Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

LA SOCIETA’

TERZA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

        

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

  

 

 

 

LA SOCIETA’

INDICE PRIMA PARTE

 

AUSPICI, RICORDI E GLI ANNIVERSARI.

Le profezie per il 2022.

I festeggiamenti di capodanno.

Il palindromo.

Il Primo Maggio.

Il Ferragosto.

73 anni dalla tragedia di Superga.

65 anni dalla morte di Oliver Norvell Hardy: Ollio.

60 anni dalla morte di Marilyn Monroe.

52 anni dalla morte di Jimi Hendrix.

51 anni dalla morte di Louis Armstrong.

50 anni dalla morte di Dino Buzzati.

49 anni dalla morte di Bruce Lee.

49 anni dalla morte di Anna Magnani.

45 anni dalla morte di Elvis Presley.

43 anni dalla morte di Alighiero Noschese.

42 anni dalla morte di Steve McQueen.

40 anni dalla morte di Gilles Villeneuve.

40 anni dalla morte di Ingrid Bergman.

40 anni dalla morte di Marty Feldman.

40 anni dalla morte di John Belushi.

40 anni dalla morte di Beppe Viola.

37 anni dalla morte di Francesca Bertini.

34 anni dalla morte di Stefano Vanzina detto Steno.

33 anni dalla morte di Franco Lechner: Bombolo.

33 anni dalla morte di Olga Villi.

32 anni dalla morte di Ugo Tognazzi.

31 anni dalla morte di Miles Davis.

30 anni dalla morte di Marisa Mell.

29 anni dalla morte di Audrey Hepburn.

28 anni dalla morte di Moana Pozzi.

28 anni dalla morte di Kurt Cobain.

28 anni dalla morte di Massimo Troisi.

27 anni dalla morte di Mia Martini.

25 anni dalla morte di Giorgio Strehler.

25 anni dalla morte di Gianni Versace.

25 anni dalla morte di Ivan Graziani.

24 anni dalla morte di Patrick de Gayardon.

24 anni dalla morte di Frank Sinatra.

23 anni dalla morte di Fabrizio De Andrè.

22 anni dalla morte di Antonio Russo.

22 anni dalla morte di Vittorio Gassman.

20 anni dalla morte di Layne Staley.

20 anni dalla morte di Alex Baroni.

20 anni dalla morte di Umberto Bindi.

20 anni dalla morte di Carmelo Bene.

19 anni dalla morte di Alberto Sordi.

19 anni dalla morte di Giorgio Gaber.

18 anni dalla morte di Ray Charles.

16 anni dalla morte di Alida Valli.

15 anni dalla morte di Ingmar Bergman.

15 anni dalla morte di Luciano Pavarotti.

14 anni dalla morte di Paul Newman.

14 anni dalla morte di Dino Risi.

13 anni dalla morte di Mike Bongiorno.

12 anni dalla morte di Raimondo Vianello.

11 anni dalla morte di Elizabeth Taylor. 

10 anni dalla morte di Carlo Rambaldi.

10 anni dalla morte di Gianfranco Funari.

10 anni dalla morte di Whitney Houston.

10 anni dalla morte di Lucio Dalla.

10 anni dalla morte di Piermario Morosini.

10 anni dalla morte di Renato Nicolini.

10 anni dalla morte di Riccardo Schicchi.

10 anni dalla morte di Gore Vidal.

9 anni dalla morte di Pietro Mennea.

9 anni dalla morte di Virna Lisi.

9 anni dalla morte di Enzo Jannacci.

8 anni dalla morte di Robin Williams.

7 anni dalla morte di Pino Daniele.

7 anni dalla morte di Francesco Rosi.

6 anni dalla morte di Tommaso Labranca.

6 anni dalla morte di Lou Reed.

6 anni dalla morte di George Michael.

6 anni dalla morte di Prince.

6 anni dalla morte di David Bowie.

6 anni dalla morte di Bud Spencer.

6 anni dalla morte di Marta Marzotto.

5 anni dalla morte di Gianni Boncompagni.

5 anni dalla morte di Paolo Villaggio.

4 anni dalla morte di Anthony Bourdain.

4 anni dalla morte di Sergio Marchionne.

4 anni dalla morte di Luigi Necco.

3 anni dalla morte di Franco Zeffirelli.

3 anni dalla morte di Luciano De Crescenzo.

3 anni dalla morte di Jeffrey Epstein.

3 anni dalla morte di Nadia Toffa.

3 anni dalla morte di Antonello Falqui.

2 anni dalla morte di Ennio Morricone.

2 anni dalla morte di Diego Maradona.

2 anni dalla morte di Roberto Gervaso.

2 anni dalla morte di Gigi Proietti.

2 anni dalla morte di Ezio Bosso.

2 anni dalla morte di Sergio Zavoli.

2 anni dalla morte di Kobe Bryant.

1 anno dalla morte di Lina Wertmüller. 

1 anno dalla morte di Max Mosley.

1 anno dalla morte di Gino Strada.

1 anno dalla morte di Raffaella Carrà.

1 anno dalla morte di Ennio Doris.

1 anno dalla morte di Paolo Isotta.

1 anno dalla morte di Franco Battiato.

I Beatles.

Duran Duran.

I Nirvana.

Gli ABBA.

I Queen.

Emerson Lake & Palmer.

I Simpson.

Il Maggiolino.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI? (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Avvocato…

Quelli che se ne vanno…

John Elkann.

Lapo Elkann.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

I MORTI FAMOSI.

Vivi per sempre.

Le morti del Cazzo…

L’Eutanasia. 

Il Necrologio.

L’Eredità.

E’ morto il giornalista Alessio Viola.

È morto il cantante Terry Hall.

E’ morto il regista Mike Hodges.

È morto lo storico Asor Rosa.

E’ morta la fotografa Maya Ruiz-Picasso.

E’ morta l’artista Shirley Ann Shepherd.

E’ morta la cantante Terry Hall.

E’ morto il produttore Alex Ponti.

Addio all’attore Lando Buzzanca.

E’ morto il giornalista Mario Sconcerti.

È morto il fotografo Carlo Riccardi.

È morto il compositore Angelo Badalamenti.

È morto il cantante Ichiro Mizuki.  

È morto Romero Salgari.

E’ morto il cineasta Franco Gaudenzi.

Morto l’attore Gary Friedkin.

E’ morta l’attrice Kirstie Alley.

Morto lo scrittore Dominique Lapierre.

E’ morto il pilota Patrick Tambay.

E’ morto il sarto Cesare Attolini.

E’ morta l’attrice Mylene Demongeot.

E’ morto l’ideatore di «Forum» Italo Felici.

E’ morto l’attore Brad William Henke.

E’ morto l’attore Frank Vallelonga.

È morto il politico Gerardo Bianco.

È morta la tastierista e vocalist Christine McVie.

È morto l'architetto e designer Pierluigi Cerri.

E’ morto il poeta Hans Magnus Enzensberger.

E’ morta la cantante e attrice Irene Cara. 

Addio allo stilista Renato Balestra.

Addio al sarto Cesare Attolini.

Morto l’attore Mickey Kuhn.

È morta la rivoluzionaria Hebe de Bonafini.

E’ morto il cantautore Pablo Milanés.

E’ morta l’attrice Nicki Aycox.

Morto il filosofo Fulvio Papi.

E’ morto il regista Jean-Marie Straub.

E' morto il giornalista Gianni Bisiach.

E’ morto il cantante anni Nico Fidenco. 

E’ morta Nonna Rosetta di Casa Surace.

E’ morto l’industriale delle giostre Alberto Zamperla.

E’ morta la scienziata Alma Dal Co.

Addio all’industriale Vallarino Gancia.

È morto il musicista Keith Leven.

Morto il manager Luca Panerai.

E’ morto a 78 anni l’industriale Giuseppe Bono.

E’ morta la musicista Mimi Parker.

È morto il musicista Carmelo La Bionda.

È morto il musicista Aaron Carter.

E' morto il musicista Fabrizio Sciannameo.

E’ morto il batterista Marino Rebeschini.

Morto il manager Franco Tatò.

Morto il manager Mauro Forghieri.

È morta la scrittrice Julie Powell.

È morto lo stuntman Holer Togni.

È morto il senatore Domenico Contestabile.

E’ morto il cantante Jerry Lee Lewis.

E’ morto il p.r. Angelo Nizzo.

E’ morto il figlio di Guttuso, Fabio Carapezza.

Morto il critico Marco Vallora.

Addio al critico Franco Fayenz.

E’ morto il DJ Mighty Mouse, vero nome Matthew Ward.

E’ morto il principe Sforza Marescotto Ruspoli, detto Lillio.

Addio all’attore Ron Masak.

E’ morto il cantante Franco Gatti.

E’ morto il cantante Mikaben”, al secolo Michael Benjamin.

È morta la cantante Christina Moser.

E' morto l'attore Robbie Coltrane.

E’ morta Jessica Fletcher.

E’ morto il filosofo Bruno Latour.

E’ morta la cantante Jody Miller.

E’ morta la stilista Franca Fendi.

E’ morto il fotografo Douglas Kirkland.

E’ morto l’industriale Armando Cimolai

E’ morta l’attivista Piccola Piuma, nata Marie Louise Cruz. 

Morto lo storico Paul Veyne. 

E’ morta la scrittrice Rosetta Loy.

Morto il regista Franco Dragone.

E’ morto il noto wrestler e politico, all'anagrafe Kanji Inoki, Antonio Inoki.

Morto lo scrittore Jim Nisbet.

È morto il rapper Coolio.

Morto l’ex calciatore ed allenatore Bruno Bolchi.

Morto il comico Bruno Arena.

E’ morto il giornalista Gabriello Montemagno.

E’ morta l’attrice Anna Gael.

E’ morta l’attrice Lydia Alfonsi.

E’ morta l’attrice Kitten Natividad.

È morta la scrittrice Hilary Mantel.

È morta l’attrice Louise Fletcher.

E’ morto il tronista Manuel Vallicella.

E’ morto l’attore Henry Silva.

È morto il playboy Beppe Piroddi.

Morto l’attore Jack Ging.

È morta l’attrice Irene Papas.

E’ morto l’industriale Andrea Riello.

E’ morto il regista Jean-Luc Godard.

Morto il regista Alain Tanner. 

Addio al giornalista Piero Pirovano.

E' morto il fotografo William Klein.

È morto lo scrittore Javier Marias.

E’ morto il giornalista Roberto Renga.

Morto il latinista Franco Serpa.

E’ morto l’attore Claudio Gaetani.

È morto il regista Just Jaeckin.

Morta la poetessa Mariella Mehr.

Morto lo scrittore Oddone Camerana. 

E’ morto l’opinionista Cesare Pompilio.

Addio al radioastronomo Frank Drake. 

E’ morto il cantante Drummie Zeb.

E’ morto il pittore Gennaro Picinni.

È morta l’attrice Charlbi Dean.

È morto Camilo Guevara.

E’ morto l’ex presidente URSS Mikhail Gorbaciov.

Morto il giornalista Giulio Giustiniani.

L’addio al politico Mauro Petriccione. 

E' morto il fotografo Piergiorgio Branzi.

Morta l’attrice Paola Cerimele.

E' morto il fotografo Tim Page.

Morta la scienziata Laura Perini.

È morto l’attore Enzo Garinei.

Addio al magistrato Domenico Carcano.

E' morta la scrittrice e filosofa Vittoria Ronchey. 

E’ morto il comico Gino Cogliandro.

È morto il comico Vito Guerra.

È morta la comica Anna Rita Luceri.

È morto l’avvocato Niccolò Ghedini.

E’ morta la stilista Hanae Mori.

È morto il regista Wolfgang Petersen.

E’ morto il pittore Dimitri Vrubel.

È morto lo scrittore Nicholas Evans.

E’ morta l’attrice Robyn Griggs.

E’ Morta l’attrice Carmen Scivittaro. 

Addio all’attrice Denise Dowse.

E’ morta l’attrice Rossana Di Lorenzo.

E’ morto il divulgatore scientifico Piero Angela.

E’ morto il disegnatore Jean-Jacques Sempè.

E’ morta l’attrice Anne Heche.

E’ morto il calciatore Claudio Garella.

È morto lo stilista Issey Miyake.

È morto l’attore Roger E. Mosley. 

E’ morta l’attrice Olivia Newton-John.

E’ morto il doppiatore Carlo o Carletto Bonomi.

Morto l’attore Alessandro De Santis.

E’ morto l’attore John Steiner.

È morta l’attrice Nichelle Nichols.

E’ morto il giornalista Omar Monestier.

E’ morto l’attore Antonio Casagrande.

E’ morto il cestista Bill Russell.

Morto l’attore Roberto Nobile.

Morto il pittore Enrico Della Torre. 

E’ morta la sciatrice Celina Seghi.

E’ morto l’attore porno Mario Bianchi.

E’ morto lo scienziato James Lovelock.

E’ morto lo scrittore Pietro Citati.

E’ morto l’attore David Warner.

È morto l’attore Paul Sorvino.

Morto il regista Bob Rafelson.

E’ morto il vinaiolo Lucio Tasca.

E’ morto il cantante Vittorio De Scalzi.

È morto il linguista Luca Serianni.

È morta la cantante Shonka Dukureh.

È morto l’ex calciatore Uwe Seeler.

E' morto il dirigente calcistico Luciano Nizzola.

 

INDICE TERZA PARTE

 

I MORTI FAMOSI.

È morta Ivana Trump.

È morto il giornalista Eugenio Scalfari.

E’ morto il mago Tony Binarelli.

Addio il giornalista Amedeo Ricucci.

E’ morto il compositore Monty Norman.

E’ morto il giornalista Angelo Guglielmi.

E’ morto lo scrittore Vieri Razzini.

E’ morto la comparsa Emanuele Vaccarini.

E’ morto l’attore Tony Sirico.  

E’ morto il mangaka Kazuki Takahashi.

È morto l’attore James Caan.

E’ morto il ciclista Arnaldo Pambianco.

E’ morta la fotografa Lisetta Carmi.

E’ morto l’attore Cuneyt Arkin.

È morto il presidente emerito della Corte costituzionale Paolo Grossi.

E’ morto il cantante Antonio Cripezzi.

E’ morto il regista Peter Brook.

E' morta la cantante Irene Fargo.

E’ morto l’attore Joe Turkel. 

E’ morto il regista Maurizio Pradeaux.

E' morto l’imprenditore Aldo Balocco.

E’ morto l’imprenditore Marcello Berloni.

E’ morto l’imprenditore Leonardo Del Vecchio.

E’ morto lo scrittore Raffaele La Capria.

E’ morto il musicista James Rado.

E' morto l'architetto Jordi Bonet.

E' morta la poetessa Patrizia Cavalli.

È morto l’attore Jean-Louis Trintignant.

E’ morto l’imprenditore Giuseppe Cairo.

E’ morto lo scrittore Abraham Yehoshua.

È morto l’attore Philip Baker Hall.

È morto il produttore musicale Piero Sugar.

E’ morta la cantante Julee Cruise.

E’ morta la pittrice Paula Rego.

E’ morto l’imprenditore Pietro Barabaschi: quello della Saila Menta.

E’ morto l’imprenditore il giornalista e scrittore Gianni Clerici.

Morto l’allenatore di nuoto Bubi Dennerlein.

E’ morto Roberto Wirth, proprietario di Hotel.

È morto il bassista Alec John Such.

È morta Sophie Freud, la nipote di Sigmund

E’ morto l’attore Roberto Brunetti, per tutti Er Patata. 

E’ morta Liliana De Curtis, figlia di Totò.

Morto lo scrittore Joseph Zoderer. 

Morto l’antropologo Luigi Lombardi Satriani.

Addio all’attore Franco Ravera.

Morto il partigiano Carlo Smuraglia.

Morto il conte Manfredi della Gherardesca.

E’ morto il fantino Lester Piggott.

E’ morto l’attore Marino Masé.

E’ morto lo scrittore Boris Pahor.

E’ morto il musicista Alan White. 

È morto l'attore John Zderko.

E’ morto il musicista Andrew Fletcher.

E’ morto l’attore Ray Liotta.

E’ morto il cardinale Angelo Sodano.

E’ morto l’attore Bo Hopkins.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

I MORTI FAMOSI.

È morto Ciriaco De Mita.

E’ morto l'attore e cantante Gennaro Cannavacciuolo.

E’ morto il taverniere Guido Lembo.  

Morto il musicista Vangelis Papathanassiou: Vangelis.

E’ morto il campione di pattinaggio Riccardo Passarotto.

E’ morto Valerio Onida, ex presidente della Corte Costituzionale.

È morto l’attore Fred Ward.

E’ morto lo storico girotondino Paul Ginsborg.

E’ morto il musicista Richard Benson.

E’ morto l’attore Mike Hagerty.

E’ morto l’attore Enzo Robutti.

È morto l’attore Lino Capolicchio.

È morto il fotografo Ron Galella.

Addio alla cantante Naomi Judd. 

Addio all’attrice Jossara Jinaro.

È morto il procuratore Mino Raiola.

E' morto il politologo Percy Allum.

Morto il sassofonista Andrew Woolfolk.

E’ morta Raffaela Stramandinoli alias Assunta Almirante.

E’ morto l’industriale Antonio Molinari.

È morto il cantante Marco Occhetti.

Morto Paolo Mauri.

È morto l’attore Jacques Perrin.

È morta l'attrice Ludovica Bargellini.

È morto lo scrittore Piergiorgio Bellocchio.

È morto lo scrittore Valerio Evangelisti.

E’ morta l’attrice Catherine Spaak. 

E’ morto Cedric McMillan, campione di bodybuilding.

E’ morta la giornalista Giusi Ferré.

È morto a Parigi l’economista Jean-Paul Fitoussi. 

E’ morto il calciatore Freddy Rincon.

E’ morto l’attore Michel Bouquet.

E’ morta la fotografa Letizia Battaglia.

È morto l’attore Gilbert Gottfried.

E’ la storica Morta Chiara Frugoni.

E’ morto l’imprenditore della moda Umberto Cucinelli.

E’ morta la campionessa del game show «Reazione a catena Lucia Menghini.

E’ morto il produttore Massimo Cristaldi.

E’ morto l’attore Nehemiah Persoff.

E’ morto l’assistente televisivo Piero Sonaglia.

E’ morto il fotografo Patrick Demarchelier.

È morto Tom Parker.

Addio al giornalista Franco Venturini.

È morto l’attore Lars Bloch.

E’ morto l’attore Gianni Cavina.

E’ morto il batterista Taylor Hawkins.

Morto inventore delle Gif Stephen Wilhite.

E' morto il giornalista Sergio Canciani.

E’ morto il wrestler Scott Hall, alias Razor Ramon.

Morto lo scrittore Gianluca Ferraris.

Morto l’imprenditore Tomaso Bracco.

E' morto l’attore William Hurt.

E’ morto l’ideatore e sceneggiatore Biagio Proietti.

Addio al giornalista Stefano Vespa. 

E’ morto il calciatore Giuseppe “Pino” Wilson.

E’ morto l’imprenditore Vito Artioli.

E’ morto Antonio Martino.

Morto l’attore John Stahl.

E’ morta l’attrice e cantante Sally Kellerman.

E’ morto il cantante Gary Brooker. 

Addio al cantante Mark Lanegan.

E’ morto l’imprenditore Marino Golinelli.

E’ morta l’ambasciatrice Francesca Tardioli. 

E’ morto il calciatore Francisco 'Paco' Gento.

E’ morto il calciatore Hans-Jürgen Dörner.

E’ morto il calciatore Pierluigi Frosio.

Morta l'attrice Lindsey Erin Pearlman.

Morto il pugile Bepi Ros.

Addio al cantante Fausto Cigliano.

Morto il cantante Amedeo Grisi. 

E’ morto il doppiatore Tony Fuochi. 

E’ morto il produttore, regista, sceneggiatore Ivan Reitman. 

E’ morto l’artista John Wesley.  

E’ morto il musicista Ian McDonald.

Addio a Betty Davis, la regina del Funk.

E’ morta Donatella Raffai.

E’ morto l’attore Bob Saget.

E’ morto Luc Montagnier.

E’ morto Douglas Trumbull, mago degli effetti speciali.

Morto Giuseppe Ballarini, il re delle pentole.

Morto Luigi De Pedys, l'uomo delle 'luci rosse' del cinema. 

Morto Mario Guido, autore di "Lisa dagli occhi blu".

E' morto Guido Crechici, patron delle carte da gioco Modiano di Trieste.

E’ morta Monica Vitti.

È morto l’attore Paolo Graziosi.

E’ morto l’ex presidente del Palermo Maurizio Zamparini. 

E' morto Tito Stagno.

E’ morto l’alpinista Corrado Pesce.

E' morto l’attore Renato Cecchetto.

Morto l’autore televisivo Paolo Taggi.

È morto il faccendiere Flavio Carboni.

E’ morto lo stilista Thierry Mugler. 

E’ morto il maestro Zen: Thich Nhat Hanh.

Addio all’allenatore Gianni Di Marzio.

Addio al giornalista Sergio Lepri.

E’ morta l’imprenditrice Maria Chiara Gavioli, ex di Allegri. 

E’ morto il cantante Meat Loaf.

E’ morto l’attore Hardy Kruger.

E’ morto l’attore Camillo Milli.

E’ morto l’attore Gaspard Ulliel.

E’ morta  l’attrice Yvette Mimieux.

E’ morto il giornalista di moda André Leon Talley.

E’ morto lo stilista Nino Cerruti.

E’ morto il regista Jean-Jacques Beineix.

E’ morta la cantante Ronnie Bennet Spector.

È morto David Sassoli, il presidente del Parlamento europeo.

E’ morta Silvia Tortora.

E’ morta Margherita di Savoia.

Addio all’attore comico Bob Saget.

E’ morto Michael Lang.

E’ morto l’attore Mark Forest.

E’ morto lo scrittore Vitaliano Trevisan.

E’ morto il regista Mariano Laurenti.

E’ morta l'attrice, cantante e showgirl Gloria Piedimonte.

E’ morto l’attore Sidney Poitier.

E’ morto il regista Peter Bogdanovich.

E’ morto il regista e produttore Mario Lanfranchi.

È morto lo scrittore e traduttore Gianni Celati.

È morto il giornalista Fulvio Damiani.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le stirpi reali.

Gli scandali dei Windsor.

Vittoria.

Elisabetta.

La morte della Regina.

Filippo.

Carlo.

Camilla.

Andrea.

Anna.

Diana.

William e Kate.

Harry e Meghan.

 

 

 

 

 

LA SOCIETA’

TERZA PARTE

 

I MORTI FAMOSI.

·        È morta Ivana Trump.

È morta Ivana Trump: aveva 73 anni. L'annuncio dell'ex presidente Usa. Il Tempo il 15 luglio 2022.

È morta all'età di 73 anni Ivana Trump, imprenditrice, personaggio televisivo e modella, divenuta celebre principalmente per essere stata la prima moglie di Donald Trump. "Sono molto rattristato di informare tutti coloro che l'hanno amata, e sono molti, che Ivana Trump è morta nella sua casa a New York City", ha scritto sui social l'ex presidente degli Stati Uniti.

“Era una donna meravigliosa, bellissima e straordinaria, che ha condotto una vita fantastica e stimolante. Il suo orgoglio e la sua gioia erano i suoi tre figli, Donald Jr., Ivanka ed Eric. Era così orgogliosa di loro, come eravamo tutti così orgogliosi di lei. Riposa in pace, Ivana!”.

Come riporta Abc, i paramedici di Manhattan, rispondendo a una chiamata di emergenza per un arresto cardiaco, hanno trovato la donna nell'appartamento dell'Upper East Side dove viveva. Nata nel 1949 in Cecoslovacchia, Ivana Marie Zelnickova ha lasciato il paese negli anni '70. Dopo il trasferimento negli Usa, a New York conobbe l'imprenditore Donald Trump, che sposò nel 1977. La coppia divorziò nel 1992. La donna si è poi risposata con l'italoamericano Riccardo Mazzuchelli nel 1995 e, nel 2008, con l'attore e modello italiano Rossano Rubicondi, morto nel 2001. Nel curriculum televisivo di Ivana Trump anche la partecipazione, nel 2010, al reality 'L'Isola dei famosi'.

Morta Ivana Trump, la prima moglie dell’ex presidente Usa. Giuseppe Sarcina, corrispondente da Washington, su Il Corriere della Sera il 14 Luglio 2022.

Modella e imprenditrice di origini ceche, aveva 73 anni. L’annuncio dell’ex marito: «Era una donna, meravigliosa, bellissima e pazzesca». 

Ivana Marie Zelnickova, la prima moglie di Donald Trump, è morta ieri, giovedì 14 luglio, all’età di 73 anni. Lo ha fatto sapere l’ex presidente con un post sul suo Social «Truth»: «Annuncio con grande tristezza a tutti coloro che l’amarono, ed erano tanti, che Ivana Trump è deceduta nella sua casa di Manhattan». In effetti sono ancora numerosi «quelli che l’amavano». A cominciare, naturalmente, dai tre figli avuti con il tycoon newyorkese: Donald Jr, Ivanka ed Eric. Nel 1977 era un’indossatrice nata nell’allora Cecoslovacchia, quando sposò uno dei costruttori americani più rampanti. L’unione durò fino al 1990 e, il primogenito, Donald Jr, ha raccontato che quando seppe dell’imminente separazione non rivolse la parola al padre per un anno. 

La famiglia di Ivana rappresentava un mondo alternativo rispetto a quello della grande metropoli. L’ex modella era cresciuta nei boschi, all’aria aperta, con papà Milos che la portava a caccia e a pesca. Nel 1971, però, sposò il suo primo dei quattro mariti: l’austriaco Alfred Winklmayr, maestro di sci. Nel marzo del 1972 ottenne il passaporto austriaco; l’anno dopo lasciò il consorte e emigrò in Canada. Poco dopo eccola a New York, in uno dei club più famosi. Conosce un giovane biondo, alto e ambizioso. «Mi chiamo Donald». Era il 1976. L’anno dopo celebrarono nozze rumorose. Ivana si integrò perfettamente nella società newyorkese degli anni Ottanta: affari, anche spregiudicati, vita notturna brillante, amicizie con i potenti.

«È stata una donna meravigliosa, bella e incredibile», scrive ancora Trump che, a un certo punto, le preferì Marla Maples e poi Melania. Ma Ivana era anche manager molto efficiente, maniaca del lavoro, con un certo fiuto e una buona dose di creatività. Partecipò attivamente ai progetti del marito: la Trump Tower sulla Quinta Strada e il Trump Taj Mahal casinò ad Atlantic City, nel New Jersey. Aveva una carica formale nel gruppo: vice presidente per il design di interni, ma in realtà è stata per qualche anno la consigliera più ascoltata da Trump. Un ruolo che quarant’anni dopo è toccato a sua figlia, Ivanka, l’advisor del presidente alla Casa Bianca.

Dopo il divorzio, Ivana è rimasta una protagonista della scena mondana. Ha scritto una serie di libri (nessuno memorabile). Si è risposata per la terza volta con un italiano, Riccardo Mazzucchelli nel 1995. Poi ancora due relazioni importanti. La prima con Gaetani dell’Aquila D’Aragona. La seconda con l’attore e modello Rossano Rubicondi . I due si unirono in matrimonio nel 2008. La cerimonia fu celebrata dalla sorella di Trump, la giudice Maryanne Trump Barry. I tabloid erano in fiamme. Lui aveva 36 anni, lei 59. Anche questa volta durò poco: un solo anno. Rossano e Ivana si presero e lasciarono ancora per un’altra decina d’anni, per la gioia dei rotocalchi e delle trasmissioni di gossip. Nel 2019 Rossano morì a soli 49 anni. Ivana, affranta, commentò: «Basta, mi fermo qui». Ha passato gli ultimi anni defilata, ma naturalmente nel lusso della parte migliore di New York, Miami e Saint Tropez.

Ivana Trump, eseguita l’autopsia: è morta per le ferite riportate nella caduta dalle scale. Paolo Foschi su Il Corriere della Sera il 16 Luglio 2022.

La prima moglie dell’ex presidente degli Stati Uniti era stata trovata senza vita il 14 luglio nel suo appartamento a Manhattan. 

Dall’autopsia emerge la soluzione del giallo della morte di Ivana Trump, prima moglie dell’ex presidente degli Stati Uniti. A causare il decesso sarebbero state le ferite riportate cadendo dalle scale. Lo riferisce il network Abc citando fonti dello staff medico che ha eseguito gli esami disposti dalla procura.

Ivana Maria Zelnickova, ex indossatrice nata nell’allora Cecoslovacchia 73 anni fa, è morta il 14 luglio. Il suo corpo senza vita è stato trovato riverso sulle scale dell’appartamento in cui viveva a Manhattan sulla 64ma strada, proprio di fronte al Central Park. La donna aveva cenato poco prima in un ristorante italiano in cui era cliente abituale. In un primo momento la causa della morte era stata attribuita a un arresto cardiaco o a un malore, anche se gli addetti del locale dove aveva mangiato hanno dichiarato che quella sera era apparsa in salute come sempre. Zach Erdem, amico della donna, ha invece rivelato al New York Post che Ivana negli ultimi tempi aveva accusato problemi nella deambulazione: «Mi disse che aveva dolori alle gambe e non era in grado neanche di uscire». Quando l’amico le aveva consigliato di farsi visitare da un medico, lei aveva risposto: «No, odio andare dai dottori. Mi ammalo di più quando ci vado». A dare l’allarme il 14 luglio è stata una collaboratrice domestica dell’ex modella, sul posto erano intervenuti paramedici, vigili del fuoco e agenti di polizia. In molti sui social si erano chiesti quale fosse stata la causa della morte, alimentando un piccolo giallo che ora sembra risolto, anche se non è chiaro se la caduta sia stata accidentale o causata a sua volta da un malore. I medici legali hanno comunque escluso che possa essere stata uccisa da qualcuno.

Come ha scritto Giuseppe Sarcina, corrispondente da Washington del Corriere, «la famiglia di Ivana rappresentava un mondo alternativo rispetto a quello della grande metropoli. L’ex modella era cresciuta nei boschi, all’aria aperta, con papà Milos che la portava a caccia e a pesca. Nel 1971, però, sposò il suo primo dei quattro mariti: l’austriaco Alfred Winklmayr, maestro di sci. Nel marzo del 1972 ottenne il passaporto austriaco; l’anno dopo lasciò il consorte e emigrò in Canada. Poco dopo eccola a New York, in uno dei club più famosi. Conosce un giovane biondo, alto e ambizioso. “Mi chiamo Donald”. Era il 1976. L’anno dopo celebrarono nozze rumorose. Ivana si integrò perfettamente nella società newyorkese degli anni Ottanta: affari, anche spregiudicati, vita notturna brillante, amicizie con i potenti».

L’ex modella ha avuto tre figli dal tycoon a cui è stata legata fino al 1990. E’ stato lo stesso ex presidente a comunicare la morte con un post sul suo social Truth: «Annuncio con grande tristezza a tutti coloro che l’amarono, ed erano tanti, che Ivana Trump è deceduta nella sua casa di Manhattan. Era una donna meravigliosa, bella e divertente, che ha condotto una vita di grande ispirazione. Il suo orgoglio e la sua gioia erano i suoi tre figli, Donald Jr, Ivanka ed Eric. Era così fiera di loro e noi eravamo fieri di lei. Riposa in pace, Ivana» ».

Morta Ivana Trump, prima moglie dell’ex presidente Donald. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 15 Luglio 2022.  

"Nostra madre era una donna incredibile, una forza nel mondo degli affari, un'atleta di livello mondiale, una bellezza radiosa e una madre e un'amica premurosa", hanno scritto i suoi figli in una nota ricordandola.

Ivana Trump, la prima moglie dell’ex presidente Usa Donald Trump, cresciuta sotto il dominio comunista nell’ex Cecoslovacchia è morta all’età di 73 anni. Lo ha annunciato la famiglia al network televisivo americano ABC News. E’ stata la prima moglie dell’ex presidente Usa, che ha sposato nel 1977 da cui hanno avuto tre figli: Donald Jr., Ivanka ed Eric. La coppia divorziò nel 1992.

Ivana Marie Zelníková, era cresciuta sotto il comunismo in Cecoslovacchia, con studi in educazione fisica, era stata selezionata come sciatrice per le Olimpiadi invernali del ’72, era arrivata in Usa negli anni ’70 per intraprendere la carriera di modella . Poco dopo aveva conosciuto Donald Trump. I due si sposarono diventando in poco tempo l’emblema della coppia di potere di New York: entrambi biondo platino, entrambi protagonisti del jet set di Manhattan, desiderosi di avere tutto e subito. Ivana era riuscita a ritagliarsi un ruolo di top manager come Ceo del Castle Hotel, uno dei casinò di proprietà dei Trump nel New Jersey, e poi come arredatrice di interni alla Trump Tower. 

L’imprenditrice è stata trovata morta nella sua casa sulla 64esima strada di New York, proprio di fronte a Central Park, con l’annuncio della scomparsa dato l’indomani dallo stesso ex marito su Truth Social, il social network da lui fondato. “Sono davvero rattristato – ha scritto Donald Trump – di informare tutti coloro che l’hanno amata, e sono davvero tanti, che Ivana Trump se ne è andata nella sua casa a New York”. “Era una donna meravigliosa – ha aggiunto l’ex-presidente USA – bellissima e incredibile, che è stata di grande ispirazione“. 

A trovarla, già priva di conoscenza sulle scale del suo appartamento stando al comunicato diffuso dai vigili del fuoco locali, sono stati i paramedici, arrivati sul posto a seguito di una richiesta di aiuto. La causa del decesso sembrerebbe quella di un arresto cardiaco, o comunque di un malore improvviso, per quanto non avesse mostrato segni di particolare malessere durante la cena.

Un’ipotesi che proprio per come sembrava stare la donna, ha destato non poco sconcerto tra chi l’aveva vista nelle sue ultime ore di vita. Da come riporta il Washington Post, la polizia di New York ha subito indagato sulla morte, verificando che nella casa non ci fossero segni di scasso o di qualche altro elemento che potesse ricondurre a un episodio criminale. I medici legali hanno poi valutato se la caduta dalle scale avesse potuto determinare la morte di Ivana Trump o se questa fosse conseguente a un malore.

I proprietari del ristorante “Nello” dove aveva cenato la sera prima di morire, hanno riferito di essere “ancora sotto choc” per la morte improvvisa dell’ex imprenditrice di origini ceche. “Forse era apparsa un po’ stanca, ma sembrava stesse bene, senza aver alcun evidente problema di salute – ha raccontato ai giornalisti la responsabile del ristorante italiano Nello – Siamo sconvolti, ci dispiace tanto, era una delle nostre clienti più affezionate e ci chiedeva sempre come stessimo e se le cose andassero bene, con grande affetto. Abbiamo visto un gran fermento sotto il suo appartamento, ma non abbiamo capito subito cosa fosse accaduto. Era davvero una persona meravigliosa“. 

“Nostra madre era una donna incredibile, una forza nel mondo degli affari, un’atleta di livello mondiale, una bellezza radiosa e una madre e un’amica premurosa“, hanno scritto i suoi figli in una nota ricordandola.

“Ivana Trump era una sopravvissuta. È fuggita dal comunismo e ha abbracciato questo paese. Ha insegnato ai suoi figli la grinta e la durezza, la compassione e la determinazione”, ha detto la famiglia. “Mancherà molto a sua madre, ai suoi tre figli e ai suoi dieci nipoti“.

(Antonello de Gennaro) Oggi piango e perdo una cara amica con cui ho trascorso vacanze indimenticabili ospite con altri amici sulla sua barca “Ivana” a Saint Tropez in Costa Azzurra. Avevamo instaurato una grande amicizia, ci sentivamo spesso telefonicamente e quando veniva in Italia andavamo a cena o a pranzo insieme (“ma mi raccomando dove si mangi bene !” mi diceva sempre ). Ivana era una persona dall’animo buono, generoso e corretta. E’ stata una grande donna, una grande mamma, che amava la vita. Ci mancherà. Ad Ivanka ed i suoi fratelli e tutte le rispettive famiglie, le mie più sincere condoglianze. Redazione CdG 1947

Gabriele Romagnoli per “La Stampa” il 20 luglio 2022.

Nell'ultima immagine che di sé ha voluto tramandare al mondo che le sopravvive Ivana Trump spara un sorriso sotto un elmetto di pelo. Indossa un piumino argentato. Si appoggia ai bastoncini da sci. È a Saint Moritz, l'anno è il 1997, ha appena divorziato da Riccardo Mazzucchelli, sta per invaghirsi di Roffredo Gaetani. Le restano 25 anni di vacanze, profumi, amori, sorprese, delusioni, prima di cadere dalle scale. 

Quella fotografia è stampata sulla partecipazione al suo funerale, «celebrazione della vita», oggi all'una e trenta ora di New York, mentre poco lontano, nel suo amato ristorante Nello, serviranno il pranzo, tra orsi di peluche rossi sistemati sulle sedie vuote e qualcuno che, come faceva lei, ordinerà il «galletto» per 62 dollari. 

Da casa sua, al numero 10 della 64ma (subito girato l'angolo della Quinta strada) alla chiesa sulla Lexington è un viaggio breve: tre isolati. L'edificio in cui si è chiuso il sipario ha l'aspetto di un mausoleo bianco: sette piani di cui cinque fuori terra. È un quartiere per vecchi. Dal giorno della sua morte un anziano fotografo di nome Omar staziona davanti al portone per riprendere chi viene e va.

Al momento ci sono cinque mazzi di fiori di cui quattro eretti. Due biglietti con dediche affettuose, uno conclude con un pensiero anche «per il tuo ex marito e nostro prossimo presidente». Altri singolari omaggi sono posati a terra: un tester di un profumo Armani e alcuni di rossetti dal colore vermiglio. Le donne che li hanno lasciati hanno pensato a cose che la consorte del faraone avrebbe voluto portare nella tomba. 

Quelle che vedrò passare e fermarsi avranno tutte la stessa età indecifrabile, eppure per questo dichiarata, sotto i cappelli, le lenti scure, i ritocchi al viso, i foulard intorno al collo con gli scacchi, le fantasie, i monogrammi d'autore. Le anima la compassione, le sfiora il brivido. Si sa che anche i ricchi piangono, anche i ricchi muoiono, ma non ci si aspetta la banalità di un inciampo, la testa contro il gradino, le ore senza più vita ad aspettare che qualcuno apra la porta.

Una solitudine voluta. Ivana Trump si era ritirata in quel maniero metropolitano. Teneva con sé metà delle ceneri dell'ultimo marito, Rossano Rubicondi. Imponeva al personale di arrivare a mezzogiorno e sparire prima del tramonto. Al risveglio si era fatta il caffè da sola, la tazza riversa accanto a lei, macchie scure sul tappeto rosso steso lungo le scale. C'era anche un ascensore, ma lei preferiva le scale, perfino quando, come nell'ultima mattina, era sola. 

Il divismo è un esercizio, non un'improvvisazione. Aveva fatto dipingere un trompe l'oeil alla parete che accompagna la discesa: un'altra reggia di marmo, un grande giardino, il cielo. Sfilava tra angeli di pietra. Il suo seguito: uno yorkshire di nome Tiger. Non fiori, ma donazioni a un ente di assistenza per cani. Le stanze della casa sono arredate in stile Trump. 

È stata lei a crearlo, Donald le aveva dato mano libera in tutte le sue proprietà, il suo aspetto dorato è un riflesso nell'occhio di Ivana. Nella sala da pranzo anche le tende hanno i loro carati. Ha cenato lì, l'ultima sera. Ha disdetto gli impegni, la partenza per gli Hamptons, posposto il viaggio a Saint Tropez. L'anca le provocava dolore, faticava a camminare. A chi le consigliava di andare dal medico rispondeva: «I dottori mi mettono tristezza».

Fatte le proporzioni, nient' altro che la cocciuta zia che tutti hanno avuto, dispersa in un bilocale in periferia, sospettosa di ogni badante. È quella matrice a rendere riconoscibili tutte le esistenze, perfino le più singolari, l'ampiezza degli scarti richiede soltanto una maggiore apertura del compasso per contenerli. 

Le esequie si annunciano come un ricevimento, con aerei privati in atterraggio dall'Europa e l'attesa per l'ex marito, arrivato lunedì sera a New York. Con lui anche la moglie Melania, riparata da lenti scure. Nella frenesia delle anticipazioni la sua presenza è data per possibile, ma solo per supporto al marito e ai tre figli che ebbe con Ivana. 

La chiesa è dedicata a San Vicent Ferrer, detto anche il tredicesimo apostolo, beato spagnolo vissuto a cavallo del 1400, autore di miracoli a profusione: gli si attribuiscono almeno 28 resurrezioni.

Rispecchia il quartiere: una candela votiva costa 5 dollari. Nel suo secondo memoir Frank Mc Court, l'autore di Le ceneri di Angela, scrive: «La gente che va in questa chiesa condivide i messali e canta gli inni in coro perché sa che la domestica è rimasta nelle loro case di Park Avenue a tener d'occhio il tacchino. I loro figli e le loro figlie hanno l'aspetto di chi è tornato a casa dalle università dove studia e sorride agli altri nel banco, che pure sono tornati dagli stessi luoghi. Possono permettersi di sorridere perché tutti quanti hanno denti così candidi che se cadessero nella neve sarebbero perduti per sempre». 

Si riconosceranno per essersi già incontrati sulle piste di Gstaad, davanti a un camino ad Aspen, in una stanza dorata a Davos. La donna sugli sci nel cartoncino raccontava di essere stata convocata per le Olimpiadi, con la nazionale cecoslovacca, quando si chiamava Ivana Marie Zelnickova. Negli archivi non risulta, ma la storia è franata su molti fatti accaduti prima dell'89. Se lo ricorderà forse su madre Marie, nata Francova nel 1926, ex centralinista, a cui il destino non ha risparmiato di essere, domani, ancora viva.

Muore a 73 anni Ivana Trump. L'annuncio dell'ex marito Donald. Serena Coppetti il 15 Luglio 2022 su Il Giornale.

"È stata una donna meravigliosa e divertente" ha scritto l'ex presidente degli Usa. Con lui 15 anni insieme e tre figli.

Per tutti è sempre stata Ivana Trump. Lei, la prima moglie, la ex, che ha combattuto una feroce battaglia legale, dove sono volati non solo gli stracci ma anche parole violentissime con quello che era l'uomo più importante del mondo, per mantenere quel cognome anche dopo la separazione dal magnate dell'edilizia diventato nel frattempo presidente degli Stati Uniti. Per questo c'era qualcosa di sottile ed estremamente delicato, ieri sera, nelle parole di Donald Trump nell'annunciare la morte dell'ex moglie. E sta proprio dentro quel nome, sta nel chiamarla come lei voleva essere chiamata. Ivana Trump. E lui ieri sera lo ha scritto così, per intero, sul suo social, il Truth Social. Così lo ha comunicato all'emittente americana Abc per dare la notizia che facesse il giro del mondo. Così, per tutti, perché restasse per sempre Ivana Trump.

«Sono addolorato - scrive l'ex presidente degli Stati Uniti - nel comunicare a tutti quelli che le volevano bene, ed erano in tanti, che Ivana Trump è morta nella sua abitazione a New York. È stata una donna meravigliosa, bella e divertente, che ha condotto una vita fonte di ispirazione. Il suo orgoglio e la sua gioia erano i suoi tre figli, Donald Jr., Ivanka ed Eric. Era così fiera di loro, e noi eravamo così fieri di lei. Riposa in pace, Ivana», conclude Donald Trump.

Aveva 73 anni. Imprenditrice, personaggio televisivo e modella, è rimasta legata a lui dal 1977 al 1992. Quindici anni di vita insieme, in cima, al massimo, protagonisti della società newyorkese degli anni '80. Insieme, sempre più in alto come i palazzi a cui lavoravano. La Trump Taj Mahal ad Atlantic City, la Trump Tower sulla Quinta Strada a Manhattan che negli arredi interni porta la sua firma. Divenne vice presidente del design interno per la compagnia, il marito la volle a capo del Trump Castle Hotel and Casino come presidente.

E dire che era partita da lontano, Ivana. Nata in Repubblica Ceca, il suo cognome era Zelníková. Una promessa dello sci, passione trasmessa dal papà. Poi fotomodella, poi un marito. Poi il primo divorzio. Poi l'America e Trump e i tre figli e, altri due mariti e altrettanti rapidi divorzi. Nel 1995, con l'imprenditore italoamericano Riccardo Mazzucchelli e, dopo la separazione nel 1997, dal 2008 con un altro italiano, Rossano Rubicondi. Già 59 anni lei, 36 lui. Il matrimonio più lussuoso e più veloce: 3 milioni di dollari, con 400 invitati, ospitato dall'ex marito Donald Trump nella sua tenuta di Mar a Lago, durato neanche sette mesi. Oggi era anche e forse soprattutto, nonna. Di 9 nipoti. «Nostra madre era una donna incredibile - ha scritto la famiglia - una forza negli affari, un'atleta di livello mondiale, una bellezza radiosa e una madre premurosa e un'amica».

Ivana Trump, l'autopsia rivela la causa della morte: "Per le ferite riportate". Il Tempo il 16 luglio 2022

Ivana Trump, 73 anni, è morta per una caduta dalle scale all'interno della sua casa di New York. Smentita l’ipotesi di un infarto. A rivelare la vera causa del decesso della prima moglie del tycoon e presidente Usa, Donald Trump, è stato il New York Post. L’autopsia effettuata venerdì ha confermato che si tratta di un incidente domestico: “Ha riportato lesioni da impatto contundente al busto compatibili con una caduta accidentale” si legge nel report del medico legale.

Trump è stata trovata morta ai piedi di una scala a chiocciola nel suo appartamento di Manhattan. Come ha rivelato l’amico di famiglia, Zach Erdem, Ivana Trump aveva problemi di deambulazione e faceva fatica a lasciare la propria abitazione. Nelle ultime due settimane, secondo quanto dichiarato da Erdem al New York Post, la donna stava male e ha aggiunto: “Mi disse - che aveva dolori alle gambe e non era in grado neanche di uscire. Le ho consigliato di farsi visitare da un medico, ma rispose ‘No, odio andare dai dottori. Mi ammalo di più quando ci vado’”.

I tre figli Don Jr., 44 anni, Ivanka, 40, ed Eric, 38 anni, nati dal matrimonio con il miliardario Donald Trump, hanno rilasciato un comunicato: “Nostra madre era una donna incredibile: una forza negli affari, un'atleta di livello mondiale, una bellezza radiosa e una madre premurosa e amica. Era una sopravvissuta: fuggì dal comunismo e abbracciò gli Stati Uniti. Ha insegnato ai suoi figli grinta e tenacia, compassione e determinazione. Mancherà moltissimo a sua madre, ai suoi tre figli e ai dieci nipoti”.

Ivana Trump, morta a 73 anni la prima moglie dell'ex presidente Usa. Libero Quotidiano il 14 luglio 2022

È scomparsa all'età di 73 anni Ivana Trump. Oltre a essere imprenditrice, personaggio televisivo e modella, Ivana è divenuta celebre per essere stata la prima moglie di Donald Trump. "Sono molto rattristato di informare tutti coloro che l'hanno amata, e sono molti, che Ivana Trump è morta nella sua casa a New York City", ha scritto sui social l'ex presidente degli Stati Uniti.

E ancora: "Era una donna meravigliosa, bellissima e straordinaria, che ha condotto una vita fantastica e stimolante. Il suo orgoglio e la sua gioia erano i suoi tre figli, Donald Jr., Ivanka ed Eric. Era così orgogliosa di loro, come eravamo tutti così orgogliosi di lei. Riposa in pace, Ivana!". Secondo Abc, i paramedici di Manhattan, rispondendo a una chiamata di emergenza per un arresto cardiaco, hanno trovato la donna nell'appartamento dell'Upper East Side dove viveva.

Nata nel 1949 in Cecoslovacchia, Ivana Marie Zelnickova ha lasciato il paese negli anni '70. Dopo il trasferimento negli Usa, a New York conobbe l'imprenditore Donald Trump, che sposò nel 1977. La coppia divorziò nel 1992. La donna si è poi risposata con l'italoamericano Riccardo Mazzuchelli nel 1995 e, nel 2008, con l'attore e modello italiano Rossano Rubicondi. Nel curriculum televisivo di Ivana Trump anche la partecipazione, nel 2010, al reality L'Isola dei famosi.

Da liberoquotidiano.it il 15 luglio 2022. 

Ivana Trump, morta per un arresto cardiaco a 73 anni, è stata trovata senza vita nel suo appartamento a Manhattan. 

L'ex moglie di Donald Trump sarebbe stata colta da un malore in tarda serata, dopo essere andata a cenare nel suo ristorante preferito, non lontano da casa. 

Secondo la ricostruzione fatta dal Sun, aveva trascorso un paio d'ore all'interno del locale senza mai accusare alcun tipo di malessere. 

"Come sempre mi ha chiesto come stavo, lei ci ha sempre sostenuto, e abbiamo avuto una conversazione normalissima, come quasi ogni volta che l'ho vista. 

Non pensavo avesse problemi di salute, sembrava forse un po' stanca, ma per il resto era a posto - ha raccontato al Sun Paola Alavian, proprietaria del ristorante preferito di Ivana -.

Sono un po' sotto choc in questo momento, abbiamo visto un gran fermento sotto il suo appartamento, ma non abbiamo capito subito cosa fosse accaduto. Era davvero una persona meravigliosa". 

Nonostante l'intervento tempestivo dei soccorsi, per l'ex moglie del tycoon non c'è stato nulla da fare.

"Sono profondamente rattristato nell’annunciare a tutti quelli che la amavano, e ce ne sono così tanti, che Ivana è morta nella sua casa", ha fatto sapere Trump sulla piattaforma Thruth Social, quella che utilizza per comunicare dopo l'estromissione da Twitter -. 

Lei era una donna stupenda, meravigliosa e bella, e ha condotto una vita che è fonte di ispirazione per molti. 

La sua gioia e il suo orgoglio erano i nostri tre figli Donald Jr, Ivanka ed Eric. Lei era molto orgogliosa di loro, e noi lo eravamo di lei. Riposa in pace, Ivana".

Ivana Trump, testimonianza-choc: "Poco prima di morire, al ristorante..." Libero Quotidiano il 15 luglio 2022

Ivana Trump, morta per un arresto cardiaco a 73 anni, è stata trovata senza vita nel suo appartamento a Manhattan. L'ex moglie di Donald Trump sarebbe stata colta da un malore in tarda serata, dopo essere andata a cenare nel suo ristorante preferito, non lontano da casa. Secondo la ricostruzione fatta dal Sun, aveva trascorso un paio d'ore all'interno del locale senza mai accusare alcun tipo di malessere.

"Come sempre mi ha chiesto come stavo, lei ci ha sempre sostenuto, e abbiamo avuto una conversazione normalissima, come quasi ogni volta che l'ho vista. Non pensavo avesse problemi di salute, sembrava forse un po' stanca, ma per il resto era a posto - ha raccontato al Sun Paola Alavian, proprietaria del ristorante preferito di Ivana -. Sono un po' sotto choc in questo momento, abbiamo visto un gran fermento sotto il suo appartamento, ma non abbiamo capito subito cosa fosse accaduto. Era davvero una persona meravigliosa".

Rossano Rubicondi, "un rapporto malato": testimonianza agghiacciante, lui e Ivana Trump... gelo dalla D'Urso. Libero Quotidiano il 03 novembre 2021

A “Pomeriggio 5”, Barbara D’Urso è tornata a parlare della morte di Rossano Rubicondi. La conduttrice ha intervistato Silvio Sardi, testimone di nozze di Rubicondi. Le accuse dell’ospite, rivolte contro i genitori di Rossano e così la conduttrice è dovuta intervenire immediatamente.  “È vero che è stato abbandonato dagli amici?” – ha chiesto Barbara a Silvio, che nel replicare non ha nascosto il suo reale pensiero – “Bisogna distinguere tra gli amici di Rossano e gli amici di Ivana Trump“. 

La D’Urso, che in questi giorni sta dedicando molto spazio al caso Rubicondi, è rimasta davvero scossa di fronte al racconto dell’ospite. Il testimone di Rossano ha cercato di spiegare meglio alla conduttrice il proprio punto di vista sul rapporto tra Ivana Trump e Rossano.

"Ivana con lui aveva un rapporto malato. Non sapete le volte che lo lasciava fuori di casa, in mutande al gelo delle notti newyorchesi quando abitavano a Manhattan. Lui si rifugiava a casa mia", ha ricordato. Roberto Alessi invece ha poi voluto ribadire che Ivana gli è rimasta comunque vicina fornendogli anche una assicurazione medica che in Usa è privata. 

Rossano Rubicondi, le immagini dei funerali: com'era ridotta Ivana Trump, un video straziante. Libero Quotidiano il 09 novembre 2021

E alla fine è arrivato il momento dell'addio a Rossano Rubicondi, il momento dei funerali, che si sono svolti a New York, dove viveva e organizzati da Ivana Trump, molti giorni dopo il decesso dello showman, avvenuto lo scorso 29 ottobre. 

In questi giorni hanno continuato a inseguirsi illazioni sulla sua morte, voci che ancora non si sono spente. Ma tant'è, ora è il momento del silenzio, del cordoglio, dell'ultimo saluto. Le immagini, strazianti, delle esequie sono state trasmesse da Pomeriggio 5, il programma di Barbara D'Urso in onda su Canale 5. Tra i presenti, ovviamente Ivana Trump, l'ex moglie straziata, sconvolta, visibilmente provata. Dunque anche Roberto Alessi, il direttore di Novella 2000 legato da una lunga e profonda amicizia a Rubicondi. 

Impressionanti, come detto, le immagini di Ivana Trump: in prima fila e distrutta dal dolore, per reggersi in piedi aveva bisogno di essere sorretta dalle braccia del figlio. Per l'occasione, Ivana Trump ha portato 500 rose rosse in onore di Rossano Rubicondi. La scorsa estate erano circolate indiscrezioni su un loro possibile e nuovo matrimonio, idea che avevano accarezzato anche nel 2019, quando ne parlarono a Domenica Live, sempre di Barbara D'Urso. Un amore eterno, il loro. Un dolore infinito, per Ivana Trump.

Simona Ventura, la morte di Ivana Trump: “Non aveva superato la scomparsa di Rossano Rubicondi”. Alice Coppa il 15/07/2022 su Notizie.it.

Simona Ventura ha commentato la notizia della scomparsa di Ivana Trump, avvenuta per un arresto cardiaco. 

Simona Ventura ha rotto il silenzio sulla scomparsa di Ivana Trump, morta appena 9 mesi dopo il suo ex marito, Rossano Rubicondi.

Simona Ventura ha commentato la scomparsa di Ivana Trump, l’ex moglie di Donald Trump scomparsa a 73 anni per un arresto cardiaco.

Ivana Trump era rimasta molto colpita dalla morte di Rossano Rubicondi, morto nella sua casa di New York il 29 ottobre scorso. Lui e Ivana nonostante si fossero separati avevano mantenuto un ottimo rapporto. Secondo Simona Ventura la morte dell’attore avrebbe avuto un impatto molto forte sulla salute mentale di Ivana:

“Sì, ed era devastata dal dolore. Mi raccontò di essergli stata vicino fino all’ultimo ma non c’era stato molto da fare perché il tumore alla pelle fu devastante.

Al di là dei loro litigi e degli allontanamenti, il loro è stato un amore vero e importante. Ivana ha superato molte prove difficili nella vita ma credo non abbia retto ad un dolore così grande come la morte di Rossano”, ha dichiarato la conduttrice.  In queste ore anche il fotografo Rino Barillari ha rotto il silenzio sulla scomparsa di Ivana Trump affermando grosso modo quanto detto anche da Simona Ventura. 

“Anche quando si sono lasciati, lei è sempre stata molto vicina a Rossano.

Ha sofferto tantissimo per la sua morte (avvenuta nel 2021 a 49 anni, ndr)ancora in giovane età per una brutta malattia”, ha dichiarato il fotografo ricordando l’ex modella. In queste ore in tanti, via social, hanno espresso il loro cordoglio per la scomparsa di Ivana Trump.

Il cordoglio del tycoon sul suo social. È morta Ivana Trump, prima moglie dell’ex Presidente USA: “Donna meravigliosa, bellissima, pazzesca”. Vito Califano su Il Riformista il 14 luglio 2022. 

È morta a 73 anni Ivana Trump, ex moglie del tycoon ed ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump. A dare la notizia lo stesso Trump con un post sul social network Truth, da lui stesso creato.

“Sono molto rattristato nell’informare tutti quelli che l’hanno amata, e sono molti, che Ivana Trump è morta nella sua casa a New York”, ha scritto Donald Trump sul suo social Truth. “Era una donna meravigliosa, bella e formidabile, che ha condotto una vita straordinaria e fonte di ispirazione. Il suo orgoglio e la sua gioia erano i tre figli, Donald Jr., Ivanka ed Eric. Era cosi’ orgogliosa di loro, come noi tutti di lei. Riposa in pace, Ivana!”.

Ivana Marie Zelnickova aveva origini ceche. Aveva lasciato il Paese negli anni ’70. È stata la prima moglie del tycoon. I due si erano sposati nel 1977 e avevano avuto i tre figli Donald Jr., Ivanka ed Erik. La loro unione era finita nel 1992. Trump avrebbe sposato dopo di lei Marla Maples, lei avrebbe sposato l’italoamericano Riccardo Mazzuchelli nel 1995 e nel 2008 l’attore e modello italiano Rossano Rubicondi morto nel 2021. Nel 2010 aveva partecipato al reality “L’Isola dei famosi”.

Con il passare degli anni i rapporti tra i due si erano rasserenati. La donna è stata trovata in un appartamento dell’Upper East Side, dove viveva a New York, dopo che i sanitari erano intervenuti sul posto per una chiamata di emergenza per arresto cardiaco.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Da “il Giornale” l'1 agosto 2022.

Donald Trump ha fatto seppellire l'ex moglie Ivana, morta nelle scorse settimane a seguito di una caduta, nel suo golf club in New Jersey in modo da ottenere consistenti sgravi fiscali. È questa l'accusa che rivolgono all'ex presidente diversi media americani, citando i documenti pubblicati da «ProPublica», che mostrano come il Trump Family Trust abbia fatto richiesta che il campo di Hackettstow, dove è stata sepolta Ivana, venga considerato come un terreno cimiteriale, status che gli farebbe godere di esenzioni fiscali.

Le legge del New Jersey prevede infatti che qualsiasi terreno utilizzato come cimitero sia esente da qualsiasi tipo di tasse. In effetti, già da diversi anni, sin dal 2012, Trump accarezza l'idea di realizzare un cimitero su questo terreno, costruendo un grande mausoleo per sé stesso. 

Poi avrebbe cambiato idea, pensando di realizzare un vero e proprio cimitero per migliaia di sepolture. Il progetto sarebbe cambiato ancora, con l'idea di realizzare solo le tombe per i familiari. E quella dell'ex moglie Ivana sarebbe appunto la prima. 

Ivana Trump è stata trovata morta nel suo appartamento di Manhattan il 14 luglio scorso. L'infarto era sembrato, in un primo momento, la causa della morte, ma l'autopsia ha stabilito che è stata invece una caduta dalle scale. Secondo quanto raccontato al «Post» da un amico della 73enne, Zach Erdem, da tempo soffriva di dolori alle gambe che le impedivano di uscire. 

·        È morto il giornalista Eugenio Scalfari.

(ANSA il 14 luglio 2022) È morto Eugenio Scalfari. Il fondatore di Repubblica aveva 98 anni.  

Addio a Eugenio Scalfari, il direttore filosofo di Repubblica. ANSA il 14 Luglio 2022.

E' morto Eugenio Scalfari, giornalista, scrittore, intellettuale, figura importante del mondo culturale italiano. Era nato a Civitavecchia il 6 aprile del 1924, primo direttore-manager dell'editoria italiana, padre di due 'creature', 'L'Espresso' e 'La Repubblica'. Nei primi anni '50 inizia con il 'Mondo' di Pannunzio e l''Europeo' di Arrigo Benedetti. Nel '55 con quest'ultimo fonda 'L'Espresso', primo settimanale italiano d'inchiesta. Scalfari vi lavora nella doppia veste di direttore amministrativo e collaboratore per l'economia. E quando Benedetti gli lascia il timone nel '62, diventa il primo direttore-manager italiano, una figura all'epoca assolutamente inedita per l'Italia. Questo doppio ruolo sarà poi anche uno dei fattori del successo di Repubblica, il cui debutto in edicola risale al 14 gennaio 1976.

Negli ultimi anni dopo una lunghissima carriera al timone del giornale, Barbapapà, come veniva affettuosamente chiamato dalla sua redazione, si è dedicato soprattutto alla scrittura, anche con un autobiografia uscita per i suoi 90 anni nel 2014 allegata al quotidiano. Molti anche i romanzi: 'Il labirinto', 'L'uomo che credeva in Dio', 'Per l'alto mare aperto', 'Scuote l'anima mia Eros', 'La passione dell'etica', 'L'amore, la sfida, il destino'. A un suo intervento su fede e laicità, lui che da sempre autodichiarato ateo, rispose papa Francesco, con una lettera a Repubblica pubblicata l'11 settembre del 2014. L'incontro diventa un libro nel 2019 ''Il Dio unico e la società moderna. Incontri con Papa Francesco e il Cardinale Carlo Maria Martini''. Le figlie Enrica e Donata avevano realizzato nel 2021 un documentario sul celebre papà, Scalfari a sentimental journey.

Dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella a papa Bergoglio in tanti hanno espresso il cordoglio per la morte di Scalfari. Il 'suo' giornale ha preparato uno speciale di 24 pagine con le testimonianze dei giornalisti e dei lettori.

La camera ardente per Eugenio Scalfari sarà aperta venerdì 15 luglio a Roma, nella Sala della Protomoteca del Campidoglio, dalle 16 alle 19. Nella stessa sala sabato 16 alle 10.30 si svolgerà la cerimonia di commemorazione. (ANSA).

Estratto dell’articolo di Leopoldo Fabiani per “l’Espresso” il 2 agosto 2022.

[…] E c'era il direttore che si occupava della vita privata dei suoi redattori, che li invitava a confidargli i crucci sentimentali, i problemi familiari, le difficoltà quotidiane. Perché non si può lavorare bene se si è infelici e preoccupati. Resta leggendaria la mattina che nello stanzone di "Repubblica" squilla a vuoto il telefono sulla scrivania di un giornalista importante, noto seduttore. Il direttore passa e intima ai presenti: «Non rispondete. Potrebbe essere vostra moglie».

Da Cinquantamila – La storia raccontata da Giorgio Dell’Arti - cinquantamila.it

Eugenio Scalfari, nato a Civitavecchia (Roma) il 6 aprile 1924 (94 anni). Decano del giornalismo italiano. Fondatore del quotidiano la Repubblica (14 gennaio 1976), da lui diretto dal 1976 al 1996. 

Già cofondatore, con Arrigo De Benedetti, del settimanale L’Espresso (2 ottobre 1955), da lui diretto dal 1963 al 1968. Scrittore. Politico (deputato del Psi dal 1968 al 1972). «Si sostiene che io sia stato fascista, monarchico, liberale, radicale, socialista, comunista e alla fine democristiano. Ed è tutto vero» 

•«Scalfari è figlio unico, la sua famiglia paterna è calabrese, il bisnonno materno è nato a Procida. Il padre combatte nelle trincee della Grande guerra, poi diserta e segue a Fiume Gabriele D’Annunzio. La mamma, una donna malinconica, non ha mai dimenticato la morte del proprio padre. I due “non si erano mai veramente amati… e fu l’amore per me che li tenne uniti finché vissero”. Nel 1933 la famiglia si trasferisce a Roma. 

Al liceo Mamiani la materia preferita da Eugenio è la storia antica, i ragazzi si dividono tra tifosi di Ettore e di Achille: prevale Ettore, che non godeva dell’inviolabilità di Achille. Scalfari è un piccolo balilla, la divisa il suo orgoglio. Nel luglio del 1938 la famiglia, causa gli scarsi affari del padre, si trasferisce a Sanremo [dopo che il padre, avvocato con pochi clienti, era stato nominato direttore del locale casinò – ndr].

E lì, al liceo Cassini, […] nasce e diventa consapevole la sua ricerca personale. In classe con lui, seduto al suo banco, […] Italo Calvino, un “rapporto essenziale, perché il nocciolo del nostro modo di pensare e di sentire ce lo formammo insieme…”. Ma scoppia la guerra, il padre viene richiamato, e Scalfari ritorna a Roma, a studiare Giurisprudenza. Le prime esperienze da giornalista al settimanale del Guf (Gruppo universitario fascista), dal quale viene poi espulso. 

“Io ero fascista. Ero cresciuto nel fascismo come tutti i giovani della mia età…”. La guerra è perduta, i nazisti sono ancora a Roma, Scalfari non si presenta alla leva, è costretto, pena la morte, a nascondersi nella Casa del Sacro Cuore. Dopo la guerra la prime esperienze di lavoro, come direttore di una casa da gioco, poi in banca, e l’amore per la scrittura, che lo porterà alla corte di Pannunzio, alle amicizie e al sodalizio con gli intellettuali e i politici azionisti. Comincia a collaborare al Mondo.

Il suo maestro, in quegli anni, è Arrigo Benedetti, che lo forma come giornalista: “Non ho capito”, e allora Scalfari riscrive l’articolo e impara l’arte di farsi capire da tutti. Ma il salto avviene pochi anni dopo. Costretto a lasciare la Bnl, Eugenio è ormai un giornalista a tutti gli effetti. Inizia, con Benedetti e con un giovane editore, Carlo Caracciolo, a progettare la fondazione di un giornale. Conosce Adriano Olivetti, e con i suoi finanziamenti nasce l’Espresso (i soldi per fare un quotidiano non bastavano). Quel settimanale, formato lenzuolo, in pochi anni riesce con le sue battaglie a scalfire la corteccia di una società conservatrice dominata in politica dalla Democrazia cristiana. 

Scalfari, nel 1968, è tentato dalla politica, viene eletto nelle file del Partito socialista. Non rieletto, ritorna a lavorare, come amministratore delegato, all’Espresso e a riprogettare la nascita di un quotidiano. Repubblica inizia le pubblicazioni nel 1976, e per venti anni sarà guidato da Scalfari. 

Una fase epica, come fu quella dell’Espresso, in cui il quotidiano, dopo una fase iniziale incerta nelle vendite e nella linea editoriale, trova finalmente un baricentro che in pochi anni lo farà diventare il primo quotidiano italiano, […] punto di riferimento dei riformisti e progressisti italiani.

Repubblica, con il suo nuovo modo di intendere il giornalismo, la settimanalizzazione del quotidiano, incide nel corso della politica più di quanto si immagini. Dopo venti anni di direzione Scalfari decide di lasciare la direzione a un giovane. Deve avere lo stesso sentire del fondatore. Lo individua in Ezio Mauro, con il quale perdura un sodalizio professionale e di amicizia.

Lui si può dedicare agli editoriali e soprattutto alla scrittura di libri, la passione degli ultimi anni, “un viaggio dentro me stesso”» (Alessandro Corbi). Nel 1994, con Incontro con Io(Rizzoli), ha inaugurato una serie di libri in cui autobiografismo e riflessione filosofica scolorano l’uno nell’altra: tra i titoli successivi, L’uomo che non credeva in Dio(2008), Per l’alto mare aperto(2010), Scuote l’anima mia Eros(2011), L’amore, la sfida, il destino(2013) e L’allegria, il pianto, la vita(2015), tutti pubblicati da Einaudi. 

Nel 2012 la Mondadori ha raccolto un’antologia dei libri e degli articoli di Scalfari in un volume della sua prestigiosa collana «I Meridiani», La passione dell’etica. Scritti 1963-2012•«Scalfari era affamato di potere. Fondò Repubblica dicendo che voleva dar voce alle classi produttrici del Paese, gli imprenditori e i lavoratori, contro le classi parassitarie che, evidentemente, votavano Dc.

[…] Politicamente si collocava in un’area sterminata che cominciava dai repubblicani e finiva con gli autonomi, cioè i lembi non clandestini del brigatismo. La sua origine di settimanalista portava però nel mondo spento dei quotidiani una propensione al retroscena, alla prospettiva, al passo lungo che i quotidianisti non avevano, un piglio diverso nelle interviste, una sapienza grafica, una cultura fotografica. […] La conoscenza dell’economia, in un mondo di professionisti, da questo punto di vista, quasi del tutto analfabeti, illuminava le informazioni di una luce completamente nuova. […] Le grandi relazioni potevano garantire, e avrebbero garantito, un flusso di informazioni riservate da far invidia a un servizio segreto. […] Il giornale andò male i primi due anni e si stava per chiuderlo quando Moro fu rapito e le Brigate Rosse scelsero Repubblica come veicolo della loro comunicazione. La prima foto Br faceva vedere Moro prigioniero che teneva in mano Repubblica. Scalfari, profittando della contemporanea crisi di Paese sera, […] imbarcò così il pubblico simpatizzante dei movimenti o comunque di sinistra, ma stufo del grigiore del Pci.

Repubblica profittò poi della crisi di copie e credibilità dell’Unità e mise nel suo lettorato un’importante quota di comunisti. Infine il Corriere della Sera (siamo nel 1981) fu scoperto come propaggine della P2, e Scalfari […] ci diede dentro con i valori della democrazia e la difesa delle istituzioni repubblicane, e portò a casa perciò una bella fetta di pubblico borghese, benpensante, moderato nella sostanza, e moderno nell’apparenza. […] 

Alla fine del 1981, con il giornale ampiamente sopra le 200 mila copie, il problema economico era alle spalle. […] Intanto Repubblica aveva imposto un nuovo modo di titolare, un nuovo modo di raccontare lo sport, […] un nuovo modo di porsi di fronte alla politica, che imparò presto che Scalfari andava trattato non come un giornalista qualunque da irreggimentare ma come un capo-partito, con cui si doveva scendere a patti. […] Nel 1986, quando Repubblica cominciò ad allegare fascicoli creando così un nuovo mercato (di fascicoli in edicola, a quel tempo, non c’era neanche l’ombra), superò il Corriere e divenne finalmente il primo quotidiano. […]

Nella battaglia tra Berlusconi e De Benedetti, si schierò fin dal primo istante con De Benedetti. […] Dopo il lodo Ciarrapico, vendette anche lui il suo dieci per cento e incassò una cifra mai accertata, ma che la voce comune indica in cento miliardi di lire. L’ultimo giorno radunò la redazione e spiegò che […] vendere era stato […] un atto di prudenza e saggezza, che garantiva per il futuro la stessa libertà di cui il giornale aveva goduto in passato. La redazione accolse il discorso con un silenzio assoluto, e Scalfari, alzandosi in piedi e stirandosi leggermente i fianchi, chiese sottovoce al fido Gianni Rocca: “Come mai non applaudono?”» (Giorgio Dell’Arti)

Grande rumore, nel novembre 2017, quando, intervistato da Giovanni Floris a DiMartedì(La7), dichiarò che, alle successive elezioni politiche, tra Luigi Di Maio e Silvio Berlusconi, in mancanza di alternative, avrebbe scelto il secondo. L’affermazione suscitò lo sdegno e l’imbarazzo di larga parte dello stesso Gruppo Espresso, dal quale gli vennero attacchi anche molto violenti e volgari

Al referendum istituzionale del 2 e 3 giugno 1946 ha dichiarato di aver votato per la monarchia, in quanto «liberale e crociano»: «Croce era convinto che l’istituto monarchico offrisse maggiori garanzie di laicità rispetto alla repubblica guidata dalla Democrazia cristiana. […] Il voto monarchico non era stato frutto di passione. Ero in realtà un repubblicano, e lo sarei ridiventato subito dopo» (a Simonetta Fiori)

Dichiaratamente ateo, intrattiene stretti rapporti con papa Francesco (il quale, in base a quanto da lui riferito, ha replicato alla sua professione d’ateismo sostenendo che «seguo comunque la predicazione di Cristo, quindi l’anima può essere salva. Io ho detto: ma io non credo nell’anima. E lui: sì, ma ce l’ha»). In più occasioni gli articoli contenenti le ricostruzioni dei suoi colloqui con Bergoglio, in cui Scalfari aveva attribuito al pontefice argentino prese di posizione particolarmente innovative rispetto alla dottrina e alla tradizione cattolica (talora ai limiti dell’eresia), sono stati ufficialmente sconfessati dalla Santa Sede, per essere poi di fatto confermati, in un apparente gioco delle parti, o mediante la ripubblicazione dei medesimi articoli o, in ogni caso, con la concessione al giornalista di ulteriori inviti privati

«Un po’ di sangue ebreo ho scoperto di averlo. Da parte della nonna materna, che pure era cristianissima e teneva Don Bosco sul comodino. Eppure, anche se all’inizio non ci credevo, ho avuto prova che la sua famiglia era ebrea, […] ed era una di quelle famiglie di ebrei detti marrani, coloro che dichiaravano di essere cristiani durante le persecuzioni antiche» (ad Attilio Giordano) • Dal primo matrimonio con Simonetta De Benedetti (1921-2006) – figlia di Giulio De Benedetti (1890-1978), storico direttore de La Stampa –, durato dal 1954 fino alla morte di lei, ha avuto le due figlie, Enrica (responsabile dell’agenzia fotografica Agf) e Donata (giornalista Mediaset). Nel 2008 si è risposato con Serena Rossetti, con cui aveva da decenni una relazione di cui la moglie era a conoscenza («Per molti anni della mia vita adulta sono stato bigamo.

[…] La nostra relazione triangolare ha procurato a ciascuno felicità e certamente sofferenze, ma è stata a conti fatti una fortuna grande»)

«Ho sempre ricercato rapporti chiari con il potere. Non credo nell’oggettività, neppure in quella della cronaca. La cronaca cambia a seconda di chi guarda e da che parte guarda. Ho sempre trovato onesto dichiararlo e lasciare che l’interlocutore, i lettori, siano avvertiti e poi scelgano». «Il mio ego, il mio Narciso […] è appena un po’ più grande del normale. Ma è come un cagnone: riesco a tenerlo al guinzaglio. Quasi sempre».

Barbara Palombelli per "Il Foglio" (2014)

Ora, è diventato una star della tv, dei talk-show. Nel 1987 non era così. Portare Eugenio Scalfari a "Domenica In", per un'intervista che avrebbe avuto un ascolto di 10-12 milioni, in diretta, era un azzardo. Lui arrivò perfetto come sempre, allontanò l'inevitabile truccatrice armata di cipria con un'affermazione netta: "Non sudo mai". Accidenti. Io tremavo, non avevo ancora mai lavorato con lui, tormentavo degli appunti (diversamente da molti colleghi mi sono sempre scritta i testi interamente da sola) un po' ciancicati. 

Lui immobile: quasi non credevo che sarebbe arrivato, un monumento del giornalismo sul divanetto bianco ideato da Gianni Boncompagni per far sembrare tutti belli, diceva che bianco e azzurro sono il segreto dei santini da secoli e sono molto donanti. Verissimo. L'intervista scivolò via veloce, la prima domanda ripercorreva le sue identità politiche fino a quel momento: "Fascista, fascista di sinistra, monarchico, liberale, liberale di sinistra, radicale, radicale di sinistra, socialista, socialista dissidente, repubblicano..." Risposta da copiare: "Sono sempre stato in minoranza". 

Ci ritrovammo qualche anno dopo, era il 1989, al bar Doney di via Veneto. Stavo per entrare a Repubblica, ci avrei lavorato dieci anni. Subentravo al collega Alberto Stabile che lasciava la redazione politica per l'estero, il mio nome l'aveva suggerito Mino Fuccillo. Serviva al quotidiano qualcuno che "parlasse col nemico", allora Bettino Craxi. Eugenio però non si abbassò a parlare di queste inezie, mi ricordò che nell'immediato Dopoguerra in uno dei suoi primi lavori - funzionario della Bnl - aveva conosciuto mio nonno Luigi, agente di cambio in piazza di Spagna, e me lo descrisse come fosse seduto con noi al bar.

Il lato umano. Scalfari lo ha coltivato con passione, arrivando a non scegliere fra due donne amatissime, "per non farle soffrire", cedendo sempre all'istinto che gli ha fatto apprezzare/detestare senza vie di mezzo ogni persona, partito, perfino ogni gesto quotidiano. O ti abbraccia, o non ti saluta. E' la faziosità, l'origine e il segreto del suo successo. Il motivo per cui molti non lo possono soffrire. 

Mi raccontò una volta che, da ragazzo, perfino nella scelta del liquore allora di moda - la Sambuca - lui esercitava il potere della faziosità. Fra le due marche produttrici, Molinari e Pallini, una era di un suo parente. Il gioco consisteva nell' entrare al bar e dire, in gruppo e a voce alta: prendiamo la Sambuca x, l'altra fa schifo, non si può proprio bere". 

Curioso di tutto, attratto dal mistero della religione e molto complice con le signore anche nel giornale - quando dirigeva lui tutti i servizi erano guidati da donne, Archinto, Carini, Bonsanti - era specializzato nel trovare spazi vuoti nel conformismo dilagante. La scuola del settimanale - prima il Mondo, poi l'Espresso - lo aveva costretto a montare e costruire polemiche anche senza notizie e alla Repubblica fu questa la ricetta vincente. 

La malinconia del figlio unico che teme l'abbandono e la morte dei genitori non lo aveva mai abbandonato. Una sera, in casa dell'amica comune Elisa Olivetti, mi spiegò la sua molto chiacchierata bigamia con la speranza di vivere di più, di non farsi trovare dalla morte. Moltiplicare le vite, una in smoking all'Opera, l'altra in maglione ascoltando jazz gli avrebbe forse dato l'illusione di una esistenza più completa.

Ho imparato moltissimo da lui e dalle sue riunioni del mattino, una vera scuola. Non sono mai stata soggiogata né iscritta al suo mutevole esercito di fedelissimi. Anzi. Parlavo con gli avversari, prima i suoi ex amici socialisti, poi Cossiga e Berlusconi. Avrebbe voluto in squadra anche il direttore di questo giornale. Adorava i contrasti. Certo, non mi sono mai annoiata. Non avrei potuto dire di essere stata una giornalista politica senza avere vissuto qualche anno in piazza Indipendenza. Fra poco, il Fondatore arriverà ai Novanta. Auguri.

Quando Scalfari immaginava di creare un altro giornale se Berlusconi avesse vinto la battaglia di Segrate. Antonio Polito su Il Corriere della Sera il 14 Luglio 2022. 

Era un narciso di prima grandezza, ma non del genere, corrivo e oggi volgarmente diffuso, che umilia o irride l’amor proprio altrui. Bensì del genere elegante e suadente che carezza, titilla e corteggia il narciso in ognuno di noi

Alla fine del punto pomeridiano sulla prima pagina, Eugenio ci prese da parte e ci disse: domenica venite a pranzo da me a Velletri, vi devo parlare. Velletri era il suo buen retiro, una villetta a un’ora da Roma, perfetta per il weekend del direttore di un giornale, che non è mai veramente in vacanza. L’invito ci sorprese: pur essendo collaboratori molto stretti di Eugenio, i suoi redattori capo, Mauro Bene e io, non foss’altro che per ragioni anagrafiche, non eravamo nel suo circolo di amici. Ma il clima era così surriscaldato a Piazza Indipendenza, sede della Repubblica, in quel 1990, che intuimmo subito il tema. Silvio Berlusconi, allora non ancora in politica ma già l’editore più «politico» che si potesse immaginare, stava per prendersi la Mondadori e diventare padrone di Repubblica. La cosa era inaudita. Nel senso che il giornale fondato da Scalfari era il nemico numero 1 del Cavaliere, l’ostacolo più grande alla sua ascesa, anche per la capacità di Eugenio di influire su Parlamento e partiti.

Ciò che Scalfari ci chiese quella domenica a Velletri era dunque se eravamo pronti a lasciare la nave per far salpare «una scialuppa». Disse proprio così. Le metafore guerriere gli piacevano. Le battaglie vinte dal principe di Condè e dagli «straccioni di Valmy» erano quelle che preferiva per descrivere le sue campagne politiche. Di noi — soldatini alla sua corte — diceva napoleonicamente che «portavamo nel nostro zaino il bastone di maresciallo». La «scialuppa» era un nuovo giornale. Il piano B, se davvero la sua creatura, nata nel 1976, baciata da un enorme successo di pubblico e critica, fosse finita nelle mani dell’odiato Cavaliere. E con noi voleva discutere — dopo una nostra dichiarazione pregiudiziale di fedeltà perinde ac cadaver — chi arruolare nell’avventura, come condurla, quante pagine, che tiratura. Confesso che cominciammo a mettere nero su bianco i nomi dei fedelissimi. Del titolo della testata non si parlò: la chiamavamo in codice «la scialuppa».

Come è noto, il nuovo giornale di Scalfari non nacque mai, grazie a Giulio Andreotti. Più tardi Scalfari l’avrebbe definito «Belzebù», quando fu accusato di rapporti con la mafia. Ma a quel tempo il felpato leader democristiano fu decisivo per fermare la «battaglia di Segrate» per la conquista di Mondadori. Non voleva concedere a Craxi, alleato del Cavaliere, l’enorme potere mediatico che si sarebbe concentrato nelle sue mani, espugnando il giornale nemico e aggiungendolo alla dote delle testate Mondadori.

