovuto perfino subire l'onta di un tweet di Grillo che, senza neppure dire il suo nome, del resto ormai speso con aria trionfale ovunque, la evocava già vincitrice genericamente come «signora Italia».  

Non è il caso di ricordare che un trattamento simile non è stato riservato a nessun candidato uomo, mentre abbiamo dovuto assistere alla continua ripetizione - soprattutto da parte di Conte e di Salvini - del magico mantra della "donna al Quirinale" con l'aria di dire "noi sì che siamo buoni". 

Sugli eventuali meriti di Belloni non si soffermava nessuno: l'unico suo atout, continuamente sventolato, era di essere una donna, finalmente. Ma per fortuna che non è stata eletta in questo modo! Avrebbe dovuto per sette anni dimostrare continuamente di non essere un trofeo, ma una persona degna della carica, compito ingrato per chiunque. 

Anche se - e pure questo va notato, a proposito di subalternità - non c'è stata nessuna parlamentare di qualche rilievo all'interno dei partiti che abbia protestato contro un simile modo di fare dei loro colleghi maschi. Perfino le poche proteste sono state avanzate da voci maschili.

Finché le donne saranno elette, e scelte per posizioni apicali - come la presidenza del Senato a Casellati - in questo modo, esse non giocheranno mai un vero ruolo nella politica italiana, ma rimarranno figure subalterne, a rimorchio dei leader che di volta in volta le hanno favorite.  

È significativo che, nel nostro paese, per trovare leggi importanti favorevoli alle donne e promosse da una ampia alleanza femminile, dobbiamo ritornare alla Prima repubblica, quando un'alleanza trasversale delle poche donne elette permise l'approvazione delle leggi di assistenza alle lavoratrici madri migliori d'Europa e la liberazione delle donne dall'autorità maritale con il nuovo diritto di famiglia. 

Leggi non ispirate dalle mode ideologiche del tempo, ma dalle reali esigenze delle donne. Oggi invece le elette in Parlamento sembrano capaci di mobilitarsi solo per i femminicidi - che già sono puniti dal nostro codice, per fortuna - inscenando a uso dei media manifestazioni a base di scarpette rosse, ma non si fermano a riflettere sulle difficoltà che incontrano le donne lavoratrici con figli. Difficoltà che non si risolvono semplicemente con gli asili nido, pure indispensabili, ma richiedono cambiamenti culturali e sussidi di altro tipo. 

Giuliano Amato, nell'intervista pubblicata ieri su questo giornale, ha ribadito che per cambiare questa situazione non basta una donna al vertice delle istituzioni, ma ci vuole un cambiamento nella società, dove le donne sono ancora pagate meno degli uomini a parità di mansione e devono vincere mille difficoltà se hanno una famiglia.  

Invece, ribadisce Amato, le donne sono necessarie proprio perché la loro massiccia presenza - se si tratta di donne libere - porta finalmente la politica a "cambiare l'ordine del giorno" con vantaggi per tutto il paese. 

Sono le donne che devono svegliarsi, e impedire la ripetizione di episodi come quello recente a proposito dell'elezione del presidente, episodi che abbassano il loro già quasi inesistente prestigio politico, come stanno facendo, per esempio, le elette in Germania. Il lavoro che attende le donne, in Parlamento, è immenso, e il loro ruolo insostituibile. 

Sarebbe ora che i partiti se lo ricordassero - o meglio, che le donne all'interno dei partiti lo imponessero - al momento di scegliere i candidati - o meglio, le candidate - alle prossime elezioni.  

Giacomo Salvini per “il Fatto quotidiano” - Estratto il 7 febbraio 2022.

…Su Casini invece è proprio il presidente del Consiglio a mettere il veto. Resta il nome di Belloni: Salvini lo fa al premier che accetta, anche se malvolentieri. Il leghista esce dall'incontro con Draghi con la consapevolezza di poter trovare la "quadra" sul capo dei servizi. 

Ma Salvini vuole conoscerla e quindi, tramite i suoi intermediari, le chiede un incontro. Prima è Conte a chiamarla e poi il leader della Lega e il capo del Dis, a quanto risulta al Fatto, si vedono in un appartamento nel centro di Roma.

Convenevoli, qualche cenno alla politica estera ma poi si arriva al dunque: "Potresti essere la candidata di tutti" è la frase con cui si congeda Salvini. Lei dà la sua disponibilità e poi, secondo quanto raccontato ieri dal Corriere, sarebbe stato proprio Draghi a telefonarle per congratularsi visto che l'accordo sembrava fatto. Che ci fosse un patto lo dimostra anche la riunione a tre - Conte, Letta, Salvini - alla Camera delle ore 19.

È tutto fatto. Salvini esce davanti alle telecamere prima dei tg delle 20 e annuncia una "presidente donna in gamba", Conte si felicita per "un'apertura su un presidente donna". Anche Meloni è convinta. Letta è cauto, sa che i primi nemici li ha in casa. E così è: da quel momento Guerini e Di Maio si esprimono contro la candidatura di Belloni, Renzi va in tutte le tv per sparare contro di lei e anche Forza Italia si stacca. Nella notte non basterà l'endorsement di Beppe Grillo: veti e controveti fanno cadere la candidatura di Belloni.

Mirella Serri per “la Stampa” il 6 Febbraio 2022.  

Parafrasando il titolo di un celebre libro di Elsa Morante, la democrazia sarà salvata dalle donne? Potrebbe capitare. Almeno per Giuliano Amato, certo che la presenza delle donne nelle istituzioni «concorra ad aumentare il tasso di democrazia». Approfondiamo questa convinzione con il neoeletto presidente della Corte Costituzionale, nel suo studio al secondo piano di Palazzo della Consulta a Roma. 

Perché le donne sono essenziali per dare nuova linfa alla democrazia?

«Perché cambiano l'ordine del giorno. Quella che oggi per i maschi e per i mezzi di informazione è cronaca separata dalla politica, per le donne diventa un ineludibile compito della stessa politica. La quale non può occuparsi solo di ristori, pur giusti, per i ristoratori ma deve farsi carico di ragazzi abbandonati a se stessi, vittime dei peggiori messaggi dei social, che stuprano le loro compagne di classe o perseguitano i loro compagni più deboli; oppure di genitori che, anziché educare i loro figli alla convivenza, li rendono aggressivi e intolleranti nelle attività comuni. Questo è un grande, urgente, tema politico, di cui ho colto peraltro più di una traccia nel discorso inaugurale del Presidente Mattarella».

Viene da lontano la riflessione sul mondo femminile del Dottor Sottile, come è stato ribattezzato Amato per la perizia con cui tira di fioretto e maneggia il diritto costituzionale. Ne ha accennato anche nella conferenza stampa seguita alla sua elezione, la scorsa settimana. E il due volte presidente del Consiglio non ha avuto remore nel denunciare che la parità dei generi è ancora un miraggio per l'Italia. 

Presidente, aspettavamo da anni la nomina di un capo del governo donna o di una donna al Colle e nessuna delle due si è realizzata. Cosa possiamo fare per non incontrare il "soffitto di cristallo" e far salire più donne ai vertici?

«Il posizionamento delle donne nei ruoli apicali è condizionato dalla cooptazione maschilista. Le donne cercano di conquistare le vette. Ma più si sale e più c'è il collo di bottiglia. Il passaggio si fa stretto e l'aggregazione maschile finisce per prevalere. Un atteggiamento che è difficile combattere a colpi di leggi.

Potremmo istituire, sempre tramite una normativa, l'alternanza dei genders. Ma sarebbe offensivo per le donne designate non in base al merito. Io, però, mi porrei anche un'altra domanda: basta una donna al vertice delle istituzioni per garantire l'emancipazione e l'uguaglianza delle altre donne? Il Pakistan è stato governato da Benazir Bhutto e adesso ospita i genitori pakistani, che hanno cercato rifugio nel loro Paese, di una ragazzina uccisa perché rifiutava il matrimonio combinato. Indira Gandhi è stata primo ministro in India dove le bambine vengono stuprate e buttate via dopo la violenza. Il Bangladesh ha la presidente del Consiglio più longeva del mondo, Sheikh Hasina. Dunque, la presenza delle donne concorre ad aumentare il tasso di democrazia, ma non necessariamente la garantisce».

Che cosa deve fare la politica italiana?

«L'aspetta un importante compito. Non basta fare le leggi perché se la legge, anche buona, arriva prima che ne siano convinti i cittadini, allora accade che venga disattesa e che like e tweet spingano la politica in direzione opposta. La politica, invece, deve avere una visione, una progettualità, in base alla quale deve tornare a interloquire direttamente con le persone e deve essere capace di contrastarne le opinioni per far valere il proprio progetto. Nella storia della sinistra, sui temi della famiglia il Pci a volte è stato più conservatore del Psi.

Però la politica degli anni Settanta-Ottanta ha contribuito a innovare la società italiana. Quando ero un giovane socialista impegnato nella campagna per il divorzio, andavo nelle sezioni a spiegare che se l'amore era finito e c'era solo il litigio era meglio imboccare la strada della separazione. I più anziani mi rispondevano perplessi: "Queste donne esagerano!". Discutevo con loro e cercavo di spiegare che la donna non era una proprietà personale del maschio. Aveva cominciato a dirlo, molti anni prima, una donna, Anna Kuliscioff, spesso in contrasto con il suo compagno di vita e di militanza Filippo Turati. 

Quando il diritto di voto venne finalmente riconosciuto anche ai non abbienti, ma solo ai maschi che avessero fatto il soldato, Anna disse: "Le donne non fanno il soldato, ma fanno i soldati"». 

Le donne che hanno lavorato al suo fianco, come le ex ministre Fernanda Contri e Linda Lanzillotta, le riconoscono di averle sostenute o addirittura di averle sollecitate ad affrontare l'agone. Da dove nasce questo suo rapporto positivo con il mondo femminile?

«Ho cominciato a percepire gli effetti della disparità davanti all'evidenza che ne avevo nella mia stessa vita privata. La ragazza che ho frequentato fin da quando avevo 14 anni, la mia attuale moglie Diana Vincenzi, con cui studiavo al liceo e poi all'università, nel percorso professionale è rimasta penalizzata. Il nostro comune professore mi diceva "Diana è più intelligente e farà più strada di te". Invece dopo la nascita dei figli, per consentire a me di andare a insegnare prima a Modena, poi a Perugia e a Firenze, lei è rimasta indietro. Solo dopo che fui chiamato a Roma, lei ha potuto muoversi e fare la sua carriera, mentre io mi occupavo di più della casa».

Ma quando e come ha sentito l'urgenza della questione femminile?

 «Sono stati gli occhi di mia figlia bambina, curiosi, indagatori, appassionati, che, mentre studiava, mi comunicavano questo interrogativo: "Ora che ho capito, potrò fare quello che desidero?". E io pensavo: chi le toglierà questa fiducia? Chi le darà la prima delusione?». 

Lei, invece, ha dato fiducia alle donne che hanno lavorato con lei

«Ho dato fiducia perché sono convinto che poste ai vertici degli apparati sappiano trasmettere la loro autorevolezza molto meglio dei maschi. L'attuale direttrice del Dis, Elisabetta Belloni - è solo un esempio tra i tanti - corrisponde in maniera egregia a questa mia convinzione».

Le donne in Italia sono indietro anche nel mondo del lavoro. La pandemia ha contribuito ad ampliare il divario nelle retribuzioni e nell'occupazione. Cosa si può fare?

«Proprio in questi giorni è arrivata la notizia, positiva, che il numero dei posti di lavoro stia lievitando. Resta però il problema che le donne continuano ad essere pagate meno degli uomini, mentre la Costituzione impone, a parità di lavoro, parità di retribuzione. La Costituzione, non una legge qualunque».

Francesca D'angelo per “Libero quotidiano” il 22 gennaio 2022.

Chi di nudo colpisce, di nudo perisce: l'ultima conquista della parità tra i sessi è il nudo frontale maschile. Dopo anni di donne oggetto, seni al vento e scene bollenti, tocca agli uomini calarsi le mutande a favore di telecamera. 

L'ultimo nudo integrale, nonché il più clamoroso, arriverà a breve e ha un nome e un cognome che non possono passare inosservati: Bradley Cooper. Il sex symbol del momento (A star is born, Una notte da leoni) apparirà come mamma l'ha fatto nel film Nightmare Alley, a fine mese nelle sale. Il che, onestamente, ci dispiace fino a un certo punto...

Se però silenziamo gli ormoni, mettendoli in "modalità aereo", capiamo che qualcosa non torna. Per anni le donne si sono giustamente battute per il proprio pudore: la celebre frase «questa scena di nudo non è gratuita, perché è al servizio della storia» rientra tra le scuse più epiche della Terra. 

Così come quando ti vengono a dire che in quel momento stai solo interpretando un ruolo: «Mia cara, non sei tu a spogliarti e fare sesso, ma il tuo personaggio». Come no.

Giustamente le femministe si sono opposte, hanno fatto un casotto che metà ne bastava e, oggi, i registi ci pensano almeno un paio di volte prima di chiedere a una donna di spogliarsi. Il rischio di essere accusati di molestie o anche solo di cattivo gusto è dietro l'angolo. Ripiegare sugli uomini non ci sembra però la scelta ideale.

Certo: è una meravigliosa vendetta, servita fredda dal karma. Spesso è anche un bel vedere (memento Cooper di cui sopra) ma un comportamento non smette di essere sbagliato solo se si cambia l'oggetto della sua azione. Non a caso lo stesso Cooper ha ammesso di non aver accettato a cuor leggero di girare quelle scene: «La decisione è stata frutto di una lunga trattativa tra me e il regista Guillermo Del Toro», ha spiegato all'Hollywood Reporter.

Tra l'altro l'attore non serba un fantastico ricordo di quell'esperienza: «Per sei ore sono rimasto nudo, con attorno la troupe che mi guardava». A questo punto le donne oggetto penseranno: «Benvenuto nel nostro mondo: ora capisci cosa si prova a essere trattate così?» ma, ribadiamo, perpetrare negli altri ciò che si è subito non ci rende migliori dei nostri carnefici. Anzi. Tuttavia è questo il trend: in mancanza di donne discinte, i registi (sia uomini che donne) ripiegano sui maschi-oggetto di cui Cooper è solo l'ultimo della lista.

In Il potere del cane, la regista Jane Campion ha chiesto un bel nudo frontale a Benedict Cumberbatch mentre all'ultimo festival di Cannes Simon Rex ha scaldato gli animi della platea con il nudo frontale in Red Rocket. Di nuovo: nulla di gratuito perché le scene con i genitali al vento erano giustificate dalla storia. Rex interpreta infatti Mikey, un ex divo del porno che abbandona LA per tornare a vivere nel suo paese di origine, in Texas.

E ancora: quest' estate tutti hanno parlato del pene spuntato, all'improvviso, in una sequenza di The suicide Squad. Il "proprietario" è Weasel: un personaggio un tantino squinternato, dalle pulsioni assassine. Di recente, inoltre, su Netflix ha tenuto banco il nudo di Adam Demons nella serie Sex/life. Anche Amazon non ha voluto essere da meno: nel thriller The Voyeurs il fisicato attore Ben Hardy (Bohemian Rhapsody) sfodera un, seppur fugace, nudo frontale. Infine il modello americano Ansel Wolf Pierce si è trovato costretto ad assicurare di «non aver usato nessuna protesi» nella seconda stagione di Euphoria: «Quello ero io».

Il nuovo saggio di Sandra Petrignani. “Leggere gli uomini”, un viaggio nell’alterità dei sessi che fa riflettere. Eduardo Savarese su Il Riformista il 20 Gennaio 2022.  

In diverse occasioni istituzionali (la giornata per le vittime dell’omotransfobia o quella contro la violenza sulle donne) mi è capitato di recente di dismettere i panni del giurista per ricordare a me stesso e ai presenti che, per far comprendere l’anima di alcune fondamentali rivendicazioni, nulla è efficace quanto raccontare storie, mettere in scena la rappresentazione dell’esperienza umana specifica e irripetibile.

Il tanto rumore sollevato negli ultimi mesi intorno al ddl Zan, ad esempio, è stato accompagnato da una strutturale incapacità di empatia, che è la chiave principale, se non la chiave, della conoscenza. Un paradigma comunicativo esemplare, per efficacia e sapienza, è in questo senso l’ultimo libro di Sandra Petrignani, Leggere gli uomini (Laterza). Libro profondamente politico e, allo stesso tempo, portatore di grande, liberatoria leggerezza spirituale. L’autrice chiama a raccolta importanti autori del passato più lontano e prossimo (il libro si chiude con Daniele Del Giudice) per dare atto del loro peso sulla sua formazione di lettrice e poi artista della scrittura, da un lato, e per indagare le specifiche ossessioni del mondo maschile dalla prospettiva dello sguardo femminile, dall’altro.

Evidente, allora, quanto il discorso identitario sia forte: è dalla consapevolezza della differenza che deriva l’apertura all’alterità, è dal riconoscimento di certe “ricorrenze del pensiero” da maschi che prendono forma ora la contrapposizione, ora il rifiuto, ora l’accettazione, ora la compassione da parte degli occhi diversi della “lettrice femmina”. Ma qui non è più questione di definire, rivendicare, pretendere: queste sono pagine di intima, totale, pacificata ma dinamicissima consapevolezza della diversità tra maschile e femminile (naturale, storica, metafisica che sia!), dentro un gioco incandescente che arriva alla fine a “contemplare in pace la bellezza del mondo (letterario)”. E in questa contemplazione lo sguardo della donna osserva lo sguardo dell’uomo sulla donna (quello che in Flaubert paradigmaticamente giunge a pronunciare “Madame Bovary c’est moi”).

Per arrivare a una conclusione che sancisce definitivamente quell’irriducibile differenziazione tra uomo e donna: «Un uomo non ha bisogno di definirsi attraverso l’altro femminile: lui è la misura di tutto (…)»; per tributare alla lettrice donna la capacità di un «doppio passo per riconoscersi nei pensieri, nella sofferenza, nelle idee di uomini dentro personaggi di uomini, ma chiamate in causa direttamente come eroine magnifiche quanto deprezzate, vittime di se stesse e di un sistema che le ha volute e condizionate così». Per realizzare la tessitura di un libro che volge e riavvolge fili, ma anche li svolge e li sparge come migliaia di minutissime sottotrame incompiute affidate ai ferri del lettore, Petrignani ricompone un mosaico di brani e citazioni degli autori più amati o di quelli che per ragioni insondabili sono arrivati sulla sua pagina, inaspettati, magari non voluti, eppure saggiamente accolti: come se entrassimo nella sua libreria (di oggi, ma anche di ieri, di lei bambina che ascolta dalla voce paterna gli intrighi dei tre moschettieri) e le pagine fossero sospese tutt’intorno, e le mani dell’autrice prendessero, come ingredienti dai vasi di una cucina o di una farmacia, quanto serve a mettersi in cammino e a gettare una luce per noi che, leggendo, seguiremo la strada tracciata, con le sue fermate.

Quella delle avventure in giro per il mondo e lungo la storia (Kipling o Dumas). Quella dell’innamoramento fisico, oltre che intellettuale, per uno scrittore: sono un rigoglio di passione e di desiderio di comunione col lettore le pagine dedicate a Beckett («Niente è posa in Beckett. Solo essenzialità, solo nobiltà, autenticità, decoro nell’estrema vulnerabilità dell’essere scrittore, e scrittore del silenzio in contraddizione col bisogno ineliminabile della parola»: segue una citazione dall’Innominabile che pare un esercizio spirituale e come tale lascia svuotati tranne che per un residuo di felicità perplessa). Vi sono poi le stazioni dedicate all’orrore del tempo che passa e alla paura della morte, con l’ansia connessa di lasciare traccia di sé, forse perché il maschio potrà essere padre, ma mai generare dalla sua carne la vita: «Almeno io così mi spiego l’ansia invasiva e totalizzante dell’animo maschile su alcune idee maiuscole, la fissazione senza pace su certi temi: il Tempo, la Morte, il Doppio, il Gioco, la Guerra, l’Eroismo»).

Come pure la difficoltà, addirittura l’odio tutto maschile di parlare di sé (a memoria andrebbe imparato il capitolo “Parlami di te”!). A me, lettore “maschio” omosessuale, questo libro per certi versi approfondisce, per altri alleggerisce il mio senso di nostalgia per il corpo e lo sguardo femminili: nel suo amorevole cammino identitario, la sua consegna finale è che, leggendo, incrociamo e accogliamo l’anima di chi scrive. Ed è a noi che la Petrignani affida, appassionatamente, quella luce “che brilla da lontano, lontanissimo, addirittura del 1871 quando Arthur Rimbaud (…) scrive: ‘Io è un altro’”. Eduardo Savarese

·        I LGBTQIA+.

Colorado, spari in una discoteca Lgbt: almeno 5 morti. Biden: "Non dobbiamo tollerare l'odio". La Repubblica il 20 Novembre 2022.

Fermato un sospetto, anche lui tra i 18 feriti. Non si conoscono le cause dell'attacco

Cinque persone sono state uccise in una sparatoria in un discoteca gay, Club Q, a Colorado Springs. Lo ha annunciato la polizia, secondo quanto riferisce la Cnn. Altre 18 persone sono rimaste ferite. Fermato un sospetto, anche lui rimasto ferito.

"La violenza delle armi da fuoco continua ad avere un impatto devastante sulle comunità Lgbtqi+ nel nostro Paese e le minacce di violenza stanno aumentando. Dobbiamo eliminare le ineguaglianze che contribuiscono alla violenza contro le persone Lgbtqi+", ha detto il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, dopo la strage in Colorado, rilanciando la necessità di bandire le armi d'assalto. "Non possiamo e non dobbiamo tollerare l'odio", ha aggiunto.

In una dichiarazione pubblicata sui social media i responsabili del locale Club Q hanno reso noto che l'aggressore è stato fermato dagli stessi avventori del locale: "Ringraziamo la veloce reazione di clienti eroici che hanno immobilizzato l'uomo armato e messo fine a questo attacco d'odio", si legge nella dichiarazione in cui i proprietari della discoteca si dicono "devastati da questo attacco senza senso contro la nostra comunità" e offrono le condoglianze ai familiari delle vittime.

La pista del crimine d'odio è quella su cui sta indagando la polizia in cerca di un movente. Intanto l'aggressore, che con un fucile ha sparato e ha ucciso 5 persone, è stato identificato nel 22enne Anderson Lee Aldrich, ora in arresto e ricoverato in ospedale per curare le ferite riportate durante l'assalto. Due avventori del locale, infatti, lo hanno affrontato e immobilizzato, fermando la sparatoria.

Il nonno del 22enne è un ex rappresentante repubblicano dell'Assemblea della California, Randy Voepel. La notizia è circolata sui media, che hanno scandagliato la vita del giovane. Randy Voepel si fece conoscere nel 2021 quando paragonò l'assalto del 6 gennaio a Capitol Hill da parte di sostenitori di Donald Trump alla battaglia di Lexington, considerata l'inizio ufficiale della guerra d'indipendenza americana tra la Gran Bretagna e le colonie. Per questo, alcuni ne chiesero l'espulsione dall'Assemblea della California.

Non è la prima volta che il giovane Aldrich viene accusato di un crimine: era già stato arrestato con l'accusa di aver minacciato la madre, Laura Voepel, con una bomba artigiale, ma la polizia non ha voluto commentare il fatto durante la conferenza stampa dopo l'assalto alla discoteca.

Nicola Baroni per “la Repubblica” il 27 Ottobre 2022.  

Fanno almeno tre viaggi all'anno, spendono molto e le loro mete preferite sono Parigi, New York e Londra. In Italia preferiscono Roma e Milano, con Firenze al terzo posto ma molto staccata. È l'identikit del viaggiatore Lgbtq+.

Tour operator e agenzie di viaggi, responsabili di grandi catene alberghiere, ma anche di hotel a conduzione familiare da tutto il mondo si sono incontrati a Milano per confrontarsi con il turismo arcobaleno; quello della comunità Lgbtq+, che - sono i dati di uno studio dell'Università Bocconi sul settore - ama viaggiare e lo fa senza badare troppo a spese. 

Così ieri è cominciata la convention internazionale sul turismo Lgbtq+. È la prima volta che si tiene in Italia, la terza in Europa. E con 547 partecipanti da 39 Paesi, l'appuntamento milanese è il secondo più grande dopo quello del 2019 a New York. A farla da padroni, tra gli espositori di questa fiera per addetti ai lavori, sono gli operatori statunitensi, seguiti da quelli italiani (22%). 

«Questo dimostra l'interesse delle aziende italiane e forse dovrebbe smuovere i dubbi della politica», sferza Alessio Virgili, presidente dell'Aitgl (Associazione Italiana Turismo Gay e Lesbico). Ma non tutti hanno capito il mercato: alla convention ci sono solo due enti turistici regionali italiani, Toscana e Puglia.

Eppure il turismo Lgbtq+ - che in Italia vale 2,7 miliardi, in Europa 75 - è un mercato che fa gola a molti. I mille viaggiatori Lgbtq+ intervistati per lo studio Bocconi spendono in media 2.200 dollari a testa e fanno 2,8 viaggi l'anno. «La nostra associazione è tra le poche in Europa che promuove questo segmento di mercato», spiega Virgili.

Tutti qui sanno che il turismo Lgbtq+ va di pari passo con il riconoscimento dei diritti. «Attraverso la leva economica dobbiamo spingere su quelli. Anche perché nella scelta delle destinazioni pesano politiche e senso di accoglienza, che passa dalla reputazione di un Paese».

Proprio quella che qualche operatore vede a rischio oggi in Italia: «Speriamo il nuovo governo non torni indietro sui diritti e le scelte economiche. Tra i partner internazionali la percezione non è positiva».

Anche per un operatore turistico non basta però dichiararsi "gay-friendly": servono formazione e comunicazione adeguata. Il rischio altrimenti è di attrarre una clientela Lgbtq+ senza avere personale preparato: bastano un sorriso o una frase fuori posto per deludere le aspettative. 

Oggi ci sono molte famiglie arcobaleno e non saperle accogliere, a partire dal controllo passaporti, crea imbarazzi che non lasciano un buon ricordo. Per questo l'Aitgl ha creato un protocollo per certificare ufficialmente la cultura dell'accoglienza di un'azienda.

La convention è anche un modo per presentare l'Italia come destinazione gay-friendly. «Questo tipo di turismo è molto interessato alla cultura, e gli operatori cercano proposte su misura, per esempio visite guidate con focus su storie Lgbt dell'antichità, di cui l'Italia è piena», spiega Giovanna Ceccherini di Quiiky Travel, che ai turisti nei Musei Vaticani racconta della passione tra l'imperatore Adriano e Antinoo, dei baci gay nascosti nel Giudizio Universale di Michelangelo e degli amori di Leonardo da Vinci.

Non si tratta quindi solo di saper accogliere ma di valorizzare la nostra tradizione - Lgbtq+ e non. «La difficoltà è anche questa», racconta Virgili. «Un giorno al Gay Village di Roma incontrai Gianni Alemanno, allora sindaco, e gli proposi di organizzare la Convention nella Capitale. Lui accettò entusiasta. Il suo assessore, mi accolse nell'ufficio sui Fori, aprì le finestre, e disse: "Guarda, non serve fare promozione, con tutto questo i turisti vengono da soli"». 

Putin: “Gender e parate gay? L’Occidente non può imporci i suoi valori”. Per il presidente russo, l'Occidente si comporta come i nazisti: vuole mettere al bando la cultura russa. Ma "il suo dominio volge al termine". Il Dubbio il 27 ottobre 2022.

«I nazisti hanno bruciato i libri, e in occidente ora hanno censurato Dostoyevsky e Tchaikovsky». Lo ha detto il presidente russo Vladimir Putin nel suo discorso al Valdai Forum, come riporta Ria Novosti.

Quello che il mondo sta affrontando è il decennio più pericoloso dalla seconda guerra mondiale. Un decennio «cruciale» e «pericoloso», ha detto Putin, affermando che «il dominio dell’Occidente, che è disunito, sta volgendo al termine». «Dietro la loro arroganza, alcuni Paesi europei non si accorgono che loro stessi sono già diventati vassalli, spesso senza diritto di voto», ha sottolineato il presidente russo. 

Ma la Russia – dice – non vuole essere nemica dell’Occidente. «Abbiamo cercato di stabilire dei rapporti con i principali Paesi dell’Occidente, con la Nato, con un unico appello: smettiamo di essere nemici», spiega Putin, evidenziando che il desiderio «era sempre sincero». «Nelle attuali condizioni di duro conflitto, dirò direttamente alcune cose: la Russia, essendo una civiltà indipendente, non si è mai considerata e non si considera un nemico dell’Occidente. L’americo fobia, l’anglofobia, la francofobia, la germanofobia sono forme di razzismo analoghe alla russofobia e all’antisemitismo, come qualsiasi manifestazione di xenofobia». 

L’Occidente usa le sanzioni economiche per fare finire le «rivoluzione colorate», come è successo con la rivoluzione arancione in Ucraina. «L’Occidente impone sanzioni contro coloro che non vogliono essere sotto il loro controllo», prosegue Putin aggiungendo che «la Russia non cerca l’egemonia. La Russia non sfida l’Occidente, cerca solo di riservarsi il diritto di svilupparsi». «L’Occidente può introdurre valori “strani”, come quelle sul genere e le parate gay, ma non ha il diritto di pretendere lo stesso dagli altri. Se le élite occidentali credono di poter instillare nelle menti della loro gente, delle loro società, tendenze strane, come dozzine di generi e le parate del Gay pride, così sia, facciano quello che vogliono. Ma sicuramente non è giusto che gli altri seguano la stessa direzione».

Dal “Venerdì di Repubblica” il 2 agosto 2022.

LETTERA

Non si capisce il composito mondo LGBTQIA+ se non si considera la chiusura finale (il +) di questo inflazionato acronimo, espressione del bisogno umano di catalogare per oggettivare la realtà.

Quel + indica le varie possibilità di esprimere la propria sessualità individuali, possibilità che sono miliardi, perché ciascuno di noi è un microcosmo inserito nel contesto sociale di cui fa parte. Il mistero per voi "diversi" (cis - sic!) sta nel fatto che diversamente da coloro che rientrano in quella sigla, accettate inconsciamente lo "status quo", mentre noi, sfacciatamente diversi (se non ci nascondiamo, soprattutto a noi stessi), altrettanto più o meno inconsciamente NON lo facciamo.

La mente ci suggerisce di adattarci al diktat sociale (come fanno più o meno tutti) ma il corpo, nella sua incompresa e infinita sapienza ci impone "no grazie, non ci sto". Perché siamo mosche cocchiere incapaci di adattarci allo schema binario fallocratico che si è probabilmente instaurato in tempi molto lontani e per noi avvolti nella nebbia (Héritier). 

Quando, osservando le due tipologie umane (maschio più alto e forte) e la loro fisiologia, i nostri lontani antenati hanno instaurato categorie come debole e forte, attivo e passivo, che il linguaggio ha poi cristallizzato assegnando nomi declinati al maschile e al femminile alle cose e agli eventi che li circondavano, li meravigliavano o li impaurivano.

Da qui la primazia del fallo, secondo la compianta e scomoda a tutti Ida Magli, è stato il costruttore sociale il quale ha imposto il modello binario che sorregge le molteplici culture mondiali, rafforzando il diktat biologico che impone a tutti i viventi la loro riproduzione. Due ruoli distinti: il maschio costruttore culturale e la donna relegata alla funzione riproduttiva e sottomessa alla potenza del fallo, sia durante l'atto sessuale, sia nella vita di tutti i giorni...Franco Viviani

RISPOSTA DI NATALIA ASPESI:

I puntini vogliono dire che la sua lettera continua infinita, e ne ho pubblicato una piccola parte, riservandomi, se lei lo consente, di proseguire in seguito. Non ho letto nulla di Françoise Héritier allieva di Lévi-Strauss, né altro sul tema che le sta a cuore, e quindi le chiedo scusa di essere sempliciotta nei miei pensieri, stando naturalmente dalla parte di tutte le sigle dell'acronimo e oltre, ma anche di chi per viltà o piacere o ignoranza o istinto, o quel che vuole lei, si è adagiato su ciò che è scritto sull'atto di nascita e non si trova neanche male.

Penso che sin dalla nostra antenata Lucy il sesso non sia stato solo binario, che in ogni società, in ogni epoca, il modo di esprimere la sessualità sia stato molteplice (le ricordo per onestà Padre Padrone): penso che la segretezza, un tempo necessaria per non essere messi al bando o peggio, facesse parte anche di una emozione, del piacere, dell'orgoglio; oggi invece, per tutto, si pretende la visibilità, la classificazione, l'applauso, la legalità.

Non vorrei essere villana, ma mi pare che social, pubblicità, giornali, cinema, fiction, politica, arte, moda, non si occupino che degli acronimi, e che a essere fuori moda, di troppo, come i personaggi dei film in bianco e nero, siano ormai le coppie etero. Quanto al fallo, che ogni civiltà ha riprodotto come segno di potere e persino di culto, mi pare oggi abbia problemi suoi di cui accennare un'altra volta.

·        Comandano Loro.

Storia delle nazioni guidate al femminile. Emanuele Beluffi su CULTURAIDENTITA’ il 25 Ottobre 2022.

Non c’è Ursula von der Leyen che tenga, il vero potere femminile, a cavallo dello spazio e del tempo, lo ha avuto lei, Lisistrata, che nel pieno della guerra del Peloponneso convince le donne di Atene a fare lo sciopero del sesso: occupano l’Acropoli, gli uomini mollano la battaglia e tornano a casa, da allora è “colei che scioglie gli eserciti”, altro che la von der Leyen ministro della Difesa di Angela Merkel. E ci vien da aggiungere che forse quel famoso detto sulla minor forza di un carro di buoi vien da lì, con le ateniesi che incrociano le gambe e ottengono quello che né commissari né araldi riescono a ottenere: forse ci vorrebbe una Lisistrata anche oggi, nel pieno di una guerra in mezzo all’Europa.

Ma da Lisistrata a von der Leyen il passo non è breve e, contrariamente alla vulgata femminista di quegli anni che per Mario Capanna sono stati formidabili, le streghe non sono mai andate via (anche perché ci son sempre stati gli stregoni, ça va sans dire), pur se sicuramente sottodimensionate a livello numerico rispetto all’altra metà del potere. La Storia è lì a dircelo, forse il vero potere è Donna, pensate solo a quante donne hanno condotto una Nazione dalla fine del secolo scorso: tante, anche là dove meno te l’aspetti. Ma la prima, o certamente la più nota fra le prime, è Nefertiti, epoca degli antichi Egizi, regnante bellissima che condivide il potere politico e religioso con il faraone Akhenaton suo consorte per poi detenerlo in toto dopo la sua dipartita: non scioglie nessun esercito però rivoluziona lo scenario religioso introducendo il culto del Sole, dici poco.

Nell’antica Roma Messalina, bella come Nefertiti ma più ”capricciosa”, a 16 anni diventa imperatrice: non si fa mancare nulla soprattutto a livello di piaceri della carne, i letterati latini la definiscono meretrix augusta e, quanto a crudeltà e lussuria, forse poco le manca per essere la progenitrice di Erzsébet Báthory, la “Contessa Dracula”. Tutto il contrario di Drusilla, moglie fedele di Ottaviano Augusto e sua consigliera politica, praticamente un Luigi Bisignani in gonnella ante litteram: sussurra ai potenti ed esercita il vero potere, quello che non si vede. Nel IV secolo dominano il campo Pulcheria imperatrice dell’impero romano d’Oriente e Galla Placidia della parte occidentale dell’impero, governano la prima in nome del fratello Teodosio II e la seconda per conto del figlio Valentiniano III.

Ma è con Amalasunta, regina degli Ostrogoti, che assistiamo a un viraggio “maschile” dell’esercizio del potere: condottiera contro gli eserciti, che a differenza di Lisitrata non li scioglie ma li sgomina, diplomatica, di lei lo storico e politico Cassiodoro, consigliere e ministro nella reggenza del regno, dice che ha qualità maschili, mentre lo storico bizantino Procopio di Cesarea ce la descrive come una donna che “tenne il comando con saggezza e giustizia, dimostrando nei fatti un temperamento mascolino” (Guerra gotica, V 2, 2-3). Un modello, questo dell’esercizio del potere da parte delle donne senza se e senza ma, che ritroviamo, sulla scena politica europea dalla metà del Settecento, con donne accomunate dalla volontà di imporsi e di trasformare la realtà, al punto che con un po’ di libertà filologica potremmo dire che con loro inizia la nicciana volontà di potenza applicata al potere concreto: in Russia Caterina II, in Austria Maria Teresa, in Francia la marchesa di Pompadour, donne che hanno comandato il loro mondo con un’attitudine e una fortezza che ritroviamo nel nostro, di mondo. Aderiscono ai propri ideali con strenuo impegno e attitudini al comando tipicamente “maschili” che ritroviamo, per arrivare più vicino a noi, in Golda Meir: di lei Ben Gurion dice che «è l’unico vero uomo nel mio governo» e di fatto diventa Primo Ministro di Israele dal 1969 al 1974, unica donna nella Storia del Paese.

Impossibile anche non pensare a Indira Gandhi, Primo Ministro e leader del Congresso Nazionale Indiano a 49 anni, antesignana di quello che avremmo chiamato “compromesso storico”: governa per 11 anni, armonizza le anime contrapposte dei conservatori e dei riformisti, ha grinta e passione, che tuttavia non bastano per evitarle l’agguato mortale nel 1980, quando due delle sue guardie la uccidono alla fine di un comizio. Una fine cui ai giorni nostri è andata molto vicino un’altra donna di governo, Cristina Kirchner, Presidente dell’Argentina dal 2007 al 2015 (due mandati dopo quello del marito Nestor), scampata a un attentato a Buenos Aires lo scorso 2 settembre: una “iron Lady” come la “Lady di ferro” inglese, Margaret Thatcher, con cui non corre buon sangue a causa delle Isole Falkland. Sempre state “ai ferri corti” le due donne di governo, da quel 1982 quando il Regno Unito vince lo scontro con l’Argentina, che sulle Malvinas rivendica la sovranità. Margaret Thatcher si riprende le Falkland e crea un metodo di governare amato e odiato, il “thatcherismo”, al quale variamente si ispirano i suoi epigoni da Major a Cameron a Boris Johnson e le colleghe donne, Theresa May prima e oggi la premier Liz Truss. E, soprattutto, reinterpreta un europeismo senza fanatismi: esattamente 34 anni fa, il giorno in cui viene scritto questo articolo, la Thatcher tiene un discorso preveggente a Bruges in Belgio sulla crescita della libertà (non solo economica) dei cittadini UE. Dice: «La Comunità (europea, n.d.r.) non è un fine in sé. La Comunità Europea è un mezzo pratico attraverso il quale l’Europa può assicurare la futura prosperità e sicurezza dei suoi popoli in un mondo in cui ci sono molte altre potenti nazioni». Tradotto: basta con l’Europa dell’omologazione ai diktat economici e culturali, si rispettino le diversità nazionali. Suona familiare, a distanza di 34 anni?

"I professori danno voti più alti alle ragazze". Ecco lo studio universitario. Il Tempo il 18 ottobre 2022

Le ragazze tendono a ricevere voti più generosi rispetto alle controparti maschili nonostante le stesse competenze accademiche. A questa conclusione giunge uno studio, pubblicato sul British Journal of Sociology of Education, condotto dagli scienziati dell’Università degli Studi di Trento, che hanno mostrato come questo pregiudizio sia diffuso in modo sistemico, indipendentemente dalla materia e dalle caratteristiche degli insegnanti.

Il team, guidato da Ilaria Lievore, ha coinvolto 38.957 studenti, di età compresa tra 15 e 16 anni, per valutare i divari di genere nel rendimento scolastico. Nei test standardizzati, le ragazze tendono a ottenere risultati migliori nelle discipline umanistiche, nelle lingue e nelle capacità di lettura, mentre i ragazzi sono associati a punteggi più elevati nelle materie scientifiche. Quando, però, si esaminano i voti assegnati dagli insegnanti, le controparti femminili sembrano premiate con una maggiore frequenza in tutte le discipline. Stando a quanto emerge dall’indagine, i voti medi in decimi per le ragazze erano 6,6 e 6,3 rispettivamente per lingue e matematica, mentre le controparti maschili riportavano di media 6,2 e 5,9 per le stesse materie.

Secondo l’analisi, quando due studenti di genere opposto con competenze paragonabili in una materia venivano valutati, la ragazza era più facilmente associata a un voto migliore. Solo due fattori risultavano in grado di influenzare questa dinamica, e solamente con la matematica. Le classi più numerose, le scuole tecniche e accademiche erano infatti legate a un divario maggiore rispetto ai gruppi più esigui e alle scuole professionali. È probabile, osservano gli autori, che gli insegnanti tendano a favorire gli studenti che esibiscono comportamenti tradizionalmente femminili, come la tranquillità e la pulizia, oppure che i voti più elevati possano rappresentare un modo per incoraggiare le ragazze, generalmente meno ferrate in determinate materie.

Gli autori dello studio concludono che i pregiudizi nei confronti dei ragazzi nelle scuole italiane sono considerevoli e potrebbero avere conseguenze a lungo termine. «C’è una forte correlazione tra voti più alti e risultati educativi desiderabili - afferma Lievore - come ottenere più facilmente l’ammissione all’università e una minore probabilità di abbandono scolastico. Risultati scolastici migliori sono invece collegati a guadagni più alti, un lavoro migliore e una migliore soddisfazione della vita». «Anche in altri paesi europei si registra un divario di genere nell’assegnazione dei voti - conclude Lievore - ma le motivazioni alla base di questa discrepanza potrebbero variare tra le diverse nazioni. Sarà opportuno continuare ad approfondire le ricerche, considerando anche i voti di fine anno e non solo le valutazioni intermedie».

"Immaginare quello che non c'è". Così Luisa inventò il Bacio. Dalla gastronomia alla moda, la vita incredibile dell'imprenditrice Luisa Spagnoli, che inventò il Bacio Perugina. Francesca Bernasconi il 7 Dicembre 2022 su Il Giornale.

"La capacità di immaginare quello che ancora non c'è. Questo fa la differenza". E Luisa Spagnoli la differenza l'ha fatta per davvero, dando vita a un'industria al femminile e creando da zero prodotti innovativi, diventati famosi in tutto il mondo e, ancora oggi, di grande successo. Dalla gastronomia alla moda, fino alla solidarietà, è stata una delle donne straordinarie che hanno rivoluzionato il nostro Paese.

Dai confetti al cioccolato

Luisa Sargentini nacque a Perugia nel 1877 in una famiglia modesta. Il padre Pasquale infatti lavorava come pescivendolo, mentre la madre Maria era una casalinga. Così, dopo la morte del papà, Luisa dovette interrompere gli studi e cercare un'occupazione. All'età di 21 anni, la donna si sposò con Annibale Spagnoli, dal quale prese il cognome e rilevò, insieme a lui, un negozio di drogheria nel centro di Perugia.

Nel 1907, la coppia si mise in società con Francesco Buitoni, Leone Ascoli e Francesco Andreani e aprì una piccola azienda dolciaria, con 15 operai: era nata la Perugina, che al tempo aveva il nome di Società Perugina per la Fabbricazione dei Confetti. L'azienda dolciaria infatti era specializzata nella produzione dei confetti.

I primi anni della Società non furono semplici e le perdite iniziali furono moltissime, tanto che l'azienda si trovò sull'orlo del fallimento. Per questo, nel 1909, la gestione dei bilanci venne affidata al figlio di Francesco, il diciottenne Giovanni Buitoni, che divenne un importante punto di riferimento per la Perugina. Il ragazzo, che aveva grandi abilità in campo economico, riuscì a pareggiare il bilancio e salvare l'azienda dolciaria, ben presto una delle maggiori imprese artigianali in Italia.

A cambiare le sorti della Perugina arrivò la Prima Guerra Mondiale. Quando nel 1915 l'Italia entrò nel conflitto tutti gli uomini abili alla leva vennero chiamati alle armi. Tra loro, oltre ai molti operai della ditta, ci fu anche Giovanni Buitoni. Così la gestione dell'azienda finì nelle mani di Luisa Spagnoli. Ma durante la guerra, un decreto vietò il commercio dello zucchero, considerato un bene superfluo. Luisa ebbe l'intuizione di passare dalla produzione dei confetti a quella del cioccolato, ottenuto mischiando il cacao con lo zucchero troppo caramellato avanzato da altre lavorazioni, ma che a quei tempi non poteva essere sprecato. Nacque così la prima tavoletta di cioccolato fondente "Luisa".

Il Bacio Perugina

Il fondente "Luisa" divenne ben presto un successo, anche perché venne immesso sul mercato a un prezzo contenuto, che rese il cioccolato un bene accessibile a tutti. La vera svolta però arrivò nel 1922, quando venne ideato e creato il prodotto di punta dell'azienda, che ancora oggi riveste un ruolo centrale nella produzione: il Bacio Perugina. Luisa pensò di riutilizzare il cioccolato e la granella di nocciole avanzati in azienda e che solitamente venivano smaltiti a fine giornata, per creare un cioccolatino con un cuore di gianduia e granella di nocciole e una nocciola intera sulla sommità, il tutto ricoperto di glassa al fondente. La forma ricordava il pugno chiuso di una mano e, per questo, la donna pensò di chiamarlo Cazzotto.

Ma il nome del prodotto non convinceva Giovanni Buitoni, che decise di presentarlo al mercato con un appellativo più dolce e caloroso: Bacio. La pubblicità del prodotto venne affidata al famoso disegnatore Federico Seneca, che ideò il cielo stellato, diventato iconico e che ancora oggi compare sulla carta del cioccolatino. Un'ulteriore particolarità del prodotto era (ed è ancora) la presenza di alcuni bigliettini con frasi poetiche all'interno dell'involucro che avvolge il cioccolatino. In poco tempo, il Bacio divenne l'articolo di maggior successo della Perugina: il suo sapore era inconfondibile e le frasi al suo interno invitavano i consumatori a scartarlo.

Nel 1923, Annibale Spagnoli lasciò la Perugina, che rimase nelle mani di Luisa, diventata consigliera di amministrazione e direttrice del settore confezioni di lusso e i suoi tre figli, Mario, Amedeo e Aldo.

Dal cioccolato alla moda

Luisa Spagnoli non fu solamente un'imprenditrice in ambito gastronomico. Alla fine degli anni Venti, infatti, la donna si dedicò all'allevamento del coniglio d'Angora, al fine di ricavare un particolare filato da utilizzare nel campo dell'abbigliamento. I conigli non venivano né uccisi, né tosati, ma semplicemente pettinati, per ricavarne la lana, grazie alla quale la Spagnoli pensò di creare scialli, boleri e altri indumenti. Si trattava di capi raffinati, che ben presto andarono a riempire gli armadi di alcune delle grandi attrici italiane, da Sophia Loren ad Anna Magnani.

Intorno al 1928 prese corpo nel settore della moda l'attività che ancora oggi porta il nome della sua ideatrice: Luisa Spagnoli. La vera novità fu l'utilizzo della lana del coniglio d'Angora per creare filati, in un periodo in cui in Italia questa fibra era ancora sconosciuta. Fino a quel momento infatti gli indumenti venivano confezionati utilizzando filato estero, che forniva prodotti di non elevata qualità. I primi esperimenti vennero condotti rifornendosi di lana dall'allevamento della famiglia Spagnoli, lavorato da alcune operaie della Perugina. Il risultato fu la creazione di indumenti di qualità, classici ed eleganti.

Fu l'inizio di una nuova attività, che si annunciava promettente e dalle grandi potenzialità. Luisa però non vide mai decollare l'azienda di abbigliamento, che venne portata avanti negli anni successivi dal figlio Mario.

Un'imprenditrice innovativa

Attenta alle esigenze dei propri dipendenti, sempre con lo sguardo rivolto al futuro e progressista in ambito sociale e lavorativo, Luisa Spagnoli è stata una delle più grandi imprenditrici del nostro Paese e il suo nome rappresenta, ancora oggi, un pilastro della moda italiana.

Quando scoppiò la guerra, gli operai della Perugina vennero richiamati alle armi e furono le donne a prendere i loro posti nell'azienda portata avanti dalla Spagnoli. Successivamente, per venire incontro alle esigenze delle sue dipendenti, Luisa decise di creare un asilo nido nello stabilimento di Fontivegge e costruì degli spacci all'interno dell'azienda, così da permettere alle operaie di fare la spesa prima di tornare a casa dal lavoro.

Oltre all'imprenditoria, la Spagnoli si dedicò anche alla beneficenza, donando aiuti all'orfanotrofio di Perugia, organizzando una serie di attività assistenziali e pagando le cure ai famigliari dei lavoratori che non potevano permetterselo.

Luisa Spagnoli morì nel 1935, prima di vedere interamente il successo delle sue creazioni. A portare avanti le sue attività pensarono i figli, che continuarono nell'opera della madre, un'imprenditrice e una donna straordinaria, che prima di tutti ebbe il coraggio di guardare avanti di decenni, anticipando l'evoluzione della presenza femminile sul lavoro. Infatti, oltre al suo esempio personale di imprenditrice donna, l'inserimento nelle sue aziende di operaie, cui venivano riconosciuti diritti e bisogni, rappresentarono un passo innovativo per l'epoca. E oggi il nome e la storia di Luisa Spagnoli sono una testimonianza importante dell'industria italiana al femminile.

Euridice Axen racconta Luisa Spagnoli nel «Segno delle donne». La Gazzetta del Mezzogiorno il 6 Dicembre 202.

La donna del «Bacio» più dolce e della grande moda: è l’imprenditrice Luisa Spagnoli, a cui dà voce e volto Euridice Axen nel «faccia a faccia» con Angela Rafanelli, la protagonista de «Il segno delle donne» - la coproduzione Anele - Rai Cultura, realizzata da Anele - in onda oggi alle 21.10, in prima visione su Rai Storia.

Luisa Sargentini nasce a Perugia nel 1877, in una piccola casa del centro storico e in un’epoca in cui le possibilità di studio e di carriera per una donna sono molto limitate, soprattutto per chi, come lei, ha delle umili origini. Abbandonati gli studi, Luisa si sposa a ventun anni con Annibale Spagnoli, da cui prenderà il cognome che manterrà per tutta la vita. Nel 1901, i coniugi rilevano una drogheria nella cittadina umbra dove, grazie alla grande creatività di Luisa e al suo spirito imprenditoriale, la produzione si amplia: confetti, caramelle e cioccolato. L’anno della svolta, però, è il 1907 quando, insieme a tre soci tra cui Francesco Buitoni, fondatore del pastificio, la famiglia Spagnoli fonda la «Perugina». Dopo poco tempo, la guida dell’impresa passa nelle mani della Spagnoli e di Giovanni Buitoni, figlio di Francesco, trasformandosi con successo in un’impresa industriale. Durante la Prima Guerra Mondiale, Luisa prende le redini della fabbrica. In quegli anni, un decreto fascista vieta il commercio di zucchero ritenendolo un «bene superfluo» e Luisa decide di concentrarsi sulla produzione del cioccolato. Nel 1923 tra Luisa Spagnoli e Giovanni Buitoni, figlio di Francesco e con ben 14 anni di differenza, nasce una storia d’amore. Sempre in questi anni, Luisa ha un’idea interessante e si lancia in una nuova impresa: la creazione di mantelline, cuffiette, scialli e boleri con la pelliccia dei conigli d’Angora. L’«Angora Spagnoli» vestirà star del cinema internazionale, come Sofia Loren e Anna Magnani.

La parabola di Mata Hari, regina dei 7 veli e poi “spia” (beffata da quelle reali). Maria Luisa Agnese il 12 Ottobre 2022 su Il Corriere della Sera.

In salotti o piccoli teatri, proponeva la sua danza dei 7 veli. Si raccontava discendente d’una principessa giavanese: in realtà cercò nella Parigi della Belle Époque il riscatto da un matrimonio andato male. Creduta una spia, morì fucilata in carcere. 

Nella Parigi del primissimo ‘900 furoreggiava Mata Hari, bellezza di sapore esotico: occhi e capelli nerissimi, alta, slanciata, di forme potenti quasi plastiche che plasmava in danze flessuose e orientaleggianti. Si presentava in consessi privilegiati, salotti o piccoli teatri, e proponeva la sua danza dei 7 veli che prima faceva ondeggiare per toglierli poi a uno a uno fino a restare nuda o quasi, coperta da perle e piccole pietre preziose. Saggiamente non lasciava mai scoperto il seno che riteneva troppo esiguo, meno della classica coppa di champagne. E altrettanto saggiamente prima dell’esibizione impartiva un breve discorsetto in cui spiegava che le sue danze non erano solo erotiche ma facevano parte d’un percorso quasi iniziatico, frutto della sua conoscenza delle religioni orientali. Tutto per non essere perseguita per indecenza. Ai parigini si raccontava discendente d’una principessa giavanese e di avere imparato là le sue danze preziose e spirituali.

Conquistava uomini danarosi a caccia di amori stimolanti che la coprivano di doni: pellicce, gioielli, abiti raffinati con cui lei si faceva fotografare. Arrivò a esibirsi all’Olympia e alla Scala. Anche il cinema restò affascinato dalla sua vita da romanzo: molte le sue incarnazioni, da Greta Garbo fino a Elisabetta Gregoraci. Mata Hari, ovvero Occhio del Sole, aveva imparato tutto ciò nella prima vita, quando era Margaretha Zelle (questa la sua vera identità), figlia di facoltosi signori olandesi caduti in disgrazia. Ma la giovane sognava una vita di nuovo agiata e per questo sposò giovanissima il capitano Rudolph MacLeod in partenza per l’Indonesia. Voleva vivere «come una farfalla al sole» ma fu presto delusa: il capitano oltre a essere donnaiolo le aveva nascosto di avere la sifilide.

Margaretha dopo una figlia dà alla luce un bimbo che presto perde, forse perché nato proprio con sifilide congenita. Torna in Europa e cerca il riscatto nella Parigi della Belle Époque. Mischiando leggenda e realtà per costruirsi un’identità ideale, sempre a caccia di soldi e privilegi perduti. La sua nemica sarà la Prima guerra mondiale. Tutto intorno a lei è fame e desolazione ma Mata Hari insegue ancora la vita agiata. Cambia amanti come i vestiti, viaggia e attira l’attenzione degli spionaggi internazionali. Nella sua terza vita diventa l’agente H21 al soldo dei tedeschi ma leggenda vuole che sempre per avidità di denaro faccia il doppio gioco con i francesi. Torna Margaretha nelle scene finali: si innamora, parrebbe perdutamente, del capitano russo Vadim Masslov e per chiedere i lasciapassare per andarlo a trovare in ospedale a Vittel resta intrappolata nel gioco incrociato dei servizi.

Le ultime ricerche storiche sfatano parecchio la leggenda nera dell’agente H21, molto meno spia di quanto si pensi, molto cicala innamorata e incastrata dalle spie e dal pregiudizio della giuria militare che decide la sua condanna a morte. Va incontro al suo destino con un cappello di paglia di Firenze con veletta, dopo essere stata battezzata, al braccio di suor Marie che l’aveva assistita in carcere a Parigi. Rifiutata la benda guarda in faccia i 12 colpi, di cui uno mortale, a lei destinati. Era il 15 ottobre 1917: «Non abbiate paura per me, sorella, saprò morire. State per assistere a una bella morte».

Donne straordinarie. "Costretta da una forza sotterranea". Il Nobel che ribaltò il patriarcato. Grazia Deledda fu la pioniera che a cavallo tra l’800 e il ‘900 ha cercato di farsi strada nel regno maschile e maschilista della letteratura. Incompresa anche dai suoi stessi conterranei ha saputo formarsi da sé arrivando alle vette più ambite. Laura Lipari il 23 Novembre 2022 su Il Giornale.

È una notte gelida quella del 10 dicembre 1927. Su un palco a Stoccolma una donna minuta tiene ben saldo un premio. È una scrittrice dal nome Grazia Deledda la prima, e al momento l’unica, donna italiana a vincere il premio Nobel per la letteratura.

Quel trofeo è impregnato di critiche e incomprensioni dei suoi conterranei e dei maestri dell'epoca e, infatti, il suo discorso di ringraziamento inizia con queste parole: “Sono nata in Sardegna: la mia famiglia composta di gente savia, ma anche di violenti e di artisti primitivi, aveva autorità e aveva anche una biblioteca. Ma quando cominciai a scrivere, a 13 anni, fui contrariata dai miei…”.

La sua non è una vita come quella della maggior parte delle donne del suo tempo, lei è lì perché con le parole è riuscita a descrivere tradizioni lunghe secoli, odori, sapori e tutto quello che di buono sprigiona la sua terra, ma anche umiliazioni, sottomissioni e subordinazioni che lei stessa ha combattuto con l'arma bianca della scrittura.

Le origini

Grazia Maria Cosima Damiana Deledda nasce nel 1871 a Nuoro, in Sardegna da una famiglia benestante. Il padre Antonio è un imprenditore nel settore del commercio e dell'agricoltura e nel tempo libero scrive poesie che pubblica su una rivista sarda tramite la tipografia che lui stesso fonda. I suoi versi in dialetto sono studiati con cura nei momenti che ritaglia dalla numerosa famiglia e dal lavoro. Grazia inizia gli studi e li finisce con la quarta elementare. Poi viene seguita privatamente da un docente da cui apprende solo per pochi anni l’italiano, il latino e il francese. La ragazzina però sente dentro di sé il bisogno di apprendere e istruirsi, quindi continua i suoi studi da autodidatta.

Sin dall’infanzia sente un irrefrenabile impulso verso la scrittura, “costretta da una forza sotterranea” come scriverà in “Cosima”, che in certe occasioni deve reprimere a causa della mentalità ancora troppo ristretta e patriarcale degli abitanti di Nuoro. Questa predisposizione è spesso condannata anche dalla sua famiglia ma ogni suo senso la spinge a ribellarsi e a realizzarsi in spazi più vasti e aperti, del tutto diversi rispetto a quelli in cui cresce. Il suo sogno è mettere pratica le sue capacità e confrontarsi con altre personalità simili alla sua. Di solito però, negli ambienti più chiusi, accade che la voglia di volare sia vista come alto tradimento e spinge verso due scelte: l'accomodamento o la fuga.

Il primo a sostenerla è lo scrittore Enrico Costa che comprende il talento ancora acerbo ma fruttuoso della giovane donna. In seguito anche il poeta e scrittore Giovanni De Nava la nota e inizia con Grazia una corrispondenza fatta di apprezzamenti reciproci. Inizia da qui una relazione d’amore epistolare fatta di poesie e versi intrisi di passione e finita solo dopo un lungo silenzio dell’uomo alle ultime lettere della giovane. Anni dopo, nel 2015, la nipote dello scrittore, Ludovica De Nava, pubblicherà la corrispondenza del nonno sotto il volume “La quercia e la rosa. Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe”. Nelle missive viene svelato il vero motivo per cui De Nava decide di allontanarsi sentimentalmente, ovvero l’opposizione delle famiglie.

Gli anni di buio e il matrimonio

All'improvviso un periodo di disgrazie mette in ginocchio casa Deledda: il fratello maggiore di Grazia, Santus, abbandona gli studi e diventa alcolizzato, il più giovane, Andrea, viene arrestato, il padre muore a causa di una crisi cardiaca e qualche anno dopo anche la sorella Vincenza si ammala fino alla morte. La situazione economica è critica e Grazia si ritrova a sostenere gran parte del peso sulle sue spalle.

La giovane scrittrice però non si fa scoraggiare e anzi mette ancora più impegno nella sua passione, tanto che a quindici anni pubblica la prima novella e nell’87 prende coraggio e invia a Roma due racconti: “Sangue sardo” e “Remigia Helder”, che vengono pubblicati dall’editore Perino sulla rivista Ultima moda, la quale in un secondo momento accoglierà anche un romanzo a puntate dal nome “Memorie di Fernanda”.

Tre anni dopo esce su L’avvenire della Sardegna il romanzo “Stella d’Oriente” che Deledda firma con lo pseudonimo di Ilia de Saint Ismael e a Milano “Nell’azzurro”. Da questo momento in poi la sua inventiva scorre a cascata e lei si sente un fiume in piena. Scrive e collabora con nomi prestigiosi come Gubernatis e Bonghi e, pur mantenendo l’interesse per il genere e la tradizione sarda, si avvicina a un altro stile lontano geograficamente dal suo luogo natale: la letteratura russa.

La sua fama tocca le orecchie di diversi critici anche se i primi a non comprendere Deledda sono proprio i conterranei. Gli intellettuali sardi del suo tempo nel complesso si sentono traditi e spesso non accettano le sue descrizioni fatte con una leggera venatura di denuncia. Gli animi si scaldano soprattutto dopo la pubblicazione di “Fior di Sardegna”, perché il romanzo racconta di una terra rude, rustica e un po’ arretrata.

A queste accuse Deledda risponderà: “Io non sogno la gloria per un sentimento di vanità e di egoismo, ma perché amo intensamente il mio paese, e sogno di poter un giorno irradiare con un mite raggio le fosche ombrie dei nostri boschi, di poter un giorno narrare, intesa, la vita e le passioni del mio popolo, così diverso dagli altri così vilipeso e dimenticato e perciò più misero nella sua fiera e primitiva ignoranza”.

Nel 1899, dopo il suo trasferimento a Cagliari, incontra Palmiro Madesani, un funzionario delle finanze che s’innamora della giovane Grazia e la sposa l’11 gennaio 1900. È proprio per amore che Madesani lascia anche il lavoro e, attirato dal vortice di passione verso la letteratura che avvolge la moglie, inizia a fargli da agente. Qualche anno dopo anche la città di Cagliari diventa stretta per l’immensità su cui Grazia vuole continuare a scrivere e per questo motivo la coppia decide di trasferirsi a Roma dove nascono anche i due figli, Franz e Sardus.

Elias Portolu e il premio Nobel

Le sue opere sono spesso giudicate dalla critica come veriste e decadentiste. Il focus rimane quasi sempre il patriarcato e il potere influenzante che ha nella terra sarda, ma anche i legami familiari che determinano affetti ma anche battaglie sentimentali. I tre punti principali attorno ai quali i suoi personaggi conducono la narrazione sono amore, dolore e morte. La scelta di scrivere in lingua italiana, al contrario dello stile patriottico del padre, è volta a raggiungere un mercato editoriale più ampio, ma allo stesso tempo rimane radicata alle sue origini, con l'inserzione di termini e modi di dire tipici sardi, di cui vi sono le traduzioni nelle note.

La pubblicazione di “Elias Portolu” la conferma come scrittrice e l’avvia a una serie di romanzi come “L’edera” e “Canne al vento” - proprio di quest'ultimo la Rai ne trarrà in seguito uno sceneggiato - e opere teatrali che arrivano fino a personaggi illustri come Giovanni Verga, che vede nelle opere della Deledda un richiamo al suo stile letterario. La sua fama raggiunge anche artisti internazionali come David Herbert Lawrence che per lei scriverà la prefazione della traduzione in inglese de “La madre”.

A sua volta anche la Deledda diventa una traduttrice e un’insegnante di lettere all’Asilo Lazio creato dalla Società Podistica Lazio nel 1915. Tra coloro che non esprimono consensi per l’autrice sarda c’è invece Luigi Pirandello che non ne apprezza lo stile e trova inammissibile la sua situazione familiare nella quale i ruoli tra marito e moglie sono invertiti. Arriva persino a rivolgersi a Palmiro con l’appellativo di “Grazio Deleddo”, come a schernire la sua posizione subalterna poco virile, ridicolizzandolo con un romanzo dal titolo “Suo marito” con il quale ironizza sul protagonista caduto in disgrazia perché succube della moglie.

Le critiche vengono messe da parte, soprattutto dopo il 10 dicembre 1927, giorno che le stravolge la vita con la vittoria del premio Nobel per la letteratura 1926 accompagnato da queste parole: “Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano”. Con questo premio Grazia Deledda diventa la seconda donna nel mondo a vincere l'ambito premio e la prima in Italia.

Si spegne nel 1936 a causa di un tumore al seno di cui soffriva da tempo, lasciando incompiuto il suo ultimo lavoro autobiografico: “Cosima, quasi Grazia” poi edita solo con “Cosima”.

Il genio insito nelle opere della scrittrice sarda è stato ed è studiato nelle scuole e di recente anche il cantante poeta Mariano Deidda le ha dedicato un intero spettacolo plasmando le parole della Deledda in musica affinché non si spenga mai l’interesse verso una delle più grandi pioniere nel campo della letteratura.

Nel 150esimo anno della sua nascita, inoltre, è stata ricordata dalla senatrice Maria Elisabetta Alberti Casellati con un discorso memorabile sull’eredità “morale e culturale” della scrittrice, ricordandone la fame di conoscenza e gli studi da autodidatta: “Una bambina che con penna e inchiostro inizia così a erodere i confini di una società che vorrebbe segregare le sue ambizioni in una rete di vincoli, di regole e tradizioni secolari. Le ambizioni di una donna che invece alza la testa che rivolge il suo sguardo al mondo e alle sue infinite opportunità e le insegue con coraggio, ostinazione e instancabile determinazione senza tuttavia mai voltare completamente le spalle al proprio passato”.

Donne straordinarie. Suzanne Noël, la femminista pioniera del "ritocchino". Il concetto di libertà della donna è più forte solo quando si conserva la bellezza naturale o anche con quel ritocco in più? Era sicuramente del secondo pensiero Suzanne Noël, colei che utilizzava i bisturi per modificare i connotati dei volti. Laura Lipari il 9 Novembre 2022 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Il concetto di bellezza e i primi studi

 La separazione e gli anni di ricerche

 La Grande Guerra e il deturpamento

 Gli anni post bellici e le battaglie per il suo credo

 “Soroptimist”

Suzanne Blanche Marguerite Gros nasce il 19 gennaio del 1879 a Laon, un paesino francese di origine medievale e cresce con la madre vedova che le impartisce una severa educazione insegnandole a diventare la classica brava moglie per un buon partito. A quell'epoca era questo il massimo a cui puntare per una donna. Sin da piccola, quindi, impara l’arte del cucito ma anche la composizione di miniature, passione che sarà la sua fortuna nel tempo.

A 19 anni sposa un dottore dermatologo, Henry Perat, e nel 1897 la coppia si trasferisce a Parigi in un quartiere famoso per essere frequentato da artisti come Alexander Dumas e attori emergenti di quell’epoca. Suzanne e il marito vivono negli agi, ma non è pienamente soddisfatta. Si sente incompleta e ha un irrefrenabile impulso di curiosità nei confronti del mondo che non può appagare stando ferma nella sua condizione. Inizia a recarsi spesso nello studio di dermatologia a osservare, affascinata, il lavoro del marito, cui fa continue domande memorizzando ogni cosa.

Il concetto di bellezza e i primi studi

Proprio in quegli anni spopola la “beauty culture”: il canone femminile per eccellenza, un prototipo ideale di come dovrebbe essere il corpo delle donne. A dare le misure sono i film le riviste e le pubblicità che sponsorizzano un corpo magro e longilineo. Si comincia quindi a inseguire affannosamente quell’ideale di perfezione con diete e strumenti di tortura. Per chi invece può permetterselo, la strada più breve è quella della chirurgia plastica che nei primi del ‘900 è solo agli inizi. Suzanne, che è un’osservatrice attenta anche a questi cambiamenti, si affeziona talmente tanto all’idea di poter modificare qualcosa di già compiuto da chiedere l’autorizzazione al marito di poter studiare medicina. Durante quegli anni, infatti, vige ancora il codice napoleonico che tiene ben saldo l’ideale dell’uomo padrone di ogni decisione. Henry non ha nulla da obiettare e, anzi, la incoraggia a iscriversi all’università per poter lavorare insieme nel suo studio.

Iniziano le lezioni e Suzanne è una delle pochissime donne a studiare tra una moltitudine di uomini. La disparità è notevole sia nella scuola per raggiungere il diploma, si tra i banchi in facoltà di medicina. Ma Suzanne è determinata, non si fa intimorire e ottiene voti brillanti, soprattutto nelle materie dove viene messa in pratica la destrezza di mano. Il suo passatempo preferito impiegato a costruire miniature le aveva dato un’ottima preparazione che viene notata, in modo differente, da colleghi e professori.

Il fatto di essere donna costituisce ancora un grosso problema e lo diventa ancora di più quando inizia il tirocinio all’interno di un ospedale. Alcuni medici, infatti, denunciano la sua presenza al tribunale di Parigi, chiedendo l’esclusione e l’interdizione sua e di tutte le donne della facoltà di medicina. Richiesta, però, respinta.

Tra i banchi dell’università Suzanne stringe una forte amicizia con André Noël, un giovane studente come lei appassionato di medicina. Nel frattempo apprende da un brillante medico la tecnica per “riparare” i danni sui volti: rimane stupita di come una mano ferma e abile possa ridare un aspetto migliore a chi viene sfregiato. In particolare, l’intervento su una bambina con la guancia deturpata da un’ustione mette in moto in Suzanne l’assoluta convinzione che il suo futuro sia tutto racchiuso nella chirurgia estetica.