Andreotti mobilitò così, come negoziatore, niente di meno che Giuseppe Ciarrapico; il quale riuscì, insieme con il principe Caracciolo coeditore di Scalfari, a raggiungere un accordo di spartizione: Panorama, Epoca e tutto il resto al Cavaliere, Repubblica e l’Espresso a De Benedetti. Per la cronaca, va aggiunto che il giudice Vittorio Metta e l’avvocato Cesare Previti vennero poi condannati per corruzione in atti giudiziari, per una sentenza favorevole al Cavaliere.

Scalfari era un narciso di prima grandezza. Ma non del genere, corrivo e oggi volgarmente diffuso, che umilia o irride l’amor proprio degli altri. Bensì del genere elegante e suadente che carezza, titilla e corteggia il narciso che è in ognuno di noi. Grande seduttore! Gli bastava un quarto d’ora per convincerti che per lui eri la persona più importante del mondo, con l’eccezione di se stesso ovviamente (ha scritto anche un libro dal titolo «Incontro con Io»). È diventata leggenda la scena madre che fece quando Paolo Guzzanti, sua firma prediletta, andò a dirgli che si dimetteva per passare a un altro giornale: Scalfari si gettò ai suoi piedi, mettendosi tra lui e la porta. Doveva passare sul suo corpo, disse.

Se non fosse stato del genere «narciso-buono», non sarebbe mai riuscito d’altronde a tenere al tavolo della riunione di redazione del lunedì, a varie riprese e in varie epoche, Enzo Biagi e Alberto Ronchey, Giorgio Bocca e Giampaolo Pansa, Mario Pirani e Natalia Aspesi, Enzo Golino e Rosellina Balbi, Bernardo Valli e Piero Ottone; tutte prime donne, come si diceva un tempo quando le firme femminili sui giornali erano davvero poche.

In quanto a capacità di seduzione — spero che il suo fantasma non mi perseguiti per questo giudizio — può essere accostato all’arci-nemico Berlusconi. Entrambi sono stati, a mio parere, grandi modernizzatori della comunicazione nell’Italia uscita dal trauma degli anni Settanta. L’uno, il Cavaliere, sul versante nazional-popolare della tv commerciale. L’altro, Barbapapà, sul fronte del giornalismo impegnato, militante e di sinistra, ma con una grafica, un formato, un linguaggio, una titolazione, uno stile della casa mai visti prima, e rivelatisi in definitiva molto popolari anch’essi.

Per dare un’idea del suo assolutismo democratico, basti questo episodio. Quando decisi di lasciare Repubblica — lui non era più direttore — per fondare un piccolo giornale corsaro allora chiamato Il Riformista , lui mi telefonò per dissuadermi con questo argomento: «Se fai un giornale simile al nostro, è inutile. Se fai un giornale diverso dal nostro, è dannoso». Après lui, le déluge.

Aldo Cazzullo per il “Corriere della Sera” il 15 luglio 2022. 

Eugenio Scalfari non ha solo fondato giornali. Ha anche diretto per cinque mesi una casa da gioco nell'Italia del dopoguerra, a Chianciano, seguendo le istruzioni del padre, direttore del casinò di Sanremo. 

La tecnica, raccontava nelle conversazioni private, era la stessa. L'aveva appresa pure dal suocero Giulio De Benedetti, padre della prima moglie Simonetta, per vent' anni leggendario direttore della Stampa : «Bisogna essere come il domatore del circo; avere sempre un numero pronto, per sostituire il numero che non va più». 

L'altro suo punto di riferimento fu Arturo Toscanini: una mattina in cui il giornale non l'aveva soddisfatto, fece ascoltare ai capiservizio la registrazione della sfuriata con cui il grande direttore d'orchestra traumatizzava i suoi musicisti che avevano sbagliato i tempi.

Scalfari non veniva da sinistra. Il padre Pietro fu legionario con D'Annunzio a Fiume (lo zio Antonio ebbe una medaglia d'argento al valor militare e la spina dorsale spezzata: divenne morfinomane, morì suicida). 

Ne L'uomo che non credeva in Dio , forse il suo libro più bello, Scalfari confessa l'infatuazione giovanile per il regime: la notte della proclamazione dell'Impero, i tripodi di bronzo accesi, la voce del Duce.

Al referendum del 2 giugno 1946 votò monarchia. La sinistra fu l'approdo scelto anche per dare ai suoi giornali un pubblico, oltre che un nemico: per vent' anni Craxi, per altri venti Berlusconi. 

Sapeva fare tutto: il settimanale e il quotidiano, l'editoriale e l'intervista, il saggio e il romanzo, oltre a titoli che hanno fatto la storia del giornalismo: «Capitale corrotta nazione infetta», «L'Africa in casa», «L'avanguardia in vagone letto» (era il reportage del suo amico Sandro Viola sul Gruppo '63), «Nottetempo casa per casa» (era la deposizione del generale dei carabinieri Zinza sul piano Solo).

E ancora: «Carlo De Benedetti compra un terzo del Belgio» (ma l'avventura della Société Générale non finirà bene), «Addio Ghino di Tacco» sulle dimissioni di Craxi, cui riconoscerà di aver avuto «la grandezza della fine». 

Da giovane porta via una fidanzata a Federico Fellini, e ride nel vedere Italo Calvino fuggire spaventato da un bordello. Da adulto tiene duro sulla linea della fermezza durante i 55 giorni del sequestro Moro. «Porta la testa come il Santissimo in processione» (così diceva Carlo Caracciolo). 

Si sdraia davanti all'ascensore per impedire a Paolo Guzzanti di andare in un altro giornale. Una domenica conclude l'editoriale preannunciando per la settimana successiva un articolo su Spinoza.

Il Foglio di Giuliano Ferrara, uno dei suoi più cari nemici, inizia un count-down quotidiano: meno 6 all'articolessa di Scalfari su Spinoza, meno 5, meno 4... quando la domenica arriva, Scalfari scrive di attualità economica e conclude con un post scriptum beffardo: «Di Spinoza parleremo un'altra volta».

Molto legato alle figlie Enrica e Donata - che gli hanno dedicato un bellissimo film, A sentimental journey - , a un certo punto della vita si accorse che l'amore per lui era diviso in due: Simonetta, la moglie, e Serena, divenuta la sua compagna. Alla fine è stata la morte a tagliare il nodo che lui non poteva e non voleva dipanare. E quando Simonetta morente chiese di spargere sul cuscino il profumo che le aveva regalato Serena, Eugenio Scalfari poté sciogliere nel pianto il dolore proprio e altrui.

Come dei sacerdoti, anche di lui si può dire che sia stato giornalista in eterno, sino all'ultimo giorno: e pure i suoi concorrenti non potevano che vedere in Scalfari, dopo la scomparsa di Indro Montanelli - cui lo accomunava un'affettuosa rivalità -, il decano del nostro mestiere. 

E se, come ha scritto, «il solo modo per difenderci dalla morte» è vivere dentro le persone che ci hanno amato, stimato, voluto bene, e anche avversato, allora lui forse è davvero immortale. 

Le reazioni e gli omaggi dopo la morte di Scalfari, il Papa: «Dolore per la scomparsa di un amico». Redazione politica su Il Corriere della Sera il 14 Luglio 2022.

I messaggi di cordoglio per il direttore scomparso. Il premier Draghi: «I suoi editoriali una lettura fondamentale». Le testimonianze di Letta, Renzi, Tajani e Calenda. 

«Eugenio Scalfari è stato una figura di riferimento per i miei avversari in politica. Oggi, però, non posso non riconoscergli di essere stato un grande direttore e giornalista, che ho sempre apprezzato per la dedizione e la passione per il suo lavoro». Così su Twitter il presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi. Ed è questo, forse, il messaggio di cordoglio più significativo, perché arriva da uno storico avversario, tra le centinaia che stanno arrivando dopo che si è diffusa la notizia della morte del fondatore di Repubblica.

«Sono particolarmente addolorato per la scomparsa di Eugenio Scalfari giornalista, direttore, saggista, uomo politico, testimone lucido e appassionato della nostra storia repubblicana». Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in una nota. «Dai primi passi all’interno di quella grande scuola di giornalismo che fu `il Mondo´, alla direzione dell’Espresso, fino alla fondazione della `Repubblica´, Scalfari ha sempre costituito un punto di riferimento coinvolgente per generazioni di giornalisti, intellettuali, classe politica e un amplissimo numero di lettori. Da sempre convinto assertore dell’etica nella società e del rinnovamento nella vita pubblica, si era magistralmente dedicato, negli ultimi tempi, ai grandi temi esistenziali dell’uomo con la consueta efficacia e profondità di riflessione», conclude.

«Papa Francesco ha appreso con dolore della scomparsa del suo amico, Eugenio Scalfari. Conserva con affetto la memoria degli incontri - e delle dense conversazioni sulle domande ultime dell’uomo - avute con lui nel corso degli anni e affida nella preghiera la sua anima al Signore, perché lo accolga e consoli quanti gli erano vicini». Lo riferisce all’Ansa il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni.

Tra i primi ad intervenire il presidente del Consiglio Mario Draghi: «La scomparsa di Eugenio Scalfari lascia un vuoto incolmabile nella vita pubblica del nostro Paese. Fondatore de L’Espresso e de La Repubblica, che ha diretto per vent’anni, Scalfari è stato assoluto protagonista della storia del giornalismo nell’Italia del dopoguerra. La chiarezza della sua prosa, la profondità delle sue analisi, il coraggio delle sue idee hanno accompagnato gli italiani per oltre settant’anni e hanno reso i suoi editoriali una lettura fondamentale per chiunque volesse comprendere la politica, l’economia. Deputato della Repubblica, ha accompagnato il suo amore per il giornalismo all’impegno civile e politico, all’alto senso delle istituzioni e dello Stato. Esprimo ai suoi cari, ai direttori Maurizio Molinari e Lirio Abbate e a tutti i giornalisti de La Repubblica e de L’Espresso, le più sentite condoglianze a nome di tutto il Governo. A me mancheranno molto i nostri confronti, la nostra amicizia».

L’emozione per la morte di Eugenio Scalfari, figura chiave del giornalismo italiano, grande testimone del `900, invade anche i social. «Ciao Direttore, con te se ne va la nostra storia, la nostra anima, la nostra Repubblica», scrive su Twitter Massimo Giannini, già vicedirettore del quotidiano fondato da Scalfari e oggi alla guida della ´Stampa’. «Direttore, precursore, fondatore del giornalismo moderno. Con la morte di Eugenio #Scalfari si chiudono tante pagine della nostra storia, della nostra vita, se ne va un secolo di giornalismo. Un giorno triste per tutto il Paese», è il tweet di Myrta Merlino. Per Franco Siddi, già segretario della Federazione nazionale della stampa, Scalfari è stato «una personalità di primo piano del Giornalismo, dell’Editoria, della Scienza Politica. Un protagonista del Secondo Novecento italiano. Omaggio, rispetto, deferenza. Cordoglio». «Ci ha lasciato un gigante del giornalismo e della storia italiana: addio a Eugenio #Scalfari. L’intervista sulla questione morale a Berlinguer è uno dei gioielli che Eugenio ci ha lasciato», riflette Luca Telese. Anche La Civiltà Cattolica rende omaggio al `Fondatore´ postando un editoriale del 2016: «Non considerare nulla come definitivamente perduto. `Questo insegnamento di #PapaFrancesco non è soltanto religioso, è anche culturale e perfino politico´. Ricordiamo così Eugenio Scalfari».

E poi i politici. «Eugenio Scalfari sarà per sempre ricordato come uno dei maggiori protagonisti della storia del giornalismo italiano. Nonostante le nostre diverse visioni, politiche e non, ho sempre avuto grande stima e rispetto del suo lavoro. Possa riposare in pace» su Twitter Antonio Tajani, coordinatore nazionale di Forza Italia. «Eugenio Scalfari. Ci manca già. Rimarranno sempre con noi le sue idee, la sua passione, il suo amore profondo per l’Italia». Così Enrico Letta su twitter. «Ciao direttore. Non sempre è stato facile confrontarsi con te e spesso abbiamo avuto opinioni radicalmente diverse. Ma è stato un piacere e un onore ascoltarti e leggerti. Che la terra ti sia lieve» lo saluta su Facebook il leader di Italia viva, Matteo Renzi. «Scompare uno dei più grandi protagonisti del giornalismo italiano. Ci mancheranno la sua penna e la sua testa» ricorda su Facebook il ministro della Salute, Roberto Speranza. «Con Eugenio Scalfari va via una personalità unica nella vita pubblica italiana. Porta con sè il suo sguardo, l’intelligenza, la sua energia, capaci di trasformare il giornalismo italiano e influire per lunghi anni sul dibattito politico e culturale del Paese». Così in un tweet il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti.

«Per quanto attesa, la notizia della scomparsa di Eugenio Scalfari rattrista e addolora. Egli è stato un grande protagonista della vita italiana, uno dei più grandi giornalisti del nostro paese; intellettuale e pensatore di primo piano nella vita pubblica, sempre animato da una grande passione civile e politica. Eugenio Scalfari è stato un compagno di strada della sinistra italiana per ben oltre mezzo secolo; un amico spesso critico e incalzante, ma che ha condiviso con noi gli ideali della libertà e della giustizia sociale». Così il presidente Massimo D’Alema. «RIP. Un gigante. Un socialista liberale. Ho amato molto `per l’alto mare aperto´. Un buon modo di ricordarlo è rileggerlo». Così su Twitter il leader di Azione Carlo Calenda. «La scomparsa di Eugenio Scalfari segna un momento molto triste per il Paese intero. Oggi diciamo addio a una vera e propria pietra miliare del giornalismo italiano. Un abbraccio e la massima vicinanza ai suoi cari». Così il ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

Il ricordo del Papa: "Eugenio, amico laico, mi mancherà parlare con te". Papa Francesco su La Repubblica il 14 Luglio 2022.

Il pontefice ricorda l'amicizia con il fondatore di Repubblica scomparso nelle scorse ore

Sono addolorato per la scomparsa di Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano La Repubblica. In queste ore dolorose, sono vicino alla sua famiglia, ai suoi cari, e a tutti coloro che l’hanno conosciuto e che hanno lavorato con lui. È stato per me un amico fedele. Ricordo che nei nostri incontri a Casa Santa Marta mi raccontava come stesse cercando di cogliere, indagando la quotidianità e il futuro attraverso la meditazione sulle esperienze e su grandi letture, il significato dell’esistenza e della vita.

Testo di Papa Francesco pubblicato da “la Repubblica” il 15 luglio 2022.

Sono addolorato per la scomparsa di Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano La Repubblica. In queste ore dolorose, sono vicino alla sua famiglia, ai suoi cari, e a tutti coloro che l'hanno conosciuto e che hanno lavorato con lui. 

È stato per me un amico fedele. Ricordo che nei nostri incontri a Casa Santa Marta mi raccontava come stesse cercando di cogliere, indagando la quotidianità e il futuro attraverso la meditazione sulle esperienze e su grandi letture, il significato dell'esistenza e della vita. 

Si professava non credente, seppure negli anni in cui l'ho conosciuto io riflettesse profondamente anche sul senso della fede. Sempre si interrogava sulla presenza di Dio, sulle cose ultime e sulla vita dopo di questa vita.

I nostri colloqui erano piacevoli e intensi, i minuti con lui volavano via veloci scanditi dal confronto sereno delle rispettive opinioni e della condivisione dei nostri pensieri e delle nostre idee, e anche da momenti di allegria. 

Parlavamo di fede e laicità, di quotidianità e dei grandi orizzonti dell'umanità del presente e dell'avvenire, del buio che può avvolgere l'uomo e della luce divina che può illuminarne il cammino. Lo ricordo come un uomo di straordinaria intelligenza e capacità di ascolto, perennemente alla ricerca del senso ultimo degli avvenimenti, sempre desideroso di conoscenza, e di testimonianze che potessero arricchire la comprensione della modernità.

Eugenio era un intellettuale aperto alla contemporaneità, coraggioso, trasparente nel raccontare i suoi timori, mai nostalgico del passato glorioso, bensì proiettato in avanti, con un pizzico di disillusione ma anche grandi speranze in un mondo migliore. Ed era entusiasta e innamorato del suo mestiere di giornalista. Ha lasciato un segno indelebile nella vita di tante persone, e ha tracciato un solco professionale su cui molti suoi collaboratori e successori stanno procedendo.

All'inizio dei nostri scambi di lettere e telefonate, e durante i nostri primi colloqui, mi aveva manifestato il suo stupore per la scelta di chiamarmi Francesco, e aveva voluto capire bene le motivazioni della mia decisione. E poi, lo incuriosiva molto il mio lavoro di pastore della Chiesa universale, e in questo senso ragionava a voce alta e nei suoi articoli sull'impegno profuso dalla Chiesa nel dialogo interreligioso ed ecumenico, sul mistero del Signore, su Dio fonte della pace e sorgente di strade di fraternità concreta tra le persone, le nazioni e i popoli.

Insisteva sul valore decisivo - per le nostre società e per la politica - delle relazioni sincere, proficue e continuative tra credenti e non credenti. 

Era affascinato da varie questioni teologiche, come il misticismo nella religione cattolica e il brano della Genesi in cui si dice che l'uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio. E dalla composizione e dalle caratteristiche delle popolazioni che abiteranno la casa comune nei prossimi decenni. 

Da oggi ancora di più conserverò nel cuore l'amabile e prezioso ricordo delle conversazioni avute con Eugenio, avvenute nel corso di questi anni di pontificato. Prego per lui e per la consolazione di coloro che lo piangono.

E affido la sua anima a Dio, per l'eternità.

(Testo raccolto da Paolo Rodari) 

La tv riproponga le interviste a Scalfari e le sue lezioni di stile. Aldo Grasso su Il Corriere della Sera il 14 Luglio 2022. 

Da rivedere Un’intervista di Minoli al grande giornalista; e «A Sentimental Journey», un racconto appassionato sulla vita di Scalfari, realizzato dalle sue due figlie Enrica e Donata del 2021 

Mi auguro che Techetecheté riproponga un’intervista di Mixer del 1981. Giovanni Minoli stimolava i ricordi di Eugenio Scalfari sul «Mondo» di Pannunzio, gli chiedeva di rispondere alle opinioni date su di lui da alcuni giornalisti come Bocca e Montanelli, lo solleticava sul «vizio» dello scrivere. Mi auguro che Rai Storia riproponga Della vita e del potere, un lungo dialogo tra Scalfari e Paolo Mieli del 2004: «Non sono un dittatore — mente con sublime civetteria Scalfari —, non sono un monarca. Posso essere, e sono stato, il primus inter pares… Non sono mai stato un dittatore, e ho sempre cercato di allevare dei talenti che potessero, appena fosse il caso, appena io sentissi terminata la fase, sostituirmi…».

Mi auguro che La7 rimandi in onda una memorabile puntata di Otto e mezzo condotto da Giuliano Ferrara del 2006. Scalfari aveva scritto che nella sua trasmissione gli ospiti di Ferrara erano presenti soltanto «per far rifulgere le capacità del matador». Ferrara non aveva mai celato il suo dissenso alle opinioni di Scalfari, spesso in toni canzonatori. Ma che incontro civile, che alto livello! E spero anche che La7 rimandi in onda una puntata delle Invasioni barbariche di Daria Bignardi del 2008. Piccato da alcune osservazioni della conduttrice, Scalfari spiega a Bignardi, con sguardi paterni e buone maniere, come pausare di più le domande, senza necessariamente soverchiare il proprio interlocutore. Mi auguro che Rai 3 riproponga Scalfari. A Sentimental Journey, un racconto appassionato sulla vita del famoso giornalista, realizzato dalle sue due figlie Enrica e Donata del 2021. Ne esce un quadro vivido, striato di humour e di lacrime: «Questo crudele mestiere e il senso che se ne trae hanno poco a che spartire con solidarietà e compassione, richiedono un carattere addestrato al combattimento, una vocazione a vincere più che a soccorrere». È morto il 14 luglio, giorno della presa della Bastiglia.

Eugenio Scalfari. Il suo giornale nato per guidare le riforme. Maurizio Molinari su La Repubblica il 14 Luglio 2022.

Repubblica è nata per guidare le riforme, in Italia ed in Europa». Con queste parole Eugenio Scalfari mi ha accolto alla direzione del giornale che ha fondato e da allora ogni nostro incontro lo ha visto impegnato a condividere le ragioni ed i valori del suo impegno per Repubblica. Adoperandole come chiave di lettura per comprendere e commentare assieme fatti di cronaca, personaggi della politica, eventi internazionali.

«Ho sempre creduto in un socialismo liberale, capace di unire eguaglianza e riformismo» mi ha spiegato in più di un’occasione, sottolineando l’importanza che il giornale da lui immaginato, fondato e poi diretto resti sempre «in prima linea nel guidare il Paese e l’Europa in questa direzione». L’idea di affiancare in prima pagina i nostri articoli domenicali è nata dalla volontà di un confronto continuo, su ogni tema – ed in ogni possibile orario – per sovrapporre «radici ed orizzonti del lavoro che ci accomuna».

Era per lui una maniera di continuare ad essere, anche fisicamente, nella sua redazione. Questi incontri, a casa sua o in redazione, sono stati per Scalfari l’occasione per trasmettermi «l’importanza» e «la responsabilità» di «battersi per le riforme» come approccio strategico ad un mondo in rapida trasformazione. Senza mai aver paura di osare. «Non fermarti per resistenze e ostacoli, ci sarà sempre chi te li metterà davanti – ripeteva – perché ciò che conta è fare ogni giorno il giornale più bello, ricco, vitale».

Fra costante curiosità sulle nuove tecnologie digitali, passione per le trasformazioni dell’Italia e attenzione all’orizzonte europeo, parole e pensieri di Scalfari mi hanno fanno conoscere forza ed energia di un giornale nato per «innovare e non conservare», per «sfidare i tabù» e «non difendere le ideologie», per guardare «in avanti e mai indietro». Con una costante attenzione al dialogo fra laici e cattolici, tessuto indispensabile della democrazia repubblicana. L’eredità che ci lascia è quella di un pensiero sempre aperto a cogliere le novità e di un’azione tesa a riformare il Paese, unite dalla passione per confezionare ogni giorno un quotidiano di qualità.

Il ritratto. Il secolo di Eugenio Scalfari. Ezio Mauro su La Repubblica il 14 Luglio 2022.

È stato un rivoluzionario del giornalismo, come dimostra la fondazione di “Repubblica” a sua immagine e somiglianza. Con il merito immenso di aver trasformato l’informazione in conoscenza e il lettore in cittadino

Un giornale può sentirsi orfano, quando muore il padre. Esce ogni giorno, ogni giorno cambia, scritto com’è quotidianamente dalla realtà mutevole e sorprendente dei fatti. Però un giornale ha un’anima, un carattere, una sua natura particolare capace – se rispettata – di rendere il tutto coerente e di tenerlo insieme, firme e lettori, generazioni diverse, storie e provenienze: giorno dopo giorno, un anno dopo l’altro. L’anima di Repubblica è la vera creatura di Eugenio Scalfari, fatta a sua immagine e somiglianza ma con un dono speciale, quello della libertà nella conoscenza e nelle scelte. Perché il vero fondatore è chi crea qualcosa e poi lo lascia andare in un cammino autonomo, fedele nella libertà, perché gli possa sopravvivere.

C’è la fierezza per ciò che ha costruito, la commozione per averlo perduto, e il senso dell’abbandono nell’ultimo saluto a Eugenio, oggi. Si scoprono i sentimenti di un giornale, il vuoto e il dolore nella redazione, il lutto attorno a noi, tra i lettori, nelle istituzioni, nella società. Scalfari costituiva un mondo, lo definiva, lo rappresentava. Per noi era molto di più, il punto d’inizio e il punto di riferimento, il creatore di una comunità che si è scelta e deve continuare a scegliersi ogni giorno, una voce, un consiglio, un’amicizia e un affetto. Noi non abbiamo soltanto lavorato con lui: gli abbiamo voluto bene, come si fa con un progenitore che c’è sempre stato, con cui hai condiviso le vittorie e le sconfitte, e su cui pensavi di contare per sempre.

La verità è che non ci ha preparati al distacco, nonostante una vita lunga un secolo. Non i lettori, che lo hanno trovato qui ogni domenica dal 1976 fino alle ultime settimane, ma nemmeno noi, i suoi compagni. La forza intellettuale, la vivacità politica, la curiosità delle cose grandi e piccole rimanevano intatte, ci interpellavano ogni giorno e più volte al giorno e riscattavano il fisico infragilito, il movimento più lento, una fatica crescente nel muoversi. Fin che ha potuto entrava qui, ogni mattina, con quella sua eleganza distratta, fortemente personale, il bastone che sembrava un vezzo più che un appoggio. I gesti sempre uguali mentre sedeva, poi accavallava le gambe e subito accendeva una sigaretta, anche se negli uffici non si può più fumare.

A quell’ora del mattino, prima della riunione di redazione, aveva letto soltanto Repubblica, tutta. Bastava perché il mondo gli girasse intorno nelle sue orbite conosciute, e lui si sentisse capace di comprenderlo. Scherzava, si appassionava, raccontava sceneggiandolo un episodio della cena con gli amici la sera prima, si fermava su un pettegolezzo, ragionava sulla politica. Ogni tanto un accenno al tramonto, un pensiero sulla fine. Soltanto l’età era ormai un punto fisso dei discorsi, prima una scusa per dire di no a qualche appuntamento e non viaggiare, poi in qualche raro caso quasi una confessione, come una verità da condividere in silenzio, insieme, commuovendosi quando nominava Enrica e Donata e parlava di Simone, il nipote.

Il giornale, la sua gente, continuava a vivergli attorno, come a un vecchio padre da cui si parte e a cui si torna. Lo guardavamo mentre parlava in piedi con l’amico di un’intera vita, Carlo Caracciolo, o con il compagno di tanti anni, Carlo De Benedetti, infine con John Elkann, l’editore di quel mondo torinese a cui pure era legato attraverso la famiglia: e sapevamo che nelle mani, o forse in tasca, o nella mente e nel cuore lui teneva comunque sempre quella scintilla immateriale che trasforma un’impresa in un’avventura collettiva, una redazione in un giornale, un quotidiano in un soggetto che parla al Paese e non soltanto del Paese.

Dentro la creazione della sua maturità – Repubblica appunto – confluivano le sue diverse vite e i mondi che aveva frequentato: la gioventù immersa negli anni del fascismo, il liceo delle grandi amicizie, la provincia e le capitali, il francese come scuola culturale, Milano e le domeniche mattina nell’ufficio di Mattioli, la genesi liberale, l’esperienza radicale e l’incontro definitivo con la sinistra italiana, gli anni dell’Espresso che costruivano un mondo e non soltanto un giornale, e infine l’ambizione di Repubblica.

Più tante altre cose, alcune delle quali segrete, o almeno intime: sentimentali.

Da qualche parte sicuramente il mare, una specie di paesaggio dell’anima davanti al quale andava a passeggiare la sera con la madre, ai bagni Pirgus, quel mare che il nonno dipingeva nei suoi quadri e che lui “sentiva” da bambino affacciato al balcone della sala, guidato mentre scendeva il buio dalle prime luci delle lampare, dalle sirene dei vaporetti rimorchiatori che rientravano in porto, dalle cabine illuminate giù al largo. Una presenza costante come un rumore di fondo e un elemento della sfida. Che per Eugenio comincia da bambino, quando si assegna la responsabilità adulta di tener uniti i genitori in un matrimonio che scricchiola nella casa di Civitavecchia: una prova che poi prenderà il largo con il mito di Ulisse sempre frequentato, cercando la coscienza del limite, la conoscenza che lo supera, l’esperienza libertina che vuole provare il canto delle sirene, la responsabilità che fa tappare di cera le orecchie dei compagni, perché si salvino.

Qui c’è tutta la sfida riassunta in una parola: la conoscenza. Non solo una prova, dunque, o un cimento, un duello con un avversario. La vera sfida è il superamento di una soglia insieme e per conto dei compagni d’avventura, ed è soprattutto una partita con se stessi. Mettersi continuamente in discussione, puntare ogni volta ad un orizzonte più ampio, ripartire per un nuovo viaggio dopo ogni conquista.

Il giornale è questa necessità, e quest’occasione. Soprattutto per chi lo fonda e con questa fondazione fissa un’identità, disegna un profilo, indica un percorso di evoluzione e di crescita. Nel giornale di Eugenio, così come lui lo ha concepito, c’è la sfida di una comunità intellettuale e d’impresa, il miracolo di un incrocio vivo di generazioni diverse, di esperienze disparate, di provenienze differenti unite in una cultura di riferimento – con lui la chiamavamo una certa idea dell’Italia – e un obiettivo comune. Non è l’atto di governo quotidiano che unifica e tiene tutto insieme, bensì l’atto di nascita, l’imprinting, il dna. E solo il fondatore ha – per sempre – la dimensione della paternità, del soffio iniziale, di chi ha visto la barca prendere il largo con un equipaggio che lui ha scelto, su un legno che lui ha intagliato, verso una rotta che lui conosce. Non per caso quando non lo conoscevo personalmente, Scalfari mi ricordava un Gulliver che leggevo da bambino, disegnato mentre tirava dietro di sé con le mani i fili delle navi di Lilliput.

Il risultato è una concezione del giornale che va ben al di là della fotografia della giornata per puntare alla ricostruzione del mondo, all’invenzione del contesto, all’intelligenza degli avvenimenti, alla comprensione dei fenomeni. Cioè la creazione di una vera e propria macchina della conoscenza: capace di aiutare il lettore a partecipare e a capire, dunque a diventare un cittadino consapevole, proprio perché informato. Con un punto di vista forte, dichiarato e trasparente, perché non è una scelta partitica ma un’identità culturale, un modo di essere e di guardare al Paese e al mondo.

Se dovessi riassumere l’avventura giornalistica di Eugenio, direi che è la scommessa del cambiamento, anche in questo Paese, nonostante tutto, credendo ostinatamente che sia possibile persino in Italia. Crederlo, e testimoniarlo, appoggiandosi a due culture di minoranza, unite in quello che con disprezzo gli avversari chiamano ancora azionismo e che noi teniamo a cuore: la pratica politica della sinistra coniugata con il metodo liberale. Una scommessa, certo, anche un azzardo: puntare su un’Italia che non c’è, ma che si può costruire rifiutando la rassegnazione, partendo dal fondamento culturale delle cose, credendo nel valore di un impegno civile, nel sentimento costituzionale, di libertà, repubblicano. Nella felicità possibile della democrazia.

Questa sfida è più credibile se nasce dalla capacità di cambiare se stessi, mentre si chiede il cambiamento. E Scalfari ha rivoluzionato il modo di essere del giornale italiano, nel 1976, e attraverso la novità di Repubblica ha cambiato il giornalismo. Basta pensare al formato, che oggi tutti hanno adottato ma che allora sembrò e fu rivoluzionario, alla fine della terza pagina accademica, al paginone centrale per la cultura, alle pagine due e tre dedicate al fatto del giorno: tutte rivoluzioni diventate oggi patrimonio comune, ma nate dal suo genio giornalistico e dalla sua Repubblica, che da lui ha ricevuto la magnifica condanna dell’innovazione permanente. Con la scuola del grande settimanale unita al quotidiano Scalfari ha insegnato a non accontentarsi mai della dimensione frontale delle vicende, ma a inclinare ogni fatto e ogni giornata sul suo lato critico, cercando quel deposito di significato riposto che sta sul fondo delle cose.

Questa ricerca scalfariana di senso è ciò che trasforma l’informazione in conoscenza, la conoscenza in coscienza, il lettore in cittadino. E Repubblica in un unicum che non si può omologare, molto meno di un partito – come pigramente dicevano gli avversari – ma qualcosa più di un giornale, nella forza della sua soggettività e dell’identificazione con i lettori. Il quotidiano pensato da Eugenio è parte della vita del Paese, non della sua rappresentazione: e a differenza del cinema e della letteratura il suo giornalismo non è una struttura mimetica ma svela chi lo fa, porta in primo piano le sue idee e le sue passioni. Perché Scalfari è stato soprattutto un giornalista di idee, capace di cercare in ogni vicenda la dimensione culturale delle cose, quella che rivela perché dà sostanza, quella che resta perché è qualcosa che vale, dunque che dura. Per questo penso al dialogo quotidiano con Eugenio anche come a un antidoto al sentimento dell’effimero che pesa inevitabilmente sulla vita di un giornale, qualcosa che va oltre l’amicizia e l’affetto personale, oltre il dolore e la mancanza, perché lega le radici alle foglie come solo lui poteva fare.

Di questo, e di molto altro, ho fatto in tempo a ringraziarlo, con parole che sono soltanto nostre. In pubblico, lo abbraccio ancora una volta come abbiamo fatto ad ogni incontro, senza falsi pudori, e gli dico grazie per ciò che ha lasciato a tutti noi. So che ognuno degli uomini e delle donne di questa redazione e di quest’azienda porta con sé un “segno” dell’incontro con Scalfari, un gesto di attenzione individuale, un tono particolare del rapporto, un ricordo privato. Ma c’è qualcosa che vale per noi tutti: lo chiamerei l’algebra e il fuoco, la buona grammatica delle cose e la passione culturale che le attraversa e le illumina di senso. Una passione scalfariana che facciamo nostra per fedeltà e per scelta, nella ricerca comune di quello che con Eugenio, citando Williams, chiamavamo «lo strano fosforo della vita»: che poi è la materia del suo giornalismo e della sua amicizia, della sua natura. È il lascito che lui vorrebbe, quello che salutandolo oggi scegliamo e che porteremo con noi, riconoscendolo gli uni negli altri, dovunque saremo.

Scalfari: Augias, sono stravolto, gli ho voluto bene. ANSA il 14 Luglio 2022.

"A Eugenio Scalfari ho voluto bene, quasi tutto quello che so come giornalista l'ho imparato da lui" lo scrive Corrado Augias in un lungo emozionante articolo sul sito di Repubblica e domani nello speciale di 24 pagine del giornale che piange il suo fondatore morto oggi a 98 anni. Augias, come Gianni Rocca, Giorgio Bocca, Sandro Viola, Mario Pirani, Rosellina Balbi, Miriam Mafai, Barbara Spinelli, Natalia Aspesi, Enzo Golino, Orazio Gavioli, Giuseppe Turani, fa parte del primo inossidabile nucleo del quotidiano che vide il debutto nel 1976. "Sono stravolto, non ero preparato nonostante si sapesse che era alla fine" dice all'ANSA Augias. 

"Di Eugenio Scalfari m'innamorai a vent'anni, nel 1955. Frequentavo i convegni che il settimanale Il Mondo organizzava la domenica mattina a Roma, al teatro Eliseo. Quando prendeva la parola sapevo già che avrei ascoltato una lezione di economia affascinante come un racconto, scandita con voce e tempi giusti da un uomo che mostrava gran fiducia in quello che diceva", ricorda Augias sul web del quotidiano.

Il giornalista, scrittore, amato volto della Rai (ricordato proprio nei giorni scorsi per l'avventura di Telefono Giallo nella Rai3 di Angelo Guglielmi), racconta la nascita di Repubblica, costola dell'Espresso cui pure collaborava, le prime riunioni in cui barava sulle copie vendute ("arrivava alla riunione con un foglietto dal quale leggeva cifre immaginarie: ieri a Milano 18mila, a Roma quasi 30mila, traguardi gettati lì per rincuorare la truppa facendogli intravedere la luce di un futuro. Tentativo che, a distanza di tanti anni, mi sembra eroico") e la celeberrima 'messa cantata', la riunione del mattino con complimenti e bocciature per i colleghi. (ANSA).

Quelle sere con Scalfari in via Veneto e una certa idea dell’Italia. Corrado Augias su La Repubblica il 14 Luglio 2022.

Anticipiamo l’introduzione scritta “in memoriam” da Corrado Augias al celebre volume di Eugenio Scalfari "La sera andavamo in via Veneto", che Repubblica ha deciso di ripubblicare per ricordare il suo fondatore

Il titolo di questo libro,  La sera andavamo in via Veneto, ha una tale levità che sembra strizzare l'occhio al lettore. Serate leggere, chiacchiere, pettegolezzi, sorrisi, qualche drink. Nel libro c'è anche questo, intendiamoci: "Ad alcuni di noi piaceva molto ballare, i tanghi, i valzer...". Il temperamento di Scalfari comprendeva una tendenza all'allegria a volte sincera, altre volte usata come uno strumento tattico. Lo vedo ancora dopo una facezia mentre ancora sorride e intanto accende una sigaretta con un aggraziato movimento delle mani dalle unghie curatissime. Fermarsi al richiamo ammiccante del titolo sarebbe però un errore. Già la secchezza del sottotitolo richiama il vero scopo del saggio, sicuramente tra i più belli che Scalfari abbia scritto: "Storia di un gruppo dal Mondo a Repubblica". 

Non deve stupire che un libro di storia - perché questo il libro è - possa avere cadenze da racconto brillante comprese alcune eccentriche divagazioni personali. Non deve stupire nemmeno che il racconto di questo gruppo abbia inizio da certi tavolini da caffè in una delle strade più famose del mondo. Il richiamo sottinteso sono i cafés littéraires del XVIII secolo, quello dei Lumi, o la loro più recente replica italiana nella versione casalinga della Terza saletta di Aragno. Un dipinto di Amerigo Bartoli del 1930, Gli amici al caffè (Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna), mostra una specie di foto di gruppo di quegli amici e di quel caffè: da Emilio Cecchi a Vincenzo Cardarelli, da Giuseppe Ungaretti a Roberto Longhi, insieme a molti altri. Aragno si trovava in via del Corso, mezzo secolo dopo, dall'immediato dopoguerra, la scena si sposta ottanta metri più in alto: Porta Pinciana, via Veneto.

Non cambia però la doppia finalità dei caffè: pettegolezzi e progetti, cronache e fantasie, burle e accanite discussioni letterarie e politiche. Politica e letteratura, chi non ha memoria di quegli anni e di quelle persone, ignora quale diversa importanza avesse la coesistenza di questi due termini per molti rappresentanti politici, e per alcuni giornalisti. Oggi siamo abituati a rappresentanti politici di cultura approssimativa anche in termini generali. Riserverebbe credo brutte sorprese chiedere a questo o quello (o quella) la data d'un trattato, il titolo di un'opera, se Cavour riuscì o no a vedere Roma riunita al Regno d'Italia. Per quel gruppo la cultura era un elemento indispensabile. 

Scalfari lo dimostrerà, tra l'altro, collocando le pagine culturali di Repubblica esattamente al centro del giornale, con doppio spazio. Nel libro arriva a confessare che lo scrittore americano Francis Scott Fitzgerald "aveva fornito alle nostre immaginazioni un modello di eleganze, vere o presunte, che era entrato a far parte del lessico e del comportamento collettivi". Al sommo di questo piccolo pantheon letterario non c'era lui però, bensì Marcel Proust, "il testo per antonomasia, senza la conoscenza del quale l'appartenenza al gruppo restava largamente imperfetta".

Nel novero, puramente astratto, degli adepti potevano rientrare alcuni comunisti come Togliatti o Giorgio Amendola, Alfredo Reichlin veniva ammesso ma solo come candidato, i socialisti invece erano scartati in blocco. Frivolezze certo, oggi sarebbero liquidate come "radical chic" e anche allora non erano molto ben viste dalla "sinistra di classe", come si definivano i comunisti. Resta che lo stesso pittore e disegnatore Mino Maccari, che faceva parte del gruppo, ritrasse in una graffiante vignetta gli "Amici del Mondo" mentre sorseggiano cocktail con tanto di ghette e cappello a cilindro. Fatuità, ma sotto la fatuità c'era la convinzione che solo una politica che si fondasse anche su una solida base di scelte culturali poteva avere qualche possibilità di cambiare il Paese. Non era del tutto vero, come avrebbe dimostrato proprio la sorte del gruppo, però era bello, era gratificante pensarlo. 

Questo libro è uscito per la prima volta nel 1986, Repubblica esisteva già da dieci anni, molti eventi avevano notevolmente modificato il volto dell'Italia uscita dalla guerra come paese agricolo e patriarcale, con vaste zone d'arretratezza, largamente distrutto dai bombardamenti. Il 19 febbraio 1949 aveva visto la luce il settimanale Il Mondo destinato ad avere notevole importanza sul costume; nel 1955 era nato l'Espresso che sarà protagonista di risolute battaglie civili. Nel 1978 l'Italia aveva conosciuto il culmine del terrorismo con l'assassinio di Aldo Moro, due anni prima Bettino Craxi aveva conquistato la segreteria del Psi, c'erano state le grandi riforme degli anni Settanta, la morte di Enrico Berlinguer nel 1984.

Il gruppo dei fondatori, poco meno di un clan, si prefiggeva l'ambizioso scopo politico di creare una terza forza tra le due grandi Chiese rappresentate dalla Democrazia Cristiana e dal Partito Comunista: "Creare un altro protagonista che le bilanciasse, depositario della laicità e del senso dello Stato".

Una cultura liberale, dunque, però attenta ai valori e alle necessità sociali a cominciare dall'ammodernamento complessivo del Paese, della sua economia, dal riscatto del Mezzogiorno. Un gruppo, precisa Scalfari, che sentiva profondamente i valori occidentali avendo come lascito culturale i principi della Rivoluzione francese e, ancor più, quelli della Rivoluzione americana del 1776, schierato senza riserve in favore di una federazione europea e della Nato: "Stati Uniti ed Europa occidentale erano visti come una Comunità unica", più Israele, ovviamente. 

Tra le pagine nelle quali mi sono maggiormente riconosciuto ci sono quelle dedicate ai convegni degli "Amici del Mondo" che dovevano diffondere la necessità di questo rinnovamento in un'epoca in cui non esisteva nessuno degli attuali strumenti di comunicazione. I convegni si tenevano la domenica mattina al romano teatro Eliseo in via Nazionale. Tra il marzo del 1955 e il marzo del '64 ce ne furono una dozzina. Per uno studente ventenne qual ero, ascoltare quelle relazioni equivaleva a una buona esercitazione universitaria. Per la prima volta molti (quorum ego) sentirono dibattere sulla laicità dello Stato, sull'errore del Pci di aver elevato il Concordato fascista a livello costituzionale votando l'articolo 7, sulla speculazione delle aree edificabili che Antonio Cederna documentava con accuse di tale precisione da risultare inoppugnabili. 

L'Espresso affrontò il tema gravissimo del "Sacco di Roma" affidandolo a un'inchiesta di Manlio Cancogni il cui titolo era destinato alla celebrità: Capitale corrotta = Nazione infetta. Le relazioni di Scalfari su temi economici erano tra le più seducenti. Ernesto Rossi aveva un'oratoria aspra, fiammeggiante; Scalfari al contrario era pacato, ragionevole, parole venate a tratti da una sfumatura di humour, un bel signore dai folti capelli neri, una fossetta sul mento, il vezzo di portare spesso, senza vera utilità, la mano alla montatura degli occhiali. Mai avrei immaginato ascoltandolo con attenzione concentrata, che di lì a pochi anni avrei collaborato con lui nei suoi giornali, che da lui avrei imparato quasi tutto quello che so di giornalismo. Credo che in quei convegni Scalfari abbia messo a punto quel suo modo piano, razionale, documentato, di esporre un problema o una situazione poi applicato ai suoi lucidi editoriali su Repubblica. 

Tra le idee lanciate da queste campagne c'erano la riforma fiscale, la nominatività dei dividendi azionari, la tutela del risparmio, la lotta contro i monopoli. Era più o meno la piattaforma sulla quale sarebbe nato il primo esperimento di centro sinistra nel 1963. Monopoli e oligopoli, godevano d'una posizione che permetteva di disporre di mezzi e strumenti d'utilità collettiva utilizzandoli come un bene privato. Situazione additata come intollerabile, un furto alla collettività. Si chiedeva, con insistenza, il passaggio di questi poteri o funzioni alla mano pubblica. In qualche caso il gruppo ebbe successo. Nel 1963, quando finalmente arrivò il primo governo di centro sinistra guidato da Aldo Moro, le società elettriche vennero abolite e nacque l'Enel anche se poi, postilla l'autore, "la programmazione fallì di fronte alla resistenza degli interessi corporativi e a causa della pochezza delle forze politiche che avrebbero dovuto sostenerla". 

Un altro percorso politico di alto contenuto strategico per la vita degli italiani fu quello dei rapporti tra questi liberals e il Partito Comunista. Il lettore troverà in queste pagine numerosi riferimenti ai notevoli cambiamenti portati dal tempo. Inizialmente il giudizio era del tutto negativo: "il Partito Comunista veniva guardato come un luogo politicamente desertico e impraticabile; si aveva verso la sua cultura e verso alcuni dei suoi uomini un atteggiamento di superba alterità". Le cose, in seguito, cambiarono in base a fattori politici, ideali, di carattere, di convenienza, nonché di epocali mutamenti internazionali. A distanza di tanti anni a noi interessa l'approdo finale di questo viaggio.

Lo possiamo riassumere nella formula "democrazia compiuta" cioè nell'utilità di cui lentamente ci si rese consapevoli d'includere quanto meno nel gioco delle istituzioni, se non in quello del governo, i rappresentanti di una grande forza popolare fortemente motivata e disciplinata, a condizione che riuscisse a sciogliersi dall'abbraccio con il comunismo sovietico che - tra l'altro - stava ormai declinando. 

La mattina in cui fu rapito, Moro si stava recando alla Camera dove il governo presieduto da Andreotti avrebbe avuto anche l'appoggio dei comunisti. Era stato proprio Moro a tessere con movimenti quasi impercettibili quella tela, un disegno assai poco gradito ad alcune cancellerie occidentali, alcune delle quali erano arrivate a minacciare la sospensione di ogni aiuto se i comunisti fossero davvero arrivati al governo. Gli assassini delle Br ne erano certamente consapevoli. Le cose poi andarono come sappiamo. Nel 1989 venne giù non solo il Muro di Berlino ma l'intero sistema politico e imperiale sovietico con le conseguenze che abbiamo oggi sotto gli occhi. Come il lettore vedrà, il racconto è completato da una serie di bellissimi medaglioni dedicati ad alcuni dei protagonisti di quegli anni, gustosi anche per l'aspetto narrativo. Ritratti dai quali emergono non solo le fisionomie ma anche gli aspetti del carattere, i gusti, le predilezioni.

La cronaca di una giornata a casa De Mita nel cuore del Mezzogiorno sembra una pagina strappata al racconto di un grande meridionalista. Le oscurità insondabili delle manovre di Andreotti, fosse o no mafia, sembrano tratte da un film con Nosferatu. La cordiale allegria di Pertini, i suoi slanci apparentemente ingenui toccano il loro zenit quando volò a Padova con un aereo militare per riportare a Roma la salma di Enrico Berlinguer: "lo porterò a casa come un figlio", disse. A Craxi che lo rimproverava d'aver fatto guadagnare un paio di punti al Pci nelle elezioni, Pertini rispose: "Quando succederà riporterò a casa anche te". Fondamentali, per capire il carattere e la vera linea profonda di un giornale come Repubblica, le pagine con la cronaca di quanto avvenne nei quasi due mesi del sequestro Moro. Si doveva decidere ogni giorno se pubblicare o no il tal comunicato delle Br, la tal foto di un sequestrato, se si doveva o no cedere alla richiesta di appoggiare la liberazione di alcuni terroristi regolarmente condannati per salvare la vita di un ostaggio. Un tragico ricatto.

Non credo che ci siano, in tempo di pace, decisioni più difficili. La calma con la quale Scalfari ne riferisce è la stessa con la quale guidava le nostre riunioni: mantenere al massimo la freddezza del giudizio per cercare di salvare una vita, ma prima ancora per non compromettere gli equilibri e la stessa vita della Repubblica italiana. Negli anni, successivi Scalfari ha più volte ripetuto che di quella "linea delle fermezza" non s'è mai pentito. Per la parte che mi riguarda, nemmeno io. Nelle pagine che seguono il lettore troverà tutte le motivazioni di quella difficile scelta. Gli anni sono passati in fretta e quasi senza fatica, conclude Scalfari: "Li abbiamo vissuti con l'allegria degli affetti e quelli delle opere". Il tempo della memoria è la cifra di questo libro che a mo' di congedo ha, quasi una dedica, una finale citazione dell'amato Proust.

“O direttore mio direttore”. Un maestro in redazione.  Maria Novella De Luca su La Repubblica il 14 Luglio 2022. 

Bisogna partire da qui, dalla sua stanza. Al sesto piano di Largo Fochetti, in fondo al corridoio della Cultura, accanto alla stanza di Ezio Mauro. È come se Scalfari fosse appena uscito o da poco entrato, tutto è come sempre, il grande tavolo di vetro, l’autografo di Totò, il sorriso complice con Carlo Caracciolo, la foto con la moglie Simonetta, i Meridiani blu. Bisogna partire da qui, lottando con la nostalgia, per ricordarlo con le “nostre” parole, tessendo memorie, testimonianze, affetti. Gli infiniti racconti della “sua” redazione, quella nata nel palazzone di piazza Indipendenza, e le generazioni arrivate dopo, fino ai colleghi più giovani, ancora stupiti di incontrarlo, quando ancora veniva al giornale, accompagnato, sottobraccio, dolcemente, dal suo fedelissimo autista Dario.

Una giornata sospesa e segnata dal lutto. Fabio Tonacci è alla sua scrivania, in Cronaca Nazionale, da poco è tornato dall’Ucraina. "La prima volta che ho visto Scalfari era su una mensola della mia camera. Mio padre aveva la raccolta di tutti i suoi articoli, “perché Repubblica è un giornale meraviglioso”, mi diceva. Nel 2010 mi sono ritrovato nel giornale meraviglioso. Da qualche parte c’è la stanza di Scalfari, mi dissero. Ma i giganti intimoriscono, fanno volare e lasciano cicatrici. Non ho mai bussato a quella porta. Nel 2020 Scalfari venne in assemblea un’ultima volta. Piegato dalla vecchiaia, era sempre lui: intellettualmente dritto come un fuso, inarrivabile come una mensola appesa troppo in alto".

Ed è sempre la stanza di Eugenio che torna nei frammenti di ieri e di oggi, sospesi tra il sorriso e il dolore, con il senso di aver appartenuto e di appartenere a una storia speciale. "Era il 1984 – racconta Daniele Mastrogiacomo, uno dei giovanissimi di piazza Indipendenza - fui mandato dalla Cronaca a fare un servizio su uno sciopero dei medici al Policlinico. Avevo appena finito di scrivere e ricordo distintamente la voce di Scalfari nell’interfono: mandatemi il cronista del pezzo sui medici. Entrai e il direttore, guardandomi, buttò il mio pezzo nel cestino. E mi spiegò per filo e per segno perché quell’articolo era sbagliato: non avevo spiegato le ragioni politiche di quello sciopero, cosa c’era dietro quella protesta. Riscrissi tutto daccapo e non ho più dimenticato quella lezione".

Essere coscienti di un’avventura irripetibile. Di far parte di un quotidiano che aveva un’anima diversa da ogni altra. Essere nuovi, come il formato tablet o il paginone della Cultura planato al centro del giornale. Giuseppe Smorto, a lungo a capo dello Sport poi del sito di Repubblica, dice, addirittura, «anche 40 anni dopo continuo sognare il Direttore». "Mi parla di un titolo, di un’inchiesta, del giornale che ha chiuso troppo tardi. Sta dentro di noi, specialmente quelli cresciuti in via dei Mille, un padre, un maestro". Dario Olivero, oggi capo della Cultura, esponente, come Fabio Tonacci della “nuova generazione”, smussa la nostalgia con l’ironia. "Ezio Mauro voleva che dirigessi la Cultura, però mi convocò dicendomi: “Prima devi passare da Eugenio, ti vuole conoscere". Andai nella sua stanza, intimidito e incuriosito. Scalfari fu gentilissimo, mi offrì una sigarettae parlammo di Shakespeare. Dopo una citazione dall’Enrico V, capii che l’esame era passato». Ed è infatti con una frase di Shakespeare «vi lascio il rosmarino per i ricordi, le viole per i pensieri» che il 3 maggio del 1996 «dopo vent’anni, tre mesi e due giorni», Scalfari cede il posto a Ezio Mauro, che guiderà con passione e tenacia Repubblica per altri vent'anni. Una valanga di ricordi, affidati alla memoria di alcuni colleghi, per rappresentarli tutti.

Lievi le parole di Fausta Mattei e Stella Somma, della segreteria di direzione. "Negli ultimi tempi spesso chiamava per parlare di musica. Ricordava le melodie ma non i titoli. Quindi intonava le note, citava l’autore e chiedeva di trovare il titolo dell’opera o della canzone. Una delle ultime che chiese era il Requiem di Mozart. Lo canticchiava, diceva che ne era stato fatto un film. Quando poi gli mettemmo la musica era contento e cantava con il coro. Si faceva grandi risate sulla facilità con cui sul web si riusciva a trovare quello che lui chiedeva con estrema velocità. Quando telefonò Papa Francesco:  “Direttore le passiamo il Papa”.  E lui rispose: "Ma che dite?" Dovemmo insistere non poco per convincerlo, ebbe fiducia e si fece passare la telefonata. E da lì cominciò la loro lunga amicizia".

Laura Laurenzi, anche lei entrata giovanissima a Repubblica e firma storica della "cronaca bianca", sottolinea la soggezione che si provava davanti a Barbapapà.  "Ho sempre pensato che Scalfari avesse un grande carisma, un po’ libertino. All’inizio mi metteva persino soggezione e faticavo a dargli del tu. Ma rapidamente mi fu chiaro quanto fosse importante per lui il senso dell’umorismo, il suo e quello altrui, se non ridere quanto meno sorridere. Non credo ci sia stato un direttore che abbia valorizzato così tanto le firme femminili. In una riunione che lui chiamava “Messa cantata” annunciò che stava per affidare un’inchiesta molto complicata a Miriam Mafai: "Siccome è un pezzo difficile voglio che lo scriva una donna", disse".

Alessandra Longo, a lungo inviata del Politico: «Aveva la straordinaria capacità di far sentire tutti importanti. Anche gli ultimi arrivati potevano ricevere idealmente da lui il “bastone del maresciallo”. Complimenti e alzate di sopracciglio. Tutto scolpito nella pietra. Siamo stati molto fortunati». Silvana Mazzocchi, cronista di giudiziaria negli anni più duri del terrorismo.  «Mi ha insegnato che il giornalismo è anche passione. Che è necessario avere il coraggio dell’anticonformismo e che bisogna rischiare per informare».

Carlo Bonini, vicedirettore di Repubblica: "Porterò sempre con me le risate cristalline, come di un bambino, con cui alle sei del pomeriggio del sabato, Eugenio interrompeva e giocava con il discorso che intrecciavamo al telefono e gli leggevo il titolo scelto per il suo editoriale. Quelle risate erano manifestazione colta di curiosità e stupore. Un rito che trasmetteva fisicamente il senso di appartenenza a questa casa". Angelo Rinaldi, anche lui vicedirettore di Repubblica: "Grazie direttore per aver desiderato, pensato, amato e costruito questo grande giornale. E per averne condiviso le passioni umane e professionali".

Piero Colaprico, ex capo della redazione di Milano."Con Scalfari ci si sentiva sicuri. Eravamo negli anni ’80 e a Milano venne scoperto l’ultimo covo delle Brigate Rosse. Avevamo la notizia in esclusiva, venne messa d’apertura e, quando un importante collega romano propose di affiancarmi, Scalfari disse: “Colaprico l’ha trovata, va avanti lui anche se è un cronista”. Rispettava moltissimo il lavoro, esisteva una grande trasparenza negli incarichi e un controllo di qualità altissimo. Durante Tangentopoli, con lui al timone era difficilissimo sbagliare. Gli sarò sempre grato per il clima che aveva creato, e anche per la sua gentilezza".

Marco Ruffolo, già capo dell’Economia torna con la mente ad un periodo difficile, ad una frattura.  "Dopo la vendita del pacchetto azionario dell’Espresso a Carlo De Benedetti, scrissi una lettera a Scalfari dolendomi del fatto che con quella cessione finiva il doppio sogno di un editore puro (Caracciolo) e di un direttore comproprietario del proprio giornale (Scalfari stesso). Subito dopo avergli inviato la lettera, mi pentii di questa mia iniziativa forse troppo ardita e inopportuna. Temevo una sua risposta dura, o peggio ancora il più assoluto silenzio. Non fu così. Mi arrivò una sua lunga lettera nella quale mi spiegava i motivi di quella scelta: senza quella vendita, Repubblica semplicemente non sarebbe sopravvissuta. Concluse ricordandomi affettuosamente che l’indipendenza di un giornale sta nella tenuta etica e nella capacità professionale dei suoi giornalisti, a cominciare dalla figura del direttore".

Marco Patucchi, vice caporedattore degli Interni, era accanto a Scalfari nell'ultima assemblea dei giornalisti a cui il fondatore, a già assai malato e provato, si presento a sorpresa, accolto da un applauso che non voleva finire. "Lui non c’è più, ma continuerà a vivere in tutti noi e nelle generazioni successive di giornalisti alle quali, mentre Repubblica cambiava pelle, abbiamo trasferito la storia e l’anima del giornale. Chissà se sarà sufficiente il nostro impegno. Senza di lui sarà più difficile. Ma glielo dobbiamo. Senza di lui nessuno di noi sarebbe quello che è". E nessuno busserà più alla sua stanza del sesto piano.

Eugenio Scalfari. La politica e le battaglie di un profeta senza partito. Filippo Ceccarelli su La Repubblica il 14 Luglio 2022.

Per sessant’anni ha raccontato il Palazzo. Chiamando Craxi con il nome del brigante Ghino di Tacco. Dialogando con Berlinguer e De Mita E non nascondendo le sue inimicizie: da Cefis a Berlusconi

La grande e nobile tradizione giornalistica italiana, da Scarfoglio ad Albertini, da Mussolini a Gramsci, è connaturata all’interventismo. Osservare e interpretare, ma soprattutto modificare la realtà. Questo è stato e questo specialmente ha fatto, con imprevedibili risonanze, Eugenio Scalfari: giorno dopo giorno per oltre 60 anni, l’arco di due repubbliche e mezzo, a suo modo segnando la trasformazione di un paese contadino e papalino nell’Italia di oggi.

In mezzo c’è la storia, così piena di fatti e parole che a Scalfari fanno pensare. Gli intrighi del Sifar e la Razza Padrona, la linea della fermezza e il brigante Ghino di Tacco, espressioni entrate di forza nell’immaginario; come pure la plausibile leggenda che l’ha voluto di volta in volta consigliere, architetto o addirittura demiurgo di passaggi decisivi: dalla svolta moderata di Lama al consenso su Pertini, dalle picconate di Cossiga alle nomine di De Mita (Prodi all’Iri) fino alla gestazione, che si paventò “eterodiretta”, del Pds di Occhetto.

E se pure in nulla l’odierna società politica italiana assomiglia a Scalfari, beh, torna a suo onore l’indipendenza di «giornalista politico d’intervento — come lo definì negli anni ’80 Giorgio Bocca — capo partito senza partito». Da tutti i potenti riconosciuto come un orgoglioso ed enigmatico governante ombra, là dove l’ombra, lungi dall’evocare oscurità, traeva la sua fuggevole natura da un uomo che al dunque rispondeva solo a se stesso e al suo immenso talento nel comprendere e raccontare la vita pubblica, fulgori e magagne, comunque alla luce della passione culturale.

Innumerevoli gli scoop, imprescindibili le analisi, inesorabili le polemiche; di istruttiva e godibilissima lettura, oggi più di ieri, l’autobiografia, che il direttore di Repubblica intese personale e di gruppo, La sera andavamo a via Veneto (Mondadori, 1986). Non molto tempo fa lo storico Tassani ha scovato il primo articolo di Scalfari adolescente su un giornalino dell’Azione Cattolica; giovanissimo, prima di essere espulso dal Pnf, collaborò con il periodico Roma fascista. Ma il suo vero imprinting fu il liberalismo crociano. Un’Italia laica, di minoranza, ma senza complessi d’inferiorità, anzi.

Al Mondo di Pannunzio le idee politiche s’intrecciarono con un giornalismo elegante e scanzonato, l’impegno nella sinistra del Pli con i convegni dell’Eliseo, la battaglia contro i monopoli con la campagna contro il sacco di Roma, la Marsigliese con la fondazione del Partito radicale. Tutto questo mondo, che aveva come colonne Ernesto Rossi e Ugo La Malfa, il trentenne Scalfari cercava con altri di coinvolgere nell’imminente centrosinistra. «Cambiare musica e suonatori», l’Espresso ebbe subito questa ambizione. Nel Psi si orientò verso Riccardo Lombardi e il gruppo della Programmazione. Nel 1968 fu anche eletto deputato. Ma nel campo dell’economia — dove da giornalista apprese il senso dell’impresa, il dominio del denaro e l’importanza dei rapporti di forza — guardava al governatore di Bankitalia Guido Carli.

Pochi hanno conosciuto da vicino Fanfani e Moro, Mattei e Olivetti, Saragat e Merzagora, Spadolini e Ciampi. Molti altri Scalfari ha lodato, vezzeggiato, stuzzicato e poi, spesso e volentieri, anche disprezzato e preso di petto: da Togliatti ad Andreotti (e il pensiero va al serrato dialogo de Il Divo di Sorrentino), da Agnelli («L’avvocato di panna montata») al primo Cossiga, da D’Alema fino al giovane Renzi passando per Pannella. È difficile d’altra parte trovare regole o costanti nelle avversioni o nelle preferenze di un giornalista vissuto come un mito: illuminista, equilibrista, attore, profeta, libertino, giacobino, giocatore d’azzardo, corsaro, predicatore, torero, domatore e perfino centauro.

Con qualche approssimazione si può ipotizzare che l’intuito, ma forse sarebbe meglio dire il prodigioso istinto di Scalfari l’avessero portato con l’esperienza a coltivare una sorta di felice flessibilità che a sua volta gli consentiva di acquistare i lettori, che lo veneravano, proiettando la sua provvisoria benevolenza su questo o quel partito, questo o quel leader. Ciò nondimeno con alcuni personaggi non riuscì quasi mai a coesistere, e anzi sembrava ben lieto di incrociare le armi, queste ultime calibrate secondo una scala polemologica che dal raffinato dileggio, attraverso la più meticolosa enunciazione di circostanze a carico, giungeva all’allarmata rampogna.

Per cui prima Cefis, poi Craxi e infine Berlusconi ebbero sempre da lui e dai suoi giornali la più viva ostilità, e anche pane per i loro denti. Fu così ampiamente ricambiato, nel corso di un trentennio. Il progetto più impegnativo e ambizioso che si assegnò, negli anni ’70 e ’80, fu quello stabilire un’intesa tra la borghesia imprenditoriale e il Pci di Berlinguer, gigante impacciato e prigioniero di dogmi, favorendone l’evoluzione in senso liberale. Ma i tempi e la morte di Berlinguer non giocarono a vantaggio di questo processo. Quindi si concentrò sulla Dc di De Mita, anche in quel caso cercando di forzare la natura dello scudo crociato sul piano del rigore. Ma anche gli sforzi di De Mita furono vani e venne il Caf.

Il crollo della Prima Repubblica sorprese Scalfari fino a un certo punto. Nel corso della buriana appoggiò senz’altro Mani Pulite, senza poi dare tregua al Cavaliere. Comprese senz’altro la necessità di Prodi, del Pd e certamente gli piacque Veltroni. Ma in definitiva, dopo una vita così lunga e ricca, ciò che più rimane impresso dello Scalfari politico è quanto scrisse più di mezzo secolo fa, rivolgendosi a quello che fino a poco prima considerava il suo maestro e con cui stava ormai rompendo: «Non ho mai presunto di essere depositario di assolute verità, proprio perché le convinzioni liberali mi impediscono d’acquietarmi una volta per tutte in una verità rivelata, quale che sia il “papa” che me la riveli». Colpisce ovviamente quell’accenno al Papa, ma ancor più la sostanza di un uomo che solo oggi appare più coerente di quanto si sia mai pensato.

Eugenio Scalfari re di cuori. Rose rosse dal mio direttore. Natalia Aspesi su La Repubblica il 14 Luglio 2022.

La galanteria, la seduzione, i riconoscimenti per un buon articolo. Il racconto di una “cronista” che quarantasei anni fa lasciò il quotidiano “Il Giorno” per seguire Scalfari a “Repubblica”

Ultranovantenni quasi coetanei, siamo stati, lui ed io, l’ultimo legame, la memoria tra l’oggi e quel giorno indimenticabile, il 14 gennaio 1976, quando il primo numero di Repubblica piombò su una Italia di speranze disordinate, che senza saperlo già l’attendeva, tanto da innamorarsene subito come fosse una spinta di giovinezza. Siamo rimasti tra quelle pagine per decenni, lui il fondatore, l’editore, il direttore, l’opinionista internazionale, io la cronista multitasking e poi, pensionata, la collaboratrice di varia umanità, accerchiati da sempre più giovani giornalisti, che in quel nostro ’76 non erano neppure nati e nei decenni si sono sempre incantati di quel Maestro che non si piegava ad alcuna frana ideologica e politica e che scriveva in modo così seducente.

Se io mi permetto di accomunarmi a Eugenio Scalfari, è perché questo momento di perdita, di fine, di buio, mi è particolarmente doloroso: non c’è più il mio Direttore che mi offrì, 46 anni fa, l’occasione della mia vita, non c’è più uno degli ultimi, e non è che ne siano rimasti molti, grandi democratici che la televisione si è concessa, e c’è invece, solo per me che in fondo a me ci tento, il monito di non farla tanto lunga, non c’è più spazio di vita, non c’è più tempo. Per il suo nascente quotidiano, Scalfari riunì una buona parte di possibili redattori del Giorno, un quotidiano che era stato grande col suo direttore ex partigiano Italo Pietra, e adesso ci rendeva sempre più nervosi con il nuovo, quel Gaetano Afeltra che, adorato dalla buona borghesia lombarda, non si era accorto che il mondo cambiava. Eravamo disperati, così, quando quello che aveva inventato e diretto l’Espresso ci offrì questa nuova avventura, lo ascoltammo dire: noi abbiamo denaro per tre anni, se ce la faremo si andrà avanti, se no no. Alcune firme con famiglia non se la sentirono di affrontare l’ignoto, ma zitelle e zitelloni avremmo fatto qualsiasi cosa pur di fuggire dall’amalfitano.

Dopo tre anni il giornale era diventato l’indispensabile foglio chic da mostrare dalla tasca della giacca per i maschi e per noi femmine sventolarlo alle riunioni femministe a teatri pieni. La direzione di Repubblica era già da allora romana, e nella nostra redazione milanese si viveva l’assenza di Scalfari come una comodità, ma ancor più come una diminuzione, da una parte ci sentivamo liberi anche di dar poco retta al caporedattore locale, dall’altra ci mancava il suo sguardo sia di approvazione che di rimprovero. Li bramavamo ambedue, soprattutto noi signore cui da Roma arrivavano mazzi di rose rosse per certi articoli laggiù approvati, che ci procuravano una specie di batticuore che però dovevamo rinnegare per parità che allora non si chiamava di genere.

Erano tempi quelli in cui, pur essendo donne tutte di un pezzo, avevamo ancora quel vizio riprovevole di natura patriarcale per cui dai superiori, dai capiufficio, dai dirigenti, dai segretari di partito, da un direttore di giornale, si pretendeva la promozione più richiesta, quella di attirare la di lui attenzione con i soliti trucchi della tradizione femminile. Figuriamoci Scalfari, il massimo dei direttori di giornale, che quando era deputato socialista e senza barba, non suscitava, mi dissero veri brividi, divenne bellissimo quando si fornì di barba e folta capigliatura grigia e poi bianca, con quella figura grande e belle giacche, e una voce, una voce… E lo sguardo? E il sorriso? E i discorsi? E la cultura? E i segretari di partito in ginocchio? E l’occhiolino delle amanti dei segretari di partito?

Alla redazione di Milano niente, le sue visite erano così fulminee che per quel che mi risulta, qui si evitarono drammi o anche solo sospiri. A Roma si muoveva una folla di giornaliste donne, che essendo ancora un po’ una novità, erano quasi tutte giovani e belle, tanto che la nostra redazione (la prima, l’altra non so) divenne una fucina matrimoniale, perché allora l’inviato anche di guerra aveva ogni opportunità di distrarsi, ma è ovvio che se stai ore e ore chiuso in un ufficio, più di notte che di giorno, qualcosa succede. Quando mi capitava di andare Roma, davanti alla porta chiusa dell’ufficio di Scalfari, si aggiravano le colleghe ansiose di essere ricevute e tra di loro l’aria sospetta di gelosia.

Non vorrei fare gossip, ma quando alla redazione di Milano arrivò una bella segretaria mora, si sussurrò che passando lei le giornate a trafiggere con gli occhioni innamorati l’ufficio del direttore, si era dovuto per qualche mese spostarla nella fredda anche sentimentalmente città del Nord. Certo se ne parlava e non so se per invidia, tra femmine si criticavano aspramente le colleghe che, troppo facile, illanguidivano per quell’uomo molto glamour, anche certe dame del bel mondo, infastidendolo e facendogli perdere tempo prezioso: così la pensavamo noi per togliergli ogni responsabilità. Proprio in quei primi anni di Repubblica erano arrivate le leggi sul divorzio, le famiglie saltavano allegramente, le donne si riprendevano la libertà, forse separarsi non era più una disgrazia ma una vera sciccheria: a meno di non essere un personaggio di fama e allora non potevi permettertelo, come Indro Montanelli che aveva una moglie a Roma e una a Milano.

Il nostro direttore invece è sempre stato di grande eleganza e lungimiranza e democrazia, in politica e nei sentimenti, e forse per questo le donne della sua vita sono state, sono, intelligenti, generose, prudenti: un uomo così va rispettato, non puoi fargli scenate, amareggiarlo, soprattutto perderlo. Così da fuori, ammirandoli tutti anche le figlie, Donata ed Enrica, Scalfari ci ha dato anni fa e poi sempre, l’ennesima lezione di civiltà. Mi piace, spero piaccia a molti, ricordarlo anche in amore, persino con un po’ di malizia, per liberarlo dal nostro lutto. A presto, ma non tanto.

Eugenio Scalfari. La cultura, l’intellettuale che cancellò la terza pagina. Paolo Mauri su La Repubblica il 14 Luglio 2022.

La sua grande rivoluzione fu di mettere la letteratura, l’arte, il dibattito delle idee al centro, anche fisico, del nostro giornale. Ecco il ricordo postumo di un giornalista che collaborò con lui a questa svolta storica

Pubblichiamo un articolo inedito di Paolo Mauri, per vent’anni caporedattore della Cultura di Repubblica e scomparso pochi giorni fa, in cui raccontava come il fondatore plasmò le pagine culturali di questo giornale.

Il 14 gennaio 2016 i lettori di Repubblica si ritrovarono tra le mani un giornale che era già uscito quarant’anni prima: la riproduzione del primo numero in assoluto, in bianco e nero, 24 pagine e il paginone centrale (memorabile) dedicato alla Cultura. In apertura un articolo di Enzo Forcella sul volume einaudiano di Alberto Asor Rosa dedicato agli intellettuali, alla loro storia e al loro potere, al centro Giuliano Briganti che racconta una mostra di Alberto Burri e di spalla un’intervista di Alberto Arbasino a Bernardo Bertolucci su Novecento. Cominciava così il nuovo modo di affrontare temi e problemi culturali voluto da Scalfari: la Cultura come centro, anche fisico, del giornale, una sorta di perno intorno a cui tutto ruotava.

In anni recenti, a cena a casa di amici, e non so perché fossimo arrivati a quell’argomento, Scalfari raccontava che lui non voleva solo inaugurare un modo nuovo di far cultura sui giornali, ma voleva proprio fare un giornale che fosse culturale in tutto, nel trattare la politica e l’economia, la cronaca e naturalmente lo spettacolo. E io gli dicevo di ricordare benissimo una vecchia campagna pubblicitaria di Repubblica che sui muri delle grandi città prometteva di inviare ogni giorno una lettera agli intellettuali, agli insegnanti, agli studenti e alle donne, cioè ai principali attori della vita sociale e politica di quei giorni.

Non si trattava solo di liquidare la vecchia terza pagina ormai polverosa, comunque glorioso copyright 1901 di Alberto Bergamini (Giornale d’Italia), ma proprio di cambiare il linguaggio con cui il giornale intendeva comunicare con i suoi lettori. Era una rivoluzione e Scalfari lo sapeva benissimo, anche per aver già saggiato la questione quando dirigeva l’Espresso.

Repubblica era il quotidiano nato proprio per andare incontro tutti i giorni ai lettori de l’Espresso e di Panorama. Lettori giovani che volevano sapere e capire. Accanto agli studi di economia, politica e diritto, Scalfari, come ha raccontato nei suoi ricordi autobiografici, aveva fatto letture insaziabili di filosofia (Croce, ma anche Nietzsche e infiniti altri) e di letteratura e lo si sarebbe visto, negli ultimi decenni, dai suoi libri di riflessione filosofica e di invenzione letteraria. L’interesse per l’arte era cresciuto di pari passo con la frequentazione e l’amicizia di Giuliano Briganti, poi c’era la musica…

Al giornale si affidava ai capiredattori che aveva scelto per guidare il settore, Enzo Golino, Rosellina Balbi e infine chi scrive. Repubblica si dotò presto di una serie di collaboratori di altissimo livello: critici, storici, scrittori, scienziati. Nel paginone Scalfari voleva una cultura battagliera e insieme nobile. «Marmo pario», diceva in riunione e l’espressione era entrata nel gergo redazionale. D’altra parte dovevamo fronteggiare un concorrente che aveva cento anni più di noi come il Corriere della Sera.

Arrivammo ad avere collaboratori come Georges Duby e Claude Levi-Strauss che scrivevano appositamente per le nostre pagine, ma il segreto era quello di non fermarsi mai, di inventare sempre nuovi modi per soddisfare i lettori. Nacque Mercurio, affidato a Nello Ajello, nacquero pagine speciali per l’arte e per i libri. Una volta Benedetta Craveri portò in redazione Iosif Brodskij, che era a Roma in quei giorni, credo all’Accademia americana. Lo accompagnammo insieme da Scalfari che si intrattenne con lui a lungo.

Paolo Mauri, recentemente scomparso, per anni capo della Cultura di Repubblica Da direttore era curioso della poesia, anche se poi scriverà anche versi. Da ragazzo aveva avuto un rabbuffo dal padre per aver liquidato Leopardi con sprezzo giovanile. E ricordo che quando capitava in redazione Alfredo Giuliani lo accoglieva qualche volta con un sorriso: «Amico dei poeti!». Quando morì Montale non ebbe esitazioni: gli dedicammo gran parte del giornale.

Aveva una grande passione per il Settecento francese e non si sarebbe mai stancato di leggere libri e articoli sui grandi temi della Francia rivoluzionaria e patria della dea Ragione. Con Diderot aveva una sorta di colloquio aperto e lo aveva anche scritto, immaginando di incontrarlo a Parigi e di sentirlo dire la frase famosa, «i pensieri sono le mie puttane».

Fu felice quando Italo Calvino accettò finalmente di lasciare il Corriere e di passare a Repubblica. Per lui era, e lo ha detto molte volte, come riprendere i discorsi tenuti tanti anni prima a Sanremo, con un amico fraterno. Calvino collaborò al giornale solo per un paio di anni, che nel ricordo sembrano sempre molti di più. Credo che Scalfari abbia idealmente continuato a parlare con lui e del resto lo ha citato molto spesso. In quegli anni di Sanremo si erano poste le grandi domande cui si impiega appunto una vita, se basta, per rispondere. La filosofia non ortodossa di Scalfari nasce, credo, da lì e così le prime letture che poi sono il seme di tutte le altre.

È stato un grande intellettuale e come tale si è messo al servizio della Cultura e della Ragione creando strumenti capaci di diffondere le idee, oltre che scrivendo libri e articoli in proprio. Una vera operazione degna di un figlio dei Lumi quale era e gli piaceva pensare di essere.

Scalfari, il virus, Manzoni e Dumas. Francesco Merlo, Antonio Gnoli su La Repubblica il 14 Luglio 2022.

Cristianesimo e decadenza, politica e scienza, fisioterapia o jazz, scale o cucina. Eugenio Scalfari riflette sul contagio e i suoi molti dintorni

Nei suoi 96 anni, compiuti all'inizio di questo mese, non gli era mai accaduto di sentirsi un sopravvissuto: "È una sensazione che ho provato la sera del mio compleanno. Le tante telefonate, le centinaia di auguri, l'affetto che ho percepito intorno a me, tutto si è mescolato con un senso di disagio dettato da questo momento particolarissimo. Con i vivi e i morti che ogni sera ci vengono scanditi in un computo neutro come fosse un bollettino di guerra". 

La conversazione avviene telefonicamente. Chiediamo a Eugenio Scalfari come stia vivendo questo momento che nessuno si aspettava. Cosa ha cambiato in lui, la pestilenza, così la chiama. Quali sentimenti rivela, quali riflessioni induce, quali paure genera un virus che ci troviamo a combattere come fosse, appunto, una guerra.

"È una guerra, per modo di dire, che la gran parte di noi combatte nel chiuso della propria casa, ognuno alla propria maniera con le proprie certezze e ansie. Mi conoscete e conoscete il luogo dove vivo. Qui abbiamo a lungo lavorato al vostro e nostro libro. Passato interi pomeriggi a conversare, più di un anno fa. Cosa è cambiato da allora? Certamente mi sento un po' più debole. Mi fa fatica fare le scale che portano al piano superiore. È raro che le salga. Perciò mi limito a stare quaggiù da dove vi sto parlando. Non ho molte esigenze. Intendo fisiche. So che devo disciplinare le forze. A volte guardo le mie mani, sembrano due piccole ali staccate dal corpo. L'altra sera, prima di cena, le ho deposte sul pianoforte. Come due guanti lasciati distrattamente cadere. Era da un po' che non mi sedevo davanti alla tastiera. Mi era venuta voglia di suonare qualcosa. Penso che la musica, a parte la danza che pure ne è il prolungamento, sia la cosa più straordinariamente fisica che possiamo immaginare. Per questo coinvolge il corpo. Ma il suono è uscito incerto, come incerto è il mio fisico. Cosa ho suonato? Ho improvvisato un pezzo jazz, ma era come se avessi il freno a mano tirato. Poi, dopo un po', ha preso forma qualcosa di decente che per un attimo mi ha rinviato agli anni migliori, alle serate con gli amici, tutti o quasi scomparsi. Inorridisco se penso all'ignoto che avanza". 

Non c'è nostalgia nel discorso di Scalfari. Dal deposito delle parole clandestine esce improvvisamente "contagio". "L'avevamo quasi sempre usato in maniera letteraria o metaforica. Oggi rischia di produrre sanguinarie idiozie. La distanza sociale è stata a lungo un concetto di classe, il modo in cui il potere si è protetto dal popolo e i più ricchi da coloro che non lo erano, cioè la maggioranza. Il contagio, quello vero, mi pare stia rendendo tutto questo vano. Ci parliamo per telefono, laviamo le mani più volte al giorno. Igienizziamo la nostra vita attraverso mascherine, guanti di lattice e alcol. Forse verrà il giorno che igienizzeremo anche la nostra mente". 

È spiritoso, ironico, perfino sarcastico Scalfari. "Mi chiedete della vecchiaia. È come se mi diceste "parlaci di te, vecchio signore. Dicci che consapevolezza ne hai in questo preciso momento". Sono statisticamente un sopravvissuto, perché solo pochissimi superano la soglia dei novant'anni. Il mio medico di fiducia, che è anche un amico, sostiene che quando nasciamo la forza fisica cresce più rapidamente di quella mentale. Man mano che si va avanti il rapporto tende a equilibrarsi e nell'ultima fase si inverte, anzi le forze sia mentali che fisiche arretrano insieme. Mi chiedete come contrasto tutto questo. Ci sono i farmaci, c'è la fisioterapia, che in questo momento non posso fare, ci sono la lettura e la scrittura che pratico costantemente. La scorsa estate sono stato ricoverato in clinica e quando mi sono svegliato da una specie di coma ho pensato che ero ancora io, ma non ero più io. Mi sentivo stordito e grato della luce che filtrava dalla finestra. Era un richiamo alla vita, alle sue ragioni elementari. Alla sua legge inesorabile, per cui avvertivo acuta la sensazione che un'altra piccola parte di me, psichica e materiale, stava nuovamente arretrando. Fino a che punto? mi sono chiesto. Fino a che punto riuscirò a sostenere questo lento e inesorabile degradare. E poi: verso dove? Non sono ateo. Ma non credo in Dio. Però credo in un essere tanto vasto da ricomprenderci tutti. Torneremo in quella energia primordiale che chiamo caos. Ma di questo, se non ricordo male, avevamo lungamente parlato. Di me sapete tutto. Ho avuto il privilegio e, aggiungerei, la fortuna di potermi guardare senza patemi. Eppure, se penso ai tantissimi vecchi che sono finiti nel tritacarne degli ospizi, o idealmente gettati dalla Rupe Tarpea come fossero oggetti fuori mercato, mi dico che qualcosa di insano sta accadendo ai nostri giorni. Un virus altrettanto potente è entrato nelle nostre teste. Dopotutto, perché sorprendersi? Il lessico politico praticato in questi anni è stato pestilenziale. Quello dei social non è da meno. Una grammatica ostile, violenta, intollerabile ha soppresso l'immaginazione, l'ha ridotta al rango di una piaga purulenta. Un evento inatteso, enorme per le conseguenze, sta scuotendo le fondamenta della nostra società. Come ne usciremo? Sapremo essere una società più giusta o una società costruita con i detriti della precedente? Ecco una domanda alla quale non so dare risposta. Tutto forse dipenderà da come ci comporteremo oggi, in che modo e con quale grado di onestà e competenza penseremo di riparare gli errori che abbiamo commesso. L'attuale e involontaria opera di demolizione coinvolge tutti; l'essere in qualche modo tutti esposti ci mette di fronte a un compito collettivo, a uno sforzo straordinario, a qualcosa che interpella non una parte ma l'intero. Il bene comune e non solo il bene privato. E invece continuano le voci dissonanti, le cacofonie, le accuse reciproche". 

Il tono si fa improvvisamente cupo. Poi tace ed è come se nella pausa di silenzio si insinuasse il dubbio che le parole aiutino fino a un certo punto: "C'è molta retorica in giro e ho l'impressione che serva a coprire le contraddizioni, le incertezze e soprattutto a surrogare la mancanza di un agire comune". 

Eppure le città sono chiuse e la gente è segregata in casa: "Sì, io stesso, come tutti, rispondo disciplinatamente ai numerosi appelli e alle ordinanze di restarsene nelle proprie mura domestiche. È uno dei pochi casi in cui la scienza ci ha messo di fronte alle nostre responsabilità. Per anni ignorata, e privata dei fondi necessari alla ricerca, scopriamo la sua forza persuasiva anche se a volte allarmante, il suo linguaggio chiaro, trasparente. Per la politica sarebbe una lezione impareggiabile se riuscisse ad adottarne lo spirito. Ma ho qualche dubbio e temo che passata l'emergenza si tornerà a ignorarla. Non riusciremo a capire questo Paese se non capiremo la sua storia. Ho voluto rileggermi alcune pagine che il Manzoni dedica alla peste. Sono giustamente famose e non ci torno sopra. Manzoni, al di là di tutto quello che di storico c'era, vedeva nel grande fenomeno della pestilenza il motore dell'irrazionalità. Il grande evento che prendendosi gioco della Provvidenza alimentava violenza, paura, terrore, superstizione. La peste, tra le altre cose, inebetisce e spaventa le folle, le trasforma in prede per gli avvoltoi della parola. Per puro caso giorni fa mi sono imbattuto nei Tre moschettieri, che è uno dei romanzi che ho più amato in gioventù. Al di là di tutte le ovvie differenze, mi colpiva che Dumas e Manzoni affrontassero grosso modo lo stesso periodo storico: i primi decenni del Seicento. Ma quanta diversità nel tono, nel respiro, nel ritmo! E ho pensato, guarda tu: Dumas vuole divertire il lettore, Manzoni lo ammonisce, lo guida, lo indirizza verso un orizzonte provvidenziale. Qualcosa che l'Italia ha vagheggiato, soprattutto nei momenti di crisi, e mai posseduto realmente. Io so che il cristianesimo ha voltato le spalle alla decadenza. Mi chiedo se alla fine la decadenza non abbia sopravanzato il cristianesimo. È una questione che lascio aperta. Ho appena finito di leggere Il discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie. Questo straordinario amico di Montaigne ci illumina su cosa sia un popolo e come debba e possa difendersi dalla tirannia. Scritto cinquecento anni fa mi pare sia di pungente attualità. I grandi libri sono sempre in grado di produrre grandi interrogativi". 

Eugenio Scalfari. La filosofia, l’allievo di Nietzsche e Proust. Antonio Gnoli su La Repubblica il 14 Luglio 2022. 

La riflessione laica sulla vita e la morte è una costante nelle opere di Scalfari. Ma non può essere ricondotta a nessuna scuola. Come Ulisse era un nomade della conoscenza.

Eugenio Scalfari è stata una figura singolarissima della storia italiana. Al di là dello straordinario lavoro nel giornalismo si aggiunse negli anni una vera e propria passione letteraria e filosofica. Non fu cosa tardiva né dilettantesca, ma un attraversamento ostinato e profondo che lo accompagnò fin dagli anni del liceo: da quella Sanremo dove aveva condiviso alcune esperienze intellettuali con il compagno di banco Italo Calvino. Ho l’impressione che quel sodalizio, poi interrotto e ripreso nel periodo della maturità, sia stato anche filosoficamente stimolante.

Se dovessimo, con qualche necessaria approssimazione, guardare al rapporto di Scalfari con la filosofia dovremmo ritagliare tre momenti fondamentali: la relazione con Benedetto Croce; il rapporto denso e proficuo con l’Illuminismo; la scoperta di Nietzsche. Le tre fasi corrisposero a diversi momenti della vita di Scalfari: ma furono soprattutto lo storicismo di Croce e l’apertura illuministica all’idea di ragione e di progresso a imprimere alla sua azione giornalistica una chiara spinta liberale e riformista. Non si capirebbe pienamente l’esperienza al Mondo di Pannunzio e di Ernesto Rossi e poi il sodalizio con Arrigo Benedetti (la fondazione dell’Espresso) e infine la nascita di Repubblica, senza la presenza di questo sfondo politico e culturale. Quanto a Nietzsche, approfondito negli anni della maturità, condivise la critica ai grandi sistemi filosofici, ormai incapaci di fondare o rivelare verità ultime.

Un punto comune ai tre momenti è senz’altro lo stile. Scalfari ha “mimato” la bellezza classica della lingua di Croce; ha interiorizzato quella scintillante e paradossale di Diderot; per poi acquisire il gioco aforistico e frantumato della lingua di Nietzsche. Il risultato è chiarezza di pensiero accompagnata dal dubbio e da una certa dose di provocazione intellettuale.

Tutto il percorso intellettuale di Scalfari avvenne sotto il segno dell’Io: una lunga, profonda, a volte tormentata e infine malinconica discesa nella profondità del soggetto, tra psiche, mente e ragione, ha reso il suo viaggio qualcosa di insolito. L’“Io” scalfariano era debitore della grande avventura di Ulisse, primo e involontario eroe della modernità, e di Montaigne nella cui riflessione colse i primi veri tormenti della ragione e l’insofferenza verso un sapere chiuso e sistematico. Se non si iniziasse da questa constatazione difficilmente si capirebbe l’importanza che il pensiero di Nietzsche avrebbe progressivamente assunto nella riflessione scalfariana. Quale Nietzsche privilegiò? Le sollecitazioni furono diverse. Dalle prime furtive e dannunziane letture giovanili di Al di là del bene e del male e Così parlò Zarathustra, egli giunse alla scoperta della complessità e contraddittorietà del pensatore tedesco. Tanto da farne il testimone più autorevole del passaggio dal diciannovesimo al ventesimo secolo. Ovvero su quegli anni che furono tutto «un susseguirsi di eruzioni vulcaniche del pensiero, una serie di terremoti che abbatterono una dopo l’altra le colonne che da due millenni reggevano il tempio della sapienza occidentale».

Se ne deduce che l’impostazione di certe pagine filosofiche – da L’uomo che non credeva in Dio fino a L’allegria, il pianto, la vita – non è riducibile alla puerile pretesa di fornirsi di un sistema che tutto inglobi e spieghi. Scalfari fu ben consapevole che i grandi scenari, o narrazioni filosofiche (fatta salva forse la lettura avvolgente che diede di Spinoza), erano stati in larga parte terremotati dalle forze che avevano agito sulla faglia irrazionalistica del Novecento e su quella crisi della ragione che avrebbe trovato numerosi testimoni tra le due grandi guerre mondiali. Dunque nessuna pacata tranquillità illuministica, nessuna inclinazione metafisica di immobilizzare la ragione si troverà in un pensiero che consegnò a Nietzsche non già il volto del nichilismo ma quello di colui che, distruggendo i valori della metafisica, si poneva il problema del loro necessario superamento.

Se dovessimo collocare la riflessione scalfariana in un punto preciso della contemporaneità vedremmo un uomo che desta ammirazione per la forza coinvolgente con cui seppe usare il timbro di una certa classicità e al tempo stesso sorprenderci per la distanza che egli stabilì da quegli argomenti che la tradizione classica pretese di rendere definitivi. Ogni passaggio, o ipotesi di mutamento, parve viverlo nella mobilità eraclitea piuttosto che nell’immobilismo parmenideo. «In questo universo di stelle danzanti (le stelle nicciane per intenderci)», scrisse, «Eraclito detronizza Parmenide, l’essere fluisce nel divenire, il senso si recupera nell’azione, cioè nella vita; la morale coincide con la responsabilità e con la sopravvivenza degli altri, senza i quali il misero animale “io” non potrebbe sussistere. E Dio non è morto: c’è finché qualcuno lo guarderà. Perciò ci sarà sempre».

Ma non credere in Dio e ammetterne la presenza, non fu in fondo come guardarlo agire sulla scena di un teatro? Percepirlo più simile a una finzione che a una realtà sovrastante? Dio, insomma, non era morto, ma continuava a svolgere una recita, a interpretare il copione che l’uomo gli aveva assegnato. Quel Dio, va sottolineato, non è mai stato fideisticamente presente nel credo di Scalfari, ma egli non ne sottovalutò mai il peso, l’importanza, l’efficacia, non solo teologica. Semplicemente lo collocò fuori dal proprio sentire più intimo. Senza per questo rinunciare alla forza del dialogo, prima con il Cardinal Martini e in seguito con papa Francesco.

È importante cogliere nella sua riflessione laica il modo in cui la vita e la morte – temi che nel tempo ha fortemente accentuato – siano state affrontate al riparo dalle scommesse della fede e della teologia. Da questo punto di vista, i suoi libri, e le sue poesie finali, possono anche essere letti con un preciso richiamo ad Hannah Arendt: non vi è vera filosofia che non sia in qualche modo legata alla dignità della nostra esistenza. Che è tale perché sempre aperta al gioco e alla tensione del dialogo.

Sono convinto che la filosofia di Scalfari non sia riconducibile a nessuna scuola particolare. Essa è stata prevalentemente nomade e si è nutrita anche di letteratura: da l’Odissea alla Recherche di Proust fino ai Quaderni di Malte Laurids Brigge di Rilke. Le sue incursioni nel mondo antico nascevano dal bisogno di comprendere il canone occidentale. Ma fu in Proust e in Rilke che egli ritrovò il senso della propria inquietudine filosofica e letteraria. In modi assolutamente diversi essi sconvolsero quel canone, riscrivendone, ciascuno dal proprio punto di vista, la forma.

Se Ulisse fu in un certo senso centrale in Incontro con Io, Proust e Rilke lo divennero, anche se non esplicitamente, nel Labirinto, il primo tentativo di Scalfari di dare una forma romanzata ai propri pensieri. In quel libro di antica postura araldica – dove girovaghi, avventurieri e aristocratici danno vita a una pantomima filosofica – si cela il vero enigma della morte. Che Scalfari nel romanzo chiamò “Regina”. Essa arriva una sola volta «ti tocca la spalla e il labirinto scompare insieme a te. Così tutto finisce e tutto ricomincia, morte e rinascita seguono un percorso che è eterno perché è circolare». Alla fine della sua lunga vita Scalfari seppe guardare alla “Regina” con rispetto, ma senza alcun timore reverenziale. Senza recedere in quel buio dove il nulla tutto inghiotte.

Eugenio Scalfari. I legami internazionali; in missione con l’Europa nel cuore. Juan Luis Cebrián su La Repubblica il 14 Luglio 2022. 

Il fondatore del “País” ricorda la lunga amicizia con Scalfari. Le affinità elettive tra i loro quotidiani. E i tentativi di lavorare sotto un’unica bandiera giornalistica a livello continentale, contrastati dai “nazionalismi” britannici e francesi.

Persone che raccontano alla gente che cosa succede alla gente. Questa definizione del nostro mestiere, data a suo tempo da Eugenio Scalfari, è la più oggettiva che abbia mai sentito. Disse anche, a un gruppo di studenti spagnoli, che è un mestiere crudele e io posso ben confermarlo, anche se il mio amico Gabriel García Márquez, sempre ottimista, insisterebbe nel dire che è «il mestiere più bello del mondo». In ogni caso, è l’unico che io abbia mai fatto.

Conobbi Eugenio nella primavera del 1976, poco tempo dopo la fondazione di Repubblica e poco prima che nascesse El País. Durante un breve viaggio in Europa feci una sosta a Roma, per imparare dall’esperienza di quello che presto sarebbe diventato il primo quotidiano italiano; andai anche a visitare Le Monde, il simbolo della stampa europea per noi spagnoli che sognavamo la democrazia, e il Sunday Times, diretto all’epoca da Harold Evans.

L’incontro con Scalfari e la sua squadra fu quello che più di tutti mi aiutò a porre alcune delle solide basi che diedero fondamento e stabilità al giornale che stavo creando. In seguito ci incontrammo a diversi eventi ma sarebbero passati più di dieci anni prima che cominciassimo a coltivare il sogno di dare vita a una creatura in grado di formare un’opinione pubblica veramente europea, che prescindesse dai tic nazionalisti dei vari Stati dell’allora Mercato comune. Helmut Schmidt, il cancelliere tedesco socialista, ci provò quando, abbandonata la politica, assunse il ruolo di editore del settimanale Die Zeit. Inseguendo lo stesso sogno, Robert Maxwell cercò di trasformare il settimanale The European in un quotidiano ma abbandonò l’impresa per via dei battibecchi fra la squadra editoriale britannica e quella francese.

Fu allora che, durante una cena a casa di Carlo Caracciolo, parlammo della possibilità di tentare noi l’impresa. Non ci può essere un’Europa unita senza un’opinione pubblica europea, pensavamo. Parlammo con il fondatore dell’Independent, Andreas Whittam Smith, e con Jean Daniel, all’epoca alla guida del Nouvel Observateur, dopo che fallirono i negoziati con Le Monde, dove grossomodo ci dissero che non capivano la necessità di fondare un quotidiano europeo dal momento che ne esisteva già uno, il loro.

Preparammo modelli e studi di mercato, cercammo investitori, assumemmo professionisti, ma la singolarità francese sembrava un ostacolo insormontabile per gli europei del sud. Finché un giorno il nostro socio britannico suggerì che il denaro che italiani e spagnoli erano disposti a investire a Parigi avrebbe potuto essere trasferito a Londra, al suo giornale.

Accogliemmo la proposta e lavorammo per anni a Fleet Street, finché non ci rendemmo conto che nella culla del giornalismo britannico il nostro denaro era ben accetto ma le nostre idee molto meno. In Portogallo tentammo con Publico, a Porto, ma nel giro di pochi anni l’avventura finì allo stesso modo. Poi all’improvviso ci fu offerta l’opportunità di tornare a Parigi, questa volta non per competere con Le Monde ma per costruire un gruppo europeo intorno a quella testata leggendaria.

André Rousselet, fondatore e presidente di Canal Plus, invitò Caracciolo, Scalfari e me nella sua casa di Saint-Tropez per definire l’accordo. Fu un fallimento. Lo sciovinismo francese era infastidito almeno quanto l’arroganza britannica dall’idea che gli europei del sud potessero pretendere un protagonismo maggiore di quello che era disposto a concedere.

A quel punto capimmo che il giornalismo moderno, così come lo avevamo conosciuto, doveva al nazionalismo tanto quanto quest’ultimo doveva ai giornali che lo sostenevano. Quello che è rimasto dopo tante peripezie è una relazione stretta fra spagnoli e italiani, un’amicizia vera e il fatto, per me indimenticabile, che Eugenio Scalfari abbia presentato in pubblico l’edizione italiana del mio primo romanzo. E anche la convinzione che fosse un vero europeista, un liberaldemocratico convinto e un progressista che sognava il futuro. È stato un maestro, soprattutto per le nuove generazioni di giornalisti che oggi devono affrontare un ecosistema informativo infinitamente più complesso e difficile di quello delle nostre generazioni.

(agf)Negli ultimi anni ho assistito da lontano alla polemica suscitata da una delle sue conversazioni con Papa Francesco, quando fece dire al Pontefice che l’inferno non esiste. Fui felice di sapere che il suo concetto di intervista come genere giornalistico era identico al mio: la ricostruzione di una conversazione, sempre inviata preventivamente all’intervistato, come fece lui; la trasposizione letteraria, anche se non letterale, di un dialogo. Mark Twain o Charles Dickens non avevano registratori con cui fare il loro mestiere e grazie a questo hanno consegnato al mondo una visione genuina della verità. Credo che lo stesso Papa Francesco, che mantenne con Scalfari una relazione amichevole e dialogante, sarebbe in qualche misura d’accordo con me.

In definitiva, quella di Eugenio è una perdita semplicemente irreparabile per questo mestiere crudele, come credeva, e splendido, come ha potuto apprezzare. Il suo nome è già iscritto nella storia dei grandi, assieme a quelli di Indro Montanelli, Hubert Beuve-Mary, André Fontaine, Harold Evans, Jacobo Timmermans, Joseph Pulitzer e di un’altra manciata di persone che hanno dedicato la vita a raccontare alla gente che cosa fa la gente. Che il maestro riposi in pace, un uomo del nuovo Rinascimento che ci abbandona nel pieno della lotta contro il ritorno della barbarie del Medioevo.

Eugenio Scalfari, i libri. Incontri con Io ed eterna ricerca sempre per l’alto mare aperto. Raffaella De Santis su La Repubblica il 14 Luglio 2022.

I libri scritti da Eugenio Scalfari sono lo specchio fedele delle tante curiosità del fondatore di Repubblica: l’economia, la politica, la filosofia, la letteratura, l’etica e la religione. Suggeriamo qui alcuni titoli tra i più significativi di una lunga avventura umana e intellettuale.

La bibliografia degli albori verte su temi economici. L’apice è senza dubbio Razza padrona, saggio pubblicato nel 1974 da Feltrinelli scritto insieme a Giuseppe Turani in cui è presa di mira la deriva clientelare dell’industria pubblica. Nel 1989 la prima autobiografia, La sera andavamo in Via Veneto (Mondadori 1986, poi Einaudi 2009), in cui racconta del suo gruppo di amici intorno al Mondo e Repubblica, di un clima comune che era un “gioco di squadra”: «Amavamo il jazz di Duke Ellington, di Satchmo e di Benny Goodman».

La produzione filosofica ha origine nel 1994, quando Scalfari lascia la direzione di Repubblica, con la pubblicazione per Rizzoli di Incontro con Io, primo passo di un’articolata riflessione nelle profondità della soggettività (edito poi da Einaudi nel 2011). Segue Alla ricerca della morale perduta (Rizzoli 1995; Einaudi 2019): l’etica è senza dubbio il filo rosso della vasta produzione scalfariana.

Il 1998 è l’anno dell’esordio nella narrativa con Il labirinto, narrazione esistenziale a sfondo filosofico. È poi la volta di La ruga sulla fronte (Rizzoli 2001; Einaudi 2010), romanzo che attraversa la storia d’Italia dalla seconda guerra mondiale al terrorismo anni Settanta. Sembrano fasi distinte, in realtà non c’è libro di Scalfari che non dialoghi con gli altri, in un continuo gioco di specchi.

Morale e politica sono al centro de L’uomo che non credeva in Dio (Einaudi 2008), mentre Per l’alto mare aperto (Einaudi 2010) è un viaggio dentro la modernità, da Montaigne a Cervantes fino a Leopardi e Nietzsche. Ma è Scuote l’anima mia Eros a tenere insieme tutto: biografia, filosofia, letteratura, religione e anche psicoanalisi, a partire da una riflessione su istinti e desiderio (Einaudi 2011).

Negli ultimi anni Scalfari ha dialogato con Papa Francesco sulle pagine di Repubblica. Ne sono nati dei libri, come Dialogo tra credenti e non credenti (Einaudi-la Repubblica, 2013) e Il Dio unico e la società moderna, che raccoglie anche i colloqui con il cardinale Carlo Maria Martini.

Scalfari e gli anni del cambiamento. Lucio Caracciolo su La Repubblica il 14 Luglio 2022.

Quella di Repubblica era una monarchia assoluta e illuminata: il direttore sapeva gestire personalità importanti con il suo carisma.

Ho conosciuto Eugenio Scalfari nell’autunno 1975 da quasi imberbe volontario del “Rotor”, la ciurma dei sessanta ragazzi e ragazze guidata da Gigi Melega, rumoroso supporto volontario della nascente redazione di Repubblica. Chi non ha partecipato a quell’entusiasmante avventura non sa che cosa s’è perduto. Animati dal sacro fuoco, ci sentivamo privilegiate comparse di un’impresa monarchica. Sì perché la Repubblica nasce monarchia assoluta quanto illuminata. Non per decreto ma per carisma di re Eugenio. Sotto lo smagato sguardo del nostro altrettanto inimitabile editore, Carlo Caracciolo.

Eravamo nell’Italia che non c’è più, quella della vituperata partitocrazia. Paese unico al mondo, dove alla carenza di Stato più o meno brillantemente sopperivano i partiti e le loro diramazioni. “Partito” lo era, a suo peculiarissimo modo, anche il nostro giornale. Però totalmente indipendente dai partiti politici, riferimento inaggirabile del dibattito pubblico e delle correnti culturali che davano il tono a quegli anni. Non credo mi facciano velo l’affetto e la riconoscenza che da allora provo per Eugenio nel valutare l’eccezionalità di quella pattuglia, inizialmente esigua ma combattiva e variegata, da lui diretta con mano sicura. 

Solo prestigio e autorevolezza del direttore potevano comporre personalità così esuberanti come Mario Pirani, Gianni Rocca, Fausto De Luca, Sandro Viola, Giorgio Signorini, Miriam Mafai, Giorgio Rossi, Carlo Rivolta, Rosellina Balbi, per citare solo alcuni dei protagonisti degli anni di fondazione. Ciascuno con opinioni piuttosto robuste, tutti disposti alla contraddizione. Al punto che, quando non trovavano contestatori altrettanto autorevoli, amavano contraddire sé stessi per puro gusto della discussione. Tutti disposti - talvolta a denti stretti - a sottomettersi all’arbitrato finale di Eugenio, senza necessariamente cambiare opinione. Sicché dopo la riunione del mattino il direttore fischiava la fine del primo tempo, quello dialettico, e scatenava la fase finale, che culminava verso le otto con i titoli di prima pagina e la lettura dialogica dell’editoriale di Eugenio per gli ammessi all’udienza. 

Oggi li ricordiamo come “anni di piombo”. Lo furono, anche. Ma il colore di quegli anni restava quello della speranza e del cambiamento. La convinzione, talvolta un po’ fanatica, di essere “dalla parte giusta della storia”. Di una sinistra liberale e socialdemocratica – nel senso originario del termine - profondamente laica ma non mangiapreti (all’epoca il Vaticano contava qualcosa), orientata da Eugenio verso l’obiettivo strategico del superamento del “fattore K”: la piena integrazione del Pci nel sistema democratico attraverso la sua legittimazione a governare, per la quale necessitava il famoso “strappo da Mosca”. Sul quale si sprecavano le diatribe fra chi lo vedeva compiuto o in via di compimento (il direttore su tutti) e chi lo considerava tutto da verificare o addirittura impossibile. Solo Eugenio poteva dirigere e dirimere quella mischia.

Fra tutti gli insegnamenti che ho ricevuto da Eugenio, massimo resta il gusto di cercare chi non la pensa come me per confrontarmici. E di apprezzare la diversità delle opinioni altrui come arricchimento delle proprie. In tempi di cancel culture e di intolleranza esibita, sono specialmente grato a Eugenio di avere sempre difeso e addirittura protetto chi – e a Repubblica ce n’erano parecchi – non condividesse le sue tesi. Di tale suo irremovibile principio sono testimone avendolo sperimentato di persona. Non solo per questo, ma soprattutto per questo, Eugenio è stato e resterà la mia bussola professionale. Così come porterò sempre con me il ricordo della sua burbera dolcezza. Da quel sentimentale che era.    

Donata e Enrica Scalfari: “Così papà ci ha preparate al suo addio”. Simonetta Fiori su La Repubblica il 15 Luglio 2022.

Donata: «Se n’è andato in modo gentile, un gradino alla volta, come se volesse dirci: pian piano vi dovete abituare». Enrica: «È stato un viaggio di tre mesi di straordinaria intensità. Allegria, commozione, paura, incanto, divertimento. Per noi una necessità vitale accompagnarlo fino alla fine, per non perderci niente di nostro padre». Nell’attico pieno di luce, dietro il Pantheon, le ragazze Scalfari — come le abbiamo sempre chiamate — rievocano gli ultimi momenti d’una vita straordinaria, eccezionale anche in punto di morte.

La camera ardente di Eugenio Scalfari: gli ultimi saluti fra ricordi e Beethoven. La Repubblica il 15 Luglio 2022.

Colleghi giornalisti, familiari, politici e tanti lettori di Repubblica per salutare il direttore Eugenio Scalfari. Alla camera ardente allestita presso il Campidoglio qualcuno lascia un fiore, qualcun altro una copia del giornale: tutti, però, firmano il registro delle presenze. Il primo è stato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Poco dopo arriverà il presidente del Consiglio Mario Draghi. Il segretario dem Enrico Letta, dopo un lungo attimo di raccoglimento, accarezza il feretro guardando la foto di Scalfari. Ad accogliere i visitatori, la settima sinfonia di Beethoven, che farà da sottofondo per tutta la giornata. "Non ha avuto nessun rimpianto - sintetizza la figlia Enrica - ha fatto una vita lunghissima e fortunatissima in cui si è divertito tantissimo. E fino all'ultimo è rimasto curioso per le cose nuove, anche le più piccole" Andrea Lattanzi

Emmanuel Macron ricorda Eugenio Scalfari: "L’amico della Francia che sognava l’Europa". Emmanuel Macron su La Repubblica il 16 Luglio 2022.  

Il presidente francese ha sottolineato, con un messaggio inviato alla famiglia del fondatore di Repubblica appena scomparso, il suo ruolo di intellettuale e conoscitore della storia d'Oltralpe, ma anche di creatore di giornali che hanno animato la vita democratica italiana e del continente europeo.

La Francia ha perso un grande, grandissimo amico.

Eugenio Scalfari non si limitava a parlare il francese in modo straordinario, preciso nella scelta delle parole come i nostri più grandi autori, che tanto aveva letto e tanto amava citare. No, in lui non c’era solo l’amore per la nostra lingua, ma prima di tutto l’amore per la Francia, per i suoi Lumi, per la sua Encyclopédie (di cui possedeva con grande orgoglio un’edizione originale nel cuore della sua biblioteca), della sua Rivoluzione, che per lui era l’evento fondante dell’Europa, di quella che amava tanto, l’Europa delle libertà, dello spirito di apertura, della tolleranza e dei diritti dell’uomo.

Eugenio Scalfari, campione di parole e di passione politica. Walter Veltroni su La Repubblica il 16 Luglio 2022.  

Con altri personaggi della sua generazione, da Calvino a Eco, ha liberato questo Paese dalle macerie e lo ha fatto correre. Finché ha potuto.

Eugenio non se ne è andato in un momento di gioia, mangiando un pandoro, come lui, diabetico, sperava accadesse. Se ne è andato nel silenzio che aveva preso la sua vita fatta tutta di parole. Quelle dei suoi articoli, dei suoi saggi, dei suoi romanzi, delle sue poesie. Le parole scritte e quelle dette, le parole delle mitiche riunioni della redazione del suo giornale, quelle pronunciate in televisione, quelle con le quali tesseva la rete dei suoi rapporti professionali e personali.

Eugenio Scalfari, quel viaggio a Mosca sognando la perestrojka. Paolo Garimberti su La Repubblica il 15 Luglio 2022.  

Il ricordo di Paolo Garimberti, per anni capo della redazione esteri del nostro giornale. Fra tavole rotonde con i leader politici italiani e un viaggio emozionante nell'Urss di Gorbaciov.

Con Eugenio Scalfari eravamo rimasti d'accordo che ai primi di febbraio del 1986 sarei passato a Repubblica per guidare la redazione esteri, allora diretta da Giorgio Signorini. Una sera di gennaio, quasi a mezzanotte, mi chiamò Vittorio Zucconi da Washington: "Eugenio mi ha chiesto di fare un sondaggio per capire se saresti disposto a fare il capo della redazione politica per qualche tempo.

Giorgio La Malfa: Quando Scalfari fece dialogare Ingrao con il padre Ugo. Clotilde Veltri su La Repubblica il 15 Luglio 2022.

L'ex segretario del partito repubblicano racconta i rapporti con il fondatore di Repubblica a partire dalle vicende del Mondo di Pannunzio di cui suo padre era stato punto di riferimento. "Nei giudizi su Craxi aveva ragione, su Berlinguer meno"

«Eugenio Scalfari è stato un grandissimo giornalista, ossessionato dalla sua creatura al punto da sacrificarle tutto. Ma pur convinto di avere altrettanto talento politico, non sempre ha visto lontano, ha commesso errori gravi, come con Berlinguer». Giorgio La Malfa, una lunga carriera da deputato e ministro costruita nel Partito repubblicano di cui è stato anche segretario, accetta di ricordare il fondatore di Repubblica e soprattutto il turbolento decennio tra gli anni Ottanta e Novanta in cui il confronto era molto fitto, a volte ruvido.

John Elkann ricorda Eugenio Scalfari: "Ci ha insegnato ad avere coraggio sul futuro". La Repubblica il 15 Luglio 2022.

"L'ultimo incontro che abbiamo avuto è stato bello proprio perché lui voleva molto parlare di futuro. Mi colpiva per il suo grandissimo ottimismo e coraggio nel voler stimolare e innovare, in modo da poter creare un paese migliore, più forte. L'insegnamento più grande che ci lascia". Lo ha detto il presidente di Gedi, John Elkann, lasciando la camera ardente di Eugenio Scalfari in Campidoglio. 

Con Eugenio Scalfari progettammo il primo giornale europeo. Bernard Guetta su La Repubblica il 16 Luglio 2022.  

A Parigi tentammo di dare vita a un nuovo quotidiano con sede a Parigi. Sfida bella e impossibile: eravamo gli intrusi, ci misero i bastoni tra le ruote.

La nostra amicizia si era forgiata nella più folle delle battaglie.

A furia di leggermi su Le Monde come corrispondente da Varsavia, Washington e Mosca, Eugenio mi aveva scelto come futuro direttore di un quotidiano che voleva creare a Parigi, sotto il triplice patrocinio di Repubblica, El País e The Independent. 

Ci credeva. Quel giornale doveva nascere.

Addio a Scalfari, Bernard Guetta porta il saluto di Macron: ''La Francia ha perso un grande amico''. La Repubblica il 16 Luglio 2022. 

Il giornalista francese Bernard Guetta, grande amico di Scalfari, ha portato il saluto del suo Paese e un messaggio del presidente Macron: "In lui c'era l'amore per la Francia, la rivoluzione del 14 luglio era una data che amava perché momento fondativo dell'Europa. Grazie caro Eugenio per questa simbiosi tra Italia e Francia necessaria alla Europa. Sappiate famiglia e colleghi di Repubblica ed Espresso che la Francia lo amava e lo ammirava e gli deve innanzitutto riconoscenza". Guetta ha infine espresso un ricordo personale del fondatore: "Io ho perso un fratello".

Addio a Scalfari, Molinari: "Un uomo straordinario, con il coraggio di osare". La Repubblica il 16 Luglio 2022. 

"L'Italia grazie a lui è un Paese migliore". Il direttore di Repubblica Maurizio Molinari riconosce questo grande ruolo a Eugenio Scalfari, durante la commemorazione laica nella Protomoteca del Campidoglio. Due i grandi meriti del fondatore secondo Molinari: "L'innovazione continua dell'informazione", ma anche "l'ispirazione ai valori del socialismo liberale", per una società basata su "diritti, riforme, uguaglianza e modernizzazione".

Addio a Scalfari, Giannini: "Tutto ciò che sembra nuovo oggi, lui l'aveva già inventato". La Repubblica il 16 Luglio 2022. 

"Il padre di tutti noi, il nostro Barbapapà che ha inventato un settimanale che esce tutti i giorni, un giornale così bello non l'abbiamo mai saputo replicare". Massimo Giannini, oggi direttore della Stampa è stato assunto giovanissimo nella neonata Repubblica da Eugenio Scalfari, era uno dei "ragazzi di piazza Indipendenza". 

In Campidoglio durante la cerimonia laica di commemorazione del fondatore scandisce: "Il giornale, Affari e Finanza, Il Venerdì, Mercurio, Viaggi. Oggi sono digitali, li chiamiamo content hub, che è una bella parola, ma lui li aveva già inventati". Gannini ricorda il giornalismo come "campo di battaglia" e Repubblica come "contropotere e roccaforte inspugnalbile". E saluta "l'immenso direttore dei nostri giorni felici".

Addio a Scalfari, l'emozione di Ezio Mauro: "Dopo gli anni del comando, quelli della dolcezza". La Repubblica il 16 Luglio 2022. 

"Non ci resta che separarci da Eugenio". Ezio Mauro nella Protomoteca del Campidoglio pronuncia l'ultimo discorso per Eugenio Scalfari, il fondatore che dopo 20 anni esatti di direzione gli ha passato il testimone seguendolo giorno per giorno, ma anche l'amico di una vita. "Proteggeva i suoi uomini perché li aveva scelti, ma come ogni capo doveva anche servirli", ha raccontato Mauro. Che però ha voluto ricordare un altro Scalfari: "Divenuto più fragile fisicamente, aveva sviluppato una dolcezza che non gli conoscevamo", era "un sentimentale che cercava l'amicizia" e "conquistava ed era conquistato perché aveva in sé il maschile e il femminile".

Addio a Scalfari, Veltroni: "Un grande italiano che solo creando diventava felice". La Repubblica il 16 Luglio 2022. 

"Ha fatto la rivoluzione nella storia del giornalismo", "per lui il giornale era come un figlio e i suoi giornalisti erano la sua famiglia". Walter Veltroni ha ricordato così Eugenio Scalfari, morto il 14 luglio scorso a 86 anni, in una Protomoteca affollatissima, in Campidoglio. "Un uomo che ha liberato il Paese dalle macerie e lo ha fatto correre". 

Addio al fondatore, Gualtieri: "Riconoscenti a Scalfari, ci ha regalato la coscienza critica". La Repubblica il 16 Luglio 2022. 

Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri ha aperto con un lungo discorso la commemorazione di Eugenio Scalfari, morto a 98 anni il 14 luglio scorso, in una Protomoteca stracolma. 

Scalfari: "Sconfiggere le Br e cambiare l'Italia. Il mio ultimo incontro con Moro". La Repubblica il 23 marzo 2018.

Nel febbraio 1978, circa un mese prima del sequestro di via Fani, Aldo Moro riceve nel suo studio a Roma Eugenio Scalfari. Il ricordo di quella conversazione (che sarà poi pubblicata su Repubblica il 14 ottobre 1978), durante la quale il presidente della Democrazia Cristiana ha illustrato a Scalfari il suo progetto politico, dal governo Andreotti all’alleanza con il Pci con l’obiettivo di creare un sistema politico “moderno” anche in Italia, basato su una normale alternanza tra centrodestra e centrosinistra. Il primo obiettivo però, era “sconfiggere le Br”.

Giulio Tremonti e quella tavola rotonda a Repubblica che lo portò alle dimissioni. Marco Ruffolo su La Repubblica il 17 Luglio 2022.  

Allora consulente fiscale del ministro delle Finanze socialista Rino Formica, Tremonti ad Affari e Finanza propose l’idea di tassare in modo presuntivo non i singoli risparmiatori ma le grandi reti di intermediazione. Una ipotesi che gli costò il posto...

La foto risale a poco più di un trentennio fa ma ritrae un pezzo d’Italia che sembra lontano anni luce dai nostri giorni. Repubblica, piazza Indipendenza, fine novembre 1989. Prima che inizi una tavola rotonda sulla tassazione dei Bot, Eugenio Scalfari si intrattiene con Paolo Sylos Labini, uno dei più grandi economisti italiani e mondiali. Su di loro si fissano gli sguardi del quarantenne Giulio Tremonti, in piedi a braccia conserte, e di Vincenzo Visco, ministro delle Finanze del “governo ombra”, contraltare che il Pci ha opposto al sesto governo Andreotti. Uno degli ultimi della Prima Repubblica. Immerso nella lettura delle sue carte è invece l’economista Antonio Pedone, tra gli artefici della grande riforma fiscale dei primi anni ’70. Gli altri due, giustamente appiattiti sul fondo della foto grandangolare, sono Carlo Clericetti (prezioso custode di questa foto e allora responsabile di Affari&Finanza), e il sottoscritto.

Siamo alla vigilia di quel colossale “libera tutti” che prende il nome di “liberalizzazione valutaria”. I capitali premono alle frontiere in attesa del magico colpo di pistola, ma gli Stati europei non sono ancora riusciti ad armonizzare i loro sistemi fiscali in modo da scongiurare possibili crisi valutarie. In Italia c’è chi pensa che occorra abolire la ritenuta secca sugli interessi dei titoli di Stato. “Una “partita di giro”, sostiene Sylos Labini, perché ci costringe ad aumentare i tassi. Giulio Tremonti, allora consulente fiscale del ministro delle Finanze socialista, Rino Formica, ha invece un’idea diversa: tassare in modo presuntivo non i singoli risparmiatori ma le grandi reti di intermediazione che raccolgono il risparmio e lo trasferiscono all’estero. Alla fine non rinuncia ad una stoccata provocatoria che lascia basiti Sylos Labini e Visco: “Le imposte personali sono finite, hanno esaurito la loro funzione”. Quando il resoconto della tavola rotonda viene pubblicato, la proposta di Tremonti sui titoli di Stato viene ripresa con grande evidenza da tutti i giornali. Guido Carli, alla guida del Tesoro, non l’apprezza affatto. Formica va su tutte le furie e il suo incauto consulente è costretto alle dimissioni.

Un piccolo caso politico, piccolo e tutto sommato insignificante. Ma che illumina il retroterra di un’Italia ancora sospesa, certamente preoccupata e indecisa su quale direzione prendere, e tuttavia anche fiduciosa negli scenari che l’abbattimento del muro di Berlino e la fine della guerra fredda ci potranno regalare. “Signori partecipanti – dirà qualche mese dopo nelle sue Considerazioni finali il governatore Carlo Azeglio Ciampi – dal nostro ultimo incontro la scena  mondiale è cambiata rapidamente, profondamente: si è aperta la possibilità di edificare un ordine internazionale più solidamente fondato sul diritto e sulla cooperazione”. Certo, il debito pubblico preoccupa ma la crescita è solida e il divario di inflazione con gli altri Paesi si è ridotto. C’è in tutti, compresi i protagonisti di quel dibattito economico, la sensazione di trovarsi di fronte a un bivio e soprattutto la consapevolezza che non sarà possibile tornare indietro una volta imboccata una strada piuttosto che l’altra.

La strada porterà i nostri protagonisti su lidi sicuramente non prevedibili: Tremonti passerà a Forza Italia e guiderà la politica economica dei governi Berlusconi, contro i quali tuonerà con straordinario vigore Paolo Sylos Labini. Visco sarà ministro delle Finanze dei governi Prodi e D’Alema. Quanto ai dibattiti sui giornali, raramente si vedranno negli anni successivi grandi economisti invitati a tavole rotonde: segno, forse, di una frammentazione del sapere che impedisce di fermarsi a riflettere e ad ascoltare con una certa lentezza (come ci aveva abituato a fare Eugenio Scalfari) quel che hanno da dire gli esperti.

'Pertini il combattente', Scalfari ricorda quelle telefonate in redazione. La Repubblica il 20 dicembre 2017.

"Mi chiamava quando eravamo in riunione, voleva essere messo a viva voce e ci chiedeva di quali temi ci saremmo occupati. E a volte ci dava notizie anche importanti, perché venivano dal Quirinale". Eugenio Scalfari ricorda le telefonate di Sandro Pertini durante la riunione di redazione di Repubblica in 'Pertini il combattente', il docufilm di Graziano Diana e Giancarlo De Cataldo che uscirà al cinema a febbraio.  

Scalfari: "Berlusconi mi propose di prenotare una tomba accanto alla sua villa. Gli dissi: no grazie". La Repubblica il 24 ottobre 2018.

"Sono stato amico intimo di Berlusconi quando faceva televisione e non politica", racconta Eugenio Scalfari ospite di Giovanni Floris a Dimartedì, su La7. "Un giorno - aggiunge - ci fece visitare la sua villa, accanto alla quale aveva fatto costruire 12 tombe. Mi chiese se volessi prenotarne una. Gli risposi: no grazie".

“Eugenio Scalfari, genio del giornalismo e punto di riferimento della libertà di stampa”. L’intervento dell’editore de L’Espresso. Danilo Iervolino su L'Espresso il 14 Luglio 2022.

L’Espresso di cui ho l’onore di essere l’editore è la creatura di Eugenio Scalfari, genio del giornalismo in un Paese che lo ha avuto come saldo punto di riferimento per la custodia e la cura di un bene primario come la libertà di stampa.

Sento per questo di rivolgere un commosso saluto alla memoria di un uomo che ha saputo tracciare una strada nuova nella nostra storia. Avverto l’onere di proseguire lungo quella via, coltivando e facendo crescere la sua creatura nella indipendenza che è il tratto distintivo de L’Espresso fin dalla fondazione.

Eugenio Scalfari è stato l’intellettuale capace di cogliere le sfide della modernità, tenendo saldi i principi della democrazia e difendendo il patrimonio dei diritti. Al suo settimanale ha trasmesso idee e ideali, plasmando uno strumento di informazione aperto al dialogo ma intransigente sulla questione morale. Alla famiglia Scalfari giungano le più affettuose condoglianze per una perdita che è dell’intera comunità nazionale.

È morto Eugenio Scalfari, giornalista senza se e senza ma. Il fondatore dell’Espresso è scomparso a 98 anni. L’ossessione per i pezzi d’autore e la cronaca, l’odio per le allusioni in un articolo, l’ambizione di creare con i suoi giornali un’opinione pubblica come forza politica di controllo e di tendenza. Bernardo Valli su L'Espresso il 14 Luglio 2022.

Detestava il condizionale. Faticava a tollerare il congiuntivo. Quei tempi non gli si addicevano. Se ne trovano vaghe tracce nei suoi scritti e li sconsigliava ai redattori. L’inviato di Repubblica a Varsavia, durante una delle grandi crisi polacche degli anni Ottanta, era traumatizzato dal ripetuto invito del direttore a riscrivere la corrispondenza appena mandata. Per tre volte una nota asciutta accennava a una mancanza di incisività. L’inviato, un bravo collega, non riusciva a interpretare quel rimprovero. Era sconcertato dal caparbio rifiuto del suo articolo. Infine si rese conto che l’insistente uso del condizionale dava un tono allusivo alla sua cronaca. I «se», i «ma» erano troppi. Deresponsabilizzavano lui, l’autore, e con lui risultava sfuggente Repubblica. A Eugenio Scalfari non piaceva quel vizio italiano.

Voleva pezzi “d’autore”. Repubblica doveva essere un quotidiano d’opinione, e quindi i contenuti politici di un articolo dovevano essere chiari, ma contavano soprattutto l’approccio alla realtà e il linguaggio preferibilmente asciutto, senza troppi fronzoli e colore. Era per uno stile diretto, narrativo; a chi lo usava concedeva la sua indulgenza; anche se a volte ne abusava. Esecrava le allusioni e amava la cronaca anche in politica, in cultura, perfino in economia. Era una scelta in parte ereditata da Arrigo Benedetti, con il quale aveva lavorato a lungo all’Espresso, e al quale veniva riconosciuto il merito di avere tentato di allontanare il giornalismo dalle dissertazioni comprensibili soltanto ai pochi in grado di interpretarne il senso nascosto nella nebbia dell’ambiguità.

Allo stile di Longanesi era succeduto il missirolismo. Durante il fascismo, il primo dava agli scritti di autori abili o furbi un leggero sapore di dissenso, di fronda, che sfuggiva alla censura. Nella giovane democrazia era considerata alta acrobazia giornalistica l’abilità con cui Mario Missiroli, direttore del Corriere della Sera, stilava editoriali dotti, sibillini per i comuni mortali e sempre velatamente ossequiosi verso il Palazzo. La nascita del Giorno di Gaetano Baldacci e poi l’avvento di Piero Ottone alla direzione del Corriere hanno imposto una svolta ai grandi quotidiani italiani. La critica ha assunto toni più aperti. Con Repubblica, Eugenio ha dato energia all’ambiziosa missione (già viva nel Mondo di Pannunzio e ancor più nell’Espresso di Benedetti e suo) di creare un’opinione pubblica come forza politica di controllo e di tendenza.

I cronisti della mia generazione, che avevano vissuto le precedenti aperture al Giorno e al Corriere, avvertirono la scossa. Non ci lasciò indifferenti la ribadita esigenza del fondatore di Repubblica di voler «pezzi d’autore». L’affermazione non suonava tanto come un invito alla qualità, ovvio in un giornalismo in cui la forma ha prevalso a lungo sulla sostanza, in cui la buona scrittura ha mascherato la dipendenza a tanti poteri, quanto alla volontà di avere redattori di carattere, con una personalità politica e culturale.

Per tradizione e convenienza, nei grandi quotidiani non di partito, l’irriverenza nei confronti del potere era consentita a pochi eletti, la cui autorità personale smorzava la responsabilità del giornale. Ed era spesso attutita dall’ironia, dall’uso della battuta che divertiva, ma soltanto di rado feriva. Il diritto a un’irriverenza praticata individualmente, riconosciuto agli «autori» di Repubblica, dette alla redazione formata da Scalfari un’impronta invidiata o irritante per chi non aveva quel diritto. Ed erano in molti. L’irriverenza, verso gli avversari ed anche, a volte, verso gli amici politici, aveva il valore di un puntuale, ripetuto atto di indipendenza. Era sempre là, in sospeso. Come la lama di una ghigliottina, di cui all’inizio, agli esordi di Repubblica, molti redattori potevano disporre. Anche perché non si tagliavano teste, ma si spalancavano scandali e menzogne.

Eugenio apprezzava la dignità con cui alcuni colleghi adottavano la freddezza ispirata agli stereotipi anglosassoni. Lui teneva a bada la passione, senza accorciare troppo la briglia. Non travolgeva la verità conosciuta dei fatti. Né si trincerava nella neutralità. La sua visione doveva trasparire. Esprimere un’opinione era naturale, come doveva esserlo il rispetto della realtà. A viso scoperto e senza rete di protezione : questa poteva essere la regola. Anche nel giornalismo, come nella vita privata, Eugenio era protagonista. Lo era sia nel ruolo di seduttore sia in quello di chi è esposto e vulnerabile alla seduzione. Voleva essere amato da chi lavorava con lui, ma sapeva amare. Poteva soffrire di istinto se uno, redattore o fattorino, lasciava il giornale. Il distacco da un collaboratore grande o piccolo lo feriva. In questo, come del resto nell’amicizia, aveva slanci sentimentali: era fedele come era irriducibile nella polemica. Per lui gli avversari rispettabili erano ben distinti da quelli che non lo erano. La straordinaria capacità di recupero rimarginava le sue ferite, ma la memoria era robusta.

La curiosità di giornalista non si limitava al presente ; la passione per la storia lo portava spesso a filtrare i fatti quotidiani attraverso il passato; e a studiarne le conseguenze senza paura di affrontare i rischi della verità del momento. Al giornalista affidava un ruolo difficile: quello di esercitare il diritto della società non solo a conoscere gli avvenimenti, ma anche a svelare quel c’è dietro. Il retroscena non come pettegolezzo, ma come servizio reso al lettore, cioè al cittadino che non deve essere gabbato da chi detiene il potere. Analizzava e criticava la società politica da posizioni che, nonostante il zigzagante percorso di una lunga vita italiana, possono essere riassunte facilmente in quelle di un tenace liberale di sinistra, appassionato difensore delle istituzioni.

Il suo pubblico l’ha via via individuato nella parte riformista e repubblicana della società. I suoi lettori ideali erano sostenitori dei diritti civili, ma anche dei doveri che ne derivano. Un momento di verità e di chiarezza fu quando di fronte al terrorismo, in particolare durante il rapimento di Aldo Moro, nella sinistra extraparlamentare, tra i radicali e non pochi intellettuali prevalse lo slogan «né con lo Stato né con le Br».

Slogan che Eugenio rifiutò schierandosi in difesa dello Stato repubblicano, del quale denunciava al tempo stesso le manchevolezze e dal quale esigeva il rispetto dei diritti civili. Fu una scelta di campo, che equivalse a una rifondazione del giornale, nato da poco e ancora intento a precisare la propria identità. Lui stesso l’ha scritto. 

La scelta di settimanalizzare il quotidiano, ossia di offrire sempre più non la sola notizia, ma la sua genesi, i suoi effetti e il ritratto dei suoi protagonisti, colpevoli o innocenti o vittime, oggi applicata dalle grandi testate internazionali, fu la profonda riforma attuata da Eugenio. Lui la promosse da giornalista intellettuale quale era. L’espressione «intellettuale», nata dall’Illuminismo al quale si ispirava (Denis Diderot era il suo eroe), gli si addiceva in pieno. E spiega il suo giornalismo. La formazione originaria era quella di un economista. L’interesse letterario ( e filosofico) si è esteso col tempo e ha influenzato il suo giornalismo, e la sua redazione fin dalle origini. Durante i primissimi passi di Repubblica, Rosellina Balbi, responsabile delle pagine culturali, e Orazio Gavioli, responsabile di quelle degli spettacoli, furono gli interpreti indipendenti, di quella sua natura. Balbi e Gavioli spesso disubbidivano, prendevano iniziative che non condivideva. Ma lui accettava l’insubordinazione di quei due personaggi che stimava con lo spirito, appunto, di un giornalista intellettuale.

Addio Eugenio Scalfari, con te se ne va il secolo di carta. La storia unica del fondatore dell’Espresso, dagli inizi di via Po fino a Repubblica. Con il sogno di un’informazione più moderna, libera e democratica. Bruno Manfellotto su L'Espresso il 14 Luglio 2022.

Con Eugenio Scalfari, che si è spento la mattina del 14 luglio a 98 anni, se ne va in fondo anche il “secolo di carta”. Quello dei settimanali irriverenti e combattivi, dei grandi quotidiani d’informazione e di battaglia, del giornalismo moderno che si fa protagonista della politica e dell’economia. Insomma, il “suo” secolo, perché su di esso Scalfari ha imperato come nessun altro, e lasciato un segno profondo inventando stili, rinnovando formule, fondando giornali. E naturalmente vivendo la vita con pienezza.

E dunque è ben difficile riassumere qui e ora i momenti salienti di una lunga esistenza, le tante esperienze in cui si è lanciato, sempre con il piglio – e spesso con la palma – del vincitore: giornalista, amministratore, direttore, saggista, romanziere, infine poeta, sempre marito e amante. I tanti volti di un uomo cui è toccato in sorte perfino di conquistare l’amicizia del Papa. Forse meglio indagare allora le radici, la genesi, le velleità di una lunga e bella avventura, anche perché coincidono con la nascita e la vicenda stessa di questo giornale, “L’Espresso”. Dal quale peraltro tutto il resto è cominciato.

Una storia, è vero, raccontata e scritta mille volte, forse perfino mitizzata. Eppure vale la pena ricordarne ancora alcuni dettagli illuminanti, se non altro perché spiegano bene molti degli eventi che si sono succeduti dopo: il successo del settimanale, l’azzardo vincente di “Repubblica”, la poderosa catena dei giornali locali, in altre parole l’irruzione sulla scena di un modo diverso di fare giornalismo che influenzerà a lungo l’intero mondo dell’informazione.

Dunque, una mattina di primavera del 1955 due giovani uomini arrivano a Ivrea, negli uffici dalle grandi vetrate della Olivetti, per incontrare Adriano, patron dell’azienda che porta il nome di famiglia, imprenditore illuminato, l’animatore del Movimento di Comunità pensato e fondato nell’assoluta convinzione che far convivere sviluppo industriale e diritti dei lavoratori e studiare un’organizzazione del lavoro più umana avrebbe reso la fabbrica più efficiente e la società più democratica.

Uno dei due ospiti è Arrigo Benedetti, ha 45 anni, viene dalla brillante scuola giornalistica di “Omnibus” e di Leo Longanesi e ha già fondato e diretto due settimanali di successo, “Oggi” e “L’Europeo”. L’altro è Eugenio Scalfari, di anni ne ha 31, ha da poco sposato Simonetta De Benedetti – figlia di Giulio, il geniale e spietato direttore della “Stampa” di Torino – ed è un ex funzionario di banca che ora scrive per il “Mondo” di Mario Pannunzio articoli puntuali sui potentati dell’economia che per vivacità e autonomia di giudizio hanno colpito il patron della Banca Commerciale, il mitico Raffaele Mattioli. Anzi, è proprio Mattioli a spingerli a coinvolgere Olivetti nel progetto.

I due amici sognano un nuovo giornale, un quotidiano totalmente diverso dagli altri perché immaginato come un settimanale che esca tutti i giorni, e che nel quotidiano porti dunque le peculiarità del settimanale. Tre i principali campi d’indagine: politica cultura economia (parole che ancora oggi spiccano sotto la testata dell’“Espresso”); grafica accattivante; massima attenzione alla scrittura; inchieste, approfondimenti, punti di vista originali: in nuce c’è già “la Repubblica”, no? A Olivetti viene spiegato il progetto, e gli piace assai; anche presentato un preciso, dettagliato piano industriale, costi e ricavi, che però gli appare subito troppo impegnativo per lui. Troppo costoso. Si offre allora di contribuire all’impresa, di acquisire una partecipazione minore, ma suggerisce di rivolgersi a qualcuno con le spalle più robuste, la Fiat di Vittorio Valletta o l’Eni di Enrico Mattei.

Per tante ragioni, i due scelgono Mattei. Che li riceve subito, s’invaghisce del progetto e senza por tempo in mezzo si propone come azionista di maggioranza della nuova creatura. Era fatta, finalmente si poteva partire. Benedetti e Scalfari, felici, tornano con la buona notizia da Olivetti che invece li gela: l’idea di entrare in società con l’Eni non lo convince affatto, troppa sproporzione tra i due azionisti, bolla la possibile alleanza come «un pasticcio di allodola e cavallo». Ed è a questo punto che anche Benedetti e Scalfari cominciano a temere che il “cavallo”, l’Eni, la potente Eni dell’attivissimo Mattei possa diventare per loro troppo ingombrante, predominante, e finire per condizionare idee e progetti. E si accordano con Olivetti per il settimanale.

Pochi mesi dopo Mattei manderà in edicola “Il Giorno”, un quotidiano molto simile per formato e impostazione a quello che gli era stato raccontato. Ci vorranno invece vent’anni perché quel primo progetto spiegato a Olivetti e Mattei prenda finalmente corpo e Scalfari fondi la “Repubblica” (che non a caso ingaggerà subito molte firme del “Giorno”, a cominciare da Giorgio Bocca), ma in fondo tutto era già scritto. Ed è per questo che le scommesse dell’“Espresso”, di “Repubblica” e perfino della catena di giornali locali costruita con passione e pazienza da Carlo Caracciolo, vanno lette l’una pensando anche alle altre. Perché appartengono alla stessa storia, nascono dalle stesse radici.

Che giornale è da subito “L’Espresso”? È un settimanale politicamente e culturalmente libero, alquanto libertino nel costume, che fa dell’irriverenza verso il potere il suo tratto distintivo. Adotta lo splendido formato “lenzuolo” che consente una titolazione robusta e un uso spregiudicato delle fotografie: tagliate e a volte talmente ingrandite da sgranarle. La scansione segue proprio l’ordine politica-cultura-economia. La cura della scrittura è ossessiva: Benedetti, il direttore che sogna di firmare grandi romanzi, sostiene di pubblicarne uno che va in edicola ogni settimana. E infatti assolda scrittori (Cancogni, Moravia, Eco, Sciascia, Arbasino…) e li usa come giornalisti, o pretende che questi si trasformino in quelli. Mitiche le sue sfuriate, gli articoli appollottolati e gettati nel cestino e poi implacabilmente fatti riscrivere e riscrivere ancora.

All’inizio, su tutto faceva premio proprio l’intransigenza stilistica e laica di Benedetti, detto il Tonno per via di un corpo tozzo e rotondo poggiato su due piedini, intorno al quale si forma un gruppo di intellettuali determinati a denunciare la corruzione, la mala amministrazione, l’intreccio perverso tra politica e affari: «Missionari laici in un’Italia cattolica, arruffona, pasticciona», riassumerà più tardi Caracciolo. Tutti ricordano e citano a mo’ di marchio di fabbrica le inchieste di Cancogni contro il sacco di Roma (“Capitale corrotta=Nazione infetta”), ma poi seguiranno negli anni gli scandali della Federconsorzi, delle banane, quello dei tabacchi, dell’aeroporto di Fiumicino, l’inchiesta sulla miseria nel Mezzogiorno, il “tintinnar di sciabole” del Piano Solo approntato da carabinieri e Sifar…

Scalfari s’è ritagliato il ruolo di direttore amministrativo, ma scrive articoli d’economia con una chiarezza, un’indipendenza e una competenza fino ad allora poco praticate sui giornali. Conversa con Guido Carli, governatore della Banca d’Italia, e ne traduce il pensiero in articoli firmati con lo pseudonimo di Bancor. Denunciando le insane commistioni di politica e affari, comincia ad attaccare quella “razza padrona” di boiardi di Stato – il cui campione è Eugenio Cefis – che innerverà molte campagne dell’“Espresso e poi di “Repubblica” e che negli anni Settanta diventerà un best seller scritto a quattro mani con Peppino Turani.

Anno dopo anno il peso di Scalfari diventerà via via maggiore e l’Espresso si caratterizzerà per praticare un giornalismo lontano dal mito anglosassone dei fatti separati dalle opinioni caro a Lamberto Sechi che su questa pietra fonderà nel 1962 a Milano il mondadoriano “Panorama”, aspro concorrente del settimanale di via Po, e primo ad adottare il formato e la filosofia dei news magazine americani come “Time” al quali esplicitamente si ispira.

No, piuttosto della tradizione anglosassone Scalfari ha adottato il principio del giornalismo come cane di guardia del potere e per questo ha sempre interpretato e praticato un’informazione orgogliosamente e dichiaratamente di parte, nel senso di criticare, prendere posizione, dichiarare i propri bersagli. Insomma, un giornale con il gusto della provocazione, protagonista del dibattito politico e culturale, che ha l’orgoglio delle sue idee e il coraggio di difenderle. Diceva Caracciolo: «Un giornale cosi non può che essere, sia pure in forme non ossessive né ringhiose, un giornale contro».

Anche il campo scelto è esplicito fin dagli esordi: in senso lato è quello liberal democratico, riformista, post azionista, alquanto radicaleggiante (contiguo all’inizio alla pattuglia del Partito radicale) che guarda a sinistra e si identifica soprattutto con Ugo La Malfa. Quando nel 1967 prende il posto di Benedetti che lascia la direzione, ufficialmente nella speranza di scrivere finalmente i suoi romanzi, ma in verità perché in disaccordo con la linea assunta dal giornale allo scoppiare della Guerra dei Sei Giorni, Scalfari scrive: “Noi il nostro campo l’abbiamo scelto da molto tempo e una volta per tutte: siamo contro tutte le dittature di qualsiasi colore, sovietiche, greche, spagnole o nasseriane che siano; siamo contro la violenza e l’incitamento alla violenza da qualunque parte provenga… Siamo, dovunque, con le colombe e contro i falchi, anche se è vero che talvolta, per sopravvivere, le colombe debbono mettere becco e artigli. Per difendersi. Mai per aggredire”.

La dichiarata partigianeria di Scalfari, la sua scarsa fede in una obiettività dell’informazione troppo spesso solo formale – formidabili gli scontri in materia con Indro Montanelli, l’altro grande protagonista del secolo di carta – varrà prima all’“Espresso” e poi soprattutto alla “Repubblica”, fin dal suo debutto nel gennaio 1976, l’acida definizione di giornale-partito. Che in realtà non dispiaceva più che tanto al Fondatore che piuttosto la leggeva come il riconoscimento della missione politica e civile che i suoi giornali s’erano dati, quella di rendere l’Italia più moderna e democratica. Da una parte combattendo contro il verminaio del malaffare, della corruzione, della cattiva amministrazione, dell’omertà, dell’egoismo corporativo e di lobby che ha inquinato così tante volte la vita politica e civile; dall’altra, presuntuosamente spingendo per modernizzare e cambiare la sinistra italiana, a cominciare dal Pci, perché assomigliasse sempre più a quella dei grandi paesi democratici europei.

I “missionari” s’accingono dunque all’impresa più grande, la nascita di “Repubblica”, avendo ben chiaro in testa quel mandato. La redazione stessa viene costruita pescando in un campo largo (da “Paese Sera” al “Giorno” all’“Unità”); la pagina dei commenti è una tribuna aperta a opinionisti anche difformi (per i suoi interventi Alberto Ronchey pretenderà la testatina “Diverso parere”); la scansione delle pagine segue la miscela già sperimentata: politica, cultura, economia. Tutto sotto il controllo personale e diretto di Scalfari. Mitica la quotidiana riunione di redazione, detta “la messa cantata”, le telefonate con i potenti del momento mandate in viva voce via interfono perché tutti i giornalisti ascoltassero, cogliessero i toni da adottare in circostanze simili, seguissero l’esempio, comprendessero chi teneva la barra del timone. Una volta, come raccontano Antonio Gnoli e Francesco Merlo in “Grand Hotel Scalfari – Confessioni libertine su un secolo di carta”, il libro-intervista del 2019, il direttore porta in riunione il nastro della sfuriata di Arturo Toscanini ai suoi orchestrali perché tutti si diano una regolata. Se lo poteva permettere, perché gli veniva riconosciuto un carisma di cui lui stesso era conscio e del quale si beava da sempre. Lasciamo ancora la parola a Carlo Caracciolo, l’editore e amico: «Una volta sentii dire di lui: “Porta la testa come il Santissimo”». Appunto.

Insomma quella “certa idea dell’Italia”, citazione gobettiana orgogliosamente rivendicata e adattata alla bisogna, ha sempre scandito la lunga stagione di Scalfari e dei suoi giornali. Discendeva dai valori e dall’esperienza del Partito d’Azione ma, chiusa quella stagione lontana, essa è rimasta sempre viva nello sforzo quotidiano di migliorare e cambiare un Paese diviso, incerto, frenato dai suoi stessi limiti culturali e istituzionali. Il “secolo di carta” lungo il quale si è sviluppato il sogno di un’informazione più moderna, libera e democratica, si va chiudendo. Ma ora che Scalfari non c’è più quell’impegno resta nel dna delle sue creature. Se non altro perché il Paese non è ancora quello che i “missionari laici” sognavano.

Ciao Direttore, andremo avanti nel solco dei tuoi insegnamenti. Lirio Abbate su L'Espresso il 14 Luglio 2022.

Oggi è una giornata buia per questo settimanale e per l’intera stampa libera. Noi non possiamo che ringraziare per quello che Eugenio Scalfari ci ha dato. E promettere che terremo alta la bandiera del suo giornalismo

Quella sua idea di fare giornalismo, con le battaglie politiche, culturali e sociali, ha modificato la nostra vita, e sicuramente ha migliorato la mia vita professionale. E il dolore per la sua scomparsa è profondo non solo in me ma in tutta la redazione de L’Espresso. Abbiamo perduto il fondatore, il padre di questo giornale, “il Direttore” come l’ho sempre chiamato per il rispetto professionale e per la stima. Oggi è una giornata buia per questo settimanale, ma anche per l’intera stampa libera. E la commozione a ricordarlo mi assale, perché scrivere di Lui in questa giornata di lutto e dolore, seduto al posto in cui Lui è stato tanti anni fa non è facile. E per questo voglio trasmettervi il valore non solo umano ma identitario che Scalfari ci ha donato e insegnato.

“Il Direttore” amava ricordare che L’Espresso era nato per affermare il valore dell’innovazione, d’un accordo produttivo tra gli imprenditori e i lavoratori per portare la sinistra democratica al governo del Paese, purché quella sinistra abbandonasse l’ideologia marxista e soprattutto le sue aberrazioni. Volevano una forza riformista, con libera Chiesa in libero Stato, capace di lottare contro la corruzione e l’evasione fiscale. 

Nella stanza che occupo oggi ci sono due grandi fotografie appese alle pareti: nella prima è Lui, in piedi, sorridente, davanti a Carlo Caracciolo che ha in mano una copia de L’Espresso, scattata da Enrica Scalfari; la seconda è un incontro pubblico al Salone del Libro di Torino, al quale eravamo seduti l’uno accanto all’altro, per dialogare e analizzare i fatti del nostro tempo. Sono immagini che segnano questa vita, ma anche quella che verrà, la strada che percorreremo.

Grazie “Direttore” per quello che ci hai dato.

Proseguiremo nel solco dei tuoi insegnamenti e delle tue idee, tenendo alta la bandiera del tuo giornalismo.

“Comprendere la realtà, fuori da ogni pregiudizio”: Il primo editoriale di Eugenio Scalfari sull’Espresso. Il messaggio ai lettori del 9 giugno 1963, quando diventò direttore della nostra testata succedendo ad Arrigo Benedetti. Eugenio Scalfari su L'Espresso il 14 Luglio 2022.

Nel momento in cui assumo la direzione dell'"Espresso" non credo sia necessario riaffermare la fedeltà del giornale ad una linea politica e ad uno stile professionale ormai collaudati dal tempo, né tracciare programmi per il futuro. I nostri atteggiamenti sono quelli che derivano dai motivi per i quali, nell'ottobre del 1955, “L'Espresso” nacque e dall'azione che esso ha condotto fino ad ora. Ne ha già parlato la settimana scorsa, nel dare l'annuncio del cambiamento di direzione, Arrigo Benedetti con la sobrietà che gli è propria tutte le volte che egli sia obbligato a parlare di sé o delle cose che per larghissima parte si riconducono a lui. A quanto Benedetti ha detto posso solo aggiungere qualche riga.

“L'Espresso” cominciò le pubblicazioni nel momento del più chiuso centrismo, in una situazione politica stagnante e apparentemente senza avvenire, guidata da una classe dirigente insensibile ad ogni critica, ad ogni opinione indipendente e non conformista. Eppure, mai come allora l'opinione pubblica era inquieta, desiderosa di nuovi stimoli e di certe verità. 

Per corrispondere a quelle aspettative e a quei bisogni nacque “L' Espresso”, oserei dire assai più evocato dai suoi futuri lettori che non imposto ad essi dall'iniziativa di un gruppo di giornalisti e di intellettuali. L'obiettivo che si propose non fu soltanto d'affermare la possibilità ed anzi la necessità d'una politica diversa da quella tradizionale. Al di là d'un programma politico ci fu il tentativo di comprendere la realtà fuori da ogni pregiudizio e da ogni interesse particolare, rivelandone obiettivamente tutti gli aspetti, fossero essi piacevoli o spiacevoli, edificanti o miserabili.

Via Po, Olivetti e Mattei, il cestino di Benedetti: "la fantastica avventura” dell’Espresso di Eugenio Scalfari. La redazione iniziale, i progetti, i primi successi. Vi riproponiamo l’articolo che il fondatore scrisse in occasione dei 50 anni dell’Espresso nel 2005. «Bisogna sapere in che modo nascono le cose per capirne le modalità, il Dna che poi ne governerà lo sviluppo e si trasmetterà di generazione in generazione». Eugenio Scalfari il 2 ottobre 2005.

Ancora le rivedo quelle quattro stanze al pianoterra di via Po 12 dove entrammo, Arrigo Benedetti, Antonio Gambino ed io, ai primi di settembre del 1955 per preparare il primo numero de "L'Espresso" che arrivò nelle edicole il 2 ottobre.

Per l'esattezza, oltre alle quattro stanze che davano sulla trafficatissima via, c'era uno stanzino che fu adibito a segreteria di redazione e dove si installò Lily Marx, un gabinetto provvisto di bidé e lavabo e un corridoio che finiva davanti ad una porta chiusa, al di là c'era la Sara, una società di assicurazioni automobilistiche che divideva con noi l'appartamento.

In compenso (e in contrasto visibile con la modestia di quei locali) la porta d'ingresso era incorniciata da due colonne bianche dopo le quali un'anticamera con finestra con un tavolo per il centralino e una panca per i due commessi.

Arrigo scelse la sua stanza d'angolo. Non scostò neppure le tendine ai vetri della finestra e dette un'occhiata distrattissima all'ambiente. Badò solo che la lampada sulla scrivania fosse dalla parte giusta per far luce sui fogli, che non mancassero i block-notes nel cassetto, le penne, le matite, le forbici, i rotoli di scotch, la gomma per cancellare, un righello, una squadra, un compasso. Insomma gli oggetti semplici da scuola elementare che gli erano necessari per impaginare. In un angolo della stanza c'era infatti un tavolo da disegno inclinato su un cavalletto. Nella parete dietro la scrivania due mensole per i libri. Nella parete di fronte un armadio a cassettiera.

Nell'altro angolo un attaccapanni. A lato della scrivania un grosso cesto che presto diventò celebre per la quantità di carta appallottolata che vi finiva dentro, articoli scartati, menabò, schizzi di pagine, appunti diventati inutili. Quel cesto, che seguì il primo direttore de "L'Espresso" nelle varie stanze dove successivamente peregrinò man mano che nuovi ambienti si aggiungevano a quelli iniziali, fu testimone muto di reprimende, insegnamenti, esortazioni, litigate, pianti e soprattutto carriere gloriose o spezzate sul nascere, costellate da pagine cestinate e da correzioni spesso gridate dalla voce del "Tonno", come Benedetti venne rapidamente battezzato dai suoi redattori. 

Nella stanza accanto prendemmo posto Gambino in funzione di caporedattore ed io direttore amministrativo. Nelle due camere successive la redazione: Fabrizio Dentice, Enrico Rossetti, Sergio Saviane, Mario Agatoni, Franco Lefebvre e Carlo Gregoretti che, oltre a mansioni di inviato, aveva anche quella assai importante di grafico. Non so se dimentico qualche nome, ma non credo. Poche settimane dopo si aggiunsero Gianni Corbi e Mino Guerrini. Manlio Cancogni era l'inviato di spicco, ma non veniva in redazione se non per consegnare i suoi pezzi.

Poi guadagnammo un'altra stanza e assumemmo una steno-dattilografa. E questa fu la partenza di un'impresa che, a vederla oggi, è un gigante mediatico il cui valore patrimoniale si ricava dai listini di Borsa, che occupa migliaia di dipendenti e dà lavoro a migliaia di collaboratori, possiede "la Repubblica" (della quale cadrà nel prossimo gennaio il trentesimo anniversario), una dozzina di giornali locali, quattro radio, un sito Internet tra i più visitati, periodici e supplementi e naturalmente "L'Espresso", dal quale tutto questo cominciò.

Forse i lettori che ci seguono fin dal primo numero di cinquant'anni fa (ce ne sono, ve l'assicuro, a me capita di ricevere spesso loro lettere e telefonate e li considero come i Mille che partirono da Quarto per Marsala alla conquista di mezza Italia) non sanno che l'idea iniziale di Benedetti e mia era di fondare un quotidiano.

Avevamo cominciato a pensarci fin dal 1952 quando Arrigo dirigeva ancora "L'Europeo" che aveva fondato con l'editore Mazzocchi nel 1946.

"L'Europeo" era allora il settimanale più "chic" nel panorama dell'editoria settimanale. Con un formato delle stesse dimensioni d'un quotidiano, grandi foto, mondanità, cronaca, cultura, impegno politico. Quella era sempre stata la cifra di Benedetti, in parte ereditata dalla scuola grafica di Longanesi, ma applicata ad un'idea di liberalismo di sinistra che spesso trascolorava in un vero e proprio liberal-socialismo.

La stampa settimanale, in un paese ancora privo di televisione e di giornali popolari, con giornali quotidiani poveri di pagine e in libertà vigilata da proprietà industriali che non volevano grane con il governo e con i poteri forti, era l'unico settore veramente libero e moderno dell'editoria giornalistica. Si inventò una grafica, un linguaggio, una strategia editoriale. La prima linea era composta da tre campioni: "L'Europeo" occupava il settore di centrosinistra, il "Tempo" di Tofanelli il centro repubblicano, "Oggi" di Rusconi la destra monarchica.

Ma dopo sette anni di successi Benedetti aveva voglia di cambiare. Sognava un quotidiano. E ne discuteva con me.

Potrà sembrare strano che fossi proprio il confidente e il collaboratore dei suoi progetti. Ero di quattordici anni più giovane, lavoravo in una banca, avevo cominciato a collaborare con articoli di argomento economico al "Mondo" di Mario Pannunzio nel 1950, poi a "24 Ore" allora diretto (e fondato) da Arturo Colombi. E poi all'"Europeo". Ma non ero un giornalista, anche se quella era la mia passione.

Arrigo praticamente mi adottò e mi insegnò come si deve scrivere per un giornale di grande diffusione. Tanto più se ci si occupa di temi economici, astrusi ma interessanti per definizione.

Anch'io conobbi le sue sfuriate e il cestino (cestone) dell'"Europeo". Probabilmente avevo qualche talento perché di sfuriate ce ne furono tre o quattro. Dal secondo mese di collaborazione capii e il cestino, per quanto mi riguardava, uscì definitivamente di scena. Ovviamente non ho mai cessato di studiare perché la nostra è una professione dove gli esami non finiscono mai. Ma la mia gavetta fu quella e durò molto poco.

Quando Benedetti cominciò a sognare il suo quotidiano e a parlarne con me abitavamo a Milano in via Melzi d'Eril, una traversa all'inizio di Corso Sempione a duecento metri dal Parco. Lui e la sua famiglia al secondo piano d'una palazzina, io in due camere al terzo. Per puro caso. Ero arrivato a Milano due anni prima, cercavo un alloggio da affittare e l'avevo trovato lì. Dopo pochi mesi ero di fatto entrato a far parte della famiglia Benedetti.

I lettori mi perdoneranno se indugio un po' su questi ricordi, ma bisogna sapere in che modo nascono le cose per capirne le modalità, il Dna che poi ne governerà lo sviluppo e si trasmetterà di generazione in generazione fino a quando la spinta iniziale conterrà forza propulsiva e ragion d'essere nel mondo mutevole che ci circonda.

Dunque un quotidiano. Che ereditasse la grafica e il linguaggio del settimanale. La sua spregiudicatezza. Il gusto di accoppiare la leggerezza con la serietà, la futilità con l'impegno, la trasgressione con la responsabilità, lo snobismo del gusto con il rigore dei pensieri.

Non credo che abbiate bisogno di altre spiegazioni perché quel quotidiano voi l'avete visto, lo vedete ancora e continuerete, spero, a leggerlo per molto tempo. Aggiungo soltanto che, trasferitici tutti e due a Roma nel 1954, nella primavera del 1955 il progetto di quotidiano era pronto e il piano industriale anche. Andammo a Ivrea, Arrigo e io, per incontrare il solo industriale che ci desse fiducia: Adriano Olivetti. La sua risposta fu: «Il progetto mi piace, ma da solo non ce la faccio. Di altri soci possibili ne vedo uno solo, Enrico Mattei. Proponetelo anche a lui e vedremo se ci starà».

Trattammo per due mesi con Mattei che alla fine accettò. Tornammo felici a Ivrea, ma Adriano nel frattempo aveva cambiato opinione. Ci disse che per lui fare società con l'Eni era come preparare un pasticcio d'un cavallo e d'una allodola. «Se volete fare un quotidiano fatelo con Mattei, basta e avanza. Ma se scegliete me io posso finanziare soltanto un settimanale».

Ci pensammo su quarantott'ore e la conclusione fu che se avessimo scelto l'Eni avremmo fatto un pasticcio tra un cavallo e una mosca. Perciò decidemmo per Olivetti e nacque "L'Espresso". Poi, un anno e mezzo dopo, Olivetti decise di ritirarsi: aveva avviato il giornale e preferì lasciarlo a noi. Regalò gran parte delle azioni a Carlo Caracciolo, a Benedetti e a me il 5 per cento ciascuno.

Il nome della testata lo prendemmo da "L'Express", fondato a Parigi poco tempo prima da Jean-Jacques Servan Schreiber, che conoscevamo e diventò nostro amico. Lui faceva allora un giornale che aveva come riferimento Mendès France. I nostri riferimenti politici furono Ugo La Malfa e Pietro Nenni che già stava sganciando il Psi dal Partito comunista. Ma la nostra intesa politica e giornalistica era soprattutto con Mario Pannunzio, Ernesto Rossi e il gruppo del "Mondo".

Col passar dei mesi e degli anni "L'Espresso" crebbe, le vendite aumentarono, la redazione si allargò e così pure i collaboratori. Direi che i titolari delle rubriche culturali radunarono il meglio della cultura italiana di allora: Alberto Moravia il cinema, Sandro De Feo il teatro, Massimo Mila la musica, Bruno Zevi l'architettura, Geno Pampaloni e poi Paolo Milano la letteratura, Lionello Venturi e poi Giuliano Briganti le arti figurative. Inviati di grande spicco, collaboratori di prima scelta dalle capitali europee e dagli Usa. I direttori in questo mezzo secolo sono stati in ordine cronologico Arrigo Benedetti, Eugenio Scalfari, Gianni Corbi, Livio Zanetti, Giovanni Valentini, Claudio Rinaldi, Giulio Anselmi e ora Daniela Hamaui.

Abbiamo passato periodi felici e periodi agitati. Nei primi anni un paio di volte siamo stati sull'orlo del fallimento. Nel '76 è uscita "la Repubblica". E tutto il resto. La struttura editoriale è naturalmente cambiata, ma Carlo Caracciolo è stato in questi primi cinquant'anni il presidente del Gruppo, mantenendo la continuità della linea e lo standard della qualità. Da tempo la società è quotata in Borsa e l'azionista di controllo è la Cir di Carlo De Benedetti. Debbo dire che in questo lungo arco di tempo gli azionisti della società sono stati scelti dai fondatori molto più di quanto non sia avvenuto il contrario e questa è stata la vera forza e la garanzia d'indipendenza delle testate del Gruppo.

Mi capita spesso d'incontrare lettori, giovani, anziani e vecchi, che mi dicono di essersi formati sulle pagine dei nostri giornali. Nei primi tempi era una piccola minoranza. Ora sono milioni di persone. L'altro giorno è venuta a trovarmi una vecchia coppia (entrambi insegnanti in pensione), i figli quarantenni e tre nipoti tra i 18 e i 27 anni. Sono marchigiani. Uno dei figli studia per un master al Mit, un altro collabora col padre nell'azienda di famiglia (componentistica per auto). La giovane figlia insegna anche lei nelle scuole superiori.

Il padre-nonno di questa bella famiglia, che mi aveva scritto per fissare l'appuntamento, m'ha detto che era voluto venire con tutti i suoi per portare gli auguri di tre generazioni cresciute sulle pagine dell'"Espresso" e di "Repubblica". La mamma-nonna aveva con sé dei fiori di campo. Ci siamo abbracciati. Spero di andarli a trovare ad Ancona.

«Sarai stato contento», m'hanno detto le persone che mi vogliono bene e alle quali ho raccontato di quell'incontro. Ho risposto: «Molto contento. Mi sembra che sia stata per tutti noi una fantastica avventura. Cominciata in una stagione lontana. Molto lontana...»

Eugenio Scalfari: «Io e Calvino nel segno di Atena». Il 19 settembre del 1985 moriva lo scrittore. Il ricordo dell'amico e compagno di scuola, dagli anni del liceo a quelli di "Repubblica". Sabina Minardi su L'Espresso il 15 settembre 2025.

"Dimentica e ricorda", scriveva Italo Calvino su “la Repubblica”, in un omaggio a Octavio Paz nel settembre del 1984: «Ricordare è necessario, ma dimenticare è una funzione altrettanto vitale per il pensiero. Il vero compito dell’intellettuale è quello di aiutare a ricordare il dimenticato, ma per fare questo deve prima aiutare a dimenticare ciò che ricordiamo troppo: idee ricevute, che ci impediscono di vedere e pensare e dire il nuovo». 

Questo è il punto: a trent’anni dalla morte, si può dire qualcosa di nuovo su Calvino? Eugenio Scalfari, che dello scrittore è stato amico sin dagli anni di scuola a Sanremo, coglie la sfida. E, tra parole e immagini, tra contemporanei in carne e ossa e consanguinei dell’anima, di quell’amicizia molte volte raccontata distilla, oggi, l’essenza. Parla delle affinità istintive. Ammette l’influenza esercitata sulle sue riflessioni: come la lezione sulla leggerezza, consapevolezza che dà un ritmo diverso alla vita. E come nella prima delle “Lezioni americane”, il dialogo ondeggia tra due tentazioni: togliere peso ai ricordi, trasformandoli in un pulviscolo di sensazioni e di suggestioni. E comunicarne lo spessore, la concretezza, le date e i fatti. Con Atena ed Ermes a volteggiare intorno; Leopardi e Borges in agguato, e il jazz per divagare. E ribadire: ricordi da ridere e da emozione vera. 

Il giorno dopo la morte di Calvino ha scritto un ricordo intitolato “Quando avevamo diciotto anni”, che si conclude così: “Il ricordo di quell’‘allora’ dovrò conservarlo io per tutti e due, fino a che potrò”. In questi anni ha rilanciato costantemente l’eredità culturale di Calvino. Perché ha sentito questa responsabilità?