La separazione e gli anni di ricerche

Dopo undici anni di matrimonio, nel 1908, dà alla luce la sua prima figlia, Jacqueline. Sin dall’inizio la paternità della bambina è dubbia e cominciano a vociferare pettegolezzi su una storia extraconiugale proprio con André. Anche se le chiacchiere da strada si dimostreranno vere, lei negherà per anni custodendone il segreto. Né la gravidanza, né la nascita della figlia frenano la sua passione verso gli studi e la voglia di apprendere. È proprio questa sua assenza in famiglia a spingere lei e Henry a litigare sempre più spesso, fino a che il rapporto si incrina e i due si separano mantenendo un buon rapporto.

Nel 1911 Suzanne si trasferisce insieme a Jacqueline in un appartamento che, però, non riesce a gestire da sola perché giuridicamente risulta ancora legata al marito e dunque dipendente da ogni sua decisione. Henry è perfettamente consapevole della situazione e spinto dal bene e dalla grande considerazione verso l’ex moglie, decide che può continuare a collaborare con lui così da poter sostenere le spese.

Nel contesto universitario è contesa tra i suoi due grandi mentori. Con uno continua il lavoro nel reparto di ginecologia e ostetricia, con l’altro si esercita nella chirurgia plastica ed estetica. Un giorno il marito la informa di un evento unico: Sarah Bernhardt, un’attrice di 66 anni, si era appena prestata a un intervento di lifting frontale eseguito dal professor Charles Miller per eliminare le rughe.

Suzanne è curiosa di vedere il risultato e quando ci riesce decide di contattare la star del cinema per convincerla che il lavoro fatto sul suo viso, nonostante sia buono, è a metà perché ha lasciato diversi solchi della vecchiaia all’altezza degli occhi e nella parte inferiore nel volto. Bernhardt la ascolta con interesse e accetta il consiglio di sottoporsi a un ulteriore intervento. Il risultato è sorprendente e sembra che l’operazione le abbia tolto almeno 10 anni di vita. A quel punto Suzanne è completamente entusiasta e affascinata dalla magia della chirurgia.

La Grande Guerra e il deturpamento

Nel 1914 inizia la Prima Guerra Mondiale. I deturpamenti bellici non incidono solo sul territorio ma anche sui volti e i corpi delle persone e così, dal 1916, Suzanne che è ancora solo una tirocinante, mette a disposizione le sue conoscenze occupandosi dei feriti. Successivamente, durante l’occupazione nazista, si prenderà cura di partigiani ed ebrei torturati dalla Gestapo, dedicandosi alla rinoplastica facciale per modificare totalmente i tratti del volto e permettere loro la libertà.

Nel frattempo Henry, che si era arruolato come volontario, crede molto alla causa e combatte in maniera eroica. Un giorno, durante l’addestramento, perde la sua maschera antigas e inala una sostanza chimica che gli compromette totalmente i polmoni e dopo una lenta agonia, nel 1918, muore. È un duro colpo per Suzanne, ma reagisce al dolore come ha sempre fatto: impegnandosi a proseguire la sua ricerca. La sua occupazione diventa quella di sostenere le vittime di guerra, anche le donne vedove che capisce e comprende e rassicura con parole motivanti e prodotti per la cura del viso e del corpo.

Gli anni post bellici e le battaglie per il suo credo

Con la morte del marito muoiono anche quei pochi diritti che Suzanne aveva conquistato tramite la firma alle autorizzazioni. È consapevole del fatto che adesso non ha più un lavoro con cui sfamare la figlia e la madre che nel frattempo si era trasferita da lei. La soluzione è davanti ai suoi occhi: André. Il giovane, però, essendo più piccolo di sette anni, non ha concluso gli studi, è ancora un tirocinante e quindi neanche lui ha un lavoro stabile. Sarà proprio lei ad aiutarlo a laurearsi e a fornirgli tutte le ricerche.

Nel 1919 i due si sposano ufficialmente e lei diventa Suzanne Noël. Insieme alla figlia si trasferiscono in un appartamento all’interno del quale una stanza era utilizzata come sala operatoria per i suoi interventi chirurgici con cui modifica e perfeziona i connotati del corpo e del viso delle sue clienti. Negli anni successivi, con una mano sempre più esperta, eseguirà i suoi interventi più complessi e invasivi in una delle cliniche più prestigiose della Francia, così da poter utilizzare anche l’anestesia totale per operazioni che riguardano altre parti del corpo come il seno.

Gli ostacoli, però, sono ancora tanti e la medicina si spacca in due tra chi è pro e chi contro a questo tipo di interventi ritenuti non necessari perché esclusivamente estetici. Ne seguiranno anche battaglie legali durante le quali chi è contro presenterà esempi in cui la chirurgia ha rovinato visi e corpi in maniera irrecuperabile. Questo dibattito, anche se in termini più placati, dura ancora fino a oggi. Ciononostante i lavori di Suzanne continuano ad avere successo e la sua passione è sempre più legata all’attivismo a cui crede, operando gratuitamente donne che lavorano in fabbrica e licenziate perché considerate "troppo anziane”. La sua è una battaglia femminista perché trasforma la chirurgia in sicurezza e la sicurezza nell'obiettivo di far prevalere i propri diritti in qualsiasi ambito della società.

Quando la figlia muore a 13 anni per aver contratto la spagnola, André reagisce chiudendosi in se stesso e sperperando tutti i loro guadagni. Segue un periodo di profonda crisi per la coppia dove l’unica soluzione rimane quella di portare l’uomo in un istituto psichiatrico, ma prima di farsi fare internare, mentre stanno passeggiando, André si getta con uno scatto improvviso nella Senna e muore.

“Soroptimist”

È il 1924 e Suzanne si trova nuovamente in uno stato disastroso da cui ne uscirà ancora buttandosi a capofitto sul lavoro. Per ironia della sorte si trova a 47 anni con una fama che la precede in campo chirurgico, ma nessuna carta in mano che lo dimostri perché non ha discusso la tesi di laurea e dunque non ha mai ottenuto alcuna licenza per esercitare. Così l’anno dopo decide che a tutti i costi deve finire i suoi studi e ci riesce. Adesso può dedicarsi alla sua passione alla luce del sole. La battaglia femminista rimane al centro delle sue attività. La sua volontà è quella di far sì che le donne acquisiscano sempre più indipendenza dalla figura dell’uomo e possano riuscire a cavarsela da sole proprio come ha fatto lei durante la sua vita.

L'ennesimo cambiamento della sua vita avviene con l’associazione “Soroptimist” del medico Stuart Morrow che la contatta per poterne far parte. Soroptimist International è un’organizzazione statunitense no profit che raccoglie donne da ogni parte del mondo con un’elevata professionalità per metterla a disposizione della condizione e dei diritti femminili. Sarà proprio Suzanne a fondare in Francia il primo Club Soroptimist dell’Europa continentale e poi ad allargarsi fino in Cina e Giappone.

In seguito a un problema alla vista si ritira dalle sale operatorie e dai salotti a cui partecipava grazie alla sua fama e trascorre la sua vecchiaia occupandosi, solo con le sue idee pragmatiche e non più con le mani, all’attivismo di cui va orgogliosa. Muore l’11 novembre del 1954 all’età di 76 anni.

Del suo nome intriso di lavoro e battaglie resta una borsa di studio, la “Dr. Suzanne Noël Scholarship”, destinata a donne medico che intendano specializzarsi nel campo della chirurgia plastica e ricostruttiva, una targa commemorativa e una via parigina che riporta il suo nome.

Donne straordinarie. La visionaria che inventò il marketing dello champagne sfidando i pregiudizi.

Barbe-Nicole Ponsardin ha riscritto la storia del suo tempo, afferrando le redini della Maison di Reims in mezzo a una caterva di pregiudizi. Paolo Lazzari il 16 Novembre 2022 su Il Giornale.

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 Barbe-Nicole Ponsardin prima di Veuve Clicquot

 L'incontro con la vigna

 Una visionaria innovatrice

L’acqua che si increspa suggerisce la riemersione in corso. Prima un braccio, poi l’intera muta. La squadra di sub che ha appena setacciato un relitto finito nella pancia del mar Baltico è incredula. Fuori erompe l’estate del 2011, ma lo scintillio non c'entra nulla con i raggi solari. In quelle tetre profondità abissali, bucate soltanto dalla tiepida luce delle torce, è stata rinvenuta una cassa di bottiglie. Risalgono a circa due secoli prima: l’imbarcazione è stata inghiottita dal mare tra il 1825 e il 1830, mentre compiva il suo tragitto verso la Russia. Sui colli delle bottiglie, un marchio che stappa una storia inequivocabile: quella di Madame Veuve Clicquot. Ma chi è questa grande donna del passato?

Barbe-Nicole Ponsardin prima di Veuve Clicquot

Il suo nome è Barbe - Nicole Ponsardin. Scansiamo subito le suggestioni favolistiche: è nata in una famiglia facoltosa, decisamente dalla parte comoda della storia. Fin da piccola flirta con i numeri anziché gingillarsi con le bambole: una risolutezza che abita nel sangue. Virtù comunque derubricate a inutili propaggini dal codice Napoleonico, se a possederle è una femmina. Per la legge del tempo le donne non sono soggetti di diritto e qualsiasi velleità deve ottenere il lasciapassare del padre o del marito.

L'incontro con la vigna

Così quando sposa Francois, il ricco rampollo di una delle famiglie produttrici di champagne in Francia - i Clicquot - il suo destino pare già inciso nella pietra. Vivere cucita all’ombra del marito è tutto quel che la vita sembra riservarle. Una compressa al cianuro per una donna che nutre ambizioni profonde. Ma l’esistenza, si sa, è un arnese fragile. Quando scocca il 1805 Francois muore improvvisamente - alcuni sussurrano insolentemente che si tratti di suicidio - e lei si ritrova da sola, a ventisette anni soltanto, con tutti quei vigneti che si estendono rigogliosi davanti alle sue pupille.

Qualunque donna dell’epoca farebbe quel che il senso comune impone: vendere la sua parte e trascorrere il resto dei giorni portando il lutto. Barbe invece ha altri progetti. Si sfrega quella pelle alabastrina, aggiusta i boccoli e raggiunge il suocero Philippe. Poi lo tira per la giacca e lo mette placidamente al corrente di un fatto: da lì in poi penserà lei all’azienda di famiglia. Quello per fortuna non si scompone, forse perché ha intravisto un potenziale che attende soltanto di divampare. Così le risponde che si può fare, a patto che sia disposta a sciropparsi un apprendistato per muoversi con disinvoltura dentro a ogni pertugio dell’impresa. Si stringono la mano e sorridono compiaciuti.

La sfida è tutt'altro che una docile pianura. Assomiglia piuttosto a un declivio scosceso. I banchieri si rifiutano di farle credito, persuasi che si tratti di una richiesta impudente, ché una donna non può certo garantire lo stesso grado di affidamento di un uomo. Lei però è troppo arguta per arrendersi. Ritrosie e difficoltà sono l’innesco per la nascita del suo marchio: inizia ad andare in giro costantemente vestita a lutto e a firmare tutti i documenti ufficiali con la sigla Veuve Clicquot Ponsardin. Quella vedovanza esplicitata racconta la presenza di un marito che non c’è più: abbastanza, comunque, per far cambiare idea a chi la osteggia.

Nel 1810 diventa la prima imprenditrice vinicola a produrre uno champagne millesimato nella sua regione: è già un prodigio, ma il meglio deve ancora venire.

Un anno dopo se ne sta con il naso all’insù, come praticamente mezza Francia. Nel cielo luccica la cometa di Flaugergues, fenomeno astronomico destinato a sfrigolare per 260 giorni. La sua coda è lunga 160 milioni di chilometri. Per molti è un presagio di sventura. Lei, che è alle prese con un raccolto fenomenale, ci intravede la sua buona stella. Negli stessi giorni in cui Napoleone sta invadendo la Russia travasa quel nettare, imprimendo su ogni bottiglia il marchio della cometa.

Una visionaria innovatrice

“Una sola qualità, la migliore”. Un mantra che è solita ripetere, ma che attende di dilagare anche fuori dai confini. Mica semplice, se Napoleone ti disinstalla i sogni con un embargo che colpisce mezza Europa. Più facile, certo, se un giorno tambureggia alla tua porta un seducente ufficiale russo. Porta in dote un paio di messaggi inequivocabili. Il primo: la corte di San Pietroburgo va pazza per il suo Champagne. Il secondo: lui la stima parecchio, e non solo come imprenditrice. Barbe sarà anche vedova, ma cede all’umana tentazione. Quella relazione scandalosa e spregiudicata le apre un varco inatteso. La società arriccia il naso, ma la sua ricchezza è una bardatura insuperabile.

Con i russi mette a segno il colpo che vale una vita: 10.000 bottiglie di champagne contrabbandate. Ovunque, nelle trincee, si disseta l’arsura a colpi di sabrage, la tecnica che prevede di ghigliottinare il collo di vetro con la lama di una sciabola. Barbe è ribalda, ma anche ingegnosa: sua l’idea di distinguere della vigne Grand Cru. Sempre sua la trovata di ruotare le bottiglie in cantina - con la table de remuage - e quella della sboccatura, per inseguire la limpidezza del contenuto.

Non basta ancora: Madame dispone che il gusto del suo champagne venga levigato e adattato di volta in volta, per sprimacciare i differenti palati europei. Una serie di abili tessiture che la posiziona sempre più in alto. Con lei alla guida un’azienda che produceva 60mila bottiglie all’anno passa all’implausibile soglia delle 700mila.

Impudente a oltranza, alzerà gli occhi al cielo di fronte alle vecchie carampane che la accusano di spassarsela con il giovane Louis Bohne Ed Edouard Werlè. Segni particolari: ventitré anni in meno, futuro marito, erede dell’impero al momento della dipartita di Barbe, nel 1866.

Dicono che una delle bottiglie estratte dai fondali del Mar Baltico sia stata venduta all'asta per 30mila euro. Chi ha potuto scolarsela, probabilmente, ha fatto tintinnare i calici in onore della Vedova.

"Com'è bella la Terra". Così la prima cosmonauta sogna Marte. Valentina Tereshkova fu la prima donna ad andare nello spazio. Così la cosmonauta russa che si faceva chiamare in codice "gabbiano", oggi membro della Duma, rimane esempio d'emancipazione universale. Davide Bartoccini il 12 Ottobre 2022 su Il Giornale.

“Ei, cielo! Togliti il cappello, sto arrivando!”. Valentina Tereshkova, ventiseienne delle rive del Volga, il 16 giugno del 1963, è stretta dalle cinghie sul seggiolino unico della capsula Vostok 6. Sulla cima di un razzo alto 34 metri. Sono trascorsi 29 minuti da mezzodì, quando la procedura di lancio durata due ore giunge al termine, sprigionando nei quattro motori disposti a croce tutta la potenza necessaria per portarla in orbita su un famigerato vettore R-7 "Semyorka".

Lei fissa l’oblò con il grosso casco in testa con su scritto Cccp: da ex-dipendente dell'industria tessile con la passione del paracadutismo era diventata una cosmonauta dell’Unione Sovietica. Appena un’ora dopo sarebbe diventata la prima donna a volare nello spazio.

Una figlia del popolo che guardava al cielo

Orfana di padre, contadino e soldato dell’Armata Rossa caduto durante il secondo conflitto mondiale, era nata a Maslennikovo nel 1937. Dopo aver terminato gli studi a diciassette anni - iniziò a frequentare la scuola a dieci - fu impiegata prima come operaia in una fabbrica di pneumatici, poi come sarta per una fabbrica tessile locale: proprio come sua madre Elena.

La vita di una ragazza nata in un piccolo villaggio russo, mentre l’Occidente viveva il baby-boom, non prometteva grandi emozione ed esaltanti prospettive: un impiego sicuro nelle fabbriche che producevano in serie i beni destinati ai cittadini sovietici, una famiglia da costruire con un figlio del popolo come lei che potesse garantire altrettanta stabilità, della prole da allevare nello stesso modo per contribuire alla macchina sovietica e ricalcare come tanti prima di loro l’archetipo dei nuovi uomini e delle nuove donne sovietiche.

Qualcosa di ben diverso dal cittadino idealizzato da Trotsky: colui o colei che “realizzando l’obiettivo di dominare le emozioni, innalzeranno istinti fino alle altezze della coscienza, rendendoli trasparenti ed estendendo i fili del proprio volere nelle sue rientranze nascoste in modo da innalzare se stesso verso un nuovo livello, per creare un tipo sociale e biologico superiore, oppure, se permettete, un superuomo”. La fascinazione spesso prende il sopravvento sulla mente dell’essere umano che non si arrende al destino cui sembra essere costretto dai propri natali.

Valentina Tereshkova, ad esempio, mentre cuciva abiti per il popolo sovietico guardava alle nuvole e cercava un mezzo per toccarle: lancio con il paracadute. Il senso di libertà del cielo e l’adrenalina del salto, le diedero - di nascosto da sua madre - le emozioni che cercava. Così, mentre lavorava, e studiava per corrispondenza, seguiva il corso di paracadutismo che si teneva nell’aeroclub locale per ottenere il brevetto: un inaspettato passepartout per le stelle.

Perché dopo aver mandato il primo uomo nello spazio, ovviamente siamo parlando Jurij Gagarin, agli alti papaveri del Cremlino venne in mente di ottenere un secondo grande primato: mandare una donna nello spazio. E superare ancora una volta gli Stati Uniti nella corsa all’ultima frontiera, spaziale, tecnologica, e pure in qualche senso “ideologica”.

L’unico gap allora era quello della mancanza di una classe di allieve o piloti militari donna dove si potevano prelevare a addestrare delle future cosmonaute. Così si penso di andare a cercare le cadette anche tra coloro che erano solamente delle paracadutiste. Quando Mosca avviò le sue ricerche, Valentina Tereshkova non ci pensò due volte a farsi avanti nella speranza di essere Lei la prima donna che avrebbe conquistato lo spazio.

Unica tra tante

I requisiti per essere considerate imponevano di avere meno di trenta anni di età, un peso inferiore ai settanta chilogrammi e un’altezza che non superasse un metro e settanta centimetri. Le ragioni andavano trovate negli angusti spazi dell’abitacolo che ospitava il cosmonauta delle navicelle del Programma Vostok. E l’ovvia predisposizione - per età e addestramento - a sopportare le sollecitazioni nella fase iniziale e finale del volo nello spazio. La giovane Tereshkova possedeva tutto le caratteristiche e le qualità richieste, e venne inserita in nella rosa delle 400 candidate che erano state scelte su 1000 aspiranti che si erano proposte.

Rimase tra le 58 migliori, poi tra le 23, e poi, infine, nella ristrettissima cerchia delle 5 aspiranti cosmonaute che inquadrate nell’aeronautica con il grado di luogotenente, proseguirono a ritmi serrati un durissimo addestramento che includeva voli parabolici, prolungati test di isolamento, test nella camera termica e test in macchinari che simulavano la spinta centrifuga, test per la decompressione, oltre un centinaio di lanci con con il paracadute e l'addestramento di base per pilotare i jet moderni.

La catastrofe di Nedelin: la palla di fuoco che incendiò la Guerra Fredda

Con l’avvicinarsi della data fissata per la missione, ai vertici dei programma spaziale russo non restava altro che stabilire quale delle cadette sarebbe stata mandata in missione; e benché Valentina non risultasse la migliore nei risultati registrati nei diversi test, fu scelta per una singolarità che alla fine la rese l’unica tra tante: era una vera figlia del popolo.

Le sue origini operaie, la perdita del padre dipinto come uno dei tanti eroi sacrificatosi per la patria e per l’idea, perfino la provenienza dalla Russia profonda e anonima, e non da una grande centro, la rendevano perfetta ai fini della propagandistici su cui si basava l’intera missione. La Tereshkova si era inoltre dimostrata soggetto di spiccata intelligenza, capace di tenere discorsi in pubblico, dunque pronta a prestarsi alle numerose interviste che avrebbe dovuto raccontare il successo di quell’ennesimo traguardo tutto sovietico. Prima che traguardo da vedere al femminile.

Il complesso volo del gabbiano

“Qui Gabbiano. Va tutto bene. Vedo l’orizzonte, il cielo blu e una striscia scura. Com’è bella la Terra. Sta andando tutto bene”. Furono queste le prime parole della Tereshkova una volta lasciato il cosmodromo di Bajkonur e ripreso il contatto radio mentre era sulla traiettoria d'orbita terrestre con “un perigeo di 165 chilometri e un apogeo di 166 chilometri per inclinazione di 65 gradi”.

Il nome in codice scelto per Valentina era Čajka (gabbiano in russo, ndr) e, non appena raggiunse l’orbita potè confermare via radio comunicazioni con la base, a terra confermarono che la missione Vodstok 6, lanciata solo due giorni dopo a Vodstok 5, stava proseguendo con successo. Durante la prima orbita terrestre, Vostok 6 e Vostok 5 si avvicinarono come era stato previsto. Così il gabbiano potè incrociare la rotta orbitante di un altro cosmonauta sovietico: Valerij Fëdorovič Bykovskij.

Ma quel viaggio non fu semplice e privo di insidie. Un errore nella pianificazione della rotta aveva impostato un traiettoria che avrebbe spinto la navicella - priva di comandi e possibilità di correggere autonomamente la rotta - verso lo spazio profondo. Solo una correzione ai limiti del tempo utile mantenne Vodstok 6 in rotta, portando la missione a compimento in 70 ore e 50 minuti. Quasi tra giorni trascorsi tra lunghi momenti di silenzio radio e timore, in uno spazio claustrofobico, mentre la piccola capsula sferica compiva 48 orbite intorno alla pianeta.

Il ritorno di una stella 

Il rientro della missione della prima donna nello spazio fu tutt’altro che semplice. A quel tempo infatti, la la tecnologia dei vettori per l’esplorazione spaziale non consentiva l’atterraggio degli space shuttle, ma un discesa infuocata nell’atmosfera terrestre, che avrebbe previsto l’apertura di quello stesso paracadute che aveva portato Valentina sulla rotta delle stelle.

Le forti raffiche di vento manifestatesi il 19 giugno nell’area dove era previsto il recupero della capsula di Vodstok 6 provocarono una serie di traumi al volto della cosmonauta, che venne ricoverata per una breve degenza prima tornare a indossare la sua tuta spaziale per simulare un atterraggio da manuale ed essere ripresa dai video di propaganda che avrebbero fatto il giro nel mondo. Se c’era veramente una “Miss Universo” nel 1963, ella era Valentina Tereshkova, avrebbero scritto i giornali.

Eroina del popolo sovietico, insignita dell’Ordine di Lenin e della medaglia di Eroe dell’Unione Sovietica, la nuova stella mondiale iniziò un lungo tour di presentazione e conferenze che avrebbero consacrato il suo primato leggendario - diventando, sembra quasi banale dirlo, un esempio per l’emancipazione femminile universale.

Essere una pioniera nello spazio non le risparmiò tuttavia quelle consuetudini molto terrestri che in ogni longitudine e latitudine davano il peso alle apparenze. Il Cremlino ritenne giusto che la sua eroina spaziale dovesse trovare marito, e che il giusto marito per una donna dello spazio doveva essere un uomo dello spazio. Valentina sposò dunque il cosmonauta Andriyan Nikolayev. Nonostante una figlia e un matrimonio da prima pagina, la coppia si separò nel 1982.

La Tereshkova provò in tutti i modi a tornare nello spazio dopo la missione Vodstok 6, ma la morte di Garagin - in circostante per altro mai del tutto chiare - indusse l'Unione Sovietica a tenere distante la pericolo la sua pioniera spaziale, che ottenne invece un dottorato in ingegneria aeronautica prima di diventare un membro della Duma e concentrarsi sull'impegno politico che perdura ancora adesso.

Riguardo al ruolo della donna nei programmi spaziali, una volta ebbe a dire: "Come un uccello non può volare con un'ala sola, il volo spaziale umano non può progredire senza la partecipazione attiva delle donne". Questa rubrica ha battuto spesso su questo tasto e proseguirà nel farlo. Valentina Tereshkova oggi ha 85 anni: per parte sua, quando qualcuno le rivolge la domanda se tornerebbe nello spazio, pare ancora poter affermare d’essere pronta ad andare anche su Marte.

Libera e rivoluzionaria: la lezione di Coco Chanel alle femministe oggi. Spazza via i corsetti e i bustini, lancia il trend dei capelli corti, realizza un profumo "per la donna che profuma di donna". Chanel non fu solo una stilista, fu un'attivista. Laura Lipari il 5 ottobre 2022 su Il Giornale.

Gabrielle Bonheur Chanel, Coco Chanel o semplicemente Coco, come la si voglia chiamare: persino il suo nome evoca bellezza ed eleganza. Non fu una donna, è un "demonio" travestito da leggenda. Tra il lusso e lo sfarzo, al centro dello studio, vi è lei: una minuta figura in controluce che emana potere a partire dalle sue mani poggiate sui fianchi, lo sguardo sicuro, i lineamenti duri. Le rughe del suo volto sono appositamente nascoste da un ampio cappello. Una delle sue convinzioni più assolute è che una donna non è mai elegante senza, così è sua abitudine portarlo persino a casa.

Dalle umili origini alla formazione di “Coco”

Gabrielle nasce il 19 agosto del 1883. Trascorre l’infanzia insieme alla sorella minore nell’orfanotrofio cattolico di Aubazine, perché orfane di madre e abbandonate dal padre, un povero mercante di stoffe. Le rigide regole del collegio plasmano il suo carattere ligio alle regole e al dovere, ma la sua creatività, spesso soffocata, cerca di farsi strada sin dalla tenera età. A 18 anni trova un impiego nella bottega Maison Grampayre dove una sarta la prende sotto la sua custodia. Anche la boutique è un ambiente angusto nel quale impara la disciplina, ma è lì che esplode la sua grande passione per la moda. 

La prima grande svolta della sua vita avviene durante l’incontro con il suo primo amante nonché suo primo finanziatore, l’ufficiale di cavalleria Étienne de Balsan. Sarà lui il primo a chiamarla affettuosamente “Coco”. La loro è una storia d’amore controversa e piena di alti e bassi, lui è un donnaiolo lei invece e alla ricerca di quella libertà negata per metà della sua vita. La trova per un breve periodo all’interno delle stalle della lussuosa villa di Balsan.

Qui avviene la sua prima grande illuminazione: la donna ha il diritto di cavalcare come un uomo, perché tanti fronzoli per andare a cavallo? La cosa più semplice sarebbe quello di indossare dei pantaloni che rendano più agili i suoi movimenti. Da questi pensieri partorisce uno dei primi modelli di emancipazione femminile: i pantaloni da cavallerizza e le cravattine lavorate a maglia.

Balsan ascolta le idee della sua amante ma non le comprende. Finanzia i suoi lavori, la porta ai circoli e le permette di crearsi la sua prima piccola clientela, ma è convinto che Coco sia solo in preda a una ribellione temporanea da assecondare. Gabrielle invece è temeraria e lo diventa ancora di più quando conosce quello che per lei sarà l’amore della sua vita: Boy Capel.

Lui è un industriale di Newcastle e ascolta con trasporto le innovazioni di quella giovane mora che ha davanti, per entrambi è un colpo di fulmine. L’uomo è convinto che lei sia sprecata in quel castello confinato a Compiègne. I due fuggono e si trasferiscono a Parigi e nel 1910 comprano una piccola boutique in Rue Cambon 31. È qui che avviene il miracolo.

Oltre qualunque limite sociale

I primi esordi sono segnati da un notevole successo nella vendita di cappellini di ogni genere, da quelli più bizzarri con piume e paillettes a quelli da portare quotidianamente. Dopo due anni Chanel inizia a lanciare una nuova sfida, mettendo sul mercato maglioni, gonne e qualche vestito. La sua politica rimane sempre la stessa: la donna può vestire comoda mantenendo la femminilità.

Come Michelangelo che scolpiva direttamente sul marmo senza abbozzare un risultato finale, lei non disegna alcun modello. Prende qualche stoffa e comincia a tagliare, poi prende degli spilli e le attacca al manichino, fa qualche passo indietro, osserva e decide se può andare oppure no.

Nel 1913 Capel apre per Chanel un nuovo negozio nella località balneare di Deauville. Anche qui la stilista guarda con attenzione gli abiti delle persone che la circondano, imita lo scollo dei marinai e li fa cucire sui maglioni da donna. L’obiettivo è spazzare via quei corsetti e bustini stretti e scomodi che aveva lasciato la Belle Époque.

La sua fama cresce sempre di più e con l’aiuto di Boy. Nel 1917 ha già cinque laboratori sparsi in Francia e al confine con la Spagna e trecento lavoranti. Sono anni d’oro, la sua vita è completamente stravolta. Comincia a fare la conoscenza di personalità come Paul Morand, Pablo Picasso, Jean Cocteau, Max Jacob e Igor Stravinskij. Chanel è instancabile, ben conscia di star per cambiare la storia della moda.

Non si ferma davanti a niente, neanche di fronte alla richiesta di Capel di frenare per lui. Tra l’amore e il lavoro Chanel sceglie il lavoro, perdendo così l’unico uomo che avrebbe dato tutto per lei. “Ho bisogno di essere libera per seguire il mio estro”, aveva risposto. Le cose peggiorano quando lui muore a 38 anni in un grave incidente stradale. Il lutto la porta a buttarsi a capofitto sulla sua impresa che resta quasi indenne durante la prima guerra mondiale e meno durante la seconda.

Il marchio, il taglio alla “maschietta”e il profumo

Irriverente e testarda crea il suo marchio da sé e disegna le due C intrecciate, che comincia a utilizzare sin dagli anni '20 del Novecento. Nel 1921 esce sul mercato una nuova fragranza: Chanel N°5, realizzato artificialmente con molecole sintetiche. Il primo profumo che “odora di donna, perché una donna deve odorare di donna e non di rosa” spopola presto sul mercato. La fragranza prende il nome di Nº 5 in quanto corrisponde alla quinta essenza scelta da Chanel, inoltre il numero 5 è il suo preferito. 

Un giorno, a causa di un incidente domestico, i suoi capelli prendono fuoco e decide quindi di tagliarli molto corti. Uscendo per strada è ammirata dalle donne che la guardano affascinate e imitano quel gesto, anch’esso carico di importanza rivoluzionaria. Chanel come icona, Chanel come stilista, ma anche Chanel come simbolo, Chanel come punto di riferimento a cui ispirarsi. Qualcuno le chiede il perché di tanta foga nel suo “femminismo”, la sua risposta era sempre: “Fino a quel momento avevamo vestito donne inutili, oziose, donne a cui le cameriere dovevano infilare le maniche; invece, avevo ormai una clientela di donne attive; una donna attiva ha bisogno di sentirsi a suo agio nel proprio vestito. Bisogna potersi rimboccare le maniche”.

Nel 1957 Coco Chanel vince l’ambito Neiman-Marcus Award, riconoscimento che premia le figure che si sono distinte nella cultura e nell’arte, anche chiamato l’Oscar della moda.

Oriana Fallaci incontra Coco e Gabrielle

Tra le pagine del suo libro “Se nascerai donna”, Oriana Fallaci riporta anche una delle sue primissime interviste fatta proprio al gigante della moda. Racconta di come una figura così esile riuscisse ad avere un aura maestosa tanto da ammutolire chiunque si trovasse al suo cospetto. 

Descrive il momento in cui, quasi intimidita, la giornalista si era seduta a distanza e Chanel aveva cominciato a parlare senza che lei le avesse fatto alcuna domanda, quindi si era affrettata a prendere nota di tutto quello che le diceva per non perdere niente. Sapeva che quell’appuntamento era unico nel suo genere. Il loro incontro era avvenuto quando ormai Madamoiselle era per tutti Coco Chanel e la Fallaci una semplice giornalista alle prime armi. Durante la sua intervista il punto focale era sempre la moda, ma cambiava il punto di vista: parlava chi creava abiti per indossarli non per sfoggiarli, al contrario delle opere che creavano i suoi colleghi. “I vestiti sono opere, capolavori in equilibrio, di armonia e audacia: ma non sono vestiti. Non possono indossarli le donne normali, perché diventano ridicole, ma i miei colleghi vogliono farle apparire ridicole. E sapete perché? Perché odiano le donne”.

Per la Fallaci il pensiero di Chanel era semplice: creare uno stile per una donna che viaggia e ha bisogno di vestire con grazia ma anche con comodità. Come riporta anche nei suoi racconti, non era soltanto una stilista, era soprattutto un'attivista. Quello che diceva era: “Non volete fare mestieri da uomini? Non volete entrare in politica? Non volete guidare le automobili? Come fate ad imporvi se non potete neanche respirare dentro il bustino?”.

Con Coco le donne cominciarono quindi a tagliarsi i capelli e ad accorciare le gonne, ad alzare la testa e a prendere in mano la loro vita. Proprio come fece quella ragazzina tirata fuori dall'orfanotrofio di Aubazine che pian piano costruì un impero firmato con il suo cognome. Coco, Gabrielle, Chanel, ricordata nei secoli successivi come "La Rivoluzionaria".

L. Ber. per corriere.it il 22 settembre 2022.

Il Boeing 747 di Cargolux decollato il 20 settembre dall’aeroporto di Milano Malpensa a diretto a Seul, in Corea del Sud, non solo era pieno di merce. Era anche pilotato da due donne, la comandante Paola Gini e la prima ufficiale Vivien Allais, in quello che è stato il primo volo con l’equipaggio tutto al femminile nella storia dell’aviazione civile italiana. Ed è destinato a non essere l’ultimo in un settore dove la (dis)parità di genere resta ancora un problema.

I volti

A segnalare la curiosità è il gruppo Facebook di appassionati «Boeing 747 The Queen of the Skies». Nelle due foto — autorizzate da Cargolux, una delle società di trasporto merci più rilevanti del mondo che batte bandiera lussemburghese — si vedono Gini, 46enne originaria di Torviscosa (in provincia di Udine) e da 12 anni comandante per la compagnia aerea, di fianco a Allais, italiana anche lei, di Coazze (Torino) e con precedenti in altre aviolinee. 

La rotta

Gini e Allais hanno operato il volo C8 8732 Milano Malpensa-Seul Incheon con il Boeing 747 immatricolato Lx-Ucv (e battezzato «Tre Cime di Lavaredo»). Il velivolo, un quadrimotore, è decollato alle 15.55 dall’aeroporto in provincia di Varese — secondo i tracciati di Flightradar24 — per atterrare nel Paese asiatico dieci ore e mezzo dopo seguendo un percorso a sud dell’Ucraina e della Russia per le vicende belliche e l’interdizione ai velivoli comunitari dei cieli russi.

Le statistiche

Il divario tra piloti di sesso maschile e quelli di sesso femminile resta ampio nel trasporto aereo mondiale anche se non mancano gli sforzi delle compagnie per ridurre il gap. Secondo le ultime statistiche, che risalgono al 2021 e che sono influenzati anche dalla pandemia, l’India si conferma il Paese con il maggior numero di pilota donna: 12,4% sul totale. Seguono l’Irlanda (9,9%) e il Sudafrica (9,8%). Quindi Australia (7,5%) e Canada (7%). Se si va a vedere per segmento, nel cargo i comandanti e primi ufficiali di sesso femminile sono il 5% a fronte di una media mondiale del 5,8 dell’intero settore.

Glossari gender e educazione sessuale: polemica sui diari di scuola. Sulla Smemoranda c'è un glossario sull'identità di genere. Il diario finisce in mano a un bimbo di 9 anni e scoppia il caso. Ma chi controlla cosa mettono nello zaino i nostri figli? Elena Barlozzari il 18 Settembre 2022 su Il Giornale.  

Immaginate di scoprire, a qualche giorno dall’inizio dell’anno scolastico, che nel diario di vostro figlio, di appena nove anni, ci sono un paio di rubriche di cui non sapevate nulla. Il diario glielo avete comprato voi, prima di metterglielo in mano lo avete sfogliato e risfogliato, eppure di quelle rubriche non vi eravate proprio accorti. Lo avete scelto per il colore, perché è uno dei diari più in voga da sempre e perché vostro figlio ve lo chiede già dallo scorso anno.

Il diario in questione è la Smemoranda. L’evergreen delle agende scolastiche, c’era persino ai vostri tempi. La copertina è innocua, monocolore. L’avete scelta azzurra, di un bell’azzurro intenso. Due giorni fa, vi chiama l’insegnate e vi dice: "Guarda, ti vorrei segnalare delle cose nel diario di tuo figlio, delle cose che non mi sembrano appropriate alla sua età". Quell’insegnate si chiama Giusy D’Amico. È la maestra d’inglese e si dà il caso sia anche la presidente dell’associazione "Non si tocca la famiglia". È lei a raccontarci l’accaduto e la fine che hanno fatto le due rubriche in questione: "Con il consenso del genitore l’ho strappate, senza che l’alunno se ne accorgesse, per non stimolare in lui una curiosità sbagliata". La maestra D’Amico ci descrive in maniera stringata il contenuto di quelle rubriche: "C’è un glossario sull’identità di genere e una sezione dedicata all’educazione sessuale". Ce le mostra, ma noi vogliamo verificare di persona, anche e soprattutto perché ci risulta davvero difficile credere che, al momento dell’acquisto, l’incauto genitore non si sia accorto di nulla.

Decidiamo così di entrare in una delle tante librerie del centro di Roma, ne individuiamo una grande e ben rifornita, nella speranza di andare a colpo sicuro. Le agende scolastiche, con le lezioni ormai cominciate da qualche giorno, iniziano a scarseggiare. Veniamo indirizzati verso uno scaffale, impilate ne troviamo di tutte le fogge e varietà cromatiche. C’è anche quella che andiamo cercando. La copertina è sgargiante, azzurra, proprio come ce l’hanno descritta, ma c’è anche in versione rosa shocking e bianca. Iniziamo a sfogliarla, una, due, tre volte. Solo al terzo tentativo individuiamo le ormai famose rubriche. "Cisgender (o cisgenere) è una persona che non si identifica con il sesso che le è stato assegnato alla nascita", leggiamo. Il glossario prosegue: "Non-binary (o non binario) è un termine ombrello usato per descrivere una persona che non si identifica completamente né nel genere maschile né in quello femminile". E a seguire le definizioni di "genderqueer o genere non conforme", di "transgender", di "gender fluid", "gender neutral" e di "espressione di genere".

Scorrendo la seconda, invece, ecco comparire alcuni suggerimenti sui primi approcci alla sessualità. Tanto per citarne uno: "Il sesso non è solo sinonimo di rapporto completo: tutto ciò che vi fa eccitare è un’esperienza sessuale". Mentre cerchiamo di mettere ordine alle tante informazioni assorbite, un dubbio ci tormenta. No, non vogliamo moraleggiare, quel diritto lì lo lasciamo più che volentieri ai genitori. È più una domanda di carattere pratico: chi vende queste agende, è al corrente degli argomenti che trattano? La commessa ci chiarisce le idee: "Noi le ordinazioni le facciamo in base alla richiesta, non abbiamo idea dei contenuti, anche perché al momento dell’ordinazione non possiamo vedere neppure la copertina". È a tutti gli effetti un’ordinazione a scatola chiusa. Ma quando arrivano in negozio non le sfogliate? "Assolutamente no. Certo, a richiesta specifica, per un bimbo di nove anni la Smemoranda non la consiglierei". Il negozio è molto grande, vende una vasta gamma di articoli e abbraccia una clientela piuttosto ampia. La commessa ci lascia chiaramente intendere che, con tutte le cose che ci sono da fare, non possono mettersi a passare al setaccio una per una le pagine dei diari.

Proviamo allora a rivolgerci ad un negozio più piccolo, una cartolibreria a conduzione familiare. Qui, per ovvie ragioni, la cose funzionano diversamente. "È vero che finché non arrivano in negozio non sappiamo che aspetto abbiano i diari, però quando arrivano li controlliamo", ci spiega il proprietario. Le Smemoranda le vendete? "No, già dall’anno scorso abbiamo interrotto le ordinazioni, perché non condividiamo l’approccio". L’approccio? "L’educazione dei minori alla sessualità dovrebbe essere lasciata ai genitori, ma l’80 per cento di quelli che vengono a fare acquisti nemmeno li sfoglia i diari, guarda solo l’estetica". E dall’estetica, come abbiamo già detto, è veramente complicato intuire qualcosa. È capitato che qualcuno la riportasse indietro? "Non a me, ma conosco colleghi a cui è successo, e le posso assicurare che è sempre una situazione imbarazzante".

E in casi del genere? L’acquirente che diritti ha? Lo chiediamo al Codacons. "Non trattandosi di vizi o difetti, o di contenuti illeciti o vietati, il venditore non ha alcun obbligo di sostituzione del prodotto né di restituzione dell’importo". Certo, se l’agenda è nuova, si può sempre fare un tentativo, e in quel caso è tutto lasciato alla discrezionalità e alla disponibilità del negoziante. "È sempre responsabilità di chi compra verificare cosa compra". E se a fare l’acquisto è direttamente il minore? "A maggior ragione il genitore dovrebbe verificare con attenzione l’acquisto, sono regole di buonsenso della potestà genitoriale". Insomma, per l’adulto distratto, la strada più sicura è quella di munirsi di un bel paio di forbici e seguire l’esempio della maestra D’Amico.

Ma non ditelo a Maria Rachele Ruiu, mamma di due bimbi e storica attivista pro-vita e pro-famiglia. Per lei, nelle agende scolastiche, certi argomenti non dovrebbero proprio esserci. "È grave che uno strumento fatto per i giovanissimi sponsorizzi e diffonda teorie a-scientifiche, che in tutto il mondo si stanno dimostrando pericolose. Il dibattito sul ddl Zan ha infuocato il panorama politico e degli adulti, e loro cosa fanno? Propongono ai nostri figli ciò che non è passato in Parlamento?". Del "caso Smemoranda" la Ruiu è già al corrente. Ci spiega che, a livello di associazionismo, il tam-tam è cominciato da giugno. E si congeda con un avvertimento: "È l’ennesima conferma che noi genitori dobbiamo essere ancora più vigili, stanno cercando di indottrinare i nostri figli in tutti i modi".

Valeria Braghieri per “il Giornale” l'1 settembre 2022.

Un ceffone in mondovisione, una promettente carriera rottamata anzi tempo, una famiglia sconfessata: affettivamente, ideologicamente, geograficamente. Spiace ammetterlo ma, ogni tanto, dietro a una scelta drammaticamente sbagliata non c'è nient' altro che una donna. 

Lo sa Will Smith che prima delle smorfie irose della sua consorte stava ridendo alle battute di Chris Rock alla presentazione degli Oscar, lo «stra-sa» Mauro Icardi che ha finito col dare del tu alla panchina del Psg (forse si rimetterà in gioco al Galatasaray), temiamo debba ancora saperlo Harry Windsor che sembra consegnarsi mani e piedi a Meghan Markle per qualunque scelta della sua vita.

Si potrebbe aggiungere alla lista anche il primogenito dei coniugi «Victoria Beckham», Brooklyn, che pare abbia sposato una donna, Nicola Peltz, troppo simile alla carismatica mamma e abbia quindi involontariamente innescato una lotta all'ultimo post in casa per chi delle due debba aggiudicarsi il primato: di signora Beckham ce ne può essere una soltanto. Scommettiamo da che parte finirà con lo schierarsi Brooklyn? Non perché sia matematico che abbia ragione Victoria, anzi, nel caso dell'ex Spice Girl è vero quasi sempre il contrario, ma sfasciare le famiglie non è mai una soluzione. 

L'altro giorno Chris Rock ha annunciato che non presenterà la cerimonia degli Oscar 2023, il prossimo 12 marzo, malgrado la proposta da parte dell'Academy gli sia arrivata: «Sarebbe come tornare sulla scena di un crimine» ha spiegato il comico riferendosi allo schiaffo che si prese sul palco, lo scorso anno, da Will Smith a causa di una «battuta infelice» indirizzata alla moglie dell'attore, Jada Pinkett.

Alla notizia, Smith, che di fatto con quella sceneggiata si è rovinato il suo Oscar come migliore attore per il film (ironia della sorte) «Una famiglia vincente», si sarà forse ulteriormente pentito. Smith si era già pubblicamente scusato con il comico, ma adesso, pensare che Rock declini l'invito a causa sua... Oltretutto, grazie ai ruoli interpretati, il pubblico aveva di Smith un'immagine completamente diversa rispetto a quella che è andata in onda durante la consegna dei premi cinematografici. E non sappiamo quanto la sua violenta galanteria gli abbia fatto guadagnare estimatori. In più la reazione gli è arrivata leggermente in differita, come una partita su Dazn. Ha iniziato a ridere, poi la moglie ha bisbigliato qualcosa inferocita e lui è partito all'attacco. 

Fin troppo nota la scelta di «carriera» fatta da Mauro Icardi (anche) per volere della moglie-agente Wanda Nara. Lasciare l'Inter e passare al Psg dove gli è andata malissimo. A Milano si era bruciato i rapporti con la società e lo spogliatoio, a Parigi lei ha potuto fare shopping ma lui ha giocato pochissimo. Fino a quando non è stato gentilmente invitato a cercarsi un'altra squadra. In mezzo ci sono state corna vere o presunte, minacce di separazione, faticose riconquiste, blande e poco convinte riappacificazioni.

E poi arriviamo alla parabola più triste e più documentata. Il silente, doloroso divorzio tra Harry e la famiglia Windsor dietro alla quale ormai, anche un bambino, riconosce il tocco astioso e prepotente della moglie Meghan. Una sconosciuta che si è insinuata nella sua faccia. C'è ormai un'intera letteratura sulla storia della fuoriuscita del secondogenito di Carlo dalla storia della Corona inglese. Straziante per la nonna, la Regina Elisabetta, (pare che Harry fosse il suo nipote preferito) e, verosimilmente per il nonno Filippo che ha chiuso gli occhi con il rammarico di una famiglia sfilacciata.

E poi c'era quell'altra storia famosa, con quell'altra tipa. Com' è che si chiamava?

La storia rimossa, perché Teodora fa paura agli uomini. Silvia Ronchey su La Repubblica il 21 Agosto 2022.

L'imperatrice Teodora e il suo seguito nel mosaico della basilica di San Vitale a Ravenna 

Prostituta e imperatrice, femme fatale incarnata da Sarah Bernhardt. Ma nel Novecento le grandi intellettuali l'hanno riscoperta politicamente

Tutto era cominciato con un ballo in maschera dai coniugi Lebaudy. Una giovane principessa rumena, Marthe Bibesco, era appena arrivata a Parigi. Aveva sedici anni, non aveva un costume e nemmeno troppo denaro per comprarlo. Così aveva usato i gioielli di famiglia, dopotutto simili ai modelli bizantini, e si era presentata travestita da Teodora. Fece il suo ingresso all’hôtel della rue Pierre Charron «portando le insegne, la dalmatica, la corona, i gioielli e le babbucce di porpora di Teodora tale e quale la vediamo nel famoso mosaico di Ravenna», scriverà rievocando in seguito quell’episodio.

«Ci chiamano “gentile signora” e i maschi sono tutti “dottori” ma la missione è possibile!» Antonella Baccaro su Il Corriere della Sera il 29 Agosto 2022. 

Una rivoluzione diplomatica in sei storie speciali, quelle di Mariangela Zappia, Daniela D’Orlandi, Gabriella Biondi, Giuliana Del Papa, Eleonora Lopez e Giulia Romani. 

2 gennaio 1949: sullo scalone d’onore del Quirinale Piccolomini della Presidenza della Repubblica, il conte Betteroni e il dottor Thiene, con altri funzionari del Ministero degli Esteri, tutti uomini, ricevono le rappresentanze estere in Italia per i saluti di inizio anno del presidente Luigi Einaudi.

Diplomatiche non si nasce. E nel nostro Paese diventarlo può essere ancora difficile. Ma non impossibile. Servono competenza, passione e perseveranza per accedere alla carriera. Pragmatismo e flessibilità (e compagni di vita pazienti) per farla. Già, perché la parità di genere in questo ambito è ancora lontana se, a oggi, le donne che vi operano sono 256 (24,28%). Numeri che sono migliorati dal 1964, anno del primo concorso aperto alle donne. Rispetto al 2005, quando sono state nominate le prime ambasciatrici Graziella Simbolotti e Iolanda Brunetti, oggi a ricoprire il massimo grado sono in sei: quasi una su quattro incarichi disponibili. In questa inchiesta, che dà voce a sei donne impegnate a vari livelli nella carriera diplomatica, emergono Ma i numeri sono ancora lontani dalla parità. Mi sono occupata spesso di situazioni di crisi e mi sono resa conto di quanto, ad esempio, le donne siano quasi assenti nei processi e negli accordi di pace, pur dovendo portare sulle spalle il peso della loro attuazione. Faccio parte di una rete, l’International Gender Champions, i cui i membri si impegnano a promuovere la parità e, come Ambasciata, abbiamo aderito all’iniziativa “Campioni della Parità” del Ministero degli Esteri. Nelle attività pubbliche teniamo conto di questo principio nella composizione dei panel, come nei miei interventi. Ho reclutato Gender Champions uomini perché quella della parità non è una causa delle donne per le donne, ma di tutti per una società non solo più giusta ma più produttiva. Anche nelle decisioni di policy c’è una modalità femminile, caratterizzata da concretezza molti aspetti differenti e un punto in comune: un coro unanime di incoraggiamento verso le giovani che vogliano entrare in questo mondo complesso e affascinante.

LE DONNE IN DIPLOMAZIA SONO IL 24,28%, SOLO NEL 2005 LE PRIME AMBASCIATRICI. E ZAPPIA CHIEDE «PIÙ PESO NEI PROCESSI DI PACE»

Mariangela Zappia, nata a Viadana (Mn) nel 1959. Prima ambasciatrice italiana a Washington, prima rappresentante permanente alle Nazioni Unite a New York e al Consiglio Atlantico. Suo il primato femminile come consigliere diplomatico del presidente del Consiglio dei Ministri e Sherpa del G7/G20.

Mariangela Zappia, ambasciatrice d’Italia negli Usa

«L’idea di servire il mio Paese in me è sempre stata molto forte. Viene dalla tradizione famigliare: mio padre era ufficiale dei carabinieri. Il resto l’ha fatto l’ambiente accademico di Firenze, così internazionale. Capii che il mondo era più ampio della mia realtà fiorentina. Nel mio anno fui l’unica donna a vincere il concorso diplomatico ma non compresi quanto maschile fosse il mondo in cui stavo entrando fino al primo giorno di lavoro: da subito mi scontrai col pregiudizio di alcuni per cui determinate competenze non venivano considerate “adatte” a una donna. Un atteggiamento un po’ paternalista. Ora è la società a essere cambiata: non ci sono più professioni esclusive. nel raggiungere gli obbiettivi, empatia e capacità di lavorare in team. In principio, sarei favorevole alle quote di genere almeno per recuperare il gap più rapidamente dei quasi 200 anni che le Nazioni Unite stimano ci vorrebbero senza stimoli. Penso che sarebbe un bel segnale che anche il nostro Paese dichiarasse una “politica estera femminista”, come hanno fatto Canada, Francia, Messico, Spagna, Svezia e altri. Forse c’è una remora ad “etichettare” ma di fatto la nostra politica estera ha già tra i suoi obiettivi trasversali la parità di genere, come lo stesso Pnrr. Alle più giovani dico: credete in voi stesse. Conciliare il lavoro con la famiglia non è facile ma si può fare, e la nostra amministrazione è molto più attenta di quando 40 anni fa entrai in carriera».

D’ORLANDI: «MIO PADRE FACEVA LO STESSO LAVORO IN VIETNAM. HO TRE FIGLI E SONO SPOSATA CON UN COLLEGA CHE MI HA SEGUITA»

Daniela Orlandi, nata ad Atene nel 1973. Dal Cerimoniale diplomatico della Repubblica, presso l’Ufficio delle visite all’estero e in Italia, a vice capo missione presso l’Ambasciata a Santo Domingo. Poi una carriera a difesa dei diritti umani.

Daniela d’Orlandi, ambasciatrice in Ghana e Togo

«Ho sognato questa carriera sin da bambina: mio padre era ambasciatore in Vietnam durante la guerra. È morto quando avevo tre mesi per una malattia contratta durante la sua prigionia in India, dove fu deportato dagli inglesi. Mia madre, che è vietnamita, mi portò a Parigi, dove ho studiato fino alla laurea in Economia applicata all’Università di Parigi-Dauphine. Ho superato il concorso al terzo tentativo, mentre già stavo pensando di occuparmi di finanza. Tra i primi incarichi, quello presso il Cerimoniale diplomatico della Repubblica mi ha subito galvanizzato. Pur avendo tre figli, sono riuscita a conciliare vita personale e professionale grazie anche alla sensibilità dei miei superiori e al fatto che la Farnesina persegue le pari opportunità. Sono sposata con un collega e, ora che sono ambasciatrice, è stato lui a fare il sacrificio di seguirmi in Africa. Sono partita nel mezzo della pandemia con tutta la famiglia, e per fortuna, altrimenti quando li avrei rivisti? Mi sono battuta per i diritti delle donne durante il mio incarico alle Nazioni Unite e per la prima volta abbiamo portato nell’Onu il concetto di discriminazione nei confronti delle lavoratrici incinte. Chi aspira a fare questo mestiere sappia che bisogna sempre superare i propri limiti. Ma le nuove generazioni, più aperte culturalmente, mi fanno ben sperare».

Gabriella Biondi, nata a Milano nel 1970. Tre anni in Albania, durante il periodo della crisi del Kosovo, cinque alla rappresentanza italiana Onu a New York per poi passare alla Direzione Nazioni Unite della Farnesina. Ha diretto l’Istituto Diplomatico prima di approdare al Gabinetto del Ministero.

Gabriella Biondi, vicecapo di Gabinetto al Ministero degli Esteri

«All’Università avevo già in mente il mio percorso. Così ho studiato quello che il concorso avrebbe richiesto. Nel mio anno, il 1996, lo superammo in sette su ventitrè. Mi sentivo dire che non era una carriera per donne. Purtroppo lo sento ancora. Da direttrice dell’Istituto Diplomatico, andando nelle Università per reclutare studenti, solo le ragazze mi chiedevano come conciliare lavoro e famiglia. È vero che fare figli può essere percepito come un ostacolo. Io li ho fatti tardissimo: dopo dieci anni di matrimonio. Ammetto che non avrei avuto la stessa carriera se mio marito non si fosse preso carico del 50% della gestione familiare. Ma va anche detto che le tutele ci sono: se avessi voluto seguire mio marito, avrei potuto farlo, mettendomi in aspettativa. Non è retribuita, ma si conserva il posto. E poi, sfatiamo un mito: non è obbligatorio girare il mondo come delle trottole, si possono anche spendere periodi più lunghi a Roma, senza inficiare la carriera. Momenti di difficoltà ne ho vissuti: a 28 anni, durante la crisi in Kosovo, a Tirana avevo l’incarico di interfacciarmi con le Forza armate. Ho imparato a farmi ascoltare. E ho notato che noi donne siamo più concise e andiamo al punto rispetto ai colleghi. Esiste un modo femminile di creare legami. All’Onu avevo una rete di donne con cui ci capivamo al volo: «Vogliamo trovare un accordo e tornare a casa prima?» ci dicevamo. Alle più giovani suggerisco di non desistere. Nei concorsi molte lasciano a un certo punto della selezione, come se non si fidassero di loro stesse. Non lasciatevi spaventare».

Giuliana Del Papa, nata nel 1974 a Milano. Dall’Ambasciata a Lima a quella di Madrid come Consigliera politica. Tornata a Roma, diventa capo ufficio Corno d’Africa e poi vice capo missione ad Addis Abeba. Coordinatrice a Bruxelles, in Italia è capo ufficio per l’assistenza umanitaria del Ministero.

Giuliana Del Papa, capo Unità analisi e programmazione Ministero degli Esteri

«Sono arrivata alla diplomazia quasi per caso, frequentando un master all’Ispi. Il concorso è stata un’esperienza durissima: un anno intero di preparazione su un ventaglio ampio di materie. All’inizio c’è grande entusiasmo, poi però le ore non bastano più e la nozione di tempo libero perde qualunque significato. Ho fatto due figli ma a prezzo di grandissima fatica. Dobbiamo imparare dagli altri Paesi: a un certo punto bisogna spegnere la luce. Come presidente dell’Associazione donne italiane diplomatiche e dirigenti cerco i “colli di bottiglia” delle nostre carriere. Ad esempio, nel concorso c’è una prova attitudinale, che prevede la scelta multipla, che non mi sembra in linea con le attitudini femminili. Non vogliamo scorciatoie. Ma se noi donne non abbiamo mai i meriti che vengono ricercati per determinati incarichi di rilievo, vuol dire che il merito non ha una definizione neutra sul piano del genere. L’anno scorso una circolare ministeriale ha richiamato chi ha responsabilità ad applicare il principio di non discriminazione nella composizione delle delegazioni e a favorire la conciliazione e la genitorialità. E per la prima volta nella Conferenza degli ambasciatori e ambasciatrici c’è stato un panel sulla questione di genere. C’è bisogno di rappresentare il nostro Paese anche attraverso le donne, perché i nostri diritti nel mondo stanno regredendo e sono spesso terreno di uno scontro di valori».

Eleonora Lopez, nata a Ferrara nel 1985. Primo incarico all’ufficio del Sottosegretario con delega all’America Latina e Centrale, poi all’Ambasciata di Atene. Dal 2020 è all’Ambasciata a Kiev: ha seguito le operazioni di evacuazione e il riposizionamento della sede a Leopoli.

Eleonora Lopez, primo segretario Ufficio economico, commerciale e stampa dell’Ambasciata d’Italia a Kiev

«Pensavo di lavorare in un ONG, poi ho tentato il concorso. Difficilissimo: i cinque giorni di scritti sono molto intensi. Nel mio anno le donne erano quasi la metà di chi lo vinse. Può provarci chiunque. Certo, serve tanto studio e sangue freddo. Sono entrata al lavoro giovane. Dopo una prima esperienza alla Farnesina dedicata al Sud America, è arrivata la Grecia nel pieno della crisi economica e migratoria: ricordo i cittadini in fila ai bancomat e gli anziani cui venivano offerte le sedie. Mi sono trasferita a Kiev subito prima dell’emergenza Covid, ma è stata la guerra a cambiare tutto in una notte. L’aspetto umanitario ha prevalso, quando abbiamo dovuto evacuare e assistere gli italiani e andare nei luoghi dei massacri, come Bucha e Irpin. I miei figli sono piccoli e la loro vita era a Kiev, ancora oggi vogliono tornarci. Conciliare vita e lavoro non è stato facile: per fortuna mio marito fa lo stesso mestiere. Gli orari e i ritmi sono impegnativi: per questo sarebbe utile sviluppare ulteriormente forme di lavoro flessibile. Sinora non ho mai lavorato con altre colleghe diplomatiche. Ma dagli uomini non ho subito vere discriminazioni. Certo, talvolta c’è la tendenza a far parlare noi giovani donne per ultime. E gli interlocutori esterni spesso mi chiamano “gentile signora”, mentre i pari grado maschi vengono appellati “dottore”. Esistono doti specifiche femminili? Sì e sono riconosciute: essere multitasking e avere sensibilità nelle relazioni».

ROMANI: «IL PRIMO IMPATTO, A 23 ANNI, È STATO TRAUMATICO. POI HO CAPITO CHE IL NOSTRO È UN RUOLO ASSURDO E BELLISSIMO»

Giulia Romani, nata a Lucca nel 1987. Da segretario di legazione nella Cooperazione allo sviluppo, all’Ambasciata in Iraq. Dal Consolato generale a Londra durante la Brexit a Consigliere di legazione all’Unita di Crisi della Farnesina. Prossima destinazione: il Consolato generale di Toronto.

Giulia Romani, consigliere di Legazione presso la Segreteria generale dell’Unità di crisi Ministero degli Esteri

«Pensavo di fare Medicina o Lettere Antiche ma la mia prof di Storia mi ha involontariamente dirottata su Scienze politiche, con preoccupazione della famiglia. Una volta laureata ho superato il concorso al primo tentativo, come molte altre donne. A 23 anni l’impatto al lavoro è stato traumatico, ma sono stata aiutata: alla Cooperazione c’era l’ambasciatrice Belloni e uno staff amministrativo tutto al femminile che mi ha adottata. La missione in Iraq, dopo i primi mesi, ha preso una piega tragica con la caduta di Mosul e l’Isis alle porte. Stando tra i profughi del Kurdistan ho imparato a dare il giusto valore alle cose. Il nostro è un mestiere assurdo e bellissimo: l’ho pensato quando mi sono ritrovata sul tetto dell’ambasciata, in salvo dalla piena del Tigri, sotto la luna. A Londra curare una comunità di 6-700 mila italiani, soprattutto dopo la Brexit, è stato impegnativo. E umanamente difficile è stato gestire gli effetti di alcuni attentati e l’incendio della Grenfell Tower, dove sono morti dei giovani connazionali. Quello attuale all’Unità di crisi della Farnesina è un incarico di cui sono orgogliosa: è incredibile quante soluzioni si producono per assistere i connazionali. L’ho sperimentato in epoca Covid. Al momento non penso a una famiglia. Se cambiassi idea, spero che il lavoro mi renda la flessibilità che gli ho offerto fin qui». 

"Una macchina capace di pensare": così Ada Lovelace immaginò il computer. Davide Bartoccini il 3 Agosto 2022 su Il giornale.

Un secolo prima della nascita del computer, una gentildonna inglese immaginò una "macchina" straordinaria e scrisse il primo programma della storia. Il suo nome era Ada Lovelace

Appena un secolo prima dell’alba di quella che fu l'era del computer, quando le macchine pensanti più straordinarie venivano progettate dagli analisti militari di Bletchley Park per vincere la più grande delle guerre, una certa signorina Ada Lovelace immaginò una macchina moderna che poteva essere programmata come un computer multiuso. Un mezzo ipotetico e meccanico che non avrebbe solo potuto calcolare, ma addirittura “creare”, “tessendo schemi algebrici proprio come il telaio Jacquard è in grado di tessere fiori e foglie”. Era il 1843. E lei, considerata la madre dell'informatica moderna, aveva appena 27 anni.

Figlia del grande poeta Lord Byron e Annabella Milbanke - che il poeta chiama la “Medea matematica" - nacque a Londra nel 1815 e visse, secondo gli storici, un’infanzia traviata da una madre violenta e accusatrice. Pare che la donna non perdesse occasione di ricordarle che il padre la abbandonò proprio a causa della sua nascita. Generando in lei un profondo senso di colpa che invece non l'abbandonerà mai.

Fu quella stessa madre tuttavia, una riformatrice sociale che nutriva uno sconfinato interesse per la matematica, a seminare la curiosità in quella giovane donna che si era rifugiata nei libri per cercare le risposte a quesiti universali che fin dall’alba dei tempi rimangono insoluti: perché ad alcuni spetta la felicità e ad altri no?

“Per quanto io possa comprendere bene, ciò che capisco può essere soltanto una frazione infinitesimale di tutto ciò che voglio comprendere”, asseriva la giovane Ada. La quale, essendo nata in una classe sociale agiata, aveva accesso a precettori e tutori che, oltre a insegnarle a padroneggiare materie complesse, la inserirono ad appena 17 anni - date le sue spiccate e precoci qualità intellettuali - nella società scientifica e letteraria britannica. Fu li che conobbe Mary Somerville, scienziata e scrittrice, che a sua volta le presenterà il matematico Charles Babbage. Questi fu il creatore di una grande calcolatrice meccanica d'ottone che catturò immediatamente l’immaginazione di quella ragazza che si era appassionata alla matematica, agli algoritmi, e alla loro applicazione nella vita terrena per tentare di trarre - almeno in parte - un senso nelle cose.

“Ora leggo matematica ogni giorno e mi occupo di trigonometria e di preliminari alle equazioni cubiche e biquadratiche. Quindi vedete che il matrimonio non ha affatto sminuito il mio gusto per queste attività, né la mia determinazione a portarle avanti”, scriveva Ada alla sua vecchia amica quando tre anni dopo divenne contessa di Lovelace in seguito al suo matrimonio con William King. Da lui ebbe due figlie che allevò con affetto, impegno che non le impedì di proseguire una fitta corrispondenza e collaborazione con Mr. Babbage - il quale la definì "l'incantatrice dei numeri”.

L’inventore riferendosi a lei scrisse: “Ha lanciato il suo incantesimo magico intorno alla più astratta delle scienze e l'ha colto con una forza che pochi intelletti maschili avrebbero potuto esercitare sopra”. Non ci sarebbe bisogno di ricordare in questa sede, infatti, che Ada Lovelace visse una di quelle epoche in cui le donne non erano considerate alla stregua degli uomini in questioni di intelletto e non solo.

La spiegazione del mondo attraverso la matematica

Secondo la contessa Lovelace, la matematica ha sempre costituito “il linguaggio attraverso il quale solo possiamo esprimere adeguatamente i grandi fatti del mondo naturale”. Ma come calcolare tanta complessità in un tempo adatto a una singola esistenza? Fu questa brama forse a ispirarla nell’ideare i rudimenti di quella che sarebbe divenuta la moderna informatica. Immaginando macchine capaci di andare oltre al semplice calcolo dei numeri, ma di comprendere e riprodurre anche simboli attraverso i numeri, e creare musica o riprodurre qualsiasi immagine.

Secondo lo scrittore Walter Isaacson - che la inserisce tra i profili dei maggiori innovatori (e innovatrici) della storia - quell'intuizione sarebbe base fondamentale e primo passo ideale nell’intero concepimento dell'era digitale. Ossia l’idea che un qualsiasi “contenuto, dato o informazione” - compresa quindi la musica, i contenuti di testo, immagini, numeri, simboli, suoni, video - potessero essere "espressi in forma digitale" e potesse essere "manipolato" attraverso le macchine. Una prima, pionieristica e antesignana esplorazione della capacità di un computer che sarebbe stato realizzato - così come lo stiamo descrivendo - nei primi anni ’80. Qualcosa che superava anche, e di molto, le straordinarie macchine sviluppate dai matematici di guerra che si riunirono a Bletchley Park nel 1941. Considerate i primi computer della storia.

La madre dimenticata del computer moderno

Divenuta mente illustre e nota in tutta l’Inghilterra, e non meno in Europa, Ada Lovelace iniziò a definirsi un’“analista” più che una semplice matematica. E lavorando con il matematico Babbage giunse presto alla conclusione di poter creare qualcosa che avrebbe cambiato le sorti del mondo. Si riferiva a una “macchina capace di essere uno strumento programmabile, con una intelligenza simile a quella dell’uomo”.

Nella traduzione di un articolo accademico del matematico italiano Luigi Menabrea che svolse per conto di Babbage, Ada inserì una sezione - di quasi tre volte la lunghezza del documento - intitolata semplicemente “Note”. In esse descrisse il funzionamento di un computer, immaginandone non solo il potenziale, ma anche i suoi possibili utilizzi al servizio dell’uomo (sfiorò anche l’odierna problematica dell'Ai, l’Intelligenza artificiale, ndr). Il documento conteneva anche il primo programma della storia: un nuovo algoritmo per il calcolo dei numeri di Bernoulli, gettando così le basi per un futuro che stiamo vivendo - perché questo articolo, è redatto al computer. Purtroppo quello fu uno dei suoi ultimi lavori. Già ammalata da tempo, morirà nel 1852.

L'algoritmo di Lady Lovelace, riconosciuto come il primo programma informatico della storia, avrebbe ispirato Alan Turing, il celebre matematico che saprà trarne le nozioni necessarie a costruire il primo computer. Il contributo di Ada Lovelace rimase a lungo ignorato e sottovalutato dalla comunità scientifica che riscoprì la madre dell’informatica solo nella metà del XX secolo. Da allora, ogni 12 ottobre, il mondo rende omaggio ad Ada ricordando le donne che nel suo medesimo campo, hanno rivoluzionato il corso della storia con intuizioni tanto brillanti da accecare anche i posteri. Diventando un esempio per tutte le donne che hanno dedicato o decideranno di dedicare la loro vita alla scienza e alla ricerca.

La vita a cento all'ora della "baronessa" delle auto. Fu la prima a correre la Mille Miglia e a essere accettata a Indianapolis. Coraggiosa e caparbia, fece da apripista alle donne al volante nei circuiti. La vita della prima pilota automobilistica, Maria Antonietta Avanzo. Francesca Bernasconi il 28 Settembre 2022 su Il Giornale.

Una vita vissuta con il piede sull'acceleratore. I circuiti erano le sue strade e le auto da corsa il suo mezzo di trasporto. Soprannominata la "baronessa" delle auto, fu la prima donna a correre la Mille Miglia e a gareggiare con piloti come Tazio Nuvolari ed Enzo Ferrari. Maria Antonietta Avanzo fu una donna e una pilota straordinaria, così decisa e coraggiosa da non tirarsi indietro nemmeno quando, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, si trovò di fronte agli orrori dell'Olocausto. La sua caparbietà la spinse dove nessuna donna era mai arrivata, rendendola l'apripista dell'automobilismo al femminile.

L'amore per le auto

Maria Antonietta Avanzo nacque nel 1889 a Contarina, un comune in provincia di Rovigo, che prese poi il nome di Porto Viro, quando venne accorpato al paese di Donada. I genitori erano ricchi proprietari terrieri veneti, i Bellan (lei cambierà il cognome, come si faceva solitamente a quei tempi, una volta sposata).

A trasmetterle l'amore per le automobili sarebbe stato il padre, che l'avrebbe incoraggiata a guidare fin da quando era piccola. Fu lei stessa, come precisato da Enciclopedia delle donne, a raccontare di aver imparato a guidare da sola e di aver sottratto la macchina al padre, spingendola a folli velocità sulle strade che circondavano la villa di campagna della famiglia. Fra le vittime dei suoi primi incidenti, racconta, ci furono "cani, gatti, galline e segretari comunali".