«Arrivai al Liceo Cassini di Sanremo nel 1938, avevo 14 anni, lui 15. Fummo assegnati nel banco insieme e per due anni su tre condividemmo lo stesso posto. Presto si formò una specie di banda di una quindicina di ragazzi, che non era fatta dai primi della classe, ma dai più interessati a porsi domande. Ci incontravamo il pomeriggio in una sala di biliardo, c’era chi giocava, chi preparava i compiti, altri che chiacchieravano. E una volta Calvino ci sorprese con una frase: “Noi abbiamo tutti insieme incontrato Atena”. Nessuno capì il significato. Allora lui spiegò: “Perché Atena è la dea di tante cose, ma soprattutto della polis, cioè del senso civico, e dell’intelligenza”. Non a caso era uscita dalla testa di Zeus già armata. Tutto ha inizio con quella frase. In seguito, spesso gli chiedevo: “A che punto è il tuo rapporto con Atena?”». 

Eppure eravate diversissimi. Laico lui, lei con madre cattolica. Lui del Nord, lei arrivava da Civitavecchia ed era iscritto ai Gruppi universitari fascisti. Che cosa vi attirò l’uno verso l’altro?

«Avevamo l’età in cui la curiosità comincia a rivolgersi al mondo. La curiosità è libertà. E supera le appartenenze: io ero fascista ma lui non era antifascista, tant’è che scrisse sul giornale del Guf perché io lo spinsi a farlo. Scherzavamo. Formavamo partiti di cui eravamo unici iscritti. Inventammo “Filippo”...». 

Cioè Dio.

«Certo, Dio. Ridevamo: “Sarà un viaggio lungo, ma partiamo”. “Se lo troviamo bene, altrimenti pazienza”. “Ma non possiamo chiamarlo Dio”. E allora Italo disse: “Filippo. È più bonario...». 

Discutevate di scienze, di cosmologia. Lei gli propose di entrare in un partito aristocratico-sociale. In un giorno d’estate creaste un sistema filosofico: la filosofia dello slancio vitale. L’entusiasmo che descrive cozza con l’immagine di Calvino rigoroso e schivo che abbiamo ereditato. Ha dei ricordi di questi pudori e ombrosità?

«Nel tempo lui è cambiato. Ma a quell’epoca aveva un ritegno e una timidezza totali verso le donne. Mentre noi le corteggiavamo, lui no. Gli facevamo degli scherzacci, come lasciarlo in mezzo al mare con una ragazza complice, per metterlo in imbarazzo. Per non parlare della prima visita che facemmo, in minore età, sponsorizzati da alcuni ripetenti, al bordello». 

Andaste insieme?

«Meglio tralasciare». 

A proposito di donne, però. Nel 1979 esce “Se una notte d’inverno un viaggiatore”. I lettori si innamorano di Ludmilla, la lettrice pura. E in una lettera a Elsa De Giorgi si legge: “Io voglio scrivere del nostro amore, voglio amarti scrivendo, prenderti scrivendo, non altro”. Tutta un’altra storia.

«Sì, crescendo il suo rapporto con le donne cambiò molto. Concepiva la passione, il possesso fisico». 

Che idea si è fatto, nel tempo, della passione con la De Giorgi?

«Noi non avevamo contatti in quel periodo. La nostra vita comune durò dal settembre del 1938 fino all’8 settembre del ’43: fummo tutti promossi con lo scrutinio di guerra. Io mi iscrissi all’università di Roma, lui andò prima a Perugia, poi a Torino. Perdemmo i contatti. Negli anni seguenti, quando era editor dell’Einaudi, se veniva a Roma mi dava sempre una telefonata. Una volta, d’estate, gli chiesi se voleva venire con me a Lido dei Pini. Appena vide tutte le signore discinte mi disse: “Guarda che queste donne hanno bruttissime gambe, non mi piace, me ne vado”. Non era vero, ma le giudicò così: al punto da andarsene. Della storia con Elsa De Giorgi venni a sapere solo in seguito». 

È il solito dilemma: quanto il privato di un autore aiuti a coglierne opere e cambiamenti stilistici. Le lettere, ad esempio: Calvino ne ha scritte moltissime. Anche a lei.

«Quando eravamo lontani, io a Roma e lui a Torino, ci scrivevamo quasi ogni settimana. Queste lettere sono una quarantina. Dopo la morte, volli pubblicarne un paio e dovetti chiedere il permesso alla moglie, un’argentina che aveva un suo carattere. Prima disse no. Poi acconsentì, a patto di sceglierne lei due. Le più sciocche. Le ritelefonai dicendo che ero interessato a una terza. “No, quella no. Voglio fare io una pubblicazione”. “Sì, ma delle mie dovrò darti io il consenso: dobbiamo venire a un accordo”. Disse sì: “Ma sia l’ultima volta che mi usi questa prepotenza”. Non era una prepotenza». 

Per un po’ di anni vi perdeste di vista. Quando vi ritrovaste?

«Seppi che era andato a Parigi. Era diventato amicissimo di Bernardo Valli, il quale all’epoca lavorava per il “Corriere della Sera”. A un certo punto andò a Parigi anche Pietro Citati, sempre per il “Corriere”. Allora pensai di fare una gita. Chiamai Giancarlo Marmori, il nostro corrispondente, che li conosceva, e gli chiesi di farmeli incontrare. A Italo dissi: “Sto per fondare un giornale, vorrei che tu lo vedessi e, qualora ti piacesse, venissi”. Tutti mi risposero cose di cortesia. Lasciai passare un po’ di anni. E quando, dopo la vicenda Moro, le vendite salirono fino a superare “Il Messaggero”, “La Stampa” e alla fine il “Corriere della Sera”, ritentai. Bernardo mi disse: “Io sono amico di Piero Ottone, non lascio finché c’è lui. Dopo verrò con te”. Citati mi rispose che sarebbe venuto a Roma, per parlarne. Italo mi disse di sì: “Io vengo. Tra pochi mesi, appena mi trasferisco a Roma”. Quando venne a “Repubblica”, occupava al “Corriere” la posizione da editorialista che era stata di Pasolini». 

Calvino, uscito dal Pci, si avvicinò alla sinistra socialista di Giolitti. Ma anche da lì arriverà una delusione. Si distaccherà dalla politica. Resterà la passione civile e la grande tensione etica. Oggi con chi starebbe politicamente?

«Negli anni in cui Calvino lavorò per “Repubblica”, scrivendo alcuni degli articoli più belli pubblicati dal nostro giornale, constatai che avevamo le stesse idee politiche. Eravamo liberaldemocratici, azionisti. E come tali di sinistra non comunista. Però lui fino al ’56 aveva militato dentro il Partito comunista, io mai. Io cominciai a votare comunista con Berlinguer. E da allora ho sempre votato per i partiti che il partito comunista ha figliato. Quello di Occhetto, poi di Veltroni. E adesso, ho qualche difficoltà... Lui la pensava esattamente come me. Molti anni dopo, ho ripubblicato tale e quale, con lo stesso titolo e solo con un post-scriptum, un suo pezzo uscito anni prima. Senza quell’avvertimento, sembrerebbe scritto oggi». 

Era un apologo sull’onestà. Tra l’opzione fantastica, l’invettiva, la parodia, se avesse oggi tra i suoi giornalisti Calvino, che genere gli chiederebbe di utilizzare per raccontare l’attualità italiana?

«Ma io l’ho avuto tra i miei giornalisti. E ha utilizzato forme così efficaci da restare attuale anche molti anni dopo. Alcuni gli imputano di essersi dedicato a una letteratura che nulla ha a che fare con la vita. Dimenticano che fino all’ultimo fu coinvolto in battaglie politiche. Ho scritto un libro, qualche anno fa, “Per l’alto mare aperto”, dedicato alla modernità, che per me comincia con Montaigne e finisce con Nietzsche. E ho dedicato due capitoli a coloro che io considero gli unici moderni italiani: Italo Calvino ed Eugenio Montale. Li ho conosciuti entrambi: con Montale fu una conoscenza fuggevole, ma la sua poesia mi ha tenuto compagnia per tutta la vita. Calvino è stato l’ultimo degli Illuministi. Spesso era taciturno. Ma se si affrontava il tema delle invasioni barbariche dalle quali ci sentivamo circondati tornava la verve giovanile». 

Se la prendeva con la peste del linguaggio.

«Sì. E in quel libro riporto anche un nostro dialogo sui romanzi. Un giorno gli chiesi quali erano stati i suoi modelli. Mi disse: il Conte philosophique. “Candide”. “Jacques le fataliste”. “Le rêve de d’Alembert”, e “Le Neveu de Rameau”. Cioè Voltaire e Diderot. Eravamo uguali». 

Delle “Lezioni americane” ha detto che avrebbe potuto scriverle lei, tanto si riconosceva in ogni pensiero. C’è qualcosa in cui pensa di aver influenzato Calvino?

«No, io non penso di averlo influenzato. Lui non era uno influenzabile. Lui ha influenzato me». 

In cosa?

«Lui aveva la capacità di guardare dentro. Io, anche per il mio mestiere, la capacità di guardare fuori. Guardando fuori si impara a capire le persone, guardando dentro a capire te stesso. Ho cominciato il viaggio interiore tardi, a 41 anni. Lui guardava da dentro alla realtà di fuori. Voglio dire che non fu solo un artista, ma anche un intellettuale. Lontano da retorica ed eloquenza. Più attento a togliere il superfluo che ad aggiungere». 

La lezione sulla leggerezza. L’ha ricercata anche lei?

«Alla maniera da lui descritta. Quando nella prima Lezione americana racconta Guido Cavalcanti, dice che è un saturnino e spiega chi sono: quelli che hanno nel cuore la malinconia e rifuggono dal contatto con gli altri. Poi ci sono i mercuriali, legati da Ermes. Io sono un mercuriale, alla sua maniera. Ma come lui vorrebbe essere un mercuriale, io vorrei essere un saturnino. La verità è che sono le facce d’una stessa persona. Ognuno a suo modo è al tempo stesso mercuriale o saturnino». 

Siamo partiti da Atena. Nella vita serve di più l’ordine o la fantasia?

«Sono due facce. E noi le avevamo tutte e due. Quella mercuriale era alimentata dal giornalismo; l’altra, quella saturnina, dalla quantità di libri che leggevo. E poi ho deciso di cominciare a scrivere i libri che mi stavano dentro: “Incontro con Io”, “L’uomo che non credeva in Dio”, “Alla ricerca della morale perduta”, “Scuote l’anima mia Eros”. Oggi ho sentito la necessità di cambiare di nuovo. Mi attirava lo “Zibaldone” di Leopardi, 4200 pagine. L’ho letto tutto. E ho deciso di fare anch’io uno zibaldone. Un libro che parla di quello che incide sui miei pensieri. Si intitola “L’allegria, il pianto, la vita”». 

Esce il 22 settembre. Ricomincia da Leopardi, col quale Calvino chiude la Lezione sulla leggerezza.

«Perché Leopardi dà della felicità immagini di leggerezza. Rileggo testualmente Calvino: “Gli uccelli, una voce femminile che canta da una finestra, la trasparenza dell’aria, e soprattutto la luna. La luna, appena s’affaccia nei versi dei poeti, ha avuto sempre il potere di comunicare una sensazione di levità, di sospensione, di silenzioso e calmo incantesimo”. E termina citando: “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna? Sorgi la sera, e vai, contemplando i deserti; indi ti posi”». 

Togliere peso alla lingua, fino a farla somigliare alla luce lunare.

«Questo è stato Italo Calvino. Lui sperava di trasmettere un canone di leggerezza, di esattezza, di eleganza intellettuale». 

E nel suo Zibaldone cosa ci sarà?

«Comincia e finisce con una mia poesia. Ce ne sono quattro. Racconto, tra l’altro, sei pianti che ho fatto nella vita: per la morte di mio padre, per l’abbandono provvisorio del mio amore bigamo, per la morte di mia moglie Simonetta. Poi quando morirono Berlinguer e Mario Pannunzio. E un sesto, che ha stupito anche me: la morte del jazzista Louis Armstrong. Io non l’ho mai conosciuto, anche se l’ho ascoltato interamente. Un grande scrittore ha scritto “L’età del jazz”, senza dire una sola parola sul jazz. È Scott Fitzgerald, che racconta come sono cambiati i costumi tra il 1900 e il 1930. Riflettendo, ho capito che quel pianto era legato all’autore de “Il grande Gatsby” e di “Tenera è la notte”. Ecco com’è fatto questo libro». 

L’anno prossimo Einaudi ripubblica un suo romanzo di 18 anni fa intitolato “Il Labirinto”. Il labirinto rimanda istintivamente a Borges, che è stato di grande importanza per Calvino, autore di storie fantastiche, col gusto della geometria. “Aver scoperto Atena insieme” è stato un destino?

«In realtà, ne “Il Labirinto” non parlo mai di Calvino. Ma a pensarci, è proprio così». 

Gianluca Veneziani per Libero Quotidiano il 18 luglio 2022.

Ma quanto si volevano bene, Eugenio Scalfari e Italo Calvino, eh! Ennò, manco per niente, o almeno non in una fase della loro vita in cui avevano rapporti tutto meno che amichevoli. Al punto che Calvino, menava all'altro pesanti fendenti epistolari, rinfacciandogli l'appoggio fanatico alle idee fasciste e attaccandolo per l'arrivismo, l'incompetenza, l'ignoranza e la buffoneria. 

Un'aggressione verbale tale da stendere chiunque e che lo stesso Scalfari non prese bene. 

Vedendola come la coltellata di un amico, con cui aveva condiviso i banchi di scuola al liceo classico di Sanremo, alla fine degli anni Trenta. 

I rapporti tra i due si guastarono poco dopo, con la sempre più convinta adesione di Scalfari al regime e il suo arruolamento nella redazione di Roma Fascista, organo ufficiale del Guf, il Gruppo Universitario Fascista.

Lo confermano diverse missive di Calvino a Scalfari raccolte in Lettere 1940-1985, (Mondadori, 2000). Chi, come Repubblica ieri, celebra romanticamente «l'amicizia andata avanti per tutta la vita» si dimentica colpevolmente di questo passaggio molto poco fraterno tra i due. 

CURATI! È il 1942 quando Scalfari, divenuto caporedattore di Roma Fascista, viene infilzato da Calvino che contesta un suo articolo sul vivaio giovanile del regime, avvertendolo: «Stai diventando un fanatico, ragazzo mio, stai attento. Ti stai esaltando di queste idee, tanto da montarti la testa. Curati. Distraiti». Scalfari non "si cura", ma continua a vergare pezzi sul giornale. Dove si occupa anche di economia, senza avere alcuna formazione in merito, secondo l'amico. Che infatti in un'altra missiva lo insulta per il pressapochismo con cui ostenta conoscenze che non ha, con l'unico obiettivo di far carriera.

È il 10 giugno 1942 quando Calvino va giù duro contro Scalfari: «Tu che sempre hai vissuto in una sfera lontana dalla vera vita, uniformando il tuo pensiero all'articolo di fondo del giornale tale e talaltro, ignorando completamente uomini fatti cose, adesso ti metti a scrivere di economia, argomenti ai quali sono legati avvenire benessere prosperità di popolazioni. Questa più che faccia tosta mi sembra impudenza». E ancora: «Lo so, sono amaro, ma, ragazzo, nella merda fino a quel punto non ti credevo. Il giornale fa pietà, è un vero sconcio che si lasci pubblicare tanta roba idiota e inutile. Ti conoscevamo come uno disposto a tutto pur di riuscire, ma cominci a fare un po' schifo».

"Fai schifo" e "sei nella merda" non sono complimenti che ci si aspetta da un amico. E infatti Scalfari si risente, come fa capire in un'altra lettera Calvino che, anziché scusarsi o abbassare i toni, rincara così la dose: «Me ne frego che tu ti offenda e mi risponda con lettere aspramente risentite (oltre che scemo sei pure diventato permaloso). 

Quello che ho da dirti (e te lo dico per il tuo bene) si compendia in una sola parola: Pagliaccio! Chiunque ti legga, vedendo uno che fa sfoggio di erudizione ad ogni sillaba, che fa di tutto perché i suoi concetti appaiano il meno chiari e determinati possibile, non può fare a meno di credere che tu sia un Ignorante che ripete pappagallescamente frasi e termini raffazzonati a casaccio». Gli attacchi sono pesanti perché stavolta non riguardano l'ideologia di Scalfari, ma il suo stile di scrittura, ampolloso e poco comprensibile, e la sua cultura, figlia di concetti sentiti qua e là e ripetuti a mo' di pappagallo. È una stroncatura al giornalista e all'aspirante scrittore, prima che al militante di un partito.

FONTI FINTE Però Calvino non doveva averci visto male, quanto alle competenze dello Scalfari giornalista in erba. Il quale nel 1943 scrive una serie di articoli non firmati accusando alcuni gerarchi fascisti di fare speculazioni sulla costruzione dell'Eur. Quei corsivi, non basati su fonti certe ma su voci generiche, varranno a Scalfari una convocazione del vicesegretario del partito Carlo Sforza, che lo additerà di non svolgere bene il proprio mestiere e di essere un imboscato, e quindi gli strapperà le mostrine dalla divisa, espellendolo dal Guf e da Roma Fascista.

È l'episodio dell'abbandono del fascismo da parte di Scalfari. Ma dietro quella svolta non ci fu una conversione ideologica, quanto un'inchiesta giornalistica fatta male, senza fonti certe. Macchina del fango, si direbbe ora. A dimostrazione che l'allarme di Calvino era più che fondato: quel metodo, nel nostro giornalismo, avrebbe eccome fatto scuola, a partire proprio dai giornali creati da Scalfari. Come dire, tutto torna.

Asor Rosa: «Vi racconto il mio amico Eugenio Scalfari». Alberto Asor Rosa il 3 aprile 2014.

La passione per i giornali, per i libri, per la politica. Il fondatore dell’Espresso e di Repubblica raccontato da un intellettuale diverso da lui

Narrare e interpretare un’amicizia è sempre bello e buono. Scrive infatti il Grande Saggio: «L’amicizia è una virtù o s’accompagna alla virtù; inoltre essa è cosa necessarissima alla vita». Se questo, ripeto, è sempre vero, assume un rilievo particolare quando all’origine i due eventuali soggetti dell’amicizia risultano contraddistinti - e per certi versi tali sono destinati a restare - da differenze profonde, politiche, culturali, ideologiche, di stili di vita e persino di orizzonti esistenziali. Questo è il caso - mi pare di poter dire - mio e di Eugenio Scalfari. Cogliere l’occasione del suo novantesimo compleanno (il 6 aprile) per spiegare perché e come siamo stati, e siamo, molto amici, potrebbe avere un qualche senso per tutti. Di sicuro ce l’ha per me. Spero che ce l’abbia per Eugenio. Per saperlo, comunque, bisogna osare. Solo alla fine sapremo se ne è valsa la pena (ma io, ripeto, penso di sì). 

Per comodità dividerò il racconto in tre capitoli, con una conclusione che arriva fino ai nostri tempi, anzi ai nostri giorni. 

1 Ho conosciuto Eugenio Scalfari (di persona, s’intende, come figura pubblica era universalmente noto da tempo), all’inizio degli anni Ottanta. Eugenio era allora impegnato nel trionfale decollo del suo principale (giornalisticamente parlando) cavallo di battaglia, il quotidiano “la Repubblica”, da lui fondato pochi anni prima (1976). Io venivo da un periodo di disillusioni e di scoramento, culminato nel 1980 nelle mie dimissioni dalla Camera dei deputati, dove ero stato eletto solo l’anno prima nelle liste del Pci. Non importa sapere se la mia collaborazione a “la Repubblica”, progettata e realizzata fra il 1983 e il 1984, discendesse da un’offerta del Direttore Scalfari o da una mia proposta autoriale. Fatto sta che, fra il 1984 e il 1989, la mia collaborazione al giornale di Scalfari fu frequente, impegnata e appassionata, sia sulle pagine culturali sia - soprattutto, direi, in quel momento - su quelle politiche. 

C’era un punto sul quale in quegli anni le nostre diverse prospettive convergevano. Questo punto era rappresentato dalla fondatissima persuasione che il Pci non potesse proseguire il suo cammino come forza politica (auspicabilmente) decisiva in Italia senza operare una profonda rivoluzione delle sue strutture, cultura politica, orientamenti ideali. Questo orientamento venne perseguito sia prima sia soprattutto dopo la scomparsa di Enrico Berlinguer, quando alla Segreteria gli subentrò una persona rispettabilissima come Alessandro Natta, ma inequivocabilmente di transizione. Per farmi meglio capire, cito soltanto i titoli di miei tre articoli nel merito: “Il partito riformatore” (aprile 1984); “Il cavallo occidentale e la giraffa comunista” (settembre 1984); “Se la giraffa diventa cavallo” (marzo 1985).

 Ovviamente tutto il giornale, a partire in primo luogo dal suo Direttore, si muoveva in questa direzione. Ma Scalfari sembrava tenere a che quel discorso, insieme con altri, lo facessi io. La collaborazione, espressa prevalentemente, com’è ovvio, sotto forma di articoli scritti e stampati, si estendeva però al dominio meraviglioso della conversazione. Vedevo spesso Eugenio nella sua stanza di Direzione nell’edificio all’angolo tra Via dei Mille e Piazza Indipendenza. Ho così potuto - allora - scoprire che per lui il rapporto intellettuale o politico sfocia pressoché inevitabilmente - certo quando lui ritiene che ne valga la pena - in quello degli affetti. 

Forse è proprio per quest’ultimo motivo - e cioè che, rovesciando l’ordine dei rapporti, quello affettivo influisce, sia positivamente sia negativamente, su quello intellettuale o politico - che quando Occhetto compie la “svolta” (novembre 1989), Eugenio e io ci dividiamo proprio su quello che sembrava il compimento del nostro comune disegno precedente. Come mai? Eugenio pensa che la “svolta” occhettiana rappresenti il passaggio obbligato e necessario a quella integrale e definitiva democratizzazione del Pci, considerata (come dirò meglio più avanti) un tassello decisivo per la costruzione di una compiuta democrazia italiana. Io penso fin dall’inizio che le modalità con cui l’operazione è compiuta (la difesa della parola e dell’identità comunista è per me anche in quel momento di difficilissimo e doloroso passaggio del tutto fuori causa) condurranno a una catastrofe. 

Naturalmente non si tratta qui di riaprire, neanche nei termini più generali, una discussione su chi dei due avesse (più) ragione. Il dato di fatto è che, forse per quell’intreccio tra affetti e persuasioni intellettuali cui accennavo, in quel momento per tutti incredibilmente rovente i nostri rapporti s’interrompono e, come dire, per qualche anno restano sopiti. 

2 Vorrei allargare il discorso. L’amicizia, soprattutto fra diversi, nasce spesso se uno dei due ha qualche motivo di ammirazione per l’altro. Io ammiro molto la coerenza; la linearità dei comportamenti; la forza non prevaricatrice con cui si difendono le proprie opinioni. Ora, io qui - desidero precisarlo - sto cercando di tracciare un ritratto a tutto tondo di Eugenio Scalfari. Sto cercando di spiegare perché provo una grande amicizia per lui. L’ammirazione, come l’amicizia - e come l’amore - nascono sempre dentro un contesto. Il contesto, almeno per noi due, è l’Italia contemporanea, l’Italia contemporanea degli ultimi cinquanta-sessant’anni, come lui e io l’abbiamo vissuta (il fatto di avere circa dieci anni di meno non mi ha impedito di seguire passo passo più o meno le stesse vicende, sia pure, come dicevo, da angolazioni diverse). 

Ebbene, io osservo questo. In un Paese incredibilmente debole, spesso rinunciatario, poco coraggioso, straordinariamente frastagliato e alla fine - si veda l’oggi - quasi sull’orlo del fallimento, Eugenio ha perseguito con incredibile energia e una forza intellettuale e vitale assolutamente eccezionale una battaglia inesausta per riuscire a fare dell’Italia un Paese democraticamente maturo, rispettoso delle regole, fermo sui principi, operoso e civile, e in definitiva, puramente e semplicemente, un Paese normale, almeno secondo il canone democratico occidentale. Ecco: l’ispirazione liberaldemocratica (so di dire una cosa che probabilmente non piacerà a molti, sia da una parte sia dall’altra), che altrove avrebbe avuto una cittadinanza pressoché scontata e come tale guardata e praticata, in questo contesto smette di essere un’ideologia pura e semplice del sistema, che pure è il suo, e funziona invece come un’istanza dissacrante e antagonistica, rema contro corrente con una determinazione che attraversa tutta la sua vita e ancora oggi opera nella pienezza delle proprie energie. 

Probabilmente non ce ne sarebbe bisogno per i lettori di questo periodico, ma vorrei richiamare qui i punti salienti di questa battaglia scalfariana. Concettualmente: la difesa intransigente della Costituzione; il rispetto quasi religioso delle istituzioni; l’appello alle forze selvagge del capitalismo perché accettino anch’esse di rispettare, nella legittima ricerca dei propri interessi, i limiti e le regole della vita repubblicana associata; la distinzione basilare fra conquista del potere da parte dei partiti e occupazione e sfruttamento delle istituzioni da parte loro. Politicamente: la lotta senza riserve e senza cedimenti a tutte le deformazioni della macchina democratica e al suo pervertimento in funzione populistica e personalistica: Craxi e il craxismo, Berlusconi e il berlusconismo, l’imputridimento criminale della politica (l’appoggio incondizionato a Mani Pulite ne rappresentò per lui uno dei risvolti più positivi). Anche la sua attuale diffidenza, e profonda diversità, più volte espresse, nei confronti di Matteo Renzi e del renzismo, vanno fatte rientrare sul conto di questo versante del suo pensiero.

Questa ammirazione per me è sempre stata in atto, ma recentemente, nel corso dell’ultimo decennio, s’è ancor più accresciuta e ha trovato nuovo alimento nella forza e lucidità veramente incredibili con cui Eugenio ha continuato a esercitare la sua critica liberaldemocratica della società capitalistica di massa, ormai malata, a quanto pare, nelle sue stesse componenti fondamentali. 

3 L’ammirazione, tuttavia, è solo la fonte più appariscente dell’amicizia. Ne esiste una più segreta, fatta di sentimenti, passioni, idiosincrasie e persino, se si può dir così, di sincronici trasalimenti, che nei casi migliori si fonde con la prima, e tutto sommato, la invera e giustifica. Tuttavia, come si può capire, è molto più difficile parlarne. Mi limiterò a dire che io, a parte le frequentazioni personali sempre più assidue, ho imparato a scoprirla e a riscoprirla nei suoi libri “colti” e “filosofici” dell’ultimo ventennio (non solo, ma soprattutto, “Incontro con io”, 1994; “Alla ricerca della morale perduta”, 1995; “L’uomo che non credeva in Dio”, 2008; “Per l’alto mare aperto”, 2010). Come mai? Quando li studiavo, per sistemarli all’interno del volume dei “Meridiani” mondadoriani, da me curato (2012), che tutti li comprende, rimasi colpito dal fatto che il discorso precipuamente storico-culturale e analitico-filosofico, che Eugenio vi svolgeva, fosse puntualmente accompagnato da una vera e propria cascata di reazioni emotive e sentimentali, che in qualche modo profondamente lo giustificava, e al tempo stesso lo rendeva più facilmente comunicabile e condivisibile, ossia perfettamente umano. Non c’era soltanto da seguire e mettere in comune, o al caso guardare con attitudine critica, gli enunciati interpretativi riguardanti di volta in volta l’amato Montaigne, o Diderot, o Tocqueville, o Nietzsche, o Marx, ecc. ecc. C’era la possibilità di seguire, attraverso gli autori richiamati e da lui interpretati, un percorso autoriale autonomo e vitale, di cui condividere in un certo senso non solo l’esperienza intellettuale, ma anche quella esistenziale, insomma autobiografica nel senso più pieno del termine. 

C’è vera amicizia quando l’ammirazione diviene condivisione, comunanza, apprezzamento dello sforzo compiuto per essere non soltanto maestro di giustizia e di civiltà, ma anche (come diceva uno dei nostri più innominabili maestri) “umano”, persino “troppo umano” (non a caso, per dirla tutta, “un libro per spiriti liberi”...). Le difese allora si abbassano, lo sforzo della persuasione si allenta, sopraggiunge - e prevale - la forza inconfondibile del disincanto: io sono questo, giudicatemi per quello che sono, non devo persuadervi, mi basta che sappiate che ci sono stato, che ci sono, e sono questo... 

Mi rendo conto che, andando verso le conclusioni, tiro sempre più Eugenio dalla mia parte. Del resto, che amicizia sarebbe, se non ci fosse fra i due che la praticano una certa dose di tensione reciprocamente metamorfosica? Però desidero precisarlo: di qui in poi io parlo soprattutto di me, se mi associo Eugenio è per eccesso di condivisione e di affetto. Dunque, per concludere: io sento soffiare intorno a noi due - intorno a noi due, s’intende, come intorno, a molti altri - il venticello dolceamaro della sconfitta. Sconfitta, in quale senso? In questo, penso: il grande, autentico, formidabile atletico campione del pensiero liberaldemocratico, vive, pensa, combatte in un Paese dove, se un poco e per un po’ c’è stata, non c’è più una borghesia, e vede oggi il suo partito politico di più diretto riferimento nelle mani di un signore diligentemente e perfettamente allevato dal mondo degli scout; e il (presunto, preteso, talvolta infantilmente compiaciuto) intellettuale e pensatore antagonistico vive, pensa, combatte in un Paese dove, se un poco e per un po’ c’è stata, non c’è più una classe operaia, e vede oggi il suo partito politico di più diretto riferimento nelle mani di un signore diligentemente e perfettamente allevato dal mondo degli scout. C’è n’è abbastanza per stare, nei lunghi anni a venire, sempre più concordi, vicini, amici. 

Del resto, il venticello dolceamaro della sconfitta non è così deprecabile come in astratto si potrebbe pensare (appunto, non è solo amaro, è anche dolce). Ho scritto recentemente che oltre gli ottanta (figuriamoci dopo i novanta) la libertà di pensiero - se c’era anche prima, ovviamente - diviene totale: non c’è più niente da cambiare, si può solo pensare. La sconfitta - grande, completa, irrimediabile, oppure solo parziale o solo presunta - aumenta a dismisura la libertà del pensiero, la rende sistematica, operosa, in qualche modo persino felice. Non si può più cambiare, si può solo pensare. Solo pensare - io penso - è più felice che pensare per cambiare. Non so se venga dall’età o dalla sconfitta, certo è che le cose scritte (oltre che dette) negli ultimi anni da Eugenio Scalfari, compresi gli ultimi articoli, compreso l’ultimissimo, quello di domenica scorsa, sono incredibilmente ben pensate, persuasive, libere e perciò felici. 

Il Grande Saggio, il più grande che mai ci sia stato, osserva, con parole che sembrano scritte per noi, che «ai giovani l’amicizia è di aiuto per non errare, ai vecchi per assistenza e per la loro insufficienza ad agire a causa delle loro debolezze, a quelli che sono nel pieno delle forze per le belle azioni». E aggiunge, chiamando in soccorso il Grande Poeta, il più grande che mai ci sia stato (poiché dove il pensiero non arriva, arriva la poesia): «“Due persone che insieme vanno”, e così sono più capaci a pensare e ad agire». Ecco, se potessi, sceglierei questa immagine per definire la nostra amicizia: insieme (e naturalmente anche in questo caso la riflessione riguarda molto più me che lui) siamo stati più capaci a pensare e ad agire. Niente, però, in confronto a quel che accadrà in futuro.

1924-2022. Eugenio Scalfari e il giornalismo come campo di battaglia per cambiare l’Italia. ALBERTO ASOR ROSA su Il Domani il 14 luglio 2022

Scalfari non si può definire stricto sensu un giornalista. Ossia Scalfari, i giornali cui ha collaborato, li ha lui stesso fondati e diretti.

La battaglia di Scalfari è consistita nel tentare di ricondurre l’Italia entro gli schemi politico-istituzionali di un normale paese democratico europeo.

Perciò, il primo obiettivo è la denuncia di quel tessuto segreto di complicità e di oscure alleanze, che ha avvelenato così spesso dietro le quinte la vita politica e civile del nostro paese e che tende facilmente a sconfinare nell’eversione.

Il brano che segue è un estratto dal saggio: Il giornalismo. E altro, molto altro a firma del critico letterario Alberto Asor Rosa, che fa da introduzione del libro che nel 2012 Mondadori ha dedicato alla vita e alle opere di Eugenio Scalfari, La passione dell’etica. Scritti 1963-2012, a cura di Angelo Cannatà, per la collana I Meridiani. Lo ripubblichiamo per gentile concessione dell’editore.

Il volume contiene una selezione dei più importanti testi giornalistici su temi economico-politici dal 1963 – quando Scalfari divenne direttore dell’Espresso –  al 2012, e i libri scritti tra gli anni Novanta e il 2012.

Una raccolta di cui Alberto Asor Rosa offre una «lettura ragionata» secondo un approccio cronologico, che non manca di «cogliere e segnalare gli innumerevoli rinvii che i testi suggeriscono e spesso c’impongono» come lo stesso critico letterario precisava.

Dopo alcune intense ma brevi esperienze bancarie, dalle quali ha tratto la sua permanente vocazione economica, Scalfari ha collaborato alla fondazione del settimanale L’Espresso (1955), con Arrigo Benedetti – grande e innovativo giornalista della generazione precedente –, e ne ha raccolto la direzione nel 1963 (quando aveva trentanove anni) e l’ha tenuta fino al 1968. Nel 1976 (quando ne aveva cinquantadue), insieme con Carlo Caracciolo, Adriano Olivetti e Mario Formenton, ha fondato il quotidiano la Repubblica, divenendone da subito direttore. Ne ha tenuto la direzione fino al 1996. 

Come lui stesso ama sempre più spesso ripetere, Scalfari non si può dunque definire stricto sensu un giornalista.  Alle sue spalle, cioè, non c’è un vero e proprio apprendistato professionale, se non forse soltanto nei suoi primissimi anni.

Ossia Scalfari, i giornali cui ha collaborato, li ha lui stesso fondati e diretti: non ne è stato mai, per intenderci, un collaboratore subalterno e, in qualche misura, eteroguidato.

Quello che potremmo definire come un vero e proprio genere giornalistico nuovo, e cioè, per l’appunto, l’“articolo scalfariano”, è un mix estremamente sapiente di analisi, informazione, intrattenimento e giudizio politico e civile.

Di una professione giornalistica di così ampia latitudine e serietà costituiscono premessa essenziale i princìpi che la fondano. Non a caso, nell’Italia travagliata e sconnessa degli ultimi cinquant’anni, Scalfari dedica tanto spazio e impegno a precisare questo aspetto davvero decisivo della questione. E non a caso essa appare qui tanto chiara fin dagli esordi della propria esperienza. È infatti proprio nell’articolo in cui si rammarica che Arrigo Benedetti abbandoni il suo ultimo rapporto con «L’Espresso» (A un amico che ci lascia, 26 giugno 1967), che egli ne formula una definizione così chiara e per molti aspetti conclusiva:

«Qualcuno dirà o penserà che questa linea ha il torto di non scegliere una volta per tutte un campo contro l’altro. Ma chi dice o pensa in tal modo commette un errore assai grave, perché noi, il nostro campo, l’abbiamo scelto da molto tempo e una volta per tutte: siamo contro tutte le dittature di qualsiasi colore, sovietiche, greche, spagnole o nasseriane che siano; siamo contro la violenza e l’incitamento alla violenza da qualunque parte provenga [...] Siamo, dovunque, con le colombe e contro i falchi, anche se è vero che talvolta, per sopravvivere, le colombe debbano mettere becco e artigli. Per difendersi. Mai per aggredire».

Per riuscire a tenere fino in fondo questo atteggiamento la prima e più importante delle ragioni è sempre stata «l’indipendenza di cui il giornale [la Repubblica] ha finora goduto» (Mackie Messer ha il coltello ma vedere non lo fa..., 13 gennaio 1990).

Commemorando Benedetti, Scalfari ne celebra la «irriverenza verso il potere» e la persuasione che il giornalista sia «portatore d’un diritto della collettività a conoscere e a svelare i fatti e quello che c’era dietro».

Dunque, fin dall’inizio e poi per sempre, una battaglia aperta e senza quartiere contro «l’autocensura nel giornalismo italiano». E ancora: la regola a «considerare la redazione non solo come un luogo di lavoro, ma come una scuola».

Anni dopo, il grande successo della Repubblica induce il fondatore ad approfondire il discorso (Mackie Messer ha il coltello ma vedere non lo fa..., cit.). Siamo di fronte a un caso abbastanza eccezionale – un «ircocervo» appunto, come lui stesso si autodefinisce –, in cui il direttore è anche imprenditore di se stesso e comproprietario della testata.

Si tratterebbe dunque di quel che gli avversari definiscono polemicamente un «giornale-partito». Precedenti, nella stampa italiana, però, osserva Scalfari, ce ne sono stati, e di illustri: Alfredo Frassati alla Stampa; Alberto Bergamini al Giornale d’Italia; ma soprattutto Luigi Albertini al Corriere della Sera. Ma queste caratteristiche, invece di limitare l’indipendenza del giornale, la rafforzano. Non dipendere da nessuno presenta, appunto, i suoi vantaggi.

Se mai, il problema è mantenere l’equilibrio dei ruoli e delle funzioni. In un altro lungo articolo dedicato al medesimo argomento (Il giornale partito di Luigi Albertini, 1º agosto 2007), Scalfari spiega: «Il solo vero modo di rispettare i lettori, secondo una regola che ho sempre cercato di praticare, è quello di presentarsi per ciò che si è e di stare ai fatti con la maggiore oggettività possibile».

Dunque, ogni grande giornale è un giornale-giornale e al tempo stesso un giornale-partito: «Il risultato dipende dalla misura e dall’onestà dell’intento».

Le radici di Scalfari (e, in modo peculiare, dello Scalfari giornalista) stanno nel gruppo e nell’esperienza del Mondo: cioè, in quel piccolo caposaldo di cultura liberaldemocratica italiana, che, nel lungo periodo di assoluta predominanza democristiano-comunista, da una parte raccoglie l’eredità del Partito d’azione, dall’altra si rifà ai maestri classici del liberalismo italiano, da Benedetto Croce a Luigi Einaudi.

Però Scalfari distingue subito (I padri del «Mondo», 8 febbraio 1987): Il Mondo ebbe origine secondo lui dal felice, fortunato incontro fra il crocianesimo di Pannunzio e il salveminismo di Ernesto Rossi.

A quest’ultimo, però, Scalfari attribuisce alcune qualità che sembrerebbero anche tra le sue preferite: «il gusto della concretezza, il rifiuto degli schemi, l’ottimismo della volontà e, a differenza di quanto pensava Gramsci, anche della ragione».

Il Mondo trasse forza dalla fusione – finché durò – di queste due diverse personalità. Ma non è azzardato avanzare l’ipotesi che, dovendo scegliere, Scalfari avrebbe scelto il “versante” Rossi. «Ci sono sempre state due anime» precisa Scalfari «nel liberalismo italiano ed è fin troppo facile definirle l’anima conservatrice e quella progressista».

Anche in questo caso la distinzione non riguarda alla lettera quella (o quelle) fra le due personalità richiamate qui sopra. Ma non c’è dubbio, anche in questo caso, che, dovendo collocarsi, Scalfari preferirebbe farlo nella seconda delle due caselle liberali da lui disegnate: quella progressista.

Che vuol dire questo? Vuol dire che, in una visione generale del problema politico italiano, anzi europeo, Scalfari si posiziona, sì, dalla parte del capitalismo, richiamandosi però al tempo stesso ai princìpi di una democrazia economica regolata dall’intervento temperato dello stato. Non a caso enunciazioni di tale natura ricorrono proprio nell’articolo in memoria di Bruno Visentini (Un discepolo di Voltaire..., 14 febbraio 1995), uno di quei (pochi, pochissimi) “grandi borghesi”, che hanno illustrato la storia italiana degli ultimi decenni.

Fanno parte di questo corredo la «difesa della concorrenza» e la «lotta contro i monopoli pubblici e privati»; e insieme la persuasione profonda che «il liberismo selvaggio inselvatichisce la società e deve essere costretto al rispetto dell’interesse generale e della democrazia economica che lo realizza».

Sarebbe ancor più semplice osservare che il liberalismo scalfariano affonda le sue radici nel verbo illuministico più originario, quello diderottiano e volterriano (come vedremo meglio più avanti).

Molti, molti anni più tardi (L’ingiustizia ha sconvolto il benessere del mondo, 5 aprile 2009), a testimonianza del fatto che tale posizione fa parte del corredo genetico-intellettuale più autentico del nostro personaggio, Scalfari denuncia che la «disuguaglianza» si colloca alla base dell’attuale scompenso produttivo e sociale; e che quello che lui chiama «il trittico della modernità» – libertà e fraternità, ovviamente, che però non sono niente o, meglio, non funzionano se ad esse non si aggiunge il terzo elemento, e cioè l’eguaglianza – è imprescindibile dalla ripresa mondiale, economica e politico-sociale: «Non ci sarà crescita senza redistribuzione del reddito e della ricchezza».

In una delle conversazioni avute più avanti da Scalfari con il cardinal Martini, è quest’ultimo a osservare che «il vero peccato del mondo è l’ingiustizia e la diseguaglianza» (Il Cardinale Martini. «Un Concilio sul divorzio», 18 giugno 2009). E forse non è arbitrario rilevare che, nell’ultimo Scalfari, il messaggio evangelico, tramite la mediazione di Martini, si salda con quello illuministico (ma anche su questo ovviamente torneremo).

Cade a proposito a questo punto cercare di capire come, nell’esperienza giornalistica di Scalfari, prima con L’Espresso, ma poi assai più significativamente con la Repubblica, un credo rimasto a lungo, almeno in Italia, sostanzialmente elitario e minoritario, come quello liberaldemocratico, abbia prima sfiorato e coltivato e poi conseguito un’audience così di massa.

Scalfari, non a caso additato da parte del «becerismo nazionale», lo scrive lui stesso, come «il cantore dell’élite» (Un discepolo di Voltaire..., cit.), ha compiuto il miracolo di costruire un pubblico non elitario intorno alle attenzioni, ai giudizi e persino, se si vuole, ai pregiudizi di un esiguo gruppo intellettual-politico, originariamente molto ristretto: tutto ciò senza venir meno ai presupposti fondamentali della propria esperienza, solo modellandoli “stilisticamente” (non mi viene in mente una parola più adatta), per renderli più ampiamente fruibili e circolabili. 

La politica non è mai stata per Scalfari altro che uno dei campi – forse il più importante, ma di certo non esclusivo – di una “predicazione” ad amplissimo spettro: dove è essenziale non perdere mai di vista i punti di partenza originari (quelli già detti di una cultura sovranazionale, orientata al bene della collettività e del paese).

Poste queste premesse, la politica ne consegue. Ossia: fra i princìpi e i vari posizionamenti politici esiste in Scalfari un rapporto sempre molto stretto. Si capisce facilmente che, così stando le cose, tra la vocazione giornalistica di Scalfari e le mutevoli, incerte, spesso ambigue e laceranti vicende politiche italiane, si sarebbe aperta una contraddizione permanente e prevalentemente insanabile.

Il primo numero della Repubblica è in edicola il 14 gennaio 1976. Fra il 1975 e il 1976 le grandi avanzate comuniste alle elezioni regionali, prima, e poi a quelle politiche sembrano aprire una nuova fase politica in Italia: Moro, da una posizione di forza all’interno della Dc, teorizza l’esigenza di un’apertura e la legittimità di un’alternanza; Berlinguer, egemone nel Pci, elabora la persino più avanzata «strategia del compromesso storico», che prevede un’alleanza, sia pure temporanea (ma quanto non si sa) tra le due principali forze parlamentari italiane, la Dc e il Pci.

Ma si tratta di una brevissima stagione: stroncata, da una parte, dall’apertura di una durissima strategia terroristica, la quale culmina nel rapimento e nell’assassinio di Moro), prolungandosi tuttavia dolorosamente negli anni successivi; dall’altra, dalla pronta riaffermazione, all’interno dei partiti di centro-sinistra, delle posizioni più oltranziste e conservatrici (il cosiddetto Caf: l’alleanza organica di Bettino Craxi, Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani). 

Si potrebbe dire che, nella sostanza, la battaglia di Scalfari consista nel tentare di ricondurre l’Italia entro gli schemi politico-istituzionali di un normale paese democratico europeo. Perciò, il primo obiettivo è la denuncia di quel tessuto segreto di complicità e di oscure alleanze, che ha avvelenato così spesso dietro le quinte la vita politica e civile del nostro paese e che tende facilmente a sconfinare nell’eversione.

Esemplari, in questo senso, sull’Espresso, la pentola scoperchiata della «congiura De Lorenzo» (Il processo De Lorenzo, 19 novembre 1967; e altri); e, sulla Repubblica, il durissimo atto d’accusa contro la cellula massonica di Licio Gelli e la P2 (Hanno venduto anche l’anima, 21 maggio 1981).

Rientra in un certo senso in questo capitolo anche l’appoggio incondizionato fornito alla magistratura ai tempi di Tangentopoli (Con i cinque di Mani Pulite, 26 gennaio 1993), e, più in generale, in tutte le occasioni – non poche, purtroppo – in cui in Italia si sono sollevati i macigni delle complicità e delle omertà, per scoprire verminai infiniti.

Osservazioni non dissimili si potrebbero fare a proposito dell’atteggiamento tenuto nei confronti di alcuni dei più significativi esperimenti politici e di governo compiuti in Italia nel corso degli ultimi trent’anni. Intendo, ovviamente, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi.

Scalfari, traducendo in linguaggio politico italiano le sue convinzioni, avrebbe potuto essere socialista (e infatti è stato in parlamento come deputato socialista dal 1968 al 1972). Ma gli ha sbarrato la strada l’involuzione pesantissima, la «mutazione morfogenetica» della compagine socialista, di cui Craxi è stato il principale artefice.

Quanto a Berlusconi, si potrebbe dire che ha rappresentato la negazione assoluta delle più profonde convinzioni etiche e civili di Eugenio Scalfari, il quale peraltro, senza farsi molte illusioni, ne ha visto da subito le profonde connessioni con il quadro già in precedenza degenerato dell’assetto politico italiano.

Ne è discesa una battaglia senza quartiere contro scelte politiche, civili e comportamentali, di cui Berlusconi, presidente del Consiglio o capo della frazione denominata Popolo della libertà, è stato in tutti questi anni protagonista ed emblema (battaglia, del resto, continuata in perfetta continuità dalla Repubblica, quando nel 1996 ne ha assunto la direzione Ezio Mauro). 

Su questo sfondo, non precisamente positivo né idilliaco, colpiscono in Scalfari – prodotto, appunto, di curiosità intellettuale, ma anche della constatazione che nel suo proprio confine o territorio naturale c’era poco da raccattare – la ricerca di personalità e di atteggiamenti e, conseguentemente, di prospettive, che possano essere foriere di soluzioni alternative al terribile ristagno del mondo politico italiano.

È il caso di Ciriaco De Mita (Ecco la Dc. «I suoi vizi, le sue virtù», 9 settembre 1982), in quel momento segretario politico della Dc; e, in forma forse ancor più marcata, di Enrico Berlinguer (nella leggendaria intervista del 28 luglio 1981, Dove va il Pci?, e nell’articolo scritto mentre il leader comunista stava morendo, Straniero in patria, 10 giugno 1984).

Non ho lo spazio per entrare di più nel merito di questa inesauribile ricerca degli spazi e delle strade utili, anzi necessarie, a reimpostare le fondamenta stesse della lotta politica in Italia.

Mi limiterò a osservare che le motivazioni principali di tale ricerca appaiono tre: lo sforzo di superare una «democrazia bloccata», che, appunto perché tale, si corrompe e degrada; la ricerca, conseguentemente, delle condizioni destinate a favorire una vera «democrazia dell’alternanza»; e, last but not least, «la questione morale», il terreno e l’insieme delle motivazioni, per cui Scalfari arriva ad avere tanta ammirazione (e forse affetto?) per Enrico Berlinguer, che ne fu un cultore convinto e fermissimo.

Su questi versanti alternativi le speranze nutrite – e alimentate – da Scalfari non vanno sempre a buon fine. De Mita viene, per l’appunto, sopraffatto dal Caf e rispedito nella morta palude Dc; Berlinguer, dopo l’assassinio di Moro, è respinto anche lui ai margini, e costretto a ripiegare nella trincea, anch’essa alquanto improbabile, dell’alternativa; e poco dopo in quella trincea, se si deve prestar fede alla stessa ricostruzione di Scalfari, ne muore.

Qualche buona notizia viene dalla scelta occhettiana della Bolognina (E Occhetto ha intonato la Marsigliese, 22 gennaio 1989), che sembrerebbe aver inserito definitivamente il Pci (o meglio quel che ne sarebbe restato) nel gioco democratico (escludendo però fin dall’inizio che questo potesse dar luogo, attraverso l’eventuale alleanza Pci-Psi, a una durevole e significativa «alternativa di sinistra», perché, scrive Scalfari con parole che risultano per lui significative fino ad oggi, «più passa il tempo e più tutte le forze politiche si rendono conto che solo dal centro si possono governare società complesse» [tondo mio]).

Parole di forte apprezzamento sono pronunciate in occasione della formazione, di fronte alla crisi incombente, del governo Ciampi.

Parole di apprezzamento sono da Scalfari pronunziate anche nei confronti del secondo governo Prodi (Il premier ha la testa più dura di Zidane, 28 gennaio 2007), in occasione soprattutto della bersaniana «lenzuolata» di liberalizzazioni (anche se nell’occasione Scalfari avverte il bisogno di precisare: «Personalmente sono anch’io – nel mio piccolo non bocconiano – un fautore del libero mercato senza però attribuirgli quelle virtù taumaturgiche che altri gli riconoscono»).

Dell’incondizionato appoggio al governo Monti, che è anch’esso, secondo Scalfari, «tecnico» ma al tempo stesso pienamente «politico», cioè costituzionalmente legittimato, basti rilevare che esso appare ancor più coerente con le posizioni scalfariane classiche di quanto non possa apparire a prima vista.

In generale parlando, però, non si potrebbe dire facilmente che la predicazione scalfariana, pure così eloquente, metta capo a un durevole, apprezzabile e consistente cambiamento. «Desolato» non è apprezzamento che ben si adatti a Eugenio Scalfari, sempre teso a contrastare e superare le difficoltà che di continuo gli si frappongono.

E pure un tratto di desolazione risuona nelle sue parole, quando contempla dar vicino quel che si è stati tentati a un certo punto di considerare la definitiva decadenza italiana.

Nell’articolo Meno male che c’è Fini (29 marzo 2009), anche questo espressivo fin dal titolo, commentando il Congresso del Popolo delle libertà, uscito di nuovo vincitore dalle ultime elezioni, Scalfari osserva che nel lungo discorso di Berlusconi non c’è neppure «una menzione», anzi, neppure il concetto della divisione dei poteri: «cioè di Stato di diritto».

Del resto, la sua fortuna politica, nonostante ciò, nel nostro paese si spiega bene: egli, infatti, «fa appello ad una costante psicologica degli italiani: l’antipolitica» (tondo mio).

Questa costante spiega a sua volta perché «i tentativi di rivoluzione liberale [la citazione gobettiana non è probabilmente casuale] in questo paese sono sempre falliti»: e ciò «per il conservatorismo innato nella destra e nella sinistra». Tali tentativi, storicamente – e l’elenco ha una sua pregnanza, che vorrei fosse tenuta presente nella valutazione di questa sintesi – si riducono a: il quindicennio giolittiano del primo Novecento; la fase riformatrice di De Gasperi-Vanoni; il riformismo comunistico-socialdemocratico in alcune regioni italiane centro-settentrionali; il triennio prodiano 1996-98, breve, e per giunta abbattuto proprio dallai radicalità di una certa sinistra. Siccome gli ultimi due esempi appaiono caricati di un’eccessiva benevolenza, si potrebbe commentare: c’è poco da stare allegri.

Nell’articolo Il grande seduttore, che risale ai tempi della prima vittoria elettorale di Berlusconi (30 marzo 1994), viene data una spiegazione più politica di quell’evento: i suoi oppositori si sono arroccati a sinistra, invece di conquistare il centro (come si vede, questo è un motivo che ritorna). E però, commenta amaramente Scalfari, anche in caso contrario avrebbero perso lo stesso: perché la voglia del «fai da te» si è impadronita della maggioranza degli italiani.

Il male, dunque, è più profondo di quanto potrebbe apparire: la grande abilità di Berlusconi è consistita nell’intercettarlo e farlo proprio. «Il vero ammalato» conclude Scalfari «è proprio quella società civile che si propone in teoria come medico terapeuta». 

ALBERTO ASOR ROSA. Alberto Asor Rosa (Roma, 1933) ha insegnato per molti anni Letteratura italiana all'Università La Sapienza di Roma, di cui attualmente è professore emerito. Ha diretto la Letteratura italiana Einaudi nelle sue varie forme ed estensioni. Per lo stesso editore ha pubblicato Scrittori e popolo, Genus italicum, Stile Calvino, Storia europea della letteratura italiana, Breve storia della letteratura italiana, Machiavelli e l'Italia e L'eroe virile. Saggio su Joseph Conrad e i volumi di saggistica politica, Le due società. Ipotesi sulla crisi italiana e La guerra. Sulle forme attuali della convivenza umana. Fra i suoi scritti teorici, L'ultimo paradosso e Fuori dall'Occidente. Tra i suoi libri di narrativa: L'alba di un mondo nuovo, Storie di animali e altri viventi, Assunta e Alessandro, Racconti dell'errore e Amori sospesi.

Preferiamo la saldezza dei principi all’emotività delle passioni. EUGENIO SCALFARI su Il Domani il 14 luglio 2022

Nel giugno 1967 Benedetti si dimetteva dal settimanale che aveva fondato, in seguito a un contrasto di opinioni con il direttore e cofondatore Eugenio Scalfari. In Medio Oriente si era appena combattuta la Guerra dei sei giorni, vinta da Israele, e Benedetti aveva sostenuto che la vittoria era legata a una superiorità culturale di Israele, inducendo il direttore a prendere le distanze 

Il 26 giugno 1967, Eugenio Scalfari dalle colonne dell’Espresso, in un articolo intitolato A un amico che ci lascia, annunciava ai lettori la decisione di Arrigo Benedetti, fondatore del settimanale, di dimettersi. Lo faceva dallo spazio che fino a quel momento era appartenuto proprio a Benedetti e che aveva ospitato la sua rubrica Diario Italiano. Nel comunicare ai lettori la decisione del fondatore, che arrivava dopo un contrasto interno al giornale, maturato parallelamente alla Guerra dei sei giorni, Scalfari coglieva l’occasione per riaffermare qual era «linea» dell’Espresso. Questo articolo è presente nel Meridiano Mondadori dedicato a Scalfari, lo riproduciamo per gentile concessione dell’editore. 

Per la prima volta da quando, dodici anni fa, L’Espresso fu fondato da Arrigo Benedetti, la sua nota non appare in questa parte del giornale né altrove. Arrigo Benedetti ha infatti deciso di dare le dimissioni da collaboratore ed ha spiegato sulla Voce Repubblicana di sabato scorso quelle che, a suo parere, sono le ragioni che l’hanno indotto ad un passo che, se a lui deve essere molto costato, moltissimo costa a noi da ogni punto di vista, giornalistico, politico e, soprattutto, umano.

Nel momento in cui debbo annunciare ai lettori dell’Espresso la decisione di Benedetti voglio anche, se mai ce ne fosse bisogno, ribattere una accusa vergognosa che è stata lanciata contro di lui. L’accusa viene dall’Unità che, traendo pretesto da un civile dibattito d’opinioni avvenuto tra Benedetti e me nell’ultimo numero dell’Espresso, ha creduto di colpirlo con la definizione di “razzista”, un’accusa (come ho già scritto in una mia lettera all’Unità) che non colpisce l’uomo cui è diretta, ma squalifica chi la fa.

L’opinione pubblica di questo Paese sa chi è Benedetti, quali battaglie ha combattuto, quali amici si è scelto e quali avversari ha dovuto affrontare.

Trent’anni di vita e di giornalismo testimoniano per lui e danno la misura della sua coscienza morale e del suo impegno civile di democratico e d’antifascista. Ci ha insegnato non soltanto un mestiere, ma la coscienza e la probità morale con cui dev’essere esercitato. 

Non è un mestiere comodo: impone una continua testimonianza di verità, senza badare alle conseguenze che può produrre, ai nemici che può creare, agli amici che può alienare. A quell’insegnamento abbiamo cercato d’essere sempre fedeli.

Talvolta testimoniare la verità (o almeno quella che a noi risulta tale) provoca dubbi e domande. Se state dalla parte dell’America, ci si chiede, perché ne criticate la politica vietnamita? Allora state con la Russia e coi comunisti. Ma come mai, contemporaneamente, attaccate i comunisti e la Russia per tutto quanto v’è nella loro politica di illiberale, di poliziesco e di aggressivo?

Avete voluto il centrosinistra quando non lo voleva nessuno, ma ora non ne siete soddisfatti. Criticate la Democrazia cristiana e i suoi metodi di malgoverno e di sottogoverno. Dunque appoggiate i socialisti. E allora perché mai criticate anche i socialisti senza neppure quella carità che è dovuta agli amici politici?

Insomma, da che parte state e con chi? Rispondo: non abbiamo mai pensato che un gruppo, un partito politico, uno Stato, un sistema d’alleanze, siano i depositari esclusivi del bene o del male; non abbiamo mai creduto che il mondo si potesse dividere col gesso in buoni e cattivi; abbiamo sempre respinto la verità “rivelata” e sempre abbiamo cercato e cerchiamo la verità “verificata” dai fatti e dall’intelligenza della ragione. Per questo siamo “liberali”; per questo siamo “laici”. Non amiamo le crociate; preferiamo la saldezza dei principi all'emotività delle passioni.

Della civiltà americana e occidentale amiamo tutto quanto c’è in essa (e ce n’è moltissimo) di democratico e di liberale, amiamo la possibilità e la capacità di “dissenso” che essa riesce ad esprimere e che le conferiscono un’indubbia superiorità su altre forme di convivenza sociale. Tanto più dura dunque è la nostra opposizione quando, all’interno di quel sistema, al quale apparteniamo, vediamo affacciarsi forze e gruppi, siano essi McCarthy o Goldwater o i falchi oltranzisti, che rischiano di distorcere i principi su cui esso si fonda e di farlo inclinare verso politiche di pura potenza.

Non a caso, nel momento in cui scoppiava nel Medio Oriente un conflitto gravissimo e il popolo d’Israele veniva aggredito e minacciato di sterminio, ricordavamo i pericoli impliciti nelle vicende vietnamite. La violenza reca purtroppo con sé la violenza, e può aprire un circolo vizioso che può condurre molto lontano.

Questa è la “linea” dell’Espresso. Se ci guardiamo intorno, nel nostro Paese soltanto i socialisti si sono mossi nella stessa direzione. Purtroppo le loro forze non sono state sufficienti a far prendere al governo italiano una posizione abbastanza chiara a favore d’Israele, così come non sono state sufficienti a fargli prendere posizione per la cessazione dei bombardamenti americani nel Vietnam. Avrebbero potuto far di più? Non lo sappiamo, ma questa è la giusta linea sulla quale riteniamo che ci si debba muovere e sulla quale sia noi che loro ci siamo mossi.

Qualcuno dirà o penserà che questa linea ha il torto di non scegliere una volta per tutte un campo contro l’altro. Ma chi dice o pensa in tal modo commette un errore assai grave, perché noi, il nostro campo, l’abbiamo scelto da molto tempo e una volta per tutte: siamo contro le dittature di qualsiasi colore, sovietiche, greche, spagnole o nasseriane che siano; siamo contro la violenza e l’incitamento alla violenza da qualunque parte provenga; siamo per Israele quando il suo diritto alla vita è minacciato e siamo per una pace giusta che ne garantisca i confini e gli consenta finalmente d’avviare un processo di distensione e d’amicizia coi popoli arabi in mezzo ai quali deve vivere.

Siamo, dovunque, con le colombe e contro i falchi, anche se è vero che talvolta, per sopravvivere, le colombe debbono mettere becco ed artigli. Per difendersi. Mai per aggredire.

1924-2022. È morto Eugenio Scalfari, il fondatore dell’Espresso e di Repubblica. VANESSA RICCIARDI su Il Domani il 14 luglio 2022

«In alternativa alla scrittura continuerei a scrivere in altra maniera: è un vizio». Il suo nome si trova nella prima pagina di Repubblica sotto quello della testata.

Nella sua lunga carriera ha visto e raccontato gli scandali della repubblica, Sifar, Enimont, Tangentopoli: «Un giornale con una linea senza uno scoop è noioso».

Con lui alla guida alcune tra le più importanti inchieste scritte in Italia. Strenuo oppositore di Berlusconi, «non credente nelle religioni» ma amico di papa Francesco e negli ultimi anni dedito alla filosofia.

Gianni Minoli ha detto di lui che «i suoi editoriali sono per molti potenti la prima lettura del mattino». È morto a 98 anni Eugenio Scalfari, il fondatore dell’Espresso e di Repubblica, di cui è stato anche direttore fino al 1996. Da allora ha continuato a scrivere come editorialista raccontando tutti i passaggi della storia italiana, prevedendo gli sviluppi della politica e facendo comunque discutere.

Nato a Civitavecchia nel 1924, ricordava di essere venuto al mondo il giorno delle elezioni che avevano portato al delitto di Giacomo Matteotti, il deputato rapito e assassinato dai fascisti. Già giornalista, nel 1955 aveva deciso di creare, con Arrigo Benedetti, la rivista L'Espresso.

Deputato per il Partito socialista italiano (1968-72), nel 1976 ha fondato il quotidiano La Repubblica di cui è stato direttore. Vicepresidente del gruppo editoriale L'Espresso, negli anni è stato insignito di prestigiose onorificenze, come quella di cavaliere di Gran Croce della Repubblica italiana (1996) e di chevalier de la Légion d'honneur (1999).

LA VITA

Laureatosi in giurisprudenza, Scalfari ha iniziato la sua carriera giornalistica nel 1950 come collaboratore del Mondo di Mario Pannunzio e dell’Europeo di Arrigo Benedetti. Nel 1955 ha partecipato con il gruppo degli "Amici del mondo" alla fondazione del Partito radicale, di cui ha ricoperto la carica di vicesegretario nazionale (1958-63).

Dopo aver diretto L'Espresso (1963-68), è stato alla direzione del quotidiano La Repubblica fino al 1996, restandone poi direttore onorario e raffinato editorialista. Il suo nome si trova ancora nella prima pagina del quotidiano sotto quello della testata. Nella sua lunga carriera ha visto e raccontato gli scandali della repubblica, da Sifar a Enimont, fino a Tangentopoli.

Prolifico autore di saggi, ha raccontato la nascita delle sue testate in La sera andavamo in via Veneto: «La mattina del 22 settembre del 1955 ci trovammo per la prima volta io ed altri nove colleghi all’indirizzo di via Po, prima sede dell’Espresso trent’anni fa. Dire che quella mattina, in quei pochi metri quadrati di spazio ci fossa animazione è dire assai poco: eravamo agitati, emozionati, felici, impauriti allo stesso tempo. Sembrava di partecipare al varo di una nave, della quale però nessuno – neppure Benedetti ed io che pure ne avevamo discusso e ci avevamo studiato sopra per lunghi mesi – conosceva con esattezza forma, dimensioni e strutture».

Diventerà uno dei più importanti settimanali in Italia, a partire dal titolo storico “Capitale corrotta, nazione infetta” per l’articolo firmato da Manlio Cancogni, una copertina che ha segnato il 1955 e la storia del giornalismo. Celebri le rubriche e le inchieste di Camilla Cederna, la stessa giornalista che scrisse il libro che ha portato alle dimissioni del presidente della Repubblica, Sergio Leone, o la rubrica di Umberto Eco “La bustina di Minerva” pubblicata sull’ultima pagina del settimanale dagli anni Ottanta fino alla sua morte, nel 2016.

Il 13 gennaio 1976 è la volta della Repubblica. «A tenere a battesimo il nuovo giornale c’erano, intorno a quella rotativa semiartigiana, Giorgio Mondadori e Mario Formenton» e «Gianfranco Alessandrini e Lio Rubini» ha raccontato Scalfari. Con una redazione di 40 giornalisti come Giorgio Bocca, Natalia Aspesi, Enzo Forcella, Corrado Augias, Miriam Mafai, Barbara Spinelli e molti altri che diventeranno tra le firme più lette del giornalismo italiano.

La tiratura iniziale era di 100mila copie e sono state vendute tutte. Nella nota di presentazione scriveva: «Questo giornale è un po’ diverso dagli altri: è un giornale di informazione il quale, anziché ostentare un’illusoria neutralità politica, dichiara esplicitamente di avere fatto una scelta di campo. È fatto da uomini che appartengono al vasto arco della sinistra italiana».

Scalfari, che nella sua lunga carriera ha coltivato da ateo – anzi da «non credente nelle religioni» come specificava - anche l’amicizia con papa Francesco, ha raccontato da vicino ogni passaggio cruciale della vita della nazione. Ha avuto modo di intervistare il segretario del Partito Comunista Enrico Berlinguer: «Lui chiedeva di rivedere il testo». Ed è sempre di Scalfari quella che è considerata l’ultima intervista ad Aldo Moro, il segretario della Dc rapito e ucciso dalle Brigate rosse, pubblicata postuma.

Dagli anni Novanta ha portato avanti una lunga battaglia contro Silvio Berlusconi: «Sono stato amico intimo di Berlusconi quando non faceva politica».

Scalfari, nonostante le alterne vicende editoriali, non ha mai smesso di scrivere su Repubblica. Nel 1987 Carlo De Benedetti (ora editore di Domani) è diventato editore dell’Espresso e di Repubblica attraverso la Cir, acquisendo una partecipazione rilevante nella Arnoldo Mondadori Editore e, attraverso di essa, nel gruppo. Dopo il distacco da Mondadori nel 1998 è nato il gruppo editoriale l’Espresso che includeva entrambe le testate, finché nel 2016 si è fuso con il Itedi, diventando Gedi di Agnelli-Elkann a cui si è aggiunto nel 2022 il recente passaggio dell’Espresso all’imprenditore campano Danilo Iervolino. 

Ancora nel 2019, Scalfari ha dimostrato la sua lungimiranza politica preconizzando la futura alleanza tra Matteo Salvini, Luigi Di Maio e Matteo Renzi che poi si verificherà nel governo di larghe intese presieduto da Mario Draghi.

Tra i suoi ultimi articoli pubblicati su Repubblica, un editoriale sulla guerra in Ucraina: «L’Europa ha una ferita nel cuore, si chiama Russia, che ha a sua volta un'altra ferita ancora più grande, si chiama Ucraina».

Negli ultimi anni si è dedicato alla filosofia: «Hai vissuto una vita piena se hai potuto realizzare te stesso al meglio delle tue capacità ed hai conosciuto amore e dolore accettando i tuoi limiti. Naturalmente questa vita piena è tutt'altro che facile e semplice. Perché anche l'esistenza più ricca non può aggirare la presenza incombente della morte».

Scalfari ha raccontato il suo percorso umano e professionale in un’autobiografia e infine in un romanzo firmato da Antonio Gnoli e Francesco Merlo: Gran Hotel Scalfari. Confessioni libertine su un secolo di carta (2019). «In alternativa alla scrittura – diceva al collega Gianni Minoli –, continuerei a scrivere in altra maniera: è un vizio». La sua linea editoriale travalicava la teoria: «Un giornale che ha una linea senza uno scoop è noioso». 

Il direttore che creò una “borghesia giornalistica” per cambiare l’Italia. ATTILIO BOLZONI su Il Domani il 14 luglio 2022

Le inchieste sulle Brigate rosse, il sequestro di Aldo Moro con la “linea della fermezza“ contro ogni trattativa per la sua liberazione, la scoperta della loggia P2 e il concorrente diretto - il Corriere della Sera - colpito mortalmente dallo scandalo.

A fare da raccordo con Scalfari, per ogni piccola o grande notizia che la Sicilia vomitava quotidianamente, era entrato in scena con il suo preziosissimo giornalismo e con tanta amicizia Giuseppe D'Avanzo.

Il giorno del suo congedo dalla redazione, nel maggio di ventisei anni fa, ci ha salutati citando un verso dell’Amleto di Shakespeare: «Vi lascio il rosmarino per i ricordi e le viole per i pensieri».

Eravamo tutti appollaiati sulle cassettiere dell’ufficio centrale, incastrati uno all’altro come sugli spalti di un’arena che poi era il lunghissimo tavolo dove intorno c’erano Sandro Viola e Miriam Mafai, c’era Giampaolo Pansa, c’erano Alberto Jacoviello e Mario Pirani, c’era Nello Ajello, c’era Bernardo Valli, c’era Roselina Balbi, c’erano Enzo Forcella e Antonio Gambino. Ogni tanto calava da Milano anche Giorgio Bocca.

Molti di noi non avevano ancora 25 anni, tutti però avevamo diritto d’ingresso e di parola alla riunione del mattino, la “messa cantata” del direttore. Lui entrava fra le 10.30 e le 11 con un post it giallo in mano, da una parte un elenco di nomi e dall’altra un “viva” o un “abbasso”, i buoni articoli e gli articoli mediocri pubblicati sul giornale. In tremante attesa del suo giudizio davanti a quella platea eccellente, trattenevamo il fiato.

A volte, capitava che Scalfari allungasse la nostra agonia con una telefonata. Al presidente della Repubblica Sandro Pertini, al segretario del Partito comunista Enrico Berlinguer o a quello della Democrazia cristiana Ciriaco De Mita. Azionava il pulsante del vivavoce e parlava con loro, sentivamo domande, risposte, battute, qualche sfogo. Con gli occhi spalancati e la bocca aperta poi ascoltavamo quegli altri intorno al tavolo, i “mostri sacri”, le grandi firme che dibattevano del mondo fino a quando toccava a lui. E nella stanza scendeva il silenzio.

Sempre nella stessa posizione, alla destra il vicedirettore Gianni Rocca («che teneva Scalfari sulle spalle», ricordano i fondatori per esaltare il ruolo che aveva avuto Gianni nell’avventura), alla sua sinistra il giovanissimo Mauro Bene che per il direttore era come un figlio.

E di fronte il vecchio Franco Magagnini, il caporedattore del giornale, mestiere imparato sulla strada, sensazionale fiuto per la notizia, un livornese sanguigno e di cuore grande, un caporedattore “parlante” come negli anni successivi raramente se ne sono trovati nei giornali, caporedattore nel senso letterale del termine, capo della redazione e dei suoi redattori, portatore delle loro aspirazioni e dei loro lamenti.

Era l’unico a osare una qualche critica a Scalfari. Non accadeva di frequente, ma accadeva. Per noi, gli ultimi arrivati, era una scossa elettrica, un colpo. Perché Scalfari non era solo il direttore, era anche molto altro. Il suo genio ci incantava.

Lo posso ricordare per come l’ho visto io, da un punto molto particolare di osservazione, corrispondente di Repubblica dalla Sicilia, lontano fisicamente ma vicino al cuore del giornale per la materia che trattavo, la mafia, argomento che ha avuto uno spazio importante sin dal primo numero, il 14 gennaio 1976. Un taglio a centro pagina, titolo su tre colonne, “Antimafia, un documento segreto”, articolo a doppia firma, Bruno Corbi e Roberto Chiodi.

Lo posso raccontare per come sono cresciuto in quella comunità giornalistica, per come Scalfari ha dato anima alla carta e a noi una favolosa occasione che non sempre nella vita può arrivare.

Eravamo a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta e, se fino a qualche stagione prima, il direttore “non sentiva ancora il suo pubblico”, finalmente il miracolo si stava ripetendo ogni mattina in edicola.

Le grandi inchieste sul movimento studentesco e sulle Brigate rosse, il sequestro di Aldo Moro con la “linea della fermezza” tenuta dal giornale contro ogni trattativa per la sua liberazione, la scoperta della loggia P2 e il concorrente diretto – il Corriere della Sera – colpito mortalmente dallo scandalo della massoneria di Licio Gelli che si era infiltrata ai suoi livelli più alti.

Repubblica era diventata Repubblica. Una mescolanza fra i grandi del giornalismo italiano e un drappello di cronisti alle prime armi con la passione e la straordinaria fortuna di ritrovarsi lì in mezzo, liberi, liberissimi di rovistare in ogni angolo d’Italia.

Di questo privilegio ne eravamo consapevoli già al tempo ma, per come poi sono andate le cose, quarant’anni dopo avremmo capito meglio, quarant’anni dopo avremmo capito tutto della buona sorte che il destino ci aveva riservato.

Mai un discorso obliquo per una notizia apparentemente troppo spinta o che potesse irritare qualcuno, mai una censura, neanche una fastidiosa pressione. Ma c’era anche il contraltare, il lato più scomodo, i rimproveri severi o severissimi che venivano recapitati sempre con una lettera. Per l’approssimazione, la superficialità di un pezzo, la trascuratezza nella scrittura, per un’informazione non completa finita precipitosamente in pagina.

Nell’anno di fondazione del giornale, il 1976, ancora non c’ero, avevo appena iniziato a fare il cronista all’Ora di Palermo. Ma i vecchi amici di Repubblica mi hanno sempre raccontato dei primissimi passi di Repubblica. E di quello che gli allora aspiranti giornalisti chiamavano “il rotor”.

C’erano gli editorialisti, i commentatori, gli inchiestisti e poi ragazzi come Luca Villoresi, Carlo Rivolta, Lucio Caracciolo e lo stesso Mauro Bene.

Il primo di loro che arrivava in redazione si fiondava sull’unica macchina per scrivere libera e stendeva il suo articolo, gli altri aspettavano fremendo il turno, uno dopo l’altro ruotavano in uno stanzone, era il “rotor” di piazza Indipendenza.

Fresco, moderno, irrequieto e mai paludato, era il giornale di Eugenio Scalfari, pensato con l’editore Carlo Caracciolo con il quale il direttore aveva una comune visione dell’Italia che doveva scrollarsi di dosso polvere e retorica. Nella cultura e nella politica, nell’economia e nel costume. L’Italia del cambiamento. Per noi ragazzi, perché ragazzi eravamo, era come vivere in un sogno. Fatica e voglia di vedere lontano, oltre.

Sudore e quella carta sporca d’inchiostro che poteva incidere ogni giorno su qualcosa o su qualcuno, modificare, trasformare, dare uno scatto a un paese che ci sembrava arcaico anche nel modo di fare giornalismo.

Il mio primo articolo su Repubblica l’ho pubblicato il 22 luglio del 1979, il giorno prima a Palermo avevano ucciso il capo della squadra mobile Boris Giuliano. Avrei scritto dalla Sicilia, e sempre per Repubblica, per quasi altri 25 anni prima di trasferirmi a Roma.

Ogni tanto mi arrivava un telegramma del direttore, sì, proprio un telegramma: Scalfari mandava telegrammi ai corrispondenti italiani e agli inviati in giro per il mondo. «Bellissimo pezzo Eugenio». Le telefonate erano di altro tono.

Una sera, era il 1983 o il 1984, una delle sue segretarie mi passò il direttore. L’ora era insolita, si stava chiudendo il giornale. Ero in ansia, il giorno prima avevo scritto un articolo forse un po’ troppo “siciliano” su ciò che stava accadendo intorno a me, ero laggiù e vivevo con angoscia e dolore la spaventosa Palermo.

Il direttore fu sbrigativo: «Il tuo articolo di ieri non mi è piaciuto, c’era troppo cuore e poca ragione». Scalfari mi stava comunicando i suoi dubbi sulla corrispondenza dalla Sicilia di 24 ore prima, che però lui aveva messo in pagina pur non convivendone l’impostazione né i contenuti.

Probabilmente è stato uno dei giorni più significativi della mia vita professionale. Ritorna ancora quella parola: fortuna. Ma quanta fortuna ha avuto quella generazione giornalistica che ha incontrato Eugenio Scalfari?

Nelle redazioni è usanza darsi del tu fra tutti. E a Repubblica tutti davano del tu a Scalfari, anche qualche fattorino, anche qualche telescriventista o dimafonista (al tempo le agenzie arrivavano sulle telescriventi, i pezzi che gli inviati e i corrispondenti “dettavano” venivano registrati dai dimafoni che poi li trascrivevano e li passavano in redazione). Io però non ci sono mai riuscito.

Sempre del Lei, fino all’ultimo. In una delle sue sempre più sparute visite al giornale ho incontrato il direttore accompagnato da Dario, una volta suo autista e poi affettuosa ombra. Ci siamo salutati e mi ha chiesto perché «continuavo ostinatamente a dargli del Lei». Con un sorriso si è risposto da solo: «Forse perché vuoi mettere distanza tra me e te». Gli ho sorriso anch’io: «Caro direttore, ho semplicemente il senso delle proporzioni».

Nel 1986, a dieci anni dalla nascita di Repubblica, ogni dipendente – dal vicedirettore all’ultimo impiegato assunto – si è visto consegnare a casa un elegante orologio, un Baume & Mercier, dono di riconoscenza di Scalfari per cosa era ormai Repubblica.

L’inseguimento al più grande giornale italiano si era appena concluso: Repubblica l’aveva raggiunto e superato nelle vendite. Era l’obiettivo che si era posto Scalfari fin dall’inizio. Ci aveva sempre creduto, sicuro di farcela. L’anno prima, il 1985, d’estate avevo lasciato Palermo all’improvviso e per diversi mesi. Una telefonata al direttore, poi il primo volo: «Non posso stare qui, è successo qualcosa».

Dopo poche ore ero già a Roma e, lì nella sua stanza, ho avuto il primo vero incontro ravvicinato con Scalfari sulla questione mafia. A Palermo avevano appena ucciso il capo della “catturandi” Beppe Montana, il poliziotto che dava la caccia ai latitanti.

Qualche giorno prima della sua morte Montana era venuto a casa mia in un orario insolito, abitavo in una borgata di mafia, e a me – per quello che aveva detto sprofondato in un divano – sembrava già morto.

Dopo il delitto ho avuto paura e mi sono allontanato dalla Sicilia. Da Roma ho scritto tutto quello che sapevo sulla solitudine di Montana e poi su quella di Ninni Cassarà, l’altro funzionario di polizia ammazzato a Palermo quell’estate. Un isolamento nato anche dentro il ministero degli Interni.

Qualcuno dal Viminale chiamò il direttore per avvertirlo che ero «portatore di interessi palermitani». Volle sapere. Gli raccontai come stavano le cose: «È vero, sono portatore di interessi palermitani, gli interessi dei morti, quelli che hanno appena ucciso».

Il giorno dopo in prima pagina, di spalla, Scalfari pubblicò una lettera di Saveria Antiochia, la madre di uno terzo poliziotto assassinato in Sicilia in quell’estate del 1985. Il Viminale non ne uscì affatto bene.

Da quel momento, e con il clima che a Palermo si faceva sempre più incandescente con l’inizio del maxi processo e le trame intorno ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, si stabilì una sorta di telefono rosso fra la redazione di Palermo (casa mia, all’Acquasanta) e piazza Indipendenza.

A fare da raccordo con Scalfari, per ogni piccola o grande notizia che la Sicilia vomitava quotidianamente, era entrato in scena con il suo preziosissimo giornalismo e con tanta amicizia Giuseppe D’Avanzo, cronista napoletano appena sbarcato a Roma.

Nasce una sorta di mini pool sulla mafia sotto la benedizione del direttore, al palazzo di Giustizia di Palermo avevano il loro, a Repubblica avevamo il nostro. Scambio permanente di informazioni, fonti condivise, confronto serrato (e alcune volte anche brusco) sulla decifrazione degli avvenimenti. Poi libertà di scrivere. Sempre.

Una redazione è un piccolo mondo dove scorre non solo l’esistenza degli altri ma naturalmente anche quella di chi la popola. E Scalfari, che la parte più giovane della redazione chiamava Barbapapà, aveva premure che è difficile dimenticare. Per la grafica con problemi di tossicodipendenza, sempre tenuta al coperto, tutelata.

Per la figlia di un vecchio collega che, sul letto di morte, l’aveva pregato di avere cura di lei. Promessa mantenuta. Per una giornalista appena lasciata dal marito. Convocata nella sua stanza, l’ha fatta sedere e le ha detto: «Ricordatelo, tu sei una donna che si prende e non una donna che si lascia». Sapeva tanto su ciascuno di noi. Molto meridionale di temperamento, caldo, le sue origini dopotutto erano calabresi.

Ma il regalo più grande che ha fatto alla sua Repubblica, come ricorda sempre Alessandra Longo, una triestina arrivata alla redazione centrale alla fine degli anni Ottanta, è aver formato una «borghesia giornalistica».

Se all’inizio dell’avventura c’erano solo le eccellenze da una parte e dall’altra una piccola folla dei giovanissimi cronisti, anno dopo anno ha fatto crescere professionalmente decine di cronisti spalmando il loro sapere in pagina ogni mattina. Un’altra chiave del successo di Repubblica.

Telefonata a tarda sera del direttore: «Giorgio domani viene in Sicilia e ti chiamerà, portalo a fare uno di quei tuoi giri misteriosi all’interno dell’isola». Rispondo “sì direttore”, ma non ho idea di chi sia Giorgio. Lo capisco il giorno dopo: «Sono Bocca, quando ci vediamo?».

Lo incontro con sua moglie, Silvia Giacomoni, che era anche lei una di noi, giornalista di Repubblica, sua moglie non lo chiamava mai per nome ma “il Bocca”. Il direttore mi aveva assegnato un compito difficile, di responsabilità grande: fare da guida a Bocca per una settimana. L’ho accompagnato di qua e di là, gli ho presentato il giudice Paolo Borsellino, l’ho portato a Corleone, a San Giuseppe Jato, a Trapani, a Castellammare del Golfo, a Portella della Ginestra. Un altro dei grandi regali che mi ha fatto Eugenio Scalfari.