Nel 1908 Maria Antonietta si sposò con Eustachio Avanzo, si trasferì con lui a Roma ed ebbe due figli.

Le prime gare

Dopo il matrimonio e la fine della Prima Guerra Mondiale, il marito le regalò una Spa 35/50 Sport, l'auto con la quale affrontò la sua prima gara automobilistica. Il suo debutto come pilota avvenne nel 1918, quando corse sul Circuito del Lazio.

Nel 1920 Maria Antonietta ritornò di nuovo alla guida, questa volta di una Buick, partecipando all'undicesima Targa Florio, ma non riuscì a completare la gara a causa di un guasto al motore. Appena un anno dopo gareggiò sul circuito del Garda, sostituendo un pilota della squadra Ansaldo, ammalatosi poco prima: arrivò terza al traguardo, dietro a Corrado Lotti e alla leggenda dell'automobilismo, Tazio Nuvolari.

Nello stesso anno, Maria Antonietta si recò per la prima volta all'estero, per partecipare alle gare di chilometro lanciato che si tenevano sulla spiaggia di Fanø, in Danimarca. Durante la seconda competizione, la Avanzo ebbe un incidente, che seppe gestire in modo esemplare: dopo che la macchina prese fuoco, la pilota abbandonò le dune sabbiose e si gettò in mare.

Poco dopo, sempre nel 1921, tornò in Italia per disputare il Gran Premio Gentleman di Brescia, correndo a bordo di un'Alfa Romeo. In questa occasione ottenne uno dei suoi risultati migliori, classificandosi al terzo posto assoluto. Nel 1923, la pilota lasciò l'Italia e si recò in Australia con i due figli, ritirandosi temporaneamente dalle corse.

Dalle Mille Miglia a Indianapolis

Ma non passò molto tempo prima che la "baronessa" tornasse in pista. Era il 1926 e in Italia si disputava la Coppa della Perugina, alla quale la Avanzo partecipò, classificandosi al terzo posto. Fu nel 1928, però, che la "baronessa" puntò alla gara più ambita e difficile della storia dell'automobilismo: la Mille Miglia.

Si iscrisse insieme a Manuel de Teffé e vi partecipò con una Chrysler 70, ma non potè giungere al traguardo a causa di un guasto tecnico. Nonostante l'apparente insuccesso, la presenza della Avanzo rappresentò una vittoria dal punto di vista della lotta femminista, perché lei fu la prima donna a partecipare alla Mille Miglia.

Dopo aver corso nella Coppa Pierazzi, classificandosi al terzo posto, nel 1932, a 43 anni, la pilota accolse l'invito di Raffaele "Ralph" De Palma a partecipare alle 500 Miglia di Indianapolis. Ottenuta una licenza speciale, dato che le donne non erano ammesse a correre sul circuito, la Avanzo completò le prove di qualificazione correndo sulla Miller Special di De Palma, ma dovette rinunciare alla gara.

L'ultima competizione a cui partecipò la pilota fu la Tobruch-Tripoli nel 1940, dove arrivò sesta. Ma per tutto il resto della sua vita Maria Antonietta Avanzo sfrecciò per le strade di Roma, fino al 17 gennaio 1977, quando morì all'età di 88 anni.

Una donna rivoluzionaria

Maria Antonietta Avanzo fu pioniera in molti ambiti e divenne uno dei simboli dell'emancipazione femminile. La sua carriera automobilistica si sviluppò tra gli anni Venti e gli anni Quaranta del Novecento, un periodo in cui nel mondo le donne chiedevano a gran voce che gli fossero riconosciuti gli stessi diritti degli uomini. Ma, in Italia, il Fascismo tendeva a relegare le donne al ruolo di mogli e madri. Ai tempi, quindi, il genere femminile era quasi escluso dallo sport e le ragazze alla guida di un'automobile erano pochissime. In generale i settori nei quali le donne avevano una scarsa o nulla rappresentanza erano parecchi.

La Avanzo sfidò la società del tempo, non solo diventando la prima donna pilota a correre diverse competizioni, ma anche dimostrando di essere migliore di alcuni uomini che svolgevano il suo stesso sport, battendoli sul circuito. Così fece da apripista all'automobilismo femminile. Non solo. Maria Antonietta Avanzo diede uno schiaffo alle convinzioni maschiliste dei primi decenni del Novecento: dal trasferimento in Australia, alla decisione di riprendere a gareggiare, fino alla volontà di crescere i figli senza rinunciare a correre, si mostrò indipendente e sicura di sé.

La personalità di questa donna rivoluzionaria è stata caratterizzata anche dal coraggio, che le ha permesso di diventare un'icona dell'automobilismo al femminile. Quello stesso coraggio che, qualche anno più tardi, le servì per affrontare la Seconda Guerra Mondiale e per nascondere alcuni ebrei, salvando loro la vita.

Tiny, la piccola grande donna che si lanciò per prima con il paracadute. Fu la prima donna a lanciarsi da un aereo con il paracadute. La storia di Georgia "Tiny" Broadwick, che sfidò la gravità e le convenzioni del tempo, per inseguire il suo sogno. Francesca Bernasconi il 24 Agosto 2022 su Il Giornale.

Era soprannominata Tiny, "minuscola", ma Georgia Ann Thompson, che cambiò poi nome in Broadwick, è diventata una grande donna: la prima che ebbe il coraggio di saltare da un aereo in volo e atterrare utilizzando un paracadute. Dopo essere rimasta affascinata dal salto nel vuoto da una mongolfiera, accettò di buttarsi da un aereo, di atterrare in uno specchio d'acqua e di svolgere diverse dimostrazioni per l'aviazione militare, all'inizio della Prima Guerra Mondiale. Tiny è passata alla storia come la prima donna paracadutista, ricevendo per questo diversi premi e riconoscimenti.

Chi era Georgia Broadwick?

Georgia Ann Thompson nacque nel 1893 nella Carolina del Nord. Alla nascita, ultima di sette figlie, pesava meno di un chilo e mezzo e questo le valse il soprannome di "Tiny", "minuscola", un nomignolo che le rimase appiccicato per il resto della sua vita, anche perché, una volta cresciuta, risultò alta poco più di un metro e mezzo e con un peso di appena 36 chili. Divenuta una sposa bambina all'età di soli 12 anni e madre a distanza di poco tempo, dopo la scomparsa del marito dovette iniziare a mantenere sé stessa e la figlia. Per farlo, andò a lavorare in un cotonificio, nel quale passava fino a 14 ore al giorno. Quell'occupazione però non durò a lungo.

A cambiarle la vita fu uno spettacolo. Era il 1907. Georgia aveva 14 anni ed era andata a Raleigh, capitale della Carolina del Nord, per assistere al Jones Carnival. Quel giorno era in programma lo spettacolo The Broadwicks and their Famous French Aeronauts: un gruppo di artisti, saliti in cielo servendosi di alcune mongolfiere, si lanciava poi nel vuoto, atterrando con un paracadute. Tiny rimase affascinata da quell'esibizione: "Quando vidi la mongolfiera alzarsi, la guardai a bocca aperta mentre saliva al cielo e capii che non sarei stata più la stessa", dichiarò Tiny, come ricordò The Blade in occasione del suo 80esimo compleanno. Georgia, allora, andò dall'organizzatore e proprietario dello spettacolo, Charles Broadwick, per chiedere di potersi unire alla compagnia.

Georgia convinse Broadwick, che la prese con sé come atleta, ma dandole anche il suo nome: così, Georgia Ann Thompson divenne Tiny Broadwick, conosciuta anche come "The Doll Girl", perché durante gli spettacoli vestiva come una bambola, con calzoncini arruffati, fiocchi rosa e un cappellino sulla testa.

Il suo primo salto risale al 1908, durante la North Carolina State Fair, un'esposizione annuale di agricoltura. "Te lo dico, tesoro, è stato sensazione più bella del mondo", disse, come riportato dallo State Archives of North Carolina, quando un cronista le chiese cosa avesse provato. Le sue esibizioni attirarono grandi folle e Georgia divenne il personaggio principale degli spettacoli itineranti, che si svolgevano in fiere, carnevali ed eventi all'aperto. La compagnia girò tutto il Paese, ma lo spettacolo in mongolfiera era ormai conosciuto e aveva perso il fascino iniziale. Una nuova sfida però attendeva Tiny e Charles Broadwick.

​Dalla mongolfiera agli aerei

Era il 1913. Tiny e Charles erano a Los Angeles. Poco tempo prima, il pilota Glenn L. Martin aveva dato vita a una fabbrica di aeroplani nel paese e, per finanziarla, aveva iniziato a fare acrobazie aeree. I tre si incontrarono e Martin, che aveva già visto saltare Georgia con il paracadute, le chiese se volesse provare a lanciarsi da uno dei suoi aerei. La piccola Tiny non si tirò indietro e accettò la sfida.

Per l'occasione, Broadwick sviluppò un particolare paracadute - che all'epoca era fatto di seta: il paracadute era ripiegato in uno zaino attaccato a una giacca di tela e comprensivo di un'imbracatura. Per eseguire questa impresa, Tiny era appesa a una sorta di altalena sospesa sotto la fusoliera dell'aereo, mentre il paracadute si trovava su uno scaffale sopra di lei. Quando l'aereo raggiunse l'altezza desiderata, la ragazza saltò, la copertura si strappò automaticamente e il paracadute si riempì d'aria, aprendosi. Così Georgia iniziò a galleggiare nell'aria, fino a quando non atterrò a Griffith Park. Con quel salto, il 20 giugno del 1913, Tiny divenne la prima donna paracadutista a buttarsi da un aereo.

Il salto fu un successo e tutto il Paese iniziò a conoscere Tiny Broadwick che, poco dopo, divenne anche la prima donna a lanciarsi con il paracadute su uno specchio d'acqua, il lago Michigan. Il 10 gennaio 1914, il Warsaw Daily Union raccontò una delle imprese di Georgia: "Una delle due donne, passeggere trasportate da Glenn Martin, è uscita dal suo aereo quando era a 850 piedi in aria - scrisse - Ha raggiunto il suolo in sicurezza e ha dimostrato, con soddisfazione di Martin, la praticabilità di un salvagente aereo. Gli spettatori hanno visto la ragazza cadere di 75 piedi come di colpo. Poi il paracadute attaccato sulle sue spalle si è aperto e lei è scesa gradualmente e senza alcun apparente sforzo di equilibrio. Martin ha detto di aver lavorato all'idea per due anni".

Coraggio e determinazione portarono Tiny a lanciarsi con il paracadute centinaia di volte, senza mai perdere l'entusiasmo iniziale: "Respiro molto meglio lassù ed è così tranquillo essere così vicino a Dio", dichiarò la donna.

Il contributo durante la guerra

La fama di Tiny arrivò fino ai funzionari del governo, che nel 1914 chiesero alla donna una dimostrazione sull'efficacia del paracadute. In Europa era iniziata la Prima Guerra Mondiale e diversi piloti erano morti perché non erano riusciti a uscire da un aereo in caduta.

Georgia acconsentì ed effettuò quattro salti dimostrativi nell'Isola del Nord di San Diego. I primi tre si svolsero come da manuale, senza incidenti: Tiny utilizzava un paracadute a "linea statica", che si apriva automaticamente nel momento in cui la donna saltava e, con il peso del suo corpo, tirava la corda attaccata all'aereo. Al quarto lancio però la corda che collegava il paracadute all'aereo si aggrovigliò e, a causa del vento, Tiny non riuscì a risalire sul velivolo.

Senza farsi prendere dal panico, la donna decise di tagliare le corde, per potersi staccare dall'aereo e precipitò verso terra. Poi tirò il cordino e azionò manualmente il paracadute, che si aprì e permise a Georgia di atterrare senza incidenti. Quest'ultimo salto, il primo in caduta libera pianificato, dimostrò che non era necessario mantenere una cima attaccata all'aereo per permettere al paracadute di aprirsi, un meccanismo che diventò noto successivamente come "corda di strappo". Tiny aveva mostrato ai soldati una possibilità per potersi mettere in salvo nel caso in cui si fossero ritrovati su un aereo in caduta.

Durante la sua attività di paracadutista, Georgia ebbe diversi incidenti: una volta atterrò in cima al vagone di un treno, un'altra si impigliò in un mulino a vento e ai cavi dell'alta tensione. Il suo ultimo salto risale al 1922, all'età di 29 anni.

Tiny, la "minuscola" donna diventata grande grazie al paracadutismo, ricevette numerosi premi e riconoscimenti, oltre alla nomina a membro onorario della 82a divisione aviotrasportata a Ft. Bragg, che gli avrebbe permesso di lanciarsi ogni volta che avrebbe voluto. Morì nel 1978 all'età di 85 anni.

Julia Ducournau, quando il talento non ha bisogno di quote rosa. Alimentato dall’immarcescibile politicamente corretto, il dibattito sulle quote rose nei festival non si placa. La regista di “Titane” conferma che il talento conta più delle chiacchiere. Massimo Balsamo su Il Giornale il 27 Luglio 2022.

Da anni va avanti, senza sosta, il dibattito sulle quote rosa nei festival. La Mostra del Cinema di Venezia è spesso finita al centro delle polemiche per la scarsa presenza di registe donne, soprattutto nel percorso principale. Stesso discorso per Cannes. Mosse dall’immarcescibile politicamente corretto, sempre più persone invocano il 50-50%. In buona sostanza, nelle kermesse vanno piazzati film diretti da donne a prescindere dall’effettiva qualità. Ragionamento stupido, ma soprattutto offensivo. Julia Ducournau è la dimostrazione che la disputa sulle quote rose è sterile.

A soli 37 anni, con la sua opera seconda, “Titane”, ha vinto la Palma d’Oro per il miglior film al Festival di Cannes. Prima di lei c’era riuscita solo una donna, Jane Campion, nel 1993. E non fu nemmeno una vittoria piena, ma un premio ex aequo. E anche l’opera prima di Julia Ducournau non è passata inosservata. Presentato alla Settimana internazionale della critica di Cannes, dove ha ricevuto il Premio Fipresci, il suo “Raw – Una cruda verità” è uno dei migliori esordi degli ultimi trent’anni. 

I riconoscimenti contano, ma c’è di più. La regista parigina ha tracciato un solco per la sua idea di cinema, per la sua visione, per il suo coraggio. Dopo il corto “Junior”, Julia Ducournau con "Raw – Una cruda verità” ha sconvolto il mondo cinefilo con un’esperienza estrema, un’opera gore esaltante, l’emblema dell’audacia. Interessante, in particolare, la riflessione attorno al corpo femminile, ai cambiamenti estremi che può subire. Un tema ritrovato, con ancor più risolutezza, in “Titane”.

Bollato dai soliti soloni come semplice provocazione, la Palma d’Oro di Cannes 2021 ha tanti meriti. Mettendo da parte il lavoro sul genere, l’innegabile talento visivo e l’ambiziosa scrittura cinematografica, “Titane” ha una dote che pochi altri film possono vantare: la capacità di creare dibattito. Julia Ducournau divide, fa riflettere, fa discutere. Come tanti maestri, rivalutati con il passare del tempo, hanno fatto prima di lei. Cinema vivo, dunque, in un mare di prodotti innocui, banali, insipidi. 

Sarebbe un grave errore scegliere un film in base al sesso del regista, le quote rose non hanno nulla a che vedere con l’arte. Julia Ducournau lo conferma: quando c’è qualità, valore, spessore, non c’è 50-50% che tenga. Superare i limiti, osare, sperimentare, nutrire ambizione: per emergere serve questo, non lo slot garantito al festival di turno.

Amelia Earhart, la donna volante che voleva realizzare l'impossibile. Davide Bartoccini il 22 Giugno 2022 su Il Giornale.

Amelia Earhart, la straordinaria donna che trasvolò l'Atlantico rimanendo per sempre nella leggenda.

"Volo, sogno dell'uomo". Ma anche, da sempre, della donna. Lo ha dimostrato Amelia Earhart, passando alla Storia come pioniera dell’aria. Ed entrando a far parte, di diritto, nella leggenda. "L’unica cosa al mondo che desiderassi era vagabondare. Nel cielo", avrebbe lasciato scritto la ragazza del Kansas dai lineamenti dolci, ma dal carattere oltre modo deciso. Capelli "alla maschietta" e colori chiari, aveva un fisico longilineo e slanciato che - nel tetro epilogo di una vita più che coraggiosa - trarrà in inganno medici forensi, storici e cacciatori di tesori.

"L’unica cosa al mondo che desiderassi era vagabondare. Nel cielo..", diceva Amelia, nata nella calda estate del 1897. Eppure quando vide il primo aeroplano - a soli dieci anni - secondo le innumerevoli biografie che le verranno dedicate nel secolo a venire, pare non ne rimase particolarmente colpita. Un uccello di legno, tela e fili di metallo. Ecco cosa può essere per molti un “aeroplano”. Un modo pericoloso per guardare il mondo da un’altra prospettiva o per “spostarsi” pericolosamente. Potrebbero concludere altri. Ma per chi sogna di liberarsi nelle nuvole come un possente uccello, l’invenzione di quei due folli dei fratelli Wright, è tutta un’altra cosa: è la possibilità di ottenere un sogno precluso al passato che non possedeva la conoscenza.

Sarà il secondo incontro con gli uccelli creati dagli uomini a decidere il suo destino. Quando nel 1920 accompagna il padre ad un raduno aeronautico presso il Daugherty Airfield di Long Beach, la giovane Amelia, crocerossina di guerra, paga un dollaro per volare su un piccolo aereo da turismo e vedere com’è la California vista dalle nuvole: e scopre che è bellissima. Per questo decide di imparare a volare. Di fare del suo futuro il futuro di un’aviatrice.

"Le donne devono cercare di realizzare l'impossibile proprio come hanno provato anche gli uomini. Quando falliscono il loro fallimento deve essere una sfida per altre donne", disse. Un pensiero semplice, ma conciso. Una lezione di vita ancora attuale.

La futura leggenda dei cieli comincia quindi a prendere lezioni di volo. Nel frattempo accetta qualsiasi genere d’impiego per mettere da parte del denaro per acquistare un aereo tutto suo. Il 15 maggio del 1923, appena tre anni dopo, diventa la sedicesima donna a conseguire il brevetto di pilota (La prima fu Raymonde de Laroche nel 1910, ndr). L'anno seguente compera il suo primo aereo: un biplano Kinner Airster giallo che ribattezza il “Canarino”. Su di esso stabilisce il primo dei suoi record “femminili”, salendo a un'altitudine di 14.000 piedi. 

Da semplice aviatrice a leggenda

Il decennio a cavallo tra la fine degli ’20 e la prima metà degli anni ’30 viene ricordato come il decennio dei pionieri dell’aria e dei grandi trasvolatori. Sono gli anni in cui molti si riversano nelle strade per accogliere l’arrivo di uomini temerari come Charles Lindeberg e Italo Balbo. Ma di donne a compiere di queste prodezze, ancora non ce n’è. Perché all’epoca si pensava che “solo un uomo potesse affrontare determinate situazioni”. Nessuno pensava ad una donna rinchiusa in uno stretto abitacolo a studiare mappe e carte per raggiungere l’altro capo del mondo assordata dal rombo di un motore che sposta l’aria dando il moto alle possenti eliche.

Eppure, nel 1928, una giovane donna decise di rompere il tabù attraversando l’Atlantico come Lindeberg. Sarebbe stata la prima donna - insieme a Wilmer Sturz e Louis Gordon - a prendere parte a una trasvolata. Così, dopo aver posato in giacca di pelle, stivali ed elmetto da pilota per un servizio promesso al New York Times dal suo futuro marito - il rampollo dell’editoria George Putnam che l’aveva fortemente voluta nell’equipaggio presagendo il successo mediatico di una “donna Lindbergh” - Amelia decollò dalle Americhe su di un Fokker F.VII, chiamato “Friendship”, per atterrare in Galles appena ventuno ore dopo. Al suo ritorno in patria, è già un eroina nazionale, a New York gli occhi erano tutti per lei, per “Lady Lindy”: la prima trasvolatrice della storia. La bella ragazza che seduta sul retro di una decappottabile, salutava sorridendo quella folla gremita come fosse una regina, la regina dell’Aria. La stessa che che parlando di quell’avventura riconoscerà la sua poca rilevanza: "Wilmer pilotò per quasi tutto il tempo. Io ero solo un bagaglio, venni trasportata come un sacco di patate".

Il mondo però, non la vedeva così. "Voglio che tu capisca che non mi atterrò ad alcun codice medioevale di fedeltà, né mi considererò vincolata a te in modo simile", disse al marito dopo esser stata presa in sposa tenne a specificate a suo marito. E infatti, appena cinque anni dopo di Lindbergh, Amelia Earhart diventerà la prima donna a sorvolare l’Atlantico in solitaria su di un Lockheed Vega. Partendo dal Canada e atterrando in Irlanda. Di quella esperienza scriverà: "Dopo mezzanotte, la Luna era tramontata e io ero sola con le stelle. Il richiamo del volo è il richiamo della bellezza (…) il motivo per cui gli aviatori volano è il fascino estetico del volo". Per quel traguardo storico venne insignita della Legion d’Onore dalla Francia e della Distiguished Flying Cross dal Congresso degli Stati Uniti. Eppure qualcuno, non condividendo "l'entusiasmo" per quella donna volante, arrivò addirittura a domandarsi dalle prime pagine dei giornali: "Ok, ha attraversato l'Atlantico in aeroplano, ma saprà farla una torta?"

Una vita passata a solcare il cielo e ispirare le donne

La Earhart ha sempre portato avanti una campagna per avvicinare le donne all'aviazione affinché il mondo potesse contare su altre aviatrici come lei. E dopo aver portato a termine altri voli in solitaria - dalle Hawai alla California, da Los Angels a Città del Messico - si dedicò alla pianificazione di un'altra impresa grandiosa: circumnavigare il globo passando sull'Equatore, ossia prendendo la "via più lunga". Accompagnata dal navigatore Fred Noonan, decollò da Miami il 1 giugno 1937. Aveva da poco compiuto quarant'anni.

Facendo rotta verso est fece scalo in Sud America, Africa, India, Indocina, e Nuova Guinea. Dopo aver coperto una distanza di 35.000 chilometri, a soli 11.000 dalla meta, decollò per l'ultima volta il 2 giugno. Destinazione Howland Island. Dopo un'ultima confusa trasmissione registrata alle 8:43 di quel giorno, però, le tracce del suo bimotore Lockheed Electra si persero definitivamente. E Lady Lindy, insieme al suo fido navigatore, scomparve per sempre.

Nonostante le spedizioni di ricerca condotte dalla Marina americana, dalla Marina britannica di stanza nei possedimenti d'oltremare, e addirittura di quella dell'allora Impero giapponese, l'aereo e i suoi resti non vennero mai ritrovati. Lasciando un alone di mistero che non fece altro che alimentare il mito della Earthrt. Futura icona del femminismo.

Lady Lindy per sempre

Negli anni successivi alla tragica scomparsa dell'aviatrice vennero ipotizzate le teorie più disparate sulla sua morte. Una di queste si concentrò sull'eventuale coinvolgimento della Earhart in una missione di spionaggio ai danni dei giapponesi. La teoria, a lungo sostenuta da testimonianze verbali, non trovò mai alcun riscontro oggettivo. Né presso i servizi informazioni delle diverse forze armate statunitensi, né presso le forze armate giapponesi che l’avrebbero catturata, imprigionata e si suppone anche giustiziata insieme al suo navigatore. Sebbene il pioniere dell’aviazione Charles Lindberg abbia svolto missioni di spionaggio a Berlino per conto di Washington sfruttando la copertura concessa dalla fama delle sue imprese, almeno su quel piano Lady Lindy sembrerebbe non averlo voluto "emulare". Secondo le teorie più accreditate invece, la causa del disastro sarebbe da attribuirsi con buone probabilità a un guasto meccanico o all’esaurimento del carburante a causa di un calcolo di navigazione errato che avrebbe portato l'aereo fuori rotta. Il velivolo si sarebbe inabissato, o, secondo un'altra ipotesi, avrebbe tentato un ammaraggio nei pressi dell'atollo di Nikumaroro. Dove, nel 1941, un ufficiale del governo britannico rinvenne uno scheletro al riparo di un grosso albero.

Nel frattempo, Amelia Earhart era stata dichiarata legalmente morta il 5 Gennaio 1939. Aveva sempre saputo a quali rischi sarebbe andata incontro un'aviatrice. Sapeva bene che quando si spicca il volo su un uccello di ferr, ogni giorno può essere l'ultimo. Anche in tempo di pace. Perché il volo è sempre stato il sogno dell'uomo come lo è sempre stato della donna. Ma gli esseri umani non sono fatti per volare. Che ci siano riusciti data la loro caparbietà e abbiano raggiunto vette sempre più alte e distanti in forza della loro coraggio, beh, quello è un altro discorso.

Dopo la sua morte, il marito decise di pubblicare una raccolta dei suoi diari di volo dal titolo The fun of it e Last Flight. Non c'era accenno al saper fare una torta. Né mai si seppe dell'appunto di alcuna ricetta su di essi. A lui, come pure a sua sorella minore Muriel, lasciò una lettera ricordando che se se ne fosse andata, sarebbe stato facendo ciò che aveva desiderato di più al mondo: volare. Fosse tornata a terra, fosse invecchiata in pace e buona salute, forse una buona torta, una volta appeso il giaccotto di pelle al chiodo, avrebbe imparato a farla. Del resto, per quello, basta un forno caldo, uova, farina, e un poco di pazienza.

Storia di Elvira, la prima italiana che andò ai Giochi olimpici. PIERO MEI su Il Quotidiano del Sud il 16 Maggio 2022.  

LA PRIMA italiana che andò ai Giochi Olimpici per partecipare, ci andò a cavallo: era il 1900, in un maggio francese. La signora aveva 45 anni e nella dolce vita di Parigi era una “celebrity”, una vip come si direbbe oggi, nella città che era il cuore di quel tempo conosciuto poi come “Belle Epoque”.

Erano gli anni in cui al Moulin Rouge, aperto da poco, impazzavano artisti come Joseph Pujol, detto Le Pétomane, Il Petomane, un ex panettiere di Marsiglia che aveva un totale controllo dei propri muscoli addominali che gli permetteva di emettere flatulenze a piacimento, suo e del pubblico: erano sonorità che facevano il verso al rombo del cannone o al temporale ma che potevano anche riprodurre “motivetti” musicali, come “’O sole mio” o perfino “La Marsigliese”. Mise su uno spettacolo itinerante che si chiamava Théatre Pompadour, in onore della famosa Madame.

Un’altra celebrità del momento era Jacques Renaudin, in arte Valentin le Desossé, Valentino il Disossato, un contorsionista che si esibiva nel ballo, spesso in coppia con “La Goulue”, La Golosa, quale era conosciuta la ballerina Louise Josephine Weber che inventò il can can e che, all’inizio della strepitosa carriera, di giorno faceva la lavandaia, il mestiere di sua madre, o la modella per i pittori, e di notte si dedicava al ballo. Fu la protagonista dei manifesti che Toulouse-Lautrec dipinse per il Moulin Rouge nel quale Valentin le Desossé si esibì, da solo o con la Goulue, 83.112 volte, con una preferenza per il valzer che danzò, dicono, 39.962 volte. Le spaccate e le gambe all’aria attiravano nel locale di Pigalle, il quartiere più peccaminoso della Parigi di allora, anche re e governanti in visita. Ne erano frequentatori il giovane poeta Apollinaire che aveva vent’anni nel 1900, e il vecchio pittore Renoir, che ne aveva 60, Braque che con Picasso iniziò il cubismo e Aristide Bruant, lo chansonnier più noto di allora.

Tra le danzatrici che spopolavano si ricordano Jane Avril, la ballerina solista che indossava i mutandoni rossi mentre quelle del gruppo li portavano bianchi,  e che rubò i pennelli di Toulouse-Lautrec alla Goulue, Mome Fromage, la ballerina più “curvy” del Moulin Rouge, e Nini Pattes en l’Air, nomignolo di facile comprensione, essendo le pattes le zampe.

In questa cafè society godereccia e spensierata si muoveva, a cavallo, Elvira Guerra, la signora in questione: era un’artista circense, una cavallerizza che montava all’amazzone, cioè seduta sulla sella costruita apposta per le donne, le gambe penzoloni da un lato dell’animale. Di Elvira Guerra aveva scritto, in una recensione del 27 dicembre 1882 (Natale è tradizionalmente un periodo d’oro per i circhi e i loro botteghini) il Times raccontando lo spettacolo a Londra e parlando de “i poteri tersicorei del bel cavallo Sylvan mirabilmente controllato da Miss Elvira Guerra”. Forse la signora ne conservava orgogliosamente il ritaglio. Elvira aveva saputo di quella stranezza dei Giochi Olimpici che accompagnavano l’Esposizione Universale di Parigi nell’anno 1900 e delle gare di equitazione che a fine maggio si sarebbero svolte in quel contesto, nella Place de Bréteuil, debitamente attrezzata, tra il 7° e il 15° arrondissement. Aveva anche saputo che per la prima volta nella storia sportiva le donne sarebbero state ammesse alla partecipazione, anche se l’inventore, o meglio il re-inventore, dei Giochi, il barone Pierre de Coubertin, era un misogino sportivo che giudicava assolutamente “antiestetica” la pratica sportiva per il gentil sesso e “soprattutto impropria” ritenendo che la parte da riservare alle signore nelle competizioni fosse semplicemente quella di “glorificare i vincitori con il proprio applauso” (ha scritto proprio così…).

Nonostante il nobiliare anatema, Elvira decise di partecipare alla gara dei “chevaux de selle”, i cavalli impegnati al trotto e al galoppo, una specie di dréssage che non fu più ripetuto alle Olimpiadi. Del resto non fu più ripetuta nell’equitazione neppure la presenza femminile, almeno fino al 1952, ad Helsinki, quando le donne furono ammesse nella disciplina del dréssage, al 1956 a Stoccolma, la dépendence equestre dei Giochi di Melbourne dove i cavalli non si recarono per non dover affrontare le rigide norme della quarantena australiana, nel salto ostacoli, ed al 1964 a Tokyo per il concorso completo. Elvira Guerra si iscrisse con il suo cavallo Libertin e sfidò senza paura gli ufficiali di cavalleria di tutto il mondo, i francesi e gli inglesi e pure un russo emissario dello Zar, il conte Polyakoff. Le donne in gara erano due su 21 concorrenti, l’altra era la francese Moulin della quale non si conosce che il cognome e non si sa neppure come (né se) si piazzò nella classifica finale. La Guerra arrivò nona. La medaglia d’oro fu vinta da Louis Napoléon Murat, principe di Napoli per essere il nipote diretto di Gioacchino Murat e di Carolina Bonaparte, la sorella di Napoleone: nella distribuzione dei troni europei ai suoi cari, Napoleone aveva destinato alla coppia Murat quello di Napoli.

Con una ironia della storia, il cavallo che fu compagno del principe Murat si chiama “The General”, il generale, il grado militare di competenza di Bonaparte prima di farsi imperatore. Anche il terzo arrivato, il conte di Montesquiou, aveva un’ascendenza degna di memoria: la sua famiglia era quella di D’Artagnan. Se era una delle due donne partecipanti a questa specifica competizione, l’amazzone italiana era anche una delle ventidue rappresentanti dello sport femminile a Parigi 1900: gli uomini erano, invece, 997.  Era l’inizio del lungo cammino per la gender equality in campo: a Tokyo 2020 si è arrivati quasi al 50 per cento giacché su 11.483 partecipanti 5.985 erano uomini e 5.498 donne, compresa la transgender, la prima di sempre, la sollevatrice di pesi neozelandese Laurel Hubbard.

Elvira era nata a San Pietroburgo, figlia dell’artista circense Rodolfo Guerra, impegnato come cavallerizzo nel Cirque Olympique che il di lui fratello, Alessandro Guerra, uno dei più celebri in quell’arte, aveva fondato prima a Mosca e poi nella città degli Zar. Lo zio Alessandro era detto “Il Furioso” per via del carattere piuttosto suscettibile; aveva inventato un numero che lo vedeva in piedi su di una pariglia di cavalli, un piede sulla groppa di uno e l’altro su quella di un altro e tenere le redini lunghe di altri sei o otto cavalli che guidava a sfilare tra i due sui quali si reggeva in acrobazia, magari suonando magistralmente il flauto o il violino o la chitarra. Il numero si chiamava “cavalcata romana” in onore della città dove Alessandro era nato nel 1782. O forse nel 1790.

Elvira era del 1855 e morì a Marsiglia nel 1937, dimenticata quasi da tutti ma non dalla città di Bordeaux che le ha dedicato una via, grata degli spettacoli che Elvira lì aveva dato. “Alessandro Guerra, nei ludi equestri sommo, sempre invidiato né mai vinto in sua maestria, fra tutte genti civili del globo visse anni LXXX. Alla salma di lui chiusa in questo marmo tributano lacrime e fiori la vedova, le figlie, gli amici”, è invece la perenne memoria dello zio sulla lapide posta sul suo sepolcro alla Certosa di Bologna, nella Galleria a Tre Navate.

Estratti da “Donne al potere”, di Bruno Vespa (ed. Rai Libri), pubblicati da “Libero quotidiano” il 13 maggio 2022.

La donna "quirinabile" per eccellenza era Maria Elisabetta Alberti Casellati, prima donna Presidente del Senato. Storica militante in Forza Italia. Il centrodestra per la prima volta aveva la maggioranza relativa dei grandi elettori. 

Dunque? Il problema è che una persona di centrodestra non doveva andare al Quirinale. Perché non la voleva il centrosinistra? Sì, ma anche perché non l'ha voluta innanzitutto Forza Italia, il suo partito. (...) Poiché la vendetta è un piatto che si mangia freddo, non è affatto da escludere che, alle elezioni del 2023, il Presidente uscente del Senato si presenti in un'altra lista del centrodestra.

Giorgia Meloni ha un carattere fumantino, direi incendiario. Ne dette prova a tre anni. Abitava in un quartiere elegante di Roma Nord, la Camilluccia. Un pomeriggio, insieme con la sorella Arianna (alla quale è legatissima), costruì nella loro stanza una capanna riempiendola di giocattoli e leccornie.

Poiché le due bambine avevano programmato la festicciola di sera, si procurarono una candela e l'accesero. Ma erano le quattro del pomeriggio e le due sorelle aspettarono che facesse buio guardando in un'altra stanza i cartoni animati. Dopo un po', l'appartamento fu scosso da un boato. La capanna aveva preso fuoco, con essa la camera da letto e via via tutto l'appartamento. Così la famigliola si trovò senza casa.

Punto primo. La sua passione sono le scarpe. Le dico che fa un po' di concorrenza a Imelda Marcos, la moglie del dittatore filippino che ne possedeva 2700 paia... Sorride: «Non esageriamo. Ho sempre detto che lo scienziato non si chiude in una torre d'avorio a lavorare con le provette. È una persona comune. A me piace fare shopping e ogni tanto compro scarpe». Tacco alto o ballerine? «Ballerine rasoterra, assolutamente. Tacchi una volta all'anno».

 Ilaria Capua è diventata Ilaria Capua perché da ragazza è scappata di casa. Oddio, le cose non sono andate esattamente così, ma quasi. Figlia di un avvocato, a 17 anni e due mesi Ilaria ha preso la maturità e s' è posto il problema di dove fare l'università. (...) Ilaria aveva trovato intanto il suo compagno di vita. 

Si chiama Richard, è scozzese. (...) Quando Ilaria lo incontrò nel 2002 era astemio. In partenza per la Georgia, lei gli concesse pochi minuti a Padova per parlarle di coronavirus e lo liquidò senza interesse. Diretta a un convegno a Brema e dirottata a Francoforte, mentre era in fila per l'imbarco, guardando per terra vide che il suo vicino aveva un bel paio di scarpe. Risalì verso il volto: era Richard.

Lei lo riconobbe, lui no. Andavano allo stesso convegno. Lui la raggiunse al bar dell'albergo. Lei costrinse lui, astemio, a bere un bicchiere di vino rosso. Lui, sull'orlo dell'ubriachezza, suonò magnificamente il pianoforte. Si scambiarono i numeri di cellulare. 

Marina Berlusconi voleva diventare veterinaria: «Ho sempre amato molto i cani», mi disse un giorno, «e comunque non pensavo di lavorare nelle aziende di mio padre». Dopo il liceo andò a fare la commessa in Inghilterra (a Bournemouth, nel Sud) per migliorare l'inglese e fare un po' d'esperienza di vita normale.

«Lavoravo in un negozio di abbigliamento. Ero l'unica non assunta, la prima ad arrivare alle 7.30 per fare le pulizie e l'ultima ad andar via alle 17, dopo aver rimesso in ordine tutto». Che faceva? «Sistemavo gli spilli agli abiti delle clienti, per le modifiche».

Carattere spigoloso, dicono che non saluti mai, né dalla barca, il che fa stizzirei ricchi natanti vicini di largo, né alle sue sfilate. Al massimo mette fuori mezza faccia e un timido sorriso di quattro secondi. (...) Ma in privato, Miuccia è un'altra persona: simpatica, volutamente sotto tono, molte cose straordinarie da raccontare, alle quali attinge con garbo, senza sommergerti.

Greta Thunberg appare come un automa programmato a leader. Il suo sguardo è fermo, arrabbiato, a tratti cattivo. Non sorride mai. Di lei si sa che vive di rinunce e non ne viene turbata, non contempla frivolezze. Le rimbalza ogni insulto. (...) Greta è un personaggio forte, anche inquietante. (...) Diciamola semplice, ha iniziato come una bambina molto incazzata che ha avuto la fortunae il privilegio di poter scioperare senza che nessuno abbia potuto biasimare il suo gesto. 

Chiara ha gusto, un buon guardaroba, anche capi vintage, è bella, senza essere stratosferica. Non si dica di lei una ragazza "acqua e sapone", perché non lo è mai stata. Secondo noi, eccezion fatta nel bagno, non si è mai vista struccata in nessun altro luogo della casa e fuori, ma di fatto è davvero carina, faccia da liceale perbene (...). 

Quand'è che Chiara incontra Fedez, il suo raviolo, così lo chiama nell'intimità? Nel dicembre 2015, a casa di amici. Lei lo trova "figo e intelligente". (...) Quando esce il singolo Vorrei ma non posto di J-Axe Fedez, gli amici di Chiara le riferiscono della citazione che Fedez fa sul cane di lei. A Chiara quella rima piace, al punto che se la gioca postando un video dove lei la canta. Fedez le manda uno Snap (fotografia o video di 10 secondi) con scritto "Chiara, limoniamo?".

Maria a cinque anni si trasferisce a Pavia con la mamma Giuseppina, severa insegnante di italiano, latino e greco, il papà Giovanni, detto "Dodone", missino convinto, estimatore di Giorgio Almirante.(...) Quando si conobbero, Maria e Maurizio (Costanzo,ndr) non si trovarono proprio simpatici. (...) Maurizio con lei non fu proprio carino, anzi non le risparmiò bordate sulla carenza di professionalità. A lei lui parve alquanto "cafone e borioso".

Quando parte ha il suo medico personale dotato di defribillatore, farmaci e una sacca del Suo sangue. I bagagli firmati dal brand britannico Globe-Trotter contrassegnati da etichetta gialla, sul beauty-case la scritta "The Queen", contengono carta igienica marca Andrex, che vanta un mandato reale dal 1978, sigillata con adesivi che solo lei può rompere. Almeno trenta abiti immacolati riposti in custodie protettive: tra questi un outfit rigorosamente nero se dovesse verificarsi un evento tragico in famiglia.

Quella che sarebbe stata a lungo la leader più influente del mondo, da giovane non dette il minimo segno di distinzione. Il suo biografo racconta che né docenti, né compagni d'università avrebbero scommesso un soldo sul successo di Angela, brava, tuttavia, nell'acquisire ruoli rilevanti dell'organizzazione giovanile comunista. 

 In un libro pubblicato nel 2013 Ralf Georg Reuth e Günther Lachmann la descrivono come responsabile del settore "agitazione e propaganda" del movimento giovanile comunista, favorevole a "un socialismo democratico in una Germania Est indipendente". Il sogno di una Germania unita non la sfiorava nemmeno. 

 (...) Dopo aver lasciato la cancelleria, Angela Merkel si è trovata probabilmente sola anche nella vita privata. Il secondo marito, Joachim Sauer, autorevole professore di chimica quantistica, ha accettato un incarico all'università di Torino. Si è parlato della tresca del professore con un'allieva negli anni scorsi, addirittura con conseguenze sul sistema nervoso della donna più potente del mondo. a cura di Gianluca Veneziani

Barbara Castiglioni per “il Giornale” il 10 aprile 2022.

«Il mio nome è Etèra, e sono amica di tutti. Su, imbarcati! Non chiedo molto. Accolgo tutti quelli che salgono, ospito lo straniero e il cittadino. Sbattetemi in mare come in terra». La nave-bordello che parla in prima persona e con placida oscenità nell'Antologia Palatina è una delle meno conosciute, ma non per questo meno irresistibili, tra le Donne e dee nel Mediterraneo antico raccontate da Paola Angeli Bernardini (Il Mulino, pagg. 216, euro 15). 

Tutte le donne più celebri del mito, infatti, sono in qualche modo legate al Mediterraneo: Calipso, l'incantevole, «tremenda» ninfa che tiene prigioniero Odisseo nell'isola di Ogigia ma lo aiuterà a costruire la zattera con cui ripartirà per Scheria; Circe, la «serpentessa» che trasforma i suoi compagni in porci ma che anticiperà all'eroe il viaggio nell'Ade; Elena, che secondo Omero fugge sulla nave di Paride, ma che in Euripide si nasconde in Egitto e resta fedele a Menelao, per tornare con lui a Sparta «sul mare azzurro scuro, sui cupi flutti delle onde che mugghiano bordate di schiuma».

Nel mito, il mare è spesso legato ad amori travolgenti: come nel caso di Medea, che sale sulla nave di Giasone, e, temendo di perderlo («Dove andrai una volta partito?») abbandona la patria per andare incontro al suo feroce destino; non meno tragica è la sorte di Didone, che «brucia consunta dal suo fuoco», illudendosi di poter sopportare un dolore che ha saputo prevedere, e, nelle Eroidi ovidiane, chiede a Enea solo un po' di tempo, «finché il mare si plachi e l'abitudine moderi il mio amore»: ma Enea fugge «sul mare infuriato», e la Sidonia Dido si toglierà la vita.

Un altro amore infelice legato al mare è quello tra Ero e Leandro, giovani innamorati separati dalle rive dell'Ellesponto: ogni notte, Leandro attraversa lo stretto a nuoto, seguendo il suo «amore imprudente» e «muovendo le sue braccia per gli occhi della sua donna», mentre Ero «bisbiglia di lui», lo sogna, ma si suiciderà quando il mare «che spumeggia di immense ondate» le restituirà il corpo dell'amato. 

Meno magiche ma altrettanto fascinose, nonostante l'immensa misoginia delle fonti, sono le «donne straordinarie del mondo antico» raccontate da Lorenzo Braccesi in Dissolute e maledette (Salerno, pagg. 160, euro 16): da Semiramide, che la metà delle fonti descrive infiammata di libidine e assetata di sangue e sesso, a Cleopatra, meretrix regina secondo le inequivocabili parole di Properzio; da Giulia, figlia di Augusto, «trasformata», nelle parole di Seneca, «da adultera in prostituta» e confinata dal padre a Ventotene, a Messalina, nota ninfomane, fino a Clodia, la «Medea Palatina» secondo Cicerone - forse un suo corteggiatore in gioventù, come suggerisce Plutarco - che «batte la strada accompagnandosi ai mariti altrui», tanto degenerata da non prostituirsi nell'ombra, ma «da abbandonarsi alla passione tra la folla e alla luce del sole».

Ancor più feroce è il ritratto di Fulvia, la «pasionaria» della repubblica romana, moglie di Publio Clodio Pulcro, di Gaio Scribonio Curione e, soprattutto, di Marco Antonio, verso cui il futuro, irreprensibile custode dei mores maiorum, Ottaviano Augusto, indirizza un epigramma al vetriolo: «Dovrei dunque farmela con Fulvia? O mi fotti - mi dice - o corriamo alle armi. Tengo all'arnese assai più che alla vita. Meglio lo scontro, squillino le trombe!». 

All'epigramma di Ottaviano, oltre alle testimonianze degli storici come Cassio Dione, secondo cui Fulvia avrebbe strappato e punto con gli spilli la lingua dalla testa mozzata di Cicerone, si aggiungono le iscrizioni incise sulle ghiande-missili, formidabili «proiettili» lanciati con le fionde: su una di queste ghiande, scagliate durante il sanguinoso assedio di Perugia, possiamo leggere: «punto al clitoride di Fulvia»; le ingiurie, però, erano più democratiche - e più fantasiose- dei loro dedicatari, e non a caso su altri reperti troviamo scritto: «salve Ottaviano, succhialo», oppure «Lucio Antonio, frocio, sei morto».

Le donne, però, erano e sono ancora, senza dubbio, il bersaglio prediletto di questa sconfortante ironia. Homo homini lupus, certo: ma, nonostante le professioni di femminismo di molti autori politicamente corretti, l'uomo resta sempre più lupus per la donna.

STEFANO LORENZETTO per il Corriere della Sera il 10 aprile 2022.

Cherchez la femme! È destino che siano sempre le giornaliste francesi a intersecare le vite dei pontefici. Va così dai tempi di Leone XIII, il primo nella storia a concedere un’intervista. Uscì il 4 agosto 1892 su Le Figaro con la firma di Séverine, pseudonimo di Caroline Rémy: il 31 luglio, una domenica, era stata a colloquio con lui per 70 minuti. 

Guarda caso lavora al Figaro anche Bénédicte Lutaud, da poco nelle librerie con Le donne dei papi (Guerini e associati), un saggio di 280 pagine in cui ricostruisce la storia di cinque figure femminili che hanno avuto ruoli di rilievo in Vaticano negli ultimi 90 anni. Come Pascalina Lehnert, la suora tedesca soprannominata «la papessa», segretaria, governante e infermiera di Pio XII: in una delle 20 foto scattate di nascosto dall’archiatra pontificio Riccardo Galeazzi Lisi, e poi vendute a Paris Match, si vede lei, la religiosa tedesca che fu assistente di Eugenio Pacelli dal 1917 e lo accompagnò fino alla morte, seduta accanto al letto dell’augusto infermo in agonia, mentre gli infila in bocca la cannula della bombola di ossigeno. 

Figlia di Christian Lutaud, un agnostico già docente di letteratura alla Sorbona, la giornalista, 33 anni, è stata educata al cattolicesimo dalla madre Elisabeth, logopedista. Si allontanò dalla Chiesa durante il master di giornalismo a Sciences Po, l’istituto parigino di studi politici. Si riavvicinò nel 2014. 

«Nella mia vita c’era un vuoto di senso. Cercavo di colmarlo con lo yoga, ma fuggii imbarazzata dalle lezioni quando m’imposero un canto religioso che mischiava Buddha, divinità indiane e Gesù». Ha un figlio nato l’anno scorso. L’ha battezzato Timothée, «colui che onora Dio», come il martire di Efeso convertito da san Paolo. 

Strano, la sua ricognizione sulle donne dei papi comincia da una tomba.

«Sì, dal Cimitero Teutonico in Vaticano. Lì c’è una modesta stele, con un epitaffio in lettere rosse: “Leben ist Liebe”, la vita è amore. Più in piccolo, un nome, Hermine Speier, le date di nascita e di morte, 1898 e 1989, e una sola altra parola in tedesco: “Archäologin”». 

Archeologa.

«Era donna, era straniera, era ebrea anziché cattolica. Eppure fu la prima assunta in Vaticano. L’onore di seppellirla lì, benché fosse deceduta a Montreux, in Svizzera, ha rari precedenti. Quando Rosa, Maria e Anna Sarto, le tre sorelle nubili vissute con Pio X, gli espressero il desiderio di finire nel Camposanto Teutonico per stare più vicine alle Grotte vaticane dove sarebbe stato inumato, lui rispose in dialetto: “Tose, xe mejo che andè co’ vostra mare”. Infatti furono sepolte a Riese, accanto alla madre. Lo racconta Nello Vian, figlio di un confidente del papa veneto, nel libro Avemaria per un vecchio prete». 

Che ha di speciale la storia di Speier?

«Lavorava all’Istituto archeologico tedesco di Roma. Salito al potere Adolf Hitler, aveva il destino segnato. Il suo superiore, Ludwig Curtius, chiese aiuto all’amico Bartolomeo Nogara, direttore dei Musei Vaticani. Il quale ne parlò con Pio XI, che da quel momento la protesse. E lo stesso fece il successore, Pio XII». 

L’archeologa seppe sdebitarsi.

«Eccome. Organizzò gli archivi fotografici della Biblioteca Apostolica. E ritrovò nelle cantine la testa di uno dei dodici cavalli che ornavano i frontoni del Partenone di Atene, smarrita da secoli». 

Come fece suor Pascalina Lehnert a guadagnarsi il titolo di «papessa»?

«Eugenio Pacelli, nunzio a Monaco di Baviera, la conobbe nel 1917, quando lei aveva 23 anni. Era altera e avvenente. Ne rimase colpito. 

L’anno dopo la reclutò come sua governante. Lei dimostrò subito di saperci fare, difendendo il futuro papa da due bolscevichi spartachisti che, pistole in pugno, avevano fatto irruzione nella nunziatura. Nel 1920 Pacelli perse la mamma, cui era legatissimo. Trattenuto in Germania, non poté partecipare ai funerali. Cadde in depressione. A tirarlo fuori fu lei, l’infermiera Pascalina». 

Più madre che sorella.

«Promosso nunzio a Berlino, la portò con sé. Con piglio marziale, mise in riga un assistente, un maggiordomo, un cameriere, un cuoco, un autista e due consorelle dedite alle faccende domestiche. Finché la più anziana pose un ultimatum: “Monsignore, o lei o noi!”. Pacelli scelse lei. Nominato segretario di Stato vaticano, la portò con sé in Italia». 

Dove diventò la prima e unica donna in conclave nella storia della Chiesa.

«Quello del 1939, da cui Pacelli uscì con il nome di Pio XII. Per lei l’extra omnes non valse: doveva dare le medicine al cardinale segretario di Stato». 

Caroline Pigozzi, vaticanista di «Paris Match», in un recente articolo ha ipotizzato che fra i due vi fosse del tenero.

«Non ci credo. Così come non credo alla storia della “relazione intima” fra l’arcivescovo di Parigi, Michel Aupetit, e Laetitia Calmeyn. Sono pettegolezzi. Stiamo parlando di una stimata teologa belga, vergine consacrata. La sua vita non era un segreto per nessuno». 

E allora perché Aupetit si è dimesso?

«C’entra la politica, non la sottana. Si era fatto molti nemici su molteplici dossier, scontentando destra e sinistra con i suoi modi ruvidi, di sicuro non più ruvidi di quelli che a volte dimostra papa Francesco. In molti erano diventati gelosi dell’ascendente che Calmeyn aveva sul presule come sua fedele consigliera».

Ricorda il rapporto fra Karol Wojtyla e la psichiatra polacca Wanda Póltawska.

«Delle cinque donne su cui ho investigato, lei, oggi centenaria, è la più interessante. Una storia di amicizia durata più di 50 anni, la loro. Era nella stanza di Giovanni Paolo II al Policlinico Gemelli dopo l’attentato del 1981. 

Era accanto a lui in Vaticano a controllare ogni farmaco e a prescrivergli rimedi naturali nei 143 giorni della convalescenza, con grande scandalo dei cardinali, furiosi perché un’estranea passeggiava in ciabatte nel Palazzo Apostolico. 

Era certamente al suo capezzale quando il Papa morì, ma il suo nome fu depennato dal comunicato ufficiale della Santa Sede. Nulla di nuovo: la stessa sorte era toccata a suor Pascalina Lehnert e a suor Vincenza Taffarel, governante e infermiera di Giovanni Paolo I. Negli atti sulla morte di papa Luciani si citano solo il segretario don Diego Lorenzi e altre figure maschili».

Wojtyla era il confessore di Póltawska.

«Fu il primo a capire il dramma di questa donna della Resistenza polacca, deportata diciannovenne a Ravensbrück. Per cinque anni i medici nazisti la usarono come cavia in esperimenti pseudoscientifici, fino a procurarle danni permanenti a una gamba. 

La sua scelta di dedicarsi alla psichiatria e alla difesa della vita nasce dagli orrori visti nel lager, che da allora la tormentano: bimbi appena partoriti dalle recluse gettati ancora vivi nei forni crematori. Il 22 novembre 1962 Póltawska era pronta a subire un intervento chirurgico all’intestino per l’asportazione di un cancro. Dalla sera alla mattina il tumore sparì per miracolo. Il suo amico Karol aveva scritto a padre Pio, supplicandolo di salvare quella giovane madre di quattro figli». 

Gli ultimi tre papi, benché stranieri, hanno puntato su donne italiane.

«La più potente era madre Tekla Famiglietti, un’irpina che fu per 37 anni badessa generale delle suore brigidine. La migliore alleata di Giovanni Paolo II in campo diplomatico. Strappò a Fidel Castro il permesso di aprire un convento a L’Avana e rese possibile la storica visita a Cuba del Papa polacco nel 1988. Invece Benedetto XVI affidò il compito di fondare e dirigere Donne Chiesa Mondo, supplemento mensile dell’Osservatore Romano, a Lucetta Scaraffia». 

Detta «la femminista del Vaticano».

«Molto apprezzata anche da Francesco, che ha scritto la prefazione di un suo libro e la chiamava al cellulare». 

Qualcosa fra loro pare essersi rotto.

«Prima Scaraffia ha pubblicato il saggio Dall’ultimo banco, in cui raccontava la sua lunare esperienza di donna convocata al sinodo sulla famiglia e isolata in fondo alla sala. Fino a lì il pontefice argentino l’aveva difesa. Ma poi il Vaticano è insorto per le sue tremende accuse, molto documentate, di abusi compiuti dal clero sulle religiose, spesso costrette ad abortire, e sulle suore ridotte a inservienti senza paga di cardinali e vescovi». 

In Vaticano non regna il Santo Padre?

«No, comanda la curia romana». 

Ora Scaraffia è critica con Bergoglio.

«L’ho incontrata. È molto delusa, direi indignata. Ma continua ad amare il Papa e la Chiesa. Le nostre storie sono molto simili. Lei, ex sessantottina, femminista, comunista, atea, apprendista buddista, tornò alla fede entrando per caso a Santa Maria in Trastevere durante la festa per il ritorno di un’icona restaurata della Madonna e sentendo intonare l’Akathistos bizantino; io in Saint-Nicolas-des-Champs, a Parigi, un mercoledì delle Ceneri, ascoltando la frase di Paolo ai Corinzi: “Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza”. Lì ho capito che non erano solo le parole di un libro: era Dio che mi parlava». 

Si arriverà al sacerdozio femminile?

«Non penso. Due millenni di teologia deviata hanno reso la Chiesa misogina». 

Allora come spiega la leggenda della papessa Giovanna fiorita nel IX secolo?

«Proprio con l’angoscia atavica di vedere una donna che sale al trono di Pietro fingendosi uomo e partorisce in pubblico durante una processione dal Vaticano al Laterano. Donde il grottesco rituale del diacono incaricato di confermare, attraverso una sedia forata, la presenza dei testicoli nel pontefice appena eletto: “Duos habet et bene pendentes”. 

I preti si sono posti sul piedistallo. Invece restano peccatori, come tutti. Vedono la donna come Eva la tentatrice, anziché come Maria Maddalena, la prima testimone della resurrezione di Cristo».

Time, Amal Clooney e altre: chi sono le 12 donne dell’anno. Giulia Mattioli su La Repubblica il 4 Marzo 2022.  

Il settimanale americano sceglie le "Women of the Year 2022" che si sono distinte per il loro impegno nel costruire un mondo più equo.

"Creare un futuro migliore per le donne significa costruire ponti - tra generazioni, comunità, territori. Queste straordinarie leader stanno lavorando per un mondo più equo": così Time descrive le donne che ha incoronato come Women of the Year 2022. Sono dodici donne - attiviste, giornaliste, imprenditrici, letterate, sportive - che il magazine ha premiato per il loro impegno nell'imprimere un cambiamento positivo al mondo. In pole position troviamo Amal Clooney, scelta per la determinazione e perché "non si tira mai indietro" di fronte alle violazioni dei diritti umani.

Intervistata dalla giornalista premio Nobel per la Pace Maria Ressa, che Amal Clooney ha difeso nel 2019 in una causa contro le autorità filippine, l'avvocata ha dichiarato "Devi avere una determinazione molto forte. Quando ti scontri con persone il cui potere e la cui esistenza dipendono dal commettere gravi abusi sai che non si arrenderanno. Quindi da parte nostra non possiamo assolutamente arrenderci". Parole che, scrive il Time, sembrano profetiche alla luce dell'attacco russo sull'Ucraina.

Amal Clooney non ama parlare di sé, prosegue Ressa, ma durante una conversazione con lei si viene trasportati "in alcuni dei più temibili posti del mondo, dove regnano despoti e dove sostenere i tuoi diritti può costarti la vita". Tuttavia c'è sempre chi è pronto a sfidare questi regimi, e spesso sono donne, che Amal Clooney sostiene con il suo "superpotere": la legge.

Certo, tutto il glamour che la circonda può a volte offuscare il suo impegno, ma Amal Clooney ha trovato il modo di usare la visibilità in favore delle cause che combatte. "Quello che ho imparato come sua cliente", commenta la giornalista "è che la sua empatia è forte quanto il suo coraggio e la sua conoscenza della legge".

L'oppressione di un regime che viola i diritti umani e annienta in particolare quelli delle donne è una realtà nota a Zahra Joya, giornalista afghana fondatrice di Rukhshana Media. Anche lei è nella rosa delle donne scelte da Time, selezionata per la sua tenacia nel continuare a portare alla luce la condizione delle donne in Afghanistan anche ora che il ritorno dei talebani l'ha costretta a lasciare il suo Paese. "Non è semplice giornalismo quello che facciamo", ha commentato. "Stiamo cercando di scrivere la nostra libertà".

La lista del Time prosegue con l'attivista informatica Tracy Chou, che combatte l'odio e gli abusi online. Jennie Joseph, ostetrica impegnata sul fronte della mortalità materna delle donne nere negli Stati Uniti. Ci sono Sherrilyn Ifill, che si batte per i diritti civili, e Amanda N. Nguyen, imprenditrice sociale il cui impegno è rivolto alle vittime di abusi. E poi la cantautrice Kacey Musgraves, l'atleta Allyson Felix, la Ceo Adena Friedman. Non mancano la poetessa Amanda Gorman, e infine le attrici Kerry Washington e MJ Rodriguez, che tramite la loro fama riescono a dare visibilità alle minoranze emarginate.

Solitamente il Time elegge la persona dell'anno. Lo fa dal 1999, perché in precedenza la lunga tradizione della rivista si limitava a scegliere un uomo dell'anno. Solo nel marzo 2020 la redazione del magazine decise di dedicare un'edizione speciale alle donne, e ne selezionò cento, una per ogni anno a partire dal 1920, per cercare in qualche modo di compensare la quasi-totale assenza di volti femminili nella loro iconica pubblicazione.

Leonardo Martinelli per "la Stampa" il 28 febbraio 2022.  

Sta facendo ripetizioni dalla mattina alla sera, con la sua Paris Mozart Orchestra. Claire Gibault, 76 anni, direttrice d'orchestra, è infaticabile. «Giovedì inizia il concorso - dice -, dobbiamo essere pronti». È «La Maestra», la seconda edizione, dopo quella del 2020: l'unico al mondo per direttrici d'orchestra, per sole donne. 

 Siamo alla Philarmonie di Parigi, l'edificio-balena spiaggiato al nord della città. Su 202 iscritte di 48 diverse nazionalità, 14 sono state selezionate per la fase finale, che si concluderà sabato sera. Per le prove, potranno scegliere tra una serie di brani e l'orchestra di Claire deve essere pronta a ogni evenienza. Le giovani candidate le devono tanto, tantissimo. È lei ad aver aperto la strada, molto tempo fa. 

Come racconta nella sua autobiografia (Direttrice d'orchestra: la mia musica, la mia vita, che esce in Italia in questi giorni per add editore), nel luglio 1969 due foto campeggiarono nella prima pagina del quotidiano "France Soir" «Sopra quella di Neil Armstrong, il primo uomo ad aver camminato sulla Luna. E sotto la mia con scritto: "La prima donna direttore d'orchestra di Francia". Avevo vinto un concorso, a 24 anni. Ammetto che c'era una certa sproporzione tra le due imprese»

Dopo tanto tempo, come le è venuta l'idea di "La Maestra"? 

«Nel settembre 2018 facevo parte, unica donna, della giuria di un concorso a Città del Messico. Appena arrivai, un altro membro mi raccontò che per il suo medico biologicamente le donne non potevano essere direttrici d'orchestra. Poi, quando si esibivano le candidate, lui si tappava le orecchie. In finale due giovani, una donna e un uomo, ebbero gli stessi punti, ma la giuria si rifiutò di dare un premio ex aequo. All'uomo andò il primo». 

E lei? 

«Mi opposi, poi cedetti. Ma rientrai a Parigi afflitta. Da lì è nata l'idea di "La Maestra", che ha avuto un successo incredibile. Le vincitrici del 2020 hanno ottenuto ingaggi importanti».  

Le cose stanno cambiando? 

«Ormai sì, da almeno cinque anni. E in Francia, negli ultimi due, anche grazie a "La Maestra", si è passati dal 2,7% di donne alla guida di orchestre permanenti al 10,8%. È fantastico, ma non ci fermeremo qui». 

Lei che cosa ha dovuto subire in quanto donna? 

«Mi ricordo di musicisti che dicevano: non capiamo i suoi gesti. Mentre gli altri li comprendevano perfettamente... Ci sono orchestre che si sono rifiutate di essere dirette da donne. Mi sono trovata di fronte ad atteggiamenti aggressivi, come il violoncello solista che non seguiva, stonava o non entrava al momento giusto. E lo faceva apposta. Tutto questo accadeva pochi anni fa». 

Nel 1995 fu la prima donna a dirigere alla Scala. E a lungo è stata assistente di Claudio Abbado. Da questo punto di vista lui come era? 

«Un femminista, un precursore. Ricordava come la scrittrice Karen Blixen ci avesse messo quarant' anni per essere pubblicata con un nome femminile e non con pseudonimi maschili. Per le direttrici d'orchestra diceva che era solo una questione d'abitudine. Lo aiutai a creare l'Orchestra Mozart di Bologna, dove impose un'autorità condivisa, una gestione collegiale. Lui era amichevole con i musicisti, li ascoltava. Quando, nel 2011, ho dato vita alla Paris Mozart Orchestra, ho preso spunto da quell'esperienza». 

Ma lei ha inserito anche la parità uomo-donna. 

«Cerchiamo soprattutto di avere una parità al livello dei solisti. E ogni musicista deve firmare una carta contro tutte le forme di discriminazione».  

Nel suo libro racconta la propria vita. Tutto iniziò a Le Mans, la sua città natale 

«A quattro anni ero già allieva nella classe di mio padre, professore di solfeggio al Conservatorio».  

Ma lei era introversa, vero? 

«Era il linguaggio, quello delle parole, a essere bloccato. Altrimenti avevo tante relazioni, mi piacevano gli scambi. La musica era diventata la mia lingua, mi esprimevo con quella». 

Quando decise che sarebbe diventata direttrice d'orchestra?

 «Verso i 12 anni. Non parlavo molto, ma non avevo tabù, né freni. Ero già una leader. Volevo dirigere tutti. Quando partivamo in vacanza con la famiglia, pensavo io agli itinerari da fare e dove fermarsi».  

Ai quarant' anni si è avvicinata alla religione e si è convertita al cristianesimo ortodosso. Perché? 

«Nella nostra professione c'è un egocentrismo strutturale. È piena di pericoli: la notorietà, il potere, i soldi. Bisogna fare molta attenzione a non sprofondare giù, se si vuole una vita umana di una certa qualità. La religione ti permette un lavoro sull'umiltà e la fraternità».

Roberta Metsola al Parlamento Europeo è la prova che una donna non vale l’altra. Lisa Pendezza il 19/01/2022 su Notizie.it.

"Le donne" non sono un mazzo da cui poter pescare qualsiasi carta tanto fa lo stesso, nella partita della politica il loro valore è sempre uguale (cioè pari a zero). 

Eccola, finalmente ce l’abbiamo. “Una donna” è riuscita nella scalata, è arrivata fino ai vertici di un’istituzione importante come il Parlamento Europeo e ora può andare a braccetto con “un’altra donna”, Ursula Von Der Leyen, e permettere alle femministe di tutta Europa di esultare perché finalmente “le donne” hanno preso ciò che spetta loro.

Ora, con questa vittoria così fresca, si aggiunge qui in Italia, è ancora più lampante che serve “una donna” anche al Quirinale. Oppure no? 

L’elezione di Roberta Metsola come successore di David Sassoli, prematuramente scomparso per le conseguenze di una polmonite, ha fatto discutere ancor prima che la scelta diventasse ufficiale. Il motivo? Le sue dichiarate posizioni antiabortiste.

Ebbene sì, anche “una donna” può essere contro l’aborto, anche “una donna” può votare contro quelli che “le donne” definiscono come i loro diritti fondamentali, anche se nel suo discorso alla stampa dopo l’insediamento all’Europarlamento ha assicurato che sul tema promuoverà le iniziative della maggioranza dell’emiciclo.

Insomma, terrà le sue idee e le sue battaglie anti-aborto per sé e per Malta. Anche “una donna” può andare contro le altre donne, quelle polacche, per esempio, o quelle del Molise dove c’è solo un medico non obiettore.

Metsola è la prova vivente che “le donne” non sono una categoria generica e indistinta, un mazzo da cui poter pescare qualsiasi carta tanto fa lo stesso, nella partita della politica il loro valore è sempre uguale (cioè pari a zero).

È la dimostrazione che non tutte “le donne” sono a favore del diritto all’aborto, quindi chissà su quanti altri temi non sono unite. Certe tematiche sono divisive e fanno discutere e combattere a prescindere dal sesso, perché sono questioni che toccano corde più profonde, corde che abbiamo tutti, maschi e femmine, e che hanno a che vedere non con il nostro genere (di nascita o in cui ci riconosciamo) ma con le nostre convinzioni più intime e radicate.

Convinzioni che nascono con noi o che si sviluppano nel tempo grazie alle esperienze che viviamo, alle persone che incontriamo, alle clima sociale, politico e culturale in cui cresciamo, a volte ai traumi che subiamo e alle pressioni che riceviamo.

Metsola, insomma, non è certo Emma Bonino. E allora anche da noi, in Italia, dove sta per concludersi la corsa al Quirinale, Rosy Bindi non è Elisabetta Alberti Casellati, Liliana Segre non è Marta Cartabia, e così via. E non perché una valga meno dell’altra ma perchè ogni donna non è semplicemente “una donna” ma – grazie al cielo – perché, al pari dei suoi colleghi uomini, ha pregi e difetti, idee e convinzioni, battaglie in cui crede e altre a cui è contraria. Può essere di valore – politicamente parlando – o neutra se non addirittura dannosa, se messa lì, al Quirinale, solo come controfigura, come cartonato per rappresentare “le donne” e permettere a tutti, donne e uomini, di barrare la casella del “abbiamo anche noi una donna Presidente, ora sì che siamo un Paese civile e progressista, ora sì che possiamo vantarci anche in Europa e nel mondo”.

E allora smettiamola di dire che al Colle è arrivato il momento per “una donna”, una qualunque.

Il saggio di Lisa Whiting e Rebecca Buxton. Le regine della filosofia, le donne che hanno fatto la storia del pensiero. Lucrezia Ercoli su Il Riformista il 13 Gennaio 2022.  

«Immaginiamo cosa sarebbe successo se Shakespeare avesse avuto una sorella, poniamo chiamata Judith, meravigliosamente dotata. Shakespeare studiò – poiché sua madre era ricca – alla Grammar School; gli avranno insegnato il latino – Ovidio, Virgilio e Orazio – e qualche elemento di grammatica e di logica. Intanto sua sorella, così dotata, rimaneva probabilmente in casa. Lei non era meno avventurosa, piena d’immaginazione e desiderosa di conoscere il mondo di quanto non lo fosse suo fratello. Ma non aveva studiato. Non aveva potuto imparare la grammatica e la logica, per non dire leggere Orazio e Virgilio».

La forza di questo famoso brano di Virginia Woolf – tratto da Una stanza tutta per sé e pubblicato per la prima volta nel 1929 – rimane invariata se sostituiamo il nome del drammaturgo inglese con quello di uno qualunque tra i filosofi maschi che costituiscono l’ossatura dei manuali di storia del pensiero occidentale. La vita immaginaria della sorella del Bardo – dotata ma costretta a sposarsi giovanissima, relegata in casa a badare alla famiglia e ai bambini, esclusa dal privilegio di un’istruzione e dalle professioni “non appropriate” – potrebbe cucirsi addosso a quella delle tante potenziali filosofe che non abbiamo mai conosciuto e mai studiato. Come sarebbero andate le cose se la storia della filosofia non fosse stata monopolizzata dal punto di vista maschile? Dove saremmo oggi se il pensiero femminile avesse avuto la possibilità di far sentire la propria voce? Cosa sarebbe diventato l’ambiente accademico se anche le donne avessero potuto, come scrive Platone, «gettarsi indietro sulla destra il mantello, come si addice a persona libera»?

A queste domande risponde il libro Le regine della filosofia. Eredità di donne che hanno fatto la storia del pensiero di Lisa Whiting e Rebecca Buxton, pubblicato in Italia dalla casa editrice Tlon, con la prefazione di Maura Gancitano e le illustrazioni di Caterina Ferrante. Una controstoria del pensiero umano che include la voce di tante filosofe – appartenenti a tutte le epoche storiche e provenienti da tutte le parti del mondo – che, nella maggior parte dei casi, non trovano posto nei manuali ufficiali né il riconoscimento dovuto dentro e fuori l’Accademia. Le regine della filosofia colma una lacuna importante accendendo una luce sulla vita e sulle opere di venti filosofe raccontate e analizzate da altrettante filosofe e studiose. Prospettive alternative e spesso rivoluzionarie sul mondo, sulla società e sulla vita individuale che aspettano di essere riscoperte o conosciute per la prima volta. Il libro, però, è utile anche per ricordarci che la memoria storica è sempre connessa all’oblio: qualcosa viene ricordato mentre qualcos’altro viene dimenticato, qualcosa viene tramandato e qualcos’altro si inabissa per sempre. La memoria non è un meccanismo neutro e oggettivo: non tutto quello che merita di essere ricordato viene salvato e molto spesso la selezione non è dettata da motivi di merito, ma da pregiudizi e limitazioni storico-sociali.

La via dritta della memoria ufficiale ha escluso tante deviazioni, tanti percorsi alternativi, tante strade diverse: le “inclinazioni” che divergono dalla “rettitudine”, parafrasando il titolo del libro della filosofa Adriana Cavarero, si riprendono in queste pagine lo spazio che meritano. Non solo la filosofa-scienziata Ipazia, ma anche la grande intellettuale dell’antica Cina Ban Zhao. L’autrice del famosissimo Sui diritti delle donne Mary Wollstonecraft o la pensatrice del Kashmir del XIV secolo Lalla, ma anche Mary Anne Evans che si è firmata con lo pseudonimo maschile George Eliot. I nomi delle donne più note della filosofia occidentale come Edith Stein, Hannah Arendt e Simone De Beauvoir, ma anche la poco conosciuta, iniziatrice della filosofia yoruba, Sophie Bosede Oluwole. La femminista e attivista icona del Black Power Angela Davis, ma anche una delle più importanti filosofe islamiche viventi, Azizah Y. al-Hibri.

Filosofe che hanno visto e plasmato il mondo con parole e azioni, che oggi – tramite la voce di altre donne – pretendono un riconoscimento senza chiedere il permesso. Come Diotima – la sacerdotessa di Mantinea che nel Simposio platonico rivelava a Socrate la verità su Eros – abbandonano ogni timore reverenziale e affermano con determinazione “certo che ho ragione!” anche di fronte ai padri fondatori del pensiero maschile. In queste vite di filosofe raccontate da filosofe, di donne provenienti da mondi diversi ed epoche lontane raccontate da donne contemporanee risplende una forza comune. Una sorta di “filosofia della narrazione” di cui si è sempre nutrito sottotraccia il pensiero delle donne che, come Penelope, hanno intessuto trame per sopravvivere.

Le regine della filosofia è una costellazione rizomatica e plurale che non cerca di costruire un sapere definitorio e unitario che riguarda l’universalità, ma una filosofia complessa che mette insieme tante storie individuali diverse: la narrazione, come ci ricorda la Arendt, «rivela il significato senza commettere l’errore di definirlo», le esperienze di vita «racchiudono in poche parole il pieno significato di ciò che abbiamo da dire». Rileggiamo l’invito con cui Virginia Woolf chiudeva la sua perorazione alle giovani studiose e aspiranti scrittrici: «È mia ferma convinzione – scriveva la Woolf – che la sorella di Shakespeare, che non scrisse mai una parola e fu seppellita nei pressi di un incrocio, è ancora viva. Perché i grandi poeti non muoiono; essi sono presenze che rimangono; hanno bisogno di un’opportunità per tornare in mezzo a noi in carne ed ossa. E offrirle questa opportunità, a me sembra, comincia a dipendere da voi». Lucrezia Ercoli

·        Il Potere nel Telecomando.

Pierluigi Panza per Dagospia il 16 gennaio 2021.  

Se lo avessero saputo i Romani che il bastone di comando bifronte Rapa Nui/Isola di Pasqua dalla prima metà XIX secolo si chiama “’Ao” avrebbero saputo spiegare perché uno dice “’Ao, passame er telecomando”. Semplice il tele-comando è l’erede contemporaneo dei bastoni di comando tenuti in mano dai capi tribù e dai capi famiglia. Chi lo impugna è colui che comanda, il più importante del gruppo. 

Una mostra organizzata dalla Fondazione Ligabue a Palazzo Franchetti di Venezia, sede dell’Istituto Veneto, aperta sino al 13 marzo espone straordinari bastoni di comando provenienti dall’Oceania, perché lì sono stati usati sino a età “recenti”.  Il valore scultoreo dei bastoni del comando esposti in mostra è componente fondamentale della loro identità.

L’abilità scultorea degli intagliatori di questi manufatti è talvolta impressionante, ma non si trattava di semplici esperti: nelle lingue oceaniche i termini “esperto” o “specialista” includevano il nostro concetto di “sacerdote”, alludendo a una dimensione religiosa di queste figure e degli oggetti che realizzavano. A questi oggetti era riconosciuto il valore di “mana”, ovvero di un potere trascendente, quello che per Walter Benjamin è all’origine dell’Arte e del suo essere una sorta di “religione laica”.

Sorprende nella mostra “Power and Prestige” è la qualità di questi “bastoni” che spaziano da una trentina di centimetri (come un grande tele-comando) a oltre 3 metri, la fluidità delle forme, la meticolosità dell’intaglio, della lucidatura e degli ornamenti, la varietà delle tipologie.

Questi bastoni erano anche armi e molti furono fabbricati pensando a questa funzione, anche se non tutti furono usati in combattimento: come il tele-comando, usato solo per i combattimenti domestici. Inoltre, come il tele-comando, erano come accessori di arredo o di costumi e oggetti per esibizioni di vario genere, talvolta grandiose e impressionanti come quelle riportate dalle cronache di alcuni missionari della seconda metà dell’Ottocento: chi li possedeva li mostrava allo straniero come segno di forza e prestigio. Infine, i disegni superficiali possono essere enigmatici, come nelle celebri lance dai bordi dentellati delle isole Cook realizzate fino agli anni venti dell’Ottocento e del cui motivo distintivo non si conosce né l’origine né la fonte di ispirazione, un po’ come i simbolini dei telecomandi di ultima generazione. 

·        I Drag Queen.

Maria Elena Barnabi per GENTE il 31 ottobre 2022.

Mariano Gallo è un bellissimo uomo di Napoli di 45 anni («I 46 li faccio il 22 dicembre, il primo giorno del Capricorno», precisa) che per passione e per lavoro sul palco diventa Priscilla, la drag queen che vedete nella foto di questa pagina. Da più di vent’anni, Mariano fa spettacoli in giro per il mondo e da due anni è con Tommaso Zorzi e Chiara Francini nella giuria di Drag Race Italia, un programma che porta in Tv le storie di vita delle drag queen e che ne incorona la migliore (per ora su Discovery+, poi arriverà su Real Time). 

Il format è uno dei tanti fortunati spin-off internazionali del programma americano RuPaul’s Drag Race, che è giunto alla quattordicesima edizione e che ha vinto moltissimi premi. Insomma, il fenomeno drag ha davvero preso il volo negli ultimi tempi. Non avete ben chiaro di cosa si tratti? Nessun problema: ci spiega tutto Mariano.

Tanto per iniziare, spiegaci chi è una drag queen.

«È una persona che ha deciso di fare spettacolo vestita con abiti coloratissimi, trucco sgargiante, parrucche cotonatissime. È un lavoro che richiede un sacco di preparazione e molte competenze: sapersi truccare (a me vanno via due ore ogni volta), sapersi vestire, ballare, recitare. E poi non è un lavoro come gli altri, che quando hai finito torni a casa e te lo lasci alle spalle. Ti prende 24 ore su 24. È una specie di vocazione. Priscilla sta sempre con me».

Cioè ti vesti così anche al supermercato?

«No, Priscilla è solo sul palco. A casa mi vesto da uomo e sono Mariano. Ma Priscilla è un modo di essere: tutto quello che vedi, parrucche, trucco, abiti non sono una maschera, ma uno strumento. Per noi drag sono strumenti per vivere una parte di noi, una parte vera e reale. Il drag è una forma d’arte, una forma di espressione, come lo sono la scultura, la danza, la pittura. E come tale è libera: non ha orientamento sessuale, non ha identità di genere. Troppe volte si fa il binomio drag queen e omosessualità». 

Tu però ti definisci gay.

«Sì, lo sono: mi sono dichiarato a 19 anni. Sono un uomo gay cisgender, cioè in sintonia con il corpo che mi è stato assegnato alla nascita. Comunque esistono drag che sono uomini eterosessuali, donne, persone transgender...». 

Qual è la parte di te che Priscilla ti permette di vivere?

«La mia parte femminile, cioè la mia parte più intima, vera, profonda. Da quando c’è Priscilla con la mia femminilità ho fatto pace, l’ho accettata, e ci convivo molto serenamente. La offro a tutti sul palco: sono molto vulnerabile quando sto lì. E mi sento benissimo. Posso dire che grazie al drag ora sono più equilibrato, più completo. Non è sempre stato così». 

È stato un percorso difficile?

«Sì, perché agli inizi mi vergognavo un po’. Quando mi chiedevano di cosa mi occupassi dicevo che facevo l’attore. Pensavo che fare la drag mettesse in discussione il mio essere uomo. Ero intriso di pregiudizi maschilisti, come se essere maschi voglia per forza dire essere un macho. Priscilla mi metteva di fronte a una realtà diversa». 

Come è arrivata la svolta?

«Pian piano mi son reso conto che Priscilla mi stava facendo diventare migliore. Stavo finalmente conoscendo tutte le mie sfumature e scardinando quelle certezze che alla fine si sono rivelate sciocche. Perché dovevo seguire i canoni della società? Perché non potevo vivermi a 360 gradi, godermi tutte le mie sfaccettature e gioirne con il pubblico?».

Ricordi la tua prima volta?

«Sì: era il 2000 ed ero in Tv su Raidue con un programma di Alda D’Eusanio. Facevo l’attore e il ballerino. Mi proposi come drag queen, improvvisai un costume e un trucco. E fu bellissimo». 

I tuoi genitori come la presero?

«Ho una splendida famiglia che mi sostiene nel privato e nel lavoro. Mia mamma cuciva i miei costumi e mio padre, che di lavoro faceva il bodyguard nelle discoteche, molte volte è stato accanto al palco a vigilare sulla mia sicurezza. Le mie nipotine, figlie di mio fratello, non vedono l’ora di ereditare scarpe e abiti di Priscilla quando appenderò i tacchi al chiodo».

Hai polemizzato con Platinette che negli Anni 90 fu la prima drag queen della nostra Tv. Perché?

«Per me essere drag queen è imprescindibile dall’attivismo: noi abbiamo l’obbligo morale di difendere i diritti della comunità Lgbtq+ e convincere le persone che la diversità non mette in pericolo niente. Platinette non l’ha mai fatto. Drag Race Italia invece lo fa. Non è solo un programma televisivo, è un fenomeno sociale». 

·        Il Maschio.

Da “il Venerdì - la Repubblica” il 6 luglio 2022.

Ebbene sì cara signora, noi uomini siamo pericolosi, Abbiamo sempre in testa solo la femmina, anche quelle velate anzi forse di più. Spero capisca che sto scherzando. Ma in questo tempo in cui veniamo descritti come maniaci che appena vedono una bella ragazza se non le saltano addosso la insultano, risulta difficile mi creda, relazionarsi. Mi dice un mio amico di aver detto carina a una collega, senza malizia, e questa a momenti lo denunciava all'ufficio personale.

Non pensa che ci sia qualcosa di strano in questa frattura tra donne e uomini? Direi di incivile, perché è come se tutti gli uomini (che mascalzoni!) non pensassero ad altro. Io ho una fidanzata di cui sono molto innamorato, vedere una ragazza può farmi piacere ma finisce lì. Tutto questo non mi piace, mi fa paura. Gerolamo G.G.

Risposta di Natalia Aspesi

Qualche decennio fa il mio femminismo era piuttosto militante o forse il mio fidanzato del tempo mi aveva piantato, quindi gli uomini mi parevano altro che mascalzoni, forse addirittura vampiri! Così stavo dalla parte delle ragazze che difendevano il loro diritto ad andare in giro con le mini ultrainguinali senza per questo dover sopportare in strada gli sguardi lascivi degli uomini. Invecchiando si diventa più conservatori o più ragionevoli, o forse semplicemente più buoni.

Se i poveri maschi hanno una natura fragile di cui sono solo parzialmente responsabili, non sarebbe meglio non provocarli in massa, perché può capitare che tra loro ce ne siano di non eroici? 

Comunque l'altro giorno vedevo su TikTok un ragazzo impubere, il tipo di giornalista che va di più adesso, perché ha il privilegio di non saper nulla, neppure di quello di cui sta parlando, che raccontava sdegnato, le guance rosse di emozione e agitando le mani, di una nota cantante di cui io non sospettavo l'esistenza che aveva eroicamente fermato il concerto perché nella folla plaudente, anche quella impubere, qualcuno le aveva rivolto un insulto cioè quello che dieci anni fa sarebbe stato un complimento. 

La nota cantante è una bella ragazzona, sederona, pettona, labbrona, vistosamente attraente, qualcuno sussurrerebbe addirittura il vergognoso termine "sexy". E quella sera un povero scemo ci casca e commenta allegramente come fossimo negli anni 80 quel ben di Dio che si trova sotto il naso.

Lei si erge come una dea, abbassa il microfono, blocca i fianchi frementi, ulula il suo giusto sdegno e fa trascinar via lo scriteriato oltraggiatore. Sì, lei ha ragione i tempi per voi maschi sono duri, o per lo meno punitivi: temo anche per noi femmine anziane che in passato ne abbiamo passate e superate di ogni colore, davvero drammatici, e se ci dicevano culona ci veniva da ridere.

La milanese e gli animali: uomini, dove siete finiti? Tornate. Il vostro posto lo hanno preso i cani. Lina Sotis e Michela Proietti su Il Corriere della Sera il 24 giugno 2022.  

(Lina Sotis) Tornate. Fatevi vivi. Dove siete? Ma è una decisione che avevate condiviso, oppure ognuno l’ha presa da solo? Come mai tutti insieme? Veramente solo perché è cambiata l’epoca? Oppure perché si scopre che le donne con gli animali, docili, ossequiosi, talvolta masochisti, sono diventate meno insopportabili? Insomma ragazzi, parto dai 17 anni, i peggio sono i 30enni, sono quelli che se ne fregano che hanno già provato questa cosa sessuale, che sì va bene, ma però anche no. E poi fatta anche con l’altro sesso (ma i gay quanti sono diventati? è vero che sono triplicati?) sembra non sia così male, tanto che viene in mente quella storia antica, nella Magna Grecia: appena il giovinetto compiva 13 anni aveva diritto a un suo compagno, di svago, di toccatacce, però poi c’era la legge, almeno una volta doveva farlo. Eh sì, era obbligato a fare un figlio, anche se lei non gli piaceva doveva farlo, era legge. Poi, dopo un po’, era passata, sapete come sono le mode, cambiano continuamente, avere un giovanotto non si poteva più e chissà quale religione aveva definito quella idiozia. Forse perché gli uomini sono più divertenti delle donne? Poi si doveva avere una donna, amarla, odiarla, ma tenerla. Adesso giovinotti, adulti, sbarbati e con le barbe, anche i calvi, quelli che non beccano palla, né da parte maschile né femminile, non ci sono neppure loro. Ecco allora perché sono triplicati i cani, grandi, piccoli, bastardini se lei è buona, trovatelli se è buonissima, di razza se è griffatissima, però cani, con quattro zampe, che annusano, sniffano, tirano fuori la lingua e perché no slinguacciano, insomma fanno tutto quello che facevate voi. Ma i cani si comprano e così, sentendo mancanza di quelle effusioni, le ragazze ne comprano 6 o 7, prima piccolissimi, poi i medi (quelli del genere benestante ma non troppo), poi ci sono quelle tremende che vogliono farsi vedere e prendono un alano, colui che vive di meno, non ama più di 9 anni e poi il suo amore indefesso cade. E su questa ondata triste non posso che concludere: tornate, miserabili, morbidi, fantastici, possenti, indifesi, tornate. E mentite. Come avete sempre fatto.

(Michela Proietti) C’è quella che il volpino di Pomerania (in grande ascesa), quella che il bassotto (stazionaria), quella che il barboncino albicocca (in crescita), il golden retriever («è cosi giocherellone con i bambini!»), il border collie («di un’intelligenza pazzesca, da non credere!») e quella che «il cane non è di razza ma si prende al canile» (per fortuna di gran moda). Nella città più animalista d’Italia, indossare una pelliccia vera fa Crudelia Demon (a meno che non si tratti di upcycling, un visoncino della nonna riportato in vita) mentre avere almeno tre cani nello stato di famiglia fa chic. Certo non è semplice, la vita a Milano è complessa: ma per fortuna ci sono loro, i dog sitter, che con il sole, la pioggia, il vento, la neve, sono sempre lì, con il loro guinzagli doppi, anche tripli, talvolta quadrupli, che trascinano e spesso si lasciano trascinare da una specie di skilift canino che punta inevitabilmente verso un punto ignoto. Ragazzi e ragazze che hanno studiato a fondo il comportamento degli animali e sanno che il cane non vuole passeggiare, ma interagire. Questo ovviamente accade nei casi più fortunati. In generale succede che sia la tata ad assumere il ruolo di dog sitter, ma solo quando non è impegnata con il bambino: purtroppo la signora, ancora in divisa da lavoro, confonde l’idea dello svago del cane con il suo svago personale. Si vedono quindi al guinzaglio cani dall’aria depressa, tenuti fermi in una aiuola da tate che chattano. Ma c’è anche un’ultima opzione: pare che con il cane si «cucchi», quindi c’è sempre qualche amica/o single disponibile a una passeggiata al parco: del resto, nella città dei cuori solitari e dei cani plurimi, anche questa può essere considerata una ottimizzazione delle risorse.

I muscoli mappano il valore del corpo maschile, ma per quali occhi? ALESSANDRO GIAMMEI su Il Domani il 30 marzo 2022

Come fa Tancredi, nella Gerusalemme liberata, a scambiare Clorinda per un uomo? Dobbiamo immaginarcela nerboruta come la Brienne di Game of Thrones? O sono i cavalieri maschi, nell’immaginario di Tasso, a somigliare più alla sottile Uma Thurman di Kill Bill – ma in armatura?

Molti modelli eroici, rappresentano una maschilità forte senza essere muscolare. Ma da anni lo standard del palestrato infetta anche storie come quella di Harry Potter, e l’Ercole di Disney deve gonfiarsi (anche se già forte da mingherlino) per essere degno dell’Olimpo.

La mercificazione dei corpi collega i contadini e gli schiavi di quadri e stampe di secoli fa con i profili Tinder e Instagram dei ragazzi di oggi. Questo contributo è parte del nuovo numero della newsletter Cose da maschi. Per iscriverti clicca qui.

C’è un colpo di teatro rischioso, estremo, addirittura olimpionico nell’arsenale di una drag queen all’apice della propria forma e performance. Se ne sono viste alcune esecuzioni nelle puntate davvero epiche di RuPaul’s Drag Race. La statuaria, ipertrofica incarnazione di ogni rincarata istanza del femminile, proprio sulla nota più drammatica del suo partecipato playback, si porta all’improvviso le mani nei fluenti capelli sgargianti, oppure finge artatamente di inciampare e cadere, o ancora si agita in una specie di possessione da tarantolata.

Quando l’attenzione del pubblico è senz’altro catturata, di colpo qui capelli così vistosi e perfetti si scollano inquietantemente dalla testa, rivelando di non essere altro che una splendida parrucca. Magia! L’illusione si spezza e, incongruamente, ce ne sorprendiamo, ricordandoci di botto che la stavamo in effetti nutrendo.

Ma come? Davvero ci eravamo dimenticati di aver visto quella stessa drag queen metter su quella stessa parrucca prima di salire sul palco, dopo aver battuto sulla faccia l’impressionante maquillage della sua arte metamorfica e farfallesca? Non vedevamo, prima della rivelazione del suo cranio rasato o della zazzera ordinatamente appiattita in un gambaletto da rapinatore, la muscolatura da ragazzo in salute sotto l’abito cucito a mano lustrino per lustrino?

I MUSCOLI DI CLORINDA

Una simile rivelazione, ma di senso opposto, corona la scena madre di tutta la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso: nell’occhio del ciclone di una guerra tra due apparentemente inconciliabili civiltà, Tancredi, cavaliere occidentale, duella a morte con un valoroso avversario saraceno. Vincitore, porta le mani all’elmo del nemico e, all’improvviso, ne sgorgano le chiome dorate della sua amante straniera, sparse al vento come fiumi aerei: è Clorinda, la cui strana bellezza d’africana bionda si celava sotto il drag da guerriero musulmano.

L’armatura, la notte e l’abilità con la spada l’avevano fatta maschio come il trucco, le luci e le abilità coreografiche fanno femmine le drag queen. Claudio Monteverdi, che dall’episodio trasse un’immortale scena d’opera barocca quasi esattamente 400 anni fa, ne apre il libretto ricombinando le parole di Tasso stesso che confermano questo punto: non solo Tancredi non riconosce Clorinda, ma stima che sia un uomo. Possibile? Solo rimuovendo la parrucca o l’elmo l’incanto s’interrompe.

Mi domando però come potesse essersi innescato dapprincipio; come potesse apparire tanto graziosa eppure tanto gagliarda questa Clorinda: una ragazza così possente, atletica, poderosa, da scontrarsi alla pari contro un peso massimo dell’esercito crociato.

La Brienne di Tarth di Game of Thrones, unica combattente donna capace di misurarsi con gli uomini direttamente al loro classico modo cavalleresco di clangori da scherma medievale, è interpretata in tv dall’altissima e magnifica Gwendoline Christie, capace di incarnare credibilmente anche il capitano Phasma di Star Wars e il comandante Lyme di Hunger Games. Dobbiamo immaginarcela così Clorinda? Aitante, fiera e dalle spalle larghe, alta due metri, fasciata da un’inconsueta muscolatura da sollevatrice?

MASCHI FORTI MA SOTTILI

Forse, nell’immaginario di Tasso, non erano le donne a dover essere particolarmente nerborute per risultare convincenti come guerrieri. Può darsi che fossero invece gli uomini a non apparire (anche quando eroi, anche quando cavalieri) gonfi di muscoli da culturista. Può darsi insomma che, nello spettro dell’androginia, non bisogni avvicinare Clorinda a Brienne di Tarth con l’elmo, ma Tancredi a una drag queen senza parrucca. Mi pare che quando ero adolescente avrei dato per scontata tale ipotesi.

L’Achille di Brad Pitt, in quell’entusiasmante disastro cafone di peplum che è stato il film Troy del 2004, vince contro il suo grottescamente muscolare primo avversario più per via del piè veloce che non di una possanza erculea – e d’altronde il Paride di Orlando Bloom è quasi longilineo quanto la Elena di Diane Kruger.

Del resto, agile ed efebico, negli stessi anni Bloom faceva l’elfo elegantone nel Signore degli anelli e il bucaniere a malincuore nei Pirati dei Caraibi: due universi mediatici in cui i muscoli pompati sono tipici di mostri e antagonisti, mentre gli eroi maschili giovani irradiano un carisma tutto facciale, vocale, in cui la forza non è proporzionale al volume delle braccia.

Morpheus, nella più bella scena di botte di Matrix, chiede a Neo se crede che sia più forte o veloce di lui a causa dei suoi muscoli, e ovviamente non è così; Robert Pattinson, in Twilight, esibiva un petto di pollo per mostrare a Kristen Stewart la sua condizione di vampiro sbrilluccicante alla luce del sole, e le ragazze di tutto il mondo impazzivano per quella dimagrata nudità senza turgori. Ma qualcosa cambiò quando, nel secondo film, il licantropo precedentemente bambinesco esplose improvvisamente in un assurdo fisico da statua.

GONFIARSI PER ESSERE DEGNI

Ricordo benissimo il momento in cui l’Harry Potter cinematografico, fin lì ragazzino caruccio ma facile da immaginare nei miei panni, divenne di colpo un’irreale creatura siderale. Al quarto film, nudo nel bagno di Mirtilla Malcontenta, Harry si dimostrava improvvisamente allenatissimo, pieno di addominali e vene in rilievo sulle braccia: un nuotatore, o un ginnasta, che faceva finta di essere un mago con gli occhiali.

Almeno il licantropo di Twilight non faceva finta: addirittura esibiva quei muscoli cesellati per stordire Bella, per strapparle un bacio e convincerla a dimenticare il fidanzato vampiro in cambio di una seduzione elementare (toccami le diceva, sono caldo, sono vivo).

Quei corpi, modellati da diete e allenamenti totalizzanti, non erano come quelli di Wolverine o degli spartani di 300, ovviamente platonici e ultraterreni: erano corpi inimitabili che però si aspettavano di essere imitati. Erano nuovi standard, prima celati dall’elmo dell’infanzia: modelli che portavano nell’allegoria della pubertà (il risveglio della licantropia, di Voldemort, del primo Spider-Man di Tobey Maguire che, in quegli anni, si risvegliava dal morso del ragno scoprendosi nuovi pettorali allo specchio) l’idea che il passaggio da ragazzo a giovane uomo consistesse in un aumento di volume.

Chi come me ha visto Kill Bill a quindici anni non ha difficoltà a immaginare una Clorinda femminilissima e fortissima al contempo, ma si è trovato a un certo punto a dubitare che Tancredi, trasportato nel futuro, potesse assomigliare a Uma Thurman e non a Goku o He-Man. L’ercole di Disney è ugualmente forte da snello ragazzo, ma Filottete gli gonfia pettorali e bicipiti per renderlo convincente come eroe degno dell’Olimpo. Anche se la morale del cartone è in teoria opposta, quest’arco narrativo è visivamente lampante.

IL VALORE DEL CORPO

Una fetta importante del mercato corrente della maschilità è costituita da miscugli proteici, integratori da frullare, allenamenti e diete telematiche che promettono di gonfiare i muscoli, questa orografia sottocutanea che mappa geologicamente il valore del corpo maschile.

È un’opera aperta il lavoro di chi modella il proprio fisico non per renderlo capace di compiere determinati esercizi ma per farlo bello e valido, degno dell’Olimpo: è una sfida infinita che dà dipendenza, che infinitamente estende i limiti dell’inadeguatezza. La retorica promozionale è quella della salute, ma la verità mi pare puramente estetica: un drag biologico, un travestimento sotto l’epidermide.

Nel 2000, nel video musicale di Rock DJ, Robbie Williams faceva uno spogliarello che continuava oltre la nudità: si strappava la pelle e cominciava poi a lanciare i propri muscoli alla folla dei fan, rimanendo nudo scheletro. Justin Bieber, sempre più nudo e muscoloso sul palco dopo gli esordi androgini e bambineschi, fa forse lo stesso vent’anni dopo, ma senza ironia – e a un simile impulso risponde forse la metamorfosi muscolare di Jeon Jung-kook di BTS.

Da trent’anni Walter Siti, scrittore ossessionato dai culturisti, ragiona romanzescamente su questa mercificazione che fa platoniche e ideali (e dunque remote, paradossalmente impossibili da possedere o abitare) le carni dei maschi incontrabili per strada, riempiendole e arrotondandole come a imitare le curve di un materno senza femminilità.

Più che Platone e Freud però, a me vengono in mente i muscoli dei contadini che mangiano nella pittura di genere europea del Seicento, o quelli degli schiavi nelle stampe americane dei due secoli successivi: volumi da soppesare per una stima, come quelli dei bicipiti e dei pettorali attentamente inquadrati nelle odierne gallerie di Tinder e Instagram. Che siano i muscoli, questa cosa tanto ovviamente maschile, il punto su cui i maschi esperiscono la riduzione della persona a corpo, a merce, che infliggono così facilmente alle donne? 

ALESSANDRO GIAMMEI. Professore di letteratura italiana al Bryn Mawr College, negli Stati Uniti. Con Nell’officina del nonsense di Toti Scialoja (edizioni del verri, 2014) ha vinto l’Harvard Edition dell’Edinburgh Gadda Prize. Nel 2018 ha pubblicato con Marsilio il romanzo-saggio Una serie ininterrotta di gesti riusciti: Esercizi su Il grande Gastby di F. Scott Fitzgerald.

Sofia Gnoli per “Specchio – La Stampa” il 5 marzo 2022.

«È arrivata l'ora di decostruire l'idea di mascolinità così come si è affermata storicamente. È giunto il momento di celebrare un uomo libero di autodeterminarsi senza costrizioni sociali, senza sanzioni autoritarie, senza stereotipi soffocanti».

Con queste parole di Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci, si apre il libro che accompagna Fashioning Masculinities: The Art of Menswear, la grande mostra sulla moda maschile che verrà inaugurata il 19 marzo al Victoria and Albert Museum di Londra (fino al 6 novembre).

Appassionante viaggio nei meandri della mascolinità, questa esposizione si sofferma sul modo in cui l'abbigliamento è stato costruito e decostruito nel corso dei secoli e su come è stato interpretato da designers, sarti, artisti e icone del gusto. 

Moda e arte Curata da Claire Wilcox e Rosalind McKever, la mostra si snoda in tre sezioni con circa 100 look che dialogano con altrettante opere d'arte, dal Rinascimento a oggi.

«Dopo essere stata a lungo un potente meccanismo per incoraggiare la conformità o, al contrario, per esprimere l'individualità, la moda maschile» raccontano le curatrici: «sta vivendo un periodo di creatività senza precedenti. Più che una storia lineare questo è un viaggio attraverso il tempo e i generi». 

È così che modelli storici e contemporanei verranno accostati a sculture classiche, dipinti e fotografie che descrivono le innumerevoli interpretazioni del vestire maschile.

Mascolinità addio

L'esposizione si apre con un modello del designer britannico Craig Green (primavera-estate 2021) che allude alla costruzione e decostruzione dell'abito e delle convenzioni della mascolinità, tema centrale della mostra (sponsorizzata da Gucci).

La prima sezione, "Underdressed", si focalizza sul corpo e sull'underwear attraverso gli ideali classici di mascolinità, a partire dai calchi di gesso dell'Apollo Belvedere e dell'Ermete Farnese, che raffigurano tipi fisici idealizzati. 

Il percorso arriva alle rappresentazioni moderne di artisti, come David Hockney o Lionel Wendt, e di stilisti, uno su tutti Calvin Klein e le sue pubblicità anni Ottanta che, con l'obiettivo di Bruce Weber, raccontano di un corpo plasmato dalla palestra e esibito al pari di quello della donna. 

Potere e spavalderia

"Overdressed", si concentra sulle dinamiche di potere e sulla spavalderia sartoriale, dai campi di battaglia alla strada, senza trascurare l'attrazione per ricami, piume, nastri e colori come il rosa, spesso erroneamente identificati con il genere femminile («Due metri di stoffa rosa - scriveva nel 1556 Machiavelli - possono fare un gentiluomo»).

Qui un ritratto di Sir Joshua Reynolds che raffigura Carlo II d'Inghilterra avvolto in un ampio mantello di taffetà rosa, con tanto di copricapo piumato e scarpini di seta (Galleria Nazionale d'Irlanda, 1773-74), viene messo a fronte a un romantico look del designer anglo-americano Harris Reed. 

Uniforme borghese

La terza sezione, "Redressed", esplora la costruzione e la dissoluzione dell'abito maschile tradizionale partendo da una riflessione sulla sartoria inglese e sulle origini del completo da uomo, la cosiddetta "uniforme borghese". 

Dopo aver esaminato la sartoria di Savile Row, strada di culto della sartoria maschile, e il look di dandy come Beau Brummell, Oscar Wilde e Cecil Beaton, la mostra passa a indagare il riflesso dell'abbigliamento militare su quello civile.

Per poi passare a pionieristici designer - come Giorgio Armani, Tom Ford e Raf Simons - che hanno aperto la strada a nuove generazioni di creativi di cui fanno parte, tra gli altri, Jonathan Anderson e Alessandro Michele, il cui lavoro ruota intorno a modelli liberi da ogni costrizione di genere. 

Linguaggio unico

Tutti esempi che fanno tornare in mente le parole di Virgil Abloh, vero re Mida dello Streetwear, scomparso lo scorso novembre a soli 41 anni, quando diceva: «Al di là di ogni norma superflua e di quello che è tradizionalmente concepito come maschile o femminile, il mio intento è creare per tutte le persone, di ogni età e provenienza e di offrire un unico linguaggio estetico attraverso il quale comprendere e comunicare l'un l'altro». 

"L'uomo sta scomparendo. Solo così si potrà salvare". Matteo Carnieletto il 20 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Intervista al professor Roberto Giacomelli, autore di Oltre il maschio debole. Prospettive per ritrovare la via del guerriero (Passaggio al bosco).

In principio fu Eric Zemmour. Nel 2006, il giornalista francese scrisse un libro intitolato Le premier sexe, (L'uomo maschio, nella traduzione italiana di Piemme), in cui vivisezionava la crisi dell'uomo moderno: "Quasi un trattato di educazione virile", scrive l'autore, "a uso delle giovani generazioni effeminate. Un lavoro molto più da archeologo che da polemista". Non è così, in realtà. Zemmour ripercorre quarant'anni di storia recente, partendo ovviamente dal '68, per dimostrare che qualcosa è andato storto e che, oggi, i maschi non sanno più fare i maschi. Pagine taglienti e politicamente scorrette, ma che hanno portato al centro del dibattito un quesito fondamentale: che fine hanno fatto gli uomini? Nel suo saggio, Zemmour è alla ricerca della virilità perduta. Descrive ciò che fu e che ancora oggi dovrebbe essere. Due anni fa, è stato pubblicato un denso libretto, Oltre il maschio debole. Prospettive per ritrovare la 'via del guerriero (Passaggio al Bosco), scritto dallo psicoanalista Roberto Giacomelli. Per capire cosa sta accadendo attorno a noi e dove sta andando l'uomo di oggi, abbiamo deciso di intervistarlo.

Dottore, come nasce questo libro?

Da un punto di vista clinico - faccio lo psicoanalista di orientamento junghiano - ho notato una crescente fragilità nei giovani maschi che ho avuto in terapia, e che in generale ho conosciuto. Purtroppo il maschio occidentale, quello italiano in particolare, è diventato fragilissimo. Spesso e volentieri soffre da disturbo d'ansia generalizzato, è tendente a fasi depressive. Non solo: soffre di impotenza sessuale, ma non su base fisica; si tratta semmai di un'impotenza spirituale che si riflette anche a livello fisico.

La pandemia ha peggiorato tutto questo?

Sicuramente sì. Non ha idea delle persone che ho adesso in trattamento. Nonostante la mia professione sia stata distrutta dalle chiusure, vengono da me giovani e giovanissimi che soffrono di attacchi di panico, e parecchi hanno anche quadri depressivi importanti. La pandemia ha letteralmente distrutto la psiche delle persone. Ritengo che la vera pandemia sarà quella di tipo psichico. Il motivo è semplice: i più grandi hanno perso la socialità (discoteche, serate, luoghi di incontro chiusi per molto tempo e così via), mentre i piccoli hanno dovuto fare i conti con la scuola a distanza. Alla sua domanda, non posso che rispondere, purtroppo, in modo affermativo.

Come siamo arrivati a questo indebolimento del maschio? Quali sono stati i fattori che hanno causato la crisi della mascolinità?

Innanzitutto una mancanza di valori e di idee dovute a una grande crisi politica – e di fatto storica - dell'Europa. I popoli europei si sono indeboliti per una mancanza di idee. Le idee, infatti, si trasformano in valori spirituali, come il patriottismo, il senso dell'onore e via dicendo. Scomparendo il vecchio tipo di uomo, sono scomparsi anche i valori che incarnava. Oggi a chi possono più interessare la fedeltà a un'idea, il patriottismo e valori del genere? Oggi interessano soltanto soldi e consumo.

Come è stato possibile questo?

La distruzione del mondo europeo, non a caso, è dovuta al dilagare della società materialista e consumista, che io nel libro, con un neologismo, chiamo “società nutritiva”. Con questo termine mi riferisco al secondo stadio dello sviluppo sessuale di Freud, il quale sosteneva che la stimolazione dell'area orale fosse dovuta a carenze affettive. Quindi, stando alla sua teoria, per via di tali carenze tendiamo a bere, fumare e abusare di cibo. Ebbene, ho spostato questa ricostruzione dal punto di vista psicanalitico a quello sociale. Mancando le idee e i valori, mancando i fini della vita, le persone non sanno per che cosa vivere e per cosa morire; sono quindi diventate deboli.

Come si traduce questo nella realtà?

Noto sempre di più una mancanza di passaggi "iniziatici". Nelle società tradizionali e nel medioevo, ad esempio per fare l'artigiano, dovevi passare delle prove. L'aspirante artigiano doveva affrontarle assieme al suo maestro. Oggi non c'è più nessuna scuola militare o di virilità. E di questo ne soffrono i ragazzini e gli adolescenti maschi, cresciuti in una società femminea. Fateci caso: tutte le entità sono simbolicamente femminili, dall'università all'azienda.

Come se ne esce? C'è una soluzione?

Non voglio fare la predica a nessuno, però devo osservare che la soluzione risiede nella famiglia. Se non è possibile, per i più svariati motivi, affidarsi a una famiglia di sangue, è corretto sposare una famiglia basata su valori tribali, come la fedeltà, la fratellanza e il senso dell'onore. Giusto per capirsi, mi riferisco a quel tipo di “famiglia” ideale che possiamo ancora vedere negli stadi. Ad esempio nelle curve, che non sono sempre un esempio da seguire, ma che sono in possesso di quel senso di unione al quale mi riferisco. Lo stesso senso di unione, tra l'altro, l'ho riscontrato anche in molti gruppi giovanili identitari. È fondamentale ritrovare le radici e, in ultimo, effettuare il passaggio al bosco; un passaggio che può concretizzarsi di fatto (vivere in campagna), ma anche spirituale. È possibile tornare al bosco anche vivendo in città, comportandosi da “guerrieri urbani”. La rivolta è nella nostra anima, non serve stare per forza sul picco di una montagna. Quindi la soluzione coincide con il ritorno alla natura, al tribale e alla riscoperta dei valori spirituali.

Matteo Carnieletto. Entro nella redazione de ilGiornale.it nel dicembre del 2014 e, qualche anno dopo, divento il responsabile del sito de Gli Occhi della Guerra, oggi InsideOver. Da sempre appassionato di politica estera, ho scritto insieme ad Andrea Indini Isis segreto, Sangue occidentale e Cristiani nel mirino. Con Fausto Biloslavo ho invece scritto Verità infoibate. Nel dicembre del 2016, subito dopo la liberazione di Aleppo, ho intervistato il presidente siriano Bashar al Assad. Nel 2019 ho vinto il premio Prokhorenko-Paolicchi per i miei scritti sulla Siria  COSE DA MASCHI. Cose da maschi #19: Capuleti e Montecchi alla Scala & le chiavi del presidente della Repubblica. ALESSANDRO GIAMMEI su Il Domani il 03 febbraio 2022.

Questo è un nuovo numero di Cose da maschi, la newsletter di Domani dedicata a nuovi e antichi paradigmi di genere. Per iscriverti gratuitamente alla newsletter, in arrivo ogni mercoledì pomeriggio, clicca qui

Ebbene sì, come leggerete oggi stesso sul sito di Domani e sabato in edicola, anch’io questa settimana mi sono messo a ragionare e scrivere di presidenza della Repubblica e (anche se di striscio soltanto) di Sanremo. Ma l’ho fatto attraverso una cosa da maschi un po’ anomala: le chiavi.

Prima però di dare qualche spiegazione, e di mostrare la strepitosa illustrazione regalataci da Didier Falzone, vorrei subito dare il benvenuto in questa rubrica e in questa newsletter a Eugenio Refini, italianista dal multiforme ingegno della New York University (ora in prestito all’American Academy in Rome) che si occupa con eguale acume d’immagini, poesia, teatro e musica.

A queste ultime due arti si dedica il suo pezzo, che trovate qui su Domani. Per scriverlo, Eugenio è andato a vedere e ad ascoltare I Capuleti e i Montecchi alla Scala, opera di Vincenzo Bellini diretta da Speranza Scappucci (prima donna a dirigere in quel teatro!) in cui la maschilità fa giravolte meravigliose da tre secoli.

Le righe divertenti e leggere, profonde e colte che ci regala Eugenio dopo questa trasferta milanese sono un piacere assoluto, e non solo perché partono da un caleidoscopio di “Romei” trans-storici e trans-media – dal gatto coatto degli Aristogatti a Leonardo DiCaprio ragazzino, da Zeffirelli a Shakespeare in Love.

Ciò che incanta è l’affabile chiarezza con cui Eugenio, che di opera ne sa a bizzeffe, è capace di invitare chi legge dentro a questioni di storia e tecnica musicale, a idee registiche e tradizioni teatrali, a fatti importanti di performance e gender (per usare due belle parole inglesi difficili da tradurre): «in teatro il genere che conta (se e quando conta) non è quello dell’interprete, ma quello costruito dall’interprete, con la voce e con il corpo, per il personaggio».

È la prima volta che in Cose da Maschi compaiono castrati, contralti che interpretano personaggi maschili, travestitismi elisabettiani, direttori e direttrici d’orchestra. Sono dunque assai grato a Eugenio, che è esattamente il tipo di amico tanto colto quanto simpatico da cui uno si vorrebbe far raccontare ogni possibile recita, spettacolo, concerto e opera di qualsiasi stagione. 

Ecco, proprio di amici in realtà si parla nel mio pezzo sulle chiavi che ho annunciato: di amicizia maschile. Giacché Pier delle Vigne, che come Pietro (suo quasi omonimo) di chiavi ne aveva due, le usava per sintonizzarsi sul cuore dell’imperatore, Federico II di Svevia, come in una bromance medievale di reciproco supporto e influenza.

Nel pezzo, che trovate cliccando qui, parto da una questione un po’ da pensiero intrusivo delle tre di notte: il presidente della Repubblica (o, d’altronde, l’imperatore) ce l’hanno un mazzo di chiavi? E perché associamo le chiavi al potere, al controllo, a un fallico possesso se poi i più potenti, in realtà, non le portano con sé, le affidano ad altri, se ne liberano quando vengono incoronati o giurano fedeltà alla Repubblica?

Tra Frank Underwood e Andreotti, gli scatoloni di Mattarella e Il portiere di notte di Liliana Cavani ho cercato di rispondere a queste domande, e come al solito me ne sono semmai venute in mente altre.

Sono deliziato dall’illustrazione a collage che, per la seconda settimana di seguito, Didier Falzone ha regalato a Cose da maschi, cogliendo di nuovo in dettagli finissimi l’iconologia sacra e profana, pop e canonica dell’oggetto della settimana. Pietro/Pier portiere (di notte) con due chiavi, in paradiso ma con la bretella sgargiante, è davvero un armonioso ircocervo del maschio con chiavi che ho cercato di tenere insieme scrivendo l’articolo.

ALESSANDRO GIAMMEI. Professore di letteratura italiana al Bryn Mawr College, negli Stati Uniti. Con Nell’officina del nonsense di Toti Scialoja (edizioni del verri, 2014) ha vinto l’Harvard Edition dell’Edinburgh Gadda Prize. Nel 2018 ha pubblicato con Marsilio il romanzo-saggio Una serie ininterrotta di gesti riusciti: Esercizi su Il grande Gastby di F. Scott Fitzgerald.

Bruna Magi per "Libero quotidiano" l'1 gennaio 2022.  L'argomento è stato analizzato, sviscerato e processato sotto ogni profilo. Oscar per il top del ridicolo, è stata la recente accusa di violenza al principe azzurro che si era permesso di baciare Biancaneve mentre dormiva, senza tener conto che l'aveva risvegliata dalla condanna di un sonno eterno. Conclusione diffusa: gli uomini vanno rieducati al rispetto delle donne, devono iniziare le madri a inculcare buone abitudini sin dall'asilo, affinché collaborino nello svezzamento dei figli e nelle pulizie di casa. 

Giusta la parità nei doveri, ma forse stiamo esagerando nello svilire ogni aspetto delle virilità, non c'è talk show senza la presenza di un uomo che non sia disposto a giudicare se stesso un grezzo animale jurassico.

Tutti obbligati a fare outing, incluso Clint Eastwood che a oltre novant' anni continua a dirigere e interpretare film e ci fa un gran piacere, peccato che sostenga che essere orgoglioso della virilità è stata una grande stupidaggine. Lo ha ribadito lui stesso in "Cry macho", invocando per i maschi il diritto di piangere. In quest' ultimo particolare ha ragione, ma che malinconia rivederlo spesso in televisione nei vecchi film dedicati al duro ispettore Callaghan, un fascino non replicabile.

EVASIONE ROMANTICA E a noi sorge un dubbio: non siamo del tutto sicuri che le donne, quando sognano l'evasione romantica o passionale (tipo Diane Lane nell'indimenticabile "L'amore infedele", dove tradiva il marito Richard Gere facendosi avvinghiare ovunque da Oliver Martinez in amplessi fugaci e furiosi), si rifacciano ai parametri degli uomini collaborativi, gentili, rispettosi sino alla banalità scema nel costante timore di essere posti sotto accusa. L'interrogativo trova conferma lecita anche nel fervore degli acquisti natalizi, e non c'è profumo maschile che sia stato lanciato all'insegna di scialbi requisiti politicamente corretti. Ecco Robert Pattinson, che per "Homme Dior" usa le tracce del suo vissuto da vampiro e annuncia la cupa introversione di "The Batman", che vedremo presto. Nello spot mostra i pugni, ha lo sguardo sofferto ma decisionista, afferra la sua ragazza e la innalza su un muretto per ammirarla meglio, poi a cena in un lussuoso ristorante la trascina sotto il tavolo per amarla con furiosa passione, cercando una precaria intimità sotto la tovaglia. Quasi una tenera violenza. Ed ecco Jake Gyllenhaal sfidare le onde della tempesta perfetta, tipo George Clooney ai tempi migliori, quando non era ancora stato totalmente sottomesso e revisionato dalla moglie Amal, il profumo è "Luna Rossa Ocean", firmato Prada. Il gigante Adam Driver, una montagna di muscoli perfetti (già ultramachista scudiero in "The last duel" di Ridley Scott), sfida un purosangue nella corsa e nel nuoto, e infine lo cavalca trasformandosi in centauro per "Burberry Hero".

VOCE IRRESISTIBILE La sua voce profonda di commento è irresistibile, anche le più refrattarie nel sentirlo cederebbero come la monaca di Monza. Un palestrato eroe mitologico scala un tempio immaginario lanciando frecce verso l'Olimpo per "Eros" di Versace. Un pimpante marinaio va all'arrembaggio di una bella bionda, tutta da abbracciare a bordo per "La Belle e le Male", il maschio, di Jean-Paul Gaultier. Johnny Depp sottolinea il suo oscuro lato "wild", nel deserto dello spot per "Sauvage", ancora per Dior come Pattinson. Eccetera. Conclusione: i pubblicitari e i profumieri la sanno lunga sui gusti del mercato. Cioè che queste essenze devono piacere non soltanto agli uomini, ma anche alle loro donne. Che a quanto sembra per amare preferiscono il maschio alfa. Nonostante la sua attuale pessima reputazione. 

·        Il Maschilismo.

Estratto dell'articolo di Carlo Pizzati per "la Repubblica" il 3 gennaio 2021. «Il femminismo è una malattia mentale! Un male della società! Abbasso le odiatrici di uomini! Abbasso la misandria!». Bae In-kyu, il leader del gruppo Uomo in Solidarietà il cui slogan fino a poco fa era «finché tutte le femministe saranno sterminate», è vestito da Joker del film Batman e, proprio come quel personaggio, grida i suoi slogan in piedi sul tetto di un'auto parcheggiata, cercando di disturbare una manifestazione femminista a Seul. Spruzza acqua da una pistola di plastica verso le manifestanti dicendo che sta «uccidendo le formiche».

È un'ondata che non sembra fermarsi quella dei movimenti antifemministi in Corea del Sud. Non sono insoliti questi sconfortanti quadretti di conflitto di genere, con ragazzi e uomini che sfilano per le strade cercando di scontrarsi con le manifestazioni femministe. 

Al grido di guerra: «Tad! Tad! Tad!». Dicono che è il rumore del passo pesante delle donne femministe. Bae non è né un fenomeno isolato, né un'espressione di rabbia temporanea.

Ha mezzo milione di iscritti sul canale YouTube, dove ha raccolto più di 6mila euro in tre minuti per finanziare il suo movimento. Il peso politico del livore dei maschi ventenni in una Corea del Sud sempre più competitiva è evidente. E sta causando un'inversione di tendenza politica e sociale.

Un'università è stata costretta ad annullare una conferenza di una femminista accusata di "misandria." Sotto minaccia di boicottaggio, alcuni inserzionisti hanno dovuto ritirare una pubblicità che ritraeva una mano con pollice e indice che alludeva alle dimensioni piccole del pene. Misandria anche quella.

Il bersaglio preferito di questo movimento è il Ministero per l'eguaglianza di genere e per la famiglia voluto dal "presidente femminista", come si definiva Moon Jae-In durante la campagna presidenziale del 2017. 

La promessa di difendere l'eguaglianza di genere servì ad attirargli il voto femminile, determinante per la sua vittoria. Da allora politici, star della K-pop e persone qualunque hanno cominciato a pagare il prezzo di un maschilismo opprimente, finendo incastrati per gli scandali delle spy-cam usate per spiare le donne nei bagni o nell'intimità.

Adesso, invece, è più popolare gridare che «il femminismo è discriminazione di genere», come dice Moon Sung-ho leader del movimento Dang Dang We, che chiede «giustizia per gli uomini». 

Sì, perché ora si va di nuovo a elezioni e con il presidente Moon che non può ricandidarsi il vento è cambiato. Il 79% dei ventenni maschi nei sondaggi si dice vittima di discriminazione di genere. Poco importa che solo un quinto dei parlamentari siano donne e che solo il 5,2% delle donne riesca a entrare nei consigli di amministrazione.

Non importa che sussista una differenza salariale importante tra femmine e maschi. Sono problemi, così dicono i ventenni, che riguardano quarantenni e cinquantenni. «Siamo puniti per gli errori delle generazioni precedenti», dichiara uno degli anti- femministi. 

Più del 76% dei ventenni e il 66% dei trentenni è contrario al femminismo. «Perché ci sono dozzine di università solo per donne e nemmeno una solo per uomini?», si chiedono. In più, dicono, in queste università si insegnano materie come legge e farmacia, che portano a carriere ben pagate. 

·        I Latin Lover.

Fabrizio Roncone per il "Corriere della Sera" l'1 agosto 2022.

In redazione, a via Solferino, nel bel mezzo dell'estate, c'è venuto un dubbio: ma i «Latin lover», sulla Riviera romagnola, ci sono ancora?

Boh.

Andiamo a vedere? 

(Pensateci: è una fortuna che resista con ostinazione uno spazio frivolo e spensierato oltre il Donbass e questa scellerata prospettiva di elezioni, questi che ci portano a votare dentro una pandemia, una crisi energetica, l'inflazione alle stelle e una recessione in arrivo. 

Vabbé: ricordarsi di prendere una crema spray protezione 50 per la testa, i vecchi Ray-Ban e una nuova Moleskine, perché l'ultima è finita con il racconto di Conte, Salvini e lo Zio Silvio che facevano venire giù il governo di Mario Draghi in un fumo di macerie).

Quattro giorni dopo.

Rimini sotto un cielo stupendo, temperature tipo girarrosto, un'ora per trovare parcheggio e alcune pratiche per accendere un mutuo e pagare al parcometro (il nuovo sindaco di centrosinistra Jamil Sadegholvaad, padre iraniano e madre romagnola, scriverà dicendo che è un'esagerazione: ma qui, tanto, ci sono le ricevute dei pagamenti).

Comunque, calma.

Predisporsi con animo lieve. Procedere subito con un aperitivo. Ignorare - per adesso - l'ossessivo bum bum della musica sparata a palla che arriva dalla spiaggia e varcare il cancello del leggendario Grand Hotel, un po' albergo e un po' immaginifico museo felliniano, la suite numero 315 del Maestro affittabile su prenotazione (mille euro a notte), le colonne di marmo bianco e gli stucchi in stile Liberty, la pianista che esegue Chopin, il cameriere che, nella penombra, con un mezzo inchino, chiede: «Quale gin preferisce?».

Rileggere il programma di lavoro sugli appunti: visita chiringuito/ trovare vecchio play-boy/ per Riccione telefonare Cecchetto/ fenomeno discoteche/ sentire Confesercenti/ cercare turisti russi. Mezz' ora, poi entra un WhatsApp: «Sono Lando, ti aspetto fuori». Ma puoi chiamare un figlio Lando, come il protagonista di quel fumetto per adulti degli anni Settanta? Arrivo, Lando. 

Me l'ha presentato la mia fonte: serve uno che mi accompagni in questo viaggio. Lando ha 32 anni, fisicaccio completo di tartaruga, bermuda da surf e tatuaggi giapponesi (credo, giapponesi) sul polpaccio destro. «Faccio l'elettricista fino alle sei del pomeriggio. 

Poi divento un bel "patacca": che, da queste parti, sarebbe un tipo fondamentalmente simpatico, magari solo un po' sbruffone. Ma che con le ragazze ci sa fare». Dove andiamo? «Al chiringuito del bagno 44, che va forte. Poi passiamo pure al chiringay, ci sono i preparativi per il Summer Pride. Però prima magari ti metti un costume, che vestito così sembri un carabiniere in borghese» (è chiaro che Lando ignora la bellezza di una lisa Brooks Brothers bianca). 

Poco dopo, al tramonto, siamo dentro un girone che Dante non aveva previsto. Tanto per inquadrare la scena: centinaia di uomini e donne (l'età varia tra i 18 e 40 anni) sono sulla spiaggia, a pochi metri dalla riva, tutti ammassati intorno a un grande capanno-bar. 

Spritz e vodka-lemon a pioggia, certi barcollano, le gigantesche casse acustiche contribuiscono al senso di stordimento. Il tanfo del sudore e l'odore dolciastro degli olii. Corpi tatuati e depilati (anche i maschi), trionfo di perizoma, smalti colorati sulle unghie, bellezza diffusa, allegria diffusa che, lentamente, si trasforma in una tonnara di danze sensuali.

«I Latin Lover, come li cerchi tu, corteggiatori seriali da una conquista a notte, non esistono più. L'ultimo è stato Zanza. Con lui è morto un mondo - spiega Lando -. Adesso tutto accade nei chiringuito. Ogni bagno ne ha uno. Un'idea arrivata di rimbalzo da Formentera, Ibiza, dalle isole greche». 

Essere romantici, in questa bolgia, è impossibile. «E infatti nessuno ha voglia di essere romantico. Vieni, fai amicizia. Poi, se la tipa e il tipo si piacciono, aspettano che faccia buio e procedono». Dove?

«Volendo, dietro le cabine. Ma quasi tutti preferiscono farlo sulla sdraio». E le discoteche?

«Qui, formalmente, sarebbe vietato ballare proprio per non togliere lavoro ai locali della notte. Che comunque sono ripartiti bene. Può spiegarti tutto Alain». 

Dopo tre anni di pandemia, i lockdown, i green pass e le mascherine (ormai sembra ci sia il divieto di indossarle), Rimini è ancora Rimini. La città della seduzione di massa. Luogo privilegiato del camuffamento, dell'illusione, dell'irrealtà. 

Di nuovo ancora voci tedesche, inglesi, i gutturali suoni scandinavi dentro un battente carnevale estivo di qualità media a costi medi, le piadine mediamente buone ovunque, un senso dell'accoglienza mediamente eccellente, ogni hotel mediamente orgoglioso di annunciare che per agosto, ci spiace, ma siamo al completo.

E Riccione, invece? Cosa fanno a quest' ora nella «Perla Verde dell'Adriatico»? (cit. depliant turistico). 

A Riccione hanno sempre cercato, e per lunghi periodi trovato, una luce più chicchettosa, lussuosa, moderna. Benito Mussolini ci veniva con la moglie Rachele (poi, in idrovolante, con la scusa di andare a controllare dall'alto «le nostre impenetrabili difese costiere», raggiungeva Claretta Petacci, che lo aspettava a Rimini);

gli anni Sessanta furono il tempo dei concerti mitici di Mina e di Gianni Morandi, i cummenda che arrivavano da Milano con la Giulietta Sprint, le balere con l'orchestra di Raul Casadei, le stelle - in cielo - che sembravano più basse; negli Ottanta, quando la Riviera decide di aprire la fabbrica del turismo, ecco che a Riccione esplode il fenomeno delle discoteche, le più belle al mondo stavano su queste colline. Poi però qualcosa s' è spezzato, luci soffuse come stasera, viale Ceccarini senza più quel brivido di eccitazione internazionale.

Perché? «Riccione è rimasta solo una località di vacanza, ma senza divertimento. Quel certo divertimento, intendo» - spiega Claudio Cecchetto, 70 anni e addosso una storia grandiosa, fondatore di Radio Deejay e Radio Capital, produttore e talent scout straordinario (Fiorello, Amadeus, Jovanotti), e poi pure, con una botta di inattesa passione politica, candidato sindaco proprio qui, a Riccione. «È andata male, sono consigliere: ma qualche idea la metto volentieri a disposizione».

Racconti. «I giovani devono riprendersi la notte. Illuminerei le spiagge a giorno, organizzerei serate in spiaggia. Il Jova Beach Party di questa estate è la prova che esiste una voglia forte di stare insieme, a piedi nudi, sulla sabbia. Purtroppo sembra che i giovani dei bei tempi andati invecchiando siano diventati vecchi davvero. E che vogliano impedire ai loro figli di divertirsi». 

Prosegua. «Negli anni 90 inventai Acquafan, portai a Riccione il Disco per l'Estate e i microfoni di Radio Dj. In viale Ceccarini c'era la fila per entrare al Disco Doc 70. E poi inaugurammo "Balcone per l'estate". Eravamo al primo piano, ogni sera facevo affacciare ed esibire un cantante». Immagini sbiadite. «Se non c'era casino, lo chiedevano. Oggi lasciamo i giovani con un drink nella mano sinistra e il cellulare nella destra». 

Spesso aperto sull'applicazione Tinder. «È comoda e veloce - ammette Lando, che intanto s' è cambiato e indossa una camicia in stile hawaiano su un pantalone di lino verde pistacchio -. Ti descrivi e cerchi. Magari fai dieci metri e trovi subito la tipa o il tipo che fa per te». 

Era molto diversa la tecnica del più grande play boy della costa, Maurizio Zanfanti in arte Zanza (perché ti pizzicava e poi volava via, come - appunto - una zanzara) morto, in servizio, la notte del 26 settembre 2018. Personaggio mitico o «avventuriero», come lo descrive con severità Wikipedia.

Anche la Bild gli aveva dedicato un grosso articolo: «Italienischer Papagallo machte amore mit 6.000 fraulen». Seimila donne, aveva avuto. Anche se non era troppo alto: ma ti arrivava davanti con il chiodo aperto sul petto villoso, le catene al collo, i capelli lunghi ossigenati. «Mai entrato in palestra - raccontò al Resto del Carlino -. Mi sono fatto bastare l'attività fisica nei letti».

La stagione record fu quella del 1985: 207 conquiste. «In giugno e luglio arrivi, senza fatica, a due al giorno. Ad agosto, una al pomeriggio e tre la sera». Zanza non sarebbe piaciuto a Salvini: poco sovranista. «Preferisco svedesi e norvegesi. Le italiane? Le lascio a mio fratello».

Gli domandavano: qual è il segreto? «La gentilezza. Prima i fiori, subito dopo l'invito a cena. La fai sentire la tua regina, e poi la porti a vedere la luna». Come quella notte. In via Pradella, a Rimini. La ragazza ventitreenne che era con lui: «In macchina, quando abbiamo finito, un attimo prima che gli prendesse il coccolone, Zanza mi ha chiesto: ti è piaciuto?». Quella domanda che ormai gli uomini non fanno quasi più. Aveva 63 anni. Lando, gonfio di rimpianto: «Il Zanza ha avuto la fortuna di attraversare i meravigliosi Ottanta».

Stagione pazzesca anche in Riviera: al cinema raccontata solo nell'efferato «Rimini Rimini» (1987, Sergio Corbucci), frullatone di pedalò e topless, corna e terribili doppi sensi. Il testo sacro resta «Rimini» di Pier Vittorio Tondelli, storia di un giornalista che viene catapultato nella Romagna di quel periodo.

Il lancio del libro avvenne al Grand Hotel (torna sempre): incaricato di presentare l'evento era un giovane Roberto D'Agostino. Che ricorda: «Quel giorno del 5 luglio 1985 durò qualche giorno. Eravamo tutti fatti e strafatti e bevuti. Ma anche felici e incoscienti. La presentazione di un romanzo, con Tondelli che aveva magnetizzato tutti i gay d'Italia, si trasformò in un orgasmo di lunga durata, con gruppi di svalvolati su e giù ad ammucchiarsi nelle stanze e lungo i piani del Grand Hotel. Ciò che vidi a Rimini quel giorno resta per me il quadro vivente di quella stagione, bellissima e terribile».

Ancora Lando: «Bottarella?». No, grazie. 

«Ti sei offeso? Oh, un po' di Bamba ci aiuta ad arrivare alle 2». Ne gira molta? «Come ovunque». E pasticche? «Di qualsiasi tipo. Perché: ne vorresti una? Non mi sembri il tipo». Alain - «Si pronuncia alla francese» - è il direttore artistico del «Villa delle Rose», una delle discoteche più belle d'Italia. «È la prima stagione senza restrizioni, va alla grande».

C'è voglia di ballare. «Il sabato salgono anche da Napoli. Arriviamo a oltre 3 mila persone». Altri locali? «Il Musica, la Baia Imperiale, noi abbiamo una collaborazione con il Cocoricò». Al Cocoricò capitai sei anni fa, quando chiuse, dopo che un ragazzino di 16 anni era morto per un cocktail ecstasy-alcol. «Ora il filtro comincia prima dell'ingresso. Controlliamo chi arriva, e in che stato. La sicurezza vigila nei bagni».

Alain ha detto anche che «purtroppo sono spariti i russi»: all'aeroporto di Rimini, ad aprile, cancellati 50 voli settimanali da Mosca e da Kiev. «Intendiamoci, in Riviera non arrivava l'oligarca, quello andava a Capri o in Costa Smeralda: però, ecco, qui veniva un turista medio interessato al nostro stile di vita...» - questa è la voce di Marco Pasi, direttore Confesercenti Emilia Romagna: la notte è stata lunga e adesso siamo davanti a un caffè nel Bagno dell'ex allenatore Alberto Zaccheroni, il Maré di Cesenatico (voi che l'estate risalite il Mekong, prendetevi una pausa e fatevi un giro in questa cittadina incantevole). «In generale, la gente viene perché è vero che non abbiamo un gran mare, ma il livello dei servizi è, francamente, notevole. Lei però cercava i "Latin Lover", giusto?».

A Rimini, al Bagno 26, ho incontrato Gabriele Pagliarani, un sessantenne che si definisce il Bagnino d'Italia, un furbacchione che per finire sui giornali ha bevuto un po' d'acqua di mare infetta (poi miracolosamente tornata pulita dopo poche ore); m' ha detto: «Con la milf giusta, piazzo ancora la zampata». 

«Dicono tutti così. A Torre Pedrera ci sarebbe anche Zizì, ma credo sia molto anziano». Un paio d'ore più tardi, in un bar sulla spiaggia, Zizì viene avanti incerto nel passo, con gli occhiali scuri e un libro di vecchie foto in mano. Un leone esausto. "Mi ricordo di quella volta che..."».

Chiudiamola qui. Prima di ripartire, però, per una bizzarra promessa, si va da Zanza. Il parroco della chiesa Regina Pacis si rifiutò di celebrare i suoi funerali, «Troppo clamore»: la cerimonia fu così organizzata al cimitero di Rimini. Poi l'hanno portato qui, in collina, a San Martino Monte l'Abate. Una bomboniera tra i cipressi, le cicale, la foto di quando era giovane. Ecco tre margherite di campo, Zanza. Da parte di un mio amico.

Pierfrancesco Pacoda per “La Stampa” l'1 agosto 2022.

Era una Bologna politicamente vivace e molto creativa quella dei primi Anni 80, c'erano state le rivolte studentesche del '77 con i carri armati per le strade a turbare l'immagine di città della ricchezza e della pace sociale, c'era il Dams di Umberto Eco e nasceva una scena artistica dove il fumetto (Andrea Pazienza, il gruppo di Frigidaire), la musica, con l'esordio del nuovo rock italiano e la scrittura si intrecciavano all'interno di tanti spazi occupati in pieno centro storico.

Una atmosfera nella quale la convivenza e lo scambio rappresentavano la quotidianità e facevano da sfondo a amicizie come quella tra Pier Vittorio Tondelli, reduce dal suo esordio scandalo proprio del 1980 Altri Libertini (che fu sequestrato perché accusato di oscenità e oltraggio alla morale pubblica) e Roberto «Freak» Antoni, l'indimenticabile leader degli Skiantos e «inventore» del rock demenziale, al quale tanti gruppi di successo come le Storie Tese di Elio sono debitori. 

Un giovane romanziere di talento proveniente da Correggio, provincia di Reggio Emilia che pochi anni dopo, nel 1985 avrebbe pubblicato il volume che lo fa conoscere al grande pubblico, Rimini, trasformando l'immaginario della città romagnola, e un cantante colto e scanzonato, accomunati dagli stessi interessi, dalle stesse passioni, dalle frequentazioni degli stessi luoghi, cantine del rock, club sotterranei, abitazioni di amici.

Naturale che tra i due si sviluppasse anche una collaborazione. Fu Freak Antoni a chiedere all'autore di provare a scrivere dei testi per la sua band, gli Skiantos, nessuna indicazione, libertà assoluta, nessuna finalità immediata o obiettivo professionale. E quelle parole arrivarono. 

Si tratta di cinque canzoni che svelano un aspetto sconosciuto dell'opera di Pier Vittorio Tondelli, composte senza seguire alcuna regola legata alla melodia o a una successiva messa in musica. Scherzi, quasi, anzi, come disse in seguito Freak Antoni, «Quisquilie». Ricorderà poi il cantante: «Pier Vittorio Tondelli ammirava cantanti e gruppi pop, ne era affascinato.

Perciò gli proposi di scrivere un testo di canzone, a sua completa discrezione e umoralità, secondo i (suoi) gusti personali, senza alcun obbligo o restrizione di forma e di contenuto. Che desse libero sfogo all'immaginazione e alla creatività! Mi rispose subito (spaventato) che non sapeva assolutamente come fare per comporre il testo di una canzone, che non l'aveva mai fatto, che nessuno glielo aveva mai chiesto ecc. Ho insistito molto e a lungo: credevo si schermisse per modestia o per imbarazzo esagerato, eccessivo.

Alla fine mi accontentò e fu decisamente insoddisfatto del risultato, ma tutto sommato divertito dall'esperimento. Mi regalò le canzoni dicendomi di farne l'uso che ritenevo più idoneo e sottolineando che di sciocchezze si trattava, elaborate quasi per scommessa e comunque per puro diletto, sollazzo e trastullo degli amici». Uno di quei brani, Sciare, fu inciso da Freak Antoni nel 2011 nel suo album Dinamismi Plastici, gli altri quattro sono rimasti nascosti tra le carte che aveva lasciato a Dandy Bestia, lo storico chitarrista della band e sono stati recuperati grazie al loro produttore Oderso Rubini, pronti, oltre quaranta anni dopo, a essere finalmente registrati in un nuovo disco degli Skiantos che sarà pubblicato il prossimo autunno.

·        Il Femminismo.

Dal "Venerdì di Repubblica" il 2 dicembre 2022.

Guardo con molta comprensione e un po' di vergogna i filmati che dall'Iran ci mostrano la rivolta delle donne e degli uomini che sfilano con loro, e mi umilia la nostra indifferenza: basta tagliarsi una ciocca di capelli per sostenere la loro causa di vita e morte? Mettere in vetrina i romanzi delle scrittrici iraniane? Scrivere, come sto scrivendo io adesso, il nostro dolore?

Non basta, è quasi offensivo perché già quella meravigliosa rivolta comincia ad essere usata per fare pubblicità a berretti e gonne lunghe ma molto sexy. Diciamo la verità: alle italiane di queste donne lontane e ferite, in cerca di libertà, non importa niente. È vero, stiamo vivendo un momento terribile non solo politicamente ed economicamente, ma perché ci sono nostri nuovi rappresentanti istituzionali che nei loro terrori sembrano appena usciti dalle caverne.