Repubblica è il solo giornale italiano che il 24 maggio 1992, il giorno dopo l’uccisione di Giovanni Falcone, ha dedicato l’intera prima pagina alla strage. Gli altri quotidiani avevano anche altri titoli, altre notizie, Repubblica si è distinta pure quella mattina.

Di mafia ha sempre lasciato fare a noi, agli esperti del ramo. Tranne una volta. Sette mesi dopo la strage di Capaci il direttore, a dicembre, ha incontrato Tommaso Buscetta, il grande pentito di mafia che aveva consegnato a Falcone le chiavi per decifrare Cosa nostra.

Gliel’ha portato Giuseppe D’Avanzo, insieme hanno firmato una bellissima intervista, la prima da quando Buscetta era tornato in Italia. Sul suo dolore per Capaci e via D’Amelio, sulla sua delusione per la giustizia italiana, sul circo dove era stato catapultato con decine di pubblici ministeri che lo volevano interrogare.

«Mi ha colpito la cultura umana di Buscetta, il suo senso della dignità», mi ha raccontato qualche settimana dopo l’incontro con il pentito. Nel mio schedario conservo ancora gelosamente l’edizione di Repubblica del 17 marzo 1988, in prima pagina un suo articolo. Su di me. Mi avevano appena arrestato con la cervellottica accusa di “concorso in peculato con pubblico ufficiale rimasto ignoto”, insieme al collega dell’Unità Saverio Lodato.

Per il procuratore capo della repubblica di Palermo, Salvatore Curti Giardina, che in quella Palermo in tre anni e mezzo non aveva ordinato neanche la cattura di un ladro di galline, dovevamo finire in galera perché ci eravamo impossessati di beni dello stato, le fotocopie delle rivelazioni del pentito Antonino Calderone.

Da lì l’accusa di peculato e il carcere per otto giorni. “Le manette alla verità”, il titolo dell’editoriale di Scalfari. Uscito di prigione andai subito a trovarlo. «Cosa vuoi fare adesso? Dimmi se hai bisogno di andare lontano da Palermo, dimmi dove vuoi andare e ti ci mando».

Volevo restare al mio posto, volevo restare a Palermo. Con quel direttore mi sentivo al sicuro anche lì. Il giorno del suo congedo dalla redazione, nel maggio di ventisei anni fa, ci ha salutati citando un verso dell’Amleto di Shakespeare: «Vi lascio il rosmarino per i ricordi e le viole per i pensieri». 

ATTILIO BOLZONI. Giornalista, scrive di mafie. Ha iniziato come cronista al giornale L'Ora di Palermo, poi a Repubblica per quarant'anni. Tra i suoi libri: Il capo dei capi e La Giustizia è Cosa Nostra firmati con Giuseppe D'Avanzo, Parole d'Onore, Uomini Soli, Faq Mafia e Il Padrino dell'Antimafia.

LA REPUBBLICA UNA E INDIVISIBILE. Ho conosciuto due Scalfari con passionalità spudorate e odi travolgenti. MARCO DAMILANO su Il Domani il 14 luglio 2022

Ad affascinare di Scalfari erano le contraddizioni, le variazioni, il suo essere un illuminista romantico, mosso da passionalità spudorate, amori e odi travolgenti. Ha rappresentato un’Italia di minoranza, ma è stato un grande italiano. Anzi, un arci italiano.

«Come ti è saltato in mente di mettere in copertina il cazzo?». Conoscevo bene quella voce, la conoscevamo tutti, tremava di indignazione. Provai a difendermi: «Abbiamo fatto un ritratto dell’Italia che dice di no al razzismo e all’intolleranza...». Il numero in uscita dell’Espresso di cui ero direttore era davanti a me. C’era la foto di una manifestazione e una donna reggeva un cartello festoso, colorato, con la scritta a mano: «Buonisti un cazzo!». Mi aspettavo qualche reazione, ma non la sua, non di Eugenio Scalfari.

«Volevo mandare il numero a papa Francesco perché nella mia rubrica gli faccio una domanda su Dio e il tempo. Ma ho dovuto strappare la pagina e spedirgli solo quella. Non posso mandare al papa il cazzo!». Il laicissimo Scalfari mi stava spiegando che l’Espresso non avrebbe dovuto mettere una parolaccia in copertina per non turbare il pontefice. Mi veniva da ridere per la situazione surreale. E mi resi conto che un po’ veniva da ridere anche a lui.

Se n’è andato il giorno della presa della Bastiglia, di Liberté, Égalité, Fraternité, il suo credo. Mi rifugio in questo ricordo allegro per scacciare una monumentalizzazione che lo ha coinvolto negli ultimi anni, la sua trasformazione in un Santissimo in vita da venerare cui si disponeva con consumata professionalità: «Mi viene attribuito il difetto di essere vanitoso, ma non è un’ingiuria perché dovremmo definirci tutti come vanitosi. La vanità è voler emergere nella propria vita, nel lavoro, nella simpatia o nel fascino che riteniamo di ispirare nelle persone che desideriamo conquistare».

Ad affascinare di Scalfari erano le contraddizioni, le variazioni, il suo essere un illuminista romantico, mosso da passionalità spudorate, amori e odi travolgenti, fin da quando frequentava il gruppo dei liberali negli anni Cinquanta, «vitelloni con un pizzico di snob. Molto misogini. Molto voyeurs. Molto indolenti. Alquanto sciroccosi. Testardamente sedentari, sembrava non si fossero mai mossi da quella strada e da quei caffè», in via Veneto. In questo ha rappresentato un’Italia di minoranza, ma è stato un grande italiano. Anzi, un arci italiano.

Ho avuto modo di conoscere due Scalfari. Il primo, per me come per tanti della mia generazione, è stato da lettore il direttore che ha cambiato il modo di fare giornalismo, l’editorialista atteso ogni domenica, il fondatore che sulle sue pagine consentiva il dissenso, un diverso parere più ampio della rubrica di Alberto Ronchey, e lo sberleffo più aspro, come quando pubblicò nel 1977 una vignetta di Giorgio Forattini in cui veniva disegnato all'atto di spararsi da solo su un piede mentre le Brigate rosse gambizzavano Indro Montanelli.

Il secondo Scalfari l’ho conosciuto di persona più tardi, all’Espresso. Un uomo pacificato, felice, splendido con il girocollo azzurro, sottobraccio al fidatissimo Dario, a novant’anni passati sfogliava un giornale e coglieva l’incongruenza tra un occhiello, un sommario e un titolo.

L’ho visto condurre un’intervista (a Romano Prodi), prendeva poche righe di appunti, segnava su un foglietto singole parole da cui sarebbe nato un pezzo di molte migliaia di battute, con la conversazione ricostruita a memoria. E pensai alle interviste entrate nella storia: ad Aldo Moro, uscita postuma, nel 1978, e a Enrico Berlinguer nel 1981 sulla questione morale e la diversità del Pci.

Due colloqui in cui i protagonisti erano gli intervistati, ma soprattutto l'intervistatore. Che interpretava la musica d'altri a modo suo, come fa un grande direttore d’orchestra.

Se Eugenio Scalfari è stato nonostante l’ispirazione repubblicana il re del giornalismo, verrebbe voglia di citare – alla Scalfari – Ernst Kantorowicz e il doppio corpo del Re, in cui convivono immortalità e caducità: il corpo naturale che invecchia e muore, il corpo politico del regno e dello stato che, a differenza di quello fisico, non muore mai.

Così scrisse anche lui al momento di lasciare la direzione del giornale, nel 1996: «La Repubblica una e indivisibile». E in quel momento aveva ragione. Ma infine con lui il destino è stato diverso. Il suo corpo mortale ha avuto una lunghissima esistenza. Il corpo del suo giornalismo e delle testate da lui fondate è finito prima.

Tutto era partito da quell’indirizzo. Via Po 12, quattro stanze, più una toilette e un altro stanzino, finestre al piano terra che davano sulla strada, era il 22 settembre 1955, si preparava il primo numero del nuovo settimanale: L’Espresso.

«Eravamo agitati, emozionati, felici, impauriti allo stesso tempo. Sembrava di partecipare al varo d'una nave, della quale nessuno conosceva con esattezza, forma e dimensioni e strutture», scrisse Scalfari che era direttore amministrativo e redattore per l'economia. In quel momento aveva 31 anni, aveva lavorato a Milano alla Banca commerciale e collaborato con il “Mondo” di Mario Pannunzio.

Una mattina mi raccontò di quando Raffaele Mattioli («un banchiere rinascimentale, in un capitalismo irrimediabilmente piccolo-borghese era un grande borghese», scrisse di lui al momento della scomparsa, nel 1973) lo rispedì a Roma: «Mi diede una piccola cifra al mese per scrivergli due paginette su quanto avveniva nella Capitale. Una specie di borsa di studio, mentre io trovavo la mia strada, lavoravo con Arrigo Benedetti al progetto di un nuovo giornale».

Doveva essere un quotidiano, tra i finanziatori erano stati individuati Enrico Mattei e Adriano Olivetti, ma il progetto era dispendioso, si cambiò obiettivo. «Chi non è del mestiere non può sapere quale sia il fascino artigianale di costruire il menabò d’un nuovo giornale. E chi pensa che il momento decisivo della fondazione d'un giornale sia la linea politica che esso avrà, prende un abbaglio grosso. Lo prendono spesso, almeno in Italia, perfino gli editori, che in realtà, nella maggioranza dei casi, non sono dei veri editori; sicché danno assai poca attenzione alla costruzione del menabò e molta di più al progetto politico. Per nostra fortuna, noi eravamo cresciuti ad un'altra scuola. Per noi i problemi della linea politica e la struttura editoriale del prodotto facevano tutt’uno».

Menabò e progetto. Politica e innovazione editoriale. Sono state le due chiavi del successo di Scalfari. Un ircocervo, un soggetto fantastico, «una figura dimezzata o trimezzata, nella quale confluiscono i requisiti del giornalista, dell'imprenditore, dell'uomo politico».

Tanti anni dopo, nel 1990, Scalfari usò questa definizione di sé –così come Craxi si era impossessato del soprannome di Ghino di Tacco, invenzione scalfariana – per dichiarare guerra all’uomo che per conto del potere politico voleva comprare Repubblica e Espresso: Silvio Berlusconi.

A Scalfari il paragone con il mostro piaceva tantissimo. Ricordava che la stessa sorte era toccata ad Alfredo Frassati alla Stampa, Luigi Bergamini al Giornale d'Italia, Luigi Albertini al Corriere della Sera durante il fascismo e si inseriva tra quei grandi direttori: «Non c'è da stupirsi se la Repubblica sia diventata una posizione da espugnare e il suo trimezzato direttore un personaggio da togliere di mezzo», scriveva in un pezzo storico, dedicato ai tanti brechtiani Mackie Messer con il coltello in mano della storia italiana.

Sulla prima pagina del primo numero di Repubblica, il 14 gennaio 1976, un mercoledì, il primo editoriale non firmato era intitolato: «È vuoto il palazzo del potere».

Un manifesto programmatico. In quella metà degli anni Settanta il palazzo appariva vuoto, mentre la società sembrava ricca di istanze, con una sinistra forte, impetuosa, il Pci si sentiva a un passo dalla conquista del potere. Serviva qualcuno che rappresentasse il nuovo che si candidava a riempire il vuoto.

«Ci rivolgiamo alla classe dirigente di domani, quella che ha vinto il referendum sul divorzio e le elezioni del 15 giugno. Una classe dirigente di massa. Con un’unica edizione nazionale, fruibile da Milano a Palermo», aveva detto Scalfari a Luigi Pintor in un dialogo sull’Espresso anticipando l’uscita di Repubblica.

«Il nostro pubblico è molto giovane, due terzi dei lettori non superano i trent’anni, le donne ne costituiscono una notevole percentuale», scrisse tre settimane dopo l’uscita del primo numero. «La Repubblica ha una sua chiave di lettura dei fatti che non coincide con quella di questo o di quel partito».

Scalfari si proponeva di colmare il vuoto con l’intuizione geniale di fornire alla neoborghesia progressista quello che non aveva mai avuto: un racconto, una mitologia, un riconoscimento. Mancava un'identità e Scalfari l’avrebbe costruita, non solo indicando i partiti e i singoli politici, ma i libri da leggere, i film da vedere, le polemiche da celebrare.

Era un’operazione molto più ampia della nascita di un nuovo giornale, era la creazione di un pubblico, di un lettore: l’homo Republicanus, il lettore di Repubblica. Con uno strumento inedito: un giornale nuovo, con un formato, una grafica e un’impaginazione mai vista, il primo piano, la cultura e l’economia al centro. Un quotidiano nazionale con sede nella capitale, come mai era successo nella storia d'Italia, collocato nel cuore della politica e del palazzo disabitato, che sarebbe stato riempito di personaggi, idee, suggestioni. La politica e l’economia: il Tesoro e la Banca d’Italia.

Un pezzo di establishment aveva finalmente trovato la sua voce. E anche quel pezzo di movimento, raccontato sulle pagine di Repubblica da Carlo Rivolta, che negli anni Settanta affollava le piazze e che negli anni Ottanta-Novanta sarebbe diventato il nuovo potere.

Il giornale, infatti, faceva partito a sé. Eccolo qui, il partito di Repubblica. Con i giornalisti, gli intellettuali, «profondamente organici al gruppo di cui erano parte».

I compagni di strada, i collaboratori: Andrea Manzella, Giorgio Ruffolo, Alberto Asor Rosa, Pietro Scoppola, Gianni Baget Bozzo. Gli alleati nel Palazzo della politica: il comunista Enrico Berlinguer, il democristiano Ciriaco De Mita, il segretario del Pds Achille Occhetto, il referendario Mario Segni, l'ulivista Romano Prodi. E i nemici, che per il quotidiano di Scalfari valevano come bandiera più degli amici: Bettino Craxi, Giulio Andreotti, Silvio Berlusconi.

Quasi sempre il partito Repubblica è stato sconfitto nelle urne: esemplare nel 1983 il crollo della Dc di De Mita appoggiata da Scalfari, che precipitò al 32 per cento e perse due milioni di voti. Ma in edicola invece conquistò il primato, in dieci anni superò il Corriere della Sera, il capolavoro di Scalfari.

E aumentò il suo peso politico, man mano che il vuoto si allargava e il sistema si inceppava. Fino ad conquistare la leadership di un bipolarismo che negli anni Ottanta ancora non esisteva in Parlamento, ma che aveva trovato due formidabili catalizzatori mediatici. Sul fronte conservatore e anti-comunista la Fininvest di Berlusconi, sul lato della sinistra la Repubblica di Scalfari.

Per questo nel 1990 la guerra di Segrate per il controllo del gruppo Mondadori fu così violenta. Quando Berlusconi riuscì ad assumere il controllo del gruppo, Scalfari replicò con una dichiarazione di guerra. «Berlusconi cercò Scalfari. Ma Scalfari non c'era», raccontò Pansa che nella prima Repubblica di Scalfari era il vice con Gianni Rocca.

«Le nostre segretarie gli dissero: “C’è Rocca”. Berlusconi alzò le spalle. “C’è Pansa”. Rifiutarono anche me, con energia. “Vogliamo Scalfari!”. Ma il dannato Scalfari era finito chissà dove». Ci fu un incontro, nella casa romana di Gianni Letta: diamoci del tu, perché non riesco a fare una trattativa se ci diamo del lei, disse Scalfari al Cavaliere.

Finì malissimo, con la minaccia di fare un nuovo giornale se Berlusconi si fosse impadronito di Repubblica. E poi un altro faccia a faccia, controverso, ad Arcore, con Fedele Confalonieri al piano che suonava “Rhapsody in Blue” di Gershwin. Con Scalfari c’era sempre Carlo Caracciolo. E alla fine Repubblica e l’Espresso restarono all’editore che aveva acquistato il gruppo, Carlo De Benedetti.

Le tv commerciali del Cavaliere presero nel 1994 le fattezze del partito Forza Italia, il popolo di Repubblica dovette invece attendere a lungo la nascita del Partito democratico. Quando il Pd finalmente arrivò era troppo tardi, anche Walter Veltroni, tra i prediletti di Eugenio, perse le elezioni nel 2008 e ben presto anche la segreteria.

I lettori di Scalfari intanto erano cresciuti, erano andati al potere, erano diventati classe dirigente. «Questa è dunque la scommessa del 5 aprile: abbattere le porte del kafkiano Castello del potere e farvi entrare il popolo sovrano», scrisse il direttore di Repubblica alla vigilia del voto del 1992.

Nello scalfarismo il desiderio di rivoltare il sistema aveva sempre convissuto con l’ambizione di esserne l’architrave. Ma le due aspirazioni non si potevano più tenere insieme. Il vuoto e il nuovo si assomigliavano drammaticamente, coincidevano. Quando le porte si sono aperte si è scoperto che il popolo entrato nel palazzo non sventolava gli editoriali di Scalfari, ma le bandiere della Lega, e poi di Berlusconi, e infine del Movimento 5 stelle.

Repubblica aveva indicato la politica come il terreno privilegiato del cambiamento, ma la società cui ha dato rappresentazione si è gonfiata di rivendicazioni, proteste, pulsioni distruttive, si è capovolta nell'onda dell'anti-politica. Un processo che ha spinto l'ultimo Scalfari a compiere la contraddizione estrema, «tra Berlusconi e Di Maio scelgo il primo», disse nel 2018. Ma forse oggi correggerebbe il giudizio.

Nella crisi del sistema i punti di riferimento di Scalfari sono cambiati: non più i capi dei partiti, ma i vertici istituzionali, i presidenti della Repubblica. Sandro Pertini, amichevole e conflittuale il rapporto con Francesco Cossiga affidato all'amico di sempre Luigi Zanda, e poi Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano, infine Sergio Mattarella, con la stagione a palazzo Chigi di Mario Draghi, confidente di Scalfari negli anni del Tesoro, Banca d’Italia e Bce, com’erano stati prima di lui Guido Carli, Paolo Baffi e Ciampi. L’ultimo vero editoriale di Scalfari è stato scritto dopo la rielezione di Mattarella, per celebrare i due presidenti, «due uomini nei posti giusti».

Dell’Italia a cavallo dei due secoli la Repubblica di Scalfari è stata un potente fattore di modernità. Il foglio di una generazione che voleva partecipare e contare. Con un’idea di giornalismo non subalterno ad altri poteri, un giornalismo che non è un barometro o un semaforo, non si limita a registrare le posizioni, ma ha l'ambizione di interpretare l’opinione pubblica e a volte di anticiparla, ha l'obiettivo di incidere.

Ecco perché tutti i direttori hanno tentato di imitare Scalfari, senza riuscirci, come Scalfari nessuno mai. Ecco perché la sua scomparsa arriva dopo che il suo mondo e quel giornalismo sono finiti, anche se trova riparo nell’auto-citazione e nel conformismo. La morte di Scalfari coincide con la vendita dello storico Espresso, la radice da cui partì tutto, una casualità altamente simbolica.

Quel sistema di partiti e di poteri non c'è più, il palazzo ora è vuoto davvero e non richiede i giornali e le imprese editoriali che lo interpretino. Ma imprese editoriali che restano senza cultura, senza un’idea di paese, senza ascolto di un pubblico, che abdicano al loro ruolo, che non vogliono incidere sulla realtà, che scambiano l'innovazione con le operazioni di marketing e l'influenza con gli influencer, indeboliscono il dibattito pubblico e rendono la democrazia più fragile.

Negli ultimi tempi Eugenio si era allontanato dalla attualità che lo aveva sempre nutrito. Si era concentrato su di sé, sul proprio io. I colloqui con papa Francesco. Le confidenze alle figlie Enrica e Donata.

La poesia e il ritorno all’infanzia, alla casa di Civitavecchia dove era nato: «Da quella finestra/ cominciò la mia vita / la mia memoria, la mia malinconia/ e anche il mio risentimento/ e la voglia di compensare/ non so quale torto subito».

Il suo corpo mortale non c’era quasi più, il corpo del mondo da lui creato stava svanendo. Restava a danzare leggera l’anima dell'Ircocervo, «che, come tutti gli animali mitologici, ha una stranissima proprietà: ogni volta che gli tagliano la testa, quella testa rinasce di nuovo», aveva scritto nel momento più difficile, quando aveva dovuto difendere la sua creatura, il suo giornale. «Chissà come andrà questa volta». Sì, chissà come andrà. 

MARCO DAMILANO.  Giornalista e saggista, è stato direttore de L'Espresso dal 2017 al 2022. Collabora con Domani e, da settembre 2022, conduce una striscia quotidiana di informazione in onda su Rai3

Morte di Scalfari, le reazioni della politica e delle istituzioni. Il Domani il 14 luglio 2022

Dal presidente del Consiglio Mario Draghi, che parla di «vuoto incolmabile», al segretario Pd Enrico Letta, che ricorda «le sue idee, la sua passione il suo amore per l’Italia». Ma le condoglianze arrivano anche dagli storici avversari. Per Silvio Berlusconi è stato «un grande direttore e giornalista»

Sono moltissime le reazioni della politica e delle istituzioni alla morte di Eugenio Scalfari, fondatore e a lungo direttore di Repubblica, morto oggi all’età di 98 anni. «Sono particolarmente addolorato per la scomparsa di Eugenio Scalfari giornalista, direttore, saggista, uomo politico, testimone lucido e appassionato della nostra storia repubblicana», ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Per il presidente del Consiglio, Mario Draghi, la scomparsa di Scalfari «lascia un vuoto incolmabile nella vita pubblica del nostro Paese». Secondo Draghi: «La chiarezza della sua prosa, la profondità delle sue analisi, il coraggio delle sue idee hanno accompagnato gli italiani per oltre settant’anni e hanno reso i suoi editoriali una lettura fondamentale per chiunque volesse comprendere la politica, l’economia».

In Senato, la presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati lo ha ricordato con un breve discorso seguito da un minuto di silenzio. Il presidente della Camera, Roberto Fico, ha detto che Scalfari «ha segnato la storia del giornalismo, innovando il mondo editoriale con passione e lo sguardo sempre rivolto al futuro».

È arrivato anche il commento di papa Francesco che, a quanto riferisce il direttore della sala stampa della Santa sede, Matteo Bruni «ha appreso con dolore della scomparsa del suo amico, Eugenio Scalfari. Conserva con affetto la memoria degli incontri - e delle dense conversazioni sulle domande ultime dell'uomo - avute con lui nel corso degli anni e affida nella preghiera la sua anima al Signore, perché lo accolga e consoli quanti gli erano vicini».

LA POLITICA

Il segretario del Pd Enrico Letta ha espresso il suo cordoglio su Twitter: «Rimarranno sempre con noi le sue idee, la sua passione, il suo amore profondo per l’Italia».

Per l’ex presidente del Consiglio e leader dell’Ulivo Romano Prodi, Scalfari «è stato un grande innovatore del giornalismo italiano, capace di imprimere un segno indelebile nel mondo dell'editoria e di trovare nuove formule di comunicazione, prima con l'Espresso e poi con La Repubblica. Sono molto addolorato per la sua scomparsa, con lui oggi l'Italia perde un eccezionale interprete della vita del paese».

Condoglianze anche da Silvio Berlusconi, storico avversario di Scalfari e del suo giornale Repubblica: «È stato una figura di riferimento per i miei avversari in politica. Oggi, però, non posso non riconoscergli di essere stato un grande direttore e giornalista».

Anche Antonio Tajani, coordinatore di Forza Italia, ricorda Scalfari «nonostante le nostre diverse visioni, politiche e non».

Condoglianze arrivano anche dalle fila della Lega, tramite una nota del presidente della regione Veneto Luca Zaia: «Con la scomparsa di Eugenio Scalfari se ne va una figura che ha scritto pagine di storia del giornalismo italiano».

Bobo Craxi, figlio di Bettino Craxi, storico avversario di Scalfari e Repubblica prima di Berlusconi, lo ha definito «italiano di valore».

Per il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «la scomparsa di Eugenio Scalfari segna un momento molto triste per il Paese intero. Oggi diciamo addio a una vera e propria pietra miliare del giornalismo italiano. Un abbraccio e la massima vicinanza ai suoi cari».

Molti ricordi anche dai suoi giornalisti, come il direttore della Stampa Massimo Giannini.

Per il direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, Scalfari lascia in eredità «un pensiero sempre aperto a cogliere le novità e di un’azione tesa a riformare il Paese, unite dalla passione per confezionare ogni giorno un quotidiano di qualità».

Flavia Amabile per la Stampa il 17 luglio 2022.

Si parlava di politica e giornali nel salotto di casa Scalfari. E politica e giornali sono state fra le parole più pronunciate ieri durante l'ultimo saluto dedicato al fondatore de la Repubblica scomparso il 14 luglio a 98 anni. Si ascoltava jazz, tanto jazz, a casa Scalfari e le note di Sentimental Journey, cantata da Ella Fitzgerald, hanno accompagnato la fine della cerimonia laica nella Promototeca del Campidoglio a Roma. 

Ma del salotto di casa Scalfari mancavano i protagonisti, Carlo Caracciolo, Mario Pirani, Vittorio Ripa di Meana, nomi che a scriverli ora sembrano inghiottiti dal tempo e che per lunghi anni sono stati un pezzo di potere italiano. C'era invece il «lascito» più importante di Scalfari, l'identità, la comunità, il senso di appartenenza che sono le altre parole più pronunciate nei tanti discorsi che hanno scandito il rito di ieri. E c'era un immenso «grazie». Non solo quello scritto sulla prima pagina de la Repubblica di due giorni fa anche ieri accanto al feretro. «Grazie» è stato ripetuto nelle decine di dediche lasciate nel registro delle firme da giornalisti, intellettuali, uomini di politica e di cultura.

«Grazie» è stato il messaggio di chi è salito sul podio a parlare.

Ad ascoltare i loro ricordi centinaia di persone, fuori e dentro la sala. In prima fila, sul lato riservato alla famiglia, le figlie di Scalfari, Enrica e Donata. Tra il pubblico c'erano Gianni Letta, il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, l'ex sindaco di Torino Piero Fassino, Luigi Zanda, il regista Roberto Andò, l'ex direttore de la Repubblica Mario Calabresi. Ad un certo punto la sala è stata chiusa perché aveva raggiunto il limite della capienza e una piccola folla si è radunata nella piazza del Campidoglio, dove era stato montato un maxischermo.

Il grazie più commosso e carico di umanità è arrivato da chi ha condiviso con Scalfari lunghi anni di lavoro in redazione. «Dobbiamo ringraziarlo di tutto, ma di una cosa soprattutto, di aver potuto prendere parte al suo grande e unico viaggio, che continua», ha detto Ezio Mauro, che a Scalfari è succeduto nella guida de la Repubblica. Massimo Giannini, direttore de La Stampa dopo una vita a la Repubblica, è stato il più generoso di aneddoti sulla vita «dei ragazzi di piazza Indipendenza accolti alla corte di re Eugenio». Scalfari - ha spiegato - è stato «carismatico, dispotico, dolcissimo come un padre», l'unico che ha permesso al «patto generazionale di funzionare», dando opportunità a chi era giovane. 

Un grazie è arrivato dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri con la promessa che «Roma saprà ricordarlo come merita». Parole di riconoscenza anche dal presidente francese Emmanuel Macron, che ha sottolineato il profondo legame di Scalfari con la Francia, un legame confermato anche dalle due pagine dedicate ieri a Scalfari dal quotidiano Le Monde.

Le parole di Macron sono state lette dal giornalista Bernard Guetta. Per il presidente francese Scalfariè stato un «prefiguratore dell'Unione». «La Francia ha perso un grande amico - prosegue il messaggio -. In lui non c'era solo l'amore per la nostra lingua, ma prima di tutto l'amore per la Francia, dei suoi Lumi, della sua Enciclopedia, della sua Rivoluzione. Sappiate che la Francia lo amava e ammirava e gli resta eternamente riconoscente». 

Un grazie pieno di amarezza è stato quello di Walter Veltroni, che ha sottolineato che le ultime volte che l'ha sentito, «era sfiduciato, amareggiato. Si sentiva anche lui straniero in patria».

Maurizio Molinari, attuale direttore de la Repubblica, ha ricordato «le sue idee profondamente radicate » e «il coraggio di osare nel leggere le notizie». Un grazie corale, quindi. che diventa una promessa. Come ha precisato Massimo Giannini: «Non siamo un drappello di reduci o un collegio di orfani. Credo che in noi, oltre al dolore della perdita, debba esserci l'orgoglio e la gioia per quello che lui chiamava il lascito, cioè la certezza di aver messo in mare una barca solida, capace di navigare anche senza il suo nocchiere. Per questo dobbiamo sorridere, abbiamo vinto la nostra battaglia per il giornalismo. Quello per cui abbiamo creduto non è perduto. L'anima resta e sapremo tenerla in vita ovunque tu sarai, immenso direttore dei nostri anni felici».

L’ultimo degli illuministi. La vita fenomenale di Eugenio Scalfari, l’uomo che con le sue opere ha superato il tempo. Mario Lavia su L'Inkiesta il 14 Luglio 2022.

È stato giornalista, pensatore, politico. Monarca e imprenditore. Di sinistra, ma consapevole delle evoluzioni che avrebbe dovuto affrontare il Pci per diventare moderno. Verso la fine dei suoi giorni le sue riflessioni sono arrivate a sfiorare il mistero del divino e della storia

Ha vissuto quasi cento anni, biologicamente: ma la vita di Eugenio Scalfari è durata molto di più, almeno trecento anni: come se fosse nato nel secolo dei Lumi, seguace di Voltaire (anzi, si sentiva un po’ Voltaire) e con gli occhi dell’Illuminismo, sia pure corretto da uno scetticismo che gli veniva dall’origine borghese-meridionale, ha letto tutta la storia contemporanea: pensatore ma anche uomo pratico, avendo l’ombra del dubbio sempre allungata su certezze laiche talmente forti da sfiorare paradossalmente il religioso che egli cercò soprattutto, come capita sempre, alla fine della vita.

Un libertino, un concreto, un pensatore, un positivo, un monarca, un imprenditore, un letterato: e al dunque un personaggio fenomenale. Del grande giornalista non metterebbe nemmeno conto di parlare, talmente gigantesca è stata la sua impresa dall’Espresso al miracolo di Repubblica, un oggetto di carta che noi, giovani studentelli di liceo, acquistammo quel 14 gennaio 1976 avendo subito la percezione persino tattile che fosse qualcosa di bello per davvero e consono ai tempi nuovi che venivano: «Incarico a Moro», era il titolo, con sopra il richiamo all’intervista di Scalfari a Francesco De Martino, segretario del Psi: «Carte in tavola, compagno Berlinguer».

«Sono 50 anni che leggiamo opuscoli…», dice annoiato un personaggio di Cechov: così come sono 50 anni, o giù di lì, che leggiamo Repubblica, le vite degli italiani, anche le più anonime, ne sono segnate. Perché come tutti sanno Repubblica è stata, nei decenni di direzione scalfariana, molto più di un giornale, non arriviamo a dire un codice morale ma certamente uno strumento interpretativo della realtà – e come tale, di parte – fino ad acquisire, rivendicandolo, il ruolo di giornale-partito: fu Repubblica l’avversario più muscolare di Bettino Craxi prima e di Silvio Berlusconi poi così come fu Scalfari, peraltro non senza inciampi e contraddizioni, il cantore della cometa progressista Berlinguer-Ulivo-Partito democratico, senza dimenticare gli innamoramenti un po’ estemporanei per i cattolici Ciriaco De Mita e Mario Segni, lui laicissimo pannunziano-lamalfiano.

Cosa cercasse, Scalfari, nel tramestìo della politica italiana è chiaro e non è chiaro, come se alla costante perorazione del buon governo egli associasse sempre un’insoddisfazione di fondo che, ci azzardiamo a dire, è tipico dello scetticismo razionale che egli tanto amava, a partire da Montaigne, forse la figura che intellettualmente più sentiva vicina («Il mondo non è che una continua altalena (…) Non descrivo l’essere, descrivo il passaggio»).

Fu dunque un uomo di battaglia, in fondo si sentiva lui un politico che fa e disfa, e di speculazione insieme – sono i due corni del giornalismo di prim’ordine – e come “politico” fu anche duro, severo, pronto se non a tutto senz’altro a molto e la lista dei compromessi non è corta specie quando si trattava di affari, e certo Repubblica è stata per lui anche un grande affare.

Un uomo di sinistra? Certo. Il sogno suo fu di occidentalizzare il comunismo italiano, andare oltre Togliatti e anche quel Berlinguer che pure stimava più di tutti, ma non fu mai “anticomunista” nel senso di Ernesto Rossi, Mario Pannunzio, Marco Pannella o, per restare nel mondo di Repubblica, Giorgio Bocca, piuttosto era convinto come Ugo La Malfa che senza il Pci l’Italia non sarebbe mai diventata un Paese moderno, certo un Pci che avesse superato se stesso: l’Ulivo, certo, andava bene per battere Berlusconi ma il vero sbocco dell’evoluzione dei comunisti era per lui il Partito democratico, diciamo così, “prima maniera”: negli anni successivi crebbe in lui quella certa disillusione per le cose terrene e dunque per la politica che lo condusse a riflettere prevalentemente sulla filosofia, la morale, la storia, fino a sfiorare il mistero del divino, l’incontro spirituale oltre che fisico con Papa Francesco ne fu il simbolo e lo stimolo.

A quel punto – ma già da anni era iniziata una fase nuova – Scalfari si abbandonò alla ricerca. Nel 1995 uscì un libretto filosofico dal titolo allusivamente proustiano – amava Proust – “Alla ricerca della morale perduta” che è un lungo dialogo immaginario tra lui e Voltaire. A un certo punto Scalfari chiede al grande filosofo se vi sia un nesso tra la morale e la morte: «Sapete – gli dice Voltaire – non si entra nella storia facendo una passeggiata. Ci vuole una intera vita spesa per quello scopo. Di solito ci si entra producendo opere. Opere, capite? Che restino dopo di voi». Domanda Scalfari: «Che genere di opere, signor de Voltaire?». E quello: «Via, non giocate a fare l’ingenuo: opere che restino, poesia, arte, politica, scienza, azioni che la gente ricordi per la propria grandezza, opere comunque destinate ad altri e normalmente al bene degli altri». «Ebbene?». «Ebbene, amico mio, questa è la morale. Il suo nesso con la morte è evidente».

Qui forse sta la radice del narcisismo, termine da lui stesso usato per definire se stesso, ma d’altra parte una personalità eccezionale che sa di esserlo si specchia, si ammira, ma alla fine spunta quella “ruga sulla fronte” (è il titolo del suo unico romanzo) che indica non solo lo scorrere del tempo ma l’insondabilità della vita: l’”esattezza” di cui scrisse l’amico di scuola Italo Calvino non gli era chiara. Ma ecco che adesso, spenta per sempre la luce, Eugenio Scalfari giunto al cospetto di Voltaire potrà dirgli che l’obiettivo lo ha raggiunto, che la sua opera resterà, come egli d’altronde sapeva benissimo, fino alla fine dei suoi lunghi giorni ha avuto la consapevolezza di aver superato il Tempo: ed è un bel modo di morire, per uno come lui.

Un viaggio sentimentale. Eugenio Scalfari, il cestino di carciofi e quell’Italia di un tempo più adulta di oggi. Guia Soncini su L'Inkiesta il 14 Luglio 2022.

Del fondatore di Repubblica in tanti si sono concentrati a criticare l’egolatria o a celebrare i successi, ma la sua leggenda privata è stata costruita anche su piccole cose irrilevanti, che però dicono molto su di lui e, forse, ancora di più su di noi. 

Mi ricordo solo le irrilevanze, è un dono, è una maledizione: mi sembrano fondamentali solo quelle. Primo flashback. Scalfari intervistato da Minoli che, a domanda sul Mondo di Pannunzio, dice che a quei tempi nei giornali mica c’era tutto l’opinionismo di ora. «Ora» è il 1981. Secondo flashback. Un comunicato stampa, nel 2012, in cui Antonio Ricci si lagna perché, nel riportare che non sono riusciti a consegnargli il Tapiro, l’Ansa non dà conto del fatto che, per evitare Staffelli, Scalfari avrebbe imboccato una strada contromano, essendo evidentemente Scalfari un potere forte e Striscia altrettanto evidentemente no.

Qualche mese fa molti lettori con memoria da pesci rossi hanno scoperto, allorché ripubblicato sul sito di Repubblica, un incontro del 1996 tra Eugenio Scalfari, Vittorio Gassman, e Marcello Mastroianni. Era ovviamente un pezzo stupendo: Monicelli che si affaccia, li liquida come «tutti vecchi» e se ne va, era vero? O era un guizzo creativo, il prodotto del vanto scalfariano di non prendere appunti durante le interviste, vanto che non poteva non essere una rivendicazione dei margini di sceneggiatura?

Pensa Mastroianni e Gassman con un intervistatore che si sposta e ci lascia guardare il film. Pensa che spreco. Alla fine del secolo scorso andava molto di moda prendere in giro Scalfari per il suo ego sovradimensionato. Il che faceva ridere, ma non di lui: di chi pensava di poter usare contro Scalfari l’egolatria; contro Scalfari, un cui libro s’intitolava “Incontro con io”.

Peraltro sarebbe interessante (ma crudele) ricostruire i traguardi di quelli che si sono prima o poi sentiti nella posizione di poter sbeffeggiare Scalfari, uno che a cinquantun anni si è inventato Repubblica (cioè: si è inventato un pubblico che fin lì nessuno si era preso il disturbo di codificare, «il cosiddetto italiano medio che si crede colto e vuol sentirsi alla moda», come disse qualcuno a proposito dei lettori di Fruttero&Lucentini).

Ma ora basta parlare di Scalfari: parliamo di me.

È più o meno il 1994 (l’anno di “Incontro con io”: la vita è sceneggiatrice) quando mi presentano quella che per qualche tempo sarà la mia più cara amica. Vive, a Roma, in un bellissimo appartamento al ghetto, che le ha passato sua zia, una donna senza figli che ha una relazione di lunghissimo corso col marito d’un’altra.

Prima di trasferirsi altrove, la zia abitava lì e, quando quel signore andava a trovarla, mi raccontava la mia amica, si scocciavano a uscire a cena. La casa aveva le finestre su tre lati, il terzo era su una piazzetta dove un famoso ristorante fa da sempre dei deliziosi carciofi alla giudia. La coppia clandestina calava un cestino dalla finestra, e il ristoratore lo riempiva di carciofi. Era una leggenda che la mia amica elaborava per me che la ascoltavo incantata? Era la leggenda di sé stessa che la zia le aveva inculcato?

La coppia clandestina naturalmente non era affatto clandestina: il Novecento italiano era un’epoca in cui l’adulterio era un secondo matrimonio; da Mastroianni a De Sica, era pieno di uomini che avevano relazioni stabili, anche con figli, senza mai divorziare. Tutti sapevano tutto: eravamo più colti, più scettici, eravamo una società adulta. La clandestinità veniva buona giusto per drammaturgia: cinquantacinque anni fa Pietro Germi diresse “L’immorale”. Ugo Tognazzi alla fine moriva per la fatica di star dietro a due ménage.

È il 2012, e scrivo un libro sull’adulterio all’italiana. La storia del cestino di carciofi aspettava da quasi vent’anni di venire raccontata, a proposito del labile confine tra clandestinità e ufficialità, adulterio e matrimonio. Quando la inserisco nel capitolo sull’importanza della casa coniugale, la zia della mia amica è già da quattro anni la moglie dell’uomo del cestino di carciofi, che rimasto vedovo l’ha sposata.

È il 2014, e su quel libro, “I mariti delle altre”, m’intervista un settimanale americano. Chiacchieriamo, spiego, Fellini, il direttore di Repubblica, mio padre, Mitterrand, l’Italia, la Francia. L’intervistatrice d’un Paese accuratamente mai adulto trasecola. Giorni dopo mi scrive, l’ufficio legale è terrorizzato dall’imminente pubblicazione e pretende riscontri, non sarà diffamazione dire che Mastroianni tradiva la moglie? Secondo me no, considerato che lui e Catherine Deneuve hanno avuto una figlia. E Scalfari, questa cosa che sia stato anni con un’altra chi la dice? La dice lui, in un saggio nel Meridiano in cui hanno raccolto le sue opere. Del cestino di carciofi no, del cestino di carciofi lo dico io: sarà diffamatorio?

«Fu l’amore per me che li tenne uniti finché vissero, e io feci tutto ciò che potevo per tenerli insieme ed evitare una separazione che avrei vissuto come una catastrofe. Ed è nato il triangolo, sotto il cui segno si è poi interamente scandita la mia vita». Scalfari che parla dei suoi genitori, Scalfari che parla dei carciofi, Scalfari che parla di sé.

In “A sentimental journey”, il documentario girato l’anno scorso dalle figlie sull’ingombrantissimo padre, Scalfari dice del triangolo con prima e seconda moglie «io non ero al vertice», che è un’affermazione che varrebbe un romanzo. In quello stesso documentario, Natalia Aspesi dice che lei la prima moglie la capisce: «Non puoi vivere, credo, con un uomo come Scalfari e rinunciarci per gelosia».

Io però trovo rivelazioni solo nelle irrilevanze. In quello stesso documentario, Massimo Recalcati che dice: «Vostro padre mi ha raccontato di avere incontrato uno psicanalista ma di aver fatto una sola seduta. È come se lo psicanalista gli avesse detto: va bene così».

Il tempo andato non ritornerà. I miei primi 50 anni, la pipa di Merlino e il trucco della comunicazione orizzontale. Guia Soncini su L'Inkiesta il 16 Luglio 2022.

Oggi per essere intellettuali non serve spiegare al mondo le cose che il mondo non capisce in proprio. Basta dire al pubblico ciò che vuole sentire, magari raccontando a una platea falsità tirapplausi per rassicurarla

Il tempo andato non ritornerà. Quest’anno compio cinquant’anni, e mi fa quindi moderatamente impressione che Francesco Guccini l’avesse capito, che il tempo andato non ritornerà, quando io ancora non ero nata e lui aveva trenta miserabili anni. D’altra parte Guccini è sempre stato il mago Merlino dei cantautori: uno che vedeva le età prima di avercele, i tempi prima che i tempi esistessero.

Il tempo andato non ritornerà, neanche quello in cui esisteva il piano del simbolico e potevi dare per scontato che mago Merlino, uno che nell’alto Medioevo si lamenta perché non esiste l’elettricità, uno che fa le valigie richiamando con la bacchetta magica gli oggetti che andranno nel bagaglio, che uno così non fosse banale realismo. E invece no, tutto è emulabile sul piano della realtà, e noi non lasceremo che i nostri piccini abbiano la salute traviata da un mago a disegni del Cinquecento; e quindi, se nel 2022 vai su Disney+ a guardare La spada nella roccia, ci trovi l’avviso di pericolosità «contiene rappresentazioni di tabacco» (che poi quella nella pipa di Merlino è chiaramente droga).

Il tempo andato non ritornerà, l’ho capito con un certo nitore qualche sera fa, mentre su un palcoscenico parlava una di quelle tizie che una volta avrebbero tirato la sfoglia e oggi fanno le intellettuali, giacché oggi per fare le intellettuali non serve un intelletto – cioè: la capacità di dire al mondo le cose che il mondo non capisce in proprio – ma servono i cuoricini, che si ottengono dicendo al mondo esattamente ciò che il mondo vuole sentire. La tizia diceva una qualunque di quelle falsità tirapplausi dalle quali la platea si sente rassicurata, poteva essere «le osservazioni estetiche le facciamo solo alle donne, non sentite mai una critica fatta all’aspetto d’un uomo» (cancellate in una sola frase fatta l’esistenza di Trump e persino quella di Renzi; Berlusconi neppure a pensarci), e la platea pavlovianamente applaudiva.

Il tempo andato non ritornerà, perché la platea non vuole farsi venire il dubbio d’esser scema: vuole tu le dica che sei scema proprio come lei, forse più di lei, incapace di guizzi come lei, indisposta a vedere cose che non fanno comodo al tuo pregiudizio proprio come lei.

Il tempo andato non ritornerà, l’ho capito con persino maggior nitore ieri, leggendo il coccodrillo di Eugenio Scalfari scritto da Michele Serra, del quale ricopio il sottofinale. «La tetragona fiducia di Scalfari nella sua qualità intellettuale […] si è tradotta in atto di fiducia, e di contagio, nella qualità intellettuale dell’opinione pubblica, o almeno di una sua larga parte. Scalfari, senza i suoi tantissimi lettori, è impensabile: eppure uno dei grandi meriti – e privilegi – del suo giornalismo fu non porsi mai, nemmeno per un attimo, il problema di “come piacere ai lettori”, modulando i toni e magari abbassando il tiro».

Il tempo andato non ritornerà: a uno Scalfari cinquantenne di oggi il pubblico direbbe ma perché devo leggere del tuo ego, se posso leggere del mio? Avete mai guardato una diretta Instagram di qualcuno di famoso? Avete mai letto i commenti in diretta? Sto raccogliendo, come catalogo del presente, quelli alle dirette del marito della Ferragni, che in questo periodo spesso parla al suo pubblico la mattina presto. Alle sette di mattina, Vongola75 apre Instagram e digita speranzosa: «Fedez, mi saluti?». Non è qui – Vongola75, ma sia essa un campione di noi tutti – per sentire cos’ha da dire il famoso; è qui per diventare un po’ famosa lei. I miei preferiti sono i commenti in cui, dopo aver chiesto invano che la sua esistenza venisse riconosciuta (il famoso è, come gli sconosciuti, lì per sé: mica può star dietro a tutti i commenti), la Vongola75 del caso sbotta «allora mi sconnetto, visto che non mi caghi».

Il tempo andato non ritornerà, e ormai è tardi per svelarvi che la comunicazione orizzontale era un trucco illusionista, che il famoso è statisticamente probabile non trovi il tempo di filarvisi, che anche per oggi non è il vostro turno per i quindici minuti di celebrità. Ormai se ve lo svelano prendete i forconi, ormai è meglio ci crediate. Ormai è meglio che, se vogliamo avere di che pagare l’affitto coi vostri cuoricini, perpetuiamo l’illusione. Certo che sei Artù, se solo ci fosse un Merlino ad accorgersene. Certo che sei un genio, ma il mondo è maschilista e s’accorge solo che sei culona. Certo che il tuo capolavoro nel cassetto è meglio di quei raccomandati che vengon pubblicati. Certo che quel che hai da dire è imperdibile.

Il tempo andato non ritornerà, e stavo per scrivere che siamo passati in centocinquant’anni da «Je est un autre» a «io è interessante», poi mi sono detta guarda che se Rimbaud non glielo traduci ti dicono che te la tiri a citare cose che non conoscono per umiliarli e metterli in difficoltà, sia mai imparassero una cosa nuova, sia mai quell’accesso al sapere universale che hanno in tasca lo usassero per qualcosa che non è recensire il ristorante dove hanno cenato ieri.

Il tempo andato non ritornerà, e ho pensato ma tanto ormai la guerra dei cuoricini l’hai persa, eran buoni tutti a essere Arbasino quando esserlo non voleva dire essere in competizione con Luca Goldoni, ma prova a diventare Scalfari oggi, quando giochi nello stesso campionato di Erin Doom.

Il tempo andato non ritornerà, e il refuso nell’annuncio mortuario di Scalfari, nella pagina dei necrologi di Repubblica, non è mica un refuso: è il più rivelatorio dei lapsus. Leggendo che Scalfari era morto nel giorno della «resa della Bastiglia», Freud ha avuto un friccico.

Il tempo andato non ritornerà, e io stavo per mettermi a piangere mentre leggevo Serra secondo cui «La facilità, direi quasi l’automatismo, con cui un uomo così ambizioso e così esigente, incapace di qualunque ruffianeria o semplificazione per ingraziarsi il pubblico, è diventato uno dei più popolari e amati (o quantomeno rispettati) giornalisti italiani ci dice molto, anzi moltissimo, sulla qualità come eterno motore delle attività umane». L’eternità andata non ritornerà.

Addio a Eugenio Scalfari. Il giornalismo è in lutto: è morto il fondatore di Repubblica. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 14 Luglio 2022.

L'annuncio del quotidiano fondato nel 1976. Innovatore e influente 'padre' del nuovo giornalismo italiano, che ha fatto scuola nel mondo. Negli ultimi anni, dopo una lunghissima carriera da giornalista, si è dedicato soprattutto alla scrittura

Il mondo del giornalismo italiano in lutto: è morto Eugenio Scalfari. Il giornalista aveva 98 anni. Nato a Civitavecchia il 6 aprile del 1924, è stato il primo direttore-manager dell’editoria italiana, padre de L’Espresso e Repubblica. Dopo aver iniziato gli studi al Liceo Mamiani di Roma, Scalfari si trasferisce con la famiglia a Sanremo (il padre era direttore artistico del Casinò della ‘città dei fiori’) frequentando il liceo classico ‘G.D. Cassini’ dove ebbe come compagno di banco il futuro scrittore Italo Calvino. Nel 1950 si sposò con la figlia del giornalista Giulio De Benedetti, Simonetta, morta nel 2006, da cui ha avuto due figlie, Donata ed Enrica. Dalla fine degli anni Settanta Scalfari è stato sentimentalmente legato a Serena Rossetti, già segretaria di redazione de “L’Espresso”, che ha sposato dopo la scomparsa della moglie Simonetta. 

Dopo la giovinezza a Sanremo, dove al liceo classico ebbe come compagno di banco Italo Calvino, inizia a scrivere su alcune riviste fasciste, per venire poi espulso in quanto ritenuto un imboscato. Nei primi anni ’50 inizia con il Mondo di Pannunzio e l’Europeo di Arrigo Benedetti. Nel ’55 con quest’ultimo fonda ‘L’Espresso’, primo settimanale italiano d’inchiesta. Scalfari vi lavora nella doppia veste di direttore amministrativo e collaboratore per l’economia. E quando Benedetti gli lascia il timone nel ’62, diventa il primo direttore-manager italiano, una figura all’epoca assolutamente inedita per l’Italia.

Negli ultimi anni Scalfari si è dedicato soprattutto alla scrittura, anche con una autobiografia uscita per i suoi 90 anni nel 2014 allegata al quotidiano. Nel suo primo romanzo ‘Il labirinto‘, uscito nel ’98, ha affrontato il rapporto tra sentimenti e ragione, il ruolo che il pensiero esercita nella quotidiana esistenza dell’uomo e il contrasto tra aspirazioni profonde e realtà. Temi affrontati poi anche ne ‘L’uomo che credeva in Dio‘, ‘Per l’alto mare aperto‘, ‘Scuote l’anima mia Eros’, ‘La passione dell’etica’, ‘L’amore, la sfida, il destino’. 

La camera ardente sarà allestita domani in Campidoglio nella Sala della Protomoteca, con l’apertura dalle ore 16 alle ore 19, rende noto in un comunicato il Comune di Roma. Redazione CdG

Giornalismo italiano in lutto, muore a 98 anni Eugenio Scalfari. Fondatore de L'Espresso e La Repubblica, è considerato uno dei principali giornalisti italiani del XX secolo. Il Quotidiano del Sud il 14 luglio 2022.

Addio a Eugenio Scalfari, influente e autorevole innovatore del giornalismo italiano, fondatore del settimanale “L’Espresso” e poi del quotidiano “La Repubblica”, ma anche scrittore capace di spaziare dal saggio al romanzo, politico con radici azioniste, radicali e socialiste e intellettuale liberaldemocratico di spicco. Il “padre” del nuovo giornalismo italiano, che ha fatto scuola nel mondo, è morto oggi all’età di 98 anni.

Tra i maggiori giornalisti e editorialisti del secondo dopoguerra, Scalfari ha dato vita nel 1955, con Arrigo Benedetti, alla rivista “L’Espresso” e nel 1976 a “La Repubblica” di cui è stato direttore per vent’anni. Partecipò alla fondazione del Partito radicale ed è stato anche deputato per il Partito socialista italiano (1968-72), vicepresidente del Gruppo editoriale L’Espresso e insignito di prestigiose onorificenze, quali quella di cavaliere di Gran Croce della Repubblica italiana (1996) e di Chevalier de la Légion d’honneur (1999) dalla Repubblica francese.

Nato a Civitavecchia il 6 aprile 1924, dopo aver iniziato gli studi al Liceo Mamiani di Roma, Scalfari si trasferisce con la famiglia a Sanremo (il padre era direttore artistico del Casinò della ‘città dei fiorì) frequentando il liceo classico ‘G.D. Cassinì dove ebbe come compagno di banco il futuro scrittore Italo Calvino. Nel 1950 si sposò con la figlia del giornalista Giulio De Benedetti, Simonetta, morta nel 2006, da cui ha avuto due figlie, Donata ed Enrica. Dalla fine degli anni Settanta Scalfari è stato sentimentalmente legato a Serena Rossetti, già segretaria di redazione de “L’Espresso”, che ha sposato dopo la scomparsa della moglie Simonetta.

Laureatosi in giurisprudenza, nel 1950 Scalfari iniziò la carriera giornalistica come collaboratore de “Il Mondo” di Mario Pannunzio e de “L’Europeo” di Arrigo Benedetti. Nel 1955 partecipò con il gruppo degli “Amici del Mondo” alla fondazione del Partito radicale, di cui ricoprì la carica di vicesegretario nazionale (1958-63).

Sempre nel 1955 Scalfari fu il fondatore de “L’Espresso” (che poi diresse dal 1963 al ’68). Dopo anni di gestazione, il 14 gennaio 1976 uscì il primo numero del quotidiano “La Repubblica”, di cui è stato il direttore-fondatore fino al 1996, restandone poi direttore onorario e raffinato editorialista, con il suo immancabile editoriale pubblicato ogni domenica in prima pagina.

Attento osservatore della vita politica e del potere in Italia, Scalfari ha investigato e analizzato importanti momenti di crisi della politica italiana (come i casi Sifar, Enimont, Tangentopoli), realizzando memorabili interviste e inchieste. Intellettuale di formazione azionista e pannunzianza, ha sempre sostenuto e difeso il punto di vista laico e progressista nella politica dello Stato italiano. E pur dichiarandosi ateo, Scalfari ha intessuto una confidenziale amicizia con Papa Francesco, con cui ha colloquiato a più riprese realizzando anche interviste-scoop.

Scalfari è stato autore di numerosi scoop giornalistici passati dalla cronaca alla storia. Nel 1967 pubblicò su “L’Espresso” insieme a Lino Jannuzzi l’inchiesta sul Sifar che fece conoscere il tentativo di colpo di Stato chiamato piano Solo. Il generale Giovanni De Lorenzo li querelò e i due giornalisti furono condannati rispettivamente a 15 e a 14 mesi di reclusione, malgrado la richiesta di assoluzione fatta dal pubblico Ministero Vittorio Occorsio, che era riuscito a leggere gli incartamenti integrali prima che il governo ponesse il segreto di Stato.

Scalfari e Jannuzzi evitarono il carcere grazie all’immunità parlamentare loro offerta dal Partito Socialista Italiano: alle elezioni politiche del 1968 Scalfari fu eletto deputato, come indipendente nelle liste del Psi mentre Jannuzzi divenne senatore. Scalfari, che era stato eletto sia nella circoscrizione di Torino che in quella di Milano, optò per la seconda e aderì al gruppo del Psi. Restò deputato fino al 1972. Nel 1968 con la candidatura in Parlamento aveva lasciato la direzione de “L’Espresso”.

Nei primi anni ’70 Scalfari criticò le manovre di Eugenio Cefis, prima presidente dell’Eni e poi di Montedison. E soprattutto contro Cefis fu indirizzato il celebre libro-inchiesta pubblicato con Giuseppe Turani “Razza padrona” (1974).

Come scrittore, Scalfari è autore di importanti libri di inchiesta giornalistica, che hanno lasciato il passo nell’ultimo ventennio a riflessioni esistenziali e filosofiche. Tra le sue pubblicazioni: “L’autunno della Repubblica” (1969); “Interviste ai potenti” (1979); “Come andremo a incominciare?” (in collaborazione con Enzo Biagi, 1981); “L’anno di Craxi” (1984); “La sera andavamo in via Veneto. Storia di un gruppo dal “Mondo” alla “Repubblica”” (1986); “Incontro con io” (1994); “Alla ricerca della morale perduta” (1995); “Per l’alto mare aperto” (2010); “Scuote l’anima mia Eros” (2011); “L’amore, la sfida, il destino” (2013).

Scalfari è autore dei romanzi “Il labirinto” (1998) e “La ruga sulla fronte” (2001); della raccolta in cinque volumi “Articoli” (2004); dell’autobiografia “L’uomo che non credeva in Dio” (2008); del testo “Conversazioni con Carlo Maria Martini” (con Vito Mancuso, 2012).

Della sua produzione più recente vanno citati “La passione dell’etica. Scritti 1963-2012” nella collana “I Meridiani” di Mondadori (2012); “Dialogo tra credenti e non credenti” (Einaudi, 2013); “L’amore, la sfida, il destino. Il tavolo dove si gioca il senso della vita” (Einaudi, 2013); “Racconto autobiografico” (Einaudi, 2014); “L’allegria, il pianto, la vita” (Einaudi, 2015).

Addio a Scalfari: ricordi ed etica. Nelle opere la sua testimonianza. Giuseppe Lupo su la Gazzetta del Mezzogiorno il 15 Luglio 2022.

Ora che Eugenio Scalfari è morto ed è cominciata la fase in cui celebrare un uomo vuol dire rendere omaggio alla sua figura e a quanto il suo talento ha concesso all’epoca in cui egli è vissuto, diventa doveroso interrogarsi non soltanto sul maestro di giornalismo (su cui indubbiamente prevarranno opinioni e giudizi di valore difficilmente confutabili), ma anche sull’autore di libri, alcuni dei quali di impianto volutamente narrativo o pseudo-narrativo, consegnati alla posterità in un volume della prestigiosa collezione dei Meridiani Mondadori, edito dieci anni fa, nel 2012, con un titolo assai eloquente: «La passione dell’etica».

L’operazione di tralasciare il lavoro da giornalista, che pure è presente in questo libro, soprattutto nella prima parte, di per sé potrebbe apparire rischiosa, ma è proprio nel versante narrativo, assai più che in quello dell’opinionista, il luogo dove cercare il vero Scalfari e, con lui, l’autenticità della sua visione etica, diciamo anche filosofica (le pagine del Meridiano traboccano di pensiero più che di invenzione) e dunque anche politica. A noi lettori non è sfuggito la presenza di un’aspirazione nemmeno così latente e sempre pronunciata con voce piuttosto tonante, resa evidente alla presenza di nomi affascinanti attribuiti ai testi: La passione dell’etica, certo, ma pure Alla ricerca della morale perduta o, forse il più elevato nel corpo a corpo con la tradizione, Per l’alto mare aperto. C’era un messaggio che Scalfari intendeva manifestare chiamando in questo modo alcuni dei suoi libri? È una domanda che mi pongo sin dal loro apparire, nel 1995 (nel primo caso) e nel 2010 (nel secondo). E continuo a chiedermelo soprattutto ora, quando il dovere di commemorare non deve essere ricoperto dal velo delle emozioni o toccato dalla fretta di arrivare a giudizi definitivi.

Sicuramente Scalfari intendeva affidare alle sue opere pseudonarrative non solo lo statuto di una testimonianza – quella, per intenderci, che presiede Racconto autobiografico (2014) e che sarebbe stata per lui fin troppo semplice a realizzarsi – ma il piglio di una riflessione che non teme di nascondere le sue ambizioni totalizzanti: essere chiave di lettura di un’epoca, essere il ritratto morale di una generazione, la sua, affacciata alla Storia quando i vent’anni coincisero con la Seconda Guerra Mondiale e i trenta con il periodo della ricostruzione. Qui sta il vero nodo del discorso. Tutti i libri pseudonarrativi di Scalfari sono opere testimoniali. Rappresentano cioè quello che, con somma eleganza, Vittorini definiva «opere di stretta caratterizzazione autobiografica» e non mancava di farlo notare a un disorientato Mario Rigoni Stern (stiamo parlando di uno dei più importanti scrittori della stessa generazione di Scalfari) quando gli scriveva per lettera: «la storia letteraria non è fatta soltanto dai Dante Alighieri, ma anche dai Guinizzelli e Cavalcanti». Il che voleva intendere non soltanto che Rigoni difettasse nell’invenzione, ma anche che avrebbe trovato se stesso pensandosi nelle vesti di un comprimario.

Con Scalfari ci troviamo, invece, agli antipodi. La testimonianza di una parzialità, così come può essere la narrazione autobiografica, funziona nella misura in cui intorno alla vita dell’Io scorre la vita di una nazione, di un popolo, di una civiltà che, senza paura di passare per le vie della retorica, subisce e promuove il respiro di un’epica. Come fa Dante Alighieri, appunto. Scalfari, quando racconta, lo fa sempre in forma testimoniale, ma il suo punto di vista è quello di una parzialità che non riesce a diventare tutto, di un Io che non vuole e non sa diventare Noi e ciò in fondo determina la sensazione di un’occasione perduta. Certo ci sono pagine meravigliosamente allusive, come quella che, in Incontro con Io (1994), discende da una semplicissima parola – «Ricordi?» – scritta da Italo Calvino sulla copia di Se una notte d’inverno un viaggiatore a lui dedicata. Ma è l’assunto di una modernità licenziata troppo in fretta a suscitare qualche dubbio, la modernità di cui discute in Per l’alto mare aperto e che un paio di anni prima, in L’uomo che non credeva in Dio (2008), cade nella trappola pasoliniana dell’innocenza perduta quando descrive il Mezzogiorno.

Addio a Scalfari, il campione dell’altra Italia tra giornalismo e politica. Con il gigante Eugenio tramonta un mondo avventuroso e pugnace, talora spericolato come il sogno seducente del «fare notizia». Oscar Iarussi su la Gazzetta del Mezzogiorno il 15 Luglio 2022.

Non solo un giornalista, ma un mondo. Cronista, economista, polemista, saggista, e da ultimo anche romanziere, filosofo non accademico, neo-illuminista eppure mistico nei ricorrenti dialoghi con papa Francesco, monumentato in vita da un Meridiano Mondadori delle sue opere. Eugenio Scalfari, scomparso ieri a 98 anni, è stato innanzitutto il campione di un’altra Italia nel nostro dopoguerra lungo e per certi versi infinito: l’Italia «terza» rispetto all’egemonia politica democristiana e a quella sociale e culturale del Partito comunista. Un’Italia che fu presto sconfitta nelle urne dalle due «chiese» opposte e poi confluenti secondo la formula delle «convergenze parallele» coniata da Aldo Moro nel congresso democristiano di Firenze nel 1959, invero attribuita a Scalfari da più d’uno storico (Gotor fra gli altri). Tuttavia, l’ispirazione ideale di quell’Italia minoritaria è rimasta vivida, indomita, carismatica come la barba fluente e via via più canuta del Nostro, affettuosamente rinominato «Barbapapà» nella redazione di «la Repubblica», il suo giornale. Ben inteso, suo senza virgolette, dal 14 gennaio 1976 e per sempre sotto la testata dove figura come «fondatore», il Padre Pellegrino di una nuova Terra Promessa, al pari di Antonio Gramsci per “l’Unità” cui proprio il quotidiano scalfariano sottrasse gran parte dei lettori di sinistra.

Scalfari fu di certo cedevole alla Realpolitik nei cambi di stagione (venne eletto deputato del Psi nel fatidico 1968) e sicuramente interessato al potere, sebbene in fondo sempre fedele alla matrice originaria di una borghesia colta, liberal-socialista, non sdegnosa dei piaceri mondani (il padre diresse il Casinò di Sanremo, dove il liceale Scalfari ebbe Italo Calvino tra i compagni di classe). La sera andavamo in via Veneto, recita il titolo di un suo memoriale di successo (Mondadori 1986), la stessa strada della Dolce Vita, tra avventure del pensiero, passioni da non reprimere, andirivieni di divi e stelline nel circo romano dei debuttanti anni Sessanta, e imprese funamboliche a cominciare dal capolavoro di Federico Fellini con Marcello Mastroianni. In quel libro, Scalfari rievoca Marcello come «un giornalista “impegnato” sia pure a modo suo, dalle cui tasche ogni tanto spuntava un "Espresso"; e quello fu il segno della consacrazione». Il riferimento è al settimanale che il trentenne Eugenio aveva fondato nel 1955 con Arrigo Benedetti, trovando i finanziatori in Enrico Mattei e Adriano Olivetti sfilatosi dopo non molto. Il ricordo suona come una generosa rivendicazione pro domo sua dell’importanza dell'«Espresso» pubblicato nel proverbiale formato lenzuolo e diretto da Benedetti. Oltre a essere una delle firme, Scalfari è il direttore amministrativo dell'«Espresso» e nel 1963 ne diventa direttore responsabile.

«Capitale corrotta = nazione infetta» è il titolo della prima storica inchiesta (11 dicembre 1955), svolta dallo scrittore Manlio Cancogni, sulla speculazione edilizia a Roma. Ne seguono altre non meno incisive sull’opinione pubblica, anche grazie alla titolazione immaginifica che avrebbe fatto scuola nella stampa italiana. Qualche esempio? «L’Africa in casa», una denuncia del Mezzogiorno degradato. Oppure «La mappa del potere» sulle connessioni tra politici e imprenditori, che avrà una sorta di corposo seguito nel 1974 quando per Feltrinelli esce il celebre Razza padrona di Scalfari e Turani. «L’Espresso» aggiorna la vocazione laica e liberal all’americana del leggendario “Il Mondo” diretto da Mario Pannunzio, con «il redattore cupo» Ennio Flaiano, ed Ernesto Rossi, Giovanni Spadolini, Enzo Forcella, Antonio Cederna. Mentre sul fronte della stampa quotidiana un’autentica innovazione viene dal milanese «Il Giorno» (1956) voluto dall’Ente Nazionale Idrocarburi di Mattei, schierato apertamente per il centro-sinistra. In edicola fa allora capolino un involontario terzo polo laico, rispetto a quelli democristiano e social-comunista, corrispondente all’aspirazione «azionista» e mazziniana nutrita da Ferruccio Parri, Ugo La Malfa, Emilio Lussu e Riccardo Lombardi prima che fosse mortificata - l’abbiamo accennato prima - nelle elezioni per l’Assemblea Costituente (nel 1946 il Partito d’Azione attirò un misero 1,46 per cento dei voti). Insomma, si radicalizzano le pulsioni politico-culturali del gruppo di «Il Mondo» che mirano ora a una platea più vasta. È l’intuizione decisiva del cenacolo che fa capo all’«editore fortunato» Carlo Caracciolo e allo stesso Scalfari, i quali daranno poi vita all’esperienza di «la Repubblica» (1976) con l’implicita vocazione a concretare ben più d’un giornale: un’approssimazione quotidiana a «un’idea dell’Italia» - scrive Angelo Agostini (il Mulino 2005) - in grado di interloquire con le élite. Sono le classi colte, definiamole genericamente, che fino a ieri coincidevano con un notabilato post-fascista e oggi, all’improvviso, risultano democratizzate grazie alla scolarizzazione di massa invisa a Pasolini. Costituiscono l’avanguardia diffusa e capillare d’una modernità contraddittoria e tuttavia scalpitante a cominciare dalle relazioni private (un’embrionale proposta di legge in favore del divorzio, a firma del socialista Loris Fortuna, risale al 1965).

Il gruppetto eccentrico del «Mondo» nel 1955 in parte confluisce nelle fila del Partito Radicale insieme al giovane Marco Pannella e a Scalfari che ne diventerà vicesegretario dal 1958 al ’63. Ma gli ambiti ristretti, se coesi, hanno una forza d’attrazione inimmaginabile. La Dolce Vita rimane alla portata di pochi, sebbene faccia sognare le platee che nella realtà debbono contentarsi di indossare il maglione a collo alto intravisto nel film. Alla stessa stregua, il ceto medio affluente e progressista per trent’anni e oltre, leggendo «la Repubblica», sostituirà di fatto l’estetica alla politica e persino alla «passione dell’etica» cara a Scalfari, per dar vita a uno spirito culturale di massa in cui pure ciascuno si sente testimone «unico» nell’orizzonte antagonista. Già, «la Repubblica» è stata a lungo qualcosa di più e di diverso rispetto a un quotidiano classico: un passaporto, una carta d’identità, l’appartenenza quasi «tribale» a una comunità che si rispecchia nelle firme del giornale e ne divulga il verbo, in primis quello del Fondatore. Ciò vale soprattutto per alcune generazioni di giornalisti che hanno cominciato guardando a Montanelli o a Scalfari, i due grandi innovatori del “mestiere” nel secondo dopoguerra. Con il gigante Eugenio tramonta un mondo avventuroso e pugnace, talora spericolato come il sogno del giornalismo che sedusse - fra tanti - il ragazzo di provincia che oggi qui lo ricorda e lo piange.

Marco Travaglio per il Fatto Quotidiano - Estratto del 17 ottobre 2017

Leggendo l'ultimo sermone domenicale di Eugenio Scalfari, viene in mente Fantozzi che si martella il pollice montando una tenda col ragionier Filini ma, siccome è notte e non vuole svegliare gli altri campeggiatori, corre per il bosco e solo quando ne esce prorompe in un lungo e liberatorio grido di dolore.

Nato a Civitavecchia nel 1924, fascista sotto il fascismo, non pervenuto durante la Resistenza, antifascista dopo la caduta del Duce, da allora Scalfari passa per un sincero democratico: sia da liberale, sia da pannunziano (a Il Mondo, quando andava in via Veneto), sia da radicale, sia da deputato socialista, sia da filocomunista, sia da craxiano, sia da demitiano, sia da occhettiano, sia da dalemiano, sia da prodiano, sia da veltroniano, sia da ciampista, sia da napolitaniano, sia da mangiapreti, sia da papista, sia da lettiano antirenziano, sia da filorenziano. Il travestimento dura 72 interminabili anni. Poi l' altroieri l' anziano reazionario non ce la fa più ed esplode finalmente nell' urlo più liberatorio e fantozziano: la democrazia è una cagata pazzesca!

Testuale, a proposito del Rosatellum imposto da Renzi&C. con la fiducia al governo per far fuori la prima forza politica del Paese (i 5Stelle) e far vincere le elezioni alle altre: "Zagrebelsky è un mio amico, gli voglio un gran bene e ho grande stima per le sue capacità giuridiche ma sono da tempo in totale disaccordo sulla sua posizione politica. Lui ha molta considerazione per il popolo sovrano. È il popolo che deve decidere e decide e questa è la democrazia. La mia tesi è molto diversa La sovranità è affidata a pochi che operano e decidono nell' interesse dei molti".

E quei pochi è meglio che non siano neppure eletti, visto che ultimamente il popolo bue (altro che sovrano) sbaglia sempre a votare: meglio farli nominare dai capi-partito, possibilmente da quelli che piacciono a Scalfari o chiedono consiglio a lui. Qualcuno, impertinente, ne ha concluso che, data l' età, il Fondatore non ci sta più con la testa. Noi invece pensiamo che non sia mai stato così lucido: ha solo perso i freni inibitori e può finalmente dire quello che aveva sempre clandestinamente pensato, ma non gli era mai convenuto scrivere, sennò ti saluto Mondo, Europeo, Espresso, Repubblica e relativi lettori.

In effetti era dai tempi del conte de Maistre e del principe di Canosa che non si leggeva un pensiero politico di così ampie vedute. Manca solo un appello a farla finita col suffragio universale e a ripristinare quello per censo o per lombi, onde evitare che il voto di uno zotico grillino valga quanto quello del principe Eugenio e degli altri ottimati...

Il giornalismo nel destino. Storia di Scalfari, dagli inizi con Pannunzio alle battaglie contro Craxi e Berlusconi. David Romoli su Il Riformista il 15 Luglio 2022. 

Scalfari è stato il gigante del giornalismo italiano. Per quanto discutibili si possano considerare alcune sue prese di posizione, come la strenua difesa della linea della fermezza ai tempi del sequestro Moro, nessuno ne ha mai osato mettere in dubbio la statura come giornalista e il ruolo rivoluzionario che ha esercitato nel giornalismo italiano. Come tutti i grandi innovatori le sue idee di base erano semplici ma di portata esplosiva: coniugare il giornalismo impegnato, colto e intellettuale d’élite con l’informazione popolare di massa; mettere in campo un giornale che, senza dover rispondere a nessun partito, si comportasse da partito in sé. L’intento era quello di condizionare la politica del Paese non in conto terzi ma direttamente, come una forza autonoma di cui i poteri costituiti dovessero tener conto.

Classe 1924, calabrese di nascita ma civitavecchiese d’adozione, Scalfari non ha mai avuto dubbi sulla sua vocazione: aveva appena lasciato i banchi di scuola e già riempiva di inchiostro le colonne dei giornali giovanili del regime: soprattutto Roma fascista, il giornale del Gruppo universitario fascista (Guf) ma senza disdegnare scappatelle con altre testate. Nella prima disavventura della sua carriera si intravede già il percorso che lo porterà in vetta al giornalismo italiano: l’ambizione coniugata con l’impegno moralizzatore, una certa tendenza all’azzardo, l’attenzione per le trame del potere finalizzate a mettere le mani su un congruo bottino. Denunciò le truffe nella costruzione dell’Eur e mise sul banco degli imputati un certo numero di gerarchi. Il vicesegretario del partito Scorza chiese le prove, che si dimostrarono però poco consistenti. Il giovane Eugenio fu cacciato dal Guf. Era fascista sul serio e lo confesserà lui stesso in seguito, più volte: figlio di un legionario fiumano, balilla in calzoncini corti, giovane universitario entusiasta. L’amore per la democrazia è stata una conquista giovanile che non lo ha poi più abbandonato.

Forse un momento di dubbio, un bivio di fronte al quale avrebbe potuto imboccare una strada diversa da quella per cui era nato, c’è stato solo nel dopoguerra. Anni avventurosi per tutti: col padre direttore del Casinò di Sanremo il giovane ormai ex fascista tentò per qualche mese di seguirne le orme dirigendo anche lui un casinò a Chianciano ma soprattutto, appassionato d’economia pur se laureato in giurisprudenza, trovò impiego presso la Banca Nazionale del Lavoro. A decidere della sua sorte fu forse il direttore che lo licenziò per una serie di articoli sulla Federconsorzi e che molti anni dopo rivendicò quel merito: “Grazie a quel licenziamento sei diventato quello che sei”. Ma il giornalismo Eugenio non lo aveva mai abbandonato. Funzionario di banca sì ma anche penna affilata dei giornali che contavano allora nei salotti buoni e moderni, Il Mondo di Mario Pannunzio, L’Europeo di Arrigo Benedetti, senza contare il matrimonio con Simonetta De Benedetti, figlia di Giulio, storico direttore della Stampa: la casa reale del giornalismo italiano. Scalfari ha sempre rivendicato il debito con i due grandi direttori con cui si era fatto le ossa.

Se ne è proposto di fatto come il legittimo erede. Nella sua ormai introvabile, e chissà perché, biografia La sera andavamo in via Veneto, il direttore per eccellenza ricorda le ore passate con la tristezza nel cuore a sfogliare le vecchie copie del Mondo dopo la morte di Pannunzio. In realtà Scalfari non si lasciò in buoni rapporti né con l’uno né con l’altro. Entrambi, anzi, dispensarono giudizi sferzanti sull’ex pupillo rampante. La differenza era in realtà profondissima. Eugenio in via Veneto prima e a piazza del Popolo poi ci andava e ci voleva andare da protagonista. Era ambizioso, mirava al grande successo, non al giornalismo di nicchia. Per questo era pronto a compromessi con lo stile proprio dell’editoria di massa e del mercato che i compassati numi tutelari, soprattutto Pannunzio, non avrebbero mai potuto accettare. Erano figli di mondi diversi.

La strada verso il “suo” modello di giornalismo si aprì forse grazie a un’amicizia nata per caso a Milano, nel 1952, subito dopo il licenziamento dalla Bnl: quella con il fratello, socio e complice di tutta la vita Carlo Caracciolo. Il principe editava riviste tecniche. Propose al nuovo amico la direzione di Rivoluzione industriale e quello rifiutò.

Tre anni dopo erano insieme a cercare i fondi per un nuovo giornale insieme a Benedetti, che aveva appena lasciato l’Europeo: l’Espresso. Li trovarono da Adriano Olivetti, che però dopo appena un anno abbandonò l’impresa lasciando le sue azioni a Caracciolo e, in piccola parte, al direttore Benedetti e al direttore amministrativo Scalfari. Se Repubblica non fosse esistita, il nome di Scalfari campeggerebbe lo stesso grazie all’Espresso. Formato lenzuolo, inchieste che hanno fatto storia, uno stuolo di firme una più pesante dell’altra. Scalfari ne diventò direttore nel ‘63 e premette subito l’acceleratore a fondo. L’anno dopo il settimanale superava d’impeto le 100mila copie. L’inchiesta del 1967 sullo scandalo Sifar, il progettato golpe De Lorenzo del 1964 e le schedature del servizio segreto, portarono il direttore e il cronista Lino Jannuzzi sulle soglie della galera, condannati a 14 e 15 mesi per aver calunniato il generale De Lorenzo nonostante il pm avesse chiesto l’assoluzione. Ma li portarono anche in Parlamento, dove arrivarono eletti nelle liste del Psi proprio per evitare la galera, e sul red carpet dei divi del grande giornalismo italiano.

La partita della vita, quella di Repubblica, cominciò con una serie di mani perdenti. La rottura con la tradizione era evidente appena preso il giornale in mano: formato tabloid, una novità assoluta in Italia, 6 colonne invece delle 9 di tutti gli altri, cultura nel paginone centrale invece che nella tradizionalissima terza, niente sport. Una testata nata per essere un secondo giornale: dunque non per tutti, molto politica, molto selettiva, roba per palati fini. Forse troppo fini. Le vendite languivano, le casse erano desolate. Senza il sostegno del lanciatissimo Espresso e soprattutto senza l’aiuto del potente leader del Psi Giacomo Mancini, che garantì i cospicui prestiti del Banco di Napoli, la creatura sarebbe perita in culla. Invece si trascinò un po’ faticosamente, civettando con i movimenti giovanili, fino al 1978. Poi il sequestro Moro fornì l’occasione d’oro. Repubblica divenne la testata guida della linea della fermezza, scoprì la vocazione di giornale partito destinato non solo all’élite ma anche al ben più vasto volgo.

I titoli a effetto anche a costo di contraddire i contenuti dell’articolo, l’apertura allo sport, una serie di battaglie frontali, prima contro Craxi poi, a lunghissimo contro Berlusconi, le scommesse sempre perdenti su leader come Berlinguer o De Mita capovolsero il verdetto dei lettori. Repubblica prese la rincorsa, raggiunse il pareggio di bilancio, con 180mila copie, nel 1980. Dopo sei anni di rincorsa superò nel dicembre 1986 il Corriere della Sera. Eppure il colpo grosso arrivò solo l’anno seguente e non fu una grande inchiesta o una crociata politica. Fu un gioco basato sulla borsa, Portfolio. In tre mesi portò oltre 200mila nuove copie. Un’enormità. È il segreto di Eugenio Scalfari, la chiave della sua genialità. Scalfari è stato il pensatore che negli ultimi anni della sua vita si misurava con i nodi eterni della morte e della religione e allo stesso un mercante accorto, giornalista colto e sofisticato ma anche grande e sfrontato comunicatore di massa, erede della grande tradizione del giornalismo liberale e insieme rivoluzionario che ha rovesciato e capovolto tutti i canoni di quel giornalismo. Una miscela unica che lo ha reso forse il più grande giornalista nella storia di questo Paese. Di sicuro il più innovativo. David Romoli

Con lui scompare il miglior giornalista italiano. È morto Eugenio Scalfari: tra lui e Travaglio la stessa differenza che c’è tra Pelè e il calciobalilla. Piero Sansonetti su Il Riformista il 14 Luglio 2022.

È morto Eugenio Scalfari, è stato il più grande giornalista italiano del dopoguerra. Prima non so dire, io non c’ero. Sapeva fare tutto. È stato un grandissimo direttore, sapeva fare l’inviato, sapeva fare il commentatore, sapeva fare il polemista, ne sapeva di economia, sapeva fare i reportage. Era quasi unico. Io credo che senz’altro fosse il più grande.

Ci sono altri nomi che gli si possono accostare, quello di Montanelli, di Luigi Pintor e ci metto anche il nome di colui che era il mio direttore dell’epoca, meno famoso forse, Alfredo Reichlin. Un gigante sottovalutato. Però Scalfari era il numero uno, un giornale come Repubblica non l’aveva mai immaginato nessuno. Fu una bomba nel giornalismo italiano che era vecchio, oscillava fra i rimasugli del fascismo e i passi sgambettanti dei democristiani. Era paludato, non aveva verve, non aveva grinta, non creava opinione pubblica. Poi arrivò questa bomba atomica che fu Repubblica per meriti di Scalfari e del suo gruppo perché aveva con sé dei giornalisti grandiosi. Giampaolo Pansa ha riformato completamente il giornalismo politico, Bocca i reportage, poi c’era Biagi, Cavallari, tantissimi. Riuscirono a prendere un giornalismo morto e a trasformarlo per qualche anno, forse, nel miglior giornalismo europeo.