Ma anche noi donne, qui, siamo troppo prese dai nostri affanni, impedendoci di sentirci sorelle, sia pure lontane, di chi vorrebbe riprendersi la vita, come essere umano, qualunque sia il genere che a noi sta tanto a cuore.

Marilena Mari

Risposta di Natalia Aspesi: Vedo su TikTok una rosea stupidella universitaria che si chiama Aronohh, e si dichiara «attivista asessuale non binary», ciò né maschio né femmina, né omosessuale né trans, che vive con un uomo e vuole diventare mamma: è neutra ma provvista di utero, che, dice lei, non tutte (le persone) hanno, ma i trans sì, che quindi possono andare dal ginecologo e partorire.

Si potrebbe ribattere che una persona trans nata femmina e diventata maschio non dovrebbe avere più l'utero, e al contrario se nato maschio sarebbe per ora, difficile, ottenerlo. Quel che conta, per lei, è definire tutti quanti "persona" e basta. È una novità certo, la Bibbia non ne sapeva niente. Il cinema sì, tanto che nel 1973 il regista francese Jacques Demy ne fece un film, Niente di grave, suo marito è incinto, protagonista Marcello Mastroianni col pancione. Naturalmente Aronohh è un influencer con seguito di neutri.

Scusi la deviazione dalla sua bellissima lettera, ma per ricordare il distacco dal mondo di tante ragazze italiane e chiedere a questa influencer, se fosse in Iran, in quanto attivista sessuale non binary, porterebbe il velo o no?

Angeli del focolare e dedite alla cura: così il cinema e la tv raccontano le donne.  Silvia Andreozzi su L’Espresso il 22 Novembre 2022.

Nel report curato dall’Osservatorio per la parità di genere del ministero della Cultura, emerge un quadro «drammatico» della visione del ruolo femminile portata avanti dal mondo della cultura, a cominciare dal settore audiovisivo

Sottostimate, sottorappresentate, misconosciute. La condizione delle donne nel mondo della cultura e, in particolare, dello spettacolo è quella che tutti si aspetterebbero. «I dati confermano i timori che potevano esserci e, in alcuni casi, rendono quei timori drammatici. Sono impietosi, è quasi imbarazzante raccontarli». Nicola Borrelli, direttore della Dg Cinema e audiovisivo, commenta in questo modo i risultati del lavoro portato avanti in un anno dall’Osservatorio per la parità di genere del ministero della Cultura coordinato da Celeste Costantino.

Nel report dal titolo “La questione di genere tra immaginario e realtà” si possono leggere, rese in forma di percentuali, tutte le storture di una società che lega le donne a luoghi comuni, riducendole a stereotipi che vengono veicolati anche attraverso la rappresentazione che di loro viene resa nel cinema, nella televisione, nell’arte.

Succede così che la donna sullo schermo è spesso, molto più degli uomini, una figura legata alla cura della casa e della persona (85.2 per cento di donne contro il 14.8 per cento di uomini), raccontata solo attraverso il suo ruolo familiare (65 per cento di donne contro il 34.9 per cento di uomini) o rappresentata in ambiti di assistenza psicologica e sociale (61.7 per cento di donne contro il 38.3 per cento di uomini).

Non si pensi di trovare in tv molte donne che si intendono di ingegneria, economia e politica. Questi ruoli sono assegnati nell’ampia maggioranza dei casi agli uomini, in una percentuale che ruota intorno all’80 per cento. In quella che sembra un’ossessione, la sottorappresentazione del posto delle donne nella società, il cinema e la televisione raffigurano in minoranza le figure femminili anche in vesti professionali che le vedono invece come protagoniste nella realtà. Solo il 35.9 per cento dei ruoli legati al mondo della scuola e della formazione vengono assegnati a donne, mentre le attrici che interpretano figure legate al mondo della sanità sono il 25.1 per cento.

Non stupiscono, come si diceva, i dati, e forse questo è parte del problema a cui concorre anche il fatto che dietro la telecamera, in generale ai vertici decisionali del mondo dello spettacolo, le donne sono la minoranza.

«Il mondo prima, anche quello della cultura, era senza noi donne, che adesso stiamo cercando di entrare in massa in tutti i settori dell’umano. Stiamo facendo una rivoluzione. Dobbiamo contare come gli uomini, ma non essere come gli uomini. Dobbiamo mantenere la nostra diversità». Così la regista Cristina Comencini commenta la prevalenza degli occhi maschili che interpretano la realtà nel cinema e nella televisione. L’87 per cento dei prodotti audiovisivi in Italia è diretto da uomini, l’11 per cento da donne. Forse proprio in questo dato si può trovare l’origine della perpetrazione di una visione, sempre la stessa, che vuole la donna fedele all’idea parziale attraverso cui finora la si è definita.

Dietro le quinte, infatti, la situazione non è migliore. «La disparità di accesso ai ruoli si manifesta sia in termini qualitativi che quantitativi. Se in giovane età le possibilità di essere scelti per un ruolo è simile per gli uomini e per le donne, più si va avanti con l’età più per le donne l’accesso al ruolo diminuisce». Le parole dell’attrice Maria Pia Calzone vengono rese nella loro gravità, ancora una volta, dai dati. Le possibilità di ottenere una parte per le donne dopo i 50 anni risultano pari al 28.7 per cento, prima oscillano tra il 42.8 al 48.7 per cento.

Giovani, angeli del focolare, dedite alla cura delle persone o delle cose, spesso di aspetto stereotipato. Così il cinema italiano vuole e racconta le donne. Ma nel resto del mondo culturale poco cambia. È il caso, per esempio, della rappresentazione che viene data di due giornaliste, Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli, nel monumento di Acquapendente a loro dedicato. Le due professioniste, uccise sul lavoro, sono rappresentate, si legge nel report, «nude e come se fossero due ragazzine, in uno sconcertante svilimento del loro impegno civile».

«Durante le audizioni ci sono stati momenti anche dolorosi, vedere le donne sempre rappresentate nude e più giovani è stato doloroso. Questo immaginario incide sul modo di pensare dei giovani e delle giovani». Il motivo della potenziale importanza del lavoro di cui il report è la testimonianza, è in queste parole di Celeste Costantino. La cultura può essere «antidoto alla violenza» ma perché sia davvero efficace è necessario analizzare «chi fa cultura in Italia». Fissare la realtà attraverso i dati ha questo fine, «dare gli strumenti al ministero per agire, non solo attraverso un’ampia politica di genere».

Un lavoro che, sebbene fortemente voluto dal precedente ministro della Cultura Dario Franceschini, è nelle parole della sua coordinatrice Celeste Costantini «solo all’inizio».

Dalla Posta di Natalia Aspesi dal “Venerdì di Repubblica” il 7 novembre 2022.

Il femminismo ha perso e nel modo più odioso, per mano di una donna. Io ero certa che essere donna voleva dire essere di sinistra, invece questo voto ha dimostrato di no. Che fine secondo lei farà il #MeToo, l'appoggio che anche in Italia è stato dato alle donne che hanno denunciato le molestie, e poi tutte le iniziative per dare più possibilità alle donne, dalla parità salariale alla femminilizzazione del linguaggio? E le unioni civili, che la ministra della famiglia, la signora Roccella non ha mai riconosciuto e non si capisce perché? Il 25 settembre è iniziato per noi un lungo lutto? Lettera Firmata

Risposta di Natalia Aspesi:

Mi spieghi perché se sei donna sei automaticamente di sinistra e quindi se sei uomo devi essere di destra. La scelta politica ovviamente non è legata al sesso, se no, lei dove collocherebbe i trans? 

La vitalità del femminismo dipende da voi ragazze, dal vostro impegno (io mi sono ritirata da ogni tenzone che non sia il tentativo di sopravvivere). Se necessario riempite le piazze, protestate, come avete fatto anche quando la sinistra vi sosteneva ma a voi non sembrava mai abbastanza. 

Penso però che bisogna aspettare a giudicare, anche perché questo strambo governo dovrà prima provvedere a salvare il Paese da una situazione economica disastrosa e ad assicurargli una collocazione internazionale che lo protegga. Mi limito al #MeToo che mi pare si stia già spegnendo per eccesso punitivo e per aver fatto di ogni uomo un possibile nemico. 

E per esempio negli Stati Uniti Kevin Spacey è stato assolto da una delle accuse per molestie intentatagli da un altro attore, Anthony Rapp, che chiedeva 40 milioni di dollari di risarcimento. Il misfatto (averlo preso in braccio e perciò sfiorato il sedere) sarebbe avvenuto nel 1986, 36 anni fa, quando Spacey aveva 26 anni e Rapp 14. La denuncia, del 2017, ha rovinato la carriera e la vita del meraviglioso attore, e privato noi dei suoi film e serie. Come verrà risarcito? 

Natalia Aspesi per “la Repubblica” il 7 novembre 2022.

Una donna diventa premier in Italia, pochi giorni prima una donna si è dimessa da premier in Svezia: da noi, su la destra, là, giù la sinistra.

Adesso i due Paesi (Nazioni?) hanno un governo di centrodestra, in più in Svezia, dove alle elezioni la socialdemocrazia aveva avuto il massimo dei voti come partito, ma meno della coalizione dei tre partiti di destra, il nuovo premier, uomo, ha l'appoggio esterno dei neonazisti che però, al contrario di FdI, hanno tolto la fiamma dal loro simbolo.

Disastro anche lassù? Chissà, ma non è che prima la Svezia, o l'Italia o il resto del mondo, fossero un modello di massima democrazia, che ci fosse armonia e non un abisso tra le classi sociali, che oltre alle chiacchiere non fossimo già divisi tra schiavi e padroni.

Ce lo spiega il regista svedese Ruben Östlund, uno che ci fa ridere delle nostre miserie e vergognare perché ne ridiamo, con Triangle of sadness, Palma d'oro a Cannes 2022 (la prima l'ha vinta nel 2017 con The square, sugli inganni dell'arte): certo non immaginava che quel suo racconto di pochi mesi fa, di confusione e disuguaglianze, forse potremmo rimpiangerlo nella improvvisa tempesta sociopolitica che ci sta riducendo a naufraghi. O invece è proprio questo film a farci capire perché la Storia si è ribaltata (al contrario in Brasile che è diventato il faro della nostra sinistra lacrimante) e, in cerca di giustizia, si è scelto una diversa ingiustizia?

Dunque c'era una volta, con Östlund L'impero della moda e il mestiere della giovinezza. Se non sei in prima fila alle sfilate sei un paria, solo se sei un maschio di bell'aspetto, muscoloso ma non troppo, bianco o nero non importa, una giuria di casting, severa, tipo Nobel, ti aprirà le porte dei tanti lavori che si servono del tuo corpo. È al modello Carl (l'attore inglese Harris Dickinson) di bionda, commovente bellezza che consigliano un paio di punturine di Botox, perché tra le sopracciglia si è già formata quella piccola ruga del tempo che passa e che immalinconisce il viso. Ma lui ha 26 anni e non è solo un corpo, quell'ombra sulla fronte è il segno della sua insicurezza, del suo desiderio di capire il mondo e se stesso. 

Parità di genere. Carl ha una compagna, amica, fidanzata, Yaya, chi sa più cosa vogliono essere le donne, bella e influencer di successo (la modella sudafricana Charlbi Dean, morta misteriosamente alcuni mesi fa). Al tavolo di un ristorante di lusso discutono su chi deve pagare il conto: toccherebbe a lei, ma è distratta. Carl non capisce, non è una questione di soldi ma di quella parità che le donne rivendicano: lei guadagna molto di più, è femminista, allora perché al ristorante si torna al passato? Ma, conclude lei, «il denaro non è sexy ».

Superricchi e chef. L'influencer Yaya è invitata con Carl a una crociera per miliardari che Östlund descrive come simpatici mostri: la coppia di gentili vecchietti inglesi industriali di mine antiuomo e bombe a mano, il grosso e ridente oligarca russo che si è arricchito, come dice lui, «vendendo merda», cioè concime. La differenza di classe è efferata, i dipendenti non esistono se non per dire sempre sì. Alla usuale Cena del Capitano gli chef di bordo si scatenano con le loro creazioni (quelle che infestano anche da noi i ristoranti più costosi) di cui si elencano i folli componenti, tipo ostriche con caviale nero, riccio di mare con tartufo, polpo affumicato con limone caramellato: e giù champagne.

Ma non è per le tremolanti gelatine che è tutto un improvviso vomitare, ormai la nave è in balia della tempesta, tutto scivola, tutto cade, i cessi esondano, e mentre i passeggeri cercano scampo nelle scialuppe le filippine di servizio si inginocchiano a pulire i pavimenti. Comunismo o dispotismo? Marxsismo o putinismo? Nel pieno della tempesta, il capitano, un formidabile Woody Harrelson e l'oligarca, l'altrettanto geniale Zlatko Buric, iugoslavo danesizzato, si affrontano ubriachi citando le frasi celebri di Marx, Kennedy, Lenin: l'americano perché è marxista, il russo perché non lo è ma gliele hanno imposte a scuola. Lotta di classe.

Sette naufraghi riescono a raggiungere un'isola deserta e lì Paula (la danese Vicki Berlin), la responsabile del personale di bordo, non ha più autorità e la ricchezza non ha più potere. Solo Abigail (Dolly De Leon, filippina) una delle addette alla pulizia dei gabinetti di bordo sa come si afferra un pesce in mare, come si accende un fuoco, ed è lei a promuoversi comandante dei sopravvissuti, è lei a gestire la distribuzione delle bottiglie d'acqua e dei salatini della scialuppa di salvataggio. Il riccone le offre il suo Rolex da 150 mila dollari per un boccone di polpo in più, lei sceglie un altro scambio con un altro scampato: «Io ti do pesce, tu mi dai amore».

La conclusione potete sceglierla. Critica. Pensosa e dubbiosa, qualche sorriso, ma ridere non è più di moda. Il New York Times poi attacca il film con una ferocia esagerata come se fosse il cine Mein Kampf. Forse per ciò che il capitano americano grida al microfono di bordo mentre la nave affonda, «è sempre stato il mio governo a premere il grilletto per eliminare i leader democratici capaci e onesti di Cile, Venezuela, Argentina, Perù, El Salvador, Nicaragua».

CONCEZIONE ARCAICA. La perturbante e oscura giustizia femminile di Antigone. BRUNO GIURATO su Il Domani il 29 settembre 2022

È facile sognare una storia del pensiero al femminile nella quale l’uomo cattivo e maschilista non abbia più potere, in cui «se comandassero le donne non ci sarebbero più ingiustizie». Ma la verità non sta così

Ad esplorare questo tema è la femminista Adriana Cavarera, che al Festivalfilosofia dedicato al tema della giustizia, ha proposto una lettura dell’Antigone di Sofocle

Nella tragedia, al di là delle aporie fra diritto positivo e diritto naturale, emerge anche un inquietante elemento arcaico, che vede nella famiglia e nella genealogia qualcosa di chiuso

Nel rosso di sera di sentimenti e intenzioni è facile sognare una storia del pensiero al femminile nella quale l’uomo cattivo e maschilista non abbia più potere. Un “se comandassero le donne non ci sarebbero più ingiustizie”. Un mondo in definitiva più giusto. Senza sorveglianze e punizioni.

Al di là delle narrazioni consolatorie la verità non sta proprio così. Lo fa presente Adriana Cavarero che al festival della filosofia di Modena, quest’anno dedicato al tema difficile, contraddittorio, “impossibile” per definizione della giustizia, ha presentato una lettura di Antigone di Sofocle.

VISIONE COMPLESSA 

Cavarero è una femminista, ha dedicato una vita di lavoro filosofico al tema del femminile. Ha spiegato (in Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Feltrinelli) che la costante antropologica della narrazione ha un accento femminile: l’uomo pensa, la donna racconta. Ha raccontato (in A più voci, Feltrinelli) come la trama femminile dell’espressione vocale sia in grado di mettere in crisi l’ordito maschile della visione filosofico metafisica. In breve ha sostenuto e sostiene che la differenza ontologica è interpretabile come differenza di genere.

Ma il risultato non è l’utopia di un mondo più bello e più giusto in mano alle donne, piuttosto una visione problematica che non concede granché a semplificazioni e a consolazioni. Un pensiero complesso, senza lieto fine necessari.

L’Antigone è la tragedia più ambigua e spaesante di Sofocle. Da una parte Creonte, che in base alla legge della Polis non vuole che Polinice sia seppellito. Dall’altra parte Antigone, che fa seppellire il fratello, di notte, e viene condannata a morire rinchiusa sottoterra. Ius (legge) contro Dike (giustizia). Uno scontro che da duemila anni mette alla prova il pensiero politico e filosofico, sintomatiche e tendenziose le pagine di Hegel a riguardo.

«È una tragedia intorno a un corpo, che Creonte definisce “corpo nemico”», spiega Cavarero a Domani, «e che vuole insepolto affinché uccelli e cani lo sbranino. Questa centralità del corpo è molto importante, perché ciò a cui si appella Antigone sotto il firmamento della giustizia eterna è l’amore per un corpo, materico, sanguigno».

GENEALOGIA DI SANGUE 

Ma che tipo di giustizia Antigone contrappone a quella del diritto, e della polis? «Antigone si appella a Dike, che è una divinità ctonia, sotterranea», spiega meglio Cavarero. «E mentre la legge della città è una legge fatta dagli uomini, fallibile, che può cambiare, che viene cambiata, la giustizia a cui si appella Antigone è eterna, oggettiva, i protomoderni direbbero “evidente ad ognuno”, indiscutibile, non fallibile. Dike già in Parmenide e in Platone è la giustizia che mantiene ogni cosa al suo posto. In Parmenide Dike è “colei che separa la notte dal giorno, in modo che non si confondano. Colei che separa i vivi sopra la terra dai i morti sotto la terra”. Antigone si appella a questo. E questo è lo schema elementare, ed è una tensione che attraversa tutta la storia del diritto: c’è sempre il desiderio che la legge corrisponda alla giustizia. Però è una tensione che non si può mai risolvere. Sofocle ce la offre in una figura di estrema divaricazione, perché mette in scena due posizioni inconciliabili».

E qui arriviamo all’elemento più inquietante, al di là delle aporie giuridiche tra diritto positivo e diritto naturale. Continua Cavarero: «C’è qualcosa di più profondo, e di più, come direbbe Freud “perturbante”. Perché Antigone si appella all’elemento del “ghenos”, il generare. Quindi, ricordando le vicende familiari del mito: Giocasta ha generato Edipo, e poi si è unita al figlio Edipo e insieme hanno generato altri figli: Antigone, Eteocle, Ismene, Polinice: l’elemento del “ghenos” a cui fa appello Antigone è anche un elemento chiuso, uterino, incestuoso. George Steiner dice che Antigone parla dalla profondità dell’utero. C’è una aderenza di Antigone a questa genealogia di sangue, che è una genealogia incestuosa».

Sarebbe facile insomma dare ragione ad Antigone, non fosse che nelle sue ragioni, posizioni, intenti, c’è anche la famiglia come chiusura, come incesto, come mafia. Ma anche questo è un elemento, in una forma molto arcaica, del femminile. Conferma Cavarero: «Io non sono junghiana, ma se qualcuno lo fosse si tratterebbe di una specie di archetipo del femminile materno generante legato alla terra. Basti pensare ai riti arcaici della Grande Madre. Una posizione molto interessante, come tutto ciò che è arcaico un po’ oscuro, un po’ spaventoso».

Una posizione che la filosofia a seguire, quella del Logos, ha fatto di tutto per negare. «La storia della filosofia, da Parmenide a Platone in poi, è una forma di razionalità (così la chiameremo modernamente) che si oppone a tutto ciò che è arcaico» spiega Cavarero.

E a questo punto ci si chiede se in questo modello di femminile “arcaico” ci sono degli elementi da recuperare. «Nella teoria femminista contemporanea c’è anche questo filone della rivalutazione del materno e io mi riconosco in questo filone» risponde Cavarero. «Non si tratta del materno banale, asservito, della donna “oblativa” che sta nella famiglia, non è tanto questo, ma quello che Luce Irigaray chiamava “il femminile irriducibile”. Fatto non solo di buoni sentimenti e buone intenzioni. Ma anche di uno scintillio di pericolo».

BRUNO GIURATO. Laurea in estetica. Ha scritto per Il Foglio, Il Giornale, Vanity Fair e altri. Ha lavorato a Linkiesta.it e al giornaleoff.it. Ha realizzato trasmissioni di cultura e geopolitica per La7 e Raidue. È anche musicista (chitarrista) e produttore di alcuni dischi di world music.

Omaggio alle donne coraggiose: Saman, le iraniane, e noi? Dacia Maraini su Il Corriere della Sera il 25 Settembre 2022.   

Queste donne oggi ci stanno dando un esempio di coraggio straordinario e di fede nella libertà. Dovremmo imparare da loro anziché cedere alla tentazione di una sorda e cinica passività, con la scusa che «tanto non cambia niente». Cambia invece, se veramente lo vogliamo 

Se si volesse esemplificare cosa sia il fanatismo, basterebbe raccontare la storia del padre di Saman Abbas, la ragazza pakistana di seconda generazione che è stata strangolata, poi fatta a pezzi e quindi gettata nel fiume. La madre, intercettata al telefono avrebbe detto che «anche noi siamo morti quel giorno». Morti sì, ma avendo compiuto un dovere sociale e religioso, il piu disumano e orrendo che si possa immaginare. E non si tratta di un caso di egoismo famigliare , ma di una pratica che viene legittimata da una tirannica religione di Stato.

Si possono capire le inquietudini, i malumori di chi ha una identità debole e sente il bisogno di confermarla con la violenza. La brutalità infatti nasce sempre dalla paura di perdere qualcosa dell’idea che ci si fa di se stessi. Anche i femminicidi vengono perpetrati da uomini convinti che la loro identità virile consista nel possesso della donna che hanno deciso essere «propria». L’amore è l’ultima delle preoccupazioni. Si tratta di paure ataviche e del terrore tutto nuovo di perdere i privilegi che fanno parte di una arcaica concezione di superiorità maschile.

La povera Saman voleva semplicemente vivere come le sue coetanee, libera di scegliersi il fidanzato, libera di muoversi, libera di vestirsi a modo suo. Ma queste libertà sono considerate peccaminose e illegittime da una religione che pur nascendo dall’amore , col passare del tempo si è trasformata in intolleranza, potere oppressivo e tirannia. Noi ne sappiamo qualcosa. Ci sono voluti secoli per uscire dal dispotismo di una Chiesa totalitaria che aveva tradito le parole sagge e dolcissime del Cristo per torturare e mandare al rogo coloro che considerava nemici di Dio (guarda caso quasi tutte donne), in combutta col diavolo e quindi pericolose per la collettività.

Sembra che il padre di Saman, il pio Shabbar, che aveva organizzato per ragioni famigliari il matrimonio della figlia col cugino, si sia inalberato di fronte alla pretesa della figlia di scegliersi l’uomo da amare. Una offesa alla autorità del padre, e all’onore della famiglia. E dopo essersi messo d’accordo con il fratello, i figli e i nipoti (un’altra scelta significativa: Le donne devono partecipare agli orrori di una tradizionale patriarcale, ma sempre in posizione passiva. Non possono né agire né impedire di agire). Quindi porta in campagna la ragazza con la scusa di una passeggiata, si fa raggiungere dai parenti maschi, che terranno ferma la cugina mentre lo zio la strozzerà con una corda, poi la faranno a pezzi , la chiuderanno in un sacco e la getteranno nell’acqua che scorre.

«L’ho fatto per la mia dignità e il mio onore», ha sentenziato il pakistano Shabbar. E qui si capisce la mostruosità del concetto di onore. Il nostro delitto d’onore non era la stessa cosa? Se mia moglie mi tradisce, ho il diritto di ucciderla per difendere il mio onore. Ma chi stabilisce l’onore di un uomo? Dovrebbe essere l’etica laica. Invece in questi casi l’onore viene deciso dall’alto, dai sacerdoti barbuti che rappresentano in modo meschino e violento la volontà di un Dio da loro rappresentato come intollerante e crudele. Al Dio si può disobbedire? Chiaro che no. Per questo le religioni che si identificano con lo Stato sono pericolose.

È quello che sta succedendo in Iran, dove la polizia morale ha ucciso una ragazza perché portava male il velo, ovvero non si copriva interamente e quindi con spirito religioso, i capelli. Naturalmente oggi la polizia nega. Dicono che è morta di infarto. Ma da dove vengono quelle ecchimosi, quei segni di calci, e pugni che le coprono il corpo? Le donne iraniane, pur sotto minaccia di prigione e di frustate, sono scese in piazza per protestare. Con un coraggio ammirevole, sapendo quanto rischiano. Ma il coraggio vero lo si vede in queste situazioni: quando si rischia e si protesta lo stesso per difendere le proprie idee, i propri valori.

Mi vengono in mente le difese del velo che ho sentito da tante parti anche occidentali: sono le donne che lo desiderano, è una espressione religiosa, una scelta di pudore. Non vi dicono niente queste ragazze che si tagliano i capelli in strada gettando via il velo, mostrando quanto sia isterica e repressiva la pretesa di fare sparire il corpo femminile sotto ampie vesti scure per non destare il desiderio maschile?.

Queste donne oggi ci stanno dando un esempio di coraggio straordinario e di fede nella libertà. Dovremmo imparare da loro anziché cedere alla tentazione di una sorda e cinica passività, con la scusa che «tanto non cambia niente». Cambia invece, se veramente lo vogliamo, anche se si rischia qualcosa. Tutta la mia solidarietà alle ragazze iraniane e ai giudici che hanno condannato con parole severe l’azione di un padre che ha voluto uccidere la figlia per difendere il suo vile e antistorico onore.

Masha Amini e l’ultimo abbaglio delle femministe. Alberto Giannoni il 24 Settembre 2022 su Il Giornale.

Come si può fare finta di niente? E che significato ha l’indifferenza? La protesta delle donne e dei giovani sta infiammando l’Iran, un Paese finora oppresso da un regime teocratico islamista, totalitario e potenzialmente genocida (le minacce rivolte a Israele e agli ebrei non si fermano). Le manifestazioni anti-regime sono partite, anzi ri-partite, dopo la tragica fine di Masha Amini, la 22enne arrestata dalla polizia di Teheran (perché non portava il velo in modo «appropriato») e morta in ospedale dov’era arrivata in coma per le percosse subite in caserma. Da Teheran, le proteste si stanno allargando ad altre città dell’Iran, di altri Paesi, compresa Milano, dove martedì un centinaio di persone ha manifestato in piazza Cordusio. Vestite di nero, hanno acceso dei lumini dedicati alla giovane uccisa per una ciocca di capelli fuori dal velo. E molte donne, a Cordusio, se li sono tagliati i capelli, in segno di ribellione all’oppressione integralista (e maschilista) hanno bruciato il velo (hijab) e gridato «no alla dittatura» e «no all’hijab obbligatorio». Di fronte a tutto questo come è possibile restare indifferenti? Come possono restare indifferenti, soprattutto, quelle donne che – a parole – sono impegnate nella difesa dei «diritti». Le femministe, le progressiste, quelle che scioperano l’8 marzo, le consigliere comunali e regionali del Pd. Le donne della sinistra italiana mobilitate giorno e notte per contrastare i propositi (immaginari) della «destra», non hanno un minuto di tempo e un’oncia di energia per ascoltare l’appello delle donne iraniane? E Sumaya Abdel Qader, già dirigente dei centri islamici, poi consigliera del Pd, ora ricercatrice alla Cattolica. Volto dell’islam italiano, docente di un’università italiana, Abdel Qader si è battuta per difendere il diritto di portare il velo e non ha niente da dire sul diritto delle donne di toglierselo, quel velo? Pare che a sinistra nessuno abbia capito. Di certo, nessuno muove un dito.

Estratto dall'articolo di Daria Galateria per “la Repubblica” il 20 settembre 2022.

Mussolini e le femministe: è l'argomento, fecondo di utili riflessioni e a tratti anche dilettevole, dell'ultimo saggio di Mirella Serri, la storica di fortunati e informatissimi saggi su momenti puntuali della nostra storia recente, specie del Ventennio. Il titolo è ironico - Mussolini ha fatto tanto per le donne! (Longanesi, pp. 270); ma il sottotitolo apre un problema più vasto, "Le radici fasciste del maschilismo italiano". 

Gli stereotipi di genere elaborati nel Ventennio - duri a morire - hanno poi segnato gli anni della nascita della Repubblica, protraendosi fino a noi? 

Il saggio si apre, a sorpresa, il 14 novembre 1947, quando i Padri Costituenti iniziano a discutere sul Titolo IV, "La magistratura". Giovanni Leone argomenta che le donne debbano «stare lontano dalle più alte magistrature, dove occorre resistere all'eccesso di apporti sentimentali»; solo gli uomini hanno «l'equilibrio e la preparazione» per tali funzioni: «così emotive», le donne potrebbero essere utili semmai nel Tribunale dei minorenni.

Il repubblicano Giovanni Conti, oppositore di Mussolini dal 1922, giudica imprudente accettare le donne in magistratura «per la loro subordinazione fisiologica ci sia consentito il dirlo, in certi periodi sono assolutamente intrattabili». […] 

Eppure il movimento femminista negli anni Dieci del secolo scorso era attivo e forte; Mussolini ne ha incrociato, sfruttato, tradito e perseguitato molte esponenti. Il 2 dicembre 1912, direttore dell'Avanti!, Mussolini, «con un cappotto proletario col bavero rialzato» è ricevuto da Anna Kuliscioff, medica delle febbri puerperali e "Zarina del socialismo", nella sua elegante casa milanese a piazza Duomo.

Mussolini intende giustificarsi per aver allontanato dalle colonne del giornale un protetto della Kuliscioff e del suo compagno Turati: il giornalista ebreo Claudio Treves. 

Ma le parla invece del suo nome: lo hanno chiamato Amilcare, per ricordare Cipriani, leader della Comune di Parigi, e poi Benito, in ricordo di Benito Juarez, indio messicano che aveva combattuto nel 1860 contro gli invasori francesi; e per terzo nome ha Andrea, in onore di Andrea Costa. 

L'anarchico Andrea Costa era stato amante della Kuliscioff, e padre di sua figlia: Mussolini fa insomma alla Kuliscioff «buonissima impressione», anche se rileva: «non l'è mica per niente un socialista». Per strada, Mussolini incrocia l'avvocato Sarfatti, e sua moglie Margherita, che escono da un aperitivo al Caffè Savini e vanno, anche loro, dalla Kuliscioff.

Margherita, geniale critica d'arte e elegante salottiera di Milano, ha ottenuto dalla "Zarina" una collaborazione all'Avanti! - ma la ha irritata con un articolo su Duilio Cambellotti che le è sembrato poco impegnato. 

Margherita invita subito il direttore a uno dei suoi mercoledì - lui comperò un abito apposito coi revers di raso, e affrontò, coi suoi occhi "spiritati" e le ghette, palazzo Serbelloni, dove la padrona di casa in velluto nero chiacchierava intensamente con Umberto Boccioni, "zazzeruto come un mugik"; verso mezzanotte arrivò chiassoso Marinetti coi suoi futuristi - Margherita combinò un più quieto appuntamento all'Avanti!. 

Da lì si avviò, col tempo, una relazione di lungo e storico corso - intanto il posto di Treves era stato affidato dal direttore a un'amante, la minuta Angelica Balabanoff, sedicesima figlia di abbienti ucraini ebrei - «traditore e puttano» lo definirà lei, all'epoca dei rivolgimenti ideologici del "Mascellone".

Così, tra grande e minuta storia, la Serri ricostruisce la vicenda sentimentale di Mussolini, dalle amanti della giovinezza - malmenate, morse, accoltellate, sfruttate, forzate, rinchiuse in manicomio - e le anarchiche come Leda Rafanelli, Bianca Ceccato. 

Sono decine di vivissimi ritratti, incrociati con la prima vicenda politica - i voltafaccia, dall'interventismo alle posizioni del Popolo d'Italia: «Le donne fasciste non devono occuparsi di politica e di azioni la cui energia meglio si attaglia ai maschi»; l'allontanamento dalle pubbliche amministrazioni delle donne reclutate durante la guerra, il limite alle assunzioni femminili posto al dieci per cento, e altre più perniciose iniziative; scorre intanto nel ricchissimo testo la storia dell'associazionismo femminista e le sue martiri.

Il maschilismo in Italia è una piaga patriarcale; ma, chiede dunque la Serri, quanto è stato rafforzato dal Ventennio?

Maria Berlinguer per “La Stampa” il 22 settembre 2022.

Le donne devono stare alla larga «dalle più alte magistrature, dove occorre resistere e reagire all'eccesso di apporti sentimentali, dove occorre distillare il massimo di tecnicità». È il costituente Giovanni Leone a teorizzare che le donne non possono fare le magistrate perché hanno le mestruazioni. E tra i padri costituenti e i politici di allora non è l'unico a pensarla così. 

Il repubblicano Conti gli dà manforte aggiungendo che in quei giorni sono intrattabili. Nervose, isteriche. Stereotipi e luoghi comuni che vengono da lontano e affondano le radici nel ventennio fascista. È lì che dobbiamo cercare le radici del maschilismo di Stato. 

Lo racconta Mirella Serri che ieri ha presentato a Roma Mussolini ha fatto tanto per le donne! Le radici fasciste del maschilismo italiano con Paolo Mieli e Simona Colarizi. Il 28 ottobre Mussolini capeggiò una doppia marcia: quella per la presa del potere e per l'abbattimento delle democrazie e quella contro le donne.

Il saggio di Mirella Serri è un affascinate e lungo viaggio nel maschilismo italiano che getta la sua ombra nera fino ai nostri giorni, nei femminicidi e nel linguaggio violento di Facebook. «È la Grande Guerra a mutare le condizioni delle donne: signore e signorine, impiegate e lavoratrici dell'industria offrono un importante apporto al mondo del lavoro e sembrano essere pronte a conquistarsi il diritto al voto ambito da decenni - scrive Serri -.

Occupato lo scranno di presidente del Consiglio, Mussolini scatena la controffensiva nei confronti delle donne. 

È determinato nella volontà di costruire stereotipi che contrastino il femminismo. Ecco, poco dopo il suo insediamento, la cacciata delle donne dalla pubblica amministrazione (assunte durante la guerra, vengono licenziate in massa), ed ecco il dimezzamento dei salari femminili».

L'intervento mussoliniano ha uno scopo prioritario: dare una prova di forza, elaborare una simbologia alternativa a quella democratica e femminista: l'occupazione maschile, sostiene il neo dittatore, è un fattore indispensabile alla costruzione di una solida identità. L'occupazione femminile, invece è deleteria: «fomenta una indipendenza e conseguenti mode fisiche morali contrarie al parto». 

Parole del duce che potrebbe pronunciare il premier ungherese Orban, che solo due giorni fa ha detto che le donne devono studiare meno perché altrimenti non si occupano della casa e della famiglia. A dare linfa alle teorie di Mussolini è un libro, Sesso e carattere di Otto Weininger, che ha teorizzato la riduzione in subalternità, per mano di uno Stato forte, delle donne e degli ebrei. 

La donna, dice, toglie dignità all'uomo con la sua presenza, lo indebolisce. «Mussolini capisce benissimo il nuovo peso sociale delle donne e ne ha paura» racconta Serri, spiegando che quando tre anni fa ha deciso di scrivere questo libro l'ascesa di Giorgia Meloni non era all'orizzonte.

Mussolini è un grande amatore non solo quando ha il potere ma anche quando è un uomo poverissimo: le donne lo aiutano moltissimo. Lo amano non ricambiate. Spesso lo mantengono, come Margherita Sarfatti che finanzia la marcia su Roma. 

Benito è un violento. Da ragazzino per un diverbio con la giovane fidanzata le pianta un coltello nella mano. Picchia spesso e volentieri Claretta ed è molto manesco anche con Sarfatti. Come dice la sorella Edvige, opera nei confronti delle donne con molta brutalità. Lui percepisce le donne come un sostegno e come nemiche. Dice: «io non posso controllare la Bestia che è dentro di me». Così definisce il suo sesso, nel senso che quando le donne gli chiedono di non tradirle lui risponde: io sono troppo «sessuato» per non farlo.

Il libro scorre su due binari paralleli. Da una parte la storia di Mussolini, dall'altra quella dei suoi antagonisti che sono Anna Kuliscioff e Filippo Turati. Quando Mussolini viene nominato nel 1912 direttore dell'Avanti, li caccia. 

Il duce il voto alle donne non vuole darlo, dice che le donne sono orinatoi. I fascisti, mentre scendono su Roma per la marcia, trattano con grande violenza le antifasciste che si oppongono. Tra loro Ferola Fedolfi di Imola, che pagherà il suo impegno con la vita, e che non è neanche ricordata sul sito dell'Anpi. «Quando una dittatura va al potere la prima cosa che fa è schiacciare le donne perché sono l'anello debole della catena e un regime può dimostrare la sua autorevolezza cavandosela con poco».

La prima riforma di Mussolini è quella della scuola. «A dicembre del 1922 e gennaio del '23 lancia la riforma Gentile con una scuola solo per le donne. Le ragazze possono studiare canto, danza, lingue, pittura ma il corso non ha nessuno sbocco lavorativo». Nel '42 addirittura il governo fa un elenco dei lavori che possono fare le donne: fioriste, commesse, impiegate di serie B. E con il Codice Rocco rafforza il delitto d'onore.

L’indignazione che non c’è. Ma perché le femministe si disinteressano della lotta delle donne iraniane? Carlo Panella su L'Inkiesta il 21 Settembre 2022

Migliaia di persone contestano da giorni il regime di Ali Khamenei per condannare l’omicidio della ventiduenne Masha Amini, uccisa dalla polizia di Teheran perché i suoi capelli non erano sufficientemente coperti dal velo. Le cose purtroppo non cambieranno perché il resto del mondo non se ne occupa

Nel disinteresse totale del movimento femminista e progressista internazionale da quattro giorni molte piazze iraniane si sono riempite di manifestanti che protestano contro l’uccisione in carcere a Teheran da parte della “polizia morale” della ventiduenne Masha Amini. La sua colpa? I capelli non erano sufficientemente coperti dal velo. Tutto qui. 

La polizia iraniana ha reagito alle manifestazioni sparando, usando gli idranti e ha lasciato sul selciato almeno cinque morti. Il 13 settembre scorso Masha, una giovane curda in vacanza a Teheran, era stata duramente malmenata e gettata violentemente su un furgone della polizia del costume con l’accusa di violare le norme sullo Hijab emanate dalla Commissione per la Promozione della Virtù e la repressione del Vizio. 

Gli agenti hanno detto ai parenti della ragazza che protestavano che Masha sarebbe stata sottoposta a una «sessione di rieducazione». Gli esiti della “rieducazione” sono stati fatali: dopo tre giorni, Masha è stata dichiarata morta in ospedale. Immediate le manifestazioni di protesta davanti all’università di Teheran, a Sanandaj e in tutto il Kurdistan, regione nella quale le aspirazioni autonomiste e indipendentiste non si sono mai sopite, nonostante una repressione che dal 1979 in poi, dalla instaurazione della Repubblica Islamica di Khomeini, ha fatto decine di migliaia di morti. 

Nei cortei, moltissime donne si sono levate il velo dalla testa e molti, come già durante le grandi manifestazioni del 2020, hanno gridato lo slogan: «Morte al dittatore!» indirizzato alla Guida della Rivoluzione Ali Khamenei. Fortissima anche la mobilitazione in rete, con non meno di 1.600.000 visualizzazioni dello hashtag #MashaAmini.

È questa l’ennesima protesta di massa che vede le piazze iraniane riempirsi con una grande mobilitazione, soprattutto giovanile. Enorme fu l’Onda Verde del 2009 e altrettanto grandi le manifestazioni del 2020. Ambedue con centinaia di morti falciati dalle forze dell’ordine. Ma oggi la mobilitazione si presenta con una novità precisa: la protesta contro l’umiliazione della donna imposta dal regime con una stretta decisa dall’ultra conservatore presidente Ibrahim Raisi, eletto un anno fa. 

Stretta di cui si fa interprete appunto la “polizia morale”, composta soprattutto da donne, che ha imposto strumenti di verifica come il riconoscimento facciale e che setaccia autobus, treni e strade alla ricerca di “ribelli” non abbigliate secondo rigidissimi canoni islamici.

Purtroppo, queste ripetute e massicce proteste popolari in Iran non hanno mai uno sbocco politico e non preoccupano eccessivamente il regime che reagisce sempre con enorme violenza repressiva. Non esiste infatti né dentro il paese né all’estero una forza politica di opposizione che riesca a capitalizzare sul piano politico la grande forza espressa. Men che meno esiste dentro il regime – se non nella fantasia di certi media e analisti occidentali – una componente riformista in grado di contrastare o quantomeno condizionare la retriva forza conservatrice della dirigenza islamica degli ayatollah e ancor più il potentissimo blocco ultra nazionalista e ancora più retrivo dei Pasdaran.

Inoltre ha un suo grande peso l’assoluta indifferenza nei confronti della repressione, in particolare nei confronti delle donne iraniane, delle opinioni pubbliche internazionali, in particolare, lo ripetiamo, da parte dei movimenti femministi e progressisti che sanno vedere oppressione e ingiustizie solo in Occidente.

Le donne iraniane che protestano coraggiosamente in piazza sono sole.

Michele Serra per “la Repubblica” il 4 agosto 2022.

A Monteprato di Nimis, Friuli profondo, da anni si svolge una festa fallica, nata dopo il terremoto del '76. Non è elegante (nemmeno i fescennini lo erano, né i culti priapici) ma ha una sua sguaiata innocenza, con processioni di falli megalitici, molte banane, molto fracasso e la evidente partnership di Dioniso, che è il solo vero patrono del Friuli, con Priapo ha un'intesa millenaria e annaffia la notte con il nettare d'uva. 

Molte le donne presenti, apparentemente non offese né costrette a divertirsi senza essere divertite: rende bene l'idea il breve ma intenso reportage video di Simone Modugno sul sito di Repubblica. 

Si chiama Festa degli Uomini, non la inserirei tra le mie mete turistiche preferite ma è importante parlarne perché, con tutti i problemi che abbiamo (compresi i problemi con il maschile, il patriarcato eccetera), vale la pena evitare gli equivoci, che sono sempre fatica sprecata. Molte e molti, sapendo che in quella festa c'è anche un torneo di mangiatrici di banane, esplicita allusione alla fellatio, hanno giudicato inaccettabile e umiliante la cosa, anzi il coso.

Credo che tanta indignazione sia mal riposta. Intanto perché il tutto avviene tra adulti consenzienti, e questa è sempre una regola aurea. Poi perché la volgarità non è un reato, altrimenti bisognerebbe oscurare una buona metà dei palinsesti televisivi mondiali. Infine, e soprattutto, perché levate di scudi come questa rafforzano il sospetto che lo scandalo, oggi come ieri come sempre, sia il sesso in sé e per sé. Vale sempre la pena ribadire, con la necessaria brutalità, che sono molto più osceni i missili dei cazzi. La raffigurazione odiosa della fallocrazia non è la banana, è il missile.

Michele Serra difende la Gara di mangiatrici di banane, mentre le femministe sono attaccate sui social. VANESSA RICCIARDI su Il Domani il 04 agosto 2022

La gara con le donne in ginocchio a mangiare banane per una busta con 100 euro si è svolta, ma le polemiche continuano. Per Serra c’è ben altro di peggio: «I missili». Sotto il post di Laura Boldrini contro la gara la colpa viene data alle donne. Le promotrici della petizione per fermarla chiedono di immaginare «una produzione culturale alternativa». «Potevamo farci i fatti nostri, ma il messaggio è machista, e abbiamo diritto di critica»

La Gara di mangiatrici di banane a Monteprato di Nimis, in provincia di Udine, alla fine si è svolta: le donne, in occasione della “Festa degli uomini”, il 2 agosto si sono inginocchiate di fronte alle banane tenute ad altezza cintura dagli uomini. In palio, ha spiegato il presentatore, una busta con cento euro alla vincitrice, rigorosamente scelta da una giuria maschile. Il dibattito se questo sia giusto o no continua. Michele Serra, editorialista di Repubblica, reputa che «non sia elegante» ma c’è ben altro di più grave: «I missili».

Nel frattempo le femministe si difendono dagli attacchi social, visto che sotto i post, a partire da quello di Laura Boldrini contraria alla gara, sono partite le critiche alle donne, a chi biasimava la festa e alla fine anche personali alla deputata. Tuttavia Boldrini specifica: «Su 1.300 qualcuno negativo ci può essere, ma la maggior parte dei commenti dimostra indignazione nei confronti della manifestazione».

I SOCIAL

Le promotrici della petizione contro la festa, Valentina Moro ed Elena Tuan si aspettavano che insieme all’appoggio sarebbero nate le critiche e hanno deciso di bloccare i commenti sui social: «Non avremmo avuto tempo per moderarli», spiegano. Hanno divulgato un comunicato: «In quanto organizzatrici della petizione prendiamo fortemente le distanze da ogni strumentalizzazione della stessa, in particolare quando si traduce in attacco contro i corpi delle donne e contro l'autodeterminazione dei desideri».

Per molti, spiega Moro, dopo l’invito al boicottaggio da parte della regione, «il punto non è più l’iniziativa, sono diventate le donne che hanno deciso liberamente di partecipare, tanto che il presentatore ha ripetuto che era una loro libera scelta prima di far partire la competizione».

LA DIFESA DI SERRA 

La festa è nata degli anni Settanta, ma da allora molte cose sono cambiate. La Commissione pari opportunità della Regione ha segnalato alla vigilia della competizione che la manifestazione è profondamente scesa di livello e ha chiesto agli organizzatori di smetterla di portarla avanti. L’appello è stato inascoltato.

L’editorialista di Repubblica Michele Serra ribatte ironizzando: «Non è elegante (nemmeno i fescennini lo erano, né i culti priapici) ma ha una sua sguaiata innocenza, con processioni di falli megalitici, molte banane, molto fracasso e la evidente partnership di Dioniso, che è il solo vero patrono del Friuli, con Priapo ha un'intesa millenaria e annaffia la notte con il nettare d'uva».

Anche lui si appella all’adesione volontaria: «Molte le donne presenti, apparentemente non offese né costrette a divertirsi senza essere divertite». Per Serra a causare la reazione sarebbe stata «l’esplicita allusione alla fellatio, hanno giudicato inaccettabile e umiliante la cosa, anzi il coso».

Né le promotrici della petizione, né la Commissione pari opportunità del Friuli tuttavia hanno mai parlato di questo, ma del fatto che le immagini della gara «mortificano e infieriscono sul sacrosanto diritto delle donne a non essere continuamente soggette a violenza, nonché ridicolizzate e banalizzate». 

DONNE E BANANE

Moro aggiunge che non è chiaro cosa c’entrino le banane del 2022 con i culti nati circa tre secoli prima di Cristo: «Qua parliamo del 1970, non abbiamo un culto dionisiaco, non mi risultano templi. Noi non capiamo come una festa legata al piacere lo interpreti in maniera unidirezionale. Potevamo farci i fatti nostri, ma quel messaggio lì stava circolando, e abbiamo diritto di critica».

Da quando hanno lanciato la loro petizione per fermare la gara, sono state raccolte 3.600 firme. Anche l’attivista egiziano Patrick Zaki ha firmato e ha chiesto di firmare. Il problema non è più solo la gara, aggiunge la promotrice: «L’altra questione è mettere l’accento su quello che riteniamo importante. La veicolazione di questi messaggi», a partire dall’opportunità di una locandina con una donna in costume da bagno che addenta una banana fino ai video delle partecipanti che mimano rapporti orali in mezzo a una folla festante.

Serra si preoccupa della rappresentazione del maschio, al punto da scrivere: «Vale sempre la pena ribadire, con la necessaria brutalità, che sono molto più osceni i missili dei cazzi. La raffigurazione odiosa della fallocrazia non è la banana, è il missile»

Ma chi si oppone non ha problemi con la frutta o con “i cazzi”. La festa ha previsto spettacoli di burlesque e una competizione maschile, ma ben diversa: «L’uomo che si mette in gioco per diventare “mister” è un conto, per la donna il desiderio che risponde al piacere legato al fallo ritorna a essere sempre la solita immagine eteronormativa». Adesso «si apre uno spazio di confronto per immaginare delle produzioni culturali diverse».

Su questo non molleranno, spiega Moro: «Riteniamo che sia importante: non la sospensione della gara, ma come noi abitiamo il territorio. Abbiamo provato a farlo da un punto di vista femminista». Sulla festa invece non ha dubbi: «Ricalca un punto di vista maschilista. I video e le informazioni che ci sono giunte non ci propongono un’immagine diversa. Dalla locandina con il messaggio machista, ai video di donne inginocchiate e bendate».

Da “il Venerdì – la Repubblica” il 22 agosto 2022.

Gentile Michele Serra, le scrivo a nome di tutte le volontarie del Telefono Rosa, dopo aver letto con attenzione la sua Amaca del 4 agosto "Le banane e i missili". Ha scelto di mettere in evidenza la goliardia della festa, avvenuta in Friuli, definendola «poco elegante ma con una sua sguaiata innocenza». Magari il problema fosse l'eleganza.

Cita i fescennini e i culti priapici, ma non fa altro che aumentare la confusione. I fescennini erano dialoghi sboccati che il popolo, soprattutto i contadini, rivolgevano ai novelli sposi.

Una tradizione certamente discutibile che è però preludio della nostra satira. Venivano infatti scherniti anche politici e aristocratici. Gli insulti o le frasi volgari, come preferisce, erano rivolte a tutti: uomini e donne. Nessuno escluso. Nella festa degli uomini, tralascio il titolo che la dice lunga, sono unicamente le donne le "addette a mangiare banane". Come mai nessun uomo si è prestato, mettendo in piazza la propria libertà sessuale?

Per l'ennesima volta l'ironia o goliardia vede come protagonista la donna, con esplicita allusione alla fellatio. Il cunnilingus non fa ridere?

Rispetto invece ai culti priapici, che dire: per fortuna siamo andati avanti, o almeno lo speravo. Riporto la mia dichiarazione rilasciata all'Ansa: «La giunta comunale e il sindaco dove sono? Non ci sono donne nella giunta comunale? Ai ragazzi che messaggio diamo? Un messaggio devastante, è assurdo farla passare come una festa». Lei ha ragione rispetto ai missili e alla guerra, ma mi creda, la cultura fa danni altrettanto enormi.

Quella festa è l'ennesima rappresentazione di una cultura della quale non riusciamo a liberarci, una cultura maschilista e patriarcale che vede la donna come un oggetto.

La pubblicità e il marketing non ne sono ancora privi nonostante le battaglie fatte, e oggi, nel 2022, vediamo un bel cartellone con una donna in costume e una banana con sopra scritto: "In occasione della festa degli uomini, gara di mangiatrici di banane".

Ultimo punto, è quello che tali feste possono scatenare. Tanti potrebbero arrogarsi il diritto di essere volgari, come se la volgarità andasse di moda. 

Proprio dopo la goliardica rimpatriata un signore ha ben pensato di insultare me, e quindi tutta l'associazione, attraverso varie mail. Se davvero ci fosse la libertà sessuale, di cui tanto ci piace parlare, non si sarebbe proposto un modello stereotipato della donna. Ma questa purtroppo è una vecchia storia e, se vogliamo giustificarla con il fatto che a partecipare siano stati adulti consenzienti, c'è ancora tantissima strada da fare.

Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente dell’Associazione Nazionale Volontarie del Telefono Rosa

Risposta di Michele Serra:

Gentile Maria Gabriella Carnieri, e gentili volontarie del Telefono Rosa. L'argomento è così importante, e così centrale, che forse è stato spericolato il tentativo di affrontarlo in uno scritto breve come l'Amaca. Ma dopo la vostra lettera mi sono riletto e non ho cambiato opinione. Posso però cercare di spiegarmi meglio, con più spazio a disposizione.

Nessun dubbio che la goliardia sia volgare, né che sia, da quando esiste, una "disciplina" maschile, alle quali le femmine sono ammesse solo come gregarie. Sono pienamente d'accordo anche sul fatto che nessuna espressione culturale, comprese le più popolari o le più spensierate, sia senza conseguenze. Ogni nostra parola, ogni nostro comportamento incidono nel discorso collettivo.

Ma lo sdegno - sentimento molto abusato, ultimamente - deve essere proporzionale allo scandalo; e, quanto a persistenza del maschilismo, mi preoccupa assai di più - per fare l'esempio più evidente - che la parte politica per la quale voto, la sinistra, sia stata capace di mettere in campo, negli ultimi anni, solamente leader maschi, con l'eccezione, antica e appartata, di Emma Bonino; o che ci sia disparità di salario tra uomini e donne.

Mi preoccupa assai meno (anzi, quasi per nulla) che un gruppo di buontemponi porti in processione enormi falli, o celebri la fellatio con esplicita trivialità: l'intenzione, per quanto l'esito sia discutibile, è comico-satirica (per questo ho tirato in ballo i fescennini), e la satira abbonda di cadute di stile. Dal Vernacoliere a Charlie Hebdo gli atti sessuali, dal coito alla sodomia alle pratiche, diciamo così, collaterali, sono pane quotidiano, arma di derisione, oggetto di scherno e di beffa.

Decisivo, sempre, è il contesto. Se il New York Times o Le Monde pubblicassero in prima pagina una fellatio, tutti sgranerebbero gli occhi chiedendosi se il direttore è uscito di senno. Se lo fa un giornalaccio di satira credo che nessuno si scandalizzi, al massimo si scelgono altre letture. Il mio timore è che il concetto stesso di "contesto", che è decisivo per stabilire di che cosa si sta davvero parlando, sia agonizzante, per non dire estinto.

Le parole e gli atti delle persone circolano sulle reti sociali (e di rimbalzo sui media tradizionali, gravemente gregari di ogni tweet) estirpati dal loro contesto. In un magma indistinto e infetto, che non costruisce senso critico, costruisce solo facile polemica. In aggiunta a questa perdita di lucidità del giudizio pubblico, o forse in conseguenza di essa, ho le netta sensazione che si stiano incrociando e confondendo i destini di due campi ideali ben diversi: la battaglia contro il patriarcato è il primo campo, la sessuofobia il secondo. Del primo mi sento partecipe, del secondo no. 

Quando il movimento #MeToo assunse il suo giusto rilievo mondiale, un documento di donne francesi, che conservo tra gli indizi d'epoca più significativi, mise in guardia sulla possibile confusione tra una battaglia sacrosanta, quella contro gli abusi sessuali, e la diffidenza nei confronti dell'eros, che ha manifestazioni molteplici, non tutte eleganti e virtuose. 

La Francia, si sa, è più libertina, e la strage di Charlie Hebdo («vecchi sporcaccioni massacrati da giovani bigotti» fu la mia definizione di quell'abominevole atto) è stata uno dei prezzi pagati. Almeno un paio di quei vecchi sporcaccioni erano miei amici. La mia generazione, tra tanti difetti, ebbe il pregio di credere quasi ciecamente nella libertà, compresa la libertà sessuale, e "fate l'amore non la guerra" è uno degli slogan più umani e più rivoluzionari di sempre. Per questo ho scritto che il missile è molto più osceno della banana.

E dunque, gentili amiche, accetto il vostro invito a essere meno concessivo con la volgarità sessuale, che coincide quasi sempre con la volgarità maschile. Ma in cambio vi chiedo di riflettere sul rischio che un nuovo moralismo prenda piede, e pieghi parole e comportamenti a una specie di continua autocensura. Il concetto di limite mi è ben chiaro, e ben caro, ma ci sono troppi tribunali del popolo in attività permanente, pronti a censurare, stroncare, maledire.

La repressione e l'autocensura non sono veicoli di coscienza, tantomeno di liberazione. Rientrano in questo contesto le disgustose mail che avete ricevuto. Non dovete dare troppo peso allo squallore e alla violenza di quelle voci, gli insulti e le minacce, in rete, sono un oceano putrido sul quale dobbiamo navigare sereni e guardando più in là. Tenete la vostra rotta e non curatevi degli imbecilli. Quanto a me, sono contento di avere dedicato una intera rubrica della posta a un tema così importante.

Britney e le altre: quando le donne deragliano (e tutti stiamo a guardare). Marilisa Palumbo e Greta Privitera su Il Corriere della Sera il 19 Agosto 2022.

Depressione, dipendenze, il pedinamento di media vecchi e nuovi: così per anni la vita della popstar è stata fatta a pezzi. Storie diverse, ma stessa soddisfazione nel vedere deragliare Monica (Lewinsky), Hillary (Clinton), Pamela (Anderson)... Perché quando le donne cadono c’è sempre chi ama fare il turista tra le loro rovine. 

Britney Spears, 40 anni, americana: è una delle pop star più famose al mondo. Due figli, due ex mariti (e uno appena sposato), per 13 anni sotto tutela del padre. Nella foto è al Madison Square Garden, New York, durante la consegna degli Mtv Awards del 2016

Il primo titolo è del The Times-Picayune, un quotidiano della Louisiana: «Una ragazzina di Kentwood è stata scelta per il Mickey Mouse Club». È il 13 maggio 1993, Britney Spears ha 11 anni ed è entrata nello storico programma televisivo per ragazzi firmato Walt Disney. Lo show di Christina Aguilera, Justin Timberlake, Ryan Gosling. «È un sogno che si avvera», dichiara al quotidiano locale la biondissima bimba di McComb, Mississippi, cresciuta a Kentwood, figlia di James Spears detto Jamie, un operaio con il vizio dell’alcol, e della maestra Lynne. L’ultimo titolo è di una decina di giorni fa. Lo spara l’inglese Daily Mail: «L’ex marito di Britney Spears, Kevin Federline, rompe il silenzio per rivelare che i loro figli non la vedono da mesi e trovano i suoi selfie di nudo su Instagram “difficili” da digerire». La risposta della cantante è via social. «I commenti del mio ex mi fanno molto male», scrive in una storia infarcita di punti esclamativi ed emoticon.

GLI AMERICANI DICONO “TRAINWRECK” E C’È UN IDENTIKIT DELLE “DERAGLIATE”: FAMOSE E NON CONFORMI AI MODELLI DI FEMMINILITÀ

Britney, che si è appena risposata per la terza volta con il personal trainer e attore Sam Asghari, rivendica di poter condividere su Instagram quello che le va, compresa la storia del suo aborto spontaneo e le foto seminuda. Tra la piccola Britney targata Disney e questa sono passati trent’anni che valgono mille vite. L’ultima della popstar è cominciata otto mesi fa, quando si è liberata del controllo del padre. Dal 2008, per decisione di un giudice di Los Angeles, Jamie era responsabile della gestione di ogni aspetto della sua vita, estrema conseguenza di una carriera divenuta una trappola infernale, fatta di titoli scandalistici e paparazzi. La ragazza prodigio era andata fuori dai binari: il divorzio da Federline, la perdita della custodia dei due figli, le scenate in pubblico. Per anni nessuno ha più pensato a come stesse veramente.

«Quando dico loro come mi sento, è come se mi ascoltassero ma non mi stessero davvero ascoltando. Sono triste», diceva ai microfoni di un documentario di Mtv. Ci è voluto moltissimo tempo perché il suo grido d’aiuto bucasse la bolla. Crescesse fino a diventare un movimento: #freeBritney, liberatela. Dietro quell’onda, i fan mai spariti, ma anche un episodio di autocoscienza collettiva. Come abbiamo potuto essere così spietati? E dentro quel noi i giornali, le tv, il pubblico, donne comprese.

RECLAMATION - È UN FENOMENO CHE SI È SVILUPPATO TRA GRUPPI SPINTI AI MARGINI, SOPRATTUTTO DONNE, CHE HANNO INIZIATO A UTILIZZARE PAROLE OFFENSIVE RIVOLTE CONTRO DI LORO COME STRUMENTO DI RIVALSA SOCIALE E ORGOGLIO. DIVENTATO VIRALE NEGLI STATI UNITI, IL TERMINE SIMBOLO DELLA RECLAMATION È “BITCH”

Britney Spears giovanissima con l’attore Ryan Gosling: entrambi hanno debuttato nel «Mickey Mouse Club» di Disney (foto Shutterstock)

Britney non era l’unica. C’era Monica (Lewinsky), Lindsay (Lohan), Pamela (Anderson), Paris (Hilton). Persino Hillary (Clinton). Donne famose tra gli Anni 90 e il 2000, massacrate dall’opinione pubblica, che oggi rileggono il proprio passato, e noi con loro. Reclamation, definiscono questo processo di “bonifica” negli Stati Uniti. Per le femministe, un atto profondamente politico. Ora che il mondo binario brava ragazza/cattiva ragazza è andato quasi in frantumi (vedi Billie Eilish), sembra impossibile che solo 20 anni fa si potesse chiedere a una diciannovenne in diretta tv: «Britney, ma con Justin Timberlake alla fine hai fatto sesso?». «A un uomo non avrebbero mai fatto questa domanda», dicono ex collaboratrici e giornalisti dell’epoca nel documentario Framing Britney Spears, prodotto dal New York Times e architrave di questo processo di restauro. Per far parte del club delle trainwreck, “le deragliate”, dovevi essere donna, famosa, e non aderire a un modello di femminilità considerata standard: sexy ma non troppo, sorridente al punto giusto, madre.

TRAINWRECK - LETTERALMENTE SIGNIFICA “DERAGLIAMENTO DAI BINARI”. METAFORA CHE INDICA IL NON RISPETTO DEI LIMITI E DEI RUOLI CHE LA CULTURA PATRIARCALE HA IMPOSTO ALLE DONNE

Britney nel video di «Baby one more time» (1998) e, nella foto sotto, il suo bacio a Madonna nel 2003 (foto Getty Images)

Le cadute delle deragliate provocavano una sorta di guilty pleasure inconscio nel pubblico che aspettava ansioso l’errore da commentare. Hillary era poco femminile, «assetata di potere» secondo le descrizioni dei repubblicani che sono andati vicini a darle dell’assassina. Monica, poco più che ventenne, era una arrampicatrice che con quel vestito blu macchiato voleva incastrare il presidente idolo dei progressisti e nessuno, men che meno le femministe (una molto famosa disse: «Cosa può fare in futuro? Noleggiare la sua bocca»), si preoccupò degli effetti su una giovane donna della più grande umiliazione pubblica della storia. «All’epoca eravamo entrambe carne fresca da macello», ha scritto Lewinsky riflettendo su lei e Britney. «Mentre io sento sempre che sia importante dire che ho commesso un errore, dico anche che Britney non l’ha fatto. Con questo non intendo che ho meritato tutto quello che mi è successo, perché non era commisurato alla mia età e al livello di potere».

I MOMENTI NERI DI SPEARS SONO FINITI IN UN DOCUMENTARIO SULLA SUA “REDENZIONE”. PER L’EX BAMBINA DEL MISSISSIPPI «IMBARAZZANTE»

Britney con la testa rasata dopo un ricovero di un solo giorno in un rehab (2007)

È il 1998 quando il mondo impara a conoscere Britney in versione scolaretta sexy nel video di Baby one more time, singolo che dà il nome all’iconico album da record (24 milioni di copie vendute). La ragazzina di Kentwood è una “all-American-girl”, cristiana, che dice di voler fare l’amore solo dopo il matrimonio, sogna un marito e dei figli e da brava ragazza del Sud si definisce repubblicana. Gioca alla Lolita moderna, un po’ innocente e un po’ provocante, ma appena prova a emanciparsi da quell’immagine iniziano a farla a pezzi. La fine della storia con Timberlake? Colpa sua. «Gli hai spezzato il cuore, cosa gli hai fatto?», le chiede in una intervista più simile a un interrogatorio Diane Sawyer, volto iconico della tv americana. «Britney ha sconvolto molte mamme nel Paese», aggiunge la giornalista, citando senza imbarazzo Kendall Ehrlich, moglie dell’allora governatore del Maryland, che aveva dichiarato: «Se avessi l’opportunità di sparare a Britney credo che lo farei».

NORM SPOILING - SIGNIFICA “ROVINARE LA NORMA” ED È UN PROCESSO SOCIALE E POLITICO CHE CONSISTE NELL’INDEBOLIRE L’INFLUENZA DI LEGGI ESISTENTI CHE TUTELANO I DIRITTI DELLE DONNE

La bimba con le treccine è diventata il diavolo. I paparazzi la inseguono. La fotografano mentre guida col figlio in braccio. Tutti cercano di coglierla in fallo, per il prossimo titolo che fa vendere. «Sei una cattiva madre?», le chiede un conduttore di Nbc, e lei scoppia a piangere. È il 2007. Britney sembra sempre drogata, troppo sexy, troppo fragile, troppo sopra le righe. Diventa virale il video di quando dal parrucchiere prende la macchinetta e si rade i capelli a zero. O le immagini delle ombrellate alla macchina di uno dei paparazzi che la inseguono ovunque (una sua foto poteva valere fino a un milione di dollari). Per due volte le viene fatto un trattamento sanitario obbligatorio e lì la decisione del giudice di affidarla al padre. Jamie si giustifica con l’amore, il sospetto dei fan ed ex collaboratori è che sia piuttosto molto interessato ai soldi. Nei tredici anni di “libertà vigilata”, in cui ha il cellulare sotto controllo, non può uscire senza permesso e nemmeno ordinare una cena a base di sushi, Britney comunque produce (per scelta?) altri tre album, si esibisce in concerti da record, e trova la forza per liberarsi. Oggi scrive su Instagram: «L’esterno della mia casa, quei cancelli bianchi, sono il simbolo della mia prigionia. La tutela è finita solo 8 mesi fa, poter usufruire del mio denaro è estremamente stimolante, siamo uguali ora? Com’è l’uguaglianza?».

DOCUFILM, SERIE TV: L’IMPRESSIONE È CHE SPESSO DIETRO MOLTE “RILETTURE ILLUMINATE” SI NASCONDA UN VOYEURISMO SPIETATO

Il matrimonio di Britney (il terzo) con Sam Asghari, celebrato il 9 giugno 2022

Forse ricominciare vuol dire anche poter raccontare la propria storia, invece di scappare dal passato rivendicarlo. È quello che ha fatto, meglio di tutte, Monica Lewinsky, diventata uno dei volti più noti della lotta al bullismo e al “public shaming”. L’ex “stagista” ha prodotto una serie - American Crime Story: Impeachment, - sullo scandalo Clinton, perché «una cosa del genere non accada mai più». La reclamation in qualche modo è diventata anche un genere culturale. La serie Lorena, sulla Bobbit, trattata negli Anni 90 come materiale da barzelletta più che come vittima di abusi domestici. I, Tonya, sulla vicenda della pattinatrice Harding, il recente Pam & Tommy, sul leggendario video hard rubato di Pamela Anderson e dell’allora marito Tommy Lee Jones. Ma dietro tutte queste “riletture illuminate”, si sono chieste prima Kathyrin VanArendock sul New York Magazine e poi Jessica Bennett sul New York Times, non c’è anche un po’ di voyeurismo? E di nostalgia? Per quando eravamo adolescenti, per i top attillati, per i modem. 

Le docuserie viste come «turismo empatico»

«Questi spettacoli, film e docuserie» scrive VanArendock «sono una forma di turismo che porta gli spettatori contemporanei in un viaggio in un passato abbastanza recente da essere riconoscibile, ma abbastanza lontano da far sembrare bizzarri i suoi costumi e i suoi punti fermi culturali. Il genere può essere quello dell’arco della redenzione delle donne, ma la modalità è quella del turismo empatico». Nota Bennett che queste donne il cui passato si vuole “reclamare” sono «famose, belle, di solito bianche e sempre fraintese». Alla fine di questo viaggio nel tempo, conclude VanArendock, «si suppone che si siano redente, e il pubblico sia cambiato». Ma è così? Spears, che si è detta «imbarazzata» dal modo in cui l’apparentemente salvifico Framing Britney Spears la presenta, rimane oggetto di gossip senza tregua. Pamela non ha amato la serie. Ed è ancora Monica, su Vanity Fair, a raccontare l’ultima “trainwreck”: Amber Heard, protagonista nello scontro in tribunale con l’ex marito Johnny Depp. Non importa quanto contradditorie siano state entrambe le parti, e se la vittoria giudiziaria dell’attore sia meritata o meno. Ancora prima delle testimonianze, prima del verdetto, il tifo era tutto per lui, la violenza dei commenti — «Bipolare», «manipolatrice», «cercatrice d’oro» — i meme, gli insulti, quasi tutti per lei. Siamo cambiati, davvero?

Il ballo libero di Sanna (alla faccia dei moralisti). Bufera sulla giovane premier per il video di un party sfrenato. Ma sono immagini innocue. Valeria Braghieri il 19 Agosto 2022 su Il Giornale.  

La bella premier finlandese ha trentasei anni e non è una che vede la vita da un divano nell'angolo. Lo si è capito quando si è trattato di prendere posizione sull'ingresso del suo Paese nella Nato, quando è stato il momento di schierarsi contro la Russia («La Ue dovrebbe chiudere le porte ai suoi turisti») e quando è stato necessario gestire la pandemia di Covid. Allenata a pronunciare parole non facilmente negoziabili, è più che normale che, per quanto riguarda la sua vita privata, non sia una disposta a chiedere permesso. Sanna Marin non si è lasciata impressionare dalle critiche che le sono state mosse dopo la sua partecipazione a un festival di musica rock ad Helsinki dove si è presentata in shorts, chiodo e anfibi e ha domato anche i commenti riguardo la scollatura che ha scelto di sfoggiare sulla copertina del magazine femminile finlandese Trendi. Occhio blu fisso in camera e avanti dritta come un treno. D'altra parte è cresciuta in una famiglia composta da due mamme, probabile che abbia sviluppato una salvifica sordità selettiva nei confronti del vociare altrui. Ed è normale, quindi, che ieri, quando un suo video a un party con amici ha fatto il giro del globo, lei abbia risposto rivendicando il suo diritto a divertirsi nel tempo libero. «Si tratta di immagini private che non dovevano essere rese pubbliche», ha detto al quotidiano finlandese Iltalehti, esprimendo anche il suo disappunto per il fatto che il video fosse trapelato. Allo stesso tempo «non ho nulla da nascondere e non ha fatto nulla di illegale». Ha sentito il dovere di specificare che non aveva assunto droghe ma che aveva solo bevuto un po'. In effetti nelle immagini (che secondo alcuni potrebbero essere state rese virali nientemeno che da hacker russi per vendetta nei confronti delle posizioni della Marin), uno degli amici della premier (il parlamentare Ilmari Nurminen, anch'egli del Partito socialdemocratico) culla un cocktail proprio davanti alla telecamera, mentre sullo sfondo Sanna balla con un gruppo di amiche. Mosse audaci, cromate, decisamente allegre. Ma niente di che. Nel video, Marin, con gli altri, beve, balla e canta sulle note del rapper finlandese Petri Nygrd e del cantante pop Antti Tuisku. Sempre secondo il tabloid Iltalehti, tra gli ospiti del party si possono riconoscere: la cantante Alma, l'influencer Janita Autio, la conduttrice televisiva Tinni Wikstroem, la YouTuber Ilona Ylikorpi, la conduttrice radiofonica Karoliina Tuominen, la stilista Vesa Silver. Un manipolo di famosi in patria, insomma, che si riprende durante una festa che si è svolta prima in una casa privata e poi è proseguita in due differenti bar. Se da un lato, questo genere di cose, sono quelle per cui Sanna è adorata dall'elettorato Millenials che la considera la leader più cool del mondo, dall'altro accade che le ringhino contro di tutto «disdicevole» sono arrivati a definirla. A noi sembra che la premier più giovane di sempre, quella il cui governo ha deciso un cambiamento epocale negli equilibri delle alleanze tra Est e Ovest in Europa, possa ben meritarsi di cantare, ballare e farsi un drink. A trentasei anni non sarebbe credibile altrimenti, se non altro perché, in fin dei conti, governa il Paese più felice del mondo.

Sanna Marin, i video e la doppia morale delle femministe democratiche. Hoara Borselli, Giornalista, su Il Riformista il 19 Agosto 2022

Care femministe democratiche, possibile che non perdiate mai occasione per non cadere nel solito doppiopesismo, quella doppia morale che si manifesta ogni qualvolta venga sfiorata una che fa parte di voi? Una progressista diciamo così.

Vi siete palesate anche in merito alle polemiche nate intorno alla premier finlandese Sanna Marin e ai video emersi in rete mentre lei balla e si diverte “sguaiata”. Partendo dalla premessa che una persona nel suo privato può fare quello che vuole, visto che fino a prova contraria la libertà se non lede gli altri non è reato, mi ha fatto sorridere leggere tweet a difesa della Marin da parte di una pletora di donne PD che ne hanno preso le parti con uno spiccato lancio ideologicamente ipocrita. Una donna se “democratica” va giustificata e difesa senza se e senza ma.

La Morani, colei che per il bene del Paese (sue parole), è tornata sui suoi passi ed ha accettato la candidatura, in un tweet ha scritto: “Una donna che balla e si diverte. Una parentesi di normalità per una persona piena di impegni e responsabilità. Il divertimento fa parte della vita. Non c’è proprio niente di male”. Subito le ha fatto eco la deputata Gribaudo: “La premier finlandese è Marin Sanna 36 anni. In questi mesi ha compiuto scelte fondamentali in patria e in politica estera. Eppure media e politici di dx parlano di lei per il look, se va a un festival o a una festa privata. Quanto rosicano a vedere una donna così brava e libera?”.

Eh no cara Gribaudo, io per prima in quanto donna di destra non ho puntato nessun dito, non siamo soliti salire in cattedra a giudicare lo sa? Lo stesso Salvini ha scritto che pur avendo idee differenti non è giusto criticare un ballo tra amici. Mi fa sorridere leggere questi messaggi perché se alla stessa festa avesse partecipato una politica o politico di destra sarebbe decaduta la liberalità, la privacy. Si sarebbero levati messaggi di dissenso sul pericolo istituzionale di certe persone. Si sarebbe messa subito in dubbio la credibilità e non faccio fatica a pensare che se ne sarebbero chieste le immediate dimissioni.

La caccia alle streghe sarebbe partita immediata. Invece con la Marin, essendo dalla parte ‘giusta’ perdonano tutto. E ribadisco non esserci nulla da dover perdonare.

Lasciatemi però dire che il vostro doppiopesismo è imbarazzante. Sulla stessa scia la Piccolotti di Sinistra Italiana: “Ho ballato come #sannamarin un sacco di volte. Non capisco perché non dovrebbe farlo lei. Non esiste nessun divieto di divertirsi per le giovani Premier. In un mondo normale la polemica non sarebbe sul ballo, ma sulla privacy mancata della prima carica dello Stato Finlandese”.

In un mondo normale saremmo felici se la privacy valesse come diritto per tutti, donne e uomini. Perché per Berlusconi questo principio non è valso care amiche democratiche? Ah giusto era di destra!

Estratto dell'articolo di Concita De Gregorio per “la Repubblica” il 22 agosto 2022.

Qui si parlerà di donne e politica, donne in politica, della differenza che c'è fra Elly Schlein Mara Carfagna e Giorgia Meloni, si dirà che tutte e tre potrebbero essere Presidente del Consiglio di questo Paese ma una è in leggero vantaggio, diciamo così. (…) 

Una Donna Presidente o La Prima Donna Presidente non significa assolutamente niente, come da anni si ripete qui allo sfinimento, poiché le donne come ogni essere vivente, come i sacrosanti bambini persino, rispondono alle categorie degli umani: ce ne sono di intelligenti e di idiote, di generose e di avide, di corrotte e di integre, di coraggiose e di pavide, per tacere dell'aspetto che non mi pare democratico né sororale. Ci sono, al mondo della politica, Sanna Marin e Sarah Palin: ditemi voi cosa hanno in comune oltre a quel che non si può dire a meno che non sia anche percepito, J. K. Rowling è alla gogna per averlo fatto - oggi vorrei stare tranquilla e lo darò per sottinteso.

Certo, le donne se ballano sono tendenzialmente zoccole e non simpaticamente disinvolte quanto un uomo che balla, se urlano sono isteriche e non volitive, se minacciano di morte sono trattate con psicofarmaci e non diventano capi di gabinetto. Ma questo è un fatto politico, che è appunto ciò di cui si discute qui. Non è una questione di genere, è una questione di cultura diffusa.

Cominciamo dagli indizi, dagli inizi. Meloni (destra) Carfagna (centro) e Schlein (sinistra) sono persone che, per come le conosco, hanno un tratto in comune, anzi due: sono studiosissime, di quelle che quando gli altri vanno a dormire restano sul compito dell'indomani, lavorano ossessivamente, difficile che alla prova tu le trovi impreparate. Sono ambiziose, anche, e ostinate. Nessuna delle tre ha avuto stesi i tappeti rossi, al principio: a nessuna hanno detto prego si accomodi alla leadership. Il tipo di insidie che hanno dovuto affrontare è stato, tuttavia, di segno diverso.

Giorgia Meloni si è affermata in un mondo - dentro un'idea di mondo - dove le donne sono mogli e madri, servono principalmente a riprodursi: a produrre uomini che vadano in battaglia. 

Ancelle, vanto domestico. Ha ribaltato il segno perché era motivata dalla biografia e caparbia per talento, naturalmente, ma anche perché gli altri possibili leader - impresentabili avanzi del Novecento - hanno capito che con lei potevano pensare l'impensabile: vincere. Giovane, donna, nuova, perfetta: una testimonial formidabile, una front-woman, quello che serve. Bravi, perché gli altri non ne sono stati capaci.

Si immagina che a Ignazio Benito La Russa sia costato parecchio dire vai avanti tu, Giorgia, ma persino lui l'ha fatto: conveniva a tutti e la "ragazza" (a lungo e tuttora in privato irrisa, specie tra gli alleati) è, obiettivamente, tostissima.

Anche Mara Carfagna ha passato le forche caudine del sessismo, ma di tipo diverso. Le donne, nell'idea di mondo di Berlusconi, non hanno la funzione di riprodursi (tranne alcune, selezionatissime angelicate e recluse nel castello) ma di intrattenere: sono il ristoro del soldato, il premio di tante fatiche, la gioia per gli occhi e, eventualmente, per il resto del corpo

Carfagna, giovane di strabiliante bellezza, superò facilmente il casting estetico del personale politico ma si trovò presto, grazie alle sue doti di discrezione e serietà, al confine tra le due categorie: avrebbe potuto persino essergli moglie - le disse Lui un giorno, come il maggiore dei complimenti. Solo che la bellezza, incredibilmente, non era la principale delle sue virtù.

(…) Sarebbe stata un'ottima idea - un'ottima avversaria di Meloni - ma sia Renzi che Calenda vengono dal centro del Pd, dalla pancia della misoginia strutturale che, a sinistra, si nasconde a parole e si pratica nei fatti.

E difatti, Elly Schlein. (…)  non è passata dal casting paternalistico, che a sinistra percaritadiddio non esiste, ma ha dovuto forzare la saracinesca del partito col piede di porco e poi, da fuori, mostrare la potenza di fuoco. (…)  Generazioni di giovani donne bravissime, tuttavia non al punto di ribaltare il tavolo e denunciare l'andazzo. Non conveniva, del resto. 

Restare buone, al proprio posto, mettersi in fila in corrente prima o dopo avrebbe dato i suoi frutti: ti avrebbero scelta, chiamata. Ma nessuno ha mai fatto la rivoluzione prendendo il numero d'ordine alle poste, prego è il suo turno. Nessuno ha mai cambiato le regole adattandosi alle regole.

Chi ti porta, di chi sei? - è sempre la domanda declinata al femminile.

Se ti porta qualcuno, trattiamo. Vediamo di trovarti un posto in cambio del virile consenso. Se non ti porta nessuno, ti eliminiamo.

E' costellata di salme muliebri la superiorità etica della sinistra. E certo che disturba, adesso, vedere la Prima Donna a destra. Ma lì qualcosa di semplice ha funzionato, e non è meritocrazia né eguaglianza di genere: è convenienza. Di qua, maschi alla decima legislatura non mollano l'osso e giovani donne entrano, ma solo se sono state portavoci, se sono certamente valide ma almeno mogli, se hanno proceduto come da consegne. Non Elly Schlein, direi. E nel suo modo neppure Mara Carfagna. Sarebbe stato bello oggi vederle contendere a Giorgia Meloni il primato -persino in un dibattito tv. Io lo guarderei, le ascolterei. Ma in questo la destra, semplicemente, è stata come sovente accade più svelta e più spiccia.

Non sarà un bene per le donne in generale, avere una donna di destra Presidente. Ma sarà certo una lezione per la sinistra in particolare. Speriamo che serva, speriamo che ci sia più d'una, tra le ragazze del futuro della canzone popolare, che impari a dire ora basta, ora no. (Aggiungo, in margine all'ultimo dibattito parafemminista, che anziché mettere l'asterisco dichiaro di usare "presidente" come fosse di genere neutro, genere che nel passaggio dal latino l'italiano ha perduto. Ripristinare il neutro, ecco una battaglia lessicale interessante per le Femen dottorate in filologia romanza).

Poi, volendo, si può passare alla battaglia al patriarcato e fotterlo, come direbbero loro, coi fatti. Prendersi la scena da sole, perché lasciare non te la lasciano. Sarebbe ottimo già questa volta, ma se non si fa in tempo va bene anche cominciare a lavorarci per la prossima.  

Estratto dell’articolo di Antonello Caporale per il “Fatto quotidiano” il 22 agosto 2022.

[…] Professoressa Eva Cantarella, lei è contro le quote rosa, contro l'idea.

Io sono contro la formalizzazione di genere. Una donna può essere dichiaratamente antifemminista. Prenda Giorgia Meloni, le sue idee non sono mie e la sua retorica oratoria suggestiona la realtà e la descrive in senso regressivo: sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana eccetera. […] Legare la persona, legare l'identità di donna alla condizione di madre è già un giudizio fondativo dell'esistenza […]

[…] Ma secondo lei non tutte le donne concorrono alla conquista di una effettiva parità tra sessi.

Contano le idee non il sesso. Le battaglie femministe della metà del secolo scorso, a cui anch' io ho concorso, adesso sembrano affievolite. […] 

La conquista dei grandi temi dei diritti civili.

Dell'aborto per esempio. La vita si tutela alla nascita o al concepimento? Una scelta che manda avanti o indietro le lancette del tempo. Temo che la Meloni sul punto non la pensi come me. 

Oggi le cose come stanno?

Un po' peggio di ieri. I diritti civili, tra cui l'aborto, sono rimessi - timidamente o meno - in discussione. E così anche gli altri diritti subiscono il clima del tempo. 

[…] Una donna al Quirinale?

Espressione orribile, non voterei mai una donna solo perché donna.

Siamo vicini a una donna a Palazzo Chigi.

Se è di destra il suo discorso pubblico ha i caratteri marcatamente antifemministi, mi sembra chiaro. Le sue idee sono legittime ma lontane dalle mie. Non la voterei mai, ecco.

Estratto dell’articolo di Claudio Reale per “la Repubblica” il 30 Agosto 2022.

[…] Meloni se la prende con le artiste, da Levante a Elodie, che si sono schierate contro di lei («Oggi - dice - il mood degli artisti è "mi alzo e insulto Giorgia Meloni". Secondo me quelli che la pensano in maniera diversa non hanno il coraggio di dirlo. Non è che lo fanno perché pensano che questa sinistra democratica poi non li fa più lavorare? »). […]Da repubblica.it il 30 Agosto 2022.

In quanto donna che non le rappresenta, Giorgia Meloni subisce la rabbia e lo scherno delle transfemministe di Olbia. Così un manifesto elettorale di FdI è stato strappato da attiviste Infogau durante il Pride celebrato nella località sarda, lo scorso venerdì 26 agosto. 

L'azione, immortalata in un video diventato virale, oltre a trovare la disapprovazione sui social - c'è chi l'ha definito un gesto "fascista" - ha provocato le proteste dei vertici locali di Fratelli d'Italia. 

Nelle immagini si vede un gruppo di attiviste attorno al manifesto - Meloni in primo piano, lo slogan "Pronti a risollevare l'Italia" - che viene poi strappato in più punti, gettato a terra e calpestato, mentre i giovani applaudono e saltano gridando "chi non salta fascista è". 

"Quel manifesto è stato affisso in uno spazio, quello spazio assegnato da un privato, previo pagamento, ad un altro privato. È questo l'esempio della civiltà che siamo/siete? È questo il modo di agire? Il non rispetto degli altri?", la denuncia della coordinatrice regionale di FdI, Antonella Zedda, e del presidente del partito a Olbia, Marco Piro, che hanno condannato l'episodio.

Il gruppo Infogau è nato nell'estate del 2001, mentre nella regione imperversavano gli incendi, di qui l'etimo del nome: "Abbiamo pensato che anche noi ci stavamo infuocando e che dovevamo ribellarci", hanno dichiarate le attiviste ai giornali locali. Le polemiche potrebbero essere destinate a continuare nei prossimi giorni. 

Venerdì 2 settembre è attesa a Cagliari la leader Giorgia Meloni, che terrà un comizio alle 18 in piazza del Carmine.

"Stiamo rosicando...". Donne (di sinistra) in crisi per la vittoria della Meloni. La prima premier di destra mette in crisi le donne di sinistra: "Stiamo rosicando, noi non ce l'abbiamo fatta". Ma in molte esultano per la nuova presidente: "L'articolo non conta, l'importante è che faccia bene". Elena Barlozzari e Alessandra Benignetti il 2 Novembre 2022 su Il Giornale.

Mentre i suoi oppositori ancora si arrovellano su articoli e desinenze, lei ha scoperto le ultime caselle di governo e già annunciato le prime misure. Si è presentata in conferenza stampa abbottonata nel solito tailleur "maschile", circondata da ministri che l’hanno chiamata come ha chiesto: "Il presidente". Giorgia Meloni non si piega ai diktat dello schwa. È l’immagine plastica di quanto sia sterile questo strano dibattito sulle parole, sui costumi, sulle movenze. Chi la vuole fermare di certo non ci riuscirà così, chi invece aspetta di vederci più chiaro prima di giudicare, oggi, ha qualche elemento in più.

In tanti la aspettano alla prova dei primi cento giorni, soprattutto le donne. Per raccogliere le loro prime impressioni, scegliamo un quartiere romano, il Trieste-Salario, dove alle elezioni del 25 settembre centrodestra e centrosinistra hanno ottenuto più o meno le stesse percentuali. "La prima donna al governo? È comunque una cosa positiva, perlomeno a livello simbolico, poi certo, essere donna non ti solleva dagli errori. Staremo a vedere se ne farà", ci dice una mamma sulla trentina. "Il linguaggio è importante: se si facesse chiamare presidentessa non mi disturberebbe, però non mi pare una questione fondamentale", ci tiene a mettere in chiaro.

"Uomo o donna poco importa: io guardo all’intelligenza dell’individuo, mi interessa che faccia un buon lavoro", sentenzia una donna più anziana. Cosa ne pensa di chi grida al maschilismo per la scelta dell’articolo maschile? "Che è una boiata, quella che esercita è una funzione neutra", risponde. "Il presidente, la presidente, la presidentessa, alla fine sempre quello è", sintetizza un'altra signora. Ma c’è pure chi sposa in pieno la linea Boldrini, intravedendo nella scelta linguistica del presidente oscuri presagi per la libertà e i diritti delle donne. È il caso di una ventenne: "È una firma, ci dice già che non porterà avanti la rivoluzione femminista".

Il fatto che sia donna non conta, oppure vale fino a un certo punto. Ed è davvero singolare dopo le battaglie per le quote rosa. Anni ed anni ad anteporre il genere al merito, e adesso che Giorgia Meloni è al governo le femministe ingranano la retro: "Non basta che sia donna. È Giorgia Meloni, espressione della destra più reazionaria", prosegue la nostra interlocutrice. Sarà mica che stanno rosicando? La risposta di una coetanea è all'insegna della sincerità: "È vero, stiamo rosicando, perché in tutti questi anni non siamo riuscite a fare altrettanto". "D'altronde - aggiunge - se pensiamo a che punto è lo stato del dibattito su questo tema nei principali partiti di sinistra, un epilogo di questo genere non stupisce".

In effetti, vista da altre latitudini la presenza di una donna al vertice delle istituzioni è letta come un segno di progresso. "Penso sia un passo avanti per l’Italia, noi ne abbiamo avute già tre di premier, in tutto il mondo è una cosa normale", spiega una donna inglese. La questione terminologica non riesce proprio a capirla: "Francamente, con tutti i problemi che ci sono, non credo ci si debba mettere a discutere per un articolo".  

Femministe contro Libero: ci insultano perché scriviamo "Giorgia". Claudia Osmetti Libero Quotidiano il 26 ottobre 2022

Da «Sputiamo su Hegel» a «sputiamo su Libero». C'è qualcosa che non va. E non va in una parte (mica nel tutto, ma poi ci arriviamo) del femminismo tricolore che sì, avrebbe dovuto essere in prima fila ad applaudire l'entrata a Palazzo Chigi di una donna e invece no, proprio non gli va giù che sia Giorgia Meloni.

Arrivano -i -fasci, una -giornata-triste, su su fino a tacciare di maschilismo (sì, di maschilismo) chi se ne fa un vanto. Lo rivendica. Lo scrive e lo colora (di rosa), perché sabato scorso è stata per davvero una ricorrenza storica, dopo 76 anni di premier con la cravatta e di politica fatta e decisa e pensata solo dagli uomini. Eppure apriticielo. Se provi a farlo notare parte il cancan sguaiato di chi ti accusa di «perpetuare il patriarcato travestito» (le virgolette si riferiscono a uno dei tanti commenti che rimbalza sui social).

DI DESTRA...

Su Instagram la pagina "ladonnaacaso" ci incolpa, nell'ordine: uno) di aver riferito che «per la prima volta alla guida del governo c'è una donna»; due) di aver usato l'articolo determinativo davanti al nome («La Meloni si gioca tutto»); tre) di aver optato per una scelta cromatica che si usa «per le femminucce» e quattro) nientepopòdimeno che di «cuginismo». Qualsiasi cosa voglia dire.

E pazienza se la notizia, tre giorni fa ma anche oggi e sarà lo stesso tra tre giorni, è esattamente quella: che «una donna» (non una a caso, ma pur sempre una donna), finalmente, è diventata presidente del Consglio. Viene da sospettare che il problema in realtà sia un altro, e cioè che si tratti di «una donna di destra».

I VERI PROGRESSISTI

Ma allora lor signore dallo sdegno facile (e a senso unico) si dovrebbero fare una breve carrellata storica perché da Margaret Tatcher ad Angela Merkel, da Condoleezza Rice a Golda Meir, sono i partiti conservatori che arrivano laddove quelli progressisti tanto blaterano e poi s' impantano. Segno che, forse forse, le quote rosa non funzionano granché e che la sinistra di mezzo mondo, se fosse seria la metà di quanto s' incensa, dovrebbe prenderne atto.

Per tutto il resto non vale la pena di ribadire che il termine "femminucce" noi non lo abbiamo mai usato (com' è che dice, la saggezza popolare? Che la malizia è spesso nelle orecchie di chi ascolta piuttosto che nella bocca di chi parla?). Mentre sul fronte del "cuginismo", espressione che non è manco presente nei tomi della Treccani, qual è il problema? La freccetta che, sui social, lo indica punta a un articolo di Renato Farina dal titolo: «La cavalcata di Giorgia dalla Garbatella al potere». E allora? È andata così: magari è il nome proprio, questa volta che disturba? Ma basta sfogliare una qualsiasi edizione di Libero per accorgersi che un identico trattamento è riservato agli uomini (una su tutte, l'apertura del 19 ottobre: «Silvio, fermati»). Niente. Un certo femminismo (ci siamo arrivati) quello dell'uguaglianza a tutti i costi, rimugina, rosica e si fa prendere dall'ideologia. E non ha ancora imparato la lezione delle "compagne" che, negli anni Settanta, avevano capito che "differenza" non è una parolaccia, che le diversità sono arricchimento e ignorarle è un errore. Ma il discorso, a questo punto, si fa complesso: vaglielo a spiegare a quel femminismo daltonico che dice rosa e vede nero.

Per un femminismo conservatore. Se una donna di destra sia veramente una donna, se possa essere considerata femminista, se possa rappresentare un progresso per tutta quanta la condizione femminile... è un dibattito vecchio, ma di scarso senso comune. Fiamma Nirenstein il 24 Ottobre 2022 su Il Giornale.  

Se una donna di destra sia veramente una donna, se possa essere considerata femminista, se possa rappresentare un progresso per tutta quanta la condizione femminile, se il fatto di sedere sulla poltrona di primo ministro produrrà un cambiamento positivo di mentalità, di ruolo, di struttura... è un dibattito vecchio, ma di scarso senso comune, come spesso i dibattiti ideologici.

È chiaro che avere una donna premier, come è stato con Indira Gandhi, con Golda Meir, con Margaret Thatcher, persino con la giocosa Sanna Marin, suscita ammirazione, emulazione, apre la mente, cambia i costumi. Induce cioè a considerare come un'indicazione di comportamento sociale quella semplice identificazione di ruoli che, detta dalla Meloni, ha creato uno strano scandalo: «Sono una donna, sono una madre».

Libera scelta, giusto? Ma già in L'origine della famiglia di Friedrich Engels e nell'Unione Sovietica, nello schiacciamento sociale e teorico delle masse di donne inquadrate nel regime e nei suoi derivati internazionali, si spiega con determinazione che la liberazione femminile è inscindibilmente connessa al cambiamento radicale, socialista, del sistema economico. Nel passato si diceva: «La liberazione della donna e impensabile senza il comunismo, e il comunismo senza la liberazione della donna». Questo modo di pensare si è sviluppato, si è trasformato in forme che collegano indissolubilmente la sinistra al femminismo, fra cui oggi quella più popolare è quella dell'«intersezionalità», per cui il gender, il colore, la preferenza sessuale - tutte identità peraltro molto egoisticamente concluse e anche razziste - si uniscono contro l'«oppressione»: Giorgia Meloni, non essendo di sinistra, è destinata per forza a essere oppressore, non un'oppressa. Che sia una donna energica con proprie scelte autonome conservatrici, risulta più che discutibile, direi insopportabile.

Le contraddizioni sono palesi: le grandi conferenze internazionaliste di sinistra, sulla scia dell'internazionalismo socialista, gloriosamente palesavano donne la cui condizione, in società islamiche, sudamericane, africane, mediorentali, era di oppressione, di sofferenza: ma della loro cultura non si parlava né si parla, solo del colonialismo e dell'imperialismo. Da quelle conferenze, le donne israeliane, femministe di kibbutz, scienziate e artiste, o le americane, venivano cacciate via e sbeffeggiate. Da altre donne, che si fregiavano del titolo di femministe e - paradossalmente - pacifiste.

Oggi, quando si nega alla Meloni la sua caratteristica di donna fra le donne perché è di destra, si ribadisce il pregiudizio che non possa esistere un femminismo liberal-conservatore, che invece ha espresso leader politiche, pensatrici, accademiche. Ma attenzione: la metà «liberal» è importante. Perché anche tra i conservatori deve vigere il rispetto per la diversità e la libera scelta, le proprie rispettabili scelte religiose non possono sconfinare nel restringimento della libera scelta altrui: la famiglia tradizionale, la maternità tradizionale sono bellissime cose, ma ormai si sono legittimati tanti modi di esistere. E meno male che è così. Lasciamo agli ayatollah le punizioni sui comportamenti personali, dato che la libertà è la prima scelta del conservatore.

"Chiamatemi 'il premier'". La Rai si ribella. Il sindacato ai giornalisti: "Usate il femminile, no alle imposizioni". Luigi Mascheroni il 24 Ottobre 2022 su Il Giornale.  

Alla fine Giorgia Meloni è l'Uomo forte che l'Italia aspettava da tempo.

Nulla di strano - anzi, scelta legittima e grammaticalmente ineccepibile - che chieda di farsi chiamare il Presidente del Consiglio. Le femministe che volevano sfondare, a sinistra, il soffitto di cristallo - la barriera invisibile che impedisce loro di raggiungere le cariche più alte - se ne faranno una ragione. Anche l'Accademia della Crusca ha avvallato la decisione: si può utilizzare il femminile per riferirsi a cariche ricoperte da donne, ma chi preferisce le forme tradizionali maschili può farlo (la grammatica non è un affare di «quote rosa», ma di regole).

Aperta parentesi storica: la dem Laura Boldrini ha sempre rivendicato l'uso del femminile da Presidente della Camera, ma Giorgio Napolitano quando si riferiva a lei, utilizzava il maschile. Chiusa parentesi.

Scegliere una parola al posto di un'altra è sempre un gesto politico, e lo si è visto subito, con le nuove denominazioni di alcuni ministeri. Ed è da tanto che le battaglie politicamente correttiste passano dal linguaggio di genere. C'è chi pretende di sostituire «padre» e «madre» con «Genitore 1» e «Genitore 2», e chi preferisce aggiungere al Ministero della famiglia la parola «natalità».

L'identità di un partito passa anche dalle parole.

Poi ci sono gli ostruzionismi ideologici. Appena Giorgia Meloni ha dichiarato che per le comunicazioni ufficiali userà il maschile «il» e non «la» Presidente, il sindacato della Rai è insorto. «Ricordiamo che il contratto Rai contiene al proprio interno il Manifesto di Venezia che fa preciso riferimento al linguaggio di genere, e che la policy aziendale indica di usare il femminile lì dove esista», ha spiegato l'Usigrai.

Insomma il sindacato Rai di fatto sta dicendo che Giorgia Meloni è libera di chiedere di essere chiamata come vuole, ma «altra cosa è il racconto giornalistico». E quindi non soltanto «nessun collega può essere obbligato ad usare il maschile», «anzi i giornalisti Rai sono tenuti a declinare al femminile i nomi». E quindi la sanzione: «Ordini di servizio o indicazioni in senso contrario verranno contestati dal sindacato nelle sedi opportune. Chiediamo alle colleghe (prima le femmine e i femminili, ndr) e ai colleghi (poi i maschi e i maschili, ndr) di segnalarci eventuali violazioni» (siamo alla delazione...).

Del resto, è curioso: a chiamarla «la» Presidente saranno proprio coloro che non vogliono accettare che la vittoria di Giorgia Meloni sia anche una vittoria per le donne.

Da adnkronos.com il 24 Ottobre 2022.

"Giorgia Meloni è una donna unica nella storia d'Italia: invece di piagnucolare per le quote rosa ha preso il timone di una nave che affonda e naviga con le idee chiare". Non usa giri di parole Tinto Brass, il maestro del cinema erotico italiano, per commentare con l'AdnKronos l'inizio del nuovo governo guidato dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. 

"La sinistra - rileva Brass - ha tradito le donne. Allora io preferisco parlare con Giorgia piuttosto che con Letta o Renzi, forse perché alla inettitudine prediligo il coraggio". Oggi, fa notare il regista, tornano parole come Dio, patria e famiglia, "valori in nome dei quali tutti i miei film, 29 su 30, sono stati censurati.

Fascismo? Non è la parola giusta. E' del tutto naturale che movimenti reazionari guadagnino spazio in questo momento di crisi. Sono loro la migliore espressione della disperazione di un popolo. Ma chi preferisce dare spazio a politiche identitarie invece che accogliere le differenze può provocare enormi violenze ed esserne travolto. Lo sappiamo come va a finire, sono le dinamiche del potere ma per questo bisogna aspettare un po'". 

Quanto ai nuovi dicasteri, "scorrendo la lista leggo che c'è il ministero della Famiglia, Natalità e Pari opportunità...ma cara Giorgia - dice ironico Brass - per incentivare la natalità non sono necessari dei bonus o dei voucher: la sera basta proiettare i miei film erotici in tutte le sale italiane con ingresso gratuito".

Meloni premier fa l’Italia più “progressista” e mette in crisi visione e metodo di sinistra: ecco perché. Carmelo Briguglio su Il Secolo d'Italia il 24 Ottobre 2022.

Giorgia Meloni mette in crisi la cultura della sinistra. E certo, figuratevi se non capisco l’effetto della botta dalla quale il fronte progressista si deve riprendere. L’Usigrai e la “resistenza determinativa” a “il” in nome del “lei” sono un sintomo di reazione alla Reazione; d’accordo, leggero e ridévole, direte. Invece, é meno soft di quanto immaginiate. Riflettete e analizzatela: non é crisi solo politica. É transpolitica: culturale, estetica; é storica. Taglia alle radici la “ragione” dell’essere progress. Se la prima donna nella storia d’Italia a diventare capo del governo italiano é di destra, la questione é più profonda; mette in discussione non solo e non tanto l’attuale o le attuali leadership della sinistra, ma tutta la sua storia nel dopoguerra; ne interroga in modo traumatico percorso, visione e metodo. 

Giorgia Meloni mette in crisi la cultura della sinistra

E ne fa vacillare – é questo su cui richiamo il vostro pensare – le “politiche dei diritti”, quelli di nuova generazione: l’uguaglianza sostanziale, le politiche di genere, ossia i quark del suo universo valoriale. Insomma mette in dubbio che la “rive gauche” sia tuttora tra «queste rive son dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive» del nostro conte-poeta Giacomo. L’ingresso della Meloni a Palazzo Chigi incide crepe nella “loro” simbologia, col suo incrocio di significati e luoghi generatori di senso; fende architetture verbali e formali: spesso solo astrazioni intellettualistiche con scarsa adesione alla realtà. Che sono state costruite sulle politiche di genere, sulla condizione femminile, su parità e pari opportunità; con tutto il seguito di eccessi in legislazioni e assessorati ad hoc; di progettualità pseudo-filosofiche: il non poco di sovrastrutture di immagine e superficie.  

La Meloni emancipa l’Italia anche sul “loro” terreno

Una psicosfera sopraffatta dal principio di realtà che si invera così: la conservative Meloni, diventando presidente del Consiglio, emancipa l’Italia, anche sul “loro” terreno: la rende più “progressista”. E, qualche minuto di attenzione, intendo in quel campo tanto contemporaneo ed “europeo”, qual é quello del Genere. Come, perché ? Ah, ragazze e ragazzi miei: quanto ancora devo scrivere per farvi comprendere la rupture-radicale – eh sì, radicale – di questa svolta? Quanti tasti e quante volte devo ancora pigiare ? Non lo sapete ? Ecco qua. Nell’indice Eige sull’uguaglianza di genere 2021 l’Italia ha un punteggio di 63,8 su 100; siamo sotto la media europea: solo al 14° posto tra i 27 Stati membri dell’Ue. Siamo più giù dei maggiori Paesi dell’Unione: Francia, Germania, Spagna. E molto lontani da quelli del Nord Europa, naturalmente. Un altro minuto per dare uno sguardo al mondo; guardate un po’ qui: l’analisi 2021 del World economic forum sul Global Global Gender  Gap – “Gender” non vi piace eh, ma dài non siate sospettosi –  l’Italia é 63esima su 156 Paesi. 

La dea Uguaglianza e le disparità italiane

Hanno misurato la nostra disparità di genere nel campo della politica, dell’economia, dell’istruzione e della salute, chiaro ? Lascio perdere i primi della classe, i soliti “nordici”; ma, cavolo, siamo il fanalino di coda – ultimi dati, giuro, poi vi lascio in pace – tra i Paesi europei: la Germania é all’11° posto, la Spagna al 14° posto, la Francia al 16°, il Regno Unito al 23°.  Mi fermo: le statistiche sono dure da ingoiare, sono fredde e in questo caso pure negative. Ma aiutano a ragionare. E passo a un filone parallelo, dove volevo portarvi. Alla Costituzione. Ah, quanto fu e viene evocata, “contro”. Occhei, ci sto. 

L’articolo 51 della Costituzione: attuarlo ora é più facile

Ma, ricordate l’articolo 51 della Carta più bella del mondo che dice? Ripassiamone il primo comma: «Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini». Ricordate quando fu cambiato? Ve lo dico io: nel 2003 con voto bipartisan, a larga maggioranza (era premier Berlusconi); la legge costituzionale n. 1 vi aggiunse il secondo periodo della norma. Vi risparmio tutto il “giuridico”, le sentenze della Consulta et cetera.

Da Giorgia Meloni la più puntuale attuazione della Costituzione

E andiamo al punto politico: in venti anni, abbiamo fatto qualche passetto in avanti, ma – vedi i numeri sopra – siamo tuttora “arretrati”, per dire: la Dea Uguaglianza sta male in Italia. Ma – vedi un po’ tu che scherzi combina l’eterogenesi dei fini – il prossimo anno solo il fatto che una donna sia diventata capo del governo, ci farà scalare molte posizioni in quelle graduatorie planetarie. Certo numeriche, ma anche “culturali”; di considerazione tra istituzioni internazionali che a questo tipo di “cultura” guardano; con cui ci pesano come Nazione.

Le classifiche mondiali diranno che l’Italia é diventata più moderna, più progressista, più al femminile, più paritaria

Diranno – a denti larghi o stretti, non vi so dire – che l’Italia é diventata più moderna, più progressista, più al femminile, più paritaria: più quello che vi pare, ci siamo capiti. E soprattutto – seconda conclusione – é la Meloni a “fare” la più puntuale attuazione della Costituzione e di quell’articolo 51. Con la sua persona: ne sarà la metafora viva; modello e stimolo per tutte le italiane. Nella società e nelle istituzioni. Oltre la destra e la sinistra. Chi lo doveva dire? E sì, la storia delle idee si prende le sue rivincite; lo sapevate, no? 

L’incredibile accusa della Boldrini: “Il partito della Meloni doveva chiamarsi Sorelle d’Italia”. Marta Lima su Il Secolo d'Italia il 24 Ottobre 2022.

Nelle ore in cui infuria la polemica delle femministe di sinistra contro Giorgia Meloni, che non si piega al linguaggio di genere imponendo a tutti di chiamarla “il presidente” e non “la presidente”, scende in campo con una delle sue inimitabili sciocchezze l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, che si spinge oltre ogni immaginazione, sostenendo che il partito del nuovo premier è maschilista e dovrebbe chiamarsi “sorelle d’Italia” e non solo “Fratelli”.

La Boldrini oltre ogni limite: critica la Meloni per il nome del suo partito

Ieri anche l’Accademia della Crusca si era espressa in maniera categorica: la Meloni può farsi chiamare come vuole, come aveva spiegato il presidente Claudio Marazzini all’Adnkronos, secondo cui non si può interpretare il maschile non marcato come un errore di grammatica: “Chi preferisce le forme tradizionali maschili ha diritto di farlo”.

Nonostante tutto, Laura Boldrini, oggi, sulla sua pagina Twitter, ha scritto cose deliranti: “La prima donna premier si fa chiamare il presidente. Cosa le impedisce di rivendicare anche nella lingua il suo primato. La Treccani dice che i ruolo vanno declinati. Affermare il femminile è troppo per la leader di FdI, partito che già nel nome dimentica le Sorelle?”.

L’ironia di Fratelli d’Italia e della rete

L’unico commento politico, al momento, è quello del deputato di FdI Andrea Del Mastro, glaciale: “La psicopolizia del linguaggio”.

In rete, invece, sulla stessa pagina della Boldrini, si va di sfottò e di rabbia: “Io voto a sinistra, mannaggia a me, ma quando leggo queste stronzate non mi stupisco che al governo ci si la destra”.

“Per la legge io sono il ‘medico veterinario responsabile di…’ e a me, da donna, va benissimo Per inciso ‘la veterinaria”‘ invece è il nome scelto da diverse farmacie che vendono esclusivamente farmaci veterinari”.

“Anche per l’inno nazionale è troppo. Che dice il treccani (o la treccana) sul primato di Mameli?”.

“Non è che ora riesce fuori la roba della Matria al posto della Patria, vero?”.

“Avanti così con queste cazzate facciamoli arrivare al 50% dai che la strada è giusta”.

Il Papa: «La famiglia è fatta da un uomo e una donna che creano. Le ideologie distruggono tutto». Valeria Gelsi  su Il Secolo d'Italia il 24 Ottobre 2022. 

Il Papa è tornato a puntare l’indice contro le ideologie che «rovinano» e «fanno una strada di distruzione». Stavolta l’ha fatto parlando della famiglia che, ha avvertito, «non è un’ideologia, è una realtà», «fatta di un uomo e di una donna che si amano e creano». È partendo da qui, dunque, è stato il monito del Pontefice, che «la cultura della fede è chiamata a misurarsi, senza ingenuità e senza soggezione, con le trasformazioni che segnano la coscienza attuale dei rapporti tra uomo e donna, tra amore e generazione, tra famiglia e comunità».

Il Pontefice racconta «la più bella teologia sulla famiglia»: una coppia sposata da 60 anni

L’occasione per tornare a riflettere non solo sulla famiglia, ma sulla portata distruttiva delle ideologie è stata per Bergoglio l’udienza con la Comunità accademica del Pontificio istituto teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del matrimonio e della famiglia. «Per capire la famiglia dobbiamo sempre andare al concreto: le ideologie rovinano, si mischiamo e fanno una strada di distruzione. Non dobbiamo aspettare che la famiglia sia perfetta, per prenderci cura della sua vocazione e incoraggiare la sua missione», ha detto il Papa, raccontando a braccio un aneddoto di «quando facevo il saluto in piazza prima della pandemia». «È venuta una coppia, sembravano giovani: 60 anni di matrimonio. Lei a 18, lui a 20… “Non vi annoiate dopo tanti anni? State bene?”. Si sono guardati, se ne sono andati e sono tornati un’altra volta. Piangevano: “Ci amiamo”. Dopo 60 anni. Questa – ha sottolineato il Papa – è la più bella teologia sulla famiglia che ho visto».

«Noi non siamo profeti di sventura, ma di speranza»

«La missione della Chiesa sollecita oggi con urgenza l’integrazione della teologia del legame coniugale con una più concreta teologia della condizione famigliare», ha spiegato Bergoglio, sottolineando che «le inedite turbolenze, che in questo tempo mettono alla prova tutti i legami famigliari chiedono un attento discernimento per cogliere i segni della sapienza e della misericordia di Dio». «Noi non siamo profeti di sventura, ma di speranza. Perciò, nel considerare i motivi di crisi, non perderemo mai di vista anche i segni consolanti, a volte commoventi delle capacità che i legami famigliari continuano a mostrare: in favore della comunità di fede, della società civile, della convivenza umana. Tutti abbiamo visto quanto siano preziose, nei momenti di vulnerabilità e di costrizione, la tenacia, la tenuta, la collaborazione dei legami famigliari». «Molto, in questa società piena di crepe, dipende dalla ritrovata letizia dell’avventura famigliare ispirata da Dio», ha osservato il Pontefice.

Il Papa: «La famiglia non è un’ideologia, è una realtà»

«La qualità del matrimonio e della famiglia – ha detto ancora Francesco – decide la qualità dell’amore della singola persona e dei legami della stessa comunità umana. È perciò responsabilità sia dello Stato sia della Chiesa ascoltare le famiglie, in vista di una prossimità affettuosa, solidale, efficace: che le sostenga nel lavoro che già fanno per tutti, incoraggiando la loro vocazione per un mondo più umano, ossia più solidale e più fraterno». «Dobbiamo custodire la famiglia ma non imprigionarla, farla crescere come deve crescere. Stare attenti alle ideologie che si immischiano per spiegare la famiglia dal punto di vista ideologico. La famiglia non è un’ideologia, è una realtà. E una famiglia cresce con la vitalità della realtà. Ma quando vengono le ideologie a spiegare o a verniciare la famiglia succede quello che succede e si distrugge tutto. C’è una famiglia che ha questa grazia di uomo e donna che si amano e creano, e per capire la famiglia dobbiamo sempre andare al concreto, non alle ideologie».

Comunismo e femminismo pari sono: ecco perché la premier donna agita la sinistra. Francesca De Ambra  su Il Secolo d'Italia il 24 Ottobre 2022. 

È prima volta di una donna a Palazzo Chigi, ma le vestali del femminismo si bardano a lutto: «Una di noi Giorgia Meloni? Jamais». Diversamente, ragiona Laura Boldrini, oltre ai Fratelli avrebbe evocato anche le Sorelle d’Italia. Non fa una piega. E non è tutto: sull’Huffington Post la comunista Ritanna Armeni ha fatto un po’ di conti, concludendone che con sei donne ministro su 24 hai voglia a parlare di politiche al femminile. Persino se chi dirige l’orchestra è pure lei donna. E poi ci sono quelle storcono il naso per il “retaggio culturale missino” o alzano il sopracciò per il mancato “passato femminista“. Insomma, da qualunque parte la si guardi e da qualsiasi lato la si giri, la Meloni ha non è né mai sarà (meno male) una di loro.

Il patriarcato ha sostituito il padronato

E si capisce: predilige autodefinirsi “il premier” anziché “la premier” (con evidente disappunto dell’Usigrai, il sindacato simil-sovietico dei giornalisti Rai), “il presidente” piuttosto che “la presidente“, buttando così alle ortiche decenni di “conquiste“, soprattutto boldriniane. Ma tant’è: la Meloni è per la complementarità uomo-donna, le femministe doc si battono invece per la demolizione del patriarcato come nuovo simbolo, anzi reincarnazione, del padronato. Il sovvertimento degli equilibri è infatti il punto in cui comunismo e neo-femminismo s’intrecciano fino a fondersi.

Il femminismo surrogato della lotta di classe

Anzi, si può ben dire che il secondo sia divenuto il surrogato del primo. Laddove il comunismo ha perso la sua battaglia contro il capitalismo, è spuntato il nuovo femminismo a fare da contrappunto ad un insistente patriarcato, inteso come nuovo strumento oppressivo. Dalla lotta di classe alla guerra dei sessi. Robe da Ztl. Infatti la sinistra radical-chic non parla d’altro. Non per caso scarica la propria úbris sovversiva sulla cosiddetta questione di genere. E anche con grande compiacimento dei padroni del vapore, cui non sembra vero poter approfittare di una sinistra in tutt’altre faccende affaccendata per fare il proprio comodo nel campo dei diritti sociali e del lavoro. Almeno fino a quando non arriva qualcuno a dare voce alle istanze reali della gente in carne e ossa. Esattamente quel che in Italia ha fatto Giorgia Meloni.

Da liberoquotidiano.it il 24 Ottobre 2022.

Anche Alessandro Di Battista si scaglia contro Laura Boldrini. Lo scivolone della deputata del Partito democratico sul presidente del Consiglio Giorgia Meloni scatena l'ex Cinque Stelle. È lui, con un tweet, a ridicolizzare la paladina delle donne. "Sono queste potenti prese di posizione - cinguetta - che ci spiegano perché il primo premier donna è di FdI e non del Pd (ed io la Meloni non la voterei mai nella vita). Se questa sarà l’opposizione senza sconti annunciata da 'occhi di tigre' Letta prepariamoci al ventennio meloniano". 

D'altronde la Boldrini ha promesso battaglia, o come piace a loro "resistenza", all'articolo maschile scelto dalla neo premier. "La prima donna premier - ha scritto su Twitter - si fa chiamare al maschile, il presidente. Cosa le impedisce di rivendicare nella lingua il suo primato? La Treccani dice che i ruoli vanno declinati. Affermare il femminile è troppo per la leader di FDI, partito che già nel nome dimentica le Sorelle?". 

Ma in queste ore Dibba non è stato l'unico a far notare alla dem di aver commesso una tragicomica gaffe. Prima di lui sulla questione è intervenuto il presidente Claudio Marazzini.

"Io non credo che qualcuno possa cercare di 'imporre' complessivamente ai giornalisti italiani la propria preferenza linguistica - ha detto il presidente dell'Accademia della Crusca - In presenza di un'oscillazione tra il maschile e il femminile, determinata da posizioni ideologiche, penso che ognuno possa e debba mantenere la propria piena libertà di espressione, optando di volta in volta per il maschile o per il femminile, in base alle proprie ragioni". Da qui la lezione alla Boldrini: "Il presidente Meloni? Nulla di strano, è corretto". E se lo dice la Crusca, c'è da crederci.

Dal centrosinistra i complimenti delle donne a Meloni: «È tutto quello che non siamo». Franco Stefanoni su Il Corriere della Sera il 24 Ottobre 2022.

Chiara Geloni, Elisabetta Gualmini e Alessia Morani applaudono il risultato della leader di FdI e di come lei sia riuscita a farcela «senza meccanismi di cooptazione»

Apprezzamenti anche da esponenti del mondo del centrosinistra per la neo premier Giorgia Meloni. A farli sono state tre donne, che hanno aderito o tuttora aderiscono al Pd, con parole dirette e cariche di autocritica. A esprimerle la giornalista Chiara Geloni, ex direttore del canale tv Youdem, un tempo vicina al segretario Pier Luigi Bersani di cui è stata portavoce e poi in rottura con il partito durante la leadership Matteo Renzi, che ha scritto su Twitter: «Ma basta con questa storia della prima donna. È molto di più della prima donna a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni. È una donna con un curriculum di partito e di origini familiari modeste che a 45 anni arriva a Palazzo Chigi. È una che arriva a fare la presidente del Consiglio partendo dall’organizzazione giovanile del suo partito. È tutto quello che non siamo a sinistra». Quindi la frecciata: «È il contrario del politicamente corretto da fighetti tanto bravi a declinare le desinenze. È il contrario di entrare nel gruppo dirigente per aver azzeccato un discorso contro il gruppo dirigente che è piaciuto ai giornali. È il contrario dell’eterno papa straniero in arrivo. E per questo è una storia che parla alle bambine e ai bambini di questo Paese. Scusate lo sfogo».

Complimenti misti ad autocritica anche da Elisabetta Gualmini, eurodeputata pd e da pochi giorni vicepresidente dell’Eurogruppo socialisti e democratici, che via Facebook ha scritto: «In bocca al lupo e complimenti a Giorgia Meloni per l’incarico ricevuto e accettato. Prima donna presidente del Consiglio in Italia. È arrivata lì senza meccanismi di cooptazione. Andrebbe fatta una vera riflessione. Possiamo dire che è un vero e proprio smacco per il centro-sinistra e la cultura cd. progressista? Sì, possiamo dirlo».

A Twitter e Instagram si è affidata poi Alessia Morani, ex deputata ed ex sottosegretaria allo Sviluppo economico con Giuseppe Conte premier, prima scrivendo: «Complimenti a Meloni. Sulla catastrofe del Pd e del centrosinistra ne parleremo diffusamente». Poi sottolineando: «Sono lontana anni luce politicamente e culturalmente da Giorgia Meloni, ma vedere tutti quei maschi dietro di lei (Silvio Berlusconi, Matteo Salvini, Antonio Tajani, ndr) con quelle espressioni tra il fastidio e l’imbarazzo dà una certa soddisfazione. Questa immagine cambia la storia del nostro Paese. Finalmente una donna che “guida”. Ps: guardate le espressioni dei singoli».

L'ex Procuratore Aggiunto. Gli auguri di Ilda Boccassini a Giorgia Meloni: “Che non viva quello che ho vissuto io”. Redazione su Il Riformista il 24 Ottobre 2022 

Ilda Boccassini espresso i suoi auguri alla nuova Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. “Che non viva ciò che ho vissuto io”, ha detto l’ex procuratore aggiunto della Repubblica intervenuta ieri sul palco de L’Eredità delle Donne, il festival sulle competenze femminili in corso a Firenze. L’ex magistrata italiana è stata intervistata dal giornalista e scrittore Gad Lerner.

Boccassini ha cessato il suo incarico nel 2019. Ha ripercorso la sua carriera in un libro pubblicato l’anno scorso dall’editore Feltrinelli, La stanza numero 30. Quando nel 1979 arrivò alla Procura di Milano Il Corriere della Sera scrisse che “il lavoro inquirente poco si adatta alle donne: maternità e preoccupazioni familiari male si conciliano con un lavoro duro, stressante e anche pericoloso”. Ha lavorato con Giovanni Falcone nell’indagine sulla mafia a Milano Duomo Connection e sugli attentati allo stesso Falcone e al giudice Paolo Borsellino.

Al ritorno a Milano dalla Sicilia è subentrata nel pool dell’inchiesta Mani Pulite ad Antonio Di Pietro e ha diretto indagini sulle Nuove Brigate Rosse. Soprannominata Ilda “la rossa” ha lavorato ai processi a Berlusconi. A Imi-Sir, Lodo Mondadori, Toghe sporche e fino al cosiddetto caso Ruby. “Quando sono usciti i ministri ho avuto un momento di vertigine – ha detto al Festival Boccassini – . Mi sono ritrovata con più di undici, dodici, tredici persone, tutti, dal sottosegretario alla presidenza, ai ministri, tutti si erano occupati di me. Quindi non so se dovrei essere orgogliosa oppure se anche in pensione temere”, ha aggiunto con ironia.

Lerner le ha quindi chiesto dell’“ascesa a Palazzo Chigi di una donna, Giorgia Meloni, che viene da un mondo all’interno del quale a essere gentili, la tradizione ‘virilista’ è piuttosto affermata”, la domanda del giornalista. “Premesso che come buona cittadina non posso che augurarmi che questo governo duri perché sennò andiamo in una crisi profonda. L’altro giorno guardavo la scena del compagno con la figlia mentre lei giurava,: quelle immagini mi hanno fatto tenerezza”.

“Io quindi non so che cosa ci aspetterà il futuro, che cosa sarà in grado di fare – ha aggiunto sempre su Meloni – . Ho altre idee sui diritti, io penso che su alcune cose non c’è né destra né sinistra, perché rispettare il prossimo, la solidarietà, concedere alle donne di abortire in maniera più pacata possibile di un trauma, perché è un trauma comunque l’aborto, sono valori che non appartengono a un partito politico. Però ritengo che siamo una democrazia con tutte le possibilità di difendere i nostri diritti”.

“Però vedere queste immagini mi ha fatto tenerezza, non so come spiegare ma guardavo più a questo. Spero che io non viva quello che ho vissuto io, considerati gli attacchi che ha subìto negli ultimi giorni. Mi auguro per lei che sia forte, perché bisogna essere forti, poi si può affrontare qualsiasi cosa. È dura però è bello, io alla fine oggi mi dico: è stato duro però è la mia vita. Si sbaglia, si riprende”.

Se le donne di sinistra scoprono di odiare il potere quando perdono il potere. Tra le formule più amate dai bambini ce n'è una che serve a cambiare le regole d'ingaggio nei giochi di ruolo. "Facciamo che..." Valeria Braghieri il 13 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Tra le formule più amate dai bambini ce n'è una che serve a cambiare le regole d'ingaggio nei giochi di ruolo. «Facciamo che...». «Facciamo che... adesso io sono una sirena e ho una lunga coda ricoperta di squame e allora abito negli abissi ma mi sono innamorata di un marinaio»; «facciamo che... adesso io sono un poliziotto e allora ho le manette, la pistola, il distintivo e vengo ad arrestarti perché tu sei un ladro e hai rubato le caramelle».

«Facciamo che... adesso Giorgia Meloni diventa presidente del Consiglio e allora le donne decidono che il potere non interessa più. Che è meglio essere libere piuttosto che potenti». Le donne a cui non interessa più giocare, a gioco ormai perso, sono ovviamente quelle del Pd. E attorno al nuovo ruolo del partito, il quotidiano la Repubblica ha aperto un dibattito a puntate. Un susseguirsi di importanti interventi raccolti giorno dopo giorno sotto l'autoincensante occhiello «Idee». E dai quali, ci pare di capire, a questo punto della storia si cerca disperatamente di cambiare le regole d'ingaggio. Anche le donne di sinistra, superate a destra «da quella di destra», tentano di mettere ordine nello sgomento, di riorganizzare la sconfitta: dalle stesse colonne dello stesso quotidiano.

Ieri, dopo anni di battaglie per le quote rosa, la parità di genere, le pari opportunità, le piazze infuocate, i consigli d'amministrazione occupati, contrordine compagne. Sapete cosa c'è di nuovo? «Facciamo che...» il potere (che non abbiamo più) non ci interessa più.

«Il potere non porta da nessuna parte», «Toglie libertà, sacrifica valori autentici», «C'è sempre chi ha maggior potere di chi è al potere»... Tutte citazioni da Repubblica che a sua volta cita il Blabla di Eugenio Montale, e inorridisce andando ad analizzare il vero, profondo significato della posizione «ancillare» nella società, concludendo che certo non si può relegare al grembo femminile, arginare nella sola metà del mondo. Perché ancillari non sono solo le ancelle. Si è ancillari in un sacco di modi, in un sacco di ruoli. Si è ancillari in politica tanto per cominciare. Ma anche quello, al Pd, non è servito a nulla. Alle donne del Pd, tanto meno.

«Facciamo che...» non si ancilla più. Tanto è inutile, faticoso, umiliante e non porta da nessuna parte. Ora si sta perennemente a schiena dritta, si schifa il potere, ci si sfila dalle logiche millenarie e soprattutto si dismettono le cause femminili.

«Facciamo che...» avete perso, ma imparate lo stesso a rimanere composti.

Io sono Cordelia. Meloni è una donna forte, ma le femmine vittimiste non se ne sono ancora accorte. Guia Soncini su L'Inkiesta il 17 Ottobre 2022

La prossima premier conosce le regole del gioco della politica e ce ne farà dono. Non ha tempo per le lagne, e pazienza se re Silvio si sarebbe scelto un altro erede: ha vinto lei, decide lei

Verrà il giorno in cui Giorgia Meloni ne sbaglierà una (più di una, in più di un giorno, immagino); neanche venerdì, però, è stato quel giorno.

Non so come siano, in queste settimane, le vostre schermate di messaggi. Le mie sono quasi tutte composte da un qualche vecchio video di Giorgia Meloni, commentato da chi invia e chi riceve con analoghi «Ma come abbiamo fatto a non accorgercene prima».

Ho una scusa: erano quasi tre anni che non guardavo la televisione. Avevo smesso al principio della pandemia, quando il contagio era diventato l’unico tema di conversazione, il tema meno interessante nella storia del mondo. Guardereste un palinsesto la cui trama consiste nel dirvi di lavarvi bene le mani?

Tuttavia non è una scusa sufficiente. Alcuni dei più illuminanti video di Giorgia Meloni, alcuni di quelli in cui dimostra d’essere una che sa fare benissimo l’unica parte di sicuro consenso oggi, quella sono-proprio-come-voi, vengono da Belve, programma del quale fu ospite nel 2018: era prima che decidessi che, se i virologi erano le nuove soubrette, io preferivo leggere un buon libro; eppure non l’avevo vista. Come ho potuto essere così distratta?

Venerdì, quando Giorgia Meloni è diventata Cordelia in un universo in cui Re Lear è Silvio Berlusconi (l’universo che ci possiamo permettere), abbiamo assistito a uno spettacolo di cui Shakespeare ci aveva privati: la ribellione di Cordelia.

Ha scritto Concita De Gregorio che il ribaltamento di ruoli è imprevisto a destra come a sinistra: entrambe collocazioni dove, se hai i gameti sbagliati, solo damsel in distress puoi essere. Solo in tailleur puoi stare, e solo gli ottusi credono che quello degli abiti sia argomento secondario.

Mai come in questi giorni, in cui sembra non avessimo mai avuto una beghina per presidente della Camera, penso ai tailleur di Irene Pivetti, a quel disastro estetico causato dagli anni Ottanta, dagli spot dello shampoo ma pure da capolavori come Una donna in carriera, che è il cliché delle donne di potere; donne di potere nessuna delle quali, fino a Kamala Harris, ha più osato vestirsi come una donna normale.

Due mesi fa, al Meeting di Comunione e Liberazione, Giorgia Meloni aveva una gonna a pieghe verde, e tutte quelle con uno straccio di spirito d’osservazione hanno pensato: ma quindi si può. Si può vestirsi normalmente e vincere le elezioni, invece di perderle coi tailleur pantalone di Hillary Clinton.

Quando Silvio Berlusconi ha tenuto a farsi fotografare con gli appunti che spiegavano quanto l’avesse deluso Cordelia, nessuno gli ha chiesto come potesse essere accaduto, «l’amore della vostra vecchiaia, la figlia più cara e più stimata, ha dunque potuto, in sì breve tempo, commettere opra tanto rea da meritare che la spogliate fino alla nudità, che la priviate di tutti i doni di cui la vostra tenerezza l’avea rivestita? Certo l’offesa sua deve essere contro natura, dev’essere un prodigio d’atrocità; ovvero l’affezione che le avevate qui solennemente giurata, si è inesplicabilmente pervertita».

Certo, qualunque studioso di Shakespeare (o di Berlusconi) direbbe che, più che Cordelia, Giorgia è Regan, la figlia che tradisce: se sei maschio e tradisci, diventi il santo più importante della mia religione e la pietra su cui fondo la mia Chiesa; se sei femmina e tradisci, sei una schifosa consumata dall’ambizione.

(A proposito di schifose consumate dall’ambizione, ma se invece il parallelismo giusto fosse quello in cui la Ronzulli è Lady Macbeth? O lo è la Meloni? E se invece restiamo a Lear: se la Meloni è Regan, la Ronzulli è Goneril che la avvelena? Ci sono altri ruoli, per le femmine, che uccidersi l’un l’altra devastate dal sopravvenuto disamore del sovrano? Comunque Goneril alla fine si ammazza, e muore pure Cordelia: lo dico per non studiosi di Shakespeare che pensino a un lieto fine possibile per le femmine in scena).

Quindi venerdì Giorgia Meloni ha aspettato tutto il giorno, mentre giornalisti sempre più in calore bramavano un commento su quegli appunti al teleobiettivo (non) sfuggiti, mentre Ignazio La Russa diceva che erano certamente un fotomontaggio, Berlusconi taceva, e una di sinistra al posto suo avrebbe immediatamente dichiarato indignata che quell’orrido sessista non tollera d’avere davanti una donna di carattere, una donna di successo, una donna non a sua disposizione (cit. Rosy Bindi), una donna non ridotta a lista, come ti permetti, e anche voi che nei titoli scrivete «Giorgia» invece di «Meloni», schifosi patriarchi.

Giorgia Meloni non dice mai «è perché sono una donna». Non quando racconta a Francesca Fagnani che Berlusconi le ha suggerito di farsi il botulino alla fronte o che Ignazio La Russa la sgrida se non mette i tacchi; non quando Salvini e Berlusconi proprio non si capacitano che tocchi far governare lei, una pischella bionda; non quando i giornali intervistano la sua manicure. Giorgia Meloni conosce le regole del gioco e ce ne farà dono: è donna, è madre, è una che non ha tempo per le lagne, è quella che quando vince ha vinto lei e si fa come dice lei.

Quindi venerdì ha aspettato d’essere sotto tg, come sa fare la gente di potere, è uscita da un cancello, si è fatta alzare la palla da un inviato televisivo, e l’ha schiacciata come la Mimì Ayuhara che un’epoca di femmine vittimiste non sperava più di vedere. La mattina dopo, in tv, ho visto donne chiedersi sospirose se alla Meloni quella risposta fosse scappata. Ma certo: era in premestruo, era confusa, era fuori controllo. Siamo così: sempre più emozionate, delicate, non sappiamo dettare alla stampa risposte gelide come teste di cavallo.

Verrà il giorno in cui le femmine di quest’epoca saranno disposte a riconoscere una donna forte, quando la vedono. Purtroppo, neanche la settimana scorsa è venuto quel giorno.

DAGONOTA il 17 settembre 2022.

Per essere una femminista di ultima generazione, meglio se scrittrice femminista con finestra su un qualche giornale, è opportuno dichiarare due mitologie: “tutte quelle che conosco, me compresa, hanno subito almeno una aggressione” e “ho sofferto di problemi alimentari”, cioè anoressia (ndr di anoressia, quella vera, si muore: questa è l’altra, quella solo dichiarata perché fa gattamorta). Il resto lo fa l’autoreferenzialità di gruppo sorellanza-chic (“ho da consigliarvi un libro splendido di una mia amica…”) e il sostegno, o l’appartenenza, a una declinazione Lgbtq+ e assimilabili.

Chiara Tagliaferri è moglie dell’organizzatore del Salone del libro di Torino Nicola Lagioia e quindi, per vincolo matrimoniale, scrittrice anche lei. Con Michela Murgia ha scritto i libri “Morgana” ispirati agli omonimi podcast di culto della piattaforma Storielibere.fm. 

Se fosse scritto solo con la schwa il suo libro sulle “streghe viventi” sarebbe più leggibile; ciononostante è piaciuto a Teresa Ciabatti che, guarda te, lo recensisce entusiasta su “7” che, guarda te, è diretto dalla femminista in borsetta Barbara Stefanelli che, guarda te, organizza la kermesse femminista “La 27ma ora” dove, guarda te, invita Ciabatti, Gamberale, Avallone che, essendo mamme per loro “la gioia più grande adesso è essere mamme”.  Speriamo che i pargoli le tengano impegnate a scrivere di meno.

A parte la Tagliaferri, griffata collaboratrice del Festival “L’Eredità delle donne” (Serena Dandini direttrice) e autrice del podcast “Love stories” con quella spazzolona di Melissa P., Simonetta Sciandivasci, nuova penna di tacco e punta della “Stampa” di Giannini ha dalla sua un racconto pubblicato in “Brave con la lingua”, antologia al femminile sul linguaggio che determina la vita delle donne: ma perché l’allusione? Per vendere di più?

Ha scritto un brano pure nell’antologia “Di cosa stiamo parlando?” e, sfogliandolo, anche noi ci siamo chiesti: di cosa stanno parlando? Il suo romanzo “La domenica lasciami sola” fa il controcanto a Rita Pavone, che chiedeva di portarla a “vedere la partita di pallone”: Sciandivasci vuol stare a casa a vedere Grace Kelly ma non osate tirare in ballo l’attore Timothèe Chalamet.

Sulla “Stampa” di domenica scorsa l’ha conciato per le feste, manco fosse Johnny Depp in preda all’Aderall e senza un motivo: “un gran paraculo e figlio di puttana”; “il più immorale amorale ambiguo attore e forse il primo sfacciato stronzo platealmente arrivista della sua generazione”. 

Sulla “Stampa” discetta su Carla Lonzi “icona del femminismo” (in lei bisogno di autonomia, bisogno di amore, bisogno di collaborazione all’emancipazione… anche noi avremmo bisogno di tante cose), della Sanna tutta panna e di come cercare l’amore su Tinder  (“Tinder però declina sul serio, e non perché arrechi burnout, ma perché chi l’ha creato non poteva immaginare che avremmo mandato all’aria non la carnalità dell’amore ma la carnalità del corpo”: che vorrà di?).

Lei recensisce Rumiz e, nell’attesa che Rumiz recensisca lei, Chiara Valerio viene intervistata da Tersa Ciabatti (fanno tutto in casa) per “7” e, oltre a rivelare l’ossessione “per la crema Oil of Olaz” ricorda che fino dalla “prima adolescenza nella mia testa convivevano Vanna Marchi e Fleur Jaeggy, Woolf e l’elenco del telefono”: cosa c’entra la povera Virginia Woolf con gli altri? Lei appartiene a Lgbt: ha fatto coming out? “Mai dovuto. Un giorno ho detto: mi sono fidanzata con Elisabetta”.

Membro di “Nuovi Argomenti” e di “Nazione Indiana”, fu chiamata a guidare l’antisalone del libro di Torino, ovvero il Salone del Libro di Milano, naufragatissimo. È diventata editor della Marsilio e la sua collana Passaparola è la palestra per le Michela Murgia, Simona Vinci, Teresa Ciabatti e dintorni (tipo Claudia Durastanti, Beatrice Masini…). 

Coinvolte dalla “afro”-femminista Cecilia Alemani a scrivere per il catalogo sulla Biennale d’arte, sono tutte scrittrici tra di loro, insomma: non possono scriversi senza impegnare le case editrici? Dalla “27ma ora” Rcs, infine, viene la portabandiera di ogni rivendicazione Lgbtq+ Elena Tebano, che scrive sul “Corriere della sera”.

Qui è perennemente impegnata a rompere (ancora?) il soffitto di cristallo, con un occhio ad attaccare la Meloni ma senza “un’occhio” (sic!) per la grammatica italiana, almeno a giudicare dal suo ultimo intervento. Ma la lingua delle donne sarà pur più importante della lingua italiana!

Slogan anti Meloni al corteo contro la violenza sulle donne: «Ti mangiamo il cuore». Salvini: non ci intimidiscono. Redazione Politica su Il Corriere della Sera il 26 novembre 2022.

Striscioni e cori contro la premier alla manifestazione di Roma organizzata da «Non una di meno». Solidarietà di FdI e FI

Striscioni e cori contro Giorgia Meloni al corteo contro la violenza sulle donne organizzato a Roma da «Non una di meno». Alla manifestazione campeggiava un grande striscione con scritto «Fascista Meloni noi ti farem la guerra» e «Ti mangiamo il cuore». I manifestanti hanno poi intonato diversi cori contro la presidente del Consiglio, tra cui «Meloni fascista sei la prima della lista». «Siamo state identificate dalla polizia che ha tentato di toglierci lo striscione. Ma noi lo rivendichiamo», dicono le manifestanti che tenevano uno degli striscioni con slogan contro la presidente del Consiglio.

L’attacco a Meloni ha scatenato la polemica politica. Alla premier è arrivata la solidarietà di Fratelli d’Italia e Forza Italia. «Non sorprendono più le continue manifestazioni di odio e violenza nei confronti di Giorgia Meloni, rea evidentemente di aver vinto libere e democratiche elezioni. Semmai, quello che stupisce e ci fa sorridere amaramente è che questo odio oggi arrivi proprio da quei ragazzi e ragazze che partecipando alla manifestazione Non una di meno, sfilano contro la violenza sulle donne», commenta la ministra Daniela Santanché. «Piena solidarietà a Giorgio Meloni per gli striscioni e i cori intimidatori nel corso del corteo per dire NO alla violenza sulle donne. Tolleranza zero per chi tradisce i valori democratici di un Paese, della libertà di espressione e dei diritti di ogni donna». Lo scrive su Twitter Alessandro Cattaneo, presidente dei deputati di Forza Italia.

Anche il leader della Lega Matteo Salvini è intervenuto su Twitter: «Insulti contro di me a Milano da parte dei centri sociali, cori contro Giorgia al corteo di `Non una di meno´ a Roma. Se a sinistra vogliono continuare ad aggredire e schiumare rabbia, facciano pure: non ci intimidiscono e siamo più determinati che mai».

Secondo gli organizzatori erano 100 mila le persone in piazza a manifestare, secondo la questura 4 mila. Ad aprire il corteo uno striscione «Basta guerre sui nostri corpi», e a seguire le donne iraniane che hanno scandito lo slogan della loro protesta «Donne, vita, libertà» e ancora «Vogliamo essere libere, non coraggiose».