Scalfari ha cambiato spesso opinione anche se lui è stato essenzialmente Repubblica. Certo prima ha fatto tante cose: ha fatto Il Mondo di Panunzio, ha lavorato in Bankitalia, ha fatto L’Espresso con Arrigo Benedetti che era un grandissimo settimanale cambiando il panorama dei periodici italiani ma Repubblica è un’altra cosa perché è il giornale che più di ogni altro prese in mano e guidò l’opinione pubblica italiana.

Vedete, oggi i giornali inseguono il senso comune, allora i giornali guidavano l’opinione pubblica e Scalfari in questo fece davvero una rivoluzione. Riuscì a unificare pezzi di borghesia e pezzi di classe operaia, riuscì a dare una prospettiva di idee a un ceto intellettuale molto forte allora però un po’ sbandato.

Riuscì a fare Repubblica in un periodo difficilissimo, iniziava il terrorismo, la lotta armata, c’era una forte inflazione, la classe operaia che avanzava, la borghesia che si stava sgretolando dopo aver preso dei ceffoni così forti nel ’68 che ancora non si rimetteva in piedi. Li riuscì a ricucire, si certo, con dei grandi ondeggiamenti politici che riuscì a far diventare una sua forza.

Quando leggevi Repubblica sapevi che non stavi leggendo il giornale del Pc, della Dc, del Psi o di Confindustria, delle grandi corporation. Stavi leggendo il giornale di Eugenio Scalfari. Il suo strumento fondamentale era la cronaca. Repubblica fu un giornale fantastico perché faceva cronaca. Le note politiche di Pansa erano cronaca politica come nessuno aveva mai fatto, fu raccontata la politica fino alle cravatte, fino alle battutine, fino agli scherzi come noi non la conoscevamo.

La mia generazione ha imparato tutto da loro, in particolare da Pansa e da Scalfari che però non ho mai amato perché io stavo all’Unita e l’Unità aveva una posizione molto conflittuale. Scalfari soprattutto all’inizio era anti-comunista.

Mi offrirono anche due volte di andare a lavorare a Repubblica e non ci andai, quindi non ho nessun debito di riconoscenza nei suoi confronti anzi, l’ho sempre osteggiato. Però ragazzi, quello era giornalismo vero. Se oggi penso che non c’è più Scalfari non c’è più quel giornalismo li, leggiamo Il Fatto Quotidiano e La Verità. Fra Scalfari e queste cose qui c’è la stessa differenza che c’era tra Pelè e il calciobalilla. Piero Sansonetti

Addio al fondatore di “Repubblica” e “L’Espresso”: è morto Eugenio Scalfari.  Nato a Civitavecchia il 6 aprile 1924, dopo aver iniziato gli studi al Liceo Mamiani di Roma, Scalfari si trasferì con la famiglia a Sanremo. Il Dubbio il 14 luglio 2022.

Addio a Eugenio Scalfari, influente e autorevole innovatore del giornalismo italiano, fondatore del settimanale «L’Espresso» e poi del quotidiano «La Repubblica», ma anche scrittore capace di spaziare dal saggio al romanzo, politico con radici azioniste, radicali e socialiste e intellettuale liberaldemocratico di spicco. Il “padre” del nuovo giornalismo italiano, che ha fatto scuola nel mondo, è morto oggi all’età di 98 anni.

Tra i maggiori giornalisti e editorialisti del secondo dopoguerra, Scalfari ha dato vita nel 1955, con Arrigo Benedetti, alla rivista «L’Espresso» e nel 1976 a «La Repubblica» di cui è stato direttore per vent’anni. Partecipò alla fondazione del Partito radicale ed è stato anche deputato per il Partito socialista italiano (1968-72), vicepresidente del Gruppo editoriale L’Espresso e insignito di prestigiose onorificenze, quali quella di cavaliere di Gran Croce della Repubblica italiana (1996) e di Chevalier de la Légion d’honneur (1999) dalla Repubblica francese.

Nato a Civitavecchia il 6 aprile 1924, dopo aver iniziato gli studi al Liceo Mamiani di Roma, Scalfari si trasferisce con la famiglia a Sanremo (il padre era direttore artistico del Casinò della “città dei fiori”) frequentando il liceo classico “G.D. Cassini” dove ebbe come compagno di banco il futuro scrittore Italo Calvino. Nel 1950 si sposò con la figlia del giornalista Giulio De Benedetti, Simonetta, morta nel 2006, da cui ha avuto due figlie, Donata ed Enrica. Dalla fine degli anni Settanta Scalfari è stato sentimentalmente legato a Serena Rossetti, già segretaria di redazione de «L’Espresso», che ha sposato dopo la scomparsa della moglie Simonetta.

Addio al maestro Eugenio Scalfari, che inventò il giornale partito. Eugenio Scalfari non aveva modificato il giornalismo in Italia. Aveva creato il moderno giornalismo italiano. Paolo Delgado su Il Dubbio il 15 luglio 2022.

Eugenio Scalfari ha rovesciato il giornalismo italiano come un calzino. Si possono discutere molte suo posizioni, dissentire dalla scelta di fare del suo allora giovanissimo giornale, La Repubblica, il capofila della linea di fermezza ai tempi del sequestro Moro, nel 1978, dalla lunghissima crociata contro Silvio Berlusconi, un duello prolungatosi per anni e anni, o su mille altri particolari.

Ma il suo ruolo nel rivoluzionario il giornalismo italiano, il suo rappresentare uno spartiacque epocale, quello è al di sopra di ogni dibattito. Quando le rivoluzioni sono davvero tali si stenta a riconoscerle, a distanza di tempo, perché quel che allora era inaudito e inedito è diventato nel frattempo la norma. Eppure prima che Eugenio Scalfari e il suo compagno d’avventure di sempre Carlo Caracciolo si mettessero a cercare i capitali necessari per fondare un nuovo quotidiano, a metà anni ’70, non esisteva neppure l’idea di un giornale-partito che non dovesse rispondere a nessun padrino e si muovesse in modo autonomo, però come un partito e non solo come un “organo di informazione orientato” o come un foglio di partito propriamente detto.

Non era stato questo l’Espresso, il frutto della prima collaborazione tra Scalfari e Caracciolo. Si erano conosciuti nel1952 a Milano, quando il primo era appena stato licenziato dalla Bnl per un articolo al vetriolo contro Federconsorzi e il secondo si faceva strada come editore di pubblicistica industriale. Quando Arrigo Benedetti, direttore dell’allora leggendario Europeo, lasciò il settimanale perché scontento della nuova proprietà Rizzoli, scattò la scintilla. I tre si misero a cercare soldi, li trovarono dall’industriale italiano illuminato per eccellenza Adriano Olivetti, il 2 ottobre 1955 sfornarono una testata nuova sparando subito ad alzo zero con un’inchiesta di Manlio Cancogni che ancora oggi viene ricordata da tutti: “Capitale corrotta, nazione infetta”.

Con il suo formato lenzuolo, la raccolta di firme d’assalto, le inchieste da antologia, l’Espresso, diretto da Benedetti con Scalfari direttore amministrativo e giornalista economico e poi dal 1963 direttore a pieno titolo, era già una pietra miliare, aveva già coniugato la vocazione sociale e di denuncia ma anche d’élite e colta di testate come il famoso Mondo di Mario Pannunzio e lo stesso Europeo, con le esigenze dell’editoria di massa, alle quali Scalfari era tutt’altro che sordo. Ma la chiave dell’Espresso erano le inchieste, gli altarini scoperchiati, i segreti turpi svelati. Il colpo più grosso Scalfari e il suo cavallo di razza Lino Jannuzzi lo fecero nel 1967, quando misero in piazza il “piano Solo”, golpe progettato tre anni prima dal generale De Lorenzo, e i fascicoli raccolti dal Sifar, il servizio segreto, già diretto dallo stesso generale. Lo scandalo fu enorme, l’impennata di copie, che con Scalfari direttore avevano già superato nel primo anno quota 100mila, tangibile. Direttore e cronista, condannati per calunnia, rischiarono la galera, invece approdarono in Parlamento grazie alla candidatura-scudo offertagli dal Psi.

Ma il progetto Repubblica era un’altra cosa. Molto più ambizioso. Molto più azzardato. Quando la coppia Scalfari-Caracciolo la illustrò a De Benedetti, futuro editore di una a quel punto già affermata Repubblica, si sentirono rispondere che l’idea non aveva uno straccio di possibilità di successo. L’ingegnere regalò una cinquantina di milioni a titolo amicale ma nulla di più. I soldi i due li trovarono lo stesso e il 14 gennaio 1976 il nuovo giornale, col titolo preso di peso della Rivoluzione dei garofani portoghese dell’anno precedente e dal suo giornale guida, era in edicola. La nuova testate era inscritta nella tradizione del giornalismo della sinistra liberale e democratica della quale tuttavia rinnegava e rivoluzionava tutti i canoni formali, fortemente innovativo da tutti i punti di vista, dal formato tabloid alla scelta di rinunciare allo sport, sino all’uso spregiudicato come mai prima dei titoli, che dovevano arpionare il lettore anche a costo di rivelarsi molto lontani dai contenuti degli articoli.

Eppure le vendite sembravano dare ragione a De Benedetti. Il giornale di Scalfari era di gran moda e scarse vendite. Piaceva molto ai giovani di sinistra e impegnati, ai quali riservava massima attenzione. Destava massimo interesse con la cultura spostata dalla classica terza pagina al paginone centrale. Ma non bucava la massa, sopravviveva a stento, grazie ai prestiti del Banco di Napoli e alla corazzata Espresso alle spalle. Tutto cambiò con il sequestro Moro. Non solo Repubblica decollò solo in quei 55 giorni ma mise a punto la sua specificità in quella tragedia. Diventò un partito, nel senso che si ripropose per la prima volta apertamente di orientare l’opinione pubblica per proprio conto, concentrando tutte le forse sulla crociata in corso: la difesa strenua della linea della fermezza. Era nato un modello di giornalismo nuovo, che entrava in campo in prima persona, sosteneva leader politici, cercava di costruirne l’immagine e orientarne le scelte, ne contrastava altri con campagne durissime, come quella contro Craxi prima e contro Berlusconi poi. Oggi è la norma e lo è anzi anche troppo. Per l’epoca era una novità assoluta.

Nel merito Scalfari colse qualche obiettivo e ne mancò molti altri. Ma per quanto riguarda lo strumento non ci sono ombre: il successo fu trionfale. Eugenio Scalfari non aveva modificato il giornalismo in Italia. Aveva creato il moderno giornalismo italiano.

Giancarlo Perna per “la Verità” il 15 luglio 2022.

Tra le massime che Eugenio Scalfari coniò nella sua lunga esistenza, questa: «Gli italiani celebrano i morti con ridondanza e disprezzano il genio dei vivi». Farò l'opposto. Non lo celebrerò ora che se n'è andato alla bella età di 98 anni e ricorderò invece quanto di notevole ha fatto in vita, con molto ingegno e qualche mezzuccio. 

Più che un grande giornalista, Scalfari è stato un influente capo partito. La sua ossessione fu quella di guidare la sinistra italiana attraverso i giornali che dirigeva. La sua voluttà, essere l'ispiratore dei leader che lo consultavano segretamente, sperando di averne l'appoggio nei chilometrici editoriali. Il suo talento più autentico fu però l'imprenditoria giornalistica.

Ha lasciato l'impronta sull'Espresso e La Repubblica, il rotocalco e il quotidiano di maggiore successo nati nel dopoguerra. Del primo fu cofondatore, longevo direttore, artefice della sua seconda vita in formato quaderno. Dell'altro, fu il fondatore e l'anima per 20 anni (1976-1996), facendone in pochi lustri il solo vero concorrente del Corriere della Sera. Come giornalista, la notorietà di Scalfari fu tutta italiana.

Come imprenditore dell'informazione, superò le frontiere nazionali. Raccontava, con la civetteria che non gli è mai mancata, che il direttore dell'Indipendent, incontrandolo per la prima volta, gli si presentò dicendo: «Io sarei lo Scalfari d'Inghilterra». 

Negli ultimi anni, ha pubblicato libri di riflessioni credendo, come accade con l'età, che le proprie esperienze interessino il prossimo. Ne ho letto recensioni entusiaste che gli stessi firmatari, parlandone a quattr' occhi, ridimensionavano. Ha mantenuto fino all'ultimo la rubrica domenicale sulla Repubblica, ribattezzata «lenzuolata» per la vastità (12.000 battute).

Non aveva più l'eco degli anni migliori, relegati ormai al secolo scorso, ma ha continuato a suscitare commenti quasi ogni settimana. Talvolta ironici per qualche sfondone, talaltra per contraddizioni con tesi precedenti. Sono cose che a Scalfari sono sempre capitate e non ci ha mai badato. «La coerenza», diceva, «è la qualità degli imbecilli». 

Ai giornalisti di grido, specie se laici, piace civettare col Papa. Riceverne le confidenze e intrufolarle negli articoli, è un'irresistibile tentazione. Ci cascò Indro Montanelli che cenò talvolta con Karol Wojtyla e ne scrisse fingendo di non volerlo fare. Quando Francesco salì sul Soglio, Scalfari lo monopolizzò. 

Nelle «lenzuolate» ha citato spesso i pensieri che si erano scambiati e ha pubblicato 3 interviste. Non una è andata liscia. Per quelle del 2013 e 2014, la Santa sede ha smentito i virgolettati. Lui ha replicato che non registrava, né prendeva appunti e che faceva così da mezzo secolo. Perciò aveva scritto ciò che ricordava «come se fosse uscito dalla bocca del Papa». Con l'ultima del 2018, il Vaticano smentì addirittura che ci fosse stata l'intervista. Sconcertante? Forse. Ciò che conta, è che parlare con il Papa gli era stato di conforto avvicinandosi all'aldilà. Troppo ateo per rivolgersi direttamente a Dio, abbastanza politico da farlo col suo Vicario sperando in uno sconto.

Nel 1942, il diciottenne Scalfari era fascista, nel 1943 antifascista, nel 1945 azionista, nel 1946 votò monarchia, nel 1952 era liberale, nel 1955 radicale, ecc. Negli anni Sessanta, considerava il comunismo superiore all'Occidente. «Tutti i luoghi sulla maggiore efficienza dell'iniziativa privata», scriveva sull'Espresso, «sono castelli in aria di fronte ai risultati dell'economia sovietica». Auspicava che l'Ovest imitasse l'Est, sostituendo lo Stato ai gruppi privati. Se no, ammoniva, «il risultato della gara è già deciso in favore dell'Urss». Nel 1969, si batté per l'uscita dell'Italia dalla Nato. Nei decenni successivi, senza rinnegare nulla, sostenne l'opposto.

Nel 1968, per sfuggire alle noie giudiziarie di una campagna di stampa azzardata sul cosiddetto golpe del generale Giovanni De Lorenzo, divenne deputato socialista.

Suo protettore fu Giacomo Mancini, suo detrattore Bettino Craxi. Nel 1971, fu capofila nella sciagurata gogna al commissario Luigi Calabresi. Firmò, con altri 756 del bel mondo, una lettera aperta pubblicata sull'Espresso, in cui Calabresi era accusato della morte di Giuseppe Pinelli, l'anarchico precipitato da una finestra della questura di Milano.

Per gli extraparlamentari, che detestavano il commissario, fu il segnale di via libera. L'anno successivo, i killer di Lotta continua lo assassinarono. Decenni dopo, Scalfari dirà che quella firma «fu un errore» e cercò di rimediare appoggiando il figlio di Calabresi, Mario, nella sua sontuosa carriera giornalistica. Oggi, Calabresi jr ha preso il posto che fu di Scalfari alla guida di Repubblica. L'alleanza innaturale tra l'accusatore del padre e l'orfano ha sempre gettato un'ombra sull'idillio.

Barbapapà, questo il nome che si guadagnò nelle redazioni per quell'onore del mento che gli dava un'aria di profeta, non ha mai avuto una visione dell'Italia ma diverse e altalenanti. Il suo moto è stato: «Quel che giova a me, è giusto per tutti». Ha esaltato personaggi in auge, ripudiandoli nella disgrazia. 

Corteggiato chi poteva avvantaggiarlo, attaccandolo se lo deludeva.

Quando, nei primi anni Settanta, ebbe l'idea di un quotidiano, si mise alla caccia di finanziatori per la futura Repubblica. Circuì prima Eugenio Cefis e ne sciolse peana: «Uomo di vaglia, intelligente, valido». Alla fine, Cefis non volle saperne. Scalfari reagì martellandolo per mesi sull'Espresso con il fine di distruggerlo.

Passò poi a Michele Sindona che gli fece balenare un consistente aiuto se avesse conquistato la Bastogi, società di Cefis, su cui aveva lanciato l'Opa. Ingolosito, il deputato Scalfari presentò un'interrogazione parlamentare di totale appoggio all'arrembaggio in Borsa: «Favorisce oltre 30.000 azionisti, unifica il mercato finanziario» e così via.

Letto il soffietto, Riccardo Lombardi, che del Psi era il responsabile economico, lo convocò dicendo: «Onorevole Scalfari, ricordi che per impegnare il partito deve chiedere l'autorizzazione. Il Psi non condivide il suo appoggio a Sindona». Quando il banchiere siciliano cadde in disgrazia, fece dietrofront, cominciando a prendersela con Giulio Andreotti che lo aveva pure lui appoggiato: «Che Sindona», scrisse, «abbia potuto per qualche tempo colpire la fantasia dei giornalisti, è comprensibile. Ma è inammissibile che un grande partito abbia accettato soldi per patrocinare le sue richieste».

Giustifica i giornalisti, ne tace i nomi e si impanca come se non ci avesse impresse le impronte digitali Finalmente, lui e il suo socio, Carlo Caracciolo, trovarono i mezzi per fare La Repubblica. Successivamente, entrò come finanziatore, Carlo De Benedetti. Scalfari lo turibolò come «cavaliere bianco della finanza italiana», andando a lungo d'accordo con lui, prima che in anni recenti subentrasse il gelo tra loro. 

Nel 1989, gli cedette le sue quote di Espresso e Repubblica per 93 miliardi di lire. Altrettanto fece Caracciolo che ne prese 300. Così, diventato un Creso a 65 anni, Eugenio iniziò la sua feconda vecchiaia. Fino a ieri, quando se n'è andato dal mondo che ha calcato con intelligente destrezza.

È morto Eugenio Scalfari. Fondò “Repubblica”, il giornale-partito che ha mosso i fili della sinistra. Valerio Falerni giovedì 14 Luglio 2022 su Il Secolo d'Italia.

Eugenio Scalfari, tra i più influenti giornalisti italiani ed europei, è morto poche ore fa a Roma. aveva 98 anni. Un capriccio del destino ha voluto che si spegnesse il 14 luglio, data simbolo della Rivoluzione francese, evento storico da cui si sentiva culturalmente molto ispirato. Nato a Civitavecchia il 6 aprile del 1924, Scalfari è stato il primo direttore-manager dell’editoria italiana. Ha infatti fondato prima L’Espresso e poi Repubblica, due testate destinate ad incidere profondamente sulla politica nazionale e sul costume stesso degli italiani. Dopo la giovinezza a Sanremo, dove al liceo classico “G.D Cassini” ebbe come compagno di banco Italo Calvino, si iscrive al Guf (organizzazione degli universitari fascisti). In tale veste comincia a collaborare con alcune riviste.

Scalfari aveva 98 anni

Nei primi anni ’50, da cofondatore del Partito radicale, scrive per Il Mondo di Mario Pannunzio. Risale a quegli stessi anni anche la collaborazione con l’Europeo di Arrigo Benedetti. È proprio con con quest’ultimo che nel 1955 fonda L’Espresso, primo settimanale italiano d’inchiesta. Scalfari vi lavora nella doppia veste di direttore amministrativo e collaboratore per l’economia. E quando Benedetti gli lascia il timone nel ’62, diventa, appunto, il primo direttore-manager italiano, una figura all’epoca assolutamente inedita per l’Italia. Lo stesso doppio ruolo che poco più di vent’anni più tardi, nel 1976, si rivelerà determinante per il successo di Repubblica.

Avversario di Craxi e di Berlusconi

Nemico irriducibile di Bettino Craxi, nonostante l’elezione a deputato nel 1968 nel Psi, e, in tempi più recenti, di Silvio Berlusconi, Scalfari rende Repubblica un vero giornale-partito. Alla sinistra ex-post e neo-comunista, ormai orfana del mito sovietico e alla ricerca di nuovo centro di gravità, il direttore-manager offre la centralità della questione morale e l’obiettivo dei diritti civili. Due cavalli di battaglia che avrebbero inciso in profondità sull’elettorato del Pci fino a trasformarlo in un partito radicale di massa. E a condurlo dall’interlocuzione con il Quarto stato a quella con il terzo sesso.

La vignetta di Forattini su Barbapapà

A Scalfari, soprannominato anche Barbapapà, i suoi detrattori imputarono un eccesso di narcisismo egocentrico, ben colto da Giorgio Forattini quando lo immortalò in una vignetta nell’atto di ferirsi l’alluce dopo la gambizzazione di Indro Montanelli da parte delle Brigate Rosse. Dopo una lunghissima carriera al timone del giornale, negli ultimi anni Scalfari si dedica alla scrittura, anche con un’autobiografia uscita nel 2014 per i suoi 90 anni e allegata al quotidiano. Ateo dichiarato, ad un suo intervento su fede e laicità risponde papa Francesco, con una lettera a Repubblica pubblicata l’11 settembre del 2014. Nel 2019 l’incontro diventa un libro, ”Il Dio unico e la società moderna. Incontri con Papa Francesco e il Cardinale Carlo Maria Martini”.

Morto Eugenio Scalfari, addio a un fuoriclasse a senso unico: aveva 98 anni. Libero Quotidiano il 14 luglio 2022

È morto Eugenio Scalfari. Lo scrive la Repubblica sulla sua edizione online e sui social. "Ciao Eugenio, un secolo di giornalismo e passione civile", si legge in un tweet di Ezio Mauro, ex direttore del quotidiano. 

Fondatore de La Repubblica, Scalfari era nato a Civitavecchia il 6 aprile 1924. Influente e autorevole innovatore del giornalismo italiano, fondatore del settimanale L'Espresso e poi del quotidiano La Repubblica, è stato anche scrittore capace di spaziare dal saggio al romanzo, politico con radici azioniste, radicali e socialiste e intellettuale liberaldemocratico di spicco. Un fuoriclasse a senso unico - ricorderete tutti le sue battaglie contro Silvio Berlusconi prima e contro Matteo Salvini poi - con un passato fascista come di recente aveva raccontato in una intervista a Tiziana Panella: "Ero un Balilla moschettiere, poi un giovane fascista. Ho denunciato dei gerarchi in un articolo e sono stato espulso dal Guf (Gioventù universitaria fascista). Mi hanno espulso, non ero fascista".

Ripercorrendo i suoi primi passi nel giornalismo, scriveva qualche tempo fa in un editoriale su La Repubblica, "personalmente scrivevo su alcuni giornali fascisti, tra i quali soprattutto Nuovo Occidente e Roma Fascista. Il giornalismo politico cominciò ad attrarmi fin da allora e lo praticai con molta soddisfazione". Tanto che molti anni dopo Scalfari ha dato vita nel 1955, con Arrigo Benedetti, alla rivista L'Espresso e nel 1976 a La Repubblica di cui è stato direttore per vent'anni. Partecipò alla fondazione del Partito radicale ed è stato anche deputato per il Partito socialista italiano (1968-72), vicepresidente del Gruppo editoriale L'Espresso e insignito di prestigiose onorificenze, quali quella di cavaliere di Gran Croce della Repubblica italiana (1996) e di Chevalier de la Légion d'honneur (1999) dalla Repubblica francese.

Nel 1950 si sposò con la figlia del giornalista Giulio De Benedetti, Simonetta, morta nel 2006, da cui ha avuto due figlie, Donata ed Enrica. Dalla fine degli anni Settanta Scalfari è stato sentimentalmente legato a Serena Rossetti, già segretaria di redazione de "L'Espresso", che ha sposato dopo la scomparsa della moglie Simonetta.

Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 15 luglio 2022. 

Con orgoglio posso affermare di non avere avuto maestri.

Sono sempre stato un autodidatta in tutto, pure nel giornalismo. Tuttavia, proprio il non avere usufruito di una guida mi ha indotto a trarre ispirazione dai migliori e persino a copiarli, attività che non considero sminuente bensì arguta. Eugenio Scalfari ha rappresentato per me, se non un modello da emulare, almeno un esempio da seguire, avendo egli mirabilmente coniugato la capacità giornalistica al genio imprenditoriale, cosa che non riuscì, tanto per citare un altro grande, a Indro Montanelli, il quale fu tanto ineguagliabile nella scrittura quanto poco brillante negli affari. Proprio Indro un dì, quando ancora dirigeva il Giornale, mi rivelò di essere convinto che il più grande direttore fosse proprio Scalfari.

Avendo novantotto anni suonati, Eugenio Scalfari non poteva certo sperare di tirare avanti ancora a lungo, dato che gli uomini più che vecchi non possono diventare, purtroppo. Ad un certo punto essi muoiono e ciò rattrista anche noi che rimaniamo, noi che nutriamo, nostro malgrado, la medesima aspettativa, quella di finire in una tetra tomba. Quando accade che qualcuno che abbiamo conosciuto sparisce, puntualmente emergono dagli anfratti della memoria ricordi sopiti o sepolti. Ed è quello che mi sta accadendo in queste ore, da quando ho appreso che Eugenio Scalfari, l'ultimo gigante del giornalismo, non c'è più. 

Nato a Civitavecchia negli anni Venti del secolo scorso da genitori calabresi, Eugenio, a causa del lavoro del padre il quale ricevette l'incarico di direttore artistico del Casinò, frequentò il liceo classico di Sanremo ed ebbe come compagno di banco nientepopodimeno che Italo Calvino. Chissà perché spesso i grandi si incrociano su questa Terra! In tal caso trascorsero qualche anno gomito a gomito.

DALLA BANCA AL MONDO Era impiegato presso la Banca Nazionale del Lavoro quando, nel 1950, cominciò a scrivere per Il Mondo e poi l'Europeo. Ma non furono queste le prime esperienze nel settore. Scalfari prese a maneggiare la penna allorché era uno studente della facoltà di giurisprudenza e vergava su Roma Fascista (organo del Gruppo Universitario Fascista), di cui fu poi nominato caporedattore nel 1942. 

Dal Guf Eugenio fu espulso addirittura con violenza, accusato di essere una sorta di infiltrato, un pesce fuor d'acqua, in sostanza, una rogna, un rompicoglioni, da vero giornalista quale fu, di cui liberarsi. Non era la fine. Ma non era neppure il principio di una carriera che fu sfolgorante, disseminata di successi, vittorie, raggiungimento di traguardi che in molti, se non tutti, ritenevano impossibili. Scalfari è stato un vincente poiché è stato uno che ci ha creduto.

E in cosa ha creduto? Non in Dio, poiché si proclamava ateo, bensì in se stesso. E ha fatto bene. Scalfari è stato colui che negli anni Sessanta ha portato L'Espresso, il più prestigioso settimanale dell'epoca, a livelli mostruosi di vendite. E questo trionfo lo ha persuaso che in Italia si potesse fondare un quotidiano di sinistra non marxista, ma moderata, oggi diremmo "progressista".

Quindi creò la Repubblica.

Era il lontano gennaio del 1976 quando comparve il primo numero in edicola, lasciando chiunque un po' perplesso in quanto il formato era quello del tabloid, mancavano lo sport e le cronache, sembrava un giornale un po' incompleto, marginale. Eppure Scalfari lentamente ma inesorabilmente lo trasformò in un fenomeno di moda. Diventò figo leggere la Repubblica, alla quale Eugenio diede presto una connotazione speciale, unica. 

PRIMO QUOTIDIANO C'erano dei grandi racconti di politica e non solo che appassionavano, paginate intere che il lettore beveva con piacere. Furono parecchi gli apprezzati giornalisti che in quel periodo migrarono verso questo foglio e, allorché esplose la questione della P2 al Corriere della Sera, anche Alberto Ronchey ed Enzo Biagi, attratti da Scalfari, trovarono casa presso il giornale di Eugenio, il quale, fervente sostenitore dei valori essenziali e ormai quasi dimenticati del nostro mestiere, come il pluralismo delle voci, accoglieva sulle pagine punti di vista differenti e addirittura nettamente contrapposti.

Penso, ad esempio, alla rubrica proprio di Ronchey dal titolo «Diverso parere». Fu in quella fase che accadde una cosa incredibile: la Repubblica superò il Corriere, diventando primo quotidiano nazionale per numero di vendite. Tutto questo fu possibile grazie alla capacità professionale di Eugenio, che era altresì eccellente giornalista. Certo, i suoi articoli talvolta potevano risultare un po' troppo lunghi e tediosi, eppure affrontavano dei temi di così stretta attualità e chi li scriveva godeva ormai di tale generale stima persino tra coloro che non ne condividevano le opinioni che accendevano e tenevano vivo il dibattito pubblico.

SULLE SUE TRACCE Insomma, il fondatore di Repubblica è stato un uomo straordinario. Assunta la direzione prima dell'Indipendente e poi del Giornale, pur da una prospettiva politica opposta, cercai di imitare Scalfari per avvicinare e ingolosire il lettore, dal momento che la sua formula era stata efficace. I risultati non si fecero attendere.

Da Eugenio mutuai la polemica continua, una polemica che non si limitasse a distruggere ma che costruisse, o almeno tentasse di farlo, quantunque egli fosse più elegante di tutti quanti noi. Ottenuti strepitosi successi con boom di copie vendute, pure Scalfari prese a seguire me. Negli anni Novanta Lucia Annunziata in tv gli chiese una opinione su di me e Scalfari affermò lapidario: «Feltri è un mio figlio degenere». Queste parole mi fecero sorridere poiché compresi che probabilmente Scalfari si fosse reso conto che lo avevo preso in qualche maniera a modello. 

Alcuni anni fa ebbi l'onore di essere sfidato a duello da Eugenio per mezzo di un articolo, avendo da qualche giorno avviato una sorta di botta e risposta egli dalle pagine di Repubblica e io da quelle di Libero. Non mi sovviene adesso quale fosse la tematica in oggetto, ma mi divertì questo spirito cavalleresco di Scalfari al quale risposi di scegliere bene l'arma in quanto con il fioretto e la spada me la cavo essendo stato uno schermitore.

L'ultima volta lo vidi presso il ristorante il Baretto di Milano. Mi accorsi della sua discreta presenza soltanto alla fine della cena. Se ne stava nel tavolo accanto, in compagnia di una signora. Prima di andare via mi avvicinai per porgergli un saluto ed egli, guardandomi dritto negli occhi, tuonò: «Vittorio, attento ché ti seguo». «Eugenio, io seguo te da tutta quanta la vita!», replicai. Caro Eugenio, spero però di seguirti il più tardi possibile nell'aldilà. Sei stato il papa dei giornalisti e non per il tuo scambio epistolare con il pontefice, di cui tutti noi colleghi fummo, in fondo in fondo, invidiosi, bensì per la tua indiscutibile bravura. 

Mi hai insegnato che il vero giornalista non si pone mai né un gradino sopra né un gradino sotto rispetto al suo interlocutore, chiunque questi sia, perché occorre parlarsi alla pari. Ora un ingiustificato senso di superiorità divora i giornalisti e avvelena le penne. Ma forse fa addirittura peggio quel senso di inferiorità che pure li anima inducendoli a leccare oggi questo e domani quello. Intanto il giornalismo muore. Anche lui. 

Unico e irripetibile. Un vero combattente ma quasi mai dalla parte giusta. Paolo Guzzanti il 15 Luglio 2022 su Il Giornale.

L'amicizia e l'avventura della nascita di "Repubblica", i tentativi in politica, il passato fascista, le solenni riunioni in redazione, l'addio alla direzione. L'uomo e il giornalista visti da vicino.

Quando eravamo molto amici e lavoravamo insieme capitava di sfiorare l'argomento della morte e Eugenio Scalfari sorridendo mi diceva: quando arriverà il momento pensaci tu. Adesso il momento è arrivato e trova disarmato me e tutti coloro che l'hanno conosciuto e coloro che lo hanno adorato. Io appartengo alla seconda schiera: fino alla metà degli anni Ottanta adorai quest'uomo unico, irripetibile e non paragonabile ad alcun altro giornalista italiano o straniero. Tanto per cominciare Scalfari non era un giornalista ma lo diventò quando fece un suo giornale ai tempi dell'Espresso e poi più ancora quando fondò quasi per ripicca il rivoluzionario quotidiano in formato tabloid che si chiama Repubblica. Con quel giornale straccio tutte le tradizioni dei quotidiani canonici, inventò la riunione di redazione come messa solenne, fece sparire la terza pagina di cultura inventando un paginone che si ampliò ai dibattiti e alle arti. Scalfari puntava sulle firme più scintillanti dell'epoca e aveva un rapporto di odio amore con l'unico che gli potesse tener testa: Indro Montanelli.

Con coraggio spudorato, lui come Giorgio Bocca, Indro Montanelli e pochissimi altri rievocava con nostalgia incolpevole l'incommensurabile amore che aveva avuto per il fascismo di cui apprezzava prima di tutto la sgargiante uniforme con lo spadino. In mezzo alla guerra, scrisse due articoli per il giornale studentesco in cui sosteneva che il fascismo purtroppo cadeva perché tradito da affaristi, magnoni, parassiti. Il segretario fascista dell'epoca, certo Costa, lo convocò nella sede del partito e gli chiese brutalmente di fare i nomi di questi traditori. Il giovane fascista Scalfari non aveva alcun nome da offrire perché, come confessò, aveva inventato tutto per farsi bello davanti ai gerarchi. E così fu letteralmente spogliato dal segretario fascista che dopo avergli strappato le mostrine alla maniera di Dreyfus, lo schiaffeggiò gridandogli di andare fuori dal partito fascista, che non aveva bisogno di cialtroni come lui. Invitato in televisione a parlare del libro in cui raccontava questa storia, modifico con un colpettino gli avvenimenti che aveva da poco stampato in questo modo: mi rendevo conto già allora che il fascismo fosse fradicio e che avesse bisogno di un potente scrollone per essere abbattuto nella guerra ormai persa. Non era vero, stava inventando, così come ha sempre fatto, in maniera letteraria, ai limiti dell'innocenza. Scalfari ha creato un tipo di giornalismo «da campagna»: cioè che agisce soltanto per raggiungere un fine politico si tratti di attaccare a sangue Bettino Craxi, poi Silvio Berlusconi e poi tutti i nemici di Ciriaco De Mita, incluso Francesco Cossiga il quale per anni andò a pranzo a casa sua ogni venerdì ma poi divento il matto da cacciare dal Quirinale. Eugenio inventò anche un'arma segreta: il cono d'ombra. Non è soltanto una figura retorica. È uno strumento di tortura che equivale alla morte civile. Io lo so perché l'ho sperimentato: ero passato alla Stampa, rompendo con i sodalizi e l'autocompiacimento della antica casa madre di Repubblica.

Ma ci siamo sempre voluti bene ugualmente. È questo fa onore a lui che è stato un grandissimo combattente quasi mai dalla parte giusta. L'ultima volta lo incontrai in una piccola libreria antiquaria. Arrivò sorretto da due giovani che gli permettevano di camminare malgrado una forma di artrosi molto fastidiosa. All'inizio finse di non riconoscermi, poi mi comunicò che ero molto cambiato e non sembravo più me stesso. Erano parole che significavano: ti ho perdonato e sei autorizzato a rivolgermi la parola. Gli raccontai che cercavo dei libri sul 1943 per scrivere di quell'anno e lui esclamò: «Il 1943 fu un anno ancora fascistissimo. Purtroppo il mio amico Italo Calvino aveva la strada facile per sfuggire al servizio militare: bastava che aprisse la porta posteriore della sua casa in montagna e se ne andava nei boschi facendo il partigiano. Io, dietro la porta di casa mia, avevo il Vaticano e dunque feci il partigiano dentro la Santa Sede. Italo Calvino fu il suo tormento oltre che il suo compagno di banco al liceo di Sanremo dove la famiglia Scalfari si trovava perché il padre di Eugenio dirigeva il casinò. Racconteranno più tardi entrambi, Eugenio e Italo, che il futuro autore del Cavaliere inesistente era già diventato in cuor suo comunista e lo comunico con segreta trepidazione all'amico Eugenio che viceversa era un patriottico monarchico oltre che fascista. Più tardi Italo Calvino scrisse delle lettere ferocissime contro l'amico Eugenio criticando quella che a lui sembrava pura codardia, incapacità di scegliere di fronte alla tragedia in cui l'Italia fascista si era ficcata.

Scalfari era entrato in politica per caso: condannato in primo grado con Lino Jannuzzi per gli articoli pubblicati sull'Espresso in cui si raccontava di un ipotetico golpe ordito dal presidente Segni e dal comandante dei carabinieri (storia che si rivelò poi del tutto falsa), Scalfari chiese aiuto al segretario del partito socialista Giacomo Mancini che candido lui a Milano e Jannuzzi a Sapri. Eletti entrambi Eugenio si scatenò in una guerriglia all'interno del partito socialista contro Bettino Craxi, il quale vinse l'ultimo round facendo pubblicare sul Corriere della Sera la notizia secondo cui Scalfari avrebbe pronunciato le fatidiche parole «lei non sa chi sono io» a un vigile urbano milanese. Trombato alle elezioni tento di rientrare all'Espresso come direttore ma trovo uno sbarramento. Fu allora che concepì la sua grande opera e la sua grande vendetta: Repubblica. Poco prima che il giornale uscisse mi telefono in Calabria, dove lavoravo, per assumermi e il 14 gennaio del 1976 cominciò quell'avventura di alta e divertente pirateria con Giorgio Forattini che disegnava la vignetta. C'erano firme strappate al Giorno come Giorgio Bocca e Natalia Aspesi e un pattuglione di ragazzi di cui molti diventarono famosi. Quel giornale fu così potente che nella stanza di Eugenio vidi nascere e morire parecchi governi, cosa che appagava il suo Ego barbuto ed elegante.

Scalfari era prima di tutto un politico, componeva e scomponeva alleanze, diceva di detestare Berlusconi ma poi si scoprì che andava ad Arcore per suonare assieme al fondatore di Forza Italia e a Fedele Confalonieri al pianoforte la rapsodia in blu di Gershwin. Quando Carlo De Benedetti che era diventato il suo editore lo venne a sapere, decise di farlo fuori e di consegnare l'aulico trono di Eugenio al giovane e più fidato Ezio Mauro. Fu così che Scalfari che era anche un realista chiese e ottenne di poter fingere di essere stato lui a scegliere Mauro e di poter vedere il proprio nome sotto la testata con la definizione di Fondatore.

Eugenio Scalfari è stato un personaggio rinascimentale, dotato di una cultura specialmente economica ma anche letteraria di primissimo ordine, con un senso settario delle amicizie, un umorismo spiccato e, cosa che più di tutte mi colpì quando lo conobbi, innamoratissimo delle sue due figlie che poi gli dedicarono un bellissimo documentario mandato in onda da Raitre pochi mesi fa. Disse di non temere la morte. È inevitabile, a che vale prendersela. Aveva già accompagnato al cimitero quasi tutti i suoi amici più cari.

L'addio al giornalista. Chi era Eugenio Scalfari: un prodigio perfido, amabile e multiforme. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 15 Luglio 2022. 

Era diventato un gioco fra noi: quando verrà il giorno, pensaci tu. Intendeva, il giorno del necrologio. Poi diventammo avversari. O meglio, lui mi applicò quel marchingegno medioevale riesumato dall’inquisizione che chiamava il cono d’ombra. Quando qualcuno esce, usciva, dal suo seminato, diventava improvvisamente invisibile come il Calandrino di Boccaccio quando credeva di aver trovato la pietra elitropia. E così mi applico il cono d’ombra quando diventai amico e confidente del presidente della Repubblica Francesco Cossiga, ed ero ormai alla Stampa di Paolo Mieli, Lui, Eugenio Scalfari, stava brigando per cacciarlo dal Quirinale con un certificato medico di totale pazzia, dimenticando che Cossiga era stato il suo ospite di tutti i mercoledì a pranzo a casa sua dalla prima moglie, finché non consigliò lui stesso a Ciriaco De Mita di farlo eleggere presidente del Senato dopo la lunga depressione seguita all’assassinio di Aldo Moro.

Quanto ad Aldo Moro, Scalfari capeggiava con toni giacobini il cosiddetto partito della fermezza che voleva Moro morto e dimenticato mentre io facevo naturalmente parte dell’altro mondo, che andava da Craxi a Pannella a Lotta continua e una parte semiclandestina del Pci meno forcaiolo (in nobile gara con la Dc) il cui motto era “primum vivere” mentre quello di Scalfari era primum seppellire. Il nostro primo scontro fu allora, quando io e una decina di Repubblica firmammo l’appello di Lotta Continua per salvare la vita di Moro trattando se c’era da trattare. Io scrissi un fondo, che Eugenio mi cestinò, in cui ricordavo che il giovane Giulio Cesare, preso in ostaggio dai pirati Illiri, scrisse ai suoi di pagare il riscatto e che una volta libero tornò per crocifiggere tutti i pirati agli alberi delle loro navi. “Abile”, commentò Eugenio accartocciando il mio articolo prima di lanciarlo nel cestino.

Con Aldo Moro, Scalfari aveva un antico contenzioso: lui (perché direttore) e Lino Jannuzzi come autore erano stati condannati per aver scritto una serie di articoli sull’Espresso in cui si sosteneva che il presidente della Repubblica Antonio Segni, in combutta con il comandante dei carabinieri Giovanni De Lorenzo, avessero architettato un colpo di Stato chiamato in codice “Piano Solo” che avrebbe dovuto scattare nel 1964 imponendo l’arresto di migliaia di dirigenti comunisti e socialista, sindacalisti e anche alcuni democristiani che avrebbero dovuto essere arrestati (“Nottetempo casa per casa” recitava il suggestivo titolo) e poi concentrati in Sardegna a capo Marongiu. Il colpo sarebbe stato però sventato dall’intervento di alcuni politici, fra cui Giuseppe Saragat, futuro Presidente e il vecchio segretario socialista Pietro Nenni che aveva avvertito “un tintinnar di sciabole”, e secondo la leggenda ne sarebbe nato un alterco talmente violento da provocare un malore al presidente Segni che pochi giorni si dimise.

Gli articoli uscirono nel 1967 e Scalfari e Jannuzzi furono condannati, ma subito messi in salvo dal segretario del Partito socialista Giacomo Mancini che candidò Scalfari a Milano e Jannuzzi a Sapri per il Senato, sottraendoli così all’arresto. Scalfari fu costretto a lasciare la direzione dell’Espresso e si dedicò con ardore alla sua attività di deputato socialista a Milano dove si alleò con il vicesegretario del Psi Giovanni Mosca contro l’emergente Bettino Craxi aprendo un conflitto furioso che avrebbe dominato successivamente tutta la storia d’Italia e che si concluse con la morte ad Hammamet di Craxi inseguito dai mandati di cattura. Un successivo processo in appello scagionò Scalfari e Jannuzzi ma il primo attaccò violentemente Aldo Moro, segretario della DC, perché si era rifiutato di togliere gli “omissis” ovvero la censura a una serie di parole contenute in un documento che secondo Scalfari avrebbe dimostrato che il tentativo di colpo di Stato ci fu. Quando molti anni dopo il documento fu liberato dagli omissis si vide che non nascondeva alcuna verità segreta, ma intanto Scalfari e Moro erano diventati nemici irriducibili e uno degli esiti fu il famoso discorso alla Camera, che ascoltai con Scalfari a Montecitorio, in cui Moro disse che la Democrazia Cristiana “non si sarebbe fatta processare sulle piazze”.

Scalfari si ripresentò alle elezioni successive del 1973 ma fu trombato per una manciata di voti a causa di un articolo sul Corriere in cui si raccontava come il deputato Scalfari avesse detto a un “ghisa” (vigile urbano) milanese “lei non sa chi sono io”. La notizia aveva raggiunto Craxi che aveva amici a via Solferino, i quali misero in prima pagina la notizia che fece perdere a Scalfari i voti per essere rieletto. Ho avuto il privilegio di ascoltare le due versioni di questa storia, sia quella di Eugenio che di Bettino, Mi disse Eugenio:; ero alla stazione di Milano per prendere Serena (Rossetti, la sua seconda moglie) quando un vigile mi disse che dovevo spostare la macchina. Dissi: “E quella macchina lì?” “Quella? è del Prefetto” rispose il vigile. E allora replicai: “E io sono un deputato della Repubblica”. “Patente e libretto” disse il vigile. La patente era illeggibile perché era rimasta nel costume da bagno, ma secondo il vigile era scaduta. “Favorisca venire in caserma, prego” disse il vigile. E in caserma i cronisti seppero e il Corriere scrisse.

La versione di Bettino Craxi fu più breve: “Quel cretino (Scalfari) si era parcheggiato davanti alla stazione e aveva detto al vigile che lui poteva sostare dove voleva perché era un deputato: figurati i milanesi come l’hanno presa. Comunque, chiamai il Corriere, raccontai quel che era successo e così finì l’avventura del deputato Scalfari”.

Sconfitto, Eugenio tornò all’Espresso sicuro di riavere la sua scrivania di direttore, ma la famosa “banda dei quattro” composta da Livio Zanetti, Corbi e altri due che non ricordo, gli sbarrarono la strada. Scalfari poteva scrivere soltanto su un piccolo supplemento economico varato appositamente, chiamato “Lettera finanziaria”. Fu così che nacque Repubblica: Eugenio era furioso e decise di dar corpo a una sua antica idea: un giornale di formato tabloid ancora inesistente in Italia, con un “paginone” di cultura senza la tradizionale terza pagina. La storia di come Scalfari riuscì a mettere insieme un grande colletta raccolta da lui stesso e da Carlo Caracciolo che fu il primo editore del quotidiano, è lunga e nota.

A me accadde di incontrare e fare amicizia con Serena Rossetti in un ospedale in cui era ricoverato un mio caro amico redattore dell’Espresso. Scalfari mi convocò nella redazione dell’Espresso a via Po. Portava degli occhiali con una severa montatura d’acciaio e i suoi capelli e la sua barba erano brizzolati. Mi fece vedere i menabò, i progetti disegnati delle pagine del futuro quotidiano e mi parlo con quella voce impostata e deliziosamente trombonesca che imparai a riprodurre perfettamente e con la quale mi divertii a licenziare un caporedattore detestabile, e convocare redattori nel suo studio. La sua voce normale era del tutto amichevole e romanesca e anzi creammo subito una speciale parlata duale che mantenemmo finché fu viva la nostra straordinaria amicizia. Mi affidò servizi che equivalevano a una tesi di laurea: parti, vai dove ti pare e portami un resoconto su come è nata la borghesia europea. E mi costringeva preventivamente a leggere l’enorme e affascinante carteggio fra i fratelli Verri e le cronache vive della Rivoluzione francese e la giustizia britannica. Oppure mi spediva sulle orme di Ulisse o sulla scia dei galeoni della Serenissima. Ma più che altro cronaca politica quotidiana, da scrivere sempre in modo letterario, immaginifico, settario perché il suo era un vascello pirata e non un piroscafo di linea.

Quando uscì un libro intitolato Il cittadino Scalfari, ne gettò una copia sul grande tavolo su cui si celebrava la famosa “messa cantata”, ovvero la riunione del mattino, e disse. «In questo libro si sostiene che io sia stato prima fascista, poi monarchico, liberale, radicale, socialista, comunista e democristiano. Ebbene, è tutto vero». Nel bellissimo documentario che gli hanno dedicato pochi mesi fa le due figlie Donata ed Enrica che lui adorava (e sull’adorare i figli eravamo in grande sintonia) rispondeva a una domanda sulla paura della morte: «Io non ho nessuna paura della morte. Non che sia contento di morire, ma non provo nulla di fronte a un fatto ineluttabile». Ed è morto così, di vecchiaia e molto ricco per il grande successo che ha avuto e la sua morte mi tocca perché per molti anni siamo stati davvero molto vicini anche quando ormai io non approvavo nulla dei suoi progetti politici, ma non è importante perché Eugenio Scalfari è stato un genio rinascimentale, un grandissimo artigiano e un costruttore di giornali.

Amava e odiava Indro Montanelli e fra loro la differenza era che Scalfari cominciò da direttore di giornale senza essere mai stato un giornalista mentre Indro era anche la quintessenza del redattore, dell’inviato specialissimo. Scalfari non è stato mai un inviato ma ha creato i migliori inviati speciali di un mestiere grandioso, ormai scomparso e presuntuoso, miserabile e nobile: quello di giornalista ai nostri modi, un giorno dietro una porta chiusa per strappare una dannata dichiarazione e poi la foresta, il Libano, le bombe, il sangue, la morte, lo champagne, gli alberghi di lusso e la fame, la sabbia, il mito del pezzo da spedire dettandolo al telefono, per poi aspettare col cuore in gola il giudizio di quell’uomo totalmente immodesto che confidenzialmente chiamavamo Zeus. Quando fu trovato il corpo di Aldo Moro nella Renault di via Caetani, tra Botteghe Oscure e piazza del Gesù, (le due sedi storiche del Pci e della Dc) io piansi di rabbia perché odiavo il partito della fermezza, guidato proprio da lui, Scalfari, che avvertendo il trauma disse con fastidio: “Sussù! Animo, animo!”.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Fascismo e antifascismo. Scalfari fu bravissimo a costruire grandi nemici per un grande giornale. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 29 Luglio 2022. 

Ad aprirmi gli occhi e un varco storico nella mente è stato un lettore che mi ha scritto una lunga lettera per spiegarmi che le ideologie erano ottime e che furono tempi d’oro quelli in cui fascismo e antifascismo potevano darsene di santa ragione con morti e feriti ma anche con tanta soddisfazione ideologica. Questo lettore poi specificava di essere di destra e soltanto alla fine rivelava ciò che non avrei mai pensato. E cioè che negli archetipi della storia d’Italia la guerra tra fascismo e antifascismo non è quella tra il fascismo di Mussolini e l’antifascismo dei partigiani e dei fuorusciti. No, il periodo storico che viene vissuto emotivamente in modo più intenso è quello della guerra civile tra Brigate Rosse e Brigate nere negli anni 70.

La prima immagine che mi viene in mente è quella del giudice Vittorio Occorsio (ucciso da una sola pallottola della lunga raffica esplosa da un giovane neofascista dei Nar) accasciato nella sua auto con un rivolo di sangue che si raggrumava sotto l’orecchio destro su cui marciavano centinaia di piccole formiche. Ero allora un giornalista di Repubblica e anche quell’immagine fa parte dell’album delle cose che non si dimenticano perché le abbiamo viste e vissute. Quando sentivo parlare dagli adulti di personaggi come Nitti, Salandra, Giolitti, o l’onorevole Curlo – famoso per il suo scambio di lettere con l’onorevole Meda – erano per me sconosciuti, inconoscibili, privi di qualsiasi appeal. Poi ho pensato che cosa potessero immaginare coloro che hanno dieci, venti, trenta anni meno di me e ho visto che la legge è sempre quella: la memoria esiste laddove esiste l’emozione del ricordo. Ciò che è possibile è fabbricare un’emozione creata ad arte, che è il mestiere della letteratura per parole o immagini. Come ognuno di noi sa, la creazione delle emozioni non ha niente a che vedere con l’informazione. Senza Tolstoj nessuno ricorderebbe l’invasione napoleonica della Russia.

Poi, nel 1976, mi sono trovato a far parte del fortunato gruppo che grazie a Eugenio Scalfari e con Eugenio Scalfari dette vita al più grandioso fenomeno del giornalismo italiano: il tabloid “Repubblica” di cui oggi tutti parlano perché Eugenio è morto. E cominciò un fenomeno che neanche Scalfari aveva previsto e solo in parte dominava: il giornale andava malissimo, le sottoscrizioni non bastavano, Carlo De Benedetti pompava soldi scommettendo su un’impresa che non era ancora sua ma lo sarebbe diventata quando Eugenio gli avrebbe venduto tutta la nostra baracca provocando crisi di pianto, discorsi strappacuore, l’ira di Giorgio Bocca, lo scoramento di tutti. Ma Eugenio vendeva. Quel che allora non sapevamo era che Scalfari prima di vendere a De Benedetti come era previsto nei loro accordi, andò a suonare al piano la Rapsodia in Blue di Gershwin a quattro mani con Confalonieri. Secondo De Benedetti, il grande Eugenio era andato a proporre all’odiato Silvio il tesoro della corona. Quando De Benedetti decise di disfarsi di Scalfari, pensava di farlo con secca brutalità: l’editore non è soddisfatto del suo direttore, passi pure alla cassa per la liquidazione.

Tutto ciò me lo ha raccontato Carlo De Benedetti con cui facemmo insieme un libro intervista Guzzanti versus De Benedetti e io rimasi allibito: “Avevi davvero deciso di licenziarlo sui due piedi?”. De Benedetti raccontò di aver affidato al primo editore ed amico di Scalfari, il principe Carlo Caracciolo, la sua decisione. E che Caracciolo, dopo averla comunicata a Scalfari disse che Eugenio chiedeva che il licenziamento potesse essere fatto passare per dimissioni. Ezio Mauro gli subentrò nel giorno stesso, strappato al desk da cui dirigeva La Stampa di Torino (cosa che offese a sangue Gianni Agnelli), e portato a Roma per firmare il giornale del giorno successivo. La differenza tra l’antiberlusconismo di Scalfari e quello di De Benedetti è oggi l’argomento del giorno. E il bell’articolo di Michele Prospero, che è una riflessione presente su un passato pieno di paradossi, stimola chi c’era fin dall’inizio, come me, a ricostruire nel vissuto autentico quella vicenda. Scalfari era un antiberlusconiano molto particolare.

Lui aveva bisogno di grandi nemici per fare un grande giornale, che partì senza una linea politica ma che poi la trovò proprio grazie a quel genere di eventi: i rossi contro i neri negli anni Settanta e Ottanta, che creò allora un immaginario collettivo potentissimo, moltiplicato dalla Terza Rete della Rai da poco affidata al Partito comunista, che mise i migliori capitani al comando della sua flotta: Angelo Guglielmi direttore di RaiTre che sosteneva la necessità di dare voce alla realtà, ma selezionando le tonalità che allora si chiamavano voluttuosamente “sporche”. E l’altro era Sandro Curzi direttore del Tg3 subito ribattezzato fra i giornalisti come Tele-Kabul dal nome della capitale dell’Afghanistan invaso dai russi come oggi l’Ucraina. Fu allora che sia Scalfari che Berlusconi videro e fronteggiarono la nuova realtà complicatissima e sanguinosa di quegli anni muovendosi guerra senza mai uccidersi come lottatori giapponesi. Aldo Moro invece pagò con la sua vita perché non aveva capito bene quale fosse il gioco che si giocava fra chi creava la narrazione dei fatti presenti, da consegnare al futuro senza permettere alcuna correzione.

Lo scontro fra Brigate Rosse (certamente influenzate e in parte dirette dai servizi dell’Unione Sovietica come ho documentato su queste pagine come ex Presidente di una commissione d’inchiesta) e i NAR del terrorismo nero, gruppi armati cui si aggiungevano sigle oggi dimenticate, invasero potentemente l’immaginario di una generazione che oggi è fatta di cinquantenni, più o meno. Fu creato e disfatto il mito di una resistenza di destra e una di sinistra, una seconda storia d’Italia da una centrale di potere, quella di Repubblica, che esercitava un fascino crescente sull’opinione pubblica. Erano gli anni in cui il quotidiano Repubblica si indossava nella tasca posteriore dei jeans e sul portapacchi della bicicletta.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Paolo Conti per il “Corriere della Sera” il 15 luglio 2022.

Paolo Guzzanti, l'episodio fa parte della mitologia del giornalismo italiano. Eugenio Scalfari che si stende davanti all'ascensore della redazione de «la Repubblica» per impedire il tuo trasloco al «Corriere». 

Come andò?

«Era il 1984 e avevo già firmato un accordo con Piero Ostellino. Avevo voglia di cambiare. Gli chiesi di finire il mio servizio da Varsavia sull'assassinio di padre Jerzy Popielusko. Una sera trovai un telegramma in albergo: "Sono stato a Milano Stop Non aggiungo altro". Tornai di corsa a Roma...». 

E a Roma?

«Corsi in redazione. Scalfari, fingendo di non vedermi e parlando col vicedirettore Gianni Rocca, cominciò a dire a voce alta e davanti alla redazione (e qui Guzzanti imita alla perfezione la voce dell'originale): "Se davvero Guzzanti volesse andare al Corriere della Sera dovrebbe usare l'ascensore. Se io mi stendo qui davanti, significa che deve passare sul mio corpo, capisci?". Arrotolò la giacca, ne fece un cuscino, cominciò a stendersi. Applausi fragorosi di tutta la redazione. Scrissi una lettera di miserevoli scuse a Ostellino...».

Com' era lavorare con lui?

«Anni irripetibili con un uomo fantastico che ti ordinava: "Ora parti, vai dove vuoi e mi racconti la storia della nascita della borghesia europea". E mi lasciava in portineria il volume Adelphi con il carteggio dei fratelli Pietro e Alessandro Verri tra il 1766 e il 1767... Chi, se non lui?». 

Senti di dovergli molto?

«Molto? Tutto. Direi tutto ciò che penso, anche in contrasto con lui».

Conflitti?

«Durissimi, durante il caso Moro. Lui era contro ogni trattativa, io e altri in redazione a favore. Tra noi ci fu una frattura emotiva, anche amicale, nei rapporti personali». 

Vi siete voluti bene?

«A un certo punto, io ero alla Stampa , seppi che c'era stata una gran cena da Sandra Verusio in cui era stato decretato che io dovessi finire nel cono d'ombra del gruppo. Significava che se incontravi qualcuno per strada, cambiava marciapiede. Un giorno lo vidi e gli dissi: "A me, di finire nel cono d'ombra mi fa un baffo, tanto continuerò a volerti bene". E lui: "Anch' io credo di volerti bene". Non: "ti voglio bene". Ma "credo di volerti bene"...». 

Scalfari era famoso anche per le inimicizie.

«Aveva bisogno di grandi nemici per affrontare grandi battaglie e fare un grande giornale. Il suo contrasto con Craxi occupò i pensieri dell'Italia per anni».

Il suo giornalismo era colto, letterario...

«Durante le riunioni citava continuamente i Promessi Sposi come sterminato catalogo delle tipologie umane italiane. E Ariosto. Il suo immenso fascino gli consentiva di aprire dibattiti sia su ciò che padroneggiava alla perfezione, penso all'economia, sia su materie su cui era orecchiante, per esempio l'arte contemporanea: ma frequentava personaggi di altissimo livello e gli bastava ascoltarli per impadronirsi del tema». 

Un difetto?

«Tra i tanti (ride) la sua capacità di troncare importanti rapporti umani, amicali e credo anche sentimentali, in un istante e senza spiegazioni». L'aspetto che amavi di lui? «L'autoironia. Un giorno arrivò in redazione e gettò sul tavolo una copia del libro "Il cittadino Scalfari" di Claudio Mauri, uscito nel 1983.

Disse a voce altissima: "Qui c'è scritto che io sarei stato prima fascista, poi monarchico, quindi liberale, dopo radicale, e poi socialista, quindi comunista e infine democristiano". Una pausa teatrale: "Ebbene, è tutto vero". Cosa puoi dire a un uomo così?».

Eugenio Scalfari e i suoi primi 90 anni. Redazione su correttainformazione.it il 28 Aprile 2014  

Questo sito è nato per “dare voce a chi non ce l’ha” e per esprimere voci che non trovano spazio nel mainstream. Nonostante questo, pubblichiamo l’articolo di un nostro collaboratore su Eugenio Scalfari. Conoscere la sua storia è importante per conoscere la storia di questo Paese, di come è strutturato il potere culturale e i suoi legami con la politica. In particolare, con quella che Fulvio Abbate chiama la “P2 culturale della sinistra“. La storia di Eugenio Scalfari e del “Partito Repubblica-L’Espresso” fa comprendere, infatti, molto bene la deriva culturale e politica della sinistra italiana. Una sinistra passata dalla difesa dei diritti dei lavoratori a quella dei diritti “cosmetici” e che ha avuto il suo approdo finale nel Partito Democratico e in Matteo Renzi. Buona lettura.

La Redazione

Insieme a Indro Montanelli, Giorgio Bocca, Enzo Biagi e Piero Ottone, Eugenio Scalfari è uno dei pilastri del giornalismo di questo Paese. Se ci limitiamo a questa vecchia generazione, la storia del giornalismo italiano contemporaneo potrebbe iniziare con Montanelli, il “principe del giornalismo”, uno che il secolo scorso l’ha vissuto quasi tutto andandosene nel 2001 qualche mese prima del crollo delle Twin Towers di New York. Classe 1909, Montanelli è il più vecchio di questa generazione di osservatori: vive le due guerre, attraversando il Fascismo con cui rompe dopo le guerre d’Etiopia e di Spagna, vede risorgere l’Italia dopo la Resistenza e osserva tutta la stagione della Prima Repubblica sino a Berlusconi, suo editore e poi nemico. Più giovani sono Biagi e Bocca, nati nel 1920, che a loro volta superano di quattro anni Ottone ed Eugenio Scalfari, entrambi del 1924. Direttore del “Secolo XIX” (dal 1968 al 1972) e poi del “Corriere della Sera” (dal 1972 al 1977), Ottone compirà 90 anni il prossimo 3 agosto – e intanto è già uscita una sua autobiografia: Novanta – mentre Eugenio Scalfari li ha compiuti il 6 aprile.

Per raccontare la storia della Repubblica di Barbapapà – questo il soprannome con cui Eugenio Scalfari viene spesso chiamato per la sua candida barba bianca che dà il titolo alla “storia irriverente” di Giampaolo Pansa – non dobbiamo sforzarci più di tanto, almeno se ci limitiamo a raccontarne gli eventi. C’è un Racconto autobiografico (appena uscito da Einaudi), che molti hanno già potuto assaporare all’inizio del “Meridiano” – La passione dell’etica – a lui dedicato (2012). Qui, mescolando quel rigore pulito della sua scrittura giornalistica e la lucida dolcezza del letterato che racconta i propri eventi personali, Eugenio Scalfari ripercorre la propria esistenza, iniziata a Civitavecchia alle 10.30 il 6 aprile del 1924. In questa città, all’ultimo piano di un palazzo ottocentesco, nella piazza centrale della città, nasce da una famiglia di origini calabresi, ma è a Sanremo (dove la sua famiglia si trasferisce nel 1938) che frequenta il liceo classico, compagno di banco di Italo Calvino.

Come Margherita Hack, anche Eugenio Scalfari a causa della guerra salterà l’esame di maturità. Questi sono gli anni – scrive – in cui “il viaggio ebbe il suo consapevole inizio”, gli anni delle letture e dei fermenti intellettuali, e anche dell’incontro con il Fascismo: “Io ero fascista. Ero cresciuto nel fascismo come tutti i giovani della mia età”, ma in qualche modo sarà poi il Fascismo ad allontanarsi da lui, quando nel 1943 il Guf (Gruppo universitario fascista) lo espelle dopo la pubblicazione di alcuni articoli su “Roma Fascista”. All’Università sceglie la facoltà di Giurisprudenza, e al termine degli studi finirà a lavorare in banca, che certo sarà anche “una specie di finestra aperta sulla società”.

Ma il destino di Eugenio Scalfari sembra seguire un altro disegno, simile a quello di un Kafka o di uno Svevo, impiegati anche loro – come racconta Luciano Vandelli in Tra carte e scartoffie (2013) – ma con una vocazione sotterranea per la scrittura, che in Scalfari si configura come “l’impossibilità di fare altrimenti”. Scrittura “in quanto comunicazione e quindi anche insegnamento. Insegnamento delle proprie idee e quindi anche politica”; e così Eugenio Scalfari inizia a scrivere “di economia, di politica, di filosofia. Scrivere e insegnare”. Mettendo tra parentesi l’esperienza adolescenziale di “Roma Fascista”, dobbiamo aspettare il 1947 per la sua entrata nella pubblicistica sulla “Nuova antologia”, con un saggio sulla politica finanziaria della Destra storica. Di qui le sue collaborazioni con il “Mondo” di Mario Pannunzio e con l’“Europeo” di Arrigo Benedetti con cui, nel 1955, fonda il settimanale “L’Espresso”: la linea politica è di centro-sinistra tanto che, con il Partito Socialista, Eugenio Scalfari – che si assesterà su posizioni liberali di sinistra – intraprenderà un’esperienza politica diretta sedendo in Parlamento dal 1968 al 1972.

Il 14 gennaio 1976 esce il primo numero di “Repubblica”: L’amore, la sfida, il destino. Un amore, perché Eugenio Scalfari sogna da anni di progettare un quotidiano nazionale tutto suo, di cui almeno è direttore anche se non del tutto proprietario. Una sfida, perché “Repubblica” nasce un bel giorno, dopo un periodo di propaganda, ma nessuno sa come andrà a finire – senza contare che il “Corriere”, a quell’epoca diretto proprio da Ottone, è un giornale collaudato, vende tanto ed è una vera e propria sfida raggiungerlo. Impresa non impossibile se pensiamo che il primo giorno il quotidiano di Scalfari – che apre con l’incarico a Moro e un’intervista al segretario del Psi Francesco De Martino – vende 300 mila copie; ma che si fa sempre più lontana quando una settimana dopo scende a 70 mila, assestandosi su questa cifra per due anni. Ma il destino che qui entra in gioco è quello di un direttore tenace, imprenditorialmente vincente, che ha già fatto fruttare all’“Espresso”, da direttore, un milione di copie. Ma questa è una sfida più grande, perché “Repubblica” non è un settimanale e ha la pretesa di essere il quotidiano più letto.

Oggi la sfida è vinta: “Repubblica” ha battuto il “Corriere” e, sulla scia del successo raccolto in questi anni, si è collocata sulla strada del rinnovamento. Ha cambiato grafica varie volte, ma credo che il suo successo stia nell’essere riuscita a cogliere, di volta in volta, gli umori dei suoi lettori. E oggi sta imboccando la strada di un nuovo giornalismo, riducendo lo spazio dedicato all’informazione partitica e alle notizie della giornata in generale, e sostituendolo con approfondimenti, reportage e interviste. Mentre lo spazio del commento si è sviluppato, “R2” è diventata più ampia. I giornali, definiti da Hegel “la preghiera del mattino dell’uomo moderno”, stanno cambiando anima e bisogna prenderne atto: non possono più aspirare ad essere la principale fonte di notizie perché ormai il loro posto è stato occupato dai loro siti, questi sì, i veri “quotidiani”. E al quotidiano cartaceo non resta che mettersi l’anima in pace, sperare di non scomparire vista la crisi degli ultimi anni che ne ha drasticamente ridotto le vendite, affrontando il cambiamento, l’unico possibile, prima che sia troppo tardi.

Nel 1996, Eugenio Scalfari passa il testimone della direzione di “Repubblica” a Ezio Mauro (tuttora in carica), ma continua ad esserne editorialista di punta e a tenere, sull’“Espresso”, la rubrica Vetro soffiato. Ogni domenica, sul lato sinistro, c’è il fondo a sua firma che continua nella pagina dedicata ai commenti. È “la messa cantata della domenica”, lo spazio istituzionale riservato al fondatore, col passare degli anni sempre meno formale, nel senso che qui Scalfari parla di politica, di economia, ma anche di tutto ciò che gli passa per la testa. È una sorta di “flusso di coscienza” l’“articolo scalfariano”, cioè – scrive Alberto Asor Rosa nel suo saggio introduttivo al “Meridiano” – “un mix estremamente sapiente di analisi, informazione, intrattenimento e giudizio politico e civile”; e non è strano sentire citare Montaigne o Cartesio e qualche riga dopo leggere una bacchettata a qualche collega o direttamente al presidente del Consiglio.

A partire da questi anni, la scrittura giornalistica – di analisi e di commento dei fatti della politica, dell’economia e della storia – viene completata con un’altra dimensione, che potremmo definire “letteraria”, fatta di riflessione su di Sé e sulla natura umana. Eugenio Scalfari abbandona quel linguaggio tagliente tipico dei suoi scritti più impegnati e dà vita ad una “riflessione saggistica etico–filosofica”: Incontro con Io (1994), L’uomo che non credeva in Dio (2008), Per l’alto mare aperto (2010), Scuote l’anima mia Eros (2011) e L’amore, la sfida, il destino (2013), ovvero “un viaggio dentro me stesso, ma non per tracciare un’autobiografia psicologica, bensì per raccogliere un materiale documentario utile a raccontare la natura della nostra specie”.

Eugenio Scalfari ha scritto moltissimo, ha intervistato grandi personaggi (da Berlinguer a papa Francesco) e ha svolto attività politica, non solo attraverso la penna, ma anche in Parlamento. La sua figura potrà non piacere, il suo narcisismo (di cui del resto non ha mai fatto mistero) potrà irritare: ma le sue idee, proprio perché impresse sulla carta, saranno giudicate dai posteri e potranno essere condivise o criticate. E Scalfari meriterà comunque di essere degno di rispetto: e per la sua storia e per l’influenza che il suo modo di fare giornalismo ha avuto sulle generazioni a venire.

Inflessibile (con gli altri). Il Fondatore tra profezie, opere, omissioni, voltafaccia e adulatori. Alessandro Gnocchi il 15 Luglio 2022 su Il Giornale.

Si riteneva l'erede di Pannunzio che lo aveva "scomunicato". Aveva il potere di lanciare carriere. Gli intellettuali hanno fatto a gara per paragonarlo a Kant e Spinoza...

Per quanto riguarda la caduta del fascismo, gli intellettuali antifascisti sono stati quasi del tutto ininfluenti. La maggior parte si acquattò negli anfratti del Regime, attendendo in silenzio la fine del fascismo per poter meglio raccogliere il potere culturale. Tra questi c'era anche Eugenio Scalfari, antifascista al caffè con gli amici, in camicia nera sui giornali dell'epoca, Roma Fascista, e con maggior coerenza e fedeltà alla battaglia spirituale del Duce, Gioventù italica e Conquiste d'Impero.

Scalfari si riteneva l'erede di Mario Pannunzio e della storia, parallela in molti momenti a quella del Partito liberale e radicale, di giornali come Risorgimento liberale e il Mondo. Peccato che Mario Pannunzio, nel 1968, prima di morire, diede disposizioni per il suo funerale tra cui spiccava quella di vietare la presenza di Scalfari. In un carteggio con Leo Vallani. Pannunzio dedicò a Eugenio queste parole:«È instabile, femmineo, esuberante. Non ha veri legami né affinità ideali e morali con nessuno. Tutto è strumentale, utilitario; tutto deve servire alla sua splendida carriera. Ha fretta, vuole arrivare. Dove? Forse non lo sa nemmeno». Anche l'amico Italo Calvino, compagno di liceo, accusò Scalfari di opportunismo. Erano ancora giovani. Forse il giudizio era ingiusto ma Scalfari sapeva certamente come muoversi con il potere e prima sposò il moralismo di Berlinguer e poi si accodò alla corrente democristiana di Ciriaco De Mita.

Categorico nelle questioni giudiziarie altrui, Scalfari non esitò a farsi eleggere, nel 1968, nelle liste del Psi al fine di farsi scudo con l'immunità parlamentare di una condanna a 15 mesi di carcere (in seguito al falso scoop sul presunto colpo di Stato noto come piano Solo). Poco incline a perdonare gli errori altrui, Scalfari sarà stato altrettanto spietato con se stesso? Chissà come giudicava l'aver firmato nel 1971, assieme al gregge degli intellettuali, la lettera aperta a L'Espresso sul caso Pinelli, un manifesto che contribuì a isolare il commissario Luigi Calabresi, poi ucciso da un commando di Lotta continua. Con Repubblica, Scalfari fece un miracolo editoriale, che nessuno potrebbe mai negare. Come commentatore, i maligni sottolineano i voltafaccia e gli errori di valutazione. Ad esempio, in campo economico, nel 1959, predisse sull'Espresso il sorpasso dei soviet: «Nel 1972 l'Urss sarà addirittura passata in testa non soltanto come potenza industriale ma anche come livello di vita medio della sua popolazione». Alla fine, quando il mondo cambiò, fu proprio Eugenio Scalfari a diventare il faro della nuova sinistra italiana che aveva abbandonato il marxismo senza rinunciare alla propria autoproclamata superiorità morale. Repubblica dettava la linea. Indicava quali scarpe, libri, viaggi, idee fossero degni di una sinistra illuminata. Negli anni Novanta, Scalfari schierò il giornale contro Silvio Berlusconi e Forza Italia. Nel 1994 firmò questa profezia: «Forza Italia è un partito di plastica che si scioglierà in pochi mesi». Quella contro Berlusconi fu una lotta affidata soprattutto a colpi bassi. Le idee non venivano proprio prese in considerazione. Fu un esame ai raggi x della vita privata di Berlusconi. Paradosso: non molti anni dopo, Scalfari dirà di fidarsi di Berlusconi più di Matteo Renzi. Altro paradosso: Berlusconi fu accusato di tutto, eppure Scalfari, e un'altra tonnellata di scrittori anti Biscione, hanno pubblicato e pubblicano felicemente per i marchi editoriali del leader di Forza Italia. Ed ecco Scalfari spuntare nel catalogo Einaudi con poesie e saggi, fino all'ingresso trionfale nella collana dei Meridiani Mondadori, di solito riservata ai classici. Tra i tomi di Proust e Svevo, c'è lui, il Fondatore, Eugenio Scalfari. Persino Papa Francesco ha baciato la pantofola di Eugenio al quale ha rilasciato interviste regolarmente smentite ma anche regolarmente ripubblicate tali e quali dai canali web del Vaticano.

Pochi uomini sono stati adulati come Eugenio Scalfari, che aveva il potere di lanciare e stroncare carriere intellettuali. Secondo i recensori delle sue opere, il «filosofo» Scalfari «reinventa la forma dello Zibaldone» di Giacomo Leopardi e ricorda Rilke, Montaigne, Rousseau, Keats, Shakespeare, Sterne. Scalfari fu accostato anche a Nietzsche, Croce, Cartesio, Socrate, Eraclito, Parmenide, Proust, Holderlin, Arendt, Valéry, Eckhart e Pascal. Tra i giudizi memorabili, ricordiamo almeno quelli del critico letterario Alberto Asor Rosa e del teologo Vito Mancuso, solo per caso all'epoca entrambi collaboratori di Repubblica. Alberto Asor Rosa: «Le cime della modernità sono scalate dal nostro autore con straordinaria agilità e incredibile capacità comunicativa, che però non diviene mai volgarizzazione». Vito Mancuso: «Cartesio, Spinoza, Kant, Freud ... sono i filosofi che hanno contribuito a formare Scalfari, che poi li ha per così dire superati». Avete letto bene: su-pe-ra-ti.

Il salotto buono (e snob) della sua "Repubblica". Stenio Solinas il 15 Luglio 2022 su Il Giornale.

Non era un quotidiano di partito, ma uno stile di vita. Che dettava la linea alla sinistra. Cosa leggere, cosa indossare, dove mangiare: il giornale come mondo (da comprare). Diede alla borghesia progressista l'illusione di essere "illuminata".

Nel 1976, quando Eugenio Scalfari fondò La Repubblica, aveva davanti a sé una florida prateria editoriale ben fortificata, ma a macchia di leopardo. L'unico quotidiano autenticamente nazionale, nonché organo del Pci, era L'Unità, con le sue sedi locali sparse per tutta la penisola, c'era poi Il Giorno a Milano, Paese sera a Roma, un po' di quotidiani generalisti di provincia e tutta una pletora di giornali militanti della cosiddetta ultrasinistra, a cominciare dal Manifesto per finire a Servire il popolo. Due anni prima, nella più ristretta e spelacchiata prateria editoriale di destra, Indro Montanelli aveva fondato il Giornale, con l'obiettivo di dar voce a un mondo minoritario che voce non aveva. Intelligentemente Scalfari fece sul versante opposto la stessa scelta, un quotidiano-mondo in cui si potesse riconoscere tutto quel ceto medio progressista acculturato, un po' a disagio con i giornali di partito, genericamente di sinistra, ma non necessariamente comunista, desideroso di vedere riconosciuto il suo ruolo di borghesia illuminata lì dove era tutto un tripudio di classe operaia, gioventù protestataria e lavoratori della Cgil.

Un quotidiano-mondo, non un quotidiano-partito, si badi bene. Scalfari era perfettamente a suo agio nel ruolo di consigliere del Principe, indipendentemente da chi fosse il Principe, quanto a disagio nello scegliere il Principe giusto e infatti le volte che scommise su un cavallo politico (il caso De Mita è l'esempio più clamoroso) regolarmente quel cavallo politico perse la corsa. Consigliere, del resto, vuol dire comandare per interposta persona, nonché concedere o negare i favori di un'opinione pubblica che nel quotidiano scalfariano credeva di vedersi riflessa come in uno specchio, accattivante e sprezzante, libertina e un po' corsara, convinta di essere la parte sana di una nazione infetta. C'era molto del marchese del Grillo in Scalfari, così come nei suoi lettori, un processo di osmosi che ha pochi precedenti.

Finché Scalfari è rimasto alla guida del suo giornale, quel mondo, che era poi anche uno stile di vita e, se si vuole, un modello comportamentale, con i propri tic, i propri tabù, le proprie miserie e le proprie grandezze, gli è rimasto fedele, al punto che si poteva indovinare il lettore di Repubblica per come si presentava vestito all'edicola, il concentrato dello shabby chicLasciato lui il timone, quel mondo si è andato via via appannando, così come andava appannandosi il suo specchio-giornale, e sempre più è subentrata la caricatura dell'uno come dell'altro. Venuta meno un'egemonia giornalistico-culturale, anche perché era andato intanto modificandosi radicalmente il campo sociale, economico e politico, tutto ha finito con l'assumere un sapore surreale, come quando in un palazzo signorile il maggiordomo si illude di sostituire il padrone di casa improvvisamente scomparso.

Fuori di metafora, di quel giornale-mondo sono rimasti sparsi frammenti, qualche volta ancora capaci di smaglianti beau geste, più spesso di sterili trombonismi e di interessasti equilibrismi.

Eppure, fino a che è durato, quel lettore-mondo di Repubblica è stato un po' la cartina di tornasole di cosa si dovesse leggere e di cosa si dovesse vedere al cinema, quali trasmissioni scegliere in tv, quale opinione corretta indossare nei salotti o nelle piazze, persino dove andare in vacanza, un concettato di conformismo maggioritario travestito da élite alternativa...Un universo a sé stante che bacchettava l'altra Italia lazzarona e nullafacente, maschilista e retrograda. E poco importa se poi i suoi abitanti, tornati a casa, si mettessero le dita nel naso e dessero della serva alla colf filippina. Leggere la Repubblica li rendeva comunque mondi dal peccato mortale di essere italiani alle vongole. Erano e restavano gli antitaliani, come da insegnamento scalfariano. Ovvero vongolari anche loro, ma con la puzza al naso e il mignolo alzato.

"Repubblica era persino più potente di un partito". Anna Maria Greco il 15 Luglio 2022 su Il Giornale.

Il bilancio: "Perse le battaglie politiche più importanti ma esercitò una influenza decisiva sull'elettorato".

Pierluigi Battista: fino a che punto Eugenio Scalfari era un giornalista politico? Voleva essere lui a far nascere e a far cadere governi?

«È stato l'interprete forse più efficace di un giornalismo interventista, basato sull'idea che i giornali non dovessero essere solo ricostruzione cronachistica dei fatti ma creare opinione. E alcuni tra i suoi più aspri nemici chiamavano Repubblica il giornale-partito. La sua carriera è sempre stata all'insegna della fusione tra giornalismo e politica, lui era interprete di un mondo diviso in due categorie, una che rappresentava le sue idee e l'altra. Una forma di manicheismo, che gli faceva distribuire pagelle. Lui era l'uomo-giornale, prima con l'Espresso poi con Repubblica».

Lo era Repubblica un «giornale partito»?

«In qualche modo sì, ma aveva un potere superiore ad un partito. Le battaglie politiche sulle quali Scalfari ha puntato il maggiore impegno, quella contro Craxi e per De Mita, quella contro Berlusconi, non sono state vincenti, ma l'obiettivo non era quello immediato quanto l'investimento a lunga durata sugli elettori, che erano solo in parte i lettori. Questa influenza stabile sull'elettorato la immaginò quando ancora i giornali contavano, ora non è più così».

Una formazione dell'opinione pubblica, influenzandola in un preciso senso politico.

«La sua intuizione era che più di apparati, burocrazie e congressi fosse efficace l'intervento culturale, che il giornale fosse il vero luogo dove si forma l'opinione. Non serviva per avere un certo numero in più di elettori-lettori, ma per farli partecipare ad un progetto politico collettivo. Il giornalismo politico lo vedeva come antropologia, il lettore ogni giorno doveva sapere dal suo giornale quali libri leggere, quali film vedere per costruire la sua opinione. Questo per lui era più importante di un partito».

Un potere che Scalfari usava sapientemente per attaccare gli avversari e sostenere gli amici.