Le femministe in corteo vogliono morta la Meloni. La sfilata di "Non una di meno" sfocia in minacce e insulti contro la premier donna: "Fascista, sei la prima della lista". Domenico Di Sanzo il 27 novembre 2022 su Il Giornale.

Rieccolo, il cortocircuito. Slogan violenti contro la prima donna presidente del Consiglio della storia d'Italia durante una manifestazione contro la violenza sulle donne. Verrebbe da dire che se non ci fossero bisognerebbe inventarli, se solo non fosse stata costretta a intervenire la Digos. Il motivo? Uno striscione con una foto del premier e la scritta: «Ti mangiamo il cuore».

Alla marcia femminista di ieri pomeriggio a Roma si mischiano foulard rosa e bandiere rosse. Ma soprattutto spiccano i cartelli cruenti all'indirizzo di Meloni. Difficile definire altrimenti lo slogan: «Fascista Meloni, noi donne ti farem la guerra». E ancora: «Meloni vattene». Oppure gli slogan, presi in prestito dalla più trita paccottiglia degli anni '70. Due su tutti, scanditi in coro dalle manifestanti e dai manifestanti: «Governo Meloni preparati a tremare, siamo libere di lottare» e «Meloni fascista sei la prima della lista». Per le strade della Capitale è tornato indietro l'orologio della storia, nonostante le organizzatrici di «Non una di meno» siano convinte di lottare contro le politiche «reazionarie» del centrodestra. «Contro il governo Meloni che attacca l'aborto e l'autodeterminazione riaffermando il diktat Dio, Patria, Famiglia», si legge nel comunicato delle femministe. Una macedonia in cui il ricordo delle donne vittime di violenza si confonde con la guerra, il reddito di cittadinanza e la crisi climatica. E pazienza se Meloni abbia sempre precisato che la legge 194 sull'aborto non si tocca.

Inevitabili le reazioni del centrodestra. Matteo Salvini, leader della Lega, ministro e vicepremier, twitta: «Insulti contro di me a Milano da parte dei centri sociali, cori contro Giorgia al corteo di Non una di meno a Roma. Se a sinistra vogliono continuare ad aggredire e schiumare rabbia, facciano pure». «Non ci intimidiscono e siamo più determinati che mai», conclude Salvini. «Un corteo di violenza contro una donna non è accettabile», dice Augusta Montaruli, sottosegretario all'Università e Ricerca, esponente di Fdi, che parla di «brutalità inaudita». Francesco Lollobrigida di Fdi, ministro dell'Agricoltura, commenta: «Manifestanti che partecipano a un corteo contro la violenza sulle donne espongono striscioni e intonano cori violenti contro la prima presidente del Consiglio donna italiana. Questo non è dissenso. Solidarietà al presidente Meloni. Ci aspettiamo ferma condanna da parte di tutte le forze politiche».

«Alla manifestazione contro la violenza sulle donne qualcuno ha voluto intonare minacce, addirittura di morte, contro Giorgia Meloni. Donne che odiano le donne. Gente che predica bene e razzola male. Alla premier va la mia più sentita solidarietà», twitta Licia Ronzulli, capogruppo di Fi al Senato. «Boldrini e femministe condanneranno l'episodio?», incalza la deputata di Fdi Grazia Di Maggio. Già, la sinistra. Nessuno fiata. Tranne Pierferdinando Casini (che proprio di sinistra non è ndr.) che scuote la testa: «Campagne isteriche contro la Meloni. Sono incivili. Puro autolesionismo politico dell'opposizione».

Solidarietà dal capogruppo di Fi alla Camera Alessandro Cattaneo, che invoca «tolleranza zero». Nel frattempo, dietro a bandiere inneggianti alla rivoluzione, una donna giustifica così il cartello con la scritta «Ti mangiamo il cuore»: «È una citazione del film ti mangio il cuore con protagonista Elodie». Dopo il pomeriggio d'odio viene in mente un'altra citazione, di Leo Longanesi: «Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola». Finito il corteo violento, tutti a cena. È pur sempre sabato sera, anche sotto il «regime» di Meloni.

“Meloni ti mangiamo il cuore”. L’incredibile slogan delle femministe. Al corteo contro la violenza sulle donne, cori di odio contro il premier. E lamentano: “Ci ha tolto il reddito minimo”. Giuseppe De Lorenzo su Nicolaporro.it il 27 Novembre 2022.

Citofonare Roberto Saviano. Mentre lo scrittore piagnucola sui giornali di mezzo mondo, fingendosi perseguitato da un presidente del consiglio che l’ha querelato quando era all’opposizione, c’è chi quel premier non nasconde di volerlo eliminare. “Meloni fascista sei il primo della lista”, cantavano le femministe di “Non una di meno”. Anzi: una di meno anche sì, basta si chiami Giorgia, abbia la colpa di essere di Destra e pure leader del Paese. Perché torcere un capello ad una signora fa giustamente scendere in piazza le femen di tutta Italia, ma se poi sono loro stesse a minacciare di “mangiare il cuore” e di “fare la guerra” alla Meloni, allora tutti zitti. Nessuno che abbia il coraggio far notare loro l’ipocrisia di chi minaccia violenza ad una manifestazione contro la violenza sulle donne.

Un giorno ci spiegheranno per quale motivo un corteo femminista dovrebbe prendersela contro il primo premier del gentil sesso. Ma forse deve essere il brodo culturale in cui crescono certi movimenti. Forse leggono grandi intellettuali convinte che Meloni sia donna ma non abbia “un modo di fare femminista”, vedasi Michela Murgia. O forse si accodano a Saviano, libero di insultare una leader dell’opposizione definendola “bastarda” ritenendola licenza poetica e non maleducazione maschilista. Allora perché stupirsi?

Basta sentire tal Donatella, intervistata dall’agenzia Dire, per capire la bassezza del ragionamento. Accusano il governo di “fare violenza” contro le donne. Un esecutivo “che ci attacca”. E dove? Su cosa? Ha forse vietato le riunioni delle femen e reintrodotto lo ius prime noctis? Siamo forse finiti sotto un regime talebano, con la scuola vietata alle bambine e il velo imposto ad ogni adolescente? No. Le femministe lamentano un governo, appena insediato, che “non dà nulla per il lavoro” e “vuole togliere il reddito di cittadinanza”. Cosa c’azzecca tutto questo col femminismo? Un fico secco. Rivendicazioni grilline, più che contro la violenza sul gentil sesso. Come non c’entra una mazza l’accusa di far passare “un messaggio che siamo donne utili solo a fare figli per le fabbriche e per la guerra”. Ma dove lo hanno letto? Nel programma di Fratelli d’Italia no di certo, possiamo testimoniarlo.

Appare ormai chiaro si tratti solo di contestazioni pretestuose, la maggior parte delle volte intrise di quell’odio che si giura di voler combattere. Donne che odiano le donne, anzi una donna sola. Donne che vorrebbero “mangiare il cuore” a Giorgia Meloni, anche se giurano sia “una citazione” del film con protagonista Elodie. Donne che però l’hanno già indicata come “la prima della lista”, frase minacciosa di facile interpretazione. Donne che usano termini intimidatori, e poi frignano se la Digos le identifica. In perfetto stile Saviano. Giuseppe De Lorenzo, 27 novembre 2022

Perché il femminismo non voterà Meloni. Rosi Braidotti su La Repubblica il 20 Agosto 2022.

Quello europeo è un movimento di massa senza capi e senza tessere di partito: attiviste/i lottano per trasformare i rapporti di potere, non solo per parificarli. E ha una matrice anti fascista

Nelle ultime 48 ore abbiamo letto di tutto sul femminismo. Bisogna ringraziare due grandi donne, che, a suon di botta e risposta, stanno riportando in auge una parola dimenticata, sia a destra che a sinistra, ma soprattutto nelle case degli italiani, nei quotidiani, nei libri, nella nostra cultura estremamente patriarcale, impossibile da abbattere.

Sono sforzi, quelli della Terragni e della Aspesi, degni di nota e stima perché dietro le loro parole, c'è un obiettivo, uno sforzo immane, un grido disperato: il femminismo sta cercando una collocazione politica. Che venga poi attribuito alla Meloni, questa è senz'altro una provocazione alla quale vorrei rispondere.

Evitando di confondere tutto, che di confusione sotto il cielo non tanto stellato di questo Ferragosto preelettorale ce n'è già abbastanza, procedo con ordine e lasciatemi dire chiaramente che Giorgia Meloni sta al femminismo come un pesce su una bicicletta: affannata, in bilico e fuori luogo.

L'affaire Terragni-Aspesi nasce dal nesso che collega Terragni, "milanese, anima vagante, femminista, madre, giornalista, scrittrice", a Meloni - un'affinità forse più elettorale che elettiva, ma comunque significativa: come la leader di FdI, anche la Terragni pone la maternità al centro della stessa identità femminile come rapporto fondante dell'umanità. Questa visione quasi metafisica della madre simbolica come colonna della civiltà fa parte della storia e della cultura del femminismo italiano, ma non è né la sola voce di questo movimento né, a mio avviso, la più utile nel momento che stiamo attraversando.  E non è utile proprio perché collude con la visione tradizionale, discriminatoria ed eterosessista della destra, che, come dimostrato da Sallusti, passa rapidamente agli insulti e le minacce contro le femministe e le donne dell'opposizione.

La visione esistenzialista ed universalizzante del potere materno come forza costituente del femminismo non è di certo condivisa da tutte le femministe. Io la critico da decenni, ricordando che non esiste solo UNA differenza unica e di stampo metafisico tra uomini e donne, che colloca le donne in pole position per la liberazione dell'umanità: una visione settecentesca che non si applica al mondo d'oggi. Siamo tutti soggetti nomadi e complessi, in divenire.

Esistono molteplici differenze fra donne e Lgbtq+, che convergono su alcuni punti fondamentali di critica femminista. Primo fra tutti, che il fascismo ha fatto della madre un monumento simbolico e reale (sussidi in base al numero di figli, i premi per le famiglie numerose, ecc.).  E, secondo, che dopo Simone de Beauvoir e le sorelle Lonzi, la maternità è stata criticata duramente dal femminismo proprio come uno strumento di potere patriarcale.

Molte di noi femministe, che lavorano sull'intersezionalità, la diversità all'interno della galassia complessa che sono le donne nelle loro molteplici differenze, sono consapevoli di non esserlo tutte allo stesso modo, o nelle stesse collocazioni sociali e simboliche. Per noi il 'simbolico' non è certo fuori dalla storia, ma radicato pienamente nel sociale. Ciò che ci accomuna sono i valori condivisi, non l'anatomia o la somiglianza biologica. Sappiamo di non essere né Una, né la stessa - ma di differire tra di noi in mille modi. Allo stesso tempo condividiamo le esperienze del nostro vissuto, fatto di discriminazioni sociali ed esclusioni, ma anche di grande ricchezza e diversità femminile e Lgbtq+.

Forse l'aspetto più problematico di come il dibattito è stato posto finora in questa strumentalizzazione del femminismo dei fratelli (senza sorelle?) d'Italia a scopo elettorale è come si colloca nel contesto attuale, nel terreno di scontro internazionale fra idee sulla famiglia, la sessualità, l'uguaglianza e il genere. 

Nel tentativo di forgiare un'immagine pubblica più "moderna" e rivolgersi a un'audience più ampio al di là del loro tradizionale collegio elettorale maschile, i partiti di destra hanno infatti mobilitato sempre più le questioni di genere: in tutte le elezioni in corso nel mondo la destra quest' anno metterà in gioco la cosiddetta "ideologia di genere" contro le rivendicazioni femministe e Lgbtq+, in difesa dei valori patriarcali, considerati come l'essenza della civiltà occidentale.

Il femminismo è un movimento di massa senza capi e senza tessere di partito, ma soprattutto che appartiene ai/alle attiviste/i che lottano per trasformare i rapporti di potere, non solo per parificarli. Il femminismo è un movimento trasformativo, non solo egalitario. Si basa su principi fondamentali, che sono etici ancor prima di diventare politici: la solidarietà, per esempio, tra donne, ma anche con il popolo Lgbtq+. E anche solidarietà intersezionale cioè tra classi, razza, etnicità, religione, generazioni ecc. Molteplici strati di differenze che si arricchiscono e si rinforzano a vicenda.

Quindi, come tante femministe tutt'altro che illuse rivendico la matrice anti-fascista del femminismo europeo e pertanto non voterò di certo la Meloni.

Ha collaborato al testo Allegra Salvadori

L'odio contro la Meloni e l'assordante silenzio delle donne di sinistra. Dopo l'attacco di Repubblica e della Jebreal, solo due voci femminili a sinistra si sono alzate in difesa della Meloni. Per il resto tutto tace...Domenico Ferrara il 30 settembre 2022 su Il Giornale.  

La risposta migliore all'attacco pretestuoso sferrato da Repubblica alla Meloni l'ha data la stessa leader di Fdi. "La propaganda di demonizzazione contro di noi - perdurata nel corso di tutta la campagna elettorale - ha inasprito gli animi e diviso gli italiani. Noi lavoreremo per unirli, perché questo non è il tempo di polemiche strumentali o di divisioni, ma quello della responsabilità. Il nostro obiettivo al governo sarà quello di rappresentare e difendere gli interessi e i diritti di tutti i cittadini".

Unità e responsabilità. Due parole chiave che danno subito l'idea di come la Meloni voglia affrontare la nuova sfida che la attende. Allargare il campo d'azione, il consenso e l'autorevolezza. Il paradosso attuale è che quelli che prima accusavano il leader di FdI di dividere, di esacerbare gli animi e di mettere in pratica una deriva fascista sono quelli che stanno dividendo, esacerbando gli animi e rasentando la violenza fascista.

Come giudicare altrimenti la vergognosa storia riesumata dal Diario de Mallorca, prontamente ripresa da Repubblica e subitaneamente rilanciata con tanto di commento al vetriolo delirante da Rula Jebreal? La storia è stata già spiegata, ma quello che fa specie è che - nel momento in cui viene pubblicato questo articolo - a esprimere solidarietà nei confronti della Meloni siano state tre persone, di cui due uomini. Parliamo di Calenda ("Una bassezza, il padre non c'entra niente") e Conte ("No al fango sul passato, la combatto sul piano politico").

Alla fine, nel silenzio assordante delle femmine di sinistra e delle femministe, come un fulmine a ciel sereno si sono alzate solo due voci femminili in difesa della Meloni. Si tratta della Cirinnà (Una barbarie. Le persone si valutano per ciò che fanno, scelte politiche, per quello che dicono") e la Boschi ("Incivile attaccare una persona impegnata in politica per ciò che ha fatto o non ha fatto sua padre"). Nessun'altra dem ha osato commentare. Boldrini non pervenuta. Serracchiani non pervenuta. Letta non pervenuto. E fa un po' sorridere, perché è il solito doppiopesismo e la solita ipocrisia della sinistra che parla di quote rosa, che vuole la parità e la difesa delle donne, ma solo se sono di sinistra. Ma ormai questo è un refrain che si ripete e quasi non stupisce più.

Il maschilismo delle donne. Tutte contro Giorgia Meloni. Intervista a Wanda Ferro, deputato di Fratelli d'Italia. Michel Dessì il 30 settembre 2022 su Il Giornale.  

Cosa accade tra le stanze damascate dei palazzi della politica? Cosa si sussurrano i deputati tra un caffè e l'altro? A Roma non ci sono segreti, soprattutto a La Buvette. Un podcast settimanale per raccontare tutti i retroscena della politica. Gli accordi, i tradimenti e le giravolte dei leader fino ai più piccoli dei parlamentari pronti a tutto pur di non perdere il privilegio, la poltrona. Il potere. Ognuno gioca la propria partita, ma non tutti riescono a vincerla. A salvarsi saranno davvero in pochi, soprattutto dopo il taglio delle poltrone. Il gioco preferito? Fare fuori "l'altro". Il parlamento è il nuovo Squid Game.

Rosicano tutti. Anzi, tutte. I risultati elettorali sono indigesti al popolo della sinistra che, da sempre, si è detto democratico ed anti fascista. Ma come? Non c’è cosa più bella e democratica del voto eppure a loro non va giù. Aja aja... Vedere una donna, Giorgia Meloni, alla presidenza del consiglio non va affatto bene.

Ad urlarlo in cinquanta piazza italiane le femministe incallite di Non una di meno che, approfittando della giornata nazionale dell’aborto sicuro, sono scese in piazza per sfogare tutta la loro rabbia nei confronti dei cittadini che hanno preferito il centrodestra al centrosinistra. Inutile dire che sotto attacco c’era lei, Giorgia Meloni. Ma come, non dovrebbero essere felici per il successo di una donna? Ci hanno triturato i cabasisi per mesi sulle donne nei ruoli di potere ed ora che succede dopo anni di attesa cosa fanno? Protestano. Evidentemente per loro non tutte le donne sono uguali. Quanta ipocrisia.

Fratelli d’Italia è il partito delle donne. Tante candidate, tante elette e non perché andava fatto. Ma a quanto pare la democrazia non piace alla sinistra. Lo dice bene Wanda Ferro, rieletta alla Camera dei Deputati tra le file del partito di Giorgia Meloni. (ASCOLTA IL PODCAST) Lei, missina della prima ora, ha militato tanto nel partito e assicura che non c’è nulla da temere.

Ma, a volte, le donne sono le peggiori nemiche delle donne. Ricordate i tempi delle elezioni per il Quirinale? Tutte a pretendere una donna alla guida del Colle più alto di Roma. Solo perché donna. Non tanto per le sue capacità. Tanto che anche la politica se ne stava convincendo. Elisabetta Belloni, Marta Cartabia i nomi più accreditati. Per non parlare poi delle parole declinate al femminile. Teresa Bellanova ci teneva ad essere chiamata ministra, Virginia Raggi insisteva per essere chiamata la sindaca. Siamo certi che Giorgia sarà il Presidente.

Giorgia Meloni? Che tristezza l'invidia delle femministe contro chi ce l'ha fatta. Simona Bertuzzi su Libero Quotidiano il 30 settembre 2022

Che tristezza un paese incapace di festeggiare la sua prima donna premier. Se al posto della Meloni avessero eletto una Serracchiani dal caschetto fugace, l'Italia stapperebbe champagne e masticherebbe fiumi di retorica e orgoglio al pensiero di avere la prima signora presidente del consiglio. Invece è stata scelta la Meloni, donna di destra. E la notizia è risultata talmente indigesta alla sinistra, e ancora più a certe femministe di questo paese ipocrita e stantio, da scivolare nelle ultime righe delle cronache e nei titoli di coda dei giornali. Improvvisamente le articolesse e i salotti sulla condizione femminile, sulla parità di genere, sulle quote rosa e sul famoso tetto di cristallo che ci ha oppresso, schiacciato e umiliato fino a questo momento, sono finite in secondo piano triturate da una foga demolitrice e ideologica che nel rispolverare vecchi spauracchi e regimi morti e sepolti vede nella Meloni la quintessenza di ogni male. È bastato che Chiara Ferragni - influencer prezzemolina di quest' era social e non certo una statista - mettesse in guardia i suoi followers sui rischi di una deriva antiabortista in caso di vittoria di FdI, per riempire le strade di cortei insensati di femministe convinte che Giorgia voglia davvero sopprimere il diritto all'aborto.

La leader del centrodestra ha spiegato che non toccherà la 194, semmai rinforzerà la prevenzione e gli aiuti alle donne in difficoltà, ma non è bastato... Persino questa estate, quando è cominciato il tiro al bersaglio del Pd e dei soliti commentatori contro la candidata della destra, nessuna delle donne di sinistra che si riempiono la bocca e la penna di diritti civili e poi si indignano per una mutandina di troppo su un manifesto pubblicitario o una letterina dell'alfabeto mal declinata ha versato, non dico una lacrima, ma almeno una riga di inchiostro per fermare lo scempio. Il famoso fattore M... M come Meloni e come Mussolini. Con quei capelli lì. Quella voce lì. Quel modo di parlare un tantino urlato per soverchiare il clamore della folla... vuoi che non sia un chiaro ritorno al Ventennio? Il paradosso è che la campagna di fango è stata a tal punto scientifica e protesa a fare carta straccia dell'avversaria che ha fatto perdere di vista le battaglie vere. La cronaca di queste pagine è lì a dimostrarlo. Si organizzano mobilitazioni in diverse città d'Italia per fermare la Giorgia nazionale. Ma non si muove refolo e neppure un modesto sit-in per la povera Masha Amini arrestata dalla polizia religiosa a Teheran il 13 settembre per mancata osservanza della legge sul velo e perché anche in quell'ora, in quel luogo, davanti a tutti i gendarmi che stavano per toglierle il futuro e la vita a suon di botte, aveva due ciocche che uscivano dal copricapo e anelavano libertà. Ma da noi il problema è la Meloni. 

E così arriviamo a salutare quella che sarà la prima donna premier italiana sessant' anni dopo lo Sri Lanka (pensate che record) - e dopo aver guardato scorrere nella carrellata dei potenti le Liz Truss, Elisabeth Borne, Theresa May, Angela Merkel (per non scomodare i tempi antichi della Thatcher) - senza neppure un festeggiamento. Mesti e tremebondi come si va a un funerale, pronti ad annientare psicologicamente e moralmente la poveretta che osi dire fuori dal seggio elettorale «finalmente una donna al potere... avremo più spazio, più attenzione, più anima e magari uno straccio di welfare che ci aiuti a lavorare e non ci mortifichi a fare la calzetta». Viene il sospetto che dietro l'impalcatura ideologica si nasconda anche quel maldestro rosicare dei successi altrui in cui noi italiani siamo maestri. La sinistra non è stata capace di produrre un premier donna. Il centrodestra sì. La sinistra è una costellazione di nomi autorevoli che si inseguono e susseguono senza mai imporsi. Meloni ha scalato il centrodestra da un misero 1,9% e si è fatta strada in un mondo - la politica - maschilista per definizione stessa di alcuni politici (e non perché agisce e pensa da maschio, come ha detto qualche autorevole commentatore). La diffidenza rende tristi, sosteneva Totò. Qui è qualcosa di più della diffidenza. Ma l'effetto è lo stesso.

Meloni e l'ipocrisia del "sistema donne". Valeria Braghieri il 18 Agosto 2022 su Il Giornale.

E adesso che c'è Giorgia Meloni? Alla vigilia del secondo mandato di Sergio Mattarella al Quirinale, il vuotissimo slogan che girava a invocazione era "o una donna, o Mattarella"

E adesso che c'è Giorgia Meloni? Alla vigilia del secondo mandato di Sergio Mattarella al Quirinale, il vuotissimo slogan che girava a invocazione era «o una donna, o Mattarella». Non ci avevano neppure appiccicato un nome a quel «o una donna». Ma era giusto dirlo, doveroso pronunciarlo, e poi indispensabile passare ad altro, il più in fretta possibile. Perché in fin dei conti, a nessuno interessava davvero giocare quella partita. Tanto che anche quando i nomi erano stati individuati, ed erano i «loro» nomi, «quelli giusti» perché seduti dalla parte corretta del mondo (Marta Cartabia, Anna Finocchiaro, Elisabetta Belloni) comunque non se n'era fatto alcunché. Però lo spauracchio-donna era stato esposto e soprattutto ritirato al momento esatto. Le femministe avevano potuto crogiolarsi nella rassicurante «potenza» di ciò che tanto non sarebbe mai diventato insidioso «atto»: una donna al Quirinale. Pericolo scampato, tormentone intatto: «Le alte cariche dello Stato ci sono inibite».

Poi arriva Giorgia Meloni. E questo è un giorno che apre gli occhi tagliandoli. Perché, come spiega Natalia Aspesi su Repubblica, si è costretti a prendere atto che anche quando una donna c'è, comunque non basta. O non va bene. O non rappresenta tutte. O non è compresa nel ruolo di «Sorella» (tanto che chiama il suo partito «Fratelli» d'Italia»). O non cita abbastanza la parola «donna» nel suo programma. La Aspesi parte dal documento firmato da un gruppo di associazioni femminili che auspicano «un orizzonte politico comune a donne di tutti i partiti», e le mette in guardia dal rischio di illudersi: «La candidata premier ragiona al maschile». Con la Meloni, la causa non fa passi avanti.

Da sempre fanno finta di volere una donna al Quirinale, e adesso che la Meloni può diventare la prima premier donna, non c'è nulla per cui gioire. È molto meglio quando un desiderio rimane sempre fermo nel palato. Perché i conti con la realtà non tornano quasi mai. Tanto per cominciare Giorgia è di destra, poi non è «cipriosamente» concettuale, non veste di lino d'estate e velluto d'inverno, è più sedotta dai fatti che dalle parole. Giorgia è giovane ma gonfia di certezze, ha un ego fin troppo sazio, secondo alcuni ha pretenziosamente chiamato sua figlia Ginevra mostrando un'imperdonabile fragilità nei confronti dei salotti «a numero chiuso». Insomma, è (quasi) arrivata dove nessuna prima di lei, ma i detrattori non mancano. E le donne, quelle che contano, l'hanno già ampiamente avvisata: not in my name. Tutte, ma non tu. O la Santanchè. O qualunque altra di destra

Niente male come dimostrazione del saper far «sistema», come «orizzonte unico». La Meloni sta per accomodarsi nella Storia, sta per mettersi alla guida di un Paese più straziato che abitato e sa già su chi non può contare. Ma visto che il pragmatismo non le fa difetto, ci auguriamo che saprà ottimizzare anche le defezioni.

Natalia Aspesi per “la Repubblica” il 17 agosto 2022.

Ho ricevuto da Marina Terragni un lungo documento firmato da una ventina di associazioni di donne italiane (credo su un centinaio che non la pensano così), sostenute da altrettante straniere: titolo pacificante e bellicoso insieme "Un orizzonte politico comune a donne di tutti i partiti". Segue, 1) citazione di Olympe de Gauges, 1791: "Le donne saranno sempre divise le une dalle altre? Non formeranno mai un corpo unico?" Segue, 2) proposta elettorale, "Nel segno di Carla Lonzi a quarant' anni dalla scomparsa: elettrici e attiviste di tutti i partiti si uniscono nel dono di un 'programma imprevisto' comune, orizzonti per un cambio di civiltà".

Commenti miei, 1), la protofemminista girondina dai rivoluzionari maschi fu ghigliottinata in quanto fastidiosa con le sue lamentele donnesche; 2), quando nel 1970 proposi a Italo Pietra, direttore del Giorno, un articolo sull'epocale "Sputiamo su Hegel" della Lonzi, quell'uomo fascinosissimo e di gran classe si mise a urlare come un pazzo in piena redazione e non mi licenziò perché ex partigiano e quindi molto democratico. E adesso ragazze come la mettiamo? 

Finalmente una di noi, cioè una donna- donna, presidente di un partito, tra l'altro quello attualmente più votato, potrebbe diventare (i menagrami e pure lei lo danno per sicuro) la protagonista di un evento storico che il femminismo persegue da quando c'è: finalmente una donna a capo del governo italiano, cioè un primo ministro che essendo femmina rappresenti il massimo della democrazia, della parità, dei diritti, delle inclusioni, degli aiuti, di ogni forma di libertà verso un sol dell'avvenire che neanche ti immagini.

Eccola Giorgia Meloni, 45 anni di oggi, cioè tipo ragazzina eppure mamma, vestita classico e seducente, mai un capello fuori posto, in politica da 30 anni, da quando aveva 15 anni e già non aveva dubbi da che parte stare; la sua carriera è stata fulminea, perseguita con una volontà stupefacente, tutti i gradini superati velocemente per sua sola volontà, fondando con Crosetto e La Russa 'Fratelli d'Italia' a 35 anni e diventandone presidente due anni dopo, nel 2014, a 37 anni, un volto da Madonna vendicativa ma fresco, rispetto a quello inquietante del suo predecessore Ignazio.

A 8 anni di distanza e senza chiedere l'aiuto di nessuno, ignorando camerati e camerate e puntando solo su se stessa, ha portato il suo partito dal 3 % a essere il primo, fregando soprattutto i due alleati di destra- destra, sottraendo loro parecchi simpatizzanti. Si è proclamata da sola prossima prima ministra con tale fermezza che neppure i suoi due sodali Salvini e Berlusconi, non parliamo dei suoi oppositori, hanno aperto bocca, le hanno detto, si calmi, aspetti un momento, vediamo come va.

Nello spavento di una classe politica dormiente, o vociante, o fuori di testa, c'è poco da fare gli altezzosi, i colti, gli eleganti, gli antifascisti: solo il finimondo, temo, potrebbe scongiurare il luttuoso evento. A questo punto mi rivolgo a voi, donne di valore che avete composto e sottoscritto questo documento davvero importante per contenuto e per un modo di raccontare che ricorda i testi femministi meravigliosi e perduti degli anni '70, e vi chiedo: lo avete proposto anche a Giorgia Meloni che è donna come noi, e che però ha fondato un partito di Fratelli, dimenticando le Sorelle?

E che nei 15 punti del documento integrale del programma di governo del centro destra (che a leggerlo tutto altro che Mussolini, un bel fascismo XXI secolo, molto più ardito, checché ne dica la signora), non c'è una sola volta la parola 'donna', al massimo l'aggettivo 'femminile', quasi sempre collegato con i sostantivi 'infanzia', 'famiglia', e anche 'giovani' e 'disabili'. In centinaia di righe non una sola volta la parola 'diritti', che, è vero, forse da noi, dalla parte opposta, è stata abusata cancellando i 'doveri'.

E avete pensato prima di tutto se in questo momento di massima pressione Meloni, o chiunque altro, avrà il tempo e la pazienza di leggerlo tutto, perché nella sua intensità e verità è di una lunghezza a cui non siamo più abituati, e infatti io non ho ancora superato la prima intensissima pagina e me ne mancano ancora quattro, intensissime pure loro. 

Temo che il vostro 'Orizzonte Politico' si riveli oggi ingenuo, come del resto lo fu in passato, perché certo non è la prima volta che le donne si illudono di costituire un solo popolo: no, non credo che essere donna sia più importante della visione ideologica personale e dei compagni che per quanto maschi, la dividono con noi: io so che mai potrei sentirmi compagna e complice, mettiamo della Santanché o della stessa Meloni, che pure non posso fare a meno di ammirare per la sua implacabile sicurezza, mentre con cautela lo sarei di Veltroni e soprattutto di un Pisapia, se si facesse vivo e se i suoi compagni non se ne fossero dimenticati in quanto non del loro giro.

Ma poi cerchiamo di essere realisti: voi tra mille cose molto belle dite, "Non si può più tenere nascosta la verità. La verità sotto gli occhi di tutti è che troppi uomini stolti governano il mondo e la vita è diventata invivibile. Li stiamo vedendo trattare per il potere, sempre e solo loro, e siamo sgomente. Si permane nella cultura patriarcale che è la cultura della presa di potere". Se adesso il potere se lo prendesse una donna, una giovane donna, la cultura patriarcale sarebbe sconfitta oppure semplicemente sostituita da un matriarcato altrettanto violento? Le vostre parole, forse perché creatrici di visioni, mi hanno fatto pensare a una Gilead al contrario, a un luogo dove sono le donne, le ancelle, a condurre un potere armonioso e rispettoso del mondo eppure altrettanto dispotico.

È giusto, voi chiedete che la maternità torni "al centro delle comunità umane" per "orientare il programma politico , per il bene di tutte e di tutti". Questo credo non ve lo concederebbe non dico la Meloni ma neppure un Gilead femminista. Mentre su un paio di punti il centrodestra potrebbe essere d'accordo con voi, quando definite l'identità di genere "ideologia misogina e mercantile la nuova faccia glitterata del patriarcato che non vuole morire e che per sopravvivere ha bisogno di cancellare le donne persino nel linguaggio di genere". 

E quando definite "l'aspetto più straziante della gender ideologyla farmacologizzazione e la manipolazione chirurgica dei corpi di bambini e bambine dal comportamento non conforme agli stereotipi di genere - nuova lobotomia". Concludendo con l'unica cosa che conta: votereste la Meloni perché donna o per carità neanche morta, per due possibili ragioni; è chiaro che per lei le donne in quanto tali non esistono, ma anche perché alla fine si tenta di fare massa, gruppo, ma come sempre viene fuori che ci detestiamo tra noi, quindi in tutti i casi, fortunatamente, siamo costrette proprio dall'essere donna e detestare anche lei.

Natalia Aspesi al delirio: “La Meloni ragiona al maschile. Femministe, non votatela”. Adriana De Conto il 17 Agosto 2022 su Il Secolo d'Italia.

Femministe, non cantate vittoria se la Meloni diventerà la prima donna premier. Anzi. Lei “pensa al maschile”. Il suo partito è fatto di Fratelli d’Italia e ha dimenticato le  “Sorelle d’Italia”, avverte allarmata su Repubblica Natalia Aspesi in un articolo lunare e pieno di notazioni infondate.   Scrive l’anziana editorialista: no, la Meloni non è “la protagonista di un evento storico che il femminismo persegue da quando c’è: finalmente una donna a capo del governo italiano”. Niente di tutto questo. Dando per scontata l’ascesa della leader di FdI a palazzo Chigi (”Solo il finimondo, temo, potrebbe scongiurare il luttuoso evento”), si rivolge a un gruppo di donne  e femministe che le ha inviato un documento dal titolo: “Un orizzonte politico comune a donne di tutti i partiti”. Un documento che invita a non avere pregiudizi.

Aspesi su Repubblica: “Meloni non pensa alle Sorelle d’Italia”

La Aspesi dà loro – e a tutte le donne- delle ingenue, le tratta da idiote. Perché? Perché nei 15 punti del programma di governo del centro destra “non c’è una sola volta la parola ‘donna’. Al massimo – scrive- l’aggettivo ‘femminile’, quasi sempre collegato con i sostantivi ‘infanzia’, ‘famiglia’, e anche ‘giovani’ e ‘disabili’”. Insomma, declinare il femminile in questi ambiti così delicati e dimenticati dalla cultura dei governi sarebbe per le contro le donne. Sarebbe “pensare come un uomo”. Stendiamo un velo pietoso e andiamo avanti.

“Non potrei sentirmi complice di Meloni o Santanchè…”

Scrive che ammira la Meloni per il suo coraggio, determinazione e autostima, ma poi le rinfaccia di tutto. Ne sottolinea in un passaggio il “volto da Madonna vendicativa ma fresco, rispetto a quello inquietante del suo predecessore Ignazio”. Ne rievoca la carriera rapida, conseguita confidando solo nelle sue forze e nel suo carattere. Eppure neanche il “merito” va bene per la Aspesi nell’ascesa di una donna in politica. Perché la Meloni ha il difetto di essere di destra. E infatti esce fuori il livore, la condanna: “Non credo che essere donna sia più importante della visione ideologica personale e dei compagni che per quanto maschi, la dividono con noi: io so che mai potrei sentirmi compagna e complice, mettiamo della Santanché o della stessa Meloni (…). Mentre con cautela lo sarei di Veltroni e soprattutto di un Pisapia, se si facesse vivo”.

Meloni premier, Aspesi: “Matriarcato altrettanto violento del patriarcato”

Alt, qui non capiamo più niente del discorso. Il filo si perde del tutto. La Aspesi per rivendicare il femminismo doc sogna un Veltroni o un Pisapia? Due uomini? Prima si dice atterrita perché la politica è tutt’ora scolpita “nella cultura patriarcale”. E poi sogna Veltroni? Pisapia?Si contorce la Aspesi: “Se adesso il potere se lo prendesse una donna, una giovane donna, la cultura patriarcale sarebbe sconfitta oppure semplicemente sostituita da un matriarcato altrettanto violento?”. Inutile dire che per lei, con la Meloni, si invererebbe la seconda ipotesi. Termina infatti con una professione di inimicizia:  “E chiaro che per lei le donne in quanto tali non esistono, ma anche perché alla fine si tenta di fare massa, gruppo. Ma, come sempre, viene fuori che ci detestiamo tra noi, quindi in tutti i casi, fortunatamente, siamo costrette proprio dall’essere donna e detestare anche lei”. Assurdo, la conclusione è: “volemose male”.

Consiglio non richiesto alla Aspesi: guardi le donne di sinistra

La Aspesi farebbe meglio a guardare in casa sua: è la famiglia di sinistra che ha qualche problema col “femminile”. Dove una Cirinnà evoca per se stessa la figura mashile del Gladiatore per definire la sua battaglia politica in un collegio ostico. Come nota argutamente sui social Annalisa Terranova, collega e storica. Dove per avere due donne capogruppo di Camera e Senato si è dovuta attendere l’“imposizione” dall’alto di Letta per segnare la distanza dal suo predecessore Zingaretti. Suggeriamo pertanto  all’anziana editorialista di fare le pulci nel suo ambito politico; di leggere con attenzione  un’analisi del sociologo Luca Ricolfi del gennaio di quest’anno, certo uno studioso che non ha la tessera di FdI. Il quale scrisse in soldoni: altro che patriarcato, è la sinistra che  esclude le donne dai luoghi di potere.

Le analisi di Ricolfi smentiscono la Aspesi

“Nei meccanismi che regolano le carriere politiche, a sinistra è ancora dominante la cooptazione, mentre a destra c’è anche un po’ di meritocrazia». Ancora Ricolfi: «Le donne di destra non paiono avere remore a sfidare in campo aperto i rivali maschi; mentre quelle di sinistra troppo spesso paiono attendere la chiamata del capo, umili e ossequiose come le donne di un tempo». Parole che calzano a pennello, per prendere un esempio attuale, l’atteggiamento della dem Alessia Morano, che ha rifiutato un collegio difficile. Vincere facile tra le donne del Pd sembra essere la scelta migliore. E con tutto questo, con buona pace di Natalai Aspesi, la Meloni non c’entra nulla, anzi rappresenta l’esatto contrario.

La risposta della Meloni: “Ecco perché mi detestano”

E infatti la sua risposta dai suoi canali social non si fa attendere: “La Repubblica scrive che “ragiono al maschile”. Perché a loro non va giù che, come tante altre donne, non accetto di essere rinchiusa nel recinto delle cose “da femmina”. Mi detestano perché ho la pretesa di competere con i maschi al loro livello invece di aspettare che gli uomini mi concedano qualcosa: mi nominino, mi impongano, come accade alle donne a sinistra. Perché non mi interessa la loro benevolenza- incalza la leader di FdI. Perchè penso che le donne si debbano prendere il loro spazio e non pietirlo. Repubblica oggi ci dice che una che ragiona così è nemica delle donne, e conferma l’idea che la sinistra ha del ruolo delle donne in politica. Sempre subalterne, sempre seconde. Noi no, noi siamo per il merito sempre e comunque. Chi vale emerge, uomo o donna che sia. Fatevene una ragione”.

Alessandro Sallusti per “Libero quotidiano” il 18 agosto 2022.  

Natalia Aspesi, femminista firma de La Repubblica, esperta di questioni di cuore e di sesso oltre che icona del femminismo radical chic ieri è giunta a una conclusione storica: donne d'Italia non fidatevi, Giorgia Meloni è un uomo. Questa davvero ci mancava: per essere donna oggi bisogna passare il test Aspesi, che non misura il quoziente intellettivo bensì il livello di testosterone del soggetto sotto esame.

Secondo la Aspesi il problema di Giorgia non è che è un po' fascista come sostiene il suo giornale, no quello è un dettaglio. È che ragiona e si comporta come un uomo e quindi le donne, di destra e di sinistra che siano, non devono cadere nella trappola delle tette e dei lineamenti: non va votata, è una nemica come lo è chi è dotato di pisello. Siamo alla piena riabilitazione della canzone più ostracizzata proprio dalle donne di sinistra, quella «Voglio una donna con la gonna» incisa trent' anni fa da Roberto Vecchioni e caduta poi nel dimenticatoio - l'autore stesso ha raccontato di Libero vergognarsene perché ritenuta politicamente scorretta. La ricordate?

«Prendila te la signorina Rambo / Che s' innamori di te 'sta specie di canguro / Che fa la corsa all'oro veloce come il lampo, tenera come un muro, padrona del futuro / Prendila te quella che fa il "leasing" / Quella che va al "briefing" perché lei è del ramo / E viene via dal meeting stronza come un uomo, sola come un uomo». 

Già, sono passati trent' anni e il femminismo non ha ancora deciso se la donna è, come diceva Vecchioni nella stessa canzone, quella che serve per «pulire il culo ai figli» o viceversa quella che può e deve guidare un paese, ammesso e non concesso che non si possano fare entrambe le cose contemporaneamente. È che la Aspesi non vuole ammettere che il potere non ha sesso, è quella cosa lì indipendentemente se chi lo esercita porti o meno la gonna.

Giorgia Meloni è sicuramente donna e madre, su questo non si può discutere, è il potere che lei esercita ed eserciterà in futuro a essere, per dirla alla Vecchioni, "stronzo" e quindi cara Aspesi esci dalle tue contorsioni genetiche e arrenditi all'idea che non siete superiori a noi ometti né più pure né più etiche, se volete il potere, e se ne siete capaci, prendetelo e noi potremmo finalmente cantare "stronza come una donna", con licenza poetica "stronza come la Aspesi".

Natalia Aspesi per “la Repubblica” il 26 agosto 2022.

Se lo dice la Ferragni vale 20 volte Conte, 10 volte Calenda, 7 volte la Bonino ma anche almeno 5 volte Letta: lei sa vendere con eleganza di tutto, anche cose bruttine come le sue borse col disegnino delle ciglia, o democratiche come i suoi pensieri (si tratta di eleganza, quindi di sinistra), o sorridenti come i suoi piccini, per di più anche in inglese, così capita che pure la stampa straniera, annoiata sempre dalle curiose gesta degli italiani, venga a sapere qualcosa di noi.

Adesso nelle Marche governata dai Fratelli e neanche da una vera Sorella (semmai c'è una figlia, la Rauti) pare che molte donne così poco avvedute da ritrovarsi gravide senza volerlo (cosa voglia il complice mai responsabile resta sempre un mistero), non possano usufruire della pillola del giorno dopo e siano quasi impossibilitate a trovare un ospedale con ginecologo disponibile, che poi magari è più generoso nel suo studio se sei generosa pure tu; tanto che, dicono i menagramo, già c'è chi per interrompere la gravidanza torna ai secolari metodi un po' assassini, tipo ferro da calza o infuso di prezzemolo (siamo sinceri, non è che nelle regioni governate dalla sinistra ci sia la coda di ginecologi a disposizione).

Cose da donne, e infatti nella campagna elettorale che non se ne era mai vista una meno colpevole di negligenza, il tema non è venuto in mente a nessuno, (nemmeno alle poche donne ammutolite che i partiti si sono ricordati di candidare), tutti impegnati a darsi del fascista, del ladro, del traditore, del pirla e, massimo insulto da parte dei ragazzi rimasti nel M5S, in omaggio al loro capo che non perdona, draghiano!. 

Ma poi per fortuna ecco la soluzione cui sempre si ricorre quando si è alla frutta: una guerra tra dame (esempio impolverato Callas-Tebaldi, ma anche Elisabetta II-Thatcher, silenziato), ancor meglio una guerra tra bionde, cose da cinema, vedi "Gli uomini preferiscono le bionde", "La rivincita delle bionde", "Bionda atomica", "Odio le bionde".

La bionda Chiara (anche il nome conta, fa luce e fa santa) può vantarsi di avere poco meno di 28 milioni di consumatori (follower), che non sono pochi, mentre la bionda Giorgia continua a strappare preferenze ai suoi due alleati che standole a lato come i carabinieri di Pinocchio, paiono, senza offesa, i fratelli De Rege: tanto che oggi, domani non si sa, roteando i suoi occhioni azzurri che mettono in riga grandi e piccini, raccoglie nei sondaggi il 24% delle preferenze (dei sudditi); che (però non so far di conto) su 47 milioni di italiani con diritto al voto, ammesso che vada al seggio anche l'ultimo pastore sperduto nelle Murgie e tutti i brontoloni che si danno delle arie sui social bacchettando ogni singolo politico, corrisponderebbero a una ventina di milioni di voti: davvero tutti suoi, non certo dei suoi seguaci Fdl di cui non ci si ricorda una sola faccia; quindi meno del partito Ferragni ma, non si può negare, molto più pesanti.

Della Ferragni sono una fan più che una follower, non avendo occasione di comprare da lei alcunché, e seguo con piacere Leone, Vittoria e pure il cane, meno Fedez perché tutti quei tatuaggi mi fanno impressione, come i draghi di, appunto, House of the Dragon.

Per questo mi permetto di fare una osservazione di merito: qualsiasi rettifica chiedano alla bionda di destra, tipo togliere la Fiamma dal simbolo o chiedere scusa per usare come propaganda il video di una stupro, lei risponde sempre marameo: è cioè una vera dura.

Mentre la bionda di sinistra ha ascoltato forse i suoi ragionieri che alla fine del mese contano i milioni incassati e, come registra la nostra straordinaria Oriana Liso nella sua rubrica "Scusi lei", si è subito corretta: pettinatura da bambina e maglietta con la scritta " we should all be feminists ", prima ha scritto su Instagram «Facciamoci sentire a queste elezioni», poi si è sfumata in «Ora è il nostro tempo di agire e far si che queste cose non accadano». 

Metti il caso che le diciottenni che adorano il suo modo di truccarsi piaccia anche la Meloni perché così vuole il nonno, secondo voi non avendo alcuna nozione di quel che stanno facendo, disubbidiranno all'adorato vecchio o smetteranno di comprare succhi di frutta vegani targati C.F.?

È un brutto pensiero e per quanto la Patria con aborto certo chiami, meglio andare cauti, al massimo si potrebbe mettere sul mercato che la ditta depreca l'horror dei manifesti con embrioni che gli manca la parola. 

È immaginabile un vero duello per la conquista del governo tra due donne, mettiamo appunto Meloni e Ferragni? E chi vincerebbe? Intanto bisognerebbe che Chiara sacrificasse la sua splendida vita nella sua stolta casa milanese e rinunciasse, come nei post più recenti, a presentarsi col suo corpicino quasi del tutto nudo (ci sono i bambini! No, i parlamentari, che si spaventano di più), per passare giorni e giorni a discutere con colleghi italiani e stranieri anche cheap, anzi, a oggi molto cheap, smettendo di accumulare ricchezze e di spegnere candeline coi suoi bambini davvero meravigliosi; soprattutto sarebbe necessario che alla sempre più variegata sinistra impegnata in suoi oscuri, sanguinosi duelli, venisse in mente che le donne esistono e se ne potrebbe candidare una, non una qualsiasi, ma una brava in grado di salvarli, compito eterno delle femmine.

Come ha fatto la destra affidandosi a una giovane donna fornita di righello da battere sulle dita dei disubbidienti, che in quanto donna disprezza i maschi e li comanda come una vera mamma italiana, cui chiede ubbidienza e silenzio mentre lei rimette ordine, spazza via ciò che disturba la loro fragilità, gli ridà l'illusione di contare, rimette al loro posto le donne (in casa, ovvio) e le zittisce, non parliamo dei "deviati" cui saranno negate le famose inclusioni che immagino subito cancellate. Io non ho ancora capito cosa sia successo in poche settimane, perché tutti i maschi leader degli altri partiti si siano lasciati fregare da una persona, una donna poi, cui stupidamente non davano alcun credito. 

Visione macabra ma forse di fantasia: perché con tutte le sue vere doti di leader, che a essere sinceri non si vedono in nessun altro, osservando Giorgia muoversi con imperio tra la folla di uomini della politica, piccina, carina, svelta e mai zitta, sfida secondo lei già vinta, già primo ministro fai da te, non un dubbio, non un momento di stanchezza, non una cedimento, di una presunzione e sicurezza impressionanti; non so, forse, limitandoci soltanto a chiedere ai Ferragnez, intesi come famiglia, di dire ogni tanto la loro che qualsiasi cosa sia, fa impazzire la destra invidiosissima, consiglierei ai nostri amici di tentare la rimonta facendosi sentire col silenzio, visto che ogni volta che aprono bocca a noi che forse, ma forse, li voteremo, fanno cadere le braccia.

 Dolenze e acrilico. Meloni è la gran maestra del secolo della fragilità. Guia Soncini su L'Inkiesta il 27 Agosto 2022

A differenza dei suoi colleghi, Giorgia ha capito come si ottengono i consensi: con le cose di cui ci si vergogna. La cosa più divertente è che le militanti dei cuoricini, essendo intellettualmente inattrezzate, non si sono ancora rese conto di quanto lei somigli a loro

Io cerco di non scrivere tutti i giorni di Giorgia Meloni, ma la strada di questo buon proposito vede riproporsi quasi ogni giorno lo stesso ostacolo: che Giorgia Meloni è l’unica, tra coloro che si agitano sul palcoscenico politico in questo momento, che non sembri al disperato inseguimento della modernità.

È l’unica che assomigli al tempo sbandato in cui si muove – in cui ci muoviamo – e non so se gli assomigli per vocazione o perché s’è messa a studiarlo per tempo, ma insomma non fa l’effetto disperato che ottengono le mie coetanee che mandano a memoria le canzoni che piacciono alle figlie quindicenni.

Se posso usare esempi che stanno dalle parti di Thomas Bernhard e Robert Musil: Giorgia Meloni gioca nel campionato delle influencer che vendono dolenze e acrilico; gli altri candidati, in quello delle cinquantenni che, per sentirsi più vicine a figli dodicenni cui piacciono i Måneskin, mettono i cuoricini all’Instagram della fidanzata – venditrice di dolenze e acrilico – di Coso dei Måneskin.

Giovedì sera, quando la Meloni ha fatto il colpo da gran maestra del secolo della fragilità di dire come vi permettete di dirmi che discrimino gli obesi, io ho la mamma obesa, mi sono alzata in piedi ad applaudire. Poi ho pensato: ma non l’avevo previsto? Certo che l’avevo previsto, dopo aver letto la sua biografia, quindici mesi fa. (Voi non sapete la noia d’aver sempre già scritto tutto: avrei diritto a un risarcimento da parte di ogni politico di sinistra che ci arrivi tardi. Il che, considerato che tutti i politici di sinistra arrivano strutturalmente tardi su tutto, potrebbe rendermi ricca).

Sempre giovedì, Daniela Santanchè ha postato la schermata d’un augurio di morte alla Meloni, ovviamente spacciandolo per gravissima minaccia. L’ha potuto fare perché sono anni che la sinistra presentabile ci vende la clamorosa stronzata dell’odio on line come prologo di chissà quale violenza.

Invece di ringraziare le multinazionali che hanno creato uno sfogatoio sul quale ogni carneade s’accontenti di dirmi che merito lo stupro nonché di morire di fame e che nessuno al mondo ha mai fatto schifo quanto me, uno sfogatoio che evita al carneade di aspettarmi sotto casa con una rivoltella; invece di ammettere che il tizio che on line ci dice quanto facciamo schifo poi, se c’incontra al bar, ci chiede un video in cui facciamo gli auguri di compleanno a sua nonna; invece d’essere razionali, abbiamo deciso di drammatizzare.

Siccome sfogarsi on line è un fenomeno di massa, eccoci qua: che naturalmente a sinistra ci saranno tanti carneadi che notificano a Giorgia Meloni la loro repulsione quanti a destra ne accumula Laura Boldrini, e la campagna elettorale potrebbe essere ancora più noiosa di così, potrebbe essere una gigantesca gara a chi è più fragile vittima d’insulti. Grande sarebbe l’orchite sotto il cielo di questo spirito del tempo, ma le militanti dei cuoricini sarebbero in brodo di giuggiole.

Militanti dei cuoricini che, essendo intellettualmente inattrezzate, non si sono ancora rese conto di quanto la Meloni somigli a loro. Sì, proprio a loro, che hanno a cuore i profughi e l’aborto e tutte le giuste cause e mai mai mai penserebbero di avere qualcosa in comune con quella fascista.

Proprio a loro, che come Giorgia fanno d’ogni fragilità valuta, ma di Giorgia non hanno il catalogo perfetto: la mamma obesa, l’adolescenza col metabolismo lento, il papà che l’ha abbandonata, il cane zoppo, la maternità col senso di colpa delle donne che lavorano. Tutte, le ha. Voialtre che vi vendete ogni endometriosi e tassista scorbutico e fidanzato malmostoso (in neolingua: abusante) e maestra che non vi capiva e capi che vi hanno sottovalutate, voialtre ne avreste da imparare, da Giorgia, sull’influencing della dolenza.

Si capiva, leggendo il suo libro, da quella scena in cui Giorgia rievocava la sé stessa povera, figlia di madre sola nonché esaurita, unica bambina senza maschera a una festa di Carnevale. Certo che era Amy March. Certo che non aveva il vestito buono per stare in società. Voialtre eravate troppo impegnate a cercare di sentirvi Jo, che in Piccole donne era la fintissima sorella contenutista che vendeva i capelli per beneficenza, per sapere in che parte di quel romanzo risiedeva l’immedesimabilità. Troppo occupate a rappresentarvi come quella buona e giusta, per sapere come si ottengono i consensi: con le cose di cui ci si vergogna.

Sono un po’ stupita che Giorgia Meloni non si sia ancora appropriata del tema dell’odio on line. Foss’in lei, farei un vero colpo da maestra. Giorgia, dai retta, ti faccio da spin doctor gratis. Sfrutta tutta l’attenzione catalizzata da «io sono stata grassa, come potete pensare consideri deviati i grassi, io ho la mamma obesa, come potete pensare non voglia bene agli obesi» (bravissima, nessuno ti batte in spirito e neppure in tempo); poi, appena quell’attenzione lì cala, prendi una manciata di schermate d’insulti e buttati su una dichiarazione tipo: Vedete, vomitano veleno anche su di me, ma sono comunque per la libertà d’espressione.

Daresti modo alla sinistra presentabile di dire lo vedete, ve l’abbiamo sempre detto che la libertà d’espressione era una priorità da fascisti (sì, siamo arrivati a questi paradossi: Rushdie non può ridere perché gli si stanno rimarginando le coltellate e gli tira tutto e insomma ci prega di smetterla; di Orwell invece si sentono le risate dalla tomba); e a Enrico Letta di fare un bel cancelletto «Viva la censura».

Giorgia Meloni, Michela Murgia: "La vera domanda da farsi", un altro caso. Libero Quotidiano il 18 agosto 2022

Dopo Natalia Aspesi, non poteva mancare la voce di Michela Murgia al coro di donne di sinistra contro Giorgia Meloni. Il tema è noto: quanto è pericolosa la leader di Fratelli d'Italia? O meglio: è più pericolosa per l'Italia o per le italiane? Il tedio post-ferragostano genera mostri e la scrittrice sarda, sempre in prima fila nelle sue (a volte balzane) battaglie politiche e linguistiche contro la destra cattiva e gli uomini padri-padroni mette subito le cose in chiaro: "Se esistano o meno femministe di destra è una domanda che non porta da nessuna parte. Il giorno in cui mi metterò a dare patenti di femminismo alle altre donne deve ancora sorgere", spiega su Instagram. Il sospiro di sollievo è relativo.

"So però per certo che esiste un modo femminista di esercitare la propria forza e uno che femminista non lo è per niente. Ogni volta che incontro una donna potente, quello che mi chiedo è: che modello di potere sta esercitando? Se usa la sua libertà per ridurre o lasciare minima quella altrui, questo non è femminista. Che sia di destra o di sinistra, se chiama meritocrazia il sistema che salvaguarda il suo privilegio di partenza e nega i diritti di altre persone, questo non è molto femminista. Che sia di destra o di sinistra, se il suo modello di organizzazione dei rapporti è la scala e non la rete, nemmeno questo è particolarmente femminista".

 "Che sia di destra o di sinistra, se la sua visione della fragilità altrui è paternalista e l’unica soluzione che le viene in mente è una protezione che crea dipendenza, questo è il contrario del femminismo. Che sia di destra o di sinistra, se per lei le funzioni patriarcali sono più importanti delle persone che le svolgono, questo senz’altro non è femminista. È quindi inutile chiedersi se Giorgia Meloni sia femminista o non lo sia solo perché è a capo di un partito. Fatevi domande sul suo modo di esercitare il potere e vedrete che il dubbio neanche vi viene". La risposta, insomma, lei la conosce già. E per mettere le mani avanti di fronte a possibili appunti, conclude: "Sì, conosco anche donne di sinistra che usano il potere così, ma nessuna corre il rischio di diventare presidente del consiglio". Forse solo perché, stando ai sondaggi, non ne hanno la possibilità. 

Mirella Serri per “la Repubblica” il 18 agosto 2022.

Il termine "donna" è da tempo per Giorgia Meloni un vero tormentone dei suoi comizi. Ma la pasionaria della destra è davvero una paladina a tutto tondo delle ragioni femminili? 

Oppure dietro alla parola magica "donna" c'è un trucco, si tratta di un modo per mascherare una concezione dell'altra metà del cielo assai conservatrice, per non dire reazionaria? 

Meloni, per esempio, sottolinea ripetutamente qualità delle donne come "serietà, responsabilità e pragmatismo". 

Ma contemporaneamente assicura che a loro non riconoscerà mai nessun percorso preferenziale: con lei al potere pari opportunità e quote rosa finiranno alle ortiche poiché trasformano il gentil sesso in panda, in una specie tutelata. 

Con l'uso e l'abuso della parola "donna" Meloni addolcisce e mitiga molte delle sue più note e meno presentabili immagini: da quella di Giorgia militante "dura e pura" all'interno della sua "seconda famiglia" (così chiama la squadra della sua adolescenza, il Fronte della Gioventù schierato contro le istituzioni e i valori democratici) all'immagine della leader che si riconosce in "Dio, patria e famiglia", imperativo di conio fascista attraverso il quale mantiene il legame con la "sua" destra, missina e tradizionale.

Sempre facendosi forte della sua identità femminile. Giorgia cerca di fronteggiare conciliazioni difficili, come le polemiche sull'aborto: "Fratelli d'Italia non vuole l'abolizione della legge 194", ripete spesso. 

Poi però opta per "il potenziamento dei centri di aiuto alla vita", ribadisce il suo "sì alla cultura della vita e no all'abisso della morte". 

In generale disegna per le donne un ruolo molto simile a quello propagandato e praticato nel Ventennio, tutto centrato sulla cura della famiglia e sulla procreazione. 

Altro che investimenti per la parità di genere in luoghi di lavoro inclusivi, altro che la creazione di sistemi di assistenza più equi, altro che la promozione dell'ascesa delle donne a posizioni di leadership! Meloni predica l'importanza dell'occupazione femminile, ma lo fa in termini generici, non adatti a tempi di grave crisi come gli attuali, e non considera le soluzioni che potrebbero davvero aiutare le donne a non essere discriminate sul lavoro, né tiene conto dell'aumento del gap salariale tra i sessi.

Sulla questione delle quote la leader di FdI aggiunge: "Da capo di un partito voglio poter scegliere le persone migliori, indipendentemente dal genere. Ma non ditelo a certe sedicenti femministe". 

E aggiunge: "Non è importante quante siano le donne al comando, ma quale sia il grado di comando". Qui casca l'asino: proprio il suo partito è largamente dominato dai maschi a tutti i livelli. 

L'obiettivo di Giorgia è "un welfare a misura di famiglia". Beninteso, una famiglia che non è contemplata per i soggetti lgbtq: "No a genitore uno e genitore due, noi difendiamo i nostri nomi perché non siamo codici". 

Anche sugli abusi nei confronti delle donne Meloni si dimostra assai reticente: la Turchia e la Polonia sono fuoriuscite dalla Convenzione di Istanbul (per la prevenzione e l'eliminazione della violenza di genere) e il premier sovranista Viktor Orbàn, a cui la leader romana ha sempre fatto riferimento, si è rifiutato di ratificarla.

La punta di diamante della destra italiana dà segni che potrebbe seguire la medesima strada in un futuro non lontano. In Fratelli d'Italia i comportamenti beceri, offensivi nei confronti delle donne sono diffusi. 

Si possono cogliere perle come "Chiamate qualcuno che le tappi la bocca con qualcosa di lungo e duro", "Povera scema", "Vomitevole", "Demente", "Posso dire du palle con 'ste propagande sulla violenza verso la donna?". 

Non risulta che questi "fratelli" fallocrati siano stati espulsi dalla "famiglia" di Giorgia la quale nega che esista un maschilismo diffuso nella destra: eppure storici autorevoli, come Giuseppe Parlato e Piero Ignazi, documentano la notevole influenza che ha tra i giovani, per esempio, il pensiero di Julius Evola, feroce contro le donne-ostacolo alla piena espressione del virilismo e dell'eroismo maschile. Adesso la leader accusa di misoginia i suoi nemici politici. Ma lei adopera l'amato slogan "sono una donna", "sono una madre" per riportarci verso il Ventennio.

L’ultima cretinata della sinistra: “Per Giorgia Meloni le donne esistono solo se sono madri”. Riccardo Angelini 3 Agosto 2022 su Il Secolo d'Italia.

Patriarcale. Antifemminista. Fascista. Così Nadia Urbinati ha di recente bollato la proposta di Fratelli d’Italia di sostenere la natalità. Una proposta desunta da un programma elettorale che è del 2018 e non di oggi. Ma queste sono “sottigliezze” che alla sinistra non interessano. Pur di colpire l’avversario si inventano, come fa la Urbinati, che per Giorgia Meloni la donna esiste solo in quanto esercita la sua funzione riproduttiva. Come Mussolini e il fascismo, fa notare la studiosa femminista e di sinistra. Che proprio lì voleva andare a parare.

Urbinati: per Meloni la donna esiste solo se è madre

Ecco il succo del ragionamento di Nadia Urbinati, in un articolo pubblicato sul quotidiano “Domani”, uno dei più aggressivi contro Giorgia Meloni. “Si dice al primo punto che questo programma elettorale destina «il più grande sostegno alle famiglie e alla natalità della storia d’Italia». Certo! Tutto ruota intorno alla donna-madre. Non ci si faccia ingannare – e probabilmente molti/e si faranno ingannare: questa attenzione assistenziale presume che la famiglia e i figli siano l’orizzonte di vita della donna, e soprattutto che siano a suo carico. La donna, come donna, non è presente: lo è come madre e come italiana. In linea con la fotografia che Giorgia Meloni ha voluto dare di sé in questi anni: una madre italiana che lavora. La donna ha una funzione produttiva perché prima ha una funzione riproduttiva. Non serve molta immaginazione per riandare alla tradizione fascista…“.

Pregiudizi radicati a sinistra

Invece di fantasia ne occorre molta. E soprattutto ci vogliono pregiudizi molto radicati per avventurarsi in queste arrampicate dialettiche. Che tra l’altro – ripetiamo – prendono spunto da un programma del 2018.  Ecco, in ogni caso, il punto commentato da Urbinati: “Asili nido gratuiti e aperti fino all’orario di chiusura di negozi e uffici e con un sistema di apertura a rotazione nel periodo estivo per le madri lavoratrici. Reddito infanzia con assegno familiare di 400 € al mese per i primi sei anni di vita di ogni minore a carico. Quoziente familiare in ambito fiscale. Deducibilità del lavoro domestico. Congedo parentale coperto fino all’80% ed equiparazione delle tutele per le lavoratrici autonome. Incentivo alle aziende che assumono neomamme e donne in età fertile. Tutela delle madri lavoratrici e incentivi alle aziende per gli asili nido aziendali. Deducibilità del costo ed eliminazione dell’IVA sui prodotti per la prima infanzia. Intervento sul costo del latte artificiale. Difesa della famiglia naturale, lotta all’ideologia gender e sostegno alla vita“.

La libertà di scelta è sostenuta dalle politiche family friendly

Si può comprendere che Urbinati, seguendo le dotte elucubrazioni di Elodie, sia spaventata da queste istanze ma in che modo esse possano interpretarsi come nemiche delle donne è davvero difficile da dimostrare visto che la libertà di una donna di essere madre o no si misura anche col grado di sostegno che le istituzioni sono in grado di darle. Con la sostanza di politiche che oggi chiamano “family friendly” e che sono proprio quelle auspicate da FdI.  Altrimenti la strada è obbligata: si sceglie di non essere madre non per libera scelta ma per necessità. E’ questo che vuole la sinistra? 

Meloni: “L’ideologia gender mira alla scomparsa delle madri. Noi difenderemo l’identità femminile”. Augusta Cesari il 29 Aprile 2022 su Il Secolo d'Italia.  

“L’ Occidente ha rinunciato alla sua anima, ha svenduto i suoi valori al miglior offerente”: un passaggio lungamente applaudito. Giorgia Meloni ha parlato di famiglia, di donne, di maternità, di bambini  alla Conferenza programmatica di Fdi a Milano. Il discorso non potava non toccare una battaglia che FdI ha combattuto e vinto. “I bambini non sono prodotti da banco, non si comprano. Eppure è quello che esattamente  accade ogni giorni grazie alla pratica mostruosa dell’utero in affitto. Vi rendete conto? – interroga la platea- . Uomini ricchi che pagano donne povere per portare in grembo un bambino che poi le verrà tolto. Questo, signori, non è non è sintomo di modernità. E’ una pratica infame. significa  confondere i desideri con i diritti. E’ sostituire Dio con il denaro”.

Utero in affitto e ideologia gender

Già, se la pratica che mercifica il  corpo delle donne diventerà reato punibile in Italia anche se commesso all’estero, lo dobbiamo a FdI. La Commissione Giustizia della Camera ha adottato  come testo base la proposta di legge di Fratelli d’Italia per rendere l’utero in affitto reato universale. Una vittoria su cui si cui Giorgia Meloni si è soffermata con parole vibranti che hanno infiammato la platea.

“La famiglia è sotto attacco”

La famiglia è l’architrave della società. E “‘architrave della famiglia sono le donne in quanto madri. Se andiamo oltre gli slogan, ci renderemo conto che il  vero obiettivo non dichiarato dell’ideologia gender è la la scomparsa della donna in quanto madre. Lo ha spiegato con lucidità Eugenia Roccella, in un convegno al quale ho partecipato”, ha ricordato.  “L’individuo indifferenziato di cui parlano i paladini dell’ideologia gender  non è poi tanto indifferenziato. E’ maschio. Fateci caso. L’uomo può essere tutto, madre, padre, in un’infinita gamma che va dal maschile al femminile. Se ci fate caso- ha scandito-  le parole più censurate dal politicamente corretto sono donna e madre. Perché? Perché si vuole distruggere la straordinaria forza simbolica della maternità”.

“Questo è il tempo delle donne”

Ha proseguito Giorgia Meloni: “E’ nel rapporto madre figlio che si fa esperienza dell’amore gratuito, della cura, dell’acccettazione delle imperfezioni: ecco perché quell”architrave’ è un nemico. E noi – avvisa le vestali del mainstream dominante – difenderemo non solo l’identità delle donne. Di più. Noi anzi pensiamo che questo  è il tempo delle donne. Dentro e fuori le mura domestiche“. C’è tanto lavoro da fare – ammette-. “L’unica ragione per cui vogliamo arrivare in vetta è che da lì sapremo guardare più lontano”.

Giorgia Meloni? Il paradosso rosa: femministe a lutto per il premier donna. Hoara Borselli su Libero Quotidiano il 07 agosto 2022

Quando negli Stati Uniti si tennero le primarie del partito democratico, nel 2008, i candidati principali erano due: Obama e Hillary Clinton. Un nero e una donna. Negli Stati Uniti, fino a quel momento, non c'era mai stato un presidente afroamericano né un presidente donna. Le femministe si schierarono compatte. Quelle più moderate e quelle più radicali: Hillary.

Dissero che la lotta tra neri e bianchi era una costante della storia da qualche secolo, mala lotta tra donne e uomini era una costante da sempre. La specie umana, dissero, è divisa tra i due sessi e la storia umana racconta di una millenaria oppressione dell'uomo sulla donna. Se nel paese più forte ricco e importante del mondo, e cioè in America, una donna diventa il capo della nazione, è una svolta nella storia dell'umanità.

SCONFITTE

Persino una femminista radical e quasi sacra come Camille Paglia disse: Hillary, Hillary! Senza dubbi. Obama è un maschio. Poi vinse Obama, confermando quanto è dura la strada del potere per le donne. E quattro anni dopo Hillary fu sconfitta di nuovo, da Trump. Ma la questione di principio posta dalle femministe americane resta intatta e limpida. Prima la donna. Woman first.

Beh, qui da noi, oggi, ci troviamo in una situazione simile alla vigilia delle elezioni. C'è la possibilità concreta che una donna diventi presidente del Consiglio prendendo il posto di Draghi. Parlo di Giorgia Meloni. Beh: dove sono le femministe? La mia non è una provocazione, è un ragionamento. Ad essere realisti, i possibili premier che usciranno dal voto del 25 settembre non sono molti. Se vince la sinistra il premier forse sarà Letta, forse Calenda (conoscete in politica qualche esemplare più machista di Calenda?

Nelle cose che dice, nelle smorfie, nelle mosse, nei toni arroganti...). Se si pareggia, o se comunque il risultato non sarà netto, c'è la possibilità che ci sia un premier centrista, sicuramente maschio: Draghi o chi per chi lui. Se vince la destra e la lista di Fratelli d'Italia risulta prima nella coalizione (cosa praticamente certa) l'Italia, dopo Israele, la Gran Bretagna e la Germania, sarà il primo Paese occidentale ad avere al suo vertice una donna. Vi pare poco? Sento l'obiezione di chi mi dice che però l'estrema destra non è mai stata femminista. E che vuol dire? La storia non è mica un libro di algebra. Non cammina mai dritta dritta. Del resto, in Italia, già da tempo le leader femmine sono molto più presenti a destra che a sinistra. E poi anche Golda Meir, e Thatcher, e Merkel non erano mica donne di sinistra. Qui stiamo ragionando sul problema dei problemi: il potere. È lì che le donne non hanno mai rotto il "tetto di vetro" della società liberali. Il potere. E oggi questo è in gioco: il potere.

IL POTERE

Le femministe non hanno sempre posto questa questione? Come rompere il potere maschile, come abbattere il patriarcato. Il patriarcato è quella cosa lì: il potere riservato solo ai maschi. Nella famiglia, nell'azienda, nella comunità sociale e poi somma questione - nello Stato. Ecco, amiche femministe - e scrivo amiche senza nessuna ironia o spirito polemico - abbiamo la possibilità di affrontare e vincere la battaglia del potere. Voi ci siete? Non c'è nessuna altra strada. Solo questa: smettetela di fare le schizzinose e sostenete Giorgia. Convinte, compatte, a gran voce. Vincere la guerra dei simboli, dare una picconata al patriarcato. Scusate se ripeto unvostro slogan e una splendida frase di Primo Levi: se non ora quando?

Il femminismo delle celebrità aiuta il movimento? I benefici superano i rischi. TheWorldNews su Twnews.it il 6 Agosto 2022.    

Il femminismo ha fatto un patto faustiano con la cultura delle celebrità in un lungo articolo pubblicato sul New York Times intitolato: Ora sta pagando un prezzo. La giornalista vincitrice del Premio Pulitzer Susan Faludista preparando un libro sul femminismo moderno. Attiviste e attiviste femministe (il rovesciamento della decisione Roe v. Wade e la decisione del processo Depp Heard) riflettono accuratamente il modo in cui si comporta il movimento.

Senza dubbio getta una cattiva luce sul movimento #MeToo e sul femminismo più in generale, ma il problema non è la frase in sé, ma piuttosto il modo in cui i media ne parlano. Questa è una questione del tutto personale e irragionevolmente emblematica del movimento più ampio.

E per questo motivo, penso che far risalire il rovesciamento di Roe v. Wade alla decisione Depp-Heard sia esagerato. Il contesto che ci ha portato qui. Invece, la reazione della società può essere vista come più suggestiva.

Secondo Susan Faldi, il femminismo pop delle celebrità è 25} è una delle principali cause di regressione forzatanel progresso delle donne. E anche qui non sono del tutto d'accordo. Potrebbe essere vero, ma mentre "la rappresentazione del femminismo da parte delle celebrità è un'arma a doppio taglio", credo che i benefici superino di gran lunga i pericoli.

Il femminismo della quarta ondata ha avuto il grande vantaggio di diffondere il movimento a livello globale, raggiungendo un potere senza precedenti anche nelle regioni più remote e sottosviluppate del mondo. Di conseguenza, ha ampliato e superato la sua linea di vista, portando tutte le parti oppresse della società nella lotta.

Celebrità e social network Non sto promuovendo alcuna forma di femminismo, ma il femminismo non era perfetto nemmeno durante la seconda ondata (principalmente bianca e borghese). Oggi, chiunque utilizzi Internet può accedere a migliaia di approfondimenti diversi sull'argomento, aggiungere la propria prospettiva e partecipare alla discussione. È quasi impossibile utilizzare regolarmente i social network o leggere giornali online senza imbattersi nella parola "femminismo".

Inoltre, il femminismo delle celebrità non ha certamente dimenticato gli insegnamenti e le pratiche della seconda ondata.

Probabilmente (e purtroppo) non ha ancora ottenuto una vittoria politica, ma ha sicuramente avuto un impatto importante sui dibattiti sociali e politici, soprattutto sull'educazione delle nuove generazioni. Non puoi aspettarti risultati immediati. In particolare, il mondo è dominato da eterosessuali bianchi prevalentemente più anziani che prendono decisioni e portano avanti pensiero conservatore.

società patriarcali

I diritti delle donne lo faranno essere sempre in pericolo a meno che le basi della società non cambino. Ma il rovesciamento delle strutture patriarcali che hanno sempre caratterizzato e organizzato le società richiede uno sforzo costante e il riconoscimento che ci vorrà molto tempo. Perché si tratta di cambiare radicalmente la cultura.

Quindi io e Susan Fardi non condividiamo lo stesso punto di vista, ma questo articolo ci fornisce importanti spunti di riflessione.

Barbara Costa per Dagospia il 2 agosto 2022.

“IO sono IO non per quanto gli altri mi hanno permesso, ma per quanto mi sono permessa da me stessa. O mi si risponde sullo stesso piano, o è meglio si stia zitti. Così sono stati zitti tutti”. C’è stato un tempo, in cui qui in Italia, e fuori… se la sono fatta sotto, tutti, e per le parole scritte di una singola persona.

Questa persona è Carla Lonzi, morta il 2 agosto di 40 anni fa, autrice di libri che sono bombe che fanno saltare in aria chiunque vi si avvicini. Libri che è mezzo secolo che hanno visto la luce, ma che saranno nuovi, e pronti a incendiarti la mente, pure fra altri 50! Perché non siamo granché progrediti, peggio, stiamo regredendo, rispetto a quando Carla Lonzi si è giocata tutto per mettere ogni cosa a sconquasso.

Non c’è lato della vita e della struttura sociale per come la conosciamo che Carla Lonzi non ha portato sul banco degli imputati. Senza appello. Non si salva niente, del rapporto tra uomo e donna, e donna e donna, uomo a uomo, e di ciascuno con sé. A cominciare dal sesso. Se il mondo (la parte occidentale, ma poi non è che altrove stiano meglio, anzi) è ordinato a norma e sembianza maschile, a privilegio e funzione maschile, secondo Carla Lonzi non c’è per la donna nessuna liberazione, e la colpa è dell’uomo. E della donna!!!

Tu, donna, puoi prendere atto di un mondo a regola maschile, la cui base è la procreazione fra pene e vagina posti in una famiglia a comando patriarcale. Stop. Le cose stanno così, ogni realtà è da secoli basata (e si basa!!!) sul pene che ingravida l’utero su cui le padrone solo di recente attuano un controllo. Gestione che non può bastare. Tutto ma davvero tutto nella Storia si fonda sulla supremazia del pene e su una donna che in passato nulla contava e che da un po’ conta, e nondimeno in stato secondario: l’uomo soggioga la donna perché è in questo riflesso, di potere, che il predominio erettile innalza il suo valore.

Predominio che nel sesso si spiega appieno: i dogmi dell’imene, di verginità femminile, di figli che devono essere di padre certo e guai sennò, della donna come e se deve godere, di un pene grosso e abile: sono miti maschili e, dal punto di vista femminile… delle gran rotture di c*glioni. Anche le parolacce sono idea e a metro maschile. Ogni insulto per deviazioni dall’eterosessualità e dalla monogamia è creazione maschile a difesa del fallo-impero a cui le donne da ancelle si son colpevolmente assise. 

La donna è p*ttana per un concetto che è dell’uomo: non esiste il p*ttano, si sa, esiste il seduttore e comunque che un uomo ponga il pene in più vagine è vanto ma una donna la cui vagina ospiti di suo gusto più peni è tr*ia. Costrutti formativi che ti inculcano dalla nascita: sei nata femmina? Sei educata a "donna" cioè a "serva".

Ti assegnano un bambolotto, ti dicono che è tuo figlio, ci giochi a curarlo. Ti alleni a madre, “a disacculturarti, nell’attesa di incontrare l’"uomo"…”. Carla Lonzi non salva l’aborto, nel senso che lo ammette, sì, ma l’aborto mai porrà uomo e donna sullo stesso piano. Carla Lonzi ammette il divorzio, ma lo spregia e isola a “correttivo storico del matrimonio”. Una donna sola – ma non senza uomini, con tutti i partner che vuole, ma che non sposa, con i quali non procrea – è enorme sfida a un sistema atto a ostacolarla. La rispettabilità sociale che assicura e specchia l’essere in coppia è – fa – più agio.

“Non esiste la meta, esiste il presente”. Carla Lonzi aumenta carne da bruciare sulle sue pagine. Non ci sono “donne liberate, non in questa civiltà, semmai donne decolonizzate” e sono quelle che mettono in discussione il posto che l’uomo stabilisce per loro, ma che non sono libere, perché esse si ribellano contro ciò con cui devono fare i conti di continuo. Non c’è libertà, se non quella di dire NO. NO al matrimonio, NO a un sesso fatto come approva l’uomo. Godi perché un pene è nella tua vagina? Non godi in te e per te, ma perché così t’hanno ammaestrata.

Come può la vagina godere tanto di un pene se un clitoride ha più radici nervose, ed è il clitoride che stimolato (a lingua!!!!) ti dà orgasmi a ripetizione? Carla Lonzi rifiuta di definire “masturbazione ogni atto sessuale che non sia il coito”. È sesso. Carla Lonzi rifiuta il matriarcato “mitica epopea di vagine glorificate”. Per lei, “tutti i salvatori del mondo sono patriarchi, ma il mondo per quella via non si salva”. Unica via è instaurare, tra PERSONE, inediti rapporti di “verità reciproca”. Scrive: “La donna non ha bisogno di apprezzarsi con le attenzioni che l’uomo le rivolge”.

Di conseguenza… ma che ti fischi, zoticone? E tu, donna, che ti commuovi con lui in ginocchio che ti chiede di sposarlo? E ti dà l’anello! Idiota, lo vuoi capire o no che stai passando dall’arbitrio di un (pene) padre a quello di un (pene) marito? Ti stai creando il tuo inferno. Lo vuoi? Stacci, ma ti voglio vedere quando la libertà busserà tra le tue cosce, con altro sesso, magari senza sentimento, il quale è sbagliato per la donna solo perché lo dice l’uomo. 'Fanc*lo Freud, 'fanc*lo il padre salvatore! “I padri sono uomini come gli altri”, mediocri, incapaci di badare a sé stessi: da chi ti devono proteggere, e da che???

Carla Lonzi non separava quanto diceva e scriveva da quanto lei viveva. Le sue prese di posizione incisero sul rapporto con Pietro Consagra, lo scultore, il quale io mi chiedo con che aspettative abbia accettato di registrare e far pubblicare trascritte nel libro "Vai Pure" le liti con la Lonzi. Carla lo massacra, lui ne esce da bambinone petulante, il peggiore prototipo del maschio. In una relazione ormai logora, è lei che lo mena, a parole, ed è lei che lo sovrasta: “Mi devo camuffare? Devo tacere? Io sto in piedi da me stessa, tu no! Tu hai bisogno di essere accudito, lusingato, io no! Tu vuoi una mamma, che ti dica ‘bravo’. Invece io voglio vedere cos’è la vita senza avere te come incubo quotidiano!”. 

Esiste uno strano tipo di uomo, femminista per rimorchiare. LORENZO GASPARRINI su Il Domani il 27 luglio 2022

Da un po’ di tempo circola questa idea: l’idea che dichiararsi femministi, o comunque rispettosi delle donne, o di credere nella parità di genere, sia un metodo, in realtà, per rimorchiare.

Questa idea ratifica lo sguardo eterosessuale come principale metro di giudizio del comportamento altrui. Ma soprattutto sono in contrasto con la natura del femminismo stesso, con quello a cui serve.

Certo che un uomo etero femminista ha una vita di relazione, sentimentale e sessuale, più appagante di uno indifferente alle questioni di genere, oppure proprio antifemminista o maschilista. Ma non per il motivo che è più facile immaginare.

Da un po’ di tempo circola questa idea: l’idea che dichiararsi femministi, o comunque rispettosi delle donne, o di credere nella parità di genere, sia un metodo per rendersi piacevoli alle donne, iniziare a conquistarle, avere accesso a un livello di vicinanza e di confidenza che potrebbe portare più facilmente a piacevolissimi traguardi sessuali. L’idea è cretina quanto poche altre, ma è sintomo di fenomeni estremamente interessanti dal punto di vista sociale.

FEMMINISTA MASCHIO ETERO

Innanzitutto questa idea ratifica lo sguardo eterosessuale come principale metro di giudizio del comportamento altrui. Un uomo sarebbe femminista perché vuole fare più sesso con le donne. Ecco già che gli uomini che non sono attratti sessualmente dalle donne non avrebbero alcun motivo per essere femministi: privi di uno scopo sessuale e non volendo un corpo femminile che subisca la pressione patriarcale, non hanno motivo di avvicinarsi ai femminismi.

Cretinata classica, che dimostra l’ignoranza riguardo le lotte femministe. Cretinata che - sia chiaro - è espressa anche da molte donne, ma ovviamente loro non sono nella stessa posizione sociale degli uomini, e hanno molte più ragioni per dubitare e criticare. A me interessano queste idee quando sono espresse da uomini - è proprio lì che sono più divertenti.

Indubbiamente è ancora difficile immaginare un uomo bianco etero che possa essere realmente interessato allo smantellamento dei poteri patriarcali in circolazione nella società, che sia effettivamente coinvolto nella ricerca di una parità sociale in tutti gli aspetti della vita in comune.

Però ci sarebbe sempre un’amara realtà da considerare: gli uomini etero vivono meno delle donne, muoiono in maniera più violenta e cruenta, si ammalano più gravemente e cadono più spesso in depressione cronica, ma guai a far loro notare che queste sono conseguenze di un’idea tossica di maschilità - come hanno dimostrato tanti femminismi.

La narrazione tossica produce già ottime spiegazioni facili da capire ma sbagliate: la colpa è del capitalismo (figlio maschio del patriarcato), la colpa è dei politici (uomini etero per la maggior parte), la colpa è delle donne (idea giusto in filino maschilista). I vantaggi a essere femministi ce ne sarebbero parecchi ma se si scambia costantemente la causa con l’effetto, e non si vuole riconoscere di essere condizionati a farlo, certi ragionamenti sociali pure evidenti sono impossibili fin dall’inizio.

I FEMMINISTI STANNO MEGLIO CON LE DONNE 

La cosa più divertente, per quanto complessa da spiegare, è proprio che l’idea del titolo, pur espressa così rozzamente, è giusta: certo che un uomo etero femminista ha una vita di relazione, sentimentale e sessuale, più appagante di uno indifferente alle questioni di genere, oppure proprio antifemminista o maschilista. Ma non per il motivo che è più facile immaginare.

Essere femminista significa innanzitutto avere smantellato la necessità di tutto quell’apparato di codici sociali che va sotto il nome di “corteggiamento”. Sottolineo: la necessità. Questo infatti non vuole dire che un femminista non corteggi: vuol dire che lo fa solo dopo essere sicuro che sia qualcosa di gradito, e che è un gioco da fare in due e non una dimostrazione di potere di uno sull’altra.

Quando grazie a una critica dell’idea maschile ancora diffusissima nella nostra cultura molti più uomini etero capiranno come vivere il loro desiderio senza bisogno di ricorrere a metafore belliche (la “conquista”), né a comportamenti nei quali mettono in mostra un potere di genere, tutto quell’indotto di frustrazione, ansia da prestazione, sicumera sfacciata, terrore di presentarsi, prosopopea maschioalfa, pavoneggiamento rituale - semplicemente svaniscono. Il mio desiderio si manifesta palese ma educato, presente ma non pressante, esistente ma non esuberante. Chi è interessata risponderà allo stesso desiderio con il suo, chi non è interessata no, e fine lì.

Una volta che avremo imparato ad agire una maschilità non tossica, non considereremo più un rifiuto come un affronto, un diniego come una umiliazione, un “no” come una sfida mortale, perché nessuno di quegli eventi rappresenterà un’offesa alla propria maschilità, ma l’espressione, lecita e pacifica, di una libertà altrui.

CORTE E POTERE

Molti e molte continuano a rispondere, davanti a questi evidenti dati di fatto, che a loro piace il corteggiamento, piace essere corteggiate e piace corteggiare “alla vecchia maniera”. Nessuno glielo vieta né credo voglia farlo, ma mi piacerebbe che chiunque fosse più consapevole di cosa sia il corteggiamento, di cosa sia “la vecchia maniera”.

Dovremmo ricordare più spesso che il corteggiamento e più in generale quell’ambito di precetti morali e comportamentali che era “la cavalleria” consisteva in un codice di condotta tenuto da persone di altissimo livello sociale. Lo scopo era, in estrema sintesi, fare in modo che i figli nobili ma senza eredità di terra e potere (non primogeniti e non votati alla carriera ecclesiastica) potessero incontrare figlie nobili che invece l’eredità di terra e potere l’avevano (uniche o primogenite) allo scopo di produrre una nuova discendenza maschile dotata di più terra e più potere.

Sì, sono passati secoli, ma la cavalleria e il corteggiamento sono rimasti comportamenti codificati per mettere in atto un preciso rapporto sociale di potere. Esattamente quello per cui ancora tanti uomini si lamentano di pagare una cena per poi non avere nulla in cambio - quando va bene, che diventano cocktail offerti come occasione per stupri.

Non sarebbe più liberante per tuttə sbarazzarci di questi rapporti di potere nascosti in inviti, precedenze in porte aperte, complimenti non richiesti e così via, e imparare a gestire ed esprimere più sensatamente il proprio desiderio?

TRAVESTIRSI DA MACHO

Questo sa fare un uomo femminista, tra le altre cose, né più né meno. Non ha alcun bisogno di indossare maschere o interpretare ruoli per far capire il proprio interesse sessuale, né richiede che chi lo interessa interpreti a sua volta particolari ruoli o si comporti come secondo lui dovrebbe fare chi ritiene sessualmente appagante. Perché sa benissimo, come tantə raccontano da anni, che un sesso felice, divertente e appagante è ogni volta una scoperta di sé e dell’altrə.

Ancora tanti uomini sono convinti di sapere come funziona il loro desiderio sessuale, cosa gli piace e cosa no, cosa desiderano e cosa no. Costruiscono il loro immaginario sessuale da quando sono ragazzini con i gusti spacciati loro da media che vendono da decenni il corpo femminile - e da un po’ anche quello maschile - a tranci di pericolose illusioni, o da una pornografia commerciale dov’è assente esattamente la componente più eccitante - l’incertezza del desiderio - rimpiazzata da un copione rassicurante, da uno sguardo confortevole, da un esito scontato come nelle migliori finzioni cinematografiche. Il risultato lo conosciamo: uomini che costruiscono la loro identità di genere sulla quantità di rapporti sessuali “portati a termine” secondo il loro criterio disumanizzante, oppure uomini paralizzati da ansie da prestazione che gli impediscono qualsiasi forma di appagamento felice, oppure uomini arrabbiati contro le donne “libere di scegliere con chi fare sesso”, come se poter scegliere fosse un delitto di lesa maestà.

Una volta compreso e fatto esperienza che tutto questo arsenale difensivo - sì, è principalmente difensivo - che gli uomini si tramandano da generazioni, attraverso una cultura gerarchica e oppressiva, produce solo sofferenze per chi lo agisce e per chi lo subisce, viene da sé anche accorgersi che si tratta di un problema sociale che possiamo risolvere solo parlandone insieme, smettendo di credere alla storia - difensiva anche questa - di qualche individuo maschile particolarmente stronzo o “pazzo”. Questo raccontano, da secoli, tanti femminismi. Questo ha capito, finalmente, un uomo femminista, che sa di non aver alcun motivo per continuare a impersonare quel maschio che non è necessario essere. LORENZO GASPARRINI

"Il femminismo è un errore". La lezione inascoltata della prima donna futurista. Elena Barlozzari il 20 Luglio 2022 su Il Giornale.

"Il femminismo è un errore cerebrale della donna". Chi è Valentine de Saint-Point, poetessa e autrice del Manifesto della Donna futurista, che il Vate ribattezzò "Fille du Soleil".

Chissà cosa direbbe delle quote rosa, dello scwha, del sesso liquido e di tutte le futilità in cui si è perso il pensiero femminista contemporaneo. Lei che andava fiera ed orgogliosa della propria femminilità feroce, tanto da sbatterla in faccia a Filippo Tommaso Marinetti – padre della rivoluzione futurista e teorico del “disprezzo della donna” – con un contromanifesto che a distanza di più di un secolo non ha perso un briciolo del suo vigore.

Lei è Valentine de Saint Point e sosteneva che il femminismo fosse “un errore cerebrale della donna, un errore che il suo istinto riconoscerà”. Nata a Lione nel 1875 come Anna Jeanne Valentine Marianne Desglans de Cassiat-Vercell e morta a Il Cairo nel 1953 come Raouhya Nour el Dine. Settantotto anni di vita vissuta senza parsimonia, con il gusto dell’avventura, la fame di sperimentarsi, il desiderio di superarsi. Senza pudori né imbarazzo. Sempre con un tocco di rosso scarlatto addosso. È stata futurista quel tanto che bastò per dare scandalo, musa di pittori e scultori, danzatrice, crocerossina ed infine esule e convertita all’Islam. Era un’anima inquieta e intrepida Valentine, espressione perfetta delle avanguardie culturali del secolo breve.

Figlia della buona società di Lione, nel suo albero genealogico c’è una lontana parentela con il poeta romantico Alphonse de Lamartine. La fascinazione per l’illustre prozio è tanta che Valentine, già scrittrice in erba, mutuerà il proprio nome d’arte dalla residenza di quest’ultimo: il castello di Saint-Point in Borgogna. Si sposa a diciotto anni con un professore di letteratura del liceo ma sei anni dopo è già costretta vestire a lutto. L’insofferenza per la realtà ristretta da cui proviene e il fermento culturale dei primi del Novecento la portano a Parigi.

La città la rapisce. Segna l’avvio della sua carriera letteraria e di tumulti personali che saranno il nutrimento della sua arte. Pur di coronare sotto forma di “unione libera” la passione con il poeta e romanziere Ricciotto Canudo, colui che per primo ebbe l’intuizione di indicare il cinema come “settima arte”, accetterà il peso di un divorzio con colpa dal secondo marito. Nel frattempo irrompe sulla scena artistica con raccolte poetiche (Poèmes de la Mer et du Soleil, Poèmes d’orgueil, La Soif et les Mirages) e romanzi (Trilogie de l’amour et de la mort). La critica la accoglie con curiosità. Guillaume Apollinaire dirà di lei che “ha innalzato mirabili canti lirici, talvolta aspri come profezie”.

Era bella Valentine. Molto più bella di quanto raccontino le foto in bianco e nero. Bella come un quadro di Alphonse Mucha o una scultura di Auguste Rodin. Fu per entrambi modella, musa e amante. Anche Gabriele D’Annunzio rimase abbagliato dal suo fascino, tanto da battezzarla “Fille du Soleil”. Ma il sodalizio intellettuale e umano a cui deve la sua fama fu sicuramente quello con Filippo Tommaso Marinetti. Quando si incontrano l’effetto è quello del fiammifero sulla superficie ruvida. È subito fuoco ma si consuma in fretta. È di quella stagione il Manifesto della Donna futurista, a cui seguirà quello della Lussuria. Sola e unica letterata – in un’epoca in cui c’è un vero e proprio florilegio del genere – ad averne scritti due.

Nati per reazione, quasi epidermica, al dirompente Manifesto futurista di Marinetti e in particolare al nono punto: “Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna”. Valentine è fermamente convinta che nessuna rivoluzione, neppure quella dei futuristi, può prescindere dalle donne e rivendica per sé e per le sue sorelle un posto nella storia. Donne che sono le Erinni, le Amazzoni, le Giovanna d’Arco, le Cleopatra e le Messalina. Eroine come Caterina Sforza che durante l’assedio di Forlì non capitolò neppure quando, dall’alto della rocca, vide il nemico minacciare la vita di suo figlio.

“Già da secoli si cozza contro l’istinto della donna, null’altro si pregia di lei che la grazia e la tenerezza. (…) Ma gridatele una parola nuova, lanciate un grido di guerra, e con gioia, cavalcando di nuovo il suo istinto, essa vi precederà verso conquiste insperate. Quando le vostre armi dovranno servire, la donna le forbirà”. E ancora: “Invece di ridurre l’uomo alla servitù degli esecrabili bisogni sentimentali, spingete i vostri figliuoli e i vostri uomini a superarsi. Siete voi che li fate. Voi avete su loro ogni potere”.

È il concetto del superuomo nietzschiano che Valentine traspone al di là dei generi. D’altronde per lei era assurdo dividere l’umanità in donne e uomini in una illogica contrapposizione tra i sessi: “Essa è composta soltanto di femminilità e di mascolinità. (…) Ogni superuomo, ogni eroe, per quanto sia epico, (…) è composto, ad un tempo, di elementi femminili e di elementi maschili”. Trasportata dall’epos del futurismo, si arruola come volontaria nella Croce Rossa durante la Prima guerra mondiale. È un bagno di sangue e di realtà. Non c’è lirica né fierezza nel ricomporre i corpi straziati e nel conforto ai sopravvissuti. Valentine si perde.

Gli anni successivi li passa alla ricerca di una nuova identità. La ritroverà in Egitto con il nome di Raouhya Nour el Dine che significa “luce della religione”. Sotto il segno della mezzaluna, Valentine abbraccia la causa dei nazionalisti egiziani in lotta contro le ingerenze del Regno Unito e s’interroga su questioni ancora attuali: il rapporto tra Oriente e Occidente, tra spiritualità e scientismo, religione e diritto positivo. Riflessioni che la porteranno sui sentieri del misticismo e dell’esoterismo, sotto la sapiente guida dell’amico René Guénon. È morta povera e riposa sotto una lapide spoglia nella Città dei Morti a Il Cairo.

Il libro su erotismo e femminismo delle “Tre Marie” che fece infuriare la dittatura in Portogallo. Scritto da un gruppo di donne, parlava di sessualità e ridicolizzava l’idea del maschio. Generò uno scandalo nel 1972, con tanto di ritiro del volume e processo per le autrici. Ma grazie a questo si arrivò al successo mondiale. Francesca Basso, Serena Cacchioli e Federica Delogu su L'Espresso il 18 Luglio 2022.

È un Paese conservatore e immobile, da più di quarant’anni intrappolato in una dittatura colonialista, il Portogallo in cui nel 1972 esce “As novas cartas portuguesas”, “Le nuove lettere portoghesi”. Un libro scritto da tre donne in un Paese dominato dagli uomini, che parla di sessualità e piacere femminile, ridicolizza l’idea del maschio, ne smaschera vizi e presunzioni. E infatti il regime portoghese, che cadrà solo due anni dopo, il 25 aprile 1974, reagisce al libro scandaloso di Maria Isabel Barreno, Maria Teresa Horta e Maria Velho da Costa ritirando il volume tre giorni dopo la pubblicazione e incriminando e processando le autrici. Loro, da quel momento conosciute come le Tre Marie, avevano già pubblicato, ognuna per proprio conto, altre opere ritenute immorali dal regime.

L’ultima a farlo, Maria Teresa Horta, l’unica delle tre ancora oggi in vita, aveva subito, per il suo libro di poesie “Minha Senhora de mim”, “Mia signora di me,” persecuzioni personali, telefonate notturne e un pestaggio per strada. Horta, giornalista del quotidiano A Capital, in quel periodo aveva intervistato Maria Isabel Barreno, a sua volta amica di Maria Velho da Costa. Ne era nata un’amicizia e le tre avevano iniziato a incontrarsi ogni settimana per pranzo al ristorante Treze, ritrovo di giornalisti e intellettuali nel quartiere Bairro Alto di Lisbona. Fu proprio durante un pranzo al Treze che nacque l’idea delle Novas Cartas. L’arrivo di Horta piena di lividi dopo l’aggressione scosse le compagne che reagirono con la frase che diede inizio all’opera: «Se un libro scritto da una donna sola ha provocato tanto scalpore, immaginatevi che succederebbe se a scriverlo fossimo in tre». 

Le Novas Cartas ricalcano, stravolgendolo, il modello di un’opera epistolare amorosa del Seicento, in cui una monaca portoghese, Mariana Alcoforado, languisce d’amore per un soldato francese con cui aveva una relazione clandestina. Le Tre Marie riprendono la storia e le sofferenze di Mariana, riscattandola dalla sua posizione subordinata. Nelle Novas Cartas compaiono voci di donne che si intrecciano, dialogano, raccontano, si ribellano e ridono di un sistema che le penalizza e ne perpetua l’oppressione. È un’opera arguta e ironica, che indica, precisa e dissacrante, tutte le contraddizioni sociali e politiche della società portoghese, dalla guerra coloniale alla situazione delle donne.

«La scrittura a sei mani fu un gesto di solidarietà meraviglioso, sorprendente», racconta Maria Teresa Horta a L’Espresso: «Un giorno, dopo la mia aggressione, Isabel tirò fuori dalla borsa tre fogli di carta e ci disse: “Ecco, prendete, questo è il primo testo. Volevate scrivere un’opera epistolare? Ecco qua”. L’unica cosa che ci dicemmo sempre fu: la prima lettera è di Isabel, il resto nessuno saprà chi lo ha scritto. Fu un processo molto interessante, una delle cose più belle della mia vita».

Dopo l’uscita del libro le tre autrici furono sottoposte a interrogatori separati, ma non rivelarono mai chi avesse scritto cosa, nonostante l’insistenza della polizia che chiedeva chi di loro fosse l’autrice dei testi considerati più scabrosi. Si rifiutarono di rivelarlo anche successivamente. Gli interrogatori furono condotti dall’equivalente della buoncostume italiana, e non dalla Pide, la polizia politica, nel tentativo di sminuire e strappare all’opera il suo vero portato, non riconoscendone la profonda dimensione politica.

Un libro non concepito come femminista, ma che finì inevitabilmente per diventarne un manifesto, grazie anche alla lettura che ne fecero le femministe francesi e inglesi. Se in Portogallo infatti il regime lo censurò quasi immediatamente, il libro ottenne successo e notorietà all’estero. «Un amico di Maria Isabel Barreno portò il nostro libro in Francia. Non potemmo parlarne al telefono, né per posta. Ci incontrammo di persona e lui partì con due o tre copie», racconta ancora Horta.

L’opera arrivò a Marguerite Duras, Simone de Beauvoir, Doris Lessing e Iris Murdoch e soprattutto in Francia divenne un simbolo della ribellione femminile contro il potere oppressore. Fu lanciata una petizione di mobilitazione internazionale per chiedere il rinvio del processo e organizzate manifestazioni di solidarietà. Al Congresso della National Organization for Women (Now), nel giugno del 1973 a Boston, si parlò delle Tre Marie e furono distribuiti volantini con il resoconto delle udienze.

L’eco internazionale non arrivò però in Portogallo, ancora colpito da una pervasiva censura di regime. Antonio de Oliveira Salazar era morto nel 1970, due anni dopo una caduta da una sedia che lo aveva costretto a lasciare il governo a Marcelo Caetano. Nonostante la promessa di apertura del regime, Caetano aveva proseguito la politica dittatoriale, mentre cresceva nel Paese il malcontento per la decennale guerra coloniale in Africa. 

Arrivò solo, quasi nascosta e su pochissimi giornali, la notizia del processo che le tre scrittrici subirono nell’ottobre del ‘73. Qualche giornale ne parlò, dando conto della decisione del giudice di evacuare l’aula del tribunale dove si erano date appuntamento intellettuali straniere e portoghesi, giornalisti e osservatrici dei movimenti femministi.

Fu solo dopo il 25 aprile del 1974, con la fine della dittatura, che le tre Marie vennero definitivamente assolte. Un mese dopo la ritrovata democrazia il giudice Acácio Lopes Cardoso lesse la sentenza: «Il libro non è pornografico né immorale. Al contrario: è un’opera d’arte, di alto livello, come gli altri che le stesse autrici avevano scritto in precedenza».

“È un’opera senza eguali - spiega Manuela Tavares, attivista femminista e fondatrice dell’UMAR, storica associazione di donne - perché ha fatto entrare per la prima volta nella sfera pubblica portoghese le questioni intime e private delle donne. Durante la dittatura lottare per i diritti delle donne e definirsi femminista significava esporsi pericolosamente”.

Tavares racconta che “per l’Estado Novo il femminismo era un nemico ideologico perché andava contro tutto quello che la dittatura pretendeva dalle donne: una vita di sottomissione, casa, figli, marito”. Se da un lato, dopo il 25 aprile 1974, l’uguaglianza di genere si è fatta strada nella politica e nel dibattito pubblico portoghese, i temi “scandalosi” delle Novas Cartas rimangono centrali per la lotta femminista anche molto dopo la fine della dittatura. “In un paese che ha depenalizzato l’aborto solo nel 2007 - sostiene Tavares - il termine femminismo continua a essere una parola poco amata ben dopo il 25 aprile”.

Per questo e per la loro valenza letteraria, conclude, le Novas Cartas rimangono un testo fondamentale: “Quando entrai in contatto con il libro, molto tempo dopo la fine del regime, sentii che era imprescindibile che le donne portoghesi lo leggessero e ci riflettessero sopra. E continua ad essere rilevante ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, e non solo per ragioni di memoria storica, ma perché è un’opera ancora in grado di scandalizzare e sorprendere”.

L’antropologia della «Schifa». La «Schifa» è un soggetto diverso dalla comune moglie arricchita. Alberto Selvaggi su La Gazzetta del Mezzogiorno il 26 Giugno 2022

La «Schifa» è un soggetto diverso dalla comune moglie arricchita. Eroina del darwinismo utilitaristico, d’estate frequenta lidi a portata di zampa quando sta a Bari, appena parte, sabbie costose quanto granelli di argento. Non divorzia, non può essere single. Belloccia, mediocre o bruttina ha dai 40 ai 60 anni, ma anche sui 35 se ha programmato il futuro agiatissimo con preveggenza di pizia. Non pensa: agisce, l’azione in lei è filosofia. Si espone sul lettino per ore ai raggi che le conferiscono un colorito da mummia egizia. Mascella immota, braccia conserte, deretano atteggiato a guisa di trono che ondeggia quando cammina lungo la battigia. Gambe modellate da schiave estetiste, un tatuaggio piccolo o niente, unghie laccate dalla moda del giorno, della settimana o nei casi peggiori del mese. Anelli squillanti di griffe e soprattutto un marito sfondato di euro, dal QI 0,7, sorriso furbo ebete, andatura fra il tubista e il laureato-post mediante mazzetta.

Viene dalle classi bassa o media dalle quali si eleva bigliettone di euro su bigliettone di euro. Da quando Putin è spuntato nelle nostre esistenze, con le amiche «Schife» lamenta tirchiaggini del consorte dai polsi carichi di braccialetti: «Siamo arrivati a 11.000 euro per una vacanza. E se risparmiamo 4.000 rispetto a prima che cambia?». «Io sono una persona di stimoli, non posso andare sempre allo stesso posto». «Sono sicura che Antonio tiene la commara, se ne andasse da quella». «Scusa, che te ne frega?». «Niente, tanto sempre a me mi deve portare i soldi. Ma va sempre in Romania: e ai figli l’affetto?!».

Se ti avvicini alla Schifa ella ti squadra schifandoti con sopracciglio di strega: chi sei? Quanti soldi tieni? Che macchina tieni? Se le regali un libro ti denuncia ai carabinieri: «Un molestatore si è avvicinato offrendomi una cosa strana di carta, credo un toy per fare sesso». È semi-fedele: meglio i soldi del sesso. Ha un perpetuo grugno di seccatura sul muso bronzeo che tiene. In vacanza mangia soltanto aria, sali marini, espressino: è sempre a dieta. Anche se si trova a Dubai per fare i selfie con gli sceicchi, vola a Bari dal visagista per rimpinguarsi lo zigomo di botulino. Se litiga con il consorte si sfoga con l’amica Schifa e si cazza in shopping 3.000 dei di lui euro (tiene la carta). Ha papille di fiele, di tutti i baresi che contano sa tutto il peggio che c’è da sapere. Del meglio, briciole. Arcigna, basica, irresistibile, immarcescibile nella sua statua di «Schifa».

Camillo Langone per ilfoglio.it il 15 giugno 2022.

Sia riconsacrato il Campovolo di Reggio Emilia, profanato sabato dalle femministe in concerto (con femministi annessi, al guinzaglio). 

Il Campovolo, per chi lo ignorasse, è il tempio della differenza sessuale in musica, essendo il palcoscenico prediletto di Luciano Ligabue che ci ha appena organizzato uno dei suoi maxiconcerti. Il cantante correggese è il massimo esemplare di Vir Padano, uomo dai nervi molto ben protesi, predicatore di Genesi 1,27 grazie alla voce baritonale e alle parole perfette rivolte alla donna “che ti tiene fra le sue tette / un po’ mamma un po’ porca com’è”. 

Invece Fiorella Mannoia, Emma, Alessandra Amoroso, Giorgia, Elisa, Gianna Nannini e Laura Pausini (insieme ai collaborazionisti Diodato, Brunori Sas, Tommaso Paradiso...) hanno comiziato contro la violenza di genere e dunque, nel loro determinismo senza scampo e senza luce, contro il genere maschile.

La Nannini indossava una maglietta con scritto “La femminilità è una trappola”, slogan lanciato da Simone de Beauvoir contro la natura e contro il creatore della natura, Dio... Sia riconsacrato il Campovolo di Reggio Emilia, con una cover ligabuesca del capolavoro di Vecchioni: “Voglio una donna donna / donna con la gonna”. 

Francesca D'Angelo per “Libero quotidiano” il 15 giugno 2022.

Vasco Rossi va davvero al massimo. E non lo diciamo "solo" perché, a settant' anni suonati, ha appena tenuto due concertoni a Roma con 70mila cristiani stipati dentro al Circo Massimo, che lo osannavano entusiasti. 

Va al massimo perché se ne frega ("...di tutto, sìììì") e dice quello che gli pare infischiandosene del politicamente corretto. E il bello è che a lui, ma solo a lui, non succede nulla. Abbiamo appositamente aspettato un paio di giorni per scrivere questo articolo proprio per vedere se qualcuno si sarebbe indignato. Risultato: zero. A questo punto vi starete chiedendo a cosa diavolo ci stiamo riferendo. Giusto. Durante il suo doppio concerto romano, Vasco il rivoluzionario ha spesso intervallato le canzoni urlando (citiamo testualmente) "viva la figa".

Certo, lui lo ha sempre fatto ma oggi è il 2022, l'era dei no gender e delle femministe indiavolate. Non siamo mica negli anni 90 quando, almeno per il mondo del rock, esisteva solo un'unica opzione sessuale, ossia quella etero. Ci vuole insomma parecchio coraggio a dire quello che ha detto Vasco. Pensate che il quotidiano Repubblica, nel raccontare la seratona al Circo Massimo, non se l'è sentita di scrivere "viva la figa" che, nell'articolo del collega, è diventata "viva la biga". 

Eppure non ci sarebbe stato niente di male a usare la versione originale: è una frase di Vasco, non dello scrivente. Alla peggio il giornalista si poteva appellare al diritto di cronaca. Invece niente, Repubblica edulcora perché vai a capire se poi, alla fine, qualcuno si offende. Effettivamente l'eloquio usato dal Blasco non è il massimo anche perché ridurre le donne ai loro genitali femminili distrugge anni di lotta perla parità. Per non parlare della possibile indignazione tra chi non vuole saperne di etichette sessuali e rifiuta qualsivoglia discorso riconducibile al sesso biologico.

Della serie: non esistono maschi e femmine, ma solo la persona. In quel "viva la figa" c'era insomma abbastanza per scatenare un putiferio. Invece, nulla: sono tutti felici di cantare Albachiara e va bene così. Vasco tra l'altro ci prende gusto e rincara la dose. 

Alla fine di Ti taglio la gola, il rocker chiosa: «Ringraziamo il cielo che ci ha dato la femmina». Non l'amore o la pace nel mondo, ma "la femmina". Tra l'altro il nostro ha pure cambiato il testo della suddetta canzone con una nuova strofa che Repubblica non esita a definire (tenetevi forte) "sporcacciona". Il passaggio incriminato allude al sesso orale. Adesso non si taglia più nessuna gola, ma si lecca qualcos' altro e per chi non lo avesse capito Vasco fa pure il segno del triangolo con le dita. Un gesto tipicamente femminista, qui buttato alle ortiche. Ebbene, in passato altri cantanti hanno dovuto combattere con micidiali shit storm per molto meno.

A Roma, invece, i fan sono usciti tutti estasiati dal mega concertone, senza porsi problemi linguistici, di sensibilità o altro. Nessuno si è sentito discriminato: si è solo cantato insieme canzoni che, negli anni 80 e 90, avevano un senso diverso rispetto a oggi. E che quindi sono ancora lecite. 

Quando arriva il momento della canzone Rewind, uno stuolo di ragazze sale sulle spalle degli amici levandosi la maglietta. Per una notte Vasco ci ha quindi liberato dal politicamente corretto e dalla cancel culture. Non tutto quello che ha gridato da quel palco era saggio - ovvio che no - però era sicuramente lecito in un Paese che vuole essere libero e realmente inclusivo.

Già che c'era il nostro ha pure mandato a quel paese la guerra: non scomoda riferimenti alti come hanno fatto i Maneskin con Chaplin, ma dice solo un banalissimo «la guerra è contro le donne, contro gli anziani, contro i bambini; dove c'è musica non c'è guerra e dove c'è guerra non c'è musica». Seguono applausi a non finire, manco fosse Shakespeare. A questo punto noi la buttiamo lì: e se mandassimo Vasco, in Russia, al posto di Giletti? Magari funziona. 

Fine fatica mai. La passera floreale di Madonna e la donnitudine postmoderna. Guia Soncini su L'Inkiesta il 14 Maggio 2022.

La popstar ha deciso di produrre un NFT in cui le escono degli alberi dalla vagina. Le perdoniamo anche questa scemenza perché è una tela su cui abbiamo sempre proiettato la possibilità di farcela anche se non eri né la più bella né la più intonata.

Quasi quasi parlo degli NFT, che mentre scrivevo L’economia del sé ho passato giorni a studiare convinta mi stesse sfuggendo qualcosa: ciò di cui parlavano tutti non poteva essere la formidabile stronzata che pareva a una ricognizione superficiale. E invece era proprio una scemenza come Second Life (ve la ricordate? Era l’irrinunciabilità di vent’anni fa) o Clubhouse (ve la ricordate? Era l’irrinunciabilità di tre quarti d’ora fa): che fatica un’epoca in cui ogni settimana sei costretta a studiare una nuova scemenza che dopo tre quarti d’ora non ti servirà più conoscere.

Parlerei persino degli NFT, che mi interessano forse addirittura meno del calcio, pur di non parlare di Madonna che produce un NFT in cui le escono degli alberi dalla passera, la Courbet dell’epoca dei bitcoin (no, quello di Courbet mica era un autoritratto, e la vagina virtuale di Madonna l’ha disegnata un tal Beeple, quindi semmai Courbet sarebbe lui, e lei la modella, ma a fama invertita: di Constance Queniaux, la modella di Courbet, nessuno si ricorda il nome).

Il tema, ovviamente, non è la menopausa di Madonna, la menopausa di una che sta in scena da quarant’anni ma non si arrende, non si scansa, non si copre, e il tempo che abitiamo le ha fornito pure la copertura ideologica (se vi fa inorridire la vecchia con la passera fiorita è perché siete sessisti, siete ageisti, siete anatocisti). Il tema siamo noi.

Ha scritto ieri Maria Laura Rodotà sulla Stampa che «con Madonna e i suoi genitali molti di noi sono cresciuti» – il che è vero, per le trentaequalcosenni. Sex, il librone erotico patinato, è di trent’anni fa: noialtre eravamo già grandi. Per le mie coetanee – quelle che avevano dodici anni all’altezza di Like a Virgin e quattordici all’altezza di True Blue – Madonna è stata quasi tutto tranne che il sesso libero. Sì, nel video di Papa don’t preach aveva quella maglietta con scritto che gli italiani lo fanno meglio, ma era una canzone in cui diceva al padre che era rimasta incinta e voleva tenersi il bambino: neanche La ragazza con la pistola era così retrogrado, neanche le lettere a Cioè che chiedevano se il bidè con la Coca Cola fosse anticoncezionale facevano passare così tanto la voglia.

In compenso dopo quel video volevamo tutte tagliarci i capelli corti, così come dopo quello di Like a virgin avevamo comprato orrendi guanti di pizzo, così come da Material girl le migliori di noi impararono i fondamentali della scalata sociale: the boy with the cold hard cash is always mister right. La passera era un mezzo, mica un’installazione botanica.

Adesso che la passera è un fine – e che a chiamarla così verrò come minimo accusata d’essere Belpietro: siamo un’epoca che fa passare concetti mostruosi sterilizzandone il lessico, e quindi una detentrice di passera è obbligata a chiamarla vagina – Madonna si dev’essere giustamente chiesta perché solo lei no.

Se tra i libri più venduti in Italia ci sono le poesie di una tizia di cui non si conoscono le doti letterarie, ma si sa che si espone molto per ottenere una legge che riconosca il mal di vagina (ignoravo fosse finora illegale avere male là sotto, ma è perché ho moltissimi limiti culturali), allora vuol dire che la vagina è una corrente letteraria, artistica, espressiva. Se i giornali sono pieni della poetessa esordiente cui duole, Madonna – con la carriera che ha avuto – avrà pur diritto di farsela fiorire.

Oltretutto per beneficenza (ai bambini ucraini: c’è pure il ricatto del tema importante): l’asta per gli NFT si chiudeva ieri notte, chissà quale dei tre è stato quotato di più. Quello in cui dalla cicconica passera esce un albero, quello in cui escono farfalle, quello in cui escono bruchi (che sembra un po’ la scena dei Visitor in cui l’umana partoriva l’alieno: se siete della generazione cresciuta con Madonna ve ne ricorderete).

Il tema, insisto, siamo noi: Madonna è una tela su cui abbiamo sempre proiettato tutto, la smania di rivalsa sociale, la possibilità di farcela se non eri né la più bella né la più intonata, persino quello slogan che è sempre falso tranne quando la riguarda, quello dei quarant’anni che sono i nuovi vent’anni. A quarant’anni, Madonna era bella come mai prima. Era l’anno di Ray of Light, per capirci. Era a metà tra la prima e la seconda gravidanza, era una tizia che aveva partorito e aveva la pancia più piatta che a venticinque anni, era una che cantava da che avevamo memoria e ora faceva il suo miglior disco, era la prova che persino quando eri Madonna avevi margini di miglioramento, e che non esistevano «ormai è tardi» che avessero senso.

Adesso, ogni volta che la vediamo su Instagram piena di filtri e di iniezioni e di smaniosità e di figli e d’apparente incapacità di rilassarsi, noi ci agitiamo e rivorremmo la possibilità di dire che ormai è tardi: questa vita che è cominciata a quarant’anni ci toccherà accollarcela anche a settanta? Dovremo essere ancora in forma, ancora fotogeniche, ancora alla ricerca di modi per farci notare, pure se quei modi consistono nel far produrre un avatar di noi stesse (che in realtà sembra un avatar della Barbie) dalla cui passera far uscire flora e fauna? Non arriverà a nessuna età di questa dannatissima donnitudine postmoderna il momento di sfilarci la dentiera, metterla nel bicchiere, e passare la serata a leggere un giallo sotto la coperta? Fine fatica mai?

La 'denuncia' su TikTok. Menu senza prezzi riservato alle donne, la polemica dell’influencer in viaggio a Venezia: “Guadagno più io, il patriarcato colpisce ancora”. Roberta Davi su Il Riformista il 6 Aprile 2022. 

“Il patriarcato colpisce ancora”. Una polemica che coinvolge l’Italia e, in modo particolare, l’abitudine- spesso di ristoranti stellati o griffati– di portare all’uomo il menu con i prezzi, riservando invece alla donna un ‘blind menu‘, senza alcun riferimento alle tariffe, ma solo con il nome dei piatti e l’elenco degli ingredienti. Una consuetudine, nel 2022 che va contro il concetto di emancipazione e di indipendenza della donna.

A sottolinearlo, tramite un video sul suo profilo TikTok da oltre 298mila follower, è Abbie Chatfield, personaggio televisivo e influencer australiana.

La ‘denuncia’ social

“Siamo in un ristorante raffinato e lui (il fidanzato Konrad Bien-Stephens, ndr) ha un menù con i prezzi, mentre io no” racconta l’influencer, che qualche giorno fa si trovava in vacanza a Venezia e a cena in un locale piuttosto lussuoso affacciato sulla laguna. Una sorpresa amara per lei che, nella coppia, come tiene a sottolineare, è la persona più ‘forte’ da un punto di vista economico. Abbie Chatfield è poi tornata sull’argomento sulle stories di Instagram, considerando il risalto mediatico della vicenda e i molti commenti ricevuti, ribadendo come sia un’usanza sessista.

La polemica sui ‘blind menù’ non è di certo nuova e qualche mese fa aveva coinvolto anche un’altra star dei social, la modella Agustina Gandolfo, compagna del calciatore Lautaro Martinez.

In quell’occasione- la cena in un lussuoso ristorante di Milano per festeggiare il rinnovo del contratto dell’attaccante con l’Inter fino al 2026- la modella aveva scritto sulle storie di Instagram: “Lo sapevate che in Italia in diversi ristoranti non mettono i prezzi sul menù alle donne? E se volessi pagare io? Sono indignata. La cosa peggiore è che molti italiani giustificano questo fatto dicendo che succede solo nei ristoranti di un certo livello”. Per poi aggiungere: “E quindi le donne non possono pagare se si tratta di una cena più costosa?”

Le reazioni

Il presidente dell’ Associazione pubblici esercizi, Ernesto Pancin, prende le difese del ristorante veneziano. “Questa è la città dell’amore – minimizza – e quindi anche del romanticismo, del corteggiamento e della galanteria“.

Meno diplomatico il commento di Arrigo Cipriani, patron dell’Harry’s Bar: “Se un uomo lasciasse pagare il conto alla fidanzata sarebbe imbarazzante – sottolinea-. Nei miei locali non esiste il menu di cortesia ma se ci fosse non andrebbe certo presentato alla donna: è giusto che lei abbia ben chiara la cifra, spesso molto alta, che il suo accompagnatore pagherà per trascorrere quella serata.”

A chi è riservato il ‘menu di cortesia’

Il ‘blind menu’ in realtà è riservato agli ospiti. Segue la stessa logica applicata ai regali, ossia quando il negoziante oscura il prezzo di un oggetto oppure emette lo scontrino di cortesia. Nel nostro Paese, nel momento in cui al tavolo del ristorante arriva una coppia, il menu di cortesia viene solitamente portato alla ‘signora’. Una formula che però, a quanto pare, non si rivela al passo con i tempi. 

Roberta Davi

Alessandra Dal Monte per il “Corriere della Sera” il 7 aprile 2022.

Il menu della discordia stavolta ha il volto di Abbie Chatfield, l'influencer e conduttrice radiofonica australiana in vacanza con il fidanzato a Venezia che si è indignata su Instagram per la carta senza prezzi ricevuta al ristorante «Club del Doge»: una vecchia consuetudine diffusa non solo in Italia - in Perù, nel 2019, un ristorante è stato multato per questo - e soprattutto nell'alta ristorazione che presuppone sia l'uomo a pagare il conto. E che l'ha fatta gridare al «patriarcato». Ora Chatfield sarebbe sotto attacco da parte di «un sacco di italiani arrabbiati» che le starebbero scrivendo di «prendere lezioni di educazione»: «Ragazzi, ammettete che è sessismo», scrive nelle sue stories. 

Il tema sembra piccolo ma in realtà è enorme, chiama in causa i rapporti di coppia, di forza, il galateo e anche la galanteria. Che non guasta mai, ma nel 2022 può non essere decisa a monte: paga chi lo desidera, chi ha invitato, chi può. O si divide.

In ogni caso, visto il putiferio il ristorante si è scusato: «Siamo spiacenti di aver creato disagio a un'ospite. Faremo tesoro dell'errore per migliorarci. Chiederemo a tutti i clienti quale carta preferiscono». 

Non è la prima volta che il «menu di cortesia» genera polemiche: nel 2017 il critico dell'Observer Jay Rayner stroncò il «Le Cinq» di Parigi (anche) per questo. Nei mesi scorsi l'influencer Tea Hacic ha contestato il «Boeucc» di Milano e Augustina Gandolfo, fidanzata del calciatore Lautaro, se l'è presa con il ladies menu di vari locali italiani, postando nella fattispecie un lembo di quello del «Ristorante Cracco».

Episodio a cui lo chef vicentino non fa riferimento: «Nessuno si è mai lamentato con noi - spiega - Se poi un cliente esce e commenta diversamente non ci posso fare nulla. Ma sono almeno 4-5 anni che consegniamo il menu con i prezzi a tutti, a meno che non vi sia l'esplicita richiesta di evitarlo. Prima c'era, in effetti, l'usanza di portare al tavolo un menu normale e uno di cortesia, adesso non esiste maschio o femmina, esistono solo esigenze particolari che soddisfiamo». 

Cracco difende, poi, i colleghi veneziani: «A meno che non abbiano negato l'altro menu una volta richiesto, l'accusa di sessismo mi sembra esagerata: avranno fatto questo gesto sovrappensiero». Ecco, la sensazione è che spesso si segua una consuetudine senza troppo soffermarsi, come spiega lo stesso Andrea Berton, una stella Michelin a Milano: «Noi diamo il menu "cieco" alla donna di default, come abitudine. Ma in effetti se entrano due donne lo ricevono con i prezzi. E ci capita che qualcuna, se non lo vede completo, si infastidisca, allora lo sostituiamo subito. Io personalmente lo darei a tutti con i prezzi, ci siamo anche posti il tema con lo staff di recente e abbiamo deciso di andare avanti come sempre. Ma è un po' anacronistico anche perché, se penso alle coppie, uno scontrino su quattro lo paga la donna».

Davide Oldani al «D'O» non fa distinzioni: «È un'idea vecchia che la donna non veda i prezzi». Viviana Varese da «Viva» ha cambiato passo da dieci anni: «Un tempo si insegnava a scuola a dare il menu senza prezzi alle donne. Ma per fortuna le cose si sono evolute e oggi le clienti si incavolano. Anche la carta dei vini: va al centro o a chi la chiede, mai di default all'uomo». Antonia Klugmann al suo «Argine a Vencò» è categorica: «L'idea che la donna non paghi è antiquata. In 17 anni non ho mai consegnato un menu senza prezzi, a meno che non me lo chiedessero. Io stessa, se fossi ospite, vorrei sapere quanto paga l'altro». 

Giampiero Mughini per Dagospia il 19 aprile 2022.

Caro Dago, in merito alle reazioni sconcertate di alcune donne -qualche giorno fa - al fatto che in non ricordo più quale ristorante italiano fosse stato presentato a una donna un menù ove non figuravano i prezzi ciascuna di ciascuna pietanza, e questo sulla base dell’idea pregiudiziale che non sarebbe stata di certo la signora a pagare. 

Le donne di cui sto dicendo ne erano inviperite, la reputavano un’offesa fatta al genere femminile, a donne che oggi lavorano e sgobbano come e più degli uomini e che figuriamoci se non sono in grado di pagare un conto al ristorante. Fuori di dubbio, tutti noi uomini del terzo millennio siamo circondati da donne che eccellono nei loro campi professionali.

Ti sto scrivendo a pochi giorni dalla sera in cui Michela mi ha offerto una sontuosa cena di pesce, e questo perché era il mio compleanno. Se non sbaglio il cameriere aveva portato a me il conto, e subito Michela lo aveva avocato a sé. Detto questo tanto il nostro cameriere che quello da cui siamo partiti si sono comportati correttissimamente. In linea di principio non sta né in cielo né in terra che non sia l’uomo a pagare il conto del ristorante. Ci mancherebbe altro. Ci mancherebbe altro. E’ una linea rossa fissata dai secoli che non si può oltrepassare. E difatti tutto il resto dell’anno sono io che pago le cene a due con Michela. E ci mancherebbe altro.

Quando nel 1978 mi dimisi dal “Paese Sera” perché non ne potevo più di lavorare in un quotidiano comunista, andammo a cena in quattro, io, Ernesto Galli della Loggia, Fiamma Nirenstein, una loro amica che non avevo mai visto e che non avrei mai più rivisto. Il conto era di diecimila lire ciascuno. Ernesto e Fiamma pagarono la loro quota, io che in tasca avevo in tutto e per tutto 20mila lire (e non è che nei cassetti di casa mia in quel momento ne avessi altre) pagai ovviamente la quota mia e dell’altra nostra ospite. E ci mancava altro. 

Ognuno nella sua vita si sceglie il suo di Corano. Per me è questo, che se conduco una donna da qualche parte sono io a pagare. Né ricordo che siano state numerose le donne che vi si opponessero. Lo faceva Laura, un’amica che non vedo più da quarant’anni, e che dovevi costringerla con la forza e non sempre ci riuscivi ad accettare di pagarle il cinema o il ristorante. A dire il vero non ne ricordo nessun’altra.

Ne ricordo una che mi telefonò perché andassimo a vedere un certo film in un certo cinema. Io lo feci apposta di farla entrare per prima e di avviarsi verso il botteghino con un certo vantaggio su di me. Ovvio che mai e poi mai le avrei consentito di pagare, ma mi incuriosiva come si sarebbe comportata. E difatti a due metri dal botteghino si arrestò. Ovviamente le passai innanzi e ovviamente pagai i due biglietti. Ci mancava altro. Ci mancava altro. 

Care donne, tutto potrete fare ma non toglierci l’onore di essere noi uomini a pagare quel che va pagato. Ci mancherebbe altro che ci fosse impedito di comportarci da uomini. E’ un articolo del Corano. Ci mancherebbe altro che al ristorante vi fosse dato un menu con i prezzi. Non esiste, non deve esistere. Vi rivolgo un inchino, e un grazie di esistere. Giampiero Mughini

L’Italia è una Repubblica fondata sulle donne. Fin quando si scherza. Francesco Colonnese, Comunicatore & anti-avvocato, su Il Riformista l'8 Marzo 2022 

Si fa presto a dire 8 marzo: festeggiare è sacrosanto, ricordarsi cosa si sta festeggiando probabilmente lo è di più. Poco più di un mese dopo l’elezione del nostro stimato Presidente Mattarella, a freddo, è giusto spiegare uno dei motivi per cui la sua riconferma rappresenta, in realtà, l’ultimo (a livello cronologico) grande fallimento della politica e della società italiana. Il Parlamento ha sbagliato non uno ma due rigori a porta vuota. Il primo penalty fallito consiste nel non aver avuto il coraggio, per l’ennesima volta, di eleggere una donna Presidente della Repubblica; non solo non lo abbiamo fatto ma abbiamo spedito nel tritacarne mediatico alcune delle candidature femminili di più alta levatura attualmente esprimibili dal nostro Paese: la Direttrice del DIS, la Ministra della Giustizia e la Presidente del Senato (seconda carica dello Stato). La seconda concreta occasione gettata alle ortiche si è materializzata quando si sarebbe potuto eleggere Mario Draghi al Quirinale, mettendo al suo posto la prima Presidente del Consiglio donna d’Italia. Questo scenario sarebbe stato un risultato, per certi versi, ancora più dirompente del primo perché Palazzo Chigi è, per le donne italiane, il tabù dei tabù. Il Quirinale viene sempre inteso, erroneamente, come un’istituzione di rappresentanza e più “soft”, mentre il Governo raffigura il massimo della virilità politica a cui si possa mai aspirare. Nessuno dei due “rosei” scenari si è verificato e, invece di assistere finalmente ad una svolta progressista, abbiamo visto l’ennesimo teatrino istituzionale con tutti i grandi elettori ad applaudire (record per numero di applausi) il Presidente Sergio Mattarella, dopo averne totalmente disatteso la chiara volontà di evitare un imbarazzante secondo mandato. Imbarazzante per il sistema, non per lui. La mancanza di lungimiranza della politica nostrana e la totale assenza di dialogo sul tema dell’elezione del Capo dello Stato hanno raggiunto l’apice con il Mattarella bis.

Per fortuna, al destino non manca mai un tocco d’ironia. A Palazzo Chigi, i partiti non sono riusciti a far succedere al Presidente Draghi la prima donna “Premier” ma nella BCE questo è già avvenuto: come sappiamo, infatti, a Mario Draghi è subentrata la Presidente Lagarde, avvocata parigina già direttrice del FMI. Ma non solo: ad ereditare la guida del Parlamento Europeo del compianto Presidente Sassoli è stata, di recente, la maltese Roberta Metsola. In Europa, i più grandi italiani vengono sistematicamente sostituiti da grandi europee, la legge del contrappasso. Per la prima volta nella storia, le tre principali cariche europee (Parlamento, Commissione e BCE) sono guidate da donne. La distanza, a livello di gender equality, tra la migliore Europa e l’Italia è siderale. L’Inghilterra, oltre alla Regina Elisabetta II (il Capo di Stato più longevo della storia), ha già avuto due Primi Ministri donna (Thatcher, May); in Germania, si è da poco conclusa la lunga era politica della Cancelliera Merkel; Svezia, Finlandia, Norvegia, Estonia, Lituania, Danimarca sono tutte democrazie che hanno già avuto Capi di Stato o di Governo donna. In Italia, invece, attualmente l’unica leader di Partito che può aspirare alla guida di Palazzo Chigi è Giorgia Meloni. Cosa aggiungere? 

In realtà, anche sulle leadership femminili europee ci sarebbe molto da dire. Non servono grandi analisti politici per notare che quasi tutte le leader europee sopracitate sono accomunate da “un piccolo dettaglio”: il loro orientamento conservatore. Terribile ammetterlo, ma è così: in Europa raggiungono il potere quasi sempre quelle donne che, più o meno consciamente, tutelano il modello patriarcale. Illuminante sul tema è il contributo di Davide di Maio, il quale ricorda una delle principali risposte a questo fenomeno: il “Glass cliff”, il “precipizio di vetro”. Una bislacca dinamica politica che consiste nell’affidare la responsabilità di governare ad una donna nei periodi storici più critici, come accaduto a Christine Lagarde (nominata a capo del FMI, nel 2011, in piena crisi economica), a Theresa May (che, nel 2019, non è riuscita nella complicatissima impresa di far adottare dai Comuni il suo accordo per la Brexit, vedendosi dunque costretta ad abbandonare la guida del Partito Conservatore) e a Ursula von der Leyen (giunta alla presidenza della Commissione Europea dopo un’elezione marcata dall’affermazione dei partiti più euroscettici in Europa). In buona sintesi, a ottenere la leadership sono quasi sempre donne con profili conservatori e tendenzialmente ostili ai diritti conquistati dalle donne stesse: non solo Giorgia Meloni e Marine Le Pen, ma anche la Presidente Metsola che da neo-eletta, è subito corsa ai ripari riducendo le sue storiche posizioni anti-abortiste a opinioni personali.

L’Italia del 2022 è un Paese in cui i luoghi comuni, anche e soprattutto l’8 marzo, spadroneggiano. Un Paese in cui il femminismo è sotto bersaglio di continuo ma in pochi sanno di cosa stanno parlando. Femminismo non è, banalmente, il contrario di maschilismo; si tratta di un movimento di rivendicazione dei diritti delle donne, nato alla fine del XVII secolo, che ha preso impulso soprattutto nella Rivoluzione Francese;  il maschilismo, come spiega la scrittrice e giornalista Jennifer Guerra, è un informe atteggiamento culturale, mentale e sociale che crede nella superiorità biologica e morale dell’uomo sulla donna. Quel pensiero dominante in cui le femministe appaiono come una “lobby di gattare” è totalmente privo di fondamento storico e politico e denota, peraltro, una profonda ignoranza sulle lotte concrete e vitali portate avanti da Olympe de Gouges, Mary Wollstonecraft, le Suffragette, Betty Friedan. Personalità tragicamente sconosciute ai più. 

L’Italia del 2022 è un Paese in cui (udite, udite) affidiamo l’avanguardia gender a Sanremo, ai monologhi eleganti di Drusilla Foer a fine serata, alle artiste che distribuiscono equamente i mazzi di fiori ricevuti da Amadeus ai colleghi maschi. Tutto condivisibile: l’arte deve fare la sua parte (e la fa) perché, da quando esiste l’umanità, gli artisti riescono a vedere il futuro prima degli altri. Ma, fin quando la parità dei sessi avrà briciole di eco sul palco dell’Ariston mentre le donne continueranno ad essere equiparate ad oggetti di design nei partiti (perché di questo stiamo parlando), saremo ben lontani dal permetterci il lusso di partire da zero. L’editoria ed il giornalismo, peraltro, non se la passano meglio dei partiti politici: Monica Maggioni è diventata la prima direttrice del telegiornale di Rai1 nel 2021, dopo 67 anni dalla fondazione della tv di Stato. Bene, tuttavia la saltuaria centralità giornalistica di figure come Gabanelli, Annunziata, Gruber, Schianchi, Cuzzocrea sembra più il frutto della statistica che la logica conseguenza di un sistema mediatico in salute e profondamente imperniato nella meritocrazia. Nel campo dell’editoria, il 78% dei posti dirigenziali è costituito da uomini, c’è una sola Direttrice responsabile di un quotidiano nazionale, Agnese Pini (La Nazione); il Corriere della Sera, primo quotidiano in Italia, ha firme maschili per oltre il 70%. Non meraviglia dunque la gaffe di Beppe Severgnini che, parlando a “8 e mezzo”, lo scorso novembre, del potenziale politico dei Ferragnez, ha qualificato come “carina” la più importante influencer italiana. Aldilà dei pareri soggettivi su Chiara Ferragni, vedere un giornalista del calibro internazionale di Severgnini che, con tanta leggerezza, banalizza una delle donne italiane più apprezzate al mondo, rattrista. 

L’Italia del 2022 è quel posto in cui “perfino” l’omosessualità maschile ha ragion d’essere: perché, in fondo, come dar torto ad un uomo che desidera un altro uomo? Ma quella femminile, sintetizzabile in una non madre che desidera una femmina, rappresenta l’Anticristo.

L’Italia del 2022 è un Paese in cui la cultura cattolica non solo ha ancora un ruolo decisivo nella cristallizzazione di stereotipi anacronistici profondamente ingiusti ma, spesso e volentieri, offre il fianco a quella folle convinzione, ormai di dominio pubblico, secondo cui le donne in realtà nascano già predestinate a convivere con il dolore. Icastico, sul punto, è il passo della Bibbia dedicato ad Eva: “partorirai con dolore”. In realtà, nella Genesi, come chiarisce Erri De Luca, la parola èztev significa sforzo, fatica, affanno, non dolore. C’è una bella differenza. Un errore di traduzione che, tuttavia, sta costando più del previsto.

Neanche il panorama sanitario è immune dalle discriminazioni di genere e non si tratta solo dei significativi disagi causati alle donne dalla lacunosa gestione degli obiettori di coscienza nelle strutture sanitarie. Il quadro è ancora più complesso. Sul punto, ancora J. Guerra spiega che: “Secondo uno studio pubblicato sul The New England Journal of Medicine, le donne hanno sette volte le probabilità di un uomo di ricevere una diagnosi errata e di essere dimesse dal pronto soccorso durante un infarto perché manifestano, generalmente, dei sintomi diversi da quelli maschili, e i medici non sono in grado di riconoscerli perché i loro studi si basano sui sintomi che presentano gli uomini. Per questo le donne con meno 50 anni hanno il doppio delle possibilità di morire d’infarto rispetto a un uomo della stessa età. Lo stesso problema si presenta anche nella farmacologia. Come sottolineato dal rapporto Prospettive di genere e salute. Dalle disuguaglianze alle differenze dell’Università degli Studi di Torino, la maggior parte dei farmaci vengono testati sull’idealtipo maschio di 70 chili e i dosaggi consigliati fanno riferimento a questo standard, anche se donne e uomini hanno diverse capacità di metabolizzare i principi attivi. Ne consegue che gli effetti collaterali vengono subiti più dalle donne che dagli uomini”.

In uno scenario simile, ci rendiamo subito conto di quanto impegno politico realmente occorra e di quante donne in politica ci sia bisogno. Altro che conservatori, altro che “politically correct”, altro che secondari scranni di segreterie regalati da magnanimi colleghi uomini. Se della sensibilizzazione sull’endometriosi, sulla vulvodinia, sui congedi lavorativi in caso di mestruazioni dolorose, del linguaggio dei testi scolastici con cui vengono cresciuti bambine e bambini italiani non se ne occupa la politica, chi se ne deve occupare? Sanremo? Davvero? 

L’8 marzo, in Italia assistiamo alla solita pantomima collettiva. Parte dalle prime ore dell’alba quella fastidiosa retorica che mette in scena il festival dell’ovvio (a trazione maschilista ma non solo): tra una mimosa e l’altra, si sentono riecheggiare frasi inconfondibili, “le donne sono superiori”, “una volta comandavano gli uomini ora comandano le donne”, con risate gracchianti a seguire. Ma se, per caso, una malcapitata qualsiasi presente allo show, colpevole di essere pensante, reagisce dissentendo, ecco che subito partono i cori che rispettosamente la archiviano come rompicoglioni, isterica, femminista, una delle tre o tutte e tre.

Le mimose ed i fiori non hanno colpe storiche, non c’è motivo di privarsene; ma, alla luce di tutto ciò, nel dubbio, la sera dell’8 marzo, un bel libro di Carla Lonzi ed una birra sulla poltrona sarebbe il miglior modo per festeggiare la ricorrenza. Converrebbe anche andare a letto presto e riposare perché dal 9 marzo, come ogni anno, riparte la vera lotta al patriarcato. Una di quelle lotte in cui la società civile dovrà fare a meno della politica italiana. Una delle tante.