«Si, ma come ho detto tante battaglie sulle persone le ha perse, lui inseguiva le sue idee. Appoggiava De Mita perché era avversario di Craxi e lui amava la prospettiva di un rapporto tra Dc e Pci che scavalcasse il Psi. Voleva traghettare il Pci sulle sponde della democrazia governativa, sciogliere l'involucro comunista per far emergere una sinistra progressista. Ogni volta che il Pci faceva un passo verso l'autonomia dall'Unione sovietica scriveva: Ecco ha passato la sponda. Dopo aver accarezzato l'idea di una terza forza laica, abbracciò quella di un mondo alternativo perché moralmente superiore e negli anni '80 sostenne Berlinguer, con il quale aveva un rapporto stretto, perché poneva la questione morale in alternativa al sistema democristiano. Amava Moro perché era favorevole ad un rapporto diverso con il Pci. Questo progetto politico era ostacolato da Craxi, che detestava perché era un altro da sé antropologico e si gettò a corpo morto su Tangentopoli pensando di spianare la strada a Occhetto. Invece, inaspettatamente per tutti, arrivò Berlusconi a cambiare le cose».

Scalfari come si sentiva: direttore di giornale, capo politico, consigliere dei leader...

«Aveva fatto la scelta, un po' snobistica, di essere interprete di una certa Italia di derivazione azionista, un'Italia minoritaria contro l'Italia alle vongole che avversava. La redazione l'adorava, le normalmente stanche e svogliate riunioni di redazione con lui diventavano liturgie in cui parlava con i politici con il viva voce e gli altri ascoltavano. Non voleva essere consigliere dei politici, dovevano essere i politici ad andare a casa sua. Ha inventato anche un nuovo linguaggio del giornalismo come racconto, coniato termini come razza padrona, nel suo editoriale della domenica raccontava il senso politico ma non solo di quello che accadeva. La storia è simile a quella di Indro Montanelli con Il Giornale, anche se tra i due c'era forte ostilità e differenza di personalità ambedue incarnavano il giornale d'opinione».

Una sola opinione o più opinioni, per non cadere nella faziosità?

«Anche chi non lo trovava simpatico deve ammettere che faceva parlare figure diverse e metteva al confronto le opinioni. Quando ci fu la crisi del Corriere della Sera per la P2 ospitò su Repubblica Ronchey e Biagi, in spazi specifici per far capire che non erano scalfariani e poi i due tornarono al Corriere della Sera. Leggeva molto gli altri, non solo se stesso come tanti, interloquiva, commentava e sapeva essere autocritico. All'origine, ad esempio, Repubblica non aveva la pagina sportiva perché voleva essere giornale d'élite, poi ci fu il cambio di passo e di natura».

L'Italia saluta un grande giornalista. Papa Francesco: "Ho perso un amico". Serena Sartini il 15 Luglio 2022 su Il Giornale.

Mattarella: "Un testimone lucido della storia repubblicana". Silvio Berlusconi: "Un avversario ma direttore appassionato".

Era L'uomo che non credeva in Dio (dal titolo del suo libro pubblicato nel 2008), eppure l'ateo che più amava dialogare con il Papa, ma anche con il cardinale Carlo Maria Martini, gesuita fine teologo e biblista e a lungo arcivescovo di Milano. Fin dal giorno della elezione al Soglio di Pietro, Eugenio Scalfari ha intrattenuto con Bergoglio un rapporto e un dialogo confidenziale, sia religioso che filosofico. Tanto che il Papa decise di concedere allo stesso Scalfari la sua prima intervista, a cui ne sono seguite tante altre, sempre poi smentite in alcune sue parti dalla sala stampa della Santa Sede.

Incontri a tu per tu, telefonate, lunghe interviste: un rapporto davvero speciale quello tra i due. Pochi giorni dopo l'elezione, Francesco lo chiamò: «Buongiorno, sono Papa Francesco». Poco dopo, il Pontefice riceve il fondatore di Repubblica a Santa Marta, in Vaticano. È l'inizio di un rapporto che non si interromperà più, che produrrà altre interviste, ricostruite e sintetizzate da Scalfari nel loro significato essenziale, mai smentito nel nocciolo delle questioni anche se con qualche distinguo da parte dell'ufficialità vaticana. «Qualcuno dei miei collaboratori che la conosce mi ha detto che Lei tenterà di convertirmi», scherza il Papa. Ribatte Scalfari: «Anche i miei amici pensano che sia Lei a volermi convertire...».

Il Papa lo chiama «amico». «Francesco ha appreso con dolore della scomparsa del suo amico, Eugenio Scalfari», riferisce il portavoce del Vaticano, Matteo Bruni. «Il Pontefice conserva con affetto la memoria degli incontri - e delle dense conversazioni sulle domande ultime dell'uomo - avute con lui nel corso degli anni e affida nella preghiera la sua anima al Signore, perché lo accolga e consoli quanti gli erano vicini», prosegue Bruni.

«Muore una delle figure chiave del giornalismo. Lo stile della sua interlocuzione con Papa Francesco mi ha sempre colpito. Anche l'ultima volta che l'ho sentito al telefono», scrive il direttore di Civiltà Cattolica, il gesuita padre Antonio Spadaro. «Due persone che avevano cura l'uno dell'altro», prosegue. Tanti i messaggi di cordoglio: dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al premier Mario Draghi prima delle dimissioni, fino a Silvio Berlusconi.

«Un vuoto incolmabile nella vita pubblica del nostro Paese», scrive il presidente del Consiglio dimissionario, per la morte «di un assoluto protagonista della storia del giornalismo nell'Italia del dopoguerra». Il presidente Mattarella ha affidato a una nota il suo dolore per la scomparsa di un «giornalista, direttore, saggista, uomo politico, testimone lucido e appassionato della nostra storia repubblicana» e «punto di riferimento coinvolgente per generazioni di giornalisti, intellettuali, classe politica e un amplissimo numero di lettori». Condoglianze anche da Silvio Berlusconi, storico avversario di Scalfari e del suo giornale. «È stato una figura di riferimento per i miei avversari in politica. Oggi, però - twitta il leader di Forza Italia - non posso non riconoscergli di essere stato un grande direttore e giornalista, che ho sempre apprezzato per la dedizione e la passione per il suo lavoro».

Tra le tante reazioni spicca quella di Forattini, vignettista storico di Repubblica di cui si ricordano screzi via interfono, botta e risposta via fax, il graffio della satira su Occhetto o De Mita, «amici» del direttore: ma tra Eugenio e Giorgio - racconta Ilaria, la moglie del disegnatore - c'è stato sempre un grande affetto.

Dopo un decennio i toni non sono cambiati e non sono cambiate nemmeno le fazioni, ognuna col suo “metodo”. Scalfari nel mirino di Travaglio che punta ai lettori di sinistra di Repubblica, scrive Francesco Damato il 25 Novembre 2017 su Il Dubbio. Da un po’ di tempo non gliene va bene una al Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Accade sempre più di frequente che le buste gialle delle Procure, come le chiama Piero Sansonetti, raggiungano la concorrenza, costringendo Travaglio ad elogiare gli scoppisti di turno. L’ultimo buco giudiziario l’ha rimediato dal Corriere della Serasulla vicenda di una collaboratrice del ministro dell’Economia accusata di passare notizie riservate ad una società della quale era stata dipendente continuando a percepire un compenso anche dopo essere passata alla pubblica amministrazione. Poi è arrivato il corteggiamento degli scissionisti del Pd come leader dello schieramento elettorale antirenziano di sinistra al presidente del Senato Pietro Grasso. Al quale Travaglio non ha mai perdonato di avere vinto il concorso, a suo tempo, al vertice della Procura nazionale antimafia grazie ad una legge dell’allora governo Berlusconi che aveva escluso dalla corsa lo sgradito Giancarlo Caselli. Piuttosto che vincere in quel modo, Grasso avrebbe dovuto rinunciare alla nomina, secondo il direttore del Fatto Quotidiano. Ed evitare poi di apprezzare il contributo dato da alcune iniziative dello stesso governo Berlusconi alla lotta alla mafia, mentre c’erano pubblici ministeri che sospettavano ancora, come anche oggi, lo zampino degli uomini di Arcore e dintorni addirittura nelle stragi mafiose che accompagnarono la fine giudiziaria e politica della cosiddetta e odiata prima Repubblica. Poi ancora sono arrivate le cronache dalla Corte europea dei diritti umani sulle crescenti possibilità di Berlusconi – sempre lui – di vincere il ricorso contro la sua decadenza da senatore, quattro anni fa, e la relativa ineleggibilità con l’applicazione retroattiva di una legge quasi fresca di approvazione. E già tanto controversa da indurre anche l’ex presidente della Camera Luciano Violante a consigliarne il rinvio alla Corte Costituzionale. Per giunta, la decadenza fu deliberata al Senato con votazione innovativamente palese, voluta e annunciata nell’aula di Palazzo Madama dal presidente Grasso col conforto di un improvvisato e stentatissimo parere della commissione competente. Come se non bastasse tutto questo, è arrivata sul Fatto la tegola di Eugenio Scalfari che in televisione annuncia di preferire nelle urne e dintorni il vecchio nemico Berlusconi – sì, proprio lui – al candidato grillino a Palazzo Chigi Luigi Di Maio. Be’, a questo il povero Travaglio non ha retto. E si è a suo modo vendicato improvvisando in prima pagina un invasivo montaggio fotografico titolato Berluscalfari. E liquidando come un tradimento delle origini la nuova veste grafica, oltre che politica, della Repubblica di carta fondata da Scalfari nel 1976 e da lui stesso diretta per i primi vent’anni. Poiché non bastava evidentemente il fotomontaggio, Travaglio si è speso in un lungo editoriale contro Barpapi, variante berlusconiana dell’affettuoso soprannome di Scalfari nelle redazioni da lui dirette: Barpapà. Una variante perfida perché ispirata al soprannome papy assegnato all’allora presidente del Consiglio da una diciottenne al cui compleanno lui era corso procurandosi un’infinità di sospetti, pettegolezzi e quant’altro su cui il compianto Giuseppe D’Avanzo aveva imbastito per la Repubblicadi vecchia maniera un processo mediatico contro Berlusconi ruotante attorno a dieci domande. E dieci sono state volutamente le volte in cui Travaglio ha commentato con la parolaccia ‘stracazzi’ la svolta filoberlusconiana attribuita a Scalfari. Mentre Travaglio già si godeva lo spettacolo di una sostanziale retromarcia del fondatore di Repubblica, anticipata dal condirettore Tommaso Cerno a Corrado Formigli, di Piazza pulita, gli è caduto addosso come un’altra tegola il testo dell’intervento correttivo di Scalfari. Che per i gusti del Fatto Quotidiano è stato persino peggiore, perché si è tradotto in un endorsement del Pd, che Scalfari ha annunciato di voler votare anche la prossima volta, sperando però che poi Renzi e Berlusconi si mettano d’accordo in funzione anti grillina, vista ormai la impraticabilità di una ricomposizione del centrosinistra comprensivo degli scissionisti Bersani, D’Alema e compagnia varia. D’altronde il fondatore di Repubblica era già finito nella gabbia metaforica degli imputati custodita dal Fatto per i suoi confessati rapporti di amicizia e quasi di scuola, fatti di incontri, telefonate, consigli e quasi compiti a casa con l’odiato Matteo Renzi, prima e dopo il referendum dell’anno scorso sulla riforma costituzionale. Che Scalfari votò e difese, per quanto inutilmente, dalle critiche anche di un vecchio amico e prestigioso collaboratore di Repubblica come Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale. Ora la sorveglianza, diciamo così, del Fatto Quotidiano su Repubblica sarà prevedibilmente più stretta e fastidiosa. L’ambizione neppure tanto nascosta di Travaglio, e del suo predecessore Antonio Padellaro, entrambi provenienti da un’esperienza difficile all’Unità, è di poter sottrarre alla ‘ nuova’ Repubblica i lettori della sinistra al cubo, da altri definita radicale senza rispetto per il compianto Marco Pannella, insoddisfatti del berlusconrenzismo attribuitole da Travaglio col piglio di un pubblico ministero. Sarebbe una parabola al rovescio della vecchia o primaRepubblica, che irruppe nelle edicole più di 41 anni fa danneggiando due giornali orgogliosamente di sinistra come l’Unità e Paese sera, dalle cui redazioni Scalfari aveva prelevato eccellenti professionisti. Ma erano altri tempi. E ben altri erano i protagonisti mediatici e politici.

Odifreddi smonta le bufale di Scalfari. E Repubblica lo silura. Il matematico che ha smontato le bufale di Scalfari sull'incontro con Papa Francesco: "Calabresi doveva scegliere tra me e lui. Era ovvio che scegliesse il fondatore", scrive Chiara Sarra, Martedì 03/04/2018, su "Il Giornale". Alla fine Piergiorgio Odifreddi ha pagato caro l'articolo sul suo blog in cui smontava una ad una le "fake news" di Eugenio Scalfari sull'incontro con Papa Francesco. Il matematico che da 18 anni collabora con Repubblica è infatti stato silurato dal quotidiano fondato proprio da Scalfari. "Dopo il post su Scalfari di ieri il direttore Calabresi, com'era non solo suo diritto, ma forse anche suo dovere, mi ha comunicato che la mia collaborazione a Repubblica termina qui", scrive oggi Odifreddi nel suo commiato. In cui ricorda i precedenti "problemi di coabitazione" con il gruppo e si richiama alla "funzione sociale dell'intellettuale" che secondo Moravia "è di essere antisociale": "È forse dunque una mia colpa sociale, l'aver sempre cercato di dire ciò che pensavo, anche quando sarebbe stato più comodo o più utile (e a volte, forse, anche più corretto o più giusto) tacere", scrive ancora, "Ma ciascuno di noi è fatto a modo suo, e io sono fatto così. Dunque, un grazie a tutti, e a risentirci magari altrove". Poi, a Un giorno da Pecora su Rai Radio 1, Odifreddi ha spiegato che l'articolo in questione è stato pubblicato nel giorno dedicato al "fact checking", il controllo delle notizie. "In tal senso, Scalfari è recidivo", attacca ancora, "Lo dice il portavoce del Vaticano, che per tre volte lo ha censurato dicendo che aveva messo in bocca al Papa cose che non aveva detto. Che dica di esser andato dal Papa senza averlo fatto mi parrebbe eccessivo. Lui però fa sempre così: va a fare interviste senza prendere appunti e senza registratori, e poi dice quello che crede il suo interlocutore voglia dire. Una volta lo ha anche ammesso: io ho detto cose che il Papa non ha detto. Che affidamento si può fare in interviste di questo tipo?". E su Calabresi ha aggiunto: "È ovvio che dovendo scegliere tra me e Scalfari ha scelto il fondatore di Repubblica. Ma è il suo ruolo, io non ci sono rimasto male ed in parte me lo aspettavo". "Ciò non accade per le critiche a Scalfari, che sono lecite e fanno parte di un libero dibattito, ma per quello che hai scritto del giornale con cui collabori da anni", replica però Mario Calabresi, "Il problema è che non si può collaborare con un giornale e contemporaneamente sostenere che della verità ai giornalisti non importa nulla. Che oggi serva di più pubblicare il falso del vero. Questo è inaccettabile e intollerabile, non solo per me ma per tutti quelli che lavorano qui. Facciamo il nostro lavoro con passione e con professionalità e la gratuità delle tue parole di ieri ci ha fatto male. Tu sai di aver sempre goduto della massima libertà, ma l’unica libertà che non ci si può prendere è quella di insultare o deridere la comunità con cui si lavora. Mi aspettavo tu fossi conseguente con questa presa di posizione e ora non posso che dirti buona fortuna".

Odifreddi su Repubblica ora smonta le bufale di Scalfari su Francesco. Il matematico Giorgio Odifreddi attacca il quotidiano su Repubblica la stessa Repubblica e il suo fondatore, scrive Luca Romano, Lunedì 02/04/2018, su "Il Giornale". "Oggi è la Giornata Mondiale del Fact Checking, e vale la pena soffermarsi su una straordinaria serie di fake news diffuse da Eugenio Scalfari negli anni scorsi a proposito di Papa Francesco, l’ultima delle quali risale a pochi giorni fa". A scriverlo, sul blog che tiene su Repubblica, è il matematico Giorgio Odifreddi. Che sostanzialmente attacca il quotidiano su cui scrive. Tema del contendere è l'intervista inventata a Papa Francesco e scritta da Scalfari. "Il fatto è che Scalfari - continua Odifreddi - non si è limitato alle proprie abiure personali, ma ha incominciato a inventare notizie su papa Francesco, facendole passare per fatti: a produrre, cioè, appunto delle fake news. In particolare, l’ha fatto in tre "interviste" pubblicate su Repubblica il 1 ottobre 2013, il 13 luglio 2014 e il 27 marzo 2018, costringendo altrettante volte il portavoce del Papa a smentire ufficialmente che i virgolettati del giornalista corrispondessero a cose dette da Bergoglio. Addirittura, la prima intervista è stata rimossa dal sito del Vaticano, dove inizialmente era stata apposta quando si pensava fosse autentica". E le bordate poi continuano: "Le interviste iniziano pretendendo che gli incontri con Scalfari siano sempre scaturiti da improbabili inviti di Bergoglio. E continuano attribuendo al papa impossibili affermazioni, dalla descrizione della meditazione del neo-eletto Francesco nell’inesistente “stanza accanto a quella con il balcone che dà su Piazza San Pietro” (una scena probabilmente mutuata da Habemus Papam di Moretti), all’ultima novità che secondo il papa l’Inferno non esiste. Quando, travolto dallo scandalo internazionale seguìto alla prima intervista, Scalfari ha dovuto fare ammenda il 21 novembre 2013 in un incontro con la stampa estera, ha soltanto peggiorato le cose. Ha infatti sostenuto che in tutte le sue interviste lui si presenta senza taccuini o registratori, e in seguito riporta la conversazione non letteralmente, ma con parole sue. In particolare, ha confessato, “alcune delle cose che il papa ha detto non le ho riferite, e alcune di quelle che ho riferite non le ha dette”. Ma se le fake news sono appunto opinioni riportate come fatti, o falsità riportate come verità, Scalfari le diffonde dunque sistematicamente. Il che solleva due problemi al riguardo, riguardanti il primo Bergoglio, e il secondo Repubblica". Odifreddi poi prende di mira anche il giornale: "Rimane il secondo problema, che è perché mai Repubblica non metta un freno alle fake news di Scalfari, e finga anzi addirittura di non accorgersene, quando tutto il resto del mondo ne parla e se ne scandalizza. In fondo, si tratta di un giornale che recentemente, e inusitatamente, ha preso per ben due volte in prima pagina le distanze dalle opinioni soggettive del proprio ex editore-proprietario ma che non dice una parola sulle ben più gravi e ripetute scivolate oggettive del proprio fondatore. Io capisco di giornalismo meno ancora che di religione, ma la mia impressione è che in fondo ai giornali della verità non importi nulla. La maggior parte delle notizie che si stampano, o che si leggono sui siti, sono ovviamente delle fake news: non solo quelle sulla religione e sulla politica, che sono ambiti nei quali impera il detto di Nietzsche “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, ma anche quelle sulla scienza, dove ad attrarre l’attenzione sono quasi sempre e quasi solo le bufale".

E "Repubblica" denuncia le fake news di Scalfari. Odifreddi smaschera il fondatore sul suo stesso quotidiano: "Scrive bufale su Papa Francesco", scrive Stefano Zurlo, Martedì 03/04/2018, su "Il Giornale".  Repubblica contro Repubblica. Piergiorgio Odifreddi versus Eugenio Scalfari. Parole durissime in un cortocircuito mediatico stupefacente che chiama in causa, nientemeno, papa Francesco. Come si sa, il fondatore di Repubblica ha il privilegio di un rapporto a tu per tu con Bergoglio. E viene invitato con una certa regolarità a Santa Marta, la residenza di Francesco. Il problema è che ogni volta il giornalista trasforma questi colloqui privati in interviste pubbliche. Confezionate senza prendere un appunto, senza registrare, senza rimandare il testo, non concordato, all'autore. Cosi Scalfari in versione pasquale è arrivato ad attribuire a Bergoglio una fake news, come la chiama, impietoso, Odifreddi, senza capo né coda: l'inferno non esiste, le anime dei dannati svaniscono. Odifreddi, matematico, divulgatore scientifico e firma di Repubblica, colpisce con asprezza il creatore del quotidiano, innescando un duello surreale, tutto interno al giornale. «Vale la pena soffermarsi - nota dunque Odifreddi - su una straordinaria serie di fake news diffuse da Eugenio Scalfari negli anni scorsi a proposito di papa Francesco, l'ultima solo pochi giorni fa». Di che si tratta? C'è solo l'imbarazzo della scelta, a quanto si può vedere. Il punto è che il canovaccio si ripete: «Le interviste iniziano pretendendo che gli incontri con Scalfari siano scaturiti da improbabili inviti di Bergoglio. E continuano attribuendo al papa impossibili affermazioni, dalla descrizione della meditazione del neoeletto Francesco nell'inesistente stanza accanto a quella con il balcone che da su piazza San Pietro (una scena probabilmente mutuata da Habemus Papam di Moretti) all'ultima novità che secondo il papa l'inferno non esiste». Affermazione che obiettivamente farebbe a pezzi duemila anni di cristianesimo, anche se un teologo grandissimo come Hans Urs Von Balthasar ha sempre ripetuto: l'inferno c'è ma spero sia vuoto. Dispute teologiche. La questione che resta insoluta è un'altra: perché al di là delle puntuali smentite del Vaticano, Francesco non sia intervenuto per bloccare questa catena di incidenti. Odifreddi, ateo con una mentalità da cinico positivista dell'Ottocento, butta pure un po' di fango addosso a Francesco, azzardando ipotesi maliziose di strategia mediatica: Bergoglio accetterebbe lo sconquasso per ingraziarsi il secondo giornale italiano, passato da una linea laica a una posizione filovaticana. Odifreddi non viene nemmeno sfiorato dal dubbio che Bergoglio ragioni da prete, da pastore e si preoccupi della persona che ha davanti, della sua anima si sarebbe detto a catechismo, del percorso problematico e accidentato cominciato da Scalfari. È quel che risulta al Giornale: i colloqui fra i due sono in realtà, monologhi, o quasi, di Scalfari. Più interessante l'altra puntura di spillo di Odifreddi: perché non sia Repubblica a bloccare le fake news del suo illustre ex direttore. «Alla maggior parte dei giornalisti e dei giornali - è la risposta ustionante che il commentatore si dà da solo - non interessano le verità, ma gli scoop». Se fanno il giro del mondo, anche le bufale vanno bene. E cosi il collaboratore di Repubblica toglie ogni credibilità a Repubblica.

Le “fake news” di Scalfari su papa Francesco, scrive il 2 aprile 2018 Piergiorgio Odifreddi su "La Repubblica".  Oggi è la Giornata Mondiale del Fact Checking, e vale la pena soffermarsi su una straordinaria serie di fake news diffuse da Eugenio Scalfari negli anni scorsi a proposito di papa Francesco, l’ultima delle quali risale a pochi giorni fa. Com’è ormai noto urbi et orbi, Scalfari ha ricevuto nel settembre 2013 una lettera dal nuovo papa. Fino a quel momento, per chi avesse seguito anche solo di lontano la cronaca argentina, Bergoglio era un conservatore medievale, che nel 2010 aveva scandalizzato il proprio paese con le proprie anacronistiche prese di posizione contro la proposta di legge sui matrimoni omosessuali, riuscendo nell’ardua (e meritoria) impresa di coalizzare contro di sé un fronte moderato che fece approvare in Argentina quella legge, ben più avanzata delle timidi disposizioni sulle unioni civili approvate nel 2016 in Italia. Dopo la sua lettera a Scalfari papa Francesco si è trasformato per lui, e di riflesso anche per Repubblica, in un progressista rivoluzionario, che costituirebbe l’unico punto di riferimento non solo religioso, ma anche politico, degli uomini di buona volontà del mondo intero, oltre che il papa più avanzato che si sia mai seduto sul trono di Pietro dopo il fondatore stesso. Fin qui tutto bene, o quasi: in fondo, chiunque ha diritto di abiurare il proprio passato di “uomo che non credeva in Dio” e diventare “l’uomo che adorava il papa”, andando a ingrossare le nutrite fila degli atei devoti, o in ginocchio, del nostro paese. Il fatto è che Scalfari non si è limitato alle proprie abiure personali, ma ha incominciato a inventare notizie su papa Francesco, facendole passare per fatti: a produrre, cioè, appunto delle fake news. In particolare, l’ha fatto in tre “interviste” pubblicate su Repubblica il 1 ottobre 2013, il 13 luglio 2014 e il 27 marzo 2018, costringendo altrettante volte il portavoce del papa a smentire ufficialmente che i virgolettati del giornalista corrispondessero a cose dette da Bergoglio. Addirittura, la prima intervista è stata rimossa dal sito del Vaticano, dove inizialmente era stata apposta quando si pensava fosse autentica. Le interviste iniziano pretendendo che gli incontri con Scalfari siano sempre scaturiti da improbabili inviti di Bergoglio. E continuano attribuendo al papa impossibili affermazioni, dalla descrizione della meditazione del neo-eletto Francesco nell’inesistente “stanza accanto a quella con il balcone che dà su Piazza San Pietro” (una scena probabilmente mutuata da Habemus Papam di Moretti), all’ultima novità che secondo il papa l’Inferno non esiste. Quando, travolto dallo scandalo internazionale seguìto alla prima intervista, Scalfari ha dovuto fare ammenda il 21 novembre 2013 in un incontro con la stampa estera, ha soltanto peggiorato le cose. Ha infatti sostenuto che in tutte le sue interviste lui si presenta senza taccuini o registratori, e in seguito riporta la conversazione non letteralmente, ma con parole sue. In particolare, ha confessato, “alcune delle cose che il papa ha detto non le ho riferite, e alcune di quelle che ho riferite non le ha dette”. Ma se le fake news sono appunto opinioni riportate come fatti, o falsità riportate come verità, Scalfari le diffonde dunque sistematicamente. Il che solleva due problemi al riguardo, riguardanti il primo Bergoglio, e il secondo Repubblica. Il primo problema è perché mai il papa continui a incontrare Scalfari, che non solo diffonde pubblicamente i loro colloqui privati, ma li travisa sistematicamente attribuendogli affermazioni che, facendo scandalo, devono poi essere ufficialmente ritrattate. Sicuramente Bergoglio non è un intellettuale raffinato: l’operazione (fallita) di pochi giorni fa, di cercare di farlo passare ufficialmente per un gran pensatore, suona appunto come un’excusatio non petita al proposito, e non avrebbe avuto senso per il ben più attrezzato Ratzinger (il quale tra l’altro se n’è dissociato, con le note conseguenze). L’avventatezza di papa Francesco l’ha portato a circondarsi autolesionisticamente di una variopinta corte dei miracoli, dal cardinal Pell alla signora Chaouqui, e Scalfari è forse soltanto l’ennesimo errore di valutazione caratteriale da parte di un papa che non si è rivelato più adeguato del suo predecessore ai compiti amministrativi. Non bisogna però dimenticare che Bergoglio è comunque un gesuita, che potrebbe nascondere parecchia furbizia dietro la propria apparente banalità. In fondo, un minimo di blandizia esercitato nei confronti di un ego ipertrofico gli ha procurato e gli mantiene l’aperto supporto di uno dei due maggiori quotidiani italiani, che è passato da una posizione sostanzialmente laica a una palesemente filovaticana. Se da un lato Bergoglio può ridersela sotto i baffi dell’ingenuità di uno Scalfari, che gli propone di beatificare uno sbeffeggiatore dei gesuiti come Pascal, dall’altro lato può incassare le omelie di un Alberto Melloni, che dal 2016 ha trovato in Repubblica un pulpito dal quale appoggiare le politiche papali con ben maggior raffinatezza, anche se non con minore eccesso di entusiasmo. A little goes a long way, si direbbe nel latino moderno. Rimane il secondo problema, che è perché mai Repubblica non metta un freno alle fake news di Scalfari, e finga anzi addirittura di non accorgersene, quando tutto il resto del mondo ne parla e se ne scandalizza. In fondo, si tratta di un giornale che recentemente, e inusitatamente, ha preso per ben due volte in prima pagina le distanze dalle opinioni soggettive del proprio ex editore-proprietario ma che non dice una parola sulle ben più gravi e ripetute scivolate oggettive del proprio fondatore. Io capisco di giornalismo meno ancora che di religione, ma la mia impressione è che in fondo ai giornali della verità non importi nulla. La maggior parte delle notizie che si stampano, o che si leggono sui siti, sono ovviamente delle fake news: non solo quelle sulla religione e sulla politica, che sono ambiti nei quali impera il detto di Nietzsche “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, ma anche quelle sulla scienza, dove ad attrarre l’attenzione sono quasi sempre e quasi solo le bufale. Alla maggior parte dei giornalisti e dei giornali non interessano le verità, ma gli scoop: cioè, le notizie che facciano parlare la maggior parte degli altri giornalisti e degli altri giornali. E se una notizia falsa fa parlare più di una vera, allora serve più quella di questa. Dire che il papa crede all’esistenza dell’Inferno è ovviamente una notizia vera, ma sbattuta in prima pagina lascerebbe indifferenti la maggior parte dei giornalisti e dei giornali. Per questo Scalfari scrive, e Repubblica pubblica, che il papa non crede all’Inferno: perché altri giornalisti e altri giornali lo rimbalzino per l’intero mondo. Il vero problema è perché mai certe cose dovrebbero leggerle i lettori. Che infatti spesso non leggono le fake news, e a volte alla fine smettono di leggere anche il giornale intero. Forse la meditazione sul perché i giornali perdono copie potrebbe anche partite da qui, nella Giornata Mondiale del Fact Checking.

La censura viene da lontano. Censura a Repubblica: “cancellato” Odifreddi. La censura colpisce ancora: sul sito del quotidiano sparisce un post di Odifreddi. E lui ritira il suo blog, scrive Roberto Scafuri, Mercoledì 21/11/2012, su "Il Giornale". La censura colpisce ancora. Capita, sul sito di Repubblica, al professor Piergiorgio Odifreddi, colpevole di aver postato un commento abbastanza aspro sulla situazione in Medioriente, dove paragona il comportamento attuale del governo israeliano a quello dei nazisti. Il suo articolo, inserito nel blog “Il non senso della vita”, è stato inopinatamente e unilateralmente eliminato dal quotidiano on-line. Odifreddi ha deciso di ritirare il blog, argomentando che nella vita “ci sono momenti in cui, candidamente, bisogna ritirarsi a coltivare il proprio giardino”. Se finora la direzione del giornale e i curatori del sito avevano difeso il diritto di opinione senza preoccuparsi troppo delle inevitabili lagnanze – ha scritto Odifreddi – anche loro “hanno dovuto soccombere di fronte ad altre lagnanze, questa volta sicuramente in ebraico”.

Così De Benedetti rottama Scalfari e demolisce Repubblica, scrive Paolo Delgado il 19 gennaio 2018 su "Il Dubbio".  Lo scontro dentro il quotidiano diretto da Mario Calabresi. Anche con le migliori intenzioni è difficile evitare la sensazione di una rotta un po’ sgangherata. Ieri il cdr di Repubblica ha risposto con un comunicato durissimo alle critiche del suo stesso editore, Carlo De Benedetti, che «si unisce al coro di chi con cadenza quasi quotidiana attacca questo giornale e ciò che rappresenta». Poi i redattori si sono riuniti in assemblea per fronteggiare l’assalto del «nemico interno». Immancabilmente nei prossimi giorni arriverà la replica, prevedibilmente rigida, del padre fondatore strapazzato dall’Ingegnere dal salottino tv di Lilli Gruber: Scalfari «l’ingrato» a cui De Benedetti ha «dato un pacco di miliardi», il «vanitoso» che tra Berlusconi e Di Maio ha scelto il primo invece di rispondere come da copione «né l’uno né l’altro», il «signore molto anziano che non è più in grado di sostenere domande e risposte». Il rimbambito, insomma. Non è stata solo la violenza davvero inusuale degli attacchi dell’editore a Repubblica e all’ex amico Scalfari a suscitare quell’impressione di caduta degli dei che si ricavava inevitabilmente dall’intervista di Carlo De Benedetti. L’Ingegnere voterà Pd, però, come si diceva ai bei tempi, turandosi il naso, avendolo Renzi deluso. Sul caso increscioso di insider training sulla riforma delle Popolari, poi, l’editore di Repubblica si è arrampicato palesemente sugli specchi, essendo a disposizione del colto e dell’inclita l’intercettazione che lo sbugiarda. Il segreto della sbandata mediatica sta probabilmente in quella telefonata ricevuta dal nemico di sempre, Silvio Berlusconi, «dopo la stupidaggine che ha detto Scalfari». Il Cavaliere offriva la pace in nome dell’asse contro il nemico comune, quell’M5S che De Benedetti, Scalfari, Berlusconi, Renzi e Moscovici, divisi su tutto il resto, considerano il pericolo pubblico numero uno nella Penisola. L’offerta è stata respinta al mittente con il dovuto gelo: «Ho risposto che non faccio politica». Ma il senso di quella stupefacente telefonata resta tutto: a comporre il numero è stato chi dalla guerra iniziata trent’anni fa a Segrate esce oggi vincitore, vicino a trionfare sul fronte decisivo che col tempo è diventato quello della politica e non più quello della competizione aziendale a colpi di sgambetto. Quando è cominciata la guerra il Cavalier Berlusconi e l’Ingegner de Benedetti erano due industriali rampanti, molto diversi ma con in comune qualcosa che avrebbe potuto persino spingerli verso un’alleanza. Erano gli intrusi, i nuovi arrivati che tentavano di incrinare e infrangere il potere assoluto delle grandi famiglie del capitalismo italiano: erano parvenu. Seguivano strategie distinte: l’Ingegnere manteneva un piede fuori e uno dentro il mondo dei salotti comme il faut, il Cavaliere tentava l’arrembaggio solo dall’esterno. Politicamente appoggiavano e si appoggiavano a partiti diversi ma alleati nel pentapartito. De Benedetti, intimo di Bruno Visentini, era vicino al Pri, il partito di La Malfa, Spadolini e della borghesia illuminata. Berlusconi si beveva Milano e non solo quella con il socialista grintoso, Bettino Craxi. Si diedero battaglia, per questioni d’interesse ma anche per incompatibilità di carattere. Lo sbotto di Berlusconi alla notizia di quella soffiata di Renzi che permise all’ingegnere di guadagnare 600mila euro di plusvalenze in un batter d’occhio, «L’hanno preso con le mani nella marmellata», era di cuore. I duellanti hanno incrociato le lame davvero su tutti i fronti: in quello torbido delle scalate aziendali, nelle aule di tribunale, con un risarcimento di quasi mezzo miliardo versato dal proprietario Fininvest a quello Cir come risarcimento per l’acquisizione con mezzi indebiti di Mondadori, ma anche nelle battaglie navali tra fregate mediatiche e poi, sempre di più, direttamente nell’agone politico. Il sire di Arcore in prima persona, costretto dalla repentina uscita di scena del suo protettore Craxi, a impegnarsi direttamente per difendere il suo biscione. De Benedetti invece ha sempre preferito tenersi dietro le quinte, ma se c’è stato un vero capo del centrosinistra, diretto antagonista del Cavaliere nel ventennio e passa che gli storici definiranno sbrigativamente ‘ il berlusconismo’, è proprio lui. Quando De Benedetti vantò «la tessera numero uno» del Pd Veltroni di fatto confermò fingendo di smentire: «Quella fu una boutade! Certo però i suoi giornali hanno avuto un ruolo molto importante nell’evoluzione della sinistra italiana. La sua è una cultura non ideologica ma molto seria, rispettosa della produttività dell’impresa e delle regole del gioco e attenta alla giustizia sociale». Una fotocopia del dna che, secondo il suo primo segretario, il Pd avrebbe dovuto poter vantare. Oggi quel partito moderato di sinistra che doveva veicolare la rappresentanza del nuovo capitalismo rampante italiano, diverso da quello all’arrembaggio di Berlusconi ma anche da quello eterno delle grandi famiglie è alle corde. Se il deludente di Rignano tornerà al governo, e di certo non in prima persona ma per interposto Gentiloni, sarà grazie all’alleanza col nemico di Arcore, il cui prezzo sarà certamente esoso. Se si dovrà tornare alle urne in breve tempo, a giocarsi la partita saranno la plebe stracciona di Di Maio e quella ripulita di Berlusconi, che è anche il solo attore politico a poter sperare in una vittoria secca il 4 marzo. Il partito modellato dall’esterno da De Benedetti, dopo la guerra dei trent’anni è un comprimario guidato da un leader di cui lo stesso ingegnere ha detto chiaramente, di fronte alla commissione parlamentare sulle banche che «di economia, onestamente, ci capisce veramente poco» e che in privato pare definisca più sinteticamente: «Un cazzone». Se del caso, Carlo De Benedetti, il riformista illuminato ha sempre giocato durissimo. Non a caso nel breve periodo trascorso in Fiat prima di essere messo alla porta dall’Avvocato lo chiamavano la tigre perché, come scriverà decenni più tardi Stefano Merlo, era «implacabile, aggressivo, sprezzante e dal licenziamento facile a tutti i livelli». Ma stavolta non si tratta solo di mano pesante. Se davvero ci fosse la mano dell’Ingegnere dietro il falso scoop della Stampa, titolone con notizia di un’indagine sulla vendita del Milan adoperata a scopo di maxi- riciclaggio da Berlusconi seguito da drastica smentita del procuratore Greco, sarebbe un preciso segnale di disperazione e sbandamento. A peggiorare la situazione ci si mette del resto anche l’appello del processo per i morti d’amianto alla Olivetti di Ivrea. Il primo grado si è concluso con una condanna a cinque anni per l’Ingegnere. Se la sentenza fosse confermata il rischio di dover seguire la strada di Berlusconi, tra carcere e affidamento ai servizi sociali, diventerebbe molto concreto. Ma in questa italianissima Guerra dei trent’anni (per ora) colpi di scena e ribaltamenti imprevisti non sono mai mancati. Non è detto che sia finita qui.

De Benedetti, le cene eleganti e "la Repubblica". Al giornale fondato da Scalfari non hanno gradito le esternazioni dell'editore: ha violato la regola del "si fa ma non si dice", scrive il 19 gennaio 2018 su Panorama Giorgio Mulè. Dalle parti di Repubblica hanno un'idea di sé molto prossima a una chiesa. Pontificano su tutto e su tutti: distribuiscono patenti di moralità a destra e manca, segnano a dito i reprobi, si elevano a castigatori dell'umanità politica e giornalistica. Si prendono sul serio: hanno i loro riti, rivendicano di essere una comunità pregna di valori (ah, i valori...), hanno un gran sacerdote in Eugenio Scalfari che santifica ogni domenica con un sermone spesso autocelebrativo e un editore che non è transeunte ma al contrario è eterno e assoluto. Il nome di quest'ultimo è Carlo De Benedetti. Quella di Repubblica è in realtà una chiesa sconsacrata perché è popolata di peccatori e finti moralisti. Tanto per capirci: a quella chiesa è capitato di azzannare gli "infedeli" sulle furberie salvo poi scoprire che il suo direttore aveva acquistato un attico ai Parioli dichiarando nell'atto un prezzo inferiore di 850 milioni di lire versati in nero con assegni da 20 milioni ciascuno; a quella chiesa è successo di imbastire una campagna feroce contro i giornalisti puzzoni di destra (per loro essere di destra è già un'offesa grave) sulla "macchina del fango" attivata con gli articoli sulla casa di Montecarlo della premiata ditta Fini-Tulliani salvo poi scoprire che era tutto vero e non avvertendo se non il pudore almeno la necessità di chiedere scusa. Mi fermo qui per non rubare spazio al protagonista di questo articolo e dunque torno a De Benedetti. Nella chiesa sconsacrata lui è il Deus ex machina, l'elemento che nel teatro greco risolveva le tragedie. L'Ingegnere è persona astutissima incappato spesso nelle maglie della giustizia. Tanto per dire, tra qualche giorno dovrà affrontare un processo d'Appello al quale arriva con una condanna a cinque anni e due mesi di carcere per omicidio colposo plurimo per le morti causate dall'amianto alla Olivetti. Pochi giorni fa, poi, sono stati rivelati un'intercettazione telefonica e un verbale del medesimo sulla vicenda delle banche popolari. Lettura interessantissima negata in massima parte ai lettori di Repubblica, abituati a ingurgitare in questi anni paginate e paginate di intercettazioni telefoniche di ogni genere farcite da immancabili pistolotti moralisteggianti destinati a rimanere invenduti persino ai saldi delle indulgenze. Ma tant'è. De Benedetti, al telefono con la persona che ne cura gli investimenti, sa per certo che arriverà un decreto sulle banche popolari e assicura: "Passa, ho parlato con Renzi, passa...". De Benedetti fa investire 5 milioni di euro acquistando titoli delle popolari e quattro giorni dopo il Consiglio dei ministri approva il decreto che impone alle banche di trasformarsi in società per azioni. I titoli salgono e l'Ingegnere porta a casa, cotto e mangiato, un guadagno di 600 mila euro. Chiamato dalla Consob a spiegare il tutto (la Procura di Roma poi archivierà), De Benedetti ricostruisce il suo rapporto con Renzi e rivela i rapporti con altri ministri. Dalla lettura ricaviamo che "normalmente" De Benedetti e Renzi "fanno breakfast" (sarebbe la prima colazione della plebe) insieme a palazzo Chigi. Succede perché Renzi è stato folgorato quando era ancora sindaco di Firenze dalla levatura di Don Carlo e gli disse quando si davano del lei: "Senta, io avrei il piacere di poter ricorrere a lei per chiederle pareri, consigli quando sento il bisogno". Accolta la richiesta del discepolo, l'Ing. diventò "l'advisor gratuito, saltuario e senza impegni" del segretario Pd ma puntualizzò: "Guardi, va benissimo. Non faccio... non stacco parcelle però sia chiara una roba: che se lei fa una cazzata io le dico: caro amico è una cazzata". In sintesi si riservò "il diritto di dirgli che era un cazzone quando mi sembrava fosse il caso". A giudicare dai risultati ottenuti da Renzi, il "cazzometro" non deve aver mai registrato importanti oscillazioni. Di sicuro bisogna dare credito all'Ingegnere quando racconta di aver cercato di trasferire più o meno inutilmente a Renzi, tra un caffè e un cornetto, elementi di economia in quanto l'ex premier, come milioni di italiani sanno, "di economia capisce onestamente poco". Il discepolo un po' somarello in economia si fidò del Maestro sul Jobs act con i risultati che conosciamo (la creazione di una valanga di precari). E infatti l'Ingegnere ricorda: "Io gli dicevo che lui doveva toccare, per primo, il problema lavoro e il Jobs act è stato - qui lo dico senza, senza vanto, anche perché non mi date una medaglia - ma il il Jobs act gliel'ho... gliel'ho suggerito io all'epoca come una cosa che poteva secondo me essere utile e che, di fatto, lui poi è stato sempre molto grato perché è l'unica cosa che gli è stata poi riconosciuta". Colui che si definisce "l'ultimo grande vecchio che è rimasto in Italia... non per merito ma per decorrenza dei termini" entra ed esce dalle stanze del potere. In realtà preferisce ricevere in casa. Siccome il breakfast è riservato a Renzi c'è spazio per i dinner. Insomma, dà vita e vere e proprie cene eleganti con esponenti del governo che si abbeverano alla sua saggezza: "Sono molto amico di Elena Boschi, ma non la incontro mai a Palazzo Chigi. Lei viene sovente a cena a casa nostra ma non…diciamo io, del Governo vedo sovente la Boschi, Padoan. Anche lui viene a cena a casa mia e basta. Perché poi sa, quello lì si chiama Governo, ma non è un Governo, sono quattro persone, ecco". Dopo questo inno alla collegialità e lette queste confessioni, a Repubblica si sono resi conto che l'Ingegnere l'ha fatta fuori dal vaso. Perché ha contravvenuto alla prima regola della casa, pardon! della chiesa sconsacrata: si fa ma non si dice.

(L'editoriale del direttore di Panorama è stato pubblicato sul numero del 18 gennaio 2018 del settimanale con il titolo: "Le cene eleganti di quell'elegantone dell'ingegnere")

De Benedetti, quando l’ingegnere vestiva alla marinara, scrive Paolo Delgado il 5 Dicembre 2017 su "Il Dubbio". Il ritratto di Carlo De Benedetti. Galeotto fu Silvio, e non per a prima volta. Tra Eugenio Scalfari, decano dei direttori italiani, capo del partito dei moralizzatori in pianta stabile, e Carlo De Benedetti, finanziere spericolato in apparenza e freddo come il ghiaccio nella sostanza, editore democratico e di sinistra per antonomasia, volano scintille per quell’incauta apertura del barbuto direttore sulla possibilità di votare addirittura per il Cavaliere del Male pur di sbarrare la strada ai barbari con la bandiera a cinque stelle. Non è la prima volta che capita. Però nella precedente occasione le parti erano invertire: a flirtare con l’infrequentabile, provocando la levata di scudi del giornalista intrepido, era stato nel 2005 l’Ingegnere, sino a quel momento nemico giurato del reprobo di Arcore. Un fondo comune per le aziende in crisi e un’offerta a sorpresa di Berlusconi: «Tu ci metti 50 milioni? Niente in contrario se faccio lo stesso anche io?». «Ma figuriamoci». Ad avere qualcosa in contrario fu però Scalfari e non risparmiò la rampogna neppure quando De Benedetti, preso di mira, ingranò la retromarcia. Al contrario Scalfari pontificò alla grande invocando «il legittimo disagio in quanti condividono la linea morale, culturale e politica del nostro gruppo editoriale e del nostro giornale». Poi, giusto per chiarire: «Forse Carlo De Benedetti non aveva valutato a fondo l’ampiezza di questo disagio». Prima di quel disagiatissimo momento solo una volta l’ombra del divorzio aveva aleggiato sul felice sodalizio: quando nel 1993, nel pieno vortice di tangentopoli, l’Ingegnere era finito in manette. Scalfari vide incrinarsi «i profondi e comuni convincimenti romani», ammise di considerare il divorzio, poi scelse di soprassedere. L’imputato è poi uscito dal guaio legato agli appalti per le Poste pulitissimo. Un po’ per assoluzione, un po’ per prescrizione. Il duello eterno tra l’Ingegnere e il Cavaliere è stato combattuto negli ultimi decenni su tutti i fronti: in Borsa, nelle manovre losche ai margini delle grandi scalate, nelle aule processuali, sulle colonne delle grandi testate giornalistiche, nell’arena di una politica legata a filo triplo agli scontri tra potentati economici e finanziari. Non è un caso che quando Berlusconi aprì il sipario sulla sua avventura politica con il famoso endorsement a favore di Fini nella sfida per la guida di Roma, nel 1993, il primo a rimbeccarlo notificando che lui invece avrebbe votato per Rutelli fu proprio De Benedetti. C’è il rischio però che quella lunghissima disfida nasconda il braccio di ferro precedente e quasi altrettanto lungo tra De Benedetti e l’industriale che nel panorama economico- finanziario italiano rappresentava in tutto e per tutto l’opposto esatto di Silvio Berlusconi: l’Avvocato Gianni Agnelli, signore incontrastato dei salotti buoni dell’altissima borghesia italiana. Il rapporto tra il futuro Ingegnere e la famiglia Agnelli nasce sui banchi di scuola dove studiavano fianco a fianco il figlio dell’industria-le ebreo torinese di media taglia Rodolfo De Benedetti e Umberto Agnelli. I pargoli sono entrambi del 1934 frequentano lo stesso ambiente – quello descritto da Susanna Agnelli nel suo “Vestivamo alla marinara” – si trovano nella stessa classe. La famiglia De Benedetti aveva lasciato l’Italia per la Svizzera con l’avvento delle leggi razziali e decenni dopo l’esule diventato nel frattempo uno dei principali industriali italiani avrebbe reso omaggio all’ospitale Elvezia prendendo la cittadinanza svizzera pur se continuando a pagare le tasse nella natìa penisola. Umberto non aveva avuto di questi problemi ma quando i due diventano amiconi quei tempi bui sono alle spalle. Il neo Ingegnere acquista in tandem col fratello Franco, futuro senatore, una società di affari immobiliari, la Gilardini e la trasforma anno dopo anno in holding di rilievo specializzata nel settore metalmeccanico. Nel ‘ 76, grazie all’amicizia con Umberto Agnelli, diventa amministratore delegato Fiat: vende la Gilardini e investe i proventi in azioni Fiat. Se ne va sbattendo la porta quattro mesi dopo: «E’ uno a cui piace comandare in casa propria», commenta ironico l’Avvocato. Vendute le azioni Fiat l’Ingegnere compra quelle della Cir e si ritrova così editore di Repubblica e dell’Espresso. Rivale degli Agnelli su tutti i fronti, incrina il fronte degli industriali compattamente anti Pci, intrecciando relazioni con il partito che i salotti buoni ancora considerano nemico irriducibile. Incontenibile passa alla Olivetti, dove sfodera un piglio autocratico opposto a quello sbandierato in politica, del resto è proprio lui a spiegare che gli industriali e la politica attiva sono poco compatibili: un buon politico deve essere democratico, un imprenditore capace deve invece essere dittatoriale. La guerra con Berlusconi inizia quasi per caso. De Benedetti ha messo gli occhi sulla Sme, gigante del settore alimentare. Romano Prodi, dagli spalti dell’Iri, vende a prezzi di sconto nel 1985. Craxi cerca qualcuno da opporre all’editore che dalle colonne di Repubblica lo cannoneggia quotidianamente e punta sull’emergente Silvio Berlusconi per organizzare una cordata alternativa. L’affare Sme va a monte la faccenda si concluderà solo nel 1992 con lo spezzettamento della Sme e la vendita in diverse tranches per complessivi 2000 miliardi contro i meno di 400 pattuiti nell’intesa Prodi- De Benedetti. Finita una battaglia ne inizia subito un’altra, quella per la conquista di Mondadori, che si porta dietro un codazzo di processi e condanne lungo chilometri. Berlusconi pianta la bandiera col biscione sulla pregiata casa editrice: il prezzo sarà un decennio più tardi la condanna di Cesare Previti, avvocato e corruttore, e un risarcimento di 493 milioni da parte del vincitore scorretto. Agnelli, Berlusconi e De Benedetti sono i tre volti del capitalismo italiano: il sovrano dell’establishment, l’ambizioso scalatore che ha provato a sovvertire le regole dall’interno dell’establishment stesso, l’avventuriero parvenu. Si sono dati battaglia per decenni e senza esclusione di colpi, adoperando stampa e politica come pedine nel loro gioco. Si sono riempiti spesso la bocca con la parola democrazia, qualche volta credendoci davvero, molto più spesso adoperando anche quella paroletta augusta come viatico per qualcosa di molto più importante: gli affari.

Carlo De Benedetti contro Scalfari e Repubblica, scrive giovedì 18 gennaio 2018 Il Post. L'ex editore di Repubblica ha detto che Scalfari è un ingrato e che il giornale ormai ha perso coraggio e rilevanza. Intervistato da Lilli Gruber durante la puntata di Otto e mezzo di mercoledì 17 gennaio, il fondatore e storico editore di Repubblica Carlo De Benedetti ha detto cose sorprendentemente dure nei confronti di Eugenio Scalfari, che di Repubblica è stato direttore dal 1976 al 1996, e dell’attuale linea editoriale del giornale. Dopo aver parlato della recente questione delle presunte informazioni riservate che De Benedetti avrebbe ricevuto da Renzi sul salvataggio delle banche popolari e dopo aver parlato del Movimento 5 Stelle, Gruber ha chiesto a De Benedetti se condividesse l’opinione di Eugenio Scalfari – primo storico direttore di Repubblica – secondo cui tra Di Maio e Berlusconi sarebbe meglio Berlusconi. De Benedetti ha detto che «la risposta ovvia da dare se uno non ha problemi di vanità» è che tra Di Maio e Berlusconi è meglio nessuno dei due, ma a quel punto è stato incalzato da Gruber sulla “vanità” di cui aveva accusato Scalfari e il discorso ha cambiato direzione. De Benedetti allora ha ricordato i molti favori economici che ha fatto a Scalfari e a Repubblica nel corso degli ultimi 40 anni e ha seccamente preso le distanze da Scalfari: Ho contribuito a fondarla, li ho salvati dal fallimento e ho dato un pacco di miliardi pazzesco – miliardi di lire – ma un pacco pazzesco a Eugenio quando ha voluto essere liquidato dalla sua partecipazione. Quindi Eugenio deve solo stare zitto tutta la vita, con me. Poi può parlare del Papa, di Draghi, di queste cose di cui lui si diletta parlare, ma non può parlare dei rapporti con me. Quindi pensa che sia un ingrato? Assolutamente sì. Pochi secondi dopo, De Benedetti ha interrotto Gruber per continuare a parlare di Repubblica, dicendo di aver «solo pagato dei prezzi» per esserne stato l’editore e di essere particolarmente triste «quando vedo che perde la sua identità». De Benedetti si è lamentato del fatto che su Repubblica non si faccia più politica – «Repubblica è un giornale politico nato per essere un giornale politico» – e del fatto che in un recente editoriale non firmato in cui il giornale prendeva le distanza da lui, lui stesso non fosse stato ringraziato per «l’indipendenza che sono io che ho dato a loro, non loro che hanno preteso da me».

Chiudendo l’intervista, Gruber ha chiesto: Come definirebbe i suoi rapporti con Repubblica, oggi? Assenti. [..] Mi dica un consiglio che darebbe oggi al direttore di Repubblica. Mah, sa, Don Abbondio diceva che il coraggio uno non se lo può dare. Se non ce l’ha non se lo può dare.

Oggi il Comitato di redazione di Repubblica – ovvero l’assemblea di tutti i suoi giornalisti – ha risposto a De Benedetti con un comunicato in cui si dice: Il Comitato di Redazione respinge le accuse lanciate ieri sera a Otto e mezzo dall’Ingegner De Benedetti nei confronti di Repubblica e di Eugenio Scalfari. Non è la prima volta che Carlo De Benedetti, da quando ha lasciato gli incarichi operativi all’interno del Gruppo Espresso, si unisce al coro di chi con cadenza quasi quotidiana attacca questo giornale e ciò che rappresenta. Ma vogliamo tranquillizzare Carlo De Benedetti: l’identità e il coraggio che Repubblica dimostra nell’informare i propri lettori e nel portare avanti le proprie battaglie sono vivi e sono testimoniati innanzitutto dal lavoro dei giornalisti che ogni giorno difendono e dimostrano la propria indipendenza senza bisogno che qualcuno gliela conceda. L’assemblea dei redattori di Repubblica si riunirà oggi per ribadire la propria determinazione a rispondere a ogni attacco che voglia mettere in dubbio la loro professionalità e il patrimonio di valori che il giornale in quarant’anni si è costruito.

La risposta di Repubblica a Carlo De Benedetti, scrive venerdì 19 gennaio 2018 Il Post. Mario Calabresi e Eugenio Scalfari hanno ribattuto alle accuse dell'ex proprietario: proprio con i toni di un litigio tra ex. Il direttore di Repubblica Mario Calabresi ha scritto un editoriale in cui risponde alle critiche che l’imprenditore Carlo De Benedetti aveva mosso al giornale, di cui è stato finanziatore e proprietario e di cui ora è presidente onorario. Intervistato da Lilli Gruber a Otto e mezzo lo scorso mercoledì, De Benedetti aveva detto cose sorprendentemente dure nei confronti di Eugenio Scalfari e dell’attuale linea editoriale di Repubblica: aveva parlato di perdita di identità e di un’assenza di riconoscenza nei suoi confronti, ricordando di aver sempre investito molto nel giornale, senza ottenere molto in cambio. Nell’editoriale pubblicato oggi, Mario Calabresi ha riconosciuto il ruolo fondamentale che De Benedetti ha ricoperto nella storia di Repubblica, ma ha anche stigmatizzato la sua scelta di criticare il giornale durante la trasmissione di un editore concorrente. Calabresi ha ribadito l’indipendenza della redazione e della direzione del giornale. Carlo De Benedetti è stato per oltre un quarto di secolo l’editore di questo giornale, finché cinque anni fa decise di dare la società ai suoi figli per tenerne solo la presidenza. Alla fine di giugno dello scorso anno ha lasciato anche quella mantenendo solo la carica di presidente onorario, senza alcun ruolo decisionale. Purtroppo questa transizione — è ormai sotto gli occhi di tutti — invece di essere risolta in modo sereno, ha lasciato strascichi polemici contro il giornale ma che danneggiano innanzitutto il lascito e la storia di De Benedetti come editore. La rottura con Eugenio Scalfari e le critiche ingenerose al fondatore di Repubblica non erano immaginabili, così come quelle mosse al giornale, alla sua identità e a questa direzione. In queste settimane anche al New York Times un padre ha lasciato la guida della società al figlio. Non accadrà mai di vedere quel padre attaccare il giornale sugli schermi televisivi di un gruppo concorrente. Inconcepibile farlo mentre si dice di amare profondamente questa testata e la sua storia.

Sempre nel numero di Repubblica di oggi c’è anche un’intervista a Eugenio Scalfari, che oltre ad aver fondato il giornale lo ha diretto fino al 1996. Anche Scalfari ha risposto alle cose che aveva raccontato De Benedetti, contestualizzando alcune sue affermazioni sul ruolo che ebbe nel fondare e poi finanziare il giornale e ribattendo all’accusa di essersi un po’ rimbambito, come ha lasciato intendere De Benedetti nella sua intervista su La7.

Davvero non c’è De Benedetti tra i fondatori di Repubblica?

“No. I soldi che diede non legittimano la parola fondatore. E aggiungo che è la prima volta che glielo sento dire. Repubblica è figlia dell’Espresso che fu fondato da Adriano Olivetti, Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari. Non ce ne solo altri”.

Quanti soldi mise?

“Per far nascere Repubblica io e Caracciolo avevamo bisogno di cinque miliardi di lire. La Mondadori ne mise la metà. L’altra metà toccava a noi, ma non ce l’avevamo. Nella ricerca di danaro io mi rivolsi anche a Carlo De Benedetti che era allora il presidente degli industriali di Torino. Fu il primo che cercai perché a Torino tra l’altro mio suocero aveva diretto La Stampa, e dunque credetti così di sfruttarne il grande prestigio. De Benedetti mi diede cinquanta milioni, ma non voleva che si sapesse. Mi spiegò che lo faceva perché gli piaceva il progetto. Ma aggiunse: “Non lo racconti mai a nessuno” (allora ci davamo del lei). E infine: “Non lo racconti, ma non lo dimentichi”. E io non l’ho dimenticato”.

Vuoi dire che gli sei stato grato?

“Ha contribuito con cinquanta milioni ad un capitale di 5 miliardi. Non sono abituato a fissare i prezzi della gratitudine. Sicuramente ce ne siamo ricordati quando poi gli abbiamo venduto Repubblica”.

Dice che il gruppo senza di lui sarebbe tecnicamente fallito.

“C’è stato un momento in cui avevamo fatto supplementi belli e costosi, tra cui “Mercurio” diretto da Nello Ajello. Ci eravamo indebitati e avevamo l’acqua alla gola. Ci salvò il presidente del Banco di Napoli, Ventriglia, che ci concesse un fido senza garanzie. Poi quando De Benedetti divenne proprietario della Mondadori gli vendemmo le azioni di Repubblica con il patto che alla fine della famosa guerra di Segrate, quella con Berlusconi, gli avremmo venduto tutte le azioni allo stesso prezzo. E così fu”.

È questo il pacco di miliardi che dice di averti dato?

“Fu un affare per lui che divenne il proprietario di Repubblica”.

Ne divenne l’editore.

“Quello dell’editore è un mestiere che non ha mai fatto. È stato l’amministratore dei suoi beni. Oltre a Repubblica aveva un patrimonio personale molto ragguardevole”.

I giornalisti di «Repubblica» condannano De Benedetti. Duro comunicato contro l'ex editore: "Non è la prima volta che ci attacca". Oggi attesa la replica di Scalfari, scrive Massimo Malpica, Venerdì 19/01/2018, su "Il Giornale". Guerra civile in Largo Fochetti. Il ciclone di critiche firmate Carlo De Benedetti e sganciate a Otto e Mezzo, dove l'Ingegnere, ospite dell'amica Lilli Gruber, ha attaccato sia il fondatore Eugenio Scalfari («Ingrato? Assolutamente sì») che la linea editoriale della «sua» Repubblica - e dunque la direzione di Mario Calabresi («Don Abbondio diceva che il coraggio uno non se lo può dare», il sarcastico «consiglio» riservatogli da De Benedetti su assist della Gruber) - ha innescato l'inevitabile reazione del quotidiano romano. La prima replica è quella del cdr, che in un comunicato ha respinto «le accuse lanciate ieri sera a Otto e mezzo dall'Ingegner De Benedetti nei confronti di Repubblica e di Eugenio Scalfari», ricordando anche che la storia non è nuova: «Non è la prima volta - prosegue la nota del comitato di redazione - che Carlo De Benedetti, da quando ha lasciato gli incarichi operativi all'interno del Gruppo, si unisce al coro di chi con cadenza quasi quotidiana attacca questo giornale». Pure sull'accusa di aver «concesso» lui ai giornalisti l'indipendenza il cdr ringhia contro l'ex editore, ricordando che i colleghi «ogni giorno difendono e dimostrano la propria indipendenza senza bisogno che qualcuno gliela conceda». Lo sfogo a caldo precede, nel pomeriggio, l'assemblea dei redattori del quotidiano, convocata «per ribadire la propria determinazione a rispondere a ogni attacco che voglia mettere in dubbio la loro professionalità e il patrimonio di valori che il giornale in quarant'anni si è costruito». Ma al termine dell'assemblea non arrivano nuovi comunicati né una nuova presa di posizione del comitato di redazione. Mario Calabresi resta in silenzio. Viene però annunciata, per oggi, un'intervista a Scalfari, a firma di Francesco Merlo. Già di suo una replica del fondatore all'affondo dell'Ingegnere, visto che quest'ultimo l'aveva definito «un signore molto anziano che non è più in grado di sostenere domande e risposte». Ma al di là del volo di stracci, le conseguenze del braccio di ferro tra De Benedetti e il quotidiano che l'ex editore sostiene di avere ancora «nel cuore» non sono chiare. Di certo la cura Calabresi seguita alla nascita del polo Repubblica-Stampa e al battesimo della Gedi non ha dato i frutti sperati in edicola dove, certo complice anche la crisi generale dell'editoria, il quotidiano continua a perdere copie, e ha già visto svaporare quasi del tutto il momentaneo picco di vendite coinciso con il lancio della nuova grafica. E l'attacco alla linea «poco politica» di Repubblica lanciato da De Benedetti andava proprio in questa direzione, rimarcando il distacco del quotidiano dalla propria storica identità. L'affiancamento a Calabresi del condirettore Tommaso Cerno, chiamato a «coadiuvare» il successore di Ezio Mauro, era stato letto come un segno di riavvicinamento proprio alla linea editoriale della precedente direzione. Ma evidentemente non ha soddisfatto i gusti da lettore «Pazzo per Repubblica» dell'Ingegnere. Sprezzante con Calabresi, attaccato senza nemmeno citarlo all'indomani del suo secondo compleanno sulla tolda di comando di Largo Fochetti. Di certo la frattura tra lo storico editore e il «suo» giornale è di quelle che fanno male. E tradisce come gli equilibri nel nuovo polo un po' scricchiolino. Non è da escludere, tra l'altro, che le bastonate televisive di De Benedetti avessero un destinatario preciso, fuori dalla redazione. Il suo secondogenito, Marco, che da sei mesi ha preso il suo posto alla guida di Gedi come presidente. Al «vecchio padrone», forse, non piace troppo il nuovo corso.

Scalfari replica a De Benedetti: "Non ha fondato Repubblica​". Il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari duro contro De Benedetti: "Ama questo giornale come ami una donna di cui vuoi liberarti", scrive Chiara Sarra, Venerdì 19/01/2018, su "Il Giornale". Un editoriale del direttore Mario Calabresi e un'intervista al fondatore Eugenio Scalfari. È la risposta - durissima - di Repubblica a Carlo De Benedetti. L'ennesimo capitolo di uno scontro che va avanti da mesi. Da quando, il giornalista aveva spiegato di preferire Berlusconi a Di Maio in caso di sfida tra i due. "Scalfari è un ingrato che con me dovrebbe star zitto perché gli ho dato un pacco di miliardi", ha detto l'Ingegnere a Otto e Mezzo qualche giorno fa, "Parla per vanità, è un signore molto anziano non più in grado di sostenere domande e risposte". Di parere opposto lo stesso Scalfari che non crede di essere "rimbambito", ma di appartenere alla categoria "dei vegliardi": "Spesso sono rimbambiti, ma talvolta sono ancora più lucidi degli altri perché vedono di più e meglio. A volte sono bambini altre volte sono saggi e tra le cose che vedono meglio ci sono i rancori e le acidità. I vegliardi sanno riconoscerli e, se è il caso, anche aggirarli", dice il giornalista a Francesco Merlo, "Il vanitoso è chi si gloria di qualcosa che ha fatto o peggio non ha fatto; chi si attribuisce meriti che non ha. Che cosa c' entra la vanità con la scelta tra Berlusconi e Di Maio? Mi spiace dirlo, ma è invece da vanitoso definirsi fondatore di un giornale che non hai né fondato né cofondato". Secondo Scalfari, infatti, "i soldi che diede non legittimano la parola fondatore": "Repubblica è figlia dell'Espresso che fu fondato da Adriano Olivetti, Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari. Non ce ne solo altri", taglia corto il giornalista. Ricordando che per far nascere il suo giornale servivano cinque miliardi di lire: "La Mondadori ne mise la metà", spiega, "L'altra metà toccava a noi, ma non ce l'avevamo. Nella ricerca di danaro io mi rivolsi anche a Carlo De Benedetti che era allora il presidente degli industriali di Torino. Fu il primo che cercai perché a Torino tra l'altro mio suocero aveva diretto La Stampa, e dunque credetti così di sfruttarne il grande prestigio. De Benedetti mi diede cinquanta milioni, ma non voleva che si sapesse. Mi spiegò che lo faceva perché gli piaceva il progetto. Ma aggiunse: Non lo racconti mai a nessuno (allora ci davamo del lei). E infine: Non lo racconti, ma non lo dimentichi. E io non l'ho dimenticato. Ha contribuito con cinquanta milioni ad un capitale di 5 miliardi. Non sono abituato a fissare i prezzi della gratitudine. Sicuramente ce ne siamo ricordati quando poi gli abbiamo venduto Repubblica".

E anche sul presunto "salvataggio" del gruppo da parte di De Benedetti, Scalfari racconta una storia diversa: "Ci salvò il presidente del Banco di Napoli, Ventriglia, che ci concesse un fido senza garanzie", assicura, "Poi quando De Benedetti divenne proprietario della Mondadori gli vendemmo le azioni di Repubblica con il patto che alla fine della famosa guerra di Segrate, quella con Berlusconi, gli avremmo venduto tutte le azioni allo stesso prezzo. E così fu". Altro che "pacco di miliardi", quindi. "Fu un affare per lui che divenne il proprietario di Repubblica", taglia corto il giornalista, "Quello dell'editore è un mestiere che non ha mai fatto. È stato l'amministratore dei suoi beni. Oltre a Repubblica aveva un patrimonio personale molto ragguardevole... E non prese certamente un baraccone che perdeva soldi. Repubblica ha fatto attivi economici molto significativi. Ed è sicuro che De Benedetti non ci rimise. La sua abilità di finanziere gli ha consentito di vivere da ricchissimo. E bastino a dimostrarlo la strepitosa villa che ha in Andalusia e il grande yacht con cui fa le crociere in giro per il mondo. Il suo fiuto in Borsa è noto a tutti. E infatti, adesso che ha regalato le sue azioni ai figli, gli sono rimaste tutte le grandi ricchezze personali". Ancge sulla carica di presidente onorario del gruppo Scalfari inizia ad avere qualche dubbio. Pur essendosela meritata rispettando sempre la libertà del giornale, "non so se quel che adesso va dicendo in tv e sui giornali sia compatibile con la carica di presidente onorario, non so se la onori", spiega. E aggiunge: "Credo che quell' accusa di avere speculato grazie alle informazioni riservate ottenute da Renzi abbia avuto un ruolo importante nel suo cattivo umore". Infine la stilettata: "Repubblica la ama come quegli ex che provano a sfregiare la donna che hanno amato male e che non amano più".

Lo "sparatutto" tra De Benedetti e Repubblica. Cronistoria della battaglia dell'Ingegnere contro Eugenio Scalfari (e viceversa), scrive Enrico Cicchetti il 18 Gennaio 2018 su "Il Foglio". Quando Lilly Gruber chiede a Carlo De Benedetti, ospite di Otto e mezzo, se sia interessato a fondare un nuovo giornale, la risposta è perentoria: "Mai. Nella vita io sono un monogamo, in questo senso, la mia unica moglie é Repubblica". Oggi tuttavia i suoi rapporti con il quotidiano, ha spiegato l'Ingegnere, sono "assenti" ed "è per questo che soffro", ha aggiunto. Ma come si è arrivati a questo punto? Un veloce ripasso dello scontro tra il presidente onorario del Gruppo Gedi e Eugenio Scalfari e il direttore di Repubblica Mario Calabresi.

23 GIUGNO 2017. Carlo De Benedetti si dimette da presidente e consigliere del cda di Gedi Gruppo Editoriale Spa. Al suo posto diventa presidente il figlio Marco.

24 NOVEMBRE 2017. Ospite a diMartedì Eugenio Scalfari dichiara: “Tra Di Maio e Berlusconi sceglierei Berlusconi”.

3 DICEMBRE 2017. In un’intervista al Corriere della Sera, Carlo De Benedetti critica Scalfari: “Tra Di Maio e Berlusconi mi asterrei. Scalfari farebbe meglio a preservare il suo passato. Penso l’abbia fatto per vanità, per riconquistare la scena. Ma è stato un pugno nello stomaco per gran parte dei lettori di Repubblica, me compreso”.

10 GENNAIO 2018. Ospite di Bianca Berlinguer a Cartabianca, Eugenio Scalfari replica alle critiche di De Benedetti: “È stato molto critico con me. Da allora io non più rapporti con lui. Se mi dispiace di come siano andate le cose? Chi supera il decennio della morte e arriva al decennio dei 90, se ne fotte”.

13 GENNAIO 2018. Esplode il caso della telefonata tra l’allora premier Matteo Renzi e Carlo De Benedetti sulla riforma delle banche popolari. In prima pagina di Repubblica viene pubblicato un editoriale, non firmato, dal titolo “Indipendenza e libertà al servizio dei lettori”. “Nessun interesse improprio - si legge - ha mai guidato le scelte giornalistiche di Repubblica e nessun conflitto di interessi ne ha mai influenzato le valutazioni. Le posizioni che il giornale ha preso in questi anni sono il frutto della libera scelta dei giornalisti, nella linea tracciata da Eugenio Scalfari e poi proseguita da Ezio Mauro. I rapporti, i giudizi, le iniziative di Carlo De Benedetti sono fatti personali dell’Ingegnere”.

17 GENNAIO 2018. Ospite di Otto e mezzo, Carlo De Benedetti torna ad attaccare Scalfari: “Non voglio più commentare un signore molto anziano che non è più in grado di sostenere domande e risposte. Con me deve stare zitto, gli ho dato un pacco di miliardi, è un ingrato”. E quando Lilly Gruber gli chiede di dare un consiglio al direttore di Repubblica Mario Calabresi aggiunge: “Don Abbondio diceva che il coraggio uno non se lo può dare. Se non ce l’ha non se lo può dare”.

17 GENNAIO 2018. Il Cdr di Repubblica risponde con un comunicato: “Non è la prima volta che Carlo De Benedetti, da quando ha lasciato gli incarichi operativi all’interno dl Gruppo Espresso, si unisce al coro di chi con cadenza quasi quotidiana attacca questo giornale e ciò che rappresenta. Vogliamo tranquillizzarlo: l’identità e il coraggio che Repubblica dimostra nell’informare i propri lettori e nel portare avanti le proprie battaglie sono vivi e sono testimoniati innanzitutto dal lavoro dei giornalisti che ogni giorno difendono e dimostrano la propria indipendenza senza bisogno che qualcuno”.

La risposta di Scalfari e Calabresi ai veleni di De Benedetti su Repubblica. Il direttore e il fondatore del quotidiano rispondono punto per punto a quello che l'ex editore ha raccontato al Corriere e in tv, scrive il 19 gennaio 2018 "Agi". Lo scontro tra Repubblica e il suo ex editore non sembra destinato a sanarsi. Dopo il duro affondo di Carlo De Benedetti, intervistato dal Corriere il 17 dicembre e poi in tv da Lilli Gruber rispondono sia il direttore del quotidiano, Mario Calabresi, che il suo padre fondatore, Eugenio Scalfari che con l'ingegnere aveva avuto un primo scambio di battute quando il giornalista, rispondendo a una domanda in tv, aveva spiegato di preferire Berlusconi a Di Maio.

Cosa scrive Calabresi. La transizione da Carlo De Benedetti ai suoi figli "invece di essere risolta in modo sereno, ha lasciato strascichi polemici contro il giornale ma che danneggiano innanzitutto il lascito e la storia di De Benedetti come editore".  "La rottura con Eugenio Scalfari e le critiche ingenerose al fondatore di Repubblica non erano immaginabili, così come quelle mosse al giornale, alla sua identità e a questa direzione". De Benedetti "non ha gradito di non essere stato ringraziato per aver concesso l'indipendenza ai giornalisti di Repubblica, ma crediamo che questa libertà sia alla base come è oggi e come è sempre stato di un corretto rapporto tra editori e giornalisti". "Voglio rassicurare i lettori che l'impegno e l'orgoglio dei giornalisti di Repubblica, della sua intera redazione, sono intatti e che godiamo del sostegno dei nostri azionisti e del nostro vertice aziendale. Un gruppo focalizzato sul futuro". "Questo giornale deve molto a Carlo De Benedetti e alla sua passione, ma anche l'Ingegnere dovrebbe sentire un debito di gratitudine nei confronti di una testata che ha occupato una parte importante della sua vita. Le donne e gli uomini che lavorano a Repubblica lo meritano. Il presidente onorario deve difendere e tutelare l'immagine e l'onorabilità del giornale: il contrario di quanto è accaduto".

Cosa dice Scalfari. ​"La mia non è vanità e De Benedetti non ha fondato questo giornale. Mi spiace dirlo, ma è invece da vanitoso definirsi fondatore di un giornale che non hai né fondato né cofondato. I soldi che diede non legittimano la parola fondatore. Repubblica è figlia dell'Espresso che fu fondato da Adriano Olivetti, Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari. Non ce ne solo altri»". "Sono arrivato a un'età, tra i novanta e i cento, che non è più quella dei vecchi né dei molto vecchi, ma quella dei vegliardi. Spesso sono rimbambiti, ma talvolta sono ancora più lucidi degli altri perché vedono di più e meglio. A volte sono bambini altre volte sono saggi e tra le cose che vedono meglio ci sono i rancori e le acidità. I vegliardi sanno riconoscerli e, se è il caso, anche aggirarli". "Repubblica era il meglio della stampa italiana. E quando dunque De Benedetti ne divenne il proprietario esclusivo non prese certamente un baraccone che perdeva soldi. Repubblica ha fatto attivi economici molto significativi. Ed è sicuro che De Benedetti non ci rimise". "La sua abilità di finanziere ha consentito a De Benedetti di vivere da ricchissimo. E bastino a dimostrarlo la strepitosa villa che ha in Andalusia e il grande yacht con cui fa le crociere in giro per il mondo. Il suo fiuto in Borsa è noto a tutti. E infatti, adesso che ha regalato le sue azioni ai figli, gli sono rimaste tutte le grandi ricchezze personali". "L'indipendenza di Repubblica è stata sempre garantita dalla forza della direzione, dalla libertà e dal prestigio delle sue firme e di tutti i suoi giornalisti, e dal successo in edicola. De Benedetti è stato rispettoso di questa libertà. Diciamo ché l'ha onorata. E però non so se quel che adesso va dicendo in tv e sui giornali sia compatibile con la carica di presidente onorario, non so se la onori". "Oggi Repubblica vive la crisi dei giornali di carta, e cerca con coraggio nuove strade, sperimenta, si rinnova, scommette sul futuro ma non è vero che ha perduto l'identità e che non aggredisce la politica. Non solo io ne sono la prova e la garanzia. Ci sono i suoi giornalisti e c'è il direttore che, lo ricordo con un sorriso, è stato scelto da Carlo De Benedetti. Lui sì, sta aggredendo l'identità del giornale di cui, come ho già detto, era stato a lungo il rispettoso proprietario. Credo che quell'accusa di avere speculato grazie alle informazioni riservate ottenute da Renzi abbia avuto un ruolo importante nel suo cattivo umore".

Ma quanti soldi ha dato De Benedetti a Repubblica? Eugenio Scalfari ha anche ricostruito la storia della partecipazione economica di Carlo De Benedetti a Repubblica. "Per far nascere Repubblica io e Caracciolo avevamo bisogno di cinque miliardi di lire. La Mondadori ne mise la metà. L'altra metà toccava a noi, ma non ce l'avevamo. Nella ricerca di danaro io mi rivolsi anche a Carlo De Benedetti che era allora il presidente degli industriali di Torino. Fu il primo che cercai perché a Torino tra l'altro mio suocero aveva diretto La Stampa, e dunque credetti così di sfruttarne il grande prestigio. De Benedetti mi diede cinquanta milioni, ma non voleva che si sapesse. Mi spiegò che lo faceva perché gli piaceva il progetto. Ma aggiunse: 'Non lo racconti mai a nessuno'. Ha contribuito con cinquanta milioni ad un capitale di 5 miliardi. Non sono abituato a fissare i prezzi della gratitudine. Sicuramente ce ne siamo ricordati quando poi gli abbiamo venduto Repubblica" Quando "ci eravamo indebitati e avevamo l'acqua alla gola ci salvò il presidente del Banco di Napoli, Ventriglia, che ci concesse un fido senza garanzie. Poi quando De Benedetti divenne proprietario della Mondadori gli vendemmo le azioni di Repubblica con il patto che alla fine della famosa guerra di Segrate, quella con Berlusconi, gli avremmo venduto tutte le azioni allo stesso prezzo. E così fu".

Quando Giulio De Benedetti disse a Valletta: “La Stampa deve piacere agli operai”. La lettera del fondatore di Repubblica ricorda il suocero a quarant’anni dalla scomparsa: “Fu tra i più grandi direttori”, scrive Eugenio Scalfari il 14 gennaio 2018 su "La Repubblica". Sono 40 anni dalla morte di quello che fu mio suocero, sepolto nel cimitero di Rosta il 15 gennaio del 1978. È stato uno dei più grandi direttori di quotidiani di quel secolo. Era molto giovane quando cominciò a fare il correttore di bozze alla Stampa, allora di proprietà di Alfredo Frassati. Le sue capacità di giornalista lo portarono da correttore di bozze al ruolo di inviato. In quella veste fu corrispondente di guerra e poi corrispondente da Berlino dove il nazismo era ancora nell’incubatrice storica ma già impressionava soprattutto i giovani. In quella sede riuscì anche ad intervistare Hitler che già meditava il proprio futuro e ne parlò in quell’incontro con De Benedetti. Rientrato in Italia, diresse la Gazzetta del Popolo ma dopo poco tempo dovette lasciarla e partire per l’estero perché non piaceva a Mussolini l’antifascismo che De Benedetti stava in qualche modo dimostrando. Passò in Svizzera il periodo bellico e rientrò in Italia a guerra finita e a democrazia finalmente ritornata. Fu nominato dalla Fiat e da Frassati vice direttore e poi, dopo un anno, direttore de La Stampa ed è da lì che comincia il suo periodo di giornalismo eccezionale, probabilmente il più eccezionale di tutti e, a mio avviso, anche di Albertini che aveva diretto il Corriere della Sera agli inizi del Novecento. Giulio De Benedetti mise insieme una serie di iniziative giornalistiche che non trova riscontro nella storia del nostro mestiere: la cronaca locale e contemporaneamente quella nazionale e internazionale assurse a un livello mai raggiunto prima, ma a un livello ancora maggiore assurse la cultura, la politica italiana, quella europea e quella americana. Altrettanto avvenne con lo sport, calcio e ciclismo in particolare, ed infine con la rubrica da lui non solo inventata ma messa in pagina e chiamata “Specchio dei Tempi”. Si raccoglievano in quella rubrica opinioni di cittadini dei quartieri torinesi e dei comuni del circondario su questioni di grande attualità locale alle quali De Benedetti rispondeva soltanto con il titolo che poneva sopra ciascuna delle risposte ottenute; sceglieva i testi più importanti e li titolava. A quell’epoca quella rubrica stava nella seconda pagina della Stampa ed era probabilmente la parte più letta del giornale. Desidero infine ricordare la linea politica: l’azionista di maggioranza del giornale era la Fiat ma la linea imposta da De Benedetti era socialdemocratica, avendo Saragat come punto di riferimento ed anche come amico. Ricordo ancora che Valletta, allora consigliere delegato della Fiat, gli chiese all’inizio della sua direzione come mai un giornale della Fiat fosse di ispirazione socialista. La risposta fu molto netta: Torino occupa il popolo operaio più importante e numeroso d’Italia. Se vogliamo vendere dobbiamo fare un giornale gradito agli operai e da loro comprato. Questo non danneggerà la Fiat ma anzi darà alla sua proprietà un colore liberale e socialista insieme. Questa originalità ampiamente positiva a quell’epoca, in quella città, con quella proprietà, fu il requisito più prezioso di Giulio De Benedetti. Invio questo saluto anche a nome delle mie figlie Enrica e Donata di cui lui fu il nonno più amato.

Una guerra che dura dagli anni Settanta, scrive Paolo Guzzanti, Venerdì 19/01/2018, su "Il Giornale". Che fra i due corresse pessimo sangue me ne ero già reso conto durante la lunga intervista con Carlo De Benedetti che pubblicai fa con l'editore Aliberti. Carlo De Benedetti aveva già licenziato in tronco Eugenio Scalfari nel corso di una cena a casa di Carlo Caracciolo, strappando da un momento all'altro era il 1996 Ezio Mauro dalla direzione della Stampa. Tanta furia inspiegabile e priva di garbo mandò in bestia il presidente della Fiat Gianni Agnelli che si trovò senza direttore dalla mattina alla sera, perché l'editore di Repubblica voleva assolutamente liberarsi del fondatore Eugenio Scalfari. Quel che adesso salta fuori con l'intervista di De Benedetti alla Gruber è soltanto la sferzata finale di una tensione che risale al tempo in cui la Repubblica (fine anni Settanta) andava a rotta di collo. In quei tempi Scalfari si presentò con l'editore Carlo Caracciolo da De Benedetti per chiedere aiuto. L'Ingegnere mise mano al portafoglio ma volle anche avere voce in capitolo sull'azienda. Seguirono anni tempestosi, gloriosi e nebulosi allo stesso tempo, durante i quali il quotidiano di piazza Indipendenza annaspò prima di decollare con la crisi del Corriere della Sera alimentata dallo scandalo della P2 di Licio Gelli, uno scandalo simmetrico a quello del tutto prefabbricato con cui fu costretto alle dimissioni il presidente della Repubblica Giovanni Leone. Il giornale fiammeggiava ma restava fragile. Eugenio Scalfari commise il suo più grave atto di ostilità nei confronti Di De Benedetti come lui stesso mi raccontò - andando da Silvio Berlusconi ad per far balenare al Cavaliere la possibilità di acquistare il quotidiano. De Benedetti se la legò al dito. Sborsò un bel malloppo di miliardi al fondatore facendogli credere di volerlo ancora tenere, ma cercando la sua sostituzione che trovò in Ezio Mauro. Eugenio incassò così il valore di cui aveva dotato la testata, vendendo però l'anima al diavolo, o almeno vendendo il proprio futuro all'Ingegnere. De Benedetti mi disse che quando prese la decisione di licenziare Scalfari fu costretto a recitare una stucchevole commedia di inchini e di riverenze, ma non voleva compromessi: era ora di guidare la sua proprietà pagata a caro prezzo, senza riconoscere il diritto alla perpetuità mitizzata di Eugenio. De Benedetti gli disse: non sei tu che tieni in piedi Repubblica, ma sono io. E posso farla anche migliore senza te. E dunque, compiuti i riti previsti, De Benedetti volle che Eugenio si levasse dai piedi. Ma il vecchio direttore ottenne sia la certificazione di fondatore sotto la testata che il diritto feudale al fondo della domenica. De Benedetti ha sempre mal digerito quella specie di pontificato perpetuo: «Qualche volta quel che scrive mi piace - disse - ma in genere gli sproloqui di Eugenio sono di una noia mortale». La tensione è diventata poi conflitto aperto dopo la dichiarazione televisiva di Scalfari pro Berlusconi. Quel che è accaduto dalla Gruber ha avuto l'effetto di una bomba nucleare sui resti dell'antico «partito di Repubblica».

Ebbene sì, siamo radical-chic, scrive Eugenio Scalfari il 10 aprile 2012 su “L’Espresso”. L'etichetta che la destra populista ci affibbia come un insulto, per noi è diventata un motivo d'onore. Perché si riferisce a una cultura laica, eterodossa e ironica. Che guarda a Voltaire, Keynes, Einstein e Roosevelt. Fino a qualche tempo fa per definire un tipo bizzarro e "con la puzza sotto il naso" rispetto alle mode e ai comportamenti altrui si usava la parola snob. Non c'era altro modo e altro termine. Sebbene l'origine di quella parole fosse "sine nobilitate" il significato semantico era cambiato, anzi si era capovolto. Lo snob una sua nobiltà l'aveva: disprezzava l'uomo medio, la cultura tradizionale, i luoghi comuni, l'oleografia del passato. Disprezzava anche i buoni sentimenti o comunque li metteva in gioco. Spesso gli artisti erano definiti snob quando rompevano le regole del consueto. Quello che fu marcato con questo termine con maggiore insistenza degli altri fu Oscar Wilde, un po' per il suo modo di pensare e di scrivere e molto per la sua dichiarata e ostentata omosessualità che gli costò la prigione e l'esilio. Ma anche Dalí, anche Ravel, i surrealisti e molte "avanguardie" furono giudicati esempi di snobismo e perfino Proust, "lo sciocchino del Ritz". Durante il fascismo e la sua cultura muscolare i giornali satirici descrivevano lo snob come un gentleman passatista con le ghette sulle scarpe e il monocolo all'occhio. Adesso però quella definizione è stata sostituita da un'altra: non si dice più snob ma invece radical-chic. Non è un sinonimo, c'è qualche cosa in più ed è una dimensione politica: il radical-chic è di sinistra. Di una certa sinistra. Per guadagnarsi quella definizione deve stupire e spiazzare anzitutto la vera sinistra che, per antica definizione, si identifica con l'ideologia marxista. Togliatti - tanto per dire - non è mai stato neppure lontanamente considerato un radical-chic né Berlinguer, né Amendola o Ingrao. Bertinotti? Lui sì, gli piacciono i salotti, gli piacciono i pullover di cashmere e va spesso in giro con Mario D'Urso che è uno "chic" riconosciuto. Ma i veri radical-chic sono gli amici e i consimili di Camilla Cederna. Dunque stiamo parlando di noi, che fondammo questo giornale 57 anni fa e ne facemmo quello che è ancora oggi, un giornale di ricerca costante della verità, di denuncia delle brutture e delle malformazioni del malgoverno, di difesa dell'etica pubblica e di impegno civile. Accoppiando però, nel linguaggio, nella grafica, nella scelta delle fotografie, una vena di ironia e di autoironia, una leggerezza di stile che nulla doveva avere del sermone da sacrestia. Vedi caso: il partito radicale nacque nelle stanze del "Mondo" e de "l'Espresso" nel 1956, visse sei anni e si sfasciò nel '62. Marco Pannella e i suoi amici, che ne facevano parte, decisero di continuare con lo stesso "logo" del cappello frigio, dandogli però un contenuto più libertario che liberale. I radical-chic sono una definizione coniata dalla destra populista e qualunquista che però ha trovato qualche corrispondenza anche nel marxismo ufficiale. Quando il gruppo de "Il Manifesto" fu espulso dal Pci, c'era contro di loro una vaga ma percepibile aura di puritanesimo luterano contro un'eterodossia che irrideva gli schemi ideologici e amava Lichtenstein, la musica di Schönberg e perfino - perfino - i salotti. Non erano affatto radical-chic quelli del "Manifesto" ma tali li considerò la segreteria del Pci che li buttò fuori. Quanto a cultura i radical-chic sono illuministi e voltairiani, tra i loro personaggi di culto campeggiano Einstein, Keynes e Roosevelt. La definizione di radical-chic all'inizio gli sembrò insultante ma adesso se ne sentono onorati vista la sponda da dove proviene.

Scalfari stana i "pappagalli". Eugenio Scalfari è davvero una carogna, scrive Alessandro Sallusti, Venerdì 24/11/2017, su "Il Giornale". Eugenio Scalfari è davvero una carogna. Una geniale carogna che ha trovato il modo di rovinare la festa a quello che considera un suo indegno successore alla guida della non più sua Repubblica. Proprio nel giorno in cui il giovane Mario Calabresi girava gli studi televisivi per presentare la nuova veste del giornale debenedettiano, il novantenne predecessore e fondatore se n'è uscito con una frase che ha raggelato il sangue di Calabresi e dei repubblichini (nel senso di giornalisti e lettori): «Dovessi scegliere se votare Di Maio o Berlusconi, tutta la vita Berlusconi». Poche parole che non solo hanno cancellato anni di duro lavoro per espellere Berlusconi dalla vita politica senza se e senza ma, ma che hanno oscurato il costosissimo lancio del restyling. Nei giorni successivi infatti, di Repubblica si è parlato per l'outing di Scalfari pro Berlusconi, non certo per il lavoro tipografico di Calabresi. Scalfari, 94 anni, si è comportato come il nonnetto ritenuto e trattato dai parenti come un rimbambito che al brindisi della cena di Natale in famiglia, per vendetta alza il calice «A quelle zoccole delle mie nuore» raggelando la tavolata. «Scusate, il nonno è andato e straparla, conosco la stima che nutre per tutte voi» è la frase che di solito in queste circostanze, dopo qualche istante di gelo, usa dire il capotavola per sdrammatizzare (esattamente quello che un imbarazzato Calabresi ha fatto nelle ore successive senza peraltro essere creduto). La verità è che il nonno non si inventa le cose, ha sempre saputo delle scappatelle coniugali delle nuore ma ha taciuto fino al giorno in cui il disprezzo per i figli cornuti non ha prevalso sull'onore della famiglia. Scalfari non solo è una carogna, ma pure una canaglia che a Berlusconi gliene ha fatte di tutti i colori. Ma alla sua età può permettersi di ammettere l'ennesimo fallimento della sua lunga e ondivaga vita. È come se non volesse concedere l'onore di continuare la battaglia al suo ultimo nemico storico (Berlusconi) a ragazzini - tipo Calabresi - che non sanno neppure di che cosa e di che pasta d'uomini stiamo parlando. Repubblica incassa il colpo e affida alla penna di un comico decaduto e triste, Michele Serra, il compito di redarguire sul suo giornale nonno Eugenio e ribadire che Berlusconi e Mediaset sono il male assoluto. Compito da studenti mediocri che una volta imparata la lezione a memoria la ripetono all'infinito senza avere mai ben capito che cosa stiano dicendo. Pappagalli dell'antiberlusconismo.

Antonio Gnoli e Francesco Merlo per “la Repubblica” il 23 ottobre 2019. Abbiamo passato molto tempo con Eugenio per preparare un libro che lui ha letto solo quando è stato stampato. Quasi due anni di lavoro per raccontare i mille Scalfari "che mi somigliano tutti un po' con una vita molteplice e ormai indipendente dalla mia". La cifra unica di questi mille Scalfari è stata l'allegria. E il racconto, anche quando diventa intimo, rivela sempre la sua gioia di vivere: "C'è stato molto divertimento nella mia vita. Nel lavoro mi sono sempre divertito. E quando ho smesso di fare qualcosa è perché non mi divertivo più". Anche noi ci siamo divertiti e ci auguriamo che queste confessioni sorprendenti e libertine ora divertano il lettore. Il capitolo che qui anticipiamo, intitolato "Io e Montanelli", è il penultimo. I capitoli sono 24, l'ultimo è il "Lungo addio". C'è poco di quel che si conosce, anche dell' amicizia con il Papa: "Di tutto quel che ho realizzato nella mia lunga vita, la cosa che piacerebbe di più alla mamma è l'amicizia con Papa Francesco. In questi anni mi è stato chiesto che senso ha per un laico parlare di religione e di Dio. Che ne sanno, loro, di me e di mia madre?". (a.g. / f.m.) Un giorno pronunciammo entrambi la stessa frase: «Ti immagini noi due insieme?», e non so se i nostri stupori fossero uguali; non so se lui si riferisse all' impossibilità di mettere insieme il suo carattere ribaldo di toscanaccio e la mia cocciutaggine di calabrese o la sua Italia di destra e la mia Italia di sinistra. Indro aveva rotto con il Corriere ed ero andato a trovarlo a Milano, a casa di una signora da cui viveva e che credo fosse la sua compagna. Gli proposi di fare insieme un giornale e gli offrii il posto di direttore. Mi disse che voleva scrivere articoli e non dirigere giornali e lo rassicurai promettendogli che così sarebbe stato: avrebbe fatto i suoi editoriali di direttore e al resto ci avrei pensato io. Le mie parole gli giunsero chiare, ma non colsi nessuna reazione emotiva. Dunque non so se restò lusingato dalla proposta. Mi assicurò soltanto che ci avrebbe pensato per un paio di giorni. E, quando ci salutammo, aggiunse che con ogni probabilità la risposta sarebbe stata no. E in effetti, come aveva promesso, e come a quel punto prevedevo, quarantotto ore dopo mi arrivò il suo no: non avrebbe fatto, mi spiegò, il direttore di un giornale che nella realtà sarebbe stato tutto mio. Montanelli realizzò il quotidiano facendosi finanziare da Berlusconi e questa è stata una delle ragioni per cui per molto tempo ce ne dicemmo di tutti i colori. Poi però, quando fu licenziato dal Giornale e fondò La Voce, ci rivedemmo ancora, due o tre volte. In un' occasione rievocò, con una punta d' ironia, quel nostro incontro milanese: «Credi che se io avessi accettato di diventare il direttore del tuo giornale, tu avresti avuto lo stesso successo?». Era sempre l' uomo mordace che avevo imparato a conoscere fin dagli anni in cui a Milano capitava di incrociarci al Covino, un ristorante dove mangiava spesso con Longanesi. Ricordo con simpatia il Montanelli novantenne, mi rivedo nei suoi sorrisi senza goffaggini, mai fuori contesto, mai giovanilisti, che è la peggior maniera di essere vecchi, negando sé stessi. Del vecchio Montanelli ricordo il viso lungo nell' intreccio scarnificato di solchi e di macchie: era stato sempre magro, ora era traballante e curvo. Non aveva i miei capelli né la barba bianca con qualche striscia lucente, ma la pelle era la stessa: sdrucita e sottile, non gli copriva ma gli scopriva le ossa, le sue più ancora delle mie. Mi è piaciuto il suo modo di invecchiare. Ma anche quando quello stesso Berlusconi che ci aveva allontanato ci avvicinò, continuammo ad avere punti di vista differenti sull' Italia e sul mondo. Curiosamente, il legame si rinsaldò allorché insieme partecipammo a un festival dell' Unità, ma non ci fu nessuna sbandata di Indro a sinistra, come in quell'occasione dissero i berlusconiani delusi. E soprattutto nessuna ruggine senile nel suo pensiero. La verità era che un uomo di destra del suo stampo si trovava molto meglio con una sinistra alla Prodi che con una destra alla Berlusconi. Non si riconosceva nella sinistra, che però non gli faceva più paura; al contrario, temeva la destra che era la sua bandiera, e dunque si sentiva tradito. Indro rimase il grande giornalista che era sempre stato, l' interprete più arguto del senso comune: quello che gli italiani di solito sentivano con la pancia, lui lo restituiva nell' inimitabile efficacia del suo stile. Ogni italiano aveva in casa uno zio brillante e pungente, un fratello caustico che somigliava a Montanelli. Io ho cercato invece di essere l' interprete del buon senso, che è cosa diversa dal senso comune, ma oramai eravamo entrambi vecchi e questo ci rendeva più compatibili, sebbene avessimo fantasmi diversi: lui con i suoi Longanesi e Prezzolini; io con i miei Pannunzio e Benedetti. Io di sinistra e lui di destra. E benché ce ne dicessimo di cotte e di crude, siamo stati, a modo nostro, amici e alla fine era vero che ci somigliavamo. Nonostante fossi più giovane, abbiamo vissuto nella stessa epoca e attraversato lo stesso fuoco, trasformando il nostro mestiere in un romanzo, al punto che il mondo reale e il mondo narrato non si distinguono più, con una folla di Scalfari e una folla di Montanelli, tutti veri, tutti falsi, tutti verosimili, tutti leggendari. Entrambi abbiamo fatto i conti con il liberalismo: lui da conservatore anarcoide, io da radicale libertino; lui divulgatore di storia e io scrittore di filosofia. Entrambi ci siamo fatti beffe di quella ipocrisia che chiamano «i fatti separati dalle opinioni», ed entrambi siamo stati circondati da servizievoli cloni ai quali abbiamo sempre preferito gli avversari, non gli insultatori e i quaquaraquà, ma la gente con cui ci si intende anche quando ci si morde. Avevamo in comune pure la pretesa dell' eleganza, quell' idea di indossare con semplicità un cachemire come fosse lana grezza. Siamo stati «la dualità italiana», come qualcuno ha detto, la mano destra e la mano sinistra del giornalismo del Novecento, due irriducibili ghibellini: il ghibellino bianco e il ghibellino nero. E anche due provinciali, aggiungo, uguali e diversi: la sua Fucecchio è il mondo che rimanda alla metafora dell' individuo, alla solitudine e alla singolarità, ma anche allo spazio chiuso che più resiste al tempo; la mia Civitavecchia è il mare aperto, l'orizzonte, lo sguardo. Da un lato la provincia chiusa di un toscanaccio che si liberava girando il mondo e andava a cercare il segreto dell' universo in Finlandia e in Ungheria; dall' altro la provincia aperta del Viandante di Caspar David Friedrich che cercava il segreto dell' universo scrutando l' orizzonte. La provincia gelosa e permalosa del sarcastico provocatore in faccia alla provincia paterna e dolce che dalla riva guarda le navi lasciare il porto e diventare punti lontani. Oggi sorrido immaginando me stesso con Montanelli accanto, a passeggiare nel secolo. Ma non voglio esagerare. E non solo perché i nostri modelli giornalistici restarono inconciliabili nello stile e nel modo di pensare. Nel ricordo non mi pesano le critiche e i giudizi aspri che per decenni ci siamo scambiati. Confesso però che mi dispiacque quando appresi che nei suoi Diari mi dipingeva come una specie di Bel-Ami, il personaggio che Maupassant immortalò assegnandogli il tratto della spregiudicatezza. Ora, per quello che ne so, la spregiudicatezza può essere tanto mancanza di scrupoli quanto libertà dal pregiudizio; può trasformarsi in cinismo oppure in indipendenza d'opinione e perfino in anticonformismo. Ritengo che la mia, anche quando ha sfiorato l' azzardo, non abbia mai forzato le regole del gioco. Qualunque partita da me affrontata è sempre stata condotta secondo le regole. Maupassant consegnò al lettore un tipo umano che, attraverso il giornalismo, scopre la seduzione del potere e se ne innamora al punto da volersi sostituire ai potenti che descrive. So bene che il mio mestiere è stato una forma di dominio che ho esercitato lungo sessant' anni. Tutta la mia vita è stata costellata di incontri con quella «razza padrona » che ho cercato non solo di combattere, ma anche di raccontare in maniera dettagliata. E non c' è mai stata la tentazione di sostituirmi a loro, di voler essere come loro. Lo dico senza snobismo, con la consapevolezza che la mia storia, come ho raccontato, nasceva da altre premesse. È vero, tuttavia, che a lungo ho avuto un potere reale. E, avendolo esercitato nella doppia veste di giornalista ed editore, è sembrato ancora più grande. Per me è naturale che la figura di Bel-Ami lasci il posto a qualcosa di più sfumato, perfino di malinconico. Nel senso che ho sempre avuto chiaro che il potere, rispondendo alle leggi della meccanica, per il semplice fatto che c' è, si può perdere. Ho combattuto molte battaglie: ho difeso quando c' era da difendere e ho attaccato quando ho avvertito la minaccia di un nemico deciso a insidiare le nostre postazioni. Non penso sia un' eccezione aver vissuto in modo alquanto tempestoso certi momenti dell' esistenza. Il Novecento, più di altri secoli, è stato il tempo delle burrasche e delle bonacce. Averlo attraversato per un lungo tratto mi consente di vedermi come un protagonista che ha lottato, patito, desiderato affinché le proprie idee, i propri progetti avessero la meglio in una competizione che non ha mai ignorato la correttezza. Ecco perché la spregiudicatezza alla quale alludeva Montanelli mi è parsa inappropriata. Quanto a me, non ho mai discusso l' autorevolezza del giornalista né la lealtà e la generosità dell'uomo che ha sempre conservato un certo sprezzo per la vita. Semmai ho preso di petto le sue convinzioni politiche. Sulla scia di Longanesi, Montanelli ha creduto che l' unica borghesia degna fosse la più conservatrice. Si sbagliava? Penso di sì. Ritengo che proprio di quel soggetto, al quale più volte ha fatto riferimento, spronandolo, sferzandolo e criticandolo, si sia sentito il legittimo interprete, depositario di una verità sociologica moderata che a me ha fatto soprattutto pensare alla difesa di un' Italia arretrata. Montanelli fu un italiano sui generis. Non lo avvicinerei, come pure è stato fatto, alla figura di Curzio Malaparte, il troppo avventurista autore della Pelle . Semmai, ritengo che abbia fatto parte di quella schiera di pessimisti che, oltre a Longanesi, ha avuto in Giuseppe Prezzolini un indiscutibile punto di riferimento. Perfino nel suo lavoro di divulgatore storico non seppe sottrarsi alla convinzione che l' Italia fosse un paese diverso dal resto dell' Europa, una zattera che si era staccata dalla terraferma per galleggiare e ondeggiare seguendo il flusso delle correnti. Anche nei momenti in cui più accese furono le controversie fra noi, non ho mai visto in Montanelli il mio nemico, e non solo perché mi pareva troppo grande come giornalista, troppo fuoriclasse, ma perché ci univa una passione comune: quella per la libertà.

Maurizio Belpietro per “la Verità” il 25 ottobre 2019. Il tempo aiuta ad alleggerire i ricordi, in qualche caso addirittura a cancellarli. È quello che dev'essere successo a Eugenio Scalfari superata la soglia dei 95 anni. Il fondatore di Repubblica ha appena dato alle stampe un libro di memorie, in cui, ripercorrendo la sua carriera, racconta del suo rapporto con Indro Montanelli, rivelando di avergli offerto la direzione di un giornale - presumibilmente la costituenda Repubblica - allorquando il Corriere lo licenziò. A leggere la ricostruzione, trapela una stima e una consonanza che negli scritti dell' epoca però non si ritrova. I due non erano amici fraterni e non avevano certo la stessa visione del mondo. Il primo era ardentemente filocomunista, convinto che il modello capitalistico sarebbe stato sconfitto e quello sovietico avrebbe trionfato. Il secondo, avendo visto i carrarmati di Mosca invadere l'Ungheria, l'Urss la combatteva e la temeva. Che stessero su sponde opposte lo dimostrano anche le cose scritte negli anni in cui Repubblica vedeva la luce. Quando il quotidiano romano prese il largo, i due si scambiarono un biglietto di auguri e proprio tra le lettere del fondatore del Giornale si ritrova un messaggio indirizzato a colui che negli anni i suoi giornalisti avrebbero ribattezzato Barbapapà. «Tu, quando noi nascemmo, mi gettasti addosso sacchi di merda, anche sul piano personale. Non ti domando perché l' hai fatto: conosco il tuo temperamento. Però non farlo più, perché su questo piano tu non hai lezioni da darmi e io non ho da prenderne da nessuno. Quindi, per riassumere: polemica aperta sul piano ideologico, che sarà benefica ad entrambi, ed istruttiva per i lettori: rispetto sul piano personale. Ma reciproco. Ti va bene?». Non si sa che cosa rispose Scalfari, in privato, a Montanelli. Si sa però che cosa scrisse in pubblico. Nella primavera del 1977, un anno dopo la nascita di Repubblica e dunque del monito di Indro, il quotidiano chiese che al direttore del Giornale fosse proibito di apparire in tv. Che cos' era accaduto? Due sere prima, Indro era stato ospite di Maurizio Costanzo, nella trasmissione che andava in onda su Rai 1. A Bontà loro - questo il nome del programma della televisione pubblica - erano sfilati tipi come Luciano Lutring, soprannominato il solista del mitra, o come Salvatore Samperi, il regista degli amori proibiti. Però Montanelli no: a lui doveva essere impedito il diritto di tribuna «per i suoi sfoghi personali». A suscitare scandalo era stato il fatto che Montanelli avesse detto quel che pensava senza adeguarsi al conformismo dell' epoca. Marcello Staglieno, che lavorò al Giornale, in un libro dedicato al direttore controcorrente annota: «A un solista del mitra, accoglienza festosa, ma un solista delle opinioni va messo a tacere». Scaramucce tra grandi firme, cioè polemiche aperte sul piano ideologico, ammesse come regole del gioco dallo stesso Indro nel suo biglietto a Scalfari il giorno della nascita di Repubblica? Niente affatto. E anche qui basta rileggere i diari di Montanelli, in particolare ciò che scrisse il giorno dopo essere stato gambizzato dalle Brigate rosse. «Anche L' Unità esce con un titolo a sette colonne in cui campeggia il mio nome. Lo stesso fa Repubblica, ma con un articolo di Scalfari ancora più infelice di quello che scrisse dopo Bontà loro per chiedere la mia esclusione dalla tv nazionale. Sostiene la strana tesi che l' attentato è stato organizzato contro i nemici di Montanelli, cioè contro di lui, insinuando così il sospetto che me lo sia organizzato da me. Il mio successo lo riempie di un furore che lo fa sragionare». Le vendite di Repubblica infatti languivano intorno alle 50.000 copie, quelle del Giornale, nonostante i boicottaggi, all' epoca superavano le 150.000. Oggi Scalfari scrive che «anche nei momenti più accesi in cui ci furono le controversie fra noi, non ho mai visto in Montanelli il mio nemico, e non solo perché mi pareva troppo grande come giornalista, troppo fuoriclasse, ma perché ci univa una passione comune: quella per la libertà». Sarà, ma Indro non la pensava così. Anche qui basta scorrere i suoi diari. «Di Scalfari non ho un' opinione precisa. C' è in lui un pizzico di Baldacci, un pizzico di Bel-Ami, e perfino un pizzico di Ramperti. So che ha fatto parecchi soldi (ne farà di più vendendo Repubblica a Carlo De Benedetti, come gli ha ricordato di recente l' Ingegnere, ndr). La sua ambizione è sfrenata e scoperta. Ma vuole arrivare a qualcosa o vuole fuggire da qualcosa? Nella sua frenesia c'è del patologico. Le sue polemiche (come questa con me) sono quasi sempre gratuite. Questo nemico di tutti è soprattutto nemico di sé stesso, animato da un irresistibile cupio dissolvi». Scalfari era in quegli anni un sostenitore del matrimonio «clerico-marxista» e Indro lo liquidò così: «È incredibile la carica d' intelligenza ch' egli investe in tesi così stupide». Quanto all' idea di un giornale da dirigere a quattro mani, negli appunti di Montanelli, così densi di informazioni e giudizi, non c' è la minima traccia. Forse, anche in questo caso, il tempo ha cancellato i ricordi. Di sicuro rimangono gli articoli.

Marcello Veneziani per ''La Verità'' il 26 ottobre 2019. Come Gesù Cristo anche Eugenio Scalfari lascia che a scrivere il suo Vangelo siano gli apostoli. Due bravi apostoli, come Antonio Gnoli e Francesco Merlo. L' opera, ben scritta in prima persona come se l'avesse dettata Lui, non s' intitola In verità vi dico o Parola del Signore ma in modo più mondano Grand Hotel Scalfari (Marsilio, 296 pagine). Da quando è apparso a papa Bergoglio, Scalfari ha completato il suo tragitto. È stato, come lui stesso rivendica con candore leggermente spudorato, fascista e antifascista, monarchico e repubblicano, anzi fondatore de La Repubblica, liberale e socialista, radicale e comunista, dannunziano e volterriano. Però non era mai stato cattolico. Ma da quando Bergoglio siede alla Sua destra, Scalfari lo ha eletto a Suo Vicario in terra, lo ispira e a volte gli attribuisce pensieri ed eresie che appartengono invece ai giochi teologici della Sua Mente libertina. Eugenio non è diventato credente ma è convinto che Bergoglio sia diventato un suo credente, oltre che inquilino nella sua Casa. Scalfari è un grande del giornalismo ma è un grandissimo come impresario, fondatore e direttore dei giornali. Non è un principe della scrittura - come per esempio i solisti Curzio Malaparte o Indro Montanelli - non è eccelso come politologo e profeta politico e non è quel colto umanista che da qualche tempo vuol apparire. Ma è stato un eccellente croupier di grandi firme e grandi avventure editoriali, con gran fiuto. In particolare con La Repubblica che fondò, portò a grandi vendite e persino al sorpasso del Corriere della Sera. La Repubblica ha influenzato tanto la politica e cultura e ha accompagnato più di ogni altro la trasformazione della sinistra da comunista in radical, da proletaria in neoborghese, da popolare in elitaria, da credente in supponente, da classe operaia in corpo docente, da massa in razza padrona. Scalfari, Umberto Eco & C. sono stati i battistrada di quella mutazione antropologica laicista. Portarono la sinistra da Mosca a New York, con scalo ideologico a Parigi. Non tornerò sul suo fascismo giovanile, che ora Scalfari ammette senza ritrosie, anche se lo giustifica curiosamente: «Tutto quel mio essere convintamente fascista ha poi reso solido il mio antifascismo». Come dire che l' antifascismo coerente di Vittorio Foa, scontato con la galera, fosse meno solido del suo, che diventò comodamente antifascista a babbo morto, o morente. Non vi dirò della sua infanzia, dei suoi amori e della sua sbandierata bigamia, della sua ammissione di essere narciso, innamorato del suo Ego, dannunziano e dandy, della sua «albagia» come lui ama ribattezzare quel che in modo meno alato si chiama superbia o presunzione. E non tornerò sui suoi scritti su Roma fascista, poi della sua ridicola resistenza, riparato in Vaticano in attesa degli americani. Né risalirò alle sue origini calabresi, a suo padre giocatore accanito di poker e direttore del Casinò di Sanremo, o agli esordi d' Eugenio come direttore del casinò di Chianciano e poi bancario. Non vi racconterò di suoceri, editori e compagni di scuola e di lavoro. Molti fascisti, da Nelson Page a Mario Tedeschi e Peppino Ciarrapico sfilano nella sua biografia o agiografia. Un tempo avrebbe fatto finta di non averli mai conosciuti. Questo testo ha il merito di risparmiarci la sua apoteosi come scrittore, filosofo, poeta e teologo; o la prosopopea per la grottesca pubblicazione nei Meridiani, come se fosse un classico. Anzi merita lode la sua sincerità quando racconta la doppia bocciatura di Roberto Calasso alla sua proposta di pubblicare con Adelphi. Meritano lode pure alcune pagine sulla vecchiaia e sulla malinconia. Il paragone con Indro Montanelli è forse la parte più viva del libro: l' occasione perduta di fare un giornale insieme, la trentennale polemica e la finale simpatia, rinata nel nome comune dell' antiberlusconismo. La sua ammirazione non parve però ricambiata: Montanelli paragonò Scalfari a Bel Ami di Maupassant, per sottolinearne il cinismo arrivista senza scrupoli. Ed Eugenio se ne duole. Il giornale di Scalfari vendeva molto più del Giornale di Montanelli, ma i suoi articoli non furono memorabili come quelli di Indro; Scalfari fu molto seguito ma non fu amato come lui; Scalfari fu uomo di potere, mentre Montanelli, pur senza mai contrastare davvero il potere, se ne tenne elegantemente lontano. Scalfari fece grandi profitti dai suoi giornali, Montanelli no. Di Scalfari restano i suoi prodotti, come La Repubblica, di Montanelli invece resta Montanelli, il suo stile, la sua prosa, il suo carattere. L' egoteismo di Eugenio in Indro si fa gigioneria, da pronunciare con la g fiorentina. Montanelli lo immagini tra Leo Longanesi, Giovanni Guareschi e Malaparte; Scalfari è di altra pasta. Negli anni Novanta Scalfari mi chiamò a scrivere su La Repubblica, mi cercò il suo vice, Antonio Polito; scrissi per un annetto, credo, una volta scrissi nel paginone culturale de La Repubblica perfino di Pier Paolo Pasolini «reazionario»; poi arrivò Ezio Mauro e interruppe bruscamente la collaborazione. Impensabile quella presenza aliena in questi anni rognosi e livorosi. Mi fa male oggi leggere alcuni suoi editoriali, le sue omelie domenicali, con alcuni passaggi imbarazzanti; suggerirei, se non vuole gettare la spugna per limiti d' età, di farsi aiutare dai suoi apostoli per finire in bellezza una gran carriera. Lo dico senza polemica, anzi col rispetto che si deve a una figura eminente e a un' età ragguardevole che merita premure e deferenza. Scalfari torna poi alla megalomania nel finale del suo Nuovo Testamento, quando si vede scomparire nel buio come il Gattopardo e sfumando «porta con sé la nobiltà, la saggezza, la prudenza, l' autorevolezza, il potere come visione del bene comune». Un necro-elogio superbo, in tutti i sensi. In principio era la barba, come si addice ai padreterni, poi venne Il Mondo.

Da “Libero quotidiano” il 31 ottobre 2019. «Ha deciso giustamente di andarsene. E una creatura singolare che io ho conosciuto, ci siamo voluti bene e abbiamo collaborato, poi piano piano i nostri destini si sono divisi». Così Eugenio Scalfari, fondatore e storico direttore del quotidiano «Repubblica», a margine della presentazione del libro "Grand Hotel Scalfari", scritto da Antonio Gnoli e Francesco Merlo, commenta la decisione di Carlo De Benedetti di lasciare la presidenza onoraria di Gedi, il gruppo che edita «Repubblica», «La Stampa» e «Secolo XIX». «Io non voglio dire che aveva tutti i torti, io stavo con i figli, lui litigò anche con loro, poi ha rinunciato - ha aggiunto Scalfari- Ha detto non sono un presidente effettivo e quindi è inutile che io sia presidente onorario». Per il direttore di Repubblica Carlo Verdelli l' addio di De Benedetti è un vero e proprio «lutto».

Cecilia Cirinei per “la Repubblica - Edizione Roma” il 31 ottobre 2019. Alle 18 già non si trovano posti a sedere. Pienone da grande evento ieri pomeriggio al Tempio di Adriano in Piazza di Pietra. È stato presentato alle 18,30 il libro sul fondatore di "Repubblica" Eugenio Scalfari "Grand Hotel Scalfari. Confessioni libertine su un secolo di carta" (edito da Marsilio). A leggere brani del volume l' attore Roberto Herlitzka mentre sul palco, a moderare l' incontro, Simonetta Fiori. Seduti accanto a lei i due autori Antonio Gnoli e Francesco Merlo, Paolo Mieli, storico ed ex direttore del Corriere della Sera, e Carlo Verdelli, attuale direttore di Repubblica. Alle 19,30 Eugenio Scalfari, 95 anni e mezzo (precisa), nato nel 1924, sale sul palco in jeans e pullover. Applausi del suo pubblico, della grande "famiglia" di Repubblica in sala da Raimondo Bultrini a Daniele Mastrogiacomo. Fra le prime ad arrivare le figlie Donata ed Enrica Scalfari, Alberto Asor Rosa, Irene Bignardi, Michele Ainis, Angelo Guglielmi, Selma Dell' Olio, moglie di Giuliano Ferrara e Jas Gawronski che dice: «Per me Scalfari è "il giornalismo" Ha reso questa professione qualcosa che la gente ammira ». Paolo Mieli racconta: «Ci siamo conosciuti che avevo 18 anni, sono cresciuto alla sua scuola, è stato il mio primo direttore all' Espresso. Ed è un amico da oltre 50 anni. Questo libro va letto come un romanzo». E ancora, Pietrangelo Buttafuoco: «Il libro è così festoso. Penso che sia perfetto per vincere il Premio Strega». Herlitzka comincia a leggere alcuni brani, si parla dell' infanzia, della storia della barba di Eugenio e dei suoi genitori. Paolo Guzzanti commenta: «Ci siamo rivisti un anno fa dopo tanto tempo. Mi fa piacere che abbia questa soddisfazione trionfale». Selma Dell' Olio sottolinea: «È un' icona del giornalismo. Non si poteva non venire». Il libro è scritto in prima persona. Verdelli dice: «Prima di diventare direttore non lo conoscevo e mi sono augurato di fare colpo su Scalfari. E lui mi ha stupito. Mi ha fatto un gran regalo, un pomeriggio a casa sua». E Scalfari guardando Verdelli precisa: «Non ci conoscevamo, ma direi che "ci siamo innamorati". A volte quando siamo insieme ci viene da piangere o perché abbiamo capito una cosa bella o brutta o entrambe. Questa è la vita e questo commuove ».

Silvia Fumarola per “la Repubblica” il 31 ottobre 2019. Una vita da romanzo in cui l' infanzia, il rapporto con i genitori, i ricordi lontani sono vivissimi e hanno lasciato il segno. Roberto Herlitzka legge le prime pagine di Grand Hotel Scalfari-Confessioni libertine su un secolo di carta di Antonio Gnoli e Francesco Merlo, edito da Marsilio, e il fondatore di Repubblica è un bambino che osserva il padre mentre si rade. Le pagine sulla barba («è stata una carta d' identità») raccontano l' uomo e il tempo che passa «sono novantacinque anni e mezzo, anche la barba si è fatta fragile». L' infanzia cattolica («Oggi mia madre sarebbe felice che sono amico di Papa Francesco »), la straordinaria avventura della nascita di Repubblica, le battaglie politiche, gli amori, il rapporto con gli amici e i nemici. «È un capolavoro scritto apparentemente da me, ma io non ho scritto una parola» dice Scalfari alla presentazione del libro, a Roma, in un incontro affollatissimo al Tempio di Adriano moderato da Simonetta Fiori, con gli autori, il direttore di Repubblica Carlo Verdelli e Paolo Mieli. In platea Alberto Asor Rosa, Piero Citati, Irene Bignardi, Paolo Guzzanti presenti tanti giornalisti - di ieri e di oggi - legati a Repubblica. Scalfari saluta la sala sorridendo: «Ma vi conosco tutti! È come stare a casa mia. Questo libro» dice «mi ha fatto capire cose che erano dentro di me e loro le hanno rese esplicite. È molto speciale. Una specie di Madame Bovary... Gli autori mi hanno fatto una quantità di domande, poi hanno raccolto altre informazioni ma non mi hanno detto che scrivevano un libro. Non ho scritto una riga ma mi sono riconosciuto». La passione per il giornalismo che segna la sua vita (dell' ingegner Carlo De Benedetti, presidente onorario del gruppo Gedi dice: «Creatura singolare, ha deciso giustamente di andarsene», riferendosi alle recenti dimissioni), Scalfari è raccontato da Gnoli e Merlo che scrivono in prima persona, come se fosse lui l' autore. «Mai mi sarei immaginato che Eugenio affidasse ad altri di scrivere la sua vita» osserva Mieli «è un romanzo in cui due bravissimi giornalisti trattengono quello che a lui sta a cuore. Viene fuori un quadro diverso, in cui il passato è importantissimo. Gli anni recenti lo sono molto meno. Lo hanno colpito più i nemici degli amici: Craxi è citato, Prodi una sola volta». «Abbiamo cercato il filo rosso che unisce i mille Scalfari - ha spiegato Merlo - . Secondo noi è l' ottimismo, la gioia di vivere che nemmeno il fascismo e la guerra hanno scalfito. Repubblica somiglia al casinò di Sanremo che il padre dirigeva, c' è la commedia umana del fascismo e dell' antifascismo. Con un po' di audacia abbiamo trovato la misura. Scalfari è lo spartito e noi lo abbiamo suonato». Già il titolo, Grand Hotel Scalfari, suggerisce lo scorrere la vita, gli incontri. «Dà l' idea delle storie che entrano in un ambiente e vengono restituite» dice Gnoli «un luogo letterario in cui si intrecciano divertimento, nostalgia, storia, racconto». Repubblica viene fondata nel 1976, diventa un punto di riferimento per le battaglie sociali, è la grande avventura di un giornale che diventa community. «Quando superammo il Corriere » ricorda Scalfari «ho avuto paura: eravamo attrezzati a fare i cani che inseguono, non le lepri che fuggono ». «Scalfari come Montanelli e pochissimi altri, è un maestro» dice il direttore di Repubblica, Carlo Verdelli «Quando sono arrivato al giornale, da barbaro, perché non appartengo alla grande famiglia di Repubblica, temevo molto il primo incontro con Scalfari, volevo fare colpo su di lui e mi ha stupito. Abbiamo passato un pomeriggio insieme e lo ricordo come un punto di svolta. Smisi di sentirmi un barbaro e cominciando a lavorare per capire quale giornale fare, sono risalito alle sorgenti per ricongiungermi a quel giornale». Scalfari ricambia: «Se me lo consente dico che ci siamo innamorati, al punto che spesso vado nella sua stanza e a volte, toccando quello che uno di noi pensa, ci viene da piangere. O perché abbiamo capito una cosa bella, o perché abbiamo capito una cosa brutta. E questo ci commuove. Io sono sentimentale ». Rivela che quando parla con Papa Francesco, il pontefice gli dice: «Prego per lei, la prego di fare altrettanto. Allora gli spiego: "Santità, non sono credente". E lui mi dice: "Pensi a me, è la stessa cosa pensare a una persona volendole bene"».

Aldo Cazzullo per “il Corriere della Sera” il 22 novembre 2019. C' è il piccolo Eugenio Scalfari che ricama all' uncinetto; ma quando un bambino gli butta i giocattoli dalla finestra, lui gli impone di andare a riprenderli, «e da allora so che cos' è per me il carattere». C' è il padre Pietro, giovane legionario di d' Annunzio a Fiume disgustato dal regime e da sé stesso, che talora facendosi la barba al mattino si sputa nello specchio. C' è la madre che piange e singhiozza quasi tutte le sere: «In casa non ci fu mai un' atmosfera veramente drammatica, ma melodrammatica sì». C'è Italo Calvino che scappa dal bordello con i pantaloni in mano, perché non vuol essere toccato da una prostituta. C' è Angelo Rizzoli che affida il giudizio di Dio sugli affari - compreso finanziare o no «Repubblica» - al suo pappagallo, che sentenzia: «Angelo, sei uno stronzo». C' è Lino Jannuzzi che va in America a intervistare Ella Fitzgerald, ottiene due posti in prima fila - l'altro è per Serena Rossetti -, ma durante il concerto si addormenta clamorosamente, Ella Fitzgerald se ne accorge e ritira l'intervista. Insomma, a leggere Grand Hotel Scalfari alla ricerca di aneddoti, se ne trovano tanti, e strepitosi. Ma il libro è molto di più. Era un' operazione editoriale ad alto rischio di reducismo e di celebrazione; è diventata il racconto di formazione non solo di un giornale e di una comunità, ma di uno stile e di una corrente politico-culturale che da sparuta si fa di massa, sia pure quasi sempre minoritaria e quindi all' opposizione. E se questo è accaduto significa che ognuno dei vari artefici dell' operazione editoriale ha saputo fare il suo mestiere: Eugenio Scalfari, il protagonista, racconta, Antonio Gnoli e Francesco Merlo domandano e scrivono, e l' editor Ottavio Dibrizzi con il know-how della Marsilio fa la sua parte. Il risultato è un libro che resterà. Il titolo viene dalla passione dichiarata di Scalfari per i grandi alberghi, dove talora si ritira - al Grand Hotel di Roma, al Crillon di Parigi - anche nelle città in cui ha casa, per il gusto di guardare chi passa, indovinare gli amori, partecipare alla vita dei Salon che gli ricordano i casinò della sua giovinezza: quello di Sanremo, diretto dal padre, e quello di Chianciano, la cui direzione gli viene affidata dal padre dopo la guerra, s' intende senza stipendio. Con la stessa tecnica del direttore di un casinò - o di un circo, o di un' orchestra: memorabile la riunione in cui fa ascoltare ai capiservizio il nastro con la furia di Toscanini verso i suoi musicisti - Scalfari dirige i giornali. E Grand Hotel Scalfari è «la descrizione di uno stile, di un gusto, di una cultura, di un mondo che erano soltanto suoi e che sono diventati nostri» come scrivono i due autori: dove la parola «nostri» include tre generazioni di lettori, e quindi milioni di persone, mentre erano appena 12 mila le copie vendute dal «Mondo» di Mario Pannunzio, dove tutto ha inizio. Ed è una storia molto diversa da quella della sinistra tradizionale. Una storia che parte da Gabriele d' Annunzio, passa attraverso Francesco Pastonchi, poeta e retore di cui gli studenti torinesi ridevano già ben prima del Sessantotto ma a cui i ricordi d' anteguerra di Scalfari restituiscono fascino e dignità, le riviste del frondismo fascista, la temperie radicale e anche radical chic, il libertinismo intellettuale, l' apertura prima al socialismo poi al comunismo, prima a De Martino poi a Berlinguer. Certo c' è anche l' individuazione del nemico, che per un giornale è sempre una grande semplificazione: per vent' anni Craxi, per i vent' anni successivi Berlusconi; ora c' è Salvini che promette bene. Ma anche stando all' opposizione Scalfari non ha mai perso il gusto di sorprendere, distinguere, e anche di cambiare idea o farne convivere due. Come le donne della sua vita. La sincerità è il tratto che lega il racconto: l' adesione al fascismo, la cacciata, la Resistenza in convento, fino alla debolezza della vecchiaia. Il culmine dell' introspezione è il capitolo che si intitola «Due donne di cuori», che così comincia: «Sono ormai lontano dall' amore fisico. La vecchiaia non mi dà gioie, mi lascia i desideri e mi priva della loro realizzazione. Il corpo non risponde più come una volta alle sollecitazioni della mente. Il suo lento deteriorarsi mi fa pensare alla barca che si allontana, governata da venti e correnti che non dipendono da me. Il mio desiderio resta sulla riva ma nulla, tranne la morte, potrà ricondurlo a quel nucleo che marcisce di nervi e sangue, di energia e muscoli». Eppure solo la vecchiaia, la malattia, la morte recano pace, prendono decisioni che l' uomo non riesce a prendere, sciolgono il nodo di una vita intrecciata tra due donne, entrambe amatissime, entrambe necessarie, inevitabilmente divise da una rivalità che si stempera nelle parole dolcissime e struggenti con cui Simonetta morente chiede a Scalfari di spargere un po' del profumo che le ha regalato Serena. E davanti a questo miracolo tutto il resto, il potere, la politica, la storia patria passano in secondo piano, «ora che la natura mi sta rosicchiando», ma non gli impedisce di portare al suo giornale, che so, un' intervista al Papa. Così di Scalfari, come dei sacerdoti, si può dire che sarà giornalista in eterno.

Papa Francesco, l'irritazione di Jospeh Ratzinger per i colloqui con Scalfari: la bomba di Luigi Bisignani. Libero Quotidiano il 10 Novembre 2019. I colloqui di Papa Francesco con Eugenio Scalfari avrebbero stufato, e parecchio, il Papa emerito, Joseph Ratzinger. La bomba viene sganciata da Luigi Bisignani, sempre informatissimo su Vaticano e dintorni, in un suo intervento su Il Tempo di domenica 10 novembre. "È Scalfari che vorrebbe essere Bergoglio o Bergoglio che è tentato di fare Scalfari - s'interroga Bisignani -? Entrambi sembrano concedersi la licenza di confutare la dottrina. È questo il dilemma sul quale ci si interroga nei Sacri Palazzi, dopo la pubblicistica in libreria sul Grande Vecchio del giornalismo italiano", spiega l'uomo che sussurrava ai potenti. Nel mirino insomma c'è Il Dio unico e la società moderna, libro firmato da Scalfari e che raccoglie i suoi colloqui con Papa Francesco e il Cardinale Martini. Bisignani sottolinea che "i più raffinati tra i prelati dentro le Sacre Mura - e, si sussurra, addirittura di autorevolissimi teologi come il Papa emerito Ratzinger e il cardinal Ravasi - applicano volentieri il lapidario giudizio che all'epoca L'osservatore romano riservò all'opera letteraria di Papini: un libro colmo di errori scapigliati e clamorosi". "Gelosia, irritazione per questa strana coppia rappresentata da un gesuita che dovrebbe essere rigoroso e uno straordinario intellettuale che si professa bigamo e libertino? In effetti, di errori ne sono stati sottolineati e alcuni clamorosi", sottolinea Bisignani. Dunque, quegli errori li passa in approfondita rassegna. Ma non è finita. Già, perché l'uomo che sussurrava ai potenti si interroga su come stiano davvero le cose, sulla verità circa quei colloqui. E scrive: "Ma dopo le ripetute smentite della Sala Stampa Vaticana, a proposito dei contenuti dei colloqui, io credo che la verità sulle amnesie dottrinali di Scalfari e le accelerazioni di Bergoglio, che pare Ratzinger poco gradisca, per come io ho conosciuto il giornalista alla fine degli anni '70, sia un' altra". Ovvero, secondo Bisignani, quanto scritto da Scalfari di fatto rispecchierebbe perfettamente il pensiero di Papa Francesco.

Ratzinger non ne può più del “teologo” Scalfari. Luigi Bisignani per Il Tempo 10 novembre 2019. È Scalfari che vorrebbe essere Bergoglio o Bergoglio che è tentato di fare Scalfari? Entrambi sembrano concedersi la licenza di confutare la dottrina. È questo il dilemma sul quale ci si interroga nei Sacri Palazzi, dopo la pubblicistica in libreria sul “Grande vecchio” del giornalismo italiano. In Vaticano, usi a osservar tacendo, qualcuno ricorda che neanche su Giovanni Papini, quando pubblicò il suo ultimo libro Il diavolo (in cui sosteneva che Gesù avrebbe perdonato anche Satana perché necessario all’opera della salvezza), furono sollevate questioni “per riguardo alla canizie dell’autore”. Quello stesso riguardo, evidentemente, esteso anche all’ultimo libro di Eugenio Scalfari Il Dio unico e la società moderna, incontri con Papa Francesco e il Cardinal Martini cui, i più raffinati tra i prelati dentro le Sacre Mura – e, si sussurra, addirittura di autorevolissimi teologi come il Papa emerito Ratzinger e il Cardinal Ravasi – applicano volentieri il lapidario giudizio che all’epoca L’Osservatore Romano riservò all’opera letteraria di Papini: «un libro colmo di errori scapigliati e clamorosi». Gelosia, irritazione per questa strana coppia rappresentata da un gesuita che dovrebbe essere rigoroso e uno straordinario intellettuale che si professa bigamo e libertino? In effetti, di errori ne sono stati sottolineati e alcuni clamorosi. Che gli Apostoli di Gesù Cristo fossero dodici, si studia nella prima lezione di catechismo: gli Atti degli Apostoli, infatti, testimoniano che, dopo il tradimento e la morte dell’apostolo Giuda, i discepoli di Gesù scelsero al suo posto Mattia, costituendolo “apostolo”. E, quindi, dodici erano e tali rimasero. Sul ruolo “fondativo” del cristianesimo di San Paolo discutono i dotti da quando questa tesi fu postulata dai positivisti del primo Novecento. Inoltre sull’“autoconvincimento progressivo” di Gesù Cristo di essere il figlio di Dio, meglio stendere un velo pietoso. Quello che Scalfari invece “azzecca” è la tesi, certamente non inedita, che «il Dio creatore non può che essere uno solo per tutta l’umanità». E’ esattamente quello che Pietro, primo Papa, e così tutti i suoi successori dopo di lui, ha affermato nella sua prima omelia davanti al tempio di Gerusalemme. E qui, forse, avviene il fatto più curioso: il politicamente corretto impedisce persino al Papa di dirlo, per così dire, papale papale. Obbligandolo a delle iperboli non sempre molto felici, come quell’ormai suo «Dio non è cattolico», Eugenio Scalfari, che per età e condizione può ormai infischiarsi anche del politically correct, è invece libero di dire. E rimandando il suo “Verbo” ai colloqui avuti con il Pontefice, si erge a maître à penser del mondo cattolico autorizzato a ripetere i concetti più ovvi del cristianesimo, evitando al tempo stesso di passare per bacchettone e codino. Ma dopo le ripetute smentite della Sala Stampa Vaticana, a proposito dei contenuti dei colloqui, io credo che la verità sulle amnesie dottrinali di Scalfari e le “accelerazioni” di Bergoglio, che pare Ratzinger poco gradisca, per come io ho conosciuto il giornalista alla fine degli anni ‘70, sia un’altra. Ricordo bene quando veniva a intervistare l’allora Ministro del Tesoro, Gaetano Stammati. Ero sempre presente ed avevo stabilito con lui, per un breve periodo coincidente con la nascita di Repubblica, un bel rapporto. Ebbene, ascoltava il Ministro, scandiva le domande con aria grave, prendeva pochi appunti e poi, dopo qualche ora, rimandava il testo. Era sempre lo stesso copione. “Ma io molte di queste risposte non le ho date”, mi riferiva Stammati sornione. “Chiedo al direttore di cambiarle…?”. Ci pensava un attimo, raggomitolandosi come un micione bianco sulla poltrona dietro la scrivania di Quintino Sella, e aggiungeva: “No, non l’ho detto, ma è esattamente il mio retropensiero…solleverà un vespaio, ma vediamo poi cosa succede…”. Richiamavo il direttore e davo l’ok. E il giorno dopo grandi polemiche con sindacati e Confindustria. Chapeau! Forse sarà così anche con Bergoglio “ripreso” per le sue dichiarazioni da teologi e uomini di Curia! E, a proposito di retropensieri, dove Scalfari raggiunge invece un livello di sincerità davvero alto è in alcune pagine di Gran Hotel Scalfari (Marsilio editore), una confessione scritta da Antonio Gnoli e Francesco Merlo. Sono le pagine in cui racconta come sia vissuto per anni da bigamo con Simonetta, la sua prima moglie, e Serena, la sua seconda. Una confessione palpitante che certamente il suo amico Bergoglio si sforzerà di perdonargli. Le vie del Signore sono infinite. Luigi Bisignani per Il Tempo 10 novembre 2019

Antonio Socci e l'attacco a Papa Francesco: "Eugenio Scalfari come Cristo, gliel'ha detto lui". Libero Quotidiano l'11 Ottobre 2019. Continuano le rivelazioni di Eugenio Scalfari sulle personali (mis)credenze di papa Bergoglio. Ieri ha sganciato un'altra bomba. Prima il giornalista ha riassunto con parole sue un colloquio: «Chi ha avuto, come a me è capitato più volte, la fortuna d' incontrarlo sa che papa Francesco concepisce il Cristo come Gesù di Nazareth, uomo, non Dio incarnato. Una volta incarnato, Gesù cessa di essere un Dio e diventa fino alla sua morte sulla croce un uomo». Fin qui si potrebbe glissare addebitando questa enormità all' impreparazione teologica di Scalfari, a scarsa memoria o a fraintendimento. Dopo però il Fondatore riporta un virgolettato, attribuendo a Bergoglio delle precise (ed esplosive) parole. In riferimento a certi episodi evangelici, il papa avrebbe detto a Scalfari: «Sono la prova provata che Gesù di Nazareth, una volta diventato uomo, sia pure un uomo di eccezionali virtù, non era affatto un Dio». Una simile affermazione è totalmente incompatibile col cattolicesimo: chi la pronuncia non solo non può più essere papa, ma nemmeno può dirsi più cattolico. È fuori dalla Chiesa. Quindi i casi sono due. Se è vera Bergoglio deve semplicemente andarsene. Nel caso in cui la frase attribuitagli non sia vera, per la sua gravità, essendo fra virgolette, quindi addebitata direttamente a lui da uno dei più famosi giornalisti italiani, sul quotidiano più venduto del paese, il Vaticano ha il dovere di smentirla chiaramente, ammonendo Scalfari a non attribuire più al papa frasi virgolettate false ed eretiche. Invece ancora una volta in Vaticano fanno i furbi. Ieri il direttore della Sala stampa si è arrampicato sugli specchi dicendo che «le parole che Scalfari attribuisce tra virgolette al Santo Padre durante i colloqui con lui avuti non possono essere considerate come un resoconto fedele di quanto effettivamente detto, ma rappresentano piuttosto una personale e libera interpretazione di ciò che ha ascoltato». Ma come può essere «libera interpretazione» la negazione della divinità di Cristo attribuita a un papa fra virgolette? Si può "liberamente" attribuire un' eresia a un papa con un virgolettato non vero? Se uno intervista il Capo dello Stato e gli attribuisce una dichiarazione di guerra alla Francia che non è vera, il Quirinale se la caverà dicendo che quel virgolettato è «una personale e libera interpretazione» dell' intervistatore? No. Smentirà categoricamente. Più di un miliardo di cattolici hanno il sacrosanto diritto di avere una smentita chiara o di sapere se alla guida della Chiesa c' è un signore che non professa (più) la fede cattolica. Invece il pastore se ne infischia del gregge. Dal 2013 si assiste a enormità sconcertanti e i fedeli che dissentono vengono insolentiti. Nessun papa è mai stato così. Un teologo di fama mondiale come padre Thomas Weinandy, già membro della Commissione Teologica Internazionale, su The Catholic Thing in questi giorni ha scritto: «La Chiesa, nella sua lunga storia, non si è mai trovata di fronte ad una situazione come quella in cui si trova ora». Poi ha aggiunto: «Ciò con cui la Chiesa finirà, dunque, è un papa che è il papa della Chiesa cattolica e, contemporaneamente, il leader de facto, a tutti gli effetti pratici, di una chiesa scismatica. Poiché egli è il capo di entrambi, rimane l' aspetto di una sola chiesa, mentre in realtà ce ne sono due». Il teologo descrive la situazione come «scisma papale interno», perché «il papa, proprio come papa, sarà effettivamente il leader di un segmento della Chiesa che attraverso la sua dottrina, l' insegnamento morale e la struttura ecclesiale, è a tutti gli effetti pratici scismatico. Questo è il vero scisma che è in mezzo a noi e deve essere affrontato». Secondo il teologo cappuccino, Bergoglio «vede l' elemento scismatico come il nuovo "paradigma" per la Chiesa futura. Così, nel timore e nel tremore» conclude il religioso «dobbiamo pregare che Gesù, come capo del suo corpo, la Chiesa, ci liberi da questa prova». Nella Chiesa ormai Bergoglio è vissuto come un flagello. Antonio Socci  

Il vetro soffiato di Eugenio Scalfari diventa un libro. Leopoldo Fabiani su L'Espresso il 12 Agosto 2022.  

A un mese dalla scomparsa del grande giornalista, un volume raccoglie una scelta della rubrica tenuta per vent’anni su L’Espresso. I temi che gli erano più cari intrecciati ai fatti della vita di tutti i giorni

In una società in cui tutto o quasi tutto fosse diventato comunicazione, esisterebbe soltanto il presente, cioè il tempo reale; il passato sarebbe stato cancellato insieme alla solitudine, al dialogo con sé stessi e alla memoria. Non resterebbe che ribellarsi a una vita così congegnata e appiattita». Così scriveva Eugenio Scalfari nel suo “Vetro Soffiato” del 5 novembre 1998 quasi profetizzando quello sarebbe accaduto molto tempo dopo, nell’epoca che stiamo vivendo.

Alla rubrica quindicinale che da quell’anno aveva cominciato a tenere su L’Espresso, alternandosi nell’ultima pagina con Umberto Eco, Scalfari ha affidato riflessioni, che vanno al di là degli eventi quotidiani da cui prendono spunto, sui temi che più gli erano cari: l’etica pubblica e privata, la classe dirigente italiana, la storia, la religione, l’economia, i mutamenti del costume. Affrontati senza troppa seriosità, come scrive lui stesso nella rubrica d’esordio, spiegando la scelta del titolo: «Il vetro soffiato vuole essere un'indicazione di leggerezza». 

Per Scalfari la rubrica su L’Espresso è una sorta di discorso diverso e parallelo a quello tenuto la domenica su la Repubblica commentando l’attualità della politica, dell’economia, dei fatti del mondo. È un modo per dialogare con i lettori sugli argomenti che più lo appassionano e che spesso costituiscono la materia dei libri che sta scrivendo nel corso degli anni. Anche se non manca di offrire ai suoi lettori ritratti puntuti e fulminanti di personaggi come Andreotti, Berlusconi o Grillo.

Per ricordare a un mese dalla scomparsa questo grande giornalista, figura unica nel panorama del Novecento, i lettori troveranno in edicola, in libreria e su Amazon al prezzo di 9 euro e 90 una scelta (introdotta da un articolo di Eco che presenta il suo illustre dirimpettaio) agile e significativa degli articoli che per vent’anni hanno rappresentato la sua vena creativa più intima e autentica dove i grandi interrogativi dell’esistenza umana si intrecciano alla vita di tutti i giorni, ai personaggi del momento, ai mutamenti sociali, alle passioni politiche. Sempre con leggerezza. 

·        E’ morto il mago Tony Binarelli.

Da leggo.it il 12 luglio 2022.

Il mago Tony Binarelli è morto a Roma all'età di 81 anni. I suoi show di magia sono stati molto apprezzati in tv negli anni '90, quando ha impreziosito i programmi di Corrado, Mike Bongiorno e Pippo Baudo con la sua magia. Binarelli si è spento all'ospedale Pertini dopo una lunga malattia. Un anno fa, in un'intervista a Fanpage, aveva detto: «Temo la malattia. Arrivare a non capire più niente, perdere il proprio spirito». 

Gli esordi e la carriera

La passione per la magia nasce durante l'estate dei suoi 13 anni, quando a causa di una brutta bronchite iniziò a coltivare l'interesse per l'arte della prestigiazione. Crescendo ha poi seguito una strada più "tradizionale", conseguendo il diploma di ragioniere e lavorando presso una ditta automobilistica. Dopo circa 14 anni da impiegato, però, ha mollato tutto e ha seguito la scia luminosa dell'illusionismo, facendo il primo passo di una lunga carriera artistica. 

Dagli anni ’70 agli anni ’90, ha incantato gli spettatori con i suoi giochi di prestigio. Con numeri conditi di umorismo ha impreziosito i programmi di Corrado, Mike Bongiorno e Pippo Baudo fino a presenziare a Buona Domenica dal 1991 al 1995. Numerose le ospitate in Rai e Mediaset e le performance dal vivo in giro per l’Italia. Al suo fianco, la moglie Marina, conosciuta quando aveva 19 anni e conquistata con uno dei suoi magici trucchi. 

L'incontro con Fellini

Riuscì ad affascinare persino Fellini: «Aveva una grande passione per la magia e disse ad una attrice, mia amica, che gli sarebbe piaciuto conoscermi. Ci incontrammo a una cena. Mi chiese di fargli vedere qualcosa. Presi un mazzo di carte e lui cominciò a spostare un tavolino, poi cambiò una luce, riposizionando le sedie e mi disse: “Adesso fai il tuo gioco”. Io gli chiesi il motivo di quello strano comportamento e lui mi spiegò: “Io voglio godere al massimo del tuo personaggio. Ti ho creato la scenografia affinché tu possa essere valorizzato”. 

Le mani di Terence Hill

Non tutti sanno che prestò le mani a Terence Hill nella scena del film "…continuavano a chiamarlo Trinità" in cui mescolava le carte: «Io e Terence Hill - ricordò sempre Binarelli - avevamo a disposizione una maglia sola. Quella maglia bucata, sudata e sporca di polvere, dovevamo scambiarcela. Lui faceva la scena, poi la maglia la mettevo io e riprendevano le mani e così, tra fisarmoniche e ventagli, sembrava che Terence Hill fosse un grandissimo giocatore. Quando fecero la prima del film al cinema, dopo la scena della partita a carte, il pubblico fece un applauso. È un momento che ho appuntato al petto, più di molte altre medaglie».

È morto Tony Binarelli, il mago della tv. Aveva 81 anni. Si è spento in ospedale a Roma. La Repubblica il 12 Luglio 2022.

È morto Tony Binarelli, il mago della tv dagli anni 80 e 90. Antonio Binarelli, questo il vero nome, si è spento a 81 anni all'ospedale Sandro Pertini di Roma. Era nato a Roma il 16 settembre del 1940, nella fase di maggiore successo della sua carriera aveva collaborato ai programmi televisivi di Corrado, Mike Bongiorno e Pippo Baudo fino a presenziare a Buona domenica dal 1991 al 1995. In televisione ha anche recitato nella parte di se stesso nelle due puntate dello sceneggiato Rai del 1972 Serata al Gatto Nero. Numerose le partecipazioni a programmi in Rai e Mediaset e le performance dal vivo in giro per l'Italia. 

Raccontava di aver cominciato con i giochi di magia da ragazzino, a tredici anni, quando una brutta bronchite lo avevo costretto a casa per una intera estate. Poi erano arrivati gli studi in Ragioneria, il diploma e il lavoro presso una ditta automobilistica. ma quel pallino per l'illusionismo l'aveva sempre tenuto vivo. Talmente vivo che dopo quattordici anni di vita da impiegato Binarelli aveva deciso di mollare tutto e di darsi, esclusivamente e definitivamente, alla magia. Nel frattempo, a 19 anni, aveva incontrato Marina, che sarebbe diventata sua moglie e gli sarebbe rimasta accanto tutta la vita.

Amava ricordare l'incontro con Federico Fellini, altro grande appassionato di magia, esoterismo, parapsicologia. "Disse a un'attrice, mia amica, che gli sarebbe piaciuto conoscermi - raccontava Binarelli - e organizzammo un incontro a cena dove mi chiese di mostrargli qualcosa. Io presi un mazzo di carte, lui spostò il tavolo, cambiò posizione a una luce, insomma creò una specie di set e poi mi disse “adesso fai il tuo gioco”. Io gli chiesi il motivo di quello strano comportamento e lui mi spiegò: 'Voglio godere al massimo del tuo personaggio. Ti ho creato la scenografia affinché tu possa essere valorizzato'”.

Festa per i vent'anni dello storico locale romano Piper, Binarelli è il primo da destra Non era, questo, il suo unico motivo d'orgoglio. Nel film ...Continuavano a chiamarlo Trinità, sono di Binarelli, in realtà, le mani di Terence Hill che mescola le carte con grande maestria. "Io e Terence Hill avevamo a disposizione una maglia sola, era sporca, sudata e piena di polvere come richiesto dal personaggio - aveva raccontato in un'intervista a Fanpage - e dovevamo continuamente scambiarcela. Lui girava la scena, poi mi passava la maglia e di me riprendevano solo le mani. E così sembrava che fosse lui il grandissimo giocatore. Alla prima del film, in sala, dopo la scena della partita a carte, partì dal pubblico un grande applauso: per me è come una medaglia che porto sul petto, più di molte altre".

Addio a Tony Binarelli, il mago della televisione che prestò le mani a Brigitte Bardot e Terence Hill. Elvira Serra su Il Corriere della Sera il 12 luglio 2022.  

Allenava le mani appallottolando i fogli di carta, stringendo le palline o sollevando le bottiglie dal collo, dopo averci infilato le dita. Un tempo lo faceva anche per quattro ore al giorno. L’abilità a maneggiare le carte, del resto, gli aveva aperto le porte del cinema come «contromani», la controfigura degli attori durante le partite di poker. Il primo fu Rex Harrison, ma si fecero sostituire da lui uomini e donne in oltre cinquanta pellicole, da Alain Delon a Charles Bronson, da Gina Lollobrigida a Brigitte Bardot, anche se la scena stracult resta quella in cui Terence Hill, seduto di fronte al sodale Bud Spencer, dà le carte sul tavolo verde di un saloon in ... continuavano a chiamarlo Trinità. Questo, prima che raggiungesse la popolarità sul piccolo schermo grazie a Corrado e alla sua. 

I trucchi mai svelati

Antonio «Tony» Binarelli si è spento prima dell’alba del 12 luglio all’ospedale Sandro Pertini di Roma a 81 anni, dopo una lunga malattia di cui non amava parlare, anzi: con chi lo sentiva per un saluto sminuiva gli acciacchi, scherzandoci sopra. Illusionista, mago, attore, autore di libri, ha fatto «perdere la testa» anche alla duchessa Claudia d’Aosta (l’aveva fatta sparire, letteralmente). Una volta a Buona Domenica, su Canale 5, tenne con il fiato sospeso i telespettatori giocando alla roulette russa. Naturalmente c’era il trucco, ma per 11 minuti e 42 secondi da casa, se possibile, trattennero il fiato, finché una delle sei pistole calibro 32 a canna corta che aveva puntato contro di sé non sparò a vuoto.

La passione da ragazzino

Raccontava, cambiando un po’ l’aneddoto ogni volta, che si era appassionato alla magia a tredici anni, al mare di Follonica, a causa di una broncopolmonite che gli aveva impedito di fare i bagni. Entrando in una libreria avrebbe fatto crollare uno scaffale per ritrovarsi sulla testa esattamente il libro che lo aveva incuriosito: L’Emulo di Bosco. Confidenze di un prestigiatore, di Romanoff. Poco importa che il titolo cambiasse da un’intervista all’altra o che quel libro glielo avesse invece regalato suo padre, durante la convalescenza, come pure confessò. Vero è che da allora chiese di ricevere in dono solo saggi su magia, illusionismo, prestidigitazione, ai quali dedicò ogni momento libero dell’adolescenza, grazie ai quali cominciò a esibirsi sedicenne nelle parrocchie. Fu a uno di questi spettacoli che conobbe la futura moglie, Marina, di cui sul palco azzeccò il numero di telefono, conquistando il diritto di conoscerne l’indirizzo di casa: e le mandò, il giorno dopo, tante rose quante la somma dei famosi numeri indovinati.

I premi

Nel 2008 fu nominato Cavaliere della Repubblica, onorificenza che lo commosse e lo riempì di orgoglio, non meno dei tre premi ai Campionati Mondiali d’Illusionismo (nel 1967, nel 1970 e nel 1973) o del Telegatto che conquistò (unico tra i prestigiatori) grazie alla presenza fissa a «Buona Domenica», dal 1991 al 1995. Soffrì l’allontanamento progressivo dalla televisione. Ma, ammetteva, i tempi erano cambiati: quando aveva cominciato con Corrado aveva quindici minuti a disposizione, non tre. Però non perse mai il contatto con il pubblico, accettando gli inviti che arrivavano da circoli e piazze.

Il ricordo dei colleghi

Il «collega» Silvan lo ricorda così con il Corriere: «Sono immensamente addolorato perché ci ha lasciato un amico e un grande personaggio della magia italiana. Ci siamo incontrati migliaia di volte e la sua persona rimarrà per me indimenticabile». E uno degli allievi migliori, l’escapologo Andrew Basso: «Ci siamo sentiti l’ultima volta il 2 maggio, mi incoraggiava sempre. Riusciva a creare una tensione altissima, quando si esibiva, e poi la smorzava con una battuta in romanesco. Per noi giovani maghi che partecipavamo ai suoi corsi lui era come un papà: oltre che maestro, rappresentava davvero una figura magica».

·        Addio il giornalista Amedeo Ricucci.

Addio ad Amedeo Ricucci, storico inviato di guerra della Rai. Il giornalista 63enne originario di Cetraro si trovava a Reggio Calabria per un servizio sulla ‘ndrangheta. Da tempo combatteva contro un male incurabile. su Il Quotidiano del Sud l'11 Luglio 2022.

Amedeo Ricucci, 63 anni, storico inviato della Rai, è deceduto stamattina a Reggio Calabria, colpito da un malore. Ricucci, che da tempo combatteva contro un male svelatosi incurabile, era giunto a Reggio Calabria per un servizio sulla ‘ndrangheta. Secondo quanto appreso, insieme a un operatore stava per lasciare l’albergo, quando si è accasciato al suolo. A nulla è valso il rapido intervento dei soccorsi.

Originario di Cetraro, in provincia di Cosenza, Ricucci era stato inviato di Professione Reporter, Mixer, Tg1 e la Storia siamo Noi. Inoltre, era stato anche inviato in zone di guerra, in Afghanistan, Kossovo, Algeria e Iraq.

Autore di numerose pubblicazioni, era con Ilaria Alpi e Miran Hrovatin nel viaggio in Somalia, che il 20 marzo del 1994 si concluse con l’assassinio della giornalista del TG3 e del suo cameraman. Era stato testimone diretto dell’uccisione del fotoreporter del Corriere della Sera, Raffaele Ciriello, avvenuta nel 2002 a Ramallah, raccontando l’episodio in un libro.

Morto Amedeo Ricucci, inviato di guerra Rai rapito in Siria nel 2013. Mauro Scrobogna su Il Domani l'11 luglio 2022

Il cronista è scomparso per una malattia che gli è stata diagnosticata tre anni fa, inutile la corsa all’ospedale di Reggio Calabria, dove stava realizzando un’inchiesta sulla ‘ndrangheta

È morto all'età di 63 anni il giornalista Amedeo Ricucci. Storico inviato di guerra della televisione pubblica, dal 3 al 13 aprile 2013 è stato tra i quattro cronisti italiani rapiti in Siria da una milizia vicina al gruppo Stato islamico.

A darne notizia, con una nota, è il Cdr del Tg1 nella quale si legge: «Ciao Amedeo, te ne sei andato mentre facevi quel lavoro che tanto amavi. Difficile qui trovare parole che non sembrino scontate, per esprimere il profondo dispiacere e la tristezza per la perdita di un compagno di strada straordinario. Appassionato nel suo essere giornalista, inviato speciale. Amava quello che faceva, raccontare la realtà che andava a scovare negli angoli del mondo e nei momenti più bui, come quelli della guerra. A rischio della propria stessa vita» si legge.

«Per tanti anni al Tg1 e alla Rai ha dato un contributo enorme non solo professionale ma umano. Sempre partecipe, sempre in prima linea quando si trattava di discutere insieme del presente e del futuro della nostra professione. Si è preso cura della redazione, impegnandosi come Cdr, si è sempre impegnato nelle battaglie sindacali. Appassionato, anche qui, come pochi. Difensore del mestiere più bello del mondo. Che ti ha accompagnato fino alla fine. Noi, tutti noi, cercheremo di portare avanti quel testimone».

IL PROFILO

Ricucci era nato a Cetraro, in provincia di Cosenza, nel 1958, ed è morto a Reggio Calabria a causa di una malattia diagnosticata tre anni fa. Sarebbe stato colpito da un malore mentre era in albergo, dove si trovava per realizzare uno speciale del Tg1 sulla 'Ndrangheta. Inutile la corsa in ospedale.

Nel corso della sua carriera ha seguito i principali conflitti degli ultimi trent’anni, dalla guerra civile in Algeria al conflitto in Bosnia e Kosovo, l’invasione dell'Afghanistan, il conflitto israelo-palestinese, le rivolte arabe e la guerra in Libia e Siria. È stato anche protagonista diretto di diversi eventi: nel 1994 era parte del viaggio in Somalia con i colleghi Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, che si concluse con la loro uccisione.

Nel 2022 è stato testimone della morte a Ramallah del fotoreporter Raffaele Ciriello, rimasto ucciso a causa di colpi d'arma da fuoco dell'esercito israeliano nell'ambito della seconda Intifada palestinese.

Ha lavorato come inviato per le trasmissioni Professione Reporter, Mixer, TG1 e La Storia siamo noi, mentre dal 2013 è entrato a far parte della redazione di Speciale Tg1. 

·        E’ morto il compositore Monty Norman.

Monty Norman, morto il leggendario compositore del tema di James Bond. Redazione Spettacoli su Il Corriere della Sera l'11 luglio 2022.

La notizia della scomparsa, dopo una breve malattia, è stata data alla Bbc dalla famiglia dell'artista. Nella sua carriera ha anche cantato con alcune band

Monty Norman, compositore e paroliere le cui opere includono il celebre tema della saga di James Bond, è morto all'età di 94 anni dopo una breve malattia. Lo comunica la Bbc citando la sua famiglia. Figlio di immigrati lettoni, Norman è cresciuto nell'East End di Londra, dove sua madre gli comprò la prima chitarra quando aveva 16 anni. Norman ha composto le musiche per gli spettacoli dei teatri del West End della capitale britannica, tra i quali «Expresso Bongo» e «Irma La Dolce», prima di passare al cinema.

Il celebre tema di Bond, commissionato per il film «Agente 007 - Licenza di uccidere» del 1962, è stato poi utilizzato per tutte le pellicole della saga. Fu il produttore di Bond, Cubby Broccoli, a chiedere a Norman di comporre la colonna sonora del primo film, essendo rimasto colpito dal suo curriculum musicale teatrale. Il compositore ha rispolverato una delle sue precedenti composizioni — «Bad Sign Good Sign», da una produzione non più realizzata di «Una casa per Mr Biswas» di V.S. Naipaul — e l'ha riscritta pensando a 007. «La sua sensualità, il suo mistero, la sua spietatezza — è tutto lì in poche note», ha ricordato in seguito Norman.

Nella sua lunga carriera Norman ha anche cantato con alcune band ed è apparso anche in spettacoli di varietà insieme a artisti del calibro di Harry Secombe, Peter Sellers, Spike Milligan e Tommy Cooper. Ha anche scritto la musica per il film del 1960 «Il mostro di Londra», diretto da Terence Fisher e tratto dal romanzo di Stevenson «Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde», e anche di «...e la terra prese fuoco» del 1961, del film del 1963 con Bob Hope e Anita Ekberg, «Chiamami Bwana», ma anche della miniserie tv con Ben Kingslay e Patsy Kensit, «Dickens of London» del 1976.

·        E’ morto il giornalista Angelo Guglielmi.

E' MORTO ANGELO GUGLIELMI, STORICO DIRETTORE DI RAI3

(ANSA l'11 luglio 2022) - E' morto nella notte all'età di 93 anni Angelo Guglielmi. Si è spento nel sonno. Storico direttore di Rai3, lanciò programmi che hanno fatto la storia della rete e della tv pubblica, oltre che personaggi come Corrado Augias, Michele Santoro, Serena Dandini e Fabio Fazio. Oltre che dirigente, fu critico letterario, saggista e giornalista.

Da cinquantamila.it – la Storia raccontata da Giorgio Dell’Arti

• Arona (Novara) 2 aprile 1929. Mitico direttore di Raitre (1987-1994) e forte innovatore del linguaggio televisivo italiano (Blob, Cinico tv, Chi l’ha visto?, Milano Italia e relative star tv, tutte lanciate da lui: Chiambretti, Santoro, Lerner, Riotta, Ferrara, Augias, la Spaak, Lubrano, la Leosini, Fazio, la Raffai e poi la Sciarelli ecc.).

Critico letterario. Tra i fondatori del Gruppo 63. «Il nome ci venne per suggerimento dal Gruppo 47, nato in Germania dopo la guerra (…). Eravamo diversi ma avevamo le stesse impazienze: non ci piaceva il neorealismo piatto e predicatorio, di origine ottocentesco-naturalista; non ci piaceva il crepuscolarismo in poesia, dolente di umili lacrime; non ci piaceva il paese in cui eravamo diventati adulti (…) E tutto questo non perché soffrissimo di qualche esclusione, essendo già tutti ben sistemati nell’università, nelle case editrici, nei giornali, alla Rai.

Dunque niente rivendicazioni personali. Né obbedienze fideistiche: votavamo tutti per i partiti di sinistra (il Pci in testa), ma avevamo in orrore le loro idee sull’arte, cioè la pretesa che l’arte dovesse servire alla politica o, in forma più composta, che l’arte servisse a cambiare il mondo. Il romanzo che più deridevamo era Metello di Pratolini» [Alfabeta2 numero 33, nov-dic 2013]. 

In Rai dal 1955. Dal 1995 al 2001 presidente dell’Istituto Luce. Candidato sindaco a Pomezia nel 2002. Poi assessore alla Cultura di Bologna, giunta Cofferati (ha raccontato questa esperienza nel libro Carte bolognesi, pubblicato da Aragno nel 2010). Per anni critico letterario dell’Espresso, continua a scrivere recensioni su l’Unità e su Tuttolibri, l’inserto settimanale del sabato de la Stampa «Non è sufficiente un solo mestiere per dare senso alla propria vita». 

• «Decisi di raccontare il paese con tutti i linguaggi, da quello giornalistico a quello satirico, da quello sociale a quello politico e nacquero trasmissioni di successo come: Quelli che... il calcio, Avanzi, Samarcanda, Linea Rovente, Telefono, Giallo, Mi manda Lubrano, Chi l’ha visto, Harem, Blob, Un giorno in Pretura, il Portalettere. Lo share della rete passa dal 2% al 12%». 

• Mise le annunciatrici in video tra virgolette.

• «Guglielmi era un eterodosso, infatti l’Ulivo così liberal la prima cosa che fece quando prese il potere fu di ammazzarlo, televisivamente parlando, e metterlo in pensione» (Giuliano Ferrara).

• Nel 2004 la Bompiani gli dedicò il numero di Panta Blob Guglielmi (volume di testimonianze curato dallo stesso Guglielmi ed Elisabetta Sgarbi). 

• Nel 2010, quasi a consuntivo dei suoi molteplici interessi, ha pubblicato Il romanzo e la realtà: cronaca degli ultimi sessant’anni di narrativa italiana e ripubblicato Senza rete. Il mito di Rai Tre 1987-1994 (scritto con Stefano Balassone). Entrambi i testi sono usciti per Bompiani.

• «La critica non serve più al pubblico: è finito il tempo in cui era sufficiente un articolo di Emilio Cecchi sul Corriere per determinare la fortuna di un libro. Oggi sono altri i parametri che contano e tutti hanno a che fare con la televisione, che non sa nulla del libro di cui parla e tutto della possibile seduttività dell’autore. Ma se non serve più al pubblico a chi serve? Non scandalizzatevi: serve all’ autore. 

Gli dà la coscienza della situazione in cui sta operando, confortandolo nel suo progetto ma anche indicandogli gli inganni in cui può cadere, gli smarrimenti cui è esposto. E poi chi ha detto che, non potendo leggere tutti i romanzi che escono (nell’ anno appena passato sembra siano stati oltre cento), il critico non sia in grado di ipotizzare un abbozzo di canone o almeno di tratteggiare una indicazione di direzione e di indirizzo? (…) Il canone a posteriori è mestiere del professore, non del critico.

A lui (al critico) si chiede di dirci non quel che siamo stati, ma quel che stiamo tentando di essere, senza ovviamente la certezza del buon esito o